Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

LA SOCIETA’

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

LA SOCIETA’

INDICE PRIMA PARTE


 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Controllare il tempo: Il Calendario.

La Fine del Mondo.

Le profezie per il 2023.

I festeggiamenti di capodanno.

Halloween.

I Mostri.

La Superstizione.

Il Carnevale.

Pesce d’Aprile.

Le Ricorrenze.

71 anni dalla morte di Eva (Evita) Peron.

63 anni dalla morte di Ferdinando Buscaglione, detto Fred.

60 anni dalla morte di Édith Piaf.

56 anni dalla morte di Otis Redding. 

53 anni dalla morte di Janis Joplin.

52 anni dalla morte di Jim Morrison.

50 anni dalla morte di Bruce Lee.

50 anni dalla morte di Anna Magnani.

48 anni dalla morte di Joséphine Baker.

46 anni dalla morte di Elvis Presley.

46 anni dalla morte di Maria Callas.

33 anni dalla morte di Greta Garbo.

33 anni dalla morte di Ugo Tognazzi.

32 anni dalla morte di Walter Chiari.

30 anni dalla morte di Federico Fellini.

30 anni dalla morte di Frank Zappa.

30 anni dalla morte di River Phoenix.

30 anni dalla morte di Sora Lella Elena Fabrizi. 

30 anni dalla morte di Audrey Hepburn.

30 anni dalla morte di Rudolf Nureyev.

29 anni dalla morte di Gustavo Adolfo Rol.

29 anni dalla morte di Mario Brega.

29 anni dalla morte di Gian Maria Volonté.

29 anni dalla morte di Massimo Troisi.

29 anni dalla morte di Moana Pozzi.

29 anni dalla morte di Domenico Modugno.

28 anni dalla morte di Ginger Rogers.

27 anni dalla morte di Tupac Shakur.

27 anni dalla morte di Mia Martini.

26 anni dalla morte di Giorgio Strehler.

25 anni dalla morte di Lucio Battisti.

24 anni dalla morte di Fabrizio De Andrè.

23 anni dalla morte di Vittorio Gassman.

22 anni dalla morte di Maurizio Arena.

22 anni dalla morte di Anthony Quinn.

21 anni dalla morte di Alex Baroni.

21 anni dalla morte di Carmelo Bene.

20 anni dalla morte di Charles Bronson.

20 anni dalla morte di Johnny Cash.

20 anni dalla morte di Leopoldo Trieste.

20 anni dalla morte di Giorgio Gaber.

20 anni dalla morte di Alberto Sordi.

20 anni dalla morte di Sandro Ciotti.

19 anni dalla morte di Nino Manfredi.

17 anni dalla morte Mario Merola.

16 anni dalla morte Anna Nicole Smith.

15 anni dalla morte di Gianfranco Funari.

14 anni dalla morte di Michael Jackson.

14 anni dalla morte di Dino Risi.

14 anni dalla morte di Mike Bongiorno.

14 anni dalla morte di Farrah Fawcett.

13 anni dalla morte di Mario Monicelli.

13 anni dalla morte di Lelio Luttazzi.

12 anni dalla morte di Amy Winehouse.

12 anni dalla morte di Elizabeth Taylor.

11 anni dalla morte di Lucio Dalla.

11 anni dalla morte di Whitney Houston.

10 anni dalla morte di Lou Reed.

10 anni dalla morte di Mariangela Melato.

10 anni dalla morte di Enzo Jannacci.

10 anni dalla morte di Franco Califano.

7 anni dalla morte di Marta Marzotto.

7 anni dalla morte di George Michael.

7 anni dalla morte di David Bowie.

7 anni dalla morte di Giorgio Albertazzi.

7 anni dalla morte di Paolo Poli.

6 anni dalla morte di Gianni Boncompagni.

6 anni dalla morte di Paolo Villaggio.

5 anni dalla morte di Sergio Marchionne.

5 anni dalla morte di Irina Sanpiter.

5 anni dalla morte di Fabrizio Frizzi.

4 anni dalla morte di Jeffrey Epstein.

4 anni dalla morte di Franzo Zeffirelli.

3 anni dalla morte di Little Richard.

3 anni dalla morte di Diego Armando Maradona.

3 anni dalla morte di Kobe Bryant.

3 anni dalla morte di Franca Valeri.

3 anni dalla morte di Ennio Morricone.

3 anni dalla morte di Ezio Bosso.

2 anni dalla morte di Carla Fracci.

2 anni dalla morte di Franco Battiato.

2 anni dalla morte di Raffaella Carrà.

2 anni dalla morte di Milva.

1 anno dalla morte di Mino Raiola.

1 anno dalla morte di Letizia Battaglia.

1 anno dalla morte di Eugenio Scalfari.

1 anno dalla morte di Pelè.

1 anno dalla morte di Barbara Walters.

I Queen.

I Lynyrd Skynyrd.

I Led Zeppelin.

I Kiss.

I Beatles.

I Lunapop.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI? (Ho scritto un saggio dedicato)

Cosa resta di Gianni Agnelli.



 

INDICE SECONDA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

Il Lutto.

Vivi per sempre.

Morti del cazzo.

Diritto di Morire.

È morta l’attrice Itziar Castro.

Morto l’attore Ryan O’Neal.

Morto il principe Costantino del Liechtenstein.

E’ morto l’attore Benjamin Zephaniah.

E’ morto l’attore Norman Lear,

E’ morto il chitarrista Marco “Jimmy” Villotti.

E’ morto l’agente di cambio Attilio Ventura.

Morto il pittore Carlo Guarienti.

E' morto il cantautore Shane MacGowan.

Addio al fotografo Ivo Saglietti.

Addio al maestro della fotografia Elliott Erwitt.

Morto il regista Aldo Lado.

Morta l'attrice Anna Kanakis.

Se ne va uno l’attore Joss Ackland.

Morto il Senatore Nino Strano.

Morto l’astronauta Frank Borman.

E’ morto l’attore Evan Ellingson.

E’ morta l’attrice Micaela Cendali Pignatelli.

E’ morta l'attrice Sibilla Barbieri.

È morto l’attore Andrea Iovino.

E’ morta l’attrice Marina Cicogna.

E’ morto l’astronauta Thomas Kenneth Mattingly II.

È morto il giornalista Lanfranco Pace.

Morto lo sceneggiatore Peter Steven Fischer.

Morto l’ex Ministro Luigi Berlinguer.

Addio all’editore Ernesto Ferrero.

È morto l’attore Matthew Perry.

Se ne è andato l’attore Richard Roundtree.

Se ne va l’attore Jesús Guzmán.

Addio al vignettista Sergio Staino.

Addio all’attrice Marzia Ubaldi.

Addio all’attore Burt Young.

Morta la musicista Carla Bley.

È morta l’attrice Suzanne Somers.

È morto il giornalista Cesare Rimini.

Se ne va l’attrice Piper Laurie.

Morta la poetessa Louise Glück.

Addio a Charles Feeney, l'uomo più generoso d'America.

È morto il giornalista Ettore Mo.

È morto il giornalista Eugenio Palmieri.

È morto il banchiere Pierfrancesco Pacini Battaglia.

E’ morto il giornalista il Luca Goldoni.

Addio all’attore Keith Jefferson.

Morto l’attore-regista Franco Brocani.

È morto l’attore Tommasino Accardo.

È morta l’attrice Ketty Roselli.

Morto l’attore Michael Gambon.

Morto il giornalista Armando Sommajuolo.

Morto l’attore David McCallum.

Morto il giornalista Francesco Cevasco.

E’ morto il Presidente Giorgio Napolitano.

E’ morto l’autore Franco Migliacci.

È morto l’artista Fernando Botero.

Morto il sociologo Domenico De Masi.

Morto l’imprenditore Flavio Repetto.

È morto il regista Giuliano Montaldo.

Addio al cantante Steve Harwell.

È morto il chitarrista Jack Sonni.

E’ morto il cantautore Jimmy Buffett.

Addio all’imprenditore Mohamed al Fayed.

Addio all’imprenditore web Alessandro Vento.

È morta l’attrice Hersha Parady.

E' morto lo sceneggiatore e produttore David Jacobs.

E’ morto il cantante Salvatore Toto Cutugno.

Addio all’inventore John Warnock.

Addio all’attore Ron Cephas Jones.

Addio al manager Roberto Colaninno.

È morta il soprano Renata Scotto.

Morto il sociologo Francesco Alberoni.

Addio al Professore Marcello Gallo.

È morta l'attrice Antonella Lualdi.

E’ morto l’artista Jamie Reid.

Si è spento il cantante Peppino Gagliardi.

Addio al cantante Sixto Sugar Man Rodriguez.

Addio al cantante Robbie Roberston.

E’ morto il regista William Friedkin.

È morto il politico e filosofo Mario Tronti.

Addio all’industriale Lorenzo Ercole.

È morto il giornalista Idris Sanneh.

Morto l’attore Angus Cloud.

E’ morto l’attore Paul Reubens.

Morta la giornalista Daniela Mazzacane.

Morto lo scrittore Luca Di Meo.

Morto il cantante Randy Meisner.

Morta la cantante Sinead O'Connor.

E’ morto l’antropologo e filosofo Marc Augé.

E’ morto il pittore Emilio Leofreddi.

E’ morta l’attrice Josephine Chaplin.

E’ morto il cantante Tony Bennett.

E’ morto il giornalista Andrea Purgatori.

Muore l’attrice-cantante Jane Birkin.

E’ morto lo scrittore filosofo Milan Kundera.


 

INDICE TERZA PARTE


 

I MORTI FAMOSI.

E’ morto il giornalista Fabrizio Zampa.

E’ morto l’attore Alan Arkin.

E’ morto l’attore Julian Sands.

E’ morto il velocista olimpico e stuntman Dean Smith.

E’ morto l’attore Frederic Forrest.

E’ morto il fumettista Graziano Origa.

E’ morto il musicologo Adriano Mazzoletti.

E’ morta l’attrice Glenda Jackson.

Morto il biologo Roger Payne

È morto il manager e discografico Matteo Romagnoli.

E’ morto il fotografo Paolo Di Paolo.

Morto l’attore Treat Williams. 

È morto lo scrittore Cormac McCarthy.

E’ morto Francesco Nuti.

Addio all’attore Paul Geoffrey.

Morto il sociologo francese Alain Touraine. 

Morto lo storico Nuccio Ordine.

E’ morta la pittrice Françoise Gilot.

E’ morto il wrestler Hossein Khosrow Ali Vaziri, alias The Iron Sheik.

Addio al giornalista Pasolini Zanelli.

Morto l’attore Barry Newman.

Addio a Astrud Gilberto.

E’ morto l’imprenditore Emilio Rigamonti.

E’ morto l’Architetto Paolo Portoghesi.

Morta l’attrice Isa Barzizza.

E’ morta la fotografa Daniela Zedda.

E’ morto il chitarrista Sheldon Reynolds.

E’ morta la cantante Tina Turner.

È morta la giornalista Maria Giovanna Maglie.

E’ morto l’attore Ray Stevenson.

E’ morto lo scrittore Martin Amis.

E’ morto il bassista Andy Rourke.

E’ morto il regista e direttore artistico Giorgio Ferrara. 

E’ morto l’attore Helmut Berger.

È morta la ballerina Maria Miceli.

E’ morto il giornalista Carlo Nicotera.

E' morto l'imprenditore Giordano Riello.

E’ morto lo storico Gioacchino Lanza Tomasi.

È morto lo sceneggiatore e regista Enrico Oldoini.

Morto il vignettista Massimo Cavezzali.

Morta l’attrice Jacklyn Zeman.

Morto l’imprenditore Enzo Bonafè.

E’ morto lo scrittore Philippe Sollers (pseudonimo di Philippe Joyaux).

Morto il generale che catturò Che Guevara Gary Prado Salmón.

È morta ex concorrente del Grande Fratello Monica Sirianni.

Morto l’ex campione mondiale e allenatore di pattinaggio Michele Sica.

Addio al regista Alessandro D'Alatri.

È morto il conduttore Jerry Springer.

Si è spento l’ex magistrato Nicola Magrone.

E’ morto il Senatore Andrea Augello.

E’ morto il regista Angeles Mohamed Farouk Agrama detto Frank Agrama 

E’ morto l’attore Giovanni Lombardo Radice.

E’ morto il cantante Harry Belafonte.

E’ morto il giornalista Corrado Ruggeri.

E’ morto il cantautore e cabarettista Federico Salvatore.

Morto l’inventore-industriale Renato Caimi.

E’ morta Anna Marcacci Brosio.

E’ morto il pianista jazz Ahmad Jamal.

È morto il chitarrista Mark Sheehan.

Morto lo scrittore Meir Shalev.

E’ morto il chitarrista Lasse Wellander.

E’ morto il talent scout Seymour Stein.

E’ morto il regista Nico Cirasola.

E’ morto il musicista Ryuichi Sakamoto.

Morta la scrittrice Ada d’Adamo.

E’ morto il batterista Alfio Cantarella.

È morto il re dei viaggi organizzati Franco Rosso.

E’ morto il giornalista Gianni Minà.

È morto l’attore Ivano Marescotti.

Morto il batterista Luca Bergia.

E’ morto l'attore Paul Grant.

E’ morto il regista Francesco “Citto” Maselli.

E’ morto il giornalista Pier Attilio Trivulzio.

E’ morto l'attore Lance Reddick.

E' morta l’attrice Bice Biagi.

Morto il disegnatore Luigi Piccatto.

E’ morto l’autore televisivo Marco Zavattini.

E’ morta la speaker Clelia Bendandi.

È morto lo scrittore Kenzaburo Oe.

Muore il manager musicale Vincenzo Spera.

E’ morto il regista Bert I. Gordon, detto Mr B.I.G.

E’ morto l’attore Robert Blake.

E’ morto l’attore Ed Fury.

E’ morto il Giornalista Rino Icardi.

E’ morto il chitarrista Gary Rossington.

È morto l'attore Tom Sizemore.

È morto il musicista Steve Mackey.

È morto il musicista Wayne Shorter.

E’ morto il giornalista Curzio Maltese.

E’ morto il giornalista Maurizio Costanzo.

E’ morto il regista Michel Deville.

E’ morto l’attore Richard Belzer.

È morto il fumettista Leiji Matsumoto.

Morto il regista Maurizio Scaparro.

È morto il chitarrista Alberto Radius.

E’ morta l'attrice Raquel Welch.

È morto il cantante David Jolicoeur.

E’ morto l'attore Cody Longo.

È morto il regista Hugh Hudson.

E’ morto il regista Carlos Saura.

E’ morto il musicista compositore Burt Bacharach.

E' morto il critico letterario Nicolò Mineo.

E' morto il giornalista Pio D'Emilia.

È morto il fotografo Massimo Piersanti.

E’ morto l’ex presidente Pakistan Musharraf. 

E’ morto l’attore Sergio Solli.

Morta l’attrice Monica Carmen Comegna.

Addio allo stilista Paco Rabanne.

Morta la redattrice Josè Rinaldi Pellegrini.

È scomparso l’imprenditore Giuseppe Benanti.

Morta l’attrice Cindy Williams.

È morta l’attrice Lisa Loring.

E’ morto il giornalista Roberto Perrone.  

E’ morto il giornalista Ludovico Di Meo.  

Morto il telecronista Christian Scherpe.

È morto il chitarrista Tom Verlaine.

E’ morta l’attrice Sylvia Syms.

E’ morto il regista Eugenio Martín.

È morto lo scrittore Pino Roveredo.

Morta l'imprenditrice Daniela Gavio.

E’ morto il rocker David Crosby.

E’ morto il regista Giorgio Mariuzzo.

E’ morto il regista Paul Vecchiali.

È morto il coreografo e regista televisivo e teatrale Gino Landi.

E’ morta l’attrice Gina Lollobrigida.

E’ morto l’artista Gianfranco Barucchello.

E’ morto il Tiktoker Taylor LeJeune, noto con il nickname Waffler69.

E’ morta Lisa Marie Presley.

E’ morta Tatjana Patitz.

Morto l’avvocato Roberto Ruggiero.

Morto il criminologo Francesco Bruno.

Morto il chitarrista Jeff Beck.

Morto il poeta Charles Simic.

E’ morto il direttore di fotografia Owen Roizman.

E’ morto l’attore Adam Rich.

È morto lo speaker Roberto Gentile.

E’ morto Michael Snow.

Morta la scrittrice Fay Weldon.

È morto il disegnatore Gosaku Ota.

E’ morto l’astronauta Walter Cunningham.

E’ morto il batterista Fred White.

E’ morto il pilota Ken Block.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Scandali Reali.

Gli scandali dei Windsor.

Elisabetta.

Carlo.

Diana.

Camilla.

Anna.

Andrea.

Sarah Ferguson.

Edoardo.

William e Kate.

Harry e Meghan.


 

LA SOCIETA’

PRIMA PARTE


 

AUSPICI, RICORDI E GLI ANNIVERSARI.

Controllare il tempo: la chiesa cattolica e l’invenzione del calendario gregoriano. Mario Pisciotta su

L'Indipendente il 21 marzo 2023.

Da quando c’è questo calendario e perché? E cosa c’era prima? Quella che segue è la storia di quando la chiesa cattolica s’impadronì del tempo. Era il 1582. Ma faceva le prove già da un pezzo: gli alti campanili delle chiese con le loro campane, oggi utilizzate per richiamare i fedeli alla messa, vennero utilizzate per scandire la vita dei contadini durante tutto il medioevo. In un’epoca in cui ancora non esistevano gli orologi e solo i nobili avevano clessidre e meridiane, le campane ti svegliavano la mattina per andare a lavorare nei campi, ti avvisavano della pausa pranzo e al tramonto ti dicevano che era ora di tornare a casa. Era il 1582, dicevamo. Sullo scranno papale sedeva Gregorio XIII e il calendario in uso era quello giuliano promulgato da Gaio Giulio Cesare nel 64 avanti Cristo: partiva dalla fondazione di Roma (il 21 Aprile 753 a.C. secondo il nostro calendario). Pertanto nel 1582 secondo la gente dell’epoca si era in realtà nell’anno 2335. Ma cosa aveva di sbagliato questo calendario?

Beh vi sembrerà strano ma aveva 365 giorni e 1 anno bisestile ogni 4. Come il nostro sembrerebbe, vero? Infatti la differenza è minima.

L’anno bisestile viene inserito perché la Terra non gira intorno al sole in 365 giorni netti ma in qualcosina in più… Ora, se questo qualcosina in più fosse 6 ore all’anno non ci sarebbero problemi. 6×4=24, inserendo 1 giorno ogni 4 anni saremmo a posto. Il problema è che la Terra gira intorno al sole in 365 giorni 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Questa sia pur piccola differenza, nel periodo intercorrente tra la nascita del calendario (64 a.C.) e il 1582, aveva di fatto creato uno sfasamento tra la data segnata sul calendario e la data reale. Infatti, gli astronomi si resero conto mediante calcoli sul sole che il calendario segnava il 10 marzo ma in realtà era il 21 marzo. Papa Gregorio XIII approfittò di questa discrepanza e chiamò a sé i migliori astronomi e matematici per elaborare un nuovo calendario che ponesse Gesù Cristo al principio del tempo. Come la Chiesa la calcolò resta tutt’oggi un mistero. Ad ogni modo, per recuperare quei giorni si passò da giovedì 4 ottobre 2335 (calendario giuliano) a venerdì 15 ottobre 1582 (calendario attuale). Molta gente scese in piazza in quanto si sentì derubata di 10 giorni della propria vita.

Ma, alla fine, cosa è cambiato rispetto al calendario giuliano? Semplicemente che nel nostro calendario gli anni secolari (1700, 1800, 1900, 2000, 2100) sono bisestili solo se divisibili per 400. In pratica un anno secolare ogni quattro è di 366 giorni. Lo è stato il 2000, non lo era il 1900 non lo sarà il 2100. Perfetto il nostro calendario quindi? No, perché perde un giorno ogni 3323 anni e succederà nel 4905.

Per ultimo vediamo perché il Natale ortodosso cade il 7 Gennaio così come altre feste sono sfasate di 13 giorni rispetto a quelle cattoliche. Attenzione: il 7 Gennaio è la data del calendario gregoriano. E il motivo è molto semplice: quando nel calendario giuliano è il 25 Dicembre in quello gregoriano (quello che utilizziamo noi) è il 7 Gennaio. Ma come? Non abbiamo appena visto che nel 1582 i giorni di differenza erano solo 10? Certo ma nel frattempo nel calendario giuliano gli anni 1700, 1800 e 1900 sono stati bisestili mentre nel nostro (gregoriano) no, pertanto lo sfasamento tra il nostro calendario e quello giuliano è di 13 giorni.

[di Mario Pisciotta – capitolo estratto dal saggio Tutto quello che (forse) non sai sulla Chiesa Cattolica]

Estratto dell’articolo di Marco Carta per “La Repubblica – Edizione Roma” lunedì 4 dicembre 2023.

“Siamo pochi, ma l’importante è la Madonna che ci segue”. Si sono presentati a Trevignano in meno di cento, sfidando il vento e il gelo. Ma soprattutto le tante inchieste intorno alla veggente Gisella Cardia, che nonostante le polemiche continua a godere dell’affetto dei suoi adepti. Un nucleo di fedelissimi che si riduce di mese in mese, ma che è ancora pronto a immolarsi per la sensitiva, capace di moltiplicare la pizza e gli gnocchi e di predire il futuro grazie al rapporto diretto con Gesù e la Madonna.

La pandemia, la guerra in Ucraina e poi quella in Israele. Ma anche i cambiamenti climatici. Sono tanti gli eventi storici che la Nostradamus di Trevignano si fregia di aver annunciato con largo anticipo. La maggior parte dei quali non si sono mai verificati. “Ora vedrete ciò che non avrei mai voluto che i vostri occhi vedessero: terremoti molto forti e ogni sorta di calamità come tempeste, tempeste, maremoti e guerre, perché non avete ascoltato le mie parole”, affermava nel 2021 la sensitiva, annunciando catastrofi di ogni tipo praticamente ovunque:

Giappone, Cile, Messico, Colombia, Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Cina Anche a Roma. “Ci sarà un forte terremoto e l’altare della Patria sarà il primo ad essere distrutto”. [...] 

Non è un caso, forse, per la veggente, che va dritta per la sua strada, nell’attesa che si concluda l’indagine della Diocesi di Civita Castellana sui suoi presunti miracoli. “Quello che dice la Madonna di Trevignano si avvera dopo 3-6 mesi. Anche il Covid, lo aveva annunciato due mesi prima, dicendo ‘presto dalla Cina arriverà un virus”. Il presunto messaggio profetico risale al 28 settembre 2019:

“Pregate per la Cina perché da lì arriveranno le nuove malattie, tutto già pronto per influenzare l'aria da batteri sconosciuti”. Il messaggio di fatto è divenuto il manifesto degli adepti che, di fronte ai milioni di morti in tutto il mondo, gridano al miracolo per la profezia avverata. E accusano invece chi come l’ex fedele Luigi Avella si è sentito truffato dalla veggente dopo aver donato 123mila euro alla sua Onlus. 

La strada dei messaggi mariani di Cardia è lunga e tortuosa e passa attraverso espressioni generiche che vengono adattate in funzione degli avvenimenti. Come quando nel 2022 la Madonna, attraverso Gisella, invita a pregare per un generico politico in pericolo. «Pregate per un leader politico che subirà un attentato». […]

Letteratura. La verità sul terzo segreto di Fatima: la (vera) profezia della Madonna. Cosa non è stato raccontato sul Terzo Segreto rivelato dalla Madonna a Suor Lucia. A svelarlo un'inchiesta senza precedenti di Saverio Gaeta: I segreti di Suor Lucia - Fatima, la verità mai detta (Piemme). Roberta Damiata il 2 Dicembre 2023 su Il Giornale.

Era il 1917 quando alla piccola pastorella Lucia Dos Santos e ai suoi cuginetti Francisco e Jacinta Marto comparve la Vergine, rimettendo nelle loro piccole mani alcuni segreti enormi sull'umanità rivelati nel corso del tempo soltanto in parte. Soprattutto il terzo, rivelato nel 2000 da Papa Giovanni Paolo II, non è stato completamente svelato. Ora il libro di Saverio Gaeta I segreti di Suor Lucia - Fatima, la verità mai detta (Piemme), un'inchiesta senza precedenti, svela la parte che nessuno ha mai osato raccontare, ponendosi anche numerose domande su quello che le parole di Maria significhino nel suo profondo. Un libro ricco di particolari e portatore di grande speranza, di cui abbiamo parlato nella nostra intervista con l'autore.

Si parla da sempre del Segreto di Fatima e spesso sono state dette cose non aderenti alla realtà. Lei da dove è partito per questa indagine?

"La base di partenza di questa nuova inchiesta è la documentazione inedita che è stata raccolta per il processo di canonizzazione di suor Lucia, l’“ultima veggente di Fatima”, insieme ad una serie di confidenze che ho raccolto nel corso degli ultimi anni da persone a conoscenza di particolari interessanti sulle vicende collegate all’apparizione in Portogallo. Con questo materiale, ho potuto mettere in luce verità mai rivelate prima, ed effettuare una ricostruzione completa di quanto è accaduto dal 1917 a oggi".

Nel 2000 Papa Giovanni Paolo II decise di svelare il contenuto del “Terzo Segreto”, ma in realtà la sua ricostruzione ha portato a un’altra versione dei fatti. C’è stata una volontà di non dire tutta la verità o è stata una sorta di non comprensione?

"La ricostruzione dettagliata che presento nel libro, conferma inoppugnabilmente la veridicità di tutte le ipotesi fatte in precedenza riguardo al fatto che fosse stata rivelata unicamente la parte che le autorità vaticane hanno ritenuto direttamente riferibile alle parole della Madonna, e non tutte le altre spiegazioni fornite nel corso dei decenni da suor Lucia. Basti citare i brani della lettera che la veggente scrisse a papa Paolo VI nell’agosto del 1967, dove affermava di aver descritto la Luce Immensa di Dio, le parole della Madonna sul Portogallo e la fede, il trionfo del Cuore Immacolato di Maria, precisando però in ciascun caso di non aver spiegato "lo sviluppo, il significato, la realizzazione".

Perché le ulteriori spiegazioni di quello raccontato da suor Lucia non sono mai state dette?

"Essenzialmente per due motivi. Il primo è il dubbio espresso da alcuni, pur autorevoli, esponenti vaticani relativamente a quali fossero le reali parole della Vergine e quali invece le spiegazioni di suor Lucia, come se la veggente potesse essersi permessa di esprimere opinioni personali, invece che illuminazioni ricevute direttamente dal Cielo. Il secondo ha a che fare con la gravità dei testi ancora inediti – presumibilmente custoditi nell’archivio della Segreteria di Stato, e non in quello della Congregazione per la dottrina della fede, come fino ad ora avevamo pensato – che pongono l’accento sulla crisi di fede nella Chiesa, che caratterizzerà il tempo di persecuzione mostrato a suor Lucia nel 'Terzo Segreto'".

Da sempre si lega questo Segreto alla guerra “definitiva”, e attualmente i segnali ci sono tutti. Siamo sull’orlo della fine?

"Tutte le profezie mariane sono “condizionate”, nel senso che possono essere modificate o annullate dalla preghiera. Perciò si devono interpretare non come una minaccia di castigo da parte del Cielo, bensì come un appello materno affinché ciascuno di noi si adoperi, per quanto gli è possibile, al fine di evitare il rischio che il male prevalga, che l’umanità possa avviarsi verso l’autodistruzione, oggi consentita dalla quantità di armamenti nucleari dispiegati in numerosi luoghi della Terra. Indubbiamente il messaggio di Fatima è il più pressante su questa terribile prospettiva, quindi è un allarme da non trascurare, visto appunto quanto sta accadendo nelle due aree che, nell’ultimo secolo, sono le più presenti nelle profezie mariane: la Russia e il Medio Oriente".

La Chiesa in questi ultimi decenni sta vivendo una profonda crisi di valori. Il messaggio della Madonna è anche su questo?

"Le apparizioni mariane sono come un mosaico nel quale ciascun tassello ha un senso ed è indispensabile per comprendere l’intera immagine. Riguardo la Chiesa, ci sono molto probabilmente scritti di suor Lucia non ancora resi noti, che dettagliano la problematica della sua crisi. Ma in altre apparizioni, come La Salette o Tre Fontane, il rischio dell’apostasia, cioè l’abbandono della fede da parte dei membri della Chiesa, è stato segnalato in maniera decisamente più preoccupata".

Nella sua ricostruzione c’è una sorta di via di salvezza?

"Assolutamente sì! Ed è quella di prendere finalmente sul serio gli appelli del Cielo, senza fare sottili distinguo tra quello che non suscita alcun problema e quello che sembra invece disturbare la nostra tranquillità, con immagini e appelli dal tenore drammatico. Di fatto, proprio da tale consapevolezza può trovare un rinnovato vigore la pastorale di annuncio del Vangelo e la proposta di conversione dei cuori che è alla base del messaggio cristiano".

Cosa ha cambiato in lei questa profonda ricerca che ha svolto e cosa si sente di dire?

"Approfondendo ormai da decenni questa tematica delle apparizioni e delle profezie mariane, ho avuto la conferma definitiva della loro credibilità, con la certezza che ci giungono come dono di Dio, che desidera unicamente il vero bene dell’intera umanità e la salvaguardia della propria creazione".

L’umanità ha rischiato seriamente l’estinzione con la specie «Homo»: la scoperta pubblicata su «Science». TELMO PIEVANI su Il Corriere della Sera 1 settembre 2023. La ricerca è basata su riscontri genetici. La firmano anche due studiosi italiani. Ci fu un crollo demografico del 98,7%. Sui nostri avi si abbatté una catastrofe impensabile

L’umanità ha rischiato seriamente di estinguersi, con un crollo demografico drammatico che ha raggiunto il 98,7%. Una catastrofe quasi inimmaginabile si abbattè sui nostri antenati tra 930 e 813 mila anni fa, lasciando vivi solo 1.280 individui fertili, meno dei panda attualmente esistenti in natura. Fu una tragedia lenta, durata 117 millenni. Colpevole, come spesso in questi casi, fu il cambiamento climatico: le alternanze fra cicli glaciali e interglaciali cominciarono in quel periodo ad ampliarsi fino a intervalli di 100 mila anni e divennero sempre più estreme, portando a un’ondata di estinzioni di grandi mammiferi in Eurasia e a lunghe fasi di forte aridità in Africa. E anche i nostri antenati se la passarono male.

La sorprendente scoperta di questo drastico «collo di bottiglia» nell’evoluzione umana, finora mai nemmeno ipotizzato, è stata pubblicata oggi su «Science» da un gruppo di scienziati cinesi che hanno collaborato con due paleo-antropologi italiani, Giorgio Manzi della Sapienza di Roma e Fabio Di Vincenzo del Museo di Storia Naturale dell’Università di Firenze. La ricerca è anche un esempio di come la scienza possa contribuire al dialogo tra i popoli, visto che gli scienziati cinesi coinvolti provengono da entrambe le sponde del canale di Taiwan.

Per notizie così eclatanti servono prove robuste, che non mancano. Partendo dalle banche genetiche internazionali, sono stati analizzati i genomi completi di 3.154 individui moderni appartenenti a 50 popolazioni umane diverse. Con un metodo bioinformatico innovativo, andando a ritroso nel nostro albero genealogico fino a tempi che precedono di molto la comparsa della nostra specie, sono state identificate le ormai debolissime tracce genetiche lasciate dai nostri antenati e da queste è stato possibile calcolare la consistenza demografica delle popolazioni del passato. In pratica, senza bisogno di estrarre il Dna antico dai fossili, si proietta indietro nel tempo l’attuale variazione genetica umana per stimare le dimensioni delle popolazioni in momenti specifici del passato. Si possono così scoprire antiche migrazioni, espansioni e riduzioni di popolazioni. Ebbene, anche confrontando gruppi di dati indipendenti, la sostanza non cambia: intorno a 900 millenni fa ci fu un collasso catastrofico generalizzato, che combacia peraltro molto bene con le evidenze fossili e spiega un vecchio mistero dell’evoluzione umana.

Quando il genere Homo comparve in Africa, tra 2 e 2,5 milioni di anni fa, per un lungo periodo lasciò molte tracce archeologiche e fossili. Sono i segni di un’umanità arcaica chiamata Homo ergaster, grandi camminatori, probabilmente i primi a uscire dall’Africa e a dare origine a Homo erectus in Asia. Era un’umanità promettente, ma vulnerabile. Poi, proprio a partire da 950 mila anni fa, cala un apparente silenzio: pochi resti databili con sicurezza, come se si fossero dileguati quasi tutti. Anche l’Europa, a partire da 1,1 milioni di anni fa, sembra spopolarsi completamente di esseri umani a causa di un periodo particolarmente freddo. Bisognerà attendere 300 millenni per ritrovare le tracce fossili abbondanti di una nuova umanità, con un cervello più grande e caratteristiche anatomiche inedite, chiamata Homo heidelbergensis. Come si spiega un simile buco nella documentazione?

Quando nell’evoluzione si vedono gap di questo tipo o improvvise accelerazioni, di solito si addossa la colpa alla frammentarietà dei dati fossili: quegli sconvolgimenti non sono accaduti davvero, è solo un problema di mancanza di dati e di incertezza nelle datazioni. Pare che in questo caso non sia così. I fossili forse dicevano la verità. La quasi estinzione c’è stata davvero e all’uscita dal collo di bottiglia troviamo un’umanità nuova. Questo non sorprende perché, come hanno insegnato i paleontologi Stephen J. Gould e Niles Eldredge, quando nell’evoluzione per cause ambientali una popolazione viene drasticamente ridotta tendono ad accumularsi rapidamente cambiamenti genetici che possono portare alla nascita punteggiata di nuove specie. I colli di bottiglia poi riducono la variabilità genetica, che resta molto bassa anche tra gli esseri umani attuali. Nello stesso periodo, inoltre, sappiamo che nel genere Homo due cromosomi ancestrali si fusero insieme, generando il cromosoma 2 e portando il conto a 46.

Anche se alcuni paleoantropologi come Chris Stringer nutrono ancora dubbi sulla reale portata di questo collo di bottiglia e sul ruolo centrale di Homo heidelbergensis, è probabile che in quel periodo vi sia stata una grande transizione nell’evoluzione umana. Una transizione che riguarda anche noi. Infatti a partire dai sopravvissuti alla catastrofe di 900 mila anni il motore dell’evoluzione tornò a girare a pieno ritmo. I gruppi di Homo heidelbergensis crebbero rapidamente e dall’Africa si diffusero in tutta l’Eurasia, dando poi origine in Europa ai Neanderthal e in Asia ai Denisovani. Di pari passo con il loro arrivo, compaiono le più antiche evidenze dell’uso sistematico e controllato del fuoco e di tecnologie litiche più avanzate. Il mondo insomma tornò a popolarsi di umani ben organizzati.

Tempo dopo, fra 200 e 300 millenni fa, dai discendenti africani dello stesso Homo heidelbergensis nascerà anche la specie Homo sapiens, che uscendo dal continente d’origine incontrerà i cugini Neanderthal e Denisovani, incrociandosi con loro. Quindi noi siamo letteralmente i figli delle poche migliaia di superstiti che riuscirono a passare attraverso quella strettissima cruna d’ago, a resistere in pochi rifugi alle inclementi condizioni ambientali durate per decine di millenni.

Dobbiamo la nostra esistenza a una catastrofe climatica, il che fa doppiamente impressione se pensiamo che adesso il clima sta cambiando in modo molto più veloce di allora e, questa volta, per causa nostra. Certo, oggi siamo ben più attrezzati di 900 mila anni fa, ma questa scoperta inattesa insegna quanto può essere drammatico il costo di una crisi climatica. Il pianeta è molto più forte di noi.

Sommersi e salvati. Le milleduecentottanta persone che salverei dall’estinzione (sì, compresa me). Guia Soncini su L'Inkiesta il 2 Settembre 2023

Per sopravvivere in un modo post apocalittico servono cuochi, idraulici, muratori, tecnici di caldaie e di aria condizionata. Poi infermieri e uno specialista medico d’ogni specialità. Ma nessun dermatologo, giornalista e romanziere

L’estinzione è quasi più lenta della fine di certi matrimoni, e questo è il principale concetto filosofico che ho appreso dal Corriere, che ieri riprendeva i risultati, pubblicati da Science, delle ricerche di alcuni paleo-antropologi sul Dna dei resti di alcune migliaia di Homo. Mica Homo Sapiens, eh: prima.

Homo Erectus: erano quelli di più o meno un milione di anni fa (non vi dico le centinaia di migliaia di anni esatte perché non vorrei scambiaste questa pagina per un luogo in cui si trovano informazioni e non filosofia spicciola).

A un certo punto viene un gran freddo, e il pianeta si spopola, e quando poi questi nostri antenati ricompaiono sono Homo Heidelbergensis, cambiano persino i cromosomi, ma ora non vorrei che il latino e la biologia facessero l’effetto dei numeri: non è neanche di come funzionino le quasi estinzioni e i ripopolamenti, che sono qui a parlarvi.

Bensì del fatto che gli scienziati hanno stabilito che, quando arrivò la glaciazione e quasi estinse una popolazione mondiale che già stava parecchio comoda (erano più o meno centomila), restò vivo un preciso numero di individui fertili, dai quali quindi discendiamo tutti (a meno che non siate luciodallisti, nel qual caso sapete che discendiamo tutti dai pesci).

Sono milleduecentottanta. Milleduecentottanta persone in tutto il pianeta. Formiamo due file ordinate. Da una parte quelli che la considererebbero una disgrazia gravissima, dall’altra quelli che si rendono conto di che meraviglia sarebbe un mondo dove trovi sempre posto al ristorante. Certo, se c’è la glaciazione non so bene cosa ti diano da mangiare al ristorante, e questo ci porta al punto di questa mia dotta riflessione: se il destino vuole che ne restino solo milleduecentottanta, chi serve?

Se fate questa domanda, c’è sempre qualcuno che pensa solo a sé. Gli uomini, per esempio, vogliono decine di posti (i soliti egoisti) per la loro squadra di calcio, e le riserve, l’allenatore, il massaggiatore – ma poi contro chi giocano? In quest’arca dei milleduecentottanta bisogna mettere anche gli arbitri? E i guardalinee? E l’intera serie A? Ci esauriscono i posti, su: non si può fare.

Le femmine d’altra parte vorrebbero gli stilisti (lo so, lo so: sono colpevole di cliché di genere e andrei arrestata). Ma anche con gli stilisti non ci fai granché, senza sarte, senza reparto tessile, senza colorifici e fabbriche di bottoni. E anche lì rischi di esaurire i posti, essendo la moda affare molto più serio del calcio e quindi non potendo nessuna di noi concepire di vestirsi a vita d’un solo stilista. Mica siamo Audrey Hepburn in Givenchy. E, se ti porti tre o quattro stilisti e con loro tutto il personale che gli serve, ecco lì che già non hai più posto per i medici, e i medici servono.

I medici servono, ma come li selezioni? Ognuno avrà un cugino da sistemare e cercherà di spacciarcelo – a noi, comitato per la selezione dei milleduecentottanta – per il più gran cardiochirurgo su piazza, e quasi certamente non lo è. Come in tutti i settori, dal giornalismo alla pasticceria, dall’ingegneria al ballo sulle punte, gli incapaci sono assai di più dei capaci.

Poi ci poniamo il problema di come capire quale cardiochirurgo e quale dentista e quale gastroenterologo includere nei milleduecentottanta, altrimenti ci incartiamo. Di certo ci vanno un paio d’infermiere, ferristi, altro personale medico, e uno specialista d’ogni specialità. Tranne i dermatologi: la medicina del tirare a indovinare è un lusso che ti puoi concedere solo quando sei in otto miliardi.

I commercialisti non serviranno a niente: saremo milleduecentottanta, ci conosceremo tutti come in un paesino molisano, a chi mai vuoi pagare le tasse; ma gli avvocati forse sì, secondo me milleducentottanta persone sono più che abbastanza perché comincino a farsi causa l’un l’altra.

Altre figure necessarie alla sopravvivenza? Idraulici. Muratori. Tecnici di caldaie e aria condizionata: sì, la glaciazione, ma vuoi che non ci sia umidità? L’aria condizionata serve comunque.

Cuochi e pasticcieri, particolarmente necessari visto che gli ingredienti scarseggeranno: cosa vuoi che ci inventiamo noialtri dilettanti con quelle quattro gramigne che resteranno, sarà peggio che a Tara dopo la guerra civile, serviranno professionisti che s’ingegnino a cucinare con le radici.

Eliminerei, per lo scandalo d’un paese rovinato da Benedetto Croce, le materie umanistiche: no romanzieri, no poeti, no giornalisti. Non ci sono abbastanza lettori per loro adesso, figurarsi quando resteremo in mille. Direi anche no pittori e scultori e musicisti, a meno che non lo siano di secondo lavoro e sappiano anche rendersi utili in qualche modo.

Dei mestieri milanesi, che assisteranno curiosi al dramma collettivo, direi che possiamo fare a meno in blocco. No architetti, no pubblicitari, no direttori di fondazioni, no pubbliche relazioni, no arredatori di interni, no stylist, no organizzatori di eventi, no creatori di contenuti. Forse giusto qualche insegnante di yoga e pilates, ecco: non vorrei che i poco più di mille mi soffrissero di cervicale senza i giusti stiramenti e con tutta quella glaciazione.

Ho dimenticato qualche ruolo fondamentale? Non vi agitate, abbiamo tempo. Secondo la ricostruzione degli scienziati, a passare da centomila a poco più di mille l’umanità ci mise più di centomila anni. Non so fare il conto di quanto quindi ci potremo noialtri mettere a ridurci in pochi da otto miliardi (forse va incluso un matematico nel novero dei salvati).

Di sicuro facciamo in tempo a organizzarci e ad arrivare all’estinzione con la giusta rappresentanza di competenze utili. Vi vedo, voi maschi, che state già dirottando il Google Sheet condiviso per aggiungere alla lista di coloro che certo non possono restare sommersi i vostri calciatori. Vi ho detto di no, se non la piantate non vi mettiamo nei salvati, facciamo milleduecentottanta tutte femmine, così dopo qualche decennio siamo definitivamente estinte, e con noi il calcio, i fogli di calcolo, i paleo-antropologi, le pagine culturali, e le discussioni sull’identità di genere.

Estratto dell’articolo di Salvo Privitera per tech.everyeye.it sabato 5 agosto 2023. 

Tutti conoscono Isaac Newton come il padre delle gravità, ma pochi sanno che […] aveva un vivo interesse per l'occulto e l'apocalisse biblica... sostenendo la fine del mondo entro il 2060. 

Lo scienziato, infatti, cercò di predire questa data - attuando alcune speculazioni private probabilmente non destinate a essere viste pubblicamente - sulla base della sua comprensione protestante della Bibbia. In un tentativo scritto su una lettera accanto a dei calcoli matematici, Newton fece riferimento all'anno 2060. 

"Newton era convinto che Cristo sarebbe tornato intorno a questa data [2060] e avrebbe stabilito un Regno globale di pace", scrive [...] Stephen D. Snobelen, professore di storia della scienza e della tecnologia all'Università del King's College di Halifax. "Anche 'Babilonia' (la corrotta Chiesa Trinitaria) sarebbe caduta e il vero Vangelo sarebbe stato predicato apertamente." 

In una nota, Newton scrisse: "Questo dico non per affermare quando sarà il tempo della fine, ma per porre fine alle congetture avventate di uomini fantasiosi che spesso predicono il tempo della fine, e così facendo screditano le sacre profezie poiché le loro predizioni falliscono. Cristo viene come un ladro nella notte, e non spetta a noi conoscere i tempi e le stagioni che Dio ha messo nel suo stesso petto".

Baba Vanga, "enorme esplosione e mondo sconvolto": 2023, profezia-choc. Libero Quotidiano il 07 giugno 2023

Nonostante Baba Vanga, una signora bulgara, semianalfabeta e cieca, sia morta nel 1996, e non abbia lasciato alcun testo scritto su possibili avvenimenti futuri rispetto alla sua morte, viene ritenuta da molti una veggente. Avrebbe previsto il crollo delle Torri Gemelle - sostengono i suoi fan - e dunque meriterebbe di essere "interpellata" per sapere in anticipo cosa accadrà in questo 2023 ormai al giro di boa. Secondo quanto riportato dal New York Post, la veggente ha predetto, prima di morire, un devastante incidente nucleare proprio per questo anno. Pare che la bulgara abbia accennato a una grandissima esplosione che coinvolgerà una centrale nucleare e che causerà l'insediamento di nubi tossiche su tutta l'Asia. Una nuova Chernobyl, dunque, che potrebbe cambiare i connotati del mondo.

Se non bastasse la minaccia nucleare a disegnare un prossimo futuro da Apocalisse, la cosiddetta “Nostradamus dei Balcani” avrebbe anche previsto anche il cambio dell'orbita terrestre (un movimento più vicino al sole potrebbe sciogliere i ghiacciai e inondare il pianeta, mentre un movimento più lontano potrebbe farci precipitare in un'era glaciale); l'uso di un'arma biologica da parte di una superpotenza che causerà causando centinaia di migliaia di morti; e la fine della procreazione. Baba Vanga sembra infatti che abbia predetto che entro la fine del 2023 finiranno anche le gravidanze naturali. Nessuna donna, quindi, metterà più al mondo bambini e la riproduzione sarà affidata ai laboratori. Tutto entro il 2023. C'è qualcuno che ci crede.

Estratto dell'articolo di leggo.it domenica 12 novembre 2023.

Il Capodanno non è poi così lontano. Baba Vanga, la “Nostradamus dei Balcani”, morta nel 1996, ha predetto dei fatti eclatanti per l'anno che verrà. Tra le previsioni spicca la morte di Putin prevista da Vanga proprio per il 2024. L'85% delle predizioni della veggente si sono avverate. La donna, rimasta cieca dopo una brutta tempesta, è stata una mistica, chiaroveggente ed erborista bulgara, che ha trascorso gran parte della sua vita nella zona di Rupite, un villaggio montano del distretto di Blagoevgrad. I suoi seguaci erano convinti che possedesse abilità paranormali.

Baba aveva previsto con precisione il disastro di Chernobyl, la morte della principessa Diana e la caduta dell'Unione Sovietica. Nonostante sia morta nel 1996 all’età di 84 anni, alcune delle sue profezie continuano a sembrare imminenti. La veggente per il 2024 ha previsto un tentativo di assassinio del presidente russo Vladimir Putin da parte di un connazionale.  […] 

Baba ha anche previsto lo scoppio di una guerra biologica per il 2024 e un attacco terroristico che colpirà l'Europa da parte dell'Islam. La veggente ha parlato anche di una crisi economica destinata a scuotere l’economia globale sottolineando diversi fattori [...] e uno spostamento del potere economico da Ovest a Est.

Tra le sue visioni ci sono anche terrificanti eventi meteorologici e disastri naturali, tra cui anche un’insolita alterazione dell’orbita che potrebbe causare sconvolgimenti climatici e un aumento dei livelli di radiazioni. Baba ha parlato anche di attacchi informatici che potrebbero colpire le reti elettriche e gli impianti di trattamento delle acque. Ma non solo tragedie, pare anche che nel 2024 si troverà un nuovo trattamento per l'Alzheimer e una potenziale cura per il cancro.

Ci mancava solo la profezia scientifica sull'Apocalisse. Storia di Giordano Bruno Guerri su Il Giornale il 25 Gennaio 2023.

Certo, la guerra in Ucraina, le bombe atomiche a disposizione di un Putin insoddisfatto dell'andamento del conflitto fanno paura a tutti noi. Certo, il rischio di una guerra atomica è maggiore di quanto lo fosse un anno fa, lo sappiamo bene. Ma proprio per questo non c'era bisogno che venissero a dircelo gli studiosi addetti al Bollettino degli Scienziati Atomici.

Certo, anche gli scienziati hanno il diritto di giocare o, se preferite, di lanciare allarmi sulla possibilità di una catastrofe nucleare. È dal 1947 che spostano avanti e indietro le lancette dell'Orologio dell'Apocalisse, passando dai 7 minuti nel 1947 ai 17 minuti nel 1991 dopo la fine della Guerra Fredda, fino ai 90 secondi di oggi, sempre basandosi sul rischio della Bomba. Ma è un calcolo che andrebbe fatto più da esperti di relazioni internazionali, politologi, generali addetti alle grandi strategie militari che da studiosi della fissione nucleare.

Del resto, ipotizzano l'imminente fine del mondo anche quei ragazzi che ci garantiscono un caldo sahariano prima ancora della fine dei loro studi, e il tema della fine del mondo è presente in quasi tutte le religioni, dall'Apocalisse cristiana al Ragnarock vichingo. Una fine del mondo era prevista nell'anno 1000, un'altra nel 2000 con il Millennium Bug, l'impazzimento dei computer e il caos conseguente. Non ci soffermiamo neppure sulla profezia Maya miseramente fallita il 21 dicembre 2012 e l'attesa di un asteroide che cozzi contro la Terra: secondo i calcoli degli astrofisici non accadrà nell'arco della nostra vita, e neppure in quella dei nostri bisnipoti.

E poi, smettiamola di parlare di fine del mondo: che sia la guerra atomica, l'asteroide o il cambiamento climatico, il mondo non finirà. Il «mondo» - il pianeta Terra - non siamo noi, una volta scomparsi i Sapiens Sapiens la Terra si ripopolerà di orde di insetti, scarafaggi, topi, più resistenti a bombe, asteroidi, cambiamento di clima. La vegetazione ricrescerà rigogliosa, nasceranno nuove specie animali e vegetali, meno dannose della nostra - che peraltro esiste da appena 300.000 anni e il pianeta starà benissimo. Almeno fino a quando il Sole esaurirà i combustibili da fusione, diventerà un gigante rosso e avrà un collasso gravitazionale. Gli astrofisici dicono che mancano 5 miliardi di anni. Preferisco credere a loro, piuttosto che ai profeti della sventura di domattina: il Sapiens è ancora abbastanza Sapiens da evitare un'Apocalisse volontaria.

Estratto da repubblica.it il 25 Gennaio 2023.

Il mondo è più vicino all'Armageddon. L'Orologio dell'Apocalisse è a soli 90 secondi alla mezzanotte, ovvero dalla catastrofe. Lo rende noto il Bollettino degli Scienziati Atomici che annualmente tiene il polso dei pericoli di un olocausto nucleare[...]

Non è solo la Russia e la guerra in Ucraina a preoccupare: c'è anche il programma nucleare iraniano, gli sforzi della Nord Corea di ottenere l'atomica, l'espansione del programma missilistico cinese con le minacce conseguenti per la regione, oltre agli arsenali nucleari di India e Pakistan.

"Proprio perchè è stato l'uomo a creare queste minacce, può ridurle", ha sottolineato Rachel Bronson, presidente del Bollettino. Gli scienziati, [...] hanno spostato avanti e indietro le lancette dell'Orologio dell'Apocalisse nel corso dei decenni, in una fluttuazione incessante, passando dai 7 minuti nel 1947, alla sua creazione, ai 17 minuti nel 1991 dopo la fine della Guerra Fredda, fino al calo costante che si è registrato da allora, giungendo ai 90 secondi odierni. […]

[...]“Questo è il momento di agire. L'orologio dell’Apocalisse deve essere la motivazione per tutte le persone in tutto il mondo per unirsi al piano di proibire, stigmatizzare ed eliminare le armi nucleari attraverso il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari", commenta Daniele Santi, presidente della Campagna Senzatomica.

Lo strumento che indica simbolicamente il rischio di una catastrofe mondiale. Che cos’è e come funziona ‘l’orologio dell’apocalisse’, l’aggiornamento dell’ora al 2023: “90 secondi a mezzanotte”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 25 Gennaio 2023

È dal 1947 che un’organizzazione no profit di scienziati ed esperti si occupa di aggiornare ogni anno quanto sia imminente una catastrofe mondiale. Martedì 24 gennaio, il Bulletin of the Atomic Scientists ha annunciato di aver aggiornato il suo ‘orologio dell’apocalisse’: “L’orologio è a soli 90 secondi dalla mezzanotte, mai stati così vicini alla catastrofe nucleare”, hanno detto gli scienziati. Praticamente, secondo gli scienziati il mondo è sempre più vicino all’Armageddon a causa dei pericoli di vario genere che sono all’ordine del giorno. L’orologio non è mai stato così vicino allo zenith come ora.

Cos’è questo incredibile orologio? Si tratta di uno strumento simbolico utilizzato dall’organizzazione per indicare, sulla base di vari fattori, quanto sia imminente una catastrofe mondiale provocata dal genere umano, rappresentata simbolicamente dalla mezzanotte. È sostanzialmente un simbolo per riflettere sullo stato di salute del Mondo e dell’umanità. “Stiamo vivendo tempi di pericolo senza precedenti, e l’orologio dell’apocalisse riflette questa realtà”, ha detto la presidente e CEO dell’organizzazione Rachel Bronson, in passato docente di politiche sull’energia alla Kellogg School of Management, in Illinois, e direttrice del centro studi sul Medio Oriente del think tank Council on Foreign Relations a New York.

L’orario può essere spostato in avanti ma anche all’indietro, come è già successo anche in passato. Gli scienziati, ha ricordato, hanno spostato avanti e indietro le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse nel corso dei decenni, in una fluttuazione incessante, passando dai 7 minuti nel 1947, alla sua creazione, ai 17 minuti nel 1991 dopo la fine della Guerra Fredda, fino al calo costante che si è registrato da allora, giungendo ai 90 secondi odierni. Un peggioramento rispetto all’allarme “sotto i due minuti” registrato per la prima volta nel 2020 con i 100 secondi. Ma l’attività dell’organizzazione è stata spesso criticata per la sua effettiva efficacia. Una parte delle critiche più recenti ha inoltre messo in dubbio le capacità e la tempestività finora mostrate dall’organizzazione nel riferire il rischio di una catastrofe legata al cambiamento climatico – che è tenuto in considerazione soltanto a partire dal 2007 – e ad altri fattori diversi dal rischio di una guerra nucleare.

L’annuncio di quest’anno ha scatenato particolare interesse per la drammaticità degli eventi in corso. Non è solo la Russia e la guerra in Ucraina a preoccupare: c’è anche il programma nucleare iraniano, gli sforzi della Nord Corea di ottenere l’atomica, l’espansione del programma missilistico cinese con le minacce conseguenti per la regione, oltre agli arsenali nucleari di India e Pakistan. All’avvicinarsi alla mezzanotte hanno contribuito anche le preoccupazioni per la crisi climatica. E anche quelle relative alla crisi “delle norme e delle istituzioni mondiali” necessarie a guidare il progresso delle “tecnologie avanzate” e a contrastare “minacce biologiche” come il coronavirus. “Il rischio di catastrofe oggi è più alto dello scorso anno”, ha sottolineato Steve Fetter, membro del Bollettino degli Scienziati Atomici e preside della scuola di specializzazione e professore di politica pubblica all’Università del Maryland.

Quando fu istituito, l’Orologio dell’Apocalisse sembrò un metodo efficace per rappresentare il rischio di una guerra nucleare causata dalla corsa agli armamenti all’inizio e durante la Guerra Fredda. L’organizzazione era nata nel 1945 e includeva alcuni degli scienziati che avevano fatto parte del Progetto Manhattan, il programma che portò allo sviluppo delle prime bombe atomiche durante la Seconda guerra mondiale. Due volte all’anno il comitato scientifico e di sicurezza, composto da diversi esperti di armi nucleari, fonti energetiche e cambiamento climatico, si riunisce per stabilire nuovi aggiornamenti dell’orologio sulla base di fattori come il numero di armi nucleari nel mondo e l’innalzamento del livello del mare.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Buon 1973.Nei prossimi dieci anni sarà come vivere cinquant’anni fa. Francesco Gattei su L’Inkiesta l’11 Gennaio 2023.

Come negli anni ’70 ci sarà un periodo politicamente agitato, conflittuale e inflattivo. Gli equilibri geopolitici traballeranno e nasceranno probabilmente nuovi blocchi e isole economiche

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 55 di We – World Energy, il magazine di Eni

Il 24 febbraio 2022 l’orologio della storia ha mosso le lancette all’indietro di 50 anni. Tre minacce, apparentemente sconfitte nel corso degli anni 80-90, hanno ripopolato i titoli di giornale: l’inflazione a due cifre, la crisi energetica e la minaccia nucleare. Per alcuni decenni abbiamo costruito un mondo idealizzato che, aprendosi al commercio globale, al successo tecnologico e digitale e a un percorso di collaborazione internazionale pareva destinato a porsi sfide diverse. Ogni tanto si sbandava forte (le torri gemelle, la crisi Lehman o le primavere arabe), ma quei tre nemici storici apparivano sdentati.

Il mondo idealizzato

Sull’inflazione, ad esempio, occorreva creare un lieve stato febbrile, attorno al 2 percento, dopo anni di prezzi fermi o, peggio, tendenti al ribasso. Un esercizio che in Giappone era risultato quasi impossibile dal 1990 in poi. E in Europa appariva altrettanto complicato. Smantellare vecchie istituzioni della guerra fredda come la NATO sembrava una naturale conseguenza di una visione pacifica delle relazioni internazionali, dove l’interesse economico e commerciale prevaleva sempre su quello territoriale, o del disimpegno internazionale americano. Appena nel 2019 Macron postulava la “morte cerebrale” del patto atlantico, un’istituzione senza leadership e direzione. E sull’energia si configurava una nuova era rivoluzionaria: cambiare in trent’anni il mix creato negli ultimi 300! Dopo gli accordi di Parigi nel 2015 le prospettive di un nuovo mondo, sempre più elettrico, digitale e green apparivano oramai imminenti. Un’era in cui i combustibili fossili erano un retaggio rumoroso e inquinante delle prime rivoluzioni industriali, incompatibili con la pulizia e il decoro del moderno capitalismo woke.

Il Covid, pur catapultandoci in una realtà di quarantene e di untori, aveva paradossalmente promosso questa lettura: barricati in casa, avevamo testato la fattibilità di una economia a kilometro zero, tutta digitale nelle relazioni professionali e personali e accumunata da una globale e nobile causa, la corsa al vaccino. Il ritorno della natura (i delfini a Venezia!), una vita più bilanciata e locale evidenziavano come fosse possibile resettare il nostro modello economico. Avevamo gli strumenti per farlo e avevamo realizzato in pochi giorni il test di applicazione. Ovviamente si ometteva il gigantesco costo economico dell’esperienza, che aveva portato governi e banche centrali a stampare moneta come mai nella storia. Un modello in cui molti settori erano costretti a serrare i battenti in attesa delle riaperture. Un’economia infartuata, senza emissioni perché immobilizzata e tenuta in vita dagli “Helicopter money”.

Un reset diverso da quello previsto

E quando dal 2021 i cancelli della libertà si sono riaperti abbiamo testato le reali condizioni del reset: non eravamo entrati nel mondo lieve, verde, pacifico e digitale che ci avevano dipinto ma eravamo bruscamente tornati indietro agli anni ’70. Un mondo parcellizzato, conflittuale ed inflattivo. Fisico ed estrattivo, pieno di code (agli aeroporti e sulle tangenziali) e colli di bottiglie. Il mondo pre-Covid sembrava quasi ordinato al confronto. E comunque l’antitesi della economia del click che avevamo vissuto con la pandemia. Le prime evidenze del nuovo paradigma sono emerse sulla catena logistica, con la mancanza di materiali e beni che sembrava naturale ricevere in poco tempo. Mentre sognavamo le consegne con i droni, scoprivamo come il derapage della Ever Given poteva interrompere il Canale di Suez.

Ritardi nei cantieri, soprattutto asiatici alle prese con i lockdown estremi, carenza di personale e ritardi produttivi su materiali e materie prime sono le condizioni del cosiddetto “everything shortage” dei nostri tempi. Il nuovo mondo porterà molti fenomeni di trasformazione strutturali tra loro collegati: la necessità di un nearshoring delle attività economiche, per ridurre i rischi di consegna, sarà all’origine di un aumento permanente dei costi dei beni e servizi con la minore disponibilità di prodotti “Made in China”. E riporterà vicino a noi consumatori occidentali certe fabbriche emissive che abbiamo opportunamente spostato a oriente.

Addio alla ricetta “meno inflazione e meno emissioni” delle politiche orientate alla globalizzazione. A questa dinamica prettamente economica il 2022 ha aggiunto, in maniera inattesa, la frattura geopolitica. Per anni abbiamo dato per scontato che le attività industriali potessero essere allocate al meglio senza altre negatività. In Occidente, poche industrie leggere e molto servizi; nel resto del mondo, le estrazioni e le trasformazioni più pesanti. Da febbraio di quest’anno abbiamo evidenza che i flussi energetici e di materiali strategici come i chip dovranno essere ripensati. Che le dipendenze dal 90 percento delle terre rare processate in Cina o dal 60 percento dei processori di Taiwan e dal 40 percento del gas russo sono potenziali bombe a tempo. Anche da queste rilocalizzazioni o dall’identificazione di nuove forniture nasceranno pressioni inflattive importanti e strutturali.

Lo stallo dell’energia

E infine anche l’energia, la materia più trascurata degli ultimi anni, uscirà trasformata dagli eventi in corso. Intrappolati in una narrativa anti-fossile (e non anti-carbonio come dovrebbe invece essere) abbiamo deliberatamente limitato le opzioni di trasformazione a poche fonti (rinnovabili, no nucleare) e usi (focus sulla elettrificazione spinta), e ci troviamo in un angolo. Da una parte dobbiamo produrre più petrolio e gas (e usare più carbone almeno di inverno) per sostituire gli enormi volumi di idrocarburi russi mancanti, ma non accettiamo che queste attività possano durare troppo a lungo perché eretiche rispetto alla narrazione anti-fossile. Ne consegue che oggi si rimane in stallo, con aumenti dei prezzi che non si scaricano in maggiori investimenti e più produzione di petrolio e gas.

Allo stesso tempo l’opzione “produrre più rinnovabili per sfuggire alla crisi” (di sua natura già insufficiente a coprire i consumi totali, industriali e invernali) orienterebbe le forniture a una crescente dipendenza dalla Cina. E subirebbe inoltre gli effetti negativi dei rincari delle materie prime e delle energie fossili che sono necessarie per produrre l’acciaio, le plastiche e il vetro alla base delle stesse pale eoliche o pannelli solari.

In conclusione, il 2023 confermerà il progredire del nuovo paradigma. Un reset annunciato, ma molto diverso da quello concepito. La prossima decade, come gli anni ’70 sarà un periodo politicamente agitato, conflittuale e inflattivo. Gli equilibri geopolitici sono in movimento con la revisione del modello globalizzato che ci ha accompagnato per decadi. Nasceranno probabilmente blocchi ed isole economiche, non differenti da quelli di 50 anni fa. E attorno all’energia si sconterà la schizofrenia di una narrativa troppo bella da abbandonare e della sua dolorosa impraticabilità. In assenza di un rapido cambio di rotta lo shock energetico che sta dominando il gas potrebbe presto coinvolgere altre fonti a noi essenziali.

Buon anno, buon 1973!

Francesco Gattei è Chief Financial Officer di Eni. In precedenza è stato Direttore Upstream Americhe di Eni, vice president Strategic Options & Investor Relations di Eni e, prima ancora, responsabile del portfolio della divisione E&P di Eni.

Dagonews il 3 Gennaio 2023. 

Come ci immaginavano 100 anni fa? Paul Fairie, ricercatore all’università di Calgary, in Canada, ha raccolto su Twitter le profezie che i giornali del 1923 fecero sul 2023. All’epoca si pensava che oggi la giornata di lavoro sarebbe stata solo di quattro ore, che tutte le persone sarebbero state bellissime, che avremmo campato fino a 300 anni e che il cancro sarebbe stato debellato (purtroppo non è stato così). Cento anni fa pensavano che la guerra sarebbe stata “senza fili” e che avremmo avuto la telepatia. Nel 1923 indovinarono una cosa: che oggi avremmo comunicato con dei telefoni grandi come degli orologi.

DAGONEWS il 2 gennaio 2023.

Datevi una grattatina. Come ogni anno arrivano le previsioni dei Nostradamus per il 2023. 

Crisi economica che potrebbe portare al cannibalismo

Nostradamus ha predetto che l'umanità potrebbe affrontare la minaccia del cannibalismo a causa di una crisi economica: «Il miele costerà molto più della cera delle candele, il prezzo del grano sarà alto. L'uomo mangerà il suo amico disperato».

Queste parole preannunciano che il costo della vita continuerà a salire nel 2023, ma molti sperano che il riferimento al cannibalismo sia solo metaforico. 

La Grande Guerra del 2023

Spicca in particolare una riga del libro che recita: «Sette mesi di grande guerra, le persone muoiono a causa del male ma la loro luce non cadrà nelle mani del re».

Questa previsione potrebbe riferirsi all'attuale conflitto tra Russia e Ucraina che rischia di trasformarsi in una terza guerra mondiale. Tuttavia, vi è controversia sull'analisi di questa riga, dal momento che la guerra ha superato i sette mesi e si sta avvicinando alla soglia di un anno.

Cambio al trono inglese

«Poiché hanno disapprovato il suo divorzio, un uomo che hanno ritenuto indegno, il popolo scaccerà il re delle isole. L’uomo che lo sostituirà non si sarebbe mai aspettato di essere re».

Alcuni ritengono che il passaggio si riferisca al re Carlo III e al suo famoso divorzio da Diana, principessa del Galles. In base a questa previsione il re dovrebbe abdicare quest'anno. Al suo posto dovrebbe subentrare il principe Harry e non William. 

Un disastro per Elon Musk

L'astrologo ha predetto nel suo libro che la ricerca dell'umanità per colonizzare Marte - una ricerca guidata da SpaceX di Elon Musk - potrebbe concludersi nel 2023.

Il profeta ha scritto: «Fuoco celeste quando le luci di Marte si spengono». Molti hanno interpretato il passaggio come un fallimento nel tentativo di raggiungere il pianeta rosso. 

Siccità e inondazioni

La terra potrebbe subire un altro disastro climatico nel 2023. «La terraferma si prosciugherà ancora di più e ci saranno grandi inondazioni».

Rivolte in strada

Nostradamus ha scritto nel suo libro: «Prima o poi vedrai grandi cambiamenti: orrori e terribili vendette». Questa previsione implica che ci saranno sconvolgimenti e ribellioni nei prossimi mesi: «Ci sarà una grande controversia. Un accordo è stato rotto». C’è chi pensa faccia riferimento alle rivolte in Iran che potrebbero intensificarsi ancora di più.

Guerra e fine della monarchia: le previsioni di Nostradamus. Storia di Roberta Damiata su Il Giornale l’1 gennaio 2023.

Immancabili, come gli auguri copia e incolla su WhatsApp, le bollicine e il panettone, arrivano anche in questa fine 2022, le profezie di Nostradamus per il prossimo anno, il 2023, su cui si ripongono grandi aspettative. Il famoso scrittore, indovino e astrologo francese del XVI secolo, nel libro Centuries et prophéties del 1555, scritto in quartine in rima e raccolte in gruppi di cento, così come per l'anno che sta per concludersi, non aveva grandissime aspettative, a cominciare da una possibile guerra nucleare.

Cosa aveva previsto in passato

Sono in molti a credere che alcuni dei principali eventi del passato fossero già stati previsti da Nostradamus, come gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’ascesa di Hitler, associato all'Anticristo di cui si parla nelle sue quartine, lo sbarco sulla Luna o la pandemia di Covid; ma c'è da dire che è anche semplice associare alle sue criptiche frasi un evento futuro. Dello stesso parere non sono però molti studiosi che da decenni cercano di trarre verità e profezie dai suoi scritti, che ritengono estremamente precisi.

Cosa ci aspetta per il 2023

Sette mesi di grande guerra, gente morta per il male”, si legge in una quartina, che come inizio non è proprio incoraggiante, e si riferirebbe ad un probabile terzo conflitto mondiale. Se si guardano le previsioni per il 2022 c'era chi aveva letto la stessa cosa, e la guerra tra Russia e Ucraina sembrava, almeno in parte, avergli dato ragione. Quest'anno però tutto partirebbe dalle tensioni tra la Cina e da Taiwan, iniziate già da tempo.

Previsioni funeste anche per quanto riguarda la guida della Chiesa. Un'altra profezia indica che ci sarà un nuovo pontefice, e che l'attuale Papa Francesco lascerà il suo posto a causa dell'età avanzata. La nuova guida però, sempre secondo Nostradamus, sarà oscura e pericolosa e darà vita ad un grande scandalo. Ad onor del vero, spesso le previsioni di Nostradamus si sono concentrate sulla Chiesa, ma di quelle precedentemente fatte, nessuna si è mai avverata.

Ci si augura a questo punto che anche quella che prevede l'esplosione di una bomba nucleare non vada a buon fine: "Per 40 anni l'arcobaleno non apparirà. La terraferma diventerà più secca e ci saranno grandi inondazioni. Per 40 anni l'arcobaleno non apparirà. La terraferma diventerà più secca e ci saranno grandi inondazioni", dice una quartina riferita al 2023 che continua con: "Come il sole, la testa brucerà il mare splendente: i pesci vivi nel Mar Nero quasi bolliranno". Secondo gli studiosi dell'astrologo, si riferirebbe all'esplosione di una bomba nucleare che colpirebbe principalmente l'Europa. Questo accellererebbe il cambiamento climatico e sarebbe l'inizio di una catastrofe ambientale che coinvolgerebbe tutto il pianeta.

Nonostante fossero state scritte secoli prima, non sarebbe la prima volta che Nostradamus parla di viaggi nello spazio. Per il 2023 ha previsto l'arrivo su Marte, il pianeta rosso. Questo si legherebbe, in effetti, alle parole di Elon Musk che con la sua compagnia SpaceX sarebbe intenzionato a portare su Marte un veicolo spaziale con equipaggio, nel 2029. Le date tra la previsione di Nostradamus e quella di Musk non coincidono, ma un errore temporale su un libro di 467 anni può comunque starci.

La previsione sulla monarchia britannica

In una delle quartine si legge: "Fuoco celeste sull'edificio reale", e in molti sostengono che si tratti di una previsione specifica sulla monarchia inglese. Il dubbio al momento è se 'fuoco' sia inteso letteralmente, come un incendio a Buckingham Palace, o più metaforicamente sull'istituzione stessa. Se fosse questo il caso, potrebbe trattarsi del libro del principe Harry in uscita a gennaio, che potrebbe sconvolgere dalle fondamenta l'istituzione reale. Per la sensitiva australiana Rose Smith però, la frase si riferirebbe in realtà a Re Carlo III che nel 2023, per questioni di salute, lascerebbe il trono al figlio William.

Nostradamus, la profezia-horror sul 2023: "Nuovo ordine mondiale". Libero Quotidiano il 18 dicembre 2022

Sono numerose le profezie per l'anno che verrà. Una in particolare, quella di Nostradamus, sembra essere la peggiore. Nulla di rassicurante, insomma. Secondo le sue previsioni, quello che verrà non sarà un anno facile per nessuno. Il fatto che già il 2022 sia stato particolarmente duro, poi, non aiuta. Basti pensare alla guerra in Ucraina, alla crisi economica e sociale, a quella climatica. Chi sperava in un miglioramento per il 2023, però, dovrà ricredersi. Secondo le profezie di Nostradamus, infatti, ci sarebbe ben poco da sperare. 

C'è da dire, comunque, che notoriamente le sue previsioni sono “poco chiare” ai più. Da quando il chiaroveggente, astrologo e farmacista scrisse il famoso libro delle profezie, molti hanno constatato che ci aveva visto giusto. Interpretare le sue parole, però, non è sempre semplice, anche perché spesso contengono allusioni adattabili a contesti diversi.  

Alcuni esperti ricordano che Nostradamus aveva previsto un conflitto mondiale. E anche se la guerra in Ucraina non può definirsi "mondiale", non c'è alcun dubbio sul fatto che le ricadute economiche stiano invece colpendo gran parte del mondo. Pare, inoltre, che Nostradamus avesse previsto la morte di un famoso personaggio. Difficile qui non pensare alla Regina Elisabetta, scomparsa lo scorso settembre. Nostradamus parla anche di una sorta di Nuovo Ordine Mondiale. Si tratterebbe di un cambiamento che potrebbe già essere in atto e potrebbe essere proprio quello che ci porterà a una crisi economica mondiale.

Da “Chi” il 22 dicembre 2022.

Forse non ve ne accorgerete subito, ma per voi il 2023 sarà l’anno della svolta. Non solo perché da metà maggio nel vostro cielo arriva il generoso Giove, ma perché il 7 marzo si chiude definitivamente il capitolo Saturno. Questo non significa che nel nuovo anno avrete solo stelle luminose, non accade mai a nessuno del resto, ma che avrete la possibilità di realizzare un sogno a cui tenete molto. 

Mercurio, stella degli affari, da dicembre 2022 ha iniziato una sosta prolungata nel vostro amico Capricorno, che durerà sino alla fine di febbraio; Urano nel vostro cielo continua a proporvi novità di ogni tipo. Marte in Gemelli vi conferisce una certa abilità nel movimentare il denaro. Il settore che appare meno luminoso è quello dei sentimenti, la vostra Venere diventa fredda e cervellotica martedì 3.

Il Sole e Saturno in Acquario sono in aspetto poco gentile, ma occupano un settore del vostro oroscopo che influenza il successo, la carriera. Le crisi che vi trovate ad affrontare non hanno un epilogo già segnato, potete fare molto per cambiare le cose: dovete contare su voi stessi, avere fiducia nelle vostre capacità. 

Mercurio continua la sua azione positiva sino al 10, prima di raggiungere il Sole in Acquario. La vostra Venere è direttamente attiva sino al 19, in seguito vi protegge, anche se in maniera non evidente; e quando godete il favore della vostra stella avete davvero una marcia in più. Il 5 si profila un difficile plenilunio. Il 13 vede un Ultimo Quarto altrettanto nervoso. San Valentino ha una Luna malandrina e stuzzicante.

Stappate una bottiglia della vostra gran riserva, quella speciale: questo è il mese della vostra liberazione da Saturno! Stavolta il pianeta del tempo non ha ripensamenti: martedì 7 si sposta in Pesci, uno spazio amico, e non torna più indietro.

Saturno in Pesci per voi è un amico saggio, che vi aiuta a mettere ordine nelle emozioni, vi insegna la moderazione, vi suggerisce quali sono gli amici sui quali poter contare davvero, vi dà una mano a completare il percorso di studi o a realizzare un progetto. Il mese vi riserva un’altra magnifica notizia: giovedì 16 Venere, vostra stella guida, arriva nel vostro cielo, ed è la prima visita di un pianeta nel 2023, un augurio di forza e di fortuna in amore.

Venere è con voi sino a Pasqua, bellissima e seducente. Accanto a Urano nel vostro cielo e in scatto con Marte in Cancro, provoca colpi di fulmine e spinge le coppie innamorate a prendere decisioni importanti. Dal 3 anche Mercurio è con voi, il cielo è leggero: se avete qualcosa da chiarire, se volete dichiarare il vostro affetto, questo è il momento. Il 3 e il 4 splende un’ottima Luna, non esitate; oppure agite a Pasqua.

Dall’11 il cielo diventa più professionale, Venere in Gemelli rinfranca le vostre finanze, stimola le compravendite. Con Mercurio nel vostro cielo, un transito prolungato che durerà sino al 10 giugno, potete costruire e ottenere molto. Il 20 inizia la stagione del vostro compleanno e c’è un cambio di Luna un po’ difficile.

È il periodo del vostro compleanno, il mese delle rose e delle spose... Vi sposerete anche voi? Ecco una data: 19 maggio, con la vostra Luna Nuova e un cielo strepitoso. Domenica 7 la vostra Venere entra in Cancro accanto al focoso Marte, in ottimo sestile, in perfetto scatto con il Sole, Mercurio e Urano nel vostro cielo. Il 16 arriva da voi il generoso Giove.

A parte il lentissimo Plutone, che si sta timidamente affacciando in Acquario, sino al 19 non avete pianeti contro. Particolarmente interessante per gli incontri il weekend del 13 e 14. Mercurio nel vostro segno continua la sua azione a tutto campo: sono protetti le contrattazioni, gli accordi, la formulazione di contratti. Marte il 20 diventa ostile: potete avvertire un calo delle energie fisiche. Cautela nei cambi di Luna difficili (5 e 12).

Dopo un maggio così esaltante, il cielo di questo mese rischia di sembrarvi irritante. È colpa di Marte in Leone, segno poco armonico, che va a toccare soprattutto i legami familiari. Anche la forma fisica non è perfetta, avvertite una certa stanchezza. Prima Marte, poi Mercurio e il solito Urano vi hanno chiesto uno sforzo che è risultato produttivo, ma che ora iniziate a pagare.

L’11, mentre Plutone torna in Capricorno, Mercurio termina la sosta nel vostro cielo; anche se riprende la sua marcia, però, continua a procurarvi stimoli e opportunità molto interessanti per tutto il mese, e a voi dispiacerebbe molto dovervi fermare... Non è necessario chiudersi in casa, sarebbe impossibile perché avete comunque un grande Giove che vi porta a espandervi (in tutti i sensi, anche nel girovita!).

Vi liberate del fastidio di Marte già il 10, e questo vi porta una ventata di energia vitale che riesce a combattere la stanchezza e i disturbi dello scorso mese. Anche per i malanni cronici si registra una ripresa, migliorano le prestazioni degli sportivi di professione e l’eros si risveglia. Insomma l’estate è qui! 

Dovete comunque fare attenzione alla forma fisica: Giove nel segno è una grande benedizione, ma sti mola l'appetito e voi, che siete già buone forchette, tendete ad aumentare di peso. Inoltre proprio I'11 Mercurio passa in Leone, e può provocare infiammazioni alle prime vie aeree e ai bronchi. Non dimenticate Venere, che ren- de delicata la pelle. Cautela con il Primo Quarto del 26. Mercurio crea fastidi alla professione, per fortuna il transito del pianeta è molto breve. Dal 10 Marte-eros diventa bellissimo.

È il mese più caldo dell'estate ed è naturale che in primo piano ci sia la voglia di vacanze. In effetti Mercurio, oltre che stella degli affari, è anche un pianeta che ama il gioco e il divertimento, le chiacchiere disimpegnate sotto l'ombrellone, i giornali di gossip. 

Si ha voglia di avventure piccanti senza porsi troppi problemi, ed è così che nascono i flirt e le cotte estive. Accanto a Mercurio c'è Giove, che invita a godersi la vita, mentre Urano fornisce le occasioni malandrine. Insomma, un bel terzetto di imprevedibili mattacchioni all'opera! Marte è in Vergine praticamente tutto il mese, robusto e sensuale: se capita un'opportunità per scatenarsi, senza dubbio non rinuncia. In sostanza, in questo agosto siete candidati a infilarvi in situazioni scottanti. La salute è buona.

Mese davvero interessante. Più che sullo svago, il cielo mette l'accento sulla professione, vi stimola a impegnarvi al massimo. Lo stesso Mercurio, che lo scorso mese era assai giocherellone, viene spinto da Marte in Bilancia verso l'impegno lavorativo: è proprio in quest'ambito che ora rendete di più, vi divertite persino. 

Tutto ciò viene riconosciuto dai vostri superiori, dal datore di lavoro: possono arrivare una promozione, un incarico, una gratifica, una bella sorpresa, grazie a Giove nel vostro cielo in scatto preciso con il Sole intorno al 7 e all'8. La situazione è positiva anche per chi è in affari: il15 c’è una grande Luna Nuova, sono giornate eccellenti. L'unica stella che vi dà fastidio è la solita Venere, anche questo mese in Leone. L'amore comunque non è niente male.

Dopo avervi punzecchiato tutta l'estate, Venere finalmente si sposta in terreno amico. E vero che la sua quadratura non rappresenta un dramma, tuttavia si tratta pur sempre della vostra stella protettrice e la sua carezza affettuosa vi mancava parecchio. Venere è bellezza, simpatia, piacevolezza in tutti i settori della vita, ma soprattutto amore pieno di armonia.

