Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

ANNO 2023

LA MAFIOSITA’

SESTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ascesa di Matteo Messina Denaro.

L’Arresto di Matteo Messina Denaro.

La Morte di Matteo Messina Denaro.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lotta alla mafia: lotta comunista.

L’inganno.

Le Commissioni antimafia e gli Antimafiosi.

I gialli di Mafia: Gelsomina Verde.

I gialli di Mafia: Matteo Toffanin.

I gialli di Mafia: Attilio Manca.

Gli Affari delle Mafie.

La Mafia Siciliana.

La Mafia Pugliese.

La Mafia Calabrese.

La Mafia Campana.

La Mafia Romana.

La Mafia Sarda.

La mafia Abruzzese.

La Mafia Emilana-Romagnola.

La Mafia Veneta.

La Mafia Lombarda.

La Mafia Piemontese.

La Mafia Trentina.

La Mafia Cinese.

La Mafia Indiana.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

La Mafia Canadese.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Stragi di mafia del 1993.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: l’Arresto di Riina.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa-bis: “’Ndrangheta stragista”. 

Gli Infiltrati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Piersanti Mattarella.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Pio La Torre.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Strage di Alcamo.


 

QUARTA PARTE


 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso esterno: reato politico fuori legge.

La Gogna Territoriale.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ipocrisia e la Speculazione.

Il Caporalato dei Giudici Onorari.

Il Caporalato dei fonici, stenotipisti e trascrittori.

Il Caporalato della Vigilanza privata e Servizi fiduciari - addetti alle portinerie.

Il Caporalato dei Fotovoltaici.

Il Caporalato dei Cantieri Navali.

Il Caporalato in Agricoltura.

Il Caporalato nella filiera della carne.

Il Caporalato della Cultura.

Il Caporalato delle consegne.

Il Caporalato degli assistenti di terra negli aeroporti.

Il Caporalato dei buonisti.


 

QUINTA PARTE


 

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Usura.

Dov’è il trucco.

I Gestori della crisi d’impresa.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Caste.

Pentiti. I Collaboratori di Giustizia.

Il Business delle Misure di Prevenzione.

I Comuni sciolti ed i Commissari antimafia.

Le Associazioni.

Il Business del Proibizionismo.

I Burocrati.

I lobbisti.

Le fondazioni bancarie.

I Sindacati.

La Lobby Nera.

I Tassisti.

I Balneari.

I Farmacisti.

Gli Avvocati.

I Notai.


 

SESTA PARTE


 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2: Loggia Propaganda 2.

La Loggia Ungheria.

Le Logge Occulte.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Ladri di Case.
 

LA MAFIOSITA’

SESTA PARTE


 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Dagospia martedì 5 settembre 2023. Riceviamo e pubblichiamo:

Ancora una volta il professore Nando dalla Chiesa, professore ordinario di sociologia della criminalità organizzata (ma che materia è?!) inciampa in cose di 40 anni fa. L’ultima versione data sulla morte del suo grande padre parla del generale lasciato solo per salvare gli equilibri nazionali della DC di Andreotti. 

Sino a qualche mese fa il professore diceva che Andreotti non aveva dato a suo padre poteri speciali richiesti lasciandolo così solo alla mercé della mafia.

Qualcuno poi gli avrà fatto notare che nel settembre del 1982 Andreotti era da tempo fuori dal governo e quindi, contrordine compagni, la versione deve essere un’altra, possibilmente più eterea ed impalpabile.  Di qui gli equilibri nazionali della DC. 

Cosa sarebbero questi equilibri nazionali nessuno lo sa, salvo la permanente dialettica tra le correnti della DC.

A me non fa piacere ricordare confidenze di chi non c’è più ma dinanzi a sciocchezze ripetute l’obbligo di riservatezza scompare e resta quello nei riguardi della verità. 

Nel lontano 1991 in occasione del mio compleanno, che cade il 3 settembre, Andreotti facendomi gli auguri mi ricordò che in quel giorno non solo iniziò nel 1939 la seconda guerra mondiale, ma nel 1982 fu ucciso dalla mafia il generale dalla Chiesa.

Ebbe parole di grande stima per il generale il quale fu sostenuto proprio da Andreotti nella sua battaglia contro il terrorismo e mi confidò che quando lo andava a trovare la sua più grande preoccupazione erano i difficili rapporti con il figlio perché era comunista! 

Quella sinistra che da sempre parlava dei rapporti di Lima e di Andreotti con la mafia

era la stessa sinistra che accusava Falcone e Borsellino fino ad impedire al primo, con l’aiuto della sinistra giudiziaria organizzata da Violante, di guidare la nuova direzione nazionale antimafia contro la istituzione della quale aveva votato contro.

Era sempre quella sinistra che voleva che i boss del maxi processo uscissero per decorrenza dei termini e quindi nel1989 votarono contro il decreto Andreotti-Vassalli che raddoppiava la custodia cautelare per gli imputati di mafia. 

Le balle riprese anche da grandi ed autorevoli giornali non sono più tollerabili. Forse sarebbe il caso che la materia insegnata dal professore dalla Chiesa venga modificata in “legislazione antimafia e forze politiche”. Una materia ricca di spunti e di nuove verità.

Paolo Cirino Pomicino

Sospetti e ombre sul caso Moro, i dossier e i misteri di un covo. DAL LIBRO "UOMINI SOLI" DI ATTILIO BOLZONI su Il Domani l'11 settembre 2022

I magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone ordinano una perquisizione a Castiglion Fibocchi, a Villa Wanda, nella residenza di Licio Gelli. Trovano gli elenchi della loggia P2. Nella lista il nome di Carlo Alberto dalla Chiesa non c’è. C’è invece la sua domanda d’iscrizione che è rimasta lì, in «sospeso»...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è incentrata sul generale Carlo Alberto dalla Chiesa ucciso quarant’anni fa il 3 settembre del 1982.

È soprattutto un’operazione speciale nei covi brigatisti a segnare la storia degli anni del terrorismo e forse la stessa sorte di Carlo Alberto dalla Chiesa. È la scoperta di un nascondiglio, quello di via Monte Nevoso, a Milano.

Aldo Moro è stato ucciso da sei mesi quando un capitano dell’Antiterrorismo viene a sapere che il brigatista Lauro Azzolini è rifugiato lì, in via Monte Nevoso. Il 1° ottobre del 1978 i carabinieri lo fermano, nel covo c’è anche la nuova compagna di Curcio, Nadia Mantovani. Nell’appartamento trovano le lettere di Aldo Moro scritte durante la prigionia brigatista.

È il «memoriale» del presidente della Dc rapito dalle Br. Il generale consegna le carte al capo del governo, Giulio Andreotti, dal quale dipende direttamente per decreto. Tutte? Le consegna tutte?

È questo il sospetto che comincia a circolare in Italia: dalla Chiesa ha tenuto per sé alcune lettere, come arma di ricatto contro Andreotti e altri uomini politici italiani.

Allusioni che si rincorrono per anni, che raccontano di un dalla Chiesa intento a trafficare con i dossier, custodire segreti per uso estorsivo, a minacciare il tempio del potere italiano con le carte di Moro.

Qualcuno – il giornalista Mino Pecorelli – dice anche che i «memoriali» sono più di uno e che la vita del generale è in pericolo. Ma è Pecorelli che nel marzo 1979 muore ammazzato.

Che cosa è realmente avvenuto in via Monte Nevoso? Chi spande veleni intorno al cadavere di Aldo Moro?

Carlo Alberto dalla Chiesa, probabilmente, è a conoscenza di retroscena indicibili sul «caso Moro». I misteri del covo di via Monte Nevoso serviranno a qualcuno come movente o come alibi per liberarsi in futuro del generale.

Nel 1980 è a Milano, comandante della Divisione Pastrengo.

Gli «anni di piombo» stanno per finire. I brigatisti sono isolati nel Paese, la repressione è durissima, il generale ha quasi concluso il suo compito.

È sempre a Milano quando, all’inizio dell’anno successivo, i magistrati Gherardo Colombo e Giuliano Turone ordinano una perquisizione a Castiglion Fibocchi, a Villa Wanda, nella residenza di Licio Gelli.

Trovano gli elenchi della loggia P2.

Nella lista il nome di Carlo Alberto dalla Chiesa non c’è. C’è invece la sua domanda d’iscrizione che è rimasta lì, in «sospeso».

Dopo aver ceduto agli inviti di Franco Picchiotti, il suo ex vicecomandante, dalla Chiesa qualche mese dopo ha chiesto di non voler più entrare nella loggia. Ma la notizia del suo coinvolgimento nella P2 filtra subito, anche se non è nell’elenco, confuso con tutti gli altri.

Il generale è disperato. Lui in mezzo a quella teppa. Golpisti. Ladri di Stato. Amici dei mafiosi. È fuori di sé, si vergogna.

Convocato come testimone dai giudici milanesi racconta dell’incontro con Picchiotti del 1976, della sua curiosità verso quella loggia fin dai primi anni dell’Antiterrorismo – quando ha incrociato alcuni «neri» in contatto con la P2 –, del suo pentimento per essersi piegato alle pressioni dell’ex vicecomandante. Tutti i documenti sulla P2 vengono pubblicati il 7 maggio 1981.

Lo scandalo è enorme. Ricominciano gli attacchi contro dalla Chiesa anche se lui nella lista non compare.

I più duri arrivano ancora una volta dall’interno dell’Arma.

È il Comandante Generale, Umberto Cappuzzo, uno di quelli che non l’ha mai sopportato, a invitarlo «a farsi da parte».

Il governo fa quadrato intorno al generale. Alcuni uomini politici lo stimano, uno di loro è Bettino Craxi. Ma i suoi superiori si accaniscono, cercano di convincere il ministro della Difesa Lelio Lagorio e quello dell’Interno Virginio Rognoni. Vogliono cacciarlo dall’Arma. Non ci riescono. Alla fine del 1981 ne diventa vicecomandante. Come suo padre Romano nel 1955

DAL LIBRO "UOMINI SOLI" DI ATTILIO BOLZONI 

Tina Anselmi e la Commissione d’inchiesta sulla P2. ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA su Il Domani il 05 settembre 2023

Lo scandalo fa tremare l'Italia. Una lista di 962 nomi, vertici delle forze armate e alti magistrati, grandi editori e ministri della Repubblica, attori e imprenditori, giornalisti famosi, la crema della finanza e della burocrazia, questori, prefetti, generali dei carabinieri e ammiragli. Tutti iscritti a una loggia segreta che aveva in mano lo stato italiano

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Lo scandalo fa tremare l'Italia. Una lista di 962 nomi, vertici delle forze armate e alti magistrati, grandi editori e ministri della Repubblica, attori e imprenditori, giornalisti famosi, la crema della finanza e della burocrazia, questori, prefetti, generali dei carabinieri e ammiragli. Tutti iscritti a una loggia segreta che aveva in mano lo Stato italiano.

È il 17 marzo del 1981 quando i magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo ordinano ai finanzieri di perquisire Villa Wanda a Castiglion Fibocchi, in provincia di Arezzo, la residenza del venerabile maestro della loggia P2 Licio Gelli. E' un elenco incompleto di una ”fratellanza” segretissima che operava nel mistero con il suo capo, Gelli, interlocutore abituale delle più alte cariche delle istitituzioni, compresi i presidenti della Repubblica.

La scoperta della P2 avviene dopo anni di indagini dei magistrati milanesi intorno alle acrobazie finanziarie di Michele Sindona, banchiere siciliano legato a Giulio Andreotti (che difronte a critiche e sospetti sempre più forti lo definisce “il salvatore della lira”) e - come si accerterà in seguito - ai boss dell'aristocrazia di Cosa Nostra.

La lista ritrovata a Villa Wanda non contiene tutti gli uomini iscritti al sodalizio ma ce n'è abbastanza per provocare un terremoto politico.

Così alla fine del 1981 viene creata la commissione parlamentare d'inchiesta sulla “P2” presieduta dall’onorevole Tina Anselmi, un'ex partigiana. È un lavoro estremamente difficile, all'interno della commissione non mancheranno scontri e paure. Qualche anno dopo, nel 1984, verranno trasmesse al Parlamento le relazioni finali, una di maggioranza e una di minoranza.

Da oggi sul Blog pubblichiamo ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione Anselmi.

ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA

Le difficili indagini sulla loggia e le oscure manovre del potere. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 05 settembre 2023

La Commissione ha operato uno sforzo nel tentare di capire e di interpretare non solo ciò che veniva sottoposto alla sua attenzione, ma altresì ciò che ad essa veniva celato, quanto le carte e le testimonianze dicevano in termini espliciti e quanto esse rivelavano, e spesso era il più, implicitamente, attraverso i silenzi e le omissioni

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

La valutazione e l'esatta comprensione delle conclusioni che la Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 consegna al Parlamento al termine dei suoi lavori, richiedono ali cune preventive precisazioni intorno al metodo ed ai criteri secondo i quali la presente relazione è stata redatta.

Il problema fondamentale con il quale la Commissione nel corso dei suoi lavori ed il relatore nella stesura del documento finale si sono dovuti confrontare è stato quello della vastità della materia oggetto di indagine, che non solo interessa i più svariati campi della vita nazionale, intrecciandosi altresì con argomenti oggetto di altre inchieste parlamentari, ma si estende inoltre lungo l'arco di un periodo di tempo più che decennale.

Sta a testimonianza di questa peculiare natura del fenomeno analizzato l'ampiezza dei lavori della Commissione, protrattisi per oltre trenta mesi, secondo un impegno che pochi dati statistici bastano ad evidenziare in modo eloquente.

La Commissione ha effettuato un totale di 147 sedute, nel corso delle quali sono state ascoltate testimonianze, per un totale di 198 persone che hanno, a vario titolo, collaborato ai lavori di inchiesta in sede di audizione. Valendosi dei poteri concessi dalla legge istitutiva, la Commissione ha ordinato l'effettuazione di 14 operazioni di polizia giudiziaria, tra le quali particolare rilievo hanno assunto quella diretta ad accertare la situazione reale dell'assetto proprietario relativo al Corriere della Sera, nonché quelle effettuate presso le comunioni massoniche maggiormente accreditate al fine di verificare in termini ultimativi sia la consistenza della Loggia massonica P2 sia la natura dei vari legami con l'ambiente massonico.

Nel corso dei suoi lavori la Commissione ha infine accumulato una mole di documenti, valutabile nell'ordine di alcune centinaia di migliaia di pagine, che risulta in parte formata direttamente da attività della Commissione, in parte acquisita da fonti esterne, ovvero, oltre che da privati, da autorità giudiziarie ed amministrative di ogni ordine e grado, che hanno prestato la loro collaborazione sia autonomamente che su impulso della Commissione.

I dati esposti offrono da soli, nella loro sintetica enunciazione, un quadro significativo dell'importanza del fenomeno e della sua ramificazione. Si vuole qui ricordare infine che la materia oggetto di indagine, o suoi aspetti particolari, è altresì oggetto di numerose inchieste giudiziarie attualmente in corso, nelle quali sono rinvenibili presenze non marginali di uomini ed ambienti che nella Loggia P2 trovavano espressione.

Le considerazioni esposte rendono palese che il primo problema che la Commissione ha dovuto affrontare in sede di conclusione dei propri lavori è stato quello di delimitare l'ambito del proprio documento conclusivo, al fine di consentire al Parlamento ed ai cittadini uno strumento atto a comprendere e valutare il fenomeno nella sua portata reale, nella convinzione che dilatare indiscriminatamente il discorso oltre un certo limite equivarrebbe, in ultima sostanza, a perdere il significato reale dell'evento.

Quando si ponga mente alla varietà e qualità delle persone affiliate alla loggia, alla estensione dei campi di attività che esse rappresentavano, alla durata nel tempo della sua accertata operatività, appare evidente che una scelta metodologica che avesse privilegiato il criterio di inseguire il fenomeno nelle sue molteplici ramificazioni non avrebbe avuto altro esito che quello di riprodurre descrittivamente, nel migliore dei casi, una determinata situazione, senza peraltro pervenire ad una comprensione politicamente apprezzabile della sua genesi, della sua sostanza e delle finalità ad essa prefissate.

La Commissione, facendosi carico del grave compito assegnatole dal Parlamento e della vigile attenzione con la quale l'opinione pubblica ha seguito questa vicenda, ha ritenuto che una simile scelta si sarebbe risolta in un sostanziale fin de non-recevoir politico, eludendo la vera sostanza del problema, che è, ed altro non potrebbe essere, quella di identificare la specificità dell'operazione piduista. Si tratta in altri termini di verificare se sia possibile individuare, indagando quella che il Commissario Battaglia ha definito la natura polimorfa di tale organizzazione, un filo conduttore che attraverso la molteplicità degli aspetti e degli eventi riconduca ad una interpretazione unitaria il fenomeno.

In tale prospettiva il, relatore ha proceduto, ponendosi di fronte al corpus testimoniale e documentale a disposizione con l'intento di operare una selezione tra i fatti e i documenti che si presentavano contrassegnati da maggiore interesse e per i quali era possibile stabilire un apprezzabile collegamento avente significato interpretativo.

La enucleazione di questi momenti di analisi di maggior pregio si è posta come intervento pregiudiziale ed indispensabile alla necessaria opera di interpretazione dei dati, nella quale si è proceduto alla verifica di una possibile ricostruzione generale del fenomeno, dando rilievo preminente, in tale operazione, alla verosimiglianza interpretativa dei risultati raggiunti, considerati soddisfacenti quando confortati dalla logica della conclusione proposta ovvero dalla sua congruità a fornire una spiegazione coerente alla massa indistinta di dati sottoposti alla nostra attenzione.

In questo contesto, la Commissione ha operato uno sforzo nel tentare di capire e di interpretare non solo ciò che veniva sottoposto alla sua attenzione, ma altresì ciò che ad essa veniva celato, quanto le carte e le testimonianze dicevano in termini espliciti e quanto esse rivelavano, e spesso era il più, implicitamente, attraverso i silenzi e le omissioni.

Le conclusioni alle quali si è pervenuti sono pertanto ritenute attendibili e come tali meritevoli di essere portate all'esame del Parlamento, poiché ricevono supporto, oltre che dalla documentazione in nostro possesso, dalla constatazione che gli elementi relativi trovano coerente sistemazione e logica spiegazione.

Una siffatta operazione ha comportato l'emarginazione di alcune situazioni istruttorie, che pure avevano nel corso dei lavori della Commissione trovato adeguata attenzione, ma alle quali in sede conclusiva si è dato più circoscritto rilievo o perché nulla aggiungevano di significativo ai risultati ai quali si è pervenuti o perché l'approfondimento analitico relativo non ha raggiunto ancora livelli che si possano giudicare sufficientemente stabiliti.

Tale ad esempio la ricostruzione della vicenda del presidente dell'Ambrosiano, Roberto Calvi, oggetto di inchieste giudiziarie ancora in corso, che peraltro, ai fini della presente relazione, può dirsi sufficientemente conosciuta ed inquadrata nell'ambito del sistema di relazioni che si incardinavano nella Loggia P2 e ruotavano intorno al suo Venerabile Maestro, Licio Gelli.

Si intende pertanto che la scelta operata dalla Commissione è stata, piuttosto che di circoscrivere l'ambito del proprio operato in sede conclusiva, quella di qualificarlo funzionalmente, nell'intima convinzione che quanto il Parlamento ed il Paese da essa si attendono è una risposta chiara e precisa di fronte ad un fenomeno che nella sua stessa costruzione avvia ad una rete complessa di falsi obiettivi e di illusorie certezze, giocando sull'ambiguità ed elevando a sistema di potere le allusioni e le mezze verità e quindi l'intimidazione ed il ricatto che su di esse si possono innestare.

È proprio la natura polimorfa di tale organizzazione che ne spiega quella che il Commissario Battaglia ha definito la sua pervasività, e chiarisce come primario obiettivo sia quello di fornire una risposta politica precisa che individui la specificità del fenomeno; perché, come ha rilevato il Commissario Petruccioli, questa distinzione costituisce il presupposto politico imprescindibile per l'estirpazione definitiva del fenomeno.

La presente relazione rappresenta pertanto uno sforzo di sintesi e di interpretazione diretto alla individuazione, attraverso la poliedrica realtà del fenomeno e la sua voluta ambiguità, della connotazione specifica e della peculiarità propria che hanno contraddistinto la costruzione della Loggia P2 e la sua operatività.

È convincimento del relatore che finalizzare il proprio lavoro nel senso esposto abbia costituito il modo più adeguato per ottemperare al dettato della legge istitutiva, la quale, nel momento di istituire la Commissione, ha fissato l'obbligo di presentare una relazione al Parlamento sulle risultanze delle indagini.

La Commissione ha tratto da questa previsione normativa la precisa indicazione dell'ambito della sua competenza e del suo ruolo nel quadro prefissato dei poteri costituzionali, entro i quali essa si colloca come un momento, sia pure di incisivo rilievo, proceduralmente coordinato alla competenza ultima del Parlamento cui spetta di esaminare e deliberare, nella sua plenaria responsabilità, in ordine ad ogni aspetto che attenga alla vita della Nazione.

A questo fine la relazione della Commissione mira ad inserirsi in tale articolato procedimento; e, lungi dal pretendere di esaurire in modo definitivo l'esame e la valutazione di un fenomeno che ha interessato gli aspetti più qualificati della società civile, si pone l'obiettivo di consentire che il dibattito su questi problemi e sul complesso delle implicazioni e delle responsabilità ad essi inerenti sia argomentato e documentato nel modo più serio e costruttivo.

In questa prospettiva ed entro i limiti indicati, è convincimento di questa Commissione parlamentare di inchiesta che, pur nella naturale perfettibilità delle cose umane, i risultati del proprio lavoro, che vengono rassegnati nella presente relazione, potranno adempiere la funzione che è loro propria di costituire la base ragionata per un sereno ma fermo dibattito nel Parlamento e tra i cittadini, a conferma — e del resto ne è testimonianza l'esistenza stessa di questa Commissione — dell'intatta forza della democrazia italiana.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Il “venerabile maestro” e la massoneria di Palazzo Giustiniani. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 06 settembre 2023

L'organizzazione ispirata e guidata da Licio Gelli, denominata Loggia Propaganda Due, nasce e si sviluppa nell'ambito della maggiore comunione massonica esistente in Italia: il Grande Oriente di Italia di Palazzo Giustiniani

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

L'organizzazione ispirata e guidata da Licio Gelli, denominata Loggia Propaganda Due, nasce e si sviluppa nell'ambito della maggiore comunione massonica esistente in Italia: il Grande Oriente di Italia di Palazzo Giustiniani. Si rende pertanto necessaria una breve disamina della presenza massonica nel nostro paese e delle sue strutture al fine di comprendere e valutare nella sua esatta dimensione il fenomeno della Loggia massonica P2, oggetto di un apposito provvedimento di scioglimento votato dal Parlamento.

La massoneria italiana si compone di due maggiori organizzazioni o «famiglie», comunemente indicate con il sintetico riferimento alla sede storicamente occupata, come di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù; questa si configura a sua volta come promanazione della prima a seguito di una scissione intervenuta nel 1908, in ragione di contrasti attinenti l'atteggiamento da assumere sulla legislazione concernente l'insegnamento religioso nelle scuole.

Accanto a questi due gruppi di rilievo nazionale — la cui consistenza è valutabile tra i 15-20 mila iscritti per Palazzo Giustiniani e tra i 5-10 mila per Piazza del Gesù —- sono presenti altri minori gruppi locali con una consistenza valutabile, per ognuno di essi, nell'ordine di alcune centinaia di iscritti.

Prendendo in esame le due organizzazioni principali va messo in rilievo, ai fini che qui interessano, che il modello strutturale assunto è quello dì una distribuzione degli iscritti secondo una scala gerarchica modulata per gradi. Questa scala gerarchica conosce una divisione fondamentale tra Ordine, comprendente i primi tre gradi, e Rito, comprendente i gradì dal quarto al trentatreesimo, talché, mentre tutti coloro che fanno parte del Rito sono necessariamente membri dell'Ordine, non necessariamente vale l'assunto contrariò.

Trattasi in altri termini di due livelli collegati ma non coincidenti, l'uno sopraordinato all'altro secondo un modello di struttura verticalizzata che presiede a tutta l'organizzazione massonica, all'interno della quale poi la mobilità degli iscritti nella gerarchia è regolata dalla stretta applicazione del principio di cooptazione che determina ogni passaggio di grado, nonché l'ingresso nell'Ordine e poi nel Rito.

Gli iscritti, a loro volta, sono raggruppati in logge aventi base territoriale; e la domanda di iscrizione ad una loggia è requisito fondamentale per l'ingresso di un « profano » nella massoneria, per cui, in linea di principio, non si può appartenere alla massoneria, se non attraverso il momento comunitario della iscrizione ad una loggia.

La massoneria di Palazzo Giustiniani contemplava, oltre a tale situazione, la possibilità di accedere all'Ordine per iniziazione operata direttamente dal responsabile supremo — il Gran Maestro — senza pertanto sottostare alla votazione che sancisce l'ingresso dell'iniziando nell'organizzazione.

I «fratelli» che venivano iniziati «sul filo della spada» si venivano pertanto a trovare in una posizione particolare («all'orecchio» del Gran Maestro) sia per non avere una loggia di appartenenza, sia per il carattere riservato della loro iniziazione, intervenuta al di fuori delle ordinarie forme di pubblicità statutariamente previste; essendo pertanto la loro iniziazione nota solo all'organo procedente, il Gran Maestro, tali iscritti venivano designati come «coperti» ed inseriti d'ufficio in una loggia anch'essa «coperta» comprendente per l'appunto la lista degli iscritti noti solo al Gran Maestro.

Tale loggia veniva designata come loggia «Propaganda»; ogni loggia poi essendo contrassegnata da un numero oltre che da un nome, la loggia «Propaganda» avrebbe avuto in sorteggio il numero due. Tale almeno è la spiegazione fornita dai responsabili massonici sull'origine di questa denominazione. Dalla vasta documentazione acquisita dalla Commissione nell'ambito di operazioni di perquisizione e di sequestro di documenti, secondo i poteri attribuiti dalla legge, è emerso che il fenomeno della « copertura » era comune alle altre famiglie ed interessava sia singoli iscritti che intere logge, rivestendo portata più ampia di quanto non rappresentato in questa prima schematica descrizione.

È accertato che, sia in sede centrale che in sede periferica, era assai frequente l'uso di denominazioni fittizie per mascherare verso l'esterno, verso il mondo « profano », la presenza di strutture massoniche. Così ad esempio era prassi consueta intitolare a generici Centri studi i contratti di affitto per i locali necessari all'attività della loggia; ed è dato rilevare come gli statuti di tali organismi non contenessero alcun riferimento alla massoneria e alle attività massoniche nel designare l'oggetto dell'attività dell'ente, salvo poi riscontrare una perfetta identità personale tra gli iscritti al Centro studi ed i membri della loggia.

Nella linea del fenomeno descritto si poneva pertanto il Gelli quando intestava le varie sedi successivamente occupate dalla Loggia P2 ad un Centro studi di storia contemporanea che fungeva, anche a fini di corrispondenza tra gli iscritti, da copertura per l'organismo massonico da lui guidato. La tecnica impiegata realizzava una forma di copertura rivolta verso l'esterno, verso il mondo « profano », accanto alla quale deve essere esaminata una seconda forma di copertura rivolta in tutto od in parte all'interno della stessa organizzazione.

Sono stati infatti rinvenuti documenti che fanno riferimento a logge coperte periferiche, ad una loggia coperta nazionale numero uno (presso l'organizzazione di Piazza del Gesù), ad un Capitolo nazionale riservato (presso il Rito Scozzese Antico ed Accettato di Palazzo Giustiniani). Sono stati inoltre acquisiti registri di appartenenti a logge (piedilista) nei quali gli iscritti venivano elencati invece che con il proprio nome con soprannomi o pseudonimi di copertura.

La documentazione in possesso della Commissione, ancorché frammentaria, testimonia in modo certo un modus procedendì all'interno delle organizzazioni massoniche improntato a connotazioni di riservatezza volte a salvaguardare le attività degli iscritti, o di alcuni settori, dall'indiscrezione e dall'interessamento non solo degli estranei all'istituzione ma anche a parte, maggiore o minore, degli stessi affiliati alla comunione.

Tale costume di vita associativa è stato dai massimi responsabili della massoneria rivendicato come una forma di riservatezza propria dell'istituzione, motivata dal rinvio ai contenuti esoterici che sarebbero propri della dottrina massonica nonché dal richiamo a situazioni storiche di persecuzione degli affiliati.

Ai fini che interessano nella presente relazione, va posto in rilievo che i fenomeni di copertura indicati erano comunque largamente invalsi nella vita delle varie famiglie massoniche con riferimento al periodo anteriore alla legge di scioglimento della loggia P2 e traevano alimento, oltre che nelle ragioni storiche addotte, largamente superate al presente, nell'assenza di un preciso quadro di riferimento normativo che desse attuazione alla norma costituzionale in materia di libertà di associazione.

E sintomatico peraltro che posteriormente all'approvazione della legge di scioglimento della Loggia P2 gli elementi più sensibili della massoneria si siano posti il problema della ortodossia di tali modelli organizzativi, risolvendolo nel senso di alcune modifiche statutarie, con la conseguente soppressione di organismi quali il Capitolo riservato e la Loggia nazionale coperta numero uno, come avvenuto presso la comunione di Piazza del Gesù. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 

Fratelli riservati, ma molto interessati al mondo “profano”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Panorama il 07 settembre 2023

In definitiva e per concludere sembra doversi rilevare il rischio che la solidarietà massonica, quando si traduca in una occulta agevolazione di successi personali, possa rendersi incompatibile con non poche regole della società civile, specie quando tale forma di solidarietà operi all'interno di carriere pubbliche

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Accanto alla connotazione della riservatezza altra peculiarità dell'organizzazione massonica generalmente considerata, sulla quale soffermare l'indagine, è quella dello spiccato interessamento delle varie comunità massoniche verso le attività del mondo «profano».

Se è pur vero che uno dei landmarks fondamentali della originaria massoneria inglese, che fungono da pietra miliare per le comunità massoniche di tutto il mondo, contiene il divieto di occuparsi di questioni politiche, una abbondante documentazione in possesso della Commissione dimostra che l'attività delle logge non è volta soltanto allo studio ed all'approfondimento di questioni esoteriche, ma abbraccia un vasto campo di interessi che trovano il loro momento di unificazione nella pratica massonica della solidarietà tra fratelli.

La solidarietà esplica la sua funzione per le attività dell'affiliato nel mondo «profano», giungendo sino all'appoggio esplicito per i fratelli candidati, formalizzato in circolari tra gli iscritti, in occasione di consultazioni elettorali. Particolarmente significativo al riguardo è l'esempio di un modello organizzativo verificato presso la comunione di Piazza del Gesù: le camere tecniche professionali.

Si tratta di organismi settoriali che, su iniziativa e propulsione del centro, raccolgono gli iscritti in ragione della professione esercitata. Viene pertanto affiancato al modello delle logge, che funzionano su base territoriale ed inter professionale, un sistema di raggruppamento degli affiliati parallelo alla struttura delle logge ed organizzato su base nazionale, avente quale momento unificativo gli interessi e le attività «profane».

Secondo tale schema troviamo così raggruppati i medici, i professori universitari e i militari, esempio questo degno di particolare attenzione, ove si consideri che la relativa «camera» rivestiva carattere di riservatezza. Va peraltro posto in rilievo che una ragione non ultima della pluralità di famiglie massoniche esistenti va probabilmente ricercata — oltre che in ragioni di ordine puramente teorico — in una diversa consonanza di opinioni e di interessi in materie estranee alle questioni di esclusivo profilo esoterico.

La stessa massoneria d'altronde rivendica a proprio merito l'aver rivestito un ruolo importante in vicende storiche del nostro paese, anche se, purtroppo, osta ad una esatta valutazione di tali affermazioni il carattere di riservatezza della istituzione, di cui si è trattato.

Nasce da questa propensione all'intervento nelle attività «profane» ed in essa trova ragione di esistere, l'istituto tipicamente massonico della «solidarietà» tra gli affiliati, ovvero della mutua assistenza che essi si garantiscono nell'esercizio delle loro attività professionali e comunque delle vicende personali estranee alla vita associativa.

La solidarietà tra fratelli rappresenta l'estensione al di fuori della comunione del vincolo associativo, che viene di tal guisa ad esplicare una efficacia di rilevante portata e nel contempo di difficile valutazione, attesa la riservatezza che gli affiliati mantengono nel mondo «profano» sull'esistenza del rapporto di reciproco affratellamento.

La solidarietà massonica sanzionata in forma solenne al momento dell'iniziazione, costituisce infatti un elemento che potrebbe in sé considerarsi non solo legittimo ma perfettamente naturale, poiché appare logico che individui che dichiarino di condividere i medesimi convincimenti morali ed esistenziali in ordine ai problemi fondamentali dell'uomo si sentano legati da un forte vincolo che per l'appunto viene chiamato «fraterno».

Quello che induce non poche perplessità nell'osservatore esterno é l'accentuata riduzione in termini pratici e concreti di tale affratellamento e la sua coniugazione con un radicato costume di riservatezza. Non è in altri termini la solidarietà in sé e per sé considerata a destare legittime riserve, quanto piuttosto la sua non avvertibilità sociale. Una avvertibilità che tanto più dovrebbe essere consentita quanto più chi ne è protagonista attribuisce ad essa effetti di immediato rilievo terreno.

In definitiva e per concludere sembra doversi rilevare il rischio che la solidarietà massonica, quando si traduca in una occulta agevolazione di successi personali, possa rendersi incompatibile con non poche regole della società civile, specie quando tale forma di solidarietà operi all'interno di carriere pubbliche.

Ultima connotazione di ordine generale utile ai nostri fini è la rilevanza dell'aspetto internazionale della massoneria, che si pone come un contesto di organizzazioni nazionali fortemente legate tra di loro secondo due schieramenti, che, per quanto concerne l'Europa, possono identificarsi in una parte a primazia britannica verso la quale è orientata la comunione di Palazzo Giustiniani, ed una parte di orientamento cosiddetto latino egemonizzata dalla massoneria francese, alla quale si ispira la famiglia di Piazza del Gesù.

In un più ampio contesto argomentativo si può dire che la massoneria vive sotto l'egida del mondo anglosassone, nell'ambito del quale il primato attribuito agli inglesi per motivi di tradizione è confrontato dalla grande potenza organizzativa della massoneria nord-americana. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Frank Gigliotti, l’agente della Cia massone vicino ai cugini italiani. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani l'08 settembre 2023

L'artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente da parte della prestigiosa Circoscrizione del Nord degli Usa (il riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita di Inghilterra verrà soltanto nel 1982) fu nel 1947 Frank Gigliotti, già agente della Sezione italiana dell'Oss dal 1941 al 1945, e quindi agente della Cia

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Ai nostri fini il dato che viene particolarmente in luce è la connessione tra la massoneria statunitense e la comunione di Palazzo Giustiniani. Traccia di questi legami si rinviene nella presenza di tale Frank Gigliotti in momenti particolarmente qualificati nella storia recente della comunione di Palazzo Giustiniani.

L'artefice del primo riconoscimento del Grande Oriente da parte della prestigiosa Circoscrizione del Nord degli USA (il riconoscimento da parte della Gran Loggia Unita di Inghilterra verrà soltanto nel 1982) fu infatti nel 1947 Frank Gigliotti, già agente della Sezione italiana dell'OSS dal 1941 al 1945, e quindi agente della CIA. Più tardi Gigliotti fu presidente del «Comitato di agitazione» costituitosi negli Stati Uniti per rispondere all'appello lanciato dai fratelli del Grande Oriente impegnati nella contestata opera di riappropriazione della casa massonica di Palazzo Giustiniani confiscata durante il periodo fascista, a seguito dello scioglimento autoritario dell'istituzione.

Il compromesso tra il Grande Oriente e lo Stato italiano, patrocinato dai fratelli americani, fu siglato il 7 luglio 1960. L'atto di transazione fu sottoscritto dal ministro delle finanze Trabucchi e dall'allora Gran Maestro Publio Cortini, e vedeva presenti, al tavolo della firma di una stipula tutta italiana, l'ambasciatore americano, J. Zellerbach, e Frank Gigliotti.

Sempre nel 1960 i fratelli americani intervennero attraverso il Gigliotti nell'operazione di unificazione del Supremo Consiglio della Serenissima Gran Loggia degli ALAM del principe siciliano Giovanni Alliata di Montereale (il cui nome sarà legato alle vicende del golpe Borghese, a quelle della «Rosa dei Venti», alle organizzazioni mafiose), poi finito nella Loggia P2, con il Grande Oriente.

Sembra che quella dell'unificazione del Grande Oriente con la massoneria di Alliata, di forte accentuazione conservatrice, sia stata la condizione posta da Gigliotti in cambio dell'intervento americano nelle trattative con il Governo italiano concernenti il Palazzo Giustiniani. L'unificazione comportò l'estensione al Grande Oriente del riconoscimento che aveva già dato alla Serenissima Gran Loggia di Alliata la Circoscrizione Sud degli USA, nonché numerosi elementi di prestigio nell'ambiente massonico.

Non solo si deve rilevare, secondo quanto emerge da queste vicende, che il progetto di unificazione della massoneria italiana sembra corrispondere ad interessi non esclusivamente autoctoni, ma risalta altresì alla nostra attenzione la comparsa di Gelli sulla scena quando Gigliotti scompare, secondo una successione di tempi ed una identità di funzioni che non può non colpire significativamente.

Si deve infine sottolineare come la denegata giustizia — nella quale sostanzialmente si concretò la mancata restituzione del palazzo confiscato dal fascismo — ebbe l'effetto di rendere la massoneria italiana indebitamente debitrice di quella nord-americana.

Nell'ambito del quadro sinora sinteticamente tracciato va vista e studiata l'attività di Licio Gelli e della Loggia Propaganda Due, mirando ad accertare quanto di tale fenomeno sia addebitabile all'impulso organizzativo ed alla intraprendenza personale del Gelli, ed in tale contesto con la protezione e l'appoggio di quali organi e di quali personaggi nell'ambito dell'ambiente massonico o eventualmente estranei ad esso.

Quanto qui preme riassuntivamente segnalare è che l'organizzazione e l'attività massonica sembrano contrassegnate, ai fini che al nostro studio interessano, dall'adozione di forme di riservatezza, interne come esterne, sia della vita associativa che dell'appartenenza individuale. Tale riservatezza si appalesa poi come posta a tutela, oltre che dell'attività di indagine esoterica propria dell'istituzione, di attività volte eminentemente ad intervenire in vario modo nella vita extra-associativa degli iscritti, in applicazione della pratica della solidarietà tra fratelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Amicizie preziose, la scalata di Licio Gelli tra i liberi muratori. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 09 settembre 2023

La posizione di preminenza assunta con rapida ascesa da Licio Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani non è in realtà spiegabile se non attraverso l'analisi dei rapporti che questi riuscì ad intrattenere con i dirigenti dell'organizzazione ed in particolare con i Gran Maestri, a cominciare dal Gamberini, che patrocinò l'ascesa iniziale di Gelli, in sintonia con il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Quando si passi ad esaminare il ruolo ricoperto da Gelli nella massoneria e la portata dell'influenza da lui esercitata nell'ambito dell'istituzione, e fuori di essa valendosi della sua posizione massonica, il dato al quale occorre in primo luogo dare adeguato rilievo è quello relativo alla data relativamente recente della sua militanza massonica.

Il Gelli infatti, personaggio che domina la scena massonica dalla fine degli anni sessanta sino all'inizio degli anni ottanta, entra in massoneria solo nel 1965 e apparentemente non senza contrasti, poiché la sua domanda di ammissione viene fermata per un anno prima di essere messa in votazione. Ma già l'anno successivo il Gran Maestro aggiunto, Roberto Ascarelli, segnala Licio Gelli al Gran Maestro, Giordano Gamberini, raccomandandolo come elemento in grado di portare un contributo notevole all'istituzione, in termini di proselitismo di persone qualificate.

Così che il Gelli, ancora fermo al primo grado della gerarchia (apprendista), viene prima cooptato dalla originaria Loggia Romagnosi alla Loggia riservata Hod che fa capo allo stesso Ascarelli — con un provvedimento di avocazione del fascicolo personale preso direttamente dal Gran Maestro Gamberini — per essere quindi nominato nel 1971 segretario organizzativo della Loggia Propaganda che diventa «Raggruppamento Gelli-P2».

Se il procedimento di cooptazione è, come prima rilevato, tipico della organizzazione massonica, bisogna pertanto constatare che esso funziona, nel caso dì Gelli, in modo particolarmente accelerato, poiché successivamente al primo trasferimento ricordato, già di per sé anomalo, il Gelli appare già nei 1969 investito di delicate mansioni che concernono questioni dì massimo rilievo per l'intera comunità massonica nazionale.

Pur senza infatti rivestire alcuna carica ufficiale nel vertice di Palazzo Giustiniani, il Gelli nel 1969 ha l'incarico, secondo un documento in possesso della Commissione, di operare per la unificazione delle varie comunità massoniche, secondo l'indirizzo ecumenico proprio della gran maestranza di Gamberini, che operava attivamente sia per la riunificazione con la comunione di Piazza del Gesù, sia per far cadere le preclusioni esistenti con il mondo cattolico.

Licio Gelli quindi, a pochi anni dal suo ingresso in massoneria, appare ricoprire un ruolo di rilievo, d'intesa con il vertice dell'istituzione ed in modo del tutto personale, sia per la por-i tata delle questioni affidate alla sua gestione, sia per la posizione affatto speciale che gli viene attribuita.

La posizione di preminenza assunta con rapida ascesa da Licio Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani non è in realtà spiegabile se non attraverso l'analisi dei rapporti che questi riuscì ad intrattenere con i dirigenti dell'organizzazione ed in particolare con i Gran Maestri, a cominciare dal Gamberini, che patrocinò l'ascesa iniziale di Gelli, in sintonia con il Gran Maestro aggiunto Roberto Ascarelli.

Terminata la Gran Maestranza del Gamberini nel 1970, a questi succedeva, all'insegna della continuità, il medico fiorentino Lino Salvini, il quale provvedeva a ritagliare al predecessore un proprio spazio di influenza, affidandogli l'incarico retribuito di sovrintendere alle pubblicazioni della comunione, nonché quello di tenere i rapporti con le massonerie estere e, secondo vari testimoni, con la CIA.

Di fatto quindi il Gamberini veniva ad assumere il ruolo di plenipotenziario per i contatti internazionali del Grande Oriente conservando nell'istituzione una posizione di personale prestigio e influenza, che gli avrebbe consentito di traversare indenne, a differenza del suo successore Salvini, le vicende burrascose e le aspre polemiche, spesso poco «fraterne», che contrassegnano la vita della comunità negli anni settanta.

Sarà comunque il Gamberini, all'uopo retribuito dal Gelli, a presenziare, nella sua qualità di Gran Maestro, alle iniziazioni che si tenevano presso l'Hotel Excelsior ed è ancora il Gamberini che secondo un documento in possesso della Commissione (debitamente periziato) provvede a redigere la minuta della lettera con la quale il Salvini eleva nel 1975 il Gelli alla dignità di Maestro Venerabile.

Un documento, questo, che getta una luce invero rivelatrice sulla natura dei rapporti che correvano tra Gelli e la Gran Maestranza, quale ne fosse il titolare, palesando una continuità di indirizzo per la quale è legittimo chiedersi quali radicate motivazioni essa avesse e quali ambienti ne fossero la reale fonte ispiratrice. Non meno stretti sono peraltro i rapporti di Gelli con il Gran Maestro Salvini che egli dichiarava, agli inizi degli anni settanta, di poter distruggere in qualsiasi momento.

A testimonianza del legame non certo limpido tra i due personaggi vale a tal fine ricordare l'attacco che il Gelli, manovrando dietro le quinte, fece portare da Martino Giuffrida al Gran Maestro nel corso della Gran Loggia di Roma (1975). L'operazione sostanziata da una serie di precise accuse sul piano della correttezza e moralità personali, venne fatta cadere solo dopo un incontro riservato tra il Gelli ed il Salvini, intervenuto a seguito della mediazione dell'onnipresente Gamberini.

Quanto infine ai rapporti con il successore del Salvini, generale Battelli, basti qui ricordare i documenti in possesso della Commissione che riportano le dichiarazioni scritte di testimoni, secondo le quali il Battelli ed il suo Gran Segretario, Spartaco Mennini, erano finanziati dal Gelli per le spese di campagna elettorale, oltre che regolarmente retribuiti.

In questa cornice di rapporti, che si svolgono sotto il segno della prevaricazione e della compromissione reciproche, vanno inquadrate la carriera massonica di Licio Gelli e lo sviluppo della Loggia Propaganda Due, luna e l'altra strettamente connesse, poiché vedremo che non solo la presenza e l'opera di Licio Gelli nella massoneria si risolvono sostanzialmente nella sua gestione della Loggia P2, ma altresì che l'organizzazione e la consistenza di questa seguono di pari passo la storia personale del suo Venerabile Maestro e le vicende che lo vedono protagonista, al di dentro come al di fuori della istituzione.

La costante relazione tra il personaggio e l'organismo a lui affidato, che viene alla fine a risolversi in una sostanziale identificazione, costituisce non solo, come vedremo, un valido strumento interpretativo ma si pone altresì come fonte di preziose considerazioni in sede conclusiva.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

La prima fase della P2 e l’obiettivo di avvicinare “gente qualificata”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 10 settembre 2023

Il carteggio Ascarelli-Gamberini ci mostra che Gelli non solo aveva avallato il proprio ingresso in massoneria ed il suo successivo passaggio alla Loggia P2 dimostrandosi in grado di avvicinare e reclutare «gente qualificata», ma altresì di avere sin dall'inizio piani precisi di ampia portata in materia di organizzazione delle strutture massoniche

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Il punto di partenza di questa duplice vicenda, dopo i prodromi descritti, va fissato con l'inizio della Gran Maestranza di Lino Salvini (1970), il quale, tre mesi dopo la sua elezione, delegava al Gelli «la gestione» della Loggia P2, conferendogli altresì la facoltà di iniziare nuovi iscritti.

Provvedimento questo del tutto inusitato nell'istituzione massonica essendo il potere di iniziazione, a norma degli statuti, esclusivamente riservato al Gran Maestro e ai Maestri Venerabili, o in caso di loro impedimento, a chi già aveva ricoperto tali cariche. Nel settembre dell'anno successivo il Salvini provvedeva quindi a nominare Licio Gelli «segretario organizzativo della Loggia P2» incaricandolo di «voler predisporre uno studio per la ristrutturazione della stessa».

Ed a tal proposito è interessante rilevare che, pochi mesi dopo (19 novembre 1971), Salvini si esprime, in una lettera a Gelli, nei termini seguenti: «prima che le cose entrino in funzione, avremo un faticoso lavoro di assestamento per i residui della passata gestione». I dati esposti si prestano ad alcune osservazioni di rilievo non secondario.

È d'uopo innanzi tutto osservare che la carica di segretario organizzativo non è compresa in alcun modo tra quelle componenti il «Consiglio delle luci» (dirigenti della loggia) ed è appositamente escogitata da Salvini per attribuire un incarico fiduciario e personale a Licio Gelli nell'ambito dell'organismo che, dà quel momento, assume connotati di spiccata personalizzazione anche nella denominazione, che diviene quella di «Raggruppamento Gelli - P2».

Assistiamo, in buona sostanza, con le iniziative esposte al concreto inserimento di Gelli nella Loggia P2; ed è interessante notare come esso si accompagni ad una prima ristrutturazione dell'organizzazione, realizzata al di fuori dell'ortodossia statutaria. È questo il primo esempio concreto, secondo il rilievo esposto in premessa, del peculiare incardinamento di Licio Gelli nella Loggia Propaganda e della circostanza che esso si accompagna immediatamente ad un intervento che incide non marginalmente nelle strutture e nella natura stessa della Loggia.

Va in proposito sottolineato come questa operazione contrassegni la Gran Maestranza del Salvini sin dal suo primo esordio; ed appare significativo come lo spiccato interesse del nuovo Gran Maestro verso 1 «fratelli coperti» non si esaurisca con l'adozione dei provvedimenti studiati, poiché, nel 1971, il Gran Maestro firma la bolla di fondazione di un'altra organizzazione coperta, la Loggia PI, che nelle intenzioni del Salvini doveva essere ancor più segreta ed elitaria: di essa infatti avrebbero potuto far parte solo coloro che nell'amministrazione dello Stato avessero raggiunto il grado quinto.

Criterio, questo, di proselitismo sufficientemente rivelatore della reale natura di questi organismi. Non è dato allo stato attuale della documentazione esprimere un avviso definitivo sull'esistenza di questa organizzazione, ma quello che più conta è rilevare che nel mentre Salvini dava avvio ad un processo di sostanziale spossessamento da parte del Grande Oriente della Loggia Propaganda, tentava di costituire o meglio ricostituire nell'ambito della comunione una struttura analoga a quella che aveva ceduto in delega a Licio Gelli.

Il senso dell'operazione appare ancor più chiaro quando si pensi che pochi mesi dopo il provvedimento concernente la Loggia Propaganda Uno il Salvini aveva, durante una seduta della Giunta esecutiva del Grande Oriente, esternato le sue crescenti preoccupazioni per quanto stava accadendo nella Loggia P2, per il gran numero di generali e colonnelli affidati ad un uomo come Licio Gelli, che, a detta del Gran Maestro, stava preparando un colpo di Stato.

A completare il quadro descritto va ricordato che sempre nel luglio del 1971 Gelli aveva affermato di fronte a Benedetti e Gamberini di avere «la possibilità di girare l'interruttore e di rovinarlo» (Salvini) — vedremo in seguito la conseguenza di questo episodio — e va infine rilevato che Gelli pervenne ad entrare nel progetto salviniano della Loggia PI, facendosi in essa riconoscere l'incarico di Primo Sorvegliante.

Il complesso dei dati offerti all'attenzione e le vicende che attraverso essi si dipanano consentono al relatore di fornire un quadro abbastanza preciso dei rapporti che sin dall'inizio si instaurano tra Licio Gelli e Lino Salvini e, tramite questi, tra Licio Gelli e il Grande Oriente.

Grazie al successore di Giordano Gamberini, Gelli compie infatti un sostanziale secondo passo in avanti nella comunione giustinianea, che gli consente questa volta, dopo i primi progressi iniziali dianzi esaminati, di entrare direttamente in armi nel cuore più riposto dell'istituzione, la Loggia Propaganda, dando avvio ad un processo di appropriazione personale della sua più tutelata ed efficiente struttura di intervento nel «mondo profano».

In realtà il carteggio Ascarelli-Gamberini ci mostra che Gelli non solo aveva avallato il proprio ingresso in massoneria ed il suo successivo passaggio alla Loggia P2 dimostrandosi in grado di avvicinare e reclutare «gente qualificata», ma altresì di avere sin dall'inizio piani precisi di ampia portata in materia di organizzazione delle strutture massoniche.

La rapida ascesa, agevolata dal Gamberini, porta Gelli, nel giro di pochi anni e attraverso posizioni di rilievo strategico, a pervenire al centro della comunione di Palazzo Giustiniani e vede come esito conclusivo di questa prima fase il provvedimento ricordato con il quale il Salvini delega al Gelli la funzione di «rappresentarmi presso i Fratelli che ti ho affidato, prendere contatto con essi, esigere le quote di capitazione, coordinare i lavori, iniziare i profani ai quali è stato rilasciato regolare brevetto».

Una delega di poteri di così vasta portata illumina meglio di ogni altra considerazione la posizione affatto speciale che Licio Gelli viene ad occupare nella massoneria, per consapevole volontà dei massimi responsabili della comunione, i quali, attraverso successivi provvedimenti, consegnano la Loggia Propaganda ad un elemento che dimostra sin dagli esordi di avere idee ben precise sull'impiego al quale si può pervenire di uno strumento di tal fatta. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Quelle riunioni segretissime per parlare di politica e di comunisti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani l'11 settembre 2023

Di una di queste riunioni ci è dato apprendere che tra gli argomenti dibattuti vanno annoverati «la situazione politica ed economica dell'Italia, la minaccia del Partito comunista italiano, in accordo con il clericalismo, volta alla conquista del potere, la carenza di potere delle forze dell'ordine, il dilagare del malcostume, della sregolatezza e di tutti i più deteriori aspetti della moralità e del civismo»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

La Loggia Propaganda è in questa prima fase un organismo contrassegnato da una connotazione di accentuata riservatezza che confina (se non probabilmente rientra) con una situazione di vera e propria segretezza.

Licio Gelli non solo procede ad accentuare tali caratteristiche — come si evince dalla circolare 20 settembre 1972 nella quale viene data notizia che «con l'elaborazione degli schedari in codice, è stata ultimata l'organizzazione della nuova impostazione, adeguandola alle più recenti esigenze» — ma soprattutto dà all'organizzazione un nuovo impulso di attività.

Così nel medesimo testo è dato leggere: «Nonostante il nostro Statuto non preveda riunioni, a seguito di sollecitazioni pervenute è stato disposto un calendario di incontri fra elementi appartenenti allo stesso settore di attività».

Un'azione questa di vasto respiro che il Gelli porta avanti in piena intesa con la Gran Maestranza del Grande Oriente, come oi dimostra a sua volta la circolare con la quale Lino Salvini comunica agli iscritti: «Sono lieto di informarti che la P2 è stata adeguatamente ristrutturata in base alle esigenze del momento oltre che per renderla più funzionale, anche, e soprattutto, per rafforzare ancor più il segreto di copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che per determinati motivi particolari, inerenti al loro stato, devono restare occulti.

Se fino ad oggi non è stato possibile incontrarci nei luoghi di lavoro, con questa ristrutturazione avremo la possibilità ed il piacere, nel prossimo futuro, di avere incontri più frequenti, per discutere non solo dei vari problemi di carattere sociale ed economico che interessano i nostri Fratelli, ma anche di quelli che riguardano tutta la società».

La Commissione ha agli atti il verbale di una di queste riunioni. Da essa ci è dato apprendere che tra gli argomenti dibattuti vanno annoverati «la situazione politica ed economica dell'Italia, la minaccia del Partito comunista italiano, in accordo con il clericalismo, volta alla conquista del potere, la carenza di potere delle forze dell'ordine, il dilagare del malcostume, della sregolatezza e di tutti i più deteriori aspetti della moralità e del civismo, la nostra posizione in caso di ascesa al potere dei clerico-comunisti, i rapporti con lo Stato italiano».

Inviando il verbale della riunione agli iscritti che ad essa non avevano potuto prendere parte, Licio Gelli così si esprime: «Come potrai osservare, la filosofia è stata messa al bando ma abbiamo ritenuto, come riteniamo, di dover affrontare solo argomenti solidi e concreti che interessano la vita nazionale».

E aggiungeva: «Molti hanno chiesto — e non ci è stato possibile dar loro nessuna risposta perché non ne avevamo — come dovremmo comportarci se un mattino, al risveglio, trovassimo i clerico-comunisti che si fossero impadroniti del potere: se chiuderci dentro una passiva acquiescenza, oppure assumere determinate posizioni ed in base a quali piani di emergenza».

Un'altra circostanza di estremo interesse al fine di valutare il clima politico della Loggia P2 in questa sua prima fase organizzativa, e la natura dell'attività attraverso essa condotta da Licio Gelli, è la testimonianza di una riunione tenuta presso il domicilio aretino del Gelli (villa Wanda) nel 1973.

Partecipano a tale riunione il generale Palumbo, comandante la divisione carabinieri Pastrengo di Milano, il suo aiutante colonnello Calabrese, il generale Picchiotti, comandante la divisione carabinieri di Roma, il generale Bittoni, comandante la brigata carabinieri di Firenze, l'allora colonnello Musumeci, il dottor Carmelo Spagnuolo, procuratore generale presso la corte d'Appello di Roma.

Licio Gelli si rivolse agli astanti affermando che la situazione politica era molto incerta; esortandoli a tenere presente che la massoneria, anche di altri Stati, è contro qualsiasi dittatura di destra e di sinistra e che la Loggia P2 doveva appoggiare in qualsiasi circostanza un governo di centro, il Venerabile invitava infine i presenti ad operare a tal fine con i mezzi a loro disposizione e pertanto a ripetere il discorso ai comandanti di brigata e di legione alle loro dipendenze.

In questo contesto di discorsi fu altresì ventilata l'ipotesi di un governo presieduto da Carmelo Spagnuolo, sulla quale, come sull'intero episodio, ci si soffermerà più diffusamente in seguito. Altra riunione della quale è di un certo interesse, ai nostri fini, fare menzione è quella tenuta il 29 dicembre 1972, presso l'Hotel Baglioni di Firenze, dallo stato maggiore della Loggia P2.

Dal verbale agli atti della Commissione, si evidenzia un'intensa attività organizzativa e di solidarietà, la previsione di una articolazione in «gruppi di lavoro atti a seguire situazioni e problemi attinenti alle varie discipline di interessi», la proposta dell'invio «ad alcuni Fratelli di una lettera in cui si chiede di voler fornire quelle notizie di cui possano venire a conoscenza e la cui diffusione ritengano possa tornare utile... le notizie raccolte, previo esame di un non precisato "comitato di esperti" dovrebbero essere poi passate all'Agenzia di Stampa O.P.».

Tale ultima proposta non venne accettata per la decisa opposizione del generale Rosseti, uscito poi dalla Loggia P2 in aperta polemica con Licio Gelli I dati proposti all'attenzione ed i documenti relativi consentono alla Commissione di delineare in termini sufficientemente definiti il quadro di intenti e di attività entro il quale si muove la Loggia P2 durante questa prima fase di espansone.

Ci ritroviamo di fronte ad un'organizzazione caratterizzata da una forma di riservatezza — innestata con connotati accentuativi nell'ambito della riservatezza rivendicata come propria dalla comunione di Palazzo Giustiniani — che evolve verso forme di indubbia segretezza quale certamente denotano l'adozione di appositi codici per gli iscritti nonché di un nome di copertura, «Centro studi di storia contemporanea», per indicare l'organismo. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Ombre e sospetti, stragi e «soluzioni politiche di tipo autoritario». COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 12 settembre 2023

In un anno che vede giungere al suo apice quella che fu definita la strategia della tensione, con gli episodi dell’Italicus e di Piazza della Loggia, Lino Salvini confida al confratello Sambuco di ritenere opportuno non allontanarsi per l’estate da Firenze perché è stato informato da Gelli sull’eventualità di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario

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La loggia si muove comunque ancora nell'ambito della tradii zione massonica e conserva sostanziali legami strutturali ed operativi con l'istituzione che ad essa ha dato origine.

Ne sono testimonianza la presenza di un forte numero di militari — a due di essi, De Santis e Rosseti, sono tra l'altro assegnate le funzioni di segretario amministrativo e di tesoriere — che s'inquadra nella tradizionale propensione della massoneria verso tali ambienti, nonché il ruolo ancora centrale del Gran Maestro nella gestione della loggia, pur se esercitato in condominio con il personaggio emergente che all'organismo ha dato nuovo impulso: il segretario organizzativo Licio Gelli.

Quello che appare invece affatto nuova è l'accentuata connotazione politica dell'organizzazione, che, sotto il profilo operativo, si rivela come in tutto dedita alla gestione e all'intervento nelle attività «profane» inquadrate nell'ambito di una ben definita connotazione politica e gestite ad un livello di impegnativo rilievo.

A tal proposito è di primario interesse rilevare che la Loggia P2, formalmente e sostanzialmente strutturata come loggia massonica, non conduce peraltro nessuna attività di tipo rituale, quale correntemente esplicata dalle logge massoniche; la vita della loggia infatti, «messa al bando la filosofia», si palesa del tutto incentrata nella gestione della solidarietà tra affiliati e, in un più ampio contesto, nell'attenzione rivolta alle vicende politiche del Paese.

Il progetto politico sottostante a tale contesto organizzativo potrebbe apparire informato ad una generica visione di stampo conservatore, di per sé non particolarmente allarmante e perfettamente lecita, se non fosse accompagnata da due elementi meritevoli di particolare attenzione.

Il primo è rilevabile nella posizione di rilievo assunta nella vita della loggia da elementi di spicco della gerarchia militare, che divengono così destinatari dei discorsi politicamente contraddistinti in modo univoco tenuti nelle riunioni di loggia, secondo quanto ci documenta la riunione tenuta ad Arezzo nel 1973: un dato questo che impone di prestare la dovuta attenzione a quelle che altrimenti potrebbero essere considerate banalità prive di concreto valore politico.

La seconda osservazione è relativa alla connotazione marcatamente antisistematica della loggia, i cui affiliati svolgono un discorso politico che denuncia una posizione di critica generalizzata nei confronti di tutto il sistema politico, sbrigativamente identificato nella formula clerico-comunista, e delle soluzioni legislative che da esso promanano nei più vari campi: dalla magistratura alla politica sindacale, dalla riforma dei codici alla riforma scolastica, che, si legge sempre nel documento citato, avrebbe dovuto essere preceduta da un piano di riforme elaborato «non da politici, ma da tecnici».

Lo sviluppo della Loggia Propaganda nell'ambito della comunione di Palazzo Giustiniani secondo le linee tracciate, non mancò peraltro di provocare ripercussioni all'interno della famiglia, poiché le iniziative di Salvini determinarono, sin dal primo momento, la reazione di un gruppo di dissidenti interni che sotto le insegne della denominazione: «massoni democratici», raccolse la parte politicamente meno retriva della comunione giustinianea, conducendo una serrata battaglia contro la coppia Gelli-Salvini.

Questo gruppo esercitò una notevole influenza nel portare a conoscenza dell'opinione pubblica fatti e trame destinati altrimenti a restare ignoti, grazie alla copertura fornita dai vertici di Palazzo Giustiniani, anche se non è del tutto chiaro il senso dell'operazione, poiché alcuni almeno degli oppositori di Gelli ne conoscevano i trascorsi fascisti sin dal momento del suo ingresso in massoneria, che peraltro non vollero o non poterono contrastare in modo risolutivo.

I cosiddetti «massoni democratici» si fecero promotori di due iniziative di portata ufficiale nell'ambito massonico, decisamente avverse alla gestione Gelli: la prima era incentrata in una tavola di accusa firmata da Ferdinando Accornero, membro della Giunta esecutiva del Grande Oriente. Il documento era relativo alle affermazioni del Gelli sul suo potere di ricatto nei confronti del Gran Maestro Salvini, nonché alle attività di Gelli a danno dei partigiani, durante la guerra di liberazione.

Il Salvini decise per un sostanziale non luogo a procedere, non ritenendo colpa massonica i fatti addebitati e disponendo che gli atti del procedimento restassero nell'archivio personale del Gran Maestro. La seconda iniziativa si sostanziò nella denuncia del «caso Gelli», effettuata dal Grande Oratore, Ermenegildo Benedetti, nel corso di uno dei momenti più significativi della vita dell'istituzione: la Gran Loggia Ordinaria (1973).

Anche questa seconda operazione non condusse peraltro a nessuna conseguenza immediata, rimanendo priva di eco nella comunione la denuncia effettuata in una occasione particolarmente solenne da colui che ne era pur sempre uno dei massimi dignitari. II punto che a tale proposito è da valorizzare è che mentre la requisitoria di Benedetti non sortì effetto alcuno, ci è dato constatare che, nell'anno seguente (1974), il Grande Oriente delibera di prendere le distanze dalla Loggia P2 e dal suo capo, Licio Gelli.

Sul rilievo politico che quell'anno assume nella nostra storia ci si soffermerà più diffusamente in seguito, ma rileviamo per il momento che in un anno che vede giungere al suo apice quella che fu definita la strategia della tensione, con gli episodi dell'Italicus e di Piazza della Loggia, Lino Salvini confida al confratello Sambuco di ritenere opportuno non allontanarsi per l'estate da Firenze perché è stato informato da Gelli sull'eventualità di possibili soluzioni politiche di tipo autoritario. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Una battaglia tra «venerabili maestri» vinta da Licio Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 13 settembre 2023

Il Gran Maestro Salvini decreta l’abrogazione dei «regolamenti particolari governanti attualmente la Risp. Loggia P2», rivelando che la vera finalità dell’operazione era quella di mantenere in vita la Loggia P2, espellendone peraltro Licio Gelli. Interviene in tale momento la vicenda della Gran Loggia all’Hotel Hilton, con gli attacchi portati al Salvini e poi ritirati e il nuovo accordo Gelli-Salvini

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Non si può per il momento non sottolineare, salvo l'approfondimento successivo, che è proprio a chiusura di una fase politica così travagliata e di un anno così denso di eventi eccezionali che i Maestri Venerabili riuniti nella Gran Loggia di Napoli decretano la «demolizione» della Loggia P2.

Come questo voto rimarrà disatteso nella sostanza, è materia che verrà studiata nella sezione successiva; l'elemento di grande interesse è la coincidenza riscontrabile tra eventi di così grave rilievo politico ed il manifestarsi di una precisa volontà da parte dei rappresentanti più qualificati del «popolo massonico» di sbarazzarsi di Licio Gelli, la cui presenza era ormai avvertita, anche all'interno di Palazzo Giustiniani, come un peso ingombrante, per le sue collusioni con eventi politici di segno inquietante.

Il voto della Gran Loggia di Napoli denuncia, al di là di ogni dubbio, da un lato la effettiva consistenza dei rapporti equivoci di Gelli e della sua loggia con ambienti e situazioni fuori della legalità politica, che verranno in seguito analizzati diffusamente, dall'altro che tale realtà non era ignota all'interno della famiglia giustinianea, secondo una conoscenza che certamente coinvolgeva in maggiore misura i vertici della comunità, ma che era comunque sufficiente a rendere avvertito il «popolo massonico» dei pericoli cui la «famiglia» poteva andare incontro per il peso che in essa aveva acquistato il Venerabile Maestro della Loggia P2.

Gli anni che corrono dal 1975 al 1981 segnano il periodo cruciale nella storia della Loggia P2 per le vicende che essa attraversa sia all'interno della massoneria che al di fuori di essa. Per la comprensione di tali avvenimenti vanno premesse alcune considerazioni di ordine generale senza le quali risulta difficile la lettura dell'ampia documentazione in possesso della Commissione.

Si deve in primo luogo ricordare che è proprio in questi anni che va posto il culmine di espansione della loggia; sono questi anni nei quali, sia in termini quantitativi che in termini qualitativi, l'attività di proselitismo del Gelli perviene a dimensioni che trascendono di gran lunga la portata ridotta della antica Loggia Propaganda, tradizionalmente conosciuta dal Grande Oriente.

Salvo quanto in seguito si dirà sulla reale consistenza della associazione, il numero degli affiliati arriva a rappresentare comunque una quota oscillante tra il 10 e il 20 per cento dell'intero organico degli iscritti attivi al Grande Oriente. Ben si intende quindi come questo fenomeno trascenda ampiamente la ristretta cerchia di «casi di coscienza» che, secondo l'espressione del Gamberini, giustificava la creazione di una loggia riservata.

Ancor più rilevanti sono i risultati ai quali si perviene sotto il profilo qualitativo delle adesioni, tra le quali si annoverano figure eminenti in campo nazionale nei settori della pubblica amministrazione, sia civile che militare, dell'economia, dell'editoria ed infine del mondo politico.

Altra considerazione, dalla quale non si può prescindere, è quella relativa al graduale venire a conoscenza presso l'opinione pubblica dell'esistenza del personaggio Gelli e della sua organizzazione, che vengono posti all'attenzione, con connotati non rassicuranti, da parte di organi di stampa qualificati, i quali, pur nella approssimatività delle informazioni, sottolineano la pericolosità del fenomeno ed il suo collegamento con attività illecite, di criminalità sia comune che politica.

Non va infine scordato che sono questi gli anni contrassegnati da una fase politica di estremo interesse che segue ai risultati elettorali del 1976 e dal nuovo ruolo che, in conseguenza di essi, assume il partito comunista nel quadro politico nazionale: è quindi entro queste coordinate di riferimento, sia interne che esterne alla massoneria, che vanno studiati lo sviluppo e l'assetto della Loggia P2 e le vicende di Licio Gelli.

Il punto di partenza è costituito dalla Gran Loggia di Napoli del dicembre 1974 quando i Maestri Venerabili del Grande Oriente votano quasi all'unanimità la «demolizione» della Loggia Propaganda.

In esecuzione di tale deliberato il Gran Maestro Salvini decreta (30 dicembre 1974) la abrogazione dei «regolamenti particolari governanti attualmente la Risp. Loggia P2 e le deleghe e norme organizzative ed amministrative da essi derivanti». Il Salvini chiedeva altresì ai fratelli coperti se intendessero mantenere tale posizione, rivelando in tal modo che la vera finalità dell'operazione era quella di mantenere in vita la Loggia P2, espellendone peraltro Licio Gelli.

Interviene in tale momento la vicenda della Gran Loggia all'Hotel Hilton, sopra ricordata, con gli attacchi portati al Salvini e poi ritirati e il nuovo accordo Gelli-Salvini, garantito dal Gamberini; sta di fatto che subito dopo tali eventi, in data 12 maggio 1975, il Salvini decreta la ricostituzione della Loggia P2, stabilendo, tra l'altro, che essa «non apparterrà per il momento, a nessun Collegio Circoscrizionale dei Maestri Venerabili e sarà ispezionata dal Gran Maestro o da un suo Delegato».

La nuova Loggia P2 ha un pie di lista ufficiale dal quale si rileva che di essa fanno parte sette fratelli: pochi giorni dopo il Salvini, con procedura del tutto anomala, eleva il Gelli alla carica di Maestro Venerabile della ricostituita loggia. Le minute, sia del decreto di ricostituzione sia della lettera di nomina, come già accennato, firmati dal Salvini, sono di pugno del sempre presente Gamberini, nume tutelare della vita massonica di Licio Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Censure ufficiali e inchieste giornalistiche per i misteri della  P2. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 14 settembre 2023

Accadeva infatti nel frattempo che il Gelli e la Loggia Propaganda venivano a trovarsi al centro di campagne di stampa di ampia risonanza che mettevano gli ambienti della loggia in contatto con eventi di malavita, quali i sequestri di persona, e con ambienti dichiaratamente di destra. Si vedano al proposito sia le disavventure giudiziarie dell'avvocato Minghelli...

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Al tirar delle somme si constata quindi che questa prima fase si apre con la presa di posizione di Maestri Venerabili che votano la eliminazione dal corpo massonico della Loggia Propaganda per chiudersi con una sua ristrutturazione il cui effetto sostanziale è quello di rendere ancora più riservata l'organizzazione che ha adesso un pie di lista ufficiale, mentre come precisa il Gelli scrivendo al Gran Maestro « rimane inteso che detta loggia avrà giurisdizione nazionale ed i fratelli, per la loro personale situazione, non dovranno essere immessi nella anagrafe del Grande Oriente ».

A questa prima ristrutturazione doveva seguirne nel giro di un anno una ancor più radicale. Accadeva infatti nel frattempo che il Gelli e la Loggia Propaganda venivano a trovarsi al centro di campagne di stampa di ampia risonanza che mettevano gli ambienti della loggia in contatto con eventi di malavita, quali i sequestri di persona, e con ambienti dichiaratamente di destra.

Si vedano al proposito sia le disavventure giudiziarie dell'avvocato Minghelli, compreso nel citato pie di lista ufficiale, arrestato per riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri sia gli articoli apparsi su l'Unità e su altri quotidiani che ponevano in relazione Gelli e Saccucci e la lettera di smentita che Gelli invia al quotidiano nel maggio del 1976, dopo essersi fatto rilasciare da Italio Carobbi un terzo certificato di benemerenza partigiana. Gelli e la sua loggia costituiscono sempre più un peso non facilmente tollerabile per una organizzazione come il Grande Oriente, mentre nel contempo possono ormai dirsi ben lontani i tempi dell'assoluta ignoranza e disattenzione presso l'opinione pubblica nei confronti della massoneria e nelle sue vicende organizzative interne.

È lo stesso Gelli a chiedere allora l'inusitato provvedimento, non contemplato dagli statuti e dalla pratica massonica, della sospensione dei lavori della Loggia P2: la domanda viene accolta (26 luglio 1976) con la concessione della « sospensione dei lavori a tempo indeterminato ».

Ma la cautela della Gran Maestranza del Grande Oriente va oltre provvedendo ad una più radicale sterilizzazione amministrativa della interessante figura del Gelli al quale viene comminata la sospensione dall'attività massonica per tre anni.

Nell'autunno del 1976 viene infatti incardinato un procedimento massonico a carico di Gelli e di vari altri personaggi per i fatti relativi alla Gran Loggia di Roma tenuta un anno e mezzo prima. Questa vicenda giudiziaria massonica merita una attenzione particolare, infatti è doveroso ricordare che i processi massonici a carico di Gelli erano due: oltre a quello già citato, era stato instaurato presso il Tribunale del Collegio Circoscrizionale Lazio-Abruzzo un processo massonico per le ormai pubblicamente note e sospettate collusioni tra Loggia P2, eversione nera e anonima sequestri.

L'azione del Grande Oriente in tale congiuntura fu quella di avocare presso la Corte centrale — superando le vive resistenze dell'organo periferico che gli atti ampiamente documentano — questo processo di ben più grave contenuto e di unificarlo a quello relativo alle offese al Gran Maestro; a questo contesto procedimentale vennero altresì annessi i processi relativi ai cosiddetti « massoni democratici », anche in questo caso espropriandone il Collegio Circoscrizionale, dopo una contrastata ulteriore procedura di avocazione.

Il risultato finale di questa complessa operazione fu il seguente: a) il primo processo a carico di Gelli, relativo a sole vicende massoniche, si concluse con la censura solenne per le offese al Gran Maestro; b) l'altro processo, relativo a situazioni di grave rilievo esterno, scomparve, perché di esso non vi è traccia nella sentenza; e) il processo a carico del gruppo dei « massoni democratici », anch'esso avocato, si concluse con l'espulsione dall'Ordine di Siniscalchi, Bricchi, eccetera.

Il senso dell'operazione appare chiaro quando si consideri che il processo che portò alla censura di Gelli fu incardinato dopo più di un anno dall'episodio che ne costituiva il presupposto — concludendosi poi nel giro di due soli mesi — evidentemente all'esclusivo scopo di creare in sede centrale il presupposto processuale per le avocazioni del grave e più compromettente processo a carico di Gelli, instaurato in sede circoscrizionale, e del processo, sempre in tale sede avviato, a carico dei cosiddetti «massoni democratici».

L'esito della sentenza conferma l'interpretazione proposta, quando si consideri che Gelli venne subito dopo graziato dal Salvini, con un provvedimento interno al quale non venne peraltro data pubblicità alcuna.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Così fu permesso al “venerabile” Gelli di muoversi fuori da ogni controllo. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 15 settembre 2023

Sembra più ragionevole ritenere che la sospensione decretata nel 1976 rappresentò una più sofisticata forma di copertura. Gelli e la sua loggia costituivano un ingombro non più tollerabile per l'istituzione. Si pervenne così al duplice risultato di salvaguardare nella forma la posizione del Grande Oriente, consentendo nel contempo a Gelli di continuare a operare in una posizione di segretezza che lo poneva al di fuori di ogni controllo

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Non si può non sottolineare a tale proposito che questa sottile strategia giudiziaria è imputabile in modo esclusivo alla sede centrale del Grande Oriente e che fu attuata solo superando le vivaci resistenze della sede circoscrizionale, con palesi violazioni degli statuti massonici.

Ma il risultato ancor più rilevante è che la sospensione del Gelli comportava, come abbiamo detto, la sospensione per tre anni, poneva cioè una certa distanza di sicurezza tra il Venerabile ed il Grande Oriente, anche se ciò era solo nell'apparenza delle cose perché noi sappiamo che nella sostanza l'intreccio Salvini-Gelli Gamberini continuava come sempre ad operare, pur tra i contrasti, nella stessa immutata direzione di sostegno e di incentivazione dell'operazione piduista.

A stretto rigore di ortodossia statutaria si dovrebbe comunque fermare la storia massonica della Loggia P2 al termine del 1976. È a tale artificiosa situazione procedurale che evidentemente si fa riferimento quando si afferma che la Loggia Propaganda 2 altro non è che un gruppo privato del Gelli da questi organizzato all'insaputa del Grande Oriente, attivata valendosi abusivamente delle insegne di questo: tale assunto sarebbe comunque valido limitatamente al periodo di sospensione citato, che decorre dal luglio 1976, ma in realtà anche in tale più circoscritta accezione questa tesi non può essere accettata.

Ostano infatti a tale interpretazione alcune circostanze che risultano provate da atti in possesso della Commissione. 1) In primo luogo il 20 marzo 1979 il Gelli scrive al nuovo Gran Maestro, Ennio Battelli, quanto segue: «In relazione a quanto concordato in data 14 febbraio 1975 con il Tuo illustre predecessore, mi pregio confermare che i nominativi al VERTICE del R.S. A.A., non appariranno "nei pie di lista" del R.L. Propaganda 2 (P2) all'ORIENTE di ROMA «Resta ben inteso che della R.L. continuerà ad avere giurisdizione nazionale ed i Fratelli non potranno essere immessi nell'anagrafe del G.O.. mentre le capitazioni saranno da me pagate».

Si noti in tale documento il richiamo alla lettera del 14 febbraio 1975 sopra citata (2), che denota una continuità mai interrotta di rapporti tra il Grande Oriente e la Loggia P2 e denuncia in maniera inequivocabile la natur a fittizia e strumentale del pie di lista ufficiale. 2) Altrettanto esplicito è il significato della seguente lettera inviata da Lino Salvini a Licio Gelli in data 15 aprile 1977: «Ti delego ai rapporti con i FFr. inaffiliati, ossia a quei FFr. che non risultano iscritti ai ruoli né delle Logge come membri attivi né del Grande Oriente come membri non affiliati.

«Sono dunque i FFr. nella tradizione massonica italiana chiamati Massoni a memoria quelli di cui dovrai curare i contatti, ai fini di perfezionarne la vocazione e la preparazione massonica. «Per effetto di tale delega, risponderai soltanto a me per quanto farai a tale scopo, promuovendo e sollecitando quelle realtà che Tu stesso reputerai di interesse e di utilità per la Massoneria. «Sono sicuro che Tu svolgerai questo importante ruolo con l'animo intrepido che hai rivelato di fronte ai proditori attacchi dei traditori della Istituzione».

3) In terzo luogo è provato che sia il Salvini che il Battelli non cessarono di consegnare al Gelli tessere in bianco per procedere ad iniziazioni in assoluta autonomia. 4) Queste iniziazioni erano per lo più celebrate dal Gamberini nella sua qualità di passato Gran Maestro, la quale, d'altronde, lo abilitava a partecipare ai lavori della giunta direttiva del Grande Oriente. 5) Nel 1980 il Gelli invia al Grande Oriente la somma di lire 4 milioni quale versamento delle quote degli iscritti per il triennio precedente.

6) Si aggiunga infine a tali elementi, la normativa predisposta nell'autunno del 1981, con la quale si fissavano da parte del Grande Oriente le modalità per il reinserimento degli iscritti alla Loggia P2 nel circuito ordinario della vita massonica.

Ma al di là dei riferimenti testuali e documentali, pur inequivocabili, da inquadrare peraltro nella assoluta disinvoltura con la quale il Grande Oriente gestiva le procedure, l'elemento che va realisticamente considerato è che non appare assolutamente credibile sostenere che l'attività di massiccio proselitismo portata avanti in questi anni dal Gelli — che coinvolgeva alcune centinaia di persone, per lo più di rango e cultura di livello superiore — sia potuta avvenire frodando allo stesso tempo ed in pari misura il Grande Oriente e gli iniziandi.

Né appare dignitosamente sostenibile che tutto ciò si sia verificato senza che il primo venisse mai a conoscenza del fenomeno ed i secondi non venissero mai a sospettare della supposta frode perpetrata a loro danno, consistente nell'affiliazione abusiva ad un ente totalmente all'oscuro di tale procedura.

Sembra invece più ragionevole ritenere che la sospensione decretata nel 1976 rappresentò una più sofisticata forma di copertura, alla quale fu giocoforza ricorrere perché Galli e la sua loggia costituivano un ingombro non più tollerabile per l'istituzione. Si pervenne così al duplice risultato di salvaguardare nella forma la posizione del Grande Oriente, consentendo nel contempo al Gelli di continuare ad operare in una posizione di segretezza che lo poneva al di fuori di ogni controllo proveniente non solo dall'esterno dell'organizzazione ma altresì da elementi interni.

