Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

LA MAFIOSITA’

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ascesa di Matteo Messina Denaro.

L’Arresto di Matteo Messina Denaro.

La Morte di Matteo Messina Denaro.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lotta alla mafia: lotta comunista.

L’inganno.

Le Commissioni antimafia e gli Antimafiosi.

I gialli di Mafia: Gelsomina Verde.

I gialli di Mafia: Matteo Toffanin.

I gialli di Mafia: Attilio Manca.

Gli Affari delle Mafie.

La Mafia Siciliana.

La Mafia Pugliese.

La Mafia Calabrese.

La Mafia Campana.

La Mafia Romana.

La Mafia Sarda.

La mafia Abruzzese.

La Mafia Emilana-Romagnola.

La Mafia Veneta.

La Mafia Lombarda.

La Mafia Piemontese.

La Mafia Trentina.

La Mafia Cinese.

La Mafia Indiana.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

La Mafia Canadese.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Stragi di mafia del 1993.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: l’Arresto di Riina.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa-bis: “’Ndrangheta stragista”. 

Gli Infiltrati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Piersanti Mattarella.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Pio La Torre.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Strage di Alcamo.


 

QUARTA PARTE


 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso esterno: reato politico fuori legge.

La Gogna Territoriale.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ipocrisia e la Speculazione.

Il Caporalato dei Giudici Onorari.

Il Caporalato dei fonici, stenotipisti e trascrittori.

Il Caporalato della Vigilanza privata e Servizi fiduciari - addetti alle portinerie.

Il Caporalato dei Fotovoltaici.

Il Caporalato dei Cantieri Navali.

Il Caporalato in Agricoltura.

Il Caporalato nella filiera della carne.

Il Caporalato della Cultura.

Il Caporalato delle consegne.

Il Caporalato degli assistenti di terra negli aeroporti.

Il Caporalato dei buonisti.


 

QUINTA PARTE


 

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Usura.

Dov’è il trucco.

I Gestori della crisi d’impresa.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Caste.

Pentiti. I Collaboratori di Giustizia.

Il Business delle Misure di Prevenzione.

I Comuni sciolti ed i Commissari antimafia.

Le Associazioni.

Il Business del Proibizionismo.

I Burocrati.

I lobbisti.

Le fondazioni bancarie.

I Sindacati.

La Lobby Nera.

I Tassisti.

I Balneari.

I Farmacisti.

Gli Avvocati.

I Notai.


 

SESTA PARTE


 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2: Loggia Propaganda 2.

La Loggia Ungheria.

Le Logge Occulte.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Ladri di Case.


 

LA MAFIOSITA’

TERZA PARTE


 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Donne delle Stragi.

Milano.

Firenze.

Roma.

Le Donne delle Stragi.

Le due donne delle stragi di mafia: l’esclusiva Sky conferma L’Espresso. Simona Zecchi su L’Espresso il 31 marzo 2023.

La superteste Marianna Castro racconta gli incontri con le agenti dei Servizi alla vigilia degli attentati del 1993. Intanto, dalla nostra inchiesta, saltano fuori altri elementi inediti. La pista che porta a Gladio

«Quella vicina è la segretaria, Antonella, e quella dietro è la mia collega dei servizi segreti». Così una intervista rilasciata da Marianna Castro al giornalista Massimiliano Giannantoni su Skytg24 andata in onda il 31 marzo riapre la pista - mai chiusa in realtà - sulle donne delle stragi 1992-1993.

Marianna Castro è la testimone sentita da più procure come ex compagna dell’ex agente Giovanni Peluso che, come rivelato dal quotidiano Domani, ha ricevuto un avviso di conclusione delle indagini preliminari per concorso esterno in associazione mafiosa. Peluso entra nella storia sulle indagini delle stragi a seguito delle dichiarazioni del collaboratore Pietro Riggio.

Nel faccia a faccia con il giornalista, la ex compagna di Peluso, le cui parole sono andate in onda anche su Report tempo fa, questa volta è più esplicita e, ritornando sull’incontro avuto dal suo compagno con Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro”, presso lo svincolo Roma-Napoli il giorno prima della strage di Firenze la notte fra il 26 e il 27 maggio 1993, dove lo aveva accompagnato, riferisce di Aiello in attesa di Peluso a bordo di una Mercedes scura in compagnia di due donne. Si tratta di Antonella, alias Virginia, e di Rosa, alias Cipollina, proprio come la donna descritta nell’articolo de L’Espresso del 23 febbraio scorso («soprannominata Cipollina a causa della capigliatura»)

Le donne delle stragi: l'intervista di Sky a Marianna Castro

Stesso copione prima della strage di Milano quando tra il 26 e il 27 luglio 1993 scoppia un’autobomba vicino alla Villa comunale e al museo di arte contemporanea (Pac). Cambia solo l’auto sulla quale sono in attesa le stesse tre persone in autostrada, una BMW chiara.

Il servizio del vicecaporedattore di Skytg24, già autore di due libri su vicende che attraversano il mondo Gladio, è un assaggio di uno speciale sulle stragi del 1993 che andrà in onda per intero a maggio prossimo e che già dalle parole riferite dalla Castro nel live trasmesso  promette scintille.

La donna, infatti, incalzata sulla identità delle due accompagnatrici, dice chiaramente che l’Antonella-segretaria (su cui da sempre si indaga) aveva come nome di battesimo Virginia, non tanto alta dai capelli chiari a caschetto; mentre l’altra, mora alta, detta anche Cipollina si chiamava Rosa: l’una con l’accento campano l’altra con un accento del Nord. Tuttavia, nel gioco delle figure femminili messo in scena da chi ha organizzato davvero le stragi, tutto si mescola perché le donne molto probabilmente indossavano una parrucca.

Il documento in possesso de L’Espresso, infatti, riferiva che la bionda della strage di via Palestro, diversa a esempio da quella della strage di via Fauro a Roma il maggio precedente, sarebbe in realtà «bruna con capelli a caschetto». D’altronde, in un corposo altro documento da noi visionato, una sorta di manuale sull’arruolamento di personale esterno utile alle operazioni coperte, denominato esplicitamente “La ricerca occulta”, esiste un riferimento specifico alle donne che «possono essere utilmente impiegate per compiti particolari».

Intanto, dei contenuti del documento dell’Aise (ex Sismi) datato 19 agosto 1993, e da noi pubblicato, emerge un altro elemento inedito: la donna è quella che «avrebbe parcheggiato l’automobile con l’esplosivo» a Milano.

I nuovi documenti Gladio su Virginia Gargano

A distanza di giorni dalla nostra esclusiva, L’Espresso ha potuto consultare la documentazione Gladio inerente alla signora Gargano con spunti interessanti soprattutto quando la ricerca si estende ad alcuni documenti che apparentemente non la riguardano in modo diretto. Il suo fascicolo personale, intanto, è inserito in un lungo elenco di nomi comprensivi anche dei familiari della Gargano (soprattutto due fratelli) e, come già in parte noto anche dell’ex marito, il gladiatore Maurizio Castagna nipote dell’ex capo del Sisde e poi della Polizia, Vincenzo Parisi, a cui Peluso, sempre secondo le dichiarazioni fatte alle procure da Marianna Castro, faceva da scorta.

Nel fascicolo datato marzo 1983 sono presenti una sua fotografia e alcuni dati personali a riempire una scheda che la riguarda. Una parte di questi dati, scritti a quanto pare di proprio pugno dalla Gargano, riguarda una visita compiuta dalla stessa a una sua amica, Rosalba, con una macchina allora di sua proprietà, una Mini Minor blu. Della Rosalba in questione appaiono alcuni particolari che richiamano la descrizione del documento da noi pubblicato e di una Rosalba Scaramuzzino abbiamo scritto a febbraio scorso. Forse una coincidenza. Ma quante Rosa, Rosalba e Virginia esistono raggruppate in documenti o note che si riferiscono a Gladio?

Operazioni clandestine

Altro documento che fa riferimento a una Virginia e questa volta con una chiara descrizione (“Elenco Personale Sad/Cag”) compare in un fascicolo sempre datato marzo 1983, si tratta di un appunto che aggiorna l’elenco del personale da inserire ed è successivo al dossier personale della donna. La sezione Studi e addestramento (Sad) è stata l’antesignana della VII divisione Sismi al cui interno il Centro addestramento guastatori (Cag) poi Cagp, dove “p” sta per paracadutisti, svolgeva il ruolo di reclutamento di componenti esterni e interni per l’Operazione “G” (Gladio), come viene identificata nei documenti ora visibili. L’Operazione “G” (Gladio) è in effetti la descrizione che appare da un certo punto in poi in tutta una serie di documenti presenti nell’Archivio di Stato di Roma sulla Stay behind italiana, lì convogliati dopo l’emanazione della direttiva Draghi dell’agosto 2021. In particolare dagli anni ‘60 in poi (la data della istituzione della Stay Behind ufficiale in accordo con la Cia americana è il 1956) dove l’Operazione “G” sembra alludere ad altro. Inclusi i documenti del 1983 che riferiscono prima di un interesse verso Virginia Gargano e poi di una Virginia inclusa nel personale arruolato appunto dal Cag.

La cosiddetta “raccolta occulta” di personale per utilizzi particolari è dunque il marchio che contraddistingue quelle operazioni che non si possono del tutto indicare nero su bianco, ma le cui tracce in qualche modo restano e giungono fino a noi. In particolare, per le stragi 1992-1993, come riportava l’analisi della intelligence nell’ormai famoso appunto da noi pubblicato, la strategia è stata attuata da «un coacervo di forze politico-massoniche con agganci nell’alta finanza e in organizzazioni straniere».

Le donne delle stragi e quei segreti sulle bombe del 1993. In un'intervista rilasciata a SkyTg24, Marianna Castro, ex compagna del poliziotto Giovanni Peluso, accusato da un collaboratore di giustizia di aver piazzato la bomba della strage di Capaci, rivela retroscena clamorosi sulle bombe del 1993 e sul ruolo di due donne. Gianluca Zanella l’1 Aprile 2023 su Il Giornale.

L’intervista realizzata dal giornalista Massimiliano Giannantoni per SkyTg24 potrebbe scatenare un effetto domino i cui esiti sono al momento imprevedibili. In un momento in cui si torna a parlare dell’organizzazione Gladio e di una struttura creata in seno alla VII Divisione del Sismi con “agenti a perdere” da impiegare per operazioni sporche, l’intervista a Marianna Castro pesa come un macigno.

Castro è stata compagna di Giovanni Peluso, l’ex poliziotto accusato dal mafioso e collaboratore di giustizia Pietro Riggio di aver piazzato l’esplosivo della strage di Capaci e che recentemente – attorno al 15 marzo scorso – ha ricevuto dalla procura di Caltanissetta (che nel frattempo ha archiviato le contestazioni per la strage di Capaci) un avviso di conclusione delle indagini preliminari per concorso esterno in associazione mafiosa.

Se Peluso è stato accostato alla strage che ha spazzato via la vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, le parole della sua ex compagna ora raccolte da Giannantoni sembrano accostarlo ad altri altrettanto gravi eventi stragisti di cui ricorrerà tra poco il trentennale: le stragi di Firenze e di Milano del 27 maggio e del 27 luglio 1993, che insieme fecero contare dieci morti innocenti.

Nell’intervista, la Castro racconta di aver accompagnato il suo ex compagno a uno svincolo dell’autostrada Roma-Napoli il giorno prima della strage di via dei Georgofili. Ad attenderli, all’interno di una Mercedes scura in cui Peluso sarebbe poi salito, Giovanni Aiello – alias faccia da mostro – alla guida in compagnia di due donne. Una bionda, al suo fianco, e una mora seduta sui sedili posteriori.

Il gruppo parte, ma successivamente – la Castro non spiega in che modo – parla con il compagno in viaggio. La Castro chiede a Peluso chi siano quelle donne: “Quella vicino è la segretaria del mio amico, Antonella, quella dietro è una mia collega dei servizi segreti”. Incalzata da Giannantoni, Marianna Castro svela i reali nomi delle due donne: Antonella, la “segretaria” di Aiello, si chiamerebbe in realtà Virginia. Quella dietro, soprannominata “cipollina”, risponderebbe al nome di Rosa. Accento meridionale, precisamente campano, per Virginia, e accento settentrionale per Rosa.

Il racconto si fa ancora più inquietante quando Marianna Castro racconta che un mese dopo la bomba di Firenze, Peluso le chiede nuovamente di essere accompagnato allo stesso svincolo: “dobbiamo andare a Milano a fare dei rilievi” avrebbe detto. Ad attenderli, stavolta, una Bmw chiara. Alla guida sempre faccia da mostro e, ancora una volta, Virginia e Rosa.

Alla domanda del giornalista di quando abbia collegato queste partenze del compagno con il verificarsi delle stragi, Marianna Castro risponde così: “Lui quando tornava gli dico... scusa, ogni volta siete partiti, siete tornati e poi succedono le stragi”. Peluso avrebbe risposto “Che vuoi dire? Che siamo stati noi?”

No”, risponde la Castro, “non dico che siete stati voi, però per Firenze è stato così, per Milano è stato così. Siete andati giù a Capaci ed è stato così, e pure quando c’è stata via D’Amelio [la strage di via d’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e gli uomini e donne della sua scorta, ndr] lui è mancato quel periodo... come mai tutte le stragi e tu non sei mai stato a casa? Hai sempre detto che sei andato a fare i rilievi, però partendo prima? [...] però siccome era un soggetto molto pericoloso... [ho detto] lasciamo perdere”.

Entrambe le auto, la Mercedes scura e la Bmw bianca, sono state viste rispettivamente a Firenze e Milano da alcuni testimoni prima delle violente esplosioni. Così come è ormai cosa nota, stando sempre alle testimonianze, la presenza di donne sui luoghi delle due stragi. Donne di cui restano tracce anche nei pressi del cratere di Capaci.

Il fatto che poi Giovanni Aiello prediligesse la compagnia di donne al suo fianco non è una novità. Ce l’aveva detto anche Armando Palmeri in una delle due interviste esclusive che ci aveva rilasciato nel settembre 2022. In quel caso, ci aveva raccontato di aver incontrato Aiello in compagnia di una donna con cui aveva collaborato per individuare la prigione del piccolo Giuseppe Di Matteo. Una donna che lavorava a strettissimo contatto con la Dia di Palermo. In quell’occasione, Palmeri ci aveva provocatoriamente chiesto per quale motivo nessuno, fino a quel momento, avesse pensato di mostrargli qualche foto per un confronto. Troppo tardi, l’ex collaboratore di giustizia è morto improvvisamente il 17 marzo.

Sulla possibilità che delle donne legate ai servizi segreti abbiano partecipato con un ruolo operativo alla preparazione e all’esecuzione di attentati abbiamo chiesto un parere al criminologo Federico Carbone, profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta e da diversi anni consulente della famiglia di Marco Mandolini, il super-soldato che indagava informalmente sulla morte dell’amico Vincenzo Li Causi e che venne massacrato con decine di coltellate non molto lontano dalla caserma Vannucci di Livorno.

Dai documenti in nostro possesso relativi alla VII Divisione del Sismi – ci dice Carbone - è sempre emersa una componente femminile”. E aggiunge: “I nomi dei componenti della VII Divisione erano molti di più di quei 16 conosciuti attraverso la lista Fulci. Tra questi, appunto, ci sono diverse donne”.

Non è certo un’anomalia la presenza di donne all’interno di apparati d’intelligence. La vera anomalia, in questo caso, è un’altra: “È quella di scoprire che delle donne abbiano avuto parte in attentati e stragi da sempre attribuiti a Cosa nostra. La mafia non ha mai impiegato delle donne per le proprie attività”.

Proprio un anno fa, una donna di Bergamo, Rosa Belotti, è finita sotto i riflettori con il sospetto che sia lei una delle donne viste in via Palestro poco prima della strage. Impossibile non chiedersi se quella “cipollina” citata dalla Castro, quella Rosa, non sia proprio la Belotti. Così come è impossibile non chiedersi se quella Virginia non sia Virginia Gargano, ex gladiatrice e molto vicina a Giovanni Aiello. Siamo certi che presto qualcuno più titolato di noi cercherà di rispondere a queste domande.

Come siamo certi che queste domande – e molte altre – verranno fatte a Giovanni Peluso che, già tirato in ballo per la strage di Capaci, potrebbe vedersi costretto a spiegare la sua eventuale presenza a Firenze e Milano in prossimità delle scoppio delle bombe del 1993.

Milano.

Stragi di mafia del 1993, c’era un’altra donna nel commando. E i Servizi segreti sapevano tutto. Un’ex impiegata dell’Alfa Romeo di Arese nel gruppo che mise a segno l’attentato di via Palestro a Milano. Era legata a uno degli artificieri. Il suo aspetto e una minuziosa descrizione in un appunto del Sisde che L’Espresso ha potuto leggere. Simona Zecchi su L’Espresso il 24 Febbraio 2023.

Sebbene la Procura di Firenze abbia individuato in Rosa Belotti la donna presente in via Palestro a Milano, a seguito di una fotografia trovata nel 1993 in un villino di Alcamo, in realtà, la presenza di più donne per le stragi di quell’anno è un fatto ancora tutto da indagare e L’Espresso è in grado di fornire nuovi elementi.

Firenze.

L'autobomba esplosa nel 1993 in via dei Georgofili. Messina Denaro, l’operazione chiamata Tramonto come la poesia di Nadia: morta a 9 anni nella strage di Firenze. Vito Califano su Il Riformista il 17 Gennaio 2023

Si chiamava Nadia e aveva appena 9 anni quando è morta, una delle vittime dell’attentato della Mafia a Firenze nel maggio 1993. Aveva scritto una poesia intitolata Tramonto. E Tramonto è stata chiamata l’operazione dei Ros dei carabinieri che hanno arrestato ieri presso la clinica La Maddalena, nel quartiere San Lorenzo a Palermo, il superlatitante Matteo Messina Denaro, la “Primula Rossa” di Cosa Nostra, ricercato dal 1993, che per l’attentato di Firenze fu condannato all’ergastolo.

La notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 esplose un’autobomba a Firenze, la strage dei Georgofili, nei pressi della Galleria degli Uffizi. Quei 277 chilogrammi di esplosivo uccisero cinque persone, rientravano nella strategia terroristica e stragistica di Cosa Nostra. Nadia Nencioni morì con la madre Angela Fiume, al padre Fabrizio Nencioni e alla sorellina Caterina di appena 50 giorni. Anche lo studente di architettura Dario Capolicchio, 22 anni, originario di La Spezia, perse la vita. Altre 41 persone rimasero ferite.

Solo tre giorni prima dell’attentato la bimba di nove anni aveva scritto una poesia, intitolata Il Tramonto:

Il pomeriggio se ne va

il tramonto si avvicina, un momento stupendo

il sole sta andando via (a letto)

è già sera tutto è finito

Il quaderno su cui scrisse quelle righe è ancora conservato e riprodotto dall’associazione dei Familiari delle vittime della strage di via de’ Georgofili per raccontare la vicenda nelle scuole.

L’abbiamo saputo stamani anche noi. Aver usato la poesia Il Tramonto di Nadia come titolo dell’operazione che ha portato all’arresto di Matteo Messina Denaro è un simbolo, un bel segnale che viene dato a tutti, oltre ad essere una carezza alle due bambine, nostre nipoti“, ha commentato all’Ansa Luigi Dainelli, zio con la moglie Patrizia Nencioni di Nadia, che vivono a La Romola. “Non so dire se qualcuno di loro, dei carabinieri, scegliendo la parola Tramonto abbia voluto ricordare le bambine e aver voluto richiamare attenzione sulle vittime dell’attentato di Firenze, o se si sia voluto anche interpretare qualcosa di più, forse pure il tramonto personale del boss Matteo Messina Denaro che viene segnato dal suo arresto”.

Di una cosa però lo zio è sicuro: “Al di là di tutto, facendo così, c’è stato un pensiero di investigatori e inquirenti dedicato alla strage di Firenze. Speriamo che Messina Denaro si decida a parlare, a dire la verità completa sulle stragi. Noi speriamo che con questo arresto si possa saperne di più”. A Nadia Nencioni e alla sorellina Caterina è stato intitolato un asilo nido comunale a Corleone, in provincia di Palermo.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Roma.

Estratto dell’articolo di Francesco Persili per Dagospia pubblicato il 29 settembre 2019

Mi occupai molto di mafia in quel periodo”. Poi un giorno Totò Riina disse “questo Costanzo mi ha rotto i co****ni”. A 'Domenica In' Maurizio Costanzo ricorda l’attentato di via Fauro. La maratona tv con Santoro, le interviste al giudice Falcone, la maglietta con la scritta “Mafia made in Italy” bruciata in diretta tv e quella sera del 14 maggio 1993. “L’autobomba venne fatta esplodere fuori dal teatro Parioli con qualche secondo di ritardo. Era venuto un altro autista, avevo cambiato la macchina… Ci fu un’esitazione nello schiacciare il pulsante del telecomando. Il botto fu pazzesco, ci siamo salvati tutti, io, Maria, l’autista e il cane, nessuno è morto. Un miracolo. Io quelli che stavano lì fuori li ho poi visti dietro le sbarre: io ero vivo, loro stavano dietro le sbarre”. Rifarei tutto quello che ho fatto? Se mi garantissero che finisce così, sì”, chiosa Costanzo.

 “Dopo l’attentato ho promesso a Maria che mi sarei occupato meno di mafia“. La De Filippi, per una promessa fatta al padre, da quella sera non è più voluta salire in macchina con Costanzo. “Per fortuna ce ne possiamo permettere due altrimenti uno andava con il tram…”. I due l’anno prossimo festeggeranno i 25 anni di matrimonio. "Mi sono sposato quattro volte e l’unico matrimonio che ha retto è quello con la De Filippi, mi sento in debito con lei e sì, sarà la donna che mi terrà la mano quando morirò. Maria è l’amore della mia vita. Dormiamo in stanze separate perché io russo. L’intimità non è dormire insieme. Pure in treno se dorme con sei sconosciuti. .. ”.

Malcom Pagani per "Il Fatto Quotidiano" pubblicato da Dagospia il 14 maggio 2013

Sono nato una seconda volta fuori dal teatro Parioli, tra via Fauro e via Boccioni, il 14 maggio 1993. Prima il rumore. I vetri rotti. Il botto. Un botto pazzesco. Io che chiedo ‘state bene?', esco dalla macchina e zoppico con i vetri nelle scarpe. Poi la luce. Una lingua di fuoco. De Palo, l'autista, era una maschera di sangue. Ancora lavora con me. Sono passati vent'anni".

 Maurizio Costanzo, che ad agosto ne compirà 75, è in piedi e nella stessa posizione rimarrà senza cedimenti per più di quaranta minuti: "Continuo a lavorare tutti i giorni, a casa mi annoio".

 Una bottiglia di acqua minerale con una cannuccia in tinta. Libri di Flaiano sulla scrivania e fotografie alle pareti. In alto, in un bianco e nero d'epoca che contrasta con il colore dei ricordi, un'istantanea sbiadita. Una puntata congiunta di Samarcanda e del suo show. Fine settembre '91.

Una staffetta Rai-Mediaset pensata con Michele Santoro in cui Cuffaro urla in diretta contro Falcone, un Costanzo poco più che 50enne brucia una maglietta "Mafia made in Italy" e Toto Riina guardandolo, dice soltanto: "Questo ha rotto i coglioni". Ricordando l'attentato del 1993, l'ouverture di un'estate stragista, misteriosa ed eversiva: "Il passaggio strategico e non certo casuale di Cosa Nostra dall'Isola al Continente" Costanzo gioca di sottrazione.

Sbaglia per difetto il numero dei chili di tritolo: "Cento? Mi sembrava fossero 70". Confonde il modello della macchina utilizzata per la detonazione: "Quindi era la uno Bianca, proprio come quella Uno bianca e non una seicento, davvero?".

Traduce in un'immagine cruda il naturale sollievo dello scampato: "Dieci giorni dopo la bomba andammo dalle parti di Nettuno, in una scuola di Polizia per la simulazione di via Fauro. I manichini vennero decapitati dall'esplosione. La fine che avremmo dovuto fare noi. Ci salvammo per tre secondi". Sul televisore scorrono le lamiere dell'autobomba di Bengasi, Costanzo osserva: "Come quella volta".

 Via Fauro anticipò l'incrudirsi della strategia della tensione. Tredici giorni dopo, a Firenze, in via dei Georgofili, le vittime dell'assalto allo Stato saranno cinque.

Di tutto questo all'epoca non sapevo nulla. Avevo ricevuto qualche minaccia e per pura routine l'avevo passata alla Digos. Lettere anonime. Disegni di piatti fumanti con la mia testa. Cose così.

In via Fauro all'inizio pensai allo scoppio di una tubatura del gas. Io e Maria facemmo l'autostop. Ci diedero un passaggio, a bordo salì anche il nostro cane. Tornammo a casa scossi, ma ignari. Tutto sommato tranquilli. Dopo mezz'ora arrivò il cinema.

Il cinema?

Le sirene. La polizia. I carabinieri. L'inferno di cristallo. Ci volle tempo per rendermi conto di cosa era successo e forza d'animo per ascoltare da magistrati straordinari come Saviotti, Vigna e Chelazzi, la ricostruzione di quella vicenda, i racconti sui brindisi alla mia morte tra mafiosi in carcere. Siamo vivi per miracolo. Per un errore. Per una casualità.

Pochissimi secondi di ritardo nel premere il bottone.

L'autista mi chiese di essere liberato per la serata e così feci chiamare una seconda macchina. Gli attentatori sbagliarono bersaglio e i tre secondi di ritardo dell'attentatore nel premere il bottone ci salvarono la vita. Poco tempo dopo andai a Firenze e per la prima e ultima volta vidi in faccia i Graviano e tutti quelli che me volevano ammazzà. Fu dura. Questa storia mi ha insegnato molte cose. Alcune sul valore degli uomini di scorta e dei magistrati. Altre meno belle.

La paura?

Non tanto per me che pure, nell'imminenza dell'attentato avevo pensato: "Se c'è anche un solo morto io smetto di fare ‘sto mestiere", quanto per Maria. Lei, per dire, soffrì moltissimo. Ebbi persino paura non si riprendesse. Vivemmo la cosa in modo diverso, comunque. Io mi considerai molto fortunato. Ripensavo alla dinamica, ai chili di tritolo usati in via Fauro e mi ripetevo: "Ammazza che culo". Lei era turbatissima. Mi dispiaceva di averle provocato una violenta ansia. Così le promisi che sarei stato più attento.

Lo fu?

Non molto. Andai al Politeama con la vedova Borsellino, in Sicilia a deporre senza reticenze in un processo di mafia e non smisi di occuparmi della questione. Quando vedevo le misure di sicurezza e i ponti bonificati non stavo bene. Ma a un ladro devi dire ladro. A un mafioso, mafioso.

Ha mai sentito parlare di una lettera contenente minacce a varie autorità scritta da alcuni sedicenti detenuti al 41-bis nel gennaio 1993. Oltre all'indirizzo del Vaticano e a quello del presidente della Repubblica, tra i molti, c'era anche il suo.

Come no, certo che ne ho sentito parlare. Sono stati colpiti tutti i destinatari, personalmente, o attraverso l'istituzione come nel caso delle Chiese.

 Di lei si sarebbero dovuti occupare i Corleonesi.

All'inizio. Poi subentrarono i catanesi e nella discussione: "Lo faccio io, no lo fai te" si perse molto tempo. Mi dissero, ma non trovai conferma, che Matteo Messina Denaro si fosse spinto personalmente a controllare i miei spostamenti dalle parti del Parioli. Chissà, se fossero saliti a Roma Santapaola e i suoi, come mi dissero i magistrati, per eliminarmi sarebbe bastata una sventagliata di mitra.

In via Fauro abitava anche Lorenzo Narracci, ex vice di Bruno Contrada al Sisde. Mai pensato che la bomba fosse per lui?

Mai. Mi parve inverosimile.

Che impressione le ha fatto vedere lo Stato coinvolto in una possibile trattativa con la mafia?

Un'impressione terribile. Ho letto molto, non abbastanza. Mi auguro sempre che non sia vero. Ci spero il giusto, ma continuo a sperare. Sinceramente. Anche se è astratta-mente possibile che si sia verificata, esprimere una verità storica è molto complicato. Proprio il giorno in cui è morto Andreotti mi è capitato di riflettere su quanti ragionamenti il senatore abbia portato con sé.

Nel 2009 lei dichiarò che D'Alema e Violante le dissero che dietro a via Fauro c'era l'ombra di Berlusconi. Lei era stato tra i più accaniti dissuasori degli ultras che volevano far nascere Forza Italia.

Verissimo. Mi opposi con durezza, meno vero, anzi falso, è che il nome di Berlusconi mi fosse stato fatto da D'Alema e Violante. Lo scrisse il Riformista. Inviai una rettifica.

 Però glielo dissero.

Eccome. Non me lo sono inventato. Nel camerino del teatro Parioli, mi pare. La voce diceva che la soffiata venisse da un pentito. Non ci ho mai creduto. Mai. Era un po' troppo. Anni dopo, quando era già presidente del Consiglio, Berlusconi venne in trasmissione. Uscì per caso il discorso e lui ci scherzò: "Già dicono che io ti ho messo la bomba in via Fauro, adesso diranno che ti ho levato la scorta". Andò tutto in onda.

Estratto dell'articolo di Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera" il 25 febbraio 2023.

La bomba che scoppiò alle 21.25 di quasi trent’anni fa, il 14 maggio 1993, segnò l’inizio dell’assalto mafioso al continente. Per la prima volta Cosa nostra — che un anno prima aveva fatto saltare in aria Giovanni Falcone, sua moglie Francesca, Paolo Borsellino e otto agenti di scorta — organizzò un attentato fuori dalla Sicilia. E l’obiettivo doveva essere lui, Maurizio Costanzo, il giornalista dello Show televisivo che attaccava gli «uomini d’onore», arrivando a invitare le loro donne a lasciarli.

Un attentato senza vittime, ma il messaggio fu subito chiaro: Cosa nostra aveva deciso di allargare il suo raggio d’azione. Non più solo magistrati, investigatori o politici che si mettevano di traverso; adesso toccava anche gli uomini di spettacolo che facevano informazione accusando la mafia davanti a milioni di italiani. Bersagli scelti con cura, ovunque nel Paese.

 «La causa scatenante»

«Si parlò di una trasmissione che fece Costanzo dove si parlava dei ricoveri facili all’ospedale, e che lui in quella trasmissione disse che dovevano effettivamente avere tutti tumori, o dovevano morire tutti di cancro gli uomini d’onore. Questo fu una causa scatenante», rivelò il pentito Vincenzo Sinacori, uno che fece parte del commando spedito a Roma da Totò Riina in persona, a febbraio del 1992, per trovare il modo di uccidere Falcone o l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli; e poi, appunto, Maurizio Costanzo.

[…]

a gennaio ‘93 Riina fu arrestato, e suo cognato Leoluca Bagarella continuò sulla strada delle bombe, scegliendo di piazzarle anche lungo la penisola. E la prima fu per Costanzo: quasi 100 chili di tritolo e nitroglicerina sistemati nel bagagliaio di una Fiat Uno rubata la sera dell’11 maggio ‘93. E parcheggiata in via Ruggero Fauro — la strada dei Parioli che abitualmente il giornalista percorreva all’uscita dello spettacolo per tornare a casa — già il 13 maggio.

Ma quella sera il telecomando non fece esplodere l’ordigno. L’indomani i mafiosi (tutti della cosca di Brancaccio, quella dei Graviano, con Salvatore Benigno nel ruolo di esecutore materiale) andarono a riparare il guasto e la sera del 14 la bomba scoppiò. Ma Costanzo si salvò perché aveva cambiato macchina; non la solita Alfa 164 attesa dal commando, ma una Mercedes.

 « Benigno ha perso un po’ di tempo nel senso di: “è lui? Non è lui?”... Allora, ha schiacciato il bottone diciamo con qualche secondo diciamo, o millesimo di secondo, in ritardo. Perché si aspettava una 164», racconterà un altro pentito.

l momento dell’esplosione le macchine di Costanzo e della scorta erano appena passate, ma furono ugualmente coinvolte dall’onda d’urto, e danneggiate: Costanzo e Maria De Filippi che era con lui rimasero illesi, l’autista della Mercedes riportò qualche lieve ferita e anche le guardie del corpo a bordo della seconda auto se la cavarono con poco.

Estratto dell’articolo di Elena Del Mastro per ilriformista.it il 25 febbraio 2023.

Il curriculum criminale di Matteo Messina Denaro è molto lungo: stragi, omicidi, rapimenti, estorsioni e anche attentati. Crimini che attraversano oltre 40 anni di storia d’Italia, dalla strage di Capaci a via d’Amelio, fino al rapimento e omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, collaboratore di giustizia ed ex mafioso. La strategia della mafia degli anni 80 e 90 era quella di eliminare fisicamente chiunque risultasse scomodo per qualche motivo. E tra questi c’era anche Maurizio Costanzo, il conduttore televisivo che spesso in quegli anni dal suo Show si schierò apertamente contro la mafia. E per questo per Messina Denaro e i suoi andava eliminato.

 A raccontare questo episodio è stato lo stesso Maurizio Costanzo anni dopo. “Mi risulta dai magistrati di Firenze che Matteo Messina Denaro sia venuto al Teatro Parioli durante il ‘Maurizio Costanzo Show’ per vedere se si poteva fare lì l’attentato, sarebbe stata una strage. Hanno deciso di farlo quando uscivo dal teatro”, ha raccontato Costanzo a “Un giorno da pecora”. Era il 1992 quando Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco inviato a Roma da Riina per pedinare e uccidere Costanzo, Giovanni Falcone e il Ministro Claudio Martelli. L’attentato a Costanzo si sarebbe dovuto svolgere fuori al teatro Parioli a Roma, dopo che il conduttore televisivo aveva registrato una puntata del suo programma.

 Costanzo insieme a Michele Santoro in quegli anni si esponeva spesso contro la mafia. […] Costanzo non teneva nascosta nemmeno la sua amicizia con il giudice Falcone e così la mafia lo prese di mira. Così un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani tra cui Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella e Francesco Geraci si spostò su Roma per mettere in pratica gli ordini.

Il gruppo per più giorni pedinò Costanzo. Poi quando tutto era pronto il gruppo fu richiamato da Riina in Sicilia e saltò. Ma fu solo rimandato. Nel maggio 1993 un altro gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille in cui però non c’era più Messina Denaro arrivò a Roma per mettere in pratica il piano. […] Venne rubata una Fiat Punto che fu riempita di tritolo e parcheggiata in via Fauro. Secondo quanto ricostruito successivamente dai magistrati, il primo giorno l’attentato fallì perché il congegno non esplose per un difetto. Il secondo giorno invece la bomba esplose ma Salvatore Benigno schiacciò il pulsante in ritardo perché con fuse l’auto su cui avrebbe viaggiato Costanzo. Così il presentatore e la moglie Maria de Filippi rimasero illesi, furono ferite invece due guardie del corpo. La paura fu tanta: nell’esplosione crollò il muro di una scuola, sei auto furono distrutte e sessanta danneggiate.

Nel 2018, Maria De Filippi raccontò, in un’intervista da Fabio Fazio: “Ho avuto paura per almeno due anni. Ero convinta di aver visto la persona che ha azionato la bomba. Vedo questo ragazzo che mi fissa fuori dai Parioli e io fisso lui, magari era un ragazzo qualsiasi”. […]

 Messina Denaro, non sarebbe risultato tra i presenti quel giorno ma fu considerato comunque tra i mandanti di quell’attentato. “Una gran bella notizia che si aspettava da 30 anni, alla fine della vita i peccati si pagano. Un evviva ai carabinieri del Ros, una bella soddisfazione”, ha detto Maurizio Costanzo, intervistato da LaPresse nel commentare l’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro dopo 30 anni di ricerche.

Estratto da www.repubblica.it – articolo del 27 aprile 2022

[…] Michele Santoro […] ha ripercorso quella giornata. "Sono arrivato a casa sua in una scena di guerra - ha detto - Ho visto Maurizio ancora frastornato, Maria (De Filippi, ndr) sul letto che non riusciva a proferire parola. Quello era un avvertimento alla tv: state esagerando, tornate a fare la televisione". 

Da it.wikipedia.org

 Nel febbraio 1992 un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci) si spostò a Roma per uccidere Maurizio Costanzo; le armi e l'esplosivo necessarie per questi attentati vennero nascoste in un'intercapedine ricavata nel camion di Giovanbattista Coniglio (mafioso di Mazara del Vallo) per essere trasportate a Roma, dove vennero scaricate e occultate nello scantinato dell'abitazione di Antonio Scarano (spacciatore di origini calabresi residente a Roma legato a Messina Denaro).

Dopo alcuni appostamenti nel centro di Roma, il gruppo di fuoco non rintracciò il giudice Falcone e il ministro Martelli, decidendo quindi di ripiegare su Costanzo, che riuscirono a seguire per alcune sere dopo le registrazioni della trasmissione "Maurizio Costanzo Show". Tuttavia il boss Salvatore Riina ordinò a Sinacori di sospendere tutto e tornare in Sicilia perché “avevano trovato cose più importanti giù”.

 Nel maggio 1993 un altro gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille (Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Giuseppe Barranca, Francesco Giuliano) si portò nuovamente a Roma per compiere l'attentato a Costanzo e venne ospitato di nuovo da Scarano nell'appartamento di suo figlio.

Il gruppo, accompagnato da Scarano con la sua auto, effettuò vari sopralluoghi nella zona dei Parioli per individuare Costanzo e infine rubò una Fiat Uno; Scarano procurò anche un garage presso il centro commerciale "Le Torri" a Tor Bella Monaca, dove Lo Nigro e Benigno portarono l'auto rubata e provvidero a sistemarvi all'interno l'esplosivo, dopo averlo prelevato dallo scantinato di Scarano stesso. Nella stessa sera l'autobomba venne parcheggiata in via Fauro ma non esplose per un difetto del congegno, che venne riparato il giorno successivo sempre da Lo Nigro e Benigno.

 Quella sera, l'autobomba venne fatta esplodere ma Benigno schiacciò il pulsante del telecomando con qualche istante di ritardo perché aspettava Costanzo su un'Alfa Romeo 164, mentre comparve una Mercedes blu, non blindata, alla cui guida era l'autista Stefano Degni e al cui interno sedevano il presentatore e la sua compagna Maria De Filippi (che rimasero illesi), seguita da una Lancia Thema con a bordo le due guardie del corpo Fabio De Palo (rimasto ferito) e Aldo Re (che subì lesioni legate allo shock). Nell'esplosione subirono gravi danni i palazzi di via Fauro, della vicina via Boccioni e inoltre crollò il muro di una scuola che si trovava quasi di fronte al luogo della deflagrazione; circa sessanta auto parcheggiate nelle vicinanze rimasero danneggiate e altre sei finirono distrutte nell'esplosione

Le indagini ricostruirono l'esecuzione dell'attentato in base alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori, Francesco Geraci, Salvatore Grigoli, Pietro Romeo e, in particolare, quelle di Antonio Scarano (che aveva partecipato in prima persona all'attentato): nel 1998 Cristofaro Cannella, Salvatore Benigno, Cosimo Lo Nigro, Giuseppe Barranca, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano e Antonio Scarano furono riconosciuti come esecutori materiali dell'attentato di via Fauro nella sentenza per le stragi del 1993.

Nel 2008 Spatuzza iniziò a collaborare con la giustizia e negò la sua partecipazione all'attentato di via Fauro, dichiarando che Cosimo Lo Nigro si limitò ad avvertirlo a cose fatte. Nel 2011 nelle motivazioni della sentenza che condannava il boss Francesco Tagliavia per le stragi del 1993 in seguito alle accuse di Spatuzza, si leggeva: «La verità è che Spatuzza in via Fauro e dintorni non c'era [...] perché non gli era stato ordinato di esserci. [...] Della presenza di Spatuzza a Roma per l'attentato a Costanzo parla solo lo Scarano che fu il ricostruttore esclusivo di quella vicenda [...] Grande confusionario Scarano, attendibile nella sostanza e nelle linee generali della vicenda stragista, ma labile di memoria riguardo alle persone, alle date, ai dettagli e alle collocazioni temporali degli avvenimenti».

L’esplosione fuori al Teatro Parioli. Quando Maurizio Costanzo scampò all’attentato di Messina Denaro, la promessa di Maria De Filippi: “Mai più in auto”. Elena Del Mastro su Il riformista il 24 Febbraio 2023

Maurizio Costanzo nella sua lunghissima carriera non ha mai mancato di schierarsi pubblicamente e con forza contro la criminalità organizzata. Anche quando tra gli anni 80 e 90 quando la mafia mise in atto una vera e propria strategia, quella di eliminare fisicamente chiunque risultasse scomodo per qualche motivo. E tra questi c’era anche Maurizio Costanzo. E quindi la mafia provò a uccidere anche lui, per fortuna senza riuscirsi. “Riina disse: ‘Questo Costanzo mi ha rotto’. Cominciarono a pedinarmi, a spedirmi lettere anonime, ma non ci feci caso. Seppi poi che Messina Denaro era venuto nel pubblico dello Show, per vedere il teatro”. Una questione di attimi, quella della sera del 14 maggio 1993: “Fu un miracolo. Il mio autista mi aveva chiesto un giorno libero, e l’avevo sostituito con un altro, che conosceva meno bene la strada. Esitò al momento di girare in via Fauro, e questo confuse il killer che doveva azionare il detonatore. Sentimmo un botto pazzesco. Tra me e Maria passò un infisso”.

Era il 1992 quando Messina Denaro fece parte di un gruppo di fuoco inviato a Roma da Riina per pedinare e uccidere Costanzo, Giovanni Falcone e il Ministro Claudio Martelli. L’attentato a Costanzo si sarebbe dovuto svolgere fuori al teatro Parioli a Roma, dopo che il conduttore televisivo aveva registrato una puntata del suo programma. A raccontare questo episodio è stato lo stesso Maurizio Costanzo anni dopo. “Mi risulta dai magistrati di Firenze che Matteo Messina Denaro sia venuto al Teatro Parioli durante il ‘Maurizio Costanzo Show’ per vedere se si poteva fare lì l’attentato, sarebbe stata una strage. Hanno deciso di farlo quando uscivo dal teatro”, ha raccontato Costanzo a “Un giorno da pecora”.

Secondo quanto ricostruito dal Messaggero, Costanzo in quegli anni si esponeva spesso contro la mafia, realizzò anche una maratona televisiva a reti unificate Rai-Fininvest dedicata alla lotta alle mafie. Durante la trasmissione fu anche bruciata in diretta una maglietta con su scritto “Mafia made in Italy”. Costanzo non teneva nascosta nemmeno la sua amicizia con il giudice Falcone e così la mafia lo prese di mira. Così un gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani tra cui Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella e Francesco Geraci si spostò su Roma per mettere in pratica gli ordini.

Il gruppo per più giorni pedinò Costanzo. Poi quando tutto era pronto il gruppo fu richiamato da Riina in Sicilia e saltò. Ma fu solo rimandato. Nel maggio 1993 un altro gruppo di fuoco composto da mafiosi di Brancaccio e Corso dei Mille in cui però non c’era più Messina Denaro arrivò a Roma per mettere in pratica il piano. Secondo quanto ricostruito da Il Messaggero, del gruppo facevano parte Cristofaro Cannella, Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno, Giuseppe Barranca e Francesco Giuliano. Venne rubata una Fiat Punto che fu riempita di tritolo e parcheggiata in via Fauro. Secondo quanto ricostruito successivamente dai magistrati, iIl primo giorno l’attentato fallì perché il congengo non esplose per un difetto. Il secondo giorno invece la bomba esplose ma Salvatore Benigno schiacciò il pulsante in ritardo perché con fuse l’auto su cui avrebbe viaggiato Costanzo. Così il presentatore e la moglie Maria de Filippi rimasero illesi, furono ferite invece due guardie del corpo. La paura fu tanta: nell’esplosione crollò il muro di una scuola, sei auto furono distrutte e sessanta danneggiate.

Nel 2018, Maria De Filippi raccontò, in un’intervista da Fabio Fazio: “Ho avuto paura per almeno due anni. Ero convinta di aver visto la persona che ha azionato la bomba. Vedo questo ragazzo che mi fissa fuori dai Parioli e io fisso lui, magari era un ragazzo qualsiasi”. De Filippi ha aggiunto “Ho promesso a mio padre che non sarei più salita in macchina con Maurizio e così ho fatto. Non lo faccio. Non posso tradire una promessa fatta a mio padre”. A sua volta la conduttrice si fece promettere da Costanzo che non avrebbe più parlato di mafia, invano. “Ho chiesto a Maurizio di smettere di occuparsi di mafia e così ha fatto, per un po’ di tempo non l’ha fatto. Poi se ne è occupato ancora. Fossi stato in lui, avrei smesso, non so come abbia potuto riparlare di mafia ancora”.

Messina Denaro, non sarebbe risultato tra i presenti quel giorno ma fu considerato comunque tra i mandanti di quell’attentato. “Una gran bella notizia che si aspettava da 30 anni, alla fine della vita i peccati si pagano. Un evviva ai carabinieri del Ros, una bella soddisfazione”, ha detto Maurizio Costanzo, intervistato da LaPresse nel commentare l’arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro dopo 30 anni di ricerche.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Non è l'Arena, Giletti e il giallo su Riina: "Un'altra storia". Libero Quotidiano il 26 febbraio 2023

Massimo Giletti torna a occuparsi di mafia a Non è l’Arena su La7. Il conduttore parla di un vero e proprio giallo sulla cattura di Totò Riina, avvenuta la mattina del 15 gennaio 1993, dopo circa 25 anni di latitanza del boss corleonese. "Vi faremo ascoltare un filmato e un audio che pongono nuovi interrogativi sull’arresto di Totò Riina e quello che circonda uno dei tanti misteri della mafia", ha spiegato il giornalista e presentatore del talk.

"Vi porterò all’interno di questo comprensorio, siamo nel cuore di Palermo, questa è via Bernini e proprio in una di queste ville c’era il covo di Totò Riina - ha continuato Giletti -. Fino a oggi sapevamo che i carabinieri erano nascosti all’esterno, in quel van chiamato Balena, e dentro c’erano gli uomini dei Ros che filmavano quello che accadeva. Ma l’audio e il video di questa sera raccontano forse un’altra storia".

 Il conduttore si è sempre occupato in maniera approfondita del fenomeno mafioso nella sua trasmissione. Ma in quest'ultimo periodo l'attenzione si è fatta ancora più forte dopo l'arresto di un altro ex super latitante, Matteo Messina Denaro, rimasto fuori dal carcere per ben 30 anni. 

Estratto dell'articolo di Felice Cavallaro per il “Corriere della Sera” il 28 febbraio 2023.

Nella notte di Non è l’Arena (dopo la mezzanotte di domenica, per via delle dirette sui risultati delle primarie del Partito democratico) Massimo Giletti, aprendo un blocco sulla cattura di Totò Riina, ha mostrato in esclusiva su La7 un inedito filmato amatoriale che riapre il caso sull’arresto del 15 gennaio 1993 e sulla mancata perquisizione del covo, la villa di via Bernini a Palermo.

Un video girato all’università di Chieti, con il generale Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno in cattedra. Interlocutori di una platea di studenti universitari.

Pronti a raccontare una nuova versione delle indagini sfociate nell’arresto del boss di Cosa nostra rispetto alle ricostruzioni approdate nei processi.

L’allora capitano del Ros dei carabinieri Sergio De Caprio, alias «Ultimo», e lo stesso Mori (processati e assolti per la mancata perquisizione) hanno sempre parlato di una osservazione del covo di via Bernini con telecamera celata all’interno di un furgone dalle sei del mattino del 14 gennaio alle ore 16 del giorno successivo, poche ore dopo la cattura.

Rispondendo alle domande degli studenti, De Donno sostiene che «le telecamere» attorno al residence le avevano collocate «da una serie di settimane». Una novità assoluta, dopo le ricostruzioni legate al ruolo del pentito Balduccio Di Maggio.

In questo caso esisterebbero registrazioni non comunicate all’autorità giudiziaria.

[...] De Donno, loquace con la platea di Chieti dove era presente un esponente delle «Agende Rosse», Massimiliano Di Pillo, perplesso per le domande sulla scelta di abbandonare l’osservazione del residence.

Nessun dubbio per De Donno: «Da buon villano di Corleone, Riina non usava le valigette.

Aveva nella sua macchina una borsa di plastica piena di pizzini, cioè piena di documenti che riguardavano collegamenti con politici, appalti, imprenditori e tutta una serie di attività economiche illecite... Per cui l’archivio reale di Riina noi lo abbiamo preso la mattina che lui viaggiava...».

Affermazioni che stupiscono chi ha eseguito la perquisizione ufficiale dopo 18 giorni dall’arresto del boss e ha trovato la villa tinteggiata con la cassaforte totalmente priva di documenti. Anche in questo caso colpo di scena di De Donno: «Quello non era il luogo dove si nascondeva Totò Riina, ma dove abitava la famiglia...».

Forse un modo per soffocare la polemica di chi azzarda l’ipotesi di un ruolo attribuito a Bernardo Provenzano nell’individuazione di via Bernini. Da dove Riina uscì quella mattina culminata nella cattura, in una trionfale conferenza stampa e in una confidenza (smentita) dello stesso De Donno: «Qualcuno dovrà andare via da Palermo, vergognandosi...». Un riferimento che fece pensare alla cassaforte trovata vuota. E adesso al sacchetto con i «pizzini».

Estratto da adnkronos.com il 21 gennaio 2023.

 "Riina era un cretino. […] Era solo un violento. Per essere un capo non devi essere violento, devi essere intelligente". Lo ha detto il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, intervenuto in Senato presso la Sala Caduti di Nassirya alla presentazione del portale 'Scelgo la vita'.

 E mentre Cosa nostra ingaggiò, con lo stragismo, la "guerra stupida contro lo Stato" ad approfittarne fu la 'Ndrangheta, al punto, ha ricordato, che ad oggi "è leader nell'importazione di cocaina in Europa". […]

Estratto dell’articolo di Francesco Grignetti per “La Stampa” il 21 gennaio 2023.

 […] Cosa Nostra non è finita ma anzi riparte dalla stagione di Messina Denaro, soprattutto con un'attenzione diversa agli affari. Si parla molto di suoi investimenti nelle energie rinnovabili. Lo raccontò Totò Riina in una memorabile intercettazione nel carcere di Milano: «A me dispiace dirlo, questo signor Messina... Questo che fa il latitante, che fa questi pali eolici, i pali della luce... Se la potrebbe mettere nel c. la luce, ci farebbe più figura».

 Il boss credeva nel lusso. Camicie firmate. Orologio da 36 mila euro al polso. Etichette prestigiose del vino di Marsala nel portafoglio investimento, come per l'olio di qualità e l'ottimo vino catarratto. Messina Denaro aveva capito il valore dei marchi doc. E l'importanza della grande distribuzione.

Tanto che sarebbe un uomo da 5 miliardi di euro, manovrati grazie ai prestanome. Quanto siamo lontani dai «viddani» di Corleone, uomini di campagna, soddisfatti di pane e ricotta, nascosti in casolari sperduti tra le campagne. Secondo un pentito, Messina Denaro si sarebbe comprato persino un palazzo a Venezia, con vista sui canali, grazie a un prestanome. Cose inimmaginabili per i vecchi capi di Cosa Nostra.

 […] Quindi dopo di lui verrà una mafia imprenditrice, svincolata dall'edilizia e dal movimento terra. […] La mafia che riparte da Messina Denaro, dunque, egemonizza il territorio ma ragiona sui suoi sentimenti. Non si esalta nello scontro per lo scontro. Usa la violenza solo quando serve. E diffida della politica.

[…] Resta il nodo di fondo: come sarà la mafia siciliana del futuro? Forse mutuerà l'organizzazione orizzontale della 'ndrangheta, che riserva al vertice solo ruoli di coordinamento. Messina Denaro qualche anno fa strinse un patto con i capi della 'ndrangheta in Piemonte per «lavorare insieme e diventare un'unica famiglia». È quanto emerge nel processo Carminius-Fenice. Sarebbe una notevole rivoluzione per Cosa Nostra, abituata a dominare e ora non più.

Capitano Ultimo: «Lo sguardo di Totò Riina era impaurito, si sentiva sconfitto». Sergio De Caprio fu il carabiniere che, insieme ai suoi uomini, il 15 gennaio del 1993 a Palermo fermò l’auto in cui viaggiava il boss corleonese. Il Dubbio il 15 gennaio 2023

«Di quel giorno ricordo i carabinieri che erano accanto a me, i loro sguardi, la loro umiltà, il loro coraggio, la loro semplicità. Ricordo il tempo, che aveva una dimensione fisica, l'attesa. E poi lo sguardo di Riina impaurito, come uno che tremava, uno sconfitto. Infine il vuoto, quando abbiamo iniziato a pensare alle altre battaglie. Cos'era quello, in fondo, se non l'inizio di una lunga battaglia?». A parlare all'Adnkronos è Sergio De Caprio, il capitano “Ultimo” che il 15 gennaio 1993, a capo dell'unità Crimor dei Ros dei Carabinieri, arrestò il boss Totò Riina.

Sono passati 30 anni ma le emozioni più grandi De Caprio racconta di averle avute dopo, «quando mi sono letto le sentenze in cui Calogero, Stefano, Domenico e Raffaele Ganci e Francesco Paolo Anselmo seguivano giorno e notte Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino e le loro scorte. Vedere i nostri carabinieri che hanno pedinato giorno e notte questi criminali, i loro figli e le loro mogli mi ha dato soddisfazione e orgoglio per aver combattuto bene, con la tecnica del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si onora e si fa vivere con le nostre azioni. Il resto - risponda commentando la fiction in onda in questi giorni - va tutto bene».

Trent'anni dall'arresto di Riina, il capitano Ultimo: «Il suo archivio non esiste». ANTONIO ANASTASI su Il Quotidiano del Sud il 15 Gennaio 2023

NON crede che Totò Riina abbia lasciato un “archivio” e ritiene che Cosa nostra sia stata ormai “svelata”. Ce l’ha con l’ “antimafia dei salotti” e si sente isolato da pezzi di Stato che si “servono” dello Stato anziché servirlo. Ha una venerazione per il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, al quale fa “onore” che non sia stato nominato procuratore nazionale antimafia, perché accadde anche a Falcone e le analogie si intrecciano e si confondono. E inneggia al “popolo” degli ultimi. Ultimi come lui. Sono pillole dell’Ultimo-pensiero.

A trent’anni dallo storico arresto di Riina, a parlare è il colonnello Sergio De Caprio, colui che mise le mani sul capo di Cosa nostra che dopo 24 anni di latitanza sembrava imprendibile. Oggi ricorderà l’arresto «lontano dalle autorità della propaganda» e con «negli occhi il ricordo delle battaglie vissute sulla strada a difesa della gente», in una casa famiglia di Roma, scrive in un post su Facebook. Con lui ci saranno uno sparuto gruppo di «carabinieri di allora», quelli della squadra che capeggiava, e i familiari del capitano Mario D’Aleo, ucciso su mandato di Salvatore Biondino, che era pressoché sconosciuto agli inquirenti quando venne arrestato insieme a Riina ma che si sarebbe poi rivelato come uno dei capimafia più pericolosi di Palermo.

Quando parla di antimafia dei salotti a chi e a cosa si riferisce?

«A chi minimizza il ruolo di Cosa nostra nella stagione delle stragi. Non è una polemica, sono felice di stare insieme a carabinieri di basso grado e al fratello del capitano Mario D’Aleo ucciso su ordine di Riina da Salvatore Biondino. Sono felice di stare insieme ai parenti delle vittime».

La mattina del 15 gennaio 1993, insieme a tre suoi uomini lei si lanciò sulla vettura su cui viaggiava Riina, nome in codice Sbirulino. Arrestando Riina, ha guardato in faccia la ferocia. Lei lo ha definito “un vigliacco”. Nel suo libro ha scritto che negli occhi aveva il terrore e che questo le dava fastidio. Può spiegare perché?

«Tremava, aveva paura di morire, eppure ha fatto uccidere e ucciso centinaia di persone, mi è sembrato strano. I prigionieri si rispettano, ma è stata una sensazione sgradevole, diceva “chi siete, mi sento male…”. Non me l’aspettavo».

Perché il nome Ultimo e cosa significa per un servitore dello Stato?

«Perché sono cresciuto in un mondo di primi, dove si fa a gara ad emergere, ad essere più belli e più bravi, ad essere premiati e questo mi dava fastidio, specie quando questi comportamenti li ho notati nell’Arma dei carabinieri, un lavoro che bisogna fare per donarsi agli altri. Così quando ho scelto il nome di battaglia, secondo quello che era il volere del generale Dalla Chiesa, volevo far vedere che non competevo con gli altri per arrivare primo ma lavorare per il bene comune. Ridevano. Poi hanno capito che non è il nome che definisce una persona, se è buona o cattiva. Oggi non ridono più».

Ha mai avuto paura?

«Ho paura tutti i giorni, anche di fare questa intervista, di non essere all’altezza delle domande che vengono poste. Ma l’amore per gli umili, gli inermi e gli indifesi è più forte e la paura la prendo a schiaffi e la faccio correre lontano».

Cosa significa fare il proprio dovere per chi, come lei, come Falcone, con cui ha collaborato, come Gratteri oggi, rischia l’isolamento da parte di quello Stato che ha provato a difendere?

«Per quelli come me, come Gratteri o Woodcock, combattere per gli altri è un grande privilegio, è la cosa più bella che c’è combattere per lo Stato fatto dalle persone umili, semplici, abbandonate. L’isolamento c’è, è chiaro, c’era anche per il generale Dalla Chiesa oggi celebrato da chi lo ha abbandonato così come Falcone era celebrato da chi lo delegittimava. Questi funzionari sfruttatori e parassiti non sono lo Stato, perché si servono dello Stato per fini personali, vanno combattuti con l’esempio, facendo l’opposto di quello che fanno loro, donandosi, servendo il popolo e non servendosi del popolo».

Nel suo libro ha raccontato di avere detto a Riina, al momento dell’arresto, che era prigioniero dell’Arma e che non doveva parlare. Trent’anni dopo, col senno di poi, difenderebbe la scelta – peraltro finita al centro di una vicenda giudiziaria nella quale è stato scagionato – di non eseguire subito la perquisizione nel suo covo, che venne “ripulito” di ogni traccia, forse di documenti riservati, perché passarono 18 giorni?

«Non gli ho detto che non doveva parlare, ma che gli spettava una sigaretta e un bicchiere d’acqua perché prigioniero. Trent’anni dopo dico che non era nel mio potere e nella mia responsabilità fare o non fare la perquisizione ma esclusivamente della Procura di Palermo. Ho fatto una proposta, come linea strategica secondo me sarebbe stato meglio seguire i fratelli Sansone anziché fare la perquisizione, loro hanno accettato, poi ci hanno ripensato dieci giorni dopo e hanno impedito di seguire i fratelli Sansone e quindi di annientare l’intera Cosa nostra. Tanto è vero che nel 2013 il Capitano Ultimo insieme ad altri carabinieri indaga su altri mafiosi e scopre che il figlio di quel Sansone a cui era intestata la casa in cui si nascondeva Riina è fidanzato ufficialmente con una nipote di Matteo Messina Denaro. Era una scelta strategica, chi ci ha ripensato se ne deve assumere la responsabilità».

La sentenza dice altro, ma restano ombre sulla cattura che alcuni autorevoli osservatori definiscono misteriosa. Come giudica la tesi secondo cui Riina sarebbe stato venduto dai boss che volevano la fine della strategia stragista?

«Ho raccontato come sono andati i fatti, non mi frega di emergere o essere famoso o interessante, ci sono tanti pagliacci che dicono cose false. Ci sono dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Salvatore Cancemi, ormai morto, ma confermate da altri pentiti, che diceva che quando Cosa nostra aveva bisogno di mettere le cose a posto con la Procura di Palermo si rivolgeva al dottor Di Miceli. Purtroppo ad oggi non abbiamo saputo chi sono questi funzionari o magistrati a cui si rivolgeva Di Miceli. Queste sono le cose gravi su cui bisogna dare risposte. Io ho detto come sono andati i fatti. Se ci fosse stato uno che aveva venduto Riina l’avremmo detto, io carabiniere ero e carabiniere rimanevo».

Ha sempre il viso coperto, per ovvi motivi. Non le sembra il simbolo di un Paese alla rovescia, perché a nascondersi dovrebbero essere i mafiosi e i corrotti?

«Dovremmo creare leggi per cui ai mafiosi è impedito di vivere nella società civile se non collaborano, e ai loro familiari è impedito l’accesso al mondo del lavoro se non si dissociano. Le telecamere dovremmo usarle non solo per fare le multe a chi supera i limiti di velocità ma piazzarle davanti alle case di tutti coloro che sono stati condannati per mafia. Potrebbe essere un tema da discutere, magari contestare, ma secondo me sarebbe centrale in una politica antimafia seria e non di salotto, fatta di insinuazioni di pagliacci».

Dopo aver affrontato Cosa Nostra, ha fatto l’assessore regionale in terra di ‘ndrangheta. Andando via dalla Calabria, ha detto che questa regione le è rimasta nel cuore. Che esperienza è stata in Calabria, quali sono le prospettive e i limiti di questa regione?

«È stata un’esperienza bellissima, entusiasmante, la porto nel cuore, porto nel cuore gli sguardi della gente della Sila, del Pollino e dell’Aspromonte, delle coste, ho ancora negli occhi la luce che avete, che hanno i ragazzi calabresi, gli studenti, ma ho ancora negli occhi anche il loro senso di abbandono per come la regione viene trattata a livello centrale, e mi ha fatto molto male. Ma ho visto grandi potenzialità, forse è la terra più bella che abbiamo, dobbiamo difenderla, proteggerla, e diventare fieri di dare la Calabria ai calabresi».

Come è cambiata la lotta alla criminalità organizzata negli ultimi trent’anni?

«Il gip del Tribunale di Palermo Claudia Rosini nel 2021 fa un’ordinanza di custodia cautelare per Giuseppe e Carlo Guttadauro, cognati di Messina Denaro, accusati di organizzare un traffico internazionale di stupefacenti con Antonino e Carlo Zacco, a Milano, con altri mafiosi in Brasile, Albania, Olanda. Ma Antonino Zacco era il mafioso che avevamo seguito a Milano nel 1987, da qui nacque l’indagine Duomo Connection. La mafia è sempre la stessa, la tecnica per vincerla è pedinare in maniera sistematica i mafiosi, se non lo si fa ci saranno delle belle operazioni di tanto in tanto, ma così non la si estirpa. Occorre una normativa più stringente e uno sforzo straordinario di uomini e risorse, perché dobbiamo spazzarli via i mafiosi, e sono certo che accadrà».

Trent’anni dopo, Cosa Nostra non è più potente come prima. La più potente delle organizzazioni criminali oggi è la ‘ndrangheta. Come valuta i metodi d’indagine del procuratore Gratteri?

«Gratteri deve essere aiutato, non valutato. Dev’essere sostenuto col cuore e con le risorse, è una persona che combatte, che dà la sua vita per gli altri e dobbiamo essergli riconoscenti. Dobbiamo chiedergli di cosa ha bisogno e dargli quello che gli serve per vincere, non dev’essere lasciato solo, la sua lotta dev’essere di tutti i magistrati e di tutte le forze dell’ordine, la lotta è del popolo».

Come giudica la mancata nomina di Gratteri a procuratore nazionale antimafia?

«Il popolo sa chi è che si dona senza volere nulla in cambio e chi sfrutta per avidità. Anche Falcone non venne nominato primo capo della Dna, non essere stato nominato fa onore a Gratteri».

L’erede di Riina, il nuovo capo dei capi, viene ritenuto Matteo Messina Denaro, latitante tra i più ricercati al mondo ma anche boss affarista e depositario dei segreti della mafia, forse anche di segreti di Stato. Che importanza rivestirebbe il suo arresto per lo Stato e per i territori in cui la mafia si è sostituito ad esso?

«Non credo che una persona sia tutto, dobbiamo disarticolare le organizzazioni. Così come sono state disarticolate le Brigate rosse bisogna fare con Cosa nostra e ‘ndrangheta: è facile, è stato dimostrato che è facile, facciamolo».

Messina Denaro non ha mai conosciuto il carcere e, a differenza di Riina, è un boss amante del lusso e della bella vita. Ritiene che, una volta sottoposto al 41 bis, vuoterebbe subito il sacco?

«Non so di che sacco vogliamo parlare. Ci sono centinaia di collaboratori di giustizia in Cosa nostra e tra questi i massimi vertici, da Brusca a Cancemi a Ganci. Non so cosa ancora dobbiamo sapere. Sappiamo chi sono, cosa fanno, l’organizzazione è stata svelata, Cosa nostra non è più segreta, e neanche la ‘ndrangheta. È il tempo di chiedere quanti pedinamenti al giorno vengono fatti sui mafiosi e i figli dei mafiosi. Per fare un pedinamento ci vogliono 20 carabinieri. Ma quanti carabinieri ci sono a Crotone, Cosenza o Catanzaro? Fatevi due conti e traiamo le conclusioni. La sicurezza è di tutti e tutti devono partecipare, ma spesso è polemica e propaganda».

L’archivio di Riina oggi è nelle mani del suo ex pupillo Messina Denaro?

«Forse poteva averlo Provenzano, ma sono stati arrestati quasi tutti, se lo giocano di notte l’archivio? Ne ho arrestati a centinaia e non ne ho mai trovati archivi, magari l’archivio c’è ma bisogna chiederlo a chi fa le indagini. Forse sono io troppo ingenuo, ma se uno ha un’arma la usa e fa un ricatto. Altrimenti sono stupidi tutti questi che sono morti in carcere».

Trent’anni fa l’arresto di Totò Riina. Ma la lotta alla mafia non è ancora finita. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 15 Gennaio 2023

Il 15 gennaio del 1993 veniva catturato il boss di Corleone, e nulla è stato più come prima. Le cosche mafiose reagirono con ferocia. Lo Stato si impose senza però riuscire a chiudere la partita

Di quel giorno ricordo i carabinieri che erano accanto a me, i loro sguardi, la loro umiltà, il loro coraggio, la loro semplicità. Ricordo il tempo, che aveva una dimensione fisica, l’attesa. E poi lo sguardo di Riina impaurito, come uno che tremava, uno sconfitto. Infine il vuoto, quando abbiamo iniziato a pensare alle altre battaglie. Cos’era quello, in fondo, se non l’inizio di una lunga battaglia?“. A parlare è Sergio De Caprio, il “capitano Ultimo” a capo dell’unità Crimor dei Ros dei Carabinieri, che il 15 gennaio 1993, arrestò il boss Totò Riina, e che ora è andato in quiescenza.

L’ho steso a terra per un attimo, per vedere se aveva armi, è stata un’azione rapidissima, non aveva niente, aveva una gran paura e questo mi dava fastidio, perchè un capo non deve avere mai paura, e allora in macchina gli ho spiegato che era prigioniero dell’Arma, gli ho detto che non doveva parlare.Siamo arrivati in caserma, abbiamo attraversato il cortile tranquillamente, Vichingo ci controllava, siamo saliti per le scale, siamo andati in ufficio. C’era Oscar che aspettava con il passamontagna. Abbiamo messo Riina sotto la foto del Generale Dalla Chiesa con la faccia al muro in attesa che venissero i superiori e i magistrati” racconta Ultimo .

Sono passati trent’anni da quel giorno ma De Caprio racconta di avere vissuto le emozioni più grandi dopo, cioè “quando mi sono letto le sentenze in cui Calogero, Stefano, Domenico e Raffaele Ganci e Francesco Paolo Anselmo seguivano giorno e notte Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino e le loro scorte. Vedere i nostri carabinieri che hanno pedinato giorno e notte questi criminali, i loro figli e le loro mogli mi ha dato soddisfazione e orgoglio per aver combattuto bene, con la tecnica del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, che si onora e si fa vivere con le nostre azioni”

Per il capitano Ultimo, che serrò le manette ai polsi del boss più sanguinario di Cosa Nostra, a distanza di trent’anni “la mafia è la stessa di sempre. Basta leggere l’ordinanza di custodia cautelare del gip Claudia Rosini del 2021 contro Giuseppe e Carlo Guttadauro: la mafia è esattamente la stessa – dice – ed evolve per linee di sangue. Occorre, quindi, una normativa diversa da tutte le altre strutture e una lotta diversa“. Incredibilmente Sergio De Caprio, venne messo in discussione, perseguitato dalla giustizia e assolto, sottolinea all’Adnkronos come la storia del frullatore mediatico nel quale finì dopo l’arresto di Totò Riina sia di insegnamento che “da una parte ci sono quelli che si donano e servono lo Stato, dall’altra una marea di pagliacci che si servono dello Stato per fini propri e praticano il dominio“.

Ultimo riferendosi in particolare alle dichiarazioni agli atti di Salvatore Cangemi, di Anselmo e Calogero Gangi precisa che “queste menti raffinatissime hanno avuto buon gioco ad avere utili idioti che hanno indirizzato l’attenzione mediatica su semplici carabinieri, distogliendo invece quelli che hanno abbandonato e ostacolato Falcone dall’interno. Fa sempre audience parlare male dei Carabinieri, e poi chi li difende? ” ed aggiunge «Pure i professionisti dell’antimafia sono in declino avevano il giochino della trattativa che gli si è sgretolato tra le mani, sono riusciti a delegittimare le istituzioni e a minimizzare il ruolo di Cosa Nostra nelle stragi e forse se ne stanno rendendo conto. Alla fine sono rimasti nel nulla che sono, quello da cui venivano“. Incredibilmente, dopodomani ancora una volta un TAR dovrà esprimersi sulla opportunità di lasciare la scorta a Di Caprio o toglierla come qualche squallido burocrate del Ministero dell’ Interno vorrebbe fare. Quasi che la mafia e la sua sete di vendetta sia scomparsa. E’ questo il riconoscimento, il premio dello Stato che non difende coloro che hanno dato la vita per la giustizia e la sicurezza ? Ma quante scorte inutili vediamo al seguito dei politicanti di turno ?

La conferma che alla lotta alla mafia non è finita arriva anche da un altro protagonista, il magistrato Giancarlo Caselli arrivato a Palermo per insediarsi in Procura lo stesso giorno, 15 gennaio 1993. “Mi accoglie e deflagra come un fulmine la notizia della cattura di Riina. Il capo della “cupola”, latitante da più di vent’anni, si poteva finalmente guardare in faccia mentre stava nella “gabbia” degli imputati detenuti. Mi dico che Falcone e Borsellino hanno avuto ragione: la mafia si può abbattere; purché lo si voglia davvero.” racconta Caselli questa mattina sul quotidiano LA STAMPA.

L’importanza storica della cattura di Riina sta anche nel fatto che innesca una efficace reazione dello Stato. La procura di Palermo mise a punto, in continuità con l’opera avviata ed istruita da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, una strategia giudiziaria fondata, non sul “semplice” contenimento dell’emergenza, ma su una visione complessiva della mafia e del suo sistema di relazioni con l’economia e la politica. Le indagini grazie al lavoro della polizia giudiziaria in tutte le sue articolazioni e al forte sostegno della Palermo delle “lenzuola bianche” portarono a successi di rilievo. Dopo Riina vennero assicurati alla giustizia e processati – con condanne per ben 650 ergastoli oltre ad un’infinità di anni di reclusione – capi, gregari e killer di Cosa Nostra, tra cui pericolosissimi latitanti del calibro di Raffaele Ganci, Giuseppe e Filippo Graviano, Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Pietro Aglieri, Gaspare Spatuzza e decine di altri.

La conseguenza, dirompente, è un sensibile disorientamento” scrive e racconta Giancarlo Caselli – sia nel popolo mafioso, che viene decimato con centinaia di arresti; sia sulle relazioni esterne, che registrano una presa di distanza dei settori della società e delle istituzioni in passato disponibili a fornire appoggi e coperture. Sembra che Cosa Nostra sia finalmente alle corde. Lo stato di grave difficoltà in cui versa è evidenziato dalla slavina di uomini d’onore arrestati che decidono in tempi brevissimi di collaborare con la magistratura”.

Ma vi è un copione che si ripete: la risposta dello Stato alla mafia è altalenante, ondivaga. Da sempre un’antimafia dello “stop and go”. Sulla scia di delitti clamorosi, un’ondata di indignazione nell’opinione pubblica determina una forte reazione dello Stato. Ma non appena rischiano di venire alla luce gli scheletri nell’armadio di chi faceva e continua a fare affari con i mafiosi, cala il silenzio e la mafia non è più un’emergenza da contrastare. Al contrasto si preferiscono rapporti di sostanziale convivenza con la mafia, i cui “servizi” fanno comodo a tanti. È accaduto anche per la stagione apertasi con la cattura di Riina. “Ma questa è un’altra storia: quella di una ciclica “marcia del gambero” che arriva fino ai giorni nostri” conclude Caselli.

Redazione CdG 1947

Totò Riina, 30 anni dalla cattura. Il covo mai perquisito: «Era tutto pronto, mi adeguai». Storia di Giovanni Bianconi Garofano su Il Corriere della Sera il 14 gennaio 2023.

Il più giovane dei cinque magistrati al cospetto del boss appena catturato, in caserma e sotto una foto del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, era il trentaduenne Luigi Patronaggio, sostituto procuratore di turno a Palermo da meno di un anno. Aveva fatto in tempo a lavorare qualche mese con Paolo Borsellino, prima che la bomba di via D’Amelio lo uccidesse dopo Giovanni Falcone a Capaci. «Ricordo la rabbia e la voglia di fare di Borsellino in quei 57 giorni tra le due stragi — racconta —, l’agitazione e la determinazione ad approfondire spunti importanti, tra cui il famoso rapporto su mafia e appalti».

Poi il 15 gennaio 1993, eccolo davanti a Totò Riina, il corleonese regista degli eccidi e degli omicidi eccellenti che da oltre un decennio aveva preso il comando di Cosa Nostra portandola alla guerra contro lo Stato, arrestato poche ore prima dai carabinieri guidati dal capitano Ultimo che fermarono in strada, a bordo di una Citroën.

Il silenzio del boss

«L’ho identificato ufficialmente e gli ho notificato i nove ordini di cattura a suo carico», ricorda Patronaggio. Erano nove, uno per una condanna definitiva all’ergastolo. « Gian Carlo Caselli, che aveva preso servizio a Palermo proprio quella mattina, si presentò: “Buongiorno, io sono il procuratore della Repubblica e rappresento lo Stato, se ha qualcosa da dire questo è il momento”. Ma Riina preferì rimanere in silenzio».

Trent’anni dopo, dei magistrati radunati intorno al « capo dei capi» della mafia, Patronaggio è l’unico ancora in attività. Dopo una carriera trascorsa in Sicilia — è stato lui, da procuratore di Agrigento, a ordinare lo sbarco dei migranti dalla Open Arms nell’estate 2019, avviando il processo a carico di Matteo Salvini — oggi è procuratore generale di Cagliari. E definisce il 15 gennaio 1993 «una grande giornata per la giustizia e per i siciliani, rovinata purtroppo dalle successive polemiche».

Operazione sospesa

Il riferimento è alla mancata perquisizione del covo di Riina, e ai conseguenti dubbi e veleni che hanno inquinato quello storico successo. «Era tutto predisposto — prosegue Patronaggio — con i carabinieri del comando provinciale schierati, le macchine pronte e pure gli elicotteri. Ma all’improvviso si decise di sospendere l’operazione, adottando la strategia dell’attesa e del controllo della base, già sperimentata dai carabinieri di dalla Chiesa nelle indagini sui terroristi. Tutti concordarono e io, che ero di turno e avrei dovuto occuparmi della perquisizione, mi adeguai a una scelta che poteva avere un senso, se fosse stata perseguita fino in fondo».

La fine è nota. La sorveglianza del covo fu smantellata poche ore dopo l’arresto del boss, nessuno vide la famiglia Riina uscirne per rientrare a Corleone e nessuno si accorse dei mafiosi che, secondo il racconto dei pentiti, tornarono per portare via tutto. A cominciare dall’archivio di Riina, che chissà se esisteva e se davvero è l’arma di ricatto che — sostiene qualcuno — protegge ancora la latitanza di Matteo Messina Denaro. Ma proprio la perquisizione rinviata e mai eseguita alimenta i sospetti, veri o falsi che siano.

Processi e sentenze

L’idea, ha spiegato l’allora vicecomandante del Ros dei carabinieri Mario Mori, fu del capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio, e il mancato controllo solo il frutto di malintesi e convinzioni che nella casa dove viveva con moglie e figli il boss non avrebbe mai conservato nulla di importante. Tesi fragile, contestabile e contestata, ma tant’è. Mori e Ultimo sono stati processati e assolti per l'ipotetico favoreggiamento a Riina e Cosa Nostra; tuttavia le sentenze che li hanno dichiarati innocenti e altre che si sono occupate della vicenda (compresa l’ultima sulla trattativa Stato-mafia) hanno sempre definito la loro scelta inspiegabile e fonte di «profonde perplessità mai chiarite».

L’ex magistrato Giuseppe Pignatone (un altro dei cinque pm che videro subito Riina, oggi presidente del tribunale vaticano dopo essere stato procuratore a Reggio Calabria e Roma) l’ha chiamata «una ferita rimasta aperta per la Procura di Palermo, a volte sanguinante, a volte meno». E Caselli, anche lui in pensione, ricorda: «Fu una mazzata che però rafforzò la coesione all’interno dell’ufficio e ci aiutò a superare i veleni».

Il pentito Di Maggio

Una vittoria contaminata, insomma. Ma l’ormai ex capitano Ultimo — in pensione da due anni dopo una «militanza» non semplice nell’Arma e una breve esperienza da assessore in Calabria — continua a rivendicare con orgoglio, in un’intervista a volto coperto sul suo canale web-tv: «Ho provato quello che si prova nella battaglia, la voglia di vincere, di trovare un nemico invisibile e quindi diventare invisibile, riuscire a prenderlo. E lo abbiamo fatto con forza».

Da trent’anni Ultimo rigetta sdegnato ogni sospetto, rovesciandoli contro chiunque osi avanzare riserve su «un’indagine condotta con il metodo del generale dalla Chiesa, clandestinità e compartimentazione, i pedinamenti in strada abbinati al contributo informativo del collaboratore Balduccio Di Maggio».

Era stato l’autista di Riina, preso in Piemonte un mese prima e subito pentitosi con quel biglietto da visita. Fu lui a riconoscere il latitante facendo scattare il blitz. Poi raccontò il famoso «bacio» di Riina ad Andreotti, uscì dal programma di protezione e fu riarrestato in Sicilia con l’accusa di omicidio. Alimentando vecchi e nuovi misteri che seguitano a intossicare la storia della mafia e dell’antimafia.

Trent’anni fa l’arresto di Totò Riina. La scia di misteri sulla fine del boss. Enrico Bellavia su L’Espresso il 13 gennaio 2023.

La soffiata decisiva arrivata dal Piemonte dove abitavano Balduccio Di Maggio e i fratelli Graviano, la riunione della Cupola dove era atteso il boss, la mancata perquisizione dell’ultima residenza e gli obliqui messaggi dalla cella e in aula

Nel pantheon del crimine, dove l’ignominia abita la leggenda, era entrato in bianco e nero. Una segnaletica ingiallita, l’istantanea cartolina da piazza San Marco in mezzo ai piccioni. Baldanzoso, in maglia chiara, a sorridere alla compagna di vita e di una fuga agiata durata 23 anni.

La mattina di quel venerdì 15 gennaio del 1993 gli tolse la libertà ma non il ghigno sardonico. Lo ricacciò presto nelle nebbie che avvolgevano l’opaca cattura, viziata dal sospetto di indicibili compromessi. Ne alimentò la tetra fama, pur nell’angolo di una cella al 41 bis, rischiarata notte e giorno dai neon, fino alla fine, nel 2017.

Quella mattina di trent’anni fa, però, Salvatore, Totò, Riina, ebbe il colore. Non lo spessore, non la luce, ma il colore. La giacca a quadri su fondo marrone sopra una polo verde, la sciarpa ton sur ton, i pantaloni scuri e l’immancabile borsello, rivelarono il contegno artefatto di un borghese che si spacciava per contabile, alle prese con i riti e le miserie del vivere cittadino. Le guance rosee, più paffute che cadenti, i capelli ingrigiti sulla fronte aggrottata, il corpo appesantito ma non troppo, erano lo scotto pagato al giro di boa dei 62 anni trascorsi nel benessere conquistato nell’agio dell’ozio. Gli occhi, che dissero di ghiaccio, dardeggiavano l’odio sprezzante che hanno i despoti al tramonto.

Incappò, dissero, nel traffico che di tutte le iatture metropolitane è stato sempre interclassista. Nessuno, a trent’anni di distanza da allora, si è mai fatto avanti per dire che sì era andata proprio come l’avevano raccontata. L’azione, riferirono, era stata fulminea. Consegnò il suo cacciatore, l’allora capitano Ultimo a una mitologia da fiction e a una taglia sulla testa. Erano le otto di una mattina. Le strade sbavavano ancora dell’umidità notturna. Allora, come ora, sarebbe stato un gennaio per nulla rigido. La temperatura sfiorava già i dieci gradi e con il sole alto sarebbe arrivata ai 16. Nessuna minaccia di pioggia, nonostante qualche nuvola.

Lungo la circonvallazione, al centro della rotonda di quello che era ancora uno degli imbuti viari più inconcludenti della sconclusionata urbanistica palermitana, di fronte a quello che per generazioni, nonostante i ripetuti cambi di insegna, era e sarà, fino a esaurimento di memoria, il Motel Agip, la Citroen guidata da Salvatore Biondino, con accanto il dittatore che aveva espugnato Cosa nostra per distruggerla nei suoi deliri da stratega truculento, si ritrovò bloccata. La squadra di ombre installatasi in Sicilia per scovare l’imprendibile che era dappertutto e in nessun luogo, quasi lo trascinò a forza fuori dall’abitacolo, gli scaraventò addosso una coperta per spingerlo sul sedile posteriore di una vettura senza insegne e sgommare via. In pratica una scena da film. Senza spettatori.

Gli avessero lasciato proseguire il tragitto, lo avessero seguito per altri tre chilometri. Gli fossero stati alle costole per altri quindici minuti si sarebbero trovati a una riunione della Cupola. Perché era lì, nella villa di Salvatore Biondino, tra la linea ferrata della stazione di San Lorenzo e l’ultimo tratto della circonvallazione, prima della bretella che porta all’autostrada per Trapani che erano diretti quei due e dove i compari erano già in attesa.

Ma di Biondino i cacciatori non sapevano nulla. Balduccio Di Maggio, l’ambiguo collaboratore di giustizia che da Borgomanero, in Piemonte - a due passi da Omegna, rifugio, guarda un po’ le coincidenze, dei terribili fratelli Graviano - li aveva condotti per mano fin lì, lo conosceva appena. Comunque quel tanto che bastava ad assicurare che dove c’era lui quasi sempre spuntava Riina. E lo chiamava “Biondolillo”. Eppure, era tutto tranne che un autista.