Sarete contenti, era da un po' che la vostra relazione non funzionava come desideravate. Peccato davvero che dal 12 il rosso Marte si sposti in Scorpione, segno dove arrivano anche Mercurio e il Sole, rispettivamente dal 22 e dal 23. Il nuovo Marte è faticoso anche per la salute, non sono da escludere calcoli epatici o renali; siate prudenti, soprattutto con le Lune negative (16, 17 e 23).

Il mese dello Scorpione è sempre un po' complicato per voi. Quest'anno avete di base ottime stelle, ma c'è qualcosa che vi dà fastidio: cercate di non concentrarvi sui problemi, piuttosto guardate ai lati positivi, che sono tantissimi. Per fortuna il cielo di novembre è molto dinamico, anche quei pianeti che vi disturbano si allontanano in fretta: il 10 Mercurio, il 22 il Sole, due giorni dopo Marte. 

Sabato 25, con la vostra Luna. inizia una fase decisamente più semplice e potete pensare al futuro con l'ottimismo che vi regala il buon padre Giove nel segno. Nei primi venti giorni occorre cautela per la forma fisica: ci sono tre cambi di Luna complicati (5, 13 e 20). Venere vi assiste per tutta la prima settimana, poi la vostra protettrice passa in Bilancia e non sentite più i suoi raggi diretti. Siate fiduciosi!

Si conclude in bellezza il vostro 2023, un anno decisamente operoso. Questo è il mese di Natale, delle relazioni familiari, delle festività da trascorrere tutti insieme intorno a una tavola imbandita. Dopo le frizioni dello scorso mese, la situazione ora è più morbida: ci si parla, ci si confronta, si cerca insieme una via per raggiungere un nuovo equilibrio per quanto riguarda gli interessi economici in comune. 

Voi partite favoriti, peccato per quella Venere che lunedì 4 diventa provocatoria e vendicativa! Eppure l'anno si chiude bene, perché già il 29 la vostra protettrice celeste torna gentile e nella notte di San Silvestro pure la Luna è meravigliosa. Anche a Natale e alla Vigilia la signora della notte è gentile e premurosa, vi assicura intimità e buon umore. La salute è in ripresa, i viaggi sono favoriti. Buon 2024!

Mi passi il tuo Giove?”, “Ma certo, serviti pure”. È uno scambio di cortesie e di fortuna che avvantaggia entrambi. Resta da vedere che accade quando Venere s’incendia... Ma sì, ce la faranno!

Devono solo restare lì, tranquilli ad aspettare le rose di maggio. Che sono senza spine e producono bacche d’oro zecchino. Anello, proposta, altare, viaggio di nozze. Alla faccia di Venere ostile!

Il Gemelli è bizzoso quanto il Toro è concreto, posato, affidabile. Sono troppo diversi, eppure, chissà, quando il mercuriano saluta Marte e accoglie Saturno, potrebbe aver bisogno di riposare sui lombi taurini... Sì!

 “Sepoffà” direbbe un romano doc. Dopo marzo, la strada è più liscia, da maggio si lastrica d’oro. Certo, Venere da giugno a ottobre rema contro, però i due formano una bella coppia, e il Cancro sa aspettare.

Non si impegnano granché a stare insieme; separati paiono sentirsi meglio: ognuno dei due gode di vantaggi celesti e non li vuole spartire con l’altro. Se fossero meno diffidenti ne uscirebbe un bel duo, generoso e appagante.

Ullallà! Ecco una coppia interessante, una sfida enigmistica. Sono compatibili, fin troppo; ma prima con Marte e poi con Saturno, la Vergine slitta e il Toro s’annoia. D’estate ci si mette pure Venere... Chissà!

Sono figli di Venere, ma nel 2023 le loro vie si dividono: la Bilancia pensa all’amore, il Toro conta l’oro e sorride. Chi ha detto che non si possono amare? Se si donano l’uno all’altra, anche questa è fatta!

Se Urano e poi Giove li fanno scontrare, il nuovo Saturno è un vero sollievo. Possono ritrovarsi in marzo a ballare un tango sfrenato e, se il Toro non pesta l’aculeo, il ballo termina in camera da letto.

All’inizio dell’anno Marte fa impennare il centauro, così il Toro si tiene a rispettosa distanza. In marzo arriva Saturno e il Sagittario finisce imbrigliato. D’estate però è il figlio di Giove a cantar vittoria... Che confusione!

Non hanno solo Urano e un bel Giove, c’è pure Mercurio a fungere da sponsor. Con stelle simili, persino una Venere altezzosa non può fare tanto male, quindi la coppia va avanti, nel lavoro ma anche in amore.

Due segni poco compatibili che si sono amati, e non poco. Nel 2023, però, faticano a trovare un’armonia: se uno è entusiasta, l’altro si abbatte; se uno lavora, l’altro si diverte. Per restare insieme, serve dedizione. L’avranno?

Sono in angolo buono tra loro, ma finché Marte è in Gemelli il Pesci impazzisce. Tutto si gioca in marzo: quando arriva Saturno, il nettuniano inizia a ragionare? Se ci riesce, il Toro apprezza e lo porta all’altare, Venere o non Venere.

180 feriti, amputazioni, arresti: il report choc sul Capodanno. Tra i feriti per i botti di fine d'anno ci sono 50 minori, in aumento rispetto all'anno scorso in cui erano stati 20. Le persone ricoverate in ospedale sono state 48. Valentina Dardari l’1 gennaio 2023 su Il Giornale.

Nessuna vittima, ma 180 feriti, di cui 48 ricoverati, per la notte della fine dell'anno. Tra le persone ricoverate in ospedale 11 sono gravi. È questo il bilancio dei botti di Capodanno contenuto nel report del dipartimento della pubblica sicurezza. L'anno scorso si registrarono zero vittime e 124 feriti, 31 ricoverati, dei quali 14 gravi. In "significativo aumento" il dato dei minori rimasti feriti: quest'anno sono 50 a fronte dei 20 dello scorso anno: "I dati relativi agli incidenti verificatisi nel corso dei festeggiamenti non fanno registrare alcun episodio mortale. In calo il dato dei feriti gravi con prognosi superiore ai 40 giorni, passati da 14 a 11, mentre il dato dei feriti con prognosi inferiore ai 40 giorni si presenta in crescita".

Cosa si legge nel report

Come si legge nel report di pubblica sicurezza: "Questo fine anno si sono registrati 11 ferimenti da colpi d'arma da fuoco, in lieve aumento rispetto ai 10 del 2022". In relazione alla gravità delle lesioni riportate, "si registra un aumento nel numero di feriti con prognosi inferiore o uguale a 40 giorni (169 a confronto dei 110 dello scorso anno). Per quanto riguarda invece i feriti gravi, con prognosi superiore a 40 giorni, si registra una lieve diminuzione rispetto allo scorso anno (11 a fronte dei 14 del 2022)". Sono trentacinque le persone che sono state arrestate e 273 denunciate. A tanto ammonta il bilancio dell'attività di contrasto al fenomeno dei botti illegali di Capodanno contenuto nel report del dipartimento della pubblica sicurezza. L'anno scorso gli arresti erano stati 37, mentre le denunce 188. Si registrano inoltre 11 ferimenti da colpi d'arma da fuoco, in lieve aumento rispetto ai dati del 2022, quando erano state 10.

Colpi di pistola, botti e petardi. Un bimbo di 10 anni perde una mano

Il materiale sequestrato

Particolarmente lungo anche l'elenco dei materiali sequestrati che comprende 8 armi comuni da sparo; 11.953 munizioni; 1.818 kg di polvere da sparo; 37.108 kg di manufatti appartenenti alla IV e V categoria Tulps; 26.246 kg di manufatti recanti la marcatura "CE"; 9.866 kg di prodotti comunque non riconosciuti e cioè non ricompresi nelle categorie Tulps o "CE" perché illegali, non correttamente etichettati, non conformi alle norme CE, non rispondenti ai decreti di riconoscimento e classificazione, abusivi e/o altro; 1.785.815 parti di articoli pirotecnici di varia natura che, per motivi operativi, vengono indicati dagli uffici in parti invece che in chili; 72 detonatori e 1.301 capsule innescanti.

A Taranto ci sono stati tre arresti, una denuncia e circa 670 chili di botti sequestrati, mentre a Napoli sono stati sequestrati 4 chili di botti. I carabinieri del Comando provinciale di Bari hanno sequestrato oltre un quintale di materiale pirotecnico. L'intervento dei militari dell'Arma nel capoluogo e in provincia ha consentito di recuperare, tra gli altri, anche 4 ordigni esplodenti, 11 candelotti e 13 bombe carta, tutti di fabbricazione artigianale.

Botti e petardi a Capodanno: 180 feriti, di cui 50 minori. Amputata a Taranto la mano a un bimbo di 10 anni ed a uno di 8. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno l’1 Gennaio 2023

Il caso più grave di ferimento è stato finora registrato a Taranto: una mano è stata amputata a un bambino di 10 anni la scorsa notte nell'ospedale "Santissima Annunziata" a Taranto a causa delle ferite riportate per l'esplosione di un petardo. Il bambino è stato trasportato in ospedale circa un'ora dopo la mezzanotte con delle ferite alla mano destra

Divieti ed ordinanze sono rimaste delle parole inutili della burocrazia pubblica che ancora una volta ha dimostrato di non riuscire a fronteggiare il fenomeno dei botti di Capodanno. I dati del Ministero dell’ Interno sul bilancio della prima notte del 2023, contenuto nel report del dipartimento della pubblica sicurezza sono preoccupanti: nessuna vittima, ma ben 180 feriti (di cui 48 ricoverati) 11 dei quali gravi. L’anno scorso si registrarono zero vittime e 124 feriti (31 ricoverati), dei quali 14 gravi. Un “significativo aumento” il dato dei minori feriti: 50 a fronte dei 20 dell’anno scorso.

Questo fine anno si sono registrati 11 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, in lieve aumento rispetto ai 10 del 2022″ informa il report del Dipartimento della Pubblica Sicurezza. In relazione alla gravità delle lesioni riportate, “si registra un aumento nel numero di feriti con prognosi inferiore o uguale a 40 giorni (169 a confronto dei 110 dello scorso anno). Per quanto riguarda invece i feriti gravi, con prognosi superiore a 40 giorni, si registra una lieve diminuzione rispetto allo scorso anno (11 a fronte dei 14 del 2022)”.

Sono stati 646 gli interventi dei vigili del fuoco stanotte per incendi riconducibili ai festeggiamenti di Capodanno, in leggero aumento rispetto allo scorso anno, quando furono 558. Molti interventi hanno riguardato incendi di cassonetti e alcune autovetture parcheggiate in strada. Il numero maggiore si è verificato in Emilia Romagna, dove sono stati 96. Gli altri interventi sono stati in Puglia 75, Veneto e Trentino Alto Adige 71, Campania 57, Lazio 52, Piemonte 50, Lombardia 47, Liguria 45, Toscana 45, Sicilia 31, Sardegna 26, Friuli Venezia Giulia 16, Marche 13, Molise 7, Abruzzo 6, Umbria 5, Calabria 4 . La regione più virtuosa la Basilicata, senza interventi.

Il caso più grave di ferimento è stato finora registrato a Taranto: una mano è stata amputata a un bambino di 10 anni la scorsa notte nell’ospedale “Santissima Annunziata” a Taranto a causa delle ferite riportate per l’esplosione di un petardo. Il bambino è stato trasportato in ospedale circa un’ora dopo la mezzanotte con delle ferite alla mano destra. A causa delle condizioni riscontrate, i medici hanno dovuto amputarla. Il bambino al momento è ricoverato nel reparto di Ortopedia. Al suo arrivo in ospedale – a quanto si apprende da fonti sanitarie – è stato operato “immediatamente”. E’ stato eseguito un “intervento chirurgico al moncone a livello del polso” del bambino che viene “seguito con particolare attenzione, come tutti i bambini, dal personale sanitario”. Anche un ragazzo di vent’anni di Palagianello, sempre nella notte, è rimasto ferito anche lui dall’esplosione di un petardo.

Questa mattina nel quartiere Paolo VI un bambino di otto anni ha raccolto un petardo inesploso che è scoppiato in quel momento ed è rimasto ferito ad una mano.S occorso è stato condotto in ospedale dove i sanitari hanno disposto il suo trasferimento a Bari per sottoporlo ad un intervento alle dita della mano destra. Anche lui purtroppo ha perso una mano. Decine e decine i cassonetti danneggiati dai vari incendi causando un grave danno economico che andrà a carico di tutti i cittadini, perché i cassonetti, totalmente inutilizzabili, dovranno essere sostituiti come ricorda con una nota Kyma Ambiente (ex AMIU Taranto spa) , società partecipata al 100% dal Comune di Taranto.

I Carabinieri di Taranto ieri hanno arrestato e posto ai domiciliari un 42enne residente nel quartiere Paolo VI che nascondeva nella sua abitazione 66 chili di materiale pirotecnico illegale, di vario genere, di fattura artigianale. Il materiale è stato sequestrato e consegnato agli artificieri della sezione investigazioni scientifiche che provvederà a distruggerlo.

Sempre in Puglia è stato ricoverato all’ospedale Vito Fazzi di Lecce un uomo di Ruffano (Lecce), 80 anni compiuti proprio ieri, che è grave in codice rosso per emorragia a causa dello scoppio di un petardo vicino alla testa. E’ attualmente in prognosi riservata. A Copertino (Lecce) un 35enne è stato medicato e dimesso con prognosi di dieci giorni per ferite a mani, testa, gambe e piedi a seguito dell’esplosione di un petardo.

Sono 16 le persone ferite solo tra Napoli e provincia: cinque di queste sono minori. Un dato in aumento rispetto allo scorso anno quando furono otto. La maggior parte dei feriti, 12, è concentrata nella città di Napoli: di questi tre sono minorenni. In provincia sono tre le persone colpite dai botti e di queste due sono minori. C’è poi chi ha perso un dito della mano per aver raccolto un botto in strada. Un ragazzino, sempre a Napoli, era a bordo di un’auto quando lo scoppio di un grosso petardo sotto il veicolo ha fatto esplodere l’airbag che lo ha colpito in pieno volto: è stato ricoverato per un grave trauma oculare.

Un sedicenne di Caivano sarebbe stato ferito – secondo una prima ricostruzione dei Carabinieri – da un colpo d’arma da fuoco al volto mentre festeggiava con i familiari sul balcone. Il giovane è stato comunque già dimesso dall’ospedale con una prognosi di 10 giorni. Un ventiduenne di San Tammaro (Caserta) che non è in pericolo di vita. ha perso due dita della mano e ha riportato una lesione all’occhio destro.

A Milano in piazza Duomo nonostante fosse “blindata” dalle forze dell’ ordine , un 21enne per un petardo rischia di perdere le falangi di una mano; in periferia a Cinisello Balsamo un 46enne è stato portato all’ospedale con lesioni a occhio, viso e mani. Nel capoluogo lombardo cinque persone sono state denunciate a vario titolo (furto o possesso di armi). 

Anche a Roma quest’anno la festa è degenerata. L’ordinanza del sindaco Roberto Gualtieri contro i botti si è rivelata pressochè inutile contro petardi e fuochi d’artificio esplosi da una parte all’altra della capitale per dire addio al 2022 ed annunciare l’ingresso del 2023. E anche quest’anno sono stati tantissimi gli interventi dei vigili del fuoco per domare incendi provocati proprio da botti o anche dalle cosiddette lanterne cinesi, altra usanza tipica di fine anno che può avere conseguenze molto pesanti. Moltissime le auto danneggiate a causa dell’esplosione di petardi e fuochi d’artificio. Decine anche le segnalazioni per cassonetti in fiamme.

A Parma un 30enne è stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Maggiore per una ferita a un occhio a seguito dello scoppio di un petardo. A Reggio Emilia, invece, un 44enne ferito al polpaccio dallo scoppio di un petardo ha avuto bisogno del pronto soccorso. Nel Reggiano, a Cerreto Laghi, i Carabinieri hanno fermato un 20enne che in tasca aveva una ‘bomba’ artigianale da oltre un etto. È scattato il sequestro e la denuncia per detenzione illecita dell’esplosivo. Mentre alcune persone hanno esploso petardi tra la folla che festeggiava in piazza e sono state danneggiate auto in sosta. Redazione CdG 1947

La fine e l’inizio. Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico, su L'Indipendente il 31 dicembre 2022.

Pensiamo a un film. Se la fine non ci soddisfa, allora è tutto il film che non ci convince, restiamo in sospeso, immaginando chiusure alternative.

Nella conclusione del film si evidenzia il significato prevalente di tutto quello che abbiamo visto, si prepara un ipotetico futuro. La seconda giovinezza di quelle storie, pronte a riprendere chissà dove e chissà quando. Magari ci sarà un sequel…

Pensiamo invece all’inizio del film, è come se si preparasse qualcosa: personaggi lontani, ognuno preso nelle sue faccende, che poi si incontrano. Immagini montate in modo alternato che non capiamo ancora quale situazione preparino, dense di un potenziale che si snoda poi come in un gioco di carte.

L’anno nuovo è come un film, il suo regista non lo conosciamo così bene, i produttori speriamo che cambino perché così almeno le storie non si ripeteranno, i personaggi in parte varieranno, anche in questo caso lo speriamo, perché è spaventosamente noioso assistere a spettacoli che si assomigliano, anche se è consolatorio pensare che una vicenda, un carattere appartenga a un genere, abbia le sue ricorsività, risponda a regole e ad attese.

Ogni racconto però è una realtà speciale, esiste finché lo vediamo o lo leggiamo. Proviamo a giocare su una certa distanza: siamo immersi nei fatti narrati, che diventano nostri, oppure ne restiamo distaccati.

Magia della narrazione questa. Non mettere subito a fuoco ogni immagine.

E così pure per i fatti che ci aspettano nel 2023 potremmo agire con un certo distacco simbolico, mitigare le passioni, sospendere gli esami razionali, tenerci un po’ sospesi, come se la fine dei fatti fosse già scritta ma noi non avessimo fretta di conoscerla.

Restiamo ancora un po’ nel cinema, aspettiamo che il pubblico si allontani, e noi soli in sala con i nostri sogni.

La fine e l’inizio, il nuovo inizio, la vecchia fine. La realtà preme, prima o poi dovremo lasciare la sala, per incontrare nuove realtà, nuovi inizi.

L’inizio, questa la vera utopia, l’inizio di qualcosa di nuovo che ci chiami in causa, che abbia bisogno di noi.

Alle fini ci siamo abituati. Sono il prezzo della politica, sono le trappole del potere, sono i trucchi del calendario.

Finirà la guerra in Ucraina, i mercati devono ripartire, i morti no, ma ogni guerra ha i suoi caduti, finirà anche il Covid ma non del tutto perché le varianti sono sempre pronte, come quando cambia il governo e le somiglianze sono garantite.

Finiranno gli sbarchi dei migranti, e allora magicamente ci verranno risparmiate connivenze e stupidità. Ma soprattutto morti senza senso. Finiranno le proteste in corso, tutti inebetiti circoleremo automatizzati sui marciapiedi senza fare rumore.

È ora di finirla’, non c’è espressione più stolta. E quelli che dicono ‘fine!’ per chiudere qualsiasi altra possibilità…!

Quando inizierà il 2023 inauguriamo un nuovo rito. Un rito di incoraggiamento per questo nuovo anno, questo minorenne incazzato con il mondo, che ci regala la sua rabbia e le sue aspettative.

Per un nuovo inizio allora differente da tutti gli altri. Con noi registi anche soltanto per un attimo di momenti meravigliosi, esaltanti. Come se non avessero fine. [di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Marino Niola per “il Venerdì - la Repubblica” il 31 dicembre 2021. Solare o lunare, solstiziale o equinoziale, primaverile o invernale, rumoroso o silenzioso, il Capodanno è sempre Capodanno. E da che mondo è mondo non c'è popolo che non lo festeggi. Gli antichi romani legavano i rituali d'inizio del nuovo anno al dio Giano, in latino Ianus, da cui deriva il nome di gennaio, il primo dei mesi. 

I popoli del Nord Europa festeggiavano il giro di boa stagionale mascherandosi da animali per propiziarsi la natura e le sue specie. In quasi tutti i casi, però, in Occidente come in Oriente, gli elementi fissi di questo rito di passaggio stagionale sono da sempre fuoco, luce e rumore. Il baccano rituale serviva a scacciare gli spiriti maligni, a mettere in fuga tutti i demoni cattivi. Da questo uso, peraltro, deriva la parola pandemonio.

I falò e le lampade accese avevano invece la funzione di illuminare il cammino dell'anno che entrava. Poi con l'invenzione della polvere da sparo luci e suoni sono diventati una cosa sola dando origine ai nostri botti di Capodanno. Non è un caso che ancora oggi, nonostante i richiami alla prudenza, la notte di San Silvestro città e paesi si accendano come polveriere.

È una autentica febbre del fuoco che ogni anno miete vittime, tant'è vero che i notiziari del primo gennaio iniziano quasi sempre con l' elenco degli infortuni. Ma ci sono anche capodanni alla rovescia, come quello di Bali, in Indonesia. Che viene celebrato nel silenzio più assoluto. Uno stand by della vita per ingannare le potenze del male facendo credere loro che l' isola sia disabitata. È una giusta pausa dell' anima. Fra due giorni potremmo provarci anche noi. Forse riusciremmo a sentire il suono del silenzio. 

Miracoli, attese, tradizioni: chi era San Silvestro e perché si festeggia. Angela Leucci il 31 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Come si festeggia San Silvestro in Italia, la storia del santo e un po' di cultura pop in attesa dell'"anno che verrà"

San Silvestro è quel momento dell’anno in cui si festeggia per l’arrivo di un futuro che è già presente. Ma perché si festeggia proprio il 31 dicembre? E chi era san Silvestro? La vera storia, come spesso accade, si fonde con il retroterra culturale di ognuno, le sue tradizioni: questo che segue è il background italiano, qualcosa che appartiene profondamente a ogni persona del Belpaese, anche se forse magari, lì per lì, neppure lo sa.

Chi era san Silvestro

San Silvestro è stato pontefice della Chiesa cattolica con il nome di papa Silvestro I. Si sa davvero pochissimo di lui: fu infatti un pontefice tanto riservato da non lasciare testimonianze, in un periodo di passaggio dalla Roma pagana alla Roma Cristiana. Ciò che si conosce è la data di morte, il 31 dicembre 335: alla sua dipartita lasciò il pontificato, che per lui era durato 21 anni, e fu sepolto alle Catacombe di Priscilla.

Secondo alcuni, la ragione del fatto che san Silvestro sia stata una figura fuori fuoco rispetto a quella di altri papi, risiede nel fatto che fu vescovo di Roma durante l’impero di Costantino, l’imperatore che aderì al Cristianesimo e permise il suo diffondersi su sempre più ampia scala, prendendo spesso decisioni al posto del papa.

Da dove viene la tradizione della festa

Le festività come si conoscono oggi sono spesso frutto di un compromesso fondato su un retaggio del passato. E festeggiare San Silvestro non fa differenza. La notte tra il 31 dicembre e l’1 gennaio corrispondeva infatti anticamente con la festa pagana in onore di Giano, il dio bifronte degli inizi: lui con i suoi due volti può guardare il futuro e il passato e cos’è il Capodanno se non fare un bilancio di ciò che è stato ed esprimere buoni propositi?

Usanze e leggende di San Silvestro

Anche se si conosce poco della biografia di san Silvestro, esistono alcune leggende di natura agiografica. Secondo una di queste storie, papa Silvestro avrebbe guarito Costantino dalla lebbra dopo avergli somministrato il battesimo: Costantino aveva ricevuto dagli aruspici il consiglio di fare il bagno nel sangue di 3000 bambini, ma si rifiutò di compiere la carneficina. Così il santo salvò l’imperatore senza spargimento di sangue.

Secondo un’altra leggenda, sul Palatino viveva un drago antropofago: Silvestro gli legò la gola con un filo di lana, rinunciando queste parole: “In nome di nostro Signore Gesù Cristo, che è stato crocifisso e che verrà a giudicare i vivi e i morti, ti proibisco di continuare a mordere”. Tanto che il dragò morì.

Durante la notte di San Silvestro in Italia si festeggia in modi sempre tradizionali. C’è chi si reca in una delle tante piazze italiane ad assistere a un concerto, chi va a un veglione o in discoteca, o chi si dedica a un sontuoso cenone con famiglia e amici. Si brinda con le bollicine, si mangiano tante bontà, come lenticchie, cotechino e zampone.

A 10 secondi dalla mezzanotte c’è il conto alla rovescia per il nuovo anno. Un’usanza scaramantica consiste nel tenere in mano dell’uva e tre monetine, che sono auspicio di prosperità. Si dà quindi il via ai fuochi d’artificio: per alcuni in grande, mentre altri preferiscono le più silenziose e tranquille stelline.

L’anno nuovo nella cultura pop italiana

Musica e cinema hanno celebrato il 31 dicembre in modi diversi. Sicuramente la canzone più celebre sull’argomento è L’anno che verrà di Lucio Dalla, in cui il cantautore scrive una lettera immaginaria e decisamente fantasiosa all’amico dando un senso alla speranza comune: “Vedi caro amico cosa si deve inventare / Per poter riderci sopra / Per continuare a sperare”.

Se dall’estero giungono da sempre commedie romantiche su questo tema, in Italia di tratta tutto con ironia e un po’ di senso del grottesco. E forse il “manifesto” di questa disposizione d’animo è il veglione di Fantozzi, in cui il maestro Canello sposta le lancette in avanti, perché con la sua orchestrina deve esibirsi in una festa molto più blasonata rispetto a quella organizzata dal ragionier Filini dell’Ufficio Sinistri.

Halloween: origine e significati della festa più spaventosa dell'anno. Chiara De Zuani su Panorama il 30 Ottobre 2023

Halloween: origine e significati della festa più spaventosa dell'anno Tutti conoscono Halloween, la festa che si celebra il 31 ottobre, la vigilia di Ognissanti, all'insegna di zucche intagliate con espressioni minacciose; costumi spaventosi da mostri, fantasmi, streghe, clown; e la tipica frase "Dolcetto o Scherzetto?",... ma in pochi sanno le vere origini di questa ricorrenza Mentre in alcune culture

Halloween è una tradizione consolidata, soprattutto nei paesi anglosassoni, in Italia la sua diffusione è piuttosto recente e influenzata dalla cultura di massa: film horror, serie tv splatter e altri prodotti culturali hanno contribuito a far conoscere questa festa anche a casa nostra, fino a farla diventare un vero e proprio appuntamento fisso attesissimo da bambini, ragazzi ma anche adulti. Ma come nasce Halloween? E quali sono le sue origini? A differenza di ciò che credono in molti Halloween non nasce negli Stati

A differenza di ciò che credono in molti, Halloween non nasce negli Stati Uniti ma in Irlanda intorno al 4.000 a.C.. Secondo alcuni studi, è emerso che le origini vadano ricondotte alla festa celtica di Samhain (parola che deriva dal gaelico samhuinn, ossia summer's end) che coincide con il Capodanno celtico. Siccome i celti erano soliti misurare il tempo in base alle fasi del raccolto, il Samhain coincideva con la fine dell'estate e l'inizio dell'inverno, ma anche all'ultimo raccolto prima dell'inizio della stagione fredda. Le ambientazioni macabre con un forte riferimento a morti, cimiteri e mostri è dovuto al fatto che i celti erano convinti che in questo periodo dell'anno la distanza tra regno dei vivi e regno dei morti si assottigliasse, fino a permettere ai due mondi di entrare in contatto tra loro. Per questo motivo, si credeva che le persone scomparse potessero tornare per comunicare con i loro cari da cui si erano separati. Il legame con il nostro Ognissanti (1° novembre) si deve prima ai Romani, che hanno istituito la festa dei morti, e poi ai cristiani, che hanno dato vita a Ognissanti (Halloween significa "All hallow's eve", che in inglese significa letteralmente la vigilia di Ognissanti). Halloween ha poi iniziato a spopolare negli Stati Uniti grazie alle migrazioni che si sono verificate dall'Europa nel corso dell'Ottocento. Oggi, in parte a causa del consumismo, gli statunitensi sono considerati i leader mondiali nell'organizzare feste a tema, sfoggiando costumi con effetti speciali ai limiti del cinematografico. Basti pensare al giro d'affari intorno a questa ricorrenza, ormai diventata un business da 9 miliardi di dollari l’anno negli Stati Uniti, ovvero la seconda festa negli Usa dopo il Natale in termini di fatturato. Perché le zucche? Le zucche di color arancio e intagliate sono il simbolo di Halloween per eccellenza, un po' come presepe e albero addobbato per Natale. L'usanza di intagliare la zucca formando delle espressioni minacciose e rendendola luminosa grazie a una candela inserita all'interno si deve alla leggenda di Jack-o'-lantern: si narra infatti che Jack fosse un fabbro irlandese ubriacone che riuscì a ingannare il diavolo chiedendogli di trasformarsi in una moneta per consentirgli l'ultima bevuta. Peccato che, dopo aver esaudito il desiderio, Jack tirò fuori una croce impedendo al diavolo di tornare se stesso. Dopo diversi anni e inganni, una volta morto Jack si trovò alle porte dell'inferno ma venne rifiutato dal diavolo. Quest'ultimo lo costrinse a vagare da morto con una rapa-lanterna. Nel tempo la rapa è stata sostituita con una zucca e serve per avvisare Jack che in quella casa non c'è posto per la sua anima senza pace. Significato di "Dolcetto o Scherzetto?" Tick or Treat - Dolcetto o Scherzetto tradotto in italiano - trae origine da una tradizione risalente al Medioevo per cui le persone andavano a elemosinare di porta in porta fra il giorno dei santi e quello dei defunti, 1 e 2 novembre. Attualmente i bambini, la sera del 31 ottobre, si travestono e vanno di porta in porta a chiedere dolciumi e spiccioli minacciando di fare uno scherzetto se non verranno dati.

L'indagine in stile CSI che rivela tutta la verità su Dracula. Due ricercatori hanno studiato alcune lettere scritte da Vlad III, scoprendo che il principe di Valacchia aveva diverse malattie che ne giustificavano alcune caratteristiche come il lacrimare sangue. Ma a quanto pare, non aveva la porfiria, patologia "chiave" nella versione di Bram Stoker. Giampaolo Cadalanu su L'Espresso il 3 Novembre 2023

Vlad Drăculea detto l’impalatore, principe di Valacchia, nella seconda metà del secolo XV con tutta probabilità non si sdraiava in una bara prima che sorgesse il sole per evitare di ridursi in cenere, non prendeva le sembianze di un pipistrello a volontà, non beveva sangue umano. Non era un vampiro, insomma, anche se probabilmente la sua figura e la sua fama di aristocratico crudele e sanguinario è servita come ispirazione allo scrittore Bram Stoker e a quelli che dopo di lui hanno contribuito alla prosecuzione del mito nella cultura popolare. 

Il Vojvoda che regnò fra i Carpazi e il Danubio inferiore per tre diversi periodi, fra il 1448 e il 1476, è ancora considerato dai romeni come un eroe nazionale per la sua strenua difesa del regno contro gli invasori ottomani. Sulla sua ferocia ci sono pochi dubbi: narrano gli storici che nel ritirarsi dopo uno scontro militare, nel 1462, Vlad III lasciò il campo di battaglia con migliaia di prigionieri impalati, come deterrente verso le forze turche che avanzavano. Il suo nome, che significa “figlio del drago”, in riferimento al padre Vlad II che nel 1431 era stato insignito dell’ordine del Dragone dall’imperatore Sigismondo, in romeno è diventato sinonimo di “diavolo”. 

A renderlo una figura affascinante per il romanziere irlandese, dopo qualche conversazione con lo storico Hermann Bamburger, potrebbe essere stata la sua natura violenta. Ma un particolare significativo che potrebbe aver contribuito alla nascita delle leggenda e alla creazione del personaggio letterario – quello sì, immortale – viene da una rara patologia: il principe, sottolinea una squadra di ricercatori tutta particolare, piangeva lacrime di sangue. In termini più precisi, è probabile che il Vojvoda soffrisse di emolacria, cioè appunto presenza di sangue nelle lacrime, una condizione clinica che può essere causata da problemi semplici come una congiuntivite batterica, ma anche dalla tubercolosi o da tumori dell’apparato lacrimale. 

A dirsene convinti, sia pure con le inevitabili prudenze, sono Gleb Zilberstein e Pier Giorgio Righetti, gli investigatori del passato che adottano i metodi scientifici forensi da CSI per esaminare documenti autentici e ricavarne informazioni esclusive, a volte conferme della Storia nota, a volte smentite inaspettate. Per esaminare tre lettere del Vojvoda Vlad III si sono affiancati a una squadra di ricercatori dell’università di Catania e a un collega dell’ateneo romeno di Sibiu, in Transilvania, oltre alla moglie di Zilberstein, anche lei scienziata dell’università di Rehovot, in Israele. 

I campioni che il team ha potuto esaminare sono lettere spedite dal principe alle autorità locali di Sibiu, conservate negli archivi della città. Le particelle di proteine prelevate durante la ricerca «non hanno indicato tracce di porfiria», dice Righetti, anche se questo non esclude che Vlad ne soffrisse o l’avesse manifestata in altre fasi della sua vita. La porfiria è una malattia genetica che fra gli altri sintomi provoca anemia, problemi gengivali e persino una eccessiva sensibilità alla luce del sole. In passato era diventata comune l’ipotesi che il Vojvoda ne fosse colpito, o che comunque dalle manifestazioni patologiche di questo disturbo fosse stata costruita, grazie alla fantasia di Stoker e dei successori, la leggenda del vampiro con i canini aguzzi e la paura della luce solare. 

Non ci sono conferme di questa ipotesi nemmeno nella testimonianza del vescovo Nicola di Modruš, contemporaneo di Vlad III e rappresentante del Papa alle corti di Bosnia e Ungheria: il religioso descrive il principe come «non molto alto, ma robusto e forte, con aspetto crudele e terribile, un lungo naso diritto, narici tese, un viso sottile e rossastro in cui i grandi occhi verdi spalancati erano incorniciati da nere sopracciglia cespugliose, che li facevano apparire minacciosi». 

Qualche dettaglio in più però arriva grazie alle ricerche di Zilberstein e Righetti, basate sulle tre lettere spedite a Sibiu fra il 1457 e il 1475. Secondo i risultati della ricerca - pubblicati sulla rivista Analytical Chemistry - con tutta probabilità il principe di Valacchia soffriva di una forte infiammazione all’apparato respiratorio, alla pelle, o a entrambi. Con un filo di fantasia in più, se ne può dedurre una voce cavernosa e magari un aspetto inquietante. 

Al di là delle ipotesi da leggenda, a rivelare i particolari sulla salute del Vojvoda è la tecnologia forense, che ha già sollevato il velo sui segreti di altri protagonisti della Storia. Zilberstein e Righetti hanno perfezionato un procedimento che prevede l’applicazione di lastrine ottenute da scaglie di plastica inerte a cui vengono aggiunte in fusione microsfere di resina a scambio ionico. Come spiega Righetti, docente di Chimica al Politecnico di Milano, questi cerotti umidificano appena la superficie da esaminare, ma senza bagnarla, così che l’esame risulta non invasivo e non danneggia il documento storico. 

Le microsfere attive prelevano le particelle biologiche depositate sulla superficie: batteri, virus, metaboliti. Queste vengono poi esaminate con la spettrometria di massa ad alta risoluzione, che permette l’individuazione delle proteine e della loro interazione, consentendo così di presumere con certezza la presenza di determinate malattie o di fattori ambientali significativi. Gli scienziati, ovviamente, mettono le mani avanti: «Non si può escludere che nel Medioevo più persone abbiano toccato questi documenti, ma è ragionevole pensare che le proteine antiche prevalenti siano provenienti dal principe Vlad l’impalatore, che scrisse e firmò queste lettere». 

Questo metodo stile CSI è divenuto famoso con l’esame dei registri che enumeravano i morti per la peste del 1630 nel lazzaretto di Milano: Zilberstein e Righetti hanno individuato 17 diverse proteine del batterio Yersinia Pestis, scoprendo che in quei giorni, accanto alla peste, si era diffuso anche il carbonchio. Le loro analisi hanno permesso di scoprire che George Orwell si era ammalato di tbc in Spagna, che Mikhail Bulgakov faceva uso di morfina, che Stalin probabilmente era in cura per paranoia e persino che Giacomo Casanova probabilmente barava quando, per accrescere la fama di donnaiolo, lamentava di essere sempre colpito da malattie veneree.

Estratto dell’articolo di Marino Niola per “il Venerdì di Repubblica” il 17 febbraio 2023.

Oggi fate tutto ma non il bucato. Rischiereste di cadere in letargo. Secondo un'antica credenza, infatti, chi lava i panni il venerdì 17 rischia un attacco di narcolessia. E se proprio non potete fare a meno di mettere mano alla lavatrice, prendete un fazzoletto pulito e fateci dentro una bella risata.

 […] La fama sinistra del venerdì, che deve la sua cattiva nomea alla memoria della morte di Cristo: si può considerare il primo venerdì nero della storia. Mentre il secondo è il 24 settembre del 1869, legato al ricordo del rovinoso crollo della borsa di New York, da cui nasce l'espressione Black Friday: oggi è tutto fuorché rovinoso almeno per i commercianti.

E non è finita qui. Perché, sempre di venerdì Adamo ed Eva sarebbero stati cacciati dal paradiso, Caino avrebbe ucciso Abele, San Giovanni Battista sarebbe stato decollato ed Erode avrebbe ordinato la strage degli innocenti. In Inghilterra lo chiamavano il giorno degli impiccati perché era riservato alle condanne a morte.

E l'aura negativa del 17? La dobbiamo a un teorema di Pitagora che lo considerava il numero dell'imperfezione. E alla data dei Quirinalia, una festa che nella Roma antica cadeva il 17 febbraio, cioè oggi. E che la Chiesa maledisse come tutte le ricorrenze pagane. Che fare allora? Tutto ma avendo cura di premunirsi di amuleti e talismani. Perché essere superstiziosi è da oscurantisti. Ma non esserlo porta male.

Estratto dell'articolo di Romualdo Gianoli per corriere.it il 17 febbraio 2023.

Anche se venerdì 17 (o 13, dipende da dove siete nati) ha una brutta reputazione perché considerato un giorno sfortunato, non esistono prove scientifiche che indichino che gli eventi negativi si verifichino con maggior frequenza in questa data. Ma la scienza può, forse, aiutare a capire perché molte persone credono ancora che certe date portino sfortuna e perché, quindi, tendono a modificare i loro comportamenti in quei giorni.

 […]

Alla radice di queste credenze c’è spesso un motivo legato alla cultura del Paese e del popolo che la condivide. Per esempio, perché in Italia il 17 è considerato un numero sfortunato e se abbinato al venerdì lo trasforma nel peggior giorno possibile, simbolo di cattiva sorte? Per alcuni il motivo sta nel fatto che il 17, in numeri romani, si scriva XVII che anagrammato diventa VIXI, cioè ho «vissuto», «la mia vita è finita» e dunque sarebbe un presagio di morte.

 Per altri l’origine sarebbe invece biblica perché nell’Antico Testamento si racconta che il Diluvio Universale cominciò il 17 del secondo mese. Il venerdì, poi, sarebbe considerato sfortunato a causa della morte di Gesù, avvenuta proprio il Venerdì Santo. In questo modo il giorno peggiore per una persona superstiziosa, sarebbe sicuramente venerdì 17 novembre, mese dei defunti. Ma anche il 13 non scherza, con la fama negativa che ha negli Stati Uniti, in Finlandia o nel Regno Unito. […]

Il risultato è che una volta cristallizzate, tali credenze diventano molto difficili da scardinare. Quando poi a questo meccanismo psicologico si aggiungono i potenti effetti delle influenze sociali, la nascita di una qualsiasi superstizione in un gruppo sociale è pressoché garantita. Così troviamo la paura del venerdì 17, quella di camminare sotto una scala o di rompere uno specchio o di non sposarsi di martedì e venerdì.

 […] il significato negativo del venerdì 17 è come un meme, una semplice informazione associata alla sfortuna che rimbalza da una persona a un’altra, diffondendosi in tutta la cultura di una società che condivide certi valori e certe conoscenze.  

È per questo meccanismo che anche alcune aziende o soggetti coinvolti con le pubbliche relazioni a volte sembrano propensi ad assecondare queste superstizioni popolari. Così, in Belgio le lamentele di alcuni passeggeri superstiziosi hanno indotto la compagnia aerea Brussels Airlines a cambiare il proprio logo nel 2006, aggiungendo un 14° punto all’immagine simile a una “B” composta da 13 punti.

Per lo stesso motivo altre compagnie aeree hanno deciso di saltare il 13 nella numerazione delle file dei posti sui propri aerei. Finanche la Nasa smise di numerare in sequenza le missioni Shuttle, doppiando il 13° volo della navetta, indicato con la sigla STS-41-G, alcuni ipotizzano a causa della drammatica e quasi mortale missione Apollo 13 e per la fobia del numero 13 dell’allora amministratore della Nasa James Beggs. Insomma, a dirla con Peppino de Filippo, «non è vero ma ci credo»!

Superstiziosi, venerdì 17 non porta alcuna "iella". Francesca Catino su Panorama il 17 Febbraio 2023.

Venerdì 17 per i superstiziosi è il giorno più infausto dell’anno. Ma sarà davvero così? Gli studiosi la pensano diversamente.

Vi siete mai chiesti perché il 17 porti sfortuna? E perché proprio di venerdì? Per alcune persone, più che una superstizione, quella del numero 17 può essere vissuta come una vera e propria fobia. In questo caso si parla di “eptacaidecafobia”. Ci sono diverse teorie in merito alla questione. Le origini di questo apocalittico giorno nascono dagli antichi greci, i quali sostenevano che il 17 si trovasse tra due numeri -il 16 e il 18- perfetti nella loro rappresentazione geometrica di quadrilateri 4×4 e 3×6. Oppure, anche nell’Antico Testamento è scritto che il diluvio universale cominciò proprio il 17 del secondo mese (Genesi, 7-11 e/o Genesi 7:11) nell’anno seicentesimo della vita di Noè. La combinazione venerdì e 17 è, invece, di origine cristiana: nella Bibbia è scritto che Gesù morì di venerdì. Ma questo venerdì 17 è davvero così maledetto? In verità si tratta di un giorno come un altro. Non succede proprio nulla di speciale. Nessun uomo panzuto e barbuto che sfreccia nella notte stellata per scivolare nei vostri camini. Niente celebrazioni, banchetti o minuti di silenzio. Solo in numerologia viene visto di buon occhio. I numerologi, infatti, attribuiscono al 17 un valore legato all’ambizione, ai risultati, alla creatività, coraggio, talento, ottimismo e azione spirituale. Simboleggia anche buona fortuna, ricchezza e gioia. E’ composto dai numeri 1 e 7. Il numero 1 rappresenta motivazione, leadership, individualità, assertività e progresso. Mentre il numero 7 indica il risveglio e l’illuminazione spirituale. Ricordiamo che la numerologia è una materia estremamente antica, nata con il matematico e filosofo Pitagora, quindi, all’incirca, parliamo di uno studioso che visse nel periodo antecedente la nascita di Cristo di ben 500 anni. Le ricerche di Pitagora si fermano al numero 7, ritenuto dal matematico il massimo dell’espressione spirituale, tant’é che accoglieva nella sua scuola solo membri nati il giorno 7. Dopo Pitagora, sono arrivati altri matematici che hanno interpretato e studiato a fondo numero per numero. Fino ad oggi. Grazie ai millenni di ricerche e documentazioni, oggi possiamo letteralmente “dare i numeri” e trarre delle indicazioni per mappare al maglio il nostro percorso su questa terra. Secondo Alejandro Jodorowsky, figura di spicco nel mondo della tarologia da più di quarant’anni, il 17 è il numero rappresentato dalla carta “La Stella” , nei tarocchi marsigliesi. Infatti, la 17esima carta è portatrice di significati assai luminosi, quali: dono di sé al mondo, accoglienza medianica, aiuto provvidenziale, amore universale, grazia, musa, azione altruistica, donna realizzata, pace, armonia, musica, profumo, paradiso. Ma anche nostalgia e spreco dell’energia nel passato. In virtù di tutto questo, è difficile rimanere attaccati al bigottismo che ha scatenato tutto il razzismo che questo numero ha subìto nel corso dei secoli. Resta il fatto che ognuno è libero di scegliere il significato dell’esistenza e del senso stesso della vita. Ma i numeri hanno sempre agito per portare chiarezza laddove c’era solo caos. Tant’è è vero che siamo tutti dipendenti dai numeri. Ci servono per vivere, per scandire il tempo, per far tornare i conti e tanto altro. Ed è grazie ai numeri se abbiamo scoperto molte delle leggi che governano il nostro universo. Quindi, godetevela, oggi è un buon giorno per non aver paura.

Carnevale 2023, tutte le date: quando inizia e quando finisce, giorni di vacanza, martedì grasso. Chiara Barison su Il Corriere della Sera il 4 Febbraio 2023.

A Milano i festeggiamenti durano 4 giorni in più grazie al rito ambrosiano: le differenze con quello romano. L'origine della festa e il perché delle maschere 

Carnevale è alle porte: tra poco maschere e coriandoli colorati inizieranno a invadere le strade di tutta Italia. Innanzitutto, bisogna ricordare che il Carnevale è una festa "mobile", le cui date cambiano ogni anno. Le uniche cose certe sono che è sempre una domenica e che precede di 6 settimane la Pasqua.

Carnevale nel 2023: quando inizia e quando finisce

Carnevale nel 2023 inizia domenica 5 febbraio – 70 giorni prima della domenica di Pasqua che nel 2023 sarà il 9 aprile - e si conclude martedì 21 febbraio, il cosiddetto Martedì Grasso. In base al rito romano bisogna tenere d'occhio anche il 16 febbraio (Giovedì Grasso), mentre la vera e propria domenica di Carnevale sarà il 19 febbraio. Il 22 febbraio sarà invece il Mercoledì delle Ceneri, il momento che segna l'inizio della Quaresima. 

Vacanze di Carnevale 2023

Gli studenti italiani potranno godere di almeno un paio di giorni di vacanza: la maggior parte dal 20 al 21 febbraio, in una parte della Lombardia invece il 24 e 25 febbraio (il motivo è nel rito ambrosiano di cui parliamo sotto), dal 20 al 22 febbraio in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta e dal 20 al 26 febbraio nella provincia di Bolzano.

Rito romano e rito ambrosiano

Nell'arcidiocesi di Milano il Carnevale dura 4 giorni in più del resto d'Italia. Il motivo è dovuto all'osservanza del rito ambrosiano. Attorno a questo dettaglio circolano diverse leggende che coinvolgono la figura da cui il rito prende il nome: Sant'Ambrogio, il patrono di Milano. Tutte hanno un comun denominatore, ossia l'assenza del vescovo Ambrogio nei giorni conclusivi del Carnevale perché impegnato in un pellegrinaggio. Una prima versione narra che fosse stato Ambrogio stesso a chiedere ai cittadini di aspettare il suo rientro per festeggiare, mentre secondo un'altra ipotesi furono gli stessi milanesi a decidere. Leggende a parte, la versione più realistica attribuisce il ritardo al passaggio dal calendario giuliano a quello gregoriano del 1582.

Le origini del Carnevale

Il termine Carnevale ha origine dal latino carnem levare (togliere la carne), con riferimento al banchetto che si allestisce il Martedì Grasso prima del periodo di restrizioni della Quaresima. Anche se la cultura carnevalesca come la conosciamo oggi fa parte della tradizione cristiana - che ha introdotto l'abitudine di organizzare un ultimo banchetto prima dell'inizio della Quaresima – troviamo tracce anche nella cultura egizia, in cui si onorava la dea Iside con feste in maschera, così come nei Saturnali romani e nelle Dionisiache greche.

Le maschere di Carnevale

Il simbolo per eccellenza del Carnevale sono le maschere, il cui significato è di temporaneo rovesciamento dell'ordine precostituito. Lo scopo è prendersi gioco dei potenti o, più in generale, dei vizi umani. Per questo motivo è anche un periodo in cui scherzi e prese in giro (bonarie) sono del tutto lecite. Ogni Regione d'Italia ha la sua maschera e tra le più famose ci sono sicuramente la bergamasca Arlecchino (il cui nome è diventato sinonimo del termine multicolore, in onore delle losanghe che compongono la sua tuta) e la napoletana Pulcinella. In tutti i casi si tratta di personaggi che rappresentano la lotta contro i potenti e l'ordine precostituito che opprime i poveri. Una delle maschere femminili più iconiche è la veneziana Colombina - la stessa che sorvola piazza San Marco appesa a una carrucola – incarna le doti della domestica fedele ma astuta quanto basta per aggirare il burbero padre.

I coriandoli

Oltre alle maschere, l'altro simbolo per eccellenza del Carnevale sono i coriandoli colorati. La loro prima apparizione risale all'inizio del '500 in cui i frutti della pianta del coriandolo venivano rivestiti di zucchero. Il risultato erano confettini profumati perfetti per essere lanciati sulla folla mascherata. La loro produzione però era molto costosa, quindi presto vengono sostituiti da piccole palline create con il seme del coriandolo ricoperto di gesso. Invece, i piccoli dischetti di carta che lanciamo ancora oggi sono stati introdotti sul mercato nel 1875. L'idea venne all'industriale milanese Enrico Mangili, che li creò recuperando gli scarti dei fogli che venivano usati come lettiera per i bachi da seta. Inizialmente tutti di colore bianco, dopo l'inizio della produzione a livello industriale si decise di fabbricarli anche colorati.

Il Carnevale nel mondo

Uno dei Carnevali più rinomati del mondo è quello di Venezia. Anche Viareggio vanta una lunga tradizione: iniziò nel 1873, quando un gruppo di borghesi decise di mascherarsi per protestare contro le tasse, così alcuni giovani ebbero l'idea di fare una parata di carrozze sbeffeggiarsi dei potenti. A Ivrea invece si tiene ancora la famosa battaglia delle arance e il simbolo è la Vezzosa Mugnaia, introdotta per la prima volta nel 1858. Spostandosi all'estero, la bataille des fleurs di Nizza è degna di nota: centinaia di fiori freschi vengono lanciati dai carri sulla folla e ogni anno c'è la sorpresa di un tema diverso. Infine, il Carnevale di Rio de Janeiro è la quintessenza di un Brasile vivace e colorato che celebra la festa a ritmo di samba.

Feste da Guinness. Carnevali senza limiti. Linda Mambelli su L’Inkiesta il 18 Febbraio 2023

Il più lungo, il più dolce, il più battagliero… ogni angolo d’Italia festeggia il carnevale a modo suo, ma alcune di queste feste in un modo o nell’altro sono riuscite a conquistare un record imbattibile (e guarda caso in tutte si mangia)

Atto dovuto: partire da Venezia, il più antico d’Italia

Può tranquillamente essere definito anche come il più elegante o il più affascinante, ma si tratta di valutazioni in fondo soggettive, mentre l’indiscutibile primato di antichità è legato al fatto che la sua prima citazione in uno scritto veneziano risalga a un testo del doge Vitale Falier del 1094, mentre il primo documento pubblico ufficiale a farne menzione è un editto del 1296 con cui il Senato della Repubblica dichiarò festivo il giorno precedente la Quaresima.

Il carnevale di Venezia è quello che tutto il mondo ci invidia, o al quale tutto il mondo cerca assistere almeno una volta nella vita, e questo lo rende competitivo ai massimi livelli anche nella graduatoria dei più affollati.

Sono diverse le golosità tipiche veneziane che accompagnano con dolcezza la pioggia di stelle filanti e coriandoli della Serenissima: tra questi le fritole, o fritoe venexiane, frittelle talmente amate dal popolo che già nel 1600 venne costituita un’Associazione a numero chiuso di Fritoleri dediti alla tutela e trasmissione dell’arte friggitoria, i galani, versione veneziana delle chiacchiere, sottili nastri di pasta che si differenziano per forma e friabilità dai più spessi crostoli, e i mammalucchi (o mamelucchi), dolcetti fritti al profumo d’arancia dalla ricetta segretissima e che una leggenda – questa volta non vincitrice di record di originalità – vuole nati dall’errore di un pasticciere.

Carnevale di Fano, quasi il più antico ma di sicuro il più dolce

Come visto Venezia rimane imbattibile (1296), ma secondo un documento conservato nell’archivio storico comunale i primi festeggiamenti carnevaleschi a Fano si sono tenuti nel 1347, dunque una tradizione di tutto rispetto, tanto che nello statuto cittadino promulgato dai Malatesta nel 1450 festeggiare prima dell’avvio della Quaresima viene addirittura definito “necessario”.

Oggi la città marchigiana ha deciso di puntare tutto sulla dolcezza, definendo il proprio come “il Carnevale più dolce d’Italia” a causa dell’incredibile quantità (una media di 180 quintali) di caramelle, cioccolatini e dolciumi gettati dai carri allegorici durante le sfilate per le vie cittadine.

Senza dover correre rischi per la propria incolumità sotto una tale pioggia di zuccheri in varie forme è comunque possibile godere della dolcezza marchigiana gustando il dolcetto tipico locale dal nome che, in pieno stile carnevalesco, può trarre in inganno: si tratta degli arancini, ovvero frittelle di pasta lievitata aromatizzate all’arancia dalla caratteristica forma di girandola. Diventano limoncini se aromatizzati al limone.

Il carnevale più lungo inizia con Babbo Natale ancora nei paraggi

Scendiamo lungo tutto l’Adriatico per arrivare in Puglia, al Carnevale di Putignano, probabilmente il carnevale dai festeggiamenti più lunghi, dato che l’inizio è ufficialmente sancito il 26 dicembre con la Festa delle Propaggini. Le origini di questa tradizione risalgono al 1394, anno in cui i Cavalieri di Malta trasferirono le reliquie di Santo Stefano dall’abbazia di Monopoli alla chiesa di Santa Maria la Greca a Putignano, dove sono custodite tutt’oggi, per meglio proteggerle dai frequenti attacchi e razzie da parte dei Saraceni.

I contadini di Putignano, che in quel momento erano impegnati nell’innesto delle viti con la tecnica della propaggine (che consiste nel dar vita a nuove piante interrando i tralci senza reciderli dalla pianta madre), al passaggio dei Cavalieri abbandonarono i campi per accodarsi festanti al corteo, ballando e cantando per la gioia di avere in loco la protezione del Santo e improvvisando versi satirici in vernacolo. Questa tradizione si è mantenuta ancora oggi: in abiti da contadini e arnesi da lavoro gruppi di poeti dialettali ripercorrono l’anno appena trascorso nel corso di una divertente esibizione, recitando versi in rima riguardanti politici e personaggi noti della città.

Risale invece agli anni ’50 l’ideazione di una maschera tipica che accompagnasse i cortei dei festeggianti: si tratta di Farinella, una sorta di allegro giullare al quale è stato dato il nome di un alimento tipico locale realizzato macinando orzo e ceci tostati e accompagnando questa semplice ma sostanziosa farina con brodo, a mo’ di polentina, e prodotti locali come ortaggi, olio e fichi.

Ritorno alle origini: il carnevale più ancestrale

Ci spostiamo nel cuore della Sardegna, nella Barbagia, per un carnevale questa volta arcaico, primordiale, dove ancora è evidente il legame con i riti legati al mito di Dioniso, la divinità greca che rappresenta l’energia e la forza vitale della natura.

A Mamoiada il 16 gennaio viene acceso un grande fuoco propiziatorio in onore di Sant’Antonio Abate, l’eremita che, novello Prometeo, secondo la leggenda rubò il fuoco agli inferi per donarlo agli uomini. Il giorno successivo, festa del Santo, la festa ha ufficialmente inizio e l’evento più atteso è la sfilata di Mamuthones e Issohadores: i primi indossano maschere nere sul viso, hanno il corpo ricoperto da pelle di pecore e sulla schiena un gran numero di campanacci che suonano ritmicamente al loro lento incedere, i secondi, con maschere bianche e giacche rosse, si muovono più agilmente e animano la processione lanciando “sa soha”, una corda con la quale catturano prede fra il pubblico.

Su pistiddu, o sa cogone de pistiddu, una frolla ripiena di mosto cotto, è il dolce tipico dei festeggiamenti di Sant’Antonio Abate, mentre culurgiones de mendula o anzelottos (ravioli fritti ripieni di mandorle tritate e cotte nello sciroppo di zucchero o nel miele) e sas orulettas o urilettas (treccine dolci fritte) sono tipiche del periodo carnevalesco.

A Ivrea il più antico Carnevale Storico, con tanto di combattimento

Quello di Ivrea è un carnevale decisamente battagliero le cui radici risalgono al Medioevo. Per tre giorni nelle piazze cittadini si assiste (possibilmente a distanza di sicurezza, anche se indossare il rosso Berretto Frigio dovrebbe garantire immunità) alla spettacolare Battaglia delle Arance, una realistica rappresentazione di rivolta popolare dove squadre di aranceri a piedi e sui carri si colpiscono al suon di settemila quintali di arance, nella festa moderna misteriosamente sostitutive dei fagioli che in origine erano il vero oggetto dei lanci. Nessuno spreco di cibo però: si tratta di frutti provenienti da aziende calabresi e siciliane che operano nel circuito Libera, comunque non destinati al consumo umano e i cui resti vengono responsabilmente recuperati e trasformati in compost. Insomma delle arance resta solo un piacevole profumo.

La colossale Fagiuolata di Santhià

Chiudiamo questo giro d’Italia con quello che viene definito dalla proloco locale come «Un evento dalle dimensioni colossali» e le parole non sono scelte a caso: 20 quintali di fagioli qualità Saluggia, 150 caldaie di rame, oltre 20.000 razioni distribuite, più di 300 addetti sono le misure necessarie a gestire questo grandioso festeggiamento che caratterizza sin dai tempi più remoti il Carnevale di Santhià. La sacralità del procedimento è sancita dalle “sveglie” suonate fin dall’alba del lunedì grasso dal Corpo Pifferi e Tamburi per dare inizio alle operazioni di preparazione. La riuscita della manifestazione è legata alla stretta osservanza della ricetta tradizionale, realizzata con ingredienti semplici (fagioli, lardo, salami e poco altro) e tale da rendere il piatto facilmente replicabile mantenendone fedele il gusto.

La ricetta prevede dettagliatamente anche le modalità di distribuzione delle porzioni: al termine della cottura, «dopo la Benedizione del Prevosto e lo sparo di un fucile», i fagioli vengono ripartiti nella piazza del paese «nel seguente modo: un mestolo di fagioli, una porzione di salame, una pagnotta di pane, il tutto rigorosamente in recipienti di ogni fattura e dimensione, che la popolazione santhiatese si porta dalle rispettive abitazioni».

I Carnevali più belli d'Italia. Mariella Baroli su Panorama il 15 Febbraio 2023

Le tradizioni sono molteplici, così come le “maschere”, a partire da quelle veneziane al famoso Carnevale di Viareggio che quest’anno celebra i suoi primi 150 anni

Questo 16 febbraio apre le porte al Carnevale 2023, un periodo di circa una settimana dedicato ai piaceri del cibo e al divertimento, prima della Quaresima. Lo stesso termine «carnevale» sembra infatti derivare dal latino «carne levare» (eliminare la carne) a indicare l’ultimo banchetto prima dell’astinenza. Il Carnevale è un periodo di festa, dove l’ordine viene capovolto, anche se per breve tempo, come insegnano le tradizioni dei Saturnalia latini e dei culti dionisiaci con i quali si festeggiava il passaggio dall`inverno alla primavera. O come sottolineato dal drammaturgo Giovan Battista Fagiuoli: «Carnovale, Carnasciale, o Carnesciale, come noi vogliam dire è lo stesso tempo di feste, di quelle, che da' Latini si dicono Bacchanalia: e cosí le dissero, perché derivaron da Bacco».

Destinato a concludersi il 21 febbraio con il Martedì Grasso (o il 25 febbraio, se si segue il Carnevale Ambrosiano), il Carnevale viene celebrato in Italia con sfilate in costume e carri allegorici. Le tradizioni sono molteplici, così come le “maschere” , a partire da quelle veneziane al famoso Carnevale di Viareggio che quest’anno celebra i suoi primi 150 anni. Ma scopriamoli uno per uno. iStock Carnevale di Venezia Uno dei più conosciuti e apprezzati carnevali al mondo, il Carnevale di Venezia ha origini antichissime. La prima testimonianza risale a un documento del 1094 dove si parla di divertimenti pubblici e si cita per la prima volta il termine «Carnevale». Il primo documento ufficiale risale però al 1296, quando il Senato della Repubblica dichiarò festivo il giorno precedente alla Quaresima (quello che oggi celebriamo come Martedì Grasso)

Oggi il Carnevale di Venezia anima l’intera città e coinvolge milioni di persone. Tra gli eventi immancabili troviamo il volo dell’Angelo (con la sua emozionante discesa dal campanile verso la Loggia) e la Festa delle Marie. iStock Carnevale di Viareggio Giunto al suo 150 anniversario, il Carnevale di Viareggio è noto in tutto il mondo per i suoi carri allegorici. La fama del Corso Mascherato di Viareggio è cresciuta di pari passo con la crescita delle dimensioni dei carri allegorici. Oggi il Carnevale di Viareggio è un grande evento di arte, tradizione, spettacolo, cultura. Uno spettacolo che affascina pubblico da tutto il mondo. Il Carnevale di Viareggio riempie un mese intero di feste diurne e notturne, con sfilate di carri PUBBLICITÀ 16/02/23, 07:56 I Carnevali più belli d'Italia - Panorama https://www.panorama.it/Viaggi/italia/carnevale-piu-belli-italia 5/12 mastodontici, feste rionali, veglioni in maschera e rassegne di ogni genere. Il tema di quest’anno è Sogni, speranze, desideri di un mondo migliore. (Photo by: Claudio Ciabochi/Education Images/Universal Images Group via Getty Images) Carnevale di Fano La leggenda vuole che questo Carnevale sia nato nel 1347per celebrare la riconciliazioni tra due importanti famiglie della città, quella guelfa del Cassero e quella ghibellina Da Carignano (citate da Dante nella sua Commedia).

Il Carnevale di Fano è però noto anche per essere il Carnevale più dolce d’Italia data la tradizione del lancio dei dolciumi. Se infatti a Ivrea vengono gettate arance, a Fano, durante i secondo giro dei carri allegorici è tradizione lanciare quintali di dolciumi di ogni tipo verso la folla. Si conta che ogni carro abbia una scorta di circa dieci quintali, ma a contribuire al getto ci sono anche le tribune sparse lungo viale Gramsci. Simbolo del Carnevale è il Pupo che dal 1951 costituisce la caricatura del personaggio più in vista del momento. Quest’anno è il turno di Samantha Cristoforetti

Carnevale di Ivrea Il Carnevale di Ivrea affonda le sue radici nel Medioevo. Un evento unico in cui storia e leggenda si intrecciano per dar vita a una grande festa civica popolare dal forte valore simbolico, durante la quale la comunità di Ivrea celebra la propria capacità di autodeterminazione ricordando un episodio di affrancamento dalla tirannide di medievale memoria. Noto ai più per la spettacolare Battaglia delle arance che si svolge per tre giorni nelle principali piazze cittadine, migliaia di turisti accorrono ogni anno per prendere parte nella battaglia, «un concentrato di ardore e lealtà». La battaglia è combattuta da nove squadre - Asso di Picche, Morte, Scacchi, Scorpioni d’Audino, Tuchini del Borghetto, Pantera Nera, Diavoli, Mercenari e Credendari - che occupano ognuno una zona fissa. A essere valutati non sono però solo l’ardore del tiro e la sua precisione, ma anche la qualità degli allestimenti e i finimenti dei cavalli. Vera protagonista è però la Vezzosa Mugnaia, simbolo di libertà ed eroina della festa sin dalla sua apparizione nel 1858

Gemellato ufficialmente con il Carnevale di Rio de Janeiro nel 1993, le prima tracce del Carnevale di Cento risalgono addirittura al 1600, grazie ad alcuni affreschi del famoso pittore centese Gian Francesco Barbieri detto il “Guercino”. Il Carnevale di Cento si svolge solitamente in cinque domeniche ed è celebre per i suoi carri dove compaiono immancabili i personaggi dello spettacolo italiano e internazionale. La parata è accompagnata da una moltitudine di figuranti, canti e balli e dal “gettito” di peluche, gonfiabili e altri simpatici doni. Il momento più importante è però rappresentato dal rogo della maschera «Tasi», re del Carnevale centese dagli inizi del Novecento e rappresentazione allegorica di Luigi Tasini, un personaggio ottocentesco realmente esistito che simboleggia la coscienza dei cittadini di Cento. Il fantoccio che rappresenta Tasi viene bruciato in piazza con un rito propiziatorio, dopo aver letto il testamento che accusa i centesi dei loro vizi

Non sono tutte chiacchiere. Le tradizioni gastronomiche del carnevale italiano, da Nord a Sud. Thea Papa su L’Inkiesta l’11 Febbraio 2023

I famosi nastri fritti che addolciscono l’ingresso nel digiuno quaresimale sono solo una delle leccornie carnevalesche tipiche del Belpaese. E non sono tutte zuccherate

Bugie, cenci, crostoli, fiocchetti, frappe e sfrappole. Sono solo alcuni dei simpatici nomi affibbiati all’emblema culinario di questa festa, nonché erede naturale dei frictilia offerti nell’Antica Roma in occasione dei Saturnali e dei Baccanali. Insieme a costumi, maschere e parate, i piatti tipici del carnevale sono i protagonisti di questo momento di indulgenza che precede il Mercoledì delle ceneri: dunque abbandoniamoci insieme agli eccessi del buon cibo per meglio sopportare i doverosi fioretti della Quaresima, tanto sacrificanti quanto propedeutici alla prova costume.

Frittelle alla salvia e vin brulè in Val Lumiei

Iniziamo la nostra avventura in un borgo di montagna che conta meno di quattrocento anime ma è famoso in tutta Italia per il suo prosciutto dal gusto inconfondibile, diverso da tutti gli altri grazie alla leggera affumicatura conferita dalla combustione naturale del legno di faggio. Il Carnevale di Sauris (Zahrar Voschankh) è senza dubbio il più suggestivo di tutto il Friuli, e ha origini antichissime tramandate dai primi contadini e allevatori che dalla zona di confine tra Carinzia e Tirolo si insediarono nel paese verso la fine del tredicesimo secolo.

L’evento culminante è la “Notte delle lanterne” che si tiene il Sabato grasso: il Rölar, cinto da rumorosi sonagli (röln), e il Kheirar, armato di scopa, cacciano gli spiriti maligni e guidano attraverso il bosco un corteo misto di maschere lignee e spettatori curiosi; facendosi luce con le lanterne, percorrono al chiaro di luna i sentieri innevati che li condurranno al grande falò propiziatorio, dove potranno rinfrancarsi con una tazza di vin brulè e delle frittelle calde aromatizzate alla salvia.

Venerdì gnocchi in quel di Verona

Il Carnevale di Verona, meglio conosciuto come “Bacanàl del Gnoco”, trarrebbe origine dalla sollevazione popolare contro i fornai durante la terribile carestia sofferta nei primi decenni del Cinquecento a causa delle incursioni dei Lanzichenecchi e delle inondazioni dell’Adige. La povera gente venne sfamata grazie all’intervento di alcuni virtuosi cittadini, primo tra tutti Tommaso da Vico, che distribuì a sue spese generi alimentari di ogni tipo: pane, vino, formaggio e soprattutto gnocchi (di acqua e farina) venivano serviti sulla “pietra del gnocco”, ancora ben visibile davanti al sagrato della Basilica di San Zeno.

La tradizione narra che il dottore veronese lasciò nel suo legato testamentario (mai rinvenuto) l’obbligo di elargire viveri ogni Venerdì grasso, per ricordare il giorno in cui il suo magnanimo gesto scongiurò la tragedia. Per rievocare questo personaggio nasce quella che viene considerata la più antica maschera d’Europa di cui si abbiano documenti certi: il “Papà del Gnoco”, eletto annualmente tra i cittadini veronesi, è un uomo anziano e rubicondo dalla lunga barba bianca, avente come scettro una forchetta dorata che infilza uno gnocco; il Venerdì Gnocolàr sfila a cavallo di una mula distribuendo porzioni di gnocchi conditi con la famosa pastissada de caval.

La focaccia trentina “scacciafame”

«Onto e bisonto soto tera sconto, sconto ‘n te ‘na cassetta se te ‘ndovini ten dago ‘na fieta»

Così recita la filastrocca dedicata allo “smacafam”: si tratta di una focaccia salata condita con lucanica trentina e lardo (o pancetta affumicata, a seconda della vallata) che tradizionalmente veniva cotta sotto la cenere (soto tera sconto); la variante moderna preparata in forno è certamente meno romantica ma non per questo meno golosa. Per placare i sensi di colpa accompagnatela con un tocco “green”: il tarassaco oppure un’insalata di patate e fagiolini si abbinano perfettamente, così come i crauti. E se dovesse avanzare niente paura, perché il giorno dopo è ancora più buono: «Lo smacafam per ancoi e per doman».

La polenta dei poveri in Piazza del Kuerc

A Bormio l’anarchia regna sovrana, ma solo per un giorno, esattamente la domenica che cade cinquanta giorni prima di Pasqua: il sindaco, cedendo il posto al Podestà di Mat con tanto di incoronazione ufficiale, trasferisce i suoi poteri alla Compagnia di Mat capeggiata da Arlecchino, il quale legge pubblicamente i pettegolezzi e le lamentele imbucate dai cittadini nella cassetta collocata al centro di Piazza del Kuerc. La polentata dei poveri è l’atto finale di questo folle governo, che un tempo vantava una giurisdizione illimitata per ben sette giorni all’insegna degli eccessi.

La seuppa del Camentran de Creméyeui

I volontari del comitato organizzatore del Carnevale di Courmayeur si mettono all’opera sin dalle prime ore del mattino affinché la zuppa sia pronta per l’ora di pranzo: pane raffermo, fontina, verza e burro a volontà sono gli ingredienti di questa prelibata pietanza che ha l’onore di aprire i festeggiamenti del Martedì grasso. Il tutto è innaffiato dall’allegria dell’esercito dei quaranta “beuffons” che annunciano con i loro campanacci l’arrivo dei carri allegorici. La giornata si chiude con la gara di taglio del tronco (“Seittòn”), un’ottima occasione per smaltire la seuppa, soprattutto se avete fatto il bis!

I fagioli grassi che diedero inizio alle schermaglie

Il Carnevale di Ivrea è noto soprattutto per la “Battaglia delle arance” ma pochi sanno che le origini di questa spettacolare tradizione risalgono verosimilmente al diciannovesimo secolo, quando la gente sui balconi usava tirare fagioli alle carrozze dei ricchi in segno di scherno verso la ridicola elemosina a base di avanzi delle grasse fagiolate.

D’altra parte, la conformazione architettonica del centro storico ben si presta a questo tipo di comunicazione non verbale: anche le fanciulle erano solite accettare o incoraggiare il corteggiamento dei viandanti lanciando frutta e ortaggi. Non è ben chiaro come sia avvenuto il passaggio alle arance, ma ciò che è certo è che i fagioli che un tempo si gettavano dalla finestra oggi si mangiano: i faseuj grass (preparati con ritagli di carne e cotenna di maiale) vengono abitualmente consumati il Martedì grasso, giorno di abbondanza prima della Quaresima.

Le sciumette dimenticate (anche dai liguri)

Accanto a bugie, latte fritto, castagnole e frittelle di mele (del Borgo Coscia), in Liguria sopravvive un dolce antico ed elegante che merita di essere ricordato: le sciumette sono meringhe cotte nel latte bollente, servite su una delicata crema al pistacchio e spolverizzate di cannella. Parenti strette delle assai più celebri îles flottantes, se ne differenziano per il tocco di italianità regalato dal pistacchio e costituiscono una sana alternativa alle ghiottonerie cotte nell’olio facilmente reperibili su tutto il territorio nazionale.

Le tagliatelle (fritte) alla bolognese

Bando al salutismo per l’ultima tappa del nostro viaggio nordico attraverso i piatti caratteristici del carnevale: vi presentiamo un dolciume alquanto diffuso in Emilia-Romagna, che nasce dalla meravigliosa versatilità della sfoglia all’uovo, uno di quelli che potete preparare all’ultimo momento sfruttando gli avanzi delle “lasagnate” domenicali. La preparazione è tanto semplice quanto soddisfacente: sarà sufficiente stendere la sfoglia (preparata alla vecchia maniera, magari aggiungendo un goccio di rum), cospargerla con una farcia a base di zucchero e abbondanti zeste di arancia e di limone, per poi avvolgerla e ricavare dei dischi di tagliatelle naturalmente destinati a essere fritti.

Ci congediamo con questa chicca irresistibilmente croccante e profumata per lasciarvi con l’acquolina in bocca in attesa delle prelibatezze “mascherate” tipiche del Centro Italia.

"Pesce d'aprile": quali sono le origini? E come si festeggia nel mondo? Storia di David Mouriquand - Edizione italiana: Cristiano Tassinari su  Euronews Italiano l’1 aprile 2023.

 Anche se non è vera e propria festa nazionale, il primo di aprile - chiamato anche All Fools' Day - viene celebrato in molti paesi ogni anno, ovviamente il 1° aprile.

Giorno famoso e proverbiale per fare scherzi a partner, amici, famiglie, colleghi e praticamente tutti, il 1° aprile è visto come un'opportunità per ingannare i più creduloni... nel farli credere alle cose più stravaganti.

Il trionfo dei buontemponi, quindi. Ma non tutti gradiscono, s'intende. 

Ma quali sono le origini di questa giornata, e in che modo i paesi europei celebrano questa "festa pagana della follia"?

Ecco tutto ciò che bisogna sapere.

Che cos'è il pesce d'aprile?

La giornata consiste semplicemente nel fare scherzi e organizzare bufale e bugie "ad arte". I burloni spesso urlano "Pesce d'aprile!" alla loro vittima, e questa usanza è rimasta la stessa da centinaia di anni.

Da dove proviene?

L'origine del pesce d'aprile è piuttosto discussa.

Molti fanno risalire l'usanza alla Francia medievale, dove il 25 marzo era il giorno di Capodanno, fino a quando il calendario giuliano non fu riformato, nel 1564, e cambiato in calendario gregoriano.

Prima di allora, i festeggiamenti per il nuovo anno culminavano proprio il 1° aprile.

Dopo che il 1° gennaio è stato ufficialmente adottato come Capodanno, coloro che hanno dimenticato... di cambiare la data e hanno continuato a festeggiare il 1° aprile sono stati ridicolizzati ed etichettati come "pesce d'aprile".

Gli storici hanno collegato il pesce d'aprile a feste primaverili, come la festa medievale dei folli, in cui un signore del malgoverno veniva eletto per sbeffeggiare i rituali cristiani, alla presenza di Hilaria (dal latino "gioiosa"), celebrata nell'antica Roma alla fine del Marcia dei seguaci della dea frigia Cibele e del suo devoto Attis.

 I festeggiamenti includevano giochi, persone che si travestivano e prendevano in giro i loro vicini. Era l'occasione per la gente comune, mascherata, di imitare la nobiltà, prendendosene gioco, per una volta senza alcuna ripercussione.

Altri storici hanno sottolineato che il festival Holi, in India, che si svolge anch'esso a marzo, potrebbe essere l'origine della giornata del "pesce d'aprile".

Conosciuta come la Festa dei Colori, l'evento annuale ha lo scopo di onorare l'arrivo della primavera e il dio indù Krishna attraverso il cibo, la danza e il lancio di polvere di vernice.

Qual è il primo riferimento certo al 1° aprile?

Il primo riferimento certo viene da un poema comico fiammingo del 1561 di Eduard de Dene, in cui un nobile manda avanti e indietro il suo servitore per commissioni fastidiose e infruttuose.

Come dire: "le commissioni dello sciocco". 

Alla fine di ogni strofa, il servo si preoccupa che ciò che gli viene chiesto di fare non sia altro che uno scherzo.

Come si festeggia il pesce d'aprile in Europa?

Diversi Paesi hanno il loro modo tutto particolare di fare scherzi alle vittime del "pesce d'aprile".

In Francia, Belgio, Italia e nella Svizzera romanda, i festeggiamenti prevedono di attaccare un pesce di carta sul dorso di quante più persone possibile senza essere notati, e poi urlare "Pesce d'Aprile!"

Molti suggeriscono che il pesce potrebbe riferirsi a giovani animali facilmente catturabili...

Una cartolina celebrativa francese del "Poisson d'Avril". Public Domaine© Fornito da Euronews Italiano

In Inghilterra, il 1° aprile viene celebrato solo per mezza giornata. Gli scherzi sono consentiti solo fino a mezzogiorno: l'etichetta afferma che quando l'orologio segna mezzogiorno, bisognerebbe dire la verità e confessare i propri scherzi. Chiunque faccia uno scherzo dopo mezzogiorno è considerato il "pesce d'aprile" ufficiale (il tonto del giorno, per intenderci). 

Molto più divertenti sono i festeggiamenti del 1° aprile in Scozia, dove durano addirittura due giorni. Si chiama "Gowkie Day", per il gowk - o cuculo - il simbolo dello sciocco.

Ciò ha portato alcuni a pensare che il pesce d'aprile fosse originariamente associato all'essere... un cornuto. Il primo giorno, in Scozia, è celebrato con gli scherzi, mentre il secondo, noto come Tailie Day, è quando le persone si mettono la coda a vicenda (con tipico humour scozzese innaffiato di malt whisky)...

In Irlanda, la tradizione impone di mandare qualcuno a fare una "commissione da sciocchi". La vittima viene inviata a consegnare una lettera, generalmente chiedendo aiuto per qualcosa. Quando la persona riceve la lettera, la apre, la legge e dice al messaggero che dovrà portare la lettera a un'altra persona. Questo va avanti per un po', finché qualcuno non si sente "in colpa" e mostra alla vittima dello scherzo dice la lettera: "Manda lo sciocco a qualcun altro".

Nei Paesi Bassi, i cittadini tendono a catapultare o lanciare aringhe in direzione dei loro vicini e urlare "haringgek" ("sciocco di aringhe").

I tedeschi fanno uno scherzo chiamato "Aprilscherz", che consiste nel raccontare una storia piccante (o di pettegolezzi di paese), ma generalmente innocua, che è completamente inventata per ingannare gli altri.

In Grecia, si dice che ingannare con successo qualcuno in questo giorno porti fortuna al burlone per tutto l'anno. Tanto vale provarci...

I polacchi non scherzano, badano al sodo e lanciano un avvertimento: "Prima Aprilis, uważaj, bo się pomylisz!", Che si traduce in: "Pesce d'aprile, fai attenzione: puoi sbagliarti!"

Spagna e Portogallo festeggiano entrambi in giorni diversi. I portoghesi non celebrano il pesce d'aprile il 1° aprile e preferiscono la domenica e il lunedì prima della Quaresima. In questi giorni, le persone più burlone gettano farina sugli ignari passanti.

Per quanto riguarda gli spagnoli, il giorno degli scherzi si celebra il 28 dicembre come Festa dei Santi Innocenti, durante la quale nessuno può essere ritenuto responsabile delle proprie azioni, poiché i burloni sono considerati innocenti....

Scherzi del 1° aprile

Attenzione alle bufale sui media...

Nei tempi moderni, i notiziari hanno partecipato alla tradizione del 1° aprile facendo di tutto per creare elaborate e colossali bufale. 

Gli inglesi - con il loro spiccato humour - se la cavano piuttosto bene.

In Inghilterra era diventato uno scherzo popolare mandare le "vittime" credulone alla Torre di Londra per assistere al lavaggio dei leoni, una cerimonia che non esisteva e non è mai esistita.

Lo scherzo apparve per la prima volta su un quotidiano britannico il 2 aprile 1698, dove un articolo in prima pagina diceva: "Ieri, essendo il 1° aprile, diverse persone sono state inviate al Tower Ditch per vedere i leoni lavati".

Esempi di questa particolare bufala... leonina continuarono almeno fino alla metà del 1800.

