Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

 

 

 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

LA MAFIOSITA’

SECONDA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ascesa di Matteo Messina Denaro.

L’Arresto di Matteo Messina Denaro.

La Morte di Matteo Messina Denaro.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lotta alla mafia: lotta comunista.

L’inganno.

Le Commissioni antimafia e gli Antimafiosi.

I gialli di Mafia: Gelsomina Verde.

I gialli di Mafia: Matteo Toffanin.

I gialli di Mafia: Attilio Manca.

Gli Affari delle Mafie.

La Mafia Siciliana.

La Mafia Pugliese.

La Mafia Calabrese.

La Mafia Campana.

La Mafia Romana.

La Mafia Sarda.

La Mafia Abruzzese.

La Mafia Emilana-Romagnola.

La Mafia Veneta.

La Mafia Lombarda.

La Mafia Piemontese.

La Mafia Trentina.

La Mafia Cinese.

La Mafia Indiana.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

La Mafia Canadese.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Stragi di mafia del 1993.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: l’Arresto di Riina.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa-bis: “’Ndrangheta stragista”. 

Gli Infiltrati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Piersanti Mattarella.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Pio La Torre.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Strage di Alcamo.


 

QUARTA PARTE


 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso esterno: reato politico fuori legge.

La Gogna Territoriale.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ipocrisia e la Speculazione.

Il Caporalato dei Giudici Onorari.

Il Caporalato dei fonici, stenotipisti e trascrittori.

Il Caporalato della Vigilanza privata e Servizi fiduciari - addetti alle portinerie.

Il Caporalato dei Fotovoltaici.

Il Caporalato dei Cantieri Navali.

Il Caporalato in Agricoltura.

Il Caporalato nella filiera della carne.

Il Caporalato della Cultura.

Il Caporalato delle consegne.

Il Caporalato degli assistenti di terra negli aeroporti.

Il Caporalato dei buonisti.


 

QUINTA PARTE


 

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Usura.

Dov’è il trucco.

I Gestori della crisi d’impresa.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Pentiti. I Collaboratori di Giustizia.

Il Business delle Misure di Prevenzione.

I Comuni sciolti ed i Commissari antimafia.

Le Associazioni.

Il Business del Proibizionismo.

I Burocrati.

I lobbisti.

Le fondazioni bancarie.

I Sindacati.

La Lobby Nera.

I Tassisti.

I Balneari.

I Farmacisti.

Gli Avvocati.

I Notai.


 

SESTA PARTE


 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2: Loggia Propaganda 2.

La Loggia Ungheria.

Le Logge Occulte.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Ladri di Case.


 

LA MAFIOSITA’

SECONDA PARTE


 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Salve. E’ da anni che studio ed approfondisco il tema del fenomeno mafioso, senza essere gossipparo o partigiano.

Dagli atti e dalle fonti ufficiali ho scoperto che “La Mafia”, in Italia artatamente costruito come segno distintivo degli italiani meridionali in Italia e come etichetta denigratoria degli italiani all’estero, è uno strumento di potere politico-economico usato da qualcuno a danno di altri, col mezzo dei media finanziato dai poteri forti (mafiosi).

In Italia nulla è come appare. Ho scritto 450 saggi di inchiesta. Per quanto riguarda “La Mafia”

ho scritto:

Mafiopoli in varie parti;

La Mafia in Italia;

Contro tutte le Mafie in varie parti;

La Mafia dell’Antimafia in varie parti;

Mafia, la colpa degli innocenti;

Usuropoli e Fallimentopoli in varie parti;

Massoneriopoli in varie parti;

Castopoli;

Caporalato ed Ipocrisia;

Questi libri hanno gli aggiornamenti annuali.

Quello di quest’anno, ultimo della collana, le consiglio di leggerlo, ordinandolo in E-book su Google libri (parzialmente gratuito) e cartaceco su Lulu.com. Come tutti gli altri testi.

Lo può fare da lunedì ed è il più aggiornato.

Esso si chiama: Anno 2023 la Mafiosità, diviso in 6 parti.

I libri di Antonio Giangrande li può trovare sui siti indicati o cercando il nome Antonio Giangrande e il nome del titolo.

Antonio Giangrande: Io non capisco chi critica o ignora la condivisione di una mia opera nel diario della mia pagina e nel gruppo di cui sono fondatore ed amministratore.

Quando si parla di mafia ognuno pensa che basti proferire il nome e di colpo saperne tutto di essa.

La mafia è una coltura che rigoglisce in una apposita cultura. Io studio la cultura per conoscere meglio la coltura. Quell’aspetto della cultura che nessuno fa conoscere.

Mi presento. Dr Antonio Giangrande. Scrittore (scrivo saggi letti in tutto il mondo e studiati come testi in tesi universitarie). Sociologo storico (studio i comportamenti umani correlati tra loro rispetto a tempo, spazio e tema), Giurista (competenza legislativa e verifica anche sull’operato dei magistrati). Blogger e Youtuber (uso di tutti i sistemi contemporanei tecnologici per divulgare le mie opere e promuovere i territori. Chi fa parte della mia cerchia di amici o iscritti ai miei canali youtube lo fa per essere aggiornato). Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS (inserito nel sistema dell’antimafia per conoscere e per sapere. Ma sono quel tipo di antimafia che sta dalla parte del torto, perchè i posti della parte della ragione son tutti occupati). Assolutamente Libero (non foraggiato o promosso da alcuno).

Se si pensa che nei miei post io promuova me stesso e non si capisce il senso dell’oggetto in promozione, vuol dire che, in mala fede o per ignoranza, si guarda il dito e non si attenziona la luna.

Non ho bisogno di promuovermi attraverso i miei post. Basta digitare il mio nome sui motori di ricerca e compariranno 200.000 siti web che parlano di me. Ogni giorno 10.000 lettori aprono un mio libro e leggono gratuitamente su “Google Libri” centinaia di migliaia di pagine. Altrettanti sono gli utenti che vedono i miei video ogni giorno.

Dopo Twitter e Linkedin, Facebook è il più fallimentare dei miei canali di divulgazione. Lì la gente parla, ma non ascolta, né impara. I miei amici sono pochi e selezionati e dopo un anno sono cancellati. Li seguo e mi seguono. Imparano da me ed io imparo da loro. I veri amici, dopo essere stati cancellati, richiedono l’amicizia con ostinazione. I veri amici sostengono e perdonano…

Sono presuntuoso ed arrogante? No! Sono diverso? Sì e ne sono orgoglioso.

Per il fatto di essere conosciuto ed apprezzato, pur non potendo risolvere alcun problema, sono destinatario di tantissime storie e preghiere d’aiuto e richieste di consigli. Queste storie mi rendono conoscitore e sapiente. Queste storie mi fanno conoscere tutte le mafie. Se un’opera da me prodotta, è da me promossa per essere conosciuta, è per far capire che tutte le storie sono collegate tra loro: tutto è frutto del sistema marcio.

Ma c’è sempre chi è, per egocentrismo o per ignoranza, refrattario alla verità. Come si dice, non c’è più sordo di chi non vuol sentire.

Chi chiede la mia amicizia è perché ha letto quello che io ho scritto per esempio sulla sua regione o città, oppure sulla sua professione o stato sociale, o addirittura ha letto il suo nome perché io disinteressatamente mi sono interessato alla sua storia e ho raccontato quello che, fino ad allora, non si era detto.

Quello della biografia fatta da Giangrande è cosa che ambiscono in tanti, troppi…fino a creare astio quando l’ambizione non si realizza.

Comunque, per chi non mi conosce: piacere, sono Antonio Giangrande.

Se qualcuno si è accorto di aver sbagliato persona può togliermi l’amicizia da subito, senza aspettare la naturale scadenza dell’anno.

Antonio Giangrande: Tommaso Buscetta: “Cosa Nostra ha costituzione piramidale. La famiglia mafiosa prendeva il nome dal paese di origine. Tre famiglie contigue formavano il mandamento. I mandamenti formavano la Commissione provinciale o Cupola, i cui rappresentanti formavano la Commissione interprovinciale o Cupola. Di fatto i mafiosi non votavano la DC in quanto tale, ma votavano e facevano votare ogni partito che non fosse il Partito Comunista”. Per questo i comunisti, astiosi e vendicativi, ritengono mafiosi tutti coloro che non sono comunisti o che non votano i comunisti. Tenuto conto che al Sud i moderati hanno maggiore presa, in tutte le loro declinazioni, anche sinistri, ecco la gogna territoriale o familiare o come scrive Paolo Guzzanti: Il teorema della mafiosità ambientale.

L’accanimento prende forma in varie forme:

Il caso del delitto fantastico di “concorso esterno”.

Il Business “sinistro” dei beni sequestrati preventivamente e dei beni confiscati dopo la condanna.

La Mafia delle interdittive prefettizie che alterano la concorrenza.

Lo scioglimento dei Consigli Comunali eletti democraticamente.

Roberto Saviano, l'ossessione della destra mafiosa: l'ultima sparata. Libero Quotidiano il 02 ottobre 2023

Ormai un appuntamento quasi quotidiano, quello col sermone di Roberto Saviano. L'ultimo capitolo ha trovato diritto di cittadinanza sulle pagine de La Stampa, un dialogo-fiume con il direttore della testata, Massimo Giannini. E dopo le parole di mister Gomorra all'indomani della morte di Matteo Messina Denaro, parole con le quali di fatto ed in estrema sintesi ha bollato gli italiani come popolo mafioso, ecco che Saviano tradisce nuovamente la sua ossessione per la destra mafiosa.

La morte del boss. Con la morte di Matteo Messina Denaro seppelliamo anche la peggiore antimafia. Ha ragione il presidente Grasso quando commenta che la morte del boss di Castelvetrano chiude un’era, ma non chiude la lotta a “cosa nostra”. Alberto Cisterna su L'Unità il 26 Settembre 2023

E ora? La morte di Messina Denaro chiude per sempre le porte di guerra del tempio di Giano spalancate da “cosa nostra” con le stragi del 1992 e 1993 e si porta – dovrebbe portarsi – con sé negli abissi anche un pezzo sostanzioso della peggiore antimafia. Quella retorica, chiacchierona, complottista, con le mani in pasta in rivoli di denaro pubblico sperperati, in buona parte, in celebrazioni, musei, pubblicazioni, festival, osservatori, commissioni e centri studi di varia natura.

Messina Denaro, quanto meno sotto il profilo della legittimazione storica, politica e anche morale si trascina nella tomba una postura, un linguaggio e, in fin dei conti, un’ideologia che grandi danni ha cagionato alla lotta alla mafia quanto meno negli ultimi 15 anni. Se e vero, come è vero, che al di là di ipotesi, dietrologie, azzardi vari, nessuno è da tempo in grado di dire con una certa serietà dove siano le mafie – quelle importanti – di cosa si stiano occupando, dove davvero siano custoditi (se esistono) i miliardi di euro delle sue spettacolari ricchezze.

Calata si spera la cortina fumogena che, per troppo tempo, ha inquinato la comprensione dei fenomeni, messe da parte ipotesi di complotti e di inconfessabili trattative, lasciati i morti a seppellire i morti, si può guardare un po’ più fiduciosi a un cambio di passo, a un reset delle analisi finora andate in voga e a un approccio finalmente serio, documentato, attendibile sull’evoluzione della criminalità mafiosa in Italia. Per molto tempo ha avuto ragione chi, in assoluta solitudine (a esempio Aldo Varano. Quell’inutile Commissione antimafia che serve solo per “sistemare” qualche parlamentare, su Il Dubbio del 31.5.2023) ha puntato il dito contro la sostanziale inutilità della Commissione parlamentare antimafia che, per legislature e legislature, si è spesso limitata a operare da cassa di risonanza mediatica e carrieristica di alcune indagini e di alcuni pubblici ministeri, rinunciando al ruolo che le compete di commissione d’inchiesta, proiettata non verso la rimasticatura di informative di polizia, ma a orientare il Parlamento nella sua insostituibile attività di propulsore dell’attività di prevenzione e repressione dei fenomeni mafiosi.

Se, del caso, anche ascoltando le proposizioni di quanti, in contrapposizione alla main stream mediatica, ritengono che ci siano responsabilità enormi della lotta alla mafia in questo paese da imputare, in parte ragguardevole, a chi volgendo lo sguardo perennemente al passato ha trascurato di comprendere quale fosse l’evoluzione futura dei potentati mafiosi. Ecco la morte di Messina Denaro – come un tragico Commentatore che trascina con sé nelle fiamme il don Giovanni di Mozart – potrebbe consentire il lento, ma indispensabile affrancarsi della vera antimafia da un fardello tanto pesante quanto inutile perché inadeguato, stantio, ammuffito da celebrazioni, decorazioni, pubblicazioni in gran parte autocelebrative. Ha ragione il presidente Grasso quando commenta che la morte del boss di Castelvetrano chiude un’era, ma non chiude la lotta a “cosa nostra”.

Il punto è, però, da dove partire. Ossia come riannodare le fila di strategie investigative troppe volte finite – almeno dal 2008 all’epoca della rilevante collaborazione di Gaspare Spatuzza – nelle mani di pentiti di terza e quarta fila, di opachi rigattieri di informazioni orecchiate, di fumisterie complottistiche. Il tutto aggravato dal grido d’allarme lanciato dal procuratore nazionale Melillo a proposito dell’inefficacia degli strumenti d’intercettazione, dell’inadeguatezza delle tecnologie a disposizione delle forze di polizia rispetto ai mezzi di comunicazione dei clan, della perdita di un prezioso canale di acquisizione delle prove.

Con una stagione delle collaborazioni di giustizia quasi alla bancarotta (quanto meno per le più rilevanti e strategiche penetrazioni investigative) e con le intercettazioni al capolinea dell’obsolescenza tecnica, nessuno dice quali debbano essere le nuove modalità d’approccio, quali i protocolli da reinventare, quanto spazio possa avere, a esempio, lo strumento degli agenti sotto copertura che pochissimi uffici giudiziari utilizzano e che pur ha dato (si veda la recente indagine della procura di Trento sul riciclaggio dei narcodollari) risultati di assoluto rilievo.

Insomma, il male incurabile che ha stroncato anzitempo la vita dell’appena sessantenne Messina Denaro, potrebbe rivelarsi un bene di inestimabile valore per quanti ritengono che le mafie e le loro propaggini istituzionali, politiche e soprattutto economiche si siano troppo avvantaggiate delle “prediche inutili” degli officianti di una certa antimafia e che sia giunto il momento di volgere lo sguardo a un ignoto presente e a un futuro gravido di troppa materia oscura e poche stelle. Alberto Cisterna 26 Settembre 2023

Cosa Nostra, storia nostra: una lunga epopea italiana. L'Indipendente il 24 luglio 2023.

Cosa Nostra muta fisionomia, ridefinisce le sue strutture, si evolve (e involve) ciclicamente fin da quando – più di 75 anni fa – venne ufficialmente battezzata come associazione di criminalità organizzata e dotata di una Commissione, detta “Cupola”, per gestire i rapporti interni e dividere gli affari tra le cosche.

Oggi la mafia palermitana, che ha fortemente risentito dell'ondata di arresti che ha coinvolto i suoi capi storici e di coloro che ne hanno raccolto lo scranno del comando in tempi più recenti, ha dovuto ripensare alle modalità di autogoverno, provvedendo a redistribuire il pot...

"Cosa nostra" dalle origini ad oggi: storia della mafia e dei suoi protagonisti. Storia della mafia e delle vicende di "cosa nostra", dalle origini a oggi. Spiegazione e protagonisti del fenomeno mafioso. Michele Tommasi su studenti.it 

Frase celebre

“Quando la pianta è ancora piccola è più facile raddrizzarla. Più cresce storta, più sarà difficile farlo dopo. Anche da piccoli si può combattere contro il mostro. Abituarsi alle prepotenze, scambiarle per leggi giuste, è già un modo di perdere la guerra. Difendere le proprie figurine è già un modo per vincerla.” Luigi Garlando

1 Cos’è la mafia?

Falcone e la lotta alla mafia“. La mafia è un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine”: sono parole celebri di Giovanni Falcone, il magistrato che più di tutti in Italia ha contribuito alla lotta alla mafia - fino a diventarne un simbolo - prima di venire barbaramente ucciso in un brutale attentato nel maggio del 1992, che così rispondeva ad un giornalista che gli domandava se fosse possibile per lo Stato italiano sconfiggere definitivamente la potente organizzazione criminale nata in Sicilia e nota con il nome di “Cosa nostra”. 

La mafia, un fenomeno storico. Falcone, palermitano d’origine, riteneva che il fenomeno mafioso non fosse qualcosa di “naturale” ma fosse un fenomeno storico, derivato da precise cause e con precise conseguenze: tuttavia per lungo tempo la storia e l’esistenza stessa di Cosa nostra sono state ridimensionate se non addirittura negate, tanto che solo in tempi relativamente recenti, tra gli anni ‘80 e ‘90, lo Stato e l’opinione pubblica hanno preso piena consapevolezza del fenomeno mafioso adottando adeguate strategie di contrasto.   

Storia di Cosa nostra: parte integrante della storia italiana. Oggi si può affermare che, per le sue implicazioni, la storia di Cosa nostra sia parte integrante della storia italiana contemporanea, per il modo in cui la sua evoluzione ha seguito quella più generale del paese, e che dalla storia della mafia siciliana emerga con chiarezza anche la sua più particolare caratteristica, il suo legame costitutivo con parte del potere e della politica, che rappresentano tuttora il lato più controverso e oscuro della sua attività criminale e uno dei principali motivi del suo sviluppo e della sua affermazione nel corso del tempo.

2. Le origini di “Cosa Nostra”: dall’Ottocento al fascismo

I gabellotti. Le origini di Cosa nostra affondano nelle realtà agricole siciliane dell’800: già prima dell’Unità d’Italia i grandi feudatari siciliani affidavano la totalità o una parte dei propri terreni ai “gabellotti”, che gestivano i fondi agricoli e li amministravano esercitando la propria autorità, anche con la violenza e l’intimidazione, sui contadini.

Le campagne siciliane nell’OttocentoQuesta particolare classe sociale era l’unica a girare a cavallo armata nelle campagne siciliane, e alcuni di questi, crescendo di importanza, erano giunti ad organizzarsi ed affiliarsi per controllare quanto più possibile i terreni e le attività sul territorio per il proprio profitto attraverso l’adozione di metodi illegali e violenti. 

La mafia e l’Unità d’Italia. Dopo l’Unità d’Italia la situazione nelle campagne siciliane era rimasta la stessa: i grandi latifondi avevano resistito al cambiamento così come i soggetti che li controllavano, mentre il neonato Stato Italiano fatica ad estendere la sua autorità su un territorio periferico come quello siciliano.

Il termine "mafia" in un'inchiesta parlamentare del 1876. In questo contesto il termine “mafia” appare in un’inchiesta parlamentare del 1876 dei deputati Sonnino e Franchetti sulle condizioni politiche e sociali dell’isola, che descrive i metodi brutali con cui i gruppi mafiosi mantengono il territorio sotto controllo esercitando il proprio potere e i propri interessi fuori dalla legge dello Stato. 

Il rapporto Sangiorgi. Nel 1900 il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi compila una serie di rapporti in cui fa un resoconto completo e dettagliato delle attività della mafia di allora: ne delinea la sua divisione in cosche - ovvero in gruppi di famiglie legate gerarchicamente ad un capo - le attività illecite e i metodi violenti - in particolare le estorsioni e i ricatti - e i rapporti che le cosche intrattengono con alcune famiglie della nobiltà siciliana, che si servono della mafia per tenere a freno le rivendicazioni sociali e salariali dei braccianti. Tuttavia il processo che seguirà alle denunce di Sangiorgi si concluderà con un nulla di fatto e nessuna condanna di rilievo.

Il fascismo e la mafia. Nonostante quindi il fenomeno sia già conosciuto per il momento lo Stato italiano fatica a contrastarlo: con l’avvento del fascismo le cose sembrano cambiare quando Mussolini, nel 1924, invia il prefetto Cesare Mori - soprannominato “il prefetto di ferro” - in Sicilia con lo speciale incarico di sradicare definitivamente Cosa nostra dal territorio dell’isola: i ruvidi metodi di Mori, non molto amati dalla popolazione siciliana, ottengono inizialmente dei risultati; con il tempo però l’attività di contrasto si indebolisce mentre lo stesso regime fascista viene sempre più spesso infiltrato da personalità contigue o affiliate al sistema mafioso.

3 La Mafia dal dopoguerra agli anni ‘80: la crescita e la trasformazione di “Cosa Nostra” 

La mafia nel dopoguerra. Nel 1943 le truppe angloamericane sbarcano in Sicilia e il fascismo crolla: Cosa nostra sfrutta abilmente l’occasione e il caos dell’invasione per riacquisire il suo potere, riuscendo a far nominare molti suoi uomini all’interno delle nuove amministrazioni comunali che si insediano al posto di quelle fasciste. 

La Sicilia vive un momento turbolento. Nell’immediato dopoguerra la Sicilia vive un momento turbolento e la questione agraria sulla proprietà dei terreni crea forti tensioni sociali: è forse per questo che esponenti mafiosi il 1° maggio 1947 sparano su una folla di contadini, provocando 11 morti in quella che diventerà nota come la Strage di Portella della Ginestra. 

La speculazione edilizia. Con l’inizio degli anni ‘50 e del boom economico, anche a causa della riforma agraria, l’attività mafiosa inizia a spostarsi dalle campagne verso le città. I grandi appalti pubblici per la costruzione di edifici e infrastrutture rappresentano un'ottima occasione di business per Cosa Nostra, che può contare su nuovi rapporti con la politica locale e nazionale. 

Il "sacco di Palermo". La città di Palermo diverrà il simbolo della speculazione edilizia condotta dalla mafia, in Sicilia e non solo: tra gli anni ‘50 e ‘60 infatti intere zone storiche del capoluogo siciliano verranno demolite per lasciare il posto a una cementificazione selvaggia, speculazione che diventerà nota con l’espressione “Sacco di Palermo”. 

Il traffico di stupefacenti. In questo periodo le attività mafiose iniziano a superare la tradizionale dimensione regionale siciliana e si proiettano verso il resto del territorio nazionale e l’estero: oltre che all’edilizia Cosa nostra si interessa sempre più al traffico internazionale degli stupefacenti, un gigantesco affare che frutta quantità enormi di denaro oltre che legami con la criminalità organizzata di mezzo mondo, i cui proventi illeciti vengono riciclati attraverso rapporti con importanti settori dell’economia e della finanza. 

Quota maggioritaria nel narcotraffico mondiale. Con il tempo Cosa Nostra otterrà una quota maggioritaria nel narcotraffico mondiale, che diventerà la principale attività mafiosa tra gli anni ‘70 e ‘80, cambiando definitivamente il profilo dell’organizzazione. 

La prima guerra di Mafia. Se Cosa nostra si dimostra capace di cambiare pelle e adeguarsi ai tempi, a non cambiare sono i metodi violenti e spietati con cui l’organizzazione fa valere il suo primato criminale: l’intimidazione e l’omicidio valgono sia per i nemici esterni che ne intralciano l’attività sia all’interno dell’organizzazione, dove non mancano contrasti tra le diverse famiglie che si contendono il suo comando. All’inizio degli anni ‘60 inizia una prima guerra tra clan rivali, che suscita clamore per la brutalità, il numero di vittime e le ritorsioni che si lascia alle spalle.

Il contrasto dello StatoIn questa fase la reazione dello Stato rispetto a questi sviluppi dell’attività mafiosa non è sempre adeguata: nel 1963 si insedia la prima Commissione Parlamentare Antimafia, con il compito di raccogliere dati e notizie e suggerire strategie di contrasto al fenomeno mafioso, ma la cui attività, almeno inizialmente, sarà piuttosto ridotta.

Importanti processi negli anni '60. Alla fine degli anni ‘60 si svolgono alcuni importanti processi che vedono alla sbarra importanti capi di Cosa Nostra, ma che si concluderanno con condanne molto lievi o con complete assoluzioni; in questo periodo a livello pubblico, per sottovalutazione del fenomeno, omertà o connivenza, è la stessa esistenza della Mafia ad essere ancora messa in discussione o addirittura negata.

4 Gli anni ‘80 e ‘90: la guerra con lo Stato e la strategia stragista 

La seconda guerra di Mafia. All’inizio degli anni ‘80, mentre Cosa nostra sta diventando un’autentica multinazionale del crimine, si scatena una seconda lotta intestina al suo interno: il clan emergente è quello dei Corleonesi, che al termine di una sanguinosa guerra riesce ad ottenere il controllo dell’organizzazione criminale.

La strategia militare dei Corleonesi. La strategia militare dei Corleonesi è chiara, e mira all’eliminazione fisica dei propri nemici, oltre che interni, esterni: è così che tra il 1979 e il 1982 Cosa Nostra commette una serie di omicidi eccellenti, come quelli del deputato Pio La Torre, del presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; personalità che in diversi modi si erano impegnate nel contrasto all’attività mafiosa.

La reazione dello Stato: introduzione del reato di associazione mafiosa. Questi ultimi efferati delitti scuotono profondamente l’opinione pubblica e lo Stato, che decide di iniziare a reagire contrastando più duramente la mafia: nel 1982 il Parlamento approva l’introduzione nel codice penale dell’articolo 416 bis, che introduce il reato di associazione mafiosa e consente la confisca dei patrimoni mafiosi; 

e la nascita del primo "pool antimafia"nel 1983 nasce inoltre il primo “pool antimafia”, che riunisce i magistrati palermitani che si occupano di indagini su Cosa Nostra favorendone il lavoro e la condivisione di informazioni. E’ così che un gruppo di giudici, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, iniziano a collaborare attivamente con l’obiettivo comune di sconfiggere l’organizzazione criminale. 

I pentiti di mafia. In questo periodo un ulteriore contributo nella lotta alla Mafia viene dai pentiti, perlopiù provenienti dalla file delle famiglie mafiose sconfitte dai Corleonesi, che decidono di iniziare a collaborare con le istituzioni e raccontare i segreti di Cosa Nostra in cambio di protezione o di condanne più lievi.

Il pentito Tommaso BuscettaIl più conosciuto tra questi è Tommaso Buscetta, che dopo l’arresto nel 1983 deciderà di iniziare a collaborare con i giudici palermitani: le sue testimonianze saranno fondamentali per far luce su molti aspetti dell’organizzazione mafiosa e per l’individuazione di molti responsabili di delitti di mafia, sul cui sfondo rimangono gli oscuri rapporti con la politica e le istituzioni.

Il Maxiprocesso di Palermo. Il lavoro dei magistrati palermitani, grazie anche alle confessioni dei pentiti come Buscetta, porterà all’istituzione del “maxiprocesso” di Palermo: nel 1986 saranno oltre 470 i mafiosi alla sbarra accusati dei numerosi crimini di Cosa Nostra. Un enorme processo, molto seguito dalla stampa e dall’opinione pubblica, che si concluderà definitivamente solo diversi anni dopo con una serie di durissime condanne, tra cui 19 ergastoli, inflitte a molti dei maggiori esponenti dell’organizzazione mafiosa. Nonostante questo indubbio risultato tuttavia il “maxiprocesso” non riuscirà a far pienamente luce sui rapporti tra Cosa Nostra e la politica.

Le stragi del 1992-1993. Ancora lontana dall’essere sconfitta Cosa Nostra reagirà alle condanne inaugurando una nuova stagione stragista: a pagare con la vita saranno anzitutto i giudici Falcone e Borsellino, uccisi in due attentati, insieme agli uomini che componevano le loro scorte, tra il maggio e il luglio del 1992, a cui seguiranno diversi altri attentati, fino alla metà del 1993, indirizzati a intimidire le istituzioni e l’opinione pubblica. 

Gli attentati sono oggetto di cronaca di indagini giudiziarie. Attentati che sono ancora oggi oggetto della cronaca, oltre che di indagini giudiziarie, anche per una presunta - e se confermata inquietante -  trattativa segreta tra Cosa Nostra e lo Stato che si sarebbe svolta contestualmente alle stragi con l’obiettivo di porre fine al contrasto tra i due soggetti. 

Cosa Nostra oggi. Nonostante l’arresto di due storici boss legati al clan dei Corleonesi, Totò Riina e Bernardo Provenzano, e l’abbandono della strategia stragista adottata all’inizio degli anni ‘90, Cosa Nostra è a tutt’oggi un’organizzazione criminale viva e attiva in Italia e all’estero, che continua a intessere rapporti con la politica e l’economia e a condizionare la società siciliana e quella italiana. Come evidenziato recentemente dalle Commissioni Antimafia, Cosa Nostra ha preferito negli ultimi anni una “strategia della sommersione”, preferendo agire sottotraccia per realizzare le sue attività criminali senza suscitare allarme e clamore.

5 Donne di mafia

Le donne: protagoniste degli affari mafiosi. Convenzionalmente si pensa alla mafia come a un'organizzazione criminale maschile dalla quale le donne sono escluse; in realtà il modello siciliano rispecchia la società patriarcale del territorio, mentre le organizzazioni di stampo mafioso si sono sempre avvalse della collaborazione di donne e alcune di loro arrivano a ricoprire ruoli di potere: in alcuni processi per mafia di inizio ‘900 alcuni imputati erano donne come autrici di reati in prima persona.

Il ruolo criminale della donna nella mafia. Generalmente le donne di mafia sono riconducibili a due ruoli rigidamente definiti: possono essere le religiosissime compagne di un uomo di rispetto, altrettanto osservante, e interpreti dirette del codice mafioso, oppure possono essere delle madrine, cioè responsabili di organizzazione e azioni criminose, se non addirittura supplenti al potere del boss, quando questo è stato arrestato o è latitante.

6 Storia della mafia: domande frequenti

Concetti chiave

Cos’è la mafia?

“Cosa Nostra” è un’organizzazione criminale nata in Sicilia nel XIX secolo, la cui presenza ha condizionato e condiziona tuttora la società, la politica e l’economia italiana.

Per lungo tempo la pericolosità, insieme alla sua storia, è stata sottovalutata o addirittura negata, e solo a partire dagli anni ‘80 del Novecento l’opinione pubblica e le istituzioni hanno messo in atto adeguate strategie di contrasto.

Le origini di “Cosa Nostra”: dall’Ottocento al fascismo

Cosa nostra nasce nel contesto della realtà agricola siciliana nel XIX secolo, strutturandosi come un’organizzazione per il controllo del territorio con metodi illegali.

Il fenomeno è noto alle istituzioni fin dal periodo dell’Unità d’Italia, ma il neonato Stato italiano non riesce a impedirne la sua radicazione.

Il fascismo proverà a contrastare l’organizzazione con l’invio in Sicilia del prefetto Mori nel 1924, ma i risultati della sua azione saranno solamente parziali.

La Mafia dal dopoguerra agli anni ‘80: la crescita e la trasformazione di “Cosa Nostra”

Nel secondo dopoguerra Cosa nostra riesce a recuperare la sua egemonia sul territorio, sfruttando la situazione politica e sociale siciliana.

Con gli anni ‘50 e l’inizio del boom economico l’organizzazione inizia a mutare la sua fisionomia, spostando la sua attività criminale dalle campagne alle città - in particolare con la speculazione edilizia - e assumendo un carattere nazionale.

L’altro grande business criminale sarà il traffico internazionale degli stupefacenti, di cui Cosa nostra otterrà una quota maggioritaria tra gli anni ‘70 e ‘80. Il traffico di droga frutterà all’organizzazione enormi profitti.

Il contrasto dello Stato italiano tra gli anni ‘60 e ‘70 non sarà tuttavia efficace, anche per la sottovalutazione pubblica del fenomeno, l’omertà e le connivenze con la politica e le istituzioni di cui l’organizzazione si serve.

Gli anni ‘80 e ‘90: la guerra con lo Stato e la strategia stragista

All’inizio degli anni ‘80 si scatena una sanguinosa lotta interna a Cosa nostra, che porta la fazione dei Corleonesi al comando dell’organizzazione.

Nello stesso periodo Cosa nostra commette alcuni clamorosi omicidi di uomini delle istituzioni e dello Stato impegnati nel suo contrasto, che causano clamore nell’opinione pubblica e provocano la reazione dello Stato.

Nel 1982 viene introdotto il reato di associazione di stampo mafioso, e viene costituito il primo pool antimafia, che riunisce i giudici siciliani che si occupano di mafia.

Il lavoro di giudici come Falcone e Borsellino, insieme alle confessioni dei pentiti, porterà al “maxiprocesso” di Palermo, che nel 1986 porterà a dure condanne contro numerosi boss mafiosi.

Cosa nostra reagirà con una strategia stragista, uccidendo i due giudici nel 1992 e realizzando una serie di attentati che sono ancora oggi oggetto di indagini giudiziarie.

Negli ultimi anni Cosa nostra, ben lontana dall’essere sconfitta, ha scelto una “strategia della sommersione”, evitando azioni clamorose per non suscitare allarme e poter continuare a realizzare la sua attività criminale.

Lo Stato, la mafia e il bene comune, da Sciascia a via D’Amelio. Come spesso accade quando si disquisisce di mafia e chiunque abbia un ruolo nella vita pubblica viene colto dall’irrefrenabile desiderio di appuntarsi sul petto una medaglia al valore che possa fruttare in termini di consenso e/o di visibilità. SERGIO LORUSSO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 luglio 2023.  

Può apparire strano, eversivo e provocatorio che il Ministro della giustizia, nell’imminenza dell’anniversario della strage di via Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino e alla sua scorta, affermi che il concorso esterno in associazione mafiosa «non esiste come reato», lo definisca un ossimoro, «perché o si è dentro o si sta fuori e concorrere dal latino vuole dire stare dentro», «se sei concorrente non sei esterno e se sei esterno non sei concorrente», lo ritenga una «formula abbastanza evanescente», preannunciandone la rivisitazione con l’introduzione di una norma ad hoc che superi le incertezze applicative manifestatesi nel corso degli anni.

In realtà il tutto nasce dalla storia controversa di questa fattispecie, ben nota agli addetti ai lavori ma non anche ai comuni cittadini che possono essere tratti in inganno dalle parole del guardasigilli e, soprattutto, dal loro utilizzo strumentale.

Come spesso accade quando si disquisisce di mafia e chiunque abbia un ruolo nella vita pubblica viene colto dall’irrefrenabile desiderio di appuntarsi sul petto una medaglia al valore che possa fruttare in termini di consenso e/o di visibilità.

In breve, il concorso esterno non è nei codici ma è il prodotto di un’elaborazione giurisprudenziale, cristallizzata in una sentenza della Corte di cassazione del 1994 che «fonde» due norme per dare copertura a un’area grigia di illecito altrimenti non coperta dalla nostra legislazione. È questo il punto.

Perché la vera questione è che una previsione del genere risulta paradigmatica di quel rimescolamento dei rapporti leggi e giudici che costituisce un tratto identitario della giustizia penale della post-modernità: come afferma un autorevole giurista, che ha dedicato tantissimi studi alla materia dei reati associativi, la partecipazione criminosa costituisce uno strumento formidabile «di dilatazione della discrezionalità giudiziale», che consente di assegnare in maniera inappropriata a quest’ultima le scelte in materia di incriminazione riservate dall’ordinamento al legislatore (Gaetano Insolera, 1995). Con buona pace dei principi (cardine) di determinatezza e di tassatività e, dunque, del principio di legalità.

È in questo quadro che vanno calate le dichiarazioni di Carlo Nordio, con un atteggiamento laico e scevro da pregiudizi e condizionamenti, considerando peraltro che il ministro è – e continua ad essere – più un giurista che un politico, dunque poco attento ai contesti e ai momenti in cui esprime le proprie opinioni, consolidate e reperibili nei suoi scritti, talvolta risalenti. A differenza di Giorgia Meloni, politica pura, che non a caso si è premurata di intervenire precisando tempestivamente che è preferibile concentrarsi su altre priorità e «contrattaccando» con l’annuncio di un prossimo decreto-legge che dovrebbe contenere l’interpretazione autentica del concetto di «reato di criminalità organizzata» al fine di scongiurare i possibili effetti negativi derivanti da una recente (ma non recentissima) sentenza della Cassazione (34895/2022).

Il tutto a riprova dell’immutato interesse del governo per la tematica del contrasto alla criminalità organizzata.

Le esternazioni del guardasigilli, tuttavia, hanno scatenato una serie (prevedibile) di reazioni più o meno misurate e appropriate. Sarebbe troppo chiedere, almeno per temi come questi, un’unità di intenti che superi polemiche pretestuose che indeboliscono il fronte del contrasto alla mafia?

La lotta alla criminalità organizzata, per essere vincente, deve essere svolta in maniera unitaria. Le divisioni – reali o apparenti che siano – sono un sintomo di debolezza, dal quale le organizzazioni criminali non possono che trarre vantaggio, magari insinuandosi abilmente in esse.

Lo Stato, insomma, deve apparire compatto perché unico è l’obiettivo, nel nome del bene comune. Di tutto si può discutere, di quali siano gli strumenti migliori per combattere il fenomeno mafioso (e le associazioni dedite all’illecito in genere), ma a guidare il dibattito non possono essere gli intendimenti personali. Resta sempre valido l’insegnamento di Leonardo Sciascia, intellettuale in controtendenza che metteva in guardia dai «professionisti dell’antimafia» (1987) proprio mentre tutti discettavano del pericolo mafioso. Scrittore eretico – e per questo scomodo – che per primo aveva descritto la mafia in un romanzo (Il giorno della civetta, 1961) quando ancora l’esistenza della mafia veniva negata a livello istituzionale. E che, tuttavia, non poté fare a meno di evidenziare i pericoli di una lotta alla mafia trasformata in occasione per fare carriera o, peggio, per rendere inoffensivi gli avversari politici.

Trentasei anni dopo ben poco è cambiato.

Antonio Giangrande: SALVINI-SAVIANO ED I SOLITI MALAVITOSI.

Saviano a Salvini: “Ministro della malavita”. La propaganda fa proseliti e voti. Sei ricco? Sei mafioso! Il condizionamento psicologico mediatico-culturale lava il cervello e diventa ideologico, erigendo il sistema di potere comunista. Cosa scriverebbero gli scrittori comunisti senza la loro Mafia e cosa direbbero in giro per le scuole a far proselitismo comunista? Quale film girerebbero i registi comunisti antimafiosi? Come potrebbero essere santificati gli eroi intellettuali antimafiosi? Quali argomenti affronterebbero i talk show comunisti e di cosa parlerebbero i giornalisti comunisti nei TG? Cosa scriverebbero e vomiterebbero i giornalisti comunisti contro gli avversari senza la loro Mafia? Cosa comizierebbero i politici comunisti senza la loro Mafia? Quali processi si istruirebbero dai magistrati eroi antimafiosi senza la loro mafia? Cosa farebbero i comunisti senza la loro Mafia ed i beni della loro Mafia? Di cosa camperebbero le associazioni antimafiose comuniste? Cosa esproprierebbero i comunisti senza l'alibi della mafiosità? La Mafia è la fortuna degli antimafiosi. Se non c'è la si inventa e si infanga un territorio. Mafia ed Antimafia sono la iattura del Sud Italia dove l’ideologia del povero contro il ricco attecchisce di più. Sciagura antimafiosa che comincia ad espandersi al Nord Italia per colpa della crisi economica creata da antimafia e burocrazia. Più povertà per tutti, dicono i comunisti.

Antonio Giangrande: Siamo tutti mafiosi, ma additiamo gli altri di esserlo. La mafia che c’è in noi. Quando i delinquenti dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i politici dicono: “qua è cosa nostra!”; quando le istituzioni ed i magistrati dicono: “qua è cosa nostra!”; quando caste, lobbies e massonerie dicono: “qua è cosa nostra!”; quando gli imprenditori dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i sindacati dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i professionisti dicono: “qua è cosa nostra!”; quando le associazioni antimafia dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i cittadini, singoli od associati, dicono: “qua è cosa nostra!”. Quando quella “cosa nostra”, spesso, è il diritto degli altri, allora quella è mafia. L’art. 416 bis c.p. vale per tutti: “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Antonio Giangrande: “Un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.” Antonio Giangrande dal libro “L’Italia allo specchio. Il DNA degli italiani”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta".

Forze speciali e commando: la storia segreta dello sbarco in Sicilia. Lo sbarco di Sicilia, avvenuto ottant'anni fa, fu preceduto da una serie di operazioni di forze speciali decisive per il successo alleato. Andrea Muratore il 20 Luglio 2023 su Il Giornale.

Il 10 luglio 1943 le truppe angloamericane sbarcarono in Sicilia, dando vita al primo attacco alla "fortezza Europa" costruita dalle potenze dell'Asse e mettendo in campo una potenza di fuoco notevole contro le truppe di Germania e Italia, accelerando le dinamiche che in due settimane avrebbero portato alla caduta del regime fascista a Roma e all'inizio della durissima campagna d'Italia.

Per la Sicilia fu battaglia vera: 8mila caduti per le potenze dell'Asse e 5mila alleati in sei settimane di scontri. Le truppe italiane e i rinforzi tedeschi, ben armati di carri armati Tiger e guidati dalla divisione corazzata di paracadutisti "Hermann Goring", la migliore unità schierata in Italia assieme ai famigerati "Diavoli verdi" che bene avrebbero performato a Cassino, combatterono con indubbia tenacia. Sul fronte alleato, dopo quello che fu il più ampio e complesso sbarco anfibio mai realizzato prima del D-Day del giugno 1944, un fattore decisivo della vittoria ottenuta in poche settimane dai soldati dei generali Harold Alexander e George Patton fu la silenziosa, ma decisiva, preparazione dell'invasione grazie alle operazioni delle forze speciali.

Nella notte precedente gli sbarchi, infatti, paracadutisti e ranger delle forze angloamericane furono inviati in Sicilia a conquistare snodi strategici, a fungere da avanguardie per gli sbarchi e a consolidare i gangli vitali delle teste di ponte che gli Alleati intendevano costituire nella parte meridionale della Sicilia. Decisivi furono in quest'ottica i reparti dell''82ª Divisione aviotrasportata statunitense, al comando del maggior generale Matthew Ridgway, e della 1ª Divisione aviotrasportata britannica, al comando del maggior generale George F. Hopkinson. L'operato delle truppe non andò nella direzione prevista, ma ebbe il decisivo effetto di distogliere riserve dalle forze italo-tedesche in aree come Siracusa.

Nella notte tra il 9 e il 10 luglio, portate da alianti, le truppe delle due divisioni iniziarono di fatto l'Operazione Husky, l'invasione della Sicilia, prima dell'arrivo al largo delle coste dell'isola italiana della flotta partita dal Nord Africa. Esploratori americani della 21ª Compagnia Paracadutisti Indipendente del 504º reggimento di fanteria paracadutista, insieme al 456º battaglione di artiglieria campale paracadutista, tutte parti dell''82ª Divisione aviotrasportata, furono inviati a seminare scompiglio alle spalle della zona di sbarco americana presso Gela.

La forza britannica avrebbe dovuto invece conquistare il Ponte Grande sul fiume Anapo, per bloccare l'afflusso di riserve tedesche dall'entroterra verso la zona di sbarco di Cassibile. A sostenere l'operazione sarebbe dovuta intervenire la 1ª Brigata aviotrasportata britannica, che si trovò per effetto dei venti che sferzavano la costa e dispersero la forza americana a essere l'unità maggiormente concentrata alle spalle del nemico, ma anche quella più investita dai contrattacchi nemici che si concentrarono sul Ponte Grande. Avrebbe tenuto il ponte tutto il giorno: alcuni suoi elementi si arresero di fronte alle truppe italiane alle 15.30, ma furono riscattati un'ora dopo dagli Scots Fusiliers che lo riconquistarono di slancio, consolidando la testa di ponte.

Al contempo, andava in scena a Capo Murro di Porco una delle operazioni destinate a diventare più celebri nella storia delle forze speciali nella seconda guerra mondiale: l'assalto dello Special Air Service Service britannico alla batteria costiera "Lambda Doria" che dominava la parte sud-orientale della Sicilia, nella penisola della Maddalena facente parte del comune di Siracusa. Nel sito dedicato alla storia dell'Operazione Ladbroke, la serie di sbarchi che precedettero Husky, è narrato il ruolo dei commando di Sua Maestà nell'operazione, affidata allo Special Raiding Squadron del Sas, guidato dal Maggiore Paddy Mayne, definito dai suoi compagni d'arme come una "valorosa canaglia".

Dopo lo sbarco, tra il 13 e il 16 luglio il ponte Primasole sul fiume Simeto fu attaccato nuovamente da elementi della 1ª Divisione paracadutisti britannica decollati dal Nord Africa nell'Operazione Fustian. L'obiettivo era colpire alle spalle le truppe dell'Asse e accelerare la marcia su Catania. Giocando di sponda con la 50ª Divisione di fanteria britannica, promosse un successo simile a quello del Ponte Grande: cattura dell'infrastruttura, ritirata sotto i colpi dell'offensiva nemica, propiziata soprattutto da truppe tedesche dotate di mitragliatrici pesanti, ricongiungimento con la forza da sbarco giunta, in questo caso, da Lentini.

313 militari morirono nell'Operazione Landbroke e 141 nell'Operazione Fustian: perdite pesanti concentrate principalmente tra i britannici, che non si risparmiarono nella battaglia. Il coordinamento tra commando e forze da sbarco ebbe successo a prezzo di un tributo di sangue notevole e nella caduta di insostituibili professionisti capaci di attività dall'alto valore strategico. I comandi alleati avrebbero replicato in grande, in Normandia, queste importanti manovre. Ma non da meno fu la capacità delle truppe dell'Asse di opporre una degna resistenza: tra il 9 e il 10 luglio, ad esempio, il 1º Battaglione del 75º Reggimento fanteria italiano (parte della Divisione "Napoli") ingaggiò una forza americana atterrata e fece prigionieri 160 paracadutisti che volevano impadronirsi della strada tra Palazzolo Acreide e Siracusa. Il 385º Battaglione costiero italiano si distinse al Ponte Grande, che di fatto contribuì a riconquistare e tenne prima del contrattacco britannico. Per sei, lunghe settimane la battaglia avrebbe fatto emergere altre unità che tennero in condizioni di netta inferiorità di uomini e mezzi. Ma la crepa nella "fortezza Europa" era aperta, inesorabilmente. E abbandonati da Roma e da un regime in dissoluzione, i militari italiani si trovarono a considerare vano il loro sacrificio. Al contrario di quello, oneroso ma strategicamente decisivo, dei militari alleati con cui si erano battuti con valore.

 La mafia e lo sbarco in Sicilia: "L'accordo con gli americani? Un mito". Storia di Gianluca Lo Nostro su Il Giornale il 10 luglio 2023.  

Il 10 luglio 1943 le divisioni anglo-americane sbarcarono in Sicilia. Dopo aver occupato Lampedusa, Pantelleria e Lampione un mese prima, le truppe alleate misero piede per la prima volta in Italia. Questa operazione, nome in codice Husky, fu concepita da Franklin Delano Roosevelt e Winston Churchill alla presenza dei loro consiglieri militari più fidati durante la conferenza di Casablanca: aprendo un secondo fronte in Europa, sostenevano i due leader, si sarebbe potuta alleggerire la pressione sull’Urss impegnata a Est contro i nazisti.

L’occupazione dell’Isola, completata il 17 agosto dello stesso anno con la liberazione di Messina e il ripiegamento dei reparti italo-tedeschi in Calabria, ebbe successo e fu favorita dal rapido sgretolamento del potere fascista, già indebolito dai grandi scioperi operai del marzo ’43 a Torino e nelle altre città del nord e dall’arresto di Benito Mussolini, diretta conseguenza della sfiducia votatagli dal Gran consiglio il 25 luglio.

Dopo la Seconda guerra mondiale, tuttavia, tra le varie concause che avrebbero determinato il collasso delle istituzioni e il trionfo delle potenze alleate in Sicilia è emerso il ruolo della criminalità organizzata. La mafia, uscita depotenziata ma tutt’altro che azzerata dall’operato del “prefetto di ferro” Cesare Mori, approfittò della caduta del regime e comprese fin da subito che l’amministrazione alleata avrebbe rappresentato un’opportunità irripetibile per riacquisire il controllo del territorio.

Il mito del grande complotto

Il professore Salvatore Lupo, docente di storia contemporanea all’Università di Palermo e uno dei massimi esperti di mafia, è l’autore de Il mito del grande complotto (Donzelli), un breve saggio che analizza come nel tempo sia riuscita a ergersi un’autentica contronarrazione – diventata la versione ufficiale – che si fonda sulla presunta esistenza di una serie di accordi preventivi sull’organizzazione della campagna militare tra la mafia e gli Stati Uniti.

“Cosa fece la mafia? Niente. Se parliamo della guerra propriamente detta, non diede nessun contributo”, evidenzia Lupo. “Bisogna distinguere i fatti del ’43 da quello che accadde a New York un anno prima, cioè la collaborazione tra la Naval intelligence, i servizi segreti della marina statunitense e quella che allora si chiamava Unione siciliana, oggi più propriamente nota come mafia, nella persona del grande boss Lucky Luciano”.

Lucky Luciano e Cosa nostra statunitense

Salvatore Lucania, all’anagrafe Charlie Luciano, era nato nel 1897 in provincia di Palermo, ma era cresciuto a New York in una famiglia di immigrati. Entrato in contatto con le principali bande criminali dell’epoca, diventò uno dei gangster di punta degli anni Trenta e riformò Cosa nostra statunitense, dotandola di una struttura (Commissione) che ripartiva il potere nelle diverse famiglie affiliate. Arrestato nel 1936, venne condannato a un massimo di cinquant’anni di reclusione per sfruttamento della prostituzione.

“Luciano era in prigione allora e i servizi segreti della marina si fecero prendere dal panico di fronte ai grandi successi ottenuti dai sommergibili tedeschi nella guerra sottomarina dei primissimi mesi dell’ingresso degli Usa nel conflitto”, spiega il professor Lupo. “Gli americani – prosegue – pensarono di avere un grande problema di sicurezza, perché tra i pescatori potevano annidarsi spie che avrebbero agevolato le operazioni tedesche e possibili sabotaggi nel grande porto di New York. E ricorsero a un’operazione tradizionale del management delle imprese americane cercando un accordo per mantenere l’ordine con i vertici della grande criminalità che controllavano l’International Longshoreman’s Association (Ila), il sindacato dei portuali”.

Cosa c’entra l'intesa sul porto di New York (operazione Underworld) con lo sbarco alleato in Sicilia? “Quando venne sottoscritto, l’operazione Husky non era nemmeno nella mente di Dio!”, commenta il Professore.

Com'è nato il mito del grande complotto

Il “mito” però si è consolidato comunque e Lupo, profondo conoscitore degli archivi storici disponibili Oltreoceano, rintraccia anche il momento in cui è nato. “Il grande complotto si è creato nel tempo successivo, che è il tempo della Guerra fredda. Se guardiamo le politiche seguite dal governo militare alleato tra il ’43 e il ’44, è certo che in una serie di circostanze gli alleati, convinti che questi mafiosi fossero antifascisti in quanto perseguitati dai fascisti, si mostrarono tolleranti verso le loro abilità appoggiandosi a istituzioni tradizionali come chiesa e aristocrazia”.

L’idea del grande complotto venne presentata nel 1958 dal giornalista siciliano Michele Pantalone sulle colonne dello storico quotidiano palermitano L’Ora, ma venne approfondita soltanto nel 1962 con la pubblicazione del libro Mafia e politica. Secondo Pantaleone, l’accordo di New York avrebbe anticipato un altro patto riguardante una “cogestione delle operazioni militari”. Cogestione che però non ci fu mai stata. “Luciano era in galera durante lo sbarco. Nell’atto di scarcerazione c’era scritto che venisse espulso verso l’Italia: non è che lui lo gradisse, non aveva nessuna voglia di spostarsi, per lui l’Italia era un Paese straniero, era andato via a 9 anni e si era sempre dichiarato americano”, osserva Lupo.

Dunque a scatenare le ipotesi di complotto fu un affare politico tutto interno all’America, e cioè la decisione del governatore Thomas Dewey (lo stesso che catturò per primo il boss in qualità di procuratore speciale) di graziare Luciano, costretto a trasferirsi a Napoli nel 1946. Lo scandalo intorno all’operato di Dewey fu amplificato dalla campagna elettorale presidenziale del 1948: per i democratici la scarcerazione di Luciano fu un assist che consentì al partito di gettare discredito contro lo sfidante repubblicano di Harry Truman. Il mafioso italo-americano venne inoltre sospettato dagli agenti del Narcotic Bureau di essere il regista del commercio internazionale di droga dall’Italia verso gli Stati Uniti, un'accusa che però non ha mai trovato riscontro.

La complicità della politica italiana

La tesi di Pantaleone, che nel complotto include anche il famigerato capomafia di Villalba Calogero Vizzini, approdò addirittura in parlamento nel 1976. Il senatore democristiano Luigi Carraro firmò una relazione finale della Commissione antimafia che nei contenuti accoglieva e rilanciava le conclusioni del “grande complotto”, elevandolo al rango di verità storica. “Diversi documenti di ufficiali dell’amministrazione alleata mostrano come questa si rendesse conto del problema mafioso rischiando di avallarne un revival, ma quando si sciolse l’Allied Military Government fu l’autorità italiana a gestire la vicenda successiva”, prosegue il professore.

Vizzini e tutti gli altri vicini al Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (Mis), filoamericano, abbandonarono le spinte indipendentiste per legarsi a un’altra forza filo-occidentale: la Democrazia cristiana. “I separatisti – aggiunge – saltarono sul cavallo vincente in questa dialettica di autonomia regionale e di vittoria della Dc su altri gruppi che potevano contestargli la leadership, come i socialcomunisti. Ora, che la Dc fosse un partito filo-occidentale non c’è dubbio, ma che gli americani avessero tutte le colpe della corruzione e dell’indulgenza verso il crimine organizzato in quella prima stagione mi pare un po’ eccessivo. La politica italiana sia nella componente più anti-americana, ma anche quella filo-occidentale, trovò comodo trovare uno straniero a cui dare la colpa”.

Lupo però ci tiene a fare chiarezza: i complotti, grandi o piccoli, sono sempre esistiti e su essi la storiografia si è concentrata verificando il materiale rivelato dalle fonti. Sostenere che tra mafia e Stati Uniti ci sia stata una collusione e una connivenza eclatante in virtù di alcune oscure interlocuzioni significa assecondare un’atavica propaganda mafiosa. "Il mito è trasversale, alle forze politiche italiane e alla magistratura sembra innocuo tanto è vero che lo ripetono come niente fosse non avendo idea di quello di cui parlano. C’è un’idea in molti di noi di guardare alla storia d’Italia sotto la categoria del complotto. Il movimento antimafia resta affezionato a questa mitologia senza pensare che invece questa è la mitologia più filomafiosa che possa esistere, perché presuppone che la mafia abbia vinto la Seconda guerra mondiale e gli dobbiamo la libertà che abbiamo ottenuto con la vittoria sul nazifascismo”, sottolinea il Professore. “Il libro – conclude – vuole ristabilire una verità storica rispetto a un dibattito pubblico debordante e intossicante

Il grande complotto. Com’è nato il mito della mafia che aiutò gli americani a sbarcare in Sicilia nel 1943. Salvatore Lupo su L'Inkiesta il 6 Luglio 2023

In un libro edito da Donzelli, Salvatore Lupo ricostruisce la genesi della storia (falsa, ma spacciata come vera per anni) di come Lucky Luciano avrebbe aiutato l'intelligence statunitense a coinvolgere i boss locali nella programmazione dell’operazione Husky

L’idea del Grande complotto tra mafia e americani venne presentata da Michele Pantaleone, non so se per la prima volta, in un articolo pubblicato su «L’Ora», nel 1958, nell’ambito della grande inchiesta sulla mafia che in quell’anno riempì le pagine del quotidiano di sinistra palermitano . Ma la versione più matura e influente fu quella fornita dal medesimo autore nel volume Mafia e politica, pubblicato nel 1962. Spiego chi fosse Pantaleone. Rampollo di una famiglia eminente di Villalba (paese in provincia di Caltanissetta), esponente di un socialismo locale contrapposto alla fazione cattolico-separatista guidata dal capo-mafia don Calò/Calogero Vizzini, era divenuto un personaggio di rilievo nella sinistra siciliana già dal 16 settembre 1944.

Quel giorno, nella piazza appunto del suo paese, era rimasto coraggiosamente accanto al leader comunista isolano Girolamo Li Causi, attaccato e ferito (con altre 13 persone), a suon di revolverate e bombe a mano, dai seguaci di don Calò. Torneremo a suo tempo su quest’episodio, che è cruciale nella nostra storia. Diciamo ora che Pantaleone fece poi la sua strada quale deputato all’Assemblea regionale siciliana per il Blocco del popolo, e giornalista d’opposizione. Strinse un rapporto con un grande del meridionalismo, Carlo Levi, e fu magari per questo che il suo libro venne pubblicato da Einaudi, con la prefazione proprio di Levi.

Ecco, in sintesi, il contenuto delle pagine in cui Mafia e politica affronta la questione che maggiormente ci interessa. L’idea-base: la trama newyorkese del ’42 tra i servizi di sicurezza statunitensi e Lucky Luciano sarebbe stata finalizzata a coinvolgere la mafia siciliana nella programmazione dell’operazione Husky, e addirittura si sarebbe risolta in una cogestione delle operazioni militari nell’isola.

Lo stesso Luciano viene dunque indicato come un personaggio-chiave, e insieme a lui il colonnello Charles Poletti, futuro governatore statunitense della Sicilia, che a dire del nostro autore sarebbe giunto «a Palermo clandestinamente» nel 1942 per mettersi d’accordo coi mafiosi locali, mentre sul territorio isolano si verificavano «gravi e frequenti atti di sabotaggio», e si moltiplicavano gli «sbarchi clandestini di siculo-americani».Un terzo personaggio-chiave: Calogero Vizzini, che già conosciamo quale capo-mafia di Villalba, qui indicato come il «capo riconosciuto di tutta la mafia siciliana», dunque come il principale contraente isolano del patto.

Il momento clou. Nei giorni immediatamente successivi allo sbarco, aerei americani avrebbero lanciato su Villalba certi foulard ricamati con una «L» come Luciano, e carri armati recanti un analogo vessillo avrebbero trionfalmente preso a bordo don Calò. A seguire, il capo-mafia avrebbe comunicato con lettera cifrata i piani di battaglia al suo collega Giuseppe Genco Russo di Mussomeli: «che gli amici preparassero focolai di lotta e gli eventuali rifugi per le truppe». Insomma, i mafiosi avrebbero direttamente partecipato alle operazioni militari alleate, e dal canto loro i militari italiani avrebbero abbandonato le loro posizioni, sempre grazie all’intervento pressante di «autorevoli amici», di modo che «le truppe di occupazione avanzarono nel centro dell’isola con un notevole margine di sicurezza».

Conseguenze immediate: il Governo militare alleato (in sigla: AMGOT, o semplicemente AMG), chiamato a reggere la Sicilia, avrebbe nominato sindaci «persone notoriamente mafiose o legate alla mafia» sempre seguendo l’indicazione dell’onnipresente don Calò.

(…) Da parte mia, debbo rilevare come la successiva ridislocazione della storia stessa, dalla sfera di una combattiva saggistica d’opposizione a quella propria di un testo istituzionale (la Relazione della Commissione antimafia), accentui il problema della sua inverosimiglianza, e anche aggravi l’altro suo difetto evidente: la mancanza di una documentazione. Infatti, lo stile apodittico delle affermazioni sia di Pantaleone che di Carraro riposa più che altro su una sequenza di incontrollabili «si dice»; l’uno e l’altro citano in sostanza una sola fonte, un breve brano del senatore statunitense Estes Kefauver (1951) (il quale in verità – anticipo quanto avrò modo di dimostrare a suo tempo – non avalla per niente la teoria del Grande complotto). 

Da “Il mito del grande complotto”, di Salvatore Lupo, Donzelli, 112 pagine, 15,20 euro

La storia deformata dello sbarco in Sicilia: il mito del patto tra mafia e Alleati. Le fonti storiografiche e documentali hanno smentito che Cosa nostra abbia aiutato le forze angloamericane ad approdare sull’isola nel ’43. Un luogo comune, basato soprattutto sulla falsa credenza che Lucky Luciano fosse stato coinvolto. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 2 marzo 2023

«Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». La frase che viene attribuita erroneamente al nazista Joseph Goebbels è una buona sintesi per comprendere come mai, nonostante validi storici come Salvatore Lupo l’abbiano sconfessato, ancora oggi venga riproposto il fatto che la mafia avrebbe aiutato gli Alleati durante lo sbarco in Sicilia. E come il vecchio gioco del telefono, la stessa storia, tramandata con il tempo, prende piede con altri dettagli che poi approdano in prima serata come è accaduto al programma “Atlantide” de La7 condotto da Purgatori. Un luogo comune, soprattutto oggi, funzionale per rievocare una sorta di trattativa Stato-mafia ante litteram. In particolar modo si parla dell’intervento del gangster italo-americano Lucky Luciano nello sbarco in Sicilia del 1943. Ci sarebbe stato, in altre parole, un complotto tra mafiosi e servizi segreti statunitensi volto a promuovere l’occupazione dell’isola.

Stando a questa tesi, tramandata fino ai giorni nostri, gli apparati di sicurezza della Marina Usa avrebbero contattato Lucky Luciano che, grazie alle sue relazioni in Sicilia, guadagnò le cosche alla causa americana. In particolare, il punto di riferimento siciliano sarebbe stato il boss don Calò, ovvero Calogero Vizzini.

Quest’ultimo avrebbe coordinato le operazioni militari di concerto con gli Alleati e su indicazione di “amici” d’oltreoceano. In segno di riconoscimento, aerei e carri armati americani sarebbero ricorsi a foulard gialli recanti una “L” nera (da Luciano). Richiesto di salire su un veicolo corazzato, egli avrebbe dunque guidato le truppe nell’avanzata per tornare in paese sei giorni dopo. Nel frattempo avrebbe mobilitato, con un messaggio cifrato, le cosche della Sicilia interna a supporto dell’offensiva. In sostanza, l’operazione Husky condotta dagli angloamericani tra il luglio e l’agosto del 1943 e che ebbe come obbiettivo l’attacco e la conquista dell’isola più importante dello scacchiere del Mediterraneo, la Sicilia, viene riscritta e dipinta come una operazione guidata dai mafiosi. Proprio così. Secondo questa narrazione, sarebbero stati loro i veri liberatori dal nazifascismo.

Ed ecco che si tramanda un intreccio di fatti, circostanze e coincidenze che vedrebbero coinvolti non solo i gangster come Lucky Luciano e boss della mafia siciliana come don Calò, ma anche le solite “entità”. In realtà, da quando esiste l’uomo organizzato, ci ritroviamo a scontrarci con la solita dietrologia funzionale, questa volta al discredito. Non è un caso che questa storia, la quale vede il contributo della mafia alla liberazione della Sicilia in un’organica alleanza con gli americani, sia stata un luogo comune agitato dalle forze fasciste dell’epoca con l’intenzione di denigrare la funzione liberatrice degli Alleati. E, in seguito, ripreso da alcune compagini di sinistra per alimentare la propaganda antiamericana.