A tal proposito si ricordi che non ultimo vantaggio acquisito era quello di avere eliminato dall'organizzazione il gruppo dei cosiddetti «massoni democratici», avversari di lunga data del Gelli e dei suoi protettori. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Una “semplice” associazione segreta o una loggia massonica degenerata? COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 16 settembre 2023

Concludendo la ricostruzione di queste vicende la Commissione può pertanto affermare che la Loggia P2 può a buon diritto essere definita una loggia massonica, secondo la terminologia adottata dalla legge di scioglimento votata dal Parlamento, per la primaria considerazione che la sua forma degenerativa rispetto alla comunione di appartenenza fu dalla stessa, nella espressione dei suoi vertici elettivi, consapevolmente voluta e realizzata

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

La situazione che si delinea al termine del lungo processo sin qui ricostruito è pertanto contrassegnata da due connotati fondamentali: 1) Gelli ha acquisito nella seconda metà degli anni settanta il controllo completo ed incontrastato della Loggia Propaganda Due, espropriandone il naturale titolare e cioè il Gran Maestro;

2) la Loggia Propaganda Due non può nemmeno eufemisticamente definirsi riservata e coperta: si tratta ormai di una associazione segreta, tale segretezza sussistendo non solo nei confronti dell'ordinamento generale e della società civile ma altresì rispetto alla organizzazione che ad essa aveva dato vita. Rileviamo inoltre che le due ristrutturazioni seguite alla « demolizione » votata dalla Gran Loggia nel 1974 furono strettamente interdipendenti alle vicende personali di Licio Gelli tanto nella loro genesi quanto nel loro risultato finale, secondo quella logica di identificazione tra la Loggia Propaganda e Licio Gelli che, sin dall'ingresso di questi in massoneria, fu dai massimi dirigenti di Palazzo Giustiniani programmata e perseguita secondo una non smentita linea di comportamenti.

Furono infatti i responsabili della comunione che, manovrando statuti e procedure interne, crearono una situazione nella quale le insegne della massoneria venivano a fungere da schermo o, se si preferisce, da pretesto ad un organismo avente natura e finalità affatto peculiari.

Ma sia ben chiaro che tali anomalie altro non furono se non il frutto di processi interni alla istituzione che a questa organizzazione aveva dato origine, che aveva consentito si evolvesse verso l'assetto finale, guidandone con accorta regia lo sviluppo, che ne aveva infine tutelata la forma particolare di organizzazione raggiunta.

Concludendo la ricostruzione di queste vicende la Commissione può pertanto affermare che la Loggia P2 può a buon diritto essere definita una loggia massonica, secondo la terminologia adottata dalla legge di scioglimento votata dal Parlamento, per la primaria considerazione che la sua forma degenerativa rispetto alla comunione di appartenenza fu dalla stessa, nella espressione dei suoi vertici elettivi, consapevolmente voluta e realizzata.

Volendo capire le ragioni che sottostanno all'abnorme situazione che abbiamo delineato — anche al fine di evitare l'espressione di sommari giudizi che finirebbero per coinvolgere, con suo ingiusto danno, chi per tali vicende non porta responsabilità alcuna o comunque ha una responsabilità estremamente limitata — è necessario formulare alcune considerazioni finali di ordine generale.

Va in primo luogo dichiarato che il ruolo e le attività di Licio Gelli erano conosciuti, anche se in modo parziale e frammentario, nell'ambito dell'intera comunità massonica, presso la quale il fenomeno Gelli e le sue possibili implicazioni erano in qualche modo note e non pacificamente accettate, poiché è certo che esse costituirono punto di dissenso e di scontro all'interno della famiglia massonica: ne fanno fede la mai sopita lotta condotta dai cosiddetti « massoni democratici » nonché il voto dei Maestri Venerabili che decretarono la demolizione della Loggia P2 nel corso della Gran Loggia di Napoli.

Se dunque si pervenne alla situazione dianzi delineata fu in sostanza soprattutto, come si è dimostrato, grazie all'influenza che Gelli riuscì ad esercitare sui vertici del Grande Oriente. I rapporti non chiari di reciproca dipendenza, se non di ricatto, che egli instaurò con i Gran Maestri e con i loro collaboratori diretti, ampiamente documentati presso la Commissione, offrono un quadro di compromissione degli organi centrali di governo della famiglia massonica giustinianea che ampiamente giustifica e spiega le tormentate vicende ripercorse nelle pagine precedenti.

Sono vicende queste che richiedono un approfondito esame del rapporto tra Licio Gelli e la massoneria, per il quale dobbiamo, come punto di partenza, muovere dalla affermazione, prima ribadita, che la Loggia Propaganda è una loggia massonica inserita a pieno titolo nella comunione massonica di più antica tradizione e di più vasta affiliazione di aderenti.

La realtà dei fatti è incontestabilmente quella di un organismo presente nella comunione di appartenenza come entità integrata secondo peculiari prerogative che ad essa venivano riconosciute dagli statuti e dalla pratica stessa di vita dell'associazione: la connotazione della Loggia P2, secondo l'ordinamento massonico, era quella di essere una loggia coperta.

Come poi questa copertura sia stata gestita dai dirigenti responsabili, anche in violazione degli statuti dell'associazione, evolvendo verso forme di vera e propria segretezza, questo è argomento che nulla inferisce nel nostro discorso, poiché è palese che quanto viene stabilito nello specifico ordinamento massonico e quanto in esso viene operato, anche in sua violazione, nessuna influenza esplica nell'ambito dell'ordinamento giuridico generale, alle cui sole previsioni normative ci si deve riportare in sede di analisi giuridica e di valutazione politica del problema.

A tal fine possiamo affermare che l'adozione di forme di copertura dirette verso l'esterno come verso l'interno della comunione di appartenenza costituisce indubbia connotazione di segretezza ed è soltanto a fini di mera confusione che si può spostare il tema del discorso sulla presunta segretezza o meno della massoneria, poiché se è certo, secondo la pregevole notazione di un autore, che la massoneria non è una associazione segreta, è per altro certo che essa è una associazione con segreti, e uno di questi era la Loggia Propaganda Due.

Appare alla Commissione incontrovertibile, secondo l'analisi sinora condotta, che la Loggia P2 era a) una loggia massonica, b) dotata di segretezza, ma la posizione di queste due affermazioni non esaurisce il problema ed anzi potrebbe, se ci si arrestasse a questa prima soglia interpretativa, condurre ad una rappresentazione dei fatti monca se non del tutto inesatta.

Bisogna infatti riconoscere che una spiegazione della Loggia P2 risolta tutta in chiave massonica non spiega il fenomeno nella sua genesi più profonda e nel suo sorprendente sviluppo successivo. Per rendere esplicita questa affermazione non si può non riconoscere come Licio Gelli appaia, sotto ogni punto di vista, un massone del tutto atipico: egli non si presenta cioè come il naturale ed emblematico esponente di una organizzazione la cui causa ha sposato con convinta adesione, informando le sue azioni, sia pur distorte e censurabili, al fine ultimo della maggior gloria della famiglia; Licio Gelli in altri termini non sembra sotto nessun profilo, nella sua contrastata vita massonica, un nuovo Adriano Lemmi, quanto piuttosto un corpo estraneo alla comunione, come iniettato dall'esterno, che con essa stabilisce un rapporto di continua, sorvegliata strumentalizzazione.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

L’ascesa “pilotata” del venerabile tra i fratelli muratori. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 17 settembre 2023

Non si può non vedere come l'ingresso e l'ascesa di Licio Gelli, massone di fresca data, si svolgano sotto l'egida di una accorta regia che dopo aver superato le resistenze frapposte all'acquisto di questo nuovo fratello, ne pilota la carriera massonica con tempestivo e felice esito di risultati

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Ci soccorre a tal fine il rilievo cui dianzi si accennava, quando notavamo come il procedimento di cooptazione, proprio della massoneria, ebbe a funzionare per Licio Gelli con inaspettata e sorprendente celerità, secondo quanto ci dimostrano due dati a noi provenienti dalla documentazione in nostro possesso.

Il primo è che Licio Gelli ha dovuto subire un periodo di attesa, al suo ingresso in massoneria avvenuto nel 1965, di oltre un anno; il secondo è che una volta entrato nell'istituzione i tempi per l'apprendista Gelli si abbreviano singolarmente, poiché nel 1969 egli ci appare nelle vesti, secondo un documento già citato, di tessitore di una delicata operazione di riunificazione delle varie famiglie massoniche: una operazione di vertice che coinvolge tutta la massoneria italiana.

Tra queste due date, sappiamo, corre l'operazione di ascesa nella comunione pilotata dall'Ascarelli e dal Gamberini in favore di un personaggio che, come il primo non manca di sottolineare al secondo in una lettera agli atti, ha a disposizione un folto gruppo di domande di iniziazione « di gente estremamente qualificata » Ponendo questi dati in parallelo — e coordinandoli con le osservazioni svolte in ordine all'inserimento di Licio Gelli nella Loggia Propaganda, operato subito dopo dal Salvini — non si può non vedere come l'ingresso e l'ascesa di Licio Gelli, massone di fresca data, si svolgano sotto l'egida di una accorta regia che dopo aver superato le resistenze frapposte all'acquisto di questo nuovo fratello, ne pilota la carriera massonica con tempestivo e felice esito di risultati.

E non è chi non veda come il nome che compare come centrale in questa operazione sia quello del Gran Maestro che sarà il vero nume tutelare della vita massonica di Licio Gelli, quel Giordano Gamberini che, come abbiamo ampiamente dimostrato, ritroviamo nella veste di accorto consigliere e di fine stratega in tutte le vicende che vedono il Gelli al centro delle contrastate decisioni della comunione che lo interessano.

Possiamo quindi affermare che tutti gli elementi a nostra disposizione inducono a ritenere come la presenza di Gelli nella comunione di Palazzo Giustiniani appaia come quella di elemento in essa inserito secondo una precisa strategia di infiltrazione, che sembra aver sollevato nel suo momento iniziale non poche perplessità e resistenze nell'organismo ricevente, e che esse vennero superate probabilmente solo grazie all'interessamento dei vertici dell'istituzione i quali, questo è certo, da quel momento in poi appaiono in intrinseco e non usuale rapporto di solidarietà con il nuovo adepto.

Questa infiltrazione inoltre fu preordinata e realizzata secondo il fine specifico di portare Licio Gelli direttamente entro la Loggia Propaganda, instaurando un singolare rapporto di identificazione tra il personaggio e l'organismo, il quale ultimo finì per trasformarsi gradualmente in una entità morfologicamente e funzionalmente affatto diversa e nuova, secondo la ricostruzione degli eventi proposta. Quanto detto appare suffragare l'enunciazione dalla quale eravamo partiti, perché il rapporto tra Licio Gelli e la massoneria viene a rovesciarsi in una prospettiva secondo la quale il Venerabile aretino lungi dal porsi rispetto ad esso in un rapporto di causa ed effetto, come ultimo prodotto di un processo generativo interno di autonomo impulso, assume piuttosto le vesti di elemento indotto, di programmato utilizzatore delle strutture e della immagine pubblicamente conosciuta della comunione, per condurre tramite esse ed al loro riparo quelle operazioni che costituirono l'autentico nucleo di interessi e di attività che la Loggia P2 venne a rappresentare.

Ci troviamo in altri termini di fronte ad un complesso rapporto che non può semplicisticamente ridursi in sommarie attribuzioni di responsabilità, in forme di addebitamento più o meno generalizzate che come tali non rientrano nell'ambito degli interessi di questa Commissione, il cui primo compito è quello di studiare la genesi dei fenomeni e la loro ragione di essere e di svilupparsi, affinché il Parlamento possa su tali basi pronunciare il proprio giudizio ed assumere le eventuali deliberazioni conseguenti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

E la massoneria ufficiale fu complice e vittima delle vicende della P2. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 18 settembre 2023

Quello che per la Commissione è di primario interesse sottolineare è che la massoneria di palazzo Giustiniani è venuta a trovarsi, nel seguito della vicenda gelliana, nella duplice veste di complice e vittima, essendone inconsapevole la base e conniventi i vertici

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Quello che, per la Commissione è di primario interesse sottolineare è che la massoneria di Palazzo Giustiniani è venuta a trovarsi nel seguito della vicenda gelliana nella duplice veste di complice e vittima, essendone inconsapevole la base e conniventi i vertici.

Non v'ha dubbio infatti che la comunione di Palazzo Giustiniani in senso specifico e la massoneria in senso lato abbiano negativamente risentito dell'attenzione, tutta di segno contrario, che su di esse si è venuta a concentrare, ma altrettanto indubbio risulta che l'operazione Gelli, sommatoriamente considerata, abbia in quegli ambienti trovato una sostanziale copertura — per non dire oggettiva complicità — senza la quale essa non avrebbe mai potuto essere, non che realizzata, nemmeno progettata.

Quando parliamo di complicità — pur sostanziale che sia — non si vuole peraltro fare riferimento soltanto a quella esplicita dei vertici dell'associazione, peraltro espressione elettiva della base degli associati, ma altresì a quella più generale situazione risolventesi in una pratica di riservatezza, sancita dagli statuti ma ancor più da una concreta tradizione di radicato costume massonico degli affiliati tutti, che ha costituito l'imprescindibile terreno di coltura per l'innesto dell'operazione.

Perché certo è che Licio Gelli non ha inventato la Loggia P2 né per primo ha contrassegnato l'organismo con la caratteristica della segretezza, ed altrettanto certo è che non è stato Gelli ad escogitare la tecnica della copertura, ma luna e l'altra ha trovato funzionanti e vitali nell'ambito massonico: che poi se ne sia impossessato e ne abbia fatto suo strumento in senso peggiorativo, questo è particolare che ci interessa per comprendere meglio Licio Gelli e non la massoneria.

Il discorso sui rapporti tra Gelli e la massoneria è approdato a conclusioni che si ritengono sufficientemente stabilite e tali da consentire, a chi ne abbia interesse, di trarre le proprie conclusioni. Sia ciò consentito anche al relatore perché l'argomento e l'occasione sono tali da meritare una qualche considerazione di più ampia portata su un tema che vanta di certo una pubblicistica di non trascurabile impegno e valore, e che ha interessato sinora non solo il nostro ordinamento.

La storia della Loggia P2 ha il pregio, a tal fine, di svelare l'equivoco sul quale stanche polemiche si trascinano intorno alla distinzione tra segretezza e riservatezza. La certa segretezza della loggia, al di là di sofismi cartolari e notarili, trova infatti radice ed al tempo stesso costante e vitale alimento nella riservatezza della comunione intera.

Sollevandoci ad un più generale livello di considerazioni che prescinda dalla soluzione normativa concreta che gli ordinamenti vogliano dare a tale situazione, ci è consentito rilevare in via di principio che i due concetti si pongono, pur in teoria ed in pratica diversi, in rapporto di reciproca interazione e funzionalità tali che la segretezza senza riservatezza non ha modo di esistere e la riservatezza, non posta a tutela di una intima più ristretta segretezza, non ha ragione di essere.

Sono questi argomenti che ci conducono al cuore del problema e che allargano il tema sulla riservatezza massonica ad un più ampio contesto di considerazioni in ordine al ruolo che questa associazione può svolgere legittimamente nell'ambito dell'ordinamento democratico.

Chi infatti guardi al contenuto dottrinale proprio di questa forma associativa, il suo conclamato richiamarsi al trinomio di princìpi Libertà-Fratellanza-Uguaglianza (art. 2 delle Costituzioni massoniche), non può non constatare come questo sia verbo al quale mal si appongono forme di culto riservato e quanto piuttosto chieda di essere con orgoglio portato nella società degli uomini, nella quale è messaggio che non può porsi che come fonte di benefiche influenze.

È avviso di questa Commissione parlamentare che una terza soluzione non sia data tra i due corni di questo dilemma: o infatti questo, o altro lecito, è il cemento morale della comunione ed allora non v'ha luogo a riservatezza alcuna nel godimento dei diritti garantiti dalla Costituzione repubblicana a tutti i cittadini; o piuttosto la ragione d'essere dell'associazione è di diversa natura e va allora revocata in dubbio la sua legittimità in questo ordinamento.

Passando, poi, dal piano generale della logica corrente a quello più specifico della logica giuridica, e con riferimento alla normativa sulle associazioni segrete, il dilemma deve porsi in questi diversi termini: o la comunione esclude ogni possibile interferenza con la vita pubblica dalla sua sfera di interessi (come dovrebbe essere in base alle regole originarie), ed allora indulga quanto crede al rito esoterico del segreto, o vuol piuttosto partecipare in toto al divenire della nostra società.

Se è vera la seconda alternativa sarà giocoforza che essa rinunci alle coperture, alle iniziazioni sul filo della spada, alle posizioni «all'orecchio». Riti tutti che hanno il fascino dei costumi misteriosi di tempi lontani, ma che l'esperienza ha purtroppo dimostrato essere fertile terreno di coltura per illeciti di tempi recenti.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Castiglion Fibocchi, la chiamata “preoccupata” del generale della Finanza. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 19 settembre 2023

Il generale Orazio Giannini, all'epoca comandante generale della Guardia di Finanza, telefonò al colonnello Vincenzo Bianchi che stava effettuando la perquisizione e lo invitò a prestare attenzione a quello che faceva, poiché nella lista dei nomi vi erano «tutti i vertici» e l'operazione avrebbe potuto essere di estremo pregiudizio per il Corpo

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

L'esame dell'operazione di sequestro effettuata presso gli uffici e la residenza di Licio Gelli dalla Guardia di Finanza su ordine dei giudici Turone e Colombo, nell'ambito dell'inchiesta loro affidata sull'affare Sindona, precede logicamente l'analisi del problema relativo alla veridicità delle liste poiché elementi di sicuro interesse ai nostri fini possono essere tratti dall'esame degli eventi che precedettero ed accompagnarono il loro ritrovamento.

Ricordiamo in primo luogo che il generale Orazio Giannini, all'epoca comandante generale della Guardia di Finanza, telefonò al colonnello Vincenzo Bianchi che stava effettuando la perquisizione e lo invitò a prestare attenzione a quello che faceva, poiché nella lista dei nomi vi erano «tutti i vertici» e l'operazione avrebbe potuto essere di estremo pregiudizio per il Corpo.

Interrogato poi dalla Commissione il generale Giannini non ha saputo fornire persuasive spiegazioni circa la sua conoscenza di un'attività di polizia giudiziaria che sappiamo gli organi procedenti avevano cautelato con la massima cura e che il loro operato e la loro integrità ci garantiscono coperta dal più assoluto segreto istruttorio.

Il generale Giannini non è stato in grado di spiegare le ragioni che lo indussero a comportarsi nel modo descritto né, particolare ancora più significativo, di rivelare la fonte della sua effettiva conoscenza del contenuto degli elenchi. Numerose e concordanti risultanze generano poi legittime perplessità sugli antefatti dell'operazione di sequestro degli elenchi di cui si discute e, quindi, sulla sorpresa, in via generale, che essa abbia potuto costituire per Licio Gelli.

Testimonianze in questo senso sono state rese da vari personaggi al corrente delle vicende inerenti alla Loggia P2: tali infatti le dichiarazioni del colonnello Massimo Pugliese al giudice istruttore di Trento, da Placido Magri, la cui fonte dichiarata fu in proposito Francesco Pazienza, ed infine dall'ingegner Francesco Siniscalchi. Questi accenni e queste indiscrezioni trovano conferma in un esame analitico dell'operazione e dell'epoca in cui intervenne.

Le operazioni di sequestro ordinate dai giudici di Milano si iscrivono come conclusivo episodio di una vicenda di contorni non completamente chiari ma di significato generale abbastanza definito. II sistema gelliano di potere sembra infatti entrare in crisi alla fine degli anni settanta, secondo quanto denunciano alcuni avvenimenti che intervengono in quel periodo.

Così il processo che Salvini subisce negli Stati Uniti da parte della massoneria americana, motivato proprio in ragione delle sue compromissioni con Gelli; processo questo del tutto anomalo, ma che non può non colpire significativamente perché è comunque un dato di fatto che Salvini pone termine anticipatamente al suo mandato presentando le dimissioni da Gran Maestro, con un gesto invero inusuale per un personaggio che si era dimostrato quanto mai restio a simili passi.

Così ancora è nel 1979 che i Servizi segreti consegnano a Pecorelli l'informativa COMINFORM perché questi ne faccia uso: senza anticipare le conclusioni che su questo punto verranno tratte nel capitolo apposito, è questo un atto che non si può non interpretare come indubbio segno di incrinamento nel rapporto tra Gelli e questo apparato.

Così ancora infine è nel 1979, secondo le testimonianze, che compare presente in Italia Francesco Pazienza, uomo legato ai servizi segreti in ambienti internazionali, di non ben certa origine; il Pazienza è elemento comunque sicuramente legato ai Servizi segreti italiani, ed in particolare al generale Santovito, e ricopre un ruolo che non si riesce ad interpretare chiaramente se si ponga in termini di vicarietà o successione, consensuale o meno, rispetto a Licio Gelli.

In questa prospettiva il Commissario Crucianelli ha sottolineato l'autonomia acquisita dalla Loggia P2, come struttura obiettiva che ha messo in moto meccanismi che prescindevano anche dagli stessi protagonisti soggettivi: tale appunto Francesco Pazienza che vediamo subentrare a Gelli, quasi automaticamente, nei rapporti con Roberto Calvi e con il generale Santovito.

L'elemento connotativo di questa situazione, nella quale il potere del Venerabile sembra patire elementi di disturbo se non di cedimento, è certamente l'intervista che Licio Gelli rilascia al Corriere della Sera nel 1980, una iniziativa invero sorprendente per un uomo che si era sempre mosso nella riservatezza più assoluta e che in essa aveva trovato una delle armi più efficaci.

L'intervista di Gelli, letta attraverso l'ostentata sicurezza delle dichiarazioni, sembra in realtà un messaggio che il capo della Loggia P2 invia all'esterno come all'interno dell'organizzazione; di quell'organizzazione che aveva cautelato con gli stratagemmi che abbiamo studiato nel precedente capitolo, è ora egli stesso a svelare l'esistenza ed i contenuti, quasi a voler avvertire che il riserbo di cui tutti si erano sino ad allora giovati poteva un giorno, in parte od in tutto, cadere ad opera del suo stesso artefice.

Il quadro di eventi che abbiamo disegnato fa da cornice alla perquisizione di Castiglion Fibocchi ordinata dai giudici di Milano, titolari dell'inchiesta su Michele Sindona, ai quali l'avviso della pista Gelli, inserito in un ampio contesto istruttorio testimoniale e documentale, era stato fornito da un personaggio notoriamente legato al finanziere siciliano per il quale aveva gestito in Sicilia l'operazione di finto rapimento.

Quale segno sia da attribuire a questa iniziativa nei confronti di Gelli non può essere chiarito, ma certo essa si iscrive nel complesso rapporto Gelli-Sindona, mostrando che la collaborazione tra i due si era seriamente incrinata: l'interrogatorio reso da Miceli Grimi, in data 26 febbraio, ai giudici milanesi, mostra, al termine di una lunga, ostinata reticenza, la chiara volontà di denunciare il Gelli.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Documenti riservati e nomi degli affiliati, tutto custodito in valigia. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 20 settembre 2023

La constatazione che il nucleo della documentazione avente valore fondamentale ai fini dell'indagine non era contenuto nella cassaforte dell'ufficio, suo naturale luogo di deposito, ma in una valigia. Questa valigia conteneva, oltre ad una lista degli iscritti alla Loggia P2, tutta una serie di documenti che denunciavano in quali attività e di quale rilievo la Loggia era implicata

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Prendendo adesso in esame il materiale sequestrato proveniente alla Commissione come frutto dell'operazione eseguita a Castiglion Fibocchi un dato sopra ogni altro colpisce l'attenzione dell'osservatore: la constatazione che il nucleo della documentazione avente valore fondamentale ai fini dell'indagine non era contenuto nella cassaforte dell'ufficio, suo naturale luogo di deposito, ma in una valigia.

Questa valigia conteneva, oltre ad una lista degli iscritti alla Loggia P2, tutta una serie di documenti che denunciavano in quali attività e di quale rilievo la Loggia era implicata; si noti che qualora infatti la Guardia di Finanza avesse provveduto al sequestro del solo materiale contenuto nella cassaforte — nella quale erano altre copie dei soli elenchi — il dato conosciuto agli investigatori sarebbe stato soltanto quello relativo all'appartenenza ad una Loggia massonica di un certo gruppo di eminenti personalità. Il materiale contenuto nella valigia ha invece la natura di denunciare al contempo l'esistenza della Loggia, poiché contiene una ulteriore serie di elenchi, nonché la sua valenza politica, per la natura dei documenti a quegli elenchi annessi.

Rimane pertanto dimostrato che il blocco di documentazione a noi pervenuta ha una intrinseca reciproca funzionalità, perché la valigia che li conteneva, oggetto invero strano per collocare materiale di tal fatta, aveva un suo autonomo valore di eccezionale significato.

Avendo riguardo a queste considerazioni, l'importanza intrinseca dei documenti contenuti nella valigia, esaminati nella loro reciproca correlazione, porta a ritenere che questo materiale era verosimilmente inserito in un processo di trasferimenti dell'archivio di Licio Gelli, che l'incerta e contrastata ultima fase della vicenda del Venerabile, prima tratteggiata, rende attendibile ed al quale siamo indotti a pensare sia per la costituzione, da far risalire a questo periodo, della cosiddetta Loggia di Montecarlo, intesa da Gelli come alternativa alla localizzazione italiana del centro delle sue attività, sia dall'esistenza di una duplicazione dell'archivio in questione nella residenza uruguayana del Venerabile.

Questa ricostruzione, che non possiamo collocare nell'ambito delle certezze acquisite per l'incompletezza di informazioni su tale ultimo periodo, peraltro riveste certamente connotati di estrema attendibilità.

Quel che è fuori dubbio è che comunque essa ci consente di affermare che la documentazione in possesso della Commissione non può che essere presa in attenta e seria considerazione per la primaria constatazione che essa si trovava al centro di un complesso gioco nel quale i protagonisti le attribuivano altissimo valore, e tra essi va ricordato il Comandante generale della Guardia di Finanza, autore del maldestro tentativo di insabbiamento già ricordato.

Le considerazioni esposte sono riferite naturalmente agli attori espliciti di questa vicenda ed ai suoi retroscena, ed in nulla attengono alla integrità ed attendibilità dell'inchiesta giudiziaria e della operazione di sequestro in sé considerata, come si evince se non altro dalle modalità di esecuzione predisposte dall'organo inquirente ed attuate da quello procedente, delle quali è testimonianza eloquente la denuncia che il colonnello Bianchi effettuò dell'indebita ingerenza tentata nei suoi confronti dal superiore gerarchico.

La risposta al quesito circa la veridicità e completezza delle liste precede logicamente ogni altro problema ed esso sarà da verificarsi tenendo ben presenti l'oggetto e le finalità della legge istitutiva che all'articolo 1 demanda alla Commissione di accertare, tra l'altro, «la consistenza dell'associazione massonica denominata Loggia P 2».

Questo compito postula non già l'esigenza di analitici riscontri individuali sulla effettiva appartenenza alla loggia dei singoli iscritti, riscontri che invece sono propri dell'inchiesta giudiziaria finalizzata all'accertamento di responsabilità individuali, ma richiede per contro un giudizio complessivo inerente al numero e alla qualità degli affiliati che consenta di delineare «la consistenza» della loggia, al fine di poterne poi valutare i contenuti.

Quando si passino in rassegna le risultanze acquisite sul punto, pare corretto distinguere quelle emergenti da accertamenti riferibili all'autorità giudiziaria o ad altre autorità, da quelle desumibili da indagini disposte dalla Commissione o da documenti acquisiti. Quanto alle prime, si ricorda che la sentenza emessa dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della magistratura nei confronti dei magistrati iscritti nella lista ha dichiarato la «complessiva attendibilità» degli elenchi e della documentazione; nella requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma, l'estensore mostra invece di non credere «alla veridicità delle liste degli iscritti»; a sua volta il Comitato amministrativo di inchiesta costituito a suo tempo presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri esprime il dubbio che la lista non sia un «puntuale elenco di coloro che avevano effettivamente aderito alla P 2»; infine, nell'appello proposto avverso la sentenza del giudice istruttore di Roma, il procuratore generale presso la corte d'appello muove dal presupposto della «attendibilità complessiva di elenchi e documentazione sequestrati salvo riscontri negativi».

Vi è poi da considerare che la «relazione informativa sulla Loggia P 2» effettuata dal Sisde, per la parte relativa all'analisi strutturale dell'elenco dei novecentosessantadue (962) presunti affiliati, si sofferma sulla eterogenea e contraddittoria compresenza di alcuni componenti, postulando la esigenza di integrare le risultanze con il dato relativo alle domande di ammissione, ma esclude l'ipotesi di una falsificazione dell'elenco medesimo. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Chi era iscritto alla P2? Non uno, ma tanti “elenchi” sequestrati a Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 21 settembre 2023

Questi elenchi rappresentano un secondo elemento di indubbio significato perché dimostrano che la lista di Castiglion Fibocchi non costituisce un unicum ma si pone invece come il prodotto ultimativo di una stratificazione di documenti la cui redazione si è protratta lungo un arco di tempo più che decennale

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Con riferimento alle indagini disposte dalla Commissione, si premette che un primo accertamento riguarda l'epoca in cui presumibilmente sono stati formati gli elenchi in questione: tale arco di tempo può collocarsi con sufficiente approssimazione dal 1979 al 1981 in base alle risultanze desumibili:

a) dalla corrispondenza intercorsa tra Gelli e i capigruppo della loggia, da cui emerge che intorno al 1979 vi fu una generale revisione degli elenchi degli iscritti, una ripartizione degli effettivi tra i capigruppo e quindi l'aggiornamento e la riscrittura degli elenchi medesimi;

b) dagli esiti della perizia tecnica disposta dalla Commissione sul nastro della macchina da scrivere sequestrata a Castiglion Fibocchi. Di tale perizia, consistente nella decifrazione dei caratteri impressi sul nastro rimasto inserito nella macchina da scrivere della segretaria del Gelli, inequivocabilmente si evince che gli elenchi furono redatti con la macchina in questione e che furono ultimati in data precedente l'8 marzo 1981, con la inclusione degli ultimi 18 iscritti per i quali la data di iniziazione era stata programmata per il successivo 26 marzo 1981.

Tenendo conto di questo riscontro temporale, il primo problema da affrontare in ordine logico è quello relativo alla individuazione della natura del documento in esame, secondo una rilevazione esterna che attenga ai connotati funzionali del reperto studiato al fine di verificare se possa essere considerata autentica quella che appare essere ictu oculi la sua natura di elenco di iscritti ad una associazione data: nella specie la Loggia massonica P2.

A tal fine è primaria argomentazione rilevare che le liste di Castiglion Fibocchi trovano riscontro in ulteriori reperti, antecedenti o contemporanei che accompagnano, con significative concordanze, i dati relativi. Elementi di riscontro in ordine ai dati contenuti nelle liste sono stati infatti successivamente acquisiti dai documenti dell'archivio uruguaiano di Gelli, pervenuti alla Commissione nel corso dei lavori, comprendenti anche un duplicato (con annotazioni in lingua spagnola) della lista generale nonché 109 fascicoli personali di altrettanti iscritti, contenenti sicure conferme documentali sull'appartenenza alla loggia.

L'esistenza di un secondo archivio dell'organizzazione gelliana denuncia la non episodicità dei reperti sequestrati a Castiglion Fibocchi, e comunque denota una significativa e non improvvisata sistematicità di archiviazione. Inoltre, l'autenticità dell'elenco è comprovata dal riscontro con altri analoghi documenti ad esso anteriori.

In particolare la lista con cinquecentoundici (511) nominativi di cui si compone l'elenco degli iscritti alla disciolta loggia P2 consegnato al giudice Vigna di Firenze da Gelli e Lino Salvini separatamente e con il libro matricola, che consta di cinquecentosettantatre (573) effettivi, sequestrato dalla Commissione presso la comunione di piazza del Gesù, che porta a nostra conoscenza la composizione della loggia P2 durante l'arco di tempo che corre dall'anno 1952 fino al 1970.

Questi elenchi rappresentano un secondo elemento di indubbio significato perché dimostrano che la lista di Castiglion Fibocchi non costituisce un unicum ma si pone invece come il prodotto ultimativo di una stratificazione di documenti la cui redazione si è protratta lungo un arco di tempo più che decennale: considerazione che indebolisce significativamente la ipotesi di una artata prefabbricazione delle liste o della loro natura di documento informale e conduce anch'essa, come la precedente osservazione, ad una rassicurante valutazione in ordine alla sistematicità dell'archiviazione dei dati al nostro studio.

Argomento, poi, che si ritiene di estremo rilievo in ordine alla natura degli elenchi, secondo quanto osservato dal Commissario Mattarella, è quello che si ricava dalle conclusioni della seconda perizia ordinata sulle liste stesse dalla Commissione, non preceduta in questi suoi riscontri da alcuna consimile attività da parte di altri organi inquirenti.

I periti rispondendo ai quesiti loro posti hanno specificato che le liste non sono state compilate in un unico contesto ma risultano il frutto di successive, diverse operazioni di battitura; in particolare l'analisi peritale condotta partitamente su ogni pagina del documento dimostra che molte delle annotazioni apposte in margine ad ogni singolo nome non furono battute contestualmente al nome relativo.

Questa conclusione dimostra al di là di ogni verosimile dubbio che le liste sequestrate erano in sostanza quello che ad un primo esame denunciano di essere: un documento nel quale veniva registrata la gestione amministrativa e contabile della loggia. Si vuole infine rilevare che tali argomentazioni collimano con i risultati della prima perizia, dianzi citata, dai quali emerge che gli ultimi nominativi (di affiliati per i quali era da perfezionare l'iniziazione) vennero inseriti nelle liste poco prima della effettuazione della perquisizione, essendo i loro nominativi impressi nel nastro ancora inserito nella macchina da scrivere in uso nell'ufficio di Gelli.

Si osserva da ultimo che la constatazione dei periti che alcune delle annotazioni furono riportate invece contestualmente al nome relativo, vale a indicare che gli elenchi sequestrati non costituivano l'unico documento anagrafico in uso presso la segreteria di Gelli, ponendosi piuttosto come una copia od un estratto del documento di segreteria per il quale vi era correntezza di uso da parte del personale addetto.

Le conclusioni desumibili dalle perizie sono suffragate dalla testimonianza della segretaria di Gelli, la quale, pur rendendo la non verosimile dichiarazione di ignorare il significato delle sigle contenute nel documento, ha peraltro affermato che tali annotazioni venivano da essa effettuate meccanicamente, sotto diretta dettatura del Gelli.

Tale affermazione contiene dunque l'indiretta ammissione che l'elenco veniva usato per apporvi le indicazioni del caso, al momento nel quale se ne manifestava la necessità, ed è suffragata dalle annotazioni riportate in un foglio tra le quali il Gelli, sotto la voce «Memoria x Carla» ricordava tra l'altro alla segretaria di «finire gli elenchi per settori con aggiornamento».

Ultimo riscontro relativo alla rilevazione esterna del documento è quello relativo alla coincidenza tra le sigle apposte in margine ad ogni nome e le ricevute contenute negli appositi bollettari, le annotazioni del registro di contabilità nonché i versamenti sul conto intestato a Licio Gelli presso la Banca Popolare dell'Etruria, nel senso che ogni registrazione consegnata in uno di questi documenti risulta generalmente apposta, con la sigla relativa, sulle liste in esame, che pertanto, anche sotto questo profilo risultano frutto di puntuali aggiornamenti contabili COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Liste autentiche ma incomplete: così la P2 è sopravvissuta a sé stessa. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 22 settembre 2023

Le liste sequestrate a Castiglion Fibocchi sono il documento, o uno dei documenti, in uso presso la segreteria della loggia che conteneva, con adeguati aggiornamenti, la rappresentazione, nel suo dato oggettivo e personale, dell'organizzazione massonica denominata Loggia Propaganda 2

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Conclusivamente i dati peritali e documentali e quello testimoniale convergono nel denunciare la rilevata natura funzionale e non meramente dimostrativa del reperto, e considerati unitamente alle argomentazioni che verranno esposte successivamente consentono alla Commissione di affermare che le liste sequestrate a Castiglion Fibocchi sono il documento, o uno dei documenti, in uso presso la segreteria della loggia che conteneva, con adeguati aggiornamenti, la rappresentazione, nel suo dato oggettivo e personale, della organizzazione massonica denominata Loggia Propaganda 2.

Questa conclusione, relativa alla funzione del reperto sequestrato, viene dalla Commissione ritenuta di decisivo rilievo al fine della valutazione inerente alla autenticità dell'elenco considerato nella sua natura di documento che rappresentava, secondo l'espressione del Commissario Mattarella, «la vita della loggia».

Secondo la distinzione, sempre da tale Commissario argomentata, il discorso sulla autenticità delle liste precede logicamente quello relativo alla loro attendibilità, in quanto concettualmente distinguibile da esso.

Una volta infatti posto l'assunto che le liste di Castiglion Fibocchi sono, come documento, direttamente riferibili in modo certo alla Loggia P2, in quanto contenenti la rappresentazione del dato personale ed anagrafico di tale organismo, il problema della attendibilità delle liste viene di conseguenza a porsi, in modo più circoscritto, nei termini seguenti: se esse siano la puntuale ed esatta configurazione della Loggia P2 o se piuttosto possano essere ritenute inesatte per eccesso o per difetto.

A tal fine è necessario premettere che il discorso inerente alla attendibilità non può comunque mai essere trasformato in una argomentazione sulla esistenza o meno della Loggia P2.

L'esistenza della Loggia P2 come organismo operante nei più svariati e qualificati settori della vita nazionale è infatti ampiamente documentata, oltre ogni invocabile dubbio, dal complesso della documentazione in possesso della Commissione che dimostra l'esistenza di legami tra gruppi di individui, inseriti in rilevanti posizioni, che hanno operato in sintonia di intenti e di azioni durante un ragguardevole arco temporale.

Sarebbe dunque procedimento logicamente capzioso voler scindere i due dati, quello documentale e quello sostanziale, per procedere ad una analisi separata, argomentando infine da una supposta non attendibilità delle liste la non esistenza della loggia, o per contro da una non ritenuta credibile esistenza, la falsità degli elenchi.

Vero è piuttosto che procedimento logico corretto appare alla Commissione quello di considerare e valutare il dato formale e quello sostanziale congiuntamente, poiché essi concorrono entrambi, pur se partitamente analizzati per comodità espositiva, a formare la base delle conclusioni alle quali pervenire.

Le argomentazioni svolte in questa sede vanno pertanto lette e considerate unitamente alla complessiva analisi delle attività della loggia e del progetto politico che essa si poneva, diffusamente esaminati nei due capitoli successivi.

Partendo dalla premessa esposta, e riportandosi alle conclusioni parziali dianzi argomentate, è dato quindi ribadire che il problema dell'attendibilità degli elenchi si risolve nel più ridotto problema della loro puntuale attendibilità, e a tal fine possiamo in primo luogo sottolineare che esistono non pochi elementi o indizi di prova che militano a favore della ipotesi di un'incompletezza delle liste che, pertanto, non comprenderebbero nomi di altre persone, oltre quelle elencate, pur ugualmente affiliate alla Loggia.

Gli argomenti in proposito possono essere elencati secondo l'ordine seguente: 1) l'intervista rilasciata da Gelli al settimanale L'Espresso del 10 luglio 1976 secondo la quale l'organico della Loggia ammontava all'epoca a ben duemilaquattrocento (2.400) unità;

l'audizione del dignitario massonico Vincenzo Valenza (27 settembre 1983), il quale, sulla base di dati desunti dalla numerazione degli iscritti, afferma recisamente che la lista è veritiera ma incompleta;

le risultanze, testimoniali e non, riferentesi a persone formalmente non iscritte negli elenchi, ma indicate come appartenenti alla P2: è il caso del generale Mino, defunto comandante generale dell'Arma dei carabinieri;

la lettera del 20 marzo 1979 già citata nel I capitolo indirizzata da Gelli al Gran Maestro Ennio Battelli che, confermando precedenti intese intercorse con il predecessore Lino Salvini, dichiara che i nominativi di otto persone «al VERTICE del RSAA» (Cicutto, De Megni, Gamberini, Motti, Salvini, Sciubba, Stievano, Tomaseo) non sarebbero apparsi nel pie di lista della P2 pur facendovi parte: tali nominativi non risultano invece nell'elenco di Castiglion Fibocchi;

la raccomandata inviata dal generale Battelli alla scadenza del suo mandato nella quale alcune centinaia di fratelli alla memoria venivano invitati a decidere sulla loro destinazione (due dei nominativi in questione risultano essere iscritti alla Loggia P2);

la lettera inviata da Licio Gelli al capogruppo Bruno Mosconi con la quale, alla richiesta di istruzioni in ordine alla nuova Gran Maestranza del generale Battelli, il Venerabile della Loggia così si esprimeva: «Per quanto riguarda il Gruppo, come ti accennai ad Incisa, l'esame dello schedario centrale non è ancora terminato e, inoltre, se non trovi alcuni degli elementi da te segnalati, è per motivi che ti spiegherò al nostro prossimo incontro durante il quale ti indicherò anche le ragioni per cui ti sono stati affidati alcuni elementi che non erano stati segnalati da te.

«Con l'elezione del Gran Maestro Ennio Battelli nulla è cambiato nei confronti del Grande Oriente perché nulla poteva cambiare. «Perciò tutto procede come procedeva con le precorse Grandi Maestranze, anzi, meglio, perché devo dirti che l'attuale Gran Maestro ha dimostrato maggior intuito ed intelligenza degli altri, dandoci una maggior valorizzazione.

«Mi chiedi se abbiamo molti candidati: ti rispondo che il proselitismo che abbiamo avuto in questi ultimi tre anni è stato veramente massiccio: nel 1979 siamo arrivati ad oltre quaranta iniziazioni al mese». I due documenti da ultimo citati pongono il problema se in via generale e comunque in particolare nella seconda fase della Loggia P2, caratterizzata dalla totale acquisizione all'orbita di influenza gelliana, le due categorie degli affiliati alla Loggia Propaganda e degli affiliati alla memoria del Gran Maestro fossero in tutto coincidenti o meno.

Il quesito, riportato al contesto dei rapporti tra Licio Gelli ed i Gran Maestri, si risolve nell'accertare se il Grande Oriente fosse riuscito a preservare una propria quota di fratelli coperti, di fronte al potere acquisito dal Venerabile Maestro della Loggia P2. Si tratta di quesito al quale non è consentito, allo stato degli atti, dare una risposta definitiva in un senso o nell'altro, attesa la gestione tortuosa ed inaffidabile delle norme statutarie e delle procedure proprie del Grande Oriente: rimane pertanto aperta la possibilità che alcuni o tutti i nominativi ricompresi nella raccomandata del Gran Maestro Battelli fossero altresì membri della Loggia P2.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Le domande di iscrizione, firme vere e firme false, assegni e ricevute. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 23 settembre 2023

Si vuole ricordare che dei 671 affiliati ascoltati dal magistrato, 235 soltanto hanno negato di appartenere alla Loggia P2. La Commissione è in possesso di prove documentali (ad esempio, firme su assegni) che inducono a ritenere questa dichiarazione non vera per centosedici (116) delle situazioni indicate, ovvero per circa la metà dei casi

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Possiamo adesso prendere in esame il secondo aspetto del problema denunciato: se cioè le liste siano da considerare non attendibili per eccesso ovvero se in esse possano considerarsi inclusi nominativi che nulla avevano a che vedere con la Loggia Propaganda.

A questo fine la Commissione ha proceduto ad un censimento di riferimenti relativi ad ogni nominativo presente nelle liste in esame, preordinato, sempre secondo l'assunto metodologico premesso, alla valutazione generale del documento complessivamente considerato.

Prendendo in primo luogo in esame i documenti contabili, la Guardia di Finanza ha effettuato uno studio analitico del conto intestato a Licio Gelli presso la Banca Popolare dell'Etruria (conto «Primavera») ed ha riscontrato che sia le ricevute che le annotazioni contenute nel libro contabilità, sequestrati in Castiglion Fibocchi, trovavano puntuale riscontro in versamenti che venivano contestualmente effettuati nel conto «Primavera», secondo una continuità temporale che va dal maggio 1977 al febbraio 1981.

Questo dato consente di escludere l'ipotesi di una artata prefabbricazione della documentazione contabile (come tale eccessivamente macchinosa e non verosimile) e consente alla Commissione di rilevare che da tale contesto documentale emerge che per duecentosettantasei nominativi (276) esiste il triplice riscontro del rilascio della ricevuta, della notazione nel registro di contabilità e del versamento, alla stessa data o il giorno successivo, degli importi relativi sull'apposito conto bancario.

Il valore di questo dato deve essere posto in adeguata evidenza, poiché, se pur esso non si riferisce a tutti i nominativi compresi nell'elenco generale, per quasi un terzo di essi possiamo affermare che esiste una prova documentale inconfutabile sulla loro iscrizione alla loggia, suffragata paradossalmente dalle versioni fantasiose e palesemente non credibili che gli interessati hanno fornito alla Commissione in sede di audizione a giustificazione di tali versamenti.

Altro riscontro di estremo rilievo è quello relativo alle prove di appartenenza provenienti dai diretti interessati, ed in specie dall'esistenza di una firma apposta in calce ad una domanda di iscrizione, anche come presentatore, ad un giuramento o ad un assegno incassato dal Gelli: tale prova è riscontrabile in duecentosessantadue (262) casi, secondo la documentazione attualmente in possesso della Commissione.

Altro dato che si vuole sottolineare è quello relativo a trecentodieci (310) nominativi che, compresi nelle liste in esame, sono altresì presenti nelle altre liste sopraindicate (libro matricola ed elenchi consegnati ai giudici Vigna e Pappalardo): viene così suffragato il rilevante argomento della stratificazione dei documenti anagrafici della loggia, che corrisponde fedelmente alla sua accertata operatività lungo un arco di tempo più che decennale.

Si vuole infine ricordare che dei seicentosettantuno (671) affiliati ascoltati dal magistrato, duecento trentacinque (235) soltanto hanno negato di appartenere alla Loggia P2. La Commissione peraltro è in possesso di prove documentali (ad esempio, firme su assegni) che inducono a ritenere questa dichiarazione non vera per centosedici (116) delle situazioni indicate, ovvero per circa la metà dei casi.

I riscontri statistici accennati, che prescindono da ulteriori riscontri di tipo sostanziale, relativi ad alcune centinaia di nominativi, alcuni dei quali rientrano in più di uno dei riscontri proposti (che pertanto non sono da sommare tra loro) dimostrano che le liste si inseriscono in un corpus documentale più ampio nell'ambito del quale trovano puntuale riscontro e che sottostante ad esse è pertanto rinvenibile una griglia di riferimenti incrociati che suffragano l'attendibilità generale del documento.

Tutti i dati enunciati devono naturalmente essere poi interpretati, secondo l'assunto metodologico dianzi premesso, alla stregua del presuntivo, ma qualificante, argomento di prova costituito dal potere acquisito da Gelli nei più delicati settori ed ai più alti livelli della vita nazionale: tale acquisita influenza è indirettamente, ma univocamente, dimostrativa dell'esistenza di un esteso, autorevole e capillare apparato di persone del quale il Gelli, appunto nella sua qualità di Maestro Venerabile della loggia, poteva disporre e quindi rappresenta una obiettiva conferma della attendibilità della consistenza della Loggia P2 emergente dai documenti fin qui esaminati.

Non è azzardato, anzi, ritenere — proprio sulla base delle riferite circostanze, concomitanti all'esecuzione del sequestro, nonché di quant'altro attinente all'incompletezza della lista — che la forza e la capacità operativa della loggia, acquisite mediante la penetrazione nei più importanti settori delle istituzioni dello Stato e nei centri economici, fossero maggiori di quanto documentano gli elenchi, i quali sarebbero quindi approssimativi per difetto rispetto all'effettiva consistenza della Loggia P2 anche per queste più generali considerazioni di merito, che si aggiungono ai riscontri obiettivi dianzi citati.

Né deve essere trascurato il rilievo che a tali conclusioni la Commissione è potuta giungere pur senza aver consultato la maggior parte dell'archivio uruguaiano di Gelli, che avrebbe fornito esaurienti riscontri e puntuali verifiche sugli organici della loggia, come è dimostrato dall'importanza e dall'affidabilità del contenuto di quei pochi documenti dell'archivio medesimo pervenuti alla Commissione.

Si ricorda infine che lo stesso Licio Gelli ha, in un suo scritto di recente inviato alla Commissione, ribadito l'affermazione che le liste rappresentano un elenco di iscritti, di simpatizzanti e di amici. Volendo così sminuire il dato formale dell'iscrizione, affermazione alla quale peraltro la Commissione, secondo quanto sinora detto, presta credito relativo, il Venerabile della loggia ha confermato indirettamente la connessione di tutti coloro che appaiono nelle liste con le proprie attività.

D'altro canto si può rilevare che la detta tripartizione, giudicata in tale contesto ininfluente dai Commissari Battaglia e Petruccioli, potrebbe tutt'al più condurre, secondo l'osservazione del secondo Commissario, alla conclusione di una maggiore censurabilità, dal punto di vista sostanziale, del comportamento del simpatizzante, il quale in quanto tale non potrebbe dedurre a giustificazione del proprio comportamento il motivo della errata conoscenza del fenomeno. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Ma quanti erano davvero gli iscritti alla P2? COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 24 settembre 2023

Emerge l'impossibilità concreta di stabilire con certezza la consistenza della comunione massonica di Palazzo Giustiniani, nonché di avere dati certi sulle affiliazioni massoniche di molti iscritti alla Loggia P2, perché non è stata trovata in possesso di tali organizzazioni nessuna forma di documentazione certa, sulla tipologia del registro dei soci nelle società commerciali

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Il discorso sinora svolto conduce all'univoca conclusione che le liste sequestrate a Castiglion Fibocchi sono da considerare: a) autentiche: in quanto documento rappresentativo della organizzazione massonica denominata Loggia P2 considerata nel suo aspetto soggettivo; b) attendibili: in quanto, sotto il profilo dei contenuti, è dato rinvenire numerosi e concordanti riscontri relativi ai dati contenuti nel reperto.

Conclusivamente la risposta all'iniziale quesito circa la veridicità complessiva del pie di lista, di cui la Commissione doveva farsi carico, non può che essere ampiamente affermativa, in conformità alle molteplici e persuasive ragioni fin qui illustrate, con la conseguenza che «la consistenza dell'associazione massonica denominata Loggia P2» — cui si riferisce la legge istitutiva — si identifica quanto meno con il dato numerico e qualitativo del complesso degli iscritti.

Si deve naturalmente ribadire, a tal punto, riprendendo il discorso già accennato in apertura di capitolo, come esuli dai compiti della Commissione ogni e qualsiasi analisi di responsabilità a livello individuale, restando confinate le funzioni di una Commissione di inchiesta parlamentare all'accertamento di situazioni e responsabilità, trascendenti i singoli accertamenti di innocenza o di colpevolezza.

Avuto riguardo infine alle competenze proprie della Commissione che la legge istitutiva finalizza all'accertamento della consistenza della Loggia P2 ed alla valutazione del suo rilievo politico, rimane irrilevante la eventuale abusiva menzione di qualcuno che con Gelli abbia simpatizzato e non sia stato ritualmente affiliato alla loggia.

Il complesso contesto di documenti, nell'ambito del quale le liste abbiamo visto si inseriscono con puntuale riscontro, consente di affermare come il margine di dubbio è da circoscrivere a coloro che risultano menzionati nella lista e per i quali non si rinvengono ulteriori riscontri dell'appartenenza alla loggia né di attività in qualche modo riconducibili alla stessa.

Rilievo questo che, a prescindere dalla estrema esiguità dei casi, alla luce delle considerazioni fin qui svolte, appare sicuramente insufficiente a smentire l'attendibilità generale dell'intero compendio documentale sequestrato al Gelli, dal quale ha preso le mosse l'inchiesta parlamentare.

Dovere di questa Commissione era esprimere, in termini di ragionevole convincimento basato su prove, su concordanti elementi indiziari e sulle argomentazioni logiche che da tale quadro si possono trarre un giudizio complessivo di attendibilità, al quale la Commissione ritiene doveroso aggiungere che l'ipotesi che singoli casi possano sfuggire in via di eccezione alla affermazione di principio non può certo essere esclusa, poiché la sfortunata coincidenza di un accumularsi di indizi fuorvianti è evento astrattamente ben ipotizzabile anche se statisticamente improbabile.

Il problema della veridicità degli elenchi va tenuto distinto dal problema dell'appartenenza alla massoneria degli iscritti alla Loggia P2, e proprio equivocando sui termini di tale discorso la generalizzata linea difensiva sostenuta in sede di procedimenti disciplinari e giudiziari da parte degli affiliati è stata quello o di negare in toto ogni forma di iscrizione o di affermare che essi ritenevano di affiliarsi alla massoneria e non ad una sua loggia retta da regime particolare, in essa ricompresa.

Bisogna premettere in proposito il rilievo proposto dal Commissario Gabbuggiani relativo alla provenienza degli affiliati alla Loggia P2, che la documentazione in nostro possesso ci mostra reclutati anche presso comunioni massoniche diverse da quella di Palazzo Giustiniani.

L'esistenza comprovata di logge coperte presso le famiglie di minor rilievo e la contemporanea iscrizione di alcuni soggetti presso più organizzazioni ci mostra un aspetto peculiare della Loggia P2, che veniva in un certo senso a porsi come la struttura più qualificata di questo variegato mondo sommerso. L'individuazione di questa complessa realtà complica peraltro l'analisi delle posizioni singole. Per fare chiarezza in questo discorso la Commissione ha effettuato due operazioni di sequestro di documenti, acquisendo le schede di tutti gli iscritti alle comunioni di Palazzo Giustiniani e di Piazza del Gesù.

La conoscenza dei dati sia globali sia analitici che ne è seguita non consente peraltro di risolvere in via definitiva il complesso problema, i cui termini vanno chiariti adeguatamente sulla scorta della ricostruzione effettuata nel capitolo precedente. Si è dovuto infatti constatare che in entrambe le organizzazioni non esiste una forma di tenuta dei registri degli iscritti tale da consentire di affermare con certezza se una persona data sia o meno appartenente a quelle comunioni.

Centrando il discorso sulla famiglia di Palazzo Giustiniani (ma in termini del tutto analoghi esso vale per la famiglia di Piazza del Gesù) si è riscontrato che gli iscritti venivano nominativamente classificati in appositi schedari con schede mobili non numerate in ordine progressivo, né secondo altro criterio che garantisse la non alterabilità del metodo adottato.

Ad un successivo livello di analisi e sulla scorta di informazioni pervenute in possesso della Commissione si è appurato che agli affiliati viene attribuito al momento dell'iscrizione un numero progressivo che distingue il brevetto massonico consegnato singolarmente ad ogni iscritto. È questo l'unico documento, al di là anche della tessera di appartenenza, che attribuisce la qualifica di massone e che come tale viene internazionalmente riconosciuto.

La Commissione avendo avuto notizia dell'esistenza di registri contenenti le varie progressioni dei numeri di brevetto, la cui esistenza è anche logicamente deducibile, ha provveduto ad una seconda ispezione che ha dato risultati non apprezzabili perché, non solo dei registri in parola è stata negata l'esistenza, ma in loro sostituzione sono stati esibiti dei bollettari relativi ad alcuni anni recenti, in serie non completa perché alcuni risultavano mancanti ed in loro vece era inserita la notazione: «consegnati alla Loggia P2».

Dalla narrativa di questi fatti emerge l'impossibilità concreta di stabilire con certezza, ai fini della nostra indagine, la consistenza della comunione massonica di Palazzo Giustiniani, nonché di avere dati certi sulle affiliazioni massoniche di molti iscritti alla Loggia P2, perché non è stata trovata in possesso di tali organizzazioni nessuna forma di documentazione certa, sulla tipologia del registro dei soci nelle società commerciali. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Soldi e affiliazioni, la loggia è ormai “scoperta”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 25 settembre 2023

È certo che, nella seconda fase della Loggia P2, coloro che si accostavano a Gelli erano mossi dall'intento di aderire a un’organizzazione la cui presenza era meno ignorata in ambienti qualificati, di quanto lo fosse presso il grosso pubblico

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Al fine di mettere ordine nella materia la Commissione ritiene di osservare quanto segue. Premesso che comunque i fratelli coperti affiliati «sul filo della spada» non venivano inseriti nei registri ordinari degli affiliati si può comunque identificare un primo consistente gruppo di iscritti (175) alla Loggia P2 per i quali siamo in possesso di dati che confermano l'iscrizione alla massoneria, al di là delle dichiarazioni degli interessati.

Per i restanti nominativi non si è in grado di confermare se l'affiliazione alla Loggia P2 avvenne direttamente presso Gelli, con eventuale successiva trasmissione dei dati al Grande Oriente, o in alternativa si trattò di affiliazioni alla comunione trasmesse poi alla Loggia P2.

Il problema non è nel suo significato reale una questione di ordine meramente anagrafico, poiché si inserisce nel contrasto che, come sappiamo, ha contrassegnato i rapporti tra Licio Gelli ed i Gran Maestri sino al definitivo impossessamento della Loggia P2 da parte del suo Venerabile Maestro ed alla sua attività di affiliazione diretta, materialmente officiata dal Gamberini, che aveva come punto di riferimento i recapiti romani della sede di Via Condotti e dell'Hotel Excelsior; questa attività era resa possibile dalla consegna di tessere in bianco da parte dei Gran Maestri, che rappresentava una forma di delega incontrollata, segno della loro resa al potere gelliano.

Questa situazione, di indubbio riscontro nella nostra ricostruzione, ribalta i termini del problema perché è certo che, nella seconda fase della Loggia P2, coloro che si accostavano a Gelli erano mossi dall'intento di aderire ad una organizzazione la cui presenza era certo meno ignorata in ambienti qualificati, di quanto lo fosse presso il grosso pubblico; un'organizzazione che — per l'indipendenza che si era acquistata nell'ambito di una comunione che le prestava ormai solo formale copertura — esentava l'affiliato dall'osservanza di rituali ed adempimenti di indubbio impaccio per l'iniziando mosso da più terrestri motivazioni.

Appare di palese evidenza infatti che la pratica inesistenza di attività massonica di ordine rituale nell'ambito della Loggia P2, non poteva che chiarire agli affiliati oltre ogni dubbio che l'iscrizione veniva effettuata presso un organismo di natura affatto particolare quale la Loggia P2. Vero è quindi che la eventuale non formalizzazione dell'iscrizione avvenuta presso la segreteria del Grande Oriente era, dal punto di vista degli affiliati ininfluente, attenendo essa ai rapporti interni tra la loggia e l'organismo di cui essa era emanazione.

Rimane da ultimo da ricordare che alcuni iscritti alla Loggia P2, per i quali sono state rinvenute le schede di appartenenza alla massoneria, recano poi l'indicazione anagrafica di essere usciti dall'organizzazione per passare ad altra loggia.

La Commissione in proposito rileva che sono stati rinvenuti piedilista di logge coperte (Emulation, Zamboni De Rolandis) alle quali appartenevano «fratelli» affiliati peraltro contemporaneamente alla Loggia P2; e del resto il principio della doppia appartenenza appare sanzionato dalle Costituzioni massoniche (art. 15).

Queste considerazioni, unitamente alle perplessità più volte espresse sulla regolarità della tenuta dei registri e della gestione delle procedure, non consente pertanto di dare pieno e definitivo affidamento a queste registrazioni e non esclude che elementi che appaiono in transito nella Loggia P2 fossero in realtà rimasti nell'ambito dell'organizzazione realizzando, attraverso Vexeat ad altra loggia, una forma ulteriore di copertura della loro appartenenza.

La Commissione ritiene in proposito di rilevare che la disinvoltura con la quale la massoneria di Palazzo Giustiniani ha gestito la propria segreteria ha finito per risolversi in un sostanziale danno per gli affiliati, concretando in tal modo un lampante esempio di come la salvaguardia della sfera dei diritti dei singoli vada ricercata, con primaria considerazione, nella trasparenza di ogni forma di vita associativa.

Il complesso di documentazione pervenuto alla Commissione consente di formare un quadro sufficientemente preciso in ordine alle strutture organizzative della Loggia P2. Il primo dato che emerge a tal fine dai documenti è l'assenza di quel fondamentale momento di vita associativa costituito dall'assemblea degli aderenti all'organizzazione, dalla riunione cioè nella quale i suoi dibattono i problemi dell'associazione, tirano i consuntivi dell'attività svolta, programmano la vita futura ed infine procedono alla elezione delle cariche sociali.

In una associazione regolarmente costituita e fisiologicamente funzionante, questa complessa attività interviene secondo scadenze prefissate in astratto, sulle quali il vertice non può influire ad arbitrio, ed è sottratta altresì ad un eventuale potere derogatorio dei soci, promanando dallo statuto sociale. Nulla di tutto questo è dato riscontrare nella Loggia P2.

I documenti al nostro studio, non abbondanti ma esaurienti ai nostri fini, e le testimonianze raccolte consentono di affermare che non solo una consimile attività collegiale non ha mai avuto luogo, sia pure in modo episodico, ma che di essa non si è nemmeno mai prospettata l'esigenza o quanto meno contestata la mancanza.

Questa incontrovertibile constatazione può condurre a due diverse soluzioni: ritenere non qualificabile la Loggia P2 come associazione o per converso riconoscerle natura associativa, tale peraltro da essere confinata nella patologia di tale forma di vita di relazione.

La Commissione considera che questa sia la soluzione da accogliere, per una serie di ragioni che possiamo elencare secondo l'ordine seguente. È in primo luogo accertato che la Loggia P2 conosceva momenti assembleari di parziale portata. Sono infatti in possesso della Commissione documenti che testimoniano di riunioni di gruppi di affiliati che per altro non avvenivano secondo una calendarizzazione prefissata, caratteristica tra l'altro di tutte le logge massoniche, quanto piuttosto per impulso episodico del vertice dell'organismo.

In secondo luogo è dato di sicuro riscontro la presenza di strutture stabili che garantivano la funzionalità dell'organizzazione in quanto tale, assicurando i contatti tra settori di soci variamente identificati: sono questi i diciassette gruppi costituiti nella seconda fase, ai quali si aggiungeva il gruppo centrale guidato da Gelli.

Sotto il profilo strutturale è altresì da rilevare che l'organizzazione aveva un vertice, ovvero un capo riconosciuto come tale dagli affiliati e che questo vertice, modellato secondo una tipologia strettamente personalizzata, andava individuato nella figura di Licio Gelli, poiché i riferimenti ad un vertice più allargato, che viene indicato come direttorio, non trovano pratica attuazione secondo i documenti in nostro possesso.

Terzo rilievo è che appare acclarato come una conoscenza interpersonale tra i soci, in quanto tali, fosse certamente garantita dalle riunioni di gruppo: è pacifico cioè che gli affiliati entravano in contatto con altri affiliati, riconoscendosi reciprocamente tale qualifica. Il quarto argomento è relativo all'esistenza di un indubbio momento qualificato, particolarmente solennizzato nella iniziazione, attraverso il quale l'affiliato riconosceva di aderire alla associazione accettandola in quanto tale.

Va da ultimo sottolineato, con riferimento alla sede, come dato certo che la loggia in quanto tale ha usufruito sempre di un punto di riferimento stabile in modo continuativo (Via Lucullo, Via Cosenza, Via Condotti, Via Vico, Via Romagnosi). Per altro a tale sede può farsi riferimento nell'ultima fase, solo per la sessantina di iscritti che figurano nel piedilista ufficiale.

È certo infatti che durante questo periodo, quello di maggior significato e di più grande sviluppo, la gestione amministrativa e contabile venne a trovare il suo punto di riferimento presso la segreteria personale del Gelli, negli uffici personali di Castiglion Fibocchi, mentre il vero centro di attività del Venerabile e della loggia andava localizzato nella suite da questi occupata presso l'Hotel Excelsior, mèta assidua di pellegrinaggi di affiliati (e non) secondo le concordi testimonianze.

Questa duplice localizzazione della reale sede della loggia ben rappresenta il rapporto di totale predominio che Gelli aveva infine raggiunto nella Loggia Propaganda, anche nei confronti della comunione di Palazzo Giustiniani. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Una piramide agli ordini di un uomo solo. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 26 settembre 2023

Lo schema di funzionamento sociale che abbiamo individuato ci consente di affermare che la Loggia P2 si pone come un’associazione di assetto piramidale caratterizzato dall'assenza o dall'estrema labilità dei rapporti orizzontali tra i soci. Ad essa corrisponde l'individuazione di una serie di rapporti verticali instaurati tra la base e il vertice, tra gli affiliati e il Gran Maestro

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Gli argomenti che abbiamo esposti ci consentono di affermare non solo che la Loggia P2 era oggettivamente costituita come struttura associativa ma che, in quanto tale, essa era soggettivamente considerata dagli aderenti. Il successivo passaggio è pertanto quello di stabilire secondo quali modalità questa associazione si organizzava relativamente alle peculiarità del tutto singolari del suo concreto operare e delle sue finalità, quali ci vengono mostrate dai documenti.

Riprendendo gli argomenti sopra esposti ci è dato osservare che una connotazione ad essi comune è la settorializzazione dei rapporti tra gli affiliati: non è tanto cioè che manchino del tutto strutture e modelli propri di una associazione normalmente funzionante ad assumere rilievo, quanto piuttosto che essi sono presenti in forme che tendono ad escludere la circolarità delle relazioni intersociali.

Così manca l'assemblea generale, ma esistono assemblee di gruppo; così pure è assicurata la conoscenza personale tra gli affiliati, ma è negato al socio il possesso del dato conoscitivo relativo alla totalità degli altri associati: altro elemento questo, si noti, assolutamente caratterizzante una associazione di tipo regolare.

Questi rilievi ci consentono di osservare come la prima manifestazione della patologia associativa della Loggia P2 risieda nella sua struttura, modellata al fine di realizzare una sostanziale parcellizzazione della vita sociale e dei rapporti tra i soci.

Tale assunto ci consente di pervenire all'acquisizione di un ulteriore risultato interpretativo di estremo interesse. Non è chi non veda che una struttura parametrata al modello descritto può avere possibilità di concreto funzionamento solo postulando una direzione di vertici che, superando la parzialità delle relazioni sociali ed in sé assumendole, consenta all'organizzazione di estrinsecare i propri contenuti.

L'assenza infatti di un fondamentale momento di vita associativa quale l'assemblea comporta di necessità l'esistenza di un modello funzionale nel quale il vertice provveda a quanto non realizzato dalla base: determinare, cioè, le linee generali di azione della organizzazione.

Tale modello era per l'appunto quello della Loggia P2 nella quale il Venerabile Maestro assumeva configurazione di dominus assoluto dell'associazione, non trovando di fronte a sé alcuna forma di espressione consorziata della volontà degli affiliati. Come tale Licio Gelli non ripeteva la sua posizione da procedimenti elettivi, dei quali non si ha traccia alcuna, mentre per converso ci è noto che il Salvini ne decretò, su impulso del Gamberini, l'elevazione al rango di Maestro Venerabile rigidamente elettiva secondo gli statuti massonici.

Lo schema di funzionamento sociale che abbiamo individuato ci consente di affermare che la Loggia P2 si pone come una associazione di assetto piramidale caratterizzato dall'assenza o dall'estrema labilità dei rapporti orizzontali tra i soci. Ad essa corrisponde l'individuazione, estremamente significativa, di una serie di rapporti verticali instaurati tra la base ed il vertice, tra gli affiliati ed il Gran Maestro, ampiamente documentati, in univoco senso, alla documentazione epistolare e dai riscontri testimoniali.

Questo modello funzionale era del resto esplicitamente portato a conoscenza degli affiliati, secondo quanto si ricava da una lettera circolare dal Gelli inviata ai nuovi iscritti, nella quale è dato leggere: «Colgo l'occasione per ricordarti che per qualsiasi tua necessità dovrai metterti sempre in contatto diretto con me e che nessuno che non sia stato da me esplicitamente autorizzato — della qualcosa ti darò preventiva comunicazione — potrà venire ad importunarti».

«Qualora si dovesse verificare la deprecabile ipotesi — che del resto è assai remota, per non dire impossibile — di un tentativo di avvicinamento da parte di persona che si presenti a te facendo il mio nome, sarei grato se tu respingessi decisamente il visitatore e mi dessi immediata notizia dell'accaduto».

Il testo citato offre alla nostra attenzione un duplice dato conoscitivo, perché, oltre alla puntuale descrizione della situazione di verticalizzazione dei rapporti sociali individuata come caratteristica strutturale della Loggia P2, ci conduce alla prospettazione in termini conclusivi del problema della segretezza dell'organizzazione.

La ricostruzione proposta della storia della loggia nell'ambito del Grande Oriente ci ha consentito di affermare che, attraverso il processo di ristrutturazione che intervenne a partire dalla Gran Loggia di Napoli del 1974, la Loggia P2 venne a porsi in una condizione di segretezza non più assimilabile alla riservatezza propria della tradizione massonica e tale da consentirci di definire l'organizzazione come contrassegnata da una connotazione oggettiva, ovvero strutturale, di segretezza.

Quando adesso si considerino le raccomandazioni agli iscritti contenute nella circolare riportata ci si avvede che in seconda analisi esse altro non sono che una modalità attuativa della segretezza della loggia, riportata all'estrinsecarsi delle relazioni sociali.

La segretezza della loggia vale cioè non solo nei confronti dell'esterno ma permea essa stessa la vita dell'associazione, trovando nella figura del Maestro Venerabile l'elemento esclusivo di contatto tra gli affiliati ovvero l'arbitro ultimo delle relazioni sociali e della loro stessa riconoscibilità nell'ambito della organizzazione.

Quanto all'esterno dell'organizzazione, nei confronti del mondo «profano» la segretezza veniva sanzionata da un documento che fissava le regole di comportamento dei soci. In questo singolare testo, intitolato «Sintesi delle norme», è dato leggere che l'affiliato deve evitare di cadere in situazioni che possano condurlo ad «infrangere — anche se involontariamente — la dura regola del silenzio».

Una regola questa che l'affiliato accettava sin dal momento del suo ingresso nella loggia, quando, prestando giuramento, si impegnava a non rivelare i segreti dell'iniziazione muratoria. I riferimenti documentali riportati, richiamati dal Commissario Bellocchio, ci consentono pertanto di affermare conclusivamente, completando il discorso impostato nel primo capitolo, che non solo la Loggia P2 era organizzazione oggettivamente strutturata come segreta ma che essa come tale era soggettivamente riconosciuta ed accettata dagli iscritti.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

L’obiettivo della P2: potere per avere più potere. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 27 settembre 2023

Entrare a farvi parte denunciava la dichiarata e consapevole volontà di concorrere a tale azione perturbatrice per la parte di rispettiva competenza, ad essa apportando il patrimonio personale della propria capacità professionale, delle proprie relazioni e delle influenze esercitabili

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Dopo aver studiato la struttura dell'associazione, vediamo adesso come essa si ponesse in relazione al perseguimento dei fini associativi, nonché quali fossero la compartecipazione programmatica e la conoscenza reale dei soci in ordine agli scopi ultimi dell'organizzazione alla quale avevano scelto di aderire.

Anticipando qui argomenti e conclusioni che costituiscono lo sviluppo successivo del presente lavoro, possiamo affermare che la Loggia P2 si delinea nettamente alla nostra attenzione come una complessa struttura dedita ad attività di indebita, se non illecita, pressione ed ingerenza sui più delicati ed importanti settori, ai fini sia di arricchimento personale, sia di incremento di potere, tanto personale quanto della loggia.

Questa ramificata azione, perturbatrice dell'ordinato svolgimento delle istituzioni e degli apparati, interessava i campi più svariati della vita nazionale: dalla politica all'economia, dall'editoria ai ministeri. Questa enunciazione consente alla Commissione di affermare, con riferimento alla finalità immediata della Loggia P2, che essa era come tale non solo conosciuta dagli aderenti, ma si poneva come motivo primo della loro adesione alla associazione.

Entrare a farvi parte infatti altro non denunciava se non la dichiarata e consapevole volontà di concorrere a tale azione perturbatrice per la parte di rispettiva competenza, ad essa apportando il patrimonio personale della propria capacità professionale, delle proprie relazioni e delle influenze esercitabili.

In questa prospettiva possiamo affermare che la finalità immediata della Loggia P2 era come tale in pari modo conosciuta da tutti i membri dell'associazione, e da tutti con pari impegno perseguita, le differenze riscontrabili, rispetto a tale fine concreto, avendo ragione di essere solo per il diverso ruolo da essi membri ricoperto nella società civile.

Possiamo osservare da ultimo che l'identificazione della ragione associativa con questa finalità immediata altro non costituisce se non lo sviluppo del tradizionale concetto di solidarietà massonica, che il Gelli, dando notizia agli iscritti della costituzione dei gruppi, così efficacemente individuava: «...solidarietà che, come sai, rappresenta il trave maestro della nostra Istituzione...».

Notiamo allora che lo specifico apporto gelliano, nel consolidato quadro di vita massonica, risiede nello sviluppo, sino alle estreme conseguenze, di fenomeni prima di lui esistenti: come dalla riservatezza si passa per gradi alla definitiva segretezza, con un compiuto salto di qualità, così dalla tradizionale solidarietà, funzionale ad operazioni di piccolo cabotaggio, si arriva alla dimensione affatto nuova di una operazione generalizzata di interferenza nella vita del Paese.

È facile allora osservare come i due fenomeni, secondo quanto ci mostra lo studio della vicenda della loggia, corrano in parallelo secondo un legame di intrinseca reciprocità, il primo essendo funzionale alla ambizione di propositi del secondo. Accanto o meglio oltre questo fine immediato la Loggia P2 si poneva un fine mediato o ultimo al quale il primo era subordinato, e che verrà analizzato e studiato nel capitolo concernente il progetto politico della Loggia Propaganda: possiamo già dire, in tale sede, che il fine ultimo della organizzazione risiedeva nel condizionamento politico del sistema.

Il problema che ci poniamo è quello di rilevare quale reale conoscenza vi fosse presso gli affiliati in ordine a tale ultimo fine della Loggia P2, se e con quale grado di intensità fosse in loro presente la percezione che il concorso complessivo delle loro azioni, unificate dal vincolo associativo della loggia, tendeva al perseguimento del fine politico indicato: se cioè essi fossero avvertiti della subordinazione del fine immediato, da tutti condiviso, al fine ultimo della Loggia P2.

Dall'esame degli atti e della documentazione in nostro possesso non risulta che il concorso della solidarietà tra affiliati pervenisse al riconoscimento esplicito di questo collegamento; questa finalità ultima peraltro, secondo l'ampia analisi che svolgeremo in seguito, costituisce la connotazione generale del fenomeno piduista, più che come professata dichiarazione intenzionale, in termini di implicita, sottesa direzione delle azioni della loggia e dei suoi aderenti.

A riprova di quanto affermato notiamo che il piano di rinascita democratica, del quale si farà analisi particolareggiata, delinea lucidamente tale strategia ma ad essa non fa mai esplicito riferimento, come del resto è lecito attendersi attesa la gravità dell'obiettivo.

Tale premessa ci consente di affermare in via induttiva, ma con verosimiglianza di risultato, che la consapevolezza del fine ultimo della loggia non poteva che essere graduata a seconda del ruolo rivestito dagli affiliati, e trattandosi di finalità squisitamente «profana», per restare nella terminologia, non poteva che assumere a metro di paragone il loro ruolo «profano», ovvero gli incarichi e le funzioni da essi ricoperti nella società. In via esemplificativa ci sembra di poter evidenziare che, rispetto a tale ultimo fine, il coinvolgimento del direttore dei Servizi segreti fosse ben diverso da quello di un ufficiale subalterno.

Di pari evidenza risulta che per quanto invece attiene al fine immediato dell'organizzazione, diversa era la conoscenza delle attività della loggia a seconda dei settori di appartenenza; talché, tenendo anche conto del grado di espansione delle attività, quanto avveniva nel settore editoria coinvolgeva certamente gli appartenenti del gruppo Rizzoli ma non in pari misura, ad esempio, gli esponenti di vertice del mondo militare i quali, pur essendo a conoscenza della penetrazione nel settore, ricorrevano alla intermediazione del Gelli per i contatti reciproci, secondo quanto dimostrano vari episodi di ingerenza nel Corriere della Sera, gestiti, verosimilmente, dal Trecca.

Possiamo allora concludere che a livello di fini dell'associazione, immediati o ultimi che siano, si riscontra lo stesso fenomeno di parcellizzazione tra i soci rilevato a livello strutturale; conclusione questa che per la convergenza dei risultati interpretativi non solo arricchisce il nostro patrimonio conoscitivo, ma attribuisce connotazioni di verosimile attendibilità alla ricostruzione proposta.

Rimane da ultimo da precisare che il modello organizzativo studiato, anche a livello di finalità dell'associazione, presupponeva che il possesso completo della loro conoscenza risalisse soprattutto alla figura che vi fa capo e quindi al Venerabile Maestro, la cui infaticabile attività è testimoniata da tutte le fonti e che risulta ben spiegabile in un contesto associativo così organizzato.

La Loggia P2 ci appare allora in tutta la sua funzionale essenzialità, patologica certo rispetto ai modelli normali di associazione, ma assolutamente idonea quale strumento destinato alla gestione di una generale operazione di inserimento nel sistema a fini di condizionamento e controllo. Il modello assunto è stato definito «per cerchi concentrici» dall'onorevole Rognoni e tale espressione ben rappresenta la settorialità di strutture e di relazioni sociali proprie dell'organizzazione.

Non è infine chi non veda come questa tipologia associativa, pur patologica, non sia peraltro del tutto nuova. Il Procuratore generale della Repubblica, nei motivi di appello avverso la sentenza del Giudice istruttore del tribunale di Roma, ha infatti affermato, con riferimento al problema di segretezza, che «sembra quasi di vedere enunciate, per tabulas, le regole del silenzio, omertà e sicurezza a cui si dovevano attenere gli appartenenti ad organizzazioni terroristiche o mafiose o camorristiche».

Analogo riferimento è proposto dalla sentenza del Consiglio Superiore della magistratura. Questi rilievi possono essere allargati ad un più generale contesto interpretativo, poiché ci è dato osservare che da tali organizzazioni, che si muovono nell'illegalità in forma organizzata, la Loggia P2 mutua quella frammentazione dei rapporti sociali e quella non conoscibilità, nei gradi intermedi, dei fini ultimi dell'organizzazione, che la stessa non liceità di tali fini rende indispensabili connotati strutturali.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Le reticenze e omertà dei “fratelli muratori”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 28 settembre 2023

La storia della Loggia P2 è una storia di uomini sbagliati, di uomini che non hanno risposto alla fiducia che in loro veniva riposta dalla società. Durante le audizioni la Commissione ha riscontrato atteggiamenti negatori che contestavano emergenze istruttorie suffragate dalla logica stessa dei fatti, prima ancora che da innegabili riscontri documentali

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

L'analisi della struttura associativa che abbiamo sviluppato ci consente di affrontare il problema delle responsabilità degli affiliati in termini corretti, evitando di dare adito a controproducenti polemiche. Partendo infatti dalla distinzione tra fine immediato e fine ultimo della loggia ci sembra naturale concludere che tutti gli affiliati erano responsabili di appartenere ad una associazione che aveva il fine evidente di interagire nella vita del paese in modo surrettizio.

Rispetto al fine ultimo invece, cui tale inquinamento era diretto, si può affermare che la media degli affiliati ne era sostanzialmente non avvertita, per lo meno quanto alla sua concreta effettiva natura di pericolo grave per la società civile.

Questa generale esenzione non va peraltro estesa a tutti coloro per i quali è lecito presumere che l'elevato incarico ricoperto (pubblico o privato che fosse) ovvero la natura delicata delle funzioni svolte non consentono errori di valutazione così macroscopici o compromissioni di sorta nell'adempimento del proprio dovere.

Proseguendo nell'analisi del problema va ricordato che, in sede di procedimento disciplinare, alcuni ufficiali hanno addotto a giustificazione della loro adesione l'invito loro rivolto da ufficiali gerarchicamente sopraordinati, i quali avrebbero fatto intendere più o meno velatamente che l'ingresso nell'organizzazione costituiva passaggio obbligato per lo sviluppo della carriera.

Se è di palese evidenza che un simile comportamento costituisce una aggravante per coloro che hanno esercitato simili forme di pressione, lo spunto in esame si offre ad alcune considerazioni di più ampio respiro. Il modulo di domanda per l'affiliazione alla Loggia P2 conteneva oltre alle richieste di informazione che è dato attendersi in consimili occasioni, un'illuminante postilla: «... eventuali ingiustizie subite nel corso della carriera: ... ; ... danno conseguente: ... ; ... persone, istituzioni od ambienti a cui si ritiene possano essere attribuiti: ...».