Molto più tardi, il 1° aprile 1957, la BBC riferì che gli agricoltori svizzeri stavano sperimentando un raccolto record di spaghetti e mostrò filmati di persone che raccoglievano spaghetti... dagli alberi.

La BBC mostrò persino filmati di donne che raccoglievano fili da un albero e li stendevano al sole per asciugarli.

Molte persone finirono per crederci e la storia ha avuto così tanto clamore che la tv di Stato britannica, l'indomani, dovette ammettere lo scherzo. Che resta epocale, a quelle latitudini.  

La BBC, del resto, vanta un buon record in materia. Nel 2008, ha nuovamente ingannato il pubblico con il loro trailer virale di "Miracles of Evolution", che sembrava mostrare alcuni pinguini speciali che avevano riacquistato la capacità di volare.

Anche gli Stati Uniti sono eccellenti creatori di fake news, almeno per il 1 aprile. 

Nel 1992, la National Public Radio ha mandato in onda uno spot con l'ex presidente Richard Nixon che affermava che si sarebbe candidato di nuovo alla presidenza. La cosa ha colto di sorpresa il pubblico lo stesso Nixon, poi si sono arrivati ​​enormi sospiri di sollievo quando è stato rivelato che si trattava solo di un attore con la voce di Nixon e non Nixon.

C'è stato anche lo scherzo di NPR del 2014, in cui il media ha promosso una storia su Facebook intitolata: "Perché l'America non legge più?". La storia ha suscitato indignazione nella sezione dei commenti del post. Ma se i commentatori avessero effettivamente letto l'articolo, avrebbero visto che tutto ciò che diceva era: "Congratulazioni, veri lettori e buon pesce d'aprile!"

Anche le grandi compagnie non disdegnano gli scherzi del 1° aprile: Virgin Atlantic, ad esempio, ha rivelato il suo "Dreambid 1417", nel 2017, che vantava ali che si piegavano e si flettevano per creare un movimento di sbattimento che "non solo spinge l'aereo in avanti, ma genera la propria potenza per soddisfare ogni esigenza elettronica a bordo". (Vedi sotto.)

Per quanto riguarda Marmite, i creatori della crema spalmabile più amata (o odiata) della Gran Bretagna, una volta hanno annunciato il lancio di "Meh-Mite", una versione più blanda del topper per toast: mai arrivata sul mercato (per fortuna!) 

Quindi, fate attenzione alle informazioni che vi vengono fornite il 1° aprile.

Ad esempio, la parte precedente sull'aringa catapultata nei Paesi Bassi è una totale assurdità (ed è un nostro pesce d'aprile)

Ah, sì, nell'era delle "fake news" è difficile distinguere ormai le notizie inventate per scherzo il 1° aprile e tutte le altre notizie, degli altri 364 giorni dell'anno....

Giusto per essere chiari, tutto questo articolo si basa su fatti, controllati e verificati, come facciamo sempre. 

Ci siamo inventati solo la storia olandese delle aringhe. Ma era troppo ridicola per essere vera e, quindi, dovevamo raccontarvela.

Ora e sempre: "Memento Gulag". Ecco perché è fondamentale una giornata per ricordare i crimini del comunismo. Dario Fertilio il 7 Novembre 2023 su Il Giornale.

Memento Gulag: chi era costui? Semplice, una giornata della memoria dedicata alle vittime del comunismo. Fissata oggi, 7 novembre, per ricordare il lugubre anniversario della Rivoluzione d'Ottobre (chiamata così secondo il calendario giuliano allora usato in Russia), dovrebbe essere celebrata con solennità pari alle altre: invece viene spesso ignorata. (Anni fa, una manina maliziosa pensò bene di cancellarla persino dalle voci di Wikipedia, prima che un articolo tempestivo apparso su questo giornale rimettesse le cose a posto).

Come mai una simile congiura del silenzio? La prima, ovvia spiegazione è che nessun Paese europeo, compresa l'Italia, ha pensato finora di elevarla a celebrazione ufficiale. Poiché precede di due giorni la festa della Libertà per la caduta del Muro di Berlino, se venisse ricordata assumerebbe un più elevato significato simbolico, illustrando il prezzo pagato in tutto il mondo per ottenere quella vittoria (secondo calcoli approssimativi, dagli 80 ai 200 milioni furono le vittime). Il «Memento Gulag» è nato per iniziativa di alcuni intellettuali raccolti attorno alla figura di Vladimir Bukovskij, uno degli irriducibili dissidenti antisovietici: quando parlava dei lager comunisti, si rifaceva ad agghiaccianti esperienze personali. A partire dai primi anni duemila le celebrazioni sono state numerose, da Roma a Berlino, da Bucarest a Parigi, e arricchite dalle testimonianze dirette di molti reduci dai campi di concentramento. Ma, si sa, anche i migliori non vivono in eterno, per cui la loro progressiva scomparsa ha ridotto il richiamo dell'evento. Però il silenzio ha anche altre spiegazioni.

Lo stigma del genocidio impedisce, è vero, alla stragrande maggioranza dei cittadini europei di proclamarsi oggi apertamente, o nostalgicamente, o almeno in parte e idealmente, comunisti. Tuttavia non pochi restano legati a quella mentalità e ideologia. A loro favore lavora, naturalmente, il tempo e il cambio delle generazioni: agli occhi di chi ha sentito parlare dell'Urss e della Guerra fredda soltanto nei libri di storia, o al massimo ha intravisto vecchi documentari con le sfilate di carri armati sulla Piazza Rossa il 7 novembre, il comunismo può sembrare contemporaneo delle guerre puniche. E qui sta l'errore.

Come ogni ideologia totalitaria, il comunismo non smette di fare proseliti e affascinare, anche dopo il suo apparente e ufficiale decesso. Inoltre, anche se lo si ricorda raramente, una larga fetta dell'umanità continua a sperimentarlo sulla propria pelle. Perché si è evoluto e ibridato con altre ideologie e culture, ritrovando così in pieno la sua forza di penetrazione. Se a Mosca la nostalgia per il comunismo sovietico e per Stalin (ormai riabilitato) si combina con il culto imperiale nazionalistico («dove c'è etnia russa e si parla la lingua, là c'è la Russia»), nella vicina e vassalla Bielorussia di Lukashenko non si va tanto per il sottile: le statue di Lenin dominano le piazze. La vecchia polizia segreta si chiama ancora Kgb, e la statua di Feliks Dzerinskij, il vecchio capo, se ne sta nel centro di Minsk come perenne ammonimento. Quanto alla Cina, il nome del comunismo è negli slogan ufficiali, e il regime si regge su una combinazione di marxismo confuciano (che fa discendere l'autorità dal cielo) e di tecnologia avanzatissima, in grado di tenere sotto controllo i cittadini attraverso una griglia informatica onnipresente. Non parliamo poi della Corea del Nord, dove è in vigore una specie radicale di comunismo asiatico, basata sulla forza della razza e della sua purezza: la società è divisa in 51 classi in base alla discendenza e al grado di pericolosità verso il regime. In altri continenti, come l'America latina, il pugno di ferro del comunismo è più elastico: a Cuba può abbattersi su chiunque, in seguito alla segnalazione di una spia di condominio, ma può anche rimanere in sonno a lungo. Cosa che non succede invece in Nicaragua, dove il regine di Daniel Ortega sa dove colpire, e dirige la repressione soprattutto contro le istituzioni culturali della chiesa cattolica. Se poi si volesse indagare intorno alle varianti africane del comunismo, basterebbe gettare un'occhiata all'Eritrea di Isaias Afewerki, che decreta guerre e repressioni interne secondo il suo capriccio, coscrivendo giovani prelevati dalle chiese durante le messe, e schiacciando qualsiasi forma di dissenso.

Ce n'è abbastanza per comprendere che parlare di comunismo, oggi, significa guardare al presente e non solo al passato. E che ricordarsi del Memento Gulag, il 7 novembre, è un dovere morale da uomini liberi.

Storia del 4 novembre, una festa controversa tra mito e condanna della guerra. Anniversario della vittoria nel primo conflitto mondiale nel 1918, è diventato giorno dell’Unità nazionale e delle Forze armate. Attraversando le diverse anime del Paese, dalla celebrazione marziale del fascismo alla sensibilità anti-regime della Repubblica. Elisa Signori su L'Espresso il 3 Novembre 2023

È la più longeva tra le celebrazioni dell’Italia unita, l’unica scampata ai suoi terremoti politici, istituzionali, sociali. In oltre cento anni di rituali, la semantica del 4 novembre è stata rimodulata più volte restando però un appuntamento ineludibile. Istituita come festa nazionale e anniversario della Vittoria (il 4 novembre 1918 finì la Prima guerra mondiale, dopo l’armistizio di Villa Giusti con cui si completò l’unificazione) il 23 ottobre 1922 dal governo Facta, l’ultimo a guida liberale, fu poi trasformata nell’apoteosi delle celebrazioni volute dal fascismo per l’anniversario della marcia su Roma: un ciclo cerimoniale che, dal 28 ottobre al 4 novembre, saldava insieme il culto delle origini del fascismo e quello della patria vittoriosa. 

Caduto il regime, mentre guerra e occupazione insanguinavano parte del Paese, il governo Bonomi nel 1944 riprese l’anniversario: epilogo “glorioso” di un’altra guerra, apparve simbolo corroborante per l’identità collettiva. Nel 1949 fu inserito come Giorno dell’Unità nazionale nel calendario civile della Repubblica tuttora vigente: dal 1977, tuttavia, non più giorno festivo, è solennità civile da celebrarsi la prima domenica di novembre. 

Al cuore della celebrazione si pone la riflessione su pace e guerra, sul ruolo delle Forze armate, sul concetto di patria e sui sentimenti che suscita e, in definitiva, sull’orizzonte valoriale del Paese. Tanto che ripercorrerne nel tempo il mutevole statuto – parole, luoghi, liturgie – risulta esercizio illuminante per cogliere nell’atteggiarsi di governi e istituzioni la costruzione della memoria ufficiale su temi tanto cruciali. 

Fu il fascismo ad appropriarsi della vittoria nella Prima guerra mondiale, che divenne mito fondativo e cardine della nuova religione politica: ai mesti riti del cordoglio per i caduti si sostituirono celebrazioni marziali per esaltare i martiri-eroi, il cui sangue aveva dato nuova linfa alla nazione, proiettata verso un destino di potenza. L’emarginazione progressiva del re e la centralità del culto del duce connotarono cerimoniali sempre più complessi e militarizzati. Tranne nel 1941, quando ridivenne giorno feriale: con la guerra in corso al fianco della Germania era inopportuno ricordare la sconfitta inflittale nel 1918. 

L’ipertrofia celebrativa imposta agli italiani nel Ventennio alimentò per reazione nel Dopoguerra una sorta di avversione della classe dirigente repubblicana per la dimensione simbolico-rituale della politica e i fattori emozionali del patriottismo, così a lungo deviati in senso nazionalista e bellicista. Una ritualità fredda, una retorica stanca segnarono molti anniversari, conflitti di memoria e contestazioni politiche vi si incrociarono specie negli anni ’70. Tra le diverse sensibilità e interpretazioni spicca l’iniziativa di Randolfo Pacciardi delle «caserme aperte» o il pellegrinaggio a Redipuglia rilanciato da Giuseppe Saragat. 

Di tutti i discorsi pubblici suonano incisive e attuali le parole di Sandro Pertini: tenente nella Grande Guerra, da presidente ne sfidò il mito e la definì nel 1983 «come ogni guerra crudele, devastatrice, tragicamente impotente a risolvere i veri problemi dell’umanità». E ricordando i caduti nella Seconda guerra mondiale: «A essi toccò sacrificare la vita in un’avventura temeraria e ingiusta voluta da un regime tirannico». Fu l’unica volta in cui in un messaggio ufficiale alle Forze armate figurò la condanna esplicita del fascismo.

Festa del 2 giugno, com’è cambiato il compleanno della Repubblica. Le nostalgie monarchiche e fasciste, prima. Le influenze militariste, poi. L’anniversario del referendum che definì la forma dello Stato fu celebrato in modi diversi. Fino alla riscoperta del nesso tra Resistenza e Costituzione. E del patriottismo, oggi spesso travisato. Marina Tesoro su L'Espresso l'1 Novembre 2023

A causa di contestazioni e di ritardi nel conteggio dei voti nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946, la proclamazione ufficiale della Repubblica avvenne il 18, ma la legge (27 maggio 1949, n. 260) che la consacrò unica festa nazionale fissò come data il 2, cioè il momento dell’espressione della volontà del popolo. Solo nel 1953 si assegnò anche al 25 aprile la qualifica di festa nazionale.

L’entusiasmo per la Repubblica, e relativa festa, non fu di tutti. Si tennero da parte non solo i monarchici, ma anche quanti, per timore delle sinistre, offuscavano il nesso Resistenza, Repubblica, Costituente, Costituzione. Il primo anniversario si risolse in una scarna cerimonia tra il capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, e il presidente della Costituente, Umberto Terracini. Era iniziata la Guerra fredda; il governo De Gasperi navigava tra l’ostilità alla nostalgia fascista e monarchica e il timore di un uso politico della ricorrenza da parte dei social-comunisti.

Tra il 1948 e il 1949 la fisionomia del rito si venne definendo protocollare e austera: omaggio al Milite ignoto, deposizione della corona da parte del presidente, inno nazionale, parata militare ai Fori imperiali. L’anniversario subì uno slittamento semantico da celebrazione dei valori repubblicani e costituzionali a omaggio alle Forze armate. Rimase a lungo una festa “fredda”; a poco valsero l’aggiunta delle Frecce tricolori e del ricevimento nei giardini del Quirinale.

Negli anni ’70 si diffuse una cultura antimilitarista, critica della sfilata dei reparti armati. Il terremoto in Friuli del 6 maggio 1976 fu colto come occasione per sospendere la parata in segno di lutto: non si svolgerà più per diversi anni. Intanto, nel calendario civile, riformato nel 1977, vennero eliminate diverse festività e il 2 giugno prese a celebrarsi la prima domenica del mese. Si era ritenuto che la Repubblica potesse rinunciare alla memoria del suo atto di nascita e alla forza dei suoi simboli.

Fu il presidente Carlo Azeglio Ciampi, che intendeva diffondere tra i cittadini sentimenti di patriottismo costituzionale-repubblicano, a sollecitare una legge, nel novembre 2000, per ripristinare la festività nella data originale. Lui stesso ne spiegò l’intento: «Richiamare i simboli più significativi della nostra identità di Nazione, dal tricolore all’inno di Mameli, rievocando in tal modo il nesso ideale che lega il Risorgimento alla Resistenza, alla Repubblica e ai valori sanciti nella sua carta costituzionale». Il rito assumeva una nuova coloritura. Ritornava la parata militare, con qualche tono marziale in meno e con diverse sottolineature di riconoscenza sia ai reparti impegnati in operazioni di pace sia per le donne e gli uomini della Protezione civile.

Sergio Mattarella mostra grande sensibilità per i riti e i simboli repubblicani. Ed è voluto salire all’Altare della patria anche nel dilagare della pandemia. Tuttavia, il patriottismo costituzionale-repubblicano nel senso auspicato da Ciampi non si è universalmente diffuso. Anzi, oggi rischia di assumere un’altra intonazione, se guardiamo all’ampio sfoggio della parola «nazione» con ben diversi richiami.

Festa dei lavoratori, quel giorno che i padroni non hanno mai sopportato. Una data, canonizzata dalla Seconda Internazionale del 1889 in poi, che minava le certezze borghesi e che doveva esercitare pressione sui governi per conquistare le otto ore. E che via via si è caricata di significati diversi, fino al ridimensionamento simbolico. Francesco Torchiani su L'Espresso il 28 aprile 2023  

«Alle sette in punto il signor cavaliere Bianchini saltò giù dal letto e, affacciandosi alla finestra, ebbe due dispiaceri: vide che il cielo era tutto azzurro e che il muratore Peroni non era andato al lavoro». Così Edmondo De Amicis iniziava il suo “Primo Maggio”, romanzo scritto nei primi anni Novanta dell’Ottocento, ma lasciato nel cassetto (lo pubblicò Garzanti solo nel 1980). In quel «romanzo socialista», come lo definì il filologo Sebastiano Timpanaro, l’autore di “Cuore” coglieva nella serialità la vera forza di quella festa autoproclamata: ora c’era un giorno fisso che, ogni anno, sarebbe ritornato a minacciare le certezze borghesi dei Bianchini di tutto il mondo.

Le manifestazioni per il 1° maggio del 1890 si erano svolte imponenti negli Stati Uniti e in tutta Europa. A Londra, invece, quella data si era celebrata il 4, una domenica. Ai cortei avevano preso parte centinaia di migliaia di lavoratori: la manifestazione «è stata semplicemente sconvolgente», scrisse Friedrich Engels, «io ero alla tribuna 4 (un grande carro merci) e potevo abbracciare con lo sguardo solo una parte […] ma fin dove arrivava l’occhio erano tutti stretti stretti attorno all’altro».

Era stato il Congresso della Seconda Internazionale, riunitosi a Parigi nel 1889, a stabilire per il 1° maggio dell’anno successivo una manifestazione internazionale allo scopo di esercitare pressione sui governi, perché riducessero la giornata lavorativa a otto ore. Da par suo, l’American Federation of Labor aveva già fissato, sempre per il 1890, una grande manifestazione per ricordare il massacro di Chicago, avvenuto nei primi giorni del maggio 1886, quando presso Haymarket Square, dopo giorni di scioperi e proteste per le otto ore, gli scontri tra polizia e manifestanti erano culminati in un eccidio, seguito da una coda di arresti ed esecuzioni.

Certo, negli Usa il 1° maggio coincideva con il Moving-Day, il giorno in cui scadevano contratti e affitti. Tuttavia, sull’inizio del mese di maggio si era giocata, da molto prima della nascita del movimento operaio, una partita simbolica delicata. Come ha ricordato Adriano Prosperi, attorno al mese di maggio si era scatenata già in età moderna una lotta culturale e politica tra la Chiesa cattolica – e in seguito le chiese riformate – e le sopravvivenze di antiche feste pagane o precristiane legate alla fertilità dei campi: ci volle la determinazione di un Carlo Borromeo, solo per fare un esempio, per sostituire quelle ritualità con riti cristiani o adattare quelli vecchi a esigenze nuove.

Ma qualcosa di quegli elementi rituali e simbolici presenti nella sfera religiosa fu trasmesso anche alla celebrazione della nuova festività laica: «La propaganda è preghiera», scriveva a inizio Novecento lo storico socialista Ettore Ciccotti, mentre Filippo Turati avrebbe definito il 1° maggio «la Pasqua della nostra fede».

Canonizzata come festa dei lavoratori, la giornata del 1° maggio si è caricata di significati diversi nei decenni, consentendoci di rileggere, come una cartina al tornasole, passaggi centrali della storia più recente, italiana e internazionale. Il suo radicale ridimensionamento simbolico degli ultimi anni dice molto della polverizzazione e della svalutazione del lavoro, che ha travolto non solo le generazioni più giovani.

Quant’è contemporaneo il 25 aprile. Anche se c’è chi nega la Liberazione. Esperienza esistenziale, fatto politico e organizzazione paramilitare. La Resistenza si comprende solo tenendo unite le diverse istanze di chi ha combattuto. E prestando attenzione ai tentativi di denigrarla o semplificarla. Luca Casarotti su L'Espresso il 24 aprile 2023

Specie ai chiari di luna di quest’altra “notte della Repubblica” che è l’attualità, bisognerebbe avere sempre la pazienza di fare l’elenco delle cose dalle quali chi ha combattuto per la Liberazione ha voluto liberarsi. L’occupante nazista; la “repubblichina” di Benito Mussolini; lo sfruttamento del capitale; la disparità tra donne e uomini; il dominio coloniale dell’Italia…

È ormai un’acquisizione degli studi storici interpretare la Resistenza a questo modo, cioè scomponendola come attraverso un prisma, per scorgervi all’interno le diverse istanze di emancipazione che hanno dato forma a quell’unità di differenze in cui consiste il partigianato. Esperienza esistenziale, fatto imprescindibilmente politico e organizzazione paramilitare, la Resistenza non si capisce se non la si guarda nell’insieme di questi tre livelli. Nemmeno la si capisce se la si rimodella ogni volta all’uso e al consumo del momento, per quanto lo si faccia (talvolta) con le migliori intenzioni.

Ci sono, infatti, due modi di negare la Resistenza, speculari negli intenti, ma non dissimili negli esiti. Uno è l’aperta denigrazione, culto a cui un tempo si votavano i reduci alla Giorgio Pisanò, nel frattempo sdoganato a senso comune. Lo sdoganamento, beninteso, non va imputato solo agli scrittori di bestseller dal punto di vista dei vinti, che semmai l’hanno saputo captare e ne hanno profittato. Va invece ascritto ai cedimenti politici che si sono prodotti a partire dal passaggio di decennio Settanta-Ottanta (“L’aspra stagione” che dà il titolo al libro di Tommaso De Lorenzis e Mauro Favale) e poi con la crisi definitiva della “Prima Repubblica”.

Che cosa fa la vague dei denigratori? Descrive la guerra partigiana come un cumulo di crimini sanguinolenti e inspiegabili: il contrario di una liberazione. Così facendo, nega la dimensione esistenziale della Resistenza, ossia la sua moralità: l’aspirazione, cioè, a un’umanità opposta a quella dell’uomo fascista. Ma, a ben guardare, ne nega anche il valore militare, che era invece fin troppo noto ai nazifascisti (non stupiscano perciò le fantasticherie su via Rasella riciclate di fresco) e lodato dagli alleati. Lodato anche obtorto collo – va detto – perché da Londra e Washington non si vedeva propriamente di buon occhio il tipo di politicità che molte e molti di questi partigiani mettevano nell’agire.

L’altro modo di negare la Resistenza è quello elitista, di chi vede la Liberazione come appannaggio esclusivo di un’avanguardia in armi. Qui è invece la dimensione politica che rischia di finire offuscata: cioè il fatto che l’impresa della Resistenza non sarebbe stata tale senza il progetto di un nuovo Stato, che l’antifascismo politico era andato elaborando nei vent’anni della dittatura e nei venti mesi della Liberazione. Un progetto messo a punto sì da un’avanguardia, ma con una vocazione ugualitaria e universalistica.

Sarebbe comodo se il 25 aprile fosse il giorno a partire dal quale ci si può lasciare il passato alle spalle, perché tutto ricomincia da zero. Ma intendere così questa data significherebbe relegare la Resistenza fuori da una contemporaneità che invece ci appartiene, fosse anche solo perché dobbiamo ancora capirla fino in fondo. E l’oblio è l’inverso della comprensione.

Giornata della donna, nel lavoro e nel diritto al voto affondano le radici dell’emancipazione. Rappresentanza politica, occupazione, uguaglianza. Sono i capisaldi su cui si sono basate e si basano le rivendicazioni femminili. Dal movimento operaio del primo ’900 alla Resistenza e alla Costituzione repubblicana. Fino a oggi, con gli scioperi dell’8 marzo. Luca Casarotti su L'Espresso il 7 marzo2023

Nel 1977 Bianca Guidetti Serra pubblica “Compagne”, un libro che avrebbe fatto epoca, come l’anno in cui è uscito. Avvocata, partigiana (a lei Primo Levi ha indirizzato l’unico biglietto spedito dalla prigionia), militante della sinistra comunista, Guidetti Serra mette in pagina, con una cura speciale per la varietà del parlato, le interviste che da qualche tempo va raccogliendo tra le donne torinesi che hanno fatto la Resistenza. Donne diverse, ma tutte accomunate dall’aver variamente vissuto il partigianato e dalla consapevolezza che a determinarne la scelta antifascista siano state due fondamentali rivendicazioni: il lavoro e il diritto di voto.

Dignità della vita attraverso il lavoro, dunque, e rappresentanza politica: era questa l’impostazione della questione femminile in seno al movimento operaio primo-novecentesco, come la si legge negli atti dei congressi della seconda Internazionale e nella cui storia è la genesi stessa dell’8 marzo. L’8 marzo 1917, appunto, a Mosca un’imponente manifestazione per i diritti delle donne aveva anticipato la Rivoluzione d’ottobre.

La Costituzione italiana nomina la condizione della donna in tre punti. Rispetto al principio d’eguaglianza, che non ammette distinzioni di sesso: affermazione tanto importante da venire al primo posto, nel catalogo delle discriminazioni bandite dall’articolo 3. Rispetto ai diritti del lavoratore riconosciuti all’articolo 36, che il 37 precisa essere diritti anche della donna lavoratrice. Rispetto all’elettorato, attivo e passivo, e alla capacità di ricoprire gli uffici pubblici, da garantire in condizione di parità a donne e uomini (articoli 48, 51 e 117).

Ancora una volta: dignità della vita attraverso il lavoro e partecipazione alla cosa pubblica nel segno dell’uguaglianza sostanziale. Prova, da un lato, che la temperie raccontata nel libro di Guidetti Serra ha un corrispettivo nella Carta fondamentale, nel momento in cui l’antifascismo è chiamato a farsi esperienza costituente. E prova, dall’altro, che la società che esprime la Costituzione è innervata da quelle disuguaglianze: non ci sarebbe stato altrimenti bisogno di nominarle, di auspicarne il superamento fin dal patto fondativo dello Stato nuovo.

Settantacinque anni dopo, alcune organizzazioni del movimento operaio hanno cambiato pelle, non solo in Italia: talvolta hanno disconosciuto l’identità precedente. Un esempio: a rivendicare di aver sfondato il soffitto di cristallo è una presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che proviene da una tradizione opposta a quella del partigianato che ha scritto in Costituzione la parità di genere, anche in politica. Gli studi sul lavoro povero hanno accertato che l’occupazione non è sempre uno strumento sufficiente di emancipazione, una garanzia di salvezza dall’indigenza: specie per le donne, specie se sole e con figli. Contrariamente a quanto si dice, le politiche dell’impiego e quelle assistenziali non sono alternative, ma complementari.

Nonostante i mutamenti, però, l’origine della Giornata della donna nella storia delle lotte operaie non smette di esercitare la sua forza sul presente. La dimostrazione è nello strumento che i movimenti femministi hanno praticato negli ultimi anni per l’8 marzo: lo sciopero.

Giorno del Ricordo, non solo le foibe: in quel confine orientale corrono tutti i tormenti del ’900. Il 10 febbraio è la data dedicata alla rievocazione delle vicende avvenute nel secolo scorso nell’Alto Adriatico. La memoria di questa tragica pagina di storia è difficile. E spesso strumentalizzata. Pierangelo Lombardi su L'Espresso il 9 febbraio 2023

Il 10 febbraio è una data del calendario civile italiano: il Giorno del ricordo. Nel corso di formazione per insegnanti organizzato l’autunno scorso dall’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea, la sfida è stata quella di andare al di là delle sovraesposizioni mediatiche e delle ingerenze politiche, che non aiutano, ma al contrario allontanano la piena comprensione delle vicende avvenute nel corso del Novecento nell’Alto Adriatico.

Il ragionamento di lungo periodo, proposto agli insegnanti, è stato quello di riflettere sul tema che proprio la legge istitutiva del Giorno del ricordo, del 2004, indica come «la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo Dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Perché in questa tragica pagina di storia non c’è solo una memoria difficile e complessa, ma, come ha suggerito Guido Crainz, c’è in «quel confine tormentato tutto il nostro Novecento».

Ci sono i nazionalismi e i processi di nazionalizzazione, dove uno spirito discriminatorio e per nulla inclusivo troppo a lungo ha soffiato sul Vecchio Continente; c’è il trauma della Prima guerra mondiale, con la «italianizzazione forzata» imposta dal fascismo alle popolazioni slovene e croate; ci sono la violenza e la brutalità dell’occupazione nazista e fascista della Jugoslavia nel 1941; c’è la tragica lezione della Seconda guerra mondiale, una guerra totale, in cui veniva meno la distinzione tra militari e civili, dove l’imbarbarimento del conflitto, specie sul fronte orientale, è stato massimo.

Ancora: c’è l’incontro tra violenza e ideologia politica che si fa devastante e dove, in un clima torbido e inquietante, s’intrecciano il giustizialismo politico e ideologico del movimento partigiano titino, il nazionalismo etnico e, soprattutto in Istria e nelle aree interne, la violenza selvaggia tipica delle rivolte contadine. Ci sono le violenze contro le popolazioni italiane del settembre del 1943 e del maggio-giugno del ’45, di cui le foibe, gli arresti e il clima di terrore che spinge all’esodo forzato migliaia di italiani sono simbolo ed espressione; c’è la volontà di Tito e del comunismo jugoslavo di annettere l’intera Venezia Giulia, con un’epurazione volta a eliminare – senza andare troppo per il sottile – qualsiasi voce di dissenso.

Ci sono, infine, le logiche della Guerra fredda e della radicalizzazione dello scontro ideologico nell’immediato Dopoguerra. Il tutto sulla pelle di decine di migliaia di persone. Un vero e proprio tornante di fughe e di espulsioni in tutta Europa, infatti, si accompagna agli esordi della Guerra fredda e a una più generale ridefinizione dei confini europei e dei loro significati.

Diventa, quindi, sempre più necessario, nell’affrontare questa pagina di storia, contestualizzarla con grande rigore, respingere tesi negazioniste o riduzioniste, così come le banalizzazioni e le verità di comodo più o meno finalizzate a uno scorretto uso pubblico della storia. Occorre assumere un ruolo attivo nel processo di rivisitazione critica, che sola può portare al superamento delle lacerazioni del passato. Anche perché le vicende dell’area giuliano-dalmata costringono chi le affronta a misurarsi con temi assai più generali e con fenomeni centrali per la comprensione della nostra contemporaneità.

«Alla Memoria della Shoah si deve accompagnare la coscienza della Storia». Il giorno della liberazione di Auschwitz è la data simbolo per non dimenticare lo sterminio degli ebrei per mano di nazismo e fascismo. Ma occorre evitare la vuota ritualità e restituire complessità ai fatti. Ridestando interesse e sgomento. di Massimo Castoldi su L'Espresso il 26 gennaio 2023

Il giorno della Memoria — 27 gennaio, in ricordo del 27 gennaio 1945, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz — non è una festa nazionale come sono il 25 aprile, festa della Liberazione, e il 2 giugno, festa della Repubblica, ma un giorno di lavoro, di studio, che dovrebbe essere pretesto per cercare di comprendere le ragioni storiche di quanto è avvenuto nel nostro Paese e in Europa tra anni Venti e anni Quaranta del secolo scorso.

La legge del 2000 che lo ha istituito invita a riflettere «su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti [...] affinché simili eventi non possano mai più accadere». Ho sempre trovato molto velleitaria questa proposizione finale, la quale presuppone che possa crearsi una consapevolezza così diffusa di quanto avvenuto, che le aberrazioni del passato non possano ripetersi.

La storia conferma che non è così e la cronaca lo rende tragicamente tangibile. Ciò non toglie opportunità e necessità all’operazione della ricostruzione storica delle dinamiche che hanno consentito l’affermazione di quelle dittature, fascista e nazista, delle quali lo sterminio di massa organizzato è stato la più macroscopica conseguenza.

Mi chiedo, tuttavia, se e fino a qual punto questa riflessione sia stata fatta fuori dall’ambiente degli specialisti, o se invece ci siamo il più delle volte limitati a una narrazione rituale, nell’inesorabile affermarsi di “Un tempo senza storia”, come Adriano Prosperi ha intitolato un suo libro recente (Einaudi, 2021).

I dati che l’Eurispes ci fornisce sono eloquenti. Se nel 2004 il 2,7 per cento della popolazione italiana credeva che la Shoah non fosse mai esistita, nel 2020 questa percentuale è salita al 15,6. Se dovessimo estendere l’inchiesta dalla Shoah alla deportazione politica, che peraltro in Italia è fenomeno più rappresentativo (circa 24.000 deportati politici, circa 8.000 ebrei), queste percentuali di ignoranza salirebbero in modo esponenziale. L’istituzione del giorno della Memoria non ha evidentemente ottenuto gli effetti sperati. Anzi si potrebbe dedurre che alla ritualità delle commemorazioni corrisponda un incremento di atteggiamenti razzisti e neofascisti.

Occorre restituire complessità storica al fenomeno, per ridonargli interesse. Invito a vedere il film documentario del 2016 “Austerlitz” di Sergei Loznitsa, che il regista girò con una telecamera fissa posta in alcuni luoghi del campo di Sachsenhausen. In una serie di lunghe sequenze passano turisti intenti compulsivamente a fotografarsi nei luoghi di tortura e di morte nella generale incoscienza della storia, che le guide meccanicamente raccontano.

È il percorso inverso rispetto a quello fatto da Austerlitz, il protagonista dell’omonimo romanzo di Winfried Georg Sebald (Adelphi, 2002), che attraverso una faticosa ricerca storica e memoriale prende coscienza da adulto di essere uno di quei bambini ebrei giunti a Londra in treno durante la guerra, mentre i suoi genitori venivano deportati in un campo di sterminio.

Osservando il film, ho notato nella sconcertante babele turistica, in due momenti diversi, nello sguardo di due ragazze un lampo di sgomento e un istante di confusione. Due bagliori improvvisi che indicano, con Prosperi e Sebald, una strada.

Piazza Fontana, dove nasce la strategia della tensione. Ciò che ebbe inizio quel 12 dicembre di cinquantatré anni fa, non si esaurisce nella sola politica stragista, ma si deve assumere come un fenomeno storico di lunga durata nell’Italia repubblicana.  Pierangelo Lombardi su L'Espresso il 12 dicembre 2022. 

«Viva l’Italia del 12 dicembre», canta Francesco De Gregori. Il 12 dicembre 1969, alle 16.37, nella sede della Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, esplode la bomba che — è stato scritto — fa perdere l’innocenza a una generazione. Autori materiali dell’attentato, che uccide 17 persone e ne ferisce 87, sono i neofascisti di Ordine nuovo. L’organizzazione eversiva, nata in seno al Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante, viene sciolta nel 1973, perché ritenuta una ricostituzione del partito fascista vietata dalla XII disposizione finale della Costituzione.

Basta, dunque, una data in una celebre canzone per indicare con immediatezza un evento divenuto luogo di memoria. Ma fino a che punto quella memoria è depositata nella narrazione consapevole della storia nazionale? E, in particolare, quanto è comprensibile al mondo della scuola?

Ancorché non istituzionalmente riconosciuta nel nostro affollato “calendario civile”, la data del 12 dicembre è bene che sia oggetto di una riflessione dedicata. E l’occasione può senz’altro essere un corso di aggiornamento e formazione per insegnanti, che aiuti a trasformare momenti di celebrazione in occasioni di conoscenza e di riflessione, tra storia, cultura ed educazione alla cittadinanza, attenti al contesto storico e alle complesse dinamiche della memoria collettiva. È quanto l’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea di Pavia ha provato a fare in un ciclo di lezioni conclusosi lo scorso novembre, che agli insegnanti era anzitutto rivolto e che aveva per tema proprio gli eventi e i problemi del nostro calendario civile.

La “strategia della tensione”, che ha inizio quel 12 dicembre di cinquantatré anni fa, non si esaurisce nella sola politica stragista, ma si deve assumere come un fenomeno storico di lunga durata nell’Italia repubblicana. Per questo una seria riflessione sul tema rinvia alle condizioni storico-politiche ed economico-sociali che resero possibile il verificarsi di quegli eventi. In tal senso, il 1969 è davvero una data periodizzante nella storia della Repubblica, tra istanze di trasformazione e tendenze restauratrici, il cui sguardo è rivolto al passato di fronte alle tensioni del presente. Con la “stagione delle stragi” si inasprisce lo scontro sociale; si opera per spostare a destra l’opinione pubblica, prima ancora che l’asse della politica; si evocano governi d’ordine, fino alla esplicita rottura degli assetti istituzionali.

Nella sostanza una dinamica eversiva nella quale lo squadrismo neofascista lancia un’offensiva fin lì mai tentata, forte delle connessioni più disparate con uomini e apparati dello Stato, in un reticolo di poteri più o meno occulti. Tra vergognose rimozioni e frettolose ricomposizioni si consumano crisi e tensioni che investono le Forze armate, le relazioni industriali, il sistema politico e l’ordine pubblico.

Non meno importante è, infine, lo scenario internazionale, laddove le rigidità dei blocchi contrapposti in tempi di Guerra fredda si misurano con il processo di distensione degli anni Sessanta e, al suo interno, un sistema dei partiti bloccato in cui si consuma la crisi del centrosinistra. Una faticosa e, per molti aspetti, drammatica, crisi di transizione che porta il Paese dalla fase storica espansiva degli anni Cinquanta e Sessanta al progressivo esaurimento di quel modello.

Pierangelo Lombardi Presidente dell’Istituto pavese per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea

2023: ecco le ricorrenze storiche e letterarie (Ansa). Marcello Bramati su Panorama il 03 Gennaio 2023.

Grandi anniversari e celebrazioni destinate a far rumore: da Calvino a Manzoni, dal presepe all’armistizio di Badoglio, ecco le principali commemorazioni che vivremo in questo nuovo anno

Fare memoria per ricordare cosa siamo stati, chi è passato prima di noi su questo stesso suolo, respirando questa nostra stessa aria, con la sua vita e la sua lezione in ogni caso da ragionare, per fare un passo in avanti. E’ questo il senso delle ricorrenze, spesso relegate a cerimonie vissute in bassa risoluzione consenso del dovere, fretta, obbligo. “Un monumento per dimenticare un po’ più in fretta” , canta De Gregori, sintetizzando questo assurdo comportamento umano dinanzi a uomini e storie che invece meriterebbero ben altro atteggiamento

Disponiamoci alla festa quindi in questo nuovo anno 2023 che offre l’occasione di ricordare, in estrema sintesi, vicende cruciali, simboli e uomini straordinari. Si comincia con il centenario di Italo Calvino, nato il 15 ottobre del 1923. E’ un autore assai letto a scuola, per cui sarà un anniversario celebrato, magari con una traccia alla maturità, certamente con nuove edizioni critiche di un autore indubbiamente protagonista del secondo dopoguerra italiano, con i suoi romanzi uno diverso dall’altro, ma tutti con l’obiettivo di comprendere il presente, guardando in prospettiva di un futuro prossimo. “Il sentiero dei nidi di ragno” il suo romanzo più noto, nonché il primo, ma la “Trilogia degli antenati” sono i romanzi più letti, con le avventure del Barone Rampante, di Marcovaldo e del Visconte Dimezzato ad allietare la lettura di intere generazioni di bambini, tutte tranne questa ultima probabilmente, troppo abituata a stimoli che hanno frequenza e ritmi narrativi superiori anche all’immaginazione creativa di Calvino. Resta una chicca da andarsi a riprendere, tra le tante perle: l’incipit di “Se una notte d’inverno un viaggiatore” , tre pagine spassosissime di elogio della lettura come piccolo piacere della vita, perché la lettura è anche questo. Ricordiamo Calvino e la sua penna svelta, capace di raccontare l’uomo e l’Italia di mezzo secolo, quello in cui sono nati la maggior parte degli uomini di oggi. Centenario anche per la nascita di don Lorenzo Milani, sacerdote degli ultimi, proprio lui che fu un ultimo. Carattere forte, passione politica e una visione chiarissima dell’epoca che ha vissuto. Don Milani ha contribuito a cambiare il mondo anche da quella parrocchia sperduta di Barbiana dove era stato inviato per far del bene lì, o per non dar più fastidio a nessuno, a seconda di come la si voglia intendere

Ricordiamo don Milani e il suo voler bene determinato, con l’accortezza di leggere la sua “Lettera a una professoressa” come figlia di un tempo e di una lotta di cui fu parte importante. Un’altra ricorrenza che sarà celebrata nelle aule scolastiche italiane sarà il centocinquantesimo della morte di Alessandro Manzoni, caduto sugli scalini ghiacciati del sagrato della chiesa di San Fedele, a Milano, nel gennaio del 1873, ma morto mesi dopo, il 22 maggio dello stesso anno. Manzoni è un padre dell’Italia e degli italiani, oltre che dell’italiano con cui parliamo, in cui ci esprimiamo, che scriviamo. Rileggere Manzoni a due secoli di distanza significa fare esperienza che l’animo dell’uomo agisce nello stesso modo anche se si modificano convenzioni sociali, anche se il progresso ha cambiato tempi modi e luoghi, perché nel suo romanzo c’è l’animo di tutti, il nostro vicino di casa, la politica che viviamo ogni giorno, l’ipocrisia dei rapporti umani, il senso di impotenza e ingiustizia dinanzi a una legge fatta per imbrogliare, il desiderio di rivalsa, la grande bellezza che risiede nel fare del bene e nel perdonare di cuore.Tra la sua produzione degna di fama mondiale, la chicca da rispolverare è“Natale 1833” , quando Manzoni racconta in versi un presepe con facce dure, tese, perché è il giorno in cui è morta la sua amata moglie Enrichetta, poco più che quarantenne, a cui non riuscirà mai a restituire un testo compiuto, poiché anche questa poesia termina anzi tempo con quel “cecidere manus” (“caddero le mani”) a mostrare quanto sia difficile elaborare un lutto come questo, probabilmente impossibile da razionalizzare.

Ricordiamo Manzoni e la sua penna capace di insegnare e graffiare, educare e commuovere. Proprio il presepe arriva a un’altra cifra tonda, infatti quello di Greccio realizzato e voluto da San Francesco d’Assisi nel 2023 compie ottocento anni. Si tratta di un simbolo famosissimo che ha contribuito – certo non da solo - a rendere amato e conosciuto proprio san Francesco anche ai più piccoli, perché è stato un uomo capace di parlare anche ai più umili e senza la possibilità – o l’età - di studiare, di sapere, con strumenti adatti alla comprensione di tutti. Ricordiamo san Francesco e il suo presepe, senza banalizzare il ricordo di un uomo capace di straordinaria mistica e auto esigenza. Teniamoci forte per un anniversario che riguarda la storia italiana, perché il 25 luglio 1943, per cui ottanta anni fa, il re Vittorio Emanuele II depose Benito Mussolini, a favore del governo del generale Badoglio, dando inizio alle trattative per l’armistizio dell’8 settembre proprio del 1943. Sempre in quel giorno iniziò l’esperienza della Resistenza italiana. Teniamoci forte, perché sarà un anniversario che farà incendiare Twitter, Facebook e la battaglia politica sui simboli, sempre meno rispettati e studiati, sempre meno al centro dell’interesse per comprendere e crescere, al contrario ogni volta più sbandierati e tirati per la giacca, per il collo, proprio come non dovrebbe essere. L’ultimo anniversario di cui far memoria, in ordine cronologico, è il decennale della morte di Jannacci. Già “des ann” , Enzo! Medico e cantautore, scanzonato e severo, con la sua voce spigolosa come i suoi tratti somatici, Jannacci ha accompagnato il secondo Novecento tra lotte operaie e grandi risate, sempre con una venatura di malinconia e bricconeria insieme. Tra le perle, una chicca è il racconto di Milano attraverso tante canzoni prima che, come è oggi, fosse di moda ambientare storie, strofe, libri e film proprio a Milano. Ricordiamo Jannacci ascoltando “Faceva il palo” , con l’accortezza di lasciarci guidare nell’ascolto delle sue canzoni, partendo da qui e lasciando libero Spotify, o la piattaforma preferita.

Estratto dell’articolo di Elisabetta Rosaspina per milano.corriere.it il 2 aprile 2023.

Quando Roberto Germani racconta come trasportò la salma imbalsamata di Eva Peron da Milano (fin quasi) a Madrid sembra che stia parlando di un’avventura accaduta pochi giorni prima. Invece è passato più di mezzo secolo da quel 2 settembre 1971 quando l’allora giovane autista dell’impresa di pompe funebri San Siro partì, ignaro, con un carico abituale e una destinazione più interessante del solito: la Spagna di Francisco Franco. 

 (...)

 Andò un po’ diversamente. Ciò che nessuno sospettava, fino a quel giorno, era che per ben 14 anni il corpo della leggendaria Evita avesse riposato, è il caso di dirlo, sotto mentite spoglie, in un tombino trentennale del più grande cimitero di Milano, a Musocco, Campo 86, Giardino 41.

Il vedovo, José Domingo Peron, era in esilio a Madrid dal 1960, dopo essere stato spodestato dalla presidenza dell’Argentina nel 1955. E, da quello stesso anno, il corpo venerato della «madonna dei descamisados» era scomparso dalla sede della Cgt, il più importante sindacato dei lavoratori del paese, proprio perché nella sua teca di cristallo la reliquia — «quella cosa», come la definivano i suoi nemici — era diventata troppo ingombrante per gli anti peronisti saliti al potere con un colpo di stato.

 Dell’amatissima (e odiatissima) Evita, morta di tumore a 33 anni, il 26 luglio 1952, si era persa ogni traccia. I servizi segreti militari argentini l’avevano trasferita di nascondiglio in nascondiglio. Inchieste, leggende e romanzi hanno riferito o ipotizzato che fosse stata rinchiusa in armadi, in casse di attrezzature radiofoniche e in furgoni da fioristi, sotto il letto di qualche ufficiale e perfino dietro il sipario di un cinema. Si affermò che per depistare i suoi seguaci circolavano copie in cera ma pochissimi sapevano che, dopo aver pensato di incenerire o di affondare il cadavere nel Mar del Plata, il presidente argentino in carica Pedro Eugenio Aramburu e i suoi emissari avevano ottenuto dal Vaticano il via libera per una «cristiana sepoltura» il più lontano possibile, oltreoceano, in terra italiana.

Evita dunque era arrivata in incognito a Genova nel maggio 1957 in una bara imbarcata sul bastimento Conte Biancamano. Da lì era stata trasferita a Musocco: unico presente all’inumazione, consapevole di essere al cospetto della patrona argentina degli umili, era un sacerdote, padre Giulio Madurini, che avrebbe mantenuto il segreto fino alla fine. Il primo settembre 1971, quando i necrofori gridarono al miracolo riesumando il corpo intatto di una bellissima sconosciuta, fu lui a rassicurarli: «In Argentina — disse loro — si usa imbalsamare i corpi».

 Il giorno dopo Roberto Germani, affiancato dal sedicente fratello della defunta, Carlos Maggi, intraprese il servizio internazionale più incredibile della sua carriera: «Sono fiero di aver avuto un piccolo ruolo nella storia di quella donna straordinaria» dice ora, ottantenne, passeggiando tranquillo sotto il tiepido sole primaverile, al Parco di Trenno. Ma, quando ripensa alle 60 ore di viaggio con il quale si è conquistato quel posto memorabile, lascia trapelare ancora tutta la sua emozione: «Quel Carlos Maggi aveva una gran fretta di arrivare in Spagna».

Quel Carlos Maggi, si sarebbe saputo molto tempo dopo, era un sottufficiale dei servizi, si chiamava in realtà Manuel Sorolla e temeva che, se la notizia del recupero del corpo di Eva Peron fosse trapelata, i temibili Montoneros, ala radicale del peronismo, avrebbero organizzato un agguato lungo la strada per impadronirsene. L’ordine era di restituire la salma al vedovo, in un gesto di distensione tra il regime indebolito e l’esule, ancora rimpianto in patria.

 Dopo una sosta notturna a Perpignan, al confine tra la Francia e la Spagna, Germani trasecolò trovando oltre frontiera un picchetto d’onore in attesa del carro funebre: «Dissi: signor Maggi, lei è davvero un personaggio importante in Spagna. Lui mi rispose che era molto noto per il suo commercio di tabacco». Ma quando a loro si unì una scorta di auto scure che impose un’andatura decisamente sostenuta, il povero autista italiano cominciò ad allarmarsi.

Nessuno li fermò, fino a poche decine di chilometri da Madrid dove, nonostante le sue proteste, Germani fu costretto a svoltare tra i campi di Guadalajara: «C’era uno schieramento di civili che si facevano il segno della croce e di militari sull’attenti». Il feretro fu scaricato dalla Citroën dell’impresa e ricaricato su un anonimo furgone blu. «Ero disperato, il mio compito era di consegnare la bara in un cimitero o in una chiesa». Nessuno, nemmeno il suo cordiale accompagnatore, gli diede spiegazioni: era libero però di tornarsene a Milano.

«Non me lo feci ripetere due volte» ammette lui, che temeva a quel punto di aver portato una cassa piena di armi, documenti segreti, refurtiva o lingotti d’oro. Ignorava che poche ore dopo, invece, la notizia della riapparizione del cadavere di Evita avrebbe fatto il giro del mondo. E lo trovò infatti ad attenderlo alla frontiera francese, dove fu seccamente apostrofato dai gendarmi: «Signor Germani, ha trafugato lei il corpo di Eva Peron?». Negò con vigore.

 «Ma, involontariamente, era stato proprio così» sorride adesso, a distanza di 50 anni. Quando Peron tornò (per poco) al potere, arrivò una telefonata da Buenos Aires: l’autista e il carro funebre che avevano avuto l’onore di trasportare la «Señora» erano cordialmente invitati per un giro trionfale in Argentina.

«Nemmeno per idea» rimbalzò la proposta Germani. «E se ci fosse stato, mentre ero lì, un altro colpo di Stato? Finiva che mi sparavano pure addosso».

Marco Tullio Giordana per “la Repubblica” il 9 gennaio 2023. 

Sono Freddie dal whisky facile, Son criticabile ma son fatto così Non credete, non sono un debole. M' han fatto abile, ma la guerra finì. Se c'è una cosa che mi fa tanto male è. L'acqua minerale! Miracolosa sarà, ma per piacere io. Non la posso bere!

Ferdinando Buscaglione, detto Fred (Torino 1921 - Roma 1960) era l'idolo della mia infanzia, anche perché si aggirava su di un'auto iperbolica e per noi italiani addirittura fantascientifica: la Ford Thunderbird coupé, modello 1959. 

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 Un mondo di gangster di periferia in salsa lombarda e milanese cantato anche da Ornella Vanoni, Giorgio Strehler, Enzo Jannacci - e celebrato nei libri dal Whisky facile sopra ogni cosa al mondo, forse il primo eroe dello spettacolo che, con Jerry Lewis, ci abbia toccato il cuore. Non solo ci aveva conquistato con i suoi banditi di cioccolato ma, quasi in modo schizofrenico, con due capolavori del romanticismo melodico come Guarda che luna e, insieme all'inseparabile Leo Chiosso, I found my love in Portofino.

Canzoni che ancora non appartenevano all'esperienza ma già promettevano a noi pulcini le estasi e le sofferenze a venire. Dunque non c'erano solo bulli e pupe nella vita di Buscaglione. Anche lui aveva pianto, anche lui aveva conosciuto la pena e la disillusione! Gran parte del fascino di Buscaglione proveniva dalla dichiarata passione per gli Usa, per la sua way of life, le bellezze muliebri, le automobili sgargianti e fastose.

 Per me almeno era così e forse ero l'unico a non trovare orrenda la Ford Thunderbird del '59 di colore rosa con cui è andato a sbattere. Il modello era l'evoluzione, lievitata come un soufflé, di un'auto nata, invece, agile e compatta, come le sportive europee che l'importatore Hoffmann aveva fatto conoscere creando un nuovo interessante mercato.

La Chevrolet aveva cercato di occuparlo fin dal 1953 con la Corvette, la Ford ci riuscì nel 1954 con la T-Bird, motorizzata con un V8 4,4 litri da194 HP ben più poderoso del 6 cilindri 3,6 litri da 155 Cv della concorrente. Entrambe arriveranno fin quasi ai giorni nostri pompando i muscoli fino a farle diventare rettili ultra lussuosi e anabolizzati, perdendo però per strada l'originaria vocazione di sportive eleganti e simpatiche. La Thunderbird di Buscaglione, targata TO286788, era una seconda serie del 1959, diversa dal modello iniziale. La carrozzeria aveva guadagnato altri due posti, s' era però appesantita con inutili orpelli e il muso a quattro fari si caratterizzava dall'invadente paraurti con maschera del radiatore incorporata che la faceva assomigliare a un barracuda (forse era questa l'idea).

Il motore era stato portato a 5.8 litri per 300 Cv (c'era addirittura una versione 7,0 da 375 Cv, non importata in Italia). Il colore era il Flamingo (codice Ford M1071) che qualcuno scrive Lilla, e in Italia costava un patrimonio fra acquisto, consumi, tasse e manutenzioni varie.

 La fortuna di Buscaglione era quel momento all'apice e certamente i soldi non erano un problema: beniamino anche di televisione e caroselli aveva visto ingigantirsi la popolarità e i conseguenti ingaggi. Anche se un velo di malinconia traspariva dietro la voce rauca e l'aria scanzonata - i pettegoli alludevano al matrimonio in crisi- nulla sembrava minacciarne la carriera. La chiuse invece, e brutalmente, la macchina di cui andava tanto fiero.

Il passerotto che imparò a volare: Édith Piaf. Un'esistenza iniziata nella fragilità della periferia e finita tra sfarzo ed eccessi. La giostra della vita di Édith Piaf ha avuto sempre e solo un punto focale: la musica. Con la sua voce ha compiuto "miracoli". Laura Lipari l’8 Febbraio 2023 su Il Giornale.

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 L’usignolo

 La Seconda Guerra Mondiale e l’inno a una nuova vita

 Giù negli abissi

 L’Ètoile che si spegne

Sul palco la luce è fioca. Un conduttore l'annuncia: "Édith Piaf" e all’improvviso i riflettori puntano verso un corpo minuto che aspetta davanti a un microfono l’inizio della melodia. Il baccano attorno si arresta e gli occhi del pubblico guardano tutti nella stessa direzione. La gracile figura non ha ancora aperto bocca ma tutti sono già estasiati. Di colpo gli strumenti cominciano a creare un sottofondo romantico che si unisce a una voce armoniosa: “Non, rien de rien. Non, je ne regrette rien. Ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal, tout ça m'est bien égal…”.

Édith Giovanna Gassion nasce a Parigi, il 19 dicembre del 1915, da una famiglia di umili, ma stravaganti, artisti. Il padre, Louis, è un contorsionista e la madre, Annetta, canta in strada per guadagnare qualche moneta. Non rinuncia al suo lavoro neanche il giorno del parto, sotto il gelo d’inverno. Lei canta mentre la gente chiude il colletto attorno al collo o stringe il cappello sulla propria testa e canta fino a quando non sente le gambe cedere e il suo corpo prepararsi al travaglio, così chiede al marito, Louis, di chiamare un’autoambulanza ma questi, preso dall’euforia del momento, festeggia nei bistrot la nascita della figlia ancora prima che questa sia venuta al mondo.

Édith nasce nel caos generale di un sobborgo francese e lo stesso caos l'accompagna per tutta l'infanzia. Passa il suo tempo prima a casa della nonna materna, personaggio burbero e non meno eccentrico dei suoi genitori che lavora come addestratrice di pulci. Lasciata spesso da sola e in condizioni igieniche pessime, la piccola sarà affidata poi alla nonna paterna, l’unica a trattarla come una bambina fino a quando verrà ripresa dal padre che si occuperà di lei fino all’adolescenza.

A 17 anni la ragazza incontra il primo uomo della sua vita Louis Dupont dal quale rimane incinta della sua unica figlia Marcelle, nata nel 1933. In quegli anni Édith è sbalzata da una parte all’altra e la mancata educazione familiare si riversa anche nella cura della neonata. Mentre la ragazza cerca di guadagnarsi da vivere cantando in strada come faceva la madre, a casa i dissidi con Louis diventano insopportabili, fino al punto che l’uomo porta Marcelle via da casa. La piccola però muore all’età di soli 2 anni a causa di una meningite mai curata ed Édith porterà per sempre il grande dolore dentro di sé, per non essere stata presente come come avrebbe voluto.

L’usignolo

Di nuovo sola, povera e senza un posto in cui andare, le sue piccole esibizioni le permettono di sopravvivere. Le cose iniziano a migliorare solo quando all’età di 20 anni viene scoperta da un impresario che la fa debuttare nei vari cabaret con il nome d’arte “La Môme Piaf”. Molti si accorgono della sua straordinaria dote e lei inizia pian piano a farsi strada in questo mondo.

La tragica morte di colui che l’aveva scoperta segna un momento di declino per la giovane che prima viene accusata dell’assassinio e poi, giudicata innocente per mancanza di prove, si ritrova nuovamente da sola e in cerca di un altro pigmalione. A ripescarla dalla periferia è Raymond Asso che assieme al suo editore le consigliano lo stile e un nuovo nome con il quale si presenterà alle varie tournée. Da questo momento nasce la sua seconda personalità alla quale rimarrà legata fino alla fine dei suoi giorni: “Édith Piaf”. “Piaf” nel francese popolare significa passerotto e il significato di questo pseudonimo risale alla sua corporatura minuta e alla sua voce da usignolo.

Durante il periodo di convivenza con Paul Meurisse viene ingaggiata come attrice per recitare una pièce per lei scritta da Jean Cocteau, Le bel indifférent. La sua è adesso una figura di spicco tra i grandi nomi e il talento di cui gode, in pochi anni, viene scoperto e apprezzato a livello internazionale. I suoi ingaggi le permettono uno stile di vita ben lontano da quello a cui era stata abituata da bambina.

Lo sfarzo, però, non è l’unico vizio di cui adesso gode. La cultura e il sapere che per la prima parte della sua vita le erano stati negati, adesso occupano gran parte dello spazio nelle sue giornate. La sua villa diventa salotto per uomini e donne illustri, esponenti dell'arte, della letteratura, della musica e della filosofia francese, tanto che alcuni la definiscono la “Mecenate di Parigi”.

La Seconda Guerra Mondiale e l’inno a una nuova vita

La brutalità della guerra censura e a volte sopprime del tutto anche il settore artistico. Sono gli anni in cui Parigi è occupata dai tedeschi che invadono le vie e turbano gli animi. In questo clima grigio e di tensione, Édith continua a cantare esibendosi fiera con la bandiera tricolore alle spalle, non solo nella sua patria ma anche in Germania, nei campi di concentramento. In quei luoghi di tortura si fa fotografare con i connazionali deportati e, una volta tornata in sede, ritaglia i contorni di quei volti per creare documenti falsi e aiutare i prigionieri a evadere. Con questo stratagemma un centinaio di uomini si salveranno sotto falso nome.

Sono gli anni di fine conflitto e ai francesi urge una melodia che possa ripristinare la loro vita concedendo loro un po’ di tregua. Nel 1946 l’inno della rinascita ha il nome di La vie en rose cantato magistralmente dalla Piaf e rimasto negli anni successivi uno dei maggiori successi al livello mondiale.

L’anno successivo, durante un pranzo a New York, la conoscenza del pugile Marcel Cerdan, campione dei pesi medi, di Casablanca, già sposato e padre di 3 figli. Tra i due c’è uno scambio di sguardi, ma nulla più, la donna torna a Parigi e l’uomo alla sua vita. Qualche tempo dopo però si rincontrano a una cena e sboccia la passione. Inizia così una relazione tramite corrispondenza e, quando Cerdan può, la raggiunge durante i suoi concerti. Il loro amore viene scoperto presto dalla stampa scandalistica che non ci mette molto a far girare la notizia dell’adulterio e nonostante le prime smentite da entrambe le parti, a incastrare la cantante e il pugile sono alcune fotografie scattate furtivamente.

Ogni cosa precipita assieme all’aereo sul quale Marcel vola il 28 ottobre 1949. Il veicolo si schianta sulle Azzorre mentre Édith sta per esibirsi a Versailles. Quando una voce le sussurra quello che era appena accaduto ha un cedimento ma sceglie di salire sul palco dicendo: "Questa sera canto per Marcel, solo per lui...". Dopo le prime cinque canzoni si accascia a terra priva di sensi. Da questo momento, il dolore per il secondo grande lutto della sua vita e un problema alle ossa - provocato da una precoce artrite reumatoide - la spingono a cercare sollievo nella morfina.

Giù negli abissi

Dopo la morte del pugile, Édith cambia il suo aspetto fisico: inizia dal trucco e poi accorcia i capelli con il taglio con cui verrà ricordata negli anni successivi. Il senso di colpa però è ancora lì presente e quindi decide di fare un passo che fa restare tutti di sbieco: invita la vedova del suo amante e i loro figli nella sua casa per un lungo periodo di tempo, tanto che la cantante decide di accollarsi le spese della loro istruzione.

In quegli anni due incidenti d’auto le fratturano un braccio e tre costole, impedendole così di condurre la sua vita artistica nel modo migliore. Inoltre le sue relazioni fugaci, intense e ancora una volta clandestine la portano a perdere quella stabilità emotiva di cui ha sempre avuto bisogno.

L’anno fortunato è il 1952 durante il quale conosce l'artista lirico Jacques Pills, i due sembrano fatti l’uno per l’altra e non ci mettono molto a programmare il matrimonio che verrà svolto in pompa magna a New York. Durante i preparativi ad accompagnare la cantante in giro per le boutique c’è sempre l’amica attrice Marlene Dietrich che con devozione la segue ormai da anni.

Dopo la loro morte qualcuno ipotizzerà che per la Dietrich quella con Édith non era solo amicizia e che il suo amore era vero e sincero ma mai capito veramente neanche dal fringuello stesso. La relazione tra le due finirà solo a causa delle dipendenze della cantante tanto che l’attrice dichiarerà: “Quando prese a drogarsi, cessai di esserle fedele. Era più di quanto potessi sopportare. […] Abbandonai Édith Piaf come una bambina perduta, che si rimpiangerà sempre, che porterò sempre nel profondo del cuore”. Quando la coppia Pills-Piaf torna a Boulevard Lannes, dopo una tournée sfiancante, decide di soggiornare in una clinica riabilitativa.

L’Ètoile che si spegne

Da un periodo di iniziale sconforto Édith inizia una collaborazione d’oro con Bruno Coquatrix il quale, nel 1955, inaugura un musical nel cuore di Parigi, l’Olympia, di cui la cantante deve fare da prima ètoile. Esibendosi anche in America la donna trionfa alla Carnegie Hall, con più di venti minuti di standing ovation e una trentina di chiamate. Il suo nome appare in tutti i giornali e la sua vita prende nuovamente una piega ricca di sfarzo. “Ogni volta che la vediamo cantare in televisione ci sembra di assistere a un miracolo, un miracolo in cui non speravamo più”, si sentirà dire spesso dai giornalisti che la intervistano.

Il matrimonio con il lirico finisce e ancora prima del divorzio lei si lega sentimentalmente al chitarrista Jacques Liébrard, primo di un’altra serie di relazioni brevi e tormentate con uomini spesso spudorati che la spremeranno fino al midollo per ottenere successo. Nel frattempo il suo stato di salute peggiora dopo un terzo incidente capitato nel ’59. Durante le tournèe, infatti, comincia ad avere strani vuoti di memoria che durano anche ore e un senso di debolezza le invade il corpo. Malori improvvisi insospettiscono chi le sta vicino e teme per il suo stato psico-fisico. Da qui ne deriva un periodo di silenzio artistico durante il quale il suo pubblico non riesce ad avere informazioni in merito alla cantante.

Le svariate terapie, accompagnate a uno stile di vita più sano sembrano funzionare e a fine anni ’60 i quotidiani elogiano il ritorno della Piaf nei palchi francesi e stranieri. Vengono fuori successi musicali dall'inestimabile valore artistico, come Mon Dieu, Les Flonflons du bal, Mon Vieux Lucien, Les Amants. Sembra essere tornato tutto alla normalità ma è solo apparenza. Infatti, per esibirsi, deve essere accompagnata sotto braccio fino al palco e quando finisce gronda di sudore. Danielle Bonel, ultima segretaria di Édith Piaf, ricordando quei momenti dirà in un’intervista: “Che cosa potevamo fare? Édith era felice solo sul palco, lei faceva l’amore con il pubblico. Noi dietro le quinte la vedevamo in uno stato terribile, consumata, distrutta, esausta, ma non appena saliva sul palco, come per miracolo, stava bene”.

In questo periodo fa la conoscenza di un giovane greco di bell’aspetto, Théophanis Lamboukas di cui la cantante si invaghisce e solo dopo poco tempo lui le chiede di sposarlo. Édith dichiarerà successivamente che solo da quel momento in poi aveva capito il vero valore della famiglia e del sentimento sincero dell’amore.

Nel 1963, solo un anno dopo il matrimonio, l’ètoile comincia ad accusare alcuni malori dovuti a una tosse persistente e quando le viene diagnosticata una broncopolmonite è costretta assieme al marito a tornare nel sud della Francia. Il suo medico la mette in guardia: o smette di esibirsi in pubblico o muore. Ha un corpo fragilissimo che come una candela arde troppo in fretta. Questa condizione si fa sempre più seria fino a quando il 10 ottobre del 1963, a soli 48 anni, si spegne per sempre. La causa della morte sarà identificata nella rottura della vena porta: l’abuso di farmaci, secondo i medici, è il motivo dei problemi epatici sviluppati rapidamente.

Al suo funerale prendono parte migliaia di persone venute da ogni parte del mondo, in fila per ore per vedere la sua bara per qualche secondo. Durante gli ultimi giorni di vita aveva scritto una lettera con la quale si rivolgeva ai suoi fan e a chi le era stato vicino fino a quel momento, tra le righe si legge: “…no non rimpiango niente di quello che è accaduto perché mi è servito da esperienza, ogni esperienza mi è servita per esprimermi, per provare tutte le emozioni e io ne ho provate tante. Quindi so di che cosa parlo”. Nel 1982 l'astronoma sovietica Ljudmyla Heorhiїvna Karačkina ha scoperto un asteroide, classificandolo col numero 3772 e denominandolo con il nome dell’artista: "3772 Piaf".

Il maltempo, il mistero e il ghiaccio: e l’aereo di Otis Redding si inabissò in gelide acque. Il cantante Otis Redding morì a seguito di un incidente aereo: molte band noleggiavano o possedevano velivoli per i tour. Le cause dello schianto non furono mai scoperte. Angela Leucci il 25 Giugno 2023 su Il Giornale.

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 Chi era Otis Redding

 Lo schianto nel fiume

Nella storia della musica si annoverano diversi brani usciti postumi, ma quello di Sittin’ on the Dock of the Bay di Otis Redding è un caso unico. Venne registrato tra il 6 e il 7 dicembre 1967, ma pochi giorni più tardi l’artista morì in seguito a un disastro aereo. La canzone, un inno allo starsene in panciolle di fronte alla bellezza della natura, restò in un certo senso incompiuta, con dei fischiettii al posto di diversi versi, ma fu anche questa caratteristica a farla diventare un successo internazionale quando venne pubblicata ugualmente a gennaio 1968.

La vicenda dell’incidente aereo di Otis Redding invece presenta alcune similitudini con quelli occorsi ad altri musicisti prima e dopo di lui. Ovvero Buddy Holly, Ritchie Valens e The Big Bopper, che perirono il 3 febbraio 1959, e alcuni membri dei Lynyrd Skynyrd che trovarono la morte a seguito di uno schianto il 20 ottobre 1977. Tutti questi artisti, a causa dei continui spostamenti legati a esibizioni dal vivo, acquistarono o noleggiarono infatti un velivolo che ebbe un terribile incidente.

Chi era Otis Redding

Probabilmente non esiste una persona al mondo che, anche involontariamente, non abbia mai sentito una canzone di Otis Redding. I suoi brani infatti sono stati ipersfruttati nella pubblicità e al cinema: per esempio I’ve Been Loving You Too Long, oppure versioni originali da brani altrui come Try a Little Tenderness, My Girl oppure Knock on Wood, e ancora canzoni scritte ma poi rese celebri da altri come Respect, della quale tutti ricordano associata la voce di Aretha Franklin.

Fu una vita breve ma costellata di musica quella di Otis Redding (fu praticamente a un passo dall’entrare nel luttuoso Club 27): nato in Georgia nel 1941, mosse i suoi primi passi tra nel note nella locale chiesa battista. La sua carriera artistica prese invece il via nel 1960 e da allora si susseguirono dischi, tour, passaggi in radio e in televisione.

E quindi, come accennato, fu in un certo senso costretto dagli eventi a optare per una soluzione logistica che velocizzasse gli spostamenti da un luogo all’altro per i concerti e le apparizioni. Questa soluzione si concretizzò nell’acquisto di un bimotore Beechcraft 18, che poi fu il mezzo protagonista dell’incidente aereo che uccise il cantante e la sua band, i Bar-Kays. 

Il Beechcraft 18, chiamato anche Twin Beech, è un bimotore ancora oggi prodotto dalla Beech Aircraft Corporation, che apportò numerosissime modifiche al modello originario che è datato 1937. Si tratta di un velivolo piccolo, capace di ospitare fino a 11 passeggeri, e fu proprio il modello con cui Otis Redding ebbe l’incidente.

Nei primi giorni di dicembre 1967, Redding era impegnatissimo con il suo mestiere di musicista. Aveva registrato alcuni brani in uno studio di Memphis, nel Tennessee, ma era prevista un’apparizione in una tv di Cleveland, in Ohio, e successivamente un concerto a Madison, nel Wisconsin. Un percorso lungo oltre 1200 miglia terrestri, quasi 2000 chilometri, un itinerario troppo faticoso e dai tempi ristretti per essere affrontato su ruote.

Così il 9 dicembre, dopo aver telefonato alla moglie e ai figli, l’artista partì alla volta di Madison, dove avrebbe dovuto esibirsi in un locale, il Factory. Contro di lui e la sua band, su quel piccolo aereo, c’erano due fattori sfavorevoli: i tempi risicati e il maltempo. Il tragitto era funestato da nebbia e pioggia, il che incise con la scarsa visibilità. Ma non si sa cosa abbia provocato l’incidente in realtà, dinamica e cause non furono mai stabilite con certezza.

Quel poco che si sa è legato alle comunicazioni del velivolo e al racconto dell’unico sopravvissuto. Il volo, in effetti, sembrò andar bene: a 6 chilometri e mezzo da Truax Field a Madison, all’alba del 10 dicembre 1967, il pilota Richard Fraser chiese alla torre di controllo di consentire l’atterraggio. Ma il Beechcraft non giunse mai sulla pista, perché si schiantò nel lago Monona.

La "profezia", poi l'aereo cadde: il giorno in cui morì la musica

Con Redding e il pilota morirono tutti i membri della band tranne uno: i loro nomi erano Jimmy King, Phalon Jones, Ronnie Caldwell, Carl Cunningham, Matthew Kelly. Sopravvisse loro Ben Cauley, che si era addormentato, ma si svegliò qualche minuto prima dello schianto, sentendo Jones esclamare: “Oh, no!”. Quando l’aereo si inabissò, Cauley, che non sapeva nuotare, afferrò un sedile del velivolo e così si salvò.

Fu molto complicato recuperare i corpi: il lago era ghiacciato e lo stesso Redding si era congelato sul pavimento del Beechcraft e, per essere estratto, ci volle l’impiego di una fiamma ossidrica. Molti dei suoi resti finirono ustionati e al corpo fu tagliato un braccio. Sulla mano aveva ancora un anello d’oro, un dono della moglie, con l’incisione “Otis Redding, The Big O”: fu riconosciuto subito grazie a esso. I suoi funerali si svolsero il 18 dicembre, e vi parteciparono i nomi più importanti della black music, da James Brown a Stevie Wonder, fino a Solomon Burke e Aretha Franklin.

Barbara Costa per Dagospia il 12 marzo 2023.

Tr*ia”.“Cagna”. “Scrofa sc*panegri”.“Catorcio del Texas”. “Canti come un’oca strozzata”. Quanto possono far male certe parole? E quanto possono condizionarti la vita? Avvelenartela. Guastartela nel sangue. Farti scegliere uomini sbagliati. Sabotarti. Pentirti. E ricominciare. Da capo. Come prima. Peggio di prima. Perché la ricompensa mica esiste, è una favola, stupida, come non esiste l’amore, di una vita, e la vita non va per il verso giusto nemmeno se arrivi a guadagnare 750 mila dollari l’anno, e sei in prima pagina ovunque.

Janis Joplin è stata sulla Terra 27 anni e, se non l’avessero ritrovata morta per overdose col corpo riverso tra il letto e il comodino di una camera d’albergo – 18 ore dopo che era schiattata – quest’anno avrebbe festeggiato 80 anni. Che non avrebbe voluto vivere. Janis Joplin mai ha voluto una esistenza "normale", Janis Joplin voleva solamente una tregua. Dalla vita. Dal livore che in vena gli avevano iniettato gli uomini che aveva amato, le donne che aveva sc*pato, di più i genitori con cui le era toccato crescere. Già.

Perché se ti capita una madre di te gelosa, di te star invidiosa, una madre che vorrebbe che “mai fossi nata”, e lo stesso tuo padre, che né ti parla, né ti guarda in faccia… Qualcuno tali terribili verità la forza di dissotterrarle ce l’ha, è Barbara Baraldi, e l’ha scritte ne "Il Fuoco Dentro. Janis Joplin. Il Romanzo" (Giunti), dove il veleno tra Janis e la sua famiglia, tra Janis e i suoi amanti, e tra Janis e Janis, torna su, e riprende a scorrere. Barbara Baraldi fa rivivere la Joplin, e con lei il suo universo di rockstar, manager, parassiti, pusher, e quell’humus dei '60 base di ciò che tuttora imitiamo, pensiamo e compariamo.

Torna Janis Joplin e le sue ossessioni, la sua ricerca disperata di un uomo da amare in quanto donna la più famosa e emancipata della sua generazione. Gli uomini ti massacrano il cuore pure se sei povera, pure se sei nessuno, ma, se sei qualcuno, “stanno” con te ma “non sono” con te. Non ti amano, come non hanno amato Janis, come l’hanno vessata da adolescente per la sua diversità, eccentricità, per quel viso e forme non belli, butterati, ma riusciti a imporsi con innegabile talento sugli altri.

E il talento sprigiona astio: l’avrebbero messa al rogo, se avessero saputo, di quel suo neo, sul capezzolo, esoterico simbolo di stregoneria…? Nessuno ti perdona il successo. Nessuno. L’uomo medio, comune, figlio di quel perbenismo a cui hanno puntato i tuoi compagni di scuola, dove si sono fermati i tuoi genitori, si odiano – e ti odiano – per ciò che riveli. Vale a dire, la loro mediocrità. Non la perdonano e non la sopportano la promiscuità sessuale di Janis, non tollerano che Janis sia ricca, celebrata, e senza un marito che la giustifichi a donna secondo le regole sociali.

Non possono accettare la fame d’amore, l’ingordigia di sesso che Janis sbandiera sui giornali, e in TV. E Janis Joplin al culmine della fama l’uomo giusto non se l’aspetta più, no: e non lo vuole più. Gli uomini, se li paga. Li ha sempre pagati. Anche le volte in cui si illudeva di essere riamata senza interesse. Ogni uomo ha voluto da Janis un po’ della sua luce, e un gruzzolo dei suoi soldi.

Uomini totalmente incapaci di affiancare una donna rockstar. Persino uomini che le ordinano di scegliere, “o me o la musica”, perché il loro pisello si ammoscia, davanti a “quel tuo sguardo che scavalca”. Mollare il microfono, spegnere quel “fiume di lava che le scorre in gola”, in cambio di che? Di far la casalinga, la serva??? E non solo all’uomo, di turno, addirittura alle donne, a letto, con Janis, sanguisughe di eroina: “Quanto è bello sc*pare dopo che ci siamo bucate?”.

È vero che Janis era bisessuale. E che ha avuto amanti mantidi di droga. Si comincia a farsi per mille motivi e nessuno. Janis ha iniziato a bucarsi d’amfetamina “e il cervello ti va a velocità supersonica!”. Più 50 sigarette al giorno, LSD viola, e inesauribili sbronze di Southern Comfort cannella e vaniglia ed “è dolce, l’arma che hai scelto per ucciderti”, le insinua Jimi Hendrix la sera che non se l’è voluta sc*pare. Perché spesso fare sesso, con una celebrità, o col primo che ti piace, porta a reciproco ansimare per sfrego di genitali, ma non riempie il vuoto dentro. Lo amplia. L’eroina ti inganna a zittirlo.

 Quel “mormorio seducente nei corridoi della mente”, ogni eroinomane crede di poterlo controllare, ma non è possibile. Nel caso di Janis, si fa di ero “i primi tempi solo dopo i concerti, e poi durante i weekend. Presto i weekend si estendono dal giovedì al lunedì, ma c’è voluto poco perché l’appuntamento diventasse quotidiano. Ogni 4 ore”.

Prima dell’ultima dose, quella fatale, Janis Joplin era pulita da 4 mesi. “È fantastico, e fa male”. Perché, senza eroina, ti batte e lo "senti" più forte. Quanto sei sbagliata, per chi vuoi bene. E auto condannata alla solitudine. “Io a ogni concerto faccio l’amore con 25 mila persone. Poi torno a casa da sola”. 

Jim Morrison avrebbe 80 anni, il tormento del re lucertola: «Io voglio scrivere, non esibirmi». Matteo Cruccu su Il Corriere della Sera venerdì 8 dicembre 2023.

La sorella Anne e l’amico Frank Lisciandro hanno realizzato il sogno del leader dei Doors: raccogliere in un libro i suoi 28 taccuini di poesie, appunti e diari. La rockstar scrisse: «Provo dispiacere per le notti e gli anni buttati via»

In occasione degli 80 anni di Jim Morrison, ripubblichiamo la recensione del monumentale volume uscito l’anno scorso per Rizzoli: «Tutti gli scritti di Jim Morrison, poesie, diari, appunti e liriche»

«A 18 anni, usciti dal college, tutti i ragazzi chiedevano un’auto nuova o un abito all’ultima moda ai propri genitori, lui no: da nostro padre volle l’opera omnia di Nietzsche». Come si conviene agli eroi sempiterni e agli dei caduti, Jim Morrison, oggi che compie 80 abbu, sembra averne 27 per sempre. Ma il fauno dei Doors è stato anche un bambino della middle class americana, figlio di un ammiraglio della marina, un adolescente inquieto perché sempre in movimento per il lavoro del padre, prima di diventare il giovane adulto definitivamente ribelle che tutti conosciamo. Il vivido ritratto di cui sopra viene infatti da Anne Morrison Chewning, la sorella e l’unica, in vita, ad aver avuto rapporti con il fratello, una volta diventato celebre: già, Jim amava dire, in svariate interviste, che i genitori fossero morti, immaginifica benzina per alimentare il mito del dio senza ascendenza (mito dato subito per buono, ai tempi in cui Wikipedia non c’era).

I 28 taccuini ritrovati

Ed è la stessa Anne, oggi 75enne insegnante in pensione, ad aver curato insieme all’amico di sempre del cantante, il fotografo Frank Lisciandro, il monumentale zibaldone: «Tutti gli scritti di Jim Morrison, poesie, diari, appunti e liriche» ora tradotto da Rizzoli. Ovvero 582 pagine tratte dai 28 taccuini e varissimi altri materiali appartenuti a Jim, scribacchiati, durante la sua breve esistenza, ovunque gli capitasse a tiro, fogli di giornale, note d’albergo, fazzoletti e tovaglioli. Nella vorace intenzione di dimostrare sempre e comunque un assunto: il sinuoso Re Lucertola in pantaloni di pelle attillati, il rauco urlatore di incantevoli oscenità, il sex symbol desiderato da migliaia di teenager, non si considerava in realtà un cantante, una rockstar, ma uno scrittore. La sua più grande soddisfazione, nei tumultuosi quattro anni, dal 1967 al 1971, che lo porteranno dai fasti planetari di Light My Fire alla morte in una vasca da bagno parigina, fu infatti quella di pubblicare, col suo nome completo, James Douglas Morrison, due libriccini di poesie, tirati tra le 100 e le 500 copie, The New Creatures e An American Prayer.

«Abbiamo esaudito il suo desiderio»

«Tutti questi appunti li abbiamo ritrovati con una dicitura Plan for book, progetti per un libro. Ora abbiamo esaudito il suo desiderio» dice ancora la sorella. E, facendo un salto all’indietro agli anni del college, ricorda: «Leggeva sempre mio fratello e ogni occasione era buona per comprarsi un libro o per saltare le lezioni e infilarsi in una biblioteca per immergersi nei suoi autori preferiti». Ed è un pantheon molto preciso, quello del futuro Jimbo: Rimbaud, Baudelaire, Molière, Balzac e Flaubert, i classici greci, da Sofocle a Plutarco ma anche i contemporanei americani, i maestri della beat Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti. Un pantheon che forgerà poi i testi, immortali, dei Doors (nome anch’esso coniato da lui, vedi Aldous Huxley e le sue porte della percezione), tutti riportati, dal primo all’ultimo, nello zibaldone appena uscito. «Quando, per esempio, in The End, Jim dice di voler uccidere il padre e fare all’amore con la madre, si riferisce all’Edipo Re di Sofocle, non certo ai nostri veri genitori» puntualizza ancora Anne.