Per scalfire determinate tesi, basterebbe riportare la vicenda alla realtà nuda e cruda. A fornirci le coordinate sono due storici indiscutibili, come Salvatore Lupo e John Dickie. Quest’ ultimo, inglese, conosciuto al grande pubblico italiano per i suoi pregevoli libri sulla criminalità organizzata e il Mezzogiorno, documenta che Lucky Luciano nell’estate del 1943 si trovava ancora in carcere negli Stati Uniti a scontare una lunga pena per sfruttamento della prostituzione. Lucky Luciano verrà rilasciato solo nel 1946 e successivamente rispedito in Italia. Un dettaglio che di fatto fa crollare ogni possibile teoria sul coinvolgimento del boss italo-americano nella campagna di appoggio mafioso allo sbarco alleato in Sicilia.

Come afferma Salvatore Lupo, invece, è documentato che la marina militare americano abbia affidato a Luciano la difesa dei docks newyorkesi da sabotatori tedeschi, i quali peraltro non sarebbero mai esistiti essendo stato lo stesso boss a simulare gli attentati per ottenere la scarcerazione. Su questo aspetto, lo storico Dickie è ancora più netto: l'inganno della sua collaborazione per liberare il porto di New York - da lui controllato con i suoi sindacati - dal pericolo dei sabotatori tedeschi in realtà era un tentativo di difendersi dalle accuse di controllo del racket sulle banchine. Sono, in sostanza, millanterie messe in giro dagli stessi boss per alimentare il mito della mafia.

A smentire questa storia, è stato anche Nick Gentile, mafioso di Siculiana (piccolo comune di Agrigento) con importanti trascorsi negli Stati Uniti. Costui era giunto in America nel 1903, a 18 anni, ma il suo percorso fu segnato da continui ritorni in Sicilia fino al ’37, anno del rimpatrio definitivo. Stabilitosi a Palermo, dove gestiva un negozio di tessuti, vi rimase fino al 1943, allorché i bombardamenti lo costrinsero a trasferirsi nel paese della moglie, Raffadali nei pressi di Agrigento. Qui prese a collaborare con il locale comando americano, all’inizio come interprete e poi da posizioni di maggiore responsabilità, prima di tornare a Palermo per prestare lì i suoi servigi.

Fu intervistato dal giornalista de L’Ora Felice Chilanti. Quest’ultimo chiese al mafioso se Luciano, Vizzini e altri boss avessero svolto funzioni di agenti segreti, di informatori, o funzioni patriottiche per incarico dei servizi speciali della Marina americana. «No – rispose Nick Gentile -, questa è una favola inventata di sana pianta e che ha avuto fortuna per diverse ragioni. I comandi alleati disponevano di ben altri servizi di informazione, e la favola di questi gangster e capimafia diventati improvvisamente combattenti al servizio della Marina americana o della democrazia venne convalidata, tacitamente anche da chi svolse effettivamente quelle attività, ma preferì attribuirne il merito a “mafiosi” ed ex-gangster. E naturalmente certi capimafia si presero ben volentieri quei meriti, pensando di ricavarci qualcosa di buono. Posso senz’altro affermare che la storiella del carro armato americano che giunge a Villalba con un drappo inviato da Lucky Luciano al capomafia Calogero Vizzini è una fantasiosa invenzione».

Assodato che la mafia non ha avuto alcun contribuito per lo sbarco, sicuramente – in seguito alla liberazione – ha avuto modo di infiltrarsi nella pubblica amministrazione. Una volta concluse le operazioni militari, gli angloamericani insediarono in Sicilia un governo provvisorio, che prese il nome di AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territory). Questo governo avrebbe avuto i compiti basilari di mantenere la sicurezza nelle retrovie e di ripristinare e garantire condizioni di vita accettabili ai cittadini siciliani. In quel contesto, il capitano W. E. Scotten, ex viceconsole statunitense in Sicilia, ebbe a denunciare che effettivamente furono commessi degli errori. Gli stessi ufficiali sono stati fuorviati e accecati da interpreti e consiglieri o corrotti o influenzati al punto da correre il rischio di far ricoprire ai mafiosi dei ruoli istituzionali. Quest’ultimi, approfittando dell’infiltrazione, si dimostreranno elementi di spicco per la nascita e lo sviluppo del Movimento per l’Indipendenza Siciliana, fondato da Andrea Finocchiaro Aprile.

Quindi, come ogni teoria del complotto, ci sono fatti totalmente falsi mischiati con fatti veri. Falso che la mafia ricoprì un ruolo da protagonista per gli sbarchi, vero che dopo la liberazione approfittò per infiltrarsi nella pubblica amministrazione. Di fatto, attraverso questi retropensieri, sono riusciti a infangare lo sbarco in Sicilia che aveva rappresentato la prima profonda ferita inferta alla “fortezza Europa” nazifascista. Un po’ come il teorema trattativa Stato-mafia: i corleonesi sono stati sconfitti, ma si getta un’ombra.

La lotta alla mafia che era prima di tutto rivolta contro i riti borghesi dell’oppressa Sicilia. Il vecchio che piscia a mare, quel clic che riaccende la scintilla dell’anarchico Peppino Impastato. Nicola Biondo su Il Riformista l’8 Gennaio 2023

Un vecchio che piscia in mare, una scritta sbiadita e sullo sfondo una nave militare americana. Questo è ciò che vedete. Tutto in bianco e nero, non potrebbe essere altrimenti. E non tanto perché è il 1978 quando questa foto viene scattata ma perché l’immagine esce fuori da un archivio e gli archivi sono per definizione senza colori, anche quando sono digitalizzati sembrano portare la polvere addosso. Facile dirsi che arriva da un mondo che non esiste più, in un tempo maledetto e immobile. Al contrario tutto quello che agita il dibattito politico in fondo viene da lì: il comunismo e il suo anti (ovvero la guerra fredda), il paese vecchio e il paese vassallo, la guerra americana per non dire che era anche italiana, esattamente come oggi.

Siamo nel mar Tirreno, la costa è quella tra Cinisi e Terrasini in provincia di Palermo e la foto è una testimonianza del tutto inedita dell’opera di controinformazione del gruppo di Peppino Impastato, l’attivista siciliano ucciso il 9 maggio 1978. Il contesto e l’immagine provengono dallo sterminato archivio fotografico di Paolo Chirco, una di quelle api operaie che dava forma e sostanza all’esperimento libertario, e comunista certo, anche comunista ma non solo, che fu Radio Aut. Quarantaquattro anni dopo esser stata scattata e archiviata, quarantaquattro anni dopo la morte straziante e depistata-e poi cosparsa dalla melassa delle rievocazioni-di colui che fu prima di ogni cosa un irregolare alla periferia dell’Impero Occidentale, una prima linea dove si combatteva non tanto la mafia ma le buone tradizioni borghesi (che erano anche mafiose) di una morale che a Cinisi, e non solo a Cinisi ma in tutte le enclave di provincia, era in pieno stile iraniano: niente baci in pubblico, lo struscio nel paese rigorosamente separato tra marciapiedi per maschi e marciapiedi per femmine, con la variante siciliana che prevedeva la fuitina e magari pure un colpo di lupara. Quarantaquattro anni dopo dentro la foto di Chirco sembra che siano rimaste blindate non solo quelle immagini, evocative quanto si vuole, ma l’anima e la propaganda di un intero Paese: questo.

Ancora qualcuno parla di comunismo per ammantare di una qualche nobiltà l’ultimo satrapo di Mosca ( dove l’indice di felicità è pari a quello di uno slum di Nairobi se non si è figli o parenti di un oligarca) e in testa alle agende di tutti i governi ci sono le pensioni mentre da decenni intere generazioni fuggono per lidi meno ipocriti e limacciosi. E dove ancora c’è un antiamericanismo straccione e nessuna idea di futuro: un tutto declinato al passato. Come se la guerra fredda, e le sue miserabili e luttuose appendici, non fosse mai finita. L’immagine di Chirco racconta di quel presente, a Cinisi e in mille altri paesi di quel vasto Sud che non ha coordinate geografiche ma miti fondativi e che si poteva trovare dalle valli del Trentino alla Sicilia, con le città come macchie di modernità. Di quel presente della fine dei 70 che per quanto riguarda la Sicilia è diventato patrimonio nazionale solo dopo la mattanza del ’92 e che ha avuto bisogno di un film –I Cento passi, struggente e per certi versi fuori sincrono con la vulgata della morte per mano mafiosa, solo mafiosa- per borghesizzare uno come Impastato che borghese non lo era e chissà se lo sarebbe mai diventato, difficile pare. Irregolare, si diceva, perché comunista ma non stalinista, irregolare perché non affiliato al Pci del compromesso storico e perché schifava la lotta armata e gli assalti al cielo bolognesi e padovani, troppo fighetti, troppo “arancioni”. Irregolare perché non c’era altro modo in quel tempo e quello spazio, a quelle latitudini.

Un giorno avvertito dai compagni del gruppo “musica e cultura” si incuriosisce di una nave da guerra americana alla fonda di fronte Cinisi. Chirco, giovanissimo ma già devoto alla fotografia, finisce quasi in acqua per scattare decine di foto, alcune delle quali hanno un ché di sinistro: elicotteri che trasportano casse coperte dalla nave (dal nome evocativo “Santa Barbara”, cosa volete che potesse trasportare?) fino alla pista dell’aeroporto di Punta Raisi, feudo del boss Tano Badalamenti e dalla quale partivano aerei inzeppati di olio d’oliva ed eroina. Qui le casse venivano caricate su camion, alcuni dei quali non militari, e da qui finite chissà dove. La foto del vecchio che piscia in mare dove staziona una nave da guerra e un muretto con la scritta “Il comunismo non passerà” sono parte di un fondo di immagini recuperate nell’ambito di una indagine della disciolta Commissione Antimafia su uno dei più misteriosi cold case siciliani, l’eccidio di Alcamo Marina: due carabinieri uccisi in una caserma e cinque ragazzi innocenti finiti all’ergastolo dopo immonde torture. Fu uno degli ultimi bagliori della controinformazione targata Impastato e Radio Aut: l’attivista di Cinisi cercava il fuori scena di quell’eccidio e conservava nella casa materna una voluminosa cartelletta dedicata al mistero di Alcamo Marina. Tutto finì inghiottito da un atto illegale: un “sequestro informale”- così senza vergogna recita il verbale degli inquirenti- ha risucchiato quell’ultimo file di indagine di Impastato e nessuno sa che fine abbia fatto.

Di sicuro c’è poco ma quel poco spinge la logica a ridestarsi dall’angusto isolamento a cui certe sentenze l’hanno costretta: la cartelletta di Impastato, quella sull’omicidio di due carabinieri (ancora oggi senza colpevoli e senza movente) è finita in qualche armadio della Legione dei Carabinieri di Palermo (dove la Commissione Antimafia non è riuscita ad entrare, nouvelle vague del segreto di Stato, annus domini 2022), in quelle stesse stanze dove la sentenza sull’omicidio dell’attivista fu veloce e brutale, mentre le viscere del morto erano ancora calde e sparse nella campagna intorno Cinisi: “era un terrorista, si è suicidato utilizzando esplosivo”. E rimane un fatto che in un brandello di terra siciliana, tra Cinisi e Trapani in dieci anni muoiono gli ultimi protagonisti della controinformazione, Mauro Rostagno e Giuseppe Impastato i cui rispettivi ultimi passi sono stati compiuti su piste d’atterraggio, ad osservare mezzi militari e misteriose casse di armi. Come è un fatto che per entrambi i delitti si mosse un dispositivo ben oliato con l’obiettivo di depistare e obliterare tutto.

Ma di questo ci sarà tempo per raccontare. In attesa di un romanzo che riesca a deragliare dal piattume giudiziario e che ridia colore a quegli anni della ferocia- una sorta di Sicilian Tabloid, ecco cosa servirebbe- rimangono i fantasmi in bianco e nero imprigionati nelle foto di Paolo Chirco, foto colpevolmente mai richieste dagli inquirenti che di recente hanno chiuso un’inchiesta sui depistaggi di Cinisi. Alcuni fanno quasi tenerezza, altri costringono a guardarci dentro per come siamo invecchiati male. Perché siamo un po’ tutti rimasti lì dentro, tra il mare, una pisciata di un vecchio e uno slogan. Con sullo sfondo la guerra, la solita guerra. Nicola Biondo

Il corteo a Milano e gli irriducibili del giustizialismo. Manifestazione dell’antimafia per la verità, ma i processi hanno già detto tutto…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Marzo 2023

Vogliamo la verità sui delitti di mafia. Il grido sale dal corteo che attraversa il centro di Milano per poi concentrarsi in piazza Duomo, dove la voce dei parenti delle vittime di Cosa Nostra cede la voce, e il palco, ai politici di sinistra invitati da Libera, il cartello di associazioni fondato da don Ciotti. Erano tredici anni che non veniva celebrata questa giornata rievocativa. E sono datate a dieci e anche venti anni fa le grandi inchieste sulla criminalità organizzata al Nord condotte dall’ex responsabile della Dda milanese Ilda Boccassini. Inchieste come “Infinito” o “I fiori di San Vito” con le loro alterne risultanze processuali e la costante, purtroppo inutile, denuncia degli avvocati del fatto che nei processi su reati di mafia regolarmente saltano le regole dello Stato di diritto, quelle che in genere governano i dibattimenti “normali”. Più che politica del doppio binario, veri binari morti, per le garanzie degli imputati. Ma siamo a Milano, e si sa quale sia stato, fino a poco tempo fa, il rito ambrosiano, non solo nelle indagini su Tangentopoli.

L’anno 2023 segna per il capoluogo lombardo l’anniversario di una data tragica, quella della bomba di via Palestro, il 27 luglio del 1993. Non è chiaro se l’associazione Libera e il suo promotore don Ciotti abbiano scelto questa ricorrenza piuttosto che il 1992 con le uccisioni di Falcone e Borsellino, per scendere in piazza. Ma la connotazione tutta politica, con la presenza, non solo quella doverosa del sindaco Beppe Sala, ma in particolare anche quella di Elly Schlein, presente a Milano due volte di fila in pochi giorni, e gli interventi contro il governo, lasciano intravedere qualcosa di diverso. Lo ha ben intuito Silvio Berlusconi che, con la sua proverbiale marcia in più, si è affrettato a prendere posizione, con un’uscita sincera, ma anche opportuna, e forse preoccupata per una certa piega che stano prendendo certe indagini che corrono da Firenze a Reggio Calabria. Così, con le parole che sono patrimonio di tutti, il “pensiero commosso” per le vittime e i loro familiari e “l’omaggio a due figure emblematiche” come Falcone e Borsellino, compare anche il riconoscimento alle forze dell’ordine e alla magistratura “che ogni giorno rischiano la vita per la legalità e la sicurezza di tutti”.

È vero che nel commemorare le due più famose vittime delle bombe mafiose l’ex presidente del Consiglio ha tenuto a distinguere il loro “profondo rispetto delle garanzie e dello stato di diritto”, ma il riconoscimento alla magistratura come corpo in sé, rimane. E va a cadere, non casualmente, sulla manifestazione indetta da Libera, “cartello di associazioni contro le mafie” nato su iniziativa di don Ciotti nel 1994. Non nel 1992 con le sue stragi di Capaci e via D’Amelio, e non nel 1993 con le bombe di Milano Firenze e Roma, ma a pochi mesi dall’insediamento del primo governo Berlusconi. Nasce e diventa da subito un potente partito politico. Il successore naturale della “Rete” di Leoluca Orlando, padre Pintacuda e Nando Dalla Chiesa, con il sostegno forte di un pm di Mani Pulite come Gherardo Colombo. Nemici di Leonardo Sciascia e delle garanzie, cui preferivano il loro credo: “Il sospetto è l’anticamera della verità”.

Il gruppo di Libera si è impadronito del prezioso timbro di ceralacca dell’antimafia nella sua veste più ideologica e furibonda, “contro la mafia e la corruzione”, anticipando di molti anni le degenerazioni giuridiche del Movimento cinque stelle e della legge “spazzacorrotti” voluta dal ministro Bonafede. A questa base teorica di chi guarda la realtà in chiave moralistica per dividere il mondo in buoni e cattivi e poi processando questi ultimi in tribunali speciali, Libera ha accompagnato anche un aspetto economico. Favorendo la dissennata politica delle confische fondate sul sospetto più che sulle responsabilità penali, ha cominciato da subito a rivendicare per sé la primogenitura e il “bollino blu” per le assegnazioni ai propri aderenti degli immobili confiscati. Nel nome dell’antimafia, naturalmente, non dell’interesse commerciale. Abbiamo già raccontato quell’esempio di Buccinasco e del sindaco lapidato perché si era permesso di offrire gli spazi confiscati a diverse associazioni e non a una sola. Mancava poco che qualcuno desse del mafioso a quel sindaco, perché aveva preferito un atteggiamento pluralistico nei confronti di tanti piuttosto che far aprire la pizzeria “antimafia”.

E la storia pare ripetersi, dopo gli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Giancarlo Caselli al libro L’Inganno di Alessandro Barbano, che ha stracciato il velo dell’omertà di chi viola costantemente le regole nel nome di un bene superiore e della lotta a una mafia che viene dipinta sempre come eterna e invincibile. E intanto tutti i magistrati “in lotta” (obbrobrio in uno Stato di diritto) contro il crimine organizzato, dal procuratore calabrese Nicola Gratteri alla responsabile della Dda milanese Alessandra Dolci, si affannano a spiegare che non importa se la mafia non spara più, ma che si è trasformata in comitati d’affari. “Operatore economico e agenzia di servizi”, la definisce la dottoressa Dolci. Senza mai spiegare, né lei né i suoi colleghi, perché ancora esista nel codice penale quell’articolo 416 bis che pone l’assoggettamento e il con-trollo del territorio come requisiti fondamentali perché un certo comportamento possa rivelare l’esistenza di un’associazione criminale di tipo mafioso. Ma il retroscena delle manifestazioni “antimafia” sono le inchieste giudiziarie sul passato, sugli anni Novanta.

Che cosa significa, al di là dei sentimenti dei parenti delle vittime, cui va sempre rispetto, quel grido “vogliamo la verità”? Se intendiamo parlare di verità storica, ma anche di verità processuale, dobbiamo dire che sulla mafia di Cosa Nostra, ma anche sulla ‘ndrangheta e sulla camorra, si sa ormai tutto. Giovanni Falcone non credeva nel “terzo livello”, e ha avuto ragione. I processi, da quello contro Giulio Andreotti in avanti, hanno dimostrato i limiti politici e culturali proprio di movimenti come la Rete e Libera. E la natura vera di inchieste come quella che ha portato al processo “’ndrangheta stragista” di Reggio Calabria e le forsennate ( e già fallite nelle tre versioni precedenti) indagini fiorentine su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti di stragi. In questo modo non si cercano né verità né giustizia, ma capri espiatori al fine di prolungare all’infinito il ruolo dell’ ”antimafia”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Il processo allo “zio Giulio” e all’intera Prima Repubblica. ATTILIO BOLZONI su Il Domani il 03 marzo 2023

Il 3 marzo di trent’anni fa l’uomo politico italiano più famoso è stato iscritto nel registro degli indagati per associazione a delinquere semplice e mafiosa. Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio e ventuno volte ministro, è finito alla sbarra per collusione con i boss.

Un detenuto disse al suo compagno di cella: «La vedi quella gobba? Guardala bene perché è piena di omicidi». La televisione era accesa, sullo schermo apparve l’uomo politico più famoso d’Italia che per sette volte era stato capo del governo e per ventuno ministro della Repubblica. Poi un altro raccontò: «Noi lo sapevamo chi era davvero, girava la voce che era punciutu».

Punciutu, punto sul polpastrello del dito indice della mano destra con un ago, o con la spina di arancio amaro o forse con una spilla d’oro come usavano i boss più megalomani delle province interne, comunque passato anche lui dal rito d’iniziazione con l’immagine della Madonna dell’Annunziata che prende fuoco e il sangue che sgorga mentre stregato recita la magica formula (“Come carta ti brucio, come santa ti adoro, che un giorno possa bruciare la mia carne se mai tradirò la Cosa nostra”) per diventare mafioso.

L’ENTITÀ

Giulio Andreotti mafioso. Palermo, fine inverno del 1993. Appena una decina di anni prima, e dopo un vorticoso incrocio di silenzi e di sguardi con il giudice Giovanni Falcone, il pentito Tommaso Buscetta si era limitato ad alludere a un’impalpabile “Entità” che suggeriva e proteggeva, che metteva sempre le cose a posto in Sicilia e a Roma. Ma con le stragi di Capaci e di via D’Amelio, le bombe, era cambiato tutto. E quella figura avvolta perennemente nel mistero aveva preso quasi un nome.

Per alcuni ero “lo zio”, per altri “lo zio Giulio”. Era sempre lui. Così il 4 marzo del 1993, un giovedì, in una stanza al secondo piano dell’imponente palazzo di giustizia di Palermo ci fu il primo atto di quello che sarebbe stato definito Il processo del secolo.

L’iscrizione di Giulio Andreotti nel registro degli indagati “per i reati di cui agli articoli 110 e 416 c.p. e agli articoli 110 e 416 bis c.p.”, concorso esterno in associazione semplice e concorso esterno in associazione mafiosa. Ventitré giorni dopo, il 27 marzo alle undici del mattino in punto, da Palermo fu inoltrata all’ufficio di presidenza del Senato una richiesta di autorizzazione a procedere di 246 pagine firmata dal procuratore capo della repubblica Gian Carlo Caselli e dai sostituti Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato.

Il 13 maggio la speciale giunta di palazzo Madama concesse l’autorizzazione «escludendo la sussistenza di fumus persecutionis oggettivo e soggettivo nei confronti di Giulio Andreotti», il 21 maggio la procura di Palermo modificò con un tratto di penna il capo d’imputazione: non più concorso in associazione mafiosa ma associazione mafiosa pura.

L’ITALIA DIVISA IN TRE

A quel punto l’Italia si è divisa in due e pure in tre. Quasi mafioso, mafioso, mafiosissimo. Quasi innocente, innocente, innocentissimo. Finalmente trascinato davanti a un tribunale per le sue gravi colpe, vittima di una grande macchinazione nazionale e internazionale, invischiato fino al collo nelle brutalità della mafia siciliana, corrotto e corruttore, incastrato da diaboliche forze e probabilmente anche da una fazione del governo americano che non vedeva l’ora di levarselo di torno dopo la caduta del Muro di Berlino. Particolarmente sagace, la battuta sempre pungente, una straordinaria capacità di sintetizzare pensieri complessi in una sola frase, quando le carte dei suoi insidiosi rapporti con la mafia vengono scoperte lui muove lentamente la testa incassata fra le spalle ingobbite, piega le labbra sottili e sibila: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito di tutto».

Cos’è l’atto d’accusa dei magistrati di Palermo? Un processo a un potere incrollabile? Un processo alla Storia? Un processo all’uomo - nato a Roma il 14 gennaio del 1919, democristiano, giornalista, scrittore, a ventotto anni già sottosegretario nel governo di Alcide De Gasperi, delfino di Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare - o al sistema?

I SUOI PECCATI

Ciò che è sempre stato oscuro, viene spiegato in realtà con una semplicità che sconvolge. Giulio Andreotti, uno che dalla fine della Seconda Guerra mondiale si è seduto al tavolo con i padroni del mondo, con capi di stato come Eisenhover e De Gaulle, Mitterand e Reagan, Thatcher e Gorbaciov, contemporanemente ha intrattenuto rapporti criminali con don Stefano Bontate e don Gaetano Badalamenti e persino con Totò Riina, ha “aggiustato” procedimenti in Cassazione, ha ordinato omicidi o comunque non ha fatto nulla per evitarli, ha garantito e si è garantito l’appoggio di Salvo Lima, il console in Sicilia che con Cosa Nostra era in un solo abbraccio.

I suoi misfatti e i suoi peccati, giuridicamente parlando: «Avere messo a disposizione dell’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali della stessa, l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività; partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione dell’associazione medesima». Giulio Andreotti mafioso.

Più che un’inchiesta, se pur clamorosa, simboleggia l’abbattimento di una struttura statuale messa in piedi dal 1945. Giulio Andreotti incarna la Democrazia Cristiana che ha governato per quasi quarant’anni l’Italia (da non confondere con ciò che sarebbe accaduto qualche tempo dopo con le indagini sui legami fra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi, forse riciclatore di denaro sporco, forse a conoscenza di segreti sulle stragi siciliane del 1992 ma sicuramente non “uomo stato” come Andreotti), è l’occulto della Prima Repubblica.

LE TRAME E I SEGRETI

Le trame del Sifar - il servizio segreto militare all’epoca dei dossier del generale Giovanni De Lorenzo - il crack Montedison con protagonista l’imprenditore Nino Rovelli, il complotto contro il direttore della Banca d’Italia Mario Sarcinelli e il presidente Paolo Baffi, il patto con il banchiere della mafia Michele Sindona e l’altro con il banchiere di Dio Roberto Calvi, la loggia P2 di Licio Gelli, le scorrerie del comandante generale della guardia di finanza Raffaele Giudice in combutta con i petrolieri, lo spericolato intreccio con i “palazzinari" romani Caltagirone (famosa la frase pronunciata dal capostipite dei Caltagirone, Gaetano, al ministro Franco Evangelisti, braccio destro di Andreotti: «A Fra’ che te serve?»), l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, le ombre sul delitto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sfiorato dai più grandi scandali ma mai affondato, nemmeno graffiato.

Eugenio Scalfari, in un celebre editoriale su Repubblica lo battezza Belzebù, descrivendolo «come l’incrocio accuratamente dosato d’un mandarino cinese e d’un cardinale settecentesco». E poi la mafia siciliana. Alla fine sono i padrini a farlo sprofondare e ad imprigionarlo in un processo infinito che si celebra nel bunker di Palermo, proprio nell’aula dove qualche anno prima erano rinchiusi i capi della Cosa Nostra.

IL DELITTO LIMA

Le indagini su Andreotti prendono avvio il 12 marzo del 1992. È il giorno dell’assassinio di Salvo Lima, il capo della corrente andreottiana siciliana che, come aveva ricordato il prefetto generale Dalla Chiesa al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini nella primavera del 1982 prima del suo sbarco a Palermo, «era la famiglia politica più inquinata del luogo».

Lima, europarlamentare e già sottosegretario alle Finanze, è un capobastone della Democrazia cristiana, è legato ai potentissimi Nino e Ignazio Salvo, proprietari terrieri, interessi nel turismo e nella commercializzazione del vino e soprattutto esattori.

Nel resto d’Italia l’aggio concesso per le somme riscosse è poco superiore al 3 per cento, in Sicilia sfiora il 10 per cento. I Salvo sono mafiosi, uomini d’onore della famiglia trapanese di Salemi. Loro e Salvo Lima sono i re dell’isola fino a quando i Corleonesi di Totò Riina non conquistano Cosa Nostra, vincono ma si ritrovano comunque all’ergastolo.

Quello di Lima è il primo delitto eccellente del 1992. I sicari lo rincorrono sui vialetti di Mondello, il mare di Palermo. E lo uccidono sparandogli alle spalle, come si fa con i traditori. Il movente: «Non avere garantito il buon esito del maxi processo». Il 30 gennaio precedente la Cassazione, contro ogni previsione, ha condannato tutti i grandi boss siciliani. È la prima volta, una sentenza storica.

Ed è la prima volta che a presiedere la prima sezione della suprema corte non c’è Corrado Carnevale, il giudice conosciuto come “l’ammazzasentenze”, sbalzato da quella poltrona da una rotazione di magistrati voluta da Giovanni Falcone e dal ministro della Giustizia Claudio Martelli. Meno di due mesi dopo il verdetto della mafia, l’esecuzione di Mondello.

LA CORSA AL QUIRINALE

È un omicidio che destabilizza l’Italia. Punisce Salvo Lima ma ferma anche la corsa al Quirinale di Giulio Andreotti. Le elezioni del nuovo capo dello stato sono previste in primavera, lui è uno dei candidati favoriti. «Da questo momento può succedere di tutto», dice Giovanni Falcone la sera stessa del delitto. Succede che Andreotti è definitivamente fuori gioco, non diventerà mai Presidente della Repubblica.

Le indagini intorno all’omicidio Lima scavano sui summit fra “zio Giulio” e il capomafia palermitano Stefano Bontate dopo la morte del presidente della regione Piersanti Mattarella, sul condizionamento di alcuni processi ai boss, sulla sua vicinanza con il capo della loggia P2, sul suo coinvolgimento nell’uccisione del direttore della rivista OP Mino Pecorelli legata alla “carte segrete” di Aldo Moro, sui suoi viaggi non registrati fra Palermo e la Sicilia per incontrare personaggi gravitanti nell’ambiente criminale.

È il procedimento penale numero 1491/93. Migliaia di fogli raccolti in 9 volumi e 26 capitoli, i testimoni citati dall’accusa 400, i pentiti all’inizio sono 27 e alla fine 41.

L’ENIGMATICO PENTITO

Ci sono quelli cosiddetti di serie A come Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia o Angelo Siino e Francesco Di Carlo, c’è qualche pugliese e qualche calabrese, c’è il messinese Orlando Galati Mamertino (quello della gobba piena di omicidi), c’è Leonardo Messina da Caltanissetta (quell’altro che aveva sentito dire che era “punciutu”), un paio sono della banda della Magliana. Poi ne salta fuori uno che fa saltare il banco. È Balduccio Di Maggio, ex autista di Totò Riina, il mafioso che porta - e ancora oggi, dopo trent’anni, non sappiamo come - i carabinieri del Ros al capo dei capi latitante da un quarto di secolo.

Ufficialmente Di Maggio viene catturato in Piemonte l’8 gennaio (ma il gelataio indovino Salvatore Baiardo, che ha annunciato la cattura di Matteo Messina Denaro, dirà che sapeva del suo pentimento già dal dicembre 1992), poi rivela una ventina di ammazzatine ai sostituti procuratori palermitani Giuseppe Pignatone e Franco Lo Voi, poi ancora si presenta da Gian Carlo Caselli con una fantastica favola. Quella del bacio.

Ricorda che un giorno, tra le 14 e le 16 del 21 settembre 1987, accompagnò Totò Riina nella lussuosa casa palermitana di Ignazio Salvo “alla Statua”, in fondo a viale Libertà, dove trovò ad attenderlo Salvo Lima, lo stesso Ignazio Salvo e l’ospite d’onore: Giulio Andreotti. Testuale Di Maggio: «Il Riina salutò con un bacio tutte e tre le persone».

Il bacio, per le immaginabili suggestioni suscitate nell’opinione pubblica, fuori dall’aula di giustizia è diventato il cuore del processo Andreotti. Mai dimostrato né dimostrabile (Salvo Lima era stato ucciso a marzo del 1992, Ignazio Salvo appena sei mesi dopo), negato naturalmente da Andreotti, ha rappresentato una sorta di cavallo di troia nella corposa documentazione accusatoria sullo “zio Giulio”.

Con il senno del poi potremmo dire - anche se qualcuno aveva subito intuito il pericolo di una testimonianza così iperbolica e maliziosa - che l’enigmatico Balduccio Di Maggio dell’arresto di Riina aveva ancora una volta fatto il suo mestiere coplentando l’opera con Andreotti. Verità e menzogne, abilmente mischiate.

Di quel bacio, alla fine, c’è rimasto solo il geniale pensiero dell’attore palermitano Ciccio Ingrassia: «Io non so se Andreotti e Riina si siano mai incontrati, ma se si sono incontrati di sicuro si sono baciati».

MAI VISTI DA VICINO

Il processo si apre la mattina del 26 settembre nella grande aula accanto all’Ucciardone. I giudici sono quelli della quinta sezione penale del Tribunale di Palermo, presidente Francesco Ingargiola, a latere Salvatore Barresi e Vincenzina Massa.

Per la pubblica accusa Guido Lo Forte, Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato. Il collegio difensivo è composto da Franco Coppi, Gioacchino Sbacchi e da una giovanissima Giulia Bongiorno. Poi si aggiungerà anche l’avvocato Odaordo Ascari. L’aula è stracolma, centinaia i giornalisti provenienti da tutto il mondo, accreditata anche una troupe giapponese.

Alla vigilia del dibattimento sugli scaffali delle librerie è in bella mostra un volume: «Cosa Loro, mai visti da vicino». Giulio Andreotti ricostruisce per la Rizzoli i suoi ultimi tre anni e mezzo di vita, dal giorno in cui il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere contro di lui.

Scrive: «In queste pagine non si troveranno invettive o generiche lamentele, ma solo descrizioni puntuali di un impianto accusatorio che io ritengo infondato e perverso». E ancora: «Era stato presentato all’inizio del preannuncio di schiaccianti dimostrazioni di mie responsabilità mafiose; ora ripiega sulla singolare tesi di un reato collettivo, compiuto dalla Democrazia Cristiana siciliana o da una parte di essa; attraverso uno scambio di favori fra politica e mafia del quale non si è avuta la possibilità di dimostrare contro di me il benché minimo esempio di concretizzazione».

Dopo duecentocinquanta udienze il dibattimento di primo grado viene formalmente chiuso il 19 gennaio. Comincia la requisitoria dei pubblici ministeri, ventitré sedute: quindici gli anni chiesti per Andreotti.

La difesa, dopo ventiquattro sedute, vuole l’imputato pienamente assolto. Fra i testi a discolpa l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Xavier Perez De Cuellar, gli ex ambasciatori Usa a Roma Maxwell Rabb e Peter Secchia, l’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, l’ex capo dei servizi segreti Riccardo Malpica, tre ex capi della polizia. E, colpo di scena, anche il boss Gaetano Badalamenti. Perché don Tano, sul delitto Pecorelli e su quello Dalla Chiesa, ha smentito Buscetta.

L’INCUBO BUSCETTA

Il primo pentito di mafia dell’era moderna è un incubo per Andreotti. Ha credibilità, carisma, ha la certificazione doc del giudice Falcone. Racconterà a proposito del suo vecchio amico Badalamenti: «Mi disse che un giorno si era incontrato con il presidente a Roma e che si era personalmente congratulato con lui, dicendogli che "di uomini come lui (Badalamenti, ndr) ce ne voleva uno per ogni strada di ogni città italiana”..».

Dopo undici giorni di camera di consiglio, il 23 ottobre 1999 il tribunale di Palermo assolve Giulio Andreotti “perché il fatto non sussiste”. Mancanza di prove sufficienti, incongruenze, dichiarazioni confuse e contraddittorie. Il contesto che dipingono i giudici intorno all’imputato eccellente però è maleodorante. Lui, che non aveva mai mostrato un gesto di gioia o un moto d’ira, per la prima volta ha un brivido, quasi trema e dice: «La partita è chiusa».

Nel frattempo Giulio Andreotti viene assolto a Perugia anche per l’omicidio di Mino Pecorelli, poi sarà condannato a 24 anni in appello e definitivamente assolto in Cassazione. Nel frattempo il presidente della Suprema Corte Corrado Carnevale viene assolto a Palermo dall’accusa di avere “aggiustato” il maxi processo, condannato a 6 anni in secondo grado e poi anche lui assolto dalla Cassazione. Si arriva così all’appello per Giulio Andreotti. E il 2 maggio del 2003 la sentenza rimescola le carte. In parziale riforma del primo verdetto i giudici affermano che, fino alla primavera del 1980, Giulio Andreotti era colluso con Cosa Nostra.

E che, solo dopo l’uccisione del presidente della regione Piersanti Mattarella, si è allontanato dall’organizzazione criminale. Condannato e prescritto per l’associazione a delinquere semplice fino al 1980, assolto sia pur in forma dubitativa per il dopo. Due epoche di mafia, due sentenze. Confermate dalla Cassazione il 28 dicembre del 2004.

IL DIVO

Ma il processo contro l’uomo politico italiano più famoso dalla fine della Seconda Guerra mondiale in realtà non è mai finito. Continua ancora oggi, a trent’anni dall’inizio dell’indagine. Intrecciandosi con tutti gli altri “processi politici” celebrati a Palermo negli anni successivi, incrocio rovente della giustizia italiana, campo di battaglia, arena. Il dibattito è sempre aperto soprattutto su un punto: bisognava processarlo e condannarlo politicamente e non trascinarlo in un’aula di tribunale. Sullo “zio Giulio” viene girato nel 2008 anche un film capolavoro, Il Divo, regista il premio Oscar Paolo Sorrentino. E poi una montagna di libri. Ne cito solo alcuni.

Quello dell’avvocato Giulia Bongiorno (Nient’altro che la verità, Rizzoli 2005), quello del sociologo Pino Arlacchi (Il processo, Giulio Andreotti sotto accusa a Palermo, Rizzoli 1995), quello di Alexander Stille (Andreotti, Mondadori 1995), quello di Gian Carlo Caselli e di Guido Lo Forte (La verità sul processo Andreotti, Laterza 2018) e ancora tanti altri.

Sempre nel 1995 la Pironti Editore pubblica un tomo di 973 pagine che riporta integralmente la memoria dei procuratori di Palermo, il titolo fa discutere: La vera storia d’Italia. L’anno dopo, un pamphlet firmato dallo storico Salvatore Lupo (Andreotti, la mafia, la storia d’Italia, Donzelli) dà più ampio respiro alla vicenda: «La vera storia d’Italia passa anche per l’aula del processo Andreotti, ma – per disgrazia o per fortuna – non si ferma lì».

Giulio Andreotti muore a Roma il 6 maggio del 2013 all’età di novantaquattro anni.

ATTILIO BOLZONI. Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

La biografia. Sciascia, dal Pci ai radicali: in direzione ostinata e contraria. Biagio Castaldo su Il Riformista il Novembre 2019

È l’epitaffio di Villiers che Leonardo Sciascia scelse per essere ricordato, un inno che restituisce il suo ultimo paradosso: sfidare la scommessa di Pascal sull’esistenza di Dio. Il ritorno alle terre di zolfare dell’agrigentino che gli ha dato i natali nel 1921, dalla quale eredita l’umorismo pirandelliano e il materiale narrativo dei suoi primi libri, Le parrocchie di Regalpetra (1956) e Gli zii di Sicilia (1958), che destano immediatamente l’attenzione della critica letteraria più engagé. La Sicilia,  le indagini sulla mafia e quel relativismo  della conoscenza, per cui la realtà è più ingarbugliata di come appare – Gadda pubblica negli stessi anni Il Pasticciaccio – inaugurarono la stagione del giallo. Il giorno della civetta (1961), scritto in seguito all’assassinio del sindacalista Miraglia nel 1947,  e A ciascuno il suo (1966), che scavalcano la definizione confinante di giallo e nobilitano a livello sociale un genere letterario da sempre bistrattato. Intanto si trasferisce a Palermo, comincia  a collaborare con il Corriere della sera e a dedicarsi al romanzo, Il contesto, pubblicato poi nel 1971: una critica nelle vesti di divertissement al sistema giudiziario di una terra immaginaria, nella quale è facilmente riconoscibile l’Italia degli anni 70.  Il contesto gli vale la candidatura al premio Campiello, che Sciascia decide sapientemente di ritirare in seguito alle forti polemiche suscitate dal dibattito politico-intellettuale. Nel ’74 Todo modo è l’occasione di polemizzare con le alte gerarchie ecclesiastiche,  attraverso un poliziesco di «cattolici che fanno politica», cardinali e uomini politici impegnati tra riti spirituali e delitti.  Nel 1975 scrive La scomparsa di Majorana (avvenuta nel 1938), un’indagine rielaborata in forma di prosa sulla scomparsa del fisico Ettore Majorana, e nello stesso anno viene eletto segretario regionale del Pci alle elezioni comunali di Palermo. Incarico che abbandonerà due anni più tardi, quando assumerà posizioni

molto critiche nei confronti della direzione  del partito, alla quale aveva manifestato tutta la sua contrarietà a proposito del compromesso storico.

Il caso Moro porta Sciascia sulle tracce delle lettere di prigionia dell’onorevole durante i 55 giorni di sequestro, delineando un urgente ritratto di «opera di verità», pubblicata nel ’78 con il titolo di L’affaire Moro. Sebbene il caso avesse tratti al limite del romanzesco, ricordando certe pagine di Pasolini, Sciascia investe qui la letteratura di un ulteriore ruolo: svelare il senso della tragedia dietro la solitudine di un uomo, prima ancora che di un politico incatenato. Il 1979 consacra l’entrata di Sciascia tra i Radicali, candidandosi sia al Parlamento europeo che alla Camera, vincendo entrambe le elezioni, ma preferendo dapprima la sede di Strasburgo e dopo appena due mesi accettando l’incarico a Montecitorio, dove rimarrà fino al 1983. Come membro della Commissione parlamentare d’inchiesta, Sciascia si occupa della strage di via Fani, dell’assassinio di Moro, del problema terrorismo in Italia, a proposito del quale mantiene posizioni antigiustizialiste. Si schiera dapprima contro la legislazione d’emergenza, che in quegli anni inasprì la pena per molti reati, poi nel 1982 quando il Partito Radicale denuncia le torture inflitte dalla polizia ai brigatisti, Sciascia prende una posizione inamovibile. Intanto continua a muoversi tra l’attività parlamentare,  quella di curatore di mostre e quella giornalistica con il lucido sguardo che caratterizzò sempre la sua attività e polemizzando nel ’87 sulle colonne del Corriere con quelli che definì gli «eroi della sesta», i magistrati palermitani del pool antimafia, tra i quali capitò anche Borsellino, accusandoli di carrierismo. Due anni dopo, a causa di un male incurabile, il 20 novembre 1989 muore da laico. E noi, su questo pianeta, lo ricordiamo ancora. Biagio Castaldo

Quel giurista del Pd allevato dall'anti-Falcone. Il maestro Pizzorusso sull'Unità criticò il magistrato poi ucciso a Capaci. Felice Manti il 21 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il corpo di Giovanni Falcone è saltato in aria a Capaci, il giudice Giovanni Falcone è stato ammazzato un po' alla volta. Dagli articoli di Repubblica («È un guitto, un ansioso esibizionista dominato da quell'impulso irrefrenabile a sciorinare sentenze sui giornali o in tv») e Unità, dai processi mediatici orchestrati dai suoi nemici come Leoluca Orlando, dall'Anm e da un Csm politicizzato e ostaggio dei veti del Pci che decise di negargli l'ennesima sacrosanta poltrona di Procuratore nazionale antimafia, la struttura di supervisione gerarchica sulle procure che lui aveva inventato, dopo avergli negato il vertice dell'ufficio istruzione di Palermo nel 1988 e il Csm, ufficialmente perché il giudice era «amico» di due personaggi che le toghe rosse non hanno mai digerito, Giulio Andreotti e Claudio Martelli.

In realtà Falcone accusava una certa Antimafia «più parlata che agita», pensava che i veri mafiosi fossero nella Rete di Orlando, come rivela il cablogramma dell'intelligence Usa riportato nel libro La Seconda Repubblica. Origini e aporie dell'Italia bipolare (Rubbettino) di Francesco Bonini, Lorenzo Ornaghi e Andrea Spiri, aveva capito che senza la separazione delle carriere la riforma della giustizia del 1989 avrebbe lasciato praterie ai pm. E andava zittito.

«Chi come me richiede che pm e giudici siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera - disse a Mario Pirani nel 1991 il giudice - viene bollato come nemico dell'indipendenza del magistrato e nostalgico della discrezionalità dell'azione penale». E soprattutto «Falcone è troppo legato al ministro per poter svolgere con la dovuta indipendenza un ruolo come quello». Eccola, una delle pallottole di carta sparata sull'Unità da Alessandro Pizzorusso, al Csm su indicazione del Pci e mentore del membro laico indicato dal Pd Roberto Romboli, la cui eleggibilità a Palazzo de' Marescialli è appesa a un filo. E ancora: «Non si sa bene se è Falcone che offre la penna a Martelli o Martelli che offre la sua copertura politica», scriveva Pizzorusso il 12 marzo 1992, un pugno di giorni prima di Capaci. «Ero negli Usa con Liliana Ferraro, sua collaboratrice. Falcone ci telefonò e ci lesse l'articolo al telefono, era molto ferito e molto arrabbiato, soprattutto per le minacce espresse contro chi l'avesse votato in plenum», ricordò a Ermes Antonucci sul Foglio qualche tempo fa l'amico Giuseppe Di Federico, allora consulente di Martelli. Pizzorusso nel pezzo avvisava i togati che se avessero votato per lui in plenum avrebbero perso molti voti tra i colleghi che da lì a breve avrebbero dovuto eleggere i nuovi vertici dell'Anm. «Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio; se lavorassero, sarebbe meglio», si sfogò una volta Falcone come scrive nel libro I disarmati Luca Rossi.

A distanza di molti anni c'è chi gli ha chiesto scusa come Michele Santoro: «Pensavo si fosse fatto strumentalizzare. Ho sbagliato», disse qualche mese fa. Meglio tardi che mai. A leggere invece oggi questa frase vengono i brividi: «Se Falcone non farà carriera, non sarà solo colpa del fato o di subdole iniziative dei suoi avversari», fu l'epitaffio prematuro di Pizzorusso. E il Pd che rivendica le spoglie mortali di Falcone ha deciso di nominarne il suo discepolo preferito. Una mossa che sembra l'ennesimo chiodo sulla sua bara.

Mi faccio i fatti miei? Non è democratico. La comunicazione verbale spesso tradisce i nostri vizi come ad esempio quello di dimenticare la collettività. Michele Mirabella su La Gazzetta del mezzogiorno il 12 Febbraio 2023.

«Io mi faccio i fatti miei» è locuzione tipicamente italiana non traducibile facilmente in altre lingue per quel «mi faccio» dialettale e popolaresco. Ma l’italianità si spinge anche oltre il mero dato linguistico. Il modo di dire esprime un’antica e stagionata propensione attivata da una vita pericolosa e da una convivenza sociale difficile sottoposta alle angherie ottuse di certi poteri e sistemi politici estranei alla democrazia. I confini ristretti del familismo hanno sempre autorizzato difese naturali messe in campo con il circoscrivere all’ambito strettamente domestico la percezione del sociale. Il motto araldico corredato da nomignoli e appellativi come «padrino» e «fratello» o «compare» e «tengo famiglia». Longanesi arrivò a proporre di ricamare l’avvertimento sulla bandiera italiana.

Indicativo quel «farsi i fatti» con l’allitterazione che sembra chiudere ulteriormente l’orizzonte di rapporti. Esistono varianti dei «fatti» prelevate dal fruttivendolo come i «cavoli» o dislocate in zone innominabili del corpo che asseverano il concetto con vigore e non serve fare esempi. «Farmi i fatti miei» o i sinonimi figurati, sta ad indicare non occuparsi delle faccende altrui, ignorarle, volerle ignorare e, per ciò stesso, con più vigore e determinazione impegnarsi per le proprie.

Chi non può «farsi» i fatti propri, ma, per compito e funzione, devono «farsi» i «cavoli» altrui sono la Polizia, i Carabinieri o chiunque altri, magistratura in primis, debba ingegnarsi a conoscere gli altri e la loro vita, anche minuscola e quotidiana, se sono indagati o sospetti di reati. Nell’interesse della collettività. E se no, che ci stanno a fare? Da sempre, all’uopo, ci si è serviti di tutti i mezzi a disposizione: dalla vox populi alle esplicite delazioni, dalle spie professionali alle osservazioni camuffate. Il progredire della tecnologia ha comportato l’inerziale progresso dei mezzi atti alla spiata. Come dice la scuola sociologica, «non si può non comunicare» e se non si può non comunicare, non si può evitare che la comunicazione si offra sempre più efficacemente, quanto più sofisticata è, agli interlocutori non previsti o desiderati.

Più la comunicazione sarà necessaria alle dinamiche sociali, crimine compreso, più sarà fondamentale utilizzarla. Non se ne esce. Il villaggio globale ha le sue capère (nel magnifico dialetto napoletano, son queste le parrucchiere ambulanti che aggiornavano di pettegolezzi i vicoli), o suoi pettegoli, le sue spie, il suo vicinato occhiuto e curioso. E, dunque, ognuno pensi per sé. Si tratta di legittima difesa: chi di telefono ferisce, di telefono perisce. E, se un tale usa il telefono per delinquere, pratica la comunicazione per supportare il crimine, fa benissimo la polizia, fanno benissimo i magistrati inquirenti ad ascoltare le conversazioni e a spiare la sua comunicazione per impedirglielo. E faranno bene, anche se servirà a trascinare il reprobo ciarliero in tribunale, ad acquisire le prove per metterlo in gattabuia proteggendo tutti i cittadini e i «fatti loro». O, meglio «facevano», dovremo dire, se dovesse mai essere approvata da Parlamento qualche sciagurata legge sulle intercettazioni che spunti le armi degli inquirenti, opacizzi i controlli, mette la mordacchia alle indagini, aiuti le latitanze. La verità che tutti sanno è che qualcuno i fatti suoi se li fa molto meglio e di più e anche con arroganza e infischiandosi di tutti gli altri che non hanno lo stesso loro potere e, quindi, continuerebbero a farlo cercando di trasformare i “fattacci” propri in leggi dello stato. Perché questo tizio globale che è annidato nei meandri, vicoli e piazze del sistema politico può accadere che sia, anche, il titolare di tanti di quei fatti pubblici trasformati in fatti privati suoi, che è in grado di farsi i fattacci suoi impedendo agli altri cittadini di farsi i propri.

Ed ecco il ribellismo generico e violento delle «frange», cosiddette, dei torbidi pensatori delegate alle piazzate con il compito di farsi i «fatti nostri» minacciando la vita quotidiana, reclamando, insieme alle mafie, la cancellazione dei «fatti loro».

Quindi cade proprio il riprovevole postulato tutto italiano che consiste in quella rassegnazione a guardare solo il proprio misero «particolare» alla faccia dell’interesse collettivo. Ben ci sta. Se ci fossimo fatti meno i fatti nostri non saremmo a questo punto. Non ci resta che sperare in un rinsavimento collettivo, visto che anche nel fronte dell’opposizione in troppi si sono «fatti i fatti loro». Come si dice a Bari. La fanfaluca che vuole che si intenda difendere i cittadini da improvvide irruzioni nel proprio privato tran tran quotidiano si confuta semplicemente con saggi provvedimenti che impediscano il tracimare all’esterno dei risultati delle ricerche e delle indagini. Sempre che lasciar filtrare alcune circostanze non rientri nelle tecniche d’indagine. Almeno che non si concluda che gli indagati erano innocenti e sono stati ingiustamente vilipesi. E allora saranno «fatti» del magistrato. Questa è la democrazia.

Quel tic infantile di chi ripete “ma allora stai con la mafia?” Le intercettazioni vanno manipolate con cura. Spesso ci sentiamo giustizieri della notte, finché nel rancore della ronda punitiva ci finisce un parente. Chiara Lalli su Il Dubbio il 25 gennaio 2023.

C’è una legge universale che stabilisce che data la sciocchezza X nel giro di qualche ora seguirà una sciocchezza Y che equivale a una qualche moltiplicazione di X. La lievitazione dipende da vari fattori: l’umore, il numero di obiezioni ricevute, la capacità di argomentare.

Se poi la sciocchezza originaria riguarda una questione che divide bene i buoni dai cattivi, allora l’incastro mortale è perfetto (lo so che ormai anche “non bevo caffè” causa posizionamenti e liste di imperdonabili mostri da far precipitare giù dalle scale, ma la giustizia e le code di paglia funzionano ancora meglio dei bisticci agroalimentari).

Veniamo all’ultimo esempio di moltiplicazione delle X. Pierfrancesco Majorino il 20 gennaio così commenta la relazione del ministro della giustizia Carlo Nordio: “La guerra contro le # intercettazioni condotta dal ministro # Nordio è assolutamente preoccupante”.

Non mi soffermerò sulla scelta lessicale, sugli hashtag né sulla ingenerosa sintesi di quanto avrebbe detto Nordio, ma passerò precipitevolmente alla risposta di Majorino a uno che lo rimprovera di populismo elettorale.

Ma quale populismo. E quali voti. Qua il tema è capire se vogliamo sostenere l’azione della magistratura contro le mafie e la corruzione o meno” (il corsivo è mio).

Ora, di Majorino potremmo indubbiamente disinteressarci, ma quello che scrive è purtroppo così comune che rischiamo di fare come Massimo Troisi con la domanda “sei emigrante?”. Per esasperazione, per noia, per pigrizia. La fallacia di rispondere a dubbi e a critiche di metodo con l’adolescenziale “ah, ma quindi sei a favore della mafia?!” è esasperante forse solo quanto la fallacia di domandare con fare passivo aggressivo “se non hai niente da nascondere di cosa ti preoccupi?”. Insomma, la difesa d’ufficio va dal grande fratello delle intercettazioni al razionale e difendibilissimo “o con me, o contro di me”, quindi per i cattivi. In una discussione con queste premesse non può che andare tutto malissimo (e purtroppo non solo in una discussione).

Le intercettazioni, come ogni strumento, vanno manipolate con molta cura. E le indicazioni per farlo ce le abbiamo anche – cioè non ci servono altre leggi, ci serve ragionare e contenere la bava e la furia moralizzatrice – ma spesso in nome della Giustizia e della Verità ci sentiamo principini machiavellici e giustizieri della notte, finché nel rancore della ronda punitiva ci finisce un parente o un amico.

Tutto quello che inizia con una maiuscola e non è una città o un nome proprio è un po’ preoccupante e la cautela doverosa riguarda la pubblicazione, la correttezza delle trascrizioni, la comprensione, la loro rilevanza penale. Perché è ripugnante e ridicolo dover aspettare di finirci in mezzo per rendersi conto che il walk of shame è una primitiva forma di regolamento dei conti, che i verbali sono spesso inesatti e parziali, che si perdono i toni e i significati reali sacrificati in nome di un letteralismo incolpevole ma mortale (questo quando intercettato e trascrittore parlano la stessa lingua, in caso di lingue diverse e di traduzione aggiungiamo questa ulteriore insidia), che possiamo essere persone orribili o avere un senso dell’umorismo nerissimo e non per questo meritare la galera (né la gogna che vi fa sentire bravissimi e buonissimi).

È ripugnante e ridicolo pensare che questo voglia dire essere allegri sostenitori di mafie e corruttori o mafiosi e corruttori. Ed è ripugnante e soprattutto ridicolo questa difesa acritica “dell’azione della magistratura”. Perché dipende, ovviamente. E perché i magistrati, anche in buonafede, sbagliano e si ostinano e perseguono poveri cristi che non c’entrano nulla.

E perché certe regole non ci sono per ostacolare voi buoni, che non avete niente da nascondere e che vivreste in una casa fatta di cristallo perché la vostra anima è pura, ma esistono per ridurre le ingiustizie e gli errori. Che ci saranno sempre ma che non dovrebbero essere giustificati in nome delle vostre buone intenzioni. Perché le buone intenzioni lasciano cadaveri lungo la strada, e su quei cadaveri ci sono i segni di molte coltellate ma non c’è nemmeno la giustificazione di aver vendicato l’assassinio di Daisy Armstrong e non siamo in un romanzo di Agatha Christie.

Ci sono cinque morti l’anno per mafia e trecento per femminicidio. I nuovi nemici dopo Messina Denaro, il risiko delle mafie: droga e riciclaggio in tutta Italia. Paolo Liguori su Il Riformista il 17 Gennaio 2023

Per Matteo Messina Denaro userei la parola arresto, più che la parola cattura, perché era oramai in pianta stabile un paziente di questa clinica – e magari di altre strutture ospedaliere – nelle quali si faceva tenere in vita per un tumore al colon. Un tumore che è andato avanti, che è stato operato, e che probabilmente l’ha portato a pensare di essere alla fine della vita.

Questa verità era stata diffusa da un pentito già a novembre dell’anno scorso quando diceva “vedrete, si consegnerà, sarà una sorpresa”. Noi non sappiamo se si è consegnato, sappiamo che i carabinieri che hanno investigato hanno dei meriti enormi. Lo hanno preso, lo hanno arrestato, lo hanno messo in condizioni ‘sterili’ e stanno continuando le indagini.

Stiamo parlando di una mafia di trent’anni fa, stiamo parlando di una mafia che in altre zone – ad esempio quelle di Corleone con i corleonesi di Totò Riina – era stata già debellata. Ora è toccato anche a Messina Denaro. Però rimangono molti interrogativi perché quando negli Stati Uniti sconfissero la mafia di origine italiana, le forze specializzate nella lotta al crimine organizzato si spostarono sulla droga. E in Italia è successo lo stesso, e cioè la mafia dell’epoca, quella dei corleonesi e di Messina Denaro, è cambiata ma non è che non c’è più la criminalità organizzata. Ce ne è di più, e si è spostata sulla droga.

Basta seguire il denaro, il profumo di quel denaro che viene riciclato nelle grandi città italiane. Non più la Sicilia e Palermo, non soltanto la Calabria con le grandi famiglie che hanno i contatti con il centro e sud America per la droga, ma anche le altre città italiane. Però non c’è stato uno spostamento di energie, di forze, di magistrati verso questo tipo di criminalità. Non c’è stato nemmeno uno spostamento di magistrati e forze dell’ordine verso altri tipi di delitti. Ormai ci sono cinque morti l’anno per mafia e trecento per femminicidio.

La procura di Palermo che ha organizzato l’arresto di Messina Denaro, si è distinta perché stava cercando di dimostrare l’indimostrabile: la trattativa Stato-mafia. Tutte le altre procure hanno puntato sulle leggi di emergenza che giustamente sono nate contro la mafia, ma oggi non vengono levate, attenuate o cambiate, rimangono immobili. Allora noi abbiamo una forza repressiva immobile legata alla letteratura della mafia, alla storia della mafia, e abbiamo una realtà di un Paese che si muove, la realtà della criminalità organizzata che controlla moltissime città italiane e parti del territorio, che non viene contrastata.

Su questo bisognerebbe riflettere: qual è il nemico oggi? Non è più Messina Denaro, ma sono quelle forze economiche che muovono denaro riciclato dai proventi della droga, che controllano intere città e che noi non contrastiamo a sufficienza. Paolo Liguori

Il tesoro del Cavaliere. La lente dell’Antimafia su 70 miliardi di lire. Lirio Abbate su La Repubblica il 16 Marzo 2023

Una nuova consulenza della procura di Firenze che indaga sulle stragi del 1993 ricostruisce i movimenti di capitali ignoti arrivati a Berlusconi per lanciare le sue aziende tra gli anni ’70 e ’80. Le donazioni a Dell’Utri

Un nuovo documento giudiziario riapre lo scenario sull’origine dell’impero di Silvio Berlusconi. Una consulenza tecnica adesso al vaglio dei magistrati antimafia di Firenze che vogliono capire se c’è un nesso tra le somme ancora oscure arrivate nelle casse di Fininvest e i boss di Cosa nostra. Un documento che si inserisce nell’inchiesta sulle stragi del 1993 ancora aperta sui mandanti e che fa emergere "innesti finanziari" ancora opachi "nelle società che hanno dato vita al gruppo Fininvest".

"Repubblica" contro il Cav. L'ira della figlia Marina. La presidente Fininvest: "Calunnie senza fondamento, è uno sciacallaggio politico". Luca Fazzo il 18 Marzo 2023 su Il Giornale.

«Calunnie senza fondamento» utilizzate per «operazioni di puro sciacallaggio politico». Marina Berlusconi non usa giri di parole per replicare all'ultima puntata delle «rivelazioni» sul lato oscuro della storia della Fininvest. Da due giorni, Repubblica è tornata a sollevare il tema dei finanziamenti che negli anni Settanta diedero vita al gruppo del Biscione, e dei rapporti tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Due temi uniti, secondo il racconto del quotidiano, da un fattore comune: i contatti con Cosa Nostra, per i quali Dell'Utri è stato processato e condannato. I soldi versati nel corso degli anni da Berlusconi a Dell'Utri non sarebbero aiuti amicali ma la conseguenza di un ricatto. Soldi in cambio del silenzio. Il materiale utilizzato dal giornale romano è nelle mani della Procura di Firenze, che indaga su Berlusconi e Dell'Utri nella nuova inchiesta sulle stragi di mafia. É una indagine che si trascina da anni, con i pm Luca Tescaroli e Luca Turco che scavano sugli stessi argomenti sui quali altri loro colleghi hanno indagato per anni senza risultati. «Inchieste che alla fine - dice Marina Berlusconi - si sono concluse con l'unico risultato possibile: nei conti Fininvest non sono mai entrati una lira o un euro dall'esterno». Gli atti utilizzati da Repubblica sono una consulenza richiesta dai pm fiorentini e una relazione di servizio del centro locale della Dia, la Direzione investigativa antimafia. Materiale, soprattutto quest'ultima, che i difensori dei due indagati sostengono essere coperto totalmente da segreto istruttorio, non essendo mai stato depositato. Ma le fughe di notizie nelle tante inchieste sul Cavaliere non sono certo iniziate ora. Più interessante è analizzare nei dettagli quanto di realmente nuovo vi sia nei documenti commissionati dalla Procura di Firenze. Nella relazione dei periti contabili si afferma che alla fine degli anni Settanta alcune società della galassia Fininvest avrebbero aumentato il loro capitale con qualche decina di miliardi di lire di cui i periti non hanno identificato l'origine. Si parlerebbe di operazioni «non meglio precisabili sotto il profilo quantitativo e della relativa provenienza», affermazione di una certa vaghezza e che comunque non ipotizza finanziamenti da organizzazioni criminali. Gli stessi consulenti hanno analizzato i flussi economici ultradecennali tra Berlusconi e Dell'Utri, e hanno concluso che non è possibile confutare «le affermazioni di Berlusconi in relazione alle ragioni sottese a tali erogazioni, quali sostanziali atti di amicizia». E allora? Elementi nuovi ci sono invece nella relazione della Dia, che nei mesi scorsi ha messo sotto controllo numerosi telefoni. Da alcune conversazioni tra la moglie di Dell'Utri e quella di Denis Verdini, oltre che da una telefonata tra Dell'Utri e il senatore Alfredo Messina, gli investigatori della Dia prendono spunto per affermazioni pesanti. La vicenda dell'aiuto economico a Dell'Utri, scrivono, è «sicuramente connessa a un riconoscimento anche morale, l'assolvimento di un debito non scritto, la riconoscenza (...) per aver pagato un prezzo connesso alla carcerazione, senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi». Affermazioni che in una relazione seria troverebbero spazio solo se sorrette da certezze vengono invece buttate lì come ipotesi, i soldi di Berlusconi sarebbero il corrispettivo «per averlo, probabilmente, coperto». E ancora: i versamenti «fanno ben considerare che alla base vi sia effettivamente una sorta di ricatto non espresso». Ma quale sia l'oggetto del ricatto, neanche la solerte Dia di Firenze arriva a ipotizzarlo.

I primi miliardi di Berlusconi sono finiti nel mirino dell’antimafia. Stefano Baudino su L'Indipendente il 18 Marzo 2023

C’è qualcosa che non torna sull’origine di una grossa quota di denaro giunta a Silvio Berlusconi tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta per il rilancio delle sue aziende. E sono al contempo inafferrabili le ragioni che hanno spinto il Cavaliere a versare, tra il 2012 e il 2021, un totale di 28 milioni di euro nelle casse del suo ex braccio destro Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, ancora imputato (ma assolto in Appello) al processo sulla “Trattativa Stato-mafia” e indagato con Berlusconi tra i mandanti delle stragi del 1993. Sono proprio i pm fiorentini titolari dell’inchiesta a volerci vedere chiaro.