Questi dati ci pongono di fronte all'esemplificazione palese del viziato rapporto associativo che sottostava a questo organismo, al malsano intreccio di interessi che sin dal primo momento il Venerabile Licio Gelli proponeva e gli affiliati accettavano, quale base della mutua collaborazione futura. La sottoscrizione di questa domanda suona a disdoro per tutti coloro che vi hanno apposto la loro firma, perché essi hanno così denunciato la loro sfiducia nell'ordinamento quale fonte di tutela e garanzia dell'individuo, affidandosi a tal fine ad una organizzazione parallela e clandestina.

Soccorre qui naturale il richiamo alle organizzazioni mafiose, già proposto, e alla loro collaudata tecnica di porsi allo stesso tempo come fonte di illegalità e di protezione contro l'illegalità da esse stesse creata, che costituisce il cardine di una sostanziale opera zione tentata di avocazione di poteri statuali, nella quale va individuata la maggior ragione di pericolo di tali forme associative per la collettività.

Analogamente la Loggia P2 sperimentava nei confronti di coloro che venivano individuati come elementi utili per l'organizzazione, quando recalcitranti, forme di pressione delle quali sono testimonianza, ad esempio, l'esperienza dell'onorevole Cicchitto, che ha denunciato di essersi iscritto dopo una persistente opera di pressione intimidatoria e le denunce degli ufficiali subalterni, sopra ricordate.

La valutazione della responsabilità degli iscritti va poi riportata, secondo quanto ha osservato il Commissario Battaglia, al momento di appartenenza alla Loggia P2 distinguendo tra coloro che ad essa appartenevano prima dell'ingresso di Licio Gelli nell'organizzazione e coloro che ad essa hanno aderito durante il periodo della gestione gelliana, con particolare riferimento alla seconda fase caratterizzata dalla sostanziale emancipazione dalle strutture massoniche che funzionavano oramai da semplice copertura formale.

Contrariamente a quanto sostenuto dagli iscritti in sede di esami testimoniali, lo studio delle vicende del rapporto tra la loggia e le istituzioni massoniche che ad essa avevano dato vita, consente di affermare che chi si affiliava alla Loggia P2 intendeva, soprattutto nel secondo periodo di sviluppo, accedere piuttosto che alla massoneria, per l'appunto all'organizzazione guidata da Licio Gelli.

In questo senso, come abbiamo affermato che Gelli era un massone atipico, così è dato osservare che gli affiliati alla Loggia P2 sono anch'essi massoni atipici tra i quali è dato distinguere una varia articolazione di individui che va da veri e propri massoni ovvero da coloro che accedevano alla massoneria, accettandone per altro le peculiarità organizzative della copertura — ed erano questi coloro che appartengono alla loggia prima dell'arrivo di Licio Gelli — a coloro che entrano nella Loggia P2 sotto l'egida della gestione gelliana e che hanno un rapporto con l'istituzione massonica via via più labile, secondo la rilevata progressiva emancipazione della loggia.

Questa valutazione che ci si ritiene in dovere di fornire sul comportamento degli iscritti attiene alla valutazione politica, propria come tale della Commissione ed alla quale la Commissione è doverosamente tenuta, ed in nulla interferisce sulle deliberazioni che verranno prese in proposito dai tribunali civili e militari, i quali sono tenuti, nella loro sovrana prerogativa giudiziaria, ad assumere criteri di giudizio di diversa natura e di diverse conseguenze.

La Commissione, giunta al termine dei suoi lavori, ritiene per altro doveroso affermare, con riferimento all'elemento della posizione personale degli iscritti, che non ci si può sottrarre all'impressione, ricavabile soprattutto dal contesto delle audizioni effettuate, che l'elemento della scarsa affidabilità e la approssimativa deontologia di comportamento di molti affiliati abbiano giocato un ruolo determinante nella creazione del sistema di potere gelliano.

In questo senso la storia della Loggia P2 è una storia di uomini sbagliati — una categoria del costume l'ha definita il Commissario Mora — di uomini che non hanno risposto alla fiducia che in loro veniva riposta dalla società. Durante le audizioni la Commissione ha riscontrato atteggiamenti negatori che contestavano emergenze istruttorie suffragate prima ancora che da innegabili riscontri documentali, dalla logica stessa dei fatti ed ha potuto constatare che tale atteggiamento accomunava, con sorprendente identità di tecniche e di forme, uomini che avrebbero dovuto apparire del tutto diversi tra loro per rango occupato nella società.

Questo comune porsi di fronte alla Commissione in posizioni di palese reticenza è del resto, vada detto in loro danno, ulteriore conferma dell'ampiezza del fenomeno e della sua eccezionale gravità. Una precisazione finale è d'obbligo: la peculiarità della struttura associativa e organizzativa della Loggia P2 e la distinzione sulla consapevolezza dei fini — immediati e ultimi — enunciata, comportano la ricostruzione di un modello funzionale che non consente di ritenere ciascun componente partecipe e responsabile di tutte le attività della loggia.

Se è vero, infatti, da un lato che la compromissione degli affiliati con un organismo di accertata illecita natura è complessivamente certa, vero è anche, dall'altro, che tale compromissione varia tra il minimo della consapevolezza del fine immediato (propria della media di base) ed il massimo della programmazione del fine ultimo eversivo, propria dei vertici.

Di più: il tipo di organizzazione per settori verticali, operanti il più delle volte con il sistema dei compartimenti stagni propri della Loggia P2, fa sì che l'attribuzione alla loggia di determinate attività debba intendersi riferita non già all'intera associazione, sibbene solo al settore competente nella relativa materia (così come, ad esempio, editoria, magistratura, commercio con l'estero, forze armate, eccetera).

In definitiva e per concludere, ogniqualvolta si voglia risalire a responsabilità personali per attività imputabili alla loggia, occorrerà procedere innanzitutto alla individuazione del «settore» dell'organizzazione competente per materia e quindi all'individuazione dei singoli affiliati che di quel settore facevano parte.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

I servizi segreti e quello speciale legame con Gelli durante la guerra. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 29 settembre 2023

Per una corretta interpretazione del problema del rapporto instaurato tra Licio Gelli e i Servizi segreti è imprescindibile prendere le mosse da un analitico e dettagliato esame dei documenti pervenuti e in particolare dal fascicolo intestato a Licio Gelli, conservato negli archivi dei Servizi di informazione

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Per una corretta interpretazione del problema del rapporto instaurato tra Licio Gelli ed i Servizi segreti è imprescindibile prendere le mosse da un analitico e dettagliato esame dei documenti pervenuti ed in particolare dal fascicolo intestato a Licio Gelli, conservato negli archivi dei Servizi di informazione, ed inviato dal SISMI alla Commissione. Questo fascicolo verrà analiticamente studiato al fine di interpretare nei suoi termini reali il ruolo svolto dai Servizi segreti nella vicenda della Loggia P2.

Dalla documentazione inviata apprendiamo che i Servizi si sono interessati per la prima volta di Licio Gelli nel 1945, nell'ambito di indagini relative a due agenti nemici che avevano lasciato Pistoia al seguito dei tedeschi. Da questa prima nota informativa apprendiamo che nel corso delle indagini era infatti emerso che nel novembre 1944 un certo Gelli si era presentato alla famiglia di uno dei due, cercando di scoprire se questa sapesse dove il congiunto fosse riparato.

I Servizi raccolsero a questo punto notizie sul Gelli in questione e lo identificarono in Gelli Licio di Ettore e fu Gori Maria, nato il 21-4-1919 e Pistoia. Gelli, che si trovava all'epoca e La Maddalena, fu sottoposto ad interrogatorio presso il Centro di Cagliari.

Nell'occasione raccontò che il 9 settembre 1943 si trovava a Viterbo come tenente dei paracadutisti; venne rastrellato da un reparto tedesco e, posto di fronte all'alternativa di aderire alla Repubblica di Salò o di essere deportato in Germania, optò per la prima soluzione, rientrando a Pistoia come ufficiale di collegamento con le SS presso la Federazione dei Fasci. Stando sempre a quanto dichiarato da Gelli, egli avrebbe quindi preso contatti con il CLN pistoiese e reso utili servizi ai partigiani.

I comandi nazifascisti, venuti a conoscenza di questa sua collaborazione, gli diedero la caccia istituendo una taglia di lire centomila (100.000) a favore di chi lo avesse catturato. Con l'aiuto del CLN Gelli e la sua famiglia ripararono allora in montagna, per rientrare in città soltanto dopo la liberazione, avvenuta nel settembre 1944.

Nell'ottobre del 1944, sempre secondo le sue dichiarazioni, Gelli fu chiamato a collaborare con il Counter Intelligence Corps al seguito della V Armata, vale a dire con il servizio di controspionaggio militare americano, su indicazione del quale si sarebbe recato nell'abitazione dell'agente nemico.

I servizi resi gli consentirono nel dicembre del 1944 di recarsi a La Maddalena, munito di u n lasciapassare rilasciatogli in data 12 gennaio 1945 dal Presidente del CNL di Pistoia, Italo Carobbi: una specie di «lettera di raccomandazione» per il CLN di Napoli affinché Gelli fosse aiutato «nel limite delle possibilità, nell'espletamento della concessione del permesso per recarsi in detta località» (La Maddalena).

Già nell'ottobre del 1944 Italo Carobbi, a nome del CLN pistoiese, aveva rilasciato a Gelli una sorta di «carta di libera circolazione». Il rilascio di questo attestato doveva aver suscitato critiche nell'ambito dello stesso CLN pistoiese, tanto che La Voce del Popolo (organo del CLN di Pistoia) dovette uscire il 4 febbraio 1945 con un articolo di chiarimento sulla vicenda.

In questo attestato, che Gelli esibì nel corso dell'interrogatorio cui fu sottoposto a Cagliari, si rileva che Gelli, pur essendo stato al servizio dei fascisti e dei tedeschi, si era reso utile in vari modi alla causa dei patrioti pistoiesi.Egli aveva infatti:

1° - avvisato partigiani che dovevano essere arrestati;

2° - messo a disposizione e guidato personalmente il furgone della Federazione fascista per portare sei volte consecutive rifornimenti di viveri ed armi alla formazione di Silvano e alle formazioni di Pippo dislocate in Val di Lima;

3° - partecipato e reso possibile la liberazione dei prigionieri politici detenuti alla Villa Sbertoli.

La dichiarazione di Carobbi termina con questa frase: «Resta salva la facoltà di esaminare con maggiore cura le attività svolte dal Gelli Licio onde stabilire definitivamente la sua posizione». Questo dunque il tenore della prima informativa su Licio Gelli agli atti nei fascicoli dei Servizi.

Gelli fornì in occasione dell'interrogatorio cagliaritano la versione dei fatti a lui più congeniale, ma ammise comunque la sua attività di doppiogiochista e di delatore, e fornì in quell'occasione i nominativi di quelle 56 persone che avevano attivamente collaborato con i tedeschi; la lista che Pecorelli prometteva di rivelare nel successivo numero di O.P., quello che non sarebbe mai uscito. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Delitti e sospetti, il passato “nero” del Venerabile Maestro. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 30 settembre 2023

Nel 1943 aderisce alla Repubblica sociale italiana. È uno dei primi a costituire a Pistoia il fascio repubblicano. Diviene ufficiale di collegamento con le SS. È attivo nel rastrellamento dei prigionieri inglesi e degli antifascisti. Fa arrestare il parroco di San Biagio in Cascheri, che a suo dire avrebbe favorito alcuni di essi

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Le due informative successive (luglio 1945 e gennaio 1946) contengono molte notizie sui trascorsi del Venerabile. Lette in parallelo con le informative contenute nel fascicolo inviato dalla questura di Pistoia, relative agli stessi anni, e con il fascicolo inviato dal Tribunale di Pistoia, ci consentono la seguente ricostruzione.

1936 - Gelli si arruola volontario nell'ex M.V.S.N. proveniente dalla G.I.L. Partecipa alla guerra di Spagna.

1940 - Si iscrive al Partito nazionale fascista, proveniente dai G.U.F.

1942 - È chiamato a Cattaro (Iugoslavia) da Alzona, ex federale di Pistoia. Qui diviene uomo di fiducia di Parini, segretario dei fasci italiani all'estero. Resta a Cattaro fino al 25 luglio 1943.

1943 - Aderisce alla Repubblica sociale italiana. È uno dei primi a costituire a Pistoia il fascio repubblicano. Diviene ufficiale di collegamento con le SS. È attivo nel rastrellamento dei prigionieri inglesi e degli antifascisti. Fa arrestare il parroco di San Biagio in Cascheri che a suo dire avrebbe favorito alcuni di essi. Capeggia le squadre per il rastrellamento dei renitenti alla leva; è complice dell'arresto di quattro di essi, poi fucilati nella fortezza di Pistoia.

1944 - 26 giugno. Partecipa, con la formazione partigiana di Silvano Fedi, all'attacco alle carceri giudiziarie di Pistoia, Villa Sbertoli, che consentì la liberazione di 57 detenuti politici e di due ebrei.

1944 - 28 agosto. È ucciso il commissario capo di PS presso la questura di Pistoia, Giuseppe Scripilliti, che collaborava con i partigiani. Gli fu teso un agguato proprio mentre stava portando al capo partigiano Silvestro Dolfi un elenco di fascisti repubblicani e di collaboratori dei tedeschi. Gelli fu coinvolto in questo delitto dalle deposizioni rese nel 1947 da Dolfi, al quale il nominativo di Gelli come sicario di Scripilliti era stato fatto da un altro partigiano, Michele Simoni. Il Simoni però, in seguito alle indagini personalmente compiute, modificò in un secondo tempo i suoi convincimenti e ritenne Gelli estraneo al delitto.

1944 - settembre. Dopo la liberazione di Pistoia, Gelli è oggetto di rappresaglie: l'11 novembre è aggredito in piazza San Bartolomeo. 1944 - 2 ottobre. Primo attestato di Carobbi (carta di libera circolazione).

1945 - 12 gennaio. Secondo attestato di Carobbi. 1945 - 4 febbraio. Sul settimanale La Voce del Popolo appare un articolo intitolato: «Un chiarimento del CPLN». Si giustifica il rilascio dell'attestato del 2 ottobre 1944.

1945 - febbraio. Ritornando clandestinamente dalla Sardegna è arrestato nei pressi di Lucca dalla polizia militare alleata.

1945 - 22 marzo. La procura del Re di Pistoia emette nei suoi confronti mandato di cattura per i delitti commessi durante il regime fascista (sequestro di Giuliano Bargiacchi, figlio di un collaboratore dei partigiani).

1945 - 21 aprile. È condannato in contumacia dal tribunale di Pistoia a due anni e sei mesi di reclusione per sequestro di persona e furto.

1945 - 11 settembre. In relazione al sequestro Bargiacchi è arrestato a La Maddalena.

1946 - 20 marzo. Sempre per lo stesso episodio ottiene la libertà provvisoria ed è rinviato da La Maddalena a Pistoia.

1946 - 25 marzo. Il procedimento penale presso la corte d'assise straordinaria provocato da una denuncia del colonnello dell'aeronautica Ferranti Vittorio (a suo dire Gelli avrebbe organizzato rastrellamenti di prigionieri inglesi), è trasmesso, con la richiesta di proscioglimento per insufficienza di prove, alla corte d'appello di Firenze che dispone invece l'istruttoria formale.

1946 - 1° ottobre. In relazione al sequestro Bargiacchi è assolto dalla corte d'appello di Firenze perché il fatto non costituisce reato. 1946 - 30 novembre. Nella cartella biografica intestata a Licio Gelli presso la prefettura di Pistoia leggiamo, nel riquadro riservato alla situazione economica: «Nullatenente. E aiutato dai parenti, mentre egli si industria con il piccolo commercio».

1947 - 7 gennaio. E’ iscritto nel Casellario politico centrale del Ministero dell'interno e sottoposto ad «attenta vigilanza».

1947 - 27 gennaio. Il processo penale iniziato a seguito della denuncia di Ferranti si conclude con sentenza assolutoria per amnistia della sezione istruttoria della corte d'appello di Firenze.

1947 - 11 settembre. Ottiene il passaporto per la Francia, Spagna, Svizzera, Belgio ed Olanda.

1948 - 9 luglio. Per quanto concerne la posizione del CPC, la vigilanza è ridotta da «attenta» a «discreta».

1949 - 12 aprile. Il tribunale di Pistoia lo condanna all'ammenda di lire 1.400 per contrabbando e frode dell'IGE. La pena è sospesa. 1950 - 24 marzo. È radiato dal CPC.

Questo è dunque il quadro che emerge dalle informative precedenti il settembre 1950.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Il Sifar e un’informativa tarocca: così si annacqua una storia già torbida. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 01 ottobre 2023

Nel rapporto si sostiene che Gelli, legato al partito comunista fin dal 1944, è per lo meno dal 1947 un agente dei servizi segreti dell'Est (Kominform). Avrebbe mascherato questa sua attività dietro quella di industriale e commerciante prima (trafilati di ferro e di rame), e di libraio in un secondo momento

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Il 20 gennaio di quell'anno [1950] perviene ad un Centro SIFAR periferico una nota proveniente dall'Ufficio romano.

L'Ufficio scrive al Centro periferico che «Organo collaterale ha segnalato quale sospetto agente del Kominform tale Gelli, non meglio indicato, da Pistoia» e chiede di svolgere accertamenti. Nel febbraio (il 24) il Centro risponde all'Ufficio che il Gelli segnalato deve identificarsi in Gelli Corrado, né peraltro l'organo rispondente fornisce alcuna spiegazione circa l'identificazione proposta, per quali motivi cioè la notizia in possesso della sede centrale possa essere riferita ad u n nominativo (Gelli Corrado) con esclusione di un altro (Gelli Licio).

Nel settembre successivo il Centro periferico invia all'Ufficio il documento noto come informativa COMINFORM, smentendo così la sua precedente segnalazione. Anche in questa seconda occasione il Centro non fornisce alcuna spiegazione di tale invero strano modo di procedere, poiché non rende ragione né di questa sua seconda definitiva identificazione, né delle ragioni dell'errore nel quale era incorso precedentemente, quando tale identificazione aveva negato.

Risalta in altri termini, dalla corrispondenza che accompagna l'informativa, un quadro invero singolare di rapporti tra una sezione periferica subalterna ed il centro che mal si concilia con la subordinazione gerarchica esistente tra i due organi corrispondenti; la corrispondenza che accompagna il documento appare in tale contesto più il pretesto formale, burocraticamente indispensabile, per l'incardinamento dell'informativa nel fascicolo, che la reale rappresentazione cartolare di una procedura di acquisizione di notizie tra organi posti in posizione di subordinazione gerarchica e funzionale.

Nel rapporto si sostiene che Gelli, legato al partito comunista fin dal 1944, è per lo meno dal 1947 un agente dei servizi segreti dell'Est (Kominform). Avrebbe mascherato questa sua attività dietro quella di industriale e commerciante prima (trafilati di ferro e di rame), e di libraio in un secondo momento.

Nella necessità di ottenere a tutti i costi un passaporto, il Gelli si sarebbe iscritto prima alla democrazia cristiana, quindi al partito monarchico e infine al Movimento sociale italiano. Vanterebbe relazioni con eminenti personalità politiche ed è in grado di spendere quantità di denaro esagerate rispetto alle sue probabili entrate.

L'informativa descritta dà luogo ad un unico accertamento successivo in ordine ai gravi elementi informativi in essa contenuti. Il solito Centro periferico comunica all'Ufficio centrale il risultato dell'unico riscontro che era stato effettuato in ordine alle notizie contenute nell'informativa: la libreria di Gelli era stata sottoposta ad attenta sorveglianza e l'attività in essa svolta dal Gelli non aveva dato luogo a nessun sospetto.

Non era inoltre risultato che al Gelli fosse stata perquisita l'abitazione perché sospettato di traffico d'armi e di spionaggio a favore dei paesi dell'Est né tanto meno risultava che egli fosse stato segnalato dalla questura di Livorno quale elemento in relazione con una banda di contrabbandieri di armi e di esplosivo (queste ultime affermazioni erano anch'esse contenute nel rapporto).

Dopo una nota in data 1953, che riepiloga in termini molto blandi il tenore dell'informativa, segue nel 1960 un ultimo documento nel quale il Gelli viene sostanzialmente presentato come un uomo di affari che non si occupa più di politica.

A partire da questa data cade il silenzio su Gelli per ben 13 anni, per arrivare al 1973, quando con una nota si chiede se è possibile identificare Gelli con tale Luigi Gerla, segnalato nel 1964 per avere reso servizi ai Servizi segreti ungheresi (A.V.H.). Nella stessa nota si sostiene che «il soggetto afferma di avere avuto connessioni con il SIFAR e sembra avere connessioni con i circoli ungheresi». COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Il terrorismo, la “Rosa dei venti” e un’indagine che si perse nel nulla. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 02 ottobre 2023

Il 1974 è anche l'anno della prima relazione sul «gruppo Gelli» inviata alla magistratura dall'allora direttore dell'Ispettorato per l'azione contro il terrorismo, Emilio Santillo. A essa, trasmessa nel dicembre del 1974 al giudice Tamburino, titolare dell'inchiesta sulla «Rosa dei venti», ne seguiranno altre due rispettivamente nel dicembre del 1975 e nell'ottobre del 1976

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Nel fascicolo proveniente dal SISMI quindi sono contenute due note scritte, nel 1972 e nel 1974, da ufficiali del Centro di Firenze su incarico dell'allora comandante del Raggruppamento Centri; dal loro testo emerge che Gelli avrebbe affermato, in data precedente il giugno 1971, di essere un agente del SID. La confidenza fu fatta a più persone, alle quali Gelli fornì anche una serie di elementi di riscontro, risultati poi attendibili; tra questi il suo nome di copertura nel Servizio, che era quello di Filippo. Nell'occasione le note aggiornavano il quadro delle conoscenze politiche del Gelli e gettavano luce sull'ultimo periodo frusinate.

Gelli si era infatti trasferito nel 1962 a Frosinone come uomo di fiducia del commendator Pofferi, proprietario della Permaflex, che lo aveva nominato direttore dello stabilimento locale. Risale a questo periodo l'episodio delle commesse di materassi per le forze armate NATO, ottenute dal Pofferi grazie alla intermediazione di Gelli, ma qualcosa d'altro avvenne poi a Frosinone perché Gelli è accusato nella nota del 1974 di essersi appropriato di trecento milioni della Permaflex.

Comunque alla fine del 1967 Licio Gelli lasciò Frosinone per Arezzo, passando ai materassi della società Dormire, dove comincia il suo rapporto con i fratelli Lebole.

Per la prima volta nella nota si parla dell'appartenenza di Gelli a logge massoniche. Come è ammesso nella lettera di trasmissione (1° settembre 1981) le due note non partirono mai per Roma ed il perchè possiamo capirlo leggendone un brano significativo: «Dopo qualche giorno lo stesso Comandante del... mise al corrente il Comandante di questo Centro che l'allora Comandante del Reparto D era andato su tutte le furie per le indagini svolte sul conto di Gelli.

Infatti qualche tempo dopo lo stesso Comandante del Reparto D rimproverò personalmente il Comandante di questo Centro di aver ubbidito al Comandante del... nello svolgere indagini su Gelli, persona, secondo lo stesso, influente e utile al Servizio, minacciandolo, per altro, di restituirlo all'Arma territoriale».

L'interesse della vicenda sta nella a dir poco singolare disparità di trattamento che i Servizi di informazione riservano a Gelli in sede periferica ed in sede centrale; ma questa incrinatura che si intravvede nell'atteggiamento dei Servizi nei confronti di Gelli va letta unitamente ai dati che analizzeremo relativamente al 1974, l'anno che il Commissario Crucianelli ha definito il momento di difficoltà di Licio Gelli.

Il 1974 è infatti anche l'anno della prima relazione sul «gruppo Gelli» inviata alla magistratura dall'allora direttore dell'Ispettorato per l'azione contro il terrorismo, Emilio Santillo; ad essa, trasmessa nel dicembre del 1974 al giudice Tamburino, titolare dell'inchiesta sulla «Rosa dei venti», ne seguiranno altre due rispettivamente nel dicembre del 1975 e nell'ottobre del 1976.

La seconda fu trasmessa al giudice Zincani che indagava su Ordine Nero, la terza ai giudici Pappalardo e Vigna, impegnati nell'inchiesta sull'omicidio del giudice Occorsio.

Queste tre relazioni sono di fondamentale importanza nell'ambito della nostra storia poiché dalla loro lettura si evince che Santillo aveva lavorato isolatamente e non aveva potuto accedere, nello svolgere le sue indagini, al fascicolo, o ai fascicoli su Gelli in possesso dei Servizi.

L'Ispettorato infatti per ricollegarsi ai trascorsi fascisti del Venerabile ricorre come fonte soltanto alla citazione di alcuni brani di documenti redatti dai massoni democratici. Santillo sostanzialmente centra, nelle tre relazioni, i collegamenti tra Gelli e gli ambienti massonici legati al generale Ghinazzi (comunione di Piazza del Gesù) con l'eversione nera, disegnando una aggiornata mappa della «massoneria nera», e parla per la prima volta di finanziamenti massonici a gruppi dell'estrema destra (golpe Borghese).

L'ispettore Santillo denota, nella sua attività investigativa, un crescente interesse per Licio Gelli, per il quale sin dalla prima nota (1974) afferma «... la cui Loggia definita anche "Raggruppamento Gelli" potrebbe significare che il gruppo aveva una destinazione di attività diversa da quella specifica della massoneria».

Di notevole interesse è infine la terza nota (1976) che verte completamente, con notizie sufficientemente precise e puntuali, su Gelli e sulla Loggia P2 e nella quale è dato tra l'altro leggere: «In occasione della recente campagna elettorale, egli avrebbe inviato ad alcuni "Fratelli", suoi intimi, un documento propagandistico, decisamente antimarxista, con cui si invita la Democrazia Cristiana ad uscire dalla grave crisi in cui versa il Paese, attuando un vasto piano di riforme: controllo radiotelevisivo, revisione della Costituzione, soppressione dell'immunità parlamentare, riforma dell'ordinamento giudiziario, revisione delle competenze delle Forze dell'Ordine, sospensione, per due anni, dell'azione dei Sindacati e il bloccaggio dei contratti di lavoro».

Non è difficile rinvenire in questa informazione gli estremi del piano di rinascita democratica, con elementi che ci orientano a ritenere che il riferimento sia da riportarsi a tale documento o ad un suo estratto o riassunto.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Le strane coincidenze: chi indaga su Gelli fa sempre una brutta fine. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 Il Domani 03 ottobre 2023

Le indagini svolte su Licio Gelli non giovarono agli ufficiali che se ne erano occupati. Il maggiore De Salvo appare iscritto alla Loggia P2; Luciano Rossi finì suicida dopo essere stato, come sembra, minacciato da Gelli; Serrentino abbandonò il Servizio per infermità; quanto al colonnello Florio, dopo aver subito una persecuzione nell'Arma, morì in un incidente d'auto

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Nelle informative dei Servizi su Gelli, redatte in quegli stessi anni e negli anni successivi, non vi è peraltro traccia delle relazioni Santillo e dovremo attendere il 1979 per sentire nuovamente parlare, in un appunto redatto dalla questura di Arezzo, di finanziamenti massonici all'eversione.

Nel 1974 anche l'Ufficio I della Guardia di Finanza si interessò a Licio Gelli predisponendo nella primavera tre relazioni, alle quali non fu riservata una sorte migliore di quella toccata alle due note del Centro SID di Firenze prima ricordate.

Le indagini sembra che furono avviate su richiesta dell'Ispettorato antiterrorismo di Santillo — in relazione a quelle svolte su Lenzi Luigi di Quarrata (P2), sospetto di traffico di armi — e furono affidate dal comandante dell'Ufficio I, colonnello Florio, al tenente colonnello Giuseppe Serrentino, al maggiore Antonino De Salvo ed al capitano Luciano Rossi.

Il più completo dei tre rapporti è senza dubbio quello del maggiore De Salvo che riferisce delle nuove attività economiche di Gelli e degli incarichi ricoperti in due società del gruppo Lebole nel settore dell'abbigliamento: la GIOLE e la SOCAM. Circa la posizione politica di Gelli, la qualifica « spiccatamente destrorsa», dopo aver peraltro riferito che il Gelli «in Pistoia sino al 1956 era di orientamento comunista»; il rapporto si dilunga sulle amicizie e sui rapporti politici e con le autorità civili e militari di colui che indica come «un alto esponente della massoneria internazionale» ed afferma che proprio attraverso la massoneria passerebbero i suoi rapporti con Peron e Campora (nel 1973 ha ricevuto la nomina a console onorario d'Argentina).

Il maggiore dà anche notizia dei rapporti di Gelli con i paesi arabi ed avanza l'ipotesi che egli svolga funzioni di public relation man per i rapporti non palesi e non ufficiali intrattenuti dall'Italia con Stati arabi, chiedendosi se ciò non sia in relazione al traffico di armi.

Questo filone di indagine non fu più ripreso da nessun apparato informativo, nonostante nel rapporto si documenti in modo certo il contatto tra Licio Gelli e Luigi Lenzi. Il rapporto accennava anche al sicuro possesso, da parte del Centro di Firenze, di un fascicolo personale intestato a Licio Gelli, del quale non gli fu possibile prendere visione.

Le indagini svolte su Licio Gelli non sembra giovarono agli ufficiali che se ne erano occupati. Il maggiore De Salvo appare iscritto alla Loggia P2; Luciano Rossi finì suicida dopo essere stato, come sembra, minacciato da Gelli; Serrentino abbandonò il Servizio per infermità; quanto al colonnello Florio, dopo aver subito una vera e propria persecuzione nell'Arma con l'arrivo di Giudice e Trisolini (su Giudice, a dire della vedova, aveva raccolto uno scottante dossier), morì in un incidente d'auto.

Ai fini dell'analisi successiva quello che preme qui rilevare è che il 1974 è l'anno in cui certi settori dei Servizi (Centro SID di Firenze, Ispettorato antiterrorismo. Ufficio I della Guardia di Finanza) si sono attentamente interessati di questo «personaggio emergente».

Il quadro complessivo che viene fuori da una lettura combinata dei rapporti è ancora oggi pienamente valido e significativo, e tanto più ci colpisce in quanto compilato nel 1974, l'anno che segna, come vedremo, l'apice del fenomeno terroristico, di connotazione nera, in Italia. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

La rassicurante relazione ufficiale del Sismi con a capo l’amico Santovito. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 04 ottobre 2023

Nel 1978, sotto la gestione del generale Santovito, il Servizio redige una relazione sull'argomento che verte non sulla Loggia P2 e su Licio Gelli ma sulla massoneria in generale. Il documento afferma che è «opinione diffusa» ritenere che la massoneria italiana, spinta da quella americana, si sia intromessa in note vicende politiche, ma con «un peso indiretto»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Continuando la lettura del fascicolo del SISMI, troviamo una nota datata 1977, quando in seguito ad un articolo apparso su l'Unità il Servizio, sollecitato dal ministro della difesa, risponde di non avere «sinora sviluppato specifiche attività di ricerca sulla massoneria» e con riferimento a Licio Gelli afferma che «è risaputo che il noto Licio Gelli ha intrattenuto ed intrattiene rapporti con varie personalità di rango elevato, sia in campo nazionale che in quello internazionale».

Il Servizio è soltanto a conoscenza che «il PCI ha recentemente deciso di ridimensionare la forza e l'influenza delle logge massoniche italiane, ritenute "centri di potere" capaci di intralciare le attività politiche ed economiche del partito».

A tal fine avrebbe intrapreso una campagna di stampa che accusando la massoneria di «inquinamento fascista» tende solo a screditarla. Per concludere su questa nota, vale la pena di soffermarsi su quanto il Servizio scrive in materia di sua stretta competenza e sull'ineffabile rinvio all'ortodossia massonica per escludere la consistenza del reclutamento massonico di quattrocento ufficiali dell'esercito.

Nel 1978, infine, sotto la gestione del generale Santovito, il Servizio redige una relazione sull'argomento, che verte peraltro non sulla Loggia P2 e su Licio Gelli, ma sulla massoneria in generale. Il documento viene approntato per consentire al ministro della difesa di documentarsi in seguito alla presentazione di una interrogazione dell'onorevole Natta alla Camera dei deputati.

Dopo un lungo excursus storico, il documento afferma che è «opinione diffusa» ritenere che la massoneria italiana, spinta da quella americana, si sia intromessa in note vicende politiche (si citano la scissione di Palazzo Barberini, l'estromissione del PCI dal governo De Gasperi, l'introduzione del PSI nell'area di governo, il divorzio, la scuola laica), ma bisogna riconoscere che il suo peso in tali vicende è indiretto, ed è soltanto dovuto alla presenza di «fratelli» in Parlamento, negli enti locali, nella dirigenza statale, nell'industria, nella finanza e così via.

Su istigazione del comunismo internazionale, leggiamo nella pagina successiva, si tende a disgregare la massoneria, ma per fortuna Gamberini, a partire dal 1974 (lapsus freudiano?) ha cominciato ad espellere falsi fratelli antimassonici, affaristi e intrallazzatori. Si sostiene quindi che di fronte all'alternativa del compromesso storico si è scatenata in seno al Grande Oriente un'aspra lotta tra gruppi sostenitori da forze interne ed internazionali.

I gruppi che fanno capo a Salvini e a Gelli (recentemente giunti ad un accordo), in contrasto con il gruppo degli ex di Piazza del Gesù, sostengono la linea dell'attuale governo Andreotti di coinvolgimento del PCI, che porterà inevitabilmente o al compromesso storico o al totale rigetto del comunismo.

Si rileva quindi che l'azione mondiale della massoneria è ispirata dalla direttiva economico-politica che viene dagli USA e dall'Inghilterra; si chiariscono i termini di questo collegamento USA-massoneria italiana. L'intera azione sarebbe sostenuta dalla «Trilateral Commission», organismo creato da David Rockfeller nel 1973, che potrebbe a sua volta essere una emanazione della massoneria internazionale.

Farebbero parte della Trilateral circa 180 uomini politici e militari americani e una trentina di europei occidentali e giapponesi. Si legge inoltre che «sui presunti collegamenti della massoneria con attività criminose contingenti è noto soltanto che da tempo stanno indagando, in particolare, la magistratura fiorentina e quella romana e che in genere le persone chiamate in causa hanno risposto alle denunce con l'inoltro di querele».

Quanto alla diffamatoria campagna del PCI promossa contro la massoneria, questa è anche sostenuta dalle giovani leve socialiste, interessate a screditare il gruppo dei vecchi notabili del partito, in genere ritenuti massoni.

Infine, il documento conclude che «la massoneria, nell'ambito delle Forze Armate, ha un'influenza modesta e non certo tale, nonostante la propaganda in contrario, da riuscire a distorcere le leggi che regolano la progressione delle carriere e l'assegnazione degli incarichi».

Il documento esaminato costituisce un esempio probante di disinformazione mirata, in quanto è sostanzialmente centrato su una serie di valutazioni politiche, concernenti il ruolo del partito comunista, ma anche di altri partiti, mentre difetta in modo esemplare di informazioni e notizie precise. Nulla si dice infatti di concreto sulla massoneria, per la quale ci si riporta ad informazioni tanto più puntuali quanto più lontano nel tempo è il periodo al quale sono riferite; ma soprattutto notiamo che esso è del tutto carente di notizie concernenti Licio Gelli e la Loggia, massonica P2. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

I servizi segreti ormai “smascherati” si ricordano del “pericoloso” Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 05 ottobre 2023

Un’ultima informativa consente al Servizio di non escludere «che il Gelli possa essere divenuto un agente dell'Est nell'immediato dopoguerra» e successivamente «sia stato fatto penetrare in settori sensibili e tenuto alla mano per lo sfruttamento delle occasioni più propizie». Sono tutte notizie verosimili, ma alla base delle quali sta il difetto di origine di venire formulate solo dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Non meno singolare uno degli ultimi prodotti della gestione del generale Santovito agli atti nel fascicolo del SISMI; la data della declassificazione è quella del 3 aprile 1981 ed il documento va letto attentamente ponendolo in relazione a quello appena illustrato, poiché assai istruttivo è il combinato disposto dei due testi, che ci mostra un indubbio tentativo di continuità nella linea tenuta dai Servizi di informazione, pur di fronte al precipitare degli eventi.

In questo secondo documento, che può essere compreso nel suo valore reale solo ponendo attenzione alla circostanza che esso viene redatto dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, è dato leggere che dopo i trascorsi contatti con la resistenza, «richiede molta attenzione l'ipotesi che il Gelli sia stato posto "a dormire" (e non in senso massonico), abbia assunto una nuova veste, sia stato favorito per penetrare i più delicati ambienti politici, economici, industriali, militari, della magistratura, del giornalismo e professionali».

Sempre sul Gelli il Servizio afferma che «solo l'esplosione del caso poteva richiamare l'attenzione su un personaggio liberatosi da oltre un trentennio da un passato ambiguo e trasformatosi, da abile attore, in un manager di interesse per le questioni economiche e politiche del Paese».

Queste conclusioni vengono dal Servizio ricondotte all'esame dei documenti in possesso, e da noi analizzati sinora, ed in particolare dall'esame dell'informativa COMINFORM e dai trascorsi legami del Gelli con il partito comunista, in ragione dei quali «sembra possibile ritenere verosimile quanto sostenuto in rapporti dell'epoca, e cioè che il Gelli aveva avuto salva la vita in cambio di future prestazioni per le quali fu sottoposto successivamente a verifiche». Tutto quanto sinora detto si riporta all'assunto che «i documenti citati hanno esclusivo valore informativo e non di prove».

Ma ai nostri occhi ciò che veramente ha valore di prova è che il Servizio per la prima volta denuncia l'esistenza dell'informativa COMINFORM e delle notizie in essa contenute, elementi questi sinora accuratamente celati e dei quali ci si era ben guardati dal fare menzione nei rapporti precedenti, quale che fosse l'autorità richiedente.

L'informativa consente così al Servizio di non escludere «che il Gelli possa essere divenuto un agente dell'Est nell'immediato dopoguerra in cambio della salvezza, sia stato successivamente «congelato» secondo la metodologia più classica propria dei Servizi segreti, sia stato fatto gradualmente penetrare in settori sensibili e tenuto alla mano per lo sfruttamento delle occasioni più propizie».

Sono tutte queste notizie e valutazioni certo verosimili, ma alla base delle quali sta il difetto di origine di venire formulate solo dopo il sequestro di Castiglion Fibocchi, in un documento che letto in parallelo a quello precedentemente analizzato denuncia la sua inequivocabile natura di uscita di sicurezza da una situazione che vedeva il Servizio ben più pesantemente coinvolto nel fenomeno oggetto del rapporto, secondo l'analisi e le conclusioni alle quali si perverrà nel paragrafo successivo.

Si è ritenuto di fornire una illustrazione analitica dei documenti in possesso della Commissione su questa materia, in primo luogo perché questo è argomento assolutamente centrale per la comprensione del personaggio Gelli e della sua invero resistibile ascesa e per la spiegazione dell'accumulazione di potere che ha finito per confluire in capo ad un personaggio che molti affiliati, in sede di audizione, si sono trovati concordi a definire modesto e di mediocre cultura, non avvertendo forse come una simile affermazione finisse, in ultima analisi, per tornare a loro personale disdoro.

Una esposizione sistematica e dettagliata dei documenti si è inoltre resa necessaria perché essi sono suscettibili di analisi e possono fornire elementi conoscitivi non solo e non tanto per quello che ci dicono esplicitamente ma altresì per quanto in essi non viene detto, ovvero per quanto è implicitamente contenuto: per le omissioni come, se non forse più, per le azioni informative; poiché questa è, quant'altra mai, materia nella quale la rappresentazione documentaria e cartolare degli eventi e dei fenomeni risponde a sue proprie peculiari modalità e prerogative.

Partendo da questo assunto metodologico possiamo in prima approssimazione distinguere le fonti informative su Licio Gelli in due gruppi: quelle provenienti dai Servizi di informazione propriamente detti — e quindi nell'ordine SIFAR, SID e infine SISMI e SISDE — e quelle provenienti da organi informativi pubblici di diversa natura: Guardia di Finanza e Ispettorato generale antiterrorismo.

Dedicando la nostra attenzione al primo gruppo — premessa la considerazione che il materiale pervenuto alla Commissione offre garanzia di riflettere con genuinità quanto esistente sul conto di Gelli negli archivi dei Servizi, essendo l'invio stato operato sotto la nuova gestione immune da influenze piduiste — conviene innanzitutto farne un rilievo in termini quantitativi constatando come da esso risulti una consistente attività informativa dedicata al personaggio sino al 1950, alla quale si contrappone una carenza di produzione documentale nella fase successiva, tale da consentire di affermare tranquillamente che dopo il 1950 il fascicolo Gelli diventa praticamente inesistente, salvo poche eccezioni.

La cesura tra questi due così diversi atteggiamenti dei Servizi nei confronti di Licio Gelli è segnata dall'informativa COMINFORM che cade per l'appunto nel 1950 e che segna praticamente l'inizio della fine, si consenta il bisticcio, del fascicolo Gelli, dato questo che non può che colpire l'attenzione dell'osservatore in quanto non solo l'informativa costituisce il documento di gran lunga più esauriente sul personaggio, acquisito agli archivi del Servizio, ma perché proprio in ragione della gravità delle informazioni e valutazioni in essa contenute, lungi dal segnare la cessazione delle segnalazioni e delle note dedicate all'interessato, avrebbe dovuto inaugurare, a rigor di logica, una stagione di più ampia documentazione.

Rileviamo quindi una prima contraddizione, che caratterizza l'atteggiamento dei Servizi nei confronti di Licio Gelli, che possiamo indicare nella circostanza che essi cessano praticamente di occuparsi di lui proprio quando dovrebbero iniziare, avendolo schedato negli archivi quale «pericolosissimo» elemento sovversivo, probabile agente dei paesi dell'Est.

È questa una contraddizione che nasce dall'interno stesso della documentazione fornita dai Servizi, alla quale corrisponde la contraddizione rilevabile altresì da un approccio esterno al problema, prescindendo cioè dal fascicolo in esame, quando si rilevi che la mancata attività informativa sul Gelli da parte dei Servizi contrasta altresì con il peso che il personaggio viene via via acquistando nel frattempo sino a giungere a livello di pubblica notorietà, per argomenti e motivi tali da non poter non interessare un apparato informativo primariamente indirizzato, per ragioni di istituto, alla tutela della sicurezza dello Stato.

La contraddittorietà di questo atteggiamento viene denunciata in fatto dalla circostanza che altri organismi informativi quali la Guardia di Finanza e l'Ispettorato per l'antiterrorismo, palesemente non collegati con i Servizi di informazione, pervengono autonomamente a valutare, nel 1974, il Gelli elemento degno di essere preso sotto osservazione per le sue molteplici attività — prima fra tutte, quella di possibile contatto con ambienti eversivi di destra — sul rilievo delle quali attorno al 1974-1975 ormai anche la stampa è in grado di fornire notizie e valutazioni.

La giustapposizione, sempre in soli termini quantitativi, tra l'assenza di produzione di documenti da parte dei Servizi segreti e l'attività investigativa degli altri organismi informativi ci fornisce quindi un secondo punto di riferimento degno di attenta considerazione. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

È uomo dei Servizi”, l’analisi della Commissione Anselmi su Licio Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 06 ottobre 2023

Non rimane altra conclusione che quella di riconoscere che il Gelli è egli stesso persona di appartenenza ai Servizi, poiché solo ricorrendo a tale ipotesi trova logica spiegazione la copertura di questi assicurata al Gelli in modo sia passivo, non assumendo informazioni sull'individuo, sia attivo, non fornendone all'autorità politica che ne fa richiesta

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Passando adesso ad una analisi che, abbandonando l'approccio quantitativo, entri nel merito dei documenti al nostro studio, estremamente significativo è il confronto tra la nota dei Servizi del 1977 e la relazione Santovito del 1978 da un canto e le informative Santillo, in particolare quella del 1976, dall'altro.

Si impone infatti all'attenzione come dato di tutta evidenza come i primi due documenti — che nascono per impulso esterno, la richiesta cioè del Ministero della difesa — sottovalutino, minimizzandola (nota del 1977), la Loggia P2 per incentrare l'analisi sulla massoneria in generale, secondo un'ottica che consente di sviluppare su tale generico argomento un ampio discorso a metà tra l'analisi sociologica e l'interpretazione politica; ci troviamo insomma di fronte ad un documento invero singolare quando si consideri che, per la sua provenienza da un servizio informativo, ci si dovrebbero in esso attendere informazioni (che mancano) piuttosto che valutazioni (che abbondano), proprie come tali più dell'autorità politica ricevente che dell'organo tecnico mittente.

Ben altro discorso invece per le note dell'Ispettorato antiterrorismo; il questore Santillo — confermando le doti di investigatore che tutti gli riconoscevano ma che non gli valsero la nomina al SISDE, naturale successore dell'IGAT, alla cui guida fu preferito il generale Grassini, iscritto alla Loggia P2 — centrando il cuore del problema fornisce una serie di documenti che, in luogo di fumose considerazioni sulla massoneria rilevabili anche da pubblicazioni in commercio, danno precise informazioni su Licio Gelli e sulla Loggia Propaganda 2.

Colpisce in particolare la nota del 1976 (ultima della serie) nella quale è dato riscontrare, accanto ad inesattezze anche vistose sulla massoneria (si confonde l'Ordine con il Rito scozzese), notizie precise e dettagliate sulla Loggia P2, che segnano una mirata attenzione investigativa in netto e stridente contrasto con la invero singolare disattenzione dei Servizi nei confronti di Licio Gelli e della sua organizzazione. Riepilogando le argomentazioni svolte possiamo quindi affermare come dato di tutta evidenza l'esistenza di una sorta di cordone sanitario informativo posto dai Servizi a tutela ed a salvaguardia del Gelli e di quanto lo riguarda secondo una linea non smentita di continuità, che non interessa soltanto il periodo dell'apogeo della carriera gelliana — epoca nella quale sarebbe spiegabile facendo ricorso all'argomento dell'influenza da lui acquisita nel Servizio e fuori di esso — ma che rimonta al 1950, quando il Gelli è personaggio di ben minore caratura, tale comunque da non potergli certamente addebitare azioni di pressione deviante sui Servizi. Una continuità di atteggiamento dunque che accompagna il Gelli durante lo sviluppo della sua carriera, senza apprezzabili scarti che ne contrassegnino i progressi invero sorprendenti.

Tra le varie spiegazioni possibili di tale costante atteggiamento — scartata quella della inefficienza dei Servizi perché palesemente non proponibile — non rimane altra conclusione che quella di riconoscere che il Gelli è egli stesso persona di appartenenza ai Servizi, poiché solo ricorrendo a tale ipotesi trova logica spiegazione la copertura di questi assicurata al Gelli in modo sia passivo, non assumendo informazioni sull'individuo, sia attivo, non fornendone all'autorità politica che ne fa richiesta.

L'assunto al quale si è pervenuti fornisce spiegazione ad alcuni dei problemi in esame, ma non ancora alla natura dell'informativa COMINFORM, inserita nel fascicolo Gelli nel 1950.

La presenza di questo singolare documento mentre infatti ci fornisce una indicazione orientata in una direzione — marcando vistosamente la successiva carenza di attività informativa, secondo la contraddizione dianzi sottolineata — per altro verso sembra porsi in contrasto con la stessa conclusione alla quale essa pur ci avvia, poiché fornisce comunque un segno di attenzione investigativa da parte dei Servizi nei confronti del Gelli ed è da essi inserita nel suo fascicolo.

D'altro canto non è difficile riconoscere che il documento per la quantità e la qualità delle notizie raccolte non può non suscitare l'interesse anche polemico di chi si accinga allo studio del fenomeno Gelli.

Non è mancato ad esempio nella Commissione chi, riportandosi all'informativa, ha elaborato una chiave di lettura del personaggio Gelli in termini antitetici a quelli della pubblicistica corrente: non si può infatti non riconoscere che le notizie sul Gelli fornite dal redattore del documento sono in stridente contrasto con il passato dell'uomo come con le successive, dichiarate e mai smentite professioni di fede anticomunista.

Per una soluzione del problema è necessario, anche in tal caso, fissare quali siano i punti di sicuro affidamento: a tal fine dobbiamo rilevare che dato certo e non controvertibile è che il Gelli, sul finire della seconda guerra mondiale, non si peritò di stabilire contatti di collaborazione e di intesa con la parte che si andava delineando come inevitabilmente vincitrice.

Mentre ancora indossava la divisa tedesca, o meglio proprio valendosi di essa, Licio Gelli si metteva a disposizione del CLN ed in particolare della componente comunista di esso, conducendo una difficile partita in costante equivoco equilibrio tra le due parti che ci consente di valutare appieno la sottigliezza del personaggio e che ci offre il dato di inequivocabile certezza che Licio Gelli operò in modo tale da contrarre presso i comunisti pistoiesi un credito di sicura portata e di non piccolo momento, se ancora nel 1976 Italo Carobbi, richiestone, si riteneva in dovere di rinnovare l'attestato di benemerenza partigiana.

La posizione di questo dato ci consente di affermare con buona certezza che alla base dell'informativa risiede un nucleo di verità non controvertibile; in altri termini l'informativa, riportata al momento nel quale fu redatta, è indubbiamente un documento attendibile. Il Gelli, infatti, negli anni politicamente turbinosi del dopoguerra proseguì nella sua attività di doppio gioco che gli consentiva di mantenere i piedi in due o più staffe in attesa che si delineasse la soluzione vincente; fu probabilmente dopo le elezioni di 1948 che egli comprese come fosse intervenuto il momento di una scelta di campo, se non definitiva, per lo meno meno equivoca.

L'informativa, fermando sulla carta una volta per tutte la sua attività di collaboratore con la parte perdente avversaria e non segnando per converso alcuna conseguente attività da parte di chi è in possesso di tale conoscenza, denuncia al di là di ogni equivocabile dubbio il momento nel quale il Gelli entra nell'orbita dei Servizi segreti italiani.

 L'informativa come tale poteva infatti avere, secondo logica, due esiti soltanto: o accertamenti che ne dimostrassero l'infondatezza, con la conseguente chiusura del fascicolo, o riscontri sulla sua attendibilità con i relativi esiti di giustizia per una spia al servizio di un paese straniero.

Vediamo invece che da essa scaturisce una terza inaspettata soluzione, essa viene cioè semplicemente accantonata, il che, nel caso di specie, vuol dire tesaurizzata perché l'organo che ne è in possesso ha deciso di gestire in proprio il personaggio. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Non solo “venerabile”, ma anche persona “molto influente e molto utile”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 07 ottobre 2023

L'ignoranza della sede periferica sulla qualità di Gelli come elemento del Servizio dimostra che la sua posizione è stata quella di persona che sin dall'ingresso nell'orbita del Servizio ha interessato il vertice della gerarchia, per la qualità delle operazioni alle quali applicarlo. Per usare le parole della reprimenda del capo del reparto D al comandante del centro periferico, il Gelli era insomma «persona influente e utile al Servizio»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Seguendo tale assunto vengono infatti a dipanarsi anche le residue contraddizioni che dianzi sottolineavamo, poiché si perviene ad una linea ricostruttiva che consente di dare logica spiegazione a tutti gli aspetti del problema riconducendo ad una visione unitaria dati e documenti che sembrano porsi in contrasto reciproco.

Appare infatti chiaro perché l'informativa, pur vera nella sostanza, non ha alcun esito: i Servizi segreti al momento dell'acquisizione del Gelli, ben conoscendo l'individuo, accludono agli atti un documento che rappresenta per loro una sorta di polizza di assicurazione per il futuro; lo inchiodano in altri termini in una posizione che, per la sua radicale opposizione al ruolo che gli viene assegnato in pubblico, costituisce l'unica efficace garanzia di controllo di un personaggio la cui abilità essi sono i primi a valutare adeguatamente, ed i cui precedenti non rassicurano sulla fedeltà alle scelte di campo adottate.

Quello che accade nel 1950 è dunque la scissione dei due aspetti del personaggio Gelli: il Gelli nero, di solidi trascorsi fascisti, rimane quello pubblicamente noto e, a quei trascorsi viene riallacciata senza soluzione di continuità l'iconografia ufficiale del personaggio; da questa viene estratto il secondo volto del Gelli, il Gelli rosso, fermato in un documento custodito negli archivi, e di esso viene fatta sparire accuratamente ogni traccia.

Il collegamento tra i due è patrimonio conoscitivo detenuto da chi è in possesso dell'informativa ed assicura il controllo del personaggio. La soluzione prospettata è l'unica tra quelle in astratto ipotizzabili che fornisca adeguata spiegazione alle contraddizioni che abbiamo messo in evidenza nel corso dell'analisi sui documenti sinora condotta.

Secondo la linea interpretativa proposta appare chiaro perchè i Servizi organizzino quello che abbiamo definito un cordone sanitario informativo attorno alla figura di Licio Gelli ed al contempo trova adeguata spiegazione la presenza di un documento, in questo contesto, quale l'informativa: un documento che ad un primo livello di analisi sembra al tempo stesso denunciare e smentire l'inerzia del Servizio nei confronti di Gelli.

Per superare tale ambivalenza è necessario infatti porsi in un'ottica che centri l'attenzione, prima ancora che sul suo oggetto, al quale essa capziosamente ci avvia, sulla sua funzione; un'ottica che non si lasci fuorviare privilegiando quanto nell'informativa viene detto in termini espliciti, per tralasciare così quanto essa implicitamente rappresenta per la sua presenza nel fascicolo di Licio Gelli.

Diversamente operando si finisce inevitabilmente sul terreno della polemica, di evidente significato politico immediato, se Gelli sia o meno attribuibile a Servizi segreti di paesi dell'Est — tema questo da non considerare certamente risolto — per ignorare che prima ancora Gelli è comunque sotto il controllo diretto dei Servizi che dovrebbero operare tale verifica.

Nell'ambito di queste argomentazioni viene allora a chiarirsi secondo una luce significativa il disguido che interviene tra periferia e vertice dei Servizi quando il comandante di un centro ebbe a vedersi minacciato l'esonero dal servizio per le incaute iniziative prese sul Gelli, che ormai — d'altronde siamo negli anni settanta — è personaggio di ben altra levatura rispetto agli esordi.

L'ignoranza della sede periferica sulla qualità di Gelli come elemento del Servizio dimostra che la sua posizione, e la pratica relativa, non è mai stata quella di un qualsiasi agente ma quella di persona che sin dall'ingresso nell'orbita del Servizio ha interessato il vertice della gerarchia, per la qualità delle operazioni alle quali applicarlo.

Per usare le parole della reprimenda del capo del reparto D al comandante del centro periferico, il Gelli era insomma « persona influente e utile al Servizio ».

Viene da ultimo a trovare spiegazione, secondo l'analisi proposta, la difformità di atteggiamento che contrassegna l'attività investigativa della Guardia di Finanza e dell'ispettore Santillo da un canto e quella dei Servizi, sottolineata in precedenza; ed è a tal fine facile adesso osservare come il risveglio di interesse nei confronti di Licio Gelli cada nello stesso torno di tempo, il 1974, sia al di fuori che all'interno di alcuni ambienti dei Servizi, e come in entrambi i casi scatti il meccanismo di copertura e di disinformazione posto a protezione del Gelli; così pure è palese la diversità di posizione di Gelli davanti a questi e a quelli, dato che verso Santillo e la Guardia di Finanza egli può attuare, in presenza di iniziative investigative a lui sgradite, interventi repressivi dall'esterno (l'insabbiamento-avocazione dei rapporti e la punizione dei loro autori) propri di chi controlla quegli apparati senza esserne condizionato, mentre rispetto ai Servizi nei quali in qualche modo è incardinato non vi è necessità di pervenire ad analoghi risultati di censura e persecuzione.

Abbiamo visto il destino riservato agli ufficiali della Finanza che intrapresero indagini su Gelli; quanto all'ispettore Santillo, che non poteva essere liquidato con una reprimenda in via gerarchica come il comandante capocentro dei Servizi sopra ricordato, suscita a questo punto più di un motivo di seria riflessione la sua mancata ascesa alla guida del SISDE, cui si accennava innanzi. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

L’omicidio di Mino Pecorelli, un’informativa e uno scoop mai fatto. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani l'08 ottobre 2023

L'informativa Cominform finisce in mano al giornalista Pecorelli che, data la sua professione, inizia a farne un sapiente uso con il dosaggio delle notizie in essa contenute; dosaggio parziale che non viene portato a compimento perché il Pecorelli viene, come noto, assassinato pochi giorni prima della preannunciata pubblicazione integrale del contenuto del documento

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Vediamo adesso di sottoporre la tesi esposta a verifica muovendo alla ricerca di ulteriori elementi in un contesto di documentazione che non può dirsi abbondante, come del resto è logico attendersi in materia così riservata.

Dopo le considerazioni svolte sulla protezione accordata a Gelli dai Servizi non può non destare meraviglia che questo comportamento venga rovesciato radicalmente quando non solo il silenzio su Gelli viene rotto ma addirittura l'informativa COMINFORM finisce in mano al giornalista Pecorelli che, data la sua professione, inizia a farne un sapiente uso con il dosaggio delle notizie in essa contenute; dosaggio parziale che non viene portato a compimento perché il Pecorelli viene, come noto, assassinato pochi giorni prima della preannunciata pubblicazione integrale del contenuto del documento.

Documento che invero non poteva non avere effetti devastanti per il capo riconosciuto di una organizzazione a carattere segreto con accentuata colorazione politica anticomunista, perché essa in sostanza conteneva due informazioni che certo non avrebbero fatto piacere ai sodali di un capo che si veniva a sapere era a) un delatore, b) un ex agente dei Servizi dei paesi dell'Est.

È certo che il giornalista Pecorelli aveva accumulato nel corso della sua carriera più di un motivo per temere della propria incolumità, ma questa è valutazione che spetta comunque al magistrato responsabile dell'inchiesta ancora in corso.

Quanto compete alla Commissione osservare è che l'informativa COMINFORM appare presente in questa situazione con connotati tali che non consentono di svilirne oltre un certo limite il contenuto. Il punto centrale è infatti non tanto quello di stabilire se essa si ponga in rapporto di causa ed effetto con la morte del divulgatore finale del documento, quanto piuttosto e soprattutto quello di sottolineare che di essa viene fatto concretamente uso.

Noti infatti come sono i legami tra l'agenzia OP ed ambienti dei Servizi segreti che il Pecorelli stesso denunciava dichiarando nei Servizi la fonte del documento — al fine di suffragarne l'autenticità, attesa l'importanza dell'argomento — il suo apparire tra le carte del Pecorelli denuncia in primo luogo come nella carriera di Licio Gelli sia intervenuto un momento nel quale l'informativa viene in fatto utilizzata, viene cioè chiamata ad adempiere alla funzione per la quale era stata inserita nel fascicolo che i Servizi avevano sull'uomo e che noi abbiamo definito come quella di una polizza di assicurazione.

La vicenda Pecorelli, quale che sia l'esito istruttorio che essa avrà, ha, ai nostri fini, il valore di riconfermare l'informativa nella sua funzione, sulla quale si era in precedenza insistito in via di ipotesi; ma se questo è vero è allora giocoforza ammettere che essa viene confermata altresì nel suo contenuto, nella sua attendibilità, poiché è di palese evidenza che la funzione non avrebbe potuto essere adempiuta al momento dell'utilizzo se il contenuto fosse stato destituito di ogni fondamento.

Ed è altresì provato che chi aveva conservato per quasi trenta anni l'informativa negli archivi poteva gestire il documento, poiché essa era lo strumento attraverso il quale gestire la persona, come durante quei trenta anni era accaduto. Si vuole infine ricordare, nel quadro di riferimento che siamo venuti tracciando, un altro episodio che sembra inquadrarsi in modo univoco nell'esposizione sinora condotta. Citiamo in proposito la risposta che il direttore del SID, ammiraglio Casardi, firmò in data 4 luglio 1977, rispondendo ai giudici di Bologna che indagavano sulla strage dell'Italicus.

Essa va trascritta per esteso: « Il SID non dispone di notizie particolari sulla loggia P2 di Palazzo Giustiniani... non si dispone di notizie sul conto di Licio Gelli per quanto concerne la sua appartenenza alla Loggia P2 oltre quanto diffusamente riportato dalla stampa».

Non può non risaltare agli occhi, se non altro per questioni di stile, l'incredibile rinvio che un capo dei Servizi segreti fa alle notizie apparse sulla stampa, alla quale egli non ha vergogna di riportare il proprio patrimonio di conoscenze.

Per valutare del resto il tasso di segretezza di queste notizie si pensi che siamo, a parte ogni considerazione, a due anni di distanza dalla delibera di demolizione della Loggia P2, decisa dalla Gran Loggia di Napoli, quando i Maestri Venerabili delle logge di Palazzo Giustiniani avevano ritenuto Licio Gelli e la sua loggia un peso troppo compromettente per la comunione.

Come già detto, l'ipotesi della inefficienza sarebbe troppo macroscopica per venire nemmeno presa in considerazione. Ma il vero punto di interesse è che nel rispondere in tal modo il direttore dei Servizi negava al giudice inquirente la conoscenza delle notizie contenute nell'informativa, che, come sappiamo, era agli atti.

Ciò avveniva non solo e non tanto per proteggere il Gelli, ma per la più sottile ragione che il patrimonio di conoscenze contenuto dal documento veniva considerato dai Servizi come lo strumento in loro mano per controllare l'individuo: in quanto tale essi non potevano che essere gli unici arbitri sul come e sul quando farne uso, cosa che, per l'appunto, si sarebbe verificata dopo poco più di un anno.

I riscontri forniti e la linea di argomentazione che su di essi abbiamo incentrato testimoniano in modo chiaro l'esistenza di una barriera protettiva posta dei Servizi a tutela di Gelli e della loggia P2 che scatta puntuale di fronte a qualsiasi autorità politica e giudiziaria, che chieda, nell'esercizio delle sue funzioni, ragguagli e delucidazioni su questi argomenti. Abbiamo individuato la ragione profonda di questo comportamento nell'appartenenza di Licio Gelli all'ambiente dei Servizi segreti, ed abbiamo datato questa milizia al 1950, anno di compilazione dell'informativa COMINFORM.

Le conseguenze di tale affermazione sono che la ragione vera del cordone sanitario informativo va cercata non nel presunto controllo che Gelli eserciterebbe nei Servizi segreti, ma nell'opposta ragione del controllo che essi hanno del personaggio.

Le conclusioni che abbiamo esposto sono di tenore tale che l'estensore di queste note avverte per primo l'esigenza di procedere con la massima cautela possibile in questa materia, per la quale peraltro, si deve riconosce, è del tutto illusorio sperare di raggiungere dimostrazioni che poggino su prove inconfutabili.

Si è così argomentato sulla base dei documenti proponendo una linea interpretativa che essi riconduca a logica e coerenza, pronti a verificare tale assunto con altre possibili ricostruzioni posto che, secondo l'assunto metodologico seguito, consentano di fornire altra spiegazione coerente ed unitaria dei fenomeni.

La soluzione proposta ci consente di risalire un anello della catena rispondendo ad una serie di quesiti, per aprirne nel contempo altri di forse maggiore portata. Affermare che Licio Gelli è uomo dei Servizi segreti sin dagli esordi della sua carriera significa chiederci se questa sua situazione sia rapportabile all'organizzazione in quanto tale o a suoi settori, perché è certo che in questi ambienti l'apparato ha una sua variegata realtà interna che l'apparenza monolitica rilevabile dall'esterno non farebbe sospettare.

Significa altresì chiedersi se ed in qual modo il personaggio Gelli si muova nel contesto dei rapporti internazionali che i Servizi segreti intrecciano, secondo una logica naturale, nell'ambito di alleanze omogenee se non anche, sostengono alcuni, talora in via trasversale rispetto agli stessi contesti politici di appartenenza.

Vogliamo qui dire che l'ambiguità dell'operazione gelliana non può dirsi risolta dal dato conclusivo al quale si è pervenuti, il quale, ponendo la figura di Gelli sotto nuova luce, nel contempo ne arricchisse il chiaroscuro aprendo interrogativi ai quali non si ritiene si possa dare risposta in senso univoco, per lo meno allo stato degli atti.

Poiché è evidente che il cordone sanitario informativo di cui si è discusso opera adesso in nostro danno e non ci consente di acclarare a quali ultimi mandanti, e di quale parte, si possa risalire.

Quello che con tutta onestà si può dire è che in materia di così difficile trattazione e di fronte ad un personaggio di così sfuggente profilo ogni ipotesi è in astratto formulabile e nessuna conclusione può palesemente dichiararsi assurda. Questo è anche quanto può essere affermato, sulla scorta degli atti in nostro possesso, sulla vexata quaestio della veridicità o meno delle notizie che l'informativa COMINFORM ci consegna su Licio Gelli, anche per il periodo successivo alla sua redazione, pur se tale problema va adesso studiato nel quadro delle gravi conclusioni alle quali siamo pervenuti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Novantadue i generali e i colonnelli delle forze armate che erano piduisti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 09 ottobre 2023

Dei cinquantasei ufficiali dei carabinieri, in servizio o a riposo, che figurano negli elenchi, dodici ricoprono il grado di generale ed otto quello di colonnello; così ancora troviamo otto ammiragli, ventidue generali dell'esercito, cinque generali della guardia di finanza nonché quattro generali dell'aeronautica

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Negli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi gli iscritti sono ripartiti anche per settori di appartenenza: uno di questi settori è quello delle Forze Armate, nel quale figurano cinquantadue ufficiali dei carabinieri, nove dell'Aeronautica, ventinove della Marina, cinquanta dell'Esercito, trentasette della guardia di Finanza e sei della Pubblica Sicurezza. Dall'elenco generale degli iscritti sequestrato, peraltro, il numero complessivo degli ufficiali risulta anche superiore (centonovantacinque) e gli iscritti negli elenchi trovano riscontro, anche se non completo, nelle informative inviate alla Commissione dal Sismi e dal Sisde.

Il primo dato che occorre mettere in rilievo in proposito è l'elevato grado ricoperto dagli affiliati. Così, ad esempio, dei cinquantasei ufficiali dei carabinieri, in servizio o a riposo, che figurano negli elenchi, dodici ricoprono il grado di generale ed otto quello di colonnello; così ancora troviamo otto ammiragli, ventidue generali dell'Esercito, cinque generali della guardia di Finanza nonché quattro generali dell'Aeronautica.

Il dato totale, di per sé eloquente, ci dice che su centonovantacinque esponenti del mondo militare, ben novantadue ricoprono il grado di generale o colonnello.

Ancor più significativo, per quanto in seguito si dirà, è soffermarsi sulle funzioni assegnate a molti dei nominativi citati: così l'ammiraglio Torrisi che fu capo di Stato Maggiore della Marina negli anni 1977-1980 e poi della Difesa negli anni 1980-1981, il generale Grassini che diresse il Sisde dal novembre 1977 al luglio 1981, il generale Santovito che dilesse il Sismi dal gennaio 1978 all'agosto 1981 e il generale Picchiotti che fu negli anni 1974-1975 vicecomandante generale dell'Arma dei carabinieri e in precedenza comandante la divisione carabinieri di Roma, il generale Palumbo comandante la divisione carabinieri «Pastrengo» di Milano e poi anch'egli vicecomandante generale dell'Arma, il generale Miceli che diresse il Sis dal 1970 al 1974, il generale Musumeci che fu segretario generale del Sismi con il generale Santovito, i generali Giudice e Giannini che furono comandanti generali della guardia di Finanza rispettivamente negli anni 1974-78 e negli anni 1980-1981.

Come è facile rilevare a prima vista, si delinea una mappa del potere militare più qualificato, con personaggi che hanno spesso assunto un ruolo centrale in vicende di particolare significato nella storia recente del nostro paese, anche in relazione ad avvenimenti di carattere eversivo.

La maggior parte degli ufficiali che figurano negli elenchi sono stati sottoposti ad inchieste disciplinari che hanno portato a delle vere e proprie conclusioni solo per quelli che erano tuttora in servizio, per i quali la sanzione è stata generalmente quella del rimprovero, applicata in poco più di un terzo dei casi.

Le pronunce di proscioglimento sono state invece emesse perché non risultava pienamente provata l'appartenenza dell'ufficiale alla Loggia P2, facendo a tal fine soprattutto fondamento sul diniego di appartenenza alla loggia dell'ufficiale interessato.

Per un certo numero di ufficiali che non erano più in servizio, pur non applicandosi alcuna sanzione, è stata ritenuta provata l'appartenenza alla loggia. Vi è da rilevare infine che per alcuni ufficiali, anche di grado elevato e che hanno avuto compiti di rilievo nelle Forze Armate, non sono pervenuti alla Commissione i fascicoli relativi.

Per un esame del problema vanno in primo luogo ricordate le dichiarazioni rese da esponenti della massoneria (Siniscalchi, Brilli) circa i massicci reclutamenti di militari operati sulla fine del mandato di Gamberini: secondo le voci ricorrenti in ambito massonico il Gran Maestro aveva proceduto ad iniziare sul filo della spada circa quattrocento militari, all'uopo presentati dal Gelli.

Il dato è probabilmente esagerato, ma è peraltro certo che la prima fase della gestione gelliana della Loggia P2 è contrassegnata da una forte e qualificata presenza di militari: dato questo che non dovrebbe in sé essere considerato particolarmente significativo poiché è ampiamente documentata una tradizionale propensione degli ambienti militari verso istituzioni di tipo massonico. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Un intreccio politico eversivo, il terrorismo e la “Pastrengo” di Milano. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 10 ottobre 2023

Se indubbia appare quindi la valenza politica che l'intreccio tra ambienti militari e Loggia P2 assumeva nelle prospettive e nei piani di Licio Gelli, un ulteriore approfondimento analitico ci dimostra che tale connotazione politica non rimaneva astretta ad un piano di generica e velleitaria progettazione, ma trovava concreti sbocchi di pratica attuazione. Tale è l'esempio che ci viene fornito dalle vicende relative alla divisione Carabinieri « Pastrengo » di Milano

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

L'elemento invece al quale va prestata adeguata considerazione, e che contraddistingue con carattere di specificità la Loggia P2 ed il suo intervento in questi ambienti, è per contro quello della spiccata connotazione politica che al complesso di tali affiliazioni veniva attribuita da Licio Gelli, al quale faceva riscontro, secondo gli atti in nostro possesso, l'accettazione da parte degli iscritti di tale impostazione.

Ne è esempio la riunione dei generali tenuta a Villa Wanda nel 1973; ed è in proposito da rilevare che i discorsi che in tale occasione si tennero non erano del tutto nuovi, ma anzi possono ritenersi in certa misura abituali se di essi abbiamo almeno un altro significativo esempio documentabile, quale la lettera che, nel 1972, il Gelli inviò agli elementi militari iscritti alla sua loggia — missiva che non sappiamo se diretta a tutta la categoria o solo agli elementi di maggior spicco — nella quale dai discorsi di condanna generalizzata del sistema, che già abbiamo segnalato, si traeva la conclusione che solo una presa di posizione molto precisa poteva porre fine al generale stato di disfacimento e che tale iniziativa poteva essere assunta soltanto dai militari.

Siamo, come si vede, di fronte ad una impostazione politica ben definita che si pone al margine della legalità repubblicana e che non solo non viene dissimulata ma è oggetto di valutazione e di esame presso alte gerarchie militari.

Essa segna certamente un salto di qualità rispetto al tradizionale interessamento massonico per le gerarchie militari, testimoniato tra l'altro, presso la Commissione, dai documenti relativi alla camera tecnico-professionale coperta dei militari, costituita presso la comunione di Piazza del Gesù, dai quali si evince un interessamento a questioni di più ristretto profilo, quali la gestione delle carriere o degli incarichi.

I due riferimenti documentali citati assumono poi piena credibilità quando si consideri come le ventilate ipotesi di soluzioni di tipo autoritario trovano un adeguato e conforme retroterra politico nella ideologia spiccatamente conservatrice — calata in una prospettiva di avversione al sistema nel suo complesso, e come tale sostanzialmente eversiva — consegnata al nostro esame dalla documentazione in possesso della Commissione, più volte citata.

Se indubbia appare quindi la valenza politica che l'intreccio tra ambienti militari e Loggia P2 assumeva nelle prospettive e nei piani di Licio Gelli, un ulteriore approfondimento analitico ci dimostra che tale connotazione politica non rimaneva astretta ad un piano di generica e velleitaria progettazione, ma trovava concreti sbocchi di pratica attuazione.

Tale è l'esempio che ci viene fornito dalle vicende relative alla divisione Carabinieri « Pastrengo » di Milano, in ordine alla quale il tenente colonnello Bozzo, che in essa ha prestato servizio, ha testimoniato della «presenza di un vero e proprio gruppo di potere al di fuori della gerarchia ... che aveva una matrice comune nella provenienza di servizio dalla Toscana». Il gruppo comprendeva il generale Palumbo comandante della divisione, il maggiore Antonio Calabrese e il generale Franco Picchiotti, la cui presenza ai vertici dell'Arma ne contraddistinse il «periodo di maggior splendore».

Succeduto al Palumbo il generale Palombi, estraneo al gruppo citato, la gestione di questi venne contrastata con il trasferimento a Milano di due ufficiali, il tenente colonnello Panella ed il tenente colonnello Mazzei, che risultano iscritti alla Loggia P2, e con il distacco (un'iniziativa dello Stato Maggiore dell'Arma) del Servizio speciale anticrimine, che si era segnalato per i brillanti risultati ottenuti specie nella lotta al terrorismo, dal comando di divisione alla legione di Milano e quindi alle dipendenze del Mazzei e del Panella.

Il Mazzei ebbe in seguito a subire procedimento disciplinare per la protezione offerta al professore Piero Del Giudice, imputato di reati connessi con fatti di terrorismo; prima della chiusura di tale procedimento il Mazzei diede le dimissioni dall'Arma assumendo presso il Banco Ambrosiano un incarico per lui appositamente creato e che al suo decesso non venne ulteriormente ripristinato

La situazione sommariamente delineata si presta a due osservazioni: la prima è relativa al riscontro che essa trova nell'appartenenza di tutti i nominativi del gruppo citato alla Loggia P2, e in particolare alla circostanza che tre di essi (Picchiotti, Palumbo, Calabrese) sono altresì presenti alla riunione in Villa Wanda del 1973.

La seconda concerne il rilievo strategico e politico che il comando della divisione «Pastrengo» venne ad assumere nella seconda metà degli anni settanta nella lotta contro il terrorismo, che faceva di quell'incarico un punto nevralgico sia per l'importanza della piazza di Milano sia perché la divisione ha competenza territoriale estesa a tutta l'Italia settentrionale. Il generale Dalla Chiesa ha deposto in proposito denunciando l'impressione ricevuta, durante il suo comando alla brigata di Torino, di una scarsa collaborazione da parte degli elementi della divisione di Milano. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Le alte sfere militari alle “dipendenze” del Venerabile Maestro. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani l'11 ottobre 2023

I legami che gli esponenti delle Forze Armate assunti con l'iscrizione alla Loggia P2 e la «dipendenza» nella quale si ponevano nei riguardi di Licio Gelli venivano a costituire una situazione per la quale esponenti di primo piano del potere militare si inserivano attivamente nel programma e nelle finalità politiche di Gelli e della Loggia P2, finalità difficilmente riportabili al servizio delle istituzioni democratiche...

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Il progredire e lo svilupparsi della Loggia P2 denota un sempre più marcato interessamento di Licio Gelli per gli ambienti militari, soprattutto con riferimento alle alte gerarchie; per le nomine relative, secondo quanto ha testimoniato il generale Fulberto Lauro, il capo della Loggia P2 era comunque sempre estremamente informato in anticipo, con riferimento sia all'Esercito che ai Carabinieri ed alla Guardia di Finanza.

Iniziando dalla Guardia di Finanza si succedono al comando generale: Raffaele Giudice dal 1974 al 1978, Marcello Floriani dal 1978 al 1980, Orazio Giannini dal 1980 al 29 luglio 1981.

Gelli si interessa alla nomina di Giudice, che figura tra gli iscritti alla loggia, unitamente a Palmiotti, iscritto anch'egli alla Loggia P2 e segretario dell'onorevole Tanassi, all'epoca ministro delle finanze, titolare della competenza per la sua nomina: gli stretti legami tra Gelli e Giudice sono del resto ampiamente documentati dal fascicolo M.FO.BIALI.

Gelli propone al generale Floriani di iscriversi alla massoneria e probabilmente alla Loggia P2 e si vanta poi di averlo fatto nominare al comando generale della Guardia di Finanza. Quanto al generale Giannini questi ammette di essere iscritto alla massoneria e figura tra gli iscritti alla loggia: Gelli lo indica come futuro comandante della Guardia di Finanza (risultano infatti interventi di Gelli per la sua nomina), mentre l'interessamento di Giannini, al momento del sequestro operato a Castiglion Fibocchi, è ampiamente rivelatore dei suoi legami con Gelli.

Per quanto riguarda i Carabinieri il generale Enrico Mino, che ne è comandante generale dal 1973 al 1977, non figura tra gli iscritti alla Loggia P2, ma ad essa lo indicano come appartenente l'onorevole Pannella, nella sua audizione in Commissione, e il senatore Giovanni Leone.

Il maggiore Umberto Nobili ha dichiarato che Gelli affermò di essere riuscito a determinarne la nomina a comandante generale dell'Arma; ed è comunque provato che il generale Mino conosceva bene Gelli ed era con lui in stretti rapporti. È altresì documentato in atti che Licio Gelli si interessò alla nomina del successore del generale Mino prima ancora della sua naturale scadenza.

Le intercettazioni telefoniche del fascicolo M.FO.BIALI ci mostrano che la successione in esame fu oggetto di attivo interessamento da parte di Gelli, Giudice, Trisolini e del consigliere Ugo Niutta, che discutono del problema con sicurezza di toni e con padronanza dell'argomento: dalle conversazioni emerge una preferenza di Licio Gelli per il generale Santovito. Successore del generale Mino risultò alla fine il generale Pietro Corsini. Per quanto riguarda i comandi dei Servizi segreti Gelli, nella deposizione resa al giudice Vigna, ammise di essersi interessato per la nomina del generale Miceli a capo del SID: questa deposizione è suffragata da testimonianze del generale Rosseti e del giornalista Coppetti.

Anche dopo la riforma dei Servizi segreti nel 1978, i capi dei Servizi risultano tutti negli elenchi della P2: il generale Grassini capo del SISDE, il generale Santovito capo del SISMI ed il prefetto Pelosi capo del CESIS, che doveva coordinare i due servizi precedenti. Il generale Musumeci assume l'incarico di capo dell'ufficio controllo e sicurezza e la segreteria generale del SISMI all'epoca di Santovito.

Di particolare interesse ai nostri fini la figura di questo ufficiale, che non solo troviamo accanto al generale Santovito ma che, secondo attendibile testimonianza, mentre dipendeva dal comando della XI brigata in Roma era in stretta frequentazione con il generale Palumbo — presso la I divisione in Milano — dal quale non dipendeva gerarchicamente.

Il contatto tra il Palumbo ed il Musumeci, al di fuori dei rapporti gerarchici e delle strette esigenze di servizio, denota una consuetudine di legami e di interessi comuni che, considerato unitamente al dato relativo alla circostanza che gli stessi nominativi di iscritti alla loggia si trovano sempre assegnati a destinazioni comuni, segnala alla nostra attenzione una rete di interessi e di legami che corre parallela ai normali vincoli gerarchici.

Per il generale Santovito vi è anche da osservare che egli continua, pure dopo il 17 marzo 1981, a tenere stretti rapporti con ambienti massonici e con ambienti che possono configurarsi come continuatori dell'opera della Loggia P2: significativo a tale riguardo è il suo rapporto con Francesco Pazienza e il potere da costui assunto all'interno del SISMI, a documentare il quale esistono precise ed inequivocabili testimonianze.

