Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

LA MAFIOSITA’

QUARTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ascesa di Matteo Messina Denaro.

L’Arresto di Matteo Messina Denaro.

La Morte di Matteo Messina Denaro.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lotta alla mafia: lotta comunista.

L’inganno.

Le Commissioni antimafia e gli Antimafiosi.

I gialli di Mafia: Gelsomina Verde.

I gialli di Mafia: Matteo Toffanin.

I gialli di Mafia: Attilio Manca.

Gli Affari delle Mafie.

La Mafia Siciliana.

La Mafia Pugliese.

La Mafia Calabrese.

La Mafia Campana.

La Mafia Romana.

La Mafia Sarda.

La mafia Abruzzese.

La Mafia Emilana-Romagnola.

La Mafia Veneta.

La Mafia Piemontese.

La Mafia Trentina.

La Mafia Cinese.

La Mafia Indiana.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

La Mafia Canadese.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Stragi di mafia del 1993.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: l’Arresto di Riina.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa-bis: “’Ndrangheta stragista”. 

Gli Infiltrati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Piersanti Mattarella.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Pio La Torre.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Strage di Alcamo.


 

QUARTA PARTE


 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso esterno: reato politico fuori legge.

La Gogna Territoriale.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ipocrisia e la Speculazione.

Il Caporalato dei Giudici Onorari.

Il Caporalato dei fonici, stenotipisti e trascrittori.

Il Caporalato della Vigilanza privata e Servizi fiduciari - addetti alle portinerie.

Il Caporalato dei Fotovoltaici.

Il Caporalato dei Cantieri Navali.

Il Caporalato in Agricoltura.

Il Caporalato nella filiera della carne.

Il Caporalato della Cultura.

Il Caporalato delle consegne.

Il Caporalato degli assistenti di terra negli aeroporti.

Il Caporalato dei buonisti.


 

QUINTA PARTE


 

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Usura.

Dov’è il trucco.

I Gestori della crisi d’impresa.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Caste.

Pentiti. I Collaboratori di Giustizia.

Il Business delle Misure di Prevenzione.

I Comuni sciolti ed i Commissari antimafia.

Le Associazioni.

Il Business del Proibizionismo.

I Burocrati.

I lobbisti.

Le fondazioni bancarie.

I Sindacati.

La Lobby Nera.

I Tassisti.

I Balneari.

I Farmacisti.

Gli Avvocati.

I Notai.


 

SESTA PARTE


 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2: Loggia Propaganda 2.

La Loggia Ungheria.

Le Logge Occulte.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Ladri di Case.


 

LA MAFIOSITA’

QUARTA PARTE


 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Dagospia il 18 luglio 2023. Riceviamo e pubblichiamo:

Caro Dago,

credo che siamo l’unica democrazia, e forse l’unico paese al mondo, a perseguire i cittadini per un reato che non c’è nel codice penale. Sembra una commedia di Eduardo ma è proprio così. 

Mi riferisco al cosiddetto “concorso esterno di associazione mafiosa” reato figlio di una interpretazione giurisprudenziale di due articoli del codice penale la cui fattispecie non è descritta da nessuna norma di legge... 

E senza fattispecie definita tutto diventa nebuloso. Un autorevole giudice americano, nel caso specifico, ha ricordato al paese erede di Roma che “nullum crimen sine poena, nulla poena sine lege” nessun reato senza pena, nessuna pena senza legge. 

Dopo il 1992, invece, tutto è cambiato al punto tale che qualche anno dopo il parlamento approvò un insieme di norme costituzionali per far rientrare i processi nell’alveo della normalità giuridica. 

Non a caso quelle norme furono definite “il giusto processo”. Ma i legislatori del tempo si interessarono solo alle norme procedurali e non si accorsero che negli anni novanta alcune procure si erano riappropriate anche di una funzione legislativa inventandosi così il reato di concorso esterno di associazione mafiosa nel silenzio complice di tanti. 

Per questo reato assente nel codice penale furono rinviati a giudizio Calogero Mannino e Giulio Andreotti e senza quella invenzione giurisprudenziale non sarebbero stati neanche processati.

Inutilmente Giovanni Canzio primo presidente della suprema corte di cassazione tentò di indicare il perimetro di questo presunto reato spiegando che questa interpretazione giurisprudenziale poteva esistere sempre quando ci fosse un comportamento utile per compiere un reato. 

Ma al di là delle tecnicalità il dato è tutto drammaticamente politico. Cosa mai dovremmo dire dei parlamenti rimasti in quasi 30 anni ignavi rispetto alla usurpazione da parte delle procure della loro funzione legislativa?

E con il capo coperto di cenere per la irriverenza che stiamo per dire, cosa dovremmo chiedere anche ai presidenti della Repubblica succedutisi in questi tre decenni se non il perché del loro silenzio? La drammatica verità è che quel che diciamo è solo uno dei tanti aspetti del degrado culturale, economico e sociale in cui versa il paese e che alimenta quel fiume carsico di una rabbia che sta pericolosamente crescendo. 

Paolo Cirino Pomicino

«Così il caso Lombardo allontana le ambiguità sul concorso esterno». Il penalista Vincenzo Maiello, ordinario di Diritto penale alla “Federico II” di Napoli e difensore dell’ex presidente della Regione Sicilia, si sofferma sulla sentenza della Cassazione che ha escluso il reato di concorso esterno e di corruzione elettorale con l’aggravante di aver favorito la mafia. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 6 settembre 2023

Con la giusta dose di tecnicismo, con la chiarezza dell’accademico e l’incisività del penalista Vincenzo Maiello, ordinario di Diritto penale alla “Federico II” di Napoli e difensore di Raffaele Lombardo, si sofferma sulla sentenza della Cassazione che ha assolto l’ex presidente della Regione Siciliana dalle accuse di concorso esterno e di corruzione elettorale con l’aggravante di aver favorito la mafia (si veda anche Il Dubbio del 30 agosto).

Professor Maiello, la Suprema Corte ha chiarito diversi punti. Ci può spiegare prima di tutto in cosa consiste il concorso esterno nello scambio elettorale politico-mafioso e quali sono le condizioni della sua rilevanza penale?

Ritengo necessario chiarire quel che spesso resta assorbito nelle pieghe di imputazioni fumose, e cioè che, come ogni reato, anche la tipologia di concorso esterno cui lei fa riferimento si incarna in un “fatto” umano accaduto in un tempo e in un luogo determinato e che, per questo, è suscettibile di prova nel processo. Essa consiste in un accordo elettorale tra un candidato e un sodalizio mafioso, per effetto del quale l’uno promette di favorire, una volta eletto, gli interessi dell’altro, in cambio dell’impegno di questi di procurargli voti. La promessa deve caratterizzarsi in termini di serietà e di concretezza. Di conseguenza, va escluso che possa darsi rilievo alle promesse generiche, riferite a indistinte e mere disponibilità, come, invece, ammette l’improvvida formulazione dell’odierno articolo 416- ter del Codice penale. Tutto questo però non è sufficiente per la configurabilità del reato.

Cosa occorre ancora?

Al patto deve seguire l’evento di rafforzamento dell’associazione. È il vero punto dolente della teoria e della pratica di questa ipotesi di concorso esterno, su cui si contrappongono i suoi differenti modelli ricostruttivi e le relative strategie di accertamento. Accade, infatti, che le Procure quasi mai si fanno carico di provare l’effetto di potenziamento generato dall’accordo e, purtroppo, non di rado, che il diritto delle Corti ratifichi questa impostazione.

Come si valuta, rispetto all’elemento della promessa, il potenziamento dell’associazione?

Andando a verificare se, in conseguenza dell’accordo, la consorteria abbia riallocato le proprie risorse e modificato, eventualmente, la struttura organizzativa, ricompattando una compagine in crisi, ovvero predisponendo nuove linee strategiche e una nuova mappa delle relazioni con le aree della contiguità fiancheggiatrice del mercato. Con parole diverse, è necessario accertare che all’interno del sodalizio il patto ha determinato un mutamento degli assetti, che, in base a massime di esperienza, possa configurarsi come un rafforzamento associativo. Com’è intuibile, siamo al cospetto di questioni complesse che scaturiscono dal fatto che il reato, costituendo deroga alla norma generale di libertà, esige un costume interpretativo che coltiva la dimensione controintuitiva del limite.

La Cassazione ha fatto chiarezza su questi temi?

La giurisprudenza di legittimità si è distinta per aver promosso, al livello alto della nomofilachia, letture garantistiche della fattispecie, che hanno trasformato l’incertezza e l’oscurità delle sue basi legali in asserti ermeneutici conformi ai principi di materialità e offensività. In queste occasioni, la Cassazione non ha avuto tentennamenti nell’affermare il primato del modello costituzionale di diritto penale anche sul terreno, scivoloso, della lotta all’agire mafioso. E tuttavia, non scarseggiano le decisioni che si lasciano guidare da una differente cultura politico- criminale, quella nata all’ombra di una concezione bellica dello ius criminale, che spiana la strada alla spiritualizzazione del reato e a forme di giudizio dove la sommarietà dell’accertamento incrocia la potestatività della decisione.

Sull’argomento sono intervenute due decisioni che hanno definito vicende giudiziarie assai note, quelle dell’ex governatore siciliano Raffaele Lombardo e dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino. Possiamo parlare di una divaricazione interpretativa?

Direi proprio di sì. La prima sentenza riafferma con nettezza come gli elementi del reato siano, sul piano della condotta, il patto e, su quello dell’evento, il rafforzamento associativo. Di conseguenza, sancisce che l’eventuale adempimento, da parte del politico, delle promesse non incide sulla consumazione e, perciò, non prolunga nel tempo l’illecito. La seconda, invece, mette al centro della fattispecie la disponibilità del politico a venire incontro alle esigenze dell’associazione e afferma la natura eventualmente permanente del reato. Impiega, cioè, un concetto, quello della messa a disposizione, che la giurisprudenza valorizza rispetto all’intraneità e che, in rapporto, al concorso esterno, intorbida l’accertamento della responsabilità, rendendola confusa e incerta.

Dovrebbe intervenire il legislatore?

Una riforma che ridefinisca i contorni del sostegno associativo punibile è vivamente auspicabile per più di una ragione. La prima, e direi la più importante anche nella proiezione dei significati politico- culturali e ideologici, concerne il bisogno di riportare la fattispecie sui binari della legalità costituzionale. Vi è uno specifico bisogno della democrazia costituzionale di costruire l’incriminazione delle forme di collusione mafiosa come espressione di scelte del Parlamento. Non credo che sia più tollerabile questo vuoto di disciplina.

A quale rimedio può ricorrere il condannato contro una sentenza fondata sull’erronea applicazione della legge penale?

La possibilità che il giudicato di condanna sia viziato da errore interpretativo della legge penale non è contemplata dall’ordinamento vigente. Resta al condannato la possibilità di fare ricorso alla Corte Edu, per lamentare che la sua condanna è avvenuta “a sorpresa”, in violazione, cioè, del principio di prevedibilità. Si tratta, però, di un rimedio che rischia di diventare ineffettivo, visti i tempi di definizione del procedimento a Strasburgo. Per colmare la lacuna, qualche tempo fa ho proposto di riprendere in considerazione l’auspicio, autorevolmente formulato da Franco Bricola, poi ripreso da Gaetano Contento e Alberto Cadoppi, di introdurre nel nostro sistema un gravame straordinario, sul modello spagnolo del recurso de amparo. In Spagna ha una portata molto ampia, essendo destinato a giustiziare i diritti fondamentali. Da noi potrebbe essere limitato ai casi di “eccesso di potere interpretativo”, affidandolo alla competenza di un organo esterno alla giurisdizione ordinaria, quale potrebbe essere la Corte costituzionale, ovvero un organo ad hoc.

Concorso esterno in cattiva fede. Così la politica vile tira il carretto del potere togato sulla guerra alla mafia. Carmelo Palma su L'Inkiesta il 18 Luglio 2023

Ormai chiunque sostenga la necessità di ristabilire un minimo di certezza del diritto per un reato di invenzione giurisprudenziale è considerato un sabotatore dell’autonomia e della libertà dei giudici

Pochi giorni prima di morire, collegato telefonicamente alla trasmissione “Il Testimone” di Giuliano Ferrara, Enzo Tortora rispose così all’allora presidente dell’Associazione nazionale magistrati Alessandro Criscuolo, che gli chiese retoricamente cosa la magistratura associata avesse mai voluto difendere con quel silenzio sulla macelleria giudiziaria napoletana, di cui era (per lui ingiustamente) accusata: «Volevate difendere la vostra cattiva fede».

Come ha giustamente ricordato Guido Vitiello nella presentazione a Bologna del libro “La giustizia penale di Alessandro Manzoni” di Gaetano Insolera, l’idea di Tortora sugli orrori della giustizia italiana mutò profondamente nel corso della vicenda di cui fu vittima e si fece, potremmo aggiungere, a un tempo più politica e più inconsolabile.

All’inizio Tortora pensava che la giustizia «per pentito dire» fosse semplicemente un prodotto di norme eccezionali, cambiate le quali le cose sarebbero potute tornare alla normalità. Alla fine, forse anche per il modo in cui il risultato del referendum sulla responsabilità civile dei magistrati fu impudentemente ribaltato in Parlamento nel giro di pochi mesi, Tortora si convinse che fosse vero piuttosto il contrario: le norme eccezionali servivano alla mostruosa normalità della giustizia italiana e alla cattiva fede della magistratura associata, di cui i politici – ricordò sempre Tortora in quella occasione, rivendicando il privilegio di potere «ridere in faccia al dottor Criscuolo» – si erano semplicemente messi a «tirare il carretto».

A proposito del concorso esterno in associazione mafiosa, stiamo assistendo a una dinamica analoga, per non dire identica a quella a cui Tortora, per estremo oltraggio, fu costretto ad assistere nei suoi ultimi giorni di vita: c’è il solito carretto della cattiva fede giudiziaria trainato dal solito corteggio di politici zelanti e impettiti, un po’ interessati a lucrare la rendita dell’intransigenza antimafia, un po’ a scampare il discredito per il sospetto di mafioseria, che colpisce implacabile chiunque sostenga la necessità di ristabilire un minima di certezza del diritto per un reato di invenzione giurisprudenziale, definito eufemisticamente «liquido» o «fluido» dalla dottrina e quindi capace di adattarsi a qualsivoglia scorribanda inquirente o processuale.

Così siamo arrivati al punto che invocare il principio della riserva di legge in materia penale e quindi la necessità che sia il legislatore a stabilire i confini di questo ircocervo del concorso eventuale (art. 110 c.p.) in un reato a concorso necessario, come l’associazione a delinquere di stampo mafioso (all’art. 416 bis c.p.), è considerata una pretesa eversiva, oltre che una prova di intelligenza con il nemico.

Anche invocare il principio di legalità, cioè la subordinazione alla legge dell’attività degli organi dello Stato (magistrati compresi), suona terribilmente sospetto, visto che capovolge il paradigma su cui il concorso esterno di fonda, dove è lo stesso reato, cioè la stessa legge, un prodotto di interpretazione giudiziaria e non solo la sua applicazione al caso concreto.

Per non parlare della richiesta di subordinare anche il concorso esterno in associazione mafiosa ai principi di determinatezza (precisando a quale fatto concretamente verificabile si applichi la norma incriminatrice) e tassatività (obbligando il giudice ad applicare la norma solo quando il caso concreto si riconnetta alla sua fattispecie astratta): anche questo è ufficialmente un affronto all’autonomia e alla libertà del potere togato di perseguire le forme di «contiguità compiacente» con i sodalizi mafiosi, che per loro natura sfuggono a una troppo rigida tipizzazione giuridica. Non si vorrà mica agevolare il contributo che colletti bianchi, burocrati e politici felloni offrono agli interessi della criminalità organizzata, con la scusa dei principi fondamentali del diritto penale?

È chiaro che il problema non è neppure più cosa si possa fare per riportare il concorso esterno in associazione mafiosa nell’alveo della legge, perché è chiaro che non si potrà fare assolutamente nulla, se non contestando innanzitutto il pervertimento morale e funzionale del concetto stesso del sistema penale, da cui consegue la grottesca e ricorrente accusa di diserzione dalla guerra alla mafia, alla corruzione e a ogni forma di malaffare, da parte di un potere togato che tutto dovrebbe fare, in uno stato di diritto, fuorché la guerra a qualcuno o a qualcosa.

Si può capire, rabbrividendo, che tutto questo vada a genio a chi pensa che la traduzione del law and order in Italia non possa che essere una certa fascisteria politico-giudiziaria; è però incomprensibile che la difesa senza se e senza ma del concorso esterno à la carte sia diventato il valore non negoziabile della cultura “progressista”. A meno di non ammettere che la cultura “progressista” ufficiale sia semplicemente una parte, non una alternativa di questa tambureggiante fascisteria.

Riformucce e teatrini. Guerra con le toghe? Macché, è solo ammuina: lo scontro sulla Giustizia è roba da ridere. Politica e giustizia, spalleggiati dai supporter mediatici, mimano una contrapposizione che in realtà serve solo a fi ni interni. Ai tempi del Cav, lo scontro con la magistratura fu una cosa seria. Ma si sa, la storia si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. Valerio Spigarelli su L'Unità il 15 Luglio 2023

«La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farsa», diceva uno, ormai dimenticato, che sotto la testata de L’Unità ci sta come il cacio sui maccheroni. Frase che calza a pennello per spiegare lo scontro tra la Politica e la Giustizia che, con qualche forzatura, i partiti di governo, l’opposizione “di sinistra” e l’ANM, stanno mettendo in scena. Ognuno spalleggiato dai propri supporter mediatici, i contendenti mimano una contrapposizione che, in realtà, è pura narrazione che serve soprattutto a fini interni.

Il centrodestra, fin qui, sulla giustizia ha combinato solo disastri, replicando lo schema delle leggi cotte e mangiate da dare in pasto all’opinione pubblica in cambio di qualche oncia di consenso – da quella sui rave alla preannunciata legge sulle baby gang – che affligge il sistema penale dalla fine del XX secolo. Ciò nel segno della continuità del populismo giudiziario con il testimone che passa dai Cinque stelle al duo Lega/Fratelli d’Italia. Sempre nel segno della continuità, ma stavolta della politica fintamente garantista dei governi Berlusconi, è parallelamente proseguita la narrazione – anche esposta con eleganza quando il prosatore è il ministro Nordio – sulla necessità di una riforma complessiva, con rituale invocazione della separazione delle carriere e di un intervento sulla Costituzione.

Il tutto, però, da rinviarsi “all’autunno”, mitica stagione delle riforme che il signor B. evocava ad ogni governo che presiedeva, salvo poi impelagarsi nella palude delle leggi ad personam per far contento sé stesso e di quelle securitarie per accontentare la maggioranza silenziosa degli italiani che, sotto sotto, un po’ forcaioli sono da sempre. In attesa dell’avvento della riforma vera si mettono allora in campo riformuccie, come quella che mescola abuso di ufficio, traffico di influenze, intercettazioni, custodia cautelare ed articoli vari. Un mix buono per spaccare l’opposizione e mettere in difficoltà i suoi leader, Schlein in testa contestata dai sindaci del PD, ma che di organico non ha veramente nulla.

Oppure si licenziano norme che sembrano fatte dal mago Silvan, come l’ultimo Decreto Ministeriale del 4 luglio, che impone alla giustizia penale italiana un salto nel futuro telematico da un giorno all’altro, senza però curarsi di verificare che gli uffici giudiziari siano pronti. Con il risultato che, se le cose non cambieranno con l’ennesimo rinvio all’italiana – che pare si stia profilando in queste ore – dalla fine di luglio gli avvocati italiani si faranno il segno della croce al momento di depositare un appello o un ricorso per cassazione perché non sapranno se l’hanno fatto sul serio. Discreto lascito, questo della narrazione tecnologica fatta quasi sempre sulla pelle degli imputati, del governo Draghi e della ministra Cartabia in cerca di soldi europei.

In questo scenario viene bene anche una replica del mitico scontro con la magistratura, che ai tempi del Cav fu una cosa seria – e drammatica dal punto di vista dell’equilibrio dei poteri costituzionali – con le ripetute invasioni di campo del Terzo Potere a cui si oppose una resistenza fatta di ritirate e concessioni da parte degli altri, tutti gli altri, FI e PD per primi, secondo uno schema che vedeva la magistratura, il CSM e l’ANM, come vere e proprie controparti del potere legislativo. Solo che oggi non capita che tre PM si affaccino dalla tv per proclamare la propria opposizione ad una legge; oppure che il capo di una Procura, vestito e calzato in ermellino e tocco durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario, proclami la “resistenza” contro le leggi del parlamento; ovvero che si sputtani in mondovisione il premier in carica recapitandogli un avviso per garanzia mentre sta seduto a tavola coi Grandi della Terra (…che comunque l’hanno già appreso dai giornali del mattino a cui la stessa Procura ha avuto la cortesia di recapitarlo in advance).

No, oggi ci tocca assistere alla riedizione della faccenda a proposito delle imprese di Delmastro o della Santanchè, che sono imbarazzanti quanto inconsistente è il loro paragone con i nefasti del passato. Come è imbarazzante ascoltare gli interventi sul tema della Premier la quale, con inflessione Roma Sud, rivendica prima il contenuto di un “lettera anonima” spedita da Palazzo Chigi e poi, senza soluzione di continuità, proclama che non ha intenzione di litigare coi magistrati su nulla. E qui noi malfidati guardiamo alla separazione di carriere in culla pronta ad essere sacrificata per l’ennesima volta sull’altare della pax giudiziaria con la magistratura. Alla quale magistratura, o per meglio dire alla sua rappresentanza sindacale, l’ANM, a sua volta, non pare vero di poter parlare dell’ennesimo tentativo farlocco di mettergli la museruola per rialzare un po’ la testa dopo anni di rappresentazioni a suon di chat di Palamara che ne hanno offuscato l’immagine.

Alla magistratura associata piace l’idea di poter finalmente trovare un giudice simbolo da mettere sotto tutela rispetto alle aggressioni governative e quindi sollecita prontamente al CSM l’apertura proprio di una “pratica a tutela”. A nessuno gli viene in mente, da quelle parti, di aprire identica pratica a tutela della presunzione di innocenza sulle esternazioni di qualche Procuratore troppo incline alle conferenze stampa; oppure di riflettere seriamente sul fatto che, se le scale del CSM sono state ritenute il luogo più sicuro per incontri tra consiglieri e rappresentanti politici, forse in tema di intercettazioni e trojan qui nel Bel Paese stiamo un po’ più in là dell’accettabile. No, i rappresentanti dei magistrati questo lo negano, perché siamo il paese delle garanzie e le intercettazioni come il trojan sono “irrinunciabili nella lotta contro il crimine”.

Concetto subito raccolto dai governativi che si affrettano a dire che, infatti, loro nulla faranno sul tema nella riformuccia di cui sopra se non garantire ai buoni, cioè a quelli che non c’entrano nulla le cui conversazioni finiscono regolarmente sui giornali e in TV, che ci penseranno loro ad evitarlo. Magari con qualche norma che complicherà la vita ai cattivi, cioè agli imputati e ai loro avvocati, impedendogli persino di ascoltare, leggere o avere copia di tutte le intercettazioni di un processo.

L’apoteosi dell’ammuina si raggiunge poi il consenso tripartisan su Gratteri capo in pectore della procura di Napoli. Qui sono d’accordo tutti, ma proprio tutti, destra, sinistra, centro e pure Renzi, che evidentemente ha questa fissazione da anni, visto che lo voleva fare ministro. No, rispetto ai temi della Giustizia e alla coerenza dei suoi attori aveva proprio ragione Marx, ma non il Karl citato all’inizio, Groucho, quando diceva: «questi sono i miei principi, se non vi piacciono ne ho altri». Sembra il motto della casa, qui da noi, quando si parla di Giustizia.

Valerio Spigarelli 15 Luglio 2023

MODIFICHE AL CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA? Si & No

Il concorso esterno non va modificato: può danneggiare il contrasto alle mafie e creare zone di impunità. Eugenio Albamonte su Il Riformista il 16 Luglio 2023 

Nel Si&No del Riformista spazi al dibattito sul concorso esterno in associazione mafiosa: è giusto modificarlo? Favorevole il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri secondo cui “va definito in maniera più chiara per evitare interpretazioni mutevoli“. Contrario invece Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Il concorso esterno non va modificato perché “può danneggiare il contrasto alle mafie e creare zone di impunità” sostiene.

Leggi il commento di Eugenio Albamonte: Il concorso esterno, per come viene oggi definito in giurisprudenza, consente di punire una vasta gamma di condotte (non tutte ipotizzabili in astratto) e di sanzionare i soggetti che, pur non essendo stabilmente affiliati al gruppo criminale, garantiscono il loro contributo per realizzarne le finalità illegali. Tali finalità non sono rappresentate solo dalla commissione di singoli delitti o dal controllo di un territorio ma, ad esempio, dal controllo anche monopolistico di attività economiche e delle varie manifestazioni della vita sociale, che viene attuato attraverso i legami del gruppo mafioso con soggetti esterni.

Questo contributo – per quanto accertato in tanti processi – è fornito da professionisti, imprenditori, pubblici amministratori, a volte appartenenti alle forze dell’ordine e persino alla magistratura o all’avvocatura. Persone non stabilmente inserite nell’organizzazione mafiosa ma portatrici di un loro specifico apporto, spesso insostituibile, soprattutto quando non ci sono appartenenti al gruppo criminale che abbiano le stesse competenze.

I soggetti di cui parliamo sono molto preziosi per il gruppo criminale e conseguentemente è importante avere strumenti giuridici adeguati a definire le loro responsabilità penali.

Ovviamente la norma di riferimento non può che essere il 416 bis che è già una norma ampia perché tipizza una vasta gamma di attività in modo però molto puntuale e tassativo. Per definire il concorso esterno si tratta quindi di applicare la stessa tipizzazione a condotte poste in essere da soggetti non affiliati ma che pongono in essere quei determinati contributi di cui si è detto.

Le sentenze che nel tempo si sono susseguite hanno ben definito le varie forme di contributo, applicando le norma già esistenti in materia di concorso di persone nel reato e di associazione mafiosa. Queste due norme, attualmente vigenti combinate dalla giurisprudenza, consentono di punire adeguatamente il fenomeno. A questo punto una tipizzazione dovrebbe essere solo riepilogativa di quanto già definito in giurisprudenza e quindi sostanzialmente inutile. Oppure rischierebbe di essere riduttiva rispetto alla reale manifestazione del fenomeno e allora creerebbe vuoti di tutela e zone di impunità.

Aprire un cantiere normativo su questo delicato settore porterebbe inevitabilmente alcuni soggetti, gruppi, categorie professionali ad esercitare sul legislatore pressioni volte a limitare la possibilità di una loro incriminazione, quanto meno in relazione al più ampio contesto criminale in cui si inseriscono le condotte. Con il rischio di una normazione che, alla fine dell’iter, risulti fortemente ridimensionata rispetto all’attualità e danneggi enormemente il contrasto alle mafie. Eugenio Albamonte 

(ANSA domenica 16 luglio 2023) - "Quello del concorso esterno è uno strumento importantissimo, non a caso individuato proprio da Falcone e Borsellino. È inaccettabile che il problema del ministro della Giustizia non sia la mafia, ma i magistrati e le Procure". Così a Repubblica Fabio Granata, ex deputato e storico esponente della destra siciliana, promotore della prima fiaccolata in memoria di Borsellino. 

Granata ricorda con soddisfazione le dichiarazioni programmatiche di Meloni con "riferimento diretto a Borsellino, un fatto di grande coerenza con la vita e il percorso" della premier. "Poi però è arrivato Nordio che ha fatto esattamente l'opposto. È inaccettabile". Alla domanda se si aspetti le dimissioni di Nordio, Granata risponde: "Penso che questo idillio con Meloni, ammesso che di idillio si possa parlare, non durerà ancora a lungo". Granata, che oggi è assessore alla Cultura a Siracusa, ha rilasciato una intervista anche alla Stampa: "Un ministro della Giustizia come Nordio - dice - offende la memoria di Borsellino".

"Non serve più 'ricordare' via D'Amelio - prosegue - occorre capire ciò che avvenne e perché avvenne. La sinistra vorrebbe equiparare fascismo e mafia, un falso storico. Il governo di destra non ha affatto rotto col berlusconismo. Registro in alcuni settori del governo e di FdI forme di malcelata soddisfazione per l'assoluzione di Mori, De Donno, Contrada e Dell'Utri". 

Per Meloni "ho un grande affetto, la ricordo quando a 15 anni iniziò a venire alla fiaccolata. Ma alla prova dei fatti c'è una forte contraddizione nell'accettare la politica e il linguaggio di un ministro della Giustizia che al centro del suo agire ha una crociata contro magistrati e pm. Non bastano le parole di Mantovano. Un ministro come Nordio offende la memoria di Borsellino, oggi Meloni non potrebbe partecipare alla fiaccolata rappresentando un governo che usa quel linguaggio", conclude Granata.

Stop all'uso politico della giustizia. Il concorso esterno va modificato e definito in maniera più chiara per evitare interpretazioni mutevoli. Maurizio Gasparri su Il Riformista il 16 Luglio 2023

Nel Si&No del Riformista spazi al dibattito sul concorso esterno in associazione mafiosa: è giusto modificarlo? Favorevole il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri secondo cui “va definito in maniera più chiara per evitare interpretazioni mutevoli“. Contrario invece Eugenio Albamonte, ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Il concorso esterno non va modificato perché “può danneggiare il contrasto alle mafie e creare zone di impunità” sostiene.

Leggi il commento di Maurizio Gasparri: L’argomento «concorso esterno in associazione mafiosa» non fa parte del programma di governo. Dal 2002 al 2006 ho presieduto la Commissione per la riforma del codice penale con autorevoli accademici, magistrati e avvocati e studiato quanto scritto in materia. Praticamente in unanimità la Commissione concluse che il concorso esterno andava tipizzato con norma ad hoc: non esiste come fattispecie autonoma nel codice, è il frutto di un’interpretazione giurisprudenziale che coniuga l’articolo 110 (concorso) col 416 (associazione).

Ciò ha prodotto estrema incertezza applicativa. Tanto che la Cassazione ha spesso cambiato indirizzo e fatica a trovare una definizione convincente. Le richieste per una norma tipica sono quasi universali nel mondo universitario e forense. Primo fra tutti il professor Giovanni Fiandaca, sui cui testi si sono formate due generazioni di giuristi. Non mi stupisco delle bordate dell’opposizione e nemmeno dalla stampa più critica. Mi sorprende quella di magistrati, tecnici del diritto: dovrebbero sapere che il concorso esterno ormai, per dirla con Churchill, «è un enigma dentro un indovinello avvolto in un mistero».

Fin qui, non sono parole mie, ma una citazione letterale dell’intervista del ministro Nordio al Corriere della Sera. Nordio non intende proporre l’abolizione del concorso esterno in associazione mafiosa, vorrebbe definirlo in maniera più chiara, per evitare interpretazioni mutevoli e cervellotiche. La cosa migliore sarebbe che una persona che collabora con un’associazione mafiosa fosse, a mio avviso, ritenuto parte dell’associazione e quindi sanzionabile ai sensi del 416 bis. Ma se il principio del concorso esterno deve rimanere, che almeno lo si definisca in modo chiaro. In questi giorni ho letto di tutto.

Un imbecille ha scritto su un giornale che se uno fa il «palo» a una rapina fa un concorso esterno. Perché mentre il rapinatore vero e proprio entra nella banca, e casomai con una pistola in mano preleva i soldi, il «palo» sta fuori e quindi sta all’esterno. Si confonde la posizione esterna ai locali della banca con una partecipazione limitata all’azione criminale.

Noi vogliamo combattere la mafia con governo e maggioranza di centrodestra. Siamo stanchi di leggere ricostruzioni second cui Berlusconi e Dell’Utri avrebbero dapprima collaborato e immaginato le stragi del ‘92 della mafia, poi avrebbero pianificato le stragi del ‘93 di Firenze, Milano, Roma e altrove.

Nel finale di Indiana Jones, l’ennesimo della serie, grazie a una macchina del tempo, c’è una battaglia tra alcuni nazisti e Archimede, a Siracusa nel 200 a.C. È più credibile questa battaglia impossibile o immaginare Berlusconi e dell’Utri che ordiscono stragi?

Non ne possiamo più dell’uso politico della giustizia. Non ne possiamo più di accuse incredibili da ascoltare. Né di una interpretazione del diritto piegata ad esigenze politiche. La mafia va combattuta. E nessuno più del centrodestra e di Berlusconi ha agito in tal senso. Rendendo permanente il carcere duro del 41 bis. Rafforzando le normative per il sequestro dei beni delle cosche. Ero capogruppo al Senato del Pdl quando abbiamo varato quelle norme. In piena intesa col governo.

Noi abbiamo agito, gli altri parlato. E questa maratona incessante che vede alternarsi, su televisioni e giornali, magistrati in servizio e in pensione (Spataro, Caselli, Rossi, De Lucia, Albamonte e tanti altri) contro la riforma della giustizia non ci fermerà. Noi abbiamo combattuto la mafia. Noi siamo coerenti con gli insegnamenti di Falcone e di Borsellino. Non prendiamo lezioni da Di Matteo che ha processato per anni e anni il Generale Mori, ed altri eroi della lotta alla mafia poi assolti. E chiediamo a Di Matteo un pubblico confronto su questa vicenda o sull’azione della Procura di Caltanissetta, che prese per colpevoli della Strage di Via d’Amelio di Borsellino e della sua scorta persone che invece non avevano fatto quell’attentato. Siamo stanchi ma determinati. Non ci piegheremo. Maurizio Gasparri

Battaglie riformiste: la riforma della giustizia. Il prezzo della libertà che paga chi prova a riformare sul serio il mondo della giustizia. L’editoriale di Matteo Renzi. La riforma della giustizia è necessaria. La vera separazione delle carriere che serve non è tra Pm e giudici ma tra giudici bravi e giudici incapaci. Questo serve e per questo noi del Riformista lottiamo: garantire un giudice imparziale ai cittadini e non premiare chi sbaglia per incapacità o per ideologia, Matteo Renzi su Il Riformista il 15 Luglio 2023 

Quando ci avviciniamo a riformare in modo serio il mondo della giustizia accade qualcosa che manda tutto all’aria. Che sia un caso oppure no, non sappiamo. E forse neanche importa ai fini del nostro ragionamento.

Ma sta succedendo anche adesso. E proprio quando sembrava che questo Governo avesse le carte in regola per provarci – a cominciare da un galantuomo come Ministro – improvvisamente tutto sembra bloccato.

Prima dei casi Santanchè, La Russa, Del Mastro la partita sembrava avviata nella direzione giusta.

Ma tra quando il Governo ha approvato la riforma in Consiglio dei Ministri e quando la trasmetterà al Parlamento l’esecutivo si è frantumato. Mantovano contro Nordio sul concorso esterno in uno scontro tra i magistrati che siedono al tavolo più importante di Palazzo Chigi. La Lega contro Fratelli d’Italia: Salvini fiuta l’occasione di recuperare la china nei sondaggi e vede in difficoltà l’alleato senior. Per questo gli ex padani attaccano gli ex missini sapendo che entrambi hanno un passato non propriamente garantista. Ma se la partita Lega contro Fratelli d’Italia ci sta, la vera sorpresa è Forza Italia contro… Forza Italia. Eh già perché la timidezza di Tajani sui temi della giustizia non nasce solo dal suo carattere accomodante: nasce soprattutto dalla paura di disturbare il manovratore, cioè la Premier, paura che dalle parti di Forza Italia è diventata ormai la bussola per qualsiasi decisione politica.

Vado controcorrente: per me la riforma serve oggi più che mai. Non mi interessa discutere di singoli temi, pur importanti. L’abuso d’ufficio, la carcerazione preventiva, le intercettazioni, il traffico di influenza, la tipizzazione del concorso esterno. Tutte scelte rilevanti, per carità, ma secondarie rispetto al vero problema. Che è uno soltanto: garantire un giudice imparziale ai cittadini e non premiare chi sbaglia per incapacità o per ideologia.

La vera separazione delle carriere che serve non è tra Pm e giudici ma tra giudici bravi e giudici incapaci.

Questo serve e per questo noi del Riformista lottiamo.

Lo facciamo anche a costo di sacrifici personali. Ieri ho ricevuto l’ennesima condanna alle spese da parte della solita giudice NoVax e No WiFi: la dottoressa Zanda, casualmente di Firenze. Diffamato sui media e insultato in tribunale da una dottoressa che parla di sieri, campi elettromagnetici, complotti internazionali con la credibilità di chi per prima non rispetta le leggi decidendo di considerare il greenpass eversivo e il tampone “una tortura”.

Condannato da una giudice che non rispetta le leggi. Non è magnifico?

Se pensano di fermarmi così significa che non mi conoscono.

Chi non ha paura sa che questo è il prezzo della libertà.

E alla libertà io non rinuncerò mai.

Matteo Renzi

Anche i giuristi in campo contro il concorso esterno. Luca Fazzo il 16 Luglio 2023 su Il Giornale.

È come se a parlare di calcio fosse Bearzot. Davanti a un intervento di Giovanni Fiandaca, giurista palermitano, da decenni il docente di diritto penale più autorevole d'Italia, in genere nessuno osa replicare: se non altro per paura di fare brutta figura. Il problema è che ieri Fiandaca, intervistato da Repubblica, non solo ha detto che sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa - sul quale si accapigliano da sempre garantisti e pubblici ministeri, e sul quale la polemica negli ultimi giorni si è fatta rovente - «un intervento è necessario» perché esiste il «principio costituzionale della prevedibilità della distinzione tra condotte lecite e illecite». Fiandaca va più in là, e se la prende con i parenti di vittime eccellenti di mafia - come la sorella di Giovanni Falcone - che in questi giorni vengono intervistati ripetutamente, e utilizzati dai giornali per esorcizzare le proposte di riscrivere il reato di concorso. «Uno schiaffo alla memoria di Giovanni» così Maria Falcone ha definito il progetto di riforma annunciato dal ministro Carlo Nordio. Contro questi interventi Fiandaca ha parole di durezza inusitata: «Il potere di fare leggi - chiede - è forse bloccato dal paradigma vittimario che ferma la libera determinazione di fare leggi scritta nella Costituzione? É forse scritto nella Carta che il parere delle vittime può bloccare il Parlamento?».

Sono parole che ieri fanno irruzione nel dibattito, e che fanno pendere decisamente la bilancia a favore di chi ritiene che il reato così come è scritto non sia difendibile. L'unica cautela di Fiandaca è quella sui tempi: invita a aspettare, a lasciare che il clima sia più sereno, perché oggi «inserire questa modifica aggraverebbe la già grave politico-istituzionale determinata dal conflitto tra politica e giustizia». Ma che la direzione in cui andare sia quella, per Fiandaca è indubbio. E il suo assist viene raccolto al volo da Giorgio Mulè, vicepresidente forzista della Camera, tra i più convinti assertori della necessità di mettere mano al reato: «Il rispetto che si deve ai familiari delle vittime - dice Mulè al Giornale - e il dovere della memoria non possono e non devono mai sovrapporsi a chi fa le leggi. Perché altrimenti verrebbero messi in discussione molti di quei principi in cui le stesse vittime hanno creduto».

Fiandaca è severo anche con un altro argomento assai usato in questi giorni, ovvero il rischio che un intervento legislativo danneggi i processi già in corso: «Il potere del Parlamento - dice -non può essere inibito dal fatto che alcuni processi possano subire influenze da una nuova legge, perché se fosse così nessun reato potrebbe essere cambiato. Capisco i magistrati che vanno in allarme e preferiscono disporre di uno strumento utile e servizievole com'è il concorso esterno nella versione attuale. Ma c'è un'altra anima della giustizia penale che esige di rispettare i principi costituzionali della riserva di legge e della sufficiente determinatezza della fattispecie». È proprio questa «sufficiente determinatezza» che manca, e per questo è necessario mettere mano al codice, non per indebolire la lotta alla criminalità organizzata ma per renderla più netta ed efficace: «La modifica può contribuire a rendere più chiare - dice Fiandaca - e solide le imputazioni accrescendo la possibilità di ottenere condanne in giudizio». Non va fatta subito, insomma, ma va fatta, anche se l'accusa di concorso esterno è oggi per le Procure uno «strumento servizievole». O forse proprio per questo.

Mafia, perché Nordio vuole rimodulare il ‘concorso esterno’. Redazione il 15 Luglio 2023 su Nicolaporro.it.

Il Guardasigilli nuova vittima della macchina propagandistica della sinistra. La sua colpa? Aver affermato che il reato di concorso esterno in associazione mafiosa va “rimodulato”. Martedì scorso, il ministro, partecipando in un dibattito organizzato da Fratelli d’Italia in piazza a Roma, ha paventato la possibilità di rimodulare il cosiddetto concorso esterno in associazione mafiosa. Nordio ha dichiarato che il concorso esterno non esiste come reato nel codice penale, ma è una creazione della giurisprudenza. Ha aggiunto inoltre: “Perché il concetto di concorso esterno è contraddittorio, ecco l’ossimoro, perché se sei concorrente non sei esterno, e se sei esterno non sei concorrente. Ecco, noi non vogliamo eliminare, noi sappiamo benissimo che si può essere mafiosi all’interno dell’organizzazione e si può essere favoreggiatori all’esterno dell’organizzazione, ma allora va rimodulato completamente il reato”.

Ragionando su termini meramente tecnici, il problema è questo: il concorso esterno in associazione mafiosa non esiste come fattispecie autonoma; dunque non è previsto in nessun articolo del codice penale. Piuttosto, la sua creazione giurisprudenziale si basa sull’utilizzo dell’articolo 110, che disciplina il concorso di persone nel reato, al quale viene congiunto l’articolo 416 bis, che riguarda le “associazioni di tipo mafioso, anche straniere”.

Perché parliamo di concorso “esterno”? Perché il sopracitato art.110 viene utilizzato, in questo caso, proprio per indicare il contributo “esterno” all’associazione, ossia quello del soggetto che, pur non essendo parte dell’organizzazione mafiosa, in qualche modo collabora con essa per la commissione del reato. Un esempio di scuola può essere quello del politico locale che, pur non essendo formalmente associato alla mafia, bandisce una gara d’appalto ad hoc per favorire un’associazione mafiosa determinando il rafforzamento economico della stessa.

Qual è il pericolo denunciato da Nordio allora? I reati associativi come l’associazione mafiosa servono già di per sé a punire un “concorso” a quei reati, a vario titolo. Il rischio che una mancata codificazione del concorso esterno può portare è quello di ampliare eccessivamente le circostanze nelle quali il reato viene commesso. Per questo è necessaria una regolamentazione del reato, inserendolo nel codice penale. Tutto ciò nonostante le critiche, per carità, legittime, al ministro, arrivate sia da alcuni quotidiani (La Repubblica e Il Fatto Quotidiano su tutti) sia da ex colleghi entrati in politica, come Pietro Grasso, ex procuratore della Repubblica a Palermo, successivamente procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo e anche ex presidente del Senato.

Dispiace constatare infine come ci sia chi collega la proposta di istituire una nuova fattispecie riguardante il concorso esterno con un tentativo del governo di strizzare un occhio alla mafia. La lotta alla mafia, serve ripeterlo forse, non ha colore politico e come ci sono stati, purtroppo, tanti politici di ogni colore che hanno favorito la mafia, ce ne sono stati anche tanti che l’hanno combattuta. Inoltre, nessuno si aspetta ad esempio che siano riconosciuti onori al governo Meloni se pochi mesi fa uno dei più pericolosi latitanti al mondo come Matteo Messina Denaro è stato arrestato. O che vengano tessute le lodi solo ai vari governi Berlusconi che arrivarono a confiscare la cifra record di venticinque miliardi di euro alla mafia. Non sarebbe corretto.

I meriti vanno sempre spartiti con il lavoro svolto dagli altri governi, oltre che con lo straordinario operato di forze dell’ordine e magistratura. Ma un po’ di coerenza, e un’attenta consultazione dei libri di storia sarebbero forse consigliati a chi parla di favori alla mafia da parte di questo governo. Le critiche sono sacrosante, il rispetto però viene prima di tutto.

Estratto dell’articolo di Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” Il 14 luglio 2023.  

Ministro Carlo Nordio. Perché vuole porre mano all’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa? Non è voluta da Giovanni Falcone?

«Premetto che questo argomento non fa parte del programma di governo, ma poiché in un dibattito mi è stata chiesta la mia opinione sono ben lieto di ripeterla».

Qual è?

«Tra il 2002 e il 2006 ho presieduto la Commissione per la riforma del codice penale, […] e ho studiato tutto ciò che era stato scritto in materia». 

E cosa ne avete dedotto?

«Praticamente all’unanimità la Commissione ha concluso che il concorso esterno andava tipicizzato con una norma ad hoc, perché non esiste come fattispecie autonoma nel codice, ma è il frutto di una interpretazione giurisprudenziale che coniuga l‘art 110, sul concorso, con il 416 sull’associazione».

E questo cosa comporta?

«Ha comportato un’estrema incertezza applicativa. Tanto che la Cassazione ha cambiato piu volte indirizzo, e ancora fatica a trovare una definizione convincente». 

[…] L’opposizione e suoi colleghi chiedono di mantenere questo strumento utile.

«Non mi stupisco che arrivino bordate dall’opposizione: la politique n’a pas d’entrailles . E nemmeno dalla stampa più critica, che leggo sempre con benevola indulgenza. Mi sorprende che arrivino da magistrati, che da tecnici del diritto dovrebbero sapere che il concorso esterno è ormai, per dirla con Churchill, un enigma dentro un indovinello avvolto in un mistero».

Non teme di favorire la criminalità organizzata?

«La mia interpretazione è anche più severa della loro, perché anche chi non è organico alla mafia, se ne agevola il compito, è mafioso a tutti gli effetti. […]».

Allora cosa critica?

«Che il concetto di concorso esterno è un ossimoro: o si è esterni, e allora non si è concorrenti, o si è concorrenti, e allora non si è esterni. Se si affrontassero questi argomenti con animo freddo e pacato, e non con polemiche sterili, troveremmo una soluzione». 

[…] C’è uno scontro politica-magistratura?

«Dopo le polemiche originate dalle mie prime critiche sull’interferenza della magistratura sul ddl prima di averne letto il testo, ho ricevuto i rappresentanti dell’Anm. È stato un incontro estremamente cordiale dal punto di vista personale, anche se esistono idee diverse sulle riforme da fare. Ci siamo concentrati più sui temi condivisi, come l’efficienza della giustizia e l’implementazione delle risorse, che su quelli dove la pensiamo diversamente».

Pace fatta?

«Il confronto continuerà. […] ». 

Perché l’imputazione coatta di Delmastro è stata vista dal governo come anomala?

«L’imputazione coatta, indipendentemente dal caso attuale, la critico da 25 anni: è un residuo del vecchio codice […] inserito nel nuovo Vassalli per un compromesso […] . […] dopo l’imputazione coatta, in tribunale non arriva, come un tempo, un fascicolo completo di tutte le indagini, ma un fascicolo vuoto, e il giudice deve chiedere al pm di illustrare le ragioni dell’accusa. Ma che farà il pm, se lui stesso aveva chiesto il proscioglimento? Non potrà certo smentire sé stesso. E il processo collasserà con spreco di tempo e tante sofferenze inutili».

[…] Si accelera sulla separazione delle carriere?

«La separazione delle carriere è consustanziale al processo accusatorio voluto da Vassalli, partigiano antifascista pluridecorato, socialista e garantista. Purtroppo, come ho detto, è stato attuato a metà. Essa esiste in tutto il mondo anglosassone, e non mina affatto l’indipendenza della magistratura requirente. Tuttavia richiede una revisione costituzionale, e quindi il cammino è più lungo. Comunque fa parte del programma di governo, e sarà attuata». 

Ma cosa c’entra con l’efficienza della giustizia?

«Separazione delle carriere significa anche discrezionalità dell’azione penale e facoltà del pm di ritrattarla. Tutte cose che in questo momento la Costituzione non consente. Ma se fossero attuate eviterebbero almeno un trenta per cento dei processi che si rivelano inutili e dannosi e rallentano la celebrazione di quelli più importanti e quindi la giustizia sarebbe più celere». 

Da repubblica.it il 14 luglio 2023.

Nel governo è scontro sull’ipotesi di Carlo Nordio di rimodulare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ieri a criticare il ministro della Giustizia era stato il braccio desto Giorgia Meloni, Alfredo Mantovano (“La modifica non è in discussione”) e oggi a bacchettare il Guardasigilli e Matteo Salvini, che però si scontra con Antonio Tajani che, invece, difende titolare di via Arenula.  Il leader della Lega è intervenuto sulla questione allineandosi con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio sottolineando che il concorso esterno “non è una priorità. Serve una riforma della giustizia urgente, efficace e condivisa, non contro nessuno, ma coinvolgendo tutti, magistrati compresi, sperando che nessuno sia bloccato dall'ideologia"”.

Ma da FoI Tajani risponde: "La priorità per Forza Italia è la separazione delle carriere. Sul concorso esterno da un punto di vista giuridico credo abbia ragione il ministro Nordio poi si vedrà come procedere. Ne parleremo". E intervenendo all’evento di FdI a Roma, Piazza Italia, ha aggiunto: "Non si tratta di cambiare o rendere più debole la lotta alla malavita organizzata, anzi.  Questa lotta dobbiamo indurirla, utilizzando i migliori sistemi. E leggendo quello che ha detto il ministro credo voglia rafforzare una posizione e non indebolirla". 

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 Sulla separazione delle carriere si fa sentire l’Anm: “Fare dell'azione penale un'azione discrezionale, e poi certamente prima o poi sotto il controllo politico, la vediamo una cosa pericolosa per la democrazia – sostiene il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, anche lui a Radio Anch’io – La separazione delle carriere è una riforma che apre ad altre, perché dalla separazione dovrebbe poi seguire la discrezionalità dell'azione penale. Un pm separato dalla giurisdizione e quindi fuori da quei meccanismi di compensazione e di controllo che prevede la Costituzione, lo lasceremo da solo o ci sarà qualcun altro che ambirà al controllo sull'azione penale? E quello non potrà che essere il controllo politico".

Mantovano sconfessa Nordio: «Il concorso esterno non si tocca». Il Guardasigilli annuncia una modifica del reato, non la sua cancellazione. Ma toghe e giornali lo hanno già crocifisso. Simona Musco su Il Dubbio il 14 luglio 2023

L’ultima puntata dello scontro tra toghe e politica la scrive il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Che annuncia una rimodulazione del concorso esterno, sbagliando forse i tempi, dato l’avvicinarsi dell’anniversario della strage di via D’Amelio, e scatenando le reazioni della magistratura e dei parenti delle vittime. Tanto che 24 ore tocca al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, mettere una pezza: «Modificare il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non è un tema in discussione, il governo non farà alcun passo indietro nella lotta alla criminalità organizzata.

Ci sono altre priorità», ha dichiarato il braccio destro di Giorgia Meloni al Fatto. Per poi aggiungere ad Askanews. it che «la giurisprudenza è consolidata», mentre bisognerebbe prestare attenzione alla “recentissima” sentenza della Corte di Cassazione che «mette in discussione il concetto di criminalità organizzata». In maggioranza, dunque, si naviga a vista. E a confermare il senso di disorientamento è anche Ernesto Rapani, senatore FdI e componente della Commissione Giustizia: «Al momento non ci sono modifiche in corso riguardanti il concorso esterno. Questo governo, come dimostrano le ultime operazioni, combatte la mafia in ogni luogo e in ogni modo. Dunque, non ci può essere un governo che dice certe cose, che ha nel programma determinate cose e un componente del governo, ministro della Giustizia, che va contro. Le due cose cozzano fra di loro».

Sul punto, però, Nordio è stato chiaro: il reato «è una creazione giurisprudenziale», «è un ossimoro - ha detto nel corso di un evento organizzato da Fratelli d’Italia -, ma quando di queste cose ne discuti sotto il profilo tecnico ti trovi delle risposte di ordine ideologico, di ordine emotivo. Noi non vogliamo eliminare il concorso esterno, perché sappiamo benissimo che si può essere mafiosi all'interno della organizzazione e si può essere favoreggiatori all'esterno della organizzazione, ma allora va rimodulato completamente il reato, che in questo momento non esiste né come tassatività né come specificità, perché non è il codice.

Poiché il principio di certezza del diritto poggia sulla tassatività della fattispecie in questo caso penale che non è in questo momento strutturata, anche qui il discorso è puramente tecnico. Pensare che si possa fare con questo un favore ai mafiosi in senso hegeliano è vuota metafisica dell’intelletto speculativo». Ma le rassicurazioni di Nordio sulla volontà di non cancellare il reato non hanno colto nel segno. E oltre alle fibrillazioni all’interno del governo sono arrivate le repliche di Salvatore Borsellino e Maria Falcone, che parlano di schiaffo ai due magistrati uccisi dalla mafia. «Depotenziare il concorso esterno vuol dire colpire i nostri martiri, quelli che il governo di destra dice di voler commemorare - ha detto il primo a Repubblica -. E questo è l'ennesimo segnale di un gravissimo attacco all'indipendenza della magistratura e alla ricerca della verità».

Parole ribadite anche da Maria Falcone, secondo cui gli annunci di Nordio sono «un’offesa gravissima: da tanti anni chiediamo una verità completa sulle stragi. Modificare adesso il concorso esterno significherebbe allontanare ancora di più una verità che ci viene negata da trent’anni». E le opposizioni sono già scatenate: il Pd, con Walter Verini, parla di «gravissimi segnali di indebolimento nel contrasto alle mafie, aggiungendo gli attacchi e la delegittimazione della magistratura», mentre secondo Federico Cafiero de Raho (M5S) «sin dagli anni di Falcone la legittimità del concorso esterno ha consentito il controllo penale sulle forme più gravi di complicità alle cosche di importanti esponenti dei circuiti economico finanziari e politico istituzionali, nonché del mondo delle libere professioni - ha dichiarato a Repubblica -. Volete la verità? Il concorso è avversato da questa parte politica».

Estratto dell’articolo di Antonio Bravetti per “La Stampa” Il 14 luglio 2023.

È scontro nel governo sul concorso esterno in associazione mafiosa. Al ministro della Giustizia Carlo Nordio che aveva proposto di «rimodularlo», tira le redini il sottosegretario Alfredo Mantovano: «La modifica non è in discussione». Intanto, perquisizione in casa di Marcello Dell'Utri: la procura di Firenze indaga sui mandanti esterni degli attentati mafiosi di trent'anni fa. I magistrati sostengono che con le stragi del 1993 cosa nostra puntava a indebolire Ciampi per favorire Berlusconi. Una tesi che non convince Matteo Renzi, ai ferri corti con la procura fiorentina: «Siamo oltre il ridicolo».

[…] Le rassicurazioni di palazzo Chigi non fugano del tutto i dubbi del Pd. «Meloni sta con Nordio o con Mantovano?», domanda la senatrice Vincenza Rando, responsabile Legalità del partito. «Nordio è stato sconfessato da Mantovano - osserva il sindaco di Roma Roberto Gualtieri - è incredibile anche solo che si sia parlato di toccare il concorso esterno». 

Per Elisabetta Piccolotti (Avs) «Nordio dovrà cambiare il nome del suo dicastero da ministero della Giustizia a ministero dell'Impunità dei potenti. La nostra opposizione sarà durissima».

In commissione Antimafia è la presidente Chiara Colosimo (FdI) a domandare un'opinione al procuratore di Palermo Maurizio de Lucia. Il magistrato risponde e difende a spada tratta il reato di concorso esterno: «Si è rivelato uno strumento utile, quindi noi possiamo rivisitare l'area di applicazione del reato, ma solo individuando delle fattispecie ulteriormente tipizzate dal punto di vista della legge penale. Immaginare altre forme di riesame o abolizione dell'istituto tout court mi pare davvero davvero difficile».

Alle parole di Nordio era insorta anche l'associazione Libera: «Più che pensare di rimodulare il concorso esterno è necessario difenderlo dagli attacchi interessati e strumentali che periodicamente si manifestano e oggi si ripropongono, con l'obiettivo di dimezzare l'antimafia circoscrivendola all'ala militare dell'organizzazione criminale e tenendo fuori i colletti bianchi complici o collusi». 

Nel frattempo mercoledì sono state perquisite la casa e gli uffici dell'ex senatore Dell'Utri, dove sono stati sequestrati elementi utili all'indagine. Gli investigatori della Dia di Firenze hanno agito su mandato della procura nell'ambito dell'inchiesta sui mandanti delle stragi di mafia del 1993. […]

Sul concorso esterno va in scena il solito schema dell’antimafia. Che si tratti di carcere ostativo, di 41 bis, fino ad arrivare al semplice abuso d'ufficio, lo schema dei sedicenti custodi della memoria antimafiosa è sempre lo stesso: accusare gli avversari di connivenza col nemico. Davide Varì su Il Dubbio il 13 luglio 2023

“Nordio vuole eliminare il concorso esterno in associazione mafiosa!”. Apriti cielo. Le prediche dell'antimafia hanno trovato un nuovo cavallo di battaglia, un nuovo “Moloc” da salvare e tutelare. A modo loro, naturalmente. Dando del collaborazionista a chiunque provi a difendere il nostro traballante stato di diritto.

Che si tratti di carcere ostativo, di 41 bis, fino ad arrivare al semplice abuso d'ufficio, lo schema dei sedicenti custodi della memoria antimafiosa è sempre lo stesso: accusare gli avversari di connivenza col nemico. Una sorta di "concorso esterno" morale, insomma. Un modo come un altro per buttare la palla in tribuna ed evitare di discutere nel merito lasciando spazio solo a visceralità e indignazione. Eppure che la mafia non si sconfigge con la “terribilità della giustizia” - come diceva Sciascia - ma con la fermezza del diritto e dei diritti, dovrebbero averlo capito anche loro signori. Come dovrebbe essere chiaro, in un paese mediamente civile e liberale, che nessun diritto può essere sacrificato in nome di alcuna lotta. Compresa la lotta alla mafia. La sfida è proprio questa: battere la criminalità organizzata senza decimare le nostre garanzie. Perché se così non fosse, sarebbe comunque una sconfitta.

Da Mannino a Femia, passando per Lombardo e Sorbara: tutti gli accusati di concorso esterno in associazione mafiosa e poi assolti. L’ex ministro e leader della DC venne arrestato nel 1992 e si fece nove mesi di carcere e tredici di arresti domiciliari, nel 2001 la prima assoluzione «perché il fatto non sussiste», confermata nel 2010 dalla Cassazione dopo due appelli. Valentina Stella su Il Dubbio il 13 luglio 2023

Sono molti i casi noti e meno noti di persone accusate di concorso esterno in associazione mafiosa e poi assolte. Una delle vicende più conosciute è quella che riguarda l'ex ministro e leader della Democrazia Cristiana, Calogero Mannino. Nel 1992 viene arrestato con l’accusa appunto di concorso esterno. Nove mesi di carcere e tredici di arresti domiciliari, e nel 2001 la prima assoluzione «perché il fatto non sussiste». Decisione confermata definitivamente 14 gennaio 2010 dalla Cassazione, dopo due appelli. Il 6 marzo di quest’anno si è chiusa anche l'odissea giudiziaria lunga più di un decennio per l'ex governatore della Sicilia ed ex leader del Mpa, Raffaele Lombardo: i giudici della sesta sezione penale della Cassazione, infatti, hanno giudicato inammissibile il ricorso della Procura generale di Catania contro la sentenza del 7 gennaio del 2022 che ha assolto Lombardo dalle imputazioni di concorso esterno alla mafia, «perché il fatto non sussiste», e di reato elettorale aggravato dall'avere favorito la mafia, «per non avere commesso il fatto». Nel 2015 fu la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo a ritenere illegittima la condanna per concorso esterno a Bruno Contrada perché all'epoca dei fatti contestati all’ex numero tre del Sisde quel reato non era sufficientemente tipizzato, quindi il processo sarebbe stato celebrato illegittimamente. Sempre a marzo di quest’anno i giudici della quarta Corte di appello di Palermo hanno confermato la sentenza, emessa il 30 giugno del 2016, che scagionava l'ex sindaco di Agrigento nonché ex senatore, Calogero Sodano, dall'accusa di avere stretto un patto con i boss per farsi eleggere nelle varie competizioni elettorali alle quali partecipò. Nel 2012 è stato l’ex ministro delle Politiche agricole, Francesco Saverio Romano, ad essere assolto dall'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, a novi anni dall’inchiesta della Procura di Palermo. Nel 2020 fu assolto dalla Cassazione l'ex senatore Tommaso Barbato, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. La vicenda era quella relativa l’affidamento degli appalti in somma urgenza per la rete idrica campana tra il 2006 e il 2010: secondo la Direzione distrettuale antimafia, ad essere sistematicamente favorite erano le aziende vicine al clan dei Casalesi, sulla base di un presunto accordo tra Barbato, all'epoca funzionario in Regione nel settore della gestione dei servizi idrici, e Franco Zagaria (poi deceduto), cognato del boss Michele Zagaria. Come non ricordare il caso di Marco Sorbara: arrestato il 23 gennaio 2019 nell'ambito di un'operazione anti ndrangheta in Valle d'Aosta, ex consigliere regionale della Valle d’Aosta venne condannato in primo grado per concorso esterno alla 'ndrangheta. Assolto poi definitivamente dalla Cassazione dopo 900 giorni di custodia cautelare tra carcere e domiciliari. Poi c’è il caso di Giorgio Magliocca: «di processi ne ho subiti 39 e in uno ho dovuto conoscere per 11 mesi l’inferno del carcere preventivo. L’accusa, del resto, non lasciava scampo: concorso esterno in associazione mafiosa. In più, l’essere stato collaboratore del ministro Mario Landolfi e poi in Campidoglio di Gianni Alemanno finì per conferire al mio arresto un clamore altrimenti “immeritato” per un 35enne sindaco di un piccolo paese del Casertano. Ma ne sono uscito a testa alta: assolto «perché il fatto non sussiste». Così come non è sussistito nelle altre 38 volte in cui la giustizia si è occupata di me», ha raccontato sul sito dell’Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia. Giuseppe Pagliani, riporta il sito Errorigiudiziari.com, «era consigliere provinciale capogruppo del Pdl a Reggio Emilia. Lo arrestarono con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Fu costretto a passare ventitré giorni dietro le sbarre, prima di ottenere la scarcerazione grazie al Tribunale del Riesame. Solo dopo sette anni di processi, l’assoluzione definitiva con formula piena. E un risarcimento per ingiusta detenzione». Sempre lo stesso sito racconta la vicenda di Rocco Femia. «Arrestato da innocente con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Esposto alla gogna mediatica come referente della ‘ndrangheta. Lui, politico locale stimato, professore di liceo, sportivo provetto, soprattutto persona onesta. Condannato due volte, costretto a dieci anni di calvario, 1825 giorni in carcere e quattro processi prima di arrivare alla verità: era innocente». C’è poi la storia di Giuseppe Gravante, ex consigliere comunale di Castel Volturno. Arrestato con l’accusa di aver favorito uno dei clan più potenti e sanguinari della sua zona. Costretto al carcere da innocente. Alla fine, solo alla fine, assolto e risarcito per ingiusta detenzione. L’ultima vicenda, ma solo per questione di spazio, che ci offre il sito creato dai giornalisti Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi è quella di Rocco Commisso, «38 anni, gestore e istruttore di una scuola guida a Siderno, una passione per le arti marziali e una parentela molto stretta con un personaggio molto noto alle forze dell’ordine - è il figlio del boss Giuseppe Commisso, detto “Il Mastro” - , viene arrestato il 12 maggio 2012. Per questo finisce due anni e mezzo in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma è innocente. 

Cosa è il concorso esterno in associazione mafiosa: il reato che non esiste. La rivolta contro il Guardasigilli: il governo lo sconfessa. Piero Sansonetti su L'Unità il 14 Luglio 2023

C’è una vera e propria rivolta contro il ministro Nordio che ha annunciato di volere correggere (ora si dice: rimodulare) la formulazione del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”. In realtà, chi conosce un poco poco il diritto sa perché questo reato non può essere né corretto, né rimodulato e neppure abolito. Per una ragione semplice e paradossale. Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non esiste. Ora vedremo perché.

Contro il ministro Nordio, ex magistrato, si è alzato un fuoco di sbarramento. Guidato, come era prevedibile, dal giornale dell’Anm (l’associazione dei magistrati) e cioè dal Fatto quotidiano, seguito a ruota dal suo giornale scialuppa, e cioè Repubblica. La quale alle volte riesce persino ad anticipare il Fatto nelle campagne giustizialiste, ma di solito lo segue a ruota. E dietro ai giornali grillini si è mosso mezzo mondo politico e giornalistico. a partire addirittura dal sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Mantovano, che ha sconfessato Nordio (in questo governo c’è la gara a quali ministri vnegono sconfessati più spesso…).

Nordio, pacifico magistrato veneto e anche pacifico ministro che al momento non sembra affatto intenzionato a realizzare nessuna riforma della giustizia, solo per aver detto una cosa ragionevolissima è indicato come l’uomo che vuole aprire le porte alla mafia. Ora il problema non è quello di sostenere una polemica politica o giudiziaria. E’ normale che le polemiche si accendano. Il problema vero è che in Italia ormai è passata una idea di lotta alla mafia che non ha niente a che fare con la legalità e con il diritto. Gran parte della politica italiana, in particolare (e tra poco vedremo perché) la politica di sinistra, immagina che la lotta alla mafia sia una sfera autonoma della politica che non ha niente a che fare con la legge e che deve essere invece affrontata con mezzi e regole militari che pongano il fine (la sconfitta di Cosa Nostra) al di sopra della legittimità dei mezzi (il codice penale). E questo è un problema molto serio, perché questo modo di pensare mette in discussione i pilastri essenziali della dialettica democratica, e inquina la battaglia politica.

Provo a spiegarmi meglio. Tutti coloro che oggi polemizzano con Nordio per la sua dichiarazione sul concorso esterno, non portano a sostegno della loro tesi argomenti giuridici ma argomenti politici. Dicono che in questo modo si indeboliscono le forze impegnate per battere la mafia. Non sono in nessun modo interessati a discutere del merito delle leggi e della loro costituzionalità o addirittura della loro legalità. Così non si costruisce un conflitto politico, si costruisce un conflitto tout court di netto taglio qualunquista. Non a caso il capostipite di questa cultura è Beppe Grillo.

Entriamo nel merito della questione. Il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non esiste nel nostro codice penale. Non tutti lo sanno ma, curiosamente, è così. Le Procure sostengono (e hanno ottenuto un parziale via libera da parte della Cassazione) che il reato è una combinazione di altri reati, e precisamente del reato previsto dall’articolo 110 del codice penale (il reato di concorso) con il reato previsto dall’articolo 416 bis (associazione mafiosa). Però esiste anche l’articolo 1 del codice penale, che è il più importante visto che è stato messo in testa al codice, il quale dice testualmente così: “ Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da esse stabilite”. Ora una cosa è assolutamente sicura: il reato di concorso esterno in associazione mafiosa non è previsto da nessuna legge e nessun articolo del Codice stabilisce una pena per chi lo commetta.

Voi capite che non è un problema piccolo. Ma forse l’aspetto più drammatico di questa faccenda non sta neanche nel fatto che alcune persone siano state condannate per questo reato, ma invece nella circostanza che, in assenza di una precisa definizione giuridica del reato, i magistrati lo interpretano a propria discrezione e lo usano, di solito (diciamo pure: quasi sempre) solo quando non riescono a trovare a carico della persona che hanno preso di mira una imputazione ragionevole e provabile. Se l’inquisito risulta evidentemente privo di responsabilità su altri reati, gli si addebita il reato fantasma.

Qual è il ragionamento che sta dietro questa pratica (ed il motivo per il quale questa pratica piace parecchio a una bella fetta dell’opinione pubblica)? Il ragionamento è questo: un magistrato che raggiunge la convinzione che una tale persona sia mafiosa, e non riesce però a trovare le prove, ha la via d’uscita di attribuirgli il reato di concorso esterno. Non solo, ma l’imputazione di concorso esterno ha il vantaggio di permettere l’arresto, anche molto prolungato, e quindi di consentire fortissime pressioni offrendo la liberazione in cambio di una buona confessione e di una chiamata di correo. Voi capite che se poi l’indiziato è davvero mafioso, è un bel colpo alla mafia, e se invece non lo è si tratta di un piccolo danno collaterale che la società può controllare.

Questo modo di pensare, assolutamente maggioritario prima della rivoluzione francese, e prima di Montesquieu e di qualche altro filosofo forse un po’ troppo liberal, sta tornando ad essere largamente maggioritario. Qualcuno, alla mia citazione di Montesquieu, mi ha fornito una risposta geniale: “ma a quei tempi, e perdipiù in Francia, non esisteva la mafia”. Sembra una battuta ma non lo è. E’ un pensiero profondo. La battaglia per la sicurezza non deve rispondere ai principi fermi del diritto, deve rispondere alle opportunità del momento. La sicurezza è sopra il diritto e uno stato moderno deve fondarsi sulla sicurezza, non sul diritto.

Detto questo, e prima di tornare sull’irriformabilità di una legge che non esiste, facciamo un breve accenno alla natura e all’origine del reato associativo. Siamo, in Italia, poco dopo la metà dell’800. I piemontesi avevano conquistato il Sud ma alcune brigate di ribelli, armati, si opponevano. I piemontesi lio chiamavano i briganti ma non riuscivano a sconfiggerli. Allora furono varate le famose leggi Pica (che mi pare fosse il nome del ministro dell’Interno) che risalgono al 1863, le quali oltre a stabilire varie misure orribilmente repressive, stabilirono che esisteva il reato di associazione (non riferibile necessariamente al compimento di un reato specifico) che permetteva di rastrellare e punire interi villaggi. Diciamo pure: una infamia imperialista. Poi l’Italia ha finito per unirsi davvero, il brigantaggio è finito, la legge è rimasta.

Bene, su questa legge si è innestata la follia – follia persino grammaticale – del concorso esterno, che stabilisce che tu puoi essere colpito anche se non fai parte di una associazione mafiosa perché io -io Pm – penso che comunque la guardi con simpatia. Ora,cerchiamo di essere chiari: Nordio non può abolire questo reato, perché il reato non esiste. Può fare solo una cosa: istituirlo. E questa credo che sia la più grande minaccia per le associazioni della cosiddetta “antimafia militante”. Perché se il Parlamento istituisse il reato dovrebbe dargli dei confini e cadrebbe la discrezionalità dei Procuratori. I Procuratori e i Pm quello e solo quello vogliono: discrezionalità e potere assoluto. Se il concorso esterno dovesse diventare reato vero e proprio perderebbero tutto.

Può diventare reato vero e proprio? Beh, se mantiene questo nome resta in conflitto permanente con la lingua italiana, che esclude che una persona sia esterna ad una associazione e possa essere condannato perchè considerato interno. Nella formulazione “concorso esterno”, a rigor di logica, c’è già la motivazione dell’assoluzione. Però Nordio potrebbe voler trasformare le due sentenze della Corte Costituzionale (una del 1994 l’altra del 2005) in legge. E istituire il reato di concorso esterno. Specificandolo, “modulandolo” e dandogli dei confini. Rendendolo una legge dello Stato e riportandolo nei confini della legalità. Oggi chi adopera quel reato e condanna delle persone commette un atto illegale. Dicono che il reato sia di formazione “giurisprudenziale”.

Ma i reati non lo decide la giurisprudenza, la giurisprudenza li studia. Nella costruzione democratica basata sulla distinzione dei poteri i reati può deciderli solo il Parlamento. Il potere rappresentativo. Nordio ha l’occasione per rimettere in regola le cose e trarre molti magistrati fuori dell’illegalità. Del resto fu un grande magistrato impegnatissimo nella lotta alla mafia, Pierluigi Vigna, che nel 2002 spiegò che quel reato non poteva restare aleatorio e in mano alla discrezionalità dei Pm e che andava codificato. Ed esiste un testo di legge che istituisce il nuovo reato scritto di suo pugno.

Ps. Perché la sinistra finisce sempre per schierarsi coi nemici dello Stato di diritto? Credo essenzialmente per un vecchio riflesso. La tendenza a ripetere formule e slogan del passato. Negli anni 60 fare antimafia non era un mestiere redditizio come è ora. La stampa e la Tv davvero negavano l’esistenza della mafia e coprivano le relazioni pericolose tra mafia e politica. Il Pci fu quasi l’unico partito che tentava di opporsi. E insieme al Pci, piccoli gruppi di magistrati davvero coraggiosi. Che perlopiù, oltretutto (ma questo non si sa) erano fortemente garantisti. Come Cesare Terranova. Oggi gli eredi del Pi ripetono un po’ a pappagallo formule politiche di allora, senza accorgersi che in questo modo fanno un danno e non un favore alla democrazia.

Ps. 2 Intervenire sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa è un’offesa a Falcone? Come dice la sorella del giudice Falcone e anche il fratello di Borsellino, che però in quegli anni non erano impegnatissimi sul fronte del contrasto alla mafia. Beh, non è così. Falcone utilizzò l’idea del concorso esterno quando era giudice istruttore, cioè col vecchio codice di procedura, che rispondeva a principi del tutto diversi da quelli del nuovo codice.

Oggi le prove non le raccoglie più il giudice istruttore Falcone è stato l’ultimo grande giudice istruttore), le prove si formano al processo. Esiste un libro che si chiama “Interventi e proposte” e che raccoglie tutti gli interventi pubblici di Falcone nel decennio 82-92. Bene, in uno di questi interventi Falcone spiegò che con il nuovo codice il reato di concorso esterno non era più configurabile. Disse di più: mise in discussione la compatibilità tra muovo codice e reato associativo. Bisogna conoscerlo Falcone, non basta gridare il suo nome.

Piero Sansonetti 14 Luglio 2023

Filippo Facci: tutte le menzogne di Travaglio per colpire Carlo Nordio. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 14 luglio 2023

Quelle che seguono sono parole dette, scritte, stampate e ristampate di Giovanni Falcone sul reato di concorso esterno in associazione mafiosa: «La Legge La Torre (416 bis), studiata per perseguire specificamente il fenomeno mafioso e per porre rimedio alla mancanza di prove, dovuta alla limitata collaborazione dei cittadini e alla difficoltà intrinseca nei processi contro mafiosi di ottenere testimonianze, non sembra abbia apportato contributi decisivi nella lotta alla mafia. Anzi, vi è il pericolo che si privilegino discutibili strategie intese a valorizzare ai fini di una condanna, elementi sufficienti solo per aprire un’inchiesta».

Verrebbe da chiuderla qui, con le parole di Falcone nel libro «Cose di Cosa Nostra» (Rizzoli 1991) che è il longseller sulla mafia più venduto della storia: se non fosse che, oggi, ci sono personaggi che dicono giusto il contrario: «Smantellare il concorso esterno in associazione mafiosa come annunciato da Nordio», ha detto Salvatore Borsellino, di professione fratello e testimonial, «vuole dire sconfessare apertamente la legislazione voluta da Falcone e Borsellino». Questa sciocchezza è stata detta a Repubblica, ma, anche sul Fatto Quotidiano, la morale si riaggiornava nell’editoriale di ieri: «Sta alla Meloni decidere se la sua destra è quella di Borsellino o quella di Berlusconi». Ma è storia vecchia: già il 9 marzo 2012, sullo stesso argomento, Il Fatto titolò «Bocciato Falcone» quando il concorso esterno per mafia fu messo in discussione.

Ma Falcone e Borsellino, per così com’è ora, di quel reato non ne fecero mai uso: ciò che nel resto d’Occidente chiamano «favoreggiamento» (magari aggravato) a cavallo degli anni Novanta fu loro sufficiente a imbastire il Maxiprocesso che inchiodò centinaia di mafiosi grazie a prove imperniate su migliaia di testimonianze e su migliaia di riscontri inappuntabili; il 17 luglio 1987 c’era la firma di Falcone in una delle prime sentenze che prefiguravano il concorso esterno in associazione mafiosa, è vero, e nell’ordinanza del cosiddetto «maxi-ter» il giudice si pose effettivamente «il problema dell’ipotizzabilità del delitto di associazione mafiosa anche nei confronti di coloro che non sono uomini d’onore, sulla base delle regole disciplinanti il concorso di persone nel reato» (Tribunale di Palermo, Ufficio Istruzione, 1987, p. 429) ma, nei fatti, Falcone e Borsellino non si sognarono mai di contestare questo reato da solo, senza un corollario di altre e individuate ipotesi.

GIURISPRUDENZA CREATIVA

Poi sappiamo, i due giudici furono ammazzati e in nome di una molto presunta «continuità», rivendicata dai «caselliani» di Palermo dal 1993, una giurisprudenza creativa fece sommare due diverse ipotesi di reato: il «concorso» previsto dall’art.110 e poi l’«associazione mafiosa» prevista dall’art. 416 bis. La magistratura, in pratica, da sola, ritenne di dover colmare una lacuna legislativa, e creò una configurazione generica le cui applicazioni saranno continuamente riplasmate da varie sentenze della Cassazione: questo a dispetto dei supposti «principi molto rigorosi» con cui le Sezioni unite della Suprema Corte cercheranno più volte di disciplinarla.

Ne venne fuori un mostriciattolo giuridico - si perdoni la necessaria parentesi tecnica- che doveva realizzarsi quando una persona pur non inserita in una struttura mafiosa svolga un’attività anche di semplice intermediazione utile a questa struttura; le sezioni unite della Cassazione, il 5 ottobre 1994, dapprima la misero giù così: il concorso doveva riguardare «quei soggetti che, sebbene non facciano parte del sodalizio criminoso, forniscano, sia pure mediante un solo intervento, un contributo all’ente delittuoso tale da consentire all’associazione di mantenersi in vita». Ergo, il concorrente esterno doveva aver manifestato una chiara volontà di partecipare all’associazione nella consapevolezza di concorrere a programmi criminali. Il semplice supporto (agevolazione, fiancheggiamento, compartecipazione in un singolo reato) perciò non poteva e doveva bastare. Poi ci fu l’importante sentenza Mannino del 2005, che fece giurisprudenza, come si dice: si stabiliva che il «partecipe» fosse colui che risultasse inserito organicamente in un’associazione mafiosa, «da intendersi non in senso statico, come mera acquisizione di uno status», ma con un «concreto, specifico, consapevole, volontario contributo».

L’opposizione a questo non-reato è sempre stata politicamente trasversale da destra a sinistra. L’abolizione del concorso esterno fu proposta nel 1996 dal diessino Pietro Folena, il quale, poi, malvoluto da Valter Veltroni, lasciò il partito s nel 2005. Poi l’ex sindaco meneghino Giuliano Pisapia, da presidente della Commissione giustizia della Camera, fece una proposta di legge «volta a superare l’equivocità giuridica sull’ipotesi definita “concorso esterno in associazione mafiosa”... una nuova figura di reato non prevista da alcuna norma di legge e in contrasto con il principio di tassatività della norma, che è uno dei cardini dello Stato di diritto». Una norma aberrante che poteva essere contestata anche a medici che avevano curato ritenute mafiose, a sacerdoti che le avevano confessate, a vittime di estorsioni che avevano pagato.

L’OFFENSIVA ANTI-CAV

Nel settembre 2003 fu Silvio Berlusconi a criticare il concorso esterno in associazione mafiosa: l’Unità titolò subito «Contro di noi, contro Falcone» con l’annessa intervista a vari procuratori palermitani (Grasso, Scarpinato, Lo Forte, Natoli) che dipinsero le affermazioni di Berlusconi come «gravemente offensive» nei confronti di Falcone. Poi l’abolizione di questo non-reato fu riproposta dalle commissioni Pagliaro, Grosso e Nordio: ma niente da fare, il leitmotive che risuonava era sempre che cancellare quel «reato» significava fare il gioco della mafia. Nei fatti, non utilizzare quel tipo di reato poteva rivelarsi una carta più credibile: in occasione dell’inchiesta su Salvatore Cuffaro, per esempio, il pm Antonio Ingroia voleva imputare il 416 bis, e però Pietro Grasso, allora capo della Procura, propose il favoreggiamento come arma vincente. Ebbe ragione lui. Non mancheranno giudici che pulendosi accuratamente gli occhiali si limiteranno ad appurare che «il concorso esterno», come legge, non esiste e non esisteva.

Accadrà per esempio a un gup di Catania (gup sta a giudice dell’udienza preliminare) che si chiama Gaetana Bernabò Distefano e che decise di prosciogliere l’editore Mario Ciancio Sanfilippo, appunto dall’accusa di concorso esterno, mettendo nero su bianco, in una sola e scarna paginetta, che «il fatto non è previsto dalla legge come reato», perché in effetti nel Codice non c’è. Una banalità rivoluzionaria. E si arriva all’oggi: il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha partecipato a un dibattito e ha detto che sarebbe necessario «rimodulare» il concorso esterno, ripetendo lo stesso concetto in un’intervista a Libero. Il giorno dopo, il Fatto Quotidiano lo ha accusato di «voler salvare pure i politici mafiosi», titolone di prima pagina. Direttori di giornale, eminenti giuristi e uomini di legge intanto attendono acquattati che il concorso venga «rimodulato» per poter dire, e scrivere, che era ora. 

Concorso esterno (e interno). La normale eccezionalità dei processi per mafia e l’intromissione giudiziaria nella politica. Iuri Maria Prado su L’Inkiesta il 30 Gennaio 2023.

Se ricevere voti mafiosi diventa un indizio di mafiosità, allora tanto vale che il suffragio universale sia abolito in alcune regioni d’Italia e che il potere politico sia affidato direttamente alle Procure della Repubblica

Provare a capire qualcosa di un processo per concorso esterno in associazione mafiosa significa perdersi in un labirinto di vaghezze e inconsistenze in cui a ogni svolta capisci solo che ci stai capendo sempre meno. Ovviamente lungo il percorso trovi tanti cartelli segnaletici, “mafia”, “mafioso”, “sodalizio”, e la narrativa è solitamente ben sceneggiata: ma il fatto specifico che si attribuisce all’indagato ha profili sempre incerti e generici, e l’aver favorito “esternamente” un’associazione di stampo mafioso ricomprende attività e comportamenti così disparati da far arrestare mezza nazione, se solo ci si incaparbisse a perseguirla.

La cosa non preoccuperebbe poi tanto – si fa per dire – se questo tipo di processi costituisse un episodico segno di impazzimento del sistema, l’occasione pur grave ma statisticamente contenuta di uno sfogo giudiziario inopinato in una situazione di generale sorveglianza che lo tiene per quel che è: un assurdo che purtroppo può capitare. Come si sa, non è così: e non solo per consistenza statistica, ma per convinzione comune e celebrazione diffusa quel procedere della giustizia penale è diventato canone. E ancora una volta la cosa non preoccuperebbe poi tanto – si fa ancora per dire – se la regola di questo tipo di processi coinvolgesse le ordinarie attività delle persone, i commerci e le imprese, e non invece anche, ormai forse soprattutto, il corso civile e politico del Paese.  

Ora noi non diciamo che ci sia qualcosa che non va proprio in tutti i processi che portano alla condanna del politico di turno che avrebbe stretto un “patto” per ottenere consenso elettorale mettendosi a disposizione per una varietà di presunte intercessioni. È certo tuttavia che le imputazioni non devono essere troppo cristalline se – come spesso capita – occorrono lustri, e una lunga teoria di giudizi contrassegnati da decisioni contraddittorie, per accertare i fatti che avrebbero reso evidente la responsabilità dell’indagato. Ed è certo che se ricevere voti mafiosi diventa un indizio di mafiosità, allora tanto vale che il suffragio universale in quelle regioni d’Italia sia abolito e che il potere politico sia affidato direttamente alle Procure della Repubblica in un onestissimo sistema antidemocratico. 