Governava da un pezzo il Nord della città, aveva una rete di informatori anche tra le forze dell’ordine, un controspionaggio che funzionava quasi alla perfezione e gli aveva permesso di stanare talpe e infiltrati. E, certo, per rango, prestigio e affidabilità, gli era concesso di custodire la latitanza del “corto”, come i suoi chiamavano il capo. Ma alle spalle. Al suo cospetto pochi potevano permettersi un confidenziale “Totuccio”. Ai più era permesso al massimo un riverente “zu’ Totò”, zio Totò. Avessero aspettato, avrebbero, per dirne una, visto con i loro occhi, il baffone che camuffava l’aspetto di Leoluca Bagarella, Luchino, il cognato di Totò, il fratello lesto di grilletto della maestrina Ninetta. Invece ci sarebbero voluti altri due anni, le stragi a Milano, Roma e Firenze, decine di delitti, e una manciata di nuovi pentiti per decretare la fine della dittatura corleonese su Cosa nostra.

Quel venerdì 15 dicembre 1993, invece, con i carabinieri inorgogliti da una preda esibita al prezzo di mille omissioni, Riina e Biondino furono il solo bottino.

Del superboss circolò quasi subito la foto scattatagli in caserma sotto al ritratto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che i suoi avevano voluto morto 11 anni prima. Poi un filmato che lo ritraeva, con le mani annodate in avanti dalle manette, correre a passetti veloci incontro all’elicottero che lo avrebbe condotto al rigore del carcere duro dal quale non sarebbe più uscito.

Qualche tempo dopo, alla prima apparizione nell’aula di una giustizia che non era più quella con la quale gli era riuscito di vincere ai tempi delle assoluzioni di massa di Bari e Catanzaro, divenne anche un suono dentro gli stessi abiti del giorno dell’arresto. La voce stridula consegnò alle piste di registrazione le oblique correzioni alla sua biografia ufficiale. Se gli chiedevano di Cosa nostra, ovviamente diceva di non saperne nulla. Se gli davano del latitante, ribatteva, non senza fondamento, che nessuno lo aveva mai cercato. Se provavano a chiedergli come avesse cresciuto i figli in latitanza, lasciava che fossero loro a spiegare la loro surreale esistenza in anonimato divisi tra un padre amorevole e il sanguinario mostrato in tv. Più avanti, a un detenuto provocatore, avrebbe consegnato troppe verità sul suo ruolo nelle stragi Falcone e Borsellino, troppo limpide per non sembrare sospette, e sui suoi propositi di vendetta.

Il giorno del successo dello Stato che mostrava di saper rialzare la testa a sei mesi dagli eccidi dell’estate del 1992, Ninetta Bagarella, con i figli Giovanni, Maria Concetta, Lucia e Giuseppe Salvatore, tornarono a Corleone. Dove tutto era cominciato. I ragazzi presero a girare per la cittadina riappropriandosi di un passato che non doveva essergli ignoto. Giovanni si immedesimò nel contesto fino a farsi trascinare all’ergastolo dallo zio Luchino che se lo portò appresso per un omicidio a tre isolati da casa.

Dopo il 15 gennaio del 1993, la villa di via Bernini che la famiglia aveva abitato nel complesso di un piccolo parco discreto e riservato, a monte della circonvallazione, fu svuotata con calma. Restarono dietro la porta un santino della Madonna di Tagliavia, eremo per i devoti del Corleonese, qualche indumento e le istruzioni della pista elettrica per far giocare i bambini. Un’incomprensione, spiegarono, aveva indotto i magistrati a credere sorvegliata la residenza del padrino e i carabinieri, invece, a sospendere il controllo. Il buco nella vigilanza inghiottì molto del tantissimo che ancora non sappiamo su come andarono veramente le cose. La procura di Palermo che si era vista recapitare come un pacco dono nel giorno dell’insediamento di Gian Carlo Caselli la preda più ambita dell’elenco dei superlatitanti, provò anche a indagare sulla mancata perquisizione ma non ne cavò molto. Se non, appunto, che di equivoco si era trattato.

Nelle ore febbrili successive alla notizia della cattura di Riina, i cronisti avevano battuto palmo a palmo la zona intorno a via Bernini provando a trovare da soli quale fosse l’ultima abitazione del boss. E si erano pericolosamente avvicinati al vero rifugio quando i carabinieri si inventarono una grottesca messinscena con tanto di irruzione nel giardino di un fondo agricolo coltivato da fittavoli inadempienti della distratta Regione.

L’irruzione con la ruspa, rovesciando tra le lattughe quel che restava di un muro, senza passare per il cancello difeso da un timido lucchetto, fu un’altra scena da film ma questa volta a favore di telecamere. Ovviamente Riina non aveva mai messo piede nella catapecchia che indicarono come l’ultima sua dimora. E la Regione, travolta dallo sdegno, dovette correre a far di conto per presentare una cifra stellare di canoni rivalutati agli affittuari di cui si era dimenticata. In fondo, la più trascurabile delle distrazioni in mezzo a tante sviste.

Estratto da quotidiano.net mercoledì 20 settembre 2023.

"Adesso attacco e comincio a divertirmi io. Mi sto curando, faccio ogni giorno 4-5 chilometri a piedi, cerco di non ingrassare perché li devo veder morire tutti. Lo dico con trasporto, con odio. Vuole i nomi?". Li vorrebbe fare? "No". Ma il riferimento è a quanti l’hanno voluto alla sbarra per 17 anni. 

"Io ero il nemico necessario a questo circo mediatico giudiziario e politico", aggiunge con l’amarezza che diventa rabbia. “Non sono stato un imputato normale, conoscevo le carte quanto, se non più, dei miei accusatori, conoscevo quell’ambiente e mi ci sapevo muovere. Avevo il sostegno dei miei uomini, avevo i soldi per andare a Palermo a difendermi. Un altro al posto mio si sarebbe dovuto affidare alla clemenza della Corte, altrimenti sarebbe stato fottuto”. 

Il generale Mario Mori, già comandante del Ros e direttore di Servizi segreti civili (Sisde) è a Isola del Libro al Trasimeno, in Umbria, insieme al già procuratore generale Fausto Cardella (il magistrato che indagò sulle stragi insieme a Ilda Bocassini), alla sua prima uscita pubblica dopo l’assoluzione in Cassazione il 23 aprile scorso nel processo ’Trattativa’, ovvero l’accusa mossa ai carabinieri di aver tramato con cosa nostra nel 1992-1994 per minacciare lo Stato e ottenere benefici per i mafiosi. 

Per minaccia a corpo dello stato Mori, l’ex comandante Antonio Subranni e il colonnello Giuseppe De Donno furono prima condannati, poi assolti in appello perché ’il fatto non costituisce reato’. Un verdetto che pur riconoscendo ai carabinieri di aver agito per disinnescare le stragi bacchettò come "improvvida" l’iniziativa dei Ros di cercare un canale di comunicazione attraverso Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo, con i vertici mafiosi. 

La Cassazione l’ha assolta perché il fatto non sussiste ma le motivazioni non sono ancora state depositate, si aspetta una riabilitazione completa?

Mi aspetto ragionevolmente che la sentenza metta in risalto cosa ho fatto. Sì, di essere riabilitato mentre non mi aspetto nulla dalle persone che mi hanno attaccato perché è povera gente. 

Passo indietro. Come andò la Trattativa. Ne parlò lei stesso alla Corte d’assise di Firenze che indagava sulle bombe nel continente nel ’98.

Sì, usai io quella parola, avrei potuto dire relazione ma quando parlai con Ciancimino sapevamo entrambi che io chiedevo qualcosa a lui e lui voleva qualcosa in cambio: era una trattativa. 

Che successe?

Dovevamo trovare chi era già nel sistema degli appalti e quell’uomo era Vito Calogero Ciancimino. Subito dopo la morte di Falcone e prima dell’omicidio di Borsellino lo incontrammo con De Donno che lo aveva già arrestato per gli appalti. Lo feci senza avvertire i miei superiori perché mi avrebbero bloccato… io nelle indagini ho bisogno di lavorare per conto mio. 

Nemmeno al suo superiore, il generale Subranni?

Sì, ma dopo il secondo incontro. 

E ai magistrati?

No, perchè nel frattempo ero in rottura con la procura di Palermo rappresentata dal procuratore Pietro Giammanco. 

Chi era Ciancimino?

Si considerava un’autorità, era stato sindaco di Palermo, diceva di non essere mafioso e forse non era formalmente affiliato. Non gli bastava De Donno ma aveva bisogno di un ’parigrado’, la prima discussione fu strana. Parlammo di tutt’altro, cose che non c’entravano niente. Al secondo mi disse ’che volete da me’? E io usai il termine ’Trattativa’. 

‘Signor Ciancimino così è un muro contro muro’. Non potevamo permetterci di fare gli sbruffoni perchè a quel tempo avevano vinto loro: era morto Falcone, era morto Borsellino, erano morti i migliori di noi. Stavamo sotto. Non ho avuto un’indicazione da nessuno dei miei superiori, dai ministri. Inutile negarlo: eravamo in difficoltà. Comandavo il reparto operativo più importante di Italia ma nessuno che mi abbia detto ‘facciamo qualcosa’. Erano tutti terrorizzati, nascosti sotto le scrivanie aspettando che passasse la piena. 

Come andò?

Ero un professionista, sapevo quali erano i miei limiti in quel momento, l’ho trattato da pari. Ai primi di ottobre mi sorprende. Io da Ciancimino speravo qualche informazione per arricchire la mia capacità informativa e svilupparla. E invece mi disse ‘Ho parlato con chi di dovere’ e mi chiese cosa offrivamo in cambio. La mia risposta era molto facile. ‘Se loro si consegnano trattiamo bene loro e le loro famiglie. Ciancimino era sulla poltrona, sbattè le mani sulle ginocchia, si alzò. ‘Voi mi volete morto, anzi volete morire anche voi’. Ci cacciò di casa. Per De Donno avevamo fatto un buco nell’acqua, io no, mi resi conto che era terrorizzato e aveva realmente preso contatti. Sarebbe tornato”. 

L’ultimo incontro il 18 dicembre…

“Andò solo De Donno perché io lo avevo trattato male ma intorno c’era odore di sbirri, il giorno dopo Ciancimino fu arrestato per pericolo di fuga. Ma si figuri, dove andava con quella faccia, anche al Polo nord lo avrebbero riconosciuto. Se fosse rimasto libero ce lo avrebbe fatto prendere Riina, perché sapeva che attraverso quell’informazione avrebbe potuto mercanteggiare”. 

Lo avete preso lo stesso

Sì, ma per altra via. 

Trent’anni dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro da parte del Ros. Le perquisizioni dei covi quasi in diretta. Ci ha letto una riabilitazione rispetto alla polemica mai chiarita sulla mancata perquisizione di casa Riina?

L’ho pensato anche io. Le circostanze che hanno preceduto l’arresto di Messina Denaro l’hanno quasi imposto ma dal punto di vista tecnico-professionale quello di esibire queste perquisizioni è una sciocchezza. Le rendo pubbliche quando le avrei potute gestire diversamente. 

Ma voi non perquisiste, eppure Riina fu trovato con i pizzino in tasca…

Non era il covo ma l’abitazione dove viveva la moglie. La decisione è stata presa dai magistrati con la polizia giudiziaria accettando il rischio che andavano perse alcune informazioni.

(...)

C’è un successore di Messina Denaro?

La mafia è morta. 

(...)

 Lei ha scritto un libro: Mafia e appalti: la storia di un’informativa che sarà presto in libreria…

Sì, l’informativa… Almeno consegnatela a me, mi disse Falcone, che così avallo con la mia firma. Cos’era quel rapporto? La mafia degli affari. Falcone disse durante un convegno: ’La mafia è entrata in borsa’ e intendeva proprio quello. Cioè era passata dal pizzo ai livelli superiori. La morte di Borsellino però accelerata anche per questo motivo. Mafia e appalti è la storia del mio percorso professionale. Finché avrò un giorno di vita, lo presenterò in tutta Italia, mi toglierò tanti sassolini dalle scarpe e chiederò conto di tutti gli atti avvenuti tra la morte di Falcone e Borsellino. Sono agghiaccianti. 

L’ARRESTO DEL CAPO DEI CAPI. La cattura di Totò Riina, un mistero lungo trent’anni. ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA su Il Domani il 14 gennaio 2023.

Dopo trent'anni sappiamo ancora molto poco. Ci sono state indagini, ci sono stati processi, sentenze di assoluzione ma nessuno ha ancora capito esattamente cosa è avvenuto a Palermo la mattina del 15 gennaio 1993, il giorno della cattura di Totò Riina...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Dopo trent'anni sappiamo ancora molto poco. Ci sono state indagini, ci sono stati processi, sentenze di assoluzione ma nessuno ha ancora capito esattamente cosa è avvenuto a Palermo la mattina del 15 gennaio 1993, il giorno della cattura di Totò Riina.

La storia, per come ce l'hanno raccontata, è nota. Il capitano “Ultimo”, al secolo Sergio De Caprio, con la sua squadra arresta in mezzo al traffico di Palermo, alla rotonda di Viale Lazio, il latitante più ricercato d’Italia, scomparso nel nulla per ventiquattro anni e sette mesi.

Totò Riina si era dato alla macchia nel giugno del 1969, un quarto di secolo e più di mille morti ammazzati dopo, il capo dei capi di Cosa nostra è scivolato in trappola.

Come sono arrivati a lui? Quali le tracce seguite? Qualcuno l'ha tradito?

La versione ufficiale presenta fin da subito lati oscuri. A cominciare dalle soffiate di Balduccio Di Maggio, un boss che era stato autista di Riina e che viene arrestato pochi giorni prima di quel 15 gennaio in Piemonte.

Il caso però si tinge di altro mistero quando si scopre che i carabinieri del Ros, i reparti speciali dell'Arma, abbandonano - appena cinque ore dopo l'arresto del capo dei capi - la sorveglianza del covo dove lui abitava con la moglie Ninetta Bagarella e i loro quattro figli.

Nessuno perquisirà quel rifugio per diciannove giorni. E quando il nuovo procuratore capo della repubblica di Palermo Gian Carlo Caselli entrerà lì dentro, il 2 febbraio, troverà un covo vuoto. Era stato ripulito.

Il colonnello Mario Mori e Sergio De Caprio finiranno sotto processo e saranno assolti fino in Cassazione «perché il fatto non costituisce reato». Molti dubbi su ciò che è accaduto però restano. Oggi abbiamo un resoconto più accettabile sulla vicenda ma, certamente, ancora incompleto.

Intanto continuano a circolare bufale e ricostruzioni fantasiose, si ripropongono cronache approssimative e perfino libri che sembrano sceneggiature di fiction nonostante i fatti abbiano sufficientemente dimostrato il contrario

Per i prossimi trenta giorni pubblicheremo sul Blog Mafie ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA. Attilio Bolzoni è un giornalista che, da quarant'anni, racconta storie in fondo all'Italia. Francesco Trotta è un blogger e direttore dell'associazione Cosa Vostra.

I carabinieri “in campo” dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 14 gennaio 2023.

Nell’anno 1992, dopo le note stragi di via Capaci e di via D’Amelio, si ritrovarono impegnati sul territorio siciliano, nel comune intento di portare avanti azioni investigative di contrasto alla mafia, da una parte, il Nucleo Operativo del reparto territoriale dell’Arma dei Carabinieri, dall’altra la prima delle quattro sezioni in cui era suddiviso il reparto criminalità organizzata del Raggruppamento operativo speciale...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Nell’anno 1992, dopo le note stragi di via Capaci e di via D’Amelio, si ritrovarono impegnati sul territorio siciliano, nel comune intento di portare avanti azioni investigative di contrasto alla mafia, da una parte, il nucleo operativo del reparto territoriale dell’arma dei carabinieri, articolato nei gruppi 1 e 2, rispettivamente comandati dal capitano Marco Minicucci e dal maggiore Domenico Balsamo, dall’altra la prima delle quattro sezioni in cui era suddiviso il reparto criminalità organizzata del Raggruppamento Operativo Speciale (d’ora in poi denominato Ros), con a capo l’allora cap. Sergio De Caprio.

I compiti tra i due gruppi del nucleo operativo erano ripartiti in base ad un criterio di competenza territoriale: al primo spettavano le investigazioni da svolgere nell’ambito territoriale della città di Palermo, nonché dei centri urbani di Misilmeri e Bagheria; il secondo, avente sede a Monreale, era invece titolare delle indagini ricadenti nell’ambito del territorio della Provincia di Palermo.

Il Ros era articolato, per un verso, in un reparto criminalità organizzata, avente sede a Roma, a sua volta suddiviso in quattro sezioni e, per altro verso, nella sezione anticrimine locale, con sede a Palermo, comandata, all’epoca dei fatti, dal cap. Giovanni Adinolfi.

Il reparto criminalità organizzata era strutturato, al suo interno, in base ad un criterio che individuava la competenza di ciascuna sezione con riferimento alla natura del fenomeno criminale oggetto delle investigazioni: alla prima sezione, diretta dal cap. De Caprio, erano demandate le indagini sull’organizzazione mafiosa denominata “cosa nostra”; alla seconda sezione, comandata dall’allora cap. Giuseppe De Donno, spettavano quelle sui circuiti imprenditoriali collegati ad organizzazioni di tipo “mafioso”; la terza e la quarta dovevano, invece, occuparsi, rispettivamente, di organizzazioni criminali di matrice non italiana e del traffico di stupefacenti.

SUBRANNI E MORI AL COMANDO DEL ROS

Il comando del Ros fu assunto, negli anni 1990-1993, dal gen. Antonio Subranni; il vice comandante operativo era il col. Mori, mentre il magg.Mauro Obinu, a far data dal 1 settembre 1992, assunse la carica di comandante del reparto criminalità organizzata.

A luglio 1992, l’allora col. Sergio Cagnazzo (cfr. deposizione resa all’ud. 1.6.05), all’epoca vicecomandante operativo della Regione Sicilia, prese parte ad una riunione che si tenne presso la stazione dei carabinieri di Terrasini, cui parteciparono il comandante di quella stazione mar.llo Dino Lombardo, il superiore gerarchico di quest’ultimo, cap. Baudo, all’epoca comandante della stazione di Carini, il magg. Mauro Obinu (sentito all’ud. 29.6.05), in servizio al Ros, i capitani Sergio De Caprio e Giovanni Adinolfi. Lo scopo era quello di costituire una squadra, composta sia da elementi del Ros che della territoriale, che avrebbe dovuto occuparsi in via esclusiva delle indagini finalizzate alla cattura di Salvatore Riina.

Al mar.llo Lombardo, soggetto ben inserito nel territorio e profondo conoscitore della realtà mafiosa, in grado di disporre di utili canali confidenziali (tra questi, quel Salvatore Brugnano che, successivamente all’arresto del Riina, sarà sospettato dal gotha mafioso – come ha riferito in dibattimento il collaboratore Brusca – di aver contribuito alla cattura del latitante), venne affidato l’incarico di attivare le sue fonti al fine di reperire notizie che potessero essere sviluppate dal Ros, con l’effettuazione delle necessarie e conseguenziali attività di indagine, in direzione della ricerca del boss corleonese.

A quella riunione ne fece seguito una seconda, in settembre, cui parteciparono i medesimi col. Cagnazzo, mar.llo Lombardo, magg. Obinu, cap. De Caprio ed il mar.llo Pinuccio Calvi, in servizio presso la prima sezione del Ros, nella quale il Lombardo indicò in Raffaele Ganci, a capo della famiglia mafiosa del quartiere denominato “Noce” di Palermo, e nei suoi figli le persone più vicine al Riina in quel momento, in quanto incaricate di proteggerne la latitanza.

Sulla scorta di queste informazioni, tra l’altro coincidenti con quelle già in possesso del cap. De Caprio circa il particolare legame che univa i Ganci al Riina, la prima sezione del Ros avviò, a fine settembre 1992, una complessa attività di indagine sul territorio.

A tal fine tutto il gruppo di lavoro, composto da 14/15 elementi, fu distaccato da Milano, ove era stato impegnato in altre attività di indagine, a Palermo per svolgere servizi di intercettazione, pedinamento, osservazione diretta e video ripresa sull’ “obiettivo Ganci”, localizzato in un cantiere edile sito in Palermo ed in un’abitazione in Monreale.

Il servizio di osservazione filmata fu attuato a mezzo di una telecamera, situata all’interno di un furgone posteggiato in prossimità dei predetti siti sottoposti a controllo.

Il 7 ottobre 92 (cfr. relazione di servizio all. n. 1 della produzione documentale della difesa dell’imputato Mori, acquisita all’ud. 9.5.05) il Ros eseguì un servizio di pedinamento nei confronti di Domenico Ganci, figlio di Raffaele, il quale alle ore 17.05 venne osservato percorrere in auto via Lo Monaco Ciaccio Antonino in Palermo, via Uditore, v.le Regione Siciliana, il controviale in direzione motel Agip per fermarsi nei pressi del bar Licata, sito all’angolo con via Bernini, in conversazione con un soggetto; alle ore 17.12 veniva visto risalire sulla propria auto e percorrere v.le Regione Siciliana, il controviale e via Giorgione, dove si dileguava facendo perdere le sue tracce, probabilmente accedendo ad un garage.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

La soffiata di Balduccio Di Maggio, il mafioso spione di San Giuseppe Jato. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 15 gennaio 2023

Baldassare Di Maggio era un soggetto all’epoca incensurato e, sostanzialmente, sconosciuto alle forze dell’ordine, ma veniva indicato da una fonte confidenziale come persona di un certo rilievo per l’organizzazione criminale nel mandamento di S. Giuseppe Iato, che aveva svolto le funzioni di autista per Salvatore Riina

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Nello stesso periodo di tempo, il gruppo 2 del Nucleo Operativo aveva avviato, su segnalazione proveniente dalle stazioni CC di Monreale e di S. Giuseppe Iato, un proprio filone investigativo con lo scopo di ricercare sul territorio nazionale Baldassare Di Maggio.

Costui era un soggetto all’epoca incensurato e, sostanzialmente, sconosciuto alle forze dell’ordine, ma veniva indicato da una fonte confidenziale come persona di un certo rilievo per l’organizzazione criminale nel mandamento di S. Giuseppe Iato, che aveva svolto le funzioni di autista per Salvatore Riina e che si era dovuto allontanare dal territorio siciliano, andando a riparare nel nord Italia, a causa di un forte contrasto maturato all’interno del sodalizio criminale con Giovanni Brusca, tale da avergli fatto temere per la sua stessa incolumità.

Si veniva, pertanto, a profilare la potenziale importanza di questo personaggio, che in quanto al centro di un feroce dissidio interno alla compagine mafiosa, tale da costringerlo ad una precipitosa fuga in un territorio a sé totalmente estraneo, avrebbe potuto rappresentare una preziosa occasione per futuri spunti investigativi, anche e soprattutto nella direzione della cattura dello stesso Brusca.

In effetti, il Di Maggio - come ha dichiarato in dibattimento, concordemente agli altri collaboratori di giustizia, tra i quali La Rosa Giuseppe, Brusca Giovanni, Di Matteo Mario Santo, Camarda Michelangelo, Giuffré Antonino, tutti escussi nel presente procedimento - aveva ricoperto negli anni 1985-1989, proprio su investitura del Riina, il ruolo di capo mandamento reggente di S. Giuseppe Iato al posto di Bernardo Brusca, che era stato raggiunto da provvedimenti giudiziari restrittivi della libertà personale.

Negli ultimi anni ’80, tuttavia, non godeva più della completa fiducia di Salvatore Riina e del noto latitante Bernardo Provenzano, a causa di contrasti legati alla gestione degli appalti in Sicilia che allora era affidata ad Angelo Siino, uomo assai vicino allo stesso Di Maggio, il cui ruolo cominciava però a divenire inviso ai due capomafia, che ne volevano ridimensionare il potere e l’ambito decisionale. Giovanni Brusca, d’altra parte, ormai tornato dal confino cui era stato costretto per vicende giudiziarie, aspirava, in quanto figlio di Bernardo, ad assumere il comando del mandamento, ragione per cui intraprese con il Di Maggio, sin dal 1990, una feroce lotta per la conquista del potere.

LA GUERRA A BALDUCCIO

Questi fattori determinarono (cfr. deposizioni rese dai collaboratori di giustizia già citati) un progressivo ed irreversibile deterioramento dei rapporti tra l’organizzazione criminale ed il Di Maggio, tanto che quest’ultimo nel 1990/1991 decise di allontanarsi dalla Sicilia ed intraprese una serie di viaggi all’estero, continuando a mantenere, tuttavia, i contatti con il territorio, soprattutto a mezzo dell’amico Giuseppe La Rosa, che spesso incontrava in Toscana, presso dei propri parenti che ivi risiedevano.

A marzo dell’anno 1992 fu mandato a chiamare dal Riina e partecipò ad una riunione con Raffaele Ganci e Giovanni Brusca, che si svolse vicino la clinica Villa Serena a Palermo, avente ad oggetto la risoluzione della questione relativa ai contrasti sorti tra i due esponenti mafiosi; in tale occasione, il Riina decise che il mandamento fosse governato dal Brusca, rispetto al quale il Di Maggio sarebbe dovuto restare in posizione subordinata.

Quest’ultimo realizzò di non avere più spazi e, dopo un tentativo di ottenere il permesso di soggiorno in Canada, decise di trasferirsi nel nord Italia, a Borgomanero, dove già risiedeva un suo vecchio conoscente di nome Salvatore Mangano.

A fine agosto 1992 Giuseppe La Rosa, nel corso di uno dei loro incontri in Toscana, gli confermò quanto già aveva intuito nella riunione di Palermo, ovvero che l’associazione aveva deciso di sopprimerlo, prendendo a pretesto la circostanza che avesse intrapreso una relazione sentimentale non consentita, in violazione dei suoi obblighi di “uomo d’onore”.

Tuttavia “Balduccio”, come veniva soprannominato dai suoi sodali, non si diede per vinto ed anzi, ha riferito il La Rosa, proprio perché ormai non vedeva altra via d’uscita maturò l’intenzione di eliminare Giovanni Brusca, proponendosi, a tal fine, di ottenere l’autorizzazione del Riina, ovvero, in caso contrario, di sbarazzarsi anche del boss corleonese, sfruttando i dissapori che nel frattempo erano sorti tra quest’ultimo e parte dell’organizzazione, che si riconosceva nel Provenzano, la quale aveva mal tollerato la strategia dell’attacco frontale allo Stato che il Riina aveva deciso di intraprendere, da molti ritenuta la causa dell’inasprimento del trattamento carcerario per gli affiliati ed un fattore di rischio per la continuità e la produttività degli affari del sodalizio.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Quegli incontri ravvicinati tra don Vito e gli ufficiali del Ros. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 16 gennaio 2023

Al primo incontro con il capitano De Donno, Vito Ciancimino si dichiarò disponibile a collaborare ma richiese di parlare ad un “livello superiore”; De Donno fece il nome del colonnello Mori e tutti e tre si incontrarono a Roma, in agosto 1992, nella casa del Ciancimino, il quale si disse pronto a cercare un contatto con l’associazione mafiosa per avviare un dialogo...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

A Roma, all’indomani della strage di Capaci, il cap. Giuseppe De Donno aveva, difatti, chiesto a Massimo Ciancimino, che aveva conosciuto in occasione delle inchieste da lui stesso avviate sul padre Vito Calogero Ciancimino, di procurargli un incontro con quest’ultimo, al fine di avviare un colloquio che potesse fornire utili informazioni per le indagini in corso, nonché per la cattura dei latitanti Riina e Provenzano, e che potesse anche offrire una qualificata “chiave di lettura” sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sugli obiettivi che l’organizzazione intendeva perseguire con l’attacco allo Stato.

Questi tentativi di approccio furono in un primo tempo respinti dal Ciancimino, che poi invece, a fine luglio, dopo la strage di via D’Amelio, mutò opinione, acconsentendo ad incontrare il cap. De Donno.

Per ricostruire questa complessa e per molti versi, “prima facie”, anomala vicenda è necessario richiamare il contesto nell’ambito del quale essa maturò: è evidente che gli assassinii di Salvo Lima (il 12 marzo), dei giudici Falcone (il 23 maggio) e Borsellino (il 19 luglio) ponevano lo Stato italiano, nelle persone dei rappresentanti delle sue istituzioni e dei responsabili del mantenimento della sicurezza e dell’ordine pubblico, di fronte alla gravissima emergenza costituita dalla volontà stragista inequivocabilmente manifestata da “cosa nostra”, e dunque di fronte alla necessità di reperire, con ogni iniziativa utile, informazioni od elementi capaci di decifrare ed auspicabilmente neutralizzare la strategia dell’organizzazione.

Vito Ciancimino, per il ruolo di “dominus” degli appalti che aveva rivestito ed all’epoca ancora in parte rivestiva, come accertato dallo stesso cap. De Donno titolare delle investigazioni sfociate nel cd. rapporto “mafia-appalti”, costituiva senz’altro una cerniera con l’organizzazione e poteva fungere da canale privilegiato di collegamento con il gotha mafioso, sia per i sicuri contatti in suo possesso, che lo collocavano vicino al clan corleonese ma anche al Provenzano, sia perché, in attesa degli esiti definitivi di un procedimento a suo carico, versava in condizioni di particolare “fragilità psicologica” che potevano indurlo a rendersi disponibile ad una collaborazione, al fine di evitare il rischio di una nuova carcerazione (che invece di lì a pochissimo, in piena “trattativa”, sarebbe giunta) che, dal punto di vista umano e per le sue condizioni di salute, non si sentiva più in grado di sopportare, essendo già stato duramente provato dall’esperienza del carcere subita con il primo arresto del 3 novembre 1984.

Il predetto De Donno ed il col. Mori erano ben consapevoli di questa superiorità psicologica ed agirono decisi a sfruttarla (v. dichiarazioni rese dallo stesso Mori nel verbale di ud. del 16.1.03 innanzi al tribunale di Milano, acquisite al giudizio il 9.5.05 e deposizione resa all’ud. del 11.7.05 dal cap. De Donno).

I contatti - per come riferito in termini assolutamente coincidenti dal Ciancimino nel suo manoscritto “I carabinieri”, sequestrato il 17 febbraio 2005 nell’ambito di un procedimento avviato nei confronti del figlio Massimo ed acquisito in copia all’ud. del 9.5.05, e dai due ufficiali coinvolti - si articolarono nei seguenti punti: al primo incontro con il cap. De Donno, Vito Ciancimino si dichiarò disponibile a collaborare ma richiese di parlare ad un “livello superiore”; il cap. De Donno fece il nome del col. Mori e tutti e tre si incontrarono a Roma, in agosto 1992, nella casa del Ciancimino, il quale si disse pronto a cercare un contatto con l’associazione mafiosa per avviare un dialogo, chiedendo l’autorizzazione a spendere i loro nomi; una volta trovato questo interlocutore, che viene definito nel manoscritto “l’ambasciatore” (e che solo successivamente identificherà in Antonino Cinà, medico della famiglia Riina, legato anche al Provenzano), il Ciancimino gli rivelò i nomi dei due esponenti dell’Arma con cui era in contatto, ma avrebbe ottenuto una reazione di iniziale diffidenza, in quanto l’intermediario gli avrebbe risposto che i due ufficiali avrebbero dovuto prima pensare a risolvere le sue vicende giudiziarie; in un secondo momento, “l’ambasciatore” avrebbe invece superato tale diffidenza, decidendosi a ricontattarlo per rilasciargli una sorta di “delega” a trattare; il Ciancimino convocò allora il col. Mario Mori ed il cap. De Donno per un altro incontro nella sua casa di Roma a fine settembre 1992, nel quale finalmente precisare i termini di quell’inconsueto “negoziato”, termini che tuttavia gli si rivelarono deludenti e tali da non consentire margini di trattativa.

Difatti, come testualmente annotato dal Ciancimino e confermato dai protagonisti in dibattimento, “i Carabinieri mi dissero di formulare questa proposta: consegnino alla giustizia alcuni latitanti grossi e noi garantiamo un buon trattamento alle famiglie”, proposta che venne ritenuta totalmente inadeguata dal Ciancimino stesso e come tale neppure comunicata all’ “ambasciatore”, con il quale si voleva mantenere comunque aperto un canale di dialogo.

Per questo motivo, scriveva il Ciancimino nel proprio manoscritto, egli avrebbe riferito una proposta “bluff”, secondo cui un noto esponente politico si sarebbe prestato a garantire la salvezza del circuito imprenditoriale di interesse dell’organizzazione, minacciato da “tangentopoli”, che però non avrebbe avuto alcun seguito.

A questo punto il Ciancimino – si legge negli appunti – avrebbe realizzato che non c’erano margini per alcuna trattativa, alla quale, tra l’altro, neppure “l’ambasciatore” aveva dimostrato vero interesse, per cui decise – come da sua annotazione testuale - di “passare il Rubicone”, ovvero intraprendere una reale collaborazione con i carabinieri, proponendo di infiltrarsi nell’organizzazione per conto dello Stato, intenzione che esplicitò ai nominati Mori e De Donno nel corso di un successivo incontro avvenuto a dicembre 1992, chiedendo in cambio che i suoi processi “tutti inventati” si concludessero con esito a lui favorevole ed il rilascio del passaporto.

Nella medesima occasione, domandò – come si legge nel manoscritto e confermato dagli ufficiali – che gli fossero esibite le mappe di alcune zone della città di Palermo ed atti relativi ad utenze Amap, in quanto, essendo a suo dire a conoscenza di alcuni lavori che erano stati eseguiti anni addietro da persone vicine al Riina, avrebbe potuto fornire qualche elemento utile alla sua localizzazione.

L’arresto “casuale” di Balduccio e il colloquio che voleva con un generale. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 17 gennaio 2023

L’8 gennaio 1993 i militari captarono una conversazione che li indusse a sospettare fosse in atto un traffico di stupefacenti, per cui richiesero ai colleghi di Novara di intervenire con una perquisizione di loro iniziativa nei locali. A seguito di tale perquisizione venne rinvenuto e tratto in arresto, perché colto in possesso di un giubbotto antiproiettile e di armi, il Di Maggio...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Parallelamente, tornando ad osservare quanto stava accadendo a Palermo nello stesso lasso temporale, il Ros, nella persona dell’imputato De Caprio e dei suoi uomini, dopo le riunioni di luglio e settembre 1992 a Terrasini, si trovava impegnato nelle attività di osservazione, controllo e pedinamento della famiglia Ganci.

Il nucleo operativo, invece, aveva avviato le indagini dirette a localizzare, grazie alle notizie fornite da fonti confidenziali, il Di Maggio che, come detto, si era rifugiato in Piemonte.

Quest’ultimo, come già accennato, era intento ad orchestrare un suo piano di azione per la ripresa del potere in quello che considerava ancora il suo mandamento (il territorio di S. Giuseppe Iato) e nel perseguimento di questo obiettivo aveva deciso di uccidere Giovanni Brusca, come dichiarato – e poi negato nel corso della sua deposizione nel presente dibattimento – in data 9.1.93 ai carabinieri che lo trarranno in arresto.

Una volta eliminato il rivale, e se del caso anche lo stesso Riina, contava infatti di tornare ad essere l’unico possibile punto di riferimento in quel territorio, nel quale non aveva mai interrotto i rapporti e dove conservava stabili posizioni di potere.

In proposito, Giuseppe La Rosa ha riferito che ai primi di dicembre 1992 il Di Maggio lo incaricò di scoprire dove potesse trascorrere la latitanza il Riina ed a tal fine gli suggerì di osservare gli spostamenti di Vincenzo Di Marco, che ne accompagnava i figli a scuola, di “Faluzzo” Ganci che aveva delle macellerie nel quartiere “Noce” di Palermo e di Salvatore Biondolillo, che provvedevano ai suoi spostamenti ed alle sue necessità.

In una occasione vide Franco Spina, che già conosceva anche come il titolare del negozio “Amici in tavola” assieme a Stefano Ganci (figlio del “Faluzzo”), incontrarsi proprio con il Biondolillo di fronte al motel Agip, su viale Regione Siciliana; il Biondolillo sparì per circa due ore con un carico di buste per la spesa, cosa che lo fece sospettare sul fatto che quella spesa fosse destinata proprio al Riina ed a questi fosse stata consegnata nella zona.

Il La Rosa riferì l’episodio al Di Maggio durante un incontro in Toscana, avvenuto prima del Natale 1992, il quale gli disse che di lì a poco sarebbe sceso in Sicilia ed «avrebbe fatto ciò che doveva».

I carabinieri di Monreale, appartenenti al gruppo 2 del nucleo operativo, erano frattanto riusciti ad individuare il Di Maggio in Borgomanero, provincia di Novara, ove intratteneva contatti con un proprio compaesano che vi si era trasferito da diversi anni, Natale Mangano, titolare di un’officina meccanica, le cui utenze telefoniche vennero immediatamente sottoposte ad intercettazione (v. deposizione resa dal ten. col. Domenico Balsamo all’ud. del 16.5.05).

L’8.1.1993 i militari captarono una conversazione che li indusse a sospettare fosse in atto un traffico di stupefacenti, per cui richiesero ai colleghi di Novara di intervenire con una perquisizione di loro iniziativa nei locali.

A seguito di tale perquisizione venne rinvenuto e tratto in arresto, perché colto in possesso di un giubbotto antiproiettile e di armi, il Di Maggio che, come riferito dal teste col. Balsamo, nonostante il suo stato di incensuratezza e l’accusa non particolarmente grave elevata a suo carico, limitata alla detenzione di armi, cominciò subito a comportarsi in modo anomalo, manifestando grande agitazione e forte paura.

Portato in caserma, cominciò a riferire agli operanti che temeva per la sua vita e che avrebbe potuto fornire informazioni preziose per le investigazioni in Sicilia, soprattutto in merito a Salvatore Riina.

Queste circostanze, subito comunicate dal personale locale ai colleghi del Nucleo Operativo di Palermo, confermarono a questi ultimi la veridicità delle notizie apprese in via confidenziale circa l’effettiva esistenza di una grave frattura consumatasi all’interno di “cosa nostra”, che aveva indotto il Di Maggio a lasciare il territorio isolano, ed indussero l’autorità giudiziaria ad inviare subito a Novara personale dell’Arma per sentire cosa avesse da riferire il prevenuto.

La sera stessa di quell’8.1.93 (alle ore 24 circa), l’allora magg. Domenico Balsamo, comandante del gruppo 2 del Nucleo Operativo, ed il proprio collaboratore mar.llo Rosario Merenda giunsero nella caserma ove era trattenuto il Di Maggio, il quale, come appresero dai colleghi della stazione, aveva già iniziato a dialogare con il comandante CC della Regione Piemonte, gen. Francesco Delfino.

DI MAGGIO CHIEDE UN COLLOQUIO CON DELFINO

L’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare, tramite la deposizione dello stesso Di Maggio resa all’udienza del 21.10.05 e l’acquisizione ( ud. 9.5.05) del verbale delle dichiarazioni rilasciate da Francesco Delfino in data 21.2.97 innanzi alla Corte d’Assise di Caltanissetta, i motivi per i quali avvenne questo colloquio, apparentemente anomalo perché riguardante un soggetto all’epoca sconosciuto alle autorità investigative ed il generale che comandava l’Arma territoriale a livello locale.

Al riguardo è emerso che:

fu il Di Maggio a chiedere, appena giunto in caserma a Novara, di poter parlare con la persona più alta in grado, aggiungendo che aveva informazioni da riferire su latitanti di mafia ed in particolare su Salvatore Riina;

il Di Maggio non conosceva il gen. Francesco Delfino e viceversa;

il gen. Delfino assunse il comando delle Regioni Piemonte e Valle D’Aosta il 6.9.1992;

precedentemente egli aveva prestato servizio proprio in Sicilia, ove, in data 28 o 29 giugno 1989, quale vice comandante della regione Palermo, aveva diretto un’operazione nel territorio di San Giuseppe Iato, contrada Ginostra.

Tale ultima attività aveva avuto lo scopo di localizzare e perquisire una grande e lussuosa villa in costruzione, che fonte confidenziale aveva indicato come di titolarità proprio di tale Baldassare Di Maggio, il quale svolgeva mansioni di autista per il Riina e che proprio in quella villa poteva dare ospitalità al latitante.

La perquisizione aveva dato esito negativo, in quanto non vi era stato rinvenuto nessuno dei sopra nominati soggetti né alcun elemento di riscontro alle informazioni ricevute dal confidente, tanto che al Di Maggio furono in seguito notificati solo verbali di accertamento di violazioni di tipo edilizio.

Il gen. Delfino (cfr. verbale del 21.2.97), all’atto del suo insediamento al comando della Regione Piemonte, era stato informato dal comandante provinciale di Novara che già dal mese di giugno 1992 erano in corso delle indagini, sollecitate dalla stazione di Monreale, per ricercare in Piemonte tale Di Maggio, indicato da fonte confidenziale come soggetto capace di fornire notizie utili su Giovanni Brusca, che ne aveva ordinato, con tutta probabilità, l’eliminazione.

Egli, grazie a quell’operazione condotta in contrada Ginostra, fu, pertanto, in grado di cogliere subito la rilevanza investigativa del nominativo che gli veniva fatto e, collegandolo alla possibile presenza in Piemonte anche del Riina, forse malato, decise, senza riferire a nessuno l’episodio del 1989, di attivare, in segretezza, un gruppo di investigatori con il compito di ricercare eventuali tracce sul territorio della presenza del boss corleonese.

Il personale di Novara, intanto, aveva proseguito gli accertamenti e le ricerche sul Di Maggio ed a dicembre il comandante provinciale gli aveva comunicato che erano riusciti infine a localizzarlo a Borgomanero.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

E il mafioso comincia a parlare di un nascondiglio di Totò Riina. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 18 gennaio 2023

Si legge nel verbale del 9 gennaio 93, redatto alle ore 2.00 che il Di Maggio, dopo avere parlato di diversi episodi omicidiari e di varie vicende relative ai boss Riina e Provenzano, indicò due luoghi nei quali aveva incontrato il Riina, nonché le persone incaricate di accompagnare il boss nei suoi spostamenti a Palermo, Raffaele Ganci e Giuseppe, detto Pino, Sansone...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Per tali ragioni, quell’8.1.93, quando il medesimo comandante lo chiamò comunicandogli che avevano arrestato il Di Maggio e che questi aveva dichiarato di avere informazioni da riferire su Salvatore Riina ed aveva altresì richiesto la presenza dell’ufficiale più alto in grado, il gen. Delfino si precipitò negli uffici del Nucleo Operativo del Comando Provinciale di Novara, ove iniziò a raccogliere le spontanee dichiarazioni del Di Maggio.

Oltre la mezzanotte arrivò anche l’allora magg. Balsamo, insieme al mar.llo Merenda, che, dopo poco tempo, una volta puntualizzate con i colleghi le competenze in ordine alle indagini che erano state avviate ed all’arresto che ne era conseguito e superato il problema della riluttanza manifestata dal Di Maggio a parlare con ufficiali del capoluogo siciliano, venne introdotto alla presenza dell’arrestato e partecipò alla verbalizzazione delle sue dichiarazioni.

Si legge nel verbale del 9.1.93, redatto alle ore 2.00 (all. n. 14 della produzione documentale della difesa De Caprio, acquisita all’ud. del 9.5.05), che il Di Maggio, dopo avere parlato di diversi episodi omicidiari e di varie vicende relative ai boss Riina e Provenzano ed al medico del Riina dott. Cinà, indicò due luoghi nei quali aveva incontrato il Riina, specificando però di non essere in grado di fornirne il nome della via né il numero civico, nonché le persone incaricate di accompagnare il boss nei suoi spostamenti a Palermo, Raffaele Ganci e Giuseppe, detto Pino, Sansone.

Quanto al primo luogo, fece un disegno della zona e lo descrisse come una villetta, ubicata nel quadrivio tra via Regione Siciliana, via Leonardo Da Vinci e via Notarbartolo, nella quale aveva visto circa cinque anni prima entrare il Riina accompagnato da Raffaele Ganci. Aggiunse che accedendo da via Leonardo Da Vinci, sulla destra, in una via di cui non conosceva il nome, ci si immetteva in un fondo ove era ubicata questa villa, tutto delimitato da un muro di cinta e, tramite un cancelletto in ferro di grandezza appena sufficiente a far passare una piccola auto, si accedeva ad un giardino al centro del quale vi era una vecchia casa, probabilmente di proprietà di Sansone Tanino, che provvedeva agli spostamenti del Riina.

Sempre nello stesso quartiere, circa 300 metri prima della villetta di cui sopra, sul lato sinistro di viale Regione Siciliana, in direzione aeroporto, sulla sinistra di via Leonardo Da Vinci, ubicò la seconda casa doveva aveva incontrato il Riina, al primo piano di una abitazione cui si accedeva tramite un cancello automatico che gli era stato aperto da un uomo che abitava al piano terra.

Inoltre, il Di Maggio dichiarò di ricordare, visivamente, anche altri luoghi e di poterli individuare una volta presente fisicamente a Palermo, ed indicò in Vincenzo De Marco, abitante a S. Giuseppe Jato, colui che tutte le mattine si recava a Palermo con la sua autovettura tipo Golf a prendere i figli del Riina per accompagnarli a scuola ed andarli a riprendere, mentre in un certo Salvatore di Palermo, cugino di Salvatore Biondolillo, un soggetto che aveva il compito di precedere con la sua auto quella del Riina, in ogni suo spostamento, per controllare la sicurezza del percorso e dare il via libera.

Subito dopo questi colloqui, secondo quanto dichiarato dal gen. Delfino in data 21.2.97 alla Corte d’Assise di Caltanissetta e dal dott. Caselli a dibattimento (ud. 7.11.05), il primo comunicò telefonicamente al secondo, il quale si sarebbe dovuto insediare il 15.1.93 come nuovo Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Palermo, che era stato catturato un soggetto il quale poteva rivelare notizie utili all’individuazione di Salvatore Riina ed il dott. Caselli gli chiese subito di convocare presso il suo ufficio anche l’allora col. Mori, presente a Torino quel giorno, come sapeva per il fatto che avevano convenuto un appuntamento per il pranzo assieme al col. Sechi.

Come seconda cosa il dott. Caselli informò telefonicamente il Procuratore Aggiunto di Palermo dott. Vittorio Aliquò, al quale spettava sino al suo insediamento la responsabilità nella direzione e nel coordinamento delle indagini antimafia, in modo che fossero avviate tutte le attività necessarie e si cominciasse a predisporre il futuro trasferimento del collaborante a Palermo.

Il gen. Delfino, all’appuntamento presso il suo ufficio con il dott. Caselli ed il col. Mori, illustrò la nuova emergenza investigativa, riferendo anche tutti i particolari della vicenda.

LA SCELTA DI CASELLI

La scelta di coinvolgere il ROS, che il dott. Caselli ha rivendicato come propria ed esclusiva, fu dovuta sia, e soprattutto, alla considerazione che nutriva per la persona di Mario Mori, con il quale aveva instaurato negli anni un rapporto fiduciario di intensa e proficua collaborazione in occasione delle inchieste portate avanti contro il terrorismo, sia al fatto che il ROS era in quel momento impegnato in azioni antimafia con proiezioni sul territorio siciliano. A quella data il dott. Caselli ignorava i contatti che Mario Mori aveva intrapreso ormai da diversi mesi con Vito Ciancimino, così come solo successivamente venne a conoscenza del fatto che i rapporti tra il Mori e l’allora comandante della Regione Piemonte Delfino si erano da tempo irrigiditi.

I verbali contenenti le dichiarazioni del Di Maggio furono spedite in plico chiuso a Palermo e recapitati da Giorgio Cancellieri (v. deposizione del medesimo all’ud. 6.6.05), all’epoca comandante della Regione Sicilia, al dott. Aliquò, che immediatamente dispose l’invio di alcuni magistrati a Novara per prendere contatto con il collaboratore e riportarlo a Palermo.

Il giorno 11.1.93 Baldassare Di Maggio fece rientro a Palermo, ove fu affidato in custodia al gruppo 2 del Nucleo Operativo, il quale dapprima lo sistemò nei propri locali sotterranei della stazione di Monreale per poi trasferirlo, per motivi di sicurezza, presso il Comando della Regione Sicilia.

Il vicecomandante operativo della Regione, col. Sergio Cagnazzo, convocò una riunione con i comandanti del Nucleo Operativo, magg. Balsamo e cap. Minicucci, la sezione distaccata del ROS, che stava già lavorando sulla famiglia Ganci, e la sezione anticrimine per coordinare le attività investigative che andavano condotte a riscontro ed in conseguenza delle nuove informazioni fornite dal collaboratore.

Il medesimo Cagnazzo, si legge nella direttiva del 12.1.93 (all. n. 15, doc. difesa De Caprio), affidò, per competenza territoriale, al gruppo 1 le indagini su Salvatore Biondolillo ed Angelo La Barbera, da svolgere unitamente al ROS, al gruppo 2 quelle su Vincenzo De Marco, Anselmo Francesco Paolo ed altri; gli accertamenti sulle abitazioni di via Uditore, nonché su quelle site dietro la clinica “Casa del Sole”, altro luogo di cui aveva parlato nel frattempo il collaboratore, e sui Sansone furono affidati anch’essi al gruppo 1 ed al ROS, al quale spettava altresì continuare i servizi in corso sui Ganci.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

I sopralluoghi a Palermo, si stringe il cerchio intorno allo “zio Totò”. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 19 gennaio 2023

Il maresciallo Merenda fu incaricato di eseguire, personalmente, i sopralluoghi con il collaboratore Di Maggio sulle località che quest’ultimo aveva indicato. Di Maggio aveva anche individuato un altro luogo di pertinenza di Giuseppe detto Pino Sansone: lo stabile sito in via Bernini dove risiedevano gli uffici di alcune sue società...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Pertanto, la sezione comandata dal cap. De Caprio avrebbe dovuto collaborare e coordinarsi con il gruppo 1 del Nucleo Operativo, per le investigazioni da condurre sia in ordine ai luoghi indicati dal Di Maggio nella zona Uditore che in relazione ai Sansone.

Osserviamo come si svilupparono in concreto ciascuno di questi filoni investigativi.

Su Vincenzo Di Marco (che sarà arrestato solo in data 6.2.93) venne predisposto il 14.1.93, a cura del gruppo operativo dei CC di Monreale e di S. Giuseppe Jato, un servizio di osservazione presso la sua abitazione, con esito negativo.

In merito al Biondolillo, l’indicazione di tale cognome si rivelò in un primo momento erronea in quanto non corrispondeva a nessun soggetto di possibile rilevanza ai fini delle indagini. Tuttavia, in data 12.1.93, il Di Maggio, nel corso di uno dei sopralluoghi effettuati con il mar.llo Rosario Merenda del gruppo 2 del Nucleo Operativo, ne indicò l’abitazione in via San Lorenzo, sicché si pensò di mostrargli la fotografia di un certo Salvatore Biondino, residente in quella stessa zona e già all’attenzione delle forze dell’ordine: questa intuizione investigativa consentì l’identificazione del Biondolillo proprio nel suddetto Biondino (v. deposizione di Marco Minicucci all’ud. del 25.5.05).

Quanto a Giuseppe, detto Pino, Sansone, si accertò inizialmente l’esistenza, tramite accertamenti anagrafici, di circa sedici individui che avevano quelle stesse generalità.

Il mar.llo Merenda, come attestato nelle relazioni di servizio a sua firma del 12 e 13.1.93 (riferite alle attività svolte nella notte del giorno precedente, all. n. 2 doc. difesa Mori), fu incaricato di eseguire, personalmente, i sopralluoghi con il collaboratore Di Maggio sulle località che quest’ultimo aveva indicato.

A tal fine effettuò le seguenti individuazioni:

1. cancelletto alla via Uditore n. 13/a (cd. Fondo Gelsomino), che veniva riconosciuto come quello di pertinenza della vecchia casa ove il Di Maggio aveva dichiarato di aver visto entrare il Riina circa cinque anni addietro in compagnia di Raffaele Ganci;

2. villino La Barbera in via Castellana;

3. casa “Pauluzzu” in via Mammana;

4. via Casa Del Sole dove il Di Maggio riconosceva esservi l’impresa di calcestruzzi Buscemi;

5. Casa Del Sole, via Villaba, dove ubicava il pollaio usato dal Riina per i suoi incontri;

6. l’abitazione di Salvatore Biondolillo e cugino in zona S. Lorenzo;

7. uffici del Sansone ubicati nel condominio di via Cimabue n. 41 (individuati solo alle ore 23 del 12.1.93);

8. casa in via Asmara; 9. villino a 300 metri dalla chiesa ed abitazione in località Aquino che non era possibile individuare.

Per come ha riferito il teste Merenda (ud. 16.5.05), il Di Maggio aveva anche individuato un altro luogo di pertinenza di Giuseppe detto Pino Sansone: lo stabile sito in via Bernini dove risiedevano gli uffici di alcune sue società, che era situato a circa 200/300/400 metri più avanti, sulla sinistra, rispetto al complesso che solo in seguito verrà localizzato ai nn. 52/54 di via Bernini.

A quel punto l’individuazione di Giuseppe (Pino) Sansone era completata e consentiva di identificarlo in uno dei fratelli Sansone, imprenditori edili e titolari di diversi organismi societari, tra i quali la Sicor, l’Agrisan, la Icom, l’edilizia Sansone tutti aventi sede in via Cimabue n. 41, e la Sicos con sede a via Bernini n. 129 (cfr. decreti di perquisizione e verbali di sequestro del 2 e 3 febbraio 1993, all. n. 29 doc. difesa De Caprio).

L’ATTENZIONE SI SPOSTA SUI SANSONE

Il cap. Sergio De Caprio decise di concentrare l’attenzione investigativa proprio su questi individui, e ciò per tre ordini di ragioni.

La prima, in quanto quel “Pino” era stato indicato dal Di Maggio come la persona che accompagnava il Riina nei suoi spostamenti, assieme a Raffaele Ganci il quale, tuttavia, già sotto osservazione del Ros da ottobre 1992 (ed il servizio sarebbe continuato sino alla data del suo arresto nel giugno 1993) non era mai stato visto in compagnia del Riina, né aveva fornito elementi utili per la sua individuazione; la seconda, perché il nominativo Sansone era già emerso, come riferito dall’imputato e confermato anche dalla dott.ssa Ilda Boccassini (sentita all’ud. del 21.11.05), nel corso del processo Spatola Rosario + 74 (sentenza n. 1395 del 6.6.1983), per cui si trattava di soggetti che già da tempo intrattenevano contatti con l’organizzazione criminale; la terza, in quanto Domenico Ganci, nel corso di quel pedinamento eseguito dalla sua sezione il 7.10.92, aveva fatto perdere le sue tracce proprio in via Giorgione, ovvero in una via limitrofa a quelle ove – si era scoperto - erano ubicati i loro uffici.

Conseguentemente, dal 13.1.93 furono sottoposte ad intercettazione telefonica (cfr. verbale relativo alle operazioni di ascolto, all. n. 27 doc. difesa De Caprio) le utenze intestate a Sansone Gaetano, alla moglie Matano Concetta, alla sua ditta individuale ed alle società a r.l. Sicos, Sicor, Soren, nonché quella intestata alla ditta individuale Sansone Giuseppe.

Nella stessa giornata (13 gennaio), il mar.llo Santo Caldareri, in servizio alla prima sezione del Ros, eseguì (come riferito all’udienza del 29.6.05), su ordine del suo comandante De Caprio, approfonditi accertamenti anagrafici e documentali sui fratelli Sansone, dai quali emerse che Giuseppe, pur risiedendo come gli altri in via Beato Angelico n.51, era titolare di un’utenza telefonica fissa numero 0916761989 sita in via Bernini nn. 52/54.

Questo dato risultò importantissimo per l’imputato De Caprio, in quanto il prolungamento di quella via Giorgione, dove ad ottobre si era dileguato il Ganci, andava a terminare proprio su via Bernini, in prossimità del numero civico 52/54: ne risultava, anche per questa via, confermato il sospetto circa l’importanza che i Sansone avrebbero potuto avere per le attività investigative che il Ros aveva in corso, prima fra tutte quella diretta alla ricerca del Riina.

L’imputato inviò, nel pomeriggio di quello stesso 13 gennaio 1993, due componenti del suo gruppo, i mar.lli Riccardo Ravera e Pinuccio Calvi (coma da loro deposto all’udienza del 15.6.05), ad effettuare un sopralluogo presso quel numero civico di via Bernini, ove i due operanti accertarono l’esistenza di un complesso di villette, cui si accedeva tramite un cancello automatico che consentiva il passaggio delle auto, nonché, sul citofono, il nominativo dei Sansone e delle rispettive mogli.

Pertanto, risultava accertato che i Sansone, pur risiedendo formalmente altrove, abitavano in quel complesso residenziale.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

La prudenza del capitano “Ultimo” sui possibili covi del boss. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 20 gennaio 2023

Il capitano Sergio De Caprio riteneva, avendo cognizione diretta dal punto di vista operativo delle indagini, che fosse più utile e proficuo, in vista di futuri risultati, evitare iniziative dirette sul campo che avrebbero potuto mettere in allarme l’organizzazione mafiosa e vanificare le attività in corso...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Venne allora inoltrata alla procura della Repubblica una richiesta urgente di autorizzazione all’intercettazione telefonica dell’utenza fissa di titolarità del Sansone, localizzata all’interno del complesso, in merito alla quale le operazioni di ascolto iniziarono il giorno seguente, 14.1.93, alle ore 16.50 (cfr. verbale relativo alle operazioni di ascolto, all. n. 27 difesa De Caprio), protraendosi sino al 20.1.93, data in cui verrà emesso dalla Procura della Repubblica un decreto di revoca.

In quei giorni, sino alla data dell’arresto di Salvatore Riina, si svolgevano con cadenza quotidiana riunioni operative tra i due gruppi della territoriale ed il Ros, alla presenza dell’Autorità Giudiziaria, al fine, fondamentale per il buon esito delle iniziative intraprese, dello scambio di informazioni e del raccordo dell’attività svolta.

Una di queste ebbe luogo proprio quello stesso 13.1.93, con il proposito specifico di fare il punto sulle indagini relative ai luoghi che il Di Maggio aveva riconosciuto e di decidere gli sviluppi investigativi che andavano intrapresi.

Tra questi luoghi, l’attenzione era senz’altro focalizzata sul cd. “fondo Gelsomino”, che il Di Maggio aveva prima indicato come area nella quale si trovava la vecchia casa dove aveva visto entrare il Riina in compagnia di Raffaele Ganci, anni addietro, e poi aveva esattamente individuato in sede di sopralluogo nella via Uditore n. 13/a.

Nel corso della suddetta riunione, il vicecomandante col. Cagnazzo ed il procuratore aggiunto dott. Vittorio Aliquò proposero, di comune accordo, di eseguire una perquisizione del manufatto che si trovava all’interno del fondo, il quale, nel frattempo, era già stato oggetto di riprese fotografiche effettuate per via aerea.

DUE “ORIENTAMENTI” INVESTIGATIVI

In quest’occasione emersero per la prima volta due diversi orientamenti investigativi, tra loro contrapposti: l’uno, portato avanti dai superiori gerarchici della territoriale e dalla procura, favorevole ad un’azione immediata sul territorio; l’altro, sostenuto dal magg. Domenico Balsamo e dal cap. Sergio De Caprio che, invece, riteneva, avendo cognizione diretta dal punto di vista operativo delle indagini, fosse più utile e proficuo, in vista di futuri risultati, evitare iniziative dirette sul campo che avrebbero potuto mettere in allarme l’organizzazione mafiosa e vanificare le attività in corso. Anche perché le vedute aeree del sito non avevano evidenziato movimenti di una qualche utilità investigativa e dunque non poteva esservi alcuna certezza sulla presenza in loco del latitante Riina, che il Di Maggio vi aveva visto ben cinque anni addietro.

Il De Caprio, come riferito in sede di esame, propose di non procedere con la perquisizione ed invece concentrare le investigazioni sui Sansone, da lui ritenuti, per i motivi già innanzi esposti, soggetti di particolare rilevanza nell’ambito delle indagini che stavano conducendo, riuscendo ad ottenere, all’esito della discussione, l’autorizzazione a mettere sotto osservazione il complesso di via Bernini, purché assicurasse analogo servizio anche sul “fondo Gelsomino” che rimaneva, per l’Autorità Giudiziaria, il principale obiettivo.

In proposito, il dott. Aliquò (sentito all’ud. del 3.10.05) ha dichiarato di non ricordare che nel corso della riunione venne menzionata via Bernini, ma poiché ha anche riferito di una discussione avuta con il Ros circa le modalità del servizio di osservazione che ivi andava eseguito nei giorni seguenti (v. al prossimo par.), appare certo che il sito, che era stato appena individuato, fu effettivamente uno degli argomenti trattati nel corso della riunione suddetta.

Come convenuto, il 14.1.93 il mar.llo Orazio Passante (v. dichiarazioni rese all’ud. del 15.6.05), in servizio alla prima sezione del Ros, iniziò alle ore 6.00 un servizio di osservazione sul fondo di via Uditore, a bordo di un furgone attrezzato con telecamera, video riprendendo movimenti di contadini che trasportavano frutta. Al calar del buio, non permanendo più le condizioni di visibilità, chiese ed ottenne di rientrare in caserma; il giorno seguente fu dispensato dal servizio per motivi di salute.

 SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Pedinamenti e telecamere per seguire l’uomo che teneva nascosto il suo capo. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 21 gennaio 2023

La telecamera, però, era in grado di riprendere solo per pochi metri il viale interno e dunque non era possibile “seguire” le auto che vi transitavano sino alle singole unità immobiliari. La scelta della tecnologia da impiegare per l’effettuazione delle video riprese era di pertinenza esclusiva del ROS, che ritenne che il mezzo più appropriato non fosse una telecamera fissa..

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Quello stesso 14 gennaio, alle ore 6.53, un altro appuntato della sezione, Giuseppe Coldesina, si era appostato, su ordine di Sergio De Caprio, all’interno di un furgone dotato di telecamera di fronte al cancello di ingresso al complesso immobiliare di via Bernini.

L’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare le modalità di espletamento del servizio di osservazione: un furgone, dotato di telecamera interna, venne posizionato a circa una decina di metri dal cancello, di tipo automatico, che consentiva sia l’ingresso che l’uscita delle autovetture dalla via principale al viale interno del residence, conducente alle varie villette da cui era costituito.

La telecamera, però, era in grado di riprendere solo per pochi metri il viale interno e dunque non era possibile “seguire” le auto che vi transitavano sino alle singole unità immobiliari, alle quali erano dirette o dalle quali uscivano; pertanto, non era neppure possibile stabilire quante fossero le villette esistenti nel residence (v. dichiarazioni rese dal Coldesina all’ud. del 25.5.05, nonché le deposizioni dei magg. Balsamo e mar.llo Merenda che visionarono le immagini filmate e dei dott.ri Aliquò e Caselli ).

La scelta della tecnologia da impiegare per l’effettuazione delle video riprese era di pertinenza esclusiva del Ros, il quale ritenne che il mezzo più appropriato in considerazione dello stato dei luoghi non fosse una telecamera fissa, che avrebbe avuto bisogno di un adeguato supporto logistico, quale un palo della luce o altro, e di idonea copertura per rendersi invisibile, bensì una mobile, che poteva essere facilmente occultata all’interno di un automezzo; così come era stato fatto anche nell’indagine sui Ganci.

È stato chiarito dal magg. Balsamo, dal cap. Minicucci (sentito all’ud. del 25.5.05) e dai dott.ti Aliquò e Caselli, che i dettagli tecnici relativi a come dovesse essere eseguita l’osservazione non erano noti né alla territoriale né alla Procura, proprio perché rimessi alla valutazione discrezionale della sezione che doveva porre in essere l’attività (v. prossimo par.).

Quel 14.1.93, tutto era stato predisposto per assicurare il controllo ed il pedinamento di Giuseppe Sansone, che era stato individuato all’interno del residence e che il Di Maggio aveva indicato come fiancheggiatore del Riina, nonché l’osservazione di tutti coloro che fossero pervenuti o fuoriusciti dal complesso di via Bernini.

Uno degli uomini della squadra di “appoggio” provvide a parcheggiare il furgone, con all’interno l’app.to Coldesina, nel luogo prestabilito, di fronte al cancello di ingresso, dal quale si allontanò a piedi per essere recuperato da altra autovettura; i mar.lli Pinuccio Calvi e Riccardo Ravera (cfr. deposizione resa all’udienza del 15.6.05), assieme ad altri colleghi della sezione, si occuparono personalmente del pedinamento del Sansone, che fu visto uscire a bordo di una Fiat Tipo.

Presto i predetti si resero conto che sarebbe stato impossibile proseguire il servizio senza essere notati, a causa del comportamento particolarmente guardingo ed accorto del sopra nominato individuo, che procedeva a bassissima velocità e addirittura si fermava per guardare chi vi fosse all’interno delle auto che lo sorpassavano.

LA RIUNIONE SERALE

Pertanto, nel pomeriggio, comunicarono al cap. De Caprio la necessità di sospendere le attività di pedinamento per evitare di essere scoperti e fecero rientro in caserma.

Il servizio di video sorveglianza, invece, continuò sino alle ore 16.58, quando un altro componente della sezione andò a prelevare il furgone, al cui interno era celato il Coldesina, per ricondurlo in caserma, ove l’appuntato relazionò il comandante sul servizio svolto, consegnandogli le videocassette delle registrazioni effettuate senza segnalargli nulla di particolare (non conosceva le sembianze fisiche della Bagarella, moglie del Riina, e del Di Marco, che sarebbero stati individuati, poche ore dopo, dal Di Maggio); il cap. De Caprio prese in consegna le cassette e gli ordinò di riprendere il servizio la mattina seguente.

Quella sera stessa, in caserma, (come riferito dai protagonisti) il magg. Domenico Balsamo, su ordine dell’allora vice comandante col. Cagnazzo che gli aveva chiesto di verificare se dal servizio di osservazione fosse emerso qualche elemento utile, il suo collaboratore mar.llo Rosario Merenda, il cap. De Caprio e Baldassare Di Maggio, appositamente convocato per riconoscere nelle persone video riprese eventuali personaggi di interesse investigativo, procedettero alla visione dei filmati.

Non vi partecipò, invece, il comandante del gruppo 1 del nucleo operativo cap. Marco Minicucci, che andò via prima che avesse inizio l’attività a causa – come ha riferito in dibattimento – di non meglio precisate “incomprensioni” maturate con i colleghi sulla gestione del collaboratore, affidata alla sua responsabilità.

In quegli stessi locali dove si trovavano riuniti si affacciò anche il capitano De Donno, allora comandante della II sezione del Ros, che si limitò a salutare i colleghi, senza prendere alcuna parte a quanto vi si stava svolgendo. Giuseppe De Donno era infatti arrivato a Palermo nella stessa giornata, dovendo, la mattina successiva (15.1.93), rendere testimonianza nel cd. processo “mafia appalti”, in corso contro Angelo Siino ed altri. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Il grande colpo dei carabinieri e Totò Riina è in trappola. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 22 gennaio 2023

La notizia dell’arresto di Salvatore Riina provocò anche un comprensibile stupore per la velocità con cui si era giunti a quel risultato straordinario. Anche le modalità che l’avevano reso possibile erano straordinarie, sia perché il Riina non aveva opposto resistenza, sia perché la collaborazione del Di Maggio era iniziata appena sei giorni prima...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini.

Baldassare Di Maggio riconobbe, nelle immagini che stava visionando, uno dei figli di Salvatore Riina, la moglie “Ninetta” Bagarella e l’autista Vincenzo De Marco, che lo stesso magg. Balsamo, in quanto comandante del gruppo 2 del Nucleo Operativo, aveva inutilmente ricercato a S. Giuseppe Iato, mediante servizio svolto dal personale locale, quella stessa mattina del 14 gennaio.

La scoperta dei familiari del latitante e di colui che era incaricato di portarne i figli a scuola in quel complesso di via Bernini, che era stato posto sotto osservazione in quanto luogo di pertinenza di Giuseppe Sansone, costituì per tutti una enorme quanto insperata sorpresa, che poteva consentire, finalmente, di stringere il cerchio attorno al noto boss.

All’alba del 15.1.93, quando ebbero finito dopo diverse ore di vedere tutti i filmati, il magg. Balsamo ed il cap. De Caprio decisero che il nuovo servizio si sarebbe dovuto svolgere con la presenza fisica del Di Maggio sul furgone, assieme all’appuntato Coldesina (cui furono mostrati i fotogrammi relativi alla Bagarella ed a Di Marco), in modo da assicurare anche un’osservazione diretta ed immediata delle persone che potevano accedere al complesso o che ne sarebbero fuoriuscite.

Furono, quindi, impartite le successive disposizioni. Tutti gli uomini della sezione – che furono per l’effetto messi a conoscenza, nelle prime ore della mattinata, dal De Caprio di quanto era emerso – si sarebbero posizionati nella zona - cosa che, contrariamente a quanto era avvenuto il giorno prima, avrebbe fatto anche l’imputato - pronti ad eseguire tutti gli eventuali pedinamenti e le attività che si fossero rese necessarie.

Il servizio, difatti, si prestava a diversi esiti, in quanto la presenza della Bagarella, dei figli e del De Marco non significava necessariamente che nel complesso di via Bernini vi abitasse anche lo stesso Riina, ben potendo la donna recarsi ad incontrare il marito all’esterno del residence, dove invece il boss poteva aver scelto di fare alloggiare la famiglia per ragioni di sicurezza. L’obiettivo immediato e certo era dunque pedinare la moglie e l’autista del Riina, mentre ogni altra eventualità rappresentava in quel momento solo un’ipotesi e come tale fu presa in considerazione. Vista l’ora tarda, i due comandanti convennero di non relazionare.

UN ARRESTO NON “IMMEDIATO”

Immediatamente i propri superiori circa gli esiti emersi dalle riprese filmate ma di provvedervi più tardi nel corso della mattinata, come il cap. Sergio De Caprio poi in effetti fece, comunicando le novità al col. Mario Mori il quale, a sua volta, prima dell’arresto del Riina, ne rese edotto il magg. Mauro Obinu, come da questi riferito in dibattimento.

Il magg. Domenico Balsamo, invece, quando incontrò i propri superiori all’arrivo in ufficio, verso le 7.30, preferì – come dallo stesso dichiarato in aula – rinviare ad un momento più opportuno la dovuta comunicazione circa gli sviluppi delle indagini, sia perché troppe persone erano presenti sia perché non v’era alcuna certezza, bensì solo la speranza, che si potesse arrivare alla localizzazione di Salvatore Riina, il quale, invece, inopinatamente, sarebbe stato arrestato dopo neppure un paio d’ore.

Il verbale redatto e sottoscritto dall’app.to Giuseppe Coldesina (cfr. all. n. 23 doc. difesa De Caprio) fotografa esattamente quali attività di osservazione furono compiute il 15.1.1993:

alle ore 8.52 Salvatore Biondino, che ancora non era stato individuato, entrò nel complesso e ne uscì alle ore 8.55 in compagnia del Riina, seduto sul lato passeggero;

Baldassare Di Maggio li riconobbe ed il Coldesina informò immediatamente via radio il comandante De Caprio che con i suoi uomini procedette all’arresto alle ore 9.00 su v.le Regione Siciliana, altezza P.le Kennedy, a circa 800 metri di distanza dal complesso di via Bernini.

In ordine al motivo per il quale l’arresto non venne eseguito immediatamente ma si aspettò qualche minuto, quando ormai l’auto si era allontanata approssimandosi alla rotonda del Motel Agip, il teste mar.llo Calvi, che si trovava sulla stessa auto con il cap. Sergio De Caprio, ha riferito che ciò avvenne in quanto solo in quel momento maturarono le condizioni di sicurezza per potere intervenire, essendosi venuta a trovare l’auto sulla quale viaggiava il Riina ferma dietro ad altre autovetture.

Il Coldesina, cui nel frattempo era stata data la notizia dell’arresto, ricevette l’ordine di continuare il servizio, che difatti proseguì con le stesse modalità e dunque con la presenza del Di Maggio sino alle ore 16.00, quando gli venne comunicato che un collega sarebbe giunto a prelevare il furgone e li avrebbe riportati in caserma.

I testimoni mar.lli Santo Caldareri e Pinuccio Calvi hanno riferito che quella sera stessa commentarono con il De Caprio quanto era successo ed il capitano espresse l’intenzione di non proseguire il servizio l’indomani, per ragioni di sicurezza per il personale, ed anche – ha riferito il Caldareri – in considerazione del comportamento che aveva tenuto Giuseppe Sansone il giorno prima e delle investigazioni che dovevano essere proseguite nei suoi confronti.

In altre parole c’era l’elevata probabilità che il Sansone scoprisse il dispositivo di osservazione, se fosse stato immediatamente ripristinato il giorno seguente. Come testimoniato da coloro che erano presenti (più avanti citati), quella mattina, nella caserma Buonsignore, la notizia dell’arresto di Salvatore Riina provocò un clima di grande agitazione e fermento che si diffuse rapidamente tra tutti, assieme al comprensibile entusiasmo con cui fu accolta sia da parte dell’Autorità Giudiziaria che delle varie articolazioni dell’Arma, e ad un altrettanto comprensibile stupore per la velocità con cui si era giunti a quel risultato straordinario ed al contempo insperato in così breve tempo.

Anche le modalità che l’avevano reso possibile erano straordinarie, sia perché il Riina non aveva opposto resistenza, sia perché la collaborazione del Di Maggio era iniziata appena sei giorni prima.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Perquisire o non perquisire il covo? Gli investigatori si dividono. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 23 gennaio 2023

Fu in quel contesto che iniziarono ad emergere due diverse linee d’azione: quella che sosteneva la necessità di irrompere immediatamente nel complesso di via Bernini; l’altra, sostenuta dal ROS e dal De Caprio in particolare, che invece riteneva si aprisse la possibilità di svolgere ulteriori indagini, sfruttando l’effetto sorpresa...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

In caserma, quando la notizia iniziò a circolare, accorsero, numeRosissimi, magistrati ed ufficiali dei CC; tra gli uni, il nuovo Procuratore della Repubblica dott. Giancarlo Caselli, che si insediava proprio quel giorno, il procuratore aggiunto dott. Aliquò, i dott.ri Lo Voi, Spallitta, il sostituto procuratore di turno dott. Luigi Patronaggio, tra gli altri, il col. Sergio Cagnazzo ed il comandante della Regione Sicilia gen. Cancellieri, il magg. Mauro Obinu, il comandante del Ros gen. Antonio Subranni, il vice comandante operativo col. Mori, dal quale tutti avevano ricevuto la notizia, e poi i comandanti dei gruppi 1 e 2 del Nucleo Operativo ed, ancora, il cap. Giuseppe De Donno ed il mar.llo Rosario Merenda.

La concitazione di quei momenti, il gran numero di individui che affollava il cortile dove tutti si erano informalmente riuniti e ritrovati, spiega – come riferito da tutti i testimoni che vi presero parte – il perché non si svolse alcuna riunione di carattere formale, sostituita, di fatto, da discussioni, che ormai evidentemente si concentravano “sul che fare ora” e come pRoseguire l’azione di contrasto a “cosa nostra”, e che avvenivano proprio in quel medesimo contesto di luogo, di tempo e di persone.

Fu in quel contesto, dunque, che iniziarono ad emergere e profilarsi, come riferito dalle testimonianze acquisite e come si legge nella nota successivamente scritta dal dott. Caselli in data 12.2.93 (all. f produzione documentale P.M., acquisita all’ud. del 9.5.05), due diverse linee d’azione: quella che sosteneva la necessità di irrompere immediatamente nel complesso di via Bernini, individuare la villa da cui era uscito il latitante e procedere alla sua perquisizione, l’altra, sostenuta dal Ros e dal De Caprio in particolare, che invece riteneva si aprisse la possibilità di svolgere ulteriori indagini, sfruttando l’effetto sorpresa, costituito dal fatto che, essendo stato catturato il boss alla rotonda del motel Agip invece che all’uscita dal complesso di via Bernini, gli altri affiliati a “cosa nostra” non avrebbero potuto mettere in collegamento l’arresto con quel sito e dunque non sarebbero stati in grado di risalire a come i carabinieri erano riusciti a localizzare Salvatore Riina.

LA CONFERENZA STAMPA DI CANCELLIERI

Questa seconda linea fu quella adottata in sede di conferenza stampa, nel corso della quale il generale Cancellieri riferì la versione concordata, secondo cui il Riina era stato intercettato, casualmente, a bordo della sua auto guidata da Salvatore Biondino mentre transitava sul piazzale antistante il Motel Agip. Nessun riferimento venne fatto a via Bernini ed a tutta l’attività che ivi era stata espletata.

Tuttavia – come emerge dalle deposizioni rese, che pure non hanno potuto scandire con chiarezza come si succedettero le varie determinazioni – l’idea di procedere alla perquisizione era tuttora “in piedi” al momento della conferenza stampa, ed anzi il dott. Luigi Patronaggio, in quanto pubblico ministero di turno, già nella mattinata aveva, d’accordo con il dott. Giancarlo Caselli, predisposto i relativi e necessari provvedimenti, così come già era stata disposta la costituzione di due squadre, con gli uomini dei gruppi 1 e 2 del Nucleo Operativo guidati dal magg. Balsamo e dal cap. Minicucci, che avrebbero dovuto procedere dapprima agli accertamenti sui luoghi ed in seconda battuta, una volta individuata la villa, alla perquisizione.

Le squadre, che ormai in tarda mattinata erano pronte, rimasero in attesa, nel cortile della caserma, dell’ordine di partire che tuttavia non arrivava.

A quel punto si era fatta ora di pranzo, per cui i magistrati e gli ufficiali dell’Arma, ad eccezione del col. Cagnazzo, che si era allontanato per occuparsi del trasferimento del Riina in un luogo di sicurezza, e del gen. Subranni, cui spettava la redazione delle comunicazioni da inviare agli organi istituzionali, decisero di fermarsi al circolo ufficiali.

Nel frattempo, subito dopo la conferenza stampa – come dichiarato dal cap. De Donno, da Attilio Bolzoni (ud. 11.7.05) e da Saverio Lodato (ud. 26.9.05) – Giuseppe De Donno, che quella mattina era stato a testimoniare nel processo cd. “mafia-appalti”, era intento a conversare con alcuni giornalisti (Felice Cavallaro del Corriere della Sera, il Bolzoni ed il Lodato).

In questo contesto, ebbe a profferire la frase - poi pubblicata sul Corriere della Sera e da lì ripresa su altre testate - secondo cui “qualcuno per la vergogna sarebbe dovuto andare via da Palermo”, frase che gli esponenti della stampa misero all’epoca in diretto collegamento con l’arresto di Riina e che successivamente - quando ormai sarebbe stato noto che il cd. “covo”, invece di essere perquisito dalle forze dell’ordine, era stato svuotato da ogni cosa ad opera di terzi di fatto lasciati liberi di agire indisturbati – sarebbe stata riletta proprio in correlazione con la vicenda della mancata perquisizione.

In dibattimento, il teste De Donno ha chiarito che in realtà quella frase non aveva alcuna attinenza con l’arresto di Salvatore Riina, vicenda alla quale era rimasto completamente estraneo, ma si riferiva alle indagini condotte dalla sua sezione, che erano sfociate nel rapporto cd. “mafia-appalti”.

I giornalisti ignoravano, invece, che egli non avesse preso parte alle indagini relative alla cattura del Riina e, visto il contesto nel quale il capitano aveva rilasciato quella esternazione, la misero in diretta correlazione con la “notizia del giorno” e, successivamente, con le anomalie che la contraddistingueranno.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

I magistrati accettano la richiesta del Ros, la perquisizione non si fa. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 24 gennaio 2023

La procura scelse di aderire alle richieste avanzate dal Ros e di assumere il rischio di ritardare la perquisizione, convenendo - ha precisato il dott. Aliquò - di aspettare non oltre le 48 ore. Sul punto, il dott. Caselli fece riferimento all’assicurazione, fornita da ufficiali del Ros il mattino e ribadita specificatamente dal De Caprio nel corso del pranzo, di un “costante ed attento controllo” su tutti i luoghi d’indagine e sul complesso di via Bernini...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Invero, considerato il momento temporale nel quale avvenne questo colloquio (tarda mattinata, dopo la conferenza stampa come hanno riferito concordemente i citati testi), appare evidente che il cap. De Donno non potesse certo alludere a circostanze connesse alla mancata perquisizione del cd. “covo”, che ancora non era stata decisa.

Difatti, nello stesso frangente temporale, il cap. Minicucci si trovava nel cortile della caserma, pronto a partire per via Bernini, quando incontrò l’imputato De Caprio, che gli domandò cosa stesse succedendo; gli rispose che aveva ricevuto l’incarico di procedere agli accertamenti sul complesso immobiliare ed alla perquisizione della villa abitata dal Riina, una volta che fosse stata individuata.

L’imputato, che dal punto di vista gerarchico era suo superiore, gli disse di aspettare perché si doveva valutare l’opportunità di procedere all’operazione (cfr. deposizione resa dal Minicucci); quindi si recò al circolo ufficiali, dove si erano riuniti per pranzare sia i magistrati della Procura che gli ufficiali della territoriale e del Ros, e lì ribadì quella che era la linea d’azione che secondo lui andava seguita, già espressa nella mattinata prima della conferenza stampa, ovvero non dare luogo alla perquisizione e sfruttare il fatto che l’arresto del Riina fosse stato fatto apparire come casuale.

La contrapposizione tra i due orientamenti investigativi sopra delineati avvenne, dunque, in due momenti temporali distinti, e cioè sia prima che dopo la conferenza stampa, come si evince chiaramente dalla nota del 12.2.93, inviata dal dott. Caselli sia al Ros che alla territoriale, per richiedere chiarimenti sulla vicenda.

Nella nota, il Procuratore distingue due momenti diversi, riferendo che “nelle ore successive all’arresto del Riina, vari ufficiali dell’Arma, in particolare del Ros, ebbero a manifestare che i vari luoghi di interesse per le indagini, in particolare il complesso immobiliare (di via Bernini), erano sotto costante ed attento controllo e che era assolutamente indispensabile, per non pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni, che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e quella operativa facente capo al Riina, evitare ogni intervento immediato, o comunque affrettato”; nel pomeriggio, poi, il De Caprio “addusse le medesime ragioni per richiedere espressamente che non venisse eseguita la perquisizione”, e la richiesta fu accolta.

L’episodio del pranzo, con le frasi che ivi il col. Mori ed il cap. De Caprio ebbero a pronunziare, costituisce evidentemente un punto cruciale per l’esatta ricostruzione dell’intera vicenda, essendo il momento in cui, nella prospettiva accusatoria, si sarebbe manifestato l’inganno da parte degli imputati ovvero, secondo quella difensiva, si sarebbe ingenerato l’equivoco tra, da una parte, l’Autorità Giudiziaria e la territoriale, e, dall’altra, gli imputati.

Pertanto si rende necessario, ai fini di una maggiore intellegibilità della vicenda – sulla quale in questa sede si omette ogni valutazione che sarà esaminata nella parte conclusiva di questa sentenza – riportare esattamente le diverse versioni, per come riferite da ciascun protagonista, in merito ai termini con i quali avvenne questo scambio di opinioni ed a come si pervenne alla decisione finale di non dare più seguito alla perquisizione già predisposta.

DIVERSE VERSIONI

Il dott. Vittorio Aliquò ha dichiarato che ad un certo punto - durante il pranzo cui stavano partecipando numerosi magistrati ed ufficiali dell’Arma in un clima di confusione e di concitazione generale - sopraggiunse Sergio De Caprio il quale manifestò vivo “disappunto” per la decisione che era stata presa di procedere alla perquisizione, aggiungendo che così si rischiava di far fallire tutta l’operazione.