Va rilevato, come osservazione generale, che i legami che gli esponenti delle Forze Armate assumevano con l'iscrizione alla Loggia P2 e la «dipendenza» nella quale si ponevano nei riguardi di Licio Gelli venivano a costituire una situazione per la quale esponenti di primo piano del potere militare si inserivano attivamente nel programma e nelle finalità politiche di Gelli e della Loggia P2, finalità difficilmente riportabili al servizio delle istituzioni democratiche quanto piuttosto alle direttive di centri di potere estranei se non ostili ad esse. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

E Gelli convocò i generali a casa sua come fosse un capo di Stato. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 12 ottobre 2023

Non senza disagio si ricorda la convocazione nella sua villa di alcuni generali della Repubblica da parte di un personaggio ampiamente al margine dell'ortodossia e della legalità come Licio Gelli; e veramente inaudito appare che essi ascoltassero da questi concioni sullo svolgimento delle loro delicate mansioni, facendosi destinatari dell'ordine di trasmetterle ai propri quadri subalterni

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In definitiva, attraverso loro Gelli e la Loggia P2 erano in grado di condizionare scelte importanti di alcuni settori delle Forze Armate con riferimento ai loro obiettivi politici. Indubbiamente almeno alcuni militari agirono, a volte, anche per interessi personali o parteciparono a traffici illeciti, cui erano interessati direttamente e che riguardavano anche uomini politici ad essi collegati, secondo quanto può desumersi dal coinvolgimento di Giudice, Lo Prete e Trisolini in vicende come quelle attinenti al traffico dei petroli, per le quali pendono vari procedimenti avanti l'autorità giudiziaria.

Non si può escludere che anche tali traffici non si esaurissero solo nell'ambito dell'interesse economico di coloro che ne sono stati coinvolti; ma il dato che più interessa ai fini della nostra analisi è quello politico, e a tal fine un episodio meglio di ogni altro illumina questo aspetto della problematica allo studio: la riunione dei generali tenuta ad Arezzo nel 1973.

In proposito un dato analitico di estremo interesse è la brevità del preavviso della convocazione che denuncia chiaramente come quella riunione non fu un evento eccezionale, ma si inseriva in una consuetudine collaudata di rapporti e di frequentazioni.

Non è comunque senza disagio che può essere rievocata la convocazione nella sua villa di alcuni generali della Repubblica da parte di un personaggio ampiamente al margine dell'ortodossia e della legalità come Licio Gelli; e veramente inaudito appare che essi ascoltassero da questi, alla stregua di un capo di Stato maggiore ombra, concioni sullo svolgimento delle loro delicate mansioni, facendosi destinatari dell'ordine di trasmetterle ai propri quadri subalterni.

La lettura dell'audizione del generale Palumbo, delle reticenze, delle scuse e delle mezze ammissioni in ordine all'episodio citato non possono non suonare offesa a quanti, e sono la maggioranza, indossano la divisa con dignità e senso dell'onore.

La propensione degli ambienti militari verso istituzioni di tipo massonico e la forte compenetrazione tra vertici militari e Loggia P2 sono peraltro argomenti che richiedono una qualche considerazione di ordine più generale.

Una conclusione politicamente significativa su tali vicende non può infatti prescindere dalla considerazione che il delicato tema del rapporto tra esercito e società civile va forse, rimeditato alla luce dei gravi episodi illustrati, evitando di cadere nelle opposte ed egualmente perniciose tentazioni di una neutralizzazione che si ammanti di ipocrita tecnicismo da una parte e di una appropriazione partitica mascherata da pretestuosi ideali di motivazione politica dall'altra.

Si pone in primo luogo il problema della responsabilità politica del controllo e della direzione di questi apparati, tema che per sua natura non può che essere rinviato e proposto dalla Commissione al dibattito del Parlamento.

In questa sede, alla luce delle conoscenze acquisite, è peraltro dato rilevare che l'attuazione di forme associative parallele alla struttura gerarchica ufficiale va, prima che stigmatizzata, compresa nelle sue radici e nelle sue motivazioni.

Per valutare appieno questo fenomeno è d'uopo riportarsi alla posizione che i militari sono venuti a rivestire nella società italiana a partire dal dopoguerra, sottolineando la particolare sterilizzazione politica che nei loro confronti si era venuta ad operare, nella classe politica come nella società civile, per una serie di ragioni, che qui non è il caso di analizzare a fondo, sulle quali comunque influirono in modo determinante sia l'esito del conflitto sia il cambiamento istituzionale.

Basti qui riportarsi ai discorsi che gli elementi più accreditati dei nostri vertici militari propongono attualmente sulla esigenza di un accordo permanente e fecondo tra esercito e società civile, per non ritenere azzardato l'affermare in questa sede che l'elemento di novità della Loggia P2 sta nella scoperta, o meglio riscoperta, a partire dalla metà degli anni sessanta, del ruolo e, in termini di presenza politica, dell'importanza che i militari possono assumere ed in fatto assumono nella vita del Paese.

Trattasi di una conclusione che, se accettata, fornisce ampia materia di riflessione non solo ai fini di una valutazione della Loggia P2 nel suo complesso, ma di una interpretazione del personaggio Gelli, del suo peso specifico, dei suoi eventuali punti di riferimento politico e strategico: poiché è di palese evidenza che simile intuizione politica trascende il personaggio Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Senza in tasca la tessera della P2, non si avanzava mai di grado. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 13 ottobre 2023

L'osservazione formulata con riferimento ai Servizi segreti dai Commissari Mattarella e Rizzo: la compenetrazione tra la Loggia P2 e gli ambienti del vertice della gerarchia militare aveva finito per creare una situazione nella quale l'accesso alla loggia costituiva una sorta di passaggio obbligato per accedere a superiori livelli di responsabilità

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

L'inserimento prepotente della Loggia P2 negli ambienti militari (spesso non a caso definiti «casta») è stato certamente effetto di una disattenzione della società civile e politica nei confronti di un ambiente che trova il suo momento di coesione in motivazioni a torto spesso ritenute superate dalla moderna società, fortemente laicizzata e contrassegnata da una cultura, soprattutto di ordine superiore, al tempo problematica e dissacrante.

Un non corretto od incompleto circuito di motivazioni e di ideali tra società civile e società militare può certo generare quelle situazioni di frustrazione morale e materiale che hanno costituito il fertile terreno di coltura dell'interessato proselitismo di Gelli e della Loggia Propaganda, facendo balenare la possibilità di una presenza nella vita del paese che finiva per trascendere, pervertendolo, il ruolo che in un moderno Stato costituzionale i cittadini in divisa devono, in quanto tali, legittimamente ricoprire, nel quadro delle leggi e degli ordinamenti generali.

È dato qui individuare uno dei punti di possibile debolezza del sistema, nel quale trova spazio per inserirsi un'operazione di segno sostanzialmente eversivo quale quella al nostro esame. Un dato interpretativo di estremo interesse ai nostri fini sta nella considerazione che il piano di rinascita democratica, pur contenendo un'analisi dettagliata, corredata da proposte di riforma, praticamente di tutti gli apparati esecutivi, ignora completamente il settore delle Forze Armate.

È questa una disattenzione che non può non destare meraviglia, attesa la pignoleria argomentativa del documento, e che non può non essere interpretata se non nel senso che questi problemi costituivano per il Venerabile e per i suoi tutori una sorta di riserva personale da non porre in alcun modo in discussione con terzi.

Questa osservazione è suffragata dall'esame dei vari documenti citati sinora, dai quali emerge la constatazione che essi, contenendo argomentazioni critiche intorno ai più vari problemi della società, non toccano mai i problemi del mondo militare, pur essendo in sostanza tali ambienti tra i destinatari più qualificati di questi discorsi. L'enucleazione della tematica militare da questo contesto argomentato, non può non colpire in modo significativo e va, a questo punto del discorso, interpretata alla luce dell'analisi svolta nel precedente paragrafo sulla appartenenza di Licio Gelli all'ambiente dei Servizi, ovvero al settore che del mondo militare costituisce uno dei centri nevralgici di maggiore interesse politico.

Ricordiamo a tal proposito che il Gelli ebbe a testimoniare di aver influito sulla nomina di Miceli a capo del SID, e di averlo introdotto negli ambienti della massoneria facendolo iniziare da Salvini. Questa notizia, presa con la dovuta cautela che la fonte merita, quando fosse da considerarsi vera non potrebbe che indicare come il Gelli nell'ambito dei Servizi aveva conquistato un proprio potere contrattuale, che non lo sottraeva al loro potere di controllo ultimativo, come dimostra l'episodio Pecorelli, ma gli attribuiva di certo un margine di spazio autonomo.

Tale spazio può essere spiegato sia con il peso che il Gelli aveva nel frattempo conquistato come capo della Loggia P2 sia ipotizzando altri possibili punti di riferimento per l'operazione piduista, nell'ambito dei quali i Servizi trovavano collocazione non esclusiva. In altri termini, la carriera di Gelli, volendo prestare fede a questa sua testimonianza, lungi dal contestare la tesi espressa sulla sua appartenenza ai Servizi, verrebbe ad indicare che la parabola percorsa in quell'ambiente segna un percorso in parte analogo a quello seguito nella massoneria, dove da delegato del Gran Maestro egli era al fine pervenuto ad impadronirsi della Loggia P2 ed a condizionare la vita dell'intera comunione. In tale ottica il Commissario Gabbuggiani ha rilevato come il rapporto tra Gelli ed i Servizi si qualifica come un rapporto non a senso unico.

In questo senso può essere estesa in via generale l'osservazione formulata con riferimento ai Servizi segreti dai Commissari Mattarella e Rizzo, ipotizzando che la compenetrazione tra la Loggia P2 e gli ambienti del vertice della gerarchia militare aveva finito per creare una situazione nella quale l'accesso alla loggia costituiva una sorta di passaggio obbligato per accedere a superiori livelli eli responsabilità.

Del resto, testimonianze in tal senso, già ricordate, denunciano la pressione di ufficiali superiori nei confronti dei subalterni con la indicazione dell'ingresso nell'organizzazione per accedere ai gradi superiori della gerarchia ed a certe destinazioni particolarmente qualificate. Una concordante indicazione può essere colta nella testimonianza del generale Dalla Chiesa il quale, pur in modo sfumato, inquadra in tale contesto la proposta di iscrizione alla Loggia P2 rivoltagli dal generale Picchiotti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

I fratelli muratori, i colpi di stato e le due fazioni dei servizi segreti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 14 ottobre 2023

Gli eventi del 1974, punto culminante della strategia della tensione, e dalla successiva emarginazione dall'apparato del Miceli e del Maletti, massimi responsabili dei Servizi, che segue, in quel tragico anno, alla denuncia che il ministro della difesa, onorevole Andreotti, fa dell'esistenza di altri due tentativi di colpo di Stato (oltre quello Borghese) previsti per il gennaio e l'agosto del 1974

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Il tema dei Servizi segreti è stato dal Commissario Ruffilli inquadrato in un più ampio contesto di argomentazione politica, partendo dal rilievo che un ragionato esame di questo problema non può prescindere dalla considerazione della collocazione internazionale del nostro Paese, quale punto di raccordo di particolare rilievo, per la sua collocazione tra mondo occidentale e mondo orientale, nei conflitti che tra tali aree politiche si instaurano all'interno di una zona cruciale quale il bacino del Mediterraneo.

Queste considerazioni spiegano come l'Italia sia diventata, secondo tale Commissario, una base di operazione per i servizi segreti di diverse appartenenze; e in relazione a tale divenire storico trova allora comprensibile riscontro quella che il Commissario Andò ha definito l'ambivalenza ideologica dei nostri Servizi, nei quali, a partire da un certo momento, si sono identificati per lo meno due partiti: quello filo-arabo che faceva capo al generale Miceli e quello filo-israeliano che si riportava al generale Maletti, entrambi, come noto, iscritti alla loggia pur se dichiaratamente nemici.

Nell'ambito di questa dialettica di rapporti, si comprende come la Loggia P2 abbia potuto acquisire un ruolo determinante quale stanza di compensazione per l'assorbimento di tensioni e di contrasti che per loro natura non potevano che essere mediati in sede riservata.

Che poi tale sede fosse, per così dire, affidata a persona riconducibile all'ambiente, ovvero controllata ma ad esso non appartenente in forma ufficiale, come precedentemente abbiamo cercato di dimostrare, questa appare conclusione non solo logica, ma addirittura imprescindibile.

L'ordine di discorsi al quale siamo pervenuti solleva una serie di problemi fondamentali per il corretto funzionamento dell'ordinamento democratico che richiedono di essere conclusivamente inquadrati per consentire un approfondito dibattito del Parlamento su questa complessa materia. A tal fine il Commissario Crucianelli ha rilevato come una corretta determinazione del quadro entro il quale svolgere l'analisi richieda di evitare da un canto la prospettazione dei Servizi come variabile impazzita del sistema, dotata di autonoma soggettività politica, dall'altro il pericolo di ipotizzare meccanici rapporti di dipendenza rispetto al potere politico per apparati che, per definizione, si muovono nell'indistinto e conservano, sotto ogni latitudine, una rete articolata di legami orientati in più direzioni.

La complessa dialettica di questi rapporti è argomentata nel discorso di tale Commissario con la interpretazione fornita agli eventi del 1974, punto culminante della strategia della tensione, e dalla successiva emarginazione dall'apparato del Miceli e del Maletti, massimi responsabili dei Servizi, che segue, in quel tragico anno, alla denuncia che il ministro della difesa, onorevole Andreotti, fa dell'esistenza di altri due tentativi di colpo di Stato (oltre quello Borghese) previsti per il gennaio e l'agosto del 1974.

Riservandoci di soffermarci più approfonditamente su tale periodo cruciale della storia del nostro Paese in tema di analisi dei collegamenti con l'eversione, si vuole qui sottolineare in via conclusiva il rilievo, ampiamente condiviso dalla maggioranza dei Commissari, che l'intreccio tra Loggia P2, Servizi segreti ed ambienti militari assume nell'interpretazione del fenomeno oggetto dell'inchiesta parlamentare un rilievo centrale e che come tale pone l'imprescindibile esigenza che su tale delicato argomento si possa svolgere un discorso che rifugga da schematizzazioni preconcette, che ad altro risultato non conducono se non a quello di impedire la comprensione dei fenomeni nella loro reale portata.

Non è chi non veda peraltro che le conclusioni alle quali si è pervenuti hanno comunque un rilievo politico generale di straordinario rilievo, perché conducono ad una interpretazione di Gelli e della sua attività, attraverso lo strumento della Loggia P2, che amplia il tema dei rapporti tra Gelli, gli ambienti militari ed i Servizi segreti ben oltre la primitiva portata, di riferimento al dato di immediata percezione della presenza nella Loggia P2 dei vertici militari e dei Servizi.

Prendere le mosse dall'assunto che Licio Gelli è pertinenza dei Servizi sin da antica data rovescia il discorso sulla materia da un taglio in ultima analisi riduttivo, sull'inquinamento dei servizi segreti, alla prospettiva, di valenza politica diametralmente opposta, di una attività di inquinamento che i Servizi possono aver progettato di svolgere ed in fatto svolto, attraverso questo abile e fortunato personaggio.

Volendo sintetizzare in una formula, corre tra le due ipotesi tutta la differenza che c'è tra Servizi segreti inquinati e Servizi segreti inquinanti, tra strumento corrotto ed agente corruttore, tra oggetto e soggetto di attività eversive del sistema democratico.

È, questo, argomento che per la sua portata di ampio respiro politico coinvolge sedi ed autorità cui spetta, in via istituzionale, la competenza su questa delicata materia. Essi peraltro hanno già dovuto prendere atto nella storia della Repubblica di fenomeni di segno eversivo, che hanno sollecitato più di un intervento correttivo.

Il contributo che la Commissione può portare è quello di offrire a tali sedi ed al dibattito democratico tra le forze politiche il dato istruttorio che siamo venuti cercando di enucleare dai documenti e dagli atti in nostro possesso COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 

La loggia P2 e il Golpe Borghese, i rapporti di Gelli con l’eversione nera. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 15 ottobre 2023

La Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti si collega più volte con gruppi ed organizzazioni eversive, incitandoli e favorendoli nei loro propositi criminosi con una azione che mirava ad inserirsi in quelle aree secondo un disegno politico proprio, da non identificare con le finalità, più o meno esplicite, che quelle forze e quei gruppi ponevano al loro operato

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Il periodo che corre tra il 1970 e il 1974 registra la proliferazione di movimenti extraparlamentari, la nascita di sempre nuove organizzazioni eversive paramilitari o terroristiche, la moltiplicazione di gravi delitti politici — secondo forme affatto nuove per il Paese — la rinnovata virulenza della malavita comune e delle sue organizzazioni criminali. Sono questi gli avvenimenti che formano il quadro entro cui si sviluppa quella che venne definita la « strategia della tensione », favorita dalla crisi economica e dalla crescente instabilità del quadro politico.

Quegli anni, oltre ad essere caratterizzati, come abbiamo già visto, dall'intensa opera di politicizzazione della loggia svolta da Licio Gelli, si contraddistinguono anche per i collegamenti che ci è consentito di identificare tra Licio Gelli, la Loggia P2, suoi qualificati esponenti ed il complesso mondo dell'eversione nera.

Dal materiale in possesso della Commissione si trae infatti la ragionata convinzione, condivisa peraltro da organi giudiziari, che la Loggia P2 attraverso il suo capo o suoi esponenti (le cui iniziative non possono considerarsi sempre soltanto a titolo personale) si collega più volte con gruppi ed organizzazioni eversive, incitandoli e favorendoli nei loro propositi criminosi con una azione che mirava ad inserirsi in quelle aree secondo un disegno politico proprio, da non identificare con le finalità, più o meno esplicite, che quelle forze e quei gruppi ponevano al loro operato.

Al fine di procedere ad una lettura politica di queste relazioni e di questi collegamenti è d'uopo individuare entro la vasta mole di materiale documentale — peraltro ampiamente incompleto: né altirmenti poteva essere, in considerazione della vastità dell'argomento — che alla Commissione è pervenuto, alcuni episodi che si ritengono più significativi ai fini della nostra indagine, secondo il metodo di analisi espresso nell'introduzione al presente lavoro. Prima tra tali situazioni nelle quali appare sicuramente documentato un coinvolgimento significativo di Licio Gelli e di uomini della loggia, è il cosiddetto golpe Borghese, attuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, sotto la spinta degli esponenti oltranzisti del Fronte Nazionale, i quali avevano da ultimo prevalso all'interno dell'organizzazione.

La vicenda ha registrato un lungo e non facile iter processuale, concluso con sentenza passata in giudicato, sul cui esito non è qui il caso di entrare, perché ai fini che a noi interessano quel che più preme è porre l'accento su alcuni aspetti sicuramente documentati che suffragano l'ipotesi prospettata della collusione esistente tra esponenti della loggia con questa situazione eversiva, tale da consentire una valutazione attendibile del rilievo concreto che tali contatti ebbero a rivestire.

È così dato rilevare prima di tutto come molti dei personaggi che nel golpe ebbero un ruolo non secondario appartengano alla Loggia P2 o alla massoneria: così infatti troviamo tra gli attori di quella vicenda Vito Miceli, Duilio Fanali, Sandro Saccucci (da più fonti indicato come appartenente alla massoneria) assieme ad altri imputati del golpe quali Lo Vecchio, Casero, De Jorio, che tutti figurano nelle liste di Castiglion Fibocchi. Altre fonti poi riconducono alla massoneria sia Salvatore Drago, accusato di aver disegnato la pianta del Ministero dell'interno, sia il costruttore Remo Orlandini, che l'ispettore Santillo, nella sua terza nota informativa, indica più specificamente come appartenente alla Loggia P2.

Questo primo dato di palese riscontro è suffragato da ulteriori testimonianze, anche documentali, dalle quali si evince come ambienti massonici si fossero posti in posizione di collateralità o fiancheggiamento con i gruppi che al Borghese facevano capo. Esplicita in questo senso la lettera di Gavino Matta (comunione di Piazza del Gesù) al principe Borghese: « Caro Comandante, debbo comunicarle che la Loggia non intende assecondare la sua iniziativa, essendo per principio fondamentalmente contraria ai metodi violenti. Con la presente, pertanto, vengo autorizzato ad annullare ogni precedente intesa... ».

Questi elementi di indubbio riscontro fanno da cornice a situazioni di più puntuale incisività in ordine al ruolo che due personaggi quali Licio Gelli ed il Direttore del SID, Vito Miceli, ebbero a ricoprire durante e dopo il golpe. Come noto, punto cruciale di quella vicenda fu l'inopinato, per gli esecutori, arresto delle operazioni già avviate: Orlandini, stretto collaboratore del Borghese, dirà che non poca fatica gli costò correre ai ripari per fermare quei gruppi che già erano entrati in azione.

Lo sconcerto provocato tra i congiurati da quella improvvisa inversione di marcia è del resto ben testimoniato dalla reazione di Sandro Saccucci, che poche settimane dopo ebbe ad esprimere l'auspicio che il responsabile venisse «preso», distinguendo nella vicenda la posizione dei golpisti da quella di « altre piccole manichette, più o meno in divisa».

Numerose comunque sono le testimonianze dalle quali si evince la convinzione diffusa tra quanti avevano a vario titolo preso parte all'operazione « che qualcosa non aveva funzionato », o, come affermò Mario Rosa, stretto collaboratore di Borghese «... è la valvola di testa che non ha concorso a quello che doveva concorrere ...». Recentemente alcune deposizioni di appartenenti agli ambienti dell'eversione nera consentono di indirizzare l'attenzione direttamente su Licio Gelli in relazione al contrordine operativo che paralizzò l'azione insurrezionale. Si hanno infatti testimonianze secondo le quali il Venerabile era ritenuto elemento determinante nel contrordine: tale il convincimento di Fabio De Felice, il quale ne fece parte ad un giovane adepto, Paolo Aleandri, che poi provvide a mettere in contatto con Licio Gelli.

L'incarico era quello di tenere i contatti tra questi e l'avvocato De Jorio, allora latitante a Montecarlo; e in tale veste l'Aleandri ebbe numerosi incontri con Licio Gelli, che si sarebbe prodigato per « alleggerire » la posizione processuale degli imputati. Le deposizioni dell'Aleandri — che trovano conferma in quelle di altri elementi quali Calore, Sordi, Primicino — hanno il pregio di fornire la prova del contatto diretto tra Licio Gelli e quegli ambienti, aggiungendo un riscontro preciso alle considerazioni generali già espresse.

È stato altresì testimoniato che Licio Gelli teneva il contatto con ufficiali dei carabinieri, e certo è che tra i congiurati era diffusa l'opinione che ambienti militari sostenevano o quanto meno tolleravano l'operazione. Certo, il Borghese si esprimeva nel suo proclama con decisione: «Le Forze Armate sono con noi».

A loro volta questi elementi ben si inquadrano nel contesto di una serie di deposizioni dalle quali emerge come la generazione immediatamente successiva a quella direttamente coinvolta nel golpe Borghese vedeva nel Gelli l'espressione di ambienti «che in forma più o meno palese venivano contattati, però non con l'esplicita richiesta di aderire ad un golpe, quanto per avvicinarli a posizioni che implicassero un loro consenso per una svolta autoritaria o comunque per una democrazia forte».

Tale almeno l'interpretazione di Fabio De Felice. Sta di fatto che nell'analisi che questa generazione forniva di quegli eventi si assumeva che un'opera di strumentalizzazione fosse poi stata messa in atto proprio dal Gelli e da coloro che gli erano vicino.

Per tali considerazioni venne prospettata persino l'eventualità di eliminare fisicamente il Venerabile della Loggia P2, segno questo che la presenza di Gelli in quegli ambienti aveva assunto un rilievo non secondario, incidendo sulla loro operatività con conseguenze che venivano valutate come deleterie per l'organizzazione.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

L’inchiesta sulla Rosa dei Venti e il misterioso “Raggruppamento Gelli”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 16 ottobre 2023

Elementi di estremo interesse ai nostri fini emergono poi dalla inchiesta condotta dal giudice Tamburino di Padova sul movimento denominato « Rosa dei Venti », nel quale troviamo la presenza di uomini iscritti al «Raggruppamento Gelli», secondo quanto affermato dall'ispettore Santillo nelle sue note informative

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Accanto alla figura di Licio Gelli, un altro elemento di spicco nell'analisi di questa vicenda è costituito dal generale Vito Miceli, Direttore del SID dal 1970 al 1974. In proposito quello che a noi interessa è rilevare come sia accertata l'esistenza di contatti tra il generale Aliceli, allora nella sua veste di capo del SIOS, Orlandini e Borghese, contatti da far risalire al 1969.

Tali eventi si accompagnano significativamente alla sua nomina al vertice dei Servizi, che il Gelli si vantò, come sappiamo, di aver favorito e che precede di poco il tentativo insurrezionale guidato dal principe nero. Contatti aveva altresì il generale Miceli con Lino Salvini, al quale aveva consentito di mettersi in contatto con lui sotto lo pseudonimo di « dottor Firenze ».

Questi dati, unitariamente considerati, vanno letti in parallelo con la successiva inerzia del generale nei confronti delle indagini sul Fronte Nazionale, condotte dal Reparto D guidato dal generale Maletti. Con questi il Miceli entrò poi in contrasto, avendo richiesto lo scioglimento del nucleo operativo facente capo al capitano La Bruna; e va a tal proposito sottolineata la svalutazione che il direttore del SID faceva dei risultati investigativi raggiunti sul golpe, come non mancò di esternare all'onorevole Andreotti e all'ammiraglio Henke.

Gli elementi conoscitivi indicati, che non esauriscono di certo una situazione oggetto di una contrastata vicenda giudiziaria, debbono essere a questo punto del discorso inquadrati nell'ambito delle considerazioni alle quali siamo pervenuti analizzando il rapporto tra Gelli ed i Servizi segreti.

Il dato relativo all'appartenenza di Licio Gelli a quegli ambienti va considerato alla luce delle successive attività che vedono il Venerabile impegnato a venire in soccorso degli imputati, svolgendo un'azione che si muove significativamente in perfetta sintonia con la documentata inerzia del Direttore del SID. Il minimo che si possa dire è che questi non sembra aver seguito con particolare accanimento le indagini sul Fronte Nazionale, pur avendo avuto contatti diretti con i suoi massimi dirigenti.

Contatti che peraltro egli aveva giustificato proprio con la necessità di acquisire informazioni, nella sua veste di dirigente di apparati informativi. È del pari in tale prospettiva che vanno valutate sia le diffuse convinzioni maturate nell'ambiente golpista sul ruolo di Licio Gelli, quale cerniera di raccordo con gli ambienti militari che il risentimento maturato per il fallimento dell'operazione.

Come si vede, anche muovendo da questa situazione l'analisi ci conduce alla figura di Licio Gelli, al suo ruolo di elemento intrinseco ai Servizi, come del resto riteneva il De Felice, ma soprattutto alla individuazione della Loggia P2 come struttura nella quale ed attraverso la quale si intrecciano rapporti e si stabiliscono collegamenti la cui ortodossia lascia ampi margini di dubbio, anche accedendo alla più benevola delle valutazioni.

Elementi di estremo interesse ai nostri fini emergono poi dalla inchiesta condotta dal giudice Tamburino di Padova sul movimento denominato « Rosa dei Venti », nel quale troviamo la presenza di uomini iscritti al «Raggruppamento Gelli», secondo quanto affermato dall'ispettore Santillo nelle sue note informative. Venivano in tali documenti considerati come appartenenti all'organizzazione gelliana il generale Ricci, Alberto Ambesi e Francesco Donini.

L'inchiesta sulla «Rosa dei Venti» si segnala peraltro alla nostra attenzione per due testimonianze raccolte dal giudice patavino che rivestono per noi un sicuro interesse se poste in relazione ad altri elementi conoscitivi emersi nel corso del nostro lavoro. Va ricordato in primo luogo che il giornalista Giorgio Zicari ha testimoniato di aver collaborato con l'Arma dei carabinieri e con i Servizi segreti, entrando in contatto nel 1970 con Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando, elementi di spicco del gruppo dei MAR, ed ottenendo da costoro informazioni per i detti apparati investigativi. Quando nel 1974 lo Zicari venne riservatamente convocato dal giudice Tamburino, gli accadde di ricevere nel giro di poche ore l'invito ad un colloquio con il generale Palumbo nel corso del quale l'alto ufficiale ebbe ad esprimersi nei seguenti termini: « ... il tema centrale fu che io non dovevo parlare, che poteva succedermi qualcosa, dei fastidi, che io avevo tutto da perdere dalla vicenda, che i magistrati stavano tentando di sostituirsi allo Stato riempendo un vuoto di potere, che non si sapeva che cosa il giudice Tamburino volesse cercare, che non ero obbligato a testimoniare... ».

Questa iniziativa del generale Palumbo viene a collocarsi in modo preciso a sostegno della già ricordata osservazione del generale Dalla Chiesa sulla collaborazione non particolarmente motivata degli ambienti della divisione Pastrengo nell'azione che il generale conduceva contro il terrorismo.

Va altresì rilevato che l'atteggiamento del generale Palumbo riporta alla nostra attenzione il tipo di risposta che l'ammiraglio Casardi, Direttore del SID, forniva ai giudici che indagavano sulla strage dell'Italicus quando si rivolsero al Servizio per ottenere notizie su Licio Gelli, ottenendo un rinvio alle notizie apparse sulla stampa. Sempre nel corso del 1974 il giudice Tamburino raccolse alcuni riferimenti testimoniali sul cosiddetto «SID parallelo», il cui procedimento si chiuse infine con la richiesta di archiviazione formulata dal Procuratore della Repubblica di Roma, accolta dal giudice istruttore in data 22 febbraio 1980.

E di particolare interesse nel contesto di tali deposizioni quanto ebbe a dichiarare il generale Siro Rosseti, uscito nel 1974 dalla Loggia P2 in posizione polemica nei confronti di Licio Gelli. L'alto ufficiale in ordine al problema dell'esistenza di un'organizzazione parallela ai Servizi affermò: «...la mia esperienza mi consente di affermare che sarebbe assurdo che tutto ciò non esistesse... » ed ancora «... a mio avviso l'organizzazione è tale e talmente vasta da avere capacità operative nel campo politico, militare, della finanza, dell'alta delinquenza organizzata... ».

Questa descrizione letta oggi sulla base delle conoscenze acquisite in ordine alla Loggia P2, non può non porsi per noi quale motivo di seria riflessione, soprattutto quando si ponga mente alla sua provenienza da parte di un elemento che conosceva la loggia direttamente dall'interno e che professionalmente si occupava di servizi di informazione.

Passando ad altro argomento di ben più impegnativo rilievo, ricordiamo che i gruppi estremistici toscani compirono parecchi degli attentati (specialmente ai treni) che funestarono l'Italia tra il 1969 e il 1975. Il generale Bittoni (P2), comandante la brigata dei Carabinieri di Firenze, iniziò a svolgere indagini, cercando di dare impulso all'inchiesta e di coordinare le ricerche dei comandi di Perugia e di Arezzo. L'impegno degli ufficiali aretini si rivelò, peraltro, del tutto insufficiente, come ebbe a lamentare lo stesso Bittoni e come risulta dalle deposizioni dei sottufficiali.

Rilevato come ben due degli ufficiali superiori del comando di Arezzo incaricati delle indagini facessero parte della Loggia P2 (uno di essi parlò della relativa iscrizione come di una «necessità») e che Gelli rivolse al generale Bittoni discorsi sufficientemente equivoci da provocarne una accesa reazione, non sembra azzardato mettere in rapporto di causa ed effetto l'infiltrazione della Loggia nell'Arma e l'insufficienza dell'indagine.

A questo si aggiunga che analoga situazione si verificava per la questura della stessa città, essendosi pòtuta accertare l'iscrizione alla Loggia non solo di due dei suoi funzionari, ma addirittura del questore pro tempore. Anche in tal caso appare legittimo mettere in rapporto di causa ed effetto il fenomeno di infiltrazione piduista con disfunzioni « mirate »: così, ad esempio, nel caso della informativa su Gelli e Marsili e sui rapporti del primo con il gruppo Sogno e Carmelo Spagnuolo, richiesta dal giudice istruttore di Torino alla questura di Arezzo e mai ottenuta.

Fu rinvenuta, però, tra le carte di Castiglion Fibocchi copia dello scritto anonimo che aveva sollecitato alla richiesta i giudici torinesi: il Venerabile era stato quindi tempestivamente informato ed aveva potuto predisporre le sue difese.

In definitiva, sembra potersi concludere sul punto che le infiltrazioni piduistiche ad Arezzo nella Polizia e nei Carabinieri (ed il sospetto di infiltrazione anche nella magistratura, come si vedrà in seguito) servirono in quegli anni a conferire al Gelli un'aura di intangibilità, lasciandogli mano libera per tutte le proprie — non certo lecite — attività. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

La strage dimenticata dell’Italicus e le trame piduiste. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 Il Domani il 17 ottobre 2023

La strage dell'Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Un discorso a parte merita, poi, la strage perpetrata con la collocazione di un ordigno esplosivo sul treno Italicus, ordigno esploso nella notte fra il 3 ed il 4 agosto 1974. I fatti relativi sono stati già giudicati in primo grado dalla corte d'assise di Bologna con sentenza assolutoria dubitativa che, pur se non passata in cosa giudicata, costituisce per la Commissione doveroso — anche se non esclusivo — punto di riferimento.

Le istruttorie di una Commissione di inchiesta e quelle dell'autorità giudiziaria penale hanno infatti la comune caratteristica di utilizzare prove storiche e prove critiche per giungere, attraverso un processo logico esternato di libero convincimento, a determinate conclusioni. Gli elementi differenziali riguardano invece l'oggetto e lo scopo dell'indagine.

Quanto al primo occorre rilevare che la giustizia penale ha come limite di accertamento realtà oggettivate od oggettivabili, mentre la Commissione parlamentare può (e deve) tener conto anche di più soggettive emergenze come modi di pensare, opinioni e convincimenti diffusi.

Quanto al secondo appare evidente che, mentre la giustizia penale ha un compito di accertamento strumentale rispetto ad affermazioni di responsabilità personali, la Commissione ha invece quello di un accertamento funzionalizzato ad un più puntuale futuro esercizio dell'attività legislativa, e in esso vi è dunque spazio per affermazioni di responsabilità che siano di tipo morale o politico, secondo la natura propria dell'istituto.

Tanto doverosamente premesso ed anticipando le conclusioni dell'analisi che ci si appresta a svolgere, si può affermare che gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi, così come sono stati base per una sentenza assolutoria per non sufficientemente provate responsabilità personali degli imputati, costituiscono altresì base quanto mai solida, quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, per affermare:

1) che la strage dell'Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana;

2) che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana;

3) che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell'Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale. Gioverà a tal fine riportarsi direttamente agli accertamenti giudiziari.

Già nella sentenza-ordinanza bolognese di rinvio a giudizio (14.4. 1980) si leggeva: « Dati, fatti e circostanze autorizzano l'interprete a fondatamente ritenere essere quella istituzione (la Loggia P2 n.d.r.), all'epoca degli eventi considerati, il più dotato arsenale di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale: e ciò in incontestabile contrasto con le proclamate finalità statutarie dell'istituzione ».

Più puntualmente nella sentenza assolutoria d'Assise 20.7. 1983- 19.3. 1984 si legge (i numeri tra parentesi indicano le pagine del testo dattiloscritto della sentenza): «(182) A giudizio delle parti civili, gli attuali imputati, membri dell'Ordine Nero, avrebbero eseguito la strage in quanto ispirati, armati e finanziati dalla massoneria, che dell'eversione e del terrorismo di destra si sarebbe avvalsa, nell'ambito della cosiddetta "strategia della tensione" del paese creando anche i presupposti per un eventuale colpo di Stato. 

La tesi di cui sopra ha invero trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla ben nota Loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri, pur dovendosi riconoscere una sostanziale insufficienza degli elementi di prova acquisiti sia in ordine all'addebitalità della strage a Tuti Mario e compagni, sia circa la loro appartenenza ad Ordine Nero e sia quanto alla ricorrenza di u n vero e proprio concorso di elementi massonici nel delitto per cui è processato».

Significativamente, poi, si precisa in proposito: «(183-184) Peraltro risulta adeguatamente dimostrato: a) come la Loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio (dapprima "delegato" dal Gran Maestro della famiglia massonica di Palazzo Giustiniani, poi — dal dicembre 1971 — segretario organizzativo della Loggia, quindi — dal maggio 1975 — Maestro Venerabile della stessa), nutrissero evidenti propensioni al golpismo;

b) come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare (all'udienza in data 27. 10. 1982 il generale Rosseti Siro, già tesoriere della Loggia, ha ricordato come quest'ultima avesse, tra l'altro, sovvenzionato la campagna elettorale del "fratello" ammiraglio Birindelli), ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli);

c) come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine Nuovo la cospicua cifra di L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (vedansi sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani);

d) come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della "Loggia del Gesù" (si ricordi che a Roma, in Piazza del Gesù, aveva sede un'importante " famiglia massonica " poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), alla guida di un'auto azzurra targata Arezzo, avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tornei e ad Affatigato armi, esplosivi ed una sovvenzione di L. 500.000».

Aggiunge significativamente il magistrato: «Appare quanto meno estremamente probabile» — si legge a pag. 193 — «che anche tale fantomatico massone appartenesse alla Loggia P2».

La conclusione, su questo punto corre — significativamente — come segue: «(194) Peraltro tali importanti dati storici non sembrano ulteriormente elaborabili ai fini della costruzione di una indiscutibile prova di colpevolezza dei prevenuti circa la strage del treno Italicus». COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

I terroristi neri, le protezioni e i mandanti della strage sempre “ignoti”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 18 ottobre 2023

La pista della Loggia P2 e di Licio Gelli fu seguita in fase istruttoria dai magistrati bolognesi che indagavano sulla strage dell'Italicus e che chiesero notizie in proposito al SID: il Servizio, che altra risposta non fornì se non quella di nulla sapere riportandosi a quanto diffuso dalla stampa

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La statuizione — che non spetta alla Commissione valutare — appare ispirata al principio di personalità della responsabilità penale ed a quello di presunzione di innocenza: letta in controluce e con riferimento alla responsabilità storico-politica delle organizzazioni che stanno dietro agli esecutori essa suona ad indiscutibile condanna della Loggia P2.

Una condanna rafforzata dalle enunciazioni contenute nella prima parte della sentenza ove si esterna il convincimento del giudice sulla matrice ideologica ed organizzativa dell'attentato, una matrice ovviamente irrilevante in sede penale finché non si individuino mandanti, organizzatori od esecutori ma preziosa in questa sede.

Scrivono ancora, infatti, i giudici bolognesi: « (13-14) Premesso doversi ritenere manifesta la natura politica dell'orrendo crimine di che trattasi (anche in assenza di inequivoche rivendicazioni), data la natura dell'obiettivo colpito e la gravità delle prevedibili conseguenze della strage sul piano della pacifica convivenza civile (fortunatamente poi risultate assai modeste per la " tenuta " della collettività) e dato l'inserimento dell'attentato in un contesto di analoghi crimini politici verificatisi in Italia negli anni 1974-1975 (si pensi alla strage di Piazza della Loggia ed alle bombe di "Ordine Nero")»; ed ancora: «(15) è pacifica l'immediata ascrivibilità del fatto ad un'organizzazione terroristica che intendeva creare insicurezza generale, lacerazioni sociali, disordini violenti e comunque (nell'ottica della cosiddetta "strategia della tensione") predisporre il terreno adatto per interventi traumatici, interruttivi della normale, fisiologica e pacifica evoluzione della vita politica del Paese.

«Ebbene, non è dubbio che, nel variegato quadro delle organizzazioni terroristiche operanti in Italia negli anni in cui fu eseguito il crimine al nostro esame, l'impiego delle bombe e la loro collocazione preferenziale su obiettivi "ferroviari" caratterizzasse, usualmente, gruppi di ispirazione neofascista e neonazista (si ricordino gli attentati sulla linea ferroviaria Roma-Reggio Calabria in occasione dei disordini di Reggio Calabria e dei successivi raduni, il mancato attentato in cui venne ferito Nico Azzi, l'attentato di Vaiano, rivendicato dalle Brigate Popolari Ordine Nuovo, gli attentati dicembre 1974- gennaio 1975, per cui furono condannati dalla corte di assise di Arezzo proprio Tuti e Franci) e che fra tali gruppi debba annoverarsi come già vivo e vitale, nell'agosto 1974, quello ricomprendente Tuti e Franci». Concludono peraltro malinconicamente i giudici bolognesi con la constatazione di un limite invalicabile alla loro indagine, costituito dal fatto che «l'imputazione riguarda solo esecutori materiali e non, ahimé, lontani mandanti».

Già tanto potrebbe bastare per legittimare le conclusioni sopra anticipate. A ciò si aggiunga che sospetti di protezione dell'ultradestra eversiva gravano su ben individuati uffici della magistratura aretina.

Persino la sentenza di Bologna (pag. 191) ne riferisce confermando il convincimento degli eversori neri di poter contare sull'importante protezione di un magistrato affiliato ad una potentissima loggia massonica, e risultano agli atti dichiarazioni assai gravi relative ad autorizzazioni di intercettazioni telefoniche non concesse ed ordini di cattura non emessi.

Il dato — al di là di responsabilità individuali su cui non è questa la sede per disquisire — è dimostrativo di una di quelle « opinioni » o « stati d'animo » significativi -— fondati o meno che siano — che legittimamente una commissione d'inchiesta accerta e da cui altrettanto legittimamente trae motivi di convincimento. Le affermazioni dei giudici competenti vanno adesso riportate alle conoscenze proprie della Commissione ed in particolare a due dati di conoscenza emersi con particolare significato in questa relazione.

Il primo è che la pista della Loggia P2 e di Licio Gelli fu seguita in fase istruttoria dai magistrati bolognesi che indagavano sulla strage dell'Italicus e che chiesero notizie in proposito al SID: il Servizio, che, come ben messo in risalto in altra parte della relazione, era assai più che documentato in proposito, altra risposta non fornì se non quella, già ricordata, di nulla sapere riportandosi a quanto diffuso dalla stampa. Secondo elemento di estremo interesse è quello riguardante i rapporti fra l'Ispettorato antiterrorismo ed i già ricordati ambienti della magistratura aretina.

Il commissario De Francesco che, per incarico di Santillo, seguiva la pista piduistica di Arezzo, in stretta collaborazione con i magistrati bolognesi, ebbe uno scontro violentissimo con un magistrato aretino che lo accusò — convocandolo in questura nel cuore della notte — di violare il segreto istruttorio.

L'incidente, che comprometteva in loco i rapporti tra magistratura e polizia, condusse al richiamo a Roma del commissario De Francesco da parte di Santillo per ordine superiore (cfr. deposizione del De Francesco al dott. Persico 9-6-1981), con conseguente accantonamento di una « pista » pur così sagacemente fiutata dal capo dell'antiterrorismo. Non è difficile vedere sulla base degli elementi sinora riportati come le considerazioni svolte dai giudici bolognesi si pongano in piena armonia con le conclusioni alle quali il presente lavoro è pervenuto in altra sezione.

Non è chi non veda infatti che, ricondotte ad un singolo episodio concreto quale quello in esame, le affermazioni prima argomentate trovano puntuale conferma. Emerge infatti che in primo luogo venne dai Servizi negata ai giudici bolognesi la conoscenza delle notizie su Licio Gelli che essi detenevano e che nei loro confronti venne attivato quel cordone sanitario informativo, le cui ragioni abbiamo prima individuato, e che adesso vediamo operante nei confronti del giudice inquirente che indagava sul caso dell'Italicus.

Appare in secondo luogo che il filone investigativo Gelli-Loggia P2 venne anche in questo caso specifico individuato dall'unico apparato investigativo — l'ispettore Santillo — che autonomamente arrivò ad intuire il valore di questa organizzazione e del suo capo perseguendola con costanza nel tempo.

Quanto sopra esposto ci mostra che, alla certezza raggiunta dai giudici bolognesi sul coinvolgimento piduista nella strage dell'Italicus attraverso prove storiche, si aggiungono i risultati ai quali la Commissione è pervenuta attraverso prove critiche tutte gravi, precise, concordanti e che quella certezza già acquisita, quindi, corroborano ed arricchiscono di particolari. Nel periodo compreso tra la fine del 1973 ed il marzo del 1974 viene ad evidenziarsi un'altra iniziativa nella quale si trovano coinvolti uomini risultati iscritti alla P2 o indicati, nella più volte ricordata relazione Santillo del 1976, come aderenti alla stessa quali Edgardo Sogno, Remo Orlandini, Salvatore Drago e Ugo Ricci.

Dai documenti in nostro possesso si può avanzare l'ipotesi che il gruppo facente capo a Sogno, pur non ignorando le iniziative più tipicamente eversive, abbia sviluppato sin dalla fine degli anni sessanta, per proseguire nella prima metà degli anni settanta, una linea più legalitaria, che però muove sempre dalle premesse di un grave pericolo delle istituzioni provocato dagli opposti estremismi e dalla incapacità delle forze politiche di farvi fronte.

Tale linea quindi si pone gli obiettivi di realizzare riforme anche costituzionali e mutamenti degli equilibri politici al fine di dare vita ad un governo forte e capace di resistere alle minacce incombenti sul paese. Possono citarsi in questo contesto la costituzione dei Comitati di resistenza democratica sorti nel 1971 per iniziativa di Edgardo Sogno e le proposte avanzate nei periodici Resistenza democratica e Progetto 80.

Quello che più interessa ai fini della nostra indagine è che la complessa tematica legata al gruppo Sogno, le proposte di riforme costituzionali avanzate, come pure, in parte, la strategia adottata, rivelano punti di contatto con il Piano di rinascita democratica e la strategia di Gelli dopo il 1974.

Ricordiamo infine che nella busta «Riservata personale» che Gelli custodiva a Castiglion Fibocchi era custodita copia di un anonimo, per il quale ci fu richiesta di informativa su Gelli inviata alla questura di Arezzo nel marzo del 1975 dal giudice Violante che indagava sulla eversione di destra.

Nell'anonimo leggiamo tra l'altro: «Il Gelli sembra inoltre collegato al gruppo Sogno e ad altri ambienti che fanno capo all'ex procuratore Spagnuolo oltre che ad ambienti finanziari internazionali ». Un'ultima notazione sul delitto del giudice Occorsio, il quale avrebbe iniziato ad investigare sui possibili collegamenti tra l'Anonima sequestri ed ambienti massonici ed ambienti dell'eversione. Tale almeno fu la confidenza che Occorsio fece ad un giornalista il giorno prima di essere ucciso. Per quanto a nostra conoscenza il questore Cioppa, iscritto alla Loggia P2, ha dichiarato alla Commissione di aver incontrato Licio Gelli nell'anticamera del giudice Occorsio, due giorni prima dell'omicidio del magistrato. L'esito dell'istruttoria relativa esclude collegamenti tra la Loggia P2 ed il delitto; rimane peraltro da spiegare per quale motivo il giudice avesse convocato il Gelli, secondo il dato in nostro possesso. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Una loggia massonica per tutte le stagioni, dall’eversione ai grandi affari. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 Il Domani il 19 ottobre 2023

Vedremo come Licio Gelli non abbia difficoltà a dismettere i panni del fascista quando di essi non avverte più la necessità in ragione del cambiamento dei tempi e del succedersi delle fasi politiche. Il Gelli che si muove all'insegna del piano di rinascita democratica e che in quel contesto controlla il Corriere della Sera è pur sempre lo stesso Gelli che nel verbale di riunione di loggia del 1971 identificava il nemico da battere in un'area di forze definite «clerico-comunismo»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi
Abbiamo elencato i punti di contatto che si possono fissare, sulla scorta dei nostri atti, tra Licio Gelli, la Loggia P2 e gli ambienti della destra eversiva: quelle fasce al margine, o meglio al di fuori del sistema politico legale, raggruppate sotto una variegata quantità di formule, la cui azione caratterizza la prima metà degli anni settanta, con iniziative di portata traumatica in ordine alle quali dobbiamo purtroppo constatare come ben poche siano le certezze acquisite.

I processi che su questi eventi si sono celebrati, o non sono ancora conclusi, pure a distanza di tempo, o hanno portato a sentenze che non consentono di arricchire sostanzialmente il quadro conoscitivo di dati certi dai quali muovere. Il nostro compito è quindi quello di portare al dibattito su questi fenomeni il contributo delle nostre conoscenze specifiche, cercando il possibile collegamento con quanto risulta noto, al fine di verificare la validità delle nostre tesi.

La prima constatazione riguarda la coincidenza riscontrabile tra il periodo politico così contraddistinto e la prima fase politica e organizzativa della Loggia P2. Risalta alla nostra attenzione, con evidente parallelismo, che il tono dei discorsi che si tengono nella loggia è in armonia, per quanto ci viene dai documenti, con questo contesto politico esterno di propositi ed azioni. Ancor più rilevante, ai nostri fini, è poi constatare, che quando nella seconda metà degli anni settanta il pericolo dell'eversione nera si avvia a scemare d'intensità, muta in parallelo il livello organizzativo e la composizione personale della loggia, considerata sotto il profilo qualitativo delle adesioni.

La loggia in doppio petto degli Ortolani e dei Calvi, caratteristica della seconda fase, ben si accompagna da un lato con la sostanziale attenuazione del pericolo nero e dall'altro con la fase politica che interviene in Italia dopo il 1976, Secondo la ricostruzione che proporremo nel capitolo seguente.

Riportandoci all'analisi della storia organizzativa della Loggia P2 ci è dato riscontrare che quelle che abbiamo delineato come due fasi organizzative di spiccata caratterizzazione, coincidono sostanzialmente con due periodi della vita nazionale da un punto di vista politico sufficientemente individuati ed il cui discrimine si pone a cavallo della metà degli anni settanta: nel 1974 viene raggiunto infatti l'apice della strategia della tensione, nel 1976 si registra il risultato elettorale che inaugura le stagioni politiche della solidarietà nazionale.
Ponendo mente a queste coordinate di riferimento dobbiamo allora sottolineare che il 1974 è un anno fondamentale non solo nella vita del Paese ma anche nella vicenda organizzativa della Loggia Propaganda, poiché è questo l'anno che si chiude con il voto della Gran Loggia di Napoli, nella quale viene sancita la demolizione della Loggia P2.

Il punto che in proposito deve sollecitare l'attenzione dell'interprete è che tale deliberazione non segue ad alcuna particolare attività nota all'interno della famiglia massonica; al contrario la relazione annuale del Grande Oratore (Ermenegildo Benedetti, appartenente al gruppo dei cosiddetti « massoni democratici ») svolta nel 1973, nel corso della quale erano state pesantemente denunciate le deviazioni politiche della Loggia P2, era praticamente caduta nel vuoto non provocando alcuna reazione nella comunione giustinianea. Non è dunque ad essa che dobbiamo riportarci per trovare la causa scatenante delle decisioni assunte nella Gran Loggia di Napoli che interviene invece, non preceduta direttamente da alcun evento interno, l'anno successivo, ovvero l'anno che registra nel maggio la strage di Piazza della Loggia e nell'agosto la strage dell'Italicus.
Quell'anno Licio Gelli aveva inviato ai suoi affiliati una lettera su carta intestata «Centro Studi di Storia Contemporanea», nella quale, secondo la ben nota tecnica gelliana più volte documentata, è dato individuare, calato nelle abituali banalità, un messaggio politico ben preciso accompagnato da una affermazione che non può non destare l'attenzione dell'osservatore: «Con il nostro buon senso, con la nostra vocazione alla libertà, dobbiamo sperare che le opposte tendenze, tutte per altro incluse nell'arco democratico-costituzionale, trovino finalmente un terreno di intesa e di incontro al fine di dare l'avvio alla esecuzione e alla programmazione di una azione intesa a conseguire una vera pace sociale, ad un autentico atto di pacificazione politica».

«Non è allarmisticamente che si prevede una estate veramente calda, direi scottante per una notevole quantità di problemi estremamente impegnativi». Questa affermazione letta alla luce delle conoscenze in nostro possesso, ovvero alla riscontrata specularità tra vicende politiche e fasi organizzative della Loggia P2, al ricordato risveglio di interesse di apparati investigativi nei confronti di Lcio Gelli che cade proprio nel 1974, alla citata «demolizione» votata dalla Gran Loggia di Napoli, viene ad acquisire un significato ben diverso da quello di innocue lamentazioni sulle disfunzoni del sistema come a prima vista potrebbe apparire.
Ci troviamo, infatti, di fronte ad un concordante quadro di elementi conoscitivi che tutti si armonizzano tra loro in univoco senso: quello di denunciare un legame tra quelle attività eversive e Licio Gelli, poiché se una coincidenza è non solo possibile ma probabile, una serie di coincidenze come quella denunciata è piuttosto indicativa di un rapporto di connessione e di causalità.

Ed è di conforto alla nostra ipotesi constatare che tale collegamento venne individuato o comunque presentito sia all'interno che all'esterno della comunione massonica e che la sua individuazione non fu poi senza conseguenze, poiché all'interno della massoneria si avviò da quel momento quel processo di ristrutturazione che valse a rendere definitivamente ancor più segreta la Loggia e ad espellere dalla comunione i cosiddetti «massoni democratici».
Quanto agli ambienti esterni abbiamo ricordato il destino non favorevole nel quale incorsero gli ufficiali della Guardia di Finanza che avevano lavorato alle informative, ed abbiamo anche alzato un velo di dubbio sugli esiti della carriera dell'ispettore Santillo che, adesso sappiamo, era responsabile agli occhi di Gelli non solo delle tre note già commentate, ma dell'accanimento con il quale aveva seguito la pista individuata, tramite l'ispettore De Francesco.

Notiamo che terza autorità costituita ad individuare un collegamento Gelli-eversione nera, sarebbe stato il giudice Occorsio che comunque andò incontro ad un tragico destino: una coincidenza questa, e non certo la prima nella nostra storia, che riteniamo comunque doveroso, con piena autonomia di giudizio, sottolineare.
Quello che ci chiediamo allora è se Licio Gelli e la sua loggia siano in tutto identificabili con situazioni che si ponevano decisamente al di fuori del sistema democratico e comunque quale tipo di rapporto avessero stabilito con tali realtà.

Certo è che la connotazione nera di Gelli e della sua loggia è quella consegnata all'iconografia ufficiale, per la quale non si è mai mancato di insistere sui trascorsi fascisti e repubblichini del Venerabile: questa almeno era l'immagine che di lui ampiamente pubblicizzava la stampa durante quegli anni, prima che Gelli e la sua organizzazione provvedessero a costituirsi quella radicale mimetizzazione che abbiamo studiato nel primo capitolo.

Ma che questa non sia la vera o per lo meno l'unica chiave di lettura del fenomeno ci viene offerto dall'osservare la trasformazione intervenuta nella seconda fase della Loggia P2, che alla luce di un attento studio del fenomeno verrà a dimostrarsi in realtà come una accorta operazione di adeguamento, all'insegna della continuità, alla situazione politica mutata.

Vedremo infatti come Licio Gelli non abbia difficoltà a dismettere i panni del fascista quando di essi non avverte più la necessità in ragione del cambiamento dei tempi e del succedersi delle fasi politiche. Il Gelli che si muove all'insegna del piano di rinascita democratica e che in quel contesto controlla il Corriere della Sera — non interferendo con la linea d'appoggio alla politica di solidarietà nazionale — è pur sempre lo stesso Gelli che nel verbale di riunione di loggia del 1971 identificava il nemico da battere in un'area di forze definite «clerico-comunismo».

In quella riunione nella quale era stata « messa al bando la filosofia », si erano tenuti discorsi che, se per molti versi anticipano nel contenuto il piano di rinascita democratica, peraltro si situano in un contesto politico marcatamente diverso da quello nel quale il piano verrà a collocarsi. Ma per comprendere allora se e quale interpretazione unitaria si possa dare a questi dati è forse opportuno entrare, sia pure per un istante, nella logica del sistema di potere gelliano e, «messa al bando la filosofia», cercare di vedere i fatti e gli avvenimenti, al di là del loro primo apparente significato.
A tal fine riprendiamo lo spunto relativo al golpe Borghese per notare come il colpo di Stato al quale il principe nero tramava, non manca di presentare alcuni aspetti di sorprendente anacronismo. Vogliamo cioè fare riferimento a quel che di vagamente ottocentesco che il piano nel suo insieme lascia trasparire nella sua ideazione, fondata come è su un'analisi politica a dir poco approssimativa, come quando ignora il peso che nel sistema hanno partiti e sindacati e trascura la loro capacità di mobilitazione in tempo reale di vaste masse di cittadini.

Pensare di fronteggiare una situazione quale di certo sarebbe ipotizzabile in una simile deprecata evenienza con un proclama letto alla radio sembra a dir poco superficiale. Come altresì si mostra superficiale il piano nei suoi risvolti attuativi, tra i quali gioca un ruolo decisivo il famoso contrordine, sulla cui paternità sappiamo quali dubbi esistano e quali possibili riferimenti ci conducano a Licio Gelli o a persone a lui vicine. Questo contrordine rappresenta per noi molto più che un banale disguido attuativo, quale sembra a prima vista, perchè in realtà si cela in esso la chiave di lettura politica di tutta l'operazione.
Una operazione che nella mente di chi stava dietro le quinte mirava più all'effetto politico che il golpe tentato poteva provocare in termini di reazione presso l'opinione pubblica e la classe politica, che non al reale conseguimento di una conquista del potere, che il piano poteva garantire solo ai pochi e non molto provveduti congiurati che si esposero in prima persona.

Per contro quando si pensi al giustificato clamore che l'evento suscitò all'epoca — e che solo adesso, nella prospettiva storica, è possibile ridimensionare — non sembra un forzare l'interpretazione affermare che il colpo di Stato tentato e non consumato, esperì comunque i suoi sperati effetti politici alternativi: in altri termini se il piano operativamente fallì, politicamente per qualcuno fu un successo perché pose sul tappeto come possibile realtà l'ipotesi che in Italia esistevano forze ed ambienti pronti ad un simile passo.
Ponendoci allora ad un livello di analisi meno approssimativo, non possiamo non rilevare che la consistenza concreta, in termini politici, del golpe Borghese appare di poco maggiore, secondo una evidente analogia, di quella del governo sostenuto dai militari e presieduto da Carmelo Spagnuolo, del quale si discusse nella riunione a Villa Wanda del 1973.  COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Dal “partito armato” al “partito occulto”, la P2 nella storia repubblicana. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 20 ottobre 2023

Un collegamento tra quello che fu chiamato il «partito armato» e quello che l'onorevole Rodotà ha definito il «partito occulto» che sembra saldarsi all'insegna della necessità, secondo il pensiero del filosofo Norberto Bobbio quando afferma: «dove c'è il potere segreto, c'è quasi come suo prodotto naturale, l'antipotere altrettanto segreto sotto forma di congiure e complotti, di cospirazioni»

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Le considerazioni sulle quali ci siamo dilungati ci pongono il problema se dai rilievi proposti emergano elementi tali che consentano di suffragare una interpretazione dei fenomeni allo studio che rivesta connotati di verosimiglianza politica. 

È chiaro per altro che il problema viene adesso a centrarsi prendendo le mosse dai due episodi citati, sulla cosiddetta strategia della tensione e sul suo reale significato, ed è problema che correttamente si pone nei termini di accertare quale sia stato il disegno politico sotteso agli eventi.

Si tratta, come si vede, di argomento di vasta portata che trascende l'indagine specifica assegnata alla Commissione, la quale peraltro è in grado di contribuire al relativo dibattito in sede politica e storica, ad esso prestando il patrimonio di dati e di conoscenze che le è proprio.

Possiamo allora rilevare che gli elementi conoscitivi in nostro possesso inducono a ritenere improbabile che Licio Gelli e gli uomini e gli ambienti dei quali egli era espressione si ponessero realisticamente l'obiettivo politico del ribaltamento del sistema, mentre assai più verosimile appare attribuire loro il progetto politico di un orientamento verso forme conservatrici di più spiccata tendenza.

Comprova questa interpretazione non solo l'esame delle testimonianze e dei documenti sinora ampiamente citati e che si pongono in una non interrotta linea di continuità, ma soprattutto, ed è questo patrimonio conoscitivo proprio della Commissione, lo studio di come gli stessi uomini si muovono in fasi politiche successive, di segno totalmente diverso: di come cioè adeguino tattiche e forme di intervento al mutare degli eventi. 

È la stessa diversità tra le due fasi della Loggia P2 che, correndo in parallelo, secondo la ricostruzione che la Commissione è in grado di fornire, alla diversità di periodo storico, ci testimonia la identità del fenomeno e la sua sostanziale continuità. Se tutto ciò è vero, e tutto infatti ci conduce a questa analisi, non è azzardato allineare, accanto all'interpretazione più evidente dei fatti, un'altra ipotesi ricostruttiva di pari possibile accoglimento, che la prima non esclude: quella cioè che la politica di destabilizzazione — nella quale il Gelli ed i suoi accoliti si inserivano — mirava piuttosto, con paradossale ma coerente lucidità, alla stabilizzazione del sistema, su situazioni naturalmente di segno politico ben determinato.

Di fatto la realtà politica che si delinea alla nostra attenzione è che se certamente vi furono in quel periodo forze e gruppi che in modo autonomo si prefiggevano il ribaltamento del sistema democratico attraverso l'impiego di mezzi violenti, questa situazione di indubbia autonoma matrice da non sottovalutare, come ha sottolineato il Commissario Covatta, venne utilizzata da altre forze secondo un più sottile disegno politico. 

Partendo dalla premessa del Commissario Battaglia che vi furono cioè certamente in quel periodo forze che aspiravano a destabilizzare per destabilizzare, la dialettica di rapporti che ci è dato individuare all'interno di questa articolata situazione consente la posizione di due affermazioni: la prima è che la Loggia P2 non è identificabile roro modo con gli ambienti eversivi, la seconda è che, proprio in ragione di tale distinzione, la diversa autonomia politica di questi ambienti ci consente di individuare un rapporto di strumentalizzazione che intercorre tra chi il sistema voleva soltanto condizionare e chi invece aspirava a rovesciare.

In questa prospettiva il Commissario Covatta ha sottolineato come costituisca un paradosso della politica clandestina la possibilità di essere più o meno consapevolmente utilizzata da altre strutture clandestine.

Un collegamento questo tra quello che fu chiamato il «partito armato» e quello che l'onorevole Rodotà ha definito il «partito occulto» che sembra saldarsi all'insegna della necessità, secondo il pensiero del filosofo Norberto Bobbio (citato nel corso del dibattito) quando afferma: «dove c'è il potere segreto, c'è quasi come suo prodotto naturale, l'antipotere altrettanto segreto sotto forma di congiure e complotti, di cospirazioni. Accanto alla storia degli arcana dominationis si potrebbe scrivere con la stessa abbondanza di particolari, la storia degli arcana seditionis».

Si comprende anche in questa linea come tracce di gellismo siano rintracciabili in eventi ben più drammatici che non il golpe Borghese: la strage dell'Italicus; anche in questo caso la cronologia ci viene in aiuto perché ci consente di constatare come le bombe della cellula eversiva toscana (è il 1974) segnino un sostanziale passaggio alle maniere forti. Un mutamento di tattica e di mezzi che possiamo comprendere quando si valuti come il paese e la classe politica avevano dimostrato, al di là di ogni residua illusione, di non cedere ai facili isterismi: chi voleva farli approdare verso lidi di più sicura conservazione doveva evidentemente rassegnarsi a ricorrere non a qualche spinta di orientamento ma a ben più robuste spallate.

Seguendo allora il solco della traccia argomentativa proposta sinora e dando come dato acquisito la compenetrazione ma non l'identificazione tra Loggia P2 ed ambienti eversivi, riusciamo a far combaciare con esatta simmetria le due facce della Loggia P2, perché la seconda trova origine nella prima e ad essa si collega con tutta coerenza.

E una constatazione questa che appare politicamente accettabile quando si tenga conto che il quadro di riferimento generale, nel quale la logica della strategia della tensione si era inserita, aveva segnato uno sviluppo dal quale era uscita una risposta politica del tutto inaspettata: quella delle elezioni del 1975-1976.

Si era così registrata una spinta a sinistra del quadro politico ed era maturata una situazione affatto nuova, tale da obbligare gli ambienti che gravitavano intorno alla loggia ad elaborare nuove e più sofisticate strategie.

Il Commissario Crucianelli ha sottolineato con dovizia di argomentazioni il valore politico cruciale degli eventi del 1974, già indicato precedentemente, rilevando che è proprio questo l'anno nel quale, oltre agli eventi citati, si registra lo scioglimento presso il Ministero dell'interno dell'Ufficio affari riservati, diretto dal prefetto D'Amato, presente negli elenchi della Loggia, l'avvio delle inchieste giudiziarie su Ordine Nuovo e su Avanguardia Nazionale, nonché il declino delle posizioni dei generali Miceli e Maletti.

Non è dato sapere con certezza se questo succedersi di eventi contrassegnò un momento di disgrazia delle sorti di Licio Gelli, ma se anche così fosse, certo è che, come abbiamo visto studiando la ristrutturazione della Loggia P2, a partire dal 1976 il Venerabile aretino appare saldamente sulla cresta dell'onda alla guida di una rinnovata organizzazione, strumento idoneo al formidabile sviluppo della seconda fase. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

La strage di via Fani, l’uccisione di Aldo Moro e l’ombra di Gelli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 21 ottobre 2023

La Commissione, analogamente a quanto rilevato dalla Commissione di inchiesta sulla strage di Via Fani e sull'uccisione dell'onorevole Moro, non ha potuto non prospettarsi il problema del significato della presenza di numerosi elementi iscritti alla Loggia P2 che rivestivano in quel periodo ed in ordine a quella vicenda posizioni di elevata responsabilità

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La Commissione, analogamente a quanto rilevato dalla Commissione di inchiesta sulla strage di Via Fani e sull'uccisione dell'onorevole Moro, non ha potuto non prospettarsi il problema del significato della presenza di numerosi elementi iscritti alla Loggia P2 che rivestivano in quel periodo ed in ordine a quella vicenda posizioni di elevata responsabilità.

Sono questi interrogativi che emergono dalla testimonianza, ad esempio, del sottosegretario Lettieri, che di fronte a quella Commissione ha rilevato come le riunioni al Viminale del Comitato di coordinamento tra le forze dell'ordine vedevano presente intorno allo stesso tavolo una maggioranza di iscritti alla Loggia P2, tra gli organi tecnici di ausilio ai responsabili politici.

Dagli appunti del sottosegretario Lettieri risultano infatti presenti a queste riunioni, oltre ai ministri interessati e ai vertici della Polizia e dei Carabinieri, i seguenti affiliati alla Loggia P2: i generali Giudice, Torrisi, Santovito, Grassini, Lo Prete, nonché, ad una di esse, il colonnello Siracusano.

Questa, constatazione pone il quesito se l'inadeguatezza degli apparati informativi e di polizia dello Stato, sulla quale si è registrato un ampio consenso tra le forze politiche, abbia avuto a suo fondamento, motivazioni di ordine esclusivamente tecnico, o sia invece da riportare ad altro ordine di considerazioni.

Questa problematica non ha trovato nel corso dell'indagine ulteriori riscontri, fatta eccezione per la deposizione del commissario di Pubblica Sicurezza Elio Cioppa, vice del generale Grassini al SISDE, il quale ha confermato la testimonianza resa di fronte al magistrato di aver successivamente ricevuto dal suo superiore, all'epoca del suo arrivo al Servizio, l'incarico di effettuare ricerche nell'ambito dell'ambiente della sinistra, sulla base di informazioni e valutazioni, e tra queste anche valutazioni relative alla vicenda Moro, che il suo superiore aveva recepito direttamente da Licio Gelli con il quale si incontrava saltuariamente, nell'interesse esclusivo del Servizio.

La testimonianza non viene smentita dal generale Grassini il quale, dichiarando di non ricordare l'episodio riferito dal Cioppa, afferma peraltro che, se lo aveva riferito Cioppa — funzionario serio e competente — doveva essere senz'altro vero. Aggiunge che, se aveva ricevuto informazioni da Gelli, ciò era avvenuto non in occasione di una riunione alla quale Gelli era presente, ma in un incontro fra lui e lo stesso Gelli.

Il problema, sul quale si è soffermato a lungo il Commissario Flamigni, si pone, al di là dei supporti documentali e testimoniali in nostro possesso, nei termini di accertare se un episodio di così tragico e rilevante momento possa essere inquadrato nel contesto dei rapporti che Licio Gelli intratteneva con i suoi affiliati. Su tale ordine di problemi quello che la Commissione è in grado di affermare, facendo riferimento al patrimonio conoscitivo che le è proprio, è che, mentre si pone come dato sicuro l'interesse attivo e politicamente determinato delle relazioni che Gelli intratteneva con gli ambienti militari della Loggia, come è ampiamente documentato nel corso della presente relazione, per eventi e situazioni di ben minore portata rispetto a questo tragico evento, per contro, allo stato degli atti, non si hanno sicuri riscontri sul collegamento tra questo livello qualificato di rapporti e la vicenda specifica in esame.

Queste considerazioni relative alla precisa valenza politica che Licio Gelli attribuiva ai rapporti instaurati con quegli ambienti vanno pertanto a porsi in aggiunta alle osservazioni ricordate sulla insufficienza dimostrata dagli apparati e lasciano aperti, in un più ampio contesto, gli interrogativi da più parti sollevati. Interrogativi in ordine ai quali la Commissione non è in grado di fornire risposte certe ma che peraltro, attesa la delicatezza della materia e il suo preminente rilievo politico, non ritiene, alla luce soprattutto dell'ambiguo rapporto identificato tra Licio Gelli ed i Servizi segreti, di poter sottacere.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Quegli amici giudici che definivano la P2 di “scarsa pericolosità”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 22 ottobre 2023

Non può ancora passarsi sotto silenzio come la requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma, dottor Gallucci, in data 29 maggio 1982 e la successiva sentenza istruttoria del dottor Cudillo in data 17 marzo 1983 tendono a rappresentare la Loggia P2 come un fenomeno associativo di scarsa pericolosità...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Per completare il quadro dei rapporti tra la Loggia P2 e la magistratura, vanno ricordate una serie di altre risultanze attinenti le posizioni del banchiere Roberto Calvi e di Francesco Pazienza, i quali assumono posizioni di rilievo nella fase finale della vicenda della Loggia P2 e nella fase successiva al sequestro di Castiglion Fibocchi.

A tal fine numerosi elementi testimoniali e documentali, denunciano una frenetica attività di Roberto Calvi indirizzata nei confronti di ambienti giudiziari al fine di sistemare le proprie pendenze penali. Presso la procura della Repubblica di Brescia fu instaurato un procedimento penale, poi trasmesso all'ufficio istruzione della stessa città, nei confronti di Roberto Calvi, Licio Gelli, Marco Cerruti (noto esponente della Loggia P2), Mauro Gresti, Luca Mucci e Ugo Zilletti per fatti connessi al sequestro e alla restituzione del passaporto a Roberto Calvi a seguito del processo promosso a suo carico a Milano per reati valutari e societari.

Il procedimento penale a Brescia veniva poi riunificato con gli altri procedimenti pendenti avanti agli uffici giudiziari di Roma concernenti la vicenda della Loggia P2. Nell'ambito del procedimento suindicato venne assunta la testimonianza del dottor Carlo Marini, all'epoca procuratore generale della Repubblica presso la corte d'appello di Milano, il quale riferì di aver appreso dal procuratore della Repubblica Mauro Gresti che quest'ultimo era stato sollecitato a restituire il passaporto a Roberto Calvi da Ugo Zilletti, all'epoca vicepresidente del Consiglio Superiore, e dal magistrato Domenico Pone.

Ha aggiunto inoltre il Marini che, dopo l'avocazione del processo al suo ufficio, ricevette una telefonata dal medesimo Zilletti che lo pregò di adottare la massima cautela nel trattare il procedimento a carico di Calvi, procedimento nell'ambito del quale era avvenuto il ritiro del passaporto, e che lo stesso Zilletti gli mandò, sempre per lo stesso motivo, come suo messaggero, il dottor Giacomo Capiendo, componente del Consiglio.

Dopo l'istruttoria compiuta, prima a Brescia e poi a Roma, il consigliere istruttore di Roma Ernesto Cudillo proscioglieva, con la sentenza-ordinanza emessa in data 17 marzo 1983, tutti gli imputati con ampia formula non ravvisando nella attività di nessuno di essi comportamenti penali rilevanti; la procura generale presso la corte di appello di Roma rinunciava all'appello in precedenza interposto sul punto avverso la sentenza-ordinanza istruttoria suindicata.

Clara Canetti, vedova Calvi, interrogata presso la procura della Repubblica di Milano in data 19 ottobre 1982, ha riferito che, nella primavera dello stesso anno e anche in precedenza, essa e il marito avevano ricevuto diverse visite da parte di un magistrato di Como, il dottor Ciraolo, che spesso veniva in compagnia dell'avvocato Taroni di Como, officiato dal Calvi per la sua difesa nel processo a suo carico pendente innanzi all'autorità giudiziaria di Milano; la Calvi ha riferito che il marito aveva dato al Ciraolo il numero di una sua riservatissima utenza telefonica che serviva la casa di Drezzo e a tale numero spesso riceveva telefonate dal suddetto magistrato.

La vedova di Roberto Calvi in data 24 novembre 1983 ha altresì dichiarato ai giudici istruttori di Milano che suo marito aveva instaurato con il magistrato dottor Gino Alma, procuratore aggiunto presso la procura della Repubblica di Milano, del quale si parla anche nel procedimento attinente la restituzione del passaporto cui sopra si è fatto riferimento, un rapporto in base al quale il suddetto magistrato percepiva dal Presidente dell'Ambrosiano un emolumento mensile fisso e si impegnava di comunicare a Calvi tutte le notizie che lo riguardavano raccolte negli uffici giudiziari milanesi.

Emilio Pellicani, nella sua audizione in Commissione il 24 febbraio 1983, riferisce poi che Flavio Carboni e Armando Corona, eletto Gran Maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani in successione al generale Battelli, avevano rapporti con due magistrati milanesi Pasquale Carcasio e Francesco Consoli, rapporti relativi alla ricerca di appoggi per la nomina del Consoli a procuratore generale di Milano.

A tal fine vi fu una riunione conviviale in Roma alla quale parteciparono l'onorevole Roich e Graziano Moro, nella quale si parlò anche del processo a carico di Calvi e degli interessamenti in atto per farlo concludere con l'assoluzione dell'imputato. Va sottolineato che questi episodi s'inquadrano nell'azione svolta nei confronti della magistratura da parte di Roberto Calvi per sistemare le pendenze giudiziarie scaturite dalla vicenda P2, nelle quali erano coinvolti lo stesso Calvi, Licio Gelli, Umberto Ortolani, Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din.

Secondo quanto dichiara in più occasioni Emilio Pellicani, Calvi stava cercando di mettere insieme somme di denaro, che dovevano raggiungere la cospicua somma di 25 miliardi, sollecitando a tal fine la collaborazione di Rizzoli e Tassan Din, somme che dovevano essere consegnate all'avvocato Wilfredo Vitalone. Anche Rizzoli e Tassan Din riferiscono che Calvi, tramite Francesco Pazienza, li sollecitò a versare somme cospicue per ottenere una soluzione favorevole alle pendenze giudiziarie suindicate.

Rizzoli fa esplicito riferimento ai «giudici di Roma » e al conflitto di competenza poi risolto dalla Corte di cassazione con la riunificazione dei diversi procedimenti presso la magistratura romana. Sempre secondo quanto riferisce Rizzoli anche Gelli ed Ortolani avevano versato somme di denaro e Calvi aveva precisato minacciosamente che, se non avessero pagato, Rizzoli e Tassan Din non se la sarebbero cavata. Conclusivamente, volendo tentare una sommaria analisi — sulla scorta delle risultanze degli elenchi di Castiglion Fibocchi — circa la composizione del gruppo dei magistrati iscritti in base all'ufficio di rispettiva appartenenza, si rileva che la Loggia P2 aveva conseguito significative adesioni a livello di presidenti di tribunali, seppur in modo sporadico.

L'infiltrazione della loggia si presentava invece più debole con riferimento sia agli uffici di procura della Repubblica sia alla Suprema Corte di cassazione, pur non potendosi escludere una certa influenza, in considerazione delle vicende processuali che coinvolgevano esponenti della loggia.

Gli episodi citati peraltro testimoniano di una tentata penetrazione deviante nei confronti della procura di Milano, che prescinde dal dato meramente formale dell'iscrizione. Notevole, concentrata e capillare era invece la penetrazione realizzata all'interno del Consiglio Superiore sia a livello di componenti dell'organo di autogoverno (Buono, Pone) sia con riferimento agli uffici di segreteria (Pastore, Croce, Palaia).

L'attenzione e i propositi della Loggia P2, nonché le sue penetrazioni a livello della magistratura, appaiono comunque pericolose sotto più di un profilo. In primo luogo vi è da osservare che le connotazioni di segretezza e di accentuata solidarietà, in termini di concorso mutualistico tra gli iscritti nelle attività professionali, assumevano maggiore gravità con riferimento all'attività dei magistrati ed alle guarentigie fissate dall'ordinamento a tutela della loro indipendenza.

Questi rilievi vengono in considerazione non solo per quanto attiene gli sviluppi di carriera per il singolo magistrato — già di per sé fatto sospetto — ma per quanto riguarda possibili condizionamenti che il magistrato potrebbe subire a livello della sua attività giurisdizionale, soprattutto allorché tale attività abbia ad oggetto procedimenti importanti, con implicazioni anche di natura politica.

Infatti la solidarietà intesa in aggiunta alla segretezza dei rapporti potrebbe influire sulle scelte del magistrato e sulla sua attività giurisdizionale, ponendo in dubbio la sua imparzialità o almeno la sua serenità di giudizio.

L'elemento che viene peraltro in maggiore considerazione è che le proposte in materia di ordinamento giudiziario — alcune delle quali implicanti anche modifiche di natura costituzionale — sono tese a ridare una struttura gerarchica alla magistratura, con particolare riferimento agli uffici del Pubblico Ministero e ad intaccare il principio della separazione dei poteri (vedasi in merito la riforma del Consiglio Superiore). Tutto ciò acquista rilievo particolare con riferimento al piano politico generale, più volte espresso da Gelli ad esponenti della Loggia P2, di accentuare il momento autoritario nella vita dello Stato.

La ricerca di contatti con magistrati — anche non iscritti alla P2 (alcuni nomi di magistrati ricorrono in altri atti in possesso della Commissione) — induce a sospettare che si siano almeno tentate iniziative rivolte ad influire sull'andamento di alcuni procedimenti che o riguardavano uomini della istituzione o comunque avevano ad oggetto fatti nei quali la istituzione era coinvolta direttamente o indirettamente o ai quali era in qualche modo attenta.

A tale proposito non può passarsi sotto silenzio come la riunificazione disposta dalla Corte di cassazione di tutti i procedimenti giurisdizionali attinenti la Loggia P2 presso gli uffici giudiziari di Roma — anche se poteva trovare giustificazione in norme processuali e in motivi di opportunità — non abbia giovato alla speditezza dell'istruttoria e al raggiungimento di un risultato concreto (a tale proposito una rogatoria rivolta all'autorità giudiziaria svizzera relativa al cosiddetto «conto protezione», già trasmessa dalla magistratura di Brescia prima della riunificazione dei procedimenti a Roma, attende ancora la sua evasione a distanza di quasi tre anni).

Non può ancora passarsi sotto silenzio come la requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma, dottor Gallucci, in data 29 maggio 1982 e la successiva sentenza istruttoria del dottor Cudillo in data 17 marzo 1983 tendono a rappresentare la Loggia P2 come un fenomeno associativo di scarsa pericolosità, attribuendo al solo Gelli e a pochi altri i reati più gravi, scolorendo il loro significato politico complessivo e svalutando la genuinità della documentazione proveniente dalla perquisizione del 17 marzo 1981. Questa conclusione degli organi inquirenti romani si è posta, come ha rilevato il Commissario Trabacchi, in palese contraddittorietà con la richiesta di avocazione del procedimento, motivata dal procuratore della Repubblica di Roma con la definizione della Loggia P2 quale «nucleo ad altissimo potenziale criminogeno, versatilmente impegnato nella consumazione di eteroformi attività delittuose».

Come è noto, la sentenza istruttoria è stata impugnata dal Procuratore generale presso la corte di appello di Roma; e si attende la decisione della sezione istruttoria della Corte. Si ha anche l'impressione che i magistrati che hanno adottato le decisioni suindicate non abbiano completamente e tempestivamente preso visione di una serie di atti che, almeno indirettamente, avrebbero potuto contribuire a fornire ulteriormente elementi ai fini di una valutazione del fenomeno P2 e della condotta degli imputati.

Così documenti relativi alle indagini su Gelli svolte nel 1974 dalla Guardia di Finanza, al loro rinvenimento presso l'archivio di Gelli e alle vicende connesse a tali indagini, inviati dalla procura della Repubblica di Milano a quella di Roma, per lungo tempo non sono stati reperibili presso gli uffici romani.