NEL 1969 A MIAMI DURANTE UN CONCERTO SI DENUDÒ E INSULTÒ IL PUBBLICO: «MUCCHIO DI FOTTUTI IDIOTI, BRANCO DI SCHIAVI»

Jim e il padre: scontro epico tra generazioni

Già, Jim non voleva uccidere il padre ammiraglio (che compare in molte foto inedite nel volume, istantanee da piccola borghesia americana, gite, balli di fine anno, formalismi in giacca e cravatta), ma lo scontro con lui è lo scontro epico tra le generazioni degli Stati Uniti dei ribollenti Anni 60: il militare dirige le manovre nel Tonchino, in Vietnam mentre il figlio canta uno dei più begli inni antimilitaristi di sempre The Unknown Soldier. Con Jim che appunto in vita lo disconobbe, si riconcilierà solo dopo la sua morte, quando peraltro, portata via dall’eroina anche la compagna, Pamela Courson, diventerà insieme ai genitori di lei, ironia della sorte, erede unico della fortuna del cantante. «Aveva una sua morale, ha seguito la sua strada fino alle estreme conseguenze, avrei voluto conoscerlo meglio» dirà poi l’anziano ammiraglio, oramai in pensione, quasi non nascondendo le lacrime, in una delle ultime interviste prima di morire, a quasi novant’anni nel 2008.

A braghe calate sul palco: processato

Ma per quel Jim che non conosceva, il momento della sfida più grande all’establishment (e quindi a suo padre) avviene quando, il 1 marzo 1969, si cala le braghe davanti al pubblico a Miami, mostra i genitali e li insulta: «Mucchio di fottuti idioti, branco di schiavi». È l’inizio della fine e nulla sarà più come prima per il cantante: viene portato via dai poliziotti e accusato di atti osceni e ubriachezza molesta. Il 10 agosto 1970 si apre il processo, sempre a Miami: Jim annota tutto quello che accade, restituendo vividi ritratti della giuria, il suo esatto opposto, «Signor A. veterinario, ex allenatore di cavalli da corsa» oppure «Signora D, casalinga, vestito blue vivace». Sembra un marziano, Jim, in quelle aule di tribunale, traspare con evidenza dagli appunti, integralmente presenti nel volume: ne uscirà condannato a sei mesi e solo una cauzione di 50.000 dollari gli eviterà il carcere. Un marziano autostoppista.

La sceneggiatura di un corto

Nello zibaldone c’è anche la sceneggiatura di Hwy un corto in cui egli stesso si ritrae come un nomade per le strade di Los Angeles: la trama è forse un po’ strampalata, ammazzamenti misteriosi, visioni oniriche e la conclusione nel suo luogo del cuore, l’ultimo bar di Los Angeles, il “Whiskey a Go Go” sul Sunset Strip. «Una sorta di esercizio, per me, un riscaldamento per qualcosa di più grande» avrebbe detto lui in una delle sue ultime interviste. Quel qualcosa di più grande non sarebbe arrivato, ma Hwy, è un altro lato, hippy e libertario, dell’articolato, prisma morrisoniano, in cui grande importanza hanno dunque le poesie: sincopate, allusive e incomprensibili al contempo, immerse nelle sottoculture americane dell’epoca, l’hashish e l’amore libero, l’avversione all’autorità, il culto anarcoide dell’autostoppismo appunto. O per dirla con Tim Robbins, apprezzato scrittore americano a quelle sottoculture molto connesso a cui è stata affidata l’introduzione del volume: «Miriadi di versi sconnessi sciami di scintille cerebrali, lucciole nella notte».

Un testo che è come un requiem mozartiano

Una frammentazione che si compatta nel finale, estremamente malinconico. Se mi guardo indietro è l’inedito più interessante di tutto il libro: scritto poco prima dell’esilio parigino, da dove non tornerà più indietro, pensato come il congedo dalla natia America, riletto oggi, suona come un requiem mozartiano: «Provo dispiacere per le notti e gli anni buttati via/dopo quattro anni mi sento come un martello sfibrato». Per chiudere infine: «La gioia di esibirmi è finita/ la gioia è il piacere di scrivere». Sì, la corsa è conclusa, Jim ora è uno scrittore per davvero.

Barbara Costa per Dagospia venerdì 8 dicembre 2023.

“Nessuno vuole amare il mio c*lo???”, disse sul palco a Miami e oggi, per il suo 80esimo compleanno, facciamo chiarezza: ma Jim Morrison, era gay, sì o no? Sì e no, è la risposta più esatta, a Jim Morrison “davvero non importava chi glielo succhiasse, a patto che ci fosse comunque qualcuno che glielo prendesse in bocca”!

I biografi concordano: Morrison era bisex, amava uomini e donne, pure le trans, però aveva questo problema: che gli piacessero i peni, se ne vergognava. Morrison era “un gentiluomo del Sud”, e un ragazzo timido, coltissimo, e gentile e educato, tranne quando beveva, cresciuto secondo i valori del Sud americano, e ciò non vuol dire che era bigotto, no no, ma che paventava le cattiverie che essere non etero, nei '60, molto peggio di adesso piagavano le persone.

Ci sono biografi che accennano, senza prove, a una mal vissuta bisessualità di Morrison a causa di molestie che avrebbe subìto da bambino. In famiglia, non si sa da chi. E biografi che insistono su un Morrison che ha dato prima la verginità anale, da adolescente, a un uomo più grande di lui, forse il proprietario di un bar, e su un Morrison che, in seguito, a 19 anni, ha fatto sesso etero la prima volta con la coetanea Mary Werbelow. 

Questo “Dioniso arrapante vestito di pelle nera” era tale prima che per l’alcool si gonfiasse fino a sfiorare, con quel panzone, il quintale: alto 1,80, 66 chili, capelli lunghi ondulati mai pettinati, occhi grigio-azzurri, e un pene “sopra la media”, con cui Jim era anal-sadico. Ce lo confermano – grossezza del pene compresa – le sue amanti, groupie e no, e tra le groupie Devon Wilson, che Jim a letto ambiva tre cose: legarle, con forza prenderle da dietro, e leccargli il sesso.

La sua linguesca passione è fermata in alcune canzoni, come nella sua versione di "Gloria" dei Them, “lei venne nel mio letto/ sul mio tappeto/ nella mia bocca”, e pare che Jim patisse la differenza tra vulve: quella di Nico, modella, attrice e vocalist dei Velvet Underground, era “soffocante, troppo carnosa e pelosa”. Fare con Jim un anale passivo era terribile per Pamela Courson, sua fidanzata ufficiale. Pam si lagnava che Jim “non mi sposa” e che con lei in missionario “non gli si alza…”. 

L’opposto ha scritto Patricia Kennealy, giornalista rock e moglie di Jim per cerimonia stregonesca. Patricia afferma che si sono sposati il 24 giugno 1970, con rito Wicca: “Ci siamo tagliati, e scambiati e bevuti il sangue, e poi Jim mi ha sc*pato sette volte in due ore”.

Ma se ci sono stati, chi sono stati, gli amanti di Jim Morrison? Io vi dico quelli famosi perciò gossip-ati: Brian Jones, la cui morte sconvolge Jim, e per la cui morte Jim compone una "Ode a L. A. pensando a Brian Jones, deceduto", “punteggiata di particolari frutto di esperienza personale”. 

E inoltre Ray Manzarek, con Jim fondatore dei Doors, e con cui prima dei Doors Jim convive a tre con la di Ray fidanzata, Dorothy. Ora io sapevo che Jim avesse ringraziato e posto termine alla convivenza poiché stufo di come lo facevano, Dorothy e Ray, “troppo rumorosi!”, e invece ci sono biografi (Philip Avon) autori di bio erotiche sul re lucertola che m’informano dei loro threesome. Altro amante di Jim, lo scrittore Michael McClure.

E io che lo sapevo suo amicone di sbronze e di sceneggiature, e basta! McClure era pure sposato, e padre. Allen Ginsberg ci ha provato, con Jim, ma è stato rimbalzato, Andy Warhol, pure, ma Warhol era in fin dei conti asex con tendenze voyeur: curiosava le sue Superstar – Edie Sedgwick, Nico, la trans Candy Darling – alla Factory, oralmente intente a Jim.

Robby Krieger, chitarrista dei Doors, nella sua autobiografia si fa sicuro della sterilità di Jim. Aggiornasse gli spermatozoi: Jim ha messo incinta Patricia, che ha abortito. E di donne che hanno chiesto soldi per interrompere sgradite gravidanze morrisoniane, l’avvocato di Jim, Max Fink, ne ha "seguite" una ventina. Più un paio di estorsioni di amanti uomini, di Jim, volenti denaro, tanto denaro, per starsene zitti.

Barbara Costa per Dagospia il 18 Settembre 2023 

Jim Morrison è morto per un mix letale di alcool e eroina. Jim Morrison non aveva mai assunto eroina prima di rimanerci secco no, no, no, l’ha fatto solo una volta, la notte tra il 2 e il 3 luglio 1971 e, pauroso degli aghi, non se l’è iniettata, ma l’ha sniffata. Eroina pura che, associata ai litri di alcool che Jim tracannava senza sosta, l’ha fatto strippare. È ciò che espone Hervé Muller, giornalista francese autore di "Jim Morrison. Ultimi Giorni a Parigi", libro del 1973 che, dopo la bellezza di 50 anni finalmente è tradotto in italiano, e rendiamo un superbo grazie a Federico Traversa, e a tutto il gruppo di Castello Editore. 

Chiunque ne voglia sapere compri e legga questo libro, si faccia la sua opinione, e io, schietta doorsiana manzarekiana, ne dico la mia, e non ci vado leggera: ci si può fidare di Hervé Muller, un tipo minato da turbe mentali e degente in ospedali psichiatrici??? Per di più, si tenga presente che Muller non ha "conosciuto" Jim Morrison, manco per niente. Nossignori.

Perché Hervé Muller a Parigi – come scrive nel libro – Jim Morrison lo ha visto solo 3 volte, e precisamente: la notte del 29 maggio 1971, quando un suo amico, tale Gilles, gli porta Jim ubriaco fradicio (e tentato di tuffarsi nella Senna) a casa. Jim si sveglia la mattina nel letto di Hervé e della di lui moglie Yvonne, si presenta e, per ricambiare l’ospitalità di aver ronfato ai loro piedi, li invita a pranzo fuori, allo chiccoso "Alexandre": qui Hervé Muller scatta le famose foto di Jim che magna a Parigi.

In questo ristorante Jim si ubriaca di nuovo, e Hervé e la moglie se lo riportano a casa. In seguito, incontrano Jim una seconda volta con la di Jim fidanzata storica, l’eroinomane Pamela, e Jim dona a Hervé una copia del suo "An American Prayer", chiedendogli se può tradurlo in francese. Su questo, si sentono una volta al telefono. Vanno una sera a teatro, e vedono "Lo Sguardo del Sordo", di Bob Wilson. Poi Hervé parte per la Grecia dove, sui giornali, sa della morte di Jim. Stop.

Su questi 3 contatti dico 3, Hervé Muller fonda la sua teoria da morte per unica sniffata di eroina su cui non ha la benché caz*o di prova – lui non è con Jim quando muore, non è dove accadono i fatti – se non il racconto di ignoti eroinomani che gli avrebbero rivelato: Jim è collassato d’ero al locale "Rock 'n' Roll Circus".

Da lì, persone non identificate avrebbero portato Jim in overdose a casa, da Pamela, e posto in vasca, in acqua fredda, a rianimarlo. Il tutto, lo sottolineo, non retto da una MINIMA PROVA se non l’opinione personale di Hervé Muller che Pamela abbia mentito nella versione passata alla storia. Versione che è l’interrogatorio di Pamela alla centrale di polizia che Hervé Muller nel suo libro riporta per intero e che registra che: la sera del 2 luglio 1971 Jim va a cena con Alain Ronay, suo amico dai tempi dell’università. Poi Jim ma con Pamela va al cinema, a vedere "La Valle della Paura", con Robert Mitchum. Tornano a casa, lei lava i piatti, lui proietta diapositive, poi a letto non fanno sesso, ascoltano dischi.

Si addormentano. Pamela si sveglia e sente Jim rantolare. Lo scuote. Jim dice di sentirsi male, al petto, (non era la prima volta negli ultimi mesi, un medico gl’aveva prescritto pastiglie che Jim non aveva preso). Jim si alza per farsi un bagno caldo. Dal bagno chiama Pamela, “sto male, mi sento strano…”, Pamela in cucina prende “una pentola arancione” dove Jim vomita 2 volte “liquido e sangue”, la terza “grumi di sangue”.

Così dice a Pamela di star meglio e di tornare a dormire. Verso le 5 del mattino Pamela di risveglia, accanto a lei Jim non c’è. Pamela corre in bagno. Jim è inerte nella vasca che perde sangue dalle narici. Pamela cerca di tirarlo fuori, e non ci riesce. Telefona a Agnès Varda e Jacques Demy (registi, loro sì, veri amici di Jim e Pamela a Parigi), e urla loro di chiamare aiuto (Pam non parla francese). Essi chiamano ambulanza e i vigili del fuoco che tirano fuori Jim dalla vasca, gli fanno massaggio cardiaco, inutile. Jim è morto. Il capo dei vigili dichiara: “Il corpo era ancora caldo, se intervenuti prima, c’erano delle possibilità di salvarlo”.

Secondo la versione ufficiale Jim è morto per arresto cardiaco. Non viene fatta l’autopsia. Il medico legale stabilisce che non è morte da suicidio o omicidio. Jim soffriva di problemi respiratori, da tempo, tossiva e vomitava, da tempo, non si curava se non con medicina indios.

La tesi di Hervé Muller è in quasi ogni libro sui Doors, e però: perché Jim si sarebbe fatto per la prima volta di eroina, quando è risaputo e comprovato che Jim era un alcolista sfondato che odiava l’ero (lo diceva, in interviste, da ultimo a Bob Chorush, "L.A. Free Press": “Odio il genere di sottili implicazioni necessarie per procurarsi quella roba, così non l’ho mai fatto. Per questo mi piace l’alcool. Si può scendere al negozio all’angolo o al bar, lo trovo lì”) ? Jim ha sniffato ero, quella sera, ribatte Hervé Muller, “perché depresso”. Sarà. E perché il cadavere di Jim “era ancora caldo” se, come sostiene Muller, “Jim in overdose da ero è stato messo in acqua gelida per rianimarlo” ? È stata Pamela, ti schiuma Muller, “a metterci l’acqua calda, è Pamela che mente”. 

E perché per il su-Jim-la-verità-la-so-io Hervé Muller, Pamela ci avrebbe mentito? Muller, senza una stracavolo di prova, dice che Pam ha mentito per salvare il c*lo al suo amante e pusher, conte Jean de Breteuil, colui che avrebbe dato l’eroina fatale a Jim. Lo stesso dice senza una prova se non che era amante e cliente del conte pure lei, Marianne Faithfull, nel 1971 eroinomane persa, sicché, te la raccomando... Ricordo che Pamela è morta nel 1974, lei sì di overdose da ero, sicché, hai voglia a dirne male…

Infine, non capisco l’insistenza di Muller sul "complotto" della sepoltura di Jim, avvenuta il 7 luglio, “4 giorni dopo la sua morte!”: non lo sa, il signor Muller, che Jim muore di sabato, il 4 è domenica (e festa indipendenza USA), e ci son volute 24/48 ore per avere atti e via libera dall’ambasciata USA??? Queste cose le so io, nipotina Doors, e non le sa chi, nel 1971, c’era, a Parigi, insieme a Jim??? 

50 anni senza Bruce Lee: i 4 film che hanno cambiato la storia. Il più influente artista marziale di tutti i tempi è riuscito a coniugare alla perfezione Oriente e Occidente, tracciando un solco nella storia della settima arte. Massimo Balsamo il 20 Luglio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il furore della Cina colpisce ancora (1971)

 Dalla Cina con Furore (1972)

 L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (1972)

 I 3 dell'Operazione Drago (1973)

Grazie a lui il cinema di arti marziali ha assunto rilevanza mondiale e nonostante la prematura morte – avvenuta ad appena 33 anni a causa di un edema cerebrale causato da un’allergia a un farmaco, nel pieno del successo – continua a rappresentare un punto di riferimento per tutti i cinefili. Sono trascorsi esattamente cinquant’anni dalla scomparsa di Bruce Lee, l’artista marziale più influente di tutti i tempi.

Koo: la musica dei pugni di Bruce Lee

Bruce Lee è entrato nell’Olimpo della settima arte grazie alla sua capacità di operare una fusione di Oriente e Occidente: ha conservato i caratteri espressivi tradizionali del gongfu adattandoli alla dimensione urbana e ai generi. La presenza unica, un carisma senza pari, il gusto quasi gratuito per lo scontro: sono tanti i fattori che lo hanno reso un’icona, andiamo a scoprire i 4 film che hanno cambiato il corso della storia del cinema.

Il furore della Cina colpisce ancora (1971)

Presentato da noi come secondo capitolo di una serie, “Il furore della Cina colpisce ancora” di Lo Wei in realtà è il primo interpretato da Bruce Lee al suo ritorno a Hong Kong. Colpisce la straordinaria ambientazione moderna e la personalità magnetica di Bruce Lee, che si carica il racconto sulle spalle e offre un’interpretazione memorabile. La trama non è particolarmente frizzante, ma gli appassionati del genere passano tranquillamente oltre.

Dalla Cina con Furore (1972)

“Dalla Cina con furore” segna la seconda collaborazione tra Bruce Lee e Lo Wei. Ambientato nella Shanghai di inizio Novecento, il film è basato su fatti e personaggi reali ed è profondamente nazionalista, puntando il dito contro i giapponesi, gli invasori stranieri. Da menzionare lo straordinario finale epico. Il film raccolse un incredibile successo fin dalla sua prima ad Hong Kong, la definitiva consacrazione per Lee.

L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente (1972)

“L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente” è il primo film interpretato, diretto e scritto da Bruce Lee. C’è una sorprendente componente comica che funziona e le sequenze di combattimento – quasi tutte girate in studio - sono estremamente curate. L’opera è stata girata in Italia e include la leggendaria scena di combattimento nel Colosseo. Impossibile non menzionare un giovanissimo ma già carismatico Chuck Norris.

I 3 dell'Operazione Drago (1973)

“I 3 dell’Operazione Drago” è l’ultima pellicola completata da Bruce Lee prima della morte, ma anche la prima pensata per il mercato occidentale. Diretto dallo statunitense Robert Clouse, il film coniuga il cinema d’azione di Hong Kong e una spy story. Parecchio ambizioso, ma la scommessa è stata vinta. Straordinario successo al botteghino, nel 2004 è stato scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti.

Estratto dell'articolo di Mirko Molteni per Libero Quotidiano il 19 luglio 2023.

«Be water, my friend!». «Sii acqua, amico mio!», declamava Bruce Lee in un’intervista del 1971. Poche parole racchiudono il mistero di un uomo, che resta tale a 50 anni dalla sua prematura morte, il 20 luglio 1973, per un malore. Ricordare il maestro del cinema d’arti marziali solo per i quattro film che, dal 1971 al 1973, lo consacrarono, è riduttivo. Bruce Lee è stato attore, sceneggiatore, regista, ma anche filosofo e mistico. Lo schermo fu per lui veicolo per diffondere una sua concezione di vita tesa a recuperare nell’uomo una spontaneità non recintata da stili o regole fini a sé stesse.

[…] 

Bruce emigrò in America, dove emerse come istruttore di kung fu e attore. Nel 1967 inventò una sua corrente, il Jeet Kune Do, “La Via del Pugno che Intercetta”, nuova arte marziale estrapolata dal kung fu, ma depurata dei formalismi. Aveva trovato un modo per rendere popolari in Occidente le arti marziali, proponendo l’esplorazione di tutti i movimenti di cui è capace il corpo umano, a seconda delle necessità istantanee del combattimento. Come l’acqua che si adatta ai recipienti!

Tutta la genesi del pensiero di Bruce è ricostruita da un nuovo libro. In Bruce Lee. L'avventura del Piccolo Drago, edito da 66thand2nd (320 pagine, 19 euro), Michele Martino narra l’epopea di come Bruce, con perenni esperimenti su sé stesso, in allenamenti e diete, non smise fino alla morte di cercare l’optimus fra potenza, velocità, resistenza. […]

Una di tali danze si vede in Dalla Cina con furore (1972), quando il protagonista interpretato da Lee, il giovane Chen, si trova circondato da una ventina di karateka giapponesi, dopo averli sfidati nella loro palestra. Come una ruota attorno al suo asse, i giapponesi giostrano attorno a Chen. Al girotondo, il cinese risponde ruotando anch’egli su di sé, per seguire con lo sguardo tutta la schiera nemica.

Era un mondo nuovo, per l’Occidente e l’Italia, dove l’autore Martino fu fin da ragazzo cultore del personaggio: «Quando ero piccolo, e in tv passavano i film di Bruce Lee, The Big Boss (Il furore della Cina colpisce ancora) era il mio preferito. Sapete perché? Perché per 40 minuti lui non combatte. Ma quell’energia trattenuta crea una suspense irresistibile, un senso d’attesa che vale più dell’azione che segue».

Come se Bruce fosse una balestra che accumula forza. L’autore spiega i trucchi del secondo, e un calcio rotante al terzo, il tutto senza stacchi e con velocità e precisione da capogiro». Il mito esplose già allora. All’uscita dai cinema, i ragazzi di borgata andavano a iscriversi alle palestre di kung fu, karate, judo. Molti erano di destra e se ne trova citazione nel film Romanzo Criminale, in cui il personaggio del Nero, il neofascista, è un judoka. 

Intanto, in Giappone, i fumettisti Buron Son e Testuo Hara ricalcavano sulla figura di Bruce il loro più famoso eroe, Kenshiro della Sacra Scuola di Hokuto. Quando i cartoni animati di Kenshiro arrivarono in Italia, tutti riconobbero nel guerriero del futuro postatomico le stesse espressioni e movenze dell’attore cinese. Come l’acqua in mille rivoli, Bruce Lee ha seguitato a scorrere.

Piccolo Drago. La lezione eterna di Bruce Lee sulla libertà e la creatività del combattimento. Michele Martino su L'Inkiesta il 20 Luglio 2023

A cinquant’anni dalla morte dell’artista marziale più famoso del mondo, Michele Martino racconta in un libro (pubblicato per 66thand2nd) le sue abilità fisiche e la capacità di superare le barriere culturali

Quando penso a Bruce Lee, che di James Lee era un grande amico (ma non un parente), mi torna sempre in mente la prima volta in cui l’ho visto, per fortuna su un grande schermo, quello del Reale di Roma, cinema storico, glorioso, trasformato più tardi in multisala, che oggi versa in stato di semi abbandono in fondo a viale Trastevere, con le porte a vetri oscurate dai graffiti e accanto un display digitale su cui scorrono pubblicità e trailer di film che forse nessuno andrà a vedere, per oggettivo disinteresse, o perché è più comodo aspettare che passino sulla (mica tanto) piccola (e interattiva) tv di casa.

Ricordo che siamo entrati a spettacolo iniziato, come si usava allora. Io, mio padre e mio cugino Marco. Il film era quello girato in parte a Roma, con il duello finale al Colosseo, e Chuck Norris nel ruolo del cattivo. L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente. Eravamo alla fine dei Settanta, o l’inizio degli Ottanta, io e Marco avevamo non più di sette o otto anni (oggi il film è vietato ai minori di quattordici). Ci siamo infilati tra le pesanti tende vermiglie del Reale, noi bambini davanti, con mio padre dietro, e siamo entrati nella sala buia. Abbiamo preso posto in una fila libera. Era uno spettacolo di seconda, anzi, terza, quarta o quinta visione. I sedili erano di legno. Lo schermo mi sembrava enorme, e noi lo guardavamo col naso in su. Al centro del grande telo iridescente c’era un uomo vestito di scuro, con gli occhi fiammeggianti, che allargava un braccio per invitare i suoi amici a farsi da parte. A stare indietro. Avrebbe accettato lui, da solo, la sfida di un’intera banda di criminali. «Vi interessa il kung fu?» diceva. «Sono qui per insegnarvelo». Dopodiché, in controtempo sull’attacco dell’avversario, colpiva con un calcio uno sgherro un po’ sovrappeso, con la barba e l’aria strafottente. Lo stesso che un attimo prima aveva steso in quattro e quattr’otto un «lottatore cinese», sfottendolo con una risata mentre l’altro precipitava nel mondo dei sogni, umiliando lui e la sua gente. I criminali avevano atteggiamenti e abiti «occidentali», due erano bianchi, due neri.

A quel tempo, ovviamente, mi sfuggivano i sottintesi di quel curioso confronto etnico, così come ignoravo che quegli attori fossero angloamericani chiamati a interpretare un branco di improbabili malavitosi romani, e che tutta la scena fosse girata in studio, a Hong Kong, tra scenografie di cartapesta. Nel frattempo mio padre aveva approfittato di un istante di pausa per sussurrarci che il tizio vestito di scuro con gli occhi fiammeggianti era Bruce Lee. Nel film si chiamava Chen. E lui un attimo dopo ruotava su sé stesso con una gamba al cielo per colpire di nuovo il malcapitato di prima, che crollava a terra come un sacco di patate. Gli amici di Chen, camerieri di un ristorante cinese e maldestri praticanti di karate, erano felicissimi che lui li avesse difesi. Qualche scena più tardi, Bruce Lee dava a tutti loro un saggio della sua arte, sempre lì sul retro del ristorante, in mezzo ai fondali dipinti. Uno degli amici, per proteggersi, si aggrappava a un grosso cuscino imbottito. Chen lo fissava per una frazione di secondo, faceva gli occhi della tigre, o meglio, del drago, si bilanciava sulle gambe e partiva, assestando un calcio al centro del cuscino. Il tipo che lo abbracciava finiva per essere scaraventato, al rallentatore, dopo un volo orizzontale di un paio di metri, contro una pila di scatole di cartone che gli crollava tutta addosso.

«Ti prego, Chen, fammi un favore,» esclamava allora il capocameriere, il più goffo e pingue del gruppo «insegna anche a me a tirare calci».

«Ehi,» lo rimbeccava un compare «non hai detto una volta che l’esercizio fisico non serve a niente?».

«Ma io mi riferivo al karatè giapponese. Questa è roba cinese».

L’altro a quel punto sembrava convinto, perché si toglieva la giacca dell’uniforme da karate e diceva agli amici, che lo imitavano entusiasti: «Beh, ragazzi, abbandoniamo anche noi il karatè, e prendiamo lezioni da Chen. Impariamo il kung fu».

A quel tempo, naturalmente, ero troppo piccolo anche per cogliere le sottigliezze di un dialogo del genere, le frecciate ai rivali giapponesi, la retorica del nazionalismo cinese. Per me il messaggio era solo uno: il kung fu è un’arte marziale superiore a tutte le altre e Bruce Lee il più grande combattente sulla faccia della Terra. Ero talmente piccolo che quando mio padre, alla fine del film, è uscito per andare in una cabina a telefonare a mia madre per avvertirla che lo avremmo rivisto tutto da capo, io avevo un po’ di paura a rimanere lì da solo, nella sala vuota, illuminata a giorno. Per fortuna c’era mio cugino. Perciò non potevo nemmeno sapere che nella realtà Bruce Lee non avrebbe mai combattuto in quel modo. Né potevo immaginare che «kung fu» era solo un’espressione – per alcuni impropria – che racchiudeva una miriade di stili diversi. Né che le mosse che avevo ammirato sullo schermo potevano chiamarsi «kung fu» solo di nome, per comodità, ma somigliavano semmai al tae kwon do coreano. Né che il copione lo avesse scritto Bruce Lee in persona, che probabilmente ci aveva infilato quelle battute solo per compiacere i suoi connazionali, il pubblico di Hong Kong, a cui la pellicola era inizialmente destinata.

In un’intervista registrata solo qualche mese dopo l’uscita del film, nel 1973 – nota come «the last interview» perché si ritiene sia l’ultima che abbia rilasciato prima di morire –, Bruce si sentì chiedere dal giornalista britannico Ted Thomas di esprimere un giudizio sui diversi sistemi di lotta. «Torniamo un attimo al combattimento,» gli dice Thomas «perché, che ti piaccia o no, è con quello che ti identifichi al momento. Esistono tanti stili di combattimento, karate, judo, boxe cinese, e c’è una domanda che ti avranno già fatto centinaia di volte: quale pensi sia il più efficace?». «Vedi,» replica Bruce, con la sua voce sibillina «la mia risposta è che non c’è un segmento [più] efficace di una totalità. Con questo voglio dire che personalmente non credo nella parola “stile”. Solo se gli esseri umani avessero tre braccia e quattro gambe, o comparisse un gruppo di individui strutturalmente diversi da noi, potremmo avere uno stile di combattimento diverso. Di base abbiamo due gambe e due braccia, l’importante è usarle al massimo in termini di direzione: linee dritte, linee curve, linee tonde». C’è il pugilato che si serve delle mani, continua Bruce, il judo che si serve delle proiezioni. «Non voglio denigrarle, ma dire soltanto che è a causa degli stili che le persone sono separate. Non sono unite perché lo stile è diventato la legge».

«Non credo più negli stili» aveva detto anche in un’altra intervista – nota come «the lost interview» –, con Pierre Berton, nel 1971. «Non credo che esista qualcosa come un sistema di combattimento cinese, o un sistema di combattimento giapponese, o un qualsiasi altro sistema di combattimento». E ancora: «Gli stili tendono a separare gli uomini, perché hanno le loro dottrine, e la dottrina diventa il vangelo, che nessuno può più cambiare. Ma se non hai uno stile, puoi dire: Eccomi qui, sono vivo, come posso esprimermi in modo totale e completo?». […]

C’è una famosa poesia di Kipling, La ballata dell’Est e dell’Ovest, ambientata in una remota regione dell’India coloniale, che racconta la storia di un indigeno dalla pelle scura che ruba il cavallo di un ufficiale britannico, il quale lo insegue per recuperare l’animale. «Oh, l’Est è l’Est e l’Ovest è l’Ovest, e mai i due si incontreranno» sono i versi iniziali della ballata, citati spesso per indicare l’incompatibilità tra Oriente e Occidente, impossibile da ricomporre. La poesia si chiude però con i due uomini, l’indiano e l’inglese, che si ritrovano faccia a faccia e giungono a una tregua, scambiandosi segni di mutuo rispetto. Perché nella realtà di un duello non possono esserci più né Oriente né Occidente, né confini, né distinzioni di razza, né certificati di nascita. Credo che Bruce Lee avrebbe sottoscritto. Tutta la sua ricerca sta lì a testimoniarlo. Una ricerca tesa a superare le barriere etniche, stilistiche, geografiche, a spogliarsi dei rituali, delle forme codificate, a dimenticare tutto ciò che ci divide, alla ricerca di una verità intima, della propria essenza, nel momento presente; cioè, nel suo caso, nelle condizioni concrete di un combattimento.

Le sue risposte a Thomas e a Berton erano il frutto di un lungo percorso, di una lenta maturazione. E nel formulare quelle parole, in ogni caso, Bruce Lee non stava attingendo solo al suo lavoro, alla sua esperienza, e nemmeno alla poesia di Kipling, ma stava parafrasando neanche troppo nascostamente il maestro che ammirava più di tutti, Jiddu Krishnamurti. Questo fa sorgere una domanda: Bruce Lee era davvero un filosofo, un mistico, o solo un pensatore di seconda mano, se non addirittura un plagiario? Alla prima domanda ne possono seguire anche altre, le solite che vengono tirate fuori quando si parla di Bruce Lee. Sapeva davvero combattere come nessun altro, o era solo un attore con qualche rudimento di arti marziali? Sapeva almeno recitare, o era solo un ragazzo con una bella faccia e un corpo scolpito in palestra, capitato al posto giusto al momento giusto? Incarnava sinceramente la fierezza del popolo cinese, o era solo un hongkonghese occidentalizzato che proprio per questo piaceva alle platee americane ed europee?

Che rapporto c’è tra lui, la persona in carne e ossa, e il personaggio dello schermo, l’icona cinematografica, l’eroe – violento? maschilista? omoerotico? – che prende serenamente a calci nel sedere chiunque gli si pari davanti, bianchi, neri, americani, giapponesi, thailandesi, russi, italiani, gangster, imperialisti, colonialisti, capitalisti? Le domande, i dubbi che circondano la sua vita, paradossalmente si estendono alle circostanze misteriose della sua morte. È stato davvero un incidente? Provocato da cosa, da un farmaco, dalla marijuana, da un colpo di calore? O è stato ucciso da qualcuno? Ma da chi? Dalle Triadi, cioè dalla mafia cinese? Dai maestri di kung fu che condannavano la sua ribellione? Da un’amante gelosa? Dal suo socio in affari? Da un regista invidioso dei suoi successi? Da un produttore rivale minacciato dalla sua travolgente ascesa?

[…] Mentre scrivo queste righe, nel maggio del 2023, mi viene in mente che non può esserci momento meno opportuno di quello in cui viviamo per parlare di arti marziali, con le immagini dei carri armati che cannoneggiano le campagne ucraine, dei droni che bersagliano i palazzi, a ricordarci ogni giorno la realtà della guerra, al di là di qualsiasi fantasticheria sulla nobiltà del combattimento. Provo a mettere da parte le esitazioni, i timori, e accettare l’aporia insita nella definizione di «arti marziali», di cui ci serviamo per tenere insieme, in italiano come in inglese, francese, spagnolo, tutti i metodi di lotta originari dell’Asia; augurandomi che il mio (e il vostro) interesse non scada mai in un gratuito compiacimento della violenza, di nessun tipo, ma esplori semmai il primo termine dell’espressione. Non «marziale», dunque, cioè guerresco, militare, bellico o bellicoso, sinonimi di morte e distruzione. Ma «arte», parente di libertà e creazione, dal latino ars, la cui radice indoeuropea Ṛta («verità», «ordine cosmico»), formata da Ṛ («muoversi») e *ar («in modo appropriato»), è la stessa che ha dato vita alle parole greche harmos e therapeia, da cui armonia e terapia. Il cambiamento, diceva Krishnamurti (una tra le sue tante meravigliose riflessioni), si ha soltanto quando siamo in grado di vedere le stesse cose con occhi diversi.

Tratto da “Bruce Lee. L’avventura del Piccolo Drago”, di Michele Martino, edito da 66thand2nd, pagine 320, € 19,00.

Estratto dell’articolo di Andrea Palazzo per “il Messaggero” lunedì 16 ottobre 2023.

«Robe', t'o'o sogni che casco». Sul set di Roma città aperta la Magnani faceva le bizze. «Poi Rossellini diede il ciak e alla mitragliata lei si buttò in quel modo. In due minuti fece la storia del cinema». 

A ricordarla a 50 anni dalla morte, e mentre sta per aprirsi (il 18 ottobre) una Festa del Cinema dedicata a lei, è l'amica Silvia D'Amico (82), produttrice dei suoi ultimi film Tv. Sua madre, Suso Cecchi D'Amico, era stata la sceneggiatrice di fiducia dell'attrice. «Anna frequentava casa da quando avevo 5 anni, le sono rimasta vicino fino alla fine». E sul suo letto di morte Silvia conobbe Roberto Rossellini, che diventò il suo compagno. Lui fu l'unica persona che la Magnani volle accanto a sé negli ultimi giorni. 

Come mai Anna chiamò il suo ex dopo 30 anni?

«Per lei Roberto risolveva ogni problema, gli disse: "Nun me devi fa' mori'". Si fidava di lui più che dei medici». 

Rossellini fu generoso, non è da tutti

«Fece i salti mortali per tenere segreta la notizia della malattia, non voleva che lei - ignara del tumore - intuisse qualcosa leggendo i giornali. È morta senza accorgersene». 

La loro fu una storia d'amore tormentata?

«Sì e finì dopo il telegramma di Ingrid Bergman che invitava Rossellini a lavorare insieme. […] ».

[…] Marcello Gatti, che ebbe con Anna una storia, rivelò che incontrarono Rossellini e la Bergman e lei indicò al regista le sue parti intime: "Questo sì che è maschio." Gelosia feroce?

«Roberto si sarà fatto una risata, le scenate plateali erano il loro pane quotidiano». 

Che donna era, la Magnani?

«Si pensa a una pantomima della romanità, "Aho', li mortacci tua" e invece era una borghese sofisticata che aveva studiato piano e recitazione». 

[…] La rivalità con la Loren?

«Ma no, Anna la puoi paragonare solo a Bette Davis! Lei diceva che l'Oscar della Loren era stato più facile perché recitava in italiano, mentre il suo film era in inglese». 

In scena era tutto istinto?

«Io direi gran professionista. Una notte sul set di Bellissima faceva freddo e si vedeva il vapore del suo respiro: si mise del ghiaccio in bocca e andò avanti recitando così». 

Il direttore della fotografia Delli Colli non voleva che usasse i tiranti per levigare il viso. Era davvero fiera delle rughe?

«No, Anna certe rughe non le voleva. Il suo operatore preferito, Barboni, era attentissimo a luci e ombre. Quando morì, disse: "Sto fijo de na mignotta, che dispetto m'ha fatto." Ma non le dava mai un'immagine troppo patinata». 

Secondo l'amico di Anna, Tennesse Williams, ogni sera aveva un giovane amante diverso. Si è più innamorata dopo Rossellini?

«Gli ultimi partner, Gabriele Tinti e Osvaldo Ruggeri, erano molto giovani ma sono state vere relazioni d'amore». 

Un episodio che la fa ancora ridere?

«Il suo commento, appena uscita dalla toilette del Jackie 'O: "Il mondo è finito, vai ar cesso e ce trovi la regina d'Egitto." In quel periodo re Farouk era in esilio a Roma, lo si incontrava sempre con la moglie a via Veneto».

Si ricorda le sue famose feste a casa?

«Amava fare scherzi telefonici insieme a Sordi. Cercavano sull'elenco stradale un condominio e chiamavano a turno gli inquilini, fingendo di essere il vicino di casa: "Aiuto, me sento male." Il condominio impazziva. Poi Sordi chiamava i portieri delle dimore nobili: "Salve sono Raniero del Cazzo" e questi, "Li mortacci tua."»

Lo scherzo più crudele?

«Telefonavano a una nota attrice per comunicarle un premio da ritirare, ma rifiutavano ogni sua richiesta, fino a rivelarle che aveva vinto solo due caciotte e un salame. Lei nonostante tutto accettava e loro, giù a ridere».

Con Visconti fu amore-odio?

«Lo aveva nascosto in casa durante la guerra, terrorizzata di essere scoperta, lei che quando faceva la rivista aveva spesso sbertucciato il regime. Litigarono perché in giuria al Festival di Venezia lui le negò un premio per un film mediocre. Anna nelle amicizie era mafiosa: o sei con me o contro di me».

Com'era come madre?

«Non è stata una brava madre e non perché fosse assente. Al contrario, poteva essere soffocante, sempre depressa per la poliomelite di Luca. Dopo la sua morte, lui sposò una donna che si truccava e vestiva volutamente come Anna». 

Cosa pensa del progetto annunciato dalla Guerritore?

«[…] È brava ma forse nella Magnani lei cerca una proiezione di sé stessa».

Estratto dell’articolo di Patrizia Carrano per “la Stampa” domenica 24 settembre 2023.

Forse non basta mezzo secolo per comprendere quali siano stati i vertici e gli abissi di Anna Magnani. Un'attrice che ha annoverato vittorie e sconfitte, film belli e film brutti, restando sempre ineguagliabile, e per certi versi incatalogabile: capace di passare dal teatro classico al varietà, dalla commedia brillante al dramma, dal cinema leggero all'indiscusso manifesto del neorealismo che è Roma città aperta. «Una donna di cappa e di spada», diceva di lei il suo compagno d'arte Totò. […] 

Chi era Anna Magnani? La signora dalla bella casa sui tetti della capitale, che conversava con il suo vicino, il pittore e scrittore Carlo Levi? La gattara romana che di notte girava per le rovine del centro storico portando cartate di cibo ai randagi affamati? L'italiana che aveva affascinato il drammaturgo Tenessee Williams, che per lei aveva scritto La rosa tatuata, cercando di convincerla a debuttare a Broadway, e che poi si era «rassegnato» a farne un film? La donna migrata a Hollywood piangendo tutte le sue lacrime alla partenza della nave a Le Havre e che poi – prima interprete non di lingua inglese – nel '56 ha vinto l'Oscar?

 Il personaggio del mondo dello spettacolo al cui funerale la folla radunata a piazza della Minerva – la piazza era gremita, e un filmato su you tube lo testimonia – comincia spontaneamente ad applaudire, scandendo a colpi di battimani l'uscita della bara dalla chiesa, come se si fosse alla fine di uno spettacolo? Oggi non c'è funerale di un personaggio caro al pubblico in cui non parta l'applauso. Ma la prima volta è accaduto là, a piazza della Minerva. Per lei.

Questo e molto altro, è stata Anna Magnani. Anche sul fronte di quelle che oggi si chiamano «le battaglie di genere»: capace di imporre il suo viso angoloso e il suo personale profilo in un'epoca – a cavallo fra gli anni 30 e 40 – in cui dalle donne si pretendeva la boccuccia a cuore e i boccoli. 

«Non è stato facile: mi offrivano sempre ruoli di prostituta o di artista del varietà» ammetterà poi. In quell'epoca di perbenismo in orbace ha avuto il coraggio leonino di legarsi a un uomo di otto anni più giovane di lei, Massimo Serato e di farci un figlio.  

E ancora: Magnani è stata la prima donna a pagare gli alimenti al suo ex– marito, il regista Goffredo Alessandrini, figlio d'una famiglia importante, autore di rango, uomo in eterna ricerca d'avventure, e da vecchio ridotto in miseria e dunque considerato dai giudici «il coniuge più debole».

Si è molto parlato dei suoi celebri amori: per Rossellini, che la abbandonò per la Bergman e con il quale ingaggiò quella che venne soprannominata «la guerra dei vulcani»: lui che girava a Stromboli e lei che recitava a Vulcano per la regia di William Dieterle. Ma troppo poco si è ragionato sulla sua bravura, dandola per scontata […] 

«Regina, ma all'occorrenza popolana» diceva di lei la sceneggiatrice Suso Cecchi D'Amico, sua amica per tutta la vita. Eppure, dopo il fondamentale urlo del neorealismo, era stata messa da parte. Troppo personale, troppo ingombrante, troppo altera e assieme troppo plebea, Magnani era figlia di un cinema che negli Anni 60 trovava sempre meno spazio: si affacciavano le inquietudini borghesi, i disagi sotterranei.

Oppure trionfava la crudele e azzeccatissima commedia all'italiana, […] Oggi, a cinquant'anni dalla sua morte, la Magnani non ha eredi. Ma lascia in eredità un modo di attraversare lo schermo, che unisce professionismo e disobbedienza, piglio e disciplina, originalità e un certo inaspettato candore. 

Una eredità raccolta in molte latitutidini: Frances McDormand (tre Oscar come attrice e uno come produttrice) ha più volte dichiarato di avere in Magnani un esempio e una ispirazione, Penelope Cruz ha fatto altrettanto, anche su suggerimento di Pedro Almodovar.

[…]

Estratto dell'articolo di Alberto Piccinini per Il Venerdì- la Repubblica il 14 luglio 2023.

«Della scena della morte non ho fatto prove (...). Era popolo quello che stava addossato contro i muri. I tedeschi erano tedeschi presi da un campo di concentramento. Di colpo non sono stata più io». 

Nel 1970 Anna Magnani ricorda così, per la centesima o millesima volta, la sequenza più importante del nostro cinema: la scena madre di Roma città aperta. Il film ha smesso di vederlo da un po': «Torno a casa e sto male» racconta a Floriana Maudente della rivista Arianna. In un cortocircuito che dice parecchio della società di allora, le sue interviste più complete sono firmate da donne, le ancora pochissime firme di costume. Compare tra i ritratti degli Antipatici di Oriana Fallaci: «Oriana mia, io dico le parolacce ma odio talmente la volgarità». 

A Lietta Tornabuoni che su Oggi indaga gli ultimi anni da diva appartata coi suoi cani a Palazzo Altieri dice: «Ho abbandonato io il cinema (...) È povero, miserabile, pitocco». Televisione non ne ha fatta mai. La odiava. «Te fanno i segnetti per terra e lì nun te devi move. E se a me me va de ballà?». Niente archivi, canzoncine, techetechetè.

Anna Magnani moriva 50 anni fa, il 28 settembre 1973. Giancarlo Governi che nel 1981 pubblicò la sua prima biografia, Nannarella, ora ristampata da Fazi, scelse l'intervista di Maudente per rievocare il momento centrale nella carriera dell'attrice. Si capisce anche perché oggi ricordi quell'incarico come un mezzo incubo. «L'idea fu di Raffaele Crovi, il direttore editoriale di Bompiani: con lui avevo fatto un Totò l'anno prima» spiega al telefono. «Gli risposi subito: ma è una donna! Io sono un maschio, un maschilista, non me la sento. Lui mi fece telefonare dal conte Valentino Bompiani che insistette, mi mandò il contratto con dentro un assegno». 

Allora quarantenne, giornalista e autore assunto in Rai, Governi si mise all'opera. «Decisi di lavorare di notte, non so bene perché. Avevo già una famiglia, due ragazzini. Il libro l'ho scritto a mano, la mattina mia moglie raccoglieva i fogli e li portava in copisteria.

E in fondo al corridoio appariva la Magnani: "A regazzì, me sa che stai a scrive un sacco de fregnacce"». Non posso fare a meno di ricordargli, perché siamo in tema, come nel vecchio cinema romano le mogli degli sceneggiatori fossero spesso le loro dattilografe. Governi sorride: «Le racconto una cosa. Quando Rodolfo Sonego, sceneggiatore di Sordi, ha compiuto 70 anni i suoi allievi gli hanno regalato un computer. Per mesi è rimasto lì imballato. Un giorno gli dico: guarda che è facile, se vuoi te lo insegno. Si avvicina e mi fa in un orecchio: Poi mia moglie che fa? Capito?». 

(...)

Il lavoro di Giancarlo Governi ricomincia dal suo nome. Magnani è la madre Marina che l'ha avuta a 21 anni da un padre sparito. Figlia di NN, Anna cresce coi nonni ai quali è affidata e cinque zie, quasi tutte sarte (lo stesso ruolo che ripeterà in una mezza dozzina di film). Quando avrà il figlio Luca dall'attore Massimo Serato – col quale ha una relazione alla fine del matrimonio col regista Goffredo Alessandrini – gli darà lo stesso cognome. Magnani. 

«È una discendenza al femminile forse unica nella storia italiana» dice Governi, che scrupolosamente controllò i certificati ed è tornato a farlo in occasione di questa nuova edizione.

Matrilineare, segno di una civiltà insieme arcaica e futura. In un gioco di specchi e provenienze si confonde la verità prorompente del personaggio di popolana romana per il quale ricordiamo Anna Magnani, sartina o sciantosa che fosse nei suoi film. Era una famiglia romagnola appena emigrata a Roma quella dei Magnani, il nonno usciere di tribunale. In più, la mamma Marina si sarebbe sposata ad Alessandria d'Egitto, dove la figlia la raggiunge in qualche occasione, portandosi in eredità il dubbio di una provenienza esotica. Quanto al padre, «Anna aveva fatto delle ricerche» ha raccontato Osvaldo Ruggeri, ultimo compagno della diva «scoprendo che era calabrese e di cognome faceva Del Duce. Aveva lasciato perdere perché, mi disse, non m'andava d'esse la fija der Duce!». 

antifascismo istintivo Battuta fenomenale. L'antifascismo della Magnani è sempre stato, quello sì, istintivo. Sprezzante e antiretorico, alla Trilussa. Nei teatri di rivista aperti durante l'occupazione nazista della capitale saliva sul palcoscenico con Totò – la più grande coppia comica del tempo come si può ancora immaginare rivedendo Risate di gioia - e si divertivano a provocare repubblichini e tedeschi in sala, gettando nel terrore gli altri attori della compagnia.

In quel 1980 Giancarlo Governi ha la fortuna di trovare ancora tutti vivi i testimoni dell'epoca, i colleghi Sordi e Fabrizi, le amiche strette Marisa Merlini e Elsa De Giorgi, per ricostruire con loro un mondo davvero perduto: il giro di giovani cinematografari e intellettuali che ruotavano dalla fine degli anni 30 nell'appartamento di via Amba Aradam, dove la Magnani era andata a vivere col marito Alessandrini, uno dei registi della Cinecittà fascista, e poi era rimasta con Massimo Serato. De Giorgi, attrice dei telefoni bianchi, scrittrice e compagna di Italo Calvino, scrive un ritratto bellissimo di "Nanna" in I coetanei, spietato memoir di trentenni romani, tutto da rileggere. Nella prima pagina, sulla spiaggia in compagnia di un amico, l'"efebo Dado", prende in giro con ferocia il gerarca che si avvicina a omaggiarla: «Eccellenza mia, fatece almeno ride! (...) Ma è vero che ve rode de fa la guera mo?». Commenta Elsa De Giorgi: «Odiava l'ipocrisia borghese. Aveva idee confuse su queste cose, ma grandiose di ribellione e coraggio». 

teatro e verità Tornando alla scena madre di Roma città aperta, tutti i racconti raccolti da Governi confermano che nessuno l'aveva scritta davvero così. Aldo Fabrizi – tra i due non correva buon sangue – dice che è successo tutto per caso: Anna cadde veramente sull'asfalto e si fece pure male. Amidei, lo sceneggiatore, ricorda che l'ispirazione forse venne durante le riprese, una notte a Trastevere, quando lei fece una scenata al suo compagno Massimo Serato e gli corse dietro, mentre lui si allontanava su una camionetta della produzione.

Le scenate di Anna Magnani ai suoi uomini, Alessandrini, Rossellini, Serato, spesso in pubblico, erano un misto di teatro e di verità che faceva impazzire il gossip dell'epoca. Fu ancora Serato a raccontare a Governi un'altra curiosa reminiscenza della scena di via Montecuccoli: il giorno in cui fu chiamato alle armi e Anna Magnani incinta di lui in taxi lo venne a tirare giù dal camion già alla stazione Termini, e riuscì a tenerlo a Roma smuovendo ogni sua conoscenza di gerarchi e ministeri. Suso Cecchi D'Amico avrebbe voluto scriverci sopra un film, lei non volle.

Insieme firmeranno però L'onorevole Angelina, commedia neorealista con la prima parte più sovversiva/femminista del cinema italiano. «Io l'ho vista solo una volta di persona» ricorda infine Governi. «Avevo 15 anni e facevo la claque al teatro Sistina. Finito lo spettacolo, vado a prendere l'autobus con degli amici, e la vedo a un angolo della piazza. Abbiamo cominciato a guardarla e lei, che non abbassava mai lo sguardo, fa: Aho e mica me vorete menà eh?!" Mi sono fiondato in ginocchio le ho baciato la mano "Ma che dice, noi l'adoriamo!". "Aho, mica so' la madonna!"».

Estratto dell’articolo di Daria Galateria per “Robinson - la Repubblica” lunedì 3 luglio 2023.

Oggigiorno, dice Joséphine Baker nelle sue memorie, non si muovono più il naso, le orecchie e le dita dei piedi, nessuno osa più ridere, piangere, fare le smorfie.

Solo occhiate convenzionali, una «immobilità spaventosa». Quando guarda gli spettatori, Joséphine si dice: ecco il tuo ruolo, smuovere quei visi tristi. Ha cominciato così, infilando i pollici nelle orecchie e incrociando gli occhi; il ballo, per la Venere nera, è un istinto di snodo futurista, cubista. 

Allegro, selvatico, certo. Ma le sue leggendarie rotondità nere e vellutate – il sedere che ride (Simenon dixit), i seni liberi, le ginocchia piegate, la palla di gelatina nera dei capelli, le braccia usate come gambe e poi, insieme, come quattro zampe – Joséphine Baker le piega tutte a squadro, e salta; il charleston che importa a Parigi è «l’epilessia americana».

Nelle memorie, che rilascia, nel corso di vent’anni, al giornalista e scrittore Marcel Sauvage, La mia vita ( tradotta da Mimosa Martini per EDT) ha un programma: «Solo cose divertenti » . Ma poi, negli anni, Joséphine lo guida senza parere, con una finezza spaventosa perché inavvertibile, a arricchire e modificare la propria leggenda. 

Ricalca e ribadisce l’immagine voluttuosa, scandalosa, irrefrenabile della “Nefertiti di oggi”, come la definiva Picasso. Ma tra tante piume e paillettes, a emergere è il suo impegno. Per gli animali, le donne, per costumi liberi, e per la causa nera, ovviamente. Al cinema ho imparato cos’è un negro, ride. «Un negro qui!» gridava il regista di culto, Marc Allégret: «Avvicinatemi il negro! Mandate via il negro!» (è la lavagna su cui si scrivevano le battute) – sperava Joséphine di creare un’impresa cinematografica per gli artisti di colore francesi, la Noir-Film (non se ne fece nulla).

A New York però, nel dopoguerra, viene mandata via (“ sorry, very sorry”) da dodici alberghi. Alcuni amici ( vedettes nere, come Lena Horn) chiamano il sindaco di New York; allora all’hotel la tengono, ma quando col marito ordina la cena in camera, la portano senza posate e senza tovaglioli; i letti non vengono rifatti e il telefono non funziona. È il dopoguerra: pensare che è stata arruolata nei servizi segreti della Francia Libera, capitano militare, decorata con la medaglia della Resistenza e la Legione d’onore da Charles de Gaulle 

[…] Nei ricevimenti, raccoglierà informazioni, sull’Italia soprattutto: entrerà in guerra o no? E le tournée: in Spagna, Portogallo, Brasile, e, quando da Londra chiedono di creare nuove reti di collegamento, tanta Africa. 

[…] Quattro anni in Africa, quasi due in clinica, malata (anche quella sua stanza un centro di informazioni); la febbre a 40 quando gli Americani entrano in guerra; quando sbarcano, e ci sono bombardamenti, di corsa nel giardino dell’ospedale. Insomma, rifiutare lei, che ha combattuto il nazismo per quelle idee sulla razza. Lei che il 3 gennaio del ’ 45 ha chiuso il galà offerto dagli Alleati ai quattro generali, inglese, francese, russo e americano, nel Palazzo di Giustizia di Berlino, tra ratti e macerie - e poi per i soldati spettacoli ogni due ore, dalle dieci di mattina alle undici di sera; 

i commilitoni portavano chili di attestazioni di arianesimo trovati nel Reichstag distrutto. Lei che è stata ricevuta con onore a Sigmaringen, prima donna di colore tra quei marmi degli Hohenzollern. A Algeri, sul palco d’onore, era accanto a madame de Gaulle. Tutto è spumeggiante; compaiono Ali Khan con Rita Hayworth, Farouk, Colette, Pirandello, il papa, le Folies Bergères, e Saint Louis, dove bambina ballava per riscaldarsi. Però nel 2021, è entrata nel tempio francese del Pantheon; lo ricorda emozionato, nell’introduzione, Jean- Claude Bouillon, un figlio adottivo, il quinto: erano dodici.

Celentano, Tenco, Jannacci e la truffa di Elvis Presley. A fine anni Cinquanta un impresario tedesco convinse gli artisti che avrebbe combinato un grande incontro con il re del rock americano, ma scappò con il malloppo. Paolo Lazzari il 17 Settembre 2023 su Il Giornale.

Ora che giacciono lì, con quattro fichi secchi stretti tra le dita, forse cominciano lentamente a realizzare quello che dev'essere successo. Per averli comprati in un mercatino senza pretese conficcato nei dintorni di Norimberga, sono pure succosi. Comunque qualsiasi pietanza sembra più buona quando hai una fame maledetta. Luigi Tenco si stringe nelle spalle, abbandonandosi su un marciapiede crepato. Accanto a lui, Enzo Jannacci sfrega ancora il polso dove poco prima rimirava un orologio solo apparentemente luccicante. Poco più in là Adriano Celentano giace con le mani tra i capelli e il bassista del gruppo, Paolo Tomelleri, fissa sconsolato il vuoto.

Già, ma cosa è successo? Per capirlo serve annodare il nastro del tempo di qualche settimana. Fine anni Cinquanta. Trilla il telefono di Celentano: dall'altro capo del cavo squilla la voce di un impresario tedesco. Dice che può combinare l'incontro del secolo, quello tra l'astro sorgente del rock italico e il più illustre monarca statunitense del genere, Elvis Presley. L'artista si troverebbe di fatto in Germania, dove è di stanza per il servizio militare. Occasione succulenta. Subito Adriano allerta i colleghi: Jannacci al pianoforte, Tenco al Sax, lui alla chitarra e Tomelleri tra clarinetto e basso. Di anticipi per ora non se ne vedono, ma sono tutti concordi che bisogna partire.

Enzo Jannacci - Wikipedia 

Così mettono insieme un fondo cassa e acquistano i biglietti del treno, andata e ritorno. Viaggetto impegnativo, ma non troppo. Scendono alla stazione sbagliata, desertificata. Qualcuno li avvisa che devono rimontare sopra e tornare indietro, che sono andati lunghi. Stavolta ci prendono. Folla crepitante appena mettono giù piede, Tenco è il più introverso, ma poi si scioglie. La sera iniziano a suonare in qualche locale, ma per ora non vedono una lira. Tutto, comunque, è confezionato in virtù del fatidico incontro con Elvis.

Che però non avverrà mai. I nostri scoprono la lancinante verità: l'impresario teutonico ha tirato una patacca mostruosa. Non c'è un bel niente di organizzato. Non solo: è scappato con il malloppo versato per l'organizzazione della tournée. Peggio di così difficilmente potrebbe andare. Non fosse che il fondo cassa residuo lo detiene l'estroso Enzo Jannacci. Quando quegli altri lo tirano per la giacchetta per andare almeno a mangiare qualcosa, prima di riprendere il treno (per fortuna già pagato, almeno quello) lui dapprima tossicchia, poi, in uno slancio di coraggio, mostra la creatura al polso: "Sentite, col resto c'ho comprato un orologio".

La truppa adesso è furibonda. "Ma sei scemo? Noi adesso cosa mangiamo?". Aggredito, Enzo non si scompone: "Guardate - indica l'oggetto - che questo è waterproof. In Italia lo rivendiamo e ci facciamo una fortuna". Peccato che un istante dopo va a lavarsi le mani e l'orologio, bagnato, comincia a perdere pezzi, si scioglie, diventa poltiglia. Truffa e contro truffa. Calano sipario e silenzio sulla comitiva.

Così adesso eccoli lì, intenti ad aggredire quattro fichi secchi di numero. Poi, stremati, si dirigono verso la stazione. Salgono sul treno con lo stomaco che nitrisce e la faccia pesta di chi ne ha buscate parecchie. Per fortuna il futuro sarà una canzone assai più allegra di così.

Giuseppe Videtti per il Venerdì di Repubblica il 7 Settembre 2023

Questa è la cantante che ha insegnato a Elvis il R&R. Lo danno tutti per scontato, anche il regista Baz Luhrmann, che ha diretto il recente biopic sul Re, in cui Shonka Dukureh interpreta Big Mama Thornton (1926-1984), blues singer, cantautrice e batterista non meno dinamica e trascinante di Chuck Berry o Little Richard. 

Perché Big Mama, se la sua grandezza era pari alla stazza, è sempre rimasta in seconda fila? Era nera, era donna e non era un sex symbol; aggressiva e prepotente, anzi, una spina nel fianco per impresari alla ricerca di docili prede.

Dunque, in quanto donna, patì una doppia pena rispetto a tanti giganti del blues attivi tra gli anni 50 e gli anni 60: portati alle stelle per aver scritto canzoni senza le quali il R&R non avrebbe mai visto la luce (Hound Dog nel caso di Big Mama, quella che Elvis le scippò e trasformò in un classico), poi surclassati e lasciati all'angolo dagli stessi che ne avevano esaltato la gloria (Elvis, ma anche i protagonisti della British Invasion, Beatles e Stones in testa). 

Quando nel 1967 Janis Joplin interpretò a Monterey quella devastante versione di Ball & Chain, la Thornton, che l'aveva scritta e cantata, era già stata relegata a un circuito amatoriale (fino a Joni Mitchell di cantautrici neanche l'ombra); incideva dischi bellissimi per l'etichetta specializzata Arhoolie (una Bibbia per gli amanti del blues).

Ascoltate Sometimes I Have a Heartache, da un album del 1966 con il grande Muddy Waters alla chitarra e i fantastici Otis Spann al piano e James Cotton all'armonica. Di fronte a tanta voce, a quel che si racconta fosse la presenza in scena di Big Mama e al magnetismo di questo blues, riflettiamo: quanti sacrifici e quante umiliazioni e quali ingiustizie hanno subito le madri e i padri della musica afroamericana per far largo ai reali del rock?

Il melò al Cinema di Venezia. Chi è Priscilla Presley: “Elvis e io” di Sofia Coppola racconta la moglie della leggenda del rock and roll. Vero e proprio racconto di formazione, il film porta in scena la tempestosa relazione tra The Pelvis e la consorte, spesso vittima delle sue paturnie. «Un racconto femminista? No, soltanto umano». Chiara Nicoletti su L'Unità il 5 Settembre 2023

Non ci sono dubbi che il sesto giorno dell’80esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia abbia come immagine portante il viso commosso di Priscilla Presley, al lido per il film di Sofia Coppola che porta il suo nome e i ricordi della sua storia d’amore con Elvis Presley. Basato sul bestseller scritto dalla stessa Presley nel 1985, Elvis e io, il nono film della regista Leone d’oro nel 2010 con Somewhere, racconta, attraverso gli occhi di Priscilla, il lato nascosto di un grande mito americano, nel lungo corteggiamento e nel matrimonio turbolento con il re del rock.

Per dirla con un altro recente titolo: l’altra faccia, più ombrosa e umana di Elvis di Baz Luhrmann. Si salutano con una promessa di eternità Elvis e Priscilla nel film, un arrivederci ad un altro tempo, un altro mondo. È proprio l’aver mostrato questa consapevolezza dei due di avere un legame più alto e profondo, la parte più rappresentativa della sua vita secondo Priscilla. Alla domanda su cosa l’abbia colpita di più del film, risponde “la fine” per poi aggiungere: “È difficile guardare un film sulla propria vita e sul proprio amore. Sofia ha fatto un lavoro incredibile, abbiamo parlato tanto e io ho cercato di raccontarle di me tutto quello che potevo”. Priscilla è un vero e proprio racconto di formazione e per questo inizia con i 14 anni della vedova di Elvis e il loro primo incontro nella base militare di Wiesbaden quando il cantante e attore era nell’esercito, pur essendo già famosissimo e con Graceland a pieno regime.

Sofia Coppola, sempre mantenendo lo sguardo di Priscilla sulla storia mostra Elvis in tutte le sue sfumature, anche quelle meno felici, il comportamento aggressivo, il suo esercitare il controllo sulla compagna e poi moglie, le sue manie, paure, debolezze. C’è subito chi etichetta il film come femminista proprio perché sottolinea gli “abusi” del Re. “Non è un racconto femminista – puntalizza Coppola – per me è una storia umana che mette luce sugli alti e bassi della relazione tra Elvis e Priscilla, i momenti romantici e quelli di grande delusione per la donna, mentre la guarda nel suo cammino verso la maturità e il trovare la propria voce”. Ad interpretare Priscilla ed Elvis, Sofia Coppola ha chiamato due attori con il giusto mix di carisma e novità per calarsi nei panni del cantante e la sua “sposa bambina”: Jacob Elordi, già visto in Euphoria e nella trilogia di film Netflix, The Kissing Booth e Caley Spaeny che, qualche anno fa, visitò la Festa del Cinema di Roma con un film che la vedeva protagonista, 7 sconosciuti a El Royale.

Con la sua capacità di empatizzare con le più giovani generazioni, Sofia Coppola ha sempre una marcia in più nel rappresentare l’adolescenza. Non era infatti semplice mettere in scena i primi periodi della storia d’amore tra Elvis e Priscilla proprio perché quest’ultima era, come tutti ricordano, quasi una bambina e il loro matrimonio è avvenuto quasi 7 anni dopo che si sono conosciuti. “Ho cercato di rimanere sempre dalla parte di Priscilla e del suo punto di vista sulla storia e gli avvenimenti. Mi sono solo immedesimata nella lei quattordicenne, ricordandomi come fosse avere quell’età ed avere una cotta per un personaggio famoso”.

Sui primi anni d’amore con Elvis, ci tiene a precisare alcune cose Priscilla Presley: “È stato molto difficile per i miei genitori capire perché Elvis era così interessato a me. Io ero una che sapeva ascoltare e lui mi aprì il suo cuore, raccontandomi le sue paure, il dolore per la perdita della madre che non aveva mai veramente superato. Questa era l’attrazione che c’era tra noi, la gente pensa che fosse solo sesso ma non era affatto così. Lui era gentile, amorevole e ha sempre rispettato il fatto che fossi così giovane. Ha apprezzato che per tutti quegli anni in cui abbiamo tenuto nascosto la nostra relazione, io non ne avessi mai fatto menzione con nessuno, neanche a scuola. Vorrei che fosse chiaro che non sono andata via perché non lo amavo ma perché quel tipo di vita non faceva per me. Non ci siamo mai veramente lasciati per certi versi e mi sono sempre assicurata che vedesse nostra figlia Lisa-Marie (scomparsa a gennaio di quest’anno) ogni volta che voleva”.

Meno pop dei suoi film precedenti, proprio per raccontare l’umano e non l’icona e una coppia mitologica, Sofia Coppola fa nuovamente centro. E se l’emozione di Priscilla Presley non fosse abbastanza, ad alzare il livello di cinefilia al Lido ci ha pensato Woody Allen, arrivato con l’entusiasmo e la voglia di parlare di cinema dei suoi 87 anni d’età, a presentare, fuori concorso, il suo 50esimo film, del tutto francese realizzato a Parigi, Coup de Chance con Lou de Laâge, Valerie Lemercier e Niels Schneider. Allen ammette di aver sempre voluto essere come quei registi europei che ha sempre ammirato ed è questa la ragione del suo film parigino: “I film che ci hanno più impressionato da registi erano i film europei, tutti noi volevamo essere europei, e tutta la mia vita l’ho passata a girare come un europeo. Questo è il mio 50esimo film, io adoro la Francia. Ho pensato che potevo girare lì, in francese, anche se non parlo né capisco la lingua. Mi sono sentito così proprio come un regista europeo genuino e volevo aggiungermi ai vari Renoir, Bergman etc”.

Allen mette in scena una coppia di sposi da copertina, Fanny e Jean nella loro vita perfetta e il loro appartamento esclusivo a Parigi. L’apparente idillio tra i due vacilla quando Fanny incontra nuovamente Alain, un ex compagno di liceo e perde la testa. Tra i temi ricorrenti del cinema di Woody Allen c’è il caso, il fato, le coincidenze e qui ancora una volta, il ruolo che la fortuna gioca nella nostra vita, è analizzato e messo in discussione dal regista di Manhattan, che, riprendendo la questione adulterio come in Match Point, fonde la commedia con il thriller. A chi gli chiede un commento sui personaggi maschili che scrive e ha scritto nella sua carriera, risponde: “30 anni fa ero io il protagonista maschile e comunque ero sempre più capace di scrivere parti più interessanti per le donne. Le mie influenze sono state Williams o Bergman che hanno scritto per le donne”.

Prosegue: “Non sono mai stato in grado di scrivere troppo bene parti maschili, tranne che per me”. Giunti al giro di boa dell’80esima Mostra, possiamo dire che i più attesi del weekend, The Killer di David Fincher e The Palace di Roman Polanski, non hanno soddisfatto le aspettative. Il primo è stato considerato senza guizzi e finali a sorpresa come il regista di Seven ci ha abituato e il secondo, addirittura, è stato paragonato ad un cinepanettone. Si è salvato Adagio di Stefano Sollima, buona prova d’azione degli italiani di punta del nostro cinema, Piefrancesco Favino, Adriano Giannini, Toni Servillo e Valerio Mastandrea.

Chiara Nicoletti 5 Settembre 2023

Estratto Deborah Ameri per “Oggi” lunedì 14 agosto 2023

«Fourteen will get you 20!», scherzava spesso. Se stai con una quattordicenne ti becchi venti anni di prigione. Eppure, Priscilla Beaulieu, sua futura moglie, aveva proprio 14 anni quando lo aveva conosciuto in Germania. 

Ma per lei Elvis Presley seppe aspettare. In altre occasioni non fu così virtuoso, sostiene un nuovo documentario, Elvis’ Women, per ora disponibile solo su Amazon Prime in Gran Bretagna. Lo hanno già definito il #meetoo del re del rock. Alcune donne raccontano per la prima volta di essere state importunate da Elvis quando erano minorenni. E uno dei fratellastri del divo, David 

Stanley, sostiene che Elvis, morto di infarto (forse causato dalle pasticche che assumeva), si sia invece suicidato sotto il peso della colpa per aver approfittato di tante ragazzine. Una dichiarazione che ha poi sconfessato sui social, chiedendo scusa alla famiglia Presley. Scuse cancellate pochi giorni dopo.

A smentire questa versione dei fatti è l’altro fratellastro, Billy Stanley, che dopo un’iniziale riluttanza ha deciso di parlare con Oggi. Dopo la morte della madre Gladys a soli 46 anni, il padre di Elvis, Vernon, si era risposato con Dee Stanley, che aveva già tre figli (Billy, il maggiore, Ricky, scomparso nel 2019, e David). […] 

Crede a suo fratello quando dice che Elvis si è tolto la vita?

«Non ne voglio parlare, non so perché abbia detto una cosa del genere». 

Alcune donne lo accusano di averle circuite quando erano minorenni.

«Non ho mai visto Elvis con delle ragazzine, era comunque sempre circondato di donne di ogni età». 

Nel suo libro, scrive che a volte lui notava una ragazza carina ai concerti e se la faceva portare in camerino.

«Non sempre succedeva qualcosa. Sarebbe sorpresa di sentire quante ragazze hanno raccontato di aver passato la notte con Elvis a parlare e a leggere la Bibbia».

La Bibbia?

«Elvis aveva una fede profonda, era molto devoto, era la persona più generosa che abbia mai incontrato. Nella Bibbia trovava tutte le risposte, la leggeva continuamente, soprattutto prima dei concerti […]». 

[…] Da credente, si sentiva colpevole?

«Come tutti. Ogni cosa che si dice su Elvis viene esagerata».

[…] 

Elvis si sentiva amato?

«Il 14 agosto 1977, due giorni prima che morisse, ne abbiamo parlato: "Billy, sono stato innamorato solo due volte nella vita. No, non cercare di indovinare di chi... Ti dico solo questo, quando trovi l'amore tienitelo stretto'».

Quando ha imboccato la strada delle dipendenze da farmaci e droga, come ha reagito la famiglia?

«Avevo 22 anni e gli avevo chiesto perché. "Billy, so cosa sto facendo", mi aveva assicurato. Non mi aveva mai mentito e io non avevo ragione di dubitare di lui. Nessuno poteva dire a Elvis Presley cosa fare». 

Lei incolpa qualcuno per la sua fine? Molti accusano il suo manager, Tom Parker, di averlo sfruttato fino all'esaurimento.

«Non do la colpa a nessuno. Certe risposte potrebbe darle solo Elvis».

Quando ha capito che suo fratello era una star mondiale?

«Una volta a casa nostra si sono presentati i Beatles in limousine, volevano conoscerlo. Mamma non ci ha fatto uscire perché John Lennon aveva detto che i Beatles erano più famosi di Gesù». […]

DAGONEWS il 25 giugno 2023.

Quando Elvis Presley faceva una battuta, divertente o meno che fosse, la sua banda di guardie del corpo e di tirapiedi ululava dalle risate. Una delle battute preferite - una gag che ha ripetuto per tutta la vita - era "A 14 anni te ne daranno 20!" 

Intendeva dire che, se fosse stato trovato a fare sesso con una quattordicenne, avrebbe rischiato 20 anni di prigione. Ma questa minaccia non gli impedì di avere un flusso costante di relazioni sessuali con adolescenti, dai primi giorni della sua fama negli anni Cinquanta fino alla sua morte, avvenuta all'età di 42 anni. 

L'impossibilità di un amore duraturo, così come il senso di colpa per aver fatto sesso con ragazze minorenni, lo portarono alla disperazione e, secondo l'uomo che lo conosceva meglio, divenne così insopportabile da indurlo a uccidersi.

Ora un documentario in tre parti su Amazon, Elvis's Women, denuncia il suo comportamento predatorio. Questo potrebbe essere il momento #MeToo che distrugge l'eredità di Elvis. 

Per molte delle donne intervistate, il Re del rock 'n' roll è stato il primo amore. Alcune hanno perso la verginità con lui, spesso dopo solo una manciata di appuntamenti. Tutte gli hanno creduto quando ha detto loro che il suo amore per loro era speciale, diverso da qualsiasi cosa avesse mai provato prima. Alcune si aggrappano ancora oggi a questa convinzione.

Letitia Kirk, che fu la sua infermiera per tutti gli anni '70, ha raccontato di aver visto così tante ragazze adolescenti portate nella sua villa nel Tennessee dal suo entourage che ha perso il conto. 

Un uomo, il DJ George Klein, era il suo "pappone"", dice, "portava su queste giovani adolescenti per farle controllare da Elvis. Era una porta girevole. Non ho nemmeno cercato di imparare i loro nomi. Era troppo per me". 

Spesso la banda di Elvis, conosciuta come la Memphis Mafia, non doveva andare oltre i cancelli di Graceland, dove si aggiravano gruppi di giovani fan. Ne sceglievano una giovane e carina e la invitavano a entrare per incontrare il suo idolo. 

Kathy Tatum aveva 16 anni quando la "mafia" la scelse nel 1969. Elvis aveva 34 anni ed era appena diventato padre per la prima volta. All'inizio si limitò a coccolarla, coccolarla e baciarla, riempiendola di complimenti. Ma presto la portò in un paio di stanze di motel che affittava permanentemente.

Lei iniziò a marinare la scuola per poter stare con lui ogni giorno. Elvis non voleva sesso completo, disse lei, ma la accarezzava continuamente mentre parlava con gli amici nella stanza. 

Le promise di sposarla, se lei avesse aspettato qualche anno prima di poter ottenere il divorzio, ma lei capì che avrebbe perso interesse per lei quando non sarebbe stata più un'adolescente.Other schoolgirls had a much more starry-eyed vision of the King, and were traumatised when he shattered their illusions.

Dario Salvatori per Dagospia l’8 gennaio 2023.

Intanto il vero nome: Andreas Comelis van Kuijk. Fuggito dall’Olanda in seguito a numerose truffe. Era nato a Breda nel 1909 e sbarcò negli Stati Uniti per la prima volta nel pieno crollo di Wall Street, mostrando subito delle doti truffaldine non da poco.

 Non era ancora il Colonnello e nemmeno Tom Parker (nome adottato dall’ufficiale che gli evitò l’arresto). Il suo mondo era quello circense, equestre, ma anche quello del luna park, dove era bravo a vendere i panini alla salsiccia senza niente dentro, insuperabile nel dipingere di giallo i passeri e a venderli come canarini. Nel suo numero clou  era veramente un asso. Il suo stand era quello più affollato.

  Metteva delle piastre elettriche sotto ai suoi “polli ballerini” in modo che ballassero a tempo. Si occupava anche di letame, che spargeva all’uscita del tendone in modo che gli avventori potessero noleggiare dei pony terrorizzati di finire in quel sudiciume . Lo ingaggiò  il luna park di Tampa, dove  faceva anche il chiromante, l’ipnotizzatore e alla bisogna anche lo jettatore. Divenne il manager di un cantante country discretamente noto, Gene Austin, il cow-boy canterino, poi fu la volta di Hank Snow, di Eddie Arnold, che lo pizzicò più volte mentre rubava l’incasso.

 Gli parlarono di questo ragazzo, Elvis diciottenne, che già cantava nei raduni country e alla fine si incontrarono, anche perché in quel luoghi il Colonnello era più famoso di lui. La prima frase che pronunciò fu: “Tu rimani più che puoi in questo stato, al resto ci penso io.” Ci pensò talmente bene che in pochi mesi pretese il 20% dei suoi cachet. Fu lui a fargli firmare il contratto con la Rca nel 1955, ottenendo subito un anticipo di 40 mila dollari. Di colpo  la sua percentuale passò al 30%, poi al 40%. Del resto quando Parker iniziò ad occuparsi di Elvis gli riservò il trattamento tipico delle stelle del luna park: elefanti, nani, freaks, bandiere, striscioni, trucchi di ogni genere.

 Nel 1958 arrivò per Elvis il servizio militare. Avrebbe potuto evitarlo con qualche inghippo, invece il colpo di genio  del Colonnello fu quello di fargli incidere preventivamente molti brani, in modo da tenerlo costantemente in hit parade. Elvis era in Germania ma in America sbarcavano le sue versioni inglesi di classici della canzone napoletana: “’’O sole mio” (“It’s now or never”), “Santa Lucia”(senza cambiare il titolo), “Torna a Surriento” (“Surrender”).

Quando Elvis tornò dal servizio militare, Parker accettò le ricche richieste  dei produttori cinematografici, in modo da tenerlo ben al guinzaglio. Film che incassavano benissimo  e permettevano al Colonnello  di giocare d’azzardo in ogni casinò, la sua vera passione. Ad Elvis sarebbe piaciuto fare un tour in Europa, diventare ancor più popolare in quei mercati dove peraltro era già celebre, ma mai apparso dal vivo.

 Il Colonnello non poteva uscire dall’America. Non lo avrebbero fatto rientrare. Non era in regola con l’ufficio immigrazione, con le tasse, con la green card, con la sua vera identità, nonché una serie interminabile di truffe Questo fu l’altro colpo di genio. Assicurare ad Elvis un mucchio di denaro senza mai allontanarsi da casa. L’Italia era il Paese europeo dove Presley era maggiormente idolatrato.

 Nel 1964 Gianni Ravera, storico patron del Festival di Sanremo, decise di mettere in gara anche i cantanti stranieri, accoppiati agli italiani. Fu una grande trovata. I big stranieri dovevano cantare in italiano, accettare tutte le regole della gara e magari rischiare l’eliminazione. Capitò a molti. Arrivarono: Paul Anka, Frankie Avalon, Ben E. King, Fraternity Brothers, Frankie Laine, Little Peggy March, Gene Pitney, Bobby Rydell. Elvis fu inavvicinabile. Intanto in Versilia si stava muovendo qualcosa.

Sergio Bernardini rimase colpito dal grande successo dei cantanti americani a Sanremo e volle tentare la sua carta per la  “Bussola”, dove per altro erano transitate tutte le più popolari star internazionali. Voleva battere in volata tutti gli impresari europei. Con l’aiuto dell’Ente Versilia, il comune di Marina di Pietrasanta, il comune di Lucca, la Regione Toscana, la Rai, l’Associazione egli albergatori e vari imprenditori. Era riuscito a mettere insieme 100 mila dollari. Un botto. Per una unica esibizione con annessa ripresa televisiva. A quel punto si trattava solo di intercettare Parker.

Sergio Bernardini era figlio di ristoratori emigrati in Francia e dunque parlava soltanto uno squisito francese che ad un uomo di Memphis non poteva bastare. Sia Parker che Bernardini vivevano di notte, ma il fuso orario non era lo stesso. Dopo  diverse settimane di tentativi organizzò la call telefonica. Bernardini raccontò come aveva pensato di organizzare l’evento, con tutti  i bonus possibili  e che certamente sarebbe stato un concerto storico non solo per la Versilia ma per tutta l’Italia. Dopo tutte queste rassicurazioni sparò la cifra: 100 mila dollari!.