Disse, infatti, che, come avevano fatto in precedenti esperienze, mantenere l’osservazione, senza alcun intervento operativo immediato, avrebbe potuto portare risultati investigativi di gran lunga maggiori, consentendo di scoprire dove il gruppo corleonese avesse i propri interessi economici ed associativi, od individuare eventuali altre persone, anche insospettabili, che si fossero “allertate”, recandosi al complesso, per verificare come le forze dell’ordine erano pervenute all’individuazione del Riina e pianificare eventuali ulteriori azioni criminose da intraprendere. Tale proposta fu condivisa anche dal col. Mori che godeva, come il capitano d’altronde, della massima stima e fiducia degli inquirenti.

Sentimenti che si erano altresì fortificati ed incrementati con l’eccezionale risultato dell’arresto del Riina, evento tanto più eccezionale se parametrato non solo alla “caratura” del personaggio catturato, ma al momento storico in cui era avvenuto, particolarmente critico per le istituzioni umiliate dalle stragi dell’estate precedente, ed alle modalità di luogo e di tempo del tutto particolari con le quali si era realizzato, nella città di Palermo, senza neppure la necessità di intraprendere un conflitto armato, appena sei giorni dopo il concreto avvio delle indagini costituito dalle rivelazioni del Di Maggio.

Si poneva, dunque, una delicata scelta di politica investigativa, tra l’agire subito ovvero ritardare ogni iniziativa diretta sul sito, per mantenerlo sotto osservazione in attesa di auspicabili sviluppi ancora più soddisfacenti.

La procura scelse di aderire alle richieste avanzate dal Ros e di assumere il rischio di ritardare la perquisizione, convenendo - ha precisato il dott. Aliquò - di aspettare non oltre le 48 ore.

Sul punto, il dott. Caselli ha dichiarato in dibattimento che il perimetro dei suoi ricordi è solo quello cristallizzato nella nota redatta il 12.2.93, ove fece riferimento all’assicurazione, fornita da ufficiali del Ros il mattino e ribadita specificatamente dal De Caprio nel corso del pranzo, di un “costante ed attento controllo” su tutti i luoghi d’indagine e sul complesso di via Bernini in merito ai quali, nella prospettazione del Ros, “era assolutamente indispensabile, per non pregiudicare ulteriori importanti acquisizioni, che dovevano consentire di disarticolare la struttura economica e quella operativa facente capo al Riina, evitare ogni intervento immediato, o comunque affrettato”. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Il piano di ”Ultimo”: indagare sui Sansone e sui suoi complici. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 25 gennaio 2023

La scelta del Ros fu quella di “far raffreddare i luoghi”, in attesa di una ripresa delle attività investigative quando le condizioni di recuperata “tranquillità” dell’area lo avessero consentito, e, cioè, quando i Sansone avessero ripreso i loro normali contatti, cosa che però non avvenne mai...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Il medesimo dott. Caselli, tuttavia, non ha saputo precisare i termini di tale rinvio e, difatti, non venne concordato un preciso momento finale, trascorso il quale, in difetto di nuove acquisizioni investigative provenienti dall’osservazione del complesso, si sarebbe dovuto procedere alla perquisizione, ma tale valutazione fu rimessa all’esito degli sviluppi dell’operazione che – si credeva – il Ros avrebbe portato avanti.

Operazione complessa, “che voleva i suoi tempi” – ha dichiarato il dott. Caselli – atteso lo stato dei luoghi (non era noto da quale villetta, delle numerose ivi esistenti, fosse uscito il Riina) e la “ben ipotizzabile presenza di pezzi dell’organizzazione nei pressi e nei dintorni”.

Che la rivalutazione della decisione di soprassedere all’immediata perquisizione fosse affidata a quelle che sarebbero state le risultanze dell’operazione condotta dal Ros è stato confermato anche dal magg. Domenico Balsamo, il quale ha riferito che, quando ormai erano state approntate le squadre che avrebbero dovuto procedere alla perquisizione, sopraggiunse il De Caprio, dicendo che sarebbe stato più utile sfruttare il vantaggio costituito dal fatto che il collegamento tra il Riina e via Bernini non era stato reso noto e, quindi, proseguire l’osservazione ed il controllo sul complesso.

A suo dire, in questo modo, sarebbe stato possibile anche arrivare al cuore degli interessi economici di “cosa nostra” e disarticolare la struttura imprenditoriale facente capo ai Sansone che di quella costituiva proiezione diretta nel circuito affaristico.

Il magg. Mauro Obinu, all’epoca dei fatti comandante del reparto criminalità organizzata del Ros, ha riferito che nell’occasione del pranzo si profilarono due prospettive di lavoro, quella “a caldo”, sostenuta da qualche magistrato e dai suoi colleghi della territoriale, che voleva entrare subito nel comprensorio di via Bernini e vedere cosa si sarebbe trovato, l’altra, da lui stesso sostenuta assieme al De Caprio, che propugnava, in modo peraltro fedele allo spirito iniziale delle attività investigative, di astenersi da alcun movimento sul territorio, al fine di sviluppare un’attività d’indagine di medio-lungo periodo sull’obiettivo Sansone, che sin dall’inizio era stato l’oggetto del servizio di osservazione svolto in via Bernini.

Ciò nell’intento di giungere alla destrutturazione della leadership corleonese, attraverso l’intelligente sfruttamento di quel dato – via Bernini in correlazione con gli imprenditori Sansone – che “cosa nostra” ignorava fosse stato acquisito al loro patrimonio informativo.

Nei giorni seguenti, ha aggiunto il teste, la scelta del Ros fu quella di “far raffreddare i luoghi”, in attesa di una ripresa delle attività investigative quando le condizioni di recuperata “tranquillità” dell’area lo avessero consentito, e, cioè, quando i Sansone avessero ripreso i loro normali contatti, cosa che però non avvenne mai perché le perquisizioni al cd. “fondo Gelsomino” del 21.1.93 ed a “Casa del Sole” vanificarono, a suo dire, questi intenti, così come le iniziative giudiziarie che condurranno ai primi di febbraio all’arresto dei Sansone.

In quest’ottica – ha precisato il teste – appariva scontato, e come tale non fu oggetto di alcuna specifica discussione né con il De Caprio né con altri, che non sarebbe stato possibile proseguire il servizio di osservazione con quelle modalità con le quali si stava ancora svolgendo quello stesso 15.1.93.

IMPOSSIBILE RIPOSIZIONARE IL FURGONE DELLA SORVEGLIANZA

Difatti, la conformazione dei luoghi (via Bernini presentava un andamento lineare in quel tratto, con auto parcheggiate su entrambi i lati), le caratteristiche del comprensorio (era visibile solo la cancellata di ingresso per le auto e non le singole unità immobiliari), la sua ubicazione nella zona Uditore della città, sottoposta al controllo sistematico del territorio da parte della famiglia mafiosa di appartenenza, rendeva evidente l’impossibilità di replicare, il giorno dopo l’eclatante cattura del boss corleonese, il servizio riposizionando il furgone di fronte all’ingresso del complesso.

La presenza di tale mezzo, estraneo a quelli solitamente presenti sulla via, sarebbe stata senz’altro notata – ha concluso il teste – vanificando ogni futura proiezione investigativa. Date queste premesse, il magg. Obinu ha anche negato che il De Caprio avesse motivato la proposta di non procedere alla perquisizione con il fatto che contava di vedere chi sarebbe venuto a prelevare i familiari del Riina; quanto al fatto relativo alla dismissione del servizio, ha aggiunto che ne venne a conoscenza nella serata dello stesso 15 gennaio od il giorno seguente, senza essere in grado di specificare altro.

Alla domanda se l’Autorità Giudiziaria avesse condiviso questo piano operativo di indagine strutturato sul lungo periodo, richiedendo però nel contempo al Ros anche l’espletamento di un’attività di osservazione su via Bernini e se il raggruppamento avesse assicurato che avrebbe svolto tale servizio, il teste ha risposto che la linea operativa fu autorizzata dalla magistratura con “l’ovvia necessità di mantenere un velo di contatto” con l’area di via Bernini, contatto inteso come mantenimento della presenza del furgone sul posto sino a quando fosse stato ritenuto possibile.

Il gen. Giorgio Cancellieri, comandante della Regione carabinieri Sicilia all’epoca dei fatti, ha riferito che, nelle prime ore del pomeriggio del 15 gennaio 1993, il cap. De Caprio richiese di non andare a modificare la linea che era stata seguita nella conferenza stampa, ovvero di procastinare la perquisizione per non danneggiare le indagini che il Ros stava svolgendo; si parlò, in quell’occasione, di accertamenti che andavano condotti sul patrimonio e su una serie di società aventi sede nel complesso residenziale di via Bernini.

Il cap. Marco Minicucci ha dichiarato che l’imputato De Caprio, dopo averlo bloccato nel cortile della caserma dove si trovava già pronto a partire per l’irruzione al complesso, tornò dicendogli che era stata presa la decisione di rinviare la perquisizione, per non pregiudicare le attività di osservazione in corso e le investigazioni sui Sansone che erano ancora aperte.

Il col. Sergio Cagnazzo, che non era presente al pranzo in quanto stava predisponendo il trasferimento del Riina in un carcere di sicurezza, ha riferito di aver saputo dal magg. Balsamo e dal cap. Minicucci che era stata presa la decisione di rinviare la perquisizione per sfruttare il successo che si era ottenuto con l’arresto e continuare l’attività investigativa, vedendo chi si sarebbe recato al complesso.

L’imputato De Caprio ha riferito, in proposito, che chiese, già nella mattina e poi di nuovo al pranzo, dopo avere incontrato il cap. Minicucci, di non procedere alla perquisizione perché avrebbe “bruciato” l’indagine sui Sansone, la cui utenza in via Bernini continuava ad essere intercettata, rendendo noto a “cosa nostra” l’esistenza di un collaboratore, che doveva aver fornito il nominativo degli imprenditori, altrimenti sconosciuti alle forze dell’ordine, attraverso cui si era arrivati al complesso immobiliare ed alla cattura del Riina.

L’esigenza primaria – a suo avviso – era garantire la segretezza della collaborazione del Di Maggio ed avviare anche sui Sansone un’indagine a medio-lungo termine, analoga a quella già in corso sui Ganci, in modo da arrivare, tramite i primi, a disarticolare l’intera struttura che faceva capo al Riina e così colpire gli interessi economici del gruppo criminale. Nessuno gli rappresentò una volontà diversa, ed anzi sia i magistrati che gli ufficiali dell’Arma presenti concordarono con lui sulla necessità di proseguire l’indagine, per cui la decisione di effettuare la perquisizione fu annullata.

In aderenza al suo progetto investigativo, che riteneva evidente a tutti in quanto era nota a tutti l’importanza per le indagini degli imprenditori, assicurò di proseguire l’attività di osservazione e controllo sui Sansone, cosa ben diversa e più ampia del servizio di osservazione visiva sul complesso di via Bernini.

Tra l’altro, erano note le caratteristiche morfologiche della strada, che già aveva impedito di collocare telecamere fisse – in quanto era priva di supporti adeguati ad ospitare ed occultare efficacemente mezzi di video ripresa – e che non consentivano – per la limitata ampiezza della carreggiata nonché l’ampia visibilità delle auto che si fossero parcheggiate in prossimità del civico nn. 52/54 – di farvi rimanere posizionato il furgone per un tempo prolungato e continuato, la cui presenza sarebbe stata senz’altro notata da esponenti dell’organizzazione, resi vieppiù attenti ed accorti dalla cattura del Riina.

L’imputato non ha escluso che, nella concitazione di quei momenti e nella foga di quelle discussioni, si sia parlato anche, in modo generico, di vedere dove sarebbero andati non tanto la moglie del boss, che non aveva uno specifico rilievo per le investigazioni, quanto l’autista Vincenzo De Marco, ma poi, nel pomeriggio, realizzò che per quel giorno non si poteva fare di più e che, dopo la diffusione da parte dei mezzi di informazione della notizia sull’arresto, era fortissimo il rischio che il furgone, a bordo del quale c’era pure il collaboratore, venisse notato. Le condizioni di sicurezza erano a suo avviso compromesse, per cui decise di fare rientrare il mezzo e di sospendere, per il giorno seguente, l’attività. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Equivoci e disguidi, la sorveglianza del covo è sospesa ma nessuno lo sa. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO su Il Domani il 26 gennaio 2023.

Sia la territoriale che la Procura rimasero convinte che il Ros proseguisse quella “osservazione”, sia pure non esattamente conosciuta nelle sue modalità tecniche, che aveva iniziato il 14 gennaio 1993 e che il 15 aveva portato all’arresto del Riina. Invece, come detto, nel pomeriggio di quella stessa giornata, alle ore 16.00, il furgone con a bordo l’app.to Coldesina e Baldassare Di Maggio faceva rientro in caserma su ordine dell’imputato De Caprio, ed il servizio non venne più riattivato.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Il 16 gennaio accadde un fatto nuovo, e difatti il predetto De Caprio vide in televisione diverse troupes di giornalisti che passavano davanti al cancello del complesso di via Bernini alla ricerca del cd. “covo”.

Ne rimase sconcertato, ma ciò valse, da una parte, a confermargli l’esattezza della decisione che aveva preso nel pomeriggio precedente di non riattivare il servizio con il furgone l’indomani, che altrimenti sarebbe stato certamente scoperto, dall’altra, a consolidare questa sua decisione, determinandolo a non ripristinarlo neppure i giorni successivi, in attesa che “si calmassero le acque” per poi avviare l’attività di indagine dinamica, mediante pedinamenti ed osservazione con mezzi di video ripresa, mirata sui Sansone.

Al riguardo l’imputato ha dichiarato che non comunicò ad alcuno la sua decisione, che riteneva fisiologica alla scelta investigativa già fatta il giorno dell’arresto del Riina, neppure al proprio superiore Mario Mori con il quale ne parlò solo a fine gennaio.

Nel frattempo, il suo gruppo completò gli accertamenti patrimoniali e societari già iniziati prima dell’arresto, i cui esiti furono relazionati alla procura della Repubblica con nota del 26.1.93; fu impegnato nella redazione delle relazioni di servizio in merito alle videoriprese effettuate il 14 ed il 15 gennaio; si occupò della individuazione dei soggetti sconosciuti che erano stati visti accedere al complesso di via Bernini, nonché degli accertamenti relativi alla localizzazione dell’altra villa di cui aveva parlato il Di Maggio, situata in via Leonardo Da Vinci, che però non fu possibile individuare.

L’attività dinamica sui Sansone, tuttavia, non venne mai intrapresa, a causa – ha dichiarato l’imputato – del precipitare degli eventi e, cioè, dell’ulteriore fattore di disturbo costituito dalla perquisizione del cd. “fondo Gelsomino”, avvenuta in data 21.1.93.

L’imputato Mori, in sede dichiarazioni spontanee, ha ribadito le stesse argomentazioni: una volta catturato Salvatore Riina, l’attenzione investigativa del Ros si concentrò sui Sansone, attraverso i quali si confidava di poter arrivare a destrutturare tutto il gruppo corleonese; la perquisizione al complesso di via Bernini avrebbe svelato agli uomini di “cosa nostra” il fatto che gli imprenditori erano stati individuati; era noto sia all’Autorità giudiziaria che ai reparti territoriali che dal punto di osservazione in cui era stato possibile collocare il furgone si era in grado di vedere solo il cancello del complesso e non all’interno; dunque, in ogni caso, non sarebbe stato possibile osservare chi si fosse recato alla villa del Riina né quali attività vi avesse svolto; era altresì noto che lo stato dei luoghi non consentiva di lasciare a lungo posizionato sulla via un mezzo estraneo, quale il furgone, perché sarebbe stato notato.

Quanto alle indagini sui Sansone, ordinò la costituzione di un gruppo “ad hoc” che avrebbe dovuto essere diretto dal cap. De Donno, il quale, come confermato da quest’ultimo in dibattimento, non ebbe mai il tempo di entrare in attività, a causa delle iniziative intraprese dall’Autorità Giudiziaria sull’obiettivo, che vanificarono quello che doveva essere il loro metodo di indagine, basato sull’osservazione a lungo termine.

Tale prospettazione si ritrova esplicitata anche nella nota del 18.2.93 (all. h doc. pm), inviata da col. Mario Mori al Procuratore dott. Caselli, in risposta alla richiesta di chiarimenti che gli era stata avanzata da quest’ultimo, ove si legge che “nelle ore successive all’arresto in effetti tutti gli ufficiali dipendenti da questo Ros presenti in Palermo, lo scrivente, Magg. Mauro Obinu, Cap. Giovanni Adinolfi, Cap. Sergio De Caprio, suggerivano la necessità, dettata da una logica investigativa di agevole comprensione, di far apparire l’arresto come un’azione episodica in modo da consentire la successiva osservazione ed analisi della struttura associativa esistente intorno ai fratelli Sansone”, per cui “veniva ritenuto contrario allo scopo qualunque intervento sull’obiettivo localizzato nel civico n. 54 di via Bernini.

Tale attività, per motivi di opportunità operativa ed anche di sicurezza, veniva sospesa in attesa di una successiva riattivazione, allorché, le condizioni ambientali lo avessero consentito in termini di mimetismo. Quando cioè, dopo alcuni giorni, vi fosse stata la ragionevole certezza che il dispiegamento sul territorio di un pertinente dispositivo di osservazione e pedinamento non avrebbe allarmato eventuali “osservatori” di Cosa Nostra, certamente attivati dopo la cattura di Riina.

Atteso, peraltro, che l’utenza del Sansone continuava, con altre, ad essere tenuta sotto controllo. Appariva scontato, per un sempre più incisivo prosieguo dell’azione di contrasto al gruppo corleonese, come l’interesse superiore fosse quello di lasciare “muovere” per un periodo di media durata i fratelli Sansone, al fine di potere successivamente verificare sotto l’aspetto dinamico i loro contatti e lo svolgersi delle (loro) attività nell’intento di acquisire ulteriori ed originali elementi di investigazione per smantellare l’intera struttura”.

UN’INDAGINE MAI AVVIATA

Sui motivi per cui tale indagine, di tipo dinamico, non fu poi in effetti avviata, si legge che “una inopinata fuga di notizie sui luoghi e sui personaggi imponeva una accelerazione dei tempi di intervento sui Sansone che ha nociuto all’iniziale piano di contrasto, in quanto le investigazioni avrebbero dovuto essere improntate sulla distanza”, concludendo che si era trattato di un equivoco, causato dalle “successive necessarie varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo, sulla cui professionalità d’attuazione garantisco di persona”.

Circa il servizio di osservazione su via Bernini, nella medesima nota si dà atto che in effetti vi fu la “mancata, esplicita comunicazione all’A.g. competente della sospensione dei servizi di sorveglianza su via Bernini”, aggiungendo che anche questa circostanza “va inserita in tale quadro, poiché chi ha operato ha sicuramente inteso di potersi muovere in uno spazio di autonomia decisionale consentito”.

In definitiva, la decisione, da tutti condivisa, di non effettuare la perquisizione fu assunta, nella ricostruzione che ne danno i diretti protagonisti, sulla base di presupposti tra loro antitetici: quello della continuazione del servizio di osservazione sul complesso di via Bernini, nelle valutazioni della Procura della Repubblica e dell’Arma territoriale; quello della pianificazione di un’attività di indagine a medio-lungo termine da intraprendere una volta “raffreddato” il luogo, nelle argomentazioni del Ros.

Il primo, supportato dalla considerazione di carattere logico, poi confermata dai fatti di successiva realizzazione, che avesse senso omettere la perquisizione se ed in quanto si continuasse a video riprendere il residence; il secondo motivato, invece, dalle considerazioni legate alle modalità tecniche di esecuzione del servizio ed allo stato dei luoghi, che ne avrebbero reso impossibile la reiterazione nei giorni seguenti in condizioni di sicurezza, nonché dalla finalità, asseritamente perseguita, di voler sviluppare indagini nel lungo periodo sul circuito associativo dei Sansone.

Per gli uni, l’attività di osservazione non poteva che consistere nella prosecuzione di quella già in atto, ovvero del contatto visivo con l’area di interesse; per gli altri, secondo le riferite argomentazioni difensive, l’osservazione andava, invece, intesa in senso lato e più ampio, come controllo e sorveglianza dell’obiettivo investigativo in un ambito temporale prolungato, nel quale il contatto visivo con il sito era un elemento certamente essenziale ma che poteva essere rinviato a quando le condizioni ambientali fossero divenute favorevoli, consentendone l’utile e sicura ripresa.

Appare decisivo, al riguardo, accertare anche se fu spiegato all’Autorità Giudiziaria quale tipo di importanti acquisizioni si sarebbero potute ottenere con l’attività che il Ros si riprometteva di intraprendere.

In proposito, i vari soggetti direttamente coinvolti hanno dichiarato che valutarono la possibilità che qualcuno si recasse al complesso di via Bernini a prelevare i familiari del Riina, ad esempio lo stesso Leoluca Bagarella in quanto fratello di “Ninetta”, o che, comunque, vi si recassero altri affiliati per riunirsi e decidere che fare dopo la cattura del boss, ma nessuno ha saputo riferire, con certezza, se anche gli imputati espressero tali considerazioni.

LA PROCURA ATTENDE AGGIORNAMENTI

Ed anzi, in merito al tipo di esiti che si contava di acquisire e, dunque, specularmente, al tipo di servizio tecnico che il Ros avrebbe dovuto svolgere, il dott. Caselli ha risposto chiarendo che non se ne parlò affatto, nello specifico.

Questo in quanto – ha aggiunto – lo spazio di autonomia decisionale ed operativa lasciato ai membri del raggruppamento era amplissimo, sia perché il profilo tecnico di esecuzione delle attività di investigazione era rimesso alla loro precipua competenza quali organi di polizia giudiziaria, sia per ragioni di sicurezza legate all’eventualità di trovarsi coartato, in eventuali frangenti di privazione della libertà personale, a rivelare notizie sulle operazioni in corso.

Il dott. Aliquò ha dichiarato di conoscere che, a seguito delle dichiarazioni del Di Maggio, il Ros aveva avviato accertamenti sui Sansone, nell’ambito delle attività mirate alla ricerca dei grandi latitanti, poi individuandoli in via Bernini, ma questa indagine era autonoma – nella sua valutazione – rispetto a quella sul Riina, per cui, quando la procura, nella mattinata del giorno dell’arresto, diede le iniziali disposizioni per procedere alla perquisizione aveva “accantonato l’idea che potessero influirsi reciprocamente”, anche perché, nonostante l’ubicazione nello stesso complesso, non si sapeva quale fosse la distanza tra la villa abitata dai Sansone e quella del Riina.

In definitiva, l’Autorità Giudiziaria non considerò affatto che la perquisizione avrebbe inciso negativamente sull’indagine in merito ai Sansone, la cui utenza telefonica era peraltro sottoposta ad intercettazione.

Sulle modalità dell’osservazione, il teste ha riferito che: nei giorni precedenti la cattura del boss, doveva essere il 13 gennaio, parlò con la prima sezione di come dovesse svolgersi il servizio di osservazione su via Bernini, suggerendo di mettere una o più telecamere fisse sui pali dell’elettricità o da qualche altra parte, ma gli fu risposto che era impossibile perché sarebbero state scoperte; per tale ragione bisognava dunque utilizzare il furgone, ma anche questo – gli fu detto dal Ros – era molto rischioso.

D’altronde, sin dall’avvio dell’indagine mirata alla ricerca del latitante in seguito alle dichiarazioni del Di Maggio, aveva sempre raccomandato che tutte le operazioni si svolgessero con la massima attenzione per l’incolumità del personale, considerato che il Riina non era un personaggio qualunque per cui i rischi erano enormemente superiori rispetto ad altre indagini.

Tuttavia, da quel giorno, non furono più affrontati né l’argomento relativo al servizio di osservazione né il problema della sicurezza del personale e, difatti, ha dichiarato il dott. Aliquò, da quel 13 gennaio non ebbe mai più occasione di riparlarne.

Sia il dott. Aliquò che il dott. Caselli hanno, inoltre, riferito che, per quanto a loro conoscenza, questi servizi riguardavano diversi siti e non solo via Bernini.

Il primo ha precisato che tutti i luoghi di cui il Di Maggio aveva parlato, risultati ancora “attivi” cioè abitati (perché molti in realtà risultarono essere ormai ruderi abbandonanti), erano sottoposti ad osservazione, fosse essa diretta oppure a mezzo di apparecchiature di video ripresa, nei giorni precedenti alla cattura di Riina.

Ma anche dopo l’evento si riteneva che fossero sotto sorveglianza, come esplicitato nella nota del dott. Caselli portante la data del 12.2.93, ove si legge che il Ros ebbe a manifestare quel 15.1.93 che “i vari luoghi di interesse per l’indagine” erano “sotto costante e attento controllo”.

In realtà – per quanto risulta dalle acquisizioni processuali - l’area di via Bernini fu l’unica ad essere oggetto dell’osservazione del Ros, eccettuato il servizio del 14 gennaio 1993 sul cd. “fondo Gelsomino”, mentre sugli altri siti furono condotte solo attività di sopralluogo.

D’altronde, le modalità con le quali il raggruppamento effettuava i servizi di propria pertinenza erano sconosciute pure agli altri organi investigativi chiamati ad operare direttamente sul campo, quale il Nucleo Operativo nelle persone del magg. Balsamo, che pure aveva visto i filmati relativi alle video riprese di via Bernini, ma che solo successivamente apprese che non era stata utilizzata una telecamera fissa esterna, bensì un furgone attrezzato con telecamera, e del cap. Minicucci, che, addirittura, ignorava fosse stata utilizzata una telecamera e riteneva che l’osservazione fosse stata di tipo diretto.

In definitiva, sia la territoriale che la Procura rimasero convinte che il Ros proseguisse quella “osservazione”, sia pure non esattamente conosciuta nelle sue modalità tecniche, che aveva iniziato il 14 gennaio 1993 e che il 15 aveva portato all’arresto del Riina. Invece, come detto, nel pomeriggio di quella stessa giornata, alle ore 16.00, il furgone con a bordo l’app.to Coldesina e Baldassare Di Maggio faceva rientro in caserma su ordine dell’imputato De Caprio, ed il servizio non venne più riattivato.

Nei giorni immediatamente successivi, i militari Coldesina, Riccardo Ravera, Pinuccio Calvi ed Orazio Passante rientrarono in sede a Milano.

I magistrati, invece, che erano rimasti in attesa degli sviluppi dell’operazione, non ricevettero più alcuna notizia ed anzi cominciarono a circolare in procura dubbi e perplessità sull’operato del Ros, in conseguenza del rientro della Bagarella a Corleone e del prolungato silenzio sugli esiti del servizio di osservazione.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE DI PALERMO

Il clamoroso ritorno a Corleone di Ninetta Bagarella insieme ai figli. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 27 gennaio 2023

Il giorno 16 gennaio 1993 accaddero altri due fatti che avrebbero condizionato il successivo decorso degli eventi. Salvatore Certa, all’epoca dirigente del commissariato di Corleone, ha riferito in dibattimento di aver appreso quel giorno, dal tenore delle conversazioni telefoniche intercettate sulle utenze della casa abitata dai familiari del Riina, che la Bagarella con i figli aveva fatto ritorno in paese, come in effetti verificò...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Il giorno 16 gennaio 1993 accaddero altri due fatti che avrebbero condizionato il successivo decorso degli eventi.

Salvatore Certa, all’epoca dirigente del commissariato P.S. di Corleone, ha riferito in dibattimento di aver appreso quel giorno, dal tenore delle conversazioni telefoniche intercettate sulle utenze della casa abitata dai familiari del Riina, che la Bagarella con i figli aveva fatto ritorno in paese, come in effetti verificò procedendo alla loro identificazione presso gli uffici del commissariato.

La notizia fu immediatamente comunicata per via telefonica al dott. Aliquò (v. sua deposizione), che richiese oralmente al col. Curatoli di avviare degli accertamenti in merito, rimasti senza esito.

L’indomani il procuratore aggiunto prese parte, con il dott. Caselli e diversi ufficiali dell’arma territoriale, ad una riunione nel corso della quale questi ultimi manifestarono alcune perplessità, in considerazione del fatto che il Ros non aveva comunicato l’allontanamento della Bagarella dal sito di via Bernini.

Le medesime perplessità cominciarono a circolare anche tra alcuni sostituti procuratori, come testimoniato dal dott. Luigi Patronaggio (ud. 26.9.05), secondo il quale quell’episodio suonò come un primo “campanello d’allarme”.

Tuttavia, la fiducia nel Ros e nella persona di Mario Mori era assoluta, così come la convinzione che il complesso fosse sotto controllo, tanto che il dott. Caselli concluse quella riunione dicendo che bisognava lasciare altro spazio agli investigatori che stavano lavorando, e vedere cosa succedeva. Sempre quel 16.1.93 diversi giornalisti, tra cui Alessandra Ziniti ed Attilio Bolzoni – come da loro deposto in dibattimento all’udienza dell’11.7.05 - ricevettero da parte dell’allora magg. Roberto Ripollino una telefonata con la quale quest’ultimo gli rivelò che il luogo in cui Salvatore Riina aveva trascorso la sua latitanza era situato in Via Bernini, senza però specificarne il numero civico.

Si recarono, quindi, immediatamente sul posto, ove furono raggiunti anche da altri giornalisti e troupes televisive, tutti alla ricerca del cd. “covo”.

Quella sera stessa la Ziniti mandò in onda, sulla televisione locale per la quale lavorava, un servizio nel quale mostrava le riprese di via Bernini e tra queste anche quella relativa al complesso situato ai nn. 52/54, aggiungendo che in base ad “indiscrezioni” che le erano pervenute quella era la zona ove il Riina aveva abitato.

Lo stesso 16.1.93 apparve sulla stampa la notizia che “un siciliano di nome Baldassarre” stava collaborando con i carabinieri ed aveva dato dal Piemonte, ove si era trasferito, un input fondamentale alla individuazione del Riina (cfr. lancio Ansa acquisito all’udienza del 9.1.06).

Posto dinnanzi a queste risultanze di fatto, il magg. Roberto Ripollino – escusso all’udienza del 21 novembre 2005 – ha dichiarato che all’epoca dei fatti era addetto all’ufficio Operazioni Addestramento Informazioni e Ordinamento (Oaio) del comando Regione Carabinieri Sicilia, il quale aveva competenze meramente gestionali, a livello regionale, in merito ai fenomeni criminali ed alle operazioni condotte sul territorio, con compiti informativi all’interno del comando.

A seguito dell’arresto del Riina, ricevette dal comando l’incarico di gestire i rapporti con i giornalisti accreditati (diverse decine) che contattò telefonicamente in occasione della prima conferenza stampa e di tutte quelle che ne seguirono.

Interrogato specificatamente in merito alle telefonate effettuate il 16 gennaio, il teste ha precisato di avere solo un ricordo generale di continui contatti con i giornalisti, ma di non ricordare la circostanza contestata né di aver fornito l’indicazione su via Bernini come possibile sito di localizzazione del “covo” del Riina, e difatti non conosceva tale via, in quanto gli era stato detto solo che il Riina era stato catturato in pRossimità del motel Agip.

Se pure avesse dato tale indicazione – ha dichiarato in sede di indagini preliminari e confermato in dibattimento – non potrebbe che averlo fatto in esecuzione di specifiche disposizioni impartitegli dal suo superiore col. Sergio Cagnazzo il quale, tuttavia, ha negato, in dibattimento, di avergli mai dato ordine in tal senso, aggiungendo che non era certamente interesse di nessuno “bruciare” il sito di via Bernini.

Il gen. Cancellieri ha, sul punto, dichiarato di non essere mai stato a conoscenza di tale fuga di notizie, che avrebbe appreso solo nel corso della sua deposizione nel presente dibattimento.

L’imputato De Caprio ha, invece, dichiarato di avere visto in televisione, quello stesso 16.1.93, un servizio che mostrava il cancello del complesso di via Bernini, apprendendo così che la notizia era in qualche modo filtrata, e di avere commentato la cosa con il proprio collaboratore mar.llo Santo Caldareri, dicendogli che il sito era stato “bruciato”; circostanza che ha trovato conferma nella deposizione resa dallo stesso Caldareri.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Indagini senza più informazioni sul covo e il diario di un procuratore. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 28 gennaio 2023.

Sino a quel momento il Ros ed il Nucleo Operativo, per esigenze di coordinamento delle indagini e di scambio di informazioni, avevano avuto contatti continui ed erano stati coinvolti, con cadenza quotidiana, in riunioni operative; dopo la cattura ciascuno si concentrò sulle attività di propria competenza e tra i due organismi il flusso di notizie e comunicazioni si interruppe. Così come, parimenti, cessò ogni contatto anche tra i magistrati e Sergio De Caprio

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Altro elemento di fatto che l’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare è che Sergio De Caprio, dal giorno dell’arresto di Riina, non partecipò più ad alcuna riunione né con l’Autorità Giudiziaria in Procura né con l’Arma territoriale.

Difatti, mentre sino a quel momento il Ros ed il Nucleo Operativo, per esigenze di coordinamento delle indagini e di scambio di informazioni, avevano avuto contatti continui ed erano stati coinvolti, con cadenza quotidiana, in riunioni operative, dopo la cattura ciascuno si concentrò sulle attività di propria competenza e tra i due organismi il flusso di notizie e comunicazioni si interruppe. Così come, parimenti, cessò ogni contatto anche tra i magistrati e l’imputato.

Va qui precisato che l’annotazione in senso contrario riportata nella comunicazione del 12.2.93 a firma del dott. Caselli, laddove menziona una riunione del 20.1.93 nel corso della quale il cap. De Caprio avrebbe suggerito, unitamente ad altri colleghi della territoriale, di effettuare al più presto la perquisizione al cd. “fondo Gelsomino” “al fine di deviare l’attenzione dall’obiettivo reale delle indagini al quale – fu detto – alcuni giornalisti erano ormai arrivati assai vicini e che invece conveniva tenere ancora sotto controllo”, si è rivelata erronea.

In proposito, deve rilevarsi che per la redazione di quella nota il dott. Caselli si basò su un appunto manoscritto redatto dal dott. Aliquò - che ne ha riconosciuto la paternità in dibattimento - il 7 o l’8 febbraio 1993, quando, eseguita la perquisizione ed appurato che il cd. “covo” di Riina era stato svuotato da ignoti, si pose il problema di chiedere all’Arma ed al Ros chiarimenti su quanto era accaduto.

Fu allora che il procuratore aggiunto, che aveva partecipato a tutte le riunioni operative, redasse, a mano, un diario degli avvenimenti nonché la bozza della lettera per il dott. Caselli, utilizzando quelli che erano i suoi ricordi ed i dati contenuti in una nota dattiloscritta elaborata, sempre successivamente agli eventi, dai colleghi sostituti procuratori.

Documenti a loro volta contenenti alcuni dati erronei, come l’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare.

In merito alla riunione in oggetto, è stato provato – sulla base di quanto riferito concordemente da tutti testi di seguito nominati - che non vi partecipò personalmente il dott. Caselli ma il dott. Aliquò, e che vi prese parte solo l’Arma territoriale nelle persone del gen. Cancellieri, del col. Cagnazzo e del cap. Minicucci. Fu proprio il col. Cagnazzo a suggerire - avendo appreso da notizie di stampa che i giornalisti stavano battendo la zona di via Bernini alla ricerca del cd. “covo” - di effettuare quella perquisizione a scopo diversivo. Valutazione che venne accolta e condivisa dall’Autorità Giudiziaria e che portò, il giorno seguente (21.1.93), all’esecuzione ex art. 41 TULPS dell’operazione, con grande clamore e dispiegamento di mezzi per garantirne la più ampia pubblicità.

Anche l’annotazione manoscritta del dott. Aliquò non menziona, tra i partecipanti, gli imputati; in proposito però l’allora procuratore aggiunto ha dichiarato, in dibattimento, che qualcuno del raggruppamento doveva essere presente e ciò non per un suo preciso ricordo – inesistente sul punto – ma perché, comunque, il raggruppamento non poteva non esserne informato. Deduzione di carattere logico che è stata espressa anche dal gen. Cancellieri, secondo cui la territoriale era “servente” rispetto al Ros in quell’operazione e che vale a spiegare come mai il cap. De Caprio fu indicato come presente nella lettera del 12.2.93, quando invece non lo era.

Neppure vi partecipò il col. Mori che quel giorno alle ore 13.00 fece rientro da Palermo a Roma (cfr. consuntivo dei servizi fuori sede depositato dalla difesa), della cui presenza, difatti, non ha riferito alcuno.

Il Ros, nella persona del magg. Mauro Obinu – come ha riferito in dibattimento - era a conoscenza dei preparativi della perquisizione, ma non partecipò alla riunione che la deliberò, non condivise la decisione che ne scaturì e non prese parte all’operazione, che fu eseguita solo dalla territoriale.

La finalità dell’iniziativa – ha riferito il gen. Cancellieri – era duplice, ovvero investigativa, tenuto conto che il fondo “Gelsomino” era stato sempre considerato uno degli obiettivi dell’indagine, avendone parlato il Di Maggio come uno dei luoghi che il Riina aveva frequentato, e di depistaggio della stampa, che proprio per questo fu preavvertita della perquisizione dal magg. Ripollino.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Mori e i suoi uomini, un reparto molto speciale e “indipendente”. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 29 gennaio 2023

In merito a questi ultimi, nei giorni successivi all’arresto, il cap. De Donno ricevette l’incarico da parte del vicecomandante operativo Mori di costituire un gruppo, con componenti sia del Ros che della territoriale, che avrebbe dovuto occuparsi di indagare in via esclusiva sulla struttura economico- imprenditoriale dei Sansone e sugli interessi riconducibili a “cosa nostra”, ma non ebbe il tempo di avviare, dal punto di vista operativo, le attività in quanto, come detto, ai primi di febbraio i Sansone furono arrestati

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Sempre il gen. Cancellieri ha aggiunto che in considerazione di quella finalità investigativa, quando si scoprirà che non vi era alcun servizio di osservazione in atto su via Bernini, non avvertì la necessità di riparlare della perquisizione eseguita il 21 gennaio, sulla base di un presupposto inesistente, in quanto quell’operazione “andava comunque fatta”.

Le superiori emergenze, quindi, portano a ritenere che l’Arma territoriale agì in quell’occasione in piena autonomia, nell’intento di rendere un servizio al Ros ma senza interloquire ed interagire con il medesimo.

In proposito, il Collegio osserva che la mancanza di raccordo tra i due organismi debba essere valutata tenendo conto del fatto che ciascuno, all’epoca in oggetto, conservava e proteggeva gelosamente le proprie prerogative ed era impegnato a portare avanti il proprio filone di indagini.

La prima sezione del raggruppamento, sin dal giorno dell’arresto di Riina, si occupò di eseguire gli accertamenti e le analisi di riscontro sul materiale sequestrato, al momento della cattura, al boss corleonese ed al Biondino, consistente in decine di fogli manoscritti, i cd. “pizzini”, ed altra documentazione, i cui risultati furono relazionati all’a.g. con note del 22 e 26.1.93; avanzò richieste di intercettazione telefonica in relazione a decine di utenze riconducibili a società o a persone fisiche menzionati, direttamente od indirettamente, nei sopradetti “pizzini”; collaborò ad accertamenti di carattere societario e patrimoniale sui fratelli Sansone (cfr. nota 26.1.93 all. n. 28 doc. difesa De Caprio; deposizioni dei testi Obinu e Caldareri).

In merito a questi ultimi, nei giorni successivi all’arresto, il cap. De Donno ricevette l’incarico da parte del vicecomandante operativo Mori di costituire un gruppo, con componenti sia del Ros che della territoriale, che avrebbe dovuto occuparsi di indagare in via esclusiva sulla struttura economico- imprenditoriale dei Sansone e sugli interessi riconducibili a “cosa nostra”, ma non ebbe il tempo di avviare, dal punto di vista operativo, le attività in quanto, come detto, ai primi di febbraio i Sansone furono arrestati.

Il Nucleo Operativo proseguiva, invece, l’attività di riscontro sulle ulteriori propalazioni del Di Maggio ed era impegnato, specificatamente il gruppo 2, nelle operazioni di ascolto delle utenze intestate ai Sansone, tra cui quella di via Bernini, operazioni che cessarono il 20.1.93 – lo stesso giorno in cui venne deliberata la perquisizione al “fondo Gelsomino” - giusta decreto di revoca dell’Autorità Giudiziaria (cfr. all. n. 27 doc. difesa De Caprio).

Inoltre, doveva essere localizzata, all’interno del complesso, la villa dalla quale Salvatore Riina era uscito e dovevano svolgersi i necessari accertamenti in merito allo stato dei luoghi nonché alla proprietà del residence e delle varie unità immobiliari che lo componevano.

Con nota del 26.1.93, pervenuta in Procura il giorno seguente, il Ros inviò le riprese filmate, con allegate relazioni illustrative, relative ai giorni 14 e 15 gennaio 1993, che furono visionate – ha riferito il dott. Patronaggio – dal sostituto procuratore dott. Vittorio Teresi, il quale, constatante l’interruzione lo stesso giorno dell’arresto di Riina, espresse ai colleghi, in diverse riunioni ed alla presenza dello stesso teste, le sue perplessità in merito.

Bisognava capire – ha riferito il teste - cosa era successo, ma nessuno lo chiese al Ros.

Anche alla riunione del 26 gennaio in procura non presero parte gli imputati e difatti, come si legge nella nota del 12.2.93 del dott. Caselli, alcuni ufficiali dell’arma, alla presenza del dott. Aliquò e di altri magistrati nonché della sezione anticrimine, “affermarono, sia pure non in termini di certezza, dato che essi non seguivano direttamente questo aspetto delle indagini, che ogni attività di controllo era forse cessata da tempo”.

L’istruzione condotta ha consentito di accertare che gli ufficiali presenti furono il gen. Cancellieri, il col. Sergio Cagnazzo, nonché il magg. Balsamo ed il cap. Minicucci, e che fu proprio il col. Cagnazzo a prospettare che, probabilmente, c’erano stati dei problemi circa l’osservazione e che, forse, la stessa non era più in corso già da diversi giorni.

Sul punto il teste Cagnazzo ha affermato di non avere il ricordo di quella riunione ed ha negato di avere espresso dubbi in ordine alla sussistenza del servizio di osservazione in quanto era certo, sino al 30 gennaio, quando il cap. Minicucci gli riferì che il servizio era stato abbandonato da tempo, che l’attività continuasse, ma è stato contraddetto dalle concordi risultanze testimoniali rese da coloro, sopra già citati, che vi parteciparono. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

La perquisizione scatta diciassette giorni dopo, ma il covo è già svuotato. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 30 gennaio 2023

Il 30 gennaio 1993, ebbe luogo in procura un’altra riunione, alla presenza del dott. Caselli, del dott. Aliquò, della territoriale, degli imputati, nel corso della quale questi ultimi esplicitarono ciò che, in verità, era ormai noto, e cioè: che il servizio di osservazione e controllo non esisteva...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Alla data del 27.1.93 si legge, nel memoriale manoscritto del dott. Aliquò, l’annotazione relativa ad una riunione nella quale, alla presenza dello stesso procuratore aggiunto e del dott. Caselli, l’imputato Mori avrebbe sollecitato indagini patrimoniali e bancarie sui Sansone, aggiungendo di non avere urgenza in merito alla perquisizione e che l’osservazione su via Bernini stava creando “tensione e stress al personale operante, accennando alla sua sospensione”.

In realtà, il dott. Aliquò ha chiarito che non si parlò di un problema di affaticamento per gli uomini bensì di rischio per la loro sicurezza e, quanto al significato di questo “accenno” alla sospensione, che il col. Mori né disse esplicitamente che l’osservazione era in corso, né che era stata dismessa da tempo; in sostanza, egli “lasciò la cosa un po’ in aria, lasciando capire che poteva essere stata effettivamente tolta” .

Si ebbe dunque, in quel momento, la “quasi certezza” – ha riferito il dott. Aliquò - che l’osservazione non fosse attiva, ma nessuna richiesta di chiarimento venne avanzata al col. Mori, il quale – nel ricordo del teste – “glissava” sull’argomento, nel senso che cominciò a parlare di altre cose, sollecitando gli accertamenti in merito ai Sansone.

In ogni caso, quella fu l’unica occasione in cui si parlò del servizio di osservazione dal giorno della cattura di Salvatore Riina.

Anche il magg. Domenico Balsamo ha riferito di aver partecipato ad una riunione che si svolse in procura, di cui non ricorda la data, alla presenza del dott. Aliquò, del gen. Cancellieri e del col. Mori, nel corso della quale si parlò di come stava andando l’attività di pertinenza del Ros, che si credeva evidentemente in atto, ottenendo dall’imputato una risposta di tipo “interlocutorio”, nel senso che “si stava valutando la situazione”, cui non diede attenzione dal momento che le attività su via Bernini erano estranee a quelle rimesse alla propria competenza.

Il gen. Cancellieri ha escluso di avere mai partecipato ad una riunione nella quale fossero presenti solo i vertici del Ros, in quanto neppure ne avrebbe avuto titolo, ma ha dichiarato di avere preso parte ad una riunione con i vertici della territoriale, nella quale c’era anche l’imputato, aggiungendo di non ricordare né la data né la frase attribuita al Mori dal dott. Aliquò nel suo manoscritto.

Le concordi dichiarazioni del dott. Aliquò e dell’allora magg. Balsamo, nonché del gen. Cancellieri laddove ricorda una riunione cui prese parte l’imputato, consentono di ritenere provata, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa, la partecipazione dell’imputato Mori ad un incontro in procura nel corso del quale si parlò dell’attività in corso, ma esso non dovette avere luogo il 27 gennaio, data nella quale è stata provata documentalmente dall’imputato la sua presenza a Roma all’interrogatorio di Vito Ciancimino e ad un appuntamento con il giornalista Giancarlo Zizola, bensì successivamente oppure nei giorni precedenti.

Dal consuntivo dei servizi fuori sede effettuati dall’imputato ed acquisito al giudizio, risulta che il Mori si recò a Palermo nel pomeriggio del 22 gennaio, facendo ritorno a Roma il giorno seguente, e che partì nuovamente da Roma il 28 gennaio per Catania e Palermo, dove il 29, come da annotazione contenuta nella sua agenda personale depositata in atti, doveva contattare il gen. Cancellieri ed il col. Cagnazzo e, nel tardo pomeriggio, incontrare il cap. De Caprio, il cap. Adinolfi, il cap. Baudo ed il mar.llo Lombardo.

In assenza di ogni altro elemento significativo, non è stato possibile accertare se tali riunioni (di cui è cenno nell’agenda dell’imputato) abbiano avuto effettivamente luogo e quale ne sia stato l’oggetto.

LA RIUNIONE “DECISIVA”

Il giorno seguente, 30 gennaio 1993, ebbe luogo in procura un’altra riunione, alla presenza del dott. Caselli, del dott. Aliquò, della territoriale nelle persone del gen. Cancellieri, del col. Cagnazzo, del comandante della sezione anticrimine cap. Adinolfi, del cap. Minicucci, degli imputati, nel corso della quale questi ultimi esplicitarono ciò che, in verità, era ormai noto, e cioè: che il servizio di osservazione e controllo non esisteva; che era cessato nello stesso pomeriggio del 15 gennaio; che aveva riguardato solo il cancello esterno dell’intero complesso; che era stato sospeso perché la permanenza di personale adeguatamente attrezzato sarebbe stata notata con grave rischio per gli operanti.

La Procura della Repubblica decise, allora, d’accordo con la territoriale, di disporre le perquisizioni domiciliari in tutte le ville di via Bernini, che vennero eseguite il giorno 2.2.93, a seguito dell’accelerazione dei tempi dei provvedimenti imposta da un lancio di agenzia Ansa di Palermo dell’1.2.93, secondo il quale le forze dell’ordine avevano finalmente individuato il covo del Riina nel complesso di via Bernini.

Nel frattempo, però, l’abitazione dove il Riina aveva alloggiato con la famiglia era stata svuotata di ogni cosa; erano state ritinteggiate le pareti, ristrutturati i bagni, smontati e ripristinati gli impianti, accatastati i mobili in ciascuna stanza, tutto allo scopo evidente di ripulirla da qualsiasi traccia che potesse consentire di risalire a chi vi aveva abitato.

Ma una traccia comunque rimase: un lembo di foglio di un quaderno di scuola, con la scritta a mano “numero di telefono delle mie amiche Rita Biondino – Rosi Gambino – Gianni Sansone – questi sono tutti i numeri delle mie amiche e dei miei amici” siglato “LB”, che ne avrebbe consentito l’attribuzione alla figlia di Salvatore Riina.

L’irruzione nel complesso di via Bernini fu eseguita dall’Arma territoriale, senza la partecipazione del Ros.

L’individuazione dell’unità dove aveva abitato Salvatore Riina si rivelò piuttosto agevole, dal momento che il complesso si componeva di 14 villette, di cui la metà erano ancora in corso di costruzione, mentre delle rimanenti, sei erano di fatto abitate per cui furono perquisite ed identificati i proprietari, tra i quali i fratelli Sansone Giuseppe, Gaetano ed Agostino; successivamente si scoprirà che le ville erano di proprietà della Sama Costruzioni s.r.l. di Sansone Gaetano e della moglie Matano Concetta e che quella abitata dal Riina era stata alienata alla società Villa Antica di Montalbano Giuseppe, che sarà sottoposto ad autonomo procedimento penale. Si accertò che la villa del Riina era ubicata nella parte sinistra del complesso, completamente immersa nella vegetazione e non visibile dall’ingresso al residence; inoltre si scoprì l’esistenza di un secondo accesso al complesso, un’uscita da cantiere situata sul retro che fu utilizzata per consentire il passaggio, in condizioni di sicurezza, del dott. Caselli.

Come analiticamente descritto nel verbale di sopralluogo del 2.2.93 di cui al fascicolo dei rilievi tecnici in atti, il Nucleo Operativo che procedette alla perquisizione constatò, limitandoci a quanto nella presente sede di interesse, l’esistenza di: un guardaroba blindato all’interno della camera da letto matrimoniale; all’altezza del pianerottolo, una intercapedine in cemento armato di forma rettangolare di mt. 3x4 di larghezza e 75 cm di altezza, chiusa da un pannello di legno con chiusura a scatto e chiavistello; nel sottoscala, a livello del pavimento, una botola lunga circa mt 2 chiusa da uno sportello in metallo con serratura esterna; nel vano adibito a studio, una cassaforte a parete chiusa che, aperta dall’adiacente vano bagno, risultò vuota.

Lo stesso giorno, l’Autorità Giudiziaria dispose la perquisizione negli uffici e nelle società di Giuseppe e Gaetano Sansone (tra le altre, Sicos, Soren, Sicor, Agrisan, Icom, Sama e diverse ditte individuali) che furono eseguite il giorno successivo (cfr. all. n. 29 doc. difesa De Caprio). Il 4.2.93 i fratelli Sansone furono raggiunti da ordinanza di custodia cautelare, così come, due giorni dopo, Vincenzo De Marco (cfr. sentenza gup presso il Tribunale di Palermo n. 418/94, irrevocabile il 29.1.96, acquisita all’ud. del 11.1.06). Il 26 marzo 1993, come da richiesta avanzata il precedente 20 marzo, tutti beni di Giuseppe Sansone furono sottoposti a sequestro giudiziario (cfr. all. n. 36 doc. difesa De Caprio). SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

L’archivio segreto di Totò Riina, un “tesoro” di informazioni mai trovato. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 31 gennaio 2023

Giovanni Brusca ha dichiarato che Riina aveva sempre tenuto appunti e conteggi delle sue attività criminose, in quanto aveva l’abitudine di scrivere tutto su un block notes che considerava il suo “ufficio volante”; tutta documentazione che Riina conservava in casseforti o in bombole del gas, trasferendola con sé ad ogni trasloco

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Le deposizioni rese dai collaboratori di giustizia (udienze 21 e 22 ottobre 2005; 18 e 19 novembre 2005; 10 dicembre 2005) hanno consentito di accertare come avvenne lo svuotamento e la ristrutturazione della casa del Riina.

Giovanni Brusca ha riferito che il 15 gennaio 1993 il boss corleonese era atteso ad una riunione che vedeva coinvolti tutti i maggiori esponenti dell’organizzazione mafiosa, ad eccezione di Bernardo Provenzano; arrivò invece, portata da Salvatore Biondo, la notizia che “Totò” era stato arrestato, assieme al Biondino.

A quel punto si recò, assieme a Leoluca Bagarella, nell’officina di Michele Traina, per avere la conferma della notizia dai mezzi di informazione ed i particolari di come era avvenuta la cattura; c’era inoltre la preoccupazione di capire cosa fosse successo alla famiglia.

Non conosceva il luogo preciso in cui dimorasse Salvatore Riina, ma sapeva che si trovava nella zona Uditore, che vi si recava Vincenzo De Marco e che lo accompagnava nei suoi spostamenti Pino Sansone.

Visto che sulla stampa non usciva alcuna ulteriore notizia, diede incarico al Traina di recarsi a casa di Biondino Salvatore per verificare se fosse in atto la perquisizione dell’abitazione, ove quegli in effetti constatò la presenza di forze dell’ordine.

A quel punto mandò a chiamare Giovanni Sansone, genero di Salvatore Cancemi e cugino di quei fratelli Sansone che avevano curato sino ad allora la latitanza del Riina, per incaricarlo di mettere al riparo la Bagarella con i figli e far sparire tutte le tracce riconducibili al boss; a tal fine lo incontrò nei pressi del carcere “Pagliarelli” di Palermo e gli ordinò di tenere i contatti, da quel momento in avanti, con Antonino Gioè, il quale a sua volta avrebbe contattato Gioacchino La Barbera, che era allora incensurato e dunque si poteva muovere per la città senza eccessivi rischi.

Il Brusca ha spiegato che l’incarico fu dato al Sansone perché era l’unica persona che potesse recarsi, senza destare sospetto nelle forze dell’ordine, al complesso di via Bernini, in quanto vi abitavano quei suoi familiari, per cui, anche se fosse stato fermato, avrebbe senz’altro potuto giustificare la sua presenza sui luoghi.

Fu dunque uno dei Sansone (Giuseppe), che risiedeva nel complesso di via Bernini, ad accompagnare la Bagarella ed i figli nei pressi del motel Agip, dove furono prelevati da La Barbera e Gioè e condotti alla stazione ferroviaria, ove presero un taxi per rientrare a Corleone.

E fu sempre il Sansone ad occuparsi di ripulire la casa da ogni traccia, affidando anche ad una ditta di operai edili i lavori di ristrutturazione della villa; operazioni in merito alle quali relazionava, giorno per giorno, Gioacchino La Barbera che a sua volta riferiva le notizie a Leoluca Bagarella ed al Brusca. La preoccupazione iniziale, dovuta al timore che da un momento all’altro gli organi investigativi facessero irruzione nel comprensorio, cedette il posto, con il passare dei giorni, alla soddisfazione di constatare che tutto stava procedendo per il meglio, tanto che, addirittura, c’era stato il tempo di modificare radicalmente lo stato dei luoghi (cfr. deposizione del La Barbera e del Brusca). In definitiva – disse il Sansone a Gioacchino La Barbera che lo ha riferito in dibattimento - “abbiamo salvato il salvabile” .

Per quanto il La Barbera riferì al Brusca, gli oggetti che potevano essere ricomprati, quali la biancheria ed articoli di vestiario, furono bruciati; mentre i gioielli, l’argenteria, i quadri, i servizi di porcellana, e cioè tutti gli oggetti di valore furono invece dati in affidamento a terzi, prima a Giuseppe Gelardi e poi nel 1994 a Giusto Di Natale che, come deposto in dibattimento, li conservò nella propria villa a Palermo sino al 1996, quando venne arrestato. Quest’ultimo ha riferito che, colloquiando in carcere con Giovanni Riina, apprese che qualcuno era andato successivamente a prelevarli.

Quando “uscirono” le notizie di stampa sulla collaborazione del Di Maggio, il Brusca commentò con il Bagarella ed altri esponenti mafiosi il ruolo che costui doveva aver avuto nella cattura del Riina, ma successivamente seppe, dalla famiglia dei Vitale di Partinico, che Salvatore Bugnano, uomo vicino alle famiglie mafiose operanti in quel territorio ed in particolare ai Coppola ed a Lo Iacono Francesco, era un confidente del comandante della stazione dei carabinieri di Terrasini, il mar.llo Lombardo, per cui si cominciò a sospettare che l’attività di quest’ultimo avesse avuto un ruolo preponderante nell’arresto del Riina e che la vicenda Di Maggio potesse essere solo una copertura a quest’indagine portata avanti dai carabinieri; sospetti che il suicidio del mar.llo Lombardo, avvenuto a marzo 1995, non fece che avvalorare.

Il Lo Iacono, difatti, conosceva Raffaele Ganci ed il figlio Domenico, detto Mimmo, che godeva della completa fiducia del Riina e ne conosceva l’abitazione, e, dunque, tramite questo canale, la notizia sarebbe potuta arrivare al Brugnano; inoltre, sia i Coppola che il Lo Iacono erano uomini di Bernardo Provenzano, il quale, nonostante continuasse ad essere completamente sottoposto al Riina, aveva maturato nei confronti del boss corleonese una “spaccatura” in ordine alla gestione degli affari e delle linee “programmatiche” dell’organizzazione.

I FAMIGERATI “DOCUMENTI” DI RIINA

In ordine all’esistenza di documenti, Giovanni Brusca ha dichiarato che il Riina aveva sempre tenuto appunti e conteggi delle sue attività criminose, in quanto aveva l’abitudine di scrivere tutto su un block notes che considerava il suo “ufficio volante”, dove teneva pure la contabilità dei profitti provenienti dagli appalti, dal traffico di stupefacenti, dalle estorsioni; tutta documentazione che il Riina conservava in casseforti od in bombole del gas, trasferendola con sé ad ogni trasloco.

Anche Antonino Giuffré ha dichiarato che Salvatore Riina scriveva sempre appunti in relazione alle riunioni dell’organizzazione, agli appuntamenti, alla contabilità degli affari illeciti, e che, inoltre, intratteneva una fitta corrispondenza (i cd. “pizzini”) con Bernardo Provenzano ed altri uomini di “cosa nostra” o fiancheggiatori per la gestione degli appalti. Il Giuffré ha, infine, aggiunto che il nominato Riina utilizzava come porta documenti una borsa in pelle con blocco di chiusura in posizione centrale.

Nessuno dei collaboratori di giustizia ha, però, dichiarato di aver mai visto questi documenti, dopo l’arresto del Riina e negli anni a seguire, o di avere appreso quale sorte abbiano avuto.

Si può solo ritenere, allo stato degli atti, che, se effettivamente esistenti nella villa di via Bernini, essi furono trafugati e consegnati a terze persone rimaste, ancora oggi, ignote, ovvero furono distrutti.

In proposito, Giovanni Brusca ha detto di ritenere che furono bruciati dalla Bagarella, perché, se c’era qualcosa di importante, la moglie sapeva che andava eliminata, come imponevano le regole dell’organizzazione.

Antonino Giuffré, interrogato sulla sorte di questi eventuali documenti, ha riferito che quando ne parlò con Benedetto Spera, poco dopo l’avvenuta perquisizione a via Bernini, e, successivamente, con il Provenzano, entrambi gli dissero che “per fortuna non era stato trovato nulla” nella casa del Riina, con ciò intendendo proprio riferirsi al fatto che non era stato ritrovata alcuna documentazione. E il Provenzano aggiunse anche di temere che potessero essere finiti nelle mani di

Matteo Messina Denaro.

Michelangelo Camarda ha dichiarato che nel 1995 si ritrovò a commentare la vicenda dello svuotamento della casa del Riina con il La Rosa ed il Di Maggio, che nel frattempo, pur collaborando con le forze dell’ordine, aveva costituito un proprio gruppo criminale con il proposito di eliminare i rivali e riconquistare il potere (rendendosi responsabile di diversi omicidi per i quali sarà in seguito processato).

In quell’occasione il La Barbera gli rivelò di avere portato via i familiari lo stesso giorno dell’arresto o quello successivo e che a “ripulire” la casa ci avevano pensato i Sansone che abitavano nello stesso residence, i quali gli avevano raccontato che erano riusciti a portare via tutto, a ristrutturare i locali della villa, e che avevano avuto persino il tempo di estrarre dal muro una cassaforte e murare il vano in cui era posizionata.

Accennò anche alla possibilità che vi fossero dei documenti importanti, manifestando perplessità per il fatto che gli era stato consentito di agire così indisturbati.

La mancata perquisizione di via Bernini – per come hanno riferito i collaboratori escussi - aveva suscitato dubbi, interrogativi, stupore, anche all’interno di “cosa nostra”, che determinarono una ridda di commenti e di strumentalizzazioni della vicenda.

In proposito, Mario Santo Di Matteo dichiarava (a verbale del 17.11.97) di aver saputo dal Di Maggio che erano stati i carabinieri ad entrare nel cd. “covo” per portare via documenti importanti. Tale stupefacente dichiarazione è stata smentita nel presente dibattimento ed è stata smentita anche dal Di Maggio, il quale, a sua volta, ha negato tutta una serie di circostanze riferite dagli altri collaboratori escussi (i suoi propositi omicidiari verso Giovanni Brusca; le confidenze fatte sul gen. Delfino, che riteneva responsabile, a causa del fratello giornalista, di aver fatto trapelare sulla stampa la notizia della sua collaborazione; l’avere commentato in diverse occasioni la vicenda della mancata perquisizione; l’avere riferito dell’esistenza di documenti importanti in via Bernini).

Anche Giusy Vitale ha, infine, dichiarato di avere sentito il fratello Vito parlare con il Brusca di documenti di grande valore in possesso del Riina, tanto che – le disse una volta, commentando un servizio televisivo sulla vicenda – se la perquisizione fosse stata eseguita sarebbe accaduto un “finimondo”.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Il sospetto: dentro Cosa Nostra qualcuno si è venduto il capo dei capi? SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani l’01 febbraio 2023

Subito dopo l’arresto si diffuse in Cosa nostra la convinzione che il Riina fosse stato consegnato ai carabinieri. D’altronde, sospetti di tal genere circolavano in modo incontrollato e potevano riguardare chiunque, tanto che – ha riferito Giuffré – anche sullo stesso Provenzano circolavano voci insistenti che lo accusavano di passare informazioni ai carabinieri...

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Le numerose, gravi, contraddizioni in cui sono incorsi il Di Matteo ed il Di Maggio impongono la trasmissione dei verbali delle dichiarazioni dalle stessi rese al p.m. per l’eventuale esercizio dell’azione penale, essendo evidente che i medesimi hanno dichiarato il falso, o nelle precedenti occasioni in cui furono escussi oppure al presente dibattimento.

In merito, invece, a come i carabinieri riuscirono a localizzare Salvatore Riina, il Di Maggio ha confermato di non aver mai saputo dove esattamente abitasse il boss, ma di aver indicato alle forze dell’ordine solo la zona ed il nominativo di coloro che ne curavano la latitanza (il Sansone ed il De Marco).

Tale circostanza è stata confermata dagli altri collaboratori escussi (nello specifico La Rosa e Di Matteo), i quali, riferendo il contenuto di conversazioni avvenute negli anni successivi con il Di Maggio circa il suo ruolo nella vicenda, hanno precisato che quest’ultimo dichiarò sempre di non sapere come gli investigatori fossero pervenuti all’individuazione del complesso di via Bernini.

Antonino Giuffré ha dichiarato, inoltre, che, nel corso degli anni, si erano formati in seno a “cosa nostra” due schieramenti contrapposti facenti capo al Riina (che poteva contare su Bagarella, Brusca, Messina Denaro, i fratelli Graviano) ed al Provenzano (cui si erano legati lo stesso Giuffré, Carlo Greco, Pietro Aglieri), tra i quali si era determinato “un solco”, via via aggravatosi nel tempo, sin dal 1987, e che, con l’arresto del boss corleonese, esplose tra i due la rivalità su chi dovesse prendere “le redini” dell’organizzazione a livello provinciale e regionale.

Subito dopo l’arresto - ha aggiunto il collaboratore - si diffuse in “cosa nostra” la convinzione che il Riina fosse stato consegnato ai carabinieri.

D’altronde, sospetti di tal genere circolavano in modo incontrollato e potevano riguardare chiunque, tanto che – ha riferito il Giuffré – anche sullo stesso Provenzano circolavano dal 1990 voci insistenti, provenienti dall’ambiente mafioso catanese ed in particolare dalla famiglia Mazzei e da Eugenio Galea (vicinissimo al boss Santapaola), che lo accusavano di passare informazioni ai carabinieri, come commentò in più occasioni con altri appartenenti all’organizzazione mafiosa (Giovanni Marcianò, i Ganci) e con lo stesso Provenzano che diverse volte gli chiese se credesse a queste illazioni.

VOCI SU CIANCIMINO

Anche su Vito Ciancimino, che era persona particolarmente vicina al Provenzano, si diffusero delle “voci” in ordine a presunti contatti che aveva avuto con esponenti delle forze dell’ordine, e serpeggiava il timore che il medesimo potesse iniziare un percorso di collaborazione.

In proposito, quando uscì dal carcere a gennaio 1993, prima che Salvatore Riina fosse catturato, Antonino Giuffré chiese al Provenzano come fosse “combinato” Vito Ciancimino, ottenendo la risposta che era “andato in missione” per cercare di sistemare le cose all’interno dell’organizzazione, che stava vivendo un periodo storico particolare.

Null’altro è stato riferito sul punto, né dal Giuffré né dagli altri collaboratori, mentre Giovanni Brusca ha saputo (o voluto) soltanto riferire che spesso il Riina gli esprimeva delle imprecisate “rimostranze” nei confronti di Vito Ciancimino.

Salvatore Cancemi ha riferito che Salvatore Biondo il 15 gennaio 1993, mentre si trovava, assieme a Raffaele Ganci e ad altri, in una villetta nei pressi di San Lorenzo dove avrebbe dovuto svolgersi una riunione della commissione convocata dallo stesso Riina, portò la notizia che il boss era stato arrestato su viale Lazio.

Successivamente, apprese dai giornali che il Riina aveva trascorso la latitanza in via Bernini, vicino a dove abitava anche sua figlia.

Quando a luglio 1993 decise di costituirsi, presentandosi ai carabinieri di Piazza Verde a Palermo, raccontò che il Provenzano, in una riunione svoltasi a maggio 1993 con la sua partecipazione, quella del Ganci e di La Barbera Michelangelo, aveva dichiarato che “c’era la possibilità di prendere vivo il capitano Ultimo” (nome in codice dell’imputato De Caprio) o, in alternativa, di ucciderlo, senza però specificare i motivi per i quali intendeva prenderlo vivo.

Anche Giuseppe Guglielmini ha riferito che, nel corso di una riunione, Giovanni Brusca ed in seguito anche Giovannello Greco gli dissero che si stava cercando questo “capitano Ultimo”, che rappresentava un “chiodo fisso” per Provenzano, al quale si sarebbe potuti arrivare tramite una persona che conosceva un amico del capitano, con il quale costui giocava a tennis, e che avrebbe potuto fare sapere dove i due si sarebbero recati a pranzare.

Infine, Raffaele Ganci, figlio di quel Raffaele Ganci a capo della famiglia mafiosa del quartiere della “Noce” a Palermo, ha dichiarato di aver saputo dal padre che, nel corso di una riunione con il Provenzano successiva all’arresto del Riina, si era convenuto di sequestrare il “capitano Ultimo”, ma che poi non se ne fece più nulla. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Le accuse contro Mori e Ultimo (poi assolti): avere favorito Cosa nostra. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 02 febbraio 2023

La pluralità di condotte contestate si rivolge nei confronti di uno stesso soggetto beneficiato, “Cosa nostra”; si consuma il giorno della scoperta della inesistenza del servizio di osservazione su via Bernini, ovvero il 30.1.93 quando il col. Mario Mori, nel corso di una riunione, comunicò questa situazione di fatto ai magistrati della Procura di Palermo ed agli ufficiali dell’Arma.

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Ciò premesso, secondo l’impostazione accusatoria gli imputati avrebbero posto in essere una condotta agevolatrice dell’attività dell’associazione mafiosa denominata “cosa nostra” attraverso quattro condotte, consistite:

nell’avere dato il 15.1.93 false assicurazioni ai magistrati della Procura di Palermo che la casa di Salvatore Riina sarebbe rimasta sotto stretta osservazione, così ottenendo la dilazione della perquisizione che stava per essere effettuata lo stesso giorno;

nell’aver disposto, invece, la cessazione del servizio di osservazione sul complesso immobiliare di via Bernini n. 54 a far data da quello stesso pomeriggio;

nell’averne omessa la comunicazione all’autorità giudiziaria;

nell’aver, quindi, posto in essere un comportamento reiterato volto a rafforzare la convinzione che il servizio fosse ancora in corso, così inducendo intenzionalmente in errore i predetti magistrati ed i colleghi dei reparti territoriali dell’Arma dei carabinieri e, pertanto, agevolando gli uomini di “cosa nostra”, che svuotarono il covo di ogni cosa di eventuale interesse investigativo, il tutto al fine specifico di agevolare proprio l’organizzazione criminale.

La pluralità di condotte contestate ha un unico reato presupposto, l’associazione per delinquere di tipo mafioso, e si rivolge nei confronti di uno stesso soggetto beneficiato, “Cosa nostra”, onde non vale ad integrare una molteplicità di reati di favoreggiamento aggravato, ma un’unica fattispecie delittuosa a carattere permanente perfezionatasi il giorno della cattura del Riina e consumatasi il giorno della scoperta della inesistenza del servizio di osservazione su via Bernini, ovvero il 30.1.93 quando il col. Mario Mori, nel corso di una riunione, comunicò questa situazione di fatto ai magistrati della Procura di Palermo ed agli ufficiali dell’Arma.

Non v’è dubbio, infatti, come già precisato in punto di diritto, che l’eventuale reiterazione dello stesso comportamento criminoso integrante sia sotto il profilo oggettivo che con riguardo a quello soggettivo il delitto di favoreggiamento personale, in presenza dello stesso reato presupposto e del medesimo soggetto aiutato, non vale ad integrare una molteplicità di reati riconducibili ad un unico disegno criminoso, come contestato nella fattispecie, bensì un solo delitto, con le caratteristiche del reato permanente (Cass. Martinelli, cit.).

La peculiarità della fattispecie si coglie già al livello dogmatico di inquadramento nella previsione di cui alla norma incriminatrice, difatti, da un lato, solo quel segmento della complessiva condotta che ha avuto luogo il 15.1.93 consiste in un comportamento commissivo, mentre per i restanti quattordici giorni il reato si sarebbe realizzato mediante un atteggiamento puramente omissivo degli imputati, consistito nel non avere riattivato il giorno 16 gennaio, e per tutti i giorni a seguire, il servizio in atto il giorno dell’arresto del Riina e nel non avere comunicato tale decisione all’Autorità Giudiziaria; dall’altro, nel fatto che il soggetto beneficiato sia venuto ad essere non una persona fisica ma la stessa “mafia”, nella sua dimensione collettiva e strutturale, venendo così a coincidere con quello oggetto dell’ulteriore finalismo previsto dall’aggravante a dolo specifico ex art. 7 L. n. 203/91.

Tralasciando quest’ultimo profilo, che verrà ripreso in punto di esame del dolo degli imputati, deve preliminarmente rilevarsi che, come anticipato nelle precedenti argomentazioni svolte in punto di diritto, la natura omissiva della condotta contestata non osta alla configurabilità del favoreggiamento, sia perché l’ampia locuzione di “aiuto” di cui all’art. 378 C.P. è idonea a ricomprendere qualsivoglia comportamento positivo o negativo, sia perché è rinvenibile, nella fattispecie, un preciso obbligo di garanzia in capo agli imputati, quali organi di polizia giudiziaria, di impedire l’evento pericoloso ex art. 40 cpv. C.P..

Quanto alle caratteristiche dell’elemento oggettivo del reato, la norma – come già detto - richiede solo il pericolo di lesione del bene protetto, e cioè prescinde dalla verificazione di un effettivo sviamento od intralcio alle indagini, occorrendo solo che la condotta, sulla base di una valutazione ex ante da condursi tenendo conto di tutti gli elementi che erano a conoscenza del soggetto agente, o comunque conoscibili secondo criteri di ordinaria diligenza, si presentasse idonea a produrre un tale risultato.

Anche da questo punto di vista, la vicenda in oggetto presenta indubbie particolarità, in quanto il potenziale vantaggio procurato al sodalizio mafioso dall’abbandono del sito di via Bernini può ipotizzarsi sotto diverse forme.

Come dispersione di prezioso materiale investigativo, può avere impedito l’individuazione di altre persone, intranee o fiancheggiatrici dell’organizzazione, che ivi erano citate o alle quali sarebbe stato possibile risalire; può avere consentito all’associazione la regolare prosecuzione dei suoi affari illeciti, estorsioni, appalti, traffico di stupefacenti, che invece avrebbero potuto essere individuati e colpiti dalle forze dell’ordine; può avere impedito l’acquisizione di informazioni rilevanti ai fini delle indagini in corso, quali quelle sulle stragi di via Capaci e di via D’Amelio commesse nell’estate precedente.

Come omessa osservazione visiva del cd. “covo”, infine, potrebbe avere direttamente agevolato qualche latitante che vi si fosse recato indisturbato, come ad esempio Leoluca Bagarella nell’intento di prelevare la sorella, moglie del Riina.

Il rilievo che l’istruzione dibattimentale non abbia consentito di provare l’esistenza di documenti in casa del Riina, od abbia addirittura escluso che si sia recato in via Bernini il suddetto Bagarella, non vale per negare che gli esiti sopra prospettati fossero pienamente possibili, secondo massime di esperienza, e perfettamente prevedibili dagli imputati.

La posizione apicale del Riina, ai vertici dell’organizzazione criminale, ben poteva far ritenere che lo stesso conservasse nella propria abitazione un archivio rilevante per successive indagini su “cosa nostra” e, tenuto conto che la di lui famiglia era rimasta in via Bernini, poteva di certo ipotizzarsi che altri sodali, aventi l’interesse a mettersi in contatto con la stessa, vi si recassero.

Al di là di queste argomentazioni di carattere logico, il fatto che il Riina fosse stato trovato, al momento del suo arresto, in possesso di diversi “pizzini”, ovvero di biglietti cartacei contenenti informazioni sugli affari portati avanti dall’organizzazione, con riferimento ad appalti, alle imprese ed alle persone coinvolte, costituisce un ulteriore preciso elemento, in questo caso di fatto, che vale a rendere la condotta contestata agli imputati oggettivamente idonea ad integrare il reato. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Molti sospetti e poche certezze su un patto segreto tra Ros e Cosa nostra. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 03 febbraio 2023

Il dato certo del ritrovamento indosso al Riina di materiale cartaceo, unito ad indizi di carattere logico, pienamente confermati dalle deposizioni testimoniali acquisite, già di per sé consente di ritenere che l’omessa perquisizione della casa e l’abbandono del sito sino ad allora sorvegliato abbiano comportato il rischio di devianza delle indagini che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera al Giuffré

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Le argomentazioni difensive riferite sul punto, secondo le quali si riteneva che il latitante non conservasse cose di rilievo nella propria abitazione, perché “il mafioso” non terrebbe mai cose che possono mettere in pericolo la famiglia, appaiono fondate su una massima di esperienza elaborata dagli stessi imputati ma non verificata empiricamente ed anzi contraddetta dalla risultanza offerta proprio dal materiale rinvenuto indosso al boss.

Pertanto, già il 15.1.93, sussisteva la concreta e rilevante probabilità che esistesse altra documentazione in via Bernini; probabilità che è stata confermata in dibattimento dal Brusca e dal Giuffré, secondo cui Salvatore Riina era solito prendere appunti, teneva una contabilità dei proventi criminali, annotava le riunioni e teneva una fitta corrispondenza sia con il Provenzano che con altri esponenti mafiosi, per la “messa a posto” delle imprese e la gestione degli affari.

Accertare se tali documenti effettivamente esistessero, se fossero custoditi all’interno della villa e quale sorte abbiano avuto, non può avere alcuna refluenza – ad avviso del Collegio – sulla sussistenza del reato contestato, atteso che il dato certo del ritrovamento indosso al Riina di materiale cartaceo, unito ad indizi di carattere logico, pienamente confermati dalle deposizioni testimoniali acquisite, già di per sé consente di ritenere che l’omessa perquisizione della casa e l’abbandono del sito sino ad allora sorvegliato abbiano comportato il rischio di devianza delle indagini che, difatti, nella fattispecie si è pienamente verificato, stando alle manifestazioni di sollievo e di gioia manifestate da Bernardo Provenzano e da Benedetto Spera al Giuffré (i quali ebbero a dichiarare che per fortuna le forze dell’ordine non avevano potuto trovare “nulla” con ciò intendendo riferirsi proprio a documenti) ed, ancora, alla soddisfazione espressa, durante le fasi dello svuotamento della casa, da parte del Sansone, e condivise dal La Barbera, dal Gioè, dal Brusca, dal Bagarella per il fatto che stava procedendo tutto “liscio” (cfr. in particolare le dichiarazioni di Gioacchino La Barbera).

D’altronde, appare evidente che l’ambito di un’indagine per il delitto di cui all’art. 416 bis C.P. si presenta particolarmente ampio, potendo ricomprendere una molteplicità di condotte e dispiegare i suoi effetti in relazione ad una pletora di personaggi, quali altri correi indagati in diversi filoni di inchiesta, per cui l’omessa perquisizione e la disattivazione del dispositivo di controllo di un luogo di pertinenza di un affiliato, e qui si trattava del capo di “cosa nostra”, appare condotta astrattamente idonea ad integrare non solo il favoreggiamento aggravato, ma lo stesso concorso nel reato associativo, ove si dimostri la sussistenza degli altri presupposti in punto di dolo e di efficienza causale del contributo di cui agli artt. 110 e 416 bis C.P..

Ne deriva che – ad avviso del Collegio - il punto nodale per la ricostruzione della vicenda in esame non può essere ricercato – contrariamente a quanto prospettato dalle difese – sul piano oggettivo, occorrendo invece indagare anche il “perché” siano accaduti gli avvenimenti che ci occupano.

Richiamata la narrazione degli accadimenti fattuali già esposta nella prima parte di questa sentenza, si osserva, sinteticamente, che la prospettiva accusatoria rimane ancorata ai seguenti elementi indiziari:

il giorno dell’arresto del Riina Sergio De Caprio chiese insistentemente, con l’appoggio di Mario Mori, che la perquisizione già predisposta sul complesso di via Bernini, non venisse eseguita, garantendo l’osservazione sul sito;

il pomeriggio alle ore 16.00 il furgone, con a bordo l’app.to Coldesina ed il Di Maggio, fu fatto rientrare ed il servizio non venne più predisposto;

tale decisione non fu oggetto di alcuna comunicazione;

il Ros non svolse più alcuna attività di indagine;

il 20.1.93 il De Caprio chiese che si effettuasse una perquisizione al cd. “fondo Gelsomino” come attività diversiva di depistaggio, nel presupposto che via Bernini fosse sotto osservazione;

in una riunione in data 27.1.93 Mario Mori accennò al fatto che il servizio era stato sospeso da tempo, decidendosi a rivelarlo solo il 30.1.93;

già a dicembre 1992 Mario Mori, con la consapevolezza del Di Caprio, aveva intavolato una trattativa segreta con “cosa nostra” tramite Vito Calogero Ciancimino, per ottenere una resa dei latitanti;

il Ros non poteva conoscere il sito di via Bernini, in quanto non era tra quelli indicati dal Di Maggio, dunque il Riina fu “consegnato” dalla stessa associazione criminale, ed in particolare da Bernardo Provenzano, in ossequio ad un patto di “non belligeranza” stipulato con il Mori. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Cosa accadde davvero il giorno della cattura del capo dei capi? SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 04 febbraio 2023

Tornando ad analizzare quanto accadde il 15 gennaio 1993, in quelle ore, descritte come concitate e frenetiche, che seguirono alla cattura del Riina, doveva decidersi come proseguire ed in quale direzione indirizzare le successive attività di indagine

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Tornando ad analizzare quanto accadde il 15 gennaio 1993, in quelle ore, descritte come concitate e frenetiche, che seguirono alla cattura del Riina, doveva decidersi come proseguire ed in quale direzione indirizzare le successive attività di indagine.

Sino ad allora il potere di direzione e coordinamento delle attività di polizia giudiziaria era stato espletato dal dott. Aliquò, in attesa dell’insediamento del dott. Caselli che sarebbe avvenuto proprio quel giorno.

La discussione nacque spontanea tra tutti i presenti, ufficiali dell’Arma e magistrati, nel cortile della caserma Buonsignore, in modo informale, portando all’emersione di due orientamenti, uno maggioritario, condiviso dall’Autorità Giudiziaria e dai reparti territoriali, che intendeva procedere subito alla perquisizione del complesso di via Bernini, al fine di individuare da quale unità abitativa fosse uscito il Riina e perquisirla, l’altro portato avanti dal Ros, ed in modo particolare da Sergio De Caprio, che riteneva dannosa quest’iniziativa per lo sviluppo delle indagini, proponendo di sfruttare il vantaggio costituito dall’avere catturato il boss a distanza rispetto al residence.

I due orientamenti si contrapposero e si alternarono, in una dialettica fluida e continuativa, che portò prima alla predisposizione delle due squadre che avrebbero dovuto procedere alla perquisizione, poi alla conferenza stampa nella quale si fece apparire l’arresto come casuale, evitando ogni riferimento a via Bernini, quindi a rinviare il momento della partenza sino a dopo il pranzo al circolo ufficiali. Sia nella mattinata, che al momento del pranzo, dove il De Caprio sopraggiunse “indispettito” – secondo quanto riferito dal dott. Aliquò - per il fatto che, come gli aveva detto il cap. Minicucci incontrato in cortile, stava per essere eseguita la perquisizione, l’imputato chiese insistentemente di evitare ogni intervento, perché avrebbe pregiudicato ulteriori acquisizioni che avrebbero consentito di disarticolare il gruppo corleonese.

L’intento, concordemente riferito da tutti i partecipanti a quelle discussioni, in aderenza con quanto altresì cristallizzato nelle note scritte del dott. Caselli e dell’imputato Mori, era quello di avviare un’indagine a lungo termine sui Sansone, che consentisse di risalire ad altri personaggi del sodalizio e colpire gli interessi affaristici del gruppo.

L’importanza dei Sansone, ha riferito il De Caprio, era evidente a tutti ma, in verità, proprio su questo punto le valutazioni dell’Autorità Giudiziaria e del Ros appaiono essere state radicalmente diverse.

Nelle argomentazioni difensive queste investigazioni assumono un’importanza centrale, addirittura assorbente rispetto alla individuazione della villa da cui era uscito il Riina, e proprio per consentire che venissero sviluppate il De Caprio chiese ed ottenne che la perquisizione fosse annullata.