Tra l'altro numerosi degli iscritti alla Loggia P2 — anche personaggi di rilievo — non risultano mai interrogati: si è omesso anche di procedere contro due capigruppo della Loggia P2 e cioè De Santis Luigi e Niro Domenico. Infine — per ciò che vale — non può tacersi che già nel gennaio 1982 Gelli in una telefonata all'avvocato Federico Federici si diceva convinto dell'esito più che favorevole dell'istruttoria in corso a suo carico presso gli uffici giudiziari romani. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Il “Piano di rinascita democratica” e quei sedici magistrati muratori. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 23 ottobre 2023

Risultano presenti negli elenchi della Loggia P2 sedici magistrati in servizio più tre collocati a riposo. I detti magistrati sono stati sottoposti a procedimento disciplinare dal Consiglio Superiore della magistratura, che con sentenza emessa in data 9 febbraio 1983 ha deciso di assolvere quattro degli affiliati, pronunciando per gli altri sentenze varie di condanna, ivi compresa la rimozione

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Risultano presenti negli elenchi della Loggia P2 sedici magistrati in servizio più tre collocati a riposo. I detti magistrati sono stati sottoposti a procedimento disciplinare dal Consiglio Superiore della magistratura, che con sentenza emessa in data 9 febbraio 1983 ha deciso di assolvere quattro degli affiliati, pronunciando per gli altri sentenze varie di condanna, ivi compresa la rimozione.

Con riferimento alla questione dei rapporti tra la Loggia P2 e la magistratura (intesa nella sua interezza, come ordine giudiziario), gli accenni più significativi si rinvengono nel piano di rinascita democratica in cui si delinea il ruolo della magistratura nel complessivo disegno politico descritto nel documento e si evidenzia la necessità — a tal fine — di stabilire un raccordo «morale e programmatico» con la corrente di Magistratura Indipendente dell'ANM «che raggruppa oltre il 40 per cento dei magistrati italiani su posizioni moderate per poter contare su un prezioso strumento già operativo nell'interno del corpo, anche ai fini di taluni rapidi aggiustamenti legislativi che riconducano la giustizia alla sua tradizionale funzione di elemento di equilibrio della società e non già di eversione».

Lo stesso documento indica poi quali debbano essere, nel quadro della riforma dello Stato delineata, le modifiche da apportarsi al vigente ordinamento giudiziario, sia nel breve che nel lungo periodo. Le indicazioni sono le seguenti: a breve termine in tema di ordinamento giudiziario:

- responsabilità civile (per colpa) del magistrato;

- divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari; - la normativa per l'accesso in carriera (esami psicoattitudinali preliminari);

- la modifica delle norme in tema di facoltà di libertà provvisoria in presenza di reati di eversione — anche tentata — nei confronti dello Stato e della Costituzione, nonché di violazione delle norme sull'ordine pubblico, di rapina a mano armata, di sequestro di persona e di violenza in generale.

A medio e lungo termine:

- unità del Pubblico Ministero (a norma della Costituzione - articoli 107 e 112 ove il Pubblico Ministero è distinto dai giudici);

- responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento sull'operato del Pubblico Ministero (modifica costituzionale);

- istruzione pubblica dei processi nella dialettica fra pubblica accusa e difesa di fronte ai giudici giudicanti, con abolizione di ogni segreto istruttorio con i relativi e connessi pericoli ed eliminando le attuali due fasi d'istruzione;

- riforma del Consiglio Superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento (modifica costituzionale);

- riforma dell'ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile;

- esperimento di elezione di magistrati (Cost. art. 106) fra avvocati con 25 anni di funzioni in possesso di particolari requisiti morali.

La richiamata sentenza disciplinare del Consiglio Superiore ha rilevato in proposito che, per lo meno con riferimento alla magistratura, il piano ha superato lo stadio di mera elaborazione programmatica per diventare effettivamente operativo mediante iniziative di finanziamento della stampa del gruppo di Magistratura Indipendente e di versamento di somme in favore del segretario generale dello stesso.

Anche in tema di magistratura è dato constatare che il piano si pone in linea di continuità con altri documenti nei quali si era constatata e lamentata l'influenza sulla magistratura dell'azione dei politici, «i quali cercano di strumentalizzarla conculcandone la libertà dispositiva», nonché la perdita delle prerogative dell'autonomia e dell'indipendenza conseguente all'espandersi, nel suo ambito, «delle varie intendenze e fazioni politiche che compromettono e sfaldano la compattezza dell'Istituto».

L'interesse che la Loggia P2 riservava alla magistratura e la completezza e vastità delle informazioni di cui disponeva al riguardo, emergono poi dall'elenco di magistrati, anch'esso sequestrato a Maria Grazia Gelli e contenente una vera e propria schedatura degli stessi, con la indicazione della corrente dell'ANM di rispettiva appartenenza e con la ulteriore specificazione della loro qualità di «opportunisti» o «attivisti»: occorre pertanto rilevare che del documento medesimo sono ignoti sia l'autore che il destinatario.

Inoltre il collegamento esistente con la magistratura, e segnatamente con la corrente di Magistratura Indipendente di cui si è sopra detto, si sarebbe manifestato anche con la corresponsione di somme di denaro: il condizionale è d'obbligo perché del documento che riferisce di un finanziamento di lire 26 milioni a favore di magistrati dirigenti di quel gruppo per le elezioni del Consiglio dell'Anm, non sono sfate accertate né l'autenticità, né la provenienza, né la destinazione.

Al riguardo si ricorda, per inciso, che la lettera in oggetto risulta inserita nel fascicolo intestato al magistrato Antonio Buono di cui innanzi si è scritto, fascicolo che contiene altri documenti comprovanti la frequenza ed intensità di rapporti tra il medesimo e Gelli, rapporti che avevano per oggetto anche segnalazioni o raccomandazioni richieste a Buono a favore di persone coinvolte in procedimenti giurisdizionali.

Con riferimento a tal documento è il caso di ricordare — per completezza espositiva — che il Consiglio Superiore della magistratura, con provvedimento del 5 aprile 1984, ha deciso l'archiviazione dell'indagine iniziata nei confronti dei magistrati nominati dalla suddetta lettera, proprio per l'assenza di riscontri probatori in ordine ai fatti riportati.

A proposito di finanziamenti alla corrente associativa di Magistratura Indipendente, la sentenza disciplinare del Consiglio Superiore ha accertato che in favore del magistrato dottor Pone, e per la stampa della rivista di corrente denominata Critica giudiziaria, l'editore Rizzoli si assunse un consistente onere economico, per decisione del direttore generale Tassan Din, «certamente richiesto di intervenire dal Gelli».

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

L’affaire Sindona. Il banchiere siciliano fra massoni e poteri occulti. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 24 ottobre 2023

«Intorno alla mobilitazione in difesa di Sindona accade qualcosa di più di una semplice accanita gestione di interessi da proteggere magari con l'omertà e l'uso della forza: si rafforza e si espande il potere del sistema P2 che collega ed unifica tanti personaggi operanti in diverse collocazioni»

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Un primo approccio per una disamina dei collegamenti e della influenza della P2 nel mondo degli affari va effettuato tenendo presente, al momento del ritrovamento delle «liste», la elevata consistenza numerica, sessantasette, degli iscritti appartenenti al Ministero del tesoro, a banche e ad ambienti finanziari in senso stretto. In particolare, per quanto riguarda il Ministero del tesoro (dodici iscritti) l'esame delle funzioni espletate dalle persone che compaiono negli elenchi rinvenuti a Castiglion Fibocchi permette di identificare la natura e l'importanza dei collegamenti instaurati, finalizzati ad assicurare contatti con dirigenti situati in punti chiave della amministrazione, sì da far conseguire al gruppo stabili agganci con ambienti di rilevante influenza sia nell'ambito nazionale sia, soprattutto, in quello internazionale. Sotto quest'ultimo profilo, in effetti, assume estrema rilevanza l'inclusione nelle liste di alti dirigenti del Ministero del tesoro e di altri personaggi situati in delicati istituti come la SACE (organismo che dà sostanzialmente sostegno finanziario nell'assicurazione degli interventi commerciali) e come la Banca d'Italia, aventi funzioni decisive in tema di rapporti finanziari con l'estero.

A completare il quadro concorrevano, inoltre, i contatti emergenti con esponenti di numerose banche pubbliche e private per alcune delle quali le presenze erano particolarmente significative per qualità e rappresentatività, come per la Banca nazionale del lavoro (quattro membri del Consiglio di amministrazione, il direttore generale, tre direttori centrali di cui uno segretario del Consiglio), il Monte dei Paschi di Siena (il Provveditore), la Banca Toscana (il direttore centrale), l'Istituto centrale delle casse rurali ed artigiane (il presidente ed il direttore generale), l'Interbanca (il presidente e due membri del Consiglio), il Banco di Roma (due amministratori delegati e due membri del Consiglio di amministrazione) ed il Banco Ambrosiano (il presidente ed un consigliere di amministrazione).

Le indagini effettuate solo da alcuni degli istituti citati si sono in genere limitate al mero riscontro dell'appartenenza o meno alla Loggia massonica P2 e non hanno consentito di acquisire elementi di rilievo in ordine all'attività svolta da ciascuno dei cennati esponenti ed al segno di interferenza che la loro appartenenza alla loggia può aver rappresentato nella ordinata gestione degli affari. Solo il Collegio sindacale del Monte dei Paschi di Siena risulta aver condotto una inchiesta attenta e dettagliata per valutare gli effetti dei collegamenti piduisti sull'operatività aziendale. L'inchiesta si è conclusa ponendo in evidenza « casi di possibile trattamento di favore, casi di perdite avute o temute dall'Istituto (frequenti i casi di trasferimento di posizioni a contenzioso con perdite già previste e/o definite)».

L'attività della Commissione — appena si è delineato il quadro operativo della Loggia P2 — si è quindi concentrata sull'esame del disegno complessivo e sull'azione svolta da alcuni gruppi non solo finanziari fin dagli inizi degli anni settanta, collegandosi con le risultanze della Commissione d'inchiesta sul caso Sindona che ha messo chiaramente in evidenza come gli interventi operati a favore del banchiere siciliano si erano sviluppati nell'ambito di solidarietà ed accordi, che esistevano nel mondo finanziario e bancario tra alcuni esponenti di primo piano e che contribuivano ad agevolare l'attuazione di operazioni speculative, finalizzate ad estendere il potere di determinati gruppi economici.

Quali fossero la matrice, il metodo, l'obiettivo di tali gruppi non appare sempre con chiarezza, ma indubbiamente la loro azione non può essere ristretta ad un fenomeno di mera criminalità economica o ad accordi diretti ad accrescere la ricchezza dei singoli. In effetti «intorno alla mobilitazione in difesa di Sindona accade qualcosa di più di una semplice accanita gestione di interessi da proteggere magari con l'omertà e l'uso della forza: si rafforza e si espande il potere del sistema P2 che collega ed unifica tanti personaggi operanti in diverse collocazioni».

Il momento più significativo a livello documentale di tali azioni è collegato alla presentazione di affidavit a favore di Sindona (rilasciati negli ultimi mesi del 1976), quando Gelli ed altri personaggi (Francesco Bellantonio, Carmelo Spagnuolo, Edgardo Sogno, Flavio Orlandi, John Me Caffery, Stefano Gullo, Philip Guarino, Anna Bonomi) si espongono in modo chiaro e scoperto per effettuare uno sforzo ritenuto decisivo per il salvataggio di Michele Sindona.

Alcuni dei firmatari, oltre al Bellantonio, sono in termini di intrinseca dimestichezza con Licio Gelli; ciò vale sia per Carmelo Spagnuolo sia per Philip Guarino, che, secondo una corrispondenza in possesso della Commissione, ha con Gelli un rapporto di mutua ed operante amicizia.

Appare dagli atti il ruolo centrale assunto da Licio Gelli che è il regista attivo di questa operazione, segno concreto di un non effimero legame tra i due personaggi, che prosegue sino al sequestro di Castiglion Fibocchi nel quale Michele Sindona, come abbiamo visto nel capitolo secondo, gioca un ruolo non secondario.

I contatti ed i legami tra questi ambienti si intrecciano in un contesto che assume, a motivazione delle malversazioni e delle attività economiche fraudolente poste in essere, finalità politiche di ordine più elevato. Così ad esempio le dichiarazioni di John Me Caffery senior (già capo del controspionaggio inglese in Italia e membro del Consiglio di amministrazione della Banca privata italiana) quando dichiara che esisteva un più nobile collegamento tra i gruppi che «condividevano le sane idee occidentali nel tentativo di opporsi alla diffusione del comunismo in Europa» e di conseguenza erano orientati a favorire l'ascesa di personaggi aventi la medesima ideologia, da situare nei punti chiave dei settori economici per influenzare, per questa via, l'andamento politico generale.

Quando si pensi ai corposi collegamenti tra tali settori ed ambienti di malavita comune a livello internazionale, non si può non rilevare che l'identificazione delle « sane idee occidentali » con questi ambienti risulta quanto meno problematica e che il sistema capitalista occidentale, quando fisiologicamente funzionante, dispone di ben altri strumenti per garantire la propria autonomia.

È comunque avendo riguardo a questi ambienti che deve essere vista e spiegata l'ascesa di Sindona e l'azione da questi esplicata per acquisire sia la finanziaria « La Centrale » sia, unitamente al generale Sory Smith, già capo del gruppo consultivo di assistenza militare USA in Italia, la proprietà del Rome Daily American.

Nella stessa prospettiva va quindi collocato il mutamento operativo che si determinò allorquando il fallimento dell'offerta pubblica di acquisto per il controllo della « Bastogi » (13.9.1971/8.11.1971) fece emergere una resistenza a queste operazioni di infiltrazione più estesa di quanto fosse stato possibile immaginare e rese necessaria una loro più accurata preparazione. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Roberto Calvi e il Banco Ambrosiano, l’alta finanza del Venerabile Maestro. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 25 ottobre 2023

Non vanno peraltro trascurati anche altri interventi con identici fini, anche se di portata minore, che la Loggia P2 pone in essere sia tramite il Banco Ambrosiano sia tramite altre banche ove alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi, ecc.), trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Quando Sindona in conseguenza di tali eventi trasferisce la sua attività nei paesi al di là dell'Atlantico, in Italia cresce e si afferma Roberto Calvi, nominato direttore generale del Banco Ambrosiano nel 1971, che ne acquisice l'eredità oltre che la tutela condizionante di Gelli e Ortolani. La nuova strategia prende il via con il trasferimento (1972) della quota di controllo de «La Centrale» alla «Compendium SA. Holding» finanziaria del Banco Ambrosiano che nel 1976 muterà nome in «Banco Ambrosiano Holding — Lussemburgo».

Si viene così a realizzare tra Calvi e Sindona un modulo operativo che, all'estero, era gestito unitamente a Sindona e che in Italia era articolato in diversi comparti (bancari, assicurativi, finanziari) sempre più complessi ed intrecciati man mano che si accresceva la fiducia in Calvi dei più importanti gruppi economici. Per quest'ultimo aspetto un ruolo di rilevante importanza è stato svolto da Umberto Ortolani il cui ingresso nella Loggia P2 rappresentò l'acquisizione all'organizzazione di un elemento dotato di una vasta rete di relazioni personali di grande prestigio, sia nel mondo politico che negli ambienti della curia vaticana, e di quella competenza nel campo finanziario che si rivelerà necessaria nella seconda fase di sviluppo delle attività gelliane e della Loggia Propaganda.

In effetti proprio mentre Sindona viene estromesso definitivamente dall'Italia, e poi arrestato, si estende e si rafforza la rete P2 nel settore degli affari e Calvi diventa il principale braccio operativo nel settore finanziario per tutte le necessità previste dai programmi della loggia. Il «gruppo Ambrosiano» assume così una struttura particolarmente funzionale per far da tramite ad ogni tipo di transazione, articolandosi in Italia ed all'estero in una serie di società bancarie e finanziarie i cui principali affari erano ordinati e seguiti da un univoco centro ma parcellizzati in diversi segmenti operativi in modo da impedire spesso agli stessi esecutori materiali la percezione del quadro complessivo.

Non è ancora disponibile (e forse non lo sarà mai) una visione completa delle operazioni poste in essere da tale struttura ma possono comunque essere identificate due grandi linee direttrici di intervento che attengono, da un lato, alla necessità di conservare saldamente il controllo dello strumento così predisposto e, dall'altro, all'utilizzo, per ben precisi fini, dello strumento stesso.

Per quanto riguarda il primo aspetto, il dissesto del Banco Ambrosiano ha messo chiaramente in evidenza le coperture, gli accordi, gli interventi effettuati per mantenere e rafforzare le posizioni di comando in questa banca. La rilevante quantità di azioni « Ambrosiano » risultate in Italia ed all'estero di pertinenza del Banco stesso, è la testimonianza di un'attenta acquisizione che consentiva di spostare dall'Italia all'estero, e viceversa, ingenti disponibilità mascherando tali movimenti come operazioni di compravendita di titoli per le quali ignoti intermediari fruivano di consistenti provvigioni.

L'azione così sviluppata permetteva anche di conseguire l'effetto non secondario di coinvolgere in traffici illeciti numerosi operatori che, una volta intervenuti a fare da schermo a tali irregolari transazioni, si ponevano nelle condizioni idonee per essere ricattati ed utilizzati. L'esempio tipico di intrecci di transazioni improntate a tali finalità è costituito dagli interventi effettuati per l'acquisizione della maggioranza delle azioni del Credito Varesino, un istituto di credito che il «gruppo Bonomi» aveva ceduto parte in Italia a «La Centrale» e parte all'estero alla CIMAFIN (società appartenente al gruppo Sindona) che a sua volta le avrebbe poi cedute a finanziarie gestite dalla Banca del Gottardo, controllata dall'Ambrosiano.

Tutte queste operazioni vengono seguite da vicino dalla Loggia P2, poiché presso Gelli viene poi rinvenuta copia dell'accordo stipulato all'estero tra il «gruppo Bonomi» e la CIMAFIN con la descrizione di tutti i passaggi effettuati tramite apposite società-strumento (Zitropo e la Pacchetti), nonché dei collegamenti esistenti fra Calvi e Sindona e dei movimenti finanziari verificatisi nella circostanza.

In questo contesto i massimi esponenti della loggia, come si evince dalla documentazione rinvenuta a Castiglion Fibocchi, potevano svolgere un ruolo di mediazione tra i diversi interessi e di composizione degli eventuali contrasti (esemplari appaiono i documenti concernenti i patti stipulati tra Calvi, il «gruppo Bonomi» ed il «gruppo Pesenti») indirizzando nel contempo gli interventi finanziari degli operatori che dovevano fornire i mezzi per «permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie» per il controllo delle formazioni politiche in cui ognuno militava.

L'azione di Gelli ed Ortolani, quindi, di pari passo con il potenziamento della struttura strumentale rappresentata dal «gruppo Ambrosiano», acquista connotazioni più precise e, all'estero, favorisce l'espansione di istituzioni finanziarie collegate alla loggia nei paesi del Sudamerica caratterizzati da regimi a spiccato orientamento conservatore, mentre in Italia viene pilotato, con Gelli in posizione centrale, il tentativo di salvataggio di Sindona, evitando peraltro il coinvolgimento in questa operazione della struttura Ambrosiano. Scelta questa che costituisce il segno più evidente di come gli ambienti che gravitano intorno alla loggia, già collegati con il finanziere siciliano, ritenessero la struttura costituita intorno all'Ambrosiano destinata ad altre finalità.

In effetti era in pieno sviluppo l'operazione più importante, sia per valenza politica sia per coinvolgimento di vari gruppi, che la Loggia P2 avesse posto in essere: l'acquisizione e la gestione del «gruppo Rizzoli», di cui viene effettuata un'analisi a parte. Il ruolo di Calvi, in tale vicenda, appare infatti fondamentale poiché, a fronte del deteriorarsi della situazione generale e del progressivo ridimensionamento del sostegno creditizio fornito a quel gruppo da altre banche, il gruppo Ambrosiano risulta infine assumere il ruolo di unico ed insostituibile appoggio.

Non vanno peraltro trascurati anche altri interventi con identici fini, anche se di portata minore, che la Loggia P2 pone in essere sia tramite il Banco Ambrosiano sia tramite altre banche ove alcuni operatori (Genghini, Fabbri, Berlusconi, ecc.), trovano appoggi e finanziamenti al di là di ogni merito creditizio.

Molti degli istituti bancari, ai cui vertici risultavano essere personaggi inclusi nelle liste P2, non hanno effettuato in merito opportune indagini, ma l'esistenza di una vasta rete di sostegno creditizio per le operazioni interessanti la loggia risulta provata dalla già citata inchiesta portata a termine dal Collegio sindacale del Monte dei Paschi di Siena.

Ovviamente i cointeressati a questa rete di collegamenti e complicità al momento opportuno dovranno offrire adeguato aiuto, come risulta evidente dai movimenti finanziari che l'ENI (dove alcuni iscritti avevano posizioni di assoluto dominio operativo) effettua a partire dal 1978 tramite la sua struttura estera (Tradinvest, Hidrocarbons, ecc.), per evitare che gli accertamenti ispettivi presso il Banco Ambrosiano rivelassero gli oscuri e significativi travasi di fondi avvenuti dall'Italia verso l'estero.

Sono dello stesso segno, del resto, i misteriosi passaggi concernenti una parte dei titoli «Credito Varesino», a cui abbiamo già accennato, per evidenziare accordi che hanno visto una partecipazione corale di alcuni protagonisti P2. Si fa qui riferimento all'intervento della Bafisud Corporation S. A. di Panama (finanziaria legata al Banco Financeiro Sudamericano di Montevideo facente capo alla famiglia Ortolani), che acquista con un finanziamento dell'Ambrosiano Group Commercial n. 4.500.000 azioni del Credito Varesino di proprietà de «La Centrale» consentendole di realizzare 26,6 miliardi di lire ed un utile di oltre 10 miliardi rispetto all'esborso a suo tempo sostenuto per l'acquisto.

Tutta l'operazione viene effettuata tramite il Banco Ambrosiano in Italia, dove i titoli rimangono in deposito e quando gli stessi verranno rivenduti (1982) procureranno a misteriosi beneficiari utili all'estero per circa 45 miliardi. La sostanziale strumentalità del gruppo Ambrosiano risulta infine evidente allorquando Gelli ed Ortolani sono costretti ad abbandonare le scene della finanza italiana: Calvi, eccessivamente compromesso, viene abbandonato dai suoi protettori ed il gruppo è avviato al tracollo.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Il “Gruppo Rizzoli”, gli affari internazionali e il controllo della stampa. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 26 ottobre 2023

Vengono effettuati interventi di sostegno o di acquisizione di numerose testate a carattere locale (Il Mattino, Sport Sud, Il Piccolo, L'Eco di Padova, Il Giornale dì Sicilia, Alto Adige, L'Adige, Il Lavoro) nell'ambito di un processo di collegamento con il Corriere della Sera, teso a costituire un compatto mezzo di pressione destinato a raggiungere il maggior numero di lettori ed influenzare così, in senso moderato e centrista, l'opinione pubblica

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Nel contesto della nuova tattica adottata dalla Loggia P2 a partire dalla seconda metà degli anni settanta, un posto di rilievo occupa l'operazione di infiltrazione e di controllo del gruppo Rizzoli, emblematica delle modalità operative della loggia. In presenza di una impresa che il presidente della Montedison, Eugenio Cefis, aveva coinvolto nell'acquisizione della società editoriale del Corriere della Sera — nel quadro delle lotte di potere sviluppatesi in quegli anni tra diversi gruppi politici ed economici — la Loggia P2 intravede la possibilità di mettere in atto una operazione che la nuova situazione politica rendeva opportuna e che s'inquadra nelle previsioni del piano di rinascita democratica a proposito della stampa.

È infatti disponibile una struttura da utilizzare per il «coordinamento di tutta la stampa provinciale e locale» ... «in modo da controllare la pubblica opinione media nel vivo del paese»; e le condizioni sono ideali in quanto il gruppo Rizzoli: a) è gestito come azienda a carattere familiare, con esponenti non sempre all'altezza del loro ruolo imprenditoriale; b) risulta proprietario di un quotidiano di grandi tradizioni ma appesantito da una difficile situazione finanziaria; e) si trova sotto la morsa dei finanziamenti — tra i quali, di particolare rilievo alcuni concessi dalla Banca Commerciale Italiana alla cui guida era Gaetano Stammati (iscritto alla Loggia P2) —- che erano stati necessari per l'acquisto dell'editoriale del Corriere della Sera; acquisto che risultava per certi versi ancora, solo formale in quanto erano saldamente nelle mani dei finanziatori i pacchetti di controllo delle società figuranti proprietarie della testata.

La Loggia P2, quindi, verso la fine del 1975 si serve di Calvi per coinvolgere il «gruppo Rizzoli» anche in operazioni di sostegno dell'assetto proprietario del Banco Ambrosiano e da quel momento utilizza per le proprie finalità il gruppo editoriale indirizzandone le scelte operative e le iniziative imprenditoriali mediante una manovra di condizionamento finanziario destinata a diventare sempre più soffocante e senza uscita in relazione al crescere dei debiti e dei costi. Si sviluppano così le operazioni «Savoia», «Globo Assicurazioni», «Rizzoli Finanziaria», «Banca Mercantile», «Finrex» e molte transazioni finanziarie dai risvolti oscuri in merito alle quali sono in corso indagini a cura dell'autorità giudiziaria per accertare i definitivi beneficiari di «premi» e «tangenti» distribuiti, attraverso il «gruppo Rizzoli», sotto la regia Gelli ed Ortolani.

Nello stesso tempo vengono effettuati interventi di sostegno o di acquisizione di numerose testate a carattere locale (Il Mattino, Sport Sud, Il Piccolo, L'Eco di Padova, Il Giornale dì Sicilia, Alto Adige, L'Adige, Il Lavoro) nell'ambito di un processo di collegamento con il Corriere della Sera, teso a costituire un compatto mezzo di pressione destinato a raggiungere il maggior numero di lettori ed influenzare così, in senso moderato e centrista, l'opinione pubblica.

Nel progetto della loggia le imprese Rizzoli assolvono quindi una duplice funzione: da un lato sono utilizzate quali strumenti operativi per fare da sponda ad operazioni finanziarie condotte nell'interesse di affiliati unitamente ad esborsi corruttivi; dall'altro rappresentano il polo aggregativo di un sempre maggior numero di testate che, facendo perno sul Corriere della Sera, si sviluppa con interventi partecipativi in imprese editrici di quotidiani a carattere locale.

I mezzi finanziari per entrambi tali funzioni non mancano, in quanto la rilevante presenza nel mondo delle banche consente di non lesinare gli appoggi per superare ogni problema contingente e per consolidare la posizione di comando all'interno del «gruppo Rizzoli».

Un passaggio significativo a tale riguardo è costituito dall'intervento operato nel 1977 per far fronte all'impegno assunto nei confronti del «gruppo Agnelli» all'atto dell'acquisto del Corriere della Sera, nonché per rimborsare alla Montedison e alla Banca Commerciale Italiana (alla cui guida non erano più rispettivamente Eugenio Cefis e Gaetano Stammati) gran parte dei fondi che a suo tempo erano stati messi a disposizione per la stessa finalità.

La Commissione ha in proposito effettuato una approfondita operazione di polizia giudiziaria, condotta con la collaborazione del nucleo operativo della Guardia di finanza di Milano, volta ad accertare la reale situazione proprietaria della Rizzoli e la natura della presenza in essa della Loggia P2. È stata così accertata una convergenza di interventi che, sotto la regia di Gelli e di Ortolani, coinvolgono il banchiere Calvi, le banche del «gruppo Pesenti» ed altre istituzioni, per la realizzazione di un meccanismo teso a stabilizzare il completo controllo del gruppo mantenendo fermo lo schermo costituito dagli esponenti della famiglia Rizzoli.

La struttura estera del Banco Ambrosiano fornisce infatti gli ingenti capitali ($ 11,8 milioni) necessari per rimborsare un a parte dei finanziamenti concessi dalla Banca Commerciale Italiana, mentre in Italia si realizza quel collegamento Banco Ambrosiano-IOR destinato a fornire alla Rizzoli Editore i fondi per completare l'operazione Corriere della Sera. Le banche del gruppo Ambrosiano concedono infatti un finanziamento per 22,5 miliardi di lire alla Rizzoli Editore che utilizza i fondi ricevuti per estinguere il predetto debito nei confronti del « gruppo Agnelli ». Le banche finanziatrici, a fronte del loro intervento, acquisiscono in pegno sia il 51 per cento del capitale della « Rizzoli » sia l'intero pacchetto azionario della società (Viburnum S.p.A.) proprietaria di un terzo della «Editoriale del Corriere della Sera S.a.s.».

Nello stesso tempo si realizza l'aumento di capitale della «Rizzoli Editore S.p.A.» con il quale vengono resi disponibili fondi per 20,4 miliardi di lire utilizzati per rimborsare in gran part e i finanziamenti erogati dal gruppo Ambrosiano. Giusta la ricostruzione effettuata a seguito degli accertamenti posti in atto dalla Commissione, tutta l'operazione di aumento di capitale si concretizza: a) con fondi provenienti dall'Istituto Opere di Religione che utilizza a tal fine disponibilità esistenti a suo nome presso diverse banche; b) con l'intestazione meramente formale ad Andrea Rizzoli di tali nuove azioni nel libro soci della «Rizzoli Editore S.p.A.»; in realtà le azioni stesse erano state già girate a favore dello IOR ed al momento della seconda operazione di ricapitalizzazione della «Rizzoli» (1981) una delle condizioni previste sarà proprio la lacerazione dei titoli che riportavano le tracce di questo passaggio di proprietà; e) con il deposito di tali azioni presso una commissionaria di borsa («Giammei & C. S.p.A» di Roma) avente palesemente funzioni fiduciarie; d) con un impegno — formalmente assunto da una banca («Credito Commerciale S.p.A») appartenente all'epoca al «gruppo Pesenti» — di trasferire ad appartenenti alla famiglia Rizzoli le dette azioni al realizzarsi di determinate condizioni. Tra queste le più significative risultavano essere l'impossibilità di procedere a tale trasferimento prima del 1° luglio 1980 e la variabilità del prezzo da corrispondere per il riscatto.

Dalla disamina della complessa articolazione degli accordi viene così in evidenza la funzione meramente di facciata della famiglia Rizzoli che, da un punto di vista regolamentare, viene sancita con la previsione, per ogni decisione assunta nell'ambito del Consiglio di amministrazione della «Rizzoli», di un diritto di veto a favore dei consiglieri entrati dopo l'attuazione dell'aumento di capitale.

Utilizzando Calvi come supporto bancario e sfruttando bene l'influenza esercitata su Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din, Gelli ed Ortolani (quest'ultimo entra nel 1978 nel consiglio di amministrazione della «Rizzoli») cominciano quindi dal 1977 a gestire il gruppo editoriale.

COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

E alla fine Licio Gelli va alla conquista del “Corriere della Sera”. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 27 ottobre 2023

Per quanto riguarda più specificamente il Corriere della Sera, diventa più stretto il controllo con la nomina a direttore del dottor Di Bella, voluta esplicitamente da Gelli ed Ortolani in sostituzione del dimissionario Ottone. Si sviluppa da questo momento un sottile e continuo condizionamento della linea seguita dal quotidiano...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Per quanto riguarda più specificamente il Corriere della Sera, diventa più stretto il controllo con la nomina a direttore del dottor Di Bella, voluta esplicitamente da Gelli ed Ortolani in sostituzione del dimissionario Ottone.

Si sviluppa da questo momento un sottile e continuo condizionamento della linea seguita dal quotidiano come posto in evidenza dal Comitato di redazione e di fabbrica che, attraverso una disamina degli articoli pubblicati in quegli anni, ha sottolineato come possa essere difficilmente contestabile un'influenza esplicata con l'emarginazione di giornalisti scomodi, con servizi agiografici ben mirati e con l'attribuzione di scelti incarichi a persone appartenenti alla loggia.

L'ampia analisi effettuata in proposito dal comitato evidenzia una linea di tendenza che si sviluppa con una pressione continua la quale, pur contrastata sempre dalla professionalità dei giornalisti, riesce spesso ad orientare alcuni servizi per dare spazio a persone di «area» o per lanciare oscuri messaggi o per evitare inchieste approfondite su alcune vicende, come risulterà evidente per i servizi concernenti i paesi sudamericani.

In America Latina, del resto, con il sostegno finanziario di Calvi e con l'intervento di Ortolani e di Gelli (quest'ultimo formalmente rappresentante del «gruppo Rizzoli» presso le autorità governative dei paesi esteri) la Loggia P2 stava estendendo la propria rete d'influenza acquisendo dal gruppo editoriale «Avril», e con l'appoggio dei generali in carica in Argentina, una catena di giornali a larga diffusione.

Per quanto riguarda più specificatamente la linea seguita dal gruppo in ordine alle vicende politiche italiane l'attenzione va riportata con particolare rilievo al 1979 allorquando uomini della loggia tentano di utilizzare le tangenti connesse con il contratto di fornitura di petrolio tra l'Eni e la Petromin per acquisire adeguati mezzi finanziari destinati a colmare il deficit della gestione del «gruppo Rizzoli».

In ordine alla cennata vicenda sono ancora in corso le indagini a cura di una apposita Commissione parlamentare ma è indubbio che Gelli ed Ortolani erano perfettamente a conoscenza di tutti i risvolti della transazione. A Castiglion Fibocchi è stata infatti rinvenuta copia del contratto stipulato tra l'AGIP e la Petromin, la richiesta avanzata dall'AGIP al Ministero del commercio estero per ottenere l'autorizzazione a pagare la tangente alla Sophilau, il diario predisposto dal ministro Stammati per puntualizzare fino al 21 agosto 1979 gli sviluppi della vicenda nonché un appunto su tutte le circostanze rilevate, predisposto sotto forma di un articolo da pubblicare.

Ortolani, del resto, il 14 luglio 1979 aveva prospettato al segretario amministrativo del PSI, senatore Formica — il quale denunciò il fatto ai ministri competenti — la possibilità di erogazione di fondi, in connessione degli acquisti di petrolio da parte dell'Eni, per interventi nel settore dei mass-media. Segno evidente dell'interessamento della loggia alla vicenda fu poi l'attacco a fondo condotto contro il ministro per le partecipazioni statali, Siro Lombardini, per il quale il Corriere della Sera arrivò a chiedere le dimissioni, con un fondo in prima pagina che si distingueva per la violenza dei toni oltre che per la richiesta in sé, certo non usuale rispetto alla misurata prudenza propria della testata milanese.

L'insuccesso del tentativo, anche per la ferma opposizione di alcuni esponenti socialisti, determina la ricerca di nuove soluzioni mentre lo schermo «Rizzoli» viene utilizzato per patti con altri gruppi (accordo Rizzoli-Caracciolo) o per tentativi di acquisizione di altre testate (giornali del «gruppo Monti») con l'intervento di Francesco Cosentino.

Questa situazione induce ad un tentativo impostato alla finalità di allentare la dipendenza del gruppo editoriale da una sola banca che non può fronteggiare, senza pericolosi contraccolpi, oneri così elevati ed evidenti.

 Sin dai primi mesi del 1980 Gelli, Ortolani e Tassan Din cominciano quindi a studiare le varie possibilità per reperire nuovi fondi sotto forma di partecipazione al capitale, senza comunque far perdere alla loggia il controllo del gruppo.

I vari progetti che vengono via via studiati ruotano sempre, come ampiamente rilevabile dalla documentazione rinvenuta presso Gelli, intorno a questi princìpi fondamentali e si concretizzano nel giugno del 1980 per essere formalmente esposti in una «convenzione» firmata da Angelo Rizzoli, Bruno Tassan Din, Roberto Calvi, Umberto Ortolani e Licio Gelli.

È questo il documento più rappresentativo dell'intera vicenda che consente la identificazione delle finalità del progetto e dei diversi ruoli svolti da ciascuno dei protagonisti. Il documento ritrovato tra le carte di Castiglion Fibocchi consta di otto cartelle, ognuna siglata dai protagonisti dell'operazione. La Commissione, attesa l'importanza, ha verificato tramite apposita perizia, che ha dato esito positivo, l'autenticità delle sigle, riconosciute peraltro anche da Rizzoli e Tassan Din.

Alla base di tutta la costruzione finanziaria viene innanzitutto posta la necessità che solo il più vulnerabile dei rappresentanti di facciata (i componenti della famiglia Rizzoli) partecipi alla fase operativa.

Ad Angelo Rizzoli è quindi fatto carico, con adeguato compenso, di concentrare a suo nome tutti i diritti concernenti la parte di azioni dell'azienda capo-gruppo (20 per cento del capitale) che, pur soggetta a vincoli e condizionamenti attuati tramite l'interposizione fittizia di banche estere, figurava ancora di pertinenza della famiglia Rizzoli.

Il successivo passaggio prevede poi la suddivisione del capitale azionario in quattro pacchetti di cui due assorbenti ciascuno il 40 per cento del totale mentre il residuo capitale era ripartito in altre due quote diseguali (10,2 per cento e 9,8 per cento).

Per ognuna delle suddette parti erano stabilite diverse modalità di gestione con l'intervento di Angelo Rizzoli per una di esse (40 per cento) e con l'interposizione di società-schermo per le altre tre. A questa fase avrebbe forse dovuto far seguito, almeno secondo quanto si può evincere dalla qualifica di intermediarie attribuita alle società-schermo, un ulteriore passaggio di azioni incentrato sulla successiva cessione di una parte del capitale (49,8 per cento), mentre la quota di maggioranza (50,2 per cento) rimaneva di pertinenza di una struttura che legava tra loro stabilmente (almeno per dieci anni) sia la quota intestata ad Angelo Rizzoli che il pacchetto di azioni pari al 10,2 per cento del capitale: in questa struttura pertanto la quota del 10,2 per cento veniva ad assumere valore determinante ai fini del controllo della società.

La schematica rappresentazione degli accordi stilati tra gli esponenti della loggia relativamente all'assetto della proprietà del «gruppo Rizzoli » — articolato su interventi finanziari comportanti in Italia ed all'estero complesse trasformazioni di ragioni creditorie in proprietà azionarie e che prevedevano la erogazione di una « tangente » (in contanti e/o in azioni) pari a lire 180 miliardi — consente comunque di far risaltare la funzione della loggia, che si pone come elemento centrale e determinante per ogni singolo passaggio della operazione.

Non risulta infatti tanto rilevante l'azione svolta dai vari protagonisti ma si afferma ed emerge piuttosto in tutto il suo ruolo l'Istituzione, così indicata nel doctimento, in rappresentanza della quale alcuni dei partecipanti firmano il «pattone». È l'Istituzione la sola arbitra dell'attuazione delle varie fasi operative «tenuto conto delle alte finalità del progetto», è l'Istituzione che sceglie le società intermediarie, è l'Istituzione che, con la interposizione fittizia di apposita società, acquisisce la proprietà della quota cardine, pari al 10,2 per cento del capitale, che domina anche la parte (40 per cento) figurante a nome di Angelo Rizzoli. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

L’intervista di Costanzo al fratello muratore, la P2 si presenta all’Italia. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2 su Il Domani il 28 ottobre 2023

Questa vicenda segna forse il punto più alto toccato dalla loggia che ritiene opportuna una adeguata pubblicizzazione del ruolo assunto e dell'importanza raggiunta: ed in questa ottica possono essere valutati i proclami, le valutazioni, gli avvertimenti che Gelli esprime nella intervista rilascia il 5 ottobre 1980 al Corriere della Sera («Il fascino discreto del potere nascosto»)

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del lavoro svolto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

Questa vicenda segna forse il punto più alto toccato dalla loggia che ritiene opportuna una adeguata pubblicizzazione del ruolo assunto e dell'importanza raggiunta: ed in questa ottica possono essere valutati i proclami, le valutazioni, gli avvertimenti che Gelli esprime nella intervista rilascia il 5 ottobre 1980 al Corriere della Sera («Il fascino discreto del potere nascosto») che viene adeguatamente divulgata a cura dei «fratelli» operanti nel settore della carta stampata suscitando nuove adesioni e qualche preoccupazione.

Da un punto di vista operativo il progetto delineato procede con l'intervento di Calvi, che dalla struttura estera del Banco Ambrosiano attinge gli strumenti finanziari necessari per la realizzazione di una prima parte degli accordi.

La conclusione viene per altro affrettata a seguito del sequestro di Castiglion Fibocchi: risulta infatti incompiuta l'opera di consolidamento al nome di Angelo Rizzoli di tutta quella parte del capitale (20 per cento) su cui altri membri della famiglia vantavano ancora qualche diritto.

In buona sostanza, però, la esiguità (3,5 per cento) dei titoli non ancora sotto il pieno ed incontrollato dominio della loggia convince i protagonisti a passare alla fase successiva, che vede l'affidamento in Italia ad una società del gruppo Ambrosiano («La Centrale Finanziaria S.p.A.»), del ruolo di intestataria di un pacchetto azionario pari al 40 per cento del capitale azionario mentre ad un'altra società appositamente creata («Fincoriz S.a.s.» di Bruno Tassan Din) risultano destinate le azioni di spettanza dell'Istituzione (10,2 per cento).

Gli accordi formali resi pubblici nella circostanza prevedevano un onere a carico de «La Centrale», correlato alla quantità di fondi necessari per portare a termine il complesso dell'intera operazione, per la parte di azioni circolanti in Italia (aumento di capitale, rimborso di precedenti prestiti, spese, ecc.). Alla fine, infatti, «La Centrale» si troverà ad aver erogato per l'intera operazione di aumento di capitale la somma di L. 177 miliardi che per L. 35 miliardi perverranno all'Istituto Opere di Religione a fronte dell'80 per cento del capitale a suo tempo ceduto (al netto di un fondo spese di L. 4 miliardi) e per la parte residua saranno versati alla Rizzoli, venendo a coprire le quote di pertinenza de «La Centrale» stessa (L. 61,2 miliardi per il 40 per cento), di Angelo Rizzoli (L. 61,2 miliardi per il 40 per cento) e della Fincoriz (L. 15,2 miliardi per il 10,2 per cento). Agli oneri sostenuti in Italia dal gruppo Ambrosiano tramite «La Centrale» vanno peraltro aggiunti quelli accollati alle banche estere del gruppo le quali, al momento del dissesto, risulteranno aver erogato sia in relazione a ristrutturazione di crediti precedenti sia per esborsi a favore di Gelli, Ortolani e Tassan Din fondi per $ 184 milioni in connessione alle complessive operazioni di aumento di capitale.

Quest'ultimo credito — che risulterà poi formalmente di pertinenza del Banco Ambrosiano Andino nei confronti di una società («Bellatrix S.a.») assistita da una «lettera di patronage» rilasciata dall'IOR — apparirà garantito da una parte (3,5 per cento) delle azioni «Rizzoli Editore» circolanti all'estero.

Il delicato meccanismo così messo in piedi riceve comunque duri colpi con l'arresto di Calvi e con l'opposizione del ministro del tesoro Andreatta, che ostacola la realizzazione dell'intervento de «La Centrale» e ne condiziona l'operato impedendo la conclusione della terza fase (ingresso di nuovi soci) ed avviando così tutta la struttura all'inevitabile, successivo dissesto.

L'intreccio di ambienti finanziari (e non) e lo sviluppo di operazioni che abbiamo delineato sollecitano riflessioni di più generale portata in ordine ai meccanismi sui quali si innestano operazioni finanziarie sui capitali di tipo prettamente speculativo e sul loro collegamento a centri di potere non solo economico.

Sono problemi questi la cui analisi approfondita trascende l'ambito di interessi del presente lavoro; quello peraltro che appare certo è che sarebbe ipocrita chiedersi quali collegamenti e di quale natura esistano tra situazioni quali la Loggia P2 e vicende finanziarie come quelle studiate, ignorando o fingendo di ignorare che il legame tra le due tipologie non può restringersi a contatti accidentali ed interessati tra ambienti al margine della legalità, ma nasce sotto il segno della intrinseca e reciproca necessità.

La seconda osservazione che emerge dalla precedente narrativa è quella che è a metà degli anni settanta che sembra verificarsi la saldatura concreta ed in termini operativi del gruppo Gelli-Calvi-Ortolani.

Gelli che si è battuto per aiutare Sindona, il cui tramonto è ormai inarrestabile, eredita nella sua orbita di influenza il Calvi con una scelta ed una scansione di tempi e di avvenimenti che lascia pensare più ad una successione programmata che ad una semplice coincidenza. Che tutto questo avvenga contemporaneamente alla formulazione del piano di rinascita democratica è argomento di riflessione che verrà sviluppato diffusamente nel capitolo quarto relativo al progetto politico della Loggia P2, ma che è quanto mai opportuno sottolineare già in questa sede.

L'esame delle vicende finanziarie e lo studio della loro articolazione ci mostrano inoltre la convergenza attraverso la Loggia P2, di gruppi ed ambienti disparati, portatori di interessi anche non omogenei.

L'eterogeneità di tali situazioni è del resto ben rappresentata dalla composita articolazione del personale iscritto alla loggia, della quale le liste di Castiglion Fibocchi sono evidente esempio. È dato infatti rilevare come la Loggia P2 annoveri tra i suoi iscritti persone di varia provenienza, spesso anche collocate su versanti apparentemente opposti; sono così contemporaneamente nella loggia, come ha notato il Commissario Covatta, coppie di nemici celebri, come il generale Miceli e il generale Maletti e, per restare nel campo degli affari, Mazzanti e Di Donna, notoriamente avversari nell'ultimo periodo di presenza all'Eni.

Soccorre a questo proposito il rilievo contenuto nel piano di rinascita democratica sulla eterogeneità dei componenti della loggia prevista come elemento connotativo dell'organizzazione.

Un dato questo che ci mostra la funzione strumentale della loggia presso chi dell'operazione aveva il controllo generale, e cioè il suo Venerabile Maestro, che appunto dalla eterogeneità dei componenti traeva uno dei non secondari motivi del suo potere, in quella logica di contatti verticali tra la base ed il vertice che, come abbiamo visto, è caratteristica strutturale della Loggia P2.

La loggia stessa in questa prospettiva ci appare come una sorta di camera di compensazione, della quale sono testimonianza eloquente gli accordi finanziari di vario tipo trovati tra le carte di Castiglion Fibocchi; si comprende allora il valore che poteva assumere nel mondo finanziario un centro di mediazione di interessi diversi così costituito e così protetto e risalta appieno il ruolo che in tale contesto veniva assegnato al Venerabile Maestro della loggia.

Emblematica in tale senso è la gestione del «gruppo Rizzoli» nella quale non solo questo articolato stato di cose trova significativa ed esemplare applicazione, ma che altresì ci consente di pervenire ad alcune importanti conclusioni in ordine al rilievo politico assunto dalla loggia ed all'ampiezza di respiro dei suoi progetti e delle sue ambizioni.

L'analisi dell'assetto proprietario del Corriere della Sera ci conduce a risultati conoscitivi che fugano ogni dubbio residuo sulla proponibilità di tesi di taglio riduttivo, quando si voglia comprendere e valutare nel suo significato reale un fenomeno quale quello costituito dalla Loggia P2 e dalle attività che in essa e tramite essa venivano progettate e gestite da gruppi e forze anche disparate, ma unificate dalla convergenza di interessi su situazioni determinate.

Il dato dell'acquisizione del Corriere della Sera nell'orbita di influenza della Loggia Propaganda denuncia una inequivocabile connotazione di rilevanza politica e letto in parallelo al dato precedentemente enucleato sull'ambiguo rapporto che lega Gelli agli ambienti dei Servizi segreti lascia intravvedere le linee generali di un allarmante disegno generale di penetrazione e condizionamento della vita nazionale.

Se le ombre e le zone di ambiguità sono ancora molte, e solo in parte sarà possibile farvi luce, quello che emerge con nitida chiarezza all'attenzione dell'osservatore è che un siffatto fenomeno assurge a questione di rilievo politico primario, come altrimenti non potrebbe non essere, per il coinvolgimento di attività e funzioni non solo pubbliche in senso stretto, ma altresì rilevanti per l'interesse della collettività, secondo la precisazione contenuta nell'articolo 1 della legge istitutiva di questa Commissione. COMMISSIONE PARLAMENTARE P2

Estratto dell’articolo di Roberto Galullo per 24plus.ilsole24ore.com mercoledì 13 settembre 2023.

Maurizio – figlio del faccendiere e Maestro Venerabile della loggia deviata P2 – in pieno agosto ha calato il poker: ambasciatore del Nicaragua in quattro Paesi. Dopo la Spagna sono arrivati nell'ordine Andorra (27 giugno), Grecia (23 agosto) e, infine la Repubblica Slovacca (30 agosto).

Come se non bastasse, il giorno stesso in cui il 64enne Maurizio Carlo Alberto Gelli, già ambasciatore del Paese sandinista in Uruguay e Canada ha ottenuto il ruolo di ambasciatore plenipotenziario in Grecia, gli è arrivata anche la nomina di rappresentante permanente del Nicaragua presso l’Organizzazione mondiale del turismo, che ha sede a Madrid dal 1975.Una concentrazione di potere che non si esaurisce qui.

Il figlio di Maurizio, Licio Gelli jr, dopo esserne stato il vice, da meno di un anno è ambasciatore del Nicaragua in Uruguay. Un passaggio del testimone con il padre e un filo riannodato con il nonno, il piduista morto il 15 dicembre 2015 ad Arezzo, che proprio in questo Paese vantava possedimenti e potere enormi.

Maurizio Gelli è stato naturalizzato nicaraguense nel 2009 – anche se non ha mai abbandonato la cittadinanza italiana – e da allora il presidente Daniel Ortega Saavadra lo ha nominato a vari incarichi diplomatici […] non si hanno prove che Ortega sia massone, anche se la sua carriera politica è stata fulminata sulla via di Niquinohomo, dove il 18 maggio 1895 nacque Augusto “Cesar” Sandino, capo della resistenza rivoluzionaria nicaraguense contro la presenza militare degli Usa nel Paese latinoamericano.Sandino era un massone di 18° grado e coltivò la sua vita spirituale in Messico. […] 

Restano da capire i motivi per i quali la famiglia Gelli è così considerata da Ortega […] e dalla vicepresidente, la moglie Rosario Murillo, figlia di Zoilamerica Zambrana Sandino, una delle nipoti del generale rivoluzionario ucciso nella capitale Managua il 21 febbraio 1934. […]

«Gelli latitante protetto dai Servizi». Il legale racconta la fuga dell’uomo nero. Marc Bonnant è l’avvocato svizzero che ha difeso l’ex venerabile della P2. «Ufficialmente era uno degli uomini più ricercati della storia repubblicana, ma lui era in via Veneto, ossequiato da decine di persone. Ottenuta la libertà provvisoria era scortato dalla polizia». Sabrina Psu da Ginevra su L’Espresso il 7 Aprile 2023

Nella Svizzera che gli ha fatto da «scudo» restano custoditi alcuni dei segreti che Licio Gelli - il finanziatore della strage neofascista di Bologna, secondo i giudici della Corte d’Assise - ha portato con sé, quando è morto il 15 dicembre 2015, a 96 anni, nella sua residenza di Arezzo, Villa Wanda. L’Espresso ha incontrato a Ginevra Marc Bonnant, l’avvocato penalista svizzero che ha difeso l’ex venerabile della loggia massonica P2.

Strage di Bologna, i giudici sono certi: coinvolti la P2 e i servizi segreti. Stefano Baudino su L'Indipendente l’8 aprile 2023.

Alla terribile strage di Bologna del 2 agosto del 1980, in cui rimasero uccise 85 persone, contribuirono i servizi segreti di Federico Umberto D’Amato e la P2 di Licio Gelli. È questa la convinzione dei giudici della Corte d’Assise di Bologna, messa nero su bianco nelle motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo a carico di Paolo Bellini, ex terrorista di Avanguardia Nazionale, ritenuto esecutore materiale del massacro assieme agli estremisti neri Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini e Gilberto Cavallini.

La Corte parte dalla “constatazione della prova granitica della presenza di Bellini il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna”, il quale “fu ripreso in alcuni fotogrammi di un filmato amatoriale girato dal turista Harald Polzer, che si riferiscono ad un momento di pochi minuti successivo alla deflagrazione”. Tale conclusione è autorizzata dall'”avvenuto riconoscimento dell’imputato in termini di certezza da parte di Maurizia Bonini (ex moglie di Bellini, che ha identificato nell’ex coniuge l’uomo ripreso a camminare nell’area del binario 1 della stazione nel filmato registrato pochi minuti dopo lo scoppio della bomba, Ndr) all’udienza del 21 luglio 2021″.

Da Bellini, però, il discorso si sposta su piani superiori. “Possiamo ritenere fondata l’idea, e la figura di Bellini ne è al contempo conferma ed elemento costitutivo – dicono i giudici – che all’attuazione della strage contribuirono in modi non definiti, ma di cui vi è precisa ed eclatante prova nel ‘Documento Bologna‘, Licio Gelli e il vertice di una sorta di servizio segreto occulto che vede in D’Amato (ex direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno, iscritto alla P2, Ndr) la figura di riferimento in ambito atlantico ed europeo”. Il “Documento Bologna“, ritrovato tra le carte di Gelli nel 1982 e analizzato nel processo ai mandanti della strage di Bologna nel 2021, riporta movimenti finanziari e destinatari per un totale di 15 milioni di dollari, veicolati da Gelli su conti off-shore e poi distribuiti in contanti pochi giorni prima dell’attentato.

I giudici evidenziano che “anche un terrorista della nuova generazione come Fioravanti, nella sua smania di protagonismo, si avvicinò progressivamente ad elementi di spicco del neocostituito gruppo ‘Costruiamo l’Azione‘ come Paolo Signorelli e Fabio De Felice, i quali a loro volta erano strettamente legati ai servizi segreti e a Licio Gelli”. La Corte asserisce che “la prossimità di Fioravanti ai soggetti sopra menzionati, così come i suoi accertati rapporti diretti con Licio Gelli, inducono a ritenere che l’idea di colpire Bologna nacque in quello stesso contesto e fu coordinata da un livello superiore, avvalendosi anche dell’opera dei servizi deviati“. In quella fase, Fioravanti “era considerato sul piano operativo il soggetto più determinato ed incontenibile e, dunque, di fronte all’invito a partecipare ad un’impresa così eclatante, si poteva prevedere che non si sarebbe tirato indietro”. Altri esecutori materiali “furono scelti, probabilmente da figure di vertice dell’eversione nera o forse da esponenti dei servizi, tra personaggi che offrivano garanzie assolute di riserbo, per la loro appartenenza politica o per la loro condizione di latitanza”. A muoversi “dietro a tale macchinazione”, in base a “consistenti indizi”, c’era proprio “Licio Gelli”.

La Corte si sofferma sulle ragioni sottese all’organizzazione dell’attentato, che sono da ricondurre a un chiaro disegno politico. Riprendendo la tesi dell’Avvocatura dello Stato, che ha individuato nella strage di Bologna la realizzazione della strategia della tensione ufficialmente aperta con la strage di Portella della Ginestra, i giudici sostengono che tale analogia sia “importante perché consente di cogliere, come e ormai pacifico per quel lontano evento del 1947, un filo nero, che giunge a Bologna, di azioni coordinate e connesse per interferire sui libero e autonomo sviluppo della politica nazionale da parte di forze esterne, generalmente legate agli esiti del secondo conflitto mondiale”. La “causale plurima” della strage trova infatti le sue radici “nella situazione politico-internazionale del paese e nei rapporti tra estremisti neri e centrali operative della strategia della tensione sui finire degli anni Settanta”.

In questa cornice agirono, dunque, “Gelli, la P2, i servizi segreti e quel centro occulto di potere coagulatosi intorno all’ex capo dell’Ufficio affari riservati”. La strage di Bologna, secondo la Corte, ha infatti visto il ruolo di mandanti “nei confronti dei quali il quadro indiziario è talmente corposo da giustificare l’assunzione di uno scenario politico, caratterizzato dalle attività e dai ruoli svolti nella politica internazionale da quelle figure, quale contesto operativo della strage di Bologna”.

Per i giudici, “anche coloro che si resero verosimilmente mandanti e/o finanziatori della strage, pur senza appartenere in modo diretto a gruppi neofascisti, condividevano i predetti obiettivi antidemocratici di fondo ed ambivano all’instaurazione di uno Stato autoritario, nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse”. Tra gli obiettivi, vi erano infatti la “necessità di impedire ogni prospettiva di accesso della sinistra al potere in Italia” e “l’attuazione del Piano di Rinascita democratica” di Licio Gelli “attraverso l’impiego misurato della strategia delle bombe”, in un quadro “di guerra psicologica, di provocazione e di preparazione dell’opinione pubblica al taglio delle ali estreme del sistema politico”. [di Stefano Baudino]

Strage alla stazione di Bologna, i giudici: "Prove eclatanti del contributo di Licio Gelli". Ilaria Venturi su La Repubblica il 5 aprile 2023.

Licio Gelli, capo della Loggia P2, morto il 15 dicembre del 2015

  Le motivazioni della sentenza di condanna all'ergastolo per Paolo Bellini per la strage del 2 agosto 1980

Il coinvolgimento "eclatante" di Licio Gelli, capo della Loggia P2, nella strage alla stazione di Bologna dove morirono, il 2 agosto 1980, 85 persone e oltre 200 furono i feriti. La prova "granitica" della presenza quel giorno e sui quei binari di Paolo Bellini, ex terrorista di Avanguardia Nazionale. Con un solo obiettivo, esecutori e mandanti: "Ambire a uno Stato autoritario".

Estratto dell'articolo di Maria Elena Gottarelli per “la Repubblica” il 6 aprile 2023.

La «prova eclatante» del contributo di Licio Gelli nell’attuazione della strage di Bologna.

Quella «granitica» della presenza di Bellini in stazione il 2 agosto del 1980. E poi un filo che lega la bomba del 2 agosto a molte altre pagine nere della storia italiana, dall’Italicus a Piazza Fontana, intessendo una trama che ora sembra un po’ meno oscura e un po’ più intelligibile.

Sono tra i punti salienti delle 1.742 pagine con cui la Corte d’Assise di Bologna presieduta da Francesco Caruso motiva la sentenza del processo all’ex terrorista di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, condannato all’ergastolo in primo grado perché identificato come il quinto uomo: colui che insieme a Cavallini, Fioravanti, Mambro e Ciavardini fu esecutore materiale della strage che costò la vita a 85 persone, ferendone 216.

 […]

 Innanzitutto si accerta la responsabilità di Licio Gelli […] Poi si definisce il suo ruolo: «Possiamo ritenere fondata l’idea, e la figura di Bellini ne è al contempo conferma ed elemento costitutivo, che all’attuazione della strage contribuirono in modi non definiti, ma di cui vi è precisa ed eclatante prova nel documento Bologna, Licio Gelli e il vertice di una sorta di servizio segreto occulto che vede in D’Amato Ia figura di riferimento in ambito atlantico ed europeo ».

Ad emergere è poi l’obiettivo di Gelli e dei servizi segreti deviati dietro al 2 agosto: «L’instaurazione di uno Stato autoritario — si legge — nell’ambito del quale fosse sostanzialmente impedito l’accesso alla politica delle masse».

Ampio spazio viene poi dato a Bellini. Inchiodato «al binario 1 della stazione subito dopo l’esplosione». A dimostrarlo per la Corte sono un filmato amatoriale girato dal turista Harald Polzer e le dichiarazioni della ex moglie di Bellini, che lo riconosce in quei fotogrammi e afferma che l’ex marito a Rimini non arrivò affatto alle 9 di mattina, come sostenuto, ma verso ora di pranzo. […]

Strage di Bologna, ecco perché Licio Gelli finanziò l’eccidio neofascista. Le carte segrete svelate da L’Espresso

Le motivazioni della condanna del killer nero Paolo Bellini poi reclutato dalla ‘ndrangheta. I giudici confermano i pagamenti del capo della P2: cinque milioni di dollari per la bomba in stazione del 2 agosto 1980. Nuove prove anche sui Nar Giusva Fioravanti e Francesca Mambo e le coperture dei servizi. Paolo Biondani su L’Espresso il 6 Aprile 2023

Licio Gelli organizzò i depistaggi delle indagini sulla strage di Bologna (85 morti, 202 feriti) perché ne era stato il «mandante e finanziatore»: un'accusa che oggi va considerata «un punto fermo». Lo scrivono i giudici della Corte d'Assise nelle oltre 1700 pagine di motivazioni della sentenza che ha condannato in primo grado il quinto presunto esecutore materiale dell'eccidio del 2 agosto 1980, il neofascista Paolo Bellini, poi diventato killer della 'ndrangheta.

Il capo della loggia massonica P2, morto nel 2015, era stato condannato in via definitiva, già nei primi processi, come organizzatore della lunga catena di false operazioni, orchestrate dai vertici piduisti del servizio segreto militare (Sismi) per ostacolare le indagini sui terroristi di destra accreditando fantomatiche piste estere. Depistaggi culminati, nel gennaio 1981, nel clamoroso sequestro di armi ed esplosivi su un treno per Bologna, in realtà collocati dagli stessi ufficiali del Sismi, poi condannati insieme a Gelli. A partire dal 2018 la nuova inchiesta della Procura generale ha ricostruito una serie di finanziamenti collegati alla strage, per almeno cinque milioni di dollari: soldi sottratti al Banco Ambrosiano di Roberto Calvi (il banchiere ucciso nel 1982 a Londra) e distribuiti segretamente da Gelli nei giorni cruciali dell'attentato.

Il capo stesso della P2 aveva trascritto il conteggio di quei versamenti in un prospetto contabile, che portava con sé quando fu arrestato nel 1983 in una banca svizzera come principale beneficiario della bancarotta miliardaria dell'Ambrosiano: il cosiddetto «documento Bologna», che i giudici ora definiscono una «precisa ed eclatante prova» che Licio Gelli era «il vertice di una sorta di servizio segreto occulto», che organizzò l'attentato e i successivi depistaggi.

Secondo l'accusa ne faceva parte anche la super-spia Federico Umberto D'Amato, per anni numero uno dell'Ufficio affari riservati, che risulta aver ricevuto almeno 850 mila dollari da Gelli su un conto segreto in Svizzera. Anche D'Amato è morto prima che si scoprissero quei bonifici, tenuti nascosti per quarant'anni, come il documento Bologna.

La condanna all'ergastolo di Paolo Bellini si fonda in particolare sulla «prova granitica della sua presenza alla stazione di Bologna», che l'ex killer neofascista ha sempre negato. A documentarla è un filmato, girato da un turista tedesco, che ritrae un uomo identico a Bellini «mentre cammina sul binario 1, subito dopo l'esplosione». Identificato dalle perizie della polizia scientifica, l'imputato è stato anche «riconosciuto in termini di certezza» dall'ex moglie, che al processo ha testimoniato di aver mentito ai magistrati dell'epoca, affermando falsamente che al momento della strage Bellini fosse con lei a Rimini: ora lei stessa ha «demolito quell'alibi», come osserva la corte.

Bellini è un ex pentito, già condannato per una serie di omicidi di 'ndrangheta, che ha confessato anche di aver ucciso, negli anni Settanta, uno studente emiliano di sinistra. Ha avuto anche rapporti diretti con boss stragisti di Cosa Nostra. Per la bomba alla stazione di Bologna si è sempre proclamato innocente.

La sentenza della corte d'assise di Bologna riconferma anche la colpevolezza dei terroristi dei Nar, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, già condannati in via definitiva come esecutori della strage. I giudici evidenziano come le indagini degli ultimi anni hanno fatto emergere nuove prove a loro carico, anche sui rapporti con il capo della P2, che riguardano anche Gilberto Cavallini, armiere, tesoriere e killer della stessa organizzazione neofascista, condannato in primo grado e ora in attesa del processo d'appello.

La sentenza depositata ieri solleva invece gravi dubbi sull'assoluzione di Sergio Picciafuoco, che fu ferito dalla bomba in stazione e si curò sotto falso nome. Alla luce delle nuove prove, spiegano i giudici, quel verdetto «merita di essere rivisto», anche se solo sul piano della verità storica. Picciafuoco infatti è morto nel 2022, dopo un’ultima serie di tempestose deposizioni, e comunque non avrebbe potuto essere processato una seconda volta per la stessa accusa da cui era ormai stato assolto in via definitiva.

Il nuovo verdetto sulla strage di Bologna riconferma anche la genesi ignobile della falsa pista palestinese-tedesca, propagandata anche in questi anni da legioni di disinformatori: all'origine c'è una serie di tangenti pagate da Gelli, dal 1979 al 1980, a un ex senatore del Msi, Mario Tedeschi, anche lui piduista, direttore di una rivista di destra che dopo ogni bonifico pubblicava notizie false su ipotetici attentatori stranieri. Tedeschi non è mai stato indagato: anche lui è morto molto prima che si scoprisse il «documento Bologna» con il suo nome.

Tra i condannati, per reati minori come la falsa testimonianza, c'è anche Domenico Catracchia, l'immobiliarista che secondo l'accusa gestiva una serie di residenze a Roma per il servizio segreto civile (Sisde). Le nuove indagini della procura generale hanno fatto emergere un incredibile intreccio tra apparati statali e terroristi, sia di destra che di sinistra: ora la sentenza conferma che un appartamento in via Gradoli 96, preso in affitto sotto falso nome dal capo delle Brigate Rosse, Mario Moretti (e usato da altri brigatisti perfino durante il sequestro di Aldo Moro), fu poi diviso in due locali, uno dei quali, dopo la strage di Bologna, diventò il covo dei terroristi dei Nar, ormai ricercati, che lo usarono tra l’altro per preparare l'omicidio di due poliziotti che indagavano sui neofascisti.

Con la bomba alla stazione di Bologna Licio Gelli voleva dominare la nazione. PAOLO MORANDO su Il Domani il 06 aprile 2023 Nella sentenza depositata martedì 5 aprile ci sono nuovi dettagli sulla strage di Bologna: «Si deve essere portati a ritenere plausibile che Fioravanti e gli altri soggetti che parteciparono alla strage siano stati finanziati e coordinati da un livello strategico superiore, nel quale operavano esponenti della loggia massonica P2 e soggetti appartenenti ai servizi segreti».

A giudizio della corte, la chiave della partecipazione dei Nar alla strage sta nei soldi. Provenienti da una oscura movimentazione di milioni di dollari su propri conti correnti da parte di Licio Gelli nelle settimane immediatamente precedenti la strage.

Le prime 400 pagine delle motivazioni, che tracciano un ampio quadro della “strategia della tensione” avviata con la strage di piazza Fontana e in cui va inscritta anche la bomba alla stazione, non va letta come una molla scatenante di un ipotetico colpo di stato.

Dagospia il 26 febbraio 2023. “COSTANZO HA CREATO DEI MOSTRI” – ALDO GRASSO NON SMETTE DI SVELENARE SUL GIORNALISTA CHE, NEL GIORNO DEL SUO 80ESIMO COMPLEANNO, A DAGOSPIA CONFESSÒ: “VORREI CHE GRASSO POSSA COMPRENDERE CHE NEL MIO LAVORO HO FATTO QUALCOSA DI BUONO”. HA CAMBIATO IDEA? ASSOLUTAMENTE NO. “IL PERSONAGGIO MI PIACEVA, NON MI PIACEVA LA PERSONA, UNO ISCRITTO ALLA P2. LO ABBIAMO RIMOSSO? LA SUA ERA UNA TV DI POTERE. ERA AMICO DELLA SINISTRA E DI BERLUSCONI, AVEVA IL PIEDE IN PIÙ SCARPE. MARIA DE FILIPPI? LA SUA PIÙ GRANDE INVENZIONE. O VICEVERSA?” QUANDO COSTANZO CONFESSÒ A GIAMPAOLO PANSA DI ESSERE STATO ISCRITTO ALLA LOGGIA: “LORO FARABUTTI, IO CRETINO…”

Estratto dell’articolo da “la Repubblica” il 26 febbraio 2023.

L’aveva definito “un grosso errore”, aggiungendo che gli errori fanno bene e fanno crescere. «Non credo a chi dice di non averne mai fatti, che fesseria… Però c’è anche chi, di grossi errori, ne fa due o tre. Io uno: e lo ammetto». La scoperta che Maurizio Costanzo facesse parte della P2, tessera numero 1819 (tre numeri dopo Berlusconi, 1816) fu un colpo durissimo per la sua immagine. […]

 In principio smentì. Raccontò di essere stato iscritto “a sua insaputa”. Poi decise di confessare e lo fece con una intervista a Giampaolo Pansa su Repubblica del 5 giugno 1981. «Finora ho negato perché avevo paura di quanto si legge sui giornali», disse. Aggiungendo. «Sono entrato per ingenuità e per ambizione in un gruppo di farabutti.

Vorrei chiudere gli occhi e tornare al periodo che precedette il mio incontro con Gelli». Poi l’ammissione, relativa a una sua intervista a Gelli: «Sì, la feci perché qualcuno me lo chiese. Nei corridoi di via Solferino mi dicevano che avevo intervistato uno dei padroni del Corriere. Io non lo pensavo, ancora adesso non ci credo ».

 Nel dialogo con Pansa, Costanzo ammise più volte il suo rammarico per la scelta di iscriversi alla Loggia. «Era un gruppo di farabutti, di inconsapevoli e di cretini. Sì, cretini come me. Ho fatto uno sbaglio davvero cretino». […]

Estratto dell’articolo di Maria Francesca Troisi per mowmag.com il 26 febbraio 2023.

Maurizio Costanzo ha creato dei mostri”. Dice proprio così Aldo Grasso, critico del Corriere della Sera, che nella carrellata di reazioni zuccherose postume diviene una delle poche voci fuori dal coro. […]

In un'intervista per i suoi 80 anni (concessa a Dagospia) Costanzo diceva: “Vorrei che Aldo Grasso possa un giorno comprendere che nel mio lavoro ho fatto qualcosa di buono”. A posteriori, ha cambiato idea?

«Dei morti bisogna sempre parlare bene, è la prima regola. Sicuramente ha portato in Italia un genere nuovo, ma non sono mai stato entusiasta della sua televisione. Certo, era un grandissimo professionista, ma...»

 Ma?

La sua era una Tv da uomo di potere. Amico della sinistra e amico di Silvio Berlusconi, consulente di tutti gli uomini politici e anche delle principali imprese italiane, insomma aveva la capacità di tenere sempre il piede in più scarpe.

E ha creato dei personaggi sopravvissuti a più di una stagione. Esempio Sgarbi, che individua anche degli eredi, Giletti, Porro, che pensa di questa lettura?

«[…] ha creato dei personaggi che sono sopravvissuti, ma ha creato anche dei mostri, nel senso di persone esaltate, fuori di testa, e proprio a causa delle apparizioni al Costanzo Show».

 La sua principale invenzione rimane sempre la moglie, Maria De Filippi? Forse la donna più potente d'Italia.

O forse il contrario? Anche questo è un caso strano. Costanzo aveva troppo di tutto, i programmi Tv, le collaborazioni giornalistiche, quattro mogli...

Filippo Facci sostiene: “È stato un giornalista utile sino alla fine degli anni '80... Il resto fu intrattenimento e divenne un banalizzatore”. Sposa questo pensiero?

Sì, direi che Facci è della mia stessa idea. Mi vanto di essere stato invitato tante volte al Maurizio Costanzo Show e di non esserci mai andato.

 Per una mancata stima, suppongo.

La verità? Il personaggio mi piaceva moltissimo, ma non mi piaceva la persona. Uno iscritto alla P2, uno che ha intervistato Licio Gelli, l'abbiamo rimosso?

Estratto dell'articolo di Massimo Gramellini per il "Corriere della Sera" il 25 febbraio 2023.

Muore Costanzo e sui social si parla della sua iscrizione alla P2. Peggio, ci si indigna perché nei ritratti e nelle testimonianze dei colleghi si parla troppo poco della sua iscrizione alla P2 (di cui peraltro si era ampiamente scusato). Vorrei attirare la vostra attenzione sul meccanismo psicologico che guida questo flusso di lapidatori.

Se n’è andato un signore che ha accompagnato la vita quotidiana di tre generazioni di italiani [...] Che esistenze integerrime, le loro. Evidentemente non hanno mai sbagliato un colpo, un gesto, un’amicizia.

Un tempo la morte era il colpo di gong che interrompeva le ostilità per dare il modo di rendere omaggio anche al peggiore dei nemici. Nell’era dei social si sta invece trasformando in una ghiotta occasione per scoperchiare vecchie pentole arrugginite e regolare conti lasciati in sospeso da decenni. Dai coccodrilli siamo passati agli avvoltoi, ma non mi sembra che si voli più alto.

Maurizio Costanzo per il “Corriere della Sera”, domenica 5 ottobre 1980

Nella galleria dei personaggi inavvicinabili è tra i più inavvicinabili: si chiama Licio Gelli, ha sessant’anni, è di Arezzo e non so cosa abbia scritto sulla carta d’identità alla voce professione: industriale? Diplomatico? Politico? In realtà il suo nome compare spesso come il capo indiscusso di una segreta e potente loggia massonica, la «P2», e rimbalza di continuo in questioni di non facile identificazione. Nel corso di questa intervista ha espresso, credo per la prima volta, opinioni, pareri, raccontato episodi. Ma non mi illudo: è solo una delle sue facce, le altre sono celate in qualche parte del mondo.

 Quattro anni fa io l’avevo invitata a una puntata di «Bontà loro». Declinò l’invito. Per timidezza? Per mantenere mistero intorno alla sua persona?

Perché non ravvedevo nella mia persona requisiti tali per essere intervistato alla tv.

 Come mai adesso ha accettato questo colloquio?

Per premiarla della costanza che ha avuto nell’inseguirmi per quattro anni. Così, dopo questa intervista, spero per altri quattro anni di stare tranquillo.

 Cosa c’è di vero in tutto quello che si è detto e si dice su di lei e sul conto della sua Istituzione, cioè la massoneria?

Le dirò che sotto un certo aspetto la cosa è umoristica, perché solo grazie a questo tipo di stampa scandalistica ho potuto conoscere fatti ed episodi della mia vita che ignoravo completamente. D’altra parte, mi pare che in questo paese, attualmente, è consentito a chiunque di dire quello che pensa, anche se quello che dice è frutto di pura e accesa fantasia.

Ancora di recente alcuni giornali hanno parlato di questa loggia segretissima della massoneria, la «P2». Lei ne sarebbe il capo incontrastato. Cos’è la «P2»?

Siamo veramente stanchi di dover ripetere all’infinito che cosa è questo e cosa è quello. Venga una sera a farci visita e vedrà che quando uscirà si sentirà in spirito massone anche lei. Comunque confermo, per l’ennesima volta, si tratta di un Centro che accoglie e riunisce solo elementi dotati di intelligenza, di alto livello di cultura, di saggezza e soprattutto, di generosità, che hanno un indirizzo mentale e morale che li spinge ad operare unicamente per il bene dell’umanità con lo scopo, che può sembrare utopistico, di migliorarla.

Ma oggi, con tutto quello che si dice e si scrive della «P2», c’è ancora chi vuole entrarci?

Mai come oggi abbiamo ricevuto domande di adesione e sono sempre in aumento. Molte di queste adesioni le dobbiamo proprio alla propaganda indiretta e gratuita di certi giornali che con le loro fantasmagoriche rivelazioni ci hanno attirato stima, rispetto e simpatia.

 Quanti sono attualmente gli iscritti alla «P2»?

Le rispondo che sono molti, ma non vedo la ragione per cui dovrei darle un numero definito. Vede, quando si ha a che fare con una bella donna, non mi sembra di buon gusto chiederle, per pura curiosità, quanti anni ha.

 Dato il numero che, a quanto capisco, deve essere elevato, come fa a controllare e ad incontrare gli aderenti?

Un amante di classe non rivela mai i suoi metodi per incontrarsi con una donna, così come un generale non svela mai i piani di difesa. Quando abbiamo bisogno di vedere qualcuno o per uno scambio di idee oppure soltanto per prendere il caffè insieme, abbiamo i nostri sistemi per incontrarlo e le assicuro che è un sistema che non hai fallito.

 Ho letto su un settimanale che lei sarebbe attualmente in cattivi rapporti con il Gran Maestro Battelli e in alleanza con Salvini e Gamberini. E qual è la sua vera posizione nella massoneria di palazzo Giustiniani?

La mia posizione è regolarissima e legittima sotto ogni riguardo. Ne chieda conferma al Gran Maestro. I miei rapporti con lui sono ottimi sotto ogni aspetto, come solo possono esistere tra due persone che si stimano reciprocamente. A proposito dell’alleanza con Salvini e Gamberini, mi rendo conto che lei non conosce affatto la nostra filosofia, altrimenti saprebbe che tra noi, una volta instaurati, è difficilissimo che i rapporti vengano interrotti, dato che la nostra Istituzione bandisce tutti quei termini che vengono anche troppo spesso usati da certi rotocalchi.

Perché, allora, su alcuni giornali un certo ingegner Siniscalchi ha avuto e continua ad avere nei suoi confronti un così palese risentimento?

Io non conosco e non tengo a conoscere l’ingegner Siniscalchi e sia ben chiaro, quindi, che quello che ha affermato e continua ad affermare non mi tocca nel modo più assoluto. So che una volta era massone e non so se tuttora lo sia. Io, al contrario, non nutro nessuna avversione per lui, anzi, quella sera che si esibì in tv dando fantasiose, deliranti ed assurde risposte, tutta la mia reazione si ridusse ad una sola frase che rivolsi a un amico: “Vedi, quella è una persona a cui credo si dovrebbe stare più vicini perché probabilmente non sta molto bene e soffre di solitudine”. In quel caso avrei dovuto esprimermi acerbamente, ma nel vedere quella figura così patetica rimasi sopraffatto da un sentimento di tenerezza e di profonda commiserazione.

Sto conducendo una serie di colloqui con i rappresentanti del potere occulto in Italia. Lei ne è a pieno diritto un esponente. È d’accordo?

A dire la verità, mi sorprende di essere in questa serie di interviste, ma il piacere di conoscerla è il motivo che mi ha fatto accettare. Io non mai ritenuto di avere un potere occulto come mi viene attribuito. D’altra parte non posso impedire che gli altri lo suppongano.

 Mi sembra per altro singolare che ogni qualvolta in Italia capita qualcosa di inconsueto, si faccia subito il suo nome e quello della sua loggia.

Sapesse quante volte mi sono posto la domanda, chiedendomi quale partito, organizzazione o personaggio avrebbe potuto trarre vantaggio dall’attribuirmi o attribuirci certi avvenimenti! Sorgono una infinità di interrogativi: non sappiamo se si tratta di strategie intese a depistare qualche inchiesta, oppure di tentativi di screditarci agli occhi dell’opinione pubblica, o di voce messe in circolazione, per puro risentimento, da qualche grosso personaggio respinto dalla nostra Istituzione, oppure, in ultima ipotesi, se la gente crede che davvero siamo dotati di potere soprannaturali. Il che, in fondo in fondo, potrebbe anche essere o, per lo meno, potrebbe stato vero in altri tempi: basti ricordare che abbiamo avuto con noi un “mago” come Giuseppe Balsamo, conte di Cagliostro, ed un trascinatore d’uomini della portata di Giuseppe Garibaldi, l’eroe dei Due Mondi.

È a conoscenza di un rapporto inoltrato da Emilio Santillo al Ministro degli Interni? Secondo questo rapporto lei sarebbe al vertice del potere più grosso della Repubblica.

È difficile rispondere a questa domanda, ammesso che siano vere le affermazioni pubblicate dai giornali. Io annovero moltissimi amici sia in Italia che all’estero. Ma tra l’avere amici e avere potere, ci corre e molto. Pur tuttavia c’è un fondo di vero in queste affermazioni: avendo sempre agito nell’osservanza di certi principi etici di base, sono riuscito ad accattivarmi la stima e la simpatia di molti, anche se, contemporaneamente e inevitabilmente, ho suscitato antipatie.

 Come mai l’Espresso e Panorama sono così accaniti contro di lei?

Perché probabilmente hanno saputo che, un giorno ad un amico che sostava nella saletta di attesa, passai, tanto per distrarlo, una copia dell’Espresso e di Panorama ed anche un elenco telefonico, dicendogli che solo in quest’ultimo avrebbe potuto trovare qualche verità. Anzi, se lei conosce i direttori di Panorama e dell’Espresso, mi usi una cortesia: da due mesi ho un nipote che si chiama Licio. Licio Gelli, come me. Quindi il materiale per poter scrivere non mancherà.

Si dice che lei sia stato repubblichino, golpista, che però in seguito non abbia disdegnato frequentazioni di opposta tendenza. Insomma, mistero nel mistero, qual è il suo orientamento politico?