 Da Memphis, laggiù nel Tennessee, presumibilmente con il sigaro in bocca, rispose il Colonnello (quando si trattava di denaro capiva qualsiasi idioma): “Per me è O.K., ma al ragazzo cosa gli diamo?”. La telefonata si chiuse malinconicamente. A Bernardini non rimase altro che farsi una lunga passeggiata notturna sulla sua meravigliosa spiaggia.

Dario Salvatori per Dagospia il 26 Dicembre 2022.

È in arrivo “Priscilla”, il film diretto da Sofia Coppola ad un anno esatto dall’uscita di “Elvis!”, un successo del 2022 del regista Baz Luhrmann. La saga rock and roll continua, il botteghino respira e in tutto il mondo le vicende di Presley, non tutte immacolate, anzi, magari viste proprio dal buco della chiave, possiedono ancora quel fascino truce a cui non si può dire di no. Ora manca all’appello Lisa Marie, 54enne figlia unica del re del rock e vedova di Michael Jackson. Gli spunti non dovrebbero mancare. 

Ma in tanto godiamoci questo “Priscilla”, scritto, ideato, fotografato e ambientato a Memphis dalla talentuosa Coppola. Per gli attori si è fatta una scelta simile a quella di “Elvis!”, ovvero scarsa notorietà dei protagonisti, Cailee Spaeny (nei panni di Priscilla), Jacob Elordi (in quelli di Elvis), il che significa paga ridotta e notevole bellezza fisica dei due prescelti. Le icone, quando sono solide e immutabili, devono attrarre il pubblico giovane, soprattutto quello delle piattaforme. 

Priscilla entrò nella vita di Elvis nel 1959: lui militare a Badnauheim, lei a Wiesbaden con tutta la famiglia, il capitano Air Force Paul Beaulieu. Lui 24 anni, lei 14. Piccola di statura, mora, occhi verdi, un sorriso in grado di aprire tutte le frontiere. Lui il re del rock, anche da militare in Germania. Alla fine della ferma, nel 1960, Elvis, come tutti gli americani degli stati del sud, chiede la mano alla promessa sposa. Verrà a stare a Memphis, ma prima del matrimonio abiterà a casa del papà di Elvis, Vernon, rimasto vedevo.

Arriva a Memphis, più che altro a Graceland, e si accorge che i ritmi, i tempi e la giornata non sono esattamente quelli di una famiglia tipo. Il Re è insonne, veglia e gozzoviglia tutta la notte e il giorno dopo si sveglia a pomeriggio inoltrato.  Priscilla studia ballo e recitazione, ma lui non c’è mai. Nel 1963 decide di trasferirsi nella reggia, proprio l’anno in cui il cantante gira uno dei suoi film più famosi “Viva Las Vegas”, sua partner Ann Margret, a cui si attribuisce un flirt. A lei, come ad altre partner, Elvis regala un letto. Priscilla sgrana gli occhi e non capisce.

La rassicurano: sono già tredici i letti donati alle sue partner. Lei non capisce, trova che siano a doppia piazza e soprattutto a doppio senso. Arriva la sua prima vendetta. Alla funzione domenicale dell’Auditorium conosce un bel cantante del gruppo gospel Stamps, Milan Lefevre. Inizia a frequentarlo, vola qualche bacio ma qualcuno della cosiddetta “Memphis Mafia”, la security del Re fa la spia. Stop. 

E’ soltanto a quel punto che il capitano Beaulieu, nel frattempo maggiore, sguaina le stellette e chiede spiegazioni a proposito del ritardo del matrimonio. Il Re balbetta, teme che un passo del genere possa danneggiarlo presso il pubblico femminile e dunque continua a rimandare. I giornalisti americani scoprono che il maggiore non è il vero padre, quello biologico è invece James Wagner, militare anche lui, deceduto in un incidente aereo quando Priscilla aveva sei mesi. 

A quel punto si sfoga Elvis: “Ho tentato di plasmarla per fare di lei la donna che volevo ma mi sono reso conto troppo tardi che era impossibile: non puoi insegnare ad amare. Per natura Priscilla è una donna fredda, riservata e molto rigida. E’ cresciuta in un ambiente militare e ne ha assorbito la dura disciplina.”. La difesa passò a Priscilla: “Sono arrivata a Memphis che avevo quattordici anni, ora ne ho diciannove. Sono una donna. Vorrei elargire il mio amore. Anche sesso, perché no. Il fatto è che ad Elvis in camera  da letto piace solo fare a cuscinate.”  

Proprio in quel periodo Elvis stava girando “Speedway” e la sua partner era Nancy Sinatra, una che sul sesso non faceva sconti. Aveva appena divorziato da Tommy Sands e si sentiva libera. Ogni giorno nella pausa pomiciavano nel caravan di lui. Lei si metteva subito inginocchio e lui la tirava su appoggiandosi alle sue spalle: “Lo senti il piccolo Elvis?”, era il saluto d’apertura. Prima di uscire dal camerino Elvis le scompigliava i capelli, tanto per far vedere che fra loro era successo qualcosa. Macché. Nemmeno l’ultimo giorno di riprese. Lei lo congedò umiliandolo: “Bene, scioccone, ci vediamo, eh?’.

In compenso Priscilla finì nelle braccia di Mike Stone, l’insegnate di karatè di Elvis di origine hawaiiana. Lo sedusse iniziando a prendere lezioni di karatè anche lei. La relazione durò due anni ed Elvis chiese a Sonny West, il capo della “Memphis Mafia”, di spezzare le gambe a quell’uomo. 

Così come aveva programmato il servizio militare del suo pupillo, il Colonnello Parker programmò il matrimonio. Si sposarono a Las Vegas il 1 maggio 1967, anche se fra loro era tutto finito. Lisa Marie nacque il 1 febbraio del 1968. Priscilla scoprì che Elvis aveva una casa a Palm Springs, una casa “sicura”, dove fare le sue feste. Il rito era sempre lo stesso. I suoi “Guys” reclutavano le ragazze a Las Vegas o a Los Angeles, organizzavano un charter, ma non potevano toccare le ragazze, erano proprietà del Re.

Quando Elvis aveva fatto la sua scelta le preferite sostenevano un breve colloquio: nessun turpiloquio, niente porcate, non alte di statura, estrema pulizia, biancheria intima bianca, senza rimanere nude. Grazie alla sua amica Joanie Esposito, Priscilla individuò questa casa, la raggiunsero controllando anche la buca delle lettere, dove c’era un po’ di tutto. 

Fra le tante missive si soffermò su quella di una certa “Signorina lingua di lucertola”. Lo affrontò, chiedendo chi fosse questa “Signorina lingua di lucertola” e lui si difese attaccando, come faceva sempre, sbraitando di brutto.  Nel 1972 si separarono, anche perché Elvis non ammetteva rapporti sessuali con una donna che aveva avuto dei figli. Nel 1973 arrivò il divorzio.

Dario Salvatori per Dagospia il 28 dicembre 2022.

E’ in arrivo “Priscilla”, il film diretto da Sofia Coppola ad un anno esatto dall’uscita di “Elvis!”, un successo del 2022 del regista Baz Luhrmann. La saga rock and roll continua, il botteghino respira e in tutto il mondo le vicende di Presley, non tutte immacolate, anzi, magari viste proprio dal buco della chiave, possiedono ancora quel fascino truce a cui non si può dire di no. 

Ora manca all’appello Lisa Marie, 54enne figlia unica del re del rock e vedova di Michael Jackson. Gli spunti non dovrebbero mancare. Ma in tanto godiamoci questo “Priscilla”, scritto, ideato, fotografato e ambientato a Memphis dalla talentuosa Coppola.

Per  gli attori si è fatta una scelta simile a quella di “Elvis!”, ovvero scarsa notorietà dei protagonisti – eccezion fatta per Tom Hank fantastico nel ruolo del Colonnello Parker - Cailee  Spaeny (nei panni di Priscilla), Jacob Elordi (in quelli di Elvis), il che significa paga ridotta e notevole bellezza fisica dei due prescelti. Le icone, quando sono solide e immutabili, devono attrarre il pubblico giovane, soprattutto quello  delle piattaforme.  

Priscilla entrò nella vita di Elvis nel 1959: lui militare a Bad Nauheim, lei a Wiesbaden con tutta la famiglia, dopo che il capitano  ex marine di guerra, Paul Beaulieu, venne arruolato nell’Air Force  ormai di stanza in Germania. Lui 24 anni, lei 14. Piccola di statura, mora, occhi verdi, un sorriso in grado di aprire tutte le frontiere. Lui il re del  rock, anche da militare in Germania. Alla fine della ferma, nel 1960, Elvis, come tutti gli americani degli stati del sud, chiede la mano alla promessa sposa. Verrà a stare a Memphis, ma prima del matrimonio abiterà a casa del papà di Elvis, Vernon, rimasto vedovo.

Arriva a Memphis, più che altro a Graceland, e si accorge che i ritmi, i tempi e la giornata non sono esattamente quelli di una famiglia tipo. Il Re è insonne, veglia e gozzoviglia tutta la notte e il giorno dopo si sveglia a pomeriggio inoltrato.  Priscilla studia ballo e recitazione, ma lui non c’è mai. Nel 1963 decide di trasferirsi nella reggia, proprio l’anno in cui il cantante gira uno dei suoi film più famosi “Viva Las Vegas”, sua partner Ann Margret, a cui si attribuisce un flirt.

A lei, come ad altre partner, Elvis regala un letto. Priscilla sgrana gli occhi e non capisce. La rassicurano: sono già tredici i letti donati alle sue partner. Lei non capisce, trova che siano a doppia piazza e soprattutto a doppio senso. Arriva la sua prima vendetta. Alla funzione domenicale dell’ Auditorium di Memphis conosce un bel cantante del gruppo gospel  Stamps,  Milan Lefevre. Inizia a frequentarlo, vola qualche bacio ma qualcuno della cosiddetta “Memphis Mafia”, la security del Re, fa la spia. Stop.

E’ soltanto a quel punto che il capitano Beaulieu, nel frattempo maggiore, sguaina le stellette e chiede spiegazioni a proposito del ritardo del matrimonio. Il Re balbetta, teme che un passo del genere possa danneggiarlo presso il pubblico femminile e dunque continua a rimandare. I giornalisti americani scoprono che il maggiore non è il vero padre, quello biologico è invece James Wagner, militare anche anch’esso, deceduto in un incidente aereo quando Priscilla aveva sei mesi. 

A quel punto si sfoga Elvis: “Ho tentato di plasmarla per fare di lei la donna che volevo ma mi sono reso conto troppo tardi che era impossibile: non puoi insegnare ad amare. Per natura Priscilla è una donna fredda, riservata e molto rigida. E’ cresciuta in un ambiente militare e ne ha assorbito la dura disciplina.”. La difesa passò a Priscilla: “Sono arrivata a Memphis che avevo quattordici anni, ora ne ho diciannove. Sono una donna. Vorrei elargire il mio amore. Anche sesso, perché no. Il fatto è che ad Elvis in camera  da letto piace solo fare a cuscinate.” 

Proprio in quel periodo Elvis stava girando “Speedway” e la sua partner era  Nancy Sinatra, una che sul sesso non faceva sconti. Aveva appena divorziato da Tommy Sands e si sentiva libera. Ogni giorno nella pausa pomiciavano nel caravan di lui. Lei si metteva subito inginocchio e lui la tirava su appoggiandosi alle sue spalle: “Lo senti il piccolo Elvis?”, era il saluto d’apertura. Prima di uscire dal camerino Elvis le scompigliava i capelli, tanto per far vedere che fra loro era successo qualcosa. Macché. Nemmeno l’ultimo giorno di riprese. Lei lo congedò umiliandolo: “Bene, scioccone, ci vediamo,eh? “.

In compenso Priscilla finì nelle braccia di Mike Stone, l’insegnate di karatè di Elvis di origine hawaiiana. Lo sedusse iniziando a prendere lezioni di karatè anche lei. La relazione durò due anni ed Elvis chiese a Sonny West, il capo della “Memphis Mafia”, di spezzare le gambe a quell’uomo. 

Così come aveva programmato il servizio militare del suo pupillo, il Colonnello Parker programmò il matrimonio. Si sposarono a Las Vegas il 1 maggio 1967, anche se fra loro era tutto finito. Lisa Marie nacque il 1 febbraio del 1968. Priscilla scoprì che Elvis aveva una casa a Palm Springs, una casa “sicura”, dove fare le sue feste. Il rito era sempre lo stesso. I suoi “Guys” reclutavano le ragazze a Las Vegas o a Los Angeles, organizzavano un charter, ma non potevano toccare le ragazze, erano proprietà del Re.

Quando Elvis aveva fatto la sua scelta le preferite sostenevano un breve colloquio: nessun turpiloquio, niente porcate, non alte di statura, estrema pulizia, biancheria intima bianca, ammesse le puzzette e quando la responsabile  ammetteva di esser stata scovata veniva presa a cuscinate da tutte, vietatissimo  rimanere nude. Grazie alla sua amica Joanie Esposito, Priscilla individuò questa casa, la raggiunsero controllando anche la buca delle lettere, dove c’era un po’ di tutto. 

Fra le tante missive si soffermò su quella di una certa “Signorina lingua di lucertola”. Lo affrontò, chiedendo chi fosse questa “Signorina lingua di lucertola” e lui si difese attaccando, come faceva sempre , sbraitando di brutto. 

Nel 1972 si separarono, anche perché Elvis non ammetteva rapporti sessuali con una donna che aveva avuto dei figli. Nel 1973 arrivò il divorzio. Niente a che vedere con gli standard matrimoniali che sarebbero arrivati negli anni successivi. Priscilla usciva dal suo peggior incubo e soprattutto era libera. Accettò una liquidazione di centomila dollari in contanti,  mille dollari di alimenti e cinquecento dollari per il mantenimento di Lisa Marie fino al compimento della maggiore età. Praticamente una miseria per una star della sua portata, da anni tra le dieci star più pagate al mondo. 

Priscilla ebbe una certa notorietà come attrice quando venne ingaggiata nel cast di “Dallas” nel quinquennio 1983-’88, nel ruolo di Tenna Wade. Al cinema fu protagonista nella trilogia del film “Una pallottola spuntata” accanto a Leslie Nielsen. Dal 1984 al 2006 ebbe una lunga relazione con il regista italo-americano Marco Garibaldi, da cui nel 1987 ebbe un figlio, Navarone. Dal 2013 vive a Los Angeles con il presentatore televisivo Toby Anstis.

Oggi Priscilla ha 77 anni e da oltre quarantacinque  gestisce tutto il merchandising, le licenze, ogni tipo di brand, pubblicitario, cinematografico, televisivo e discografico riportabile ad Elvis. Si dice che sia proprietaria di mezza Memphis, certamente è proprietaria di  Beale Street, la strada principale di Memphis, fra turismo, chincaglierie, locali musicali, ristoranti, bistrot, senza contare Graceland, il luogo maggiormente visitato in America dopo la Casa Bianca. 

 Oggi il reddito del defunto marito è superiore a quelli di James Dean, Monroe e altre icone. Priscilla ha dimostrato acume e intelligenza, spirito imprenditoriale e capacità manageriali, affiancando in questa classifica Yoko Ono, che ha fatto la stessa cosa decuplicando il reddito di John Lennon.

Hoara Borselli per “Libero quotidiano” - Estratti martedì 5 dicembre 2023.

«La gioia più grande sarebbe vedere questo mio libro nelle mani dei ragazzi. Per loro, che si preparano ad affrontare la vita, leggere e conoscere la Callas può servire a capire come si può vivere pienamente e arrivare alla fine della vita senza rimpianti». 

Chi parla è Alfonso Signorini. (...) Per il centenario dalla sua nascita le ha dedicato un libro, intitolato “Troppo fiera, troppo fragile”.

Alfonso, perché hai deciso di scrivere un libro su Maria Callas?

«La Callas è una grande passione, che mi accompagna fin dall’infanzia. I miei nonni paterni si erano conosciuti in un sanatorio sulle montagne di Trento, dove si andava allora quando ci si ammalava di tubercolosi. Si promisero che, se fossero usciti vivi da quel sanatorio, mio nonno, da vecchio melomane, avrebbe portato mia nonna alla Scala, e le avrebbe chiesto di sposarla».

Mantenne la promessa?

«Certo, il nonno la portò alla Scala a sentire una Traviata con la Toti Dal Monte e le chiese di sposarla. Il nome della Callas però riecheggiava sempre. La andavano ad ascoltare, nel loggione, perché non avevano molti soldi per i palchi. Ed io sono cresciuto con questo nome fin da quando ero bambino e andavo dai nonni a mangiare o fare le vacanze». 

Una passione che ti ha portato a studiare al conservatorio.

«Sì. E quando studiavo al conservatorio mi sono sempre di più avvicinato alla Callas. Mi sono innamorato della sua voce senza sapere niente della sua vita». 

(...) 

Ritieni che la Callas sia stata veramente la più grande voce di tutti i tempi?

«Questo non te lo saprei dire. Onestamente la Callas non aveva una gran voce. Quando Toscanini nella sua casa di via Durini a Milano la convocò per fare il provino per il “Macbeth”, le disse che aveva una voce da «gatta selvatica». In effetti non aveva una voce pulita, apollinea come molte altre sue colleghe, ma aveva una voce che arrivava dall’anima».

Credi sia questo che l’ha resa unica?

«Quando tu ascolti la Callas automaticamente vieni trasportato nella dimensione della tragedia greca. Era una voce profonda, quasi un archetipo umano, e questo la rendeva unica anche per le sue capacità interpretative. Lei aveva una capacità indiscutibile di plasmare la sua voce in base ai personaggi che portava in scena». 

(...) 

“Troppo fiera, troppo fagile”. Così hai titolato il tuo libro...

«Questa è una sua definizione. Lei lo ha scritto in uno dei suoi appunti: «Io sono nata troppo sensibile, troppo fiera ma troppo fragile». In questo ossimoro ci sta tutta la sua complessità di donna e di artista». 

(...) 

La storia che ebbe con Onassis fu una banale storia di un miliardario con una grande artista o fu qualcosa di più?

«Onassis era un marinaio, un mozzo, figlio della Grecia più povera, veniva dal Pireo, divorato dall’ambizione. Un mozzo che lustrava gli ottoni delle barche importanti e fin da ragazzo fece di tutto per sposarsi la figlia del più importante armatore dei tempi: Tina Livanou».

Una volta raggiunta la ricchezza, Onassis decise di mettersi insieme a Maria Callas, la donna più famosa del mondo a quei tempi...

«Neppure con la Callas fu sufficientemente appagato. Gli mancava il debutto nell’alta società di New York dove veniva considerato un provinciale. La Callas gli servì per essere inserito in quel mondo, essendo la regina del Metropolitan. 

Ma ma quando la Callas presentò ad Onassis Jacqueline Kennedy, lui mollò Maria perché in quel momento Jeckie era la first lady d’America e gli avrebbe aperto tutti i mercati finanziari». 

La Callas soffrì molto per l’abbandono di Onassis?

«Soffrì perché aveva capito che Onassis aveva puntato alla scalata sociale con Jackie. Lui tornò ad innamorarsi perdutamente della Callas quando si accorse che la Kennedy non era uno stinco di santa, ma a quel punto Maria non ne volle più sapere. Ormai era una donna inaridita anche dopo il dolore per la perdita del figlio». 

Un episodio drammatico che segnò la sua vita.

«Maria perse il figlio avuto con Onassis a soli tre mesi, e fu costretta a seppellirlo sotto falso nome in un cimitero alle porte di Milano per evitare gli scandali. Questa fu la pagina più dolorosa per lei e da lì non ne uscì più viva. Tutto ciò che fece dopo fu una vendetta nei confronti di Onassis». 

La parte sentimentale più misteriosa della sua vita fu l’amore per Pasolini?

«La Callas era attratta dal mondo omosessuale e aveva la sindrome della crocerossina, dell’«io ti salverò». Era un fascino intellettuale che la investiva, perché quando Pasolini le dedicava i disegni, le poesie, lei ci credeva». 

La Callas, che è una delle donne più amate, adorate e invidiate del’900, fu mai felice?

«Non credo che sia mai stata davvero felice, d’altronde basta ascoltarla».

Credi che gli artisti debbano pagare con l’angoscia e l’infelicità il loro genio?

«È la condanna dell’artista vero. L’artista non è mai felice e paga questo scotto con l’arte che sa esprimere arrivando addirittura ad odiarla». 

Anche alla Callas accadde questo?

«Verso la fine della sua vita la Callas si sentiva perseguitata da questa Callas che non la mollava mai. Sia per la strada che quando accendeva la radio, la televisione o negli sguardi curiosi della gente era perseguitata dal suo mito. Lo ha patito profondamente».

Credi che la Callas sia stata una donna incompresa?

«Irrisolta». 

La Callas si occupò mai di politica?

«No, non ne fu mai affascinata. Il mondo dei salotti la attraeva, però si limitava al pettegolezzo che adorava. L’inciucio politico non le interessò mai. Fu ospitata a cena con l’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone e lei la descrisse come la cena più noiosa della sua vita». 

Si dice che la Callas non volesse incontrare Pasolini perché lo considerava rozzo e comunista.

«La Callas non amava gli intellettuali di sinistra però si lasciò irretire dalla loro cultura. Nutriva un pregiudizio verso di loro nonostante fosse lei stessa una provinciale, una donna di scarse letture, definita da Rossellini come la persona più noiosa di questo mondo». 

Noiosa la Callas?

«Perlomeno così la definì Rossellini. Disse che parlava soltanto di mestruazioni e di sciocchezze perché non aveva studiato. Non era certo una donna di cultura, la Callas. Era una sempliciotta».

Era bella la Callas?

«Era bellissima nella sua imperfezione». 

Riassumi: che donna era Maria Callas?

«La Callas non è una donna, è una Dea. Io sono letteralmente pazzo di lei. Menomale che non sono vissuto ai suoi tempi perché senno avrei lasciato ogni mia ambizione, ogni mio interesse per seguirla nel mondo. Io avrei lasciato tutto per lei».

Maria Callas, «una bambina infelice» o «l’ultimo esemplare di primadonna». Storia di Irene Soave su Il Corriere della Sera sabato 2 dicembre 2023.

«I blue jeans e una camicetta semplice, i capelli legati sulla nuca e un sorriso felice». Di tutti i costumi di scena che Maria Callas, nata greca a New York cent’anni fa il 2 dicembre, ha indossato nella sua lunga vita di primadonna, questo da ragazza semplice è forse il più difficile da immaginarle addosso. Eppure a ricordarla così, nell’istantanea dell’inizio di un’amicizia, è l’amica scrittrice Dacia Maraini. «Quando Pasolini mi ha detto: quest’anno verrà con noi in Africa Maria Callas, io mi sono spaventata». La fama di diva precedeva Maria Callas, nota per le sue bizze e le sue liti, capace di infuriarsi persino col Corriere che aveva scritto il nome della rivale Tebaldi, in un titolo, a caratteri più grandi del suo. «Viaggiare con lei, pensavo, sarebbe stato terribile, chissà quanti capricci, quante pretese! E invece... Non so se perché innamorata di Pier Paolo, ma in quel viaggio è stata umile, disponibile a qualsiasi scomodità, gentile e sorridente».

I compagni di vita

I comprimari della favolosa vita di Maria Callas, conclusasi infelicemente a Parigi, dove un attacco di cuore l’aveva stroncata nel 1977, sono stati per le cronache mondane soprattutto i suoi amori: il pingue impresario Giovanni Battista Meneghini, che sposò nel 1949 e da cui poi divorziò bruscamente dieci anni dopo, con il calcio dell’asino di dire ai rotocalchi che il loro era stato un matrimonio quasi del tutto bianco; l’armatore Aristotele Onassis, che durante la loro storia sposò la vedova Jacqueline Kennedy e continuò poi a frequentare Maria Callas, a Parigi, di nascosto. O la sua rivale Renata Tebaldi, opposta a lei in tutto e dal suo divismo, infine, quasi oscurata. O la madre di Callas, amore primario e infelicissimo: nella leggenda della diva era entrata anche l’acrimonia che divideva la piccola Maria, vorace di cibo e d’affetto e in sovrappeso perenne, dalla madre Evangelia, commessa nella boutique newyorkese di un’altra illustre madre-matrice, la contessa Jolie Gabor. Cresciuta severissimamente, Maria aveva presto troncato i contatti con Evangelia; e ormai celeberrima aveva risposto a mezzo stampa alla madre che, anziana, in una lettera, le chiedeva 65 mila lire: «Se non sai guadagnarteli da te i soldi, buttati dalla finestra, o affoga». Il grande melodramma che fu la vita della diva, nella vulgata, ha loro tre come personaggi fissi, immutabili.

Maria Callas in Africa con Pasolini, Moravia e Dacia Maraini nel 1970

Ma c’è una trama parallela, in cui altri personaggi sanno guardare la “divina” con occhi più lucidi, e spesso anche più affettuosi. E sono gli scrittori. ad esempio, diventa amica di Maria Callas tramite Pier Paolo Pasolini. L’occasione è il viaggio di cui sopra: un lungo viaggio in Africa, dove all’inizio del 1970 Dacia Maraini e Alberto Moravia raggiungono Pier Paolo Pasolini e Maria Callas. Prima a Dakar, in Senegal. Di lì si spostano in Costa d’Avorio e Mali. Da cinque anni, quasi, Callas aveva smesso di cantare in arie d’opera integrali. L’ultima era stata la Tosca , al Covent Garden, a luglio 1965. Nel pubblico c’era Elisabetta II. Gli anni che erano seguiti, per i suoi biografi, erano gli anni del ritiro e del declino. La storia con Onassis, iniziata già nel 1959, non solo non fioriva; ma nel 1968 l’armatore aveva sposato Jacqueline Kennedy, umiliando Callas anche pubblicamente. Nel 1969, l’anno prima del viaggio, la diva aveva accettato una nuova parte, non più all’opera: era la Medea di Pier Paolo Pasolini. E alla high society dei ricchissimi internazionali si sostituì, nelle sue frequentazioni, un ricco mondo di intellettuali.

La resistenza di Pasolini

«Maria l’ho frequentata poco», ricorda Maraini, «perché abitava a Parigi e io a Roma, ma in quel viaggio in Africa siamo state molto vicine. Tutto il giorno insieme, e la notte dormivamo nella stessa stanza». Un dettaglio non casuale. In pasto alle cronache è finito, negli anni, anche il rifiuto di Pasolini in quel frangente: Callas avrebbe voluto dormire con lui, ma lui per evitarne le avances aveva decretato, perentoriamente, «donne con donne e uomini con uomini!». «Nella sua ingenuità, pensava di poterlo convertire», ricorda Maraini. Confermando l’infatuazione della diva. «Ma devo dire che in effetti lui era innamorato di lei e sebbene si trattasse di un amore platonico, c’era tanta tenerezza e tanta intesa fra loro che si potevano giustificare le aspettative di lei. Non è che lui mentisse, l’amava veramente ma in maniera spirituale. Il sesso stava da un’altra parte. Lei lo amava anche perché veniva da un rapporto spinoso con un uomo prepotente e autoritario, così diceva. Pasolini era dolce e sempre tenero con lei. Ed era sincero». Di Onassis «raccontava più volte», soprattutto «sgradevolezze. Mi pare che per lui provasse rancore». Una diva fragile, perfino tenera. L’opposto dell’immagine di fierezza e fascino che aveva proiettato, nei decenni precedenti, dai palcoscenici dei teatri di tutto il mondo. «Mentre nel campo musicale si considerava imbattibile, dal punto di vista umano, femminile, si considerava fragile, incerta e facilmente feribile. Mi ha fatto molta tenerezza quando mi ha parlato del suo rapporto con gli uomini che, diceva, non era mai stato felice. Invece quando parlava di musica e di opera era molto fiera e sicura. Credevo di andare in viaggio con una diva e mi sono trovata con una bambina infelice ma piena di voglia di vivere e di amare ed essere amata».

Priva di tenerezza, com’era nel suo stile, ma piena di comprensione e lucidità: anche la giornalista e scrittrice Camilla Cederna, nel 1968, dà alle stampe un suo ritratto di Maria Callas. Una biografia firmata per la serie Gente famosa , pubblicata da Longanesi a 700 lire a volume. La serie comprendeva, tra gli altri, un Herrera di Gianni Brera; un Fanfani di Piero Ottone; una Maria José di Adele Cambria; i personaggi più in vista di un’epoca felice, raccontati - così la quarta di copertina - con «disinvolta familiarità». (Oggi Maria Callasè stato ripubblicato dalla casa editrice Nottetempo, con alcuni altri articoli di Cederna su Callas raccolti in appendice, a cura di chi scrive). Cederna ritrae Callas con perfidia letteraria, divertendosi soprattutto quando si tratta di descriverne l’eccezionale grassezza, prima, e il dimagrimento eccezionale poi. Da neonata enorme che si autosvezza a salsicce, a donnone da «novanta chili di carne marron scuro»; dalla misteriosa dieta della tenia, inghiottita con champagne ghiacciato, al divorzio dal marito-impresario «che non aveva saputo come lei né dimagrire né mondanamente levitare, e perciò le era divenuto estremamente pesante». «Ex ippopotamo»; «bue»; «balena»; «caratura»; «tonnellaggio». Inoltre avara, avarissima, e ossessionata dalla fama; litigiosa con tutti; nevrastenica; inaffidabile, capace di disertare il palco anche se tra il pubblico c’è il presidente Gronchi o lo Scià insieme a Farah Diba.

Gli ultimi lampi di gloria

Eppure la fotografia che ne ricaviamo, più di cinquant’anni dopo, risulta lusinghiera: Cederna non può prevederlo, ma ha immortalato gli ultimi culmini della gloria di una stella che sarà di lì in poi, oggi lo sappiamo, in costante declino. Oltre a un modello di celebrità che i social, cent’anni dopo, hanno consegnato irrimediabilmente al passato: «Quel che è sicuro è che con la Callas è scomparso l’ultimo esemplare di primadonna del mondo», scrive Cederna nel 1977 nel suo “coccodrillo” della divina, intitolato proprio «Tu sei benedetta tra le primedonne».

Di Callas, Cederna è quasi la sola a raccontare, dietro la fragilità con cui tutti i rotocalchi e i tabloid del mondo si piccano di intaccarne la mitologia, l’incredibile forza. Anche fisica. Della diva, vista da vicino, rivela «una mania: trasportare di continuo i mobili per cambiare più spesso che può l’ambiente in cui vive, se no si annoia. È lei stessa a spostarli. Due notti fa, insieme alle cameriere, ha portato il pianoforte a coda da una gran sala nel suo salottino privato. E non lo ha spinto sulle rotelle; lo ha proprio sollevato (senza affatto accennare a mezza voce le arie che l’hanno resa famosa), perché un’altra sua mania è quella dei pavimenti lucidi, e non può sopportare di lasciarvi sopra dei segni».

Maria Callas “divina”, tra tormento e estasi. LAVINIA MANNELLI su Il Domani il 30 novembre 2023

La cantante, nata il 2 dicembre del 1923, è diventata a tredici anni mito vivente nella storia della musica. Negli articoli che Camilla Cederna scrisse su di lei traspare da un lato l’esaltazione, dall’altro il suo riflesso in uno specchio deformato

Quando “lo spazio delle donne” è claustrofobico produce allucinazioni. Ma anche quando è il palcoscenico della Scala di Milano (o del Metropolitan di New York) non scherza. Ne sa qualcosa la “divina”, violenta, fragile Maria Anna Cecilia Sofia Kalogeropoulos, nata il 2 dicembre di cento anni fa e diventata a tredici anni mito vivente nella storia della musica. Si chiamava, in arte, Maria Callas.

Di lotta, di corpi, di spazi (e di classe), parla un libro su di lei appena uscito per nottetempo: con una bella e necessaria introduzione di Irene Soave, riporta gli articoli che Camilla Cederna aveva scritto sulla cantante e attrice. Sono pezzi di costume, ben scritti, alcuni brillanti: indimenticabile quel «vasto occhio egeo» con cui la descrive sontuosa, avvolta nel suo mantello di velluto rosso, dopo il primo atto di Medea (dicembre 1953) che l’avrebbe consacrata.

Si capisce che, al sortilegio che la maga greca aveva scagliato sul suo pubblico, Cederna non è affatto immune. Dalle prime prove di canto in compagnia di due uccellini (il canto, per lei, come un «gioco ornitologico»), alle bambole regalate per la sua primissima performance a tredici anni e gettate via dall’oblò della nave su cui, dall’America, sarebbe arrivata finalmente a Patrasso, per una nuova e più seria fase della sua formazione, Cederna racconta un mito, e sembra raccontarlo anche a sé stessa: «Si vede che in questo momento la gente aveva bisogno di un mito, un mostro sacro mancava, ed ecco questa farfalla uscita dal bruco che in più canta come un angelo, o come un’invasata, col cuore o con le viscere, secondo il grado di delirio di chi l’ascolta».

IL TORMENTO

Però sono pezzi che fanno anche del male (ne avranno fatto pure a Callas). Perché in queste pagine si registra un tormento, che torna a ossessionare Cederna come i suoni allitteranti e le anafore di cui si serve: «Maria Meneghini Callas e la sua collezione di gioielli. Maria Meneghini Callas a Lacco Ameno. Maria Meneghini Callas alla ribalta, sommersa da una pioggia di fiori. Maria Meneghini Callas prima e dopo la cura. Maria Meneghini Callas con la Maxwell a Venezia. Maria Meneghini Callas prova un abito di faille mauve. Nuovo incidente al tenore. Maria Meneghini Callas dice che non è vero» (Discorsi in M, in Appendice, pag. 97).

La “divina” dipinta come un diavolo, un’ossessa, una tigre, ma anche una colomba trasformista; un’isterica, preda di bizze e attacchi d’ira, collassi, vampate di rabbia su cui Cederna ironizza: come quando schiere di dottori la visitano e concludono, «(chi lo direbbe?)» commenta, «che soffre di nevrastenia acuta». O ancora: «monomaniaca», «diavolo con istinti diabolici», come se non bastasse.

La sua fame di successo, d’adulazione, anzi no, d’amore, è sempre osservata in obliquo, con sospetto e riprovazione, allo stesso modo della fame fisica: di dolci al miele, steak à la tartare, patate. “Mi ricordava una bistecca” era il titolo provvisorio della sua rubrica di costume sull’Europeo dedicata anche, tra gli altri, proprio a Callas.

I pezzi di “Donna Coraggio” (come veniva chiamata Cederna) sembrano insomma difendersi dietro un insistito sarcasmo dal tormento(ne) che lei stessa contribuiva a raccontare: e infatti, più che parlare dell’eccezionalità canora di Callas, spesso Cederna finisce per riportare notizia quasi solo delle liti con altri interpreti, sul palco e dietro le quinte; dei suoi amori mancati. Della sua crisi vocale non parla direttamente: la descrive attraverso le parole della stessa cantante, che a sua volta si rapporta a sé stessa come a un altro corpo, uno strumento a corde, un Altro da osservare con distacco (come in seguito dirà: «Non riesco a capire cosa mi è capitato, per tutta la sera ho sentito cantare un’altra donna»); come se appunto tanto Callas quanto Cederna non volessero avvicinarcisi troppo perché quel mostro sacro fa paura. «Medea è il suo personaggio, si vede che è una donna capace di odiare», si legge infatti tra virgolette.

PROFONDITÀ SIDERALI

Ogni riga degli articoli di Cederna è l’esaltazione di questo mito e, insieme, il suo riflesso in uno specchio deformante. Come la madre di Callas che, alla sua nascita, la ignorò per quattro giorni perché era troppo femmina rispetto ai suoi desideri e, soprattutto, brutta, grassa «come un agnello», affamata di salsicce già all’età di tre mesi, e che poi la torturò (psicologicamente) per tutto il resto della sua esistenza. Se ne parla in questi termini Cederna, che altrove si mostra anche una grande estimatrice di Callas, che cosa avrà pensato lei di sé stessa?

Non una parola su quelle profondità siderali che Pasolini, in una delle poesie dedicate a Callas, definisce «vuoto del cosmo», a metà strada tra superbia e umiltà: «Ma il debole sorriso sfuggente/ non è di timidezza/ è lo sgomento, più terribile, ben più terribile/ di avere un corpo separato, nei regni dell’essere – se è una colpa/ se non è che un incidente:/ ma al posto dell’Altro/ per me c’è un vuoto nel cosmo/ un vuoto nel cosmo/ e da là tu canti» (Timor di me?, in Trasumanar e organizzar, 1971).

PERFIDIA LETTERARIA

Per non parlare della «perfidia letteraria» (come dice giustamente Soave) cui Cederna ricorre quando si inoltra in un territorio ben più scivoloso, che ogni donna conosce bene, e che riguarda il corpo: in particolare, la metamorfosi miracolosa a seguito del suo dimagrimento. «E un giorno Pantagruel cominciò a cantare», scrive Cederna. La chiama «figliolona», le appiccica un corpo di cui sembra giusto rabbrividire, come fa la madre quando la reincontra a New York e la trova ingrassata: «Era grassa, era felice, ma non le stava niente bene, adesso che è dimagrita invece sta benissimo».

Quando avanza l’ipotesi del verme solitario (che alcuni, come non tralascia di ripetere Cederna, sostengono che Callas si sia impiantata da sola), il suo commento sferzante è: «Capito cosa mai la rodeva dentro?», a partire dal quale, poi, torna a ironizzare sulla sua fame di notorietà: «Adesso la Callas è rôsa dal baco mondano». E se è consapevole che «sono scherzi questi che la natura di solito non perdona», replica secca: «Sarà, ma ora è felice».

La storia del verme solitario ha, certo, del fascino. A questa «molesta presenza» si ispira, per esempio, Antonio Moresco per il suo allucinato Duetto (questo il titolo; si trova nella raccolta Merda e luce, Effigie Edizioni, 2007) tra Maria Callas e il suo doppio, cioè la sua tenia. Qui, il corpo della “divina” è invasato, gravido di una forza che è però una «vocina infantile» («una voce che viene prima ancora che ci sia la voce») e che, tuttavia, con un’intuizione ben più profonda di quelle che lasciano soffocate le frasi di Cederna, Moresco fa nascere e morire nel segno del dolore di figlia e madre insieme, per volontà, insomma (a metà tra narcisismo e masochismo) della stessa Callas. La tenia è la sua ombra, il frutto della sua feconda paura di non meritarsi la sua «vera» voce; di non essere nessuno, nemmeno un corpo ospitale. Del resto, è così che la descrivevano i giornali.

Perché è vero che, leggendo queste pagine di Cederna, si ha quasi l’impressione che il mito di Callas stia tutto nel suo mistero: non tanto della voce, delle sue improvvise note appena appena sgraziate, della sua lotta contro la tradizione operistica o della regalità terribile delle sue interpretazioni (come cantante ma anche come straordinaria attrice: avete mai visto Medea di Pasolini?), quanto del suo inaspettato dimagrimento nell’ottobre del 1954. Anche perché, di tutto il resto, la stampa, Cederna stessa, le colleghe e i colleghi, l’opinione pubblica sembra conoscere già ogni minimo dettaglio. «Dicono che con la sua famiglia è stata durissima. Dicono che ha dato un calcio al tenore. Dicono che ha fatto una scena al direttore. Dicono che pesta i piedi» (Discorsi in M), ripete come in una cantilena crudele Cederna; e la cantante Maria Callas intanto scompare, simulacro di tutte queste narrazioni.

UN CORPO È SOLO UN CORPO?

Il rischio di un ripiegamento vittimistico e, in fin dei conti, consolatorio è senz’altro alto quando si parla di corpi e solo di corpi. Ma quand’è che un corpo è solo un corpo? Quand’è che non è anche metafora, molteplicità, finzione, appartenenza e sradicamento? Perché, nei testi di Cederna, Callas è tanto visibile nella sua corporeità (prima sbagliata, poi giusta, finalmente languida) quanto un «fuori campo»: è un gigantesco elefante nella stanza (Daniela Brogi, Lo spazio delle donne, Einaudi, 2022).

Un corpo è anche lo spazio che quel corpo occupa nel mondo, prima di tutto: se non occupa spazio, se è un «fuori campo», allora il corpo coincide con la lotta per guadagnarselo. In effetti, pubblicare questo libro ha il grande pregio di farci guardare indietro: è, come dice Soave, un «documento». Cederna ci aiuta a capire questo: che le parole sono sempre importanti e che Maria Callas non si nasce, lo si diventa; anche con un bel po’ di sforzi. Domani si festeggiano i suoi cento anni, forse ne è valsa la pena.

LAVINIA MANNELLI,  Scrittrice

Crocifisso Dentello per il Fatto Quotidiano - Estratti sabato 2 dicembre 2023.

“Non mi piace la mia voce. Non capisco perché qualcuno la voglia ascoltare”. Così Maria Callas, nata a New York il 2 dicembre 1923, era solita civettare in più di una intervista. La sua voce – oggi eternata su 70 cd in un cofanetto Emi Classics – è stata invero la più mitizzata. Il centenario della nascita, scandito da celebrazioni a ogni latitudine, conferma quanto il suo nome basti da solo a simboleggiare l’opera lirica del Novecento. 

Figlia di un farmacista greco emigrato, dopo la separazione dei genitori torna in patria con la madre e la sorella. È al conservatorio di Atene che scopre e affina il suo talento ma è con il riapprodo in Usa che perfeziona la sua tecnica per poi infine trovare la consacrazione in Italia. Nel corso degli anni 50 incarna alcune tra le più grandi figure femminili del melodramma.

Luchino Visconti firmerà da regista i suoi trionfi con la Sonnambula e La traviata. La sua presenza scenica incanta gli spettatori perché “non si sa dove finisce la voce e dove comincia l’interpretazione drammatica”. Negli anni 60 è protagonista assoluta delle cronache mondane. 

Sposata con l’imprenditore Meneghini, lo lascia travolta dalla passione per l’armatore greco Aristotele Onassis, il quale qualche anno più tardi le preferirà Jacqueline Kennedy. Callas tenta la carta del cinema d’autore. Pasolini la sceglie, muta e ieratica, per il suo film Medea del 1969. Negli anni 70 si ritira via via dalla scena pubblica per poi morire a causa di un arresto cardiaco a soli 53 anni nel settembre del 1977.

Una biografia che ha ispirato il grande schermo. Basti pensare all’omaggio implicito di Fellini nel suo E la nave va o a Callas Forever di Zeffirelli con Fanny Ardant. In una Scala blindata proprio in questi giorni le riprese di un film che vede protagonista Angelina Jolie nei panni del soprano. 

Il teatro italiano la celebra tra oggi e domani con due eventi in suo onore.

Al Piccolo di Milano con Concita De Gregorio in dialogo con Umberto Galimberti e il giallista greco Markaris. 

Al Palladium di Roma con un’opera realizzata dai compositori Moretti e Piersanti e dal poeta Valerio Magrelli: Kalós-Callas: collage. È la bibliografia su Maria Callas tuttavia a destare impressione. Si contano a centinaia i titoli a lei consacrati che ne fanno una star anche dell’editoria libraria. Tra volumi fotografici sul suo look, ricettari, graphic novel, svariate le biografie, inclusa una illustrata per ragazzi.

Svariati anche gli epistolari. Da segnalare almeno Io, Maria. Lettere e memorie inedite, a cura di Tom Volf, targato Rizzoli. 

Se Alfonso Signorini firma per Mondadori Troppo fiera, troppo fragile, l’editore Quodlibet ha mandato in libreria Mille e una Callas. Voci e studi, nel quale studiosi di rango analizzano “l’anatomia vocale”.

Tre uscite recenti ne perpetuano il mito e sono una traccia utile per ripercorrerne la parabola. Il critico francese René de Ceccatty nel suo Maria Callas (Neri Pozza) scrive: “Il suo timbro e il suo stile sono diventati un logo, come la gonna di Marilyn sollevata dal passaggio della metropolitana”. 

Nottetempo ripubblica, a cura di Irene Soave, Maria Callas di Camilla Cederna, apparso nel 1968. È un ritratto impietoso, distillato della penna caustica della giornalista. Pagine che raccontano le bizze della diva con gli impresari, le scene isteriche prima di andare in scena, la rivalità con Renata Tebaldi (“Paragonarmi a lei? Sarebbe come paragonare lo champagne con la Coca-Cola”).

Cederna ricorda lo scandalo del giugno 1958 quando, al Teatro dell’Opera di Roma, alla presenza dell’allora presidente Gronchi, Callas non si presenta per il secondo atto infastidita da qualche fischio tanto da dover essere scortata all’uscita dai celerini tra le proteste degli spettatori. Annarita Briganti firma per Cairo Maria Callas. La Diva umana. Qui la biografia è scandagliata da una prospettiva simpatetica, che accoglie e comprende tutte le fragilità dell’artista: “Una bambina, una ragazza, una giovane donna non amata da grande si sentirà sola”

(…)

Estratto dell'articolo di Giuseppe Videtti per “il Venerdì di Repubblica” il 20 maggio 2023.

Un secolo. Cento anni. Ossignore, Callas avrebbe cent'anni? Ve la immaginereste curva, canuta, il volto scritto da milioni di minuscole rughe, le mani deformate dall'artrite, a raccontare in tivù la gloria e gli amori? O su un profilo Instagram a commentare – per voce di una zelante segretaria, s'intende – spezzoni di recital, immagini rubate dai paparazzi sul mega-yacht Christina o nel suo eremo parigino? 

[…] 

Più presente in morte (nel 1977, a 53 anni) che in vita, negli anni dei trionfi, che furono tanti, troppi, in un tempo così breve. Magari anche bellissima, più bella di com'era in realtà, come l'ha raccontata Monica Bellucci in Lettere e Memorie, lo spettacolo teatrale che dopo i successi europei ha avuto una calorosa accoglienza al Beacon di New York.

La Bellucci è tra gli ospiti di Corrado Augias, che celebra il centenario con il corposo documentario Callas Segreta, in onda sabato 20 maggio alle 21.45 su Rai 3. Con la passione del grande narratore, Augias si sposta nella penisola attraverso un itinerario-Callas (Arena di Verona, La Fenice, La Scala, l'Opera di Roma, il Danieli di Venezia), interrogando amici, colleghi ed esperti sulla magia di quella voce: la direttrice d'orchestra Speranza Scappucci, il giornalista Alberto Mattioli, Stefano Belisari (in arte Elio), Giovanna Lomazzi, confidente del soprano e destinataria di molte lettere. 

A corredo, le testimonianze filmate di Pasolini, Visconti, Muti, Pavarotti. E del biografo Tom Volf, autore del magnifico docufilm Maria by Callas (2017) e del voluminoso e preziosissimo Io, Maria - Lettere e memorie inedite (Rizzoli, 2019) con, tra l'altro, le confessioni dettate dalla diva, tra la fine del 1956 e l'inizio del 1957, a un'amica, la giornalista Anita Pensotti […]

Fu un anno felice per le nascite, il 1923: […] Poi, quando l'anno stava per scadere, il 2 dicembre, a New York, di domenica, nacque lei (ormai poco importa che fosse stata registrata come Maria Anna Cecilia Sofia Kalos, «Callas si nasce», dice Mattioli), non una delle…, ma la più grande della lirica (soprano drammatico d'agilità, cantante di coloratura, chiamatela come volete; fosse stata solo armata di tecnica, non sarebbe nell'Olimpo). 

Norma (che interpretò 92 volte), Elvira, Carmen, Santuzza, Manon, Mimì, Cio-Cio-San, Turandot, Rosina, Medea, Elisabetta di Valois, la Gioconda, Giulia, Abigaille, Leonora, Violetta, Aida – c'è un puzzle di donne a costruire Callas, e non c'è una sola tessera di queste figure che non le appartenesse, che non la elevasse da popolana a eroina, da diva a martire.

Maria ne era consapevole: «Che cos'è la leggenda? È il pubblico che mi ha creata. Quando il pubblico ti ama così tanto, vuoi dare molto di più». È la regola ferrea dello show-business, l'abc dello star system: origini greche, sarebbe diventata italiana (per via del matrimonio con l'impresario Meneghini), ma era cittadina americana e quelle leggi non scritte ma inviolabili le conosceva bene: erano le stesse che stavano stritolando contemporanei come Judy Garland, Marilyn Monroe e Elvis.

Dopo le sei leggendarie inaugurazioni della Scala, a partire dal 1951, il chiacchierato licenziamento dal Met e il clamoroso fiasco all'Opera di Roma (il 2 gennaio 1958, quando dopo il primo atto di Norma, per un improvviso calo di voce, si rifiutò di rientrare in scena, lasciando in vana attesa vip e autorità – dal presidente Gronchi a De Chirico, da Lollobrigida a Magnani: dovettero accontentarsi di quella Casta Diva che, parole di Maria, «meritava di essere fischiata, non applaudita»), Callas era più di quella voce, sul palco era divina.

«Ci sono due persone in me, mi piacerebbe essere Maria, ma devo convivere con la Callas». Sono i sintomi, che spesso degenerano in patologie, del successo pop; il destino era già scritto negli anni in cui la piccola Maria, dotata di un dono naturale fuori dal comune, era in balìa delle smanie di sua madre, la severissima e intraprendente Evangelia Dimitriadou che, come Maddalena Cecconi (il personaggio di Anna Magnani in Bellissima di Visconti), aveva già deciso: sarai una cantante, la più grande (la sorte le avrebbe riservato ben altre soddisfazioni rispetto alla Cecconi).

Maria, che non era ancora Callas, si lasciava guidare – zero aspettative: «Non sono una poetessa, non sono famosa, permettetemi solo di scrivere il mio nome» annotò sopra la sua firma nell'albo della scuola, il 28 gennaio del 1937. Gli anni della gavetta non hanno offuscato, semmai ingigantito l'aura pop; Maria, miope, povera, figlia di immigrati, alta, sgraziata, grassoccia: quando arrivò a Verona nel '47 per una (malpagata) Gioconda, qualche perfida collega (che ne aveva intuito le potenzialità – con quella voce!) la bullizzò con ferocia: «Un fagotto di stracci venuto dall'America».

Dieci anni dopo arriva a Parigi in trionfo: magra, visone, gioielli, fiori, trucco perfetto, la folla che l'attende sotto la scaletta dell'aereo e, a teatro, ad applaudirla (19 dicembre 1958), i duchi di Windsor, Brigitte Bardot con Sacha Distel, Jean Cocteau. 

Diva al cento per cento (capricci compresi), pop al novanta («Parlare d'arte è difficile, parlare d'altre cose non son capace, quindi l'intervista in fondo non serve»). Il restante dieci lo aggiunge la superchiacchierata love story con Aristotele Onassis, il divorzio da Meneghini, l'impresario di 27 anni più grande che le diventa insopportabile («una sorta di carceriere»), infine l'umiliazione cui l'armatore greco la condanna alla fine del '68 sposando, a insaputa dell'artista, Jackie Kennedy – lo squallido contratto prematrimoniale è sbandierato dai tabloid.

Ora sì primadonna da melodramma; ora sì protagonista di una tragedia greca. Finalmente è davvero magra come voleva essere, proprio come il suo idolo, Audrey Hepburn, una bellezza che non avrebbe mai potuto uguagliare ma che imita con grazia: tailleur, cappellini, borsette. Non ha più bisogno di diete drastiche (92 chili nel 1952, 64 nel 1954, e 54 negli ultimi anni). 

[…]

Non meno travagliata fu la love story col collega Giuseppe Di Stefano, sposatissimo, che l'accompagnò nell'ultima tournée prima dell'oblio – ultima data Sapporo, in Giappone, l'11 novembre 1974). Potenza della lirica, dove ogni dramma è un falso, che con un po' di trucco e con la mimica puoi diventare un altro, avrebbe cantato Dalla in Caruso. Vale per tutti, per Pavarotti e Renata Tebaldi, la rivale, non per Maria. Lei era Callas, c'era dentro fino al collo. Cantante lirica che il melodramma ha reso pop.

Estratto dell'articolo di Paola Jacobbi per repubblica.it il 29 Marzo 2023

Immaginate se domani Lady Gaga si ritirasse dalle scene. Così, di botto, a 36 anni, all'apice della sua fama e della sua carriera. È quello che fece, nel 1941, Greta Garbo, in quel momento la donna più famosa del mondo. Era arrivata a Hollywood appena ventenne, sedici anni prima. Aveva girato una trentina di film e persino superato a pieni voti il passaggio dal muto al sonoro.

 Ma dopo l'uscita di Non tradirmi con me, un film modesto e di poco successo, decise di sparire. Non convocò una conferenza stampa per annunciarlo. Successe e basta. Andò avanti così, fino alla morte, avvenuta nel 1990, Niente più film né interviste né fotografie. Tuttavia, è diventata, paradossalmente, una stella ancora più luminosa di prima, splendente proprio perché distante e irraggiungibile. […]

Ne svela la storia, istruttiva anche oggi, al tempo di Instagram, e molti segreti il libro Garbo (Il Castoro). L'autore è Robert Gottlieb […]

Il potere e la fama furono raggiunti con un'ambizione feroce. Fin da ragazza, quando passeggiava con un 'amica per le strade di Stoccolma, la giovane Greta si attardava davanti al Palazzo reale nella speranza che un principe la vedesse. Sapeva di essere bella ma amava anche sinceramente l'arte della recitazione. Il teatro fu la sua scuola, l'unica: pagata con una borsa di studio per ragazzi indigenti.

 Arrivò negli Stati Uniti chiamata da Louis Mayer della Metro Goldwyn Mayer che l'aveva vista in un film tedesco. Era smarrita, non parlava inglese, non sapeva che cosa ne sarebbe stato di lei. I primi tempi le usarono il solito trattamento riservato alle "starlet": tante foto posate, lezioni di recitazione ed equitazione. Ma il senso di spaesamento di Greta durò poco. La carne e il diavolo, […] Quelle tra Garbo e Gilbert erano focose e molto realistiche: baci a bocca aperta, lei sopra di lui, cose mai viste ai tempi.

Fuori dal set, ebbero una relazione. Erano innamorati ma Greta non volle mai sposarsi. Forse perché era gay o bisessuale? "Mi sono convinto che il sesso non le interessasse più di tanto, era troppo occupata a pensare a se stessa", risponde Gottlieb. "Voleva essere accudita, servita e riverita, non necessariamente amata".

Le sue amicizie particolari con uomini, gay e no, e con donne, sono infatti tutte molto simili a relazioni d'affari […] La entusiasmava far parte di ristrette cerchie ricche e colte. La poetessa lesbica Mercedes De Acosta la amava e venerava: anche troppo, infatti era così gelosa e ossessiva che Greta a un certo punto ruppe i rapporti. Difficili anche quelli con il fotografo Cecil Beaton che, pure, a lungo, fu quanto di più simile a un accompagnatore fisso.

Per non dire del lungo triangolo con la coppia formata da Valentina (emigrata dalla Russia, stilista apprezzata negli anni Venti) e il marito miliardario George Schlee. Legami strettissimi, finiti in liti irrimediabili. Greta trovò pace, forse, solo negli ultimi anni, accanto alla baronessa Cécile de Rothschild, quando ormai si era trasferita stabilmente a New York. "Evitava le occasioni mondane, ma usciva", dice Gottlieb. "La sua vita da reclusa in realtà non era né triste né patetica. Andava al ristorante, comprava pezzi d'antiquariato e opere d'arte nelle gallerie. Capitava che facesse delle improvvisate agli amici, per esempio a Katharine Hepburn, che abitava poco lontano".

[…] La fama l'aveva resa paranoica sulla sua privacy. Il denaro, invece, la rese più avara che mai. Ex domestici hanno raccontato quanto fosse oculata nelle spese di casa, con quanto puntiglio controllasse le uscite. Quando lavorava, si portava sul set il pranzo pronto (insalata, panino, latte o birra) in un sacchetto di carta.  […]

Gianmarco, figlio di Ugo Tognazzi: «Per goliardia comprò l’isolotto Fon Kul. Le gag di Amici miei nate durante le bevute». Emilia Costantini su Il Corriere della Sera il 18 Aprile 2023 

L’attore: «Se fosse diventato troppo vecchio si sarebbe tolto di mezzo da solo». La beffa ai paparazzi: «Quando sono nato io, per accontentare i fotografi uscì dalla clinica con un fagottino in braccio. Ma dentro aveva messo uno scimpanzé di peluche»

Quando è stata la prima volta che ha capito di avere un padre famoso?

«Probabilmente il giorno dopo che sono nato — sorride Gianmarco Tognazzi —. A Villa Stuart, la clinica romana dove mia madre (Franca Bettoja, ndr) aveva appena partorito, arrivò una valanga di fotografi. Stazionavano sotto la finestra della camera urlando a mio padre: “Faccelo vedere! Faccelo vedere!”. E lui, stanco delle urla, scende giù con un fagottino in braccio: ma non ero io, dentro c’era uno scimpanzé di peluche... Dunque, in quella che avrebbe dovuto essere la mia prima foto con lui, c’era un pupazzo».

Che padre e che uomo era?

«Pur essendo più figlio dei suoi figli, ogni tanto provava a fare il padre, ma non era severo... ovviamente ci ammoniva dicendo quello che “non si deve fare”. Se però si metteva davanti allo specchio, poteva dire a sé stesso: io ho fatto peggio. Come uomo, per definirlo ho usato il termine Ugoismo, una parola che potrebbe apparire egoistica, invece riguardo a lui significa altruismo».

In cosa consisteva il suo altruismo?

«Godeva nel vedere gli altri beneficiare di ciò che era in grado di offrire. Si definiva “un povero che mantiene una famiglia di ricchi”: tutto quello che faceva per sé stesso, lo metteva a servizio del prossimo. I suoi apparenti egoismi, li condivideva con parenti e amici, per farli vivere bene. Per esempio, avere una casa grande gli serviva per ospitare tante persone».

Stiamo parlando di un santo?

«No, di un uomo onesto con sé e con chi gli era vicino. E soprattutto un irregolare in senso trasversale, cioè anticonformista. Non faceva le cose per finire sui giornali, semmai viveva la quotidianità, privata e artistica, fregandosene delle regole fissate».

Un attore di successo che non manifestava il suo successo?

«Proprio così, il contrario di colui che si vanta. Addirittura, quando conosceva una persona, per prima cosa raccontava una propria gaffe, una figura di m... che gli era capitata in una certa occasione. Un racconto divertente, un aneddoto comico per fare entrare quella nuova conoscenza in rapporto con l’uomo fallibile, non con il divo cinematografico. Si metteva sempre a nudo, un vero fuorilegge».

Anche perché ha generato quattro figli con tre donne: Ricky con l’inglese Pat O’Hara, Thomas con la norvegese Margarete Robsahm, lei, Gianmarco, e Maria Sole, con l’italiana Franca Bettoja...

«E lo ha fatto quando in Italia vigeva un bigottismo assoluto. Però, anche in questo caso, senza mai vantarsi, senza dire quanto sono figo e in controtendenza».

Gestire una compagna, Pat, una ex moglie, Margarete, e una moglie, Franca, più quattro figli non deve essere stato tanto facile...

«Le madri dei suoi figli sono diventate amiche, così noi fratelli. Una famiglia allargata, dove ci si scambiava e ci si scambia tutto, guidata da un uomo che non si atteggiava a patriarca: Ugo era uno spirito libero».

È vero che, durante la relazione con Margarete, acquistò un isolotto norvegese, perché si chiamava...

«Sì! Si chiamava Fon Kul... ed è inutile spiegare come suona questo nome in italiano e il motivo per cui si divertì a comprarlo. Intendiamoci, era un pezzo di terra infilato in un fiordo, non un’isola ai Caraibi».

Insomma, un personaggio goliardico, declinato nei modi più disparati...

«E le sue goliardate, a volte, gli sono costate parecchio. Quella volta che con Raimondo Vianello, nel varietà televisivo Un due tre, fecero la parodia del Presidente Gronchi che cade dalla sedia, nel palco reale, alla prima Scaligera, il programma venne subito dopo cancellato dal palinsesto Rai. E poi lo scherzo sulla rivista Il Male, con il suo finto arresto, accusato di essere a capo delle Brigate Rosse: un gioco che rivendicò come “diritto alla cazzata”... ».

Come nasce la celebre «supercazzola» del film «Amici miei»?

«Non è un’invenzione solo di Ugo, ma del gruppo di attori-amici con Mario Monicelli. Mia madre mi racconta che, mentre preparavano il film, si vedevano la sera e dopo cena, quando erano completamente brilli, decidevano le parole inventate, storpiate proprio dall’ubriacatura. E il vino era quello della Tognazza».

Perché il nome al femminile?

«Perché la tenuta è femminile, azienda agricola è femminile, casa vinicola è femminile, l’etichetta è femminile... quindi ecco la Tognazza a Velletri, una factory dove siamo cresciuti, aperta agli amici considerati dei familiari».

E sarete cresciuti anche sui set.

«Certo, era un modo per recuperare le sue assenze paterne. Siccome era poco presente in casa, ci portava sul suo terreno di gioco, era un modo di condividere le sue emozioni attoriali con i figli e, forse, più che per noi, lo faceva egoisticamente per lui».

Con quale dei suoi colleghi ha stretto una più profonda amicizia, con chi si sentiva più affine?

«La cerchia dei cinque, ovvero Gassman, Manfredi, Sordi, Mastroianni e Tognazzi, rappresentava il monopolio del cinema italiano, che condizionava il mercato. Le sue affinità maggiori, con Vittorio e Marcello. E poi un rapporto particolare, davvero speciale con Luciano Salce, che per noi figli era uno zio».

Tutti voi figli, in un modo o nell’altro, avete seguito le sue orme: consigliati o sconsigliati da lui?

«Ci ha sempre lasciati liberi nelle nostre scelte. Io, per esempio, ho cominciato dietro e non davanti alla macchina da presa. Poi mi sono messo a studiare seriamente il mestiere d’attore e sono ripartito dal teatro. Avevo vent’anni e una volta venne a vedermi recitare all’Argot, una piccola sala romana: 40 posti a sedere e pochi soldi per la messinscena. Lo spettacolo, Crack, raccontava l’universo pugilistico in modo violento: nel primo atto, il palcoscenico diventava una palestra, nel secondo il ring... Al termine dello spettacolo, si alzò in piedi per applaudire: era in visibilio e tornò a rivederlo».

Lei ha mai pensato di scegliere un nome d’arte per evitare paragoni con lui?

«No, non sarebbe servito, perché tanto avrebbero detto: è il figlio di Tognazzi e si è cambiato nome per non far vedere che è raccomandato. Comunque il suo talento e la sua genialità non sono riproducibili».

Finora abbiamo parlato solo dei suoi pregi: un grosso difetto?

«Ne aveva tantissimi, però era il primo che, se ne combinava una, alzava la mano e candidamente ammetteva: ho fatto una cazzata. E non si poteva non fargli un applauso».

Se avesse potuto festeggiare i suoi 100 anni, cosa avrebbe organizzato?

«Non credo avesse nessuna voglia di arrivare a un’età tanto avanzata, già pativa i suoi 68 anni quando è morto, si sentiva vecchio: se la morte non fosse arrivata naturalmente, si sarebbe tolto dalle scatole in altro modo».

Cosa le manca di più di suo padre?

«Tutto, ma penso che la morte non esista, spero e credo in dimensioni differenti, nelle quali ci ritroveremo prima o poi. Mi piace immaginare che sia in tournée con i suoi amici. E per adesso ho riempito l’assenza ugoistica vivendo nella casa-museo di Velletri dedicata a lui... custodisco gelosamente l’unica poesia che mi ha dedicato, dove l’ultima frase dice: “Io sono destinato a fare bimbi adulti, io che non so crescere”».

"Ugo Tognazzi è il capo delle Br": storia di una presa in giro nazionale. Il giornale satirico, "Il Male", titola a tutta pagina "Ugo Tognazzi è il capo delle Br". Uno scherzo su scala nazionale, una trappola ben riuscita. Tommaso Giacomelli il 16 Aprile 2023 su Il Giornale

Tabella dei contenuti

 La notizia scuote l'Italia per ore

 L'opera del Male

 Tognazzi "il brigatista"

È l'aprile del 1979. In Italia tira brutta aria già da tempo, il terrorismo ha fatto sprofondare lo Stivale in un perenne stato di allerta. Sono gli anni di piombo, di attentati violenti, di rappresaglie con scie di sangue che macchiano la stabilità dell'intera nazione. Pochi mesi prima un gruppo di intellettuali, legati all’Autonomia operaia, viene imprigionato con l’accusa di essere i capi delle Brigate Rosse, la massima organizzazione terroristica italiana di estrema sinistra. Il tema è caldo, discusso. Un groviglio di capi di imputazione porta in prigione Toni Negri e i suoi uomini. All'improvviso, una nuova scossa scuote il Paese. In un'anonima mattina primaverile compaiono tra i tavolini dei bar, sulle panchine dei treni, sui sedili dei tram, delle inquietanti copie di quotidiani nazionali che in prima pagina titolano: "Ugo Tognazzi è il capo delle Br"; "Arrestato Ugo Tognazzi". A corredo ci sono delle nitide foto, in cui il celebre attore e regista viene scortato in manette dai Carabinieri.

La notizia scuote l'Italia per ore

Le testate che si fregiano di questo scoop sono di grido: "Paese Sera", "La Stampa" e "Il Giorno". A riportare la sconvolgente scoperta ci sono anche quotidiani regionali, come il "Giornale di Sicilia". Nell'Italia devastata dalla paura e dalla violenza dei gruppi sovversivi si diffonde, rapida, la notizia che Ugo Tognazzi per anni abbia tessuto i fili del terrorismo rosso. Com'è possibile che quella figura così amichevole, gioviale e divertente, entrata nelle case degli italiani con stima e affetto, sia in realtà una mente criminale?

L'opera del Male

E, infatti, la notizia non è vera. Il Paese per qualche ora finisce sotto scacco di un settimanale satirico: "Il Male". Il giornale più sequestrato del periodo riesce ad architettare una burla mediatica dirompente e tracimante, in grado di mettere in crisi le certezze degli italiani. Spinti dal desiderio di instillare il dubbio sull'assoluta autorevolezza della stampa nazionale, quelli de "Il Male" inscenano un finto arresto con la complicità dello stesso Tognazzi, lettore e ammiratore della rivista. L'inventore della "Supercazzola" è stimolato dall'idea di finire in prima pagina, prendendo in giro tutti quanti. Dunque, con la grande professionalità che lo ha sempre contraddistinto, si fa ritrarre con sguardo torvo e bocca obliqua, mentre incredulo si fa ammanettare dall'Arma dentro alla sua villa di Velletri.

Tognazzi "il brigatista"

Quelle copie false furono un trabocchetto astuto, in grado di far cadere nella rete anche gente scafata e del mestiere. Pare che alcuni direttori dei giornali che riportavano la notizia a caratteri cubitali, si infuriarono per non essere stati avvertiti di ciò che era stato posto sulla (finta) prima pagina del loro quotidiano. Il Male raggiunse il suo scopo, grazie a quello scoop riuscì a fare numeri da capogiro, ma lo pagò a caro prezzo. Il direttore responsabile venne denunciato e il numero sequestrato. Lo stesso Ugo Tognazzi ebbe delle ritorsioni, tanto che la Rai lo ostracizzò per anni dai suoi schermi. In ogni caso, quella beffa clamorosa in anni di sangue riuscì a strappare un sorriso.

Ugo Tognazzi, storia dei suoi grandi amori (e della sua famiglia allargata). Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 23 marzo 2023.

L’attore, che nasceva a Cremona il 23 marzo 1922, si è sposato due volte e ha avuto quattro figli: Thomas, Maria Sole, Ricky e Gianmarco

La prima famiglia allargata

«Lui era avanti di vent’anni, la nostra è stata forse la prima famiglia allargata. Eppure, a Natale, voleva che ci riunissimo tutti attorno alla tavola, le sue mogli, noi figli di tre madri diverse. E non era un appuntamento finto, ci tenevamo tutti, stavamo bene insieme in quei Natali». A parlare - in questa intervista pubblicata nel 2022 su Sette - sono i quattro figli di Ugo Tognazzi, mostro sacro del cinema italiano che nasceva a Cremona il 23 marzo 1922: Ricky, il primogenito, figlio di Pat O’Hara; Thomas, figlio di Margrete Robsham e Maria Sole e Gianmarco, nati dall’unione con Franca Bettoia. Quattro figli nati da tre donne diverse.

L’amore con Pat O'Hara

Nei primi anni Cinquanta Tognazzi si innamorò di una ballerina della sua rivista, Pat O'Hara, di origini irlandesi. I due, che convissero per anni senza mai sposarsi, nel 1955 diedero il benvenuto al piccolo Ricky. «Mia madre è stata la mia luce, mi ha guidato sempre - ha detto Ricky Tognazzi nel 2019, ospite di Storie Italiane -. È la persona che mi ha curato, educato, c’è tanto di mia madre dentro di me. Mi ha sostenuto e ha sostenuto tanto mia figlia Sarah, che è cresciuta tantissimo da lei. Le sono infinitamente grato».

Incontro sul set

La relazione con Pat O'Hara finì nel 1961 quando Ugo Tognazzi conobbe Margarete Robsahm, attrice norvegese sua partner ne «Il mantenuto». I due convolarono a nozze nel 1963 e l'anno seguente nacque Thomas.

Tra Italia e Norvegia

Con Margarete Ugo ha vissuto tre anni, facendo la spola tra Italia e Norvegia. Quando si sono lasciati, ha raccontato Ricky in un’intervista del 2022 a Sette, «lui ha uno scatto disperato, prende il bambino con sè e scappa con lui di corsa nei boschi per portarselo via a Roma. Finisce che gli zii di Thomas lo bloccano, lo menano e lo rispediscono in Italia. Senza Thomas ovviamente…».

Dopo il divorzio

«Papà l’ho incontrato per la prima volta quando avevo sette anni, o almeno quello è il primo ricordo che ho - si legge in un’intervista di Thomas Robsahm su www.ugotognazzi.com -. Dopo il divorzio, Margarete, mia madre, si era risposata e aveva avuto una bambina, ma io non ho saputo di avere un padre diverso da quello di mia sorella sino ai sei anni. Credo sia stata mia nonna a dirmelo senza pensarci e quando l’ho saputo ho chiesto a mia madre se era vero. Fu lei che organizzò un incontro, che è avvenuto in Ungheria, in un albergo». A sei mesi di distanza da quell’incontro con suo padre Thomas è venuto in Italia per trascorrere le vacanze estive con lui e la sua nuova famiglia.

Il matrimonio con Franca Bettoja

Ugo Tognazzi si era sposato nel 1972 con l'attrice Franca Bettoja, che aveva diretto nel 1967 nel film «Il fischio al naso». Con Franca l’attore aveva avuto altri due figli: Gianmarco nel 1967 e Maria Sole nel 1971. «Aveva una pazienza e una sensibilità estreme - ha detto di lei Ricky in un’intervista a Sette -. Con lei Ugo ha fatto cose non da gentleman ma lo ha sempre perdonato e accolto facendo in modo che le scivolate “ugoistiche” non compromettessero gli equilibri di una famiglia difficile come la nostra». A proposito del rapporto tra i suoi genitori, Maria Sole ha raccontato nella stessa intervista a Sette: «Avevano un rapporto speciale e personalissimo, loro due. Magari si sono tirati i quadri addosso, ma papà è morto tra le braccia di Franca».

I fratelli Tognazzi

I quattro fratelli Tognazzi - Thomas, Maria Sole, Ricky e Gianmarco - sono sempre stati in ottimi rapporti tra di loro. «Siamo tenuti insieme dal fatto di avere Ugo Tognazzi come padre comune - diceva lo scorso anno Ricky a Dedicato -, ma anche dalla testa e dal cuore di Franca Bettoja, che è riuscita a farci stare uniti e non si è fatta sopraffare dalla gelosia».

Estratto dell’articolo di Massimo Fini per il “Fatto quotidiano” l'8 agosto 2023.

La carriera di Walter Chiari inizia con un’imitazione di Adolf Hitler. Uscito ventenne dalla guerra senz’arte né parte, anzi con una ignominiosa detenzione nel campo prigionieri americano di Coltano per la sua partecipazione al settimanale l’Orizzonte della X Mas, trovandosi per altro in buona compagnia, Dario Fo, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Paolo Dordoni, Enrico Ameri. 

Le aveva tentate tutte per trovare un lavoro (magazziniere all’Isotta Fraschini, radiotecnico, impiegato di banca) ma per una ragione o per l’altra gli era sempre andata buca. Anche in banca fu un fallimento, ma insperatamente fruttuoso. Qui fu chiamato dal capoufficio perché scoperto a fare l’imitazione di Hitler in piedi su una scrivania. L’uomo si sbellicò dalle risa ma gli consigliò di dedicarsi a qualche altro mestiere, preferibilmente artistico.

Walter Chiari era un uomo generosissimo […] così […] si fece coinvolgere da mio padre, che dirigeva il Corriere Lombardo, a dedicare ogni santa mattina di ogni santo Natale ad aiutarlo in certe operazioni benefiche in giro per la città. Forse Walter avrebbe preferito passare quelle mattine con qualcuna delle sue donne (ne ebbe tantissime e bellissime da Ava Gardner a Lucia Bosè, per la Bosè prendeva ogni mattina l’aereo per la Spagna e rientrava appena in tempo per lo spettacolo della sera) ma non sapeva dire di no. […] 

[…] non potendo onorarli tutti […] arrivava sempre con un paio d’ore di ritardo. Un pomeriggio sempre di Natale era stato ingaggiato con altri artisti in un hangar vicino all’aeroporto di Bresso dove erano stati convogliati molti vecchietti […] Fra gli altri c’era anche Ezio Greggio. Greggio si limitò alla modica quantità, disse due parole soprattutto su suoi programmi futuri. Walter arrivò con il suo consueto ritardo di due ore ma fece una performance come fosse stato al Lirico.

Mentre lo aspettavamo chiacchieravo con Carlo Campanini, la sua storica spalla. E Campanini si tirò giù letteralmente le braghe e mi fece vedere il sedere pieno di pizzicotti perché Chiari improvvisava e lui doveva tenere la parte. Improvvisava anche nella vita.

Stava girando un film australiano, Sono strana gente, telefonò ad Alida Chelli e le disse: “Sono vestito da frate davanti a una fontana, se accetti di sposarmi mi ci butto dentro”. Due giorni dopo erano marito e moglie. 

Fossero tre mesi o tre anni Chiari si innamorava di tutte con la stessa intensità. È questa la caratteristica […] del vero seduttore. Un giorno ero a chiacchiera con Antonio Ricci, l’inventore di Striscia la Notizia, e gli chiesi: “secondo te Greggio è un attore?”. “Non lo so, è funzionale al mio programma”. “Beh io preferisco Walter Chiari”. “Ah, tu sei rimasto fermo alla battuta”. E di battute […] Walter Chiari è pieno fino all’inverosimile. […] Riusciva a tenere l’attenzione del pubblico per una decina di minuti buoni giocando sulla parola “missipipì” (Mississippi). […]

Credo che Walter fosse religioso anche se di questo non abbiamo mai parlato. Una volta si presentò da padre Pio che lo accolse con un “vade retro satana” perché sapeva che Chiari era un cocainomane. Che non è esattamente l’atteggiamento misericordioso che ci si aspetterebbe da un frate diventato famoso per stimmate molto dubbie. Lui ci rimase malissimo.

Dopo la guerra non fece mai politica ma qualcosa doveva essergli rimasto sul groppo. Nello spettacolo teatrale Chiari di luna tenuto a Genova nel 1975, disse a proposito del duce appeso per i piedi a piazzale Loreto: “Dalle tasche di Mussolini non cadde nemmeno una monetina. Se i nuovi reggitori d’Italia avessero subito la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle tasche di lorsignori”. Lo scandalo fu enorme e Walter Chiari fu estromesso di fatto dalla Rai. 

Da qui inizia la sua discesa, costretto a lavorare per tv minori: Tele Alto Milanese, Antenna 3 Lombardia, Tele Monte Penice. Come una Wanna Marchi qualsiasi. Famosi sono il suo soliloquio sul balbuziente che vuole ordinare una granita e il personaggio di Sarchiapone. Era irrefrenabile, quando cominciava a parlare non la finiva più […] Anche di persona aveva questa abitudine che credo fosse dovuta alla sua addiction alla cocaina. Poi si fermava di colpo e questo l’ho visto in tanti cocainomani e alcolisti. In Strehler, per esempio, che sulla piazzetta di Portofino tenne banco per ore e poi si sciolse in un mutismo assoluto. 

[…] Walter Chiari era proprio simpatico e la simpatia e il suo fisico atletico, un vero fusto (vinse nel 1939 i campionati di pugilato lombardi della categoria pesi piuma, fu un buon nuotatore, vinse i campionati organizzati dalla Gil nei 100 metri stile libero, e un buon tennista e giocatore di bocce) furono anch’esse alla base della sua fortuna. […] Ai suoi funerali non c’erano vip ma tremila milanesi che non l’avevano dimenticato. […]

Estratto dell'articolo di Valerio Capelli per corriere.it domenica 9 luglio 2023.

Simone Annicchiarico, 52 anni, musicista e presentatore in tv. Una volta ha detto che tra voi due il vero bambino era suo padre, Walter Chiari. «Conservò intatto il bambino che era in lui. Carlo Vanzina mi diceva che quando da casa di suo padre Steno andava via Walter, lui si metteva a piangere. L’avresti voluto come amico, padre, fratello». 

(...)

E alla fine degli spettacoli, suo padre...

«Papà diceva al pubblico, un saluto alla prima fila e alla decima. Lui nella Decima Mas durante il fascismo aveva militato davvero. Dopo, non sopportò l’egemonia culturale della sinistra. Ma lo ricordo quando mi diceva, Simone, non hai capito che io sono più a sinistra di tutti, era solidale, siamo tutti uguali, diceva».

L’egemonia culturale della sinistra la pagò?

«Non in carriera, Ugo Gregoretti e alcuni Teatri Stabili di sinistra si innamorarono di mio padre. Ma di fatto l’intellighenzia aveva un complesso d’inferiorità e godeva nel vedere certi idoli cadere. Papà i libri li divorava, si era fabbricato da solo una cultura. In un certo senso l’egemonia comunista la pagò con la galera». 

Non furono proprio loro a incarcerarlo. Quando lei nacque, suo padre era a Regina Coeli per droga.

«Io ‘sta cosa l’ho scoperta a casa della zia materna, Marilena, a dieci anni, sono stati bravissimi in famiglia a tenermela nascosta. Leggevo giornali tipo Novella 2000 e lessi un titolone sul suo passato in carcere. Mia zia sbiancò».

E lei cosa pensò?

«Mi sono detto, figurati se uno così non finiva in galera. Ne parlai con papà, ma non lo riteneva rilevante. Io sapevo dei suoi vizi». 

Uso e spaccio erano la stessa cosa.

«Fu Marisa Maresca, la soubrette, che lo prese come capocomico per portarselo a letto, a introdurlo alla cocaina. A fine spettacolo papà si allontanava con la ballerina di turno, la cocaina era legata al sesso, era timido e lo sbloccava, era il suo viagra».

Mise nei guai Lelio Luttazzi, finì in manette, un galantuomo che non sparò mai a zero su suo padre.

«Però poi non si videro più. Erano stati come fratelli. Se potessi tornare indietro, darei la mia vita al posto di quella di Lelio, che finì in carcere da innocente». 

Walter Chiari era un grande seduttore.

«No, era bello, atletico. E pudico. Erano le donne che gli andavano dietro. Ho la lettera che gli scrisse Ava Gardner, “Sono a letto sola pensandoti e desiderando di essere a letto con te”; ho una foto molto bella di lui che esce da un locale di via Veneto con Anita Ekberg, e poi Delia Scala che era bellissima, con Anna Magnani fu una storia breve e privata, Elsa Martinelli. Mi diceva, non sai quali volgarità possano uscire fuori da certe donne che sembrano principesse. E Mina, che in una lettera si finse bambina, faceva apposta errori di ortografia, scriveva di aver perso un palloncino. Per me, mamma e papà che cambiavano partner era normale». 

Sua madre, l’attrice Alida Chelli, come la ricorda?