La questione va oltre il caso di questo o quel determinato politico e della sentenza che lo colpisce: la questione riguarda il rischio che l’attività politica e la competizione elettorale siano sottoposte all’intermediazione giudiziaria, cosa che con l’accertamento dei reati ha molto poco a che fare.

Indottrinamento e proselitismo.

Le Vittime.

La Val D’Aosta.

Il Piemonte.

La Lombardia.

Il Veneto.

L’Emilia Romagna.

Il Lazio.

La Campania.

La Puglia.

La Basilicata.

La Calabria.

La Sicilia.

Indottrinamento e proselitismo.

Antonio Giangrande: L'Antimafia a scuola. Indottrinamento e proselitismo.

«Fatti non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza» Dante Alighieri.

Inchiesta del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Tutto è rito, e l'antimafia è liturgia. “Non ci interessa la retorica, la liturgia ripetitiva. Perché 24 anni dopo Capaci e 24 dopo via D’Amelio, il rischio c’è. Come per certa antimafia da operetta”. Così Mimmo Milazzo, segretario della Cisl Sicilia, il 21 maggio 2016 a quasi un quarto di secolo dalle stragi mafiose. Era il 23 maggio del 1992 quando un’esplosione devastante mandò per aria, sulla A29 nei pressi di Palermo, la Fiat Croma in cui viaggiavano il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Quasi un mese dopo a perdere la vita furono, con Paolo Borsellino, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano. Un’ecatombe. Ma il cui anniversario, sostiene Milazzo, “non può essere una mera occasione formale, dentro e fuori dal palazzo. L’ennesimo show”.

Baciamo le mani. Maria Corleone e i ridicoli stereotipi delle fiction sulla mafia. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta il 20 Settembre 2023

Le pecore, ciuri ciuri, la riunione della cupola attorno al tavolo di mogano deluxe, il passato remoto in ogni domanda e l’accento che ormai usano solo i venditori ambulanti di granite. Ci sono tutti i falsi luoghi comuni sulla Sicilia e i mafiosi nel nuovo sceneggiato di Canale 5

L’avranno pensata così.

«Facciamo una fiction sulla mafia, tipo Rosy Abate, ma con un’altra protagonista».

«Mafia, onore, Sicilia, donne: funziona sempre».

«E come la chiamiamo?»

«Il nome più comune? Maria».

«Perfetto. E il cognome … un nome che evochi subito Cosa nostra … Reina? No. Bontade, chi se lo ricorda. Ah… Corleone».

«Ecco, Maria Corleone!».

“Maria Corleone” è il titolo della nuova fiction in programmazione in prima serata su Canale 5. Ed è anche il nome della protagonista.Magari è un omaggio al Padrino, dato che il film capolavoro di Francis Ford Coppola compie quest’anno mezzo secolo. Fece conoscere al mondo la mafia e la famiglia Corleone, con un successo così enorme che ancora oggi alcuni stereotipi sono rimasti duri da sconfiggere perché tutto il globo terracqueo dal 1973 è convinto che la mafia siciliana sia esattamente quella cosa lì: l’onore, il rispetto, il tradimento, la famigghia, i cannoli, le ammazzatine. 

A guardare “Maria Corleone”, sembra di stare dalle parti proprio della parodia (forse è davvero così: la famiglia dei “cattivi” si chiama Barresi, quasi come il Barrese rivale di Don Vito nel film di Coppola). Ma intanto è passato mezzo secolo dal Padrino, sono passati quaranta anni dalla Piovra, e dal Commissario Cattani che svelava la mafia al pubblico televisivo, ma la Sicilia e Palermo rimangono sempre uguali, in un certo tipo di racconto. 

Nel mezzo – dalla Piovra a oggi – in Italia e in Sicilia sono accadute cose: ci sono stati attentati, presunte trattative, mafie capitali e quinte mafie, gomorre e suburre, sequestri e confische, carcere duro e papelli, colletti bianchi e latitanti arrestati. Non c’è più un mafioso in giro a pagarlo oro. 

E certo, sono tutti dentro la grande fiction italiana, a parlare un siciliano con l’accento che ormai usano solo certi attori e i venditori ambulanti di granite, con i verbi alla fine («Meno male che tu muto eri..») e il passato remoto in ogni domanda. 

Già la scena iniziale con le pecore a pascolo e un “Ciuri ciuri” rivisitato, dice tutto. Ma meritano menzione il killer con gli stivali da gringo del New Mexico, la riunione della cupola attorno al tavolo di mogano deluxe, con i boss che brindano «all’interporto e agli americani».

E che dire del padre della protagonista, il Don Vito Corleone della situazione, per intenderci, che di fronte alla figlia che gli confessa di aspettare un figlio (da un magistrato, ahi!), le fa una sola, saggia richiesta: «Il mio primo nipote ava a essere un masculo!». E poi c’è anche un figlio ribelle del capomafia che fa capolino, ed è un militante antimafia (si, è quello che ha capito tutto, il genio della famiglia).

Si aggiornano solamente le trame, cambiano i mestieri (il riscatto della giovane siciliana di famiglia mafiosa passa adesso dal mondo della moda), qualche location. In questo caso la sinossi recita: Maria Corleone è una giovane stilista cresciuta in una famiglia mafiosa che, per realizzare il suo sogno, si è trasferita da Palermo a Milano. Una volta rientrata nella sua città natale, per festeggiare l’anniversario di matrimonio dei suoi genitori, Maria rimane coinvolta in un attentato mafioso, durante il quale viene ucciso il fratello gemello Giovanni. Dopo l’attentato, per difendere l’onore della sua famiglia, inizia a collaborare con i boss della mafia, mettendo in pericolo la vita di suo figlio e del suo compagno, il procuratore Luca Spada.

Ah, i funerali del fratello. Si scava una fossa in un prato verde che neanche nelle canzoni di Gianni Morandi, per seppellire il de cuius. In Sicilia, sembra strano lo so, ma abbiamo i cimiteri, con i loculi, tutti belli giusti, in fila, e certe cappelle che sembrano chiese e pure i forni crematori, alla bisogna, ma negli sceneggiati in tv chi muore, finisce sempre nella fossa. Ma, attenzione, qui, sulla cassa, si getta con la mano un pugno di terra. Come nella tradizione del funerale aristocratico, il rito del funerale more nobilium che pure Wikipedia, già alla prima riga, spiega che «è una forma di cerimoniale funebre riservato ai defunti appartenenti a famiglia nobile, e prevalentemente italiano, fatta eccezione per la Sicilia ove non è usato».

Chissà cosa ne pensano a Corleone, nel senso della città. Quando, un anno fa, era stato annunciato il progetto, il titolo provvisorio era Lady Corleone. Il Nicolosi, aveva subito mandato una diffida alla produzione: «Il collegamento inevitabile con la buia pagina di storia corleonese ha suscitato nella comunità un sentimento di indignazione – aveva scritto – perché nuovamente immersa nella condizione di doversi difendere da immagini poco rappresentative della realtà odierna, ma che evocano un tempo ormai remoto. Da molti anni infatti la città è impegnata in una costante attività antimafia».Il sindaco ha ottenuto solo il cambio di una parola del titolo su due. Da Lady Corleone, a Maria Corleone. 

Piccole dispute a parte, Maria Corleone è stata un discreto successo. La prima puntata è stata vista da due milioni e settecentomila persone, dice l’Auditel, ed è stato il programma più seguito, battendo anche lo speciale su Lucio Battisti. 

Negli stessi giorni in cui debuttava la nuova fiction mafia style di Canale 5, in Sicilia scoppiava la nuova appassionante polemica: nei negozietti di souvenir dei traghetti che fanno la spola sullo Stretto di Messina, infatti, si scopre che sono in vendita le magliette del tizio con la coppola, le calamite «minchia, in Sicilia fui», o quelle con il padrino. Dalla Giunta del presidente della Regione, Schifani,  non hanno perso tempo e hanno chiesto alla compagnia di navigazione di rimuovere le vetrine con quei souvenir: «Questi gadget – dice l’assessore alle attività produttive Edy Tamajo – riportano immagini e scritte che risultano lesive della dignità dei siciliani onesti. Non si può accettare l’idea di rappresentare in questo modo una parodia grottesca e di basso profilo, per attrarre i turisti, consegnando loro un’immagine fortemente negativa della nostra Isola, che allude palesemente alla violenza e alla mafiosità. Dopo stragi, vittime e impegno, per isolare la cultura mafiosa, è triste constatare che i  suoi simboli possano diventare protagonisti, sia pure ironicamente, dei vari souvenir che si offrono ai turisti».

I ninnoli sono stati dunque rimossi e messi in magazzino. La vetrinetta si è liberata. Così adesso magari c’è posto per mettere i gadget di Maria Corleone. 

Storie di anarchici montanari e della loro resistenza. Nel libro “Mio nonno Rocco”, l’anarchico di Casalinuovo Rocco Palamara racconta l’epopea della sua gente. Tutto inizia sulle cime dell’Aspromonte e con un’alluvione... Ilario Ammendolia su L'Unità il 19 Settembre 2023 

Rocco Palamara è un anarchico non più giovane ma mai domato. E ci fu un tempo in cui gli anarchici di Casalinuovo-Africo scrissero pagine di autentica Resistenza battendosi come leoni per la Libertà. Non è stato facile. “Stato” e mafia contro gli anarchici. Rocco fu costretto a combattere per la sua vita e la libertà di azione e si difese… anche con la pistola. Il magistrati (e non era una novità) arrestarono Rocco perché ebbe l’ardire di restare vivo, sebbene ferito, difendendosi dai mafiosi con le armi in pugno.

Oggi, Rocco torna a farsi sentire con un bellissimo libro che parla poco di lui (eppur avrebbe avuto tante cose da dire) ma molto del luogo dove tutto ebbe inizio: le cime dell’Aspromonte. Parte dall’alluvione del 1951 quando si aprirono le cateratte del cielo e l’acqua cadde a catenelle sui monti e sulle case; i torrenti diventarono fiumi, i calanchi cascate di fango. Fu il diluvio che determinò la fine d’uno “ordine delle cose” millenario di Casalinuovo come Africo. Due diverse comunità ma un solo Comune, entrambe fondate da briganti. Si sotterrarono i morti, si curarono i feriti ma restarono e si aggravarono i mali endemici che affiggevano da secoli i casalinoviti: la fame, le malattie, la mortalità infantile, l’analfabetismo.

Eppure, dopo l’alluvione, qualcuno tentò ancora di aggrapparsi alle vecchie pietre, ma lo Stato aveva già stabilito (incontrando la volontà della maggioranza dei casalinoviti) che era tempo di portare in marina i paesi della Granconca (Aspromonte). Iniziò l’esodo. Nel suo libro Mio nonno Rocco, il vecchio anarchico di Casalinuovo parte dall’alluvione per risalire alle generazioni che lo hanno preceduto. Parla con passione e partecipazione ai fatti della sua comunità, la sua penna intinta nel fuoco d’un dramma collettivo, scioglie quei fatti ormai lontani e scolpisce un bassorilievo in cui racconta la piccola, grande epopea della sua gente.

Scompone la comunità in famiglie, cerca di raggrupparle secondo la loro storia affiancando ai cognomi le ingiurie con cui venivano indicate le varie “razze”. Avete capito bene: a Casalinuovo le persone venivano classificati secondo la “razza” di appartenenza associando il cognome all’ingiuria con cui erano noti in paese. La razza, anche ad “Africo nuovo”, serve a stabilire la gerarchia e i malandrini, per legittimare il loro potere, non esitavano ad appellarsi ai loro antenati “drittigni” e mafiosi: “Eu sugnu di tali famigghia… e idu cu cazz’è?”: “Io appartengo ad una famiglia onorata (mafiosa)… e tu chi cazzo sei?”. Rocco viaggia nel passato del suo paese ed il viaggio è così lucido da diventare fotografia di una società con le sue guerre intestine, l’immensa povertà che diventava lotta costante contro la natura ingrata e una storia avversa. Quindi descrive le consuetudini, le faide, il senso dell’onore e i grandi sacrifici per la sopravvivenza.

Centomila fotografie e non c’è una sola da scartare perché nel libro non ci sono pagine inutili o banali. Alcune appartengono alla storia della Calabria come l’eroica resistenza opposta dagli africoti e dai casalnoviti ai francesi. Ancora di più quelle sulle origini della ‘ndrangheta a cui il nonno dell’autore non è stato estraneo. L’onorata società nasce come risposta ad uno Stato ingiusto e nemico. Uno Stato che, a volte, diventa esso stesso mafia; per esempio, durante il fascismo, il governo impone una tassa sulle capre che equivale a cento “mazzette” imposte dalla ndrangheta. Tasse così esose da costringere i pastori a svendere le bestie. Rocco nel suo libro descrive come la mafia diventa anche essa potere e tirannide e come non possa questa essere una valida alternativa ad uno Stato ingiusto.

Non fa sconti alla ndrangheta Rocco Palamara, straccia l’aureola di onore e rispetto che circonda molti ndranghetisti e individua dietro una sottile cortina fumogena, la violenza, la prepotenza, l’avidità, la crudeltà, le bugie dei mafiosi. Un capitolo a sé meriterebbe l’assalto popolare alla caserma dei carabinieri del 1945. Agli occhi degli abitanti della Granconca la caserma non è mai stata presidio di giustizia. E non lo era. Le prepotenze dei militari causarono l’assalto condotto dalle donne e dagli uomini del paese guidati da Santoro Maviglia, un ex ergastolano che si converte all’anarchia e poi al comunismo nel carcere.

I carabinieri furono costretti alla resa. Umiliati. La vicenda stranamente non si conclude con la classica repressione, ma con un banchetto a base di carne di capra a spese dei cittadini e con le autorità dello Stato ospiti di onore. La mediazione tra il popolo dei rivoltosi e lo Stato era stata condotta dalla mafia. È ciò peserà sugli equilibri futuri. Come abbiamo detto, il libro di Rocco Palamara parte dalla montagna e scende dapprima nelle due Bova, dove gli alluvionati vengono sistemati in scomodi accampamenti e poi, finalmente, ad Africo nuovo. Un viaggio durato più di un undici anni. Non è possibile in una recensione seguire passo passo tutte le vicende dell’esodo dei casalnoviti, anche se il viaggio è affascinante e mai banale.

Alla fine giunsero tutti al traguardo, ma il viaggio non riesce a cambiarli anche se ci fu un momento in cui da una parte la scuola e dall’altra l’emigrazione in Germania sembrava avesse la meglio sulle antiche tradizioni e sulla stessa mafia. Il padri vogliono i figli “dottore” e le scuole superiori si riempiono di casalnoviti e africoti. I “germanesi” (emigrati in Germania) guadagnano più con il loro onesto lavoro che un capo ndrangheta con le sue malefatte. È un momento di massima crisi dell’onorata società che tuttavia riesce a riprendersi trasformandosi da arcaica in imprenditoriale, stabilendo solidi rapporti con una parte dello Stato. I casalnoviti erano comunisti convinti, (contrariamente agli africoti guidati da uno strano sacerdote: don Giovanni Stilo) e il simbolo della falce e martello univa la comunità o meglio, era la scelta di una comunità che aveva compreso che per arrivare al traguardo dovevano arrivare uniti sulla antiche regole anche se vecchie di secoli. Cedere, seppur alla modernità, significava smembrarsi e naufragare in un mare ignoto.

Le conclusioni facciamole trarre all’autore : Arrivammo “… alla fine dell’avventura, potendo dire di averla avuta vinta su ogni cosa: sul governo che avrebbe voluto rispedirci in montagna; sull’alluvione della quale ci eravamo serviti per liberarci dalla durezza della vecchia vita; sul grande incendio che accelerò la costruzione delle case; sul sovraffollamento e l’emigrazione che avrebbero disarticolato e disgregato altre comunità ed altre famiglie. Avevamo resistito a tutto e, malgrado la ndrangheta, o forse anche grazie ad essa, mantenuta integra la comunità”. Conclude: “…nulla era cambiato nei nostri usi e mentalità. Come se quei due lustri non fossero mai trascorsi. Rimanevamo i montanari di prima con gli stessi pregi e difetti forgiati in secoli di vita vissuta nella nostra vecchia Casalinuovo. Particolari ed antichi” Non resta che leggerlo questo bel libro di Rocco Palamara che dice più cose di venti libri scritti da antimafiosi di professione.

Ilario Ammendolia 19 Settembre 2023

Meritare l'Europa: le voci degli studenti sui temi d'attualità. Siamo figli della nostra storia, degli uomini e delle donne che hanno combattuto e combattono la mafia. La storia della mafia è quella di un attacco al cuore dello Stato. Ma è ancora più potente e struggente la storia di chi ha combattuto e di chi combatte tutt’oggi contro la mafia. Martino Bertocci - studente di Meritare l'Europa su Il Riformista il 19 Settembre 2023 

Una parte del paese fa fatica ad accettare che si parli di identità nazionale. È un tema percepito come di destra e divisivo, quando invece rappresenta ciò che tiene unita la nazione. Definire chi siamo noi italiani è un’operazione complessa: l’identità collettiva, studiata da antropologi e sociologi, si basa su un patrimonio di modelli culturali comuni, ma non si può certo considerare stabile nel tempo e ben definita, bensì soggetta a continui mutamenti e contaminazioni.

Al di là della definizione, credo che ogni cittadino in ogni paese si senta unito all’altro anche per la storia del paese stesso: la nostra identità è fatta dalle storie delle persone che hanno fatto la storia.

Lo spunto per affermare questo nasce dalla scuola di formazione Meritare l’Europa svoltasi a Palermo, quando abbiamo parlato di legalità e mafia. Abbiamo riflettuto e messo in moto idee e pensieri. La storia della mafia è quella di un attacco al cuore dello Stato. Ma è ancora più potente e struggente la storia di chi ha combattuto e di chi combatte tutt’oggi contro la mafia.

Alla scuola abbiamo ricordato coloro i quali sono morti per un’idea, per la nazione, uccisi a pochi passi da dove eravamo, per mano mafiosa. Pensiamo a Falcone, a Borsellino, alle loro scorte, a Piersanti Mattarella, al Generale Dalla Chiesa, a Peppino Impastato e ai molti altri. Sono tutti parte di noi, della nostra identità come cittadini di questa nazione. Noi siamo figli di queste storie, di questi uomini e donne.

Oltre al tema della lotta alla mafia, abbiamo poi fatto una riflessione altrettanto profonda ed emozionante sull’immigrazione, pensando a quel ragazzo giovanissimo che è morto annegato arrivando in Italia e il cui corpo è stato ritrovato con la pagella cucita nella sua giacca. Anche recuperare i corpi annegati fa parte della nostra identità, con anni di civiltà alle spalle, fin dai tempi dei greci, che consideravano di primaria e sacrale importanza dare sepoltura ai morti.

Ce lo insegna Antigone, ma anche Priamo che va a reclamare da Achille il corpo di Ettore. Al di là del mito, pensando a queste cose un brivido corre ancora ora tra le braccia e la schiena. Sono queste storie che rafforzano il senso di comunità e danno senso a quell’insieme. Perché parlano di noi, di chi siamo, cosa siamo stati e di dove andiamo: sono noi stessi. Martino Bertocci - studente di Meritare l'Europa

Liberi di scegliere, un futuro diverso per madri e figli che dicono no alla mafia. Francesca Barra su L'espresso il 24 agosto 2023

Le donne sono centrali nelle organizzazioni criminali. Quelle che decidono di allontanarsene spesso non sanno a chi rivolgersi. Perciò esiste un protocollo per proteggerle e sostenerle, senza necessità che collaborino. La testimonianza della magistrata Alessandra Cerreti

La mafia non è stata sconfitta. Le donne continuano a rivestire ruoli centrali nelle organizzazioni criminali e chi decide di non farne parte o di voler abbandonare la famiglia mafiosa, di smettere di essere schiava, di essere minacciata e obbligata a far rispettare i codici malavitosi e spesso a compiere reati a sua volta, non sempre sa a chi rivolgersi.

Alessandra Cerreti, sostituto procuratore della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, è una donna impegnata in prima linea da anni anche con il protocollo “Liberi di scegliere”, un progetto che assicura alle donne e ai minori abusati una concreta e diversa scelta di vita.

«Funziona: il protocollo è operativo dal 2013 e sinora al Sud si sono verificati più di ottanta casi in cui è stato adottato con esiti prevalentemente positivi. È meno noto al Nord, anche se a Milano lo abbiamo già applicato a una donna coniugata con un appartenente a Cosa Nostra siciliana. Se ne parla poco, perché, in generale, si parla meno di mafia, soprattutto al Nord. Il binomio donne e mafia è considerato un sub-tema. Tuttavia, queste ultime non sono sparite: anche nel Milanese, le nostre indagini rilevano vari ruoli delle donne che possono anche essere apicali».

Sono spietate, vendicatrici, vengono reclutate da altri settori criminali, diventano prestanomi e, una volta accertata la loro fedeltà, ambiscono a ottenere un upgrade: diventare un capo mafia. Al Nord le associazioni mafiose operano con modalità a volte differenti: la cellula mafiosa può essere composta da non appartenenti alla famiglia naturale, cosa più insolita nel meridione d’Italia. Hanno più bisogno di trovare soggetti esterni e li individuano in donne dedite al narcotraffico, all’estorsione, alla raccolta dei soldi, con un ruolo di controllo e di disciplina degli adepti. Vengono informalmente affiliate senza bisogno di rituali, con un’investitura di fatto».

Molte donne che hanno deciso di pentirsi o di diventare testimoni di giustizia lo fanno per proteggere i propri figli da un destino già scritto, ma i figli vengono anche utilizzati come ricatto da parte della famiglia per impedire alle madri di allontanarsi, di testimoniare. È l’aspetto più debole, ma al contempo può diventare una forza «perché genera quel desiderio di staccarsi per dare loro un futuro di libertà. Proprio a questo mira il protocollo: un passo in avanti rispetto all’ordinaria protezione dello Stato prevista per collaboratrici e testimoni di giustizia. Aiuta una donna ad andare via anche senza dover dichiarare nulla. Questa è la differenza eccezionale: la proteggeremo anche se non sa nulla o se non vuole parlare. La donna e il minore verranno protetti in una struttura, che li accoglierà con il prezioso supporto di “Libera contro le mafie”, con i medici, gli psicologi, gli insegnanti».

I minori spesso sono in pericolo: subiscono un indottrinamento sui valori mafiosi, vengono utilizzati per recapitare ambasciate al papà latitante e ricevono una contro-educazione senza conoscere un’alternativa. I rapporti tra la famiglia d’origine e il minore saranno ugualmente garantiti, ma protetti, come con i genitori che abusano o maltrattano e, a diciotto anni, una volta acquisiti strumenti culturali adeguati e non più crescendo in una bolla, potranno scegliere con libertà e maggiore consapevolezza. Liberi di scegliere diversamente.

Scuola ed antimafia, scrive Franca De Mauro. Franca De Mauro è figlia di Mauro De Mauro e nipote di Tullio De Mauro, Linguista e Ministro della Pubblica Istruzione. C’è un equivoco che ricorre frequentemente sia all'interno della scuola, e questo è grave, sia all'esterno: cioè che noi insegnanti si faccia educazione alla legalità soltanto quando, per un motivo contingente, affrontiamo un tema, per così dire, monografíco: la storia della mafia, mafia e latifondismo in Sicilia, la vita di Peppino Impastato, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, di Placido Rizzotto, di Pio La Torre... ahimè, l'elenco potrebbe essere anche più lungo. Ma noi insegnanti, questo è il mio parere, facciamo educazione alla legalità quando facciamo nostre le dieci tesi di educazione linguistica, quando, cioè, insegniamo ai nostri alunni a muoversi da protagonista all'interno dell'universo della comunicazione. Quando insegniamo ad ascoltare e comprendere, a leggere e comprendere, a parlare e scrivere con chiarezza nelle diverse situazioni comunicative e con scopi diversi. Solo allora saranno in grado di scegliere. Perché se ci limitiamo a proporre argomenti antimafia, e non diamo loro il possesso della lingua, noi conosceremo diecimila vocaboli e saremo liberi, loro ne conosceranno sempre mille e saranno schiavi. Saremo sempre noi a scegliere per loro. Sceglieremo, giustamente, un impegno per la legalità, ma saremo noi a scegliere, non loro. E, uscendo dalla scuola, i ragazzi, così come dimenticano immediatamente date, fatti, personaggi, letture, dimenticheranno quanto diciamo sulla legalità. E dovremo registrare di non aver neanche scalfito il consenso sociale verso la mafia, di non avere intaccato la cultura mafiosa. Ma se daremo agli alunni gli strumenti linguistici per capire un articolo di giornale, il discorso di un politico, un volantino sindacale, il telegiornale, la Costituzione, forse il loro impegno per la legalità sarà più concreto e duraturo. La cultura facilita scelte etiche, non le rende immediate, me ne rendo conto: certo 'don Rodrigo aveva più cultura di Renzo, Andreotti più di un operaio che vendeva il suo voto per un pacco di pasta... però se Renzo, se quell'operaio avessero avuto gli strumenti per difendersi da angherie, raggiri, soprusi, per lottare contro l'illegalità... per loro le cose sarebbero andate meglio. In un'epoca in cui le grandi ideologie, l'aggregazione politica non esistono quasi più, in cui la Tv spazzatura è il modello di riferimento culturale per moltissimi, dare agli alunni gli strumenti per comprendere, per smascherare promesse messianiche, ideali di ricchezza facile e veloce, questo diventa la vera scommessa della scuola per la legalità.

Istruzione o Indottrinamento? Scrive David Icke. L‘istruzione esiste allo scopo di programmare, indottrinare e inculcare un convincimento collettivo, in una realtà che ben si addica alla struttura del potere. Si tratta di subordinazione, di mentalità del…non posso, e del non puoi, perché è questo ciò che il sistema vuole che ciascuno esprima nel corso nel proprio viaggio verso la tomba. Ciò che noi chiamiamo istruzione non apre la mente: la soffoca. Così come disse Albert Einstein, “l’unica cosa che interferisce con il mio apprendimento, è la mia istruzione.” Egli disse anche che “l’istruzione è ciò che rimane dopo che si è dimenticato tutto quanto si è imparato a scuola”. Perché i genitori sono orgogliosi nel vedere che i loro figli ricevono degli attestati di profitto per aver detto al sistema esattamente quanto esso vuole sentirsi dire? Non sto dicendo che le persone non debbano perseguire la conoscenza ma – se qui stiamo parlando di libertà – noi dovremmo poterlo fare alle nostre condizioni, non a quelle del sistema. C’è anche da riflettere sul fatto che i politici, i funzionari del governo e ancora giornalisti, scienziati, dottori, avvocati, giudici, capitani di industria e altri che amministrano o servono il sistema, invariabilmente sono passati attraverso la stessa macchina creatrice di menti (per l’indottrinamento), cioè l’università. Triste a dirsi. Molto spesso si crede che l’intelligenza e il passare degli esami siano la stessa cosa.

Giuseppe Costanza ha deciso di parlare perché a suo parere troppi lo fanno a sproposito. C' è un uomo che più di altri avrebbe titolo a dire qualcosa sull'apparizione di Riina junior in Rai e sulla lotta alla mafia in generale. È Giuseppe Costanza, l'autista di Giovanni Falcone negli ultimi otto anni di vita del magistrato, dal 1984 fino al 23 maggio 1992. Costanza era a Capaci, scrive Alessandro Milan per “Libero Quotidiano” il 18 aprile 2016. Di più, Costanza era a bordo della macchina guidata da Falcone e saltata in aria sul tritolo azionato da Giovanni Brusca. Eppure in pochi lo sanno. Perché per quei paradossi tutti italiani, e siciliani in particolare, da quel giorno Costanza è stato emarginato. Non è invitato alle commemorazioni, pochi lo ricordano tra le vittime. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, di essere suo ospite a cena in Sicilia e ho ricavato la sensazione di trovarmi di fronte a qualcuno che è stato più del semplice autista di Giovanni Falcone: forse un confidente, un custode di ricordi e, chissà, uno scrigno di segreti. Che però Costanza dispensa col contagocce: «Perché un conto è ciò che penso, un altro è ciò che posso provare». Un particolare mi colpisce del suo rapporto con Falcone: «Il dottore - Costanza lo chiama così - aveva diritto a essere accompagnato in macchina, oltre che da me, dal capo scorta. Ma pretendeva che ci fossi solo io».

Perché non si fidava di nessun altro?

«Quale altro motivo ci sarebbe?».

Cominciamo da Riina a "Porta a Porta"?

«Mi sono rifiutato di vederlo. Solo a sapere che questo soggetto era stato invitato da Bruno Vespa mi ha dato il voltastomaco. Vespa qualche anno fa ha invitato pure me, mi ha messo nel pubblico e non mi ha rivolto una sola domanda. Ora parla con il figlio di colui che ha cercato di uccidermi. I vertici della Rai dormono?».

Cosa proponi?

«Lo Stato dovrebbe requisire i beni che provengono dalla vendita del libro di Riina. Questo si arricchisce sulla mia pelle».

Lo ha proposto la presidente Rai Monica Maggioni.

«Meno male. Ma tanto non succederà nulla. D'altronde sono passati 24 anni da Capaci senza passi avanti».

Su che fronte?

«Hanno arrestato la manovalanza di quella strage. Ma i mandanti? Io un'idea ce l'ho».

Avanti.

«Presumo che l'attentato sia dovuto al nuovo incarico che Falcone stava per ottenere, quello di Procuratore nazionale antimafia».

Ne sei convinto?

«Una settimana prima di Capaci il dottore mi disse: "È fatta. Sarò il procuratore nazionale antimafia"».

Questa è una notizia.

«Ma non se ne parla».

Vai avanti.

«Se lui avesse avuto quell'incarico ci sarebbe stata una rivoluzione. Sempre Falcone mi disse che all' Antimafia avrebbe avuto il potere, in caso di conflitti tra Procure, di avocare a sé i fascicoli. Chiediti quali poteri ha avuto il Procuratore antimafia in questi anni. E pensa quali sarebbero stati se invece fosse stato Falcone».

Chi non lo voleva all'Antimafia?

«Forse politici o faccendieri. Gente collusa. Ma queste piste non le sento nominare».

Torniamo ai mandanti.

«L'attentato a Palermo è un depistaggio, per dire che è stata la mafia palermitana. Sì, la manovalanza è quella. Ma gli ordini da dove venivano? Ti racconto un altro particolare. Io personalmente, su richiesta di Falcone, gli avevo preparato una Fiat Uno da portare a Roma. E lui nella capitale si muoveva liberamente, senza scorta. Se volevano colpirlo potevano farlo lì, senza tutta la sceneggiata di Capaci. Ricorda l'Addaura».

21 giugno 1989, il fallito attentato all'Addaura. Viene trovato dell'esplosivo vicino alla villa affittata da Falcone.

«Io c'ero».

All'Addaura?

«Sì, ero lì quando è intervenuto l'artificiere, un carabiniere. Eravamo io e lui. Lui ha fatto brillare il lucchetto della cassetta contenente l'esplosivo con una destrezza eccezionale. Poi ha dichiarato in tribunale che il timer è andato distrutto. Ha mentito. Io ho testimoniato la verità a Caltanissetta e lui è stato condannato».

Invece come è andata?

«L'esplosivo era intatto. Lo avrà consegnato a qualcuno, non chiedermi a chi. Evidentemente lo ha fatto dietro chissà quali pressioni».

Falcone aveva sospetti dopo l'Addaura?

«Parlò di menti raffinatissime. Io posso avere idee, ma non mi va di fare nomi senza prove. Attenzione, io non generalizzo quando parlo dello Stato. Ma ci sono uomini che si annidano nello Stato e fanno i mafiosi, quelli bisogna individuarli».

23 maggio 1992: eri a Capaci.

«Ma questo agli italiani, incredibilmente, non viene detto. Quella mattina Falcone mi chiamò a casa, alle 7, comunicandomi l'orario di arrivo. Io allertai la scorta. Solo io e la scorta in teoria sapevamo del suo arrivo».

Cosa ricordi?

«Falcone, sceso dall'aereo, mi chiese di guidare, era davanti con la moglie mentre io ero dietro. All'altezza di Capaci gli dissi che una volta arrivati mi doveva lasciare le chiavi della macchina. Lui istintivamente le sfilò dal cruscotto, facendoci rallentare. Lo richiamai: "Dottore, che fa, così ci andiamo ad ammazzare". Lui rispose: "Scusi, scusi" e reinserì le chiavi. In quel momento, l'esplosione. Non ricordo altro».

Perché la gente non sa che eri su quella macchina?

«Mi hanno emarginato».

Chi?

«Le istituzioni. Ti sembra giusto che la Fondazione Falcone non mi abbia considerato per tanti anni?».

La Fondazione Falcone significa Maria Falcone, la sorella di Giovanni.

«Io non la conoscevo».

In che senso?

«Negli ultimi otto anni di vita di Giovanni Falcone sono stato la sua ombra. Ebbene, non ho mai accompagnato il dottore una sola volta a casa della sorella. Andavamo spesso a casa della moglie, a trovare il fratello di Francesca, Alfredo. Ma mai dalla sorella».

Poi?

«Lei è spuntata dopo Capaci. Ha creato la Fondazione Falcone e fin dal primo anno, alle commemorazioni, non mi ha invitato».

Ma come, tu che eri l'unico sopravvissuto, non eri alle celebrazioni del 23 maggio 1993?

«Non avevo l'invito, mi sono presentato lo stesso. Mi hanno allontanato».

È incredibile.

«Per anni non hanno nemmeno fatto il mio nome. Poi due anni fa ricevo una telefonata. "Buongiorno, sono Maria Falcone". Mi ha chiesto di incontrarla e mi ha detto: "Io pensavo che ognuno di noi avesse preso la propria strada". Ma vedi un po' che razza di risposta».

E le hai chiesto perché non eri mai stato invitato prima?

«Come no. E lei: "Era un periodo un po' così. È il passato". Ventitré anni e non mi ha mai cercato. Poi quando ho iniziato a denunciare il tutto pubblicamente mi invita, guarda caso. Comunque, due anni fa vado alle celebrazioni, arrivo nell'aula bunker e scopro che manca solo la sedia con il mio nome. Mi rimediano una seggiola posticcia. Mi aspettavo che Maria Falcone dicesse anche solo: "È presente con noi Giuseppe Costanza". Niente, ancora una volta: come se non esistessi».

L' emarginazione c'è sempre stata?

«Un anno dopo la strage di Capaci sono rientrato in servizio alla Procura di Palermo ma non sapevano che cavolo farsene di un sopravvissuto. Così mi hanno retrocesso a commesso, poi dopo le mie proteste mi hanno ridato il quarto livello, ma ero nullafacente».

Per l'ennesima volta: perché?

«Ho avuto la sfortuna di sopravvivere».

Come sfortuna?

«Credimi, era meglio morire. Avrei fatto parte delle vittime che vengono giustamente ricordate ma che purtroppo non possono parlare. Io invece posso farlo e sono scomodo. Diciamola tutta, questi presunti "amici di Falcone" dove cavolo erano allora? Ma chi li conosce? Io so chi erano i suoi amici».

Chi erano?

«Lo staff del pool antimafia. Per il resto attorno a lui c'era una marea di colleghi invidiosi. Attorno a lui era tutto un sibilìo».

Tu vai nelle scuole e parli ai ragazzi: cosa racconti di Falcone?

«Che era un motore trainante. Ti racconto un episodio: lui viveva in ufficio, più che altro, e quando il personale aveva finito il turno girava con il carrellino per prelevare i fascicoli e studiarli. Questo era Falcone».

È vero che amava scherzare?

«A volte raccontava barzellette, scendeva al nostro livello, come dico io. Però sapeva anche mantenere le distanze».

Tu hai servito lo Stato o Giovanni Falcone?

«Bella domanda. Io mi sentivo di servire lo Stato, che però si è dimenticato di me. E allora io mi dimentico dello Stato. L'ho fatto per quell' uomo, dico oggi. Perché lo meritava. È una persona alla quale è stato giusto dare tutto, perché lui ha dato tutto. Non a me, alla collettività».

Il presidente Mattarella non ti dà speranza?

«Io spero che il presidente della Repubblica mi conceda di incontrarlo. Quando i miei nipoti mi dicono: "Nonno, stanno parlando della strage di Capaci, ma perché non ti nominano?", per me è una mortificazione. Io chiederei al presidente della Repubblica: "Cosa devo rispondere ai miei nipoti?"».

Questo silenzio attorno a te è un atteggiamento molto siciliano?

«Ritengo di sì. Fuori dalla Sicilia la mentalità è diversa. Devo dire anche una cosa sul presidente del Senato, Piero Grasso».

Prego.

«Di recente, a Ballarò, presentando un magistrato, un certo Sabella, come colui che ha emanato il mandato di cattura per Totò Riina, mi indicava come "l'autista di Falcone".

Ma come si permette questo tizio? Io sono Giuseppe Costanza, medaglia d'oro al valor civile con un contributo di sangue versato per lo Stato e questo mi emargina così? "L'autista" mi ha chiamato. Cosa gli costava nominarmi?».

Costanza, credi nell' Antimafia?

«Non più. Inizialmente dopo le stragi c'è stata una reazione popolare sincera, vera. Poi sono subentrati troppi interessi economici, è tutto un parlare e basta. Noi sopravvissuti siamo pochi: penso a me, a Giovanni Paparcuri, autista scampato all' attentato a Rocco Chinnici, penso ad Antonino Vullo, unico superstite della scorta di Paolo Borsellino. Nessuno parla di noi».

Il 23 maggio che fai?

«Mi chiudo in casa e non voglio saperne niente. Vedo personaggi che non c'entrano nulla e parlano, mentre io che ero a Capaci non vengo nemmeno considerato. Questa è la vergogna dell'Italia».

Non li voglio vedere, scrive Salvo Vitale il 22 maggio 2016. Stanno preparando il vestito buono per la festa. Passeranno la notte a lustrarsi le piume. E domani, l’uno dopo l’altro, con una faccia che definire di bronzo è un eufemismo, correranno da una parte all’altra della penisola cercando i riflettori della tivvù, il microfono dei giornalisti, per inondarci della loro vomitevole retorica su twitter, facebook, e in ogni angolo della rete; loro, tutti loro, gli assassini di Giovanni Falcone, della moglie, e dei tre agenti della sua scorta, saranno proprio quelli che ne celebreranno la memoria. Firmandola. Sottoscrivendola. Faranno a gara per raccontarci come combattere ciò che loro proteggono. Spiegheranno come custodire l’immensa eredità di un magistrato coraggioso; loro, proprio loro che ne hanno trafugato il testamento, alterato la firma, prodotto un perdurante falso ideologico che ha consentito ai loro partiti di rinverdire i fasti di un eterno potere. Li vedremo tutti in fila, schierati come i santi. Ci sarà anche chi oserà versare qualche calda lacrima, a suggello e firma dell’ipocrisia di stato, di quel trasformismo vigliacco e indomabile che ha costruito nei decenni la mala pianta del cinismo e dell’indifferenza, l’humus naturale dal quale tutte le mafie attive traggono i profitti delle loro azioni criminali. Domani, non leggerò i giornali, non ascolterò le notizie, non seguirò i telegiornali, e men che meno salterò come una pispola allegra da un mi piace all’altro su facebook a commento di striscette melense e ipocrite che inonderanno la rete con una disgustosa ondata di piatta e ipocrita demagogia. Domani, uccideranno ancora Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta. E io non voglio farne parte.

E un altro giorno di Borsellino è andato, scrive Luca Josi per “Il Fatto Quotidiano” il 21 luglio 2015. Stormi di parole alate, visi contriti, rugiada di lacrime. Qualche minuto, una crocetta sopra, e la terra ha continuato il suo giro intorno al sole. Ci si rivede l'anno prossimo per ascoltare nuove cronache sudate di dolore, impregnate di partecipazione e narrazione per "sensibilizzare i cittadini e non dimenticare". Bene. Tra i sacerdoti laici chiamati a celebrare il rito e la liturgia della memoria, la Rai. Sostenuta dal nostro canone per onorare il contratto di servizio con lo Stato la Rai dovrebbe informare gli italiani così da contribuire al loro crescere civile; nello Stato appunto. Molto bene. Parafrasando l'audizione de "La primula rossa di Corleone" alla Commissione Antimafia - quella in cui l'interrogato in merito all'esistenza della mafia, rispose: "Se esiste l'antimafia esisterà anche la mafia" - la Rai certifica l'esistenza dello Stato. Ne è infatti la tv. Benissimo. Veniamo al punto. Ero un imprenditore del panorama televisivo italiano (un gruppo che ha avuto centinaia di dipendenti, ha prodotto migliaia di ore di programmi, ha conquistato cinque Telegatti, premi di ogni genere e tanti altri primati da snocciolare). Per una produzione in Sicilia, davvero poco fortunata, il gruppo è fallito (ma non starò a ricordare il carrozzone di schifezze, angherie e miserie che hanno prodotto questo scempio). C'è solo un punto che vorrei puntualizzare nel giorno successivo alle retoriche per Borsellino. Il 7 giugno 2007 il più stretto collaboratore di un direttore della Tv di Stato mi telefona per raccomandarmi un tizio per la nostra produzione Rai (tra l'altro Educational!): "... un personaggio locale di qui - siciliano - di dubbia provenienza, che comunque pare non faccia molte, come dire, non faccia molti problemi insomma, si accontenta di molto poco e cioè di, di, di, veramente ... insomma pare che sia, che sia tranquillizzante insomma la cosa. Non lo è per le sue tradizioni e per le sue origini, però, non lo so io comunque ti ho avvertito …". Non ho nemmeno bisogno di registrare l'assurdo. L'acuto dirigente fa tutto da sé lasciando il messaggio sulla mia segreteria telefonica (la si può ancora ascoltare su il fattoquotidiano.it: Agrodolce, i raccomandati e uomini in odor di mafia). Dal giorno successivo metto a conoscenza della telefonata i dirigenti competenti. Penso che si tratti ancora del caso di un singolo, ma gli anni successivi mi dimostreranno, ampiamente, che non era così. Incontri successivi e lettere per denunciare la situazione producono il silenzio. Di fronte a tutto questo il mio gruppo, nella mia persona di allora presidente, decide di procedere penalmente verso i protagonisti della nostra distruzione. Il 4 dicembre 2011, dopo la pubblicizzazione della telefonata incriminata il protagonista della stessa risponde così a il Fatto Quotidiano: “Si sa che quando le produzioni vanno in Sicilia, devi sottostare alle regole legate alle tradizioni dell’isola” per aggiungere “ho chiamato Josi, e lui mi fatto una scenata incredibile, dicendo che lui ‘ rapporti con mafiosi non li voleva avere, mai e poi mai”. Il 17 dicembre 2011 sarà la cronaca giudiziaria a confermarne la veridicità di questa interpretazione. Infatti, la DDA di Palermo farà eseguire ventotto arresti all’interno del Clan Porta Nuova. Nel mirino dello stesso, la produzione di Canale 5, Squadra Antimafia Palermo Oggi. Non erano attratti dal contenuto editoriale della fiction, ma dall’opportunità di controllarne i servizi di trasporto, il catering per la troupe e di assumere come comparse parenti e affiliati (oltre all'opportunità di fornire droga all'interno della produzione). Tutto questo avveniva a pochi chilometri dagli stabilimenti del nostro gruppo televisivo con l’aggravante che noi si era capaci di occupare fino a 440 comparse al mese per una prospettiva di diversi anni - le soap opera possono durare decenni - in uno dei distretti a più alta disoccupazione giovanile europea. Il 23 ottobre 2012 - sei mesi dopo dalla messa in onda della fiction Paolo Borsellino - I 57 giorni, per Rai Uno: - la vicenda incontrerà una conclusione tragicamente solare. L'imprenditore "proposto" nella telefonata dall'incaricato Rai verrà arrestato dalla Polizia di Palermo, insieme al fratello, per i reati di estorsione e associazione mafiosa (trattavasi d'imprenditori polivalenti che, oltre a una struttura dedicata alle forniture di servizi per lo spettacolo, diversificavano con un’attività di pompe funebri). La sua compagine era riuscita a infiltrarsi all’interno di un’altra produzione esterna Rai, Il segreto dell’acqua (fiction sul tema della lotta alla mafia). Purtroppo dall'azienda pubblica che impegna gli imprenditori a sottoscrivere corposi Codici Etici e Codici Antimafia non si sono mai registrate riflessioni sulle singolari vicende risultate forse troppo neorealiste. In compenso le fiction antimafia, continueranno a prolificare perché "non possiamo permetterci di abbassare la guardia". Antimafia e magistratura. L’alleanza malsana che Falcone rifiutò. Indagine sui professionisti della patacca che hanno trasformato l’antimafia in una macchietta della giustizia politica, scrive Giuseppe Sottile il 12 Maggio 2016 su "Il Foglio".

Prologo. “Tutto pagato mio”. Quando l’onorevole Salvo Lima varcò la soglia del bar “Rosanero”, i picciotti di don Masino Spadaro, boss della Kalsa e re del contrabbando, formarono – così, spontaneamente – due piccole ali di folla. L’onorevole si inconigliò nel mezzo e salutò prima a destra e poi a sinistra. Raggiunse il banco e ordinò il caffè. “Lei, carissimo onorevole, merita questo ed altro”, declamò cerimonioso don Masino. Ma senza fortuna. Perché l’onorevole continuò a masticare il suo bocchino di madreperla, quello con la molletta interna e la cicca estraibile, senza pronunciare sillaba. Si limitò solo a guardarli, quei picciotti. E guardandoli gli significò che se avevano qualcosa da dire potevano anche dirla. Tanto lui era in campagna elettorale e li avrebbe certamente ascoltati. Figurarsi però se don Masino poteva mai lasciare una simile entratura a Vincenzo Mangiaracina, detto “Scintillone”, pizzicato otto anni prima per tentato omicidio, e appena uscito dall’Ucciardone; o a Filippo Paternò, detto “Cardone”, che nell’aprile del 1989 andò per sparare e fu sparato, e parlava con mezza bocca perché l’altra era praticamente affunata in un nodo cavernoso di osso, muscolo e pelle; o a Lillo Trippodo, detto “Cacauovo” perché prima di ogni tiro, scippo o rapina che fosse, aveva sempre un dubbio da manifestare ma poi puntava la pistola ch’era una meraviglia. “Tutti bravi ragazzi, onorevole”, disse don Masino presentando cumulativamente i picciotti disposti a semicerchio, come gli ami di una paranza. Ma l’onorevole Lima ostinatamente non parlava. Se ne stava appoggiato al bancone, con la tazzina di caffè appiccicata alle dita. Fino a quando, don Masino – e che boss sarebbe stato, altrimenti – non si armò di coraggio e mirò a quello che, per lui, era il cuore del problema. “Mi dica, onorevole: che dobbiamo fare con quei cornuti di Ciaculli che si sono inventati questa minchiata del rinnovamento…”. Il tema, in effetti, era molto delicato. Delicatissimo. “La sbirrame di Leoluca Orlando e padre Pintacuda ha fatto breccia. Ora fanno tutti gli antimafiosi, anche a Ciaculli, ma in realtà sono semplicemente cornuti. Così cornuti che, nei loro confronti, il fango è acqua minerale”. Ciaculli, Orlando, Pintacuda. L’onorevole si cambiò di faccia. Posò la tazzina sul bancone e ringraziò per il caffè. Ma don Masino gli puntò al petto l’ultima domanda: “Sono o non sono cornuti, quelli di Ciaculli?”. L’onorevole si bloccò sulla soglia. Si abbottonò il cappotto, alzò il bavero del colletto, infilò un’altra sigaretta nel bocchino di madreperla e sentenziò: “Gentuzza… Gentuzza e nulla più”.

Svolgimento. Che Dio ce ne guardi. Nessuno qui si azzarderà a definire “gentuzza” gli uomini dell’antimafia, anche se dentro la compagnia di giro ci ritrovi qualche pataccaro, come Massimo Ciancimino, già processato e condannato per avere invischiato in storiacce di mafia dei galantuomini che non c’entravano nulla; o come quel Pino Maniaci, che per anni si è spacciato come giornalista coraggioso ed è finito sotto inchiesta per estorsione: secondo la procura di Palermo sparava fuoco e fiamme ma, sottobanco, prometteva benevolenza soprattutto a chi aveva la compiacenza di allungargli la mille lire. No, nessuno qui si azzarderà a definire “gentuzza” gli uomini dell’antimafia. Perché dentro quel mondo non ci sono solo degli inquisiti sui quali prima o poi dovrà essere detta una parola di verità. Ci sono anche e soprattutto figli che hanno assistito al martirio del padre, come Claudio Fava o Lucia Borsellino o Franco La Torre; o sorelle, come Maria Falcone, che portano ancora negli occhi il terrore di avere visto, su un tratto di autostrada sventrato dal tritolo, il sangue versato dal proprio fratello. No, questi nomi non possono essere trascinati in polemiche da quattro soldi. Nemmeno quando uno di loro – ed è il caso di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il giudice assassinato in via D’Amelio – se ne va in giro per Palermo ad abbracciare Massimuccio Ciancimino, il figlio di don Vito, prima celebrato come “icona dell’antimafia” e poi gettato negli abissi chiari dell’inattendibilità dagli stessi pupari che lo avevano offerto a giornali e talk-show come il testimone del secolo, l’unico in grado di rivelare gli intrighi delle cosche e di scardinare finalmente l’impero di Cosa nostra, con le sue ricchezze e i suoi misteri, con i suoi boss e i suoi picciotti, con le sue coperture e le sue complicità. Non chiameremo “gentuzza” neppure quelli che hanno utilizzato l’antimafia per amministrare al meglio i propri affari, per intramare nuove e più sofisticate imposture, per costruire nuove e più spregiudicate carriere; o per meglio aggrapparsi alla grande mammella dei beni sequestrati ai mafiosi – terreni, case e aziende – diventati all’improvviso una immensa terra di nessuno sulla quale hanno mangiato a quattro mani, fino a ingozzarsi, magistrati e cancellieri, avvocaticchi e commercialisti. E non chiameremo “gentuzza” nemmeno i tanti narcisi che pure popolano questo mondo. Non c’è magistrato che non abbia i suoi quattro angeli custodi, non c’è papavero dell’antimafia che non abbia diritto a una sorveglianza, non c’è pentito, vero o fasullo, che non pretenda una tutela particolare. Ah, le scorte. A volte hai il sospetto che siano diventate gli svolazzi del nuovo potere: Rosario Crocetta, il governatore della Sicilia che ha trasformato l’antimafia in una macchietta della politica, può contare su cinque blindate, pagate dalla regione a peso d’oro. Uno spreco? Guai a pensarlo, ma immaginate l’effetto che fa il suo scorrazzare in lungo e in largo per l’Isola con tutto questo fragore o il suo arrivo, a ogni fine settimana, a Gela o a Tusa Marina, dove altri militari sono impegnati a presidiare le sue case. Oppure pensate a quale timore o a quale riverenza vi spingerà, se mai capiterete all’aeroporto di Palermo, la visione di Roberto Scarpinato, procuratore generale del Palazzo di giustizia e Gran Sacerdote dell’Antimafia, scortato all’imbarco per Roma non da uno ma da cinque agenti in borghese. Tre dei quali non lo mollano nemmeno quando tutti i passeggeri sono già dentro l’aereo. Ragioni di sicurezza, si dirà. E sarà anche vero, ma una domanda andrebbe comunque posta: e se la mafia fosse ancora governata da quegli stragisti che rispondevano al nome di Totò Riina e Bernardo Provenzano quanti uomini sarebbero necessari per scortare il dottore Scarpinato? Forse sette, forse sette volte sette. La verità, tanto per andare subito al sodo, è che il Piazzale degli eroi – nel quale sono stati collocati tutti i campioni della lotta a Cosa nostra – rifiuta tenacemente di accettare quello che gli storici più coscienziosi, come Salvatore Lupo, hanno accertato con la forza dei loro studi e della loro onestà. E cioè che, dopo una guerra durata oltre trent’anni, il risultato è che la mafia ha perso e lo stato ha vinto. Una verità semplice ma capace di mandare a gambe per aria non solo il concetto mistico di antimafia ma anche tutte le impalcature – e i privilegi e i narcisismi – che attorno a un tale concetto sono state costruite. Questo spiega perché la tesi del professore Lupo sia stata tanto sbeffeggiata durante una infausta audizione alla commissione parlamentare presieduta da Rosy Bindi. E spiega anche perché una fetta ancora consistente della magistratura palermitana insiste nel portare avanti un processo senza capo né coda qual è quello sulla fantomatica trattativa tra la mafia e alcuni vertici degli apparati statali. Quel processo serve per tenere in piedi il postulato che la storia della Repubblica abbia un doppio fondo, e che dietro ogni verità, anche dietro quella processualmente accertata, ci sia sempre una verità nascosta. Un azzardo, non c’è dubbio. Ma che consente a quei magistrati particolarmente votati alla militanza politica, di chiamare in causa qualunque esponente del potere costituito. Ricordate cosa combinò Antonio Ingroia, procuratore aggiunto oltre che maestro compositore e arrangiatore della Trattativa, pochi mesi prima di presentarsi con una sua lista, Rivoluzione civile, alle elezioni politiche di tre anni fa? Intercettò il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e ci impiantò sopra un casino mediatico di proporzioni tali da fare tremare le colonne del Quirinale. Nel braccio di ferro, Ingroia ha perso e Napolitano ha vinto. Ma il partito dei magistrati che vogliono tenere sotto tiro il potere politico resta ancora forte e agguerrito. Con una aggravante: che questo partito ha saputo anche costruirsi un’antimafia di supporto. L’antimafia di Massimo Ciancimino e di Salvatore Borsellino, tanto per fare un doloroso esempio: dove il fratello del giudice assassinato diventa fraternissimo amico del figlio di don Vito per il semplice fatto che il pataccaro è stato contrabbandato dalla magistratura politicizzata come l’unico grimaldello capace di violare il sancta sanctorum dei segreti mafiosi. Ai tempi di Giovanni Falcone, questa alleanza malsana non si sarebbe stretta. E non si è stretta. Ricordate il caso del falso pentito Giuseppe Pellegriti? Eravamo alla fine degli anni Ottanta e l’antimafia di quel tempo – i leader erano Leoluca Orlando e il gesuita Ennio Pintacuda – si era aggrappata all’indiscrezione secondo la quale il pentito Pellegriti, un delinquentucolo di periferia, avrebbe accusato Salvo Lima, plenipotenziario di Giulio Andreotti in Sicilia, di essere il mandante dell’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Falcone andò al carcere di Alessandria. E, dopo avere verificato che Pellegriti sosteneva soltanto cose non vere, lo incriminò per calunnia. Non la passò liscia. L’antimafia di Orlando e Pintacuda – quella che aveva inventato la formula del “sospetto come anticamera della verità” – se la legò al dito e scatenò contro Falcone una offensiva senza precedenti. Fino ad accusarlo di tenere le prove nascoste nei cassetti; o a esporlo, nel corso di un indimenticabile Maurizio Costanzo Show, a una gogna tanto ingiusta quanto feroce. L’antimafia di oggi, quella finita nella polvere con tutti i suoi imbroglioni e i suoi pataccari, si è prestata invece a tutte le manovre giudiziarie, anche le più avventate e le più spregiudicate. E forse anche per questo, alla fine, è rotolata nel burrone profondo dell’irrilevanza. Chi è quell’uomo? – chiede a un certo punto il Signore. “E’ uno che imbratta di tenebra il pensiero di Dio. Parla senza sapere quello che dice”, risponde Giobbe.

La Carlucci e il PdL contro i libri di scuola: “Propagandano il comunismo, vanno cambiati”, scrive "Giornalettismo" il 12/04/2011. Secondo 19 deputati del Popolo delle Libertà, scrive l’agenzia Dire, c’è bisogno di una commissione d’inchiesta per valutarne l’imparzialità. Ma il testo che più si distingue “per la quantità di notizie partigiane e propagandistiche” è, secondo i 19 deputati Pdl, quello di Camera e Fabietti. In Elementi di storia, citano, viene descritta l’attuale presidente del Pd, Rosy Bindi, come la “combattiva europarlamentare” che, ai tempi della militanza nella Democrazia cristiana, sollecitava ad “allontanare dalle cariche di partito” tutti “i propri esponenti inquisiti”. E come viene descritto l’antagonista Berlusconi? Nel 1994, citano ancora i parlamentari dalle pagine del libro di testo, “con Berlusconi presidente del Consiglio, la democrazia italiana arriva a un passo dal disastro”. Secondo gli autori, “l’uso sistematicamente aggressivo dei media, i ripetuti attacchi alla magistratura, alla Direzione generale antimafia, alla Banca d’Italia, alla Corte costituzionale e soprattutto al presidente della Repubblica condotti da Berlusconi e dai suoi portavoce esasperarono le tensioni politiche nel Paese”. L’elenco dei libri “naturalmente potrebbe continuare ancora per molto - conclude il Pdl - ma bastano questi esempi per capire la gravità della questione”.

Dr Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente  

Antonio Giangrande: Basta con la liturgia dell’antimafia di sinistra.

Antonio Giangrande: «Se aprile è il mese dei riti cristiani con la pasqua, maggio è il mese della liturgia dell’antimafia di sinistra.»

Io sono abituato a parlare di argomenti, di cui ho qualcosa da dire. Sulla mafia, per esempio, ho scritto un libro letto in tutto il mondo: “Mafiopoli. Mafia, quello che non si osa dire”. Per me Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono il faro a cui mi ispiro ed il loro esempio è l’oggetto del mio libro. Il mio ricordo a loro va tutti i giorni e non solo nell’anniversario della loro morte. Per molti la data della loro morte è solo l’anniversario degli attentati. Il gesto criminale sminuisce la figura dell’uomo che viene a mancare. Mai dire antimafia è il concetto che divulgo, in qualità di noto autore di saggi sociologici che raccontano di una Italia alla rovescia, profondo conoscitore ed esperto del tema e presidente nazionale di una associazione antimafia. Il mio intento è dimostrare che la mafia siamo noi: i politici che colludono, i media che tacciono, i cittadini che emulano e le istituzioni che abusano ed omettono. Credo che sul tema io sia uno dei principali esperti, anche perché sono presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antiracket ed antiusura riconosciuto dal Ministero dell’Interno. Una delle tante associazioni a cui viene disconosciuto il ruolo e gli onori che meritano, solo perché non fanno parte del sistema strutturato dalla sinistra, di cui “Libera” è la maggiore espressione.

Anche quest’anno i giornali e le tv, quasi sempre di sinistra, osannano l’evento che corrompe le giovani menti. Se aprile è il mese dei riti cristiani con la pasqua, maggio è il mese della liturgia dell’antimafia di sinistra. A Civitavecchia si sono imbarcati circa 1.500 studenti, gai per aver marinato la scuola, a cui si sono aggiunti altri 1.500 studenti all’arrivo a Palermo. Corrompendo le menti dei giovani si cerca di perpetrare quel credo partigiano, per il quale gli onesti stanno da una parte e i delinquenti dall’altra, Grillo permettendo.

QUALE ANTIMAFIA? Camera dei Deputati. 15 maggio 2014. Alessio Villarosa (Movimento 5 Stelle) accusa la maggioranza di non rispettare (nei fatti) gli insegnamenti di Falcone e Borsellino. "Noi siamo il partito di Pio La Torre e non accettiamo lezioni da nessuno in materia di legalità. Soprattutto da chi è guidato da chi sostiene che la mafia non esiste". Lo ha urlato nell'aula della Camera Anna Rossomando del Pd replicando al M5s in dichiarazione di voto sulla richiesta di arresto per Francantonio Genovese. Tutti i suoi colleghi di gruppo si sono levati in piedi per applaudirla mentre il M5s urlava: "Vergognatevi". "Noi siamo i fondatori della democrazia", ha rivendicato l'esponente democratica citando Pio La Torre, il segretario del Partito comunista siciliano ucciso dalla mafia il 30 aprile del 1982. Il Pd, ha detto Rossomando rivolta al gruppo M5S, "non accetta lezioni da nessuno, soprattutto da chi è andato in Sicilia dicendo che la mafia non esiste, facendo le buffonate attraversando lo Stretto". La presidente della commissione parlamentare antimafia Rosi Bindi (Pd) ha preso la parola in aula, al termine del dibattito sulla richiesta di arresto a carico del deputato democratico Francantonio Genovese, per replicare al polemico intervento di Alessio Villarosa del Movimento 5 stelle. "Vorrei restasse agli atti di questa Camera, nel rispetto del sacrificio della loro vita e dei loro familiari - ha detto Bindi - che nessuno può appropriarsi di Falcone e di Borsellino". Secondo la presidente dell'antimafia, i due magistrati uccisi dalla mafia "sono di tutta la nazione, di tutta l'Italia e da quando abbiamo messo le loro immagini nel parlamento europeo sono di tutta l'Europa". Bindi a capo dell'Antimafia: sfruttò i sindaci anti boss per farsi eleggere alla Camera. Il Pd la candidò in Calabria: ma una volta presi i voti, non s'è più fatta vedere, scrive Felice Manti su “Il Giornale”. A Siderno la stanno ancora aspettando. Eppure a Rosy Bindi la Locride dovrebbe esserle cara, visto che quei voti raccolti alle primarie Pd in Calabria sono stati decisivi per la sua elezione come capolista. Da febbraio invece l'ex presidente Pd i calabresi la vedono solo in tv. D'altronde la Bindi non ha fatto un solo incontro sulla 'ndrangheta durante la campagna elettorale, ammettendo «di non sapere niente di mafia».

Da presidente nazionale di una associazione antimafia è una vergogna non essere invitati ad alcuna celebrazione istituzionale o scolastica dedicata ai martiri della mafia: tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Questo pur essendo il massimo esperto della materia. Questo perché noi non seguiamo la logica nazionale delle celebrazioni dei due magistrati, specialmente fatta da chi ne ha causato la morte. Perché non ci associamo alla liturgia di questa antimafia che poi è forse solo propaganda.

SVELARE LA VERITÀ SUI MAGISTRATI. Si farebbe cosa nobile, invece, svelare la verità sulla loro morte e disincentivare tutti quei comportamenti socio mafiosi che inquinano la società italiana. Come si farebbe onore alla verità svelare chi e come paga il giro di carovane e carovanieri. In riferimento all’attentato di Brindisi e a tutte le manifestazioni di esaltazione di un certo modo di fare antimafia di parte e di facciata, denuncio l’ipocrisia di qualcuno che suggestiona e manipola la mente dei giovani per indurli ad adottare comportamenti miranti a promuovere una verità distorta su chi e come fa antimafia.

LOTTA ALLA MAFIA CON LA CONOSCENZA. Con l’attentato alla scuola Morvillo-Falcone e la morte di Melissa Bassi Brindisi e Mesagne e l’intero Salento sono diventate tutto d’un tratto terra di mafia e di mafiosi e per gli effetti sono diventate palco promozionale per carovane e carovanieri proveniente da ogni dove, da cui noi prendiamo assolutamente le distanze. Mesagne e Brindisi e tutto il Salento non hanno bisogno di striscioni in sparute manifestazioni o di omelie religiose per fare ciò che deve essere fatto: sia in campo istituzionale, sia in campo sociale. Gli studenti, con la mente vergine e aperta, non devono essere influenzati da falsi pedagoghi catto-comunisti, sostenuti da sindacati e movimenti di sinistra, che inducono a falsi convincimenti di tipo ideologico. La lotta alla mafia è un’altra cosa: è conoscenza senza censura e omertà scevra da giudizi preconcetti. E di questo anche il Santo Padre, Papa Francesco, ne deve essere edotto: non esiste solo un’antimafia clericale-comunista. E Don Ciotti non è l’unico punto di riferimento.

Le vittime di mafia, non hanno bisogno di ricordare, perché la mafia la vivono sulla loro pelle ogni giorno.

Le vittime di mafia non hanno bisogno di front office pubblicizzati e finanziati dalla politica. Le vittime non hanno bisogno di visibilità, a loro basta che l’Ordine Pubblico e la Giustizia funzionino. Che le loro denuncie non siano insabbiate.

Ma a Palermo la liturgia antimafia del 23 maggio non si tocca: e così i vip istituzionali della “Falconeide” hanno ricordato la strage di Capaci riempiendosi la bocca di una parola cruciale: la memoria. La “Falconeide” è un festival della memoria, ma di quella memoria a intermittenza che è tipica dei professionisti della “doppia morale istituzionale”. Dispiace per la buona volontà disinteressata di alcuni: ma finché la memoria istituzionale sarà esclusivo privilegio di defilé mediatici, regolati da star del buonismo televisivo, finché la memoria istituzionale non avrà lo stessa sacralità della verità storica, la “Falconeide” – e le analoghe manifestazioni che fanno spettacolo dell’impegno antimafia – non potrà essere altro che quello che oggi (tristemente) appare: una sfilata di virtuosi dell’ipocrisia di Stato che forse non fanno parte, come sostiene Beppe Grillo, “dello stesso governo che ha ucciso Falcone e Borsellino”, ma di certo sono parte integrante della stessa classe politica senza scrupoli.

Peccato che trattasi, anche quest’anno, di memoria buona solo ed esclusivamente alle passerelle antimafia, come ha rilevato qualche tempo fa il pm Nino Di Matteo che ha toccato con mano le tante amnesie istituzionali nell’indagine sulla trattativa Stato-mafia: “Per tanti, i magistrati sono da onorare solo da morti; siamo stanchi dell’ipocrisia di chi, quando erano in vita Falcone e Borsellino, non esitava a definirli “giudici politicizzati”, mentre, dopo che sono morti finge di onorarli. E’ un falso storico”. E quei “giudici politicizzati” non erano di sinistra, quindi si ricordi bene da vivi da chi erano attaccati: da chi oggi li osanna!!!

CHI PAGA? Tra canti, fiaccole e palloncini, infatti, è stato un vero trionfo dell’ipocrisia istituzionale. E per ultimo, in tempo di spending review , tutti noi dovremmo chiederci: tutto l’ambaradan comunista della nave della legalità che porta in gita gli studenti, la cui estrazione sociale è tutta da verificare, quanto costa alla comunità, quindi a noi stessi, pur distanti da quella ideologia vetusta?

Dr Antonio Giangrande

Scontro fra Alfredo Morvillo e Maria Falcone sul ricordo di Capaci. "Stop agli impresentabili", "Antimafia da passerella". Salvo Palazzolo su La Repubblica il 23 maggio 2023.

La domanda, dirompente, l’ha posta Alfredo Morvillo. «In questa città aver fatto accordi con la mafia viene ritenuto da tutti un fatto disdicevole?», ha scritto sulle pagine di “Repubblica Palermo” il fratello di Francesca, cognato di Giovanni Falcone, in occasione del trentunesimo anniversario della strage di Capaci. Un chiaro riferimento alla giunta di centrodestra del sindaco Roberto Lagalla, sostenuta dagli impresentabili Marcello Dell’Utri e Salvatore Cuffaro, entrambi politici condannati per fatti di mafia. «Troppo spesso i cittadini ricevono dall’alto segnali che invitano a convivere con ambienti notoriamente in odore di mafia»: Morvillo, ex procuratore di Trapani, non ha usato mezzi termini.

Morvillo: "Politica e mafia, Falcone e Borsellino non possono essere celebrati da chi convive con i collusi"

di Alfredo Morvillo21 Maggio 2023

E, ora, le sue parole suonano anche come una critica, neanche troppo velata, a Maria Falcone, la sorella di Giovanni, che durante la campagna elettorale dell’anno scorso si scagliò contro gli impresentabili («La politica non si può permettere sponsor che non siano adamantini, Dell’Utri e Cuffaro non lo sono»), quest’anno invece ha firmato un accordo con Lagalla per realizzare un nuovo museo dell’antimafia. E non accetta critiche. Piuttosto, lancia un appello all’unità: «È il tempo di andare avanti - scrive Maria Falcone in una lettera a “Repubblica Palermo” - di perseverare nella ricerca della verità e al contempo smettere di usare l’antimafia per fare carriera, per fare passerella». E ancora: «È il tempo di non abbassare la guardia e al contempo costruire ponti tra le diverse componenti sociali, pretendere impegni da chi vuole unirsi allo sforzo del cambiamento, senza criticare a priori, magari rianimati da una certa nostrana acida propensione alla presunzione». Parole forti contro chi si «spertica in commenti dottorali», contro chi «gioca a ping pong con la memoria, le cose sono cambiate», scrive la sorella di Falcone.

Maria Falcone: "Basta con l’antimafia di carriere e passerelle. Alla città oggi dico: andiamo avanti insieme"

di Maria Falcone23 Maggio 2023

Così, oggi, sarà il primo 23 maggio del centrodestra in prima fila. A Roma, la maggioranza designerà alla presidenza della commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, la deputata di FdI contestata da molti parenti delle vittime di mafia per le ombre di antichi rapporti con personaggi della destra eversiva. A Palermo, invece, nella manifestazione ufficiale davanti all’aula bunker, parlerà anche il presidente della Regione Renato Schifani, attualmente sotto processo a Caltanissetta con l’accusa di essere stato una delle “talpe” di Antonello Montante, l’ex leader di Confindustria condannato in appello a 8 anni.

Morvillo ha già fatto sapere che non andrà all’aula bunker: sarà invece nel liceo dove studiò la sorella. Alla manifestazione col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi non andrà neanche Giuseppe Di Lello, magistrato dello storico pool antimafia di Falcone e Borsellino. Morvillo ha scritto: «Palermo abbia la coerenza di non partecipare alle commemorazioni, non lo merita la città, non meritano Falcone e Borsellino che il loro ricordo sia macchiato dalla rituale presenza di personaggi che non tralasciano occasione per propagandare la convivenza politico-sociale con ambienti notoriamente in odore di mafia». Maria Falcone difende la sua scelta di un nuovo percorso con questo centrodestra: «Un sostegno che non è regalia, carità, clientele, bensì unità nel lavoro, adesione ad un progetto che mette al centro i giovani e la comunità, occasione per creare spazi nuovi, luoghi di vita e non simulacri di ricordi o peggio altari della memoria da imbiancare solo alla scadenza degli anniversari».

Le Vittime.

L’eroe antisequestri Tripodi ucciso dalla ’ndrina: caso riaperto. Rita Cavallaro su L'Identità il 27 Ottobre 2023

L’Antimafia riapre il cold case sull’omicidio del brigadiere Carmine Tripodi, il carabiniere eroe che lottava contro la stagione dei sequestri di persona in Calabria. Tripodi fu trucidato la sera del 6 febbraio 1985 a San Luca, ancora oggi roccaforte della ‘ndrangheta. Un commando lo attese all’uscita di una curva a gomito, sbarrò la strada alla sua auto ed esplose sette colpi di lupara. Il carabiniere, seppur ferito, riuscì ad estratte l’arma e a rispondere al fuoco, colpendo uno dei sicari, ma venne ucciso e gli assassini infierirono sul suo cadavere. I killer, appartenenti alle cosche delle ‘ndrine locali, sono ancora impuniti, nonostante sarebbero stati tutti individuati. Perché i processi che si sono svolti nel tempo sono finiti con uno stesso copione: assoluzione.

Dopo 38 anni, però, la speranza di poter incastrare i responsabili è una possibilità concreta, grazie alle nuove analisi scientifiche disposte dalla Procura distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha riaperto il fascicolo e ha iscritto quattro persone nel registro degli indagati. Nei giorni scorsi, infatti, i pm della Dda reggina Alessandro Moffa e Diego Capece Minutolo hanno notificato gli avvisi di garanzia ai presunti componenti del commando e disposto accertamenti tecnici irripetibili su alcuni reperti sequestrati sulla scena del crimine, rimasti in tutti questi anni in un cassetto dell’ufficio di Locri. Si tratta di pezzi di indumenti, alcuni sassi e toppe di asfalto sui quali c’è il sangue di uno dei sicari della banda, proprio quello che è stato ferito da uno dei sei colpi esplosi da Tripodi dalla sua arma di ordinanza durante l’imboscata. Gli accertamenti tecnici irripetibili sono stati effettuati ieri dai carabinieri del Ris di Messina, alla presenza dei consulenti di parte, e ora verrà isolato il dna per poter procedere a una comparazione con i profili genetici dei sospettati. Se verrà trovata una corrispondenza, gli investigatori avranno finalmente la prova regina per poter risolvere il cold case della terribile fine di Carmine Tripodi, un uomo che è diventato anche un simbolo della lotta dello Stato alla ‘ndrangheta. Il militare, infatti, è il primo carabiniere ucciso in un agguato dalla criminalità.

La ‘ndrangheta ha voluto ucciderlo non solo per vendetta, ma anche per lanciare una sfida alle forze dell’ordine che, in quegli anni, tentavano di fermare la stagione dei sequestri, una piaga che aveva valicato i confini calabresi e mostrato la crudeltà delle ‘ndrine, che rapivano imprenditori e professionisti e li tenevano in ostaggio in prigioni di fortuna ricavate nei boschi dell’Aspromonte, in attesa di ricevere dalle famiglie riscatti miliardari. Tanto che per mettere freno alle centinaia di colpi portati a segno dai sequestratori fu necessaria una legge, la 81 del 1991, che congelava i beni alla persona sequestrata, al coniuge e ai parenti. Ma per tre decenni, tra gli anni Settanta e il Novanta, San Luca e l’Aspromonte divennero il fortino dei sequestratori. E lì, nel 1980, fu inviato Tripodi, a combattere contro le ‘ndrine e a segnare i primi duri colpi ai criminali. Fu lui a guidare le indagini e ad arrestare i responsabili del rapimento di Giuliano Ravizza, il re delle pellicce Annabella rapito a Pavia il 24 settembre 1981, tenuto prigioniero per tre mesi. Sempre Tripodi gestì il caso Carlo De Feo, l’ingegnere napoletano prigioniero per quasi un anno, dall’83 all’84, finché non fu pagato il riscatto mostre di 4,4 miliardi di lire. Il brigadiere accompagnò De Feo sui luoghi della prigionia e fornì un contributo prezioso alle indagini. Scoprì gli otto rifugi dove era stato tenuto l’ostaggio, individuò le persone e tracciò l’organigramma delle cosche, portando a una quarantina di arresti tra le famiglie della ‘ndrangheta.

L’investigatore di razza andava fermato e la sera del 6 febbraio 1985 la sentenza di morte dei capi venne eseguita. Il nuovo fascicolo punta ora non solo agli assassini, ma anche ai nomi di coloro che pronunciarono quella sentenza.

Rosario Livatino, il killer del giudice di fronte alla reliquia della sua vittima. Accade nel carcere di Pavia: Paolo Amico, condannato per essere stato tra gli esecutori materiali dell'omicidio deciso dalla Stidda agrigentina nel 1990, partecipa alla cerimonia in ricordo del magistrato. Che dal 2021 è stato proclamato beato. Anna Dichiarante su L'Espresso il 29 Settembre 2023  

Il killer medita davanti alla camicia sporca di sangue e ingrigita che la sua vittima indossava nel momento in cui incontrò il suo sguardo in un’estrema, vana, invocazione di pietà. Lui, il killer, si chiama Paolo Amico ed è stato condannato all’ergastolo tra gli esecutori materiali dell’omicidio. La vittima, invece, era Rosario Livatino: il «giudice ragazzino», come l’hanno soprannominato per essere entrato in magistratura presto e per essere rimasto fermo ai 38 anni ancora da compiere. Era la mattina del 21 settembre 1990, quando il commando della Stidda siciliana di cui faceva parte Amico lo intercettò a bordo della sua automobile sulla strada statale Agrigento-Caltanissetta. E la camicia che s’era infilato quel giorno per andare al lavoro è diventata oggi una reliquia, esposta in alcune occasioni anche all’interno di istituti penitenziari: così, nella casa circondariale Torre del Gallo di Pavia, il 30 settembre questi due contrapposti destini s’incrociano di nuovo. 

Livatino è stato proclamato beato dalla Chiesa il 9 maggio del 2021, in virtù sia della sua fede sia dell’abnegazione con cui si occupò, da sostituto procuratore prima e da giudice a latere poi, di indagini e processi a carico della criminalità organizzata agrigentina. La sua reliquia arriva a Pavia per una serie di iniziative dedicate alla sua figura e organizzate dal Centro di solidarietà “Giò Bonomi”, dall’Unione dei giuristi cattolici e da varie istituzioni cittadine. Sono stati i promotori a chiedere che venisse esposta anche in carcere, perché la forza di un simbolo talvolta riesce a smuovere le coscienze nel profondo. Una richiesta accolta con convinzione da Stefania Mussio, direttrice della struttura dal marzo scorso; lei stessa, nel 2017, all’epoca in cui guidava il carcere di Sondrio, fu insignita di un riconoscimento speciale per l’impegno sociale dalla giuria della XXIII edizione del premio internazionale intitolato a Livatino. 

Un momento denso di significato, a cui si aggiunge la presenza di Amico. «L’ho conosciuto a Voghera, dov’era recluso in regime di alta sicurezza e dove io sono stata per un lungo periodo direttrice», ricorda Mussio: «Lì è cominciato il suo percorso trattamentale, incentrato sul lavoro come strumento principale di recupero e di rieducazione, che gli ha permesso in seguito di essere trasferito nel circuito della media sicurezza a Milano Opera. Ora, spero che la possibilità di venire a Pavia con un permesso e di raccogliersi di fronte alla reliquia rappresenti un passo ulteriore verso la revisione critica dei fatti di cui si è reso responsabile». Il killer e la vittima, entrambi possono trasmettere un messaggio alle circa 670 persone ristrette a Torre del Gallo.

La ’ndrangheta incassa 50 miliardi l’anno. Ma c’è ancora una Calabria che ogni giorno resiste. Nella regione più povera d’Italia le cosche continuano a fare affari d’oro grazie ai traffici con tutti i continenti. Ma servitori dello Stato e cittadini combattono. Perché, dice Nicola Gratteri, questa terra può cambiare. Simone Baglivo su L'Espresso il 20 Luglio 2023

La ’ndrangheta arriva a incassare ogni anno oltre 50 miliardi di euro. Mentre la sua terra di origine – la Calabria – rimane la regione più povera d’Italia. L’unica mafia presente in tutti e cinque i continenti del mondo esporta reati come il riciclaggio di denaro, l’estorsione, il contrabbando di armi, la prostituzione. Ma è il traffico internazionale di droga il vero core business. Le ’ndrine, infatti, controllano l’80 per cento della cocaina che arriva in Europa.

Gli ’ndranghetisti, inoltre, maneggiano ormai con cura un’arma silenziosa come la corruzione, che ha consentito loro di lasciarsi strategicamente alle spalle i sequestri di persona o troppi omicidi eccellenti. La mafia calabrese è diventata un nemico meno visibile, sempre più infiltrato, ma non meno letale. L’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia ha certificato come la ’ndrangheta sia «l’assoluta dominatrice della scena criminale». L’Interpol l’ha inserita tra le «minacce per la pace e la sicurezza internazionale».

Eppure, nel luogo di nascita della mafia più potente al mondo, c’è chi non si arrende, cercando di cambiare lo status quo. Non solo cittadini e attivisti antimafia. Ma anche investigatori, magistrati, agenti speciali. Ogni giorno questi servitori dello Stato hanno il coraggio di sfidare un avversario apparentemente imbattibile. Sono in prima linea, sacrificano molto e pagano un prezzo personale alto.

Il viaggio de L’Espresso in una delle zone rosse del crimine organizzato inizia dalla Procura di Catanzaro. Nicola Gratteri, 65 anni a breve, è a capo dell’ufficio ed è uno dei volti più noti tra gli inquirenti anti-’ndrangheta del Paese. «Ci sono mafiosi che cercano di farmi saltare in aria, ma non ho paura di morire perché so di aver fatto tutto il possibile», racconta distogliendo lo sguardo. Durante la sua carriera ha «arrestato migliaia di criminali, distrutto tonnellate di cocaina, sequestrato milioni di beni, demolito interi clan, scoperto i legami con la massoneria deviata».

Da 34 anni, però, non ha una vita normale: vive 24 ore su 24 sotto una scorta di livello massimo. Un provvedimento necessario, viste le continue minacce di morte e gli attentati a cui è scampato. Già nel 1989 fu definito un «uomo morto» da chi crivellò di colpi l’abitazione di sua moglie. Tornando indietro, precisa, rifarebbe tutto. «Valeva la pena provarci, perché con il mio lavoro credo di aver dato speranza e fiducia. Ho dimostrato che è possibile cambiare il destino di questa terra. Le denunce delle tante persone che soffrono per colpa della mafia mi danno la forza per andare avanti. Se mi fermassi, sarei un vigliacco».

Nel più grande processo istruito contro la ’ndrangheta, “Rinascita-Scott”, che si celebra a Lamezia Terme, Gratteri ha chiesto durante la sua recente requisitoria condanne per quasi cinquemila anni di carcere totali nei confronti di 322 imputati. La sentenza arriverà dopo l’estate. «Vogliamo dimostrare che non sono invincibili», dice il procuratore. Che auspica, tra l’altro, l’armonizzazione di una legislazione antimafia europea per distruggere la criminalità organizzata in tutte le sue diramazioni. Nelle prossime settimane, il plenum del Consiglio superiore della magistratura dovrà decidere sulla sua nomina a capo della Procura di Napoli, dopo che in commissione per gli incarichi direttivi il nome di Gratteri ha ricevuto quattro voti su sei.

Da Catanzaro si arriva poi, assieme al Nucleo investigativo dei carabinieri di Locri, in provincia di Reggio Calabria. In particolare, alle pendici dell’Aspromonte, dove sorgono i Comuni di San Luca e Platì, più volte sciolti per mafia e roccaforte di potenti cosche. Qui non è gradito chi fa domande e sentinelle monitorano i nuovi venuti che si muovono per le strade. Le due piccole stazioni dei carabinieri sono veri e propri avamposti militari in zone ad altissimo rischio.

«Siamo un’istituzione della Repubblica e lavoriamo per garantire la sicurezza democratica», afferma Michele Fiorentino, comandante dei carabinieri di San Luca. Un suo predecessore (come successo anche a Platì) è stato assassinato. «Siamo qui perché è la cosa giusta da fare. Abbiamo già vinto tante battaglie e vinceremo sicuramente anche la guerra», spiega prima di mostrare un’area riservata dove si raccolgono e analizzano tutti i dati su boss e fiancheggiatori.

Luigi Di Gioia, comandante dei carabinieri di Platì, guida invece per la prima volta all’interno del bunker sotterraneo dove sono stati arrestati i boss delle famiglie Barbaro e Pelle. In meno di 50 chilometri quadrati sono stati trovati oltre 30 bunker. «La ’ndrangheta si trasforma, ma alla fine sarà sconfitta», dice Di Gioia: «Sarebbe impossibile fare questo lavoro senza tale consapevolezza e senza dedizione alla giustizia». Ivan D’errico, capitano dei “Cacciatori di Calabria”, reparto d’élite dei carabinieri, apre infine le porte della base operativa di Vibo Valentia durante un’operazione top secret. «La nostra complicata missione prevede una conoscenza profonda del territorio per catturare latitanti e individuare nascondigli di armi e droga», racconta mentre è in volo in elicottero.

A Lamezia Terme, l’incontro con la famiglia di una delle molte vittime innocenti della violenza mafiosa. Nel 1991 Francesco Tramonte, un giovane netturbino, venne ucciso con 22 colpi di kalashnikov da un sicario della ’ndrangheta che puntava a ottenere l’appalto per la raccolta dei rifiuti. «Hanno ucciso un semplice operaio, il più basso nella scala sociale», ricorda la figlia Stefania che cerca ancora la verità sui mandanti politici di quell’omicidio. Ma resistere è necessario. Perché arriverà la fine anche di questo fenomeno umano, la mafia, come credeva Giovanni Falcone. E perché bisogna difendere a ogni costo la nostra democrazia. Come fa da sempre la parte più bella della Calabria.