Mi è capitato spesso di non ricordarmi nemmeno il mio nome: non pretenda, perciò, che mi ricordi il mio orientamento politico. Me lo chieda un’altra volta. Forse allora potrò darle una risposta meno vaga e per quanto riguarda gli incontri che io non disdegnerei, le dico che io mi incontro con qualsiasi persona senza domandare che tessera ha in tasca.

 Sbaglio o in più occasioni lei si è espresso a favore di una repubblica presidenziale?

Sì, anche in una relazione che inviai al presidente Leone. La relazione terminava portando ad esempio de Gaulle.

 Facciamo un po’ di fantapolitica, se lei fosse nominato presidente della Repubblica, manterrebbe la Costituzione?

Ogni uomo deve conoscere i suoi limiti, non mi sento perciò di possedere i requisiti per fare il presidente della Repubblica. Ma quando fossi eletto, il mio primo atto sarebbe una completa revisione della Costituzione. Era un abito perfetto quando fu indossato per la prima volta dalla nuova Repubblica, ma oggi è un abito liso e sfibrato e la Repubblica deve stare molto attenta nei suoi movimenti per non rischiare di romperlo definitivamente. È il parto dell’Assemblea Costituente avvenuto in un momento del tutto particolare nella vita della nostra nazione, ma che oggi, a cose assestate, risulta inefficiente e inadeguato. E, oltre tutto, non è più coerente con lo spirito che l’ha emanata, perché porta tuttora articoli di carattere transitorio.

Ma cos’è per lei la democrazia?

Le racconterò di un incontro che ebbi con Moro quando era Ministro degli Esteri. Mi disse: “Lei non deve affrettare i tempi, la democrazia è come una pentola di fagioli: perché siano buoni, devono cuocere piano piano piano”. Lo interruppi dicendo: “Stia attento, signor ministro, che i fagioli non restino senza acqua, perché correrebbe il rischio di bruciarli”.

 Siamo di nuovo alla crisi di Governo. Lei darebbe la presidenza ai socialisti?

Certamente, ma con la presidenza della Repubblica ad un democristiano e le aggiungo anche che questo, secondo me, dovrebbe avvenire al più presto se vogliamo evitare la caduta del paese nel baratro.

Tra le tante cose che si dicono di lei si sussurra anche sia in grado di di condizionare molti autorevoli banchieri. Ammesso che sia vero questo condizionamento, è in favore di un miglioramento della situazione economica italiana o piuttosto di un tornaconto personale o dei suoi amici?

Noi non abbiamo mai condizionato nessuno sia perché non possediamo strumenti di condizionamento sia perché non abbiamo nessun interesse né personale né per conto di nostri amici. Posso dirle che quando ci viene richiesto, e se è possibile, cerchiamo di facilitare l’aiuto richiesto.

Legano il suo nome a quello di Michele Sindona. È un pettegolezzo?

No, non è pettegolezzo. Ed io sono andato a fare la nota deposizione negli Stati Uniti a suo favore. Perché quando un amico è in disgrazia per infami reati, dobbiamo essergli più vicini di quando si trova in auge. Comunque il mio nome è legato non solo a quello di Sindona, ma a tanti altri personaggi. Anche a quello del presidente della Liberia, Tobler, che iniziai alla massoneria nel palazzo presidenziale di Monrovia, e che venne ucciso recentemente in un golpe. Grazie a Dio per questo golpe non ci hanno coinvolto.

Se Andreotti e Fanfani le chiedono un favore, a chi lo fa più volentieri o a chi non lo fa per nulla?

Purtroppo non le posso rispondere perché fino ad oggi nessuno dei due mi ha mai chiesto un favore.

 Voterebbe per Carter o per Reagan?

Per Reagan. Secondo certe previsioni credo che sarà lui il presidente degli Stati Uniti.

Mi risulta che lei fu invitato all’insediamento alla Casa Bianca del presidente Carter. Perché?

Forse per simpatia.

 A proposito di previsioni mi hanno riferito che lei, giorni orsono, aveva pronosticato la caduta del governo Cossiga entro settembre. È anche veggente?

È vero che ho fatto questa previsione, mi pare l’8 settembre. Ma non perché sono un veggente, solo perché vivo secondo una certa logica. D’altra parte, sapevo benissimo che, ormai, il Governo Cossiga era clinicamente morto anche se una certa cerchia di politici aveva interesse a tenerlo in vita apparente, almeno fino a tutto dicembre. È chiaro che si tratta di una pia illusione perché, se uno avesse analizzato i contrasti che giornalmente avvenivano tra i componenti della compagine governativa, sarebbe giunto facilmente alle mie conclusioni.

E a questo punto, secondo il mio giudizio, si dovrebbe muovere un serio appunto a questi politici i quali, per mire partitiche, non si sono minimamente preoccupati degli interessi del paese, protesi unicamente a ricercare formule di sopravvivenza di un organismo moribondo. Distraendo, così, gran parte delle loro energie alla ricerca di soluzioni valide per i gravi problemi della nazione ai quali avrebbero dovuto dedicarsi completamente. Questo è il nostro dramma: e fino a quando non lo avremo risolto, il paese non potrà mai beneficiare di un benessere veramente solido e non evanescente come quello attuale.

 Mi lasci indovinare, da quel che sta via via rispondendo, non credo ami molto il sindacato, vero?

La normativa e l’applicazione del cosiddetto Statuto dei Lavoratori non ha bisogno di commenti. Mi sembra che l’Italia sia l’unica nazione in tutto il mondo ad avere una legge di questo tipo, ma i risultati dal 1970 ad oggi sono, purtroppo, più che evidenti. Certe conquiste ci ricordano che anche Pirro vantò la sua vittoria.

 Cosa pensa dell’attuale Sommo Pontefice? Lei e la sua Organizzazione avete rapporti anche con lui?

Il Sommo Pontefice è sempre il capo della Cristianità ed io, e parlo per me e non per altri, ho sempre avuto per lui il rispetto che gli è dovuto. La mia Organizzazione ha rapporti con tutti. Le posso assicurare che la nostra è l’unica Associazione che ammette soltanto i credenti.

Dimenticavo. sembra che della «P2» facciano parte alti esponenti dei servizi segreti. Lei adesso lo negherà, ma non lo sembra che in Italia i servizi segreti abbiano spesso sofferto di deviazioni ed omissioni?

A prescindere dal fatto che non ricordo chi fa parte dell’Istituzione, per quanto riguarda l’efficienza dei servizi segreti non sta a me giudicarla. Posso solo dirle che ogni paese ne ha un paio e noi ne abbiamo otto e nonostante il gran numero, i risultati sono evidenti.

Suppongo che lei non abbia in alta considerazione i nostri politici. Proviamo a elencare i loro difetti?

Cosa devo dirle? Credo che i partiti scelgano i migliori elementi che hanno a disposizione per destinarli ai posti guida, ma come avrà notato, nonostante l’alternarsi di questi “geni”, le cose vanno di male in peggio. Ci sorge quindi spontanea la domanda: questi “geni” lavorano esclusivamente nell’interesse del paese oppure solo nell’interesse del loro partito?

Penso che in questa ultima ipotesi non riusciranno mai, nonostante la loro bravura, a riunire in un unico crogiuolo i vari componenti necessari per fondere una lega che dovrebbe proteggere gli interessi del popolo. L’unica alternativa a questo concetto è che poi non sono così bravi come si vorrebbe far credere e quindi nella loro meschina mediocrità non riescono a comprendere le esigenze del popolo o non riescono a sentire le loro responsabilità. In casi come questi, è più che accettabile l’affermazione del ministro Giannini: “Se fossi stato giovane, me ne sarei andato dall’Italia”.

 La caduta del Governo Cossiga ha procurato immediati nuovi problemi all’economia italiana. Dato che lei, con grande distacco e con apparente modestia, sembra fornire indicazioni su ogni problema, cosa pensa, appunto, dell’economia italiana?

Lo stato della medesima è disastroso, tuttavia potrebbe risolversi, ma solo a patto che qualcuno avesse il coraggio di far presente, in modo esplicito, in quale stato versa la nostra economia e in quali condizioni si verrà a trovare nel prossimo futuro se non si prenderanno energici provvedimenti.

È chiaro però che nessun uomo politico avrà la forza morale di prendere provvedimenti del genere che, almeno inizialmente, sarebbero impopolari e gli allontanerebbero, di conseguenza, molti suffragi elettorali. Perciò preferisce fare quello che fa: lo struzzo quando ha paura. Quello che ci dispiace è che questa mancanza di decisione e di controllo si ripercuota su di noi.

 Mi spiego meglio: se il Ministero dell’Industria e del Commercio, che concede ad occhi chiusi la possibilità di importare forti contingenti di prodotti tipicamente italiani, la cui introduzione sul mercato interno provoca automaticamente disagi economici e stasi o riduzione occupazionale per molte nostre aziende, si rendesse pienamente conto delle deleterie conseguenze delle sue concessioni, dovrebbe indubbiamente prendere provvedimenti adeguati per ovviare a questo stato di cose.

Se l’organo preposto stabilisse una statistica dei prodotti finiti che importiamo e li traducesse in tempi lavorativi tenendo conto di quanti lavoratori di ogni specifico settore sono a regime di cassa integrazione o, peggio, disoccupati per mancanza di lavoro, potrebbe fare in modo di ridurre il plafond delle importazioni fino a raggiungere il completo riassorbimento di questo personale inutilizzato.

 Mi scusi, non è possibile che tutto vada male e così male. Ad esempio, non potrà negare gli ormai indiscutibili vantaggi dati dall’appartenenza dell’Italia alla Comunità Economica Europea.

Allora, la prego di scusarmi lei: ma ho l’impressione che di economia non sia molto aggiornato. Provi a chiederlo a sua moglie. Adenauer, lei lo saprà, gestiva la politica facendosi informare dalla moglie sull’andamento del mercato. Vede, i vantaggi per l’Italia sono quelli di pagare molto di più i prodotti di largo consumo. Perché, se non fossimo legati alla CEE o se la Costituzione dell’Europa Unita fosse meno sfacciatamente favorevole ai paesi più ricchi di prodotti di base, il popolo italiano si troverebbe assai meglio. Così come stanno le cose, i vantaggi della Comunità vanno a senso unico e questo senso non è certo a favore dell’Italia.

Si spieghi meglio, dato che io, come quasi tutti gli italiani non so niente o poco di economia.

Bene, mi spiego con un esempio: in Italia la carne costa mediamente tredici dollari al chilo, estrogeni compresi; se invece che dai paesi esportatori della Comunità ci fosse consentito di approvvigionarci dai paesi dell’America Centro-Meridionale avremmo della carne, priva di estrogeni purtroppo, ad un prezzo di circa cinque dollari al chilo. Va da sé che, in questo caso, la nostra popolazione avrebbe ottima carne ad un costo notevolmente inferiore.

Ancora una domanda sull’economia. Qual è la sua opinione sui grandi operatori economici italiani e sulla Confindustria?

 A proposito degli operatori economici pochi di essi si salvano: la maggior parte non è un granché. Molto probabilmente difettano di idee, di iniziative, di decisioni e non sanno difendere il sistema industriale. Oppure, più semplicemente, non sono stati all’altezza di seguire l’evoluzione dei tempi. Mentre la Confindustria penso che abbia solo un ruolo puramente rappresentativo. Potrebbe far meglio se riuscisse a sganciarsi dai carri politici.

Mi lasci indovinare: è a favore della pena di morte?

Se lei facesse un sondaggio nei paesi in cui vige ancora la pena capitale, vedrebbe che non vi accade quello che sta succedendo nei paesi che l’hanno abolita. Non più tardi dello scorso anno un giornale ha pubblicato che nell’Unione Sovietica una persona è stata condannata a morte e giustiziata per aver ferito, ripeto ferito, un agente di polizia. Mi risulta che in quello stato siano rarissimi i furti, le rapine a mano armata, lo spaccio di stupefacenti e che siano del tutto inesistenti i sequestri di persona e gli atti di terrorismo. E dirò di più, nella democraticissima Francia è ancora in vigore la pena di morte.

 In questo piano di evidente moralizzazione che lei propone, sarebbe favorevole, invece, alla liberalizzazione delle droghe leggere?

Mi meraviglio che mi rivolga questa domanda, perché penso che anche lei abbia dei figli e quindi sa o dovrebbe sapere, che le disgrazie di una nazione e delle famiglie che la costituiscono sono dovute principalmente, anzi esclusivamente alla droga, i cui effetti non si esauriscono nell’individuo, ma riaffiorano anche nelle generazioni future. L’argomento mi disgusta: parliamo d’altro, se ancora mi deve chiedere qualcosa.

Quale consiglio darebbe al prossimo Primo Ministro?

Di fare meno programmi e più fatti. O meglio, i programmi enunciati non dovrebbero restare allo stadio di programmi, come è avvenuto fino ad oggi. Perché promettere e non mantenere è la cosa che più infastidisce la popolazione.

 Alla domanda: cosa vuoi fare da grande? cosa rispondeva?

 Il burattinaio.

"Colpevoli", in un libro I crimini più velenosi. Il Corriere della Sera il 15 Gennaio 2023.

Il volume, edito da “Chiarelettere”, porta le firme di Sandra Bonsanti e Stefania Limiti. Come l’orrenda Loggia massonica deviata P2 ( ancora attivissima) ha infestato le nostre vite e quella del Corriere.

Ho i brividi ancor prima di cominciare a scrivere. Quella sera di quarant’anni fa è una profonda ferita che non guarirà mai. Rientravo da un servizio all’estero per il Corriere della Sera e avevo in programma un pokerino notturno con gli amici della Cronaca. Il grido di un fattorino brucia ancora nella mente e nel cuore. “L’elenco della P2! Le telescriventi danno tutti i nomi e i cognomi”. Dal poker mancato a una notte da incubo: politici, generali, militari semplici, giornalisti tra cui numerosi del Corriere. L’elenco è stato dato alle agenzie dal capo del governo Arnaldo Forlani. Indiscutibile. E’ ancora oggi la voce del terrore che non dimenticherò mai. Come quando il caro collega Walter Tobagi mi confidò in una pizzeria, invece di rientrare subito a casa, chi gli aveva proposto di fare il direttore del “Mattino” di Napoli. Il prezzo? Andarsi a inginocchiare davanti a quel criminale di Licio Gelli. Meno di due mesi dopo Walter, un cattolico-socialista di grande rigore e dignità, fu ucciso dai terroristi. La mia ricchezza non sono i soldi, che ho sempre disprezzato, ma gli incontri e le emozioni. Nessuno potrà sottrarmeli. Una cara amica, che mi conosce molto bene e apprezza la mia passione per il giornalismo e la verità, mi ha regalato per Natale un libro, che-appena uscito-mi aveva incuriosito ma non l’avevo letto tutto. Sono riuscito ora, finalmente, a divorare “Colpevoli, Gelli, Andreotti e la P2”, scritto da Sandra Bonsanri, grande giornalista e senatrice, e dalla cara collega e amica da sempre Stefania Limiti (Edizioni C, chiarelettere). Un coltello piantato nel cuore del potere. Ricordo ancora quanto scrisse Norberto Bobbio: “Vi è sempre stato, e purtroppo penso che non se ne possa fare a meno, un potere invisibile dentro lo Stato….che agisce accanto a quello dello Stato, insieme dentro e contro…che si avvale del segreto per aggirare o addirittura violare impunemente le leggi”. Verissimo, terribile e amaro ma, come diceva Bobbio, “non bisogna mai arrendersi”. Il cancro che uccide è composto dal silenzio, dalla P2 (loggia massonica deviata ancora in piena attività), e dalle porcherie di sottoboschi governativi e istituzioni, ma anche di privati che cercano soltanto di riempire le proprie tasche. Ho vissuto abbastanza per conoscere gran parte di questi miserabili centri dove tutto è permesso. Il libro è spietato ma trasmette una cruda verità. Nella politica nazionale e in quella internazionale, volendo, troviamo proprio tutto. Ho frequentato a tavola, a Davos e a Gerusalemme, senza barriere formali, sette presidenti degli Stati Uniti, tre presidenti francesi, tre leader iraniani, e poi quattro Papi. Ho imparato, anche a mie spese-con qualche errore- dove possono spingersi le manovre del potere e della repressione. Il libro “Colpevoli” non fa solo riflettere, ma moltiplica la forza di lottare perché “La memoria è sacra. E non rispettarla sarebbe un insulto per le vittime e la storia, spesso dimenticata, del nostro Paese”. Vi parla, cari amici che mi seguite, uno che è Cavaliere al Merito della Repubblica italiana, Commendatore, ma che si è sempre rifiutato di esibire le insegne. Sono Ambrogino d’oro, ma il riconoscimento che amo di più mi è stato donato pochi mesi fa in Sicilia. Il premio alla memoria del mio,caro amico ed eroe, ammazzato dalla mafia, Paolo Borsellino. La motivazione mi riempie di orgoglio: “Aver tenuto la schiena dritta per tutta la vita”

La cronologia dei fatti.

Davigo.

Contrafatto.

Giuseppe Cascini.

Amara.

La cronologia dei fatti.

Caos procure, Racanelli in aula «Pignatone disse: chi porterà avanti l’esposto si farà male». La dichiarazione è stata resa nell’ambito del processo contro il giudice Stefano Rocco Fava accusato anche di accesso abusivo a sistema informatico e abuso d'ufficio. Simona Musco Il Dubbio il 5 ottobre 2023

«Chi porterà avanti questo esposto si farà male, molto male». A pronunciare queste parole, secondo quanto raccontato ieri in aula a Perugia dal procuratore aggiunto di Roma Angelantonio Racanelli, sarebbe stato Giuseppe Pignatone, all’epoca dei fatti procuratore nella Capitale. Al centro della conversazione l’esposto al Csm presentata da Stefano Rocco Fava, all’epoca pm a Roma, oggi giudice civile a Latina, accusato, assieme all’ex presidente dell’Anm Luca Palamara, di aver rivelato notizie d'ufficio «che sarebbero dovute rimanere segrete», e in particolare «che Fava aveva predisposto una misura cautelare nei confronti di Amara per il delitto di autoriciclaggio e che anche in relazione a tale misura il procuratore della Repubblica non aveva apposto il visto».

Nel procedimento, che vede il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo parte civile, Fava è accusato anche di accesso abusivo a sistema informatico e abuso d'ufficio. L’obiettivo, secondo l'atto di accusa «era di avviare una campagna mediatica ai danni di Pignatone», con l’aiuto di Palamara «a cui consegnava tutto l'incartamento indebitamente acquisito». Tale campagna si sarebbe realizzata anche con un esposto con il quale il magistrato segnalava il comportamento tenuto da Pignatone nei procedimenti a carico dell’ex avvocato esterno di Eni, Piero Amara, e dell’imprenditore Ezio Bigotti: il capo della procura aveva infatti negato che sussistessero ragioni per astenersi dalle indagini, nonostante i rapporti professionali di entrambi con il fratello Roberto.

L’esposto di Fava, difeso dall’avvocato Luigi Antonio Paolo Panella, arrivò alla prima commissione il 27 marzo, ma il comitato di presidenza decise di condurre una sorta di istruttoria preliminare, chiedendo informazioni all’allora procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, Giovanni Salvi, che a sua volta chiese chiarimenti a Pignatone. In quella corrispondenza erano contenute tutte le fibrillazioni registrate in procura, comprese quelle durante le due riunioni infuocate di cui poi i giornali diedero notizia.

Dopo tali accertamenti, l’esposto tornò a Palazzo dei Marescialli il 7 maggio 2019, ovvero due giorni prima del pensionamento di Pignatone. Da lì sarebbero dovute partire le prime audizioni, fissate a giugno, ma tutto si interruppe per via di una nota della procura di Perugia, che informava Palazzo dei Marescialli di un decreto di perquisizione che conteneva l’ipotesi di un tentativo di condizionamento della nomina del nuovo procuratore di Roma attraverso quello stesso esposto. E pochi giorni dopo, il Fatto e La Verità raccontarono della guerra in procura, fuga di notizie per la quale ora Fava e Palamara sono a processo. Appresa la notizia di un esposto nei confronti del procuratore capo, ha spiegato Racanelli, «sono andato da Pignatone per dirglielo e ho avuto l'impressione che lui già lo sapesse».

Successivamente, «sono andato nel suo ufficio, mi ha raccontato dell'errore in cui secondo lui era incorso Fava su suo fratello, e a un certo punto ha usato un'espressione che mi ha lasciato di stucco, una frase come “chi porterà avanti questo esposto si farà male, molto male”. Non era una frase, credo, rivolta a me, ma io all'epoca avevo un incarico associativo come segretario di Magistratura Indipendente e avevo rapporti con gli esponenti di MI al Consiglio. Pignatone era molto seccato ma convinto di essersi comportato correttamente».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “la Verità” venerdì 22 settembre 2023.

La loggia Ungheria non è mai esistita, ma qualche spintarella, come vedremo, a magistrati di alto rango, l’ex avvocato (è stato radiato dall’albo) Piero Amara ha provato a darla, non senza successo. Purtroppo per lui, dopo anni di bugie e mezze verità, è comunque arrivato il conto. Ieri, in occasione dell’udienza preliminare del procedimento milanese a carico suo e del suo sodale Giuseppe Calafiore nei corridoi del Palazzo di giustizia si sono accalcate decine di avvocati in rappresentanza delle parti civili.

I due sono accusati di calunnia e autocalunnia nei confronti di sé stessi e di 65 persone, quasi tutti alti rappresentanti delle istituzioni (della politica, delle Forze armate e della magistratura), per averne denunciato l’affiliazione alla fantomatica associazione segreta.

Le persone offese che hanno chiesto di costituirsi sarebbero 36, tra cui l'ex ministro Paola Severino, l'ex vicepresidente del Csm Michele Vietti, l’ex presidente della Cassazione Giovanni Canzio (insieme con diversi suoi colleghi), l’ex comandante generale della Gdf e ora presidente dell’Eni Giuseppe Zafarana e l’ex comandante dei Carabinieri e attuale capo di gabinetto del ministro della Difesa Tullio Del Sette.

Avrebbero, invece, rinunciato i familiari di Silvio Berlusconi, il cardinale Piero Parolin, l'ex vice presidente del Csm Giovanni Legnini, il giudice della Corte costituzionale Filippo Patroni Griffi e l'ex presidente del Tribunale di Milano Livia Pomodoro. 

Il gup Guido Salvini ha rinviato al prossimo 7 ottobre l’udienza per decidere sulle parti civili. Tra le presunte vittime di calunnia anche l’ex consigliere del Csm Sebastiano Ardita, oggi procuratore aggiunto di Catania. Il suo avvocato Fabio Repici, nella memoria presentata a Salvini, ha evidenziato i rapporti tra il difensore di Amara, Salvino Mondello, e il procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo (sono stati reciproci testimoni di nozze), che ha gestito il «pentimento» di Amara nella Capitale.

A rinforzare l’accusa nei confronti dei due imputati è arrivato in zona Cesarini il decreto di archiviazione della gip di Perugia Angela Avila su Ungheria, un atto in cui viene sancito che la loggia segreta non sarebbe mai esistita […] In compenso, tra un pranzo e una cena, qualche toga avrebbe cercato un «aiutino» per la propria carriera. […] I magistrati rimasti nella rete della Procura del capoluogo umbro, seppur senza specifiche contestazioni penali, non sono molti, ma autorevoli.

Secondo la Avila, in modo del tutto autonomo dalla massoneria, Amara possedeva «una rete di relazioni e rapporti di altissimo livello con persone operanti nelle istituzioni pubbliche», «aveva rapporti con magistrati» ed «era considerato capace di intervenire nelle nomine per i vertici degli uffici giudiziari tant’è vero che veniva contattato dagli stessi magistrati interessati a ricoprire incarichi direttivi».

E qui la gip fa tre nomi su tutti: Lucia Lotti, Carlo Maria Capristo e Francesco Saluzzo. Capristo è stato procuratore di Trani e Taranto, è stato arrestato con l’accusa di corruzione in atti giudiziari e il procedimento che lo riguarda è in corso a Potenza. La Lotti è procuratore aggiunto a Roma e per lei la Procura di Catania ha chiesto l’archiviazione dalla medesima accusa. Francesco Saluzzo è, invece, procuratore generale di Torino e si è occupato anche della vicenda dell’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito.

A proposito del rapporto tra questo terzetto di toghe e il faccendiere siracusano, la Avila scrive: «Non solo in Sicilia, in Puglia e a Roma, ma anche a Torino, già nel 2016, potevano essere giunte notizie circa le capacità e possibilità di Piero Amara di poter “intercedere” presso il Csm per poter sponsorizzare le candidature di magistrati a nomine di incarichi direttivi. E infatti sono almeno tre i magistrati che hanno tentato di procurarsi un incontro con Amara per poter aumentare le chance di vittoria». 

Ma più che le dichiarazioni dell’ex professionista siciliano a chiarire il quadro sono state le indagini della Procura di Perugia, che si è concentrata in particolare su undici episodi. Tra questi, «l’intervento a favore» dei magistrati sopracitati. La Avila evidenzia come un testimone, l’avvocato Angelo Mangione, legale in rapporti con la Lotti, abbia «ammesso di aver presentato la donna ad Amara e in particolare ha ricordato che era stato il magistrato prima della nomina a procuratore a chiedergli di incontrare Amara senza spiegargliene le ragioni». L’auspicato incontro sarebbe avvenuto in un bar vicino a Montecitorio.

L’ex deputato (Udc, Pdl e Ala) e ministro Francesco Saverio Romano, davanti ai magistrati, ha confermato tutto: «Un giorno Amara mi chiama chiedendomi se potessi incontrare Lucia Lotti che aspirava a diventare procuratore di Gela e che aveva saputo che un componente del Csm (Ugo Bergamo, ndr), ex senatore di Udc, aveva manifestato perplessità alla sua nomina». Romano si mise a disposizione e accolse la pm e il suo sponsor nel suo ufficio in Parlamento. 

Il testimone ha fornito agli inquirenti tutti i dettagli del soccorso «politico» alla toga progressista: «Mi incontrai con Amara e la Lotti, lei mi raccontò del suo curriculum e mi disse che aveva sentito che Ugo Bergamo aveva manifestato delle perplessità sulla sua nomina. lo le dissi che potevo benissimo parlare con Ugo Bergamo che conoscevo bene e che gli avrei fatto sapere».

Come andò è lo stesso ex braccio destro di Denis Verdini a svelarlo: «Parlai con Ugo Bergamo, in quel momento componente del Csm e lui negò di aver manifestato perplessità sulla nomina della Lotti. Io trasferii l’informazione ad Amara e la vicenda si chiuse così». Le indagini non avrebbero individuato successivi favori professionali della Lotti ad Amara, in quel momento avvocato dell’Eni. Per questo la Procura di Catania ha chiesto l’archiviazione per la toga dall’accusa di corruzione in atti giudiziari.

Per quanto riguarda Francesco Saluzzo la principale conferma alle dichiarazioni di Amara (che aveva raccontato di un incontro conviviale con il pg) è arrivata dall’ex amministratore delegato di Pagine Gialle ed ex presidente di Centostazioni Paolo Torresani, vecchio amico del pg. Il manager, infatti, a un inquirente che lo sollecitava, ha confermato il banchetto e i partecipanti: «Effettivamente adesso che me lo ricorda a questo pranzo insieme ad Amara, Serrao (Antonio, ex direttore del Consiglio di Stato e indagato e poi archiviato come membro della loggia Ungheria, ndr) e me era presente anche il dottor Saluzzo. Questo pranzo è avvenuto circa cinque/sei anni fa, ma non ricordo precisamente la data».

Torresani, dopo aver ammesso di essere diventato «amico» di Saluzzo a partire dal 1992 («Sua moglie Donatella è stata mia assistente per circa sei o sette anni» ha spiegato) ha ricordato di che cosa si parlò al tavolo: «Del più e del meno, ma ricordo che Saluzzo disse che teneva molto a essere nominato procuratore generale di Torino e in buona sostanza disse che chi tra di noi presenti a quel tavolo poteva spendere una parola buona la doveva spendere. lo dissi che attraverso il mio vicino di casa, Sergio D'Antoni, noto sindacalista, lui poteva avere accesso alla dottoressa Paola Balducci (ex consigliere del Csm in quota Sinistra ecologia e libertà, ndr). D’Antoni mi disse che con la Balducci andavano insieme a vedere le partite della Roma allo stadio».

A questo punto gli inquirenti chiedono se anche Amara avesse offerto il suo sostegno, ottenendo questa risposta: «Sì, disse che aveva delle conoscenze all'interno della magistratura e che poteva aiutarlo». Torresani ha concluso spiegando di non sapere se Saluzzo e la Balducci si siano mai incontrati. Serrao ai magistrati ha riferito di essere stato lui ad «aver portato con sé Piero Amara, il quale, in quell’occasione aveva conosciuto Torresani (il padrone di casa) e Saluzzo, tra di loro legati da stabili rapporti di frequentazione». 

Precedentemente il faccendiere aveva registrato di nascosto Serrao e secondo la gip dall’ascolto del file audio emergeva «non solo che il pranzo a casa Torresani c’era stato, ma anche che la partecipazione di Amara al pranzo era funzionale alla sponsorizzazione di Saluzzo, circostanza che Serrao mostrava di sapere», ma che doveva rimanere «riservata». Nell’occasione Serrao avrebbe accolto «senza replica l’invito di Amara che lo esortava a non dire nulla laddove fosse stato sentito dagli inquirenti».

Saluzzo ha denunciato Amara per calunnia. Nella sua querela il pg ammette l’amicizia con Torresani e le chiacchiere conviviali, ma non la ricerca di sponsor: «Con lui si è parlato più volte del mio lavoro (non dell'attività giudiziaria, ovviamente), e di quegli stessi aspetti, legati alle mie domande per ottenere l’assegnazione di incarichi direttivi o altro. Si trattava, però, e sempre, di discorsi che rimanevano in superficie e che certamente non erano finalizzati al procacciamento di sostegni». 

Sui favori fatti a Capristo sono stati trovati numerosi riscontri, negli appunti di Amara, nelle chat di quest’ultimo con Denis Verdini e grazie ad alcune testimonianze. L’ex legale portava il procuratore in giro per ristoranti (per esempio lo presentò a Luca Lotti in un’osteria romana) e case alla ricerca di aiuti per fargli ottenere questo o quell’incarico.

Ma nel decreto di archiviazione e nell’istanza della Procura manca quanto raccontato da Amara il 3 novembre 2021: «Ricordo che io avevo ricevuto da Carlo Capristo la richiesta di incontrare il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Io comunicai a Roberto Pignatone (il fratello, consulente di Amara, ndr) tale richiesta di Capristo. Roberto Pignatone, quindi, su mia richiesta, organizzò una riunione tra il fratello ed il dottor Capristo. A tale incontro, che sarà sicuramente confermato, credo che partecipò oltre al procuratore Pignatone e Capristo, anche l’avvocato Mangione. L’oggetto dell’incontro era quello di valutare la candidatura di Capristo quale procuratore della Repubblica di Perugia». Un appuntamento che non sappiamo se sia stato accertato dalle indagini.

 Estratto dell’articolo di Giuseppe Salvaggiulo per “la Stampa” mercoledì 20 settembre 2023.

Non una «loggia massonica coperta», ma un reticolo di rapporti opachi di potere tra politici, magistrati, grand commis nella Roma del patto del Nazareno. Questo è il succo del decreto di archiviazione della giudice perugina Angela Avila che mette la parola fine al vaudeville della Loggia Ungheria. La loggia, per come fu rappresentata dall'ineffabile avvocato Piero Amara alla fine del 2019, non esiste. Né lui né i suoi sodali siciliani hanno mai fornito la fantomatica lista degli affiliati […] una sfilza di nomi […] seguiti da fumettistici soprannomi: Escobar, Nano, Zorro, Babbaleo, Lepre, Uccello, Camaleonte.

Prima hanno promesso la consegna della lista. Poi hanno indicato altri detentori, ma le perquisizioni hanno fatto buca. Infine hanno raccontato che la preziosa cartuccella sarebbe custodita a Dubai da tal Patrick, agente segreto iraniano. Troppo poco, anzi nulla, per un'associazione segreta. 

«Manca una ricostruzione della struttura organizzativa», nota la giudice. Manca la sede delle riunioni: nella basilica di San Giovanni in Laterano o nell'omonima piazza pariolina? Quanto ai riti – dal saluto con l'indice premuto tre volte sul polso alla domanda «Sei mai stato in Ungheria?» come codice di riconoscimento – nessuna conferma.

Ma soprattutto […] sono i riscontri a specifici episodi narrati da Amara a smentire la fola di una «nuova P2». Perché, argomenta la giudice aderendo all'impostazione della Procura, i dimostrati «singoli rapporti di colleganza» sono logicamente incompatibili con «un'azione organizzata, programmata e pianificata da parte di un gruppo di persone segretamente associate, diretta a interferire sulle istituzioni». 

Amara […] resta enigmatico e inaffidabile […] ma dei suoi torrenziali verbali […] qualcosa resta. Alcuni episodi che ha raccontato sono veri. E lo collocano al centro di «una serie di iniziative dirette a influenzare l'esercizio delle funzioni pubbliche, con illecite pressioni e avvalendosi di una significativa rete di relazioni». Tutto si svolge, come racconta Denis Verdini, all'ombra del patto del Nazareno.

Amara ha rapporti con lui, all'epoca architrave del governo Renzi, e, indirettamente, con Luca Lotti, sottosegretario a Palazzo Chigi. Lotti viene appellato da Amara & C. in diversi modi: LL, Capo, Luca. Interrogato, Lotti ridimensiona i rapporti e nega di aver comunicato su chat criptate col soprannome «Siffredi2». «Il sistema Amara», come l'ha definito il procuratore di Perugia Raffaele Cantone, operava in Sicilia, Puglia, Lazio e Piemonte, «per soddisfare interessi personali funzionali al consolidamento di posizioni di potere».

L'inchiesta ha ricostruito almeno tre casi di alti magistrati che, in corsa per una nomina a procuratore, si sono rivolti a lui per una spintarella al Csm. E il magistrato della Corte dei Conti Raffaele De Dominicis, che aveva nelle mani un fascicolo sul premier Renzi, chiedeva ad Amara di procurargli un appuntamento con Lotti a Palazzo Chigi. Così come ha trovato un parziale riscontro il fatto che Amara perorò un incarico professionale dalla società Acqua Marcia per il futuro premier Giuseppe Conte.

Le chat estrapolate dal suo cellulare e un appunto sequestrato a Firenze in tempi non sospetti smentiscono la prima versione minimalista di Verdini sui rapporti con Amara. Risulta infatti che Verdini si rivolgesse a lui per farsi indicare nomi da suggerire a Lotti per le nomine governative al Consiglio di Stato e alla Corte dei Conti. «Mi serve urgente curriculum!», «Mi devi dare un altro nome!», scriveva quando saltava una nomina. I due interloquivano a tutto campo.

Dal parastato siciliano all'Eni, dal Csm (per cui viene citato Cosimo Ferri) all'Ilva, su cui Amara chiedeva di far capire a Lotti «di non rompere le palle». In un appunto compare il nome dell'attuale ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi. Che si sarebbe rivolto ad Amara per un'intercessione con il mondo renziano, nel 2016. «Attualmente vicecapo della polizia, punterebbe a diventare capo della polizia oppure direttore dell'Aisi», il servizio segreto.

Verdini conferma: «Effettivamente Amara me ne parlò. Era in disgrazia nel ministero». Prima smentisce l'incontro. Ma i pm trovano un suo documento, e Verdini ammette: «Non ricordavo, ma se l'ho scritto è vero. Piantedosi non era valorizzato e voleva un'occasione per parlare con il ministro». Piantedosi ha dato mandato ai suoi legali per tutelare la sua reputazione in ogni sede giudiziaria.

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” martedì 5 settembre 2023.

Soldi, massoneria, politica, raccomandazioni e molto altro. Nelle dichiarazioni rese da Denis Verdini […] alla Procura di Perugia, ma anche nelle sue chat e nei suoi appunti […], c'è tutto questo. Documentazione che offre diverse retroscena dell'epoca d'oro del governo Renzi e racconta come l'ex numero due di Forza Italia abbia garantito con il suo partitino, Ala (Alleanza liberalpopolare-autonomie), […] la permanenza del fu Rottamatore a Palazzo Chigi per i famosi mille giorni. 

Il procuratore Raffaele Cantone il 28 ottobre 2021 ha domandato a Verdini se avesse mai fatto parte della loggia deviata Ungheria (la cui esistenza è stata denunciata dal faccendiere Piero Amara), un sospetto per cui Denis era stato iscritto sul registro degli indagati per violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete (ma, nel 2022, la Procura ha chiesto l'archiviazione).

E lui ha risposto: «Lo escludo categoricamente. Amara non me ne ha mai parlato. La voce della mia appartenenza alla massoneria venne messa in giro durante la campagna elettorale del Mugello del senatore Antonio Di Pietro (nel 1996, ndr). Fu addirittura il Presidente Cossiga (Francesco, ndr), forse per scherzo, a fare una dichiarazione in tal senso. Io, tuttavia, sono lontano per cultura da qualsiasi loggia massonica».

Leggere le parole di Verdini, i suoi promemoria, i suoi messaggi, è un po' come aprire la scatola nera del Renzismo allo zenith. Un governo, quello del senatore di Riad, nel cui sottoscala si muovevano a proprio agio faccendieri dello spessore di Amara, che avevano rapporti con uomini vicinissimi al premier, come Luca Lotti o Andrea Bacci, ma anche, en-passant, con Tiziano Renzi. Un'allegra brigata che frequentava la Capitale per fare politica, ma anche per organizzare affari, decidere nomine e intessere rapporti.

Nel suo verbale Verdini riassume con i magistrati la breve parabola di quella stagione: «La conoscenza con l'avvocato Amara inizia nel 2014. Per comprendere l'origine di tale rapporto devo fare una premessa relativa alla mia storia politica ea quella della costituzione del movimento Ala. 

Nell'anno 2013, a distanza di quindici giorni dall'espulsione di Silvio Berlusconi dal Senato, l'8 dicembre, venne nominato segretario del Pd Matteo Renzi. Dopo poco venne stipulato il cosiddetto Patto del Nazareno. Con tale accordo nasce di fatto il governo presieduto da Renzi. La gestione di tale fase venne affidata per il centrodestra a Berlusconi, Letta e io, mentre per il centrosinistra vi erano Renzi, Guerini (Lorenzo, ndr) e Lotti. L'accordo e le trattative riguardavano le riforme da portare a termine nell'interesse del Paese».

Il «macellaio», come lo ha soprannominato qualcuno, con i pm, specifica: «Dopo il venir meno del Patto del Nazareno, io, che ritenevo quello un grave errore di Berlusconi, creai il gruppo politico di Ala». E aggiunge: «Io non frequentavo Palazzo Chigi, io frequentavo il Nazareno». 

[…] Il resoconto di Verdini tocca anche la delicata questione delle poltrone delle partecipate: «Dopo la costituzione del governo vennero effettuate delle trattative per la nomina dei vertici delle grandi società di Stato. Le nomine che occorreva rinnovare erano state fatte in passato dal governo Berlusconi. Io partecipai a varie riunioni per mediare […]. Dopo gli incontri tra le varie forze, io mi recavo al mio partito, essendo all'epoca coordinatore di Forza Italia, e riferivo quale era l'orientamento che era emerso.

All'Eni, Berlusconi voleva che venisse riconfermato Paolo Scaroni, mentre Renzi puntava su Claudio Descalzi, che venne effettivamente nominato. Saverio Romano […] mi disse che doveva presentarmi un professionista che aveva un peso nel mondo Eni». 

Ed ecco che spunta l'avvocato Amara, con tutte le conseguenze del caso. L'ex legale (è stato radiato dall'ordine), quando iniziano i suoi problemi giudiziari, per dimostrare l'esistenza della loggia e il proprio potere di influenza cerca di convincere Verdini a reggergli il gioco nelle sue accuse contro i vertici dell'Eni , in particolare contro Descalzi e Claudio Granata, che a Milano la Procura ha ritenuto vittime di calunnia. 

[…] Verdini, a Perugia, ha riferito di aver incontrato due volte Amara dopo che costui aveva iniziato a rendere dichiarazioni ai pubblici ministeri di Roma, Milano e Messina: «[…] Amara disse che poteva ritrattare le sue dichiarazioni, ma io, in cambio, avrei dovuto dichiarare che lui era intervenuto per la nomina di Descalzi e che aveva fatto da tramite tra me e Granata. Io rifiutai di rendere tali false dichiarazioni. Faccio presente che nel primo incontro lui non aveva indicato tali condizioni per ritrattare. Aveva semplicemente ipotizzato che venissi sentito nell'ambito di investigazioni difensive.

A questo punto secondo me nasce l'avversione nei miei confronti di Amara. A mio avviso, tale rifiuto ha indotto Amara ad indicarmi come uno dei vertici della loggia segreta». 

[…] Anche nelle sue annotazioni Verdini prova a immaginare perché Amara abbia «buttato lì» il suo nome come appartenente all'Ungheria, dandosi, tra le altre, anche questa risposta: «Che era credibile per la mia “notorietà negativa”». […]

[…]  Con i magistrati l'ex fondatore di Ala ha specificato: «Prima della nomina di Descalzi nessuno aveva avuto modo di interloquire su tali nomine […]. Come ho già detto è falso completamente quanto riferisce Amara in merito ad un suo intervento per la nomina di Descalzi. […] 

Mi fece intendere che secondo i vertici dell'Eni ero stato io a favorire la nomina in oggetto. Io gli dissi che tale circostanza non rispondeva al vero e che Descalzi era stato scelto non per merito mio».

Il 3 giugno 2020, sentito come testimone a Milano, Verdini aveva già detto: «lo risposi loro che non avevo fatto assolutamente nulla in quanto nei tavoli […] ascoltavo […] e non avevo potere decisionale , anche perché il Nazareno era un tavolo di trattativa sulle riforme e non sulle nomine». 

Sui fogli intestati del quotidiano Il Tempo Verdini riflette anche su che cosa potrebbe aver causato il fraintendimento ei conseguenti salamelecchi. E arriva a questa conclusione: avrebbe fatto l'errore di comunicare a Romano la possibilità di far incontrare Descalzi a Londra con Renzi e questa informazione, forse, potrebbe essere stata utilizzata da Amara & C. per farsi belli. 

A un certo punto, assediato dalle bugie del faccendiere siracusano, Verdini è sbottato davanti ai magistrati: «Se leggete le mie chat, troverete la soluzione di tutto. Vi autorizzo a leggerle e ad utilizzarle».

Queste coprono un periodo che va dall'ottobre 2014 al dicembre 2016, dati della caduta del governo Renzi. Il fantomatico intervento per la nomina di Descalzi sembra trasformarsi nell'occasione per mettere in piedi un business esotico che coinvolgeva pezzi della maggioranza di governo e nella fattispecie Verdini e Romano: «Amara mi propone di importare dell'olio di palma». 

Prodotto che avrebbe dovuto «sostituire il petrolio nelle centrali di Gela e Venezia», raffinerie dell'Eni. «Ricordo che in vista dell'organizzazione […], ci recammo a Dubai io, Amara, Saverio Romano, mio figlio ed il figlio di Romano. In tale località verificammo la possibilità di portare a termine l'affare, consistente nell'acquisto di olio di palma da una compagnia (indonesiana, ndr) che aveva il monopolio mondiale di tale prodotto. Tuttavia, l'affare non andò in porto. Non aprimmo alcun conto a Dubai».

Infatti, Denis, per non «invischiare» il figlio, e pregiudicare la propria posizione giudiziaria, si sarebbe opposto al progetto, «sebbene tutto fosse regolare». […] 

«Dopo la vicenda di Dubai, Amara venne da me e mi disse che aveva costituito una società in Slovenia e che la stessa funzionava. Non escludo che poi effettivamente qualche operazione sia stata fatta. Un certo punto. affermò che io e Romano eravamo per lui dei soci, almeno dal punto di vista ideale. Ricordo che consegnò delle somme di denaro ai dipendenti di Ala e giustificò tali erogazioni in due modi. Affermò che tali impiegati lo aiutavano nel fornirgli la rassegna stampa e che la somma che lui aveva erogato proveniva dai suoi guadagni con la società slovena».

[…] Negli appunti sono riportati anche delle cifre: «Portò per alcune volte dei soldi, non ricordo gli importi, ma stimo 50/70». Alla domanda «e Saverio?» di Verdini, Amara avrebbe replicato: «A lui ci penso io». […] 

Verdini, quindi, descrive Amara come un uomo alla continua e spasmodica ricerca di appoggi per interventi in nomine e in procedimenti giudiziari e che menava vanto di tali attività. L'ex senatore ha raccontato che Amara gli parlava con insistenza dell'attuale ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e che, in un'occasione lo avrebbe incontrato a cena a casa di Amara. 

Nel memoriale aveva scritto: «Mi ha invitato decine di volte agli incontri a casa sua e in altri luoghi. Io sono andato una volta a casa, dove ho incontrato Piantedosi». Però, l'indagato, con i magistrati aveva inizialmente negato quella faccia a faccia: «Amara mi fece il nome di Piantedosi e mi propone di parlarci. lo, nonostante le insistenze, non lo incontrai, sebbene Amara volesse che io lo vedessi. Piantedosi all'epoca era in disgrazia nell'ambito del ministero. Probabilmente Amara aveva dei rapporti con Piantedosi, ma io non so di che natura».

A quel punto gli inquirenti gli avevano contestato che nelle sue note aveva ammesso l'incontro e allora Verdini è tornato sui propri passi: «Sì, effettivamente sugli appunti che mi sono stati sequestrati è scritto che ho incontrato Piantedosi. Al momento non lo ricordavo, ma se l'ho scritto è vero. Piantedosi, come ho detto, non era valorizzato e, per quello che ricordo, voleva un'occasione per parlare con il ministro (all'epoca il capo del Viminale era Angelino Alfano, ndr)». 

Qualche settimana prima il pm Mario Formisano ad Amara aveva chiesto: «Si è interessato alla carriera professionale del prefetto Piantedosi?». E il faccendiere aveva replicato: «Certo! Lui aveva due aspirazioni, una è fare il capo dei Servizi, ebbe un incontro insieme a me, Denis Verdini, […] proprio a casa mia. Poi voleva diventare capo della Polizia».

Il politico toscano ha fatto riferimento anche a uno dei fratelli dell'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone: «Amara mi propone nel frattempo di partecipare a numerosi incontri e pranzi. Io gli dissi che non doveva coinvolgermi in operazioni poco chiare […]. Mentre lui si adoperava per trovarmi una fideiussione, […]  mi contattò e mi invitò a salire in uno studio. Salii in questo studio, che si trova vicino l'ambasciata americana, e vi trovai un uomo che mi fu presentato come il fratello del dottor Pignatone. Dopo aver parlato con tale professionista, Amara mi disse: "Vedi con chi ho contatti? Sono una persona seria, che lavora con gente rispettabile."  Amara mi disse che Roberto Pignatone era un suo consulente. Parlammo circa cinque minuti. Fu solo una presentazione».

L'incontro trova conferma nelle annotazioni di Verdini […]: «Una volta in ufficio mi ha presentato il fratello di Pignatone dicendomi che lavorava con lui e per lui. Questo perché gli dicevo che non volevo pasticci». E il fratello di Pignatone doveva fungere da garanzia. I magistrati hanno chiesto a Verdini se Amara avesse fatto delle donazioni ad Ala e la risposta è stata affermativa: «[…] probabilmente […] ha fatto donazioni di importo modesto. Mi presentò diversi politici e imprenditori […]. Questi ultimi facevano offerte di denaro per sostenere il movimento, ma io le ho sempre rifiutate». In sostanza nella storia di Ungheria, la fantomatica loggia che sembra non sia mai esistita, c'era un po' di tutto, meno che i grembiulini ei compassi.

Loggia Ungheria: la cronologia dei fatti. GIULIA MERLO su Il Domani il 08 luglio 2022  

Per seguire meglio il caso loggia Ungheria, è necessario ricostruire la cronologia dei fatti. Dai verbali di Amara resi a Milano nel dicembre 2019 fino alla richiesta di archiviazione della procura di Perugia 

Dicembre 2019: l’ex legale esterno di Eni, Piero Amara, viene sentito dai magistrati milanesi Ilaria Pedio e Paolo Storari nell’ambito di uno dei filoni dell’inchiesta Eni, in particolare quello chiamato “Falso complotto Eni”.

Amara viene sentito il 6, 14, 15 e 16 dicembre e l’11 gennaio 2020 e rende una serie di verbali, nei quali racconta dell’esistenza di quella che lui chiama la loggia Ungheria, una associazione segreta composta da magistrati, politici, funzionari delle forze dell’ordine e uomini di potere, che operava per influenzare gli esiti dei processi e altre attività occulte. 

Aprile 2020: Storari, preoccupato per l’inerzia della sua procura e contrario all’immobilità secondo lui imposta dal procuratore capo, Francesco Greco, si consulta con il consigliere del Csm, Piercamillo Davigo. Dei verbali non si è ancora fatto nulla, non procedendo all’inscrizione nel registro delle notizie di reato per cominciare le indagini.

Davigo assicura di poter ricevere i verbali perchè a lui, in quanto consigliere del Csm, non è opponibile il segreto istruttorio. Storari glieli consegna, in formato word e su una chiavetta Usb, e Davigo promette di attivarsi presso il Csm.

4 maggio 2020: Davigo comunica all’ufficio di presidenza del Csm, composto dal vicepresidente David Ermini e dai due membri di diritto della Cassazione, e anche ad altri consiglieri il contenuto dei verbali di Amara, spiegando le sue preoccupazioni per l’inerzia di Milano davanti a quella che potrebbe essere una nuova loggia P2. 

Ne parla anche con il pg di Cassazione, Giovanni Salvi, membro dell’ufficio di presidenza del Csm e titolare dell’azione disciplinare oltre che vertice dei procuratori italiani, per chiedergli di intervenire sul procuratore di Milano, Francesco Greco.

Davigo consegna anche copia dei verbali a Ermini, il quale parla del loro contenuto al presidente della repubblica, Sergio Mattarella. Ascoltato come testimone nei giorni scorsi, Ermini ha confermato questi fatti, dicendo di non aver letto i verbali ma di averli distrutti.

9 maggio 2020 la procura di Milano iscrive nel registro delle notizie di reato lo stesso Piero Amara, il suo collaboratore Alessandro Ferraro e l’avvocato Giuseppe Calafiore, con l’ipotesi di reato di associazione segreta. 

Giugno 2020: A questo punto c’è un primo fatto su cui ci sono diverse versioni: Salvi sostiene di aver telefonato a Greco e di avergli ingiunto di procedere sui verbali della Loggia Ungheria. «Greco mi informò per grandi linee della situazione e delle iniziative assunte. Si convenne sulla opportunità di coordinamento con le Procure di Roma e Perugia. Il coordinamento fu avviato immediatamente e risultò proficuo», ha spiegato Salvi, indicando dunque che un fascicolo sarebbe stato infine aperto sul contenuto dei verbali di Amara.

Greco dice di non aver ricevuto alcuna pressione esterna, che per la delicatezza delle indagini bisognava procedere con cautela e di averlo fatto secondo i tempi che lui riteneva idonei, appunto nel maggio 2020.

Ottobre 2020: il Csm, in una tesissima seduta, vota per l’esclusione di Davigo dal plenum, in quanto pensionato. 

Dicembre 2020: i verbali della loggia Ungheria, lasciati da Davigo nel suo studio, vengono trafugati e inviati in plichi anonimi a due giornali, il Fatto Quotidiano e Repubblica, che però non li utilizzano e vanno a denunciarli alle procure di Roma e Milano.

Gennaio 2021: dopo un interrogatorio congiunto ad Amara tra le procure di Milano e Perugia, la procura di Milano trasmette l’intero procedimento per competenza alla procura di Perugia. L’ipotesi accusatoria è di associazione segreta e gli indagati dovrebbero essere dei magistrati romani di cui ancora non si conoscono i nomi.

27 aprile 2021: il nostro quotidiano pubblica un articolo sugli affari del leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, in cui vengono citati anche i verbali di Amara.

28 aprile 2021: durante il plenum del Csm, il togato Nino Di Matteo rende pubblica l’esistenza dei verbali e della presunta loggia Ungheria, dicendo di aver ricevuto i verbali in un plico anonimo e di ritenerli calunniosi nei confronti in particolare del collega del Csm, Sebastiano Ardita.

Aprile 2021: sono aperti altri due procedimenti penali: uno a Roma per calunnia a carico di Marcella Contraffatto, ex segretaria di Davigo e considerata la mittente dei plichi anonimi e uno a Brescia, con l’ipotesi di rivelazione di segreto d’ufficio a carico di Storari.

Settembre 2021: Greco va in pensione da procuratore capo di Milano, in una intervista difende il suo operato e attacca sia Storari che Davigo per l’utilizzo dei verbali.

Ottobre 2021: Greco viene indagato dalla procura di Brescia e rinviato a giudizio con l’accusa di omissione d’atti d’ufficio per la gestione del processo Eni-Nigeria, in cui si tentò di utilizzare anche le dichiarazioni di Amara e che è all’origine dello scontro interno alla procura di Milano.

Dello stesso reato sono imputati anche Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, titolari del fascicolo.

Febbraio 2022: il procedimento contro Greco viene archiviato dal tribunale di Brescia.

Marzo 2022: il tribunale di Brescia assolve Storari con un procedimento con rito abbreviato per rivelazione di segreto d’ufficio. Rimane in corso un procedimento con la stessa imputazione a carico di Davigo, che ha scelto il rito ordinario.

Aprile 2022: inizia a Brescia il processo a Davigo per rivelazione di segreto d’ufficio, nel quale verranno sentiti tutti i vertici coinvolti.

Luglio 2022: la procura di Perugia chiede l’archiviazione dell’inchiesta per associazione segreta sulla presunta loggia Ungheria, ritenendo che le dichiarazioni di Amara non abbiano sufficienti riscontri. Stralcia però alcune delle sue dichiarazioni e le invia per competenza ad altre procure perchè si continui ad indagare.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Davigo.

Piercamillo Davigo, se la gogna in televisione fa male perfino a lui. Francesco Specchia Libero Quotidiano il 06 ottobre 2023

C’è una sorta di nemesi biblica che dovrebbe insufflare, nella raffinatissima mente giuridica di Piercamillo Davigo, il germe del dubbio. Perché andare in tv a farsi del male? Dubbio che dovrebbe assalire il magistrato ogni volta – e le volte sono tante - in cui si presenta nei talk show a fornire il proprio contributo su riforma della giustizia, terzietà dei pm e processi sulla cresta dell’onda, tipo quello sulla Loggia Ungheria. Ovvero il processo in cui egli stesso risulta condannato in primo grado, colpevole secondo il tribunale di aver addirittura «smarrito la postura istituzionale»: per un servitore dello Stato la peggiore delle infamie.

Ecco: noi siamo contenti - ora che il condannato è lui - che il magistrato fieramente giustizialista, l’uomo per cui non esistevano «innocenti ma colpevoli ancora da scoprire», oggi appaia convertito a un’idea garantista del mondo.

Siamo felici che Davigo, come ha fatto a La7, prima a Otto e mezzo, poi a Piazzapulita, poi a DiMartedì, invochi ora l’articolo 27 della Costituzione. La presunzione di non colpevolezza, un tempo da lui ritenuta una sorta di eczema della giustizia. Certo, è vero che la condanna della toga a un anno e tre mesi per rivelazione del segreto d’ufficio è soggetta a ricorso e che l’ordinamento per condannare definitivamente richiede tre gradi di giudizio. Ed è una grande conquista per noi garantisti, il fatto che proprio Davigo la rimarchi.

Però esiste anche una dimensione televisiva. Che oramai spinge ogni interlocutore di Davigo ospite nei talk a opporgli sempre quella prima condanna che è la lettera scarlatta. Il peccato originale. Funziona così. Davigo comincia a prodursi nei suoi monologhi da toga arcigna che – sbem! - gli arriva subito la palata nei denti: «Dottor Davigo, lei è un condannato: per i suoi parametri non dovrebbe parlare...». E si capisce che, da quel momento, ogni tentativo del magistrato, di risalire la china dialettica finisca per schiantarsi contro la realtà. Poi metteteci anche altre perle. Tipo Davigo che, sempre da Floris aveva affermato che il collega Francesco Greco avesse violato la legge (e invece è stato archiviato). Tra l’altro, nello spettatore la timida asprezza di Davigo televisivamente viene presa per arroganza. Le frequenti sortite di Davigo in tv non ispirano propriamente le notti nel rimorso dell’Innominato. Consiglio non richiesto è che il dottore si autobandisca dal video, almeno fino alla sentenza definitiva....

L'ultima di Davigo: querela "alla cieca". Il magistrato cita Mieli, ma non ha visto il video "incriminato". I giudici: "Sorprendente". Luca Fazzo il 24 Settembre 2023 su Il Giornale.

Proprio così: «sorprendente». Il comportamento di Piercamillo Davigo, già pm di punta del pool Mani Pulite ed ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati, viene definito in questi termini in una interessante sentenza depositata a Milano, a conclusione dello scontro frontale che ha opposto l'ex magistrato a una delle firme più importanti del giornalismo italiano. Davigo aveva querelato per diffamazione aggravata Paolo Mieli, già direttore del Corriere della sera e tutt'ora grande firma del quotidiano milanese, per un articolo sul caso Palamara. In quell'articolo Mieli citava e riassumeva le dichiarazioni di Luca Palamara in una trasmissione televisiva. Davigo aveva querelato Mieli accusandolo di avere forzato, distorto le frasi di Palamara andate in onda. Ebbene: ora si scopre che Davigo manco sapeva cosa avesse detto davvero Palamara, per il semplice motivo che la trasmissione non l'aveva vista. Mai, neanche in differita. Eppure aveva querelato Mieli.

Lo scorso 28 giugno il giudice milanese Luigi Varanelli aveva assolto Mieli «perchè il fatto non costituisce reato». Ora arrivano le motivazioni della assoluzione. Che, per ben due volte, danno conto dello stupore del giudice davanti al comportamento dell'illustre ex collega.

Tutto, ricorda la sentenza, nasce da una frase dell'articolo scritto da Mieli pochi giorni dopo la apparizione tv in cui Palamara parlava delle nomine di importanti procuratori della Repubblica avvenute con il suo intervento: «Talvolta, ha lasciato intendere, d'accordo con l'uomo di maggior rilievo (per prestigio, notorietà e forza acquisita) nella magistratura italiana: Piercamillo Davigo. Quantomeno con qualcuno della sua corrente». Non l'avesse mai scritto: Davigo si indigna, «queste porcherie non le ho mai fatte», e corre dall'avvocato a denunciare Mieli.

Chiamato a giudicare il giornalista, il giudice Varanelli si rende conto subito che Mieli non ha esposto idee sue, ma ha riferito quanto detto da Palamara: quindi il succo del processo è verificare se lo abbia riferito correttamente. Nell'aula viene così proiettato il video della trasmissione di Massimo Giletti su La7. Scrive ora Varanelli nelle motivazioni: «Il tribunale ha invitato il querelante a specificare quale fosse stato il passaggio ritenuto diffamatorio. Senonchè, continuando a ribadire di essere stato sempre con le parole e con i fatti assolutamente estraneo e fiero avversario di ogni sorta di deriva correntizia, il Davigo ha sorprendentemente risposto di non avere mai visto prima di allora - ossia della visione in aula - la trasmissione del Giletti (...) il teste ha ripetuto a specifica domanda che l'imputato Mieli avesse frainteso in malafede le parole dell'intervistato, perchè egli era notoriamente estraneo a ogni logica spartitoria. Il tribunale lo ha ripetutamente invitato a specificare quale passaggio dell'articolo lo avesse leso in particolare. Del tutto sorprendentemente il Davigo ha risposto di non avere mai visto prima la trasmissione e di essersi basato su quanto riferitogli dall'avvocato».

Cioè: Davigo accusa un giornalista di avere commesso un delitto accusandolo di avere travisato dichiarazioni rese in una trasmissione che però Davigo non ha sentito. C'è da sperare che quando faceva il pubblico ministero non usasse lo stesso sistema di valutazione delle prove.

(Comunque Davigo è in buona compagnia. Anche il magistrato della Procura di Milano che ricevette la sua querela decise di mandare Mieli sotto processo senza neanche guardare il video)

Querele facili perché senza conseguenze. Davigo querela per sfizio, l’ammissione del pm (condannato) che scarica tutto sul suo avvocato: Paolo Mieli assolto. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 26 Settembre 2023

Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite, ex presidente di sezione penale in Cassazione, ex fondatore nel 2016 della corrente Autonomia&Indipendenza (ora scomparsa, ndr), ex consigliere del Csm, attualmente editorialista di punta del Fatto Quotidiano, querelerebbe a “scatola chiusa”. La quanto mai singolare circostanza è stata riportata domenica scorsa dal Giornale dando la notizia del deposito delle motivazioni dell’assoluzione, lo scorso giugno, di Paolo Mieli.

All’indomani dello scoppio del Palamaragate, l’ex direttore del Corriere della Sera aveva scritto – il 6 giugno del 2020 – un lungo articolo sulle colonne del quotidiano di via Solferino a proposito delle correnti delle toghe nel quale, fra l’altro, riportava una sintesi delle dichiarazioni rilasciate sul punto dallo stesso Luca Palamara durante la trasmissione televisiva In Onda su La7 di qualche giorno prima.

Intervistato da Massimo Giletti, Palamara aveva spiegato infatti come funzionava il sistema delle nomine dei magistrati al Csm, citando, scrisse poi Mieli, “il nome dei più importanti procuratori della Repubblica per sottolineare come lui in persona avesse avuto parte nella loro designazione. Talvolta, ha lasciato intendere, d’accordo con l’uomo di maggiore rilievo (per prestigio, notorietà e forza acquisita) nella magistratura italiana: Piercamillo Davigo. Quantomeno con qualcuno della sua corrente”. Immediata, come da copione, la reazione di Davigo che aveva presentato una querela per diffamazione aggravata a mezzo stampa (“non faccio queste porcherie”, disse Davigo, ndr) nei confronti del solo Mieli e non, stranamente, di Palamara a cui venivano attribuite tali dichiarazioni.

Dopo il rinvio a giudizio, il processo era stato assegnato al giudice Luigi Varanelli il quale – durante una delle udienza – aveva deciso di mostrare in aula il video della trasmissione incriminata, chiedendo quindi a Davigo quale fosse il passaggio “diffamatorio” poi riportato nella sintesi giornalistica di Mieli. Alla domanda del giudice Varanelli, Davigo era stato costretto ad ammettere di non aver mai visto prima di allora la trasmissione e di essersi basato, per presentare la querela nei confronti di Mieli, su quanto gli avrebbe riportato il proprio avvocato. Inevitabile, a quel punto, la richiesta di assoluzione del giornalista non solo da parte del difensore, l’avvocato Caterina Malavenda, ma anche da parte del pubblico ministero Paolo Filippini.

“All’ultima udienza l’avvocato di Davigo mi ha proposto un accordo, ho apprezzato il gesto ma l’ho rifiutato. Ho preferito rischiare la condanna che fare pari e patta, e per un motivo semplice. La denuncia di Davigo non era contro l’articolo che ho scritto ma contro di me, contro il mio ruolo di direttore del Corriere della Sera e contro le cose che ho scritto in questi anni sulla giustizia italiana”, aveva dichiarato soddisfatto Mieli, a cui l’ex pm di Mani pulite aveva chiesto 15mila euro, al termine del processo.

La querela di Davigo comunque si inserisce nel solco di quelle presentate in questi anni da decine di magistrati che, chiamati in ballo da Palamara, hanno deciso di fare terra bruciata nei confronti dei giornalisti che avevano osato riportare quanto dichiarato dall’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati. L’elenco è sterminato. Fra le denunce al momento archiviate merita di essere segnalata quella di Giuseppe Cascini, procuratore aggiunto a Roma e toga di punta della corrente progressista Area, e quella di Luigi De Ficchy, ex procuratore di Perugia. Il primo aveva denunciato i giornali che avevano pubblicato le sue chat con Palamara, accusando i giornalisti di aver ordito una manipolazione o falsificazione, ovviamente non vera, delle stesse. Il secondo invece si era scagliato direttamente contro questo giornale che si era limitato a riportare fedelmente quanto affermato durante un interrogatorio dal faccendiere Piero Amara nei suoi confronti davanti ai pm di Milano a proposito della loggia Ungheria, e quanto dichiarato da Palamara alla Commissione parlamentare antimafia nel 2021. Archiviando la denuncia di De Ficchy, il giudice Valentina Giovanniello del Tribunale di Napoli aveva sottolineato che il contenuto eventualmente diffamatorio va attribuito ai dichiaranti e non ai giornalisti, in quanto ciò da quest’ultimi riportato trova fondamento non solo “nella verità del fatto oggetto della dichiarazione ma anche dalla verità del fatto della dichiarazione stessa che è di per sé di interesse pubblico, indipendente dalla verità del fatto dichiarato, perché resa da soggetto qualificato”.

Quello che non stupisce è l’estrema facilità con la quale si presentano querele, ben sapendo di non subire alcuna conseguenza in caso si dimostri la loro infondatezza. I magistrati, come riportato poi in una recente ricerca edita da Giure da parte dei professori di diritto privato comparato Pieremilio Sammarco e Vincenzo Zeno-Zencovich, sono la categoria professionale che denuncia in assoluto più di tutte le altre. Paolo Pandolfini

Caso verbali, Davigo fa appello: «Al Csm nessuno parlò di segreti». L’ex pm di Mani pulite impugna la condanna a Brescia per rivelazione. I legali: «Tutti sapevano». Il Dubbio il 20 luglio 2023

«Tutti gli altri soggetti che ai tempi vennero informati dal dottor Davigo dell'esistenza di quei verbali secretati» non hanno «mai» avuto «a obiettare alcunché nel momento in cui venne fatto oggetto dell'asserita “rivelazione segreta”, e neppure successivamente, quando emerse l'anno dopo pubblicamente la circostanza». Lo scrivono i legali di Piercamillo Davigo, gli avvocati Francesco Borasi e Davide Steccanella, nel ricorso depositato alla Corte di appello di Brescia contro la sentenza di condanna a un anno e 3 mesi (pena sospesa) e 20mila euro di risarcimento per Sebastiano Ardita nei confronti dell'ex membro del Csm, per aver rivelato il contenuto dei verbali della “Loggia Ungheria” resi dall'ex legale esterno Eni Piero Amara alla procura di Milano e a lui consegnati ad aprile 2020 dal pm Paolo Storari, lamentando inerzie investigative da parte dei suoi vertici e il “muro di gomma” rispetto alle necessità di svolgere indagini rapide sulla presunta loggia massonica.

«Anche costoro - si legge nel ricorso di Davigo con riferimento a una dozzina di persone informate dell'esistenza dei verbali a Roma fra maggio e settembre 2020 - seppure a diverso titolo (avvocati, magistrati) sono uomini di legge, e ricoprenti le più alte cariche istituzionali in campo giudiziario, compreso il procuratore generale presso la Corte di Cassazione (all'epoca Giovanni Salvi, ndr), il quale, ben guardandosi dall'eccepire al dottor Davigo la commissione del reato di rivelazione di segreto, ritenne di immediatamente rivolgersi al procuratore della Repubblica di Milano ( all'epoca Francesco Greco, ndr) per sollecitare la ritardata iscrizione' sul registro degli indagati.

«Ho letto la sentenza di condanna e l'ho trovata profondamente sbagliata e per questo meritevole di essere impugnata nella convinzione che la Corte di appello assolverà Davigo perché a mio parere non ha commesso nessun reato», ha spiegato all’Adnkronos l’avvocato Steccanella.

Nemmeno un box, un colonnino, una foto notizia. Perché Repubblica censura le motivazioni della condanna di Davigo: meglio non girare il coltello nella piaga. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 5 Luglio 2023

La notizia non c’è. Nemmeno un box, un colonnino, una foto notizia. Nulla.

In 40 pagine di giornale, ieri, Repubblica non ha trovato lo spazio per dare la notizia del deposito delle motivazioni della sentenza con cui il tribunale di Brescia ha condannato il mese scorso ad un anno e tre mesi di prigione per rivelazione del segreto d’ufficio Piercamillo Davigo.

Repubblica è lo stesso giornale che ultimamente, un giorno sì e l’altro pure, intervista magistrati di ogni ordine e grado, in servizio ed in pensione, per criticare la riforma della giustizia voluta da Carlo Nordio. Ed è anche il giornale che, a maggio del 2019, fece lo ‘scoop’ pubblicando, con le intercettazioni in atto, quelle dell’hotel Champagne, determinando poi, come hanno riportato nella sentenza i giudici bresciani, i contrasti fra lo stesso Davigo ed i componenti del suo gruppo, Autonomia&indipendenza, ad iniziare da Sebastiano Ardita, poi risarcito con 20mila euro.

Strano modo di concepire il giornalismo dalle parti di largo Fochetti: si pubblicano atti coperti dal segreto e non si pubblicano le sentenze emesse nel popolo italiano.

A parziale giustificazione, va ricordato che Davigo è stato spesso intervistato da Repubblica. Meglio, allora, non girare il coltello nella piaga. Paolo Pandolfini

La sentenza Davigo e i giornalisti d’inchiesta: una storia ridicola. Dimenticanze, documenti nascosti, secretati, desecretati, esposti, prestati, spariti... cellulari inumiditi. Dichiarazioni da commedia. Malafede o ignoranza? Iuri Maria Prado su L'Unità il 5 Luglio 2023 

Anche chi non sia del mestiere può leggere senza problemi le centoundici pagine della sentenza del tribunale di Brescia che motivano la condanna inflitta, per rivelazione di segreto d’ufficio, al dottor Piercamillo Davigo. È una lettura di interesse non tanto per il ragionamento che ha portato il collegio giudicante a ritenere il dottor Davigo responsabile di aver commesso quel delitto, ma per la rassegna di strepitose circostanze che contornavano il ciclone degli accadimenti. Viene in mente quella pagina delle Memorie di Adriano: “…baci furtivi sulle scale, sciarpe fluttuanti sui seni, commiati all’alba, e serti di fiori lasciati sulle soglie”.

Solo che qui si stava sulle scale, anzi “nella tromba delle scale”, e a rendere memorabili i giudiziosi accoppiamenti non c’erano gli ardori dell’amante “che stordivano come una melodia frigia”, ma gli occhioni celesti e il profilo post-vaffanculo del presidente della Commissione antimafia, senatore Nicola Morra, il quale riceveva le illecite confidenze del dottor Davigo per poi sentirsi dire in sentenza (era testimone) che “non ha brillato per capacità comunicativa”, povera stella, coi giudici impietosamente incattiviti sulla “sospetta insipienza” dimostrata dal teste nel non rispondere in modo chiaro alla domanda ovvia, e cioè se il conciliabolo con il dottor Davigo fosse avvenuto in via amicale o istituzionale. Ed evidentemente lo sventurato, rispondendo in quel modo, cioè non rispondendo, dimenticava ciò che aveva dichiarato in precedenza (“In quel momento non parlavo con lui – vale a dire con Davigo, n.d.r. – nella mia veste di Presidente della Commissione Nazionale Antimafia e il colloquio aveva carattere privato”).

Altro che sciarpe fluttuanti, qui frusciavano le veline dei verbali prima inguattate e poi disseminate in favore dei confidenti, quelle che si potevano rammostrare al Csm perché non c’era il segreto – questa la tesi della difesa – e quelle che invece si potevano ostentare al suddetto Morra perché, lui sì, era… “tenuto al segreto”. E qui in effetti il lettore comune perde il filo, perché non capisce più come funzioni questa storia del segreto: che non c’è quando si tratta di divulgarlo ad alcuni, ma che ricompare per trasferimento in tromba di scale per vincolare non già chi lo divulga, bensì chi lo riceve, vale a dire Morra: che però dice di sé stesso di non essere lì come presidente dell’Antimafia, cioè il soggetto pretesamente tenuto al segreto, ma in veste di non si sa cosa. E dice pure, Morra, che Davigo non gli aveva riferito che i verbali erano secretati. Doveva essere sottinteso, boh, vai a capire.

E sugli usci, poi, non serti di fiori, ma ancora quelle veline, finite in impreveduto svolazzo alle porte delle redazioni e delle residenze private del giornalismo d’inchiesta – scelto a caso, come vedremo tra poco – il quale però, per per una volta, non le pubblicava immediatamente (prima era meglio chiedere consiglio). C’è per esempio questo Antonio Massari, del Fatto Quotidiano, anche lui testimone. Il presidente del tribunale gli domanda se “i giornalisti avevano legami con personaggi che gravitavano intorno al Consiglio Superiore”, e quello risponde che “ha dei contatti, come è giusto che sia, però le fonti sono sempre state riservate”. Peccato non sapere se ci sono giornalisti che lavorano sulla scorta di contatti con personaggi gravitanti intorno al Csm. Mica è necessariamente illecito, figurarsi, ma il lettore (abbiamo il “dovere” di informarlo, giusto?) potrebbe essere interessato a sapere se il Consiglio Superiore della Magistratura è il centro di un sistema satellitare che organizza lo smistamento dei “plichi anonimi” di cui parla la sentenza. Macché.

Poi c’è quest’altra, Liana Milella, di Repubblica, testimone a sua volta e anch’ella destinataria di quei plichi, il cui invio era stato preannunziato da una telefonata anch’essa anonima: una voce di donna con accento settentrionale (impagabili le pagine della sentenza che indugiano sulle abilità della giornalista di “distinguere una voce del nord da una voce del centro e una voce del sud”). Milella riceve l’incartamento, cioè il pacco di veline, accompagnato da una lettera che sparla del procuratore della Repubblica di Milano e del procuratore generale della Cassazione: e che fa? Dice che si sente “prigioniera di un segreto”: e allora porta il plico alla Procura di Roma, conservando tuttavia “una copia degli atti”.

Poi evidentemente qualcosa o qualcuno sprigiona la giornalista dal segreto che ne raggelava gli intendimenti, e lei decide allora di passare le veline (così almeno dice la sentenza, pag. 53, riga 8 e seguenti) a uno notoriamente abituatissimo al riserbo assoluto e totalmente estraneo anche al sospetto di qualche eccentricità nell’interpretazione delle funzioni consiliari: tale Luca Palamara. E qui il solito lettore un po’ tardo capisce che il segreto che ti sconsiglia di pubblicare la notizia è lo stesso che ti induce a passarla a quello che i giornali, tra i quali il tuo, definiscono come il protagonista del più grande scandalo giudiziario della storia repubblicana.

Poi la sentenza si intrattiene sui fatti mirabili di cui già scrivemmo qui: le chat irrecuperabili perché il cellulare ha preso umidità e il dottor Davigo se lo fa cambiare dal concessionario Apple che esegue il backup di tutto, ma non di quei messaggi (porca vacca!); i file nelle chiavette Usb, che però “si perdono sempre”, ma attenzione: i documenti non ci sono nemmeno se le chiavette non si perdono, perché vengono cancellati “per fare spazio”; le email introvabili perché gli account vengono soppressi nella cessazione dei ruoli giudiziari e istituzionali dell’imputato.

È lo “sterminio di atti, corpi di reato, chat, mail, apparecchi telefonici, pen drive ed indirizzi di posta elettronica” di cui parla la sentenza, la strana “morìa dei possibili elementi di riscontro” che il tribunale ritiene “ragionevolmente prossima” alla perquisizione subita dalla collaboratrice del dottor Davigo. Una vicenda, quest’ultima, che i giudici bresciani hanno ritenuto di non rimettere all’attenzione di “altre Autorità Giudiziarie” per gli accertamenti di ragione. E per noi bene così. Ma chissà per il giornalismo d’inchiesta.

Iuri Maria Prado 5 Luglio 2023

(ANSA lunedì 3 luglio 2023) - "Le modalità quasi carbonare con cui le notizie riservate sono uscite dal perimetro investigativo del dottor Storari, (verbali formato Word, tramite chiavetta Usb, consegna nell'abitazione privata dell'imputato), e le precauzioni adottate in occasione delle disvelamento ai consiglieri - avvenuto nel cortile del Csm lasciando prudenzialmente i telefonini negli uffici - appaiono sintomatiche dello smarrimento di una postura istituzionale". 

Lo si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna a 15 mesi di reclusione nei confronti dell'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo, decisa lo scorso 20 giugno dal Tribunale di Brescia.

(ANSA lunedì 3 luglio 2023) - "Alla luce di quanto emerso nel processo viene da ritenere che tra il dottor Storari e il dottor Davigo si sia creato un cortocircuito sinergico reciprocamente fuorviante".

Lo si legge nella sentenza di condanna del Tribunale di Brescia, che ha inflitto un anno e 3 mesi, con la sospensione condizionale e la non menzione, all'ex componente del Csm Pier Camillo Davigo, in un passaggio che riguarda i suoi rapporti con il pm di Milano Storari, assolto definitivamente dalla vicenda con al centro i verbali di Piero Amara su una presunta loggia Ungheria.

Il presidente della prima sezione penale Roberto Spanó ha aggiunto che "nel dibattimento non è stato possibile rischiarare compiutamente quanto sia realmente avvenuto all'epoca del fatto e, in particolare, se quella del sostituto sia stata davvero un'iniziativa 'self made' o non ci sia stato invece un qualche mentore ispiratore, come pure farebbero pensare alcuni passaggi rimasti in ombra".

"Iniziò a fargli terra bruciata al Csm". Davigo condannato: nessuna intenzione di salvare la magistratura, la missione era screditare il “massone” Ardita. Le motivazioni della condanna a un anno e tre mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 4 Luglio 2023 

Nessuna missione “salvifica” nei confronti della magistratura italiana, in quel momento sotto attacco per le rivelazioni ‘shock’ dell’avvocato Piero Amara, quanto piuttosto «polarizzare chirurgicamente l’attenzione» nei confronti dell’allora collega del Csm Sebastiano Ardita, ora procuratore aggiunto a Messina. È quanto si legge nelle oltre cento pagine di motivazioni della sentenza, depositata ieri, con cui i giudici della prima sezione del tribunale di Brescia, presidente Roberto Spanò, hanno fatto a pezzi la linea difensiva di Piercamillo Davigo.

Il mese scorso l’ex pm di Mani pulite ed idolo di tutti i manettari del Paese era stato condannato ad una pena di un anno e tre mesi di prigione per rivelazione e utilizzazione di segreto sui verbali della Loggia Ungheria, resi da Amara, all’epoca legale esterno di Eni, alla Procura di Milano verso la fine del 2019. Per i giudici bresciani, in particolare, Davigo era convinto che Ardita, con il quale aveva fondato la corrente Autonomia&indipendenza e aveva scritto dei libri per Paper First, la casa editrice del Fatto Quotidiano di cui erano entrambi editorialisti di punta, fosse un “massone”, proprio come affermava Amara.

Una accusa terribile al punto, proseguono i giudici, che Davigo «iniziò a fargli terra bruciata al Csm». Ardita, da parte sua, aveva scoperto che qualcosa non andava ed infatti si era confidato con David Ermini, vice presidente del Csm, del fatto che diversi consiglieri gli avevano «tolto il saluto e lo schivavano». Alcuni componenti del Csm, come il togato Giuseppe Marra, anch’egli appartenente ad A&i, a seguito delle rivelazioni di Davigo erano addirittura arrivati a pensare che Ardita fosse «un uomo pericoloso».

Davigo, per questo motivo, è stato anche condannato a risarcire Ardita con 20 mila euro. L’ex pm di Mani pulite, invece, si era difeso dicendo di aver agito correttamente, rispondendo alla richiesta di ‘aiuto’ del pm milanese Paolo Storari che, dopo aver interrogato Amara, avrebbe voluto fare indagini per verificarne la veridicità del contenuto delle sue dichiarazioni. Paolo Pandolfini

Pm Milano: “Tra Davigo e Storari un cortocircuito fuorviante”. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Luglio 2023

È quanto si legge nelle 111 pagine di motivazioni con cui il tribunale di Brescia ha condannato l'ex componente del Csm a 1 anno e 3 mesi per rivelazione di segreto sui verbali della Loggia Ungheria resi dall'ex legale esterno di Eni, Piero Amara. ALL'INTERNO LA SENTENZA INTEGRALE

Tredici giorni dopo la condanna inflittagli in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio sono uscite le motivazioni sulla sentenza che ha sancito un anno e tre mesi di reclusione (con pena sospesa e non menzione nel casellario) a Piercamillo Davigo per il caso dei verbali della presunta Loggia Ungheria – resi dall’ex legale esterno di Eni, Piero Amara – che il magistrato aveva ricevuto dal pm di Milano Paolo Storari. “Le motivazioni offerte dal dottor Davigo per giustificare l’incontinenza divulgativa e i criteri di selezione adottati nella scelta dei depositari del segreto sono state assai variegati ma, in nessun caso, ricollegabili a fini ordinamentali”, scrive il presidente della Prima sezione penale del tribunale di Brescia, Roberto Spanò, nelle 111 pagine.