«Doveva fare la figlia, non la mamma. Piena di problemi, paure. Era nevrotica, urlava invece di parlare. Gli amici avevano un’altra idea, dicevano che rideva, che era simpatica. Tony Renis girò il mondo con i miei genitori e disse che quando litigavano mamma metteva in difficoltà papà, era lui a perdere le staffe».

Quanti anni aveva quando i suoi si lasciarono?

«Tre. Si mise con Rocky Agusta, quelli degli elicotteri e delle moto, ricchissimi, mentre papà era figlio di un brigadiere pugliese e di una maestra di scuola che per sopravvivere lasciarono Andria e si trasferirono al Nord. Non ho un buon ricordo di Rocky. D’estate ero l’unico bambino su uno yacht, solo come un cane. La prima adolescenza l’ho vissuta un anno in America, un altro anno in Australia... C’erano le Brigate Rosse, il rischio di venire rapiti era alto. Un anno intero lo passai a Cortina, quando i miei riprovarono a stare insieme».

A un certo punto fu l’attore più pagato d’Italia.

«Fece 109 film. Il più bello è Il giovedì di Dino Risi, dov’era un padre scapestrato. Ma il ruolo che gli riusciva meglio era essere Walter Chiari. Metteva i premi per fermare le porte, usava il Nastro d’argento per schiacciare le noci. Erano super divi, lui, Sordi, Tognazzi, Gassman, mica gli attori di oggi. Dieci anni fa nella fiction su di lui ho interpretato in un cameo un suo fan. Papà era soprattutto un animale da palcoscenico, a lui venne l’idea di avere in tv il pubblico nei varietà, disse ai macchinisti di portare i parenti, prima c’erano solo i tecnici». 

Chi frequentavate?

«Ricordo una vacanza in barca all’Isola d’Elba con Andreotti, al Sestriere da Gianni Agnelli, avevo sei anni, feci una battuta del cavolo sul suo cognome, lui sorrise e se ne andò, papà si arrabbiò con me. Bettino Craxi veniva a casa nostra a Casal Palocco da solo, su un’utilitaria, senza scorta, ma aveva la pistola. Un giorno tolse i proiettili e me la diede, anche lì papà si arrabbiò moltissimo. Poi aveva amici gangster, tutta gente simpatica, non avresti mai pensato nulla di male. Ricordo in Costarica, dove feci l’ultimo viaggio con papà, nel 1991 poco prima che morisse d’infarto, Marietto, uno che faceva rapine a mano armata in Lombardia». 

Lei abita nello stesso palazzo in cui abitava Ennio Morricone. Il figlio Marco ci ha raccontato di come lei lo aiutò quando Ennio fu ricoverato.

«C’era l’ambulanza, era caduto un enorme pino marittimo, fece un boato che pensai al crollo del palazzo di fronte. Mi affacciai e vidi un uomo in barella: Ennio. Il pino impedì a Marco di prendere l’auto e gli buttai le chiavi della mia dalla finestra».

Come descriverebbe suo padre a un ragazzo di oggi?

«Più che parlargliene, gli farei vedere lo sketch quando si fingeva balbuziente. Aveva una mimica e una gestualità infantili». 

Era bugiardo?

«Mamma mia, era il re dei bugiardi. Gli avevo chiesto uno dei primi videogame, di ritorno da un viaggio dall’America. Lui se n’era dimenticato e mi inventò che il regalo si era incendiato su un’auto che andava a gas. Improvvisava con una fantasia pazzesca».

Suo padre sulla sua tomba fece scrivere, «Amici non piangete: è tutto sonno sprecato».

«Me l’hanno riferito ma io non ci sono mai andato, era stato un patto tra noi. Era fatto così. Quando morì sua madre, che aveva 84 ed era zoppa, lo chiamai costernato, papà com’è successo? Mi disse che si era iscritta a una gara di motocross a Barletta, all’ultima curva era caduta. Morta sul colpo senza soffrire. Tutta una balla. Scoppiai a ridere, quel giorno mi tolse la paura della morte».

Negli ultimi anni sembrò venir meno l’iperattivismo indomabile, anche il famoso ciuffo sembrava sfibrato.

«No, non è così, l’unica rottura di scatole fu Finale di partita di Beckett a teatro con Renato Rascel. Papà ha vissuto poco, 67 anni».

L’ultima volta che lo sentì?

«Il giorno prima di morire. Mi disse, sono andato dal cardiologo e mi ha detto che posso giocare a tennis per altri dieci anni».

Il ricordo. Walter Chiari e quell’ombra nera: non discutetelo, amatelo. Era solito salutare il suo pubblico dicendo: “Un saluto alla prima fi la e alla decima”. È vero. Ma non era solo un nostalgico. È stato un attore geniale. Fulvio Abbate su L'Unità il 6 Luglio 2023

Saranno stati i primi anni novanta, quando, su questo giornale, venne richiesto a un drappello di giovani scrittori di raccontare sulla pagina un proprio “mito”. Accadde che alcuni scelsero Che Guevara, meglio, litigarono per averlo assegnato in esclusiva, altri, metti, di Berlinguer, altri ancora Cesare Pavese o forse Elsa Morante. Quanto a me, volli Walter Chiari, così da dichiarare l’ammirazione per il suo talento inarrivabile, cominciando dall’immensa interpretazione di un padre fallito e insieme struggente ne “Il giovedì” di Dino Risi.

Nei giorni scorsi, sul Corriere della Sera, Simone Annicchiarico, amatissimo figlio di Walter, ha raccontato suo papà. Restituendo, fra molto altro, alcuni semisconosciuti umani dettagli della persona. Chiari, si sappia, si rivolgeva al pubblico teatrale con queste parole: “Un saluto alla prima fila e alla decima. Lui nella Decima Mas aveva combattuto davvero. Dopo, non sopportò l’egemonia della sinistra”. È noto che il nome e la memoria stessi dell’attore Walter Chiari da sempre ritornano nella narrazione revisionistica, venata di vittimismo cinto proprio del gladio che gli uomini di Salò portavano sul bavero delle uniformi. Parole della nostra destra, pronta a denunciare il “monopolio” della cultura e dello stesso spettacolo, sempre secondo quest’ultima, “in pugno alla sinistra”, anzi, “proprio ai comunisti”.

A Chiari, per cominciare, si attribuisce una frase, leggendariamente assolutoria, sulla sorte di Mussolini, destinata a suggerire la presunta specchiata onestà dell’economato del regime: “Quando fu appeso per i piedi a piazzale Loreto, dalle tasche non cadde nemmeno una monetina. Se i nuovi reggitori d’Italia avessero subito la stessa sorte, chissà cosa uscirebbe dalle tasche di lorsignori!”. Pronunciata a Genova, nel 1975, durante lo spettacolo “Chiari di luna”. Ora, che Walter Michele Annicchiarico (1924-1991) abbia vestito l’uniforme della Decima Mas e ancora, secondo testimonianze di commilitoni, si sarebbe perfino aggregato alla Werhmacht, partecipando all’offensiva nelle Ardenne, sembrerebbe un dato acquisito.

Nel dispositivo apologetico della destra che periodicamente sceglie di arruolarlo come icona, appare ancora quest’altra considerazione onnicomprensiva: “…lassù a Salò c’erano pure Dario Fo, che poi l’ha taciuto, Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello”. E ancora, aggiungo, il mio caro amico Riccardo Garrone, inquadrato nel battaglione nuotatori-paracadutisti sempre della Decima. Che Walter Chiari sia stato, grazie agli enzimi di un immaginario inesauribile, assai più di un immenso affabulatore sia comico sia drammatico, resta un dato, ma qui, forse, occorrerà altrettanto riflettere sul palmarès postumo che la destra dello Stivale mussoliniano ama periodicamente, dopo averlo lucidato, sollevare come reliquia spezzata, vilipesa, suggerendo così “l’onore” di chi “ritenne che il dovere stesse da quell’altra parte, quella sbagliata, dalla parte della Patria tradita…”.

Tempo fa, per esempio, e ne scrissi: la memoria di Chiari era stata ficcata dentro un obice polemico dal mio amico Luigi Mascheroni sul “Giornale”, muovendo dall’invenzione del leggendario Sarchiapone. Restituito altrettanto da Tatti Sanguinetti, cui si deve un antologia televisiva, “Storia di un altro italiano”, che di Walter riassumeva passi, ascesa e caduta, compreso il filmato che lo mostra mentre accoglie Laurel e Hardy, poveri, invecchiati, visi e gesti toccati dal tempo, nella loro tournée terminale, davanti ai binari della stazione Termini di Roma il 25 luglio 1950, con la folla che porta il Magro in trionfo sulle spalle e perfino le guardie di Ps che non trattengono un riso d’ammirazione infantile: “Che peccato, averli visti…”, è il requiem di Chiari per loro. Mascheroni, se non l’ho già detto, è giornalista intelligente e dotato di acume, ciononostante perfino lui non si sottraeva alla vulgata “nera” del caso Chiari, retorica del risarcimento post-fascista, dove perfino il Sarchiapone, metafisica da bestiario zoologico comico-fantastica, alla fine sembrava vestire anch’esso la divisa ora delle Brigate Nere ora della Guardia Nazionale Repubblicana, a seconda del turno-repliche.

Infine arruolato anche con le parole di Sanguinetti: “Walter Chiari in quegli anni doveva venire fuori dal ghetto dove certa intellighenzia paleostalinista italiana l’aveva confinato, in quanto marò della Decima Mas – tutti i comici sopra la Gotica erano fascisti, e inoltre capiva che doveva contrastare il successo montante di Alberto Sordi, sfruttando la moda della americanità nella società italiana: Un americano a Roma è del 1954… E così tirò fuori dal suo immenso talento il Sarchiapone.  O meglio: il Sarchiapone americano…”.

Sembra quasi che in cima al rifornitore “Esso” di piazzale Loreto, accanto a Mussolini, Petacci, Starace, Pavolini e gli altri, abbia trovato posto idealmente anche il cadavere, non meno a testa in giù, dell’inerme Walter. Sembra così che egli non potrà mai farci dono dei suoi migliori istanti d’attore, né di “Bellissima” di Visconti accanto a Anna Magnani, né del personaggio struggente che troviamo ne “La rimpatriata” di Damiano Damiani e neppure de “Il giovedì”, dove Walter interpreta, si è detto, un padre fallito in gita in città con il proprio bambino; inarrivabile per struggimento la scena finale dove fa scoppiare le castagnole prese al figlio lungo la scalinata di via Ronciglione a Roma. Sempre Walter raccontava di un incontro con Luisa Ferida al Cinevillaggio di Venezia, pare che lei gli abbia suggerito di farsi incidere chirurgicamente gli angoli delle palpebre, conquistando così un taglio d’occhi perfetto.

Nei racconti ormai lontani di mio zio Guido, giovane amante di una ballerina della compagnia di Marisa Maresca, la stessa degli esordi di Chiari – è il 1945 – c’è Walter che inguaia quest’ultima nei giorni delle epurazioni, eppure quando raccontai questo ricordo personale proprio su “l’Unità”, subito giunse la lettera di un ex partigiano che, da Rapallo, narrava Chiari per nulla fascista, anzi, amico di un comandante partigiano “garibaldino” della piazza di Milano, l’anziano scrivente escludeva del tutto che lo fosse mai stato. Su tutto, tornando al talento, resta la sua generosità umana e d’attore.

Qualche anno prima di andarsene, in scena insieme a Renato Rascel nel claustrofobico “Finale di partita” di Samuel Beckett, al termine d’ogni replica sembra che Chiari intrattenesse il pubblico con fuori programma, riaprisse il sipario per “risarcirlo” con mille barzellette dopo l’incubo vissuto in nome del teatro d’autore dell’Assurdo. Chiari già reduce dalla cella di Regina Coeli, accusato di “consumo e spaccio di cocaina”.

Toccante il racconto che Mario Dondero, maestro della fotografia, mi ha donato di Walter Chiari: sono i giorni successivi al 25 aprile 1945, Mario, diciassettenne, veste ancora l’abito da partigiano della brigata – la “Cesare Battisti” della Val d’Ossola, fazzoletto rosso al collo – proprio in quell’istante la prima immagine che racconta ai suoi occhi la liberazione di Milano dai nazi-fascisti, il tempo di pace ritrovato, mostra un ragazzo magro e sorridente che, sotto un gran pavese di lampioncini colorati, in piedi su un palchetto improvvisato, ai bordi della piscina di via Pier Lombardo, canta un motivo appena portato al successo da Natalino Otto, canzone di quei giorni, “Solo me ne vo per la città”, ed è proprio lui, Walter Chiari. La grazia giocosa e felice della pace riconquistata sembra ricominciare in quell’attimo, il fascismo è ormai sconfitto, la morte e ogni orrore appaiono cancellati per sempre. Ora e sempre Walter!

Fulvio Abbate 6 Luglio 2023

Dagospia martedì 5 dicembre 2023. “Amarcord story. Cronache e ricordi del capolavoro felliniano" di Nicola Bassano, storico del cinema e direttore del Fellini Museum per quasi un decennio, in libreria dal 6 dicembre. 

Il libro, che esce a cinquant’anni dall’uscita del film Premio Oscar “Amarcord” (18 dicembre 1973), mette a nudo l’anima del Paese negli anni Settanta, con i suoi difetti peggiori, a partire dal provincialismo e dal fascismo, fino al patriarcato e all’infantilismo maschile. 

È curioso quindi che, proprio a partire da questo film, il Maestro sia stato per anni bersaglio di una campagna denigratoria che lo ha visto accusato di misoginia e antifemminismo, a causa – si legge nel libro – di una «trasformazione consapevole delle donne in simbolo sessuale», in «un’operazione volta a deformarle e ingigantirle in modo da essere funzionali alla sessualità maschile».  Addirittura, per il giornale «effe», «Fellini è protagonista e vincitore della rubrica Un’antifemminista al mese». 

Aggiungo, infine, che nel volume sono presenti alcuni bozzetti tratti dal “Libro dei sogni” di Fellini e diverse foto scattate sul set, pubblicate per gentile concessione dell’Archivio Fotografico della Biblioteca Gambalunga di Rimini.

Estratti dal libro "Amarcord story. Cronache e ricordi del capolavoro felliniano" di Nicola Bassano 

(...) Le citazioni prese dal libro/sceneggiatura, uscito per Rizzoli a firma Fellini-Guerra:

Pag. 13: «…volpina, una ragazza con occhi bianchi fosforescenti, come i felini, divorata dalla sua femminilità,

selvatica, gattesca».

Pag. 15: «… Evidentemente qualcuno le ha toccato il sedere» (Donna di nome Gradisca).

Pag. 38: «Se voglio ti metto incinta con uno sguardo»

(Sempre a proposito di Gradisca). Ibidem: «È quella di

Zurigo. Mi dice: “ Vieni su subito che non ne posso più.

Stop”» (Telegramma di una straniera, riferito dal destinatario romagnolo).

Pag. 39: «La gente si assiepa per lasciar passare la carrozza, carica delle puttane della nuova quindicina».

Pag. 44: «Cos’è il mio culo? La pila dell’acqua santa?»

(Detto dalla «donna di servizio» – locuzione degli sceneggiatori – al nonno che «tocca e ritocca»).

Pag. 68: «Gradisca si avvicina al letto… Si sfila le calze… poi le mutande… Una volta nuda si distende sul letto, si tocca i capelli per sistemarli sul cuscino e con voce emozionata si rivolge al principe dicendo: “ Signor Principe, gradisca”» (Prostituta al servizio di un Savoia,anni trenta). 

Pag. 70: «Basti dire che in una sola notte sono arrivato a fare sette prestazioni, che è un record in Europa!» (Detta

da un maschio felliniano).

Pag. 71: «Quella è il mio amore dell’anno scorso. Cecoslovacca». Ibidem: «E questo è un amore, puro, puro. Mi ha concesso un’intimità posteriore. E io ne ho approfittato con

delicatezza e tatto per non procurarle dolore. Infatti ho sempre con me questo tubetto di vasellina. Poco prima di spogliarmi nudo mi metto un po’ di pomata dietro l’orecchio. Se vedo che la signora è così innamorata da volermi concedere la prova fondamentale, allora fingo per un attimo di grattarmi l’orecchio, le tocco col pollice unto di pomata la parte in questione e procedo con sentimento e determinazione». 

Pag. 78: «…allunga una mano e la posa sulla cosciona della donna, stretta nell’elastico come una mortadella».

Pag. 79: «Ginger Rogers – il culo della Gradisca – Le tette della tabaccaia» (Detto da due adolescenti che si stanno

masturbando).

Pag. 82: «A questo punto la tabaccaia affonda una mano nella scollatura della camicetta e tira fuori dal reggipetto un seno, enorme, nudo, posandolo sulla faccia di Bobo. E mormora freneticamente: “Succhia, succhia”. […] Ma Bobo non riesce a respirare con tutta quella carne in faccia». 

Dopo aver esposto alcuni esempi del presunto armamentario antifemminista utilizzato da Fellini in Amarcord la Cambria lancia la sua invettiva; per il regista riminese non c’è assoluzione, la condanna oramai è stata pronunciata, non gli resta che rifugiarsi nei propri ricordi come farà il Marcello Snàporaz de La città delle donne: 

Nel momento in cui la critica cinematografica italiana (magari internazionale) celebra sia pure più stancamente che per altri film il rito dell’omaggio a Fellini, la pubblicazione, netta e cruda, di queste poche battute della sceneggiatura di Amarcord non pretende altro se non di identificare un antifemminista dei più subdoli, morbidi, e, perché no?, anche gatteschi (l’aggettivo vale pure per i maschi, signor Fellini). Che poi antifemminista significa antidonna: nessuno, infatti, che ami le donne e riesca a percepirle, quindi, nella complessità del loro «paesaggio» umano, potrebbe ridurle ai tre melanconici stereotipi felliniani: l’opulenta toccata, frugata, pizzicata (o, se magra – ipotesi rarissima – furibondamente vorace): la madre-moglie, vittima dolente, la fanciulla «pura», cioè per il maschio felliniano – da deflorare con tutti i sacramenti (matrimoniali).

Che nel 1973, l’arte cinematografica italiana – e sia pure, nel caso, ormai intollerabilmente romagnola – s’impaludi ancora tra i quattro stereotipi della madre, della moglie, della fidanzata e della puttana, ci pare un segno di arretratezza culturale cui, secondo noi, non corrisponde nemmeno più tutta la realtà del paese. 

Senza voler fare qui del patriottismo femminile, vogliamo dire al signor Fellini che le donne in Italia (ed anche in Romagna), sia pur con fatica, con patimento, ma anche con un’allegria per lui – e ce ne doliamo – inconoscibile, stanno buttando al fuoco le quattro morte spoglie della mmfp. In quanto a Federico Fellini regista (artista) la coerenza del suo discorso anti-donna ci appare impeccabile: basti segnalare qui che, in 8 ½ – il capolavoro – le donne oltre i venticinque anni vengono soavemente (perché il maschio felliniano è soave, come il suo autore) spedite al piano di sopra. Maschio ormai avanzato negli anni, egli dovrebbe incominciare a preoccuparsi del suo proprio piano superiore. Né gli può valere di riscatto il personaggio di Gelsomina: la donna non è un clown, ma – semplicissima e tuttavia irricevibile verità – la donna è una persona.

La reazione del regista è incredula e risentita:

Io antifemminista? Ma non è possibile. Se c’è uno che ama le donne, e nei suoi film ama dar rilievo proprio ai personaggi femminili, questo sono io. Ci deve essere un errore. […] io sono profondamente emozionato di fronte a questo nuovo sentimento – risentimento da cui la donna si sente abitata. Seguo con solidarietà i segni del suo risveglio dalla soggezione, la timidezza, in cui per tanto tempo è rimasta prigioniera

(…)

Estratto dell’articolo di Maria Luisa Agnese per “Sette - Corriere della Sera” lunedì 4 dicembre 2023.

Il ragazzo che avrebbe rivoluzionato la musica aveva fatto la sua lunga gavetta nei sobborghi delle città americane: Baltimora, Miami, San Diego, Lancaster, coltivando la passione per la cultura underground e per ogni tipo di sonorità. Da randagio che era riuscito a fatica a liberarsi di una famiglia supercattolica di italica migrazione (papà Francis, severo e antagonista, era nato col nome di Francesco a Partinico in Sicilia) mangiava perlopiù noccioline per riuscire a mantenersi, e viveva in uno studio di registrazione per immergersi tutto il giorno e anche la notte nei suoi suoni e nelle sue sperimentazioni.

Quando nel 1966, dopo tante peregrinazioni reali e mentali, il talentuoso Frank Zappa, autodidatta musicale e sperimentatore sociale, pubblica Freak out! con il suo gruppo Mothers of Invention, il mondo della musica si ferma in ascolto. Un disco sfidante, definito già ai tempi il primo concept album, che mischiava ogni genere di strumenti e di musica, dal blues al rock, al jazz, alla classica alla contemporanea. 

Fondato su ispirazioni colte, da Edgard Varèse a Igor Stravinskij a Stockhausen Zappa padroneggiava con sicurezza il mix alto basso della scena musicale. Anche nei testi fortemente sarcastici cambiava le regole e i codici e, a cominciare dal titolo (dare di matto ma anche spaventare), prendeva di petto l’America dominante con le sue televisioni, e la sua ignoranza. Who are the Brain Police? si chiede Zappa in una canzone, con il verso «La polizia del cervello sta arrivando. Attento, ho detto attento, scendi» ripetuto ossessivamente. 

[…]

Era anche un intellettuale e un profeta della controcultura, ma Zappa, che sicuramente voleva il successo, lo pretendeva alle sue condizioni e quando Kurt Loder della rivista Rolling Stones gli ha chiesto se lui con il gruppo Le Madri fossero diventati emblema della scena freak di Los Angeles, Zappa ha risposto: «È stato un fenomeno molto breve, in realtà. Perché appena è arrivato sui giornali, è morto. È stato un successo antropologico molto fresco per un anno e poco più, fino a quando è arrivato su Time magazine». 

Ma Paul McCartney si inchina e dice che non ci sarebbe stato Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band senza quell’album. Intanto Frank pubblica Absolutely free, con Brown Shoes Don’t Make It, che venne descritta come «l’intera musica compressa in soli 8 minuti». E poi ancora Uncle Meat del 1969 dove la sua ironia torna a casa e canta in italiano Tengo ’na minchia tanta.

[…] il direttore d’orchestra Pierre Boulez lo incorona come talento assoluto del Novecento: «Come musicista Zappa era una figura eccezionale perché apparteneva a due mondi: quello della musica rock e quello della musica contemporanea». E tutto ciò, gran paradosso, ottenuto senza farsi contaminare dalla dominatrice del periodo, la droga: disgustato dopo una fuggevole fumata di erba, la proibiva anche ai suoi musicisti. 

[…] in nome della libertà totale, quella sancita dai padri costituenti, incrocia le lame addirittura con Tipper Gore, la moglie del futuro vicepresidente Al, che per difendere i bambini dalla pornografia musicale aveva lanciato nel 1985 un’Associazione (Parents Music Resource Center, Pmrc) per controllare i testi dei dischi in uscita.

Lui va a testimoniare in un’audizione al Senato Usa, un evento mediatico che dura 5 ore in cui Zappa tra l’altro paragona l’Associazione a chi «si propone di eliminare la forfora tramite la decapitazione».

Chiude presto la sua vita: a 52 anni, il 4 dicembre 1993, per un tumore alla prostata. Peccato, perché poco prima, sempre più arrabbiato con il suo Paese, Zappa si era candidato Presidente con lo slogan «Potrei mai far peggio di Ronald Reagan?». Chissà che America sarebbe stata se, per un ghiribizzo della storia, il beffardo turboanarchico Zappa ce l’avesse davvero fatta?

River Phoenix, 30 anni fa la tragica morte: l’infanzia nella setta, il successo con «Stand by Me», le ultime ore, 7 segreti. Storia di Arianna Ascione  su Il Corriere della Sera martedì 31 ottobre 2023.

«Stand by Me - Ricordo di un'estate» 8852 Sunset Boulevard, West Hollywood. Il 31 ottobre 1993, sul marciapiede davanti al Viper Room (locale notturno di culto, ritrovo di molte star di Hollywood), moriva a soli 23 anni uno degli attori più promettenti della sua generazione: River Phoenix. La sua scomparsa improvvisa e tragica sconvolse profondamente l'opinione pubblica. Molti avevano ancora impressa nella memoria l’immagine di lui ragazzino, nei panni di Chris Chambers in «Stand by Me - Ricordo di un'estate» (1986) di Rob Reiner, film tratto dal racconto «Il corpo» contenuto nella raccolta di Stephen King «Stagioni diverse».L’infanzia nella settaIn precedenza Phoenix aveva recitato in alcune serie e pellicole minori, spesso accanto ai suoi fratelli e sorelle. Nato a Madras - in Oregon - il 23 agosto del 1970 River Jude Bottom era il primogenito dei cinque figli di John Lee Bottom e di Arlyn Sharon Dunetz. Il nome River gli venne dato in omaggio al «fiume della vita» di cui Hermann Hesse parla nel suo romanzo «Siddharta», mentre il suo secondo nome, Jude, deriva dalla canzone «Hey Jude» dei Beatles. Nel 1973 i genitori dell’attore, che nel frattempo avevano avuto un’altra figlia nata in Texas (Rain), si unirono alla setta religiosa dei Bambini di Dio e iniziarono a viaggiare per l'America Latina, come missionari. Per questo motivo gli altri figli della coppia Joaquin (l’attore premio Oscar) e Liberty nacquero rispettivamente in Porto Rico e in Venezuela. In aperto disaccordo con il leader spirituale della setta David Berg, nel 1977 John e Arlyn decisero di recidere ogni tipo di legame con il gruppo e nel 1978 la famiglia fece ritorno negli Stati Uniti (in Florida, dove nacque l’ultimogenita Summer). Come simbolo del nuovo inizio nel 1979 il cognome originario, Bottom, fu cambiato in Phoenix, in riferimento alla figura mitologica dell'araba fenice che risorge sempre dalle proprie ceneri.I ricordi di Harrison Ford e Keanu ReevesPer River Phoenix Harrison Ford fu come un padre. Ha raccontato una volta il volto di Indiana Jones: «Ha interpretato mio figlio una volta (in Mosquito Coast, film del 1986 ndr.) e durante le riprese mi sono affezionato moltissimo a questo straordinario ragazzo, ero orgoglioso di vederlo crescere e diventare un uomo di tale talento, integrità e compassione. Mancherà profondamente a tutti noi, a me manca come un figlio». È stato proprio lui a volerlo in «Indiana Jones e l'ultima crociata» (1989) di Steven Spielberg, pellicola in cui River interpretò il giovane archeologo. In vita Phoenix fu anche molto amico di Keanu Reeves, con cui recitò nella commedia di Lawrence Kasda «Ti amerò... fino ad ammazzarti» (1990) e nel cult indipendente «Belli e dannati» (1991) di Gus Van Sant (per la sua interpretazione River fu premiato con la Coppa Volpi per il miglior attore alla Mostra del cinema di Venezia). «Non riesco a parlare di lui al passato - ha detto Reeves in un’intervista nel 2021 -. Era una persona speciale, unica, creativa e piena di talento. Era oscuro, ma anche divertente e pieno di luce. Mi ha ispirato molto e mi manca».La lotta contro le dipendenzeRiver Phoenix ha sempre nascosto le sue dipendenze - note agli addetti ai lavori - per evitare che gli rovinassero la carriera. Ha iniziato a fare uso di alcool giovanissimo, mentre il consumo di droga (cocaina, eroina, GBH ma anche allucinogeni) si fece più frequente nei primi anni Novanta. Spinto dai suoi agenti prese anche parte ad alcune sedute degli Alcolisti Anonimi, ma il tentativo di rimanere sobrio fallì.Le ultime oreIl 30 ottobre 1993 l’attore, tornato a Los Angeles dallo Utah per trascorrere un breve periodo di riposo prima di completare le ultime tre settimane di riprese del film di George Sluizer «Dark Blood», raggiunse la sua fidanzata dell’epoca Samantha Mathis, l'amico Dick Rude, sua sorella Rain e suo fratello Joaquin nella suite numero 328 dell’Hotel Nikko, a West Hollywood. Prima di andare al Viper Room, dove River avrebbe dovuto suonare insieme alla band P (composta da Flea e John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers, Gibby Haynes dei Butthole Surfers, Al Jourgensen dei Ministry e Johnny Depp), il gruppo iniziò a fare largo uso di droghe e alcool.Le cause della morteUna volta al locale il party continuò. Molti dei presenti però testimoniarono che l'attore si stava comportando in modo molto strano. Bob Forrest, cantante dei Thelonious Monster e amico di Phoenix, ha raccontato nel suo libro di memorie «Running With Monsters» che River era pallido e madido di sudore. L’attore, che aveva già consumato un grosso quantitativo di droga prima di arrivare al Viper Room, cominciò a sentirsi male. Tornò al suo tavolo, mentre Flea dei Red Hot Chili Peppers e Johnny Depp si stavano esibendo, e lì perse i sensi. Dopo essersi ripreso chiese a Samantha Mathis e a suo fratello Joaquin di essere portato fuori dal locale per prendere un po’ d’aria. Una volta all’esterno River collassò sul marciapiede, vittima della prima delle cinque crisi epilettiche che lo colpirono. Joaquin chiamò il 911, ma quando l’ambulanza arrivò l’attore era già deceduto. Inutile la corsa in ospedale e i tentativi di rianimazione: River Phoenix fu dichiarato morto per insufficienza cardiaca. L’autopsia, effettuata sul corpo nei giorni successivi, rivelò un’overdose da speedball (un mix di eroina e cocaina). Furono trovate anche tracce di valium, efedrina e di un farmaco anti-influenzale per il quale non era necessaria la ricetta medica.I progetti mancatiNel pomeriggio del 31 ottobre River Phoenix aveva un appuntamento con un regista da lui molto amato, Terry Gilliam, che rimase ad attenderlo per ore prima di essere informato della tragedia. A seguito della morte dell’attore, per il trauma e per l’atteggiamento invadente dei media, Joaquin Phoenix si allontanò da Hollywood per diversi anni. La scomparsa prematura di River non gli permise di interpretare diversi ruoli per i quali era già stato scritturato: il giornalista Daniel Molloy in «Intervista col vampiro» di Neil Jordan (1994), poi andato a Christian Slater (che donò il suo cachet a due organizzazioni benefiche supportate da Phoenix), Arthur Rimbaud in «Poeti dall'inferno» (1995) e Jim Carroll in «Ritorno dal nulla» (1995), ruoli poi affidati a Leonardo DiCaprio. Gus Van Sant avrebbe voluto River nel suo film biografico su Harvey Milk, per la parte dell'attivista Cleve Jones da giovane, ma il progetto entrò in produzione solo nel 2007 (Jones è stato poi interpretato da Emile Hirsch). Anche James Cameron aveva pensato all’attore, per il ruolo di Jack Dawson in «Titanic», ma il film fu girato solo nel 1997.

Quando Verdone scelse Sora Lella in un bar. Elena Fabrizi conduceva una trasmissione radiofonica per cuori infranti su Radio Lazio: Carlo la intercettò mentre si scolava un crodino in pausa pranzo. Paolo Lazzari il 12 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Freme dalla voglia di imbattersi nel volto giusto, ma le occasioni languono. Si rigira nel letto, senza riuscire a saldare insieme i pensieri: a Trastevere ne ha scorte un mucchio con i requisiti richiesti, ma poi si fermano tutte alla battuta fragorosa e nulla più. Gli serve una donna che trasudi romanità nell’espressione e nei gesti, ma che sappia anche tenere la parte per tutto il tempo, senza disunirsi. Sta penando terribilmente, Carlo Verdone, perché le riprese del nuovo film si avvicinano con pressante irruenza e manca ancora un tassello essenziale.

Con Sergio Leone si sono parlati dritti: nessun personaggio, seppur secondario, può essere appannato. Serve una nonna dall’aria burbera e bonaria al contempo, una di quelle matrone capaci di addentare lo schermo. “Un sacco bello” l’ha infilato su un’autostrada inedita e lui intende continuare a premere sull’acceleratore. Mimmo, il personaggio dai pensieri tutt’altro che svelti destinato ad occupare il corpo centrale di “Bianco, rosso e verdone”, non può rimanere sprovvisto di quell’ingombrante parentala ancora a lungo.

L’illuminazione che fende la logorante ricerca arriva d’un tratto. Sfibrato, Verdone se ne sta curvo sul bancone del bar sotto casa sua, quando un suo amico lo risolleva pigolando: “A Ca’, stai a cercà una per fa’ tu nonna? Ce sta Sora Lella, la sorella di Aldo Fabrizi. Fa un programma su Radio Lazio per le donne che c’hanno un sacco de problemi, le conforta. Attacca alle undici, poi tutti i giorni a mezzogiorno scende qui a farsi un crodino”. Lampadina che si avvita. Carlo si sintonizza il giorno dopo. Palpebre inamidate quasi subito, ma perché quella ti tramortisce con repliche di una genuinità contundente: “Lella” Mi’ marito è tornato alle tre l’altra sera. Ho trovato un sacco de rossetto sul collo della camicia: che devo fa’?”. E lei, con consumata sicumera: “Daje un carcio ar culo!”. Tutte le sue sentenze radiofoniche, destinate a lenire eserciti di cuori infranti, sono composte di questa irresistibile sostanza. Un intruglio di ilarità e schiettezza, abbinate ad una faccia d'ambulante di Campo dei Fiori.

Quella notte Carlo dorme più liscio. La mattina dopo piomba nel solito bar, ma all’orario giusto. La trova, come di consueto, intenta a scolarsi avidamente un crodino dopo le fatiche di un’ora al microfono. È una donna corpulenta, con una nuvola di capelli che vorrebbero sbuffare ovunque, ma sono saldamente avvitati da molte forcelle. Indossa un vestitone e le calzette. Veste proprio come una nonna. Verdone rompe il ghiaccio, con deferenza: “Scusi, voi siete Sora Lella?”. Quella si gira di scatto, asciugandosi le labbra. “E voi chi siete?”. E lui: “Sono Carlo Verdone”. “Ma chi – chiede lei – quello che fa l’attore?”. “Sì, attore e regista”. “Mecojoni” è la riposta che cicatrizza una filosofia dell’esistenza.

Carlo le spiega quello che cerca. Lei pilucca mentre lo ascolta. Poi gli dice ce ci sta, ma che comunque tutti quelli che fanno cinema sono degli arnesi, mille promesse e poi si vedrà. Verdone la rassicura: “Signora mia, se me’ tiene le battute siamo a cavallo”. Uscito dal bar, le dita tremolanti per l’eccitazione indotta da quella epifania, si fionda alla prima cabina telefonica e compone il numero di Sergio Leone. “A Se’, ho trovato una fenomenale per il ruolo della nonna”. “E chi sarebbe?”. “Sora Lella, quella della radio”. Silenzio disarmante. Poi il cavo agganciato tra i due ricevitori vibra scompostamente: “Ma che c…o hai fatto? Questa c’ha il colesterolo a trecento, entra ed esce dal Fatebenefratelli. Questa ce’ more sul set!”.

Scosso dalla funerea premonizione, Verdone la chiama comunque per il provino. Sora Lella si disimpegna con una disinvoltura abbagliante. Anche Leone è costretto a fare spallucce: “Sì, è brava, ma questa tanto ce’ more sul set”. Allora Carlo fa una cosa. Va dalla futura nonna immaginaria e la ammonisce: “Ascolta, quando arrivano i cestini del pranzo non prende’ mai quello rosso, che è più pesante. Prendi solo quello bianco, mangia pocoa pasta e cerca di smaltire qualche chilo”. È una giaculatoria vana.

Dopo una settimana di riprese il capo macchinista la prende da parte: “A Sora Le’, farebbe na’ bella amatriciana carica per i macchinisti e gli elettriscisti?”. E quella mica si lascia pregare: “Come no, portame na’ pentola”. Mezz’ora più tardi una succulenta grandinata di bucatini intasa gli stomaci di mezzo cast. Gli attori, sedotti dall’effluvio di guanciale e cipolla che rimbalza sul set, sono arrivati in gran massa a rifocillarsi. Nello spazio di un amen il rito dei bucatini diventa irrinunciabile. Le mestolate con cui Sora Lella cosparge generosamente le scodelle, una manna celeste. Solo che il nuovo menù produce anche inattesi effetti collaterali. Dopo pranzo tutti si sentono terribilmente appesantiti. Le palpebre calano in sequenza. Le riprese vengono spinte sempre più in là, a pomeriggio inoltrato.

È un gaudente naufragare, ma il film reclama una scialuppa per non inabissarsi tra i flutti del colesterolo. Pur inebriato da quelle confortanti rimpinzante, Verdone capisce che bisogna darci un taglio. Si scruta la pancia e i fianchi: ha preso quattro chili. Leone, furente, lo striglia. “Levatele ‘sta pentola”, implora Carlo ai macchinisti. Si torna in fretta ai cestini bianchi. Le riprese, gioiosamente sonnolente, tornano sui ritmi consueti. La pellicola arriva in fondo. Sarà un successo fragoroso, sospinto anche da una Sora Lella spaziale.

Quei bucatini carichi allo spasmo, a distanza di oltre quarant’anni, restano però un trionfo che si colloca ben oltre l’effimera gloria della settima arte. Assurgono all’Olimpo dei ricordi che slacciano un sorriso e, dunque, si consegnano all’immortalità.

Audrey Hepburn moriva 30 anni fa: le prime nozze saltate, il matrimonio con uno psichiatra italiano, storia degli amori della star di «Colazione da Tiffany». Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 20 Gennaio 2023.

L’attrice, icona mondiale del cinema, se ne andava il 20 gennaio 1993

«L’amore è tutto»

Il 4 maggio 1929 nasceva a Ixelles, in Belgio, una delle icone più amate del cinema, regina di stile con la sua eleganza, capace di attraversare le generazioni con il suo fascino immortale e la sua semplicità. Parliamo di Audrey Kathleen Ruston, divenuta poi nota come Audrey Hepburn, più che diva - suo malgrado - l’anti-diva per eccellenza dato che, nonostante il successo ottenuto con pellicole diventate cult («Colazione da Tiffany», «Vacanze Romane», «Sabrina»), ha sempre preferito la tranquillità della vita familiare alla mondanità e alle luci dei riflettori. «Alcuni pensano che rinunciare alla mia carriera sia stato un grande sacrificio fatto per la mia famiglia, ma non è per niente così - raccontò una volta l’attrice -. È la cosa che più desideravo fare». Del resto «l’amore è tutto», come amava ripetere.

Nozze mancate

Nel 1952 Audrey Hepburn, all’epoca 23enne, annunciò il suo fidanzamento con l'imprenditore James Hanson. Nonostante fosse molto impegnata sul set del film che l’avrebbe lanciata nel firmamento di Hollywood («Vacanze Romane») nelle pause delle riprese continuava a portare avanti i preparativi per le nozze. L’attrice decise di far confezionare il suo abito da sposa proprio a Roma, nel prestigioso atelier delle sorelle Fontana. Ma non avrebbe mai indossato quel bellissimo vestito: il matrimonio saltò nel 1953 per via dei crescenti impegni lavorativi della coppia. «Per un anno ho pensato che fosse possibile far funzionare le nostre vite e combinare le nostre carriere - scrisse Audrey, affranta, in una lettera -. È tutto molto triste, ma sono sicuro che sia stata l'unica decisione sensata».

Il matrimonio segreto in Svizzera

Un anno dopo, ad una festa organizzata da Gregory Peck, Audrey Hepburn incontrò di nuovo l’amore: l’attore, suo partner di scena in «Vacanze Romane», le presentò Mel Ferrer, star della pellicola «Lili». Il 25 settembre 1954 la coppia convolò a nozze in Svizzera, in una chiesetta lontana da occhi indiscreti. Dall’unione, che durò in tutto 14 anni (e qualche film insieme, da «Guerra e pace» a «Mayerling»), il 17 luglio 1960 nacque un figlio: Sean Hepburn Ferrer. Per Hepburn fu una grande gioia: prima di riuscire a diventare mamma infatti aveva subito due aborti spontanei, di cui uno in seguito a una caduta da cavallo durante la lavorazione del film «Gli inesorabili» (1960).

Lo psichiatra italiano

Dopo il divorzio da Mel Ferrer, durante una crociera in Grecia, Audrey Hepburn conobbe colui che sarebbe diventato il suo secondo marito: lo psichiatra italiano Andrea Dotti, sposato nel gennaio del 1969. Da Dotti l’attrice nel 1970 avrà un altro figlio: Luca. Che descrisse così, nel 2015 a Vanity Fair, il rapporto tra i suoi genitori: «Mamma aveva perso la testa per papà, non era mai stata così innamorata. Sposarlo fu una scommessa. Sperava che lui crescesse più in fretta, ma non accadde: era un farfallone. Avevano dieci anni di differenza, ed era come se ne avessero ancora di più. I 30 anni di mio padre erano simili a quelli di oggi, i 40 di mia madre erano pesanti, soprattutto a causa della guerra. Erano troppo diversi: lui mondano e urbano, lei riservata e quasi contadina». Inoltre «per molti uomini è difficile avere una moglie famosa. Da italiano, il ruolo di principe consorte a mio padre non piaceva». Così, nel 1982, arrivò il divorzio.

Con Robert Wolders

Delusa dalla fine del suo secondo matrimonio Audrey Hepburn incominciò a frequentare l’attore olandese Robert Wolders, da qualche anno vedovo dell'attrice Merle Oberon: i due andarono a vivere insieme in Svizzera, sul lago di Ginevra. Non si sposarono mai e rimasero legati fino alla morte di lei. «Eravamo pronti l'uno per l'altra - ha raccontato lui nel 2017 a People -. Nel momento in cui ci siamo incontrati, entrambi avevamo commesso i nostri errori». Wolders ha condiviso con l’attrice anche l’attivismo: è sempre stato al suo fianco durante le campagne umanitarie per l’Unicef che hanno tenuto impegnata la star di «Colazione da Tiffany» negli ultimi anni della sua vita.

Trent'anni senza Audrey Hepburn: 15 curiosità su un'icona senza tempo. Erika Pomella il 20 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Audrey Hepburn, attrice, modella e icona impegnata anche nel sociale, è un nome immortale, impresso a fuoco nella storia del cinema, persino a trent'anni di distanza dalla sua morte

Audrey Hepburn non è stata solo un'attrice, ma è diventata un'icona, il simbolo di un cinema e di una Hollywood che forse non esistono più. La sua bellezza, unita al suo stile e alla sua eleganza, l'hanno resa una star quando nell'Olimpo del cinema il sistema del divismo era ancora agli apici e le stelle hollywoodiane sembrano creature che appartenevano più alla sfera divina che alla controparte umana.

Eroina romantica di grandi classici come Sabrina e Colazione da Tiffany, ma anche artista piena di ironia, capace di catturare lo sguardo della macchina da presa al punto da sconfiggere anche l'impietosa prova del tempo, Audrey Hepburn non ha mai smesso di irretire nuovi spettatori, di parlare a un pubblico trasversale che attraversa varie generazioni e che rappresenta il vero successo di un artista.

Il 20 gennaio 1993 la Hebpurn si spense a seguito di una battaglia contro un cancro: la sua eredità, però, non ha smesso di vivere e a trent'anni dalla sua morte il lascito di Audrey Hepburn è tale che ancora si guarda a lei e alla sua carriera quando si cercano gli standard del genere della commedia. Proprio in occasione dell'anniversario della scomparsa della grandissima attrice, ecco una serie di curiosità su Audrey Hepburn.

Tutte le curiosità su Audrey Hepburn

Una bambina traumatizzata dal Terzo Reich

Come si legge sul sito dell'Internet Movie Data Base, Audrey Hepburn si trasferì a Londra, a seguito del divorzio dei genitori, quando era ancora molto piccola. Qualche anno dopo, però, tornò insieme alla madre in Olanda, loro paese d'origine. Fu qui, mentre la Hepburn viveva a Anversa, che le truppe di Hitler presero possesso della città. L'occupazione nazista ebbe terribili conseguenze sulla futura attrice: soffrì di depressione e malnutrizione. Viveva in un seminterrato dopo che, secondo Cinematographe, i suoi zii erano stati catturati e giustiziati. Lavorò successivamente per la resistenza olandese.

La storia con William Holden

Tra i film più famosi, tra quelli interpretati da Audrey Hepburn, c'è Sabrina. Durante la lavorazione del film l'attrice si innamorò - ricambiata - dalla sua co-star William Holden. La relazione, secondo IMDB, si concluse quando la Hepburn lasciò William Holden dopo aver scoperto che l'uomo non poteva avere figli. "Curiosamente", gli attori morirono entrambi all'età di 63 anni.

Il debutto di Audrey Hepburn

Dopo la liberazione dall'occupazione nazista, Audrey Hepburn tornò a Londra, dove frequentò una scuola di ballo, cominciando poi a lavorare come modella. Sembrava che proprio il mondo della moda potesse essere il suo futuro, dal momento che la sua eleganza e la sua grazia non passavano mai inosservati. Nel 1948, però, venne notata da un produttore debuttò con una piccola parte nel film Nederland in zeven lessen. Più tardi ebbe un ruolo più grande in Racconto di giovani mogli. A quel punto Audrey Hepburn cercò fortuna in America: nel 1953 divenne la protagonista di Vacanze Romane, che le portò un premio Oscar e il successo che meritava.

Da Audrey a Edda

Nata come Audrey Kathleen Ruston, la futura attrice vide il suo nome cambiare durante la Seconda Guerra Mondiale. La madre, la Baronessa Ella Van Heemstra, decise di cambiarle il nome, per paura che il nome Audrey rivelasse troppo marcatamente le radici inglesi della bambina (da parte di padre). Audrey divenne Edda per non attirare l'attenzione delle truppe naziste.

Ancora William Holden

Nel 1964 Audrey Hepburn venne scelta come protagonista per Insieme a Parigi, in cui ritrovò il collega e amico William Holden. Quest'ultimo non aveva mai davvero superato la sua "cotta" per l'attrice. Secondo il sito dell'Internet Movie Data Base, Audrey Hepburn accettò di prendere parte al progetto con la speranza che la sua influenza avrebbe potuto aiutare William Holden a uscire dal blocco in cui sembrava essere incappata la sua carriera, anche a causa di problemi d'alcolismo. Nonostante la presenza della co-star, comunque, l'attore continuò a bere per tutta la durata delle riprese, causando ritardi sulla produzione e danni al budget.

Da dove viene Hepburn?

Come si diceva qualche riga più su, la famosa icona di Hollywood nacque con il nome di Audrey Kathleen Ruston. È dunque lecito domandarsi da dove venga il cognome Hepburn. Sempre IMDB riporta che, dopo la guerra, il padre di Audrey, Joseph Victor Anthony Ruston cominciò a fare delle ricerche per scoprire il proprio albero geneaologico e le proprie radici. Fu così che si imbatté in alcuni avi di nome Hepburn. A quel punto l'uomo cambiò legalmente il suo cognome che obbligò anche la figlia ad aggiungere il cognome.

L'odio con Humphrey Bogart

Una delle cose più sorprendenti della settima arte è quella di poter rendere credibili fatti che non esistono nella verità. In Sabrina, infatti, il cuore della storia è l'innamoramento tra il personaggio interpretato da Humphrey Bogart e quello di Audrey Hepburn. Nella realtà, invece, Bogart non apprezzò affatto la presenza della Hepburn, anche perché avrebbe voluto che il ruolo della protagonista andasse alla moglie Lauren Bacall. Secondo quanto riporta il sito dell'Internet Movie Data Base, quando a Bogart venne chiesto cosa ne pensasse della Hepburn, l'attore risposte: "È okay se non ti importa di dover ripetere la scena dodici volte."

Quando Audrey Hepburn venne doppiata

Un altro film molto amato nella filmografia di Audrey Hepburn è senza dubbio il musical My Fair Lady. La lavorazione, tuttavia, non fu affatto tutta rosa e fiori, dal momento che il produttore Jack L. Warner voleva doppiarla, ritenendo che la voce dell'attrice non fosse abbastanza forte per il ruolo di Eliza. Dapprima l'attrice prese male questa notizia ma poi, con la grazia che la contraddistingueva, accettò la decisione, sebbene promise a se stessa di non lavorare mai più a un musical, a meno che non fosse vocalmente preparata. L'attrice cantò comunque alcune parti della colonna sonora, inclusa la famosissima I could have danced all night. Le altre canzoni vennero eseguite da Marnie Nixon.

Un libro alla scoperta di Audrey Hepburn

Proprio perché Audrey Hepburn non ha mai davvero smesso di vivere nell'immaginario di coloro che amano il cinema e lo stile, non sorprende che le librerie siano piene di titoli dedicati all'attrice. Una delle pubblicazioni più recenti è Audrey. Una vita. Uno stile, di Chiara Pasqualetti Johnson. Una biografia accompagnata da ben centocinquanta ritratti che seguono pedissequamente la carriera dell'attrice.

Una dentista?

Prima di diventare una modella e di debuttare poi nell'industria cinematografica, Audrey Hepburn aveva seguito la formazione per diventare assistente dentistica.

Moon River

Moon River è il brano che accompagna il film Colazione da Tiffany. Il compositore Henry Mancini disse di aver scritto la canzone appositamente per Audrey Hepburn e affermò che, nonostante ci fossero molte altre versioni del brano, quella dell'attrice rimane la migliore.

Givenchy

È decisamente nota la lunghissima e proficua relazione professionale tra Audrey Hepburn e Hubert Givenchy, per cui l'attrice fu una vera e propria musa. La Hepburn indossa gli abiti del noto brand in Sabrina, Cenerentola a Parigi, Arianna, Colazione da Tiffany, Insieme a Parigi, Come rubare un milione di dollari e vivere felici, Sciarada e Amore tra ladri. Inoltre, proprio grazie alla collaborazione con Audrey Hepburn, Givenchy fu tra i primi stilisti ad assere accreditato nei titoli di coda di un lungometraggio.

Gli spettatori di Colazione da Tiffany

Sebbene non siano visibili sullo schermo, centinaia di spettatori e passanti assistettero alle riprese di Audrey Hepburn davanti alla nota vetrina del negozio che dà il titolo al lungometraggio e che apre il film. Quegli occhi costantemente puntati addosso misero molta ansia a Audrey Hepburn, che continuava a sbagliare la scena, sentendosi molto sotto pressione. Secondo IMDB è stato solo quando un cameram ha rischiato di essere fulminato dietro la macchina da presa che l'attrice si è ricomposta e ha concluso la scena.

L'imbroglio ai danni di Audrey Hepburn

Quando i produttori cominciarono a lavorare al film Cenerentola a Parigi si resero conto di volere avere come protagonisti Audrey Hepburn e Fred Astaire. Per assicurarsi la presenza di questi due grandi nomi della settima arte, allora, i produttori mentirono. Dissero ad entrambi che l'altro/a aveva già accettato il ruolo. La strategia si basava sulla certezza che né Fred Astaire né Audrey Hepburn avrebbero perso l'occasione di lavorare insieme.

Gli uomini di Audrey Hepburn

Nel 1954 Audrey Hepburn convolò a giuste nozze con l'attore Mel Ferrer e da cui ebbe un figlio, Sean, che vide la luce nel 1960. Vivendo e lavorando insieme ben presto i due archiviarono l'idillio della loro relazione, che si concluse con un divorzio nel 1968. Nel 1969, due anni dopo aver dichiarato di voler lasciare le scene, come ricorda IMDB, sposò lo psichiatra Andrea Dotti e l'anno successivo diede alla luce il secondo figlio, Luca. La nascita del figlio la portò a vivere a Roma, dove rimase fino al 1983. Nel 1982 ci fu un secondo divorzio. Successivamente l'attrice si innamorò di Robert Wolders, conosciuto a un'asta di beneficienza. Sebbene non si sposarono mai i due rimasero insieme fino alla morte di lei.

Estratto dell'articolo di Riccardo De Palo per “il Messaggero” il 5 gennaio 2023.

Senza di lui, la danza non sarebbe stata la stessa. Il balletto classico e quello moderno sarebbero rimasti incompatibili, non ci sarebbero stati fenomeni pop come Roberto Bolle - il cui show la sera di Capodanno su Rai1 è stato visto da quasi tre milioni di spettatori - e forse anche Maurice Béjart non avrebbe creato coreografie così centrate sul corpo e sulle movenze maschili. Parliamo del grande danzatore russo Rudolf Nureyev, di cui ricorreranno domani i trent' anni dalla morte.

 Era un vero personaggio da romanzo (...)

Freudianamente, Nureyev costruì tutta la sua carriera sulla ribellione contro il genitore. Julie Kavanagh, nella monumentale biografia a lui dedicata, Nureyev, la vita, ricorda che «Rudolf si ostinò a dire che odiava suo padre. Lo definiva uno stalinista, cosa che effettivamente era, ma così come sua madre, e in quel periodo quasi tutti i russi». L'unica e vera ragione, alla base del suo rancore, era che Khamet si rifiutava di accettare che il figlio danzasse.

 

Il piccolo Rudolf a dieci anni mostrava già un innato istinto musicale. Molto tempo dopo, disse di ricordare con nostalgia i solenni lutti di Stato dell'Urss, che erano un'occasione imperdibile per ascoltare, con la mastodontica radio sovietica che si trovava in casa, le composizioni di Schumann, di Beethoven, di ajkovskij. «Mi ricordo che piangevo, ma non certo perché mi dispiacesse della morte di Kalinin o di Stalin, ma perché ascoltavo quella musica bellissima».

Nel dopoguerra, Nureyev frequentò le prime scuole di danza, e si racconta che, quando partiva per raggiungere il Teatro dell'Opera di Ufa, dove seguiva dei corsi con un'allieva del grande Djaghilev, veniva puntualmente molestato dal capotreno. La prima grande occasione, per lui, arrivò nel 1954, quando la sua insegnante, Anna Udelcova, convinse il ragazzo, ormai diciassettenne, a iscriversi all'Accademia di danza del Teatro Kirov di Leningrado, l'odierna San Pietroburgo.

La seconda grande occasione arrivò nel 1961, quando il primo ballerino del Kirov si infortunò e gli proposero di partire al posto suo, per uno spettacolo in programma all'Opéra di Parigi. Fu un trionfo. Ma poco prima di lasciare la capitale francese per Londra, gli agenti del Kgb - che seguivano ovunque le star russe - gli chiesero di tornare in patria per un'importante esibizione al Cremlino, mentre gli altri avrebbero proseguito la tournée come previsto. Rudolf fiutò la trappola, e si consegnò direttamente agli agenti francesi in aeroporto, chiedendo asilo politico.

Nureyev non rivide più la sua patria per tantissimo tempo (fino al disgelo e al permesso concessogli da Gorbaciov nel 1987), e per lui si aprì una nuova vita in Occidente. La fuga gli procurò un'inattesa e fulminea notorietà; e il suo talento gli aprì le porte di tutti i teatri globali.  (...)

 Nel 1976 impersonò persino il ruolo di Rodolfo Valentino, in un film di Ken Russell. Nonostante il suo temperamento - quando non era soddisfatto delle ballerine le lasciava letteralmente cadere per terra - continuò a danzare anche oltre i quarant' anni, sperimentando coreografie e dirigendo qualche orchestra. A Carla Fracci non riservava dispetti: era legato a lei da profonda stima e amicizia. L'Aids aveva già ucciso nel 1991 il suo caro amico Freddie Mercury, una morte che l'aveva colpito tantissimo. Nureyev, a sua volta contagiato dall'Hiv, cercò a lungo di dissimulare i sintomi, di resistere al decadimento fisico, finché il suo cuore cedette, il 6 gennaio del 1993. Aveva 54 anni.

Oggi la Fondazione istituita in suo nome ha l'obiettivo di sostenere la ricerca sull'Aids e i danzatori, sempre e comunque. «La danza è tutta la mia vita - disse Nureyev, ripercorrendo le tappe della sua carriera - esiste in me una predestinazione che non tutti hanno. Devo portare fino in fondo questo destino. È la mia condanna, forse, ma anche la mia felicità. Se mi chiedessero quando smetterò di danzare, risponderei: quando smetterò di vivere». E così è stato.

Estratto dell’articolo di Francesco De Martini per “la Stampa” sabato 18 novembre 2023.

Due sere fa all'uscita del cinema dove era appena stato proiettato il docu-film di Anselma Dell'Olio Enigma Rol ho riconosciuto due miei ex-colleghi del Dipartimento di Fisica dell'Università La Sapienza che uscivano scuotendo la testa. Per uno scienziato quel film è "scandaloso" perché i risultati stupefacenti degli "esperimenti" condotti in vita dal gran signore torinese, Gustavo Adolfo Rol (1903-1994) stravolge gran parte dei paradigmi epistemologici e metodologici su cui la Fisica é stata costruita dall'età di Newton a oggi.

Non è qui il caso di citare questi esperimenti: sono centinaia, di natura diversissima. Tra i musicisti anche Riccardo Muti che nel film afferma di portare sempre con sé una carta da gioco affidatagli da Rol. E gli scienziati fisici, quelli cui principalmente Rol si rivolgeva? Pochi e di grande valore. Si narra che Albert Einstein battesse le mani felice quando Rol fece arrivare alcuni petali di rosa tra le corde del violino del grande fisico, dopo una sua riuscita esecuzione musicale. Un altro è stato Enrico Fermi cui è attribuito, a proposito di Rol, un significativo commento: «È un vero peccato che la scienza non sia in grado di analizzare lo spirito».

Un importante scienziato che anche ha a lungo interagito con Rol è stato Carlo Castagnoli, docente di Fisica sperimentale all'Università di Torino. In una lettera Castagnoli, gentilmente inviatami dal cugino di Gustavo, Franco Rol, afferma di aver esaminato con cura le condizioni entro cui venivano condotti gli "esperimenti". A conclusione di una estesa indagine, Castagnoli insiste sulla estrema "pulizia sperimentale", e quindi sulla assenza di ogni sotterfugio o frode. 

Io sono uno scienziato che ha sperimentato ed insegnato per molti decenni Elettronica quantistica e Informazione quantistica in vari istituti. Grazie a queste competenze scientifiche sento la responsabilità di avanzare qualche sommario commento sui risultati ottenuti da Rol. Questo perché lui ha esplicitamente più volte affermato: «I miei modesti esperimenti fanno parte della scienza». […]

Per molti anni, attorno all'anno '80 io e mia moglie frequentammo come amici il grande scienziato della relatività Tullio Regge e la moglie Rosanna Chester, ambedue docenti all'Istituto di Fisica dell'Università di Torino. Ricordo di averli incontrati a un Congresso a Bangalore in India. Mi dissero di avere appena ricevuto un invito da Rol per una prossima serata di "esperimenti". […] Tullio […] fu […] sarcastico: si predisponeva a "sbugiardare il veggente". Qualche mese dopo incontrai ancora i due in Spagna e chiesi notizie di quell'incontro. Tullio non volle parlarne. Ma l'amica Rosanna mi disse che sia lei sia Tullio erano rimasti semplicemente sbalorditi.

[…] Ecco quindi Gustavo Rol: un mago ? Un veggente ? Un sensitivo ? Chi può dire? Come commentare tanta prodigiosa quantità di prove, così ampiamente documentate? […] cerchiamo di capire il significato della sua esperienza. In questi ultimi decenni è emersa […] nel campo della fisica il concetto di "entanglement quantistico" che significa "intreccio inestricabile" delle "funzioni d'onda" delle particelle quantistiche. Queste, eventualmente in rapido reciproco movimento, se in uno stato "entangled" sono inevitabilmente tra loro "correlate". Ossia una misurazione compiuta su una di queste determina il risultato di analoghe misurazioni attuate sulle altre, a qualunque distanza queste si trovino nell'Universo all'atto delle misurazioni.

Il fenomeno di "entanglement" si determina mediante le collisioni tra particelle. Poiché nell'Universo, nel corso della sua lunga vita, 13.8 miliardi di anni dopo il Big-Bang iniziale e l'"inflazione" successiva, tutte le particelle hanno tra loro interagito, nell'Universo "tutto si tiene". Questo è l'aspetto misterioso della cosiddetta "nonlocalità quantistica", una proprietà tipica della fisica moderna, che Einstein stesso ha provocato con un suo famoso argomento dialettico.

Si potrebbe ipotizzare che, in un lontano futuro molti fenomeni nonlocali di tipo telepatico (comunicazione a distanza, tele-bilocazione, lettura a distanza, Rol che viene fotografato a Torino e simultaneamente e a New York) potrebbero forse essere ricondotti nell'ambito della Fisica. Ma oggi, non vedo alcun modello che renda concreta questa fenomenologia. 

Il teletrasporto quantistico è stato finora sperimentato con singoli fotoni, che sono particelle di massa eguale a zero. Forse entro in futuro il processo potrebbe utilizzare particelle pesanti e organizzate in oggetti. Un aspetto interessante investe la normale metodologia scientifica: la necessaria ripetibilità di tutti gli esperimenti e il pieno controllo e accessibilità ai metodi sperimentali utilizzati. Nell'ambito del caso Rol questo criterio è stato sollevato con forza da Regge e da altri scienziati.

Esiste una lunga lettera di Arturo Carlo Jemolo che prega Rol di sottomettersi ai controlli, ma lui non accettò, perché la "sorgente" del fenomeno prodotto non era nelle sue mani. La sua risposta è perfino commovente: «Io sono la grondaia», ossia il tubo che raccoglie e trasmette a terra l'acqua piovana e quindi non può influire sulla sorgente che è il cielo, che può essere nuvoloso o sereno. Nella metafora della grondaia, l'acqua che scorre è di fatto quello che Rol chiama lo "spirito intelligente", che sopravvive perfino alla morte. Le umane esagerazioni, gli scherzi, l'ironia e tutta la sua vita inducono a riflettere sul significato di una straordinaria avventura che oggi appare come un dono piovuto da una arcana, sconosciuta sorgente.

L'"Enigma Rol" che sconvolse Fellini. Anselma Dell'Olio dedica un docufilm al grande "mago". Pedro Armocida il 30 Giugno 2023 su Il Giornale.

«La mia vita si divide in prima di Rol e dopo Rol», diceva ai suoi collaboratori Federico Fellini. Ma chi era Gustavo Adolfo Rol nato a il 20 giugno di 120 anni fa a Torino dove è morto il 22 settembre 1994? Un sensitivo, un illuminato, un illusionista, un prestigiatore, un ciarlatano?

Sono appena terminate, al Parco Valentino di Torino, le riprese di Enigma Rol, il nuovo film di Anselma Dell'Olio che nei suoi recenti documentari si è occupata, non a caso, anche del regista di Rimini con Fellini degli Spiriti che, ricordava Roberto Gervaso, «non fa un passo, non muove foglia, non comincia, o non finisce, un film senza il viatico di colui che Buzzati definì il Maestro, l'Illuminato, il Sapiente, il Superuomo»: «Concludere le riprese del film nella città magica per eccellenza e nel giorno del compleanno di Rol è stata una sincronicità notevole, non programmata. Sin dall'alba dei tempi, l'umanità ha testimoniato innumerevoli eventi inspiegabili. Liquidarli come aneddotica significherebbe abbandonare questo terreno a credenti acritici e ciarlatani, invece di conquistarlo per la scienza, come affermava William James, fratello del romanziere Henry e filosofo insigne», ha detto la regista che ha scritto il documentario, prodotto da La Casa Rossa, RS Productions e Pepito Produzioni, con Alessio De Leonardis. Quattro settimane di riprese che si sono svolte tra Roma e Torino a metà tra documentario e film di finzione. I tempi sembrano perfetti per vedere Enigma Rol alla prossima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia dove Anselma Dell'Olio è stata protagonista lo scorso anno con una altro film dedicato a una figura di italiano non allineato, Franco Zeffirelli, Conformista Ribelle, a cui Rol, così come con Fellini, fece vedere i suoi prodigi.

Per la prima volta sullo schermo vedremo le testimonianze di amici e conoscenti che ammirano colui che considerano il supremo tra i «magi» e ne difendono l'autenticità, come Riccardo Muti e Elio Degrandi (Il mago Alexander). Ma ci sarà spazio ovviamente anche per chi smontava pezzo per pezzo le sue abilità paranormali come Piero Angela che dimostrò come i suoi «prodigi» potessero essere replicati senza problemi da qualsiasi prestigiatore. Ecco dunque le voci contrarie di noti scettici, illusionisti e divulgatori scientifici, che ritengono il gentiluomo torinese un mero prestigiatore, come Raul Cremona e Massimo Polidoro, anche perché Rol si rifiutò sempre di sottoporre le sue abilità a test scientifici dal momento che ammetteva di non essere in grado di utilizzare a comando i fenomeni soprannaturali di cui era solo il tramite.

Ma una cosa è certa, Rol, figlio di una famiglia dell'alta borghesia torinese segnata dalla figura possessiva, autoritaria e assai critica del padre banchiere, intraprese una carriera bancaria che ripudiava e, solo dopo la morte del padre, iniziò a dedicarsi veramente ai suoi veri interessi ossia l'arte, l'antiquariato e, soprattutto dimensioni altre, metafisiche. Ma senza mai trarne vantaggio economico. Una cosa inconcepibile in un'epoca in cui tutto è monetizzabile: «Quello che Rol sa fare è pauroso. Chi assiste prova la sensazione di un uomo che sprofonda in un abisso marino senza scafandro. È la testimonianza fascinosa e provocatoria di una trascendenza?», si chiese Federico Fellini. L'Enigma Rol sta tutto qui e, prossimamente, al cinema.

Giuseppe Culicchia per “Oggi” il 20 marzo 2022.

Gustavo Adolfo Rol morì a Torino – ormai novantunenne – il 22 settembre 1994, ma la sua figura non divenne leggendaria soltanto dopo la sua scomparsa: per molti, infatti, lo era già. Basti pensare che tra coloro che lo avevano voluto incontrare c’erano stati i presidenti Luigi Einaudi e Giuseppe Saragat, la Regina Elisabetta II e John Fitzgerald Kennedy, Gianni Agnelli e Cesare Romiti, ma anche Marcello Mastroianni e Walt Disney. 

Il giorno dei suoi funerali, visto il numero di persone convenute per l’occasione, la strada dove abitava nel quartiere San Salvario venne chiusa al traffico. Oggi lì dove viveva, al numero 31 di via Silvio Pellico, sulla facciata di un edificio che ricorda un poco il Liberty, una lapide gli rende omaggio con queste parole: «L’uomo dell’impossibile e dell’incredibile, una “LUCE” costante nella nostra vita».

Il suo appartamento, pieno di quei cimeli napoleonici che collezionava, nel frattempo è stato venduto; i mobili, battuti all’asta. Tuttavia, in città la figura di quest’uomo straordinario – proprio nel senso di fuori dall’ordinario – non è stata dimenticata. Da parte mia, non ebbimai occasione di incontrarlo; ma un giorno una persona che lo aveva conosciuto, stimatissima nel mondo dell’editoria, mi assicurò – dopo averne rievocato la gentilezza e il magnetismo dello sguardo – di avere visto coi propri occhi “prodigi” inspiegabili col metro della razionalità.

Quando le chiesi di che cosa si trattasse, ottenni in risposta un lungo elenco, comprendente fenomeni quali la chiaroveggenza (ossia la lettura di libri chiusi, o la visione di cose che accadevano o erano altrove), la telecinesi (lo spostamento di oggetti a distanza), la precognizione (la previsione di eventi futuri), la bilocazione (il trovarsi in due luoghi diversi nel medesimo istante). «L’ho visto attraversare una parete», aggiunse la mia interlocutrice. «Non so come, eppure l’ha fatto».

Di questo personaggio senz’altro misterioso esisteva finora una biografia, scritta da Remo Lugli all’indomani della sua scomparsa: Gustavo Rol. Una vita di prodigi. Ma tra i primi a occuparsene dopo Dino Segre, in arte Pitigrilli, che ne aveva scritto nel 1952, erano stati nel 1978 Enzo Biagi e Dino Buzzati. Il primo nel volume E tu lo sai?: «Vive a Torino un sensitivo capace di imprese che non hanno nulla di normale e che è impossibile interpretare.

È in grado perfino di fare viaggi nel tempo, e di conversare con entità che hanno raggiunto l’oltretomba da secoli». Il secondo, nel suo Misteri d’Italia: «Colpisce in Rol, che a 62 anni ne dimostra almeno dieci di meno, una vitalità straordinaria, e gioiosa. Insisto sulla serenità e l’allegrezza che ne emanano. Qualcosa di benefico si irraggia sugli altri». Lo stesso Buzzati tuttavia ne aveva scritto anche in precedenza.

Nel 1964 riportando la confidenza del proprietario dell’Hotel du Cap di Antibes: che a Rol doveva la vita, perché lo aveva convinto a rinunciare a un viaggio aereo conclusosi con un disastro. E nel 1965 intervistando Federico Fellini sulle ricerche compiute in vista della realizzazione del film Giulietta degli spiriti. «Il personaggio di gran lunga più interessante», gli aveva raccontato il cineasta, «il più portentoso è il dottor Gustavo Rol... un signore civilissimo, colto, spiritualmente raffinato, che ha fatto l’università, dipinge, si è dedicato per anni all’antiquariato. Ma dispone di tali poteri che non si capisce come non sia famoso in tutto il mondo. Chissà, forse non è ancora venuto il suo momento. Quel che Rol sa fare è pauroso. Chi assiste prova la sensazione di uno che sprofonda in un abisso marino senza scafandro. È la testimonianza fascinosa e provocatoria di una trascendenza».

Ora è Franco Rol, in Fellini & Rol. Una realtà magica (edito da Reverdito), a raccontare il rapporto di amicizia e di stima che unì il regista a suo cugino, ponendo però una premessa fondamentale: «Giornalisti e autori distratti continuano ancora a definire Rol come sensitivo, medium, mago, addirittura illusionista». 

Ma se ci si rifà alla storia delle religioni, Rol «va considerato come un illuminato, vale a dire un individuo che ha raggiunto l’illuminazione, la conquista più alta dell’elevazione spirituale, infinitamente al di sopra delle categorie ancora molto terrene e limitate di sensitivo, medium, mago eccetera, uno stato psico-fisico coincidente al nirvana, al samadhi, al satori della tradizione orientale».

Una condizione tale da conferire a chi la raggiunge «possibilità paranormali che appaiono stupefacenti al nostro mediocre stato di coscienza, ma che sono normalità per quello stato. Sono i carismi e i doni dello spirito della tradizione cristiana, le siddhi di quella indiana». 

Il rapporto tra Rol e Fellini, iniziato probabilmente già nel 1953 a Parigi, proseguì a partire dal 1963 – quando tra i due si stabilì una frequentazione vera e propria – fino alla morte del regista, che quando si trovava a Torino passava sempre a salutare Rol, e gli telefonava prima di prendere una decisione importante. 

Stando a  Guido Ceronetti, «la frequentazione di Gustavo Rol era per Fellini un appuntamento quasi morboso». Lo stesso Fellini del resto ebbe a riconoscere: «La mia vita si divide in “prima di Rol e dopo Rol”». Come ricordato un paio di anni fa dal Torino Film Festival in occasione di una rassegna dedicata proprio a Rol, fu questi per esempio a sconsigliare Fellini dal girare Viaggio di G. Mastorna detto Fernet, definito da Vincenzo Mollica «il film non realizzato più famoso della storia del cinema», salvo diventare poi un fumetto grazie al Viaggio a Tulum di Milo Manara.

Il produttore Dino de Laurentiis non la prese molto bene: ma dopo averne parlato con Rol, Fellini decise che quel progetto concepito come il viaggio di un clown nell’oltretomba non sarebbe diventato realtà. Comunque: grazie a questo volume documentatissimo, ricco di interviste, testimonianze e citazioni che dimostrano l’enorme lavoro condotto dall’autore in un continuo dialogo tra la spiritualità e il cinema, è possibile ricostruire oggi la lunga relazione tra i due.

E chi ama Fellini e la sua vera e propria adorazione per il fantastico, la sua fiducia nel potere smisurato dell’immaginazione può comprendere l’importanza che ebbe per lui l’incontro con Rol: un uomo fuori dall’ordinario che per tutta l’esistenza si sottrasse alla celebrità, preferendo condurre una vita ritirata. Ma che, ciò nonostante, per chiunque l’abbia incrociato resta indimenticabile. «Non so come, eppure l’ha fatto». Già.

  Chi era Gustavo Rol. Massimo Novelli per il “Fatto quotidiano” il 16 settembre 2019. Non poteva che nascere e vivere a Torino, che, secondo una certa tradizione, farebbe parte, assieme a Lione e a Praga, del cosiddetto triangolo della magia bianca. Nella città della Sindone e del Museo Egizio, d' altronde, ci passarono Nostradamus e il leggendario conte di Saint-Germain, che vi sarebbe addirittura sepolto, oltre a Giuseppe Balsamo detto il conte di Cagliostro e all'alchimista Fulcanelli, quello del Mistero delle Cattedrali. Gustavo Adolfo Rol (Torino, 1903-1994), tuttavia, non amava essere chiamato sensitivo o veggente, e tantomeno medium. A Roberto Gervaso, che lo intervistò nel dicembre del 1978 per il Corriere della Sera e che gli chiese di dare una definizione di se stesso, rispose di essere "un essere molto più alla buona, meno importante, ma diverso". E aggiunse di non possedere poteri paranormali, ma "possibilità", che si manifestavano attraverso la telepatia, la chiaroveggenza, la precognizione, la levitazione, la telecinesi e la materializzazione di oggetti. Una signora, Domenica Fenoglio, che lo aveva frequentato a lungo, raccontò a un giornalista di Novella: "Una volta andai da lui mentre dipingeva. Il pennello si mosse da solo, si alzò fino al soffitto e tornò nelle sue mani. Hai paura?, mi chiese. No, gli risposi; mi disse 'brava' e continuò a dipingere". Eppure non volle mai sottoporre i suoi "prodigi" a controlli di tipo scientifico. E a chi, per questa ragione, metteva in dubbio quelle facoltà oltre il normale, come lo scienziato Tullio Regge, Rol replicò in una lettera, il 6 luglio del 1986: "Lei invoca, a giusta ragione, controlli rigorosi ma chiede la presenza di 'prestigiatori professionisti di alto calibro capaci di scoprire immediatamente qualsiasi trucco del ciarlatano di turno'. Io mi domando a che cosa servono queste persone nel caso specifico che il ciarlatano non esista. Quel rapporto della mente col meraviglioso al quale accennavo verrebbe immediatamente turbato col risultato facilmente intuibile: la distruzione in partenza dell'esperimento". Amato da Federico Fellini e dall'avvocato Gianni Agnelli, da Franco Zeffirelli e da Cesare Romiti, da Pittigrilli e da Dino Buzzati, l'uomo che aveva quelle "possibilità", e che anche Walt Disney volle conoscere, nel 1942 fu convocato da Benito Mussolini a Villa Torlonia. Il Duce gli disse: "Mi dicono che fate delle previsioni. Come va la guerra?". Dopo avere indugiato per qualche secondo, Rol parlò: "Duce, per me la guerra è perduta". Mussolini lo incalzò: "E il Duce?". E Rol: "Gli italiani lo allontaneranno nella primavera del 1945". Mussolini, allora, diede un gran pugno sul tavolo e ordinò di congedarlo. Gustavo Adolfo Rol è morto venticinque anni fa, il 22 settembre del 1994, a Torino, dove era nato in un famiglia borghese benestante il 20 giugno del 1903. Tre lauree, antiquario e pittore, scoprì le sue facoltà, secondo quanto raccontava, quando volle provare a indovinare tutte le carte di un mazzo. Cadeva il 28 luglio 1927, era a Parigi. Sulla agenda annotò: "Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò più nulla!". Ad apprezzarlo, tra i primi, ci furono il giornalista Renzo Allegri, Dino Buzzati e Federico Fellini. Rammentava l'autore de Il deserto dei Tartari: "Ma 'il personaggio di gran lunga più interessante' racconta Fellini che sta a sé, completamente fuori di questa galleria di fenomeni più o meno patologici, il personaggio portentoso è il dottor Gustavo Rol, di Torino. Anche lei certo ne ha già sentito parlare. Non si tratta di un mago più dotato degli altri. È un signore civilissimo, colto, spiritualmente raffinato, che ha fatto l' università, dipinge, si è dedicato per anni all' antiquariato. Ma dispone di tali poteri che non si capisce come non sia famoso in tutto il mondo". Sempre Buzzati, negli anni Sessanta, sul Corriere della Sera narrò che "un altro prodigio avvenne in un ristorante, pure a Torino. Avevano finito di pranzare, era già stato pagato il conto. "Andiamo?" propose Fellini. "Andiamo pure" rispose Rol. Fellini fece per avviarsi all' uscita ma si accorse che Rol stava seduto. "Non ti alzi?" gli chiese. "Ma io sono già alzato" fece Rol. "Io sono in piedi". Fellini guardò meglio: Rol era alzato, infatti, ma aveva la statura di un nano. Il dottor Gustavo Rol, che sfiora il metro e ottanta, non era più alto di un bambino di dieci anni. Qualcosa di folle, di allucinante: come Alice nel paese delle meraviglie. "Su, andiamo, andiamo" fece Rol a Fellini annichilito". Piero Angela, invece, ha sempre messo in dubbio le sue "possibilità", e soprattutto i "fenomeni" che ne scaturivano. Le dimostrazioni di Rol, a cui Angela aveva assistito, dall'utilizzo di carte da gioco alla lettura in libri chiusi, per lui erano probabili trucchi illusionistici. "Per decenni Rol", ha sostenuto Angela, "si è prodotto nei salotti torinesi, davanti (come lui stesso afferma) a "scienziati, medici, letterati, artisti, religiosi, atei, filosofi, militari, uomini politici, capi di stato e di governo, gente di ogni classe sociale", ecc.: cioè tutte persone incompetenti in trucchi! Perché invece non ha mai voluto fare i suoi esperimenti sotto l'occhio di un esperto? Neanche una volta?". Della stessa opinione era Tullio Regge. Quando Rol morì, scrisse su La Stampa: "Personalmente io ho visto solamente esperimenti fatti con carte da gioco e non ho rilevato di certo facoltà paranormali: in molti casi usò in modo ovvio le forzature dei prestigiatori". Anche se "rimane il ricordo", concludeva Regge, "di una personalità eccezionale, e inimitabile, veri o falsi che fossero i suoi esperimenti".