Calabria, la colonia dove gli “eretici” che toccano certi fili rischiano di essere fatti fuori. Emilio Sirianni e Otello Lupacchini. Emilio Sirianni, magistrato in servizio presso la sezione lavoro della Corte d'Appello di Catanzaro, è l'ultimo caso di una lunghissima lista. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 14 luglio 2023

Il dottor Emilio Sirianni, stimato magistrato di Catanzaro, ha toccato i fili dell'alta tensione esprimendo, tra l'altro, giudizi severi sull'operato del dottor Nicola Gratteri sia pure in una conversazione strettamente privata. Non si può! Infatti è stato punito così come era già successo al Procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini.

Il potere vero non si tocca. In Calabria nessuno se ne frega per quale partito voti... tanto non cambia nulla. Puoi essere di “sinistra” o di “destra” purché non tocchi la “Santa Sanctorum” che ha la testa a Roma (e oltre) e gli artigli nelle periferie del Paese.

La Calabria non è una semplice periferia, è una colonia dove il potere politico è quasi sempre occupato da ascari di modesta fattura, mentre il potere vero sta altrove. Se comprendi il meccanismo e lo denunci sei perduto, soprattutto se occupi una postazione strategica nei luoghi in cui si decide ogni cosa.

Potrei fare centinaia di nomi per supportare le cose che dico, mi limito a qualcuno. Pochi anni fa è toccato al vescovo di Locri, Giancarlo Maria Bregantini, stimato e amatissimo dal suo popolo. Rigorosamente contro la mafia, denunciò i gravissimi limiti ( e i seri danni) dell'antimafia. Si sentiva fortissimo perché aveva la stima della Calabria migliore e l'affetto di tutti i calabresi ma si sbagliava. Appena toccò i ' fili sensibili' fu ' promosso' arcivescovo e trasferito a Campobasso.

Mimmo Lucano era diventato un personaggio popolare. Certamente non gestibile, e quindi molto pericoloso. Qualcuno ne ha tratto le logiche conseguenze. Mario Oliverio, secondo me, non è stato punito per come ha governato la Regione Calabria, ma perché ha avuto l'ardire, dinanzi agli abusi subiti, di non prostrarsi a terra per baciare la “sacra pantofola” e ne ha pagato la “colpa” con un attacco concentrico dei vari ' poteri uniti' compreso il suo Pd.

Molte volte a eliminare gli ' eretici' ci ha pensato la ' ndrangheta'. Penso all'ex presidente delle ferrovie dello Stato, Vico Ligato, o a Francesco Fortugno vice presidente del consiglio regionale della Calabria, fucilati entrambi sulla pubblica strada.

Altre volte mafia e '”Stato” hanno operato insieme, per esempio con le persecuzioni giudiziarie e le pistolettate contro i giovani anarchici di Africo che hanno messo in discussione il blocco politico - giudiziario- mafioso. Oggi, il più delle volte, i metodi cruenti vengono scartati. Basta la gogna pubblica. Basta l'antimafia. Bastano i processi di regime. La mafia armata interviene solo in casi estremi. Così si vive in una colonia dove la realtà è molto diversa da quella che viene veicolata dai media di regime. Ma l'Italia non lo sa.

Effetto Cartabia: gli imprenditori che patteggiano per mafia potranno lavorare con lo Stato. Stefano Baudino su L'Indipendente il 6 luglio 2023.

Chi decide di patteggiare una pena per associazione mafiosa può continuare indisturbato a fare impresa, a ricevere finanziamenti pubblici e a contrattare con lo Stato, aggirando tutta la normativa di prevenzione antimafia: è l’ultimo effetto prodotto dalla riforma della giustizia targata Marta Cartabia, partorita nell’era del governo di Mario Draghi, ufficialmente attestato da una sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Sicilia.

Nello specifico, la decisione del Gga – che svolge le medesime funzioni del Consiglio di Stato, ma con la sola competenza sull’isola – riguarda il caso di un imprenditore di Partinico, inserito nel commercio di macchine agricole e industriali, che tre anni fa ha patteggiato una pena di un anno e dieci mesi di carcere per 416-bis con il riconoscimento della sospensione condizionale. Tale condanna aveva comportato l’applicazione di un’interdittiva antimafia da parte della Prefettura di Palermo, con l’automatico divieto per il soggetto di esercitare la professione e quindi partecipare alle gare di appalto. Ma ora i giudici amministrativi siciliani – accogliendo il ricorso del legale dell’uomo e sconfessando una precedente pronuncia del Tar – hanno ribaltato tutto, sospendendo in via cautelare l’interdittiva. Il motivo è da ricondurre al dettato della riforma Cartabia, che ha modificato l’art. 445 del codice di procedura penale in questo modo: “Non producono effetti le disposizioni di leggi diverse da quelle penali che equiparano il patteggiamento a una sentenza di condanna”. Limitando, così, l’efficacia extrapenale della sentenza di patteggiamento, che non può dunque valere a fini di prova “nei giudizi civili, disciplinari, tributari o amministrativi, compreso il giudizio per l’accertamento della responsabilità contabile”.

A tal proposito, il Collegio di secondo grado ha citato a sostegno una “costante giurisprudenza”, evidenziando che anche le norme del codice antimafia sono “diverse da quelle penali”, dal momento che disciplinano “istituti di natura esclusivamente preventiva e non punitiva”. Dunque, “la sentenza di patteggiamento, relativa anche a uno dei reati ritenuti ostativi ai sensi del codice antimafia (come il 416-bis c.p.), non può (più) ritenersi equiparata alla sentenza di condanna”. Per il Consiglio, sussistono entrambi i requisiti per l’accoglimento del ricorso: il fumus boni iuris, cioè l’apparente fondatezza della domanda, e il periculum in mora, ovvero il rischio di effetti economici negativi per l’attività.

Si tratta solo dell’ultima macroscopica criticità frutto di una riforma che, nel corso degli anni, ne ha fatte emergere innumerevoli. In primis, con l’introduzione nell’ordinamento della “tagliola” dell’improcedibilità per i processi in appello (dal 2025, potranno durare di base fino a due anni, con una proroga di un anno al massimo) e in Cassazione (un anno di base, con una proroga di sei mesi), che manderà al macero tutti quelli che sforino le soglie temporali previste; poi con la non perseguibilità di gravi reati –  tra cui il sequestro di persona, le lesioni personali dolose, la violenza sessuale e lo stalking – in mancanza di querela da parte della vittima, anche quando sono seguiti da una minaccia messa in atto con l’obiettivo di persuaderla a non querelare l’autore della condotta; infine con il bavaglio al diritto di cronaca mascherato da azione improntata al garantismo e alla difesa della “presunzione di non colpevolezza”, sostanziatosi nella mancata diffusione ai cittadini di notizie di pubblico interesse, nonché con l'”abrogazione tacita” della Legge Severino – norma che prevede l’incandidabilità dei politici raggiunti da condanna -, che diviene inapplicabile per chi decide di patteggiare. [di Stefano Baudino]

Mafia “legalizzata” da Cartabia? Falso: il “Fatto” legge male le norme. In un articolo di Peter Gomez si commenta con durezza un’ordinanza sulle interdittive che, in base alla riforma dell’ex ministra, non possono più essere inflitte sulla base di un patteggiamento. Ma oggi patteggiare sul 416-bis è diventato impossibile. Fabrizio Costarella, Avvocato del foro di Catanzaro, e Cosimo Palumbo, Avvocato del foro di Torino su Il Dubbio il 6 luglio 2023

In un saggio del 1941, Ernst Fraenkel sviluppava, a proposito del nazionalsocialismo, la teoria del “doppio Stato”.

Nel suo scritto, evidenziava come la rottura che il nazismo aveva consumato nei confronti dei principi democratici era dovuta alla evocazione dello stato di eccezione o “di assedio”, che aveva consentito di investire la politica dei cosiddetti “pieni poteri”, secondo l’adagio popolare per il quale la necessità non ha Legge.

Nello stato di eccezione, il potere politico non era più sottoposto al diritto (sub lege), né si esplicava attraverso norme generali (per legem), ma era, al contrario, svincolato dal rispetto della legge ed esercitato mediante giudizi di opportunità.

In questa realtà distopica, che Fraenkel definiva “Stato discrezionale”, non erano i tribunali a controllare l’amministrazione dal punto di vista della legalità, ma era l’autorità di polizia a controllare i tribunali dal punto di vista della opportunità.

Per tale motivo, chiosava l’Autore, la Costituzione (cioè, la fonte da cui promanava il potere pubblico e rispetto alla quale ogni altra istanza era recessiva) era lo stato d’assedio.

Nel nostro Paese, ormai da decenni, la Costituzione è la lotta alla mafia, intesa come obiettivo da perseguire, per ragioni di opportunità politica, non necessariamente sub lege e per legem, nel contesto di un perenne stato di eccezione.

L’evocazione di una “lotta”, perfetta concretizzazione del “diritto penale del nemico”, ha consentito al potere politico la creazione di doppi binari, anche processuali, per la repressione e, soprattutto, per la prevenzione del fenomeno mafioso, dotati di caratteri di peculiare asistematicità rispetto ai principi generali dell’ordinamento. Ma ha anche facilitato la nascita di un fenomeno sociale, quello dell’Antimafia, che, spesso del tutto digiuno di nozioni giuridiche, si risolve quasi sempre nella proclamazione di cahiers de doléances secondo i quali la mafia sarebbe deliberatamente favorita da una legislazione nella migliore delle ipotesi troppo blanda, se non addirittura compiacente. E che, secondo un anacronistico “dagli all’untore”, invoca sempre nuove limitazioni delle libertà, nuove sanzioni, nuovo “terrore”.

Solleticando la pancia del popolo, esasperandone le paure, eccitandone la sensazione di essere in stato di assedio, si è legittimato agli occhi dei cittadini la necessità e, di più, la legittimità di una produzione legislativa e giurisprudenziale che, colpo su colpo, ha attratto alla normativa antimafia situazioni e soggetti che con la mafia non avevano nulla a che fare: i corrotti, gli evasori fiscali, gli stalker, i predatori sessuali e tutta quella congerie di criminali comuni che oggi si vedono processati e sanzionati, specie con riferimento alle misure di prevenzione, come i mafiosi.

Una aggressione ai diritti costituzionalmente protetti degli individui, dettata dalla contingente opportunità politica di mostrare fermezza rispetto ai fenomeni criminali che, in una determinata epoca storica, siano avvertiti come allarmanti: oggi il femminicidio, solo ieri i rave parties, poco prima la corruzione, domani chissà.

Insomma, la materializzazione dello stato di eccezione, sempre figlio (o padre) di regimi autoritari.

In questo milieu di fanatismo intransigente va letta la reazione mediatica ad una recente ordinanza del Consiglio di Giustizia Amministrativa della Regione Siciliana (ord. 209/23), che ha sospeso cautelativamente una informativa interdittiva antimafia (misura di prevenzione non ablativa) resa nei confronti di un imprenditore, sulla scorta della nuova formulazione dell’articolo 445, comma 1-bis del codice di procedura penale.

La “riforma Cartabia”, infatti, ha espressamente normato quello che era un principio ispiratore della riforma codicistica del 2003 che, nell’ottica di incentivare il ricorso a riti deflattivi e premiali, aveva privato la sentenza di applicazione della pena su richiesta (patteggiamento) di effetti extrapenali e, dunque, di efficacia di giudicato nei procedimenti civili, amministrativi, contabili e disciplinari.

Principio rapidamente obliterato da numerose pronunce della giurisprudenza civile e amministrativa, in particolar modo di merito, secondo cui il patteggiamento, “pur non essendo equiparabile ad una sentenza di condanna, presupporrebbe un’ammissione di colpevolezza”.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano, recependo la riforma legislativa, ha dunque correttamente dichiarato l’irrilevanza, nel procedimento di prevenzione, di una sentenza di patteggiamento che costituiva l’unico presupposto per l’irrogazione della interdittiva antimafia, la cui efficacia è stata sospesa.

Ma, occasione irripetibile per i “professionisti dell’Antimafia”, quella sentenza penale era stata resa in relazione al delitto di cui all’articolo 416-bis del codice penale.

Da qui, con i registri comunicativi allarmistici tipici dello stato d’assedio, un articolo apparso sul Fatto Quotidiano del 5 luglio 2023, dal significativo titolo “Legalizzare la mafia: grazie al dl Cartabia ce la stiamo facendo”.

Nel denunciare “la logica perversa della riforma Cartabia” e nell’escludere (ma solo per insinuarlo) che il governo Draghi abbia “operato in segreto in favore dei malviventi”, l’autore suggerisce al lettore, sapientemente indotto alla indignazione, che se il mafioso patteggia una pena “non gli succederà niente”, perché potrà liberamente continuare a contrattare con la pubblica amministrazione.

Lo scritto soffre di una generalizzazione e di una certa approssimazione tecnica.

Quanto al primo aspetto, l’ordinanza vituperata interviene sul caso, rarissimo se non unico, di una misura di prevenzione adottata sul solo presupposto di una precedente sentenza di applicazione della pena su richiesta.

Al cittadino era stato, cioè, impedito il libero esercizio dell’impresa (nel che si sostanzia la negazione del diritto di iniziativa economica, costituzionalmente protetto) per essere incappato in un singolo procedimento penale, conclusosi con una sentenza di patteggiamento.

Circostanza che rende, obiettivamente, piuttosto arduo prevedere quella messe di conseguenze criminogene ipotizzate dal quotidiano.

Quanto al secondo aspetto, l’autore non si confronta con la concreta vicenda processuale, né con il dato testuale del novellato articolo 445 del codice di rito penale.

Nel caso trattato dal Consiglio di Giustizia Amministrativa, infatti, l’associazione per delinquere oggetto di pena concordata era cessata ad aprile del 1997, ossia quasi trenta anni or sono!

Già l’elemento temporale consentirebbe di ritenere aberrante la presunzione di perenne mafiosità, che sottende alla volontà persecutoria di espellere dal circuito dell’economia legale un cittadino che ha chiuso i propri conti con la giustizia nel secolo scorso (nel che si sostanzia la tendenziale attitudine criminogena dell’abuso delle misure di prevenzione).

Ma, oltre a ciò, occorre volgere lo sguardo all’assetto normativo attuale, che, da un lato, vieta di concordare una pena superiore a due anni per i delitti di mafia (articolo 444, comma 1-bis del codice di procedura penale, che non consente il patteggiamento “allargato” per talune ipotesi di reato) e, dall’altro, prevede una pena edittale minima di dieci anni di reclusione per il delitto di cui all’articolo 416-bis cp.

È, dunque, matematicamente impossibile oggi patteggiare una pena inferiore a due anni per il reato di associazione mafiosa, mentre lo era nel 1997, quando la pena edittale minima era pari a tre anni di reclusione.

Gridare allo scandalo per l’ordinanza del Consiglio di Giustizia Amministrativa, quindi, è strumentale al mantenimento dello stato di eccezione, perché alimenta il fanatismo popolare distogliendolo dalla costante privazione di diritti fondamentali, frutto di una legislazione di opportunità, propria di una “Stato discrezionale” e non di uno “Stato normativo”, per tornare alle suggestioni di Fraenkel.

Ma il fanatismo dei “pieni poteri”, dello stato d’assedio è l’anticamera dello Stato illiberale.

Chiudiamo allora il nostro intervento con Voltaire: Écrasez l’Infâme. Schiacciate l’infame. Cancellatelo.

Il grande filosofo francese si riferiva al fanatismo religioso ma quello del “diritto del nemico” non è, credeteci, meno pericoloso.

Antonio Giangrande: L’ITALIA DEGLI IPOCRITI. GLI INCHINI E LA FEDE CRIMINALE.

L’italiano è stato da sempre un inchinante ossequioso. Ti liscia il pelo per fottersi l’anima.

Fino a poco tempo fa nessuno aveva mai parlato di inchini. Poi i giornali, in riferimento alla Concordia, hanno parlato di "Inchini tollerati". Lo sono stati fino a qualche ora prima della tragedia sulla Costa Concordia che ha provocato morti e feriti incagliandosi sulla scogliera davanti al porto dell'Isola del Giglio. Repubblica.it lo ha documentato: nei registri delle capitanerie di porto che dovrebbero controllare il traffico marittimo, emerge che la "Costa Concordia" - così come tutte le altre navi in zona e in navigazione nel Mediterraneo e nei mari di tutto il mondo - era "seguita" da Ais, un sistema internazionale di controllo della navigazione marittima che è stato attivato da alcuni anni e reso obbligatorio da accordi internazionali dopo gli attentati dell'11 settembre (in funzione anti-terrorismo) e dopo tante tragedie del mare avvenute in tutto il mondo. Si è scoperto così che quel passaggio così vicino all'isola del Giglio era un omaggio all'ex comandante della Costa Concordia Mario Palombo ed al maitre della nave che è dell'isola del Giglio. Si è scoperto anche che per ben 52 volte all'anno quella nave aveva fatto gli "inchini". Inchini che fino al giorno prima, fino a prova contraria, erano stati tollerati: nessuno fino ad allora aveva mai chiesto conto e ragione ai comandanti di quelle navi. Nessuno aveva cercato di capire perché passassero così vicini alla costa dove per legge è anche vietato (se una piccola imbarcazione sosta a meno di 500 metri dalle coste, se beccata dalle forze dell'ordine, viene multata perché vietato). Figuriamoci se a un bestione come la Costa Concordia è consentito "passeggiare" in mezzo al mare a 150-200 metri dalla costa. Il comandante Schettino, come confermano le indagini e le conversazioni radio con la capitaneria di porto di Livorno, ha fatto errori su errori, ma nessuno prima gli ha vietato di avvicinarsi troppo all'isola del Giglio. Quando si è incagliata era troppo tardi.

Da un inchino ad un altro. Dopo il 2 luglio 2014 l’anima italica, ipocrita antimafiosa, emerge dalle testate di tutti i giornali. I moralisti delle virtù altrui, per coprire meglio le magagne governative attinenti riforme gattopardesche. Si sa che parlar dei mondiali non attecchisce più per la male uscita dei pedanti italici. Pedanti come ostentori di piedi pallonari e non di sapienza. Lo dice uno che sul tema ha scritto un libro: “Mafiopoli. L’Italia delle mafie”.

Una protesta plateale. Se la Madonna fa l’inchino ai boss, i carabinieri se ne vanno. Se i fedeli e le autorità, civili e religiose, si fermano in segno di “rispetto”, davanti alla casa del mafioso, le forze dell’ordine si allontanano, in segno di protesta. E ne diventano eroi. Tanto in Italia basta poco per esserlo. È successo il 2 luglio 2014, a Oppido Mamertina, piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, sede di una sanguinosa faida tra mafiosi: durante trenta secondi di sosta per simboleggiare, secondo tutti i giornali, l’inchino al boss Giuseppe Mazzagatti, i militari che scortavano la processione religiosa si sono allontanati. Tutti ne parlano. Tutti si indignano. Tutti si scandalizzano. Eppure l’inchino nelle processioni è una tradizione centenaria in tantissime località del sud. Certo è che se partiamo con la convinzione nordista mediatica che il sud è terra mafiosa, allora non ci libereremo mai dei luoghi comuni degli ignoranti, che guardano la pagliuzza negli occhi altrui. Gli inchini delle processioni si fanno a chi merita rispetto: pubbliche istituzioni e privati cittadini. E’ un fatto peculiare locale. E non bisogna additare come mafiosi intere comunità (e dico intere comunità), se osannano i singoli individui e non lo Stato. Specie dove lo Stato non esiste. E se ha parvenza di stanziamento, esso dà un cattivo esempio. A volte i giudizi dei tribunali non combaciano con quelle delle comunità, specie se il reato è per definizione nocumento di un interesse pubblico. Che facciamo? Fuciliamo tutti coloro che partecipano alle processioni, che osannano chi a noi non è gradito? A noi pantofolai sdraiati a centinaia di km da quei posti? Siamo diventati, quindi, giudici e carnefici? Eliminiamo una tradizione centenaria per non palesare il fallimento dello Stato?

Dare credibilità agli amministratori locali? Sia mai da parte dei giornali. Il sindaco di Oppido Mamertina, Domenico Giannetta, ha rilasciato un lungo comunicato per spiegare l'accaduto «Noi siamo una giovane amministrazione che si è insediata da 40 giorni e non abbiamo nessuna riverenza verso un boss. Se i fatti e le motivazioni di quella fermata sono quelli ricostruiti finora noi siamo i primi a condannare e a prendere le distanze», spiega Domenico Giannetta, sindaco di Oppido Mamertina. «A quanto appreso finora - spiega ancora il sindaco - la ritualità di girare la madonna verso quella parte di paese risale a più di 30 anni, ma questa - chiarisce Giannetta - non deve essere una giustificazione. Se la motivazione è, invece, quella emersa condanniamo fermamente. Noi - sottolinea - siamo un’amministrazione che vuole perseguire la legalità. Ci sentiamo come Amministrazione Comunale indignati e colpiti nel nostro profilo personale e istituzionale. Era presente al corteo religioso tutta la Giunta Comunale, il Presidente del Consiglio Comunale, il Comandante della Polizia Municipale e il Comandante della Stazione dei Carabinieri di Oppido. Giunti all'incrocio tra via Ugo Foscolo e Corso Aspromonte, nel seguire il Corteo religioso tutti i predetti camminando a piedi svoltavamo a sinistra, circa 30 metri dietro di noi vi erano i presbiteri e ancora dietro la vara di Maria SS. Delle Grazie. Mentre tutti procedevamo a passo d'uomo la vara si fermava all'intersezione predetta e veniva girata in direzione opposta al senso di marcia del Corteo, come da tradizione. Peraltro, nell'attimo in cui i portatori della vara hanno espletato tale rotazione, improvvisamente il Comandante della Stazione locale dei Carabinieri che si trovava alla destra del Sindaco si è distaccato dal Corteo, motivando che quella gestualità era riferibile ad un segno di riverenza verso la casa di Mazzagatti. Sentiamo dunque con sobrietà di condannare il gesto se l'obiettivo era rendere omaggio al boss, perché ogni cittadino deve essere riverente alla Madonna e non si debba verificare al contrario che per volontà di poche persone che trasportano in processione l'effigie, venga dissacrata l'onnipotenza divina, verso cui nessun uomo può osare gesto di sfida. Dal canto nostro nell'immediatezza del fatto, nel dubbio abbiamo agito secondo un principio di buon senso e non abbiamo abbandonato il Corteo per non creare disagi a tutta la popolazione oppidese ed ai migliaia di fedeli che giungono numerosi da diversi paesi ed evitare il disordine pubblico».

Se non vanno bene, possiamo cambiare le regole. Bene ha fatto a centinaia di km in quel di Salerno il clero locale. Meno applausi e più preghiere, affinchè la processione di San Matteo ritorni ad essere «un corteo orante» e non un teatro o un momento «di interessi privatistici», scrive “La città di Salerno”. L’arcivescovo Luigi Moretti annuncia così le nuove “regole” che, in linea con la Cei, caratterizzeranno la tradizionale celebrazione dedicata al Santo Patrono, invitando tutti - fedeli, portatori, istituzioni - a recuperare il senso spirituale della manifestazione. Non sono previste fermate dinanzi alla caserma della Guardia di Finanza, nè dinanzi al Comune. Aboliti gli “inchini” delle statue che per nessuna ragione dovranno fermarsi sulla soglia di bar e ristoranti, visto che «sono i fedeli che si inchinano ai Santi e non il contrario». Nessuna “ruota” delle statue, fatta eccezione per tre momenti di sosta all’altezza di corso Vittorio Emanuele, corso Garibaldi e largo Campo. I militari che sfileranno dovranno essere rigorosamente non armati e le bande saranno ridotte ad un unica formazione. Le stesse statue saranno compattate «in un blocco unico per evitare dispersioni». Nei giorni che precedono la processione saranno organizzate iniziative nelle parrocchie della zona orientale, «che prima erano tagliate fuori dalla celebrazione». Il corteo sarà aperto da croci e candelabri, poi le associazioni, con l’apertura anche a quelle laiche, altra novità di quest’anno. A seguire la banda, le statue, il clero «su doppia fila», l’arcivescovo che precederà San Matteo e dietro i Finanzieri, il Gonfalone del Comune e le autorità con il popolo. Durante la sfilata «si pregherà e verranno letti dei brani del Vangelo». No ai buffet allestiti per ingraziarsi il politico di turno con brindisi e pizzette. «Quelle, se i fedeli vorranno, potranno recapitarle a casa dei portatori», ha ironizzato Moretti. «Ben venga chi vuole offrire un bicchiere d’acqua a chi è impegnato nel trasporto delle statue, ma il resto no, perchè c’è un momento per fare festa ed uno per pregare».

In conclusione sembra palese una cosa. Gli inchini nelle processioni non sono l’apologia della mafia, ma spesso sono atti senza analisi mediatica dietrologica. Molte volte ci sono per ingraziarsi, da parte dei potenti, fortune immeritate. Sovente sono un segno di protesta contro uno Stato opprimente che ha vergognosamente fallito.

L’italiano è stato da sempre un inchinante ossequioso. Ti liscia il pelo per fottersi l’anima. Si inchina a tutti, per poi, un momento, dopo tradirlo. D'altronde ognuno di noi non si inchina a Dio ed ai Santi esclusivamente per richieste di tornaconto personale? Salute o soldi o carriera?

Ricordatevi che lo sport italico è solo glorificare gli appalti truccati ed i concorsi pubblici falsati.

Dr Antonio Giangrande

Antonio Giangrande: L’ANTIRACKET SALENTO PRESENTATA DA ALFREDO MANTOVANO

LA POSIZIONE DELL’ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE

Antiracket Salento. Arrivano con il progetto Pon sulla Sicurezza 2.4 dall’Unione Europea 1.351.000,00 Euro per il Salento. Un contributo per le province di Taranto, Lecce e Brindisi per l’apertura di sportelli comunali antiracket che raccolgano le denunce. “La nostra terra è meritevole di un sostegno” ha spiegato l’onorevole Alfredo Mantovano a Taranto il 22 giugno 2012 in un incontro con la stampa ed il sindaco di Taranto.

Il dr. Antonio Giangrande, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, riguardo agli aspetti trattati da Alfredo Mantovano (ex magistrato, eletto PDL, ex AN) rilascia questa dichiarazione:

«la nostra terra è sì meritevole di un sostegno, ma perché è ritenuta un covo di mafiosi, in quanto così è presentata da chi ha un interesse politico od economico. Per raccogliere le denunce non ci sono già le caserme dei carabinieri, i commissariati o le Procure? Come presidente nazionale, quindi, data la mia esperienza extraterritoriale, ho adottato alcune misure che ho proposte a tutte le Prefetture d’Italia. Suggerimenti divulgabili ed adottabili da ogni ente governativo provinciale, per poterne usufruire ed apprezzare gli aspetti più utili. Il tutto senza alcuna reclame.

L’Associazione Contro Tutte le Mafie:

con Tele Web Italia, la sua web tv nazionale, ospita tutte le web tv locali e dà visibilità gratuita al territorio ed alle aziende che ivi producono per superare la crisi di mercato o il pericolo di usura;

considerando che le vittime del racket e dell’usura non hanno bisogno di visibilità e non vogliono apparire per paura delle ritorsioni, ha predisposto sui suoi siti web associativi uno sportello telematico (VADEMECUM) affinchè le vittime, senza ausilio di intermediari, possano accedere agli strumenti di denuncia e di autotutela più adeguati, previa informazione senza filtri sui benefici di legge, questo perché gli sportelli antiracket aperti a Lecce, Taranto e Brindisi, od in altri posti, pur in apparenza utili, possono sembrare solo strumenti di propaganda politica e di speculazione economica per attingere ai progetti PON o POR;

ha invitato ad una collaborazione reale la Camera di Commercio e le associazioni di categoria attraverso l’accesso ai Cofidi o gli Interfidi per superare l’ostacolo della mancata fruizione di finanziamenti dalle banche, per evitare il fallimento delle aziende o l’accesso al mondo usuraio dei cittadini.

In virtù di tali atti e proposte, quindi, si spera in una collaborazione senza oneri per lo Stato e che non sia solo di stampo burocratico, con la creazione di un Pool informale con il delegato dell’ufficio competente presso la Prefettura territoriale; con il responsabile della locale Camera di Commercio, Industria, Agricoltura ed Artigianato, in rappresentanza delle categorie sociali ed economiche; con il magistrato delegato ai reati specifici; con la presente associazione che telematicamente aiuta i bisognosi sul territorio a trovare una sponda istituzionale per risolvere i loro problemi. Insomma, noi abbiamo bisogno da parte dello Stato di avere un solo nome presso cui convogliare le innumerevoli richieste di aiuto, per ovviare altresì ai disservizi esistenti nel sistema. Quel nome istituzionale, territorialmente, deve garantire: procedibilità della denuncia fondata presentata; immediato accesso ai finanziamenti dei Cofidi e Statali od ai risarcimenti di legge; tempestiva interruzione dei procedimenti giudiziari esecutivi a carico dell’usurato denunciante. Crediamo che la lotta al racket ed all’usura (anche bancaria e di Stato) non debba essere fatta solo di chiacchiere, ma deve essere sostenuta da atti concreti, che a quanto pare nessuno vuole adottare. La Legalità è il comportamento umano conforme al dettato della legge nel compimento di un atto o di un fatto. Se l'abito non fa il monaco, e la cronaca ce lo insegna, nè toghe, nè divise, nè poteri istituzionali o mediatici hanno la legittimazione a dare insegnamenti e/o patenti di legalità. Lor signori non si devono permettere di selezionare secondo loro discrezione la società civile in buoni e cattivi ed ovviamente si devono astenere dall'inserirsi loro stessi tra i buoni. Perchè secondo questa cernita il cattivo è sempre il povero cittadino, che oltretutto con le esose tasse li mantiene. Non dimentichiamoci che non ci sono dio in terra e fino a quando saremo in democrazia, il potere è solo prerogativa del popolo.» Dr Antonio Giangrande

Insalaco, «il piacere dell’onestà» di un sindaco ucciso dalla mafia. Il Corriere della Sera il 13 giugno 2023.

Chi era Giuseppe Insalaco? Un sindaco anomalo di Palermo che si rifiutò di seguire le logiche dei grandi appalti e di sottostare alle logiche dei ras democristiani? Un democristiano di cui, però, diffidava Salvo Lima perché lo considerava «ladro e sbirro»? «Ladro» perché conosceva e frequentava mafiosi come Stefano Bontate e Salvatore Greco; «sbirro» perché conosceva e frequentava prefetti di polizia come Emanuele De Francesco, generali dei carabinieri come Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un uomo dei servizi? La più affascinante interpretazione, come ricorda Bianca Stancanelli, resta quella di Leonardo Sciascia che descrisse la sua morte come il culmine di un «dramma in tre atti» il cui protagonista era un democristiano di lungo corso «pirandellianamente calatosi nel piacere dell’onestà» e che per questo era stato punito.

La sindacatura di Giuseppe Insalaco, diventato primo cittadino il 13 aprile del 1984 è durata appena 101 giorni. È stato ucciso in un agguato mafioso il 12 gennaio del 1988. Un omicidio sul quale ancora oggi restano molte ombre (mai individuati i mandanti), anche per le modalità molto strampalate con cui fu eseguita la condanna a morte in via Cesareo (di cui un tratto gli è stato recentemente intitolato). Tocca ancora a Emilia Brandi e ai suoi di autori di Cose nostre calarsi nei misteri della mafia per cercare qualche brandello di verità in quella Palermo degli anni 80 dove Vito Ciancimino regnava sopra ogni altra istituzione: Il piacere dell’onestà (Rai1 e Rai Play). Con la consueta passione indagatrice, Brandi intervista la figlia di Insalaco, Ernesta, l’ex sindaco Leoluca Orlando, la giornalista Bianca Stancanelli, l’ex dirigente della Squadra Mobile Francesco Accordino.

Tra enormi difficoltà, Insalaco cercò di cambiare il corso degli eventi a Palazzo delle Aquile ed è certamente questo che non gli fu mai perdonato. «Mi facevano trovare ogni mattina i mandati di pagamento sulla scrivania — spiegò Insalaco alla Commissione antimafia — confusi insieme alla posta ordinaria. Speravano che non me ne accorgessi, che firmassi quelle delibere insieme alle ricevute. Ogni delibera valeva decine di miliardi». Cercò ma non ci riuscì. 

"Abbiamo ucciso un bravo ragazzo": chi era Michele Fazio, col sogno di fare il carabiniere. Angela Leucci il 6 Giugno 2023 su Il Giornale.

Lella e Pinuccio Fazio girano l'Italia combattendo contro mafia e omertà: nel 2001, il figlio Michele Fazio fu colpito e ucciso durante una vendetta tra clan avversari

Tabella dei contenuti

 L’omicidio e le condanne

 La lotta antimafia

 La piece teatrale

La storia dell’omicidio di Michele Fazio, durante una sparatoria della criminalità organizzata, è una vicenda che fa male anche a decenni di distanza. Una vicenda con un insegnamento: la lotta per la legalità riguarda tutti, l’uomo comune non è qualcosa di scollato, di potenzialmente esente da danni quando si parla di criminalità organizzata. È qualcosa che sanno bene i genitori di questo giovane, che si affacciava alla vita e la cui esistenza, bontà, forza di volontà sono state stroncate da proiettili che non sono certo partiti da soli.

“Michele era sempre solare e sorridente - sono le parole di Lella Fazio a IlGiornale.it - Quando non arrivano a fine mese, lui era ancora un bambino, ma mi diceva: ‘Mamma, non ti preoccupare, ci penso io’. Alla fine della terza media, lui lasciò la scuola, una cosa che non accettai facilmente. Andavo a servizio da alcune famiglie per arrotondare. Così lui trovò un lavoro per aiutarmi. Tutti lo amavano al lavoro. Oggi sto bene economicamente, ma mi manca lui: la felicità è avere i figli accanto, stare bene con loro, dialogare”.

L’omicidio e le condanne

Era una sera d’estate a Bari vecchia, il 12 luglio 2001. Michele Fazio aveva quasi 16 anni: lavorava in un bar per aiutare la famiglia, trascorreva il tempo libero con i coetanei o, d’inverno, era impegnato anche negli studi serali. “Michele era un ragazzo che lavorava la mattina e il pomeriggio andava a scuola - racconta Pinuccio Fazio a IlGiornale.it - Lui aveva un sogno nel cassetto: voleva diventare un carabiniere, perché lavorava in un bar del centro frequentato dalle forze dell’ordine e si sentiva orgoglioso a servir loro il caffè, stimava queste persone. Andava ogni mattina a lasciare il caffè al prefetto Tommaso Blonda e lui lo lasciava accomodare sulla sua poltrona, conoscendo il suo sogno”.

Quella sera Pinuccio Fazio, che lavora per le ferrovie e quindi è spesso lontano dalla Puglia, è a casa, è il suo ultimo giorno di ferie. Ordina le pizze, per mangiarle tutti insieme in famiglia. Ma il figlio Michele quella sera non torna a casa, viene freddato sulla soglia con un proiettile alla nuca, capitando, suo malgrado, nel mezzo di una sparatoria. “Era stato sul lungomare con gli amici - continua Pinuccio Fazio - Prima di uscire mi era venuto a dare un bacio e io gli ho detto: 'Se torni un po’ prima ordino le pizze'. Michele non suonava al citofono, chiamava col telefonino per chiedere che gli fosse aperto il portone. Quella sera c’erano almeno 70 esponenti del clan in cerca di vendetta. Alle 22.40 suonò il telefono di casa e mia figlia, che aveva 13 anni, andò a rispondere: era Michele per dire che sarebbe tornato a momenti. Sentimmo almeno una decina di colpi di pistola. Non avevo mai sentito questi suoni, abbiamo pensato fossero fuochi d’artificio, che a Bari vecchia sono molto diffusi per compleanni e ricorrenze. Ma non erano fuochi d’artificio, erano colpi di pistola. Mia figlia dalla finestra vide Michele da solo, nella piazza deserta, in una pozza di sangue. Non ci credetti subito, ma poi ho iniziato a capire. Ci abbiamo messo una vita per creare una famiglia, dei vigliacchi, degli assassini l’hanno distrutta in una manciata di secondi”.

Quella stessa sera infatti era in atto una vendetta tra clan malavitosi. “C’è chi disse che Michele si era trovato al posto sbagliato al momento sbagliato, ma io pensavo: ‘Un figlio non può neppure tornare a casa dai genitori?’”, aggiunge Lella Fazio. Qualche settimana prima era stato ucciso Francesco Capriati, un omicidio compiuto dal clan rivale Strisciuglio. Un gruppo formato da membri del clan Capriati, in alcuni casi giovanissimi, avevano progettato di uccidere uno qualsiasi degli Strisciuglio. E invece hanno ucciso Michele Fazio, tra l’altro rendendosene conto e pronunciando la frase: “Sim accis o uagnon bun”, abbiamo ucciso un bravo ragazzo.

“Il ragazzino che guidava riconobbe Michele - ricorda Lella Fazio - erano andati a scuola insieme, al calcetto, al catechismo, e Michele gli dava tutto quello che aveva, lo difendeva per via della sua famiglia disagiata. Non disse: ‘Abbiamo ammazzato il ragazzo sbagliato’, ma ‘Abbiamo ammazzato un ragazzo buono’. Michele amava tutti e sapeva perdonare, non accettava discriminazioni”.

Dopo una prima archiviazione del caso, nel 2003, il caso fu riaperto nel 2004 e nel 2005 arrivarono le prime condanne. “Ho provato rabbia - chiarisce Pinuccio Fazio in merito all’archiviazione - Ho chiamato la stampa e con mia moglie abbiamo scatenato un putiferio. Allora le forze dell’ordine sono venute a trovarci, per dirci: ‘Siamo con voi’”. A Francesco Annoscia fu inflitta una pena di 15 anni e 8 mesi di reclusione - che ha già scontato - mentre a Raffaele Capriati di 17 anni. Nel 2016 fu condannato anche chi guidava lo scooter nell’organizzazione dell’agguato, ovvero Michele Portoghese, che sta scontando 7 anni e 6 mesi: all’epoca dei fatti era tra l’altro minorenne, coetaneo della vittima.

“Sono 22 anni che giriamo per l’Italia a raccontare la storia di Michele - dice ancora Pinuccio Fazio - Ogni volta riviviamo quei momenti, ma sappiamo di non doverci fermare. Ognuno può fare la propria parte. All’epoca c’era gente che si era chiusa nell’omertà, e invece le persone hanno poi iniziato a collaborare, ognuno con piccoli gesti”. I genitori di Michele Fazio, come detto, non si sono arresi. Anzi, secondo una parte dell’opinione pubblica, hanno giocato un ruolo fondamentale nel cambiare in meglio il volto di Bari vecchia dal punto di vista della sicurezza.

Da Pinuccio a Lella Fazio, puntualmente, durante questi incontri, arriva l’invito a rifiutare l’omertà. “Il Signore ha preso mio figlio, lo abbiamo accettato - chiosa Lella Fazio - Perché ci aspettava un cammino, e il nostro cammino è questo. Ora il Signore mi dà la forza per andare a parlare con i ragazzi di legalità per dir loro di rifiutare l’omertà. Sono una mamma che dà un consiglio: chi sceglie la mafia non avrà più vita, l’unica strada porta al cimitero. E i mafiosi hanno paura di chi parla. Dobbiamo collaborare con le forze dell’ordine e la magistratura contro la mafia”.

A partire dalla lotta dei genitori di Michele Fazio è nata una piece teatrale, “Stoc ddo - Io sto qua”, che prende il nome da una frase della madre del giovane ucciso. Si tratta di una produzione Meridiani Perduti, di e con Sara Bevilacqua, con la drammaturgia di Osvaldo Capraro. Per il 2023 le date previste per le repliche sono il 18 giugno a Livorno nell’ambito del festival Scenari di Quartiere e l’1 ottobre a Rimini.

“L’opera nasce dalla collaborazione con Capraro - illustra Bevilacqua a IlGiornale.it - Contattò un docente e scrittore barese, Francesco Minervini, che collabora con alcune famiglie che hanno avuto vittime innocenti di mafia in Puglia. Ci ha fatto conoscere Lella e Pinuccio: due persone straordinarie, accoglienti e generose, una famiglia generosa che ha trasformato il dolore in impegno civile”.

L’opera ha superato le 100 repliche in tutta Italia e si chiude sempre con un momento di incontro e riflessione, spesso con Lella e Pinuccio Fazio. “Lella ci ha detto: ‘So che quando io non ci sarò, voi continuerete a far conoscere Michele, farlo vivere ancora’ - conclude Bevilacqua - Per me è un’emozione molto forte, perché la piece parte da una cosa che Lella ha sempre detto, ovvero il desiderio che quando morirà Dio le dia la possibilità di rivedere il figlio. Abbiamo voluto raccontare questa storia dal punto di vista di Lella, una leonessa che non si è arresa mai, che è andata a bussare alle porte dei mafiosi per conoscere i nomi dei colpevoli, che ha deciso di dire a tutti: ‘Io resto qui’, perché non vuole lasciare Bari vecchia di cui è orgogliosa, un luogo in cui da piccola viveva con le porte aperte. Lella e Pinuccio sono fonti di vita e di speranza”.

REATO DI PARENTELA”. La Cassazione: puoi fare impresa pure se hai il nonno colluso. Con la sentenza dello scorso 11 aprile viene scalfito il pregiudizio assoluto che soffoca l’economia del Sud: per la Suprema Corte l’azienda può andare avanti anche se ha tra i suoi familiari una persona ritenuta vicina alle cosche. Errico Novi su Il Dubbio il 2 maggio 2023

È un piccolo spiraglio. Ma può essere l’inizio di un capovolgimento radicale degli stereotipi antimafia. Secondo la Cassazione, l’influenza del crimine organizzato su un’azienda non può essere desunta dalla semplice parentela fra persone ritenute “colluse” e gli amministratori dell’impresa.

Dare per scontato che un imprenditore con familiari “scomodi” sia invariabilmente un prestanome di questi ultimi è dunque arbitrario, anzi illegittimo. È il senso di una sentenza (la 15156 del 2023) depositata dalla prima sezione penale della Suprema corte (presidente Monica Boni, relatore Raffaello Magi) poco meno di un mese fa, l’11 aprile. Vacilla finalmente il “comodo” (per chi vi ricorre) principio della “familiarità” che determina di per sé contiguità o addirittura “intraneità” al sistema criminale, principio in virtù del quale sono sottoposte a sequestro e confisca migliaia di aziende.

Nello specifico, la Cassazione ha accolto il ricorso con cui una giovane imprenditrice calabrese (M. D.), già destinataria di un’interdittiva, reclamava di poter accedere almeno alla cosiddetta “messa alla prova aziendale”: si tratta del controllo giudiziario attivato su volontà dell’imprenditore, istituto introdotto nel 2017. Non siamo insomma di fronte a una rivoluzione dei comunque rigidissimi criteri delle misure antimafia: si tratta di una concessione minima, ispirata al diritto e alla logica. La sentenza 15156 dell’11 aprile ha semplicemente ritenuto di poter accogliere la richiesta di “messa alla prova” nonostante il nonno della titolare, M. S., avesse avuto in passato rapporti con la cosca dei Mancuso. Secondo gli ermellini non si può negare, all’imprenditrice in questione, la possibilità di smentire l’ipotesi di subire, seppur in modo indiretto, l’influenza “per interposto parente” della ’ndrangheta.

Va detto che tale orientamento era già affiorato in qualche precedente decisione della Suprema Corte, in particolare con la sentenza 31831 del 2021, evocata ora nella pronuncia 15156 quando si ribadisce che «il condizionamento stabile delle attività di impresa, in caso di familiari non conviventi ritenuti portatori di pericolosità, non può essere affidato alla presunzione semplice derivante dalla complicità familiare». L’affermazione sembra particolarmente adeguata al caso della sentenza di aprile: la giovane imprenditrice, M. D., si era vista prima applicare dal prefetto l’interdittiva e quindi negare dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Catanzaro l’accesso al controllo giudiziario previsto dalla riforma del codice antimafia promossa dall’allora guardasigilli Andrea Orlando (la legge 161 del 2017), la “messa alla prova”, appunto. Tutto perché il nonno della ricorrente, M. S., era stato a propria volta destinatario di misure di prevenzione, per pregresse relazioni con la cosca dei Mancuso.

Ma i magistrati di Catanzaro, sia in primo che in secondo grado (nel 2021 e nel 2022), erano stati del tutto indifferenti a un dettaglio, ampiamente segnalato dalla difesa della giovane imprenditrice nel ricorso in Cassazione: il nonno “scomodo” si era visto revocare le misure antimafia già nel lontano 2014, anche in virtù della propria “collaborazione” con i pm, grazie alla quale erano state condotte operazioni anti-’ndrangheta nel Vibonese e nel Lametino. E la prima sezione penale di piazza Cavour è netta nel far notare come la Corte d’appello non abbia tenuto «in debito conto» la decisione con cui la sezione “Misure di prevenzione del Tribunale aveva ritenuto «cessata la condizione di pericolosità sociale» di M. S., il nonno della ricorrente.

Cade, nella pronuncia della Cassazione, anche l’automatismo per cui un giovane imprenditore meridionale che abbia qualche parente coinvolto, anche solo in passato, in indagini antimafia, è certamente un “prestanome”, una figura di comodo che il parente colluso utilizza per tenere vive attività comunque collegate al crimine organizzato. Non può esserci un pregiudizio assoluto di questa natura, dicono gli ermellini: la Corte d’appello, fa notare la Cassazione, «non basa le proprie considerazioni circa l’assenza di capacità gestionale in capo a M. D. (l’imprenditrice ricorrente, nda) su argomentazioni fattuali, ma desume il dato storco», cioè la «stabile ingerenza di M. S., (il “nonno” ritenuto in passato contiguo ai Mancuso, nda) dalla ipotizzata riproposizione di un modus agendi constatato in occasione di una precedente procedura di prevenzione», che però si era conclusa nel 2018 e riguardava «altre compagini societarie». E in questo modo, la Corte d’appello di Catanzaro, scrive la Cassazione, offre «un esempio di fallacia per generalizzazione». Esattamente l’esiziale approccio che falcidia migliaia di imprese meridionali. E ancora, la presunzione per cui chi ha un parente macchiato dalla più o meno accertata vicinanza alle cosche ne sia senz’altro un prestanome non può di per sé “condannare” un’azienda, nel momento in cui i giudici si basano «su semplici congetture», su «ipotesi fondate su mere possibilità».

È un segnale. Certamente non basta a realizzare un definitivo cambio di rotta della magistratura rispetto ai pregiudizi sulle imprese del Sud. Solo per citare una pronuncia di pochi mesi antecedente, basta ricordare che il Tar di Reggio Calabria, lo scorso 20 gennaio, aveva rigettato un ricorso presentato da un altro imprenditore avverso l’interdittiva inflittale dal prefetto con la seguente motivazione: «L’interdittiva antimafia costituisce una misura preventiva che prescinde dall’accertamento di singole responsabilità penali nei confronti dei soggetti che ne sono colpiti», che «si fonda sugli accertamenti compiuti dai diversi organi di polizia» e che «per la sua natura cautelare e la sua funzione di massima anticipazione della soglia di prevenzione, non richiede la prova di un fatto ma solo la presenza di una serie di indizi, in base ai quali non sia illogico o inattendibile ritenere la sussistenza di un collegamento con organizzazioni mafiose». E proprio per questo, secondo il Tar Calabria, «deve ritenersi esclusa ogni presunzione di irrilevanza dei rapporti di parentela, ove essi, per numero e qualità, risultino indizianti di una situazione complessiva tale da non rendere implausibile un collegamento, anche non personale e diretto, tra soggetti imprenditori e ambienti della criminalità organizzata». Ragionamento in perfetto contrasto con quanto affermato dalla sentenza 15156 della Cassazione. Che però rappresenta un passo avanti impossibile da ignorare per qualsiasi magistrato, amministrativo o penale che sia.

LA SENTENZA A PALERMO. «Il suo collaboratore era tramite coi boss» Assolta l’ex deputata di Iv Occhionero, era accusata di falso. La donna, avvocato di origini molisane, era accusata di aver fatto passare per suo assistente, consentendogli così di entrare nelle carceri senza permessi e di incontrare diversi capomafia, Antonello Nicosia, l'attivista per i diritti dei detenuti diventato solo dopo suo collaboratore. Valentina Stella su Il Dubbio il 6 maggio 2023

“Giustizia è fatta!!! Dedico questa assoluzione ai miei genitori, a mio padre in particolare. Potrei dire tanto... ma preferisco godermi e dedicarmi questo momento di soddisfazione!!! Grazie a chi mi è stato sempre vicino. Ho sofferto tanto per le innumerevoli accuse infamanti prive di fondamento ma oggi sono felice!!”: con questo post su Facebook ieri pomeriggio l'ex parlamentare prima di Leu e poi di Italia Viva, Giuseppina Occhionero, ha annunciato di essere stata assolta dal tribunale di Palermo perché il fatto non sussiste. Il pm della Direzione distrettuale antimafia, Francesca Dessì, aveva chiesto una condanna a un anno e sei mesi per falso. La donna, avvocato di origini molisane, era accusata di aver fatto passare per suo assistente, consentendogli così di entrare nelle carceri senza permessi e di incontrare diversi capomafia, Antonello Nicosia, l'attivista per i diritti dei detenuti diventato solo dopo suo collaboratore. Grazie al rapporto con la Occhionero, estranea alla vicenda, ad esempio, Nicosia faceva da messaggero incontrando boss detenuti al 41 bis come Filippo Guttadauro, cognato di Matteo Messina Denaro. Come ricostruito dall’accusa il 21 dicembre 2018, dopo aver avuto con Nicosia solo contatti telefonici, la deputata arrivò a Palermo e incontrò Nicosia con cui andò immediatamente a fare un’ispezione al carcere Pagliarelli. All’ingresso dichiarò che era un suo collaboratore: circostanza falsa secondo i pm. All’epoca, infatti nessun rapporto di lavoro sarebbe stato formalizzato. Il giorno successivo i due hanno fatto, con le stesse modalità, visite nelle carceri di Agrigento e Sciacca. Nicosia è già stato condannato lo scorso novembre in abbreviato in appello a 15 anni di reclusione per associazione mafiosa.

“Non è mai stato iscritto al Partito Radicale” twittò ai tempi l’account del Partito Radicale, dopo che con lui era stata presa di mira e messa in discussione tutta l’attività dei radicali nelle carceri italiane. Occhionero, parlando davanti ai giudici del suo ex collaboratore, ammise: “Ho sbagliato. Ho sbagliato tutto. Mi sono fidata di lui”. L’ex deputata dopo pochi mesi dall’inizio della collaborazione cominciò a dubitare del curriculum di Nicosia e da lì i rapporti

tra i due si sarebbero incrinati. Occhionero è stata assistita dagli avvocati Giovanni Di Benedetto e Giovanni Bruno e ai cronisti locali ha aggiunto: «Purtroppo questo processo non aveva proprio ragione di essere ed è stato largamente strumentalizzato, trasformandosi in un processo mediatico più che in un processo di tribunale che mi ha doppiamente ferita».

In tal senso ci sono da ricordare le accuse da parte del Fatto Quotidiano e una particolare puntata delle Iene quando ancora la donna non era indagata: come ricordato dalla testata Primonumero, «la deputata è stata sorpresa prima a Termoli e poi a Campomarino, ma si è trincerata dietro il silenzio davanti alle domande incalzanti dell’inviato del noto programma Mediaset sul suo comportamento, o almeno da quello che traspare dalle telefonate e dai messaggi audio che gli inquirenti hanno intercettato» . La situazione però precipitò «quando l’inviato ha seguito la Occhionero a casa, scatenando la reazione dei familiari. Il papà dell’esponente politica di Campomarino ha inseguito la troupe delle Iene con una scopa a mo’ di bastone» mentre la figlia provava «a farlo rientrare in casa, chiedendo che il giornalista e la trasmissione lascino in pace l’intera famiglia che, parole sue, “da dieci giorni non mangia e non esce di casa”». Nelle prossime puntate ricorderanno l’assoluzione di ieri?

La lezione di Peppino Impastato oltre la retorica e gli slogan. Enrico Bellavia su L'espresso l'8 Maggio 2023

Figlio e nipote di mafioso si ribellò alla sua famiglia di sangue. A 45 anni dall’uccisione del militante di Dp la storia di un’esperienza politica esemplare. In un libro il ricordo dei compagni, un ritratto autentico fuori dagli stereotipi

Brutto affare quando la memoria non è che una maglietta. Ristretta dallo stress dei continui lavaggi. La tirano sul davanti esibendo la retorica mentre un refolo di verità gli gela la schiena. Da 45 anni, ormai, nell’ultimo ventennio soprattutto, accade più o meno questo con il ricordo, meglio sarebbe dire i ricordi, di Peppino Impastato, il militante demoproletario, giornalista e consigliere comunale, post mortem, ucciso dalla mafia di Gaetano Badalamenti, sulla ferrovia di Cinisi (Palermo) il 9 maggio del 1978.

Già il giorno esatto del delitto è stato per lungo tempo un favore alla rimozione. Quella, per la grande storia, è la data del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, lo statista, presidente della Democrazia Cristiana, assassinato dalle Brigate rosse dopo 55 giorni di prigionia. E la coincidenza di calendario è stato un inatteso dono per relegare la storia di un assassinio politico-mafioso nel cono d’ombra di un’immane tragedia nazionale.

Impastato, dissero i carabinieri e la procura avallò lesta, era morto nel tentativo maldestro di piazzare un ordigno sui binari: un bombarolo di provincia, in preda ad astratti furori ideologici, vittima del proprio lavoro sporco. Fu necessaria questa messinscena per proteggere movente e mandante. Sebbene tutto - i reperti, i resti, le condizioni del corpo, i testimoni mai ascoltati - cospirasse a smascherare la menzogna, funzionò. E in parte funziona ancora. Anche adesso che giustizia è fatta.

Ma sul delitto e non certo sul depistaggio che ha mandato a vuoto per lustri la macchina della verità. Si deve all’ostinazione dei familiari di Impastato, dei compagni, di Umberto Santino e di Anna Puglisi, la sterzata impressa alle indagini che da Rocco Chinnici ad Antonino Caponnetto, fino all’accusa sostenuta in aula da Franca Imbergamo, portò tra il 2001 e il 2002 alla condanna di Badalamenti e del suo gregario Vito Palazzolo. E sono loro a non rassegnarsi ancora di fronte al galleggiare nell’indistinto dell’indicibile, tra le stanze della procura e quelle della commissione parlamentare antimafia, delle complicità che resero facile la lunga impunità del boss.

Per loro, Impastato è un caso ancora aperto. A dispetto di chi, senza troppe domande, vorrebbe congelarne il ricordo dentro un rassicurante santino dell’antimafia di maniera. Frasi fatte che nulla dicono della complessità dell’uomo. E soprattutto della straordinaria, esemplare, parabola: figlio e nipote di mafiosi che rompe con la famiglia di sangue - «caso unico», dice Umberto Santino - che trascina nella radicale trasformazione la madre e il fratello e contagia un’intera generazione, la stessa che aveva condiviso in uno sforzo autenticamente collettivo le battaglie politiche per la casa, l’acqua, contro l’esproprio delle terre per l’aeroporto e lo sfruttamento dei manovali nell’eldorado edilizio da seconde case che era diventato quel lembo di costa.

Molti dei compagni di lotta si ritrovano a rievocare quei giorni di impegno nel Psiup e in Lotta Continua, da ultimo in Dp, ma anche le divaricazioni, i tentennamenti e le ipocrisie del Pci, in un racconto corale, curato da Pino Manzella, il pittore autore di molte delle immagini che accompagnano la storia della resistenza civile di quel movimento e il percorso successivo all’omicidio.

Il libro “Peppino Impastato. La memoria difficile”, edito da Guerini e associati, tiene insieme, spiega Manzella, «i pezzi di un puzzle che, incastrati uno accanto all’altro, ci consegnano un ritratto di Peppino dalle diverse sfaccettature ma lontano dallo stereotipo dell’eroe che in questi anni gli è stato cucito addosso. E il fatto che molti ricordi coincidano nella memoria dei compagni e degli amici ci dà la consapevolezza di essere molto vicini al vero Peppino». Leader suo malgrado, compagno tra i compagni, animato da una vitalità irrefrenabile, aperto al confronto, gioviale, scherzoso, istrionico quanto rigoroso nell’impegno. Fantasioso nell’azione e nella denuncia ma concreto e puntuale nella denuncia.

Dal circolo di Musica e Cultura a Radio Aut, c’è il ritratto di un uomo votato alla dimensione politica in cui la mafia non è che uno dei volti del potere che fa rima con oppressione, negazione di futuro e di opportunità.

Il libro è il mezzo attraverso il quale si regolano conti di memoria su protagonismi e snodi, si correggono alcune storture entrate nell’immaginario collettivo ma è pure lo strumento con il quale molti dei compagni spiegano con il pudore, e se ne rammaricano, l’assenza di parole, il silenzio, di questi anni. Ritrosie e casi della vita che hanno portato tanti lontano ma con un bagaglio di consapevolezze maturate in quella stagione. Di Cinisi, specchio di un’Italia incline al compromesso, dicono non sia tuttora immune da una mafiosità diffusa. Anche per quel pezzo di società Peppino Impastato è un caso aperto. E non soltanto uno slogan su una t-shirt.

 «Denunciai la ‘ndrangheta ed ero sul punto di farla finita. Poi i carabinieri mi dissero: accenda il televisore, l'incubo è finito». Francesca Angeleri su Il Corriere della Sera il 24 Aprile 2023

La storia dell'imprenditore piemontese Mauro Esposito 

«Io credo fermamente nelle scelte che ho fatto e nella denuncia, però se dovessi consigliare a qualcuno di affrontare questo supplizio, prima gli direi di trattare con i suoi estorsori cercando in loro la pietas cristiana, chiedendo loro quanto costerebbe la sua serenità, quanto dovrebbe pagare per salvare la sua vita e quella dei suoi cari e sono certo che se riuscissero a giungere a un accordo, questo accordo i delinquenti lo onorerebbero. Lo Stato no. Lo Stato promette e poi ti tradisce». Questo estratto, molto duro, fa parte di un’antologia di prossima uscita, La tazzina della legalità, che racchiude le testimonianze di personaggi tra cui Pino Masciari, Klaus Davi, Rositani, Silvis, Suor A.M. Alfieri, Ruggero Pene. Lo scrive Mauro Esposito unico imprenditore piemontese a denunciare, sua sponte, la ’ndrangheta. I fatti sono noti. È già uscita una sua biografia, Le mie due guerre, in cui narra un’epopea atroce tra la malavita organizzata e l’enorme difficoltà di rimettere insieme una vita avendo contro una burocrazia statale senza scampo. Esposito oggi è un uomo provato ma che ha trovato una strada per la rinascita. 

Come sta? 

«Non ho più paura di niente. L’altro giorno mia figlia si è laureata in Ingegneria con il massimo dei voti. Mio figlio ha patito di più. Mi ricordo quando mi supplicava di andare a vivere in Svizzera». 

Adesso è forte, ma prima? 

«Sono stato un uomo distrutto. Per anni non sono riuscito a guidare. Non dormivo. Avevo attacchi di panico continui, tachicardie, flash notturni. Dopo cena, come a una certa ora le zanzare d’estate, tiravo un sospiro di sollievo. Poi ricominciava tutto. All’una prendevo lo Xanax, la mattina gli psicofarmaci. Come molte altre vittime di mafia mi è stata diagnosticata la sindrome da ansia post traumatica da stress per la quale dovrei avere un risarcimento che non ricevo, nonostante lo Stato abbia perso una causa che gli impone di pagarmi».  

Di quella paura ha ancora degli strascichi? 

«Quando i miei figli rientrano, la sera, il momento peggiore è tra la macchina e la porta di casa. Fino a quando non la sento chiudersi non respiro. Gli psicofarmaci però, una mattina li ho gettati via. Grazie all’analisi e a un chiropratico». 

Il momento peggiore? 

«Il 2014. Stavo perdendo tutto, avevo i conti bloccati, le proprietà pignorate, non ci capivo più niente. Andai da un noto avvocato torinese. “Lei è un bancarottiere — mi disse — la smetta di dirmi delle balle. A insinuare della mafia. La colpa è sua”. Mi umiliò. Era sopra Platti, andai nel bagno del Caffè e vomitai. Ero a pezzi. Poi tornai in ufficio con la certezza che la mia vita era chiusa. In quell’istante ricevetti una telefonata dei Ros: “Accenda il televisore, il suo incubo è finito”». 

Cosa stava accadendo? 

«Era partita l’Operazione San Michele che coinvolgeva varie famiglie del Canavese. Io avevo denunciato. Avevo tutti i giornalisti fuori di casa. Chiamai il “principe del foro” che si vergognò al punto che non si fece passare». 

È una vicenda complessa in cui lei punta molto il dito contro lo Stato. Perché? 

«Non ce l’ho con il giudice che mi ha condannato (nel 2013 venne condannato per esercizio abusivo della professione, il magistrato si rifece a una legge di Mussolini — che in verità era stata abrogata — che vietava alle società di ingegneria di lavorare per i privati) voglio credere nella buona fede. Ma quando un giudice sbaglia, dovrebbe essere lo Stato a risarcire. Invece, fa a gara per trovare un vizio formale pur di non pagarti. La mia vicenda è una sequela di errori della Pubblica Amministrazione in ogni sua forma». 

Lei è molto severo. 

«Chiunque abbia a che fare con il sistema della ‘ndrangheta e la denuncia, pagherà con lo Stato un conto salato». 

Non salva niente e nessuno? 

«Devo tutto ai carabinieri, alla Procura della Repubblica, ai giudici penali. Mi hanno salvato la vita. E non solo dalla mafia. E anche a Pino Masciari, a Libera e a Legalità Organizzata». 

Ha pensato mai di farla finita? 

«I giorni successivi la sentenza civile che mi ha visto soccombere contro quei tizi che verranno arrestati pochi mesi dopo per associazione mafiosa grazie alle mie denunce. Era il 23 dicembre, ero alla Parrocchia della Beata Vergine in Crocetta. Vedevo ‘ndrangheta dappertutto, ma non ero pazzo. Avevo bisogno di parlare con qualcuno che capisse cosa mi stava accadendo. Maurizio Corgo era un sostituto commissario e una persona di cui mi fidavo. “Devo riferirle alcune cose”. Mi raggiunse al caffè Piazzi, seppi solo dopo che aveva lasciato sua figlia in macchina oltre un’ora per parlare con me. Ero sull’orlo di buttarmi dal ponte. Al posto della tombola in famiglia era lì che mi rassicurava: “Deve avere fiducia nella giustizia, creda nelle forze dell’ordine”. Me lo ripeté almeno dieci volte». 

Punti di svolta? 

«Renzi premier che prende in mano la questione della legge di Mussolini dichiarando la “mia sentenza” un abbaglio giudiziario. A lui, alla Bonomo, a Stefano Esposito e a Davide Mattiello sarò sempre grato; Milena Gabanelli che mi chiama al telefono, una scintilla. Oggi mi fido moltissimo del sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano, uomo di grandissimi valori e di Giacomo Portas che mi ascolta e consiglia come un fratello maggiore». 

La sua vita prima di tutto questo? 

«A colori. Mio padre faceva il benzinaio, io ero riuscito a mettere in piedi una tra le società di ingegneria tra le più quotate al mondo. Avevamo cantieri in Oman, a Dubai. Stavamo addirittura meditando di comprare un aereo, ci sarebbe convenuto tanti erano i voli che prendevamo». 

Ce l’ha ancora un sogno? 

«Vorrei diventare parlamentare per occuparmi delle cose che conosco bene. Il problema non è solo la malavita, tutto nasce dall’inefficienza della burocrazia e dalla mancanza di coraggio di fare le scelte giuste. Che non si fanno perché la politica è un’eterna campagna elettorale e quelle sono cose che poi non ti fanno rieleggere. Mi cercano poco perché la verità non la vuole nessuno». 

Faccia un esempio. 

«Mi appello a due persone che stimo molto, al sindaco Lo Russo e alla vicesindaca Favaro, che ha la delega alla legalità: non ci sono gru in città, i grandi investitori se ne vanno. Il nostro sistema burocratico è irrispettoso e questo è un territorio ideale per far crescere l’illegalità. È folle che non si riescano a ottenere permessi se non in tempi biblici. In un sistema come questo, troverai sempre qualcuno che ti propone una strada alternativa. Sempre più, denunciare è una cosa che si possono permettere solo i ricchi. Le regole prima di tutto deve rispettarle chi gestisce la cosa pubblica».

Estratto dell'articolo di Roberto Marrone per fanpage.it il 23 aprile 2023.

Subito dopo la provincia di Palermo, quella di Trapani in Sicilia si conferma uno dei territori con più beni confiscati alla criminalità organizzata. Per la precisione a oggi ammontano a 327 (per un valore di circa 13 milioni di euro) i beni sequestrati ai mafiosi trapanesi e attualmente in disuso. 

[…] 

ben 121 i beni riconducibili all'ex superlatitante Matteo Messina Denaro, di proprietà non solo di familiari, ma di vari boss locali e di suoi presunti affiliati che hanno permesso il suo mantenimento durante gli anni della latitanza. 

Dopo diversi anni di attesa, saranno 288 sui 327 totali i beni che verranno immediatamente assegnati così come illustrato durante la conferenza stampa. In particolare, toccherà al comune di Castelvetrano, città natale di Matteo Messina Denaro, il numero maggiore di beni confiscati.

Nello specifico toccheranno 109 beni per un valore di 4,5 milioni: 73 terreni agricoli, 3 abitazioni, 3 appartamenti in condominio, 10 locali di deposito, 1 fabbricato in costruzione, 6 terreni, 3 box garage, 8 terreni con fabbricato rurale e 2 altri beni. 

A Campobello di Mazara, dove ha vissuto il boss negli ultimi anni, toccheranno 49 beni (1,8 milioni): 10 appartamenti in condominio, 3 abitazioni indipendenti, 5 magazzini, 1 villa, 1 terreno con fabbricato rurale, 3 terreni agricoli, 2 negozi, 3 box garage, 21 terreni. 

[…] A Salemi invece sono 54 i beni che verranno messi a disposizione, per un valore di 514.576 euro, A Custonaci 52 beni (per un valore di quasi 2 milioni) tra fabbricati, alberghi e pensioni. Castellammare del Golfo riceverà 49 beni (539.988 euro), a Trapani toccheranno 5 beni (23.445 euro), tre terreni agricoli (4.184 euro) andranno a Paceco. Un albergo dal valore di 3,5 milioni andrà al comune di Valderice. Un’abitazione indipendente (56.160 euro) al comune di Partanna. Un terreno agricolo (3.014 euro) a Marsala e un terreno dal valore di 5.782 euro al Comune di Alcamo. 

[…]

Lettera aperta all’assassino di Antonino Lombardo, il Maigret antimafia fatto passare per suicida. Dopo la riapertura delle indagini su input della famiglia del maresciallo, lo scrittore e regista Aldo Sarullo scrive all’omicida: “Confessa e riprenditi la tua vita”. Due perizie escludono che il militare si sia ucciso in caserma. Aldo Sarullo su L’espresso il 29 Marzo 2023

«Tutto parla di omicidio», afferma l’avvocato della famiglia del Maresciallo Antonino Lombardo, Salvatore Traina e il dossier che ha in mano lo dimostra.

Uno gli ha sparato e alcuni altri, pur sapendo, hanno taciuto e probabilmente ne hanno tratto utilità. Questo è il necessario antefatto di questa lettera.

Comincia così la missiva che Aldo Sarullo, scrittore e regista che curò le riprese del maxiprocesso alla mafia scrive rivolgendosi direttamente all’autore del delitto. Perché Sarullo sposa la tesi della parte civile che, sulla base di due perizie, ha fatto riaprire le indagini. Il regista era presente nello studio televisivo di Michele Santoro dal quale Leoluca Orlando, allora sindaco di Palermo e Manlio Mele sindaco di Terrasini, appena dieci giorni prima della morte del militare, avvenuta il 4 marzo del 1995 alla caserma Bonsignore di Palermo, sollevarono dubbi sull’integrità del maresciallo Lombardo. Sarullo assistette al tentativo di intervenire in diretta telefonica del comandante generale dell’Arma Luigi Federici. La sua chiamata però non fu passata.

Con un esposto presentato il 15 settembre dell’anno scorso, l’avvocato Salvatore Traina, legale di Fabio Lombardo, il figlio del maresciallo, ha presentato una corposa richiesta di riapertura delle indagini, poi accolta.

Ha allegato due perizie: una esclude che l’arma del maresciallo possa essere quella che l’ha ucciso. La seconda mette in forse l’autenticità della lettera testamento trovata accanto al cadavere.

Appena pochi giorni fa, il legale ha chiesto la riesumazione del corpo per effettuare l’autopsia che allora non fu fatta e l’accesso alla caserma Bonsignore.

Qui il testo integrale della lettera di Sarullo. 

Scrivo all’assassino e ai suoi complici. Da uomo a uomo.

A te che hai ucciso un uomo o ne hai condiviso o coperto l’assassinio, magari supponendo di agire in nome di valori superiori;

a te a cui così tanto piace che chi ti guarda ti creda con la coscienza pulita, e invece sai che sei un assassino o un suo complice;

a te che sino ad ora sei stato protetto, ma che ora vedi rimesso in discussione il tuo futuro e la dignità, la stima, l’aura morale che ti sei costruito attorno;

a te che ora guardi alla possibilità, anzi, alla certezza che si scopra il tuo crimine e tuttavia rifiuti di crederlo possibile;

a te che dal tribunale della coscienza sei condannato ogni giorno perché ti manca il coraggio di confessare e di liberarti non del delitto commesso,

ma della tua finzione nella società e tra le persone che ti sono care;

a te che non hai la libertà di mostrarti normale perché sei costretto a difenderti da quel tuo crimine sforzandoti di mostrarti eccellente;

a te che, ormai in età avanzata, perderai con la condanna tutto ciò che hai costruito e vedrai fissata tutta la tua vita nel tuo crimine di un solo giorno;

a te che potresti guadagnarti il merito storico di avere saputo dire la verità dopo decenni di tumultuoso silenzio;

a te che, confessando prima di essere riconosciuto colpevole, potresti spostare tutto il senso della tua vita e del ricordo di te;

a te che potresti restare nella Storia come quell’uomo che, dopo aver scelto quel delitto, ha scelto il suo liberatorio castigo.

Accanto a te, da uomo a uomo, io ti prospetto di riprenderti la tua vita perché, con il tuo silenzio, finora l’hai persa anche tu.

Datti aiuto.

Il corteo a Milano e gli irriducibili del giustizialismo. Manifestazione dell’antimafia per la verità, ma i processi hanno già detto tutto…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Marzo 2023

Vogliamo la verità sui delitti di mafia. Il grido sale dal corteo che attraversa il centro di Milano per poi concentrarsi in piazza Duomo, dove la voce dei parenti delle vittime di Cosa Nostra cede la voce, e il palco, ai politici di sinistra invitati da Libera, il cartello di associazioni fondato da don Ciotti. Erano tredici anni che non veniva celebrata questa giornata rievocativa. E sono datate a dieci e anche venti anni fa le grandi inchieste sulla criminalità organizzata al Nord condotte dall’ex responsabile della Dda milanese Ilda Boccassini. Inchieste come “Infinito” o “I fiori di San Vito” con le loro alterne risultanze processuali e la costante, purtroppo inutile, denuncia degli avvocati del fatto che nei processi su reati di mafia regolarmente saltano le regole dello Stato di diritto, quelle che in genere governano i dibattimenti “normali”. Più che politica del doppio binario, veri binari morti, per le garanzie degli imputati. Ma siamo a Milano, e si sa quale sia stato, fino a poco tempo fa, il rito ambrosiano, non solo nelle indagini su Tangentopoli.

L’anno 2023 segna per il capoluogo lombardo l’anniversario di una data tragica, quella della bomba di via Palestro, il 27 luglio del 1993. Non è chiaro se l’associazione Libera e il suo promotore don Ciotti abbiano scelto questa ricorrenza piuttosto che il 1992 con le uccisioni di Falcone e Borsellino, per scendere in piazza. Ma la connotazione tutta politica, con la presenza, non solo quella doverosa del sindaco Beppe Sala, ma in particolare anche quella di Elly Schlein, presente a Milano due volte di fila in pochi giorni, e gli interventi contro il governo, lasciano intravedere qualcosa di diverso. Lo ha ben intuito Silvio Berlusconi che, con la sua proverbiale marcia in più, si è affrettato a prendere posizione, con un’uscita sincera, ma anche opportuna, e forse preoccupata per una certa piega che stano prendendo certe indagini che corrono da Firenze a Reggio Calabria. Così, con le parole che sono patrimonio di tutti, il “pensiero commosso” per le vittime e i loro familiari e “l’omaggio a due figure emblematiche” come Falcone e Borsellino, compare anche il riconoscimento alle forze dell’ordine e alla magistratura “che ogni giorno rischiano la vita per la legalità e la sicurezza di tutti”.

È vero che nel commemorare le due più famose vittime delle bombe mafiose l’ex presidente del Consiglio ha tenuto a distinguere il loro “profondo rispetto delle garanzie e dello stato di diritto”, ma il riconoscimento alla magistratura come corpo in sé, rimane. E va a cadere, non casualmente, sulla manifestazione indetta da Libera, “cartello di associazioni contro le mafie” nato su iniziativa di don Ciotti nel 1994. Non nel 1992 con le sue stragi di Capaci e via D’Amelio, e non nel 1993 con le bombe di Milano Firenze e Roma, ma a pochi mesi dall’insediamento del primo governo Berlusconi. Nasce e diventa da subito un potente partito politico. Il successore naturale della “Rete” di Leoluca Orlando, padre Pintacuda e Nando Dalla Chiesa, con il sostegno forte di un pm di Mani Pulite come Gherardo Colombo. Nemici di Leonardo Sciascia e delle garanzie, cui preferivano il loro credo: “Il sospetto è l’anticamera della verità”.

Il gruppo di Libera si è impadronito del prezioso timbro di ceralacca dell’antimafia nella sua veste più ideologica e furibonda, “contro la mafia e la corruzione”, anticipando di molti anni le degenerazioni giuridiche del Movimento cinque stelle e della legge “spazzacorrotti” voluta dal ministro Bonafede. A questa base teorica di chi guarda la realtà in chiave moralistica per dividere il mondo in buoni e cattivi e poi processando questi ultimi in tribunali speciali, Libera ha accompagnato anche un aspetto economico. Favorendo la dissennata politica delle confische fondate sul sospetto più che sulle responsabilità penali, ha cominciato da subito a rivendicare per sé la primogenitura e il “bollino blu” per le assegnazioni ai propri aderenti degli immobili confiscati. Nel nome dell’antimafia, naturalmente, non dell’interesse commerciale. Abbiamo già raccontato quell’esempio di Buccinasco e del sindaco lapidato perché si era permesso di offrire gli spazi confiscati a diverse associazioni e non a una sola. Mancava poco che qualcuno desse del mafioso a quel sindaco, perché aveva preferito un atteggiamento pluralistico nei confronti di tanti piuttosto che far aprire la pizzeria “antimafia”.

E la storia pare ripetersi, dopo gli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Giancarlo Caselli al libro L’Inganno di Alessandro Barbano, che ha stracciato il velo dell’omertà di chi viola costantemente le regole nel nome di un bene superiore e della lotta a una mafia che viene dipinta sempre come eterna e invincibile. E intanto tutti i magistrati “in lotta” (obbrobrio in uno Stato di diritto) contro il crimine organizzato, dal procuratore calabrese Nicola Gratteri alla responsabile della Dda milanese Alessandra Dolci, si affannano a spiegare che non importa se la mafia non spara più, ma che si è trasformata in comitati d’affari. “Operatore economico e agenzia di servizi”, la definisce la dottoressa Dolci. Senza mai spiegare, né lei né i suoi colleghi, perché ancora esista nel codice penale quell’articolo 416 bis che pone l’assoggettamento e il con-trollo del territorio come requisiti fondamentali perché un certo comportamento possa rivelare l’esistenza di un’associazione criminale di tipo mafioso. Ma il retroscena delle manifestazioni “antimafia” sono le inchieste giudiziarie sul passato, sugli anni Novanta.

Che cosa significa, al di là dei sentimenti dei parenti delle vittime, cui va sempre rispetto, quel grido “vogliamo la verità”? Se intendiamo parlare di verità storica, ma anche di verità processuale, dobbiamo dire che sulla mafia di Cosa Nostra, ma anche sulla ‘ndrangheta e sulla camorra, si sa ormai tutto. Giovanni Falcone non credeva nel “terzo livello”, e ha avuto ragione. I processi, da quello contro Giulio Andreotti in avanti, hanno dimostrato i limiti politici e culturali proprio di movimenti come la Rete e Libera. E la natura vera di inchieste come quella che ha portato al processo “’ndrangheta stragista” di Reggio Calabria e le forsennate ( e già fallite nelle tre versioni precedenti) indagini fiorentine su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti di stragi. In questo modo non si cercano né verità né giustizia, ma capri espiatori al fine di prolungare all’infinito il ruolo dell’ ”antimafia”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Cinque libri per ricordare le vittime di mafia, tra lotta e sacrificio. In occasione della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, ecco cinque libri su storie vere di persone che hanno perso la loro vita a causa della mafia. Gianluca Lo Nostro Andrea Muratore il 21 marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 La Giornata in ricordo delle vittime innocenti di mafia in 5 libri

 Statale 106

 La vendetta del boss

 Pippo Fava. Un antieroe contro la mafia

 Padre Pino Puglisi. Martire di mafia

 Volevo nascere vento

La Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie è giunta alla sua ventisettesima edizione. Dal 2017, la giornata è stata riconosciuta anche dal parlamento con un voto unanime della Camera dei Deputati. Ogni anno nelle città italiane vengono organizzate manifestazioni per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della lotta alla mafia, affinché sia un impegno costante e che tutti sentano il dovere di contribuire alla costruzione di una società libera dalla criminalità organizzata.

La Giornata in ricordo delle vittime innocenti di mafia in 5 libri

La prima vittima innocente in Italia fu il garibaldino Giuseppe Montalbano, ucciso la sera del 3 marzo 1861 a Santa Margherita di Belice, in provincia di Agrigento. Nel corso dei secoli, purtroppo, questo numero ha superato abbondantemente la doppia e la tripla cifra, arrivando a oltre mille negli ultimi anni. In Italia le persone morte in omicidi di mafia ammontano a 1009, di cui 119 donne e 122 minorenni. La loro vita è stata raccontata sui quotidiani, ma talvolta le cronache giornalistiche non approfondiscono a dovere. Se volete conoscere meglio le loro storie, ecco 5 libri da non perdere.

Statale 106

Un tratto di poco più di cento chilometri della Statale 106, tra Reggio Calabria e Siderno, è il cuore profondo dell'impero della 'Ndrangheta. La più impenetrabile e minacciosa delle Mafie nel XXI secolo mantiene la sua roccaforte nella Calabria profonda. Da cui poi si irradia in tutto il mondo, dalla Germania al Canada, dalla Slovacchia all'Australia. Antonio Talia, giornalista d'inchiesta nato proprio in Calabria, ne insegue le tracce in Statale 106, saggio edito da Minimum Fax in cui si insegue la 'ndrangheta attraverso storia, delitti e strategie partendo dal suo territorio di riferimento. Dai sequestri di persona alle guerra tra 'ndrine, da delitti eccellenti come il caso Ligato alla strage di Duisburg che ne mostrò la proiezione europea, passando per la ramificazione a New York e Vancouver tutto ciò che riguarda la 'ndrangheta è decisa nelle sue terre d'origine. E all'ombra della Madonna di Polsi si trovano i segreti piu reconditi di un'associazione criminale pericolosa e poco conosciuta.

La vendetta del boss

Quella di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale ucciso nel 1981 dalla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo perché cercava di contrastare il suo potere all’interno del penitenziario, è una storia di resistenza e tenacia. Culminata in una maniera tragica e che ha svelato il.vero volto della Camorra, "demone" che minaccia da tempo Napoli e la Campania. Antonio Mattone ne parla ne La vendetta del boss spiegando la storia di un delitto che mostrò la faccia feroce della Camorra. E aprì a molti gli occhi sulla ramificazione della criminalità organizzata a Napoli e dintorni, dalle istituzioni agli stessi centri in cui il crimine dovrebbe essere combattuto come le carceri.

Pippo Fava. Un antieroe contro la mafia

Degli undici giornalisti uccisi dalla mafia in Italia, Pippo Fava era quello più “antieroe” di tutti. Il giornalista catanese, perito in un agguato la sera del 5 gennaio 1984, amava e odiava la sua terra, la Sicilia. È qui che lancia la sfida dei Siciliani, la rivista indipendente che riesce in pochissimo tempo ad affermarsi come una delle rare voci di denuncia del fenomeno mafioso. Fava pagò il suo coraggio con la vita trentanove anni fa. “A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare?”, è una delle frasi più conosciute dello scrittore siciliano, la cui straordinaria esistenza è stata raccontata da Massimo Gamba nel libro Pippo Fava. Un antieroe contro la mafia, edito da Sperling & Kupfer, con la prefazione dell’ex magistrato Gian Carlo Caselli.

Padre Pino Puglisi. Martire di mafia

Chi era Don Pino Puglisi? Il parroco di Brancaccio, freddato dai killer di Cosa nostra il 15 settembre 1993, credeva nella sua gente. A tal punto da preoccupare la mafia, che con la sua presenza tentacolare decise di stroncare l’impegno di padre Puglisi per la sua comunità. Un punto di riferimento per chi viveva in quel quartiere difficile, dove non era semplice sfuggire all’occhio mafioso che tutto vedeva e tutto controllava. I familiari della vittima, diventato beato nel 2013 per volontà di papa Benedetto XVI, hanno svelato, attraverso fotografie e testimonianze inedite, un lato meno approfondito del parroco palermitano, forse più intimo. Il giornalista Fulvio Scaglione ha raccolto la loro versione nel libro Padre Pino Puglisi. Martire di mafia per la prima volta raccontato dai familiari.

Volevo nascere vento

Vedi, il Mostro non è come Frankenstein. Non è un vampiro né una strega. Il Mostro che sfidiamo noi è ancora più cattivo perché non si vede. È negli angoli delle case. È nelle persone che ci sono vicine. È dove meno ce lo aspettiamo”. A parlare è Paolo Borsellino, il magistrato-simbolo della lotta alla mafia, che si rivolge alla giovane testimone di giustizia Rita Atria. Anche se Atria non ha perso la vita per mano della mafia, l'orrore che l'ha condotta a quel tragico gesto del 1992 è riconducibile al terrore diffuso nella popolazione voluto dalla criminalità organizzata. Rita Atria si tolse la vita ancora minorenne una settimana dopo la strage di via D’Amelio in cui venne ucciso il giudice con il quale aveva deciso di collaborare: Borsellino. Le conversazioni tra i due sono state immaginate nel romanzo Volevo nascere vento di Andrea Gentile. Un libro per ragazzi che riesce a trasmettere la sofferenza umana di un’adolescente di fronte alla banalità di un male chiamato mafia.