I consulenti dei magistrati di Firenze hanno infatti prodotto un documento in cui si accerta come indecifrabile l’origine di 70 miliardi di lire – versati per la maggior parte in contanti – che tra il febbraio 1977 e il dicembre 1980 hanno rimpinguato le casse delle società in mano a Berlusconi. Nella relazione, di oltre 500 pagine, sono stati attenzionati quegli “innesti finanziari” di cui si ignora la paternità, riesaminando le operazioni anomale già registrate in una prima consulenza svolta a Palermo e presentata al Processo a carico di Marcello Dell’Utri.

Un processo di cui è opportuno ricordare l’esito. Riconosciuto come mediatore tra i vertici della mafia palermitana e Silvio Berlusconi, nel 2014 Dell’Utri è infatti stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa a sette anni di carcere (poi scontati). La Cassazione scrisse che “grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione da parte di Silvio Berlusconi di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione da lui accordata da Cosa Nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti che a esso avevano aderito grazie all’impegno profuso da Dell’Utri: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva invece nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale. Tale patto non era stato preceduto da azioni intimidatorie di Cosa Nostra palermitana in danno di Silvio Berlusconi e costituiva piuttosto l’espressione di una certa espressa propensione a monetizzare per quanto possibile il rischio cui era esposto”.

Il patto fu stipulato nel 1974, in occasione di un incontro tenutosi a Milano tra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, l’allora capo di Cosa Nostra Stefano Bontate (rappresentante della fazione palermitana) e il mafioso Francesco di Carlo. Un accordo rimasto effettivo fino al 1992, sopravvissuto perfino all’esito della Seconda guerra di mafia, quando i corleonesi di Riina sconfissero i palermitani di Bontate: “Berlusconi – ricordano i giudici – aveva infatti costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma avvalendosi piuttosto dell’opera di mediazione con Cosa Nostra svolta da Dell’Utri. A sua volta Dell’Utri aveva provveduto con continuità a effettuare per conto di Berlusconi il versamento delle somme concordate a Cosa Nostra e non aveva in alcun modo contestato le nuove richieste avanzate da Totò Riina”. Dell’Utri finirà anche imputato al processo sulla “Trattativa Stato-mafia“: condannato a 12 anni in primo grado per violenza o minaccia a corpo politico dello Stato, nel 2021 è stato assolto in Appello. Ad aprile si esprimerà la Cassazione.

I magistrati di Firenze pongono poi la loro lente sui continui versamenti di denaro effettuati da Berlusconi a Dell’Utri nel corso dell’ultimo decennio. La consulenza individua una lunga serie di donazioni nel periodo compreso tra il 2012 e il 2021, per 28 milioni di euro. L’8 marzo 2012 Berlusconi versa sui conti intestati a Dell’Utri e alla moglie Miranda Ratti 20,9 milioni di euro per comprare Villa Camarcione (in cui Berlusconi non metterà mai piede), con cui lady Dell’Utri acquisterà una villa a Santo Domingo. il 23 marzo 2015 arriva dal Cavaliere un bonifico di un milione di euro al figlio di Dell’Utri, Marco: il denaro verrà impiegato per pagare gli avvocati del padre e noleggiare uno yacht. Il 2 agosto del 2016 arrivano altri due milioni di euro sul conto della moglie di Dell’Utri, il 27 luglio 2017 altri 500 mila euro; nel febbraio 2018 1,2 milioni, il mese successivo altri 800 mila euro; nel marzo del 2019 500mila euro, nel gennaio 2020 1,2 milioni e nel giugno 2021 altri 180 mila euro. Tra questi flussi di denaro trova posto, dal maggio 2021, anche un vitalizio da 30mila euro al mese che Dell’Utri ha chiesto e ottenuto.

Difficile poter appurare le reali motivazioni sottese ai versamenti. Una nota della Dia, entrata nella relazione, mette nero su bianco che è “sicuramente connessa a un riconoscimento anche morale, l’assolvimento di un debito non scritto, la riconoscenza, per quanto riguarda l’ultimo periodo”, dovuta dal Cavaliere all’ex senatore “per aver pagato un prezzo connesso alla carcerazione, senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi“. Dell’Utri, infatti, non chiamò mai in causa Berlusconi davanti ai magistrati nella cornice dei processi a suo carico. Il Cavaliere avrebbe inoltre sostenuto Dell’Utri pagando di tasca sua tutte le spese legali per i suoi processi: “La difesa dell’ex senatore – scrivono gli investigatori nella nota ai magistrati – dev’essere attenta e puntuale in quanto è anche la difesa di Forza Italia e di Silvio Berlusconi e pertanto se ne deve fare carico lui. Neanche concorrere nelle spese, ma proprio accollarsele tutte“.

A questo proposito, la Dia parla espressamente della sussistenza di “una sorta di ricatto non espresso, ma ben conosciuto da tutti, e idoneo al persistere delle dazioni”. Gli investigatori sostengono vi sia nei Dell’Utri “la consapevolezza che tutte le loro richieste, assecondate da Berlusconi, trovano fondamento in una sorta di risarcimento di quanto hanno patito nel tempo per colpa sua, per averlo, probabilmente, coperto”. [di Stefano Baudino]

Quei trentamila euro al mese da Berlusconi a Dell’Utri. La Dia: il prezzo del silenzio. Lirio Abbate su La Repubblica il 17 Marzo 2023

L'ex cavaliere ha pagato al suo braccio destro le spese legali e dal 2021 anche un vitalizio. "Un compenso per la detenzione subita e per averlo coperto"

C'è una storia di "ricatto" e di "silenzio pagato a peso d'oro" attorno al buco nero della vita imprenditoriale di Silvio Berlusconi tra febbraio 1977 e dicembre 1980. Su questi 37 mesi si concentra l'esame dei magistrati di Firenze che stanno analizzando gli "innesti finanziari", senza una paternità, nelle società che hanno dato vita alla Fininvest. In oltre 500 pagine di nuova relazione tecnica vengono riesaminate le operazioni "anomale" già rilevate nella prima consulenza fatta a Palermo e prodotta nel processo a Marcello Dell'Utri, perché ci sono nuovi documenti che la procura di Firenze ha acquisito a gennaio dell'anno scorso.

Cari magistrati, lasciate stare la storiografia. Manca solo Soros, e poi la requisitoria della procura di Reggio Calabria, nel processo d'appello contro il boss Giuseppe Graviano, potrebbe essere ospitata su qualche sito complottista no vax o su quelli un tempo dedicati alle scie chimiche. Marco Gervasoni il 25 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Manca solo Soros, e poi la requisitoria della procura di Reggio Calabria, nel processo d'appello contro il boss Giuseppe Graviano, potrebbe essere ospitata su qualche sito complottista no vax o su quelli un tempo dedicati alle scie chimiche. Secondo il resoconto che ne fornisce Alessia Candito su Repubblica di ieri, la procura avrebbe riscritto la storia italiana dagli anni '70 in poi. Forza Italia sarebbe stata fondata dalla 'ndrangheta, che comunque già tirava le file dei politici della prima Repubblica, Bettino Craxi in primis: senza dimenticare l'immancabile Licio Gelli, i servizi deviati... e meno male che i Savi di Sion avevano judo. Ci sarebbe da chiudere qui, con il sorriso, ricordando come la storia del Craxi mafioso, che sceglie come sue erede Berlusconi, con contorno dell'immancabile stalliere di Arcore, fosse un cavallo di battaglia del giro Santoro-Travaglio che, prima di diventare fan di Putin, ci fecero parecchi soldi nel propinarlo a menti semplici: molte delle quali finirono parlamentari e addirittura ministri con i 5 stelle. Quindi, Forza Italia fondata dalla mafia e dalla 'ndrangheta assieme? E la camorra, era distratta? Ovviamente queste elucubrazioni si sono sempre scontrate con l'assenza di qualsiasi prova, come pare non ve ne siano neanche ora: tutto infatti nasce dalle dichiarazioni di pentiti ma, per fortuna, almeno oggi, non bastano le loro parole per far condannare qualcuno. Però qui vorremmo lanciare un altro monito. Noi, che di mestiere facciamo gli storici e la storia la insegniamo, ve lo chiediamo con reverenza, cari magistrati: non portateci via il lavoro. Non occupatevi di ricostruire la storia, perseguite i reati di individui e di organizzazioni ma non ricavate, dalle vostre indagini, giudizi storici. Anche perché, se dovessimo osservare, da un punto di vista metodologico, la vostra interpretazione storiografica, essa lascerebbe molto a desiderare. Prima di tutto, si fonda su una fonte sola: i pentiti. Che è come se si volesse ricostruire la storia del Terzo Reich solo con le testimonianze dei nazisti. Poi, non esercitate mai la disciplina del contesto, seguite i vostri fili, di intrighi, congiure e complotti, e non vedete il mondo che sta fuori. Nel caso specifico, prendere per buona la versione di un pentito, che accredita Craxi e Berlusconi a complottare con mafiosi durante il rapimento Moro, è risibile. Allora Craxi era a capo di un Psi piccolo e con poco potere, Berlusconi faceva ancora l'immobiliarista, e non è credibile che la Ndrangheta volesse la liberazione di Moro. E questo è solo un esempio. Bastava leggere un manuale di storia dei partiti, per considerarla una panzana colossale. Mettete in galera i colpevoli, se possibile, e liberate gli innocenti: al massimo, alla storia dedicatevi quando sarete in pensione.

Baiardo tira in ballo Berlusconi (Paolo), il ‘portavoce’ dei Graviano: “A colloquio con lui per mezz’ora”. Redazione su Il Riformista il 6 Febbraio 2023

Il presunto ‘profeta’ Salvatore Baiardo, il controverso personaggio già condannato per favoreggiamento della mafia, in particolare dei fratelli Graviano, e sedicente depositario di segreti sul boss Matteo Messina Denaro, la ‘Primula rossa’ di Cosa Nostra di cui annunciò settimane prima la cattura dagli studi tv di “Non è l’Arena” su La7, torna a parlare sul piccolo schermo e tira in ballo la famiglia Berlusconi.

Sempre nel corso della trasmissione condotta da Massimo Giletti Baiardo ha infatti raccontato di un incontro con Paolo Berlusconi, fratello del leader di Forza Italia Silvio, avvenuto a Milano nel 2011. “Siamo stati in ufficio da soli e siamo stati a colloquio con Paolo Berlusconi una buona mezz’ora”, ha raccontato l’ex tuttofare dei Graviano.

Baiardo ha raccontato che quella mattina “Paolo Berlusconi era nella sua sede de Il Giornale. Era andato a pranzare ed io ho detto non disturbatelo. Ho consegnato i documenti e mi hanno detto: ‘il signor Paolo Berlusconi appena finisce la farà chiamare’“. Baiardo ha sostenuto di essere andato da Paolo Berlusconi per chiedere un lavoro.

Parole di Baiardo che erano state anticipate domenica mattina da un articolo a firma Lirio Abbate su Repubblica. Una ricostruzione dei fatti che l’ex gelataio ha riferito anche ai pm della Direzione distrettuale antimafia di Firenze che tutt’oggi indagano sui presunti mandanti esterni delle stragi del 1993, inchiesta che vede tra gli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri.

Nel 2020, scrive ancora il quotidiano, i magistrati fiorentini avevano tentato di sentire Paolo Berlusconi nell’ambito degli accertamenti svolti su quel presunto incontro, ma il fratello dell’ex premier si era avvalso della facoltà di non rispondere in quanto familiare di un indagato.

A verbale invece ci sono le dichiarazioni di due agenti di polizia che erano nel dispositivo di tutela di Paolo Berlusconi a Milano nel 2011. In particolare, riferisce Repubblica, i procuratori aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco, sentono il 24 luglio 2020 l’agente Domenico Giancame, il quale avrebbe ricordato che nel 2011 il fratello dell’allora premier avrebbe incontrato Baiardo.

Il poliziotto lo avrebbe riconosciuto attraverso una foto come l’uomo che aveva parlato con Paolo Berlusconi il quale, alla fine della conversazione, che sarebbe avvenuta in via Negri, avrebbe detto all’agente, riferisce il quotidiano: “Tu sei testimone: questa persona — indicando Baiardo — è venuta a dire cose che riguardano mio fratello per screditarlo“.

L’altro poliziotto, Salvatore Tassone, sentito il 29 luglio 2021, avrebbe ricordato di aver visto Baiardo, in via Santa Maria Segreta e in via Negri a Milano, e che avrebbe chiesto di parlare con Paolo Berlusconi, riferisce ancora Repubblica, “per questioni inerenti il fratello Silvio“.

Baiardo: "Sono rimasto a colloquio con Paolo Berlusconi mezz'ora". La Repubblica il 05 Febbraio 2023.

Lo ha dichiarato durante la trasmissione 'Non è l'Arena' su La7

"Siamo stati in ufficio da soli e siamo stati a colloquio con Paolo Berlusconi una buona mezz'ora". Ad affermarlo è stato Salvatore Baiardo, condannato per favoreggiamento dei capimafia Graviano, durante la trasmissione 'Non è l'Arena' su La7, che nella stessa trasmissione aveva annunciato settimane prima la cattura del padrino Matteo Messina Denaro.

Baiardo ha raccontato che quella mattina "Paolo Berluconi era nella sua sede de Il Giornale. Era andato a pranzare ed io ho detto non disturbatelo. Ho consegnato i documenti e mi hanno detto: 'il signor Paolo Berlusconi appena finisce la farà chiamare'".

Baiardo ha sostenuto di essere andato da Paolo Berlusconi per chiedere un lavoro. I partecipanti alla trasmissione, i giornalisti e l'ex Pm Antonio Ingroia, lo hanno incalzato sottolineando, più volte, la versione opposta di Paolo Berlusconi (il quale ha riferito di essersi sentito minacciato da quel colloquio) ed esortandolo a rilevare la verità su questa ed altre cose di cui parla.

Estratto da repubblica.it il 05 Febbraio 2023.

"Siamo stati in ufficio da soli e siamo stati a colloquio con Paolo Berlusconi una buona mezz'ora". Ad affermarlo è stato Salvatore Baiardo, condannato per favoreggiamento dei capimafia Graviano, durante la trasmissione 'Non è l'Arena' su La7, che nella stessa trasmissione aveva annunciato settimane prima la cattura del padrino Matteo Messina Denaro.

Baiardo ha raccontato che quella mattina "Paolo Berluconi era nella sua sede de Il Giornale. Era andato a pranzare ed io ho detto non disturbatelo. Ho consegnato i documenti e mi hanno detto: 'il signor Paolo Berlusconi appena finisce la farà chiamare'". Baiardo ha sostenuto di essere andato da Paolo Berlusconi per chiedere un lavoro. […]

Estratto da ilmattino.it il 05 Febbraio 2023.

Salvatore Baiardo avrebbe avuto un incontro a Milano con Paolo Berlusconi nel 2011. A chiederlo, e a riferirlo anni dopo ai magistrati, sarebbe stato lo stesso gelataio originario di Palermo, ex favoreggiatore dei fratelli Graviano, al centro dell'attenzione negli ultimi tempi anche per aver annunciato, settimane prima, la cattura di Matteo Messina Denaro a Non è l'Arena […].

Era alla ricerca di un lavoro, avrebbe detto ai pm della Dda di Firenze titolari dell'inchiesta sulle stragi mafiose di Firenze, Roma e Milano del 1993, secondo quanto riferisce il quotidiano La Repubblica, spiegando che i magistrati fiorentini due anni fa hanno disposto accertamenti per quell'incontro riferito da Baiardo.

Baiardo-Berlusconi, le verifiche

In particolare la procura del capoluogo toscano avrebbe cercato di sentire Paolo Berlusconi, il quale si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere in quanto familiare di un indagato, ovvero il fratello ex premier: la procura fiorentina, nel 2017, ha riaperto le indagini su Silvio Berlusconi, e su Marcello Dell'Utri, nell'ambito dell'inchiesta sulle autobombe mafiose in continente (già archiviate due volte per entrambi, nel 1998 e nel 2013) in seguito a intercettazioni nel carcere di Ascoli Piceno a Giuseppe Graviano trasmesse dalla procura di Parlermo.

Sono stati invece sentiti a verbale due poliziotti all'epoca in servizio alla questura di Milano, che facevano parte nel dispositivo di tutela di Paolo Berlusconi. Uno, Domenico Giacame, sarebbe stato ascoltato dai procuratori aggiunti di Firenze Luca Tescaroli e Luca Turco il 24 luglio 2020. [...]

Estratto dell'articolo di Lirio Abbate per la Repubblica il 5 febbraio 2023.

Undici anni fa, mentre Silvio Berlusconi guidava il suo quarto governo e il boss Giuseppe Graviano si affacciava nelle aule dei processi per le stragi, e lanciava messaggi ad alcuni politici con i quali avrebbe avuto contatti facendo mezze dichiarazioni davanti ai giudici, c’era un suo favoreggiatore, il gelataio Salvatore Baiardo, che provava a bussare alla porta del premier in carica. Il presidente del Consiglio non avrebbe risposto, ma a dare udienza a Baiardo è stato un altro Berlusconi, Paolo, il fratello minore dell’allora capo del governo.

 È una storia su cui indaga, da due anni, la procura antimafia di Firenze. Perché Baiardo voleva parlare con Silvio Berlusconi? Si può sospettare che l’uomo di fiducia dei Graviano volesse ricattare il premier?

Di questi fatti, Salvatore Baiardo non ha mai fatto cenno pubblicamente durante le sue lunghe interviste, in cui tuttavia non si è privato dell’opportunità di lanciare messaggi, forse per sollecitare il pagamento di vecchie cambiali riposte nel cassetto dei segreti dei mafiosi siciliani, in particolare dei fratelli Graviano.

 Ai pm di questo incontro Baiardo fornisce una spiegazione che contrasta con quello che gli inquirenti hanno trovato indagando su questa storia. Il gelataio afferma che era andato a chiedere un posto di lavoro, ma le cose — ricostruite attraverso testimoni — sarebbero andate diversamente. E non sono bastati i quattro interrogatori cui Baiardo è stato sottoposto dai pm di Firenze, l’ultimo alcuni mesi fa. Su questo punto però tace anche Paolo Berlusconi, il quale — chiamato dai magistrati di Firenze — si è avvalso della facoltà di non rispondere perché familiare di un indagato.

Baiardo, che ha sulle spalle condanne per il favoreggiamento dei boss stragisti e anche per falso e calunnia, vuole riannodare i fili che i mafiosi di Brancaccio avevano intrecciato tra gli anni Ottanta e Novanta fra Palermo e Milano. Affari e scambi di favori. L’uomo sembra essere a conoscenza di fatti importanti, vissuti in prima persona, ma non avvia alcuna seria collaborazione con la giustizia. Appare, invece, come un avvelenatore di pozzi. È una partita che si gioca fra chi sta in carcere al 41 bis e chi sta fuori dal carcere, e il mediatore è sempre lui, Baiardo. Ma per riannodare i fili di questa storia nuova e inedita, che mette davanti Berlusconi e la mafia, è bene andare con ordine.

 I procuratori aggiunti della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, Luca Tescaroli e Luca Turco, sentono a verbale il 24 luglio 2020 un poliziotto, Domenico Giancame, che undici anni fa era in servizio alla Questura di Milano, nel reparto scorte. L’agente faceva parte del dispositivo di tutela assegnato a Paolo Berlusconi, e rispondendo alle domande dei magistrati, ricorda che nel 2011 il fratello del premier incontrò, a Milano, Salvatore Baiardo. Al poliziotto viene mostrata anche una foto del favoreggiatore di Graviano e senza alcun dubbio lo riconosce come l’uomo che aveva parlato con Paolo Berlusconi. Alla fine della conversazione, che avviene in via Negri, il fratello del premier chiama Giancame e gli dice: «Mimmo (Domenico Giancame, ndr ), tu sei testimone: questa persona — indicando Baiardo — è venuta a dire cose che riguardano mio fratello per screditarlo».

(...)

 Sarà una coincidenza, ma nel frattempo nelle aule di giustizia, in quei primi mesi del 2011, Graviano “gioca” a dire e non dire sulla politica. E ai pm che gli chiedono dei suoi contatti con Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi risponde: «Sulla politica mi avvalgo della facoltà di non rispondere». Dopo alcuni anni, però, la sua strategia cambia. Inizia a fare il nome del Cavaliere, e accusa i politici.

E nello stesso periodo vengono rilanciate in aula le rivelazioni del mafioso Gaspare Spatuzza, in particolare l’incontro del 1994 al bar Doney di Via Veneto, a Roma con Giuseppe Graviano il quale «aveva un atteggiamento gioioso, come chi ha vinto all’enalotto o ha avuto un figlio». Spatuzza ricorda: «Ci siamo seduti e disse che avevamo chiuso tutto e ottenuto quello che cercavamo e questo grazie alla serietà di quelle persone che avevano portato avanti questa storia, che non erano come quei quattro “crasti” socialisti che avevano preso i voti alla fine degli anni Ottanta e poi ci avevano fatto la guerra. Mi vengono fatti i nomi di due soggetti: di Berlusconi... Graviano mi disse che era quello di Canale 5, aggiungendo che di mezzo c’era un nostro compaesano, Dell’Utri. Grazie alla serietà di queste persone — riporta le parole di Graviano — ci avevano messo praticamente il Paese nelle mani».

 (...)

Le ricostruzioni da Giletti. Le menzogne di Baiardo che tanto piacciono a Travaglio e co. Tiziana Maiolo su Il Riformista l’ 8 Febbraio 2023

Avrebbero dovuto chiudere il 31 dicembre 2022 le indagini su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti delle stragi del 1993. E sono passati solo trent’anni. Quindi non c’è fretta, per i pubblici ministeri di Firenze. In fondo questi magistrati arrivano solo quarti, dopo un’ inchiesta in cui gli stessi indagati venivano affettuosamente chiamati “alfa” e “beta”, poi una seconda con “Autore 1” e “Autore 2” e un’altra con soggetti di nome “M” e “MM”.

Tutte archiviate a partire dagli anni novanta e fino al 2020 a Palermo, Caltanissetta e Firenze. I pm Luca Turco e Luca Tescaroli, orbati del loro ex capo Giuseppe Creazzo, che ha preferito navigare in altri lidi dopo esser stato denunciato per molestie da una collega, si esercitano sul tema dal 2017 e, invece di chiudere il fascicolo a fine 2022, stanno ancora cincischiando con un signore di nome Salvatore Baiardo. Un personaggetto che non è un collaboratore di giustizia né un semplice testimone e che ha alle spalle una condanna non solo per favoreggiamento nei confronti di due condannati per strage come i fratelli Graviano, ma anche per calunnia e falso. Il che non è secondario, in questa storia, perché il precedente, insieme al suo dire e non dire e ammiccare, sfottendo magistrati e giornalisti di riferimento (che se lo meritano), pongono pesanti dubbi sulla sua attendibilità.

Lui intanto si diverte. È stato interrogato quattro volte dai pm di Firenze. Che cosa abbia detto pare lo sappiano, oltre ai magistrati, alcuni giornalisti di riferimento delle procure, come alcuni del Fatto, di Repubblica e di Domani. Ma ultimamente il personaggetto è diventato la preda preferita di Massimo Giletti, che lo ha eletto a ospite fisso dopo aver portato a casa lo scoop sulla “previsione” dell’arresto di Matteo Messina Denaro. E lo esibisce con orgoglio ogni domenica sera a Non è l’arena. Lo mette addirittura a confronto con l’ex pm del gruppo “Trattativa” Antonio Ingroia, che cerca di interrogarlo in diretta come se avesse di fronte il portatore di tutti i (presunti, molto presunti) segreti sule stragi di mafia che hanno insanguinato l’Italia negli anni novanta. Solo che in tv il personaggetto non vuole vuotare il sacco e raccontare quel che ha riferito ai pm di Firenze in quattro interrogatori.

Così il direttore del Fatto.it Peter Gomez si arrabbia di brutto e l’altro gli rinfaccia di averlo ospitato a pranzo a casa propria fin dal 2012. Sembrano tutti amici, vecchi compagni di scuola che si danno del tu, usano gli stessi codici quasi sfogliando vecchi album di famiglia e a volte anche litigano, come domenica scorsa. Fa impressione riflettere sul fatto che tutto questo circo Barnum fa da contorno al piatto forte che sono indagini non per marachelle, ma per il reato di strage, aggravato da finalità mafiose, su cui la procura di Firenze deve decidere – avrebbe già dovuto decidere – se chiedere il rinvio a giudizio o la quarta archiviazione nei confronti di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. L’ultima strofa della canzonetta riguarda un tentativo di undici anni fa del personaggetto di contattare colui che allora era il presidente del consiglio. I giornalisti informati dicono che dal vecchio telefonino di Baiardo risulta una telefonata al centralino di Palazzo Chigi. Senza risultato. Mentre pare che miglior fortuna abbia avuto il tentativo di incontro con Paolo Berlusconi, editore del Giornale, che avrebbe ricevuto il questuante proprio nella redazione di via Negri, a Milano. Volevo chiedere un lavoro, dice l’ospite di Giletti in trasmissione, ma non gli crede nessuno.

Vogliono che dica di essere andato a ricattare il premier tramite un messaggio mafioso al fratello. Lasciano intendere che qualcosa di simile il testimone avrebbe fatto mettere a verbale negli interrogatori. Ma ricattare su che cosa? Sulla strage? Se il personaggetto non ha detto nulla di concreto e soprattutto di nuovo rispetto alle tre inchieste già archiviate, il destino della quarta è già segnato. Che importanza ha questo incontro, che Paolo Berlusconi ha escluso sia mai avvenuto, o di cui comunque non ha ricordo? Pare dispongano di memoria ferrea, probabilmente per mestiere, due ex agenti della sua scorta di allora i quali, pur undici anni dopo, hanno testimoniato di ricordare benissimo l’incontro. Leggiamo direttamente dalle veline dei quotidiani di riferimento della procura. Cui in realtà aveva già risposto due anni fa l’avvocato Nicolò Ghedini, dicendo che Paolo Berlusconi escludeva categoricamente di aver mai conosciuto quel signore.

E aveva anche fatto notare qualche particolare incongruente, come per esempio che il 14 febbraio del 2010, la data in cui ci sarebbe stato l’ incontro al Giornale, era domenica, giorno in cui lui non era mai presente in redazione. Incongruenza? Ma basta cambiare la data, un piccolo aggiustamento, ed ecco che il 2010 diventa magicamente 2011. Il personaggetto si era sbagliato. Chissà come mai però i due ex poliziotti della scorta questo particolare non l’hanno notato. Forse perché quell’incontro non era così importante, se non per qualche giornalista “d’inchiesta” e un titolo scandalistico sui “ricatti”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Estratto dell'articolo di Filippo Facci per “Libero quotidiano” l’8 febbraio 2023.

Non meriterebbe neanche un lungo articolo, Salvatore Baiardo, favoreggiatore dei boss stragisti Filippo e Giuseppe Graviano, condannato per falso e calunnia, uno che da una vita chiede soldi in cambio di rivelazioni sempre smentite, uno che da settimane è ospitato come un oracolo da Massimo Giletti su La7 – che spiace dirlo, impiegherà anni a nettarsi le scarpe dall’escremento che ha pestato – e insomma lui, Baiardo, incarcerato dal 1995 al 1999 e giudicato inattendibile da molteplici fonti giudiziarie e giornalistiche: tanto che gli unici che gli hanno dato retta, nonostante l’inaffidabilità gli fosse incisa sulla fronte oltrechè sulle carte, sono stati Report su Raitre all’inizio del 2021 e appunto Giletti da qualche settimana, contribuendo così a riavvelenare e raffrescare pozzi da tempo prosciugati.

A scanso di equivoci: Baiardo ha detto talmente tante sciocchezze che non è riuscito neppure a ottenere lo status di collaboratore di giustizia, e il fango che in questi giorni sta rigettando sui fratelli Berlusconi (tra altri) si è seccato più volte per via giudiziaria, come detto: ma gli insuccessi delle procure ormai vengano riproposti per via mediatica e questa cosa viene chiamata giornalismo. 

 Il primo a smentire e a dichiarare inattendibile Baiardo fu il procuratore Giuseppe Nicolosi (oggi a Prato) che negli anni Novanta fece parte del pool di magistrati fiorentini che indagò sulle stragi mafiose: il 18 gennaio scorso, a Skytg24, ha precisato oltretutto che sulle stragi «abbiamo fatto cinque inchieste, senza ottenere risultati che potessero essere spesi in un processo».

Baiardo, con un memoriale di quattro pagine, cercò di smentire ciò che risulta in giudicato dalle sentenze, ossia che Giuseppe Graviano premette il bottone del telecomando che ammazzò Paolo Borsellino e la scorta in via D’Amelio. Questo tentativo di depistaggio ha cercato di ricordarlo anche il collega Enrico Deaglio, in collegamento con Giletti su La7, ma è stato letteralmente zittito da un intervallo pubblicitario.

Anche l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli in più occasioni ha notato come Baiardo abbia cercato di minimizzare i delitti dei fratelli Graviano.

[…]

Sulla sua inaffidabilità si è espresso anche il colonnello dei Carabinieri Andrea Brancadoro: il 6 marzo 2020, durante il processo «Ndrangheta stragista» [...]

 Durante il processo «Ndrangheta stragista» anche il dirigente di Polizia Francesco Messina parlò dei tentativi di Baiardo di tirare in ballo Berlusconi, ma le sue dichiarazioni non finirono in nessun’inchiesta perché Baiardo non le confermò

[…]

Ma passiamo ai giornalisti. Il primo che amplificò le parole di Baiardo fu Vincenzo Amato, giornalista locale della Stampa che tempo dopo lo liquiderà così: «La mia personale impressione è che lui venda un po’ di fumo per cercare di ritagliarsi un qualche spazio […]».

 Nel 2012 ci caddero anche Peter Gomez e Marco Lillo del Fatto Quotidiano […] Gomez ha capito l’inaffidabilità del personaggio, tanto che domenica sera, sempre sa Giletti, ha inveito e alzato i toni contro Baiardo dandogli dell’avvelenatore di pozzi con un innegabile «atteggiamento mafioso». 

 Il 4 gennaio 2021 ci cadde anche Report di Raitre (volontariamente, a questo punto) che già intervistò Baiardo anche a proposito della fattualmente inesistente agenda rossa del giudice Borsellino, mai ritrovata. Sempre a «Report», Baiardo anticipò cose poi «rivelate» anni dopo a Giletti sui rapporti fra Silvio Berlusconi e la mafia, riparlando della vacanza dei Graviano in Sardegna vicino alla villa di Berlusconi.

Insomma niente di nuovo e tutto di vecchio: più una patente di inaffidabilità che passa da Baiardo direttamente ai giornalisti che fingono di riscoprirlo. «Perché Berlusconi non lo querela, se è inattendibile?» si è chiesta una squalificata collega durante la trasmissione di Giletti, domenica sera; «così capiamo qualcosa di più», ha fatto eco un altro. Così si ricomincerebbe: cause, carte, processi, verbali da pubblicare e ripubblicare per anni.

Estratto dell’articolo di Alessandro Fulloni per il “Corriere della sera” il 9 febbraio 2023.

[…] «Quando i siciliani ti augurano “Cent’anni”... significa ”lunga vita”... E un siciliano non dimentica mai».

queste sono anche le parole con cui Enrico Deaglio — 75 anni, giornalista, un passato di direttore dei quotidiani Lotta Continua e Reporter , del settimanale Diario e oggi scrittore che non riesce a stare lontano dalla cronaca — chiude il suo «Qualcuno visse più a lungo» (da qualche mese in libreria con Feltrinelli ), poderosa ricostruzione (si legge come un romanzo, ma è un’inchiesta zeppa di dettagli) della vita dei boss Giuseppe Graviano, detto «Madre Natura» e di suo fratello Filippo.

L’affresco tratteggia gran parte della Sicilia degli anni Ottanta, quelli della grande mattanza: Pio La Torre, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giuliano, Cassarà, Basile, Chinnici, Costa, Terranova.

Quando si arriva a Falcone e Borsellino, Deaglio (che in Sicilia seguiva «storie di piccola mafia nell’Agrigentino, poi ammazzarono il mio amico Mauro Rostagno a Trapani...») ricorda che fu proprio «Madre Natura» a schiacciare il telecomando di via D’Amelio.

[…] I Graviano furono arrestati a Milano il 29 gennaio 1994 —«lo stesso giorno della discesa in campo di Berlusconi» — e il libro racconta pure di come i due fratelli in carcere a Spoleto vengano trattati con ogni riguardo. E pur sottoposti ai rigori del 41 bis, «concepiranno anche i figli».

C’è un capitolo intero, «Il mito», che squaderna le varie ipotesi del «miracoloso» evento: banche del seme, l’aiuto di qualche ginecologo o semplice atto d’amore in carcere — a detta poi dello stesso Giuseppe, laureato in Matematica —, con le due mogli entrate di nascosto nella cesta della biancheria. Le nascite degli eredi del boss arrivano nel disinteresse generale ma è Deaglio a ricostruire, grazie alle carte giudiziarie, il ricevimento a Nizza per il battesimo dei due bimbi, entrambi chiamati con il nome di «Michele». Un evento che pare «una replica della celebre festa da ballo del Gattopardo » al termine della quale una delle due neomamme — la moglie di Giuseppe si chiama Nunzia, oggi vive tra Roma e la Costa Azzurra gestendo il patrimonio della famiglia — «si alzò e disse: “Peccato che qui manchino i migliori”». Appunto in prigione […]

DUE PAROLE SULLA MAFIA. QUELLO CHE LA STAMPA DI REGIME NON DICE.

«Berlusconi aveva assunto lo stalliere Vittorio Mangano per far entrare Cosa Nostra dentro la sua villa. Il patto sancito in una cena a Milano alla quale avevano partecipato lo stesso Cavaliere e diversi esponenti della criminalità organizzata siciliana». Le motivazioni (pesantissime) della condanna d'appello per Dell'Utri. «E' stato definitivamente accertato che Dell'Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (tre mafiosi) avevano siglato un patto in base al quale l'imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa nostra per ricevere in cambio protezione (...)». E poi: «Vittorio Mangano non era stato assunto per la sua competenza in materia di cavalli, ma per proteggere Berlusconi e i suoi familiari e come presidio mafioso all'interno della villa dell'imprenditore». Sono parole pesantissime quelle che i giudici della terza sezione penale della Corte di appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza con cui Marcello Dell'Utri è stato condannato il 25 marzo 2013 a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Parole pesanti verso lo stesso Dell'Utri, che «tra il 1974 e il 1992 non si è mai sottratto al ruolo di intermediario tra gli interessi dei protagonisti», e «ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i mafiosi di riferimento», ma anche verso l'ex premier dato che Dell'Utri viene definito «mediatore contrattuale» del patto tra Cosa Nostra e lo stesso Berlusconi. Secondo i giudici, «è stato acclarato definitivamente che Dell'Utri ha partecipato a un incontro organizzato da lui stesso e Cinà (mafioso siciliano) a Milano, presso il suo ufficio. Tale incontro, al quale erano presenti Dell'Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi, aveva preceduto l'assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore, così come riferito da Francesco Di Carlo e de relato da Antonino Galliano, e aveva siglato il patto di protezione con Berlusconi». «In tutto il periodo di tempo in oggetto (1974-1992) Dell'Utri ha, con pervicacia, ritenuto di agire in sinergia con l'associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l'anti Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell'imprenditore milanese (Silvio Berlusconi) e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell'associazione», è scritto poi nelle motivazioni. Dell'Utri quindi è «ritenuto penalmente responsabile, al di là di ogni ragionevole dubbio, della condotta di concorso esterno in associazione mafiosa dal 1974 al 1992» e la sua personalità «appare connotata da una naturale propensione ad entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare neppure in momenti in cui le proprie vicende personali e lavorative gli aveva dato una possibilità di farlo» .

Per i magistrati è più utile considerare Berlusconi un mafioso, anziché considerarlo una vittima dell’inefficienza dello Stato che non sa difendere i suoi cittadini. Una vittima che è disposta ai compromessi per tutelare la sicurezza dei suoi affari e della sua famiglia.

Chi paga il pizzo per lo Stato è un mafioso. E se non ti adegui ti succede quello che succede a tutti. Una storia esemplare. Valeria Grasso: “Ho denunciato la mafia, ora denuncio lo Stato”. “Una vergogna, una vergogna senza fine”. Con queste poche parole si può descrivere la situazione dei Testimoni di Giustizia in Italia. Dove lo Stato non riesce a fare il proprio dovere. Fino in fondo. Sono troppe le storie drammatiche, che restano nel silenzio. Troppi gli ostacoli, le difficoltà, i pericoli, i drammi. I testimoni di giustizia, fondamentali per la lotta alla criminalità organizzata, devono essere protetti e sostenuti. Nel Paese delle mafie lo Stato abbandona i suoi testimoni. Lo ha fatto in passato e sta continuando a farlo. Non stiamo parlando dei "pentiti", dei collaboratori di giustizia. Di chi ha commesso dei reati e ha deciso, per qualsiasi ragione, di "collaborare" con lo Stato. Anche i "pentiti" (quelli credibili) servono, sono necessari per combattere le organizzazioni criminali. Ma i testimoni sono un’altra cosa. Sono semplici cittadini, che non hanno commesso reati. Hanno visto, hanno subito e hanno deciso di "testimoniare". Per dovere civico, perché è giusto comportarsi in un certo modo. Nel BelPaese il dovere civico è poco apprezzato. I testimoni di giustizia, in Italia, denunciano le stesse problematiche. Ma nessuno ascolta, risponde. Si sentono abbandonati. Prima utilizzati e poi lasciati in un "limbo" profondo. Senza luce e senza futuro.

 “La mafia, come ci è inculcata dalla stampa di regime, è un’entità astratta, impossibile da debellare, proprio perché non esiste.”

Lo scrittore Antonio Giangrande sul fenomeno “Mafia” ha scritto un libro: “MAFIOPOLI. L’ITALIA DELLE MAFIE. QUELLO CHE NON SI OSA DIRE”. Book ed E-Book pubblicato su Amazon.it e che racconta una verità diversa da quella profusa dai media genuflessi alla sinistra ed ai magistrati.

«L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere. La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione.»

Continua Antonio Giangrande.

«La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera”. Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

Da noi - ha dichiarato Silvio Berlusconi ai cronisti di una televisione greca il 23 febbraio 2013 - la magistratura è una mafia più pericolosa della mafia siciliana, e lo dico sapendo di dire una cosa grossa”. “In Italia regna una "magistocrazia". Nella magistratura c'è una vera e propria associazione a delinquere”.  Lo ha detto Silvio Berlusconi il 28 marzo 2013 durante la riunione del gruppo Pdl a Montecitorio. Ed ancora Silvio Berlusconi all'attacco ai magistrati: «L'Anm è come la P2, non dice chi sono i loro associati». Il riferimento dell'ex premier è alle associazioni interne ai magistrati, come Magistratura Democratica. Il Cavaliere è a Udine il 18 aprile 2013 per un comizio.

Questi sono solo pochi esempi di dichiarazioni ufficiali.

Abbiamo una Costituzione catto-comunista predisposta e votata dagli apparati politici che rappresentavano la metà degli italiani, ossia coloro che furono i vincitori della guerra civile e che votarono per la Repubblica. Una Costituzione fondata sul lavoro (che oggi non c’è e per questo ci rende schiavi) e non sulla libertà (che ci dovrebbe sempre essere, ma oggi non c’è e per questo siamo schiavi). Un diritto all’uguaglianza inapplicato in virtù del fatto che il potere, anziché essere nelle mani del popolo che dovrebbe nominare i suoi rappresentanti politici, amministrativi e giudiziari, è in mano a mafie, caste, lobbies e massonerie. 

Siamo un popolo corrotto: nella memoria, nell’analisi e nel processo mentale di discernimento. Ogni dato virulento che il potere mediatico ci ha propinato, succube al potere politico, economico e giudiziario, ha falsato il senso etico della ragione e logica del popolo. Come il personal computer, giovani e vecchi, devono essere formattati. Ossia, azzerare ogni cognizione e ripartire da zero all’acquisizione di conoscenze scevre da influenze ideologiche, religiose ed etniche. Dobbiamo essere consci del fatto che esistono diverse verità.

Ogni fatto è rappresentato da una verità storica; da una verità mediatica e da una verità giudiziaria.

La verità storica è conosciuta solo dai responsabili del fatto. La verità mediatica è quella rappresentata dai media approssimativi che sono ignoranti in giurisprudenza e poco esperti di frequentazioni di aule del tribunale, ma genuflessi e stanziali negli uffici dei pm e periti delle convinzioni dell’accusa, mai dando spazio alla difesa. La verità giudiziaria è quella che esce fuori da una corte, spesso impreparata culturalmente, tecnicamente e psicologicamente (in virtù dei concorsi pubblici truccati). Nelle aule spesso si lede il diritto di difesa, finanche negando le più elementari fonti di prova, o addirittura, in caso di imputati poveri, il diritto alla difesa. Il gratuita patrocinio è solo una balla. Gli avvocati capaci non vi consentono, quindi ti ritrovi con un avvocato d’ufficio che spesso si rimette alla volontà della corte, senza conoscere i carteggi. La sentenza è sempre frutto della libera convinzione di una persona (il giudice). Mi si chiede cosa fare. Bisogna, da privato, ripassare tutte le fasi dell’indagine e carpire eventuali errori dei magistrati trascurati dalla difesa (e sempre ve ne sono). Eventualmente svolgere un’indagine parallela. Intanto aspettare che qualche pentito, delatore, o intercettazione, produca una nuova prova che ribalti l’esito del processo. Quando poi questa emerge bisogna sperare nella fortuna di trovare un magistrato coscienzioso (spesso non accade per non rilevare l’errore dei colleghi), che possa aprire un processo di revisione.

Non sarà la mafia a uccidermi ma alcuni miei colleghi magistrati (Borsellino). La verità sulle stragi non la possiamo dire noi Magistrati ma la deve dire la politica se non proprio la storia (Ingroia). Non possiamo dire la verità sulle stragi altrimenti la classe politica potrebbe non reggere (Gozzo). Non sono stato io a cercare loro ma loro a cercare me (Riina). In Italia mai nulla è come appare. Ipocriti e voltagabbana. Le stragi come eccidi di Stato a cui non è estranea la Magistratura e gran parte della classe politica del tempo.

Chi frequenta bene le aule dei Tribunali, non essendo né coglione, né in mala fede, sa molto bene che le sentenze sono già scritte prima che inizi il dibattimento. Le pronunce sono pedisseque alle richieste dell’accusa, se non di più. Anche perché se il soggetto è intoccabile l’archiviazione delle accuse è già avvenuta nelle fasi successive alla denuncia o alla querela: “non vi sono prove per sostenere l’accusa” o “il responsabile è ignoto”. Queste le motivazioni in calce alla richiesta accolta dal GIP, nonostante si conosca il responsabile o vi siano un mare di prove, ovvero le indagini non siano mai state effettuate. La difesa: un soprammobile ben pagato succube dei magistrati. Il meglio che possono fare è usare la furbizia per incidere sulla prescrizione. Le prove a discarico: un perditempo, spesso dannoso. Non è improbabile che i testimoni della difesa siano tacciati di falso.

Nel formulare la richiesta la Boccassini nel processo Ruby ha fatto una gaffe dicendo: "Lo condanno", per poi correggersi: "Chiedo la condanna" riferita a Berlusconi.

Esemplare anche è il caso di Napoli. Il gip copia o si limita a riassumere le tesi accusatorie della Procura di Napoli e per questo il tribunale del riesame del capoluogo campano annulla l'arresto di Gaetano Riina, fratello del boss di Cosa nostra, Totò, avvenuto il 14 novembre 2011. L'accusa era di concorso esterno in associazione camorristica. Il gip, scrive il Giornale di Sicilia, si sarebbe limitato a riassumere la richiesta di arresto della Procura di Napoli, incappando peraltro in una serie di errori e non sostituendo nella sua ordinanza neanche le parole «questo pm» con «questo gip». 

Il paradosso, però, sono le profezie cinematografiche adattate ai processi: «... e lo condanna ad anni sette di reclusione, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici, e all'interdizione legale per la durata della pena». Non è una frase registrata Lunedì 24 giugno 2013 al Tribunale di Milano, ma una battuta presa dagli ultimi minuti del film «Il caimano» di Nanni Moretti. La condanna inflitta al protagonista (interpretato dallo stesso regista) è incredibilmente identica a quella decisa dai giudici milanesi per Silvio Berlusconi. Il Caimano Moretti, dopo la sentenza, parla di «casta dei magistrati» che «vuole avere il potere di decidere al posto degli elettori».

Tutti dentro se la legge fosse uguale per tutti. Ma la legge non è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita. Sconcertante linea delle Sezioni unite civili sul caso di un magistrato sanzionato. La Suprema Corte: vale il principio della discrezionalità.

Ed in fatto di mafia c’è qualcuno che la sa lunga. «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano.

Così come in fatto di mafia c’è qualcun altro che la sa lunga. Parla l’ex capo dei Casalesi. La camorra e la mafia non finirà mai, finchè ci saranno politici, magistrati e forze dell’ordine mafiosi.

CARMINE SCHIAVONE. MAGISTRATI: ROMA NOSTRA!

"Ondata di ricorsi dopo il «trionfo». Un giudice: annullare tutto. Concorsi per giudici, Napoli capitale dei promossi. L'area coperta dalla Corte d'appello ha «prodotto» un terzo degli aspiranti magistrati. E un terzo degli esaminatori". O la statistica è birichina assai o c'è qualcosa che non quadra nell'attuale concorso di accesso alla magistratura. Quasi un terzo degli aspiranti giudici ammessi agli orali vengono infatti dall'area della Corte d'Appello di Napoli, che rappresenta solo un trentacinquesimo del territorio e un dodicesimo della popolazione italiana. Un trionfo. Accompagnato però da una curiosa coincidenza: erano della stessa area, più Salerno, 7 su 24 dei membri togati della commissione e 5 su 8 dei docenti universitari. Cioè oltre un terzo degli esaminatori.

Lo strumento per addentrarsi nei gangli del potere sono gli esami di Stato ed i concorsi pubblici truccati.

I criteri di valutazione dell’elaborato dell’esame di magistrato, di avvocato, di notaio, ecc.

Secondo la normativa vigente, la valutazione di un testo dell’esame di Stato o di un Concorso pubblico è ancorata ad alcuni parametri. Può risultare utile, quindi, che ogni candidato conosca le regole che i commissari di esame devono seguire nella valutazione dei compiti.

a) chiarezza, logicità e rigore metodologico dell’esposizione;

b) dimostrazione della concreta capacità di soluzione di specifici problemi giuridici;

c) dimostrazione della conoscenza dei fondamenti teorici degli istituti giuridici trattati;

d) dimostrazione della capacità di cogliere eventuali profili di interdisciplinarietà;

e) relativamente all'atto giudiziario, dimostrazione della padronanza delle tecniche di persuasione.

Ciò significa che la comprensibilità dell’elaborato — sotto il profilo della grafia, della grammatica e della sintassi — costituisce il primo criterio di valutazione dei commissari. Ne consegue che il primo accorgimento del candidato deve essere quello di cercare di scrivere in forma chiara e scorrevole e con grafia facilmente leggibile: l’esigenza di interrompere continuamente la lettura, per soffermarsi su parole indecifrabili o su espressioni contorte, infastidisce (e, talvolta, irrita) i commissari ed impedisce loro di seguire il filo del ragionamento svolto nel compito. Le varie parti dell’elaborato devono essere espresse con un periodare semplice (senza troppi incisi o subordinate); la trattazione dei singoli argomenti giuridici deve essere il più possibile incisiva; le ripetizioni vanno evitate; la sequenza dei periodi deve essere rispettosa della logica (grammaticale e giuridica). Non va mai dimenticato che ogni commissione esaminatrice è composta da esperti (avvocati, magistrati e docenti universitari), che sono tenuti a leggere centinaia di compiti in tempi relativamente ristretti: il miglior modo di presentarsi è quello di esporre — con una grafia chiara o, quanto meno, comprensibile (che alleggerisca la fatica del leggere) — uno sviluppo ragionato, logico e consequenziale degli argomenti.

Questa è la regola, ma la prassi, si sa, fotte la regola. Ed allora chi vince i concorsi pubblici e chi supera gli esami di Stato e perché si pretende da altri ciò che da sé non si è capaci di fare, né di concepire?

PARLIAMO DELLA CORTE DI CASSAZIONE, MADRE DI TUTTE LE CORTI. UN CASO PER TUTTI.

La sentenza contro il Cavaliere è zeppa di errori (di grammatica).

Frasi senza soggetto, punteggiatura sbagliata... Il giudizio della Cassazione è un obbrobrio anche per la lingua italiana. Dopodiché ecco l’impatto della realtà nella autentica dettatura delle motivazioni a pag.183: «Deve essere infine rimarcato che Berlusconi, pur non risultando che abbia trattenuto rapporti diretti coi materiali esecutori, la difesa che il riferimento alle decisioni aziendali consentito nella pronuncia della Cassazione che ha riguardato l’impugnazione della difesa Agrama della dichiarazione a  non doversi procedere per prescrizione in merito ad alcune annualità precedenti, starebbe proprio ad indicare che occorre aver riguardo alle scelte aziendali senza possibilità. quindi, di pervernire...». Ecco. Di prim’acchito uno si domanda: oddio, che fine ha fatto la punteggiatura? Ma dov’è il soggetto? Qual è la coordinata, quante subordinate transitano sul foglio. «...ad una affermazione di responsabilità di Berlusconi che presumibilmente del tutto ignari delle attività prodromiche al delitto, ma conoscendo perfettamente il meccanismo, ha lasciato che tutto proseguisse inalterato, mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti...». Eppoi, affiorano, «le prove sono state analiticamente analizzate». O straordinarie accumulazioni semantiche come «il criterio dell’individuazione del destinatario principale dei benfici derivanti dall’illecito fornisce un risultato convergente da quello che s’è visto essere l’esito dell’apprezzamento delle prove compito dai due gradi di merito..» E poi, nello scorrere delle 208 pagine della motivazione, ci trovi i «siffatto contesto normativo», gli «allorquando», gli «in buona sostanza», che accidentano la lettura. Ed ancora la frase «ha posto in essere una frazione importante dell’attività delittuosa che si è integrata con quella dei correi fornendo un contributo causale...». Linguaggio giuridico? Bene anch’io ho fatto Giurisprudenza, ed anch’io mi sono scontrato con magistrati ed avvocati ignoranti in grammatica, sintassi e perfino in diritto. Ma questo, cari miei non è linguaggio giuridico, ma sono gli effetti di un certo modo di fare proselitismo.

'Ad Arcore presidio mafioso'. «Berlusconi aveva assunto lo stalliere Vittorio Mangano per far entrare Cosa Nostra dentro la sua villa. Il patto sancito in una cena a Milano alla quale avevano partecipato lo stesso Cavaliere e diversi esponenti della criminalità organizzata siciliana». Le motivazioni (pesantissime) della condanna d'appello per Dell'Utri. Adriano Botta su L’Espresso il 5 settembre 2013

«È stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (tre mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa nostra per ricevere in cambio protezione (...)». E poi: «Vittorio Mangano non era stato assunto per la sua competenza in materia di cavalli, ma per proteggere Berlusconi e i suoi familiari e come presidio mafioso all’interno della villa dell’imprenditore».

Sono parole pesantissime quelle che i giudici della terza sezione penale della Corte di appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza con cui Marcello Dell'Utri è stato condannato il 25 marzo scorso a...

«Berlusconi aveva assunto lo stalliere Vittorio Mangano per far entrare Cosa Nostra dentro la sua villa. Il patto sancito in una cena a Milano alla quale avevano partecipato lo stesso Cavaliere e diversi esponenti della criminalità organizzata siciliana». Le motivazioni (pesantissime) della condanna d’appello per Dell’Utri.

«E’ stato definitivamente accertato che Dell’Utri, Berlusconi, Cinà, Bontade e Teresi (tre mafiosi, ndr) avevano siglato un patto in base al quale l’imprenditore milanese avrebbe effettuato il pagamento di somme di denaro a Cosa nostra per ricevere in cambio protezione (…)». E poi: «Vittorio Mangano non era stato assunto per la sua competenza in materia di cavalli, ma per proteggere Berlusconi e i suoi familiari e come presidio mafioso all’interno della villa dell’imprenditore». 

Sono parole pesantissime quelle che i giudici della terza sezione penale della Corte di appello di Palermo nelle motivazioni della sentenza con cui Marcello Dell’Utri è stato condannato il 25 marzo scorso a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa.

Parole pesanti verso lo stesso Dell’Utri, che «tra il 1974 e il 1992 non si è mai sottratto al ruolo di intermediario tra gli interessi dei protagonisti», e «ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i mafiosi di riferimento», ma anche verso l’ex premier dato che Dell’Utri viene definito «mediatore contrattuale» del patto tra Cosa Nostra e lo stesso Berlusconi.

Secondo i giudici, «è stato acclarato definitivamente che Dell’Utri ha partecipato a un incontro organizzato da lui stesso e Cinà (mafioso siciliano) a Milano, presso il suo ufficio. Tale incontro, al quale erano presenti Dell’Utri, Gaetano Cinà, Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco Di Carlo e Silvio Berlusconi, aveva preceduto l’assunzione di Vittorio Mangano presso Villa Casati ad Arcore, così come riferito da Francesco Di Carlo e de relato da Antonino Galliano, e aveva siglato il patto di protezione con Berlusconi»

«In tutto il periodo di tempo in oggetto (1974-1992) Dell’Utri ha, con pervicacia, ritenuto di agire in sinergia con l’associazione e di rivolgersi a coloro che incarnavano l’anti Stato, al fine di mediare tra le esigenze dell’imprenditore milanese (Silvio Berlusconi, ndr) e gli interessi del sodalizio mafioso, con ciò consapevolmente rafforzando il potere criminale dell’associazione», è scritto poi nelle motivazioni.

Dell’Utri quindi è «ritenuto penalmente responsabile, al di là di ogni ragionevole dubbio, della condotta di concorso esterno in associazione mafiosa dal 1974 al 1992» e la sua personalità «appare connotata da una naturale propensione ad entrare attivamente in contatto con soggetti mafiosi, da cui non ha mai mostrato di volersi allontanare neppure in momenti in cui le proprie vicende personali e lavorative gli aveva dato una possibilità di farlo»

Antonio Giangrande: Quel che si rimembra non muore mai. In effetti il fascismo rivive non negli atti di singoli imbecilli, ma quotidianamente nell’evocazione dei comunisti.

Antonio Giangrande: In un mondo dove sono tutti ciottiani per convenienza, pronti a spartirsi il ricavato, mi onoro di essere il solo ad essere sciasciano e come lui processato dai gendarmi dell'antimafiosità.

Antonio Giangrande: Col sigillo antimafia molti, come dice Sciascia, fanno carriere, e molti, come dice il PM Maresca, fanno i soldi.

Antonio Giangrande: Quel mafioso di Pubblico Ufficiale.

La mafia dove non te l'aspetti. Un paradosso tutto italiota.

L'uso della violenza, minaccia o, comunque, persuasione o timore reverenziale per costringere o promettere a dare/non dare una cosa (denaro, altra utilità anche non patrimoniale), o fare/non fare una cosa, comporta una pena maggiore se commessa da un Pubblico Ufficiale, uguale o minore se commessa a suo danno.

Concussione: Il Pubblico Ufficiale è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

Estorsione: Chiunque è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.

Violenza o minaccia a un pubblico ufficiale: è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni per un atto contrario all'ufficio; La pena è della reclusione fino a tre anni per un atto conforme all'ufficio.

Violenza privata: è punito con la reclusione fino a quattro anni.

Violenza o minaccia per costringere (chiunque) a commettere un reato: è punito con la reclusione fino a cinque anni.

Poi parliamo di Omertà.

Rifiuto di atti d'ufficio. Omissione. Se il pubblico Ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio omette un atto del suo Ufficio è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

Omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale. L'omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale è punita con la multa da euro 30 a euro 516.

Omessa denuncia da parte di un incaricato di pubblico servizio. L'omessa denuncia da parte di un incaricato di pubblico servizio è punita con la multa fino a euro 103.

Omissione di referto. L'omissione di referto è punito con la multa fino a cinquecentosedici euro.

Poi parliamo di appropriazione di denaro o cosa mobile altrui per sé o per un terzo.

Peculato. Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio da quattro a dieci anni e sei mesi; è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni., quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l'uso momentaneo, è stata immediatamente restituita.

Peculato mediante profitto dell'errore altrui. Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

Appropriazione indebita. Chiunque è punito, a querela della persona offesa [120], con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da euro 1.000 a euro 3.000.

Concussione. Dispositivo dell'art. 317 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione → Capo I - Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione

Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente, a lui o ad un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da sei a dodici anni.

Estorsione. Dispositivo dell'art. 629 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo XIII - Dei delitti contro il patrimonio → Capo I - Dei delitti contro il patrimonio mediante violenza alle cose o alle persone

Chiunque, mediante violenza [581] o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000.

Violenza o minaccia a un pubblico ufficiale. Dispositivo dell'art. 336 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione → Capo II - Dei delitti dei privati contro la pubblica amministrazione

Chiunque usa violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o ad un incaricato di un pubblico servizio, per costringerlo a fare un atto contrario ai propri doveri, o ad omettere un atto dell'ufficio o del servizio [328], è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni [339].

La pena è della reclusione fino a tre anni, se il fatto è commesso per costringere alcuna delle persone anzidette a compiere un atto del proprio ufficio o servizio, o per influire, comunque, su di essa [339].

Violenza privata. Dispositivo dell'art. 610 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo XII - Dei delitti contro la persona → Capo III - Dei delitti contro la libertà individuale → Sezione III - Dei delitti contro la libertà morale

Chiunque, con violenza [581] o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od omettere qualche cosa è punito con la reclusione fino a quattro anni.

La pena è aumentata [64] se concorrono le condizioni prevedute dall'articolo 339.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa. Si procede tuttavia d'ufficio se il fatto è commesso nei confronti di persona incapace, per età o per infermità, ovvero se ricorre la circostanza di cui al secondo comma.

Violenza o minaccia per costringere a commettere un reato. Dispositivo dell'art. 611 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo XII - Dei delitti contro la persona → Capo III - Dei delitti contro la libertà individuale → Sezione III - Dei delitti contro la libertà morale

Chiunque usa violenza [581] o minaccia per costringere o determinare altri a commettere un fatto costituente reato è punito con la reclusione fino a cinque anni.

Rifiuto di atti d'ufficio. Omissione. Dispositivo dell'art. 328 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione → Capo I - Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione

Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni.

Fuori dei casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che entro trenta giorni dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l'atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino ad un anno o con la multa fino a euro 1.032. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di trenta giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa.

Omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale. Dispositivo dell'art. 361 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo III - Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia → Capo I - Dei delitti contro l'attività giudiziaria

Il pubblico ufficiale, il quale omette o ritarda di denunciare all'Autorità giudiziaria, o ad un'altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne, un reato di cui ha avuto notizia nell'esercizio o a causa delle sue funzioni, è punito con la multa da euro 30 a euro 516.

La pena è della reclusione fino ad un anno, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria [c.p.p. 57], che ha avuto comunque notizia di un reato del quale doveva fare rapporto [c.p.p. 330-332, 347].

Le disposizioni precedenti non si applicano se si tratta di delitto punibile a querela della persona offesa.

Omessa denuncia da parte di un incaricato di pubblico servizio. Dispositivo dell'art. 362 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo III - Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia → Capo I - Dei delitti contro l'attività giudiziaria

L'incaricato di un pubblico servizio, che omette o ritarda di denunciare all'Autorità indicata nell'articolo precedente un reato del quale abbia avuto notizia nell'esercizio o a causa del servizio [c.p.p. 330-332, 347], è punito con la multa fino a euro 103.

Tale disposizione non si applica se si tratta di un reato punibile a querela della persona offesa [120] né si applica ai responsabili delle comunità terapeutiche socio-riabilitative per fatti commessi da persone tossicodipendenti affidate per l'esecuzione del programma definito da un servizio pubblico.

Omessa denuncia aggravata. Dispositivo dell'art. 363 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo III - Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia → Capo I - Dei delitti contro l'attività giudiziaria

Nei casi preveduti dai due articoli precedenti, se la omessa o ritardata denuncia riguarda un delitto contro la personalità dello Stato, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni; ed è da uno a cinque anni, se il colpevole è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria [384; c.p.p. 57].

Omessa denuncia di reato da parte del cittadino. Dispositivo dell'art. 364 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo III - Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia → Capo I - Dei delitti contro l'attività giudiziaria

Il cittadino, che, avendo avuto notizia di un delitto contro la personalità dello Stato, per il quale la legge stabilisce [la pena di morte o] l'ergastolo, non ne fa immediatamente denuncia all'Autorità indicata nell'articolo 361, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da euro 103 a euro 1.032.

Omissione di referto. Dispositivo dell'art. 365 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo III - Dei delitti contro l'amministrazione della giustizia → Capo I - Dei delitti contro l'attività giudiziaria

Chiunque, avendo nell'esercizio di una professione sanitaria prestato la propria assistenza od opera in casi che possono presentare i caratteri di un delitto per il quale si debba procedere d'ufficio, omette o ritarda di riferirne all'Autorità indicata nell'articolo 361, è punito con la multa fino a cinquecentosedici euro.

Questa disposizione non si applica quando il referto esporrebbe la persona assistita a procedimento penale [384].

Appropriazione indebita. Dispositivo dell'art. 646 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo XIII - Dei delitti contro il patrimonio → Capo II - Dei delitti contro il patrimonio mediante frode

Chiunque, per procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, si appropria il denaro o la cosa mobile altrui di cui abbia, a qualsiasi titolo, il possesso(4), è punito, a querela della persona offesa [120], con la reclusione da due a cinque anni e con la multa da euro 1.000 a euro 3.000.

Se il fatto è commesso su cose possedute a titolo di deposito necessario [1783-1797], la pena è aumentata [Si procede d'ufficio, se ricorre la circostanza indicata nel capoverso precedente o taluna delle circostanze indicate nel numero 11 dell'articolo 61.]

Peculato. Dispositivo dell'art. 314 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione → Capo I - Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione

Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria, è punito con la reclusione da quattro a dieci anni e sei mesi

Si applica la pena della reclusione da sei mesi a tre anni quando il colpevole ha agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l'uso momentaneo, è stata immediatamente restituita.

Peculato mediante profitto dell'errore altrui. Dispositivo dell'art. 316 Codice Penale

Fonti → Codice Penale → LIBRO SECONDO - Dei delitti in particolare → Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione → Capo I - Dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione

Il pubblico ufficiale o l'incaricato di un pubblico servizio, il quale, nell'esercizio delle funzioni o del servizio, giovandosi dell'errore altrui, riceve o ritiene indebitamente, per sé o per un terzo, denaro od altra utilità, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La pena è della reclusione da sei mesi a quattro anni quando il fatto offende gli interessi finanziari dell'Unione europea e il danno o il profitto sono superiori a euro 100.000.

Antonio Giangrande: Il dito e la Luna. A proposito di Pino Maniaci di Telejato.