Da Gustavorol.org il 17 settembre 2019. Gustavo Rol, nato nel 1903 da una famiglia della ricca borghesia torinese, è stato un personaggio fuori dal comune: amante delle arti e pittore egli stesso, colto e carismatico, dopo aver lavorato come giornalista e bancario si è dedicato per tutta la vita alla sua grande passione, l’occulto. I suoi sostenitori gli hanno attribuito proprietà paranormali, i suoi critici hanno parlato di “mentalismo”, ma Gustavo Rol si è sempre dichiarato semplicemente un ricercatore e sperimentatore, con l’unico obiettivo “di incoraggiare gli uomini a guardare oltre l’apparenza e a stimolare in loro lo spirito intelligente”. Un uomo che ha attraversato il Novecento lasciando una traccia profonda nell’immaginario collettivo e nelle numerose personalità internazionali con cui è entrato in relazione: da Walt Disney a Marcello Mastroianni, da alcuni presidenti della Repubblica Italiana, come Giuseppe Saragat e Luigi Einaudi, al presidente John Fitzgerald Kennedy fino alla Regina Elisabetta II. Federico Fellini lo definisce “sconcertante”, legandosi a lui con una profonda amicizia. (tratto da: Allegri, R., "Così ho viaggiato nel paranormale", rivista "Chi" del 25/07/2001, p. 139) 

Una delle caratteristiche di Rol era quella di essere, quando era di buon umore, un gran burlone, e poteva fare degli "scherzi" abbastanza impressionanti, con un fine dimostrativo per i presenti e una eventuale lezione (esplicita o implicita) per i destinatari dello scherzo. Ad esempio, Giuditta Miscioscia ha raccontato quanto segue: «Tornavamo da Savona verso Torino, in macchina sull’autostrada. Arrivati sul passo del Turchino ci fermammo all’autogrill a pranzare. Al tavolo accanto al nostro c’era una coppia. Lei, grossa, enorme.  Erano già al gelato. Dovevano aver mangiato molto e la signora sorbiva il gelato lentamente, con difficoltà, perché era troppo sazia, ma si capiva che il gelato le piaceva molto. Rol la sbirciava da lontano e i suoi occhi scintillavano. Capii che voleva divertirsi.  Quando la signora ebbe finito il gelato, piegò la testa sulla spalla del marito e mormorò sfinita ma soddisfatta: “Ce l’ho proprio fatta, l’ho mangiato tutto”. “Facciamogliene mangiare un altro”, mi sussurrò Rol. “No, per carità, la fai morire”, supplicai, ma era tardi: Rol era già intervenuto, la coppa del gelato della signora era di nuovo misteriosamente colma. Il marito della donna, dopo aver sentito la frase “Ce l’ho proprio fatta”, aveva guardato la coppa che non era affatto vuota, ma piena e disse alla moglie: “E quello?”. Lei guardò e sbiancò. “Chi lo ha portato?”, chiese con un filo di voce. “È il tuo”, rispose il marito. “Impossibile, l’ho appena finito”, mormorò lei. “Ti sembrava di averlo finito”, disse l’uomo ridendo. La signora era smarrita. Si guardava intorno pallida. Riprese a mangiare adagio adagio, con fatica. Quando finalmente ebbe finito, sospirò verso il consorte tenendosi le mani sullo stomaco: “Non ne posso proprio più”. “Ancora, ancora”, ripeté sottovoce Rol come se desse ordini a una presenza invisibile, e la coppa del gelato della signora apparve di nuovo piena. Questa volta fu il marito a sbiancare. “Non è possibile”, lo sentii mormorare desolato e si guardava intorno sospettoso. Poi prese la coppa di gelato e cominciò a ispezionarla attentamente. Alla fine disse alla moglie: “Questo te lo mangio io”. Sorbì il gelato in silenzio, era nervoso. Appena finito scattò in piedi, ma Rol velocissimo aveva di nuovo ripetuto “Ancora, ancora” e la coppa era di nuovo piena. “Andiamo via, qui ci sono cose che non vanno”, e spinse la moglie verso la cassa del ristorante. Rol rideva a crepapelle, come un ragazzino».

Giuditta Miscioscia: «Una sera eravamo in casa di un famoso parrucchiere di Torino. Oltre a noi c’erano altri ospiti, persone molto importanti che desideravano conoscere Rol e vederlo in azione. Il padrone di casa si dichiarava scettico. (...). [Segue un esperimento con le carte, quindi Rol...] Cominciò a guardarsi in giro ostentatamente per attirare l’attenzione. Guardava soprattutto verso il soffitto e disse forte: “C’è tanta polvere lassù”. Il padrone di casa, un po’ imbarazzato, balbettò: “Sì, forse, non saprei”. “Ah c’è un solo modo per accertarsi se lassù vi è della polvere” disse Rol, “andare a vedere”. Eravamo in sette persone sedute intorno a un tavolo pesante e massiccio. Rol si concentrò fissando il soffitto. Dopo qualche attimo, tutti noi presenti, tavolo e sedie compresi, cominciammo ad alzarci per aria, ondeggiando lentamente. Ci guardavamo in faccia impalliditi e guardavamo Rol che era sempre concentrato. Salimmo fino a raggiungere il soffitto, poi scendemmo, quindi di nuovo risalimmo al soffitto e poi planammo a terra. “Sì”, disse Rol sorridente “lassù c’è molta polvere: l’avete vista anche voi”. C’era un grande silenzio in salotto, ma gli sguardi ironici erano completamente scomparsi».

Chiara Bologna: «Rol e mia nonna si trovavano in un appartamento. Ad un certo punto ha visto Rol alzare un piede come se dovesse scavalcare un piccolo ostacolo. Invece Rol ha lasciato il piede sospeso nell’aria, a circa 20 centimetri dal suolo. Ha quindi tirato su l’altro piede, portandolo un po’ più in alto del primo, che era rimasto sospeso là dove si era fermato. Rol ha iniziato a salire dei gradini invisibili, camminava nell’aria»

Remo Lugli (Marisa Guasta/Catterina Ferrari): «E’ il 21 giugno [1994], l’indomani del suo novantunesimo compleanno. Gustavo e Catterina sono lì a San Marzano da ieri, hanno dormito nella villa [del professor Guasta] e al pomeriggio si accingono a partire per far ritorno a Torino. L’amico professore si è dovuto assentare e Gustavo raggiunge l’auto accompagnato da Catterina e Marisa Guasta che lo affiancano dandogli il braccio. Racconta Marisa: “Quando si è girato per entrare in macchina si è afflosciato ed è andato a terra senza che potessimo trattenerlo. Rol pesava ottanta chili e quando abbiamo provato a prenderlo per le ascelle per sollevarlo abbiamo capito che non saremmo mai riuscite a tirarlo su, le nostre forze erano assolutamente inadeguate. Eravamo preoccupate, agitate, ci chiedevamo cosa fare, ma altre persone nelle vicinanze non c’erano. Lui ci ha calmate: “Aspettate un momento” ha detto, “provate, quando ve lo dico”. Un attimo ancora e poi ha ordinato: “Adesso”. Noi lo abbiamo tirato su, ma senza nessuno sforzo. Si è raddrizzato come se fosse spinto dal di sotto. Ha esclamato: ‘Sia ringraziato il Signore’ e si è fatto il segno della croce”. Catterina, che negli ultimi tempi lo doveva aiutare a salire e a scendere dal letto, svestirsi e vestirsi, dice che a volte lui le dava il comando adesso, “e per qualche attimo pesava come un bambino”. E allora rideva, contento».

Gabriele Romagnoli per “la Repubblica” il 19 settembre 2019. L'ultimo mistero di Rol non ha niente a che fare con l'esoterismo. Forse. Sennò, che mistero sarebbe? Di certo c' è che salvò due vite, ma nessuno può testimoniare come: con un trucco, un intervento paranormale o una mossa assolutamente normale? La verità è sepolta, come tutti quelli che c' erano. È un ricordo sbiadito, raccolto prima che svanisse, 17 anni fa. I fatti si svolsero 76 anni fa durante l' occupazione tedesca. Gustavo Adolfo Rol è morto 25 anni fa (22 settembre 1994), lasciandosi dietro una scia di nebbia fosforescente quanto la sua personalità. Il dibattito sulle sue potenzialità è stato più spesso ispirato dal pregiudizio che dal giudizio, talora al di sotto della sua studiata eleganza e sempre, tutto sommato, vano. Rol non chiese niente, si limitò a mostrare, e a pochi selezionati. Contano gli effetti, tranne quelli speciali, e in quel lontano 1943 ne ebbe. Si accenna all'episodio in uno dei numerosi libri a lui dedicati, Rol e l'altra dimensione, di Maria Luisa Giordano. Scrive: «Durante l'occupazione tedesca salvò molte vite umane, fece liberare partigiani e civili, ostaggi dei nazisti». Dove? Quando? Ma soprattutto, come? Nel 2002, volendo liberamente ispirare il personaggio di un romanzo alla figura di Rol, andai a Torino per raccogliere testimonianze e verificare quell'affermazione che si faceva più specifica indicando un fatto avvenuto a San Secondo di Pinerolo dove Rol e la sua famiglia erano sfollati e dove si trova oggi la sua tomba. Incontrai molte persone che l'avevano conosciuto. Tutte avevano comuni caratteristiche: erano scettici, non credenti, con professioni pratiche (chi fabbricava caminetti, chi dirigeva alberghi), eppure raccontavano con naturalezza: «L'ho visto aumentare di statura in ascensore» o «Fece apparire un dipinto completo sulla tela in pochi secondi». Il più attendibile mi parve Remo Lugli, ex inviato della Stampa, amico personale di Rol, ma capace di raccontarlo da cronista in Una vita di prodigi. Conosceva l'episodio di San Secondo, ma solo indirettamente. Sorrise e disse: «Avrà dato al comandante tedesco un assegno inesistente, come quello che fece apparire a noi». Si riferiva a un "esperimento" condotto in casa sua, alla presenza delle due mogli e dei coniugi Gaito e Innocenti. Rol fece dire quattro numeri e venne fuori 1943. Si mise a parlare con una presunta presenza invisibile: un uomo fucilato in quell' anno che avrebbe voluto pagare per evitarlo. Infine disse: «L'assegno è arrivato». Il dottor Gaito se lo ritrovò nella tasca interna della giacca, a lui intestato, datato 10 novembre 1943 per la somma di un milione. Il numero corrispondeva alle prime sei carte del mazzo sul tavolo. Mancava l' indicazione del conto di provenienza. Rol non ha mai tratto o prodotto un beneficio economico. Se non pagò, come salvò i condannati di San Secondo? Lugli mi diede due indicazioni: l'ultima compagna di Rol e sua esecutrice testamentaria, Catterina Ferrari, e un uomo del paese, un cavaliere del lavoro che mi avrebbe accompagnato a cercare superstiti del tempo di guerra. La dottoressa Ferrari, ex farmacista, ha trascritto quel che sostiene essere il ricordo di Rol sull'argomento: «La mattina del 30 settembre una donna venne a cercarmi di buon mattino...». Il comando tedesco aveva ricevuto una denuncia anonima e perquisito la casa di un certo Paschetto, che viveva con moglie, due figlie e due figli, trovando due pistole e un fucile nascosti nel porcile. I fratelli furono condannati all' esecuzione in piazza alle dieci della domenica seguente. Rol accolse l'invito della donna e si recò dal maggiore Werner, a capo degli occupanti, supplicando clemenza: «Intanto mi lavoravo il suo aiutante, tenente Utesh. Offrii loro due libri napoleonici di grande valore». Tre ore di "lavorazione" (qualunque cosa intendesse) e ottenne la commutazione della pena: deportazione in Germania. Intuì che la morte per i due sarebbe stata solo rinviata. E non di molto. Chiese di visitarli. Avevano un aspetto terribile. Uscì e tornò portando con sé, ben nascosto, un asciugamano inzuppato del sangue di una gallina che aveva fatto intanto uccidere. Lo diede a uno dei prigionieri, suggerendogli in dialetto di tossire platealmente e dichiararsi tubercolotico per impietosire i suoi carcerieri. Poi: «Nella notte, dinanzi a 14 ufficiali, perorai la causa di quei poveri disgraziati. Mi valsi perfino dei miei esperimenti di coscienza sublime per cattivarmi le simpatie di quei Teutoni! Lavorai sino all' alba. Finalmente, con la complicità di un giovane medico, venne steso un rapporto disastroso sullo stato di salute dei condannati. L'indomani il maggiore Werner portò l' ordine di liberarli e si congratulò: siete un buon italiano, un uomo di cuore». E bruciò le altre denunce anonime, di cui tuttavia conosceva l'autore. Anni dopo, annota la Giordano, l'ex ufficiale tedesco gli scrisse da Roma, dicendogli che in Germania aveva perso tutti i suoi cari e trovato solo distruzione e morte: era tornato in Italia per farsi frate domenicano. Anche di questo non esiste prova, come dei fatti accaduti quella notte. Sembra paradossale, almeno nei termini, che Rol possa aver evocato la "coscienza sublime" davanti a 14 nazisti che stavano incendiando l' Europa e progettando lo sterminio di un popolo. Eppure. Arrivato a San Secondo il cavaliere mi prese in consegna. Era un uomo schietto e provato. Suo figlio si era suicidato per un amore non corrisposto. Anche lui come gli altri che avevo incontrato non aveva propensioni per l' esoterismo, nemmeno per riallacciare un legame con chi aveva valicato la linea d' ombra prematuramente. Gli episodi della guerra sono spesso esagerati dal telefono senza fili della storia orale, taciuti i più straordinari. Mi condusse in un casolare abitato da una donna anziana. Era la vedova di uno dei fratelli Paschetto, i due ragazzi scampati alla fucilazione. Parlava solo in dialetto, la lingua delle istruzioni sul sangue della gallina. Il cavaliere tradusse. Suo marito le aveva raccontato, ovviamente, di quella notte aspettando la morte e di Rol. Lo ricordava senza aggettivi meravigliati, né un angelo né un illusionista, un uomo deciso, autorevole, capace di farsi rispettare: un negoziatore per conto della vita. Che cosa poi avesse fatto per convincere 14 nazisti era, resta e resterà un mistero. Un mistero benefico, come in fondo la sua esistenza. Non trasse profitti, dispensò regali, fossero anche illusioni, intrattenne i potenti ma fu vicino agli umili. Giocò molto e volentieri. Ma se salvò due vite, come ci viene spesso ricordato citando un testo sacro, salvò il mondo.

Federico Gazzola per “Nuova cronaca” il 21 settembre 2019. “Non era un impostore”. Il commento, laconico, correda un articolo online volto a smontare le doti di Gustavo Rol, relegando le sue facoltà a semplici trucchi di prestidigitazione. Parole da cui affiora anche l’affetto per una figura che ha saputo legare al proprio nome mistero e indubbie qualità umane. Gustavo Adolfo Rol nasce a Torino nel 1903 da genitori facoltosi. Cresce frequentando le famiglie dell’alta borghesia. Ottiene tre lauree: in Giurisprudenza, Economia e Biologia clinico-medica. Dopo aver trascorso un decennio come dipendente della Banca Commerciale Italiana, nel 1934 lascia il lavoro per aprire un negozio di antiquariato. Un’attività senza dubbio più consona alle sue inclinazioni: amante dell’eleganza e delle arti, Rol, uomo di sconfinata cultura, dipingeva e suonava violino e pianoforte. Ma proprio durante uno dei suoi viaggi come dipendente di banca Rol vive un’esperienza cruciale. Fin da piccolo interessato alla dimensione spirituale, inizia a interrogarsi, a leggere, ad approfondire. E a sperimentare. Partendo dalle carte da gioco: “Perché non dovrebbe essere possibile conoscere il colore di una carta coperta?”. Per anni prova e riprova, senza alcun successo. Fino al 1927. Durante un soggiorno a Parigi scrive parole enigmatiche sul suo diario. Sostiene di aver scoperto una legge che lega il colore verde, la quinta nota musicale e il calore. Una legge che definisce “tremenda”, che gli avrebbe tolto la voglia di vivere. Da quel viaggio, Gustavo Rol torna cambiato. Consapevole delle proprie capacità, mantiene viva la propria fede in Dio. Si definisce una “grondaia” attraverso la quale l’acqua, dal tetto, raggiunge il terreno. Una sorta di tramite tra una dimensione elevata e il piano materiale. Rifiuta però definizioni come mago, veggente, indovino. Detesta l’interesse della parapsicologia nei suoi confronti e rifiuterà sempre di sottoporsi a esperimenti tecnici da parte di esperti del settore: una volgarizzazione di ciò che riteneva espressione delle più alte vette spirituali mai raggiunte dall’uomo. Dopo la sua morte, avvenuta  sempre nella sua Torino nel 1994, proprio questa sua volontà lascerà, da una parte, la sua figura avvolta nel mistero, dall’altra campo aperto agli scettici che lo riterranno un impostore particolarmente abile nei giochi di prestigio. In realtà Rol non disdegnava dimostrazioni in presenza di uomini di scienza, figure che avrebbero potuto facilmente smentire le sue facoltà extrasensoriali. Ad assistervi furono personaggi del calibro di Albert Einstein ed Enrico Fermi. Ma anche gli scettici trovarono libero accesso, tra tutti Piero Angela, fondatore del Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze: quest’ultimo, in effetti, parlò di Rol come di un abile mentalista, e nient’altro. Ma Rol andò su tutte le furie: durante la dimostrazione, infatti, Angela non avrebbe mosso alcuna obiezione in merito alle sue doti. Salvo poi metterne in dubbio la veridicità in alcuni scritti successivi all’incontro. Versione smentita, è bene specificarlo, dallo stesso Piero Angela. Ma esistono uomini di scienza che, al contrario, non hanno mai negato il proprio stupore. Testimonianze raccolte dal cugino Franco Rol che per anni ha lottato per “difendere” la reputazione del familiare. Interessante in questo senso è l’aneddoto del medico chirurgo Luigi Giordano che racconta di quando Rol accettò di essere “studiato” dal fisico Tullio Regge, membro del Cicap, che si presentò insieme a due assistenti in tre occasioni diverse. Spiega Giordano: “Dopo la terza sera i tre hanno detto che non sarebbero più tornati, perché non trovando una spiegazione logica a quanto capitava, non potevano permettersi di sovvertire tutte le leggi della fisica”. Altrettanto interessante è l’intervista a Carlo Castagnoli, datata 1972, anno in cui il celebre luminare era professore di Fisica Generale all’Università di Torino. Scettico, Castagnoli incontrò Rol proprio per interesse scientifico: “Ho visto cose che francamente non ho capito sulla base delle consuete spiegazioni ordinarie” sottolinea Castagnoli. Il professore racconta di quella volta in cui lui e Rol si trovavano a casa di amici. Castagnoli vide un libro di Wolfgang Pauli e da buon fisico lo estrasse per osservarlo. Rol, a quel punto, improvvisò uno schema con le carte da gioco arrivando a individuare un numero chiave, 85. Subito dopo iniziò a scrivere su un foglio. Erano le prime dieci parole proprio di pagina 85 di quel volume. Corrette, precise. Un libro non di sua proprietà, che Castagnoli aveva scelto senza alcun preavviso. Un altro episodio è raccontato da Gianluigi Marianini, professore di Lettere al Collegio Rosmini di Torino e studioso di scienze esoteriche e filosofia. Prima di un appuntamento con il mago, Marianini si fermò ad acquistare due mazzi di carte da gioco regolarmente sigillate. Giunto all’abitazione di Rol, quest’ultimo intimò all’ospite di non avvicinarsi. Non voleva avere contatti di alcun tipo con i due mazzi per non sollevare dubbi su presunti trucchi di prestidigitazione. “Quale carta preferisci?”, domandò. “Fante di fiori”, rispose l’amico senza pensarci. A quel punto Marianini, su invito di Rol, aprì i due mazzi scoprendo con meraviglia che entrambi contenevano solo fanti di fiori. Secondo i detrattori, Rol rifiutò di farsi esaminare da prestigiatori professionisti, per il timore che i propri trucchi potessero essere scoperti. Non corrisponde a realtà. Rol rifiutò di incontrare Silvan perché non provava simpatia nei suoi confronti. Ma allo stesso tempo accettò di essere “osservato” da illusionisti altrettanto celebri come Elio De Grandi, meglio noto come Alexander. Quest’ultimo racconta, in un’intervista a History Channel: “L’illusionismo consiste in tecniche ripetibili. Onestamente ho visto Rol compiere azioni che vanno oltre tutto ciò. Il famoso vaso lanciato attraverso una stanza e che improvvisamente si smaterializza, scomparendo invece di infrangersi contro il muro. Io conosco molto bene il mio mestiere, ma questo effetto non saprei riprodurlo”. Le capacità di Rol furono apprezzate anche da imprenditori, politici, celebri artisti. Si dice che, per esempio, il grande regista Federico Fellini lo avesse scelto come sorta di consulente per i propri progetti cinematografici. Lo stesso regista raccontò di una passeggiata attraverso un parco di Torino. A un certo punto i due videro un pappagallo, fuggito da qualche gabbia. “Rol lo chiamò - racconta Fellini - e il giorno dopo lo riconsegnò alla sua proprietaria. Una donna che prima d’allora non aveva mai visto né conosciuto”.

Barbara Giannini su Vanillamagazine.it il 24 settembre 2019. Il 28 luglio 1927, Gustavo Rol scrisse sul suo diario, con una matita rossa, “Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale e il calore. Ho perduto la gioia di vivere. La potenza mi fa paura. Non scriverò mai più nulla.” E, in effetti, nelle pagine successive si legge solo “INCUBI… INCUBI… INCUBI”. Gustavo Adolfo Rol era nato a Torino nel 1903 da una famiglia agiata. Fu un ragazzo e un uomo colto e curioso del mondo: conseguì tre lauree, in economia, in legge e in biologia medica, parlava fluentemente sei lingue ma, oltre che per la sua cultura, egli fu famoso soprattutto per le sue straordinarie doti di sensitivo. Tuttora considerato uno tra i più grandi veggenti mai vissuti, molte sono le testimonianze di chi assistette ai prodigi di cui era capace, definiti spesso come autentici fenomeni paranormali. Grazie alle sue intuizioni e ai suoi esperimenti, stupì l’Italia e il mondo per settant’anni. Tra i suoi estimatori più entusiasti ricordiamo Fellini, Zeffirelli, Buzzati, Gianni Agnelli, e vollero incontrarlo anche Ronald Reagan, J. F. Kennedy ed Einstein, il quale pare applaudisse entusiasta come un bambino assistendo ai suoi prodigi. In tempo di guerra, nel 1939, Rol fu chiamato alle armi come capitano degli Alpini, e nel 1942 qualcuno disse a Benito Mussolini che a Torino c’era un alpino in grado di prevedere il futuro che faceva catastrofiche previsioni sulla guerra in atto, nonostante in quel momento – ricordiamolo – tutto lasciasse presagire il contrario. Pitigrilli, scrittore e probabilmente all’epoca già collaboratore dell’OVRA, scrisse una lettera a Rol in cui gli comunicava “Gustavo, si parla in altissimo luogo di te” e poco dopo seguì una convocazione ufficiale a Villa Torlonia. Quando fu al suo cospetto, Benito Mussolini chiese senza troppi preamboli: “Mi dicono che Voi fate delle previsioni. Come va la guerra? Parlate pure liberamente”. Rol, agitato, iniziò a tergiversare. “Vi ho chiesto di riferirmi quello che andate dicendo ad altri. Parlate liberamente. Vi garantisco che non Vi sarà fatto alcun male”, incalzò Mussolini. Allora Rol infine rispose: “Duce, per me la guerra è perduta”. “E il Duce?”, chiese ancora Mussolini. “Gli italiani lo allontaneranno nella primavera del 1945”. A questo punto, Mussolini batté un violento pugno sul tavolo e si alzò in piedi: “Vedremo! Ora vada”, e lo congedò…

Marco Giusti per Dagospia il 25 marzo 2023.

E che ci scordiamo il centenario di Mario Brega? E che possiamo essere così infami? Maddeché…

Ricordiamo solo i capisaldi, come diceva il Piotta ai tempi di Supercafone. “Come so’ ’ste olive?”.  “Sta mano po’ esse ferro e po’ esse piuma”. “Arzate! A ’nfame, arzate!”. “Aoh! Tu lo sai chi so’ io? So’ Mario Brega!”. Certo, che lo sappiamo chi è Mario Brega. Anche se non sappiamo e non sapremo davvero mai tutto su Mario Brega, come scrivevo qualche anno fa presentando l’unica monografia mai scritta su di lui, a opera di Ezio Caldarelli.

E, in fondo, concludevo, non lo vogliamo neppure sapere, perché è tanto più bello sentire le sue storie incredibili e le storie leggendarie che si raccontano ancora nel cinema e a Roma su di lui. Il “fratello perduto e ritrovato di Sergio Leone”, il “miglior amico di Robert De Niro”, quello che menava Gian Maria Volonté, che aveva perso a poker e non voleva pagare, che portava a letto sulle spalle Lee Van Cleef ubriaco perché la mattina dopo si doveva svegliare all’alba… Storie che sono quasi sempre se non in contraddizione, magari un po’ gonfiate, ma che dimostrano come nel cinema è sempre bene che vinca il mito piuttosto che la verità. Regolare.

Prendiamo la celebre scazzottata con Gordon Scott sul set di Buffalo Bill, eroe del West. E che poi dette vita alla memorabile scazzottata coi “due di passaggio” di Borotalco. Ho passato anni cercando di ricostruirla. Assieme a Carlo Verdone, certo, che la riprese già in uno dei suoi spettacoli teatrali, dove interpretava Brega. E grazie a Carlo ho ritrovato la celebre sequenza di fronte a Regina Coeli dove lo stesso Brega la raccontava con grande enfasi, “Questo menava pe’ davero…

 A Franco Fanta’…”. La misi all’interno di una specie di documentarietto, “Coatto come Mario Brega”, girato una ventina d’anni fa prima che nascesse Stracult. Poi incontrai Gianfranco Baldanello, allora aiuto regista del film, che mi raccontò un’altra versione dei fatti: “Avevano organizzato dei movimenti di scazzottata con il maestro d’armi, ma Brega non era molto per la quale... così si era scordato i movimenti e invece di parare il colpo di Gordon Scott gli ha mollato un pugno.

È finito sotto assicurazione e siamo rimasti fermi per tre giorni. La cosa più bella era vedere la faccia di Gordon Scott che durante la proiezione del film guardava il pugno di Brega che gli arrivava addosso”. La stessa cosa mi ha ripetuto più recentemente Sergio D’Offizi, operatore alla macchina sia per le prime scene di Per un pugno di dollari girate a Roma, quelle dove Clint Eastwood tira le botti addosso a Brega, ma anche per quella della celebre scazzottata di Buffalo Bill. “Mario si sbagliò e prese Gordon in pieno. Io dalla macchina vidi proprio Gordon Scott sparire. Mario, poverino si mise a piangere. Allora per uno stuntman dare un pugno vero al protagonista era un fatto grave.” Insomma, qual è la verità?

 Sarà vero quello che dicono Baldanello e D’Offizi? Magari sì. Ma quanto è più bella la storia di Brega che si vendica dell’americano che lo menava pe’ davero, “come da copione, come da copione…”, che lo stende per terra. Davanti a tutti, a Franco Fanta’ e a Osiride Pevarello. Con tanto di finale incredibile e verdoniano… “Sai che fa oggi Gordon Scott in America? Fa… il benzinaio!”. Vero o non vero, a noi Brega piace proprio perché anche nel racconto, nella mitologia del nostro cinema, è il Brega che vorremmo che fosse stato. Il Brega dei film di Sergio Leone e quello di Carlo Verdone, che porta dentro al suo personaggio non solo la rilettura da spaghetti western, ma anche quella verdoniano del fan.

Perché se è Leone a costruire il mito di Mario Brega nel nostro cinema in Per un pugno di dollari e in Per qualche dollaro in più, è poi Carlo Verdone a fissarlo per sempre come personaggio comico coatto romano. A renderlo cinema romano, a renderlo il nostro Mario Brega. Certo, se lo chiedeva anche lui perché quel giorno, negli studi di Alvaro Mancori a Settebagni, Sergio Leone scelse proprio lui e non Renato Baldini o qualche altro attore italiano di secondo piano. E si rispondeva da solo, “perché avevo la faccia da buono. Facevo il cattivo ma avevo la faccia da buono”. Può essere.

Ma la mia tesi, mia personale, è che Leone vide in Brega non solo un fratellone romano, come poteva essere Aldo Fabrizi, ma la chiave perfetta per sintetizzare la sua visione del cinema western e di tutto lo spaghetti western nostrano, il volto e il corpo del romano, anzi del trasteverino da imporre come volto e corpo da western alla Leone. La stessa cosa non accade, mi sembra, con certi attori più noti, tedeschi e spagnoli, presenti in Per un pugno di dollari e imposti dalle coproduzioni.

Ma con Mario Brega ci caschi subito. Come il sigaro e il poncho di Clint Eastwood, come l’asino che “non gli piace che si rida di lui”, come la musica del romano Ennio Morricone, come il sole a picco voluto da Leone e realizzato perfettamente da Massimo Dallamano, imposto da Papi e Colombo, Leone voleva il romanissimo Tonino Delli Colli, il corpaccione e il volto infido e vitale di Mario Brega diventano parte indelebile del cinema western che cambierà tutto il cinema successivo fino alla generazione dei John Woo e dei Quentin Tarantino. E in quel volto si legge la fatica del costruire con pochi soldi qualcosa di completamente nuovo.

Il miglior film che ha girato con Leone?, gli chiederà Carlo Romeo, nell’unica sua intervista che ci è rimasta, a Teleroma 56 nel 1991.  “Per un pugno di dollari”, risponde senza esitazioni. “L’avevamo fatto con la fame. Nun ciavevamo una lira. Papi e Colombo pensavano solo a quell’altro film, Le pistole non discutono con Rod Cameron. A noi nun ce pensavano. Nel  nostro hotel mi chiedevano sempre: Senor Brega, la cuenta. E io: domani, facciamo domani”. E qui non possiamo che credere totalmente alla versione di Mario Brega. All’idea che sia grazie alla fame che quel film è venuto fuori in maniera così speciale. E che la fame sia alla base anche dell’amicizia che ha legato per tanti anni Leone a Brega.

Brega, già attore di parecchi film in ruoli più o meno minori, pensiamo a I mostri o a La marcia su Roma, rinasce totalmente con Sergio Leone e diventa una sorta di braccio destro del maestro del western all’italiana. Anche se sul set recita in romano, come racconteranno tutti i suoi registi. Lo troviamo anche nel curioso The Bounty Killer, diretto dallo spagnolo Eugenio Martin, ma che doveva essere girato proprio da Leone, dove, da cattivo, affronta Tomas Milian al suo primo western. E il direttore della fotografia, guarda un po’, è un altro fratellone romano, Enzo Barboni, poi noto come E.B.Clucher, che proprio da queste esperienze di western con attori romani si inventerà il primo Lo chiamavano Trinità.

Perché, alla fine, come diceva Brega, il mistero del successo di Brega al cinema è proprio l’idea del cattivo con la faccia da buono, tradotta da Verdone per tutti negli anni ’80 col buono che ha la faccia e il corpo da cattivo, di quella mano che “po’ esse piombo e po’ esse piuma”. Un principe col fisico da coatto. Anche se Verdone, a differenza di Leone, riuscirà a imporre un Mario Brega con la sua vera voce romana e cavernosa. Una voce che da subito farà parte del repertorio del cinema di Verdone.

In un gioco di rimandi col cinema precedente e con la figura del Leone produttore assolutamente incantevole. Al tempo stesso Brega sarà, nei film di Verdone e poi in quelli dei Vanzina, sempre più una presenza forte e significativamente di un cinema avventuroso che si ritrova nella commedia. Ma, proprio per questa complessa e in fondo sofisticatissima costruzione di personaggio mitico per il cinema, non ci sarà mai un altro Mario Brega, più che un attore, un’idea di cinema.

Gian Maria Volonté, quell’Oscar per «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto».  Maria Volpe su Il Corriere della Sera il 6 Marzo 2023.

L’attore e il suo cinema impegnato, l’amore per Carla Gravina e la nascita della figlia Giovanna, la morte improvvisa per un infarto

Quell’Oscar con Volonté-Bolkan

Un indimenticabile Oscar come miglior film straniero nel ‘71: «Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto» (candidato anche per la miglior sceneggiatura originale di Elio Petri e Ugo Pirro). Un film pluripremiato , firmato da Elio Petri e interpretato da Gian Maria Volonté e Florinda Bolkan. Un film che venne inserito nella lista dei 100 film italiani da salvare. Volonté interpreta un dirigente di Pubblica Sicurezza, nonchè assassino (del quale per tutta la durata del film non viene mai fatto il nome)

La candidatura per «Porte aperte»

Nel 1991, arriva la nomination al Premio Oscar.per il film italiano «Porte aperte» del 1990 diretto da Gianni Amelio: il soggetto è ispirato all’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia . Gian Maria Volonté interpreta il giudice Vito Di Francesco; e Ennio Fantastichini dà il volto a Tommaso Scalia. Il titolo fa riferimento alla propaganda fascista, secondo cui la pena di morte sarebbe stata un deterrente sufficiente a garantire agli italiani di poter vivere con le “porte aperte” anche di notte. Una tesi che viene messa in dubbio dal protagonista del film in una discussione con un collega.

Dagli spaghetti western all’impegno civile

Gian Maria Volonté è stato un grandissimo attore teatrale, cinematografico e televisivo. Nato a Milano, il 9 aprile 1933 è scomparso a Florina, il 6 dicembre 1994) . Viene ricordato per la sua presenza magnetica, tanto che il regista Francesco Rosi disse di lui che «rubava l’anima ai suoi personaggi». Dopo la fama internazionale grazie al ruolo del cattivo negli spaghetti western di Sergio Leone, divenne l’attore-simbolo del cinema d’impegno civile.

La figlia, Giovanna Gravina

L’attrice Carla Gravina ha avuto una lunga relazione con l’attore Gian Maria Volonté, da cui è nata la figlia Giovanna Gravina (1961), che ha assunto il cognome della madre, poiché Volonté all’epoca era sposato con Tiziana Mischi e per legge non poteva riconoscere la figlia. La figlia di Volontè abita da 22 anni alla Maddalena: «Una scelta di sopravvivenza. Il rapporto con la natura è un bisogno: mangio ciò che raccolgo e vado a pescare». Dal 2003, Giovanna, a luglio, organizza in Sardegna, il festival “La valigia dell’attore” dedicato al padre, che proprio nell’isola volle essere sepolto. «Quando decisi di lasciare Roma per trasferirmi alla Maddalena, Gian Maria (lei il padre lo chiama così, per nome, ndr) era morto da un anno. In molti pensavano che volessi seguire le sue spoglie e una volta elaborato il lutto sarei tornata a Roma. Sbagliavano: sono qui da 22 anni e non me ne andrei per nulla al mondo».

Il successo grazie a Sergio Leone

Nel 1965, Gian Maria Volonté viene chiamato da Sergio Leone in Per qualche dollaro in più in cui interpretava El Indio, il sadico criminale tossicodipendente (protagonista, Clint Eastwood). L’interpretazione lo consacrò definitivamente al grande pubblico rendendolo, di fatto, il perfetto cattivo del genere. Volonté interpreterà altri film appartenenti al filone degli spaghetti-western, come Quién sabe? (1966), di Damiano Damiani, e Faccia a faccia (1967), di Sergio Sollima, al fianco di Tomas Milian che ritroverà l’anno successivo in Banditi a Milano di Carlo Lizzani. Nell’autunno 1967 Silverio Blasi, dopo il successo di Michelangelo, rivolle Volonté per il ruolo televisivo di Caravaggio, ma la messa in onda dello sceneggiato subì alcuni interventi di censura da parte dei funzionari RAI, ai quali Blasi e Volonté reagirono presentando alla magistratura un’istanza di sequestro. Le polemiche suscitate fecero sì che l’attore non fosse più convocato in televisione per oltre sedici anni, fino al 1982.

Il no a «Metti una sera a cena»

Convocato dalla produttrice Marina Cicogna, aveva firmato un contratto per il ruolo di Max in Metti, una sera a cena, di Giuseppe Patroni Griffi . Il compenso sarebbe stato il più alto finora ricevuto, 60 milioni di lire, per una commedia di ambientazione alto-borghese che avrebbe segnato una rottura netta nel suo percorso cinematografico fatto di ruoli impegnati e spesso apertamente “schierati”. Dopo il primo giorno di prove, l’attore rinunciò alla parte (che poi andò a Tony Musante, insieme a Jean-Louis Trintignant e Florinda Bolkan) e restituì l’anticipo, ma la produzione lo citò ugualmente in giudizio per aver bloccato l’inizio delle riprese nell’attesa di trovare un altro attore. Bersagliato dalla stampa e dalle associazioni di categoria, Volonté poi spiegò di aver anche rinunciato a un contratto più vantaggioso (quattro film in due anni con Dino De Laurentiis) per il timore di farsi strumentalizzare da persone che perseguono soltanto i propri interessi. La controversia con Marina Cicogna si risolse proprio grazie alla disponibilità di lei, che legò Volonté a un nuovo contratto che prevedeva tre film: uno diretto da Jean-Pierre Melville (I senza nome) e due diretti da Elio Petri, tra cui Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, la sua grande fortuna

Il cinema impegnato

Gian Maria Volonté ha dunque sempre scelto il cinema impegnato . Del resto le sue scelte sono sempre state nette: Volonté è stato iscritto al Partito Comunista Italiano fino al 1977. Il 16 giugno 1975 venne eletto consigliere regionale del Lazio, ma soltanto sei mesi più tardi decise di dimettersi. Fu candidato dal Partito Democratico della Sinistra in occasione delle elezioni politiche del 1992 nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone, risultando secondo dei non eletti]13]. Nel 1981 aiutò l’amico Oreste Scalzone, militante di Autonomia Operaia, a sfuggire al mandato di cattura emesso contro di lui in relazione al cosiddetto Processo 7 aprile, scortandolo clandestinamente con la sua barca in Corsica da dove poi, facendo scalo in Danimarca, si rifugiò in Francia. Alcuni dei titoli forti, di cinema politicamente impegnato, in cui ha recitato nel corso degli anni Settanta sono: Uomini contro (1970), Il caso Mattei (1972), entrambi di Francesco Rosi, nonché in Sacco e Vanzetti (1971) e Giordano Bruno (1973) di Giuliano Montaldo, La classe operaia va in paradiso di Elio Petri (1971) e Sbatti il mostro in prima pagina di Marco Bellocchio (1972). Diretto nuovamente da Rosi, ritrovò il successo con Cristo si è fermato a Eboli (1979), tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Levi, che ricevette diversi premi nazionali e internazionali

L’ultimo film, «Lo sguardo di Ulisse» di Theo Angelopoulos

Nei primi anni Novanta, l’attore vive una crisi depressiva. e lavora in un paio di pellicole poco note. Nel 1994 giunge una parte di rilievo in Lo sguardo di Ulisse di Theo Angelopoulos. Il 6 dicembre del ‘94 Volonté muore improvvisamente, durante le riprese del film, all’età di 61 anni, a causa di un infarto. Viene sostituito da Erland Josephson e il film verrà dedicato alla sua memoria. Il suo funerale si svolge a Velletri, dove risiedeva. Le sue spoglie riposano, come da sua volontà, sotto un albero nel piccolo cimitero de La Maddalena, in Sardegna.

L’amore per Carla Gravina

Carla Gravine, grande attrice e madre di sua figlia, ha detto, anni fa in una intervista: «Ho iniziato come attrice di cinema, e mi piaceva tanto, ma la mia carriera sullo schermo si è come interrotta dopo l’incontro con Gian Maria e la nascita di Giovanna. Una storia d’amore con un uomo sposato e una figlia nata fuori dal matrimonio: nei primi anni Sessanta non era una cosa accettabile, fu uno scandalo e il cinema mi chiuse le porte. Non mi facevano lavorare. Ricevetti molti insulti, però mi piace ricordare ci furono anche tante donne che mi scrissero lettere di incoraggiamento». Con Volonté poi l’amore finì. «Non era un uomo facile e anche io, insomma, ero tosta. Però l’ho amato tanto e lo amo ancora. Quando in televisione trasmettono un suo film e lo vedo mi emoziono ancora»

Massimo Troisi avrebbe 70 anni: gli inizi in un teatro parrocchiale, la censura a Sanremo, l’amicizia con la protagonista di «Flashdance», 20 (+1) segreti. Arianna Ascione su Il Corriere della Sera il 19 Febbraio 2023.

Una raccolta di aneddoti e curiosità, dalla A alla Z, per ricordare l’indimenticato attore e regista nato a San Giorgio a Cremano il 19 febbraio 1953

A di Annunciazione, annunciazione

Il 19 febbraio 1953, a San Giorgio a Cremano, nasceva Massimo Troisi. Pulcinella senza maschera, “re degli asincroni” (così lo ha definito il suo amico di sempre Lello Arena), proprio oggi avrebbe festeggiato i suoi 70 anni, se il suo cuore «pazzariello» non ce lo avesse portato via il 4 giugno 1994. Vogliamo ricordarlo con una raccolta di aneddoti e curiosità tra vita e carriera, partendo da uno degli sketch più famosi della Smorfia (il trio comico di cui faceva parte l’attore e regista, con cui conobbe il successo), «Natività»: Troisi vestiva i panni dell'umile moglie di un pescatore scambiato dall’Arcangelo Gabriele/Lello Arena e da un Cherubino/Enzo Decaro per la Vergine Maria. «Annunciaziò! Annunciaziò! Tu Marì, Marì, fai il figlio di Salvatore, Gabriele ti ha dato la buona notizia». Il personaggio dell’Arcangelo Gabriele - con la sua celebre esclamazione - prendeva spunto dal sacerdote che insegnò religione a Troisi alle scuole elementari. Oggi «Natività» è un classico della comicità, ma ai tempi lo sketch fu accusato di vilipendio della religione di Stato.

B di Benigni (Roberto)

«Massimo Troisi era un bell'attore, un bel regista e anche un bell'uomo. La sua è stata una perdita, un vuoto incolmabile. Con lui c'era un'amicizia e un amore speciali che raramente capitano. Quando eravamo insieme ci divertivamo moltissimo, bastava che ci guardassimo e ridevamo». Così ricordava qualche anno fa Roberto Benigni il suo grande amico Massimo Troisi, con cui nel 1984 ha scritto, diretto e interpretato quel capolavoro che è «Non ci resta che piangere». Morto Troisi Benigni ha scritto una commovente poesia a lui dedicata («Ha fatto più miracoli il tuo verbo di quello dell’amato San Gennaro» cit.). E in «La vita è bella» (1997) lo ha omaggiato con alcune citazioni: Benigni che in teatro cerca di far girare la maestra con la telepatia è un riferimento a Troisi che cerca di spostare un vaso con la forza del pensiero in «Ricomincio da tre» (1981), e la scena in cui Benigni corre intorno all’isolato per incontrare “casualmente” Nicoletta Braschi è la stessa trovata utilizzata da Troisi per incontrare Fiorenza Marchegiani in «Ricomincio da tre».

C di Clarissa Burt (e Nathalie Caldonazzo)

A proposito della vita privata di Massimo Troisi negli ultimi anni della sua vita l’attore fu legato sentimentalmente prima a Clarissa Burt («Ci lasciammo perché quando si sta insieme si sta in due e non in duecento. Ci lasciammo per questo», raccontava lei qualche mese fa al Corriere) poi a Nathalie Caldonazzo.

D di Daniele (Pino)

Con Pino Daniele Troisi instaurò una grande amicizia culminata in un grande sodalizio artistico: il cantautore infatti si occupò delle colonne sonore dei suoi film «Ricomincio da tre», «Le vie del Signore sono finite» e «Pensavo fosse amore invece era un calesse». Nel 2008 il cantautore gli dedicò il suo cofanetto di successi «Ricomincio da 30» («Caro Massimo questo progetto è dedicato a te. Nu Bacio! Pino», si legge sul retro del libretto allegato al lavoro discografico).

E di Ettore Scola

«Con Massimo abbiamo fatto tre film per il piacere di stare insieme». Ettore Scola diresse Troisi in tre pellicole: «Splendor» (1989), «Che ora è» (1989) e «Il viaggio di Capitan Fracassa» (1990). Per «Che ora è» l’attore napoletano e Marcello Mastroianni vinsero ex aequo alla Mostra del Cinema di Venezia la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile.

F di Famiglia

Per i suoi film e sketch Troisi - ha raccontato - ha preso spesso ispirazione dalla sua famiglia. Ad esempio il personaggio di Alfredo, attore comico di successo (interpretato da Franco Acampora) in «Scusate il ritardo», è autobiografico, mentre in «Ricomincio da tre» la scena del matrimonio della sorella, interpretata da Cloris Brosca, si ispira alle nozze della sorella dell'attore.

G di Garage

Ad appena 15 anni, mentre frequentava l'Istituto tecnico per geometri, Troisi esordì nel teatro parrocchiale della Chiesa di Sant'Anna insieme con alcuni amici d'infanzia (tra cui Lello Arena). In quegli anni Troisi iniziò a firmare atti unici e spettacoli teatrali, che portò in scena con la compagnia Rh-Negativo (a cui si aggiunse Enzo Decaro) in un nuovo spazio: un garage in via San Giorgio Vecchio 31 in cui venne fondato il Centro Teatro Spazio.

H di Houston

Per i suoi problemi di cuore Troisi fu operato per la prima volta a Houston, negli Stati Uniti, nel 1976 (per pagare il viaggio fu organizzata una colletta). Tornò in Texas nel 1993, per un controllo: «Dovevamo stare una settimana, restammo un mese e mezzo - ricordava Nathalie Caldonazzo, intervistata dal Corriere -. Lo ricordo come in un film: eravamo in sala d’attesa, entra il dottore, prende carta e penna e disegna il suo cuore. “E’ di un settantenne. Bisogna operare, ma decidi tu”. Ci guardammo, pensammo che fosse l’unica cosa da fare, invece fu una tragedia». Troisi decise di non sottoporsi ad un trapianto, per finire «Il postino» (il film a cui stava lavorando), con il suo cuore.

I di Il viaggio di Capitan Fracassa

Ne «Il viaggio di Capitan Fracassa», adattamento cinematografico del romanzo di Théophile Gautier «Il Capitan Fracassa», Massimo Troisi interpreta Pulcinella. Durante le riprese, nel 1989, conobbe Jennifer Beals (la Alex di «Flashdance»), anche lei impegnata a Cinecittà con le riprese del film «Doctor M.» di Claude Chabrol. «Lui era una persona veramente magica e siamo diventati molto amici - ha raccontato lei in un’intervista -. Non ho mai incontrato una persona così capace di giocare con il suo modo di parlare. Abbiamo trascorso molti giorni e molte notti insieme parlando delle nostre vite, di cinema, guardando film, andando in giro di notte per le strade di Roma».

L di Laggiù qualcuno mi ama

Il 23 febbraio 2023 arriverà al cinema il docu-film di Mario Martone omaggio a Massimo Troisi, «Laggiù qualcuno mi ama», presentato al 73º Festival Internazionale del Cinema di Berlino nella sezione Berlinale Special. «Massimo è sempre rimasto vivo nell’immaginario collettivo, perché era una grande anima e un grande artista. Facciamo questo film per riascoltarlo, rivederlo, stare con lui». L’obiettivo di Martone è mettere in luce Troisi come grande regista del nostro cinema prima ancora che come grande attore comico, delineando la sua parabola artistica dagli inizi alla fine.

M di Maradona

Gran tifoso del Napoli Troisi era molto amico di Diego Armando Maradona. Giocarono insieme durante una partita di beneficenza, proprio allo Stadio San Paolo (che oggi porta il nome del campione argentino).

N di Non stop

Non stop (1977) fu il primo programma a cui partecipò La Smorfia, il trio composto da Massimo Troisi, Lello Arena ed Enzo Decaro (che prima si facevano chiamare I Saraceni). Il nome La Smorfia fu un’idea di Massimo: quando Pina Cipriani, direttrice del teatro San Carluccio di Napoli, chiese ai tre «Ma come vi chiamate?» Troisi rispose con una smorfia. «Smorfia» è anche legato alla tradizione napoletana dell’interpretazione dei sogni per il gioco del lotto.

O di 'O ssaje comme fa 'o core

Questa poesia di Troisi messa in musica dall'amico Pino Daniele (e inserita nell’album «Sotto 'o sole» del 1991) fa riferimento all’amore ma anche alle patologie al cuore che Troisi e Daniele condividevano.

P di Pavignano (Anna)

L’incontro con Massimo Troisi alla fine degli anni Settanta - sul set di Non stop - ha letteralmente cambiato la vita di Anna Pavignano. «Lui stava registrando questa trasmissione televisiva - spiegava nel 2008 la sceneggiatrice e scrittrice piemontese - erano i tempi della Smorfia con De Caro e Arena. Io lavoravo nello stesso programma come comparsa. All'epoca studiavo, frequentavo ancora l'università. Ero iscritta a medicina che poi ho lasciato per psicologia». In seguito il produttore Mario Berardi chiese a Troisi di fare un film: «Diede carta bianca a Massimo dicendo: "scrivi quello che vuoi". Lui mi coinvolse perché aveva letto le cose che io scrivevo, allora in qualche modo abbiamo fatto confluire nella storia quella che era la nostra vita e la mentalità di quel periodo, le nostre esperienze alla fine degli anni '70. Il testo è stato scritto in una casa sul lago di Nemi, dove abitavamo io, Massimo, Lello Arena e Gaetano Daniele, che è un amico storico di Massimo, diventato poi co-produttore». Con Troisi Anna visse una lunga storia d’amore, che durò dieci anni, ma anche dopo la separazione i due continuarono a lavorare insieme: Pavignano scrisse le sceneggiature di «Ricomincio da tre» (1981), «Morto Troisi, viva Troisi!» (1982), «Scusate il ritardo» (1983), «Le vie del Signore sono finite» (1987), «Pensavo fosse amore... invece era un calesse» e «Il postino» (1994).

Q di Quando

Pino Daniele ha scritto «Quando» per la colonna sonora di «Pensavo fosse amore... invece era un calesse» (1991). Emozionante il filmato - visibile in rete - del cantautore che fa ascoltare la prima stesura della canzone all’amico Troisi, prima in cuffia («Questa è già ‘o sapore ddo film») poi dal vivo (fu l’attore e regista a suggerire alcune modifiche al testo).

R di Ricomincio da tre

Grande successo di pubblico e critica per «Ricomincio da tre» (1981), prima esperienza cinematografica di Troisi (sia come attore che come regista): ottenne incassi record e vinse numerosi riconoscimenti tra cui due David di Donatello e quattro Nastri d'argento. Molte scene sono entrate nella memoria collettiva, come quella in cui Gaetano/Troisi cerca di «salvare» dalla madre l’impacciato Robertino (interpretato da Renato Scarpa): «Quali complessi? Tu tieni un’orchestra intera in capa».

S di Sanremo

Un mese prima del suo esordio cinematografico Troisi fu chiamato da Gianni Ravera come ospite comico al Festival di Sanremo. Temendo un nuovo caso Benigni (l’anno prima il comico toscano aveva fatto irritare la Chiesa chiamando Giovanni Paolo II «Wojtylaccio») gli organizzatori vollero leggere in anticipo i testi preparati dall’attore, che avrebbe anche voluto improvvisare. La Rai propose a Troisi alcuni tagli - nei testi c’erano riferimenti a religione, politica e terremoto in Irpinia -, di ridurre al minimo l'improvvisazione e di fare un solo intervento (e non tre). Dopo una celebre intervista in cui ironizzò su quanto accaduto («Sono indeciso se portare una poesia di Pascoli o di Carducci») mezz'ora prima della diretta Troisi annullò la sua partecipazione.

T di Trastevere

Nel 1997 il cinema all’interno dell'edificio dell'ex GIL (progettato nel 1933 da Luigi Moretti, inaugurato nel 1937 e precedentemente dedicato a Induno), nel quartiere di Trastevere a Roma, è stato dedicato a Massimo Troisi.

U di Ultimo film

Massimo Troisi è morto a soli 41 anni il 4 giugno 1994, il giorno dopo l’ultimo ciak del suo ultimo film: «Il postino». L’idea di realizzare la trasposizione cinematografica del romanzo «Il postino di Neruda» (1986) di Antonio Skármeta venne proprio all’attore e regista, che dopo aver letto il libro volle a tutti i costi comprarne i diritti.

V di Verdone (Carlo)

Anche Carlo Verdone è stato un grande amico di Massimo Troisi: entrambi hanno mosso i primi passi televisivi nel programma Non stop. «Ci conoscemmo mentre eravamo in volo per Catania, io andavo a presentare “Bianco Rosso & Verdone” e lui il suo primo film “Ricomincio da Tre”», ha raccontato qualche anno fa Verdone, l'unico che riusciva a portare Troisi al cinema: «Pigro, geniale, lento, creativo e spiritoso come pochi, Massimo usciva molto poco da casa. Ero l'unico che riusciva a portarlo al cinema - scriveva Verdone nel 2020 su Facebook -. Ma si raccomandava di andare sempre al primo spettacolo, non voleva essere assalito dalle persone. Ma quel giorno la sala era piena pure alle 15:30. Non ricordo quale film fosse, di sicuro eravamo al cinema Gioiello, piccola sala sulla via Nomentana. Un paparazzo ci seguì e scattò questa foto (qui sotto, ndr.). E che ora un mio amico fotografo, trovata nel suo archivio, mi regala».

Z di Zio Vincenzo

In «Scusate il ritardo» (1983) Patrizia (interpretata da Lina Polito) sgrida sua figlia - che fa i capricci - con la minaccia «guarda che se non la smetti ti faccio mangiare da Zio Vincenzo!». Memorabile la risposta del diretto interessato, interpretato da Troisi: «Pecché devi dì sti ccose a 'a guagliona? Uno s'adda mettere paura proprio 'e me? Sta tanta gente cca e me l'aggia mangià proprio io 'a guagliona? Eh no, pecché poi si ricorda 'e sta cosa, dice: “Zio Vincenzo lo odio, perché da piccola mi dava i morsi, mi mangiava...”. Ma pecché? Ce sta tanta gente, falla mangià da Alfredo».

Estratto dell'articolo di Marina Cappa per “Vanity Fair” il 26 febbraio 2023.

 Quando Massimo Troisi la vide per la prima volta, Anna indossava una microgonna e un caschetto di nylon rosa. Oggi i capelli sono biondo-grigi, sono passati quasi 50 anni da quel primo incontro. In mezzo, c’è stato il grande amore con Massimo, poi altri mariti e figli. Un lavoro fatto di romanzi e sceneggiature, da Ricomincio da tre a Laggiù qualcuno mi ama, documentario di Mario Martone che sarà presentato al Festival di Berlino, per poi arrivare in sala. […]

Torinese, un po’ femminista, studentessa di psicologia, incontra un napoletano, dieci anni di studi da geometra, cabarettista della Smorfia e forse un poco maschilista…

«Sì, c’erano molte differenze culturali ma anche un tentativo di adeguamento reciproco. Sono stata travolta da tante cose: Napoli, Massimo, la sua famiglia così numerosa, erano sei fratelli, mogli, nipoti. Mi sono innamorata. Lui non pretendeva di essere femminista, ma ha capito al volo che c’era qualcosa da cambiare, è stato facile capirsi. Certo, alcuni tratti maschilisti in lui venivano fuori».

Per esempio, la gelosia?

«“Sono cresciuto con questa mentalità, l’onore, le corna, non me ne posso staccare”: è diventata una battuta di Ricomincio da tre, ma era qualcosa di cui avevamo parlato».

 […] Lei pensava al matrimonio, ai figli?

«Al matrimonio con Massimo no. I figli lui non li voleva, aveva un certo timore delle responsabilità e, fino a un certo punto, io ero d’accordo. In seguito, abbiamo avuto desideri diversi, e questo qualche attrito lo ha creato».

 […]

Massimo sarebbe stato geloso di Anna al lavoro con un altro?

«Penso di sì. A volte ho qualche rimpianto: mi rendo conto che tante occasioni non le ho sfruttate, per esempio non ho mai provato la regia, non mi sono messa in gioco, forse potevo farlo. Ma allora era giusto così, non volevo espormi in quanto fidanzata, in pubblico stavamo distanti per non farci fotografare insieme. Con lui vivevo la quotidianità dei sentimenti, pensando che così mi stavo formando. Se però fossi la madre della ragazza che ero, oggi le direi: “Fai anche qualcosa di concreto”».

[…] Troisi ebbe una prima operazione al cuore da ragazzo, e la seconda – non riuscita – l’ultimo anno. La malattia quanto era presente in lui?

«Non lo era. C’era una qualche rimozione, quando eravamo insieme non ho mai avuto la preoccupazione che potesse peggiorare. Stava bene, viveva come una persona normale, solo aveva bisogno di un po’ di accudimento in più. Ma questo era legato soprattutto al suo carattere. Esempio: usava sempre il taxi, anche per tratti brevissimi, ma lo faceva più per pigrizia. Giocava a pallone, andava in giro, non ha mai fatto una vita da malato, e non avrebbe comunque voluto».

Lei ha studiato psicologia: qual è la diagnosi su di lui?

«Per uno psichiatra sarebbe un narcisista, come tutti gli artisti. Ma forse meno di altri: un narcisista umile. Aveva voglia di esserci, però aveva una timidezza che era anche modestia, detestava chi diceva di sé di aver fatto cose meravigliose. Era sempre critico, insoddisfatto, cercava continuamente qualcosa di meglio».

Come si lavora e si vive accanto a un narcisista?

«Ai tempi, non sentivo di annullarmi standogli vicino, sono stati anni molto belli. Ora penso che forse mi sarei dovuta imporre di più».

 C’è un atto d’amore di lui che ricorda?

«Una volta mi venne a prendere alla stazione. Sembra poco? Per la sua pigrizia era tanto. Poi, mi ha scritto poesie molto belle».

[…] Se fosse vivo, Troisi festeggerebbe i 70 anni?

«Sì, amava le feste, e soprattutto ricevere regali. Io gli ho regalato tanti portapillole, perché andava sempre in giro con queste pastiglie da prendere a orari precisi e regolarmente se ne dimenticava».

Ida Di Grazia per leggo.it il 18 gennaio 2022.

Tra le sorprese di questa edizione del Grande Fratello Vip c'è senza ombra di dubbio Nathaly Caldonazzo. L'attrice ha raccontato la sua storia e il suo rapporto con gli uomini, che spesso sono stati cattivi con lei. Tra loro però c'è un'eccezione ed è stato Massimo Troisi. 

«Sono passati 28 anni - racconta emozionata la Caldonazzo - ero al ristorante con una mia amica e lui mi guardava continuamente, uscendo l'ho salutato e non se l'aspettava. Ha chiesto al proprietario come mi chiamavo, ma io all'epoca avevo un cognome diverso e quindi non mi trovava, poi il suo miglior amico si mise con la parrucchiera di mia sorella e mi invitò a prendere un caffè a casa sua. Mi aprì quest'uomo affascinante, e subito ho pensato potesse essere il mio uomo».

Nathaly e Massimo Troisi hanno vissuto insieme gli ultimi due anni di vita dell'attore napoletano: «Abbiamo fatto viaggi meravigliosi, poi durante l'ultimo viaggio in Costa Rica dimenticò un po' le medicine ed era molto affaticato. Io sapevo della sua malattia - spiega Nathaly - sentivo il ticchettio del suo cuore, mi raccontò che a 18 anni gli si fermò il cuore dopo una partita e il suo quartiere fece una colletta per farlo operare a Houston». 

Le fatiche del viaggio costrinsero la coppia a volare proprio a Houston e il responso del medico non fu dei migliori: «Gli dissero che aveva un cuore di un settantenne, pieno di cicatrici e si doveva rioperare, ma l'operazione non andò bene. Rimanemmo un mese e mezzo in quell'ospedale. Io avevo 25 anni, ha avuto un infarto sotto i ferri, ma io non gliel'ho mai detto, e doveva fare un trapianto.

Non riuscivamo mai a tornare. Dopo un mese e mezzo siamo tornati e lui ha voluto per forza fare il suo film (Il Postino ndr). Morì il 4 giugno e aveva la morte in faccia, facevo di tutto ma lui era caduto in una depressione molto forte, era difficile tirarlo fuori. Mi disse una frase di Neruda: "Il depresso è come un prigioniero con la porta aperta, io mi sento così". Mi manca come essere umano, come persona, ha sempre preso di mira se stesso e mai gli altri, non credo manchi solo a me».

Natascia Festa per corriere.it il 17 dicembre 2022. 

«Avrebbe compiuto 70 anni il 19 febbraio 2023. Massimo era un Aquario cuspide Pesci. Non che se ne importasse molto dei segni zodiacali, ma le stelle - alle quali è tornato - lo avevano disegnato così: sognatore e appassionato come un Aquario, protettivo e artista come un Pesci. E come un pesce non lo acchiappavi mai». Ricordando, sorride Nathaly Caldonazzo che aveva 24 anni quando conobbe il trentanovenne Massimo Troisi, all’apice della carriera e consapevole del suo charme.  

Non era più il ragazzo timido di San Giorgio a Cremano quando si mise in testa che quella bionda, figlia di una ballerina olandese delle Bluebell da cui aveva ereditato bellezza e seduzione, doveva dirgli di sì. Così Nathaly diventa l’ultima fidanzata di Troisi. Vivevano insieme a Roma, quando lui finì di girare “Il postino”: tra l’ultimo ciak e l’ultimo respiro passarono appena 24 ore. 

Ma partiamo dall’inizio, Nathaly. Come vi siete conosciuti?

«Era primavera inoltrata, lo ricordo come fosse ora. Dopo le sette di sera c’era ancora luce. Io venivo da un set fotografico: ero tutta truccata, carina. E affamata. Entro in un ristorante e lui era seduto a un tavolo con altre due persone. Da qual momento non mi ha tolto gli occhi da dosso. Vista l’insistenza, quando sono uscita dal locale gli faccio: “Ciao”. E lui: “Ciao”, risponde imbarazzato».

Lei ovviamente sapeva chi fosse.

«Sì, e non mi piaceva affatto. In quel periodo ero fidanzata con un ragazzo che avevo rubato alla mia migliore amica. Sì, avevo fatto un macello, un errore madornale che non ho mai più ripetuto. Dopo averlo sfilato all’amica, mi accorsi però che non me ne fregava nulla. In questa mia confusione emotiva, Massimo si è intrufolato benissimo». 

Come l’ha trovata dopo quel furtivo “ciao”?

«Ha chiesto il mio nome al proprietario del ristorante che però gli diede solo il cognome: Caldonazzo. Così mi cercò sull’annuario degli attori, ma non mi trovò; io ero registrata Snell (come sua madre; ndr). Il destino ha fatto il resto: il suo migliore amico dell’epoca, Massimo Bonetti, si fidanzò con la parrucchiera di mia sorella. Lo chiamò e gli disse: “Massimo, per la Caldonazzo abbiamo risolto. Va a farsi i capelli da Elena”». 

Quindi?

«Mi fa chiamare dalla parrucchiera che mi fa: c’è questo Massimo Troisi che ti vorrebbe telefonare… Posso dargli il numero? A quel punto cedo. Anche perché, la certezza che non mi piacesse mi faceva sentire al sicuro. Il giorno dopo mi arriva questa telefonata durante la quale, inutile dirlo, mi fa ridere molto. Stiamo un’oretta al telefono. E alla fine l’invito. “Un caffè da me?”. Rifiutai.  

Lui insistette molto e io mi lasciai convincere sempre per lo stesso motivo: tanto non mi piace! Arrivai davanti alla porta di casa sua. Mi aprì ed era bello come il sole: jeans, t-shirt e spalle enormi da maschio mediterraneo. Dico la verità, pensai: che gran figo! E non fu più vero che non mi piaceva affatto. Parlando sul divano pieno di sole, sentii questo tic tic… “Cos’è?”, gli chiesi. E lui: ‘O core mio. E mi raccontò della valvola ma senza particolare preoccupazione». 

“’O core mio” era anche una metafora d’amore, no? 

«Non pensai a una cosa romantica, mi dispiace deluderla. Lui mi incalzava con gli inviti. Che fai quest’estate? Vieni a cena da me domani… Andai. C’era il nostro amico comune e produttore americano Gianni Nunnari con la nuova fidanzata. Dopo cena decisero di andare a Porto Rafael in Sardegna. All’inizio rifiutai: “Non ci penso minimamente” e tra me e me pensavo che ero fidanzata e non avrei dovuto nemmeno starci in quella casa. In un niente però, mi ritrovai con loro in aeroporto, in partenza per Olbia. Una follia. 

Arrivati lì, gli diedi la buonanotte e mi chiusi nella stanza di questa grande villa che ci ospitava: se non te ne frega molto di chi ti corteggia, sei più decisa e risulti pure più attraente. Ma Massimo se la prese e il giorno dopo, in barca, non mi rivolse la parola. Ero nel panico: mia madre aveva saputo che ero partita con un attore molto più grande di me e il mio fidanzato non si era bevuto la bugia pessimamente inventata che gli avevo propinato. Il tutto per uno che non mi parlava nemmeno: è la fine, pensai. Invece era l’inizio». 

Racconti: ora vogliamo sapere tutto. Troisi, per chi lo ama, è come un parente. E dobbiamo sapere.

«Tutto successe quando dalla barca passammo al tender: era al tramonto, io ero triste e stavo per i cavoli miei quando lui mi abbraccia da dietro con il suo maglione, in silenzio. E stiamo così fino a quando mi chiede: restiamo qui un altro giorno io e te? Così ci conosciamo meglio”. Da allora non ci siamo più lasciati». 

Al rientro? 

«Novella 2000 ci aveva paparazzati: presi una sberla dal mio fidanzato e urla da mia madre. Intanto ci eravamo innamorati e siamo stati insieme negli ultimi due anni della sua vita».

Coppia bellissima: quanto l’abbiamo invidiata…

«Sì, eravamo molto uniti. Ci siamo presi totalmente, nel bello e nel brutto». 

Qual è stato il bello?

«L’amore e i viaggi: è noto che Massimo fosse sedentario e proverbialmente pigro. Certe sere mi faceva preparare a puntino, io mi mettevo in tiro per uscire e poi: “Amo’ veramente mi è passata la voglia. Rimaniamo a casa?”. Era così tenero. Con i viaggi svoltammo. 

Massimo non aveva viaggiato tanto, era stato solo a Santo Domingo, ma con me iniziò a farlo: Los Angeles, Belize, Miami e tanta Europa. Per il viaggio a Parigi mi fece uno scherzo: disse che non poteva portarmi perché si trattava di lavoro. Il giorno dopo eravamo a casa e mi telefonò. Lo facevamo spesso perché l’appartamento era a due piani. Scesi e trovai sul pavimento i biglietti con il mio nome». 

Sorprese d’amore. E litigate?

«Tante, soprattutto per gelosia: sia sua che mia. Era molto vendicativo nella relazione. Te la faceva pagare sempre. Ricordo una sera in Sardegna c’era una tavolata con una trentina di persone. Il figlio del proprietario della villa si era rotto un braccio e non riusciva a mangiare, così lo imboccai. Non l’avessi mai fatto. Per tutta la sera, Massimo non mi guardò più e parlò solo con le altre donne di quella tavolata: solo che si chiamavano Monica Bellucci, Isabella Ferrari e Alba Parietti… non so se mi spiego. Litigammo tutta la notte».

Com’era la convivenza con Troisi?

«Ci divertivamo. A me piace cucinare e passavo molto tempo a imparare i piatti che gli piacevano di più: gateau, salsiccie e friarielli, pasta con le polpettine e la ricotta. E che gioia quando arrivavano le mozzarelle da Napoli. Ricordo la festa intorno a quei contenitori di polistirolo dai quali uscivano delle trecce pazzesche, grandi come bambini». 

E il brutto qual era?

«Iniziò durante un viaggio in Costa Rica: eravamo a San José, la capitale. Avevamo fatto un casting perché Massimo cercava volti femminili per “Il Postino”. Non li trovammo. Così lanciammo una moneta in aria per decidere se andare a Nord o Sud. Scegliemmo Limon, Puerto Viejo: capanna sulla spiaggia e nulla intorno a noi. Lui aveva finito le medicine, gli venne l’asma, iniziò a non stare bene. Tornammo finalmente, eravamo un po’ provati da questo viaggio, ma dopo una settimana lui volle ripartire: “Dobbiamo andare a Los Angeles da Redford e passiamo per Huston: devo fare un controllo al cuore”. Era lì che si era operato la prima volta a 18 anni. La buttò giù così, in maniera light. A Los Angeles stette benissimo: faceva addirittura allenamento sul tapis roulant. Avevamo un albergo su una spiaggia magnifica. A Huston presi alloggio di fronte alla clinica perché non mi facevano dormire con lui. Dovevamo stare una settimana, restammo un mese e mezzo. Lo ricordo come in un film: eravamo in sala d’attesa, entra il dottore, prende carta e penna e disegna il suo cuore. “E’ di un settantenne. Bisogna operare, ma decidi tu”. Ci guardammo, pensammo che fosse l’unica cosa da fare, invece fu una tragedia». 

Lei ha detto che “Il postino” l’ha ucciso. 

«E’ vero. Era ostinato a finire il film anche senza forze. Non a caso ha cambiato il finale: nel libro Mario non muore. Nella sua versione sì. Se non è premonizione questa… Quando è morto io ero stata fuori per due giorni. Lui aveva finito di girare ed era a casa della sorella, nei pressi di Cinecittà. Aveva lasciato detto che se avessi telefonato io avrebbero dovuto svegliarlo. Io chiamo, la sorella va, ma lui non si sveglia. Io suggerisco di lasciarlo riposare. 

Rientro a Roma, arrivo a casa per raggiungerlo di corsa e sento la segreteria telefonica che impazzisce, un messaggio dopo l’altro. Ettore Scola, che era uno dei suoi migliori amici, l’architetto che ci stava rifacendo il bagno, tanti altri… ma non ci faccio caso. Sono di corsa, devo andare da lui. Invece era già morto: la tv l’aveva annunciato. Stavo per uscire quando chiamò mia madre: ora devi essere forte. Solo allora capii. Corsi da lui, gli misi una lettera tra le mani. Del resto non voglio parlare».

Cosa ha conservato di Massimo?

«Ho portato con me alcuni suoi pigiami e il maglione blu di Armani che aveva addosso durante quell’estate così felice. Ogni tanto lo rimetto, mi fa sentire bene, è la mia coperta di Linus».

Clarissa Burt e l’amore con Massimo Troisi: «Ci lasciammo perché insieme si sta in due, non in 200. Prendeva i farmaci e poi giocava a calcio». Valerio Cappelli su Il Corriere della Sera il 10 Dicembre 2022.  

L'attrice ed ex modella, che oggi ha 63 anni, ricorda l’attore scomparso nel 1994 nel documentario di Alessandro Bencivenga (dal 15 dicembre nelle sale): «Per il problema al cuore prendeva medicine in maniera disciplinata, sembrava che tutto si potesse gestire»

Clarissa Burt, un amore lungo tre anni nella vita di Massimo Troisi. Ne parla col suo fare gentile e un filo distante. È una delle voci del documentario «Il mio amico Massimo» di Alessandro Bencivenga, dal 15 al 21 dicembre nelle sale per Lucky Red, uno dei quattro che si stanno ultimando (compreso quello in uscita di Mario Martone). Nel 2023 saranno 70 anni dalla nascita di Troisi, scomparso nel 1994, tradito dal suo cuore malandato.

Come vi conosceste?

«Nel 1988, a cena da amici, era inverno, io mi lamentavo per il riscaldamento ma avevo in casa un camino. Massimo il giorno dopo mi mandò un furgoncino pieno di legna con un bigliettino: per tenerti al caldo».

E cominciò la storia.

«Era dolce, carino, affettuoso. Mi colpivano la sua gentilezza e la sua calma».

Dicono che amasse le carte e il biliardo.

«Nei tre anni in cui siamo stati insieme non l’ho mai visto giocare né a carte né a biliardo. Massimo si svegliava tardi, poi andava nello studio a scrivere progetti. Erano usciti i computer e i primi rudimentali cellulari. Era affascinato dalla tecnologia. Se rivedeva mai i suoi film? No, mai».

Quando recitava in napoletano stretto lo capiva?

«Ci ho messo un po’, ho dovuto imparare. Massimo mi “tradiva” anche le canzoni, per esempio "Malafemmena". Scusi, volevo dire mi traduceva».

Lapsus freudiano.

«Sì, ci lasciammo perché quando si sta insieme si sta in due e non in duecento. Ci lasciammo per questo».

La stessa situazione la visse con Francesco Nuti. Una donna così desiderata, come lo spiega?

«Non me lo spiego, dovete farvi qualche domanda voi uomini. Parlo di tutti gli uomini sulla faccia della Terra, non solo di quelli italiani».

Quelle di Troisi erano interpretazioni nevrotiche e piene di grazia.

«Era una napoletanità originale, mai scontata».

Carlo Verdone dice che era pigro.

«Sì, un tocco di pigrizia c’era in lui. Facevamo vita di casa, gli habitué erano l’attore Massimo Bonetti e l’autore televisivo Giovanni Benincasa».

Il ritratto di una coppia casa e pantofole.

«Io preparavo le torte, poi era il periodo che facevo tv nel programma di Raffaella Carrà. Ma uscivamo anche. Ricordo quando vinse lo scudetto il Napoli: andammo a festeggiare in barca con tutta la squadra, Maradona conosceva i film di Massimo».

Lei lo accompagnò al Festival di Venezia?

«Sì, quando vinse la Coppa Volpi per "Che ora è" di Ettore Scola. Ci chiamarono dal festival chiedendoci di non partire. Risposi io, cominciai a saltellare sul letto, allora hai vinto! E Massimo, non dire così, per carità, mi hanno solo chiesto di restare... Era superstizioso».

Vinse ex aequo con Marcello Mastroianni.

«Adoravo la sua semplicità, se penso agli attori di oggi».

Del problema al cuore le parlava?

«Sapevo che c’era quel problema, prendeva medicinali in maniera disciplinata, poi giocava a calcio, era una cosa che sembrava si potesse gestire, nessuno pensava che se ne sarebbe andato così presto, nemmeno lui. Quando morì ero appena tornata in America. Ripresi l’aereo e andai al funerale. Ci ho messo dieci anni per vedere il suo ultimo film, "Il postino"».

Quando arrivò in Italia?

«Nel 1983, facevo la modella, sapevo dire solo ciao e arrivederci. Vi restai per 22 anni, fino al ritorno a Phoenix, Arizona, dove vivevano i miei genitori».

Perché si presentò alle elezioni per Alleanza Nazionale?

«Solo per raggiungere il quorum, una cosa veloce, per le donne. Mi presentarono nei collegi rossi, ricordo qualche comizio, non feci quell’esperienza per essere eletta. Ma sono qui per parlare di Massimo. Eravamo come due bambini, felici di vivere una vita tranquilla».

Vi dovevate sposare, scrissero le riviste patinate.

Fa una lunga pausa. «Non lo so, non ricordo, è passato tanto tempo».

Di cosa si occupa ora?

«Ho un gruppo multimediale, si chiama Sotto i riflettori, ho una tv su una piattaforma, ci occupiamo di libri, di benessere, si insegna management. Ho una rivista digitale. Sono una imprenditrice. La mancata maternità? Ho otto nipoti che adoro». 

Quando un 21enne Sorrentino pregava Troisi di farlo lavorare: ecco la lettera inedita. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Natalia Distefano su Corriere.it. « Ho ventuno anni e sono nato a Napoli, abito al Vomero. Ho fatto il liceo classico e studio Economia e Commercio» ma «sono un appassionato di cinema» e «l’anno scorso ho frequentato un corso di sceneggiatura». Schietto ed essenziale. Così, con poche righe di presentazione, inizia la lettera che uno sconosciuto Paolo Sorrentino spedì all’inizio degli anni Novanta a un attore, regista e concittadino ben più noto, e certamente amato, cui sentì di poter confidare delusioni – «ho lavorato in qualità di “assistente alla regia” sul set del film “Ladri di futuro” di Enzo Decaro. Ero andato a Roma con molto entusiasmo, ma poi sono rimasto abbastanza sconcertato per il clima di freddezza e di non-umanità che c’era sul set» – ma soprattutto speranze: «Mi piacerebbe, però, ritentare», «le chiedo di poter lavorare nel suo prossimo film” e “mi auguro di poter fare cinema piuttosto che lavorare in qualsiasi altro campo con la mia futura laurea in Economia e Commercio”. Quell’attore era Massimo Troisi. E questa lettera è, senza dubbio, uno dei documenti più sorprendenti tra i molti esposti fino al 30 giugno a Roma, al Teatro dei Dioscuri al Quirinale, nell’ambito della mostra “Troisi poeta Massimo” a cura di Nevio De Pascalis e Marco Dionisi con la supervisione di Stefano Veneruso, promossa e organizzata da Istituto Luce-Cinecittà con 30 Miles Film in collaborazione con Archivio Enrico Appetito, Rai Teche, Cinecittà si Mostra. Una lettera finora rimasta inedita, recuperata dall’archivio personale di Troisi e già rimbalzata sui social, che svela alcuni insospettabili caratteri di Sorrentino. Come la “riservatezza e la mia timidezza” che lo spinsero a tornare a Napoli dopo l’esperienza romana. Amara come il ritratto che della Capitale confezionò vent’anni dopo ne “La grande bellezza”, portandosi a casa un Oscar e – verrebbe da pensare – anche una piccola rivincita. Non è chiaro se la missiva abbia mai ricevuto risposta. Quel che è certo è che i due non lavorarono mai insieme. Forse non ce ne fu neanche il tempo: Troisi sarebbe morto appena un paio di anni dopo. La mostra lo racconta con un percorso multimediale in oltre 80 scatti privati e immagini d’archivio, locandine, documenti e carteggi privati, installazioni audiovisive e testimonianze di colleghi e amici del genio napoletano raccolte per l’occasione: Anna Pavignano, Gianni Minà, Carlo Verdone, Massimo Bonetti, Gaetano Daniele, Renato Scarpa, Massimo Wertmüller, Marco Risi, Enzo Decaro. Seguendo il filo conduttore della poesia. “Massimo è stato un poeta senza definirsi tale, ha scritto poesie già in tenera età per ritagliarsi spazi d’intimità negati da una famiglia numerosissima – hanno commentato i curatori - e ha chiuso il cerchio con “Il Postino”, film in cui la poesia non è solo testo, ma anche e soprattutto un modo di vivere, di vivere poeticamente”. In cinque sale si snoda, con sequenza cronologica, il percorso umano e artistico di Troisi. Dall’infanzia a San Giorgio a Cremano fino alla folgorante ascesa teatrale, dal trio La Smorfia con Lello Arena e Decaro alla fama in tv e infine il cinema, con l’ultimo spazio dell’esposizione dedicato alla proiezione di filmati inediti girati nel backstage de “Il postino”: il film premio Oscar a cui Sorrentino in quella lettera, senza saperlo, chiedeva di lavorare.

Pirandello mai visto, nuove lettere sull’amore con Marta Abba. Pubblicato martedì, 16 aprile 2019 da Paolo Fallai su Corriere.it. Gabriele D’Annunzio scrive a Luigi Pirandello (Agrigento 1867-Roma 1936) per chiedere una raccomandazione per far entrare una fanciulla in una scuola femminile; lui stesso scrive all’amico Massimo Bontempelli il 15 aprile 1910 preoccupato che gli avessero «messo purtroppo il bollo del novellaro», lettere inedite di Marta Abba sulla loro vicenda amorosa insieme con una straordinaria quantità di fotografie che l’attrice ha raccolto. E questi sono solo alcuni gioielli del «Pirandello mai visto», mostra documentaria e iconografica inaugurata presso la Sala Mostre della Biblioteca nazionale centrale di Roma (Viale Castro Pretorio, 105) dove rimarrà aperta al pubblico fino al 28 giugno 2019. La mostra è stata curata da Annamaria Andreoli, Presidente dell’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo, e Andrea De Pasquale, direttore della Biblioteca nazionale centrale di Roma. I materiali esposti sono il frutto di una stretta e proficua collaborazione: in parte appartengono alle collezioni dell’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo, altri fanno parte dello sterminato patrimonio della Biblioteca nazionale centrale. Il catalogo è pubblicato da De Luca Editori d’Arte. Nel corso degli ultimi mesi, donazioni e lasciti all’Istituto di Studi Pirandelliani e sul Teatro Contemporaneo hanno arricchito di nuovi testimoni l’opera e la vicenda umana di Luigi Pirandello. Finora sconosciuti, la mostra offre manoscritti di opere narrative, teatrali e saggistiche insieme con un numero considerevole di documenti privati, a cominciare dal carteggio con Marta Abba (Milano 1900-1987), attrice amatissima, al fianco del grande scrittore durante un decennio decisivo per la carriera di entrambi. Pirandello la nominerà erede di un sesto del suo patrimonio e di alcune commedie, lascito che provocherà un contenzioso giudiziario ventennale tra l’attrice e la famiglia dello scrittore, vinto alla fine da Marta Abba. Luigi Pirandello è uno dei protagonisti del museo letterario «Spazi900» della Biblioteca nazionale centrale di Roma. Allo scrittore siciliano è dedicata una sezione all’interno della prima Galleria degli scrittori, dove è possibile vedere il «Taccuino segreto», senza dubbio il più prezioso documento pirandelliano conservato dall’Istituto, il manoscritto delle «Elegie renane» e le prime edizioni delle sue opere più note. Tuttavia tra le collezioni letterarie della Biblioteca erano presenti altri rilevanti documenti pirandelliani «mai visti» in un percorso espositivo. È infatti relativamente recente l’acquisizione della Raccolta pirandelliana, entrata a far parte del patrimonio della Biblioteca nel 2011 e costituita da autografi, lettere, fotografie e opere a stampa. Il percorso, documentario e iconografico, propone un’esposizione utile tanto alla ricostruzione biografica dell’autore, quanto al ragionamento e allo studio della sua poetica. Conosciuta in ogni parte del mondo, la vastissima opera di Luigi Pirandello ha dato voce a una folla di personaggi narrativi e drammatici che interpretano la crisi sulla quale si affaccia il Novecento. È l’immane malattia del nuovo secolo privo di certezze, che lo scrittore esplora e denuncia con gli strumenti della scienza psicologica ormai addentrata nei territori dell’inconscio e delle nevrosi. La mostra, formata da cinque sezioni, offre al pubblico manoscritti di opere che attestano le modalità di composizione e chiariscono il sistema creativo di laboratorio, tra le quali «La patente», «‘A Giarra» e dattiloscritti come «La tartaruga» e «Effetti di un sogno interrotto». Rilevanti sono i documenti utili alla biografia come le lettere inedite di Gabriele d’Annunzio, di Benito Mussolini e dello stesso Pirandello ai figli. Un’intera sezione, la terza, è dedicata a Marta Abba, musa amatissima di Pirandello, interprete ideale del suo teatro d’avanguardia. Dopo una sezione dove sono esposti alcuni quadri, concludono il percorso le carte pirandelliane “mai viste” presenti nelle collezioni letterarie della Biblioteca nazionale centrale di Roma. La mostra, arricchita da rari video e dai costumi di Nanà Cecchi, realizzati dalla sartoria D’Inzillo, per il recente spettacolo Enrico IV, rende così omaggio a quel continuo impegno nella scrittura che ha portato Pirandello a ricevere il premio Nobel per la Letteratura nel 1934. 