Giornata della memoria per le vittime innocenti delle mafie. Sbagliato fare distinzioni: vittime di mafia mai colpevoli. Alberto Cisterna su Il Riformista il 21 Marzo 2023

Si celebra oggi la «Giornata nazionale della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti delle mafie». Nel suo nocciolo duro è il ricordo della lunga teoria di 1069 morti che “Libera” aggiorna da 28 anni; l’occasione per rievocare collettivamente la tragica fine di tanti uomini, donne, bambini (i minori sono 115), caduti per mano di altri uomini, donne e talvolta per mano di altri coetanei neppure maggiorenni.

Quell’endiadi «vittime innocenti» segna a tutta evidenza un discrimine, traccia un solco, segna un confine su cui, oggi, bisognerebbe pur sempre riflettere e meditare secondo con uno sguardo meno superficiale e enfatico. Ma perché esistono vittime colpevoli? Sono per caso colpevoli le migliaia di vite sterminate nelle faide, negli agguati, nelle imboscate di mafia? La domanda non vuole essere provocatoria, ma cerca affannosamente un chiarimento se è vero, com’è vero, che a Castelvetrano, patria del boss Messina Denaro, qualcuno solo pochi giorni or sono ha avuto da obiettare sull’intestazione della scuola al piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito a Palermo il 23 novembre del 1993, per indurre suo padre, Santino, ex mafioso a sua volta e collaboratore di giustizia, a fare marcia indietro. Una “vittima” anomala, deve aver pensato qualcuno, essendo quel bambino il figlio di un importante esponente di cosa nostra.

E’ il pretesto, quel dibattito, per tornare su quello spartiacque, su quella divisione che la Giornata di oggi espressamente traccia e declina tra vittime e vittime, tra corpi e corpi, tra sangue e sangue. Distinguere i morti, discernere le responsabilità. Nel corso di una sanguinosa guerra di mafia, un uomo, il cognato di un boss latitante, accompagnava a scuola la nipotina di pochi anni. Era la figlia di sua sorella e lo zio, in mancanza di altri, si incaricava tutte le mattine di passare a prenderla in auto e di lasciarla davanti alla porta dell’istituto che frequentava. Era stato un militare, era un po’ fanatico, aveva una piccola palestra. Venne freddato a colpi di pistola non appena la bambina ebbe varcato l’ingresso della scuola.

Lui è stato censito tra le vittime “colpevoli”, la sua parentela lo ha inchiodato a una irredimibile damnatio memoriae. Non può superare il recinto di quell’ideale giardino dei giusti e non è degno di commemorazione oggi, né di un fugace ricordo. Eppure, è solo uno, uno tra i tanti e tanti casi di uomini, donne, ragazzi trucidati per una parentela, per una frequentazione, per una lontana amicizia. Le mafie non hanno tribunali, né sono (come qualcuno si ostina a dire) una onnisciente Spectre. Uccidono per un sospetto, per uno sguardo sbagliato, per il gusto di terrorizzare l’avversario e di piegarlo, per la paura di una vendetta. Chi cade sotto i loro colpi non per questo non è innocente, non per questo merita di essere contabilizzato tra i “colpevoli”, tra quelli – per essere chiari e duri – in fondo in fondo se la sono cercata e che ora brucino nella Geenna degli impuri.

Molti di coloro che scontano pene rigorose, che vivono negli anfratti carcerari del 41-bis hanno visto cadere parenti, amici, familiari sotto il piombo delle mafie e sanno bene che nulla di male quelli avevano commesso; sanno bene che nelle faide il sangue chiama il sangue; che tante sono state le vittime collaterali di guerre d’odio che, troppe volte, lo Stato non ha saputo evitare e reprimere lasciando che si consumassero mattanze feroci. Uno Stato che stilava bollettini di guerra in cui, per sopire la propria impotenza, si compiva l’ulteriore scempio di incasellare quel corpo martoriato nell’una o nell’altra delle fazioni in lotta, quasi che quella macabra contabilità rendesse meno bruciante il fallimento degli inquirenti. Per fortuna il cupo clangore delle armi mafiose si è diradato, le cosche hanno riposto quasi ovunque i kalashnikov e preferiscono banchettare nei salotti della corruzione sistemica.

Il paese ha un disperato bisogno di verità anche sugli anni della lotta alla mafia; ha necessità di comprendere se, prima o poi, tra le vittime innocenti delle mafie siano da contabilizzare anche tutti coloro che hanno subito ingiusti processi, ingiuste persecuzioni mediatiche, ingiuste condanne in nome della lotta ai clan. Ha bisogno il paese di sapere se questa umanità dolente di accusati, di linciati, di archiviati, di assolti sia da mettere o meno in conto allo stato d’eccezione che le mafie hanno imposto dopo il 1992 e se, tutte quelle vite spezzate, siano il prezzo di una decennale, complessiva inefficienza e, talvolta, connivenza dello Stato con le cosche. Quando il velo sulle mafie è stato squarciato alla falce delle armi mafiose e delle sue bombe, tante volte ha fatto da contraltare (con punti di analoga asprezza e durezza) la scure repressiva delle istituzioni che quella sfida esiziale dovevano vincere a qualunque costo nell’interesse di tutti.

Oggi – non a caso c’è da pensare se si pensa alla concomitante Giornata della memoria – esce nelle librerie il libro che Gaia Tortora (Testa alta, e avanti, Mondadori) ha dedicato al martirio del padre; intanto, non senza polemiche, prosegue il dibattito, a tratti infuocato, sul libro in cui Alessandro Barbano (L’inganno, Marsilio, 2022) ha compendiato alcune delle storie della malagiustizia antimafia. Si sa bene da quale parte stia la verità, chi abbia torto e chi abbia ragione, ma il sezionamento morale delle vittime è operazione da condurre con grande prudenza. La violenza mafiosa ha travolto centinaia di vite innocenti, ma ha anche il torto di aver innescato reazioni dello Stato che non sono rimaste prive di gravi conseguenze per la vita di molte, ma molte, persone.

Ecco il dibattito asfittico e troppe volte retorico tra giustizialismo e garantismo che affligge il paese e gli impedisce di concentrarsi sui nuovi santuari del malaffare, dovrebbe procedere proprio dal rendere il giusto tributo a tutte le vittime, senza discriminazioni e riserve. Papa Francesco ha pronunciato parole memorabili nella parrocchia di Santa Maria delle Grazie al Trionfale; rivolgendosi ai confessori ha detto loro «per favore perdonate tutto, perdonate sempre, per favore: il sacramento della confessione non è per torturare ma per dare pace; perdonate tutto, tutto, tutto, come Dio perdonerà voi», ha ripetuto. Una pacificazione con i mafiosi è improponibile, stolta e irraggiungibile, ma di fronte a chi ha perso la vita la livella della morte dovrebbe operare da saggio monito. Alberto Cisterna

Destini segnati, storie di minori uccisi dalla ‘ndrangheta. Verso il Giorno della memoria. Dai fratellini Facchineri a Marcella Tassone e Paolino Rodà: bambini che hanno pagato per le colpe di padri e fratelli in odore di mafia. LUCIANA DE LUCA su Il Quotidiano del Sud il 19 Marzo 2023.

Colpevoli di essere nati nelle famiglie sbagliate. Sono tanti i bambini che hanno pagato per le colpe di padri e fratelli in odore di mafia. Destini segnati fin dalla nascita, vittime inconsapevoli di un sistema violento che non ha riconosciuto loro neanche le attenuanti generiche dell’età e dell’inconsapevolezza. E, anzi, nei momenti più cruenti di faide sanguinose tra famiglie, considerati addirittura bersaglio privilegiato per infliggere al nemico un dolore più forte o solo una perdita maggiore rispetto a quella subita.

Domenico e Michele Facchineri

«Misero i bambini dei Facchineri insieme alle loro madri, nei pulmini dei carabinieri e li fecero partire la notte di Natale verso luoghi più sicuri, lontani dalla violenza cieca della faida. Qualcuno di loro si salvò ma in tanti, anni dopo, ritornarono a Cittanova e morirono morti ammazzati come i loro padri e i loro nonni». È il tenente dei carabinieri Cosimo Sframeli a raccontare la strage dei bambini, la morte di Domenico e Michele Facchineri, di 9 e 12 anni, vittime innocenti di mafia, avvenuta il 13 aprile del 1975.

I due fratellini, figli di Vincenzo “u zoppu”, stavano portando i maiali in aperta campagna e si trovavano in contrada Salvo del tutto ignari di quanto era già avvenuto poco prima, a breve distanza da loro: quattro uomini a viso coperto avevano appena ucciso lo zio, Giuseppe Facchineri, e ferito la giovane moglie Carmela e il nipote Vincenzo, di 6 anni.

Domenico e Michele camminavano uno accanto all’altro e il più piccolo trovava forza e sostegno nel più grande. Era una domenica di primavera e loro, seppur ancora bambini, dovevano aiutare la famiglia e svolgere compiti che di solito venivano riservati agli adulti. Ad alcune latitudini si è costretti a crescere in fretta e l’infanzia rispecchia solo una condizione anagrafica e non una stagione della vita votata alla spensieratezza. Soprattutto se si porta il cognome dei Facchineri.

«La faida tra la famiglia dei Facchineri con i loro alleati Marvaso, Varone e Monteleone e i Raso con gli Albanese, i Gullace e i De Raco, esplose già negli anni ’60 con l’omicidio di Domenico Geraci, legato ai Facchineri – spiega il tenente Sframeli -. Emerse subito, fin dalle prime battute, che ciò che avremmo dovuto vedere, non avrebbe avuto precedenti. E infatti si fece a gara a chi commetteva l’omicidio più violento. Fu chiaro anche agli investigatori che le regole che fino a quel momento avevano impedito di coinvolgere le donne e i bambini nei fatti di sangue, non erano più osservate. E si aveva paura anche a salutare un vicino di casa o a condividere un pezzo di strada con un parente di qualcuno appartenente a una delle due fazioni. A Cittanova e nei paesi limitrofi, regnava il terrore».

Quel 13 aprile un commando di uomini con il volto coperto e a bordo di un furgone targato Catanzaro, si appostò di prima mattina su via Palermo aspettando che Giuseppe Facchineri uscisse di casa per entrare in azione. I killer avevano con loro sia fucili a canne mozze che alcuni mitra. Appena l’uomo comparve sulla porta di casa, iniziò a piovergli addosso una pioggia di proiettili che non solo lo colpirono mortalmente ma anche alcuni suoi familiari che erano vicini a lui rimasero coinvolti, come la sua giovane moglie e il figlio di suo fratello Michele. Per fortuna la donna e il bambino riportarono solo ferite lievi. Ma l’azione più violenta sarebbe avvenuta di lì a poco perché, complice il caso, Domenico e Michele, nipoti dell’uomo appena ucciso, si trovarono lungo la via di fuga degli assassini dello zio mentre portavano al pascolo un gruppo di maiali. Gli assassini li videro da lontano ma soltanto quando gli furono vicini riconobbero in loro i nipoti dell’uomo che avevano appena ammazzato. Scesero dal furgone e cercarono di prenderli. Un testimone assistette all’agghiacciante scena e pare che Domenico, il più piccolo, alzò subito le mani e si mise in ginocchio, forse li pregò di risparmiarli ma i colpi lo raggiunsero nello stesso istante in cui ricongiunse le mani per darsi forza e per cercare di suscitare pietà in quelli uomini che impugnavano le armi e gliele puntavano addosso. Michele tentò la fuga e cercò di trovare riparo dietro un cumulo di sabbia. Ma fu tutto inutile. Anche lui venne raggiunto dai colpi micidiali del commando che non contento di avergli sparato, lo colpirono anche in testa con il calcio del fucile.

Marcella Tassone

Aveva 10 anni Marcella Tassone quando fu uccisa a colpi di fucile e di pistola. È stata la prima vittima di ‘ndrangheta a pagare per colpe che non aveva. La sua giovane vita fu spezzata il 23 febbraio del 1989 mentre era insieme al fratello Alfonso, appena ventenne, il vero obiettivo dei killer. Ma Marcella poteva essere una testimone scomoda e per questo andava eliminata, messa a tacere. Era nata e cresciuta a Laureana di Borrello, Marcella, nella Piana di Gioia Tauro in Calabria, da una famiglia onesta, non in odore di mafia. Suo padre Salvatore e la madre Maria Catananzi però, avevano ben presto dovuto fare i conti con i problemi che gli davano i loro tre figli maschi, entrati in giri poco raccomandabili. Alfonso, militare di leva a Reggio Calabria a casa per un breve periodo di convalescenza, era stato arrestato e poi rilasciato perché sospettato di aver partecipato all’omicidio di tre persone, tra cui anche un marocchino, avvenuto all’interno di un deposito di sfasciacarrozze a Gioia Tauro cinque mesi prima dell’agguato in cui perse la vita. Era uscito da poco di prigione e il ragazzo, probabilmente, era entrato a pieno titolo nella faida che stava flagellando quel territorio a partire dagli anni ’80. Dei suoi due fratelli, Domenico di 33 anni, il 9 novembre del 1988, era stato ucciso in un agguato mafioso e Giuseppe, all’epoca trentenne, si trovava in carcere.

Marcella, una bambina dai modi gentili e dai grandi occhi verdi, ogni pomeriggio si recava a far visita alla moglie del fratello Domenico, rimasta vedova in giovane età, e poi qualcuno della famiglia andava a prenderla.

La sera del 23 febbraio in televisione trasmettevano il Festival di Sanremo e Marcella volle tornare a casa prima del solito per poterlo vedere insieme alla sua famiglia. Fu Alfonso, a bordo della sua Alfetta, a recarsi nell’abitazione della cognata in contrada Stelletatone per accompagnare la sorella. Ma arrivati in una zona disabitata del paese, in contrada Vecchio Macello, a ridosso di una curva dove si è costretti a rallentare, i killer nascosti dietro un muretto aprirono il fuoco contro i due fratelli. È evidente che qualcuno conosceva gli spostamenti di Alfonso e che sapesse anche della presenza della bambina all’interno dell’auto ma questo non impedì ai killer di entrare in azione e di farlo con una potenza di fuoco impressionante. Varie le versioni sulla morte della piccola Marcella. C’era qui sosteneva che fosse rimasta uccisa dalla pioggia dei proiettili indirizzati verso l’auto e chi, nelle cronache dell’epoca, scriveva che la bambina sia stata finita a distanza ravvicinata da otto colpi di pistola sparati in pieno viso. Quale delle due sia la verità non toglie e non aggiunge niente a un atto di violenza inaudita che scosse l’intera comunità di Laureana di Borrello.

Paolino Rodà

Paolino aveva gli occhi verdi e la pelle chiara come sua madre, morta quando lui aveva appena tre anni. Da quel momento in poi, tutte le donne di casa Rodà gli si strinsero attorno per cercare di colmare quel vuoto. Le zie Ernesta e Domenica ma soprattutto la nonna Caterina, cercarono di darle tutto l’affetto di cui erano capaci e lui le ricambiava senza mai chiedere niente di più rispetto a quanto gli veniva offerto spontaneamente.  

Era un bambino solare Paolino, capace di conquistare tutti, di suscitare una simpatia immediata e di non passare inosservato per quel sorriso tenero, a tratti malinconico, che sfoderava soprattutto quando doveva vincere la propria timidezza.

La sua vita si concluse tragicamente nel primo pomeriggio del 2 novembre del 2004. Paolo, che all’epoca aveva tredici anni, insieme al fratello maggiore di 17 anni, e al padre Pasquale, da Bruzzano Zeffirio dove vivevano, si recarono a Ferruzzano dove la famiglia aveva un podere, degli animali e persino le api. Sul fuoristrada il bambino era seduto sul sedile posteriore. Una volta arrivati a destinazione, Pasquale non fece neppure in tempo a spegnere il motore dell’auto perché una raffica di colpi di lupara investì lui e i suoi figli alle spalle. Paolino non ebbe scampo, morì sul colpo, e anche suo padre Pasquale sarà ucciso da lì a poco.

Quando nel primo pomeriggio la notizia iniziò a circolare in paese, tutti si riversarono davanti all’abitazione dei Rodà. La morte di Paolino destò grande commozione. «Era solo un bambino», ripetevano affrante le persone mentre cercavano di condividere il dolore dei familiari.

Un bambino ricco di passioni e di sogni che comunicava alle zie quando si ritrovavano tutti insieme. Paolino, tra le varie ipotesi di futuro inseriva la possibilità di diventare veterinario o medico, così confidava a Domenica. Mentre con zia Ernesta, che all’epoca non era ancora sposata, ipotizzava, come era naturale alla sua età, ancora altre strade da intraprendere per realizzare tutti i suoi progetti. Il giorno dei funerali di Paolino Rodà la chiesa era gremita di persone. I suoi compagni di classe gli scrissero una lettera nel quale gli manifestarono tutto l’affetto che sentivano per lui. Fu una grande perdita per tutti loro, quel bambino che sorrideva sempre nonostante la vita, fin dalla più tenera età, gli avesse mostrato il suo lato più duro.

La Val D’Aosta.

E il Tg1 di Maggioni ha il coraggio di “sbattere” l’innocente in prima serata. Ieri, nell’edizione di punta del più importante telegiornale italiano, un’intervista a Marco Sorbara, l’ex consigliere regionale della Valdaosta assolto in via definitiva dopo un calvario durato 4 anni e oltre 900 giorni di custodia cautelare. È il segnale che nel racconto della (mala) giustizia qualcosa finalmente comincia a cambiare. Errico Novi su Il Dubbio il 26 gennaio 2023

Prima serata. Tg1 del 25 gennaio. Dopo l’apertura con le news sulla guerra in Ucraina, arriva la “pagina” della giustizia. Prima un servizio da Campobello, nell’ex “regno” di Messina Denaro, con i cittadini mobilitati contro l’omertà. Poi la conduttrice del più importante telegiornale italiano annuncia il focus su un «calvario giudiziario»: un’intervista a Marco Sorbara, l’ex consigliere regionale della Valle d’Aosta accusato ingiustamente di concorso esterno.

«Dopo 8 mesi in carcere e i successivi domiciliari, è stato definitivamente assolto», ricorda ancora la giornalista che introduce il servizio. L’intervista fa emergere tutto: anche la prospettiva del “ristoro” per ingiusta detenzione. «Ma non c’è risarcimento che possa ripagarmi davvero», ricorda l’ormai ex politico, passato per quattro anni da incubo, ritratto anche in una breve clip con sotto braccio la mamma, che si era rivolta, disperata, persino a papa Francesco.

Direte: dov’è la notizia? In una notizia data dal Tg1? Ebbene sì: in prima serata, signori, non si parla così spesso di errori giudiziari. Diciamo pure che non se ne parla praticamente mai. E la tivù di Stato già può essere considerata un gradino più su, considerato che negli approfondimenti Rai capita di veder concesso spazio alle vittime di malagiustizia, più che su altre reti. Ma l’intervista a Sorbara nell’edizione del Tg1 di maggiore ascolto va oltre l’ordinario, e bisogna darne atto alla direttrice Monica Maggioni.

È il segno che qualcosa comincia a cambiare davvero, nella percezione della giustizia, nell’idea finora dominante della magistratura infallibile e degli imputati inesorabilmente colpevoli, persino se assolti, nel prevalere insomma della “dottrina Davigo”. Maggioni ha il coraggio di raccontare una giustizia diversa, la sofferenza di chi ne viene stritolato. Merce rara. Verrebbe da credere, da augurarsi, che mentre gran parte dei giornali impallina Carlo Nordio, il guardasigilli che ha il coraggio di sfidare i suoi ex colleghi e il totem delle intercettazioni, mentre il solito circuito mediatico-giudiziario dà addosso all’ex pm eretico, fuori il messaggio del guardasigilli comincia a passare.

E viene da pensare che un miracolo del genere non potesse realizzarsi se non attraverso il contributo di un magistrato controcorrente, il solo modello a cui l’opinione pubblica avrebbe dato credito. Dopodiché conta l’intuito del singolo, e Maggioni ha avuto il coraggio di sbattere l’innocente in prima pagina, o meglio in prima serata. Qualcosa è cambiato, anche dopo il Tg1 di ieri, mercoledì 25 gennaio.

Marco Sorbara in carcere da innocente: è ora di riflettere sui falsi pentiti. Alfredo Antoniozzi su Il Riformista il 23 Febbraio 2023

Nei giorni scorsi ha fatto clamore l’assoluzione di Marco Sorbara, ex assessore comunale di Aosta ed ex consigliere regionale, dopo ben trenta mesi di custodia cautelare per l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Una sentenza che ha restituito onore a un esponente politico la cui vita è stata interrotta (quella politica di fatto cancellata) fino al punto, per come ha scritto il fratello, di avere meditato il suicidio. Fare finta che nulla sia accaduto dopo tanta sofferenza sarebbe una grave omissione anche per chi, come il sottoscritto, crede nella legislazione antimafia e nella sua triste attualità.

Coniugare garantismo e certezza della pena è il sigillo della nostra carta costituzionale ed è anche la bussola di un grande ministro, Carlo Nordio, rispetto al quale il consenso va oltre il recinto della maggioranza di governo. Ho espresso all’on. Sorbara il sentimento di solidarietà e l’auspicio che possa tornare a fare politica ma è indubbio che non basterà nessun risarcimento economico a restituirgli la serenità che merita. La sua vicenda ripropone la necessità di contemperare giustizia e libertà, i due cardini valoriali del Novecento non sempre conciliabili. Ad esempio, e apro una parentesi, sto per presentare una proposta di legge di modifica degli artt 88 e 89 del codice penale che disciplinano l’infermità e la seminfermità mentale, per garantire sostegno e cure a chi commette un reato senza essere imputabile ma anche per chiedere il rubinetto delle scorciatoie dei disturbi dì personalità aperto dalla Cassazione a sezioni unite nel 2005 e grazie al quale tanti assassini, compreso il killer dì Prati, sono rimasti liberi di uccidere.

Tornando alla legislazione antimafia, essa sì è sviluppata soprattutto dopo le stragi degli anni Novanta, ivi compreso il 416 bis, dapprima reato giurisprudenziale e poi successivamente normato. Voglio ricordare come il grande Giacomo Mancini, segretario nazionale del PSI, più volte ministro, uno degli uomini più importanti del dopoguerra, mio concittadino, dovette subite la calunnia dei pentiti risultando innocente. Anche se durante il governo Andreotti prima e Berlusconi dopo (guarda caso due obiettivi del professionismo antimafia) ci furono norme di forte impatto. Ma se si leggesse la sentenza della Cassazione del gennaio ‘92 che validava definitivamente il maxiprocesso (e dalla quale pare sia nata la stagione delle stragi) si capisce la straordinaria lungimiranza di Falcone, Borsellino, Caponnetto, nel portare nel processo elementi probatori senza trasformare i pentiti in oracoli infallibili. Successivamente, nell’ambito dell’emergenza, mafia e camorra furono decimate al prezzo di concessione della libertà a criminali come Brusca e Ammaturo.

So, da calabrese, quanto sia potente e pervasiva la ‘ndrangheta e come sia stata capace, dall’alto di una potenza economica impressionante, di infiltrarsi dappertutto. E so che non solo non arretreremo di un millimetro nella lotta alle mafie ma la intensificheremo ulteriormente (non cito nemmeno il nostro pensiero sul 41 bis perché sarebbe ultroneo..). C’è, però, la questione posta ultimamente anche dal caso Sorbara che non è di facile soluzione. Prevedere differenze di custodia preventiva per gli incensurati finirebbe per favorire ancora più le mafie che ormai usano persone illibate per riciclare i loro denari. Soluzioni chi scrive non ne ha ma vanno individuate. Il garantismo ha avuto dignità mediatica 40 anni fa con il caso Tortora per poi tornare in auge durante Tangentopoli. Sappiamo tutti che il referendum del 1988, che avrebbe dovuto sanzionare gli evidenti errori giudiziari, nonostante il clamoroso dato elettorale fu stravolto in sede legislativa e mai applicato concretamente.

Certo, per i collaboratori di giustizia vanno previste condizioni più stringenti e fare in modo che le procure attivino, peraltro in nome della legge, che si proceda più spesso con la calunnia dinanzi ad accuse clamorosamente false (e ovviamente dolose) con revoca di ogni beneficio concesso. È giusto che la strada delle riforme sia percorsa con l’ausilio delle forze di opposizione responsabili, quelle slegate dalla logica rivoluzionaria della giustizia che di fatto nacque, il ‘47, con Togliatti ministro. Su questo terreno sfidiamo chi si dichiara riformista a dimostrare di essere tale, recuperando ciò che un grande partito, il Psi, fece nel dopoguerra, pagando a caro prezzo il proprio coraggio.

Nordio è la persona più autorevole per compiere questo passo di giustizia autentica. Che significa presunzione di innocenza, limitazione al massimo della carcerazione preventiva, processi più rapidi e certezza della pena.

Non conosco le motivazioni che portarono all’arresto di Sorbara, né le determinazioni del tribunale del riesame e della Cassazione, né ovviamente le motivazioni della sentenza che tutti aspettiamo. Ci serviranno per capire meglio. E per costruire un Paese che contrasti senza tregua le mafie non rinunciando ai suoi valori costituzionali, né permettendo (almeno sforzandosi al massimo) che un innocente stia in carcere trenta mesi. Lo dobbiamo ai nostri figli

Alfredo Antoniozzi Vice Presidente del Gruppo Parlamentare di Fratelli d’Italia Camera dei deputati

Marco Sorbara assolto, cade il teorema sugli aiuti alla ‘ndrangheta: un incubo durato 909 giorni da recluso. Carmine Di Niro su Il Riformista il 27 Gennaio 2023

Assolto dopo 909 giorni di custodia cautelare, 214 giorni in carcere di cui 45 giorni passati isolamento. È finito così l’incubo di Marco Sorbara, ex assessore comunale ad Aosta e poi consigliere regionale, arrestato ingiustamente il 23 gennaio 2019 per concorso esterno in associazione mafiosa.

Sorbara, esponente del movimento autonomista dell’Union valdotaine, finì al centro del tritacarne dell’inchiesta Geenaa, indagine sulle presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta in Valle d’Aosta. Condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e poi assolto in appello “perché il fatto non sussiste” il 19 luglio 2021, la Procura generale di Torino aveva impugnato la sentenza.

La tesi dei magistrati era che Sorbara si fosse messo a disposizione, dall’alto del suo posto di consigliere regionale, di Tonino Raso, ritenuto esponente della locale di ‘ndrangheta. Convinzione non condivisa invece dalla procura generale della Corte di Cassazione, che martedì aveva chiesto l’inammissibilità del ricorso presentato dalla procura generale di Torino contro l’assoluzione in appello. Alla fine, dopo quattro anni di inferno, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha assolto definitivamente l’ex consigliere regionale.

Tutta colpa delle comuni origini calabresi con Raso, uomo ritenuto esponente della ‘ndrangheta e amico dell’ex consigliere. Amicizia ma nessuna prova di rapporti che andavano oltre, nessun “arruolamento di Marco Sorbara tra i politici stabilmente “satelliti” del sodalizio attraverso un decisivo appoggio elettorale”, come invece accusava la Procura. Anche perché, analizzando l’attività politica di Sorbara, i giudici dell’Appello non hanno trovato “irregolarità di sorta e men che meno foriere di poter sortire sviluppi in sede penale o di giustizia contabile”.

Libero ‘fisicamente’ dopo l’assoluzione in Appello, Sorbara al Dubbio spiega che il ricorso presentato dalla Procura “era come una spada di Damocle sulla testa, non era una vera libertà”. Libero ma ancora scosso, distrutto da anni di calvario: “Sono completamente distrutto, non mi vergogno a dirlo, perché ho passato anni nella morsa della giustizia, della diffamazione, degli attacchi, a causa di un’accusa devastante, bruttissima”.

Quanto al futuro, per ora non ci sono progetti. Certa invece la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione. “Ora devo solo pensare a riprendere a lavorare e guadagnare e ripagare i buchi enormi di questi anni fatti di spese e di nessuna entrata, con i conti bloccati. Posso solo dire che la vicinanza di chi mi vuole bene è stata impagabile”, conclude Sorbara.

Nei confronti dell’ex consigliere è arrivata una solidarietà bipartisan. Il parlamentare di Azione Enrico Costa su Twitter, ricordando l’impressionante periodo trascorso in custodia cautelare da Sorbara, scrive: “Sono andati a prenderlo di notte alle 3.15, 45 giorni in isolamento, per 33 non ha visto nessuno. Fiumi di pagine sull’inchiesta. Poche righe dopo l’assoluzione”.

Marco Sorbara ex consigliere Val d’Aosta, oltre 900 giorni in custodia cautelare. Assolto: il fatto non sussiste. Sono andati a prenderlo di notte alle 3.15, 45 giorni in isolamento, per 33 non ha visto nessuno. Fiumi di pagine sull’inchiesta. Poche righe dopo l’assoluzione.

Chi pagherà per questo inutile ricorso? Chi pagherà per la fine della sua carriera politica? Chi pagherà per i quasi mille giorni di carcere ingiusto? Chi pagherà per l’ennesima vita spezzata? Oggi è un giorno della memoria per tutto”, scrive invece l’ex deputata del Partito Democratico Enza Bruno Bossio.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Sorbara, assoluzione definitiva: «È la fine di un incubo, ora posso dirmi davvero libero». L’ex assessore di Aosta non era stato eletto grazie alle cosche di ’ndrangheta. Ma prima di poterlo dimostrare ha dovuto trascorrere 909 giorni in custodia cautelare. Simona Musco su Il Dubbio il 25 gennaio 2023.

Quattro anni dopo un ingiusto arresto, diventa definitiva l'assoluzione di Marco Sorbara, l’ex assessore comunale di Aosta e consigliere regionale, assolto dopo 909 giorni di custodia cautelare. Sorbara era stato condannato in primo grado a 10 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa e poi assolto in appello «perché il fatto non sussiste». Ma la procura generale di Torino aveva impugnato la sentenza, ribadendo la convinzione che il politico, una volta eletto, si fosse messo al servizio di Antonino Raso, ritenuto esponente della locale di ‘ndrangheta. Una convinzione non condivisa dal procuratore generale della Cassazione, che martedì ha chiesto ai giudici di non ammettere il ricorso nei confronti di Sorbara. Per Raso e gli altri tre imputati - l'ex consigliere comunale di Aosta per l'Uv Nicola Prettico, l'ex croupier del Casino de la Vallée di Saint-Vincent Alessandro Giachino e l'ex assessora comunale di Saint-Pierre Monica Carcea - la Cassazione ha annullato con rinvio le condanne, stabilendo che bisogna fare un nuovo processo d'appello.

«Oggi, finalmente, sono davvero libero», commenta al Dubbio Sorbara, visibilmente commosso. Felice, ma anche distrutto, spiega. «Da un lato posso dire che oggi è finito un incubo. Certo, con l’assoluzione in secondo grado ero libero fisicamente, ma quell’assurdo ricorso da parte della procura era come una spada di Damocle sulla testa. Non era una vera libertà. Ho provato molta paura, la paura che pur essendo una persona innocente e onesta potessi continuare a rimanere nel giogo della giustizia. Oggi assaporo per la prima volta, dopo quattro anni, la libertà - racconta -. Dall’altro lato sono completamente distrutto, non mi vergogno a dirlo, perché ho passato anni nella morsa della giustizia, della diffamazione, degli attacchi, a causa di un’accusa devastante, bruttissima». Un dramma morale, ma anche economico, fisico, mentale e reputazionale.

«Ho solo voglia di riprendermi la mia vita - continua -, ma non sarà mai quella di prima. Era perfetta, la mia vita, e ora non sarà più la stessa. Ma voglio ripartire dal 22 gennaio 2019, il giorno prima del mio arresto». I momenti più difficili sono stati la sentenza di primo grado, pesantissima, e il ricorso della procura generale, «perché dopo quell’assoluzione e la certezza di essere innocente non me l’aspettavo. Invece c’è stato. Aspettavo questo momento. Certo avevo paura, certo, perché solo un incosciente non ne avrebbe quando si è consapevoli che ci sono delle persone che per un periodo possono fare quello che vogliono della tua vita. A me lo hanno fatto per quattro anni, ma sapevo che ne sarei uscito. Adesso la mia vita e quella della mia famiglia può ripartire».

Nessun progetto per il futuro e nessuna certezza su un ritorno in politica. «Questa esperienza ha cambiato tutto - spiega -. Per quattro anni non ho avuto progettualità, non ho pensato al futuro. Pensavo solo a questa sentenza. Oggi sto cercando di capire cosa fare da grande. L’unica certezza è che voglio riprendere a vivere». Di certo c’è che chiederà un risarcimento, «ma ci penseranno i miei avvocati - conclude -. Ora devo solo pensare a riprendere a lavorare e guadagnare e ripagare i buchi enormi di questi anni fatti di spese e di nessuna entrata, con i conti bloccati. Posso solo dire che la vicinanza di chi mi vuole bene è stata impagabile».

Quelli trascorsi tra il carcere, i domiciliari e processo sono stati «terribili», aveva dichiarato al Dubbio l’ex politico subito dopo la scarcerazione, anni resi ancora più insopportabili dal sospetto che la sua carriera politica fosse il frutto di un patto scellerato con la ‘ndrangheta, arrivata fino in Valle d’Aosta per avvelenare ogni cosa. Sorbara ha trascorso 214 giorni, di cui 45 in isolamento, in cella, giorni durante i quali ha anche pensato al suicidio. Poi i domiciliari e la lunga attesa della verità. Un’attesa interminabile, nonostante l’assoluzione, stando alle parole dei giudici d’appello, sarebbe potuta arrivare subito: «Analizzando complessivamente le risultanze probatorie afferenti alla condotta intera del Sorbara-politico», si legge nella sentenza, non è stata raggiunta «la prova dell’elemento oggettivo che identifica, per insegnamento del giudice nomofilattico, la modificazione del mondo esteriore dovuta al concorrente esterno nel delitto ex art. 416 bis cp».

Insomma, nel comportamento di Sorbara non c’era nulla che potesse far concludere circa un suo possibile coinvolgimento in attività mafiose. Il sospetto si basava in gran parte sulla sua amicizia con Raso, col quale però avrebbe intrattenuto soltanto un sincero rapporto di amicizia, basato anche sulle comuni origini calabresi. Rapporto che non basta, da solo, a creare quei «presupposti logici» - assenti secondo i giudici - che testimonierebbero il «“previo” arruolamento di Marco Sorbara tra i politici stabilmente “satelliti” del sodalizio attraverso un decisivo appoggio elettorale». Un eventuale sostegno sarebbe peraltro smentito anche dal tenore complessivo delle intercettazioni relative alla campagna elettorale per le amministrative del 2015, dove il nome di Sorbara non compare mai, mentre sarebbero altri i candidati “sponsorizzati”. La sua vera vocazione, secondo i giudici d’appello, era la politica, praticata ben prima della formazione dell’associazione a delinquere scovata dall’indagine. E la sua attività amministrativa è stata passata al setaccio dagli inquirenti «senza che emergessero irregolarità di sorta e men che meno foriere di poter sortire sviluppi in sede penale o di giustizia contabile». Parole che ora trovano conferma anche in Cassazione. Ma solo dopo quattro anni di sofferenze.

«L’accusa di mafia, la galera, la paura e infine l’assoluzione. Ecco la mia odissea giudiziaria». Parla l’ex assessore comunale di Aosta e consigliere regionale Marco Sorbara, assolto in via definitiva dopo aver passato 909 giorni in custodia cautelare da innocente. Simona Musco su Il Dubbio l’8 febbraio 2023

«Provate voi a fare quattro passi per due tutti i giorni. Provate voi a pensare di iniziare una storia con una persona, senza avere paura di farle male. Provate voi a non sentirvi vuoti, a non pesare ogni parola che dite. Io ho passato 1466 giorni da persona non libera. Ancora oggi, stanotte, mi sono svegliato due volte per farmi la doccia, perché sento l’odore del carcere addosso». Marco Sorbara, ex assessore comunale di Aosta e consigliere regionale, ha passato 909 giorni in custodia cautelare da innocente. Per la procura aveva siglato un patto elettorale con i clan di ‘ndrangheta arrivati ad Aosta dal paese di origine di suo padre. Un patto mai dimostrato, senza contropartita. Eppure, prima di arrivare all’assoluzione, l’ex politico si è visto condannare a 10 anni di carcere. «Vorrei che mi spiegassero perché», dice ora che il suo solo sogno è quello di tornare ad essere sereno.

Si è fatto un’idea del perché sia successo tutto questo?

Io vorrei girare la domanda al Tribunale che mi ha condannato in primo grado: perché mi sono stati inflitti 10 anni e 500mila euro di danni? Mi sento ancora tatuato addosso il carcere che ho subito senza motivazione.

C’erano i presupposti per la custodia cautelare?

Sono stato nel 2019 per fatti risalenti al 2015. Qual era il pericolo di fuga? In caso sarebbe bastato darmi i domiciliari o ritirarmi il passaporto. Non potevo reiterare perché non ero più assessore comunale e per quanto riguarda l’inquinamento probatorio come avrei potuto farlo se le accuse risalivano a quattro anni prima? Dalle indagini non è emerso nulla. E non perché siano state fatte male, ma perché non c’era nulla da trovare. Il Riesame, dopo 8 mesi di carcere, mi ha dato i domiciliari: non potevo scendere in giardino o in garage, non potevo parlare con nessuno, solo con mia madre. Per vedere mio fratello ho dovuto chiedere un’autorizzazione, così come per il parroco. In tanti sarebbero voluti venire a trovarmi, ma avevo paura di metterli in difficoltà. Avevo paura che qualsiasi cosa facessi potesse essere fraintesa. Io sono stato accusato di aver avuto rapporti con il ristoratore Antonio Raso (coimputato nel processo, ndr), ma in quello stesso ristorante ci andavano anche i giudici che mi hanno condannato e le forze dell’ordine.

C’entra il fatto che entrambi siate calabresi, secondo lei?

Sì. E quando non sono riusciti a trovare nulla hanno utilizzato una intercettazione ambientale in cui dicevo a Raso che da 20 anni ogni anno andavo a dare gli auguri di Natale ad un amico di famiglia, Bruno, che aveva fatto politica con mio padre. Una persona molto nota ad Aosta. Per il pm si trattava di uno ‘ndranghetista calabrese. Peccato, però, che non si trattasse della stessa persona. Bruno è venuto anche a testimoniare in aula. Sia in primo grado sia in appello non è stata data importanza a questa ambientale, perché era chiara, ma il pm l’ha usata per dire che frequentavo dei criminali.

Le intercettazioni, secondo i giudici d’appello, dimostrerebbero che la ‘ndrina aveva puntato in realtà su altri candidati e non su di lei.

Questa è l’apoteosi: in alcuni passaggi si sente dire a dei presunti affiliati che non mi avrebbero votato, facendo riferimento ad altri tre candidati. Sorbara non c’è mai.

Gli altri politici di cui facevano il nome sono stati indagati?

No. Perché hanno dei cognomi valdostani.

Insomma, vuole dire che il parametro sarebbe la sua calabresità?

Praticamente sì. La sentenza d’appello ha dei passaggi bellissimi: si dice che sono un politico vecchio stampo, non social, ma uno che sta in mezzo alle persone, le ascolta. C’è un’ambientale bellissima in cui dico a una persona: ricordati che se tu ti fidi di un politico che ti promette un posto di lavoro hai sbagliato tutto. Per un posto di lavoro devi darti da fare ed essere onesto. Il politico non trova posti di lavoro, ma deve fare qualcosa per aiutare tutti e dare una mano a chi ha i requisiti. Un altro esempio: mi dicono che ho aiutato la cognata di Raso ad ottenere una casa popolare. Bene, finché sono stato assessore le sono state respinte tre richieste. Il contributo lo ha ricevuto solo dopo che sono finito in carcere.

Dopo il suo arresto in Comune è arrivata una commissione d’accesso: è emerso qualcosa?

Che io non c’entravo nulla. E le dirò di più: l’amministrazione non è stata sciolta. Perché non c’erano tracce di infiltrazioni. La Commissione ha analizzato per sei mesi tutti i punti contestati nell’ordinanza di custodia cautelare, dagli appalti ai posti di lavoro e non ha trovato nulla. In più ci sono fiumi di intercettazioni - 42 faldoni e oltre 72mila pagine che ho letto almeno tre volte - in cui non c’è nulla di nulla.

Lei era accusato di concorso esterno: non serviva la prova di un aiuto concreto al clan?

E non è stato trovato nulla. Ma non c’è neanche una richiesta da parte dei clan. Anzi, succede l’opposto: non volevano votarmi. E da una lettura priva di pregiudizi di quelle intercettazioni si poteva capire che non c’era la possibilità di muovere quelle accuse. Mi dite perché, allora, sono finito in carcere?

Lei è stato intercettato?

Il paradosso è che io sono stato intercettato in una precedente inchiesta, nella quale però non sono nemmeno stato coinvolto: avendo ascoltato le mie conversazioni sapevano che sono una persona onesta.

Si trattava della stessa procura?

Non solo: erano gli stessi pm. Durante l’arringa Sandro Sorbara, mio avvocato e mio fratello, ha smentito il pm, che durante la requisitoria aveva affermato di non essere a conoscenza di quelle intercettazioni. Tutti sapevano che io ero innocente. Quello che mi sta devastando, anche se oggi finalmente sono libero e tutto è finito, è non capire perché mi sia stata rovinata la vita. Quando mi hanno inflitto 10 anni di carcere si sono resi conto che Marco Sorbara non è un nome, ma una persona, che dietro ci sono una famiglia, degli amici, una comunità? Quando andavo in Calabria, nel paese di mio padre, le persone erano orgogliose di me. Oggi ho paura anche a dirlo.

Pensa ancora alla politica?

Disintegrato come sono, l’unica cosa di cui ho voglia è la serenità. Prima di chiedere l’aspettativa per il mio mandato politico ero dipendente della Regione. Ho una paura terribile di tornare. Spero che la mia storia possa servire ai giudici per capire che per colpa di storie come la mia ci sono persone che non credono più nella giustizia. Ci sono giudici che fanno il loro lavoro per bene, rischiando la vita tutti i giorni, e il cui lavoro perde credibilità. E lo stesso vale per i giornalisti: non ci si rende conto del male che si può fare ad una persona. Eppure i magistrati e i giornalisti, oggi, hanno la capacità di uccidere, come un medico che sbaglia ad operarti. Quest’ultimo ti toglie la vita fisicamente, gli altri hanno il potere di togliertela lasciandoti vivo. Che a volte è ancora peggio.

Ha avuto problemi con la stampa?

Un giornalista locale, Piero Minuzzo, di aostacronaca.it, ha fatto un articolo per difendermi nel periodo in cui mi trovavo in carcere. Ed è stato ripreso dall’ordine dei giornalisti per essersi schierato dalla mia parte. Durante il processo sono state diverse le volte in cui sono stati pubblicati articoli con errori sulla mia posizione. Per sei mesi, ma anche di più, sono stato massacrato. Ed anche ora che sono stato assolto su La Stampa è stato pubblicato un articolo con il mio nome a caratteri cubitali nel titolo, come se volessi stangare il Comune per le spese legali. Ciò invece di porre l’attenzione sul fatto che sono stato condannato ingiustamente a 10 anni sulla base di niente e senza attenuanti generiche, salvo poi essere assolto, perché non mi sarei “dissociato” dalla presunta locale. Peccato che fossi innocente: da cosa dovevo dissociarmi? Senza contare che, ad oggi, la presenza della locale non è stata dimostrata.

Parliamo del carcere: 909 giorni di custodia cautelare, 214 in carcere, poi ai domiciliari. Che esperienza è stata?

Devastante. Il carcere per un innocente è terribile. E per come l’ho visto io è terribile anche per un colpevole. Se il carcere ha il fine di reintegrare, far capire ad una persona che ha sbagliato, posso dire che non funziona. Il carcere ti toglie anche la dignità. E non è giusto, che si tratti di colpevoli o di innocenti. I sentimenti che provi, quando entri in carcere, sono due: voglia di toglierti la vita e rabbia, odio. Non c’è una via di mezzo. Questo è successo anche a me: oscillavo tra la voglia di farla finita, specie dopo aver visto mia madre o quando sentivo il mio nome in tv, e la rabbia per ciò che mi era stato fatto. E se si esce in quel momento l’unica cosa a cui si pensa è la vendetta. L’ho visto sul viso di tante persone con le quali ho condiviso questa esperienza. La tv l’ho vista solo dopo i primi 45 giorni di isolamento. Ed era anche buffo, perché magari sentivo un politico usare il termine “onore” ed io pensavo che parole del genere mi venivano contestate.

Come sono stati quei giorni in isolamento?

Invito tutti a fare quattro passi per due e stare 45 giorni così. Avevo un letto in ferro cementato a terra, un piccolo lavandino, solo con l’acqua fredda, e una piccola tazza. L’unica umanità che hai lì dentro è quella degli agenti di polizia penitenziaria. Che sono le vere vittime lì dentro. Molte volte anche loro hanno paura a fare il loro dovere, perché quando vivi in un contesto del genere e hai a che fare con un soggetto come me a cui viene contestato un reato del genere magari hai anche paura a portargli un caffè perché lo vedi dimagrire di 20 chili o di fare una battuta. Per cui sei isolato, annientato. Ho avuto la fortuna di avere la fede. Ho camminato, come un criceto su una ruota. Ho trovato serenità solo dopo 33 giorni, perché ho potuto vedere mia madre.

Com’è stato?

I suoi occhi non potrò mai dimenticarli. Una donna di 79 anni che entra in carcere, viene perquisita dalla testa ai piedi per vedere suo figlio in un mondo assurdo: è devastante.

Cos’è accaduto dopo l’isolamento?

Mi hanno messo in una sorta di corridoio, con 25 celle su ogni lato, che si aprono alle 8 del mattino e si richiudono alle 20. Con i compagni di cella inizialmente hai anche paura di parlare, perché hai letto la tua custodia cautelare e allora non sai cosa possa accadere se hai contatti con qualcuno. Diventi tu lo strano dell’ambiente. Poi esci, ti trovi in una sezione dove tu sei il politico, quello che sta bene. Quello che può parlare con l’avvocato più volte a settimana. Così si genera odio nei tuoi confronti. E tu, che fino al giorno prima eri libero di fare ciò che volevi, non sei più niente. Non si può mettere una persona in custodia cautelare con persone che hanno già una sentenza passata in giudicato. Non si possono mettere dei colpevoli con dei presunti colpevoli nello stesso posto.

Forse sarebbe il caso di dire presunti innocenti, come dice la Costituzione.

Non è un lapsus il mio: io sono entrato dentro e per chi mi giudicava io ero già colpevole. È giusto fare le intercettazioni e le indagini, ma va fatto tutto bene. Le intercettazioni vanno lette per intero e contestualizzate. Sel nel 2011 parlo con una persona incensurata che solo anni dopo diventa uno spacciatore non mi si può dire che allora ho parlato con uno spacciatore: in quel momento non lo era. In più i pm devono avere il coraggio di ammettere gli errori. Non è possibile che sia stato fatto ricorso contro la mia assoluzione: era lampante la mia innocenza. Io ho passato 1466 giorni da persona non libera. Ancora oggi, stanotte, mi sono svegliato due volte per farmi la doccia, perché sento l’odore del carcere addosso. Non riesco ad avere relazioni con nessuno e quando ne ho le disfo in tre secondi. Come fai ad avere a fianco una persona? Hai paura.

Ci ha provato?

Dopo la scarcerazione una ragazza meravigliosa mi è stata vicino, ma ho mandato tutto all’aria. È la prima volta che lo dico. Come faccio a creare un futuro con qualcuno se ho paura di affezionarmi? Non posso più pensare di vedere persone che mi amano soffrire. Cose così ti rendono asettico. Da una parte è bello: se c’è fila non mi arrabbio più, mi si rompe la macchina e non me la prendo. Se vedo qualcuno piangere, paradossalmente, non provo nulla. Ma io non voglio essere così. Oggi sono spento. E voglio solo essere di nuovo il Marco di prima.

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Il Piemonte.

"Una vicenda del genere ti demolisce dentro". Intervista a Stefano Esposito, vittima di un’inchiesta da incubo: “Volevano associarmi alla ‘ndrangheta, ma non nutro vendetta”. Roberto Giachetti su Il Riformista l'11 Novembre 2023

Stefano Esposito, ex parlamentare Pd, nel 2017 finisce coinvolto in un’inchiesta che si trasforma in un incubo.

Raccontaci la tua storia.

«Parto dalle accuse, che avrei volentieri discusso in questi lunghi sei anni e mezzo se ne avessi avuto modo. La vicenda la scopro nel novembre 2017, quando un mio coimputato, Enzo Lavolta, all’epoca assessore all’ambiente nella giunta Fassino, mi chiama chiedendomi chi fosse l’avvocato “tizio” che avrei nominato nel procedimento penale in cui entrambi siamo coinvolti. Cado dal pero, perché nulla avevo ricevuto, e scopro così di essere indagato per turbativa d’asta per una vicenda relativa al Forum mondiale Onu a Torino del 2015. A quel punto chiamo un amico avvocato e chiedo di essere sentito dal Pm Colace, che mi dice che mi avrebbe fatto ascoltare tre telefonate in cui parlavo con un mio carissimo amico, anche lui indagato, Giulio Muttoni, aggiungendo che in caso avesse poi chiesto il rinvio a giudizio avrebbe dovuto richiedere l’autorizzazione al Senato. Ovviamente acconsento all’ascolto delle telefonate, mi sottopongo all’interrogatorio, ritengo di poter spiegare la mia posizione e per me la storia finisce lì. Il 23 marzo 2018, giorno successivo in cui decado da senatore, ricevo un altro avviso di garanzia, con l’accusa di corruzione e traffico di influenze. Da quel momento resto in attesa fino all’ottobre 2020, quando arriva la chiusura delle indagini, e lì scopro di essere stato intercettato indirettamente 500 volte (un caso particolare perché tutte le intercettazioni sono esclusivamente con Muttoni) da febbraio 2015 fino al 21 marzo 2018».

Quindi in un periodo in cui eri senatore in carica.

«Certamente. Di queste intercettazioni ne ho potute ascoltare solo 130, quelle utilizzate, l’accesso alle restanti mi è stato negato e quindi ne ho avuta sintesi da Peagno, il mio avvocato, ma già questo è un primo elemento particolare. A quel punto dico all’avvocato che sarei andato a processo tranquillamente ma abbiamo scelto di attendere l’udienza davanti al Gup, che doveva valutare la richiesta di rinvio a giudizio, per sottoporle la questione. L’avvocato quindi le segnala subito la presenza di queste telefonate e la palese violazione dell’articolo 68 nonché la casualità delle stesse».

La norma infatti dice che comunque, prima di procedere, si deve chiedere l’autorizzazione al Senato.

«Esattamente. Il Gup assicura al mio avvocato che avrebbe risposto all’esito dell’udienza preliminare, ma dopo 6 udienze, in cui ogni volta abbiamo posto la questione che è appunto preliminare producendo memorie su memorie, la dottoressa rinvia tutti a giudizio e non dice nulla sul tema. A quel punto mi rivolgo all’allora Presidente del Senato Casellati, che trasmette tutto alla Giunta competente, dove vengo convocato e lì succede una cosa curiosa. L’ex Presidente Grasso si stupisce, e la Giunta è costretta ad approfondire non essendo mai capitato nella storia repubblicana che un Pm e un Gup di fronte a un’esplicita richiesta di un senatore indagato rifiutassero di rivolgersi al Senato per l’utilizzo delle intercettazioni. La Giunta solleva quindi conflitto di attribuzione, che verrà discusso il 21 novembre davanti alla Corte, chiedendo, senza neanche entrare nel merito, di annullare la richiesta di rinvio a giudizio essendo state violate le prerogative costituzionali. Se la Corte accoglierà si tornerà indietro, richiedendo al Senato l’autorizzazione».

Nel frattempo però si è creato anche un problema di competenza. L’indagine è stata trasferita da Torino a Roma, quindi si ricomincia da lì come voi avevate chiesto fin dall’inizio.

«Io vengo accusato di corruzione perché, nel lontano 2010, all’epoca deputato, decido di comprare casa ma non essendo ricco di famiglia avevo bisogno di 150.000 euro per fermarla, in attesa che mi venisse concesso il mutuo. Quindi mi rivolgo a questo mio caro amico imprenditore chiedendogli in prestito quei soldi, in attesa di restituirglieli una volta ricevuti quelli del mutuo. Facciamo quindi un contratto in cui ho preteso che restasse tutto scritto e lui mi fa un bonifico che restituisco con gli interessi, la prima tranche dopo cinque mesi (130.000) e i restanti 20.000 nove mesi dopo il prestito. L’accusa di corruzione è per aver ricevuto questi soldi con un tasso di interesse di favore, lo 0,83%. Ma avendo io pagato il 3,5% non riesco a capire come sia saltata fuori quella cifra. Ricostruendo col commercialista ci rendiamo conto che loro avevano calcolato il tasso come se avessi restituito tutta la cifra dopo 9 mesi, al che l’avvocato fa notare che, nel sostenere un’accusa di corruzione, poiché il bonifico era stato fatto a una banca di Roma, la competenza sarebbe appunto di Roma. Alla prima udienza del processo il Presidente del collegio ha trasferito – come previsto dalla riforma Cartabia – il tema alla Cassazione, che il 15 settembre ha sancito lo spostamento a Roma. Molti si sono felicitati con me ma così io ricomincio da capo».

Questo racconto è da un lato surreale per molti aspetti ma, dall’altro, dimostra anche come tutto ciò potrebbe capitare a chiunque. Ci si può ritrovare nelle maglie della giustizia con enormi costi materiali e personali e dopo anni si considera quasi una vittoria il ritorno alla casella di partenza.

«Vengo da una famiglia di operai e sono arrivato in politica solo grazie alla mia passione. Una vicenda del genere ti demolisce dentro, ti distrugge la credibilità, la dignità, l’onorabilità. E per sempre. Perché chi pensa che si possa recuperare un danno simile non sa che vuol dire. Gli effetti sono devastanti sulla tua attività professionale, anche se sono stato fortunato con aziende serie attente alle mie competenze e non al mio presunto certificato penale. Ci ho messo un po’ di tempo a tirar su la testa, la mia famiglia, i miei figli più grandi, hanno patito. Quando uscirono le carte del rinvio a giudizio molto l’ho saputo prima dai giornali che le hanno avute una settimana prima. Ho letto cose stupefacenti, che se non ci fosse da piangere bisognerebbe riderne, tutti fatti non veri già dalle carte ma se le dai in un certo modo anche il falso appare vero. Oggi non nutro particolare voglia di vendetta, non credo che a Colace succederà alcunché, in questi anni abbiamo visto come funziona il sistema disciplinare per i magistrati. Ma non sono interessato a questo. Io vorrei lasciare come eredità della mia vicenda il fatto che ad altri non debbano capitare certe situazioni, so che è una pia illusione. Ma la verità è raccontare la genesi di questa indagine, ed è la mia opinione non fatti documentali, perché dalla lettura delle carte ho avuto la sensazione che la vicenda inizi con un’iscrizione contro ignoti per 416 bis e che vi fosse un tentativo di associarmi alla Ndrangheta. Facendo un rewind della mia attività, essendomi occupato di difendere la Torino Lione, mi chiedo se forse ci fosse bisogno di colpire qualcuno. Insieme a me sono stati colpiti altri esponenti torinesi non del Pd, anche magistrati, che si occupavano guarda caso dello stesso tema. Non so se potrò dimostrare questa tesi ma certamente è stato un lavoro scientifico, essendo stato intercettato solo mentre parlavo con Giulio Muttoni. Legittimo, lo dico con sarcasmo, che il Pm possa sostenere come casuali 500 telefonate con un’unica persona a me non sconosciuta, amico da venticinque anni e padrino di battesimo di mia figlia. Oggi mi auguro di poter avere davanti a Roma un magistrato che abbia voglia di ascoltare e leggere insieme accuse che non ha fatto lui. Io a ottobre 2020 pensavo che la questione della violazione dell’articolo 68 fosse una cosa clamorosa, il 21 novembre, quando ci sarà la discussione alla Corte e io sarò seduto lì, potrò dire tranquillamente che quello è il problema minore del fascicolo». Roberto Giachetti

Intercettazioni, pm sotto accusa. Stefano Zurlo il 6 Novembre 2023 su Il Giornale.

Sarà interrogato dal Csm il procuratore che ha spiato senza permesso il senatore Esposito

Il caso Colace arriva ai piani alti della giustizia, mentre i processi istruiti dal pm torinese continuano a perdere pezzi. Domani, Gianfranco Colace verrà interrogato nell'ambito del procedimento disciplinare che lo vede incolpato per le intercettazioni a carico dell'ex senatore Stefano Esposito, uno dei leader della sinistra sì Tav piemontese; il 21 novembre, invece, sarà la Corte costituzionale in udienza a dover dirimere la vicenda quasi incredibile delle conversazioni ascoltate e utilizzate contro Esposito senza chiedere l'autorizzazione a Palazzo Madama. Sono 130 quelle usate, ma sono addirittura cinquecento quelle agli atti del processo contro Esposito e contro l'imprenditore Giulio Muttoni, a sua volta bersagliato da 23.748 intercettazioni, un numero record nella pur ricchissima storia giudiziaria italiana.

Così il 21 novembre la Consulta sarà arbitro del conflitto di attribuzione fra il Senato e la Procura di Torino che naturalmente difende la correttezza di quelle valutazioni, definite occasionali e indirette, perché a dispetto del numero strabordante l'obiettivo dichiarato era sempre Muttoni. Ci si chiede ovviamente, con un pizzico di buonsenso, come sia possibile considerare occasionale l'ascolto seriale di una persona che rapidamente era stata identificata come parlamentare e dunque era coperta dallo scudo dell'immunità. E ci si domanda quali siano stati i costi di quella che in gergo si chiama la pesca a strascico: su Muttoni, le cui aziende nel frattempo sono franate e sono state chiuse, Colace ha aperto nel tempo un grappolo di procedimenti, alcuni collegati a micidiali interdittive antimafia, e in un sistema di vasi comunicanti le intercettazioni di un filone sembrano sorreggere le accuse dell'altro.

Intanto, il processo più importante, quello che vede appunto Muttoni ed Esposito accusati di corruzione e traffico di influenze, è appena stato trasferito per competenza a Roma e dunque il boccino passerà al pm della Capitale che dovrà di nuovo, se lo riterrà, proporre il rinvio a giudizio degli indagati eccellenti. Insomma, a otto anni dalle prime registrazioni disposte a Torino, siamo a zero o quasi.

Un altro filone, quello in cui Esposito e Muttoni sono indagati per turbativa d'asta, è stato dirottato dalla procura generale di Torino su un binario morto: prima, fatto molto raro, l'avocazione, poi nei giorni scorsi la richiesta di archiviazione. Un altro flop.

Ora proprio la debolezza della costruzione (e il trasloco delle carte a Roma) alimenta le chance dei pm e della difesa, rappresentata davanti alla Consulta da Marcello Maddalena, oggi avvocato ma prima di andare in pensione uno dei simboli della magistratura piemontese. «Attualmente - scrive Maddalena - il processo si trova pendente perso la procura di Roma dove è regredito nella fase delle indagini preliminari e dove quindi la Procura di Roma potrà assumere, in assoluta autonomia, tutte le determinazioni del caso».

Insomma, visto che la procura di Roma potrebbe pure chiedere l'archiviazione del fascicolo e dunque buttare nel cestino tutte le intercettazioni, allora per Maddalena «è venuto meno l'oggetto del contendere». E la Consulta potrebbe chiudere l'imbarazzante vicenda senza nemmeno entrare nel merito.

E però c'è da registrare un episodio sconcertante, datato 10 novembre 2017, il giorno in cui Colace all'alba di questo procedimento interroga proprio Esposito. E a sorpresa scopre le carte: «Ci sono queste intercettazioni - in quel momento tre in tutto - che, nel caso in cui ci dovessimo determinare in un certo senso, occorre chiedere ovviamente al Senato l'autorizzazione per l'utilizzazione, altrimenti nei suoi confronti non sono utilizzabili».

Testuale. E invece la procura non ha mai chiesto quell'autorizzazione, non per tre ma per 130 registrazioni. Esposito è finito a processo, la sua carriera è finita, la sua vita è stata devastata. Oggi è Colace a dover rispondere di quei comportamenti.

La Lombardia.

Così un gip scrupoloso ha messo in crisi anni di teoremi antimafia. La vicenda degli arresti chiesti dal pm e non concessi dal gip a Milano ha riacceso una polemica annosa. Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 31 ottobre 2023

Dalla Roma di “Mafia capitale” alla Milano del “Consorzio” che avrebbe unificato le cosche storiche di cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra. Visioni di pubblici ministeri e direzioni antimafia che finiscono con il vedere metaforiche lupare ovunque, con un radar così ossessivamente puntato in una sola e univoca direzione, tanto da finire sconfessati dalle ordinanze e sentenze dei giudici. E’ capitato a Roma, quando la procura diretta da Giuseppe Pignatone nel 2014 ha lanciato una bomba che per potenza mediatica ha raggiunto i luoghi più lontani del mondo e ha battezzato la capitale d’Italia come centro mafioso. La cosca è lì, nel cuore dell’Italia, dissero in coro i capitani coraggiosi che si chiamavano Michele Prestipino, procuratore aggiunto, e i sostituti Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, che affiancavano il dottor Pignatone nella fatica delle indagini. Dopo sei anni, e dopo che i giudici dell’appello avevano sconfessato, con un vero appiattimento sula teoria dell’accusa, la lungimiranza dei giudici di primo grado, la cassazione disse parole chiare. Prima di tutto evidenziando quel che dovrebbe essere lapalissiano, e cioè che l’interpretazione del reato la dà la legge, non la fantasia del magistrato, singolo o collettivo che sia. Il “Mondo di mezzo”, stabilì il giudice di legittimità il 22 ottobre del 2019, non era mafia, ma semplice corruzione. C’erano i reati contro la pubblica amministrazione e c’erano i responsabili che li avevano commessi. Ma mancavano i presupposti previsti dall’articolo 416-bis del codice penale, il metodo mafioso nei comportamenti dei soggetti coinvolti e anche quella ”fama” conquistata dall’associazione criminale che produce l’assoggettamento omertoso di una porzione di società. Lucciole scambiate per lanterne, che avevano danneggiato nel mondo la reputazione dell’Italia e della sua capitale, e scaricato come merce avariata e pericolosa nelle carceri speciali i due principali responsabili Salvatore Buzzi e Massimo Carminati, mentre fiorivano successi editoriali e filmografici di coloro che a quell’ipotesi fantasiosa e infondata avevano creduto, o finto di credere.

Quasi dieci anni dopo il problema dell’interpretazione dell’articolo 416-bis del codice penale si ripropone a Milano, e non c’è bisogno di arrivare alla cassazione. Perché un giudice, quello delle indagini preliminari, forse anche sulla scia di quel fatto così grave di allora, ha dato un primo stop alle richieste della procura diretta da Marcello Viola, avanzate dal capo della Dda Alessandra Dolci con l’ausilio della pm Alessandra Cerreti. Il fatto nuovo non consiste tanto nel fatto che il gip Tommaso Perna abbia accolto solo 11 delle 140 richieste di custodia cautelare (per quanto l’enorme differenza nel numero sia significativa), ma nell’esclusione tassativa dell’esistenza di una sorta di Supermafia che la procura ha creduto di aver individuato a Milano e al nord. Un “Consorzio” nuovo di zecca come associazione, frutto della fusione tra cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra di cui gli stessi procuratori delle Dda delle tre Regioni degli insediamenti storici di queste cosche, Sicilia, Calabria e Campania, avevano mai sospettato l’esistenza. Siamo alle luccioline per lanternone?

Se il gip Tommaso Perna ha studiato anche, cosa di cui è stato accusato dai giornali che si nutrono delle veline dei pm, qualche scritto dell’avvocato Salvatore Del Giudice, ha fatto benissimo, perché sono molto approfonditi. Piuttosto, è singolare il fatto che quegli stessi quotidiani abbiano fatto notare come la figura dell’avvocato, nel processo, sia la parte avversa del pm, dando per scontato che agli scritti di questi ultimi dovrebbe se mai ispirarsi il giudice. Ma resta il fatto che la qualificazione del reato di associazione mafiosa non possa essere accertata se non secondo criteri “legali”. E che perché quello specifico reato esista occorre che l’associazione abbia effettivamente e in concreto in un determinato territorio mostrato la propria capacità di intimidazione. E bisogna accertare anche che di questa capacità la popolazione abbia una tale certezza da sentirsene intimorita e condizionata fino all’assoggettazione “spontanea” alla violenza del gruppo.

Ora, nelle cinquemila pagine stese dalla procura di Milano, che ha avanzato le richieste dopo indagini durate quattro anni, il gip Perna non ha ravvisato gli elementi fondativi che mostrino come la gran parte degli indagati, alcuni dei quali apparteneva o era appartenuto nel passato a qualche associazione di tipo mafioso, abbia avuto la forza di costruire il “Consorzio” unificante delle tre mafie storiche come nuovo soggetto criminale. E che abbiano commesso reati avvalendosi di quella forza intimidatrice che ha posto come condizione per il 416-bis il legislatore quando lo ha introdotto nel codice penale, in seguito agli omicidi di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa.

Situazione in fieri a Milano comunque, poiché la procura ha presentato ricorso al tribunale del riesame. Ma in un’altra regione italiana, la Calabria, potrebbe presentarsi un caso di studio di qualche interesse. La Dda di Catanzaro ha chiuso nei giorni scorsi un’inchiesta su 82 indagati del “clan degli zingari”, qualificando quel gruppo come associazione mafiosa. Non era mai successo che una procura della repubblica indagasse la comunità rom oltre che per reati specifici, in questo capo narcotraffico, estorsioni e detenzione di armi, anche per il reato previsto all’articolo 416-bis del codice penale. Uniformità in questo caso tra le parole pronunciate nella conferenza stampa dell’aprile scorso, in cui al fianco del procuratore Nicola Gratteri sedeva anche il Direttore centrale anticrimine della polizia Francesco Messina, con l’ordinanza del gip Filippo Aragona. Il cui contenuto però lascia qualche dubbio, che potrebbe trovare cittadinanza nei prossimi gradi di giudizio dell’ eventuale processo. Perché il gip usa un particolare linguaggio nello spiegare come questo gruppo di nomadi a partire dal 2017 e dopo aver svolto il ruolo di manovalanza nelle associazioni mafiose dedite in particolare al narcotraffico, si sia reso autonomo. In questa nuova fase, scrive il gip Aragona, “..le cosche mafiose storiche operanti a Catanzaro, Cutro e Isola di Capo Rizzuto hanno conferito ai capi del clan degli zingari doti di ‘ndrangheta…Tale apertura ha determinato le condizioni perché gli zingari progressivamente acquisissero l’expertise necessaria per costituire un gruppo indipendente operante nel settore degli stupefacenti, armi estorsioni e reati contro il patrimonio, avvalendosi della forza di intimidazione mafiosa”. Doti di ‘ndrangheta? Expertise? Saranno sufficienti perché altri giudici che saranno chiamati a decidere, se ci sarà un rinvio a giudizio, confermino l’esistenza di una nuova mafia, quella degli zingari? E solo in Calabria?

«Arresti negati? Penso anche a chi è in carcere preventivo e poi è assolto». Parla l’ex magistrato Massimo Brandimarte: «La patologia risiede nell’alto numero di assoluzioni finali di soggetti già sottoposti a carcerazione preventiva. Un rigetto non significa che l’inchiesta è finita, ma anche andrà avanti senza la stretta necessità di privare qualcuno della libertà». Valentina Stella Il Dubbio il 30 ottobre 2023

Stampa e parte della magistratura in questo giorni non hanno affatto preso bene la decisione del gip di Milano che ha che ha “osato” rigettare la richiesta di arresto avanzata dalla Dda per 140 persone. Ne parliamo con l'ex magistrato Massimo Brandimarte che ci dice: «L’esigenza di arrestare preventivamente qualcuno, non si costruisce su teorie, ma su elementi di fatto, gravi ed evidenti. E’ la legge».

Il gip Perna non ha convalidato 140 arresti chiesti dalla DDA. C'è stata una rivolta mediatica e in una parte della magistratura. E' così anormale negare gli arresti?

Un GIP che respinge una richiesta di misure cautelari restrittive non è affatto un evento eccezionale, nel sistema di garanzie costituzionali. E’ fisiologia processuale. La patologia sta, al contrario, nell’alto numero di assoluzioni finali di soggetti già sottoposti a carcerazione preventiva. Un rigetto non significa che l’inchiesta è finita, ma che andrà avanti, per il momento, senza la stretta necessità di privare qualcuno della libertà. In generale, vale sempre la regola secondo cui l’affermazione della responsabilità penale e, prima ancora, l’esigenza di arrestare preventivamente qualcuno, non si costruisce su teorie, ma su elementi di fatto, gravi ed evidenti. E’ la legge. Poi, stiamo nel campo delle valutazioni ed ognuna di esse merita rispetto.

Il gip ora è sotto la mira della stampa che lo accusa di aver fatto quasi un favore alla mafia ma l'Anm tace. Dovrebbero invece prendere le sua difese?

Ogni giudice indipendente decide secondo scienza e coscienza. E’ una premessa logica ed istituzionale inderogabile. Ovviamente le critiche, da parte dell’opinione pubblica, sono sempre ammesse, visto che la Giustizia è amministrata in nome del Popolo. Ma, quando sono disgiunte dall’approfondimento storico e dalla conoscenza del sistema, finiscono per scadere nel pregiudizio e producono rumore, turbando la serenità di chi è chiamato a giudicare eventualmente in seconda battuta. La legittima preoccupazione nei confronti del fenomeno mafioso, come di qualunque altro evento criminale, non dovrebbe prevalere, emotivamente, sulla forza del diritto, quasi sacrificandola. La magistratura tutta resta un baluardo della legalità. Nessun timore, nessuna paura. Se dovessero servire interventi correttivi sul provvedimento già preso, ci sarà sempre una magistratura a riesaminare. Funziona così. Dunque, non mi pare indispensabile una presa di posizione pubblica di bandiera da parte della magistratura associata su un episodio processuale di natura fisiologica, al di là del clamore suscitato dal numero elevato di soggetti coinvolti nell’indagine.

Crede che i gip in Italia subiscano pressioni dalle procure per assecondare le loro richieste o i copia e incolla avvengono solo per mancanza di tempo?

La responsabilità di chi dispone del potere di richiedere l’arresto, cioè la magistratura requirente, non è pari a quella di chi, invece, dispone del potere diretto di arrestare, cioè la magistratura giudicante, soprattutto il gip. Il nuovo codice accusatorio ( all’americana) ha tolto il potere di arresto diretto al P. M., il quale, forse per una sorta di compensazione psicologica, ha iniziato ad esercitare il potere di richiesta più di quanto non esercitasse, una volta, il potere di arresto diretto. La realtà è che il P. M. appartiene ad un ufficio strutturato gerarchicamente e spesso procede in team. Il gip, invece, è colui che deve decidere da solo ed in solitudine, su richieste talvolta pressanti della procura, sostenute dagli organi di polizia, con uno sbilanciamento di forze evidente.

La separazione delle carriere potrebbe liberare i giudici da questa morsa?

Il coraggio morale e giuridico di chi ha il potere di richiedere un arresto non può essere pari a quello di chi deve disporlo, visto che la responsabilità finale e complessiva ricadrà su quest’ultimo. A quest’ultimo, perciò, deve essere riconosciuto, con dignità ed onestà intellettuale, il maggior peso che grava sulle sue spalle. Disporre un arresto, chiunque sia il destinatario, non è mai soltanto un esercizio di giurisprudenza, ma è sempre anche un momento di coinvolgimento di sensibilità umana. Chi si allontanasse da questa verità, perderebbe i contatti con la realtà quotidiana. Conta poco la mia opinione sull’annosa questione della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Di leggi tese a modificare il sistema processuale, in senso garantistico, se ne son fatte. Il problema resterà sempre quello della loro soggettiva interpretazione, all’interno di una normativa, che, per compromesso, finisce per affidare alla magistratura margini di discrezionalità valutativa maggiori di quanto dovuti. Diceva il ministro francese Tayellerand ai suoi funzionari: “Surtout pas trop de zèle”. Basterebbe questo!

Da adnkronos.com il 25 ottobre 2023.

E' in corso dalle prime ore della mattinata odierna una operazione dei Carabinieri dei Comandi Provinciali di Milano e Varese che sta portando alla esecuzione di 11 ordinanze di custodia cautelare in carcere, al sequestro di beni per un valore complessivo di oltre 225 milioni di euro ed alla notifica dell’avviso di conclusione indagini nei confronti di 153 indagati. 

Si tratta di una complessa attività di indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano che ha riguardato un contesto criminale operante prevalentemente nel territorio lombardo, in particolare, tra la città di Milano e la sua provincia, la città di Varese e la sua provincia, formato da soggetti legati alle tre diverse organizzazioni di stampo mafioso cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra, cd. sistema mafioso lombardo, che gestisce risorse finanziare, relazionali ed operative, attraverso un vincolo stabile tra loro caratterizzato dalla gestione ed ottimizzazione dei rilevanti profitti derivanti da sofisticate operazioni finanziarie realizzate mettendo in comune società, capitali e liquidità.

Nelle operazioni, comprensive anche di 60 perquisizioni, sono impegnati più di 600 Carabinieri sull’intero territorio nazionale.

 (ANSA il 25 ottobre 2023. ) Nessun "patto" tra le tre mafie, Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra in Lombardia, così come viene contestato nella nuova inchiesta della Dda milanese, smontata, invece, dal gip di Milano Tommaso Perna che ha respinto oltre 140 richieste di arresti per altrettanti indagati. Il giudice, infatti, ha disposto il carcere solo per 11 persone, ma non per associazione mafiosa e solo per altri reati. La Dda, dunque, ha deciso, comunque, di chiudere le indagini, contestando sempre "l'alleanza" tra le tre mafie e di fare ricorso al Riesame per le richieste di custodia cautelare respinte.

Della "alleanza" tra le mafie in Lombardia aveva parlato, lo scorso agosto, anche il procuratore di Milano Marcello Viola durante un'audizione alla commissione antimafia. Recenti inchieste, aveva detto, "hanno evidenziato accordi stabili e duraturi tra 'ndrangheta, criminalità siciliana e quella di stampo camorristico", fenomeno questo "particolarmente allarmante in quanto" dà solidità a "una rete trasversale" che opera soprattutto nel "settore del riciclaggio". 

Dinamiche mafiose che, aveva spiegato Viola, "definiscono un network che si salda su interessi concreti". La nuova inchiesta, condotta dai carabinieri e coordinata dal pm della Dda Alessandra Cerreti, verte proprio su questo presunto "patto" tra mafie, ma le accuse di associazione mafiosa sono state tutte smontate nell'ordinanza del gip Perna. La Dda milanese ora punta tutto sul Riesame e proverà a portare a processo gli oltre 150 indagati, dopo aver chiuso le indagini con atti notificati oggi, contestualmente all'esecuzione degli 11 arresti.

L'ordinanza del gip era stata depositata nelle scorse settimane e gli inquirenti, però, hanno deciso di ricorrere prima al Riesame e di chiudere le indagini contestualmente all'esecuzione dei pochi arresti accolti dal giudice. Nell'ultima relazione semestrale la Direzione investigativa antimafia aveva scritto, tra l'altro, che in Lombardia i "sodalizi mafiosi sarebbero 'scesi a patti' per assicurare alle aziende affiliate una sorta di rotazione nell'assegnazione dei contratti pubblici, pilotando le offerte da presentare e contenendo anche le offerte al ribasso degli oneri connessi"

Mafia in Lombardia, inchiesta flop. Dubbi del Gip: non regge la tesi della Dda, alcuni nomi noti ma solo 11 arresti su 153 indagati. Felice Manti il 26 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Mafia, camorra e 'ndrangheta si stanno mangiando Milano, come un Hydra a tre teste. Se non è un accordo, come sostiene la Procura (ma non il gip) e come dichiara il pentito Emanuele De Castro, arrestato nel 2019 in Krimisa, è certamente il frutto della pax mafiosa anticipata all'Antimafia dal procuratore capo di Milano Marcello Viola, la cui intuizione sugli «accordi stabili e duraturi» trova conferme investigative nel poderoso Hydra di oltre 1.500 pagine, curato dalla Dda di Alessandra Dolci e dal pm Alessandra Cerreti che avrebbero scoperto «un'unica struttura confederativa», orizzontale e senza capi, di fatto smantellata dai carabinieri del Comando provinciale di Milano.

In Tribunale non è più tempo dei gip copia-incolla di qualche anno fa. Ma anziché guardare il dito («non dimostrato il vincolo associativo tra tutti», manca «il metodo mafioso», scrive il gip Tommaso Perna) e in attesa che sullo scontro interno al Tribunale si pronunci il Riesame, bisognerebbe guardare alla Luna: l'idea che la mafia trapanese di Matteo Messina Denaro, quella di Gela e quella di Catania facesse affari con la potente 'ndrangheta calabrese di Lonate Pozzolo (Varese) individuata da Crimine-Infinito del 2010 e con la camorra romano-napoletana dei Senese, che la Cerreti è riuscita a ricostruire, è una novità assoluta sotto il profilo investigativo che merita di essere comunque percorsa, al netto di alcune sbavature sui inesistenti rapporti con il mondo politico di centrodestra che invece finiscono sull'ordinanza massacrata dal Gip. Che prima fa uscire l'associazione mafiosa dalla porta (più di 140 custodie cautelari sono state respinte al mittente) perché non ne riconosce i presupposti previsti dalla legislazione antimafia consolidata, specie quando si parla di riciclaggio, tratta dei crediti fiscali figli dello scellerato Superbonus 110% e fatture false per operazioni inesistenti, poi è «costretto» a farla rientrare dalla finestra quando spuntano estorsioni, traffico di droga e della possibile lupara bianca che ha inghiottito Gaetano Cantarella, detto Tanu ù curtu o quando i mediatori finiscono al bar San Vito di Campobello di Mazzara nel Trapanese, a pochi metri dal covo di Messina Denaro, per mettere d'accordo due sodali. Alla fine gli arresti saranno «solo» 11 su 153 indagati, i beni sequestrati grazie alle indagini dei Nuclei Investigativi di Milano e di Varese valgono 225 milioni di euro. Lo spessore criminale di alcuni dei protagonisti individuati dalle indagini della Cerreti non sembra pregevole: nelle «cointeressenze multistrutturate» tra «gruppi tra loro disomogenei» ci sarebbero i mafiosi di secondo e terzo piano collegati alle famiglie Fidanzati e Rinzivillo, un uomo considerato vicinissimo a Matteo Messina Denaro e al mandamento di Castelvetrano come Paolo Aurelio Errante Parrino, esponenti della cosca Iamonte della Jonica calabrese e i picciotti della camorra romana dei Moccia di Afragola. Questo «sistema mafioso lombardo» si muove con capitali e liquidità in comune attraverso oltre 54 ditte eterogestite operanti in diversi settori (dall'edilizia alle forniture Covid, dall'e-commerce ai parcheggi nell'aeroporto), considerate centrali di riciclaggio per ripulire la mole di contanti derivanti dal traffico di armi e stupefacenti e dalle estorsioni, aggredire i fondi del Pnrr e smerciare a basso costo crediti d'imposta tramite società con sede a Londra e in Delaware. Quando due soggetti controllano lo stesso territorio, diceva Giovanni Falcone, o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. «Qua è Milano! Non ci sta Sicilia, non ci sta Roma, non ci sta Napoli, le cose giuste qua si fanno», dice un indagato. Secondo la Cerreti è l'economia il collante delle tre mafie, è lo «spazio economico» il territorio da presidiare. Certo, manca ancora quella «borghesia mafiosa» che dei boss 2.0 è regista ancora troppo occulto, mentre puzzano di opportunismo politico i contatti (anche solo millantati) dell'indagato Gioacchino Amico con politici, messi nero su bianco nell'ordinanza. C'è la ministra Daniela Santanchè, la sottosegretaria all'Istruzione Paola Frassinetti, la senatrice Carmela Bucalo (entrambe di Fratelli d'Italia) e gli ex azzurri Mario Mantovani e Paolo Romani. Niente di penalmente rilevante da segnalare. Uno sputtanamento inutile ma necessario, pur di oscurare lo scontro tra Dda e Gip.

C’è un giudice a Milano: «Vuoi 140 arresti? Portami le prove...» ll gip Perna ha respinto una corposa richiesta della Dda, convinta di aver individuato una joint venture tra mafia, ’ndrangheta e camorra: «Nessuna prova dell’associazione». Simona Musco su Il Dubbio il 25 ottobre 2023

Fatti troppo lontani nel tempo. Condotte non chiare. Reati riconducibili al singolo e non ad una associazione. E soprattutto nessuna prova della forza intimidatoria espressa sul territorio. È un’ordinanza complessa e paradossalmente inusuale quella firmata dal gip di Milano Tommaso Perna, che ieri ha negato alla procuratrice aggiunta Alessandra Dolci e alla sostituta Alessandra Cerreti l’arresto di 140 persone. Inusuale perché rappresenta uno dei pochi casi “visibili” di non appiattimento del gip alle richieste della procura, che ha già annunciato ricorso al Riesame. Alla fine le misure cautelari sono scattate “solo” per 11 indagati con le accuse, a vario titolo, di porto d'armi, due estorsioni aggravate dal metodo mafioso, minaccia aggravata, traffico di droga ed evasione fiscale. Ma nulla a che vedere con la presunta joint venture tra mafia, ’ndrangheta e camorra nell’hinterland milanese descritta dalla Dda, che indaga sul punto dal 2019. Secondo l’ipotesi accusatoria, infatti, in Lombardia sarebbe attiva una «confederazione mafiosa» totalmente nuova, che affonderebbe le proprie radici nel tentativo della riorganizzazione della locale di ’ndrangheta di Lonate Pozzolo (Varese), come dichiarato dal pentito Emanuele De Castro. Accanto alle ’ndrine ci sarebbero fedelissimi di Matteo Messina Denaro e presunti emissari del clan camorristico dei Senese che, pur nel rispetto dei legami con le cosche d'origine, avrebbero creato una «propria organizzazione», con «un proprio e autonomo programma», «proprie regole e ritorsioni per chi le viola» e che «agisce in modo indipendente rispetto alle singole componenti», capace anche di «contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario». Ma di ciò, secondo il giudice Perna, non ci sarebbero indizi sufficienti: «Una volta affermata la natura innovativa, addirittura unica nel panorama storico e geografico della nazione, della consorteria in disamina - si legge nelle oltre 2mila pagine di ordinanza -, sarebbe stato onere dell'organo requirente quello di individuare e tipizzare un’autonoma associazione criminale, che mutui il metodo mafioso da stili comportamentali in uso a clan operanti in altre aree geografiche, ciò al fine di accertare che tale associazione si sia radicata in loco con le peculiari connotazioni descritte, acquisendo, in particolare, la forza d’intimidazione richiesta per l’integrazione degli estremi dell’associazione di tipo mafioso». Tale prova, invece, «è nel caso di specie del tutto assente». E sarebbe stato necessario uno «sforzo argomentativo e dimostrativo superiore a quello che emerge dal complesso degli atti di indagine analizzati».