“Le modalità quasi carbonare con cui le notizie riservate sono uscite dal perimetro investigativo del dottor Storari, (verbali formato Word, tramite chiavetta Usb, consegna nell’abitazione privata dell’imputato), e le precauzioni adottate in occasione delle disvelamento ai consiglieri – avvenuto nel cortile del Csm lasciando prudenzialmente i telefonini negli uffici – appaiono sintomatiche dello smarrimento di una postura istituzionale“.

“Alla luce di quanto emerso nel processo viene da ritenere che tra il dottor Storari e il dottor Davigo si sia creato un cortocircuito sinergico reciprocamente fuorviante”. Lo si legge nella sentenza di condanna del Tribunale di Brescia, che ha inflitto un anno e 3 mesi, con la sospensione condizionale e la non menzione, all’ex componente del Csm Davigo, in un passaggio che riguarda i suoi rapporti con il pm di Milano Paolo Storari, assolto definitivamente dalla vicenda con al centro i verbali di Piero Amara su una presunta “loggia Ungheria“. 

Nel corso del processo in cui era imputati Davigo si era difeso dichiarando di non aver seguito le vie formali perché tra i presunti appartenenti alla loggia erano citati anche due consiglieri del Csm. Secondo i giudici della Prima sezione penale, però, “non vi sarebbe stata ragione alcuna di informare il Csm” dei verbali “in assenza dell’iscrizione nel registro degli indagati di nominativi di magistrati”. Inoltre, scrivono, “il dottor Storari si era rivolto a Davigo per rimuovere l’impaccio all’indagine e non per denunciare i colleghi menzionati da Amara“.

Il presidente della prima sezione penale Roberto Spanó ha aggiunto che “nel dibattimento non è stato possibile rischiarare compiutamente quanto sia realmente avvenuto all’epoca del fatto e, in particolare, se quella del sostituto sia stata davvero un’iniziativa ‘self made’ o non ci sia stato invece un qualche mentore ispiratore, come pure farebbero pensare alcuni passaggi rimasti in ombra”.

“Numerosi indizi – e non ‘una ricostruzione obiettivamente paranoica’ – suggeriscono che Davigo possa essere stato al corrente del contenuto delle dichiarazioni dell’avvocato Amara ancor prima della consegna materiale dei verbali da parte di Storari, ove effettivamente avvenuta solo nell’aprile del 2020“. Nella vicenda, infatti, “si è assistito ad un vero e proprio sterminio di atti, corpi di reato, chat, mail, apparecchi telefonici , pen drive ed indirizzi di posta elettronica che non ha consentito di tracciare appieno gli accadimenti. Al riguardo, appare lecito pensare che la morìa dei possibili elementi di riscontro sia avvenuta in epoca da ritenersi ragionevolmente prossima alla perquisizione subita nell’aprile del 2021 dalla Contrafatto“.

Il presidente della prima sezione penale Roberto Spanó ha aggiunto che “nel dibattimento non è stato possibile rischiarare compiutamente quanto sia realmente avvenuto all’epoca del fatto e, in particolare, se quella del sostituto sia stata davvero un’iniziativa ‘self made’ o non ci sia stato invece un qualche mentore ispiratore, come pure farebbero pensare alcuni passaggi rimasti in ombra“. Redazione CdG 1947

Sulla condanna di Davigo spunta l'ombra di Boccassini. Luca Fazzo il 4 Luglio 2023 su Il Giornale.

Nelle motivazioni della sentenza di Brescia il ruolo di "Ilda la rossa" dietro le mosse del pm Storari

Forse alla fine la verità è quella che Piercamillo Davigo ha messo a verbale durante uno dei suoi interrogatori: «Il tempo passa e io invecchio». Come escludere che anche lo scorrere inesorabile e scortese degli anni abbia inciso, nell'aiutare il leggendario Dottor Sottile del pool Mani Pulite, ad infilarsi nel guaio che lo ha trasformato da inquisitore a inquisito, e poi da giudice a condannato? Implacabile il giudizio dei giudici: «Modalità carbonare (di Davigo ndr.), che appaiono sintomatiche dello smarrimento di una postura istituzionali».

Di certo c'è che le motivazioni depositate ieri della sentenza con cui il tribunale di Brescia ha inflitto a Davigo quindici mesi di carcere per rivelazioni di segreto d'ufficio lasciano aperte almeno due piste per spiegare come sia stato possibile che i verbali esplosivi del «pentito» Piero Amara sulla presunta loggia Ungheria siano finite prima nelle mani di Davigo, poi in quelle di una sfilza di magistrati e politici romani e infine sui giornali. Nella prima pista, quella che i giudici ritengono provata, Davigo è l'unico colpevole. Nella seconda, più inquietante, lo scenario cambia, affiorano ipotesi più complicate: forse Paolo Storari, il pm che consegnò materialmente i verbali a Davigo come gesto di ribellione contro l'insabbiamento delle indagini sulla loggia, non è l'unico ad avere parlato troppo, e forse Davigo sapeva tutto già prima. Forse, si legge nella sentenza, bisogna chiedersi «se quella del sostituto sia stata davvero un'iniziativa self made o non vi sia stato, invece, un qualche mentore ispiratore, come pure farebbero pensare alcuni passaggi rimasti in ombra». Chi è il «mentore ispiratore» di Storari? Tra i colleghi che avevano consigliato a Davigo di fidarsi del più giovane collega, la sentenza fa un nome pesante: lo stesso imputato ha detto che Storari aveva «delle credenziali che venivano da Ilda Boccassini, magistrato di straordinaria sagacia investigativa che lo aveva avuto nel suo dipartimento (...) aveva una fiducia illimitata in Storari, questo me l'aveva detto».

Per i giudici di Brescia, era comunque una fiducia malriposta. Perché la furia di Storari (che nel frattempo è stato assolto) contro l'insabbiamento dell'indagine sulla loggia, dei verbali in cui comparivano magistrati, politici, generali, viene considerata dai giudici di Brescia del tutto immotivata e insensata: la cautela con cui i capi di Storari, ovvero il procuratore Francesco Greco e la sua vice Laura Pedio, gestivano in quei mesi le rivelazioni di un soggetto ambiguo come Amara sono segno secondo il giudice Roberto Spanò delle «difficoltà incontrate dagli inquirenti nella gestione di un materiale limaccioso, cosparso da una patina scivolosa su cui era arduo far presa (...) la scelta organizzativa improntata alla cautela poteva dunque essere ispirata non a colpevole titubanza o, peggio, a volontà di insabbiamento, quanto piuttosto a ragioni di garantismo, onde evitare ricadute pregiudizievoli ai soggetti coinvolti rispetto notizie di reato anemiche o, peggio, strumentali».

Sta di fatto che Storari, di sua iniziativa o spinto da un «mentore occulto», sclera e porta le carte a Davigo. E su quello che accade dopo la sentenza non ha dubbi: Davigo commette una lunga serie di reati, consegnando o raccontando i verbali a gente che non aveva nessun diritto di conoscerli. E lo fa con un movente preciso: in quelle carte viene indicato come massone e aderente alla loggia un altro membro del Csm, Sebastiano Ardita, ex amico di Davigo divenuto suo nemico giurato. «Le risultanze processuali dimostrano che l'imputato, lungi dal farsi promotore di una missione salvifica per la magistratura (...) abbia piuttosto inteso polarizzare chirurgicamente l'attenzione sul dott. Ardita rendendo precaria anche in seno allo stesso Csm la posizione di un componente che egli considerava ormai fuori da gruppo». Cortesie tra colleghi.

I giudici: «Smarrimento della postura istituzionale». Forse sapeva della Loggia prima di aprile 2020. Simona Musco su Il Dubbio il 3 luglio 2023

«Incontinenza divulgativa», «selezione» dei confidenti, «modalità quasi “carbonare”» di circolazione di notizie segrete: sono tutti comportamenti attribuiti dal Tribunale di Brescia all’ex pm Piercamillo Davigo, le cui scelte, secondo il collegio che lo ha condannato ad un anno e tre mesi (pena sospesa) per rivelazione di segreto d’ufficio, «appaiono sintomatiche dello smarrimento di una postura istituzionale». Sono motivazioni dure quelle con le quali i giudici hanno motivato la sentenza di condanna del processo nato dalla consegna, da parte del pm Paolo Storari, dei verbali di Piero Amara a Davigo, che ha poi scelto di non seguire i canali legittimi - pur conoscendo a menadito le regole - provocando un danno non solo all’ex amico Sebastiano Ardita, indicato falsamente quale membro della presunta “Loggia Ungheria”, ma soprattutto alle indagini, di fatto ammazzate dalla scelta compiuta dai due magistrati. «Con il suo comportamento - scrivono i giudici - l’imputato ha disseminato tossine denigratorie nella stretta cerchia di frequentazioni dell’ex amico, con ripercussioni anche sul corretto funzionamento del Csm». Ma soprattutto, «se l’elusione dei binari formali aveva lo scopo di impedire la divulgazione di una notizia da mantenere segreta, il risultato ottenuto è stato quello di averla diffusa in modo incontrollato».

Le scelte della procura di Milano, afferma il collegio presieduto da Roberto Spanò, furono d'altronde corrette: non solo era necessario evitare «ricadute pregiudizievoli ai soggetti coinvolti rispetto a notizie di reato anemiche o, peggio, strumentali», ma c’erano anche problemi di competenza territoriale da affrontare. Inoltre, «anche laddove si fosse inteso procedere nei modi indicati dall’imputato sulla base delle “dichiarazioni autoincriminanti" del legale - iscrivendo, quindi, almeno lo stesso Amara che si autoaccusava, ndr -, non vi sarebbe stata ragione alcuna di informare il Csm in assenza dell’iscrizione dei nominativi di magistrati, neppure in previsione di rilievi di natura disciplinare, inscindibilmente legati, nel caso di specie, a quelli penali». Di fronte al «muro di gomma» da lui denunciato, dunque, Storari avrebbe dovuto rivolgersi alla procura generale di Milano, l’unica «preposta al controllo delle disposizioni in materia di iscrizione delle notizie di reato e alla vigilanza sugli eventuali contrasti all'interno dell’Ufficio di procura».

L’incontro Davigo/Storari

Sono diversi i punti oscuri, stando alla sentenza. Tanto da non poter escludere nemmeno il dubbio che Davigo fosse a conoscenza dei verbali ben prima di aprile 2020 - data indicata come momento della consegna dei verbali - e che ci fosse una sorta di un «mentore ispiratore», come «pure farebbero pensare alcuni passaggi rimasti in ombra». Quel che è certo, secondo i giudici, è che tra Storari e Davigo «si sia creato un cortocircuito sinergico reciprocamente fuorviante». A partire dalla situazione descritta da Storari, «distonica rispetto a quella reale», facendo intendere a Davigo, «contrariamente al vero, che vi fossero resistenze rispetto all’indagine che intendeva sviluppare». All’ex pm, nonostante la grande esperienza da magistrato, era bastato poco per fidarsi: la «risonanza emotiva con cui questi aveva accompagnato il racconto» e il parere che l’ex collega Ilda Boccassini aveva di Storari. E anziché limitarsi ad ascoltare ed eventualmente consigliare il magistrato milanese, Davigo «ha cavalcato l’inquietudine interiore dell’interlocutore», convincendolo che il segreto non fosse opponibile ai consiglieri del Csm, nonostante «la strada maestra per investire il Csm della questione fosse, per sua stessa ammissione, quella di “fare un plico riservato”».

L’opponibilità del segreto

Ma il segreto era davvero non opponibile ai membri del Csm? Secondo i giudici no: se è vero che «per permettere al Csm di funzionare è necessario che i singoli consiglieri siano adeguatamente informati su ciò che devono decidere, tuttavia la materia è disciplinata da norme di rango secondario che fissano ben precisi paletti rispetto ai casi, ai modi e ai tempi in cui gli Uffici di procura sono tenuti, in deroga alle norme di carattere primario poste a tutela del segreto investigativo, a trasmettere al Consiglio atti funzionali allo svolgimento delle proprie attività». Non c’è, dunque, un diritto ad un accesso incondizionato, perché spetta alla procura decidere se omettere - o eventualmente opporsi o ritardare - «la trasmissione delle informative per esigenze investigative o per la tutela di terzi». Proprio per tale motivo «la migrazione di atti coperti da segreto deve avvenire attraverso il canale comunicativo tracciato dalle normative in materia». Nessuna prova, nel corso del processo, ha giustificato la scelta di Davigo, prima fra tutti quella di far circolare «atti riservati in assenza di passaggi formali». E anzi l’ex pm ha «allargato in maniera indebita la platea dei destinatari della rivelazione», senza acquietarsi nemmeno dopo aver raggiunto lo scopo di «instradare il procedimento “Ungheria” nei binari della legalità» con le prime iscrizioni del 12 maggio 2020. Il tutto giustificando le proprie azioni con la necessità di spiegare il suo allontanamento di Ardita. Ma per il collegio «non vi era nessuna necessità» di giustificare «la presa di distanza dai collega Ardita»: sarebbe stato sufficiente riferire genericamente, come fatto con altri interlocutori, di «ragioni di contrasto molto gravi di cui tuttavia “non poteva parlare”». Proprio per tale motivo, secondo i giudici, le rivelazioni, «lungi da essere legittime e necessitate, sono state in definitiva finalizzate a gestire rapporti e situazioni private all’interno del Csm».

Il movente

Secondo la sentenza, Davigo ha certamente «utilizzato il tema dell’asserita appartenenza massonica per fare terra bruciata intorno al dottor Ardita», tuttavia non è possibile provare con certezza «che abbia strumentalmente ottenuto prima - e divulgato poi - i verbali di Amara con animus nocendi, ossia animato da una cosciente volontà di propalare un’accusa che sapeva mendace in ragione di personalismi o di intenti ritorsivi dovuti a dissidi insorti nel passato con l’ex amico». E «lungi dal farsi promotore di una missione salvifica per la magistratura a fronte dell’attacco “violentissimo... all'Ordine Giudiziario nel suo complesso”» ha «piuttosto inteso polarizzare chirurgicamente l’attenzione sul dott.or Ardita, poiché, come egli ha candidamente spiegato nel giustificare la gemmazione delle rivelazioni versate ai soggetti menzionati nell’imputazione, vi era “dentro al gruppo consiliare una persona che, ove fosse stata esercitata l'azione disciplinare, avrebbe avuto problemi serissimi, persino di permanenza al Consiglio». E ciò perché se gli atti fossero arrivati al Csm per vie legali il plico contenente i verbali di “Ungheria” sarebbe necessariamente approdato in Prima Commissione, all’epoca presieduta proprio da Ardita. Da qui la «scorciatoia (...) funzionale ad occultare la paternità di un’iniziativa che avrebbe inevitabilmente provocato sconquasso in seno al Consiglio, nonché pesanti ricadute sul piano penale».

«Tu mi nascondi qualcosa»

La frase «sibillina» pronunciata da Davigo ad Ardita nel corso di una riunione del gruppo “Autonomia&Indipendenza” il 3 marzo 2020 per decidere quale posizione assumere in merito alla nomina del procuratore di Roma «potrebbe far supporre che questi già all’epoca fosse a conoscenza delle dichiarazioni dell’avvocato Amara». E sembra poco verosimile, secondo i giudici, che Storari, prima di rivolgersi all’allora per lui sconosciuto Davigo non si sia consultato con qualche collega milanese, come affermato in aula. Elementi di cui non si hanno prove e che potrebbero «spalancare uno scenario significativamente diverso da quello emerso nel processo». Numerosi indizi, scrivono i giudici, «suggeriscono che il dottor Davigo possa essere stato al corrente del contenuto delle dichiarazioni dell’avvocato Amara ancor prima della consegna materiale dei verbali da parte del dottor Storari, ove effettivamente avvenuta solo nell’aprile del 2020». Ma sul punto il collegio ha preferito non dilungarsi oltre. Ma nella vicenda, sottolineano, «si è assistito ad un vero e proprio sterminio di atti, corpi di reato, chat, mail, apparecchi telefonici, pen drive ed indirizzi di posta elettronica che non ha consentito di tracciare appieno gli accadimenti», una moria di possibili elementi di riscontro presumibilmente «avvenuta in epoca da ritenersi ragionevolmente prossima alla perquisizione subita nell’aprile del 2021 dalla dottoressa Contrafatto», ex segretaria di Davigo.

Magistratura. "Davigo come Falcone", l'oltraggio del "Fatto" per salvare il pm che ha profanato la sua toga. Felice Manti il 30 Giugno 2023 su Il Giornale.

Padellaro scivola su un paragone ardito: la storia dei due pm è antitetica

Noli miscere sacra prophanis, non si mescola il sacro col profano. Nel commovente tentativo del Fatto quotidiano di salvare il soldato Piercamillo Davigo dall'onta di una condanna, l'ex direttore Antonio Padellaro l'altro giorno ha infranto l'ennesimo tabù antimafia, paragonando le tristi vicende giudiziarie dell'ex magistrato simbolo di Mani Pulite a quelle di Giovanni Falcone. Una bestemmia anche per i più accaniti fan di Davigo, se si pensa che a Falcone un Csm condizionato dalla sinistra sbarrò prima la strada della Procura di Palermo poi quella Antimafia. Anzi, fu proprio una toga rossa come Alessandro Pizzorusso che sull'Unità giudicò unfit il magistrato morto a Capaci, incapace di guidare una creatura figlia della sua intuizione perché «come principale collaboratore del ministro della Giustizia Claudio Martelli non dà più garanzie di indipendenza».

Tra loro c'è una differenza gigantesca: Falcone è stato vittima dell'odio politico della sinistra, Davigo - che della stessa cultura si è abbeverato in questi anni - si è beccato una condanna per violazione del segreto. Al Csm Falcone non fu votato perché controcorrente, Davigo non potè correre perché pensionato. Una bella differenza. E il fatto che oggi a Palazzo de' Marescialli in quota Pd ci sia il delfino di Pizzorusso - al secolo Roberto Romboli, sulla cui eleggibilità si è discusso non poco - ne è la più straziante conferma.

L'idea che Davigo fosse un magistrato scomodo è un cliché sbagliato. Nessuno ne ha ostacolato i disegni, nessuno ha tentato di minare il suo percorso, la sua carriera è rimasta immacolata fino al pasticciaccio Eni-Amara-Storari. Le sue affermazioni («Non esistono innocenti, ma colpevoli che l'hanno fatta franca», «i politici non hanno smesso di rubare ma hanno smesso di vergognarsi», «Non vanno aspettate le sentenze») sono antitetiche ai dogmi di Falcone, che ha sempre criticato il khomeinismo, l'anticamera del sospetto come religione giudiziaria, il teorizzare matrici politiche e disegni scomodi come alibi per dimostrare l'infondatezza delle proprie tesi. Falcone non avrebbe mai ricevuto brevi manu dossier su altri colleghi come fece Davigo, mascariando il povero Sebastiano Ardita con cui fino a qualche mese prima aveva diviso il pane.

Quando Sergio Mattarella dice «la toga non è un abito di scena, va indossata per manifestare appieno la garanzia di imparzialità» parlava alla stampa perché Davigo e i pm protagonisti più sui giornali che in tribunale intendessero. Pensare a un Davigo bersagliato da vivo in un talk show, come avvenne per Falcone, è puro esercizio di fantasia, vista la pletora di cortigiani che ancora oggi ne magnifica le gesta nonostante tutto. «Le toghe celebrano i caduti ma non sempre fanno autocritica», disse Davigo. Ma Falcone non avrebbe mai inscenato una «obiezione di coscienza» a favore di telecamere come fece il pool di fronte a una legge del Parlamento nel 1994, lamentando per contro «un'aggressione mediatica senza precedenti», come se sfidare il potere legislativo fosse una forma di «resistenza».

L'azzardo su Davigo, salvato sacrificando l'icona Falcone, è segno dei tempi. D'altronde, i guai del Pd calabrese a braccetto coi boss (Nicola Gratteri dixit) interessano poco i giornalisti ciclostile delle Procure, accucciati e scodinzolanti di fronte alle carte che svolazzano dalle Procure, sia che riguardino fantomatiche trattative, sia foto fantasma che ritrarrebbero Silvio Berlusconi con i fratelli Graviano, giallo su cui è stato interrogato l'altro giorno a Firenze l'editore del Corriere Urbano Cairo. Inseguire i fantasmi evocati dal sedicente pentito Salvatore Baiardo anziché cercare la verità dentro la magistratura è il peggior segnale da dare alla mafia, a un pugno di giorni dall'anniversario della morte di Paolo Borsellino in via D'Amelio, il cui destino grida vendetta. Segno che la vera Antimafia è morta in quella torrida estate del 1992.

«Verrà il giorno in cui i pm si arresteranno tra loro». La cupa profezia di Craxi. Ora che persino Davigo è stato condannato in primo grado, quelle parole tornano alla mente. Paola Sacchi su Il Dubbio il 22 giugno 2023

«Verrà il giorno in cui i magistrati si arresteranno tra di loro». Ora che Piercamillo Davigo, magistrato in pensione, è stato condannato in primo grado per rivelazione d’atti di ufficio, e il garantismo deve valere per tutti, quindi anche per lui dalle posizioni estreme sui politici, non può non risuonare in testa quella tagliente profezia di Bettino Craxi, nei giorni di Hammamet. Lo statista socialista, che aveva fatto esposti contro Davigo, per il quale usò parole durissime difendendosi da quelle altrettanto trancianti che l’esponente del pool di Mani pulite aveva usato per lui, quella cupa profezia la ripeteva spesso fin dal 1994, quando iniziò il suo esilio.

Quelle parole le diceva ai pochi ormai che lo andavano a trovare e gli stavano vicini, oltre alla sua famiglia, come l’ex capo dei giovani socialisti, Luca Josi, e pochi altri del suo stesso Psi. Giustificava solo Gianni De Michelis per non averlo lì con lui. Disse alla cronista: «Povero Gianni, lo capisco, lo hanno messo in croce sul piano giudiziario, però lui come può mi chiama sempre da una cabina telefonica».

Erano gli anni in cui lui diceva, preoccupandosi quasi più degli altri: «Attenzione, chi tocca i fili muore». E questo persino per riguardo dei pochi giornalisti, come la sottoscritta, che pur scrivendo allora per un giornale avversario, l’Unità, durante i periodi di ferie lo andava a trovare in forma privata per un libro-intervista sulla mancata unità a sinistra, I conti con Craxi (MaleEdizioni con prefazione di Stefania Craxi). Erano i giorni in cui già stavano emergendo le prime crepe nel pool milanese, Craxi aveva denunciato in uno dei suoi libretti clandestini, diffusi da Critica social”, dal titolo Giallo, grigio, turchino, la violazione allo stato di diritto che era stata fatta per la sua persona, il suo partito e la sua famiglia. E sperava che qualche verità emergesse dal processo di Brescia contro Di Pietro. Craxi non piangeva, lo fece platealmente in un’intervista a Carlotta Tagliarini, per la tv tedesca, solo per il suicidio di Sergio Moroni. Ma, quando lo incontravamo sul terrazzo dello Sheraton hotel si vedeva che i suoi occhi trattenevano dignitosamente e con fierezza le lacrime dell’amarezza per la sua fine. Per il fatto di essere stato trattato «peggio dei peggiori criminali, mentre io ho sempre servito solo il mio Paese e spero di averlo fatto bene». «Ma, non mi hanno neppure lasciato fare il pensionato», è scritto in uno degli appunti notturni di Hammamet, raccolti dallo storico Andrea Spiri, nel libro L’ultimo Craxi- Diari di Hammamet, per Baldini e Castoldi. Sempre Spiri nel libro

Io parlo e continuerò a parlare (Fondazione Craxi per Mondadori) ricorda le denunce ai colpi dati allo stato di diritto: «Giustizieri, protagonisti, forcaioli mostreranno tutta la corda della loro falsità». Craxi fu il primo a denunciare il perverso circuito mediatico- giudiziario. Lo stigmatizzò più esattamente così: «Clan politici, mediatici, giudiziari». Ma guardava lontano, non si fermava al suo personale calvario giudiziario, tragedia politica per un intero Paese, guardava al futuro dell’assetto tra i poteri, denunciava il colpo inferto al primato della politica da quell’uso politico della giustizia sotto il quale cadde un’intera, storica classe dirigente che aveva ricostruito il Paese nel dopoguerra, fatto importanti riforme e raggiunto successi, come i suoi, dalla scala mobile al nuovo Concordato, all’Italia nel G7. Il terremoto di quella che definì «la falsa rivoluzione» salvò solo gli ex Pci poi Pds e Ds e la sinistra della Dc. Dall’archivio della Fondazione Craxi, in suo schema autografo, riportato da Spiri in Nell’ultimo Craxi, emergono in modo spietatamente chirurgico tutti i nodi di quella stagione, alcuni dei quali ancora oggi irrisolti: «L’uso violento del potere giudiziario. Gli arresti illegali ( le modalità ingiustificate agli arresti), per esempio l’uso illegale delle manette. Gli incredibili Tribunali della Libertà. Il ruolo del Gip. Le detenzioni illegali. I trucchi adottati per allungare le detenzioni. Le discriminazioni negli arresti. La orologeria politica rispetto alle scadenze politiche. Il rapporto con il potere legislativo, con l’istituzione parlamentare. Esibizionismo logorroico. Politicismo nelle valutazioni e nella condotta».

Infine, uno dei punti più dolenti, ancora oggi alla ribalta: «Rapporto illegale e perverso con la stampa». Conclusione: «Violazioni sui diritti dell’uomo». Forse, Craxi aveva ben intuito con la sua profezia che un sistema politico, schiacciato e che aveva in parte avallato «la falsa rivoluzione», gioco forza, per contraccolpo, avrebbe prima o poi generato spinte e controspinte tra aree in lotta in quella stessa parte di magistratura allora dominante. «Verrà il giorno in cui i magistrati si arresteranno tra di loro». Craxi azzeccò anche la profezia su di sé: «Io parlo e continuerò a parlare» .

  Estratto dal “Foglio” il 28 giugno 2023.

L'ex pm di Mani pulite ed ex consigliere del Csm, Piercamillo Davigo, è stato ascoltato ieri dalla commissione Giustizia della Camera sulle proposte di legge che mirano a modificare la disciplina della prescrizione. 

“In quasi tutti i paesi occidentali […] la prescrizione non decorre dopo l'inizio del processo”, ha affermato per l'ennesima volta Davigo, ovviamente senza ricordare le statistiche che pongono la giustizia penale italiana in coda a tutte le classifiche internazionali per la sua lentezza (se non si facesse decorrere la prescrizione, i processi sarebbero eterni). 

[…] A un certo punto il davigismo è però andato in tilt. “Nel nostro paese c'è una percentuale di impugnazioni sconosciute negli altri paesi. In Francia solo il 50 per cento delle sentenze di condanna viene appellato, in Italia pressoché tutte”, ha detto Davigo con la solita foga scandalizzata.

Peccato che proprio una settimana fa Davigo, dopo essere stato condannato in primo grado dal tribunale di Brescia per la vicenda dei verbali secretati da Amara, abbia subito annunciato che impugnerà la sentenza di condanna, senza neanche leggere prima le motivazioni. Insomma, se nel nostro paese si impugnano troppe sentenze, è lo stesso Davigo a contribuire a questo problema in prima persona.

L'ennesimo paradosso in cui Davigo è caduto a causa della vicenda Storari-Amara. Anche in questo caso, l'ex pm di Mani pulite si è dimenticato di ricordare il contesto: con magistrati abituati a addestrare teoremi senza alcun briciolo di prova, […] l'impugnazione delle sentenze è un diritto fondamentale e inderogabile. Da difendere, anche a vantaggio di Davigo. 

I reati si prescrivono e non si arriva a sentenza? La ‘colpa’ è degli avvocati per l'ex pm di Mani Pulite. Piercamillo il condannato in audizione alla Camera: Davigo spiega il suo verbo su prescrizione e legge Bonafede. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 28 Giugno 2023

I reati si prescrivono e non si arriva a sentenza? La ‘colpa’ è degli avvocati. A dirlo è Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite ed idolo dei giustizialisti in servizio permanente effettivo. Davigo, fresco di condanna ad un anno e tre mesi di prigione per aver rivelato i verbali degli interrogatori dell’avvocato esterno dell’Eni Piero Amara sulla loggia Ungheria, è intervenuto ieri in audizione alla Camera sulla riforma della prescrizione. La sua audizione era stata sollecitata dal M5s, per nulla in imbarazzo della condanna riportata da Davigo questo mese dal tribunale di Brescia. “Non stiamo parlando di una candidatura a una carica elettiva o di una nomina a un incarico pubblico: qui si sta chiedendo un contributo tecnico ad una persona che per decenni ha svolto incarichi di primo piano nella magistratura e per questo ha accumulato grande conoscenza della materia, dimostrando sempre notevole preparazione e non comune rigore nelle argomentazioni”, ha replicato al Dubbio, mostrando un inaspettato garantismo, Valentina d’Orso, capogruppo pentastellata in Commissione giustizia a Montecitorio.

Alla Camera, prima ancora che Carlo Nordio presentasse all’inizio del mese la sua riforma della giustizia, sono incardinate tre diverse proposte di legge, a firma Enrico Costa (Azione), Pietro Pittalis (FI) e Ciro Maschio (FdI), che puntano a modificare le attuali norme sulla prescrizione, tornando al meccanismo antecedente a quello voluto dall’allora Guardasigilli Alfonso Bonafede e successivamente modificato da Marta Cartabia. L’ex presidente della Consulta, nella scorsa legislatura, aveva introdotto l’improcedibilità, uno strumento di tipo processuale che trascorsi due anni senza la pronuncia dell’appello determina la fine del procedimento.

Il problema della prescrizione, per Davigo, sarebbe dovuto al numero, a suo dire eccessivo, degli avvocati italiani che avrebbero tutto l’interesse a tirare in lungo le cause. “Gli avvocati in Italia abilitati al patrocinio in Cassazione sono 52mila”, ha ricordato l’ex pm. Essendo ’tanti’, per Davigo, presenterebbero appelli anche se non ci sono presupposti, in tal modo dilatando i tempi di definizione dei processi per raggiungere la tanta agognata prescrizione.

La ricostruzione di Davigo è stata immediatamente smontata da Costa, responsabile giustizia di Azione. Costa, infatti, tabelle ministeriali alla mano, ha evidenziato come la maggior parte delle prescrizioni avvenga oggi durante la fase delle indagini preliminari, quando l’avvocato non “tocca palla” essendo il pm dominus assoluto ed il procedimento coperto dal segreto. Quando il procedimento supera questa fase ha già consumato molto tempo.

Nessuna riforma, va ricordato, è riuscita ad intervenire in maniera efficace sui tempi delle indagini preliminari, prevedendo, ad esempio, sanzioni per i pm che per inerzia o altro lasciano i fascicoli in ‘sonno’. Il problema è molto serio come è stato ricordato dagli avvocati penalisti. La prescrizione, infatti, è una norma di diritto sostanziale e trova il suo fondamento nella Costituzione. Se la pena ha una funzione “riabilitativa”, che senso può avere farla espiare a distanza di tanti anni dal fatto commesso? Non è più riabilitazione ma ‘afflizione’. L’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado che era stata introdotta da Bonafede aveva creato la figura processuale dell’imputato a vita, in balia delle decisioni dei magistrati e senza alcuna possibilità di incidere sulle stesse.

La riforma Cartabia ha, come detto, introdotto l’improcedibilità ma gli effetti, soprattutto per gli effetti civili non sono ancora valutabili. Il processo deve ricominciare davanti al giudice civile e nessuno è oggi in grado di fare previsioni sulla sua conclusione. Molto meglio, dunque, tornare, come evidenziato dai proponenti, ai tempi di prescrizione legati alla gravità del reato commesso.

Premesso che i reati gravi, quelli per fatti di sangue o con l’aggravante di mafia e terrorismo, sono già oggi imprescrittibili, anche i tanti contro la Pa hanno tempi molto lunghi di prescrizione. Guardando il catalogo dei reati di medio allarme sociale, nessuno, già con le modifiche introdotte da Andrea Orlando, si prescrive prima di 15 anni, un tempo assolutamente idoneo per celebrare i tre gradi di giudizio e in linea con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo.

La soluzione, allora, sarebbe depenalizzare e non mettere continui paletti al diritto di difesa. Sempre con le statistiche alla mano, in appello sono modificate circa il 40 per cento delle sentenze di condanna di primo grado. Altro che ‘colpa’ degli avvocati come dice Davigo. Paolo Pandolfini

Estratto dell’articolo di Federica Zaniboni per “il Messaggero” il 29 giugno 2023.

Nessun reato ai danni dell'ex pm Piercamillo Davigo. Il giornalista Paolo Mieli ha semplicemente esercitato il suo diritto di critica. Così è stato assolto l'ex direttore del Corriere della Sera, querelato per diffamazione dal magistrato di Mani Pulite per una frase comparsa nell'editoriale del 5 giugno 2020. 

Lo ha deciso il giudice monocratico della terza sezione penale del Tribunale di Milano, accogliendo la richiesta della procura, «perché il fatto non costituisce reato». Un articolo, quello portato sul tavolo delle toghe milanesi, dal titolo «Le correnti dei magistrati e la giustizia rimossa», nato dallo scandalo esploso in seguito all'intervista rilasciata da Luca Palamara alla trasmissione di La7 "Non è l'Arena" il 31 maggio dello stesso anno.

Nel passaggio dell'editoriale che non è andato giù a Davigo, Mieli scriveva che Palamara, nel programma di Massimo Giletti, «ha tenuto a citare il nome dei più importanti procuratori della Repubblica per sottolineare come lui in persona avesse avuto parte nella loro designazione. Talvolta, ha lasciato intendere, d'accordo con l'uomo di maggior rilievo (per prestigio, notorietà e forza acquisita) nella magistratura italiana: Piercamillo Davigo. Quantomeno proseguiva il direttore con qualcuno della sua corrente».

Sono queste le parole che l'ex consigliere del Csm ha ritenuto lesive della sua reputazione e che lo hanno portato a decidere di querelare il giornalista. Il giudice Luigi Vanarelli, però, ha accolto le richieste di assoluzione avanzate dall'avvocato di Mieli, Caterina Malavenda, e dal pm Paolo Filippini, in quanto il direttore del Corriere «non ha fatto altro che proporre» una lettura «di secondo livello, introducendo una critica che è l'essenza del fare il giornalista» ed è un «diritto». […]

Criticò Davigo ma non lo diffamò”. Assolto il giornalista Paolo Mieli. Massimo Balsamo il 28 Giugno 2023 su Il Giornale.

“Il fatto non costituisce reato” secondo il giudice monocratico del Tribunale di Milano Luigi Varanelli.

Paolo Mieli è stato assolto a Milano dall’accusa di aver diffamato l’allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Fu una critica, non diffamazione il parere del giudice monocratico della terza sezione penale del tribunale, Luigi Varanelli, accogliendo le richieste del pm Paolo Filippini e dell'avvocata Caterina Malavenda, legale del giornalista. La vicenda risale al 5 giugno 2020, al centro della discussione l’editoriale scritto dal giornalista per il Corriere della Sera in cui commentava un’intervista rilasciata a “Non è l’arena” – su La7 – dall’ex membro del Consiglio superiore della magistratura Luca Palamara.

"Palamara ha tenuto a citare il nome dei più importanti procuratori della Repubblica per sottolineare come lui in persona avesse avuto parte nella loro designazione", le parole di Mieli sul Corriere della Sera: "Talvolta, ha lasciato intendere, d'accordo con l'uomo di maggior rilievo (per prestigio, notorietà e forza acquisita) nella magistratura italiana: Piercamillo Davigo. Quantomeno con qualcuno della sua corrente". Ritenendo questo passaggio lesivo della sua reputazione, Davigo aveva sporto querela evidenziando di non aver mai avuto niente a che fare con il “sistema Palamara”. Poi il sostituto procuratore Francesco Ciardi – senza acquisire il video di “Non è l’arena” aveva messo in deposito gli atti e il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale aveva disposto la citazione diretta a giudizio dell’ex direttore del Corriere.

Mieli e Davigo durante il dibattimento erano stati ascoltati nei mesi scorsi dal giudice Varanelli. Come riportato dal Corriere, quest’ultimo aveva più volte chiesto all’ex pm di Mani pulite se l’oggetto delle sue doglianze fosse proprio il passo in cui il giornalista esprimeva la sua opinione su quello che aveva ascoltato i televisione. Mercoledì mattina il giudice ha invitato l’avvocato di Davigo, il legale Francesco Borasi, a valutare se rimettere la querela. Mieli, dal canto suo, ha spiegato che avrebbe accettato la remissione solo se fosse arrivata prima, rimarcando che la causa “è stata una esperienza molto dolorosa”.

“Questo processo nasce da un equivoco”, ha rimarcato in requisitoria il pm Paolo Filippini prima di chiedere l’assoluzione: “Dall’errore sia della parte offesa di denunciare il gioriustizianalista, sia della Procura di mandare a giudizio il giornalista, senza prima avere acquisito la fonte, ossia il video della trasmissione in cui Palamara, su forte pungolo e strategia giornalistica di Giletti, che gli chiedeva se davvero Davigo potesse atteggiarsi a “vergine”, rispondeva in modo sibillino”. Mieli nel suo articolo “non ha fatto altro che richiamare quel passaggio della trasmissione e introdurvi una lettura di secondo livello che rientra assolutamente nell’esercizio della critica giornalistica" senza volontà di diffamare Davigo.

Toh, il condannato Davigo dà lezioni alla Camera: ora valga per tutti. L’ex pm sarà audito sulla prescrizione, su input del M5S. Che dice: non è un aspirante sindaco...Valentina Stella, Errico Novi su Il Dubbio il 26 giugno 2023

Oggi pomeriggio alle 14:30 la commissione Giustizia della Camera avvierà un ciclo di audizioni informali, in videoconferenza, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge di Enrico Costa, Pietro Pittalis e Ciro Maschio su “Modifiche al codice penale in materia di prescrizione del reato”. Tra gli esperti che verranno sentiti, compaiono i professori Gianluigi Gatta e Mitja Gialuz, chiamati dal Pd, il segretario dell’Unione Camere penali Eriberto Rosso, indicato da Enrico Costa, i vertici dell’Anm Giuseppe Santalucia e Salvatore Casciaro voluti dal Movimento 5 Stelle, il quale ha richiesto anche la presenza di Piercamillo Davigo, magistrato in congedo, condannato pochi giorni fa, in primo grado, a un anno e tre mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Nulla quaestio sulla sua audizione: una persona è innocente fino a sentenza definitiva, e anche qualora la sua condanna passasse in giudicato chi lo dice che non potrebbe essere audito come ex magistrato? Sono sempre suonati stucchevoli i discorsi sulle “questioni di opportunità” riguardanti incarichi per politici anche solo indagati, suonerebbero altrettanto fuori luogo per Davigo. Certo colpisce che a volere alla Camera l’ex pm del “pool” siano i pentastellati, i quali sembrano abbandonare così quella presunzione di colpevolezza da cui sono stati sempre sedotti: come “uno valeva uno”, fino a qualche tempo fa, persino un avviso di garanzia valeva, ad esempio, dimissioni subito da qualsiasi carica. Adesso, e ne siamo lieti, il paradigma sembra cambiato. Ma perché da parte dei 5S su Davigo non esiste imbarazzo laddove, per esempio, il Movimento difende ancora la legge Severino, che sancisce la sospensione per gli amministratori locali in caso di condanna di primo grado?

Valentina d’Orso, capogruppo 5S in commissione Giustizia, risponde che «la richiesta di audizione del dott. Davigo è precedente alla notizia della sua condanna» ma che «in ogni caso è stata da noi confermata in quanto non c’è alcun imbarazzo, nemmeno dopo la condanna in primo grado. Non stiamo parlando di una candidatura a una carica elettiva o di una nomina a incarico pubblico: qui si sta chiedendo un contributo tecnico a una persona che per decenni ha svolto incarichi di primo piano nella magistratura e per questo accumulato grande conoscenza della materia, dimostrando sempre notevole preparazione e un non comune rigore nelle argomentazioni».

Del resto, conclude D’Orso, «non è nostra abitudine andare a controllare la fedina penale delle tante persone audite in commissione su richiesta di tutte le forze politiche. Piuttosto, è paradossale e fa francamente sorridere che l’obiezione giunga dal sedicente fronte politico garantista: evidentemente sono loro a usare due pesi e due misure, ricorrendo a un garantismo di comodo con gli amici e a un giustizialismo d’occasione contro quelli che ritengono avversari».

In realtà nessuna polemica è stata sollevata da un presunto fronte garantista: a porci la domanda siamo stati semplicemente noi. E dalle parole della deputata possiamo dedurre due considerazioni. La prima: finalmente i 5 Stelle non legano la credibilità di una persona alla mera assenza di scocciature con la giustizia. La seconda: è discutibile tuttavia il loro ragionamento nella parte in cui di fatto sancisce che una persona indagata, o imputata o addirittura condannata in primo grado e comunque presunta innocente possa essere ritenuta attendibile come esperta da audire in commissione ma non possa essere ritenuta degna di una candidatura o di restare in carica come amministratore locale.

Ci chiediamo, o meglio chiediamo loro: la presunzione d’innocenza non dovrebbe essere un principio assoluto, di civiltà liberale, che non si misura col lumicino?

È il solito Davigo: «Giustizia lumaca? Colpa degli avvocati». In commissione giustizia alla Camera parte il ciclo di audizioni sui disegni di legge finalizzati alla riforma della prescrizione. L’ex pm: «In Francia solo il 50% delle condanne viene impugnato, in Italia tutte». Valentina Stella su Il Dubbio il 27 giugno 2023

La commissione Giustizia della Camera ha avviato un ciclo di audizioni informali nell’ambito dell’esame delle proposte di legge di Enrico Costa, Pietro Pittalis e Ciro Maschio su “Modifiche al codice penale in materia di prescrizione del reato”. Le proposte Costa e Maschio propongono di tornare alla riforma Orlando, mentre quella Pittalis all’assetto di disciplina precedente alla riforma Orlando.

Tra i primi ad essere auditi Gianluigi Gatta, consigliere dell’ex ministra Cartabia e ordinario di diritto penale all’Università di Milano che ha dapprima evidenziato come una ennesima modifica stresserebbe il sistema e gli operatori: «I tre disegni di legge si propongono di riaprire per l’ennesima volta il cantiere della prescrizione del reato, un istituto che negli ultimi diciotto anni – dalla legge ex Cirielli del 2005 ad oggi – è stato riformato già quattro volte. È comprensibile il mal di testa di interpreti e magistrati, chiamati a confrontarsi con complesse questioni di diritto intertemporale dipendenti dai quattro diversi regimi della prescrizione succedutisi a stretto giro di tempo».

In merito al ritorno alla legge Orlando ha aggiunto: «Un sistema ben congegnato in una stagione in cui l’obiettivo del sistema era di ridurre le prescrizioni nei giudizi di impugnazione – specie in appello – ma che è oggi del tutto disfunzionale rispetto all’obiettivo del Pnrr di ridurre i tempi del giudizio penale del 25% entro il 2026. Introdurre ora, in piena fase di attuazione del Pnrr, meccanismi sospensivi del corso della prescrizione, legati alle fasi del giudizio, allungherebbe i tempi medi del processo penale proprio mentre lo sforzo del sistema giudiziario è massimamente teso a ridurli». Sempre sulle proposte Costa e Maschio: «Correrebbero nei giudizi di secondo e terzo grado due diversi termini: quello di prescrizione del reato e quello di improcedibilità dell’azione penale. Sarebbero cioè operativi due diversi timer: l’uno, avviato con la commissione del reato; l’altro, avviato con l’inizio del giudizio di impugnazione. È una soluzione certo molto favorevole per le difese degli imputati ma per nulla per le vittime e per le parti civili e, ancor prima e soprattutto, per la funzione naturale del processo, che è deputato all’accertamento dei fatti e delle eventuali responsabilità». Infine, come previsto da Pittalis, «abolire l’improcedibilità, in piena fase di attuazione del Pnrr, sarebbe un suicidio».

Mitja Gialuz, professore di diritto processuale penale presso l’Università di Genova, ha iniziato criticando la proposta Pittalis che ritornerebbe alla ex Cirielli: «Sarebbe un ritorno al passato che ha determinato un aumento delle prescrizioni in appello, che sono – passatemi il termine – “cattive prescrizioni”. Lo Stato ha investito per arrivare ad una sentenza di primo grado e poi tutto verrebbe perso in appello, deludendo le aspettative delle vittime e della società per una decisione di merito». Per entrambi i giuristi, chiamati dal Pd, la soluzione è quella di andare avanti con l’improcedibilità, come «conquista di civiltà».

Enrico Costa ha replicato: «Improcedibilità e prescrizione sostanziale sono complementari ma manifesto comunque una apertura sul mantenimento o meno della prescrizione processuale. Nel caso sarei favorevole a una delle due proposte previste da Lattanzi». Fabio Varone, avvocato e dottore di ricerca in diritto e processo penale presso l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, si è detto favorevole alla riforma Pittalis. È intervenuto anche Eriberto Rosso, segretario nazionale dell'Unione Camere penali che si è detto d’accordo con tutte le tre proposte nella parte in cui abrogano l’articolo 161 bis cp (il corso della prescrizione del reato cessa definitivamente con la pronunzia della sentenza di primo grado). Ha aggiunto: «Occorrerà fare una sintesi delle tre proposte, avendo come obiettivo il ripristino della prescrizione sostanziale ante 2019. Sulla convivenza tra prescrizione sostanziale e processuale riteniamo che quest’ultima non debba prevalere mai sulla prima».

È arrivato poi il momento di Piercamillo Davigo, magistrato in congedo che ha attaccato, come già scritto sulle pagine del Fatto, le cosiddette presunte tecniche dilatorie degli avvocati favorite a suo dire dalla prescrizione: «Se ad una persona viene rubato un libretto degli assegni e questi vengono usati in varie province gli avvocati non consentono di acquisire la denuncia del derubato, costringendolo a testimoniare in ogni sede». Ha poi ricordato che in «Francia solo il 50% delle condanne viene impugnato, in Italia tutte, per non parlare dei ricorsi in Cassazione. In Francia 1000 l’anno, in Italia 90000, considerato anche l’alto numero di avvocati cassazionisti nel nostro Paese». A replicare Costa, che ha ricordato che «la maggioranza delle prescrizioni arriva durante la fase delle indagini preliminari» e inoltre «se non erro circa il 50% delle sentenze di primo grado impugnate vengono riformate del tutto o in parte in appello». Ci chiediamo: Davigo appellerà la sua recente condanna?

Presenti in Commissione anche Giuseppe Santalucia e Salvatore Casciaro, rispettivamente presidente e segretario generale dell’Associazione nazionale magistrati. Secondo il primo, «cumulare i due meccanismi, della prescrizione e della improcedibilità, a nostro giudizio crea un’incoerenza sistematica. L’improcedibilità è stata la risposta ad una scelta del legislatore del 2019 di interrompere la prescrizione con la sentenza di condanna. I due istituti rispondono a finalità diverse. La compresenza dei due istituti a nostro giudizio è asistematica: o l’una o l’altra».

Processo a Davigo, le chat sparite “riappaiono” in aula per mano della difesa. Depositati messaggi teoricamente irrecuperabili: l’ex pm aveva rivenduto il cellulare senza fare un backup delle chat, comprese quelle con Storari, che gli consegnò i verbali di Amara. Simona Musco su Il Dubbio il 24 giugno 2023

Il backup non c’è, anzi sì. Al processo a carico di Piercamillo Davigo, l’ex pm di Mani Pulite condannato ad un anno e tre mesi (pena sospesa) per aver diffuso i verbali di Piero Amara sulla presunta Loggia Ungheria, non sono di certo mancati i colpi di scena. E gli ultimi sono arrivati nel giorno della sentenza, nel corso della discussione della difesa e della replica della parte civile, durante le quali l’attenzione è tornata sul cellulare di Davigo, non più disponibile perché “rivenduto” ad un centro di telefonia, causa «umidità». Il contenuto del cellulare, aveva detto l’ex pm in aula, non è più disponibile: l’ex consigliere del Csm non ha salvato i dati, comprese le chat. Con il rammarico della parte civile, che voleva dimostrare che Davigo conosceva le dichiarazioni di Amara ben prima di aprile 2020, data in cui il pm Paolo Storari gli avrebbe consegnato i verbali per autotutelarsi di fronte alla presunta inerzia della procura di Milano.

Ma a tirare fuori delle chat, il 20 giugno scorso, ci ha pensato proprio la stessa difesa di Davigo. «Abbiamo depositato della documentazione, delle chat, che dimostrano che ad un certo punto, quando sa qualche cosa, Davigo non parla più con Santoro», ha detto l’avvocato Francesco Borasi. Perché depositare quelle conversazioni? La questione è semplice: la difesa di Sebastiano Ardita, ex consigliere del Csm, parte civile nel processo (sarà risarcito con 20mila euro), aveva evidenziato che nonostante anche il nome dell’ex giudice del Consiglio di Stato Sergio Santoro fosse tra quelli indicati da Amara tra i componenti di “Ungheria” Davigo non ne avrebbe preso le distanze come fatto, invece, con lui. Anzi, aveva detto in aula l’avvocato Fabio Repici, l’ex pm avrebbe incontrato a cena Santoro almeno due volte, una a fine 2019 e una tra il 9 e il 10 settembre 2020, quando l’ex consigliere del Csm era in possesso da almeno cinque mesi dei verbali di Amara. Tale circostanza fu smentita da Davigo in aula, che retrodatò quelle cene, nelle quali si sarebbe discusso dell’innalzamento dell’età pensionabile dei magistrati alla presenza anche di un altro magistrato di Palazzo Spada, Giuseppe Severini, allora presidente della V Sezione del Consiglio di Stato, la stessa davanti alla quale Davigo aveva impugnato la sentenza del Tar che stabiliva il difetto di giurisdizione circa il ricorso relativo alla sua esclusione dal Csm.

Per smentire la versione della parte civile, la difesa di Davigo ha dunque depositato stralci di chat che testimonierebbero l’interruzione dei rapporti con Santoro ben prima della consegna dei verbali. Nulla di eccezionale, verrebbe da dire, se non fosse che lo stesso ex pm, intervenendo in aula a maggio scorso, aveva dichiarato di non aver fatto alcun backup delle chat, comprese quelle nelle quali si metteva d’accordo con Storari per un incontro. Davigo avrebbe conservato «solo le cose importanti», aveva detto, cose tra le quali, evidentemente, non rientravano i messaggi scambiati con chi gli aveva annunciato una nuova possibile catastrofe all’interno della magistratura, notizia che, a suo dire, lo aveva sconvolto.

Ma non è l’unica cosa che manca: oltre al cellulare non c’è più traccia né della chiavetta usb sulla quale erano contenuti i verbali né tantomeno dell’indirizzo mail dal quale Davigo si spedì gli atti per poterli stampare al Csm. Un fatto curioso, considerato che anche l’ex procuratore generale Giovanni Salvi e l’ex procuratore di Milano Francesco Greco hanno dichiarato di aver smarrito i telefoni. «Non c'è un modo per avere un documento che fissi la data» di consegna dei verbali, aveva fatto notare dunque Repici, secondo cui Davigo sarebbe venuto a conoscenza delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno di Eni molto prima di aprile 2020. «C'è stato uno smarrimento di prove per sua legittima volontà», aveva dunque contestato. Un concetto che il legale ha ribadito anche il 20 giugno, giorno in cui poi è arrivata la condanna dell’ex pm. Davigo, ha detto Repici, «ha volontariamente disperso tutto ciò che poteva fissare una data. Noi abbiamo la prova che la cena con Santoro è stata il 9 o il 10 settembre - ha sottolineato -. Ma la cosa sconcertante è che siamo davanti a un imputato che ci ha detto di aver rivenduto il telefono, di non avere chat e mail, di non avere niente. Dopodiché», però, «produce brandelli minimi di una chat di WhatsApp con tale dottoressa Ciafrone e con tale dottor Santoro» per certificare di non aver avuto interlocuzioni con quest’ultimo dopo esser entrato in possesso dei verbali. «Ma scusi presidente - ha chiesto Repici -, si ricorda che l'ha chiesto lei all'imputato: “ma non l'ha fatto il backup?”. “No, solo delle cose importanti, Storari no”», aveva risposto. Invece «le hanno prodotte loro quelle chat di WhatsApp, le hanno prodotte nell'anno 2023», ha sottolineato Repici, che ha parlato di «menzogna» e di «spregiudicata impostura». La verità, ha aggiunto, «è che vi ha sottratto, come è diritto dell'imputato, com’è facoltà dell'imputato, dati di conoscenza. Se la procura della Repubblica, tanto astiosa, come è stata ritenuta dalla difesa, gli avesse sequestrato il cellulare, il problema sarebbe stato risolto in partenza».

E che la data corretta non sia aprile 2020 Repici lo deduce anche dall’interrogatorio di Davigo a Perugia del 19 ottobre 2020: alla richiesta del procuratore Raffaele Cantone sul perché Ardita fosse preoccupato, Davigo ha opposto il segreto d’ufficio, sostenendo che «la parte coperta da segreto d'ufficio su cui non posso rispondere è la ragione per cui non parlo più con il consigliere Ardita dal marzo 2020». E qual era il segreto? A rispondere è stato lo stesso Davigo: i verbali sulla Loggia Ungheria. Marzo 2020, dunque, non aprile. Mentre a tradire le intenzioni delle numerose comunicazioni fatte circa quei verbali è anche un’altra data, settembre 2020: è in quel momento che informa l’allora neo primo presidente della Cassazione Pietro Curzio. L’indagine si era però ormai sbloccata e quindi si era realizzato l’intento dichiarato da Davigo: non far arenare l’inchiesta su Ungheria. Ma «qual è la cosa che deve fare il presidente Curzio? - si è chiesto Repici - Prendere le distanze da Ardita. Le parole del dottor Davigo valgono - ha concluso -. È lui che confessa».

Le accuse. La condanna di Davigo apre una faida tra toghe: “Vendetta del gup Marino”. L’ex pm in pensione aveva volantinato i verbali di Amara a mezzo mondo. Anche il Colle sapeva. Ma sono finiti indagati solo in due per non aver denunciato. Tiziana Maiolo su L'Unità il 23 Giugno 2023

Ormai sono tutti contro tutti, e la condanna all’ex magistrato Piercamillo Davigo ha scoperchiato un verminaio di scontri feroci tra toghe, come se non fosse stato sufficiente quello che aveva denunciato con i suoi libri Luca Palamara, che era stato uno di loro. Al centro sempre quel luogo di potere e soprusi della Procura di Milano, quella che fu. Quella che fu fortino di Magistratura Democratica, la corrente più a sinistra del sindacato. Quella degli eroi intoccabili di Mani Pulite.

Quella dove regnava il rito ambrosiano, troppo spesso disinvolto su regole e procedure. Ma è un romano, Giuseppe Marra, a buttare oggi il sasso in piccionaia con un’intervista a La Verità in cui accusa un suo collega della capitale, il giudice Nicolò Marino, di aver agito per ritorsione nei suoi confronti. Il fatto preoccupante è che l’accusa (aspettiamo sviluppi), fatta da un magistrato nei confronti di un altro nella sua veste di gup, pare un fatto normale. Come se non stessimo parlando di amministrazione della giustizia, ma di una faida politica o peggio ancora di uno scontro tra persone di malaffare.

In che modo c’entra Davigo? C’entra, così come c’entrano il processo a Brescia che lo ha condannato, e anche un bel gruppo di toghe tra Roma a Milano. Il giudice chiamato in causa da Marra è il gup di Roma che ha assolto l’ex segretaria di Davigo al Csm, Marcella Contraffatto, dall’accusa di calunnia. Ma non si è limitato a questo, il magistrato. Il gup con quel provvedimento ha anche inviato alla Procura due nominativi, quelli di Giuseppe Marra e Giuseppe Cascini, perché fossero sottoposti a indagine. Ambedue a loro volta magistrati, il primo attualmente collocato al Massimario della Cassazione, il secondo procuratore aggiunto a Roma (infatti la sua posizione sarà trasferita a Perugia).

I reati per i quali sono indagati sono omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale e, solo per il primo di loro, distruzione di corpo di reato. Si torna sempre lì, a Milano, alla maledizione (per la procura) dei processi Eni e alla famosa deposizione del faccendiere Piero Amara. Il quale era considerato da tutto l’ufficio, a partire dal suo capo Francesco Greco e dal rappresentante dell’accusa nel processo contro il colosso petrolifero, Fabio De Pasquale, un testimone di platino, intangibile. La sentenza di assoluzione dei vertici di Eni sarà una botta che farà scricchiolare per sempre quella gestione della procura e la reputazione dello stesso Francesco Greco. Il quale andrà in pensione un po’ ammaccato, se pur subito consolato con un ruolo di tutore della legalità al Comune di Roma.

Il processo Eni e l’assoluzione dei suoi vertici esploderà come una bomba e disvelerà un’intera storia e certi metodi del sistema ambrosiano non proprio trasparenti. La possiamo sintetizzare così. Un sostituto procuratore, Paolo Storari, ha nelle mani una deposizione dell’avvocato Amara il cui si parla di una potente loggia massonica di nome “Ungheria”, composta di magistrati, alti ufficiali e altri uomini di potere, dedita a condizionare la vita economica e politica d’Italia. Tra questi ci sarebbero anche due membri del Csm, Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti. Storari vuole aprire un fascicolo, Greco tergiversa.

Si capirà solo in seguito che il testimone è troppo prezioso per il processo Eni e che è meglio non agitare le acque con una testimonianza che può farlo incriminare per calunnia e autocalunnia. Il caso Davigo nasce di lì, in uno scontro con l’ex collega del pool Mani Pulite, che nel frattempo è diventato capo dell’ufficio, mentre “Piercavillo” è membro del Csm. L’arroganza dell’ex pm, che lo porterà fino a essere condannato per rivelazione di atti d’ufficio, è nata dal suo approdo all’organo di autogoverno della magistratura o non è invece solo una coda, una prosecuzione dell’intoccabilità consentita agli uomini dell’ex pool? Fatto sta che Davigo si mette a volantinare quella deposizione, che è un atto riservato e segreto, a mezzo Csm e al vicepresidente David Ermini, pregandolo di riferirne anche al Capo dello Stato.

Coinvolti anche il procuratore generale Giovanni Salvi e il presidente della commissione antimafia Nicola Morra. Con metodi da barbe finte, telefonini silenziati e appuntamenti nel vano delle scale, anche. Mezzo mondo, insomma. E tutti tacciono, pur avendo tra le mani una potenziale bomba. Qualcuno, come Ermini e Marra, dice di aver buttato via i fogli. Ma non se ne saprà niente finché non sarà un altro componente del Csm, Nino Di Matteo, a denunciare il fatto nel plenum del Consiglio. E tutti, nel processo di Brescia, si presentano come testimoni.

Ma due di loro, Marra e Cascini, scoprono di essere indagati, uno a Roma e l’altro a Perugia, su iniziativa del gup Marino. Perché solo loro due, visto che mezzo mondo, togato e non, ha toccato la bomba Amara? E visto che la notizia di quelle carte scottanti era arrivata fino al Quirinale? Non dimentichiamo che stiamo parlando di pubblici ufficiali, obbligati per legge. La spiegazione di Marra nell’intervista alla Verità è sconcertante: siamo stati scelti solo noi due perché avevamo impedito al collega Marino di diventare procuratore aggiunto a Caltanissetta. Quindi: vendetta tremenda vendetta!

Dobbiamo dedurre che esistono magistrati i quali prendono decisioni sulla base di proprie antipatie personali? O peggio ancora mettono in campo, mentre indossano la toga e amministrano la giustizia in nome del popolo, ritorsioni e vendette? Immaginiamo che questa vicenda avrà ancora uno o più seguiti. Ma, se non è stato bello vedere Davigo che inseguiva l’ex amico Ardita e ora Marra che se la prende con Marino, preoccupa anche il fatto che questa vicenda finisca anche con il lambire il ruolo dello stesso presidente Mattarella. Che era stato informato di questa situazione di illegalità, come ha confermato lo stesso ex vice del Csm, Davd Ermini, e che si era limitato ad ascoltare. Tiziana Maiolo 23 Giugno 2023

Estratto dell'articolo di Mattia Feltri per “La Stampa” il 22 giugno 2023. 

All'inizio del millennio, al Foglio, dove allora lavoravo, avevamo oltrepassato il centinaio di querele ricevuto dal Pool di Mani pulite. Poi assolti in blocco ma mica male come intimidazione […]. 

In una di esse […] Piercamillo Davigo aveva individuato una prova di dileggio in un banale refuso – mi uscì un "Pircamillo" – e lì si si consolidò il sospetto che il Dottor Sottile si stesse lasciando un po' prendere la mano, quanto a sottigliezze.

Ma ieri, dopo la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d'ufficio, sono stato contento di […] leggere anzi qualche articolo nel quale si osservava che l'onestà di Davigo rimane fuori discussione. 

Infatti non ho mai pensato che l'onestà delle persone sia misurabile coi codici e le sentenze […]. Altrimenti non avrebbe nessun senso i Miserabili, il capolavoro di Victor Hugo nel quale Jean Valjean è un pregiudicato latitante eppure sta moralmente tre spanne sopra a Javert, il poliziotto da cui è braccato, l'incorruttibile che pretende da sé il rigore preteso dagli altri poiché crede nella perfetta coincidenza fra legge e morale, ed è questa la sua condanna.

Tra l'altro Javert nel romanzo non ha nome, soltanto il cognome, come se fosse soltanto un ruolo, una maschera: Javert. E a distanza di tanti anni confermo il refuso: se avessi voluto irriderlo, non avrei scritto "Pircamillo", avrei scritto semplicemente Davigo.

Condanna all'ex Mani Pulite. Davigo come Palamara, la solita logica del capro espiatorio. La condanna di Davigo potrebbe servire a seppellire per sempre la questione della Loggia Ungheria sulla quale, alla fine, non si è mai indagato...Frank Cimini su L'Unità il 22 Giugno 2023

La logica del capro espiatorio. Dopo Palamara, Davigo. La condanna del magistrato in pensione Piercamillo Davigo a 1 anno e 3 mesi per violazione del segreto d’ufficio decisa a Brescia rischia di avere la stessa funzione che ebbe la radiazione dall’ordine giudiziario di Luca Palamara passato in poco tempo da “ras delle nomine” a uno dal quale prendere le distanze da parte degli stessi ex colleghi che lo affliggevano di telefonate per chiedere favori, promozioni e prebende.

Il rischio, davvero fortissimo, è che sapremo mai nulla di che cosa fu e che cosa non fu la loggia Ungheria di cui aveva parlato a verbale a cavallo tra il 2019 e il 2020 davanti ai pm di Milano l’avvocato Piero Amara ex consulente dell’Eni. È datata luglio 2022 la richiesta di archiviazione della procura di Perugia sulla benedetta o maledetta loggia di cui avrebbero fatto parte magistrati, imprenditori, avvocati, ufficiali dei carabinieri funzionari pubblici, che potrebbe aver fatto il bello e il cattivo tempo tra le toghe e non solo.

E’ passato quasi un anno e sulla richiesta di archiviazione non è stata presa ancora una decisione. L’ennesimo inquietante interrogativo che bisogna porsi in questa vicenda. Era una richiesta di archiviazione poco convincente. Il capo dei pm di Perugia faceva riferimento alle mancate immediate iscrizioni nel registro degli indagati a Milano come aveva sollecitato il pm Paolo Storari, colui il quale poi pensò di trovare la soluzione consegnando i verbali di Amara a Davigo. Cantone dava la colpa alla fuga di notizie che avrà contribuito, ma non può certamente spiegare tutto.

Alla fine della fiera sulla loggia Ungheria non si è indagato a Milano e nemmeno a Perugia. Non sarebbe stato possibile riscontrare le parole di Piero Amara, che potrebbe aver raccontato un sacco di balle anche se Cantone poi affermerà che alcune dichiarazioni del legale non erano del tutto inattendibili. Uno dei pochi atti di indagine fu la perquisizione a Giuseppe Calafiore uno di quelli che si erano autoaccusasti far parte della loggia e che avrebbe avuto la disponibilità degli elenchi. La perquisizione fuori tempo massimo non ebbe esito.

Ma in questa intricata vicenda pesa anche l’inerzia del Consiglio Superiore della Magistratura che avrebbe dovuto intervenire immediatamente. Basti pensare alle parole di fuoco, agli insulti volati negli uffici della procura di Milano, soprattutto quelli tra Paolo Storari e Fabio De Pasquale, il pm del processo per corruzione internazionale ai vertici dell’Eni, preoccupato dal fatto che le indagini approfondite su Amara avrebbero leso l’attendibilità e la credibilità di un importante testimone di accusa. I protagonisti di quei litigi sono ancora tutti lì nella stessa procura, tranne il capo Francesco Greco andato in pensione.

L’alibi del Csm punta sul fatto che erano e sono in corso procedimenti penali. Storari è stato assolto in via definitiva, De Pasquale è imputato a Brescia per aver sottratto al deposito nel processo Eni atti utili alle difese e proprio oggi ci sarà l’udienza per l’ammissione delle prove. Insomma tempi lunghi. E va aggiunto che se il Csm intervenisse adesso, dopo non averlo fatto nell’immediato, rischierebbe anche di passare in un certo senso dalla parte del torto. La questione andava chiarita subito. Era ed è una guerra di potere dentro la magistratura dove in troppi hanno agito non certo per amministrare la giustizia, ma per ragioni personali anche di rancore. Frank Cimini 22 Giugno 2023

Caso Minenna, Palamara: “Grillini vittima del loro giustizialismo”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 22 Giugno 2023

“Mutato il contesto politico di riferimento, viene meno quella iniziale rete di protezione che forse aveva consentito di indirizzare queste vicende sul classico binario morto”. Così l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Luca Palamara commenta l’arresto dell’ex direttore dell’Agenzia delle Dogane in merito all’inchiesta sui dispositivi anti Covid.

Possiamo dire che il caso Minenna apre il mascherina gate?

Come in tutte le vicende giudiziarie, penso che sia doveroso attendere la lettura di tutte le carte. E ciò al fine di meglio comprendere quelli che potranno essere gli sviluppi di questa inchiesta.

La verità sui soldi spesi durante la pandemia è venuta tutta a galla?

Mutato il contesto politico di riferimento, viene meno quella iniziale rete di protezione che forse aveva consentito di indirizzare queste vicende sul classico binario morto. Penso che ora tante altre verità potranno venire a galla.

Fare chiarezza interessa soprattutto ai cittadini…

Certamente! Mi riferisco a quelle persone, che hanno vissuto quel periodo nella totale incertezza di ciò che improvvisamente stava avvenendo. Non dimentichiamo mai che uno dei momenti più oscuri fu proprio quello legato al prezzo delle mascherine, inizialmente schizzato alle stelle e poi improvvisamente ribassato.

Minenna sembra essere amico di Grillo. Non è che quel giustizialismo che hanno sempre difeso i pentastellati, adesso, gli si ritorce contro?

Distinguerei le due vicende. Quella di Minenna attiene al piano giudiziario e come tale deve essere affrontata, nel rispetto di tutte le garanzie difensive. Quella del giustizialismo attiene, invece, ai rapporti tra politica e magistratura e per una sorta di nemesi si sta ora ritorcendo contro coloro i quali dopo le elezioni politiche del marzo 2018 ritenevano essere in qualche modo “immuni” da ogni iniziativa giudiziaria. Il mondo della magistratura è un mondo complesso e l’idea di una parte politica, in questo caso quella dei 5 Stelle, di poter maggiormente “flirtare” con la corrente della magistratura capeggiata da Piercamillo Davigo, come ha plasticamente evidenziato la vicenda dei verbali della Loggia Hungaria, si è rivelata alla fine un boomerang.

Perché?

Non dimentichiamo che molte delle riforme di Bonafede traevano ispirazione proprio da questo connubio e che alla fine anche l’iniziale battaglia dello stesso ministro e dei cinquestelle contro il correntismo e le logiche del sistema si è rivelata di corto respiro. Basti considerare che, oggi, secondo le logiche del sistema, Bonafede compone il consiglio di giustizia tributaria e due ex magistrati, Cafiero de Raho e Scarpinato, siedono al Senato tra le loro fila. Insomma, come dice Giuseppe Tomasi di Lampedusa, “tutto cambia affinché nulla cambi”.

Esiste una guerra all’interno della magistratura sul Coronavirus.  Il tribunale dei ministri, intanto, ha assolto l’ex premier Conte. Le sembra strano?

Non parlerei assolutamente di guerra, ma dicevo prima che la magistratura è un mondo complesso e l’autonomia, l’indipendenza che la contraddistingue comporta che ci siano tanti magistrati che in qualche modo non vogliono essere allineati a un unico pensiero. Tutto questo comporta che ci possano essere iniziative e decisioni divergenti tra di loro. Aspetterei ulteriori sviluppi per comprendere come potrà evolversi la vicenda.

Le disavventure. Davigo, Claise, Travaglio, storie e storielle di epuratori che camminano con le mani a terra ed i piedi in aria. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 22 Giugno 2023 

La cronaca di questi giorni ci offre a man bassa materiale per ragionare sugli “epuratori“, cioè quella categoria di persone che – per le ragioni più varie, ma comunque sempre arbitrarie – si è autoassegnata il compito di evangelizzarci sul bene e sul male, sui buoni (loro) ed i cattivi (gli altri).

Prima storia. Circa un anno fa il Giudice Istruttore belga Michel Claise, forte della scoperta di un borsone con 750mila euro in contanti, parte all’assalto del Parlamento Europeo, ricettacolo -egli ipotizza- di corruzioni indicibili. Arresta a destra e a manca, trattiene in carcere senza derogare nemmanco di fronte alle elementari esigenze affettive di una bimba di due anni, come si addice agli epuratori tutti d`un pezzo. Dopo un anno di fiammeggiante inchiesta e di dichiarazioni inflessibili (ma niente prove) sulla corruzione universale, si scoprono tuttavia i segni di una certa indulgenza verso una delle persone che pure la Procura aveva approfonditamente segnalato tra i protagonisti della (oscura) vicenda.

Come mai – ci si chiede – non l’ha mai nemmeno interrogata, costei? Si viene ora a sapere che il figlio di costei è socio in affari del figlio di costui (dell’epuratore, intendo), e qualche avvocato impudente (maledetti avvocati!) formalmente chiede: non sarà mica per questo? Lui al momento si chiude in uno sdegnato silenzio, ma prudentemente lascia l’inchiesta. Se fossimo lui, lo avremmo già arrestato. Invece diciamo, noi queruli e salottieri liberali e garantisti: semplici insinuazioni, si vedrà. Intanto, al momento il nostro epuratore ha dovuto rinfoderare la sua incandescente sciabola.

Seconda storia: Piercamillo Davigo. Un galantuomo, strepita Travaglio. Io, infatti, non ho il benché minimo dubbio che lo sia. Mai avuto. Ma il processo aveva ed ha ad oggetto non se il dott. Davigo sia un galantuomo, bensì se egli potesse consegnare a terzi atti di indagine coperti da segreto, oppure no. Anche in questo caso, ben s`intende, egli rivendica di averlo fatto per denunciare il male, in nome del bene. Secondo questi primi giudici, tuttavia, commettendo un reato. Si vedrà. Ora lui giustamente appella, ritenendo -immagino- che questo suo sacrosanto atto difensivo sia in qualche modo (quale?) diverso da tutte quelle altre impugnazioni che egli ha sempre denunziato come il male assoluto della giustizia penale. Un altro classico del mondo degli epuratori.

Piccola storiella in coda. Il Direttore Travaglio tuona, indignato, che questo è il mondo alla rovescia. Davigo condannato e il sindaco Uggetti – e qui quasi si strozza – assolto, vergogna. Questo, cari lettori, è il mondo semplificato nel quale si baloccano gli epuratori: io buono, tu cattivo, com’è che non tornano i conti? “È il mondo alla rovescia!”, strepitano, mentre camminano, impettiti, con le mani a terra ed i piedi in aria. Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Giacomo Amadori per “la Verità” il 22 giugno 2023.

Piercamillo Davigo è stato condannato per aver divulgato atti coperti da segreto d'ufficio (i verbali del faccendiere Piero Amara sulla loggia Ungheria) nelle stanze del Csm. Atti che sarebbero stati condivisi con modalità un po' carbonare con i consiglieri Giuseppe Cascini, Giuseppe Marra, Ilaria Pepe (togati), David Ermini, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna (laici) oltre che con l'ex presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra.

Ma può essere condannato solo uno dei pubblici ufficiali che erano venuti a conoscenza delle carte segrete sulla loggia Ungheria e non tutti gli altri che non avevano denunciato di aver visionato atti sicuramente sensibili? È quello che, a gennaio, si è chiesto il giudice dell'udienza preliminare Nicolò Marino, il quale, dopo aver assolto (..dall'accusa di calunnia l'ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, ha chiesto alla Procura di iscrivere sul registro degli indagati due ex consiglieri del Csm, Giuseppe Cascini, (rappresentante del cartello progressista di Area) e Giuseppe Marra (ex esponente della corrente fondata da Davigo Autonomia & indipendenza), per omessa denuncia da parte di pubblico ufficiale e distruzione del corpo del reato.

Cascini era stato accusato di non essersi «scandalizzato» e di non aver respinto «la richiesta di consulenza fatta dal dottor Davigo circa la credibilità di Amara»; ma anche di non aver sentito «il dovere di interrompere la catena di divulgazione dei verbali di Amara, addirittura interloquendo sugli stessi alla presenza non solo del dottor Davigo, ma anche dei consiglieri Pepe e/o Marra». 

Quest'ultimo aveva ammesso: «Davigo mi disse: “Ti ho lasciato i verbali sulla scrivania”, senza aggiungere altro. Quando tornai in ufficio, trovai una cartellina contenente i verbali di Amara. […] Dopo qualche settimana li ho strappati». La stessa cosa che ha confessato di aver fatto l'ex vicepresidente del Csm David Ermini. Che ha anche raccontato che Davigo gli aveva chiesto di conferire «riservatamente», «lasciando i telefoni in strofa proprio perché la domanda era molto delicata».

Poi a Brescia ha confermato quanto rivelato da Piercavillo e cioé di essere salito al Quirinale per riferire al presidente Sergio Mattarella: «Io penso e ritengo che lui (Davigo, ndr) volesse che io avvisassi […] il Capo dello Stato della presenza di queste persone a questa ipotetica loggia […] lui mi disse: “Sarebbe opportuno che tu lo riferissi al Presidente” […] Io risposi di sì, gli dissi: “Va bene” […] poi quando andai dal Presidente io dovevo parlare anche di tante altre cose, ma, insomma, gli riferii le cose che mi aveva detto il consigliere Davigo». 

Ermini ammise anche di aver distrutto i verbali e aveva spiegato il motivo: «Non erano utilizzabili, erano arrivati in modo non ufficiale, l'autorità giudiziaria ne era a conoscenza perché così Davigo mi disse […] quindi io che ne facevo di questi verbali ? Mica potrebbe diventare il megafono di Amara!». Una giustificazione che per Marino ha fatto la differenza tra Ermini e Marra, il quale, invece, aveva distrutto il «corpo di reato […] senza neanche aver tentato di spiegarne il perché alla autorità giudiziaria di Brescia, come invece aveva fatto il vicepresidente del CSM». 

Ieri abbiamo contattato Marra per chiedergli conferma dell'indagine nei suoi confronti e il magistrato non si è trincerato dietro al classico «no comment». Anzi. 

Cinquantaquattro anni, romano, per anni fuori ruolo al ministero della Giustizia, risponde tranquillo.

«Sì, sono iscritto nel registro degli indagati. Io e il collega Cascini per omessa denuncia, io da solo per soppressione del corpo del reato». 

Perché siete solo voi due?

«Le dico la mia opinione: perché il dottor Marino con un atto ritorsivo ha denunciato (si tratta di una denuncia qualificata provenendo da un giudice) alla Procura solo noi due perché non lo abbiamo votato per due volte per un incarico semidirettivo di procuratore aggiunto ( di Caltanissetta, ndr) a cui lui aspirava. E, poi, il dottor Cascini è stato componente della sezione disciplinare che lo ha condannato, ragione per la quale non lo avevamo votato per l'incarico semidirettivo».

Dove siete indagati?

«Cascini a Perugia, perché è procuratore aggiunto a Roma, io invece nella Capitale perché lavoro al Massimario della Cassazione, un ufficio con competenza nazionale e per questo incardinato a Roma». 

I comportamenti di cui siete accusati sono stati tenuti anche da altri…

«Il motivo glielo ho detto. Per me il giudice non aveva titolo per valutare la nostra posizione che non incideva o era utile nella valutazione della decisione sul Contrafatto, che rispondeva davanti a lui del reato di calunnia… una vicenda del tutto autonoma rispetto alla diffusione dei verbali da parte di Davigo nel Consiglio, che al massimo poteva rappresentare una premessa…». 

Ma Ermini, Pepe, Morra non potevano essere considerati pubblici ufficiali come voi?

«Certo, eravamo tutti consiglieri e quindi pubblici ufficiali, Morra sotto un'altra veste…». 

Davigo si fece seguire nella tromba delle scale… qualche sospetto poteva venire anche a lui…

«Assolutamente sì. Ma Marino ha scelto noi due per le ragioni che le ho detto. Io ero commissario della quinta e Cascini è intervenuto in plenum per dire che non poteva avere l'incarico… Gigliotti che ha votato a favore del conferimento non è stato denunciato».

Eppure ha visto anche lui le carte…

«Eeeeeeeeeh…» 

L'omessa denuncia poteva essere contestata a tutti, anche al presidente della Repubblica o mi sbaglio?

«Io non dico nulla sugli altri. Io ricevetti queste comunicazioni da Davigo un mese dopo gli altri perché rientrai dal lockdown il 9 giugno e non ai primi di maggio. E quindi a chi avrei dovuto denunciare se non al mio superiore che in quel momento era il vicepresidente Ermini, se non volevamo considerare il presidente della Repubblica? Quando Davigo mi dice “ho consegnato le carte a Ermini, so che Ermini è andato dal Capo dello Stato”, a chi dovevo denunciare la cosa, al maresciallo dei carabinieri della stazione sotto casa mia? 

Potevo denunciare, certo, ma a chi? Il vertice dell'autorità giudiziaria è il procuratore generale e per quanto mi risulta anche lui (all'epoca Giovanni Salvi, ndr) era stato informato, il vertice del Csm è il vicepresidente… mi dica, io, che ho saputo queste cose un mese dopo Ermini, Salvi, che cosa avrei dovuto fare». 

Era informato anche il presidente della Repubblica…

«È una notizia che ha confermato Ermini». 

Lei, a febbraio, si è presentato in aula a Brescia con l'avvocato.

«Sapevo di essere indagato e volevo rispondere. Anche se la mia posizione era già stata valutata dalla Procura di Brescia». 

E in Lombardia non è mai stato iscritto?

«Certo, perché ovviamente se indagavano me, avrebbero dovuto indagare anche tutti quanti gli altri, visto che la questione dell'omessa denuncia è uguale per tutti. Per quanto riguarda la distruzione, anche Ermini ha detto di averlo fatto». 

Lei con chi ha parlato di questi documenti?

«Con le persone che Davigo mi aveva detto che erano state informate prima di me: Cascini, Gigliotti, Pepe…» 

Ed Ermini?

«Con lui ho ritenuto di non parlarne… il 9 giugno, giorno del mio rientro, Davigo mi dice che mi deve parlare con urgenza e mi racconta sinteticamente la storia e cioè che il pm Paolo Storari non riusciva a convincere il procuratore (Francesco Greco, ndr) a iscrivere l'avvocato Amara e che gli aveva lasciato queste carte... che non erano copie di verbali perché non c'erano timbri, firme, non avevano valore giuridico , anche se si capiva che erano file che provenivano da un procedimento giudiziario... mi parla e mi fa vedere i documenti per non più di dieci minuti, poi, visto che erano entrate altre persone, mi disse che avremmo continuato dopo e, in effetti, ne riparlammo a pranzo in un bar vicino al Consiglio, quando mi fece vedere la parte che interessava i due consiglieri che erano stati “attinti” da queste dichiarazioni, Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti.