I Sansone erano già emersi nel corso del cd. processo Spatola degli anni ‘80; per loro tramite, grazie all’indicazione del Di Maggio, era stato possibile individuare il complesso di via Bernini, dove abitavano, e catturare Salvatore Riina; Domenico Ganci, quando fu pedinato ad ottobre del 1992 (cfr. relazione di servizio in atti), fece perdere le sue tracce in prossimità dello sbocco di via Giorgione su via Bernini, per cui poteva ragionevolmente ipotizzarsi l’esistenza di collegamenti tra i Sansone e gli stessi Ganci, sui quali l’indagine del Ros era ancora in corso; i Sansone, in quanto titolari di diverse ditte e società, erano portatori degli interessi economici del gruppo corleonese; la perquisizione del complesso avrebbe reso noto all’associazione mafiosa la conoscenza da parte delle forze dell’ordine del luogo ove aveva alloggiato Salvatore Riina e dunque del ruolo dei Sansone nella cattura del boss, svelando così anche la collaborazione del Di Maggio.

Sulla base di tutti questi elementi, avviare un’indagine sistematica su questi soggetti, in parallelo a quella già in corso sui Ganci, avrebbe potuto portare

nella prospettazione difensiva - ad acquisizioni investigative di grande rilevanza, se non addirittura decisive per la sopravvivenza del gruppo che faceva capo al Riina, il quale appunto, proprio sui Sansone e sui Ganci, aveva potuto contare durante la latitanza, per i suoi spostamenti nella città e per il soddisfacimento delle proprie esigenze di vita quotidiana.

Questa opzione investigativa comportava evidentemente un rischio che l’Autorità Giudiziaria scelse di correre, condividendo le valutazioni espresse dagli organi di polizia giudiziaria, direttamente operativi sul campo, sulla rilevante possibilità di ottenere maggiori risultati omettendo di eseguire la perquisizione.

Nella decisione di rinviarla appare, difatti, logicamente, insita l’accettazione del pericolo della dispersione di materiale investigativo eventualmente presente nell’abitazione, che non era stata ancora individuata dalle forze dell’ordine, dal momento che nulla avrebbe potuto impedire a “Ninetta” Bagarella, che vi dimorava, o ai Sansone, che dimoravano in altre ville ma nello stesso comprensorio, di distruggere od occultare la documentazione eventualmente conservata dal Riina – cosa che in ipotesi avrebbero potuto fare anche nello stesso pomeriggio del 15 gennaio, dopo la diffusione della notizia dell’arresto in conferenza stampa, quando cioè il servizio di osservazione era ancora attivo - od anche a terzi che, se sconosciuti alle forze dell’ordine, avrebbero potuto recarsi al complesso ed asportarla senza destare sospetti.

L’osservazione visiva del complesso, in quanto inerente al solo cancello di ingresso dell’intero comprensorio, certamente non poteva essere diretta ad impedire tali esiti, prestandosi solo ad individuare eventuali latitanti che vi avessero fatto accesso ed a filmare l’allontanamento della Bagarella, che non era comunque indagata, e le frequentazioni del sito.

Questa accettazione del rischio fu condivisa da tutti coloro che presero parte ai colloqui del 15.1.93, Autorità Giudiziaria e reparti territoriali, dal momento che era più che probabile che il Riina, trovato con indosso i cd. “pizzini”, detenesse nell’abitazione appunti, corrispondenza, riepiloghi informativi, conteggi, comunque rilevanti per l’associazione mafiosa, e non potendo tutti coloro che la condivisero non essersi rappresentati che con il rinvio della perquisizione non si sarebbe potuto impedirne la distruzione o comunque la dispersione ad opera di terzi.

Inoltre, come ha riferito il dott. Caselli, i tempi del servizio di osservazione che il De Caprio avrebbe assicurato di continuare “in loco” non si annunciavano brevi, in quanto l’operazione da sviluppare si presentava molto complessa, considerato lo stato dei luoghi (bisognava individuare da quale unità il Riina fosse uscito) e la probabile presenza in loco di “pezzi” dell’organizzazione allertati dalla cattura del latitante, per cui dall’iniziale proposito di aspettare e vedere cosa sarebbe successo nelle prossime 48 ore si giunse ad aspettare ben 15 giorni.

Un lasso di tempo che sarebbe stato ampiamente sufficiente a terzi – che pure fossero stati video ripresi dal Ros entrare ed uscire dal complesso – per asportare o distruggere ogni cosa pertinente al Riina.

L’ADESIONE AL “RISCHIO”

Il profilo dell’adesione al rischio connaturato alla proposta ed alla decisione di rinviare la perquisizione appare, dunque, di per sé non rilevante ai fini di determinare l’elemento psicologico degli imputati, dovendo piuttosto verificarsi se i successivi comportamenti, cioè l’omessa riattivazione del servizio di osservazione e l’omessa comunicazione di tale decisione, siano valsi ad integrare la volontà di aiuto all’organizzazione denominata “cosa nostra”.

L’Autorità Giudiziaria, nell’eccezionalità dell’evento che vedeva in stato di arresto il capo della struttura mafiosa e che poteva costituire un’occasione unica ed irripetibile di assestare un colpo forse decisivo all’ente criminale, operò una scelta anch’essa di eccezione, rispetto alla alternativa che avrebbe imposto di procedere alla perquisizione del luogo di pertinenza del soggetto fermato, e ciò fece nell’ambito della propria insindacabile discrezionalità nella individuazione della tipologia degli atti di indagine utilizzabili per pervenire all’accertamento dei fatti.

Tale scelta, però, fu adottata certamente sul presupposto indefettibile che fosse proseguito il servizio di video sorveglianza sul complesso di via Bernini.

Che questa fosse la condizione posta al rinvio della perquisizione, è un dato certo ed acclarato non solo dalle deposizioni dei magistrati e degli ufficiali dell’Arma territoriale che presero parte a quei colloqui, durante i quali comunque si considerò la possibilità di vedere chi sarebbe venuto al complesso, eventualmente anche a prelevare i familiari, ma anche dalla stessa nota del col. Mori del 18.2.93 ove si dice, con riferimento all’attività di “osservazione ed analisi” della struttura associativa esistente intorno ai fratelli Sansone, suggerita il 15 gennaio, che tale attività veniva in effetti sospesa, per motivi di opportunità operativa e di sicurezza, in attesa di una sua successiva riattivazione, esplicitando, poi, nell’ultimo periodo, che si verificò una “mancata, esplicita comunicazione all’A.g. della sospensione dei servizi di sorveglianza su via Bernini”.

Al di là delle, in più punti, confuse (v. dichiarazioni sulla asserita non importanza dell’abitazione ove il latitante convive con la famiglia, perché non vi terrebbe mai cose che possano compromettere i familiari) argomentazioni addotte dagli imputati, che sono sembrate dettate dalla logica difensiva di giustificare sotto ogni profilo il loro operato, deve valutarsi se quei comportamenti omissivi valgano ad integrare un coefficiente di volontà diretta ad agevolare “cosa nostra”. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Il covo di Totò Riina abbandonato, solo equivoci e “scarsa comunicazione”? SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 05 febbraio 2023

Appare certo che l’attenzione investigativa del Ros avesse ad oggetto i fratelli Sansone e che in considerazione di tale indagine, la cui importanza fu esplicitata alla procura della Repubblica e da questa condivisa, si decise di nascondere il dato di conoscenza costituito da via Bernini. Tuttavia, l’Autorità Giudiziaria non vi diede lo stesso peso attribuito dal Ros

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Sulla base degli elementi fattuali più innanzi richiamati, appare certo che l’attenzione investigativa del Ros, per come riferito anche dal comandante del reparto magg. Mauro Obinu, avesse ad oggetto, effettivamente, i fratelli Sansone e che in considerazione di tale indagine, la cui importanza fu esplicitata alla procura della Repubblica e da questa condivisa, si decise di nascondere il dato di conoscenza costituito da via Bernini.

Tuttavia, l’Autorità giudiziaria non vi diede lo stesso peso attribuito dal Ros.

Le indagini sui Sansone e sul cd. “covo” di Riina, costituivano, ad avviso della Procura, due filoni autonomi di investigazione, che dovevano procedere su binari paralleli, e difatti, quando, nella mattinata, si decise di procedere a perquisizione, non ne fu valutata l’interferenza sull’indagine in corso sui Sansone, che pure abitavano nello stesso complesso ed i cui telefoni erano sotto intercettazione, anzi, ha precisato il dott. Aliquò, fu addirittura accantonata l’idea di una refluenza dell’una sull’altra, anche perché non si sapeva quanto distassero le rispettive ville.

Così però non era, e non poteva essere, nelle valutazioni del De Caprio, per il quale assumeva un’importanza decisiva assicurare la “tranquillità” ai Sansone, in modo che riprendessero i loro contatti e si potesse avviare un sistematico servizio di osservazione, analogo a quello in atto sui Ganci, senza pericolo di essere scoperti.

Che ci fosse il pericolo, gravissimo, di essere notati e così svelare le acquisizioni investigative possedute è indubitabile, in considerazione del fatto che il territorio (zona Uditore), ove aveva trascorso la latitanza il Riina, era sotto il sistematico controllo mafioso della “famiglia” del quartiere e la cattura del boss costituiva senz’altro un evento idoneo ad allertare gli “osservatori” dell’organizzazione criminale.

Se questa considerazione di carattere logico vale a spiegare la decisione assunta dal cap. De Caprio il pomeriggio del 15 gennaio di non ripetere il servizio il giorno seguente, per il timore appunto che il dispositivo venisse scoperto, anche considerato il comportamento particolarmente accorto tenuto da “Pino” Sansone il giorno precedente (v. servizio di pedinamento del 14.1.93, di cui al secondo par.), il carattere permanente del comportamento contestato agli imputati impone di verificare la condotta in relazione a tutti i giorni che seguirono.

Come già evidenziato, è stato accertato che il 16 gennaio 1993 il De Caprio vide in televisione dei servizi giornalistici che mostravano il civico n. 52/54 di via Bernini, dove diverse troupes si erano recate a seguito di una “soffiata” da parte dell’Arma territoriale circa la via nella quale insisteva il “covo” di Riina.

In proposito, vanno richiamate le dichiarazioni dei testi Bolzoni e Ziniti, i quali hanno riferito con assoluta certezza che fu il magg. Ripollino, addetto all’Oaio (cfr. rif. al quarto par.) e responsabile dei rapporti con la stampa, a dare loro l’indicazione della via, senza precisarne il numero civico, ove aveva abitato il latitante.

Il maggiore ha, però, dichiarato di non ricordare la circostanza, aggiungendo che neppure conosceva la via Bernini e che, in ogni caso, se invece fornì quella notizia lo fece obbedendo ad una disposizione dei suoi superiori.

L’allora col. Sergio Cagnazzo ha negato, dal canto suo, di avere mai dato un ordine in tal senso, precisando che era nell’interesse comune tenere segreta l’ubicazione del “covo”, mentre il gen. Cancellieri ha addirittura riferito di avere appreso solo al dibattimento questa circostanza.

Come si vede, tali risultanze non consentono di ricostruire la dinamica dell’episodio con la dovuta precisione, tuttavia, appare certo, alla luce delle specifiche, concordi e genuine deposizioni testimoniali dei giornalisti di cui sopra, che la notizia di via Bernini gli venne in effetti data e venne loro fornita proprio dal magg. Ripollino.

Per quale motivo, con quali finalità e su ordine di chi, non è stato possibile accertarlo in base ai pochi elementi acquisiti al giudizio ma deve, verosimilmente, ipotizzarsi che nell’ambito della territoriale qualcuno avesse l’interesse a “bruciare” il sito, forse per questioni di rivalità o per contrasti sorti con il Ros.

Il 16 gennaio, i carabinieri della stazione di Corleone comunicarono il rientro della Bagarella in paese, notizia che fu oggetto il giorno seguente di una specifica riunione tra la procura e l’Arma territoriale, che manifestò dei dubbi sul servizio di osservazione del Ros, il quale nulla aveva comunicato in merito. A conclusione della discussione, si decise di concedere altro tempo al reparto, che – si credeva – stesse lavorando.

È stato accertato che tutte le riunioni che si susseguirono, da quel 16 gennaio sino a fine mese, avvennero sempre e solo tra l’Autorità Giudiziaria e la territoriale. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

E poi la sceneggiata della perquisizione di Fondo Gelsomino. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 06 febbraio 2023

Il Maggiore Obinu, che ha dichiarato di avere saputo dei preparativi in merito alla perquisizione al fondo il giorno 20 gennaio, quando già sapeva che il servizio era stato dimesso, non mise in relazione quell’evento con la necessità che l’osservazione fosse in atto, cosa che altrimenti gli avrebbe imposto una doverosa comunicazione all’Autorità Giudiziaria ed ai vertici dell’Arma...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Dopo l’arresto del Riina, ogni reparto si occupò del filone di indagine rimesso alla propria competenza e cessarono quelle riunioni di coordinamento e di scambio di informazioni che avevano avuto luogo, sino al giorno della cattura, tra il nucleo operativo e la sezione comandata dal cap. De Caprio.

D’altronde, c’era la convinzione che il Ros si stesse occupando di via Bernini, mentre invece era impegnato negli accertamenti di carattere documentale sui cd. “pizzini” trovati indosso al Riina ed al Biondino ed in quelli di carattere patrimoniale e societario sui Sansone, oggetto di una specifica relazione del 26.1.93.

Neppure alla riunione del 20 gennaio, nella quale si deliberò a scopo di “depistaggio” dei giornalisti la perquisizione al cd. “fondo Gelsomino”, il Ros era presente, e l’iniziativa fu assunta dalla territoriale concordemente con l’Autorità Giudiziaria.

Come già accennato, il presupposto in base al quale fu ritenuta necessaria questa operazione era costituito dal fatto che numerosi giornalisti, sin dal 16 gennaio come innanzi detto, stavano perlustrando la zona alla ricerca del “covo”; la notizia era pertanto pervenuta alla stampa così come quella relativa alla collaborazione dal Piemonte di tale “Baldassarre” (cfr. lancio Ansa del 16.1.93).

Non v’è dubbio, sul piano logico, che tali elementi avrebbero dovuto indurre gli organi investigativi e gli inquirenti a ritenere il sito ormai “bruciato”, essendo gli uomini di “cosa nostra” già in possesso di tutte le informazioni per stabilire il collegamento via Bernini-DiMaggio-Sansone, ed avrebbero dovuto imporre di procedere subito alla sua perquisizione ma così non fu ed, al contrario, si ritenne cogente l’interesse a sviare l’attenzione dei mass media dal vero obiettivo.

Anche nella valutazione del cap. De Caprio – il quale ha altresì negato di avere mai appreso del lancio Ansa sopra citato che aveva fatto il nome del collaboratore - il sito non era ancora definitivamente “bruciato”, ma la presenza della stampa in zona ne aveva solo reso impossibile l’immediato sfruttamento a fini investigativi, per cui si rese necessario far “raffreddare” il luogo e rinviarne il controllo sino a data utile, la quale, tuttavia, a seguito della perquisizione al “fondo Gelsomino” e del lancio Ansa su via Bernini del 1.2.93 (cfr. al quarto par.), non arrivò mai.

Il Ros, come testimoniato dal magg. Obinu, venne comunque a conoscenza dei preparativi dell’operazione e della sua esecuzione ma non la condivise, ritenendola un ulteriore fattore di disturbo per l’investigazione sui Sansone, in quanto consistente in un’operazione in grande stile su un obiettivo molto vicino a via Bernini, che faceva scemare l’effetto sorpresa che il reparto si era prefisso di sfruttare nei confronti dei Sansone, ed aveva altresì l’effetto di metterli in ulteriore allarme, impedendo la “normalizzazione” dei loro rapporti e la ripresa dei loro contatti con altri associati mafiosi.

Anche questo evento, nella prospettazione difensiva, comportò l’esigenza di procrastinare ulteriormente l’avvio delle attività di indagine di tipo dinamico sui Sansone e quindi la messa in opera del servizio di osservazione su via Bernini, il che postula, necessariamente, che gli imputati non dovessero avere conoscenza della finalità diversiva posta alla base della decisione di perquisire il fondo perché, altrimenti, avrebbero dovuto manifestare l’inutilità della perquisizione e comunicare che il servizio, invece, non c’era.

In proposito, nessuna risultanza dell’istruzione dibattimentale ha consentito di accertare che gli imputati sapessero qual era lo scopo dell’operazione.

Il cd. “fondo Gelsomino”, con relativo manufatto, era stato indicato dal Di Maggio quale luogo in cui aveva visto il Riina anni prima e come tale era stato oggetto della particolare attenzione investigativa dell’Autorità Giudiziaria e dell’arma territoriale, che già il 13 gennaio 1993 avevano deciso di farvi irruzione, decisione poi mutata dietro l’insistenza del cap. De Caprio, che lo considerava ormai un luogo inattivo, arrivando alla soluzione di compromesso di metterlo sotto osservazione il giorno seguente assieme a via Bernini (v. sopra, primo par.).

Sulla scorta di questo dato di fatto, non può escludersi che il Ros abbia ritenuto quella operazione rispondente ad un interesse investigativo che era sempre stato presente e vivo nella territoriale e nell’Autorità Giudiziaria, ignorandone lo scopo di depistaggio che l’animava, rispetto ad un servizio di osservazione invece inesistente.

Lo stesso magg. Obinu, che ha dichiarato di avere saputo dei preparativi in merito alla perquisizione al fondo il giorno 20 gennaio, quando già sapeva che il servizio era stato dimesso (cfr. sua deposizione già richiamata al terzo e quarto par.), non mise in relazione quell’evento con la necessità che l’osservazione fosse in atto, cosa che altrimenti gli avrebbe imposto una doverosa comunicazione all’Autorità Giudiziaria ed ai vertici dell’Arma. Così come il gen. Cancellieri, dopo la scoperta dell’abbandono del sito, non sentì l’esigenza di riparlare dell’azione che era stata condotta sulla base di un presupposto inesistente, in quanto – ha detto - “andava comunque fatta”.

Ulteriore dato di difficile decifrazione, alla luce delle acquisizioni dibattimentali, è costituito dal fatto che un provvedimento di revoca delle intercettazioni telefoniche sulle utenze dei Sansone, tra le quali quella di via Bernini, risulta essere stato adottato quello stesso 20 gennaio 1993 (cfr. decreto in atti, già citato al quarto par.).

In difetto di ogni altra risultanza, non è stato possibile accertare le motivazioni che indussero a ritenere non più utile l’ascolto delle conversazioni telefoniche dei sopra nominati soggetti.

La mancanza di comunicazione e l’assenza di un flusso informativo tra l’autorità giudiziaria, la territoriale ed il Ros, davvero eclatante e paradossale nel caso dell’operazione “fondo Gelsomino”, appare comunque aver contraddistinto, sotto diversi profili, tutte le fasi della vicenda in esame.

Il Ros fa finta di niente e la procura di Caselli non chiede spiegazioni. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 07 febbraio 2023

A seguito della riunione del 26 gennaio, durante la quale alcuni ufficiali dell’arma prospettarono che il servizio era forse cessato da tempo, non vi fu alcuna interlocuzione con il Ros. Parimenti, il 27 gennaio 1993, quando alcuni magistrati della Procura visionarono le riprese filmate dei giorni 14 e 15 gennaio 1993, constatandone l’interruzione il giorno stesso dell’arresto del Riina, non fu avanzata al Ros alcuna richiesta di spiegazioni

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Le stesse modalità tecniche con cui era stato eseguito ed avrebbe dovuto proseguire il servizio di osservazione erano sconosciute ai reparti territoriali, tanto che lo stesso magg. Balsamo, che pure vide i filmati la sera del 14 gennaio 1993, rimase convinto che fosse stata utilizzata una telecamera fissa esterna, posizionata su un qualche supporto di fronte al cancello di ingresso al residence di via Bernini, mentre la Procura rimase estranea ai dettagli di carattere tecnico dell’operazione, tra i quali quelli relativi alla conformazione della strada ed alle ragioni che avevano escluso la possibilità di installare mezzi di ripresa, imponendo l’uso del furgone (cfr. deposizione dei dott.ri Aliquò e Caselli e del magg. Balsamo). Nell’unica occasione, il 13 gennaio 1993, in cui il dott. Aliquò interloquì con il Ros in merito a come pensava di eseguire l’osservazione, gli fu riferito che la presenza di videocamere, posizionate sulla via alla distanza ed al punto di osservazione idonei a filmare il cancello di ingresso, sarebbe stata con tutta probabilità scoperta e che era necessario utilizzare il furgone, con notevoli problemi di sicurezza per il personale.

Proprio in quell’occasione, come già aveva fatto anche in precedenza, il dott. Aliquò raccomandò che tutte le attività, in quanto dirette alla cattura di Riina, si svolgessero sempre con la massima attenzione per la sicurezza degli operanti.

Neppure si aveva l’esatta percezione di quali e quanti luoghi fossero sotto osservazione, ed in cosa quest’ultima consistesse, come precisato dal dott. Aliquò, secondo il quale, prima della cattura del Riina, tutti i luoghi di cui aveva parlato il Di Maggio, risultati ancora “attivi”, erano, genericamente, “osservati”, e come esplicitato nella nota a firma del dott. Caselli del 12.2.93, ove si afferma che il Ros il giorno della cattura assicurò che “i vari luoghi di interesse per l’indagine” erano “sotto costante e attento controllo”.

In realtà, non è emerso che si parlò di altri luoghi ad eccezione di via Bernini.

Ed ancora, come riferito dal dott. Aliquò, il rientro della Bagarella a Corleone, che pure fu oggetto di indagine per verificare come si era allontanata dal complesso ed eventualmente con quali appoggi, non fece avanzare al Ros alcuna richiesta di chiarimenti od informazioni, e ciò sebbene fosse stato oggetto di commenti in Procura (cfr. deposizione del dott. Patronaggio circa il primo “campanello d’allarme”, quarto par.).

Anche a seguito della riunione del 26 gennaio, durante la quale alcuni ufficiali dell’arma prospettarono che il servizio era forse cessato da tempo, non vi fu alcuna interlocuzione con il Ros.

Parimenti, il 27 gennaio 1993, quando alcuni magistrati della Procura visionarono le riprese filmate dei giorni 14 e 15 gennaio 1993, inoltrate con relazioni illustrative il giorno precedente, constatandone l’interruzione il giorno stesso dell’arresto del Riina, non fu avanzata al Ros alcuna richiesta di spiegazioni.

Infine, nella riunione – di cui non è stato possibile accertare la data - durante la quale l’imputato Mori avrebbe “accennato” alla sospensione del servizio, sollecitando indagini patrimoniali e bancarie sui Sansone, non venne chiesto il senso di quanto veniva riferito, e, pur nella ormai consapevolezza che il servizio non fosse più in corso (cfr. la “quasi certezza” riferita dal dott. Aliquò, già al quarto par.), si aspettò, per averne definitiva contezza, la riunione del 30.1.93. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

La cattura del boss di Corleone segnata da troppi errori ed omissioni. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 08 febbraio 2023

L’omessa comunicazione della cessazione del servizio di osservazione si innestò, quindi, in una serie concatenata di omissioni, anch’esse significative della eccezionalità del contesto nel quale maturarono quegli accadimenti. Tutto ciò nonostante fosse stato arrestato non un criminale qualsiasi ma proprio uno dei latitanti più pericolosi e più ricercati...

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

L’omissione della comunicazione all’Autorità giudiziaria della decisione, adottata dal cap. De Caprio nel tardo pomeriggio del 15 gennaio stesso, di non riattivare il servizio il giorno seguente, e poi tutti i giorni che seguirono, è stata spiegata dal col. Mario Mori, nella nota del 18.2.93, con lo “spazio di autonomia decisionale consentito” nell’ambito del quale il De Caprio credeva di potersi muovere, a fronte delle successive “varianti sui tempi di realizzazione e sulle modalità pratiche di sviluppo” delle investigazioni che si intendeva avviare in merito ai Sansone, una volta che i luoghi si fossero “raffreddati”.

Ciò però non era e non poteva essere, alla luce della disciplina ex art. 55 e 348 c.p.p. delle attività di polizia giudiziaria.

Ed infatti, fino a quando il Pubblico Ministero non abbia assunto la direzione delle indagini, la polizia giudiziaria può compiere, in piena discrezionalità, tutte le attività investigative ritenute necessarie che non siano precluse dalla legge ai suoi poteri; dopo essa ha il dovere di compiere gli atti specificatamente designati e tutte le attività che, anche nell’ambito delle direttive impartite, sono necessarie per accertare i reati ovvero sono richieste dagli elementi successivamente emersi. L’art. 348 co. 3 c.p.p., per costante giurisprudenza (Cass. 7.12.98 n. 6712; Cass. 4.5.94 n. 6252; Cass. 21.12.92 n. 4603), pone, una volta intervenuta l’Autorità Giudiziaria, un unico limite alle scelte discrezionali della polizia giudiziaria, quello della impossibilità di compiere atti in contrasto con le direttive emesse.

Nella fattispecie appare indubitabile che la decisione assunta dal cap. De Caprio era incompatibile con la direttiva di proseguire il controllo - prescindendo se fosse da intendersi come video sorveglianza o come osservazione diretta od anche come semplice pattugliamento a mezzo di auto civetta della zona - impartita dall’Autorità giudiziaria e, seppure motivata con gli elementi successivamente emersi, relativi alla presenza in loco di operatori della stampa, alla fuga di notizie che aveva avuto ad oggetto via Bernini e dunque agli aggravati problemi di sicurezza della zona, andava immediatamente comunicata.

Con riferimento a tale aspetto della vicenda, certamente riconducibile al cap. De Caprio, va aggiunto che le acquisizioni processuali non consentono di individuare con esattezza il momento in cui il col. Mori fu messo a conoscenza delle iniziative assunte dal predetto capitano.

In proposito, le argomentazioni del De Caprio secondo il quale ebbe ad informare il proprio superiore verso la fine di gennaio appaiono inverosimili, atteso che il col. Mori, quale responsabile del Ros, era stato voluto dal dott. Caselli per dirigere le indagini che sarebbero scaturite dalle dichiarazioni del Di Maggio. Ed è quindi rispondente a criteri di comune logica ritenere che ogni decisione del cap. De Caprio dovesse essergli comunicata preventivamente o immediatamente dopo la sua assunzione.

Il sito, come già detto, fu abbandonato e nessuna comunicazione ne venne data agli inquirenti.

Questo elemento, tuttavia, se certamente idoneo all’insorgere di una responsabilità disciplinare, perché riferibile ad una erronea valutazione dei propri spazi di intervento, appare equivoco ai fini dell’affermazione di una penale responsabilità degli imputati per il reato contestato.

Il servizio di osservazione, come già innanzi precisato, non poteva avere una valenza sostitutiva rispetto alla mancata perquisizione del complesso e del cd. “covo”, in quanto non poteva impedire la distruzione od il trafugamento di materiale cartaceo, rilevante per la prosecuzione delle indagini, a mano della stessa Bagarella o dei Sansone che vi abitavano o anche di terzi che vi avessero acceduto, prestandosi solo ad individuare chi si sarebbe recato al residence e dunque i contatti che la famiglia e i Sansone avrebbero avuto, tanto più considerando che, anche nelle valutazioni dell’Autorità giudiziaria, si trattava di un’attività di durata nel tempo.

Il Ros, sulla scorta di questa considerazione, diede importanza precipua all’indagine sui Sansone, in seno alla quale il servizio di osservazione, a suo avviso, aveva senso se ed in quanto fosse stato possibile, in termini di sicurezza, ed utile in termini di risultati, per avere i Sansone ripreso, con la recuperata “tranquillità” dell’area, i loro contatti illeciti.

Contatti che in realtà, al contrario, erano attivissimi, nel senso di consentire lo svuotamento completo del “covo”.

L’omessa comunicazione della cessazione del servizio si innestò, quindi, in una serie concatenata di omissioni, già enucleate, anch’esse significative della eccezionalità del contesto nel quale maturarono quegli accadimenti, quali: il giorno dell’arresto, la omessa specificazione, neppure sollecitata dalla procura, di quali attività avrebbero dovuto essere condotte e con quali modalità; la omissione, da quel giorno in poi, di ogni flusso comunicativo ed informativo tra la procura della Repubblica ed i reparti territoriali con il Ros; la omissione di riunioni che vedessero la partecipazione di tutti e tre gli organismi; l’omesso coinvolgimento del Ros nella perquisizione al fondo Gelsomino; la omissione di qualsiasi richiesta di informazioni e di chiarimenti al Ros, sin dal 17 gennaio, quando fu comunicata la notizia del rientro della Bagarella a Corleone, e per tutti i giorni a seguire, anche dopo la manifestazione di perplessità, da parte degli ufficiali della territoriale e di alcuni magistrati che avevano visionato i filmati su via Bernini, sulla sussistenza in atto dell’osservazione, ed anche dopo la frase accennata dal col. Mori sulla sospensione del servizio.

Tutto ciò nonostante fosse stato arrestato non un criminale qualsiasi ma proprio uno dei latitanti più pericolosi e più ricercati, coinvolto nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio e già condannato all’ergastolo per gravissimi delitti.

Le finalità (mai accertate) del comportamento di Mori e di “Ultimo”. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 09 febbraio 2023

Ma quel che più rileva – ad avviso del Collegio – è che non è stato possibile accertare la causale delle condotte degli imputati. Invece, è stato accertato che il cap. De Donno a cavallo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio prese contatti con Vito Ciancimino, tramite il figlio Massimo che conosceva, per avviare un dialogo...

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Ma quel che più rileva – ad avviso del Collegio – è che non è stato possibile accertare la causale delle condotte degli imputati.

In un processo indiziario, l’accertamento della causale è tanto più necessario quanto meno è grave, preciso e concordante il quadro degli elementi che sorreggono l’ipotesi accusatoria, potendo, se convergente per la sua specificità ed esclusività in una direzione univoca, fungere da dato catalizzatore e rafforzativo della valenza probatoria degli stessi in merito al riconoscimento della responsabilità e così consentire di inferire logicamente, sulla base di regole di esperienza consolidate ed affidabili, il fatto incerto.

È stato accertato che il cap. De Donno a cavallo delle stragi di Capaci e di via D’Amelio prese contatti con Vito Ciancimino, tramite il figlio Massimo che conosceva, per avviare un dialogo e che, insieme all’imputato Mori, si recò ad incontrarlo nella sua casa romana in circa tre o quattro occasioni, in agosto, a fine settembre e nel dicembre 1992, appena prima che venisse tratto in arresto.

Il Ciancimino, inizialmente restio, si decise dopo le stragi a fungere da intermediario per un dialogo con “cosa nostra”, allo scopo di accreditarsi agli occhi dei due ufficiali per poterne trarre vantaggi con riferimento alle sue vicende giudiziarie, che lo vedevano in attesa di una sentenza di condanna definitiva e dunque della prospettiva del carcere.

Trovò un interlocutore con il gotha mafioso nel medico, di cui solo successivamente farà il nome, Antonino Cinà che inizialmente reagì con grande scetticismo ed arroganza all’iniziativa assunta dai carabinieri ma poi, stando a quanto riferito dal Ciancimino nel suo manoscritto “I carabinieri” acquisito al giudizio, gli conferì delega a trattare.

Al nuovo incontro che ebbe luogo a casa sua a fine settembre, arrivato ormai il momento di svelare i termini della proposta, gli ufficiali chiesero la resa dei grandi latitanti Riina e Provenzano limitandosi ad offrire, in cambio, un trattamento di favore per le famiglie.

Fu chiaro, allora, al Ciancimino che in realtà non c’erano i margini per addivenire a nessun accordo e che anche la sua posizione, che giocava sull’ambiguità del suo ruolo di interfaccia tra i carabinieri e la mafia, era ormai irrimediabilmente compromessa, cosa che lo indusse a continuare per suo conto la “trattativa”, prospettando falsamente ai capi mafiosi, da una parte, una soluzione politica per le imprese colpite dal fenomeno “tangentopoli”, ai carabinieri, dall’altra, la sua volontà di inserirsi nell’organizzazione per conto dello Stato, decidendo di collaborare efficacemente con la giustizia.

A tal fine, con il pretesto di averne bisogno per questa sua attività, chiese ai due ufficiali, nell’ultimo incontro nei giorni immediatamente precedenti la sua nuova incarcerazione del 19.12.92, che gli fosse rilasciato il passaporto che gli era stato ritirato, evidentemente al reale scopo di sottrarsi all’esecuzione dei provvedimenti giudiziari che, proprio in quel medesimo frangente temporale, stavano per essere adottati nei suoi confronti, andando a riparare all’estero.

Chiese, pure, che gli fossero esibite le mappe relative ad alcune zone della città di Palermo ed atti relativi ad utenze Amap, in quanto a conoscenza di elementi utili alla ricerca del Riina.

È di fondamentale rilievo, nel presente giudizio, accertare quali furono le finalità concrete che mossero il nominato col. Mori a ricercare questi contatti con il Ciancimino.

Al riguardo, le ipotesi astrattamente prospettabili sono due, e cioè che il Mori volesse intavolare un vero e proprio negoziato con l’organizzazione criminale, oppure che, tramite l’allettante (per la mafia) pretesto di voler aprire per conto dello Stato un canale di comunicazione con l’associazione, così da addivenire ad una sorta di “tregua” con importanti concessioni, intendesse solo carpire informazioni utili alle indagini ed alla individuazione del Riina.

Nella prima prospettiva, escluso ogni interesse personale dell’imputato che neppure a livello di sospetto è stato mai avanzato, può ipotizzarsi che la “trattativa” avesse un reale contenuto negoziale, i cui termini fossero, dalla parte mafiosa, la cessazione della linea d’azione delle stragi, dalla parte istituzionale, la garanzia della prosecuzione degli affari criminali dell’ente ovvero la salvaguardia della latitanza di alcuni suoi esponenti, oppositori del Riina (così Bernardo Provenzano), tramite l’assicurazione che la documentazione in possesso del boss corleonese, sempre che, in via ipotetica, contenesse informazioni sugli uni e sugli altri, non sarebbe stata reperita dalle forze dell’ordine.

Già, difatti, è stato osservato che, se pure non è stato possibile accertare l’effettiva esistenza ed il contenuto di questi documenti, gli stessi, verosimilmente, erano presenti nella casa e potevano contenere dati rilevanti sulle attività dell’associazione e su altri affiliati o fiancheggiatori della medesima.

Non può quindi escludersi, sul piano delle deduzioni in astratto, che tali documenti contenessero notizie potenzialmente “ricattatorie” per alcuni soggetti, anche appartenenti alle istituzioni e contigui a “cosa nostra” e che vi fosse tutto l’interesse di esponenti dell’organizzazione criminale ad assicurarsene il possesso, anche per garantirsi un’impunità che, quanto al Provenzano ed al Matteo Messina Denaro (indicato dal Provenzano al Giuffré come possibile consegnatario dei predetti documenti) era all’epoca in atto da lungo tempo.

In quest’ottica la consegna del Riina, fautore delle stragi, potrebbe essere stata il prezzo da pagare volentieri per coloro che, nella mafia, intendessero sbarazzarsi del boss per assumere il comando dell’organizzazione, ed al tempo stesso privilegiassero un’opposizione di basso profilo, più produttiva dal punto di vista della salvaguardia degli interessi economici del sodalizio e della sua stabilità. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

L’hanno arrestato o si è consegnato? Ecco cosa dicono i giudici di Palermo. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 10 febbraio 2023

L’istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del cap. De Caprio.

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Passando dal piano delle mere congetture a quello delle risultanze probatorie, la consegna del boss corleonese, nella quale avrebbe dovuto consistere la prestazione della mafia, è circostanza rimasta smentita dagli elementi fattuali acquisiti al presente giudizio.

L’istruzione dibattimentale ha, al contrario, consentito di accertare che il latitante non fu consegnato dai suoi sodali, ma localizzato in base ad una serie di elementi tra loro coerenti e concatenati che vennero sviluppati, in primo luogo, grazie all’intuito investigativo del cap. De Caprio. Ed invero, il Di Maggio rivelò che tale “Pino” Sansone, assieme a Raffaele Ganci, provvedeva ad accompagnare il Riina nei suoi spostamenti in città ed a curarne la latitanza; indicò vari luoghi, nella zona Uditore, dove aveva visto il boss ed il 12 gennaio 1993, nel corso di uno dei vari sopralluoghi cui prese parte, condusse i carabinieri in via Cimabue e poi in via Bernini (ma più avanti di qualche centinaio di metri rispetto al residence, cfr. deposizione del mar.llo Merenda, primo par.), luoghi ove indicò gli stabili dove avevano sede gli uffici del Sansone, che ne consentì l’individuazione in Giuseppe, uno dei fratelli Sansone, imprenditori edili e titolari di numerose società.

Tale nominativo era già emerso nel corso del processo cd. Spatola Rosario + 74 , dunque il cap. De Caprio, che nel corso del servizio contestualmente in atto sui Ganci non aveva riscontrato alcun contatto con il Riina, decise di concentrare l’attenzione investigativa del Ros proprio su questi individui e, per tale ragione, dal 13.1.93 furono sottoposte ad intercettazione telefonica le utenze intestate a Sansone Gaetano, alla moglie Matano Concetta, alla sua ditta individuale ed alle società a r.l. Sicos, Soren, Sicor, nonché quella intestata alla ditta individuale Sansone Giuseppe.

Su ordine del cap. De Caprio, il mar.llo Santo Caldareri eseguì approfonditi accertamenti anagrafici e documentali che portarono alla individuazione della loro residenza anagrafica in via Beato Angelico n.51 ed alla scoperta di un’utenza telefonica, intestata a Giuseppe, sita in via Bernini nn. 52/54.

Il 7 ottobre 1992, Domenico Ganci era stato pedinato sino a via Giorgione, il cui prolungamento andava a terminare proprio su via Bernini, all’altezza del numero civico 52/54.

Nel pomeriggio del 13 gennaio 1993, i mar.lli Riccardo Ravera e Pinuccio Calvi si recarono, su ordine del De Caprio, in via Bernini a verificare i luoghi ed accertarono sul citofono del complesso di villette il nominativo dei Sansone, con le rispettive mogli, che dunque domiciliavano di fatto proprio in quel residence, invece che nel luogo di residenza.

Fu subito inoltrata la richiesta di autorizzazione all’intercettazione telefonica dell’utenza fissa localizzata all’interno del complesso, le cui operazioni di ascolto iniziarono nel pomeriggio del 14.1.93.

E va qui ripetuto che fu sempre il cap. De Caprio, il 13 gennaio 1993, a proporre nel corso di una riunione con la territoriale e con il procuratore aggiunto dott. Vittorio Aliquò, che suggerivano di eseguire una perquisizione nel “fondo Gelsomino”, un altro dei luoghi indicati dal Di Maggio, di non procedere con detta perquisizione, dal momento che riteneva dannosa ogni iniziativa diretta, ed invece concentrare le investigazioni sui Sansone, ottenendo l’autorizzazione a mettere sotto osservazione il complesso di via Bernini purché svolgesse analogo servizio sul predetto fondo.

L’osservazione del 14 gennaio, quindi, aveva ad oggetto il Sansone, che fu anche pedinato nel corso di quello stesso pomeriggio dagli uomini delle auto civetta in servizio, ed invece consentì di video filmare “Ninetta” Bagarella e Vincenzo De Marco, indicato dal Di Maggio come l’autista dei figli, mentre uscivano dal complesso, i quali furono riconosciuti dal Di Maggio nella notte, quando ancora il cap. De Caprio, assieme al magg. Balsamo, al mar.llo Merenda ed al collaboratore, procedettero a visionare le riprese effettuate dall’appuntato Coldesina.

La reiterazione del servizio il giorno seguente, con la presenza del collaboratore sul furgone, consentì l’immediata osservazione del Riina, in auto con Biondino Salvatore, mentre usciva dal complesso.

La presenza del Riina all’interno del residence ove abitava la famiglia non era affatto scontata e difatti il servizio si svolse con le stesse modalità di quello effettuato il giorno precedente, tranne che per la presenza del collaboratore e dello stesso De Caprio, con l’obiettivo certo di pedinare la Bagarella e il De Marco per arrivare al latitante.

Il Di Maggio non sapeva dove abitasse Salvatore Riina, come sempre affermato e riferito, negli anni 1995/1996, ai collaboratori escussi nel presente giudizio La Rosa e Di Matteo, in occasione dei commenti che gli stessi si scambiarono sulla vicenda dell’arresto del boss.

Neppure Giovanni Brusca, d’altra parte, ne era a conoscenza, in quanto sapeva solo la zona ove alloggiava e che ci andavano il De Marco e Pino Sansone; così pure ha riferito Antonino Giuffré.

Inoltre i collaboratori Brusca e La Barbera hanno riferito come avvenne lo svuotamento e la ristrutturazione della casa, fornendo elementi che logicamente escludono ogni ipotetica connivenza da parte degli imputati.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Un’azione dei Ros per ottenere informazioni sui grandi latitanti di mafia. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE su Il Domani il 11 febbraio 2023

Se gli elementi di carattere logico e fattuale sono idonei a smentire l’ipotesi della “trattativa” mafia-Stato avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l’iniziativa del gen. Mori fu finalizzata solo a far apparire l’esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sull’individuazione dei latitanti.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Inizialmente essi si posero il problema che l’abitazione fosse sorvegliata dalle forze dell’ordine e proprio per questo motivo l’incarico di procedere alla eliminazione di ogni traccia relativa al Riina ed alla famiglia venne affidato, tramite il cugino, ai Sansone, che potevano andare e venire dal residence senza problemi in quanto vi abitavano.

La scelta di questi soggetti comprova che la mafia ignorava del tutto che invece proprio loro fossero stati individuati e grazie a questo si fosse pervenuti ad osservare via Bernini ed all’arresto del Riina.

Pertanto, l’intuizione del Ros di non svelare il dato di conoscenza relativo alla via ed agli imprenditori, che fu alla base della scelta di rinviare la perquisizione, fu esatta se riferita alle future proiezioni investigative, ma del tutto errata nel presente di quella decisione, in quanto, proprio perché li credeva sconosciuti alle forze dell’ordine, l’organizzazione mafiosa se ne servì nell’immediato per ripulire l’abitazione.

L’associazione criminale, inoltre, si affrettò ad agire, subito dopo la cattura del Riina, nel presupposto che il complesso fosse osservato, mentre come si è visto così non era, per cui i Sansone, anche se fermati dai carabinieri, avrebbero avuto comunque, in quanto residenti, la giustificazione ad entrarvi.

Solo con il passare dei giorni, hanno riferito il La Barbera ed il Brusca, l’iniziale preoccupazione e timore di essere sorpresi lasciò il posto alla soddisfazione ed alla sorpresa di constatare che non c’erano problemi e tutto stava procedendo al meglio.

Anche le frasi, attribuite dal Giuffré a Bernardo Provenzano ed a Benedetto Spera, i quali commentando l’accaduto avrebbero detto che “per fortuna” in sede di perquisizione del 2.2.93 i carabinieri non avevano trovato nulla, confermano che lo stesso Provenzano non si aspettava un simile esito e dunque non aveva preso parte alla “trattativa”, consegnando il Riina in cambio dell’abbandono del “covo” nelle mani del sodalizio criminale.

La ricostruzione, coerente e supportata da dati di fatto provati, degli accadimenti relativi allo svuotamento della casa ha consentito di accertare, da una parte, che il complesso di via Bernini fu individuato soltanto grazie alle attività investigative del Ros, dall’altra, che la mafia agì sul “covo” ignorando l’inesistenza del servizio di osservazione ed anzi supponendo che fosse in corso.

Questi elementi consentono, pertanto, di escludere che il latitante venne catturato grazie ad una “soffiata” dei suoi sodali sul luogo ove dimorava, non essendo emerso a sostegno di quest’ipotesi alternativa alcun elemento, neppure di natura indiziaria, se non la stessa supposizione, elaborata a posteriori, sui motivi per i quali furono omessi la perquisizione, prima, ed il servizio di osservazione, poi, sul complesso.

Appare altresì coerente con queste conclusioni la circostanza che neppure si verificò la fine della stagione stragista messa in atto dalla mafia, la quale, anzi, com’è notorio, nel maggio 1993 attentò alla vita del giornalista Maurizio Costanzo e fece esplodere un ordigno a via dei Georgofili a Firenze, nel mese di luglio compì altri attentati in via Pilastro a Milano, a San Giovanni in Laterano ed a San Giorgio al Velabro a Roma, mentre a novembre pose in essere il fallito attentato allo stadio olimpico di Roma.

Se la cattura del Riina fosse stata il frutto dell’accordo con lo Stato, tramite il quale era stata siglata una sorta di “pax” capace di garantire alle istituzioni il ripristino della vita democratica, sconquassata dagli attentati, ed a “cosa nostra” la prosecuzione, in tutta tranquillità dei propri affari, sotto una nuova gestione “lato sensu” moderata, non si comprenderebbe perché l’associazione criminale abbia invece voluto proseguire con tali eclatanti azioni delittuose, colpendo i simboli storico-artistici, culturali e sociali dello Stato, al di fuori del territorio siciliano, in aperta e sfrontata violazione di quel patto appena stipulato.

Anche i progetti elaborati dal Provenzano di sequestrare od uccidere il cap. De Caprio, di cui hanno riferito in dibattimento, in termini coincidenti, i collaboratori Guglielmini, Cancemi e Ganci, appaiono in aperta contraddizione con la tesi della consegna del Riina al Ros.

Se così fosse avvenuto, il boss non avrebbe avuto alcun interesse alla ricerca del capitano “Ultimo”, mentre, da quanto sopra, è stato accertato che effettivamente si cercò di individuarlo, tramite un amico del compagno di gioco al tennis.

Se gli elementi di carattere logico e fattuale di cui sopra sono idonei a smentire l’ipotesi della “trattativa” mafia-Stato avente ad oggetto la consegna del Riina, deve concludersi che più verosimilmente l’iniziativa del gen. Mori fu finalizzata solo a far apparire l’esistenza di un negoziato, al fine di carpire informazioni utili sulle dinamiche interne a “cosa nostra” e sull’individuazione dei latitanti.

Sembra confermare una tale interpretazione anche il rilievo che il comportamento assunto dal cap. De Donno e dall’imputato apparirebbe viziato – ponendosi nell’ottica di una trattativa vera invece che simulata - da un’evidente ed illogica contraddizione, solo se si consideri che gli stessi si recarono dal Ciancimino a “trattare” chiedendo il massimo, la resa dei capi, senza avere nulla da offrire.

Forse, proprio sulla scorta di una tale considerazione, gli uomini di “cosa nostra” credettero che in effetti i due ufficiali fossero disponibili, per conto dello Stato, a sostanziali concessioni nei confronti dell’organizzazione pur di mettere fine alle stragi, rimanendo persuasi della “bontà” della linea d’azione elaborata dal Riina che, difatti, verrà portata avanti anche successivamente all’arresto del boss, sperando, verosimilmente, che si potesse giungere, anche con il “capo” in carcere, ad un “ammorbidimento” della lotta alla mafia portata avanti dalle istituzioni.

Non può non rilevarsi che nella prospettiva accolta da questo decidente l’imputato Mori pose in essere un’iniziativa spregiudicata che, nell’intento di scompaginare le fila di “cosa nostra” ed acquisire utili informazioni, sortì invece due effetti diversi ed opposti: da una parte, la collaborazione del Ciancimino che chiese di poter visionare le mappe della zona Uditore ove si sarebbe trovato il Riina, verosimilmente nell’intento di prendere tempo e fornire qualche indicazione in cambio di un alleggerimento della propria posizione giudiziaria; dall’altra, la “devastante” consapevolezza, in capo all’associazione criminale, che le stragi effettivamente “pagassero” e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti.

SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

Assolti, Mori e De Caprio non volevano eliminare prove a favore di Cosa nostra. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE Il Domani il 12 febbraio 2023

In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi escludono ogni logica possibilità di collegare quei contatti intrapresi dal col. Mori con l’arresto del Riina ovvero di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa.

Su Domani posegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci della sentenza di primo grado, la numero 514/06 dei magistrati della terza sezione penale del tribunale di Palermo, presidente Raimondo Loforti e giudice estensore Claudia Rosini

Il Collegio ritiene, infine, di non poter condividere la prospettazione della pubblica accusa che, sulla base di imprecisate “ragioni di Stato”, ha chiesto di affermare la penale responsabilità degli imputati per il reato di favoreggiamento non aggravato, da dichiararsi ormai prescritto.

Tali “ragioni di Stato” non potrebbero che consistere nella “trattativa” di cui sopra intrapresa dal Mori, con la consapevolezza, acquisita successivamente, del De Caprio e, dunque, lungi dall’escludere il dolo della circostanza aggravante varrebbero proprio ad integrarlo, significando che gli imputati avrebbero agito volendo precisamente agevolare “cosa nostra”, in ottemperanza al patto stipulato e cioè in esecuzione della controprestazione promessa per la consegna del Riina.

La “ragione di Stato” verrebbe dunque a costituire il movente dell’azione, come tale irrilevante nella fattispecie ex art. 378 C.P., capace non di escludere il dolo specifico ex art. 7 L. n. 203/91, bensì di svelarlo e renderlo riconoscibile, potendo al più rilevare solo come attenuante ove se ne ammettesse la riconducibilità alle ipotesi di cui all’art. 62 C.P., comunque escluse dal giudizio di comparazione.

La mancanza di prova sull’esistenza di questi “motivi di Stato” che avrebbero spinto gli imputati ad agire, ed anzi la dimostrazione in punto di fatto della loro inesistenza ed incongruenza sul piano logico, per le considerazioni già esposte – considerato, altresì, che la controprestazione promessa avrebbe vanificato tutti gli sforzi investigativi compiuti sino ad allora dagli stessi imputati, anche a rischio della propria incolumità personale, e lo straordinario risultato appena raggiunto - non consente di ritenere integrato il dolo della fattispecie incriminatrice in nessuna sua forma.

È palese, infatti, che se vi fu “ragione di Stato” si intese “pagare il prezzo” dell’agevolazione, per il futuro, delle attività mafiose, pur di “incassare” l’arresto del Riina, con la piena configurabilità del favoreggiamento aggravato, ma se non vi fu, gli imputati devono andare esenti da responsabilità penale.

Appare, difatti, logicamente incongruo, già su un piano di formulazione di ipotesi in funzione della verifica della prospettazione accusatoria in ordine alla sussistenza del reato base di favoreggiamento con dolo generico, individuare in soggetti diversi dall’organizzazione criminale nel suo complesso coloro che gli imputati avrebbero inteso agevolare tramite la mancata osservazione del residence di via Bernini, così volendo aiutare individui determinati invece che l’associazione nella sua globalità.

L’impossibilità, già da un punto di vista oggettivo, di discernere i soggetti favoriti (la Bagarella neppure era indagata) dall’associazione mafiosa si ripercuote sul versante soggettivo, apparendo inverosimile che gli ausiliatori abbiano agito non al fine di consentire alla mafia la prosecuzione dei suoi affari, in ossequio al “patto scellerato”, ma volendo solo aiutare, nel momento stesso in cui procedevano all’arresto del capo dell’organizzazione, e senza alcuna apparente ragione, determinati affiliati ad eludere le investigazioni o le ricerche.

Ne deriva che, non essendo stata provata la causale del delitto, né come “ragione di Stato” né come volontà di agevolare specifici soggetti, diversi dall’organizzazione criminale nella sua globalità, l’ipotesi accusatoria è rimasta indimostrata, arrestandosi al livello di mera possibilità logica non verificata.

La mancanza di una prova positiva sul dolo di favoreggiamento non può essere supplita dall’argomentazione per la quale gli imputati, particolarmente qualificati per esperienza ed abilità investigative, non potevano non rappresentarsi che l’abbandono del sito avrebbe lasciato gli uomini di “cosa nostra” liberi di penetrare nel cd. covo ed asportare qualsiasi cosa di interesse investigativo e dunque l’hanno voluto nella consapevolezza di agevolare “cosa nostra”.

Sul versante del momento volitivo del dolo, una simile opzione rischierebbe di configurare un “dolus in re ipsa”, ricavato dal solo momento rappresentativo e dalla stessa personalità degli imputati, dotati di particolare perizia e sapienza nella conduzione delle investigazioni.

Ma, quanto al momento rappresentativo, già è stato precisato che il servizio di osservazione non sarebbe valso ad impedire l’asportazione di eventuale materiale di interesse investigativo, che poteva essere evitata solo con l’immediata perquisizione, quanto alle abilità soggettive degli imputati, esse non possono valere a ritenere provata una volontà rispetto all’evento significativo del reato che è invece rimasta invalidata dall’esame delle possibili spiegazioni alternative.

Ne deriva che il quadro indiziario, composto da elementi già di per sé non univoci e discordanti, è rimasto nella valutazione complessiva di tutte le risultanze acquisite al dibattimento e tenuto conto anche della impossibilità di accertare la causale della descritta condotta, incoerente e non raccordabile con la narrazione storica della vicenda come ipotizzata dall’accusa e per quanto è stato possibile ricostruire in dibattimento.

In conclusione, gli elementi che sono stati acquisiti non consentono ed anzi escludono ogni logica possibilità di collegare quei contatti intrapresi dal col. Mori con l’arresto del Riina ovvero di affermare che la condotta tenuta dagli imputati nel periodo successivo all’arresto sia stata determinata dalla precisa volontà di creare le condizioni di fatto affinché fosse eliminata ogni prova potenzialmente dannosa per l’associazione mafiosa.

Per le pregresse considerazioni, entrambi gli imputati devono essere mandati assolti per difetto dell’elemento psicologico. SENTENZA DELLA CORTE D'ASSISE

«Da mio padre morto nella strage di Capaci ho imparato che i veri eroi sono gli uomini giusti». Francesca Barra su L’Espresso il 7 Febbraio 2023.

Giovanni Montinaro è figlio di Antonio, il capo scorta di Giovanni Falcone che fu ucciso da Cosa nostra insieme al magistrato, alla moglie e ad altri due agenti di polizia. Per lui, superpotere è sopravvivere all’orrore mafioso

«Tutto ciò che è accaduto di bello dopo le stragi è anche merito delle vittime come mio padre, merito di quei pochi onesti che hanno scelto da che parte stare, per mio orgoglio dalla parte giusta». A parlare è Giovanni Montinaro, figlio di Antonio, capo scorta del giudice Giovanni Falcone che si trovava con altri due agenti, Rocco Dicillo e Vito Schifani nella Fiat Croma blindata sbalzata fuori strada per trecento metri alle 17.57 il 23 maggio del 1992.

L’unica cosa che hanno ritrovato di suo padre, che non aveva ancora trent’anni, è stata una mano: aveva le dita incrociate. Sua moglie Tina pensa che abbia fatto quel gesto scaramantico appellandosi alla fortuna perché se l’aspettava: in fondo quegli agenti «erano uomini, avevano paura».

Antonio Montinaro era un poliziotto pugliese e scelse di fare la scorta del giudice Giovanni Falcone perché sentiva che quell’uomo poteva cambiare le cose, perché sentiva che fosse indispensabile. Era prezioso e come tutte le cose preziose meritava protezione.

Ciò che accadde ad Antonio è storia, ma un attimo prima, quando ancora tutto sembrava possibile, ha compiuto un consueto rituale familiare: ha baciato sua moglie, il figlio maggiore Gaetano di quattro anni e lui, che era il più piccolo, Giovanni, di appena ventuno mesi, a cui aveva dato il nome del suo eroe.

È stata l’ultima volta che ha potuto toccare il suo papà, ma non lo ricorda. Non ha memoria del tempo trascorso insieme, della famiglia riunita attorno a un tavolo, a ridere, a scherzare, il ricordo di una gita al mare, di una discussione perfino per una banalità, per una diversa opinione da difendere, come fanno tutti i figli con i genitori. Non ricorda nemmeno come sia venuto a conoscenza, la prima volta, del perché suo padre non fosse mai più tornato a casa.

È cresciuto facendo i conti con un’assenza che era insieme simbolo di una ferita per l’intero Paese, sapendo di essere il figlio di un uomo ucciso dalla mafia. Nomi, ipotesi di trattative, volti, latitanti, processi, interviste, commemorazioni. Ma lui era solo un bambino e la mafia, per molto tempo, è stata rappresentata nella sua testa come un enorme mostro, come in quei disegni squilibrati e spaventosi che si fanno all’asilo.

Oggi è un uomo, ha raggiunto l’età che aveva suo padre e se torna agli anni immediatamente dopo la strage ricorda che gli adulti lo fissavano, che gli ripetevano di essere orgoglioso e gli ripetevano che suo padre era un eroe. Per Giovanni gli eroi non sono mai stati quelli dei fumetti con i superpoteri, quelli che non muoiono mai, che resistono a ogni imprevisto. Sono gli uomini come suo padre, gli onesti, chiamati da molti eroi.

Giovanni non smette di ricordare suo padre. Le mafie si cibano di dolore e silenzio, ecco perché le storie sono temute dalle organizzazioni criminali. Le storie allenano la memoria, ti fanno capire da che parte stare, formano la coscienza civile, tengono accesa una luce. Le storie delle vittime e dei loro familiari non sono mai belle. Ma bellezza è mostrare di cosa sia capace un uomo giusto. Il loro sacrificio dimostra alle mafie che la vera bellezza sopravvive perfino alla morte.

Antimafia, il pg Patronaggio: “Borsellino attanagliato da ansia di verità. In Mafia e appalti non ortodossa gestione dei confidenti”. Giuseppe Pipitone su Il Fatto Quotidiano il 29 novembre 2023.

Nelle indagini su Mafia e appalti “si era venuta a creare una contrapposizione tra il metodo di lavoro dei carabinieri e quello della procura di Palermo“. Che tipo di contrapposizione? “I carabinieri ritenevano di avere riversato un’enorme massa di intercettazioni e che lì vi fosse tutto. Poi era compito della procura trarre le conseguenze. In realtà in quella riunione del 14 luglio 1992 appresi che queste intercettazioni avevano grosse difficoltà a essere lette e a essere interpretate”. Parola di Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari e giovane pm in servizio a Palermo all’epoca delle stragi. Il magistrato è stato ascoltato oggi dalla commissione Antimafia presiduta da Chiara Colosimo. Ed è tornato indietro nel tempo, a quella riunione in procura il 14 luglio del 1992: il giorno prima era stata richiesta l’archiviazione per alcuni degli indagati di Mafia e appalti, cioè il dossier del Ros sui rapporti tra Cosa nostra, l’imprenditoria e la politica. La vicenda è nota: secondo l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e avvocato dei figli del giudice, l’archiviazione di quella parte di procedimento è il movente segreto dietro alla strage di via d’Amelio.

L’ultima riunione di Borsellino in procura – “Quella riunione fu convocata in modo un pò strano perché da un lato si diceva nell’ordine del giorno: ‘Saluti in vista delle ferie‘ dall’altro nell’ordine del giorno c’erano argomenti, ognuno dei quali meritava un approfondimento notevole, come mafia-appalti, ricerca dei latitanti, estorsioni”, ha spiegato Patronaggio. Che ha ricordato come Borsellino fosse molto interessato all’indagine: “Quando si diede la parola all’istruttore, il dottor Lo Forte (uno dei titolari dell’indagine che chiese l’archiviazione il 13 luglio del ’92 ndr), per riferire su mafia-appalti Borsellino faceva domande da cui si capiva che voleva sapere qualcosa in più. L’istruttore si soffermò su materie tecniche mentre Borsellino, che sicuramente era stato compulsato dai carabinieri, fece domande da cui si intuiva una aspettativa, voleva sapere qualcosa in più su imprenditori e il ruolo dei politici“, ha continuato il magistrato. Incalzato dalle domande dei parlamentari ha poi aggiunto: “Non ricordo che Borsellino disse di attendere prima di archiviare e non ricordo che disse di rinviare la discussione sull’indagine”. Un dettaglio non secondario, visto che il magistrato sarà ucciso soltanto cinque giorni dopo. “Ero un giovane magistrato e mi trovavo lì da poco. Paolo Borsellino, nei giorni che vanno dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, era agitatissimo, era in preda a un’ansia di verità che lo attanagliava”, ha proseguito il pg.

“Non era un rapporto ma un’annotazione” – A proposito dell’indagine del Ros Patronaggio ha aggiunto: “Il rapporto Mafia e appalti gettava un nuovo punto di vista investigativo perché riusciva a focalizzare bene il momento di acquisizione del meccanismo degli appalti da parte di Cosa nostra. Però devo pure dire, con la massima onestà intellettuale, che il rapporto nella sua versione del 20 febbraio 1991 non è un rapporto ma è un’annotazione. Non ha una rubricazione. Siamo a metà tra vecchio e nuovo codice: in quell’annotazione non si indicano gli indagati con ipotesi di reato. Aveva degli elenchi e delle schede e una quantità notevole di intercettazioni. Lì era giusta l’osservazione fatta dal dottore Lo Forte sul problema di utilizzabilità di queste intercettazioni”. La gestione di quelle intercettazioni è una delle anomalie dell’indagine che creò una spaccatura tra carabinieri e procura, come è emerso durante i lavori precedenti della commissione e come era stato già chiarito al Parlamento dall’allora procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nel 1999. “Nelle 900 pagine depositate dal Ros nel febbraio ’91 non si faceva mai riferimento a personaggi importanti come Mannino, Salvo Lima, Rosario Nicolosi, De Michelis”, ha spiegato, nelle scorse settimane, Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo che oggi è senatore del M5s. Una ricostruzione condivisa da Patronaggio: “Il nome di Lima esce in tutta la sua gravità con un’intercettazione del 1990 che però viene riversata nel settembre del 1992″, ha detto il pg. Sul punto la presidente Colosimo ha chiesto la magistrato se per caso la mancanza di quell’intercettazione nel dossier depositato nel febbraio de ’91 non fosse dovuta semplicemente al fatto che le intercettazioni vennero riascoltate dal Ros nel maggio del ’92, come scrive la gip di Caltanissetta Gilda Lo Forti archiviando il procedimento sulla gestione dell’inchiesta su Mafia e appalti nel 2000. Patronaggio, però, ha confermato che le intercettazioni di Lima vengono “a conoscenza del gruppo di lavoro non prima del settembre ’92”.

Anomalie sull’indagine – Dopo pochi mesi a Palermo arriverà Caselli e le indagini su mafia e colletti bianchi subiranno un’accelerazione: “La procura di Caselli cambiò registro – ha ricordato Patronaggio – Ma anche le indagini della vecchia procura non è che fossero ferme e bloccate, ricordo il procedimento su Vito Ciancimino. Certo non giovò ai rapporti tra il Ros e la procura la gestione del collaboratore Giuseppe Li Pera (uno dei personaggi principali dell’inchiesta Mafia e appalti ndr): era stato arrestato dalla procura di Palermo, si rifiutò di rendere dichiarazioni alla stessa procura e a un certo punto diventa confidente del Ros. Questo modo di procedere non è esattamente ortodosso e altrettanto non ortodossa è stata la mossa di far sentire Li Pera da un magistrato della procura di Catania, Felice Lima. Quindi con Palermo Li Pera non parlava, faceva da confidente ai carabinieri e però è stato sentito come testimone a Catania”. Di anomalie Patronaggio ha parlato anche a proposito della collaborazione di Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra, che si pente nel giugno ’97. “Nonostante avesse avuto interlocuzione con l’Arma, Siino collabora attraverso la Guardia di Finanza. Di questo il Ros si dispiacerà molto. Quando si parla di collaboratori di giustizia ci sono delle regole. Quando si parla di rapporti confidenziali noi queste regole non le conosciamo. Dunque non posso riferire dei rapporti tra Li Pera e De Donno e quelli di Siino con esponenti dei carabinieri”, ha continuato Patronaggio. Il magistrato ha poi sottolineato: “Nonostante queste criticità il rapporto del Ros su mafia e appalti non si è esaurito. Già nel febbraio 1992 sulla scorta del dossier del Ros vengono arrestati due personaggi come Rosario Cascio e Vito Buscemi, fratello di Antonino Buscemi, capomafia di Boccadifalco, che un filo lungo porta al controllo della Calcestruzzi collegata al gruppo di Ravenna”. Cioè il gruppo Ferruzzi di Raul Gardini, al centro delle indagini su Tangentopoli, morto suicida nella sua casa di Palazzo Belgioioso a Milano nel luglio del 1993.

“Documento contro Giammanco atto coraggioso” – Patronaggio ha anche ricordato i momenti successivi alla strage di via d’Amelio, quando un documento sottoscritto da alcuni pubblici ministeri costrinse il Csm a intervenire su Pietro Giammanco, allora procuratore capo di Palermo. “Giammanco non era all’altezza di quel periodo drammatico che stavano vivendo la Sicilia e l’Italia. C’erano vecchie incomprensioni tra Giammanco e Falcone e Borsellino – ha aggiunto il pg del capoluogo sardo – Sapevamo che Giammanco faceva fare anticamera a questi due illustri magistrati. La procura era gestita da Giammanco in modo burocratico e verticista”. Dopo la morte di Borsellino, dunque, un pezzo di procura si ribella: “Il documento che sfiduciava Giammanco fu preso su iniziativa di Scarpinato a cui si aggiunsero altri colleghi tranne qualcuno che lo riteneva un documento forse troppo avanzato. Era una mossa molto azzardata perché i tempi erano diversi da quelli di oggi, c’erano diverse sensibilità politiche ed era un documento molto coraggioso“.

“Il covo di Riina? La verità processuale parla di un errore” – Durante l’audizione Patronaggio è tornato anche ai momenti successivi all’arresto di Totò Riina, quando da magistrato di turno interviene per andare subito a perquisire il covo. “Non mi faccio trascinare dalla suggestione, la verità processuale parla di un errore, di un problema di carattere tecnico”, ha detto riferendosi ai procedimenti sul mancato blitz nel residence dove abitava il capo dei capi con la famiglia. “I carabinieri brillantemente hanno arrestato Riina in un residence in via Bernini. Hanno portato Riina in caserma, io ero di turno e sono intervenuto subito insieme al procuratore Caselli che si era insediato in quei giorni: ricordo Riina in piedi sotto la foto di Carlo Alberto dalla Chiesa”, ha continuato il pg di Cagliari. “Esperite le formalità, ci fu un vertice nella caserma dei carabinieri, un summit ai massimi livelli. Il generale Mori su indicazione del capitano De Caprio, propose una modalità operativa che per noi era insolita ma che a quanto pare aveva dato i frutti nella lotta al terrorismo, cioè non fare irruzione nel covo ma fare un servizio di osservazione per vedere quello che succedeva”, ha proseguito Patronaggio. “Parliamo di due ufficiali di grandissima esperienza” ha sottolineato l’ex pm di Palermo, aggiungendo che le loro indicazioni non poterono “che trovare accoglimento ancorché la prassi seguita dalla procura di Palermo in questi casi era fare irruzione ed entrare. Ci veniva proposto un altro modo di operare, legittimo, e c’erano rischi oggettivamente, come la fuga di notizie o che potesse andare male qualcosa. Ma accettammo questa impostazione da parte di due ufficiali di altissima qualità”. Poi, però, quando Caselli chiese informazioni ai carabinieri ed emersero le “criticità” nacque una “contrapposizione tra il Ros e la procura di Palermo nella persona di Caselli che, fino lì, aveva avuto un rapporto ottimo con i carabinieri“, ha continuato sempre l’attuale pg di Cagliari. Fu detto “che non era stato possibile tenere sotto controllo il covo, gli uomini della squadra di De Caprio dovevano essere avvicendati e gli stessi filmati non erano stati portati a termine – ricorda – Si sono fatti processi su questa cosa e gli ufficiali dei carabinieri sono sempre stati assolti con formula piena. Si è parlato di un disguido, di una defaillance operativa: questa è la verità processuale acclarata con sentenze passate in giudicato”.

LA TRATTATIVA AZIENDE-MAFIA – I COLOSSI INDUSTRIALI DEL NORD E COSA NOSTRA

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “la Verità” martedì 28 novembre 2023.

La pista seguita, trent’anni fa, dal pm di Massa Carrara Augusto Lama portava in riserve di caccia suggestive. Un filone aureo che poteva condurre la magistratura a scoprire con molti anni d’anticipo gli affari della mafia con colossi industriali del Nord Italia. Uno in particolare con forti addentellati a sinistra, il Gruppo Ferruzzi, allora guidato da Raul Gardini. Quando Falcone diceva «la mafia è entrata in Borsa» pare proprio si riferisse ai rapporti di tale holding con la Piovra. 

Ma le indagini di Lama a un certo punto vennero fermate e le intercettazioni, da lui disposte, inviate a Palermo. Dove un pm ordinò di distruggerle. Ma, si scopre adesso, che parte di quegli audio si salvarono e potrebbero spalancare nuovi scenari. Oggi nella caserma Salvo D’Acquisto di Roma […] verrà effettuato un accertamento tecnico non ripetibile disposto dalla Procura di Caltanissetta nell’ambito del procedimento sulle stragi palermitane del 1992 e delegato al Reparto investigativo scientifico (Ris) dei Carabinieri.

L’accertamento avrà a oggetto parte delle bobine con le intercettazioni disposte nel 1990 e nel 1991 da Lama in un procedimento poi trasmesso, il 4 aprile 1992, alla Procura della Repubblica di Palermo dove fu assegnato, dal procuratore Pietro Giammanco al pubblico ministero Gioacchino Natoli che provvide subito a farlo archiviare. 

Inoltre, il 25 giugno 1992, quindi dopo l’omicidio di Giovanni Falcone e 24 giorni prima di quello di Paolo Borsellino, dispose «la smagnetizzazione dei nastri relativi alle intercettazioni telefoniche e/o ambientali disposte» e ordinando in un secondo momento, con scritta a mano, anche «la distruzione dei brogliacci».

Ma per un caso fortuito la Procura di Palermo non ha cancellato tutto. L’attuale capo dell’ufficio, Maurizio De Lucia, spiega: «Le bobine? Le abbiamo date a Caltanissetta che ce le ha recentemente chieste, infatti, non tutto quello che deve essere distrutto viene eliminato e questo accade con una certa frequenza… abbiamo fatto un approfondimento e alcune cose le abbiamo trovate». Quindi è una coincidenza? «Sostanzialmente sì». 

[…] Fatto sta che per la Procura nissena che sta indagando sulle vere cause della morte di Borsellino potrebbe essere materiale davvero interessante, sebbene siano state rinvenute solo alcune bobine. L’autorità giudiziaria di Caltanisetta nel 2003 aveva archiviato il procedimento sulle stragi indicando tra le motivazioni, tra l’altro, la mancanza delle intercettazioni di Massa Carrara. Sarebbe interessante sapere se, all’epoca, qualcuno le avesse chieste e soprattutto se a Palermo le avessero cercate.

Sull’importanza del procedimento istruito da Lama e sulla particolarità dell’iniziativa adottata da Natoli, […] ha insistito anche l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino e marito di Lucia, figlia maggiore del giudice ucciso. Trizzino ha infatti fortemente stigmatizzato la condotta di Natoli evidenziando come si tratti di un provvedimento del tutto sui generis, mai ripetuto né prima né dopo, poiché i procedimenti archiviati possono per legge sempre essere riaperti, e perché aveva a oggetto un’indagine, quella di Massa Carrara, di eccezionale importanza visto che documentava […] «presunte infiltrazioni mafiose nelle zone marmifere di Carrara attraverso il controllo della aziende Sam e Imeg».

Un interesse che non riguardava solo il marmo, ma anche i suoi scarti che venivano utilizzati in numerosi e lucrosi altri processi industriali. L’indagine di Lama era nata casualmente durante l’estate del 1990 a margine di una controversia amministrativa sorta tra il Comune di Carrara e le due società Industrie marmi e graniti Spa (Imeg) e Società apuana marmi (Sam) concessionarie di circa il 50% dei cosiddetti agri marmiferi delle Apuane, quando il segretario del Consorzio cave di Carrara Franco Ravani riferì agli inquirenti che «di fatto le due società sarebbero state controllate da personaggi siciliani vicini a un gruppo mafioso».

Le dichiarazioni di Ravani furono confermate dal ragionier Alessandro Palmucci, già funzionario della Montecatini marmi Spa e poi della stessa Imeg, il quale ha ricostruito gli eventi che avevano portato una famiglia di Cosa Nostra palermitana, quella dei fratelli Salvatore, Giuseppe e Antonino Buscemi, a controllare le cave del prezioso marmo di Carrara. 

Palmucci riferì che alcune concessioni erano già state parzialmente vendute nel 1972 a un imprenditore trapanese, una cessione fortemente contestata dai sindacati e con strascichi giudiziari tanto che intervenne lo Stato con l’Iri e con la partecipata Egam. Questa costituì le già citate Imeg e la controllata Sam.

Nel 1982 l’Iri di Romano Prodi liquida l’Egam, con la sua partecipazione nelle ditte successivamente al centro dell’inchiesta, che viene trasferita all’Eni, altra azienda di Stato. Dopo pochi anni, nel 1986, l’Eni di Franco Reviglio decide di dismettere e affida ai «dirigenti di Stato» Vito Gamberale e Vito Piscicelli il compito di «privatizzare», cosa che i due fecero attraverso una massiccia svalutazione delle merci che si trovavano nei magazzini di Imeg e Sam. 

A questo punto la Imeg e la Sam viene ceduto a prezzo di saldo alla Calcestruzzi Ravenna Spa, del Gruppo Ferruzzi, allora diretta dall’ex partigiano rosso Lorenzo Panzavolta, definito da Gardini «uomo d’ordine e di calcestruzzo», che nell’indagine milanese confessò una tangente da 600 milioni pagata al dirigente comunista Primo Greganti.

Dal 1987 al 1990 […] Imeg e Sam hanno quasi come esclusivo cliente della produzione marmifera la piccola società palermitana Generale impianti. Appreso ciò Lama dispose indagini con la Guardia di finanza coinvolgendo anche reparti di Bologna, Ravenna e soprattutto Palermo. Dopo oltre un anno di investigazioni, […] Lama accertò che la ditta di Palermo faceva capo alla famiglia mafiosa dei fratelli Buscemi e in parte anche alla famiglia Bonura, reggenti per conto di Totò Riina di un mandamento palermitano.

Lama interrogò personalmente il pentito Antonino Calderone che confermò la pista riconoscendo in foto i fratelli Buscemi come capimafia. Il pm accertò anche che a gestire le cave a Carrara, Cosa nostra aveva mandato il geometra Girolamo Cimino, cognato di Antonino Buscemi, nominato amministratore unico della Sam, manager che di fatto dirigeva anche la Imeg.

Nonostante questo quadro il pm palermitano Natoli l’1 giugno del 1992 chiese l’archiviazione del fascicolo originato in Toscana, istanza che fu accolta a tempo di record, nonostante il Ros di Mario Mori e Giuseppe De Donno avesse accertato in maniera del tutto indipendente gli «interessi» della Cupola nella cave di marmo di Carrara. […]

Alla fine, ed è proprio l’aspetto più significativo, l’unico magistrato a subire provvedimenti da parte del Csm fu proprio Lama, il quale per avere fatto dichiarazioni sui media sugli interessi mafiosi nelle cave di Carrara fu sottoposto dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli a procedimento disciplinare. 

«Per questo dovetti lasciare il fascicolo e il mio procuratore lo mandò a Palermo dove fece la fine che ha fatto» ci spiega Lama, 71 anni, romano, ma toscano di adozione. […] «Io ingenuamente pensai di rilasciare delle dichiarazioni alla stampa per far parlare, come si dice in gergo, i telefoni, cioè per stimolare le conversazioni di chi era nel perimetro dell’indagine.

Ma per questo l’avvocato del Gruppo Ferruzzi presentò un esposto e per questo Martelli inviò gli ispettori. Io dovetti astenermi per difendermi e il fascicolo mi fu tolto. Il procedimento disciplinare è durato 20 mesi e si è concluso con la mia assoluzione, anche perché le informazioni che avevo dato erano assolutamente generiche». 

Pensa che Martelli sia stato sollecitato in tal senso da Gardini, all’epoca ancora potente imprenditore e finanziatore dei partiti? «Io questa circostanza l’ho appresa dalle recenti dichiarazioni dell’avvocato Trizzino davanti alla Commissione parlamentare antimafia».

Lei indagò su Gardini e su Panzavolta? «Non ebbi il tempo di farlo, quel procedimento mi fu sottratto velocemente, ma le indagini puntavano in quella direzione e naturalmente anche verso i membri di Cosa nostra, soci in affari della Calcestruzzi Ravenna Spa». 

Lei non era iscritto ad alcuna corrente e aveva indagato anche su un traffico d’armi dei palestinesi dell’Olp, non è che aveva troppi nemici a sinistra? «Certo le mie simpatie politiche non andavano in quella direzione ed ero cordialmente ricambiato. Ma in quel momento stavo solo facendo il mio lavoro. Probabilmente ho toccato interessi troppo grandi».

Alla fine ha lasciato la Procura di Massa Carrara…

«Decisi di trasferirmi nell’ufficio di Lucca per allontanarmi da un clima di ostilità e diffidenza che avvertivo da parte dei miei diretti superiori nel distretto. Ho chiuso la carriera facendo per 17 anni il giudice del lavoro». 

Non trova curioso che l’indagine che andava verso il gruppo Ferruzzi si sia conclusa con il suo allontanamento, mentre quelle su Silvio Berlusconi non hanno incontrato soverchi ostacoli?

«Tra i miei colleghi c’era un evidente maggiore interesse investigativo sui presunti rapporti d’affari di Berlusconi con Cosa nostra piuttosto che le relazioni pericolose di altri potentati economici di area politica diversa che potevano rientrare nell’indagine mafia-appalti, di cui la mia era una costola e che in quel momento storico non fu approfondita».

MAFIA. Via D’Amelio, a “Far West” la verità ritrovata sul dossier mafia-appalti. In prima serata su Rai3 il filo che lega Tangentopoli alla strage in cui morì Borsellino. Il suo interessamento al dossier dei Ros e il collegamento con le indagini, neutralizzate, condotte dal giudice di Massa Carrara. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 28 novembre 2023

L'interessamento di Paolo Borsellino nell'indagine su mafia-appalti, avviata su spinta di Giovanni Falcone e condotta dagli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno; la sua probabile scoperta di alcuni servi infedeli dello Stato all’interno della procura di Palermo definita da lui stesso un “nido di vipere”. L'indagine contestuale svolta dal giudice Augusto Lama di Massa Carrara, affiancato dal suo braccio destro, il maresciallo della Guardia di Finanza Franco Angeloni, che avrebbe dovuto incrociarsi (ma non accadde nel biennio 91-92) con il dossier mafia-appalti avendo punti di contatto in comune. Quali? Personaggi chiave come i mafiosi Antonino Buscemi e Giuseppe Lipari che - ha osservato con indignazione l'avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Borsellino, indicando le dichiarazioni passate di diversi pentiti come Angelo Siino e Giovanni Brusca – avrebbero goduto di coperture quando Borsellino era ancora in vita. Il primo sospettato è l'allora procuratore capo Pietro Giammanco ed eventuali suoi sottoposti.

Questo e altro è stato presentato per la prima volta, dopo 31 anni di depistaggi anche mediatici, in prima serata su Rai Tre nel nuovo programma “Far West” condotto da Salvo Sottile. Una ricostruzione che ha messo in fila i fatti nudi e crudi, senza alcuna suggestione, come purtroppo è abituata l'opinione pubblica, ma attraverso testimonianze autorevoli e fonti documentali. Molto interessante e significativa l'autorevole testimonianza del procuratore generale Luigi Patronaggio, che non solo ha ricordato il clima ostile sotto la procura guidata da Giammanco, ma ha anche confermato ciò che disse al Csm una settimana dopo la strage di Via D'Amelio: i rilievi di Borsellino durante la sua ultima riunione del 14 luglio 1992 sulla conduzione del dossier mafia-appalti, facendosi ambasciatore delle lamentele dei Ros. Il pg antimafia Patronaggio ha anche ricordato di essere stato uno dei due pm di turno il giorno della strage. L'avvocato Trizzino, presente in studio con il giornalista di Repubblica Lirio Abbate, ha osservato che Patronaggio e altri magistrati non sono mai stati sentiti dalla procura nissena, nonostante le loro testimonianze significative e utili per le indagini.

Come, d'altronde, non è mai stato sentito il giudice Augusto Lama di Massa Carrara. Per la prima volta, anche lui è stato intervistato in un programma nazionale in prima serata. Eppure è una testimonianza fondamentale per comprendere le cause delle stragi mafiose. Alla domanda, posta dal giornalista di “Far West”, se la morte di Borsellino sia legata al suo interessamento sul rapporto tra mafia e grande imprenditoria, il giudice Lama risponde senza mezzi termini: «Io penso proprio di sì, anche considerando la forza di quello che dovetti subire io, il tentativo di delegittimarmi credo che dimostrasse l'importanza di questo mio filone di indagine». Sì, perché come ha spiegato sempre Lama, durante la sua indagine si crearono problemi e fughe di notizie, tanto da determinare l'intervento dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli. Finì sul mirino di un'indagine ministeriale, ma anche se non portò a nulla fu costretto ad astenersi dalle indagini. «Il mio procuratore di allora», prosegue sempre Lama, «trasmise il fascicolo alla procura di Palermo, che poi, come ho saputo, ha archiviato insieme alla prima informativa su mafia-appalti degli ex Ros (il dossier parlava anch'esso dei Buscemi e degli interessi con la Ferruzzi Gardini, ndr) che sarebbe dovuto confluire con le mie stesse indagini».

Per capire meglio,cerchiamo di inquadrare il contesto, come documentato dal programma condotto da Sottile. Siamo agli inizi degli anni 90. Mentre era già stato depositato il dossier mafia-appalti, dove, appunto, compariva anche la Calcestruzzi Spa, ovvero il colosso delle opere pubbliche, leader italiano del settore posseduto dall'ancora più potente famiglia Ferruzzi e controllato da Totò Riina, come confermò il pentito Leonardo Messina a Borsellino, arrivò sul tavolo della procura di Palermo il secondo fascicolo, quello appunto di Augusto Lama. Cosa aveva scoperto grazie alla tenacia investigativa del maresciallo Angeloni? Intuì il legame tra la mafia siciliana e il gruppo Ferruzzi-Gardini, all'epoca proprietario di Sam e Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. All'epoca Gardini ebbe dall'Eni un'offerta di favore. Il primo grande affare si presentò con un contratto per la desolfazione delle centrali Enel, per cui il carbonato di calcio di Carrara era essenziale. Il valore del contratto era di tremila miliardi di lire di allora. Eravamo alla fine degli anni Ottanta. Ma poi, invece, tutto precipitò.

A Carrara, le cose non andavano bene. Antonino Buscemi aveva preso il controllo delle cave e a gestirle aveva mandato il cognato, Girolamo Cimino. Più un altro parente, Rosario Spera. I siciliani cominciarono a porre condizioni vessatorie ai cavatori, che trovarono come unico difensore il loro presidente onorario, il comandante partigiano della zona, Memo Brucellaria. Fu allora che il procuratore Augusto Lama cominciò ad indagare. Attraverso quelle intercettazioni, come documenta il maresciallo Angeloni nel suo libro “Gli anni bui della Repubblica”, era possibile sentire una certa agitazione del management del gruppo Ferruzzi, per avere appreso che vi erano delle indagini di mafia a carico di Antonino Buscemi, socio per l'appunto del gruppo Ferruzzi. Inoltre, sembrerebbe emergere che qualcuno appartenente a un'autorità giudiziaria era giunto da Palermo a dare tale informazione. Interessante la testimonianza del maresciallo riportata durante la trasmissione “Far West”. Angeloni afferma di aver inviato circa 27 bobine di intercettazioni alla procura di Palermo. Come mai non le hanno ritenute di interesse? Non si comprende se sono quelle, come risulta dall'atto di provvedimento della procura di Palermo del 25 giugno 1992, di cui si dispone la smagnetizzazione delle bobine e la distruzione dei brogliacci delle intercettazioni. Fatto sta che da poco sono state ritrovate alcune bobine nei meandri della procura palermitana. Ora toccherà alla procura nissena ricostruire il quadro.