Perna evidenzia come la tesi della federazione sia rimasta «una mera ipotesi investigativa, non sufficientemente suffragata dagli elementi di prova raccolti». Per un verso, infatti, «i sia pur esistenti elementi indiziari sono stati esponenzialmente elevati al rango di prove, per altro verso, non si è tenuto conto di tutti quelli contrari esistenti, sminuendone la portata, ciò al fine di sostenere un postulato che trova scarsa aderenza con il dato fattuale». La richiesta cautelare, dunque, «si dimostra piuttosto carente sotto molteplici punti di vista»: dalla «individuazione degli elementi a suffragio della dedotta capacità intimidatoria in senso estrinseco» alla «struttura del sodalizio», passando per la «prova della partecipazione al sodalizio e affectio societatis» per finire alla «valutazione degli elementi indiziari di segno contrario». Insomma, non basta la teoria: serve la pratica. E non si possono arrestare centinaia di persone se non ci sono sufficienti indizi.

Il quadro indiziario, infatti, non risulterebbe grave «con riguardo a due dei tre reati associativi contestati, in particolare, l’associazione di stampo di tipo consortile» e l’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti. Cosa che ha «innegabili ricadute sull’intero impianto accusatorio - continua il giudice -, essendo evidente che, una volta venuta meno la prova dell’esistenza dei due sodalizi predetti, ne consegue che le esigenze cautelari vanno valutate sulla scorta di quel che emerge dai singoli reati-fine di cui si è raggiunta la prova, senza potere desumere presuntivamente l’esistenza della pericolosità sociale dei singoli indagati dalla prova della permanenza del vincolo associativo». Affinché si possa parlare di associazione mafiosa, spiega Perna, «è indispensabile» la prova in positivo «della concreta estrinsecazione della capacità intimidatoria». Ma «non è stato individuato alcun atto di intimidazione posto in essere da parte degli odierni indagati nello svolgimento delle più svariate attività economiche ad essi riconducibili». Una circostanza che «desta ancor più stupore se si considera che, nell’ottica accusatoria, il sodalizio di tipo confederativo ipotizzato ha dovuto necessariamente occupare tutti gli spazi della vita politica ed economica della provincia milanese».

Nonostante questa ipotesi, «non si è registrata alcuna forma di violenza o minaccia» e «persino gli episodi estorsivi, così come la disponibilità di armi» oltre che «limitati nel numero e qualitativamente non “gravi”» sono rimasti «per lo più indimostrati». E non c’è nemmeno la prova di «elementi fattuali specifici da cui poter desumere che la collettività di riferimento ha comunque percepito l’esistenza di un gruppo criminale di stampo mafioso, venendo condizionata e soggiogata dalla sua forza di intimidazione latente, implicitamente desunta dal contesto e sopportata con atteggiamento omertoso». Insomma, nessuno si sarebbe accorto di niente. Da qui la conclusione: «Nel bilanciamento tra il pregiudizio (minimo) per la collettività e quello (massimo) per il soggetto attinto dalla misura, si è ritenuto di privilegiare il secondo». Insomma, c’è un giudice a Milano.

Mafia a Milano, politici tirati in ballo senza indizi e suggestioni. Ecco tutte le falle di un’indagine nata male. Non c'è omertà del popolo, perché il popolo non si è minimamente accorto della presenza di un triumvirato mafioso, perché in sostanza non c'è...Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 27 ottobre 2023

Ha creato scompiglio il fatto che a Milano un giudice si sia permesso di non accogliere le richieste del pubblico ministero. Non ha ricevuto molti applausi, ma ha conquistato in gran parte la prima pagina della critica il gip Tommaso Perna il quale, concedendo “solo” 11 misure cautelari in carcere su 153 richieste, ha osato violare niente meno che il sacrario dell’Antimafia milanese, quella che fu il regno di Ilda Boccassini e oggi è diretto da Alessandria Dolci. Sconcerto, delusione, persino lo sberleffo di Marco Travaglio che accusa il giudice di aver “copiato” dagli studi giuridici di un avvocato. Ah, la parolaccia! Avvocati! Quelli con la toga sbagliata, che hanno il coraggio di rappresentare la difesa nel processo.

Se tutti coloro che sostengono la necessità di separare le carriere dei pm da quelle dei giudici aspettavano la prova concreta di quanto quella riforma sia urgente, ecco il piatto servito. La dialettica processuale tra le parti è considerata normale se tra i due magistrati colleghi c’è sintonia di pensiero, se quel che il pm chiede, il gip concede. Ma diventa anomalia, se non incidente, nella storia del processo in Italia, se accade il contrario.

Il giudice Perna, a quanto rivela l’informatissimo Luigi Ferrarella del Corriere, ha studiato per mesi le carte dell’inchiesta e l’ipotesi che a Milano e Varese, con le rispettive province, sia nato e operante un nuovo soggetto politico- mafioso, detto Consorzio, frutto dell’unione tra Cosa Nostra, ‘ ndrangheta e camorra. Una novità assoluta, descritta in migliaia di pagine, che hanno indotto, quando il fascicolo milanese ha lasciato il quarto piano del palazzo di giustizia dove ha sede la procura per salire al settimo dove lavorano i giudici delle indagini preliminari, il capo di questi ultimi, Augusto Barazzetta, a distaccare un giudice a occuparsi solo di questo.

Il sorteggio, sistema usuale tranne ai tempi di Mani Pulite quando con un “trucco” denunciato sul Dubbio dal giudice Guido Salvini i pm erano riusciti a concentrare ogni inchiesta nelle mani dell’ unico giudice Italo Ghitti, ha indicato il nome di Tommaso Perna. Il quale, dai primi di aprile, fino a questi giorni, ha studiato il caso. C’è una stranezza, nell’articolo di Ferrarella, uno storico cronista giudiziario che sulla precisione delle notizie non sbaglia un colpo, la citazione proprio del giudice Salvini. «Almeno da gennaio 2023 - scrive - ai piani alti dell’arma alti ufficiali accreditano pubblicamente l’approdo di un importante lavoro antimafia al gip Guido Salvini…». Non è chiaro se si intenda affermare che non solo i pubblici ministeri, ma addirittura organi di polizia giudiziaria, desiderano potersi scegliere il giudice più gradito. Il che in questo caso è veramente singolare, dal momento che proprio questo magistrato ha usato parole molto chiare su questo quotidiano in un intervento di due giorni fa.

Discutendo sul Dubbio del 25 ottobre sulla separazione della carriere, cui il magistrato come tutti gli altri suoi colleghi è contrario, il dottor Salvini ha però operato un distinguo, non solo proponendo di separare la logistica, cioè i palazzi, ma soprattutto creando due diversi Csm. Una frase che lo mette al riparo da qualunque tentazione, di pm o di carabinieri, di considerarlo “avvicinabile”, cioè gradito. «Concordo certamente - ha scritto - sulla necessità di distanziare i pm dai giudici per rendere effettiva l’indipendenza di questi ultimi da tutte le parti del processo e prevenire condizionamenti». Chi vuol prevenire condizionamenti in genere non è “avvicinabile” dunque. Posizione limpida. Quello che non ci è chiaro però è come un magistrato di esperienza, sempre lontano da correnti e pastette, uno che vuole addirittura cacciare i pm in un altro palazzo (ottima idea) per evitare condizionamenti anche con la condivisione del famoso caffè, ancora creda alla mitica “cultura della giurisdizione” del pubblico ministero. Ci dica, il giudice Salvini, se conosce qualche procuratore che abbia seriamente mai cercato le prove favorevoli all’indagato. Usciamo dall’ipocrisia, allora, e collochiamo il pm al posto suo, a quello in cui lo hanno messo gli ordinamenti di tutto il mondo occidentale, da quello anglosassone fino a quello dei Paesi dell’Europa democratica.

Del resto, qualunque cosa significhi quella frase sull’ “approdo a un importante lavoro antimafia”, difficilmente Guido Salvini avrebbe potuto scrivere qualcosa di diverso da Tommaso Perna. Il quale, lo spieghiamo a Marco Travaglio senza l’illusione di poterlo “rieducare”, se ha copiato, lo ha fatto semplicemente riproducendo quel che dice la norma sull’associazione mafiosa e sulla sua esistenza. Ma anche sul concetto di prova, che è cosa diversa dalle “suggestioni” di certe ipotesi investigative. Fondamentale perché un certo sodalizio possa essere considerato associazione mafiosa e ricadere nell’ipotesi dell’articolo 416- bis del codice penale, è che gli indagati nei loro comportamenti “si siano avvalsi della forza intimidatrice che promana dall’esistenza stessa dell’associazione”. E il secondo requisito è la conseguenza del primo, cioè “l’assoggettamento diffuso della popolazione a una condizione di omertà generalizzata”. Tutto questo, scrive il gip, nelle carte non c’è. Non perché non esistano ipotesi di qualche reato, per esempio l’estorsione, ma manca proprio la prova dell’esistenza del vincolo associativo fra le tre cupole storiche. C’è solo qualche relazione personale tra soggetti provenienti dalle tre Regioni storiche degli insediamenti di mafia ‘ ndrangheta e camorra. Ma è soprattutto assente del tutto, conclude il giudice, la consapevolezza e l’assoggettamento della popolazione lombarda. Non c’è omertà del popolo, perché il popolo non si è minimamente accorto di questa presenza. Perché in sostanza non c’è.

Come del resto non esiste la famosa “zona grigia” molto amata dal procuratore Gratteri, ma sempre esclusa da Giovanni Falcone. Pure la responsabile della Dda milanese Alessandra Dolci e la pm Alessandra Cerreti (già pm e gip in Calabria) riempiono pagine a pagine di nomi e cognomi di esponenti politici di Fratelli d’Italia neppure sfiorati dall’inchiesta. Che bisogno c’era? Nessuno. Pure Repubblica vi dedica un intero articolo addirittura a quattro firme. Così come era inutile, anzi vietato dalla legge, battezzare l’ennesima inchiesta fallimentare sulla mafia con il nome di “Operazione Hydra”. Il giudice ha sbattuto la porta in faccia a questi magistrati che “da tanti anni mangiano solo pane e antimafia”, e che non hanno neanche potuto fare la solita conferenza- stampa, lamenta il solito Travaglio. Credeva forse di essere nella vecchia Catanzaro a braccetto del procuratore Nicola Gratteri?

Tutti contro il Gip garantista che ha osato dire no agli arresti. Stampa e magistrati attaccano il giudice che ha negato la misura cautelare per 142 accusati di associazione mafiosa. Muta l’Anm, lo difende solo Roia. Simona Musco su Il Dubbio il 26 ottobre 2023

L’accusa è singolare: il giudice ha fatto copia e incolla. A dirlo sono stati i pm di Milano “bocciati” dal gip Tommaso Perna, che ha “osato” rigettare la richiesta di arresto avanzata dalla Dda per 140 persone. Normale dialettica processuale, verrebbe da dire. E invece no, perché Perna, giovane giudice in forza al Tribunale di Milano, è finito nel ciclone, accusato, addirittura, di spargere “veleni”.

La colpa di Perna, stando agli accurati resoconti della stampa che già poche ore dopo il blitz - scattato per “sole” 11 persone alle tre di notte - pubblicava numerosissimi dettagli dell’inchiesta, sarebbe stata quella di copiare dal blog di un avvocato, Salvatore Del Giudice, parti della sua corposa ordinanza di custodia cautelare. Ordinanza scritta analizzando 5mila pagine di richiesta, consegnate al giudice ad aprile, nelle quali il magistrato non ha trovato indizi sufficienti dell’esistenza di un “triumvirato” mafioso. In effetti, incollando le poche righe incriminate sul web è possibile arrivare al blog al quale Perna avrebbe attinto. Si tratta - questa la seconda critica - di un penalista «senza alcuna competenza sulla criminalità organizzata».

Ma sarebbe bastato andare in fondo alla pagina per scoprire un piccolo dettaglio: l’autore di quello scritto non è Del Giudice (che infatti non firma nulla), bensì - la fonte è citata - «Tribunale Bari sez. uff. indagini prel., 22/05/2019, (ud. 22/05/2019, dep. 22/05/2019)». Insomma, la colpa di Perna è aver cercato riferimenti in altre pronunce giudiziarie (su un blog dove vengono pubblicate sentenze) per argomentare la sua decisione, che, evidentemente, avrebbe dovuto avere i caratteri dell’originalità, come se si trattasse di un’opera letteraria. Un’accusa incredibile, se si considera che, normalmente, il copia e incolla è proprio la tecnica più elogiata, quando si concretizza con la fedele adesione del gip alla richiesta cautelare.

Non solo. Il tono di Perna sarebbe stato ironico, ironia che trapelerebbe, secondo i critici, dall’aver definito l’ipotesi di un “sistema lombardo” una «assoluta novità nel panorama geografico italiano, ma invero anche mondiale e storico». Che poi era proprio la tesi che avrebbe voluto dimostrare la procura, a quanto pare, stando al giudice, senza portare sufficienti prove. Perna - questa l’idea - avrebbe agito in una sorta di guerra con la procura che in realtà, fanno sapere fonti interne ben informate, è molto blanda rispetto a quella tutta interna alla Dda di Milano, dove l’inchiesta avrebbe provocato più di un mugugno, per usare un eufemismo. Forse complice anche - ma non solo - la richiesta avanzata mesi fa dal capo della Dna Giovanni Melillo di attivare un raccordo con le altre procure. C’è poi un altro dato: sui giornali sono finiti ampi stralci della richiesta di misura cautelare, tecnicamente non pubblicabili - in quanto segreti -, che hanno consentito di scandagliare i rapporti tra gli indagati e i partiti politici. Una violazione che, probabilmente, non verrà valutata dal alcun giudice per le indagini preliminari.

L’eccessiva «attenzione mediatica» riservata a Perna ha spinto il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, ad intervenire per difendere il collega. «Il controllo del gip - ha scritto in una nota - lungi dal dover essere classificato come una patologia evidenzia il fondamentale principio dell’autonomia della valutazione giurisdizionale in un sistema organizzativo e tabellare che impone il rispetto del principio del giudice naturale e che, quindi, è indicato secondo criteri oggettivo e predeterminati e non è scelto secondo criteri preferenziali. Un controllo che, in altro provvedimento richiamato come connesso a quello in esame, ha già trovato una iniziale conferma in sede di giudizio di merito con l’assoluzione in esito a giudizio abbreviato o il proscioglimento al termine dell’udienza preliminare degli imputati da analogo associativo (416 bis c.p.). Su queste coordinate di intervento e di rispetto della distinzione dei ruoli, la sezione gip-gup del tribunale di Milano ha inteso operare anche in questa vicenda che ha registrato l’assoluto rispetto delle regole codicistiche e di organizzazione del lavoro giudiziario».

Il riferimento di Roia è ad alcune inesattezze riportate dalla stampa, che hanno utilizzato il precedente dell’indagine “Medoro” del Ros: il gip Lidia Castellucci aveva smontato l’accusa di associazione, ma poi - scriveva ieri Repubblica - l’inchiesta sarebbe «approdata a condanne robuste in assise». Un falso storico, dal momento che stando alla sentenza del giudice dell’udienza preliminare Guido Salvini (dunque non della Corte d’Assise) l’esistenza di una locale di ‘ndrangheta non sarebbe sufficientemente dimostrata, mentre le posizioni dei generi del boss Mancuso sono state stralciate e inviate a Catanzaro. L’unica cosa riconosciuta, per due estorsioni, è stata l’aggravante del metodo mafioso. Che è una cosa ben diversa.

La polemica sembra destinata a proseguire e moltissimo peserà la decisione del Riesame, al quale l’accusa ha già fatto ricorso. Il tutto mentre l’Anm, intanto, rimane muta.

Un buco nell'acqua. L’inchiesta sulla supermafia è un flop, ecco perché. Il Gip stronca l’indagine della Procura di Milano sul patto tra cosche: firmati solo 11 dei 153 arresti chiesti. Frank Cimini su L'Unità il 26 Ottobre 2023

Nella storia del contrasto alle mafie probabilmente si tratta del flop più clamoroso di chi indaga. La procura di Milano aveva chiesto 153 arresti in carcere ipotizzando una collaborazione tra Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta nel capoluogo lombardo. Il giudice delle indagini preliminari ne ha firmato solo 11 spiegando che il reato associativo non c’è e inoltre mancano le prove sulle responsabilità di un cugino di Matteo Messina Denaro, le cui generalità evidentemente dovevano servire per fare titolo sui giornali e sui tg.

L’ipotesi della procura era anche scenografica, spettacolare. I nomi di tre diverse organizzazioni nel corso di riunioni al vertice tra il marzo 2020 e il gennaio dell’anno successivo avrebbero creato un’alleanza in cui le singole componenti davano vita a un’unica associazione all’interno della quale tutto apportavano capitali, mezzi mobili e immobili risorse anche umane, reti di relazione. L’organismo sempre secondo l’accusa avrebbe trovato nell’imprenditore Gioacchino Amico, arrestato, il suo fulcro nell’area milanese, nei pressi di Busto Arsizio e a Magenta.

Era stato ipotizzato un gruppo che, nel rispetto dei rapporti con le cosche di origine avrebbe avuto una propria organizzazione, un proprio autonomo programma, di regole e ritorsioni per chi le violava. Ovviamente la procura nella richiesta di arresto scriveva di contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario per ottenere favori, notizie riservate, erogazione di finanziamenti, il tutto per rafforzare la tentacolare organizzazione a tre teste.

Filippo Crea, presunto aderente alla ‘Ndrangheta, in una delle tante intercettazioni che dilagano in una ordinanza di 2050 pagine vantava “un bel pacchetto di voti perché posso portare deputati e senatori”. Gli indagati si muovevano in diversi settori dalla sanità alla gestione dei parcheggi. La montagna però ha partorito il topolino perché alla fine ci sono stati solo 11 arresti con le accuse a vario titolo di porto d’armi, due estorsioni aggravate dal metodo mafioso, minaccia aggravata, traffico di droga, evasione fiscale.

Il gip Tommaso Perna spiega che una volta affermata la natura innovativa “addirittura unica nel panorama storico e geografico della nazione, sarebbe stato onere dell’organo requirente quello di individuare e tipizzare una autonoma associazione criminale che mutui il metodo mafioso da stili comportamentali usati da clan operanti in altre aree geografiche”. La procura avrebbe dovuto accertare che l’associazione fosse radicata sul territorio e avesse acquisito in particolare la forza di intimidazione richiesta per integrare il reato di associazione mafiosa. Insomma invece di chiedere gli arresti i pm avrebbero dovuto continuare a indagare. Non l’hanno fatto. Un buco nell’acqua si. Frank Cimini 26 Ottobre 2023

Toghe contro toghe. I veleni del palazzo di Giustizia di Milano. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 26 Ottobre 2023

Scontro in tribunale sull' Inchiesta delle mafie in Lombardia, . La procura contro il gip che ha smontato le indagini: “Dà pareri con il copia-incolla” da Internet

La frattura nel Tribunale di Milano fra i vertici della Procura e dell’ufficio Gip è ormai sin troppo evidente , e l’atmosfera nei corridoi di via Freguglia è più glaciale del solito. Mai quanto le parole utilizzate nei rispettivi provvedimenti. Due posizioni sul fenomeno mafioso in Lombardia, molto diverse fra quelle utilizzate dei magistrati della Dda e quelle diametralmente opposte da un giudice delle indagini preliminari.

Le affermazioni a dir poco taglienti utilizzate del Gip Tommaso Perna del Tribunale di Milano sull’inesistenza del “sistema lombardo mafioso”, il concetto poco elegante utilizzato per sostenere la “assoluta novità nel panorama geografico italiano, ma invero anche mondiale e storico”, per un teorema che a suo opinione “ha avvolto qualsiasi attività, lecita o illecita che fosse, svolta dagli odierni indagati, in un mantello di cd. mafiosità che è arduo scorgere nelle sue pieghe, se non in via intuitiva“, non possono finire negli archivi della dialettica giudiziaria.

Il Gip Tommaso Perna del Tribunale di Milano

Afronte di una presa di posizione più che discutibile del Gip, è arrivata la replica del sostituto  Alessandra Cerreti, titolare del fascicolo, che ha depositato al Riesame un ricorso avverso all’ordinanza del Gip Perna, all’interno del quale viene contestato ed evidenziato senza tanti giri di parole il metodo “copia e incolla” utilizzato nel passaggio chiave dell’ordinanza cautelare. Si tratta del capitolo 4 della decisione del Gip, dal titolo “Conclusioni sull’associazione mafiosa”, all’interno del quale il giudice Perna esplicita il perimetro, a suo parere, entro il quale poter utilizzare quell’etichetta, sostenendo che “L’associazione mafiosa, come l’associazione semplice delineata nell’art. 416 c.p., integra, dal punto vista strutturale, un reato di pericolo, giacché la sola sua esistenza compromette il bene giuridico tutelato dalla norma (l’ordine e la sicurezza pubblica, nonché la libertà individuale)“.

Ma la pm Cerreti contesta e sostiene nel suo ricorso al Tribunale del Riesame che questo concetto sia stato ripreso, persino nelle virgole e nelle parentesi, da un articolo pubblicato online sul blog dell’avvocato Salvatore Del Giudice, un penalista napoletano che leggendo il suo curriculum non ha alcune esperienza e competenza alcuna competenza sulla criminalità organizzata e sui reati associatici come si evince peraltro dal curriculum presente sul proprio blog . Ma non solo. Nel ricorso della pm Alessandra Cerreti, viene evidenziata un’apposita tabella che comprende altri tredici stralci e capoversi copiati ed incollati nell’ordinanza del Gip Perna. Che riguardano, per esempio, la “concreta estrinsecazione della capacità intimidatoria; per integrare il delitto di associazione mafiosa è necessaria, oltre alla sussistenza del vincolo associativo, un’attività esterna obiettivamente riscontrabile e concretamente percepibile”.

La Procura di Milano contesta anche l’attribuzione ad una sua intuizione originale dell’esistenza del “consorzio”. “È anomalo che tutti gli altri clan, cosche e ’ndrine – sostiene e scrive nell’ordinanza il Gip Perna – si siano limitati ad osservare passivamente la nascita ed espansione di un soggetto così vasto“. ed aggiunge “non risultano infatti, contatti, contrasti, rivendicazioni, malumori» a proposito di “un’associazione dai tratti così innovativi”, l’Hydra che dà il nome all’indagine della Dda “che le associazioni madre hanno accettato di veder nascere“. Mentre la Dda di Milano invece sostiene che la “santa alleanza” delle cosche di ‘ndrangheta operanti nel territorio milanese non è certo una novità.

I sostituti procuratori di Milano applicati alla Dda lo avevano scritto un mese fa al Gip Perna, in una integrazione alla richiesta ignorata, che elencava i “pentiti” che avevano già indicato a verbale ai pm calabresi i teoremi del sistema mafioso. Il pentito reggino Nino Fiume, aveva sostenuto in un verbale del 26 gennaio 2015 che “… tale struttura di vertice, che aveva sede a Milano ed era stata costituita nel 1986-87” confermandolo poi nell’aula del processo Rinascita-Scott. Affermazioni queste allineate e confermate dalle amaloghe dichiarazioni degli altri pentiti di ’ndrangheta Nino Cuzzola e Vittorio Schettini. Un associazione che il pentito pugliese Salvatore Annacondia, uno dei “boss” dell’ ex Sacra Corona Unita definiva essere “la mamma di tutti i gruppi. Una realtà che andava oltre la ’ndrangheta e ricomprendeva ‘ndrangheta, pugliesi, siciliani, campani. Milano e la Lombardia erano la terra di elezione di questo Consorzio“.

Resta da chiedersi a questo punto se anche il Riesame ambrosiano per dirimere la questione, cercherà conforto nel blog dell’ avvocato Salvatore Del Giudice. Ma anche se certa giustizia vuole combattere le mafie o lasciarle proliferare anche nel tessuto economico-finanziario-imprenditoriale lombardo. E se lo chiedono anche i vertici delle forze dell’ordine che indagano quotidianamente. Redazione CdG 1947

Repubblica a lutto, smontata la superinchiesta sulla mafia. “Repubblica” accoglie con sgomento la decisione del giudice Perna, “colpevole” di aver smontato la superinchiesta milanese sulla mafia. Frank Cimini su L'Unità il 27 Ottobre 2023

In un paese in cui praticamente da sempre molti provvedimenti dei gip sono o appaiono dei copia-incolla con le richieste dei pm adesso nel palazzo che fu teatro di Mani pulite fa scandalo che nella motivazione con cui il gip Tommaso Pena ha rigettato 140 richieste di carcere per associazione mafiosa vi sia uno stralcio di uno scritto proveniente da un blog personale dell’avvocato Salvatore Del Giudice. Si tratta di un parere del legale espresso in una sede del tutto estranea all’inchiesta ma che provoca l’indignazione veramente degna di una miglior causa del pm che inserisce la circostanza tra i motivi del ricorso al Tribunale del Riesame.

La questione veniva sottolineata con forza da un pezzo apposito dal quotidiano Repubblica che per questa vicenda di arresti respinti appare praticamente a lutto. Sulla vicenda interviene il presidente del Tribunale di Milano Fabio Roia per ribadire che il controllo del gip sui pm non è patologia ma fisiologia. “Il gip Tommaso Perna – scrive Roia – ha ricevuto numerose critiche e attenzione mediatica nelle ultime ore da vari organi di stampa con accuse di aver interamente copiato alcuni passaggi chiave da avvocati”.

Roia aggiunge che c’è stato un assoluto rispetto delle regole codicistiche e di organizzazione del lavoro giudiziario. In pratica risponde a una frattura e differenza di visioni tra alcuni ufficiali dei carabinieri che hanno condotto l’indagine i quali ritenevano ci fosse un altro gip pronto a confermare l’impianto accusatorio.

Il presidente del Tribunale precisa di parlare a prescindere dal merito della vicenda che sarà oggetto di ulteriori valutazioni nei gradi successivi di giudizio. La procura della Repubblica in un comunicato dà atto al gip di aver riconosciuto il suo lavoro decidendo 11 arresti e il sequestro preventivo di società e beni riconducibili agli indagati per 225 milioni di euro. “Non ha ritenuto di condividere l’impianto accusatorio in relazione all’esistenza di un’unica struttura associativa. La direzione distrettuale antimafia ha già proposto appello al Riesame” conclude il procuratore Marcello Viola.

Il Tribunale del Riesame farà la sua valutazione. Comunque va ricordato che il giudice delle indagini preliminari Tommaso Perna ha esaminato per alcuni mesi le carte a partire dal giorno delle richieste di arresto poi integrate con altra documentazione allegata. I giudici del Riesame dovranno decidere in pochi giorni valutando la posizione di 140 persone. Insomma, almeno al momento, appare più probabile una conferma della decisione del gip che un ribaltamento. DI Frank Cimini 27 Ottobre 2023

Il Veneto.

Cosa Veneta. Report Rai PUNTATA DEL 05/11/2023

di Walter Molino e Andrea Tornago

Dalla Laguna di Venezia alla campagna veronese, un viaggio nel Veneto finito in mano alle mafie.

Dalle tranquille e produttive province di Padova e Treviso al distretto vicentino della chimica, le organizzazioni mafiose si stanno prendendo il Veneto. Le inchieste antimafia degli ultimi anni hanno portato alla luce un territorio in cui si è radicata la criminalità organizzata: nel ricco Nordest Cosa Nostra, 'Ndrangheta, Casalesi si mescolano, concludono affari, si infiltrano negli appalti, si interessano di voti e di amministrazione pubblica, intrattengono rapporti privilegiati con forze dell’ordine, imprenditoria e massoneria.

11 novembre 2023: la lettera dell'avvocato Bruno Barel alla redazione di Report e la nostra nota

Oggetto: Re: Richiesta di immediata rettifica e immediata sospensione di diffusione in ogni forma di notizie false e diffamatorie, in base alla legge sulla stampa Il giorno 5 novembre 2023 Report ha presentato un servizio su come le mafie si stiano infiltrando nel Veneto. La tesi sostenuta è tanto semplice, suggestiva e di impatto quanto gratuitamente diffamatoria: - L’ avvocato del governatore Luca Zaia, il suo uomo di fiducia, quello dei casi più delicati, è l’uomo che promuove le imprese della Ndrangheta in Veneto. Si mettono insieme una serie di fatti veri: - Sono stato il presidente di Numeria di cui sono tuttora socio e di cui sono stato fondatore; - Numeria ha dato degli appalti a un’ impresa della provincia di Padova destinataria di un’ interdittiva antimafia; -Numeria ha addirittura raccomandato Sidem all’ impresa Setten che così l’ha utilizzata quale appaltatrice nei lavori di costruzione del nuovo ospedale pediatrico di Padova. La manipolazione usata per fare apparire vero quel che vero non è avviene attraverso le seguenti manipolazioni ed omissioni: - non si dice che l’ ultimo appalto dato da Numeria a Sidem risale a più di un anno prima dell’ interdittiva antimafia; - a quell’ epoca Sidem era un’ impresa, con sede in Veneto, che lavorava da trent’ anni alla luce del sole per committenti pubblici e privati e con una ottima reputazione per la qualità dei lavori eseguiti; - quando Numeria - più precisamente: un tecnico di cantiere si Numeria - dà buone referenze alla Setten non dice altro che la verità e nessuno sapeva che potevano esserci legami tra la Sidem ed organizzazioni criminali. Quindi questa apparente notizia non lo è affatto: la Sidem dopo avere lavorato per Numeria ha continuato a lavorare per decine di altri committenti e nessuno di questi committenti viene menzionato tranne Setten che viene fatto passare per una vittima di Numeria. Quindi si passa alla manipolazione sulla persona: il responsabile unico è Bruno Barel, l’uomo di fiducia di Luca Zaia. In realtà: - Bruno Barel non ha mai partecipato a nessuna deliberazione per affidare appalti alla Sidem e non ha mia avuto il benché minimo rapporto con personale, soci o amministratori della Sidem. Numeria ha un amministratore delegato che ha affidato - nella sua facoltà individuale per delega - i lavori in questione a Sidem nel 2021 rispettando perfettamente tutta la disciplina in materia. Di un tanto l’ amministratore delegato di Numeria si era assunto la piena responsabilità in un incontro di quasi due ore con i giornalisti di Report: nel servizio l’amministratore delegato di Numeria non viene neppure menzionato. - Men che meno Bruno Barel ha raccomandato la Sidem a chicchessia. Neppure lo ha fatto l’amministratore delegato di Numeria. Pare che un tecnico della Setten abbia chiesto a un tecnico di Numeria se Sidem avesse lavorato bene per Numeria e la risposta era stata la pura verità: aveva lavorato bene. Quindi fino a qui: un’ impresa con cui da trent’ anni lavoravano tutti lavora anche con Numeria, e un tecnico di cantiere ne dà buone referenze quando gli vengono richieste. Una non notizia. La notizia sarebbe stata tale se l’ interdittiva antimafia fosse arrivata prima degli appalti di Numeria ma invece - ripetesi- è arrivata oltre un anno dopo l’ultimo appalto. Che interesse c’ è poi a parlare di Numeria? Decine di altri soggetti hanno dato appalti alla Sidem dopo Numeria ma nessuno viene menzionato da Report se non Setten, “ vittima” di Numeria. Numeria ovviamente non interessa a nessuno al pari di tutti gli altri soggetti che hanno dato appalti a Sidem in questi anni ma il suo presidente sí. Di per sè anche Bruno Barel, che non riveste nessun ruolo pubblico, non dovrebbe interessare più di qualsiasi altro socio o amministratore di società o enti che abbiano dato appalti alla Sidem. Sennonché e l’uomo dei casi delicati per Luca Zaia. A questo punto il dottor Ranucci non resiste e aggiunge un particolare che dovrebbe dimostrare che non stiamo parlando di congetture ma di fatti, la prova delle prove: la confessione! E sventola un documento, un atto di notaio! La forma pubblica dà sostanza alle congetture, quasi una confessione .. notarile! Aggiunge quindi che Bruno Barel - saputo dell’ interdittiva antimafia - corre a vendere le sue quote di Numeria. Senonche’ si tratta di una clamorosa bugia: Bruno Barel non ha mai venduto nessuna azione di Numeria. Avesse letto quell’ atto, Ranucci avrebbe anche saputo che si trattava di una cessione di ramo d’azienda in esecuzione di delibere assunte mesi prima; e comunque quel che Ranucci ha detto è falso. Quindi Vi diffido dal ripubblicare il servizio in qualsiasi forma, anche sui social, in quanto: - è’ stato falsamente rappresentato, esibendo un atto notarile, che Bruno Barel avrebbe venduto azioni di Numeria - perché indotto dall’ interdittiva antimafia alla Sidem - quando invece non ha mai venduto quelle azioni; - è stato strumentalmente rappresentato un rapporto tra il presidente Zaia e Bruno Barel che non esiste in realtà come può essere facilmente verificato confrontando il numero di incarichi che la Regione Veneto ha affidato a Bruno Barel e quelli che ha affidato ad altri avvocati del libero foro; - è stata rappresentata una partecipazione di Bruno Barel nei rapporti tra Numeria e Sidem quando, in realtà, Bruno Barel non vi ha avuto il benché minimo coinvolgimento; - è stata rappresentata un’ attività di Numeria agevolativa dell’ attività di un’ impresa in odore di mafia quando nulla di tutto ciò è accaduto per le ragioni sopraesposte. La presente ai sensi della legge sulla stampa per evitare il protrarsi di una palese diffamazione con gravissimo ingiusto danno reputazionale. Avv Bruno Barel

COSA VENETA di Walter Molino e Andrea Tornago Immagini di Davide Fonda, Cristiano Forti, Marco Ronca e Andrea Lilli Ricerca immagini di Paola Gottardi e Alessia Pelagaggi Montaggio di Andrea Masella, Giorgio Vallati e Sonia Zarfati

LUCA ZAIA - PRESIDENTE REGIONE VENETO Luca Zaia, nato a Conegliano (...)

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Persino il presidente Zaia è chiamato a testimoniare al processo Eraclea, l’inchiesta che prende nome dalla cittadina del litorale di Venezia. Secondo la Procura antimafia fin dagli anni ‘90 qui si è radicata una costola del clan dei Casalesi. Nel 2019 vengono arrestati politici, imprenditori, professionisti ed esponenti delle forze dell’ordine. L’attenzione cade su Luciano Donadio. L’imprenditore edile originario di Casal di Principe è il presunto boss dei Casalesi di Eraclea. Questo centro scommesse nella piazza principale del paese era il suo quartier generale. Controllava persino i parcheggi pubblici.

SIMONETTA MARCOLONGO - SEGRETARIA PD ERACLEA (VE) Davanti là nessuno poteva parcheggiare. Il parcheggio era suo. Con il beneplacito dei vigili. Dopodiché succede quel fatto della vigilessa: ordina al nipote di Donadio di spostare la macchina. Lui non lo fa e lei gli dà una multa. Il giorno dopo la macchina della vigilessa viene distrutta. E i suoi colleghi le dicono così impari, ti sta bene. È lo stesso clima di Casal di Principe.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’antimafia Donadio era in grado di condizionare la vita politica e amministrativa del ricco litorale veneziano. La notizia arriva anche all’estero e la sindaca è preoccupata per l’immagine della sua città.

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) Avere un’associazione mafiosa mi rovina un territorio. Io ieri mi son fatta una ricerchina, niente, così...ho messo il nome Comune di Eraclea, Nadia Zanchin eccetera. Mi venivano fuori anche i siti tedeschi. Vuol dire che mi rovina l’immagine su Eraclea per i turisti tedeschi.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dopo tre anni di carcere preventivo, Luciano Donadio è tornato a casa nel febbraio scorso, accolto dai fuochi di artificio.

WALTER MOLINO Ma lei cosa ha pensato quando Donadio è tornato a casa e hanno fatto i fuochi d’artificio?

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) È stata notificata ieri mattina anche una sanzione…

WALTER MOLINO Cinquanta euro.

NADIA ZANCHIN - SINDACA DI ERACLEA (VE) Quello prevede il regolamento.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO I botti per festeggiare li ha fatti Marco Lo Faro, un imprenditore siciliano trapiantato da anni ad Eraclea e in affari con Donadio.

WALTER MOLINO Come le è venuto in mente di fare i fuochi d’artificio per il ritorno di Donadio?

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Lei è del Sud?

WALTER MOLINO Sì.

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Sa bene che al Sud è una cosa giornaliera questa.

WALTER MOLINO Dei fuochi d’artificio o dei fuochi d’artificio quando qualcuno esce dal carcere?

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE No, i fuochi d’artificio. Non c’entra perché uno esce dal carcere...Può essere una gioia per qualcuno festeggiare il compleanno del bambino o qualcuno che magari…

WALTER MOLINO Vive un giorno di festa perché sta tornando a casa.

MARCO LO FARO - IMPRENDITORE Esattamente, niente di più, niente di meno.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Chi vuole incontrare Donadio e i suoi amici, a Eraclea sa dove trovarlo.

LUCIANO DONADIO Beviamo solo un caffè ma non si parla di niente.

WALTER MOLINO In silenzio? Vabbè parliamo…

LUCIANO DONADIO In silenzio totale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Con lui ci sono suo figlio Adriano e l’inseparabile Raffaele Buonanno, tutti condannati in primo grado.

RAFFAELE BUONANNO Sono stato sfortunato perché Casal di Principe è molto popolare.

WALTER MOLINO È molto popolare Casal di Principe, è vero.

RAFFAELE BUONANNO Però a Casal di Principe ci sono avvocati, giudici, ci sono dottori, ci sono tutte persone perbene. Non è che tutte le persone sono brave in Veneto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In questo bar, dopo una violenta rissa, un gruppo di skinheads ha dovuto piegare la testa davanti agli uomini di Donadio.

WALTER MOLINO Ma questa storia della rissa che c’è stata qua com’è andata?

LUCIANO DONADIO Non mi deve fare queste domande qua. Se ci tiene…a farmi stare tranquillo.

WALTER MOLINO Gli skinheads sono venuti a calare la testa davanti al boss di Eraclea.

LUCIANO DONADIO E chi è il boss di Eraclea?

WALTER MOLINO Non sia modesto.

LUCIANO DONADIO Buona giornata!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Sul gruppo di Donadio le indagini sono durate vent’anni: estorsioni, usura, minacce, voto di scambio. Nell’aprile di quest’anno la Corte Suprema di Cassazione conferma l’esistenza di un’associazione mafiosa ad Eraclea. Tra gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato l’ex sindaco Graziano Teso, condannato a 2 anni e 2 mesi per concorso esterno.

WALTER MOLINO Me lo spiega come è entrato in contatto lei con Donadio?

EMANUELE ZAMUNER - IMPRENDITORE Donadio è un imprenditore di Eraclea. Ad Eraclea siamo 14 mila abitanti. Conosci tutti quanti!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Emanuele Zamuner è un carrozziere di San Donà con il pallino della politica e a Donadio aveva chiesto voti per la campagna elettorale del 2016.

EMANUELE ZAMUNER - IMPRENDITORE Ho chiesto voti a cani e porci. Ho chiesto voti anche a lui.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Paolo Valeri si è messo in affari con Donadio per realizzare un impianto di biogas ad Eraclea. Ma prima aveva bisogno di recuperare un credito.

PAOLO VALERI - IMPRENDITORE Lui mi dice che voleva andare a trovare sto qua… gli spacco le corna, gli brucio la casa… discorsi da napoletano.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il tono con cui Donadio si rivolge al suo interlocutore per discutere il recupero del denaro da investire nel biogas.

LUCIANO DONADIO – INTERCETTAZIONE AMBIENTALE Ti squarto come un porco, cornuto! Hai capito che ti squarto come un porco? Sto figlio di puttana… “Ma io non voglio…” E allora statti zitto!

PAOLO VALERI - IMPRENDITORE C’è la volontà di piantare la bandierina in Veneto. E adesso salta fuori sta moda che deve esserci la mafia anche in Veneto. Hanno ragione i miei paesani: el leon magna el terun.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il capo dell’anticrimine Alessandro Giuliano ha diretto la squadra mobile di Venezia negli anni 2000, e il gruppo di Donadio se lo ricorda bene.

ALESSANDRO GIULIANO - DIRIGENTE SQUADRA MOBILE DI VENEZIA 2004-2009 Noi sulla base di questi elementi ritenevamo esistente ad Eraclea un’organizzazione criminale facente capo a Donadio, ritenemmo di ravvisare una torsione della funzione amministrativa a favore di Donadio.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 5 giugno però, accade l’incredibile: quella che per i giudici del rito abbreviato è mafia fino in Cassazione, per i giudici del rito ordinario è solo un’associazione a delinquere.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Il consiglio comunale io ho chiesto lo scioglimento perché è stato eletto con i voti della camorra. Punto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Vittorio Zappalorto è il prefetto che nel dicembre 2019 ha chiesto lo scioglimento del consiglio comunale di Eraclea per le infiltrazioni mafiose. In Veneto sarebbe stata la prima volta.

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 Il Prefetto dopo aver fatto la relazione l’ha presentata al Comitato per l’ordine pubblico, dove oltre a lui c’erano il Procuratore Capo Cherchi e tutti i rappresentanti delle forze dell’ordine. E all’unanimità hanno detto: sì, questa relazione va bene, ci vuole lo scioglimento.

WALTER MOLINO Le risulta anche nel suo ruolo di commissario della commissione antimafia che possano esserci state delle pressioni politiche per una soluzione di questo tipo?

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 Suppongo che ci siano anche state, forse, delle pressioni, delle pressioni politiche. La relazione viene inviata al Ministero dell’Interno che dopo alcuni mesi risponde rigettando la richiesta. Ed è uno degli unici casi in Italia di rigetto di richiesta da parte del prefetto di scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose.

WALTER MOLINO La Ministra Lamorgese era stata Prefetto di Venezia.

NICOLA PELLICANI – COMPONENTE COMMISSIONE ANTIMAFIA 2018- 2022 E poi è stata due volte mi pare Ministro dell’Interno, no?

WALTER MOLINO Prefetto perché da Ministro dell’Interno ha deciso di non sciogliere il comune di Eraclea nonostante la Commissione prefettizia? Vuole rispondere a questa domanda?

LUCIANA LAMORGESE - MINISTRA DELL’INTERNO 2019-2022 Dovete leggervi quelle che sono recenti sentenze del Consiglio di Stato. Per cui ci sono due elementi che devono essere sempre visti insieme, quello oggettivo e quello soggettivo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’ex prefetto Zappalorto voleva sciogliere il Comune per mafia ed era il testimone più atteso al processo. Ma all’ultimo momento la sua audizione viene cancellata.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Sono l’unico prefetto che potrebbe dire qualche cosa, fra tutti quelli che sono stati sentiti.

WALTER MOLINO Lei aveva chiesto lo scioglimento.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Io avevo chiesto lo scioglimento e stamattina speravo di poter spiegare perché.

WALTER MOLINO Lei che idea si è fatto sui motivi per cui è stato negato?

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Ah guardi, ho chiesto più volte di…che mi rendessero conto ma mi ha mai detto il perché.

WALTER MOLINO O se si è dato delle risposte sono risposte forse indicibili.

VITTORIO ZAPPALORTO - PREFETTO DI VENEZIA 2018-2023 Sono risposte cui preferisco non credere io stesso.

 WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alla fine dell’udienza Luciano Donadio è l’ultimo ad uscire dall’aula bunker.

WALTER MOLINO Ma è vero che lei era così potente ad Eraclea addirittura da piegare l’amministrazione comunale ai suoi voleri?

LUCIANO DONADIO Ha ascoltato anche lei il processo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Insomma, quando Donadio è tornato a casa è stato accolto con i fuochi d’artificio. Ora può tranquillamente passeggiare nella piazza della città con 26 anni di carcere sulle spalle, condannato in primo grado per associazione per delinquere, senza l’aggravante mafiosa. Può essere felice la sindaca di Eraclea che può dire ai turisti tedeschi che la mafia non c’è. Però quello di Eraclea merita un ragionamento più alto. C’è stato un corto circuito: due sentenze contraddittorie. Mentre da una parte la Suprema Corte, la Cassazione ha riconosciuto l’aggravante mafiosa nel caso del sindaco Graziano Teso, che scegliendo il rito abbreviato è stato condannato per concorso esterno alla mafia, dall’altra parte, per tutti gli altri imputati che hanno scelto il rito ordinario, c’è stata la condanna per associazione per delinquere, senza il riconoscimento della mafia. Eppure, c’è una sentenza del Consiglio di Stato del 2019 che dice sostanzialmente: “basta il sospetto che un solo voto sia stato condizionato dalla criminalità organizzata e si può chiedere lo scioglimento del Comune per mafia”. È quello che aveva fatto l’ex prefetto Zappalorto e aveva anche tutti d’accordo, aveva la Direzione Distrettuale Antimafia, il procuratore Cherchi, le forze dell’ordine, il comitato per la sicurezza. Tuttavia quando la relazione di 8mila pagine è arrivata sul tavolo di Lamorgese, allora ministra dell’Interno, è stata rispedita al mittente. La Lamorgese ha detto: “Le risultanze dell'accesso non hanno fatto emergere alcuna circostanza che possa attestare quello sviamento dell'azione amministrativa registrato dell'ente oggetto della richiamata sentenza del Consiglio di Stato”. Ecco, secondo l’ex membro della Commissione antimafia, Nicola Pellicani, ci sarebbero state pressioni politiche probabilmente per evitare che Eraclea fosse il primo Comune nella storia del Veneto a essere sciolto per mafia. In realtà avrebbe potuto essere il secondo. Perché già nel 2015 la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi, aveva chiesto una commissione di accesso agli atti al Comune di Verona. Questo anche in seguito ad un’inchiesta di Report, che ben 10 anni fa aveva illuminato una zona d’ombra: la presenza della ‘ndrangheta a Verona e soprattutto contatti con uomini politici della giunta Tosi. Ecco, tutti avevano negato e si erano indignati. Dopo 10 anni i nodi son venuti tutti al pettine. Tutto ruotava già allora intorno alla famiglia calabrese Giardino. E oggi si è aggiunto anche un tassello: quello di uno spione, che è il primo pentito di ‘ndrangheta che sta facendo tremare il Veneto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Isola Capo Rizzuto in Calabria: un promontorio affacciato sullo Ionio, l’area marina protetta più grande d’Europa. Il regno delle famiglie Arena e Nicoscia, tra le più 7 potenti cosche della ‘ndrangheta, legate da un patto di sangue nel nome degli affari. Da qui arriva anche la famiglia Giardino. ANZIANO È una persona normale come noi.. non è che sono tanti… Poi sapete com’è l’andazzo che rovina le persone.

WALTER MOLINO L’andazzo o la ‘ndrangheta?

ANZIANO L’andazzo! Io parlo di andazzo.

WALTER MOLINO E la ‘ndrangheta?

ANZIANO Non posso dire ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il video della spedizione punitiva contro il dipendente di una sala scommesse. Non siamo in Calabria ma nel centro di Verona. L’aggressore si chiama Francesco Giardino. Suo figlio è stato licenziato il giorno prima perché rubava dalla cassa.

KEIBER CASTILLO DE LAS CASAS – IMPIEGATO SALA SCOMMESSE Sono lì dietro al banco, arriva suo padre e mi dice: sei stato tu a dire alla tua capa che mio figlio ha fatto quello che ha fatto? Ho detto: sì, sono stato io. E lì proprio lui ha reagito e ha cercato di darmi un pugno.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Daniela Saccardo è la proprietaria dell’agenzia. Aveva assunto il figlio di Giardino anche se in Questura glielo avevano sconsigliato.

WALTER MOLINO Voi poi siete andati a denunciare questa cosa, no?

DANIELA SACCARDO - IMPRENDITRICE No. Siamo andati a raccontare e poi è uscito tutto questo ambaradan. Non è che eravamo andati per denunciare. Diciamo che abbiamo avuto delle pressioni. Magari se raccontavamo quello che era successo poteva anche essere bruciato il locale.

WALTER MOLINO Verona è la città più ricca del Veneto, è impressionante questa presenza.

NICOLA GRATTERI - PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI CATANZARO L’imprenditore ‘ndranghetista veste come noi, mangia come noi, ha solo l’accento calabrese come il mio, però porta tanti soldi. Mettiamo il caso in cui l’imprenditore del Nord sia in buona fede: quando l’imprenditore ‘ndranghetista gli propone smaltimento di rifiuti con ribasso del 30-40%, manodopera a basso costo mi pare che non si possa parlare di ingenuità o di buona fede. Si chiama ingordigia.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’Antimafia a Verona si è radicata una locale di ‘ndrangheta. Il capo indiscusso è Antonio Giardino, detto “Totareddu”, che nel marzo scorso è stato condannato in primo grado a 30 anni di carcere. La prima sentenza dibattimentale che riconosce la presenza di un’organizzazione mafiosa sul territorio Veneto.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Io in Veneto non ho mai visto la ‘ndrangheta. In Veneto parlo. Non lo so in altre parti, a Milano… questo e quell’altro. Di quello che dicono i giornali sembra che c’è. Qua in Veneto non ho mai visto la ‘ndrangheta, non ho mai conosciuto uno ‘ndranghetista qua.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alfonso Giardino è il cugino di Totareddu. Condannato per estorsione, oggi è indagato dall’antimafia di Venezia per associazione mafiosa.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Tutti, tutti i calabresi, tutti, tutti, elettricisti idraulici, gente che lavora dalla mattina alla sera, ce li ho amici io, lavoriamo insieme perché facciamo il 110, quello fa l’idraulico, l’elettricista, tutti calabresi, tutti, qua nel Veneto, ce l’hanno a morte! Vanno a controllargli le aziende, le cose, qua c’è gente a Verona che ruba soldi dalla mattina alla sera che cazzo non gli fanno un cazzo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alla famiglia Giardino sono riconducibili decine di aziende con sede in Veneto e tutto il Nord Italia che lavorano nel campo della manutenzione ferroviaria e dell’edilizia. ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Ma di cosa cazzo parliamo? Siamo diventati ebrei, te lo dico io qual è la verità, Walter! Noi siamo diventati come gli ebrei. C’è un Hitler qua: la politica.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nell’inchiesta Kyterion della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro è emerso l’interesse delle ‘ndrine calabresi in contatto con i Giardino per la rielezione di Flavio Tosi a sindaco di Verona, come si evince da questa intercettazione telefonica mai ascoltata prima tra due imprenditori crotonesi legati ad Alfonso Giardino.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA 7 MAGGIO 2012 LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE Alfonso si è fatto sentire, no

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Alfonso lo sto chiamando e non mi risponde, l'ho chiamato già due volte.

LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE A Verona ha vinto Tosi quello che appoggiavano loro, quindi secondo me sono in festa.

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Ah sì ha vinto quello che…

LUIGI FRONTERA - IMPRENDITORE Sì quello che appoggiavano loro.

GIUSEPPE PORTA - IMPRENDITORE Sono contento, buono, buono.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Alle elezioni comunali del 2012 Alfonso Giardino racconta di aver creduto in Flavio Tosi e nelle promesse del suo assessore calabrese Marco Giorlo: appalti in cambio di voti.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Quando abbiamo parlato mi ha detto – lui – “Se mi date una mano…vedete se conoscete anche altri calabresi, gente che per il voto… Se mi…ci date una mano vediamo di…” Perché io gli avevo detto che mi interessava fare un centro sportivo qua a Verona, perché sono amante di ‘ste cose qua, di calcio, tennis…queste cose qua. E mi ha detto “Guarda, c’è la possibilità” però sempre in affitto, perché non è che te lo danno in affidamento, no?

WALTER MOLINO Ma poi te l’hanno dato?

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No… WALTER MOLINO Tu però l’hai aiutato con questi voti?

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No, non li ho aiutati.

WALTER MOLINO Però nelle intercettazioni tu a tuo fratello dici...

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Ma non li ho aiutati.

INTERCETTAZIONE TELEFONICA 4 LUGLIO 2012 ALFONSO GIRADINO – IMPRENDITORE L'ha aiutato davvero te lo posso giurare dove, se si trova su quella poltrona si trova per me questo, gli ho trovato non so quanti voti, quanti gliene ho tirati fuori non hai nemmeno idea tu, mi sono massacrato giorni e giorni però vedi ora grazie a Dio è riconoscente, mi ha detto “Io per i Giardino faccio tutto, per i Giardino perché i Giardino a me mi hanno aiutato”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Marco Giorlo ha sempre negato qualsiasi contatto con la famiglia Giardino e le inchieste sul suo operato di assessore sono state archiviate. Ma non risulta che sia mai stata approfondita la natura dei suoi rapporti con Alfonso Giardino.

WALTER MOLINO Cioè, lui si è impegnato!

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Si è impegnato, insomma…

WALTER MOLINO Cioè si era impegnato, ti aveva promesso questa cosa, e tu ti sei impegnato a trovargli dei voti.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Allora, che lui si sia impegnato no, non glien’è fregato niente neanche a lui.

WALTER MOLINO Si è impegnato nel senso che te l’aveva promesso.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Mhm…che aveva fatto delle promesse…sì.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’allora sindaco di Verona Flavio Tosi, dopo una puntata di Report che per prima, nel 2014, aveva denunciato la presenza della ‘ndrangheta a Verona, aveva negato che i Giardino l’avessero appoggiato alle elezioni.

FLAVIO TOSI – (REPERTORIO 2014) I rapporti con certi soggetti non esistono, non esistono, qualcuno manco lo conosco. Se qualcuno ha una prova, qualsiasi tipo di rapporti fra Tosi e certi soggetti, non solo porti in Procura ma lo metta sui giornali, in maniera tale che… e non ci sono, non ne so un fico secco! È quello il punto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO E invece, ecco Flavio Tosi abbracciato con Antonio Giardino, detto “il Marocchino”, il fratello di Alfonso. Nel giugno scorso è stato condannato in primo grado a 6 anni e 8 mesi di carcere. La fotografia è del 29 maggio 2015 quando Tosi è candidato alla presidenza della regione e va a chiudere il suo tour elettorale al bar “Mi Vida” di Sommacampagna, allora riconducibile proprio alla famiglia Giardino.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Si sono fatti ‘sta foto…madonna, è uscito fuori un putiferio!

WALTER MOLINO Beh, perché comunque Tosi era in campagna elettorale ed è andato a chiudere la campagna elettorale proprio nel bar di tuo fratello. Cioè, è una cosa anche simbolica…

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Ma si è trovato per caso, te lo giuro sui miei figli, non sto scherzando.

WALTER MOLINO Ma non si chiude la campagna elettorale per caso in un bar. Si decide dove si va a chiudere la campagna elettorale.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE Perché conosceva un mio parente. Questo mio parente l’ha portato là quella sera.

WALTER MOLINO Quindi vedi che un legame c’è.

ALFONSO GIARDINO – IMPRENDITORE No, no, no, cioè non è che…io ti dico le cose come sono!

ANDREA TORNAGO Lei ha sempre detto che non ha conosciuto…che non conosceva esponenti della famiglia Giardino.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non ho mai avuto nessun rapporto con quella famiglia, è vero.

ANDREA TORNAGO E com’è che invece lei va a chiudere la campagna elettorale del 2015, quella per le regionali, al bar “Mi Vida” di Sommacampagna?

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non sapevo neanche chi fosse il titolare. Un candidato aveva organizzato lì un evento, come si fa in campagna elettorale, e quindi sono andato in quel bar a far campagna elettorale. Non posso conoscere i titolari di tutti i bar.

ANDREA TORNAGO Però c’è una fotografia sua dietro al bancone con Antonio Giardino.

 FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Beh è abbastanza normale, tanti mi chiedono di fare le foto: pizzerie, bar, ristoranti, locali…

ANDREA TORNAGO Però lei non conosceva Antonio Giardino detto “il Marocchino”.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA No, non l’ho mai conosciuto.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il primo marzo scorso c’è stata una sentenza storica: per la prima volta viene riconosciuta la presenza stabile di una locale di ‘ndrangheta a Verona. Il capo mafia sarebbe Antonio Giardino. Ora, premesso che sono ovviamente tutti innocenti fino a sentenza definitiva, però i personaggi che sono emersi in questa vicenda sono grosso modo in gran parte quelli che aveva illuminato Report nell’inchiesta di circa dieci anni fa, quando si era occupata delle anomalie della amministrazione Tosi e aveva illuminato proprio quei personaggi vicini alle ‘ndrine che erano in contatto con i politici della giunta Tosi. Tosi aveva negato di conoscere 12 i Giardino, salvo poi è emersa una fotografia dove si prova che nel 2015 ha chiuso la sua campagna elettorale in un bar proprio di Antonio Giardino, cugino di quell’Antonio detto Totareddu che appunto sarebbe il capomafia. Ora a questa storia si è aggiunto un tassello, un personaggio: Nicola Toffanin, guardia giurata, ex appartenente ai corpi speciali militari, vicino ad ambienti dell’estrema destra, si è messo a un certo a punto a fare lo spione, senza avere la licenza da investigatore privato. E ha spiato per conto di politici altri politici. Poi a tempo perso faceva anche da link, da trait d’union tra ‘ndranghetisti e politici. Ecco oggi è diventato un super pentito, le sue dichiarazioni soprattutto quelle ancora secretate, stanno facendo tremare il Veneto, ma non solo perché il tremore arriva fino a Roma.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Mi chiamo Nicola Toffanin. Sono nato come uomo dello Stato, arruolato ancora minorenne nell’esercito italiano nei primi anni ‘80. Poi sono rientrato a Verona dove ho fatto amicizia con Antonio Giardino il Grande, detto “Totareddu”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Nicola Toffanin è il primo collaboratore di giustizia veneto della ‘ndrangheta. Arrestato nel giugno 2020 nell’operazione Isola Scaligera, inizia subito a collaborare con i magistrati antimafia di Venezia. E racconta la composizione della locale di ‘ndrangheta veronese.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Mi è stato chiesto di tenere il profilo più basso possibile per rimanere in una sorta di mondo di mezzo. La maglia che connette la 'ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità̀ all'organizzazione dì crescere ed infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose. È proprio per questo che mi hanno dato il soprannome di “Avvocato”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Toffanin confessa di curare i rapporti delle cosche con l’imprenditoria e la politica. I suoi verbali, omissati e in gran parte ancora secretati, stanno facendo tremare il Veneto, e non solo.

WALTER MOLINO Che personaggio è Toffanin?

BRUNO CHERCHI - PROCURATORE DELLA REPUBBLICA DI VENEZIA Uno che lavora sotto molti aspetti, molti campi, che ha molti contatti e che quindi avendo molti contatti ha anche molte informazioni. Devo dire che poi le informazioni che son state date da Toffanin quando ha deciso di collaborare sono state tutte riscontrate.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ex militare dei corpi speciali, ben introdotto negli ambienti dell’estrema destra, Toffanin fa l’investigatore privato anche se non ha la licenza. Si accompagna a Michele Pugliese, di Isola Capo Rizzuto, detto “il commercialista”, il braccio destro del capo cosca Antonio Giardino. Altro uomo di peso del gruppo è Domenico Mercurio, detto Mimmo, in ottimi rapporti con la politica veneta. Oggi è un collaboratore di giustizia e anche i suoi verbali sono ancora in gran parte secretati. 13 Con loro c’è spesso Francesco Vallone, detto “il Professore”, vicino alla potente famiglia mafiosa dei Mancuso, imprenditore massone di Vibo Valentia, responsabile del Centro Studi Enrico Fermi, con varie succursali anche in Calabria. Per gli investigatori è il diplomificio della ‘ndrangheta. A Verona era in Corso di Porta Nuova e condivideva la sede con l’università telematica Unicusano di Stefano Bandecchi.

WALTER MOLINO Venivano gli studenti?

AVVOCATO VICINO DI CASA Sette-otto, non chissà cosa.

WALTER MOLINO Ah, così pochi.

AVVOCATO VICINO DI CASA Beh ma sono quelle scuole per recuperare gli anni… han tolto l’insegna, lì c’era anche l’Università Cusano.

WALTER MOLINO L’Unicusano aveva sede qui dentro?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Quando Totareddu ritorna a casa dopo un periodo di ricovero in ospedale, i suoi contatti più stretti vanno a rendergli omaggio. È seguendo le tracce dell’investigatore Toffanin che nel 2020 l’antimafia riesce a documentare l’attività della locale veronese di ‘ndrangheta. Gli inquirenti ascoltano Toffanin vantarsi del suo potere ricattatorio nei confronti dei politici.

INTERCETTAZIONE AMBIENTALE 28 MARZO 2018 NICOLA TOFFANIN Perché Miglioranzi l’ho preso per le palle!

FRANCESCO VALLONE Bravo... ed è giusto che sia così!

NICOLA TOFFANIN Ma non solo lui! ma c'ho anche Tosi per le palle!

FRANCESCO VALLONE In questo momento conta più Miglioranzi che Tosi. Se noi siamo intelligenti ci dà sempre da mangiare! Sempre!

NICOLA TOFFANIN Certo! FRANCESCO VALLONE Capito? Pulito! al massimo tra 10 anni usciamo su Report!

NICOLA TOFFANIN Ma vaffanculo Report!

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Hanno impiegato meno di 10 anni, ma poi Toffanin e Vallone sono finiti su Report. Evidentemente si ricordavano dell’inchiesta fatta nel 2015 quando avevamo denunciato i rapporti fra uomini della ‘ndrangheta e i politici della giunta Tosi. Ora, Toffanin è il super pentito di ‘ndrangheta nel Veneto. È un massone, una guardia giurata, ha fatto da link tra politici e ‘ndranghetisti. Ha messo in contatto politici con Michele Pugliese, il braccio destro di Antonio Giardino, quello considerato dai magistrati il capo della ‘ndrangheta a Verona. E poi li ha anche messi in contatto con Francesco Vallone, un imprenditore calabrese anche lui massone, gestisce una rete di scuole per recupero corsi scolastici e anche un Centro di Formazione Enrico Fermi, a Verona, che per gli investigatori sarebbe il diplomificio della ‘ndrangheta. Però insomma Toffanin a tempo perso fa anche lo spione senza licenza, spia gli avversari di Tosi su mandato di Tosi. Però nello stesso tempo ha catturato nella sua rete anche Andrea Miglioranzi, che è un manager di fiducia di Tosi, è stato messo a capo dell’Amia, la municipalizzata dei rifiuti. E ha offerto Toffanin una mazzetta a Miglioranzi perché fosse disponibile a cedere in appalto dei corsi di formazione all’amico Vallone. Corsi che poi non si sarebbero mai fatti. Ma solo il fatto di aver percepito questa mazzetta ha reso Miglioranzi ricattabile. Ecco è la corruzione il metodo per cui Toffanin può dire: “Abbiamo i politici in pugno”.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’uomo che Toffanin dice di avere in pugno è Andrea Miglioranzi, ex bassista dei “Gesta Bellica”, una band nazirock che ha prodotto brani come “Il Capitano”, dedicato al criminale nazista Erik Priebke, il boia delle Fosse Ardeatine. Miglioranzi è introdotto in politica da Flavio Tosi, che nel 2012 lo nomina presidente dell’Amia, azienda di smaltimento rifiuti del Comune di Verona.

MICHELE BERTUCCO - ASSESSORE AL PATRIMONIO COMUNE DI VERONA Andrea Miglioranzi, che è soprannominato a Verona “MigliorNazi”, è sempre stato ai margini della politica fino a quando non è stato reclutato da Flavio Tosi. Flavio Tosi lo fa diventare capogruppo della sua lista in consiglio comunale, lo fa nominare nell’Istituto per la storia della resistenza di Verona, dopodiché Andrea Miglioranzi capisce che la politica gli dà poco e quindi ha cercato e ha avuto spazio nell’ambito delle aziende partecipate del Comune di Verona.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ed è in quel ruolo che avrebbe incassato mazzette dall’investigatore Toffanin che veste i panni del mediatore per gli imprenditori vicini alla ‘ndrangheta.

INTERCETTAZIONE AMBIENTALE 3 MAGGIO 2018 NICOLA TOFFANIN È contento, gli ho dato 3 mila euro! Adesso l'abbiamo compromesso. Si chiama concussione aggravata, dai 2 ai 6 anni! Con la legge Severino non può più neanche candidarsi.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO È il 3 maggio 2018 e Toffanin ha appena consegnato una busta con 3 mila euro a Miglioranzi. Per i magistrati è la prima parte di una tangente per l’affidamento di 15 una serie di corsi di formazione fasulli al Centro Studi di Francesco Vallone, imprenditore massone di Vibo Valentia, vicino alla potente famiglia mafiosa dei Mancuso.

ANDREA TORNAGO Questi tremila euro che le vengono consegnati glieli dà Vallone, giusto? Vallone è stato condannato a 15 anni per mafia.

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 Abbia pazienza…ho un ricorso e non ci aspettavamo una cosa del genere.

ANDREA TORNAGO Com’è che lei aveva rapporti con questa gente che stava nella criminalità organizzata, nella ‘ndrangheta?

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 È stato assolutamente casuale, mi creda. Sono una persona perbene e lo dimostrerò. ANDREA TORNAGO Certo, però lei non si era reso conto che Toffanin, Vallone, avevano questo profilo criminale?

ANDREA MIGLIORANZI - PRESIDENTE AMIA 2012-2018 Assolutamente, se no manco ci avrei parlato, mi creda.

NICOLA TOFFANIN - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Il nostro referente in prima analisi era Miglioranzi. Però Miglioranzi è stato per tanto tempo il rappresentante di Flavio Tosi, il suo braccio destro. Io e Francesco Vallone abbiamo fatto conoscere Miglioranzi e Pugliese. Miglioranzi era al corrente della caratura criminale di Pugliese perché io glielo presentai così. Pugliese poteva gestire i voti della comunità calabrese.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Michele Pugliese è il numero due della locale di ‘ndrangheta, affiliato agli ArenaNicoscia, organizza le attività di infiltrazione nell’azienda di rifiuti di Verona. Isola Scaligera è un’inchiesta di mafia che compone un album di famiglia della destra veronese. Toffanin incontrava a Verona anche Maurizio Lattarulo, detto “Provolino”, ex terrorista dei Nar e membro della Banda della Magliana. A metterli in contatto è Paolo Pascarella, in passato collaboratore di Francesco Biava, ex capo segreteria di Gianni Alemanno. Pascarella è stato consulente legislativo della Camera dei deputati e secondo la Polizia si interessava di appalti del Ministero della Difesa in ambito di sicurezza nazionale. Nell’album di famiglia c’è anche Gianmatteo Sole, palermitano trapiantato a Verona, imprenditore della sicurezza insieme alla sorella Angela Stella. Sono gli ultimi datori di lavoro di Toffanin, gli affidavano i compiti più delicati.

WALTER MOLINO Era un suo investigatore?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No

WALTER MOLINO Non era il suo investigatore?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No. Servizi di sicurezza, fiduciari. Niente, nessuna importanza.

WALTER MOLINO Però gli davate incarichi importanti.

GIAMMATTEO SOLE – IMPRENDITORE No.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il mandato dell’attività investigativa commissionata da Tosi alla Veneta Investigazioni di Angela Stella Sole. Toffanin deve spiare i suoi avversari politici. Tosi sospettava che dietro alla pubblicazione di questa foto della sua compagna Patrizia Bisinella, candidata a sindaco, insieme a Vito Giacino, condannato per concussione, ci fosse l’altro candidato di destra Federico Sboarina.

WALTER MOLINO Era stata una campagna elettorale molto accesa quella vostra, no?

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Sì, era stata molto accesa…

WALTER MOLINO Fotografie rubate…

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Mah, era stata una campagna elettorale molto accesa…

WALTER MOLINO Con un sacco di spiate.

FEDERICO SBOARINA - SINDACO DI VERONA 2017-2022 Sì.

ANDREA TORNAGO Volevamo chiederle dei suoi rapporti con Nicola Toffanin.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA E chi è?

ANDREA TORNAGO Nicola Toffanin, considerato la cerniera tra la politica e la ‘ndrangheta a Verona, in Veneto.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Non ho neanche presente chi sia.

ANDREA TORNAGO Vi siete incontrati alcune volte nel 2017.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Ah, quella vicenda! Una volta, credo di averlo incontrato.

 ANDREA TORNAGO E com’è che lei aveva rapporti con Toffanin? Come vi siete conosciuti?

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Me l’aveva presentato l’allora presidente dell’Amia, Andrea Miglioranzi.

ANDREA TORNAGO Gli ha chiesto di spiare avversari politici…

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Era un lavoro di investigazione, e come tale riservato.

ANDREA TORNAGO Avevate una certa confidenza, perché lei lo chiamava “Nik” nei messaggi.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Boh. Francamente, ripeto, l’ho visto due volte.

ANDREA TORNAGO Vi scambiate alcuni messaggi che sono agli atti dell’inchiesta…in cui dice “Grazie Nik, domani do un’occhiata”.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA E si vede che li avete voi agli atti, io gli atti, ripeto, non li ho neanche mai visti e non son mai stato coinvolto.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Report può mostrarvi in esclusiva uno dei messaggi tra Tosi e Toffanin del giugno 2017. L’ex sindaco di Verona, ora deputato di Forza Italia, riceve un ampio dossier con informazioni sensibili su vari esponenti politici. E ringrazia Toffanin, l’investigatore senza licenza legato alla ‘ndrangheta: “Grazie Nik. Domani ci do un’occhiata”.

ANDREA TORNAGO Lei può certificare che quel lavoro di investigazione è stato pagato con i suoi soldi.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Assolutamente sì.

ANDREA TORNAGO Anche se Toffanin non aveva la licenza per fare l’investigatore.

FLAVIO TOSI - DEPUTATO DI FORZA ITALIA Io che ne so. Se Andrea Miglioranzi mi presenta una persona e mi dice questo fa questo tipo di attività, glielo commissiono, mi viene dato il lavoro quindi per me fa quell’attività lì.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Secondo l’antimafia, lo spionaggio di Toffanin per Tosi sarebbe stato pagato con i soldi dell’Amia, presieduta da Miglioranzi. Sono tutti accusati di peculato in concorso, per l’uso di denaro dell’azienda pubblica per i dossieraggi politici. Un’imputazione che non risulta essere ancora stata archiviata. Tuttavia, la galassia imprenditoriale di Gianmatteo Sole, il palermitano trapiantato a Verona e datore di lavoro dello spione Toffanin, continua ad allargarsi.

WALTER MOLINO Quando lei poi ha scoperto che lui aveva questo tipo di rapporti anche con la criminalità organizzata?

GIAMMATTEO SOLE – IMPRENDITORE Quando è scoppiato il bubbone! Un bel giorno lo mando a Ferrara…a Parma! Abbiamo un cantiere a Parma. Mi chiama…e trova dove si mettono le microspie qua sotto. Lo vede, qua io ci metto le mani dentro… a me lo vieni a insegnare… trova delle microspie. Mi manda la foto. Quindi lui un anno prima ha capito che era intercettato, sicuramente dalle forze dell’ordine.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Gianmatteo Sole è cresciuto nel Fronte della Gioventù ed è stato consigliere comunale di Alleanza Nazionale a Verona. Dopo una lunga militanza nell’Msi, oggi è vicino a Fratelli d’Italia. A meno di cento passi dal Centro Studi Enrico Fermi di Francesco Vallone, sospettato di essere il diplomificio della ‘ndrangheta, Sole ha aperto il Centro Studi Verona insieme alla sorella Angela Stella Sole e a Michela Seves, che del Centro Studi di Vallone era la segretaria.

WALTER MOLINO Michela Seves era, diciamo, la segretaria di Vallone…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE No, era molto di più! Perché lui non c’era mai…

WALTER MOLINO Era molto di più…e lei se l’è presa come socio?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Perché è una bravissima persona!

WALTER MOLINO Siete in società nella scuola…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Perché è una bravissima persona!

WALTER MOLINO Cioè lei non ha nessun imbarazzo, dopo quello che è successo…

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Le ho dato un’opportunità.

WALTER MOLINO … a mettersi in società con il braccio destro di Vallone?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE Sì, se lei avesse avuto precedenti penali.

WALTER MOLINO Ma lei non ha paura che un giorno si ritrova come socio occulto Vallone?

GIAMMATTEO SOLE - IMPRENDITORE È possibile.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Francesco Vallone, imprenditore massone calabrese condannato in primo grado a 15 anni per associazione mafiosa. Aveva puntato i corsi di formazione dell'AMIA, la municipalizzata di Verona che si occupa dei rifiuti, glieli avrebbe concessi Andrea Miglioranzi, manager pupillo di Tosi, dietro il pagamento di una mazzetta. Andrea Miglioranzi è stato condannato in primo e secondo grado a 2 anni e 8 mesi per corruzione. Dalle indagini emergerebbe anche che Miglioranzi avrebbe utilizzato soldi pubblici, quindi quelli dell’Amia, per pagare lo spionaggio chiesto da Tosi nei confronti dei suoi avversari politici, avrebbe incaricato l’agenzia Veneta Investigazioni di Angela Stella Sole, sorella di Giammatteo, che avrebbe a sua volta incaricato Toffanin. Sia Giammatteo che Angela Stella Sole stanno investendo in quelle scuole di recupero scolastico, tipo quelle di Vallone, prima che venisse arrestato. E per farlo hanno scelto come socia la segreteria di Vallone, Michela Seves. Alla domanda del nostro Walter Molino a Gianmatteo Sole “Ma non è che poi domani si ritrova come socio occulto Vallone?”, Sole ha risposto, “è’ possibile!”. Certe domande è meglio farsele subito, piuttosto che finire su Report tra 10 anni. Ora passiamo a Vicenza, dove la tela di 'ndrangheta tracciata dal super testimone, ha imbrigliato anche uno chansonnier.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questa è la sede di Unichimica a Torri di Quartesolo, nei pressi di Vicenza. La più importante azienda chimica nel distretto veneto della pelle: 600 imprese e quasi 3 miliardi di export all’anno, uno dei poli produttivi più ricchi del Paese. Patron di Unichimica è il poliedrico Alberto Filippi: è stato parlamentare della Lega dal 2006 al 2011, politicamente vicino a Flavio Tosi, oggi è anche un apprezzato chansonnier su YouTube.

WALTER MOLINO Buongiorno, mi scusi, sono Walter Molino, sono un giornalista di Report, potrebbe dirmi qualcosa a proposito…

ALBERTO FILIPPI – PARLAMENTARE LEGA NORD 2006-2011 Nooo!

WALTER MOLINO Perché si arrabbia così? Le volevo fare soltanto una domanda.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Lui invece è Ario Gervasutti, ex direttore del Giornale di Vicenza e oggi caporedattore al Gazzettino di Venezia.

ARIO GERVASUTTI – DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Uno, due e uno tre. Uno si è ficcato qua e uno si è conficcato laggiù. Era la notte del 16 luglio 2018, con la famiglia eravamo appena ritornati da una gita al mare, eravamo a letto e alle due di notte, sotto un temporale ricordo piuttosto violento, i tuoni che abbiamo sentito non erano tuoni da fulmine: erano cinque colpi di pistola. Ho visto uscire dalla sua camera uno dei miei figli che si scuoteva il pigiama dai calcinacci dicendo: ma ci hanno sparato in casa.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In piena estate la Direzione distrettuale antimafia di Venezia ha chiuso le indagini di un nuovo filone di Isola Scaligera, l’inchiesta che ha accertato la costituzione di una locale di ‘ndrangheta in Veneto. Fra i 43 indagati per associazione mafiosa e altri reati spicca il nome di Alberto Filippi. Sarebbe stato l’ex parlamentare della Lega a ordinare l’attentato intimidatorio nei confronti di Gervasutti.

ARIO GERVASUTTI - DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Io nel 2010 ero direttore del Giornale di Vicenza, lui si lamentava del fatto che il giornale non dava sufficiente spazio alla sua versione dei fatti rispetto a un contenzioso su un cambio di destinazione d’uso di un terreno di sua proprietà che doveva passare da agricolo a commerciale o industriale.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO A scatenare l’ira di Filippi, secondo gli investigatori, sarebbero stati alcuni articoli sgraditi pubblicati sul Giornale di Vicenza tra il 2010 e il 2011, quando Gervasutti era direttore, a proposito di una speculazione edilizia in quest’area di Montebello Vicentino, di cui Filippi possedeva quasi 230 mila metri quadrati.

WALTER MOLINO Lui pretendeva appoggio anche perché Il Giornale di Vicenza è di proprietà di Confindustria.

ARIO GERVASUTTI - DIRETTORE GIORNALE DI VICENZA 2009-2016 Si sbagliava, perché evidentemente non conosceva la realtà del giornalismo.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Domenico Mercurio collabora con la giustizia dall’autunno del 2020, è stato ai vertici della locale di ‘ndrangheta veronese comandata da “Totareddu” Giardino. È lui a indicare l’ex senatore Filippi quale mandante dell’attentato, che sarebbe stato eseguito dallo zio di Mercurio, Santino.

DOMENICO MERCURIO – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA L’ultimo incarico dato da Filippi di cui sono a conoscenza fu di commissionare a Mercurio Santino un atto di intimidazione nei confronti di un giornalista. Filippi pagò a Santino 25 mila euro da consegnare a fatto compiuto per picchiare o incendiare l’auto a questa persona perché scriveva cose sull’attività di Filippi. Invece di picchiarlo soltanto, spararono alla casa di questo giornalista e venne fuori un casino.

ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Mercurio lavorava con la politica. L’unico dei calabresi qua a Verona che ha lavorato con la politica, te lo posso dire io, è stato Mimmo Mercurio.

WALTER MOLINO Tu sai che Santino Mercurio è accusato tra le altre cose di essere andato a sparare dei colpi di pistola contro la casa del giornalista Ario Gervasutti?

 ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Santino? No, non sapevo questo.

WALTER MOLINO Questo lo ha raccontato Domenico Mercurio e ci sono state delle verifiche fatte dai magistrati.

ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE Che compare Santino è andato a sparare?

WALTER MOLINO Ti sembra inverosimile che Santino Mercurio abbia potuto fare questa cosa? ALFONSO GIARDINO - IMPRENDITORE No, quello no.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Pochi giorni fa Alberto Filippi è stato interrogato per 18 ore dai pubblici ministeri dell’antimafia di Venezia e subito dopo ha accettato di incontrarci.

WALTER MOLINO È vero o no che lei aveva dei motivi di rancore nei confronti di Gervasutti?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Ma assolutamente no. Capita di poter non essere d’accordo con parecchie persone, non per questo una persona che non concorda a livello professionale o fuori dalla professione qualcosa, poi va da qualche ‘ndranghetista e fa fare un’azione intimidatoria.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Poco prima di cominciare l’intervista uno dei suoi avvocati ci racconta di aver consegnato ai magistrati cinque ore di dialoghi tra Filippi e Mercurio che l’ex parlamentare avrebbe registrato di nascosto e che proverebbero la sua estraneità ai fatti.

CESARE DAL MASO – AVVOCATO DI FILIPPI Sono cinque ore di registrazioni importantissime, importantissime, che diciamo hanno tagliato la testa al toro.

WALTER MOLINO Perché lei registrava Domenico Mercurio?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Io avevo subito da parte di un collaboratore di Domenico Mercurio una… una.. ehm… una minaccia.

WALTER MOLINO Che tipo di minaccia?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Se non mi paghi dei soldi io ti brucio la casa. Considerato l’importo che era di 7500 euro…

WALTER MOLINO Lei ha deciso di pagare?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Assolutamente sì.

WALTER MOLINO Ha funzionato?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Questa persona non si è più vista.

WALTER MOLINO A quando risale questa estorsione che lei ha subìto?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 Proprio mentre Domenico Mercurio era stato incarcerato per l’appartenenza alla ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO Lei mi ha detto: ho registrato Domenico Mercurio perché io ho subito una tentata estorsione. Però se lei mi dice che l’estorsione è arrivata quando Mercurio era già in carcere.

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 È successiva.

WALTER MOLINO È successiva all’arresto?

ALBERTO FILIPPI – IMPRENDITORE E PARLAMENTARE LEGA NORD 2006- 2011 È successiva all’arresto.

WALTER MOLINO Lei dopo che Mercurio era in carcere è riuscito a parlare per cinque ore con Mercurio?

CESARE DEL MASO - AVVOCATO Però mi scusi, dobbiamo interrompere… non possiamo… Dottore non possiamo discutere di questa cosa.

WALTER MOLINO Ma sta dicendo una cosa molto grave.

CESARE DEL MASO - AVVOCATO Non possiamo discutere di questa cosa!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Quello con Filippi non sarebbe l’unico contatto di Mercurio con la politica. Nei verbali finiscono nomi illustri, come quello di Stefano Casali, avvocato veronese cresciuto con Tosi e oggi in Fratelli d’Italia. Casali non è indagato, ma secondo il collaboratore di giustizia Toffanin, Domenico Mercurio gli avrebbe assicurato un pacchetto di voti.

NICOLA TOFFANIN – COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Vallone mi riferì che Domenico Mercurio nella tornata elettorale 2012 ha aiutato l’avvocato Casali, di area tosiana. Mercurio è andato da più imprenditori a chiedere voti, e anche a esponenti di ‘ndrangheta, in favore di questo personaggio. E sapevo che il buon avvocato Casali era sicuramente informato che i voti gli sarebbero stati dati dalla comunità calabrese, rappresentata da imprenditori dichiaratamente di connotazione ‘ndranghetistica. L’avvocato Casali è stato eletto.

WALTER MOLINO Forse saprà che c’è questo collaboratore di giustizia, Nicola Toffanin, che nella fase due di Isola Scaligera ha fatto delle dichiarazioni che la riguardano.

STEFANO CASALI - AVVOCATO Non so niente, ma guardi adesso porti pazienza, c’è un convegno, mi lasci per cortesia dedicarmi al convegno. Porti pazienza, sono un relatore. Magari mi potevate magari avvisare, io non lo conosco, non so neanche chi sia. Non so neanche chi sia!

WALTER MOLINO Lei ha conosciuto Domenico Mercurio?

STEFANO CASALI - AVVOCATO Io devo fare un evento, mi lasci…

WALTER MOLINO Mi può solo dire se lo ha mai conosciuto?

STEFANO CASALI - AVVOCATO Ma guardi, mi sta un po’…per cortesia, stiamo facendo un evento importante.

WALTER MOLINO Volevo solo sapere questo e la libero.

STEFANO CASALI - AVVOCATO Ma io non ho niente da dirle. Non so neanche di cosa stia parlando, la prego di…saluto anche il suo operatore, e adesso mi lasci fare il convegno. La ringrazio molto è stato molto gentile, arrivederla.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Dopo essere stato presidente di Agsm–Aim, la multiutility dei comuni di Verona e Vicenza, oggi Casali milita in Fratelli d’Italia. E l’evento a cui ha fretta di partecipare è con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, e il presidente della commissione giustizia della Camera, l’onorevole di Fratelli d’Italia Ciro Maschio, dove si parla di limitare l’uso delle intercettazioni.

CARLO NORDIO – MINISTRO DELLA GIUSTIZIA Eliminando la possibilità che vengano trascritte nelle intercettazioni le cose che riguardano i terzi. Cioè: Ciro parla con Stefano…già se Ciro e Stefano sono indagati…no, meglio: già Ciro e Stefano…Pinco…Tizio e Caio, parlano tra loro…ecco, esorcizziamo.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Esorcizziamo pure le intercettazioni. Chissà se con la riforma appena approvata il quadro che è emerso a Verona della presenza della ‘ndrangheta sarebbe emerso con la stessa forza. Mentre per quello che riguarda l’avvocato Casali, dopo aver negato, ci ha scritto ammettendo di conoscere lo ‘ndranghetista Mercurio, in quanto è stato proprio un suo cliente a partire dal 2010. Ha specificato che all’epoca Mercurio era “un noto imprenditore neppure sfiorato da sospetti di appartenenza ad associazioni criminali” Ammette anche Casali che Mercurio gli aveva manifestato l’apprezzamento per la sua attività politica. A proposito di politica, Mercurio ha intrattenuto rapporti anche con l’ex parlamentare Filippi. Proprio per questo Filippi, ex parlamentare della Lega, è entrato in un’inchiesta antimafia, accusato di aver ordito un attentato nei confronti dell’ex direttore del Giornale di Vicenza, Ario Gervasutti. Filippi durante l’intervista al nostro Molino ha detto “Guardate che ho lasciato ai magistrati 5 ore di registrazioni audio, colloqui tra me e Mercurio“, e sono colloqui dai quali emergerebbe un’estorsione che l’ndranghetista avrebbe compiuto ai danni dell’ex parlamentare. Filippi si dice estraneo all’attentato al giornalista. Mercurio, che è stato considerato dai magistrati un super teste attendibile, avrebbe mentito in questa occasione dell’attentato al giornalista? Se è così come faceva a sapere Mercurio del contrasto esistente fra l’ex parlamentare della Lega e il direttore del giornale? Ma c’è un altro giallo: come ha fatto Mercurio, dopo che aveva cominciato il suo percorso di collaborazione con la giustizia, ad incontrare l’uomo di cui aveva parlato, che aveva denunciato? Questo è un giallo che deve dipanare la magistratura. Come è un giallo capire perché una società che è stata finanziata dal boss crudele dell’ndrangheta, Nicolino Grande Aracri, si sia infiltrata nel cantiere dove si sta costruendo la più grande opera pubblica in Veneto.