L’opinione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Chi parla di Mafia e antimafia dice a sproposito la sua e non so cosa ne capisca del tema. Chi mi conosce sa che sono disponibile a dar lezione! Nel caso di Pino Maniaci ci troviamo a bella a posta a sputtanare qualcuno con notizie segretate con tanto di video e senza sentire la sua versione, così come io ho fatto. Pochi amici su Facebook hanno visto il video, nessuno l’ha condiviso. Gli altri cosiddetti amici l’hanno ignorato. Eppure sono già centinai di visualizzazioni in poche ore. A prescindere dal caso specifico, Pino Maniaci da vero giornalista ha indicato sempre la luna e ora si sta a guardare questo cazzo di dito. Vi siete chiesti perché tutto è successo nel momento in cui è stata attaccata “Libera” ed i magistrati e tutta la carovana antimafia con i suoi carovanieri? In quel momento i paladini mediatici e scribacchini dell’antimafiosità ed i magistrati delatori si son dati da fare a distruggere un mito, prima di una sentenza. I codardi, poi, che prima osannavano Pino, oggi lo rinnegano come Gesù Cristo. Comunque io sto con chi ha le palle, quindi con Pino Maniaci. Mi dispiace del fatto che a Palermo si vede la Mafia anche dove non c’è, giusto per sputtanare un popolo e fottersi i beni delle aziende sane. E di questo tutti tacciono. Se a Palermo si stanno dissequestrando i beni sequestrati dagli “Antimafiosi” è grazie a Pino. Pino colpevole, forse, anche perché in Italia nessuno può dirsi immacolato, ma guardiamo la luna e non sto cazzo di dito.

Antonio Giangrande: SALVINI-SAVIANO ED I SOLITI MALAVITOSI.

Saviano a Salvini: “Ministro della malavita”. La propaganda fa proseliti e voti. Sei ricco? Sei mafioso! Il condizionamento psicologico mediatico-culturale lava il cervello e diventa ideologico, erigendo il sistema di potere comunista. Cosa scriverebbero gli scrittori comunisti senza la loro Mafia e cosa direbbero in giro per le scuole a far proselitismo comunista? Quale film girerebbero i registi comunisti antimafiosi? Come potrebbero essere santificati gli eroi intellettuali antimafiosi? Quali argomenti affronterebbero i talk show comunisti e di cosa parlerebbero i giornalisti comunisti nei TG? Cosa scriverebbero e vomiterebbero i giornalisti comunisti contro gli avversari senza la loro Mafia? Cosa comizierebbero i politici comunisti senza la loro Mafia? Quali processi si istruirebbero dai magistrati eroi antimafiosi senza la loro mafia? Cosa farebbero i comunisti senza la loro Mafia ed i beni della loro Mafia? Di cosa camperebbero le associazioni antimafiose comuniste? Cosa esproprierebbero i comunisti senza l'alibi della mafiosità? La Mafia è la fortuna degli antimafiosi. Se non c'è la si inventa e si infanga un territorio. Mafia ed Antimafia sono la iattura del Sud Italia dove l’ideologia del povero contro il ricco attecchisce di più. Sciagura antimafiosa che comincia ad espandersi al Nord Italia per colpa della crisi economica creata da antimafia e burocrazia. Più povertà per tutti, dicono i comunisti.

Antonio Giangrande: Siamo tutti mafiosi, ma additiamo gli altri di esserlo. La mafia che c’è in noi. Quando i delinquenti dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i politici dicono: “qua è cosa nostra!”; quando le istituzioni ed i magistrati dicono: “qua è cosa nostra!”; quando caste, lobbies e massonerie dicono: “qua è cosa nostra!”; quando gli imprenditori dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i sindacati dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i professionisti dicono: “qua è cosa nostra!”; quando le associazioni antimafia dicono: “qua è cosa nostra!”; quando i cittadini, singoli od associati, dicono: “qua è cosa nostra!”. Quando quella “cosa nostra”, spesso, è il diritto degli altri, allora quella è mafia. L’art. 416 bis c.p. vale per tutti: “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”.

Antonio Giangrande: “Un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.” Antonio Giangrande dal libro “L’Italia allo specchio. Il DNA degli italiani”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta".

Antimafia, il pg Patronaggio: “Borsellino attanagliato da ansia di verità. In Mafia e appalti non ortodossa gestione dei confidenti”. Giuseppe Pipitone su Il Fatto Quotidiano il 29 novembre 2023.

Nelle indagini su Mafia e appalti “si era venuta a creare una contrapposizione tra il metodo di lavoro dei carabinieri e quello della procura di Palermo“. Che tipo di contrapposizione? “I carabinieri ritenevano di avere riversato un’enorme massa di intercettazioni e che lì vi fosse tutto. Poi era compito della procura trarre le conseguenze. In realtà in quella riunione del 14 luglio 1992 appresi che queste intercettazioni avevano grosse difficoltà a essere lette e a essere interpretate”. Parola di Luigi Patronaggio, procuratore generale di Cagliari e giovane pm in servizio a Palermo all’epoca delle stragi. Il magistrato è stato ascoltato oggi dalla commissione Antimafia presiduta da Chiara Colosimo. Ed è tornato indietro nel tempo, a quella riunione in procura il 14 luglio del 1992: il giorno prima era stata richiesta l’archiviazione per alcuni degli indagati di Mafia e appalti, cioè il dossier del Ros sui rapporti tra Cosa nostra, l’imprenditoria e la politica. La vicenda è nota: secondo l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e avvocato dei figli del giudice, l’archiviazione di quella parte di procedimento è il movente segreto dietro alla strage di via d’Amelio.

L’ultima riunione di Borsellino in procura – “Quella riunione fu convocata in modo un pò strano perché da un lato si diceva nell’ordine del giorno: ‘Saluti in vista delle ferie‘ dall’altro nell’ordine del giorno c’erano argomenti, ognuno dei quali meritava un approfondimento notevole, come mafia-appalti, ricerca dei latitanti, estorsioni”, ha spiegato Patronaggio. Che ha ricordato come Borsellino fosse molto interessato all’indagine: “Quando si diede la parola all’istruttore, il dottor Lo Forte (uno dei titolari dell’indagine che chiese l’archiviazione il 13 luglio del ’92 ndr), per riferire su mafia-appalti Borsellino faceva domande da cui si capiva che voleva sapere qualcosa in più. L’istruttore si soffermò su materie tecniche mentre Borsellino, che sicuramente era stato compulsato dai carabinieri, fece domande da cui si intuiva una aspettativa, voleva sapere qualcosa in più su imprenditori e il ruolo dei politici“, ha continuato il magistrato. Incalzato dalle domande dei parlamentari ha poi aggiunto: “Non ricordo che Borsellino disse di attendere prima di archiviare e non ricordo che disse di rinviare la discussione sull’indagine”. Un dettaglio non secondario, visto che il magistrato sarà ucciso soltanto cinque giorni dopo. “Ero un giovane magistrato e mi trovavo lì da poco. Paolo Borsellino, nei giorni che vanno dalla strage di Capaci a quella di via D’Amelio, era agitatissimo, era in preda a un’ansia di verità che lo attanagliava”, ha proseguito il pg.

“Non era un rapporto ma un’annotazione” – A proposito dell’indagine del Ros Patronaggio ha aggiunto: “Il rapporto Mafia e appalti gettava un nuovo punto di vista investigativo perché riusciva a focalizzare bene il momento di acquisizione del meccanismo degli appalti da parte di Cosa nostra. Però devo pure dire, con la massima onestà intellettuale, che il rapporto nella sua versione del 20 febbraio 1991 non è un rapporto ma è un’annotazione. Non ha una rubricazione. Siamo a metà tra vecchio e nuovo codice: in quell’annotazione non si indicano gli indagati con ipotesi di reato. Aveva degli elenchi e delle schede e una quantità notevole di intercettazioni. Lì era giusta l’osservazione fatta dal dottore Lo Forte sul problema di utilizzabilità di queste intercettazioni”. La gestione di quelle intercettazioni è una delle anomalie dell’indagine che creò una spaccatura tra carabinieri e procura, come è emerso durante i lavori precedenti della commissione e come era stato già chiarito al Parlamento dall’allora procuratore capo di Palermo, Gian Carlo Caselli, nel 1999. “Nelle 900 pagine depositate dal Ros nel febbraio ’91 non si faceva mai riferimento a personaggi importanti come Mannino, Salvo Lima, Rosario Nicolosi, De Michelis”, ha spiegato, nelle scorse settimane, Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo che oggi è senatore del M5s. Una ricostruzione condivisa da Patronaggio: “Il nome di Lima esce in tutta la sua gravità con un’intercettazione del 1990 che però viene riversata nel settembre del 1992″, ha detto il pg. Sul punto la presidente Colosimo ha chiesto la magistrato se per caso la mancanza di quell’intercettazione nel dossier depositato nel febbraio de ’91 non fosse dovuta semplicemente al fatto che le intercettazioni vennero riascoltate dal Ros nel maggio del ’92, come scrive la gip di Caltanissetta Gilda Lo Forti archiviando il procedimento sulla gestione dell’inchiesta su Mafia e appalti nel 2000. Patronaggio, però, ha confermato che le intercettazioni di Lima vengono “a conoscenza del gruppo di lavoro non prima del settembre ’92”.

Anomalie sull’indagine – Dopo pochi mesi a Palermo arriverà Caselli e le indagini su mafia e colletti bianchi subiranno un’accelerazione: “La procura di Caselli cambiò registro – ha ricordato Patronaggio – Ma anche le indagini della vecchia procura non è che fossero ferme e bloccate, ricordo il procedimento su Vito Ciancimino. Certo non giovò ai rapporti tra il Ros e la procura la gestione del collaboratore Giuseppe Li Pera (uno dei personaggi principali dell’inchiesta Mafia e appalti ndr): era stato arrestato dalla procura di Palermo, si rifiutò di rendere dichiarazioni alla stessa procura e a un certo punto diventa confidente del Ros. Questo modo di procedere non è esattamente ortodosso e altrettanto non ortodossa è stata la mossa di far sentire Li Pera da un magistrato della procura di Catania, Felice Lima. Quindi con Palermo Li Pera non parlava, faceva da confidente ai carabinieri e però è stato sentito come testimone a Catania”. Di anomalie Patronaggio ha parlato anche a proposito della collaborazione di Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei Lavori pubblici di Cosa nostra, che si pente nel giugno ’97. “Nonostante avesse avuto interlocuzione con l’Arma, Siino collabora attraverso la Guardia di Finanza. Di questo il Ros si dispiacerà molto. Quando si parla di collaboratori di giustizia ci sono delle regole. Quando si parla di rapporti confidenziali noi queste regole non le conosciamo. Dunque non posso riferire dei rapporti tra Li Pera e De Donno e quelli di Siino con esponenti dei carabinieri”, ha continuato Patronaggio. Il magistrato ha poi sottolineato: “Nonostante queste criticità il rapporto del Ros su mafia e appalti non si è esaurito. Già nel febbraio 1992 sulla scorta del dossier del Ros vengono arrestati due personaggi come Rosario Cascio e Vito Buscemi, fratello di Antonino Buscemi, capomafia di Boccadifalco, che un filo lungo porta al controllo della Calcestruzzi collegata al gruppo di Ravenna”. Cioè il gruppo Ferruzzi di Raul Gardini, al centro delle indagini su Tangentopoli, morto suicida nella sua casa di Palazzo Belgioioso a Milano nel luglio del 1993.

“Documento contro Giammanco atto coraggioso” – Patronaggio ha anche ricordato i momenti successivi alla strage di via d’Amelio, quando un documento sottoscritto da alcuni pubblici ministeri costrinse il Csm a intervenire su Pietro Giammanco, allora procuratore capo di Palermo. “Giammanco non era all’altezza di quel periodo drammatico che stavano vivendo la Sicilia e l’Italia. C’erano vecchie incomprensioni tra Giammanco e Falcone e Borsellino – ha aggiunto il pg del capoluogo sardo – Sapevamo che Giammanco faceva fare anticamera a questi due illustri magistrati. La procura era gestita da Giammanco in modo burocratico e verticista”. Dopo la morte di Borsellino, dunque, un pezzo di procura si ribella: “Il documento che sfiduciava Giammanco fu preso su iniziativa di Scarpinato a cui si aggiunsero altri colleghi tranne qualcuno che lo riteneva un documento forse troppo avanzato. Era una mossa molto azzardata perché i tempi erano diversi da quelli di oggi, c’erano diverse sensibilità politiche ed era un documento molto coraggioso“.

“Il covo di Riina? La verità processuale parla di un errore” – Durante l’audizione Patronaggio è tornato anche ai momenti successivi all’arresto di Totò Riina, quando da magistrato di turno interviene per andare subito a perquisire il covo. “Non mi faccio trascinare dalla suggestione, la verità processuale parla di un errore, di un problema di carattere tecnico”, ha detto riferendosi ai procedimenti sul mancato blitz nel residence dove abitava il capo dei capi con la famiglia. “I carabinieri brillantemente hanno arrestato Riina in un residence in via Bernini. Hanno portato Riina in caserma, io ero di turno e sono intervenuto subito insieme al procuratore Caselli che si era insediato in quei giorni: ricordo Riina in piedi sotto la foto di Carlo Alberto dalla Chiesa”, ha continuato il pg di Cagliari. “Esperite le formalità, ci fu un vertice nella caserma dei carabinieri, un summit ai massimi livelli. Il generale Mori su indicazione del capitano De Caprio, propose una modalità operativa che per noi era insolita ma che a quanto pare aveva dato i frutti nella lotta al terrorismo, cioè non fare irruzione nel covo ma fare un servizio di osservazione per vedere quello che succedeva”, ha proseguito Patronaggio. “Parliamo di due ufficiali di grandissima esperienza” ha sottolineato l’ex pm di Palermo, aggiungendo che le loro indicazioni non poterono “che trovare accoglimento ancorché la prassi seguita dalla procura di Palermo in questi casi era fare irruzione ed entrare. Ci veniva proposto un altro modo di operare, legittimo, e c’erano rischi oggettivamente, come la fuga di notizie o che potesse andare male qualcosa. Ma accettammo questa impostazione da parte di due ufficiali di altissima qualità”. Poi, però, quando Caselli chiese informazioni ai carabinieri ed emersero le “criticità” nacque una “contrapposizione tra il Ros e la procura di Palermo nella persona di Caselli che, fino lì, aveva avuto un rapporto ottimo con i carabinieri“, ha continuato sempre l’attuale pg di Cagliari. Fu detto “che non era stato possibile tenere sotto controllo il covo, gli uomini della squadra di De Caprio dovevano essere avvicendati e gli stessi filmati non erano stati portati a termine – ricorda – Si sono fatti processi su questa cosa e gli ufficiali dei carabinieri sono sempre stati assolti con formula piena. Si è parlato di un disguido, di una defaillance operativa: questa è la verità processuale acclarata con sentenze passate in giudicato”.

LA TRATTATIVA AZIENDE-MAFIA – I COLOSSI INDUSTRIALI DEL NORD E COSA NOSTRA

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori per “la Verità” martedì 28 novembre 2023.

La pista seguita, trent’anni fa, dal pm di Massa Carrara Augusto Lama portava in riserve di caccia suggestive. Un filone aureo che poteva condurre la magistratura a scoprire con molti anni d’anticipo gli affari della mafia con colossi industriali del Nord Italia. Uno in particolare con forti addentellati a sinistra, il Gruppo Ferruzzi, allora guidato da Raul Gardini. Quando Falcone diceva «la mafia è entrata in Borsa» pare proprio si riferisse ai rapporti di tale holding con la Piovra. 

Ma le indagini di Lama a un certo punto vennero fermate e le intercettazioni, da lui disposte, inviate a Palermo. Dove un pm ordinò di distruggerle. Ma, si scopre adesso, che parte di quegli audio si salvarono e potrebbero spalancare nuovi scenari. Oggi nella caserma Salvo D’Acquisto di Roma […] verrà effettuato un accertamento tecnico non ripetibile disposto dalla Procura di Caltanissetta nell’ambito del procedimento sulle stragi palermitane del 1992 e delegato al Reparto investigativo scientifico (Ris) dei Carabinieri.

L’accertamento avrà a oggetto parte delle bobine con le intercettazioni disposte nel 1990 e nel 1991 da Lama in un procedimento poi trasmesso, il 4 aprile 1992, alla Procura della Repubblica di Palermo dove fu assegnato, dal procuratore Pietro Giammanco al pubblico ministero Gioacchino Natoli che provvide subito a farlo archiviare. 

Inoltre, il 25 giugno 1992, quindi dopo l’omicidio di Giovanni Falcone e 24 giorni prima di quello di Paolo Borsellino, dispose «la smagnetizzazione dei nastri relativi alle intercettazioni telefoniche e/o ambientali disposte» e ordinando in un secondo momento, con scritta a mano, anche «la distruzione dei brogliacci».

Ma per un caso fortuito la Procura di Palermo non ha cancellato tutto. L’attuale capo dell’ufficio, Maurizio De Lucia, spiega: «Le bobine? Le abbiamo date a Caltanissetta che ce le ha recentemente chieste, infatti, non tutto quello che deve essere distrutto viene eliminato e questo accade con una certa frequenza… abbiamo fatto un approfondimento e alcune cose le abbiamo trovate». Quindi è una coincidenza? «Sostanzialmente sì». 

[…] Fatto sta che per la Procura nissena che sta indagando sulle vere cause della morte di Borsellino potrebbe essere materiale davvero interessante, sebbene siano state rinvenute solo alcune bobine. L’autorità giudiziaria di Caltanisetta nel 2003 aveva archiviato il procedimento sulle stragi indicando tra le motivazioni, tra l’altro, la mancanza delle intercettazioni di Massa Carrara. Sarebbe interessante sapere se, all’epoca, qualcuno le avesse chieste e soprattutto se a Palermo le avessero cercate.

Sull’importanza del procedimento istruito da Lama e sulla particolarità dell’iniziativa adottata da Natoli, […] ha insistito anche l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino e marito di Lucia, figlia maggiore del giudice ucciso. Trizzino ha infatti fortemente stigmatizzato la condotta di Natoli evidenziando come si tratti di un provvedimento del tutto sui generis, mai ripetuto né prima né dopo, poiché i procedimenti archiviati possono per legge sempre essere riaperti, e perché aveva a oggetto un’indagine, quella di Massa Carrara, di eccezionale importanza visto che documentava […] «presunte infiltrazioni mafiose nelle zone marmifere di Carrara attraverso il controllo della aziende Sam e Imeg».

Un interesse che non riguardava solo il marmo, ma anche i suoi scarti che venivano utilizzati in numerosi e lucrosi altri processi industriali. L’indagine di Lama era nata casualmente durante l’estate del 1990 a margine di una controversia amministrativa sorta tra il Comune di Carrara e le due società Industrie marmi e graniti Spa (Imeg) e Società apuana marmi (Sam) concessionarie di circa il 50% dei cosiddetti agri marmiferi delle Apuane, quando il segretario del Consorzio cave di Carrara Franco Ravani riferì agli inquirenti che «di fatto le due società sarebbero state controllate da personaggi siciliani vicini a un gruppo mafioso».

Le dichiarazioni di Ravani furono confermate dal ragionier Alessandro Palmucci, già funzionario della Montecatini marmi Spa e poi della stessa Imeg, il quale ha ricostruito gli eventi che avevano portato una famiglia di Cosa Nostra palermitana, quella dei fratelli Salvatore, Giuseppe e Antonino Buscemi, a controllare le cave del prezioso marmo di Carrara. 

Palmucci riferì che alcune concessioni erano già state parzialmente vendute nel 1972 a un imprenditore trapanese, una cessione fortemente contestata dai sindacati e con strascichi giudiziari tanto che intervenne lo Stato con l’Iri e con la partecipata Egam. Questa costituì le già citate Imeg e la controllata Sam.

Nel 1982 l’Iri di Romano Prodi liquida l’Egam, con la sua partecipazione nelle ditte successivamente al centro dell’inchiesta, che viene trasferita all’Eni, altra azienda di Stato. Dopo pochi anni, nel 1986, l’Eni di Franco Reviglio decide di dismettere e affida ai «dirigenti di Stato» Vito Gamberale e Vito Piscicelli il compito di «privatizzare», cosa che i due fecero attraverso una massiccia svalutazione delle merci che si trovavano nei magazzini di Imeg e Sam. 

A questo punto la Imeg e la Sam viene ceduto a prezzo di saldo alla Calcestruzzi Ravenna Spa, del Gruppo Ferruzzi, allora diretta dall’ex partigiano rosso Lorenzo Panzavolta, definito da Gardini «uomo d’ordine e di calcestruzzo», che nell’indagine milanese confessò una tangente da 600 milioni pagata al dirigente comunista Primo Greganti.

Dal 1987 al 1990 […] Imeg e Sam hanno quasi come esclusivo cliente della produzione marmifera la piccola società palermitana Generale impianti. Appreso ciò Lama dispose indagini con la Guardia di finanza coinvolgendo anche reparti di Bologna, Ravenna e soprattutto Palermo. Dopo oltre un anno di investigazioni, […] Lama accertò che la ditta di Palermo faceva capo alla famiglia mafiosa dei fratelli Buscemi e in parte anche alla famiglia Bonura, reggenti per conto di Totò Riina di un mandamento palermitano.

Lama interrogò personalmente il pentito Antonino Calderone che confermò la pista riconoscendo in foto i fratelli Buscemi come capimafia. Il pm accertò anche che a gestire le cave a Carrara, Cosa nostra aveva mandato il geometra Girolamo Cimino, cognato di Antonino Buscemi, nominato amministratore unico della Sam, manager che di fatto dirigeva anche la Imeg.

Nonostante questo quadro il pm palermitano Natoli l’1 giugno del 1992 chiese l’archiviazione del fascicolo originato in Toscana, istanza che fu accolta a tempo di record, nonostante il Ros di Mario Mori e Giuseppe De Donno avesse accertato in maniera del tutto indipendente gli «interessi» della Cupola nella cave di marmo di Carrara. […]

Alla fine, ed è proprio l’aspetto più significativo, l’unico magistrato a subire provvedimenti da parte del Csm fu proprio Lama, il quale per avere fatto dichiarazioni sui media sugli interessi mafiosi nelle cave di Carrara fu sottoposto dall’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli a procedimento disciplinare. 

«Per questo dovetti lasciare il fascicolo e il mio procuratore lo mandò a Palermo dove fece la fine che ha fatto» ci spiega Lama, 71 anni, romano, ma toscano di adozione. […] «Io ingenuamente pensai di rilasciare delle dichiarazioni alla stampa per far parlare, come si dice in gergo, i telefoni, cioè per stimolare le conversazioni di chi era nel perimetro dell’indagine.

Ma per questo l’avvocato del Gruppo Ferruzzi presentò un esposto e per questo Martelli inviò gli ispettori. Io dovetti astenermi per difendermi e il fascicolo mi fu tolto. Il procedimento disciplinare è durato 20 mesi e si è concluso con la mia assoluzione, anche perché le informazioni che avevo dato erano assolutamente generiche». 

Pensa che Martelli sia stato sollecitato in tal senso da Gardini, all’epoca ancora potente imprenditore e finanziatore dei partiti? «Io questa circostanza l’ho appresa dalle recenti dichiarazioni dell’avvocato Trizzino davanti alla Commissione parlamentare antimafia».

Lei indagò su Gardini e su Panzavolta? «Non ebbi il tempo di farlo, quel procedimento mi fu sottratto velocemente, ma le indagini puntavano in quella direzione e naturalmente anche verso i membri di Cosa nostra, soci in affari della Calcestruzzi Ravenna Spa». 

Lei non era iscritto ad alcuna corrente e aveva indagato anche su un traffico d’armi dei palestinesi dell’Olp, non è che aveva troppi nemici a sinistra? «Certo le mie simpatie politiche non andavano in quella direzione ed ero cordialmente ricambiato. Ma in quel momento stavo solo facendo il mio lavoro. Probabilmente ho toccato interessi troppo grandi».

Alla fine ha lasciato la Procura di Massa Carrara…

«Decisi di trasferirmi nell’ufficio di Lucca per allontanarmi da un clima di ostilità e diffidenza che avvertivo da parte dei miei diretti superiori nel distretto. Ho chiuso la carriera facendo per 17 anni il giudice del lavoro». 

Non trova curioso che l’indagine che andava verso il gruppo Ferruzzi si sia conclusa con il suo allontanamento, mentre quelle su Silvio Berlusconi non hanno incontrato soverchi ostacoli?

«Tra i miei colleghi c’era un evidente maggiore interesse investigativo sui presunti rapporti d’affari di Berlusconi con Cosa nostra piuttosto che le relazioni pericolose di altri potentati economici di area politica diversa che potevano rientrare nell’indagine mafia-appalti, di cui la mia era una costola e che in quel momento storico non fu approfondita».

MAFIA. Via D’Amelio, a “Far West” la verità ritrovata sul dossier mafia-appalti. In prima serata su Rai3 il filo che lega Tangentopoli alla strage in cui morì Borsellino. Il suo interessamento al dossier dei Ros e il collegamento con le indagini, neutralizzate, condotte dal giudice di Massa Carrara. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 28 novembre 2023

L'interessamento di Paolo Borsellino nell'indagine su mafia-appalti, avviata su spinta di Giovanni Falcone e condotta dagli ex Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno; la sua probabile scoperta di alcuni servi infedeli dello Stato all’interno della procura di Palermo definita da lui stesso un “nido di vipere”. L'indagine contestuale svolta dal giudice Augusto Lama di Massa Carrara, affiancato dal suo braccio destro, il maresciallo della Guardia di Finanza Franco Angeloni, che avrebbe dovuto incrociarsi (ma non accadde nel biennio 91-92) con il dossier mafia-appalti avendo punti di contatto in comune. Quali? Personaggi chiave come i mafiosi Antonino Buscemi e Giuseppe Lipari che - ha osservato con indignazione l'avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli di Borsellino, indicando le dichiarazioni passate di diversi pentiti come Angelo Siino e Giovanni Brusca – avrebbero goduto di coperture quando Borsellino era ancora in vita. Il primo sospettato è l'allora procuratore capo Pietro Giammanco ed eventuali suoi sottoposti.

Questo e altro è stato presentato per la prima volta, dopo 31 anni di depistaggi anche mediatici, in prima serata su Rai Tre nel nuovo programma “Far West” condotto da Salvo Sottile. Una ricostruzione che ha messo in fila i fatti nudi e crudi, senza alcuna suggestione, come purtroppo è abituata l'opinione pubblica, ma attraverso testimonianze autorevoli e fonti documentali. Molto interessante e significativa l'autorevole testimonianza del procuratore generale Luigi Patronaggio, che non solo ha ricordato il clima ostile sotto la procura guidata da Giammanco, ma ha anche confermato ciò che disse al Csm una settimana dopo la strage di Via D'Amelio: i rilievi di Borsellino durante la sua ultima riunione del 14 luglio 1992 sulla conduzione del dossier mafia-appalti, facendosi ambasciatore delle lamentele dei Ros. Il pg antimafia Patronaggio ha anche ricordato di essere stato uno dei due pm di turno il giorno della strage. L'avvocato Trizzino, presente in studio con il giornalista di Repubblica Lirio Abbate, ha osservato che Patronaggio e altri magistrati non sono mai stati sentiti dalla procura nissena, nonostante le loro testimonianze significative e utili per le indagini.

Come, d'altronde, non è mai stato sentito il giudice Augusto Lama di Massa Carrara. Per la prima volta, anche lui è stato intervistato in un programma nazionale in prima serata. Eppure è una testimonianza fondamentale per comprendere le cause delle stragi mafiose. Alla domanda, posta dal giornalista di “Far West”, se la morte di Borsellino sia legata al suo interessamento sul rapporto tra mafia e grande imprenditoria, il giudice Lama risponde senza mezzi termini: «Io penso proprio di sì, anche considerando la forza di quello che dovetti subire io, il tentativo di delegittimarmi credo che dimostrasse l'importanza di questo mio filone di indagine». Sì, perché come ha spiegato sempre Lama, durante la sua indagine si crearono problemi e fughe di notizie, tanto da determinare l'intervento dell'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli. Finì sul mirino di un'indagine ministeriale, ma anche se non portò a nulla fu costretto ad astenersi dalle indagini. «Il mio procuratore di allora», prosegue sempre Lama, «trasmise il fascicolo alla procura di Palermo, che poi, come ho saputo, ha archiviato insieme alla prima informativa su mafia-appalti degli ex Ros (il dossier parlava anch'esso dei Buscemi e degli interessi con la Ferruzzi Gardini, ndr) che sarebbe dovuto confluire con le mie stesse indagini».

Per capire meglio,cerchiamo di inquadrare il contesto, come documentato dal programma condotto da Sottile. Siamo agli inizi degli anni 90. Mentre era già stato depositato il dossier mafia-appalti, dove, appunto, compariva anche la Calcestruzzi Spa, ovvero il colosso delle opere pubbliche, leader italiano del settore posseduto dall'ancora più potente famiglia Ferruzzi e controllato da Totò Riina, come confermò il pentito Leonardo Messina a Borsellino, arrivò sul tavolo della procura di Palermo il secondo fascicolo, quello appunto di Augusto Lama. Cosa aveva scoperto grazie alla tenacia investigativa del maresciallo Angeloni? Intuì il legame tra la mafia siciliana e il gruppo Ferruzzi-Gardini, all'epoca proprietario di Sam e Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. All'epoca Gardini ebbe dall'Eni un'offerta di favore. Il primo grande affare si presentò con un contratto per la desolfazione delle centrali Enel, per cui il carbonato di calcio di Carrara era essenziale. Il valore del contratto era di tremila miliardi di lire di allora. Eravamo alla fine degli anni Ottanta. Ma poi, invece, tutto precipitò.

A Carrara, le cose non andavano bene. Antonino Buscemi aveva preso il controllo delle cave e a gestirle aveva mandato il cognato, Girolamo Cimino. Più un altro parente, Rosario Spera. I siciliani cominciarono a porre condizioni vessatorie ai cavatori, che trovarono come unico difensore il loro presidente onorario, il comandante partigiano della zona, Memo Brucellaria. Fu allora che il procuratore Augusto Lama cominciò ad indagare. Attraverso quelle intercettazioni, come documenta il maresciallo Angeloni nel suo libro “Gli anni bui della Repubblica”, era possibile sentire una certa agitazione del management del gruppo Ferruzzi, per avere appreso che vi erano delle indagini di mafia a carico di Antonino Buscemi, socio per l'appunto del gruppo Ferruzzi. Inoltre, sembrerebbe emergere che qualcuno appartenente a un'autorità giudiziaria era giunto da Palermo a dare tale informazione. Interessante la testimonianza del maresciallo riportata durante la trasmissione “Far West”. Angeloni afferma di aver inviato circa 27 bobine di intercettazioni alla procura di Palermo. Come mai non le hanno ritenute di interesse? Non si comprende se sono quelle, come risulta dall'atto di provvedimento della procura di Palermo del 25 giugno 1992, di cui si dispone la smagnetizzazione delle bobine e la distruzione dei brogliacci delle intercettazioni. Fatto sta che da poco sono state ritrovate alcune bobine nei meandri della procura palermitana. Ora toccherà alla procura nissena ricostruire il quadro.

Ma si tratta di un quadro, come ha ben spiegato l'avvocato Trizzino in trasmissione, che in realtà era abbastanza delineato almeno venti anni fa. Si è perso troppo tempo. Per 31 anni siamo stati abituati a sentire narrazioni fantasiose e inconcludenti, ma molto accattivanti. Penso, ad esempio, a Report, che ha trattato l'omicidio di Paolo Borsellino come se fosse una trama della serie anni 90 “X-Files”. Per la prima volta, in prima serata t, hanno raccontato i fatti nudi e crudi sconosciuti all'opinione pubblica. Una rivincita soprattutto per quelle persone perbene come il magistrato Augusto Lama, costretto a occuparsi di civile, oppure come il maresciallo Franco Angeloni che ha servito il Paese senza compromessi, o Mario Mori finito nel tritacarne giudiziario per oltre un ventennio. La procura di Caltanissetta sta indagando, mentre la commissione antimafia presieduta da Chiara Colosimo va avanti con le audizioni. Forse sarebbe necessario che venga audito anche Augusto Lama.

La procura di Caltanissetta indaga sull’interessamento di Borsellino al dossier mafia-appalti come causa della sua eliminazione. Sentiti già dei testi, tra cui l’ex Ros De Donno Dal 2018 “ Il Dubbio” ha condotto una inchiesta giornalistica sulla vicenda. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 29 luglio 2022

Da qualche settimana la procura di Caltanissetta guidata dal Procuratore capo Salvatore De Luca ha riaperto l’inchiesta sul filone “mafia appalti” come causa scatenante che portò all’accelerazione della strage di Via D’Amelio dove perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. A rivelarlo è l’agenzia Adnkronos a firma di Elvira Terranova. Le bocche in procura sono cucite, l'indagine è top secret, ma come apprende l'Adnkronos, il pool stragi da qualche settimana sta scandagliando le vicende legate al procedimento del dossier mafia-appalti redatti dai Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno sotto il coordinamento di Giovanni Falcone.

Tutte le sentenze hanno accertato l'interessamento di Falcone e Borsellino a mafia-appalti

I magistrati che coordinano l'inchiesta, tra cui la pm Claudia Pasciuti, guidati dal Procuratore capo Salvatore De Luca, di recente – come rivela l’Adnkronos - hanno anche fatto i primi interrogatori. Compresi quelli top secret. Tra le persone sentite, spicca in particolare il nome del colonnello Giuseppe De Donno. Cioè, colui che allora giovane capitano, condusse l'inchiesta su mafia-appalti con il suo diretto superiore al Ros, l'allora colonnello Mario Mori. Che l’interessamento dei giudici Falcone e Borsellino riguardante il dossier mafia-appalti sia stata una concausa delle stragi, questo è accertato da tutte le sentenze. Quest’ultime hanno individuato un movente ben preciso. Sono diversi i passaggi cristallizzati nelle motivazioni. C’è quello di Giovanni Brusca che, nelle udienze degli anni passati, disse che, in seno a Cosa nostra, sussisteva la preoccupazione che Falcone, divenendo Procuratore Nazionale Antimafia, potesse imprimere un impulso alle investigazioni nel settore inerente la gestione illecita degli appalti.

Falcone aveva compreso la rilevanza strategica del settore appalti

C’è quello del pentito Angelo Siino, che sosteneva che le cause della sua eliminazione andavano cercate nelle indagini promosse dal magistrato nel settore della gestione illecita degli appalti, verso cui aveva mostrato un “crescendo di interessi”. Difatti – si legge nelle sentenze - in Cosa nostra, e, in particolare, da parte di Pino Lipari e Antonino Buscemi, era cresciuta la consapevolezza che Falcone avesse compreso la rilevanza strategica del settore appalti e che intendesse approfondirne gli aspetti: «questo sa tutte cose, questo ci vuole consumare» (pag. 74, ud. del 17 novembre 1999).Ed è proprio quell’Antonino Buscemi, il colletto bianco mafioso, che era entrato in società con la calcestruzzi della Ferruzzi Gardini a lanciare l’allarme anche per quanto riguarda le esternazioni di Falcone durante un convegno pubblico proprio su criminalità e appalti. Un convegno, marzo 1991, dove evocò chiaramente l’inchiesta mafia-appalti che era ancora in corso. Il dossier fu depositato in procura su volere di Falcone stesso il 20 febbraio 1991. Peraltro, anche Giuseppe Madonia aveva manifestato il convincimento che Falcone aveva compreso i legami tra mafia, politica e settori imprenditoriali. Siino, con riferimento all’eliminazione di Borsellino, ha inoltre aggiunto che Salvatore Montalto, durante la comune detenzione nel carcere di Termini Imerese, facendo riferimento agli appalti, gli aveva detto: «ma a chistu cu cìu purtava a parlare di determinate cose».

Borsellino aveva detto a varie persone che quella degli appalti era una pista da seguire

Borsellino, infatti, nel periodo immediatamente successivo alla strage di Capaci, aveva esternato a diverse persone, oltre all’intervista del giornalista Luca Rossi, che una pista da seguire era quella degli appalti. A distanza di 30 anni, però non si è mai fatto chiarezza su un punto. Diversi pentiti hanno affermato che sia Pino Lipari che Antonino Buscemi avevano un canale aperto con un magistrato della procura di Palermo. Alla sentenza d'appello del 2000 sulla strage di Capaci, tra gli altri, vengono riportate le testimonianze di due pentiti. Una è quella di Siino: «Sul punto, Angelo Siino, il quale, pur non rivestendo il ruolo di uomo d’onore, ha impostato la propria esistenza criminale, all’interno dell’ambiente imprenditoriale-politico-mafioso, ha evidenziato di avere appreso che Pino Lipari aveva contattato l’onorevole Mario D’Acquisto affinché intervenisse nei confronti dell’allora Procuratore della Repubblica di Palermo, al fine di neutralizzare le indagini trasfuse nel rapporto c.d. “mafia-appalti” e in quelle che si potevano stimolare in esito a tali risultanze».

I Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese al gruppo Ferruzzi

Le motivazioni riportano anche la versione di Brusca: «Quanto ai rapporti tra i fratelli Buscemi, il gruppo Ferruzzi-Gardini e l’ing. Bini, Brusca ha evidenziato di avere appreso da Salvatore Riina che, a seguito della legge Rognoni-La Torre, i Buscemi avevano ceduto fittiziamente le imprese (la cava Bigliemi e una Soc. Calcestruzzi) al gruppo Ferruzzi; che Antonino Buscemi era rimasto all’interno della struttura societaria come impiegato; che l’ing. Bini rappresentava il gruppo in Sicilia e la Calcestruzzi S.p.A.; che i fratelli Buscemi si “tenevano in mano…… questo gruppo imprenditoriale in maniera molto forte” e potevano contare sulla disponibilità di un magistrato appartenente alla Procura di Palermo, di cui non ha voluto rivelare il nome; che Salvatore Riina, in epoca precedente all’interesse per l’impresa Reale, si era lamentato del fatto che i Buscemi non mettevano a disposizione dell’intera organizzazione i loro referenti».

Dal 2018 Il Dubbio si interessa alla vicenda del dossier mafia-appalti

Il Dubbio, fin dal 2018, ha condotto una inchiesta giornalistica sulla questione del dossier mafia-appalti. “Mandanti occulti bis” dei primi anni 2000 a parte, in questi lunghissimi anni non sono mai state riaperte le indagini nonostante siano venuti fuori nuovi elementi come le audizioni al Csm di fine luglio 1992 dove emerge con chiarezza che cinque giorni prima della strage, il giudice Borsellino partecipò a una assemblea straordinaria indetta dall’allora capo procuratore capo Pietro Giammanco. Una assemblea, come dirà il magistrato Vincenza Sabatino, inusuale e mai accaduta prima. Dalle audizioni di alcuni magistrati emerge che Borsellino avrebbe fatto dei rilievi su come i suoi colleghi, titolari dell’indagine, avrebbero condotto il procedimento. Addirittura, come dirà il magistrato Nico Gozzo, si sarebbe respirata aria di tensione.

Gli omicidi di Salvo Lima e del maresciallo Guazzelli per Borsellino sono legati a mafia-appalti

Ed è lo stesso Borsellino, come si evince dalle parole dell’allora pm Vittorio Teresi nel verbale di sommarie informazioni del 7 dicembre 1992, a dire che a suo parere sia l’omicidio su ordine di Totò Riina dell’europarlamentare Salvo Lima che quello del maresciallo Guazzelli sono legati alla questione del dossier mafia-appalti perché si sarebbero rifiutati di intervenire per cauterizzare il procedimento mafia appalti. Da tempo sia Fiammetta Borsellino che il legale della famiglia Fabio Trizzino, chiedono di sviscerare cosa sia accaduto nel biennio del 91-92 all’interno del “nido di vipere”(definizione di Borsellino riferendosi alla procura di Palermo) e soprattutto quando fu depositata la richiesta di archiviazione del dossier mafia-appalti mentre - come ha detto l'avvocato Trizzino al processo depistaggi – «stavano ancora chiudendo la bara di Paolo Borsellino e dei suoi angeli custodi».

Mafia-appalti, quel fascicolo archiviato su Gardini. Mafia- appalti. Inviato ad agosto del ’ 91 dalla procura di Massa Carrara, ma il primo giugno del 1992 fu archiviato e le relative intercettazioni furono smagnetizzate Damiano Aliprandi su Il Dubbio 15 novembre 2019

Dietro le stragi del 1992- 93 ci sarebbe stata la volontà di Cosa nostra di impedire ogni inchiesta sul monopolio degli appalti, ed è quello che era emerso in una vecchia inchiesta della Procura di Caltanissetta che però chiese l’archiviazione in mancanza di elementi idonei a sostenere in giudizio l'accusa a carico dei cosiddetti “mandanti occulti”. L’inchiesta sul famoso dossier mafia- appalti subì la stessa sorte a Palermo a pochi giorni dalla strage di via D’Amelio.

A questo si aggiunge un altro fascicolo, arrivato nell’agosto del 1991 alla Procura di Palermo a firma di Augusto Lama, l’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Massa Carrara, che riguardava presunti rapporti tra la mafia siciliana e il gruppo Ferruzzi, all'epoca proprietario della Sam- Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. Anche questo fascicolo, però, fu archiviato a Palermo il primo giugno del 1992, subito dopo la strage di Capaci e le relative intercettazioni furono smagnetizzate.

L’ipotesi che dietro le stragi ci sia stata la volontà di fermare le inchieste sui rapporti tra imprenditori e mafia rimane ancora a galla, confermata d'altronde nella sentenza n. 24/ 2006 della Corte di Assise di Appello di Catania e confermata in Cassazione. Parliamo di una sentenza che riguarda esattamente i processi per le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Scrivono i giudici che Falcone e Borsellino erano “pericolosi nemici” di Cosa nostra in funzione della loro «persistente azione giudiziaria svolta contro l’organizzazione mafiosa» e in particolare con riguardo al disturbo che recavano ai potentati economici sulla spartizione degli appalti.

Motivo della “pericolosità” di Borsellino? La notizia che egli potesse prendere il posto di Falcone nel seguire il filone degli appalti. Tale ipotesi è stata anche riportata, come oramai è noto, nella motivazione della sentenza di primo grado del Borsellino quater. A differenza, però, della motivazione della sentenza di primo grado sulla presunta trattativa Stato- mafia dove si legge che non vi è la «certezza che Borsellino possa aver avuto il tempo di leggere il rapporto mafiaappalti e di farsi, quindi, un’idea delle questioni connesse».

I fatti però sembrano dire altro. Non solo Borsellino, quando era ancora alla procura di Marsala, chiese subito copia del dossier mafia- appalti redatto dagli ex Ros e depositato nella cassaforte della Procura di Palermo sotto spinta di Giovanni Falcone, ma mosse dei passi concreti per indagare informalmente sulla questione, tanto da incontrarsi in caserma con il generale dei Ros Mario Mori e Giuseppe De Donno per ordinargli di proseguire le indagini e riferire esclusivamente a lui.

MAFIA – IMPRESE NAZIONALI E LE BOMBE

Il dossier - mafia appalti fu archiviato dopo la strage di via D’Amelio. Dagli atti emerge che la richiesta, scritta nel 13 luglio 1992 dalla Procura palermitana, fu vistata dal Procuratore Capo e inviata al Gip il 22 luglio. L’archiviazione fu disposta il successivo 14 agosto dello stesso anno, con la motivazione «ritenuto che vanno condivise le argomentazioni del Pm e che devono ritenersi integralmente trascritte» .

Nel dossier compaiono diverse aziende che avrebbero avuto legami con la mafia di Totò Riina, comprese quelle nazionali. Tra le quali emerge anche il coinvolgimento della Calcestruzzi Spa di Raul Gardini. Tra l’altro, lo stesso Borsellino, ebbe conferma del coinvolgimento di tale impresa durante l’interrogatorio del primo luglio del 92 reso dal pentito Leonardo Messina. Viene alla mente la frase pronunciata dal suo amico Falcone quando il gruppo Ferruzzi venne quotato a Piazza Affari: «La mafia è entrata in borsa».

Fu il periodo in cui il gruppo Ferruzzi - in pochi anni comprato e trasformato da Raul Gardini in un gruppo prevalentemente industriale -, unito con la Montedison divenne il secondo gruppo industriale privato italiano con ricavi per circa 20.000 miliardi di lire, con 52.000 dipendenti e più di 200 stabilimenti in tutto il mondo.

I rapporti tra Ferruzzi e mafia sono stati ben argomentati nelle 45 pagine della richiesta di archiviazione presentata il 9 giugno 2003 dall'allora procuratore capo di Caltanissetta Francesco Messineo al gip nisseno per uno dei filoni di inchiesta sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, nel quale si è affrontato, tra l’altro, anche il suicidio di Gardini.

In questo atto la Procura di Caltanissetta ha affermato che per interpretare gli omicidi dei due giudici risultano importanti le dichiarazioni del pentito Angelo Siino, considerato il ' ministro dei lavori pubblici di Cosa nostra', che indicavano la Calcestruzzi come la società che si prestava a favorire gli interessi della mafia. La ditta, in particolare, avrebbe partecipato alla maxi speculazione di Pizzo Sella, la magnifica collina che sovrasta il golfo di Palermo, costruendovi 314 ville completamente abusive, simbolo dello strapotere mafioso sulla città.

Sembra che Falcone e Borsellino avessero scoperto l’interesse strategico nutrito da Cosa Nostra per la gestione degli appalti pubblici. Gli appalti pare fossero così importanti per la mafia anche ai magistrati nisseni che, nell’inchiesta chiamata “mandanti occulti”, gettarono un’ombra sul timore che Cosa nostra sembrava avere sulla prosecuzione delle indagini.

D’altronde, ricordiamo, l’ex pm Antonio Di Pietro ricevette l’informativa di essere sotto minaccia mafiosa. Lui che, in piena tangentopoli, avrebbe dovuto sentire Raul Gardini, ma quest’ultimo si suicidò il 23 luglio del 1993. La bomba mafiosa di Milano, esplosa all'indomani dei funerali in via Palestro, ha qualche legame con ciò? Non si sa, ma dagli atti risulta che gli attentatori sbagliarono bersaglio di alcune centinaia di metri. E Palazzo Belgioioso, residenza di Gardini, era poco lontano.

A guidare Gardini in quest'affare tutto ancora da chiarire sarebbe stato un vecchio socio di suo suocero Serafino Ferruzzi, Lorenzo Panzavolta, detto ' Il Panzer', comandante partigiano, dirigente delle cooperative rosse di Ravenna e presidente della Calcestruzzi, il quale gli avrebbe spiegato che per questa società c'era la possibilità di prendersi tutti gli appalti pubblici siciliani, alleandosi, però, con i fratelli Antonino e Salvatore Buscemi, molto legati a Totò Riina, che dal 1982 entrarono direttamente nella proprietà della ditta. In ballo c'erano investimenti miliardari e relazioni fondamentali per il potere mafioso, che andavano quindi difese a tutti i costi.

DA MASSA CARRARA A PALERMO

Ritornando agli inizi anni 90, mentre era già stato depositato il dossier mafia- appalti dove, appunto, compariva la Calcestruzzi Spa, ovvero il colosso delle opere pubbliche, leader italiano del settore posseduto dall'ancora più potente famiglia Ferruzzi ma, secondo anche il pentito Messina, controllato da Totò Riina -, arrivò sul tavolo della procura di Palermo un secondo fascicolo a firma di Augusto Lama, l’allora sostituto procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Massa Carrara.

Cosa aveva scoperto? Intuì il legame tra la mafia siciliana ed il gruppo Ferruzzi, all'epoca proprietario della Sam- Imeg, due società che controllavano il 65% delle cave e della lavorazione del marmo di Carrara. All’epoca Gardini ebbe dall'Eni un'offerta di favore. Il primo grande affare si presentò con un contratto per la desolfazione delle centrali Enel, per cui il carbonato di calcio di Carrara era essenziale. Valore del contratto era di tremila miliardi di lire di allora. Eravamo alla fine degli anni Ottanta. Ma poi, invece, tutto precipitò.

A Carrara, le cose non andavano bene. Antonino Buscemi aveva preso il controllo delle cave e a gestirle aveva mandato il cognato, Girolamo Cimino. Più un altro parente, Rosario Spera. I siciliani cominciarono a porre condizioni vessatorie ai cavatori, che trovarono come unico difensore il loro presidente onorario, il comandante partigiano della zona, Memo Brucellaria. Fu allora che il procuratore Augusto Lama cominciò ad indagare.

Per competenza, nell’agosto del 1991, il fascicolo fu trasferito alla Procura di Palermo. ll procedimento iniziato a Massa Carrara, a carico di Antonino Buscemi, fu però archiviato a Palermo il primo giugno del 1992, subito dopo la strage di Capaci e le relative intercettazioni furono smagnetizzate. Sempre nell’inchiesta “mandanti occulti”, il pm nisseno ha sottolineato che la magistratura palermitana, in quel periodo ben preciso «probabilmente per il limitato bagaglio di conoscenze a disposizione, non attribuì soverchia importanza alla connessione Buscemi- Gruppo Ferruzzi».

Mafia-appalti, sparito il pentito che parlò a Borsellino del coinvolgimento di Raul Gardini. In esclusiva I contenuti dei verbali dell’interrogatorio a Leonardo Messina. Anche in un’audizione della commissione antimafia, presieduta da Luciano Violante, alla domanda se nella gestione mafiosa ci fossero ditte nazionali rispose: «La calcestruzzi spa di Riina». DAMIANO ALIPRANDI su Il Dubbio il 25 ottobre 2019

Testimonianze, prove documentali, sentenze definitive e audizioni del Consiglio superiore della magistratura rese dai magistrati della procura di Palermo tra il 28 e il 31 luglio 1992, provano inequivocabilmente che Paolo Borsellino si interessava, anche se non formalmente visto che ancora non aveva ottenuto la delega, dell’indagine contenuta nel dossier mafia- appalti. Tale informativa, ricordiamo, è scaturita da un’inchiesta condotta, tra la fine degli anni 80 e il 1992, dai carabinieri del Ros guidati dall’allora colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno.

Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un comitato d’affari, gestito dalla mafia e con profondi legami con esponenti della politica e dell’imprenditoria di rilievo nazionale, per la spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. Il 20 febbraio 1991, i carabinieri del Ros depositarono alla procura di Palermo l’informativa mafia- appalti relativa alla prima parte delle indagini, su esplicita richiesta di Giovanni Falcone, che all’epoca stava passando dalla procura di Palermo alla Direzione degli affari penali del ministero della Giustizia. Lo stesso Falcone, anche pubblicamente durante il famoso convegno del 15 marzo del 1991 al Castel Utveggio di Palermo, disse che quell’indagine era di vitale importanza che non era confinata solamente a una questione “regionale”.

Paolo Borsellino era convinto che la causa della morte di Falcone, ma anche di altri delitti di mafia come l’omicidio dell’ex democristiano Salvo Lima, fosse riconducibile alla questione degli appalti. Lo disse soprattutto allo scrittore e giornalista Luca Rossi durante un’intervista del 2 luglio del 1992. Il nome di Salvo Lima lo ha evocato recentemente anche l’ex pm di Mani Pulite Antonio Di Pietro durante la sua testimonianza resa al processo d’appello sulla presunta trattativa Stato- mafia. Di Pietro ha spiegato che la conferma del collegamento affari- mafia, l’ha avuta «col riscontro della destinazione della tangente Enimont da Raul Gardini ( capo della Calcestruzzi spa), una provvista da 150 miliardi, una gallina dalle uova d’oro, dovevamo trovare i destinatari: l’ultimo che ebbi modo di riscontrare fu Salvo Lima».

La spiegazione sembra evocare l’intuizione che ebbe Paolo Borsellino molto tempo prima di lui. Ma in realtà è più che una intuizione. Borsellino aveva trovato un pentito che non solo gli aveva confermato la questione dell’importanza degli appalti, ma che anche gli aveva dato un riscontro su quello che effettivamente già risultava ben spiegato nel dossier dei Ros: parliamo del coinvolgimento delle imprese del nord, in particolare della Calcestruzzi Spa di Raul Gardini.

Proprio il giorno prima della sua intervista a Luca Rossi, Borsellino aveva interrogato per la seconda volta consecutiva Leonardo Messina, un pentito ritenuto credibile che, come Tommaso Buscetta, aveva raccontato perfettamente la struttura di Cosa Nostra, escludendo il discorso del “terzo livello”, ma evidenziando come la mafia di Totò Riina riusciva a compenetrare nel tessuto economico e politico attraverso la gestione degli appalti pubblici e privati. Leonardo Messina stesso ne è stato un testimone. Il Dubbio è in grado di rivelare i contenuti dei due verbali di interrogatorio.

Il primo si è svolto il 30 giugno del 1992 con la presenza non solo di Borsellino, ma anche del collega Vittorio Aliquò, oltre che dell’ispettore Enrico Lapi e del dirigente della polizia Antonio Manganelli. Leonardo Messina aveva la veste di indagato per 416 bis dalla procura di Caltanissetta. Lo stesso si è dichia- rato uomo d’onore della famiglia di San Cataldo e ha inteso rendere dichiarazioni sulla struttura di Cosa nostra. Nel primo interrogatorio ha spiegato sostanzialmente come venivano elette le rappresentanze, da quelle locali a quelle regionali, non solo siciliane, fino ad arrivare alle rappresentanze mondiali. Ha approfondito come i corleonesi hanno preso il potere in Cosa nostra.

Interessante la sua spiegazione di come riuscì a finire sotto l’ala del boss Giuseppe Madonia. «A Madonia – ha spiegato il pentito a Borsellino - avevo rilevato di essere stato contattato da elementi del Sisde, i quali mi avevano offerto la somma di 400 milioni perché lo facessi catturare». Madonia, quindi, avendo appreso che Messina non si era fatto indurre a tradirlo, lo prese ancora di più in considerazione. In questo modo ebbe la possibilità di saltare le gerarchie e incontrare personaggi “di calibro” come lo stesso Brusca.

Nell’occasione con Brusca – ha raccontato Messina – «si parlò dell’omicidio del capitano D’Aleo che si vantava di averlo fatto eliminare poiché costui lo aveva schiaffeggiato in occasione di un suo fermo in caserma. Disse che gli avevano tirato una fucilata in faccia!». Il pentito Messina racconta anche di Giovanni Falcone. «Brusca – ha spiegato Messina – pur mostrandosi al corrente dei suoi movimenti, e infatti accennava alle sue frequentazioni presso una pizzeria insieme alla scorta, diceva che in quel momento non era il caso di passare alla sua sentenza di morte».

Leonardo Messina poi affronta nel resto dei suoi due interrogatori– soprattutto nel verbale del primo luglio 1992 - la questione mafia- appalti. A lui stesso Madonia gli ha affidato la questione dell’appalto dei lavori dell’istituto tecnico per geometri di Caltanissetta e lo ha messo in contatto con Angelo Siino, considerato “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina. Il pentito ha spiegato dettagliatamente come funzionava la spartizione degli appalti e ha anche sottolineato come la mafia intimidiva gli imprenditori fino ad ucciderli se non sottostavano alle condizioni dettate. Ha spiegato come i corleonesi curavano che i vari appalti fossero distribuiti equamente fra le ditte interessate, in modo da realizzare congrui guadagni attraverso un sistema predeterminato di tangenti a percentuali sull’importo dei lavori. Percentuali che variavano a seconda del tipo dei lavori da eseguire e secondo se si tratti di appalti pubblici o privati. Fa nomi e cognomi Messina, anche di parlamentari dell’epoca e imprese. Parla anche di Salvo Lima, che aiutò un personaggio di rilievo nel favorire una impresa per introdurla nella miniera Pasquasia. «In tale miniera – ha spiegato Messina – non lavorano solo ditte in mano alla mafia, ma anche singoli dipendenti mafiosi», i quali potevano acquisire con facilità anche del materiale per l’esplosivo.

Leonardo Messina, a quel punto fa una rivelazione scottante. «Totò Riina è il maggiore interessato della Calcestruzzi Spa che agisce in campo nazionale». Messina lo aveva appreso perché si era lamentato che aveva ricevuto pochi soldi per un appalto che valeva miliardi. “L’ambasciatore” di Madonia gli rispose di lasciar perdere, perché c’erano gli interessi di Riina tramite la Calcestruzzi spa di Gardini.

Paolo Borsellino, per la prima volta, trovò un riscontro su quanto aveva già appreso dal dossier mafia- appalti, che aveva ben evidenziato il ruolo dell’azienda del nord. Lo stesso Leonardo Messina, qualche tempo dopo, lo ribadì in un’audizione della commissione Antimafia presieduta da Luciano Violante. Alla domanda se nella gestione mafiosa degli appalti ci fossero ditte nazionali, Messina rispose con un’affermazione inquietante: «La Calcestruzzi Spa di Riina».

Leonardo Messina è un testimone considerato importante da Borsellino, così come, in seguito, da altri magistrati. Il pentito ha ribadito l’importanza della gestione degli appalti anche nel 2013, sentito al processo di primo grado sulla presunta trattativa Stato- mafia. Messina avrebbe dovuto deporre – assieme ad Angelo Siino ( assente per gravi motivi di salute) – a settembre scorso anche nel processo di Caltanissetta relativo al latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Ma il pentito Leonardo Messina non è più reperibile da qualche tempo. È come se fosse scomparso nel buio: gli inquirenti stessi si dicono preoccupati.

Stragi di mafia: così Report (e non solo) “suggestiona” pentiti ed ergastolani. “Io parlo di quello che ho sentito in televisione, sia in un programma televisivo su la7 (Atlantide ndr) sia su Rai3”. Dalla pista nera alle donne bionde, ecco il racconto degli ex mafiosi stragisti sentendo la Tv. E qualche procura ci mette il carico da novanta Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 2 gennaio 2023

Tra cinquant’anni, quando l’antimafia mediatica (e parte di quella giudiziaria) sarà oggetto di studio, sicuramente non potrà passare inosservato come presunte inchieste di Report (canale pubblico) o di Atlantide (canale privato) inconsapevolmente alimentano di nuove suggestioni i pentiti stessi. Perfino uno come Gaspare Spatuzza, che fu parte attiva degli attentati mafiosi come le stragi continentali del maggio-luglio 1993 a Firenze, Milano e Roma, parla di ipotesi apprese in Tv.

Ed è così che si crea un insostenibile circolo vizioso utile per gli ascolti, ma completamente distruttivo per i giovani che si affacciano per la prima volta allo studio del fenomeno mafioso di quegli anni. Ma non aiuta nemmeno una grossa fetta di magistrati antimafia che si diletta nell’infinita ricerca delle “entità”. Pm che creano infiniti teoremi, chiudono e riaprono le stesse identiche inchieste giudiziarie (pensiamo a Berlusconi e Dell’Utri indagati per la quinta volta come mandanti occulti delle stragi), si spendono numerose risorse umane e si alimenta il circuito mediatico – giudiziario che, com’è detto, a sua volta “alimenta” i pentiti stessi.

Molto utile, per comprendere il fenomeno dei pentiti che raccontano ciò che sentono in Tv, è la lettura della relazione finale della scorsa commissione nazionale Antimafia relativa alla attività istruttoria sull’evento stragista di via dei Georgofili a Firenze. Si apprende così che viene sentito l’ergastolano Cosimo Lo Nigro, già condannato per le stragi e ritenuto la persona che si occupava del recupero dell’esplosivo in mare, quello che verrà utilizzato sia per le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, che per quelle “continentali”. Dalle risultanze processuali è emerso, grazie alle consulenze già svolte dai periti, che in ciascuna delle cariche esplosive utilizzate per le stragi i medesimi componenti, miscelati, sono da ricondurre a esplosivi di tipo militare e segnatamente tritolo (o Tnt), T4 (o Rdx), e Pentrite (o Petn). Per la strage di Capaci, furono utilizzati 500 chili di esplosivo. Per via D'Amelio, 100 chili. Per l'attentato di Firenze, la carica era da 250 chili.

Lo Nigro però si dichiara innocente. «Io oggi mi trovo qui – spiega innanzi alla commissione antimafia -, detenuto da 26 anni, con queste accuse tremende, e io per la giustizia italiana sono un definitivo e sono un ergastolano, ma nella mia coscienza e nel mio cuore, io sono un innocente e chiedo a voi, principalmente a voi, che siete quelli che in merito agli ultimi sviluppi, in questi anni su cosa è successo di quello che sta accadendo nel nostro Paese, vi chiedo a voi di approfondire e di investigare». Alla domanda posta dall’ex presidente Nicola Morra su cosa bisognerebbe investigare, ecco cosa risponde: «Io le parlo di quello che ho visto in Tv. Ci siamo? Noi siamo qui oggi per la situazione di Firenze, per la tematica e la disgrazia di Firenze. Mi dica una cosa: in televisione io ho ascoltato personalmente alcuni format mirati di questi eventi che sono successi all’epoca. Sulla situazione di Firenze, come Firenze e come Milano, e in qualche altra strage, si parla di una donna». Ecco, lo dice chiaramente: parla di ciò che ha appreso guardando le inchieste in TV.

Lo Nigro, infatti, evoca il discorso della donna, la famosa bionda che secondo la tesi elaborata principalmente dal magistrato Gianfranco Donadio quando svolse le attività presso la Direzione Nazionale Antimafia (poi fu trasferito dal csm per via delle denunce nei suoi confronti da parte della procura di Catania e di Caltanissetta), sarebbe stata una sorta di 007 che avrebbe partecipato alle stragi. Bionda, corpo da amazzone, descritta da improbabili pentiti (per lo più della ‘ndrangheta) già decostruiti dalla procura nissena e catanese.

L’ex presidente Morra, in commissione, pone nuovamente la domanda a Lo Nigro: «Come mai la colpisce questa questione della donna? Lo chiedo così, per mia curiosità». Ecco cosa risponde: «Lei ha parlato di ipotesi. Io parlo di quello che ho sentito in televisione, sia in un programma televisivo su La7 (Atlantide, ndr) sia su Report su Rai 3, in occasione dei tre anniversari. Le trasmissioni hanno parlato anche di questi fatti che sono accaduti nel 1993 e riportano di una donna, non solo a Firenze!». Più chiaro di così non si può. Non sa nulla, ma racconta ciò che ha appreso dalle “inchieste” mainstream.

Interessante anche la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza. Egli ebbe un ruolo primario in tali gravi accadimenti perché legato a Giuseppe Graviano, mafioso ai vertici del mandamento di Brancaccio ed esponente di cosa nostra, a sua volta in stretti rapporti con i vertici di tale organizzazione e in particolare con il latitante Matteo Messina Denaro. Grazie alla sua collaborazione si è potuto rifare da capo il processo sulla strage di Via D’Amelio (Borsellino quater) e condannare anche gli esecutori delle stragi continentali. Lui partecipò alle stragi come quelle di Firenze. Ha sempre raccontato tutti i dettagli dell’operazione stagista, compreso il reperimento dell’esplosivo e della sua collocazione. Però non basta, perché non collima con il teorema delle donne bionde e dell’esplosivo fornito dalle entità.