Dopo di che mi disse la cosa che per me era fondamentale, altrimenti mi sarei posto anche io il problema: “Ho informato il vicepresidente, ho informato Salvi e so che il vicepresidente è andato poi al Quirinale a riferire”». 

Più di così che cosa si poteva fare?

«Appunto, se lo dice pure lei... sono finito in un pasticcio senza colpa, tutti quelli a cui ho raccontato i dettagli mi dicono che per colpa di colpa di una persona che fa male il suo lavoro sono finito denunciato alla Procura di Roma».

La colpa può essere anche di chi non ha iscritto tutti e approfondito i fatti… (Marra pensa che ci riferiamo ai magistrati di Milano a proposito di Amara)

«Certo. Ma perché il dottor Greco non vuole iscrivere uno che ha confessato di far parte di un'associazione segreta? Lo poteva fare per calunnia e autocalunnia se non voleva per violazione della legge Anselmi... questo ci rendeva dubbiosi senza sospettare che Greco volessero coprire una loggia massonica... Davigo, né nessuno di noi, lo ha mai pensato... il motivo per cui Greco faceva resistenza lo abbiamo capito dopo». 

E qual era?

«Che non volevano screditare Amara perché era testimone del processo Eni Nigeria.

Ma questa è una mia valutazione, non un dato oggettivo».

Ma se erano tutti i pubblici ufficiali, compreso il presidente della Repubblica, perché doveva essere lei fare la denuncia?

«Se lei legge la sentenza (di Marino, ndr) probabilmente si metterà a ridere. La posizione di Ermini sarebbe diversa dalla mia perché lui ha spiegato il motivo per cui ha distrutto le carte, anche se io non ero ancora stato sentito in Tribunale. Ma quella che ha dato secondo lei è una spiegazione? Ermini ha detto di averli buttati via perché erano atti irricevibili. Ma se erano tali non li dovevamo ricevere. Ma anche se volessimo lasciare perdere questa contraddizione, per la sua giustificazione Ermini non è stato denunciato e io sì». 

Ma anche il presidente Mattarella poteva denunciare o no?

«Che cosa le devo dire? Non so in che termini sia stato informato. Lo preciso per essere attento ai ruoli istituzionali. Su questo Davigo non mi ha detto nulla di specifico, ma Ermini ha confermato di aver ricevuto le carte e ha detto di averle distrutte. Però prima di farlo Davigo gliele avrà chiamato altrimenti come faceva a giudicarle irricevibili?». 

Lei come ha saputo di essere indagato?

«Ho letto sulla Verità che eravamo stati denunciati. Quindi prima di andare a Brescia a testimoniare ea dire che forse ero indagato ho fatto richiesta alla procura di Roma e ho avuto la conferma di essere iscritto».

Caso verbali, ecco perché gli altri consiglieri del Csm non sono stati indagati. Il processo a Davigo continua a generare polemiche tra le toghe: scoppia il caso della presunta intervista a Marra. Simona Musco su Il Dubbio il 22 giugno 2023

Il caso Piercamillo Davigo e dei verbali segreti fatti circolare al Csm fa discutere ancora. Dopo la difesa d’ufficio del Fatto Quotidiano, che si è chiesto come mai non fossero stati aperti dei fascicoli per omessa denuncia a carico dei consiglieri informati dell’esistenza della “Loggia Ungheria” (in realtà ce ne sono due, uno a Roma e uno a Perugia), a dare manforte è La Verità che in una lunga (presunta) intervista a Giuseppe Marra - ex consigliere del Csm e indagato a Roma per violazione della pubblica custodia di cose e di omessa denuncia (l’altro indagato è Giuseppe Cascini) - si pone la stessa domanda, cercando di dare però anche una risposta.

E scriviamo presunta perché a smentirla è lo stesso “intervistato”: «Non ho rilasciato alcuna intervista, non sono stato avvisato che la conversazione informale sarebbe stata divulgata come intervista su un quotidiano - ha dichiarato l’ex consigliere al Dubbio -. In tutti i casi in cui ho rilasciato interviste i vari giornalisti mi hanno sempre fatto rileggere le dichiarazioni che avevo espresso. Ho presentato una diffida al quotidiano, ma valuterò un esposto all’ordine dei giornalisti e al Garante della privacy: trovo scorretto quanto accaduto e non mi è mai capitata una cosa del genere. Le cose che dovevo e potevo dire le ho dette davanti al Tribunale di Brescia».

Le dichiarazioni trascritte dal quotidiano si potrebbero riassumere così: nella magistratura ci sarebbe una lotta intestina, dove ad ogni azione corrisponde una reazione. E così il motivo per cui solo Marra e Cascini sono stati iscritti sul registro degli indagati sarebbe una sorta di ritorsione - stando a quanto scritto da La Verità -, poiché gli stessi, per due volte, hanno votato contro il conferimento di un incarico semidirettivo a Nicolò Marino, il magistrato che ha assolto l’ex segretaria di Davigo e contemporaneamente trasmesso alla procura gli atti sulle due toghe, inguaiandole. Roba da far rischiare una querela a Marra, che forse mai si sarebbe lanciato in tali affermazioni se avesse saputo di essere intervistato.

Il ragionamento de La Verità è chiaro: anche gli altri, presidente della Repubblica compreso (informato dal vicepresidente del Csm David Ermini, anche se non si sa bene in che termini), andavano denunciati. Perché, dunque, sono Marra e Cascini gli unici indagati? La ragione sta nel fatto che entrambi sono entrati materialmente in possesso delle copie dei verbali di Amara, secondo quanto ammesso dagli stessi a Brescia. Così come Ermini, che poi li distrusse, rischiando di incappare nello stesso reato contestato a Marra. Ma a salvarlo è stato lo stesso Davigo, che a Brescia ha dichiarato di non aver detto a Ermini che si trattava di atti riservati. Se l’ex pm avesse comunicato tale particolare al numero due di Palazzo dei Marescialli, come chiarito in quella occasione dal presidente del collegio Roberto Spanò, l’udienza sarebbe stata interrotta e gli atti trasmessi alla procura.

Fuori per un soffio, dunque. Tutti gli altri pubblici ufficiali coinvolti da Davigo nell’affaire verbali, invece, non hanno mai ricevuto copia degli stessi, per questo scampando il pericolo di finire sotto indagine. Avrebbero di certo potuto denunciare, come fatto (anche se tardi e su suggerimento di Ardita e Di Matteo) da Nicola Morra, all’epoca presidente della Commissione Antimafia, ma non andò così. E a impedire che un nuovo scandalo si consumasse nel silenzio fu soltanto l’invio di quelle carte a Nino Di Matteo, che svelò tutto in plenum e al procuratore di Perugia, dove andò a denunciare il tutto. Insomma, un bel pasticciaccio. L’ennesimo.

Caso Amara, l’ex pm di Mani pulite Davigo condannato a un anno e tre mesi. Redazione su L'Identità il 20 Giugno 2023 

Un anno e tre mesi di reclusione è la condanna per l’ex magistrato Piercamillo Davigo, imputato per la rivelazione di segreto d’ufficio sui verbali secretati resi alla procura di Milano dall’avvocato Piero Amara sulla presunta esistenza della loggia Ungheria. Lo ha deciso il Tribunale di Brescia. La sentenza accoglie la richiesta della pubblica accusa che aveva chiesto la condanna dell’ex pm di Mani pulite per aver ricevuto dal pm milanese Paolo Storari – assolto in via definitiva al termine del processo abbreviato – i verbali segreti di Amara, in cui l’ex avvocato esterno di Eni aveva parlato dell’esistenza della presunta associazione massonica.

Davigo dovrà inoltre risarcire con 20 mila euro Sebastiano Ardita, l’unica parte civile nel processo. A Davigo la corte ha riconosciuto le attenuanti generiche, le motivazioni saranno rese note tra 30 giorni. “Faremo appello”, ha detto Davigo commentando al telefono con l’avvocato Francesco Borasi.

Come è noto, le dichiarazioni presenti in quei famosi verbali furono rese da Amara in cinque interrogatori, tra il 6 dicembre 2019 e l’11 gennaio 2020, nell’inchiesta sul cosiddetto “falso complotto Eni”, di cui Storari era uno dei titolari insieme alla collega Laura Pedio. La consegna avvenne a Milano nell’aprile del 2020, per stessa ammissione di Storari, a casa di Davigo, a cui fu data una chiavetta con gli atti secretati per poter denunciare la presunta inerzia a indagare da parte dei vertici della procura milanese – in particolare dall’allora procuratore di Milano Francesco Greco e dall’aggiunto Pedio – sull’ipotetica loggia Ungheria di cui avrebbero fatto parte vertici delle istituzioni e delle forze armate, oltre che due componenti del Csm in carica in quel momento.

Caso Amara, il magistrato Piercamillo Davigo condannato a 15 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 20 Giugno 2023

"Più grave" per l’accusa, è la rivelazione di Davigo all' ex senatore grillino Nicola Morra: "È esterno al Csm, è un parlamentare che non ha nessun titolo per conoscere quelle informazioni. Quella rivelazione è la più grave, ma quelle antecedenti e successive sono ulteriormente illecite". ALL'INTERNO LA SENTENZA DEL TRIBUNALE

Il magistrato ex componente del CSM Piercamillo Davigo, ora in pensione, è stato condannato a 1 anno e tre mesi oltre a 20mila euro di risarcimento. Lo ha deciso il Tribunale di Brescia nel processo per rivelazione e utilizzazione di segreto sui verbali della cosiddetta “Loggia Ungheria” resi alla Procura di Milano dall’ex legale esterno di Eni, Piero Amara, nei confronti del pm considerato uno dei simboli di “Mani Pulite“. Il dispositivo della sentenza è stato letto nell’aula della Corte d’Assise dal presidente della prima sezione penale, Roberto Spanò, al termine di un processo iniziato il 24 maggio 2022.

La vicenda era venuta alla luce nella primavera 2021 dopo che il consigliere Nino Di Matteo aveva reso noto in un’udienza pubblica del plenum del Csm di essere stato destinatario di verbali anonimi di Amara, e successivamente era emerso che analoghi verbali anonimi fossero già stati inviati nell’ottobre 2020 al giornalista Antonio Massari de «Il Fatto Quotidiano» che aveva informato i pm milanesi Laura Pedio e Paolo Storari, e successivamente alcuni mesi dopo, nel febbraio 2021 alla giornalista Liliana Milella del quotidiano “La Repubblica” che a sua volta aveva avvisato il procuratore perugino Cantone).

Nelle dieci udienze sono stati chiamati sul banco dei testimoni tutti i principali vertici della magistratura e del Csm della stagione 2018-2022. La Procura di Brescia aveva chiesto la condanna a 1 anno e 4 mesi con pena sospesa con l’accusa a Davigo, ex componente del Csm, di aver concorso con il pm Paolo Storari, che gli consegnò a Milano i verbali di Amara in formato word su una pen drive, nel “disvelare atti coperti dal segreto investigativo” e per averli a sua volta consegnati o mostrati a diverse persone a Roma, sia dentro che al di fuori del Consiglio superiore della magistratura. 

Storari, che sarà processato disciplinarmente dal Csm dopo l’estate, nel processo penale è stato invece già assolto in rito abbreviato in primo e in secondo grado in via definitiva per difetto dell’elemento soggettivo del reato di rivelazione di segreto, e cioè per aver fatto affidamento nella “liberatoria” assicuratagli da Davigo che si basava sulla “non opponibilità” del segreto di indagine ai membri del Csm. 

La tesi dei pubblici ministeri di Brescia

La tesi dei pm Francesco Carlo Milanesi e Donato Greco della procura di Brescia è che la scelta di Davigo ha fatto sì che tutto “sia rimasto nel chiacchiericcio e nell’uso privato di informazioni pubbliche” e che “Appare difficile ritenere che la gestione di questa vicenda abbia incrementato la fiducia dei cittadini: non si è evitato alcun danno, si è semplicemente scelto chi e quando doveva sapere” questa alcune delle parole proferite dall’ accusa nella propria requisitoria.

Davigo nel cortile del Csm informò diversi colleghi peraltro in assenza di una ragione ufficiale, del contenuto per metterli in allarme dal “frequentare i consiglieri Ardita e Mancinetti“, mostrando e facendo leggere quei documenti su cui la Procura di Milano manteneva il più stretto riserbo. Il vicepresidente del Csm in carica all’epoca dei fatti On. Avv. David Ermini, “ritenendo irricevibili quegli atti ed inutilizzabili le confidenze ricevute”, distrusse immediatamente la copia dei verbali che Davigo gli aveva consegnato, pur parlando della vicenda con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ancora “più grave” per l’accusa, è la rivelazione di Davigo all’ ex senatore grillino  Nicola Morra: “È esterno al Csm, è un parlamentare che non ha nessun titolo per conoscere quelle informazioni. Quella rivelazione è la più grave, ma quelle antecedenti e successive sono ulteriormente illecite“. Contestata anche la rivelazione del documento E poi le successive rivelazioni di segreto ai consiglieri Csm Giuseppe Marra, Giuseppe Cascini, Ilaria Pepe, Fulvio Gigliotti e Stefano Cavanna, e persino alle sue ex segretarie Giulia Befera e Marcela Contrafatto: “Era facilissimo tenerle fuori da questo circuito informativo, si è scelto di non farlo“. E così il magistrato che per una vita si è autodefinito integerrimo sostenendo di operare in nome della legalità è stato anch’egli condannato per la prima volta.

Contestata a Davigo dai pm proprio all’ultima udienza è stata anche la sua rivelazione all’allora presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio, di cui i pm hanno rimarcato la data di settembre 2020, non coerente con la dichiarata volontà di Davigo di sbloccare l’inchiesta milanese considerando che bene o male essa era stata già sbloccata il 12 maggio 2020 con le prime iscrizioni degli indagati: cronologicamente successive di pochi giorni a una telefonata dell’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi (“sollecitato” da Davigo) al capo della procura di Milano Greco, ma per Greco e Pedio (entrambi archiviati l’anno scorso a Brescia rispetto all’accusa di “omissione d’atti d’ufficio”) decise già e indipendentemente prima dalla telefonata di Salvi a Greco. 

Il tribunale di Brescia ha concesso a Davigo le attenuanti generiche e lo ha condannato al pagamento delle spese processuali e a risarcire l’ex collega al Csm Sebastiano Ardita – accusato da Amara di essere aderente alla Loggia Ungheria – con 20mila euro più 5mila di spese legali. Il collegio ha fissato in 30 giorni il termine per il deposito della motivazioni della sentenza. In aula era presente anche il procuratore capo di Brescia Francesco Prete.

“Soltanto in questo Paese potevamo pensare che un reo confesso potesse essere assolto”, è stato invece il commento dell’avvocato Fabio Repici, costituitosi parte civile per conto dell’ex collega ed ex amico di Davigo, Sebastiano Ardita, a cui il collegio presieduto da Roberto Spanò ha riconosciuto un risarcimento danni di ventimila euro.

Davigo presa conoscenza della sentenza di condanna ha pronunciato poche parole al suo avvocato Francesco Borasi che lo ha informato della condanna subita, solo per annunciare: “Faremo appello“. 

Redazione CdG 1947

Loggia Ungheria, Davigo condannato a un anno e tre mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. GIULIA MERLO su Il Domani il 20 giugno 2023

L’ex consigliere del Csm e pm di Mani pulite era imputato a Brescia per rivelazione di segreto d’ufficio per aver rivelato ad altri membri del Csm e ad un parlamentare il contenuto dei verbali di Piero Amara, in cui rivelava l’esistenza della presunta loggia Ungheria. «Farò appello», ha annunciato

L’ex consigliere del Csm e toga di Mani Pulite, Piercamillo Davigo è stato condannato a un anno e tre mesi dal tribunale di Brescia per il reato di rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito del caso sui verbali di Amara e la presunta loggia Ungheria. Risarcimento di 20mila euro, invece, a Sebastiano Ardita che si era costituito parte civile. La procura aveva chiesto un anno e quattro mesi, la difesa l’assoluzione con formula piena. 

«Farò appello», ha già annunciato l’ex toga. Il processo di primo grado si è svolto con rito ordinario, mentre il pm di Milano Paolo Storari – che materialmente ha consegnato a Davigo i verbali di Amara – aveva scelto il rito abbreviato ed è stato assolto per «ignoranza di norma extrapenale».

Davigo ha scelto il rito ordinario proprio per dare massima diffusione ai fatti e, attraverso il dibattimento, ricostruire nel modo più completo i fatti. Davanti ai giudici di Brescia, infatti, hanno sfilato i vertici del Csm, della procura di Milano e della Cassazione, per tentare di ricostruire il clima di veleni sia al palazzo di giustizia meneghino che a palazzo dei Marescialli.

IL CASO

I fatti oggetto del processo risalgono al 2019, 2020, quando Davigo ha rivelato ad alcuni membri del Csm suoi colleghi e anche al deputato del Movimento 5 Stelle, Nicola Morra, il contenuto dei cosiddetti verbali di Amara, che contenevano le dichiarazioni dell’ex legale esterno di Eni sull’esistenza di una logga segreta chiamata Ungheria.

I verbali erano stati consegnati a Davigo da Storari, magistrato milanese e titolare di un fascicolo d’indagine su Eni, parallelo a quello detto Eni-Nigeria sulla presunta tangente internazionale del colosso petrolifero.

Storari, preoccupato dall’inerzia dei vertici della procura nel dar seguito all’acquisizione dei vernali, si era confidato con il consigliere Davigo, il quale lo aveva rassicurato del fatto che il segreto d’ufficio non fosse opponibile ai membri del Csm.

Storari aveva consegnato i verbali a Davigo, il quale li aveva poi portati a Roma, e ne aveva parlato con i vertici del Csm, sia per verificare le ragioni della presunta inerzia milanese, sia per valutare il da farsi. Davigo, tuttavia, non aveva ritenuto di aprire alcuna pratica ufficiale.

Al momento del pensionamento di Davigo e la votazione per escluderlo dal Csm, i verbali sarebbero stati trafugati dal suo studio e mandati a Repubblica, al Fatto Quotidiano e al consigliere Nino Di Matteo, il quale ne ha svelato l’esistenza durante un plenum del Csm, facendo scoppiare il caso Ungheria.

IL PROCESSO

A processo, la difesa di Davigo ha chiesto l’assoluzione con formula piena, perchè «Sul piano obiettivo nessuna violazione dell'articolo 326, l'inesistente pericolo concreto per lo svolgimento indagine della Procura milanese e l'insussistente ingiusto danno per Ardita e Mancinetti».

Secondo la difesa, «l'ipotesi che Davigo abbia voluto dare a Storari rassicurazioni false o che la datazione del contatto fra Davigo e Storari sarebbe stata falsamente posticipata è fuori dal mondo e ancora una volta paranoico», anche perchè «Mai nessuno ha messo in dubbio che la richiesta d'incontro è stata fatta da Storari ed era motivata da problemi reali nell'indagine della Procura milanese sulla 'Loggia Ungheria' per la diversità di vedute degli inquirenti e valutazioni sul da farsi».

I pm di Brescia Francesco Milanesi e Donato Greco, coordinati dal Procuratore Francesco Prete, hanno chiesto la condanna a un anno e 4 mesi con pena sospesa per aver indotto il pm di Milano Paolo Storari a consegnargli i verbali di sintesi di Amara e per 11 episodi di rivelazione di segreto avvenuto a Roma fra maggio e settembre 2020.

La parte civile - l’ex consigliere Csm Sebastiano Ardita, parte offesa di calunnia per le dichiarazioni di Amara contenute nei verbali e riconosciute false - ha chiesto un risarcimento per aver visto infangato il proprio nome con l'obiettivo, secondo il suo legale Fabio Repici, di orientare il voto per la Procura di Roma nel 2020 dopo l'addio di Giuseppe Pignatone e sul quale i due erano in disaccordo.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Piercamillo Davigo condannato, clamoroso in tribunale: 1 anno e 3 mesi. Libero Quotidiano il 20 giugno 2023

Il tribunale di Brescia ha condannato a un anno e tre mesi (pena sospesa) Piercamillo Davigo, ex componente del Csm ed ex magistrato simbolo del pool di Mani Pulite per rivelazione di segreto d'ufficio nell'inchiesta sulla presunta loggia Ungheria. La sentenza accoglie la richiesta della pubblica accusa che aveva chiesto la condanna per aver preso dalle mani del pm milanese Paolo Storari - assolto in via definitiva al termine del processo abbreviato - i verbali segreti di Piero Amara, in cui l'ex avvocato esterno di Eni ha svelato l'esistenza della presunta associazione massonica. All'imputato la corte ha riconosciuto le attenuanti generiche, le motivazioni saranno rese note tra 30 giorni.

Le dichiarazioni furono rese da Amara in cinque interrogatori, tra il 6 dicembre 2019 e l'11 gennaio 2020, nell'inchiesta sul cosiddetto 'falso complotto Eni', di cui Storari era uno dei titolari insieme alla collega Laura Pedio. Una consegna avvenuta a Milano nell'aprile del 2020, da stessa ammissione di Storari, a casa di Davigo a cui fu data una chiavetta con gli atti secretati per poter denunciare la presunta inerzia a indagare da parte dei vertici della procura milanese - in particolare dall'allora procuratore di Milano Francesco Greco e dall'aggiunto Pedio - sull'ipotetica loggia Ungheria di cui avrebbero fatto parte personaggi delle istituzioni e delle forze armate, oltre che due componenti del Csm in carica in quel momento. 

La corte presieduta dal giudice Roberto Spanò ha condannato Davigo, ma ha concesso all'imputato "il beneficio della sospensione della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziario". Davigo, oltre al pagamento delle spese legali, dovrà risarcire la parte civile, l'ex consigliere del Csm Sebastiano Ardita "nella misura di 20mila euro". Si chiude così con una condanna in primo grado la vicenda giudiziaria che ha segnato e spaccato la procura di Milano.

Storari consegnò quei verbali segreti, non firmati e in formato word, rassicurato dall'inopponibilità al segreto rivendicata dal consigliere del Consiglio superiore della magistratura, ma Davigo agì - per la pubblica accusa - fuori dalla procedura formale descritta in due circolari e invece di impedire la diffusione di quegli atti svelò, a quasi una decina di persone, quelle informazioni rese dal controverso Amara - sulla cui credibilità più procure si sono trovate a discutere - per screditare il collega Ardita, il cui nome avrebbe fatto parte di quei verbali segreti. La scelta di Davigo ha fatto sì che tutto "sia rimasto nel chiacchiericcio e nell'uso privato di informazioni pubbliche" è la tesi dei pm Francesco Carlo Milanesi e Donato Greco. "Appare difficile ritenere che la gestione di questa vicenda abbia incrementato la fiducia dei cittadini: non si è evitato alcun danno, si è semplicemente scelto chi e quando doveva sapere" le parole usate nella requisitoria. E così, nel cortile del Csm lontano da cellulari pericolosi, Davigo informò diversi colleghi - in assenza di una ragione ufficiale - del contenuto per metterli in allarme dal frequentare i "consiglieri Ardita e Mancinetti", mostrò e fece leggere quei documenti su cui la procura di Milano manteneva il più stretto riserbo. Il vicepresidente del Csm David Ermini, "ritenendo irricevibili quegli atti ed inutilizzabili le confidenze ricevute", immediatamente distrusse copia dei verbali. La "più grave", per l'accusa, è la rivelazione a Nicola Morra: "è esterno al Csm, è un parlamentare che non ha nessun titolo per conoscere quelle informazioni. Quella rivelazione è la più grave, ma quelle antecedenti e successive sono ulteriormente illecite". Contestata anche la rivelazione alle ex segretarie Giulia Befera e Marcela Contrafatto: "Era facilissimo tenerle fuori da questo circuito informativo, si è scelto di non farlo". E così il magistrato che per una vita si è battuto in nome della legalità è stato condannato per la prima volta.

Davigo condannato, "sventato un golpe nel Csm": l'accusa dell'avvocato di Ardita. Libero Quotidiano il 20 giugno 2023

"Era l'unica sentenza possibile nel rispetto della legge, davanti a un reo confesso non si poteva far finta di niente". Lo afferma l'avvocato Fabio Repici, che ha tutelato gli interessi dell'ex consigliere del Csm Sebastiano Ardita parte civile nel processo bresciano che ha visto la condanna a un anno e tre mesi dell'ex magistrato Piercamillo Davigo per rivelazione del segreto d'ufficio rispetto ai verbali conegnatigli dal pm di Milano Paolo Storari in cui Piero Amara ha svelato i nomi dei presunti appartenenti alla fantomatica loggia Ungheria.

Per il legale di Ardita "c'è stato un tentativo di golpe ai danni del Consiglio superiore della magistratura e il consigliere Ardita era stato visto come uno dei pochi ostacoli" contro cui scagliarsi. "Oggi bisognerebbe ringraziare Ardita per aver mantenuto la dignità dell'Organo di autogoverno della magistratura, senza un ruolo nel quadriennio e senza l'impegno di pochi altri di tutela delle istituzioni, oggi probabilmente se quella operazione fosse riuscita ci troveremmo davanti a una giustizia più sbandata" conclude Repici.  

Il Tribunale di Brescia ha condannato Davigo anche a pagare 20mila euro ad Ardita come risarcimento. Secondo i pm dell'accusa, Storari consegnò quei verbali segreti a Davigo rassicurato dall'inopponibilità al segreto rivendicata dal consigliere del Consiglio superiore della magistratura. Davigo però agì - per la pubblica accusa - fuori dalla procedura formale descritta in due circolari e invece di impedire la diffusione di quegli atti svelò, a quasi una decina di persone, quelle informazioni rese dal controverso Amara - sulla cui credibilità più procure si sono trovate a discutere - per screditare il collega Ardita, il cui nome avrebbe fatto parte di quei verbali segreti. La scelta di Davigo ha fatto sì che tutto "sia rimasto nel chiacchiericcio e nell'uso privato di informazioni pubbliche" è la tesi dei pm Francesco Carlo Milanesi e Donato Greco. "Appare difficile ritenere che la gestione di questa vicenda abbia incrementato la fiducia dei cittadini: non si è evitato alcun danno, si è semplicemente scelto chi e quando doveva sapere" le parole usate nella requisitoria. E così, nel cortile del Csm lontano da cellulari pericolosi, Davigo informò diversi colleghi - in assenza di una ragione ufficiale - del contenuto per metterli in allarme dal frequentare i "consiglieri Ardita e Mancinetti", mostrò e fece leggere quei documenti su cui la procura di Milano manteneva il più stretto riserbo. 

 Diffuse verbali segreti: condanna per l’ex pm Davigo. L’ex consigliere Csm condannato ad un anno e tre mesi: dovrà risarcire con 20mila euro Ardita, vittima delle bufale di Amara. Il suo legale: «Unica sentenza giusta, sventato un tentato golpe». Simona Musco su Il Dubbio il 20 giugno 2023

Un anno e tre mesi: è la condanna inflitta dal Tribunale di Brescia a Piercamillo Davigo, ex consigliere del Csm ed ex pm del pool di Mani Pulite, accusato di rivelazione ed utilizzazione di segreto d’ufficio. E l’utilizzo di tale segreto sarebbe stato quello di mettere mezzo Csm contro l’ex amico Sebastiano Ardita, indicato falsamente dall’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara tra gli appartenenti della presunta - ma smentita - “Loggia Ungheria”. La decisione è arrivata ieri, dopo dieci udienze del processo nato dalla consegna dei verbali di Amara a Davigo da parte del pm milanese Paolo Storari, che ad aprile 2020 si è rivolto a lui come forma di autotutela, denunciando il presunto lassismo della procura di Milano nelle indagini sulla loggia. Così bussò alla porta di Davigo, al quale - dopo essere stato rassicurato sulla inopponibilità del segreto ai consiglieri del Csm - consegnò su una chiavetta usb (di cui si sono perse le tracce) dei verbali non firmati, che contenevano i nomi di decine di persone che avrebbero fatto parte della «nuova P2», pezzi dello Stato tra i quali anche molti magistrati. E tra questi ci sarebbe stato Ardita, cofondatore con Davigo della corrente Autonomia&Indipendenza, passato dall’essere un suo intimo amico a nemico giurato, dopo un acceso diverbio sulla scelta da fare per il successore di Giuseppe Pignatone alla procura di Roma. Davigo, una volta riaperti i confini durante il primo lockdown, stampò quei verbali nel suo ufficio del Csm mostrandoli a diversi consiglieri, tra i quali il vicepresidente David Ermini, al quale consegnò una copia che poi finì nel tritacarta, e al senatore Nicola Morra. A tutti suggerì cautela nei suoi rapporti con Ardita, presunto massone al pari di un altro consigliere, Marco Mancinetti, sul quale, però, non si soffermò molto.

È proprio da tale consegna che è partita una delle più clamorose fughe di notizie della storia della magistratura: quei verbali segretissimi, potenzialmente capaci di stravolgere l’ordine istituzionale, una volta arrivati a Palazzo dei Marescialli vennero spediti alla stampa e all’allora consigliere del Csm Nino Di Matteo, che decise di denunciare tutto in plenum, svelando quello che definì un complotto contro Ardita. Da lì partì un’indagine della procura di Roma sulla “manina” che aveva spedito i plichi e che portò ad individuare come presunta responsabile l’ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, assolta però in primo grado a Roma dall’accusa di calunnia nei confronti dell’ex procuratore di Milano Francesco Greco, contro il quale il mittente inveiva in un bigliettino anonimo. Un capro espiatorio, probabilmente, mentre il “corvo”, ad oggi non ha ancora un nome.

Sono undici gli episodi contestati all’ex magistrato oggi in pensione, il più grave dei quali è proprio quello relativo a Morra, allora presidente della Commissione parlamentare antimafia. Se anche, infatti, fosse plausibile l’inopponibilità ai membri del Csm del segreto istruttorio, dietro il quale Davigo si è trincerato citando ad ogni udienza la circolare che lo avrebbe autorizzato a conoscere atti blindatissimi, niente motiverebbe l’aver rivelato anche ad un esterno al Consiglio come Morra il contenuto di quei documenti. Sicché il comportamento di Davigo non avrebbe, secondo l’accusa, «evitato alcun danno» alle indagini o al Csm, così come sostenuto dallo stesso in aula, ma sarebbe consistito nella scelta di «chi e quando doveva sapere» con «chiacchiericcio» incontrollato, secondo la difesa di Ardita proprio per danneggiare il suo ex amico. Quella dell’ex pm sarebbe dunque «un'interpretazione arbitraria» delle circolari, alle quali si è appigliato sin dall’inizio, con lo scopo, secondo l’accusa, di ottenere risultati «che non hanno servito le istituzioni». E in presenza di un grave pericolo per la Repubblica, avevano detto i pm in aula (che avevano chiesto la condanna ad un anno e quattro mesi), «la risposta deve essere il più profondo e leale attaccamento alle norme: c'è chi ne ha fatto il rispetto una ragione di vita». Quei verbali erano infatti arrivati a Palazzo dei Marescialli in una forma irricevibile, come confermato da più testimonianze, tanto da essere utili solo a generare un nuovo clima di veleni. Circostanza che non poteva non essere nota a Davigo, all’epoca anche componente della Commissione per il regolamento interno del Consiglio. Secondo l’ex pm, invece, era stato proprio il suo intervento presso l’allora procuratore generale Giovanni Salvi a sbloccare le indagini e a «ripristinare la legalità», cosa smentita dall’allora procuratore Francesco Greco e ora anche dal Tribunale.

Laconico il commento dell’avvocato Francesco Borasi, difensore di Davigo: «La condanna è un errore giuridico e un errore di fatto, presenteremo appello», ha dichiarato dopo la lettura della sentenza, che ha previsto la sospensione condizionale della pena e anche un risarcimento di 20mila euro per Ardita - difeso da Fabio Repici -, parte civile al processo. Prima che il collegio presieduto da Roberto Spanò si riunisse in camera di consiglio, Borasi e Domenico Pulitanò, altro legale di Davigo, ne hanno chiesto l’assoluzione con la «formula liberatoria più ampia possibile»: secondo la difesa, infatti, l'incontro tra Storari e Davigo «ha a che fare con le funzioni di entrambi», una questione di «elementare cortesia e colleganza», in una situazione, per il pm milanese, «di serio disagio professionale». «Il senso delle parole di Davigo è che Storari poteva parlargli liberamente anche entrando su cose che in via di principio sono coperte da segreto. Le circolari presuppongono che le competenze riguardano anche attività coperte da segreto», ha detto Pulitanò. Ma per la procura Davigo avrebbe indotto in errore Storari, convincendolo a dargli una copia di quei verbali grazie alla bufala dell’inopponibilità del segreto investigativo ai consiglieri del Csm. «Davigo dice a Storari il falso - ha affermato il pubblico ministero -. Se gli avesse detto la verità, e cioè che nel 99 per cento dei casi gli atti di indagine non vengono mai resi ostensibili al Csm prima della discovery degli stessi, Storari non avrebbe commesso il reato». Per Repici, «c'è stato un tentativo di golpe ai danni del Consiglio superiore della magistratura e il consigliere Ardita era stato visto come uno dei pochi ostacoli» alla realizzazione. «Era l'unica sentenza possibile nel rispetto della legge, davanti a un reo confesso non si poteva far finta di niente», ha concluso. Per l’Unione Camere penali italiane, «Davigo sarà ora finalmente in condizione di comprende fino in fondo - ad occhio e croce per la prima volta nella sua vita - la funzione fondamentale, inderogabile ed incoercibile del diritto di impugnazione delle sentenze di condanna, diritto che egli ha invece sempre fieramente considerato e propagandato come del tutto eccezionale e residuale, giacché altrimenti causa della paralisi della nostra giustizia». A voler citare l’ex pm di Mani Pulite toccherebbe dire che non l’ha fatta franca, parafrasando la sua massima forse più famosa, quella secondo cui «un innocente a volte è un colpevole che l’ha fatta franca». Ma le regole dello Stato di diritto valgono anche per il grande inquisitore: Davigo è un presunto innocente. Fino alla Cassazione.

Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per corriere.it il 21 giugno 2023.

«Se mi sono pentito? No, rifarei tutto quello che ho fatto, e nel modo in cui l’ho fatto. Perché era l’unica cosa giusta da fare in quella situazione». Piercamillo Davigo lo rivendicava alla vigilia della sentenza, e dunque, adesso che la condanna è arrivata per davvero, c’è da giurare che, quasi più dei 15 mesi inflittigli, all’ex pm di Mani pulite bruci l’offrire il destro al ghigno ribaldo di chi, sfottendolo nel rimarcare quanto «resti innocente fino al terzo grado di giudizio», da tre decenni non aspettava altro che potergli rinfacciare tutto il copione delle sue gag da talk show.

Quelle false attribuitegli («rivolteremo l’Italia come un calzino»), quelle mezze false perché brutalizzate nella caricatura fuori contesto («non ci sono innocenti ma colpevoli non ancora scoperti»), quelle da copione consunto («se il mio vicino di casa è stato condannato solo in primo grado per pedofilia, io per omaggio alla presunzione di innocenza gli affido mia figlia di 6 anni da portare a scuola?»), e quelle più vere ma guarda caso meno ascoltate («la politica dovrebbe riformarsi prima delle sentenze per non far dipendere la propria legittimazione dai magistrati»). 

Astronomo mancato […] nonno segretario comunale, padre rappresentante di commercio, mamma impiegata nella società dei telefoni dell’epoca (la Stipel), dal servizio militare come ufficiale passa in Confindustria a curare le relazioni sindacali, cioè a fare (per dirla come lui) «il sindacalista dei padroni».

[…] l’accusa di «toga rossa» […] appariva […] spericolata, […] Davigo […] non ha mai fatto mistero di essere «essenzialmente un uomo d’ordine», convinto che sia «difficile fare il magistrato se non si crede nel binomio che nel mondo occidentale è lo slogan della destra, legge e ordine».

Inizia a farlo nel 1978 […] resta fulminato da Francesco Saverio Borrelli e cementa con il suo futuro procuratore un’intesa duratura quando l’allora giudice Borrelli, in mezzo a colleghi che si buttano in malattia per schivare i processi ai brigatisti, rientra in servizio pur con la gamba fratturata per celebrare il processo al br Corrado Alunni.

All’opinione pubblica diventa familiare nel 1992-’94 nella formazione titolare del pool Mani pulite […] Esauritosi lo tsunami di Mani pulite, la seconda vita di magistrato lo vede passare da pm a giudice (prima consigliere in Cassazione e poi presidente di sezione), e darsi all’impegno associativo (sino a presiedere per un anno l’Anm) in una nuova corrente che fonda uscendo da Magistratura Indipendente per dare vita a Autonomia & Indipendenza assieme a Sebastiano Ardita: cioè proprio al collega ed ex amico che ora dovrà risarcire dei danni stimati dal Tribunale bresciano nelle divulgazioni in seno al Csm dei verbali di Amara, talvolta accompagnate da ammiccamenti alla possibilità di cautelarsi dal fatto che davvero Ardita potesse essere tra gli affiliati alla «loggia Ungheria» indicati da Amara. […]

 Estratto dell’articolo di ilsussidiario.net il 21 giugno 2023.

Da grande accusatore a condannato. Finito sotto processo per rivelazione di segreto d’ufficio l’ex componente del Csm, ed ex magistrato di Mani pulite, Piercamillo Davigo ha visto emettere dal Tribunale di Brescia una sentenza nei suoi confronti con una condanna a un anno e tre mesi in merito alla vicenda dei verbali di Amara sulla loggia Ungheria, una presunta associazione segreta che avrebbe condizionato nomine giudiziarie e politiche. Si tratta dei verbali che il pm Storari gli aveva consegnato per una sorta di autotutela riguardo a un’indagine che a suo dire era stata frenata e che Davigo aveva fatto circolare all’interno del Consiglio superiore della magistratura.

Davigo si è difeso parlando di non opponibilità del segreto a un membro del Csm. In altri procedimenti relativi alla stessa vicenda lo stesso Storari è stato assolto, così come la segretaria di Davigo al Csm Marcella Contraffatto. Al termine del dibattimento il legale di Sebastiano Ardita, parte civile nel processo, aveva sostenuto che l’unico fine di Davigo, facendo circolare i verbali, sarebbe stato di “abbattere Ardita”, con il quale aveva rotto i rapporti. Ardita era stato inserito nella lista della cosiddetta loggia Ungheria alla quale ha dichiarato la propria assoluta estraneità. 

L’episodio che riguarda Davigo e la sua condanna, spiega Frank Cimini, storico cronista di giudiziaria, già al Manifesto, Mattino, Apcom, Tmnews e attualmente autore del blog giustiziami.it, sono solo una parte di una vicenda più grande che coinvolge altri magistrati e che non sarebbe stata chiarita.

Come possiamo interpretare questa condanna?

La mia sensazione è che Davigo sia stato condannato perché non conta più niente. Tra l’altro dallo stesso giudice, il presidente Roberto Spanò, che è uno di coloro che anni fa aveva prosciolto Di Pietro con motivazioni risibili. La condanna ci può anche stare, anche se secondo me Davigo ha ancora una speranza in appello e in Cassazione. 

C’è un problema tecnico: viene condannato perché ha indotto Storari a violare il segreto, ma Storari è stato assolto con sentenza ormai definitiva. Potrebbe succedere che in uno dei gradi successivi i giudici dicano che l’imputazione debba essere cambiata, con restituzione delle carte alla Procura, procedendo per aver ingannato Storari. Il problema è che Davigo è in pensione, non ha più un ruolo.

In quale contesto si sviluppa questa vicenda?

Il contesto generale è inquietante: è vero che la Procura di Milano, con Francesco Greco, non aveva ancora fatto le iscrizioni nel registro degli indagati (che erano un atto dovuto) riguardo alla loggia Ungheria. Di questa vicenda si sono perse le tracce perché è stata archiviata, ma non si è capito bene quello che è successo. 

Cantone, il procuratore di Perugia che l’aveva archiviata, aveva detto che per alcune delle dichiarazioni rese Piero Amara era da considerare attendibile. Era una patata bollente che non voleva nessuno. In Italia si sono fatte indagini per molto meno. Personalmente posso anche essere convinto anche Amara abbia raccontato frottole, ma il problema è che la cosa andava verificata. Per la magistratura, al di là del personaggio Davigo, è una brutta storia questa. […] 

[…] La domanda che bisogna farsi è se uno dei grandi accusatori di Mani pulite ha usato per ragioni private un fatto pubblico per “vendicarsi” di un collega, Sebastiano Ardita, suo ex sodale, della sua stessa corrente, con il quale aveva rotto i rapporti. 

La difesa di Davigo, secondo la quale non si poteva opporre il segreto a un membro del Csm, ha fondamento?

Credo di no. Una cosa è il Csm, una cosa le persone che ne fanno parte. Storari avrebbe dovuto seguire le vie formali, gerarchiche, per denunciare che a Milano non avevano fatto l’iscrizione nel registro degli indagati. Doveva rivolgersi formalmente al Consiglio superiore della magistratura, non incontrare Davigo nel salotto di casa sua. Poi è stato assolto per mancanza di dolo. Ne prendiamo atto, ma che un magistrato ignorasse certe cose fa pensare. 

Anche altre persone sono state assolte, come la segretaria del Csm di Davigo. Lui è l’unico condannato. C’è un motivo?

La mia sensazione è che sia stata “insabbiata” l’inchiesta sulla loggia Ungheria e siano stati “insabbiati” anche i litigi fra magistrati. Finora chi paga è l’unico che non ha più potere. […] il problema sono i litigi tra i magistrati.

Piercamillo Davigo? "Erto a paladino della giustizia, ma a violarla è stato lui". Libero Quotidiano il 21 giugno 2023

Piercamillo Davigo, ex componente del Csm ed ex magistrato del pool di Mani Pulite, è stato condannato a un anno e tre mesi (pena sospesa) per rivelazione di segreto d’ufficio nell’inchiesta sulla presunta loggia Ungheria. La sentenza accoglie la richiesta della pubblica accusa che aveva chiesto la condanna per aver preso dalle mani del pm milanese Paolo Storari - assolto in via definitiva al termine del processo abbreviato - i verbali segreti di Piero Amara, in cui l’ex avvocato esterno di Eni ha svelato l’esistenza della presunta associazione massonica. 

All’imputato la corte ha riconosciuto le attenuanti generiche e le motivazioni saranno rese note tra 30 giorni. Ma Davigo annuncia che “farà ricorso”. “È senza dubbio un errore giudiziario”, commenta con La Stampa l’avvocato Francesco Borasi che lo assiste con il professore Domenico Pulitanò: “Aspettiamo di leggere le motivazioni”.

Le dichiarazioni furono rese da Amara in cinque interrogatori, tra il 6 dicembre 2019 e l’11 gennaio 2020, nell’inchiesta sul cosiddetto 'falso complotto Eni' di cui Storari era uno dei titolari insieme alla collega Laura Pedio. Una consegna avvenuta a Milano nell’aprile del 2020, da stessa ammissione di Storari, a casa di Davigo a cui fu data una chiavetta con gli atti secretati per poter denunciare la presunta inerzia a indagare da parte dei vertici della procura milanese - in particolare dall’allora procuratore di Milano Francesco Greco e dall’aggiunto Pedio - sull’ipotetica loggia Ungheria di cui avrebbero fatto parte personaggi delle istituzioni e delle forze armate, oltre che due componenti del Csm in carica in quel momento. Storari consegnò quei verbali segreti, non firmati e in formato word, rassicurato dalla "inopponibilità al segreto" rivendicata da Davigo, il quale agì fuori dalla procedura formale e invece di impedire la diffusione di quegli atti svelò, a quasi una decina di persone, quelle informazioni rese dal controverso Amara - sulla cui credibilità più procure si sono trovate a discutere - per screditare il collega Ardita, il cui nome avrebbe fatto parte di quei verbali segreti.  

La scelta di Davigo ha fatto sì che tutto "sia rimasto nel chiacchiericcio e nell’uso privato di informazioni pubbliche" è la tesi dei pm Francesco Carlo Milanesi e Donato Greco. E così, nel cortile del Csm lontano da cellulari pericolosi, Davigo informò diversi colleghi - in assenza di una ragione ufficiale - del contenuto per metterli in allarme dal frequentare i "consiglieri Ardita e Mancinetti", mostrò e fece leggere quei documenti su cui la procura di Milano manteneva il più stretto riserbo. Il vicepresidente del Csm David Ermini, "ritenendo irricevibili quegli atti ed inutilizzabili le confidenze ricevute", immediatamente distrusse copia dei verbali. La "più grave", per l’accusa, è la rivelazione a Nicola Morra: "Esterno al Csm, è un parlamentare che non ha nessun titolo per conoscere quelle informazioni. Quella rivelazione è la più grave, ma quelle antecedenti e successive sono ulteriormente illecite". Contestata anche la rivelazione alle ex segretarie Giulia Befera e Marcela Contrafatto: "Era facilissimo tenerle fuori da questo circuito informativo, si è scelto di non farlo". 

Insomma, Davigo ha detto di aver agito “per dare una scossa a una situazione che riteneva ‘inaccettabile’: il denunciato ritardo nell’apertura di un fascicolo d’inchiesta a Milano sulla presunta loggia Ungheria”, si legge ancora su La Stampa, “proprio in nome di quelle indagini necessarie che con il suo comportamento, per l’accusa della procura diretta da Francesco Prete, avrebbe ‘danneggiato’”. Per i pm Donato Greco e Francesco Milanesi “Davigo si è erto a paladino della giustizia per tutelare una legalità che a suo dire era stata violata. Ma l’unica legalità violata è quella nel salotto di casa sua, dove sono usciti dal perimetro investigativo atti coperti da segreto che dopo un po’ di tempo sono finiti sui giornali”.

I penalisti: “Ora Davigo scopre il diritto a fare appello”. La replica: “Cattivo gusto”. Per il magistrato Andrea Reale, la nota dell’Ucpi dopo la condanna dell’ex pm è “un gesto che non fa onore alla categoria professionale”. su Il Dubbio il 21 giugno 2023

Pubblichiamo di seguito la nota dell’Unione Camere penali sulla condanna dell’ex pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, e la replica di Andrea Reale, magistrato dell’Anm.

La condanna del dott. Piercamillo Davigo non scalfisce minimamente, per noi garantisti e liberali, la presunzione di non colpevolezza che, per fortuna sua e di tutti noi, continua ad assistere l’ex PM di Mani Pulite.

Contro questa sentenza, l’ex magistrato ha infatti preannunziato appello, ritenendola errata in fatto ed in diritto. Il dott. Davigo sarà ora finalmente in condizione di comprendere fino in fondo -ad occhio e croce per la prima volta nella sua vita - la funzione fondamentale, inderogabile ed incoercibile del diritto di impugnazione delle sentenze di condanna, diritto che egli ha invece sempre fieramente considerato e propagandato come del tutto eccezionale e residuale, giacché altrimenti causa della paralisi della nostra giustizia.

Infine, un augurio da noi penalisti italiani, sincero, non sarcastico ed autenticamente rispettoso della persona: di incontrare giudici di appello ed eventualmente di Cassazione che abbiano una idea della ammissibilità dei ricorsi radicalmente diversa da quella notoriamente praticata dal dott. Davigo nei lunghi anni della sua esperienza di giudice di appello prima e di Cassazione poi.

La Giunta Ucpi

Con il comunicato che segue la Giunta dell'Unione delle Camere penali Italiane commenta la sentenza di condanna in primo grado di P. Davigo. Al di là del merito della vicenda (personalmente ho sempre detto ciò che pensavo del comportamento del Consigliere Davigo nella vicenda Amara e non credo di averlo mai difeso), mi pare un comunicato "di pancia", tutt'altro che sarcastico, bensì livoroso e di pessimo gusto.

Come detto da un Avvocato che stimo, esso è l'antitesi di ciò che i penalisti dicono di volere combattere, ossia il pubblico ludibrio, la strumentalizzazione politica di fatti di cronaca giudiziaria, l'attacco personale tramite decisioni giudiziarie. Un gesto che non fa onore alla categoria professionale che più di tutte dovrebbe garantire il diritto di difesa in questo Paese, oltre che la presunzione di non colpevolezza fino ad una sentenza irrevocabile.

Speriamo che siano in tanti a prendere le distanze e a dissociarsi da questo modo di rappresentare l'avvocatura penale. Andrea Reale, componente del Comitato direttivo centrale Anm

LE DUE SENTENZE. Quelle amnesie del Fatto sull’amico Davigo e il nemico Uggetti. Non sono le aule a stabilire chi è innocente, ma la stampa. Basta omettere alcuni fatti...Simona Musco su Il Dubbio il 21 giugno 2023

«Per una mirabile congiunzione astrale», scriveva questa mattina Marco Travaglio, mentre il Tribunale di Brescia condannava «uno degli italiani e dei magistrati più onesti e corretti mai visti», ovvero Piercamillo Davigo, la Corte d’appello di Milano assolveva l’ex sindaco Pd di Lodi, Simone Uggetti, «non perché fosse innocente (l’aveva già escluso la Cassazione), ma perché la sua turbativa d’asta era “tenue” (ha solo truccato una gara pubblica per dare l’appalto a chi pareva a lui)». Un editoriale, quello del direttore del Fatto, che contiene più di una inesattezza. A partire dalla considerazione - sbagliata in linea di principio - che la Cassazione sia entrata nel merito, escludendo l'innocenza di Uggetti. E insistendo sulla ovvia innocenza di Davigo - che verrà eventualmente accertata in appello -, certificata, secondo Travaglio, dal fatto che nessuna delle persone alle quali l’ex pm ha spifferato fatti segreti abbia denunciato. Una circostanza da far rabbrividire - questo il pensiero espresso dal direttore -, che certificherebbe un dato storico: l’Italia è un Paese che funziona al contrario e dove uno che «ha commesso il reato» come Uggetti viene assolto, mentre uno che non ha «mai smesso di ricordare a chi ricopre cariche pubbliche il dovere costituzionale di esercitarle “con disciplina e onore”» come Davigo viene condannato. «Dove sono i processi per omessa denuncia?», si chiede Travaglio, come se l’eventuale reato di qualcun altro annullasse quello che secondo il Tribunale di Brescia è il reato commesso da Davigo.

Ma andiamo con ordine. L’ex pm di Mani Pulite, come noto, è stato condannato ad un anno e tre mesi perché una volta ricevuti in maniera indebita dal collega milanese Paolo Storari i verbali dell’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara sulla presunta e inesistente Loggia Ungheria, anziché invitare il magistrato a seguire le vie formali, ha diffuso le informazioni contenute in quei verbali, invitando anche altri colleghi a prendere le distanze dall’ex amico Sebastiano Ardita (ma non da Marco Mancinetti, altro presunto affiliato alla loggia). Un invito inutile rispetto al fine dichiarato, ovvero sbloccare le indagini che, secondo Storari, i vertici della procura volevano affossare. Tant’è che esclusi i membri del Comitato di Presidenza, nessuno avrebbe potuto fare nulla, se non invitare Davigo a seguire le regole. L’ex pm, per giustificare le sue azioni, si è sempre appigliato a una circolare del Csm, interpretata, secondo procura e giudici, in maniera sbagliata. Circolare che, ovviamente, nulla dice sul Presidente della Commissione Antimafia - altro soggetto informato da Davigo - che può sì conoscere atti coperti da segreto, ma chiedendoli all’autorità giudiziaria, che può anche ritardare la trasmissione degli atti per motivi di natura istruttoria. E l'ex presidente Nicola Morra, in realtà, non ha chiesto nulla, avendo potuto leggere il nome di Ardita nella tromba delle scale del Csm, dove è stato l’ex pm a condurlo. Ma c’è di più: Morra si è rivolto all’autorità giudiziaria, forse tardi, ma lo ha fatto, segnalando di aver visto documenti segreti che di certo avrebbe preferito non vedere. E che circolassero documenti segreti, parlando addirittura di complotto, è stato anche Nino Di Matteo a svelarlo, prendendo la parola al plenum del Csm e rompendo il silenzio su una vicenda a dir poco assurda. Ci si potrebbe fermare anche qui, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, che chiariranno a tutti, Travaglio compreso, quali prove abbiano smentito la tesi di Davigo.

Ma c’è anche un altro fatto: il gup di Roma, nell’assolvere l’ex segretaria di Davigo, accusata di aver calunniato l’ex procuratore di Milano Francesco Greco, ha trasmesso gli atti alla procura per valutare due ulteriori ipotesi di reato compiute nell’affaire verbali. Si tratta dell’omessa denuncia contestata all’ex consigliere del Csm Giuseppe Cascini, e delle ipotesi di violazione della pubblica custodia di cose e di omessa denuncia, contestate all’ex consigliere Giuseppe Marra. Reati, quelli ipotizzati dal gup, commessi nella gestione di quei verbali, consegnati ai due magistrati proprio da Davigo, e sui quali è ancora pendente un’inchiesta a Perugia. Il gup di Roma era andato anche un po’ oltre, descrivendo «un'immagine preoccupante ed assai allarmante del Consiglio superiore della magistratura, che ancora una volta sembrerebbe avere operato - in questa o in altre vicende - non sulla base di conoscenze, rituali comunicazioni e/o atti formalmente acquisiti dall'Organo di autogoverno della magistratura, bensì nella logica - si consenta - della “congiura di Palazzo”». E un passaggio era dedicato anche a Davigo, spintosi, secondo il giudice, «ben oltre i confini dei poteri conferitigli come membro togato» del Csm. Insomma, al momento sono quattro - uno a Roma e tre a Brescia - i giudici secondo cui l’ex pm di Mani Pulite avrebbe sbagliato. E pensare che tutti se la prendano con lui perché unico “grillo parlante” in Paese di mangiafuoco forse è un po’ riduttivo.

C’è poi il caso Uggetti. Che secondo Travaglio era già stato chiarito dalla Cassazione, allorquando annullò con rinvio l’assoluzione piena ottenuta nel primo appello. Ma cosa diceva la sentenza della Suprema Corte? Non c’era scritto da nessuna parte che Uggetti non fosse innocente - e gli Ermellini, d’altronde, non avrebbero potuto farlo -, bensì che fosse necessaria una motivazione rafforzata, per giustificare il ribaltamento della sentenza in appello, dopo la condanna a 10 mesi rimediata in primo grado. Ma qui il fatto si fa ancora più simpatico: anche la sentenza di primo grado, quella che condannava Uggetti, aveva certificato che l’ex sindaco si era mosso nell’interesse pubblico. Un fatto scritto nero su bianco, pur considerando l’azione del politico un atto fuori dalle regole. I giudici d’appello avevano invece considerato completamente innocente l’ex sindaco, sottolineando che non si può «punire indiscriminatamente le mere irregolarità formali» che, invece, «debbono essere idonee a ledere i beni giuridici protetti dalla norma», in questo caso la libera concorrenza. Nel valutare i fatti, le giudici avevano verificato, «da un punto di vista oggettivo», se vi fosse o meno un’alterazione del bando nei termini di una «indebita influenza», attraverso la quale, secondo l’accusa, l’interesse pubblico sarebbe stato piegato agli scopi di parte. E la risposta era negativa: «Non risulta essersi verificato alcun sviamento di potere, nemmeno nell’esplicazione di quel margine discrezionale di intervento riconosciuto dalla legge per l’esercizio di poteri di indirizzo». Ma alla Cassazione non era bastato, contestando un errore nell’inquadramento giuridico del reato e chiedendo a nuovi giudici d’appello di rispondere a cinque questioni non sufficientemente chiarite dalle motivazioni. Dove fosse scritto che Uggetti non era sicuramente innocente non è dato saperlo, dal momento che la Cassazione si è limitata a criticare l’approccio metodologico della Corte d’Appello di Milano. Ma anche questo rientra nello strabismo di chi le sentenze - e chi le scrive - le apprezza solo quando fanno comodo.

Il dubbio sta al garantista come la certezza dell’ideologia sta al giustizialista. Davigo il ‘puro’ condannato, il Riformista non esulta: vicini a Travaglio in questo momento difficile. Valeria Cereleoni su Il Riformista il 21 Giugno 2023 

Uno strano scherzo del destino ha voluto che proprio ieri, mentre l’aula del Senato commemorava Silvio Berlusconi, in un’altra aula, di tribunale, Piercamillo Davigo venisse condannato a quindici mesi di reclusione, con sospensione della pena, per rivelazione del segreto di ufficio e a 20.000 euro di risarcimento nei confronti di Sebastiano Ardita, ex componente del Csm, come racconta nel dettaglio su questo giornale Paolo Pandolfini.

Fuori da ogni ipocrisia: la tentazione di esultare per questa condanna, siamo umani, verrebbe forse anche a noi. Il garantismo però è in fondo anche e soprattutto sancire il primato della ragionevolezza sulla reazione di pancia. Per cui le esultanze le lasciamo ai cultori del populismo giudiziario, di cui Piercamillo Davigo è stato ed è autorevole esponente, come sanno tutti quelli che hanno letto il libro scritto- ironia del destino vuole- a quattro mani con Ardita, dal titolo “Giustizialisti”. Noi ci teniamo la ragionevolezza dello Stato di diritto.

Questo non vuole dire però non ricordare dei passaggi salienti delle esternazioni di Davigo. Perché essere garantisti non significa censurare, non riportare le notizie, ma farlo assumendo a faro guida il sacro dubbio. Il dubbio sta al garantista come la certezza dell’ideologia sta al giustizialista. E allora, non può non venire in mente la celebre frase sugli innocenti che sarebbero solo dei colpevoli che l’hanno fatta franca. E a questo ribattere che invece no, per noi Piercamillo Davigo è semplicemente presunto innocente fino a sentenza passata in giudicato.

Quello che ci auguriamo è che oggi, nell’apprendere di essere stato condannato, l’ex Pm colga l’importanza della presunzione di innocenza. Che abbandoni il furore manettaro e che recuperi quell’umanità che gli è mancata quando, durante la stagione di Mani Pulite, in seguito al suicidio del parlamentare socialista Sergio Moroni, dichiarò che “È un episodio che sul piano umano non può che colpire, ci mancherebbe altro che qualcuno fosse contento di quello che è accaduto. Ma non vedo perché dovrebbe cambiare il metodo dell’indagine… Le conseguenze dei reati ricadono su chi li ha commessi” e 32 anni dopo, ha detto di non aver cambiato idea.

Che la smetta di ergersi a moralizzatore dalle colonne del quotidiano di Travaglio (gli siamo vicini in questo difficile momento) e dai salotti di La7. Perché, come diceva Nenni, a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura. È la sorte dei populisti, da sempre. Fin dai tempi della rivoluzione francese, quando la stessa ghigliottina usata dai Giacobini, fu usata sul loro leader, Maximilien de Robespierre. Valeria Cereleoni

A dispetto dalla linea dell'editorialista del Fatto, i legali presenteranno appello. Condannato Davigo, la caduta del pm manettaro da sempre contro gli errori giudiziari: “Colpevoli che l’hanno fatta franca”. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 21 Giugno 2023 

Piercamillo Davigo, ex pm di Mani pulite ed editorialista di punta del Fatto Quotidiano, il giornale dei manettari in servizio permanente effettivo, è stato condannato ieri ad un anno e tre mesi per rivelazione del segreto d’ufficio, oltre a risarcire con 20mila euro il collega Sebastiano Ardita, ora procuratore aggiunto a Messina.

Si tratta di una condanna più pesante di quella inflitta nei mesi scorsi a Luca Palamara, già presidente dell’Associazione nazionale magistrati ed ex capo del ‘Sistema’ che condiziona le nomina e gli incarichi delle toghe. Dopo oltre un anno di udienze, i giudici di Brescia hanno dunque stabilito che Davigo non aveva alcuna ‘immunità’ particolare e non poteva rivelare a terzi il contenuto dei verbali delle dichiarazioni dell’ex avvocato esterno dell’Eni Piero Amara.

La vicenda inizia alla fine del 2019, una volta terminati gli interrogatori in Procura a Milano di Amara da parte dell’aggiunta Laura Pedio e del pm Paolo Storari che indagano sul colosso petrolifero di San Donato. Amara, durante uno di questi interrogatori, raccontò dell’esistenza di una organizzazione segreta denominata Ungheria, nata come continuazione della loggia P2.

Ungheria sarebbe una super loggia coperta in grado di interferire sulle funzioni di organi di rango costituzionale e di condizionarne l’operato, asservendolo agli interessi dell’organizzazione e dei suoi appartenenti occulti. Amara fece ben 64 nomi di appartenenti allo loggia: magistrati, alti ufficiali delle forze di polizia, prelati, imprenditori.

Storari voleva procedere subito alle iscrizioni nel registro degli indagati ma percependo inerzia investigativa da parte dei capi, tramite la collega Alessandra Dolci, compagna di vita di Davigo, in quel momento potente membro del Consiglio superiore della magistratura, decise di rivolgersi a quest’ultimo per un consulto. Davigo non perse tempo e si fece consegnare i verbali incriminati, dicendo a Storari che il segreto investigativo non era opponibile a se stesso.

Una volta entrato in possesso delle carte, Davigo avvisò del contenuto ben 11 persone dentro e fuori il Csm, fra cui l’ex vice presidente David Ermini, i capi della Cassazione, l’ex primo presidente Pietro Curzio e ex pg Giovanni Salvi, i consiglieri di Palazzo dei Marescialli Giuseppe Marra, Ilaria Pepe, Alessandro Pepe, Giuseppe Cascini, Fulvio Gigliotti, Stefano Cavanna, l’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra (M5s). Lo scopo di Davigo non sarebbe stato quello di superare l’impasse investigativo milanese bensì screditare Ardita, inserito da Amara fra i componenti di Ungheria.

Con tale azione Davigo avrebbe così cercato di condizionare il voto per la Procura di Roma nel 2020 dopo l’addio di Giuseppe Pignatone e sul quale era in disaccordo, nonostante fosse della stessa corrente e co-autore di libri, proprio con Ardita. La difesa di Davigo ha sempre negato tale circostanza, giustificandone la non osservanza delle circolari del Csm del 1994-1995 che disciplinano la trasmissione formale degli atti d’indagine, per evitare fughe di notizie come già avvenuto per il Palamaragate.

Mai chiarite le tempistiche della vicenda, anche a causa del fatto che l’imputato e alcuni dei principali testimoni, Salvi e l’ex procuratore di Milano Francesco Greco, hanno affermato di aver perso o venduto il telefono prima delle indagini, in alcuni casi poche ore prima delle perquisizioni. Manca, infatti, il giorno preciso in cui Storari si è recato sotto lockdown a casa di Davigo e gli consegna una pen drive con i verbali. I due hanno collocato la data nei primi dieci giorni di aprile del 2020. Davigo riferisce di esserseli mandati via mail il 7 aprile per poi stamparli a Roma il 4 maggio (temendo un furto sul treno se se li fosse portati), giorno in cui comincia a parlarne ad altre persone.

I pm Francesco Milanesi e Donato Greco, e sopratutto la parte civile Ardita, hanno fatto aleggiare in più occasioni il sospetto che l’ex pm sapesse di Amara almeno due mesi prima, portando come indizi alcuni atteggiamenti tenuti nei confronti di Ardita come la frase “tu mi nascondi qualcosa”, pronunciata poche ore prima del plenum del Csm del 3 marzo. “Penso che per il dottor Davigo essere assolto o essere condannato sarebbe stata la stessa cosa: come ha sempre sostenuto, chi viene assolto è un colpevole che l’ha fatta franca. Non esistendo, a suo dire, errori giudiziari da parte degli ex colleghi, credo proprio che non proporrà appello”, ha dichiarato Antonio Leone ex presidente della Sezione disciplinare del Csm. Paolo Pandolfini

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” il 14 giugno 2023.

Ovunque si trovi in questo momento Silvio Berlusconi, ieri deve essergli scappato un sorriso. Infatti davanti al Tribunale di Brescia la pubblica accusa ha chiesto una condanna a 16 mesi di reclusione (con sospensione della pena) per rivelazione di segreto d’ufficio nei confronti di Piercamillo Davigo, colui che considerava il Cavaliere un incidente del destino, una iattura per l’Italia intera. Ma ora altri magistrati stanno cercando di tirarlo giù dal piedistallo e di ottenere la prima condanna per il Robespierre delle toghe.

I sostituti procuratori Donato Greco e Francesco Carlo Milanesi contestano a Piercavillo di aver distribuito atti riservati per regolare i suoi conti personali all’interno della corrente che guidava, Autonomia & indipendenza, e di aver cercato di condizionare con la vicenda della cosiddetta e inesistente loggia Ungheria le decisioni del Consiglio superiore della magistratura. 

Infatti nella primavera del 2020 diffuse in modo carbonaro all’interno di Palazzo dei marescialli il contenuto dei verbali del faccendiere Piero Amara, carte che si sarebbe fatto consegnare dal collega milanese Paolo Storari. 

La Procura bresciana […] ritiene che la divulgazione più grave sia stata quella all’allora senatore M5s Nicola Morra per la quale ha chiesto una condanna a 6 mesi di reclusione, a cui ha aggiunto, riconoscendo la continuazione, un mese per tutti gli altri episodi (una decina) contestati nel capo d’imputazione.

Ieri per Davigo […] si è aggiunta una nuova contestazione di rivelazione a favore dell’ex primo presidente della Cassazione, Pietro Curzio, ultimo testimone del processo. 

L’integrazione del capo di imputazione è stata fatta dopo l’audizione dell’ex ermellino, il quale ha raccontato che nel settembre del 2022 Davigo lo aveva aspettato nel parcheggio del Csm per spifferagli la notizia coperta da segreto: «Volle preannunciarmi che un Csm che già aveva passato vicissitudini molto impegnative sarebbe stato ancora sottoposto a un ulteriore trauma». La presunta «violazione dell’obbligo di segretezza» si estende così temporalmente, essendo adesso l’ipotetico reato «commesso da aprile a settembre 2020».

«Si erge a paladino della giustizia per tutelare una legalità che a suo dire è stata violata, ma l’unica legalità violata è quella nel salotto di casa dove sono usciti dal perimetro investigativo atti coperti da segreto che dopo un po’ di tempo vanno a finire sui giornali pregiudicando una delicatissima indagine» ha detto Greco nella sua requisitoria, ricordando che nell’appartamento di Davigo c’è stato il passaggio della chiavetta Usb con i verbali. 

«Non è vero che il segreto era inopponibile a lui. Lo ha ammesso lo stesso Davigo nel suo esame. Davigo ha detto a Storari il falso. Se Davigo gli avesse detto il vero, Storari non avrebbe commesso il reato. Non c’è nulla di potenzialmente legittimo nella loro comunicazione».

Per Greco le notizie al Csm «devono passare da un canale ufficiale, non nel corso di un colloquio con un singolo consigliere», lo stesso Davigo, il quale ha «allargato la platea dei destinatari di quella rivelazione», ricorrendo a una «giustificazione bizzarra»: «Il Csm non sa tenere i segreti». Una scusa che Greco ha liquidato così: «Se anche fosse non è che si può violare una norma ed è gravissimo che un’affermazione del genere arrivi proprio da Davigo». 

Il collega di Greco, Milanesi, ha rincarato la dose sostenendo che Davigo avrebbe una «concezione privata di prerogative e funzioni» del parlamentino dei giudici. Una posa da Marchese del Grillo: «Siccome io sono membro del Csm, posso sempre e comunque esercitare le prerogative dell’organo di cui faccio parte». Per il pm «sarebbe consolante affermare che si sia trattato di una mera superficialità della persona coinvolta o della scarsa ponderazione degli interessi costituzionali coinvolti», ma «purtroppo il dibattimento ha dato una risposta diversa».

Non è finita. Se il problema era «riportare quel procedimento sui binari della legalità», come sostenuto da Davigo, «che necessità c’era di dare delle trascrizioni e delle registrazioni?» ha chiesto Milanesi. Che si è dato questa risposta: «Si è scelta una via privata a un problema pubblico», anche «per la sfiducia personale» di Davigo nei confronti del magistrato della Procura generale di Milano a cui avrebbe dovuto rivolgersi. 

[…] il pubblico ministero […]ha accusato Davigo di aver commesso il reato «per esigenze private di gestione e influenze di rapporti e dinamiche all’interno del Csm». Il comportamento dell’ex campione di Mani pulite non avrebbe «evitato alcun danno», ma solo consentito di selezionare «chi e quando doveva sapere» con un «chiacchiericcio» incontrollato.

«L’unico fine di Davigo non era la giustizia o salvaguardare le indagini, ma abbattere Sebastiano Ardita» ha attaccato l’avvocato Fabio Repici, legale dello stesso Ardita, parte civile nel processo e in passato amico e coautore di libri con Davigo prima che i due si dividessero nel marzo del 2020 sul voto al Csm per il successore di Giuseppe Pignatone alla guida della Procura di Roma. Davigo inizialmente, come Ardita, perorava la discontinuità, poi, dopo l’esplosione del caso Palamara, si era accodato al cartello dei magistrati progressisti di Area.

Per la parte civile il «movente» di Davigo appare plasticamente nelle chat della sua segretaria, Marcella Contrafatto, laddove, il 24 settembre 2019, commenta con una collega il comportamento dei consiglieri di A&i: «Vabbé salverei Marra (Giuseppe, ndr), solo lui lo ascolta. Ardita va per conto suo, è un ribelle, proprio un talebano».

Alla vigilia del voto per la Procura di Roma, il 4 marzo 2020, la donna scrive a Marra: «Il presidente ha litigato di brutto con Ardita. Ieri. Urla dalla stanza. […]. Ha detto che non ci vuole più parlare. È nero. Molto serio. Non lo ho mai visto così. C’è completa rottura. Lui dice che Ardita ha qualche scheletro nell’armadio». Come se già a marzo sapesse delle dichiarazioni di Amara. Alla fine il presidente della prima sezione penale di Brescia, Roberto Spanò, ha rinviato a martedì prossimo, 20 giugno, le arringhe dei difensori di Davigo e le eventuali repliche. Dopo ci sarà la camera di consiglio prima della decisione. L’ex presidente dell’Anm ha annunciato che non sarà in aula, dopo aver presenziato a tutte le udienze del processo, per impegni già programmati. Un «legittimo impedimento» che potrebbe risparmiargli l’onta di assistere in diretta alla sua prima condanna.

Estratto dell'articolo di Luigi Ferrarella per corrirere.it il 13 giugno 2023.

Ancor più della richiesta finale di condanna a 1 anno e 4 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio (nella primavera 2020 dentro e fuori al Consiglio Superiore della Magistratura) dei verbali milanesi dell’avvocato esterno Eni Piero Amara sulla presunta associazione segreta «loggia Ungheria», consegnati al membro Csm Piercamillo Davigo dal pm milanese Paolo Storari che lamentava l’impasse dei suoi capi nell’indagare per distinguere in fretta tra verità e calunnie di Amara, nella requisitoria di martedì dei pm bresciani suona sanguinoso per Davigo un sottotesto: l’accusa di «aver scelto una via privata alla soluzione di problemi pubblici, per sfiducia personale nelle procedure istituzionalmente preposte a eventualmente trattarle.

Ce lo ha detto Davigo qui in aula - riassume il pm bresciano Donato Greco  -: in quel momento per lui il procuratore milanese Francesco Greco era un superficiale, l’allora procuratore generale vicario milanese era un incapace, il procuratore generale di Cassazione Salvi non avrebbe mai ricevuto Storari, il Csm non era capace di tutelare i segreti, e così guarda caso l’unica strada che Davigo percorre è proprio quella illecita» del propalare a consiglieri del Csm notizie sui verbali di Amara, cioè la via «del chiacchiericcio e dell’utilizzo (stavolta  privato) di atti della pubblica autorità». 

Ma «dire (come fa Davigo) che, siccome il Csm non sarebbe in grado di tutelare il segreto, allora non andrebbe seguita la legge, lo fa somigliare all’evasore fiscale che dice di non pagare le tasse perché non si fida di quelli che poi spenderanno le sue tasse», affonda il colpo il pm Francesco Milanesi. 

«La verità è che i verbali di Amara sono stati usati da Davigo mai in vista dell’esercizio eventuale di prerogative istituzionali del Csm, ma sempre e solo per mettere in guardia altri componenti del Csm dell’esistenza di un potenziale massone»: cioè «per tentare di abbattere Sebastiano Ardita», come sostiene l’avvocato Fabio Repici parte civile per Ardita, uno dei due membri Csm evocati calunniosamente da Amara nei verbali, grande amico e compagno di corrente di Davigo prima di una brusca rottura. 

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«Il nostro ufficio - ammette infine il pm bresciano Greco - non ha approfondito tutte le questioni e si è accontentato delle dichiarazioni di Davigo e Storari, ritenendole già di per sé confessorie», ed è tema lamentato più energicamente dall’avvocato Repici, che per conto di Ardita addita la stranezza della permuta del telefonino in un centro di assistenza Apple a seguito della quale Davigo ha riferito di non avere più i messaggi e le mail dell’epoca, utili a collocare con certezza la data dell’incontro tra Davigo e Storari.

Repici […]  soprattutto addebita a Davigo di aver «indotto il vicepresidente Csm David Ermini ad andare al Quirinale sull’onda delle balle di Amara», nel tentativo di «fare scoppiare la trappola» e «trasformare il Grande Imbroglio in Grande Ricatto» ai danni di Ardita e di un Csm condizionabile. Martedì prossimo 20 giugno le arringhe dei difensori Francesco Borasi e Domenico Pulitanó, e la sentenza.

CASO VERBALI. «Davigo si erge a paladino della legalità, ma fu lui a violarla...» Chiesta la condanna ad un anno e quattro mesi per l’ex pm di Mani Pulite imputato a Brescia. Il legale di parte civile: «Suo obiettivo abbattere Ardita». Simona Musco su Il Dubbio il 13 giugno 2023

Piercamillo Davigo fece «un uso privato» dei verbali segreti di Piero Amara, ex legale esterno di Eni e autore della bufala sulla loggia Ungheria. Obiettivo: colpire il suo ex amico Sebastiano Ardita, svelando agli altri consiglieri del Csm la sua presunta appartenenza a quella che lui stesso ha definito la nuova P2.

È questa la convinzione della procura di Brescia, che ha chiesto la condanna ad un anno e quattro mesi - pena sospesa - per l’ex pm di Mani Pulite, accusato di rivelazione e utilizzazione di segreto. Sua colpa quella di aver fatto circolare i verbali di Amara, consegnatigli dal pm milanese Paolo Storari per “sbloccare” le indagini, a suo dire, tenute ferme strumentalmente dai vertici della procura meneghina. Un’arringa pesante, quella pronunciata dai magistrati di Brescia nei confronti dell’ex magistrato. Che, ha affermato il pm Donato Greco, «si erge a paladino della giustizia per tutelare una legalità che a suo dire è stata violata, ma l'unica legalità violata è quella nel salotto di casa dove sono usciti dal perimetro investigativo atti coperti da segreto che dopo un po' di tempo vanno a finire sui giornali».

Sarebbe stato lui, secondo la procura, ad indurre in errore Storari, convincendolo a dargli una copia di quei verbali grazie alla bufala dell’inopponibilità del segreto investigativo ai consiglieri del Csm. «Davigo dice a Storari il falso», ha affermato il pubblico ministero rivolgendosi ai giudici della prima sezione penale, presieduta da Roberto Spanò: «Se gli avesse detto la verità - ha continuato il pm -, e cioè che nel 99 per cento dei casi gli atti di indagine non vengono mai resi ostensibili al Csm prima della discovery degli stessi, Storari non avrebbe commesso il reato», dal quale comunque è stato assolto in abbreviato. Tant’è che è stato lo stesso imputato, nel corso del suo esame, ad ammettere tale circostanza, ha spiegato il pm, secondo cui «non c'è nulla di potenzialmente legittimo» nella tra Davigo e Storari.

L’ex consigliere del Csm avrebbe dunque agito sulla base di una «concezione privata di prerogative e funzioni dell'organo» consiliare di Piazza Indipendenza, ostentando la convinzione che «“siccome io sono membro del Csm, posso sempre e comunque esercitare le prerogative dell'organo di cui faccio parte”», ha spiegato il pm Francesco Milanesi. «Sarebbe consolante - ha aggiunto - affermare che si sia trattato di una mera superficialità della persona coinvolta o della scarsa ponderazione degli interessi costituzionali coinvolti. Purtroppo il dibattimento ha dato una risposta diversa».

La procura ha chiesto di ritenere Davigo colpevole per tutti gli episodi di rivelazione uniti dal vincolo della continuazione, dando però parere favorevole alle attenuanti generiche per «l'irreprensibile comportamento processuale». Che non toglie, secondo la procura, la responsabilità per un reato grave per un magistrato d’esperienza con lui, ritenendo il fatto più grave quello di aver rivelato il contenuto dei verbali all'ex parlamentare del Movimento 5 Stelle Nicola Morra, allora presidente della Commissione parlamentare antimafia.

Se anche, infatti, fosse plausibile l’inopponibilità del segreto agli altri membri del Csm, ai quali Davigo ha svelato la presunta appartenenza di Ardita - parte civile nel processo - alla fantomatica loggia, niente motiverebbe l’aver rivelato anche a Morra, amico di entrambi, tale circostanza. Il comportamento di Davigo non avrebbe, secondo l’accusa, «evitato alcun danno» alle indagini o al Csm, ma sarebbe consistito nella scelta di «chi e quando doveva sapere» con «chiacchiericcio» incontrollato. «Un'interpretazione arbitraria» delle circolari dietro le quali si è trincerato sin dall’inizio per ottenere risultati «che non hanno servito le istituzioni». E in presenza di un grave pericolo per la Repubblica, «la risposta deve essere il più profondo e leale attaccamento alle norme: c'è chi ne ha fatto il rispetto una ragione di vita».

Nel caso di Davigo, lo scopo non era l’esercizio di poteri pubblici, ma quello di assecondare «esigenze private di gestione e influenze di rapporti e dinamiche all'interno del Csm», mettendo in guardia i colleghi «da un potenziale massone», ovvero Ardita. Concetto ribadito dal difensore di quest’ultimo, Fabio Repici, secondo cui l'unico fine dell’imputato «non era la giustizia o salvaguardare le indagini, ma abbattere Sebastiano Ardita - ha detto il legale -. Per Davigo si vuole evitare che Ardita apprenda dei verbali di Amara. Lo hanno saputo tutti tranne lui e il suo “gemello diverso” Nino Di Matteo. La verità è più semplice del gioco di luci stroboscopiche tentato dall'imputato. O la legge è uguale per tutti - ha concluso - oppure quello che vi si chiede dall'imputato è l'assoluzione del reo confesso. Non fate fare questo salto degenere alla giurisdizione. Non ho mai creduto ai giudici che sostengono che gli “imputati assolti sono colpevoli che l'hanno sfangata”, però almeno i reo confessi, seppur con una toga addosso, si deve avere il coraggio di condannarli».

Prima della requisitoria, è stato ascoltato l’ex primo presidente della Cassazione Pietro Curzio, che ha raccontato di aver saputo anche lui della Loggia - ma non dei verbali - da Davigo, tanto da far valere all’imputato un nuovo capo di imputazione. Agli inizi di settembre 2020, ha raccontato, Davigo «mi aspettò nel parcheggio all'interno del Csm e mi parlò della vicenda Amara spiegandomi che stava collaborando con la giustizia, di questa cosiddetta Loggia Ungheria e che venivano indicate una serie di persone tra le quali due componenti del Csm: Mancinetti e Ardita - ha raccontato -. Mancinetti si dimise poco dopo mentre verso Ardita tenni un atteggiamento di prudenza, di considerazione attenta verso le sue scelte, ascoltare con attenzione quello che diceva e nei rapporti personali con lui per un po' di tempo fui più trattenuto mentre con altri ero più sciolto».

Davigo, nell’ottica di Curzio, all’epoca appena insediato nel ruolo di primo presidente, «volle preannunciarmi che probabilmente il Csm sarebbe stato ancora sottoposto a un ulteriore trauma. Interpretai questa cosa come un gesto di attenzione nei miei confronti qualora avessi dovuto affrontare la questione». Nonostante fosse componente del Comitato di presidenza, Curzio mantenne il silenzio su quei fatti, «per evitare di compromettere le indagini». Tant’è che Davigo «non mi sollecitò a formalizzare in alcun modo la situazione, questo me lo spiego con il fatto che formalizzandola avrebbe voluto dire passare la questione a una serie di persone, tutte serie e sottoposto a riserbo investigativo, ma tante e in una fase così iniziale di verifica della credibilità» delle rivelazioni di Amara, «formalizzarla avrebbe creato grossi problemi a quello che a mio parere era l'interesse base: l'efficacia delle indagini». Efficacia compromessa proprio da quel chiacchiericcio incontrollato provocato dalle rivelazioni di Davigo.

Non mentiva, ricordava male...Davigo e il caso