Ma si tratta di un quadro, come ha ben spiegato l'avvocato Trizzino in trasmissione, che in realtà era abbastanza delineato almeno venti anni fa. Si è perso troppo tempo. Per 31 anni siamo stati abituati a sentire narrazioni fantasiose e inconcludenti, ma molto accattivanti. Penso, ad esempio, a Report, che ha trattato l'omicidio di Paolo Borsellino come se fosse una trama della serie anni 90 “X-Files”. Per la prima volta, in prima serata t, hanno raccontato i fatti nudi e crudi sconosciuti all'opinione pubblica. Una rivincita soprattutto per quelle persone perbene come il magistrato Augusto Lama, costretto a occuparsi di civile, oppure come il maresciallo Franco Angeloni che ha servito il Paese senza compromessi, o Mario Mori finito nel tritacarne giudiziario per oltre un ventennio. La procura di Caltanissetta sta indagando, mentre la commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo va avanti con le audizioni. Forse sarebbe necessario che venga audito anche Augusto Lama.

La procura di Caltanissetta indaga sull’interessamento di Borsellino al dossier mafia-appalti come causa della sua eliminazione. Sentiti già dei testi, tra cui l’ex Ros De Donno Dal 2018 “ Il Dubbio” ha condotto una inchiesta giornalistica sulla vicenda. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 29 luglio 2022

Da qualche settimana la procura di Caltanissetta guidata dal Procuratore capo Salvatore De Luca ha riaperto l’inchiesta sul filone “mafia appalti” come causa scatenante che portò all’accelerazione della strage di Via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. A rivelarlo è l’agenzia Adnkronos a firma di Elvira Terranova. Le bocche in procura sono cucite, l'indagine è top secret, ma come apprende l'Adnkronos, il pool stragi da qualche settimana sta scandagliando le vicende legate al procedimento del dossier mafia-appalti redatti dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno sotto il coordinamento di Giovanni Falcone.

Tutte le sentenze hanno accertato l'interessamento di Falcone e Borsellino a mafia-appalti

I magistrati che coordinano l'inchiesta, tra cui la pm Claudia Pasciuti, guidati dal Procuratore capo Salvatore De Luca, di recente – come rivela l’Adnkronos - hanno anche fatto i primi interrogatori. Compresi quelli top secret. Tra le persone sentite, spicca in particolare il nome del colonnello Giuseppe De Donno. Cioè, colui che allora giovane capitano, condusse l'inchiesta su mafia-appalti con il suo diretto superiore al Ros, l'allora colonnello Mario Mori. Che l’interessamento dei giudici Falcone e Borsellino riguardante il dossier mafia-appalti sia stata una concausa delle stragi, questo è accertato da tutte le sentenze. Quest’ultime hanno individuato un movente ben preciso. Sono diversi i passaggi cristallizzati nelle motivazioni. C’è quello di Giovanni Brusca che, nelle udienze degli anni passati, disse che, in seno a Cosa nostra, sussisteva la preoccupazione che Falcone, divenendo Procuratore Nazionale Antimafia, potesse imprimere un impulso alle investigazioni nel settore inerente la gestione illecita degli appalti.

Falcone aveva compreso la rilevanza strategica del settore appalti

C’è quello del pentito Angelo Siino, che sosteneva che le cause della sua eliminazione andavano cercate nelle indagini promosse dal magistrato nel settore della gestione illecita degli appalti, verso cui aveva mostrato un “crescendo di interessi”. Difatti – si legge nelle sentenze - in Cosa nostra, e, in particolare, da parte di Pino Lipari e Antonino Buscemi, era cresciuta la consapevolezza che Falcone avesse compreso la rilevanza strategica del settore appalti e che intendesse approfondirne gli aspetti: «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare» (pag. 74, ud. del 17 novembre 1999).Ed è proprio quell’Antonino Buscemi, il colletto bianco mafioso, che era entrato in società con la calcestruzzi della Ferruzzi Gardini a lanciare l’allarme anche per quanto riguarda le esternazioni di Falcone durante un convegno pubblico proprio su criminalità e appalti. Un convegno, marzo 1991, dove evocò chiaramente l’inchiesta mafia-appalti che era ancora in corso. Il dossier fu depositato in procura su volere di Falcone stesso il 20 febbraio 1991. Peraltro, anche Giuseppe Madonia aveva manifestato il convincimento che Falcone aveva compreso i legami tra mafia, politica e settori imprenditoriali. Siino, con riferimento all’eliminazione di Borsellino, ha inoltre aggiunto che Salvatore Montalto, durante la comune detenzione nel carcere di Termini Imerese, facendo riferimento agli appalti, gli aveva detto: «ma a chistu cu cìu purtava a parlare di determinate cose».

Borsellino aveva detto a varie persone che quella degli appalti era una pista da seguire

Borsellino, infatti, nel periodo immediatamente successivo alla strage di Capaci, aveva esternato a diverse persone, oltre all’intervista del giornalista Luca Rossi, che una pista da seguire era quella degli appalti. A distanza di 30 anni, però non si è mai fatto chiarezza su un punto. Diversi pentiti hanno affermato che sia Pino Lipari che Antonino Buscemi avevano un canale aperto con un magistrato della procura di Palermo. Alla sentenza d'appello del 2000 sulla strage di Capaci, tra gli altri, vengono riportate le testimonianze di due pentiti. Una è quella di Siino: «Sul punto, Angelo Siino, il quale, pur non rivestendo il ruolo di uomo d’onore, ha impostato la propria esistenza criminale, all’interno dell’ambiente imprenditoriale-politico-mafioso, ha evidenziato di avere appreso che Pino Lipari aveva contattato l’onorevole Mario D’Acquisto affinché intervenisse nei confronti dell’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, al fine di neutralizzare le indagini trasfuse nel rapporto c.d. “mafia-appalti” e in quelle che si potevano stimolare in esito a tali risultanze».

I Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese al gruppo Ferruzzi

Le motivazioni riportano anche la versione di Brusca: «Quanto ai rapporti tra i fratelli Buscemi, il gruppo Ferruzzi-Gardini e l’ing. Bini, Brusca ha evidenziato di avere appreso da Salvatore Riina che, a seguito della legge Rognoni-La Torre, i Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese (la cava Bigliemi e una Soc. Calcestruzzi) al gruppo Ferruzzi; che Antonino Buscemi era rimasto all’interno della struttura societaria come impiegato; che l’ing. Bini rappresentava il gruppo in Sicilia e la Calcestruzzi S.p.A.; che i fratelli Buscemi si “tenevano in mano…… questo gruppo imprenditoriale in maniera molto forte” e potevano contare sulla disponibilità di un magistrato appartenente alla Procura di Palermo, di cui non ha voluto rivelare il nome; che Salvatore Riina, in epoca precedente all’interesse per l’impresa Reale, si era lamentato del fatto che i Buscemi non mettevano a disposizione dell’intera organizzazione i loro referenti».

Dal 2018 Il Dubbio si interessa alla vicenda del dossier mafia-appalti

Il Dubbio, fin dal 2018, ha condotto una inchiesta giornalistica sulla questione del dossier mafia-appalti. “Mandanti occulti bis” dei primi anni 2000 a parte, in questi lunghissimi anni non sono mai state riaperte le indagini nonostante siano venuti fuori nuovi elementi come le audizioni al Csm di fine luglio 1992 dove emerge con chiarezza che cinque giorni prima della strage, il giudice Borsellino partecipò a una assemblea straordinaria indetta dall’allora capo procuratore capo Pietro Giammanco. Una assemblea, come dirà il magistrato Vincenza Sabatino, inusuale e mai accaduta prima. Dalle audizioni di alcuni magistrati emerge che Borsellino avrebbe fatto dei rilievi su come i suoi colleghi, titolari dell’indagine, avrebbero condotto il procedimento. Addirittura, come dirà il magistrato Nico Gozzo, si sarebbe respirata aria di tensione.

Gli omicidi di Salvo Lima e del maresciallo Guazzelli per Borsellino sono legati a mafia-appalti

Ed è lo stesso Borsellino, come si evince dalle parole dell’allora pm Vittorio Teresi nel verbale di sommarie informazioni del 7 dicembre 1992, a dire che a suo parere sia l’omicidio su ordine di Totò Riina dell’europarlamentare Salvo Lima che quello del maresciallo Guazzelli sono legati alla questione del dossier mafia-appalti perché si sarebbero rifiutati di intervenire per cauterizzare il procedimento mafia appalti. Da tempo sia Fiammetta Borsellino che il legale della famiglia Fabio Trizzino, chiedono di sviscerare cosa sia accaduto nel biennio del 91-92 all’interno del “nido di vipere”(definizione di Borsellino riferendosi alla procura di Palermo) e soprattutto quando fu depositata la richiesta di archiviazione del dossier mafia-appalti mentre - come ha detto l'avvocato Trizzino al processo depistaggi – «stavano ancora chiudendo la bara di Paolo Borsellino e dei suoi angeli custodi».

Mafia-appalti, quel fascicolo archiviato su Gardini. Mafia- appalti. Inviato ad agosto del ’ 91 dalla procura di Massa Carrara, ma il primo giugno del 1992 fu archiviato e le relative intercettazioni furono smagnetizzate Damiano Aliprandi su Il Dubbio 15 novembre 2019

Dietro le stragi del 1992- 93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa nostra di impedire ogni inchiesta sul monopolio degli appalti, ed è quello che era emerso in una vecchia inchiesta della Procura di Caltanissetta che però chiese l’archiviazione in mancanza di elementi idonei a sostenere in giudizio l'accusa a carico dei cosiddetti “mandanti occulti”. L’inchiesta sul famoso dossier mafia- appalti subì la stessa sorte a Palermo a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio.

A questo si aggiunge un altro fascicolo, arrivato nell’agosto del 1991 alla Procura di Palermo a firma di Augusto Lama, l’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Massa Carrara, che riguardava presunti rapporti tra la mafia siciliana e il gruppo Ferruzzi, all'epoca proprietario della Sam- Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. Anche questo fascicolo, però, fu archiviato a Palermo il primo giugno del 1992, subito dopo la strage di Capaci e le relative intercettazioni furono smagnetizzate.

L’ipotesi che dietro le stragi ci sia stata la volontà di fermare le inchieste sui rapporti tra imprenditori e mafia rimane ancora a galla, confermata d'altronde nella sentenza n. 24/ 2006 della Corte di Assise di Appello di Catania e confermata in Cassazione. Parliamo di una sentenza che riguarda esattamente i processi per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Scrivono i giudici che Falcone e Borsellino erano “pericolosi nemici” di Cosa nostra in funzione della loro «persistente azione giudiziaria svolta contro l’organizzazione mafiosa» e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti.

Motivo della “pericolosità” di Borsellino? La notizia che egli potesse prendere il posto di Falcone nel seguire il filone degli appalti. Tale ipotesi è stata anche riportata, come oramai è noto, nella motivazione della sentenza di primo grado del Borsellino quater. A differenza, però, della motivazione della sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato- mafia dove si legge che non vi è la «certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafiaappalti e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse».

I fatti però sembrano dire altro. Non solo Borsellino, quando era ancora alla procura di Marsala, chiese subito copia del dossier mafia- appalti redatto dagli ex Ros e depositato nella cassaforte della Procura di Palermo sotto spinta di Giovanni Falcone, ma mosse dei passi concreti per indagare informalmente sulla questione, tanto da incontrarsi in caserma con il generale dei Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno per ordinargli di proseguire le indagini e riferire esclusivamente a lui.

MAFIA – IMPRESE NAZIONALI E LE BOMBE

Il dossier - mafia appalti fu archiviato dopo la strage di via D’Amelio. Dagli atti emerge che la richiesta, scritta nel 13 luglio 1992 dalla Procura palermitana, fu vistata dal Procuratore Capo e inviata al Gip il 22 luglio. L’archiviazione fu disposta il successivo 14 agosto dello stesso anno, con la motivazione «ritenuto che vanno condivise le argomentazioni del Pm e che devono ritenersi integralmente trascritte» .

Nel dossier compaiono diverse aziende che avrebbero avuto legami con la mafia di Totò Riina, comprese quelle nazionali. Tra le quali emerge anche il coinvolgimento della Calcestruzzi Spa di Raul Gardini. Tra l’altro, lo stesso Borsellino, ebbe conferma del coinvolgimento di tale impresa durante l’interrogatorio del primo luglio del 92 reso dal pentito Leonardo Messina. Viene alla mente la frase pronunciata dal suo amico Falcone quando il gruppo Ferruzzi venne quotato a Piazza Affari: «La mafia è entrata in borsa».

Fu il periodo in cui il gruppo Ferruzzi - in pochi anni comprato e trasformato da Raul Gardini in un gruppo prevalentemente industriale -, unito con la Montedison divenne il secondo gruppo industriale privato italiano con ricavi per circa 20.000 miliardi di lire, con 52.000 dipendenti e più di 200 stabilimenti in tutto il mondo.

I rapporti tra Ferruzzi e mafia sono stati ben argomentati nelle 45 pagine della richiesta di archiviazione presentata il 9 giugno 2003 dall'allora procuratore capo di Caltanissetta Francesco Messineo al gip nisseno per uno dei filoni di inchiesta sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, nel quale si è affrontato, tra l’altro, anche il suicidio di Gardini.

In questo atto la Procura di Caltanissetta ha affermato che per interpretare gli omicidi dei due giudici risultano importanti le dichiarazioni del pentito Angelo Siino, considerato il ' ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra', che indicavano la Calcestruzzi come la società che si prestava a favorire gli interessi della mafia. La ditta, in particolare, avrebbe partecipato alla maxi speculazione di Pizzo Sella, la magnifica collina che sovrasta il golfo di Palermo, costruendovi 314 ville completamente abusive, simbolo dello strapotere mafioso sulla città.

Sembra che Falcone e Borsellino avessero scoperto l’interesse strategico nutrito da Cosa Nostra per la gestione degli appalti pubblici. Gli appalti pare fossero così importanti per la mafia anche ai magistrati nisseni che, nell’inchiesta chiamata “mandanti occulti”, gettarono un’ombra sul timore che Cosa nostra sembrava avere sulla prosecuzione delle indagini.

D’altronde, ricordiamo, l’ex pm Antonio Di Pietro ricevette l’informativa di essere sotto minaccia mafiosa. Lui che, in piena tangentopoli, avrebbe dovuto sentire Raul Gardini, ma quest’ultimo si suicidò il 23 luglio del 1993. La bomba mafiosa di Milano, esplosa all'indomani dei funerali in via Palestro, ha qualche legame con ciò? Non si sa, ma dagli atti risulta che gli attentatori sbagliarono bersaglio di alcune centinaia di metri. E Palazzo Belgioioso, residenza di Gardini, era poco lontano.

A guidare Gardini in quest'affare tutto ancora da chiarire sarebbe stato un vecchio socio di suo suocero Serafino Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta, detto ' Il Panzer', comandante partigiano, dirigente delle cooperative rosse di Ravenna e presidente della Calcestruzzi, il quale gli avrebbe spiegato che per questa società c'era la possibilità di prendersi tutti gli appalti pubblici siciliani, alleandosi, però, con i fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, molto legati a Totò Riina, che dal 1982 entrarono direttamente nella proprietà della ditta. In ballo c'erano investimenti miliardari e relazioni fondamentali per il potere mafioso, che andavano quindi difese a tutti i costi.

DA MASSA CARRARA A PALERMO

Ritornando agli inizi anni 90, mentre era già stato depositato il dossier mafia- appalti dove, appunto, compariva la Calcestruzzi Spa, ovvero il colosso delle opere pubbliche, leader italiano del settore posseduto dall'ancora più potente famiglia Ferruzzi ma, secondo anche il pentito Messina, controllato da Totò Riina -, arrivò sul tavolo della procura di Palermo un secondo fascicolo a firma di Augusto Lama, l’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Massa Carrara.

Cosa aveva scoperto? Intuì il legame tra la mafia siciliana ed il gruppo Ferruzzi, all'epoca proprietario della Sam- Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. All’epoca Gardini ebbe dall'Eni un'offerta di favore. Il primo grande affare si presentò con un contratto per la desolfazione delle centrali Enel, per cui il carbonato di calcio di Carrara era essenziale. Valore del contratto era di tremila miliardi di lire di allora. Eravamo alla fine degli anni Ottanta. Ma poi, invece, tutto precipitò.

A Carrara, le cose non andavano bene. Antonino Buscemi aveva preso il controllo delle cave e a gestirle aveva mandato il cognato, Girolamo Cimino. Più un altro parente, Rosario Spera. I siciliani cominciarono a porre condizioni vessatorie ai cavatori, che trovarono come unico difensore il loro presidente onorario, il comandante partigiano della zona, Memo Brucellaria. Fu allora che il procuratore Augusto Lama cominciò ad indagare.

Per competenza, nell’agosto del 1991, il fascicolo fu trasferito alla Procura di Palermo. ll procedimento iniziato a Massa Carrara, a carico di Antonino Buscemi, fu però archiviato a Palermo il primo giugno del 1992, subito dopo la strage di Capaci e le relative intercettazioni furono smagnetizzate. Sempre nell’inchiesta “mandanti occulti”, il pm nisseno ha sottolineato che la magistratura palermitana, in quel periodo ben preciso «probabilmente per il limitato bagaglio di conoscenze a disposizione, non attribuì soverchia importanza alla connessione Buscemi- Gruppo Ferruzzi».

Mafia-appalti, sparito il pentito che parlò a Borsellino del coinvolgimento di Raul Gardini. In esclusiva I contenuti dei verbali dell’interrogatorio a Leonardo Messina. Anche in un’audizione della commissione antimafia, presieduta da Luciano Violante, alla domanda se nella gestione mafiosa ci fossero ditte nazionali rispose: «La calcestruzzi spa di Riina». DAMIANO ALIPRANDI su Il Dubbio il 25 ottobre 2019

Testimonianze, prove documentali, sentenze definitive e audizioni del Consiglio superiore della magistratura rese dai magistrati della procura di Palermo tra il 28 e il 31 luglio 1992, provano inequivocabilmente che Paolo Borsellino si interessava, anche se non formalmente visto che ancora non aveva ottenuto la delega, dell’indagine contenuta nel dossier mafia- appalti. Tale informativa, ricordiamo, è scaturita da un’inchiesta condotta, tra la fine degli anni 80 e il 1992, dai carabinieri del Ros guidati dall’allora colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno.

Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un comitato d’affari, gestito dalla mafia e con profondi legami con esponenti della politica e dell’imprenditoria di rilievo nazionale, per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. Il 20 febbraio 1991, i carabinieri del Ros depositarono alla procura di Palermo l’informativa mafia- appalti relativa alla prima parte delle indagini, su esplicita richiesta di Giovanni Falcone, che all’epoca stava passando dalla procura di Palermo alla Direzione degli affari penali del ministero della Giustizia. Lo stesso Falcone, anche pubblicamente durante il famoso convegno del 15 marzo del 1991 al Castel Utveggio di Palermo, disse che quell’indagine era di vitale importanza che non era confinata solamente a una questione “regionale”.

Paolo Borsellino era convinto che la causa della morte di Falcone, ma anche di altri delitti di mafia come l’omicidio dell’ex democristiano Salvo Lima, fosse riconducibile alla questione degli appalti. Lo disse soprattutto allo scrittore e giornalista Luca Rossi durante un’intervista del 2 luglio del 1992. Il nome di Salvo Lima lo ha evocato recentemente anche l’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro durante la sua testimonianza resa al processo d’appello sulla presunta trattativa Stato- mafia. Di Pietro ha spiegato che la conferma del collegamento affari- mafia, l’ha avuta «col riscontro della destinazione della tangente Enimont da Raul Gardini ( capo della Calcestruzzi spa), una provvista da 150 miliardi, una gallina dalle uova d’oro, dovevamo trovare i destinatari: l’ultimo che ebbi modo di riscontrare fu Salvo Lima».

La spiegazione sembra evocare l’intuizione che ebbe Paolo Borsellino molto tempo prima di lui. Ma in realtà è più che una intuizione. Borsellino aveva trovato un pentito che non solo gli aveva confermato la questione dell’importanza degli appalti, ma che anche gli aveva dato un riscontro su quello che effettivamente già risultava ben spiegato nel dossier dei Ros: parliamo del coinvolgimento delle imprese del nord, in particolare della Calcestruzzi Spa di Raul Gardini.

Proprio il giorno prima della sua intervista a Luca Rossi, Borsellino aveva interrogato per la seconda volta consecutiva Leonardo Messina, un pentito ritenuto credibile che, come Tommaso Buscetta, aveva raccontato perfettamente la struttura di Cosa Nostra, escludendo il discorso del “terzo livello”, ma evidenziando come la mafia di Totò Riina riusciva a compenetrare nel tessuto economico e politico attraverso la gestione degli appalti pubblici e privati. Leonardo Messina stesso ne è stato un testimone. Il Dubbio è in grado di rivelare i contenuti dei due verbali di interrogatorio.

Il primo si è svolto il 30 giugno del 1992 con la presenza non solo di Borsellino, ma anche del collega Vittorio Aliquò, oltre che dell’ispettore Enrico Lapi e del dirigente della polizia Antonio Manganelli. Leonardo Messina aveva la veste di indagato per 416 bis dalla procura di Caltanissetta. Lo stesso si è dichia- rato uomo d’onore della famiglia di San Cataldo e ha inteso rendere dichiarazioni sulla struttura di Cosa nostra. Nel primo interrogatorio ha spiegato sostanzialmente come venivano elette le rappresentanze, da quelle locali a quelle regionali, non solo siciliane, fino ad arrivare alle rappresentanze mondiali. Ha approfondito come i corleonesi hanno preso il potere in Cosa nostra.

Interessante la sua spiegazione di come riuscì a finire sotto l’ala del boss Giuseppe Madonia. «A Madonia – ha spiegato il pentito a Borsellino - avevo rilevato di essere stato contattato da elementi del Sisde, i quali mi avevano offerto la somma di 400 milioni perché lo facessi catturare». Madonia, quindi, avendo appreso che Messina non si era fatto indurre a tradirlo, lo prese ancora di più in considerazione. In questo modo ebbe la possibilità di saltare le gerarchie e incontrare personaggi “di calibro” come lo stesso Brusca.

Nell’occasione con Brusca – ha raccontato Messina – «si parlò dell’omicidio del capitano D’Aleo che si vantava di averlo fatto eliminare poiché costui lo aveva schiaffeggiato in occasione di un suo fermo in caserma. Disse che gli avevano tirato una fucilata in faccia!». Il pentito Messina racconta anche di Giovanni Falcone. «Brusca – ha spiegato Messina – pur mostrandosi al corrente dei suoi movimenti, e infatti accennava alle sue frequentazioni presso una pizzeria insieme alla scorta, diceva che in quel momento non era il caso di passare alla sua sentenza di morte».

Leonardo Messina poi affronta nel resto dei suoi due interrogatori– soprattutto nel verbale del primo luglio 1992 - la questione mafia- appalti. A lui stesso Madonia gli ha affidato la questione dell’appalto dei lavori dell’istituto tecnico per geometri di Caltanissetta e lo ha messo in contatto con Angelo Siino, considerato “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina. Il pentito ha spiegato dettagliatamente come funzionava la spartizione degli appalti e ha anche sottolineato come la mafia intimidiva gli imprenditori fino ad ucciderli se non sottostavano alle condizioni dettate. Ha spiegato come i corleonesi curavano che i vari appalti fossero distribuiti equamente fra le ditte interessate, in modo da realizzare congrui guadagni attraverso un sistema predeterminato di tangenti a percentuali sull’importo dei lavori. Percentuali che variavano a seconda del tipo dei lavori da eseguire e secondo se si tratti di appalti pubblici o privati. Fa nomi e cognomi Messina, anche di parlamentari dell’epoca e imprese. Parla anche di Salvo Lima, che aiutò un personaggio di rilievo nel favorire una impresa per introdurla nella miniera Pasquasia. «In tale miniera – ha spiegato Messina – non lavorano solo ditte in mano alla mafia, ma anche singoli dipendenti mafiosi», i quali potevano acquisire con facilità anche del materiale per l’esplosivo.

Leonardo Messina, a quel punto fa una rivelazione scottante. «Totò Riina è il maggiore interessato della Calcestruzzi Spa che agisce in campo nazionale». Messina lo aveva appreso perché si era lamentato che aveva ricevuto pochi soldi per un appalto che valeva miliardi. “L’ambasciatore” di Madonia gli rispose di lasciar perdere, perché c’erano gli interessi di Riina tramite la Calcestruzzi spa di Gardini.

Paolo Borsellino, per la prima volta, trovò un riscontro su quanto aveva già appreso dal dossier mafia- appalti, che aveva ben evidenziato il ruolo dell’azienda del nord. Lo stesso Leonardo Messina, qualche tempo dopo, lo ribadì in un’audizione della commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante. Alla domanda se nella gestione mafiosa degli appalti ci fossero ditte nazionali, Messina rispose con un’affermazione inquietante: «La Calcestruzzi Spa di Riina».

Leonardo Messina è un testimone considerato importante da Borsellino, così come, in seguito, da altri magistrati. Il pentito ha ribadito l’importanza della gestione degli appalti anche nel 2013, sentito al processo di primo grado sulla presunta trattativa Stato- mafia. Messina avrebbe dovuto deporre – assieme ad Angelo Siino ( assente per gravi motivi di salute) – a settembre scorso anche nel processo di Caltanissetta relativo al latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ma il pentito Leonardo Messina non è più reperibile da qualche tempo. È come se fosse scomparso nel buio: gli inquirenti stessi si dicono preoccupati.

Stragi di mafia: così Report (e non solo) “suggestiona” pentiti ed ergastolani. “Io parlo di quello che ho sentito in televisione, sia in un programma televisivo su la7 (Atlantide ndr) sia su Rai3”. Dalla pista nera alle donne bionde, ecco il racconto degli ex mafiosi stragisti sentendo la Tv. E qualche procura ci mette il carico da novanta Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 2 gennaio 2023

Tra cinquant’anni, quando l’antimafia mediatica (e parte di quella giudiziaria) sarà oggetto di studio, sicuramente non potrà passare inosservato come presunte inchieste di Report (canale pubblico) o di Atlantide (canale privato) inconsapevolmente alimentano di nuove suggestioni i pentiti stessi. Perfino uno come Gaspare Spatuzza, che fu parte attiva degli attentati mafiosi come le stragi continentali del maggio-luglio 1993 a Firenze, Milano e Roma, parla di ipotesi apprese in Tv.

Ed è così che si crea un insostenibile circolo vizioso utile per gli ascolti, ma completamente distruttivo per i giovani che si affacciano per la prima volta allo studio del fenomeno mafioso di quegli anni. Ma non aiuta nemmeno una grossa fetta di magistrati antimafia che si diletta nell’infinita ricerca delle “entità”. Pm che creano infiniti teoremi, chiudono e riaprono le stesse identiche inchieste giudiziarie (pensiamo a Berlusconi e Dell’Utri indagati per la quinta volta come mandanti occulti delle stragi), si spendono numerose risorse umane e si alimenta il circuito mediatico – giudiziario che, com’è detto, a sua volta “alimenta” i pentiti stessi.

Molto utile, per comprendere il fenomeno dei pentiti che raccontano ciò che sentono in Tv, è la lettura della relazione finale della scorsa commissione nazionale Antimafia relativa alla attività istruttoria sull’evento stragista di via dei Georgofili a Firenze. Si apprende così che viene sentito l’ergastolano Cosimo Lo Nigro, già condannato per le stragi e ritenuto la persona che si occupava del recupero dell’esplosivo in mare, quello che verrà utilizzato sia per le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, che per quelle “continentali”. Dalle risultanze processuali è emerso, grazie alle consulenze già svolte dai periti, che in ciascuna delle cariche esplosive utilizzate per le stragi i medesimi componenti, miscelati, sono da ricondurre a esplosivi di tipo militare e segnatamente tritolo (o Tnt), T4 (o Rdx), e Pentrite (o Petn). Per la strage di Capaci, furono utilizzati 500 chili di esplosivo. Per via D'Amelio, 100 chili. Per l'attentato di Firenze, la carica era da 250 chili.

Lo Nigro però si dichiara innocente. «Io oggi mi trovo qui – spiega innanzi alla commissione antimafia -, detenuto da 26 anni, con queste accuse tremende, e io per la giustizia italiana sono un definitivo e sono un ergastolano, ma nella mia coscienza e nel mio cuore, io sono un innocente e chiedo a voi, principalmente a voi, che siete quelli che in merito agli ultimi sviluppi, in questi anni su cosa è successo di quello che sta accadendo nel nostro Paese, vi chiedo a voi di approfondire e di investigare». Alla domanda posta dall’ex presidente Nicola Morra su cosa bisognerebbe investigare, ecco cosa risponde: «Io le parlo di quello che ho visto in Tv. Ci siamo? Noi siamo qui oggi per la situazione di Firenze, per la tematica e la disgrazia di Firenze. Mi dica una cosa: in televisione io ho ascoltato personalmente alcuni format mirati di questi eventi che sono successi all’epoca. Sulla situazione di Firenze, come Firenze e come Milano, e in qualche altra strage, si parla di una donna». Ecco, lo dice chiaramente: parla di ciò che ha appreso guardando le inchieste in TV.

Lo Nigro, infatti, evoca il discorso della donna, la famosa bionda che secondo la tesi elaborata principalmente dal magistrato Gianfranco Donadio quando svolse le attività presso la Direzione Nazionale Antimafia (poi fu trasferito dal csm per via delle denunce nei suoi confronti da parte della procura di Catania e di Caltanissetta), sarebbe stata una sorta di 007 che avrebbe partecipato alle stragi. Bionda, corpo da amazzone, descritta da improbabili pentiti (per lo più della ‘ndrangheta) già decostruiti dalla procura nissena e catanese.

L’ex presidente Morra, in commissione, pone nuovamente la domanda a Lo Nigro: «Come mai la colpisce questa questione della donna? Lo chiedo così, per mia curiosità». Ecco cosa risponde: «Lei ha parlato di ipotesi. Io parlo di quello che ho sentito in televisione, sia in un programma televisivo su La7 (Atlantide, ndr) sia su Report su Rai 3, in occasione dei tre anniversari. Le trasmissioni hanno parlato anche di questi fatti che sono accaduti nel 1993 e riportano di una donna, non solo a Firenze!». Più chiaro di così non si può. Non sa nulla, ma racconta ciò che ha appreso dalle “inchieste” mainstream.

Interessante anche la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza. Egli ebbe un ruolo primario in tali gravi accadimenti perché legato a Giuseppe Graviano, mafioso ai vertici del mandamento di Brancaccio ed esponente di cosa nostra, a sua volta in stretti rapporti con i vertici di tale organizzazione e in particolare con il latitante Matteo Messina Denaro. Grazie alla sua collaborazione si è potuto rifare da capo il processo sulla strage di Via D’Amelio (Borsellino quater) e condannare anche gli esecutori delle stragi continentali. Lui partecipò alle stragi come quelle di Firenze. Ha sempre raccontato tutti i dettagli dell’operazione stagista, compreso il reperimento dell’esplosivo e della sua collocazione. Però non basta, perché non collima con il teorema delle donne bionde e dell’esplosivo fornito dalle entità.

Spatuzza però è sincero. Esclude che il suo gruppo sia entrato in contatto con soggetti esterni a cosa nostra, ma nel contempo dichiara di poter supporre che ci siano stati contatti. Ma da dove deriva questa sua supposizione? Si richiama a «l’evolversi di tutto quello che visto in questi anni...» e «tutto quello che sia il progetto Farfalla». E dove l’ha visto se non in TV? E si comprende che non conosce la vicenda. Lo chiama “progetto Farfalla”, mentre in realtà si chiama “protocollo farfalla” e non c’entra nulla con il periodo delle stragi visto che fu una operazione dei primi anni 2000 tra l’intelligence e il Dap per cercare una presunta regia mafiosa dietro le proteste contro il 41 bis. Operazione fallimentare, perché non si scoprì alcun grande vecchio dietro. Un po’ come le rivolte carcerarie durante la pandemia. Sempre alla ricerca, fallimentare, delle regie occulte.

Interessante che il magistrato Donadio insista sulla presenza delle donne. Lo fa anche con Spatuzza. «Lei ha mai percepito il problema dell’esistenza di una donna in questo scenario stragista?». Ebbene sì. Chiede al collaboratore della giustizia se ha avuto una “percezione” di qualche donna. Spatuzza risponde di no. Ma il magistrato non si arrende. Insiste. «In tutto lo scenario stragista ha avuto mai un sintomo?». Spatuzza risponde: «Non ho avuto mai né direttamente né indirettamente che ci fosse una donna un po' in secondo o terzo piano in quello che era il gruppo operativo».

Niente da fare. Nessuna percezione, nessun sintomo. Il prossimo passo sarà lo studio delle entità asintomatiche. Già qualcosa si intravvede con la riedizione del nero Stefano Delle Chiaie. Nessuna prova che sia stato a Capaci o a Firenze, per quest’ultimo all’epoca le indagini della Digos accertarono che il giorno dell’attentato era a Bolzano. Però poco importa. Bisogna insistere, evocare nuove suggestioni e perdere altri anni di tempo prezioso. Ora aspettiamoci le supposizioni dei pentiti dopo aver visto l’ennesima trasmissione di Report.

Via d’Amelio, la relazione di La Barbera il giorno dopo la strage: “Consegnata la borsa e l’agenda di Borsellino al procuratore Tinebra”. Il Fatto Quotidiano il 5 dicembre 2023.

Una relazione con la firma di Arnaldo La Barbera, il superpoliziotto che secondo le accuse si sarebbe appropriato dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. In quel foglio di carta c’è scritto che la borsa del magistrato ucciso da Cosa nostra e “un’agenda in pelle” sono state consegnate all’allora procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra. La data è del 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via d’Amelio. Solo che di quella relazione non c’era traccia alla procura di Caltanissetta. E d’altra parte vari testimoni hanno raccontato di come la valigetta di Borsellino fosse rimasta sul divantetto all’interno dell’ufficio di La Barbera per vari giorni dopo la strage.

A raccontare l’ultimo mistero sulla scomparsa dell’agenda di Borsellino è il quotidiano La Repubblica. Quella relazione è stata acquisita alla Squadra Mobile di Palermo dalla procura di Caltanissetta, che la cita nel provvedimento con cui si ordinano le perquisizioni a casa della moglie e della figlie di La Barbera, morto nel 2002 e oggi indicato come il grande gestore del depistaggio. Il procuratore Salvatore De Luca e l’aggiunto Pasquale Pacifico hanno riaperto le indagini sulla scomparsa dell’agenda in cui Borsellino annotava i dettagli delle sue indagini, cominciate dopo la strage di Capaci. Secondo le indagini dei pm e del Ros dei carabinieri il diario del magistrato era finito a La Barbera, che addirittura lo avrebbe lasciato nelle disponibilità della sua famiglia dopo la morte. A raccontarlo alla procura è stato, nei mesi scorsi, un supertestimone: si tratta del padre di un’amica di Serena La Barbera, figlia dell’ex capo della Mobile. Al teste sarebbe arrivata una richiesta da sua figlia: “La mia amica Serena non si sente più di tenere una cosa di suo padre, che è morto nel 2002, era il questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Potresti conservarla tu?”. Il testimone ha chiesto di cosa si trattasse. Risposta: “È l’agenda rossa di Borsellino“. Comincia da qui l’ultima inchiesta della procura di Caltanissetta, che ha messo sotto indagine la figlia e la moglie di La Barbera, entrambe indagate. Le perquisizioni ordinate nei mesi scorsi hanno riguardato anche la postazione di lavoro occupata negli uffici dell’Aisi, i servizi segreti interni, dalla figlia dell’ex superpoliziotto. “Mia figlia – ha detto sempre il testimone – mi ha raccontato anche un’altra confidenza di Serena La Barbera: sua madre, su indicazione fornita dal marito prima di morire, ha usato la documentazione che nascondevano per fare assumere la figlia ai servizi di sicurezza”.

E mentre gli investigatori analizzano il risultato delle perquisizioni, dal passato emerge anche questa relazione inedita in cui La Barbera sostiene di aver consegnato tutto – borsa e agenda di Borsellino – a Tinebra. Ma di quella carta non c’era mai stata traccia a Caltanissetta. E d’altra parte il 20 luglio – ma anche nei giorni successivi – la valigetta di Borsellino era negli uffici della Mobile. Lì racconta di averla vista la funzionaria di Polizia, Gabriella Tomasello: “Potrei averla vista sul divano dell’ufficio dell’allora Dirigente della Squadra Mobile, Arnaldo la Barbera, ma non ne ho la certezza. Aggiungo che ciò potrebbe essersi verificato nella tarda serata del 19 luglio”, ha messo a verbale la poliziotta già nel 2006. Anche un altro funzionario, Andrea Grassi, ha detto di aver “visto una borsa in cuoio negli uffici della Squadra Mobile di Palermo, forse nella stanza del Dirigente della Sezione Omicidi. Non ho visionato il contenuto della borsa, che ricordo aperta, circostanza che mi fece notare alcuni effetti personali quali un pantaloncino o una maglietta tipo tennis“.

Quella borsa rimarrà nelle disponibilità degli inquirenti per più di tre mesi: a novembre, infatti, La Barbera andrà a consegnarla alla famiglia Borsellino. Nella valigetta, però, non c’era già più l’agenda rossa, come farà notare Lucia Borsellino. “Quando chiesi che fine avesse fatto, mi fu risposto appunto che non c’era e al mio insistere il questore La Barbera disse a mia madre che io probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché ero molto provata. Mi fu detto addirittura che deliravo”, ha raccontato la figlia del giudice durante un’udienza del Borsellino quater. Risale a pochi giorni prima, il 5 novembre del 1992, il verbale di apertura della borsa, firmato dal pm Fausto Cardella. Il magistrato scrive che dentro la borsa c’erano due pacchetti di sigarette marca Dunhill, “un paio di pantalocini da tennis bianchi, un costume da bagno, un carica batterie per telefono con batteria e accessori e un ritaglio di giornale”.

Cardella ordina di restituire tutto alla famiglia. Non solo la borsa ma anche “un’agenda legale 1992 appartenuta a Borsellino“. Si tratta della rubrica telefonica marrone che di recente Lucia Borsellino ha consegnato alla commissione Antimafia. È a questa agenda che fa riferimento La Barbera quando scrive di averla consegnato a Tinebra? O parla dell’agenda rossa?

Nel verbale di apertura della borsa il pm Cardella annota anche la presenza di altri oggetti: un paio d’occhiali, un mazzo di chiavi, un pacchetto di fazzoletti, uno scontrino fiscale, tre fogli di carta spillati. “Detti oggetti erano contenuti in un sacchetto nel quale si legge: rinvenuto sul luogo della strage da Maggi Francesco“. Si tratta del poliziotto che ha sostenuto di aver prelevato la borsa dall’auto in fiamme di Borsellino e di averla portata alla Mobile. Un racconto smentito recentemente da altri tre testimoni, tutti poliziotti, che hanno raccontato di un possibile passaggio di mano della borsa avvenuto in via d’Amelio tra un capitano dei carabinieri – in teoria si tratta di Giovanni Arcangioli, che per queste vicende è già stato prosciolto – e l’ispettore Giuseppe Lo Presti. “Quest’ultimo mi fece consegnare dal militare la borsa per poggiarla dentro la macchina di Maggi”, ha messo a verbale poche settimane fa Armando Infantino. Il diretto interessato, cioè Lo Presti, ricorda invece pochissimo su quella giornata anche se non ha smentito il racconto del collega. Lo Presti dice comunque di essere “certissimo” di aver compilato una relazione di servizio sui suoi movimenti in via d’Amelio: quella relazione, però, non si trova. Anche Maggi ha stilato un documento che riassume le sue attività sul luogo della strage, compreso il ritrovamento della valigetta che secondo il suo racconto sarebbe stata prelevata direttamente dall’auto in fiamme di Borsellino e poi trasferita alla Mobile nell’ufficio di La Barbera. Quella relazione, però, risale al dicembre del 1992. A chiedergli di redigere quella relazione fu espressamente La Barbera, cinque mesi dopo la strage.

Giuseppe Pipitone e Saul Caia per il Fatto Quotidiano - Estratti domenica 3 dicembre 2023. 

C’è un capitano dei carabinieri che regge in mano la valigetta di Paolo Borsellino: si trova alla fine di via D’Amelio, quando s’imbatte in un ispettore di Polizia. Che lo blocca e gli intima di consegnargli la borsa: sul luogo della strage, dice, sono arrivati prima loro e dunque la competenza delle indagini non è dell’Arma. Il capitano non ha nulla da obiettare: cede la borsa a un collega di quel poliziotto, che la ripone su un’auto di servizio. È questa la scena che la Procura di Caltanissetta ritiene di aver ricostruito sullo scenario infernale della strage di via D’Amelio. 

Un’istantanea composta dai ricordi frastagliati di tre poliziotti, ascoltati tra il 2019 e il novembre del 2023: racconti sbiaditi, in alcuni passaggi monchi, anche a causa del lungo tempo trascorso, che però vengono considerati credibili da parte degli investigatori.

Sono questi i nuovi verbali che il pm Maurizio Bonaccorso ha depositato agli atti del processo d’Appello sul depistaggio, attingendo dal materiale recuperato dall’ufficio inquirente nisseno.

Il procuratore Salvatore De Luca e l’aggiunto Pasquale Pacifico, infatti, hanno riaperto l’inchiesta sulla scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, seguendo due filoni: da una parte ipotizzano che il diario sia finito ad Arnaldo La Barbera, il superpoliziotto morto nel 2002 indicato come il grande gestore del depistaggio. Per questo motivo hanno effettuato varie perquisizioni nei mesi scorsi, in un caso anche nella postazione di lavoro occupata negli uffici dell’Aisi, i servizi segreti interni, dalla figlia di La Barbera, indagata insieme alla madre. 

Parallelamente i pm stanno provando a ricostruire il percorso fatto dalla valigetta in cui Borsellino aveva riposto la sua agenda. Fotografata l’ultima volta in via D’Amelio in mano al capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, la borsa ricompare già la sera del 19 luglio nell’ufficio di La Barbera alla Mobile, dove sostiene di averla portata l’agente Francesco Maggi. Come ci è finita? 

Secondo la procura è avvenuto una sorta di passaggio di mano tra Arcangioli (che non ne ha mai parlato, nonostante per questa storia sia finito sotto inchiesta prima di essere prosciolto) e i poliziotti.

Un’ipotesi sostenuta dopo aver recuperato i verbali di Armando Infantino, Giuseppe Lo Presti e Nicolò Manzella. Sono tre agenti arrivati in via D’Amelio subito dopo la strage, interrogati nel 2019 e poi di nuovo pochi giorni fa. Il primo a parlare è Infantino, che il 12 marzo di quattro anni fa mette a verbale: “Mentre mi trovavo in via D’Amelio un mio superiore, di cui non saprei dare indicazioni, mi consegnò una borsa di pelle che presentava delle bruciature, dicendomi di andare a posarla all’interno dell’auto, parcheggiata all’inizio di via D’Amelio. Ricordo che fuori dall’auto vi era il collega Maggi”.

Sei giorni dopo torna dai pm e specifica di non aver saputo se quella fosse la borsa di Borsellino ma che “era originariamente nelle mani di un soggetto al quale un mio superiore – che al 90 % identifico nell’ispettore Lo Presti – ordinò di consegnarla al collega, cioè a me”.

Chi era quel soggetto? “Ritengo che fu un carabiniere, ma questa e una sensazione che maturai al tempo e oggi non sono in grado di spiegarla ”. I pm hanno mostrato a Infantino la foto dei Arcangioli, ma il poliziotto non lo ha riconosciuto, spiegando solo di “averlo visto in tv”. Passano quattro anni e i ricordi del Infantino sono quasi più nitidi: “Per quanto concerne la circostanza da me già riferita inerente il carabiniere con la placca che si avvicinava al capannello di noi personale di polizia portando la borsa di Borsellino in mano e che vidi e sentii interloquire con Lo Presti, confermo che quest’ultimo mi fece consegnare dal militare la borsa per poggiarla dentro la macchina di Maggi”. 

Ancora più dettagliato il racconto di Manzella, che nel maggio 2019 racconta: “Vidi l’ispettore Lo Presti discutere con un ufficiale dei carabinieri in borghese, che aveva in mano una borsa di pelle marrone”. Anche a Manzella mostrano l’album e lui riconosce in Arcangioli l’uomo della borsa.  

(...)

A sentire Manzella nel giro di pochi secondi Arcangioli consegnò la borsa a Lo Presti. Il quale, però, di tutta questa storia ricorda pochissimo. Sentito nel 2019 dice di non aver alcuna memoria di quel passaggio di mano, nonostante Infantino gliel’avesse ricordato già due anni prima: “Ebbi una sorta di flash, cercai di appuntare la mia attenzione su quella giornata per cercare di riaccendere i miei ricordi”. Tentativo fallito: “Non sono sicuro se le mie impressioni sono frutto di ricordi genuini o indotti da racconti di Infantino o addirittura dalle immagini in tv”. Anche a Lo Presti i pm fanno vedere una foto di Arcangioli ma lui dice di non averlo mai conosciuto. Il poliziotto, però, non smentisce il collega: “Quello di Infantino è un racconto verosimile di cui tuttavia non ho alcuna memoria”.

Pochi giorni fa è tornato dai pm di Caltanissetta, raccontando una dinamica un po’ diversa: Lo Presti sostiene che fu lui il primo a trovare il corpo di Borsellino e “vicino vi era la sua borsa. Ricordo che dissi ad Infantino di custodirla”. La procura allora gli fa notare che, però, secondo il suo collega la valigetta era in mano a un carabiniere, non vicino al corpo di Borsellino: “Non escludo che le cose siano andate effettivamente come dice Infantino”. Sui suoi movimenti in quella maledetta giornata, il poliziotto dice di essere “certissimo” di avere fatto una relazione di servizio. Che, però, non è stata mai trovata.

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per "la Repubblica" lunedì 4 dicembre 2023.

Un supertestimone ha riaperto l’indagine sui misteri dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, trafugata dopo la strage. Non è un pentito di Stato, e neanche un ex mafioso. È una persona come tante. 

Un giorno sua figlia gli chiede un favore: «La mia amica Serena non si sente più di tenere una cosa di suo padre, che è morto nel 2002, era il questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Potresti conservarla tu?». L’uomo chiede di cosa si tratti. La figlia risponde: «È l’agenda rossa di Borsellino».

Così, un uomo con la sua vita normale è diventato all’improvviso il supertestimone di uno dei misteri d’Italia. Ci ha messo però del tempo per presentarsi ai carabinieri del Ros. Quando è arrivato in caserma, nel marzo scorso, ha detto: «Ho deciso di riferire soltanto oggi questi fatti perché avevo un po’ di paura. E solo dopo un colloquio con un generale e un avvocato ho deciso di farmi avanti raccontando che l’agenda rossa la tengono i familiari di La Barbera».

Sono parole ritenute subito importanti, si muove la direzione nazionale antimafia di Giovanni Mellillo, il caso viene affidato alla procura di Caltanissetta diretta da Salvo De Luca, che non ha mai smesso di indagare sui misteri della strage Borsellino. A settembre, i pm fanno scattare le perquisizioni, nella casa romana della figlia di La Barbera, e pure nel suo ufficio, che è molto particolare, è la sede dei servizi segreti, l’Aisi. È stata perquisita pure la casa della moglie del superpoliziotto, Angiolamaria Vantini, che abita a Verona.

L’agenda rossa non è saltata fuori, i carabinieri del Ros hanno però sequestrato alcuni vecchi estratti conto di Arnaldo La Barbera, in cui risultano versamenti in contanti per milioni di lire. Soldi dati da chi? A fine anni Ottanta, La Barbera era anche un collaboratore dei Servizi, l’allora Sisde, non si è mai capito per quale missione in particolare. E ora l’ipotesi su cui lavorano i magistrati è drammatica: il furto dell’agenda rossa e il depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino con il falso pentito Scarantino potrebbero essere state una missione affidata a La Barbera da ambienti deviati delle istituzioni. Per nascondere quali responsabilità nella bomba del 19 luglio 1992?

Racconta il testimone: «Fino all’anno scorso, l’agenda rossa sarebbe stata custodita all’interno di una cassaforte, nell’abitazione del cognato di La Barbera, che è morto nel settembre 2022». All’epoca si sarebbe posto il problema di trovare una nuova collocazione a quella documentazione così particolare. «La famiglia La Barbera non si sentiva più di custodirla direttamente, così mi ha detto mia figlia — prosegue il testimone — avrebbe preferito farla detenere a soggetti non riconducibili alla cerchia familiare». Ecco perché le confidenze con l’amica. «Poi, mia figlia mi ha chiesto di tenere io la documentazione, ma non me la sono sentita», taglia corto l’uomo.

Non finisce qui la storia. «Mia figlia mi ha raccontato anche un’altra confidenza di Serena La Barbera: sua madre, su indicazione fornita dal marito prima di morire, ha usato la documentazione che nascondevano per fare assumere la figlia ai servizi di sicurezza». Chi indaga ha verificato che Serena La Barbera è stata assunta alla presidenza del consiglio nel 2011. È una storia complessa quella che i pm di Caltanissetta e i carabinieri del Ros stanno cercando di chiarire. Al supertestimone è rimasto un dubbio: «L’agenda potrebbe averla mia figlia, andate a controllare nel garage del suo compagno». 

Ma lì non c’era. Ora, la moglie e la figlia dell’ex questore sono indagate per ricettazione e favoreggiamento, con l’aggravante di aver favorito l’organizzazione mafiosa. […]

Via D’Amelio, il poliziotto: “A tarda sera i magistrati di Palermo ispezionarono l’ufficio di Borsellino”. La mattina dopo, rivelò Agnese: “La polizia investigativa entra dentro l'ufficio di Paolo, ci vanno anche i miei figli Lucia e Manfredi: entrano e si accorgono che tutti i suoi cassetti erano stati svuotati, non c'erano né carte e né tantomeno i suoi appunti!”. Ecco la vera novità (ma snobbata) dai verbali dei cinque poliziotti. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 4 dicembre 2023

Che la borsa di Borsellino sia giunta nell'ufficio dell’allora questore Arnaldo La Barbera era già notorio. È già storia che a recuperarla in questura, a distanza di cinque mesi, sia stato Fausto Cardella della procura di Caltanissetta. Ma non è tuttora risolto che fine abbiano fatto i documenti e l'agenda rossa che Borsellino custodiva all'interno della sua valigetta. Così come non è ancora accertato se la prima destinazione della borsa fosse la questura o la procura di Palermo. I verbali di interrogatorio dei cinque poliziotti non chiariscono questo punto. Emerge solamente che la borsa è stata portata nell'auto del sovrintendente Francesco Maggi. Poi si suppone che fosse subito portata in questura, dando credito a una parte della versione di Maggi che, grazie a questi verbali, risulta ancor di più inattendibile. Silenzio stampa e non solo, su alcuni dettagli fondamentali che Il Dubbio è in grado di rilevare dopo un'attenta lettura dei verbali.

Prima di rilevarli, cominciamo nel dire che da questi verbali si può giungere alla definitiva smentita della fantasiosa narrazione di questi anni, rimarcata nelle trasmissioni tv e, purtroppo, inizialmente cristallizzata nelle motivazioni del primo processo del Borsellino Quater: tutti i poliziotti sentiti dai procuratori nisseni smentiscono la presenza di uomini in giacca e cravatta che rovistavano tra le fiamme appena qualche minuto dopo l'attentato del 19 luglio 1992 in Via D'Amelio. Ricostruzione che nasce con le dichiarazioni di Maggi, ora rivelatasi inattendibili. Così come, sempre dalla lettura dei verbali, risulta un falso che a prendere la borsa dall'auto di Borsellino sarebbe stato lui. Non solo. Smentita, ma già questo è già acclarato, la presenza di Bruno Contrada. Così come, ed è questa la parte più triste di tutta questa vicenda, emerge la completa innocenza e soprattutto la buona fede del carabiniere Giovanni Arcangioli. Dovette subire un linciaggio pubblico a causa dei media e soprattutto un processo. Reo di essere stato immortalato con la borsa e accusato di aver sottratto lui l'agenda rossa. Tutte falsità.

Secondo i verbali, il passaggio della borsa di Borsellino avviene così: il carabiniere Arcangioli la prende, consegnata dall'ex giudice Ayala o da un magistrato sconosciuto, quindi l’ispettore Giuseppe Lo Presti gli intima di dargliela e ordina al poliziotto Armando Infantino di collocare la borsa nella macchina guidata da Maggi. Da questo momento, non è chiaro se la borsa sia stata portata direttamente in questura o se ci sia stato un passaggio nella procura di Palermo. C'è la versione di Maggi che dice di averla consegnata a un funzionario della questura che poi l’avrebbe dato a La Barbera, ma oltre ad aver appurato che ha dato versioni completamente inattendibili, come d'altronde emerge anche dalle motivazioni del primo processo Maio Bo +4, sappiamo che il questore La Barbera non era presente il 19 luglio, ma arriverà a tardissima notte.

Veniamo al punto. A differenza di ciò che ha detto il sostituto procuratore generale di Caltanissetta Gaetano Bono, il vero convitato di pietra di questa vicenda non sono i servizi segreti, ma diversi magistrati di Palermo che non solo erano sul posto subito dopo la strage ma, come emerge dai verbali al Csm del 1992 e, in particolare, dalle parole degli ex pm Gioacchino Natoli e Vittorio Aliquo, hanno anche visto il contenuto della borsa: documenti, tra i quali il verbale di Mutolo. Non solo. Ora grazie ai verbali emerge un dettaglio fondamentale. Prima di citarlo, ricordiamo che l'anno scorso Il Dubbio sollevò la questione dell'ufficio di Borsellino ritrovato semivuoto dai figli Lucia e Manfredi il giorno dopo per essere presenti all'inventario. Lo hanno testimoniato loro stessi innanzi ai pm di Caltanissetta, nel 2013. Il giorno dopo la strage del 19 luglio, infatti, raccontano di aver partecipato all'inventario dell'ufficio del padre alla procura di Palermo e notarono la mancanza di tutti i fascicoli delle ultime inchieste che il magistrato stava seguendo. “Era chiaro che qualcuno aveva messo le mani in quella stanza”, hanno spiegato, “non c'erano fascicoli, né interrogatori legati alle inchieste sulle quali papà lavorava”.

In sostanza sono spariti, con tutta tranquillità e alcun clamore, i documenti dall'ufficio di Borsellino. Un fatto inquietante che la stessa moglie di Borsellino rivelò al giornalista Sandro Ruotolo, che rese pubblica la testimonianza solamente dopo la sua morte (il 5 maggio 2013), rispettando il volere della signora. Cosa disse? “Il giorno dopo la strage - ha rivelato la signora Agnese prima di morire –la polizia investigativa entra dentro l'ufficio della procura di Paolo, ci vanno anche i miei figli Lucia e Manfredi: entrano e si accorgono che tutti i suoi cassetti erano stati svuotati, non c'erano né carte e né tantomeno i suoi appunti!”.

Forse non sono spariti, magari requisiti da altri soggetti. Quindi dovrebbe esserci un verbale. Uno dei tanti non richiesti o acquisiti in questi 31 anni. Ora grazie alla lettura degli interrogatori dei cinque poliziotti, abbiamo una risposta su chi fossero questi soggetti: i magistrati di Palermo. Precisamente riguarda il verbale di interrogatorio dell'attuale Vice Questore Andrea Grassi. Ecco cosa dice innanzi ai pm nisseni: “Nell'immediatezza dell'evento non ho redatto atti di P.G. o, quanto meno, non ne ho ricordo, mentre ricordo che, credo nella tarda serata di quel giorno, ho coadiuvato magistrati della procura di Palermo nell'ispezione dell'ufficio del dottor Borsellino, presso la Procura di Palermo, per essere più precisi, da via D'Amelio raggiunsi gli uffici della Squadra Mobile unitamente al dottor Sanfilippo, a bordo della sua moto privata, e da lì mi recai in Procura, credo con il dottor Fassari”.

Ebbene, ad ispezionare l'ufficio sono stati i magistrati di Palermo. Esiste un verbale di ispezione? Sono stati sentiti dalla procura nissena? Ad oggi non risulta. Eppure questo dato va a confermare ciò che è scritto nel nuovo libro di Vincenzo Ceruso, “La strage. L'agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D'Amelio” edito da Newton Compton Editor, dove per la prima volta si riporta la testimonianza di Salvatore Pilato, il quale il giorno della strage di Via D'Amelio era in servizio come magistrato di turno assieme a Luigi Patronaggio. Anche se quest'ultimo, in commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo, ha precisato di essere stato di “secondo turno”. Ebbene il magistrato Pilato rivela a Ceruso che i suoi colleghi gli hanno riferito che nell’ufficio di Borsellino c'era l'agenda rossa.

Sommando questa rivelazione con le dichiarazioni di Natoli e Aliquo al Csm, ben riportate nella sua interezza nel libro, e il dettaglio emerso dai verbali di interrogatorio ai cinque poliziotti, si fa sempre più strada l'ipotesi che in qualche modo il contenuto della borsa di Borsellino sia giunto in Procura. Forse in un sacco di plastica? Lo stesso che sarà descritto dal verbale redatto da Cardella, ma con poca robetta (in più la presenza di tre documenti, ma che tuttora non si è dato sapere il contenuto) e con un biglietto nel quale si legge: “Rinvenuto sul luogo della strage, ass. Maggi Francesco”? La borsa che giungerà in questura da La Barbera era già “svuotata”? Per avere delle risposte, basterebbe ricostruire il quadro, ma questa volta sentendo tutti i magistrati viventi che erano sul luogo dell'attentato (non solo i soliti poliziotti o improbabili servizi segreti) e recuperando eventuali verbali. Primo tra tutti quello che riguarda l'ispezione svolta dai magistrati palermitani nell'ufficio di Borsellino. Ma ancora una volta, lo sguardo è altrove. Addirittura si dà credito ad un improbabile testimonianza di un ex amico della famiglia di La Barbera. I mass media tornano nuovamente a svolgere il ruolo tossico avuto durante il periodo del surreale processo trattativa, enfatizzando il nulla. In questo ultimo periodo si sono fatti passi da gigante, basti pensare alla pista mafia-appalti. Ma basta poco per ricadere nelle tesi che creano fumo e neutralizzano i fatti nudi e crudi che man mano cominciano a emergere.

Agenda Borsellino, l’ultimo colpo di scena: assieme alla borsa sarebbe stata presa in consegna dal procuratore. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 6 Dicembre 2023

La borsa e l’agenda rossa di Paolo Borsellino sarebbero state prese in consegna dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra.

A dirlo, in una annotazione di servizio datata 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via D’Amelio, è l’allora capo della squadra mobile di Palermo, poi promosso questore, Arnaldo La Barbera. L’annotazione, di cui si ignorava l’esistenza fino ad oggi, è stata acquisita nei giorni scorsi dai magistrati nisseni che stanno indagando sulla sparizione di questa agenda dove il magistrato era solito annotare appunti riservati e relativi alle sue indagini più delicate.

Di quella relazione, però, non c’era traccia alla Procura di Caltanissetta: pur essendo regolarmente protocollata e firmata, non è mai stata trasmessa per competenza ai Pm, rimanendo per oltre trent’anni in un faldone dell’archivio della Questura del capoluogo siciliano.

La pista

L’annotazione è stata adesso utilizzata per motivare il provvedimento di perquisizione domiciliare nei confronti di Serena La Barbera, figlia del dirigente della polizia e di sua moglie. Un supertestimone, il padre di un’amica di Serena, avrebbe riferito una confidenza della figlia. “La mia amica Serena non si sente più di tenere una cosa di suo padre, che è morto nel 2002, era il questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Potresti conservarla tu?”, le parole della ragazza.

“Mia figlia – ha detto sempre il testimone – mi ha raccontato anche un’altra confidenza di Serena La Barbera: sua madre, su indicazione fornita dal marito prima di morire, ha usato la documentazione che nascondevano per fare assumere la figlia ai servizi di sicurezza”.

Come raccontato il mese scorso dal Riformista, per la sparizione dell’agenda venne indagato l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli. L’ufficiale venne immortalato con in mano la borsa di Borsellino. La foto, scattata tra le 17,20 e le 17,30 del 19 luglio 1992, fu scoperta casualmente solo nel 2005.

Il fascicolo

Dopo la sua pubblicazione venne aperta un’inchiesta e Arcangioli, nel 1992 in servizio al Nucleo operativo del comando provinciale di Palermo, finì indagato per il furto dell’agenda da cui sarà prosciolto definitivamente nel 2009.

Nella sentenza d’appello del processo Borsellino Quater a Caltanissetta i giudici dedicarono un capitolo alla sparizione dell’agenda, evidenziando le “molteplici contraddizioni fra le deposizioni dei vari testi esaminati”.

Pur prendendo atto dell’assoluzione di Arcangioli, poi promosso generale, i giudici nisseni ne sottolinearono il comportamento “molto grave”. Arcangioli aveva ammesso la circostanza, scrissero i magistrati, “senza fornire alcuna spiegazione plausibile del suo comportamento, poco chiaro, limitandosi a dichiarare che la borsa in questione – dal suo punto di vista – in quel momento, era un oggetto di scarsa o nulla rilevanza investigativa e che non ricordava alcunché”. Per i giudici si trattò di un’affermazione “scarsamente credibile” e anche “in palese contraddizione con la circostanza che il teste, in quel contesto così caotico e drammatico, si premurava di prelevare la borsa dalla blindata, guardando all’interno della stessa”.

I nuovi sviluppi sollevano ora interrogativi a cui è importante dare immediata risposta. Perché La Barbera, ad esempio, avrebbe scritto una relazione senza mai inoltrata in Procura? E, soprattutto, perché non venne mai sentito il procuratore di Palermo dell’epoca Piero Giammanco? Paolo Pandolfini

Strage di via D’Amelio e caso dell’agenda rossa, indagano sui morti e non interrogano i vivi. Sarebbe opportuno sentire i colleghi di Borsellino, a partire da Pilato, presidente della Corte dei conti siciliana, che dopo 30 anni ha affermato che l’agenda è sempre stata nell’ufficio del magistrato. Prima che qualcuno la facesse sparire. Paolo Comi su L'Unità il 6 Dicembre 2023

La borsa di Paolo Borsellino e soprattutto la sua agenda rossa sono sempre rimaste in Procura a Palermo. È ormai quasi certo, infatti, che l’agenda dove il giudice siciliano annotava i suoi appunti più riservati non scomparve nel nulla dopo la strage di via D’Amelio del 19 luglio del 1992.

La circostanza che l’agenda fosse nella stanza del magistrato in Procura a Palermo è riportata nel libro di recente pubblicazione scritto da Vincenzo Ceruso e dal titolo La strage. L’agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D’Amelio, edito da Newton Compton Editor.

“Sono stati apposti i sigilli alla stanza dell’ufficio del procuratore Borsellino, dove era collocata un’agenda rossa”, ricorda Salvatore Pilato, all’epoca pm di turno alla Procura di Palermo, di cui Ceruso ha recuperato l’inedita testimonianza.

Per la sparizione dell’agenda venne indagato l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, diventato suo malgrado famoso dopo che una foto l’immortalò con in mano la borsa di Borsellino. Si trattava di un fotogramma, scattato tra le 17,20 e le 17,30 del 19 luglio 1992, scoperto casualmente solo nel 2005.

Dopo la sua pubblicazione venne aperta un’inchiesta penale e Arcangioli, nel 1992 in servizio al Nucleo operativo del comando provinciale di Palermo, finì indagato per il furto dell’agenda da cui sarà prosciolto definitivamente nel 2009.

“Prelevai (l’agenda) e (la) portai dove stavano in attesa il dottore Ayala (Giuseppe) e il dottore Teresi (Vittorio)”, disse Arcangioli. “Uno dei due predetti magistrati – specificò l’ufficiale – aprì la borsa e constatammo che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati. Si tratta di un ricordo molto labile e potrebbe essere impreciso”.

La dinamica è dunque chiara. Arcangioli consegnò la borsa all’ispettore di polizia Giuseppe Lo Presti, che stava procedendo per competenza, il quale ordinò poi al collega Armando Infantino di collocarla nell’auto di servizio guidata dall’agente Francesco Maggi.

Da quel momento i ricordi si confondono e non è chiaro se la borsa sia stata portata direttamente in Questura o se ci sia stato un passaggio nella Procura di Palermo. C’è solo la versione di Maggi che dice di averla consegnata a un funzionario della questura che poi l’avrebbe data al questore Arnaldo La Barbera.

Sul punto il vice questore palermitano Andrea Grassi testimoniando a Caltanissetta affermò che “nell’immediatezza dell’evento non ho redatto atti di P.G. o, quanto meno, non ne ho ricordo, mentre ricordo che, credo nella tarda serata di quel giorno, ho coadiuvato magistrati della Procura di Palermo nell’ispezione dell’ufficio del dottor Borsellino, presso la Procura di Palermo, per essere più precisi”.

A tal proposito è importate ricordare la testimonianza di Lucia e Manfredi Borsellino. Il giorno dopo la strage infatti, raccontarono i figli del magistrato, avevano partecipato all’inventario dell’ufficio del padre alla Procura di Palermo, notando la mancanza di tutti i fascicoli delle ultime inchieste che stava seguendo.

Circostanza successivamente confermata anche dalla moglie Agnese. In questa ricostruzione manca dunque un particolare fondamentale: le testimonianze dei magistrati di Palermo che non solo erano sul posto subito dopo la strage ma, come emerge dai verbali al Csm del 1992 e, in particolare, dalle parole degli ex pm Gioacchino Natoli e Vittorio Aliquò, hanno anche visto il contenuto della borsa, fra cui il verbale delle dichiarazioni di Gaspare Mutolo.

Sono stati sentiti? Hanno redatto una annotazione di servizio? E l’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco è stato mai interrogato prima di morire? La risposta, purtroppo, è negativa ed apre scenari quanto mai inquietanti.

La procura di Caltanissetta adesso ha deciso di procedere nei confronti di La Barbera, morto nel 2002, e ritenuto responsabile della sparizione dell’agenda.

Sarebbe opportuno, invece, interrogare tutti i colleghi ancora in vita di Borsellino, iniziando proprio da Pilato, attualmente presidente della Corte dei conti siciliana, che in maniera disarmante ad oltre trent’anni di distanza ha affermato che l’agenda è sempre stata nell’ufficio del magistrato. Prima che qualcuno la facesse sparire. Paolo Comi 6 Dicembre 2023

Le indagini e i depistaggi. Che fine ha fatto l’agenda rossa di Borsellino, un mistero lungo trent’anni. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 23 Novembre 2023

“La narrazione che gira da oltre trent’anni attorno alla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino oggi non è più avvolta dal mistero. L’agenda, infatti, era proprio dove doveva essere: sulla scrivania del magistrato”, afferma l’avvocata milanese Simona Giannetti, consigliera generale del Partito Radicale e legale degli imputati nel processo sul dossier Mafia e appalti da poco terminato nel primo grado di giudizio al tribunale di Avezzano.

La circostanza che l’agenda di pelle di colore rosso dove Borsellino era solito annotare gli appunti personali non fosse a via D’Amelio il giorno della strage ma nella stanza del magistrato in Procura a Palermo è riportata nel libro di Vincenzo Ceruso dal titolo “La strage. L’agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D’Amelio” edito da Newton Compton Editor.

“Sono stati apposti i sigilli alla stanza dell’ufficio del procuratore Borsellino, dove era collocata un’agenda rossa”, ricorda Salvatore Pilato, all’epoca pm di turno alla Procura di Palermo, di cui Ceruso ha recuperato l’inedita testimonianza.

Ma se l’agenda rossa non era a via D’Amelio che fine ha fatto? Mistero.

Per la sua sparizione venne indagato l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, la cui immagine con in mano la borsa di Borsellino in questi anni è diventata virale.

Si tratta di un fotogramma, scattato tra le 17,20 e le 17,30 del 19 luglio 1992, scoperto casualmente solo nel 2005.

Dopo la sua pubblicazione venne aperta un’inchiesta e Arcangioli, nel 1992 in servizio al Nucleo operativo del comando provinciale di Palermo, finì indagato per il furto dell’agenda da cui sarà prosciolto definitivamente nel 2009.

Nella sentenza d’appello del processo Borsellino Quater a Caltanissetta i giudici dedicarono un capitolo proprio alla sparizione dell’agenda rossa, evidenziando le “molteplici contraddizioni fra le deposizioni dei vari testi esaminati”.

Pur prendendo atto dell’assoluzione di Arcangioli, poi promosso generale, i giudici nisseni ne sottolinearono il comportamento “molto grave”.

Arcangioli, in particolare, aveva ammesso la circostanza “senza fornire alcuna spiegazione plausibile del suo comportamento, poco chiaro, limitandosi a dichiarare (in maniera assai poco convincente) che la borsa in questione – dal suo punto di vista – in quel momento, era un oggetto di scarsa o nulla rilevanza investigativa e che non ricordava alcunché”. Per i giudici si trattò di un’affermazione “scarsamente credibile” e anche “in palese contraddizione con la circostanza che il teste, in quel contesto così caotico e drammatico, si premurava di prelevare la borsa dalla blindata, guardando all’interno della stessa”.

La famiglia Borsellino in precedenza aveva segnalato l’esistenza di quell’agenda rossa al questore Arnaldo La Barbera, morto nel 2002 e che aveva coordinato il gruppo investigativo interforze all’indomani della strage di via D’Amelio. La Barbera però si era limitato a replicare che l’agenda fosse il frutto della loro “farneticazione”. La Barbera sarà successivamente indicato tra i fautori del depistaggio sulle indagini della strage.

“Non ricordo come e perché avessi la borsa del giudice Borsellino, né che fine abbia fatto. Vi guardai dentro, forse insieme al giudice Ayala. Non c’era nulla di rilevante se non un crest dei carabinieri. È proprio perché non vi avevo trovato nulla di interessante sul piano investigativo che non ricordo cosa feci della borsa dopo”, affermò Arcangioli.

Qualche anno prima l’ufficiale aveva però dichiarato che “se non ricordo male aprii lo sportello posteriore sinistro e posata sul pianale, dove si poggiano di solito i piedi, rinvenni una borsa, credo di color marrone, in pelle, che prelevai e portai dove stavano in attesa il dottore Ayala e il dottore Teresi”. “Uno dei due predetti magistrati – specificò l’ufficiale – aprì la borsa e constatammo che non vi era all’interno alcuna agenda, ma soltanto dei fogli di carta. Verificato ciò, non ricordo esattamente lo svolgersi dei fatti. Per quanto posso ricordare, incaricai uno dei miei collaboratori di cui non ricordo il nome, di depositare la borsa nella macchina di servizio di uno dei magistrati. Si tratta di un ricordo molto labile e potrebbe essere impreciso”.

Alla domanda sul perché si fosse spostato con la borsa in mano di oltre 60 metri dalla vettura di Borsellino, Arcangioli rispose: “Io giravo continuamente per rendermi conto di quel che stava succedendo. All’inizio pensavo che dell’inchiesta sull’eccidio ci saremmo occupati noi carabinieri, in particolare il Ros, poi seppi dal capitano (Marco) Minicucci (all’epoca suo superiore) che invece l’avrebbe seguita la polizia. Può darsi che quel percorso l’ho fatto più volte. Non ho ricordo del momento in cui presi la borsa in mano. Non ricordo se l’ho riposta io in macchina ma pensavo che nella valigetta non ci fosse nulla di rilevante”.

L’ufficiale, inoltre, sostenne di aver riferito della borsa a Minicucci “che ero rimasto colpito dal fatto che avesse con se un crest dei carabinieri”. E sul motivo per cui non fece una relazione di servizio, Arcangioli precisò che “in questi anni, è stato ritenuto strano che non ho scritto una relazione di servizio sull’episodio solo perché non ritenevo, probabilmente sbagliando, quel reperto di interesse, e non viene ritenuto strano che l’operatore di polizia la relazione l’ha fatta dopo sei mesi”.

“Ancora una volta nella ricerca della verità sulle cause della morte di Borsellino si è perso del tempo prezioso. Il tempo fa il suo corso, purtroppo, ma siccome la verità è un diritto, non è mai tardi per dare spazio alla verità sostenuta dal rigore dei fatti e documenti e non dalle deviazioni sulla via dei teoremi”, ha quindi aggiunto l’avvocata Giannetti. Paolo Pandolfini

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” mercoledì 29 novembre 2023.

Fabio Trizzino è l’avvocato della famiglia Borsellino e marito di Lucia, primogenita del magistrato ucciso. Per lui la verità sulla morte del suocero è una questione personale, prima che giudiziaria. […] 

Avvocato, siete fattivamente impegnati nella ricerca della verità sui misteri che ancora oggi riguardano la strage di via D’Amelio. È possibile individuare le ragioni di questo impegno diretto?

«Tutto ha avuto inizio nel 2014, dopo la lettura delle motivazioni della sentenza Borsellino quater abbreviato. Grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, abbiamo appreso che i processi Borsellino Uno e Bis erano stati costruiti ad arte attraverso l’indottrinamento di tre soggetti improponibili sullo scenario di una delle più gravi stragi della Repubblica: Salvatore Candura, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino. E allora abbiamo deciso di vederci chiaro».

Chi ha messo in pista questi personaggi?

«Arnaldo La Barbera, sotto la sapiente regia della Criminalpol diretta dal Prefetto Luigi Rossi. È processualmente accertato che, in linea con l’immediato sviamento delle indagini operato dalla squadra mobile di Palermo, a livello interministeriale venne creato, nel luglio del 1993, un gruppo investigativo apposito sciolto da ogni collaborazione con altre forze di polizia giudiziaria.

In tal modo poté muoversi liberamente e con assoluta spregiudicata autonomia. A sovraintenderne l’azione, l’altrettanto «sapiente» direzione del procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra e degli altri sostituti che si sono avvicendati nella gestione di quelle indagini e delle fasi dibattimentali. […]» 

Nei giorni scorsi la Procura di Palermo ha cercato proprio a casa dei famigliari di La Barbera la famosa agenda rossa di Borsellino…

«Si tratta di un’ipotesi investigativa, ma ritengo che abbia una sua plausibilità, considerando il suo ruolo di depistatore. Per lui quel documento avrebbe potuto rappresentare un formidabile strumento di ricatto o un’assicurazione sulla vita. Anche se La Barbera, a mio giudizio, era solo un esecutore di alto rango e gli ordini verosimilmente sono arrivati da Roma».

Ci sono altre motivazioni che vi spingono in questa opera di ricerca?

«Quella di comprendere il terribile travaglio interiore che indusse Borsellino a definire la Procura di Palermo “un nido di vipere”». È imperdonabile che per quasi trent’anni siano rimasti riservati i verbali del Csm del 1992 relativi alle audizioni di alcuni magistrati della Procura di Palermo pochi giorni dopo la strage del 19 luglio 1992 e le dimissioni del procuratore Pietro Giammanco del 23 luglio.

Documenti di cui abbiamo avuto cognizione soltanto nel 2021. Attraverso quei verbali siamo riusciti a ricostruire la via crucis di Borsellino all’interno della Procura di Palermo nel periodo compreso fra il 23 maggio e il 19 luglio 1992. Perché quelle audizioni non sono state riversate nei processi sulla strage di via D’Amelio? Tale occultamento fu funzionale al depistaggio?». 

Che cosa l’ha colpita in particolare di quei verbali?

«La descrizione della riunione del 14 luglio 1992, convocata da Giammanco ed estesa a tutti i magistrati della Procura di Palermo, compreso ovviamente Borsellino. Si tratta di una circostanza fondamentale sottratta a tutte le 19 istruttorie dibattimentali celebrate sulla strage di via D’Amelio».

 Perché ritiene quella riunione così importante?

«Perché era successiva alla richiesta di archiviazione del troncone principale della indagine mafia-appalti, firmata il giorno prima, cioè il 13 luglio, dai sostituti procuratori Roberto Scarpinato e Guido Lo Forte. Quell’istanza venne accolta rapidamente dal gip Sergio La Comare il 14 agosto del 1992, dopo che il procuratore Giammanco vi appose il visto il 22 luglio del 1992, quale ultimo atto prima delle sue dimissioni. Le posizioni archiviate erano tutt’altro che marginali»

[…]

La sentenza sul cosiddetto depistaggio ha individuato cause scatenanti della strage di via D’Amelio diverse dalla trattativa Stato-mafia. Perché secondo lei si è voluto seguire quella pista per così tanti anni?

«Purtroppo si è imposta una logica da tifoseria, quasi che le indagini e i processi possano essere argomenti da bar. È una tendenza pericolosa, alimentata, fra l’altro, anche da magistrati molto noti che non si arrendono nemmeno di fronte a una sentenza della Cassazione che ha rigettato l’impianto dell’accusa sulla cosiddetta Trattativa. Si nega così pari dignità ad altre piste altrettanto plausibili sul vero punto dolente della strage del 19 luglio 1992: l’accelerazione anomala nell’esecuzione e l’immediata sottrazione dell’agenda rossa di Borsellino». 

Agnese Borsellino ha ricordato una frase del marito: «Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia a ucciderlo, della quale non aveva paura, ma sarebbero stati i suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere». Che cosa significavano quelle parole?

«Che bisogna per l’appunto accertare, anche soltanto in una prospettiva storica, cosa accadde alla Procura di Palermo allorché vi arrivò Borsellino. Sicuramente ruppe degli equilibri e venne irrazionalmente e pretestuosamente ostracizzato dal suo capo. La magistratura è una istituzione fondamentale del nostro Paese. Ma non ha quella sacralità che si è autoattribuita in questi ultimi 30 anni. Io credo che sia il momento di capire i reali motivi di tutto ciò. Lo dobbiamo a Paolo Borsellino ed anche alle nuove generazioni».

«Se fosse confermato lo scenario risulterebbe del tutto cambiato». La testimonianza shock del magistrato Salvatore Pilato è emersa, dopo 31 anni, nel libro di Vincenzo Ceruso "La Strage. L'agenza rossa di Borsellino e i depistaggi in via D'Amelio". Valentina Stella su Il Dubbio il 23 novembre 2023

«L’agenda rossa di Borsellino era in procura a Palermo». Poi sparì. La testimonianza shock del magistrato Salvatore Pilato è emersa per la prima volta, dopo 31 anni, nel nuovo libro di Vincenzo Ceruso dal titolo “La strage. L'agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D'Amelio” ( Newton Compton Editori). Ne parliamo con Fabio Trizzino, legale dei figli di Borsellino.

Avvocato, come commenta questa nuova rivelazione?

Io non ho ancora letto il libro ma quello che mi sento di dire sono due cose. La prima attiene al fatto che la fonte sembrerebbe qualificata, trattandosi del pubblico ministero di turno che intervenne nell’immediato, subito dopo l’esplosione in via D’Amelio. È vero che le anomalie nel corso degli anni che hanno riguardato le indagini sono state tantissime, però ritengo che da qualche parte debba esserci una relazione di servizio rispetto appunto alle attività che il pm di turno ha compiuto a ridosso della strage. Questo è l’unico motivo per cui diciamo che in qualche modo non mi sorprendo del fatto che il dottor Pilato parli dopo trent’anni. Probabilmente ha ritenuto di aver esaurito la sua attività di informazione e comunicazione attraverso una relazione di servizio che però dobbiamo trovare e verificare.

La seconda?

D’altra parte dico anche che, attesa la delicatezza del tema e che la famiglia Borsellino è stanca di tutte le possibili illazioni relative al destino di questa agenda rossa, ho dovuto necessariamente interloquire con l’autore di cui – ripeto – apprezzo il metodo rigoroso e scientifico. Lui mi ha semplicemente detto che ha fatto interviste scritte tramite email a vari magistrati, tra cui il dottor Pilato.

Tuttavia parlando con Repubblica Pilato sembra aver tirato il freno: «Io non ho visto l’agenda rossa di cui mi dissero il giorno dopo la strage. Poi, lessi da qualche parte che Agnese Borsellino aveva detto chiaramente che quella non era l’agenda rossa in cui il marito faceva le sue annotazioni riservate».

Sarà interessante verificare se tra le email e quanto dichiarato successivamente dal dottor Pilato vi sia corrispondenza. Per il momento sospendo il giudizio perché credo che probabilmente nell’intervista scritta vi sia qualcosa che abbia in qualche modo indotto o autorizzato lo scrittore a ipotizzare addirittura che l’agenda rossa sia stata portata in Procura e lì poi eventualmente sottratta. Questo inoltre è in linea con quanto stiamo acquisendo in questi ultimi tempi. Per esempio dalle audizioni in Csm abbiamo scoperto che esisterebbe un verbale di sequestro relativo al contenuto della borsa del dottor Borsellino e tra i vari documenti ci sarebbe dovuto essere il fascicolo Mutolo. Quindi non mi sorprenderei del fatto che la borsa, come è normale, sia stata portata in Procura, lì sia stato fatto un verbale di sequestro e quindi eventualmente un inventario degli oggetti contenuti nella borsa e sicuramente il dottor Borsellino aveva l’agenda rossa con sé. Quindi ora occorre verificare se nell’intervista scritta c’è qualche riferimento più preciso all’agenda rossa, perché altrimenti mi sorprenderebbe molto che lo scrittore si sia in qualche modo avventurato in una ricostruzione di questo tipo.

Ma cosa cambia, considerato che il presunto luogo della sparizione dell’agenda rossa si sposta all’interno del Palazzo di Giustizia?

Se fosse confermato quanto scritto nel libro, lo scenario risulterebbe completamente cambiato. Fermo restando che dobbiamo acquisire tutte le informazioni necessarie sulla possibilità di questa ricostruzione, non c’è incompatibilità tra l’eventuale deposito dell’agenda in Procura e poi la gestione della stessa da parte del capo della Squadra Mobile. D’altra parte c’è un dato inquietante che vorrei sottolineare: è la nota del 20 luglio 1992 con cui si chiede di non acquisire ai fini dell’indagine il traffico in entrata dell’utenza del dottor Borsellino. Una nota come quella che è stata richiesta dal funzionario della Criminalpol Pansa e autorizzata dal dottor Carmelo Petralia per esempio si potrebbe giustificare anche sulla scorta di una eventuale analisi del contenuto dell’agenda rossa. Ci muoviamo sempre nel campo delle ipotesi ma potrebbe esserci in tal senso una spiegazione, perché altrimenti non si spiega – ripeto - la sottrazione alle indagini del traffico in entrata dell’utenza del dottor Borsellino.

Secondo lei la verità è più vicina?

Noi abbiamo fiducia nella verità. Lo dobbiamo soprattutto al dottor Borsellino che deve riposare in pace e non deve sentirsi abbandonato da noi e da quella gran parte degli italiani che hanno a cuore la sua storia. Noi stiamo dando il nostro contributo e continueremo ad avere fiducia nelle istituzioni. Certo a 31 anni di distanza tutto diventa più difficile, avremmo voluto avere la serenità di poter avere la possibilità di elaborare questo lutto ma oneri e onori devono essere portati con grandi dignità.