Spatuzza però è sincero. Esclude che il suo gruppo sia entrato in contatto con soggetti esterni a cosa nostra, ma nel contempo dichiara di poter supporre che ci siano stati contatti. Ma da dove deriva questa sua supposizione? Si richiama a «l’evolversi di tutto quello che visto in questi anni...» e «tutto quello che sia il progetto Farfalla». E dove l’ha visto se non in TV? E si comprende che non conosce la vicenda. Lo chiama “progetto Farfalla”, mentre in realtà si chiama “protocollo farfalla” e non c’entra nulla con il periodo delle stragi visto che fu una operazione dei primi anni 2000 tra l’intelligence e il Dap per cercare una presunta regia mafiosa dietro le proteste contro il 41 bis. Operazione fallimentare, perché non si scoprì alcun grande vecchio dietro. Un po’ come le rivolte carcerarie durante la pandemia. Sempre alla ricerca, fallimentare, delle regie occulte.

Interessante che il magistrato Donadio insista sulla presenza delle donne. Lo fa anche con Spatuzza. «Lei ha mai percepito il problema dell’esistenza di una donna in questo scenario stragista?». Ebbene sì. Chiede al collaboratore della giustizia se ha avuto una “percezione” di qualche donna. Spatuzza risponde di no. Ma il magistrato non si arrende. Insiste. «In tutto lo scenario stragista ha avuto mai un sintomo?». Spatuzza risponde: «Non ho avuto mai né direttamente né indirettamente che ci fosse una donna un po' in secondo o terzo piano in quello che era il gruppo operativo».

Niente da fare. Nessuna percezione, nessun sintomo. Il prossimo passo sarà lo studio delle entità asintomatiche. Già qualcosa si intravvede con la riedizione del nero Stefano Delle Chiaie. Nessuna prova che sia stato a Capaci o a Firenze, per quest’ultimo all’epoca le indagini della Digos accertarono che il giorno dell’attentato era a Bolzano. Però poco importa. Bisogna insistere, evocare nuove suggestioni e perdere altri anni di tempo prezioso. Ora aspettiamoci le supposizioni dei pentiti dopo aver visto l’ennesima trasmissione di Report.

Estratto dell’articolo di Luca Fazzo per “il Giornale” mercoledì 4 ottobre 2023.

[…] a più di trent'anni di distanza, tasselli di verità vanno al loro posto. E dicono che l'uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta non fu affatto il favore di Cosa Nostra a chissà quali poteri occulti dello Stato ma un'operazione militare realizzata con un obiettivo: impedisce le indagini sul dossier Mafia -appalti, insabbiato dai vertici della procura di Palermo.

Il grande capo della procura di Palermo, Pietro Giammanco, era talmente coinvolto nell'opera di insabbiamento che avrebbe dovuto essere arrestato. Invece alle 16,58 del 16 luglio 1992, in via D'Amelio, l'autobomba di Cosa Nostra massacrò Borsellino e i suoi agenti. E Giammanco rimase al suo posto. Sono parole tremende, quelle pronunciate ieri davanti alla commissione parlamentare Antimafia da Giovanni Trizzino, avvocato palermitano.

A renderle pesanti c'è il fatto che provengono da un uomo che storia e protagonisti li ha studiati a fondo. Trizzino, marito di Lucia Borsellino, è l'avvocato di tutta la famiglia del magistrato ucciso, compresa la figlia Fiammetta, che alla leggenda della trattativa non ha mai creduto, e che ha sempre indicato la radice della morte del padre in quell'inchiesta sugli appalti mafiosi, sulle contaminazioni tra imprenditoria del nord - Ferruzzi in testa - e capitali Cosa Nostra, che andava fermata ad ogni costo.

[…] 

Borsellino si era convinto che c'erano responsabilità precisa dei vertici della procura di Palermo: «Borsellino - dice Trizzino - voleva arrestare o fare arrestare l'allora procuratore Pietro Giammanco» perché «aveva scoperto qualcosa di tremendo». 

Giammanco, lo stesso che quando i carabinieri del Ros indicarono in Borsellino il bersaglio di un progetto di attentato non avvisò nemmeno il collega. Giammanco è morto da cinque anni, portandosi dietro ombre e segreti di quella stagione. Ma le rivelazioni di Trizzino mettono al posto giusto molti passaggi. A partire dal ruolo dei vertici del Ros […] fu a loro che il magistrato si rivolse quando scoprì il ruolo del procuratore di Palermo: «Borsellino ha organizzato un incontro segreto con l'allora colonnello del Ros dei carabinieri Mori e il capitano De Donno, il 25 giugno del 1992 , perché aveva scoperto qual cosa tremendo sul conto del suo capo. Si parla di contrasti e circostanze talmente gravi che lo hanno convinto che quel suo capo era un infedele». 

A decidere la strage fu poi Totò Riina, «se ne assume in proprio la responsabilità di via D'Amelio, si comportò da vero dittatore». Ma il movente va ricercato lì, in quel dossier insabbiato. D'altronde anche Matteo Messina Denaro, prima di morire, lo ha detto ai pm di Palermo: «Ma voi pensate davvero che Falcone è morto perché ci aveva dato quindici ergastoli?».  

Borsellino? Non si fidava dei colleghi. Parli Scapinato. Luca Fazzo su Il Giornale il 4 Ottobre 2023

C’è un ex magistrato che oggi siede in Parlamento e che potrebbe dire cose interessanti su uno dei nodi irrisolti della storia recente del nostro paese: la stagione delle bombe del 1992 , le stragi che - nel pieno dell’inchiesta Mani Pulite eliminarono, insieme alle loro scorte, prima Giovanni Falcone e poi Paolo Borsellino. L’ex magistrato si chiama Roberto Scarpinato, eletto con i 5 Stelle, e membro della Commissione Antimafia.

C’era anche lui l’altro ieri ad ascoltare la deposizione di Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino: ed è stato direttamente chiamato in causa. È Scarpinato, dice Trizzino, ad avergli rivelato che nei terribili giorni seguiti alla morte di Falcone Borsellino chiese e ottenne di incontrare riservatamente il comandante del Ros dei carabinieri, Mario Mori, e il suo ufficiale Giuseppe De Donno. Sono i giorni, racconta Trizzino, in cui Borsellino si convince che il procuratore di Palermo, Pietro Giammanco, è un «infedele» e che andrebbe arrestato.

Giammanco è l’affossatore del dossier su Mafia e appalti, l’indagine che solo oggi, a distanza di decenni, prende forma come movente della strage di via d’Amelio e probabilmente anche dell’attentato di Capaci. Borsellino la conosceva, ne conosceva il potenziale. E quando decide di muoversi non va certo dal capo «infedele» Giammanco, ma non va neanche da un altro collega affidabile. No, va dai carabinieri.Va dal reparto di punta dell’Arma, quello che verrà attaccato e offeso dalla magistratura: prima (ed è un passaggio mai scavato a fondo) con l’indagine della procura di Brescia sul vicecomandante del Ros Paolo Ganzer, poi con quelle delle procura di Palermo su Mori e De Donno, e su altri ufficiali di pregio come Antonio Subranni e Sergio De Caprio.

Perché il Ros, il reparto da cui era partita l’indagine su Mafia e appalti, finisce nel mirino della magistratura? Che rapporti hanno quelle indagini con un altra morte tragica, il suicidio di Raul Gardini appena quattro giorni prima della strage di via Palestro? Intorno a tante domande, una certezza: Paolo Borsellino si fidava dei carabinieri, al punto di andare a confrontarsi con loro nei giorni più drammatici della sua vita. Gli stessi carabinieri che altri magistrati avrebbero poi incriminato, erano per Borsellino fedeli servitori dello Stato. Delle due l’una: o Paolo Borsellino era così inesperto, così ignaro delle cose, da sbagliare clamorosamente la sua valutazione; oppure la narrazione propinataci in questi anni, di un’Arma inquinata che trama contro le oneste Procure, era finalizzata a coprire tutt’altro.

Cosa ha da dire il senatore Scarpinato?

Luca Fazzo

Testimonianza in Commissione. Incontro segreto tra Borsellino e Mori, Scarpinato sapeva: “Il Pm voleva far arrestare Giammanco”. Nuova sconvolgente testimonianza dell’avvocato della famiglia in commissione parlamentare antimafia: “Organizzò l’incontro con i Ros il 25 giugno 1992 perché aveva scoperto qualcosa di tremendo sul procuratore Giammanco. Circostanze così gravi da convincerlo che il suo capo fosse un infedele”. Paolo Comi su L'Unità il 3 Ottobre 2023 

“Borsellino voleva arrestare l’allora procuratore di Palermo Pietro Giammanco (morto nel 2018, ndr) o fare arrestare Giammanco. Borsellino ha organizzato un incontro segreto con l’allora colonnello del Ros dei carabinieri Mori e il capitano De Donno, il 25 giugno del 1992, perché aveva scoperto qualcosa di tremendo sul conto del suo capo. Si parla contrasti e circostanze talmente gravi che lo hanno convinto che quel suo capo era un infedele”. E’ quanto affermato ieri dall’avvocato Fabio Trizzino, legale dei figli del magistrato ucciso a Palermo 31 anni fa, davanti alla Commissione parlamentare antimafia.

Una testimonianza sconvolgente che apre scenari inediti su quanto accadde nell’estate del 1992 nella Procura del capoluogo siciliano, da Borsellino definita “un nido di vipere”. Dell’incontro fra Borsellino ed gli ufficiali del Ros, avvenuto presso la Stazione carabinieri di Carini, era a conoscenza Roberto Scarpinato, a quel tempo magistrato della Procura di Palermo. Scarpinato, ora senatore del M5S e ieri presente a Palazzo San Macuto, era stato “destinatario di una confidenza di Borsellino ed è Scarpinato a dircelo”, ha aggiunto Trizzino, marito di Lucia Borsellino, primogenita del magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio.

L’incontro sarebbe stato rapido e Borsellino andrò dritto al punto dicendo ai carabinieri che avrebbe voluto approfondire l’inchiesta su appalti e mafia, aggiungendo che dovevano parlare soltanto a lui. Trizzino, sul punto, ha anche citato l’audizione di Maria Falcone, davanti al Csm in cui, nel trigesimo della morte del fratello Giovanni, aveva riferito di tale circostanza. La testimonianza di Trizzino, iniziata la settimana scorsa, ieri ha vissuto momenti di grande tensione. “Ho un conflitto di interessi, ma di tipo emotivo”, ha precisato Trizzino, ricordando ai siciliani che il motivo per cui ci hanno messo 30 anni per fare l’autostrada Palermo-Messina “sta nel rapporto mafia-appalti dove è condensato il sistema di cointeressenza tra aziende della famiglia mafiosa di Passo di Rigano, e le società del gruppo Ferruzzi (all’epoca gestite da Raul Gardini, morto suicida nel 1993 durante l’inchiesta Tangentopoli, ndr)”. Un cointeressenza che sarà replicata nella speculazione di Pizzo Sella, a Palermo.

L’avvocato della famiglia Borsellino ha poi ricordato cosa disse all’epoca il suocero a Maria Falcone, che chiedeva insieme con Alfredo Morvillo i motivi per cui il fratello Giovanni avesse dovuto lasciare Palermo: “State calmi perché sto scoprendo cose tremende”.

Non poteva mancare nell’audizione un passaggio su Totò Riina, il capo dei capi, il quale decise “la strategia di attacco che costituì la super ‘cosa’ che vedeva coinvolti gli uomini che misero a punto le stragi tra cui Matteo Messina Denaro. Riina se ne assunse in proprio la responsabilità di via D’Amelio, si comportò da vero dittatore”.

Un paio di settimane prima di morire, ha proseguito Trizzino, a Casa Professa a Palermo Borsellino lasciò ai posteri il suo testamento spirituale, firmando al tempo stesso la sua condanna a morte, dicendo: “Io sono testimone e so cose che devo riferire all’autorità giudiziaria”. “Molti collaboratori di giustizia ci dicono che lì Borsellino si sovraespose”, ha ricordato Trizzino, lasciandosi quindi andare ad un duro sfogo: “Non viviamo più: in questa situazione è del tutto impossibile l’elaborazione del lutto per noi. I familiari vogliono cercare la verità per una questione di dignità e di impegno. Le nuove generazioni della famiglia anziché cercare di vivere la propria vita, sono costrette a impegnarsi nella ricerca della verità che non è semplice”.

Prima di concludere, Trizzino ha rivolto l’invito alla Commissione di chiedere “all’autorità giudiziaria le annotazioni del diario di Giovanni Falcone che non sono 14 ma 39″. Nelle annotazioni, Falcone “si lamenta del fatto che in riferimento al rapporto mafia-appalti i fedelissimi di Giammanco affermino che quel rapporto era carta straccia”. Si tratta di annotazioni “di cui il popolo italiano non ha avuto mai disponibilità”. Paolo Comi 3 Ottobre 2023

"Borsellino scoprì cose tremende". Il legale di famiglia all'Antimafia: "Il procuratore Giammanco era infedele, voleva arrestarlo". Luca Fazzo il 3 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Altro che la fantomatica trattativa Stato-Mafia. Inesorabilmente, a più di trent'anni di distanza, tasselli di verità vanno al loro posto. E dicono che l'uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta non fu affatto il favore di Cosa Nostra a chissà quali poteri occulti dello Stato ma un'operazione militare realizzata con un obiettivo specifico: impedire le indagini sul dossier Mafia-appalti, insabbiato dai vertici della procura di Palermo. Il grande capo della procura di Palermo, Pietro Giammanco, era talmente coinvolto nell'opera di insabbiamento che avrebbe dovuto essere arrestato. Invece alle 16,58 del 16 luglio 1992, in via D'Amelio, l'autobomba di Cosa Nostra massacrò Borsellino e i suoi agenti. E Giammanco rimase al suo posto.

Sono parole tremende, quelle pronunciate ieri davanti alla commissione parlamentare Antimafia da Giovanni Trizzino, avvocato palermitano. A renderle pesanti c'è il fatto che provengono da un uomo che storia e protagonisti li ha studiati a fondo. Trizzino, marito di Lucia Borsellino, è l'avvocato di tutta la famiglia del magistrato ucciso, compresa la figlia Fiammetta, che alla leggenda della trattativa non ha mai creduto, e che ha sempre indicato la radice della morte del padre in quell'inchiesta sugli appalti mafiosi, sulle contaminazioni tra imprenditoria del nord - Ferruzzi in testa - e capitali di Cosa Nostra, che andava fermata ad ogni costo. Spiega Trizzino: «A chiedere a Riina di accelerare la morte di Borsellino sono la famiglia di Passo di Rigano che faceva capo ai Buscemi, che nell'archiviazione del dossier mafia-appalti vengono liquidati con tre parole». I Buscemi sapevano che Borsellino sapeva: «Il 25 giugno 1992 a Casa Professa Borsellino rilascia il suo testamento spirituale: firma la sua condanna a morte, dicendo: Io sono testimone e so cose che devo riferire all'autorità giudiziaria».

È in quel contesto, è studiando il dossier, che Borsellino si era convinto che c'erano responsabilità precise dei vertici della procura di Palermo: «Borsellino - dice Trizzino - voleva arrestare o fare arrestare l'allora procuratore Pietro Giammanco» perché «aveva scoperto qualcosa di tremendo». Giammanco, lo stesso che quando i carabinieri del Ros indicarono in Borsellino il bersaglio di un progetto di attentato non avvisò nemmeno il collega.

Giammanco è morto da cinque anni, portandosi dietro ombre e segreti di quella stagione. Ma le rivelazioni di Trizzino mettono al posto giusto molti passaggi. A partire dal ruolo dei vertici del Ros, gli stessi che sono stati portati sotto processo con accuse inverosimili per la presunta trattativa con la mafia, e che sono stati assolti solo dopo anni. Proprio quei vertici, a partire dal comandante Mario Mori, erano il punto di riferimento privilegiato di Borsellino. Al punto che fu a loro che il magistrato si rivolse quando scoprì il ruolo del procuratore di Palermo: «Borsellino ha organizzato un incontro segreto con l'allora colonnello del Ros dei carabinieri Mori e il capitano De Donno, il 25 giugno del 1992, perché aveva scoperto qualcosa tremendo sul conto del suo capo. Si parla di contrasti e circostanze talmente gravi che lo hanno convinto che quel suo capo era un infedele».

A decidere la strage fu poi Totò Riina, «se ne assunse in proprio la responsabilità di via D'Amelio, si comportò da vero dittatore». Ma il movente va ricercato lì, in quel dossier insabbiato. D'altronde anche Matteo Messina Denaro, prima di morire, lo ha detto ai pm di Palermo: «Ma voi pensate davvero che Falcone è morto perché ci aveva dato quindici ergastoli?».

E Borsellino disse: «Ho scoperto cose tremende...» In Antimafia parla Fabio Trizzino, legale dei familiari del magistrato ucciso nel ‘92: «Non si fidava del procuratore». Valentina Stella su Il Dubbio il 2 ottobre 2023

È proseguita ieri, nella sede della commissione parlamentare Antimafia presieduta da Chiara Colosimo, l’audizione dell’avvocato Fabio Trizzino, legale di Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino.

Il penalista è stato un fiume in piena, nell’intervento con cui ha ricostruito un puzzle complicatissimo, fatto di tradimenti, “corvi”, poteri oscuri: tutti intrecciati attorno al dossier “mafia-appalti” e tutti concausa probabile della morte di Falcone e Borsellino. Quest’ultimo, secondo Trizzino, era convinto che il procuratore di Palermo Pietro Giammanco fosse un «infedele». Borsellino, ha affermato il legale, rivolse a Maria Falcone, che con Alfredo Morvillo chiedeva perché il fratello Giovanni avesse dovuto lasciare Palermo, questa frase: «State calmi perché sto scoprendo cose tremende». Il magistrato ucciso ha via D’Amelio, ha proseguito Trizzino, aveva detto al maresciallo Canale che «voleva arrestare Giammanco» o «far arrestare Giammanco». Dopodiché incontrò segretamente, fuori dalla Procura, a fine giugno 1992 gli ufficiali del Ros Mori e De Donno, estensori del rapporto su “mafia-appalti”, per approfondire i contenuti di quel dossier. E disse loro: «In Procura parlano malissimo di lei, De Donno, ma io ho preso informazioni e ho cambiato idea». Borsellino andò dritto al punto, voleva approfondire le indagini su “mafia-appalti”: «Tutte le novità riferitele solo a me», disse a Mori e De Donno.

A quel punto il magistrato viene a sapere di «circostanze talmente gravi da rafforzarlo nel convincimento che quel capo», cioè Giammanco, «fosse un infedele», e con quest’ultimo «interrompe completamente il flusso delle comunicazioni». Roberto Scarpinato, a quel tempo magistrato della Procura di Palermo, ora deputato del Movimento 5 Stelle, sapeva dell’incontro segreto di Borsellino con gli ufficiali del Ros. Scarpinato era stato «destinatario di una confidenza di Borsellino, ed è Scarpinato a dircelo» in una testimonianza, ha detto Trizzino rivolgendosi poi all’ex pg di Palermo presente alla seduta di ieri.

La presidente Colosimo ha invitato allora l’avvocato a rivolgersi alla commissione e non al singolo parlamentare. «Il 25 giugno», ha proseguito Trizzino, «a Casa Professa Borsellino rilascia il suo testamento spirituale. Firma la propria condanna a morte, dicendo: “Io sono testimone e so cose che devo riferire all’autorità giudiziaria”. Molti collaboratori di giustizia ci dicono che lì Borsellino si sovraespose, e tra i mafiosi Salvatore Montalto riferisce al pentito Angelo Siino: “Cu ciu purtava a Borsellino di parrari di queste cose”». Montalto, ha aggiunto Trizzino, «è legato alla famiglia di Passo di Rigano (a Palermo, ndr) di Salvatore Buscemi». E «a chiedere a Riina di “accelerare” sull’esecuzione di Borsellino è proprio la famiglia di Passo di Rigano, che faceva capo ai Buscemi, i quali nell’archiviazione del dossier “mafia-appalti” vengono liquidati con appena tre parole», ha spiegato.

Trizzino ha proseguito: «I collaboratori ci dissero che Riina si prese la responsabilità dell’accelerazione della morte di Borsellino, contemplando solo l’istanza vendicativa. Riina è in pieno delirio di onnipotenza ma non era riuscito a far togliere gli ergastoli, a migliorare la vita dei carcerati. Ma si mette in mezzo Falcone. E lui ha un problema di leadership interna. Quindi decide di far uccidere Falcone a Palermo per rivendicare la propria posizione di comando. Invece l’omicidio di Borsellino non ha senso, nell’ottica di Cosa nostra. Giovanni Brusca dice: “Mi ero preparato per uccidere Mannino ma la deviazione arriva quando comincia a parlare Lipera e cambiano dunque obiettivo”. Brusca aggiunse che Buscemi godeva dell’appoggio di un certo magistrato all’interno della Procura».

L’avvocato della famiglia Borsellino ha poi fatto un appello: «Invito la commissione a chiedere all’autorità giudiziaria competente le annotazioni del diario di Giovanni Falcone, che non sono 14 ma 39». Nelle annotazioni, ha aggiunto Trizzino, Giovanni Falcone «si lamenta del fatto che, in riferimento al rapporto “mafia-appalti”, i fedelissimi di Giammanco affermino come quel rapporto fosse carta straccia». A scrivere per primo delle annotazioni riguardanti il rapporto dei Ros fu Giuseppe D'Avanzo, giornalista di Repubblica oggi scomparso. E a confermare la loro esistenza «è la Sabatino (Enza, pm a Palermo, ndr) dicendo che ne è protagonista», spiega Trizzino indicando un episodio di «umiliazione» a cui fu sottoposto Giovanni Falcone. Un giorno «Giammanco interrompe una riunione in Procura togliendo a Falcone, di fronte a tutti, il potere di assegnare fascicoli, e il fascicolo sull’omicidio del colonnello Russo e del professore Costa viene assegnato alla pm Sabatino». Giovanni Falcone decide quel giorno di andare via da Palermo: «Non poteva competere con gli appoggi politici di Giammanco, legato a Lima, e questo è un elemento che non è entrato neanche, nel processo di Capaci. Disse ai colleghi: andate via anche voi, altrimenti sarete complici di questo sistema». Si tratta di annotazioni «di cui il popolo italiano non ha avuto mai disponibilità».

E l’avvocato Fabio Trizzino ha concluso: «Non viviamo più, è del tutto impossibile l’elaborazione del lutto. Noi siamo costretti a cercare la verità. È una questione di dignità e di impegno: la nostra vita, le nuove generazioni della famiglia, anziché cercare di vivere la propria vita, sono costrette a impegnarsi nella ricerca della verità, che non è semplice. Ho un conflitto di interessi, ma di tipo emotivo. Ai siciliani dico che il motivo per cui ci hanno messo 30 anni per fare la Palermo-Messina sta nel rapporto “mafia-appalti”», in cui è condensato il sistema di «cointeressenza tra aziende della famiglia mafiosa di Passo di Rigano e le società del gruppo Ferruzzi». «Una cointeressenza che sarà replicata», dice Trizzino, «nella speculazione di Pizzo Sella, a Palermo».

L’audizione dell’avvocato Fabio Trizzino in Antimafia avrà un prosieguo durante il quale i commissari potranno rivolgere le loro domande.

L'audizione choc. Le accuse della famiglia di Borsellino sulla strage di via D’Amelio: “I mandanti cercateli in Procura”. “Ha vissuto l’inferno nel suo ufficio, un palazzo di giustizia, luogo in cui non si trovava più a suo agio, in cui venne umiliato” dice l’avv. Trizzino. Paolo Comi su L'Unità il 28 Settembre 2023

“Dobbiamo cercare di capire perché a un certo punto quell’uomo definì il Tribunale di Palermo un nido di vipere, affermazione che proviene da testi qualificati”. E’ con queste parole che l’avvocato Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino, ha iniziato ieri la sua audizione nell’aula di Palazzo San Macuto davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali. “Borsellino ha vissuto l’inferno nel suo ufficio, un palazzo di giustizia che era diventato un luogo in cui non si trovava più a suo agio, un luogo in cui venne umiliato”, ha precisato Trizzino nella sua lunga deposizione durata circa tre ore.

Per Trizzino, legale dei figli di Paolo Borsellino, la pista investigativa più meritevole di attenzione, in quanto plausibile causa di accelerazione nell’esecuzione della strage di via D’Amelio, ruota intorno al dossier mafia appalti, un’informativa di 900 pagine che fu redatta in seguito ad un’indagine dei carabinieri del Sos comandati dall’allora generale Mario Mori. Il fascicolo venne aperto nel 1989 relativamente alla illecita manipolazione dei pubblici appalti in Sicilia. Depositato in Procura a Palermo a Giovanni Falcone il 20 febbraio del 1991, dopo alcune più brevi informative, il dossier conteneva una serie di intercettazioni telefoniche che partivano dalle dichiarazioni sul tema della illecita gestione dei pubblici appalti dell’ex sindaco di Baucina.

Borsellino ne ebbe conoscenza già nel 1991 quando era procuratore di Marsala e lo fece leggere ai suoi giovani magistrati, utilizzandolo come riferimento per le indagini su alcuni appalti a Pantelleria. Nella sentenza nissena del Borsellino Quater del 20 aprile 2017 si legge che “Borsellino aveva mostrato particolare attenzione alle inchieste riguardanti il coinvolgimento di Cosa Nostra nel settore degli appalti pubblici, avendo intuito l’interesse strategico che tale settore rivestiva per l’organizzazione criminale.” A ciò si aggiungono le dichiarazioni del pentito Giuffrè sull’accelerazione dell’uccisione del magistrato da ricondursi “al timore di Cosa Nostra che quest’ultimo potesse divenire il nuovo capo della Direzione nazionale antimafia nonché al timore delle indagini che il magistrato avrebbe potuto compiere in materia di appalti”, con specifico riferimento al rapporto presentato dal Ros.

Un rapporto triangolare formato sulla condivisione di illecite cointeressenze economiche che coinvolgeva mettendo a un medesimo tavolo il mondo imprenditoriale, politico e mafioso. “Quando venne sentita la moglie di Borsellino – ha aggiunto Trizzino – ricordò le parole che le disse il marito: “Non sarà la mafia ad uccidermi ma i miei colleghi che glielo permetteranno”. “Se incrociamo la confidenza Borsellino con la dichiarazione sul “nido di vipere” – ha proseguito Trizzino – dobbiamo andare a cercare nella Procura di Palermo e lì andare a vedere se già nel ‘92 vi fossero elementi che potevano giustificare quella affermazione”.

Il legale dei figli del giudice ha poi parlato di quel “dolore immenso” che hanno sopportato quando hanno scoperto che già nel ‘92 vi fossero a disposizione delle indagini dei verbali di dichiarazioni rese da magistrati di allora, definisce “sinceri e privi di freni inibitori nel racconto delle dinamiche che resero impossibile la vita di Borsellino”. “C’è l’esigenza dei familiari di Borsellino di fornire una ricostruzione basata su dati certi, come quella dovrebbe fare uno storico ma con i canoni epistemologici del processo penale, visto che a livello processuale non è ancora stato possibile raggiungerla”, ha sottolineato Trizzino.

“Noi abbiamo la felicità – ha proseguito – di aver perso tutto, non solo il congiunto ma anche la Verità, ma è giunto il momento che attorno a Paolo Borsellino non ci siano divisioni e quello che più ci ha offeso e devastato è pensare che la sua famiglia nucleare non abbia implorato la verità”. Prima di Trizzino aveva preso la parola Lucia Borsellino, che con la sua audizione ha fin da subito ricordato di essere stata assieme a Fiammetta e Manfredi testimone diretta delle scelte del padre, inclusi i rischi che queste scelte avrebbero comportato. “Rischi che si sono verificati anche post mortem, con tentativi di delegittimazione”, ha detto Lucia, lamentato di essere stata chiamata a parlare coi magistrati solo nel 2015: prima di allora solo la madre era infatti stata sentita.

La figlia del magistrato ha quindi rivendicato il suo ruolo di familiare, che ha vissuto in prima persona l’esperienza di vita del padre e che come tale non è più disposta ad accettare i tentativi di delegittimazione da qualsiasi parte provengano, rivendicando di non aver potuto offrire un contributo alla conoscenza, né come figlia né come cittadina, pur essendo stata testimone diretta della vita di suo padre.

Ascoltando l’audizione di Lucia Borsellino, che ha richiamato spesso la madre Agnese Piraino, non si può fare a meno di rammentare che la moglie del magistrato non risparmiò parole dure nelle sue testimonianze. Dopo la giornata di ieri, l’audizione proseguirà nella prossima settimana. Paolo Comi 28 Settembre 2023 

L’audizione in commissione. Chi fu il mandante dell’omicidio Borsellino, ora qualcuno indagherà sui magistrati di Palermo del 1992? Chi e perché uccise Borsellino? È questo il più grande mistero della storia della Repubblica. Ma la magistratura non ha voglia di svelarlo. Piero Sansonetti su L'Unità il 28 Settembre 2023 

Lucia Borsellino e l’avvocato Fabio Trizzino, che è suo marito e da anni è l’avvocato della famiglia, sono stati ascoltati ieri in commissione Antimafia, in Parlamento. Lucia è la figlia del magistrato trucidato nel luglio del 1992 in un attentato nel quale persero la vita anche 5 agenti della sua scorta. La testimonianza della famiglia Borsellino fa venire i brividi.

Avanza l’ipotesi che esistano pesanti responsabilità nella Procura di Palermo – quella dell’epoca – nell’omicidio di Paolo Borsellino. Fabio Trizzino ha riferito di fatti, circostanze, ricordi, testimonianze. In particolare delle testimonianze offerte dalla moglie del magistrato, la signora Agnese Piraino. La frase più terrificante che la signora riferì, attribuendola al marito, che l’aveva pronunciata pochi giorni prima della sua morte, è questa: “Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia. La mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri”.

Non esistono molte possibilità di interpretazione di queste parole. Sono chiarissime. Borsellino immagina che alcuni magistrati della procura di Palermo avessero deciso di eliminarlo e avessero assegnato alla mafia l’incarico di eseguire la sentenza. Prima di morire, avverte: i mandanti sono in Procura. Dopo l’uccisione di Borsellino iniziarono i misteri. In particolare esponenti della polizia, probabilmente appoggiati da alcuni magistrati, avviarono un depistaggio – attraverso le deposizioni di un falso pentito, Vincenzo Scarantino – che portò le indagini lontane dalla verità e in questo modo ottennero che la verità non fosse mai scoperta.

Il depistaggio Scarantino – nonostante gli avvertimenti inascoltati di Ilda Boccassini – resse per diversi anni, anche perché vari giovani magistrati non si accorsero della messinscena. Così le indagini si bloccarono. O addirittura furono sviate. Tanto da finire per diventare uno dei punti di partenza di un altro clamoroso depistaggio, quello realizzato col processo “Trattativa Stato Mafia”, che indirizzò i sospetti di collusione con la mafia verso i Ros dei carabinieri e il senatore dell’Utri, il ministro Mannino, il senatore Mancino e altri. Poi tutti assolti.

Ad aiutare il depistaggio fu un fatto curioso: la testimonianza della signora Agnese ebbe una discreta diffusione. Diciamo che l’opinione pubblica ne fu informata. Ma dalla dichiarazione furono espunte le parole “i miei colleghi e“. Restò solo la parola “altri”. E questo fece spazio all’ipotesi che Borsellino si riferisse alla politica o ai servizi segreti. Invece lui era stato molto preciso a indicare la Procura di Palermo che aveva definito “un nido di vipere”.

Perché quella testimonianza fu stravolta e da chi? Sicuramente dai giornalisti, ma questo semplicemente ci conferma il livello non eccelso del giornalismo anti-mafia. Ma anche da alcuni magistrati. Ora un po’ c’è da riflettere. Spesso si parla dei “misteri della prima Repubblica”. È vero, ce ne sono molti. Forse però il più grande è questo dell’omicidio Borsellino. Sicuramente è questo il vero mistero che le forze della cosiddetta anti-mafia non hanno mai voluto scoprire. Anche perché scoprirlo avrebbe ribaltato molte idee che si sono radicate nell’opinione pubblica sulla magistratura italiana.

Vogliamo provare ora a indagare? È tardi, ma qualcosa si può ancora scoprire. Molti dei protagonisti della Procura di Palermo 1992 non ci sono più. A partire dal capo: il dottor Giammanco. Che era in pessimi rapporti con Borsellino e Falcone. Ma molti di loro sono ancora vivi, alcuni sono sulla breccia, sono anche abbastanza potenti. Vogliamo cominciare a indagare? Se la commissione anti-mafia, usando tutti i suoi poteri, facesse dei passi in questa direzione, forse, per la prima volta, si potrebbe pensare che la commissione antimafia ha una sua utili. Piero Sansonetti 28 Settembre 2023

Estratto dell’articolo di Filippo Facci per “Libero Quotidiano” il 29 settembre 2023

Per qualche ragione, una frase resa a verbale il 18 agosto 2009 da Agnese Piraino, moglie di Paolo Borsellino, è sempre stata riportata superficialmente così: «Paolo mi disse che non sarebbe stata la mafia ad ucciderlo». Il pensiero andava alla classe politica o ai servizi segreti o a qualche potere oscuro, ma in realtà la frase testuale che la signora attribuì al marito, pronunciata pochi giorni prima della strage di via D'Amelio, fu questa: «Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia. La mafia non si vendica. 

Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri». La signora Piraino, morta dieci anni fa, ripeté la stessa frase nel gennaio 2010 ai pm di Caltanissetta. Disse: i miei colleghi. Ossia dei magistrati. 

Questa elementare asserzione, sempre tenuta sottotraccia dalla magistratura siciliana e dai cronisti mafiologi che l'hanno servita, si incastra perfettamente nelle verità ormai assodate sulle vere ragioni degli assassinii di Falcone e Borsellino: ossia le loro scoperte su quel dossier “Mafia e appalti” che anticipava l'inchiesta Mani pulite ed esplicitava le dimensioni nazionali di un “tavolino” tra politica e imprenditoria e Cosa nostra. Borsellino, nei pochi giorni di vita che gli rimasero dopo la strage di via Capaci, ne parlò anche con Antonio Di Pietro (25 maggio 1992) dopo che l'aveva già fatto Falcone, e va rilevato che Di Pietro lo fece presente al processo sulla “trattativa Stato-mafia” solo per richiesta della difesa di Mario Mori, anche perché il suo esame era stato ritenuto superfluo dai giudici di primo grado.

L'attenzione di Borsellino per l'informativa “Mafia e appalti” fatta dal Ros di Mario Mori è stata confermata anche da molti suoi colleghi di Palermo: tra questi Vittorio Aliquò, Gioacchino Natoli e Leonardo Guarnotta: «Borsellino - ha detto quest'ultimo, - riteneva che l'uccisione di Falcone fosse dovuta a un intreccio perverso tra Cosa Nostra, mondo imprenditoriale, mondo economico, mondo politico... tutti avevano interesse a che Falcone fosse eliminato». 

Questo si legge (o leggerà) anche nel libro “Ho difeso la Repubblica” scritto da Basilio Milio, avvocato del fondatore dei Ros Mario Mori (nelle librerie nel novembre prossimo) che però, a proposito di magistrati, rivela anche altro: racconta che un personaggio di grande caratura mafiosa, Pino Lipari, un geometra vicino a Riina ea Provenzano e legato ad Angelo Siino, detto “il ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra”, disse che l'informativa “Mafia e appalti” gli era stata passata dall'allora procuratore capo Pietro Giammanco.

Angelo Siino precisò che Mario D'Acquisto, onorevole democristiano, era l'alter ego dell'altro onorevole democristiano Salvo Lima, compromesso con Cosa nostra e da essa trucidato nel 1992, e che col procuratore Pietro Giammanco «erano molto amici». Sempre nel libro di Basilio Milio si apprende di un'informativa della Dia (Direzione investigativa antimafia) secondo la quale il procuratore di Palermo era cugino in primo grado di Nicolò Giammanco, capo dell'ufficio tecnico di Bagheria, il quale era a sua volta padre di Vincenzo Giammanco, arrestato e condannato quale socio e prestanome del latitante corleonese: nella società Italcostruzioni di Vincenzo Giammanco, infatti, quest'ultimo aveva il 75 per cento mentre il restante 25 era di Saveria Palazzolo, moglie di Bernardo Provenzano. Il resto è storia, anche se è una storia complicata e mai ufficializzata dal giornalismo italiano, occupato a inseguire la magistratura anche in tutti i depistaggi dalla verità sulle stragi del 1992.

Si torna a Giovanni Falcone, bocciato come capo dell'ufficio istruzioni di Palermo, come membro del Csm e come procuratore capo; il nuovo giudice istruttore, Antonino Meli, lo aveva umiliato con la decisione di affidargli indagini bagatellari o slegate da cose di mafia, mentre il nuovo procuratore capo Pietro Giammanco, apertamente andreottiano, aveva spezzettato tutte le indagini che Falcone aveva fatto con Borsellino. […] l'informativa “Mafia e appalti”, che da principio era stata consegnata dai Ros a Giovanni Falcone e non al procuratore capo Pietro Giammanco, del quale l'allora colonnello Mario Mori non si fidava.

Da qui, per la prima volta, si era sviluppata un'indagine sulle turbative realizzate nelle gare degli appalti pubblici partendo dagli interessi mafiosi.

Emerse il fatto che dei tre protagonisti cointeressati (mafia, imprenditoria e politica) le ultime due, imprenditoria e politica, non erano vittime, ma partecipi dell'attività criminosa, concorrendo alla spartizione dei proventi illeciti. Ebbene: Falcone, il 20 febbraio 1991, portò l'informativa a Pietro Giammanco e da allora non se ne seppe più nulla.

Il procuratore Guido Lo Forte, braccio destro di Giammanco, ha confermato nella sede processuale che Giammanco chiude l'informativa in cassaforte. Pochi giorni dopo, il 15 marzo 1991, Falcone ne riparlò durante un convegno al castello Utveggio di Palermo: parlò di intreccio tra mafia e imprenditoria e politica e disse «La mafia è entrata in Borsa». Falcone aveva compreso che dietro la quotazione in Borsa del gruppo Ferruzzi c'era Cosa nostra. 

In seguito, chissà come, l'informativa “Mafia e appalti” lasciò la cassaforte del procuratore Giammanco e prese a circolare fuori dalla procura. Il magistrato Antonio Ingroia parlerà apertamente del legame tra Pietro Giammanco e Salvo Lima: «Paolo mi disse testualmente: “Giammanco è un uomo di Lima”. Affermazione per la quale io rimasi turbato, anche per quello che dell'onorevole Lima si era detto per anni a Palermo». Ingroia non sarà il solo magistrato a soffermarsi sui rapporti politici di Giammanco con Salvo Lima e, per esempio, con l'ex presidente della Regione Mario D'Acquisto. Dirà Alfredo Morvillo, cognato di Falcone: «Era noto a tutti che Giammanco era amico del noto onorevole D'Acquisto, uomo abbastanza al centro dell'attenzione quando si affrontano argomenti come politica e mafia».

Non risulterà superato neanche trent'anni dopo: è la ragione per cui una cannibalesca avversione tra la Procura di Palermo e il Ros dei carabinieri, incompresa dai più, sfocerà in inconsistenti e inutili processi della prima contro il secondo, a dispetto di battaglie contro la mafia vinte forse più dal secondo e un po' meno dai primi. […]

L’accusa di Borsellino tuona in antimafia: “Saranno i miei colleghi a volere la mia morte”. 

Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso nel '92

Le parole choc di Fabio Trizzino, avvocato della famiglia del magistrato ucciso nel luglio del ’92 a via D’Amelio, sentito in commissione Antimafia: «Definì il suo ufficio un “nido di vipere”». Valentina Stella su Il Dubbio il 27 settembre 2023

«Chiediamo che le componenti statuali facciano piena luce su particolari dettagli della vita di mio padre in quei 57 giorni» tra la strage di Capaci e quella di via D'Amelio. Lo ha detto Lucia Borsellino nel corso di un'audizione in Commissione parlamentare Antimafia, presieduta dall’onorevole Chiara Colosimo, la quale proprio in una intervista al Dubbio disse «Ho le stesse domande che si fanno i figli di Borsellino e l’avvocato Trizzino e vorrei provare a trovare risposte, sui verbali del Csm e su quei famosi 57 giorni, perché se qualcuno in quel “nido di vipere” ha tradito si sappia».

«Siamo convinti, - ha proseguito Lucia – dopo aver assistito a piste investigative di questi anni che altre piste non hanno considerato atti, documenti e prove testimoniali che potessero fornire elementi indispensabili a capire il contesto in cui Paolo Borsellino operava negli ultimi giorni della sua vita». Dopo Lucia, è intervenuto suo marito e avvocato dei figli di Paolo Borsellino, Fabio Trizzino: «Denuncio il fatto gravissimo che il procuratore Pietro Giammanco non è mai stato sentito nell'ambito dei procedimenti per strage. E ora non possiamo sapere se lavorasse per qualcuno perché è morto». Trizzino ha ricordato una frase di Paolo Borsellino: «Mi uccideranno ma non sarà una vendetta della mafia: saranno mafiosi coloro che mi uccideranno ma quelli che hanno voluto la mia morte saranno i miei colleghi e altri», disse il magistrato morto nella strage di via D'Amelio. «Se confrontiamo questa testimonianza di Borsellino, che definisce il suo ufficio un “nido di vipere” bisogna cercare nella procura di Palermo» il luogo «di delegittimazione e di isolamento di Paolo Borsellino».

L’audizione si è concentrata in parte sul famoso dossier mafia appalti: era il 14 luglio del 1992, cinque giorni prima dell’attentato che gli costò la vita, quando Borsellino in una riunione in Procura chiese di approfondire il dossier. «Nel 1991 Falcone già disse che bisognava affinare le tecniche di indagine perché esisteva una centrale unica degli appalti dove sono tutti coinvolti. Il chiodo fisso di Falcone era mafia appalti e su questa linea si porrà Paolo Borsellino. È un falso storico che Borsellino non conoscesse il dossier Mafia-appalti». Aggiunge Trizzino: dopo tangentopoli e la crisi della partitocrazia «Riina si accorge che il sistema dei partiti sta crollando, allora decide che attraverso i grandi imprenditori deve raggiungere i sistemi di potere politico a Roma, come disse anche Giovanni Brusca. La strage di via D’Amelio non ha senso guardando ai soli interessi di Riina. Non si poteva ammazzare Borsellino sperando che lo Stato non reagisse. Ci deve essere stato qualcosa di talmente importante per cui Riina è andato oltre gli interessi dell’organizzazione».

L’avvocato ha ricordato poi cosa disse Antonio Di Pietro nel processo Borsellino ter: «Io e Paolo parlammo e ci dicemmo: "dobbiamo trovare il sistema per far parlare gli imprenditori”. E non dimentichiamo che anche Di Pietro doveva morire». Trizzino sul circolo mafia, imprenditori, politici ha sostenuto che «tutto è delineato nel rapporto del Ros del 1991» redatto da Giuseppe De Donno e Mario Mori. Poi il j’accuse: «La magistratura in tutti questi anni non ha guardato mai al suo interno, a come ha cannibalizzato i suoi figli migliori. Nel giugno 1992 il Csm decretò che Borsellino non aveva i titoli per divenire Procuratore nazionale e non riaprì i termini per le candidature». «Il 29 giugno Borsellino andò da Giammanco per chiarire una cosa importante che rappresenta l’ostracismo e delegittimazione professionale verso Borsellino: mentre Borsellino era a Giovinazzo arriva un fax dal procuratore di Firenze, dal dottor Vigna, in cui si dice che Gaspare Mutolo ha parlato con lui e aveva deciso di saltare il fosso con l’unica condizione che a parlare con lui fosse Borsellino. Borsellino era credibile, chi lo doveva seguire Giammanco? In realtà il Procuratore vuole impedire che Borsellino gestisca quel collaboratore e l’ostacolo per la titolarità del fascicolo viene individuata pretestuosamente nel fatto che il collaboratore avrebbe parlato del comparto palermitano mentre lui era coordinatore delle dinamiche di Trapani e Agrigento».

Inoltre discussero della informativa omessa di Subranni sull’arrivo del tritolo per uccidere Borsellino. «Grazie alla dottoressa Lorenza Sabatino riusciamo finalmente ad avere il racconto di come Borsellino visse quell’incontro. Così racconta quella giornata: “la mattina non era nella stanza e chiesi dove fosse e il commesso mi disse che era dal Procuratore. Mi chiamò la sera: il tono di voce era molto abbattuto e mi chiese quasi scusa per non avermi chiamata e mi disse che il giorno dopo doveva partire per Roma”. Effettivamente il 30 giugno era a Roma per interrogare Mutolo, nonostante il fascicolo era affidato ad altri tre magistrati. “Poi gli feci una battuta: ho saputo che oggi sei stato in buona compagnia! E lui con lo stesso tono: è stata una cosa brutta e mi è sembrato di essere tornato ai vecchi tempi”».

Trizzino conclude: «Qui c’è un uomo puro che ha condotto una via crucis, fino al sacrificio più grande. È giunto il momento che intorno a lui non ci siano più divisioni». Ci sarà una prossima audizione, forse già la prossima settimana per terminare la discussione di Trizzino. In tutto questo parla ai giornalisti di Radio Campus il fratello di Borsellino, Salvatore: «Io escluso dalla convocazione dell'Antimafia? Non è andata così. Io - ha spiegato - ero stato invitato dalla Colosimo in persona a partecipare a una convocazione alla commissione antimafia, ma ho problemi di salute. Ho detto che non mi potevo spostare e quindi avevo rinunciato. Poi però è arrivata da parte del mio avvocato una sollecitazione ad accettare un'eventuale convocazione e allora l'ho comunicato alla stessa Colosimo che mi ha assicurato che a breve sarò convocato anche io insieme al mio avvocato. Ho letto ieri che ci sono state un po' di maretta perchè è stato detto che non ero stato convocato. Le cose stanno come le sto dicendo».

Via D’Amelio, il dossier voluto da Falcone arriva in Commissione. Ora l’Antimafia inizia a indagare su “Mafia e appalti”. Ma i grillini (e Il Fatto) non ci stanno e protestano. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 26 settembre 2023

Lucia Borsellino e suo marito, Fabio Trizzino, avvocato dei figli del giudice assassinato in Via D'Amelio, saranno ascoltati mercoledì 27 settembre, dalla Commissione Antimafia Nazionale presieduta da Chiara Colosimo. A contrapporsi a loro è il Movimento Cinque Stelle, il quale sta generando un vero e proprio isterismo tra i parlamentari grillini. Questo atteggiamento è del tutto incomprensibile, considerando che l'obiettivo comune dovrebbe essere la ricerca della verità nei fatti. La teoria secondo cui il dossier mafia appalti potrebbe essere il movente delle stragi di Capaci e Via D'Amelio non è un capriccio dei figli di Borsellino, e in particolare dell'avvocato Trizzino. Si tratta di un movente confermato in tutte le sentenze riguardanti le stragi di Falcone e Borsellino. Movente confermato perfino dalla sentenza definitiva sulla (non) trattativa Stato Mafia, anche se non è di sua competenza. È il tribunale di Caltanissetta il luogo naturale ed è lì che in tutte le sentenze, la strage di Via D’Amelio è legata all’interessamento di Borsellino nei confronti del dossier redatto dagli allora ros Giuseppe De Donno e Mario Mori.

Sorprende l'opposizione così accesa dei parlamentari grillini, considerando che hanno avuto a disposizione per cinque anni la precedente commissione presieduta da Nicola Morra. Quest'ultima ha già esaminato le stesse teorie che ora i grillini vogliono riproporre alla Presidente Chiara Colosimo, come Gladio, P2 e il coinvolgimento delle "donne amazzoni bionde", generando una serie di suggestioni, alcune delle quali persino divertenti. Ad esempio, si può citare l'audizione del pentito Gaspare Spatuzza, che è stato interrogato sulla presunta partecipazione delle misteriose donne bionde alle esecuzioni delle stragi continentali.

L'ex consulente e magistrato Gianfranco Donadio ha chiesto al povero Spatuzza: «Lei ha mai percepito il problema dell’esistenza di una donna in questo scenario stragista?». Ebbene sì. Chiede al collaboratore della giustizia se ha avuto una “percezione” di qualche donna. Spatuzza risponde di no. Ma il magistrato non si arrende. Insiste. «In tutto lo scenario stragista ha avuto mai un sintomo?». Spatuzza risponde: «Non ho avuto mai né direttamente né indirettamente che ci fosse una donna un po' in secondo o terzo piano in quello che era il gruppo operativo». Niente da fare. Nessuna percezione, nessun sintomo. Il prossimo passo sarà lo studio delle entità asintomatiche.

Ora, con la convocazione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino da parte di Chiara Colosimo, si sta scatenando un inspiegabile isterismo. Forse i grillini pretendono che si ritorni ai siparietti imbarazzanti come quelli appena descritti? Forse sì. Si apprende che vogliono, con l’ex magistrato e ora onorevole grilli, Roberto Scarpinato, in prima fila, un approfondimento sulla pista nera. Evidetemente la trattativa Stato mafia, teorema completamente smantellato, non va più di moda. Si riesuma la non dimostrata presenza del nero Stefano Delle Chiaie a Capaci il giorno della strage. Si fa fede a un documento che riporta un de relato (in particolar modo l’ex compagna di Lo Cicero, completamente risultata inattendibile), quindi nullo, come se fosse una prova inconfutabile.

È incredibile che si stia cercando di rispolverare teorie del genere, mentre si cerca di minimizzare l'unica pista supportata da prove documentali solidamente ancorate. È difficile comprendere questa ostilità. Questa audizione rappresenta la prima volta che si ascolterà una voce diversa, che contribuirà a rompere la narrazione univoca. In particolare, l'intervento dell'avvocato Trizzino, fonte di conoscenza significativa, e di Lucia Borsellino, persona di grande spessore umano e intellettuale, sarà estremamente interessante.

La questione del dossier mafia appalti è complessa, e questa audizione rappresenta forse la prima occasione in cui verrà affrontata con dettaglio di fronte alla Commissione Antimafia. La sua complessità potrebbe non piacere a tutti, ma è essenziale esplorarla. Tuttavia, sembra che qualcuno preferisca puntare su teorie cospiratorie per evitare di affrontare la verità in modo obiettivo. Come disse Pier Paolo Pasolini: "Il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità”. È possibile che qualcuno stia cercando di evitare il confronto con la verità, preferendo concentrarsi su teorie senza fondamento. Chi teme l'audizione di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino?

La mafia è finita? I numeri di Porro dopo la morte di Messina Denaro. "Mio padre ucciso due giorni dopo". Il sospetto di Rita Dalla Chiesa. Il Tempo il 25 settembre 2023

L'ex magistrato Antonio Ingroia rivela la presenza di qualcuno che negli anni ha protetto la latitanza di Matteo Messina Denaro. Si trattava di qualcuno molto ben informato sui risultati delle inchieste che si stavano portando avanti. Per questo le soffiate non potevano non arrivare direttamente dal circuito di inquirenti e investigatori. Se n'è parlato durante la puntata di "Stasera Italia" in onda il 25 settembre su Rete4. L'ex magistrato ha espresso la sua opinione senza peli sulla lingua, lasciando presagire una grave realtà di compromessi ad altissimi livelli. 

"Spessissimo si è arrivati vicini, si è arrivati a un millimetro dall'arresto di Matteo Messina Denaro. Dopo di che c'era sempre una soffiata dell'ultimo minuto (che non poteva non venire dall'interno del circuito inquirenti, investigatori, non so quali organismi fossero a conoscenza delle operazioni) che lo metteva in fuga. Il motivo è semplice: Messina Denaro è l'ultimo assieme a Giuseppe Graviano a custodire i segreti di quella terribile stagione di cui parliamo. La stagione in cui vennero uccisi magistrati, generali dei carabinieri, ufficiali di polizia giudiziaria, politici e giornalisti".  

Stasera Italia, la mafia è ormai in declino? I numeri di Porro dopo la morte di Messina Denaro. Il Tempo il 25 settembre 2023

Si apre con la notizia della morte di Matteo Messina Denaro, numero uno di Cosa Nostra, la puntata del 25 settembre di Stasera Italia, il talk show di Rete4 che vede Nicola Porro alla conduzione. Il giornalista ha presentato così l’argomento sulla mafia, condendo il discorso con alcuni numeri: “Si può iniziare questa trasmissione sulla morte di Matteo Messina Denaro dicendo la cosa che dice il bravo conduttore, ovvero con la morte del boss dei boss si chiude un’epoca, con la morte di Messina Denaro finisce l’epoca delle stragi, l’epoca dei grandi mafiosi. E’ sicuramente così, quelle immagini che tutti ricordano dell’arresto di Messina Denaro hanno fatto girare le teste e il mondo, perché è e si ritiene una grande vittoria dello Stato e così è stata evidentemente. Dopo 9 mesi muore e qualcuno dice che si è fatto pizzicare perché era malatissimo ed ha preferito morire in carcere che da latitante, tutte illazioni, però ci sono dei numeri, a cui siamo affezionati, che danno il senso su quello che è avvenuto in realtà in questi anni. Gli omicidi per mafia nel 1991 erano 718, nel 2021, un paio d’anni prima della cattura del boss dei boss, erano scesi a 23. Questo forse vi dà la dimensione di che cosa abbia voluto dire la mafia e di cosa ha rappresentato oggi la mafia che uccide. Il 7,3% degli omicidi, quei 23 del totale degli omicidi, prima il 40% degli omicidi in Italia erano per mafia, ora sono scesi. Ciò vuol dire – chiude così la sua analisi Porro - che in Italia non solo si muore di meno per omicidio, ma anche che è ridicolo il numero dei morti per omicidi di mafia”.

La grandezza di Leonardo Sciascia? Trasformare le vittime anonime della giustizia in carne viva e sangue...

"Ispezioni della terribilità. Leonardo Sciascia e la Giustizia". E' il bellissimo libro curato da Lorenzo Zilletti e Salvatore Scuto. Gaetano Pecorella Il Dubbio il 13 aprile 2023

Questo straordinario libro - Ispezioni della terribilità. Leonardo Sciascia e la giustizia a cura di Lorenzo Zilletti e Salvatore Scuto - è sul pensiero di Leonardo Sciascia, ma va al di là di Leonardo Sciascia: è un libro sul dolore umano che sempre si collega all’amministrazione della giustizia, e, più in generale, all’esercizio del potere. E’ un libro sulla responsabilità di decidere sulla sorte di un uomo; sui collaboratori sempre creduti, perché «il far nome di sodali, di complici è sempre stato dai giudici inteso come un passar dalla loro parte» ; sulla pena di morte e su un “piccolo” giudice che ebbe la forza di opporsi, in epoca fascista, alla sua applicazione, come scrive Insolera, sul rapporto tra Verità e Potere, sul potere giudiziario privo di responsabilità; sulle miserie del sistema giudiziario, e sul “terribile” e pur “necessario” mestiere del giudicare; è, infine, un libro sull’errore giudiziario che si riassume nelle parole di Sciascia: «Per come va l’ingranaggio, potrebbero essere tutti innocenti».

A ben vedere tutto ciò non ha in sé nulla di nuovo, per lo meno a partire da Voltaire e dall’illuminismo, da Beccaria e dai fratelli Verri. Allora qual è, qual è stata, la grandezza di Sciascia che emerge dalle pagine delle “Ispezioni della terribilità”? La risposta che mi sento di dare è che Sciascia ha trasformato le parole dei giuristi in carne e sangue di coloro che sono stati vittime della ferocia dei giudici.

Il volume nasce dal felice incontro tra l’Associazione amici di Leonardo Sciascia e l’Unione delle camere penali, impegnate tra il settembre del 2020 e il giugno 2021 in una serie di Letture ‘sciasciane’. Si parte dall’assunto che il volto feroce della giustizia non appartiene ad epoche remote, ma è realtà presente.

«Terrificante è sempre stata l’amministrazione della giustizia». Il passaggio è tratto da «La strega e il capitano», in cui Sciascia ricostruisce scrupolosamente la condanna al rogo di Caterina Medici (nel 1617 a Milano) fantesca nella casa del senatore Luigi Melzi, considerata responsabile dei suoi strani dolori di stomaco e per questo bruciata. La rievoca Salvatore Scuto ponendo la eterna questione del «rapporto tra il senso assoluto della giustizia e la realizzazione che di essa fanno le leggi».

L’idea base del volume è questa: Sciascia è insieme “testo” e “pretesto”. Testo perché si commentano frasi sulla giustizia penale tolte dai suoi lavori di narrativa, frasi di efficacia straordinaria per la loro forza comunicativa. Pretesto, perché parlare di Sciascia è parlare di giustizia, quella intesa come potere, come macchina violenta che chiunque può stritolare nei suoi ingranaggi, con gli interventi di penalisti, di costituzionalisti, di intellettuali d’altra cultura e infine di avvocati.

Paolo Borgna ragiona su una frase de il “Contesto”, romanzo sull’errore del giudicare, in cui un personaggio dice: “Sì, ero innocente. Ma che vuol dire essere innocente, quando si cade nell’ingranaggio? Nientevuol dire, glielo assicuro”.

Sciascia, per Vincenzo Maiello, ha il merito di introdurre nel lessico civile vocaboli e concetti che identificano un paradigma di giustizia penale conforme allo Stato di diritto, costruito sulla inviolabilità dei diritti umani.

Paolo Ferrua muove dall’affermazione di Sciascia: «Il potere di giudicare i propri simili non può e non deve essere vissuto come potere», per poi ricostruire la lenta, ma costante distruzione del processo accusatorio da parte dei giudici per riacquisire tutto quel potere che era stato sostituito dalla logica della ragione e dalla dialettica.

Emanuele Fragasso ricorda, a conclusione del suo intervento, le parole con cui si chiude “Porte aperte”: «sono parole di incoraggiamento verso l’uomo, a condizione che questi sia risoluto a combattere per la sua libertà e per l’umanità che è presente in ogni uomo».

Ogni intervento meriterebbe di essere ricordato ben più ampiamente di quanto si è fatto sin ora: tuttavia, ognuno di essi è talmente ricco di riflessioni, di citazioni di Sciascia, di osservazioni giuridiche e non giuridiche, che appare un’opera impossibile.

In chiusura vorrei toccare un aspetto di Sciascia che mi ha particolarmente colpito. Gli scritti contenuti in questo libro danno anche un quadro delle contraddizioni, forse irrisolvibili, che animano il mondo della giustizia. Sciascia ha investigato, ma la realtà è talmente complessa che alcune domande sono rimaste senza risposta, perché nel difendere un principio si finisce per oscurarne, o sottovalutarne un altro. Anche in questo sta la grandezza di Sciascia: non ci ha presentato una soluzione di tutti i problemi, un mondo della giustizia perfetto, nel quale si trova sempre una risposta giusta. Sciascia ha lasciato, a chi lo avrebbe letto, una eredità di grandi dubbi, di nodi inestricabili: ne cito un paio.

Il rapporto tra la giustizia e il popolo. Sciascia ha scritto che il popolo deve vigilare su come i giudici amministrano il loro potere; ha individuato però nella ricerca del consenso popolare gli eccessi di non pochi magistrati. Ciò è accaduto in passato, e accade oggi: “mani pulite” ha reso le Procure dei soggetti politici, ha creato un consenso popolare dando ai magistrati un ruolo di “difensori dell’onestà”, a prescindere dalla colpevolezza degli imputati.

Il rapporto tra giustizia e legge scritta. Sciascia censura quei giudici che si fanno essi stessi creatori del diritto piegando le norme ai propri fini. Nello stesso tempo, però, descrive il giudice di Porte aperte come un uomo che ha forzato la legge per non applicarla, visto che in quel caso prevedeva la pena di morte. In quali casi il giudice può piegare la legge alla sua coscienza?

Infine, un’ultima domanda: c’è un mezzo per avere una giustizia meno crudele, o la giustizia per governare non può essere diversa da ciò che è? Sciascia non lo dice, ma con la sua lotta per il diritto ha testimoniato che conta soltanto continuare a credere che sia possibile.

Antonio Giangrande: A proposito delle vittime della mafia e la solita liturgia antimafia che nasconde il malaffare.

In virtù degli scandali gli Italiani dalla memoria corta periodicamente scoprono che sui bisogni della gente e dietro ad ogni piaga sociale (mafia, povertà ed immigrazione, randagismo, ecc.) ci sono sempre associazioni e cooperative di volontariato che vi lucrano. Un sistema politico sostenuto da una certa stampa e foraggiato dallo Stato. Stato citato dalle grida sediziose dei ragazzotti che gridano alle manifestazioni organizzate dal solito sistema mafioso antimafioso. Cortei che servono solo a marinare la scuola ma in cui si grida: “Fuori la mafia dallo Stato”. Poveri sciocchi, se sapessero la verità, capirebbero che, se ottenessero quello che chiedono, nessuno rimarrebbe dentro a quello Stato, compresi, per primi, coloro che sono a capo di quei cortei inneggianti.

La scusa delle piaghe sociali non è che serve ad una certa sinistra comunista per espropriare la proprietà dei ricchi o percepire finanziamenti dallo Stato al fine di ridistribuire la ricchezza, senza che si vada a lavorare e queste manifestazioni pseudo antimafia, non è che sono propaganda per non far cessare il sostentamento?

Antonio Giangrande: Lo Stato patrigno che uccide i suoi figli (specie se lavoratori autonomi).

Un imprenditore costretto a pagare 1 milione di euro non dovuto e che non ha. Costretto dalla mafia? No dallo Stato!

Quando si sentono le miriadi storie di ordinaria ingiustizia e si parla di lavoratori autonomi estenuati dal sistema fino a togliersi la vita, a volte vien da pensare che le forze dell’ordine e la magistratura stiano lì a fottere le persone per mantenere uno Stato (e quindi loro stessi) senza alcun rimorso o rispetto per il male ingiusto che spesso arrecano con i loro errori.

Racconto questa storia esemplare che nessun giornalista mai racconterà. Una storia che è l’antitesi delle note distribuite dalle forze dell’ordine e dalla magistratura ai giornali che prontamente tal quali li pubblicano. Note in cui le cosiddette istituzioni si vantano delle loro gesta per essere santificati.

Ad Avetrana, (ma può essere qualsiasi altro paese italiano) è successo che, prima del caso di Sarah Scazzi, si son visti volteggiare sul paese un sacco di elicotteri. Sulla spinta degli ambientalisti di maniera, spesso dipendenti statali, ecco montare il tema dell’inquinamento ambientale e delle discariche abusive. Ogni appezzamento di terreno, a torto o ragione, era ed è sotto la lente del controllo inusuale. Ognuno di noi che sia maleducato e che butti un sacchetto di rifiuti in un terreno altrui, deve sapere che mette nei guai il malcapitato proprietario per smaltimento illecito di rifiuti. Bruci una carta o piccole sterpaglie o accendi un falò in spiaggia: sempre smaltimento illecito di rifiuti.

Avetrana non è la terra dei fuochi, ma la terra di cave tufacee e del relativo materiale di risulta. L’estrazione dei blocchi di tufo comporta che, tolto l’elemento utile squadrato, il materiale originario di scarto rimanga in cava. Certo è che tale materiale non può essere per logica trattato come smaltimento di rifiuto speciale, se è materiale vergine ed indigeno del posto. Ebbene. Il paradosso è che questo stormo di elicotteri volteggiava su una piccola cava dismessa da decenni alla periferia del paese. Cava già utilizzata abusivamente dallo stesso Comune di Avetrana per la discarica di acque reflue piovane. Il proprietario di un lotto confinante, comprendente una misera abitazione ed il suo piccolo opificio di manufatti in cemento decide di comprare una parte della cava dismessa, pari a 5 mila metri quadri, per usarla come luogo di sosta dei mezzi, senza arrecare alcuna modifica. Dopo qualche mese ecco la Guardia di Finanza, con varie pattuglie ed elicotteri, intervenire in forze spropositate sul luogo, intimorendo i proprietari e sequestrando l’area. Risultato: un processo penale e sanzioni amministrative pari ad un milione di euro, che il piccolo artigiano non ha e non avrà nemmeno dopo una vita di estenuante lavoro. In più il ripristino dei luoghi. Punizioni per un fatto che lui non ha commesso e per la dimensione inesistente.