HOSTESS Alzi la mano chi su questo volo è diretto a Cutro per la festa del Crocifisso!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il Crocifisso di Cutro. Ogni sette anni viene calato dalla sua teca. Trentamila persone affollano le vie del paese in attesa della processione. Dentro la Chiesa i portantini si allineano nell’ordine stabilito.

WALTER MOLINO È un grande onore.

PORTANTINO Si, un grandissimo onore fare questo qua. Siamo 106, 108.

 WALTER MOLINO FUORI CAMPO La processione attraversa le vie del paese che ha dato i natali a Nicolino Grande Aracri detto “Mano di gomma”, uno dei boss di ‘ndrangheta più potenti della Calabria, oggi recluso al 41 bis. Alla fine degli anni ’90 Grande Aracri era l’uomo di fiducia del capobastone di Cutro Antonio Dragone. Nel 2004 lo ha fatto ammazzare e ha iniziato la scalata ai vertici della ‘ndrangheta, con l’obiettivo di estendere la sua influenza nelle regioni del Nord. Nel 2015 l’Operazione Aemilia della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, che porterà al più importante maxiprocesso per mafia al Nord: centinaia di arresti, oltre duecento imputati per reati di estorsione, usura, riciclaggio, false fatturazioni.

WALTER MOLINO Chi è Nicolino Grande Aracri?

LUIGI BONAVENTURA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA L’ho sempre considerato un genio criminale. È una delle famiglie di ‘ndrangheta tra le prime che diventa forte al Nord.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Luigi Bonaventura è stato reggente della famiglia Vrenna-Bonaventura di Crotone. È uno dei primi collaboratori di giustizia ad aver parlato delle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Veneto. Oggi è fuori dal programma di protezione.

LUIGI BONAVENTURA - COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Lui secondo me fa parte anche di quello che è stato un cambio generazionale, un cambio di vedute della ‘ndrangheta che piano piano diventa sempre più masso- ‘ndrangheta, sempre più coinvolta con certi apparati, di conseguenza ha avuto più possibilità di emergere.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Sono partiti tutti da questa periferia di Cutro. Contrada Scarazze era l’azienda agricola di famiglia, poi è diventato un fortino. Oggi è controllata da Antonio Grande Aracri, uno dei fratelli del boss Nicolino, sorvegliato speciale dopo 20 anni di carcere per associazione mafiosa.

ANTONIO GRANDE ARACRI Qui non ci viene nessuno. Già è tanto che tu sei arrivato fino a qua, che ti ho fatto entrare dal cancello.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO In questi capannoni di Contrada Scarazze si tenevano summit e venivano eliminati nemici e traditori.

ANTONIO GRANDE ARACRI 26 Mio fratello…questo e quell’altro, non mi interessa niente. Non mi interessa, tu continua a registrare…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questo è il cantiere del nuovo reparto di pediatria dell’azienda ospedaliera di Padova. Le prime pietre dell’opera pubblica più importante del Veneto. Costerà 590 milioni di euro, finanziati anche con i soldi del Pnrr. L’appalto per la pediatria, del valore di 46 milioni, è stato vinto dalla Setten di Treviso. Ma nel marzo scorso sul cantiere piomba un’interdittiva antimafia.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Trentotto anni fa Sciascia spiegò “la teoria della palma” per spiegare l’espansione della mafia al Nord. Con il riscaldamento climatico le palme crescono anche laddove non crescevano prima. E così anche la mafia ha conquistato il Nord. Uno Stato nello Stato, non ci sono più due sistemi diversi, uno ha infiltrato l’altro. È un sistema che quando serve è rozzo, violento, spregiudicato, ma è capace anche di sedurti con la giacca, la cravatta, la valigetta piena di soldi, di offrirti protezione e canalizzare soprattutto i voti. Nicolino Grande Aracri, un protagonista, un personaggio di enorme spessore criminale, è partito alla conquista del Nord da un paesino vicino Crotone. A Padova si sta costruendo il Nuovo Ospedale: un 590 milioni di euro e si attinge anche dai fondi del PNRR. Si sta costruendo il padiglione di pediatria, 46 milioni di euro di appalto, vinti dalla Setten, una società di Treviso, che però poi quando si è trattato di realizzare la struttura in calcestruzzo si è rivolta alla Sidem, il cui dominus sarebbe Michele De Luca, cugino di primo grado di Grande Aracri. Ma come ha fatto a entrare nel cantiere dell’opera pubblica più importante del Veneto?

WALTER MOLINO FUORI CAMPO L’impresa colpita dall’interdittiva antimafia ha sede nel piccolo comune di San Martino di Lupari, 13 mila anime in provincia di Padova.

WALTER MOLINO Cercavo la signora De Luca.

SEGRETARIA - SIDEM COSTRUZIONI È in riunione, è di là.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Amministratrice unica della Sidem è Giuseppina De Luca, ma secondo la prefettura è solo una testa di legno.

WALTER MOLINO E questo subappalto come vi è arrivato?

GIUSEPPINA DE LUCA - AMMINISTRATRICE UNICA SIDEM COSTRUZIONI La Setten ci ha contattato. Abbiamo fatto il preventivo e il sopralluogo in cantiere e abbiamo preso il lavoro.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO La Setten di Treviso affida un subappalto per l’armatura del calcestruzzo alla Sidem, il cui vero dominus, secondo l’antimafia è Michele De Luca, primo cugino di Nicolino Grande Aracri.

WALTER MOLINO Ma lei non ha mai avuto nessun tipo di contatto, neppure finanziamenti da parte di suo cugino?

MICHELE DE LUCA Ma quali finanziamenti, ma stiamo scherzando? Ascolta: queste parole… Lasciami tranquillo perché non siamo di queste robe qua. Te lo dico già. Noi non viviamo di questa roba, sai?

WALTER MOLINO Lei se lo ricorda suo cugino Michele De Luca?

ANTONIO GRANDE ARACRI (annuisce)

WALTER MOLINO Gli hanno fatto questa interdittiva antimafia perché hanno una parentela con voi.

ANTONIO GRANDE ARACRI Mah… è giusto? È giusto secondo te? Se c’è per esempio un malamente in famiglia, vengono e ci prendono a tutti. Perché? Lui è per i fatti suoi, io sono per i fatti miei. WALTER MOLINO Però se c’è soltanto questa cosa del vincolo…

MICHELE DE LUCA Tu stai venendo già parecchie volte qua…

WALTER MOLINO Le sue aziende non sono mai state nella contabilità di suo cugino Nicolino Grande Aracri?

MICHELE DE LUCA Mai! No!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO E invece Report è entrata in possesso di questi pizzini vergati a mano da Nicolino Grande Aracri, che i carabinieri hanno sequestrato in casa sua. Il boss annota una serie di prestiti e finanziamenti per quasi 150 mila euro proprio a favore delle imprese di Michele De Luca e dei suoi fratelli. In un’informativa dei Carabinieri di Crotone emerge che proprio il fratello di Michele, Salvatore De Luca, ha partecipato a un importante summit di ‘ndrangheta.

WALTER MOLINO Suo fratello invece non ha partecipato a un summit di mafia, non ha avuto queste accuse?

MICHELE DE LUCA No.

WALTER MOLINO Non è considerato un affiliato?

MICHELE DE LUCA Ma sta scherzando? WALTER MOLINO FUORI CAMPO Ma com'è possibile che un imprenditore con questo curriculum sia riuscito ad ottenere un subappalto nella più importante opera pubblica del Veneto? Siamo andati a chiederlo alla Setten Genesio, una delle più grandi imprese di costruzioni del Triveneto. È la ditta che ha vinto l’appalto per la nuova pediatria di Padova e che ha ceduto il subappalto alla Sidem. La risposta è stata sorprendente.

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Non lo so come è avvenuto. Io l’ho trovata in cantiere perché non ho seguito il subappalto e non conoscevo la ditta.

WALTER MOLINO L’ha trovata in cantiere quindi ci sarà qualcuno della sua azienda che ha seguito questa cosa qui. Come siete venuti in contatto con questa azienda?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Perché lavorava per un fondo dove noi abbiamo investito dei soldi.

WALTER MOLINO Lavoravano con un fondo in che senso?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Lavoravano per conto del fondo a costruire delle case di riposo.

WALTER MOLINO E qual è questo fondo?

GENESIO SETTEN - PRESIDENTE SETTEN GENESIO SPA Numeria…

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Numeria è una società che gestisce fondi immobiliari, punto di riferimento degli investitori che contano in Veneto. È stata fondata nel 2004 dall’avvocato Bruno Barel, principe del Foro di Treviso vicino al Presidente Luca Zaia. Storico consulente della Regione Veneto, a lui sono affidate le cause più delicate.

ANDREA TORNAGO Però è imbarazzante questo fatto, perché questa Sidem è considerata dalla prefettura una ditta dei cugini di Nicolino Grande Aracri.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA Il prefetto adotta questi provvedimenti senza motivazione.

ANDREA TORNAGO No, beh, sono motivati.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA No dicono in base ad accertamenti fatti, di solito sono molto stringate.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Il 15 marzo scorso, il giorno dopo la notizia dell’interdittiva antimafia contro la Sidem di De Luca, l’avvocato Barel cede il ramo operativo di Numeria con tutti i suoi dipendenti.

BRUNO BAREL - PRESIDENTE NUMERIA SPA I fondi sono stati ceduti tutti da due anni a ‘sta parte tutti quanti, e poi abbiamo dovuto smettere anche l’attività di consulenza, quindi per salvare il posto di lavoro a tutti i dipendenti.

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Oggi Numeria ha ceduto i suoi fondi immobiliari a un’altra importante società di gestione, Namira, che tra i soci ha anche Paolo Scaroni. Ma si è portata in dote nonostante l’interdittiva antimafia la Sidem del cugino di Nicolino Grande Aracri, che continua a lavorare indisturbata nel cantiere delle residenze per anziani.

ANDREA TORNAGO Quanti lavori avete fatto con Numeria?

GIUSEPPINA DE LUCA Limena, Lavagno…due e adesso stiamo facendo la terza

WALTER MOLINO E questa dov’è?

GIUSEPPINA DE LUCA A Mestre, non andate… già son tutti quanti che si spaventano!

WALTER MOLINO FUORI CAMPO Questa è la casa di riposo che Namira sta costruendo con la Sidem di De Luca proprio di fronte all’ospedale dell’Angelo di Mestre.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il 15 marzo scorso un'interdittiva antimafia ha colpito la Sidem di Michele De Luca, che non è indagato, lo diciamo chiaramente. La Sidem stava lavorando all’interno del cantiere del nuovo ospedale di Padova e secondo il prefetto Grassi la Sidem era collegata a Nicolino Grande Aracri, che è il cugino di primo grado di Michele De Luca, e anzi lo avrebbe anche finanziato come dimostrerebbero i pizzini che hanno recuperato i nostri Walter Molino e Andrea Tornago. Però come ha fatto una società come la Sidem a inserirsi, infiltrarsi nel tessuto economico imprenditoriale veneto? Attraverso un gestore di fondi immobiliari, il più grande del Veneto, Numeria, fondata da Bruno Barel, avvocato di fiducia di Luca Zaia. Barel appena conosciuto l’esistenza di questa interdittiva si è liberato delle sue quote; tuttavia, la Sidem continua a lavorare tranquillamente nei cantieri gestiti dal fondo, come ad esempio la casa di riposo a Mestre. Siccome i fondi immobiliari hanno acquistato pezzi di metropoli, stanno costruendo o ristrutturando pezzi di metropoli, quante aziende in odore di mafia ci stanno lavorando tranquillamente, perché là la prefettura non può intervenire?

L’Emilia Romagna.

Qualsiasi altra persona sarebbe rimasta schiacciata da questa vicenda". L’odissea dell’avvocato Pagliani, carcere, gogna e… assoluzione dopo 8 anni: “Il pm e i rapporti col Pd”. Paolo Comi su Il Riformista il 5 Febbraio 2023

Qualsiasi altra persona sarebbe rimasta schiacciata da questa vicenda. Se oggi invece posso raccontarla è perché ho avuto i mezzi per difendermi e per dimostrare la mia assoluta innocenza”, afferma l’avvocato reggiano Giuseppe Pagliani, arrestato nel 2015 nella maxi inchiesta ‘Aemilia’ condotta dalla Dda di Bologna. Dopo 22 giorni trascorsi in carcere, e quasi otto anni di processi, Pagliani è stato assolto dall’accusa di concorso esterno per associazione mafiosa perché il fatto non sussiste. Il mese scorso gli è stato riconosciuto un risarcimento di 9200 euro. Tutti devoluti in beneficienza.

Avvocato, torniamo a quel 28 gennaio del 2015.

Si. Venni arrestato all’alba come il peggiore dei criminali. Nel mirino degli inquirenti vi era la cosca di ’ndrangheta dominata dal clan Grande Aracri di Cutro, in provincia di Crotone.

All’epoca lei era coordinatore locale del Pdl e capogruppo presso il Consiglio provinciale di Reggio Emilia.

Insieme al collega di partito Giovanni Paolo Bernini di Parma siamo stati gli unici politici coinvolti.

È la prima grande anomalia dell’inchiesta.

Certo. Il centro destra a Reggio Emilia è sempre stato dal 1945 perennemente all’opposizione. Nessuno ha mai potuto firmare una concessione edilizia né conferire un appalto piccolo o milionario.

Nonostante fosse stato escluso dalla ’stanza dei bottoni’, gli investigatori l’accusavano di avere rapporti di affari con gli esponenti del clan calabrese.

Io personalmente ho solo fatto il mio di consigliere di minoranza, puntando il dito nella piaga nel marciume affaristico all’ombra del centrosinistra. E neppure ero andato a cercare voti a Cutro, a differenza di altri politici di Reggio Emilia.

Che ripercussione ebbe questa indagine?

L’attività principale del mio studio legale è la consulenza commerciale e societaria che, in premessa, necessita di un rapporto preferenziale e di piena fiducia con gli imprenditori, i colleghi, e gli istituti di credito. Grazie al cielo, data l’inconsistenza della gravissima accusa che mi era stata attribuita, la credibilità della stessa non ha minimamente intaccato o condizionato la mia attività. Le accuse infamanti che quotidianamente comparivano sui giornali mi avrebbero obbligato a dover giustificare ad ogni incontro quotidiano con aziende ed imprenditori piccoli e grandi le eclatanti argomentazioni contenute nei numerosi articoli di stampa. Ebbene a differenza di ciò che credevo, nessuno mai dubitato della mia innocenza.

Le indagini erano state condotte dal pm Marco Mescolini, poi promosso da Luca Palamara procuratore di Reggio Emilia.

Il dottor Mescolini ed i suoi colleghi dell’accusa mi hanno fatto perdere sette anni e mezzo di vita, con sofferenze famigliari incredibili, costi economici folli ed obbligandomi a correre da un tribunale all’altro, tranciandomi di netto senza alcun motivo un percorso di appassionato esponente della politica locale, il cui futuro mi vedeva in corsa per incarichi di prestigio a livello nazionale. Io da sempre rimarco che le ingiustizie compiute ed i danni subiti da questo vero e proprio accanimento sono molteplici. Ricordo solo che Mescolini in udienza aveva chiesto per me una condanna a 18 anni di reclusione dopo che il tribunale del riesame aveva annullato l’iniziale ordinanza di custodia cautelare.

Mescolini nel 2021 è stato poi rimosso dal Csm e trasferito a Firenze come sostituto.

Il clamore mediatico ha investito anche fatti occorsi quando il dottor Mescolini era pubblico ministero presso la Dda di Bologna essendo stata tratteggiata la figura di un magistrato che ha a cuore le sorti degli esponenti locali del Partito democratico”. Lo disse Nino Di Matteo.

Parole pesanti.

Il Csm accertò che Mescolini avesse chiesto ai suoi sostituti di non iscrivere nel registro degli indagati il sindaco di Reggio Emilia, e come avesse imposto il rinvio delle perquisizioni in Municipio per “non influenzare” le elezioni comunali del giugno 2019: infatti le perquisizioni erano avvenute quattro giorni dopo la conferma del sindaco Luca Vecchi.

Bernini, anch’egli assolto da ogni accusa, ha chiesto che vengano riaperte le indagini di Aemilia e si faccia luce sugli esponenti del Pd emiliano, mai sfiorati dall’inchiesta. Questa settimana ha avuto un incontro con il procuratore di Bologna Gimmi Amato.

Non penso sia possibile, è passato troppo tempo. Però, chissà…

Paolo Comi

Il Lazio.

Roma.

Ostia.

Roma.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto Quotidiano” il 9 settembre 2023.

[…] L’altroieri il governo annuncia l’ennesimo giro di vite da grida manzoniana: manette più facili, pene più alte, divieti assortiti fra cui quello credibilissimo di usare il telefono, multe, Daspo, ammonimenti, revoche di patrie potestà e altre trovate “securitarie” (quelle che spacciano per sicurezza nei fatti la rassicurazione a chiacchiere). 

Il tutto riservato ai minorenni: baby pusher, baby bulli, baby gang, baby delinquenti, baby doll, soprattutto se non condannati in via definitiva. Per i maggiorenni, purché ricchi e/o potenti e/o famosi, meglio se pregiudicati e detenuti, la pena massima resta il Parlamento.

O, per i più sfortunati che non possono più entrarci perché condannati a più di 2 anni, la libertà di girare e fare i loro porci comodi. Proprio mentre il governo partoriva la “stretta” per gli juniores, due bei seniores provvedevano a rammentarci come funziona la giustizia all’italiana. Uno è Denis Verdini, suocero del vicepremier Salvini, ex senatore berlusconiano e poi, per coerenza, filorenziano. 

Condannato in Cassazione a 6 anni e mezzo e in appello a 5 e mezzo per due bancarotte fraudolente, dovrebbe essere in galera. Ma nel 2021, dopo appena 91 giorni, il giudice di sorveglianza lo scarcerò d’urgenza da Rebibbia perché era un “soggetto particolarmente vulnerabile al contagio da Covid” e occorreva “tutelare in via provvisoria la sua salute”. Lo stesso contagio lo rischiavano gli altri 1.200 ospiti del carcere, ma non si chiamavano Denis né Verdini, dunque restarono dentro.

Da allora, il nostro eroe è ai domiciliari a Firenze, ma il Tribunale di sorveglianza gli concede di andare a Roma 3 volte a settimana per visite dentistiche (a Firenze, si sa, non esistono dentisti). E lui, già che c’è, nel tragitto incontra il sottosegretario Freni (leghista come suo genero), manager Anas e l’ex deputato e imprenditore pregiudicato Bonsignore. 

Cioè viola le pur generose prescrizioni per infilarsi – sostengono i pm – in nuovi traffici. Uno si aspetta che lo rimettano in carcere, come gli evasi normali. Invece lo indagano, ma rimane a casa sua.

L’altro è Salvatore Buzzi, già ergastolano per omicidio, poi graziato, ricondannato a 12 anni e 10 mesi definitivi per le corruzioni di “Mondo di mezzo”. Secondo calcoli e ricalcoli, dovrebbe star dentro fino al 2028. Invece è uscito dopo un solo anno: la Cassazione ha scoperto che, essendo alcolista, aveva iniziato la riabilitazione proprio sette giorni prima del verdetto definitivo; ergo il suo arresto fu illegittimo, perché non gli diede il tempo di chiedere di andare in comunità. 

Resta da capire cosa debba fare di più un povero delinquente Vip per finire in galera e restarci. A parte tornare bambino.

La questione immorale. Tommaso Cerno su L'Identità il 22 Settembre 2023.

Se non è questa una questione morale da aprire, beh significa che davvero la sinistra ha cambiato le sue parole d’ordine. Dice di sapere bene di aver sbagliato. E lo dice uno che sta in galera. Ma quella Mafia Capitale, su cui poi quella parola mafia è stata così tanto discussa, sembra avere dimenticato l’altro sostantivo: Capitale.

E così Salvatore Buzzi, uscito di prigione per un cavillo e già pronto in cuor suo a tornarci, muove uno j’accuse a quella politica che lo portava a bere la tazzulella e cafè e che poi se l’è data a gambe quando il processo è cominciato. Sissì, parliamo proprio di quel signore che aveva detto al telefono che i migranti fanno guadagnare più della cocaina. E a vedere in che stato sta messo il nostro Paese c’è proprio da credergli. E così in una intervista al giornalista Edoardo Sirignano, il Buzzi si toglie qualche sassolino.

E apre una questione mastodontica su di noi e sui processi. Non tanto quelli fatti, ma forse quelli che non si faranno mai. Porta due esempi che fanno accapponare la pelle. E lo dice così, come parla uno che ormai ha rinunciato a tutto. Dice che quando c’era lui in mezzo a quelle cooperative milionarie il convento era ricco e i frati erano poveri, mentre invece il caso Soumahoro ci mostra che i miliardi sono gli stessi, ma stavolta il frate è in Parlamento mentre povero è il convento. E ci racconta anche come lui si senta vittima di uno straordinario errore giudiziario a rovescio.

Eravamo in dieci imputati, 8 di noi hanno confessato, hanno ammesso davanti al magistrato di avere fatto proprio quello che la Procura ci contestava ma, dice ridendo, siamo stati assolti. Un palese errore della Giustizia. Che forse salvando loro evitava che qualche coperchio in più su quelle pentole piene di soldi che sono la storia di quegli anni oscuri della Capitale si scoperchiasse e mostrasse là dentro la faccia di qualche politico importante, di quella sinistra e di quel Pd che governava Roma, e che come racconta Buzzi improvvisamente non gli telefonava più-

Insomma, leggetevi l’intervista qui a fianco. Che cosa ci dice davvero Salvatore Buzzi. Una cosa banale quanto grave. Noi non abbiamo fatto chiarezza su Mafia e su Capitale.

Noi non siamo arrivati fino in fondo a questo racconto. Noi ci siamo fermati in superficie, quando un pezzo di Paese era contento per avere ottenuto dei colpevoli e forse un altro pezzo di Paese sospirava sapendo di essersela cavata. È proprio al centro di questo ponte tibetano fra una sponda e l’altra della Giustizia, l’accusa che diventa condanna, che bisogna guardare mentre si cammina. Perché se la capitale d’Italia è stata davvero incastrata in un sistema di guadagni facili e di crimini è difficile immaginare che nessuno lo sapesse.

Buzzi: “Corrotto dalla sinistra, intanto Soumahoro è in Parlamento”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 22 Settembre 2023.

“Sto pagando per essermi fatto corrompere da quella sinistra che prima mi ha utilizzato e oggi non mi vuole più sentire. Posso dire, però, che nelle mie cooperative il convento era ricco e i frati poveri, non come invece accade in quelle cooperative vicine a Soumahoro”. A dirlo Salvatore Buzzi, qualche giorno fa uscito dal carcere. E’ forse il nome più noto dell’inchiesta che sconvolse Roma, quella Terra di Mezzo che mise sotto i riflettori della magistratura il sistema delle cooperative e i suoi rapporti con la politica. E creò un terremoto nel sistema dell’accoglienza. Buzzi non parlava da anni e accetta di farlo con L’Identità.

Quali le sue condizioni di salute?

Sta un po’ ammaccato perché si è fatto undici mesi e sei giorni di ingiusta detenzione. Lo ha detto la Cassazione, aprendomi la strada a un’eventuale richiesta di risarcimento danni. Trovandomi in una comunità per curarmi dall’alcolismo dovuto alle varie depressioni, non potevo essere arrestato. La normativa non lo prevede. Sono, invece, stato mandato in carcere per un incidente di esecuzione. Sono dovuto arrivare fino in Cassazione per avere ragione. Questo vuol dire che la giustizia con me è stata a dir poco sopra le righe. Avevo diritto a una sospensiva che non mi è stata data, mentre a tutti gli altri diciannove imputati in quel famoso processo è stata concessa.

Qual è la sua giornata tipica?

Sono fuori da pochissimi giorni. Sono stato scarcerato il 6 settembre. Entro pochi giorni andrò in una comunità per curarmi dalle mie dipendenze. La giornata tipica di Buzzi è girare fra comunità, avvocati e salutare amici. È come se stessi vivendo un lungo permesso premio.

Nel libro di Baccolo ha deciso di raccontare la sua verità. Perché ha sentito quest’esigenza?

Ho detto per la prima volta la verità nel 2015, durante gli interrogatori. L’ho ridetta, poi, nel 2017, in occasione del processo. Le varie udienze possono essere ascoltate su Radio Radicale. È tutto registrato. L’ho ridetta nell’appello del 2021. Ho più volte provato a raccontare qualcosa di scomodo, tanto che quattro editori hanno rifiutato il libro di Baccolo. Abbiamo, poi, trovato per fortuna la Bussola che ci ha permesso di pubblicare quanto realmente successo. Il libro è uscito il 6, lo stesso giorno della mia inaspettata scarcerazione.

Buzzi, intanto, è conosciuto per essere l’uomo delle cooperative. Negli ultimi mesi abbiamo visto diversi scandali, come quello legato alla famiglia del deputato Soumahoro. Che idea si è fatto rispetto a tutto ciò?

Le mie cooperative erano amministrate benissimo, tanto è vero che non è stato trovato nessun reato fiscale, nessun omesso versamento di contributi, nessun mancato pagamento di stipendio. Hanno trovato soltanto tante corruzioni, che mi hanno addossato perché ho assunto delle persone su segnalazione dei politici.

Da dove arrivavano queste segnalazioni?

Tutte dalla sinistra. La mia casa madre era quella.

I signori, che a suo dire, prima la chiamavano per pagarle quotidianamente il caffè, adesso sono interessate alla sua salute?

Non mi ha chiamato nessuno di loro. Quando, invece, servivo il mio telefono squillava ogni secondo. Nella sconfitta, purtroppo, ognuno di noi resta sempre solo. Io, però, nemmeno cerco questi signori. Mi è dispiaciuto solo tanto che quelli del Pd non mi abbiano difeso dall’accusa di Mafia. Buzzi ha dato dei soldi, avrà corrotto qualcuno, ci può stare. Come fai, però, a non difendere chi è cresciuto insieme a te dall’accusa di criminalità organizzata? In questo modo avrebbero pure aiutato Pignatone a non fare una bruttissima figura.

Ciò non significa che Buzzi non vuole pagare per i reati commessi?

Io sono l’unico in Italia che ha preso dodici anni e dieci mesi per corruzione. Impossibile trovarne un altro. L’avvocato Amara, che ha corrotto magistrati, ha patteggiato a tre anni e mezzo.

Nonostante questo, però, ammette di aver sbagliato?

Assolutamente! Mi dispiace, però, che altri soggetti, che hanno sbagliato come me, non sono stati nemmeno inquisiti, ma archiviati. Questa è la giustizia in Italia.

Adesso è al governo il centrodestra. Nordio riuscirà a fare la tanto discussa riforma?

No! Vedo un governo, purtroppo, sempre più giustizialista. Mi stupisco di Nordio. Sono quaranta anni che scrive contro le cose che sta facendo. Oggi ha introdotto l’omicidio nautico. Tra poco introdurremo quello con le vacche, con i cani? Già c’è quello colposo, quello stradale. A cosa serve l’ennesima inutile novità? Siamo di fronte a un governo che si esprime sulla sicurezza solo con gli aumenti delle pene. La riforma della giustizia? Volevano eliminare l’abuso d’ufficio e il traffico di influenze, ma poi si sono spaventati con due o tre starnuti del Fatto Quotidiano. Non capisco dove si vuole andare. Nordio è stato un grande magistrato e lo ripeterei mille volte. Fa, però, delle cose che ha sempre criticato quando scriveva sul Messaggero.

In Italia, però, diversi sono coloro che si professano garantisti…

Quello vero lo fa solo Sansonetti. Tutti gli altri sono a senso unico, cioè se toccano l’amico sono garantisti, mentre se a essere colpito è il nemico non lo sono più. Lo abbiamo visto sul caso Soumahoro, pur non avendo niente da condividere con questo soggetto.

Ha conosciuto quelle cooperative?

Per fortuna non avevo niente a che dividere con quel mondo. Tra noi, allora, circolava un detto di Rino Formica, ex ministro socialista degli anni Ottanta: convento ricco e frati poveri, ovvero Buzzi. Lì, invece, accadeva l’esatto contrario: il convento era povero e i frati ricchi. Non a caso quando ci sono stati gli arresti relativi a Mafia Capitale la Cooperativa aveva un patrimonio da 30 milioni di euro, mentre io sono stato trovato con poche cose.

Buzzi, intanto, continua a pagare la sua pena, mentre altri girano tranquillamente?

La moglie di Soumahoro e soprattutto la suocera, artefice di quel disastro, è a piede libero.

Quando ha visto sui giornali tutte queste vicende, come Qatargate, cosa ha pensato?

Eva Kaili è una mia eroina. Accusata ingiustamente, si è difesa, ha fatto il carcere e non gli hanno fatto vedere la figlia. Il tutto mentre il figlio del magistrato che inquisiva faceva affari con la figlia di Arena, eurodeputata socialista, che non ha fatto nemmeno un giorno di carcere. Anche lì ci troviamo di fronte a qualcosa di anomalo. Hanno arrestato Kaili, Panzeri, però, guarda caso, non hanno toccato Arena.

Cosa è cambiato nella capitale rispetto a quello che era il mondo di Buzzi?

A mio parere, non è cambiato nulla. I problemi di Roma sono gli stessi e sempre gli stessi rimarranno. Con queste parole, ho detto tutto.

La vittoria del centrodestra alla Regione Lazio può segnare una svolta?

Spero che Rocca, che ho conosciuto personalmente, riesca a fare riforme utili. Stiamo parlando di una persona molto competente, essendo stato un manager del sociale. La Regione è un mostro di burocrazia, una macchina difficile da governare. Vediamo cosa riuscirà a fare questo presidente.

L’Italia, intanto, vuole sapere la verità sul mondo sommerso di Roma…

Anche io sono ancora curioso di sapere come finisce questo film. Ho ancora quattro anni e mezzo di pena da espiare. Non ho mai contestato la sentenza, anzi la rispetto. Sono curioso di capire se il libro scritto da Baccolo verrà pubblicizzato e soprattutto se la gente sarà curiosa di conoscere quanto è successo. Così si capirà uno bello spaccato dell’Italia…

Può anticipare qualcosa?

Eravamo in dieci imputati, in otto abbiamo confessato e ci hanno assolto tutti. Anche io! Questo vale più di mille dichiarazioni! Perché? È la domanda che dovrebbero porsi tutti quelli che oggi commentano questa storia.

Le accuse di Buzzi i silenzi del Pd i dubbi di Schlein. Rita Cavallaro su L'Identità il 23 Settembre 2023 

Parla Salvatore Buzzi e il Pd romano tace. Perché tanto la narrazione del ras delle cooperative di sinistra, travolto dal terremoto giudiziario di Mafia Capitale, ormai è storia vecchia, minimizzata con un’abile strategia della comunicazione e relegata a livello “cazzaro”. Così, dietro un veltroniano “si scherza, ma anche no”, i dem capitolini continuano ad evitare di affrontare la questione morale che l’inchiesta sul Mondo di mezzo, nel 2014, aveva reso palese con gli arresti illustri, le mazzette, gli affari d’oro sugli immigrati che ormai rendono più della droga. Da sinistra a destra, il sistema corruttivo dei politici a libro paga di Buzzi è stato messo nero su bianco nelle decine di migliaia di pagine del processo che, alla fine, ha fatto cadere l’accusa di mafia e ha lasciato così com’era la Capitale. Con un colpo di spugna, in Campidoglio hanno semplicemente cancellato dalla banca dati degli appalti la cooperativa 29 giugno di Buzzi e hanno puntato su altri cavalli, provenienti sempre dalla stessa scuderia, quella della sinistra.

Che corrono e vincono le corse capitoline finché non arriva un giudice a fermare la gara, perché le irregolarità sono così evidenti da non poter volgere lo sguardo altrove. E allora torna alla ribalta la questione morale, che deve essere difficile da perseguire se ogni due per tre scoppia lo scandalo, se perfino la famiglia del deputato con gli stivali Aboubakar Soumahoro guadagna centinaia di migliaia di euro sulla pelle dei migranti, con un giro d’affari di 65 milioni di fondi pubblici per i centri di accoglienza e più di due pagati da Roma Capitale dal 2016 sui conti della Karibu, la cooperativa della suocera Maria Therese Mukamitsindo, nella cui gestione era coinvolta anche la moglie di Soumahoro, Liliane Murekatete. Uno scandalo che ha campeggiato sui giornali per un paio di settimane, un fascicolo aperto alla Procura di Latina, poche decine di migliaia di euro sequestrati e nulla di più. “La moglie di Soumahoro e soprattutto la suocera, artefice di quel disastro, è a piede libero”, ci ha detto in esclusiva Buzzi, il compagno-corruttore abbandonato da tutti, che guarda con amarezza al doppiopesismo nei confronti del compagno con gli stivali seduto invece in Parlamento. Ma non si tratta di un gesto ad personam, di chi è più bravo o più simpatico al partito, piuttosto di una questione di opportunità. Di fingere che non sia successo nulla, di incedere sulla scia del meme “a mia insaputa” o, male che vada, di negare sempre, anche di fronte all’evidenza, per tutelarsi da possibili coinvolgimenti finanche morali e salvaguardare un partito che già ha fin troppi problemi.

D’altronde le correnti che infestano il Nazareno si riflettono anche nel Pd romano, dove il sindaco è fantasma soltanto per i cittadini, che si trovano con una Capitale allo sbando, ma resta attivo sulla scacchiera dem nella partita per la corsa al potere. Roberto Gualtieri, seppure espressione di una fronda minoritaria rispetto alle altre due anime che seguono la linea della segretaria Elly Schlein, ha un peso importante legato non solo al suo ruolo apicale in Campidoglio, ma anche all’amicizia di lunga data con colui che è considerato l’altro sindaco di Roma, Claudio Mancini. Il primo cittadino, inoltre, è inserito nel polo di Stefano Bonaccini, il maggior competitor di Elly, tanto che sta portando avanti progetti in netta contrapposizione con la visione della segretaria. Primo tra tutti il mastodontico inceneritore per i rifiuti della Capitale, un’opera che Gualtieri deve realizzare a tutti i costi per dimostrare l’azione celodurista all’interno della Federazione romana del Pd e conquistare quello che, fin dall’inizio, è l’obiettivo primario del sindaco, ovvero la completa autonomia del suo ufficio capitolino da quelli che sono i dettami del Nazareno. Un modo per smarcarsi anche dai vecchi compagni delle amministrazioni del passato, quelli che sono sopravvissuti indenni e silenti agli scandali di Mafia Capitale, i cui tentacoli avevano lambito perfino la Regione Lazio guidata all’epoca da Nicola Zingaretti.

La cui posizione venne archiviata nell’inchiesta, nonostante gli attacchi che Buzzi continua a rivolgere all’ex segretario del Pd. Zingaretti, seppure siede in Parlamento, è riuscito a prendere in mano la segreteria romana del partito, che il 12 luglio scorso ha eletto a capo Enzo Foschi, uomo vicino all’ex governatore. Della scuderia di Zingaretti anche Nicola Passanisi, che ha ottenuto l’incarico di tesoriere e che, dopo una serie di attacchi arrivati dalle anime di base riformista del suo stesso partito, poiché aveva assunto anche il ruolo nel cerimoniale della Regione Lazio a traino centrodestra con il presidente Francesco Rocca, si è dimesso. Non per incompatibilità legale o amministrativa, ma perché quel doppio ruolo con un piede a destra e uno a sinistra rappresentava un’inopportunità politica. Restano infine i nodi da sciogliere nei rapporti di forza tra il Pd romano e quello laziale del nuovo segretario Daniele Leodori, uomo forte di Dario Franceschini e di quell’area dem che vede in Elly Schlein il futuro della sinistra.

Mafia Capitale, il ras delle coop Buzzi torna libero: ecco cosa è successo. La scarcerazione è legata ad un provvedimento della Cassazione che definito illegittimo l’ordine di esecuzione del suo arresto. Deve scontare ancora 5 anni di pena. Orlando Sacchelli il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Il ras delle coop romane Salvatore Buzzi, coinvolto nell'inchiesta su "Mafia Capitale" e in seguito condannato, torna in libertà. Da un anno circa era detenuto nel penitenziario di Catanzaro.

La sua scarcerazione, come riferiscono alcune fonti della difesa, giunge dopo un provvedimento della Cassazione che ha giudicato illegittimo l'ordine di esecuzione di arresto. Da qui la scarcerazione, disposta dalla Corte d'Appello di Roma e della Procura generale.

Le difese hanno trenta giorni di tempo per chiedere al tribunale di sorveglianza di Roma la misura alternativa dell'affidamento terapeutico per Buzzi, che dovrebbe scontare ancora circa cinque anni.

L'arresto era scattato nella tarda serata del 30 settembre 2022, a Lamezia Terme (Catanzaro), eseguendo un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale di Roma dopo che la Cassazione aveva reso definitiva la condanna (a 12 anni e 10 mesi) per associazione per delinquere, corruzione, turbata libertà degli incanti e trasferimento fraudolento di valori.

La Cassazione aveva confermato le condanne a 10 anni di reclusione per l’ex Nar Massimo Carminati e a 12 anni e 10 mesi per Salvatore Buzzi, ex ras delle cooperative.

Una vita turbolenta, poi il riscatto

Nato a Roma il 15 novembre 1955, di umili origini, si mette nei guai ben presto rubando assegni dalla banca in cui era impiegato. Ricattato da un suo complice, Buzzi il 26 giugno 1980 lo uccide a coltellate. Insospettabile, verrà incastrato da una macchia di sangue nella sua auto. Viene condannato a trenta anni di carcere. Dietro le sbarre, detenuto a Rebibbia, compie un percorso di riscatto: si laurea (è il primo carcerato in Italia a raggiungere tale obiettivo) e lavora come bibliotecario. Nel 1984 con altri detenuti organizza un convegno sulla situazione carceraria in Italia. Si mette in luce per un intervento, ricevendo gli elogi di autorevoli esponenti del Pci (Stefano Rodotà e Luciano Violante). Pena ridotta a 14 anni e 8 mesi, continua ad essere attivo nell'organizzazione di eventi sui problemi dei detenuti. Tra condoni, indulto e altri sconti di pena, alla fine trascorre dietro le sbarre sei anni, altri due in semilibertà e un anno e mezzo in libertà condizionata. Nel giugno 1994 ottiene la riabilitazione. Nel frattempo continua a lavorare nel mondo delle cooperative sociali, legate al mondo della sinistra, in cui si è lanciato a partire dal 1985. Si è occupato di business molto reditizzi, quali la raccolta dei rifiuti e l'accoglienza degli immigrati, arrivando a fatturare 60 milioni l'anno. Dal 1994 gli vengono assegnati diversi appalti grazie alle amministrazioni di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni.

L'arresto per Mafia Capitale

ll 3 dicembre 2014 Buzzi viene arrestato nell'ambito dell'inchiesta Mafia Capitale. Con lui in carcere finiscono anche Massimo Carminati, considerato il capo del sodalizio, e altre 35 persone. Per gli inquirenti Buzzi tramite la cooperativa "29 giugno" avrebbe distratto ingenti somme di denaro per sé e i suoi sodali. L'inchiesta tentò di fare luce sulle infiltrazioni criminali nella Capitale, tra politica, imprese e istituzioni, attraverso un sistema ben oliato di corruzione volto a ottenere appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma e dalle aziende municipalizzate. Condannato a 19 anni di reclusione dal tribunale ordinario di Roma, la corte di appello nel settembre 2018 riduce la pena a 18 anni e 8 mesi, riconoscendogli il reato di associazione di stampo mafioso. La Cassazione il 22 ottobre 2019 ha annullato l'aggravante mafiosa a carico degli imputati, riconoscendo due distinte associazioni "semplici": quella riconducibile a Carminati e quella riferita a Buzzi. Gli sono stati concessi i domiciliari.

«In carcere illegittimamente». Torna libero Salvatore Buzzi. Processo Mondo di mezzo, Buzzi era finito in cella prima che gli atti venissero inviati al magistrato di sorveglianza per valutare la liberazione anticipata: ora servirà un nuovo procedimento. Valentina Stella su Il Dubbio il 7 settembre 2023

«Salvatore Buzzi per un anno è stato illegittimamente in carcere e qualcuno ovviamente dovrà rispondere di questa violazione»: queste le dure parole dell’avvocato Alessandro Diddi in merito alla scarcerazione avvenuta ieri del suo assistito, difeso insieme alla collega Annaisa Garcea. Ripercorriamo la vicenda: il 29 settembre dello scorso anno, l’uomo, condannato nel processo “Mondo di mezzo” e non più “Mafia Capitale”, fu arrestato e tradotto in prigione a Catanzaro dai Carabinieri del Ros, col supporto in fase esecutiva del gruppo Carabinieri di Lamezia Terme (Catanzaro), a seguito di un ordine di carcerazione emesso dalla Procura generale di Roma dopo la pronuncia della Corte di Cassazione, che rese definitiva la condanna a 12 anni e 10 mesi per associazione per delinquere e corruzione. I militari lo andarono a prendere all’una di notte presso una comunità terapeutica dove si era fatto ricoverare per problemi di alcolismo e tutti i tg notturni aprirono con questa notizia: almeno Buzzi, visto che Carminati era in libertà, tornava in carcere, altrimenti tutto quel processo a che era servito? Buzzi al tempo doveva ancora espiare una pena residua di 7 anni e 3 mesi. Rispetto a questa decisione i legali presentarono ricorso in Cassazione.

Come ci ha spiegato il suo legale Alessandro Diddi, «secondo l’articolo 94 del d.P.R. 9 ottobre 1990 Buzzi poteva scontare la pena in comunità terapeutica. La procura generale della Corte di Appello di Roma aveva il dovere di valutare questa situazione invece, in maniera del tutto affrettata, appena arrivò la decisione della Cassazione emise immediatamente l’ordine di carcerazione per il mio assistito, invece di sospenderlo. Alla notizia fu subito dato ampio spazio in tutti i tg della notte. Era necessario far vedere che uno dei due principali condannati – visto che Carminati è libero - andasse in prigione dove aver montato tutto quel processo». Infatti, come leggiamo nella sentenza della Cassazione, «ai sensi dell’articolo 656 cpp, il pubblico ministero, chiamato a curare l’esecuzione delle pene detentive brevi, deve, contestualmente all’ordine di esecuzione, adottare un decreto di sospensione, assegnando al condannato il termine di trenta giorni per valutare la proposizione di richiesta di ammissione ad una o più misure alternative».

Cosa che invece non è avvenuta: «Noi abbiamo fatto ricorso per Cassazione, eccependo la violazione della legge processuale per avere la Corte di Appello omesso di considerare che l’atto impugnato è stato emesso in spregio al disposto dell’art. 656 cpp, che avrebbe imposto, tra l’altro, al pubblico ministero, prima di emettere l’ordine di esecuzione, di trasmettere gli atti al magistrato di sorveglianza al fine di provvedere all’eventuale applicazione della liberazione anticipata». Come sappiamo adesso, «la Cassazione ci ha dato ragione», dice Diddi. La sentenza è del 26 aprile, ma le motivazioni solo di qualche giorno fa, per questo l’uomo ha lasciato il carcere calabrese due giorni fa per tornare da sua moglie a Roma. Intanto però – conclude l’avvocato - «l’uomo per un anno è stato illegittimamente in carcere e ovviamente dovrà rispondere di questa violazione».

Ora il nuovo procedimento in un’altra sezione della Corte di Appello servirà a stabilire se Buzzi potrà continuare a scontare la pena in ambiente terapeutico. La scarcerazione arriva in contemporanea alla chiusura per andare in stampa del libro intervista sulla storia di Salvatore Buzzi curata da Umberto Baccolo dal titolo “Mafia Capitale - La gara Cup del Pd di Zingaretti”, edito da “la Bussola” con contributi di Sergio D'Elia (Nessuno Tocchi Caino), Tiziana Maiolo, Otello Lupacchini e Vittorio Sgarbi.



 

Ostia.

Salvatore Giuffrida per repubblica.it il 7 gennaio 2023.

Montano le proteste a Ostia per Usr-Suburra eterna, la nuova fiction della serie Suburra prodotta da Cattleya per Netflix: le riprese iniziano lunedì fino al 23 febbraio fra l'Idroscalo e Ostia Nuova. Molti chiedono a Netflix di bloccare la "gogna mediatica e facili etichettature su mafia e Ostia": è sufficiente fare un giro sui social o fare un giro per le strade.

 "Dopo il commissariamento per mafia è sempre la stessa storia, siamo ormai etichettati e queste fiction contribuiscono ad alimentare questa immagine che si vuole dare ma è sbagliata", spiega Mattia Petrini, 33 anni, figlio di Roberto titolare dello stabilimento balneare La Nuova Pineta-Pinetina e figura di spicco nel panorama imprenditoriale del litorale. "Non sono io la persona preposta a dire se a Ostia c'è la mafia: noi siamo cresciuti con l'idea che la mafia fa un certo tipo di azioni, che a Ostia sono circoscritte a realtà delinquenziali che ci sono in ogni parte d'Italia".

Sui social l'associazione Il Marforio chiede di stoppare la gogna mediatica della fiction: "la serie tv infanga il nome di Ostia e i suoi cittadini: conosciamo quanto la serie Suburra, e il precedente film di Stefano Sollima, danneggiò l'immagine di Ostia: ci descrissero come un territorio di mafia, in balia di guerre intestine tra clan: la serie televisiva di Netflix romanzò una realtà amplificata all'ennesima potenza per catturare ascolti facili. In una chirurgica operazione di marketing per portare soldi a Netflix, in quasi ogni scena si è messa in atto una macchina del fango contro Ostia e i suoi cittadini. Una gogna mediatica cui nessun sindaco - o sindaca - si è mai opposto".

 Le riprese saranno girate soprattutto fra via dell'Idroscalo e via degli Aliscafi: stesso cast della serie Suburra, tra cui Filippo Nigro e Giacomo Ferrara nel ruolo di Spadino. Del resto Ostia è stata il set naturale di Amore Tossico, film girato nel 1983: erano gli anni delle siringhe ancora sporche di sangue infilzate sulle cortecce dei pini di Ostia e Claudio Caligari, oggi chiamato "il maestro", non lo girò con attori professionisti ma con persone tossicodipendenti di Ostia Nuova, adesso quasi tutti deceduti.

Furono forti negli anni successivi le polemiche sulle facili etichette, ma adesso il film è considerato un capolavoro del cinema neorealista. Dopo il commissariamento per mafia e le inchieste sulle collusioni fra clan, amministratori municipali, politici e colletti bianchi di Ostia, il rapporto fra Ostia e mafia è una ferita aperta. Ma in molti riconoscono il problema e si oppongono alle critiche a Suburraterna.

 "Almeno si muove l'economia - spiega Alberto in un bar del centro - il problema è che a Ostia la mafia c'è perché esiste, non perché girano i film". La politica non chiederà a Netflix di stoppare la fiction. "Il problema di Ostia non sono queste fiction che portano indotto ed economia ma la mala politica che non tiene conto delle esigenze del territorio come rifiuti, trasporto e sanità", spiega Giuseppe Conforzi, capogruppo di Fratelli d'Italia in consiglio municipale.

La Campania.

Mario Landolfi.

Nicola Schiavone.

Luciano Mottola.

Mario Landolfi.

Gasparri: «Condannarono Landolfi solo per non sconfessare un pentito». Secondo il parlamentare azzurro, il politico che aveva fatto parte del terzo governo Berlusconi sarebbe vittima di una sentenza «pro collaboratore di giustizia». Errico Novi su Il Dubbio il 3 novembre 2023

Mario Landolfi, oggi, potrebbe essere una prima linea del governo di Giorgia Meloni. Non è un’ipotesi fantasiosa. Alla premier va riconosciuto l’impegno nel valorizzare le figure che, negli ultimi trent’anni, hanno scritto la storia della destra, prima in An, poi nel Popolo delle libertà e quindi in Fratelli d’Italia: da Ignazio La Russa ad Alfredo Mantovano fino al ministro delle Imprese Adolfo Urso. A Landolfi – che come gli altri è stato parlamentare di lunghissimo corso e che ha ricoperto anche un incarico di titolare delle Comunicazioni nel Berlusconi III – certamente sarebbe stato attribuito un ruolo importante.

Ma Landolfi è stato schiacciato dal tritacarne giudiziario. E dunque escluso irreparabilmente dalla politica. Con un effetto pietrificante pazzesco: perché le controverse vicende penali dell’ex parlamentare hanno origine da un’indagine della Dda partenopea del 2007, in cui vengono ipotizzate nei suoi confronti le accuse di corruzione e truffa aggravate dall’articolo 7, cioè dal fine di agevolare un’organizzazione mafiosa; una traiettoria che si conclude dopo 15 incredibilmente lunghi anni, il 4 marzo 2023, quando la Cassazione dichiara inammissibile l’ultimo ricorso di Landolfi, e ne rende così definitiva la condanna – che però nel frattempo si era ridotta a 2 anni con sospensione condizionale e col beneficio della mancata menzione nel casellario giudiziario – riferita non a un reato aggravato dall’agevolazione dei casalesi, ma al concorso in corruzione semplice di un consigliere comunale di Mondragone. Quindici anni di vita paralizzata, di carriera politica irreparabilmente distrutta, per una vicenda dal rilievo insignificante rispetto al quadro di partenza.

Ma non sarebbe questa incomprensibile stroncatura l’aspetto più significativo nella storia giudiziaria di Landolfi. A pensarlo è Maurizio Gasparri, altro esponente, nel ventennio berlusconiano, di quel drappello di politici di An, e che tuttora è attivissimo come senatore dell’attuale maggioranza. Ebbene, Gasparri è convinto, come si legge in un’interrogazione rivolta lo scorso 12 ottobre dal parlamentare forzista al guardasigilli Carlo Nordio, che «il tortuoso iter logico- argomentativo seguito dai giudici di 1° grado per emettere la sentenza» nei confronti di Landolfi « abbia come fine esclusivo la preservazione della credibilità del collaboratore di giustizia, impegnato come teste anche in altri processi istruiti dalla procedente Dda, nonostante le vistose falle del suo narrato».

Il teste a cui si riferisce Gasparri è il solo accusatore di Landolfi: si tratta di Giuseppe Valente, lui sì condannato per reati aggravati dal fine di agevolare la camorra ed ex vertice del Ce4, il consorzio costituito dai comuni della provincia di Caserta per gestire lo smaltimento dei rifiuti. Valente è stato un teste importante in processi di ben altro peso, nella cronologia della giustizia antimafia campana, a cominciare da quelli nei confronti di Nicola Cosentino. Ebbene, Gasparri ritiene che dietro la sentenza in cui è sopravvissuta una pur minima imputazione nei confronti di Landolfi vi sia un «obiettivo pro collaboratore di giustizia».

La pronuncia a cui fa riferimento l’interrogazione del parlamentare azzurro è quella con cui Landolfi, il 23 dicembre 2019, è stato condannato in primo grado. Si dirà: perché tutto dovrebbe dipendere da quella sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere se poi l’imputato Landolfi si è opposto fino al ricorso in Cassazione? Perché, come sostiene sempre Gasparri nella propria interrogazione, quella sentenza è stata sì riesaminata in Corte d’appello (a Napoli), ma in modo da confermare, nel 2022, il giudizio precedente «per relationem», cioè senza revisione delle prove. In Cassazione, come detto, non c’è stato alcun giudizio neppure sulla tenuta logica delle motivazioni alla base della condanna iniziale, giacché il ricorso di Landolfi si è infranto sul muro dell’inammissibilità.

Di certo, la tesi di Gasparri è molto pesante, ed è chiaro che solo un parlamentare nell’esercizio del sindacato ispettivo può permettersi di avanzare simili supposizioni nei confronti di un collegio giudicante. È impegnativa, la tesi di Gasparri, tanto più se si considera che, a fine interrogazione, il senatore chiede a Nordio di valutare se sussistano i presupposti per promuovere un’azione disciplinare a carico dei magistrati di Santa Maria Capua Vetere.

E quali sarebbero, per Gasparri, i segni che autorizzerebbero a ipotizzare una condotta dei giudici in contrasto con «gli articoli 27 comma 2 (presunzione d’innocenza) e 111 (giusto processo) della Costituzione» , nonché con il principio della «condanna “oltre ragionevole dubbio” ex art. 533 del Codice di procedura penale»?

Nell’ampia esposizione, il parlamentare di FI cita, fra le altre cose, l’inconsueta sequenza che ha segnato l’ultima fase del processo di primo grado a Landolfi: «La sentenza doveva essere emessa il 18 novembre 2019, ma in quella data, dopo sei ore di camera di consiglio, i giudici del Tribunale disponevano l’escussione ex articolo 507 del collaboratore di giustizia Giuseppe Valente, unico accusatore di Landolfi, nonostante già sentito in precedenza e nonostante l’acquisizione al dibattimento di ben 29 verbali di interrogatorio dallo stesso resi sull’identico tema in altri processi» , ivi incluso quello a Nicola Cosentino.

In effetti, è agli atti che il Tribunale ritenne come nella precedente escussione del pentito ci fossero state «più valutazioni conclusive che fatti puntualmente ripercorsi». Il punto è che i fatti non emersero con puntualità neppure dal nuovo esame del teste, compiuto in aula il 9 dicembre 2019. Anche in quel caso, sostiene Gasparri, le dichiarazioni di Valente furono «contraddittorie», segnate da una serie di frasi del tipo «io questo non lo ricordo e credo di non avergliene parlato», «non escludo di averglielo detto», «sinceramente non me lo ricordo». Insomma, la prova della condotta corruttiva di Landolfi non sarebbe venuta fuori. E secondo Gasparri, sarebbe proprio per questo che, nell’estendere la sentenza, si sarebbe deciso di «ignorare» quelle dichiarazioni e di «sostituirle con altre, provenienti dal processo Cosentino», che però, nelle motivazioni della condanna inflitta a Landolfi, risulterebbero, si afferma nell’interrogazione, «“amputate”».

E allora su cosa si reggerebbe la pur contenuta condanna a 2 anni per concorso materiale nella corruzione, risalente all’anno 2004, dell’ex consigliere mondragonese Massimo Russo? In una frase che la sentenza su Landolfi recupera non dall’esame bis, voluto come detto dagli stessi giudici in via eccezionale (il ricorso all’articolo 507 è molto raro, anche perché tende di fatto a riproporre la logica del giudice istruttore), ma appunto dalla testimonianza resa da Valente in un altro processo, contro Nicola Cosentino, in cui il pentito, si legge nella sentenza su Landolfi, disse «“credo ne avessi parlato anche con Landolfi”», ma dopo aver iniziato il periodo con la frase «no, di questa operazione l’unica persona che era informata era Nicola Cosentino. Ci mancherebbe. Perché in termini politici mi rapportavo direttamente con lui». Insomma, la richiesta a Landolfi di raccomandarsi per favorire Massimo Russo sarebbe, nella stessa dichiarazione, prima esclusa dal pentito e poi riproposta in forma comunque dubitativa. Ed è essenzialmente su questo che si basa una condanna per corruzione a carico di Landolfi ormai passata in giudicato. Una condanna che, col dispiegarsi della vicenda processuale per l’incredibile strazio di 15 lunghissimi anni, è costa all’ex ministro la carriera politica.

Nicola Schiavone.

Lo scandaloso caso del prof. Schiavone, un’odissea giudiziaria. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 26 Ottobre 2023

Questa storia ha dell’incredibile. Perché, anche se ne sembra il remake, non è ‘Ricomincio da capo’, film in cui il protagonista Bill Murray si trova a rivivere sempre lo stesso giorno, senza progredire. Questa è la storia, per me assai scandalosa, di un professore, Nicola Schiavone, un professionista, un settantenne per bene, incensurato, che per il solo fatto di avere un cognome sbagliato, identico a quello di un boss, e di averlo a Casal di Principe dove appunto alligna il clan col suo stesso cognome, si trova nei guai anche se la magistratura gli ha riconosciuto, facendo indagini su di lui, il titolo di persona per bene.

Accade infatti che nell’aprile 2016, il celeberrimo, famigerato Francesco Schiavone, in arte Sandokan, detenuto nel carcere di Parma, venga registrato mentre è a colloquio con i suoi familiari. Nel chiacchierare con loro, dice che “da zio Nicola pretende un aiuto economico protratto nel tempo”. E chi e’ ‘zio Nicola’..?, si chiedono i magistrati che ascoltano. Forse Nicola Schiavone. Scatta quindi l’iscrizione del professore nel registro indagati per 416 bis. Roba pesante. Seguono necessarie indagini corredate di intercettazioni ed escussioni varie da parte della Dda di Napoli (la più grande d’Italia), per mano di un pool composto da tre magistrati. Tra loro, una certa dottoressa Graziella Arlomede, che concorre pienamente alle indagini stesse: accertamenti bancari, intercettazioni, collaboratori di giustizia, viene setacciato di tutto. Le indagini portano gli stessi pubblici ministeri a chiedere l’archiviazione sul professore perché’ -scrivono- “non c’è elemento in relazione al 416 bis o a altra ipotesi delittuosa”. Tradotto: il professore e’ pulito. Tutto e’ bene quel che finisce bene? Mica tanto. Perché’ la dottoressa Arlomede, nel frattempo, ha creato un procedimento identico a carico di Schiavone, procedimento gemello di quello che porta il pool che la comprende a chiedere l’archiviazione. Una sovrapposizione, quella tra i due procedimenti gemelli, che dura un anno e mezzo. Il reato? Lo stesso per cui ha chiesto l’archiviazione. Gli elementi di indagine? Gli stessi. I pentiti sentiti? Gli stessi. Una cosa folle, ma -si dirà- che porta allo stesso epilogo, no? Manco per niente. Incassata l’archiviazione per il primo procedimento, il professor Schiavone incassa la richiesta di rinvio a giudizio per quello gemello fondato sugli stessi fatti. Come dire che due più due fa quattro oggi, e cinque domani.

E questo, malgrado nel primo procedimento persino il cassiere del clan dei Casalesi avesse detto chiaro e tondo ai magistrati che il professore nemmeno sapeva chi fosse (e non parliamo di un passante, ma della persona che avrebbe dovuto ricevere il pagamento a nome del clan).

Insomma, un pool di magistrati che include la dottoressa Arlomede archivia il professor Schiavone, ma la Arlomede indaga di nuovo il pover’uomo, per gli stessi fatti, indizi e spifferi di collaboratori di giustizia che hanno portato a quella archiviazione e attribuisce al tutto una valenza opposta, su cui poggia addirittura una richiesta di custodia cautelare ai domiciliari, ovviamente cestinata dal Tribunale del Riesame di Napoli e definitivamente stracciata dalla Cassazione. Con il che, logica vuole che ci si domandi: ma e’ normale che una Dda sostenga contemporaneamente due tesi opposte? Sul fatto, e sulla condotta quantomeno bizzarra della dottoressa Arlomede, butterà un occhio il Csm, cui i difensori, increduli, del Professor Schiavone, si sono rivolti. ‘Ricomincio da capo’, a confronto, era una favoletta. Andrea Ruggieri

Luciano Mottola.

Dopo carcere e domiciliari, Riesame annulla tutto. Voto di scambio politico-mafioso, torna libero l’ex sindaco di Melito Luciano Mottola. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 5 Dicembre 2023

Dopo tre settimane in carcere e sette mesi agli arresti domiciliari, torna libero Luciano Mottola, l’ex sindaco di Melito coinvolto nell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che lo scorso aprile portò il Gip Isabella Isaselli a firmare un’ordinanza nei confronti di Mottola e di altre 17 persone per scambio elettorale politico-mafioso (416 ter). Dopo le istanze presentate dal legale Alfonso Quarto, Mottola ottiene prima gli arresti domiciliari il 5 maggio scorso, poi il 20 ottobre la seconda sezione della Corte di Cassazione accoglie una nuova istanza presentata dalla difesa, rinviando tutto al Riesame.

Tribunale della libertà (decima sezione) che ieri, 4 dicembre, ha annullato l’ordinanza che disponeva i domiciliari, disponendo l’immediata liberazione di Mottola. In attesa del processo, finisce l’incubo per l’ex sindaco di Melito, nonché giornalista, coinvolto in una inchiesta (condotta dai pm napoletani Giuliano Caputo e Lucio Giugliano, sotto il coordinamento del procuratore Rosa Volpe) dove, nell’ordinanza di custodia cautelare, viene chiamato in causa da terzi, da imprenditori e pseudo politici coinvolti in una campagna elettorale caratterizzata da promesse economiche, posti di lavoro ma soprattutto, così come sempre più spesso accade in ogni angolo d’Italia, da fiumi di parole che lasciano il tempo che trovano.

Adesso sarà il Gip, il 15 dicembre prossimo, a valutare le richieste di abbreviato condizionato avanzate dai legali degli indagati. Mottola, ad oggi, è stato l’unico ad ottenere i domiciliari a tre settimane dal blitz e l’unico a tornare in libertà nelle scorse ore. “Siamo contenti” dichiara al Riformista il penalista Alfonso Quarto che resta concentrato sulle prossime tappe giudiziarie.

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Denuncia irregolarità, subisce il 'furto' dei consiglieri, promette campetti di calcio nel rione popolare e finisce in carcere. L’arresto di Luciano Mottola: cosa non torna nell’inchiesta sul sindaco di Melito dove per i pm “tutto è camorra”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Aprile 2023 

Per la Procura di Napoli tutto è camorra a Melito. E poco importa se il clan Amato-Pagano, dedito soprattutto alla droga e alle estorsioni e fortemente ridimensionato nell’ultimo decennio da centinaia di arresti, punta, ‘forte’ dei circa 150-200 voti che millanta di avere a disposizione sui quasi 7mila che hanno decretato l’ultima vittoria, sull’aspirante sindaco sbagliato, che perde al primo turno e non arriva al ballottaggio.

Poco importa se alcuni esponenti della coalizione perdente decidono di appoggiare al ballottaggio il candidato sindaco che già aveva già preso più voti di tutti al primo turno e, per di più, appartiene allo stesso schieramento politico (quello di centrodestra). Poco importa perché, secondo i dogmi giudiziari, il sindaco di Melito “è eletto grazie alla camorra” e la democrazia, nel comune a nord di Napoli di circa 38mila abitanti, è sospesa da anni perché “tu lo sai, quello non ci vuole niente a cadere… tu lo sai come si cade no? Basta che abbuscano due di loro”.

E’ quello che gli investigatori provano a far emerge nell’inchiesta che nei giorni scorsi ha portato in carcere il sindaco Luciano Mottola, 39 anni, eletto nell’ottobre 2021, e altre 15 persone (altre due sono finite ai domiciliari). Scambio elettorale politico-mafioso l’accusa mossa dai pm napoletani Giuliano Caputo e Lucio Giugliano, sotto il coordinamento del procuratore Rosa Volpe, al termine delle indagini condotte dalla Dia del capocentro Claudio De Salvo.

Una vicenda singolare quella di Mottola (che prima di dedicarsi alla politica lavorava come giornalista, salvo poi ritrovarsi massacrato dai media in questi giorni) chiamato in causa da terzi, da imprenditori e pseudo politici coinvolti in una campagna elettorale caratterizzata da promesse economiche, posti di lavoro ma soprattutto, così come sempre più spesso accade in ogni angolo d’Italia, da fiumi di parole che lasciano il tempo che trovano.

Un caso ancora più singolare perché Mottola, così come emerge dall’ordinanza firmata dal Gip Isabella Isaselli, si presenta dai carabinieri della Compagnia di Marano ben due volte nelle settimane che precedono il voto. Una prima il 23 luglio e una seconda l’8 settembre. Nelle denunce Mottola fa riferimento alle pressioni esercitate dal clan nei confronti di alcuni elettori residenti nel rione di edilizia popolare 219. Fornisce nomi di aspiranti consiglieri, appartenenti alla coalizione del candidato sindaco Nunzio Marrone (non indagato perché l’appoggio della malavita lo avrebbe ottenuto il padre a sua insaputa) e che frequentano bar e zone di “competenza” della criminalità organizzata. “I camorristi lo sapete dove stanno” facendo riferimento al rione 219 ritenuto sotto il controllo del clan guidato, secondo gli investigatori, da Salvatore Chiariello (all’epoca dei fatti contestati latitante), Vincenzo Nappi (ammazzato in un agguato nel gennaio 2023) e Giuseppe Siviero.

Lo stesso Mottola, così come anche la candidata del centrosinistra Dominique Pellecchia, prima della presentazione delle liste si vede sottrarre diversi candidati costretti con poca diplomazia (e a malincuore) a sposare il progetto di Marrone, l’aspirante sindaco sul quale avevano puntato i reduci del clan Amato-Pagano, o addirittura costretti a fare campagna elettorale per la coalizione avversaria nonostante fossero candidati nelle liste dello stesso Mottola.

Uno sponsor politico, quello del clan, così efficace che ha visto lo stesso Marrone (appoggiato da Forza Italia, Lega, la Lista del pm anticamorra Catello Maresca e da altre liste civiche) uscire di scena al primo turno, preceduto dalla coalizione di Mottola (Fratelli d’Italia e liste civiche) e di Dominique Pellecchia (Pd, Cinque Stelle e liste civiche).

Ma andiamo con ordine e proviamo a riepilogare, numeri alla mano, i dati delle elezioni dello scorso ottobre 2021, elezioni sulle quali erano accesi i riflettori della procura partenopea, allertata dalla denuncia dell’ex sindaco di Melito Antonio Amente, scomparso in ospedale per colpa del Covid, nell’ottobre del 2020 (un anno prima, ndr), quando l’allora primo cittadino del comune denuncia di essere stato avvicinato da due soggetti in sella a una moto, che gli hanno intimato di dimettersi, altrimenti “vi facciamo cadere”. Sindaco di cui lo stesso Mottola era vice

Al primo turno il candidato sposato dalla criminalità organizzata raccoglie un totale di 4.806 preferenze (26,2%), dietro alla coalizione Pellecchia (6.608 preferenze, 36,1%) e a quella di Mottola (6.910 preferenze, 37,7%). Al ballottaggio Marrone non si schiera apertamente per Mottola ma, con buona pace della camorra e dalla magistratura, chi vota a destra difficilmente al secondo turno cambia idea e passa dall’altra parte. Il risultato finale è il seguente: Mottola ottiene 6.738 voti, Pellecchia 6.351.

Ma l’attenzione di Procura e Dia, ed è qui che già si ridimensiona l’inchiesta e, soprattutto, il dogma della camorra che comanda la politica melitese, è rivolta ad appena due seggi, il 22 e il 24 di via Lussemburgo, ritenuti sotto l’influenza del clan.

Ebbene, numeri alla mano, al primo turno nei due seggi in questione Mottola raccoglie in totale 336 voti, Pellecchia 173 e Marrone 541. Al ballottaggio il trend cambia di poco: Pellecchia scende a 148 voti, Mottola sale a 372. Un margine di 224 preferenze (non il triplo delle preferenze come c’è scritto nell’ordinanza…). Voti persino ininfluenti visto il distacco finale di 387 preferenze rispetto alla rivale del centrosinistra.

Ma lo stesso Mottola, secondo la ricostruzione investigativa, risulta eletto grazie all’accordo con la camorra locale. Accordo che avrebbe ottenuto in vista del ballottaggio quando alcuni consiglieri (Luigi Ruggiero e Antonio Cuozzo, il primo candidato in una civica di Marrone con 256 voti finali, il secondo candidato con Forza Italia con 472 voti) si fanno avanti con persone che sostengono Mottola per trovare un accordo (anche economico) che però non viene cristallizzato nelle intercettazioni ottenute ‘grazie’ a un captatore, un virus spia, un trojan insomma, inoculato sul cellulare di Emilio Rostan, 76enne imprenditore padre dell’ex deputata Michela Rostan e tra gli sponsor elettorali della coalizione Mottola, e su quello di Luigi Ruggiero, il candidato al consiglio comunale che lascia le liste di Mottola per passare in quelle di Marrone e… perdere. Salvo poi ritornare alla carica e sognare un posto nello staff del sindaco, svegliandosi poi quando gli viene spiegato che non è prevista alcuna retribuzione. Lo stesso Ruggiero che chiama più volte in causa anche l’ex sindaco del centrosinistra Venanzio Carpentieri, facendo riferimento a fantomatici incontri in vista del ballottaggio, Incontri dove garantisce appoggio anche alla coalizione guidata da Pellecchia. Insomma candidati spregiudicati e pronti a fare il doppio gioco pur di ottenere qualcosa in cambio.

Quali sono le colpe di Mottola? Aver fatto campagna elettorale che, inevitabilmente, porta a parlare e dialogare con tutti? Andare a denunciare, con nomi e cognomi, alcuni episodi sospetti che avvenivano nelle palazzine popolari? Promettere ai residenti del rione 219 la realizzazione di campetti di calcio nel rione? Questa è politica o camorra? Questa è riqualificazione del territorio o voto di scambio? 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

La Puglia.

Periodo antecedente l'omicidio di stampo mafioso del ragazzo di etnia rom. Nella relazione dell'antimafia i legami tra la malavita manduriana e le 'ndrine calabrese. La Redazione de La Voce di Mandurisa sabato 15 aprile

C’è ancora Manduria tra le 453 pagine della relazione del ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione investigativa antimafia. La criminalità della città Messapica, secondo la Distrettuale antimafia di Lecce che ha passato “gli appunti” al Ministero, presenta questa volta un consolidato collegamento con le ‘ndrine della ‘ndrangheta calabrese.

Si precisa che la relazione depositata l’altro ieri in Parlamento, si riferisce al periodo antecedente i gravi episodi criminali di stampo mafioso accaduti a Manduria (omicidio del diciannovenne di etnia rom con l’arresto di tre manduriani presunti autori del delitto e l’iscrizione sul registro degli indagati, ma estraneo all’omicidio, del cofondatore della Scu, Vincenzo Stranieri detto “Stellina”.

Riportiamo di seguito le parti della relazione della Dia in cui si parla di Manduria e di manduriani coinvolti in indagini per reati di mafia.

 «Un elemento del gruppo criminale, affiliato al clan Modeo (Walter, ndr) di Manduria , “rappresentava il punto di riferimento nella sistematica fornitura di sostanze stupefacenti nei confronti di taluni trafficanti dimoranti tra le province di Brindisi, Lecce e Taranto nonché in provincia di Reggio Calabria”. Tale soggetto “costantemente affiancato dalla convivente…… risultava in affari, mediante la fornitura di partite di eroina con alcuni personaggi vicini alla ‘ndrina Cua-Ietto-Pipicella, operante in Natile di Careri (RC)”. I profitti ottenuti con il traffico di droga erano stati oggetto delle pretese avanzate dalla frangia mesagnese della sacra corona unita “a titolo di compenso per il traffico di droga nel proprio territorio di competenza”.

A Manduria, prima della sua disarticolazione, operava il clan Stranieri il cui elemento di vertice è ritornato a risiedere in quel Comune dopo un lungo periodo di detenzione190. Riguardo all’operatività delle frange della sacra corona unita nel territorio di Manduria, si richiama il decreto di confisca191, per un valore di 500 mila euro, operato dalla DIA il 23 maggio 2022 a carico di un elemento condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione, ricettazione, nonché detenzione e porto illegale di armi. Il soggetto figura anche fra gli indagati dell’operazione “Impresa” che nel 2017 aveva documentato l’esistenza di una struttura criminale operante nel tarantino e nel brindisino, costituita da tre distinte ma collegate articolazioni attive nei Comuni di San Giorgio Jonico, Manduria e Sava, nonché capace di relazionarsi con le locali realtà istituzionali e, quindi, di infiltrarsi agevolmente nel tessuto economico-imprenditoriale dell’area»

Quella «mafietta» diffusa che alimenta la grande criminalità. Dalla Sicilia alla Puglia. Nella relazione della Dia, per l’anno 2022, si scopre che la mafia da noi c’è, è viva, fibrilla e si insinua nella pubblica amministrazione e «perfino» nella politica. ROBERTO CALPISTA su La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Aprile 2023.

C’è un tweet, molto provocatorio, lanciato da un giornalista, molto provocatore, all’indomani dell’arresto del boss Matteo Messina Denaro: «Ma è davvero un assassino?».

Travolto dalle critiche ha poi spiegato: «Se in un piccolo paese vive un assassino come Messina Denaro come mai nessuno, e dico nessuno, si è mai preoccupato di denunciarne la presenza? Rispondete alle mia domanda anziché polemizzare come deficienti».

Dalla Sicilia alla Puglia. Nella relazione della Dia, per l’anno 2022, si scopre che la mafia da noi c’è, è viva, fibrilla e si insinua nella pubblica amministrazione e «perfino» nella politica. Mafia foggiana, criminalità barese e sacra corona unita sono i tre macro scenari criminali presenti. E nella «tranquilla» Basilicata lo scenario si caratterizza per la presenza di sodalizi autoctoni a cui si aggiungono manifestazioni mafiose provenienti dalle regioni limitrofe con il Distretto di Potenza che, secondo il procuratore Curcio, quanto a grado di allarme sul fenomeno si colloca subito dopo quelli tradizionalmente controllati dalle mafie storiche, spinte dall’atavico elevato tasso di disoccupazione e dalle difficoltà economiche in cui versano le imprese e le famiglie, terreno fertile per i sodalizi criminali.

Puglia, terra di sole, mare e vento, campagne e paesi bianchi, grandi città e immense contraddizioni. C’è una tesi, molto discussa, ma purtroppo poco discutibile, per cui la criminalità, i sodalizi dei criminali nascono, trovano terreno fertile e nuove leve dove abbondano le ingiustizie. È il vociare popolare, spesso genuino, dell’Antistato che funziona e fa funzionare il territorio meglio dello Stato, senza inutile burocrazia, senza troppe storie, dove o si fa come deciso o ci si fa male. Basta conoscere le pieghe più nascoste delle nostre città, quelle meno visibili rispetto all’ex contrabbandiere, o al guappo di quartiere che sogna di diventare boss e resta invece un personaggio quasi da fumetto. Sono le «pieghe» in doppiopetto, le mille città nelle città. Della «normalità del male», che cozza contro una realtà che non è quella patinata che troppo spesso appare nelle cronache e nelle fiction televisive. Le facce oscure vengono nascoste, o meglio si nascondono nel vivere quotidiano e si confondono con esso, con confini tra il bene e il male che passano attraverso zone d’ombra sempre più ampie.

La Dia (direzione investigativa antimafia), fa il dovere per cui è stata creata: «La Provincia di Foggia è quella che in Puglia manifesta le più efferate forme di violenza e di aggressività al fine di affermare il controllo del territorio nonostante le incisive attività di contrasto delle forze di polizia e della magistratura». E ancora «i clan della sacra corona unita, anche nel Salento, farebbero sistematico ricorso a pratiche estorsive» e al cosiddetto «metodo mafioso ambientale». Mentre «la criminalità barese si conferma la mafia degli affari con avanzate strategie di investimento e spiccate capacità di insinuarsi all’interno degli enti locali condizionando i flussi economici, il libero mercato e l’attività della pubblica amministrazione. La criminalità organizzata a Bari evidenzia una struttura organizzativa di tipo camorristico».

Cancri che appaiono ancora troppo maligni per essere sconfitti e che anzi vegetano li dove al malaffare tangibile si unisce quello del «vasa vasa», del «tutt’apposto?», dei sotterfugi. C’è nefandezza e nefandezza, mafia e mafia. E non solo una non esclude l’altra, ma se unite sono più forti, invulnerabili, inattaccabili. Tavole ricche che generano briciole in grado di sfamare ampie fette della società. Non è la mafia che uccide, che minaccia, che taglieggia, che spaccia. Ma è quella del medico raccomandato dalla politica che viene assunto al posto del collega bravo. È la mafia dei contributi pubblici dati a casaccio, ma con un casaccio accuratamente «pianificato»; degli appalti e dei bandi che premiano i soliti e gettano sul lastrico chi non ha santi cui rivolgersi. È la mafia dei leccaculo che prima o poi qualcosa in tasca se la mettono, o dei concorsi pilotati che escludono spesso chi si prepara spargendo sudore sui testi, o di chi evade le tasse e la fa sempre franca, di chi nasce con il futuro spianato perché c’è sempre un favore da ripagare e se non c’è ci sarà, di chi fa business anche con le iniziative contro la mafia.

Una «mafietta» che è l’ossigeno delle grandi organizzazioni del male. Una «mafietta» talmente diffusa in Italia, e ancora di più nel Sud, che diventa stile di vita, consuetudine, costume per alcuni; rassegnazione per altri. E che quindi non sarà mai vinta.


 

La Basilicata.

Intercettazioni, inchieste antimafia, indagini sulla magistratura: parla il procuratore di Potenza Francesco Curcio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 30 Gennaio 2023.

Francesco Curcio, classe 1956, un magistrato dalla faccia e dai modi gentili, quando c’è da fare il magistrato, non guarda in faccia a nessuno indagando su politici, imprenditori e magistrati. Dopo averlo criticato (è il nostro lavoro) senza alcuna motivazione preconcetta o astio personale lo abbiamo incontrato ed intervistato.

Francesco Curcio è a capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Potenza. Originario di Polla (Salerno), già magistrato della Procura Nazionale Antimafia, è stato in passato sostituto alla procura di Napoli. Ha indagato sulla P4, sulla compravendita dei senatori e su Finmeccanica, ed ha condiviso la titolarità di queste inchieste con il collega Henry John Woodcock. È stato anche titolare di indagini sui vertici dei Casalesi e sui rapporti tra il clan del boss Michele Zagaria e la Banda della Magliana nelle attività di riciclaggio. È stato uno dei pm del processo “Spartacus 3” che nel 2009 si chiuse con 50 condanne, pene per complessivi tre secoli di carcere e la confisca di numerosi beni nei confronti di presunti affiliati al gruppo del clan dei Casalesi.

La sua nomina nel 2018 era stata votato all’unanimità del Plenum del consiglio superiore della Magistratura, ma nel gennaio 2020 il Consiglio di Stato aveva annullato la sua nomina accogliendo il ricorso di Laura Triassi, che successivamente ha preferito farsi nominare a capo della procura di Nola. Insomma Francesco Curcio, classe 1956, un magistrato dalla faccia e dai modi gentili, quando c’è da fare il magistrato, non guarda in faccia a nessuno indagando su politici, imprenditori e magistrati. Dopo averlo criticato (è il nostro lavoro) senza alcuna motivazione preconcetta o astio personale lo abbiamo incontrato ed intervistato.

Adesso Curcio si è candidato alla guida della Procura di Napoli, incarico lasciato vacante lo scorso maggio da Giovanni Melillo salito al vertice della Direzione Nazionale Antimafia . Oltre a lui si sono candidati Giuseppe Amato, oggi a capo della procura di Bologna; Nicola Gratteri (procuratore capo a Catanzaro); Aldo Policastro (procuratore capo Benevento) e Rosa Volpe (procuratore aggiunto), che attualmente mesi è la reggente pro-tempore dell’Ufficio.

Procuratore in questi giorni si discute molto sull’importanza delle intercettazioni. Secondo buona parte della magistratura (e noi siamo dello stesso parere) sono fondamentali per un buon esito delle indagini contro il crimine organizzato, la corruzione politica e l’evasione fiscale. Non trova però che non sia giusto rendere di dominio pubblico intercettazioni sulla vita privata degli indagati, che non hanno alcuna valenza investigativa e tantomeno processuale ?

Ritengo quella sulle intercettazioni e sulla opportunità di restringerne l’ambito applicativo una polemica sciocca e di retroguardia, poiché, piuttosto che considerare l’interesse generale e, soprattutto, l’evoluzione del mondo intero negli ultimi 15 anni,  sembra guardare al passato,  mossa da una animosità determinata da vecchi rancori, da antiche dispute, da non sopiti interessi personali. La verità è che oramai in tutto il mondo la vita, la nostra e, sempre più, quella dei nostri figli e delle nuove generazioni, più che mutata si è rivoluzionata (forse senza che la nostra politica se ne sia accorta) poiché oramai i rapporti umani, sociali ed economici  – o comunque una loro parte essenziale –  le nostre relazioni private e pubbliche,  si svolgono sulla rete. Con  messaggi scritti e vocali sui diversi social,  le relazioni di qualsiasi genere (lecite ed illecite) si sviluppano sul web attraverso conversazioni, indicazioni, ordini, trasmissione di foto e documenti. Gli smartphone e ogni device, sono dunque divenuti  la nostra “scatola nera” e, dunque, “scatola nera” di tutti, anche chi delinque. E non solo, ovviamente di mafiosi e corrotti, o bancarottieri ed evasori, ma, solo per rimanere ad un tema su cui tutti hanno o mostrano di avere una accentuata sensibilità, anche di chi pratica minacce, stalking, violenze sessuali (anche e soprattutto contro minori) che per commetter questi illeciti pure comunica in rete ed utilizza il web. Gran parte di queste condotte illecite si realizzano sulla rete o comunque lasciano traccia sulla rete, passano sui messaggi scritti e vocali, sulle foto e le immagini che i device si trasmettono freneticamente.

Nel settore delle indagini penali, rinunciare ad intercettare questi flussi significa, semplicemente rinunciare a conoscere ed investigare la quasi totalità dei reati che abbiamo indicato e tanti altri ancora. Tanto  varrebbe – e sarebbe più onesto e trasparente – dichiararne apertamente  la non punibilità. E se si sostiene che nel passato sono state pubblicate da alcuni conversazioni non rilevanti e “pruriginose” per finalità anche bieche bisogna anche considerare che la legge, all’epoca, obbligava i pubblici ministeri ad includere nel materiale probatorio depositato alle difese (che dunque diveniva pubblico e pubblicabile) tutte le conversazioni, anche quelle apparentemente private e irrilevanti, sul presupposto – che non condividevo neanche all’epoca – che la difesa avesse diritto ad avere copia in modo libero e senza alcun filtro di tutte le intercettazioni. E verificare se  anche in quelle telefonate private si annidassero elementi a favore degli indagati.  Dal 2020, tuttavia, è entrata in vigore una profonda riforma delle intercettazioni che a mio avviso sta funzionando molto bene. Questa riforma, infatti, blinda le conversazioni irrilevanti e che incidono sulla riservatezza dei soggetti coinvolti (salvo che anche queste conversazioni private forniscano la prova del delitto per cui si procede) non consentendone la trascrizione e la pubblicazione (ma consentendo alle difese di conoscerle)  ma, al contempo, ha regolamentato in modo equilibrato le attività d’intercettazione consentendo agli investigatori di utilizzare in modo efficace questo essenziale mezzo di ricerca della prova. Non è un caso che negli ultimi due anni non si sono rilevate doglianze per la pubblicazione di conversazioni o chat che riguardavano la vita privata di terzi estranei. Penso che in un paese democratico come il nostro in cui (per fortuna) al governo vi è una alternanza politica fra diversi schieramenti  i nuovi governi che si insediano, seppure legittimi portatori di altre idee e valutazioni rispetto al precedente, non possano, sol per questo, buttare al mare tutte le riforme e le leggi fatte dal passato governo,  ma valutare caso per caso in modo pragmatico le cose fatta da chi li ha preceduti e cambiare quelle che hanno dato cattiva  prova, ma mantenere quelle che funzionano, come oggettivamente è la riforma del 2020 sulle intercettazioni.