Dopo la sua audizione in Commissione antimafia c’è chi ha accusato lei di fare depistaggi. Come replica?

Nel momento in cui accusano me di depistaggio, stanno accusando i magistrati del Borsellino ter e quater che hanno insistito, accentuato, posto al centro dell’attenzione come possibile causa dell’accelerazione della strage l’interesse del dottor Borsellino per l’indagine mafia e appalti. D’altra parte quell’interesse come ho dimostrato credo attraverso una ricostruzione rigorosa emerge chiaramente proprio dai verbali del Csm e dalle testimonianze qualificate che vi sono contenute. Quindi rispedisco le accuse al mittente. Noi – e vorrei che sia chiaro una volta per tutte – il depistaggio lo abbiamo subito.

Abbiamo anche la certezza che Borsellino ha annotato nell’agenda qualche appunto di natura riservata. Ma ora abbiamo la certezza assoluta che l’agenda aveva i suoi “allegati”, ovvero i documenti. Ceruso parla di “tesoro documentale” scomparso «dall’orizzonte di interesse dell’opinione pubblica ( altra questione è in quale misura sia scomparso da quello investigativo) insieme alla sua borsa, nelle primissime ore dopo l’esplosione». Ma tali carte, stando alle audizioni di Natoli e Aliquo, sono state viste e sequestrate.

Grazie alla testimonianza autorevolissima raccolta nel libro, disponiamo di un dato certo riguardo al momento in cui la borsa di Borsellino sarebbe stata portata via dal luogo dell’attentato: intorno alle sei meno un quarto, un ufficiale dei carabinieri riferisce al magistrato Pilato che la borsa era già stata posta sotto sequestro dagli uomini dell’Arma. Successivamente, e qui risulta particolarmente complesso fare chiarezza, il materiale è giunto in procura.

Sicuramente, l’agenda rossa, ora che sappiamo per la prima volta che era sul tavolo dell’ufficio di Borsellino. Quindi, come ipotizza lo stesso autore del libro, la sua scomparsa definitiva non sarebbe avvenuta in via D’Amelio, bensì nel luogo in cui il suo proprietario lavorava quotidianamente e conservava i documenti più importanti.

Ma tutti questi documenti che fine hanno fatto dopo il sequestro? Ceruso è ottimista. Si trovano verosimilmente negli archivi di alcune procure siciliane, tra scaffali impolverati e fascicoli. In fondo tante prove sono state dimenticate. Testimonianze comprese. L’autore ripesca una deposizione avvenuta al primo processo Borsellino. Parliamo dell’allora colonnello Enrico Brugnoli: racconta di aver aiutato l’allora magistrato nisseno Cardella ( ricordiamo che recupererà la borsa presso la questura di La Barbera solo a novembre del 1992) a repertare il contenuto. Elenco completamente scarno. Ma nell’elencazione, Brugnoli confermerà la presenza di almeno tre documenti. Dalle domande poste dal Pm sembrerebbe che siano state fatte delle fotocopie. Almeno quelle è possibile, quindi, recuperale.

Ma per comprendere meglio il quadro bisogna leggere il libro “La strage. L'agenda rossa di Paolo Borsellino e i depistaggi di via D'Amelio” dove tutto è ricostruito in maniera certosina. Anche ponendo nuovi elementi sulla modalità della strage dove emerge la contraddizione sul rinvenimento del “blocco motore” e non solo. Una ricostruzione che nessuna sentenza sulla strage ha mai fatto e che non troverete mai in nessun altro libro di “inchiesta” sull’argomento. Ora toccherà alla procura nissena vagliare di nuovo da capo. Magari senza gli inevitabili condizionamenti e tesi che hanno allontanato la verità dei fatti. Trovare i documenti, eventuali relazioni di servizio anche da parte dei magistrati di turno, verbali. E magari ascoltando tutti i togati viventi di allora. Quel terribile giorno, in procura, c’erano quasi tutti. Anche questo emerge dalle audizioni al Csm.

Depistaggio Borsellino: poliziotti sotto inchiesta e perquisizioni per trovare l’agenda rossa. Stefano Baudino su L'Indipendente sabato 18 novembre 2023.

Si nutre di novità salienti, di cui però l’effettiva portata investigativa non è ancora chiara, l’inchiesta sul maxi-depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, in cui, il 19 luglio 1992, il magistrato Paolo Borsellino è rimasto ucciso insieme a cinque membri della sua scorta. Da un lato, infatti, è stato notificato l’avviso di chiusura delle indagini per l’ipotesi di reato di falsa testimonianza a quattro poliziotti della squadra dell’allora questore di Palermo Arnaldo La Barbera (deceduto nel 2002), giudicato da varie sentenze come il perno attorno a cui è ruotato lo sviamento delle indagini sull’eccidio, che conta tra i suoi membri altri tre poliziotti attualmente a processo per calunnia aggravata. I fatti sono riferiti alla “costruzione” del finto pentito Vincenzo Scarantino, un semplice “balordo di quartiere” che, completamente estraneo alla strage, nel periodo successivo venne costretto ad autoaccusarsi davanti ai magistrati, contribuendo a depistare le indagini per un ventennio. Al contempo, la Procura di Caltanissetta lo scorso settembre ha inviato le forze dell’ordine nella casa della moglie e di una delle figlie di La Barbera, che ora risultano indagate per ricettazione aggravata dal favoreggiamento alla mafia, dopo che un testimone vicino alla sua famiglia ha raccontato ai pm che l’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino – utilizzata dal magistrato per annotare incontri e spunti investigativi dalla strage di Capaci in avanti e rubata da mani istituzionali dal perimetro della strage – era stata nascosta nella casa dell’ex questore. Le perquisizioni sono scattate: i carabinieri hanno sequestrato una lunga serie di documenti. Ma l’agenda rossa non è stata trovata.

Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca e il sostituto Maurizio Bonaccorso si apprestano dunque a chiedere un processo per i poliziotti Maurizio Zerilli, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi e Angelo Tedesco. Le ombre sulle loro condotte sono state evidenziate dalla sentenza di primo grado sul depistaggio Borsellino, in cui è stato dichiarato prescritto il reato di calunnia per il funzionario di polizia Mario Bo e l’ispettore Fabrizio Mattei, essendo per loro caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, ed è stato assolto un altro ispettore, Michele Ribaudo, in merito al depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio. «Nel clima di omertà istituzionale il dibattimento ha consentito di cristallizzare quattro ipotesi nelle quali soggetti appartenenti o ex appartenenti alla polizia di Stato e al gruppo Falcone e Borsellino hanno reso dichiarazioni insincere», ha sancito la sentenza, in cui è stato messo nero su bianco che “l’ispettore Maurizio Zerilli ha detto 121 non ricordo, e non su circostanze di contorno”, a cui si sommano gli oltre 100 dell’ispettore Angelo Tedesco e 110 di Giuseppe Di Ganci, mentre il quarto indagato, Vincenzo Maniscaldi, “non si è trincerato dietro ai non ricordo, ma si è spinto a riferire circostanze false”. Davanti ai pm, i quattro si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Arnaldo La Barbera, superpoliziotto ma anche, nella seconda metà degli anni Ottanta, collaboratore dei servizi segreti, rappresenta il trait d’union tra la vicenda del furto dell’agenda rossa e quella del depistaggio Scarantino. La storica sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta del Borsellino-Quater del 2017, che ha ricevuto il timbro della Corte di Cassazione, collega la sua figura al macroscopico depistaggio verificatosi sulle indagini sulla strage di Via D’Amelio, che fu incarnato dalle false dichiarazioni rese ai magistrati dal finto pentito Vincenzo Scarantino e costituì il frutto di “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. Secondo i giudici, infatti, “c’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende”, ovvero La Barbera, ritenuto “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa” e il cui ruolo fu “fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia”. Ed ora, a 31 anni di distanza dalla strage e dal furto del taccuino del giudice, seguendo le parole della loro fonte gli inquirenti hanno cercato – senza riuscire a trovarla – l’agenda proprio nelle abitazioni dei familiari di La Barbera, stroncato da un cancro nel 2002. Anni fa era finito sotto inchiesta per il furto dell’agenda rossa il capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, che fu fotografato con la borsa di cuoio in cui l’agenda era contenuta mentre si allontanava da via D’Amelio, che nel 2008 fu però prosciolto in fase d’indagine. Ora, però, il decreto di perquisizione menziona un fotogramma e nuove testimonianze che indicherebbero come Arcangioli – che quel giorno non stilò una relazione di servizio – avrebbe consegnato la borsa a un ispettore di polizia, il quale rivendicava la titolarità dell’indagine per essere arrivato prima rispetto all’Arma. Secondo quanto ricostruito da indagini e processi, successivamente la borsa di cuoio finì proprio nell’ufficio di La Barbera.

Ad apprendere con scetticismo e disillusione queste notizie è stato Salvatore Borsellino, fratello del magistrato Paolo Borsellino e fondatore del Movimento delle Agende Rosse. «Ritengo si tratti dell’ennesimo depistaggio riguardante l’agenda rossa e, in particolare, bisognerebbe interrogarsi sul motivo per il quale venga messo in atto con questa tempistica – ha dichiarato a L’Indipendente l’attivista –. Pensare che un capitano dei carabinieri possa avere consegnato un reperto di quella importanza ad un ispettore di polizia senza lasciare alcuna traccia scritta è assolutamente impensabile». Aggiunge Salvatore: «Credo non sia casuale che questa vicenda emerga mentre va in corso l’opera di ‘santificazione’ di Mario Mori e di quel Ros dei carabinieri che, tra la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, si rese protagonista della trattativa Stato-mafia». Dopo una condanna in primo grado in cui era stato stabilito che l’invito al dialogo partorito dal Ros nei confronti dei vertici mafiosi tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio avesse provocato l’accelerazione della morte di Paolo Borsellino, in appello e in Cassazione tale ricostruzione è stata smentita e i carabinieri sono stati assolti, rispettivamente “perché il fatto non costituisce reato” e “per non aver commesso il fatto”. [di Stefano Baudino]

Estratto dell'articolo di Salvo Palazzolo per repubblica.it venerdì 17 novembre 2023.

Un testimone racconta che l’agenda rossa di Paolo Borsellino è stata nascosta a casa dei familiari di Arnaldo La Barbera, l’ex capo della squadra mobile di Palermo al centro di tanti misteri, nel 2002 stroncato da un tumore. È un racconto molto dettagliato quello che hanno vagliato i magistrati della procura di Caltanissetta, sembra che la rivelazione arrivi da una persona vicina alla famiglia La Barbera.

Il mese scorso, sono scattate delle perquisizioni: i carabinieri del Ros, incaricati della delicatissima ricerca, sono arrivati nelle abitazioni della moglie e di una delle figlie del superpoliziotto, fra Roma e Verona. Dell’agenda rossa non c’è traccia, ma gli investigatori del Raggruppamento operativo speciale hanno portato via tanti documenti, appartenuti ad Arnaldo La Barbera, oggi ritenuto il regista della spregiudicata operazione che portò alla creazione del falso pentito Vincenzo Scarantino, il balordo di borgata che per anni ha tenuto lontana la verità sulla strage Borsellino.

[…] Anni fa era finito sotto inchiesta per furto l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli, fotografato il giorno della strage, in via D’Amelio, mentre teneva in mano la borsa del magistrato assassinato […] 

Il decreto di perquisizione parla di un fotogramma e di nuove testimonianze: Arcangioli avrebbe consegnato la borsa del magistrato a un ispettore di polizia, che rivendicava la titolarità dell’indagine, essendo arrivato prima dei carabinieri. E poco dopo la borsa finì alla squadra mobile, nella stanza del dirigente. Ma ci vollero cinque mesi al sottufficiale per stilare una relazione di servizio: «Non so perché non la scrissi al momento, l’ho fatto successivamente», ha detto il testimone all’ultimo processo per il depistaggio, quello che nei mesi scorsi ha visto imputati a Caltanissetta tre collaboratori di La Barbera per la costruzione del falso pentito Scarantino (uno è stato assolto, per due è scattata la prescrizione, adesso è in corso il processo d’appello).

«Rimane il dubbio — hanno proseguito i giudici — se il ritardo in quella relazione sia stata una negligenza nella tecnica investigativa, l’ennesima accertata, o se via sia di più». Per certo, scrive il tribunale di Caltanissetta, «il capo della squadra mobile La Barbera ebbe un comportamento veramente inqualificabile: dapprima disse alla vedova Borsellino che la borsa del marito era andata distrutta e incenerita nella deflagrazione, salvo poi restituirgliela diversi mesi dopo, negando in malo modo l’esistenza di agende rosse». 

Perché La Barbera, protagonista di tante indagini antimafia, fece tutto ciò? Per la procura favoriva i boss, per il tribunale cercava solo di trovare velocemente dei colpevoli per la strage di via d’Amelio, non importa se quelli giusti.

Quando andò a casa dei Borsellino, fu Lucia, la figlia del giudice Paolo, a chiedergli conto dell’agenda rossa: «A fronte dell’insistenza della ragazza, che usciva persino dalla stanza, sbattendo la porta — ha ricostruito il tribunale — il dottor La Barbera, con la sua voce roca, disse alla vedova che sua figlia necessitava di assistenza psicologica, in quanto delirava e farneticava. Un atteggiamento — non hanno avuto dubbio i giudici — che rivelava non solo un’impressionante insensibilità per il dolore dei familiari di Paolo Borsellino, ma anche un’aggressività volta a mascherare la propria evidente difficoltà a rispondere alle domande poste, con grande dignità e coraggio, da Lucia Borsellino». 

[…]

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per repubblica.it venerdì 17 novembre 2023.

Era il superpoliziotto di Palermo, il capo della squadra mobile che fra il 1988 e il 1994 arrestò decine di latitanti e mafiosi. Quando morì, nel 2002, stroncato da un tumore, in questura la sua foto fu messa accanto alle immagini degli investigatori uccisi dalla mafia. Tanto era un mito per i poliziotti di Palermo, giovani e vecchi. Oggi, invece, Arnaldo La Barbera è l’uomo dei misteri.

I magistrati di Caltanissetta lo ritengono il gran regista dell’operazione che trasformò un balordo di borgata come Vincenzo Scarantino in un provetto Buscetta. Ma perché costruire quello che è stato definito il più grande depistaggio della storia d’Italia? Perché era colluso con la mafia, hanno sostenuto i pubblici ministeri di Caltanissetta che ora – dopo il racconto di un supertestimone – cercano l’agenda rossa a casa dei familiari dell’investigatore, con delle perquisizioni fatte dal Ros nelle abitazioni della moglie e di una delle figlie.

E, intanto, prosegue in appello il processo per i tre poliziotti del gruppo di La Barbera (per due è scattata la prescrizione, uno è stato assolto). In appello la procura e la procura generale nissena provano soprattutto a ribadire che l’operazione Scarantino fu fatta per favorire Cosa nostra. Il tribunale ha ritenuto diversamente, sostenendo che La Barbera smarrì la strada solo perché voleva trovare un colpevole a tutti i costi per la strage Borsellino.

Chi era davvero Arnaldo La Barbera? Eroe dell’antimafia sull’orlo di una crisi di nervi o un complice della mafia? Le indagini dopo la sua morte hanno portato a scoprire che aveva una doppia tessera in tasca. Non era solo un dirigente di polizia, ma anche un collaboratore dei servizi segreti, nome in codice Rutilius. Sin dalla metà degli anni Ottanta.

Per fare cosa? L’Aisi ha riferito ai magistrati di Caltanissetta che ufficialmente il rapporto con La Barbera sarebbe andato avanti dal 1986 al 1988: gli 007 parlano di una “consulenza”, «per verifiche costanti in merito alla criminalità organizzata qualificata operante nell’Italia settentrionale», dove il poliziotto aveva operato a lungo. Ma questa tesi ufficiale non ha mai convinto i magistrati.

 Alcuni collaboratori di giustizia hanno detto che Arnaldo La Barbera era nelle mani della famiglia palermitana dei Madonia, però il tribunale di Caltanissetta non ha trovato riscontri a queste accuse. «Anche perché fu La Barbera ad arrestare Antonino e Salvatore Madonia, che erano latitanti», ricordano i giudici. Il pentito Vito Galatolo ha insistito dicendo di aver visto La Barbera in vicolo Pipitone, all’Acquasanta, il quartier generale del clan Galatolo, il cuore del mandamento dei Madonia. Ma anche in questo caso non sono stati trovati riscontri.

[…] Per il tribunale di Caltanissetta del processo “depistaggio” non vi è prova che La Barbera abbia agito per favorire la mafia, «non vi invece è dubbio che abbia agito anche per finalità di carriera e, dopo essere stato posato alla fine del 1992, una volta rientrato nel circuito, abbia fatto letteralmente carte false per poter mantenere e accrescere la propria posizione all’interno della polizia e nell’establishment del tempo».

I giudici hanno un’altra certezza: «Non vi è dubbio che il dottor Arnaldo La Barbera fu interprete di un modo di svolgere le indagini in contrasto – non solo oggi ma anche al tempo – prima ancora che con la legge, con gli stessi dettami costituzionali». È davvero possibile che un eroe dell’antimafia possa aver finito per comportarsi come l’ultimo degli impostori? La procura di Caltanissetta continua a indagare nei misteri di Palermo.

La notte della Repubblica. su Panorama il 26 Luglio 2023. Come Eravamo Marco Gregoretti, Francesca Oldrini Giorgio Oldrini Liliana Milella

In occasione del trentennale della strage di Via Palestro a Milano e piazza San Giovanni a Roma, riportiamo tre articoli pubblicati su Panorama e datati 8 agosto 1993 parte di un dossier dei nostri cronisti sulla tragica notte del 27 luglio 1993 Sono da poco passate le undici. Il professor Umberto Veronesi, oncologo di fama internazionale, è appena rientrato nella sua casa milanese. Ma fa appena in tempo a togliersi la giacca: sente un'esplosione violentissima. I vetri di casa tremano, sembra che debbano andare in mille pezzi da un momento all'altro. Sono le 23,12 di martedì 27 luglio e a due passi dalla villa comunale è appena esplosa l'autobomba: una Uno grigia parcheggiata contromano nella centralissima via Palestro. Il professore si precipita in strada. Due passi e arriva sul posto. Lo scenario che gli si presenta lo atterrisce. Vetri, fiamme, urla, gente per terra che si lamenta. Una donna in divisa, un vigile urbano della compagnia di Porta Vittoria, piange tenendosi la testa fra le mani. Un pezzo di automobile sul tetto del padiglione della galleria d'arte moderna, il motore della stessa Uno grigia cento metri più in là. Sono saltate anche le condutture del gas: la fuga di metano provoca un incendio. "Sembra che abbia preso fuoco l' aria" urla qualcuno. Veronesi si china sul corpo di un ferito, cerca di prestargli le prime cure. Tutto inutile, il vigile del fuoco Stefano Picerno, 32 anni, morirà poco dopo. Insieme con lui sono rimasti per terra due suoi colleghi, Sergio Pasotto e Carlo Laterna, un vigile urbano, Alessandro Ferrari, e un extracomunitario che dormiva su una panchina, Driss Moussafir. E' iniziato il conto alla rovescia della notte delle bombe.

Passano 58 minuti e a 600 chilometri di distanza, nel cuore di Roma, in piazza San Giovanni, un altro boato fa tremare la casa del capo della polizia Vincenzo Parisi. Questa volta l'autobomba è una Uno bianca, "come quella della banda di Bologna" osserva un cronista. Ma il ritrovamento della targa, Roma, esclude ogni collegamento. Anche lui scende subito. Arriva poco dopo monsignor Liberio Andreatta che stava dormendo nella sua stanza, al Vicariato, proprio il palazzo sotto il quale i terroristi hanno piazzato la macchina imbottita con lo stesso esplosivo usato in via Fauro, ai Parioli. "Vetri rotti, porte sfasciate, al posto dello scantinato un grande buco" ha raccontato monsignor Andreatta. Quando il capo della polizia è arrivato ha trovato un bilancio da guerriglia: 15 feriti, di cui uno però non si è mai presentato in ospedale, e vetri da tutte le parti. Sono quelli dei camper che tutti i martedì si radunano dopo le 22 in piazza San Giovanni per una compravendita fra appassionati di mezzi per il turismo plein air. Il supertestimone, quello che ha visto la dinamica usata dagli attentatori, è uno di questi camperisti. Ma non è finita. Passano dieci minuti. Il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, che si trova da poche ore a Santa Severa, sul litorale laziale, sta parlando con un suo collaboratore che gli sta riferendo delle due bombe di Milano e Roma. Ma la telefonata viene interrotta bruscamente dal terzo scoppio. Arriva dal Campidoglio, a due passi dalla casa romana di Ciampi. Ancora un'autobomba. I danni sono incalcolabili: la facciata della chiesa del Velabro è praticamente distrutta. Altro che mare: Ciampi chiama il ministro dell' Interno Nicola Mancino, quello della Difesa Fabio Fabbri: "Alle due e un quarto di stanotte, a Palazzo Chigi per la riunione del Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza". Ciampi ha rotto due consuetudini: quella di informare i segretari dei partiti e quella di riunirsi al Quirinale. Arrivano, alle 2,15 in punto, tutti: Mancino, che presiede, Ciampi, Fabbri, il capo della polizia Parisi, quello dei carabinieri Federici, il comandante della Guardia di finanza Berlenghi, gli uomini dei servizi, il coordinatore Tavormina, i direttori Finocchiaro e Pucci, il numero uno della Dia, Di Gennaro, e quello della Criminalpol Rossi. Si delinea l'idea di un attacco al rinnovamento del Paese. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, costantemente in contatto con Ciampi, approva. E' una notte lunga per gli uomini del Palazzo romano. Ciampi per la prima volta ha dormito a Palazzo Chigi, cosa inusuale per un capo di governo.

Notte dura per quei pochi che vanno in piazza. Monetine, urla, insulti dalle migliaia di persone che si accalcano a San Giovanni e in Campidoglio. Ce l'hanno con Parisi che aveva iniziato la nottata, a mezzanotte e un quarto circa, accolto da fischi in piazza San Giovanni. Ce l'hanno con i servizi. Si fanno più veementi quando si sparge la voce di altre bombe nella capitale: una in via Gregorio VII, una all'Eur e una terza, alle porte di Roma, in via Grottaferrata. La polizia smentisce solo quella dell' Eur. E ammette di avere disinnescato un ordigno in via Grottaferrata. All'una di notte c'è chi arriva a invocare la pena di morte. Cercano il sindaco, anzi il commissario prefettizio. Ma nessuno l' ha visto, in piazza. Non si sono visti nemmeno l'ex sindaco Franco Carraro e l'aspirante Francesco Rutelli. Inizia per la strada, invece, la lunga notte di Marco Formentini, sindaco di Milano dal 20 giugno. Arriva in via Palestro poco prima dell'una. Lo hanno chiamato a casa, in via Cosimo Del Fante. E' pallido, sudato, incredulo, vestito di chiaro, con la camicia slacciata e senza cravatta. Prima di piombare in via Palestro si è consultato con l' assessore Philippe Daverio, che lo ha avvertito. "Vengo con lei, signor sindaco" gli dice Daverio. "No, è meglio che lei stia a casa e si tenga in contatto telefonico con me". Formentini si fa largo tra la folla, è bloccato dalle telecamere di Canale 5, la prima troupe televisiva arrivata sul posto. Dice che bisogna difendere "la democrazia degli italiani". Incontra, tra gli altri, il capo della procura della Repubblica di Milano Saverio Borrelli e Gherardo Colombo, uno dei sostituti del pool che indaga su Tangentopoli. Guardano increduli, avvolti, sotto le luci delle fotoelettriche, da un silenzio allucinato che contrasta con il chiasso vociante dell' altro capo della strada, i resti della Uno grigia, le mura gravemente danneggiate del Padiglione di arte moderna, il fuoco provocato dal gas che non smette di bruciare. A loro giungono lontane le urla di poliziotti e carabinieri che chiedono ai curiosi di non portarsi a casa i resti della macchina saltata per aria o le minacce di linciaggio al giovane marocchino che, approfittando della calca, aveva pensato di sfilare qualche portafoglio dalle tasche altrui. Un bel daffare per le forze dell' ordine. Anche per quel giovane agente, vestito in perfetto stile grunge che, per tenere lontana la folla, usa una paletta che gli ha prestato un vigile. "La mia si è rotta". E poi giù a raccogliere testimonianze. Da quella attendibile di Maurizio Ambrosoni, impiegato, 34 anni. Ricostruisce, per i giornalisti, cento volte la dinamica dei fatti. A quella, raccolta lì per lì, di un commerciante di 40 anni. "Mi chiamo Alberto, ma non voglio darvi il mio cognome. Ero sul balcone di casa, in corso Vercelli, quando ho visto un missile passare nel cielo. Poi la radio ha detto della bomba". Intanto si sono fatte le tre. Borrelli e Colombo se ne vanno via sulla stessa macchina. Torna in ufficio anche il questore di Milano Achille Serra. Il sindaco, Marco Formentini, va a casa. Giusto in tempo per ricevere la telefonata di Scalfaro: "Sono d' accordo con quello che ha detto". La notte delle bombe è finita. Fra poco è giorno. E puntuale, alle 8,20 di mattina, Ciampi ha varcato la soglia del Quirinale.

«È una vendetta contro il nuovo» "Più che una intimidazione sembra una vendetta ma noi a Milano rispondiamo subito. Rimetteremo tutto a posto. Non faremo agli sciacalli il regalo di farci fermare". Marco Formentini, sindaco leghista di Milano giudica così l' attentato che nella notte del 27 luglio ha ucciso cinque persone in via Palestro. E parla con commozione della telefonata che il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, bersaglio degli attacchi della Lega, gli ha fatto la mattina di mercoledì 28 luglio. Domanda. Cosa le ha detto il presidente Scalfaro? Risposta. E' stata una telefonata molto commossa. Ha porto le condoglianze alla città per mio tramite, e ha detto di approvare le affermazioni che ho fatto a caldo quando ho detto che c' è bisogno di una unità nella risposta. Allora perché la Lega organizza una sua manifestazione e non aderisce a quella degli altri partiti? Io parlo come sindaco. Quelli sono problemi dei partiti. Ho convocato in seduta straordinaria il consiglio comunale dove parleranno tutte le forze politiche elette dai milanesi. Perché la strage sarebbe stata una vendetta? Sì. Perché gli attentati non intimidiscono la gente, ma ottengono l' effetto opposto. E quegli sciacalli lo sanno. Per questo penso che sia una vendetta contro coloro che vogliono il nuovo. E perché è stata scelta Milano? Proprio perché qui il nuovo si è espresso più che altrove. Vogliono impedirci di andare oltre. Allora lei pensa che sia un attentato contro la Lega. Più che contro la Lega in sé, contro la svolta radicale che è stata voluta dai milanesi. E' una strage contro il rinnovamento. A Milano è già successo con la strage di piazza Fontana nel 1969. La volontà di chi ha fatto gli attentati è la stessa. Anche allora c' erano fermenti che qualcuno voleva contrastare. La differenza è che adesso non sono solo fermenti, il nuovo si esprime con i fatti ed è inarrestabile. Ma chi sono gli attentatori? E' uno dei misteri d' Italia. Quando queste stragi avvengono negli altri Paesi, si arriva sempre a scoprire gli autori. Qui da noi mai. Questo dimostra chiaramente che gli stragisti da noi godono di alte protezioni. Lei parla di golpismo strisciante. Questi attentati non sono opera di dilettanti o di singoli pazzi. Sono la prova che esiste una organizzazione forte, dotata di mezzi e con una conoscenza e un controllo del territorio. Si tratta di schegge di apparati dello Stato, con potere e in rapporto con pezzi del mondo politico. Già Craxi, Mancino e Violante avevano denunciato il pericolo di attentati... Una bella preveggenza. Certo che siano stati il ministro dell' Interno e il presidente della commissione Antimafia a fare queste previsioni è inquietante. Perché naturalmente io penso che si sia fatto poi tutto per prevenire gli attentati, ma è altrettanto certo che le autobombe sono esplose. Quando finiranno gli attentati? Quando finalmente si colmerà il fossato che finiranno gli attentati? Quando finalmente si colmerà il fossato che divide gli italiani non dal Parlamento, ma dai suoi attuali inquilini. Occorre andare entro l' anno a nuove elezioni per consolidare la democrazia. Questo farà piazza pulita degli attentatori e degli attentati. E Milano come reagisce? Bisogna rispondere con un superattivismo. Noi rifaremo la Villa Reale in tempi rapidi, senza farci frenare dalla burocrazia. Sono d' accordo con le manifestazioni e le assemblee dei lavoratori, ma adesso devono recuperare il tempo. La risposta è fare. E per i morti? Daremo una benemerenza ai quattro ragazzi caduti facendo il loro dovere. E un risarcimento a tutte le famiglie dei morti. Anche a quella del marocchino Driss Moussafir? Sì, anche alla famiglia di questo immigrato che in altra epoca forse avrebbe potuto essere accolto regolarmente a Milano e che invece qui è morto. Giorgio Oldrini

Colpacci di coda. Erano attentati prevedibili. Dicono che mafia e poteri criminali sono sconfitti. Ma non domi "Solo con l' attentato successivo spesso si riesce a capire il valore e il significato di quello precedente". Triste profezia, quella del presidente della commissione parlamentare Antimafia, Luciano Violante, pronunciata a poche ore dall' esplosione di un' autobomba in via Ruggero Fauro, a Roma. Era il 14 maggio, un anno dalla strage di Capaci e dall' assassinio del giudice Giovanni Falcone. La profezia si avvera: il 27 maggio a Firenze, in via dei Georgofili, è di nuovo autobomba. Questa volta con cinque vittime, mentre due settimane prima l' aveva scampata per un pelo il giornalista Maurizio Costanzo. Sono passati solo due mesi, e l' agguato in via D' Amelio a Palermo contro Paolo Borsellino, il magistrato erede di Falcone, è stato commemorato da nemmeno dieci giorni. A Milano e a Roma è ancora strage e tentata strage, con uno scenario notturno da colpo di Stato. Autobomba a Milano, in via Palestro (cinque morti). A mezz' ora di distanza, a Roma, ancora autobombe: in un angolo della piazza di San Giovanni in Laterano, luogo storico delle manifestazioni sindacali; e in via del Velabro, a un passo dalla Bocca della Verità. Solo feriti, stavolta. E, considerati i luoghi scelti per piazzare l' esplosivo, nessuna intenzione di uccidere, se non per puro accidente. La profezia si avvera ancora una volta, e scattano le somiglianze che possono ricondurre ai manovali degli attentati e anche agli ispiratori, quel mix di poteri mafiosi e poteri politico-eversivi che hanno segnato 25 anni di sangue. Con un' ultima, e rilevantissima, novità da Palermo: la spaccatura di Cosa nostra e del gruppo corleonese tra una frangia stragista e una, come dire?, vagamente moderata. Il segnale più facilmente leggibile è la resa di Salvatore Cancemi, classe 1942, capo della famiglia di Porta Nuova, in sostituzione di Pippo Calò, in carcere ormai da una decina d' anni. Cancemi si consegna ai carabinieri, annuncia di voler parlare delle malefatte corleonesi. Nemmeno venti giorni prima, Calò aveva a sua volta chiesto di essere sentito dalla commissione Stragi per riferire quanto a sua conoscenza sugli ultimi attentati. E non è tutto qui: a confermare la spaccatura di Cosa nostra tra falchi e colombe sono anche altre fonti informative e verifiche in Sicilia. Non siamo ancora alla classica guerra di mafia, ma la componente stragista è decisa a giocare il tutto per tutto. Con i suoi alleati tradizionali (uomini politici e funzionari traditori) che sono stati ugualmente messi alle strette e di fatto perdenti a causa delle inchieste giudiziarie che vanno avanti con buoni riscontri tra Roma e Palermo. L' esplosivo, dunque. E' il risultato più importante delle indagini condotte finora dalle procure di Roma e Firenze sugli attentati di via Fauro e via dei Georgofili. Tritolo, pentrite, T4: la stessa miscela per quattro stragi. Da quella del rapido 904 (24 dicembre del 1984), a via D' Amelio, a via Fauro, a via dei Georgofili. Non solo: a Firenze altri due attentati compiuti in coincidenza con passaggi processuali delicati per Calò (processato per il 904) sono stati realizzati sempre con lo stesso esplosivo. Abitudinari, i boss e i loro potenti alleati, perché l' analogia continua. Pentrite e T4 anche nelle autobombe del 27 luglio a Milano e Roma. Ci vorrà tempo per la perizia chimica, ma la rassomiglianza sul piano della quantità del materiale usato e degli effetti provocati dalle esplosioni è apparsa subito evidentissima. Nessun dubbio, per gli investigatori, sulla medesima mano di chi ha architettato il piano eversivo della notte del 27 luglio. Rispetto ai due attentati precedenti una sola anomalia: non è stato un comando a distanza a fare saltare in aria le Fiat Uno, ma quasi certamente una miccia a lenta combustione. E siamo a un' altra costante, quella dell' auto utilizzata per il botto. C' è una Fiat Uno in via Fauro e ce ne sono ben quattro il 27 luglio, tutte rubate a ridosso della notte da colpo di Stato: la Fiat Uno di Milano è stata prelevata il 24 luglio; le tre di Roma due giorni dopo. Quale fondamento aveva la notizia raccolta dai servizi segreti che nel mondo della malavita si stessero cercando auto da utilizzare per attentati? E perché l' insistenza proprio nell' uso di quell' auto? Sisde e Sismi, i servizi d' intelligence civile e militare, non hanno brillato nel segnalare il rischio eversivo. Tant' è che il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, nella tetra riunione tenuta a Palazzo Chigi a sole tre ore dalle bombe, ha avuto parole di rimprovero. Nemmeno 12 ore dopo ha sostituito il capo del Sisde, Angelo Finocchiaro, già indagato a Roma per non avere detto tutta la verità in una squallida vicenda di peculato che ha travolto il servizio. Tant' è: resta l' analogia della Fiat Uno che qualcosa dice agli investigatori. La sequenza degli attentati e gli ultimi luoghi scelti per attuarli. Ecco un altro punto chiave su cui stanno lavorando i magistrati di Roma, Firenze e Milano. E' un tassello strategico perché consente di collegare gli attentati tra loro e, nello stesso tempo, permette anche di capire come le modalità eversive stiano cambiando adeguandosi ai risultati da ottenere. Tranne che per via Fauro, dove l' obiettivo era Costanzo (i magistrati non hanno dubbi in proposito), negli altri casi sono stati scelti posti notissimi sotto l' aspetto artistico-architettonico (l' Accademia dei Georgofili con la Torre del Pulci a Firenze; il Vicariato di piazza San Giovanni e la chiesa di San Giorgio al Velabro a Roma; la villa di via Palestro con la Galleria d' arte moderna a Milano), ma dove difficilmente si poteva provocare una strage. In questo senso gli ultimi attentati quasi "giustificano" quello di Firenze che, proprio per la sua localizzazione, era suonato anche per il procuratore Pierluigi Vigna come un' anomalia. Così non è, si sono convinti gli esperti nei vertici succedutisi al Viminale e alla superprocura. Mafia e poteri eversivi vogliono ottenere la massima rilevanza a livello mondiale, vogliono colpire, ma non vogliono uccidere. Investigatori e magistrati si sono chiesti anche il perché di una scelta anomala che non ha riscontri nella storia dell' eversione italiana. C' è una possibile risposta, che parte proprio da Firenze: anche la strategia militare si adegua e mutua comportamenti. Ha detto il pentito Masino Buscetta: "Ora che Totò Riina si è strusciato con i colombiani...". E dalla Colombia arriva l' uso esasperato delle bombe per contrastare una strategia vincente dello Stato contro i narcotrafficanti. Dalla dinamica degli attentati alle motivazioni: è un aspetto su cui i magistrati cercano di essere il più vaghi possibile per evitare teorie, anche se un' idea chiara se la sono fatta. Una considerazione ricorrente è questa: in Italia, a metà del 1993, esiste una sola struttura militare in grado di organizzare attentati come quelli di Milano, Roma e Firenze. E' l' esercito della mafia che ormai conta solidi e ampi punti di riferimento in ogni parte del Paese. A Firenze il procuratore Vigna non ha dubbi che a colpire sia stata la criminalità organizzata toscana. E a Roma, per via Fauro, la valutazione è identica. Dagli esecutori ai mandanti. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, parla di attentato "politico" e di "intrecci mafiosi, dando a questa parola un significato molto più ampio". E dunque: esiste un' ala stragista di Cosa nostra (i corleonesi doc, un paio di famiglie palermitane e quelle dei grossi centri della provincia come Bagheria e San Giuseppe Jato) che non ha più nulla da perdere. Al suo interno la parte del leone la fanno i detenuti che ormai possono guadagnare solo da uno scontro, seguito da una trattativa, con lo Stato. Esiste un altro potere eversivo in Italia, quello che è ricorso alla strategia delle bombe tutte le volte che era necessario bloccare il sistema politico e impedire cambiamenti. Esponenti di rilievo del vecchio quadro politico sono ormai irrimediabilmente compromessi nelle inchieste, siano esse su argomenti di mafia oppure di tangenti. In passato le due centrali eversive hanno comunicato tra loro, hanno avuto interessi e obiettivi comuni, e sono state le inchieste a dimostrarlo. Oggi esiste una sinergia operativa che consente di ottenere gli stessi risultati. I magistrati della procura di Palermo ipotizzano due obiettivi. Da un lato, evitare il più possibile le elezioni per consentire alchimie istituzionali che mantengano gli attuali assetti. In tal caso, ci potrebbero essere altri attentati, ma senza decine di morti. Dall' altro, invece, riprendere completamente il controllo della situazione. E allora sarà strage con molti morti. Con un colpo di Stato in programma. "Questi attentati parlano a qualcuno che sa e che deve capire" dicono i magistrati che indagano. E aggiungono: "Peccato che ci siano dei morti, perché sono morti inutili. Il vecchio sistema, quello politico e quello della mafia, è già stato sconfitto. E questi sono solo dei colpi di coda". Resta da vedere quanto saranno forti quanto saranno forti. Liliana Milella

Estratto dell’articolo di Andrea Palladino per “la Stampa” il 23 luglio 2023.

Quando Adriano Tilgher, il vero erede politico di Stefano Delle Chiaie, si è visto consegnare il decreto di perquisizione con l'accusa di violazione della Legge Anselmi, deve aver avuto un piccolo brivido. La mente, probabilmente, è tornata alla figura del padre Mario, tessera numero 84 della loggia P2. 

L'accusa arrivata dalla Dda di Caltanissetta è una sorta di ricorso storico per l'esponente della disciolta Avanguardia nazionale, un filo conduttore che lo lega al passato. Era il 14 dicembre 1979. Roma, via Alessandria, strada residenziale elegante che corre parallela alla Nomentana, si anima all'improvviso. La polizia entra negli scantinati dello stabile al civico 129, una bella palazzina d'epoca.

È il covo romano condiviso dai Nar e dalla organizzazione d'area Terza posizione. All'interno c'è un vero arsenale, pistole, fucili, mitra, munizioni. Non era però solo una base militare della destra eversiva. In quello stesso palazzo c'era la redazione di una sconosciuta rivista, Confidentiel, pubblicata in Italia, Spagna e Francia. A dirigerla era Mario Tilgher, il padre di Adriano, che da dieci anni era di fatto il reggente di Avanguardia nazionale. 

[…] Tilgher padre aveva i contatti giusti nella capitale; già da un paio d'anni era un membro di livello della loggia P2, il gruppo riservato che includeva generali, ministri, imprenditori e pezzi dei servizi segreti. Non era l'unico esponente della destra radicale ad amare i gruppi massonici. Licio Gelli in quegli stessi anni aveva curato e gestito stretti rapporti con i gruppi eversivi toscani, attraverso Augusto Cauchi, il terrorista nero finanziato dal gran maestro di Villa Wanda, come ha ricostruito la commissione Anselmi.

Lo stesso Delle Chiaie, secondo la testimonianza dell'avanguardista storico Vincenzo Vinciguerra, aveva rapporti più che cordiali con l'avvocato Gianantonio Minghelli, segretario amministrativo della P2, uno dei primi nomi di affiliati emersi molto tempo prima della scoperta degli elenchi a Castigion Fibocchi. 

La love story tra la destra avanguardista e le logge non si è fermata dopo la chiusura dell'esperienza pidduista. Subito dopo la sua scarcerazione del febbraio del 1989 Stefano Delle Chiaie rimette in moto la macchina politica erede dell'esperienza di Avanguardia nazionale.  […]

Incontra senza dare troppo nell'occhio pezzi importanti del Fronte della gioventù, come Gianni Alemanno, mentre il suo fidatissimo Adriano Tilgher lavorava ai fianchi il partito all'interno delle sezioni romane, come raccontano alcune informative dei servizi d'informazione inserite nei fascicoli delle inchieste sulle stragi. 

Alla fine, opta per la creazione di una nuova organizzazione, la Lega nazional popolare. Il suo campo di conquista diventa la Sicilia e soprattutto la Calabria, regioni ad alta densità mafiosa. Siamo nel 1992 e inizia la storia recente dei suoi rapporti con Cosa nostra, oggi al vaglio delle Dda di Caltanissetta e di Firenze. Sarà un'inchiesta di qualche anno dopo, Sistemi criminali, a far luce sulla nuova organizzazione di Delle Chiaie, dove – secondo quanto ricostruì alla fine degli anni '90 la Dda di Palermo – confluirono esponenti di Cosa nostra, della ‘Ndrangheta e della P2, la vecchia conoscenza di Tilgher senior. Nel registro degli indagati venne iscritto anche il nome di Licio Gelli.

Nel 2000 il procedimento venne archiviato, ma i fascicoli sono poi confluiti in altre indagini, come il processo ‘Ndrangheta stragista. Mafia, logge segrete e fez.

Gli ingredienti di buona parte delle pagine più tragiche della storia italiana sono oggi tornati con l'inchiesta della Dda di Caltanissetta, distretto che ha la competenza sui reati che vedono protagonisti – o vittime – i magistrati palermitani. È dunque la Procura che dal 1992 indaga sulle stragi di Capaci e Via D'Amelio e che dal 2021 ha un fascicolo pesante, difficile. 

Sulla scena della strategia libanese di Cosa nostra, del tritolo piazzato sotto l'autostrada e nel cuore della città, è riapparsa la figura più misteriosa dell'eversione nera, Stefano Delle Chiaie. Morto nel settembre del 2019, per lo Stato italiano è un quasi incensurato, con un'unica condanna per ricostituzione del partito fascista. Sempre assolto dalle accuse di stragi. Nessuno lo ha mai indagato per la sua attività al fianco dei torturatori della narcodittatura boliviana di Luis García Meza Tejada nel 1980 o per i servizi prestati alla polizia segreta di Pinochet.

Il 30 giugno scorso la DDA di Caltanissetta ha depositato una documentazione integrativa alla richiesta di misure cautelari, focalizzata sull'attività di Adriano Tilgher, di fatto l'erede politico di Delle Chiaie. Ed è qui che rispuntano le organizzazioni segrete, i contatti riservati e gli elenchi di nomi da tenere nascosti.

 «La volontà di operare una sorta di dossieraggio con finalità di intimidazione dei magistrati 'scomodi', ovviamente secondo un'ottica fascista», annotano gli investigatori. Vecchi vizzi che tornano. Di questa storia inquietano però i nomi dei contatti alti che i membri dello strano "Osservatorio" sulla magistratura vantavano di avere. I Pm nisseni ci tengono a spiegare che non ci sono – almeno al momento, perché immaginiamo che l'inchiesta prosegua, nonostante la discovery – riscontri e il tutto potrebbe essere una mera vanteria, un millantato credito. Il punto è decisamente importante, visto che Tilgher & C. parlavano apertamente di incontri con il circolo ristretto della premier Giorgia Meloni, seguendo un filo diretto con i palazzi romani che oggi contano.

Un mondo in fondo non così lontano dall'erede di Delle Chiaie, frequentatore della sede della fondazione di Alleanza nazionale, in via della Scrofa. Da quelle parti è apparso ad esempio l'11 aprile del 2019, durante il premio Caravella, assegnato quell'anno all'attuale ministro della cultura Gennaro Sangiuliano. Nei filmati dell'evento lo si vede seduto nel pubblico, mentre in fondo alla sala un altro pezzo storico dei Avanguardia, Serafino Di Luia, sulle note della canzone "Budapest" di Leo Valeriano, si commuove e non resiste […]

Strage di Capaci: non esiste alcun documento che prova il coinvolgimento di Delle Chiaie. L’anno scorso “Report” ha riportato in auge la pista neofascista nella strage di Capaci, ma dall’ordinanza emerge che gli intervistati sono completamente inattendibili. Inoltre, il famoso documento "sparito" e poi ritrovato – a differenza di ciò che ha affermato in tv l’attuale senatore Scarpinato – non è una prova della presenza di Delle Chiaie, perché è un de relato e la fonte è una millantatrice. Damiano Aliprandi il 31 luglio 2023 su Il Dubbio.

Decisamente inattendibili i presunti testimoni della presenza di Stefano Delle Chiaie, detto “er caccola”, il neofascista fondatore di Avanguardia Nazionale, sul luogo della strage di Capaci e addirittura del reperimento dell’esplosivo in una cava. Allo stesso modo, non esiste alcun documento che provi il suo coinvolgimento. Fino ad ora, siamo stati solo esposti a suggestioni e alla riproposizione dell'ormai vecchia inchiesta del 1993, archiviata per mancanza di elementi probatori - elementi che continuano a mancare - portata avanti dagli allora procuratori di Palermo Roberto Scarpinato e Antonio Ingroia. Tuttavia, nonostante ciò, sotto l'impulso della direzione nazionale antimafia (Dna), la procura di Caltanissetta continua a seguire questa pista. Il contrario di quanto fatto dalla procura guidata da Sergio Lari, che non raccolse l'impulso dell'ex componente della Dna, Gianfranco Donadio. L’allora capo procuratore nisseno, infatti, si avvalse dei migliori magistrati disponibili per battere una pista che poi si rivelò fondata: smascherarono il depistaggio di Via D’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta.

Dal punto di vista mediatico, tutto è partito dalla trasmissione Report del 23 maggio dell'anno scorso, che ha trasmesso un'intervista inedita all'ex brigadiere Walter Giustini, che aveva come informatore (e poi pentito, ma recentemente scomparso) Alberto Lo Cicero. Costui affermò di averlo messo sulla buona strada per la cattura di Totò Riina già nel 1991. Ma lo “scoop” che ha fatto tremare le coscienze è l'intervista rilasciata dalla ex compagna di Lo Cicero, Maria Romeo, la quale parla della presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci. Lei va addirittura oltre, sostenendo che fu lui a preparare l'attentato. Questo potrebbe portare a una completa revisione delle sentenze riguardanti l'attentato contro Giovanni Falcone. La trasmissione di Rai3 ha riportato in auge la pista neofascista eversiva, la P2, la strategia della tensione e il progetto occulto in cui Falcone è solo uno dei tanti "birilli" destinati ad essere eliminati per realizzare un disegno orchestrato dalla lunga mano americana: stragi di mafia sovrapposte a quelle degli anni 70 e 80.

In realtà, questo “scoop” è arrivato dopo che Maria Romeo fu sentita dall'ex procuratore generale di Palermo Scarpinato e dal collega Domenico Gozzo. Va ricordato che quest'ultimo fa parte dell’attuale Dna. Si parla di indagini ovviamente segrete, quindi il giornalista Paolo Mondani di Report ha avuto sicuramente un ottimo fiuto senza alcun suggerimento. Detto questo, possiamo chiaramente etichettare il tutto come “spazzatura”. Lo si evince anche dalla recente ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Caltanissetta nei confronti di Walter Giustini, accusato di aver depistato tramite le sue dichiarazioni. Giustini ha affermato a Report di aver appreso da Romeo che Delle Chiaie era a Capaci. Tuttavia, già prima di Report, aveva dichiarato di non ricordare nulla riguardo a ciò, quando fu interrogato dall'allora procuratore Scarpinato. Dopo la trasmissione in prima serata, interrogato nuovamente dalla procura di Caltanissetta, Giustini ha sostenuto che Maria Romeo non gli aveva detto nulla riguardo a Delle Chiaie, ma solo che lo conosceva, senza fare alcun riferimento alla mafia. In sostanza, dichiarazioni discordanti. Emerge che sia Giustini che Romeo, intervistati in tv, hanno cercato di attirare l'attenzione dicendo cose sicuramente utili per l’audience, ma non per la verità. Di conseguenza, molti giornali hanno fatto il solito copia-incolla acritico (tranne noi de Il Dubbio) e l'ex procuratore generale, ora senatore del Movimento 5 Stelle, Scarpinato, ha affermato in tv, senza usare il condizionale, che c'è un documento che conferma il coinvolgimento di Delle Chiaie nell'attentato di Capaci. Tuttavia, come vedremo più avanti, tale documento non prova assolutamente nulla.

Passando a Maria Romeo l'esito dell'analisi delle sue dichiarazioni, come si evince dall'ordinanza, dimostra chiaramente che lei ha “millantato conoscenze” - così scrive il gip -, limitandosi a inventare una serie di falsità e suggestioni (emblematica è la narrazione riguardante l'incontro con Paolo Borsellino), basate su due circostanze vere della sua vita. In particolare, la sua conoscenza effettiva di Stefano Delle Chiaie, derivante dal fatto che suo fratello, Domenico Romeo, era il factotum dell'ex deputato del Movimento Sociale Italiano, l'avvocato Stefano Menicacci (storico legale di Delle Chiaie, legato a quest'ultimo da un rapporto certamente stretto, anche in ragione della comune fede politica). L'altra circostanza riguarda il suo rapporto sentimentale con Alberto Lo Cicero agli inizi degli anni 90. Null'altro. E ancora, secondo l'ordinanza, la conoscenza di Delle Chiaie e il rapporto sentimentale con Lo Cicero “sono stati artificiosamente collegati da Romeo per creare una narrazione che le permettesse di ottenere, sin dagli anni '90, lo status di collaboratrice di giustizia”. Inoltre, il giudice, valutando la sua personalità, sottolinea nell'ordinanza che “non si può dimenticare che si tratta di una persona che già nel 1992 aveva problemi di alcolismo ed era pronta a fare 'tutto' per realizzare il suo obiettivo di diventare una collaboratrice di giustizia”.

Venendo al famoso documento “sparito” e poi ritrovato, si tratta di una relazione di servizio del 5 ottobre 1992 redatta dal capitano Gianfranco Cavallo, allora comandante dell'aliquota Carabinieri di Polizia Giudiziaria. Tale documento fu trasmesso sia agli uffici territoriali dell'Arma dei Carabinieri che alle autorità giudiziarie competenti, ossia le Procure di Caltanissetta e di Palermo. Questo documento è l'unico di servizio che riferisce, tramite una fonte confidenziale, di contatti avvenuti in epoca antecedente alla strage di Capaci tra Delle Chiaie e Mariano Tullio Troia, un elemento di rilievo della mafia palermitana. Non solo, ma sempre da questa fonte emergerebbe il fatto che Delle Chiaie si fosse recato in una cava per procurarsi dell'esplosivo. Né la procura di Palermo dell'epoca, né quella di Caltanissetta diedero peso a questo documento. Successivamente, nel 2007, il magistrato Gianfranco Donadio, all'epoca operante nella Dna, rispolverò questa relazione, ma afferma di non aver ricevuto alcun impulso da parte della procura di Caltanissetta all'epoca. In realtà, come detto, la procura era fortemente impegnata nello smascheramento del depistaggio di Via D’Amelio, riuscendoci. Inoltre, va aggiunto che la procura di Caltanissetta stessa (ma anche quella di Catania) qualche anno dopo denuncerà Donadio al Csm per altre questioni riguardanti alcune indagini.

Detto ciò, chi era la fonte confidenziale di questa famosa nota, impropriamente spacciata come prova del coinvolgimento di Delle Chiaie? Era Maria Romeo, colei che - come sostiene l'ordinanza stessa - ha inventato conoscenze ed episodi per costruire “una narrazione che le consentisse di ottenere, sin dagli anni 90, lo status di collaboratrice di giustizia”. Ma allora, di cosa stiamo parlando? È possibile che ancora una volta si stiano seguendo piste che rischiano di tralasciare un'attenta analisi dei fatti ancora non chiariti? Falcone, che tra l'altro si opponeva fermamente alle dietrologie, e Borsellino, non meritano tutto ciò. Ma forse ciò che conta di più è l'intrattenimento. Questa è una questione che riguarda soprattutto il giornalismo nostrano, che a sua volta influisce anche sulle procure.

La sentenza a carico dei poliziotti sul “depistaggio Borsellino”. Chi si nasconde dietro la morte di Paolo Borsellino: la sentenza che mette un punto fermo sulle indagini. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 20 Luglio 2023 

Chissà se un giorno sarà possibile identificare i “soggetti diversi da Cosa nostra” che si nascondono da oltre trenta anni dietro la morte di Paolo Borsellino.

La sentenza di Caltanissetta depositata il 5 aprile scorso nel processo a carico dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo sul “depistaggio Borsellino”, pur dichiarando la prescrizione per due degli imputati e assolvendo il terzo, ha messo un punto fermo su come vennero condotte le indagini sull’uccisione del magistrato siciliano.

Nelle circa 1500 pagine della sentenza, i giudici nisseni scrivono infatti che “alla luce di tutte le circostanze di cui si è dato conto si ritiene che se ne giovò chi aveva tutto l’interesse a far sì che le matrici non mafiose della strage di via D’Amelio non venissero svelate nella loro reale consistenza”.

I fatti sono noti. Il falso pentito Vicenzo Scarantino, gestito della polizia di Stato del questore Arnaldo La Barbera, poi morto nel 2002, si autoaccusò di essere stato l’organizzatore della strage.

Dopo le sue rivelazioni vennero così arrestate delle persone che con la strage, però, non c’entravano nulla. Ad iniziare del meccanico Giuseppe Orofino, accusato di aver custodito la Fiat 126 utilizzata come autobomba. Condannato all’ergastolo, il processo nei confronti di Orofino venne riaperto dopo la testimonianza di Gaspare Spatuzza. Assolto da ogni accusa, Come risarcimento per i 17 anni di ingiusta detenzione, gli eredi del meccanico vennero risarciti con 1,5 milioni di euro.

Solamente sfiorati dalle indagini i magistrati che condussero l’inchiesta, i pm Carmelo Petralia e Annamaria Palma, inizialmente accusati di concorso in calunnia aggravata. La linea difensiva di essersi mossi per andare a sentire Scarantino in virtù della (avvenuta) ritrattazione televisiva risultò essere “smentita dai fatti”, poiché gli avvisi dell’interrogatorio furono notificati il giorno prima che il falso pentito manifestasse l’intenzione di ritrattare. Le vere ragioni di quegli interrogatori, che hanno poi prodotto la ritrattazione della ritrattazione e quindi la conferma delle false accuse, non furono mai chiarite dai magistrati.

Quanto al clima che si respirava alla Procura di Palermo dopo l’omicidio di Giovanni Falcone e pochi giorni prima dell’omicidio di Borsellino, la sentenza riporta le dichiarazioni dell’ex pm Antonio Ingroia il quale ricordò cosa avvenne dopo l’incontro in Procura del 14 luglio 1992 a proposito dell’indagine Mafia e Appalti. Borsellino, rivolgendosi ai colleghi Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, avrebbe detto: “Voi non mi raccontate tutta la vera storia sul rapporto dei Ros”.

Paolo Pandolfini

(ANSA giovedì 20 luglio 2023) - Nell'inchiesta sul depistaggio per la strage di via d'Amelio non c'è solo il mistero della scomparsa della famosa agenda rossa nella quale Paolo Borsellino annotava i suoi spunti di lavoro. Negli atti del procedimento, concluso il 12 luglio 2022, non c'è traccia di un altro importante elemento: il tabulato delle chiamate in entrata del cellulare di Borsellino. 

Il caso è ricostruito, e ora ripreso dal Sole 24 Ore, nella parte conclusiva delle motivazioni della sentenza con la quale due poliziotti della squadra investigativa "Falcone-Borsellino" sono stati prescritti per l'imputazione di favoreggiamento e un terzo è stato assolto.

La scomparsa di quel tabulato, scrivono i giudici del tribunale di Caltanissetta, "ha indubbiamente sottratto importanti piste investigative". Il tribunale è venuto a conoscenza della scomparsa del tabulato attraverso la testimonianza di Gioacchino Genchi, che nella prima fase delle indagini sulla strage faceva parte della squadra guidata da Arnaldo La Barbera. Poi, lasciata la polizia, è diventato consulente di varie procure.

Il suo lavoro è stato al centro di forti polemiche ma alla fine Genchi è stato scagionato. Sentito come teste nell'udienza dell'11 gennaio 2019, Genchi ha detto di avere segnalato l'anomalia e di avere chiesto i file del tabulato allo Sco, il servizio centrale anticrimine della polizia, che aveva acquisito i dati del traffico telefonico. 

Lo stesso Genchi ha ricostruito il dialogo con i suoi ex colleghi: "Voi l'avete acquisito con delega della procura di Caltanissetta. La procura ha disposto che ce lo dovete mandare. Signori miei, mi dite dove è questo traffico?". Aggiungeva Genchi: "Il traffico telefonico in entrata del cellulare di Borsellino è stato fatto scomparire".

Riferimenti a quel traffico si trovano, ha segnalato ancora Genchi, in una informativa della squadra "Falcone-Borsellino" dalla quale risultata un contatto il 19 aprile 1992 tra il procuratore Giovanni Tinebra e Borsellino che stava recandosi all'aeroporto Leonardo da Vinci dopo un colloquio a Roma con il pentito Gaspare Mutolo. A un certo punto venne adombrata la spiegazione che i file erano stati corrosi dall'umidità.

(ANSA il 19 luglio 2023) "Ricordo una domenica caldissima, io ero di pattuglia con altri due colleghi in una Palermo deserta: erano quasi tutti al mare. Noi ci trovavamo a poche centinaia di metri da via D'Amelio. Stavamo soccorrendo una donna che aveva forato una gomma quando all'improvviso abbiamo sentito un fortissimo boato. Si è alzata una colonna di fumo, l'abbiamo seguita e siamo arrivati in via D'Amelio, dove ci si è presentata una scena da guerra".

A parlare, in un filmato postato dalla Polizia di Stato, è Vincenzo Policheni, che il 19 luglio 1992, giovane agente delle volanti di Palermo, fu tra i primi ad arrivare sul luogo dell'attentato. "Non potevamo entrare nella via - ricorda Policheni - e stiamo rimasti all'imbocco cercando di capire cosa era successo. Ad un certo punto è uscita una persona, era Antonio Vullo, col volto bruciacchiato, che ci ha detto cosa era accaduto e che i suoi colleghi erano a terra a pezzi insieme al magistrato.

Arrivato lì ho notato brandelli di carne, fuoco, le armi dei colleghi che sparavano da sole a terra perchè i proiettili a contatto col fuoco esplodevano. Ho avuto un mancamento, dei conati di vomito, non si vedevano persone vive". 

"Mi sono sentito vuoto", prosegue il poliziotto: "mi sono reso conto che potevano farci quello che volevano, che la mafia ci poteva colpire quando voleva ed era più forte di noi. Si respirava un'aria pesante a Palermo in quei giorni dopo la strage di Capaci e posso capire con che stato d'animo i colleghi scortavano alcune persone come Borsellino. Ci voleva un senso del dovere spiccato; era più facile andare via che rimanere e rischiare. Per questo penso che i colleghi morti devono essere considerati eroi".

Estratto dell’articolo di Lara Sirignano per il “Corriere della Sera” giovedì 20 luglio 2023.

[…] Antonio Vullo, agente di polizia, è l’unico superstite della strage di via D’Amelio. Ieri ha incontrato la premier, volata a Palermo a rendere omaggio alle vittime dell’attentato al giudice e alla sua scorta.

 Ha apprezzato la presenza della premier?

«Sì. Il suo è stato certamente un gesto importante, ma deve essere seguito dai fatti, altrimenti diventa solo una passerella e noi delle passerelle siamo stanchi». […] In 31 anni si sono alternati al governo politici di tutti i colori. Ciascuno di loro è venuto e ha detto belle parole, ma noi abbiamo avuto solo promesse».

Cosa si porta dentro del giorno della strage?

«Rivivo quel giorno costantemente. Il 19 luglio del 1992 è una data che non potrò mai cancellare. Quando vedi a terra i brandelli di carne dei tuoi colleghi, quando calpesti pezzi di corpi dei tuoi fratelli saltati in aria, niente è più come prima. È uno choc insuperabile che ti cambia per sempre e, purtroppo, condiziona anche i rapporti familiari. Io il mio dolore non sono riuscito a tenerlo fuori di casa.

L’ho portato dentro di me e con me e a farne le spese sono stati anche mia moglie e i miei figli. Poi il malessere è peggiorato perché alla memoria di quel che è stato si sono aggiunti fatti che non hanno certo contribuito alla scoperta della verità come la sentenza sul depistaggio delle indagini sull’attentato al giudice Borsellino. Sono cose che non hanno consentito e non consentono alle ferite di rimarginarsi». 

Le ombre che restano sugli attentati del ’92 saranno mai dissipate?

«[…] fino a quando, nelle istituzioni, ci sarà chi sa e non parla non sapremo mai davvero tutto». 

In questi anni ha sentito la vicinanza dello Stato?

«Per molto tempo no. Anzi ho quasi avuto l’impressione di essere considerato il testimone di verità scomode e di essere quindi trattato con ostilità. Ora forse le cose sono un po’ cambiate».

Che ricordi ha del giudice Borsellino?

«Sono stato con lui per soli 51 giorni e sono stati giorni difficili. La strage di Capaci ci aveva sconvolti e sapevamo che dopo Falcone l’obiettivo era lui. Non mi vergogno di dire che avevo paura e che paradossalmente era lui a farmi coraggio. Ho compreso subito dopo averlo conosciuto che standogli accanto stavo dalla parte giusta».

Estratto dell’articolo di Laura Anello per “La Stampa” giovedì 20 luglio 2023.

Lui c'era, in mezzo al fumo, all'asfalto sventrato, ai corpi di Borsellino e dei suoi cinque agenti di scorta in via D'Amelio. Era lì il 19 luglio del 1992 Giuseppe Ayala, magistrato di lungo corso, pm del primo maxiprocesso, amico di Falcone e di Borsellino, parlamentare nell'anno delle stragi. 

«Abitavo lì vicino – racconta Giuseppe Ayala –, ho sentito un botto incredibile e mi sono precipitato, in mezzo al fumo. Lì sono inciampato in qualcosa che all'inizio non avevo capito che cosa fosse, era un tronco annerito, senza braccia né gambe, color carbone, ci ho messo qualche istante a capire che era Paolo».

A trentuno anni dalle stragi, il ministro della Giustizia Nordio ha sollevato un vespaio annunciando la volontà di abolire il reato di concorso esterno, prima di essere stoppato dalla premier Meloni. Lei che cosa ne pensa?

«Io credo che dopo le parole di Meloni, il tema sia abbondantemente chiuso. Conosco e stimo molto il ministro Nordio, siamo entrati in magistratura insieme, ma le sue prime sortite a riguardo mi hanno molto sorpreso. Mi pare non ci sia alcuna esigenza di tipicizzare, termine che usa il ministro, un reato che mi sembra molto definito e che viene fissato da criteri ben precisi in una sentenza del 2005 […]». 

[…] Il fratello di un agente di scorta di Borsellino, Luciano Traina, ci ha detto che lo Stato ha fallito su tutti i fronti contro la mafia, che non l'ha voluta combattere. Lei che bilancio fa?

«La cosa più importante da sottolineare è che Cosa nostra ha cambiato strategia: non ammazza più, non fa più stragi, è più debole, anche se non del tutto debellata. Lo Stato si è attrezzato e ha messo a segno colpi importanti. L'arresto di Matteo Messina Denaro è uno di questi, seppur tardivo, seppure denso di interrogativi, anche se io non credo alle teorie dietrologiche sul fatto che sia stato un arresto, per così dire, concordato. 

Forse bisogna ricordarsi più spesso che fino al 29 settembre 1982 nel codice penale italiano non esisteva la parola mafia, fu introdotta dopo l'uccisione del generale Dalla Chiesa. La mafia è un fenomeno umano, ha avuto un suo inizio a avrà una sua fine, come diceva Falcone. Non so quando succederà, ma mi piacerebbe moltissimo esserci». 

Non crede che ci siano ancora delle zone d'ombra da chiarire nelle stragi?

«Certo che sì, soprattutto sulla fine di Paolo, sul depistaggio, su quell'agenda rossa che non è mai stata trovata. La speranza dopo trentuno anni si è affievolita, ma è ancora viva». 

Agenda rossa contenuta nella borsa su cui lei è un testimone prezioso. Ha raccontato di essersela ritrovata in mano in mezzo alle macerie e di averla consegnata a un ufficiale dei carabinieri in divisa. Ma Giovanni Arcangioli, l'ufficiale dei carabinieri fotografato in maniche di camicia con la borsa in mano, sostiene che gliela portò, la aprì davanti a lei e al suo collega Giovanni Teresi e che constataste insieme che era vuota.

«Come ho già detto, è pura invenzione».

Secondo la Cassazione, la trattativa Stato-mafia non c'è mai stata.

«Io sono un magistrato all'antica, le sentenze le rispetto». […]

La sentenza a carico dei poliziotti sul “depistaggio Borsellino”. Chi si nasconde dietro la morte di Paolo Borsellino: la sentenza che mette un punto fermo sulle indagini. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 20 Luglio 2023 

Chissà se un giorno sarà possibile identificare i “soggetti diversi da Cosa nostra” che si nascondono da oltre trenta anni dietro la morte di Paolo Borsellino.

La sentenza di Caltanissetta depositata il 5 aprile scorso nel processo a carico dei poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo sul “depistaggio Borsellino”, pur dichiarando la prescrizione per due degli imputati e assolvendo il terzo, ha messo un punto fermo su come vennero condotte le indagini sull’uccisione del magistrato siciliano.

Nelle circa 1500 pagine della sentenza, i giudici nisseni scrivono infatti che “alla luce di tutte le circostanze di cui si è dato conto si ritiene che se ne giovò chi aveva tutto l’interesse a far sì che le matrici non mafiose della strage di via D’Amelio non venissero svelate nella loro reale consistenza”.

I fatti sono noti. Il falso pentito Vicenzo Scarantino, gestito della polizia di Stato del questore Arnaldo La Barbera, poi morto nel 2002, si autoaccusò di essere stato l’organizzatore della strage.

Dopo le sue rivelazioni vennero così arrestate delle persone che con la strage, però, non c’entravano nulla. Ad iniziare del meccanico Giuseppe Orofino, accusato di aver custodito la Fiat 126 utilizzata come autobomba. Condannato all’ergastolo, il processo nei confronti di Orofino venne riaperto dopo la testimonianza di Gaspare Spatuzza. Assolto da ogni accusa, Come risarcimento per i 17 anni di ingiusta detenzione, gli eredi del meccanico vennero risarciti con 1,5 milioni di euro.

Solamente sfiorati dalle indagini i magistrati che condussero l’inchiesta, i pm Carmelo Petralia e Annamaria Palma, inizialmente accusati di concorso in calunnia aggravata. La linea difensiva di essersi mossi per andare a sentire Scarantino in virtù della (avvenuta) ritrattazione televisiva risultò essere “smentita dai fatti”, poiché gli avvisi dell’interrogatorio furono notificati il giorno prima che il falso pentito manifestasse l’intenzione di ritrattare. Le vere ragioni di quegli interrogatori, che hanno poi prodotto la ritrattazione della ritrattazione e quindi la conferma delle false accuse, non furono mai chiarite dai magistrati.

Quanto al clima che si respirava alla Procura di Palermo dopo l’omicidio di Giovanni Falcone e pochi giorni prima dell’omicidio di Borsellino, la sentenza riporta le dichiarazioni dell’ex pm Antonio Ingroia il quale ricordò cosa avvenne dopo l’incontro in Procura del 14 luglio 1992 a proposito dell’indagine Mafia e Appalti. Borsellino, rivolgendosi ai colleghi Guido Lo Forte e Giuseppe Pignatone, avrebbe detto: “Voi non mi raccontate tutta la vera storia sul rapporto dei Ros”. Paolo Pandolfini

La strage di via D'Amelio. Il mistero dei delitti di Falcone e Borsellino sono nella Procura di Palermo, il “nido di vipere”. Serve una commissione d’inchiesta parlamentare. Bisogna capire cosa intendesse il giudice ucciso quando parlava di un amico traditore e della Procura come di un nido di vipere. E il dossier mafia-appalti? Piero Sansonetti su L'Unità il 20 Luglio 2023

Andrebbero studiati bene quei 57 giorni nei quali Paolo Borsellino lavorò alacremente, consapevole di essere stato condannato a morte e di non poter sfuggire alla sentenza, cioè il tempo che passò dall’uccisione di Giovanni Falcone – e della sua scorta e di sua moglie – fino alla strage di via D’Amelio (della quale oggi corre il trentunesimo anniversario). Nessuno mai li ha voluti studiare.

Noi sappiamo poche cose di quei giorni. Le principali le ha scritte su questo giornale qualche giorno fa Fabio Trizzino, che è l’avvocato della famiglia Borsellino. Sono tre. Borsellino disse a diverse persone (tra le quali due magistrati che hanno riferito con precisione la frase) che aveva scoperto «che un amico lo aveva tradito». Poi Borsellino parlò della Procura di Palermo, testualmente, come di «un nido di vipere». Infine confessò a Fernanda Contri (ex giudice costituzionale ed ex ministra del governo Ciampi) di sentirsi paurosamente solo. Cioè di non avere l’appoggio dei colleghi.

Mi pare che questi tre elementi, da soli, definiscano bene qual è il primo punto oscuro da affrontare, se si vuole capire le condizioni nelle quali fu ucciso Borsellino, i motivi per i quali fu ucciso, e probabilmente anche i motivi e le condizioni nelle quali fu ucciso Giovanni Falcone. «Nido di vipere»,«amico traditore», «solitudine». Queste poche parole descrivono l’opinione che Paolo Borsellino aveva della Procura di Palermo nel 1992.

Ora io mi chiedo quale è lo scopo di una commissione parlamentare di inchiesta. Ogni tanto se ne istituisce una che ripete, male, il lavoro già compiuto dalla magistratura. Per esempio ora si vuol fare una commissione sul Covid. Tempo perso. Qui invece la questione è diversa: l’oggetto di tutti i dubbi è la magistratura stessa. E le possibilità che la magistratura indaghi su se stessa sono molto modeste. Possiamo anche dire che sono nulle, visto che in questi 31 anni la magistratura non si è occupata di questo. Eppure da molti anni è evidente a chiunque conosca appena un poco poco le cose, che il vero mistero irrisolto è quello: a che gioco giocò la Procura di Palermo nel 1992?

Solo una vera commissione di inchiesta parlamentare, con tutti i poteri che le spettano, può svolgere questa indagine. Può rileggere tutti i documenti dei quali si dispone, compresi gli interrogatori realizzati dal Csm, le dichiarazioni dei magistrati dell’epoca, quel che emerge da spezzoni di varie inchieste, e può interrogare in modo stringente tutti i protagonisti che vivevano nel nido di vipere, che non sono pochi e alcuni ancora mantengono posizioni rilevanti della vita pubblica. Certamente hanno molte cose da dire. Di fronte alla certezza che Paolo Borsellino – uno dei pochi che di mafia se ne intendeva davvero – definì la Procura di Palermo «nido di vipere» e definì un suo amico, probabilmente collega, un traditore, e che da queste considerazioni faceva derivare la certezza che sarebbe stato ucciso, mi pare strano che nessuno abbia pensato di indagare per capire se in procura ci furono complicità, o connivenze o omissioni.

È impossibile spiegare l’assenza di un’inchiesta e di una spiegazione alle denunce del giudice che ieri tutti hanno voluto commemorare ma solo a suon di parole vuote e retorica. Ho visto che ci sono state però molte dichiarazioni assai combattive. Per esempio quelle dell’ex pm Scarpinato, il quale tra l’altro ha sostenuto la tesi un po’ temeraria che Berlusconi è l’uomo che ha portato la mafia nelle istituzioni. Scarpinato ha compiuto i settant’anni e quindi non può non ricordare che il rapporto tra mafia e politica fu molto intenso quando Berlusconi non era neppure all’orizzonte. Negli anni cinquanta, negli anni sessanta, negli anni settanta. Furono istituite dal Parlamento le commissioni antimafia, che lavorarono in un clima difficilissimo, con tutti i giornali contro, con la politica cieca o complice, con una gran parte della magistratura quieta e miope.

La mafia in quegli anni diede l’assalto allo stato. E poi ricevette dei colpi micidiali da magistrati come Terranova, Chinnici, Falcone e Borsellino ( e altri magistrati valorosi). Reagì uccidendoli. Parlo soprattutto di Cosa Nostra. Negli anni novanta Cosa Nostra pagò un prezzo alto: finì fuori del potere e vide azzerata la sua forza politica. I governi Berlusconi fecero delle leggi molto dure contro la mafia, forse anche incostituzionali, e ottennero discreti risultati, dovuti essenzialmente al lavoro precedentemente svolto da Falcone e Borsellino e poi anche da Giancarlo Caselli. Non credo che sia stato Berlusconi a sconfiggere la mafia, certo però è una cosa un po’ ridicola pensare che fu lui a portare la mafia nelle istituzioni. Fa quasi tenerezza sentire un magistrato, che pure ha sempre vissuto su quel fronte tanti anni, sostenere candidamente una cosa così insensata.

Allora, tornando alla denuncia di Scarpinato sulla mancata scoperta di forze oscure che in quegli anni aiutarono la mafia, non credo che – per dargli soddisfazione – si debba andare molto lontano. Basta restare lì, a Palermo, e cercare in Procura nel periodo del Procuratore Giammanco e nei periodi precedenti (fino all’arrivo di Caselli). Cosa successe? Chi lasciò solo Borsellino? E perché, ad esempio – è una domanda che ho proposto tante volte in passato – fu archiviato il dossier mafia-appalti, che era stato preparato dall’allora colonnello Mario Mori, e che scopriva il velo sui rapporti di Cosa Nostra, e in particolare dei corleonesi, con diversi settori dell’impresa del nord e del centro Italia? In quel dossier non c’era il nome di Berlusconi, e questo forse diede fastidio. mentre c’erano tanti altri nomi molto grossi.

Quel dossier era quello sul quale voleva lavorare Borsellino, ma a sua insaputa ne fu chiesta – e poi ottenuta – la archiviazione proprio nei giorni nei quali Cosa Nostra uccideva il giudice. È una circostanza inquietante. Tra l’altro di recente si è scoperto – ne ha scritto il mio amico Damiano Aliprandi sul “Dubbio” – che in quel dossier si parlava di un appartamento proprio vicino al luogo dove fu poi ucciso Borsellino, che apparteneva a un mafioso importante. Forse fu azionato da lì il telecomando.

La vicenda di quel dossier è nota. Archiviato il dossier, sviate con un depistaggio le indagini sull’attentato a Borsellino (e in questo modo fu evitato che si indagasse sulla possibilità che l’omicidio fosse legato al dossier) e infine messo sotto accusa con vari processi l’autore del dossier, e cioè il colonnello Mori, che le frattempo aveva catturato Riina, cioè l’oggetto principale del dossier. Mori poi fu assolto da tutto, ovviamente, ma tenuto fuori combattimento per due decenni. Non sono certo io che posso trarre conclusione da questa semplice esposizione dei fatti. Una commissione parlamentare potrebbe. C’è il rischio che tocchi troppi nervi scoperti, che dia fastidio a troppe persone? Penso di sì. Piero Sansonetti 20 Luglio 2023

Strage di via d'Amelio, Borsellino predisse la verità: "La mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno". Nel giorno del trentunesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino ricordiamo la sua confidenza alla moglie Agnese riguardo i rapporti tra la mafia e organizzazioni a essa esterne. Marianna Piacente su Notizie.it il 19 Luglio 2023

19 luglio 1992 – 19 luglio 2023. Tra gli abissi di Cosa nostra non c’è solo la criminalità organizzata. «Mi ucciderà materialmente la mafia, ma saranno altri che mi faranno uccidere. La mafia mi ucciderà quando altri lo consentiranno» confidò Paolo Borsellino alla moglie Agnese. Ma cosa c’è nel dettaglio dietro le parole del magistrato? Vediamolo nel giorno del trentunesimo anniversario della sua morte.

Una complessa ricostruzione dei fatti

Gli stessi giudici hanno descritto la strage di via d’Amelio come «il più grande depistaggio della storia d’Italia», una vicenda all’ombra di una «partecipazione morale e materiale di altri soggetti (estranei – si fa per dire – a Cosa nostra, ndr)»: c’erano veri e propri gruppi di potere interessati a che il magistrato venisse fatto fuori. Nella sentenza sul depistaggio del 12 luglio 2022 i giudici di Caltanissetta prescrissero i due investigatori della polizia Mario Bo e Fabrizio Mattei, accusati di favoreggiamento, e assolto un terzo Michele Ribaudo: i tre facevano parte della squadra guidata da Arnaldo La Barbera che indagava sulle stragi Falcone e Borsellino. Gli stessi agenti avevano messo su la storia del falso pentito Vincenzo Scarantino, inducendolo a lanciare accuse del tutto inventate. Furono scagionate sette persone condannate all’ergastolo, quando il (vero) pentito Gaspare Spatuzza ricostruì uno scenario della strage completamente diverso.

Verità nascoste

L’ombra dei servizi segreti ha coperto la luce in vari momenti dell’indagine. Tra i primi a raggiungere il luogo dell’attentato e a mettere mano sulla borsa in cui Borsellino teneva un’agenda rossa con le annotazioni sulle sue indagini, gli 007 hanno fatto sparire quell’agenda (mai più ritrovata) e con essa la verità nascosta che vi era scritta all’interno. In questa vicenda i servizi segreti non avrebbero dovuto minimamente entrare, eppure la loro irruzione sembra essere stata avallata sia dal prefetto Arnaldo La Barbera che dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra. Entrambi morti. «Tra amnesia generalizzate di molti soggetti appartenenti alle istituzioni […] e dichiarazioni testimoniali palesemente smentite da risultanze oggettive e da inspiegabili incongruenze logiche, l’accertamento istruttorio sconta gli inevitabili limiti derivanti dal velo di reticenza cucito da diverse fonti dichiarative» confermano i giudici. Trentuno anni dopo: le responsabilità esterne giacciono ancora occultate negli abissi, sempre più bui. E «gli altri»? Che fine hanno fatto?

Il ricordo di un eroe italiano. Perché Paolo Borsellino sapendo dell’attentato scelse il sacrificio: “Lasciare qualche spiraglio per difendere la famiglia”. Il Magistrato siciliano scelse il sacrificio. Sapeva dell'attentato ma al Capitano Sinico disse che «doveva lasciare qualche spiraglio, sennò avrebbero potuto colpire la sua famiglia». Fabio Maria Trizzino su L'Unità il 13 Luglio 2023

Ripercorrere ogni anno, in questo periodo, la via crucis del dott. Paolo Emanuele Borsellino lungo quei terribili 57 giorni fra Capaci e Via D’Amelio, significa rievocare le immagini di un Uomo la cui potenza del pensiero e delle parole strideva con l’evidente e progressivo senso di fragilità del suo corpo, sempre più indebolito e maltrattato da tante sigarette per attenuare l’angoscia di una fine imminente di Egli non fece assolutamente mistero con dichiarazioni, anche pubbliche. Rileggendo gli avvenimenti di allora alla luce anche delle più recenti acquisizioni processuali, emerge il terribile clima di tensione all’interno della Procura di Palermo, cui era approdato, dopo l’esperienza di Marsala, nel marzo del 1992.

Mi riferisco, in particolare, alle testimonianze dei colleghi della Procura di Palermo davanti al CSM del luglio 1992. Esse, per quanto fondamentali, non sono mai state riversate nei numerosi processi sulla strage di via D’Amelio, e quindi, di fatto, tenute segrete per oltre trent’anni. In quelle testimonianze vi è la descrizione puntuale delle dinamiche, inutilmente pretestuose e ostracizzanti messe in atto dal Procuratore Capo dott. Pietro Giammanco verso il dott. Borsellino, la cui unica colpa era di comprendere, attraverso la valorizzazione di determinate indagini, le ragioni dell’escalation criminale in corso. In particolare, la ricostruzione consacrata ormai in numerose sentenze, ci consegna e cristallizza il fervente interesse del dott. Borsellino per le indagini compendiate nel Rapporto del ROS dei carabinieri del febbraio del 1991 (il c.d. Dossier mafia-appalti).

Ma soprattutto si tratta di testimonianze fondamentali per comprendere le dinamiche sottostanti la creazione di quel particolare contesto di isolamento e delegittimazione del dott. Borsellino in seno al proprio Ufficio, quale prodomo necessario per la realizzazione di quelle condizioni obiettive per agevolarne l’eliminazione. Da profondissimo conoscitore delle dinamiche e delle strategie di Cosa Nostra, egli intuì e percepì chiaramente che, dopo l’omicidio di Salvo Lima (12 marzo 1992) e l’eccidio di Capaci, avrebbe potuto essere lui il prossimo obiettivo. Come ricordato dalla moglie Agnese Piraino, Paolo Borsellino riteneva che il proprio destino fosse inscindibilmente legato a quello di Giovanni Falcone, nella ferma convinzione che a fare da scudo alla propria vita ci sarebbe stata quella dell’amico e collega.

Ma il culmine della prostrazione psico-fisica raggiunta in quei 57 giorni dal Giudice Borsellino emerge chiaramente dalle dichiarazioni dei magistrati Alessandra Camassa e Massimo Russo, acquisite fra il 2009 ed il 2010 nel corso delle indagini seguite alla collaborazione di Gaspare Spatuzza. Secondo la testimonianza dei colleghi, che ben conoscevano il Giudice Borsellino quale Capo della Procura di Marsala, dove gli stessi svolgevano all’epoca dei fatti la funzione di Sostituti Procuratori, questi in lacrime ebbe a confessare a loro di essere stato tradito da un amico. I due magistrati hanno dichiarato apertamente di non avere mai visto il Giudice Borsellino in quelle condizioni e soprattutto di non essere stati in grado di superare l’imbarazzo di quella situazione così tragica quanto inaspettata per cui si limitarono a raccoglierne lo sfogo.

Sfogo preceduto da un’altra frase del giudice Borsellino pesantemente significativa “qui (ndr riferendosi alla Procura di Palermo) è un covo di vipere”. D’altra parte, le ansie e le preoccupazioni del Giudice Borsellino in quei 57 giorni fra le due stragi sono state oggetto della testimonianza di soggetti particolarmente qualificati. Dal loro narrato emerge lo stato di profonda ed assoluta solitudine del Giudice Borsellino, assillato dalla necessità di fare in fretta, per potere offrire all’Autorità Giudiziaria competente il suo contributo per chiarire e spiegare, dall’alto della sua esperienza, le dinamiche e le causali sottese alla strategia terroristico-mafiosa in atto.