La relazione stilata dalla Guardia di Finanza e prodotta agli atti era: smaltimento illecito di rifiuti speciali per decine di migliaia di metri cubi da parte dell’artigiano, per i quali, oltretutto, non era stata pagata l’eco tassa, ed abuso edilizio. Tempi dell'illecito non veritieri e calcoli falsi ed inverosimili sull'entità del presunto materiale smaltito. Ma tant’è servono soldi allo Stato e tutto va bene.

L’artigiano che ha pagato regolarmente sempre le sue tasse, quindi meritevole di tutela e rispetto, è stato costretto a rivolgersi ad esosi avvocati per difendersi dalle infamanti accuse penali e dalle inconsistenti accuse amministrative. L’avvocato tarantino nella causa penale, non si sa perché, è tentato dal Patteggiamento, ma poi ci ripensa. Con le relazioni prodotte dalla guardia di Finanza comunque c’è lo spettro della condanna.

L’avvocato leccese, non si sa perché, perde la causa amministrativa. Nessuno degli avvocati in atti hanno menzionato il fatto che il materiale contestato è materiale vergine ed indigeno e che, se di smaltimento si tratta, il nuovo proprietario non è responsabile di quanto è avvenuto decenni prima da parte di chi gestiva la cava. Colpe comunque ampiamente prescritte. L’amministrativista, inoltre non avverte il cliente dell'opportunità dell'appello. Questo principe del foro è quello che si è attivato affinchè il presidente del Tar di Lecce emettesse un decreto cautelare dopo sole 24 ore dal deposito, di sabato, da chi non era legittimato ed in favore di un azienda in odor di mafia, per una vicenda che si collega ad un appalto per la raccolta dei rifiuti urbani a Casarano. Il presidente del Tar non è nuovo ad essere soggetto di accuse. Dai giornali si apprende che: "Ilva, il presidente del Tar di Lecce cognato dell'avvocato dell'azienda". I ricorsi del colosso sempre accolti. Esposto di Legambiente al Csm.

Ciononostante sul povero artigiano, protagonista di questa storia, cala Equitalia per riscuotere il milione di euro, che il tapino non ha. In quella famiglia è calato il lutto, consapevoli che dall'inizio della storia uno stormo di avvoltoi è calato su di loro e gli toglieranno il frutto di tutto il lavoro di una vita, che ad oggi non ha più senso di essere vissuta. E meno male che non ci sono avvisaglie di gesti inconsulti autolesionistici.

Chi ringraziare di tutto ciò. Grazie Stato patrigno. Grazie stampa che non raccontate mai la realtà dei fatti, ossia le versioni difensive che sputtanano le note di forze dell’Ordine e della Magistratura, o comunque le storie di ordinaria follia burocratica che si insinua nella vita della gente che lavora per poter da essi estrarre il sangue per mantenere questo Stato Patrigno. Quando parlate dei suicidi degli imprenditori, cari giornalisti, parlate delle storie che li hanno indotti.

Se non fosse per me questa storia non sarebbe mai stata raccontata e la sofferenza dell’artigiano mai esistita. Come volevasi dimostrare, in Italia, pur con la ragione, non si riesce a cavare un ragno dal buco, anzi sì è cornuti e mazziati e ti dicono, in aggiunta, subisci e taci.

Mafia, il primo maxiprocesso fu a Bari nel 1891. Piero Melati su La Repubblica il 30 Aprile 2023.

I disegni che illustravano il processo di Bari su un giornale dell’epoca 

Con 179 imputati, anticipava di un secolo quello di Palermo. "Per conoscere le organizzazioni criminali resta attualissimo" dice lo storico Enzo Ciconte. Che gli dedica un libro

Il giornale si chiamava Don Ficcanaso, un autentico nome-garanzia, se ti dovevi occupare del primo maxiprocesso alla mafia della storia d'Italia. Che, si scopre, non fu affatto quello ben più celebre di Palermo contro Cosa Nostra del 1986. E nemmeno l'altro, più controverso, di Napoli, che vide tra centinaia di imputati anche l'innocente conduttore televisivo Enzo Tortora. Il primato dei "processoni" va invece attribuito a questo, apertosi a Bari il 4 aprile del 1891, seguito anche da un secondo a Taranto nel 1893: 179 alla sbarra, 900 testimoni, 23 avvocati, 14 faldoni di istruttoria, 200 carabinieri e due compagnie di soldati a presidiarlo.

Bari 1891, va in scena il primo maxiprocesso. Contro la criminalità organizzata, con 179 imputati, interrogatori di pochi secondi e “chiasso indemoniato” Raccolte le cronache di un giornale satirico locale. GIUSEPPE SALVAGGIULO su La Stampa il 02 Maggio 2017  

«Sin dalle sei del mattino si notava un gran assembramento di gente innanzi al castello. Le solite femminucce non mancavano; tutte malconce, con i figlioletti in braccio, aspettavano con ansia l’uscita dei detenuti. Si sentivano per ogni dove schiamazzi di donne, che facevano commenti intorno alla malavita». Così, dalle donne che scortano figli e mariti in ceppi dal castello adibito a carcere allo stabilimento requisito e trasformato in tribunale, il 5 aprile 1891 il giornale satirico barese Don Ficcanaso comincia a raccontare il primo maxiprocesso di criminalità organizzata dell’Italia unita: 179 imputati, 23 avvocati, 900 testimoni, 14 faldoni di carte, 200 carabinieri e due compagnie di soldati per l’ordine pubblico. Ogni udienza un fascicolo, «in modo che in ultimo - scrive il direttore Biagio Grimaldi - si fa un solo volume, contenente l’intero e minuto resoconto della causa». Ora un piccolo editore barese, LB Edizioni, l’ha recuperato e ristampato.

Nell’introduzione il direttore del Don Ficcanaso spiega l’origine del processo: la polizia, impotente di fronte «a questa classe di malviventi che ha afflitto continuamente questa povera città come una piaga», ha cambiato strategia dopo aver scoperto che «la malavita ha messo profonde radici: s’è formata una setta che ha un capo, uno statuto, un giuramento di rito e naturalmente un luogo di riunione». Anziché inseguire singoli delitti, prefetto e questore (forestieri) decidono di processare l’associazione criminale tout-court, fino a quel momento negata dai tribunali per «insufficienza di indizi».

La grande retata

Il confidente Sabino Coccolino, «uomo risoluto e di coraggio» convocato dal questore nottetempo per non destare sospetti, conferma l’intuizione. La notte del 23 settembre 1890 scatta la grande retata. In sei mesi viene allestita l’aula bunker «con dei grandi gabbioni» e istruito il processo. Quasi un secolo dopo, un metodo investigativo non dissimile ispirerà il primo, storico maxiprocesso alla mafia.

«Vi passeranno dinanzi - promette Grimaldi con spiccato senso del marketing - scene di sangue, episodi amorosi, vendette personali, fatti brutali raccontati dai diversi testimoni, tutti palpitanti di verità che vi faranno fremere di odio e di amore nel medesimo tempo». Le cronache del giornale - asciutte al limite dello stenografico ma non prive di gusto per i dettagli e per la caratterizzazione dei personaggi, nonché condite di vernacolo - non deludono. «U figghie mì!... U portene attaccate come a nu cane», s’ode urlare mentre i detenuti, tra luccichii di baionette e clangori di catene, si avviano dal carcere. «Chi porta il cappello alla mammamì in atto di noncuranza, chi ride guardando tra la folla per riconoscere gli amici, e tutto ciò tra le grida e i pianti delle donne».

Nell’aula «un pigia-pigia e un chiasso indemoniati» accompagnano la prima udienza. Diversamente dall’odierno rito accusatorio, il processo comincia con gli interrogatori degli imputati, la confessione è prova regina.

«“Il presidente chiama Telegrafo Giuseppe”. “Presente”. “Voi siete imputato di associazione alla malavita: che ne dite?”. “Non è vero”. “Siete imputato anche di oltraggio alla guardia Fanelli”. “Nego tutto”».

Pochi secondi e tocca al prossimo. Come cambiano i tempi: nel processo Mafia Capitale l’interrogatorio dell’imputato Salvatore Buzzi è durato più di trenta ore. Torniamo al 1891: i più negano, qualcuno si discolpa accusando altri. Il primo a confessare, dopo quattro udienze, è tal Iacobbi Andrea. Racconta il rito di affiliazione a «giovanotto» nel carcere di Trani, il linguaggio in codice, le minacce.

Poi tocca a parti lese e testimoni: tre guardie, un confidente, una prostituta sfregiata in viso con un rasoio per aver dissuaso un’amica dal fornire un alibi falso a un malavitoso. Non manca un pentito, un impiegato del Telegrafo. E il questore racconta in tribunale le intimidazioni subite dai poliziotti in prima linea nelle indagini, nonché le collusioni di certe guardie penitenziarie. Quindi vengono depositate otto lettere, sequestrate in carcere o nelle case degli imputati durante le perquisizioni.

Stupri, estorsioni, rapine

Anche i tatuaggi sui corpi degli delinquenti, puntualmente elencati dal cronista - spade, teste di donne, serpi, cuori - sono prove dell’esistenza di una «associazione di malfattori il cui principale fine è il delinquere contro le persone e le proprietà». Stupri, estorsioni, pestaggi, rapine, danneggiamenti di postriboli, furti ai danni di fruttivendoli e tabaccai, minacce a guardie che si mettono di traverso alle scorribande dei malavitosi. In tutto 34 reati-fine contestati.

La nascita del sodalizio criminale è individuata nell’affiliazione di cinque detenuti baresi, avvenuta tra il 1883 e il 1884 per opera di alcuni camorristi napoletani. La malavita mutua dalla camorra, come ricostruito da un minuzioso rapporto del questore, gran parte delle regole: dalla gerarchia alla ripartizione dei proventi, dalle sanzioni disciplinari ai doveri degli associati.

«Il procuratore del Re, cavalier Francesco Fino, incomincia la requisitoria mantenendosi quasi sempre calmo», annota il cronista. Premette che, sconfitto il brigantaggio, è la criminalità organizzata la piaga nazionale da debellare. Ne afferma «come cosa certa» l’esistenza in città. Chiede la condanna di tutti i 179 imputati, massimo della pena 15 anni 6 mesi e 20 giorni per Ginefra Giuseppe.

È l’avvocato Bovio a tenergli testa. Denuncia indebite pressioni mediatiche e definisce il processo «un immenso pallone splendidamente dipinto» ma destinato a precipitare: non si può dare un’associazione criminale con metà degli affiliati minorenni, «un’associazione di lattanti». E poi quali sarebbero i reati di siffatta malavita? Furti di lattughe, pomodori e cocomeri.

L’ultimo capitolo del libro non è dedicato alla sentenza (per quella ci si deve accontentare, in appendice, dell’elenco delle pene) ma alle conclusioni del Don Ficcanaso. Innocentiste, a dispetto dei primi articoli, par di capire per compiacere un’opinione pubblica che udienza dopo udienza ha solidarizzato con i malviventi locali. E che in fondo si riconosce nell’esclamazione di una donna del popolo alla vista degli imputati: «Digghe ìì ca ce stève la fatiche, chidde povre file de mamme non facèvene le magabbùnde», «Io dico che se ci fosse stato lavoro, quei poveri figli non avrebbero fatto i vagabondi».

Proprio lui che finì sui giornali per lo stesso motivo. Che noia...Lirio Abbate, Carminati e le pagelle di presentabilità per frenare Chiocci al Tg1 e Colosimo all’Antimafia. Andrea Ruggieri su Il Riformista il 19 Maggio 2023 

Triste storiella di ipocrisia italiana. Ieri su Repubblica, Lirio Abbate, ex direttore dell’Espresso, titolava, per la seconda volta in tre giorni “L’ombra di Carminati su nomine e scalata dei suoi commensali” (il titolo precedente recava: “Quei legami pericolosi”). Obiettivo non dichiarato: complicare (?) l’elezione di Chiara Colosimo, deputata di Fratelli d’Italia, a Presidente della Commissione Antimafia, e la nomina di Gianmarco Chiocci, direttore di Adnkronos, al Tg1, per la quale manca ancora una maggioranza granitica in Cda.

Segue citazione di un vecchio incontro tra Chiocci e Carminati, e della presunta amicizia tra Colosimo e Ciavardini, terrorista nero condannato per strage. Roba incompatibile con certi ruoli, suggerisce Abbate. E come dargli torto? Poi però gratti, e sotto il titolo e l’attacco roboante, si svela la solita storia dell’impeccabile che dispensa pagelle antimafia e di presentabilità. Una noia, insomma. Se non fosse che, al solito, c’è da valutare se Abbate abbia titolo adeguato ad alludere certe appartenenze, amicizie, e a decretare altrui presentabilità. E anche qui, pare di no. Con un rammarico in più: proprio lui, finito a suo tempo ingiustamente sui giornali, secondo un metodo sbagliato, dovrebbe capire che questo non va proposto per altri. Invece…

Lirio Abbate finì sui giornali proprio per alcuni suoi legami, fatti di “ottimi rapporti” (parole del Gip) con Antonello Montante, ex Presidente di Sicindustria, ex paladino antimafia condannato due volte per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistemi informatici, in quel che la cronaca ha bollato come “Sistema Montante”. Per noi Montante è innocente (manca la pronuncia definitiva della Cassazione), ma se qui si utilizzasse il metro proposto da Abbate per (mal) giudicare gli altri, egli sarebbe messo maluccio.

Lo ha ricordato Nicola Porro nella sua “Zuppa” sui social, l’altro ieri. Porro ricordava che, avendo Abbate scritto che Chiocci era stato indagato qualche anno fa per aver favorito Massimo Carminati (condannato nel processo “Mondo di Mezzo”) rivelandogli l’esistenza dell’inchiesta, per Chiocci arrivò subito il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste (tradotto: ma di cosa parliamo? Di niente), ma che questo Abbate non lo sottolineava, se non menzionandolo solo di striscio, ed evidenziava invece la tesi di un Pm che era stata sonoramente bocciata dal giudice. Alludere, affrescare, utilizzando argomenti di qualche Pm bocciati dai giudici (dunque irrilevanti), che sport è? Giornalismo? Antipatia a mezzo stampa? O ius sputtanandi? Un metodo, questo, visto e rivisto, che se però – questa l’obiezione – Abbate applicasse a sé stesso, non lo risparmierebbe.

Eppure, dicevamo, dovrebbe egli stesso conoscere e rigettare un metodo simile, proprio lui che finì ingiustamente (perché nemmeno indagato) accostato a Montante in un’ordinanza di custodia cautelare in carcere del 2018 a firma del Gip Maria Carmela Giannazzo. In cui si parla dei continui rapporti tra Montante e Abbate. “Emerge la sussistenza di ottimi rapporti tra Montante e il giornalista Lirio Abbate, risalenti già al 2008”, scrive il Gip. Ottimi rapporti con uno condannato due volte per associazione a delinquere? “Wow…. e di che ottimi rapporti parliamo?”, si indignerebbe Abbate, se scrivesse di altri. Quelli di Abbate con Montante li mette nero su bianco appunto il Gip: colazioni a Cefalù, pranzi a Palermo, cene a Roma (a proposito di “commensali”), incontri all’hotel Bernini, gite in barca. A volte anche due appuntamenti al giorno. “Con un bi-condannato per associazione a delinquere? Ma che volgarità…” direbbe di altri Abbate, dimentico che un giudice parli invece di lui.

Tanto che persino Attilio Bolzoni, collega di Abbate, ebbe a dire, a ottobre 2019, in un’audizione alla Commissione parlamentare Antimafia: “Su di lui mi mettete in imbarazzo perché’ lo conosco da sempre… ma glielo dissi: “Secondo me hai avuto promiscuità eccessive con quello là (Montante, ndr)”. Seguì rissa di repliche e controrepliche tra i due (non bastò nemmeno che Bolzoni avesse riconosciuto al collega, in quella stessa audizione, di aver smesso di frequentare Montante, una volta quest’ultimo indagato): “Mai fatto favori a Montante né ricevuti -si piccò Abbate -. Anche Bolzoni lo incontrava ma a differenza sua io mai gli chiesi di acquistare copie di libri o finanziare film”, aggiunse. “Cito solo documenti giudiziari”, fu la replica di Bolzoni: cioè “il rapporto della Squadra mobile di Caltanissetta, in cui i nomi dei due colleghi erano inseriti in una lista di favori di Montante (e dove il sottoscritto non è nemmeno menzionato): nomi, quelli di Abbate e Ceravolo, presenti anche nell’ordinanza di custodia cautelare a firma del Gip Giannazzo del 2 maggio 2018. “Non so cosa vogliano lui e i suoi avvocati, prosegue Bolzoni: è lui a essere citato nel rapporto di 169 pagine di favori, nell’informativa di 61 pagine sui rapporti tra Montante e giornalisti, e nella richiesta di custodia cautelare che parla dei suoi ottimi rapporti con Montante. Io mai”, chiude Bolzoni, che ricorda infine come una sola volta Montante fece il suo nome, e che il sostituto procuratore di Caltanissetta, Massimo Trifirò, lo indagò per diffamazione nei suoi confronti.

Insomma, ad Abbate non è bastato nemmeno aver provato sulla sua pelle l’ingiustizia del metodo che oggi propone per altri. E siamo alle solite: a colpi di citazione di fatti decontestualizzati (e nel caso di Chiocci anche bocciati da un giudice che ha detto: “Lasciatelo stare, parliamo del nulla”) buttati lì per affrescare e alludere, si induce chi legge a pensare a torbide amicizie che colorano carriere altrui. Poi vai a vedere se chi punta il ditino ne abbia titolo, e osservi che chi dà lezioni si ritrova invece un Giudice che peraltro mette nero su bianco i suoi legami con il suo “commensale” Montante, ex paladino antimafia condannato due volte per associazione a delinquere. Per chi scrive Montante è innocente, Abbate non doveva essere tirato in mezzo, e – di più – non c’è niente di male ad avere amici che poi, autonomamente, commettano errori che eventualmente sono solo loro. Ma a usare il metro di Abbate, che qui rigettiamo in toto, i suoi rapporti sono più meno pericolosi di quelli di Chiocci e Colosimo? La solita storia: inflessibili solo con le vite altrui, assai indulgenti con sé stessi. Che noia. Andrea Ruggieri

Il giornalista contro i penalisti: «Veicolano minacce mafiose». Un cronista veneziano attacca i difensori del processo anticamorra, rei di averlo nominato durante l’arringa. La replica: «Giudizio volgare che violenta il processo». Valentina Stella su Il Dubbio l'11 maggio 2023

È scontro pesante a distanza tra un giornalista e i penalisti veneziani. Oggetto della contesa: il ruolo dell’avvocato che difende presunti mafiosi e la sua libertà di espressione in aula. Ma vediamo cosa è successo. «Abbiamo importato oltre alle mafie anche il metodo mafioso che è esattamente questo: cioè le minacce agli organi di stampa e ai giornalisti con nome e cognome vengono fatte dagli avvocati dei mafiosi e non era mai successo questo nel Veneto», ha dichiarato qualche giorno fa un giornalista veneziano antimafia di cronaca e inchiesta ad una emittente televisiva, commentando il processo ai cosiddetti casalesi a Eraclea.

Il giornalista ha poi proseguito: «Io non discuto sul fatto che un avvocato difensore dica che è tutta colpa della stampa: succede sempre... Sono preoccupato dal fatto che gli avvocati difensori abbiano deciso di attaccarmi un bersaglio sulla schiena, cioè di indicarmi direttamente come il responsabile di quello che sta succedendo, come se il processo l'avessi fatto io. Ecco perché dico: abbiamo importato le mafie e purtroppo abbiamo importato anche questo meccanismo bruttissimo per cui si indica direttamente il nemico con nome e cognome. Non era mai successo prima e spero che non succeda mai più».

Come spiega l’emittente Antennatre, il nome del giornalista del Gazzettino, Maurizio Dianese, «è stato citato dagli avvocati di Luciano Donadio che, in aula bunker a Mestre, hanno tentato di smontare la ricostruzione della pubblica accusa che, la scorsa settimana, ha chiesto 30 anni di reclusione per l’uomo accusato di essere stato a capo di un’organizzazione di stampo mafioso operante nel Veneto orientale per 20 anni. Nella loro arringa, i legali, hanno attaccato la stampa senza giri di parole, definendola morbosa. “Si è messo in moto un circolo vizioso, hanno detto, la mafia a Eraclea c’è perché lo dice il giornalista”».

Le dichiarazioni di Dianese hanno subito suscitato la reazione critica della Camera penale veneziana che ha reso noto un duro comunicato. Innanzitutto riassumono i concetti espressi dal giornalista: «1) Gli "avvocati dei mafiosi", applicando "esattamente" il "metodo mafioso" importato, hanno formulato in aula minacce alla stampa, si intende anch'esse di natura mafiosa; 2) "Succede sempre" che gli avvocati difensori dicano che "è tutta colpa della stampa”; 3) gli avvocati difensori "hanno deciso" di "attaccare" sulla schiena del giornalista "un bersaglio", indicandolo come nemico. E ciò non deve più accadere».

La Camera penale veneziana, «a fronte di un tale violentissimo attacco al processo e al diritto di difesa che vi è connaturato», ha osservato innanzitutto che «negli Stati di diritto anche pre-illuministi, il difensore gode della prerogativa di non essere perseguito per le espressioni utilizzate in discussione e addirittura per le offese (libertas convicii). Chiunque comprende che, se così non fosse, non vi sarebbe diritto di difesa. La libera argomentazione è oggi tutelata dall'art. 598 c.p.». Ovviamente questo non significa libertà assoluta di divagare, offendere o, peggio, minacciare. «La stessa norma fa salvo il potere del giudice di adottare "provvedimenti disciplinari"». Ma anche molto di più: «Il presidente dirige la discussione e impedisce ogni divagazione, ripetizione e interruzione" (art. 523, co. 3 c.p.p.). E ciò nell'alveo di un più generale penetrante potere di disciplina dell'udienza, affidato al Giudice: "La disciplina dell'udienza e la direzione del dibattimento sono esercitate dal presidente che decide senza formalità", funzioni per le quali il presidente "si avvale, ove occorra, anche della forza pubblica" (art. 470 c.p.p.)». E a chiudere il cerchio, «"quando viene commesso un reato in udienza, il pubblico ministero procede a norma di legge" (art. 476 c.p.p.)».

Secondo i penalisti veneziani, «con la sua improvvida pubblica intemerata, il giornalista mostra di ignorare completamente tale assetto normativo e valoriale; nel duplice significato di non conoscerlo, sprezzando il profondo valore di rango costituzionale che lo sostiene». Così facendo, «egli ha prima di tutto violato il Giudizio, il processo; la cui immagine non è solo l'essere atto di tre persone/ruoli (il giudice, l'accusa e la difesa), ma l'incarnarsi in un giudice terzo e imparziale. Quel giudice che, come si è precisato, possiede una serie di strumenti forti ed efficaci per garantire la correttezza dello svolgersi del Giudizio». Inoltre, «l'attacco al diritto di difesa, insito nella pretesa di infrangere il recinto del giudizio interpretando e sindacando tratti di arringa difensiva, implica il tentativo di comprimere e umiliare le libertà argomentative del difensore, le libertà di toga. Tentativo che si risolve in una sorta di pretesa di sovragiudizio, superiore al giudice e alle parti; un giudizio mediatico e volgare che violenta il processo penale».

Infine, rileva la Camera penale, «l'attacco pesantemente oltraggioso che trasfigura la libertà argomentativa processuale, espletata nel cerchio sacro del processo, nientemeno che in strumento di minaccia mafiosa; attacco talmente impudico da richiamare l'immagine del bersaglio attaccato alla schiena e, dunque, da evocare l'idea dell'agguato armato». Per concludere: «Ognuno svolga liberamente la propria professione ma nessuno attenti al processo. Chi lo fa, ci trova schierati in difesa della civiltà, prima che dello Stato di diritto».

1993-2023: TRENT’ANNI DALLE BOMBE. Trent’anni di mafia e misteri. La caccia infinita ai mandanti. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA su Il Domani il 15 maggio 2023

Il 14 maggio 1993 il primo attentato sul “continente” contro Costanzo. Il primo di una lunga guerra allo stato

Dopo la mattanza di Falcone e Borsellino, le bombe dei corleonesi colpiscono passanti e patrimonio artistico

Possibile che la strategia fu ideata solo dalla cupola mafiosa? Le indagini puntano su Berlusconi e Dell’Utri

Pioveva a dirotto il 14 maggio 1993. L’orologio segnava le ore 21:35, minuto più minuto meno. In via Fauro, strada dell’elegante quartiere Parioli di Roma, un boato scuoteva i vetri delle abitazioni. I cornicioni crollarono, il muro di recinzione di una scuola si sbriciolò. L’autobomba era stata piazzata lì per Maurizio Costanzo.

Non ci furono morti, solo feriti, tra questi nel bollettino di guerra comparivano due guardie del corpo del celebre conduttore, scomparso poche settimane fa. Il piano per uccidere Costanzo con 100 chili di tritolo nel centro della capitale era firmato Cosa nostra, la mafia siciliana. C’era anche un giovane Matteo Messina Denaro coinvolto nel progetto, catturato dopo 30 anni di latitanza a gennaio 2023.

La bomba di via Fauro è stata la prima di una scia di attentati nel cuore del paese, ha dato il via alla stagione delle stragi sul continente successive agli eccidi di Capaci e via D’Amelio in cui morirono i magistrati del pool antimafia di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e le loro scorte.Nel 1993 la mafia ha seminato morte e distruzione da Roma a Milano.

Con cinque stragi e la programmazione di una sesta, l’attentato allo stadio Olimpico della capitale, nel gennaio successivo, sfumato per un errore tecnico nell’innesco. I morti innocenti sono stati dieci, una novantina i feriti, il patrimonio artistico vero obiettivo di Cosa nostra devastato.

Il 26 maggio un’altra autobomba, questa volta a Firenze in via dei Georgofili nei pressi della galleria degli Uffizi. L’esplosione distrusse la vicina torre dei Pulci e ucciso cinque persone, tra cui due bambini: Fabrizio Nencioni e Angela Fiume con le loro figlie Nadia (nove anni) e Caterina (nata da neppure due mesi) e lo studente Dario Capolicchio. Quaranta i feriti.

Una strana rivendicazione raggiunse le redazioni, a nome della fantomatica Falange armata: le inchieste dimostreranno che la sigla non corrispondeva a un gruppo terroristico, bensì era usata dalla mafia su suggerimenti esterni, di qualche uomo dei servizi segreti che aveva deciso di stare non dalla parte dello stato.

Il 26 luglio lo stragismo di Cosa nostra ha colpito di nuovo a Roma e per la prima volta Milano. Tre autobombe nel giro di poche ore. Le auto cariche di tritolo sono state azionate davanti a due chiese di valore storico inestimabile: San Giorgio al Velabro e San Giovanni il Laterano. Esplodono a distanza di quattro minuti l’una dall’altra. Nessuna vittima, oltre 20 feriti. La tensione nel paese aveva ormai raggiunto il livello massimo. Puntuale arrivava la rivendicazione della Falange armata, come a Firenze.

Poi il silenzio fino al gennaio 1994: doveva essere il colpo mortale alla Repubblica, con l’attentato allo stadio Olimpico di Roma durante la partita Lazio Udinese. L’innesco fallì. Poteva diventare un massacro mai visto in una domenica affollata di famiglie felici lì per la loro squadra.

NON SOLO MAFIA

La sigle dal sapore di servizi segreti, la scelta dei luoghi artistici da colpire, il ritorno della strategia della tensione. Possibile che un manipolo di mafiosi con la quinta elementare potesse conoscere i segreti per destabilizzare un paese ferendolo nel cuore? Il sospetto è che Cosa nostra non abbia fatto tutto da sola. E che abbia ricevuto dritte precise sugli obiettivi da assaltare e sull’uso della sigla Falange armata. Ci furono, dunque, mandanti esterni per le stragi di Firenze, Roma e Milano? Ci fu una convergenza d’interessi tra centri di potere, come la massoneria deviata, la destra eversiva e Cosa nostra? Domande alle quali sta tentando di dare una risposta la procura antimafia di Firenze con i magistrati Luca Tescaroli e Luca Turco, condotta con la direzione investigativa antimafia.

L’inchiesta in corso non esclude alcuna pista e sta scavano nel passato per rintracciare tracce dei mandanti occulti delle stragi sul continente. Sono due gli indagati eccellenti: Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, fondatore di Forza Italia, ex senatore, fedelissimo del Cavaliere e già condannato per concorso esterno alla mafia.

L’ipotesi di accusa è concorso in strage. Domani ha letto gli atti depositati, le informative, le consulenze e le relazioni finanziarie depositate fin qui nell’indagine. Una mole notevole di questo materiale è relativo al patrimonio dell’ex presidente del Consiglio. Chi indaga sta provando a decifrare l’origine del patrimonio del Cavaliere. Soprattutto in relazione alle dichiarazioni rilasciate davanti ai pm del padrino di Palermo, lo stragista, Giuseppe Graviano.

Graviano, detto “Madre natura”, ha più volte veicolato messaggi all’esterno dal carcere, usando familiari, parlando sapendo di essere intercettato o tramite suoi portavoce liberi di circolare. Quando ha deciso di rispondere ad alcune domande dei magistrati, senza però formalizzare una forma di collaborazione con la giustizia, ha rivelato una storia in cui il protagonista principale è Berlusconi. Per prima cosa ha riferito di un investimento di 20 miliardi di vecchie lire del nonno nelle aziende di Berlusconi. Per i magistrati, tuttavia, Graviano è a conoscenza anche di altri segreti.

Durante un colloquio in carcere è stato intercettato mentre raccontava al suo compagno di ora d’aria di una richiesta ricevuta da Berlusconi di fare «una bella cosa», un riferimento all’attentato di Roma dello stadio Olimpico, evitato per un miracolo.

Secondo l’interpretazione degli uomini della direzione investigativa antimafia la «bella cosa» sarebbe stata quella strage preparata e non realizzata, Graviano sul punto non ha confermato le parole pronunciate durante i colloqui. Anzi ha negato qualunque tipo di riferimento.

Per Graviano la “bella cosa” altro non era che un progetto immobiliare da realizzare sul mare a Palermo, che con Berlusconi al governo avrebbe avuto garanzia di realizzarlo. La procura non gli crede. Accuse e ricostruzioni che secondo gli indagati e i loro avvocati sono pura fantasia di un mafioso sanguinario, una macchinazione architettata per gettare fango su Forza Italia e l’ex presidente del Consiglio.

LA CASA E I RAPPORTI

Graviano ha una caratteristica: è solito inviare messaggi all’esterno che puzzano di ricatto. Lo ha fatto più volte sfruttando diversi canali, uno di questi è un personaggio chiave di questa storia e dell’indagine di Firenze: Salvatore Baiardo, ex gelataio, in passato condannato per aver favorito la latitanza dei Graviano, scomparso dalla scena e riapparso in tv nel novembre 2022 per predire l’arresto di Messina Denaro durante un’intervista andata in onda nel programma Non è l’arena di Massimo Giletti su La7. Baiardo è pure lui ondivago, alterna racconti lineari ad altri in cui smentisce sé stesso. Per gli investigatori districarsi nella selva di parole di Baiardo è faccenda complessa. I detective lavorano su ogni singola dichiarazione dell’uomo dei Graviano.

Il lavoro di verifica inizia a restituire i primi riscontri anche sulle parole del boss stragista.

Un riscontro rilevante, come ha raccontato Domani, è avere rintracciato un appartamento a Milano 3, il complesso immobiliare creato da Berlusconi, affittato nel 1993 a Emanuele Fiore, deceduto nel 2012, nipote di Antonino Mangano, boss condannato per le stragi sul continente, uomo dei Graviano e loro successore al trono della famiglia criminale. Il 1993 è l’anno in cui sarebbe avvenuto l’incontro, secondo il racconto di Graviano, con Berlusconi. Lo ha spiegato il padrino durante una delle udienze del processo “’ndrangheta stragista” a Reggio Calabria in cui la procura di Reggio Calabria ha dimostrato la partecipazione di un pezzo della mafia calabrese alla strategia terroristica di Cosa nostra. L’incontro sarebbe avvenuto in un appartamento del comprensorio Milano 3, a disposizione del capo mafia latitante. Graviano ha descritto l’abitazione indicando alcuni particolari. I detective della direzione investigativa antimafia di Firenze hanno setacciato le palazzine collegandole ai proprietari e cercando la casa dalla quale era visibile una caserma dei carabinieri.

Alla fine sono riusciti nell’impresa di individuare l’immobile affittato nel 1993 a Fiore, lo zio dell’uomo dei Graviano. Questo non vuol dire però che l’incontro con il Cavaliere sia davvero avvenuto. Su questo resta il mistero e le versioni opposte dei protagonisti. Per i legali di Berlusconi sono menzogne, per Graviano è ciò che è accaduto.

Ma, appunto, Graviano non è un collaboratore di giustizia, molte cose le omette, le ritratta. Per esempio ha sempre negato di aver conosciuto Dell’Utri. Così gli investigatori hanno verificato quanto raccontato da Gaspare Spatuzza, collaboratore di giustizia, in merito ai rapporti tra lo stragista e l’ex senatore forzista, in passato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Una vecchia informativa, risalente al 2010, riscontrava la compresenza nei medesimi luoghi di Graviano e Dell’Utri.

Compresenze a Roma, il giorno 8 agosto 1993, in Sardegna, all’inizio di settembre dello stesso anno, così come in Veneto il mese successivo, e «presenza di Marcello Dell’Utri, il giorno 18 gennaio 1994, presso l’Hotel Majestic di Roma insieme a funzionari e collaboratori di Publitalia 80 Spa, in periodo coincidente con l’incontro tra Graviano e Spatuzza al bar Doney a Roma e con la strage dell’Olimpico che doveva compiersi il 23.01.1994 in danno dei Carabinieri», si legge nell’informativa degli investigatori.

Il summit nell’esclusivo bar Doney è il famoso incontro nel quale Graviano avrebbe detto a Spatuzza: «Abbiamo il paese nelle mani» prima di introdurre i nomi di Dell’Utri e Berlusconi che di lì a poco sarebbe diventato presidente del Consiglio. Un passaggio che avrebbe così chiuso la transizione, segnata dalle bombe e da Tangentopoli, e inaugurando la Seconda Repubblica, con Cosa nostra che avrebbe avuto così, sostengono gli inquirenti, il nuovo referente politico dopo il tramonto della Democrazia cristiana. Gli inquirenti hanno recuperato un colloquio in carcere di Giuseppe Graviano del 1998: lo stragista faceva riferimento a un uomo dei servizi segreti da contattare e anche a un Marcello, che viene identificato in Dell’Utri. Graviano, tuttavia, ha sempre negato questa circostanza.

LA FOTO DEI MISTERI

Di certo oltre alla casa e agli incontri, la procura è a caccia di un documento che potrebbe riscrivere la storia della Prima e della Seconda Repubblica. È una foto che ritrarrebbe Silvio Berlusconi, il boss stragista Giuseppe Graviano e il generale dei carabinieri Francesco Delfino. È stato Massimo Giletti a riferire ai magistrati dell’esistenza di questo scatto, che gli sarebbe stato mostrato da Baiardo, l’uomo dei Graviano. Baiardo si è così trasformato presto in una pedina centrale nell’indagine sui mandanti occulti. Lui è il collante che tiene insieme diversi piani: è ritenuto un portavoce dei Graviano, ma è anche a conoscenza, come dimostrano alcuni documenti, dei presunti incontri tra lo stragista Giuseppe Graviano e il magnate fondatore di Fininvest. Correva l’anno 1993, l’anno prima della discesa in campo con Forza Italia.

Baiardo, insomma, è il collegamento tra passato e presente: dai rapporti (ammessi dallo stesso Graviano durante gli interrogatori e negati da Berlusconi) con l’ex presidente del Consiglio alla foto di cui ha parlato Giletti con i magistrati. Baiardo è netto nel sostenere che lo scatto non esiste, i pm al contrario hanno in mano intercettazioni che dimostrerebbero il contrario.Il conduttore, quando è stato sentito dai magistrati fiorentini, ha detto di aver visto l’istantanea e di aver riconosciuto il Cavaliere e il generale Delfino.

Erano immortalati insieme accanto a un terzo soggetto, a detta di Baiardo si tratterebbe di Giuseppe Graviano, ma Giletti non l’ha riconosciuto perché l’ex gelataio ha ritirato la foto senza consegnarla. Delfino è stato un generale dell’Arma dei carabinieri, la sua carriera si intreccia alle trame dei misteri italiani, è morto nel 2014. Il generale dell’Arma era collegato, secondo alcuni pentiti di ‘ndrangheta, al mammasantissima Antonio Papalia, il capo dei capi della mafia calabrese in Lombardia negli anni dei sequestri di persona. Uno dei collaboratori di giustizia, ritenuto tra i più affidabili, si chiama Nino Fiume. Ha raccontato dell’impegno preso da Papalia di evitare in tutti i modi il rapimento di Piersilvio Berlusconi.

BAIARDO E LA “FAMIGLIA”

Baiardo non è un estraneo all’ambiente di Cosa nostra, come vorrebbe far credere. È stato interrogato quattro volte dalla procura di Firenze, questo è certo. «C’è un Baiardo televisivo e un Baiardo che parla coi pm», racconta un investigatore. Molti fatti li aveva raccontati molti anni fa. Erano finiti in un’informativa rimasta senza esito giudiziario. Questo rapporto investigativo è riemerso di recente durante un processo a Reggio Calabria, ne parla Francesco Messina, attuale capo della direzione centrale anticrimine della polizia: «Baiardo ci disse che in quelle telefonate (intercorse tra Dell’Utri e Filippo Graviano, ndr) si evinceva che i du e avevano in comune interessi economici. Nella prima di queste telefonate, avvenute tra il ‘91 e il ‘92, aveva capito che l’interlocutore era Dell’Utri perché Filippo Graviano aveva pronunciato questo nome per farsi annunciare».

Baiardo ha parentele mafiose eccellenti, è cugino acquisito di Cesare Lupo, mafioso di Brancaccio, regno dei Graviano. Un altro legame familiare importante di Baiardo è con la famiglia Greco di Bagheria. Per capire il profilo dei parenti di Baiardo: da Leonardo Greco, «Messina Denaro andava a rapporto da lui» sussurrava un imprenditore intercettato nel 2021 dai carabinieri. Si tratta dello storico capo di Bagheria, la roccaforte di Bernardo Provenzano, il successore di Totò Riina la mente delle stragi del 1992.

Riina è stato arrestato nel gennaio 1993. Provenzano, secondo i pentiti, era favorevole a proseguire con le bombe sul continente. Su queste ultime c’è la firma pure di Matteo Messina Denaro e di Graviano. Trent’anni dopo sulla scena ricompare lo sconosciuto Baiardo, che annuncia l’arresto imminente del primo ed è il portavoce del secondo. Intanto la verità giudiziaria è ancora assente.

GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA

Giovanni Tizian. Classe ’82. A Domani è capo servizio e inviato cronaca e inchieste. Ha lavorato per L’Espresso, Gazzetta di Modena e ha scritto per Repubblica. È autore di numerosi saggi-inchiesta, l’ultimo è il Libro nero della Lega (Laterza) con lo scoop sul Russiagate della Lega di Matteo Salvini.

Nello Trocchia è inviato di Domani, ha realizzato lo scoop sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere pubblicando i video e un libro sul Pestaggio di stato, Laterza editore. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Cosa resta dell’antimafia. Cronaca di un anno difficile. ATTILIO BOLZONI su Il Domani l'11 maggio 2023

Renato Schifani, sotto processo per associazione a delinquere nel  casdo Montante, diventa governatore della Sicilia. L’ex procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho propone la forzista Rita dalla Chiesa alla presidenza della commissione parlamentare antimafia.

Il giallo della foto che ritrae Giuseppe Graviano, il generale Francesco Delfino e Silvio Berlusconi. E Massimo Giletti cacciato improvvisamente dall’editore Umberto Cairo da“Non è l’Arena”.

La cattura di Matteo Messina Denaro dopo trent’anni di latitanza. Le indagini dei carabinieri del Ros, i dubbi e i sospetti, le polemiche su un arresto troppo facile.

Da un anniversario all’altro, un anno di appunti sul mio taccuino.

Palermo, 22 maggio 2022. Il candidato sindaco del centrodestra Roberto Lagalla, ex magnifico rettore dell’Università, diserta la manifestazione in ricordo del giudice Giovanni Falcone ucciso trent’anni prima a Capaci. Al Foro Italico ci sono tutti, ma la sua sedia è vuota. La campagna elettorale è in pieno svolgimento, Lagalla ha appena ricevuto un endorsement dall’ex governatore Totò Cuffaro e dal senatore Marcello Dell’Utri, il primo condannato per concorso esterno, il secondo per favoreggiamento aggravato mafioso.

Palermo, 24 maggio 2022. Maria Falcone, sorella del giudice e presidente di una fondazione a lui intitolata, dichiara: «La politica non deve dare il minimo sospetto di relazioni con la mafia».

Palermo, 14 giugno 2022. Roberto Lagalla, medico, specialista in radiologia diagnostica e radioterapia oncologica, è sindaco di Palermo. Trionfa al primo turno conquistando il 46,7 per cento dei voti.

Palermo, 14 giugno 2022. La lista della “Nuova Democrazia Cristiana” di Totò Cuffaro supera lo sbarramento del 5 per cento alle elezioni comunali. Sono tre i consiglieri della lista dell’ex governatore.

Palermo, 21 giugno 2022. Al suo primo impegno istituzionale, il sindaco Lagalla depone una corona di fiori al monumento dedicato alle vittime di mafia. Maria Falcone: «Apprezzo molto l’omaggio che ha voluto rendere».

Caltanissetta, 12 luglio 2022. Mancano sette giorni all’anniversario numero trenta dell’uccisione di Paolo Borsellino e i giudici assolvono tre poliziotti accusati di avere sviato le indagini sull’attentato. Quello che viene definito “il più grande depistaggio della storia giudiziaria italiana” non ha colpevoli.

Palermo, 19 luglio 2022. Il sindaco Lagalla si presenta in via D’Amelio per ricordare Borsellino, al suo arrivo i militanti delle Agende rosse gli voltano le spalle in segno di protesta.

Caltanissetta, 29 luglio 2023. La procura riapre l’inchiesta su “Mafia e Appalti” archiviata trent’anni prima a Palermo. S’indaga per scoprire se quel dossier fu la vera causa dell’“accelerazione” dell’uccisione di Paolo Borsellino.

Palermo, 6 agosto 2022. Vengono depositate le motivazioni della sentenza che, nel settembre precedente, aveva scagionato i generali Mario Mori e Antonino Subranni, il colonnello Giuseppe De Donno e il senatore Marcello Dell’Utri per avere trattato con Cosa Nostra durante gli attentati del 1992: «Fu uno sciagurato errore di calcolo ma i carabinieri agirono per fini solidaristici per fermare le stragi». Un tentativo per salvare l’Italia dalle bombe.

Palermo, 27 settembre 2022. Renato Schifani, esponente di Forza Italia, ex presidente del Senato, è eletto governatore della Sicilia. Schifani, in passato, era stato coinvolto in un’indagine per i suoi legami con alcuni boss. Archiviata. Al momento dell’elezione a governatore è sotto processo a Caltanissetta per associazione a delinquere nel dibattimento contro l’ex vicepresidente di Confindustria Calogero Montante.

Molfetta, 27 settembre 2022. Rita dalla Chiesa, giornalista, volto famoso della televisione, figlia del generale Carlo Alberto dalla Chiesa assassinato a Palermo il 3 settembre del 1983, entra in parlamento con Forza Italia. È nel partito di Silvio Berlusconi, tre volte presidente del Consiglio e indagato dalla procura di Firenze per le bombe del 1993 ai Georgofili.

Roma, 31 ottobre 2022. Il governo di Giorgia Meloni con un decreto legge mantiene l’ergastolo ostativo, che non permette ai detenuti il beneficio di determinati permessi – come quelli premio o la semi-libertà – a meno che non collaborino con la giustizia. L’ergastolo ostativo viene applicato a chi sconta la massima pena per reati di mafia e terrorismo. La Corte costituzionale l’aveva giudicato “incompatibile” con i princìpi di uguaglianza e di funzione rieducativa della pena.

Roma, 5 novembre 2022. Massimo Giletti intervista su La7 a "Non è l’Arena” Salvatore Baiardo, un gelataio palermitano amico dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, i boss di Cosa Nostra ai quali aveva trovato riparo quando erano latitanti fra il 1992 e il 1993. Baiardo si augura in diretta che venga abrogato l’ergastolo ostativo così «anche loro (i Graviano, ndr) comincino a godersi la famiglia». E poi aggiunge: «E magari chi lo sa che avremo un regalino. Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato, che faccia una trattativa lui stesso per consegnarsi e fare un arresto clamoroso, e magari arrestando lui esce qualcuno che ha l’ergastolo ostativo senza che ci sia clamore».

Agrigento, 26 novembre 2022. Il sindaco di Palermo Roberto Lagalla riceve il premio Borsellino dall’Accademia di studi mediterranei di Agrigento, “Istituto di Alta Cultura”, un’associazione «che opera secondo princìpi di legalità, onestà, integrità, correttezza e buona fede».

Agrigento, 9 gennaio 2023. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi durante un vertice sull’immigrazione dice: «Spero di essere il ministro che arresterà Matteo Messina Denaro».

Palermo, 16 gennaio 2023. Matteo Messina Denaro, latitante dal giugno del 1993, viene catturato dai carabinieri del Raggruppamento operativo speciale in una clinica di Palermo dove è in cura per un tumore al colon. Non oppone resistenza. Qualche ora dopo vengono diffusi i suoi selfie con un medico, i messaggi che si scambia con alcune pazienti, i dettagli più intimi della sua vita.

Roma, 17 gennaio 2023. La neo deputata di Forza Italia Rita dalla Chiesa sulla cattura di Matteo Messina Denaro: «Sono molto felice che i carabinieri abbiano raggiunto questo risultato così importante. I Ros è un reparto istituito da mio padre. Anche questo cambio di governo può essere servito».

Palermo, 27 gennaio 2023. Il sindaco Roberto Lagalla posta sul suo profilo Facebook una foto che lo ritrae con Maria Falcone. La foto è accompagnata da una didascalia: «È stato un piacere ricevere oggi la professoressa Maria Falcone per discutere di alcune iniziative che porteremo avanti insieme».

Palermo, 3 febbraio 2023. Il procuratore capo della repubblica Maurizio De Lucia parla agli studenti dell’istituto Gonzaga: «Ci sono soggetti che non fanno indagini da dieci anni e che compaiono sui media per disquisire sulla cattura di Messina Denaro o fanno dietrologie. Questo è uno strano paese, erano passati pochi minuti dall’arresto, un grande successo per l’Italia, e sono iniziati i “murmurii”: si è fatto prendere, non era più lui. Sono tutte considerazioni che ognuno può fare, i fatti, però, sono un lavoro impressionante fatto dai carabinieri e un uomo che a tutto pensava tranne che a farsi catturare». Conclude: «Da noi è sempre così, se si vincono i campionati del mondo di calcio è perché qualcuno ha comprato la partita».

Palermo 17 febbraio 2023. Il tribunale di sorveglianza di Palermo concede la “completa riabilitazione” a Totò Cuffaro, condannato nel 2011 a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Per l’ex governatore estinta anche la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Cuffaro, commissario regionale della Nuova Democrazia Cristiana, può ricandidarsi.

Palermo, 25 febbraio 2023. All’assemblea dei prèsidi siciliani di Libera, riuniti per preparare la giornata dedicata alla memoria delle vittime di mafia del 21 marzo, ospite d’onore è il sindaco Roberto Lagalla. Dopo la foto con la professoressa Maria Falcone, adesso c’è anche la foto con i ragazzi dell’associazione di don Luigi Ciotti. Sul profilo di Libera, 36 ore dopo, la foto scompare.

Castelvetrano, 5 marzo 2023. Rosalia Messina Denaro, sorella del boss, viene arrestata per avere favorito la latitanza di Matteo. È accusata di avere tenuto la “cassa” della famiglia e gestito la trasmissione di pizzini. I carabinieri scoprono nella gamba di una sedia di casa sua un appunto sulla malattia di Matteo. Appunto, sostengono gli investigatori, che porterà alla cattura del latitante.

Roma, 7 marzo 2023. La Cassazione assolve l’ex governatore Raffaele Lombardo dalle accuse di concorso esterno e corruzione elettorale. Lungo e altalenante l’iter giudiziario. Condannato in primo grado per concorso esterno, in appello riconosciuto colpevole solo di corruzione elettorale, poi la riconosciuta innocenza.

Roma, 8 marzo 2023. La Cassazione mette il suo timbro sull’ergastolo ostativo, il primo provvedimento del governo Meloni emanato con decreto nell’autunno precedente.

Firenze, 17 marzo 2023. Dalle carte dei magistrati della procura di Firenze – quelli che indagano sugli attentati mafiosi del 1993 in Continente – affiorano pagamenti effettuati da Silvio Berlusconi al suo amico Marcello Dell’Utri. Per l’accusa, è una sorta di vitalizio per il silenzio mantenuto dal senatore sull’origine misteriosa delle fortune economiche del Cavaliere.

Palermo, 22 marzo 2023. In un incontro con gli studenti di Giurisprudenza, la docente di procedura penale Daniela Chinnici definisce “un obbrobrio” il maxi processo a Cosa Nostra istruito da Giovanni Falcone.

Roma, 27 marzo 2023. Il governo vara il nuovo Codice sugli appalti. Procedure più snelle, rapidità e affidamento diretto per i lavori di importo inferiore ai 150 mila euro. Dichiarazione dell’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato oggi senatore dei Cinque stelle: «È una sorta di legalizzazione di Tangentopoli».

Roma, 7 aprile 2023. La nuova segretaria Elly Schlein nomina i 21 componenti dell’esecutivo del Partito Democratico. La delega per mafia, legalità e trasparenza viene affidata a Vincenza Rando, avvocata siciliana con studio a Modena dove è stata eletta senatrice nell’autunno del 2022. Per molti anni è stata vicepresidente di Libera curando la costituzione di parte civile in numerosi processi.

Roma, 13 aprile 2023. L’editore Urbano Cairo blocca la messa in onda di Non è l’Arena, il programma condotto da Massimo Giletti su La7. La puntata di domenica 16 aprile salta. L’editore «ringrazia Massimo Giletti per il lavoro svolto con passione e dedizione» e comunica che «Giletti rimane a disposizione dell’azienda».

Al centro del caso una foto che il gelataio Salvatore Baiardo, amico dei fratelli Graviano, avrebbe mostrato a Giletti. Un’immagine con insieme Silvio Berlusconi, il generale dei carabinieri Francesco Delfino e i fratelli Graviano. Il conduttore di Non è l’Arena si presenta alla procura antimafia di Firenze – quella che indaga sulle stragi ai Georgofili – per raccontare tutto. I magistrati decidono di rafforzare le misure di sicurezza per Giletti.

Roma, 14 aprile 2023. Il gelataio Baiardo, dopo avere insinuato a lungo intorno ai rapporti fra Berlusconi e i Graviano, interviene su TikTok: «Ho preso contatti con Mediaset e vi farò sapere quando è la mia serata. Ho tante cose da dire». Aggiunge: «Bisogna smetterla con questa storia per cui Berlusconi è un delinquente, sono fantasie delle procure che lo tirano in ballo da trent’anni». E su Giletti: «Se non firmerà un contratto con la Rai, magari aprirà anche lui un canale YouTube».

Palermo, 21 aprile 2023. Daniela Lo Verde, preside di una scuola intitolata a Falcone, viene arrestata per corruzione. È accusata di avere dilapidato fondi europei, secondo i carabinieri si è appropriata di computer e di cibo destinato alla mensa dei suoi studenti. Nei mesi dell’emergenza Covid la preside era stata nominata Cavaliere al merito della Repubblica dal presidente Sergio Mattarella.

Roma, 26 aprile 2023. Caterina Chinnici, europarlamentare del Pd per due legislature, annuncia il suo trasferimento in Forza Italia, il partito di Berlusconi. Nella campagna elettorale delle regionali siciliane del settembre 2022, dove Chinnici era candidata per il centrosinistra, ha preteso la cancellazione dalle sue liste personaggi con pendenze giudiziarie. Caterina Chinnici entra in un partito dove il suo leader è indagato per strage e il suo presidente della regione sotto processo per associazione a delinquere. Il neo acquisto di Forza Italia è figlia di Rocco Chinnici, il consigliere istruttore del tribunale di Palermo ucciso con un’autobomba a Palermo il 29 luglio del 1983.

Roma, 27 aprile 2023. Il deputato dei Cinque stelle Federico Cafiero De Raho, ex procuratore capo di Reggio Calabria ed ex procuratore nazionale antimafia, lancia una candidatura per l’Antimafia: «Premettendo che la commissione viene presieduta di solito da un esponente di maggioranza, io avrei pensato a una persona come Rita dalla Chiesa, il cui nome di per sé è di importanza storica, direi anche strategica. Una certezza per la strada che si vuole percorrere».

Roma, 27 aprile 2023. Processo trattativa stato-mafia. La Cassazione assolve “per non avere commesso il fatto” i generali dei carabinieri Antonino Subranni e Mario Mori, il colonnello Giuseppe De Donno e il senatore Marcello Dell’Utri. Reato prescritto per il boss Leoluca Bagarella. Cala il sipario su uno dei più controversi casi giudiziari italiani.

Roma, 28 aprile 2023. La deputata di Forza Italia Rita dalla Chiesa commenta il passaggio di Caterina Chinnici nel partito di Berlusconi: «Sono felice che Caterina abbia scelto di unirsi a noi. La sua presenza non potrà che rendere più incisiva la lotta alla mafia di Forza Italia».

Palermo, 4 maggio 2023. Al cinema Politeama c’è l’anteprima di “1768 giorni”, il documentario che racconta la detenzione di Totò Cuffaro. Il governatore della Sicilia Schifani lo saluta così: «Se non ci fosse, Totò Cuffaro bisognerebbe inventarlo. Non è uno slogan ma è una cosa che sento. Ci lega un rapporto che nasce da tanto tempo. Se, come dice la Costituzione, la detenzione ha una funzione rieducativa penso che questo principio non sia stato contemplato per Cuffaro, che non aveva bisogno di essere rieducato».

Palermo, 5 maggio 2023. Sui muri delle vie al centro della città compare un manifesto del collettivo Offline. È una grande foto di Totò Cuffaro. Sul suo capo un’aureola, sotto una scritta: «Riabilitato e presto beatificato».

ATTILIO BOLZONI

Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

Il dibattito sull'antimafia. Nella furia dell’antimafia rastrellare gli innocenti è lecito. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 24 Marzo 2023

Nel bel libro di Alessandro Barbano (L’inganno – Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene) trovo citata questa frase, tratta da un mio articolo pubblicato qualche anno fa sul Riformista: “Il finalismo antimafia, quello in nome del quale si adotta il mezzo del rastrellamento giudiziario, dell’indagine a strascico, della tortura in carcere, non fu l’incomprensibile messa in pratica di qualche isolato vagheggiamento di un manipolo di pubblici ministeri: ma l’attuazione di una cultura diffusa e la soddisfazione di una pretesa comune”.

Constatazione tanto banale quanto gravemente attuale, mi pare. Far finta che non sia così, e credere che gli abusi di cui si è resa responsabile la disciplina cosiddetta antimafia siano da attribuire all’esclusiva monopolistica di un potere temibile ma ristretto, autonomo e indipendente (si apprezzi il riferimento) rispetto al milieu sociale e civile che ne ha accreditato gli intendimenti e l’azione, può essere in qualche modo consolante. L’abuso antimafia come l’inopinata e correggibile aberrazione di un corso giudiziario altrimenti ineccepibilmente retto, presidiato da un’attenzione pubblica occhiutissima a vigilarne gli argini di compatibilità costituzionale e democratica. Magari. E sarebbe consolante, quella convinzione, pure se l’abuso antimafia avesse avuto modo di imporsi non ostante quella vigilanza: in quel caso avrebbe vinto l’abuso, sì, ma per forza propria e autonoma, e soprattutto nel riconoscimento che esso era tale, che esso era abuso. Nuovamente: magari.

Perché non è andata così e non va così. Al contrario, era ed è convincimento comune che sia possibile e giusto arrestare trecentocinquanta persone al fine di acciuffarne qualcuna forse responsabile di qualcosa. Era ed è convincimento comune che incarcerare un buon numero di innocenti appartenga a un’accettabile fisiologia, se questo è il prezzo da pagare alle preminenti e irrinunciabili finalità antimafia. Era ed è convincimento comune che il carattere personale della responsabilità penale si attenui fino a scomparire nel trionfo inquisitorio della giustizia antimafia che incrimina il possesso di un cognome, fa scrutinio del grado di parentela, procede per blocchi familiari e per provenienza regionale.

Era ed è convincimento comune che l’efferatezza del crimine mafioso non solo giustifichi, ma raccomandi, l’efferatezza del regime carcerario, e che sia non solo inappropriato, ma connivente e oltraggioso per le vittime, reclamare che il carcerato possa accarezzare il figlio di quattro anni o abbandonarsi al lusso intollerabile di cucinarsi un piatto di pastasciutta. La politica che ha messo in legge questa giustizia piombata, e i magistrati che la applicano insorgendo davanti a ogni ipotesi di revisione, anzi istigandone senza sosta l’inasprimento, si sono fatti attuatori di una mozione di inciviltà preesistente ben propagata. Non si cambia la giustizia se non si cambia la società che la genera. Iuri Maria Prado

Il corteo a Milano e gli irriducibili del giustizialismo. Manifestazione dell’antimafia per la verità, ma i processi hanno già detto tutto…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 23 Marzo 2023

Vogliamo la verità sui delitti di mafia. Il grido sale dal corteo che attraversa il centro di Milano per poi concentrarsi in piazza Duomo, dove la voce dei parenti delle vittime di Cosa Nostra cede la voce, e il palco, ai politici di sinistra invitati da Libera, il cartello di associazioni fondato da don Ciotti. Erano tredici anni che non veniva celebrata questa giornata rievocativa. E sono datate a dieci e anche venti anni fa le grandi inchieste sulla criminalità organizzata al Nord condotte dall’ex responsabile della Dda milanese Ilda Boccassini. Inchieste come “Infinito” o “I fiori di San Vito” con le loro alterne risultanze processuali e la costante, purtroppo inutile, denuncia degli avvocati del fatto che nei processi su reati di mafia regolarmente saltano le regole dello Stato di diritto, quelle che in genere governano i dibattimenti “normali”. Più che politica del doppio binario, veri binari morti, per le garanzie degli imputati. Ma siamo a Milano, e si sa quale sia stato, fino a poco tempo fa, il rito ambrosiano, non solo nelle indagini su Tangentopoli.

L’anno 2023 segna per il capoluogo lombardo l’anniversario di una data tragica, quella della bomba di via Palestro, il 27 luglio del 1993. Non è chiaro se l’associazione Libera e il suo promotore don Ciotti abbiano scelto questa ricorrenza piuttosto che il 1992 con le uccisioni di Falcone e Borsellino, per scendere in piazza. Ma la connotazione tutta politica, con la presenza, non solo quella doverosa del sindaco Beppe Sala, ma in particolare anche quella di Elly Schlein, presente a Milano due volte di fila in pochi giorni, e gli interventi contro il governo, lasciano intravedere qualcosa di diverso. Lo ha ben intuito Silvio Berlusconi che, con la sua proverbiale marcia in più, si è affrettato a prendere posizione, con un’uscita sincera, ma anche opportuna, e forse preoccupata per una certa piega che stano prendendo certe indagini che corrono da Firenze a Reggio Calabria. Così, con le parole che sono patrimonio di tutti, il “pensiero commosso” per le vittime e i loro familiari e “l’omaggio a due figure emblematiche” come Falcone e Borsellino, compare anche il riconoscimento alle forze dell’ordine e alla magistratura “che ogni giorno rischiano la vita per la legalità e la sicurezza di tutti”.

È vero che nel commemorare le due più famose vittime delle bombe mafiose l’ex presidente del Consiglio ha tenuto a distinguere il loro “profondo rispetto delle garanzie e dello stato di diritto”, ma il riconoscimento alla magistratura come corpo in sé, rimane. E va a cadere, non casualmente, sulla manifestazione indetta da Libera, “cartello di associazioni contro le mafie” nato su iniziativa di don Ciotti nel 1994. Non nel 1992 con le sue stragi di Capaci e via D’Amelio, e non nel 1993 con le bombe di Milano Firenze e Roma, ma a pochi mesi dall’insediamento del primo governo Berlusconi. Nasce e diventa da subito un potente partito politico. Il successore naturale della “Rete” di Leoluca Orlando, padre Pintacuda e Nando Dalla Chiesa, con il sostegno forte di un pm di Mani Pulite come Gherardo Colombo. Nemici di Leonardo Sciascia e delle garanzie, cui preferivano il loro credo: “Il sospetto è l’anticamera della verità”.

Il gruppo di Libera si è impadronito del prezioso timbro di ceralacca dell’antimafia nella sua veste più ideologica e furibonda, “contro la mafia e la corruzione”, anticipando di molti anni le degenerazioni giuridiche del Movimento cinque stelle e della legge “spazzacorrotti” voluta dal ministro Bonafede. A questa base teorica di chi guarda la realtà in chiave moralistica per dividere il mondo in buoni e cattivi e poi processando questi ultimi in tribunali speciali, Libera ha accompagnato anche un aspetto economico. Favorendo la dissennata politica delle confische fondate sul sospetto più che sulle responsabilità penali, ha cominciato da subito a rivendicare per sé la primogenitura e il “bollino blu” per le assegnazioni ai propri aderenti degli immobili confiscati. Nel nome dell’antimafia, naturalmente, non dell’interesse commerciale. Abbiamo già raccontato quell’esempio di Buccinasco e del sindaco lapidato perché si era permesso di offrire gli spazi confiscati a diverse associazioni e non a una sola. Mancava poco che qualcuno desse del mafioso a quel sindaco, perché aveva preferito un atteggiamento pluralistico nei confronti di tanti piuttosto che far aprire la pizzeria “antimafia”.