Dottor Curcio, cosa pensa del rapporto magistratura-stampa“amica” ? Non pensa che forse per restituire il prestigio dovuto alla magistratura, bisognerebbe cercare meno protagonismo mediatico, lasciando parlare la qualità delle indagini e le risultanze processuali ?

Esistono questi fenomeni o sono esistiti. Io personalmente penso che la stampa non debba essere, a priori, amica. Deve rispettare l’istituzione, anche giudiziaria, ma esercitare liberamente il diritto di critica laddove ritenga ci siano errori da parte di chi applica la legge (anche se spesso si confonde la responsabilità di chi fa leggi sbagliate e quella di chi deve applicare tutte le leggi comprese quelle sbagliate).  Ma neppure può esistere una stampa pregiudizialmente nemica. Di nessuno, neanche dei Magistrati.  Sul versante dei nemici “a priori” proprio negli ultimi anni ho notato che  esistono non uno ma più giornali la cui mission editoriale sembra proprio questa : screditare, comunque, la magistratura e meglio ancora i pubblici ministeri. Qualunque cosa facciano. Se fanno bianco bisognava fare nero se fanno nero bisognava fare bianco. Si tratta di una pratica un pò ridicola e provinciale. Ridicola perché è come se si creasse un giornale per screditare tout court i medici, o gli ingegneri, o gli avvocati piuttosto che gli imprenditori italiani, quando chiunque comprende che ci sono medici bravi e medici incapaci, imprenditori che creano ricchezza e lavoro e imprenditori che speculano e basta . Provinciale perché praticata solo da noi per corrispondere ad interessi economici e politici ben definiti che in Italia si sono fra loro coagulati per una serie di circostanze nel corso degli ultimi 30 anni.  Insomma, un giornale non è un partito politico e non deve essere legata a filo doppio ad una corporazione piuttosto che ad uno schieramento politico, perché ciò gli impedisce di svolgere la sua principale funzione : essere libero di stare sempre dalla parte dei cittadini ed essere davvero il cane da guardia della democrazia per difenderla dagli abusi di ogni potere.  Quanto alla seconda parte della sua domanda, che per la verità contiene la risposta, mi trova in perfetta sintonia. La sobrietà deve essere una cifra essenziale della professionalità dei magistrati. Il magistrato può – e talora deve – interloquire con i mezzi d’informazione, ma sempre con misura, garbo ed equilibrio, senza mai debordare, anche in termini di eccessiva presenza sui mass media. Ritengo di attenermi scrupolosamente a questi principi : a parte i doverosi comunicati stampa e talora le conferenze per illustrare in modo trasparente le attività dell’Ufficio all’opinione pubblica, questa, se non erro, è la terza intervista che rilascio in 5 anni di attività da Procuratore della Repubblica.  

Le indagini della Procura di Potenza vedono indagati dei magistrati (ed alcuni dei quali finiti a processo). Cosa si prova nell’indagare, inquisire e chiedere l’arresto (che è poi disposto da un Gip) di un collega ?

Il Magistrato, più di ogni altro professionista o di ogni altro rappresentante delle istituzioni, conosce o dovrebbe conoscere la legge penale ed è, o dovrebbe essere, consapevole del danno che provocano le sue violazioni, del disvalore delle condotte illecite . E’ pagato per fare rispettare la legge penale e deve punire – e punisce – chi la viola. Si capisce, allora perché la commissione di reati da parte dei Magistrati sia  molto più grave di quella commessa da un comune cittadino, ma direi, di più, da qualsiasi altro rappresentante delle Istituzioni. Perché il magistrato che delinque tradisce la stessa ragion d’essere della istituzione che rappresenta. Dunque, è con dolore, ma anche senza esitazioni, perseguiamo con rigore le condotte illecite dei Magistrati, di tutti i Magistrati  a prescindere da qualsiasi altra considerazione(fra i nostri indagati ed imputati ne troverà di ogni idea, estrazione, corrente e funzione). Ciò quando, ovviamente, ne sussistono i presupposti di legge e tenendo conto che molto spesso, le denunce contro i  Magistrati sono strumentali e tendono a colpire coloro – e sono molti –  che fanno il loro dovere fino in fondo, piuttosto che i pochi che commettono reati.      

A Potenza ha aperto recentemente una sezione operativa la D.I.A. che opererà con la D.D.A. da lei coordinata. Come si è evoluta la criminalità in Basilicata, vista dal suo osservatorio privilegiato conseguente alle sue pregresse esperienze antimafia ?

Ritengo che dopo cinque anni di attività in Basilicata, la mia più grande soddisfazione professionale sia stata proprio quella di essere riuscito a convincere tutte le istituzioni coinvolte della necessità di  aprire una Sezione operativa della Dia a Potenza. Questo per una serie di ragioni : in primo luogo è la dimostrazione concreta e non “a chiacchere” che lo Stato in tutte le sue articolazioni (da quelle locali, che hanno appoggiato l’iniziativa a quelle nazionali) ha compreso e preso atto della gravità del fenomeno  mafioso in  Basilicata, gravemente sottovalutato in passato,  che in alcune zone della nostra Regione, per il numero e la gravità dei reati commessi (estorsioni, incendi, traffico di droga, omicidi) ha la stessa intensità che si registra in altre zone del paese  in cui notoriamente il fenomeno si è radicato (Calabria, Puglia, Campania, per rimanere alle regioni limitrofe). E lo dico con cognizione di causa avendo svolto o coordinato indagini che hanno riguardato realtà criminali – come quella dei casalesi o della ‘ndrangheta – di eccezionale gravità. In secondo luogo sono molto soddisfatto perché è stata finalmente creata – ed è destinata ad operare in modo stabile per gli anni a seguire – una struttura efficiente e specializzata in grado di contrastare efficacemente il fenomeno criminale a beneficio dei tantissimi lucani onesti e per bene. Ed i primi risultati già si vedono ( si guardi, ad esempio, all’indagine sugli incendi dei Lidi a Scanzano Ionico).

Quanto poi  alla evoluzione della mafia lucana, faccio notare, in primo luogo, che dopo anni, nel Luglio scorso, un Tribunale lucano, quello di Matera, ha emesso una condanna per 416 bis cp, condannando gli imputati a a secoli di carcere. Dunque parliamo di fatti che non sono ipotesi della DDA o della Polizia Giudiziaria ma di delitti ritenuti provati da un Collegio giudicante, ferma restando  ovviamente, la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva.

Più complessivamente, per tracciare un sintetico quadro della criminalità organizzata lucana, sulla base delle nostre indagini, possiamo dire che è possibile identificare tre tipi di organizzazioni criminali diverse fra loro nella nostra Regione. Un primo tipo è presente sul litorale ionico lucano, e si tratta di sodalizi dediti ad estorsioni, alla imposizione di forniture e servizi alle imprese, al condizionamento delle pubbliche amministrazioni (il Comune di Scanzano Ionico è stato sciolto per infiltrazioni mafiose nel 2019), alla monopolizzazione di interi comparti economici che ruotano intorno al turismo, alla ristorazione, al commercio di generi alimentari, all’edilizia I collegamenti di questi gruppi sono sia con le organizzazioni tarantine che con alcune organizzazioni calabresi. Un secondo tipo di sodalizio criminale opera nel Vulture Melfese ed ha stretti collegamenti con la criminalità organizzata di Cerignola e del foggiano. Le attività illecite cui sono dediti sono lo spaccio di stupefacenti, le estorsioni e le imposizioni di servizi nel settore agricolo. Infine le organizzazioni potentine, più evolute, con forti rapporti con ‘ndrangheta di alto livello presente a Cutro ( il sodalizio Grande Aracri con il quale ha gestito attività di scommesse e gioco d’azzardo on line) ed a  Rosarno ( la famiglia Pesce) che sviluppa le sue attività criminali nel grande traffico internazionale di stupefacenti, nel riciclaggio, nel recupero crediti, nelle estorsioni.   

Lei è stato alla Procura di Napoli ma anche alla Direzione Nazionale Antimafia prima di approdare alla guida della Procura di Potenza, Ufficio che, ci spiace ricordare, è stato sempre nell’occhio del ciclone. Cosa l’ha spinta a fare domanda per Potenza ?

Sono nato a Roma, dove ho vissuto circa 30 anni, ho sposato una napoletana ed ho vissuto a lungo a Napoli, ma sono originario di Polla, una paese della provincia di Salerno al confine con la Basilicata, una terra che fa parte della Lucania storica. Siamo lucani. Amministrare la giustizia in una terra che sento mia è stato un onore. Le polemiche precedenti non mi interessano. Sono spesso, non dico sempre,  strumentali. Ricordo per dirne uno, caso esemplare di polemiche inutili : quella contro le indagini svolte dal mio Ufficio nel 2015/2016 sull’ENI. Si diceva “vediamo queste indagini così eclatanti che fine faranno” oppure “hanno prima indagato un Ministro, lo hanno fatto dimettere e poi si è visto che non c’entrava nulla”. Ebbene, nel silenzio generale e nel silenzio di chi aveva sollevato polemiche, i dirigenti dell’Eni coinvolti nelle indagini – ferma restando la presunzione d’innocenza – sono stati in buona parte condannati in primo grado  le accuse hanno retto bene al controllo giurisdizionale, e quanto al Ministro basterà dire che non era mai stato indagato dalla Procura di Potenza (e dunque non poteva essere per questo archiviata la sua posizione) mentre le dimissioni erano state doverosamente rassegnate da questo Ministro per motivi di opportunità politica (evidenziati anche dall’allora capo del Governo Matteo Renzi) poiché dalle indagini risultava che leggi in via di approvazione che rientravano nella competenza del Ministro in questione erano oggetto di attività di “lobbing”  da parte del compagno di quel Ministro. Dunque ancora una volta una polemica senza senso contro i Magistrati. 

Procuratore la sua nomina a Potenza è stata oggetto di un ricorso alla Giustizia Amministrativa da parte della sua collega Triassi. I Giudici Amministrativi a seguito  di questo ricorso hanno censurato le valutazioni del CSM. Vuole spiegare ai nostri lettori meglio la vicenda ?

La questione è molto semplice : il CSM, nell’esaminare i curricula dei molti candidati al posto di Procuratore di Potenza, aveva omesso di specificare che fra i diversi titoli professionali di uno dei diversi aspiranti, la dr.ssa Triassi, a causa della temporanea assenza di un Procuratore Capo (il dott. Colangelo era stato trasferito ad altro Ufficio ed il posto era vacante ) ed in attesa che venisse nominato il nuovo Capo (che sarà l’ottimo collega Gay) era stata Procuratore “facente funzioni” per un certo numero di mesi in quanto Magistrato più anziano dell’Ufficio. All’esito della comparazione dei titoli dei diversi candidati, il CSM mi nominò all’unanimità Procuratore a Potenza. La sola collega Triassi, fra tutti i candidati, fece ricorso ai Giudici Amministrativi. I Giudici amministrativi accolsero il ricorso affermando, non che la Collega avesse più titoli del sottoscritto, ma (giustamente) che il CSM aveva sbagliato a non inserire fra i titoli della Collega lo svolgimento di fatto delle funzioni di Procuratore e dunque non aveva potuto svolgere una comparazione completa fra i diversi aspiranti più precisamente fra il sottoscritto e la collega Triassi. Per tale ragione i Giudici Amministrativi, censurando il provvedimento di nomina, imposero  al CSM di svolgere nuovamente la comparazione fra i titoli della dr.ssa Triassi (comprendendo fra questi, questa volta, anche l’esperienza di facente funzioni della collega) ed i titoli del sottoscritto, che dalla sua parte avevo circa 30 anni di attività da PM  che avevo svolto sia presso le DDA di Roma, Napoli e Reggio Calabria che, per 6 anni, presso la Direzione Nazionale Antimafia. Rappresento questi ultimi 6 anni di attività di coordinamento investigativo a livello nazionale, secondo l’art 12 del Decreto legislativo 160 del 2006  (che regola la materia delle nomine dei magistrati) ai fini della nomina a Procuratore della Repubblica, è funzione equiparata allo svolgimento pregresso di funzioni direttive. Il CSM non giunse a svolgere di nuovo questa comparazione, poiché la collega Triassi preferì legittimamente e liberamente  optare per la nomina a Procuratore della Repubblica di Nola – funzione per la quale a suo tempo ed ancora prima di farla per la Procura di Potenza  la dr.ssa Triassi aveva fatto domanda ed in relazione alla quale, nel frattempo, la Commissione del CSM ( la 5a n.d.a.) che si occupa di incarichi direttivi l’aveva proposta al Plenum del CSM.  In tale modo la Triassi rinunciò  al ricorso per il posto di Procuratore di Potenza e, quindi, come conseguenza  a sottoporre al CSM, per una nuova “comparazione”, i suoi titoli con quelli del sottoscritto. Il CSM ne prese atto e confermò de plano la mia precedente nomina.

Procuratore, lei insieme al suo collega Woodcock siete stati titolari delle indagini della Procura di Napoli sulla famigerata “P4” che hanno visto finire in carcere un vostro collega, il magistrato Papa, all’epoca dei fatti parlamentare di Forza Italia. Molti giornali compreso il nostro (sbagliando e ne facciamo pubblica ammenda)  hanno scritto che erano stati tutti assolti in appello, ma così in realtà non era accaduto. Vuole spiegare ai nostri lettori esattamente come si è concluso quel processo ?

Ancora una volta la questione è semplice :  l’indagine P4, nonostante le molte imprecisioni che hanno contraddistinto la sua rappresentazione mediatica, è stata una indagine importante e fondata. Il suo principale imputato, il dott. Bisignani, patteggiò la pena decidendo liberamente di farlo (e la decisione proveniva non da un minus habens, ma da un uomo la cui  intelligenza, capacità relazionale e di comprensione  della realtà non possono essere messe in discussione). Il che non viene mai ricordato. L’altro imputato , Alfonso Papa, Magistrato e Parlamentare, arrestato per gravi reati contro la PA con autorizzazione della Camera di appartenenza (che, all’epoca, giova ricordare, era in maggioranza dello stesso schieramento politico del Papa) venne condannato in primo grado – dopo un dibattimento durato 5 anni – a 4 anni e sei mesi di reclusione per una serie di delitti contro la PA ( il Papa, nel 2021, è stato condannato, sempre dal Tribunale di Napoli, ancora una volta, ad analoga pena, per altri reati contro la PA, questa volta con aggravante mafiosa). In appello, nel 2019, i reati sono stati dichiarati prescritti. Cosa evidentemente non ascrivibile né a me, né al collega Woodcock che per la verità con molta solerzia avevamo tratto a giudizio Papa – ancora detenuto –  dopo pochi mesi d’indagine, con richiesta di giudizio immediato del settembre del 2011.  Se ci si chiede quale sia la ragione della lentezza dei processi in Italia, e perché un Tribunale ed una Corte, in Italia, in 8 anni non riescano  a concludere un procedimento a  carico non di 100 ma di un solo imputato, se ci si chiede a chi giovi questa lentezza e di chi siano le eventuali responsabilità, il caso Papa lo proporrei come caso emblematico da analizzare. Perchè è dai casi concreti che si comprendono le disfunzioni di un sistema, non dalle teorie astratte. Redazione CdG 1947

La Calabria.

Perseguitati.

Giuseppe Scopelliti.

Vincenzo Ioppoli.

Gennaro Pierino Mennea.

Vincenzo Iaquinta.

Antonio Caridi.

Nicola Comerci.

Gregorio Quattrone.

Antonio Rodà.

Giovanni Ferrari.

Nicola Gratteri.

Francesco Stilo.

Giancarlo Pittelli.

Perseguitati.

I fantasmi del povero Travaglio che vede Silvio dappertutto. Non potendosi citare per nome e cognome colui che non c’è più, ecco che diventa buona il pretesto per chiamare in causa, con il consueto spargimento di mangime avariato, il partito di cui colui che non c’è più fu il fondatore e il leader indiscusso. Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 21 novembre 2023

Berlusconi non ha proprio confini del tempo né dello spazio, né della storia e della vita e della morte. Sarà stato quel fazzoletto a ripulire la sedia dove il direttore del Fatto era stato seduto, o sarà forse una di quelle invidiuzze nei confronti dell’uomo di successo che ti provocano un nocciolino che non va né su né giù. Fatto sta che ogni occasione è buona. Si tratti di un gelataio giocoliere che sta portandosi a spasso, dalla Sicilia alla Toscana, pubblici ministeri e giornalisti. Oppure l’occasione sia data, come è accaduto ieri, dalla condanna dell’avvocato Giancarlo Pittelli per concorso esterno in associazione mafiosa. Non potendosi citare per nome e cognome colui che non c’è più, ecco che diventa buona il pretesto per chiamare in causa, con il consueto spargimento di mangime avariato, il partito di cui colui che non c’è più fu il fondatore e il leader indiscusso.

Che cosa c’entra Forza Italia con la sentenza del processo “Rinascita Scott”? Assolutamente nulla. Anche sul piano dell’opposizione politica, come bersaglio è proprio sbagliato. Infatti, nonostante le buone previsioni dei sondaggi che danno al partito una costante crescita, persino nei lunedi sera di uno sempre ostile come Enrico Mentana, non si può proprio dire che Forza Italia sia oggi il centro del dibattito politico e neppure dello scontro con la sinistra. Certo, i suoi deputati e senatori si danno molto da fare per le garanzie e lo Stato di diritto. Ma sul piano giudiziario, nell’attesa della cassazione che dovrà decidere sulle eventuali manette al famoso gelataio, i fatti dicono una cosa sola, le tante assoluzioni nei confronti di Silvio Berlusconi, oltre al dato inoppugnabile che lui non c’è più. E allora che cosa significa quella fotografia di Giancarlo Pittelli con Marcello Dell’Utri e Nicola Cosentino, e quel titolo “En plein di Forza Italia”? Sul piano giudiziario un bel passo falso. Perché occorre ricordare che le persone oggetto del titolo scandalistico, un mezzuccio comunicativo proprio da giornaletto che deve farsi spazio nella concorrenza, sono state le uniche, oltre al senatore Tonino D’Alì, tra i tanti personaggi politici degli ultimi trent’anni di storia, a essere stati condannati per “concorso esterno in associazione mafiosa”, il reato che non c’è. Vogliamo ricordare la storia, da Giulio Andreotti a Corrado Carnevale, fino a Calogero Mannino e Antonio Gava, e Francesco Musotto e Bruno Contrada, fino a Silvio Berlusconi, archiviato cinque volte? E se vogliamo spostare lo sguardo sulla giornata di ieri, come tralasciare il fatto che in un processo con un terzo di assolti, il “buco” che segna il fallimento della Dda di Catanzaro è stato determinato dal crollo del “concorso esterno” nei confronti di una serie di amministratori locali?

E allora, i casi sono due. O Marco Travaglio continua ad avere notti insonni in cui immagina il cavaliere che va a tirargli i piedi, e allora se la prende con Forza Italia come face il lupo con l’agnello. Oppure il problema è proprio nel fallimento politico del reato che non c’è e di una certa concezione dell’antimafia militante, ben lontana dall’esempio di Giovanni Falcone cui ambiva Nicola Gratteri. Quel 60% di assolti nei due processi “Stige” e il 39% di innocenti del “Rinascita Scott” pesano come montagne. E allora bastoniamo un po’ Forza Italia. Tanto non c’è più Silvio Berlusconi con il suo fazzoletto a spolverare quella sedia.

Maxiprocesso Rinascita-Scott: 207 condanne a ‘ndranghetisti, uomini di Stato e imprenditori. Stefano Baudino su L'Indipendente il 21 Novembre 2023

Oltre 200 condanne per un totale di 2.200 anni di carcere e circa 100 assoluzioni. È il devastante bilancio della sentenza di primo grado, pronunciata dai giudici del tribunale di Vibo Valentia, del Maxiprocesso Rinascita-Scott, probabilmente il più importante processo mai tenuto contro un’associazione mafiosa dai tempi del “Maxi” di Falcone e Borsellino. Il processo, istruito dall’ex procuratore di Reggio Calabria Nicola Gratteri, ha colpito potenti elementi della ‘Ndrangheta calabrese, una serie di influenti personaggi delle istituzioni – tra cui le figure politiche di riferimento delle cosche – e vari imprenditori. Tra le condanne di Stato, la più eloquente è quella inflitta a Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, ritenuto dall’accusa un’importante cerniera tra mafia, politica e imprenditoria collusa, per il quale sono stati stabiliti 11 anni di carcere.

Alla sbarra ci sono in tutto 325 persone (438 i capi d’imputazione), mentre in aula sono sfilati 913 testimoni d’accusa e 58 collaboratori di giustizia. Molte sono le cosche mafiose coinvolte nel Maxiprocesso, tra le quali spiccano quelle dei Mancuso e dei Bonavota, che spadroneggiano nella provincia di Vibo Valentia. Ma il grande elemento di novità nel processo, in cui è stato evidenziato l’importante ruolo di collante giocato dalle logge massoniche di Vibo, è la presenza tra gli imputati di ex parlamentari, ex consiglieri regionali, sindaci, uomini dei servizi segreti e delle forze dell’ordine, professionisti e imprenditori. Condannati, fra gli altri, anche il tenente colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli (2 anni e 6 mesi), l’avvocato Francesco Stilo (14 anni), l’ex finanziere Michele Marinaro (10 anni e 6 mesi), l’ex appuntato dei carabinieri Antonio Ventura (5 anni e 6 mesi) e l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino (1 anno e 6 mesi), inseriti in un calderone di connivenze e complicità illegali. Gli imputati erano accusati a vario titolo di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, usura, riciclaggio, detenzione illegale di armi ed esplosivo, ricettazione, traffico di influenze illecite, trasferimento fraudolento di valori, rivelazione e utilizzazione di segreto d’ufficio, abuso d’ufficio aggravato, traffico di droga.

La figura di maggiore rilievo presente nella lista dei condannati è sicuramente quella dell’avvocato Giancarlo Pittelli, ex senatore e coordinatore di Forza Italia in Calabria, cui sono stati comminati 11 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo la ricostruzione dei pm Pittelli, membro della massoneria, avrebbe infatti favorito il clan dei Mancuso e l’imprenditore Rocco Delfino – condannato a 5 anni di carcere -, costituendo la “la cerniera tra i due mondi” in una “sorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico, il professionista e il faccendiere”. I boss calabresi, infatti, lo nominavano loro avvocato “in quanto capace di mettere mano ai processi con le sue ambigue conoscenze e rapporti di ‘amicizia’ con magistrati”. Pittelli sarebbe stato infatti “l’affarista massone dei boss della ‘ndrangheta calabrese”, con cui si interfacciava tramite “circuiti bancari”, “società straniere”, “università” e “le istituzioni tutte”. In una intercettazione entrata nell’inchiesta, Pittelli aveva peraltro fatto direttamente riferimento a Marcello Dell’Utri – ex braccio destro di Silvio Berlusconi e fondatore di Forza Italia, di cui divenne senatore, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (pena scontata) – affermando che, ai tempi in cui Forza Italia era in fase di formazione, “le prime persone” che vennero da lui contattate “furono i Piromalli della piana di Gioia Tauro”: mafiosi di altissimo calibro “che Pittelli accostava”, per importanza, “a Luigi Mancuso”, inquadrato tra i boss più potenti su scala nazionale e internazionale. Ricordando che si tratta ancora di una sentenza di primo grado, dopo Dell’Utri (7 anni), Nicola Cosentino (10 anni) e Antonino D’Alì (6 anni), con la condanna di Pittelli si arricchisce dunque il novero degli ex forzisti illustri condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

«Finché indaghi su nomi e cognomi noti della ‘Ndrangheta tutti ti dicono che sei bravo, che hai coraggio. Ma se vai a toccare i centri di potere oliati che si interfacciano con la ‘Ndrangheta e la massoneria deviata allora diventi scomodo. E cominci a dare fastidio». Con queste parole, in un’intervista rilasciata nel corso del dibattimento, il procuratore Nicola Gratteri aveva spiegato la portata del Maxiprocesso “Rinascita Scott”. Secondo il magistrato, la ‘Ndrangheta, «organizzazione solida al suo interno e credibile all’esterno», ha fatto «il salto più importante» nelle relazioni «con la società civile, col potere, con il mondo delle professioni» al fine di far crescere il proprio «capitale sociale»: infatti, «se prima le relazioni esterne col mondo delle professioni e del potere massonico deviato erano viste come una condizione patologica del sistema mafioso, adesso sono diventate una componente fisiologica». Gratteri ha aggiunto che ‘Ndrangheta e massoneria interagiscono «in una logica di mutuo soccorso, in una perfetta sinergia si toccano, si parlano e fanno affari per interessi», aiutandosi a vicenda e mettendo a disposizione il proprio «know how», la loro «rete di rapporti» e «i propri strumenti, che si completano». In attesa di leggere le motivazioni della sentenza, ad oggi possiamo dire che il verdetto di primo grado del Maxiprocesso gli ha dato ragione. [di Stefano Baudino]

La condanna all'ex avvocato. Mezza vittoria per Gratteri, ottiene lo scalpo di Pittelli. La sua condanna puntella un’inchiesta che rischiava di affondare. Il giovanissimo collegio del tribunale di Vibo ha condiviso in buona parte l’impianto accusatorio: 260 condanne su 380 imputati. Paolo Comi su L'Unità il 21 Novembre 2023

Nicola Gratteri ha vinto a metà. La maxi condanna ad 11 anni di prigione per l’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli ‘puntella’ una inchiesta che correva il serio rischio di finire in un flop clamoroso.

“Pittelli viene condannato per quello stesso reato rispetto al quale solo pochi mesi fa la Cassazione prima, ed il Tribunale per il Riesame subito dopo, avevano escluso la sussistenza anche solo di indizi gravi di colpevolezza”, ha commentato l’avvocato Gian Domenico Caiazza, difensore dell’ex parlamentare berlusconiano insieme ai colleghi Salvatore Stoiano e Guido Contestabile.

“Tanto basta a far comprendere, a tutti coloro che abbiano la onestà intellettuale di volerlo fare, quanto questa condanna fosse ad ogni costo indispensabile per salvare la credibilità della intera operazione investigativa Rinascita Scott. Sono dinamiche che abbiamo drammaticamente imparato a conoscere in altri clamorosi casi giudiziari, a cominciare da quello di Enzo Tortora”, ha aggiunto Caiazza, ricordando anche che da quei casi giudiziari “abbiamo imparato che, alla fine, l’innocenza dell’imputato verrà riconosciuta, seppure con imperdonabile ritardo, e dopo aver causato danni incommensurabili”.

In attesa dunque del deposito delle motivazioni, l’impianto accusatorio della più “grande inchiesta” nei confronti delle cosche, utilizzando le parole dell’allora procuratore di Catanzaro ora promosso a Napoli, è stato in buona parte condiviso ieri dal giovanissimo collegio penale del tribunale di Vibo Valentia composto dalle giudici Brigida Cavasino, Claudia Caputo, Germana Radice, 6 anni di servizio in 3 quando iniziò il dibattimento: 260 le condanne su 380 imputati.

Pittelli, in particolare, sarebbe stato ‘l’uomo cerniera’ tra cosche e politica che, a leggere il capo d’imputazione, avrebbe messo sistematicamente a disposizione delle cosche ‘ndranghetiste “il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio e per garantirne lo sviluppo nel settore imprenditoriale”.

Gratteri durante la requisitoria aveva chiesto per Pittelli 17 anni di prigione, dopo aver stigmatizzato coloro che inizialmente non “avevano creduto in questo processo” dal momento che la quasi totalità dei soggetti coinvolti erano figure di basso profilo e nemmeno lontanamente paragonabili agli imputati del Maxi processo di Palermo.

Oltre a Pittelli, infatti, gli unici imputati di un certo spessore erano il colonnello dei carabinieri Giorgio Naselli, ex comandante del reparto operativo di Catanzaro, il consigliere regionale del Pd Pietro Giamborino, il segretario del Psi calabrese Luigi Incarnato, ed il sindaco di Pizzo e presidente Anci Calabria Gianluca Callipo, quest’ultimo assolto.

Nasselli, per il quale è caduta l’aggravante mafiosa che l’aveva portato in carcere insieme a Pittelli nel dicembre del 2019, è stato invece condannato a 2 anni e 6 mesi per il solo reato di rivelazione nei confronti dell’ex parlamentare.

In deroga alla presunzione di non colpevolezza stabilita dall’articolo 27 della Costituzione, Naselli era stato prima sospeso dal servizio e poi degradato a soldato semplice e questo nonostante la Cassazione avesse stroncato l’accusa di aver voluto agevolare il clan dei Mancuso. Pur a fronte di tale pronuncia il Comando generale dell’Arma era rimasto fermo sulle proprie posizioni e a novembre del 2020 aveva stabilito che Naselli non fosse “meritevole di conservare il grado”.

Sono “prive di pregio le memorie difensive e le relative documentati presentate in quanto non apportano alcun elemento utile a propria discolpa”, fecero sapere i vertici della Benemerita, evidenziando che il colonnello aveva “leso i principi di moralità e rettitudine che devono sempre caratterizzare il comportamento del militare dell’Arma il cui prestigio risulta gravemente compromesso”, essendo “irrimediabilmente pregiudicata quella relazione fiduciaria che deve necessariamente permanere tra amministrazione e dipendente”.

La decisione dell’Amministrazione era stata poi annullata dal Tar che ne aveva criticato la motivazione ‘copia ed in colla’ con il capo d’imputazione indicato nell’ordinanza di arresto del dicembre del 2019. Come accade spesso in questi casi, il provvedimento dei giudici amministrativi si era però perso per strada e Naselli, assistito dall’avvocato Gennaro Lettieri, non era mai stato reintegrato in servizio.

Grande euforia per la condanna di Pittelli, infine, da parte dell’ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris che nel 2006, quando era pm a Catanzaro, lo aveva indagato nell’ambito dell’inchiesta Poseidone poi finita in un nulla di fatto. “Il tempo è galantuomo ma le ingiustizie subite dalla criminalità istituzionale non saranno mai riparate”, ha detto de Magistris. Paolo Comi 21 Novembre 2023

Gianluca Callipo, vittima “collaterale” del processo Rinascita, assolto dopo un calvario di quattro anni. Vincenzo Imperitura su Il Dubbio il 21 novembre 2023

Gianluca Callipo, ex sindaco di Pizzo Calabro

Rischiava una pena di 18 anni di reclusione, tanti quanti ne aveva chiesti l’accusa in sede di requisitoria

«Ho tante cose in testa ma voglio aspettare di ritrovare un po’ di serenità, ancora non me la sento di dire quello che provo». A meno di 24 ore dalla sentenza del maxi processo Rinascita Scott che lo ha visto assolto dai reati di concorso esterno in associazione mafiosa e abuso d’ufficio aggravato dalle modalità mafiose, l’ex sindaco di Pizzo Calabro, Gianluca Callipo, preferisce tenere per sé le considerazioni sul suo calvario giudiziario durato quattro anni. Rischiava una pena di 18 anni di reclusione, tanti quanti ne aveva chiesti l’accusa in sede di requisitoria.

Sindaco di una delle perle del turismo calabrese, giovanissimo presidente dell’Anci regionale, considerato astro nascente del nuovo centro sinistra locale, Gianluca Callipo viene arrestato, da incensurato, il 19 dicembre del 2019. All’alba, gli uomini dell’ex procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, fanno irruzione nella sua abitazione per notificargli l’ordinanza di custodia cautelare in carcere: Callipo è uno dei 334 arrestati di quella che, mentre le operazioni di polizia sono ancora in corso, viene definita la più importante indagine anti ‘ndrangheta della storia. Le ipotesi di accusa formulate dalla distrettuale antimafia di Catanzaro lo bollano come uno dei “colletti bianchi” a disposizione della criminalità organizzata vibonese, tra le più feroci e pervasive organizzazioni criminali che operano in Italia. Più precisamente, si legge nelle oltre 12 mila pagine di ordinanza di custodia cautelare, Callipo viene accusato di essere l’interfaccia pulito delle ‘ndrine di Pizzo e di San Gregorio d’Ippona: uomo di fiducia di boss del calibro di Saverio Razionale (condannato lunedì in primo grado a trenta anni di reclusione nell’ambito dello stesso procedimento Rinascita come componente apicale della “provincia” vibonese) e della “famiglia” Mazzotta, con cui avrebbe tessuto accordi, in cambio di favori, per ottenere il sostegno elettorale necessario a vincere la competizione elettorale cittadina che lo aveva eletto sindaco di Pizzo nel 2017. Di più, Callipo viene anche accusato di abuso d’ufficio aggravato per una storia legata ad un’azienda di cui era stato socio in passato e per l’acquisto, nel settembre del 2017, in seguito ad un presunto accordo con Saverio Razionale e con Gregorio Gasparro, di una delle strutture turistico ricettive più prestigiose in città. Accuse pesantissime che portano, nel giro di una manciata di mesi, anche allo scioglimento del piccolo comune della costa degli dei.

Trasferito in carcere, Callipo non ha mai smesso di urlare la propria estraneità ai fatti che gli vengono contestati. Passeranno sette mesi prima che una sentenza della Corte di Cassazione lo riconsegni alla sua famiglia, smontando pezzo per pezzo le accuse che lo avevano dipinto come l’ennesimo politico al soldo del clan. «Risulta esclusa la gravità indiziaria – scrivevano i giudici di piazza Cavour nella sentenza che nel luglio del 2020 ha riconsegnato Callipo alla libertà – non solo riguardo ad ipotesi strumentali di abuso, ma anche con riferimento alla concreta ricostruzione di un’ipotesi di concorso esterno». Bacchettando il Gip che ne aveva disposto gli arresti poi, i supremi giudici avevano commentato come lo stesso Gip «non ha, se non apoditticamente, individuato gli effettivi contenuti del patto e soprattutto non ha indicato in che modo potessero risultare di per sé idonei alla conservazione e al rafforzamento del sodalizio». Una sentenza che appare definitiva rispetto alle pesantissime accuse che gli vengono mosse ma che non impedisce al giovane ex sindaco di finire ugualmente a processo, bollato come appartenente alla “zona grigia” agli ordini dei clan. Almeno fino a lunedì scorso, quando il Tribunale collegiale di Vibo, in primo grado, lo ha mandato assolto assieme al suo ex assessore in giunta Vincenzo De Filippis e all’ex consigliere comunale Alfredo Lo Bianco.

«In questi lunghissimi 7 mesi ho imparato tante cose – aveva scritto sui social l’ex primo cittadino di Pizzo all’indomani della sentenza di Cassazione che ne disponeva la scarcerazione - e ho rivisto radicalmente le mie priorità. Ho imparato che non basta essere onesti e rispettosi della legge per essere sempre considerati tali. Ho imparato che ogni azione, anche la più rigorosa e ligia al dovere, può essere travisata e diventare una “colpa” da dover spiegare. Ho imparato che c’è un’umanità struggente nei luoghi di sofferenza, e solidarietà, comprensione, professionalità. Ho imparato che la Giustizia è piena di contraddizioni sulle quali non ci fermiamo mai a riflettere, interessati più che altro ad esaltare ciò che coincide con le nostre convinzioni politiche e con i nostri pregiudizi».

Nel lungo sfogo affidato al web, Callipo aveva poi sottolineato l’affrettatissimo scioglimento del piccolo centro marinaro di cui era amministratore: scioglimento che ha portato la città ad essere governata da una terna di commissari inviati dalla Prefettura, fino alle elezioni dello scorso anno. «Nel frattempo, la mia amatissima città, Pizzo, ha dovuto subire l’onta di un sindaco in carcere e ha perso un’amministrazione democraticamente eletta in seguito al precipitoso commissariamento del Comune, senza che neppure fosse disposto un accesso agli atti. Anche questo è un vulnus insopportabile, forse anche più grave della mia vicenda personale, perché riguarda un’intera comunità».

Lunedì, la sentenza di assoluzione disposta dai giudici di Vibo, ha riscritto la storia giudiziaria dell’ennesimo amministratore calabrese finito nel tritacarne mediatico-giudiziario. Ci sono voluti quattro anni. Un’eternità.

DOPO LA SENTENZA. Callipo e l’assoluzione in “Rinascita Scott”: «Incubo che mi ha strappato dai miei affetti e dal mio lavoro». Pubblichiamo il testo integrale del post scritto dall’ex sindaco di Pizzo Calabro dichiarato innocente dal tribunale collegiale di Vibo Valentia al termine del processo di primo grado. Gianluca Callipo (ex sindaco di Pizzo Calabro) su Il Dubbio il 27 novembre 2023

“Male non fare, paura non avere”. L’ho sempre sostenuto con convinzione. Finché non ho avuto paura davvero. Ma nonostante tutto ho continuato a ripetermelo in questi ultimi 4 anni, durante i quali la mia vita è stata letteralmente capovolta.

Ho cercato di crederci con tutte le mie forze anche quando questo assioma ha pericolosamente vacillato dinanzi al timore, sempre più opprimente, che non sempre basta essere nel giusto, ma a volte si è costretti ad avere paura anche di ciò che, in teoria, non dovrebbe mai spaventarci. E me lo ripetevo quasi come un mantra, in cui però credevo sempre meno, quando, nel giugno scorso, ho ascoltato la richiesta di pena nei miei confronti: 18 anni di carcere per reati che non avevo neppure mai immaginato. E più me lo ripetevo, più mi chiedevo come fosse stato possibile finire in questo incubo che mi ha strappato dai miei affetti, dal mio lavoro, dall’altra vita terminata per sempre il 19 dicembre 2019. Sentimenti che mi hanno accompagnato sino a lunedì scorso, quando il Tribunale di Vibo mi ha assolto con la formula più ampia e incontrovertibile.

Dalla sentenza ho atteso qualche giorno prima di scrivere queste poche righe, travolto da emozioni e sensazioni che soltanto chi ci è passato può comprendere fino in fondo. In questi anni, oltre alla consapevolezza di non aver commesso ciò che mi veniva imputato, mi sono aggrappato alla fiducia nelle istituzioni e nella democrazia, convinzioni solidissime che mi hanno sempre accompagnato nella mia breve ma intensa carriera politica, coronata dall’elezione a sindaco, per due volte, della mia amata città, Pizzo. A qualcuno potrebbe sembrare la solita retorica che si usa in questi casi, ma io ci credo davvero. E infatti, alla fine, la Giustizia ha funzionato. Questo, però, non cancella lo sconvolgimento della mia vita, che oggi è un’altra. Un lusso che però non tutti si possono permettere, se non hanno alternative. Ma forse, più di ogni altra cosa, a sostenermi in questi anni è stato l’affetto e la vicinanza non solo della mia famiglia ma anche di centinaia di amici e conoscenti, che non hanno mai avuto alcun dubbio sulla mia innocenza. Sono state queste persone il mio sostegno.

Al pari dei miei avvocati, Armando Veneto e Vincenzo Trungadi, che hanno lavorato alla mia difesa con la loro scienza ma anche con una sintonia umana autentica. Ed è a loro, a voi che non mi avete voltato le spalle, che voglio dire grazie, rompendo il riserbo che ormai domina il mio animo. Mi avete dato la forza di andare avanti in un frangente difficilissimo della mia vita, senza farmi mai mancare affetto e stima, che ricambio dal più profondo del mio cuore.

Ma quale sentenza storica: i giudici hanno stroncato la presunta cupola politico-mafiosa. Rinascita-Scott di Gratteri finisce con 131 assoluzioni, si tratta di vite e carriere spezzate. Undici anni di carcere a Pitteli, simbolo del processo. Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 20 novembre 2023

Sentenza storica proprio no, quella emessa nella maxi-aula di Lametia per il processo “Rinascita Scott”. Certo, c’è la bandierina simbolica della condanna a 11 anni di carcere per l’avvocato Giancarlo Pittelli, ma è appunto poco più che una sagoma di cartapesta, e non c’è bisogno di ricordare Enzo Tortora e i tanti condannati al primo processo e poi assolti in appello.

Ma i numeri parlano chiaro: 131 assolti su 338 vuol dire non solo che circa il 39% delle persone arrestate nel famoso blitz del 19 dicembre 2019 era composto di innocenti, ma anche che pm e gip non hanno fatto bene il proprio dovere. Perché è detto e scritto in ogni norma, in ogni riforma, e poi nei congressi e nei convegni che si deve andare a processo solo quando si hanno buone probabilità di arrivare a condanne. Se no, oltre a creare gravi danni alla vita delle persone, si fa anche perdere tempo e denaro. E questa non è giustizia. E quella grande aula di Lametia rischia di somigliare sempre più a un set cinematografico. Inoltre la storia della Dda di Catanzaro non brilla per efficienza, dopo l’ultimo fallimento del processo “Stige”, con il 60% delle assoluzioni tra primo e secondo grado.

L’aspetto più scandaloso di questo processo è quel che è accaduto fuori dall’ aula. Ancora oggi era tutto un tripudio mediatico perché con questa inchiesta sarebbe stata scoperta la saldatura tra ‘ndrangheta e mondo della politica. Ma è proprio questo il punto debole di questo processo. Perché per esempio un personaggio di grande rilevanza politica come Gianluca Callipo, ex sindaco di Pizzo e responsabile regionale dell’Anci, l’associazione dei comuni calabresi, dopo aver scontato in via preventiva diversi mesi di carcere, è stato assolto. E pensare che il 7 giugno scorso il procuratore Gratteri in persona aveva invocato per lui 18 anni di reclusione. E l’ex consigliere regionale Pietro Giamborino invece dei vent’anni richiesti dalla Dda per mafia, ne dovrebbe scontare, qualora la sentenza fosse confermata nei successivi gradi di giudizio, uno e mezzo per traffico di influenze, piccolo reato evanescente. Non è un mafioso, quindi.

Ma non lo è neppure l’avvocato Giancarlo Pittelli, come lui stesso ha detto e ridetto al processo. La sua condanna è legata alla presunta diffusione dei verbali del “pentito” Mantella, su cui, come ricordano i suoi legali Giandomenico Caiazza, Salvatore Staiano e Guido Contestabile “solo pochi mesi fa la Corte di Cassazione prima e il Tribunale per il riesame dopo, avevano escluso la sussistenza anche solo di indizi gravi di colpevolezza”. E’ tutto così scontato, ed era anche così prevedibile la condanna simbolica del fiore all’occhiello di tutta l’inchiesta, che lo stesso avvocato ex ex parlamentare di Forza Italia non se la sente di dare giudizi (“non sono abituato a commentare le sentenze”), se non per lasciare “agli sciacalli di turno”, il compito di “sbandierare le proprie opinioni nelle tv nazionali e locali”.

Ovvio che non allude al procuratore Gratteri, lui non va mai in tv. In molti in questi mesi hanno criticato le modalità di composizione del tribunale e la giovane età, soprattutto professionale, della presidente Brigida Cavasino e delle due giudici laterali Claudia Caputo e Germana Radici. Si è detto che mai avrebbero trovato il coraggio di contraddire la Dda di Catanzaro e colui che fino a poco tempo fa l’aveva presieduta, Nicola Gratteri. Un personaggio di grande visibilità, non cercata ovviamente, un magistrato che viene ospitato spesso e volentieri da giornalisti e conduttrici ossequiosi, e che gira l’Italia con i suoi numerosi libri editi da Mondadori, uno che non ha paura di irridere le riforme. E quando dice nelle conferenze stampa “abbiamo arrestato presunti innocenti”, tutti pensano che le persone cui lui ha contribuito a far mettere le manette siano in realtà tutti colpevoli. Abbiamo visto che non è così, e i 131 assolti di questo processo sono lì a dimostrarlo. Oltre ai tanti dimezzamenti di pena.

Poi, se qualcuno si aspetta il totale degli anni per tutti gli imputati, vada a leggere Travaglio, lì c’è, ma sappia che da queste parti quel totale non lo avrà mai. Perché chi fa quel calcolo per sparare come pallottole titoloni con numeri pieni di zero non rispetta la Costituzione, per cui “la responsabilità penale è personale”. Poi, se si vuol sapere se gli uomini delle cosche sono stati castigati dalla sentenza di primo grado, possiamo guardare le pene più alte comminate, come i 30 anni di carcere per Saverio Razionale o i 28 per Paolo Lo Bianco. E non siamo neanche in corte d’assise, qui non ci sono i reati di sangue, ma è sempre l’articolo 416 bis del codice penale a innalzare le pene.

Il procuratore vicario della Dda di Catanzaro Vincenzo Capomolla non si sbilancia nel commento, come sicuramente avrebbe invece fatto il suo predecessore: “E’ stata dimostrata -dice-la contaminazione che la ‘ndrangheta vibonese esercita sul territorio”. Ma tutto sommato ha in mano solo lo scalpo di Giancarlo Pittelli. E sa bene che in appello, lontano dai riflettori e dalle grida sulle “sentenze storiche”, le carte vengono esaminate con maggiore cura, e che poi la stessa cassazione difficilmente potrà smentire se stessa. Entro due anni si dovrà celebrare l’appello, se no le carceri calabresi si svuotano per prescrizione. Ci sarà da lavorare per i 600 avvocati difensori che in questi anni hanno popolato la maxi-aula di Lametia. Ma anche per la procura “antimafia”, perché la sua teoria sulla “zona grigia” che sostiene la ‘ndrangheta dall’esterno è sempre più traballante.

Più di 300 imputati e 600 avvocati. È Rinascita Scott: farsa o tragedia? Gratteri non ha mai nascosto l’ambizione a essere definito il “Falcone di Calabria” e anche perché, fin da quella notte di quattro anni fa, ha dato l’impressione di aver voluto realizzare quel suo primo progetto, di voler smontare e poi rimontare la Calabria come un lego. Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 17 novembre 2023

Lunedì 20 novembre, quando alle dieci del mattino le tre giudici del processo “Rinascita Scott” entreranno nell’aula bunker di Lamezia per leggere il dispositivo della sentenza, troveranno non solo 338 imputati in visibile ansia per il verdetto, ma anche l’attuale procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. Il quale ha deciso che sarà presente, perché questo processo è la sua creatura prediletta fin da quel giorno di quattro anni fa, era il 19 dicembre del 2019, quello del blitz più clamoroso e scenografico della Calabria, dopo quello famoso di Platì con i suoi trecento arresti e altrettante, o quasi, assoluzioni. È da quel giorno che si attende, che lo stesso ex procuratore di Catanzaro attende.

L’aula bunker costruita appositamente, per contenere un processo da subito definito Maxi, centinaia di imputati e 600 avvocati, migliaia le pagine delle indagini preliminari, quasi tre anni di udienze e poi le richieste di condanne del giugno scorso lanciate come dardi, da uno a trent’anni di reclusione.

Quasi come se in quest’aula si processassero rapine e omicidi, come se fossimo in Corte d’Assise. Ma tutto è stato di grandi dimensioni, fin da subito in questo processo. Perché il procuratore non ha mai nascosto l’ambizione a essere definito il “Falcone di Calabria” e anche perché, fin da quella notte di quattro anni fa, ha dato l’impressione di aver voluto realizzare quel suo primo progetto, di voler smontare e poi rimontare la Calabria come un lego.

E, sempre dicendo, ma lo ripete ogni volta, che il “Rinascita Scott” era il processo che sarebbe passato alla storia, perché la Dda aveva individuato, oltre alle cosche mafiose del vibonese, la famosa “area grigia” della borghesia mafiosa che, con il proprio concorso, in gran parte “esterno”, aveva rafforzato la ‘ndrangheta e le proprie attività criminose sul territorio. Tesi ardita, per quando non isolata. Un po’ perché quella fattispecie di reato non esiste nel codice penale ma è solo una costruzione giurisprudenziale, e anche perché, da Roma a Milano, abbiamo visto di recente una sorta di ribellione silenziosa di qualche giudice sulla sua applicazione in modo troppo superficiale.

È una delle scommesse di questo processo, soprattutto per la presenza tra gli imputati dell’avvocato Giancarlo Pittelli, brillante legale calabrese ed ex parlamentare di Forza Italia. È piuttosto evidente che il procuratore Gratteri, ma anche il sistema dell’informazione, tiene gli occhi puntati sulla sorte di colui che è considerata da una parte la vittima prescelta per dare lustro a tutta l’inchiesta, e dall’altra, quella dell’accusa, la dimostrazione della collusione tra le mafie e una certa parte della società civile e politica. Riflettori accesi sui due protagonisti, quindi.

Il procuratore Gratteri ha chiesto 17 anni di reclusione per Giancarlo Pittelli, facendosi scudo dell’ennesima civetteria, la scommessa. «In pochi avevano creduto in questo processo», aveva detto, accusando i dissidenti e i perplessi di aver “fatto il tifo” perché non si arrivasse fino alla fine e anche di aver in qualche modo irriso per la loro giovane età le tre giudici che sono chiuse in camera di consiglio dal 16 ottobre. In effetti la presidente Brigida Cavasino è nata nel 1982 e le laterali Claudia Caputo e Germana Radici sono rispettivamente del 1986 e 1987.

Ma non è questo il punto. Il problema è sempre quello della terzietà, e anche la forza dell’autonomia dei giudici a essere distanti dai rappresentanti dell’accusa, soprattutto in un caso come questo, con una presenza così ingombrante come quella di Nicola Gratteri, da un mese procuratore di Napoli. Un capo dell’ufficio il quale, pur disponendo di tre procuratori d’aula come Anna Frustaci, Antonio De Bernardo e Andrea Mancuso, ha voluto snocciolare di persona i numeri delle richieste degli anni da far scontare in caso di condanne.

Ha avuto un tono molto forte il procuratore quel giorno, pareva quasi aver emesso una sentenza. Ed è quello su cui conta, è evidente. Anche perché ultimamente non gli è andata molto bene, con i personaggi pubblici, dall’ex presidente della giunta regionale Mario Oliverio, fino al presidente della stessa assemblea Domenico Tallini, fino a una serie di amministratori del processo “Stige”: tutti assolti. Ha perso nel 60% delle volte, a proposito di scommesse.

Fatto sta che l’ultimo giorno di agosto, quando finalmente, dopo un paio di anni trascorsi tra il carcere e i domiciliari, l’imputato Pittelli ha potuto prendere la parola e spiegare alle giudici chi avessero davanti («non sono stato, non sono e non sarò mai un mafioso» ), il procuratore Gratteri non si è neppure fatto vedere. Un piccolo sgarbo formale che pare in contrasto con l’immagine di capitano coraggioso di cui il personaggio è ammantato sia quando nelle conferenze stampa presenta i suoi blitz sia quando fa conferenze nelle scuole o pubblicizza i propri libri. Ma ci sarà lunedì, forte della recente promozione di carriera. Giancarlo Pittelli resterà a casa ad attendere la sentenza.

Crolla il processo “Stige”: pioggia di assoluzioni in appello.Verdetto ribaltato per 26 imputati, tra i quali ex sindaci funzionari e professionisti. L’allora procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri la definì «la più grande operazione degli ultimi 23 anni». Ma il coinvolgimento della politica non regge. Simona Musco su Il Dubbio l'11 novembre 2023

Decine di imprenditori, ex sindaci, professionisti, funzionari, comuni cittadini assolti da accuse gravissime. Si chiude con un ribaltone il processo “Stige”, «la più grande operazione degli ultimi 23 anni», come fu definita dall’allora procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri subito dopo gli arresti.

La Corte d’Appello di Catanzaro, presieduta dal presidente Antonio Giglio, ha infatti assolto 26 imputati riformando inoltre diverse sentenze di condanna comminate in primo grado dal Tribunale di Crotone, che nel 2021 aveva pronunciato 54 condanne e 24 assoluzioni. Ora la Corte d’Appello ha risicato ulteriormente la tenuta del quadro probatorio, confermandolo solo per quelli considerati organici alla cosca mafiosa dei Farao-Marincola ed escludendo praticamente del tutto un coinvolgimento della politica.

All’alba del 9 gennaio 2018, mille carabinieri svegliarono la provincia di Crotone per mettere le manette ai polsi di 169 persone, tra i quali dieci amministratori pubblici, come il presidente della provincia di Crotone, nonché sindaco di Cirò Marina, Nicodemo Parrilla, eletto, secondo l’accusa, coi voti delle cosche, per le quali si sarebbe messo a disposizione. Parrilla, eletto l’anno precedente con il 62,2 per cento di voti, era prima finito in carcere e un mese dopo spedito ai domiciliari dal Riesame, che ritenne non sussistenti i gravi indizi di colpevolezza per l’accusa di associazione mafiosa.

Parrilla, che è anche sindaco di Cirò Marina, avrebbe conquistato la Provincia facendosi aiutare dagli scagnozzi del clan, capaci di convincere i consiglieri delegati del Comune di Casabona (Kr) a votare per lui. In primo grado era stato condannato a 13 anni, ma ieri la Corte d’Appello lo ha assolto. Ma assieme a lui furono decine gli imprenditori arrestati e portati in carcere, con sequestri di beni e di decine di aziende per 50 milioni di euro. Un’indagine, dunque, che sanciva l’incapacità del territorio di avviare forme di economia legale.

«Le cosche - aveva spiegato Gratteri - controllavano il respiro, il battito cardiaco di tutte le attività commerciali». Un’intera squadra politica, secondo la Dda, si piegava ai voleri della cosca in cambio di voti, mettendo l’attività istituzionale a disposizione del clan. Come il sindaco di Strongoli, Michele Laurenzano, non intraneo alla cosca, secondo le accuse, ma capace di fornire «un concreto, specifico, consapevole e volontario contributo ai componenti dell’associazione». In primo grado fu condannato a 8 anni, oggi ne è uscito pulito.

L’indagine era già stata messa a dura prova dopo gli arresti, quando Riesame prima e Cassazione poi hanno smontato le esigenze cautelari ritenendo inutilmente oneroso il carcere per molti degli indagati, in particolar modo politici ed imprenditori, punto di contatto, secondo l’accusa, tra le cosche del crotonese e la società civile. L’operazione “Stige” - «da portare nelle scuole di magistratura per spiegare come si fa un’indagine per 416 bis», aveva sottolineato Gratteri - servì infatti a spiegare una tesi ribadita poi successivamente in altre operazioni della Dda: l’economia, nel crotonese, è tutt’altro che libera e in mano, per buona parte, ai clan. Una tesi raccontata associando la Calabria all’inferno, quello rappresentato da uno dei cinque fiumi degli inferi, un «baratro» dove, oltre tutto, «è a rischio la libertà di voto», aveva assicurato l’allora aggiunto Vincenzo Luberto.

Valentino Zito, la vittima del clan scambiata per mafioso. L’imprenditore arrestato nell’ambito dell’operazione “Stige” era sull’autobus mentre rientrava dall’ospedale: ci sono voluti 5 anni prima di essere assolto. Per la Dda aveva fatto affari con il clan grazie al vino. Simona Musco su Il Dubbio il 13 novembre 2023

La notte del 9 gennaio 2018 non è una notte come le altre per Valentino Zito. È una notte di paura e speranza, mentre torna a casa, a Crotone, a bordo di un autobus. Ha passato gli ultimi giorni in ospedale, lontano dalla Calabria, dove il diritto alla salute è un optional. Lo ha fatto per assistere sua figlia, la piccola Marta (nome di fantasia), che ha appena subito un trapianto di midollo. Ha solo cinque anni e non sa niente di quello che sta accadere a suo padre.

A raccontare la sua storia è l’avvocato Francesco Verri, suo difensore assieme al collega Enzo Ioppoli. Zito, socio amministratore dell’omonima casa vinicola, sta per essere ammanettato. Per strada, davanti ad altre decine di persone che, come lui, hanno scelto l'autobus per percorrere mezza Italia, ognuno per le sue ragioni. Zito deve arrivare a Cirò e non sono previste soste prima che il pullman raggiunga la Calabria. Ma ad un certo punto il mezzo si ferma e a bordo salgono i Carabinieri. Cercano proprio lui, i cui occhi sono rimasti incollati al vetro che lo separava da Marta, in un ospedale. Deve scendere, perché, gli dicono degli uomini il cui volto è coperto da passamontagna, è in arresto. Zito attraversa il mezzo con lo sguardo degli altri puntato addosso. Altrove, intanto, a Cirò, mille militari stanno ammanettando mezza provincia, compreso suo fratello Francesco. «Né il papà di Marta né il fratello sono uomini pericolosi - spiega Verri -. In famiglia fanno vino da generazioni. Solo questo. Non rapine». Valentino e Francesco Zito sono finiti nella rete dell’operazione Stige, come il fiume dell’odio che attraversa gli inferi. Crotone è l’inferno, dunque. E loro sono parte di quel fiume. Provano a difendersi dalle accuse, a spiegare la loro posizione, ma non vengono creduti. Secondo la Dda, avrebbero agevolato le cosche di Cirò accettando la richiesta di due presunti capi clan di produrre delle bottiglie di vino per conto loro. Una cosa che i fratelli Zito fanno da anni, anche per la grande distribuzione. Così imbottigliano il vino e lo consegnano come da prassi, emettendo fattura. Ma i due presunti ‘ndranghetisti non pagano. Secondo la procura, tra gli imprenditori e il clan c’è un patto: fanno affari insieme. Sono soci. Ma di fatto si tratta di un vero e proprio furto.

Gli avvocati, spiega Verri, consegnano ai giudici «una valigia piena di documenti, testimonianze, conti». Spiegano che non c’è stata nessuna cointeressenza sulle vendite successive, che le intercettazioni confermano tutto. E la consulenza stabilisce che il vino è stato prelevato, ma ma il conto non è mai stato saldato. Insomma, sono stati costretti a consegnare il vino. Il Riesame, che li ascolta a notte fonda, decide di farli uscire dal carcere, dopo un mese, ma li manda ai domiciliari. Gli avvocati, allora, portano tutto in Cassazione, dove i giudici annullano la misura cautelare senza rinvio per Francesco, con rinvio per Valentino. Che deve tornare davanti al Tribunale della Libertà per sentirsi dire, finalmente, che non c’è gravità indiziaria. Anzi, c’è il rischio, scrivono i giudici, che queste due persone siano vittime. Ci sono voluti sei mesi, ma ora sono due uomini liberi.

«I Carabinieri in quella notte d‘inverno non si sono presi solo loro e il tempo che il papà di Marta dovrebbe passare con Marta - spiega ancora Verri -. Hanno sequestrato anche l’azienda e il vino. I due fratelli sono prigionieri e inoltre, di colpo, non hanno più niente. Ma dopo la sentenza che arriva da Roma anche la società torna libera». L’Incubo è finito, dunque? Non del tutto. Francesco Zito, in udienza preliminare, sceglie il rito abbreviato. Ed esce subito dal processo: prosciolto perché il fatto non sussiste. Dovrebbe bastare per smentire ogni connivenza. Ma no, Valentino, che sceglie il rito ordinario per spiegare ancora meglio alcune circostanze, viene rinviato a giudizio. «In dibattimento portiamo numerosi elementi favorevoli - sottolinea Verri - e riusciamo a dimostrare anche ulteriori circostanze. Ma il Tribunale di Crotone, sorprendentemente, lo condanna a 12 anni di reclusione. Dico sorprendentemente perché il Riesame ha escluso i gravi indizi, l’azienda è stata dissequestrata, il che significa che non c’è il fumus del reato, ma soprattutto la sentenza relativa al fratello, passata in giudicato, ha stabilito che il fatto non sussiste». Il Tribunale condanna tutti i colletti bianchi. E a Valentino Zito tocca affrontare un ulteriore processo, che vede la fine il 10 novembre 2023.

«Abbiamo dovuto aspettare una piovigginosa sera d’autunno per sentire la parola in nome della quale Valentino Zito ha resistito, ha combattuto con i suoi avvocati, non ha mai smesso di sperare - conclude Verri -. Per sentire la parola assolto. La pronuncia la Corte d’Appello di Catanzaro che butta giù una sentenza sbagliata. Il papà di Marta può tornare da Marta senza temere di doverla abbracciare per l’ultima volta prima di rivederla fra dodici interminabili anni. Finalmente dormirà senza svegliarsi di soprassalto e quell’autobus smetterà di fermarsi, nei suoi incubi ricorrenti, in mezzo ai lampeggianti dei Carabinieri».

Il tour calabrese è riemerso dagli archivi del Csm. Difficile dire no a quel giro in elicottero per l’ex vicepresidente del Csm. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 26 Ottobre 2023

La presidente del tribunale di Palmi ha rischiato di perdere il posto per aver fatto fare un giro in elicottero sull’Aspromonte all’allora vice presidente del Csm Giovanni Legnini. L’episodio, pur risalendo al mese di giugno del 2018, è tornato d’attualità questa settimana in quanto Palazzo dei Marescialli doveva esaminare l’attività svolta dalla magistrata nell’ultimo quadriennio ai fini della sua conferma nell’incarico direttivo. L’ordine degli avvocati di Palmi, quell’anno, aveva organizzato un convegno per ricordare la morte del magistrato Rocco Palamara, padre di Luca e artefice della norma sulle estradizioni, originario di Santa Cristina d’Aspromonte. All’evento era stato invitato, oltre a Palamara junior all’epoca membro del Csm, anche Legnini che aveva però espresso il desiderio di effettuare un giro in elicottero che gli consentisse “una migliore conoscenza” del territorio dell’Aspromonte.

Il programma definitivo della giornata aveva così previsto, a margine dei lavori del convegno, un sorvolo delle impervie montagne calabresi e un pranzo con prodotti tipici ai piani di Carmelia, sopra Delinuova, località nota per essere, a parte le bellezze naturalistiche, un covo di latitanti e sequestratori di persona. La presidente del tribunale di Palmi, per esaudire il desiderio di Legnini, si era allora prontamente attivata con il comandante dei carabinieri per ottenere la disponibilità di uno degli elicotteri in servizio presso il Nucleo dell’Arma dell’aeroporto di Vibo Valentia.

Dalle parti della Benemerita avrebbero però sollevato delle ‘difficoltà’ per l’autorizzazione in quanto dal Csm non era giunta una richiesta formale circa l’impiego dell’elicottero. I carabinieri avevano quindi suggerito alla magistrata di rivolgersi direttamente al questore di Reggio Calabria, città dove ha sede il Reparto volo della Polizia di Stato e che ha una grande disponibilità di elicotteri. Per questa vicenda venne successivamente aperto un procedimento penale, per fatti non costituenti reato, senza dunque che la magistrata fosse indagata. “In data 22.6.2018, nel segnalare al questore di Reggio Calabria la presenza il successivo 29.6.2018 in Palmi dei precitati membri del Csm, per partecipare a un convegno, si faceva portatrice di una richiesta del senatore Legnini, il quale desiderava effettuare un giro perlustrativo in elicottero che gli consentisse e consentisse agli altri due membri del Csm una migliore conoscenza del territorio aspro montino” e che “dall’esame degli atti in oggetto del presente fascicolo, (…) non si rilevano elementi tali da ipotizzare, seppure in astratto, l’esistenza di fattispecie penalmente rilevanti…”, scrissero i magistrati di Reggio Calabria.

La nota della Procura calabrese venne trasmessa, come da prassi, al Csm per i profili di incompatibilità ambientale della toga. Il dibattito in Plenum fu molto acceso, in quanto due consiglieri (il laico della Lega Stefano Cavanna e il togato progressista Giuseppe Cascini) contestarono la delibera di archiviazione per incompatibilità ambientale, chiedendo ai colleghi di seguire un unico metro di valutazione. Altrimenti “si perde di credibilità”, disse Cascini che si astenne durante la votazione insieme ad altri cinque consiglieri. Durissimo, invece, fu Cavanna: “Io sono di Genova e non mi sognerei mai di chiedere un’autoblindo per girare sulle colline della mia città”.

Questa settimana, come detto, il tour calabrese in elicottero è riemerso dagli archivi del Csm ai fini della conferma della magistrata. Il Csm, visti anche i precedenti, ha ritenuto di non doverne tenere conto. A favore della magistrata hanno pesato le sue ottime capacità organizzative ed il fatto che difficilmente avrebbe potuto dire no al desiderio di volo del vice presidente del Csm. Paolo Pandolfini

La sentenza. Processo “Miramare”, la Cassazione annulla la condanna: Falcomatà torna sindaco di Reggio Calabria. Annullata la sentenza d’appello anche per gli altri dieci imputati. Redazione su Il Riformista il 25 Ottobre 2023

Giuseppe Falcomatà tornerà a fare il sindaco di Reggio Calabria. La Cassazione ha annullato la condanna a un anno di carcere, con pena sospesa, per abuso d’ufficio emessa lo scorso novembre. È stata accolta la richiesta degli avvocati Marco Panella e Giandomenico Caiazza e la sentenza del processo ‘Miramare’ è arrivata nella serata di mercoledì a Roma. Annullata la sentenza d’appello anche per gli altri dieci imputati, che erano stati condannati a sei mesi.

L’inchiesta “Miramare”

Un processo nato da un’inchiesta sulle irregolarità nelle procedure di affidamento ad un’associazione del Grand Hotel Miramare. Nel 2015, la struttura era stata concessa senza alcun bando pubblico all’associazione “Il sottoscala”, riconducibile all’imprenditore Paolo Zagarella. Il focus dell’indagine ci sono stati i rapporti tra Falcomatà e Zagarella che, in occasione delle elezioni comunali del 2014, aveva concesso gratuitamente al sindaco di Reggio Calabria alcuni locali di sua proprietà per ospitare la segreteria politica.

La corte di Cassazione avrebbe valutato la desistenza volontaria degli imputati che, dopo aver affidato il Miramare all’associazione di Zagarella, avevano revocato l’affidamento. In mattinata, il sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione Roberto Aniello aveva chiesto l’annullamento della sentenza per prescrizione spiegando che il fatto forse andava qualificato in maniera diversa e ci potrebbero essere dubbi sulla ricostruzione della vicenda. Dubbi che, comunque, non potrebbero essere risolti, in quanto il reato in ogni caso sarebbe prescritto.

Per questo si è arrivati all’annullamento che permette a Falcomatà di rientrare a Palazzo San Giorgio. Tra gli altri imputati, oltre al segretario comunale in carica all’epoca, Giovanna Antonia Acquaviva, all’ex dirigente del settore “Servizi alle imprese e sviluppo economico” del Comune, Maria Luisa Spanò, e all’imprenditore Paolo Zagarella, ci sono i sette ex assessori: Saverio Anghelone, Armando Neri, Rosanna Maria Nardi, Giuseppe Marino, Giovanni Muraca, Agata Quattrone e Antonino Zimbalatti. Anche per loro si interrompe la sospensione imposta dalla legge Severino. L’ex assessore Giovanni Muraca entra al Consiglio regionale da dove era sospeso dopo la condanna d’appello. Redazione

Il caso Lucano e la ’ndrangheta alibi di un sistema perverso. Oltre all'ex sindaco di Riace è successo con Carolina Girasole, Mario Oliverio, l'ex vescovo di Locri Bregantini e tanti altri. Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 25 ottobre 2023

Sono passate due settimane dalla sentenza di appello su Riace e sono venute meno le prime impressioni che non sempre sono le più giuste, oggi ci sembra giunto il momento di aprire una riflessione per capire i fatti nella sua complessità e che la grande stampa nazionale ha spesso agitato agli occhi dell'opinione pubblica per spiegare lo stato comatoso in cui si trova gran parte del Sud. Per esempio, il giorno in cui viene arrestato Mimmo Lucano, Goffredo Buccini è a Riace.

Il giorno dopo scrive un articolo sulla prima pagina del Corriere della Sera con l'intenzione di spiegare ai suoi lettori cosa ci sia stato realmente utilizzando come chiave di lettura il mio saggio “la ’ndrangheta come alibi” che chiudeva con una intervista a Mimmo Lucano.

È Buccini a dirlo: «Lui stesso Lucano - del resto si è sempre a suo modo “autodenunciato” persino nella scelta del suo eroe di infanzia “Cosimo u zoppu”- un Robin Hood di Riace - e fin da bambino - è l'ex sindaco di Riace a parlare - ne ero affascinato, mi pareva che Cosimo desse un suo originale contributo alla costruzione di una società più giusta”. Lo ha detto Lucano in un'intervista che chiude il libro di un altro ex sindaco calabrese, Ilario Ammendolia. Papà di uno dei computati». Fin qui le parole di Buccini.

Non so perché abbia sentito il bisogno di scrivere “papà di uno dei computati” dal momento che il mio saggio era stato scritto prima, ma ha detto il vero anche se certamente fuori contesto.

Non nascondo però che mi avrebbe fatto piacere se oggi, alla luce della sentenza di appello, Buccini avesse scritto un articolo in prima pagina o almeno un trafiletto per dire che dei diciotto imputati di Riace, escluso Lucano condannato per un reato di lieve entità, sono stati tutti assolti, anche coloro per i quali la procura di Locri, aveva chiesto gli arresti.

Buccini ha dato una lettura dei fatti piuttosto facile, certamente priva di cattiveria, ma sbagliata dal momento che non c'è stato nessun Robin Hood in salsa calabrese. Lucano non ha rubato neanche per distribuire agli immigrati.

Se ciò che abbiamo detto è vero e lo è, Buccini dovrebbe domandarsi perché qualcuno ha tramato per distruggere “Riace” lanciando un missile a testata multipla per mandare in galera degli innocenti e dimostrare, una volta in più, che in Calabria non può nascere nulla che non sia ’ ndrangheta o malaffare.

Una tesi diffusa e che lo stesso Buccini nel suo libro “L'Italia quaggiù” sembra condividere quando definisce la Calabria: “... una terra di cui al Paese non importa nulla perché la considera irrimediabilmente perduta... e che al cronista ricorda Valona o Aruba”.

È una brutta Calabria quella che vede Buccini anche se individua qualche speranza, per esempio, nell'impegno di tre valorose sindache impegnate contro la mafia. Anche in questo caso però l'autore avrebbe fatto bene a domandarsi come mai una delle tre sindache antimafia di cui parla nel suo libro, Carolina Girasole, sia stata arrestata, PROCESSATA per intesa con la mafia e, dopo un lungo calvario, ASSOLTA perché completamente innocente.

La stessa cosa è successa a Lucano e in forme diverse a Otello Lupacchini, procuratore generale emerito di Catanzaro, all’ex presidente della Regione, Oliverio, all’ex vescovo di Locri Bregantini, e altri che non nomino ma per non danneggiarli. Ma soprattutto e innanzitutto è successo a migliaia di donne e uomini sconosciuti, spesso senza soldi e senza avvocato, ma che hanno vissuto l' inferno senza ricevere mai, né prima né dopo l'assoluzione, un solo gesto di solidarietà.

Forse per questo lo scrittore Francesco Permunian, zio del sostituito procuratore che ha sostenuto l'accusa contro gli imputati di Riace aveva consigliato al nipote di “fuggire” da Locri. Il dottor Permunian se ne è andato… Altri se ne sono andati, ma non se ne va chi la Calabria ama veramente. Non se ne vanno magistrati coraggiosi.

Non fugge chi ritiene che questa terra bellissima e generosa meriti un destino migliore. Che non avrà, almeno finché ci limiteremo ad esprime solidarietà a singole vittime (considerando ogni storia, una storia a sé) invece di comprendere che bisogna rompere un sistema perverso che genera vittime e carnefici e pretende il sottosviluppo d'una parte importante del Paese.

Dopo 7 anni un pentito racconta la verità sulla fine di Maria Chindamo, uccisa e data in pasto ai maiali. Carlo Macrì il 7 Settembre 2023 su Il Corriere della Sera.

L’inchiesta «Maestrale-Carthago» ha portato all’esecuzione di 84 misure cautelari (29 in carcere, 52 ai domiciliari), chieste dalla Procura di Catanzaro. Gratteri: «Non le era permesso avere un nuovo compagno»

Sequestrata, uccisa e data in pasto ai maiali. E, i resti, triturati da un trattore cingolato per far sparire le tracce. E’ la fine che ha fatto Maria Chindamo, l’imprenditrice agricola di 42 anni, di Laureana di Borrello, scomparsa il 6 maggio 2016 nella campagne di Limbadi, mentre si apprestava ad entrare nella sua proprietà. Quello che il Corriere ha anticipato quattro anni fa, adesso è emerso dalle carte dell’inchiesta «Maestrale-Carthago» che giovedì ha portato all’esecuzione di 84 misure cautelari (29 in carcere, 52 ai domiciliari), chieste dalla procura distrettuale di Catanzaro e ordinate dal giudice distrettuale di Catanzaro.

In manette uno dei presunti killer

Tra gli arrestati avvocati, dirigenti ospedalieri e politici, come l’ex presidente della provincia di Vibo Valentia Andrea Niglia. In manette è finito anche Salvatore Ascone, detto «u Pinnularu», uno dei presunti killer di Maria Chindamo. L’uomo era stato già arrestato e poi scarcerato dal Riesame, perché secondo i magistrati della procura avrebbe omesso il sistema di videosorveglianza installato nella sua abitazione per impedire la registrazione delle immagini della telecamera che era orientata proprio sull’ingresso della proprietà dell’imprenditrice.

La macabra esecuzione

A svelare i particolari macabri dell’esecuzione dell’imprenditrice è stato Emanuele Mancuso, esponente di spicco dell’omonimo clan di Limbadi, diventato collaboratore di giustizia. La donna è stata uccisa esattamente un anno dopo il suicidio del marito Vincenzo Puntoriero, impiccatosi pochi giorni dopo che la coppia aveva deciso di separarsi. Sarebbe stato, inoltre, considerato un «atto imperdonabile» il fatto che Maria Chindamo si fosse fatta vedere in giro con il suo nuovo compagno.

Gli appetiti dei clan

«Non le è stata perdonata la sua libertà, la voglia di essere indipendente e, tre giorni dopo che aveva postato sui social la foto con il suo nuovo compagno, è sparita», ha detto il procuratore Gratteri. Così come non le sarebbe stata fatta passare l’idea di poter gestire da sola lei, donna, i terreni della famiglia del suo ex marito, per i quali le cosche del territorio avevano già pensato di accaparrarsi. Tentativi falliti, perché l’imprenditrice ha sempre tenuto lontano gli appetiti dei clan. Una serie di trame hanno dunque segnato la fine di Maria Chindamo. Il piano per rapire l’imprenditrice fu organizzato nei dettagli. I sequestratori l’hanno attesa davanti al cancello dell’azienda. Sapevano dell’appuntamento che la donna aveva con alcuni operai che dovevano svolgere dei lavori. La donna, forse conosceva i suoi sequestratori (sembra tre), tanto da non insospettirsi di nulla vedendoli davanti al cancello.

L’oppressione delle cosche

Maria Chindamo fu ferita nel tentativo di divincolarsi dalla morsa dei suoi aggressori. Tracce di sangue furono rilevate all’interno del suo Suv e sulle pareti del muro di cinta dell’azienda. L’inchiesta che ha debellato le cosche della zona di Mileto e Zungri, nel Vibonese, ha fatto emergere anche altri particolari di vita quotidiana, che danno il senso dell’oppressione delle cosche sul territorio. I vertici delle famiglie di ‘ndrangheta avevano imposto a tutti i panificatori e rivenditori, l’obbligo di non vendere il pane al di sotto di 2,50 euro.

Maria Chindamo, il fratello: "Vi svelo perché è stata uccisa". Secondo il fratello di Maria Chindamo, chi le ha tolto la vita lo ha fatto anche per vendicare l'ex marito, che si era suicidato. La 44enne era scomparsa nel 2016 in provincia di Vibo Valentia. Linda Marino l'8 Settembre 2023 su Il Giornale.

Maria Chindamo è scomparsa a 44 anni il 6 maggio 2016 dalla sua azienda agricola di Montalto di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, in Calabria, lasciando orfani tre figli: Vincenzino, all’epoca dei fatti 20 anni, Federica, 15, e Letizia, 10. Rapita e fatta sparire dopo le 7 della mattina, la sua automobile venne trovata con lo sportello aperto e il motore ancora acceso, c'era sangue ovunque, ma di lei nessuna traccia. Ieri, la svolta. Nella maxi operazione Maestrale- Carthago, che ha portato all'arresto 84 persone in tutta italia per reati vari, è coinvolto anche Salvatore Ascone, indicato da diversi collaboratori di giustizia come l'assassino della donna.

Nel 2021, il collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso, 30 anni, ha rivelato agli inquirenti di sapere come è morta la donna. Secondo l’appartenente all’omonima famiglia ‘ndranghetista, Maria sarebbe stata uccisa, data in pasto ai maiali, sbranata per venti minuti, e poi, forse, triturata con una fresa. Mancuso sostiene di avere avuto queste rivelazioni da Rocco Ascone, dirimpettaio della Chindamo, l’unico, insieme al padre Salvatore, finora indagato e accusato di concorso nel delitto per aver manomesso l’impianto di sorveglianza della loro villetta.

Quel giorno di maggio, infatti, il dispositivo avrebbe potuto riprendere gli ultimi istanti di vita di Maria Chindamo, ma dalla sera precedente risultava non funzionante. La Cassazione ha stabilito l’assenza di manomissioni, per cui Salvatore Ascone è stato prosciolto, mentre per Rocco, all’epoca dei fatti minorenne, era stata chiesta l’archiviazione. Ieri Ascone è tornato in cella perché gli sono stati contestati alcuni delitti, nonché, appunto, l’omicidio, in concorso con altre due persone, di Maria Chindamo. Lo scorso maggio, la Dda di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta Maestrale-Carthago, ha stabilito che la morte dell’imprenditrice sarebbe avvenuta per mano mafiosa, perché un clan locale, proprio quello dei Mancuso, avrebbe voluto i suoi terreni. Vincenzo Chindamo, fratello della vittima, pensa che il movente di questo delitto sia complesso: questo è quello che ha detto a IlGiornale.it.

Vincenzo Chindamo, lei crede davvero che sua sorella possa essere stata uccisa perché qualcuno voleva i suoi terreni?

“Non penso sia solo questo. Quale mostro potrebbe uccidere una donna solo perché interessato ai suoi beni, senza mai darle un avvertimento, farle una minaccia? Credo ci sia dell’altro”.

A cosa si riferisce?

"Mia sorella è cresciuta in un ambiente influenzato dalla cultura mafiosa, ma lei amava fare le sue scelte, essere libera. Si era sposata molto giovane, era innamorata di suo marito, avevano avuto tre figli. Nella loro famiglia si respirava serenità, finché un giorno si è accorta di provare dei sentimenti per un altro uomo, così ha deciso di mettere la parola fine al matrimonio. Questa sua scelta è stata molto chiacchierata dalle nostre parti. Mio cognato Nando Punturiero era un uomo buono, perbene, ma fortemente pressato da una famiglia che lo incitava a ribellarsi a questa separazione, finché non ce l’ha fatta più e nel 2015 si è tolto la vita. Ci aveva già provato una volta, ma io l’avevo salvato".

"Data in pasto ai maiali" Dopo tre anni si scopre cosa è successo a Maria

Dunque il movente potrebbe essere legato a suo cognato?

"Credo che qualcuno abbia voluto vendicarlo, e non è un caso che mia sorella sia stata uccisa esattamente un anno dopo il suicidio dell’ex marito. Chi l’ha uccisa potrebbe anche aver voluto fare gli interessi delle cosche locali, che vogliono avere il pieno controllo dei terreni della zona. Dunque penso a un movente misto".

Sua sorella ha lasciato tre figli. Chi si preso cura di loro?

"Sono stato io, e devo dire che è stato difficile, soprattutto con la più piccola, che appena un anno prima aveva perso l’adorato papà. Quella mattina è spettato a me dirle che anche la mamma non c’era più. Mia nipote, l'unica dei tre che vive ancora con me, ha sofferto tantissimo. Oggi è una adolescente che sta costruendo il suo futuro con serenità, anche se a volte nei suoi occhi vedo la malinconia di chi non ha più la propria famiglia. Cerco di darle tutto l’affetto che posso, a volte le do più di quanto non faccia con le mie due figlie, perché lei ha quasi timore nel chiedermi le cose. Le manca la sfrontatezza che di solito i ragazzi hanno con mamma e papà perché, in fondo, io sono solo lo zio".

Che cosa si augura?

"Che i responsabili della morte di mia sorella finiscano tutti dietro le sbarre e paghino il conto con la giustizia. Era una donna solare, creativa, libera. Quando guardo mia figlia Maria Paola, vedo lei. E sorrido".

Estratto dell’articolo di R.I. per “il Messaggero” venerdì 8 settembre 2023.

La ferocia della ’ndrangheta non perdona chi decide di ribellarsi. Come Maria Chindamo, svanita nel nulla a maggio 2016. È stata uccisa e data in pasto ai maiali, con i resti triturati da un trattore cingolato per cancellare ogni sua traccia. Un omicidio «efferato e straziante», è la definizione del Procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri […] 

È la terribile verità che, sette anni dopo, emerge sulla scomparsa di Maria Chindamo, 44 anni. L'operazione "Maestrale-Carthago" ha portato alla disarticolazione delle cosche di ndrangheta di Mileto e Zungri e all'esecuzione di 84 misure cautelari, 29 delle quali in carcere, 52 ai domiciliari e 3 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria. Gli indagati sono in tutto 170 e 200 i capi d'imputazione. 

Maria Chindamo, per chi l'ha massacrata, non avrebbe dovuto permettersi il lusso di rifarsi una vita. E invece lei, madre di tre figli e vedova dopo che il marito, Vincenzo Puntoriero, si era suicidato un anno prima per non avere retto alla loro separazione, doveva essere punita.

Determinata e caparbia, si era rimessa a studiare all'università e intendeva ricostruirsi una vita anche come imprenditrice agricola: aveva deciso di gestire i terreni «di proprietà di quella stessa famiglia - scrivo i pm che riteneva la donna responsabile del suicidio del marito». 

Non le sono stati perdonate «la sua libertà e la gestione dei terreni avuti in eredità e su cui gravavano gli appetiti di una famiglia di ndrangheta. E anche il suo nuovo amore», sottolinea il procuratore Gratteri. E così, tre giorni dopo avere postato sui social la foto con il nuovo compagno, Maria Chindamo è stata fatta sparire.

[…] In carcere, tra gli altri, è finito Salvatore Ascone, accusato di concorso nell'omicidio dell'imprenditrice, perché «unitamente a suo figlio Rocco Ascone, all'epoca minorenne, manometteva il sistema di videosorveglianza installato presso la sua proprietà, limitrofa a quella della Chindamo, in modo da impedire la registrazione delle immagini». 

[…] L'inchiesta, oltre a fare emergere l'interesse di una cosca di ndrangheta del Vibonese per il terreno di cui l'imprenditrice aveva acquisito insieme ai figli la proprietà dopo la morte del marito, ha ricostruito gli «incontrovertibili rapporti» di parentela tra la famiglia Punturiero e la famiglia ndranghetistica dei Bellocco di Rosarno e ha fatto luce anche su altri omicidi e sul sistema che le cosche di Mileto e Zungri avevano instaurato in materia di estorsioni ad aziende e operatori turistici, legami con la politica e la pubblica amministrazione. Arrivando al punto di imporre anche un prezzo minimo di 2,50 euro sotto la quale i panifici non potevamo vendere il loro prodotto. R.I.

Antonio Maria Mira per “Avvenire” venerdì 8 settembre 2023.