Significative, sotto questo profilo, appaiono le dichiarazioni dell’avvocatessa Fernanda Contri, all’epoca dei fatti Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri (pag. 309 e ss. Sentenza Borsellino quater abbreviato) e della già citata D.ssa Liliana Ferraro (pag. 330/331 quater abbreviato) dove si riporta il verbale di sommarie informazioni testimoniali del 14 ottobre 2014 dove la teste testualmente dichiara: “Borsellino mi disse che era solo”. Così come significativa e per certi versi drammatica è la testimonianza del sacerdote Cesare Rattoballi cui fu chiesto il 18 luglio 1992 dal Giudice Borsellino di recarsi presso l’ufficio della Procura di Palermo perché gli somministrasse il sacramento della confessione.

Le gravissime preoccupazioni del Giudice Borsellino per il destino della moglie Agnese e dei figli Lucia, Manfredi e Fiammetta, si rinvengono nella testimonianza resa nell’ambito del processo Borsellino ter dal colonnello Umberto Sinico, all’epoca dei fatti capitano. Alle pagg. 239/241 della sentenza egli testualmente afferma: “Borsellino scelse il sacrificio. Sapeva dell’attentato ma mi disse che doveva lasciare qualche spiraglio, se no avrebbero potuto colpire la sua famiglia”. E proprio guardando dentro alla famiglia nucleare del Giudice Borsellino, può senza dubbio affermarsi che la strage di Capaci ebbe sicuramente l’effetto di segnare l’epilogo di una vita normale.

Per quanto normale possa definirsi la vita di una famiglia già costretta da oltre un decennio, sia pure nella totale condivisione ed unità d’intenti, ad un’esistenza blindata e costantemente preoccupata per il prezzo che quell’impegno avrebbe potuto comportare. Invero, pur essendo da molto tempo in primissima linea nell’azione di contrasto a Cosa Nostra, il Giudice Borsellino aveva cercato di garantire comunque una certa serenità alla sua famiglia. Tale serenità era stata vulnerata drammaticamente in occasione dell’improvviso e forzato trasferimento della famiglia presso l’isola dell’Asinara nell’agosto del 1985.

Trasferimento motivato dal pericolo per la vita dei Giudici Falcone e Borsellino a seguito delle uccisioni per mano mafiosa del Commissario Beppe Montana e del Vice Questore Ninni Cassarà, fra la fine di luglio e di primi di agosto del 1985. Tale eccezionale misura di salvaguardia consentì loro effettivamente di redigere la monumentale ordinanza/sentenza istruttoria del maxiprocesso. Prima e dopo quest’episodio la vita familiare del Giudice Borsellino era comunque caratterizzata da una accettabile serenità, attesa, da un lato, la capacità del Giudice Borsellino di essere sempre presente nei momenti più significativi ed importanti della moglie e dei figli, dall’altra, la sua notoria predisposizione a sdrammatizzare ed esorcizzare con ironia i pericoli enormi derivanti dallo svolgimento della sua professione. Questo difficile equilibrio, fra dedizione all’impegno professionale e cura delle relazioni familiari, si rompe drammaticamente dopo il 23 maggio 1992.

La convinzione del Giudice, manifestata più volte anche pubblicamente, di non avere più tanto tempo a disposizione, lo costrinsero ad un lavoro frenetico con un sensibile peggioramento della vita affettiva e di relazione all’interno della famiglia. Il Giudice Borsellino perse definitivamente quel sorriso che egli era comunque riuscito a donare alla sua famiglia nel corso di quella vera e propria guerra, anche dopo avere visto cadere sull’altare della lotta alla mafia altre magnifiche vite ( Boris Giuliano, il capitano Basile, il consigliere Chinnici, il Generale Dalla Chiesa, Montana, Cassarà ed Antiochia e tanti altri ancora) pur nella convinzione di essere “un cadavere che cammina” come gli ebbe a dire Ninni Cassarà in sede di sopralluogo dell’omicidio di Beppe Montana.

Come ricordato dalla figlia Lucia, al Giudice Borsellino i capelli erano diventati bianchi in pochi giorni, e per la prima volta la moglie ed i figli videro il proprio congiunto ostaggio di una perenne tensione e preoccupazione che nemmeno l’ambiente familiare riusciva a stemperare ed attenuare, come era sempre accaduto in precedenza. Anzi il Giudice Borsellino si mostrava con i figli addirittura scontroso e distaccato, quasi a volerli preparare al dopo; alla moglie invece riserverà, in dialoghi tragici, le più intime considerazioni sulle gravi ragioni di una fine che sa essere imminente.

Con effetti dirompenti e lesivi della sacralità e pienezza dei rapporti affettivi in seno alla famiglia nucleare del dott. Borsellino. Di fronte alla descrizione di un dolore che con il passare del tempo si accresce, in considerazione del fatto che si è pure scoperto che le indagini ed i primi processi sulla strage di Via D’Amelio, hanno costituito l’ambito di elezione per il confezionamento del più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana, è giunto il momento, ineludibile, di scoprire ed indagare quello che accadde nella Procura di Palermo una volta che il dott. Borsellino ebbe ad approdarvi.

Si dice spesso che lo Stato non è pronto ad accogliere gli inconfessabili segreti di quella stagione. Questa affermazione è per noi condivisibile nella misura in cui in esso Stato venga finalmente ricompresa l’istituzione magistratuale dentro cui fra mille difficoltà ed invidie, Giovanni Falcone prima e Paolo Borsellino poi, cercarono di fare il loro dovere sino al compimento dell’estremo sacrificio. Cerchiamo di esserne degni fino in fondo con coraggio e determinazione, seguendo il loro metodo nella lettura degli eventi e senza assecondare ricostruzioni fantasiose il cui obiettivo è rendere vieppiù difficile il già faticoso tentativo di ricostruzione di quei terribili eventi.

Fabio Maria Trizzino - 13 Luglio 2023

Strage di via D'Amelio: tutte le ombre e le verità nascoste sulla morte di Borsellino. In occasione del 31esimo anniversario della strage di via D'Amelio, scopriamo tutte le verità nascoste di questa terribile tragedia. Chiara Nava su Notizie.it il 19 Luglio 2023

ARGOMENTI TRATTATI

Strage di via D’Amelio: tutte le ombre e le verità nascoste sulla morte di Borsellino

Strage di via D’Amelio: le parole di Borsellino, i soggetti estranei, il clima di omertà e il depistaggio

Strage di via D’Amelio, la Procura impugna la sentenza: “Non fu solo Cosa nostra”

Sono passati 31 anni dal 19 luglio 1992, giorno in cui Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta vennero uccisi nella strage di via D’Amelio. Una strage che nasconde diverse ombre e verità.

Strage di via D’Amelio: tutte le ombre e le verità nascoste sulla morte di Borsellino

Sono passati 31 anni dalla strage di via D’Amelio, una tragedia che è rimasta nella storia, in cui Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta sono stati uccisi. Tutti ricordano quel momento che ha segnato la storia, con una strage che nasconde ancora diverse ombre. La strage di via D’Amelio pone “un tema fondamentale, quello della verità nascosta, o meglio non completamente disvelata“, scrivevano i giudici del tribunale di Caltanissetta, aprendo un altro fronte di indagini, nelle motivazioni depositate nell’aprile 2023 della sentenza del 12 luglio 2022 sul depistaggio delle indagini successive alla strage, nei confronti di tre poliziotti del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino“, accusati di calunnia aggravata. Secondo i pm, che hanno impugnato la sentenza, gli imputati avrebbero indottrinato dei falsi pentiti che sarebbero stati costretti a mentire e ad accusare della strage del 19 luglio 1992 alcune persone che alla fine si sono rivelate innocenti

Secondo i magistrati, “tra amnesie generalizzate di molti soggetti appartenenti alle istituzioni e dichiarazioni testimoniali palesemente smentite da risultanze oggettive e da inspiegabili incongruenze logiche, l’accertamento istruttorio sull’eccidio di 31 anni fa sconta gli inevitabili limiti derivanti dal velo di reticenza cucito da diverse fonti dichiarative, rispetto alle quali si profila problematico ed insoddisfacente il riscontro incrociato“, con la conclusione dei giudici che dopo trent’anni da quella strage ci sono dei limiti evidenti in quanto “più ci si allontana dai fatti più è difficile recuperare il tempo perduto“. Le verità e le ombre nascoste dietro questa strage, successa 57 giorni dopo quella di Capaci, dovrebbero emergere per dare giustizia a Paolo Borsellino e agli agenti Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina.

Strage di via D’Amelio: le parole di Borsellino, i soggetti estranei, il clima di omertà e il depistaggio

Secondo quanto riportato, intorno alla metà del mese di giugno del 1992, Paolo Borsellino confidò alla moglie Agnese che era in corso “un colloquio tra la mafia e parti infedeli dello Stato“. Il giorno prima della strage, aveva rivelato alla moglie che “non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo ma i suoi colleghi ed altri a permettere che tutto ciò potesse accadere“. Borsellino avrebbe espresso la convinzione secondo cui “personaggi estranei a Cosa Nostra avrebbero organizzato o comunque partecipato alla sua eliminazione“. Secondo i giudici soggetti estranei a Cosa Nostra hanno avuto un ruolo importante nella strage di via D’Amelio, sia nella fase ideativa che nella fase esecutiva. Ci sono state troppe amnesie da parte degli infedeli allo Stato e delle istituzioni. Secondo il tribunale si respirava “un clima di diffusa omertà istituzionale“. Il depistaggio è poi iniziato dopo la strage con la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. “A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa nostra che si aggirano in mezzo a decine di appartenenti alle forze dell’ordine, può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non e’ riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra” hanno spiegato i giudici.

Strage di via D’Amelio, la Procura impugna la sentenza: “Non fu solo Cosa nostra”

I magistrati della Procura di Caltanissetta hanno impugnato la sentenza lo scorso maggio. Per il procuratore capo Salvatore De Luca e il pm Maurizio Bonaccorso “è dimostrato in maniera incontrovertibile il coinvolgimento nella strage del 19 luglio 1992, anche di soggetti estranei a Cosa nostra, affermazione che non può nemmeno essere messa in discussione dal mancato accertamento di specifiche responsabilità penali“. Le prove del coinvolgimento di soggetti estranei alla mafia riguardano la tempistica della strage che non coincide con interessi mafiosi e la strada presenza di appartenenti al servizio di sicurezza intorno alla vettura del magistrato subito dopo l’esplosione.

I magistrati hanno scritto che la lettura della sentenza “manifesta evidenti difficoltà dei giudici di primo grado nelle operazioni di analisi e valutazione dell’imponente materiale probatorio acquisito nel corso del processo. E la spia di tale difficoltà la si ricava, oltre che da un estenuante ricorso al ‘copia e incolla’ delle precedenti sentenze che hanno definito i processi già celebrati per l’accertamento delle responsabilità per la strage di via D’Amelio, da contraddizioni e profili di illogicità“. Si parla di un quadro chiaro delle motivazioni che hanno spinto a commettere abusi e gravi illeciti nella conduzione delle indagini sulla strage di via D’Amelio, come la necessità di mantenere le indagini ad un livello tale da non disvelare i rapporti di cointeressenza che Cosa nostra ha avuto con ambienti esterni per l’ideazione e l’esecuzione della strage.

Perché nessuno indagò sulla casa di via D’Amelio 46? Nel dossier su mafia-appalti depositato dai Ros un anno prima dell’attentato, compare per la prima volta Via D’Amelio. Un edificio costruito dai Sansone, dove i Buscemi potrebbero aver dato supporto logistico. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 18 luglio 2023

Non è ancora stata chiarita fino in fondo la modalità dell'esecuzione della strage di Via D'Amelio di quel terribile 19 luglio 1992. Un giorno angoscioso fin dalla prima mattinata quando Paolo Borsellino ricevette una inusuale telefonata da Pietro Giammanco, l'allora capo della procura di Palermo. Una chiamata per conferirgli finalmente la delega per le indagini palermitane. Quella notte, così riferì Borsellino alla moglie Agnese, Giammanco non dormì. Era inquieto. Un'inquietudine che si rifletté su Borsellino stesso. “No, ora la partita è aperta!”, esclamò al suo interlocutore, per poi abbassare la cornetta e passeggiare nervosamente lungo il corridoio dell'appartamento. L'indagine alla quale teneva più di tutte, ormai è noto, riguardava il dossier mafia-appalti.

E proprio in questo dossier, consegnato a febbraio del 1991 a Giovanni Falcone dagli allora Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno, vengono anticipati degli elementi che portano anche all'esecuzione della strage. In quel dossier, in tempi non sospetti, già si parla di Via D'Amelio. Più specificatamente un appartamento, situato in un palazzo attiguo al luogo dell'attentato, riconducibile alla famiglia mafiosa Buscemi. E sempre nel dossier mafia-appalti appare almeno un personaggio mafioso che fece parte del commando non solo della strage del 19 luglio, ma anche di quella di Capaci dove persero la vita Giovanni Falcone, la moglie e la scorta.

Ma andiamo con ordine. Sappiamo quasi tutto, soprattutto grazie alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza che permisero la revisione del processo Borsellino, su come avvenne l'attentato. Conosciamo i nomi di vari mafiosi che vi parteciparono. Ovviamente in maniera compartimentata, che è stata la classica strategia di Totò Riina. Mentre si perde tempo con la ricerca delle “entità”, finora nessuna autorità giudiziaria ha vagliato un probabile luogo fisico usato come appoggio logistico. Come vedremo è di fondamentale importanza.

L'unico luogo passato al vaglio dagli inquirenti è stato il palazzo allora in costruzione dei fratelli Graziano, persone vicine alla famiglia mafiosa dei Madonia, sito a soli 170 metri dal luogo della strage. Nella consapevolezza che il luogo in cui è stata innescata a distanza la carica esplosiva che causò la strage di Via D'Amelio era rimasto uno dei punti più oscuri della ricostruzione accusatoria, l'ufficio della procura di Caltanissetta, che poi diede il via al processo Borsellino Quater, ritenne di iniziare dai dati acquisiti nell'immediatezza. Una pista che non portò però a nulla.

Attualmente rimane invariata l'ipotesi che Giuseppe Graviano premette il telecomando dietro il muretto che delimitava la fine della via D'Amelio e un retrostante giardino. Sappiamo, soprattutto grazie al pentito Giovanbattista Ferrante, persona non solo attendibilissima ma colui che fece parte del comando dell'attentato di Via D'Amelio, più precisamente nel ruolo di vedetta (fu tra coloro che presidiarono alcune vie per avvisare il passaggio delle auto che scortavano Borsellino), che i telecomandi potevano essere azionati da una distanza anche di 500 metri. D'altronde fu proprio lui a collaudarli una settimana prima dell'attentato.

Ebbene, teoricamente Graviano poteva azzerare il rischio facendo partire l'impulso anche da qualche appartamento situato di fronte al luogo della strage. Poteva avere una giusta visuale e soprattutto una copertura (e relativa via di fuga) in tutta sicurezza. Stando alle dichiarazioni di Fabio Tranchina, altro collaboratore di giustizia, Graviano stesso chiese a lui se fosse disponibile qualche appartamento. Lui non lo trovò, e allora Graviano gli disse che si sarebbe adattato. Da qui si dà per scontato che, non avendo reperito l'appartamento, si fosse “adattato” situandosi dietro il muretto.

Eppure, le cose non potrebbero stare così. Escluso il palazzo dei Graziano che era ancora in costruzione e disabitato (quindi impossibile "mimetizzarsi” tra gli inquilini), c'è un altro luogo che purtroppo non è stato vagliato dalle autorità. Parliamo del palazzo situato in Via D'Amelio 46, attiguo a quello dei Graziano, che nei primi momenti delle indagini effettuate il giorno dopo della strage appare nel primo verbale, perché la squadra mobile aveva sentito alcuni inquilini solo per chiedere se avessero notato dei movimenti nel vicino palazzo disabitato.

Ma ora viene il bello. A pagina 335 del dossier mafia-appalti, analizzando la figura di Vito Buscemi, il cugino dei fratelli Buscemi (in particolare Antonino, figura importantissima finita sotto processo ben cinque anni dopo l'archiviazione del dossier avvenuta nell'estate del 1992), gli ex Ros appurarono che risiedeva nell'appartamento del palazzo di Via D'Amelio 46. Ecco che ritorna in tempi non sospetti questo luogo.

Qui c'è da domandarsi se siamo sicuri che Graviano non avesse trovato una disponibilità di tale appartamento. Parliamo della famiglia Buscemi, persone di fondamentale importanza per Totò Riina: il potente braccio economico, inserito nelle più grandi imprese multinazionali dell'epoca. Vero che in quel momento Vito era stato raggiunto da una misura di custodia cautelare (fu tra le sei persone indagate e processate dalla procura di Palermo, su 44 posizioni che i Ros avevano individuato), ma potenzialmente l'appartamento poteva comunque rimanere disponibile ai fratelli Buscemi. Purtroppo non abbiamo risposte perché non c'è stata alcuna indagine giudiziaria.

Eppure tale luogo ritorna prepotentemente anche nel 1993, quando il capitano “Ultimo” redasse un verbale per l'allora pm Ilda Boccassini, riportando questo cruciale passaggio: “Vito Buscemi risiede in via D'Amelio 46 e pertanto ha la possibilità di disporre in loco di soggetti di assoluta fiducia”. Sempre secondo il Ros che catturò Totò Riina, era “accertata la possibilità da parte della famiglia Buscemi di svolgere una funzione di supporto logistico nelle aree interessate alle stragi”. Se a questo aggiungiamo che Totò Riina, intercettato al 41 bis, parla di un palazzo vicino al luogo della strage, tutto sembra andare in questa direzione. Il palazzo in Via D'Amelio 46 ha anche un'altra caratteristica: fu costruito dai fratelli Sansone. Parliamo dei costruttori mafiosi che, tra le altre cose, realizzarono il residence in via Bernini, dove viveva la famiglia di Riina. Fu lì che venne catturato il capo dei capi.

Nel dossier mafia-appalti compare per la prima volta questo palazzo di Via D'Amelio 46. Così come appare il nome di un mafioso che poi farà parte del commando nell'attentato. I Ros, per capire come mai una nota impresa nazionale (l'assunto del dossier è che tale grande impresa facesse parte del cosiddetto "tavolino") abbia scelto in subappalto la Zanca Impianti per fare un lavoro su Palermo (subappalto concesso dalla giunta comunale guidata dall'ex sindaco Leoluca Orlando), scoprirono che nel collegio sindacale della società risultava far parte Lorenzo Tinnirello.

Chi era? Il vice capo della famiglia mafiosa di Corso dei Mille. Colui che, secondo Spatuzza, era nel garage per preparare l'autobomba usata per la strage. Tinnirello verrà condannato definitivamente anche per la strage di Capaci. Alla luce di tutto ciò, dovremmo analizzare a fondo il dossier mafia-appalti e capire se effettivamente la famiglia Buscemi abbia ricoperto un ruolo importantissimo anche nell'esecuzione della strage di Via D'Amelio.

L’anniversario della strage di Capaci non scioglie i veri dubbi e i depistaggi. Rita Cavallaro su L'Identità il 24 Maggio 2023

Se l’Italia dovesse essere qualificata sulla base di un lavoro che le si confà, sarebbe il pulitore della scena del crimine. E più tenta di lavare via il sangue, più rimane invischiata nei grandi misteri che attraversano la storia del nostro Paese da ormai quarant’anni. Primi tra tutti i delitti e le omissioni nella lotta alla mafia, le pagine buie sulle quali, nonostante i maxi processi e gli arresti eccellenti dei padrini, nessuno è mai riuscito a fare realmente luce. Quelle stragi gridano vendetta, con i loro morti diventati eroi antimafia, che celebriamo ad ogni anniversario con cerimonie cariche di speranza ma fondate semplicemente sulle bugie. Perché nessuno, dal palco di Palermo, ieri ha potuto dichiarare di conoscere davvero il motivo della condanna a morte del giudice Giovanni Falcone, fatto saltare in aria da una bomba piazzata sull’autostrada a Capaci il 23 maggio 1992, mentre viaggiava in auto con la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Ancora più dubbi solleva l’attentato di via D’Amelio del 19 luglio 1992, quando 50 chili di tritolo ridussero in mille pezzi il giudice Paolo Borsellino, che stava tentando di portare avanti la lotta alla mafia intrapresa con Falcone. Se per Capaci le verità sono rimaste celate, in quel cratere che ha inghiottito i servitori dello Stato nel momento in cui Giovanni Brusca premette il pulsante che azionò la bomba, su via D’Amelio l’ombra di un complotto e la terribile ipotesi della trattativa Stato-mafia furono serviti quando, dall’auto di Borsellino, scomparve l’agenda rossa. Il diario su cui il giudice aveva annotato segreti e nomi, dal quale non si separava mai soprattutto dopo l’assassinio del suo amato collega, fu portato via da un personaggio rimasto nelle tenebre, allontanatosi approfittando della concitazione del momento. E così su via D’Amelio prese vita la narrazione del coinvolgimento dei servizi segreti e di pezzi delle Istituzioni che, per fermare la guerra dichiarata dalla mafia stragista allo Stato, erano scesi a patti con il diavolo, i capi di Cosa nostra saldi nel progetto di sangue volto ad affermare la forza dell’organizzazione mafiosa siciliana. “Il 23 maggio di trentuno anni fa lo stragismo mafioso sferrò contro lo Stato democratico un nuovo attacco feroce e sanguinario”, ha detto ieri il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, forte della sua lotta contro la mafia, che non ha risparmiato la sua stessa famiglia, quando il 6 gennaio 1980 uccise il fratello Piersanti, l’allora presidente della Regione siciliana in prima linea nel contrasto alle infiltrazioni criminali sul territorio. “A questi testimoni della legalità della Repubblica, allo strazio delle loro famiglie, al dolore di chi allora perse un amico, un maestro, un punto di riferimento, sono rivolti i primi pensieri nel giorno della memoria. Quegli eventi sono iscritti per sempre nella storia della Repubblica”, ha continuato Mattarella, sottolineando come “si accompagna il senso di vicinanza e riconoscenza verso quanti hanno combattuto la mafia infliggendole sconfitte irrevocabili, dimostrando che liberarsi dal ricatto è possibile, promuovendo una reazione civile che ha consentito alla comunità di ritrovare fiducia”. O almeno di non perderla del tutto, mentre la giustizia di giorno tesse la tela di Penelope e di notte la disfa. Di giorno assolve l’ex senatore Marcello Dell’Utri, il generale Mario Mori, il generale Antonio Subranni e l’ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno, tutti e tre del Ros, ma di notte non fa altro che alimentare i sospetti non solo sull’esistenza della trattativa Stato-mafia, ovvero quella rete di pezzi delle Istituzioni impegnata ad “aprire un canale di comunicazione con Cosa Nostra che creasse le premesse per avviare un possibile dialogo finalizzato alla cessazione delle stragi, e nel sollecitare tale dialogo, furono mossi, piuttosto, da fini solidaristici (la salvaguardia dell’incolumità della collettività nazionale) e di tutela di un interesse generale – e fondamentale – dello Stato”, per dirla con le parole dei giudici di Caltanissetta che hanno scagionato quegli imputati. Giudici che aprono la pista alla congettura temporale, ipotizzando che fu proprio quello il principio di tutto, quando l’agenda rossa di Borsellino sparì dalla scena del crimine e i segreti contenuti al suo interno avrebbero dato vita a intrecci tra Stato e mafia, al ricorso ai falsi pentiti per mettere in atto i depistaggi, a “ricostruzioni manipolate” e “amnesie istituzionali”. Nemmeno Giuseppe Ayala è rimasto indenne dalla vicenda: i magistrati lo hanno bacchettato per gli innumerevoli cambi di versioni sull’agenda rossa. A infittire i misteri ci sono poi le ammissioni del pentito Gaspare Spatuzza, la gola profonda che svelò il depistaggio di via D’Amelio e fece condannare Matteo Messina Denaro per le stragi del ’92. E c’è lo stesso Messina Denaro, catturato il 16 gennaio scorso dai carabinieri del Ros. L’ultimo dei padrini che non parlerà mai. Anche sulla sua cattura si sono sprecate le tesi complottiste, affidate in prima serata da Salvatore Baiardo, il braccio destro dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, a Massimo Giletti nel novembre scorso, quando disse: “Chi lo sa che arrivi un regalino al governo. Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato, che faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi e fare un arresto clamoroso e così arrestando lui magari esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia clamore”. Parole suonate come una nuova trattativa, quando alla clinica La Maddalena di Palermo i carabinieri misero fine alla latitanza dorata del capo dei capi. Bugie che addensano le ombre, ma per il governo non ci sono mai stati dubbi. “Contro la mafia avanti con impegno instancabile”, ribadisce il premier Giorgia Meloni.

La “trattativa Stato-mafia” è stata solo una grande operazione mediatica. Angelo Jannone su culturaidentita.it il 24 Maggio 2023

Lunedì 22 maggio a Quarta Repubblica, il talkshow dedicato all’attualità politica ed economica condotto da Nicola Porro, dopo l’approfondimento sulla tragedia dell’alluvione in Emilia-Romagna, un capitolo è stato dedicato alla giustizia con un focus sul processo “trattativa Stato-mafia” in presenza dell’ex pm Antonio Ingroia (n.d.r.)

Dopo la boutade di alcuni giorni fa (“Gli unici che devono chiedere scusa sono gli imputati che sono stati assolti. E devono chiedere scusa agli italiani e ai familiari delle vittime”) Antonio Ingroia, l’ex Pubblico Ministero padre del lungo processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, ieri da Nicola Porro a Quarta Repubblica si è superato.

Lo scorso 27 aprile i giudici della sesta sezione della Cassazione hanno confermato l’assoluzione per i tre ex investigatori del Ros, Mori, Subranni e De Donno e per l’ex parlamentare Marcello Dell’Utri (annullata la sentenza di appello senza rinvio con la formula per non avere commesso il fatto nel procedimento sulla presunta trattativa Stato-mafia, n.d.r.). Un lungo calvario giudiziario, soprattutto mediatico, cominciato per iniziativa di Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo e a cui avevano fatto da cornice una serie di processi ulteriori che vedevano sempre Mori al centro, mentre si alternavano altri suoi stretti collaboratori, tra cui Sergio De Caprio e Mauro Obinu.

L’accusa era quella di minaccia ad un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato (art.388 c.p.), cioè di avere trasmesso fino al cuore delle Istituzioni – i governi di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi;– la minaccia di Cosa nostra di compiere altre stragi e altri omicidi eccellenti se non fossero state alleggerite le condizioni carcerarie dei mafiosi detenuti.

La tesi dell’accusa, quella del patto tra esponenti della politica, carabinieri e mafiosi che avrebbe accelerato anche la strage di via D’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta, era già stata messa fortemente in discussione dalla sentenza della Cassazione che aveva confermato l’11 dicembre 2020 l’assoluzione dell’ex ministro Dc Calogero Mannino.

L’altra sera Porro, con una operazione di grande giornalismo, ha esordito con una dichiarazione del professor Giovanni Fiandaca, uno dei nostri migliori giuristi, maestro di Ingroia, che già nel 2012, in un saggio su una rivista giuridica (con dedica a Loris D’Ambrosio) poi pubblicato su un quotidiano nazionale, aveva smontato l’impianto giuridico dell’inchiesta della procura di Palermo ritenendo il processo Trattativa Stato mafia una “storytelling” (“La Trattativa è stata solo uno storytelling multimediale. Un teorema giuridicamente fragile, senza riscontri probatori e che rasenta il ridicolo dal punto di vista storico. Ma questa narrazione che ha acriticamente veicolato le tesi dell’accusa avrà un effetto disorientante sui cittadini. Come si spiega, dopo dieci anni, che era un’inchiesta sbagliata?”).

Infatti, provate ancora oggi a chiedere in giro e ne vedrete di risposte al limite della farneticazione. Ha ragione il prof. Fiandaca.

Ma il dibattito televisivo dell’altra sera si è incentrato proprio sulla contrapposizione tra “la sentenza ha detto che sono innocenti e quindi Ingroia deve chiedere scusa” (“Il processo è esso stesso una pena, perché non vi scusate visto che gli imputati sono stati tutti assolti?”) e la difesa dell’ex pm Ingroia (“Io ho il dovere, quando ci sono gli elementi, di fare quel processo”) 

Insomma: colpevolismo da una parte e presunzione di innocenza dall’altra, con al centro un ago della bilancia pesante, quello dei media e dai social.

E proprio sul ruolo dei media, incalzato da Porro e da Andrea Ruggeri, ex deputato di Forza Italia, Ingroia ha preso le distanze dal “circolo mediatico”: “Io facevo il Pm, cosa c’entro io con giornali e televisioni?”.

Ci si potrebbe limitare a 2 fatti storicamente accertati: la vacanza al mare con Marco Travaglio (Ferragosto 2013, presso Le Dune Resort & SPA, in un quattro stelle Superior, nelle splendide acque del Golfo dell’Asinara, in Sardegna , n.d.r.), peraltro organizzata dal maresciallo Giuseppe Ciuro, maresciallo della Dia che andava in vacanza assieme al magistrato palermitano e al corrivo giornalista e successivamente arrestato nell’ambito del cosiddetto processo “Talpe alla Dda”, per i suoi rapporti con l’imprenditore Michele Aiello, prestanome di Bernardo Provenziano. O ancora l’accoglienza da star di Ingroia, di Matteo e Caselli alla festa del Fatto Quotidiano nel 2012 in piena celebrazione del processo di primo grado.

Irrilevante? No. Perché un tema che non è stato toccato ieri da Porro è la fortissima pressione mediatica esercitata ad esempio dal film di Sabrina Guzzanti “La trattativa Stato-Mafia”, o dalle plurime uscite mediatiche dell’ ”icona dell’Antimafia” Massimo Ciancimino.

“Io avevo l’obbligo di esercitare l’azione penale”, ha detto Ingroia. Ma avrebbe potuto scegliere di indagare, ad esempio, sin dall’inizio sul rampollo di don Vito Ciancimino, Massimo, perché nella montagna di carta del processo vi è la prova di un documento contraffatto fornito da Massimo (il figlio dell’ex sindaco di Palermo su ordine della Procura di Palermo venne arrestato “per pericolo di fuga” con l’accusa di aver contraffatto un documento con il nome dell’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro, n.d.r.) .

Falsi furono anche i riferimenti a Berlusconi e gli accostamenti “mafiosi” al generale Mori: le perizie sulle carte consegnate a rate da Ciancimino junior stroncarono nel 2011 l’attendibilità del superteste dell’inchiesta sulla «trattativa» Stato-mafia ai tempi delle stragi. La parte più importante del carteggio (autentico) di don Vito era stata manipolata con tecniche da photoshop, sforbiciate, copia e incolla di frasi e firme trasportate da un documento all’altro. Gli atti più importanti furono tutti fotocopiati, per nascondere l’originale, come accadde per il famoso papello con le richieste della mafia per bloccare le stragi.

Sarà allora fondato il timore di Mori che qualche giorno fa aveva dichiarato: “Ora cosa si inventeranno per vendere i loro libri e giornali?”.

Trent’anni più uno. Le tristi celebrazioni per la strage di Capaci e l’illusione che la mafia sia cambiata. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta il 2 Giugno 2023

Per l’anniversario della morte di Giovanni Falcone le cerimonie sono state più fiacche del solito, perché non faceva cifra tonda. Eppure era il primo anniversario successivo all’arresto di Messina Denaro, che mette la Sicilia di fronte alle sue responsabilità nella lotta alla criminalità organizzata

Ma sì, fatemi scrivere qualcosa sull’anniversario della strage di Capaci. Ma come, qualcuno obietterà, oggi? che è già giugno? Non ci potevi pensare una settimana prima, dieci giorni fa, che adesso noi si parla d’altro?

No, ci penso adesso che non ci pensa più nessuno, che sono terminate le celebrazioni, anche quest’anno, di quel 23 maggio dell’ora e sempre. Che poi sono state celebrazioni tristi, quelle per Giovanni Falcone e co., perché era il trentunesimo anniversario, e i numeri primi nella retorica delle commemorazioni non sono mai popolari. L’anno scorso sì che era bello: 1992-2022, l’ho letto dappertutto, insieme a «per sempre con noi», «per non dimenticare». Solo che il per sempre non esiste neanche in amore, pensa te nell’antimafia. E poi, abbiamo già dimenticato dove eravamo ieri, figurati il resto.

Sì, vorrei scrivere qualcosa su questo anniversario, sull’aria malinconica che c’era in queste manifestazioni in tono minore, con sindaci, politici, militanti, dirigenti, influencer e testimonial che si guardavano per dire, e adesso? Chi ci arriva al qurantennale? O magari, un po’ prima, al trentacinquesimo? E come ci arriviamo, soprattutto? Qui bisogna inventarsi qualcosa. E infatti a Palermo sono riusciti a trasformare il corteo in un pomeriggio ad alta tensione, con la polizia che ha caricato le persone che manifestavano. Le manganellate ai cortei antimafia. Ecco, questa mancava.

A proposito. Nella mia città, Marsala, al sindaco qualcuno avrà spiegato che c’è una sorta di tara che garantisce l’impunità ogni tot di manifestazioni antimafia che si organizzano. Solo così si giustifica la quantità di incontri con magistrati, giornalisti, scrittori, tutti rigorosamente antimafia, organizzati nel 2022. E le intitolazioni, soprattutto. Piazze, larghi, vie, rotonde, un intero quartiere popolare, il rione Sappusi, che è un grande luogo di spaccio a cielo aperto. Magari erano convinti che i nomi dei poliziotti della scorta di Falcone o di Borsellino aiutassero a reprimere il fenomeno. È finita con le targhette delle vie scollate dopo un po’, come fragili post-it, mentre il crack continua a girare bellamente.

E quindi, sì, mi fa tenerezza il mio Sindaco che ancora, nel 2023, organizza le manifestazioni per il «trentennale delle stragi», vorrebbe che non finissero mai, e l’altra volta sono entrato nella sua stanza e c’erano nello scaffale tutti i libri presentati quest’anno, le biografie, gli illustri saggi, sempre a tema mafia, antimafia e dintorni, ed erano messi con la copertina in evidenza, nel modo opposto, insomma, che tutti conosciamo su come si mettono i libri in una libreria, quasi a voler creare uno scudo. I libri a questo servono, ormai, non a essere letti, ma a essere esposti, come un altarino.

A Castelvetrano è stata esposta anche la teca che contiene i resti della Quarto Savona Quindici, l’auto di scorta del giudice Falcone. La vulcanica Tina Montinaro, vedova del caposcorta Antonino, gira l’Italia con questo cubo trasparente, portandola come testimonianza della violenza mafiosa.

La teca con i rottami dell’auto è stata collocata nella piazza centrale della città, che è la città dei Messina Denaro, per un paio di giorni, con le scuole in pellegrinaggio tipo La Mecca, e le autorità e loro accompagnamenti vari. Pure il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, è arrivato, la prima mattina, ma il fatto è che poi, verso le 13, è andato a pranzo, ed è rimasto in piazza tutto l’apparato di sicurezza, i carabinieri, i poliziotti, si sono fatti tutti un po’ più rilassati, come quando aspetti la campanella che svuota la classe, e allora hanno cominciato a farsi i selfie davanti la teca dell’auto, uno, due, tre foto ricordo e ho pensato a Padre Puglisi, anzi al Beato Padre Puglisi, che non ha pace neanche da morto, gli hanno tagliato dei pezzetti, e le teche con i «frammenti sacri» del suo corpo girano per la Sicilia, e la gente le bacia, le tocca con il fazzoletto bianco, chiede una grazia, la grazia dell’antimafia. Magari si fanno anche loro un selfie. E con questi selfie, come il mio sindaco, si fanno un altarino, da qualche parte.

Ma, dicevamo di Piantedosi, che è arrivato a Castelvetrano, poi a Palermo, per dire una cosa banale: «La mafia è cambiata». È il nuovo refrain, dato che non si può più dire: «Stiamo facendo terra bruciata intorno a Messina Denaro», ora che l’hai preso davvero. La mafia è cambiata. Ma quando mai. È sempre la stessa. È tornata quella di prima, semmai, ma da tempo, dopo l’ultima strage, roba di un’era mafiologica fa. Ed è sempre quella, la mafia, silenziosa, invisibile, borghese.

Forse è questa la condanna che dobbiamo scontare, mi dico:

Ogni anno ricordare Capaci.

Ogni anno sentire come una fitta nel cuore.

Ogni anno manifestare.

Ogni anno ascoltare ministri dire sempre le stesse cose.

Si è persa un’occasione, in questo anniversario del trentunesimo. Perché bastava un po’ di impegno per accorgersi che era in realtà il trentesimo più uno, che si celebrava. Perché è il primo anno che ricordiamo la strage di Capaci, ma con Messina Denaro dentro, il più pericoloso dei latitanti, l’ultimo dei Corleonesi, e questo ci dovrebbe spingere a cambiare tutto, anche il nostro modo di ricordare e commemorare, ed invece sembra quasi a volte – perdonatemi – che ci manca più Messina Denaro che Giovanni Falcone o Paolo Borsellino, a noi altri, perché fin quando il boss era libero e fuori, noi si aveva l’alibi per parlare del grande cattivo che muove i fili, del male che si aggira per la Sicilia e l’Italia, per toccare i tasti facili della caccia all’uomo. E adesso che il grande cattivo è dentro, nemici non ce ne sono più, e siamo orfani. Ci resta solo la memoria, che è una brutta bestia quando è lasciata solo alla nostra responsabilità, quando non abbiamo più qualcuno con cui prendercela.

Si poteva dire: sono i 30 anni+1 dalla strage di Capaci, con l’arresto di Messina Denaro siamo all’anno zero. Aboliamo allora la parola antimafia, cominciamo a parlare di responsabilità. Aboliamo le manifestazioni con le scuole intruppate e torniamo a farli studiare, questi giovani, che non sanno nulla, perché nulla gli insegniamo. Seppelliamo i resti dei nostri morti. Torniamo a considerare la memoria come qualcosa in movimento perenne, di vivo, una specie di pianta che va nutrita, e non un fossile da museo, un ritratto da appendere alle pareti, un oggetto di modernariato per fare bella figura nei nostri salotti.

Invece siamo tornati nel loop, nella comfort zone, solo che adesso è più triste. Ci vuole un pensiero sovversivo, per cambiare la lotta alla mafia, oggi, un atteggiamento diverso, radicalmente opposto, un ribaltamento del tavolo. Abbandonare soprattutto la retorica della speranza, della terra che cambia. Ecco, l’ho detto. «Lasciate ogni speranza o voi che è entrate» è l’iscrizione che Dante Alighieri trova all’ingresso dell’Inferno, nella sua Commedia. Mi ricordo che nel mio manuale di letteratura, al liceo, la nota di testo parlava di una «terrificante scritta».

Non so, ma a me, nell’anno 30+1, questa frase non mette paura. Mette pace. «Lasciate ogni speranza o voi che entrate» la vorrei vedere scritta all’ingresso del Paradiso. Perché la speranza è un inganno, in nome della speranza di una Sicilia libera dalla mafia in questi anni sono stati compiuti anche i più gravi misfatti. E allora mi piacerebbe che un giorno quest’isola mia fosse un paradiso, cioè un luogo dove non c’è bisogno di speranza, la puoi lasciare all’ingresso, perché già c’è tutto: le strade che non crollano, il lavoro, le scuole con le mense, persino i treni (in quel caso l’unica speranza sarebbe quella che arrivino in orario, anziché, come ora, che magari intanto arrivino).

«Lasciate ogni speranza o voi che entrate», non pensate che sarebbe un bel manifesto per una nuova antimafia? Lasciate ogni speranza, le ideologie, gli slogan. State semplicemente nelle cose, vivete il quotidiano, senza fretta. Siate oggi, qui, attenti, sereni, responsabili, per il trentunesimo anniversario, come per il trentaduesimo, per il 23 maggio, come per il 24, e il 19 e il 20 e il 21 luglio, e anche il 30 febbraio se dovesse esistere, un giorno, lasciate anche lì che non entri con voi la speranza.

Ma poi speranza di che? Che arrivino i giudici, i buoni, la cavalleria, i martiri, l’esercito, gli eroi, le vittime, i sacrificati, i «fautori della svolta», i preti-coraggio, i giornalisti scortati, le reliquie, le teche, i ministri? Costruitelo voi, questo benedetto cambiamento che volete vedere nel mondo.

Di Pietro racconta ‘Tangentopoli’. “Quando Borsellino mi disse: Tonì facciamo presto, ci resta poco”. Da CARMEN SEPEDE su isnews.it il 17 Dicembre 2018

Il racconto di una delle pagine più importanti della storia italiana, in una lezione-intervista che l’ex magistrato del Pool di ‘Mani pulite’ ha fatto nel ‘Caffè letterario’ dell’Istituto ‘Pilla’ di Campobasso. Il terrorismo e gli attentati di mafia, la delegittimazione e l’ingresso in politica, l’Italia oggi e il rapporto con il suo Molise, in una ricostruzione che ha lasciato gli studenti a bocca aperta

Antonio Di Pietro doveva morire. Lo aveva deciso la mafia, che lo aveva messo al terzo posto della lista dei nemici da abbattere. Dopo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Lo ha raccontato l’ex magistrato del Pool ‘Mani pulite’, oggi a Campobasso, nel ‘Caffè letterario’ dell’Istituto ‘Pilla’ di Campobasso, intervistato dal giornalista Giovanni Minicozzi davanti agli studenti della scuola, rimasti a bocca aperta nel sentire, dal vivo, il racconto di una delle pagine più importanti della storia del nostro Paese. ‘Tangentopoli’ e i rapporti tra Stato e mafia. 

“Ero ai funerali di Giovanni Falcione – ha ricordato Di Pietro – Borsellino mi si avvicinò e mi disse. “Tonì, facciamo presto, abbiamo poco tempo”. Il tempo che gli era rimasto lo conoscete tutti. A me è andata meglio, a Milano ero più protetto, abitavo in una casetta di campagna, sorvegliato notte e giorno con quattro telecamere collegate alla questura. Dopo gli attentati mandai però la mia famiglia in America, in Costa Rica e in Ohio, con un falso passaporto e protetti dallo Stato. Io invece decisi di restare. Quando morì anche Borsellino – ha aggiunto – tornai a casa a Montenero di Bisaccia. Non avevo più i genitori e mi rivolsi a mia sorella. “Concettì, che devo fare?” le chiesi. E lei, “fai il tuo dovere e pagane le conseguenze”.

Al suo fianco c’erano gli altri magistrati del Pool di Milano, Gerardo D’Ambrosio, Francesco Saverio Borrelli, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo. Tra il 1992 e il 1993, nel cuore di ‘Tangentopoli’, Antonio Di Pietro era diventato uno degli uomini più potenti d’Italia, sulle copertine di tutti i quotidiani del mondo. Dal lanciare il suo nome come possibile Presidente della Repubblica, com’è pure avvenuto, alla macchina del fango e “allo sputo in faccia”, come ha ricordato, ne è passato poco.

“Dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino – le sue parole – lo Stato ha rialzato la testa nei confronti della mafia, come aveva fatto con il terrorismo dopo l’omicidio Moro. Allora, visto che non si è potuto più uccidere, è stata utilizzare un’altra strategia. Quando vuoi fermare una persona puoi utilizzare due metodi: o ammazzarlo, o delegittimarlo, che è la morte civile. Ed è quello che hanno tentato di fare con me. Perciò ‘Mani pulite’ è riuscita solo per metà”. 

Dopo la caduta della Prima Repubblica, “che in tanti hanno attribuito a me”, Di Pietro ricevette una telefonata. “Arrivava dall’ufficio della Presidenza della Repubblica. Proposero a me di fare il ministro dell’Interno e a Davigo il Ministro della Giustizia. Io ho rifiutato, perché se avessi accettato sarei stato un ‘padreterno’, ma corrotto”.

L’impegno in politica, con la fondazione dell’Italia dei Valori e la nomina a ministro dei Lavori pubblici del Governo Prodi, arriva dopo le sue dimissioni da magistrato. “Non mi sono certo dimesso per fare politica – ha voluto precisare – ma per difendermi, sono stato processato 267 volte e sempre assolto. A un certo punto hanno anche detto che ero un agente della Cia. Ma che ci azzecco io con la Cia – ha detto utilizzando il ‘dipietrese doc’ – che non so una parola di inglese”. 

Se ‘Mani pulite è finita, “è stato un periodo irripetibile”, la corruzione esiste ancora. “Non è però la stessa cosa – Di Pietro ha voluto precisare – oggi se ne parla così tanto perché c’è più lotta alla corruzione. C’è però stata una sbiancatura del reato. Io all’epoca di Tangentopoli ho trovato un pouf pieno d’oro, valanghe di soldi nascosti in uno scarico del bagno. Oggi ci si vende per il viaggio, il regalo, un vantaggio per sé e i propri familiari. Ora come allora la corruzione è però una continua lotta tra guardia e ladri. Quando le guardie scoprono il metodo per incastrare i ladri questi lo cambiano”.

Una lezione di cultura della legalità, voluta dalla dirigente del ‘Pilla’ Rossella Gianfagna, con un monito rivolto agli studenti, “non aspettate che siano gli altri a denunciare, fatelo voi stessi, quando ci sono le circostanze”, come ha detto l’ex ministro. Che ha espresso preoccupazione per il suo Paese, “perché come negli anni Trenta e Quaranta qualcuno parla alla pancia degli italiani”.

Non è mancata una riflessione sulla sua terra d’origine. “Io sono innamorato del mio Molise – ha precisato Di Pietro – e nel corso degli anni credo anche di averlo fatto conoscere. Ma sono convinto che anche in Italia sia necessaria una revisione del sistema delle autonomie. Non credo ci debbano essere più le regioni a statuto speciale e tante regioni piccole, ma servono strutture più ampie con più autonomie, che abbiano più voce in capitolo. Il mio Molise – ha concluso – è troppo piccolo e porta pochi voti. Quindi è poco ascoltato”.

Lettera di Paolo Cirino Pomicino a Dagospia il 28 maggio 2023.

Siamo ormai un paese piombato in un clima surreale. Ieri cercavamo esecutori e mandanti delle bombe del 1993 messe a Milano, Firenze e a Roma e che procurarono morti e feriti. Oggi che abbiamo arrestato l’ultimo dei mandanti (Messina Denaro) un bravo pubblico ministero, Luca Tescaroli, autore della requisitoria nel processo per la strage di Capaci svoltosi a Caltanissetta, si domanda come mai le bombe sono improvvisamente finite ed i mafiologi di professione gli fanno eco.  

Domande surreali per chi conosce i fatti anche se legittime per chi vive nella nuvola dei mandanti occulti, una sorta di “entità centrale” come irresponsabilmente ha detto Pietro Grasso senatore della Repubblica. Vorremmo aiutare Tescaroli a dipanare quella matassa che incatena la sua tradizionale lucidità e bacchettando anche quelli che attaccano lo Stato senza fare nomi e cognomi.

Dopo la strage di Capaci e prima di quella di via d’Amelio fu inviato a tutte le autorità un anonimo in cui si diceva quel che sarebbe accaduto nei mesi successivi. Dobbiamo alla intelligenza politica del senatore comunista Lucio Libertini se abbiamo ancora quell’anonimo scritto sottomano perché venne trasformato per intero in una interrogazione parlamentare. In quello scritto si diceva che dopo altri omicidi e confusione l’offensiva della mafia si sarebbe fatta più forte sino ad ottenere alcuni risultati. E così avvenne. Nel novembre del1993, dopo le bombe di Milano, Firenze e Roma, il ministro della Giustizia del governo Ciampi, Giovanni Conso, liberò dal carcere duro ( il famoso 41 bis ) trecento mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti e da quel momento il ministero dell’interno,  grazie ad una gestione lassista dei programmi di protezione da parte di una commissione di cui ancora oggi non si conoscono i nomi, liberò sino al 2005 ben 10 mila mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti come ci venne comunicato dal ministro Mastella rispondendo ad una nostra interrogazione parlamentare.

Quella gestione lassista fu tale innanzitutto negli anni novanta quando il parlamento, inorridito da quel che si vedeva e si sentiva, nel 1999 approvò una modifica per cui i pentiti avrebbero dovuto comunque scontare un terzo della pena prima di avere i benefici della normativa premiale. Nel frattempo però gli assassini di Falcone, eccezion fatta di Giovanni Brusca, erano già usciti dal carcere. Senza dilungarci vorremmo suggerire a Luca Tescaroli qualche considerazione. L’uscita di 300 mafiosi dal 41 bis e, da quella data, il via libera della commissione ministeriale ad una gestione molto permissiva dei programmi di protezione con i risultati ricordati non sono motivi sufficienti a mettere fine alle bombe?

Che altro potevano aspettarsi i mafiosi da una folle politica stragista che certo non poteva continuare all’infinito? Lo stesso mancato scoppio della bomba messa all’Olimpico a nostro giudizio non fu un errore ma un messaggio preciso di come quelle scelte fatte dal governo aveva evitato un’altra strage. Forse bisognerebbe capire più a fondo chi durante il governo Ciampi, e poi successivamente, mosse i fili perché a quelle bombe si rispondesse liberando migliaia di pentiti e togliendo 300 irriducibili dal carcere duro. Ma questo forse è più compito degli storici che di un pubblico ministero ancorché bravo come Luca Tescaroli. Ma dopo trent’anni non sarebbe utile  e saggio smettere di alludere permanentemente a contiguità criminali di tutto ciò che è alternativo alla sinistra? 

E non forse sarebbe altrettanto utile e saggio denunciare l’ignobile costume di quanti affermano la collusione dello Stato con pezzi della criminalità senza mai fare nomi e cognomi? La politica recuperi visioni e qualità di comportamenti se vuole riprendere quel primato da tempo smarrito. Il paese ne ha veramente bisogno.

Dossier Mafia-Appalti. Non sapremo mai come andò. Un mese è già trascorso dall’archiviazione di tutti gli imputati del processo Trattativa Stato-mafia. Eppure, dalle parti del Fatto Quotidiano non mollano di un millimetro. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 30 Maggio 2023

Non deve essere per nulla facile, dopo averla cavalcata per anni, vedere l’inchiesta che ti ha portato successo e visibilità sciogliersi come neve al sole. A distanza di un mese dall’archiviazione di tutti gli imputati del processo Trattativa Stato-mafia, dalle parti del Fatto Quotidiano non mollano un millimetro e continuano imperterriti nella tesi dei “mandanti occulti” dietro le stragi del 1992-93. Chi contraddice questa narrazione, finalizzata a metter in “ombra le dichiarazione di Giuseppe Graviano sulle presunte responsabilità stragiste di Silvio Berlusconi” lo farebbe utilizzando come “arma di distrazione di massa” l’inchiesta mafia appalti, archiviata il 13 luglio 1992 da Roberto Scarpinato, ora senatore del M5s e all’epoca Pm del processo Trattativa.

Per “mafia e appalti” si intende il rapporto giudiziario che venne depositato dai carabinieri del Ros alla Procura di Palermo il 20 febbraio 1991 sulla “mafia imprenditrice” la quale, invece di imporre il pagamento di tangenti estorsive agli imprenditori, era diventata essa stessa imprenditrice con società riferibili ad appartenenti a Cosa nostra. Nel rapporto del Ros si affrontava soltanto la prima fase, quella della aggiudicazione delle commesse pubbliche, attorno ad un tavolo denominato “tavolo di Siino”, da Angelo Siino, poi diventato collaboratore di giustizia e definito il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra ma, più precisamente, dei corleonesi.

Roberto Scarpinato, che firmò l’archiviazione di questo fascicolo, a cui teneva molto Paolo Borsellino, affermò che le indagini erano state fatte “in parte con le intercettazioni dell’Alto commissariato, in parte con intercettazioni che erano state fatte dall’ufficio istruzione”. Entrato in vigore il nuovo codice di procedura penale tutti i filoni confluirono in unico procedimento.

Nel febbraio del 1991, il Ros depositò allora un’informativa, circa 900 pagine con intercettazioni, riepilogativa delle indagini che erano state fatte.

Scarpinato disse che le intercettazioni “erano state autorizzate in altri procedimenti per il reato di cui all’articolo 416 bis codice penale. Quindi per la normativa del tempo non potevano essere utilizzati in altri procedimenti se non a carico di soggetti indagati per il reato di cui all’articolo 416 bis secondo comma promotori organizzatori non per i semplici partecipi”.

Ferma restando l’inutilizzabilità, ai fini di prova, delle intercettazioni effettuate dall’Alto commissariato, le intercettazioni autorizzate con il vecchio codice (quindi prima del 24 ottobre 1989) dal giudice istruttore avrebbero potuto essere utilizzate anche nei procedimenti disciplinati da quello nuovo. L’articolo 242 delle norme transitorie aveva infatti precisato che si dovesse continuare ad applicare il vecchio codice nei casi tassativi ivi previsti.

Alla pagina 5 della richiesta di archiviazione del 13 luglio 1992, firmata da Scarpinato, si legge che “non si erano, prima del 24 ottobre 1989 realizzate le condizioni prescritte dall’art. 242 delle norme di attuazione del c.p.p. per il proseguimento dell’istruttoria con il rito abrogato. Di conseguenza, gli atti dianzi indicati e le relative intercettazioni confluivano nel procedimento 2789/90 N.C. già instaurato secondo le regole del nuovo rito”. Dalla medesima richiesta di archiviazione (pagina 2) risulta che le intercettazioni “confluite” nel procedimento nuovo rito 2789/90 erano diverse, come ad esempio quelle effettuate nel procedimento 2811/89 (vecchio rito) relative alla vicenda Baucina/Giaccone, quelle nel procedimento 1020/88 (vecchio rito) relative alla vicenda SIRAP e al ruolo di Angelo Siino, o quelle effettuate nel procedimento 2811/89 (vecchio rito) pendente davanti al giudice istruttore contro Giuseppe Giaccone per la vicenda Baucina.

Dalla pagina 6 della richiesta di archiviazione risulta altresì che al procedimento 2789/90 venivano acquisiti copia degli atti dei fascicoli più importanti, come le audizioni della Commissione regionale antimafia dedicata alla situazione dei Comuni delle Madonie.

Pertanto, tutte le intercettazioni effettuate nella vigenza del vecchio rito, fatte tutte “confluire” nel procedimento 2789/90 nuovo rito, erano senz’altro utilizzabili per come scritto da Scarpinato nella richiesta di archiviazione. Paolo Pandolfini 

La giustizia che funziona. Magistrati alla ricerca della verità e non accecati dall’ideologia: la storia dei pm fiorentini. Matteo Renzi su Il Riformista il 30 Maggio 2023 

Ricordare il trentennale della strage dei Georgofili è stato per i fiorentini come me un tuffo al cuore. La camminata notturna tra Palazzo Vecchio e il luogo della strage ha visto la partecipazione di tanta gente, soprattutto giovani. E la cerimonia è stata impreziosita dalla presenza di Tina Montinaro, vedova di Antonio, caposcorta di Falcone, che ha trasmesso la sua grandezza d’animo a noi e ai ragazzi persino davanti alla Quarto Savona 15, l’auto su cui viaggiava il marito, totalmente distrutta dal tritolo di Giovanni Brusca, auto che la Polizia di Stato ha voluto esporre quest’anno sotto la Galleria degli Uffizi.

Il giorno dopo presso il Palazzo di Giustizia è arrivato il Presidente Mattarella. Dal palco si sono alternati il Presidente della Corte d’Appello, Nencini – cui va dato merito dell’ottima iniziativa – il procuratore nazionale antimafia Melillo, il professor Palazzo, la Prima Presidente della Cassazione Cassano, il Vice presidente Csm Pinelli, la Presidente della Corte di Cassazione Sciarra. Un parterre de roi che ha saputo riflettere e far riflettere in modo eccellente. E il ricordo sullo sfondo dei grandi Pm fiorentini. Mentre ascoltavo gli interventi pensavo a come Firenze abbia avuto una straordinaria storia di Pm credibili, integerrimi, capaci.

E molti erano presenti in sala: Crini, Nicolosi, Quattrocchi, la stessa Cassano. Qualcuno invece ci ha lasciato troppo presto a cominciare dai due magistrati che con coraggio indicarono la strada: Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Se la strage dei Georgofili non è rimasta impunita è perché allora a Firenze ci furono Pm straordinari, magistrati capaci alla ricerca della verità e non accecati dall’ideologia. La verità giudiziaria sui Georgofili è stata scritta perché c’erano loro. Persone serie che rendevano gli uffici giudiziari di Firenze un’eccellenza.

A questo serve una giustizia che funziona: a renderci orgogliosi di essere italiani. A prendere i veri colpevoli. A non confondere la verità giudiziaria con le proprie idee personali. Spesso le cattive abitudini di pochi di loro oscurano il lavoro dei tanti. E allora – nel ricordo dei Vigna, dei Chelazzi, dei bravi investigatori – si renda onore a quei Pm che fanno

bene il loro dovere, anche oggi. Che i ragazzi delle scuole della magistratura possano conoscere la loro storia, la loro grandezza, la loro nobiltà.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista 

Da open.online il 28 settembre 2023.

L’ex senatore Marcello Dell’Utri ha divorziato dalla moglie Miranda Ratti. La separazione consensuale risale all’11 luglio 2019, lo scioglimento del matrimonio al 10 giugno 2020. Ma secondo la Direzione Investigativa Antimafia lo ha fatto per finta. Per salvare i beni e per far ricevere a lui i soldi di Silvio Berlusconi. Compresi quelli del lascito nel testamento olografo.

A parlare degli affari di famiglia dell’ex Publitalia condannato per concorso esterno in associazione mafiosa è una relazione di consulenza dei periti della procura di Firenze, che indaga su Dell’Utri per le stragi del 1993 a Milano, Firenze e Roma. La relazione indaga i flussi finanziari che hanno dato vita al gruppo Fininvest-Mediaset nei primi anni Settanta e una nota della Dia del 15 settembre scorso sui rapporti economici tra i due.

La relazione della Dia

A parlare del matrimonio di Dell’Utri è oggi Il Fatto Quotidiano. Nella nota di 154 pagine c’è un capitolo legato alla “Separazione legale fittizia dei coniugi Marcello Dell’Utri e Miranda Ratti. Secondo l’Antimafia «le elargizioni economiche dirette a Dell’Utri da parte di Berlusconi negli anni non hanno avuto mai interruzione».

E all’interno di questo quadro la separazione consensuale dei due coniugi costituirebbe «un ulteriore strumento per rendere non aggredibili da parte dell’autorità giudiziaria i beni riconducibili a Dell’Utri, e strumento per consentire a Berlusconi di far pervenire, o quanto meno lo è stato per il passato, a Dell’Utri, tramite Spinelli (Giuseppe, 81 anni, il ragioniere che si occupa delle spese della famiglia Berlusconi, ndr) elevate somme di denaro formalmente svincolate da rapporti tra i due». 

(...) la Dia scrive che i due coniugi «non hanno mai messo in atto comportamenti giuridici omologabili all’abbandono del tetto coniugale o tipici delle coppie che si separano». Visto che non hanno mai abbandonato l’ambiente domestico comune. E ancora: «Dagli accordi per l’invio delle somme di denaro per pagare gli avvocati di Marcello Dell’Utri, agli espedienti per sollecitare il finanziamento da parte di Silvio Berlusconi delle spese di ristrutturazione delle unità immobiliari a loro riconducibili, alla condivisione di alcuni accorgimenti per attribuire ad altri la titolarità dei beni a loro riconducibili».

Il processo di Palermo

Agli atti c’è anche una telefonata nella quale la moglie chiama il marito e gli chiede di aprirgli la porta perché ha dimenticato le chiavi in casa. Questo dimostra, secondo la Dia, che entrambi continuano a condividere lo stesso ambiente domestico. La relazione si trova agli atti del processo di Palermo sulla proposta di confisca dei beni a Dell’Utri. La Cassazione ha dato torto alla procura, che aveva chiesto il congelamento dei beni della moglie e dei figli. I pubblici ministeri ritengono che il patrimonio dell’ex senatore sia frutto di un ricatto a Berlusconi.

Grazie al presunto ruolo di mediatore che Dell’Utri avrebbe avuto nei rapporti del gruppo con la mafia. Nella sentenza del giugno 2022 il tribunale ha ritenuto non provata la relazione. Perché, ha motivato, i soldi potrebbero trovare una spiegazione alternativa nell’amicizia tra i due.

I "torbidi retroscena”. L’ultima trovata dei Pm fiorentini contro Berlusconi e Dell’Utri: “Denegata strage” Tiziana Maiolo su L'Unità il 30 Maggio 2023 

Siamo arrivati a contestare il reato di “denegata strage”, alla procura di Firenze. Perché ormai, dopo quattro archiviazioni, essendo ormai impossibile dimostrare il fatto che le bombe del 1993-94 hanno avuto come mandanti Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, si indaga per sapere come mai nel gennaio 1994, proprio alla vigilia delle elezioni vinte da Forza Italia, Cosa Nostra abbia abbassato le armi. Che cosa c’è dietro questa ”denegata strage”? Una risposta arriva dalla saggezza di un illustre pensionato.

Pietro Grasso, ex procuratore nazionale antimafia e già presidente del Senato, lo ha detto chiaro, domenica scorsa da Lucia Annunziata. L’ho chiesto io a Gaspare Spatuzza, dopo che lui aveva iniziato a collaborare con la magistratura. Come mai, gli ho domandato, come mai dopo che era fallito l’attentato allo stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994, non ci avete riprovato? Perché, dopo quel giorno, sono cessate le bombe di Cosa Nostra? La sua risposta fu semplice: io prendevo ordini da Giuseppe Graviano, e quattro giorni dopo lui fu arrestato a Milano.

Erano stati i carabinieri, arrivati da Palermo al comando del capitano Marco Minicucci, a mettere le manette ai polsi del boss di Cosa Nostra e del fratello, mentre i due erano con le fidanzate al ristorante “Gigi il cacciatore”. Un’operazione pianificata e solo casualmente portata a termine nel capoluogo lombardo. Solo per quel motivo quindi, e perché i boss dei corleonesi uno dopo l’altro stavano entrando all’Ucciardone e nelle altre carceri a loro destinate, direttive per nuove stragi non ne arrivarono più. Lo Stato aveva vinto. Pure, di anniversario in anniversario, di comitato parenti vittime in comitato parenti vittime (due giorni fa si ricordava la data della strage di Brescia, 28 maggio 1974), non si placa l’ossessione di chi non si arrende alla realtà della sconfitta di Cosa Nostra a opera dello Stato.

Quella parte della storia non c’è più, fatevene una ragione. E spiace aver visto lo stesso Presidente Sergio Mattarella, nella stessa giornata in cui aveva impartito una bella lezione su don Milani e reso giustizia alla ministra Roccella dopo il silenzio della sinistra sull’assalto al suo libro, seduto ad applaudire ogni sciocchezza più o meno togata sulla strage dei Georgofili. Lì avrebbe avuto occasione, il Capo dello Stato, anche nella sua veste di numero uno del Csm, per menar vanto, per mostrare l’orgoglio di uno Stato più forte delle mafie e di una magistratura che sappia separare il grano dal loglio, i fatti dalle opinioni. I fatti sono che da tempo ogni bomba, ogni strage, ogni omicidio di mafia degli anni novanta ha avuto processi e condanne. Ogni tassello è andato al proprio posto.

Ma nel frattempo sui “torbidi retroscena” che aprono “inquietanti interrogativi”, refrain banale di chi “dà buoni consigli non potendo dare cattivo esempio”, si sono costruite carriere. Sciascia li chiamava professionisti dell’antimafia, noi li abbiamo soprannominati “fantasmi”, perché gli anni passati sono ormai trenta. Del resto non viviamo nel Paese che si sta ancora baloccando, questa volta insieme alla giustizia dello Stato Vaticano, sulla scomparsa di una povera bambina nel 1983? Per lo meno, in questo caso antico, il mistero esiste davvero, al contrario di quanto accaduto nei processi di mafia, dove i “pentiti” abbondano per numero e per loquela.

Prendiamo Gaspare Spatuzza, per esempio. Il collaboratore è considerato uno dei più attendibili, soprattutto dopo che, addossandosi la responsabilità di uno dei più gravi e simbolici delitti dei corleonesi, l’omicidio del giudice Paolo Borsellino, ha svelato il più grave complotto di Stato. Quello di chi, forze dell’ordine, magistrati e giornalisti, aveva voluto pervicacemente credere alla parola fasulla di Enzo Scarantino pur di offrire all’opinione pubblica una qualsiasi “verità” su quel delitto. Una comoda verità. Che ha però coinvolto persone innocenti e le ha tenute nelle carceri speciali per quindici anni. Più che “professionisti”, gli inquirenti del tempo sono stati degli incapaci. A voler essere generosi. A non voler applicare nei confronti di tutto il gruppo dei promotori ed estimatori del “processo trattativa” gli stessi metodi complottistici che loro hanno usato, e continuano a usare nei confronti degli altri.

Prendiamo il procuratore Tescaroli. Era giovane al tempo delle stragi di Capaci e via D’Amelio, ventisette anni, ma aveva votato presto la sua attività, professionale e pubblicistica, a inseguire la dimostrazione del teorema che vuole i capitali delle società di Silvio Berlusconi inquinati dalla mafia. Un’intera carriera, partita da Caltanissetta per approdare a Firenze passando per Roma, che pare destinata solo agli insuccessi, se si eccettua una modesta vittoria su una causa di diffamazione. Addirittura, in questo gioco di specchi di fascicoli aperti e chiusi, lo stesso pm ha più di una volta chiesto l’archiviazione. E né Berlusconi né Marcello Dell’Utri sono mai arrivati a ricoprire l’habitus di imputati di stragi.

Perché è difficile dimostrare l’indimostrabile con la tessitura di un patchwork, fin dai tempi dell’operazione “Oceano”, messa in piedi da alcuni uomini della Direzione Nazionale Antimafia, l’organismo che ha onorato della sua attenzione il leader di Forza Italia non molto tempo dopo la propria nascita nel 1991. Ed è ancora la Dia un anno fa, a “rinverdire” le stanche indagini del dottor Tescaroli con un’informativa che, se gli efficienti uomini dell’antimafia lo consentono, fa un po’ ridere. Attraverso un confronto (cercato ossessivamente) tra le celle telefoniche e i cellulari, tentano di dimostrare che se in un certo periodo dell’estate Giuseppe Graviano era in Sardegna, sicuramente era vicino a Berlusconi. E che se il boss, o suoi parenti, erano in Toscana, magari da quelle parti c’era anche Dell’Utri o un suo congiunto.

Tutto fa brodo, perché chiuso un fascicolo se ne può aprire un altro. E si può sostenere senza pudore che, se ci fossero stati gli (indimostrabili) incontri, la coincidenza chiuderebbe il cerchio, perché proprio in quel periodo Berlusconi preparava la propria entrata in politica. Il regalino ai Due Luca procuratori, Turco e Tescaroli, porta la firma del primo dirigente della polizia di stato Francesco Nannucci. Il quale sarà deluso dal fatto che in un anno nulla sia stato dimostrato a supporto della sua non originale tesi. Anche perché nel frattempo hanno pensato bene a entrare in concorrenza con le spifferazioni di Stato sia Giuseppe Graviano dal palcoscenico del processo di Reggio Calabria “’Ndrangheta stragista” che Salvatore Baiardo in esibizione tv da Giletti e Ranucci, con le successive smentite su Tik Tok.

Esilarante prima e dopo. Così i pm specializzati in patchwork possono continuare a cucire i pezzetti scombinati dell’inchiesta eterna. Il procuratore aggiunto Tescaroli lamenta da sempre di non riuscire a far carriera perché è un inquisitore “scomodo”. Tanto da essersi fatto raccomandare, per arrivare alla posizione che occupa oggi, dall’ex magistrato Palamara (il terzo Luca della storia), come confermato dallo stesso, che fu il potente capo del sindacato delle toghe e membro del Csm, in una dichiarazione a Paolo Ferrari su Libero.

E non viene il dubbio, al procuratore aggiunto di Firenze, del fatto che forse un magistrato che non riesce a portare a termine le proprie indagini ma è costretto ad aprire e chiudere continuamente con archiviazioni sempre la stessa vicenda da trent’anni, non sia affatto “scomodo”, ma forse da biasimare? E non teme il ridicolo, essendo ormai ridotto a contestare il reato di “denegata strage”, per lasciare agli storici la propria verità? Tiziana Maiolo

I soliti deliri del pm anti Cav nell'anniversario della strage. Tescaroli in un libro per i 30 anni dell’attentato agli Uffizi di Firenze: "Bombe finite quando vinse lui". Felice Manti su Il Giornale il 27 Maggio 2023

L'anniversario di una strage diventa il pretesto per paventare un «nesso eziologico», un rapporto causa-effetto, tra la fine della strategia stragista della mafia e la vittoria di Silvio Berlusconi. Una pista investigativa battuta a vuoto resuscita, non con prove certe e verificate ma nella prefazione scritta dal pm Luca Tescaroli del libro Georgofili: le voci, i volti, il dolore a trent'anni dalla strage sulla bomba che esattamente 30 anni fa all'1:04 del 27 maggio 1993 sventrò via dei Georgofili nel cuore di Firenze. Con il sostituto procuratore Luca Turco, il pm indaga sui presunti «mandanti esterni» che pianificarono l'esplosione di un Fiorino imbottito con oltre 300 chili di tritolo a due passi da piazza della Signoria. Che sfregiò la Galleria degli Uffizi. Morirono Dario Capolicchio, Angela Fiume, Fabrizio e le figlie Nadia e Caterina, di soli 50 giorni. Per Cosa nostra furono condannati Totò Riina, Leoluca Bagarella, i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro. Da anni si sostiene che ci sia un'unica regia dietro la stagione stragista iniziata per cancellare carcere duro e benefici ai pentiti. La morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, gli attentati di Roma a Maurizio Costanzo e alle basilica di San Giorgio al Velabro e San Giovanni, le bombe in via Palestro a Milano e appunto Firenze sarebbero legate anche al fallito attentato, il 23 gennaio 1994, allo stadio Olimpico. «Perché non venne più riproposto? - si chiede Tescaroli - Il 27 e il 28 marzo di quell'anno si tennero le elezioni politiche, mutò il quadro politico istituzionale e lo stragismo si arenò». Come se la presunta trattativa tra lo Stato e i boss (smontata da sentenze recentissime) «fosse idonea ad aprire nuovi canali relazionali, capace di individuare nuovi referenti politico istituzionali». Come a dire che quella vittoria non solo appagò i boss, ma fu favorita dalle bombe. Cosa aggiunge Tescaroli, che di recente ha nuovamente indagato Berlusconi e Marcello Dell'Utri? Che occorre continuare a indagare «per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso», plasticamente rappresentata dalla famigerata polaroid fantasma scattata nell'estate del 1992 che sarebbe in mano al manutengolo dei Graviano, Salvatore Baiardo. E che ritrarrebbe assieme Berlusconi, Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Baiardo è un propalatore di fesserie che va seminando a pagamento bugie e calunnie a Report e La7», dice il senatore azzurro Maurizio Gasparri. E se questa vicenda fosse una bufala, che ne sarebbe della residua reputazione di chi gli ha dato credito, sui giornali, in tv e in Procura? Possibile che già nel '92 i boss trattassero con un Berlusconi imprenditore, disinteressato alla politica? È corretto che un magistrato riproponga su un libro uno scenario ampiamente smentito da indagini e sentenze? Ci sono segreti investigativi incautamente rivelati? Esiste un profilo di inopportunità, financo meritevole di un'indagine disciplinare? A Via Arenula e al Csm l'ardua sentenza. Altri pm come Antonino Di Matteo hanno passato dei guai per intemerate televisive più innocue. E dire che Tescaroli (penna del Fatto quotidiano) prese un clamoroso abbaglio - come Di Matteo - sul finto pentito Vincenzo Scarantino che lo depistò su Borsellino quando era a Caltanissetta («Nonostante questa sentenza noi gli crediamo ancora», disse il pm dopo l'ennesima assoluzione) e si impuntò sul ruolo di Bruno Contrada, prosciolto dalle accuse sul suo ruolo nelle stragi. A seguire ipotetiche ricostruzioni si sono persi trent'anni, mentre la verità sulle bombe di Capaci e via D'Amelio latitano e l'uccisione del giudice calabrese Antonino Scopelliti è senza verità. Oggi il Csm vuol capire se le toghe in Emilia-Romagna avrebbero chiuso un occhio sui rapporti tra Pd e boss. Invece l'antimafia si è ridotta a inseguire i fantasmi, a ipotizzare indicibili accordi tra Ros e mafia per la cattura di Messina Denaro. A blaterare di credibilità su Chiara Colosimo («Sconcertante che sia stata eletta all'Antimafia») come fa l'europarlamentare Pd Franco Roberti. Che come i suoi predecessori alla Procura antimafia (Pietro Grasso e Federico Cafiero de Raho) si è buttato in politica a sinistra? Tu chiamale, se vuoi, coincidenze.

 Mai accettare ricostruzioni di comodo. La mafia, i falsi miti e i pm che hanno scelto di perdere la faccia: il Riformista voce fuori dal coro. Matteo Renzi su Il Riformista il 27 Maggio 2023 

I lettori de “Il Riformista” che hanno avuto la pazienza di seguirci in questi giorni sanno bene che il nostro quotidiano ha dedicato questa settimana a riflettere sulla mafia e su come la narrazione trentennale di questo Paese abbia creato falsi miti e veri scandali.

Nel ricordare Giovanni Falcone, sua moglie Francesca e gli uomini della scorta, abbiamo scelto di contestare la ricostruzione allucinante che ha offerto Roberto Scarpinato, senatore, ex pm, grillino, che ha insultato l’intelligenza degli italiani offrendo un racconto di quegli anni viziato dall’ideologia, dalla faziosità, dall’odio politico. Scarpinato è uno di quei (pochi) pm che non sazio di perdere i processi ha scelto di perdere la faccia. E Luca Palamara glielo ha ricordato con dovizia di particolari proprio su queste colonne. Abbiamo pubblicato, poi, con Pandolfini, una riflessione a puntate sui diari di Falcone e Torchiaro ha intervistato Claudio Martelli che volle Falcone al Ministero dopo che i suoi colleghi lo avevano umiliato negandogli l’agibilità professionale a Palermo.

Questo giudizio contrasta con la tiritera a reti unificate, ispirata dal travaglismo, che per anni ci ha consegnato una politica impegnata a far fuori Falcone mentre tutti dovremmo ricordare che la guerriglia a Giovanni Falcone l’ha iniziata prima di tutto una parte del CSM. Lo ha ucciso la mafia, sia chiaro. Ma i suoi detrattori gli ferirono l’anima in modo ingiusto.

E poco importa se siamo accusati dai cantori del pensiero unico giustizialista di fare un giornale di parte. Avevamo promesso di fare de “Il Riformista” non il gazzettino di Italia Viva, ma una voce fuori dal coro. E per questo continueremo a dire la nostra ostinatamente contro corrente.

In molti casi indugiando anche sulle emozioni di chi scrive. Lo ha fatto bene ieri Claudia Fusani raccontando la notte di trent’anni fa in Via dei Georgofili quando la Mafia colpì al cuore l’Italia. E oggi il Presidente della Repubblica sarà a Firenze proprio per la cerimonia in ricordo di quella strage.

In quelle ore – scendendo in piazza come tutti – imparai che davanti al dolore mafioso si reagisce insieme, non dividendosi. Quel corteo che dal Liceo Dante ci portava verso una Piazza Signoria talmente piena da impedire l’afflusso di tutti i ragazzi mi ha segnato la vita. Avevo 18 anni, una maturità in arrivo e tanti sogni nel cassetto.

Sapere che il tritolo aveva colpito al cuore la mia città un anno dopo il sacrificio di Falcone e Borsellino non mi portò solo a iscrivermi a giurisprudenza. Mi insegnò che non avrei mai dovuto accettare una ricostruzione di comodo sulla mafia, da qualunque parte essa provenisse. “Il Riformista” continuerà a farlo, con buona pace di chi ci teme e di chi ci insulta. 

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore della Repubblica. Ex presidente del Consiglio più giovane della storia italiana (2014-2016), è stato alla guida della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, sindaco di Firenze dal 2009 al 2014. Dal 3 maggio 2023 è direttore editoriale de Il Riformista

Quel boato a notte fonda che non potrò mai scordare. Attentato dei Georgofili, quei ragazzi che, poco distante dal luogo della tragedia, aspettavano il giorno in cui sarebbero diventati carabinieri. Giovanni Maria Jacobazzi su Il Domani il 27 maggio 2023

Pur essendo trascorsi ormai trent'anni, non riesco ancora a dimenticare quel boato fortissimo che fece tremare le possenti mura dell'antico convento dei padri domenicani annesso alla basilica di Santa Maria Novella a Firenze. Il convento ospitava dal 1920 la scuola sottufficiali carabinieri ed io quell’anno, poco più che ventenne, stavo ultimando il 44esimo corso biennale di formazione. La cerimonia di chiusura del corso, con la consegna dei gradi, era prevista per il 28 maggio.

Anche la sera del 26 maggio, pur mancando solo due giorni al termine del corso, il “contrappello” era passato puntuale alle 22.30. Ed alle ore 23.00 era risuonato il silenzio. I fumatori, o chi semplicemente non aveva sonno, come il sottoscritto, avevano aspettato che il sottufficiale di giornata spegnesse le luci ed erano andati in bagno per scambiare qualche parola con il collega che difficilmente, terminato il corso, avrebbe poi più rivisto. Le tecnologie dell'epoca non agevolano certamente i rapporti.

Poco dopo la mezzanotte, comunque, tutti erano tornati al proprio letto. La stanza era grandissima ed ospitava quasi una ventina di allievi. Il fortissimo boato, era circa l’una di notte, provocò uno spostamento d'aria che spalancò con violenza le enormi finestre che davano sul cortile principale. Le luci delle camerata si accesero immediatamente e ci fu dato l'ordine di metterci in divisa. Dopo poco, infatti, iniziò a circolare la voce che ci fosse stata una perdita di gas che aveva provocato una immane esplosione in centro.

Rimanemmo per qualche ora a disposizione e quindi ci venne detto di toglierci la divisa e tornare a letto. La mattina successiva, dopo l'alza bandiera, ascoltammo i racconti di chi era andato sul posto, in particolare del personale del quadro permanente, che descriveva macerie e distruzione ovunque proprio dietro piazza della Signoria, precisamente in via dei Georgofili, distante circa 500 metri in linea d’aria dalla nostra scuola. Ci sarebbero state anche alcune vittime. Di una bomba si iniziò a parlare solo in tarda mattina.

La notizia ci sconvolse tutti. Era difficile pensare alla cerimonia del giorno successivo. I superiori decisero che, anche se in tono minore, la cerimonia ci sarebbe stata comunque perché non doveva passare il messaggio che l’Arma subiva il ricatto dei terroristi.

Nessuna grande uniforme, allora, tutti con la divisa ordinaria e con il gonfalone del comune di Firenze listato a lutto. Si respirava però un’aria molto diversa da quella del 15 gennaio precedente quando i carabinieri del Ros avevano catturato a Palermo Totò Riina, il capo dei capi. Terminata la cerimonia ed indossati i gradi ci salutammo fra la commozione generale. Dopo qualche breve giorno di licenza avremmo raggiunto i reparti. Senza scordare mai quella notte di fine maggio del 1993. 

La strage 30 anni fa. Attentato di via dei Georgofili, a Firenze per la prima volta la mafia sparò nel mucchio. David Romoli su L'Unità il 27 Maggio 2023

Nella notte tra il 26 e il 27 maggio di trent’anni fa, 1993, Cosa nostra alzò il tiro più di quanto avesse mai fatto in precedenza. Portò l’attacco allo Stato nel continente, adottò la strategia dello stragismo indiscriminato, prese di mira non solo persone e cose ma i beni culturali del Paese, la sua ricchezza. La bomba esplose in via dei Georgofili a Firenze, dietro gli Uffizi, a un passo dall’Accademia dei Georgofili, poco dopo l’una di notte. Uccise l’intera famiglia del guardiano dell’accademia, incluse le due figlie, 9 anni la più grande, appena 50 giorni la piccola. Ci rimise la vita anche uno studente di 22 anni, nell’incendio che coinvolse le abitazioni circostanti. I danni al patrimonio culturale furono ingenti: crollò la Torre dei Pulci, fu danneggiato più o meno gravemente un quarto delle opere presenti nella Galleria degli Uffizi.

L’ordigno era stato preparato a Palermo da Gaspare Spatuzza, il bombarolo di Cosa nostra, uomo di fiducia dei fratelli Graviano, e di lì portato a Prato. Il gruppo di attentatori, oltre che da Spatuzza, era composto da Cosimo Lo Nigro, Salvatore Benigno e Francesco Giuliano, tutti “uomini d’onore” dei mandamenti di Brancaccio, quello dei Graviano, e di Corso dei Mille. La sera del 26 maggio Giuliano e Spatuzza rubarono un furgone Fiat Fiorino, lo spostarono a Prato per caricare l’esplosivo, nella notte fu parcheggiato in via dei Georgofili da Giuliano e Lo Nigro che lo fecero poi esplodere a tarda notte. Ogni strage ha i suoi misteri, veri o presunti che siano: quello di via dei Georgofili sarebbe costituito da un centinaio di chili di esplosivo T4, tra i più deflagranti, che sarebbe stato aggiunto ai circa 150 kg trasportati dalla Sicilia da mani sconosciute.

Non era il primo atto nella strategia d’attacco decisa dall’ala dura dei corleonesi, quella che faceva capo a Luchino Bagarella, dopo l’arresto di Totò Riina, il 15 gennaio di quello stesso anno. La sera del 14 maggio una Fiat Uno rubata e imbottita d’esplosivo era stata fatta esplodere in via Fauro a Roma, molto vicino agli studi dove veniva registrato il Maurizio Costanzo Show. A salvare il conduttore e la moglie, Maria De Filippi, era stata la decisione di lasciare gli studi su una macchina diversa dal solito. A premere il fatale pulsante erano i soliti Lo Nigro e Benigno che restarono spiazzati dalla macchina sconosciuta. Benigno premette il pulsante con un provvidenziale attimo di ritardo. Costanzo e De Filippi rimasero illesi, 24 persone rimasero invece ferite.

Il tentativo di assassinare il più popolare conduttore della tv italiana nel cuore della capitale, lontano da Palermo, era un segnale chiaro di quanto si fosse alzato il livello dello scontro. Costanzo prendeva di mira continuamente Cosa nostra: la decisione di toglierlo di mezzo poteva ancora sembrare consona allo stile della Cosa nostra dominata dai bellicosi e spietati corleonesi. Via dei Georgofili segnava invece un passo in avanti drastico sulla strada della guerra totale. Per la prima volta Cosa nostra sparava nel mucchio, falciava non magistrati, poliziotti o rivali interni ma passanti qualsiasi. Sceglieva lo stragismo.

L’attentato fu rivendicato, come tutti quelli di Cosa nostra in quella fase, dalla fantomatica “Falange Armata”. Nessuno, dal premier Carlo Azeglio Ciampi, il primo presidente del consiglio “tecnico” nella storia della Repubblica e capo di un governo costituitosi meno di un mese prima, al ministro degli Interni Nicola Mancino, ebbe mai dubbi sulla matrice mafiosa della strage anche se inevitabilmente, nell’ultimo anno della prima Repubblica, in una fase segnata da massima incertezza e altrettanto elevato rischio, il sospetto di commistioni con soggetti diversi dalle cosche dell’isola era inevitabile.