E la storia pare ripetersi, dopo gli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Giancarlo Caselli al libro L’Inganno di Alessandro Barbano, che ha stracciato il velo dell’omertà di chi viola costantemente le regole nel nome di un bene superiore e della lotta a una mafia che viene dipinta sempre come eterna e invincibile. E intanto tutti i magistrati “in lotta” (obbrobrio in uno Stato di diritto) contro il crimine organizzato, dal procuratore calabrese Nicola Gratteri alla responsabile della Dda milanese Alessandra Dolci, si affannano a spiegare che non importa se la mafia non spara più, ma che si è trasformata in comitati d’affari. “Operatore economico e agenzia di servizi”, la definisce la dottoressa Dolci. Senza mai spiegare, né lei né i suoi colleghi, perché ancora esista nel codice penale quell’articolo 416 bis che pone l’assoggettamento e il con-trollo del territorio come requisiti fondamentali perché un certo comportamento possa rivelare l’esistenza di un’associazione criminale di tipo mafioso. Ma il retroscena delle manifestazioni “antimafia” sono le inchieste giudiziarie sul passato, sugli anni Novanta.

Che cosa significa, al di là dei sentimenti dei parenti delle vittime, cui va sempre rispetto, quel grido “vogliamo la verità”? Se intendiamo parlare di verità storica, ma anche di verità processuale, dobbiamo dire che sulla mafia di Cosa Nostra, ma anche sulla ‘ndrangheta e sulla camorra, si sa ormai tutto. Giovanni Falcone non credeva nel “terzo livello”, e ha avuto ragione. I processi, da quello contro Giulio Andreotti in avanti, hanno dimostrato i limiti politici e culturali proprio di movimenti come la Rete e Libera. E la natura vera di inchieste come quella che ha portato al processo “’ndrangheta stragista” di Reggio Calabria e le forsennate ( e già fallite nelle tre versioni precedenti) indagini fiorentine su Berlusconi e Dell’Utri come mandanti di stragi. In questo modo non si cercano né verità né giustizia, ma capri espiatori al fine di prolungare all’infinito il ruolo dell’ ”antimafia”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Cafiero De Raho: «È necessario fare memoria contro la mafia» Egidio Lorito su Panorama il 31 Luglio 2023

Per il procuratore nazionale antimafia emerito e attuale vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia, «non bastano le parole, non basta il ricordo, perché occorre impedire che ciò che è avvenuto si ripeta»

Trent’anni dopo, l’estate delle bombe e degli attentati contro lo Stato risuona sinistra nei ricordi di quel tratto di storia repubblicana: una serie di attentati dinamitardi preparati ed eseguiti da Cosa Nostra, riecheggia nella nostra memoria a testimoniare che, in fondo, tre decenni sono un arco temporale ancora troppo breve per poter archiviare quei terribili giorni. Come il 27 e il 28 luglio del 1993, quando due potenti esplosioni a Milano e a Roma, riportarono l’opinione pubblica indietro di un anno esatto, alle stragi di Capaci e Via D’Amelio, La strategia dinamitarda tornava prepotente a scuotere palazzi e coscienze, potere costituzionale e opinione pubblica. Panorama.it ha chiesto, in esclusiva, un parere autorevole a Federico Cafiero de Raho che ci ha indicato la via da seguire. Trent’anni dopo… Dottor De Raho, siamo alla trentesima commemorazione di Via Palestro «Alle 23.14 del 27 luglio del 1993, Cosa Nostra faceva esplodere un ordigno di straordinaria potenza che cagionò la morte dei Vigili del Fuoco Carlo La Catena, Sergio Pasotto e Stefano Picerno, e dell’agente di Polizia locale Alessandro Ferrari; trovò la morte anche un cittadino del Marocco, Moussafir Driss, colpito da una lamiera, mentre dormiva su una panchina. Altre 12 persone riportarono lesioni, anche con postumi permanenti». Stessa strategia a Roma, qualche minuto dopo…

«Meno di un’ora dopo, alla mezzanotte e tre minuti e alla mezzanotte e otto minuti, del 28 luglio 1993, ancora Cosa Nostra faceva esplodere a Roma, nel piazzale della Basilica di San Giovanni in Laterano e nel porticato antistante la Chiesa di San Giorgio al Velabro, due ordigni della medesima composizione di quello confezionato per la strage di Milano. Rimasero ferite 22 persone e si verificò il crollo di alcune strutture portanti di tali luoghi di culto». Un nuovo attacco allo Stato, 365 giorni dopo Capaci e Via D’Amelio? «Le bombe di Milano e Roma si inseriscono in un piano strategico di attacco allo Stato che era stato avviato con le stragi e gli attentati di via Fauro in Roma del 14 maggio e di via dei Georgofili, in Firenze, del 27 maggio. Le indagini sviluppate hanno consentito di provare la responsabilità dei vertici di Cosa Nostra, tra i quali Salvatore Riina, Giuseppe e Filippo Graviano, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e degli altri dirigenti, a tutti i diversi livelli». Era la strategia “stragista”… «Esatto, per finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine costituzionale e per agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso di Cosa Nostra, e, più in particolare, per contrastare i provvedimenti legislativi e amministrativi a favore dei collaboratori di giustizia in materia di regime carcerario, con l’intendimento di affermare l’autorità mafiosa in contrapposizione a quella dello Stato». Sono passati trent’anni esatti, i capi storici della mafia (Riina, Provenzano, Messina Denaro) sono stati catturati. Lo Stato ha reagito all’attacco criminale… «Il contrasto alle mafie è vera e propria lotta dello Stato per la piena affermazione della legalità. Lo Stato, applicando le leggi, con l’osservanza delle regole, ha individuato i responsabili di quelle stragi proprio nei vertici di Cosa Nostra. Proprio il recente arresto di Matteo Messina Denaro ha posto termine ad una latitanza che, incomprensibilmente, si protraeva da oltre trent’anni». Dott. De Raho, quanto accaduto può ripetersi? Il suo è un parere autorevole… «Certo, potrebbe, il pericolo esiste, ecco perché non dimenticare è il dovere principale di tutti noi. Evitare che si ripetano gli orrori del passato è oggi una necessità. Ricordare, oggi, è onorare la memoria delle donne e degli uomini che hanno perso la vita in quelle stragi; ed è, al tempo stesso, il segno di una rispettosa vicinanza che intendiamo esprimere ai familiari delle vittime e a tutti coloro che hanno subito l’azione criminale mafiosa». Non è che si corre il rischio di cadere nella sterile retorica? «Non bastano più le parole, non basta il ricordo, è necessario fare memoria, che è qualcosa di più. E’ la ferma volontà di impedire che ciò che è avvenuto si ripeta. Non è il silenzio, né l’oblìo ciò che ci preserva dal pericolo di reiterazione degli orrori delle stragi. Al contrario, occorre parlare e impegnarsi per diradare le nubi che ancora gravano sullo scenario torbido delle stragi: occorre fare chiarezza, verità e giustizia». A proposito di stragi, per quella di Bologna si avvicina l’ennesimo anniversario… «Gli ulteriori elementi emersi dal processo per quella terribile carneficina evidenziano la centralità della figura di Paolo Bellini, emersa nel corso delle indagini sulle stragi continentali, in relazione all’individuazione del patrimonio storico culturale, come obiettivo di pressione e di aggressione mafiosa». Le trame oscure sono una costante nella strategia stragista: la politica dovrebbe compattarsi… «Occorre, oggi, ancora affrontare tanti altri punti oscuri di cui parlano le sentenze: in questo sforzo di approfondimento cognitivo non ci possono essere divisioni. La politica, questo Parlamento, devono essere uniti e convinti che insieme è possibile lavorare, senza strumentalizzare gli eventuali passi in avanti che possono essere compiuti». All’opinione pubblica interessa molto l’atteggiamento della politica. «La verità e la giustizia non appartengono ad una sola parte politica, ma sono un’esigenza di tutto il Paese, di tutto il popolo italiano. Coltivare la memoria, infatti, è un dovere di noi tutti. Per i familiari delle donne e degli uomini che hanno trovato la morte in quelle stragi si tratta di una ferita che non si rimarginerà mai». Dalla polvere delle stragi riemergono i fantasmi… «Quell’orrore continuano a vivere coloro che sono sopravvissuti alle stragi, riportando lesioni con postumi a volte permanenti, nel corpo e nella mente. È nostro dovere attuare un impegno forte, aprendo gli archivi tutti, laddove possano rinvenirsi elementi utili per una migliore lettura di questi fatti orribili». Il suo impegno continua come vicepresidente della Commissione parlamentare antimafia. E ha ripreso ad incontrare la gente. «In tanti aspettano il nostro impegno, come uomini delle istituzioni. Personalmente sono ritornato nelle piazze ad incontrare la gente: qualche giorno addietro ho partecipato a Praia a Mare, in Calabria, ad un incontro culturale sull’indicibile legame tra ‘ndrangheta, massoneria e servizi deviati che ha reso quella terra il luogo da cui si è generata la più pericolosa holding criminale del pianeta. Non posso sottrarmi al dibattito pubblico…».

10 mesi di immobilismo, poi la candidatura coi 5S. Quei dubbi sull'ex procuratore antimafia De Raho. Nell'inchiesta Aemilia e sul caso Mescolini, l'ex forzista Bernini attacca: "Come mai passarono 10 mesi prima di inviare la relazione sull'operato di Mescolini alla procura generale della Corte di Cassazione?" Domenico Ferrara il 23 Marzo 2023 su Il Giornale.

Prima il rumore, i vaffa e le urla, adesso il silenzio e l'oblìo. C'era un tempo in cui il M5s urlava contro il Pd e pretendeva le dimissioni di Graziano Delrio. Era il 2016 e il nodo della discordia era la maxi inchiesta Aemilia sugli affari della 'Ndrangheta nella regione rossa. Da Beppe Grillo a Giulia Sarti, passando per i gruppi parlamentari pentastellati: tutti invocavano chiarezza. E chiedevano la convocazione del sindaco dem Luca Vecchi e del predecessore Graziano Delrio, all'epoca ministro dei Trasporti, in Commissione antimafia.

Sotto accusa erano i presunti legami con soggetti di Cutro legati alle cosche, i voti delle campagne elettorali e non solo. Le indagini, condotte dal pm Marco Mescolini, colpirono soltanto due politici di centrodestra, Giovanni Paolo Bernini e Giuseppe Pagliani, poi assolti. Nessun esponente di centrosinistra fu invece lambito dalle inchieste. E qualche tempo dopo si sarebbe scoperto pure il perché, con la cacciata da parte del Csm di Mescolini reo di aver aiutato il Pd. Versione confermata al Giornale dall'ex pm Pennisi, per anni pm alla Procura nazionale antimafia e dal 2012 al 2013 a Bologna nel 2012-2013, che ha rivelato: "Mi impedirono di indagare sul Pd e le cosche".

"Certi comportamenti del collega Mescolini allora ritenni che fossero dovuti alla sua incapacità di comprendere. Col senno di poi mi sono dato spiegazioni diverse", racconta Pennisi. Che poi continua: "C'era la lettera scritta da un detenuto a un sindaco, è stata letta come una minaccia. E invece il discorso non è così semplice, quella lettera è un segnale, è l'indice di qualcosa che avrebbe potuto essere svelato, e non è stato svelato perché si è scelto di non indagare. Agli atti c'era questa informativa dei servizi segreti, che ci era stata trasmessa dai carabinieri. Di spunti ce n'erano tanti, con nomi e cognomi. Se si fosse deciso, come io chiedevo, di aprire uno stralcio d'inchiesta sui rapporti tra 'ndrangheta e politica quelli sarebbero stati i primi nomi su cui avrei iniziato a indagare. Alla fine dell'inchiesta Aemilia non c'è stato un solo politico condannato, eppure da quelle parti accadevano cose incredibili. Indago sulla 'ndrangheta dal 1991 ma non avevo mai visto che i candidati alle elezioni locali in una città del nord attaccassero i loro manifesti anche in un paesino calabrese. Andava stralciata l'indagine, approfondita la posizione di altri indagati o indagabili per concorso esterno in associazione mafiosa, invece non si fece nulla».

Adesso si aggiunge un nuovo tassello, anzi un nuovo protagonista. Si chiama Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia dal novembre 2017 al febbraio 2022. Il nome di De Raho emerge in una chat tra l'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, e Luca Palamara. Il Csm aprì una pratica, poi archiviata, sulla vicenda. Ma il consigliere togato di Autonomia&Indipendenza, Sebastiano Ardita nell'aprile 2021 lamentava: "C'è una chat tra Luca Palamara, allora consigliere del Csm, e il ministro dell'Interno in carica Marco Minniti che, rivolgendosi a Palamara all'indomani della mancata nomina di Cafiero de Raho a procuratore di Napoli, ha usato l'espressione 'salviamo il soldato Cafiero'. È una chat che andrebbe approfondita chiedendo magari agli interessati a cosa si riferissero, quale battaglia era stata combattuta, poi chiarita e magari inserita nel provvedimento di archiviazione o così tutto rimane in modo vago. Ci sarebbe anche da capire perché il ministro dell'Interno si rivolge a Palamara, a che titolo lo investe delle sue preoccupazioni, questo rimane a oggi un tema inesplorato, neanche riportato in delibera".

Al netto di ciò e tornando al caso Mescolini, dopo le interrogazioni datate 2020 di Gasparri e Quagliariello, che chiedevano lumi sull'operato del pm, la "Procura generale della Corte di Cassazione - racconta l'ex forzista Giovanni Paolo Bernini - il 14 settembre 2020 chiede alla Direzione nazionale antimafia una relazione sull'inchiesta Aemilia e sull'operato del pm Mescolini". Poi, il nulla. Il tempo passa inesorabile. "Dopo dieci mesi, precisamene il 7 luglio 2021, il pm Pennisi riceve la richiesta da parte del procuratore De Raho di produrre la relazione. E lui la invio dopo sette giorni. Ma come mai passarono 10 mesi?", si domanda con forza Bernini. Relazione che, come scritto dal Giornale, rimarrà poi blindata in qualche cassetto del ministero. Probabilmente perché rappresenta un esplicito atto di accusa sulle modalità di conduzione dell'indagine emiliana lasciando cadere tutti gli indizi che portavano a sinistra.

All'epoca il ministro della Giustizia era il grillino Alfonso Bonafede nel governo giallorosso. Alle politiche del 25 settembre 2022, il procuratore de Raho (nato a Napoli) viene candidato alla Camera dei deputati proprio dal M5S come capolista nel collegio plurinominale Emilia Romagna 3, dove risulterà eletto, e in quello della Calabria. Insomma, adesso da qualche mese è un politico pentastellato. E forse spiega perché nel Movimento 5 Stelle non c’è più nessuno che urla.

"Sono fiducioso che l'onorevole Cafiero De Raho saprà dare una giustificazione alla scelta di ritardare per così tanti mesi l'invio della relazione su Mescolini e, per rimanere in tema inchiesta Aemilia, spero che l'onorevole Cafiero De Raho possa fugare anche i legittimi e imbarazzanti sospetti circa la parentela certa con l'ex capo di Gabinetto del ministro Bonafede, appunto il cognato Raffaele Piccirillo che chiese, in data 7 settembre 2020, ed ottenne, in data 21 settembre 2020, le relazioni della DDA per rispondere alle interrogazioni depositate, in data il 3 settembre 2020, sul pm Mescolini e su inchiesta Aemilia dei Sen Gasparri e Quagliarello, che però rimasero nei cassetti impolverati del ministero, lasciando i due Parlamentari senza mai risposte", tuona ancora Bernini.

E il pm disse: Barbano ha ragione, l’antimafia è un disastro. L’ex capo di gabinetto di via Arenula, Raffaele Piccirillo: «Garanzie sacrificate senza produrre risultati: il libro coglie nel segno». L’ex  ministra Cartabia: «Un’opera polemica ma da prendere sul serio». Errico Novi su Il Dubbio il 26 marzo 2023

Marta Cartabia non ha certo inflazionato la propria immagine pubblica, una volta lasciato l’incarico di guardasigilli. È tornata a esercitare la vocazione di illuminata studiosa dei principi costituzionali, nella sua università milanese della Bicocca. Con rare presenze all’esterno dell’accademia.

Ha voluto fare uno strappo alla regola per “L’inganno”, il libro di Alessandro Barbano che svela gli abusi dell’antimafia. La presidente emerita della Consulta ha scelto una cornice splendida per derogare all’autoconsegna: la Sala della Regina di Montecitorio. È lì che il giornalista divenuto attore principale del dibattito sulla giustizia ha tenuto una nuova presentazione del proprio saggio. Al fianco di una figura del calibro di Cartabia ha avuto la fortuna di trovare una personalità di spessore come Giorgio Mulè a fare gli onori di casa, ha quindi scelto una delle migliori voci dell’accademia e dell’avvocatura penalistica, il professore dell’Università di Bologna Vittorio Manes, e un magistrato. Non un magistrato qualsiasi: Raffaele Piccirillo, oggi sostituto procuratore generale della Cassazione e fino a pochi mesi fa, per più di quattro anni consecutivi, capo di gabinetto al ministero della Giustizia, prima con Alfonso Bonafede e poi con la stessa Cartabia. «Nella sceneggiatura dell’incontro sono colui che dovrebbe fare la parte del cattivo», ha scherzosamente esordito Piccirillo quando ha preso la parola. Ma la sceneggiatura è stata sorprendente. Non tanto per Mulè, la cui onestà intellettuale è nota: con l’eco ancora percepibile degli anatemi lanciati contro Barbano da Gian Carlo Caselli e Nando Dalla Chiesa, il vicepresidente della Camera ha detto che proprio Montecitorio è «il luogo dove le idee si confrontano liberamente nel sacro rispetto della Costituzione», e che quindi non si sarebbe rischiata una scomunica come quelle inflitte nei giorni precedenti.

Non è stata una sorpresa l’eleganza della lezione offerta da Manes, che ha accordato l’orgogliosa replica del giurista dinanzi al lapidario disprezzo dei giustizialisti («coniano di continuo nuove espressioni, “borghesia mafiosa”, “populismo garantistico”...) con l’umana vicinanza agli innocenti colpiti dalle misure di prevenzione, vero epicentro de “L’inganno” ( «una vita segnata da una vicenda penale ingiusta diventa una vita di scarto, ci si può rialzare ma spiritualmente si resta un’anima morta» ).

E poi Cartabia, che nella propria arringa ha intrecciato apprezzamenti e controdeduzioni. I primi, precisati subito, li ha rivolti alla «verve polemica, molto energica, del libro», che però, ha detto, «è documentato e capace disvelare problemi seri in modo serio. Un libro da prendere assolutamente in considerazione». Non ha poi risparmiato le repliche, quanto si è voluta difendere dai passaggi de “L’inganno” che la chiamano in causa direttamente, «in particolare perché ho ricordato, durante il mio mandato di ministra della Giustizia, che la nostra legislazione antimafia è universalmente apprezzata: è così, potrei citare le parole del guardasigilli francese Dupond- Moretti di fronte al riuso di una villa dei Casamonica per l’assistenza ai bambini autistici. Ed è così», ha aggiunto la presidente emerita della Consulta, «anche nel senso che tutte le Corti chiamate a vigilare sui principi fondamentali non hanno fin qui rilevato alcuno strutturale conflitto fra le misure antimafia, la Costituzione e le Carte dei diritti».

Cartabia è una costituzionalista, e non si è sottratta dal rappresentare il punto di vista del mondo da cui proviene rispetto alle contraddizioni denunciate da Barbano. Ma Piccirillo, appunto, nella “sceneggiatura” doveva fare altro, «il cattivo». E invece.

E invece Piccirillo ha ribaltato clamorosamente il canovaccio dei suoi colleghi, di Caselli, ha spiazzato anche la severità di Melillo, intervenuto con Giuliano Amato alla “prima” romana de “L’inganno”. Ha detto, l’ex capo di gabinetto di Cartabia e, non lo si dimentichi, di Bonafede, che intanto “L’inganno” non è un libro da bandire, perché «è un’analisi sul potere, e il controllo sul potere è una cosa necessaria, che a me interessa». Non solo: «Non è appropriata la critica di chi pensa di cavarsela col discorso “eh, però c’è la mafia, la necessità di contrastarla...”: non mi convince. Intanto occupiamoci di quest’altro problema». E già la distanza dai colleghi più indignati è messa in chiaro. «Occupiamoci», dice Piccirillo, «di quanto scrive Barbano: del sacrificio delle garanzie imposto con le misure di prevenzione, a fronte di un sistema che non produce risultato».

Ed è una cosa che dovrebbe far rimbombare le stanze della magistratura antimafia. Perché Piccirillo, lo ricorda lui stesso, non è un osservatore esterno: è stato direttore generale degli Affari penali a via Arenula. «Da lì», spiega, «avevo a disposizione la banca dati dei beni sequestrati. Ebbene, le informazioni erano e sono tuttora disallineate, illeggibili. Non sappiamo quale sia esattamente il valore del patrimonio affidato all’Agenzia. Sappiamo che per molte aziende il riuso è impossibile, perché la loro matrice inquinata dalla criminalità ne pregiudica la capacità di stare sul mercato. E poi dovremmo fare i conti con la dequalificazione degli amministratori giudiziari, con le improvvisazioni dei giudici: c’è da chiedersi, in certi casi, se avrebbero gestito anche le loro proprietà personali, con lo stesso avventurismo adottato per i beni prossimi alla confisca». Parole dirompenti. Con cui dovrà fare i conti chiunque volesse trattare Barbano e il suo libro come un’indegna apostasia. E se solo sarà servito a far emergere, nella magistratura, queste contraddizioni, a “L’inganno” sarà doveroso essere grati.

Cari custodi dell’antimafia, Giovanni Falcone non era come voi. Il giudice assassinato a Capaci diffidava dell’uso incondizionato misure di prevenzione. Ora chi osa criticarle viene messo al bando. Fabrizio Costarella ( Avvocato del Foro di Catanzaro) e Cosimo Palumbo (Avvocato del Foro di Torino) su Il Dubbio il 26 marzo 2023

A tutti quelli che ad ogni piè sospinto gridano all’oltraggio, al vilipendio della figura del Dottor Giovanni Falcone, solo perché qualche intellettuale, qualche giurista si permette di esprimere un pensiero garantista, non allineato al “sentire comune” dei professionisti dell’Antimafia, conviene ricordare che quel Magistrato non era come loro, e che si fa torto alla sua memoria, in egual misura, sminuendone l’opera ed intestandogli pensieri ed azioni che non gli appartenevano culturalmente.

«Ed è questo, in realtà, l'aspetto più singolare dell'attuale polemica: che si continuino ad invocare limitazioni dei diritti di libertà dei cittadini, in funzione di una loro pretesa appartenenza ad organizzazioni criminali e prescindendo da un positivo vaglio giudiziale della effettiva commissione di delitti di matrice mafiosa. A scanso di equivoci, non si intende riproporre, almeno in questa sede, la questione della costituzionalità delle misure di prevenzione, ma solo sottolineare la stranezza che in un Paese dove i "garantisti” abbondano nessuno si sia ancora accorto di quanto sia gravemente distonica, rispetto ai principi dello “Stato dei diritti”, oltre che inefficace, la pretesa di ricorrere massicciamente alle misure di prevenzione contro il crimine organizzato, trascurando il rigoroso accertamento delle responsabilità attraverso il processo penale».

La frase non è stata pronunciata da un avvocato, magari pelosamente garantista (secondo la comune vulgata dei professionisti dell’Antimafia), ma dal Dottor Giovanni Falcone (“La Stampa” del 17 giugno 1991), che non mancava di avvisare il lettore circa gli effetti potenzialmente criminogeni dell’applicazione indiscriminata delle misure di prevenzione.

Ed allora, a quelli che ad ogni piè sospinto gridano all’oltraggio, al vilipendio della figura del Dottor Giovanni Falcone, solo perché qualche intellettuale, qualche giurista si permette di esprimere un pensiero garantista, non allineato al “sentire comune” dei professionisti dell’Antimafia, conviene ricordare che quel Magistrato non era come loro, e che si fa torto alla sua memoria, in egual misura, sminuendone l’opera ed intestandogli pensieri ed azioni che non gli appartenevano culturalmente. Accade, oggi, che le artiglierie del pensiero allineato, in prima fila i suoi “calibri da novanta”, siano puntate contro Alessandro Barbano, la cui colpa è quella di aver richiamato l’attenzione della opinione pubblica sulle storture applicative della legislazione antimafia. Scrive l’autore, specie a proposito delle misure di prevenzione, che l’utilizzo di istituti significativamente deformalizzati e connotati da evidenti profili di distonia asistematica con i principi-cardine del “giusto processo accusatorio”, che consentano l’aggressione di ingenti patrimoni in assenza di prova circa la concreta derivazione illecita degli stessi, non è proprio di uno Stato che voglia dirsi “di diritto”, ossia fondato sulla protezione dei diritti individuali, specie se costituzionalmente garantiti, anche dalla pretesa punitiva pubblica.

E le regole processuali, in fondo, assolvono proprio alla funzione di calmierare l’intervento statale, perché non si debba più parlare di un Leviatano, «nel quale ogni uomo si unisce con ogni altro uomo alienando tutti i propri diritti, tranne quello alla vita, al sovrano».

È un pensiero corretto, quello di Barbano? Ma soprattutto, è un pensiero legittimo? Il primo quesito è argomento per gli addetti ai lavori. Il successo della pubblicazione dice che l’autore non ha evidentemente torto, anche perché la sua opera è basata sulla osservazione di eventi reali e disfunzionali, che poco o nulla hanno a che vedere con un corretto esercizio della giurisdizione.

Quello che Barbano denuncia, in controluce, è l’attrazione sempre più evidente dell’ordinario allo straordinario; la pretesa, condotta a colpi di leggi speciali (specie se “spazza qualcosa”) di utilizzare i “modi” e gli “strumenti” della legislazione antimafia per i “casi” più disparati; di fare della eccezione la regola, dello straordinario l’ordinario, mentre già qualcuno invoca persino l’istituzione - incostituzionale - di giurisdizioni speciali. L’inchiesta che diventa inquisizione.

Il secondo quesito riguarda tutti noi. Siamo ancora liberi di esprimere un’opinione, peraltro motivata, che vada contro il pensiero unico, senza che gli aedi di quel pensiero ci colpiscano con lo stigma del sospetto di “mafiosità”, con l’accusa di voler oltraggiare la memoria dei Magistrati morti nella lotta alla mafia e, in fondo, di volere una recrudescenza di quel fenomeno criminale? Additandoci al ludibrio di moltitudini obnubiliate dal desiderio di una giustizia più sommaria, più sbrigativa e più feroce possibile? L’Inquisizione, davvero, non ammette voci dissonanti: Deus vult! Non è questa la lezione - dimenticata - di tolleranza, confronto e dialogo che ci hanno lasciato le vittime (anche avvocati, tra loro) della lotta alla mafia. Restano epigoni tristi ed inadeguati, capaci solo di gridare alla lesa maestà, all’eresia.

Ma, per dirla con Umberto Eco, «spesso sono gli inquisitori a creare gli eretici. E non solo nel senso che se li figurano quando non ci sono, ma che reprimono con tanta veemenza la tabe eretica da spingere molti a farsene partecipi, in odio a loro». «Tutte le eresie sono bandiera di una realtà dell'esclusione. Ogni battaglia contro l'eresia vuole solamente questo: che l'emarginato rimanga tale».

«C’è anche un’antimafia laica e garantista che però l’antimafia del dogma bolla come complice». Parla Giovanni Fiandaca, emerito di diritto penale all’Università di Palermo: «Il Nordio ministro ha non poco contraddetto il Nordio editorialista. Certo, in parte è fisiologico e al suo posto io non avrei ad esempio accettato di fare il ministro o mi sarei già dimesso». Valentina Stella su Il Dubbio il 22 marzo 2023

Professor Giovanni Fiandaca (emerito di diritto penale all’Università di Palermo e Garante dei diritti dei detenuti siciliani), in un colloquio con il Foglio il Ministro Nordio ha detto: “è ovvio che il Nordio editorialista non potrà mai essere uguale al Nordio ministro. Ma fidatevi: non vi deluderemo”. Secondo lei in questi ultimi mesi chi ha prevalso?

Il Nordio ministro ha, come sappiamo, non poco contraddetto il Nordio editorialista. Pretendere di farli coincidere del tutto significherebbe ignorare che la politica concreta è per lo più poco sensibile ai principi astratti ed è spesso pronta a sacrificarli sull’altare di compromessi contingenti o per calcoli elettorali. Certo, esiste un problema di coerenza personale e vi sono limiti di accettabilità delle soluzioni compromissorie. Al posto di Nordio io non avrei ad esempio accettato di fare il ministro o mi sarei già dimesso.

Cosa ne pensa della proposta del sottosegretario di Fdi Andrea Delmastro delle Vedove di mandare i tossicomani in quelle “comunità chiuse in stile Muccioli” per svuotare le carceri?

L’idea di contribuire ad un decremento della popolazione carceraria con una collocazione in comunità degli autori di reato tossicodipendenti non è di per sé cattiva; non poco dipende però da come verrà tradotta e specificata in concreta proposta normativa.

Il vice presidente del Csm Pinelli ha detto in un convegno a proposito di trojan: “limitarne l'uso ai reati di criminalità organizzata credo sia un punto di equilibrio ragionevole nel rapporto tra autorità e libertà”. C’è anche un ddl del forzista Zanettin che chiede di escludere l’impiego del captatore informatico nei procedimenti per delitti contro la pubblica amministrazione. Lei che ne pensa?

Concordo tendenzialmente con il punto di vista espresso da Pinelli. E concordano con lui peraltro anche alcuni magistrati di mia conoscenza sensibili all’esigenza costituzionale di proporzionalità tra il coefficiente di invasività degli strumenti investigativi e il livello di gravità delle forme di criminalità da contrastare. Ma avanzerei qualche dubbio sulla futura compattezza della maggioranza governativa nel sostegno al ddl Zanettin, a causa del timore di essere accusati di voler indebolire la lotta alla corruzione.

Una proposta di Nordio è quella di prevedere in presenza di una richiesta di ordinanza di custodia cautelare che la decisione venga presa da un organo collegiale. Secondo lei è fattibile?

Condividerei l’esigenza di attribuire ad un organo collegiale la competenza a decidere sulla custodia cautelare. Questa è una esigenza che dovrebbe in teoria essere fatta propria anche dal Partito Democratico, considerata l’enfasi con cui sempre più si erge a paladino dei diritti. Il diritto alla libertà personale non rientra forse tra i diritti più importanti, meritevoli di essere salvaguardati nella maniera più scrupolosa?

Che idea si è fatto del caso Cospito e della decisione di Nordio di tenerlo al 41 bis nonostante 3 pareri favorevoli all’Alta sicurezza?

Sul caso Cospito ho scritto un lungo articolo pubblicato sul Foglio lo scorso 10 febbraio, in cui mettevo in evidenza i motivi che giustificano una riflessione approfondita e aggiornata sul 41 bis anche come istituto generale, per verificare come oggi esso vada migliorato nei presupposti, nella estensione e nelle modalità applicative. Quanto alla specifica vicenda Cospito, ritengo anche io che la sottoposizione al 41 bis possa risultare eccessiva, esistendo nelle strutture carcerarie italiane circuiti di sicurezza meno rigidi del carcere duro in senso stretto.

Secondo lei si arriverà ad ottenere la separazione delle carriere con due Csm separati?

Questa è l’impresa più difficile per Nordio Ministro. Considerato come sono andate finora le cose, tenderei ad essere piuttosto scettico.

Come sono i rapporti tra politica e magistratura al momento? L’Anm ha ancora il potere di cestinare determinate proposte del Governo?

Nonostante gli effetti gravemente discreditanti di vicende scandalose come quella ben nota del caso Palamara, e la conseguente perdita di credibilità che la magistratura ha subìto agli occhi della gente, penso che l’Anm continui a mantenere un rilevante potere latamente politico, anche in forma di interdizione di riforme sgradite.

Le polemiche sul libro di Alessandro Barbano e sul dibattito tra Daniela Chinnici e Nino di Matteo portano a pensare che in Italia debba esserci per forza una unica narrazione sull’antimafia.

Convivono a tutt’oggi nel nostro Paese diverse antimafia, cioè diversi modi di concepire e praticare l’antimafia sui rispettivi piani politico, mediatico e giudiziario. Semplificando al massimo, anche per esigenze di sintesi, esiste una antimafia che definirei dogmatico-sacrale, che in nome di Falcone e Borsellino, impropriamente elevati a divinità tutelari, respinge come turbatio sacrorum ogni possibile critica ai processi gestiti dai magistrati delle generazioni successive che, a ragione o a torto, fungerebbero da loro eredi, come nel caso delle fondatissime critiche rivolte peraltro non solo da me all’emblematico processo Trattativa.

Qual è l’altra antimafia?

Quella che proporrei di definire laica, che antepone i fatti alle ipotesi, i ragionamenti in diritto e le verifiche probatorie ai dogmi, i principi costituzionali del garantismo penale al repressivismo più spinto confinante con l’abuso giudiziario. Dal canto suo una parte del sistema mediatico, in particolare quella di orientamento antimafioso più radicale, tende strumentalmente ad esasperare la suddetta contrapposizione polarizzata, soggiacendo persino alla tentazione di rappresentare come ideologicamente filo-mafiosi gli esponenti dell’antimafia cosiddetta laica. Emblematica in questo senso la recentissima polemica sollevata con toni scandalistici da Repubblica a proposito della professoressa palermitana di giurisprudenza Daniela Chinnici, rea di avere nella sostanza riproposto, sia pure con espressioni poco felici per il loro estremismo, le stesse critiche che i più qualificati studiosi di diritto processuale rivolgono ai maxi processi. E che il maxi processo presenti diverse criticità è una verità che non sfuggiva neanche a Giovanni Falcone, come emerge da diversi suoi scritti tecnici pubblicati nel decennio 1982-1992. Concluderei dunque: tanto rumore per nulla. Un piccolo scandalo artificioso creato da un tipo di giornalismo che, anziché guardare alla sostanza dei problemi realmente sul tappeto, preferisce insistere nell’alimentare una improduttiva contrapposizione tra una presunta antimafia vera e una presunta antimafia fittizia. Infine rilevo che, al di là di qualche eccesso polemico e di qualche imprecisione, anche la recente critica di Alessandro Barbano delle misure di prevenzione pone l’accento su criticità reali. Per cui, anziché demonizzarlo, questo libro andrebbe valorizzato nelle parti in cui prospetta problemi reali. Ancora una volta evitando il facile e dannoso gioco della contrapposizione tra antimafiosi doc e antimafiosi apparenti.

(Monthly Report n. 20) La mafia dentro lo Stato, fatti e verità documentate. L'Indipendente il 20 Marzo 2023.

È uscito il ventesimo numero del Monthly Report, la rivista de L’Indipendente che ogni mese fa luce su un tema che riteniamo di particolare rilevanza e non sufficientemente trattato nella comunicazione mainstream. La mafia dentro lo Stato: questo il titolo del nuovo numero, all’interno del quale andiamo ad approfondire come le organizzazioni mafiose continuino ad avviluppare i loro tentacoli intorno alle istituzioni statali. Il numero, oltre che in formato digitale, è disponibile anche in formato cartaceo spedito in abbonamento (tutte le info su come riceverlo a questo link).

Ci sono questioni, come la narrazione storica e la cronaca giudiziaria dei rapporti tra mafia e politica, che rappresentano la cartina di tornasole dell’ipocrisia di una larga fetta di informazione mainstream. Oltre a quella dei garantisti e dei cosiddetti giustizialisti tout-court, antitetiche ma caratterizzate perlomeno da una certa coerenza di fondo nel trattare questioni così spinose, è infatti ampiamente diffusa un’altra categoria giornalistica che di nobile ha davvero poco. Si tratta di quella che opera uno squallido distinguo all’origine: contro i cittadini comuni che finiscono dinnanzi ai magistrati – che siano operai in sciopero, studenti, oppositori, migranti o ladri di galline – il dito lo si punta senza indugi e la presunzione di innocenza fino all’ultimo grado di giudizio rimane un vezzo sacrificabile per ragioni di propaganda; al contrario, di fronte ai procedimenti giudiziari che riguardano i potenti, è più conveniente levare gli scudi in difesa dei diritti degli imputati.

Un atteggiamento che si spinge fino a negare verità storiche e giudiziarie pienamente acquisite che però creano imbarazzo agli editori, a politici e imprenditori di riferimento, agli amici e agli amici degli amici. Forti con i deboli e zerbini coi potenti, come al solito. Una tradizione che arriva da lontano. Basti pensare a quanto accadeva in Rai ai tempi in cui Giulio Andreotti, imputato per mafia e inquadrato definitivamente (seppur prescritto) come responsabile di associazione per delinquere con gli uomini di Cosa Nostra, trovava il tappeto rosso di Bruno Vespa ad accoglierlo. Basti pensare alle violente campagne scatenate dai giornali berlusconiani, e non solo, contro la Procura di Caselli quando alla sbarra per concorso esterno c’erano funzionari o politici di primo piano come il numero tre del SISDE Bruno Contrada o il fondatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Fino ad arrivare alle importantissime sentenze di primo e secondo grado – una di condanna per mafiosi, alti Ufficiali dei Carabinieri e per lo stesso Dell’Utri, l’altra di condanna per i soli mafiosi (con assoluzione dei colletti bianchi) – al processo sulla Trattativa Stato-mafia. Le motivazioni della sentenza depositate dai giudici hanno confermato e messo nero su bianco l’esistenza di un invito al dialogo lanciato dallo Stato a Cosa Nostra e hanno sancito come a proteggere la latitanza di Bernardo Provenzano, numero uno della mafia siciliana dal ’93 al 2006, siano stati proprio gli uomini dell’arma dei carabinieri. Eppure sui più influenti media italiani la Trattativa viene ancora oggi bollata come una sorta di teoria del complotto.

Su L’Indipendente, per fortuna, di padroni e potenti da ingraziarci non ne abbiamo. Per questo abbiamo potuto dedicare questo nuovo numero del Monthly Report a indagare senza paura e senza alcun ossequio, se non verso le verità accertate dei fatti, la realtà delle mafie in Italia. Partendo da una ricerca chiara su cosa sono realmente le organizzazioni criminali al giorno d’oggi, la loro forza e il loro potere, ed arrivando fino ai punti più infami della storia e del presente d’Italia. Inclusi i legami e le collusioni profonde con la politica, gli appartati profondi dello Stato e il mondo dell’imprenditoria che, da sempre, rappresentano uno dei freni più forti allo sviluppo di buona parte del nostro Paese. Buona lettura.

Sciascia e Camilleri, l’ingratitudine dei siciliani per i loro scrittori. ATTILIO BOLZONI su Il Domani il 20 marzo 2023

Ignoranza e livore. In Sicilia ci si può fare male da soli, anche senza la mafia. Due vicende insensate ambientate in questi giorni nella provincia agrigentina. Il mistero di un atto ufficiale buttato via e la sconclusionata scelta di far entrare una congregazione religiosa in quello che è considerato un tempio laico.

Il caso che riguarda Sciascia ha portato alla protesta dei giornalisti di “Malgrado Tutto”, la testata giornalistica di Racalmuto nata nel 1980 e che, fin dal primo numero, aveva la firma proprio dello scrittore siciliano.

Per il caso di Camilleri, invece, il sindaco di Porto Empedocle ha avviato un’indagine interna per scoprire chi ha sottratto il documento poi recuperato casualmente in un letamaio.

Ma sono davvero così ingrati i compaesani di Andrea Camilleri e di Leonardo Sciascia? O sono solo sbandati, profondamente ignoranti e livorosi? Sui quotidiani locali siciliani, in questi ultimi giorni, sono apparse due notizie provenienti dalla provincia agrigentina che svelano impulsi fortemente autodistruttivi. Una era sulle pagine di Porto Empedocle dove è nato Camilleri, l’altra su quelle di Racalmuto dove è nato Sciascia.

L’OMAGGIO RIPUDIATO

Cominciamo dalla prima cronaca: «Il documento con cui lo scrittore Andrea Camilleri autorizzava il comune di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, a utilizzare il nome di Vigata accanto a quello originale è stato trovato dai titolari di una discarica ad Aragona nell’area di stoccaggio».

Un foglio con la firma di uno degli scrittori italiani più popolari – oltre cento libri pubblicati e oltre venti milioni di copie vendute e tradotte in trenta lingue dal croato al giapponese, dal russo al portoghese, dal norvegese al polacco – è stato casualmente recuperato fra le montagne di immondizia.

Una cornice sporca, un vetro rotto, una data (22 aprile 2003) e accanto le firme di Andrea Camilleri e dell’allora sindaco Paolo Ferrara. Con quella carta lo scrittore aveva messo sul suo paese d’origine il marchio “Vigata”, l’immaginario comune siciliano creato per ambientare le fortunatissime avventure del commissario Montalbano.

Nonostante le esigenze produttive avessero portato il set del regista Alberto Sironi dall’altra parte dell’isola, nelle bellissime coste del Ragusano, Camilleri aveva voluto rendere omaggio alla sua comunità riconoscendo “Vigata” come Porto Empedocle. Una generosità che, a quasi quattro anni dalla sua morte, è stata ricompensata con lo sfregio di quel documento rotolato in una discarica. Il sindaco di oggi, Calogero Martello, ha annunciato l’apertura di un’indagine interna per scoprire chi ha sottratto dagli archivi comunali il documento gettandolo in una pattumiera.

IL “PARTITO” DEGLI INVIDIOSI

Al momento resta ignoto il movente ma, conoscendo un po’ gli usi e i costumi della zona, non fatichiamo a credere che a Porto Empedocle ci sia un “partito” degli invidiosi che ha sempre mal sopportato il successo dello scrittore, il più famoso del luogo dopo il filosofo Empedocle vissuto nel quinto secolo avanti cristo e che ha dato il nome al paese.

Così Porto Empedocle ha rinunciato per sempre a essere Vigata. Insensata vicenda che poi tanto insolita non è se riportiamo alla memoria la pirandelliana storia delle ceneri di Luigi Pirandello, trasferite da Roma in Sicilia nell’immediato secondo dopoguerra dopo più di vent’anni e con il vescovo del tempo che non volle dare benedizione.

Detto per inciso, la casa del premio Nobel per la letteratura del 1934 dista in linea d’aria meno di due chilometri da Vigata-Porto Empedocle. Vicinanze significative.

UNA SALA PER I TESTIMONI DI GEOVA

La verità è che, in Sicilia, spesso ci si fa male anche senza la mafia. Bastano gli stolti o gli odiatori di professione. La seconda notizia è targata Racalmuto, che è sempre provincia di Agrigento ma nell’entroterra, un altro mondo rispetto a Porto Empedocle e agli empedoclini, “marinisi” in siciliano, abitanti del mare.

A Racalmuto, una statua in bronzo di Leonardo Sciascia ricorda lo scrittore in corso Garibaldi, proprio vicino al Circolo Unione che frequentava. C’è anche una bellissima casa-museo dove lui visse negli anni dell’infanzia, poi c’è una fondazione che ha sede in una ex centrale elettrica e che raccoglie tutti i suoi scritti, duemila volumi, le sue corrispondenze in mezzo secolo di attività letteraria.

Alla Fondazione si sono sempre organizzate mostre, “giornate sciasciane”, incontri dedicati a intellettuali eretici come Pier Paolo Pasolini. Ma nulla è per sempre e, nei prossimi giorni, esattamente il 4 aprile, la Fondazione ospiterà una riunione dei testimoni di Geova «per la commemorazione della morte di Gesù».

Con tante altre sale libere in paese e con tutto il rispetto per i testimoni di Geova, la Fondazione – spesso paragonata a un tempio laico – era proprio il posto più adatto per ospitare una cerimonia di quella congregazione religiosa? Decisione un po’ sconsiderata che ha scatenato la reazione di "Malgrado Tutto”, una testata giornalistica di Racalmuto fondata nel 1980 e che fin dalla sua prima pubblicazione ha avuto la preziosa firma di Leonardo Sciascia.

Lo scrittore, pur nella sua tolleranza, avrebbe davvero voluto i testimoni di Geova in una fondazione a lui intitolata? Fra la scrittura della ragione e le rettifiche dottrinali degli “studenti biblici”, il passo è francamente eccessivo.

ATTILIO BOLZONI. Giornalista, scrive di mafie. Ha iniziato come cronista al giornale L'Ora di Palermo, poi a Repubblica per quarant'anni. Tra i suoi libri: Il capo dei capi e La Giustizia è Cosa Nostra firmati con Giuseppe D'Avanzo, Parole d'Onore, Uomini Soli, Faq Mafia e Il Padrino dell'Antimafia.

LA LETTERA DEI GIURISTI. Cari Di Matteo e Caselli, criticare i maxiprocessi non è lesa maestà...

«Chi fa antimafia in buona fede e tiene a che si faccia, dovrebbe, quale che sia il suo orientamento, mettere per prima cosa razionalmente in discussione l’antimafia stessa, le modalità di farla e i suoi obiettivi». Il Dubbio il 23 marzo 2023

Questo articolo era originariamente destinato alla pubblicazione sul quotidiano La Repubblica Palermo. La scelta di quella sede si giustificava in relazione al fatto che l’articolo qui di seguito riprodotto costituisce una replica a una polemica alimentata nei giorni scorsi da quel giornale. Abbiamo ricevuto una risposta interlocutoria che consideriamo sostanzialmente negativa. Ringraziamo Il Dubbio per averci ospitato.

Nei giorni scorsi il Dipartimento di giurisprudenza dell’Università di Palermo è stato investito da una polemica giornalistica, non esente da accenti sensazionalistici, sviluppatasi a margine di un confronto pubblico promosso e gestito dagli studenti. All’iniziativa partecipavano un noto magistrato meritoriamente impegnato sul fronte delle più importanti indagini antimafia e una professoressa di diritto processuale penale del suddetto Dipartimento. La polemica ha avuto a oggetto alcune osservazioni critiche avanzate – forse con un surplus di enfasi – dalla docente in questione sulla compatibilità tra il fenomeno dei Maxiprocessi e il rispetto delle garanzie riconosciute dalla Costituzione all’imputato.

Su tale confronto pubblico e sulla strumentalizzazione mediatica che ne è seguita, come docenti del Dipartimento di giurisprudenza ci limitiamo ad avanzare le seguenti considerazioni.

La prima considerazione riguarda la persistente problematicità dei Maxiprocessi. I prolemi sollevati da tale fenomenologia processuale sono storicamente risalente nel tempo, se è vero che – già a cavallo tra ottocento e novecento – in relazione ai c.d. “processi di gran mole”, si osservava che la sottoposizione a giudizio di un numero quantitativamente rilevante di imputati rendeva difficoltosa una verifica processuale sufficientemente individualizzata della responsabilità penale, con connesso rischio di semplificazioni probatorie. Per venire a tempi più recenti, uno dei padri nobili della procedura penale come Paolo Ferrua, a proposito della valenza simbolica del maxiprocesso come strumento di rassicurazione psicologica dei cittadini sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata, mette in luce la trasformazione del giudizio penale in “teatro delle ragioni di Stato”. Le frizioni che il ricorso a un simile congegno processuale determina in ordine alla garanzia costituzionale del diritto di difesa erano del resto ben noti allo stesso Giovanni Falcone, come dimostra il volume che raccoglie i suoi contributi a carattere più tecnico, intitolato Interventi e proposte (1982-1992), in cui egli ravvisa sin da subito la difficile conciliabilità tra il gigantismo processuale del Maxi e il modello del nuovo processo penale accusatorio che stava per entrare in vigore. Infine, in un convegno dell’ottobre 2016, svoltosi presso la Corte di Cassazione e intitolato “Il processo di mafia trent’anni dopo”, alcuni tra i più accreditati studiosi del processo penale hanno criticamente ripercorso tutti i nodi problematici dei processi di grandi dimensioni, in relazione ai quali non basta affermare in modo semplicistico, come ha fatto su La Repubblica Pietro Grasso, che “in quel processo ci furono 114 assoluzioni”. Ancor più fuori fuoco ci appaiono le dichiarazioni su La Stampa dell’ex magistrato Giancarlo Caselli il quale, sentendo soffiare da più parti un vento “anti-antimafia”, giudica “sconvolgente” la presa di posizione della docente palermitana. Qui evidentemente non si tratta di iscriversi al partito dei tifosi o, viceversa, dei detrattori del Maxiprocesso ma di rivendicare un esercizio della ragione pubblica che di fronte a problemi articolati e complessi rinunci a demonizzazioni o santificazioni aprioristiche.

La seconda considerazione riguarda alcune affermazioni sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia fatte da Nino Di Matteo nel contesto del seminario in questione, reperibile per chi vuole sulla pagina Facebook dell’associazione studentesca Contrariamente. Conviene citarle testualmente: “La sentenza di secondo grado ha assolto per asserita mancanza di dolo gli uomini dello Stato ma ha condannato i mafiosi e l’intermediario mafioso. Vi hanno detto, vi vogliono far credere, che i fatti sono stati smentiti, che veniva smontato il teorema dei soliti pubblici ministeri complottisti e politicizzati (…). Questo è proprio falso! Quei fatti sono lì, restano lì pesanti come pietre (c.vi nostri)”. Due brevi notazioni a margine. Innanzitutto, soprattutto chi si intesta compiti di moralizzazione pedagogica delle giovani generazioni di giuristi dovrebbe ricordare che i fatti bruti, senza colpevolezza, sono “fatti inerti” che, a norma dell’art. 27, commi 1 e 2, della Costituzione, non generano responsabilità penale. Inoltre, e ancora una volta, non si tratta di essere pro o contro la “Trattativa” ma di ribadire che i criteri di scientificità e di controllabilità intersoggettiva cui deve, per statuto, conformarsi il confronto di idee all’università non ammettono rigidi apriorismi ideologici, tesi sostenute con certezza dogmatica e contrapposizioni manichee con la pretesa di possedere Verità Potenti.

La terza considerazione è di più ampio respiro e ci interroga sul nostro ruolo di docenti impegnati nel dibattito pubblico. L’istituzione universitaria è elettivamente una sede di argomentazione razionale e di confronto critico. È cioè una sede di approfondimento in cui, come sottolinea Karl Popper, nessuno può vantare l’ultima parola e non deve trasformarsi in una sede di riproduzione di modelli di confronto dialettico da talk show televisivo in cui prevalgono l’espressione pura di emozioni, leadership carismatiche à la Weber, mitizzazione acritica di personaggi-simbolo, si tratti pure di magistrati coraggiosi distintisi per il loro impegno antimafia. In questo foro della ragione hanno pari titolo a partecipare e confrontarsi tutte le diverse voci dell’antimafia oggi compresenti sulla scena pubblica e nella discussione scientifica. Come sostiene Alfio Mastropaolo in un recentissimo articolo apparso su Il Mulino: “…chi fa antimafia in buona fede e tiene a che si faccia, dovrebbe, quale che sia il suo orientamento, mettere per prima cosa razionalmente in discussione l’antimafia stessa, le modalità di farla e i suoi obiettivi”.

Sulla base di tali premesse, come giuristi proponiamo un grande convegno universitario di respiro interdisciplinare su “Mafia e antimafia oggi” che si preoccupi di chiamare a raccolta le migliori energie intellettuali a disposizione per fare il punto su almeno tre questioni centrali. E segnatamente: il concetto, dai confini semantici evanescenti, di ‘borghesia mafiosa’; la presunta persistente tendenza trattavistica tra lo Stato italiano e le mafie; l’attuale stato di salute dell’organizzazione Cosa nostra, anche in rapporto alle altre mafie radicate sul territorio nazionale. Proprio perché niente resta per sempre identico a sé stesso, neppure la mafia, è attuale più che mai il monito di Sciascia: “Qualcosa sta mutando, qualcosa è già mutato: con buona pace di coloro che ancora non vogliono crederci. O che vorrebbero non fosse vero. (…) Così a Robespierre che parlava contro i nemici della rivoluzione, qualcuno (…) gridò: «ma ti dispiacerebbe, se non ce ne fossero più!»”.

Aldo Schiavello, professore ordinario di Filosofia del diritto

Alessandro Tesauro, professore ordinario di Diritto penale e Legislazione antimafia

Così aiuta la mafia”. Tutti contro la prof che critica i maxiprocessi. Il confronto tra Daniela Chinnici e Nino Di Matteo. Che replica: “Il maxiprocesso fu un ‘obbrobrio’? Un insulto alla memoria di Falcone e Borsellino”. Il Dubbio il 20 marzo 2023

In Italia è ancora possibile criticare le norme antimafia senza creare scandalo? La domanda sorge spontanea dopo aver letto un articolo di Repubblica dal titolo: “Palermo, l'accusa di una professoressa di Giurisprudenza: ‘Il maxiprocesso fu un obbrobrio’. E in facoltà è scontro con Di Matteo”.

Il pretesto è offerto da un convegno organizzato la scorsa settimana dall’associazione studentesca ‘ContrariaMente’ nella facoltà di giurisprudenza del capoluogo. A confrontarsi sul tema “Tra riforme e lotta alla mafia: cosa è cambiato dal ’92 all’arresto di Messina Denaro’ ci sono Nino Di Matteo e la docente di procedura penale Daniela Chinnici. «Rischio di essere impopolare», esordisce la professoressa ma «parlerò senza le suggestioni o emozioni di un cittadino siciliano o calabrese».

Il punto centrale che mette in evidenza Chinnici è che «dopo le stragi del 1992 assistiamo ad una svolta inquisitoria del processo, più del precedente rispetto alla riforma del 1989». Ricordando il pensiero di Paolo Ferrua, Franco Cordero, Glauco Giostra la docente ha sostenuto che per i reati di mafia «è consentito un doppio binario ma solo nelle indagini non durante il processo penale». Cordero – ha ricordato la prof – «disse che il processo penale non c’era più perché bisognava rispondere alle esigenze della nazione» e ha riaffermato «ben vengano la DDA, la Procura nazionale antimafia, i tempi raddoppiati per le investigazioni di mafia e terrorismo» ma «quando si arriva al processo le garanzie devono essere le stesse per il ladro di macchine e per il mafioso. Il processo deve essere neutro, non deve ricercare né vendetta, né una verità storica, ma solo quella giudiziaria».

Per Chinnici «non possiamo affidarci ad un solo pentito. Ben vengano i collaboratori di giustizia ma per le indagini». E sempre citando Cordero: «Trovare due dichiaranti che dicono la stessa cosa è troppo facile, difficile è trovare la prova di altra natura». Per fortuna, conclude la professoressa, «con la modifica dell’articolo 111 della Costituzione arriviamo al giusto processo. Si dice che nessuno può essere condannato se non esaminato da un giudice terzo e imparziale».

La pietra dello scandalo che ha portato il dibattito all’attenzione di Repubblica è stata l’espressione di Chinnici per cui il Maxi processo del 1986-1987 è stato un «obbrobrio» e come gli altri maxi processi «eversivo». Quando arriva il suo turno, l’ex membro del Csm Di Matteo controbatte alla docente: «Nei processi di mafia non c'è stata mai alcuna violazione dei diritti di difesa, lo dicono le tante assoluzioni che pure sono arrivate. È inaccettabile che uno dei pilastri della lotta alla mafia quale fu il maxiprocesso venga definito un obbrobrio. Un insulto alla memoria di Falcone e Borsellino, che avevano il culto delle regole dello stato di diritto». E sul concetto di eversivo ha aggiunto: «Quei congegni eversivi del sistema hanno consentito non solo il maxiprocesso, ma anche altri processi importantissimi. Ritengo queste parole inopportune, anche per l'estremo sacrificio della vita costato a tanti valorosi servitori dello Stato».

Quello che manca nel pezzo di Repubblica è la spiegazione che ha dato la professoressa del suo pensiero: «Quando dico che un maxi processo è eversivo intendo dire che lo è, come costrutto giuridico, rispetto al sistema accusatorio. La responsabilità penale è personale, il processo si deve tarare sul singolo, non su centinaia di imputati. Fino a prova contraria ognuno è presunto innocente». E poi amareggiata dalla risposta di Di Matteo e della platea a suo sostegno ha detto: «Non capisco perché questa reazione, quando dico queste cose ai miei studenti ci capiamo».

Quello espresso dalla professoressa è un concetto che avevano già affrontato su questo giornale attraverso un dibattito ampio. Lo aveva iniziato Giorgio Spangher che evidenziò come durante gli ultimi decenni il rito accusatorio sia stato snaturato, abbia perso la sua essenza. Poi Giovanni Fiandaca: «La propensione a utilizzare il processo come mezzo di lotta ha, altresì, preso piede nell’ambito delle strategie di contrasto alla corruzione cosiddetta sistemica: come emblematicamente dimostra l’esperienza giudiziaria milanese di Mani Pulite, di cui quest’anno è stato celebrato il trentennale, anche in questo caso l’obiettivo principale preso di mira dai magistrati inquirenti è finito col consistere, più che nell’accertare singoli episodi corruttivi, nel colpire e disarticolare il sistema della corruzione come fenomeno generale». Infine Alberto Cisterna: «L’ortodossia e il conformismo culturale sono, al momento, la minaccia più grave nel contrasto ai fenomeni criminali organizzati; la dilatazione del doppio binario (pena/ misure di prevenzione) verso fattispecie sideralmente lontane dalla mafia ( persino lo stalking), non rappresenta la dimostrazione dell’espansione inevitabile di uno strumentario ritenuto efficiente, quanto la prova della preoccupante incapacità di procedere a elaborazioni alternative, alla costruzione di modelli di investigazione che sappiano davvero leggere il moderno poliformismo della minaccia criminale per poterlo intercettare in modo non velleitario». 

Maxiprocesso, fango su Daniela Chinnici: vietato criticare gli abusi dei pm. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 21 Marzo 2023

«Quel libro alla Camera umilia le vittime di mafia», sentenzia Nando Dalla Chiesa, indignato perché il libro di Alessandro Barbano, L’inganno, viene presentato in Parlamento. Custode dell’ortodossia emergenziale l’uno, dissacratore dell’Antimafia fatta di leggi speciali e retorica l’altro, fino a evocare lo spirito di Leonardo Sciascia, cui dedica, insieme ai familiari, il libro. E nelle stesse giornate una forte critica “a rovescio”, quando una docente associata di procedura penale a Palermo, Daniela Chinnici, osa toccare l’intoccabile, il maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone.

Inutile soffermarsi alla scelta del termine “obbrobrio” scelto per definirlo, quanto entrare nel merito delle argomentazioni usate. Due facce della stessa medaglia. Da una parte il ruolo che tutto quanto il pacchetto-antimafia, che comprende, oltre alle leggi speciali, non solo pubblici ministeri e giudici, ma anche partiti come il Pd e i Cinquestelle, e poi giornalisti, sindacati, associazioni varie e comitati di parenti, è venuto assumendo nel corso degli anni. E dall’altra, il punto di partenza, il maxiprocesso di Palermo, concluso con la famosa sentenza della Cassazione del 30 dicembre 1992. Cui seguirono le stragi di Cosa Nostra, l’omicidio di Salvo Lima e poi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

In due articoli sul Fatto quotidiano (19 e 20 marzo) Dalla Chiesa sparge retorica a volontà, ma soprattutto senza volerlo, offre la migliore recensione e conferma della tesi del libro di Barbano sull’Antimafia, il suo ruolo politico, le sue degenerazioni. C’è quasi un senso di religiosità, nelle parole del sociologo milanese, e non solo perché annuncia una manifestazione organizzata da Libera, l’associazione di don Ciotti che fa parte a pieno titolo del pacchetto-antimafia, nella chiesa milanese di S. Stefano. Perché fa assurgere a ruolo politico dalla parte dei buoni (“la storia siamo noi”) “i familiari delle vittime innocenti di mafia”. E, mettendo dalla parte dei cattivi il libro e di conseguenza il suo autore, sotto sotto cade nella vecchia abitudine di dare del mafioso a chiunque abbia un atteggiamento critico nei confronti di chi, nel nome della lotta alla mafia, pretende di giudicare sul piano morale. E magari altera anche le regole del processo e dello Stato (laico) di diritto.

Gli esempi sono tanti e hanno sempre lo stesso presupposto, che vede la mafia come eterna, onnipresente e invincibile, e tutto lo squadrone dell’Antimafia armato fino ai denti pronto a combatterla con ogni mezzo e ogni metodo. Attribuendo a questa parte il ruolo politico di angeli eroici in rappresentanza del Bene in lotta contro il Male. Nando Dalla Chiesa lamenta il fatto che nel pacchetto dell’antimafia militante, proprio quella che Sciascia bollava come “professionista”, nel libro di Barbano sia citata anche l’associazione Libera. Gli racconterò un piccolo episodio che nasconde vanità e arrivismo di certi angeli del Bene. Molti anni fa nella cittadina della cintura milanese di Buccinasco, ingiustamente definita, da quelli che la pensano come Dalla Chiesa, la Platì del nord, c’era uno stabile confiscato alla mafia e quelli di Libera vi avevano messo sopra gli occhi, la chiedevano al Comune per farvi una “pizzeria antimafia”. Il sindaco di allora aveva invece preferito mettere lo stabile a disposizione di una serie di associazioni di giovani, compresi quelli di Libera, che però avevano rifiutato. Perché evidentemente interessava loro, tramite la pizza antimafia, fare propaganda politica e segnarsi una tacca sul cinturone di combattenti.

Se tutto ciò si limitasse al mondo della cultura e della politica, non sarebbe grave quanto il fatto che il dogma di emergenza e sospetto spesso paranoico ha contagiato il processo penale. Protagonisti sono i reati associativi e in particolare l’articolo 416-bis del codice penale, l’affastellarsi di leggi speciali costruite a contorno, a partire dal famoso decreto Scotti-Martelli del 1992 che ha introdotto tra l’altro i reati ostativi e incostituzionali. E poi, cosa più grave, il senso di vendetta nei confronti delle stragi mafiose da parte dello Stato che si era esteso anche alle toghe. E’ davvero obbrobrioso, per usare il linguaggio della professoressa Chinnici, sentir dire “magistrati in lotta”, e lo stesso termine “antimafia” attribuito a chi non dovrebbe essere “anti”, ma freddamente dovrebbe indagare e giudicare ogni singolo reato e di conseguenza ogni singolo indagato o imputato.

Giovanni Falcone è sfuggito a questa trappola dell’antimafia? In parte sì, basta leggere i suoi scritti. Era sicuramente un garantista e mostrava di credere nei principi del rito accusatorio del codice del 1989, introdotto un po’ a cavallo del maxiprocesso, una vera contraddizione in termini anche solo per la sua esistenza. Vogliamo dire una cosa impopolare? Il Maxi fu una trappola per Falcone, per l’Antimafia e anche per il Paese. Quando la professoressa Chinnici afferma che l’imputato di mafia deve essere trattato con le stesse regole che si usano per il ladro di auto, dice qualcosa di così vero da essere ovvio. Ma in quei giorni un po’ tutti avevano perso la testa e forse l’aver escluso dalla Cassazione il presidente Corrado Carnevale, che non era affatto amico dei mafiosi, ma certamente un “ammazzasentenze” quando verificava che non si erano rispettate le regole, è stato un errore che si è poi pagato con i tragici eventi che seguirono quella sentenza.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

«Il fortino di potere dell’antimafia ha paura del libro di Barbano». Intervista al leader dei penalisti Gian Domenico Caiazza: «Vogliono intimidire e quindi precludere una riflessione critica e un dibattito su uno strumento giudiziario che senza dubbi è sfuggito di mano a chi lo utilizza». Valentina Stella su Il dubbio il 21 marzo 2023 • 18:50

C’è una sorta di Fatwa, lanciata dal Fatto Quotidiano soprattutto, sul libro del giornalista Alessandro Barbano “L’inganno Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene”. In pochi giorni si sono susseguiti due articoli – uno a firma di Nando Dalla Chiesa e l’altro di Gian Carlo Caselli - che definiscono il testo oltraggioso e offensivo per i parenti delle vittime di mafia. Interroghiamo su questa retorica Gian Domenico Caiazza, Presidente dell’Unione Camere Penali.