Lello Arena ricorda Troisi: “Tutti lo celebrano ma a Massimo hanno sbattuto tante porte in faccia”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 19 Febbraio 2023

Lello Arena non ci voleva neanche andare a San Giorgio a Cremano: aveva 12 anni quando i genitori decisero per il trasferimento, da Napoli a quel comune di provincia dove, non lo sapeva, ma gli sarebbe cambiata la vita. Dove avrebbe incontrato Massimo Troisi, di cui oggi si celebra il 70esimo compleanno post-mortem. “Lui è la mia spinta, la mia intransigenza: mi ha insegnato cose fondamentali che agiscono dentro di me. È difficile pensarlo come ‘non esistente’. Spesso mi sforzo di immaginare cosa avrebbe fatto in certe situazioni … In questi giorni di festa spesso abbiamo dovuto fronteggiare ipotesi di cose ‘fatte male’ e lui non le avrebbe mai consentite. Massimo ci ha cambiato il dna, non siamo uguali a chi non lo ha mai incontrato”, ha raccontato in un’intervista a Il Corriere del Mezzogiorno.

Arena e Troisi hanno fondato gli Rh-Negativo, I saraceni e infine La Smorfia con Enzo Decaro. Arena era nato dall’unione di due impiegati della manifattura tabacchi. Ha studiato al magistrale. Ha cominciato a insegnare da maestro itinerante in un circo. Sul set del film Le vie del Signore sono finite la rottura, per incomprensioni, anche se ricucita con il tempo comunque dolorosa. “Non ho rimorsi ma rimpianti: il rimorso è qualcosa che insorge quando hai fatto del male volontario a una persona e non puoi più far nulla per riparare. I rimpianti ci accompagnano per tutta la vita: ci sono cose che non farei, ma nel bilancio vengo confortato da tutte le cose belle che siamo riusciti a fare insieme. Quello che cambierei è poca cosa rispetto a ciò che non cambierei mai per tutta la mia vita. Il problema è che Massimo non ci sta più: se ci fosse ancora, prenderei il telefono e potrei fare di meglio di quello che ho fatto. Ma lui non c’è e la sua assenza cristallizza le cose fatte e quelle che si potevano fare in maniera diversa. In conclusione: rimpianti tantissimi, rimorsi zero e cose belle a migliaia. E questo mi rende contento”.

Ricorda che quel 4 giugno del 1994, quando Troisi morì, lui era al Villaggio Olimpico per il saggio di ginnastica artistica della figlia. Per Arena, Troisi “era una speranza per tutti quelli come noi che ci siamo sempre sentiti fuori posto, incapaci, a disagio, fuori gioco perché non capivamo come funzionava il meccanismo del mondo dello spettacolo. Il messaggio che arrivò era: non dovete preoccuparvi di sentirvi ‘fuori luogo’, cercate piuttosto di capire che cosa siete veramente: il resto devono farlo gli altri, non dovete vendergli voi la merce. E questo messaggio fu passato con una cifra unica. Massimo poteva dire quello che voleva senza sembrare blasfemo”.

Non lascia passare Arena, in mezzo a tutte le celebrazioni, l’occasione per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. “Me le ricordo le porte in faccia, Massimo ne ha prese tantissime. Oggi è tutto un celebrare la sua genialità … ma all’inizio non lo hanno capito. Ricordo perfettamente i commenti da parte della cosiddetta classe dirigente del mondo dello spettacolo: ‘Ma chi è questo Troisi, ma che dice? Non si capisce una parola, che vuole fare? Dove vi avviate?’“.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Estratto dell’articolo di Natascia Festa per corriere.it il 19 febbraio 2023.

«Me le ricordo le porte in faccia, Massimo ne ha prese tantissime. Oggi è tutto un celebrare la sua genialità... ma all’inizio non lo hanno capito. Ricordo perfettamente i commenti da parte della cosiddetta classe dirigente del mondo dello spettacolo: “Ma chi è questo Troisi, ma che dice? Non si capisce una parola, che vuole fare? Dove vi avviate? Insomma non gli srotolavano tappeti purpurei! Noi non ci siamo mai fatti scoraggiare ma le porte in faccia facevano male lo stesso».

 Lello Arena, Massimo Troisi non lo capivano per il dialetto?

«No no, mica per quello. Non lo capivano per quel suo modo di parlare così unico che oggi tutti osannano. Adesso è facile. Potrei fare nomi e cognomi di chi ora lo onora — e magari dice pure di averlo sostenuto dall’inizio — e un tempo non lo riceveva neppure. Ma non li farò».

[…] Eppure, in tutto questo celebrare — mai un settantesimo compleanno post mortem ha visto una tale mobilitazione di forze creative, intellettuali e istituzionali — qualcosa va detta.

«È molto bello che ci sia questa “voglia di Massimo” e che ognuno la esprima con le sue competenze e talenti. Però bisogna stare molto attenti che tutto ciò abbia a che fare con la sua persona. I settanta di Troisi sarebbero stati importantissimi se lui fosse stato nella condizione di compierli veramente.

 Oggi è una festa postuma piena di presenze illustri: la Federico II grazie a Enzo (Decaro ndr) gli conferirà lunedì la laurea honoris causa e i miei amici Ficarra e Picone mi hanno anticipato che c’è l’ipotesi che il David di Donatello cosiddetto dello spettatore sarà intitolato a lui. Tutto ciò è fonte di grandissima gioia, ma per me che questa storia l’ho vissuta e raccontata in un libro (C’era una volta, Rizzoli ndr) è il tempo di mettermi da parte e lasciare che altri la reinventino.

Per mio alto privilegio la sua è una parabola in cui sono molto presente, ho condiviso quella leggenda che oggi stiamo festeggiando. Standoci fin troppo dentro è chiaro che debba muovermi in punta di piedi: essere parte della festa che lo riporta sugli schermi e sui palchi, ma restare al margine. Del resto egli stesso era molto riservato, intimo, privato. Quello che potevo fare per Massimo e con Massimo l’ho già fatto prima».

E c’è qualcosa che non rifarebbe?

«Non ho rimorsi ma rimpianti: il rimorso è qualcosa che insorge quando hai fatto del male volontario a una persona e non puoi più far nulla per riparare. I rimpianti ci accompagnano per tutta la vita: ci sono cose che non farei, ma nel bilancio vengo confortato da tutte le cose belle che siamo riusciti a fare insieme.

 Quello che cambierei è poca cosa rispetto a ciò che non cambierei mai per tutta la mia vita. Il problema è che Massimo non ci sta più: se ci fosse ancora, prenderei il telefono e potrei fare di meglio di quello che ho fatto. Ma lui non c’è e la sua assenza cristallizza le cose fatte e quelle che si potevano fare in maniera diversa. In conclusione: rimpianti tantissimi, rimorsi zero e cose belle a migliaia. E questo mi rende contento».

C’è una certa immanenza di Massimo Troisi. Senza fare dello spiritualismo, con Decaro avete detto che anche se in due restate un trio.

«C’è, c’è... se Massimo non ci fosse — parlo al presente — la mia vita sarebbe diversa. Lui è la mia spinta, la mia intransigenza: mi ha insegnato cose fondamentali che agiscono dentro di me. È difficile pensarlo come “non esistente”. Spesso mi sforzo di immaginare cosa avrebbe fatto in certe situazioni...  […]».

La sua presenza di artista era incoraggiante per chi non aveva niente: aveva destrutturato tutte le convenzioni arrivando a No Stop senza scenografia, con lei e Decaro e quattro pannetti come costumi.

«Era una speranza per tutti quelli come noi che ci siamo sempre sentiti fuori posto, incapaci, a disagio, fuori gioco perché non capivamo come funzionava il meccanismo del mondo dello spettacolo.

Il messaggio che arrivò era: non dovete preoccuparvi di sentirvi “fuori luogo”, cercate piuttosto di capire che cosa siete veramente: il resto devono farlo gli altri, non dovete vendergli voi la merce. E questo messaggio fu passato con una cifra unica. Massimo poteva dire quello che voleva senza sembrare blasfemo».

 Tipo?

«Tipo come parlava dei santi: sono certo che se San Francesco lo avesse sentito avrebbe applaudito pure lui, consapevole di aver esagerato con quel suo dono di parlare agli uccelli (ride ndr): e San France’ basta mo! Così come per Giuda e la tortura: “Io parlo subito anche se mi dicono: guarda che forse ti torturiamo io già parlo. E se non capiscono gli faccio anche un disegnino”. E potremmo fare migliaia di esempi in cui Massimo aveva il coraggio di parlare delle nostre debolezze umane: perché noi siamo così». […]

MASSIMO, RICOMINCIO DA TE. LELLO ARENA RICORDA TROISI A 25 ANNI DALLA SUA SCOMPARSA. Simonetta Fiori per “la Repubblica” il 4 giugno 2019. Periferia di San Giorgio a Cremano, un colpo di citofono nel pomeriggio di un Ferragosto lontano. «Era Massimo che mi chiedeva se poteva salire. Il mio grande rimpianto è di non essere tornato io a bussare da lui, quando era all' apice del successo: celebrato ma forse solo». Lello Arena è l' amico d' una vita. Da venticinque anni viene chiamato per ricordare Massimo Troisi nell' anniversario della scomparsa. Ma davanti alle immagini dell' attore che scorrono sullo schermo - la inconfondibile gestualità, il silenzio interrotto dalla parola smozzicata - non sorride mai. Forse perché il lungo sodalizio artistico - insieme nella Smorfia con Enzo Decaro, e insieme in molti film di successo - è solo una parte della storia, quella più raccontata.

Il primo ricordo di Troisi.

«Un minuscolo teatro nella parrocchia di Sant' Anna. Io militavo nell' Azione Cattolica e mi divertivo a mettere in scena pezzi della tradizione napoletana. Un giorno s' ammalò l' attore che doveva fare il salumaio in una farsa di Petito. Una particina in due battute. E chiamammo questo ragazzo che era conosciuto a San Giorgio per un fatto: faceva ridere qualsiasi cosa dicesse, mentre lui voleva essere preso sul serio».

Una comicità involontaria?

«No, una disperazione. Massimo era portatore di una diversità che se non si fosse riversata nel teatro sarebbe diventata follia o sperdimento».

Come si manifestò?

«In scena doveva elencare i salumi contenuti nella gerla. Ma lui cominciò a chiedere in quale ordine preciso andavano detti: se prima la soppressata e poi il mozzariello , o viceversa. Ma fai come ti viene, gli dicevo. Invece lui insisteva con quel suo perfezionismo ossessivo che sarebbe diventato proverbiale. Già durante le prove la gente moriva dalle risate. E lui restava incredulo. Ma non aggio capito , chist' è teatro ?Presto avrebbe capito: il palcoscenico era il posto per lui».

Che cos' era la sua straordinarietà?

«La diversità dei geni. Penso ai bambini "indaco", quelli che esprimono energia e creatività nei modi più imprevedibili. Io da maestro elementare sapevo riconoscerli. E sapevo che il talento richiede uno sfogo, perché altrimenti diventa pazzia o infelicità».

Era malinconico Troisi?

«No. Per Massimo la vita era un gioco. Un gioco da fare con una serietà che sfiorava l' esasperazione, ma restava divertimento. Per un periodo abbiamo anche vissuto insieme, con l' amico produttore Gaetano Daniele. Il quotidiano era un' invenzione continua, imprevedibile. Essere amico di Massimo ti cambiava la vita».

Non parlava mai dei suoi problemi al cuore?

«Poco. E, a parte il ticchettio della valvola di titanio, in lui niente evocava malattia. Lo accompagnai a Houston per un controllo dopo il primo intervento al cuore. Io ero la persona meno adatta a quel genere di assistenza, ma forse proprio per quello m' aveva scelto. " Stateve accuorte che mo' chisto sviene ", diceva con l' aria di parlare inglese al medico accorso al suo capezzale per un sanguinamento. Poi io lo spronavo a muoversi per la prova dell' holter: fai le scale, muoviti. "Ma la vita mia non è accussì . Io voglio fare la vita mia, seduto a un tavolo, fermo". Anche nei momenti drammatici, eravamo una coppia comica».

La comicità era un modo per stare nella realtà o per sfuggirla?

«Era un modo per rileggere la realtà, rovesciando come un pedalino tutti i luoghi comuni. Lui era capace di punti di vista straordinari, come di chi è spostato in un altro pianeta e da lì vede cose invisibili a noi comuni mortali. La risata scattava in quel momento: quando ci rivelava aspetti della vita e dei sentimenti fino quel momento ignoti».

All' epoca della Smorfia, in scena improvvisavate?

«In realtà c' era dietro un faticoso lavoro di scrittura. L' improvvisazione era ammessa quando il pezzo prendeva corpo nelle prove. Ma, una volta scritto il copione, nessuno di noi tre era autorizzato a farlo».

Quando avete smesso di divertirvi?

«Mai. Non abbiamo chiuso la Smorfia perché non ci divertivamo. Abbiamo chiuso perché il meccanismo creativo si stava esaurendo. E Massimo, che era in assoluto il più bravo, era anche quello più intransigente sulla qualità delle scelte. Temeva la mediocrità».

Poi sarebbe arrivato il grande successo di "Ricomincio da tre". La sua compagna dell' epoca, Anna Pavignano, in un bel libro pubblicato da e/o ne ha restituito lo smarrimento. Come se la popolarità l' avesse travolto.

«Massimo veniva chiamato dai più grandi maestri, ma lui aveva quella delicatezza che ho raccontato: la delicatezza di chi ti viene a citofonare a Ferragosto per non disturbarti quando hai da fare. La dimensione di Massimo era quel pianeta che ho raccontato. Dopo è stato costretto dal suo talento e dalla sua genialità a cambiare registro, senza capire che la ricchezza era già a bordo».

Percepiva un suo disagio?

«Percepivo una sua fragilità. Poteva dire di no a Scola o a Mastroianni? Certo che non poteva. Ma Massimo era anche una persona delicata. E quando si è sensibili, si può stare anche sotto i migliori riflettori del mondo ma continuare a sentirsi soli».

Perché dice questo?

«Se sei in un pianeta dove gli altri non arrivano, rimani solo. Puoi pure parlare con qualcuno, ma quando rientri lassù, in quel posto bellissimo dove vedi le cose che gli altri non vedono, sei molto solo. Penso che la dimensione del lavoro di gruppo, come è stata la Smorfia, l' abbia aiutato a scendere da questo paradiso di solitudine, facendolo maturare anche come solista».

Poi che cosa è successo?

«Credo che abbia sperimentato la felice consapevolezza di essere Massimo Troisi - un gigantesco concentrato di poesia, comicità, bellezza - una consapevolezza però accompagnata da una sofferenza. E qualche volta mi rimprovero di averlo lasciarlo da solo. Sarei dovuto essere più prepotente e suonare al suo citofono, come tanti anni prima aveva fatto lui: ma sei veramente felice? Io ci sono, ti voglio bene. E vaffa..., io ti faccio compagnia anche se non la vuoi».

Pensava che lui non la volesse?

«Ma era una cosa mia. L' errore è credere che il successo non contempli il diritto d' amore e di amicizia. E poi uno s' immagina sempre dei finali felici, mentre la vita ti mette davanti a epiloghi tragici».

Non si aspettava la sua fine?

«No, credevo che la sua malattia fosse più controllabile. Negli ultimi tempi non ci sentivamo più, anche se io ero informato di tutto. Ci eravamo allontanati per quei garbi che poi, nel consuntivo finale, si sono rivelati inutili sgarbi. Sono cose strane, che hanno a che fare con l' idea di gioco di cui parlavo prima. Massimo amava giocare e vincere. E l' idea che fosse circondato da persone con cui non aveva più le risorse per giocare né vincere mi metteva tristezza».

I medici gli avevano detto che le sue condizioni richiedevano un trapianto, ma lui preferì girare "Il Postino", il film che l' ha consacrato.

«Credo che abbia a che fare ancora con la sua idea della vita come gioco.

E che gli piacesse chiuderla con una vittoria. Fu un set molto doloroso, e alla fine deve aver realizzato che sarebbe stato impossibile tornare alle condizioni di prima, quando poteva giocare e vincere. Probabilmente quello è il momento in cui uno fa il pensiero: forse vale la pena di andare a giocare da un' altra parte».

Lo sogna mai?

«Sì, sogno lui che si dispera dalle risate vedendomi in difficoltà, una situazione che nella vita quotidiana accadeva molto spesso».

Cosa le manca oggi?

«Massimo con i capelli bianchi. E magari un Troisi junior da incoraggiare per le strade del mondo.

Da ragazzi ci immaginavamo decrepiti in sedia a rotelle a recitare monologhi. E poi mi manca il suo punto di vista, sempre imprevedibile. È stato uno dei pochi a rimanere coerente».

Non faceva comicità sulla politica, ma resta indimenticabile il suo Bossi che si fa la barba cantando "Tu si 'na malatia" di Peppino di Capri.

«E i leghisti oggi cosa fanno, o meglio fingono di fare? Massimo anticipava le cose, come solo i geni sanno fare».

Massimo Troisi a 25 anni dalla morte: quanto avremmo bisogno della sua ironia per combattere i mali di Napoli. Pubblicato martedì, 04 giugno 2019 su Corriere.it. «A Napoli non conviene neppure tornare bambini. No, perché con la mortalità infantile che ci sta sapete come succede? Al bambino, invece di dire “tu tieni tutta ‘na vita annanze”, dirai “tu tieni tutta ‘na morte annanze”...». Una risata e un graffio per distruggere un clichè e per denunciare che a Napoli si può restare impantanati nel fango del male, fermi, immobili, paralizzati perché il male ti può rubare il futuro e il futuro sono i bambini. Quante Noemi Massimo Troisi, di cui piangiamo oggi i 25 anni dalla scomparsa, aveva visto per raccontare così? E quanti anni sono passati? L’agguato di Piazza Nazionale dove una bimba è rimasta ferita poche settimane fa è una cosa già vista. E gli operai della whirpool che perdono il lavoro a ridosso della festa della Repubblica? E le storie sconosciute di tanti altri che nella vita si sono rimboccati le maniche e sono rimasti senza stringere nulla? «A Napoli c’è il problema dei disoccupati ma hanno detto che lo risolveranno con gli investimenti. La volontà ce l’hanno messa ma poi con un camion quanti disoccupati possono investire? A questo punto la politica dovrebbe fare camion più grandi...». La comicità di Troisi era un’arma che dovremmo tornare ad usare. Contro chi dice che è tutto cambiato e finge di non vedere che non è sempre così, contro chi racconta solo la bellezza di questa città e anche contro chi vorrebbe rappresentarla come un inferno senza scampo, contro chi non ne comprende la complessità, contro chi se ne approfitta, contro chi la vuole in perpetua emergenza. Un’arma per la verità, per prendere a schiaffi il potere e le passerelle: «A noi ci chiamano mezzogiorno d’Italia per essere sicuri che a qualunque ora scendevano al Sud se trovavano sempre in orario pe’ ce mangia ‘a coppa». Un arma contro noi stessi e contro una napoletanità che avvelena, quella che è sempre in attesa, quella che delega al masaniello di turno, quella schiava del fatalismo che ancora si affida a San Gennaro come nello sketch in cui Massimo e Lello Arena chiedono i numeri al lotto. Un arma contro la camorra, perché la raccontava deridendo i boss e i loro atteggiamenti intimidatori sbriciolando la loro forza, offuscando qualsiasi possibile idea di fascinazione. Anche quando il guappo don Tonino Parsifallo (Arena), riproposto lunedì su Rai2 da Giorio Verdelli in “Unici”, per una sciocchezza, uccide la madre innocente del suo rivale (Troisi). «Addirittura?» - dice sgomento Enzo De Caro - «Eh ma io so fetente», spiega il boss rivendicando e ribadendo il suo ruolo inutilmente feroce. Una risata può fare molto male. E Napoli ne ha ancora bisogno. Ne ha bisogno per quei figli che la vogliono cambiare, che esistono, combattono e qualche volta si arrendono perché spesso sono messi ai margini o vengono condannati. Sì proprio come lo era stato lo stesso Troisi braccato dall’assassino maniaco “funiculì funiculà” in “no grazie il caffè mi rende nervoso” mentre cercava di proporre una musica nuova di una nuova Napoli che però il maniaco non voleva che fosse cambiata, che doveva restare non fedele o salda nelle tradizioni ma imprigionata. Oltre la retorica e le commemorazioni, Napoli dell’eredità di Troisi dovrebbe sentire lo spirito reazionario e rivoluzionario, per non consentire più saccheggi e per vincere l’anestesia collettiva e scavalcare tutti i luoghi comuni, proprio come faceva lui: «vabbe’, però il napoletano ride, canta, balla, tiene ‘a musica dinto ‘e vene. E per forza: voi il sangue ve lo siete succhiato tutto quanto...».

Oggi Massimo Troisi avrebbe 70 anni: i suoi 5 film che dovete conoscere. Il genio di San Giorgio a Cremano oggi avrebbe compiuto 70 anni: da Ricomincio da tre a Il postino, le opere che hanno tracciato un solco nella storia del cinema. Massimo Balsamo il 19 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Ricomincio da tre

 Scusate il ritardo

 Non ci resta che piangere

 Pensavo fosse amore... invece era un calesse

 Il postino

Il comico dei sentimenti, il Pulcinella senza maschera, l’erede di Eduardo e Totò. Massimo Troisi è stato un fuoriclasse della comicità e le definizioni si sono sprecate. L’artista di San Giorgio a Cremano oggi, 19 febbraio, avrebbe compiuto 70 anni e la sua opera continua a rappresentare un punto di riferimento per diverse generazioni: le gag fulminanti, i suoi personaggi unici e le sequenze iconiche costituiscono un lascito dal valore inestimabile.

Massimo Troisi, giullare dell'amore

Massimo Troisi ha rappresentato una filosofia, ha incarnato il riscatto di una città attraverso la sua rivoluzione gentile. La napoletanità è sempre stata un punto di forza, senza però restare ingabbiato a un contesto meramente partenopeo. Attraverso il suo sguardo schietto e vivo ha posto l’accento su temi universali – a partire dall’amore – ma anche sulle ingiustizie della vita. E lo ha fatto senza mai scendere a compromessi, senza mai voler apparire a tutti i costi, senza chiedere nulla in cambio. La ricorrenza ci invita dunque a ripercorrere i cinque migliori film lasciati in eredità da uno dei più grandi artisti italiani del Novecento.

Ricomincio da tre

Ricomincio da tre” rappresenta la prima esperienza sul grande schermo di Massimo Troisi, qui in veste di regista-sceneggiatore-protagonista. 14 miliardi al botteghino e numerosi premi, a partire dai due David di Donatello, per un’opera che ha rivoluzionato dal punto di vista della commedia. L’artista di San Giorgio a Cremona con questo film è stato il primo a diffondere uno sguardo obliquo su Napoli. La svolta è già incarnata dal protagonista, non più un emigrato ma un “esploratore”. Un vero e proprio cult.

Scusate il ritardo

Secondo film da regista di Massimo Troisi, “Scusate il ritardo” arriva due anni dopo il successo di “Ricomincio da tre”. Il titolo è un riferimento al tempo trascorso dal film precedente, ma anche ai diversi tempi dell’amore e dei rapporti di coppia. Troisi trae libero spunto dalla sua autobiografia, in particolare dalla sua famiglia, definita sempre la sua “compagnia stabile”.

Non ci resta che piangere

Passa un anno ed ecco un altro film di culto. “Non ci resta che piangere” nasce dall’incontro tra Massimo Troisi e Roberto Benigni, protagonisti ma anche sceneggiatori (insieme a Giuseppe Bertolucci). Un’alchimia incredibile, tanto da spingere la critica all’ardito accostamento a Totò e Peppino. Diverse le gag surreali passate alla storia, dalla lettera a Savonarola (chiaro omaggio a “Totò, Peppino e la… malafemmina”) all’incontro con Leonardo Da Vinci.

Pensavo fosse amore... invece era un calesse

Pensavo fosse amore… invece era un calesse” è l’ultimo film da regista di Massimo Troisi. Un’opera interamente dedicata al tema dell’amore, qui esplorato attraverso uno sguardo ancora più personale. Più di una semplice commedia, basti pensare al finale sorprendente. Da segnalare le prove di Angelo Orlando e Francesca Neri, oltre ovviamente alla colonna sonora di Pino Daniele, a partire dal brano “Quando”, entrato nella storia come un classico della musica partenopea.

Il postino

Il Postino” di Michael Radford è l’ultima interpretazione di Massimo Troisi - morto subito dopo la fine delle riprese - una sorta di testamento artistico. Ispirato al romanzo “Ardiente paciencia” dello scrittore cileno Antonio Skarmeta, è senza ombra di dubbio il suo film più intimo, nonchè meno comico. Cinque candidature agli Oscar del 1996, con la vittoria della statuetta per la Miglior colonna sonora drammatica.

Da ilnapolista.it il 17 ottobre 2021. Massimo Troisi raccontato da Lello Arena nel libro “C’era una volta”. L’attore ne parla nell’intervista al Fatto quotidiano. Racconta diversi aneddoti (tra cui la relazione del comico con Jennifer Beals), ne riportiamo uno quello relativo alle ragazze Coccodè della trasmissione “Indietro tutta”. “Quando Renzo era impegnato con Indietro tutta e c’erano le ragazze Coccodè, Massimo il pomeriggio si vestiva, si profumava e usciva. Cosa rarissima, perché non andava mai da nessuna parte. Tempo dopo ho capito che andava a vedere lo spettacolo proprio per le Coccodè, fino a quando un pomeriggio è tornato da noi come una specie di belva: “Che è successo?”. “Niente, non ho voglia di parlarne”.“ma che hai?”.“ho litigato con Renzo”. Noi basiti. Per il carattere di entrambi ci sembrava impossibile una discussione. Lo calmiamo e capiamo: “Non si fa così! In mezzo a quelle Coccodè ci sono tre uomini. Uno deve avvisare”. E dopo un breve silenzio ha aggiunto: “Ho fatto il cretino con uno di questi travestiti”. Nella sua ottica quello di Renzo era il tradimento di un amico. (Pausa) Anche Renzo dovrebbe scrivere un libro su Massimo, sarebbe fantastico”. 

Racconta anche la sua lite con Massimo Troisi. “La lite con Troisi nasce da un ruolo in un film… Per Le vie del signore sono finite: dopo mesi e mesi di lavoro, di studio del mio personaggio, una sera Massimo mi chiama e mi comunica che avrei avuto un altro ruolo. Non accetto. E da lì parte un meccanismo più grande di noi, con incomprensioni e voci sbagliate”.

Massimo Troisi diede la vita per Il postino. Così è morto dopo l'ultima scena. Il postino è uno dei film cardine della filmografia di Massimo Troisi. L'attore accettò di proseguire il lavoro pur sapendo che questo lo avrebbe ucciso. E così è stato. Erika Pomella - Dom, 28/03/2021 - su Il Giornale.  Il postino - che andrà in onda questa sera alle 20.55 sul Canale 34 - è uno dei film più apprezzati della storia del cinema italiano e, senza dubbio, è uno dei più amati tra quelli della filmografia di Massimo Troisi. La pellicola, che è stata diretta da Michael Radford e Massimo Troisi, è tratta dal romanzo Il postino di Neruda, scritto dall'autore cileno Antonio Skármeta. La trasposizione cinematografica del romanzo fu fortemente voluta da Massimo Troisi, che ne acquistò ben presto i diritti e chiese a Michael Radford di dirigerlo.

Il postino, la trama. La storia del film segue Mario Ruoppolo (Massimo Troisi), figlio di pescatori, dal cuore buono e gentile che attraversa un brutto periodo non avendo alcun tipo di impiego. Sulla stessa isola del sud Italia vive anche il famoso poeta Pablo Neruda (Philippe Noiret), che sul suolo italiano ha cercato riparo, vista la sua condizione di rifugiato politico. Mario ben presto diventa il responsabile della posta del poeta: ogni giorno, infatti, l'uomo incontra Neruda a cui consegna la posta, ricevendone in cambio lunghe conversazioni su poesia, scrittura e tutto ciò conta nella vita. Tra i due inizia una bella amicizia che diventerà preziosa quando Mario si innamora di Beatrice (Maria Grazia Cucinotta) e userà proprio l'aiuto del poeta per scrivere alcune poesie per corteggiare il suo grande amore. Tutto però cambia quando Neruda riceve una comunicazione dal Cile, attraverso la quale il suo governo gli fa sapere che non è più un esiliato e che finalmente può tornare a casa.

Il film per cui Massimo Troisi diede la vita. Il postino è una storia d'amore e d'amicizia, un racconto che, attraverso il "sotterfugio" della parola, narra le vicende di un uomo semplice e generoso. Tutti elementi, questi, che senza dubbio hanno cooperato a rendere l'opera di Radford e Troisi una pellicola tanto amata dal pubblico di ogni generazione. Ma forse sono gli stessi elementi che hanno colpito l'immaginazione e l'arte di Massimo Troisi, spingendolo a voler fare questo film a ogni costo, letteralmente. Michael Radford era un regista esordiente quando, a inizio degli anni '80, domandò a Massimo Troisi di collaborare in Another Time, Another Place - Una storia d'amore, in cui l'attore avrebbe dovuto interpretare un prigioniero napoletano durante la seconda guerra mondiale che si innamorava di una massaia scozzese. Tuttavia l'attore, all'epoca, non se la sentiva ancora di partecipare ad un film straniero, oltretutto con un regista ancora agli esordi. Più tardi, quando ebbe modo di vedere il film, Massimo Troisi chiamò Radford e si complimentò per la pellicola, asserendo di essersi reso conto di aver perso una grande occasione. Da allora lui e Michael Radford divennero amici. Fu quasi naturale, dunque, per Troisi domandare anni più tardi proprio a Radford di girare Il postino, ma in questo caso fu il regista a temporeggiare. Come viene raccontato nel libro L'applauso interrotto. Poesia e periferia nell'opera di Massimo Trosi, l'attore partenopeo riuscì comunque ad avere Radford tramite un piccolo inganno: gli disse, infatti, di aver offerto la regia del film anche a Giuseppe Tornatore. Con Radford nella squadra, Massimo Troisi e lo sceneggiatore Furio Scarpelli volarono a Los Angeles per ultimare la sceneggiatura. In questa occasione, l'attore si recò all'ospedale di Houston, dove era già stato operato al cuore, da ragazzo. Purtroppo, le notizie che ricevette non furono affatto positive. Scoprì di doversi operare con una certa urgenza, dal momento che entrambe le valvole al titanio che permettevano al suo cuore di funzionare si erano deteriorate. L'intervento fu molto delicato e nel corso dell'operazione Troisi subì anche un attacco cardiaco. La sua vita venne salvata dalla prontezza dei medici che riuscirono a far ripartire il suo cuore, che riprese a battere.

Questo, naturalmente, comportò una degenza molto lunga in ospedale, che si protrasse per oltre un mese e mezzo. Periodo nel quale i medici consigliarono al futuro protagonista di Il postino di sottoporsi a un trapianto di cuore, l'unica soluzione adatta per il suo problema cardiaco. Tuttavia, come racconta il sito dell'Ansa, Massimo Troisi decise di non operarsi immediatamente e di girare prima Il postino. In questo modo non avrebbe dovuto rinunciare alla possibilità di avere Philippe Noiret nei panni del poeta Pablo Neruda. Le riprese iniziarono nell'autunno del 1993 sull'isola di Procida, ma come viene ricordato dal sito dell'Internet Movie Data Base, Massimo Troisi era sempre più debole. La sua fragilità gli impediva di restare sul set per più di un'ora: il che comportava che tutte le scene che lo vedevano protagonista dovevano essere girate in non più di due riprese. La lavorazione della pellicola, quindi, cominciò a ruotare intorno alla salute di Troisi: tutto veniva organizzato in modo da essere il meno pesante possibile per l'attore, che appariva sempre più in difficoltà. Tutto ciò venne reso possibile dalla scelta di una contro figura davvero molto somigliante a Massimo Troisi, che venne usata per le riprese in campo lungo o di spalle. In qualche modo, Il postino venne completato. Dodici ore dopo la chiamata dell'ultimo ciak, Massimo Troisi si trovava nella casa di Ostia di sua sorella Annamaria, cercando di riprendersi dalle fatiche accumulate nelle undici settimane di riprese. Ma il ristoro non arrivò mai: quella stessa notte subì un nuovo infarto da cui non si risvegliò. L'attore morì a soli 41 anni, di fatto dando la vita pur di realizzare Il postino.

Massimo Troisi, l'anarchico malinconico del cinema italiano. Ricordo dell'attore e regista, scomparso 25 anni fa. Dal cabaret con la Smorfia alle commedie, da 'Ricomincio da tre' a 'Non ci resta che piangere' con Benigni, fino al 'Postino' per cui ebbe una candidatura postuma agli Oscar. Roberto Nepoti il 03 giugno 2019 su La Repubblica. Qualcuno ha detto che ogni vero napoletano ricorda dove fosse e cosa stesse facendo il giorno in cui arrivò la notizia della morte di Massimo Troisi, il 4 giugno 1994. Ma l'osservazione si può estendere ben oltre i nati sotto il Vesuvio: in pochi anni di attività, cinematografica e televisiva, Troisi si era conquistato una popolarità che permise, presto, di paragonarlo a giganti partenopei dello spettacolo come Eduardo e Totò.

Massimo Troisi tra teatro e cabaret. Se si esclude il "debutto" precocissimo (da neonato fu scelto come testimonial per una pubblicità del latte in polvere Mellin), il futuro attore mosse i primi passi sul palcoscenico a quindici anni, nel teatrino della parrocchia; poi fece il Pulcinella per spettacoli domenicali. Più tardi diede forma, con gli amici Lello Arena (che sarebbe stato la sua "spalla" favorita sullo schermo) e Enzo Decaro, al gruppo cabarettistico La Smorfia: col quale, vestito di una semplice calzamaglia nera, metteva in scena sketch satirici basati sull'attualità, la religione (memorabile L'annunciazione), le tematiche sociali.

La Smorfia in tv 'L'annunciazione'. Col gruppo approdò in televisione, anche in programmi di prima serata che ne allargarono il successo a dimensioni nazionali. Si cominciò a capire allora che la "napoletanità" di Massimo, fieramente rivendicata, non avrebbe rappresentato un limite al gradimento del pubblico; anzi, sarebbe stata una delle caratteristiche salienti della sua popolarità.

Troisi e il cinema: 'Ricomincio da tre'. Come dimostrò ampiamente, all'inizio degli anni Ottanta, il debutto nel cinema. Il produttore Mauro Berardi, che voleva assolutamente lavorare con lui, gli diede carta bianca per un film da scrivere, dirigere, interpretare. Ricomincio da tre, uscito nel 1981, sorprese tutti: ma non tutti per gli stessi motivi. Ci fu chi lamentò il livello elementare della regia, quasi esclusivamente di inquadrature fisse; chi giudicò troppo bizzarro l'eloquio dell'attore, smozzicato e ritmato come un grammelot in stretto dialetto partenopeo; chi lo trovò più affine al cabaret che al cinema. Altri, invece, apprezzarono le note di modernità che entravano per la prima volta nel panorama ormai sclerotizzato della produzione italiana. In particolare un nuovo personaggio di giovane indeciso a tutto, refrattario ai vecchi cliché dell'immigrato napoletano, innamorato ma terrorizzato dall'emancipazione che le donne andavano conquistandosi nella società. Fu questo "carattere" a conquistare le platee, decretando la fortuna del film ai botteghini. Poi arrivò anche la critica, con una pletora di candidature e vittorie ai David di Donatello, ai Nastri d'Argento e ai Globi d'Oro. Gli imitatori fiorirono subito, dando origine al nuovo filone dei "malincomici": ispirati, con varie declinazioni vernacolari, al personaggio di Gaetano. Da allora Troisi si sarebbe dedicato completamente al cinema. Nel fondo, però, era un anarchico, che faceva film solo quando ne aveva voglia e si sentiva pronto. Anziché spremere il successo del debutto, cominciò a collaborare con lavori di altri (la farsa No grazie, il caffè mi rende nervoso di Ludovico Gasparini); e fece attendere due anni il suo secondo film, dall'esplicito titolo Scusate il ritardo, dove interpretava Vincenzo, un Gaetano ancor più timido e indeciso. Solo nel 1987 avrebbe diretto il terzo, Le vie del Signore sono finite, dalle soluzioni tecniche e dal linguaggio decisamente più evoluti rispetto ai precedenti.

Troisi e Benigni: 'Non ci resta che piangere'. Nel 1984 Massimo condivise la regia con un altro comico di grande popolarità: Roberto Benigni. Farsa su canovaccio in cui i due vengono rispediti dal presente nel 1492, Non ci resta che piangere salì al vertice degli incassi, superando concorrenti come Ghostbusters e Indiana Jones. Nel 1986 accettò un piccolo ruolo nel film di Cinzia Torrini Hotel Colonial, girato in Colombia; mentre i problemi cardiaci che lo tormentavano fin da bambino gli impedirono di essere il Pulcinella di Strawinskij in uno spettacolo teatrale di Roberto De Simone. Però Troisi recuperò, impersonando sullo schermo l'amata maschera napoletana nel Viaggio di Capitan Fracassa di Ettore Scola, regista per il quale, l'anno precedente, aveva interpretato altri due film: Splendor e Che ora è?, quest'ultimo sui rapporti conflittuali tra un figlio e un padre (Marcello Mastroianni, con cui Troisi condivise la Coppa Volpi per il miglior attore a Venezia).

L'ultimo Troisi: 'Il postino'. Immaginare quanto altro avrebbe potuto ancora dare al cinema italiano e mondiale Troisi, deceduto a 41 anni poche ore dopo la fine delle riprese del Postino, è esercizio frustrante quanto irresistibile, ma che ciascuno può svolgere a modo proprio. Il suo ultimo film da regista, sceneggiatore e protagonista (una concentrazione di ruoli che, dopo di lui e non sempre con risultati felici, dilagò poi nelle commedie italiane) fu Pensavo fosse amore... invece era un calesse, altra divagazione sui sentimenti e sulla difficoltà di portare avanti un rapporto di coppia. L'apoteosi internazionale di Massimo, però, arrivò con Il postino, diretto dal britannico Michael Radford ma voluto da Troisi (che aveva acquisito i diritti del romanzo di Antonio Skàrmeta Il postino di Neruda), nonché da lui co-sceneggiato e interpretato nella parte del titolo. Parte per la quale, nel 1996, ebbe una candidatura postuma agli Oscar come miglior attore.

Massimo Troisi. Un poeta fragile e imperfetto riscoperto anche dai giovani. Una mostra al Quirinale, tra scatti e spezzoni di film, per ricordare l'attore scomparso venticinque anni fa, scrive Pedro Armocida, Giovedì 18/04/2019, su Il Giornale. «Al mio cuore malandato/Almeno a lui ho messo le ali.../Io, padrone di un bel niente/Neppure di me stesso». Il 4 giugno 1994 moriva, a soli 41 anni, Massimo Troisi per un attacco di cuore (due volte operato a Houston: Abbiamo un problema!) che la poesia Al mio cuore, scritta nei primi anni Settanta «mentre la situazione/politica italiana/Andrebbe seguita/con molta più attenzione, aveva messo in conto perché «non è così importante/che muoia qualcosa dentro/Io cedo qualche sogno/e un po' di libertà». E la moltitudine dei suoi ammiratori ringrazia. Ancora. Perché la sua forza artistica è, come all'epoca, trasversale. E oggi, grazie soprattutto a Youtube, sono tanti i giovani che la (ri)scoprono. Ma ricordare Troisi, anche come persona oltre che come personaggio (ma c'è davvero una differenza quando parliamo di lui?), è fondamentale, così a 25 anni della morte arriva la mostra fotografica e multimediale «TROISI poeta MASSIMO», fino al 30 giugno a ingresso gratuito al Teatro dei Dioscuri al Quirinale di Roma, curata da Nevio De Pascalis e Marco Dionisi con la supervisione di Stefano Veneruso, nipote dell'attore-regista, e prodotta da Istituto Luce-Cinecittà con 30 Miles Film. Attraverso i cinque ambienti che portano alla sala del Teatro dei Dioscuri (dove ogni sera, fino al 28 aprile, la mostra verrà messa in scena in uno spettacolo omonimo con accompagnamento musicale) viene ripercorsa tutta la fulminante carriera di Troisi nato a San Giorgio a Cremano, il 19 febbraio 1953, in una casa divisa con i genitori (il padre ferroviere), i cinque fratelli, i nonni, gli zii e via elencando: «Sono nato in una casa dove vivevano sedici persone. Ecco perché quando ci sono meno di quindici persone mi prendono dei violenti attacchi di solitudine», ricorda la sorella Annamaria in una delle testimonianze che concludono il prezioso catalogo di Edizioni Sabinae. Certo la prima sala è quella più epifanica, perché ci racconta un Troisi meno conosciuto, dall'infanzia - quando già componeva poesie - alla gioventù, dal campetto di calcio che dovrà lasciare per la comparsa dei problemi al cuore fino alla foto accanto a Maradona per una partita di beneficenza al San Paolo di Napoli nel 1989. E si inizia con il naso all'insù perché la grande volta, è interamente ricoperta da un patchwork di immagini di Troisi realizzato da Marco innocenti. Un omaggio al suo essere un artista totale, un Pulcinella senza maschera, come è stato definito, erede della tradizione partenopea ma capace di attualizzarla in maniera originale. In questo senso la mostra si sofferma sull'esperienza fondamentale del Centro Teatro Spazio, un garage a San Giorgio a Cremano adattato a teatrino dove Troisi all'inizio del 1970 si cimenta nelle prime farse con la compagnia Rh Negativo (con, tra gli altri, Pino Calabrese e Lello Arena) su donne, politica, aborto, religione e Chiesa (bellissima l'immagine di Troisi sulla croce). Tutti temi che torneranno, come la mitica calzamaglia nera, negli spettacoli del gruppo formato con Enzo Decaro e Lello Arena, La Smorfia. Ed eccoci alla tappa fondamentale, quella televisiva, che lancia Troisi nell'olimpo dei comici. Correva l'anno 1978 e Enzo Trapani ideava Non Stop, fucina dei futuri campioni d'incasso del cinema italiano, Carlo Verdone, I Gatti di Vicolo Miracoli, I Giancattivi, e La Smorfia o, meglio, Massimo Troisi: «Rimasi molto colpito dai tempi di recitazione di quello che era il fulcro del trio. Rimasi incantato, ma talmente incantato che dissi: Ma questo è talmente grande ndo vado io con i personaggi miei?». Parola di Carlo Verdone per il quale Troisi «aveva l'arte di nascondere l'arte, era sempre naturale, proletario ed elegante allo stesso tempo». Come nei suoi film di grandissimo successo che decise di dirigere già dal primo, Ricomincio da tre del 1981 fino a Pensavo fosse amore e invece era un calesse del 1991, l'anno in cui Paolo Sorrentino, ventunenne studente di Economia e Commercio, gli inviava una lettera dattiloscritta chiedendo di prenderlo come aiuto regista. Cosa che non è accaduta. Certo Troisi ha sempre riconosciuto i suoi limiti di regista: «Io di Ricomincio da tre salverei solo un quarto d'ora, degli altri magari venti minuti. Ma è naturale vedersi e criticarsi, a meno che uno non sia un genio. Io non lo sono, non impazzirò mai per me stesso come regista». Perché «il cinema che faccio è un prodotto artigianale, un po' storto, imperfetto, come i vasi di ceramica fatti in casa». Ecco il vero Massimo Troisi che questa bella mostra ci racconta, quello che vediamo nelle inedite riprese del backstage sul set del suo ultimo film, Il postino di Michael Radford (l'attore è morto due giorni prima della fine delle riprese), quando deve baciare Maria Grazia Cucinotta e scoppia in ripetute risate. Con quel suo tipico sguardo, d'ingenuo imbarazzo, non moralistico ma morale. Di altri tempi.

Massimo Troisi visto da Martone: appunti inediti con idee e battute del comico. Paolo Mereghetti su Il Corriere della Sera il 17 Febbraio 2023.

Presentato nella sezione Special il documentario-omaggio «Laggiù qualcuno mi ama»: «Fu influenzato dalla Nouvelle Vague»

Non il personaggio Troisi ma l’uomo di cinema, attore e soprattutto autore dei suoi film. Questa la sfida, magnificamente vinta, affrontata da Mario Martone con Laggiù qualcuno mi ama, presentato alla Berlinale. Non era un compito facile perché la popolarità dell’attore napoletano, la sua simpatia, il suo successo (e l’improvvisa scomparsa a 41 anni) erano tutti elementi che potevano «distrarre» chi voleva scavare dentro il suo cinema. Ma Martone, con l’aiuto determinante di Anna Pavignano che i film di Troisi li ha sceneggiati tutti anche dopo la fine della loro storia, ha evitato le distrazioni e ha fatto centro.

Rivelando una capacità d’analisi da critico di vaglia, Mario Martone inizia ad avvicinarsi dalla prospettiva meno frequentata, quella cinefila, rivelando l’influenza che sui suoi film, a cominciare dall’esordio di Ricomincio da tre, aveva potuto esercitare la Nouvelle Vague e Truffaut in particolare. Paragone forse sorprendente ma quando si vedono certe similitudini e certe «citazioni» (i giochi con le mani dell’Antoine Doinel dei 400 colpi e quelli di Troisi; l’uso in certe scene dove non te lo aspetti della corsa) viene da battersi una mano sulla fronte e chiedersi come mai non fosse venuto in mente a nessuno prima.

Poi naturalmente c’è l’aspetto più conosciuto, quello dove il personaggio che impersonava si trova a fare i conti con le figure femminili. I critici più attenti se ne erano accorti fin dall’esordio: nel cinema italiano di allora (e anche precedente) nessuno aveva mai raccontato così bene la fragilità del maschio di fronte a un tale cambiamento di costumi, di cui metteva in scena non le frange più radicali ma quelle più profonde, più esistenziali. Qui il contributo di Anna Pavignano è più che centrale. Nel film mostra per la prima volta i fogli sparsi su cui Troisi appuntava idee e battute ma anche la convivenza dolorosa con la malattia o le prove poetiche (una fu musicata da Pino Daniele). E il nastro (mai sentito prima) dove lei e un’amica spinsero Massimo a cercare di dare forma razionale al suo rapporto con le donne è uno dei momenti più emozionanti di tutto il film.

Evitando volutamente le interviste di rito (sempre a rischio agiografia o mitizzazione), Martone si limita alla sua carriera pubblica, prima recuperando una serie di sketch degli inizi, con Lello Arena e Enzo Decaro ma anche con Valeria Pezza (suo il ricordo esilarante del libro su Kandiski) e Peppe Borrelli e poi analizzando i film con un’abbondanza di repertorio inedita per gli standard italiani (regalando così una perfetta antologia delle sue gag più celebri). Con più ricchezza sui film scritti e diretti da Troisi, ma senza dimenticare l’incontro con Scola e poi con Michael Radford e lasciando a Paolo Sorrentino (che confessa i suoi debiti), a Ficarra e Picone, a Goffredo Fofi (che propone un paragone illuminante di Troisi e Arena con Eduardo e Peppino degli anni Trenta) e pochi altri il compito di ricostruire la sua centralità nel cinema italiano degli anni Ottanta.

Per concludere con la sottolineatura della dimensione politica dei suoi film e delle sue scelte personali (rifiutò di partecipare a un festival di Sanremo per non accettare i limiti imposti dalla censura Rai), andando incontro a (bigotte) denunce di vilipendio della religione ma soprattutto usando la sua comicità pacata e tagliente per ribadire una scelta di campo libertaria e antifascista non proprio scontata.

Massimo Troisi raccontato da Mario Martone: “Quel gran genio del mio amico…”. Chiara Nicoletti su Il Riformista il 19 Febbraio 2023

Viene riconosciuto finalmente in tutta la sua internazionalità Massimo Troisi, nel 70° anniversario dalla sua nascita (il 19 febbraio) e a quasi trent’anni dalla sua scomparsa, grazie al ritratto appassionato e personale che di lui ne fa Mario Martone con Laggiù qualcuno mi ama, presentato al 73º Festival Internazionale del Cinema di Berlino nella sezione Berlinale Special. Uscirà il 19 febbraio nelle sale per un’anteprima e poi ufficialmente il 23 con circa 400 copie in tutta Italia.

Un viaggio personale, quello del regista di Qui Rido io, dentro il cinema di Massimo Troisi più che dentro il suo essere comico e attore. Quella con Troisi, è stata per Martone un’amicizia iniziata negli ultimi anni di vita di Massimo, incontrato al Festival di Montpellier durante la presentazione di Morte di un matematico napoletano. Nell’aria, poi, l’idea di un film insieme mai realizzato e finalmente oggi, Laggiù Qualcuno mi ama. A Berlino Martone racconta: “A distanza di anni dal film che non abbiamo potuto fare allora, ho voluto riportare Massimo sul grande schermo per gli spettatori. Quando ho avuto la proposta del documentario, ho chiesto di poterci montare i suoi film dentro. Amavo i suoi film da regista, quindi il suo cinema torna a vivere: provo a raccontare perché mi sembrava così bello nel suo rapporto con la Nouvelle Vague. Massimo era ribelle e aveva questo istinto politico a cui era sempre rimasto fedele”.

Si mette in gioco personalmente Mario Martone mettendoci letteralmente la faccia insieme a Jacopo Quadri, suo montatore storico, mentre si ritrae nell’atto di guardare e selezionare quegli spezzoni del cinema di Troisi da inserire nel film. “Ci sono tantissimi documentari molto belli su Massimo Troisi – commenta Martone, spiegando l’approccio del suo film. I racconti degli amici di Massimo sono cose che abbiamo sentito molte volte ma volevo provare a spostare l’asse. Volevo trattare Massimo come se fosse un pittore del 400 su cui si fa un documentario. Da lì viene fuori l’uomo”. Col montaggio dei film si intersecano alcune conversazioni, non con persone che frequentavano Troisi, ma con artisti che lo hanno amato e ne sono stati influenzati, come Francesco Piccolo, Paolo Sorrentino, Ficarra e Picone, critici che lo hanno studiato, come Goffredo Fofi e la rivista Sentieri selvaggi, e due tra gli artefici della sua opera postuma, Il postino, Michael Radford e Roberto Perpignani.

A donare una voce alle riflessioni e ai pensieri del regista di Ricomincio da tre, a cui Martone ha avuto accesso, sono Pierfrancesco Favino, Massimiliano Gallo, Valerio Mastandrea, Lino Musella, Silvio Orlando, Luisa Ranieri, Teresa Saponangelo e Toni Servillo. Laggiù qualcuno mi ama mette in luce uno degli aspetti più geniali e rivoluzionari di Troisi, l’aver rappresentato gli uomini e soprattutto le donne con uno spessore e una verità che ancora fatichiamo a vedere oggi nei film. Troisi condivide il merito di tutto questo con Anna Pavignano, sua compagna per molto tempo e co-sceneggiatrice per quasi tutta una vita artistica.

Rivela Martone: “Quando guardavo i suoi film mi incuriosivano questi personaggi femminili forti, diversi per l’epoca e vedevo sempre questo nome, Anna Pavignano.  Con l’occasione di questo film ho conosciuto Anna, torinese, che al tempo era una ragazza che veniva dai movimenti femministi, di cui Massimo si era innamorato. Pensate a Massimo Troisi, già famoso per la Smorfia, che, al suo esordio nel cinema, invece di prendere i migliori sceneggiatori “maschi” sul mercato, come si sarebbe fatto normalmente allora, scrive il film con la ragazza di cui si è innamorato. Questo dice tanto sulla totale libertà di Troisi, cosa che mi piaceva moltissimo e che si rifletteva nel modo in cui girava, inquadrava e montava le cose”. In un film su di una figura fondamentale per la cultura ed arte napoletana, non poteva mancare lo sguardo sul sodalizio artistico con Pino Daniele, altro pezzo di cuore di Napoli, amico fraterno di Massimo e suo alter ego musicale dentro e fuori dal cinema: “Le musiche di Pino si sposano con il cinema di Massimo come Nino Rota con Fellini, un quid artistico che nasce dalla fusione delle arti dei due” precisa Martone. Si fa prendere dall’emozione il regista nel descrivere “un dono” di questo film: rivedere Il Postino.

Per me era un film che non c’era, non esisteva, l’avevo visto tra le lacrime, era rimasto un buco nero per me come spettatore. Questo lavoro mi ha portato a rivederlo con Anna Pavignano ed a considerarlo come il punto di arrivo di tutto il cinema di Troisi, nonostante non fosse lui il regista”. Oltre all’amicizia, quali sono i punti di contatto tra Mario Martone e Massimo Troisi? “Siamo diversissimi ma credo ci accomuni questo senso di libertà, il voler fare più o meno le cose che vogliamo fare. Poi, anche io scrivo i miei film con una donna, Ippolita Di Maio, per capire che cosa significa il rapporto tra maschile e femminile nella scrittura. Siamo entrambi figli di Napoli in una maniera totale, mal soffrendo i luoghi comuni e gli stereotipi nei quali si viene messi dentro. Cosa lega me e Massimo? Credo che il cinema sia frutto di un lavoro collettivo ma al tempo stesso un film ha una cifra d’autore molto precisa.  Riconosciamo Fellini ma non possiamo dimenticare Nino Rota ed Ennio Flaiano. Solo il cinema riesce a farti sviluppare la tua poetica d‘autore nella relazione con gli altri. In questo senso Il Postino può e deve essere letto come ultimo film di Troisi anche se non lo ha diretto lui perché è il film che ha scritto e voluto fare”.

Il genio di Troisi è indubbio in Italia ma come verrà percepito dal pubblico internazionale della Berlinale? Martone non esita: “Il discorso sull’amore che non si raggiunge mai, il rapporto con una città in cui sei dentro e fuori contemporaneamente, l’inquietudine e il disappartenere sono temi universali che si possono rintracciare benissimo in altri cineasti, ad ogni latitudine”. Chiara Nicoletti

Quando il documentario (su Massimo Troisi) rischia di fare ombra al protagonista. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 17 Febbraio 2023.

«Buon compleanno Massimo»: vale più un minuto di testimonianza visiva di mille parole

Marcello Mastroianni: «Non capisco sempre cosa dice ma mi fa molto ridere». Si riferiva a Massimo Troisi, sul set di «Che ora è» di Ettore Scola. Il 19 febbraio Troisi avrebbe compiuto settant’anni. Per celebrare questo importante anniversario la Rai ha proposto il documentario «Buon compleanno Massimo» di Marco Spagnoli (Rai3). Allo scrittore Maurizio De Giovanni è toccato il compito di tracciare un profilo dell’artista e tenere insieme le molte testimonianze, persino troppe, con il rischio di fare ombra al protagonista. Si sa come vanno queste cose: si comincia parlando di Troisi e si finisce poi col parlare di sé stessi: «Io lo conoscevo bene».

E dire che c’è il repertorio, il prezioso repertorio: vale più un minuto di testimonianza visiva di mille parole. Come diceva Massimo a Pippo Baudo, a proposito delle troppe interviste: «Mi hanno intervistato cani e marzulli». La vita di Troisi viene ricordata dai suoi familiari, dagli amici, dai collaboratori e da chi ha avuto modo di conoscerlo. Però l’accumulo è sempre un nemico dell’efficacia espressiva. Bastavano il racconto di De Giovanni e alcune testimonianze significative. Un esempio: i Gatti di Vicolo Miracoli (Umberto Smaila, Nini Salerno, Franco Oppini e Jerry Calà) inscenano una descrizione del loro primo incontro con La Smorfia ai tempi di «Non stop» di Enzo Trapani. È una cronaca vivida, divertente, capace di ricostruire lo spirito di quella situazione. Ma che senso ha intervistare Frank Matano? Cosa c’entra con la comicità di Troisi? Sono importanti le testimonianze di Renzo Arbore, di Ferzan Ozpetek, di Vittorio Cecchi Gori (era disposto a interrompere le riprese de «Il postino» pur di salvaguardare la salute di Massimo), di Enzo De Caro (ma Lello Arena?) e di pochi altri. Il resto è ridondanza, cioè quanto di più lontano da quel misto di spaesamento e inadeguatezza che era il segreto della sua comicità.

Quanto ci manca il sorriso di Massimo Troisi. Fabio Ferzetti su La Repubblica il 18 Febbraio 2023.

Laggiù qualcuno mi ama” è l’emozionante omaggio di Mario Martone al grande attore che il 19 febbraio avrebbe compiuto 70 anni. Un viaggio tra memorie, testimonianze e aneddoti

Se Massimo Troisi fosse stato un grande scrittore qualcuno dopo la sua morte prematura avrebbe frugato tra le sue carte e ci avrebbe dato un’edizione critica delle sue opere fitta di inediti e note a piè di pagina. Per fortuna Troisi, che il 19 febbraio avrebbe compiuto 70 anni, non era uno scrittore. Era forse l’ultimo vero grande artista popolare espresso dal nostro cinema. Così, a quasi 30 anni dalla scomparsa (4 giugno 1994), continua ad aggiungere vita alla vita, cioè consapevolezza, buonumore, intelligenza. Con grazia preziosa e tutta sua che un altro grande uomo di spettacolo, Mario Martone, ci restituisce in un documentario personale, anche se fitto di testimonianze (Fofi, Piccolo, Sorrentino, Ficarra e Picone), ed emozionante come pochi: “Laggiù qualcuno mi ama”, dal 23 febbraio in sala.

Martone ha consultato le carte sconosciute di Troisi, disegni, appunti, bigliettini vergati con grafia ora nitida ora incerta, che il futuro autore di “Ricomincio da tre” accumulava fin da ragazzo. Una miniera di scoperte (e talvolta di tuffi al cuore, basti la poesia “La sorte e la morte”) che la sua compagna e sceneggiatrice Anna Pavignano, testimone e complice fondamentale del film di Martone, conservava aspettando qualcuno capace di riportarla in vita. Come fa Martone intrecciando quei foglietti con testimonianze e citazioni dal cinema, dal teatro e dalla tv di Troisi. Che nel confronto con la sua epoca, e col presente, emerge con la limpidezza di una voce che non ci ha mai lasciato ma parla ai giovani di oggi come fosse uno di loro.

Lo dice il gran finale, con quella folla di ragazzi riuniti per “Il Postino” nell’arena del Piccolo America a Monte Ciocci, a Roma. Ma è il senso complessivo di un film che restituisce a Troisi profondità, mistero, spessore politico ed esistenziale, estraendo dalla sua “scandalosa mitezza” una consapevolezza mai esibita ma radicata in tutta la sua poetica. Una poetica modernissima, capace di crescere e affinarsi anche quando recitava per altri, fossero lo Scola di “Splendor” e “Che ora è”, o il Radford del “Postino”, cui lui stesso affidò la regia dopo aver deciso di non andare negli Usa per un trapianto («Non farò “Il postino” col cuore di un altro»). Non molti ricordano che Troisi rinunciò a salire sul palco di Sanremo quando scoprì che avrebbe dovuto consegnare in anticipo il suo testo (non doveva nominare “terremoto, politica e religione”), o che l’esilarante sketch sull’Annunciazione costò al gruppo e alla Rai una denuncia per vilipendio alla religione. Pochi videro nella fragilità e nell’irrequietezza dei suoi personaggi una crisi del maschio con cui ancora facciamo i conti. Nessuno, se non Dario Fo, tra quelli nel documentario, sembrava trattarlo da uguale, i colleghi più anziani lo tenevano un po’ a distanza, come un alieno. Mentre Troisi, con la sua ritrosia, nascondeva il battito prepotente dell’autobiografia, e della malattia che lo minava fin da ragazzo, in quei foglietti privati, o in allusioni che tutti cercavano di non vedere (quanto amore e quanta morte nei suoi film...).

«Eppure un sorriso io l’ho regalato», scrive Troisi, citando la ‘’Antologia di Spoon River” riscritta da Fabrizio De Andrè. Quel sorriso arriva intatto fino a noi.

La mamma di Moana Pozzi: «Quei film? Diceva che non le piacevano: maledetto il giorno che incontrò Schicchi. La storia con Craxi mi faceva arrabbiare». Giovanna Cavalli su Il Corriere della Sera l'11 novembre 2023.

Rosanna Alloisio, la mamma di Moana Pozzi: «Nemmeno io l’ho capita. Il tumore al fegato? Combattè come una leonessa, ma se ne è andata in 7 mesi. Ora al cimitero non c’è, ho ritirato io le ceneri, ma dove sono non lo dirò a nessuno»

«Le ripetevo: “Non spogliarti, non li fare quei brutti film”. Dio sa se ci ho provato a convincerla, non c’è stato santo. “Mammina, non ti arrabbiare, tanto lo so che mi vuoi bene lo stesso. In fondo non piacciono nemmeno a me”. E rideva, aveva denti bellissimi. “Come sei antica. Anche le statue sono nude. Metteresti il reggiseno pure a Paolina Bonaparte”. Litigavamo. Le passava subito. “Quelle parole cattive che ti ho detto, dimenticale, non ne pensavo nemmeno una”. Impossibile non amarla. A volte mi chiamava da Los Angeles solo per chiedermi una ricetta. O per dirmi che mi aveva comprato un paio di scarpe a pois, li adoravo. Non devo perdonarla di niente, quello spetta solo a nostro Signore». Rosanna Alloisio, 82 anni, casalinga piemontese, è la madre di Moana Pozzi, iconica diva del porno, morta all’Hôtel-Dieu di Lione il 15 settembre del 1994, a 33 anni, per un tumore al fegato. «I primi tempi mi illudevo che da un momento all’altro mi avrebbe telefonato. Invece no. Sarà andata in un posto migliore, dove spero sia felice».

Come lo era da piccolina.

«Una bambina tranquilla, curiosa. Amava tutti gli animaletti. Aveva una cornacchia, Penelope, le faceva il bagnetto nel catino. E dei criceti, di cui avevo il terrore. Da grandicella giocava solo con la Barbie. O con il Lego. A scuola era una meraviglia, imparò subito a leggere e scrivere. La sorella Tamiko è diversa, come la notte dal giorno».

Moana significa: «Là dove il mare è profondo».

«Quando ho conosciuto Alfredo avevo vent’anni, fresca di collegio dai Salesiani. Era bello. Mamma disse: “Ti farà piangere”. Ci aveva visto giusto. Sognavamo la Polinesia. Al prete quel nome non piaceva, non voleva battezzarla. Per convincerlo ho aggiunto Anna e Rosa, come le nonne».

Capricciosa?

«Mai. Buona, giudiziosa, dove la mettevi stava. Soffrivo di mal di gola. Moana metteva un dado nel pentolino con l’acqua. “Tranquilla, mammina, ti preparo il brodo”».

Dalle suore Orsoline.

«Alle elementari, le piaceva. A Ovada, qui vicino, c’era la scuola di musica Rebora, Moana studiava chitarra classica, suonava sempre Les jeux interdits. Era brava, cantava bene. Amava il tennis, prese il brevetto da sub sul mar Rosso con i militari americani. Faceva immersioni al lago di Bracciano, nell’acqua scura, non aveva paura di niente».

Adolescente complicata?

«No, anche se a 16 anni aveva già il corpo da donna, alta un metro e 78, prosperosa, non metteva minigonne o scollature, però attirava i ragazzi. “Oddio”, mi preoccupavo. Ero sola, mio marito, ricercatore nucleare, non c’era mai. Quando andava in balera stavo sveglia finché non rientrava, ma droghe non ne ha mai prese, non fumava e nemmeno beveva».

A 18 andò a vivere a Roma.

«Per studiare recitazione. Noi eravamo di stanza a Bracciano. C’era un alberghetto lì vicino. Vennero a girarci una commedia con Edwige Fenech. Moana passò, la notarono. “Bella come sei, potresti fare del cinema”. Ero contraria. “Prima finisci di studiare”. Cominciò a posare come modella per i pittori. Qualche particina, la tv. Noi sempre in trasferta, ci si vedeva poco o niente. Non so come o dove, un giorno purtroppo incontrò quello Schicchi. Ed entrò in quel mondo orribile. “Perché lo fai? Non ti rendi conto, finirai nel baratro”. Glielo spiegai in tutte le lingue. Però anche la migliore delle madri alla fine si stanca. “Non ti preoccupare, mamma, poi smetto”».

Invece continuò.

«Quando si ficcava in testa qualcosa andava fino in fondo. In paese, non le dico, c’era da vergognarsi a uscire. Nessuno ci mancava di rispetto però, specie per mio padre, era una pena. “Siamo una famiglia per bene, abbiamo sempre camminato a testa alta”. Moana restava zitta».

Felice?

«Non lo so. Con i primi soldi comprò un piccolo appartamento dietro San Pietro, con un terrazzo pieno di fiori. E un attico sulla Cassia, pareva la casa di una principessa. Andavamo a pregare sulla tomba di Papa Roncalli, il suo preferito. Era molto religiosa. Ho ritrovato la sua patente, nella foderina teneva una foto di Giovanni XXIII, una di Pallino, il suo cagnolino bianco, l’immaginetta di Santa Rita da Cascia. In camera da letto due quadri della Via Crucis, Il Cristo deriso e Ecce homo. “Come puoi fare quelle porcherie, allora?”, insistevo. “Sono diversa da come pensi tu. Ma resto sempre la tua Moana”».

L’ha mai guardato un suo film a luci rosse?

«No, per l’amor del cielo, non potrei sopportarlo, mi sentirei malissimo».

Con Bettino Craxi.

«Non erano solo amici. Lui non mi piaceva. “Come fai a stare con quel vecchiaccio?”. “È intelligente, gentile, si prende cura di me”. “Ti credo”, pensavo. Cercava la figura paterna che non ha avuto. Per mio marito io e le figlie eravamo soltanto una scocciatura, questa è la verità. Una volta Moana tornò a casa con una maglietta da uomo, enorme. “Me l’ha lasciata Bettino”. “Oddio, sembra quella di un ippopotamo”. “Dai, mamma, cosa importa?”. Lui diventò geloso, lei frequentava altri. Si sono lasciati».

Da ragazza ha avuto un figlio, Simone, che per anni fu creduto suo fratello.

«Non era suo figlio. Non ne ha mai voluti. “Si vergognerebbero di me”. Non è nemmeno mio, ma è come se lo fosse, sopravvivo per lui».

Eppure fu Simone a raccontarlo in un libro.

«Consigliato da una cattiva fidanzata che lo convinse a cercare pubblicità. Ma è un ragazzo d’oro, se n’è pentito».

A un certo punto Moana sposò Antonio Di Ciesco.

«Sedicente marito. Matrimonio a Las Vegas, con una pergamena a fiorellini. Un nullafacente, le faceva da autista. Si strafogava di ostriche con i soldi di mia figlia. Ha aspettato che morisse per registrarlo, lei lo avrebbe ucciso. Sul certificato di morte c’era scritto “nubile”».

La malattia.

«Era quasi Pasqua. Moana tornò a casa. Mi chiedeva sempre di prepararle i ravioli di carne e la cima alla genovese in brodo. “Mettici tanta maggiorana”. Quella volta però non toccò cibo. “Sono due mesi che ho sempre la nausea, se mangio vomito, mi sale la febbre. Sono stata in Africa, forse ho preso un virus”. Aveva gli occhi un po’ gialli. I dottori dicevano che era un’epatite mal curata. La convinsi a fare qualche accertamento a Lione con un medico nostro amico. Le hanno trovato il tumore al fegato. Però era fiduciosa. “Vedrai, mi curo e guarisco”. Voleva vivere. In sette mesi se n’è andata».

Gli ultimi giorni con lei.

«Quanto ha sofferto, ma era una leonessa. Aveva ripreso peso. Nel letto d’ospedale, mi mostrò le gambe. “Sono tornate com’erano”. Due giorni prima di morire mi chiese di toglierle lo smalto alle mani, per metterne uno trasparente. “Ai piedi lasciami quello fucsia”. Con l’aiuto di un’infermiera si lavò i capelli, con tubi e flebo attaccati. Parlavamo, ridevamo, ero convinta che si riprendesse. “Appena esco ci trasferiamo in campagna e apro una libreria”. Quando è morta era serena, ancora bella, le ciglia lunghissime. “Non metto nemmeno il mascara”. Sembrava che dormisse».

Voleva essere cremata.

«Al cimitero non c’è, ho ritirato io le ceneri, ma dove sono non lo dirò a nessuno».

Chi era davvero Moana?

«Una ragazza fuori dal comune, un enigma. Faceva del bene pure ai sassi. Leggeva tanto, amava i classici, poi non so cosa è successo. Ancora oggi mi chiedo dove ho sbagliato, me ne faccio una colpa. Il parroco dice che non devo, che è così che era scritto in cielo. L’ho sognata soltanto una volta. Vestita di bianco, con una borsetta d’argento, scalza. “Sei senza scarpe”. “Dove sto andando non servono, è un bel posto, si sta bene”. E mi ha sorriso».

Estratto dell’articolo di Federico Pontiggia per “ sabato 23 settembre 2023.

Euridice Axen, dopo averla interpretata a teatro ritrova la celebre pornostar in Essere Moana, la docuserie prodotta da Verve Media Company e disponibile su Discovery+: è recidiva. 

Moana Pozzi è per me un sogno, sfugge alla ragione, ti ci attacchi. Ancor prima di portarla sul palcoscenico in Settimo senso, avevo espresso il desiderio che venisse rappresentata, non necessariamente da me: dopo un mese e mezzo, mi è arrivata la proposta del regista Ruggero Cappuccio, un testo colto, finissimo. 

In Settimo senso denuncia la vera pornografia: quale sarebbe?

Quella non dichiarata, subdola, che alberga nella politica, alligna nelle nostre stesse bassezze e menzogne: tutto quel che è volgare, forzato, coatto, e sopra tutto subliminale, questa è la vera pornografia. Nello spettacolo, la mia Moana rivendica: “Io sono il porno per il porno, il nulla per il nulla, il gioco per il gioco”. […]

Lei che la conosce bene, c’è in Essere Moana, che annovera le testimonianze del marito Antonio Di Ciesco, Eva Henger, Rocco Siffredi, qualcosa che l’abbia sorpresa?

Che potesse far parte dei Servizi segreti. Plausibile, frequentando i politici, avendo contatti. 

Ma quando avrebbe iniziato?

Se fosse da molto prima che diventasse Moana, sarebbe la nostra Mata Hari, andrebbe oltre qualunque immaginario. Moana era sposata, il fratello era in realtà il figlio: poteva essere totalmente una copertura. Sfruttando le aderenze politiche, alla voce Bettino Craxi, lavorò con Fabio Fazio a Rai2 e venne ospitata da Pippo Baudo: una pornostar sulla tv generalista. […]

In Loro di Paolo Sorrentino chiede al ministro per cui si toglie le mutandine: “Lo senti l’odore della mia figa?”. Nessuna remora, nessun timore?

Se stai interpretando un personaggio, interpreti quello: c’era un grande regista, e una storia da raccontare, e da raccontare in quel modo. Ma la domanda che mi ha posto a un uomo di solito non la si fa: perché quello femminile dev’essere un atto di coraggio? Questa mentalità andrebbe scardinata. Io non ho tabù. All’opposto, so essere bacchettona quando una scena, di nudo o meno, è gratuita, senza senso: è lì che si innesca il voyeurismo. […]

Estratto da ilsussidiario.net venerdì 1 settembre 2023.

Nata a Genova il 27 aprile 1961, Moana  Pozzi era figlia di un fisico nucleare e di una casalinga, ma a 18 anni lasciò la famiglia per trasferirsi a Roma dove iniziò la sua vita e poi la sua carriera fino a diventare la regina del porno. In mezzo tanti amori e amorazzi ma, soprattutto uno che fece molto discutere, la sua liaison con Craxi e ne La filosofia di Moana raccontava: “Cominciò a farmi un sacco di complimenti (…) Ero gratificata (…) Due giorni dopo mi telefonò… Uscimmo soli. Cenammo in albergo e finimmo in camera. Lo feci per il carisma, non per altro. Allora non era nemmeno presidente. A lui piacevano più i preliminari che la cosa in sé. Era in adorazione per le donne, ti copriva di attenzioni, si preoccupava”.

Tratto da La Filosofia di Moana - Bettino Craxi, identificato come “Il segretario di un partito di sinistra”. 

“Un pomeriggio di dicembre del 1981, Antonella, una mia amica intrallazzona, mi telefonò tutta eccitata e mi disse: “Questa sera sono riuscita ad organizzare una cena con un politico importante, mettiti il vestito più provocante che hai… voglio che tu lo conosca perché se vuoi fare l’attrice ti può essere molto utile. Adora le ragazze vistose” – racconta Moana a proposito del rapporto con un politico italiano che sarà identificato come Bettino Craxi, anche sulle pagine di Repubblica. 

Quella sera al ristorante mi sentivo nervosa e fuori luogo, a tavola io e Antonella eravamo le uniche donne in mezzo a dieci uomini che parlavano sempre di politica. Lui, il segretario di un partito di sinistra, continuava a guardarmi pieno di interesse e dopo cena mi invitò a bere qualcosa nell’albergo in cui viveva. Non facemmo l’amore come avrei voluto, ma si masturbò accarezzandomi. Poi mi disse che aveva troppi pensieri per riuscire a concentrarsi (come quasi sempre successe in seguito).

A quell’incontro ne seguirono molti altri. Ci vedevamo nel suo albergo, in qualche ristorante di moda o a casa di una sua amica editrice. Qualche volta dormivo con lui. La mattina mandava il suo segretario personale a comprarmi dei vestiti e scarpe perché io avevo solo l’abito da sera del giorno prima e non potevo uscire dall’albergo tutta luccicante! 

Il politico era un uomo spiritoso e con lui mi divertivo. Una mattina ricevette nel suo studio un cardinale mentre io ero nella stanza accanto. I miei vestiti erano sparsi dappertutto e ridevo all’idea che il cardinale si sarebbe potuto accorgere di qualcosa. Quando lui mi chiamava al telefono presso il residence dove vivevo si presentava dicendomi: “Sono un ammiratore dell’hotel…” Credo che mi volesse bene e cercò di aiutarmi nel mio lavoro.

Mi fece fare un servizio fotografico per Playmen, poi mi presentò al direttore di Raidue che mi inserì come conduttrice, insieme a Bobby Solo, in un programma per ragazzi, Tip Tap Club. 

A lui non piaceva che io desiderassi fare cinema, mi diceva che era un ambiente poco serio e che avrei dovuto puntare tutto sulla televisione. Mi chiedeva spesso come facessi a mantenermi a Roma. A me seccava dirgli che avevo degli amanti generosi e gli rispondevo che i miei genitori mi mandavano un mensile. Quando otto mesi dopo, per colpa del mio carattere bizzarro smettemmo di frequentarci, mi dispiacque. Infatti se all’inizio avevo pensato di trarre solo vantaggi dalla sua amicizia, poi mi ero affezionata alla sua gentilezza e alle sue attenzioni. Voto, 7 e mezzo”.

L’amica editrice del politico alla quale si riferisce Moana è quasi sicuramente Adelina Tattilo, editrice di Playmen – non a caso infatti Craxi riuscì a farle ottenere un photoshoot sulla rivista. Tattilo fu amica di Craxi ed oltre ad essere la fondatrice di Playmen, fu una figura chiave nell’editoria italiana del suo tempo. Negli anni ’90 fondò anche la rivista gay Adam.

Valerio Cappelli per il “Corriere della Sera” lunedì 14 agosto 2023 

Euridice Axen ha in comune con una donna divenuta icona, Moana Pozzi, una dote preziosa: la libertà. […] Dal 9 settembre su Discovery+ nella docu-serie Essere Moana , e a teatro nella prossima stagione, a 30 anni dalla morte della pornostar, torna con Settimo senso di Ruggero Cappuccio: «È un dialogo immaginario sulla vera pornografia (la politica, l’individualismo sfrenato…) tra una giornalista e una donna, Moana, che però non si dice mai in modo dichiarato che è lei».

Sarebbe stato difficile vederla invecchiare… «Con la morte prematura, e misteriosa, è entrata nella leggenda, come Marilyn a cui mi sono ispirata. Moana è la nostra Monroe per quel senso di inafferrabilità, quella risata piccola che sfuggiva, come se nascondesse qualcosa, ma era meno fragile. Sorrideva anche su domande serie, c’era questo stacco netto tra il suo mestiere e la sua essenza. Aveva il sorriso enigmatico della Gioconda. Si è parlato tanto se sia ancora in vita da qualche parte, io la vedo molto dura, ne parlo nella docu-serie dove si adombra che forse avesse deciso di sottrarsi una volta malata, forse morì qualche mese dopo. Mi auguro sia in vita ma la vedo dura».

Cosa avrebbe detto Moana del suo spettacolo?

«Non le sarebbe piaciuto, così mi disse la sua assistente quando venne alla prima. Avrebbe odiato essere rappresentata. Andai in scena con quel peso».

Provò a fare cinema «normale».

«Ma non le diedero mai parti drammatiche. Diceva, preferisco spogliarmi (spingendosi oltre) e diventare una star, piuttosto che spogliarmi per Pierino e fargli da spalla come semplice apparizione».

Lei ha girato una scena audace per «Loro» di Sorrentino.

«Mi richiamò dopo The Young Pope . In Loro sono la donna dell’imprenditore pugliese che procurava ragazze a Berlusconi. E in piscina mi depilavo l’inguine. I miei amici rimasero increduli. Quando reciti il pudore non esiste. Mai avuto grandi problemi col nudo, non ho bisogno della grande firma per spogliarmi, se ha un senso e aggiunge al racconto. Sono altre le cose che mi imbarazzano, ho la sindrome della tavolata, quando al ristorante scatta una confidenza eccessiva col vicino di sedia».

[…]

Estratto dell’articolo di Andrea Palazzo per “il Messaggero” il 17 gennaio 2022.

«Ero più morta da viva e sono più viva da morta». A sussurrare queste parole in un vestito di tulle rosso è Moana Pozzi, che rivive a teatro nella pièce di Ruggero Cappuccio, Il settimo senso (dal 19 al Teatro Parioli di Roma, regia di Nadia Baldi).

 A trent' anni dalla scomparsa (a 33 anni, a Lione, il 15 settembre 1994), la diva del porno è di nuovo fra noi per parlare di sesso, potere e volgarità, giocando con i nostri pregiudizi come fosse uno sberleffo. Nei panni della protagonista Euridice Axen, 42, che racconta così il progetto: […]

 Per alcuni picconava la morale borghese, per le femministe - al contrario - la pornografia degrada le donne. Lei cosa ne pensa?

«Io sono per la libertà di espressione del proprio corpo, non ho tabù sessuali e se in passato la pornografia