Il 27 luglio il gruppo dinamitardo colpì ancora, stavolta con una prova di forza anche più temibile perché prese di mira contemporaneamente le due principali città italiane, Roma e Milano. L’attentato più grave fu quello di via Palestro, nel capoluogo lombardo. La sera del 27 luglio i vigili del fuoco intervennero dopo che un agente aveva segnalato che da una Fiat Uno parcheggiata di fronte al Padiglione d’arte contemporanea usciva del fumo. L’autobomba esplose mentre i vigili erano al lavoro: uccise due di loro, un agente e un immigrato che dormiva su una panchina lì vicino, danneggiò le opere del Padiglione che però se la videro anche peggio quando, poche ore dopo, esplose anche una sacca di gas formatasi perché il crollo precedente aveva spezzato le tubature. Anche qui non manca il mistero di turno. Chi materialmente abbia portato in loco l’autobomba e provocato il botto è a tutt’oggi ignoto. I bombaroli in trasferta avevano preparato tutto prima di spostarsi a Roma ma la fase esecutiva non la gestirono loro. Un testimone oculare vide uscire dalla macchina esplosiva una bionda elegante. Possibile che Cosa nostra si fosse affidata a una femmina?

A Roma non ci furono vittime ma il livello degli obiettivi colpiti bastava e avanzava. I picciotti rubarono tre Fiat Uno il 28 luglio. Lo Nigro lasciò la prima, imbottita d’esplosivo, di fronte alla chiesa di San Giorgio in Velabro. Spatuzza e Giuliano parcheggiarono la seconda autobomba di fronte a San Giovanni in Laterano. Poi se ne andarono tutti insieme sulla terza Fiat, guidata da Benigno. Esplosero a distanza di 4 minuti l’una dall’altra, ferirono 24 persone e danneggiarono seriamente le due chiese. Ma il vero effetto esplosivo fu psicologico dal momento che erano state colpite due delle chiese più famose e antiche di Roma.

Prima di passare all’azione, nel pomeriggio, Spatuzza aveva inviato due lettere vergate da Graviano, indirizzate al Corriere della Sera e al Messaggero. Promettevano sfracelli. Minacciavano di distruggere “centinaia di vite umane”. Non era solo un modo dire. Ci provarono davvero pochi mesi dopo allo stadio Olimpico di Roma il 23 gennaio 1994, una domenica. L’autobomba, in quel caso, avrebbe dovuto esplodere alla fine della partita, mentre passava un furgone pieno di carabinieri di stanza. Con la folla in uscita dallo stadio le vittime, con e senza divisa, sarebbero state innumerevoli. Il telecomando non funzionò, la strage più efferata fu evitata da un caso miracoloso.

Poi, all’improvviso tutto si fermò. Le bombe smisero di esplodere. Difficile dire cosa fosse cambiato. Qual era l’obiettivo di Cosa nostra? Probabilmente si trattava di quello che Giovanni Bianconi definisce “un dialogo a suon di bombe” finalizzato a ottenere l’abrogazione o l’allentamento del 41 bis, l’allora neonato regime di carcere duro per i mafiosi. Nel caos di quell’anno è possibile che si siano intrecciate anche altre mire, miraggi golpisti inclusi. Ma probabilmente quel che decretò la fine dello stragismo mafioso fu la sconfitta dei duri, Bagarella e i Graviano, arrestati e messi in scacco da quella parte di Cosa nostra che aveva subìto senza crederci troppo la guerra totale decisa da Totò “u Curtu” e proseguita dal feroce cognato Leoluca Bagarella. E se c’era un boss che da quella strategia proprio non era convinto era proprio l’uomo chiamato “u Tratturi”, il trattore: Bernardo Provenzano. David Romoli

L'attacco di Cosa Nostra al cuore del Rinascimento. La strage dei Georgofili 30 anni dopo, la fine del mondo era arrivata a Firenze: la poesia di Nadia e il tramonto di Messina Denaro. Claudia Fusani su Il Riformista il 26 Maggio 2023 

Ogni volta che ci passo, ed è quasi ogni settimana, è come un clic nella testa. Osservo l’olivo e i suoi rami, dolcissimi seppur di bronzo, e ricordo che le macerie, quella notte arrivano più o meno lì, a circa quattro metri. Il palazzo del Pulci non c’era più, solo massi, anche enormi, arredi, cose della vita. I vigili del fuoco erano lì sopra, messi in fila, quasi una catena. Fu un momento di silenzio surreale in quella fine del mondo: “Ecco, tieni, prendi, dai, via via …”. Si passavano un fagotto chiaro, un bombolotto di stracci, l’ultimo vigile della catena entrò nell’ambulanza che era riuscita ad arrivare fino in via dei Girolami. Poi sparì tra le sirene. Noi tutti si rimase lì. Muti, come muti eravamo da ore.

Fazzoletti bagnati sul naso, l’odore del tritolo, del sangue, della paura e della morte dentro le ossa, la pelle, il cervello. Sapevamo che in quel fagotto c’era una bambina e non poteva che essere la più piccola delle due sorelline. Si chiamava Caterina Nencioni. La speranza che fosse sopravvissuta a quell’inferno durò meno di mezz’ora. Aveva 50 giorni. Nadia, la sorella di 9 anni, il babbo Fabrizio, un vigile urbano, la mamma Angela, custode dell’Accademia dei Georgofili motivo per cui ebbe assegnato l’appartamento nella Torre, furono estratti dopo ore in quella lunga notte che non finiva mai. Era l’una di notte. Lavoravo come cronista di nera e giudiziaria alla redazione di Repubblica a Firenze.

Il lavoro finiva sempre tardi e cenare tra le 23 e la mezzanotte quasi la norma. Stavo guardando un film, “Sotto tiro”, Nick Nolte che fa il fotoreporter, il fronte sandinista, i ribelli, l’attore che sta per essere giustiziato… bum. Un boato enorme fa tremare i vetri di casa poco dopo Porta Romana, sconquassa la dolce notte di maggio. Partono sirene, allarmi, il centro storico piomba nel buio totale. I telefoni del “giro di nera” – polizia, carabinieri, vigili del fuoco e vigili urbani – non rispondono, occupati, staccati. Riesco finalmente a parlare con una stazione distaccata dei vigili del fuoco. “Probabile grossa esplosione di gas, in pieno cento storico, vicino agli Uffizi…”. Un veloce giro di telefonate con il capo della redazione di Firenze e i colleghi Fabio Galati e Gianluca Monastra. Non si capisce nulla. Claudio Giua, il caporedattore, ci dice “avviciniamoci il più possibile agli Uffizi…”.

Lascio il motorino vicino al Ponte Vecchio, e già davanti a palazzo Pitti vedo gente che cammina confusa, piangono, si stringono, qualcuno è a terra, spaventati, altri scappano, chiedo, non riescono a parlare, tengono le mani sulle orecchie. Ci saranno seicento metri tra ponte Vecchio e via dei Georgofili, stradine e vicoli che si conoscono a memoria e che invece non riconoscevo più: colonne di fumo, polvere, sirene, gente accovacciata in terra che chiedeva aiuto, che non sapeva dov’era. Non so dire quanto tempo fosse passato dalla prima esplosione. Di sicuro la zona non era stata ancora trincerata né messa in sicurezza. si vedeva qualche uomo in divisa che cercava di spingere le persone lontano, oltre l’Arno. Cos’era stato? Gas? Oppure? Ed era finita lì? 

Via Lambertesca era coperta da una strana polvere, era tutto grigio, l’odore insopportabile, le fiamme, cadono tegole dai tetti. Si prova a prenderla un po’ più larga, in Chiasso del Buco si entra, anche in chiasso dei Baroncelli fino ad un “dove” irriconoscibile, via Lambertesca, appunto, all’angolo con via dei Georgofili. Quella che prima sembrava “nebbia” da qui è chiaro che sono macerie e polvere. La fine del mondo era arrivata a Firenze, a cento passi da piazza della Signoria. I colleghi junior, io, Fabio e Gianluca, rimaniamo lì, un cellulare in tre. Il caporedattore intanto ha avvisato Roma che è necessario ribattere perché “l’esplosione, se anche fosse gas, ha attaccato il cuore del Rinascimento”. I senior, si erano aggiunti Paolo Vagheggi e Franca Selvatici, vanno in redazione, in via Maggio, a scrivere. Noi restiamo lì, vedere, capire, annotare, restare lucidi. Non fu facile. Tutto è stato irripetibile. E indimenticabile. Metto qui in fila qualche frammento di quella notte. Quelli per me decisivi. Via via che si posa un po’ la polvere, cessano gli allarmi e turisti e residenti sono ormai lontani, resta il rumore dei generatori elettrici e delle pompe d’acqua, l’odore di qualcosa che è anche gas ma non solo e una montagna di macerie davanti agli occhi.

Il cratere lasciato dal Fiorino imbottito con 277 chili di esplosivo (tritolo, T4, pentrite, nitroglicerina) verrà fuori solo dopo giorni (3 metri di larghezza e due di profondità). Quella notte si vedono solo macerie e macerie e macerie. I periti scrissero che l’esplosione provocò “la devastazione del tessuto urbano del centro storico per un’estensione di ben 12 ettari, con un impatto bellico”. Alzando gli occhi, davanti a quella che era la torre del Pulci, ci sono finestre aperte e soffitti a cassettoni anneriti. Una casa affittata da studenti. I vigili del fuoco hanno provato a salvare Dario Capolicchio ma le fiamme avevano già mangiato la casa. Gas, solo gas? Dopo un po’ di tempo, non so dire quanto, ma prima che venga estratto il fagotto con i resti della piccola Nadia, cammina in questa devastazione il capo della Digos, Franco Gabrielli, con un paio di uomini. Hanno gli occhi all’insù, sono sgomenti, guardano la parete antistante all’accademia rimasta miracolosamente in piedi.

“Considera – riflettono – che l’esplosivo in questo imbuto di strade ha raddoppiato la potenza. E i danni”. La parete è bucherellata come una groviera. Fori concavi, tutti anche se più o meno grandi. “Ecco perché non può essere un’esplosione di gas. L’esplosione è stata esterna ai palazzi”. E solo una bomba può aver fatto quel macello. È stato forse il primo vero sopralluogo. Si attende il procuratore, Piero Luigi Vigna. Ha firmato alcune tra le inchieste più importanti di terrorismo e sequestri di persona. Prima di Vigna, s’intravede Gabriele Chelazzi, il suo sostituto “preferito” (senza nulla togliere agli altri che poi seguiranno le inchieste e i processi: Fleury, Crini e Nicolosi). Chelazzi si lascia avvicinare, sta camminando solo nel piazzale degli Uffizi, buio totale. “Lo senti cosa c’è sotto i piedi? Vetri, camminiamo su un tappeto di vetri. Hanno voluto colpire il cuore di Firenze, dell’arte, del Rinascimento”. Chi? “Non lo so ma…”. Ma un anno prima c’era stata Capaci, poi via D’Amelio e due settimane prima, il 14 maggio, in via Fauro a Roma, una macchina era stata imbottita di esplosivo per Maurizio Costanzo. Attentato fallito. Se Falcone diceva follow the money, Chelazzi ha sempre preferito unire i punti. Mi piace pensare che il primo momento in cui hanno unito i punti sia stato quando ho visti Vigna, Gabrielli, Chelazzi appoggiati al colonnato degli Uffizi, testa bassa, facce tese: quella notte cambiò le loro vite professionali.

Qualche flash back, andata e ritorno dall’angolo tra via Lambertesca e via dei Georgofili quella notte-mattina del 27 maggio 1993. Le parole mafia e Cosa Nostra presero tecnicamente cittadinanza sui fascicoli dell’indagine (strage di stampo mafioso) nel giro di un paio di settimane. Forse un mese. Chelazzi univa i puntini, appunto, ed aveva iniziato dal 1992. Quando due mesi dopo, la notte del 27 luglio 1993, prima a Milano e poi a Roma 3, il tritolo esplose in via Palestro e poi a San Giovanni e a San Giorgio al Velabro, la “linea” di Chelazzi disegnò una figura chiara: Cosa Nostra stava attaccando il cuore dello Stato, il patrimonio artistico e religioso e lo faceva fuori dalla Sicilia. Un salto di qualità senza precedenti. Circa sei mesi dopo – era ottobre – il procuratore Vigna convocò i giornalisti nel suo ufficio. Lo faceva raramente. In quel periodo un po’ di più. In quella stanza, c’erano tutti “i ragazzi” e “le ragazze” della sua squadra: Chelazzi, Crini, Nicolosi, Margherita Cassano (oggi procuratore generale in Cassazione) e Silvia della Monica che aveva passato le sue ai tempi del mostro di Firenze. 

“Questa procura – ci disse – ha sollevato conflitto per la titolarità di tutte le stragi in continente di Cosa Nostra”. Vinse il procuratore Vigna, a parità di numero di morti (5 a Firenze e 5 a Milano), prevalse l’interpretazione che eravamo di fronte ad un unico disegno stragista, da via Fauro fino a San Giovanni passando per Milano. Non fu facile. I professionisti dell’antimafia nicchiarono: “Cosa ne sa Firenze…”. Iniziò così uno dei periodi più duri ed entusiasmanti di quella procura e di quella squadra di magistrati ed investigatori. Tutte eccellenze. Le indagini, l’arresto di Brusca, l’inizio della sua collaborazione, le indagini dal basso che misero in fila i nomi del gruppo di fuoco Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro, Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano e poi i mandati, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, i fratelli Graviano. Un centinaio gli imputati chiamati nell’aula bunker di Firenze nell’ex convento di Santa Verdiana. In questa aula per la prima volta Giuseppe Brusca parlò del “papello” con le richieste che Cosa Nostra aveva presentato allo Stato per cessare la stagione delle bombe e delle stragi.

Ma torniamo a quella notte. Sono le quattro del mattino quando la catena di braccia in fila porta fuori il fagotto bianco con i resti della piccola Caterina. Appena 50 giorni. Albeggia. Sono stati sgomberati alberghi e abitazioni. Il centro storico di Firenze è un campo di battaglia. La polvere sta calando. Le fiamme sono spente. L’odore, quello no, è ovunque. La luce del giorno misura la tragedia. E la montagna di macerie. S’intravedono i poveri resti di vite che sono state felici: fotografie, quaderni, libri, peluche, abiti. Repubblica è uscita in prima pagina: “Bomba nel cuore di Firenze. Il sospetto su Cosa Nostra”. I giornali stranieri chiamano in redazione, “Firenze come Palermo?”. Il 16 gennaio scorso è stato arrestato l’unico boss che ancora mancava all’appello: Matteo Messina Denaro. I carabinieri e la procura di Palermo hanno voluto chiamare l’indagine “Operazione tramonto”. Tramonto è il titolo di una bellissima poesia scritta da Nadia, 9 anni, il 24 maggio, tre giorni prima di morire: “Il pomeriggio se ne va/il tramonto si avvicina/un momento stupendo/il sole sta andando via (a letto)/è già sera/ tutto è finito”. Probabilmente c’è ancora da scoprire su quegli anni. Non è finita. Tra i tanti insegnamenti di quei giorni e di quell’inchiesta c’è che esiste una verità storica e una processuale. Quasi mai coincidono.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

30 anni fa la strage di Firenze: un filo la lega alla Trattativa Stato-mafia. Stefano Baudino su L'Indipendente il 26 Maggio 2023.

Il 27 maggio 1993, un boato risvegliò Firenze poco dopo l’una di notte. Un Fiorino imbottito con 250 chili di tritolo esplose sotto la Torre dei Pulci, nei pressi della Galleria degli Uffizi. Tra le macerie furono ritrovati i corpi di cinque vittime, tra cui quelli di due piccole bambine. L’attentato porta ufficialmente la firma degli uomini di Cosa Nostra, ma non rappresenta un passaggio estemporaneo. La strage di Via dei Georgofili – uno dei tanti episodi dimenticati che hanno segnato la storia recente del nostro Paese – è al contrario un tassello fondamentale della strategia stragista attraverso cui la mafia ricattò lo Stato italiano, che aveva avuto la sciagurata idea di lanciare segnali di dialogo ai suoi rappresentanti. Un progetto eversivo che, molto probabilmente, coinvolse anche entità esterne alle gerarchie mafiose, unite nell’ottica della “destabilizzazione”.

La strage di Via dei Georgofili fu anticipata da un fallito attentato andato in scena il 14 maggio 1993 in via Ruggero Fauro, a Roma. L’obiettivo di Cosa Nostra era in quel caso quello di uccidere il conduttore televisivo Maurizio Costanzo, impegnato a promuovere la lotta alla mafia all’interno delle sue trasmissioni, a cui aveva partecipato anche il giudice Giovanni Falcone. Al momento della detonazione, avvenuta alle 21.40, Costanzo era appena uscito a bordo di un auto dal Teatro Parioli, dove registrava il suo Maurizio Costanzo Show, ma si salvò miracolosamente insieme alla sua compagna Maria De Filippi.

Tredici giorni più tardi, nella notte tra il 26 ed il 27 maggio, l’attentato di Firenze provocò invece conseguenze molto più gravi, lasciando a terra cinque morti. A perdere la vita, insieme ai loro giovani genitori, furono anche Nadia e Caterina Nencioni, due bambine rispettivamente di nove anni e cinquanta giorni di vita, e uno studente di ventidue anni, Dario Capolicchio, che morì bruciato vivo. Quaranta le persone rimaste ferite. Il venticinque per cento delle opere presenti nella Galleria degli Uffizi subì danni, così come la Chiesa di S. Stefano e Cecilia. Insomma, venne lanciato un attacco frontale allo Stato con modalità del tutto simili a quelle che, per tutti gli Settanta fino allo strage di Bologna, avevano caratterizzato gli attentati della “strategia della tensione“. La strage, come avverrà per molti altri attentati che caratterizzarono quella stagione, sarà rivendicata dalla misteriosa sigla della “Falange Armata”.

Per l’attentato, tra i mandanti vennero condannati i membri della Commissione di Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Bernardo Provenzano, Matteo Messina Denaro e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Tra gli esecutori materiali puniti dalle condanne, spiccano invece i nomi di Giuseppe Barranca, Cosimo Lo Nigro e Gaspare Spatuzza. In seguito alle rivelazioni di quest’ultimo, che confermò le sue responsabilità nell’attentato, venne processato e condannato anche il boss Francesco Tagliavia, responsabile di aver fornito l’esplosivo per l’attentato.

Proprio la sentenza del processo “Tagliavia” ha ufficialmente collegato le modalità e la tempistica dell’attentato in Via dei Georgofili alla cosiddetta “Trattativa Stato-mafia“, inaugurata dai vertici del Ros dei Carabinieri nella primavera del 1992, nei giorni intercorsi tra la morte di Giovanni Falcone e quella di Paolo Borsellino. All’invito al dialogo, trasmesso ai mafiosi dall’ex sindaco mafioso corleonese Vito Ciancimino, Totò Riina rispose con il famoso “papello”, in cui Cosa Nostra chiedeva allo Stato importanti benefici carcerari (tra cui l’abolizione del 41-bis e dell’ergastolo) in cambio della fine delle violenze.

“Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des; L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia; l’obiettivo che ci si prefiggeva, quantomeno al suo avvio, era di trovare un terreno d’intesa con Cosa Nostra per far cessare la sequenza delle stragi”, scrisse nel 2012 la Corte d’Assise di Firenze. “Iniziata dopo la strage di Capaci – ricostruirono i giudici -, la trattativa si interruppe con l’attentato di via D’Amelio […] Per tutto il resto del 1992 Cosa Nostra restò in attesa che si ripristinassero i canali interrotti e fermò. Senza però mai rinunciarvi, ogni ulteriore iniziativa d’attacco, motivata dal fatto che proprio lo Stato, per primo, si era fatto sotto“. Dunque, “per stimolare una riapertura dei contatti e dare prova della sua determinazione, e anche perché furente per l’arresto di Riina, dal maggio del ’93 […] l’ala più oltranzista […] riprese a far esplodere le bombe […] in modo che lo Stato capisse e si piegasse. Ed era certo che lo Stato avrebbe capito proprio perché la trattativa era stata interrotta”.

Tale verità, nel 2016, è stata ufficializzata anche dalla sentenza di Appello, in cui si legge che “l’esistenza” della Trattativa è “comprovata dall’avvio poi interrotto di iniziali contatti emersi tra rappresentanti politici locali e delle istituzioni e vertici mafiosi” ed è “logicamente postulata dalla stessa prosecuzione della strategia stragista“, dal momento che il ricatto “non avrebbe senso alcuno se non fosse scaturita la percezione e la riconoscibilità degli obbiettivi verso la presunta controparte”. I giudici hanno dunque considerato provato che, in seguito alla prima fase della trattativa, che si arenò dopo la strage di via D’Amelio, “la strategia stragista proseguì alimentata dalla convinzione che lo Stato avrebbe compreso la natura dell’obiettivo del ricatto proprio perché vi era stata quella interruzione”.

La storia ci consegna poi altre due pagine che paiono significative. All’indomani delle bombe di Via Fauro e agli Uffizi, il Consiglio dei ministri presieduto da Carlo Azeglio Ciampi – in cui Giovanni Conso ricopriva la carica di ministro della Giustizia – scelse di destituire dal ruolo di capo dell’Amministrazione penitenziaria, senza nessun margine di preavviso, Nicolò Amato, strenuo difensore della “linea dura” sull’applicazione del 41-bis. Come suo successore venne individuato il “morbido” Adalberto Capriotti, magistrato cattolico legato al Vaticano, estremamente garantista. Pochi mesi dopo lo scoppio, nel mese di luglio, delle bombe di Via Palestro a Milano e delle basiliche di San Giorgio al Velabro e San Giovanni Laterano a Roma – nuovi episodi della strategia stragista – il ministro Giovanni Conso decise di non rinnovare il “carcere duro” a 334 mafiosi, restituendoli dunque al carcere ordinario.

Sulla “Trattativa Stato-mafia” è nato un processo che ha visto imputati, per il reato di “violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, uomini delle istituzioni – tra cui gli ufficiali del Ros – e i vertici della mafia. In primo grado i Carabinieri hanno subito ingenti condanne, in Appello sono stati assolti “perché il fatto non costituisce reato“, mentre in Cassazione (la sentenza è stata emessa lo scorso 27 aprile) sono stati assolti in via definitiva “per non aver commesso il fatto“. Dopo essere stati colpiti dalle condanne nei primi due gradi di giudizio, a causa della riqualificazione del reato in “tentata minaccia”, i boss di Cosa Nostra hanno invece potuto beneficiare della prescrizione. Immediata era stata la reazione dell’Associazione dei familiari delle vittime di Via dei Georgofili dopo l’uscita del verdetto: “Il fatto storico, inoppugnabile, che resta, è che la trattativa Stato-mafia, interrotta con la cattura di Riina, portò alle stragi del 1993, e al sangue innocente di Caterina e Nadia Nencioni, dei loro genitori, e di Dario Capolicchio”. [di Stefano Baudino]

1993, l’anno buio della Repubblica: un mistero che resiste da 30 anni. Lirio Abbate su La Repubblica il 26 Maggio 2023

Il 27 maggio la strage di via dei Georgofili a Firenze inaugurò la stagione delle bombe mafiose contro i monumenti. Per quell’attentato sono stati condannati gli esecutori e chi li armò. Ma la caccia ai mandanti occulti non si è mai fermata

Ci sono ancora i nomi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri scritti sul fascicolo dell'inchiesta sui mandanti delle stragi del biennio 1993 e 1994. Un'inchiesta prorogata più volte dal giudice per le indagini preliminari su richiesta dei magistrati della procura di Firenze. I pm l'hanno motivata fornendo al gip nuovi elementi che sostengono la necessità di continuare ad indagare sull'ex premier e sul suo amico e co-fondatore di Forza Italia. 

All'inizio ci sono state le dichiarazioni in aula a Reggio Calabria del boss Giuseppe Graviano, autore delle stragi, il quale ha saputo calcolare le uscite pubbliche, lanciando messaggi a Berlusconi e allo stesso tempo sostenendo che l'ex presidente del Consiglio non aveva rispettato "i patti" con la famiglia Graviano. Il boss di Brancaccio, Matteo Messina Denaro e Leoluca Bagarella sono i protagonisti delle bombe a Roma, Milano e Firenze. E dopo vent'anni di detenzione trascorsi in silenzio, Giuseppe Graviano ha iniziato a lanciare pesanti messaggi dal carcere rivolti a Berlusconi, nel tentativo di tornare libero, o ancor di più, di ottenere una grossa somma di denaro. Tutta questa storia, legata anche alla strage di via dei Georgofili del 26 maggio 1993, ha portato i pm fiorentini ad indagare sui due fondatori di Forza Italia, per accertare se vi sia stato un dialogo fra loro e i boss di Cosa nostra. Non risulta alcuna denuncia per calunnia presentata contro il capomafia palermitano. 

Prima che iniziasse a fare dichiarazioni in aula, Giuseppe Graviano, intercettato anni fa nella sala colloqui con il figlio Michele, si sentiva potente, grazie ai segreti di quella stagione delle bombe al Nord, e parlando di Berlusconi e dei suoi affari diceva: "Queste persone così potenti dipendono da me". Dopo di che fu visto alzarsi dalla sedia, allargare le braccia e battersi il petto con la mano destra scandendo: "Qui tutto dipende da me". Sono trascorsi gli anni, e qualcosa è cambiato. È sceso in campo il factotum dei Graviano, Salvatore Baiardo, anche lui in giro a seminare messaggi dal tono ricattatorio e allo stesso tempo il boss ha modificato la sua strategia in carcere: non più silenzio, ma sussurri. 

Il 1993 è stato uno degli anni più bui della vita della Repubblica, con Roma, Milano e Firenze che divennero scenario di stragi terroristico eversive. Le bombe provocarono la morte di dieci innocenti, il ferimento di 96 persone, danni ingenti e irreparabili al patrimonio artistico. Portarono distruzione, paura e insicurezza, nell'arco di 75 giorni, dal 14 maggio al 28 luglio. L'aggressione mafiosa rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia. All'1,04 del 27 maggio in via dei Georgofili esplode un ordigno collocato in un Fiorino. Muoiono Angela e Fabrizio Nencioni, le loro bambine Nadia e Caterina, e lo studente Dario Capolicchio, mentre dormivano nelle loro abitazioni. In 38 restano feriti, e viene distrutta la Torre dei Pulci, sede dell'Accademia dei Georgofili, e gravemente danneggiati la Chiesa di Santo Stefano e Cecilia e il complesso degli Uffizi, con danni patrimoniali enormi, per circa trenta miliardi di lire. Gli effetti dell'esplosione si sono propagati per circa dodici ettari nel centro di Firenze. L'allora presidente del Consiglio Carlo Azeglio Ciampi ha temuto in quel periodo che stesse per accadere qualcosa di oscuro per la tenuta democratica del Paese. 

I processi che si sono conclusi con pesanti condanne hanno accertato alcune verità. I magistrati evidenziano come "dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso nell'ideazione e nell'esecuzione delle stragi". Per questo motivo vanno ricordati "alcuni interrogativi rimasti insoluti le cui risposte potrebbero squarciare i veli che avvolgono i cosiddetti mandanti a volto coperto".

Come ha detto nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Luca Tescaroli, titolare dell'inchiesta sulle stragi, partecipando ad un incontro all'università di Pisa: "Si continuerà a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e del pericolo generato per la nostra democrazia, è la coscienza critica e morale della società civile che impone questo dovere, la ricerca della verità senza di che non c'è giustizia. E ci auguriamo di trovare il filo conduttore che ci consenta di individuare tali responsabilità, ove esistenti". I quesiti irrisolti e gli spunti investigativi riguardano i contatti fra un appartenente all'estrema destra come Paolo Bellini, condannato per la strage del 2 agosto a Bologna e i mafiosi corleonesi nel periodo in cui pensavano alle bombe al Nord. I pm vogliono accertare il ruolo e l'identità di una donna che avrebbe preso parte alla strage di Milano, e se la decisione dei vertici di Cosa nostra di queste stragi fu condivisa con soggetti estranei. E perché dopo aver fallito l'attentato all'Olimpico il 23 gennaio 1994 la campagna stragista si fermò. A marzo di quell'anno si tennero le elezioni politiche, mutò il quadro politico istituzionale, Silvio Berlusconi divenne il presidente del Consiglio e lo stragismo marcato Cosa nostra si arenò. Le indagini adesso proseguono.

 Trent’anni dalla strage dei Gergofili a Firenze: l’ultimo miglio per la verità. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 un’autobomba mafiosa sterminò una famiglia e uccise uno studente. La procura toscana lavora ancora al filone politico della strategia di Cosa nostra. Ecco cosa c’è da sapere su quella stagione di tritolo e patti. Enrico Bellavia su L'Espresso il 25 Maggio 2023

Il 27 maggio, ma in realtà accadde nella notte tra il 26 e il 27, è il 30° anniversario della strage di via dei Georgofili, a Firenze. Cinque i morti e 48 feriti. Persero la vita: la custode dell’Accademia, Angela Fiume, il marito vigile urbano di San Casciano Val di Pesa, Federico Nencioni e le loro figlie, Caterina di appena 50 giorni e Nadia Nencioni, 9 anni. Rimase ucciso anche lo studente palermitano Dario Capolicchio che dormiva con la fidanzata. La ragazza rimase ferita ma si salvò. La madre, Giovanna Maggiani Chelli, scomparsa nel 2019, ha speso la sua vita per la verità sull’eccidio. 

La strage di via dei Georgofili arriva a un anno di distanza dall’estate siciliana degli eccidi siciliani del 1992, Capaci e via D’Amelio. Ma il disegno mafioso e non solo è unico. La Cosa nostra corleonese di Totò Riina, dopo il colpo subito con la conclusione del maxiprocesso, all’inizio del 1992, decide di sbarazzarsi dei vecchi collegamenti politici e di eliminare chi l’aveva ostacolata e minacciava di farlo ancora.

Comincia il 12 marzo 1992 con l’eurodeputato Salvo Lima, uomo di Giulio Andreotti in Sicilia e affonda la candidatura del sette volte presidente del Consiglio alla presidenza della Repubblica. All’indomani della strage di Capaci sarà eletto Oscar Luigi Scalfaro.

La campagna di sangue e tritolo, l’esplosivo che sarà la firma macabra di tutti gli eccidi, consumati e tentati, continua con la strage di Capaci e 58 giorni dopo il 19 luglio del 1992, prossimo 31° anniversario, con l’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta (5 poliziotti, tra cui Emanuela Loi, unica donna delle scorte morta in servizio) in via D’Amelio a Palermo.

Lo Stato reagisce con il 41 bis, il carcere duro per i mafiosi detenuti che vengono trasferiti a Pianosa e all’Asinara. Nel mirino ci sono altri politici, Calogero Mannino (Dc), Claudio Martelli (Psi) e il magistrato Piero Grasso che scampa a un attentato.

Ma sul finire del 1992, Cosa nostra sposta l’attenzione dalla Sicilia al centro nord del Paese. Colpendo il patrimonio storico per dare una prova di forza distruttiva e gettare nel panico istituzioni e popolazione. 

Le prove generali, quasi un avvertimento, il 5 novembre del 1992 quando viene fatto trovare un proiettile di artiglieria al Giardino dei Boboli a Firenze. 

Il 15 gennaio del 1993 viene arrestato Totò Riina ma la strategia continua. La realizzano: Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, oggi tutti in carcere. 

Il primo attentato avviene a Roma, in via Ruggero Fauro ai Parioli, il 14 maggio del 1993: scampano alla morte Maurizio Costanzo e la moglie. Segue, pochi giorni dopo, l’attentato ai Georgofili.

Il 27 luglio 1993 a Milano, un’altra autobomba uccide in via Palestro altre cinque persone. In contemporanea, sempre il 27 a Roma le bombe che non fanno vittime a San Giorgio al Velabro e alla Basilica di San Giovanni.

È in preparazione un ultimo attentato eclatante in via dei Gladiatori a Roma, in occasione di una partita all’Olimpico contro un bus di carabinieri che dovrebbe fare almeno 200 morti. Inizialmente è stato datato a ottobre, poi certamente al 23 gennaio 1994.

Il 26 gennaio del 1994 scende in campo Silvio Berlusconi: con il celebre annuncio tv: “L’Italia è il Paese che amo”

Il 27 gennaio del 1994 a Milano vengono arrestati Giuseppe Graviano e il fratello Filippo. Da quel momento le stragi finiscono. 

Perché?

Questo è il cuore del problema: ci si arrovellò il pm di Firenze Gabriele Chelazzi, che in tempi record tra il 1996 e il 2002 concluse i processi contro i mandanti e esecutori mafiosi e morì, stroncato da un infarto, nel 2003 mentre lavorava alla ricostruzione del contesto politico delle stragi. Un lavoro che è tuttora in corso.

Cosa sappiamo?

Nel 2008 inizia a collaborare ufficialmente con la giustizia Gaspare Spatuzza, luogotenente di Graviano. Riscrive lui la vera storia della strage di via D’Amelio e racconta quel che sa, per avervi partecipato, alla ricostruzione delle stragi al Nord. Chiama in causa tra gli altri Francesco Tagliavia. Nella sentenza di condanna di quest’ultimo, a Firenze, 2016, poi ribadita ulteriormente in Cassazione nel 2017, si fa esplicito riferimento alla trattativa.

Ma cos’è questa trattativa?

È pacifico che i carabinieri del generale Mario Mori trattarono con Vito Ciancimino per far cessare le bombe mafiose. Secondo il generale Mario Mori, processato e assolto, il dialogo con l’ex sindaco di Palermo iniziò tra la strage di Capaci e via D’Amelio e si protrasse fino a quando Ciancimino, nel dicembre del 1992 fu arrestato. Un’iniziativa del tutto normale nell’ambito delle prerogative di chi cerca informazioni nell’interesse dello Stato, hanno sostenuto i carabinieri. 

Per i magistrati di Palermo, fu proprio la trattativa a convincere i boss dell’arrendevolezza dello Stato e della necessità di altri attentati per far cessare il regime di carcere duro per i mafiosi detenuti.

Cosa non sappiamo?

Gli interrogativi sono molti e riguardano sia le stragi sia il contesto. Perché i boss si esposero alle stragi fin dal 1992, sapendo che la reazione dello Stato sarebbe stata dura, quale calcolo li indusse ad accettare il rischio?

I mafiosi avevano avuto rassicurazioni e da chi?

Spatuzza ci dice che Graviano aveva un canale aperto con Silvio Berlusconi, frattanto entrato in politica legato a un investimento del padre sulla nascita di Milano due. Graviano conferma l’investimento attribuendolo al nonno e lancia segnali senza ammettere un contatto diretto con Berlusconi e con Marcello Dell’Utri. Il suo uomo di fiducia, Vincenzo Baiardo che ne ha custodito la latitanza nel 1993 e nel 1994 fino all’arresto parla invece di contatti mediati da lui e poi al conduttore tv Massimo Giletti avrebbe fatto vedere una foto con Berlusconi e Graviano. Ma lui nega l’esistenza della foto.

A che punto sono le indagini?

Chiuse e riaperte più volte ruotano intorno allo stesso punto: la mafia puntò sul cavallo nuovo, forse per i trascorsi legami. Le stragi cessarono per questo. Ma, la procura di Palermo, ritiene che il nuovo corso fu determinato proprio dalle stragi. Le indagini stanno intanto verificando tutti i movimenti dei Graviano negli anni 92-93 durante la stagione delle bombe. Le vacanze in Versilia e in Sardegna e a Omegna, il paese in cui si era trasferito Baiardo, sul lago d’Orta in Piemonte.

Le misteriose presenze raccontate da Spatuzza e venute fuori dalle inchieste, aprono scenari di compartecipazione al disegno stragista da parte di altri apparati. Spatuzza racconta di un uomo estraneo a Cosa nostra visto nel garage dove si preparava l’autobomba per Borsellino. Dalle testimonianze è emersa la presenza di una donna ben vestita sul teatro della bomba di via Palestro. Nessuno ha mai parlato di donne operative in Cosa nostra. Gli investigatori hanno rintracciato una donna che si dice estranea a tutto che ha condiviso con un suo ex compagno una formazione paramilitare che ricorda molto quella della struttura Gladio. 

È doveroso scandagliare in tutte le direzioni, senza riguardi per nessuno. Difficile rintracciare la pistola fumante. Illusorio pensare che Cosa nostra abbia agito su ordine di qualcuno, non è mai accaduto.

Ancora una volta ci viene in soccorso la dottrina di Giovanni Falcone che per i delitti politici di Palermo (Reina, Mattarella, La Torre) parlò di una convergenza di interessi tra mafia e politica. Del resto, senza la politica la mafia sarebbe un’organizzazione criminale e basta. E in molte regioni, anche del Nord, la politica non riesce a liberarsi dell’abbraccio mortale con la mafia.

C’è ancora molto da sapere sulle bombe del 1992-1993. Lo dobbiamo alle vittime e alle generazioni che sono venute dopo. Troppe pagine oscure della nostra storia sono un’ipoteca sul futuro. Ecco perché accanto alle doverose cerimonie è importante non dimenticare che non si tratta solo di celebrare il rito degli anniversari ma di esigere verità su quel che è accaduto. E fin dove è arrivato il livello di compromissione tra mafia e Stato.

Perché Salvatore Baiardo va arrestato: è lo scalpo della caccia a Berlusconi. Per Baiardo sono stati decisi gli arresti domiciliari che diventeranno effettivi solo in caso di conferma dalla Cassazione sul ricorso della difesa. Frank Cimini su L'Unità il 3 Ottobre 2023 

Il giudice per le indagini preliminari aveva detto un no secco alla richiesta di arrestare Salvatore Baiardo ma i pm Luca Turco e Luca Tescaroli hanno insistito e con una dedizione degna di miglior causa hanno ottenuto il contentino dal Tribunale del Riesame. Per Baiardo sono stati decisi gli arresti domiciliari che diventeranno effettivi solo in caso di conferma dalla Cassazione sul ricorso della difesa.

Il provvedimento restrittivo però fa riferimento esclusivamente alla calunnia aggravata dell’ex conduttore di Non è l’arena su La7 Massimo Giletti al quale sarebbe stata mostrata una foto sul lago d’Orta che ritraeva Silvio Berlusconi, il boss Giuseppe Graviano e il generale Delfino. L’arresto non è stato concesso per il presunto favoreggiamento di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri indagati da tempo come mandanti delle stragi di mafia, ipotesi già spazzata via un paio di volte dalla magistratura siciliana. Il fatto che gli arresti arrivino solo per il reato meno grave rende l’intera vicenda ancora più inquietante.

La procura di Firenze per non rassegnarsi a chiedere l’archiviazione per Dell’Utri essendo Berlusconi deceduto il 12 giugno scorso le sta provando tutte. Ha risentito come testimone Urbano Cairo editore di La7 che avrebbe chiuso la trasmissione di Giletti proprio in relazione alla storia di quella fantomatica fotografia che Baiardo avrebbe mostrato a Giletti per poi smentire e accusare il giornalista e conduttore di aver detto il falso. Di qui l’accusa di calunnia che tiene in piedi un impianto accusatorio molto fragile che dovrebbe essere utile nella speranza dei pm di riuscire a processare Silvio Berlusconi anche da morto.

Intendiamoci. qui non si tratta di toghe rosse – espressione che Berlusconi usava per rivolgersi in modo semplicistico al suo elettorato – ma di magistrati che diventano militanti del loro processo costi quello che costi. Si sta ripetendo la storia dei pm di Milano che hanno impugnato in Cassazione la sentenza di assoluzione del processo Rubyter nonostante il capo della procura Marcello Viola non avesse condiviso l’iniziativa limitandosi a vistare e non firmare la richiesta alla Suprema Corte.

Pur di rimettere di fatto in ballo l’imputato principale i magistrati dell’accusa passano oltre l’evidente violazione del diritto di difesa delle ragazze frequentatrici di Arcore avrebbero dovuto essere sentite come indagate alla presenza dell’avvocato e non certo come testimoni. Era la procura del capo Edmondo Bruti Liberati e della pm Ilda Boccassini in un’inchiesta in cui l’accusa ha portato a casa zero risultati. Frank Cimini 3 Ottobre 2023

Estratto dell'articolo da affaritaliani.it lunedì 2 ottobre 2023.

"Per l’ennesima volta, leggiamo sulla stampa dichiarazioni del signor Salvatore Baiardo che alludono a rapporti di amicizia con la famiglia Berlusconi, nella realtà mai esistiti, e a presunti finanziamenti di origine malavitosa al Gruppo Fininvest, parimenti inesistenti. Non possiamo quindi che ribadire per l’ennesima volta la falsità assoluta delle sue dichiarazioni, acclarata, del resto, da sentenze passate in giudicato ed ulteriori provvedimenti giurisdizionali".

Con queste lapidarie affermazioni l'avvocato Giorgio Perroni, storico legale della famiglia Berlusconi, smentisce categoricamente l'intervista rilasciata da Salvatore Baiardo ad Affaritaliani.it. […] 

(ANSA lunedì 2 ottobre 2023) - "Questa fotografia non esiste. Con Giletti si era parlato se c'erano eventuali foto con i Graviano", "ma i Graviano non hanno mai voluto farsi fotografare". E ancora, "è vero che ho incontrato Paolo Berlusconi", per "un aiuto economico ad aprire una gelateria. C'era un rapporto di amicizia con la famiglia Berlusconi" ma "in quei periodi il Cavaliere era inavvicinabile", "non sono riuscito a parlargli. Non è vero che volevo ricattare i Berlusconi. Paolo si è avvalso della facoltà di non rispondere", ma "se l'avessi minacciato mi avrebbe sicuramente denunciato".

Così Salvatore Baiardo parlando con Affaritaliani.it. "Io ho parlato degli incontri - sottolinea l'ex gelataio di Omegna, amico dei fratelli Graviano - così come ne ha parlato lo stesso Graviano nelle ultime deposizioni nel processo sulla 'ndrangheta stragista. Queste cose sono avvenute a Milano, non sul lago d'Orta come dicono i giornalisti. Ma di cosa parlassero non lo so, io li accompagnavo, poi se Graviano mi diceva che parlavano di certe cose… lo diceva lui".

Secondo l'ex gelataio "nelle tre puntate in cui c'è stato Baiardo, e nelle interviste esterne con il Baiardo il programma 'Non è l'Arena' ha fatto visualizzazioni mai fatte, e uno share della madonna - aggiunge -. Non mi sento responsabile della chiusura di 'Non è l'Arena'. Perché Giletti mi ha voltato le spalle? Perché io non sono più voluto stare al suo gioco. Il motivo per cui ho parlato delle foto non posso dirlo, ma qualcuno capisce sicuramente perché non sono più stato al gioco di Giletti e non sono più andato nella sua trasmissione".

Per Baiardo con la morte di Matteo Messina Denaro "uscirà qualcosa sui misteri che ancora ruotano attorno alle stragi e alla trattativa Stato-mafia. Però usciranno a metà dicembre, quando pubblicherò il mio libro. E' anche agli atti che io abbia conosciuto Messina Denaro. Poi ci sono altre cose che non sono agli atti e che ho messo nel libro". "Io ho solo detto chi vedevo, non vedevo, facevo, non facevo in quegli anni - conclude -. Chi se lo immaginava che raccontare oggi cose accadute nel 1989-1990 potesse suscitare un simile polverone. Non avevo interesse a raccontarlo prima, l'ho fatto quando me l'hanno chiesto, nel 2012-13".

Baiardo: "Giletti mi ha voltato le spalle. La foto con Berlusconi non esiste". L'intervista di Affaritaliani.it all'ex gelataio tuttofare dei boss Graviano, al centro dell'indagine sui presunti mandanti esterni delle stragi del 1993 di Eleonora Perego il 2 Ottobre 2023 su Affaritaliani.it.

Salvatore Baiardo ad Affari: "GIletti mi ha voltato le spalle. La foto di Graviano con Berlusconi? Non esiste"

Ha deciso di rompere il silenzio Salvatore Baiardo, tuttofare dei boss mafiosi Graviano, indagato dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze nell'ambito della nuova inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi del 1993.

Lo ha fatto dopo la decisione del tribunale del Riesame di Firenze, che ha accolto il ricorso della Procura ritenendo fondate le accuse di calunnia nei confronti del conduttore Massimo Giletti e del sindaco di Cerasa, Giancarlo Ricca, disponendo gli arresti domiciliari. Gli stessi non hanno ritenuto sufficientemente provata l’accusa di favoreggiamento a favore di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Uno dei cuori dell’indagine è sempre la fotografia che ritrarrebbe il boss Graviano con l’ex premier e il generale Francesco Delfino. Immagine che secondo il tribunale “sicuramente è stata fatta vedere” a Giletti, al contrario di quello che Baiardo ha detto ai magistrati, sostenendo che il giornalista si fosse inventato tutto (da qui l’accusa di calunnia). Secondo i giudici proprio quella foto può aver causato la chiusura di “Non è l’Arena”. Ma Salvatore Baiardo, in attesa della decisione della Corte di Cassazione – che si dovrà pronunciare perché la misura diventi esecutiva – ha voluto nuovamente replicare, parlando con Affaritaliani.it.

Ranucci e Travaglio ci provano ancora con i pentiti di mafia. Il sedicente giornalismo antimafia ci mette del suo, mescolando informazioni e suggestioni, inchieste giudiziarie e kermesse da avanspettacolo, tra selfie, pizzini e Tiktok. Felice Manti il 23 Maggio 2023 su Il Giornale.

Se la mafia agisce sostanzialmente indisturbata in questo Paese è perché si passa più tempo a inseguire i fantasmi che a cercare i colpevoli. Il sedicente giornalismo antimafia ci mette del suo, mescolando informazioni e suggestioni, inchieste giudiziarie e kermesse da avanspettacolo, tra selfie, pizzini e Tiktok. Oltraggiando i morti di mafia prima ancora che la verità. Ieri sera Report ha mostrato un’intervista di Paolo Mondani tutt’altro che rubata del 2 marzo scorso a Salvatore Baiardo, manutengolo del boss Giuseppe Graviano e sedicente favoreggiatore della sua latitanza. Tema, la famigerata foto che ritrarrebbe Silvio Berlusconi con una polo scura, lo stesso Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino, scattata nella primavera del 1992 nei pressi del lago d’Orta (prima delle stragi di Falcone e Borsellino) o forse a luglio dopo via d’Amelio, dallo stesso inaffidabile mafioso. È l’ennesima inchiesta sul Cavaliere, aperta dalla Procura di Firenze, che vorrebbe dimostrare il folle teorema sul ruolo di possibile fiancheggiatore di Cosa nostra nella stagione stragista del ’92-’93 tramite una Forza Italia ancora inesistente. Ai pm Baiardo ha detto che sono fesserie, ai giornalisti dice che le foto esistono.

Ma la storia giudiziaria non si fa con i se, né con foto fantasma. E infatti in tribunale questa ipotesi si è disgregata più volte. Ora, che qualcuno insista su questa narrazione ci può stare. Il conduttore di Report Sigfrido Ranucci da sempre mescola teorie un po’ claudicanti a ipotesi televisivamente suggestive. Lo stesso dicasi per il Fatto quotidiano, che ha nel mascariamento di Berlusconi la sua ragione fondante.

Ci sta anche che Baiardo, ansioso di scrivere un libro e di raggranellare due spicci, alzi la posta tra una comparsata tv e un video su Tiktok (sic), a maggior ragione dopo che Massimo Giletti, il primo a cui aveva promesso la foto che il giornalista avrebbe pure visto nel luglio del 2022, a distanza e senza riconoscere né Graviano né Berlusconi, è saltato per aria assieme alla sua trasmissione su La7, chiusa improvvisamente e senza spiegazioni dall’editore Urbano Cairo.

Chi ha visto il servizio intuisce facilmente che Baiardo sa di essere registrato da Report, tanto che si lascia andare a frasi come «E se non va tutto come deve andare, nel libro usciranno le foto». Quale libro? Si sa il titolo, Le verità di Baiardo, manca un editore che potrebbe essere il Fatto, chissà. Secondo la ricostruzione di Giacomo Amadori sulla Verità Baiardo avrebbe mandato a Giletti un selfie con Mondani, con un messaggino tipo «Loro ricominciano ad aprire, vogliono farla con Netflix». In mezzo a questa trattativa commerciale (Baiardo ha già intascato da La7 un bel gruzzoletto, forse un anticipo sulle foto?) ci sono quelle politiche su ergastolo ostativo e i soliti veleni sul Ros dei carabinieri per la cattura di Matteo Messina Denaro. Con il servizio pubblico che si presta a fare da megafono a queste illazioni, alla stregua di Tiktok.

Il giocoliere. Giornalisti e pm al guinzaglio di Baiardo: la caccia alle foto di Berlusconi è un gioco delle tre carte. Tiziana Maiolo su L'Unità il 24 Maggio 2023

Placido e beffardo, lui, il gelataio Salvatore Baiardo, se li porta in giro tutti come cagnolini al guinzaglio, pubblici ministeri e giornalisti. Loro, dai pm fiorentini Tescaroli e Turco, i due Luca, oltre alla squadretta dei cronisti del Fatto e di Report, sono alla caccia della (o delle) fotografie che inchioderebbero Silvio Berlusconi seduto al bar con il generale dei carabinieri Francesco Delfino e con un mafioso stragista come Giuseppe Graviano. La (le) cercano e non la (le) trovano. Un po’ come “io cerco la Titina, la cerco e non la trovo”, la canzone resa famosa da Charlie Chaplin che la cantava in Tempi moderni, ma soprattutto nella sua versione grammelot senza costrutto e con il guazzabuglio delle lingue mescolate. Ecco, questa ricerca della foto che non c’è è un po’ il simbolo di questa inchiesta della Dda fiorentina sui “mandanti” delle bombe del 1993. Quelle che nelle intenzioni, nonostante l’impiego di quantitativi enormi di esplosivo, avrebbero dovuto essere più “simboli” che stragi. Lo dice senza mezzi termini anche la sentenza d’appello del processo “Trattativa Stato-mafia”, che quei dieci morti a Firenze e Milano non erano stati programmati. Il che naturalmente nulla toglie alla gravità di quegli attacchi dal forte sapore terroristico.

Il procuratore aggiunto Luca Tescaroli, che coordina la Dda di Firenze dopo aver maturato la propria esperienza di magistrato “antimafia” in Sicilia, in un’intervista al quotidiano Nazione-Carlino-Giorno, parla della ricerca dei “mandanti” di quelle stragi in questi termini: “Se dovessimo usare una metafora potremmo dire che il bicchiere è quasi pieno ma non ancora completamente”. Incoraggiante. Se non fosse per almeno due buoni motivi, che ci permettiamo di ricordare all’illustre magistrato. Il primo: la procura di Firenze sta indagando su due persone, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, le cui posizioni sono state archiviate, per gli stessi fatti, già tre volte in quegli stessi uffici siciliani che il dotto Tescaroli ben conosce. Secondo: questa ultima inchiesta avrebbe dovuto essere chiusa entro il 31 dicembre 2022. L’ha riaperta il gelataio Baiardo. Ci dica lei, dottor Tescaroli, se le pare una cosa seria.

I giornalisti con il bollino blu dell’antimafia, come Marco Lillo del Fatto, lo definiscono un giocatore di poker. A noi Salvatore Baiardo ricorda di più uno di quelli del “carta vince, carta perde”, quelli che stanno su uno sgabellino sul marciapiedi e ti danno prima l’illusione lasciandoti vincere, e poi sferrano la mazzata e ti tolgono anche la casa e la fidanzata. Se a questo profilo aggiungi anche quel pizzico di mafiosità che deriva da una condanna per aver aiutato programmatori di stragi ed esecutori di omicidi di Cosa Nostra, ecco la foto, quella esistente e vera, di Salvatore Baiardo.

Fa il giocoliere, e l’abbiamo visto l’ultima volta lunedì sera a Report, dopo averlo già conosciuto al fianco di un affaticato Giletti, che però non si fidava del tutto, non avendo forse il cinismo degli uomini di Ranucci. Il gioco delle tre carte del gelataio consiste in questo: una versione per i giornalisti, una per i magistrati e l’altra per Tik Tok. Con la carotina per tutti del suo libro, che Il Fatto prevede in uscita il 20 giugno con la casa editrice Frascati e Serradifalco. Lì ci saranno le foto di Berlusconi con Graviano? Certo, basta cercarle. E trovarle, così come non fu trovato il mitico documento che avrebbe attestato il finanziamento da parte del nonno dei fratelli Graviano alle prime iniziative imprenditoriali del leader di Forza Italia.

A Massimo Giletti, Baiardo aveva parlato di una sola foto, anzi gliela aveva addirittura mostrata, però al buio e da lontano. Il conduttore di “Non è l’arena” ha riconosciuto con certezza un più giovane Berlusconi, e forse il generale Delfino, personaggio molto conosciuto degli anni novanta e che ora non c’è più e non potrà dare alcuna testimonianza su quello scatto, forse di polaroid e in bianconero. Solo Baiardo, o qualche boss di Cosa Nostra potrebbe dire con certezza (se la foto esistesse), se il terzo uomo, poco più di un ragazzino al tempo, fosse Giuseppe Graviano. In ogni caso, davanti ai magistrati Baiardo ha negato tutto e ancor di più ha irriso i giornalisti creduloni su Tik Tok. Poi Giletti è uscito di scena con la chiusura improvvisa del programma e il pallino passa a Paolo Mondani di Report, vecchia conoscenza del gelataio, che lo interroga davanti a un cornetto in pasticceria e con telecamera nascosta. Macché nascosta, sfotte il giocoliere: l’ho preso in giro perché ho capito subito che mi stava video-registrando. E parla delle tre foto. I magistrati acquisiscono, in accordo con il cronista.

Ma c’è uno scivolone politico, in cui incorrono tutti e tre i soggetti, magistrati, giornalisti e gelataio giocoliere. Le foto sarebbero del 1992, e secondo Baiardo gli incontri con il boss di Cosa Nostra sarebbero finalizzati alla nascita di Forza Italia e la presa del potere da parte di Berlusconi a suon di bombe e stragi. 1992? Forza Italia? Nella prima repubblica e con i governi Andreotti e Amato? Signor Baiardo, aggiusti un po’ le date, mentre porta a passeggio con il guinzaglio pubblici ministeri e giornalisti. Tiziana Maiolo

Da Gelli a Meloni, tutto si tiene. “Report” è meglio di Netflix. SALVATORE MERLO su Il Foglio il 24 maggio 2023.

E’ la trasmissione d’intrattenimento migliore della televisione italiana. Anzi mondiale. Lunedì sera in poco più di un’ora è andato in onda il romanzo delle stragi mafiose. Altro che Sorrentino

Da Licio Gelli a Giorgia Meloni, il romanzo delle stragi. Gli inglesi hanno avuto Ian Fleming e James Bond, John le Carré e Graham Greene, noi abbiamo “Report” e Sigfrido Ranucci su Rai 3, la fantastica macchina visiva, la fiabesca, inesauribile dispensatrice di immagini e parole: che la nuova Rai non ce li tocchi. Guai a lei. E lo diciamo seriamente. “Report” non si tocca!  Lunedì sera per oltre un ora, davanti al teleschermo, sul divano, anziché guardare “The diplomat” su Netflix, siamo rimasti incantati davanti a un’opera che dovrebbe essere recensita da Mariarosa Mancuso o Paolo Mereghetti: collusioni tra mafia, politica, carabinieri, terrorismo, massoneria, servizi segreti italiani e americani fluttuavano come gas (o palline da ping pong) sulle pareti, le poltroncine, il tappeto e il tavolino da caffè del  soggiorno di casa.

Estratto dell’articolo di Luca Serranò per “la Repubblica” il 24 maggio 2023.

Torna a parlare Salvatore Baiardo, il fiancheggiatore del boss di Brancaccio Giuseppe Graviano che più volte nell’ultimo anno è stato sentito dai pm fiorentini che indagano sui mandanti occulti delle stragi del ‘93. Raggiunto da Report , Baiardo ha risposto alle domande sulla foto dei misteri, lo scatto — di cui aveva parlato anche con Massimo Giletti, come confermato da alcune conversazioni intercettate, salvo poi smentire la circostanza ai magistrati — che ritrarrebbe insieme Silvio Berlusconi, il boss Giuseppe Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino.  […]

Le immagini sarebbero tre, tutte scattate nella primavera del 1992 in un bar sul lago d’Orta […] di quello scatto sarebbe a conoscenza anche Paolo Berlusconi. Le parole registrate da Report con una telecamera nascosta sono finite subito sul tavolo dei magistrati fiorentini, perché incrociano le dichiarazioni intercettate dagli investigatori e la testimonianza di Giletti, al quale l’editore diLa7 , Urbano Cairo, ha chiuso (i motivi non sono mai stati chiariti) la trasmissione televisiva mentre aveva in scaletta la preparazione di servizi giornalistici proprio su questi fatti.

Lo scorso luglio Giletti aveva intervistato per la prima volta Baiardo per una puntata speciale sulla mafia della sua trasmissione Non è l’Arena su La7 ,dopo averlo visto parlare a Reportai microfoni di Paolo Mondani. In quell’occasione, per accreditare la propria attendibilità con Giletti, il fiancheggiatore dei Graviano aveva mostrato un’immagine con tre persone. «Me l’ha fatta vedere, senza consegnarmela, tenendola lontana da me — la testimonianza del giornalista — eravamo in un bar a Castano, vicino a Milano.

Mi è parsa una foto del tipo di quelle da macchinetta usa e getta, ho visto tre persone sedute a un tavolino. Berlusconi l’ho riconosciuto, era giovane, credo fosse una foto degli anni ‘90, sono certo fosse lui anche perché in quel periodo lo seguivo giornalisticamente». Ai magistrati Luca Tescaroli e Luca Turco, Giletti ha spiegato perché Baiardo gli ha mostrato il documento: «Perché ho sempre messo in dubbio le sue dichiarazioni». Il giornalista ha aggiunto anche altri dettagli delle confidenze raccolte dal fiancheggiatore dei Graviano, come le telefonate che lo stesso avrebbe ricevuto sul suo telefono — ma destinate al boss — da Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri che, intercettato, si lamentava delle trasmissioni televisive che Giletti aveva messo in onda sulla mafia.

Salvatore Baiardo, Report e le tre foto di Berlusconi con Giuseppe Graviano: «Le ho fatte io». Alessandro D’Amato su Open.online il 24 maggio 2023. 

Le immagini del caso Giletti-Non è l’Arena e le profezie dell’uomo condannato per aver favorito la latitanza dei boss di Brancaccio

Le foto che ritraggono Silvio Berlusconi insieme a Giuseppe Graviano e al generale dei carabinieri Francesco Delfino sono tre. Li mostrano seduti a un bar sul lago d’Orta. La data è il 1992. E a scattare le tre Polaroid sarebbe stato proprio Salvatore Baiardo. Che oggi nega l’esistenza degli scatti. Ma che ha detto invece di averle riprese in una registrazione (a sua insaputa) in cui parla con Paolo Mondani di Report. Si tratta delle immagini che Baiardo ha mostrato a Massimo Giletti secondo la testimonianza del conduttore a Firenze, dove si indaga sulle stragi del 1993. E che il gelataio condannato per aver aiutato la latitanza di Madre Natura ha minacciato di voler pubblicare in un libro. Ovvero nell’autobiografia che sta preparando. E che si intitolerà “Le verità di Baiardo“. 

Non è l’Arena, gli scatti e i ricatti

Nel verbale il conduttore di Non è l’Arena ha detto ai pm che indagano a Firenze che lo scatto fu “rubato”, cioè fatto di nascosto. Mentre l’ex favoreggiatore dei fratelli Graviano ha subito una perquisizione a marzo. Senza alcun esito. Luca Tescaroli e Luca Turco indagano sulle stragi di Firenze, Milano e Roma. Che si verificarono dopo l’arresto di Totò Riina. E che vedono protagonista tra gli ideatori Matteo Messina Denaro. Mentre viene ripreso a sua insaputa dalle telecamere di Report Baiardo racconta alcuni dettagli sulle fotografie. Le avrebbe scattate lui personalmente. Risalgono a dopo la morte di Paolo Borsellino. E sono collegate alla discesa in campo del Cavaliere: «Nel ’92 era in ballo la nascita di Forza Italia». Berlusconi avrebbe saputo di queste foto perché Baiardo le mostrò al fratello Paolo durante l’incontro tra i due nella sede de Il Giornale.

Cosa succede a marzo?

La Verità oggi racconta che il 2 marzo scorso Baiardo ha mandato a Giletti lo scatto che lo ritrae insieme a Mondani di Report. Gli dice anche che “loro” (cioè la trasmissione) «ricominciano ad aprile, vogliono farla con Netflix». Fa capire al conduttore che lui e Mondani hanno parlato delle foto. E gli dice che a Report sapevano già tutto, sospettando che sia stato lui a parlargliene. Giletti nega. Baiardo dice di aver fatto finta di cadere dalle nuvole. Poi tira fuori un’altra “profezia” delle sue. Dice che dopo il giorno 8 marzo «ne usciranno delle belle». Quello è il giorno in cui la Cassazione deve decidere sulla riforma dell’ergastolo ostativo del governo Meloni. Il 27 marzo la procura di Firenze perquisisce Baiardo. Ma le foto non si trovano. Baiardo intanto smentisce Giletti su Tiktok riguardo la foto.

Le profezie e le istantanee

Baiardo è l’uomo della “profezia” su Matteo Messina Denaro. In un’intervista a Non è l’Arena si era detto convinto che il superlatitante si sarebbe fatto catturare attraverso un accordo. Nei tempi però Baiardo ha parlato un po’ di tutto. Ha profetizzato che Giletti non sarebbe tornato in Rai, ma gli ha consigliato di aprirsi un canale YouTube. Ha provato a rimediare pubblicità per la trasmissione in crisi per l’Auditel. Avrebbe anche detto: «La foto non posso consegnarla se prima non ne parlo con Graviano». Il 26 aprile scorso Mondani è stato ascoltato dalla procura di Firenze. Che ha acquisito anche le immagini dei suoi dialoghi con Baiardo. A parlarne oggi è anche il Fatto Quotidiano.

La versione di Giuseppe Graviano

Giuseppe Graviano ha dato la sua versione dei fatti riguardo gli incontri con Berlusconi. In un memoriale consegnato tre anni fa ai giudici durante il processo ‘Ndrangheta Stragista ha detto che «la morte di mio padre, i rapporti di Totuccio Contorno con la procura di Palermo, quelli del gruppo di Bontate con Berlusconi, gli investimenti finanziari di alcuni imprenditori di Palermo a Milano, la strage di via d’Amelio» fanno parte di una vicenda collegata. Madre Natura ha sostenuto che dell’omicidio del padre, imprenditore «e incensurato» Michele Graviano, per il quale si è accusato Tanino Grado, sarebbe invece anche responsabile il pentito Totuccio Contorno. Graviano ha accusato anche «il pool della procura di Palermo, composto da Falcone, Chinnici e altri» di aver consentito a Contorno di commettere «una serie sconfinata di omicidi» che non avrebbe mai confessato.

Gli investimenti dei palermitani a Milano

Poi c’è il racconto dei 20 miliardi dei palermitani a Milano. Tra 1970 e 1972 suo nonno materno Filippo Quartararo ha deciso di farsi capofila di un gruppo di investitori del palermitano che piazzarono la cifra che equivale a 173 milioni di euro di oggi. Nell’occasione Michele Graviano ha detto al padre di sua moglie che non gli interessa partecipare alla “cordata” perché preferisce gestirsi gli interessi da sé. E gli ha intimato anche di non infilare i suoi figli (sono quattro: oltre a Filippo e Giuseppe ci sono il maggiore Benedetto e la più piccola Nunzia) in questa storia. Quando è morto il padre, sostiene Giuseppe, il nonno gli ha fatto presente che ci sono gli interessi milanesi da curare. Di questi, sempre secondo Graviano, si è occupato finora soltanto suo cugino Salvo Graviano.

La scrittura privata

Sempre secondo Graviano questi 20 miliardi sono garantiti da una scrittura privata tra Berlusconi e gli investitori palermitani. «E questo momento corrisponde, a mio avviso e a mente lucida, con l’ultimo incontro che ho avuto con Berlusconi a Milano. In quell’incontro si parlò di mettere nero su bianco quello che era stato pattuito con mio nonno Quartararo e gli altri investitori palermitani», sostiene Graviano. Il quale aggiunge che i palermitani da Berlusconi «volevano ottenere i propri utili e formalizzare l’accordo davanti a un notaio». Era stato fissato anche un appuntamento in uno studio per firmarlo nel febbraio del 1993. Poco prima Graviano viene arrestato.

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Report, la minaccia di Salvatore Baiardo a Berlusconi: «Questo governo cade». Alessandro D’Amato su Open.online il 23 maggio 2023.

L’uomo della “profezia” dice di essere pronto a pubblicare le istantanee: «se non succede quello che (deve) succede(re), questo governo cade». Ma… 

«Se non succede quello che succede questo governo cade». È un Salvatore Baiardo in vena di mandare segnali quello che parla della foto di Silvio Berlusconi con Giuseppe Graviano mentre non sa di essere registrato da Paolo Mondani di Report. Le immagini che avrebbe scattato proprio lui ai due e al generale Francesco Delfino sul lago d’Orta a Omegna. E che avrebbe già mostrato in occasione dell’incontro con Paolo Berlusconi nella sede del Giornale a Milano. Secondo quanto ha raccontato lui stesso – per poi smentirlo – le istantanee con una Polaroid è pronto a pubblicarle in un libro di prossima uscita. Più precisamente: «Se non va tutto come deve andare nel libro usciranno le foto». E quindi «se non succede quello che (deve) succede(re), questo governo cade».

L’indagine

Il Fatto Quotidiano fa sapere oggi che la procura di Firenze ha acquisito nei giorni scorsi le registrazioni dei colloqui di Mondani con Baiardo. I Pm Luca Tescaroli e Luca Turco indagano insieme al sostituto Lorenzo Gestri su Berlusconi e su Marcello Dell’Utri. I pubblici ministeri hanno chiesto alla trasmissione Rai di «volere consegnare le registrazioni oggetto delle interlocuzioni intercorse il 4 ottobre, 2 marzo 2021 o in altre date tra Salvatore Baiardo e il giornalista Paolo Mondani, oggetto della deposizione di quest’ultimo il 26 aprile 2023 ove è stato fatto riferimento alla fotografia ritraente Silvio Berlusconi, Francesco Delfino, Giuseppe Graviano. I pm quindi hanno creduto al conduttore di Non è l’Arena Massimo Giletti. Il quale ha detto che Baiardo gli ha mostrato la foto e che lui nell’occasione ha riconosciuto Berlusconi.

La versione di Baiardo

Secondo Baiardo quindi esistono più foto che ritraggono Berlusconi, Graviano e Delfino. Le foto sono testimonianza di quel rapporto tra Berlusconi e Graviano che “Madre Natura” ha spiegato in un memoriale (sempre che dica il vero). Nel quale sostiene che un numero non imprecisato di imprenditori palermitani tra cui il nonno materno hanno investito nelle aziende immobiliari di Berlusconi negli Anni Settanta una cifra vicina ai 20 miliardi di lire. Graviano dice che gli investimenti erano garantiti da una “scrittura privata” conservata da suo cugino, nel frattempo deceduto. E aggiunge che avrebbe dovuto recarsi a un appuntamento con un notaio a Milano a febbraio per ratificare l’accordo e per decidere sulla restituzione del prestito. Ma pochi giorni prima è stato arrestato.

La smentita

Nel video di Report quando Mondani gli chiede della reazione di Paolo Berlusconi alla vista delle foto Baiardo fa un gesto con le mani che significa “paura”. Intanto ieri Baiardo su TikTok dopo aver letto le anticipazioni di Report ha smentito tutto. Sostenendo di aver detto “fandonie” contro il povero Berlusconi. E che si augura una denuncia per diffamazione nei confronti della trasmissione. Intanto il 20 giugno uscirà il suo libro per la casa editrice Frascati e Serrafalco. Ma cosa vuole di preciso Baiardo da Berlusconi? Tanto da minacciare la caduta di un governo? Posto che pare ovvio che secondo l’ex gelataio di Omegna che si offende se viene definito “pentito” intenda dire che i danni politici nei confronti di Berlusconi potrebbero mettere in difficoltà il governo, il problema rimane sempre l’ergastolo ostativo.

Quale governo?

Il governo Meloni ha infatti confermato l’ergastolo ostativo in uno dei primi provvedimenti licenziati. Né c’era possibilità che facesse qualcosa di diverso, vista la sensibilità dell’opinione pubblica su questi temi. Ma se la registrazione risale a prima delle elezioni del 25 settembre (la data non è specificata) allora la minaccia è nei confronti di Draghi. Di certo la situazione sembra simile a quella del 1992. Quando i mafiosi volevano ottenere la cancellazione del 41 bis. E non hanno ottenuto nulla.

La pupiata. Report Rai PUNTATA DEL 22/05/2023 di Paolo Mondani

Collaborazione di Marco Bova e Roberto Persia

Siamo alla ricerca della verità sui fatti di mafia e sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese.
Sono passati oltre trent’anni e ancora siamo alla ricerca della verità sui fatti di mafia e sulle stragi che hanno insanguinato il nostro Paese. Racconteremo i particolari fino a oggi rimasti segreti delle fasi propedeutiche che hanno portato all'arresto di Matteo Messina Denaro, e quelli che riguardano la sua latitanza. Trent’anni sono passati dalla strage di Firenze in via dei Georgofili. La mafia in quegli anni metteva bombe qua e là per il Paese, ma secondo una nota del Sisde non era sola nella pianificazione della strategia stragista. Grazie al recentissimo lavoro della Commissione parlamentare antimafia aggiungiamo pezzi di verità sui mandanti e sugli esecutori.

LA PUPIATA. Paolo Mondani Collaborazione di Marco Bova, Roberto Persia Filmaker: Dario D'India, Cristiano Forti, Alessandro Spinnato Montaggio: Elisa Carlotta Salvati, Giorgio Vallati

VOCALI WHATSAPP DI MATTEO MESSINA DENARO Ragazze buongiorno. Sono in autostrada. Niente di nuovo. Io in genere sfuggo dal farmi conoscere, anche da mia mamma, e quando le persone mi studiano minchia mi infastidisco come una belva.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO La cattura di Matteo Messina Denaro è diventata una soap opera. Pettegolezzi spacciati come segreti, le sue cartelle cliniche, i suoi selfie, le sue chat, i suoi amori veri o presunti, le amanti gelose che si mortificano e lo esaltano, il suo omertoso paese a fare da scenario, come se avesse gestito affari per cinque miliardi di euro tutti da Campobello di Mazara.

VOCALI WHATSAPP DI MATTEO MESSINA DENARO Non ho vissuto nel salottino seduto con le ciabatte. Io sono stato un tipo che il mondo lo ha calpestato. PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Come se bastassero il medico Tumbarello, l'alter ego Bonafede e l'autista Luppino, a raccontare i suoi fiancheggiatori. Mancano pezzi decisivi della dinamica dell’arresto. E soprattutto continuiamo a non sapere nulla delle protezioni di cui ha goduto per trent'anni. È un vero boss questo Messina Denaro o solo un simbolo utile a dichiarare la mafia sconfitta?

VOCALI WHATSAPP DI MATTEO MESSINA DENARO Lo sai questo fatto di scrivere un libro me lo hanno detto tante volte. È che veramente tutta la vita è un’avventura. Se ti raccontassi cose…veramente cose assurde.

ANTONINO DI MATTEO – MAGISTRATO DIREZIONE NAZIONALE ANTIMAFIA Io ritengo che nessun mafioso per quanto potente può restare latitante per 30 anni senza poter godere di protezione, ovviamente, anche molto alte. Ed è cresciuto in quella provincia di Trapani, che da sempre più delle altre provincie siciliane è stato il crocevia degli intrecci tra Cosa Nostra, la massoneria e ambienti particolari e deviati dei servizi.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Quella di Trapani non è una provincia qualsiasi. Già nel 1986, nel centro storico, all'interno di un circolo culturale, Scontrino, la polizia scopre sei logge massoniche, tra le quali Iside uno e Iside due, quelle che presumibilmente sono state inaugurate dal Gran maestro della loggia P2 Licio Gelli, ecco dentro quelle liste ci sono i nomi di politici e imprenditori, uomini delle forze dell'ordine e prefetti. Tutti dialogavano con i grembiulini mafiosi. E poi, nel 1987 viene scoperta la base Scorpione, quella riferibile a Gladio, a due passi da San Vito Lo Capo. Insomma, Trapani è la seconda provincia d'Italia per numero di logge massoniche. Nel 2016 il magistrato Marcello Viola, che oggi è capo della Procura di Milano, ha depositato una lista di 460 massoni che erano suddivisi in 19 logge, sei solo a Castelvetrano. Una lista che è stata anche ampliata dalla commissione Antimafia guidata da Rosy Bindi che, con l'aiuto di alcuni grandi maestri dell'obbedienza, ha poi potuto sottolineare il proliferare di massoni nella provincia, nella città di Matteo Messina Denaro, Castelvetrano. E infine, dopo l'arresto di Matteo Messina Denaro 16 gennaio scorso, emerge che uno dei più grandi fiancheggiatori del super latitante era il medico Alfonso Tumbarello, i cui contatti con Matteo Messina Denaro erano noti ai servizi segreti italiani già negli anni 2000. E si scoprirà solo però dopo l'arresto che il medico era iscritto alla loggia massonica Valle di Cusa di Campobello di Mazara, affiliata al Grande Oriente d'Italia. Ora il magistrato Maria Teresa Principato, che per anni ha dato la caccia a Matteo Messina Denaro, nel corso di un interrogatorio a Giuseppe Tuzzolino, architetto, scopre che Matteo Messina Denaro aveva messo in piedi una loggia massonica tutta sua, La Sicilia. E la rete della massoneria è stata fondamentale nella copertura della sua latitanza. Il nostro Paolo Mondani, con la collaborazione di Roberto Persia

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Nel 2017, l’architetto Giuseppe Tuzzolino, dopo anni di collaborazione con la giustizia, viene arrestato e condannato per calunnia. Aveva raccontato la balla di un pericolo imminente corso dai due magistrati che lo interrogavano. Ma alcune sue rivelazioni erano state riscontrate. Tuzzolino aveva dichiarato di essere iscritto a una loggia massonica coperta di Castelvetrano, denominata La Sicilia, in cui sedeva Matteo Messina Denaro e l'esponente di Forza Italia trapanese ed ex senatore Antonio D'Alì, la cui famiglia dava lavoro al padre di Matteo, don Ciccio Messina Denaro. D'Alì, già sottosegretario agli Interni del secondo governo Berlusconi ha sempre smentito l'appartenenza alla loggia. Oggi è in carcere, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. PAOLO MONDANI Il senatore D’Alì era dentro la loggia?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA D’Alì era al di sopra di ogni tipo di riunione. Quindi tutto quello che avveniva forse in loggia era perché D’Alì lo aveva in parte deciso o chi per lui.

PAOLO MONDANI Una sorta di Gran Maestro emerito.

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Una sorta di Gran M…, bravissimo.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Tuzzolino a verbale aveva fatto i nomi degli aderenti alla loggia La Sicilia, peccato che le indagini su questi iscritti eccellenti si siano inspiegabilmente fermate.

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA In quegli anni il puparo della massoneria era Gasperino Valenti, quindi era lui che gestiva i due mondi massonici del Grande Oriente d’Italia e della Gran Loggia Regolare d’Italia. Mi propone di far parte di questa super loggia, La Sicilia, una loggia itinerante, quindi senza un tempio fisso e senza delle riunioni specifiche predefinite. Quindi avvenivano comunicazioni una sera prima e il pomeriggio ti dicevano, tu ti recavi a Castelvetrano, e il pomeriggio ti dicevano: stasera ci vediamo là. Poi magari poteva pure cambiare il luogo. Questa segretezza di questa super loggia era dovuta al fatto che vi appartenevano personaggi politici di un certo spessore come onorevoli e vi appartenevano imprenditori, quindi che non volevano figurare.

PAOLO MONDANI Tutti della zona del trapanese?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Tutti gli imprenditori erano assolutamente e solo della zona della provincia di Trapani.

PAOLO MONDANI Lei però raccontò agli inquirenti che questa loggia in qualche modo tutelava la latitanza di Matteo Messina Denaro.

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Le posso dire che conosco in loggia un personaggio, di cui tutti avevano una reverenza straordinaria oserei dire, davvero straordinaria. Lui era accompagnato da una donna, quindi brasiliana di origine molto bella, e lui si chiamava per quel periodo Nicolò Polizzi. Si diceva che fosse un imprenditore di origine Castelvetrano, che però operava nel settore mobilificio in Brasile, una città vicino San Paolo. La reverenza era davvero assoluta. Camminava con due macchine, quindi camminava con un’autista e soprattutto veniva in orari specifici, dalle 23 in poi.

PAOLO MONDANI E questo Nicolò Polizzi che ruolo aveva?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Solo dopo la terza volta che lo vidi. Ci incontrammo comunque in una riunione conviviale a Maastricht, in una riunione massonica del tutto internazionale e lì venne anche Nicolò con la sua compagna. Fu in quella specifica occasione che io capii che lui era quell’uomo. Era Matteo Messina Denaro.

PAOLO MONDANI E lei oggi che ha visto la faccia del vero Matteo Messina Denaro può dire che era lui?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Era lui.

PAOLO MONDANI Nicolò Polizzi?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Si era lui Nicolò Polizzi.

PAOLO MONDANI Ricorda qualche cosa? Un suo discorso? Due parole che lui ha scambiato con lei o con altri?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Si, mi disse che io ero una brava persona quindi gli piacqui. Poi mi disse, gli parlai io di un progetto che avevo da svolgere a New York e lui mi raccomandò, mi diede dei contatti su New York e da lì partì la mia esperienza americana. PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Nel 2016 il collaboratore di giustizia Marcello Fondacaro, colletto bianco della 'Ndrangheta che frequentava la mafia di Castelvetrano, conferma l'esistenza della loggia La Sicilia.

PAOLO MONDANI E Fondacaro dirà addirittura ai magistrati calabresi che la loggia La Sicilia era una loggia di diretta derivazione della P2.

PIERA AMENDOLA - ARCHIVISTA COMMISSIONE PARLAMENTARE SULLA P2 1981-1988 Fondacaro sostiene che Matteo Messina Denaro apparteneva a questa loggia. Quando dice che questa loggia è di derivazione, deriva dalla P2, ecco questa cosa non mi stupisce. Perché anche Bontate, che era massone e che era Maestro Venerabile di una loggia massonica, che si chiamava la loggia dei Trecento era entrato in rapporti molto stretti con Licio Gelli.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Stefano Bontate è stato il capo dei capi di Cosa Nostra ucciso dagli emergenti corleonesi di Totò Riina nel 1981. La sua Loggia dei Trecento era conosciuta anche come Loggia Sicilia-Normanna, e forse stiamo parlando della stessa loggia di Matteo Messina Denaro. Pentiti autorevoli come Gioacchino Pennino e Angelo Siino hanno dettagliato con estrema precisione i viaggi di Gelli in Sicilia.

PIERA AMENDOLA - ARCHIVISTA COMMISSIONE PARLAMENTARE SULLA P2 1981-1988 Gelli andava lì per incontrare Bontate perché la loggia di Bontate era collegata alla P2, era considerata una appendice della P2 in Sicilia. Allora se tanti anni dopo viene fuori che anche quella di Matteo Messina Denaro era collegata alla P2 vuol dire che il discorso è andato avanti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Matteo Messina Denaro è coperto da una rete massonica. L'aveva detto Maria Teresa Principato, il magistrato che ha dato a lungo la caccia al super latitante. Ma nessuno le aveva creduto. Ora che il territorio di Trapani, dove la mafia regna dal 1800, fosse un territorio coperto da un'amalgama di poteri difficilmente penetrabile, l'aveva già detto nel 1838 il prefetto Olloa al procuratore del re. E tra questi poteri c'è sicuramente la massoneria. Il collaboratore, Fondacaro, nel processo del novembre 2022, ha ricostruito davanti al magistrato Giuseppe Lombardo a Reggio Calabria la penetrazione della 'ndrangheta all'interno della P2, ha ricostruito la rete massonica e ha detto anche di essere entrato in contatto con la Loggia della Sicilia, cioè la loggia voluta da Matteo Messina Denaro, alla quale si erano iscritti per volere proprio del boss solo uomini fidati, per lo più professionisti, ingegneri, avvocati, architetti, imprenditori e anche qualche giornalista e anche qualche politico. Una loggia itinerante nella quale Matteo Messina Denaro si muoveva a suo agio nei panni di un imprenditore, Nicolò Polizzi, e dispensava consigli e anche contatti per chi voleva investire all'estero. Ecco, insomma, poi, secondo Tuzzolino, l'architetto interrogato dalla Principato, a questa loggia faceva anche parte il senatore, l'ex senatore D'Alì, l'ex sottosegretario al ministero dell'Interno del governo Berlusconi 2001-2006. Lui ha sempre smentito l'appartenenza alla Loggia. Ora a vigilare sui terreni di famiglia c'era Messina Denaro, padre, Ciccio, e figlio e la famiglia D'Alì era anche proprietaria della Banca Sicula. Lo zio era proprio il presidente e il nome era nelle liste della loggia P2 di Licio Gelli. Ora l'ex sottosegretario è stato condannato definitivamente ed arrestato a dicembre scorso. Pochi giorni dopo qualcuno ha notato la coincidenza, è stato arrestato Matteo Messina Denaro e a proposito dell'arresto, questa sera siamo in grado di rivelarvi alcuni dei particolari rimasti fino a oggi segreti.

PAOLO MONDANI FUORI CAMPO Benito Morsicato, soldato di Cosa Nostra di ultima generazione di base a Bagheria si pente nel 2014 e le sue dichiarazioni portano in carcere i parenti di Messina Denaro e vari altri affiliati. Ma lascia il programma di protezione nel 2020 protestando per il trattamento subìto.

PAOLO MONDANI Lei quanti appartenenti alla famiglia di Matteo Messina Denaro ha conosciuto?

BENITO MORSICATO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Il nipote del cuore di Matteo Messina Denaro, che è Luca Bellomo, e poi c’è anche un altro nipote sempre del cuore, si chiama Francesco Guttadauro.

PAOLO MONDANI Con questi Messina Denaro ci era diventato amico?

BENITO MORSICATO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Con i nipoti si, lavoravamo assieme nell’ambito delle rapine.

PAOLO MONDANI Ha mai sentito dire da altri appartenenti a Cosa Nostra perché Matteo Messina Denaro non viene catturato?

BENITO MORSICATO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Certo che se ne parla. Anche io con altri soldati, ne parlavo anche io con l’ex, con il collaboratore di giustizia...

PAOLO MONDANI Chi?

BENITO MORSICATO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Salvatore Lopiparo. Se ne parlava che c’erano dei personaggi dello Stato, che garantivano diciamo la latitanza di Matteo Messina Denaro.

PAOLO MONDANI In loggia c’erano uomini delle forze dell’ordine?

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Tantissimi.

PAOLO MONDANI E uomini dei servizi di sicurezza? Che in qualche modo lei è venuto a sapere.

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Quello che era ai tempi il responsabile dei servizi segreti per la Sicilia occidentale.

PAOLO MONDANI Lei a verbale dice anche di sapere che Matteo Messina Denaro frequentava la Spagna e l’Inghilterra.

GIUSEPPE TUZZOLINO - EX COLLABORATORE DI GIUSTIZIA Si. Io nel 2015, il 2 aprile o il 3 aprile con esattezza del 2015, quindi era 2 o 3 g