La morte di Maria Chindamo, imprenditrice e mamma di 42 anni, rapita e fatta sparire il 6 maggio 2016 dinanzi alla sua tenuta agricola di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, «ci ha impressionato, perché questa donna dopo il suicidio di suo marito, avvenuto un anno prima, ha pensato di diventare imprenditrice, di curare gli interessi della terra, di curare i figli e affrancarsi da quel “modus operandi” e quella mentalità mafiosa. 

Non le è stata perdonata questa sua libertà, questa sua voglia di essere indipendente, di essere donna». Sono le durissime e molto partecipate parole del procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, nel corso della conferenza stampa sull’esito dell’operazione “Maestrale-Carthago” contro le cosche di ‘ndrangheta del Vibonese. 

[…] 

Due le motivazioni dell’omicidio, che si sovrappongono. La famiglia del marito Ferdinando Punturiero, vicina al clan Bellocco di Rosarno, la riteneva responsabile del suicidio avvenuto dopo la separazione. Inoltre ai suoi terreni era fortemente interessata la cosca Mancuso alleata dei Bellocco. E qui si inserisce la figura di Ascone al quale i Mancuso avevano affidato il controllo criminale della località “Montalto” dove si occupava «di acquisire i proventi estorsivi delle compravendite dei terreni e di gestire con metodologie mafiose quel territorio, nonché i rapporti con i proprietari». 

E arriviamo al 6 maggio 2016. L’auto di Maria viene trovata abbandonata davanti al cancello chiuso della sua azienda agricola. L’auto è aperta, con il motore acceso. Unica traccia una vistosa macchia di sangue sulla fiancata sinistra dell’auto. Ma le telecamere di Ascone smettono di funzionare proprio nei minuti dell’agguato. Ora la drammatica conferma. In attesa di identificare esecutori e mandanti. […]

Pure qualche legale tra gli arrestati nel blitz di Gratteri: un grande classico. A un avvocato di Vibo contestato addirittura il concorso esterno, ad altri la truffa aggravata. Antonio Alizzi su Il Dubbio il 7 settembre 2023

Quando mancano pochissimi giorni all’assemblea plenaria del 13 settembre nella quale il Consiglio superiore della magistratura discuterà la pratica relativa alla nomina del nuovo procuratore di Napoli, da Catanzaro spunta una nuova inchiesta antimafia coordinata dal procuratore capo Nicola Gratteri, uno dei tre candidati che hanno presentato domanda per l’ufficio inquirente partenopeo, il più grande d’Italia. Il magistrato di Gerace punta a diventare il successore di Giovanni Melillo, attuale procuratore nazionale Antimafia. L’operazione di ieri mattina quindi è uno dei tanti “biglietti da visita” con cui il favorito si presenta al grande giorno. Un blitz che nelle ore successive alla notizia lanciata dalle agenzie di stampa ha fatto clamore a livello nazionale sia per la vastità dell’indagine che per i contenuti indiziari.

Sono 84 infatti le persone raggiunte da misura cautelare, mentre oltre 600 sono stati i carabinieri utilizzati in Calabria e in altre regioni italiane per eseguire l’ordinanza firmata dal gip distrettuale di Catanzaro Filippo Aragona, al quale il Csm lo scorso febbraio aveva confermato l’applicazione extradistrettuale per altri sei mesi, essendo stato trasferito su sua richiesta presso il Tribunale di Firenze, dove prenderà servizio tra poche settimane.

L’indagine che tratta le dinamiche delinquenziali della ’ndrangheta vibonese ha portato alla luce comunque fatti di sangue del passato, come l’omicidio di Maria Chindamo, commesso a seguito del suicidio di Vincenzo Puntoriero, avvenuto l'anno precedente, l’8 maggio 2015, e l’assassinio di Angelo Antonio Corigliano, ucciso a Mileto il 19 agosto 2013, il cui movente sarebbe riconducibile ad una rappresaglia ordinata per vendicare l’omicidio di Giuseppe Mesiano, presunto elemento di spicco della locale di Mileto perpetrato nello stesso centro il 17 luglio 2013.

Nel corso della conferenza stampa, il procuratore Gratteri si è soffermato sul delitto della Chindamo, raccontando dettagli raccapriccianti su quanto avvenuto il 6 maggio del 2016 a Limbadi, comune in provincia di Vibo Valentia. «La donna è stata punita per la recente relazione sentimentale dalla stessa instaurata, venuta alla luce con la prima uscita pubblica della coppia appena due giorni prima dell'omicidio, oltre che per l’interesse all’accaparramento del terreno su cui insiste l’azienda agricola divenuta nel frattempo di proprietà esclusiva della Chindamo e dei figli minori», ha spiegato il procuratore. La vittima, secondo il racconto di alcuni collaboratori di giustizia, sarebbe stata data in pasto ai maiali e i resti ossei sarebbero stati triturati con la fresa di un trattore, facendo sparire ogni traccia genetica. Ma non è tutto.

Le investigazioni del pool Antimafia coordinato da Gratteri avrebbero consentito di ricostruire le dinamiche, i collegamenti e gli interessi imprenditoriali delle consorterie mafiose nella provincia vibonese, particolarmente attive nel settore estorsioni, attraverso intimidazioni e danneggiamenti ai danni di aziende edili, imprese ed esercizi commerciali operanti nel settore turistico-alberghiero della cosiddetta “Costa degli Dei”.

Dulcis in fundo, le imputazioni che riguardano gli avvocati, uno dei quali, Francesco Sabatino, finito in carcere con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, reato sempre al centro di dispute giuridiche e che ultimamente viene contestato spesso a chi esercita la professione forense, come a voler “macchiare” quel mandato difensivo che nella stragrande maggioranza dei casi rientra nel perimetro fissato dalle norme deontologiche, mentre in rarissime circostanze va oltre il diritto di difesa, con conseguenze che portano fino alla condanna.

Altri legali, implicati nell’operazione antimafia della Dda di Catanzaro, sono invece accusati del reato di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche nel settore dell’accoglienza dei migranti. Lo studio di Sabatino infine è stato perquisito dai carabinieri ieri mattina. Nella notte, però, i militari dell’Arma avevano bussato alla porta di casa per notificargli il provvedimento. In quel momento erano presenti il penalista e la moglie.

«La nostra regione è oramai la Calabria giudiziaria», penalisti in protesta. Il Coordinamento delle Camere penali calabresi annuncia l’astensione dalle udienze per il 20 luglio: «Giustizia spettacolo, violata la presunzione d’innocenza». Valentina Stella il 12 luglio 2023

«Nel distretto della Corte di Appello di Catanzaro si assiste alla concreta demolizione dei diritti dei cittadini indagati e imputati» : il riferimento a Nicola Gratteri non è esplicito ma il senso è chiaro ed è uno dei motivi per il quale il Coordinamento delle Camere penali calabresi ha annunciato una astensione dalle udienze per il prossimo 20 luglio.

Il documento delle undici camere penali territoriali parte dal fatto che «la nostra regione è oramai divenuta la Calabria giudiziaria delle centinaia di ordini di cattura eseguiti nottetempo, nell’ambito di quei maxiprocessi, meglio definibili processi straordinari, in cui vengono concentrati presunti innocenti in forza di una interpretazione giuridicamente eccentrica, da parte della pubblica accusa, dell’istituto della connessione, che rende tutto (mafiosamente e non teleologicamente) connesso». Inoltre, «la spettacolarizzazione del maxi- processo nella “terra di Calabria” ha raggiunto la più elevata e inimmaginabile vetta con la recente diretta televisiva delle richieste di condanna nel procedimento denominato Rinascita Scott, a reti mediatiche unificate per garantirne l’ascolto da talk show di prima serata, sottoponendo gli imputati alla ulteriore chemioterapica obliterazione, anche e soprattutto sociale, della presunzione di innocenza».

Non dimentichiamo inoltre, come denunciato già in passato, che «le istanze di libertà rivolte da presunti innocenti al più alto Organo di giustizia di merito, il Tribunale di Catanzaro in funzione di giudice dell’appello cautelare, subiscono un’anticamera, prima che ne sia trattato il merito, di molti mesi, con grave, intollerabile lesione del dettato costituzionale della presunzione di non colpevolezza e del principio della minima sofferenza, mentre analoga sorte non veniva destinata, sino a poco tempo addietro, agli appelli cautelari proposti dall’Ufficio di Procura distrettuale».

In ultimo i penalisti calabresi rilevano che «nell’altro ambito che attiene alle domande di riparazione per ingiusta detenzione presentate dalle vittime della giustizia ingiusta, persone depredate della libertà (e della propria vita) a seguito di provvedimenti giudiziari riconosciuti giuridicamente sbagliati, l’attività di monitoraggio condotta dalle Camere penali calabresi e dagli Osservatorio in seno alle stesse ha consentito di appurare dati a dir poco inimmaginabili: dinanzi alla Corte di Appello di Catanzaro giacciono da anni istanze di riparazione per ingiusta detenzione addirittura presentate nell’anno 2021, che sono in attesa di fissazione, trattazione e decisione, configurandosi una situazione grave e intollerabile». Per tutti questi motivi, «ritenuta non più tollerabile la violazione del diritto dell’indagato e dell’imputato» e delle vittime di ingiuste detenzioni i penalisti diserteranno le aule giudiziarie la prossima settimana.

43 arresti in Calabria, Sicilia e Lombardia per un traffico di droga e armi. Fra gli indagati l’ex governatore calabrese Oliverio. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 27 Giugno 2023

Fra gli indagati figurano anche l’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio (Pds) e l’ex assessore regionale Nicola Adamo (Pd). Nell'ambito della stessa indagine è finito ai domiciliari l'ex consigliere regionale Enzo Sculco.

I carabinieri di Monza, coordinati dalla Dda di Milano, hanno smantellato un’associazione per  delinquere finalizzata al traffico nazionale e internazionale di sostanze stupefacenti e armi, riciclaggio e autoriciclaggio. L’autorità giudiziaria ha complessivamente contestato agli indagati 221 capi d’imputazione. L’operazione è stata eseguita nelle province di Monza Brianza, Milano, Como, Pavia, Reggio Calabria, Catanzaro, Messina, Palermo, Trieste e Udine, dagli uomini del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Monza Brianza e dei comandi Arma territorialmente competenti.

l’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio (Pd) 

Fra gli indagati figurano anche l’ex presidente della Regione Calabria Mario Oliverio (Pd) e l’ex assessore regionale Nicola Adamo (Pd). In totale gli indagati sono 123. L’ordinanza applicativa di misura cautelare personale è stata emessa dal Gip Antonio Battaglia del Tribunale di Milano su richiesta della Dda, nei confronti di 30 persone (26 di nazionalità italiana e quattro marocchina). Ai domiciliari, tra gli altri, é finito Enzo Sculco, già consigliere regionale e Giancarlo Devona, che è stato assessore ai Lavori Pubblici a Crotone nella giunta del sindaco Peppino Vallone. Tra gli indagati figurano sono due dirigenti della Regione Calabria: Mimmo Pallaria (ex sindaco di Curinga e attualmente consigliere comunale e direttore generale del dipartimento Forestazione della Regione) ed Orsola Reillo.

Indagati anche Alfonso Dattolo, sindaco di Rocca di Neto, Flora Sculco ex consigliera regionale (con centrosinistra di Oliverio)  che lo scorso gennaio era stata nominata consulente dell’attuale presidente della Regione per il raccordo dell’attività politico-istituzionale con la provincia di Crotone, e gli imprenditori Giovanni Mazzei, Raffaele Vrenna e il fratello Gianni, rispettivamente ex e attuale presidente del Crotone Calcio. Nonchè il boss dell’omonima cosca di Papanice Mico Megna e un nutrito gruppo di affiliati. 

Lo stupefacente proveniva dal Sud America (prevalentemente dall’Ecuador) e dalla Spagna e approdava celato nei container nel porto calabrese di Gioia Tauro per giungere in buona parte a Milano. L’associazione aveva la base operativa nel capoluogo lombardo, dove uno dei principali indagati (una sorta di broker) si occupava di mantenere tutte le relazioni per concludere gli affari di droga, tenendosi comunque in contatto con i complici calabresi indispensabili per l’estrazione in modo sicuro della merce dal porto.

L’inchiesta ha consentito di ricostruire innumerevoli compravendite di stupefacenti per un totale di 3.051 kg di hashish (del valore alla vendita di circa 12 milioni di euro) e 374 kg cocaina (del valore alla vendita di circa 11 milioni di euro). Parallelamente al traffico di droga, è emerso un illecito commercio di armi da fuoco comuni e da guerra (mitragliette Uzi, fucili da assalto Ak47, Colt M16, pistole Glock e Beretta, nonché bazooka e bombe a mano Mk2 ananas). Gli indagati acquistavano le armi da un fornitore monzese, condannato all’ergastolo per omicidio aggravato ed associazione mafiosa, ma beneficiante di periodici permessi premio durante i quali sviluppa le intermediazioni per le armi.

L’indagine della procura distrettuale antimafia “ha disvelato un diffuso sistema clientelare, al centro del quale si pone la figura di Vincenzo Sculco, da tempo implicato nelle dinamiche politico affaristiche della città di Crotone ed in grado di influenzare le istituzioni e di eterodirezionare i finanziamenti verso un gruppo di potere privo di scrupoli“. Questo è il quadro tracciato dagli inquirenti del 73enne esponente politico crotonese, con un passato di leader sindacale in quanto segretario generale della Cisl calabrese, prima ancora che di consigliere regionale. Già nel 2009, peraltro, Enzo Sculco, all’epoca vice presidente della Provincia, era finito agli arresti domiciliari nell’ambito di una indagine della Procura di Crotone per una vicenda di appalti truccati, frode in pubbliche forniture e incarichi elargiti a persone gradite.

“Una sequela indeterminata di reati, funzionali ad accrescere il peso specifico elettorale attraverso incarichi fiduciari, nomine e assunzioni, di matrice esclusivamente clientelare, in enti pubblici, nella prospettiva di ottenere ii voto, nonché affidando appalti anche a imprese i cui titolari avrebbero assicurato l’appoggio elettorale“. Sono quelli contestati dalla Procura distrettuale antimafia guidata da Nicola Gratteri a politici e imprenditori coinvolti nell’inchiesta che oggi ha portato ad arresti eccellenti a Crotone e nel resto della Calabria. Gli inquirenti parlano di un patto stipulato dal leader del movimento I democratici, Enzo Sculco, e l’allora presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, del Pd, con il primo che avrebbe garantito sostegno elettorale al secondo in cambia della candidatura della figlia Flora Sculco al consiglio regionale.

Tutto ciò con la partecipazione dell’ex vicepresidente della regione Nicola Adamo. Da questo patto sarebbero appunto derivati una serie di incarichi e appalti elargiti dai politici a dirigenti ed imprenditori di fiducia. In questo modo, spiegano gli inquirenti, sarebbe avvenuta la penetrazione all’interno del Comune di Crotone, con “la individuazione di dirigenti, loro graditi”, “il condizionamento di appalti pubblici, attraverso affidamenti illeciti a imprese gradite a Sculco Vincenzo e Devona Giancarlo“, “l’affidamento di incarichi a soggetti graditi a Sculco e Devona“. E ancora la la penetrazione nella società “Crotone Sviluppo” partecipata dal Comune di Crotone, con la “individuazione da parte dello Sculco di direttori generali, a lui graditi, nonchè dell’amministratore unico”.

Dopodichè “la penetrazione nella Provincia di Crotone, mediante il condizionamento del voto nel 2017, attraverso un accordo promosso da Sculco per far eleggere Parrilla Nicodemo, facendo apparentare i cirotani con i mesorachesi e controllando lo Sculco capillarmente le operazioni elettorali“. Da sottolineare che Parrilla, dopo essere stato eletto presidente della Provincia di Crotone è stato coinvolto e condannato nella maxi operazione antimafia “Stige”. La penetrazione nell’Aterp Calabria, distretto di Crotone, di Mario Oliverio, Giancarlo Devona e Vincenzo Sculco con la designazione a direttore generale di Ambrogio Mascherpa, persona di fiducia di Mario Oliverio ed in precedenza commissario straordinario del predetto ente. 

L’indicazione da parte di Giancarlo Devona Nicola Adamo, Vincenzo Sculco, dell’ex consigliere regionale Sebi Romeo e Giancarlo Devona, “di professionisti, loro graditi, per l’espletamento di incarichi per canto di Aterp, quale quello relativo all’accatastamento di immobili di edilizia popolari nell’area crotonese”. Gli inquirenti della Dda trascrivono ed evidenziano che “a penetrazione nell’Asp di Crotone, mediante la precisa concertazione tra Mario Oliverio, Giancarlo Devona, Vincenzo Sculco, Nicola Adamo, in ordine controllo del predetto ente, attraverso la rimozione dell’allora direttore generale Sergio Arena – persona sgradita a Sculco – e la preposizione di una figura di vertice che assicurasse un segnale di discontinuità con il passato, nella specie Antonello Graziano, soggetto gradito a questo ultimo, persona che avrebbe contribuito a nominare i dirigenti Masciari e Brisinda, legati a Sculco medesimo“.

Ireati contestati comprendono l’associazione di tipo mafioso (22 indagati), l’associazione per delinquere (9 indagati), associazione per delinquere finalizzata alla commissione di truffe aggravata dalle finalità mafiose (3 indagati), la turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e poi estorsione, illecita concorrenza con minaccia o violenza, omicidio, trasferimento fraudolento di valori, concorso esterno in associazione di tipo mafioso, turbata liberà degli incanti, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, falsità ideologica e materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, scambio elettorale politico mafioso, truffa aggravata. 

Tutti gli indagati

ADAMO Nicola, nato 31.07.1957a Cosenza;

ALTAVILLA Euclide, nato a Francavilla Fontana (BR) il 16/08/1978;

ARACRI Francesco, nato a Crotone il 30/01/1961;

ARACRI Giuseppe, nato a Crotone il 09/08/1974;

ARACRI Salvatore, nato a Crotone il 12/02/1953;

ARCURI Rosario, nato a Rocca di Neto (KR) il 08/04/1977;

BASCO Paolo, nato a San Cipriano d’Aversa (CE) il 22/01/1959;

BELLO Giovanni, nato a Parma il 20/06/1964;

BENETTI Mirko, nato a Roma il 13/10/1973;

BENINCASA Francesco Mario, nato a Rocca di Neto in data 01/05/1965;

BENNARDO Francesco Salvatore, nato a Rossano (CS) il 19/01/1958;

BERARDI Giuseppe nato a Cirò (KR) il 28.08.1974;

BOLIC Valentino, nato a Roma il 15.11.1945;

BRUTTO Alessandro, nato a Crotone il 18.07.1969;

CALFA Vincenzo, nato a Crotone il 04.09.1967;

CAMPISANO Giuseppe, nato a Catanzaro il 28.11.1970;

CARIOTI Francesco, nato a Catanzaro il 27.10.1957;

CARRA‘ Filippo, nato a Vibo il 08.10.1964;

CARVELLI Cesare, nato a Crotone l’11.10.1985;

CATERINA Gaetano, nato a Isola Capo Rizzuto il 27.03.1951;

CAVALLO Domenico, nato a Crotone il 24.11.1979;

COLOSIMO Ferruccio, nato a Crotone l’11.01.1978;

CORBISIERI Antonio, nato a Viggiano il 19.03.1978;

CORRADO Andrea, nato a Crotone l’11.03.1988;

COVELLI Alessandro, nato a Catanzaro il 04.04.1984;

COVELLI Rocco, nato a Catanzaro il 12.07.1979;

CRIACO Bonaventura, nato ad Africo il 07.05.1959:

CRUGLIANO PANTISANO Arturo, nato a Crotone il 03.08.1968;

CURCIO Pietro, nato Crotone il 12.07.1984;

DANESE Saverio, nato a Crotone il 03.09.1963;

DATTOLO Alfonso, nato a Rocca di Neto il 23.04.1964;

DATTOLO Santo Raffaele, nato a Rocca di Neto il 13.08.1972;

DE MARCO Francesco, nato a Crotone il 05.09.1971;

DE PASOUALE Giuseppe, nato a Crotone il il 06.10.1986;

DEL POGCETTO Maurizio, nato a Crotone il 31.10.1969;

DELL’AQUILA Giuseppe, nato a Cariati il 02.06.1983;

DESIDERIO Salvatore, nato a Crotone il 28.02.1977;

DEVONA Giancarlo, nato a Crotone il 13.09.1979;

DONATO Aldo Roberto, nato a Soveria Mannelli il 22.08.1954;

FABIANO Maurizio, nato a Crotone il 19.06.1979;

FRESCURA Alessandro, nato a Catania il 24.03.1946;

GALDIERI Valentina, nata a Crotone il 15.09.1981;

GENTILE Sabrina, nata a Crotone il 10.12.1972;

GERMINARA Giuseppe, nato a Savelli il 14.09.1971;

GIRARDI Siro, nato a Treviso il 22.07.1974;

GOKE Mare UIrich, nato a Dusseldroff il 08.01.1966;

GRECO Giovanni, nato a Chiaravalle Centrale il 09.10.1955;

IANNONE Ernesto, nato a Catanzaro il 05.06.1970;

LA ROSA Vincenzo, nato a Catanzaro l’11.03.1958;

LARATTA Artemio, nato a Crotone i 27.05.1975;

LARATTA Pantaleone, nato a Crotone il 18.05.1961;

LUCENTE Maria Luisa, nata a Crotone il 06.02.1979;

LUMARE Roberto, nato a Crotone il 16.05.1984;

LUMARE Salvatore, nato a Dusseldroff il 19.01.1978;

MAIDA Massimiliano, nato in Germania il 30.03.1973;

MALERBA Stefania, nata a Crotone il 16.08.1982;

MANNA Giovanna, nata a Crotone il 20.09.1966;

MANNARINO Salvatore, nato a Cotronei il 17.11.1955;

MARSICO Rodolfo, nato a Miglierina il 02.11.1950;

MARTINO Saverio, nato a Cosenza il 26.02.1971;

MASCHERPA Ambrogio, nato a Cosenza il 08.04.1965;

MASCIARI Francesco, nato a Catanzaro il 18.03.1965;

MAURO Serafino, nato a San Mauro Marchesato il 18.02.1958;

MAZZEI Giovanni, nato a Castelsilano il 18.03.1958;

MAZZEI Salvatore, nato a Crotone il 05.01.1984;

MAZZOTTA Salvatore, nato a Catanzaro il 19.07.1973;

MEGNA Domenico, nato a Crotone il 07.01.1949;

MEGNA Mario, nato a Crotone il 11/05.1972;

MEGNA Pantaleone, nato a Crotone il 23.08.1996;

MEGNA Rosa, nata a Crotone il 10.11.1973;

MONTI Francesco, nato a Crotone il 05.10.1985

MORABITO Paolo, nato a Messina il 25.01.1967;

MOSCOGIURI Enrico, nato a Viggiano il 01.07.1973;

MUNGARI Vincenzo, nato a Crotone il 16.12.1975;

NISTICO‘ Luigi, nato a Catanzaro il 11.06.1965;

OLIVERIO Gerardo Mario, San Giovanni in Fiore il 04.01.1953;

OLIVERIO MEGNA Sandro, nato a Crotone il 03.04.1974;

OUAHID Rachid, nato a Casablanca (Marocco) il 08.06.1971;

PACE Domenico, nato a Crotone il 16.03.1977;

PACE Santa, nata a Crotone il 15.08.1964;

PACENZA Giacomo, nato a Crotone il 21.05.1968;

PAGLIUSO Antonio, nato a Lamezia Terme il 28.04.1989;

PALLARIA Domenico nato a Curinga il 12.01.1959;

PANEBIANCO Salvatore, nato a Umbriatico il 09.02.1969:

PANTISANO Giuseppe, nato a Crotone il 19.03.1985;

PAOLUCCI Massimo, nato a Napoli il 13.12.1959;

PARRILLA Nicodemo, nato a Cirò Marina il 14.09.1959

PEDACE Pantaleone Telemaco, nato a Crotone il 21.01.1971;

PROSPERO Mauro, nato a Peschiera del Garda il 07.06.1960;

PUCCI Giuseppe, nato a Crotone il 21.09.1978;

RACHIELI Salvatore, nato a Cotronei il 05.12.1958;

REDENTE Giuseppe, nato a Siderno il 26.11.1951;

REILLO Orsola Renata Maria, nata a Nicastro il 28.01.1964:

RITORTO BRUZZESE Dario, nato a Crotone il 17.10.1980;

RIZZO Antonietta, nata a Crotone il 31.10.1964:

ROMEO Sebastiano, nato a Reggio Calabria il 07.05.1975;

RUGGIERO Franco, nato a Vibo Valentia il 23.01.1972;

RUSSO Gaetano, nato a Crotone il 15.01.1980;

SANTILLI Nicola, nato a Catanzaro il 21/12/1956;

SAPIA Luigi, nato a Crotone il 03.01.1955;

SCARAMUZZINO Orlando, nato a Crotone il 02.01.1974;

SCERRA Nicodemo, nato a Cirò il 21.11.1977;

SCULCO Flora, nata a Crotone il 09.07.1979;

SCULCO Maria Carmela, nata a Strongoli il 15.08.1962;

SCULCO Vincenzo, nato a Strongoli il 01.06.1950;

SICILIANI Roberto, nato a Crotone il 04.06.1960

SPERLI‘ Teresa, nata a Catanzaro il 13.09.1968;

STRICAGNOLI Carmine, nato a Crotone il 06.03.1971;

STRINI Stefano, nato a Parma il 25.12.1970;

TALARICO Piero, nato a Catanzaro il 10.12.1964;

TORROMINO Santino, nato a Milano il 09.08.1963;

TREMOLITI Giuseppe, nato a Cropani il 13.01.1961;

TURINO Gianfranco, nato a Crotone il 24.09.1973;

VECCHIO Gustavo, nato a Crotone il 04.02.1982;

VELLA Nunzio, nato a Bollate il 19.08.1996:

VELLA Salvatore, nato a Gela il 07.06.1977;

VESCIO Alessandro, nato a Catanzaro il 31.05.1977

VILLIRILLO Giuseppe, nato a Catanzaro il 31.03.1966

VRENNA Giovanni, nato Pagani  il 10.07.1960;

VRENNA Pietro, nato a Crotone il 11.09.1953;

VRENNA Raffaele, nato a Crotone il 20.12.1958:

WIESER Josef, nato in Austria il 16.12.1965;

ZICCHINELLO Tommaso, nato a Crotone il 25.01.1981;

Custodia cautelare in carcere

Francesco Aracri; Salvatore Aracri; Francesco Carioti; Cesare Cervelli; Antonio Corbisieri; Pietro Curcio; Maurizio Del Proggetto; Mark Ulrich Goke; Pantaleone Laratta; Roberto Lumare; Salvatore Lumare; Domenico Megna; Mario Megna; Pantaleone Megna; Rosa Megna; Enrico Moscogiuri; Luigi Nisticò; Sandro Oliverio Megna; Domenico Pace; Santa Pace; Gaetano Russo; Stefano Strini.

Custodia cautelare ai domiciliari

Rosario Arcuri; Giovanni Bello; Giancarlo De Vona; Alessandro Frescura; Giuseppe Germinara; Massimiliano Maida; Salvatore Panebianco; Mauro Prospero; Vincenzo Sculco, Piero Talarico; Gustavo Vecchio; Josef Wieseer.

Le reazioni

“Ringrazio il Ros dei Carabinieri e tutte le forze dell’ordine che questa mattina hanno condotto un importante maxiblitz anti ‘ndrangheta in Calabria. Emerge un quadro preoccupante, con un’organizzazione che avrebbe messo in piedi un ‘diffuso sistema clientelarè per la gestione di appalti pubblici. Ringrazio, in modo particolare, il procuratore Nicola Gratteri per il suo prezioso lavoro, per la sua quotidiana attività contro il malaffare, e anche perchè con queste operazioni ci dà la possibilità di avere – grazie a strumenti che noi non abbiamo e dei quali può invece usufruire l’autorità giudiziaria – elementi conoscitivi utilissimi per portare avanti la nostra complessa azione di governo della Regione». afferma in una nota Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, che aggiunge: “Ogni livello istituzionale si deve impegnare, nel rispetto dei rispettivi ruoli, per combattere le pratiche illecite e clientelari: questa battaglia non può essere relegata alla sola magistratura. Nel mio ruolo da presidente di Regione, in questo anno e mezzo, mi sono assunto le mie responsabilità politiche e amministrative, e ho lavorato per voltare pagina. In sanità ho eretto un muro tra politica, commissari e direttori generali delle Asp e delle Ao“.

Occhiuto continua spiegando che “in questi mesi i commissari e i dg – un fatto inusuale in Calabria, e non solo – hanno avuto precise indicazioni dal sottoscritto affinchè scegliessero i propri collaboratori e i vertici delle Aziende in assoluta autonomia, senza ingerenze da parte della politica. Nelle assunzioni – 2.200 in sanità e 700 a tempo indeterminato in Regione – abbiamo dato chiari segnali di discontinuità: niente prove orali per limitare i condizionamenti, commissioni nominate direttamente dal Ministero, priorità ai titoli. Abbiamo premiato il merito, privilegiando la trasparenza e archiviando vecchie cattive abitudini. E abbiamo contrastato con ogni mezzo l’illegalità: dalla gestione dell’ambiente alla depurazione, dalla lotta agli incendi a quella per il mare pulito e contro la mala gestione dei rifiuti. Abbiamo messo in campo – aggiunge Occhiuto – la ‘tolleranza zerò contro il malaffare e contro chi, per piccoli tornaconti personali o di bottega, rema contro la nostra Regione. Sappiamo che non basta, che c’è ancora molto da fare, ma anche grazie alla magistratura migliore possiamo contribuire a costruire una Calabria migliore. Siamo dispiaciuti del fatto che tra qualche mese Nicola Gratteri – che in questi anni ha rappresentato un argine contro la malavita – non potrà più fare il procuratore antimafia a Catanzaro, e auspichiamo – conclude – che il governo possa scegliere una personalità di livello per questo importante e delicatissimo ruolo“.

Il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce ha commentato con una nota l’operazione della Dda di Catanzaro che ha portato all’arresto di 43 persone: “Oggi è un giorno di sole che squarcia il buio della notte. Quanto sta emergendo dall’inchiesta della Procura distrettuale – aggiunge il sindaco – mette in luce un sistema che ha soffocato per decenni la città di Crotone. Siamo grati al Procuratore Gratteri, a tutti i magistrati, ai carabinieri ed a tutti coloro che hanno condotto questa delicatissima indagine“. Il sindaco Voce sottolinea anche “la lontananza dell’attuale Amministrazione comunale da quanto é accaduto in passato: Quanto è avvenuto oggi segna un punto di svolta per Crotone. La città, con il voto delle ultime amministrative, ha voluto un cambiamento radicale e noi lo stiamo attuando. Respingiamo tutto quello che puzza di ‘ndrangheta, di corruzione e di malaffare. Lo abbiamo fatto in questi anni, con concreti atti amministrativi, e continueremo a farlo in futuro. La coltre di buio su questa città si sta diradando“.

“Il lavoro che gli uomini delle forze dell’ordine e della magistratura compiono ogni giorno con l’obiettivo di liberare il territorio da ‘ndrangheta e malaffare ha il nostro sostegno, nella salvaguardia dei diritti individuali e delle garanzie costituzionali poste a tutela di ogni indagato. Su questa ferma base ci auguriamo che i soggetti coinvolti nell’odierna operazione, condotta dai Carabinieri del Ros, su direttive della Dda di Catanzaro, possano dimostrare la propria innocenza». Lo scrivono in una dichiarazione congiunta la federazione provinciale del Partito Democratico di Crotone e il Partito Democratico della Calabria, in riferimento all’operazione di stamani che coinvolge, fra gli altri, l’ex governatore Mario Oliverio e l’ex vicepresidente della Regione Calabria Nicola Adamo, entrambi esponenti dei Dem. “Continueremo a vigilare – è scritto – affinchè sia garantita, ai nostri elettori ed ai cittadini tutti, una tenuta etica e morale all’altezza delle loro aspettative”.

I collegamenti tra Catanzaro e Stoccarda

Detta indagine si poi è sviluppata anche nell’ambito di una Squadra Investigativa Comune intercorsa tra la Procura della Repubblica di Catanzaro e la Procura tedesca di Stoccarda, che ha consentito di svolgere, contemporaneamente ed in collegamento, le indagini nei due Paesi, con acquisizione in tempo reale degli elementi indiziari risultanti nelle distinte attività investigative. Eurojust, attraverso il membro nazionale italiano, ha garantito un costante raccordo operativo con l’Autorità giudiziaria straniera coinvolta, oltre che mediante la costituzione della squadra investigativa comune, anche attraverso numerose riunioni di coordinamento internazionale. Le attività investigative, coordinate in ambito internazionale da Eurojust, sono state condotte in cooperazione con la Polizia Federale Tedesca – BKA e supportate da Interpol- progetto I-CAN, e da Europol.

Infine si inserisce l’attività del NOE il Nucleo Operativo Ecologico Carabinieri di Catanzaro, il cui personale ha notificato informazioni di garanzia a carico di diversi indagati, a vario titolo, per i reati di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, frode nelle pubbliche forniture, altri reati in materia ambientale, turbata libertà del procedimento di scelta del contrante e di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, nonché per reati in materia elettorale. Le attività di indagini per cui si procede riguardano la gestione del ciclo di trattamento dei RSU (Rifiuti Solidi Urbani) nella Regione Calabria. 

Redazione CdG 1947

Una maxi-inchiesta sulla ‘ndrangheta ha investito la politica regionale calabrese. Stefano Baudino su L'Indipendente il 28 giugno 2023.

Clientelismo, appalti pilotati e legami tra ‘ndrangheta e pubblica amministrazione. In Calabria, dove stanno fioccano arresti e iscrizioni nel registro degli indagati per fatti gravissimi, è in corso un nuovo terremoto politico. Il Ros dei Carabinieri, su direttive della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri, ha arrestato 41 persone: per 22 soggetti l’accusa è di associazione mafiosa, mentre gli altri dovranno rispondere di truffa aggravata da modalità mafiosa, turbata libertà negli appalti, illecita concorrenza con minacce e violenze e molti altri reati. Tra i 123 indagati, insieme ad altre figure chiave della politica regionale, c’è anche l’ex presidente della Calabria Mario Oliverio, eletto col Pd e in carica dal 2014 al 2020, per il quale si ipotizza il reato di associazione per delinquere aggravata dalle modalità mafiose.

«Gli elementi per cui oggi siamo qui comprendono i rapporti con la pubblica amministrazione e la politica regionale che aveva un ruolo attivo, apicale, dominante», ha dichiarato in conferenza stampa il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, illustrando i dettagli dell’operazione insieme al comandante generale dei Ros Pasquale Angelosanto. «Noi oggi abbiamo arrestato 41 presunti innocenti – ha continuato il procuratore – che sono indagati per associazione per delinquere di stampo mafioso, per associazione a delinquere semplice, per tutta la gamma dei reati che riguarda la pubblica amministrazione e tutti i reati di mafia. L’epicentro dell’indagine è la provincia di Crotone con il locale di ‘ndrangheta dei “papaniciari” che ha rapporti sistematici con la pubblica amministrazione, che partono dal 2014 fino al 2020». Gratteri ha espressamente parlato di «una pubblica amministrazione asservita all’organizzazione ‘ndranghetistica, con rapporti diretti con la politica regionale».

Oltre a quello di Oliverio, spiccano nell’inchiesta i nomi di personaggi che, negli ultimi anni, hanno ricoperto importanti ruoli politico-amministrativi, non soltanto in territorio calabrese. Si tratta dell’ex assessore regionale ed ex deputato Nicola Adamo, di 66 anni, dell’ex assessore regionale Antonietta Rizzo, di 59, e dell’ex consigliere regionale Sebi Romeo, di 48. Tutti del Partito Democratico. Coinvolti, tra l’altro, anche due dirigenti della Regione Calabria, Mimmo Pallaria, ex sindaco di Curinga ed attuale consigliere comunale e direttore generale del dipartimento Forestazione della Regione, ed Orsola Reillo. Indagato anche Raffaele Vrenna, ex presidente del Crotone calcio.

Il personaggio fulcro dell’indagine, finito agli arresti domiciliari nel maxi-blitz, è sicuramente Enzo Sculco, ex consigliere regionale calabrese (eletto nel 2005 con la Margherita), ex segretario generale della Cisl regionale, di recente vicepresidente della Provincia di Crotone e grande manovratore politico con il suo movimento “I DemoKratici”. Secondo quanto riportato dal gip nel provvedimento di custodia cautelare, Sculco avrebbe infatti intessuto “accordi volti a consentire la penetrazione di soggetti a lui vicini in enti territoriali e locali, società partecipate dai predetti enti in modo da controllare capillarmente le nomine, assunzioni e le assegnazioni di appalti a imprese a lui gradite”.

Il meccanismo clientelare sarebbe stato messo in piedi da Sculco “in chiave elettorale per il suo movimento e, in particolare, per la figlia Flora Sculco“, anch’essa iscritta nel registro degli indagati. La donna, classe 1979, venne eletta consigliera regionale nel 2014 in appoggio a Oliverio con la lista “Calabria in Rete – Campo democratico”, ottenendo oltre 9mila preferenze; fu rieletta consigliera regionale nel 2020 con il centro-sinistra (elezioni perse dalla sua coalizione) con oltre 6mila voti nella lista dei “Democratici Progressisti”; nel 2021 cambiò casacca, candidandosi con l’Udc a sostegno del forzista Roberto Occhiuto – il quale sarebbe diventato presidente della Regione Calabria -, non risultando però eletta. Il 5 gennaio scorso, Sculco è diventata consulente di Occhiuto.

Il “sistema” di Enzo Sculco, secondo i magistrati, avrebbe trovato appoggio nelle famiglie di ‘ndrangheta della zona “così complessivamente beneficiando di un consistente pacchetto di voti, circostanza questa che gli consentiva di intavolare accordi con Nicola Adamo, Mario Oliverio, Giancarlo Devona e Sebi Romeo – i quali erano pienamente consapevoli della sua potenzialità – per mettere a disposizione detta sua dote elettorale al movimento che avrebbe sostenuto l’Oliverio nelle consultazione regionali da celebrarsi tra il 2019 e il 2020″. Gli inquirenti parlano di “una sequela indeterminata di reati […] funzionali ad accrescere il peso specifico elettorale, attraverso incarichi fiduciari, nomine e assunzioni, di matrice esclusivamente clientelare, in enti pubblici, nella prospettiva di ottenere il voto, nonché affidando appalti anche a imprese i cui titolari avrebbero assicurato l’appoggio elettorale”.

«Lungi da me anche in queste ore atteggiamenti vittimistici o di risentimento che non mi appartengono. Non posso tuttavia non esprimere liberamente una riflessione di amarezza su un sistema giustizia piegato al protagonismo mediatico e per questo pronto a macinare persone, storie, verità, prescindendo da fatti, prove, indizi – ha commentato l’ex presidente della Calabria Mario Oliverio, difendendosi dalle accuse mosse a suo carico -. Prendo atto che il mio nome, per le funzioni istituzionali svolte e per la storia che ho alle spalle, è strumentale a creare attenzione mediatica e magari ad amplificare protagonismi funzionali a scalate carrieristiche. Ho dedicato la mia vita ed il mio impegno politico ed istituzionale nella lotta alla criminalità e per la affermazione della legalità e dei diritti. Non permetterò a nessuno di infangare la mia storia». La partita è ufficialmente aperta. [di Stefano Baudino]

L’amarezza di Oliverio: “Il mio nome usato per il solito protagonismo mediatico”. Parla l’ex governatore della Calabria coinvolto nel maxi blitz della Dda di Catanzaro: “Incredulo e senza parole”. Il Dubbio il 28 giugno 2023

“Rimango davvero incredulo e senza parole di fronte alle contestazioni mosse dalla Procura Dda di Catanzaro nei miei confronti. Anche in questa occasione ho appreso dell'indagine su di me da alcuni giornali nazionali, prima ancora che mi venisse notificata, facendo passare, ancora una volta, che fossi sottoposto agli arresti per reati di mafia. A distanza di circa 4 anni, dopo i ripetuti coinvolgimenti in procedimenti giudiziari sui quali si è pronunciata la Magistratura giudicante con sentenze di piena assoluzione 'perché il fatto non sussiste' ed evidenziando, come ha fatto la Corte di Cassazione, un 'chiaro pregiudizio accusatorio' da parte della Procura di Catanzaro nei mie confronti, confesso di non comprendere la ragione di tanto accanimento”. Reagisce così, con un post su Facebook, l'ex governatore della Calabria Mario Oliverio, indagato nell'ambito dell'inchiesta della Dda di Catanzaro che ieri ha portato all'emissione di 43 misure cautelari (123 gli indagati).

“Lungi da me anche in queste ore atteggiamenti vittimistici o di risentimento che non mi appartengono - aggiunge Oliverio -, non posso tuttavia non esprimere liberamente una riflessione di amarezza su un sistema giustizia piegato al protagonismo mediatico e per questo pronto a macinare persone, storie, verità, prescindendo da fatti, prove, indizi. Anche in quest'ultima vicenda, dalla lettura dell'Ordinanza, mi ritrovo coinvolto in una operazione della Procura di Catanzaro per contestazioni di associazione mafiosa che non mi appartengono e che non a caso lo stesso Gip ha valutato infondate”. “Una indagine - sottolinea - verso la quale dichiaro la mia totale disponibilità a collaborare perché non ho nulla, proprio nulla da temere o da nascondere. Prendo atto che il mio nome, per le funzioni istituzionali svolte e per la storia che ho alle spalle, è strumentale a creare attenzione mediatica e magari ad amplificare protagonismi funzionali a scalate carrieristiche”. “Ho dedicato la mia vita ed il mio impegno politico ed istituzionale nella lotta alla criminalità e per la affermazione della legalità e dei diritti - conclude Oliverio -, non permetterò a nessuno di infangare la mia storia. I polveroni non servono agli onesti né al prestigio ed alla credibilità della stessa Magistratura il cui ruolo è insostituibile e prezioso”. 

Intervista a Enza Bruno Bossio: “Gratteri è senza vergogna, ma pure Occhiuto…” «Mi auguro che Schlein faccia della battaglia per la giustizia giusta un punto centrale alla pari di tutti gli altri diritti» Angela Stella su L'Unità il 29 Giugno 2023

Il blitz della DDA di Catanzaro di due giorni fa solleva diverse questioni: giuridiche, politiche, dell’informazione. Ne parliamo con Enza Bruno Bossio, della direzione nazionale del Partito Democratico.

“Stessi blitz, stesso copione, stessa stucchevole conferenza stampa” ha scritto Tiziana Maiolo. Che ne pensa?

Ha descritto la realtà. Non quella soggettiva, di parte, pregiudiziale. Ma quella suffragata dai fatti che Tiziana Maiolo descrive con esemplare maestria. Le diverse indagini lanciate dal 2018 in poi, dalla Procura della Repubblica di Catanzaro, come anatemi contro gli esponenti più rappresentativi del Partito Democratico calabrese, in particolare il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio, sono state smentite da sentenze di proscioglimento e di assoluzione. Ed è ormai nota a tutti, la sentenza della Cassazione che parla di “chiaro pregiudizio accusatorio”. Nonostante ciò, si insiste con lo stesso impianto visto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di intrecci tra politica, mafia, affari, l’ordinanza, a proposito dei mostri sbattuti in prima pagina, non tratta null’altro se non criminalizzare riunioni politiche. Non esagera dunque Tiziana Maiolo nello scrivere che “il procuratore non prova vergogna” nel reiterare accuse infondate. La cosa ancora più grave è quando poi si innesta uno strumentale utilizzo politico-mediatico. L’improvvida dichiarazione dell’attuale presidente della Regione Calabria (Occhiuto: “grazie Gratteri, noi in discontinuità col malaffare”, ndr) ne è un esempio luminoso. Egli pensa che assoggettandosi incassi il bottino che la spettacolarizzazione della pubblica accusa gli offre.

Sempre Maiolo scrive: “Il capo della Dda calabrese copre la fragilità delle sue inchieste con il cappello politico”. Concorda?

Non si prendono i titoli del TG nazionali se non metti in mezzo uno o più politici importanti. Badando ovviamente di evitare quelli che possono aiutarti nella carriera.

Si può parlare in Calabria anche di stampa molto allineata con le procure a cui danno voce in maniera esclusiva e acritica?

Il fenomeno c’è ed è abbastanza evidente. In alcuni momenti mi sembra di assistere addirittura ad una competizione, tra alcune testate giornalistiche, a rappresentarsi in termini di fidelizzazione e subalternità nella esaltazione acritica delle tesi della pubblica accusa. Il tema però non è solo calabrese. Anche nel panorama nazionale, a parte qualche lodevole eccezione, a partire dall’Unità, non vedo una capacità di critica e di approfondimento che vada oltre la pubblicazione delle veline delle procure.

Il Procuratore di Catanzaro ha esordito in conferenza stampa: “abbiamo arrestato 41 presunti innocenti”. Catarsi o sfottò nei confronti della legge sulla presunzione di innocenza voluta dalla Cartabia?

Non è la prima volta che Gratteri fa questi show nelle sue conferenze stampa di attacco al parlamento e all’autonomia del potere legislativo. Ma se lo fa, è perché la politica in questi anni lo ha consentito. Del resto è da tempo che non solo Gratteri, ma settori e rappresentanze della magistratura non si limitano ad applicare le leggi ma pretendono di interferire nel procedimento legislativo, gridando poi però alla lesa maestà se si commenta o si critica un loro atto. Ma il fatto più grave è che in questo coro spesso si associno anche i politici, tra cui alcuni del PD. Potremmo definirla Sindrome di Stoccolma.

Il Pd calabrese in una nota scrive: “ci auguriamo che i soggetti coinvolti possano dimostrare la loro innocenza”. Non dovrebbe essere l’accusa a dimostrare la colpevolezza?

Ho colto una piccola positiva novità nella nota del Pd calabrese, che non ripropone il solito refrain della fiducia nella magistratura e fa anche un riferimento alle garanzie costituzionali dell’indagato. Certamente sarebbe stato meglio specificare che l’onere della prova sta in capo all’accusa, anche perché con questa indagine non si tratta più di ragionevole dubbio, ma di azione persecutoria. Per quel che riguarda il Partito Democratico sono anni che mi batto perché il giustizialismo sia estraneo alla nostra linea politica, come ha riproposto Giorgio Gori nel suo intervento in Direzione Nazionale, invocando un cambio di passo affinché, anche dopo l’uscita di scena di Berlusconi, il Pd possa essere il protagonista della difesa dello Stato di diritto basato sull’equilibrio dei e tra i poteri, e sulla piena attuazione dell’art.27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva”. E in ogni caso il Pd dovrebbe imparare a difendere la sua comunità. Non lo ha fatto Zingaretti con Oliverio, non lo ha fatto Letta con Cozzolino. Oggi mi auguro che la Schlein, anche alla luce delle sue conclusioni in Direzione nazionale, dove a tutti noi ha ricordato il nonno radicale, amico di Marco Pannella, faccia della battaglia per la giustizia giusta un punto centrale alla pari di tutti gli altri diritti civili, sociali, umani.

Che ne pensa dell’articolo di Giovanni Tizian ieri sul Domani, il quale scrive che la Segretaria del Pd deve “risolvere il caso Partito democratico in Calabria che, non da ora, ha molte analogie con l’impasto affaristico, politico e criminale emerso in Campania negli ultimi dieci anni”?

Mi dispiace che un giornalista che stimo proponga, oggi, una rappresentazione del Partito democratico calabrese che non esiste. Innanzitutto, con la misoginia alla quale purtroppo non sfugge quasi nessun maschio, mi identifica come moglie di… Dispiace che Tizian abbia rimosso il profilo del mio personale impegno politico, che egli stesso ha avuto modo di apprezzare con inchieste e interviste sulle iniziative di protesta politiche e parlamentari sul Cara di Crotone e sul decreto Minniti, proprio nel 2017. Per non parlare dell’accusa ad Oliverio e Adamo di essere cacicchi come De Luca, dimenticando che mentre per De Luca ci auguriamo corra per il terzo mandato, ad Oliverio il Pd di Zingaretti non ha concesso nemmeno le primarie per il secondo mandato, Nicola Adamo non ha più alcun incarico politico e istituzionale dal 2014. Sarebbe ora che certa stampa, ma anche alcuni settori dello stesso gruppo dirigente nazionale del PD, la smettessero di adagiarsi su una narrazione della Calabria che è molto condizionata da un pregiudizio reputazionale, incominciando a capire cosa sta succedendo davvero in questa terra e quali potenzialità straordinarie offre. Angela Stella 29 Giugno 2023

«Quei blitz servono a emettere sentenze fuori dal processo». Intervista a Gianpaolo Catanzariti, Osservatorio carcere dell’Ucpi, dopo l’operazione della Dda in Calabria: “Conta solo lo stupore iniziale, e offrire la solita narrazione di regione irredimibile e magari infetta per il resto d’Italia”. Valentina Stella su Il Dubbio il 28 giugno 2023

Il blitz della Dda di Catanzaro di due giorni fa solleva diverse questioni, dal piano giuridico a quello dell’informazione. Ne parliamo con Gianpaolo Catanzariti, avvocato e co-responsabile dell’Osservatorio carcere dell’Unione camere penali italiane.

Ilario Ammendolia ha scritto: «Quasi ogni maxi operazione non è altro che un cocktail preparato da sapienti barman. Alla fine bisogna stupire con gli effetti speciali: la colonna aviotrasportata, le sirene ululanti nella notte i militari in divisa, la conferenza stampa stile Sud America». Non le chiedo di esprimersi sulla vicenda in sé, ma ritiene questa descrizione appropriata in generale?

Credo che Ammendolia abbia descritto bene un quadro oramai usuale e davvero stantio per la Calabria. I maxi blitz offerti all’attenzione mediatica, non solo nazionale, impressionano per i numeri. Forze di polizia impegnate, arrestati, elenchi a 3 o 4 cifre di indagati. Se poi nella pesca a strascico finiscono esponenti della politica, aumenta la giustezza dell’operazione, che rimane tale anche se dopo anni si partorisce un topolino. Conta lo stupore iniziale, la diffusione per giorni o mesi di spezzoni di informative in grado di sollecitare i pruriti collettivi e offrire la solita narrazione di regione irredimibile e magari infetta per il resto d’Italia. Il giusto mix per l’emissione di una sentenza sbrigativa e senza appelli: quella della rete, superficiale ed arrabbiata. Alla fine il processo e la verifica nel contraddittorio delle parti potranno interessare, al massimo, gli avvocati e i loro assistiti. Figuriamoci la sentenza, specie se di assoluzione.

Si può parlare in Calabria anche di stampa molto allineata con le procure a cui danno voce in maniera esclusiva e acritica? Viene meno il loro ruolo di guardiani del potere, compreso quello della magistratura?

La Calabria rappresenta la punta estrema e più arretrata, anche su questo versante. I media spesso sono megafoni delle iniziative giudiziarie e delle tesi dei pm. Hanno abdicato alla loro funzione in una democrazia moderna. Favorire, attraverso una corretta informazione, il controllo pubblico sull’operato di ogni potere, svelandone, come diceva Sciascia, il volto osceno. E quei pochi sulla piazza che coltivano il dubbio, sono additati come espressione di interessi opachi. Eppure senza il dissenso pubblico e isolato di qualche opinionista, non avremmo mai avuto il “caso Tortora”.

Il Pd calabrese in una nota scrive: «Ci auguriamo che i soggetti coinvolti possano dimostrare la loro innocenza». Qualcosa stona?

Ipocrita affermazione, che non riguarda solo il Pd, che spesso si accompagna alla “fiducia nella magistratura”. La nostra Costituzione, almeno fino a quando non verrà cancellato l’art. 27, e i valori di civiltà dell’occidente ci dicono, in maniera inequivoca, che l’indagato e l’imputato non devono dimostrare alcunché. È il pm che deve offrire al giudice le prove granitiche delle sue accuse, vincendo, appunto, la presunzione costituzionale della non colpevolezza. È il segno di come una classe dirigente si sia trasformata negli anni in classe dominante.

Questa visibilità a ridosso della scelta del Csm sul nuovo procuratore di Napoli, potrebbe avvantaggiare il procuratore di Catanzaro?

Non saprei dire se gli effetti speciali di una inchiesta possano condizionare le scelte di un organo di rilevanza costituzionale come il Csm nel conferimento di incarichi direttivi. Di norma si dovrebbe guardare alle conferme finali delle indagini di un pm. Da cittadino mi sentirei più tutelato se si premiasse un pm il cui operato ha offerto risicatissimi margini di errore. Non è solo un problema di credibilità della toga prescelta. È il fondamento della convivenza civile e della sicurezza di una comunità.

Sempre il Procuratore di Catanzaro ha esordito in conferenza stampa: «Abbiamo arrestato 41 presunti innocenti». Catarsi o sfottò nei confronti della legge sulla presunzione di innocenza voluta dalla Cartabia?

È difficile accettare un principio di civiltà. Gli arrestati sono “persone” la cui dignità non può essere cancellata da nessun provvedimento giudiziario quale che sia la condotta criminosa loro contestata. Nemmeno una condanna passata in giudicato può calpestarla. Purtroppo il rispetto della presunzione di non colpevolezza - e non di innocenza - è qualcosa che va praticata e non certo predicata.

A proposito di Cartabia, la sua riforma del processo penale non tocca i processi di criminalità organizzata. Si tratta di un grave vulnus?

Come al solito prevale la logica dell’eccezione che è, per definizione, irrazionalità. E non è solo un deficit della riforma Cartabia. La storia del nostro Paese è infarcita di sbarramenti feroci nel nome della lotta alla mafia. A prescindere.

Appunto, in nome di una certa antimafia, in Calabria si sta rafforzando una torsione dei diritti degli indagati e degli imputati?

Non solo in Calabria anche se la Calabria è da anni un laboratorio giudiziario che poi esporta i suoi esperimenti, facendo risalire al Nord la linea della palma. Le torsioni pericolose di un sistema votato alla belligeranza si espandono sempre più verso settori che nulla hanno a che fare con la criminalità mafiosa. Questa espansione ha svegliato dal torpore anche l’avvocatura oltre che la dottrina. Fino a quando la disciplina emergenziale riguardava poche centinaia di mafiosi e terroristi, erano in pochi a dubitare sulla correttezza della risposta repressiva. Adesso che il doppio binario processuale ha trasformato il processo in un binario unico speciale, il dubbio sulla utilità e soprattutto sulla tenuta costituzionale del sistema emerge in tutta la sua imponenza. Quando le armi di distruzione di massa interessano vaste aree del Paese il numero delle vittime collaterali non può passare inosservato.

Il caso Oliverio. Nicola Gratteri, il procuratore che non conosce la vergogna…La Cassazione ha detto che il Pm ha un “chiaro pregiudizio accusatorio” nei confronti di Oliverio. E lui che fa? Invece di chiedere scusa ci riprova...Tiziana Maiolo su L'Unità il 28 Giugno 2023

Recidivo. Il procuratore Nicola Gratteri ci prova ancora. Stessi blitz, stesso copione, stessa stucchevole conferenza stampa. La giornata di ieri avrebbe potuto essere quella del 19 dicembre 2019 o una delle tante che hanno preceduto o seguito quella che il procuratore di Catanzaro ritiene il suo fiore all’occhiello, il “Rinascita Scott”, il Maxi per eccellenza. Quello che dovrebbe mettere Nicola Gratteri nell‘Olimpo degli eroi nelle terre di mafia con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ma le differenze sono enormi.

Il capo della Dda calabrese copre la fragilità delle sue inchieste con il cappello politico. Perché la sua ambizione, neppur tanto nascosta, è di sfondare sulle pagine nazionali dei quotidiani e nei grandi network, di avere quel riconoscimento politico che, se si eccettua la parentesi renziana, finora gli è stato negato. Ecco perché le sue inchieste fanno sempre acqua da tutte le parti e le sue ipotesi vengono sconfessate dai giudici a diversi livelli, dal gip fino al riesame e la cassazione. Prima di tutto perché sono dei minestroni che nessuna brava casalinga mai oserebbe cucinare. Prendiamo il blitz di ieri. Titolo “Glicine Acheronte”.

Prima osservazione; dopo la riforma Cartabia e la votazione del Parlamento, si dovrebbe ritornare ad “Abate più..” seguito dal numero degli indagati. Basta nomi di fantasia, e lasciamo stare il fiume infernale, per favore. Disprezzo per chi ci governa e chi emana le leggi, manifestato da un magistrato che si esprime anche nella battuta, ormai noiosa e ripetitiva, “oggi abbiamo arrestato 41 presunti innocenti”. C’è poco da ridere, quando si priva qualcuno della libertà. E anche quando chi dovrebbe applicare le leggi approvate dal Parlamento invece le irride, come nel caso della norma sulla presunzione di non colpevolezza. Principio costituzionale.

I numeri di questa ultima inchiesta sono apparentemente contenuti rispetto ai provvedimenti cautelari, ventidue persone in carcere, dodici ai domiciliari e pochi altri con misure meno restrittive. Ma il punto è che gli indagati complessivamente sono 123. Si potrebbe pensare che l’intervento dei Ros abbia raso al suolo un’intera cosca della ‘ndrangheta. E che il procuratore Gratteri e il gip Antonio Battaglia abbiano contestato l’associazione mafiosa e una serie di reati specifici, dall’estorsione fino all’omicidio, perché in genere di questo si tratta in quel tipo di processi. Ma non è così, nelle inchieste del procuratore Gratteri. Perché lui è un grande titolista, e sa che i caratteri cubitali li si conquista solo sparando i nomi dei politici. I due pesci grossi di oggi non sono proprio delle new entry.

Parliamo di Mario Oliverio, ex presidente della Regione Calabria, e di Nicola Adamo, ex deputato del Pd e già assessore regionale. Ora, un magistrato dovrebbe avere almeno il pudore di non accostare storie politiche e istituzionali che possono non piacere ma vanno rispettate con una certa riverenza a imputazioni come omicidio, traffico di sostanze stupefacenti o detenzione e commercio di armi. Non si può, solo per piegare le iniziative giudiziarie alla propria vanità. Non si può mescolare l’abuso d’ufficio, per quanto inserito in un reato associativo, a reati contro la persona o ai traffici internazionali.

Prendiamo il caso del presidente Oliverio. La recidiva è evidente, quella del procuratore Gratteri. Vogliamo ricordare la “grande” inchiesta del dicembre 2018, strombazzata come se fossero stati catturati i principali capimafia di Calabria e se la regione fosse stata finalmente risanata? Il governatore Mario Oliverio indagato per abuso d’ufficio e corruzione, e con lui altri due esponenti di rilievo del Pd calabrese, Nicola Adamo e la parlamentare Enza Bruno Bossio. L’inchiesta fu un vero terremoto politico per la sinistra nella regione, una crisi da cui non si solleverà più. Oliverio non fu più ricandidato, il segretario del partito Nicola Zingaretti gli preferì nel 2020 l’imprenditore del tonno Pippo Callipo, che perse rovinosamente contro Jole Santelli di Forza Italia, cui è seguito Mario Occhiuto, dello stesso partito, attuale governatore.

Il dottor Gratteri recidivo dovrebbe chiedere scusa a Nicola Adamo ed Enza Bruno Bossio, che dopo la gogna dei titoli strillati che piacciono al procuratore furono prosciolti. E anche a Mario Oliverio, quello con la vita politica distrutta dalla via giudiziaria. Do you remember? La procura aveva richiesto gli arresti domiciliari, il gip gli ha gettato addosso un confino al suo paese, San Giovanni in Fiore, provincia di Cosenza, luogo quanto mai adatto per guidare un’intera Regione. Tre mesi di martirio, annullati da un provvedimento della Corte di Cassazione. Chissà se il procuratore di Catanzaro ricorda quella sentenza, quelle parole che dovrebbero bruciargli come uno schiaffo perché accusavano lui e il suo ufficio di “chiaro pregiudizio accusatorio”.

Ma sappiamo che certi procuratori considerano un affronto le sentenze che assolvono e quelle che vanno contro i loro desiderata. Così i nostri eroi di procura anche quella volta indossarono gli elmetti e chiesero per Mario Oliverio la condanna a quattro anni e otto mesi. Che significa, in caso di condanna definitiva, carcere sicuro. Inutile ricordare che l’ex presidente della Regione è stato assolto perché “il fatto non sussiste”. E Nicola Gratteri non ha presentato ricorso. Vergogna? Neanche per sbaglio, solo puro calcolo. E niente scuse.

Anzi, recidivo, con l’inchiesta di ieri. Sa di poterlo fare, perché da parte del centrodestra il governatore Occhiuto si è sperticato in lodi e ringraziamenti al procuratore Gratteri. Sarà sincero o solo opportunista? Nel primo caso vorremmo ricordargli che milita nel partito di Silvio Berlusconi, non in quello di Giuseppe Conte. Nel secondo, beh, nessun commento. Ma solo sapere se ha ringraziato anche chi, dalla lontana Romagna, gli ha arrestato l’assessore Minnella. Non va meglio, sul piano delle garanzie, con il comunicato del Pd, che spera sempre che gli indagati sappiano dimostrare la propria innocenza. Magari non dovrebbe essere il procuratore recidivo a dimostrare la fondatezza della sua ipotesi d’accusa? E di non avere, almeno questa volta, un “chiaro pregiudizio accusatorio”? Tiziana Maiolo 28 Giugno 2023

L'inchiesta. Gratteri di nuovo all’assalto di Oliverio e Adamo: persecuzione infinita. L’impianto accusatorio si fonda sull’esistenza di un presunto “comitato d’affari” che avrebbe organizzato un “diffuso sistema clientelare” per la gestione di appalti pubblici. Bruno Mirante su L'Unità il 28 Giugno 2023 

Catanzaro – C’è un po’ di tutto, come spesso accade nelle ordinanze di Gratteri: l’esecuzione di un aspirante boss avvenuta nel 2014 e le presunte collusioni fra ‘ndrangheta, politica e pubblica amministrazione. C’è il controllo delle cosche calabresi di ristoranti e attività economiche in Germania e Austria e una miriade di appalti nel campo della sanità, delle opere pubbliche, del ciclo dei rifiuti.

La retata è stata realizzata stamattina con i carabinieri del Ros e ha portato all’esecuzione di 43 misure cautelari nei confronti di esponenti politici, dirigenti regionali o presunti affiliati della cosca dei “Papaniciari” guidata dal boss Mico Megna. In totale gli indagati sono 123, tra i quali l’ex presidente della Regione Calabria Gerardo Mario Oliverio e l’ex assessore regionale Nicola Adamo, entrambi ad oggi non rivestono alcuna carica politica o istituzionale. Nelle maglie dell’inchiesta sono finiti anche l’ex parlamentare europeo con Articolo Uno Massimo Paolucci e l’ex assessore regionale Antonietta Rizzo.

Tra gli indagati, Flora Sculco, ex consigliera regionale che a gennaio scorso è stata nominata consulente dell’attuale presidente della Regione, Roberto Occhiuto. Mentre il padre di Flora, Enzo, già consigliere regionale, è finito agli arresti domiciliari. Indagati anche gli imprenditori Raffaele e Gianni Vrenna, rispettivamente ex e attuale presidente del Crotone Calcio. Le porte del carcere si sono aperte invece, per Stefano Strini, l’ex genero del patron della Parmalat Calisto Tanzi, visto che ne aveva sposato la figlia Laura. In particolare, secondo quanto gli viene contestato, Strini avrebbe favorito gli interessi della cosca dei “Papaniciari” in Emilia Romagna e in altre regioni.

Secondo il procuratore capo della Dda di Catanzaro, Nicola Gratteri, dalle indagini “sono emersi rapporti diretti e continui tra esponenti della politica regionale e la cosca di ‘ndrangheta che fa capo a Megna”. “Oggi – ha dichiarato a margine della conferenza stampa, sbeffeggiando la legge e la Costituzione – abbiamo arrestato 41 presunti innocenti, sono indagati per associazione di stampo mafioso, per associazione a delinquere e per tutta la gamma dei reati che riguarda la pubblica amministrazione e per tutti i reati di mafia tranne lo sfruttamento della prostituzione. La Pubblica amministrazione appare asservita alla organizzazione ‘ndranghetistica che ha rapporti diretti con la politica regionale”. Il procuratore ha espresso parole di grande apprezzamento per il lavoro che il Ros sta svolgendo in supporto e in collaborazione alla Dda di Catanzaro, ma non è mancata una nota polemica relativamente alla carenza di organico nelle forze di polizia.

L’impianto accusatorio si fonda sull’esistenza di un presunto “comitato d’affari” che avrebbe organizzato un “diffuso sistema clientelare” per la gestione di appalti pubblici, ed in particolare di quelli banditi dalla Regione Calabria, dello smaltimento dei rifiuti e di una serie di nomine ed incarichi politici. Il presunto sodalizio, sempre secondo l’accusa, era in grado di “condizionare le scelte degli Enti pubblici crotonesi (Comune, Provincia, Aterp e Asp) relativamente a nomine di dirigenti, conferimento di incarichi professionali, appalti e affidamenti diretti”. I pm guidati dal procuratore Gratteri hanno ricostruito gli interessi illeciti degli esponenti della cosca crotonese in Germania e Austria nei settori immobiliare, della ristorazione, del commercio di prodotti ortofrutticoli e di bestiame, dei servizi di vigilanza, security e del gaming attraverso l’imposizione di videopoker alle sale scommesse e la loro gestione tramite prestanomi.

I tentacoli dei Papaniciari hanno interessato le province di Parma, Milano e Verona dove erano stabilmente attivi sodali e imprenditori operanti nel settore dell’autotrasporto, della ristorazione e del movimento terra. Ai domiciliari è finito l’imprenditore austriaco Josef Wieser, di 59 anni, che grazie alla ‘ndrangheta avrebbe ottenuto la creazione di una rete di produzione per la commercializzazione di prodotti ortofrutticoli. I pm hanno accertato, inoltre, che la cosca avvalendosi del supporto di hacker tedeschi, sarebbe riuscita a compiere operazioni bancarie e finanziarie fraudolente sia operando su piattaforme di trading clandestine, sia svuotando conti correnti esteri bloccati o creati ad hoc utilizzando carte di credito estere e alterando il funzionamento del pos. Bruno Mirante 28 Giugno 2023

«Io, vittima di un pregiudizio accusatorio, usato come il mostro da sbattere in prima pagina». Mario Oliverio, assolto con formula piena dopo anni di procedimenti giudiziari, si chiede: «Non è ammissibile che si possa esercitare una sorta di potere di condanna “a morte civile” senza risponderne». Valentina Stella su Il Dubbio il 4 luglio 2023

Ecco la prima intervista a Mario Oliverio, già Governatore della Regione Calabria, dopo che la scorsa settimana ha scoperto di essere indagato sempre a seguito di una inchiesta del Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Tra le tante cose ci dice: «Non è ammissibile che in un Paese democratico sia consentito di esercitare una sorta di potere di condanna “a morte civile” senza rispondere delle proprie responsabilità. Nessuno paga per l’incalcolabile danno inferto a persone, e nel mio caso anche all’istituzione alla cui guida il popolo calabrese mi aveva eletto».

Come ha saputo di essere indagato?

Come sempre dalla stampa. Per la verità ero nel vigneto, approfittando delle ore fresche della mattina. Tra le 7 e le 8 guardo il telefono e vedo in primo piano La Repubblica on line e apprendo di essere in stato d’arresto: “Ndrangheta, l’ex presidente della Calabria Oliverio tra i 43 arrestati nella maxi operazione antimafia della Dda di Catanzaro – gli indagati sono accusati di vari reati dall’associazione mafiosa a omicidio” a firma di Alessia Candito. Notizia virale che si è diffusa anche nei Tg in cui si affastellano crimini tra cui mafia, omicidio, riciclaggio etc. Una cosa davvero pesante proiettata sui media nazionali con la mia fotografia utilizzata come attrattore mediatico.

Cosa pensa delle contestazioni mosse dalla Procura?

Cosa vuole che le dica? Siamo alle solite. Anche questa volta il Gip ha rigettato la richiesta del Pm di associazione per stampo mafioso e di misure cautelari nei miei confronti. In questo meccanismo infernale hanno un ruolo anche i produttori di fake news. In realtà mi è stata notificata un'informazione di garanzia come indagato. Anche in questo caso la malafede ha alimentato la regia della spettacolarizzazione nella scientifica divulgazione del falso. La notizia del mio arresto e dell’aggravante mafiosa è stata divulgata sapendo che il Gip li aveva rigettati e questo la dice lunga. Perché i giornalisti hanno divulgato questa notizia falsa che “casualmente” corrisponde ai desiderata del Pm? Chi gliel’ha fornita?

Crede che verso di lei ci sia accanimento e pregiudizio da parte della magistratura?

Non vorrei doverlo credere. Purtroppo sono i fatti a confermare questa paradossale propensione da parte della Procura Dda di Catanzaro diretta dal dottor Gratteri. Da oltre quattro anni sono stato tagliato fuori da ogni funzione politica ed istituzionale. Sono stato oggetto di procedimenti giudiziari conclusi da assoluzioni con formula piena perché «il fatto non sussiste». Evidentemente costruiti sul nulla. Si è fatto uno spropositato abuso di intercettazioni nei miei confronti sin dal giorno dopo la mia elezione a presidente della Regione (con dispendio di centinaia di migliaia di euro dei cittadini italiani che pagano le tasse!). In pratica, ho governato una Regione parlando con i miei Assessori, con i Dirigenti e tutta l’azione politica ed amministrativa veniva vagliata in tempo reale da una Procura, che era lì per inseguire fantasmi oliveriani, con l’intento di costruire operazioni giudiziarie! Non semplice abuso di intercettazioni, ma gravissime violazioni ed improprie intrusioni dei massimi organi politici ed amministrativi della Regione, che si volevano (dovevano?) piegare ad un vero e proprio delirio di onnipotenza ed onnipresenza!

Ma allora lei non crede che si tratti di fisiologici errori del sistema giustizia?

A questo punto non si può parlare di “errori giudiziari”. L’errore, intendiamoci, ci può anche stare quando è limitato ad un caso. D’altronde è la stessa Corte di Cassazione ad aver evidenziato «un chiaro pregiudizio accusatorio» verso di me. Purtroppo devo prendere atto di una vera e propria ossessione personale nei miei confronti.

Crede che il suo nome sia servito per dare maggiore mediaticità all'inchiesta?

Mi dica lei. In questi giorni la mia immagine è stata nuovamente proiettata sulle Tv e sui giornali nazionali per accompagnare un’operazione giudiziaria caratterizzata da ‘ndrangheta, omicidio, traffico internazionale, nella quale io da semplice indagato vengo trasformato in un mostro mediatico. I titoli dei giornali e dei Tg, tutti con il mio nome e la mia faccia abbinati alla parola ‘ndrangheta! La mia storia, una intera vita dedicata, con coerenza a contrastare la ‘ndrangheta ed il malaffare, sfregiata con spregiudicatezza e con irresponsabile disinvoltura per fini carrieristici e manie di protagonismo mediatico che certo non fanno bene alla credibilità della magistratura il cui importante, prezioso e delicato esercizio dovrebbe essere improntato a equilibrio, sobrietà, responsabilità e rigore.

Pensa che la stampa calabrese sia asservita troppo alle Procure?

Se fosse solo un problema della stampa calabrese la malattia sarebbe comunque preoccupante, ma circoscritta. Purtroppo negli anni che abbiamo alle spalle la spirale giustizialismo - gogna mediatica ha prodotto populismo e squilibrio tra i poteri con un progressivo indebolimento della politica e dei luoghi della rappresentanza costituzionalmente preposti all’esercizio della sovranità del popolo. In Calabria la situazione è ancora più grave. A prevalere è la paura, purtroppo non solo della criminalità organizzata. Tuttavia anche in questa difficile terra vi sono uomini liberi e giornalisti seri che non sono disponibili a subire il bavaglio per misero opportunismo e, mi creda, in questo contesto assumono una dimensione eroica.

Il Pd calabrese in una nota ha scritto: «Ci auguriamo che i soggetti coinvolti possano dimostrare la loro innocenza». Non dovrebbe essere l’accusa a dimostrare la colpevolezza?

Certo che è l’accusa a dover dimostrare la colpevolezza dell’imputato! Il Pd anche in quest’occasione ha scelto di collocarsi nella platea degli agnostici e qualcuno lo considera già un passo avanti. Persino di fronte alle sentenze assolutorie pronunciate dalla magistratura giudicante con motivazioni chiare ed inequivocabili il Pd ha scelto di nascondersi per non turbare il manovratore. Una linea di rinunzia alla difesa e alla affermazione del principio costituzionale dello stato di diritto. La retorica che «i soggetti coinvolti possano dimostrare la loro innocenza» è un cliché a cui si ricorre per assumere atteggiamenti pilateschi. In sostanza per abdicare al ruolo che dovrebbe essere proprio della politica.

Come commenta la reazione di Occhiuto: «Grazie Gratteri, noi in discontinuità col malaffare»?

Mah! Ci vuole davvero faccia tosta! C’è da rimanere allibiti. Quanta ipocrisia. Prendo atto che Occhiuto è garantista con chi regala le Maserati e fa il giustizialista quando si tratta di allisciare Gratteri. Forse un modo per dormire sonni tranquilli. Occhiuto fa finta di non sapere che l’indagine nei miei confronti è fondamentalmente basata sulla presunzione del reato di associazione per avere tenuto riunioni e incontri con Enzo e Flora Sculco. Fatti naturalmente riconducibili esclusivamente alla sfera politica che nulla hanno a che vedere con il codice penale. Ad Occhiuto vorrei ricordare che, nelle ultime elezioni regionali, Flora Sculco è stata candidata a suo sostegno. Credo che anche con Occhiuto non siano mancate riunioni ed incontri! Anzi, presumo che per il riconoscimento dell’apporto elettorale datogli dagli Sculco, il presidente Occhiuto abbia poi, legittimamente, conferito a Flora Sculco un incarico attribuendole importanti funzioni di rapporto con gli enti locali e con l’intero territorio della Provincia di Crotone…A proposito di discontinuità…ammesso che, come lui dice, ci fosse il malaffare.

Ha fiducia nella giustizia?

Le ripetute sentenze assolutorie con formula piena mi hanno consentito di non perdere fiducia nella giustizia. Tuttavia dopo essere stato buttato e tenuto per anni nella fornace della gogna, devo dire che una sentenza è importante, ma non è sufficiente. Non è ammissibile che in un Paese democratico sia consentito di esercitare una sorta di potere di condanna “a morte civile” senza rispondere delle proprie responsabilità. Nessuno paga per l’incalcolabile danno inferto a persone, e nel mio caso anche all’istituzione alla cui guida il popolo calabrese mi aveva eletto. Penso anche a tanti sindaci ed imprenditori stritolati da un sistema malato che non esita a confondere e a sovrapporre la giusta e necessaria lotta alla ‘ndrangheta e al malaffare, con fatti e persone che nulla hanno a che fare con attività criminose.

Quindi?

È necessario combattere a viso aperto e senza timore una battaglia di civiltà contro questa barbarie e per l'affermazione della legalità e dello stato di diritto. Il Paese ha bisogno di una vera riforma della Giustizia come condizione per proiettarsi nel futuro con fiducia e forza competitiva ed inclusiva. Per questo mi auguro che la riforma annunciata dal Ministro Nordio possa andare in porto. Un Paese normale non ha bisogno di masanielli alimentatori di pulsioni populiste e di gogne giustizialiste, ma di Giustizia con la G maiuscola.

Crede che la Calabria sia un laboratorio dove in nome di una certa antimafia si mettono in atto torsioni dei diritti di indagati e imputati, anche per far carriera all'interno della magistratura?

É evidente! Non sono io a dirlo. Purtroppo è così non da ora. In tal senso parlano i fatti e non solo per la scalata di carriere dentro alla magistratura, ma anche come trampolino per scalate politiche e di potere nelle istituzioni.

Il caso dell'ex presidente della Regione. Oliverio condannato dalla Corte dei Conti, ma per il tribunale il reato non c’è…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 10 Gennaio 2023

Per il tribunale penale di Catanzaro il fatto non sussiste, ma la Corte dei Conti si allinea alla procura di Nicola Gratteri e condanna ugualmente Mario Oliverio per danno erariale. Le telenovelas della Calabria giudiziaria paiono non finire mai. Anche nei piccoli processi, ammesso che sia una cosuccia di tutti i giorni un’accusa di peculato. Bisogna tornare al 2018, quando la Regione Calabria aveva partecipato al Festival dei due mondi di Spoleto per promuovere le bellezze turistiche del proprio territorio, investendo nell’evento 95.000 euro. Per la procura di Nicola Gratteri la cifra in realtà era stata spesa per pagare “una personale promozione politica” del presidente Mario Oliverio e del suo partito, il Pd.

Di lì l’imputazione di peculato, il rinvio a giudizio e il processo, nel quale la rappresentante dell’accusa Graziella Viscomi aveva chiesto quattro anni di carcere. Ma il fatto non sussiste, ha decretato il tribunale, nel processo di primo grado. Quindi l’ipotesi dell’accusa era miserevolmente crollata, il 9 novembre del 2022. Come del resto era finita in niente l’altra inchiesta per corruzione e abuso d’ufficio nei confronti dell’ex presidente della Regione Calabria, quella intitolata “Lande desolate”, quella che aveva determinato un vero capovolgimento politico nella storia della regione. In quel caso si trattava della destinazione di fondi europei. In seguito a un’indagine della Dda di Catanzaro il procuratore Gratteri in un’intervista al Tg1 aveva dichiarato che “con quasi 17 milioni di euro la Regione ha contribuito a ‘ingrassare’ alcune cosche grazie a lavori non eseguiti o eseguiti in minima parte”. E aveva chiesto le manette per Oliverio. Senza però ottenerle, neanche nella forma attenuata di detenzione domiciliare.

Il gip però aveva stabilito per il presidente della Regione l’obbligo di firma al suo paese, San Giovanni in fiore, provincia di Cosenza, così mettendolo comunque in difficoltà per l’esercizio del suo mandato. Il problema divenne immediatamente politico, e il fatto determinò sul piano formale e anche sostanziale, la fine di una brillante carriera. A causa della proverbiale lungimiranza del Pd, a partire da quei giorni il governo della Calabria è passato al centrodestra che, dopo la breve stagione di Jole Santelli, ha saputo riconquistare i voti dei cittadini con le elezioni regionali del 2021 e la nomina di Roberto Occhiuto a Presidente. E intanto il procuratore Gratteri aveva lanciato la propria sfida alle cosche con l’operazione “Rinascita Scott” e la scommessa sulla famosa area grigia che avrebbe tenuto insieme la mafia con i livelli istituzionali e professionali e che sembrava cucita addosso all’avvocato Giancarlo Pittelli, tenuto sequestrato agli arresti per tre anni con l’evanescenza del concorso esterno.

La vicenda di Mario Oliverio è stata paradossale, perché il suo partito non l’ha ricandidato, mentre intanto il procuratore Gratteri, dopo che l’ex presidente veniva assolto perché il fatto non sussiste, non presentava appello. Forse ricordando le parole con cui la Cassazione, mentre annullava la misura cautelare, aveva irriso al modo in cui erano state interpretate le intercettazioni dagli uomini della procura. E anche il giudizio dei periti tecnici dell’Unione europea sulla gestione dei fondi da parte della Regione. Dopo controlli a tappeto su tutte le opere e i cantieri, aveva rilevato che nessuna frode era stata compiuta. Ecco perché la sentenza di assoluzione dopo il primo grado non aveva più avuto seguito. Fatto straordinario, sintomo di vergogna, prima di tutto. Si vergognava la procura di colui che si riteneva invincibile, ma non arrossiva la segreteria del Pd, da Zingaretti a Letta, per la svolta grillina sui processi, che ha di fatto giustiziato molti tra i suoi uomini migliori, non solo in Calabria.

Per quel che riguarda l’accusa di peculato, “La domanda del pubblico ministero risulta sostanzialmente fondata -scrivono i giudici contabili-e merita l’accoglimento integrale, atteso che nella fattispecie ricorrono tutti gli elementi costitutivi della responsabilità erariale”. E condanna l’ex residente della Regione Oliverio, in solido con l’imprenditore Mario Lucchetti e anche la dirigente regionale Sonia Tallarico (che al contrario degli altri due non era stata neppure imputata nel processo penale), a rimborsare alla Regione Calabria circa 90.000 euro, in quanto, secondo una propria valutazione, solo 4.500 sarebbero stati investiti per valorizzare il territorio. Tutto molto arbitrario, naturalmente. Tanto che, come previsto dall’articolo 652 del codice di procedura penale, qualora gli imputati fossero assolti in via definitiva con la formula piena, come accaduto in primo grado, nessun danno verrebbe riconosciuto ai danni della Regione né di altri soggetti. Ma il procuratore Gratteri avrà il coraggio di appellarsi contro le assoluzioni rischiando l’ennesimo flop, o resterà passivo con il rossore della vergogna come già nel processo “Lande desolate”? E il Pd, nel frattempo?

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

La mia Calabria come la Berlino occupata, dove ogni maxi blitz è un cocktail ben studiato. Nessuno si deve far venire il dubbio che l’Oliverio odierno sia lo stesso che è stato assolto tre volte negli ultimi mesi, dopo essere stato mandato al confino...Ilario Ammendolia su Il Dubbio il 27 giugno 2023

Il 26 giugno del 1963 il presidente Kennedy parlando nella capitale della Repubblica Federale Tedesca scandiva queste parole: «Ci sono molte persone al mondo che non capiscono, o che dicono di non capire, quale sia la grande differenza tra il mondo libero e il mondo comunista. Vengano a Berlino!».

Allo stesso modo, dinanzi all'ennesimo maxi blitz di ieri in Calabria, non avrei dubbi a dire: se credete che nella estrema regione del Sud vi sia legalità e rispetto per la Costituzione, lotta alla ’ndrangheta e siano in corso grandi operazioni per la legalità, insomma se credete a tutto questo, venite in Calabria. Quasi ogni maxi operazione non è altro che un cocktail preparato da sapienti barman. Un cocktail in cui si miscela con fantasia tanta ’ndrangheta di paese promossa sul campo a grande Mafia; per esempio i “papaniciari”, trattati come fossero i corleonesi di Totò Reina.

Un omicidio pescato negli archivi ammuffiti, qualche episodio di corruzione - vera o supposta - e quindi un bel cucchiaio di politici: una ciliegina, in questo caso l'ex presidente Oliverio, ed il cocktail è quasi pronto. Bisogna frullarlo con grande energia in modo da non distinguere i singoli elementi. Per esempio nessuno si deve far venire il dubbio che l'Oliverio odierno è lo stesso che è stato assolto tre volte negli ultimi mesi dopo essere stato mandato al confino, privato dei diritti politici e poi prosciolto perché, secondo la Cassazione, l'inchiesta era viziata da un chiaro pregiudizio accusatorio.

Alla fine bisogna stupire con gli effetti speciali: la colonna aviotrasportata, le sirene ululanti nella notte i militari in divisa, la conferenza stampa stile Sud America. Il cocktail è servito. Bevete assetati giornalisti di regime. Bevete a volontà ma non fate domande sgradite. Beva la classe politica calabrese, che salvo qualche eccezione è la più sottomessa, scroccona e incapace di Europa. È il solo modo che ha per salvarsi e non è un caso se nelle inchieste finiscono sempre quei politici, senza protezione o che si son rifiutati di baciare la “sacra pantofola”. Beve la classe dirigente nazionale che si sente così sollevata dalla grave e storica responsabilità di far morire giorno dopo giorno la Calabria.

Kennedy concludeva il suo discorso c