Può un libro far paura nel 2023?

Sì, certo. Questo libro fa paura a chi, secondo la lucida previsione di Leonardo Sciascia, ha trasformato o intende trasformare da tempo l’antimafia in una sorta di fortino e di potere inespugnabile e incontrollabile. La pretestuosità dell’aggressione a questo libro e al suo autore risulta evidente proprio perché il richiamo che viene fatto sia da Nando dalla Chiesa che da Giancarlo Caselli allo strumento della misura di prevenzione patrimoniale per colpire la mafia non ha nulla a che fare col tipo di denuncia contenuta nel libro.

Ci spieghi meglio.

Esso non mette mai in discussione che i patrimoni mafiosi debbano essere aggrediti ma racconta le mostruose storture che il meccanismo della misura di prevenzione patrimoniale ha determinato e determina nell’esperienza giudiziaria quotidiana, soprattutto fuori dai processi di mafia o con il pretesto di indagini di mafia troppo spesso a carico di persone innocenti.

Nando Dalla Chiesa: “quel libro umilia le vittime di mafia”

L’uso delle argomentazioni in termini di richiamo emotivo al fenomeno criminale mafioso e alle sue vittime è un modo che io considero intellettualmente disonesto di intimidire e quindi precludere una riflessione critica e un dibattito su uno strumento giudiziario che senza dubbi è sfuggito di mano a chi lo utilizza. Tali e tante sono le anomalie e le storture di quei procedimenti che aggrediscono e distruggono patrimoni sulla base di meri sospetti persino a prescindere dai giudizi assolutori, che si sono estesi a tutta una categoria di reati che con la mafia non c’entrano nulla.

Un altro aspetto che critica Dalla Chiesa è che il libro venga presentato alla Camera e per di più alla presenza dell’ex Ministra Cartabia.

È proprio la Camera dei deputati la sede naturale per occuparsi di questo tema. Noi abbiamo fatto e faremo di tutto come penalisti affinché tale questione venga posta seriamente all’attenzione del Parlamento. Quest’ultimo deve sapere cosa nella realtà accade in merito alle misure di prevenzione. Deve sapere che intorno ad esse si è creata una vera e propria casta ristrettissima di professionisti chiamati ad amministrare le imprese sequestrate e ai quali vengono affidate gestioni di soggetti produttivi anche molto importanti a volte con formidabili ricadute in termini di guadagni ed onorari. Occorre che il Parlamento sappia cioè che il caso Saguto non è la storia di una mela marcia ma esattamente la rappresentazione di ciò che il sistema delle misure di prevenzione può diventare e diventa nella concretezza della sua applicazione. Il libro di Barbano è “scandaloso” perché riesce a dare una documentata rappresentazione di una serie incredibile di patologie del sistema che dimostrano quanto appena detto. Il problema è che non si vuole scardinare questo fortino, luogo di potere formidabile di controllo economico dei territori.

Per chi vi incappa è un calvario.

Oltre alla impossibilità di difendersi, i tempi sono molto lunghi e quindi, come racconta il libro, anche se alla fine si dimostra che pure la misura di prevenzione era infondata, nel frattempo le aziende sono state sequestrate, amministrate, spolpate, vendute o mandate al fallimento.

Secondo Gian Carlo Caselli c’è un “vento’” che vuole modificare la normativa antimafia.

In un sistema democratico vero dobbiamo augurarci il vento delle idee. Quello che ci deve spaventare è il tanfo della bonaccia, la morta gora dell’intangibilità di alcune cose alle quali si vuole conferire un valore di sacralità. Per cui chiunque le mette in discussione bestemmia, oltraggia le vittime e il sangue dei magistrati: si tratta di un modo indecente di affrontare i problemi. Si può concordare o meno sui giudizi critici ma qualunque democratico che abbia a cuore le sorti della vita del proprio Paese deve augurarsi il ‘vento’ delle idee.

Non le sembra un paradosso che Caselli difenda questa triade - maxi processo, legge sui pentiti e 41 bis – ma poi la mafia esiste ancora?

Io vorrei far emergere un altro paradosso. Chi attacca questo libro non spende una parola sulle cose che Barbano denuncia. Se fosse davvero un libro così indegno, intanto sarebbe sommerso di denunce – cosa che non mi risulta – ma soprattutto se si critica un libro bisognerebbe entrare nel merito e dire cosa non è vero. Invece noto che dai critici non arriva nessun accenno al contenuto del libro: dei drammi umani e delle storie di dolore raccontati non c’è traccia in quegli articoli di critica all'autore e alla sua opera. Un libro deve essere messo all’indice se narra delle menzogne e non se dice delle verità. E Barbano le dice e quindi nessuno ha il coraggio di confutare un rigo del libro, nulla sulle distorsioni delle leggi antimafia. Eppure dovrebbe essere un interesse comune, di tutti i cittadini, quello di difendere la legislazione antimafia dove essa funziona e stigmatizzarla dove produce, invece, delle ingiustizie a volte più mostruose di ciò che essa intende combattere.

L’ordine dell’antimafia col “bollino blu”: bruciate il libro di Barbano. La condanna l’ha lanciata il Fatto quotidiano. L’accusa? Il giornalista ha osato mettere in discussione il meccanismo opaco delle misure di prevenzione. Davide Varì su Il Dubbio il 20 marzo 2023

Ora è ufficiale: i custodi del tempio hanno emesso la loro personalissima fatwa contro il libro di Alessandro Barbano e contro chiunque osi parlarne in pubblico. La condanna l’ha lanciata Nando dalla Chiesa dalle pagine del Fatto Quotidiano, ma del resto erano mesi che l’antimafia col bollino volteggiava minacciosa su quel saggio così “scandaloso”.

Ma com’è possibile aver paura di un libro nel 2023? Evidentemente c’è qualcosa, tra quelle pagine, che tocca un nervo scoperto, qualcosa che non può e non deve passare. Lo scandalo, secondo i guardiani dell’ortodossia, sta nel fatto che Barbano ha osato mettere in discussione ciò che non doveva essere toccato, ovvero il meccanismo opaco delle misure di prevenzione, la sua gestione arbitraria che spesso diventa sopruso o vera e propria corruzione. Come nel caso della giudice Silvana Saguto, fino a ieri perno di quel sistema e oggi pietra dello scandalo. Ecco, Barbano nel suo libro spiega che il sistema Saguto non è affatto un incidente di percorso, una deviazione dalla giusta rotta, ma il risultato di una mutazione profonda della magistratura che si ritrova tra le mani un potere enorme; un potere incontrollato e incontrollabile.

Nelle stesse ore una professoressa di procedura penale veniva quasi accusata di “concorso esterno” per aver osato mettere in discussione la struttura giuridica dei “maxiprocessi”. Una valutazione esposta nel corso di un dibattito al quale (ahilei!), partecipava anche il dottor Nino Di Matteo, uno dei teorici della trattativa Stato-mafia che, per la cronaca, non ha avuto gran fortuna nelle aule dei tribunali. Fatto sta che di fronte a una provocazione intellettuale della giurista, Di Matteo ha sfoderato tutta la retorica antimafia fino ad evocare la “memoria oltraggiata” di Falcone e Borsellino. Insomma, il solito schema - che peraltro Falcone e Borsellino mai avrebbero utilizzato - per silenziare ogni forma di dissenso.

Quell’uomo non deve pensare”, disse Mussolini nei giorni precedenti l’arresto di Antonio Gramsci. Forse non siamo a quel punto, ma i segnali sono assai inquietanti. Di alcune cose, in questo paese, non si può scrivere, non si può parlare...

La Commissione Antimafia. La verità è che serve per dare una medaglietta a 25 deputati e 25 senatori. In più c’è un posto da Presidente e due da vice. Ci sono le auto, uffici, collaboratori e tutto il resto. Aldo Varano su Il Dubbio il 5 marzo 2023

I giornali lo hanno quasi nascosto, ritenendo correttamente l’avvenimento privo d’importanza, ma la notizia è ufficiale: il Senato ha varato la Commissione antimafia per alzata di mano. Un mese fa ne avevano approvato l’istituzione anche 288 deputati, insieme a un astenuto. Nessun voto contro. Anche allora il fatto fu privo di rilevanza mediatica. La Commissione non fa parte di quelle istituzionali del Parlamento. Venne eletta per la prima volta nel 1963, sessanta anni fa, ma da allora, chissà perché, viene rieletta su proposta di qualcuno ad ogni inizio legislatura.

Non esistono prove che la Commissione sia mai servita a qualcosa contro i fenomeni mafiosi. Se si esclude l’esperienza dell’Antimafia presieduta da Luciano Violante, sulla quale i giudizi peraltro non sono univoci, l’unica cosa chiara è che il suo contributo alla lotta reale contro il fenomeno risulta irrilevante e vago. Talvolta, perfino equivoco.

Già nel 1992, cioè 31 anni fa, Diego Gambetta, uno dei più autorevoli studiosi del fenomeno, teorico della mafia come “industria della protezione privata”, nell’introduzione al suoLa mafia siciliana (Einaudi), firmata da Oxford, da dove Gambetta scriveva e lavorava, annotava: «In passato l’apporto della Commissione non fu privo di ambiguità». Il sociologo polemizzava col fatto che il confronto «tra la ricchezza del materiale» raccolto dalla Commissione era in contrasto «con la povertà delle relazioni parlamentari».

Insomma, i parlamentari dell’antimafia non capivano o nascondevano carte e documenti che illuminavano il fenomeno. E aggiungeva: «Si ha l’impressione che questo istituto - di cui pure fecero parte Cesare Terranova e Pio La Torre, che hanno pagato con la vita la loro lotta alla mafia - sia servito come una palestra in cui le forze del governo permettevano all’opposizione di sinistra (di quel tempo, ndr) di menare pugni antimafia purché rigorosamente nel vuoto». Ma da allora le cose sono peggiorate se si tiene conto dei diffusi e ripetuti giudizi, nei suoi scritti e nelle sue dichiarazioni, di Giovanni Falcone, che sull’argomento sapeva con precisione di cosa parlava. Del resto, ormai da anni, se si escludono gli interventi di qualche presidente pro tempore dell’Antimafia, nessuno più si occupa più di quella Commissione.

La verità è che col tempo l’Antimafia ha radicalmente impoverito la sua funzione fino a diventare una specie di ricovero per notabili parlamentari decaduti o inadatti, pur potenti, a qualsiasi altro ruolo. Il ministro dell’Interno Pisanu ( Fi) cadde in bassa fortuna dopo il voto del 2013? Gli rifilarono la presidenza dell’antimafia. Rosy Bindi ebbe uno scontro feroce con Renzi diventato potente e fu esclusa da qualsiasi avvicinamento al Governo? Diventò presidente della Commissione antimafia. In passato, non se ne ricorda più nessuno, perfino Rifondazione comunista quando iniziò a essere ridimensionata nei consensi, ma aveva ancora voti in Parlamento si vide rifilare la Presidenza dell’Antimafia. Nella passata legislatura il pentastellato Morra, proveniente dall’insegnamento in un liceo, avrebbe voluto saltare direttamente sulla poltrona di ministro dell’Istruzione? Anche lui presidente dell’Antimafia.

Il Dubbio, da quando esiste, a ogni inizio legislatura pubblica questo articolo cambiando le date e qualche nome. La verità è che la Commissione serve per dare una medaglietta a 25 deputati e 25 senatori. In più c’è un posto da Presidente e due da vice. Ci sono le auto, uffici, collaboratori e tutto il resto. Perché mai una politica e un ceto politico in crisi dovrebbe rinunciare a uno strumento che accontenta e tiene buoni un po’ di parlamentari?

Torniamo all’ Antimafia che puniva i colpevoli. No ai professionisti del bene”. Eleonora Ciaffoloni su L’Identità l’11 Marzo 2023

ALESSANDRO BARBANO DIRETTORE CORRIERE DELLO SPORT GIORNALISTA

Il problema della pericolosità colpisce tutto il sistema penale italiano, fino al 41 bis. Un diritto basato sulla pericolosità produce sofferenza nelle famiglie, una grande turbativa sociale, un grande danno economico e un effetto collaterale di fare il gioco della mafia”. Queste le parole del giornalista e saggista Alessandro Barbano che, con il suo ultimo libro racconta l’Antimafia di oggi e l’emergenza che vive il nostro sistema penale.

Il suo nuovo libro si intitola L’Inganno. Perché? Quali sono le intenzioni?

Ho scritto questo libro perché mi sono convito che il nostro sistema penale, negli ultimi vent’anni, è andato incontro alla cosiddetta sostituzione della colpevolezza con la pericolosità. Significa che il diritto non ha più al centro il reato, ma il reo, che è condannato no per il fatto ma per ciò che è: ladro, mafioso, pericoloso. La pericolosità diventa un giudizio soggettivo fondato sul sospetto e questa ricade nei sequestri: un sistema che consente la sottrazione di beni a un cittadino sulla base di un giudizio di pericolosità.

 Questa “sostituzione” in che modo entra nel sistema?

La colpevolezza è stata sostituita dalla pericolosità anche nel sistema penale. Un esempio: ogni anno vengono fatte retate cicliche nel Mezzogiorno, dove su 200 arresti si hanno 20 al massimo 30 condanne. Operazioni di questo tipo si fanno in nome della pericolosità e non della colpevolezza. Si colpiscono persone ritenute pericolose da una autorità che ha trasformato la macchina per colpire l’emergenza (della mafia), in una macchina dell’emergenza che cresce e diventa aggressiva”.

 Un problema che colpisce il Mezzogiorno o l’intero Paese?

Ci sono sempre più processi e sentenze nei confronti di gruppi meridionali al nord con accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso in assenza dei reati fine come furto, estorsione, corruzione. Se non ci sono i reati si colpisce l’associazione mafiosa in quanto tale e il processo ai mafiosi rischia di diventare il processo ai meridionali. La colpevolezza non c’è perché non c’è un fatto costituente reato ma un giudizio di pericolosità. Il problema colpisce tutto il sistema penale italiano, fino al 41 bis. È un diritto basato sulla pericolosità produce sofferenza nelle famiglie, una grande turbativa sociale, un grande danno economico e un effetto collaterale di fare il gioco della mafia”.

 Quale gioco?

Si aiuta la mafia quando si punisce l’imprenditore che ha denunciato gli estortori – mafiosi – confiscandogli i beni, perché poi nessuno sarà spinto a farlo. L’azione dell’antimafia nel Mezzogiorno per come è stata condotta ha prodotto un inquinamento profondo e radicale che ha tradito le premesse per cui era stata costruita”.

 Va cambiata la modalità di azione?

Io non chiedo di disarmare l’antimafia, ma di tornare a uno spirito dell’antimafia compatibile con le regole dello stato di diritto: un’azione penale fondata su investigazioni efficienti, rispettosa delle garanzie e in grado di distinguere ciò che è lecito da ciò che non lo è, ma anche di aiutare la società a isolare e combattere la mafia e non trasformare il Mezzogiorno in una zona del sospetto”.

 Con il caso Messina Denaro si è riaperto il dibattito sulle intercettazioni. Cosa ne pensa?

Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile in tutte le democrazie avanzate. Bisogna vedere come vengono utilizzate. Ci sono processi interamente centrati su intercettazioni senza riscontri e verifiche: la Cassazione ha autorizzato questa ricostruzione della verità verosimile ma non accertata. È chiaro che le intercettazioni servono per scoprire reati e sono necessarie, ma usate in maniera chirurgica rispetto alle acquisizioni, con dei limiti dello stato di diritto. Non possono essere usate a strascico: serve un accertamento vigoroso e un riscontro. Oggi vediamo un’investigazione penale che è intercettazione-dipendente, con queste che vengono usate quasi unicamente per fare una condanna mediatica. Non potendo conseguire una condanna fondata su prove, si procede allo svergognamento pubblico attraverso la divulgazione delle intercettazione in una fase di indagini preliminari, messa in atto dalle Procure”.

 Serve cambiare il metodo delle intercettazioni?

Nessuna riforma delle intercettazioni si potrà mai fare fino a quando i cittadini italiani resteranno convinti che conoscere il contenuto delle intercettazioni – irrilevanti – è utile per smascherare il lato oscuro della classe dirigente. Questo tipo di intercettazioni rispondono alla tentazione collettiva di vedere cosa c’è sotto a quanto accade e non servono”.

Si è aperta da poco anche l’inchiesta sul Covid. Cosa ne pensa?

Questa inchiesta pretende di collegare una causalità tra un atto politico – come una scelta politica sanitaria – e un evento, come la morte dei cittadini contagiati. Questa causalità nel diritto penale presuppone una responsabilità individuale accertata non può essere ascrivibile a una scelta di carattere politico”.

 Si parla di un reato di epidemia colposa…

Un reato di questo tipo presuppone una condotta commissiva, che in questo caso non c’è. Gli indagati vengono chiamati a giudizio per aver rinunciato a chiudere una certa zona o per aver rinunciato a modificare il piano pandemico, questa è una condotta omissiva. Ciò può configurare nelle responsabilità politiche ma non può configurare una responsabilità penale. I magistrati hanno diffuso tutti gli atti istruttori, mettendo tutto in piazza. Hanno voluto far vedere ai cittadini cosa c’era sotto in quei giorni nelle stanze del potere. Questa inchiesta è inconferente e strumentale, e mostra protagonismo ed esibizione, che mostrano il peggior volto della magistratura italiana”.

«La giustizia non è guerriglia», Barbano e il velo squarciato sull’antimafia. A Roma la presentazione del libro del giornalista a 160 anni dalla prima legge sulle misure di prevenzione. L’autore: «Basta con la psicosi della pericolosità». Valentina Stella su Il Dubbio il 3 marzo 2023

L’inganno. Antimafia. Usi e soprusi dei professionisti del bene”, l’ultimo libro del giornalista Alessandro Barbano, è stato al centro di un interessante dibattito organizzato ieri dalla Camera Penale di Roma presso l’Aula Occorsio del Tribunale. A moderare i lavori Antonella Marandola, ordinaria di diritto processuale penale Università del Sannio. A inaugurare il dibattito il presidente dei penalisti romani, Gaetano Scalise: «Le misure di prevenzione compiono quest’anno 160 anni. Nascevano nel 1863 come misura eccezionale ma col tempo hanno assunto una pervasività incredibile, tanto che oggi l’Accademia parla di vera e propria pena patrimoniale».

Poi ci sono stati i saluti del presidente del Tribunale Roberto Reali che ha ringraziato la Camera Penale per aver organizzato «questo convegno importante» e ha ricordato «l’intervento della stessa Camera all’inaugurazione dell’anno giudiziario in relazione allo specifico tema del carcere e dell’esecuzione della pena».

Il primo vero intervento è stato quello di Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Ucpi, che ha dovuto lasciare subito il convegno per andare alla prima riunione del nuovo “Comitato tecnico- scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale e gli effetti sul Pnrr” in cui è stato nominato da poco: «Il libro di Barbano è straordinario, testimonianza di coraggio civile su un tema delicato come questo. Lo ha affrontato dando voce alle tante “storie di dolore” di chi subisce l’uso distorto degli strumenti di prevenzione per la lotta alla criminalità organizzata. Il volume andrebbe letto da chi applica le misure di prevenzione, divenute strumento di perseguimento degli illeciti quando la strada maestra del processo penale ha portato ad una assoluzione».

A seguire il sociologo Giuseppe De Rita: «Le cose che dice Barbano nel suo libro sono incredibili ma provocano una ondata di opinione? Questa è la domanda che dobbiamo porci. Se tratti in pubblico queste questioni come fa l’autore allora vieni trattato come un traditore di Pio La Torre o di Giovanni Falcone. E allora bisogna trovare il modo di creare una onda di opinione su questo volume. La mia speranza è che questo sia solo l’inizio di una lunga serie di racconti di persone che non potevano parlare. Va rotto questo mutismo».

Per il Governo ha parlato il vice ministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto: «Barbano con questo suo libro ci consegna una radio cronaca delle misure di prevenzione. Il suo racconto riafferma valori costituzionali imprescindibili, quali il diritto di difesa, rimarcando la difficoltà per molti di difendersi in particolari contesti, in cui la prevenzione spesso si trasforma in repressione. Il sospetto – chiediamoci – può essere tale da incidere sui diritti dei cittadini?». Però, dice il senatore di Forza Italia, «attenzione a non scambiare la lotta alla mafia con le responsabilità personali di amministratori e pubblici ministeri troppo zelanti». In sintesi, «non mi sento di condannare il sistema ma sicuramente ci sono delle patologie che vanno sanate».

L’unica voce assolutamente dissonante all’interno del panel è stata quella del pubblico ministero della Dda di Roma, Mario Palazzi: «Il mio non può che essere un giudizio negativo per quello che c’è e non c’è nel libro». Secondo Palazzi è la comparazione con le altre giurisdizioni, come quella statunitense «dove il 98% delle confische avviene per via amministrativa tramite la Dea o l’Fbi e solo il 20% viene contestato perché il ricorso è troppo costoso», a doverci spingere a dire «di tenerci stretto il nostro sistema. Certo, è passibile di alcune censure, la giustizia è umana per cui ci possono essere degli errori, ma si è evoluto nel tempo grazie ad un fecondo dialogo tra le Corti nazionali ed europee».

Secondo il magistrato, l’autore del libro compie un errore metodologico: «Dalle storie seppur dolorose che racconta trae la conseguenza che tutto il sistema è sbagliato. Questa sineddoche è un approccio ermeneutico

sbagliato che, tra l’altro, non sente neanche l’altra campana». Per concludere, Palazzi si dice «orgoglioso della risposta italiana. Qui non siamo a Guantanamo, non abbiamo tradito i valori costituzionali ma abbiamo la forza di affermare la giustizia seguendo le regole». È stato poi il momento dell’ex magistrato Gherardo Colombo che, ammettendo che «altrove succede di peggio», si è chiesto tuttavia: «La prevenzione affidata direttamente al giudice diminuisce le garanzie nei confronti delle persone coinvolte?». Ha evidenziato poi che il «contrasto tra l’esito del processo e quello delle procedure di prevenzione rappresenta un qualcosa che non funziona».

Per lui «occorre fare un passo indietro e domandarsi se è possibile risolvere la questione, affrontando il problema prima che si arrivi nella sfera del penale. La questione maggiore è quella dell’educazione al sistema della nostra Costituzione».

Poi ha preso la parola l’avvocato del Foro di Roma Gianluca Tognozzi: «La misura di prevenzione è guerriglia. Ogni volta che una azione dei pubblici ministeri non è andata a buon fine, cinque giorni dopo è arrivata la guerriglia con l’applicazione della misura di prevenzione, senza le regole della guerra e del processo. La categoria del pericoloso generico non ha nulla a che fare con la legislazione antimafia».

Secondo il legale sono tre gli aspetti da stigmatizzare: «I beni del pericoloso generico vengono sottoposti a sequestro e poi confisca con violazione di tutte le regole del sistema. La misura di prevenzione è discrezionale. Il sequestro anticipato dei beni viene deciso dal giudice che poi fa tutta l’istruttoria e decide poi se applicare o meno la confisca. Ed è incredibile che quella istruttoria è totalmente nelle mani della polizia giudiziaria».

Dopo circa due ore ha parlato finalmente l’autore, Alessandro Barbano: «Non sono un giurista e rivendico il fatto di aver guardato dall’esterno questo fenomeno con l’occhio del giornalista. Il libro non riguarda solo le misure di prevenzione ma fa emergere una tendenza: ossia lo slittamento dalla colpevolezza alla pericolosità, che è diventata una vera e propria psicosi». E replicando a Palazzi: «Non sono caduto nella sindrome della sineddoche. La confisca fuori da un giudicato non esiste in nessun Paese. Io contesto questo sistema, la cultura inquisitoria sottesa ad esso e la sua trasformazione in una guerriglia».

Infine ha chiuso i lavori il vice presidente della Camera Penale di Roma, Giuseppe Belcastro: «Questo libro ha un grandissimo pregio, ossia quello di raccontare finalmente i fatti che stanno dietro alle misure di prevenzione e al doppio binario, partendo dai dati reali e non dallo storytelling ufficiale. Delle cose è importante come vengono fatte, ma anche come vengono narrate. Per la prima volta Barbano offre una narrazione fedele». Si è poi chiesto: «Come possiamo spiegare al cittadino lo iato tra le misure di prevenzione e il buon senso: in un’aula vieni assolto e nell’aula accanto ti confiscano i beni?».

Il libro del giornalista. Alessandro Barbano con “L’inganno” scava nel pozzo nero dell’antimafia. Alberto Cisterna su Il Riformista il 13 Gennaio 2023

Il libro di Alessandro Barbano (L’inganno. Antimafia usi e soprusi dei professionisti del bene) scuote la palude dell’antimafia in Italia e agita le acque melmose di un mondo che tanti punti di contatto ha con l’abisso di malaffare che scuote in questi giorni il Parlamento europeo o la cooperazione agli immigrati. Non c’è dubbio, infatti, che settori non marginali della cosiddetta società civile abbiano preso a pretesto la lotta alla mafia, l’assistenza agli immigrati, la cooperazione internazionale come pretesto per dispensare stipendi, accumulare denaro e, soprattutto, conquistare potere. Insomma, il palazzo sarà pure marcio, ma galleggia in un mare pieno di alligatori e squali.

È un fenomeno che inquieta e, ormai, si staglia con una certa nettezza nell’assetto del potere. Si prende a prestito una bandiera immacolata (diciamo: la lotta alla mafia o la cooperazione internazionale), si inizia un’operazione fiancheggiatrice delle istituzioni nazionali o internazionali incaricate di occuparsene, si sollecita l’ambizione alla pubblicità e alla visibilità degli interessati (magistrati e funzionari pubblici in primo luogo), si crea un bel premio o una serie di manifestazioni con cui fidelizzare questo pittoresco mondo di carrieristi, si legittima così la propria presenza, si passa all’incasso dalla politica con fondi, sussidi, deleghe e via seguitando. In mezzo il ruolo, troppe volte opaco, di un certo giornalismo che prende per mano il mercato del consenso e opera da vera e propria cerniera tra gli uni e gli altri.

Vittime predestinate, e spesso consapevoli, i politici di turno che abbagliati dall’idea di indossare le vesti del militante antimafia o del cooperante zelante o dell’assistente commosso di emarginati elargiscono prebende pubbliche e cooptano per le proprie liste gli epigoni consegnati loro da questo congegno infernale. La storia del paese, e soprattutto di una certa sinistra vocata al commuoversi, pullula di biografie più o meno nobili che certo non possono giustificare mistificazioni e ruberie di vario genere. In questo acquitrino, ovviamente, nessuna battaglia può giungere all’epilogo e nessuna vittoria può essere proclamata perché mondi solo in apparenza diversi si sostengono l’uno con l’altro e, al primo cenno di critica o di dissenso, rispondono all’unisono contro l’apostata, l’aggressore, l’infedele. Come nel Conte di Carmagnola di manzoniana memoria «S’ode a destra uno squillo di tromba. A sinistra risponde uno squillo: s’ambo i lati calpesto rimbomba da cavalli e da fanti il terren»; la consegna delle lobby è sempre la stessa.

Al pari delle massonerie, delle mafie, delle congreghe o delle conventicole, il primo problema è ammutolire la critica, impedire che si alzi il velo sul sistema di potere (talvolta anche piccolo, ma efficace) messo in piedi, minacciando carriere, stipendi, influenza e interferenza. Ora la presunzione di innocenza garantisce tutti, potenti e poveracci; le indagini sono appunto una ricerca e non un approdo, ma sarebbe assurdo negare il tramestio che si alza dal muoversi di denaro, i miasmi che provengono tra certe sistematiche aggressioni a mezzo stampa contro che agita lo spettro di riforme dirompenti e ostili, il clima di diffidenza che si vuole creare intorno a certe coraggiose prese di posizione. Non importa molto cosa Alessandro Barbano abbia scritto nel suo libro, ma importa molto che si cerchi di neutralizzare le sue parole perché disallineate dal verbo che si custodisce nel tempio delle vestali dell’antimafia da almeno due decenni a questa parte.

Da quando la via maestra tracciata coraggiosamente da “Libera” di don Ciotti ha visto l’affiancarsi di un pulviscolo di affluenti, l’allinearsi di un reticolo di canali che drenano denaro e compattano potere e che ora insinuano, insultano, infangano nel tentativo di porre argine a verità scomode. Non è successo solo con l’antimafia, lo si è detto. La società civile, i catari dell’accoglienza e della solidarietà hanno, a macchia di leopardo, creato potere e consenso che è difficile intaccare e periglioso criticare senza essere facilmente tacciati di razzismo, collusione o contiguità. Il paese ha drammaticamente bisogno di fare i conti con questi santuari e c’è da pagare un conto salato per questa bonifica che è una battaglia di trasparenza e di democrazia. Anzi di libertà. Alberto Cisterna

(ANSA il 21 aprile 2023) - Una delle più note esponenti dell'antimafia palermitana, la preside della scuola Giovanni Falcone del quartiere Zen, Daniela Lo Verde, insignita anche del titolo di cavaliere della Repubblica, è stata arrestata dai carabinieri nell'ambito di una indagine coordinata dai pm della Procura Europea Gery Ferarra e Amelia Luise con le accuse di peculato e corruzione. Si sarebbe appropriata, con la complicità del vicepreside Daniele Agosta, anche lui arrestato, di cibo per la mensa dell'istituto scolastico, computer, tablet e iphone destinati agli alunni e acquistati con i finanziamenti europei.

Entrambi gli indagati sono ai domiciliari. Nell'indagine è coinvolta anche una terza persona, Alessandra Conigliaro, la dipendente del negozio R-Store di Palermo che alla preside avrebbe regalato tablet e cellulari in cambio della fornitura alla scuola, in aggiudicazione diretta e in esclusiva, del materiale elettronico. In particolare la preside avrebbe messo in condizione la dipendente, pure lei ai domiciliari, di fare preventivi su misura a discapito di altre aziende sempre per acquisiti realizzati nell'ambito di progetti finanziati dal Pon o da enti pubblici. Tra questi il finanziamento di 675mila per la scuola dell'infanzia, il progetto denominato "Stem", il progetto P.o.. denominato "Edu Green" di 17.500 euro e il Decreto "Sostegni Bis" per le scuole.

(ANSA il 21 aprile 2023) -  Si sarebbe appropriata anche del cibo della mensa scolastica Daniela Lo Verde, preside della scuola Falcone del quartiere Zen di Palermo nota per le sue battaglie antimafia, arrestata oggi per corruzione e peculato. A giugno scorso i carabinieri che la indagavano hanno intercettato la prima di una serie di conversazioni tra la donna e la figlia che provano che la dirigente si portava a casa gli alimenti, comprati con i fondi europei per gli alunni. Mentre lavorava in ufficio in compagnia della figlia, tra una pratica e l'altra, la preside impartiva alla ragazza indicazioni sugli alimenti da riporre all'interno di un sacchetto da portare a casa.

"Questo me lo voglio portare a casa, questi me Ii voglio portare a casa ... poi mettiamo da parte... poi vediamo cosa c'e qui ... Ii esci e Ii metti qui sopra..." si sente nella intercettazione che risale al 15 giugno ed è uno degli esempi della gestione illegale della donna. "Il riso ... lo metti Ii davanti alla cassettiera e per la cucina questo ... benissimo ... ora sistema sopra il frigorifero ... questa cosa di origano mettila pure per casa ... - spiegava - Quelle mettile in un sacchetto che non si può scendere. Il tonno mettilo qui sotto ... poi lo portiamo a casa a Sferracavallo (la villa al mare della preside ndr)". 

Le parole della donna sono ulteriormente riscontrate dalle videocamere piazzate dai carabinieri che la mostrano riempire delle buste di alimenti presenti nell'ufficio di presidenza.

(ANSA il 21 aprile 2023) - Nell'agosto del 2022 per l'ennesima volta furono rubati computer dall'aula magna della scuola Falcone di Palermo. Un episodio denunciato sui media dalla preside Daniela Lo Verde, oggi arrestata per corruzione insieme al vicepreside Daniele Agosta. I due, non sapendo di essere intercettati, svelano la loro soddisfazione per come il fatto abbia portato contributi alla scuola.

"Per un cornuto un cornuto e mezzo - diceva Agosto alla donna - ci stanno arrivando soldi da tutte le parti!". E la preside rivendicava il merito di aver reso pubblica la notizia "proprio al fine di cavalcare l'onda, pubblicizzare ancora di piu ii suo personaggio di preside integerrima in prima linea ed ottenere attestazioni di stima, solidarieta, ma soprattutto soldi e aiuti economici dalle istituzioni", commenta il gip. 

"Grazie tu devi dire .. perche non l'aveva saputo nessuno .... tu lo devi dire che .. che sono io quella speciale!", diceva a proposito della diffusinoe della notizia. Il sindaco di Palermo, attraverso la Fondazione Sicilia, dopo i fatti assegnò all'istituto un contributo di circa tremila euro per riacquistare le attrezzature rubate.

(ANSA il 21 aprile 2023) - L'inchiesta che oggi ha portato all'arresto della preside antimafia della scuola Giovanni Falcone di Palermo Daniela Lo Verde, ai domiciliari per corruzione e peculato, nasce dalla denuncia ai carabinieri di una ex insegnante dell'istituto che ha raccontato agli inquirenti di una "gestione dispotica della cosa pubblica da parte dell'indagata", scrive il gip che ha disposto i domiciliari per la donna, gestione che era impossibile contrastare salvo correre il rischio di ritorsioni.

L'insegnante ha descritto la dirigente come "avvezza alla violazione delle regole": da quelle sull'emergenza sanitaria a quelle dei finanziamenti europei. I progetti scolastici, tutti approvati all'unanimità, secondo la donna non venivano attuati in modo diligente e tra le docenti era frequente la prassi di raccogliere ex post, e non durante lo svolgimento delle attività, le firme dei ragazzi coinvolti. Questo perché ai progetti affidati alla scuola Falcone in realtà gli alunni non partecipavano o partecipavano in numero ridotto e dipendendo dal numero degli studenti partecipanti l'ammontare dei fondi ricevuti, si rischiava di perdere il denaro.

La docente ha anche rivelato che spesso le fatture per gli acquisiti, ad esempio per la palestra, venivano gonfiate e che solo una parte dei soldi veniva spesa per strumenti didattici, mentre il resto del denaro veniva investito in abbigliamento e scarpe per la dirigenza della scuola. Le dichiarazioni dell'ex maestra, confermate ai carabinieri da altri insegnanti, hanno fatto partire le intercettazioni.

(ANSA il 21 aprile 2023) - Oltre al cibo delle mense scolastiche la preside Daniela Lo Verde, arrestata insieme al suo vice per corruzione e peculato, si sarebbe appropriata di computer e tablet acquistati con i fondi europei per la scuola. Emerge dall'inchiesta dei carabinieri. "Che è un nuovo Mac?", chiedeva la figlia alla donna. "Sì ora ce lo portiamo a casa", rispondeva la madre. "Anche in questo caso, così come gia evidenziato in relazione agli iPad, - si legge nella misura cautelare - la genuinità delle conversazioni registrate fugavano ogni ragionevole dubbio sulle reali intenzioni della preside in ordine al nuovo Mac".

Antimafia, origano e patatine. Storia di Massimo Gramellini su Il Corriere della Sera il 21 aprile 2023.

La prima reazione non può essere che di sconforto: se le accuse saranno confermate, ci siamo giocati pure la preside della scuola palermitana intitolata a Giovanni Falcone. Proprio lei, Daniela Lo Verde, santino della lotta alla mafia, insignita da Mattarella del cavalierato al merito e intervistata dalle tv di mezzo mondo in veste di paladina del riscatto di un quartiere disagiato. Quella che diceva: «Noi insegniamo legalità persino durante la ricreazione». E ora eccola, la signora Legalità, intercettata mentre si appropria dei computer pagati con i fondi europei, tarocca le firme degli allievi per giustificare il finanziamento di corsi mai realizzati e ordina alla figlia regalati alla mensa della scuola per rimpinguare la dispensa della loro casa al mare. Quando la declamata bontà sconfina nella presunzione di impunità.

Verrebbe voglia di non credere più a niente, come succede a quelli che credono a tutto, comprese le madonne piangenti e i complotti dei rettiliani. Il famigerato «storytelling» ci ha convinti che un ideale, per arrivare al cuore, abbia bisogno di appoggiarsi emotivamente alla favola di una persona, col bel risultato che quando la persona si rivela una delusione, anche l’ideale finisce per subire la stessa sorte. Ma è un atteggiamento puerile, un delegare ad altri qualcosa che è nostro. Se l’antimafia è una bandiera, siamo noi il vento che la fa sventolare, a prescindere dalla coerenza di chi la impugna.

Il caso di Palermo. Arresto di Daniela Lo Verde, il video contro la preside dello Zen paladina antimafia è solo “marketing giudiziario”. Paolo Comi su Il Riformista il 22 Aprile 2023 

Marco Travaglio ordina e senza perdere tempo al comando generale dell’Arma dei carabinieri scattano sugli attenti, tornando a distribuire filmati delle indagini per “esigenze comunicative”. È stato prontamente raccolto il grido di dolore del principale house organ delle Procure contro il bavaglio Cartabia che farebbe sparire delitti e indagini. La prima pagina del Fatto Quotidiano del 13 aprile scorso, per chi se la fosse persa, era dedicata infatti alla asserita scomparsa delle notizie di cronaca giudiziaria per “colpa” della legge sulla presunzione d’innocenza.

La norma, approvata a dicembre del 2021 recependo una direttiva europea del 2016, impone regole di civiltà sulla comunicazione, ad esempio vietando affermazioni di colpevolezza prima che questa sia effettivamente provata. A supporto, invece, della tesi del “bavaglio” vi era una lunga intervista a Sigfrido Ranucci dove si poteva leggere «non è presunzione d’innocenza, è oblio di Stato: reagiamo» oppure «la riforma è spacciata come una garanzia ed invece tutela solo politici e potenti».

Non essendoci stati in questi giorni arresti di politici e potenti, il circo mediatico giudiziario in crisi di verbali da pubblicare, si è dovuto accontentare ieri dell’arresto di Daniela Lo Verde, preside di una scuola allo Zen di Palermo ed insignita dal capo dello Stato del cavalierato della Repubblica per la sua attività antimafia, accusata di essersi appropriata di cibo per la mensa, di computer e di tablet destinati ai suoi alunni ed acquistati con finanziamenti europei. L’arresto della paladina dell’antimafia è stato accompagnato dalla diffusione ai media di un video con il logo dell’Arma e della Procura, montato con le immagini delle telecamere piazzate nel suo ufficio, in cui si vede uno dei complici portare fuori dalla scuola un televisore. A cosa serve questo video? Soltanto al “marketing giudiziario”.

Eppure il legislatore europeo già nel 2016 era stato molto chiaro: «La diffusione di materiale video può avvenire solo quando sia strettamente necessario per garantire l’efficienza delle indagini e non per finalità differenti, come quelle prettamente mediatiche, auto-celebrative o di sensibilizzazione dell’opinione pubblica». Sul rispetto di questo principio si sono battuti molto nella scorsa legislatura i deputati Riccardo Magi (+Europa) ed Enrico Costa (Azione). Costa, in particolare, è stato anche promotore di un ordine del giorno, poi approvato a larghissima maggioranza, per un “monitoraggio” da parte dell’Ispettorato del ministero della Giustizia sulle conferenza stampa di pm e forze di polizia.

Tornando all’arresto dalla preside, il sindaco di Palermo Roberto Galla ha volto esprimere tutto il suo sgomento. «Durante il mio incarico di assessore regionale all’istruzione, l’ho conosciuta come dirigente scolastica particolarmente dedita al suo lavoro. È doveroso che le indagini abbiano il loro corso e confido che esse possano inequivocabilmente chiarire i fatti, per il bene della comunità studentesca e della scuola, da sempre importante punto di riferimento civile e sociale del difficile quartiere Zen», sono state le parole del sindaco. Paolo Comi

Laura Anello per "La Stampa" il 23 aprile 2023.

[…] Daniela Lo Verde, Cavaliere della Repubblica, da dieci anni anima dell'Istituto intitolato a Giovanni Falcone, adesso è agli arresti domiciliari per corruzione e peculato, così come il vicepreside. Al suo posto è stato nominato reggente Domenico Di Fatta, il suo predecessore nella scuola dello Zen: un segnale immediato per colmare la voragine che si è aperta tra i casermoni del quartiere dove il lavoro regolare non arriva al 2 per cento, l'analfabetismo tende al 5, la dispersione nelle classi supera il 16. E dove adesso si inseguono le stesse parole: «E adesso a chi crediamo? Ci sentiamo traditi».

Una voragine di senso, di fiducia, di speranza nello Stato, quello Stato che soltanto nel 2011 – mezzo secolo dopo la costruzione del quartiere – ha piantato il suo fortino, una caserma dei carabinieri, tra baby spacciatori, criminali di rango e disgraziati di ogni tipo. Parliamo dello Zen 2. Perché lo Zen 1, realizzato nel 1960, in qualche modo è diventato un pezzo di città.

Lo Zen 2, invece, è fallito come tante analoghe utopie urbanistiche piovute sul terreno come astronavi. Al punto che poco più di dieci anni fa l'archistar Massimiliano Fuksas propose di raderlo al suolo. Lo aveva progettato nel 1969 per l'Istituto case popolari il patriarca degli architetti italiani, Vittorio Gregotti, come un sistema di insulae, costruzioni basse con un cortile interno, per riprodurre i cortili del centro storico che si era svuotato l'anno precedente, con le scosse e i crolli del terremoto del 1968.

Ma la fame di alloggi scatenò ben presto la corsa alle occupazioni abusive (ancora adesso soltanto il venti per cento degli abitanti è un assegnatario regolare), i servizi non furono mai realizzati e l'utopia non tardò a diventare ghetto. A poco servì cambiargli nome, come fece l'ex sindaco Leoluca Orlando: San Filippo Neri, lo ribattezzò. Ma Zen era e Zen restò. «Un dolore per il quartiere e per la città tutta, un episodio che contribuisce a scalfire la fiducia nei confronti delle istituzioni», dicono all'unisono Zen Insieme, Bayty Baytik, l'Albero della vita e Handala, le quattro associazioni impegnate in questa terra di frontiera. Accanto a loro c'è stata a lungo Daniela Lo Verde ad accendere un faro di speranza.

È stata lei a battersi per i corsi pomeridiani nella scuola che accoglie alunni dalla primaria alla media, lei a portare in gita d'istruzione gambe e occhi che non erano mai usciti dal quartiere. Lei a fare miracoli con quei fondi comunitari che secondo la procura europea avrebbe però utilizzato in modo improprio e anche a suo vantaggio, gestendo spregiudicatamente forniture e fatturazioni, oltre che attestando falsamente la presenza degli alunni ai corsi. Saranno i giudici a stabilire le responsabilità, ma Palermo ha già condannato. Un'icona non può permettersi di sbagliare.

Estratto dell’articolo di Riccardo Lo Verso per “Il Messaggero” il 23 aprile 2023.

È la storia di una speranza tradita, di una luce nel degrado che si spegne nel peggiore dei modi. I carabinieri hanno arrestato Daniela Lo Verde, 54 anni, preside di un istituto comprensivo. Non una scuola qualunque, ma la "Giovanni Falcone" del rione Zen, nella periferia degradata e dimenticata di Palermo. 

I pubblici ministeri della Procura europea Calogero Ferrara e Amelia Luise le contestano ipotesi di corruzione e peculato. L'hanno letteralmente sorpresa con le mani nella dispensa, e non solo. La preside avrebbe rubato generi alimentari, ma anche tablet, computer, televisori, giochi da tavolo acquistati per gli studenti con i fondi europei. Ne sono arrivati tanti, e a pioggia, alla scuola. Si parla di circa 600 mila euro sui quali gli investigatori scaveranno ancora. […] la preside finita ai domiciliari assieme al suo vice, Daniele Agosta, e ad Alessandra Conigliaro, dipendente di una società di apparecchiature elettroniche.

[…] Lo Verde aveva lanciato una campagna di raccolta fondi per donare cibo ad alcune famiglie in difficoltà. Suo anche l'appello per recuperare i tablet necessari agli allievi per seguire le lezioni a distanza. «Ci stanno arrivando soldi da tutte le parti», diceva il vicepreside (intercettato) alla dirigente. Che si prendeva tutto il merito: «Grazie tu devi dire, perché non l'aveva saputo nessuno. Tu lo devi dire che sono io quella speciale» […]

Ogni qualvolta la scuola subiva un furto o una incursione vandalica gli episodi sono molteplici Daniela Lo Verde andava in tv a ribadire che non avrebbe indietreggiato di un solo millimetro nel percorso di legalità. L'inchiesta oggi ne svelerebbe il lato oscuro. Secondo il giudice per le indagini preliminari che ha firmato l'ordinanza di custodia cautelare, la dirigente scolastica avrebbe pianificato la sovraesposizione mediatica «proprio al fine di cavalcare l'onda, pubblicizzare ancora di più il suo personaggio di preside integerrima in prima linea e ottenere attestazioni di stima, solidarietà, ma soprattutto soldi e aiuti economici dalle istituzioni». 

Sono i soldi finanziati dall'Unione europea per le attività fuori dalle ore scolastiche: dal calcetto alla cucina, dalla scolarizzazione all'integrazione. Progetti che i ragazzi del quartiere disertavano. E allora sarebbe divenuto necessario falsificare i fogli di presenza in modo da ottenere i finanziamenti. È filato tutto liscio fino a quando una professoressa, nel frattempo andata a lavorare in un'altra scuola, si è rivolta ai carabinieri.

I militari hanno piazzato le telecamere e le microspie alla "Giovanni Falcone". Le immagini sono impietose. La mensa scolastica sarebbe stata saccheggiata, la donna è ripresa mentre carica la spesa in macchina e la porta a casa sua, dove sono stati trovati computer, tablet e un televisore 65 pollici.  […]

Estratto dell’articolo di Riccardo Lo Verso per “Il Messaggero”

Giugno 2022, il cibo per la mensa era stipato nell'ufficio di presidenza della scuola "Giovanni Falcone" nel quartiere Zen. I carabinieri avevano già piazzato una telecamera per tenere sotto osservazione la dirigente Daniela Lo Verde. Dava indicazioni alla figlia: «Questi me li voglio portare a casa. Il riso lo metti lì davanti alla cassettiera, questa cosa di origano mettila pure per casa. Anche un paio di barattoli e gli altri in cucina».

A volte era necessario farsi aiutare per trasportare i generi alimentari nel suo appartamento, fin dove la preside è stata pedinata. «Amore io ho diversi sacchetti, ti secca scendere?», diceva alla figlia chiedendo aiuto. «Li vuoi i succhi di frutta? Mettili qua, anche la Corona. Prendi un pacco di tovaglioli blu, li metti in macchina», aggiungeva. Il problema è che quelle scorte, birra compresa, fossero state acquistate con i soldi europei per i progetti destinati agli alunni di una scuola elementare e media.

[…] Come quella volta in cui la dirigente segnalava al vicepreside Daniele Agosta: «Palesemente queste non sono le firme degli alunni. Guarda, si vede che sono firmate tutte dalla stessa persona. Qua si sono sforzati un poco di più». C'è poi il capitolo sulle forniture di apparecchiature elettroniche. Soprattutto tablet e computer.

Dopo aver ricevuto nell'ambito del cosiddetto "Decreto mezzogiorno" sette MacBook e un computer fisso, Lo Verde diceva ad Agosta: «Ma se me quello blu me lo portassi a casa? Cioè, nel senso, me lo prendo fino a quando siamo qua. Poi si vedrà». […]  Lo scorso settembre Lo Verde ha ricevuto un avviso di proroga delle indagini. Iniziò a temere il peggio. La tensione è rimasta impressa nelle registrazioni degli investigatori: «Me ne vado in carcere, il carcere c'è». Un presagio funesto che si è concretizzato ieri.

«Rubava cibo, pc e tablet agli studenti»L’arresto choc della preside antimafia. Storia di Roberto Puglisi, su Avvenire il 21 aprile 2023.

Il cuore della speranza seminata allo Zen, periferia estrema di Palermo, è ferito. La preside della scuola intitolata a Giovanni Falcone, la professoressa Daniela Lo Verde, 53 anni, simbolo dell’antimafia, insignita del titolo di Cavaliere della Repubblica, è stata arrestata, ieri mattina, dai carabinieri nell'ambito di una inchiesta coordinata dai pm della Procura Europea Gery Ferrara e Amelia Luise con le accuse di peculato e corruzione. Gli addebiti sono molto pesanti: la professoressa Lo Verde, con la complicità del vicepreside Daniele Agosta, si sarebbe appropriata di generi alimentari destinati alla mensa dell'istituto scolastico, computer, tablet e iphone, acquistati con i finanziamenti europei. La preside e il vicepreside sono ai domiciliari. Ci sono altre persone coinvolte nell’indagine, dodici in tutto. Ai domiciliari è finita anche la dipendente di un negozio di elettronica che avrebbe regalato alla dirigente tablet e cellulari in cambio della fornitura alla scuola, in aggiudicazione diretta e in esclusiva, del materiale.

L’inchiesta è nata grazie alla denuncia di una ex insegnante dell’istituto che ha raccontato di una «gestione dispotica della cosa pubblica da parte dell’indagata» come scrive il gip nell’ordinanza. Il quadro è punteggiato dalle intercettazioni, per esempio da alcune conversazioni tra la preside e sua figlia che, secondo gli inquirenti, proverebbero l’appropriazione di alimenti comprati per la mensa degli alunni. Daniela Lo Verde era una figura, fin qui, apprezzatissima dell’impegno per la legalità. Nel corso degli anni aveva rappresentato gli sforzi compiuti in un contesto difficile, denunciando anche atti di vandalismo a scuola. Nel giugno 2020 il momento più alto della sua parabola: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, l’aveva nominata Cavaliere, per le attività svolte nella fase più cruenta della pandemia da Covid, quando, proprio dalla scuola, era stata lanciata una raccolta fondi per regalare la spesa ad alcune famiglie in gravissima difficoltà economica.

Lo Zen e la città sono sotto choc. Un giro mattutino nel quartiere, protagonista di uno stigma che fa torto alle tante persone di buona volontà che vivono lì, ha offerto il consueto e degradante panorama di spazzatura non raccolta, di rottami e disservizi. Ieri mattina non si sono svolte le lezioni all’istituto Falcone. «Siamo choccati – ecco le parole sgomente di un custode –. Questa cosa può essere un contraccolpo per tutti». «Siamo sconvolti, sì» di rimbalzo la voce una professoressa. Una ragazza, al lavoro nel suo minimarket, ha usato una frase che non si dimentica: «La nostra speranza è stata tradita». Per la dirigente scolastica è stato disposto «il provvedimento di sospensione immediata» come ha fatto sapere il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, sottolineando come «in tempi brevi sarà nominato il reggente».

«Rimango sgomento nell’apprendere la notizia dell’arresto della preside dell’Istituto comprensivo Giovanni Falcone Daniela Lo Verde, che, durante il mio incarico di assessore regionale all’Istruzione, ho conosciuto come dirigente scolastica particolarmente dedita al suo lavoro – ha commentato il sindaco di Palermo, Roberto Lagalla –. Alla luce degli odierni accadimenti, è doveroso che le indagini abbiano il loro corso e confido che esse possano inequivocabilmente chiarire i fatti, per il bene della comunità studentesca e della scuola, da sempre importante punto di riferimento civile e sociale».

«L’indagine che ha portato all'arresto di Daniela Lo Verde, preside dell’istituto scolastico Giovanni Falcone di Palermo, mi addolora profondamente e non solo perché i fatti che stanno emergendo sono un insulto alla memoria di mio fratello Giovanni – ha detto Maria Falcone –. Conosco bene quella scuola da prima che la dirigesse Lo Verde e l’ho sempre considerata un presidio fondamentale in un quartiere come lo Zen attanagliato da tante criticità, con una presenza criminale notevolissima e una dispersione scolastica tra le più alte d’Italia».

«Lascia sconcertati – incalza con forza la sorella del giudice ucciso a Capaci – scoprire che dietro l’antimafia di facciata di Daniela Lo Verde c’era tanta disonestà. Questo però non mi fa dimenticare la dedizione delle insegnanti, che da anni portano avanti un lavoro prezioso per educare i giovani alla legalità e che sono state sempre presenti con i loro alunni alle manifestazioni per ricordare chi si è sacrificato nella lotta alla mafia».

Palermo, preside antimafia arrestata per corruzione: rubava da scuola pc e cibo della mensa. Era anche stata nominata Cavaliere della Repubblica: l'indagine scattata dopo la denuncia di una docente. La Repubblica il 21 aprile 2023.

Una delle più note esponenti dell’antimafia palermitana, la preside della scuola Giovanni Falcone del quartiere Zen, Daniela Lo Verde, insignita anche del titolo di cavaliere della Repubblica, è stata arrestata dai carabinieri nell’ambito di una indagine coordinata dai pm della Procura Europea Gery Ferarra e Amelia Luise con le accuse di peculato e corruzione. Si sarebbe appropriata, con la complicità del vicepreside Daniele Agosta, anche lui arrestato, di cibo per la mensa dell’istituto scolastico, computer, tablet e iphone destinati agli alunni e acquistati con i finanziamenti europei.

Si sarebbe appropriata anche del cibo della mensa scolastica. A giugno scorso i carabinieri che la indagavano hanno intercettato la prima di una serie di conversazioni tra la donna e la figlia che provano che la dirigente si portava a casa gli alimenti, comprati con i fondi europei per gli alunni.

Mentre lavorava in ufficio in compagnia della figlia, tra una pratica e l’altra, la preside impartiva alla ragazza indicazioni sugli alimenti da riporre all’interno di un sacchetto da portare a casa. «Questo me lo voglio portare a casa, questi me Ii voglio portare a casa ... poi mettiamo da parte... poi vediamo cosa c'e qui ... Ii esci e Ii metti qui sopra...» si sente nella intercettazione che risale al 15 giugno ed è uno degli esempi della gestione illegale della donna. "Il riso ... lo metti Ii davanti alla cassettiera e per la cucina questo ... benissimo ... ora sistema sopra il frigorifero ... questa cosa di origano mettila pure per casa ... - spiegava - Quelle mettile in un sacchetto che non si può scendere. Il tonno mettilo qui sotto ... poi lo portiamo a casa a Sferracavallo (la villa al mare della preside ndr)». Le parole della donna sono ulteriormente riscontrate dalle videocamere piazzate dai carabinieri che la mostrano riempire delle buste di alimenti presenti nell’ufficio di presidenza.

Oltre al cibo delle mense scolastiche la preside Daniela Lo Verde, arrestata insieme al suo vice per corruzione e peculato, si sarebbe appropriata di computer e tablet acquistati con i fondi europei per la scuola. Emerge dall’inchiesta dei carabinieri.

«Che è un nuovo Mac?», chiedeva la figlia alla donna. «Sì ora ce lo portiamo a casa», rispondeva la madre.

«Anche in questo caso, così come gia evidenziato in relazione agli iPad, - si legge nella misura cautelare - la genuinità delle conversazioni registrate fugavano ogni ragionevole dubbio sulle reali intenzioni della preside in ordine al nuovo Mac».

Nell’agosto del 2022 per l'ennesima volta furono rubati computer dall’aula magna della scuola Falcone di Palermo. Un episodio denunciato sui media dalla preside Daniela Lo Verde, oggi arrestata per corruzione insieme al vicepreside Daniele Agosta. I due, non sapendo di essere intercettati, svelano la loro soddisfazione per come il fatto abbia portato contributi alla scuola. "Per un cornuto un cornuto e mezzo - diceva Agosto alla donna - ci stanno arrivando soldi da tutte le parti!». E la preside rivendicava il merito di aver reso pubblica la notizia «proprio al fine di cavalcare l’onda, pubblicizzare ancora di piu ii suo personaggio di preside integerrima in prima linea ed ottenere attestazioni di stima, solidarieta, ma soprattutto soldi e aiuti economici dalle istituzioni», commenta il gip. "Grazie tu devi dire .. perche non l’aveva saputo nessuno .... tu lo devi dire che .. che sono io quella speciale!», diceva a proposito della diffusione della notizia.

Il sindaco di Palermo, attraverso la Fondazione Sicilia, dopo i fatti assegnò all’istituto un contributo di circa tremila euro per riacquistare le attrezzature rubate.

INCHIESTA NATA DALLA DENUNCIA DI UNA DOCENTE

L’inchiesta che oggi ha portato all’arresto della preside antimafia della scuola Giovanni Falcone di Palermo Daniela Lo Verde, ai domiciliari per corruzione e peculato, nasce dalla denuncia ai carabinieri di una ex insegnante dell’istituto che ha raccontato agli inquirenti di una «gestione dispotica della cosa pubblica da parte dell’indagata», scrive il gip che ha disposto i domiciliari per la donna, gestione che era impossibile contrastare salvo correre il rischio di ritorsioni.

L’insegnante ha descritto la dirigente come «avvezza alla violazione delle regole": da quelle sull'emergenza sanitaria a quelle dei finanziamenti europei. I progetti scolastici, tutti approvati all’unanimità, secondo la donna non venivano attuati in modo diligente e tra le docenti era frequente la prassi di raccogliere ex post, e non durante lo svolgimento delle attività, le firme dei ragazzi coinvolti. Questo perché ai progetti affidati alla scuola Falcone in realtà gli alunni non partecipavano o partecipavano in numero ridotto e dipendendo dal numero degli studenti partecipanti l’ammontare dei fondi ricevuti, si rischiava di perdere il denaro. La docente ha anche rivelato che spesso le fatture per gli acquisiti, ad esempio per la palestra, venivano gonfiate e che solo una parte dei soldi veniva spesa per strumenti didattici, mentre il resto del denaro veniva investito in abbigliamento e scarpe per la dirigenza della scuola. Le dichiarazioni dell’ex maestra, confermate ai carabinieri da altri insegnanti, hanno fatto partire le intercettazioni.

Le indagini hanno accertato che non si è trattato di un episodio isolato. Ad una collaboratrice, che giorni dopo chiedeva perché venisse consegnato dalla ditta coinvolta nel progetto finanziato dal Pon tanto cibo a scuola chiusa, la Lo Verde spiegava che il fornitore era cambiato e non si poteva comportare come in passato faceva con una impresa locale con la quale «evidentemente, stando alle sue parole, -dice il gip - aveva un accordo sottobanco che le permetteva di differire le consegna delle forniture indipendentemente dalla data di chiusura dei progetti». «Il progetto è finito quindi la mensa è finita - diceva - Perciò io le cose ce le devo avere dentro». Oltre al cibo per la mensa de bambini la preside della scuola Falcone dello Zen di Palermo, arrestata per corruzione, si sarebbe appropriata anche di salviette e mascherine destinate agli alunni durante il Covid. L’hanno accertato i carabinieri grazie alle intercettazioni. «C'erano delle salviettine in qualcuna di questi ... - diceva non sapendo di essere ascoltata - .. non so se mia mamma ce l’ha .. che cos'altro le puo servire? ... questi sono .. disinfettanti? ... me Ii porto io». Stessa «attitudine» aveva il vicepreside Daniele Agosta, anche lui finito agli arresti domiciliari e ripreso dalle «cimici» a riemperire lo zainetto con confezioni di succhi di frutta, flaconi di gel disinfettante per le mani e mascherine Ffp2 che portava via con sè. L’uomo si sarebbe anche offerto di aiutare la dirigente a portar via il cibo.

Secondo gli inquirenti sarebbe evidente inoltre la premeditazione nella condotta della Lo Verde. Premeditazione - si legge nella misura cautelare - «inconsapevolmente confermata proprio dalla dirigente nel momento in cui su richiesta della figlia, le diceva di inserire tra le provviste da portare a casa anche la birra. Appare infatti quanto meno discutibile che, tra le provviste ordinate alla ditta Eurospin da destinare alla mensa scolastica possa essere compreso anche l’acquisto di alcolici».

In cambio dell’assegnazione esclusiva e in forma diretta di materiale elettronico per la scuola dal negozio RStore di Palermo Daniela Lo Verde, preside della scuola Falcone dello Zen, arrestata per peculato e corruzione, avrebbe avuto da una dipendente dell’attività commerciale, anche lei finita ai domiciliari, regali come telefonini i-phone. Emeerge dall’inchiesta della Procura Europea.

I carabinieri hanno filmato la dipendente tirare fuori da una busta, dopo aver ottenuto copia del preventivo della ditta concorrente relativo alla fornitura degli arredi scolastici ed essersi assicurata la nuova fornitura di ulteriori Notebook, una busta con due cellulari per la Lo Verde. Andata via la donna, rimasti soli in ufficio la preside e il suo vice hanno aperto ii sacchetto con gli iPhone. Il vicepreside si è lamentato con la dirigente per non aver trovato ii modello 13 Pro «da lui evidentemente richiesto», dice il gip.

La Lo Verde avrebbe risposto al suo collega che i due smartphone erano per le figlie non per lui e l’avrebbe invitato a chiamare il negozio per chiederle spiegazioni.

Arrestata la preside antimafia: ecco cosa rubava agli studenti. Secondo gli inquirenti la dirigente scolastica, con l’aiuto di un collaboratore, si sarebbe appropriata del cibo per la mensa dell'istituto scolastico, computer, tablet e iphone destinati agli alunni e acquistati con i finanziamenti europei. Ignazio Riccio il 21 Aprile 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L’indagine

 Le intercettazioni

 I computer

 Il ruolo dell’ex docente dell’istituto “Falcone”

Daniela Lo Verde, 53 anni, è una dirigente scolastica che ha scelto di lavorare a Palermo, in uno dei quartieri più difficili, lo Zen, a contatto con la criminalità organizzata, con la violenza e il disagio sociale. Per la sua attività nell’istituto scolastico "Giovanni Falcone" è stata anche insignita del titolo di cavaliere al merito della Repubblica, un’onorificenza che le ha permesso di ottenere una notevole visibilità a livello nazionale. Ma ora la preside è finita nelle maglie della giustizia con l’accusa di peculato e corruzione. I carabinieri l’hanno arrestata nell'ambito di una indagine coordinata dai pm della procura europea Gery Ferrara e Amelia Luise. Insieme a lei, adesso ai domiciliari, è stato relegato nella sua abitazione il vicepreside Daniela Agosta.

L’indagine

Secondo gli inquirenti la dirigente scolastica, con l’aiuto del collaboratore, si sarebbe appropriata del cibo per la mensa dell'istituto scolastico, computer, tablet e iphone destinati agli alunni e acquistati con i finanziamenti europei. Nell’indagine è coinvolta anche una terza persona, Alessandra Conigliaro, la dipendente del negozio R-Store di Palermo che alla preside avrebbe regalato tablet e cellulari in cambio della fornitura alla scuola, in aggiudicazione diretta e in esclusiva, del materiale elettronico.

In particolare la preside avrebbe messo in condizione la dipendente, pure lei ai domiciliari, di fare preventivi su misura a discapito di altre aziende sempre per acquisiti realizzati nell'ambito di progetti finanziati dal Pon o da enti pubblici. Tra questi il finanziamento di 675mila euro per la scuola dell'infanzia, il progetto denominato "Stem", il progetto P.o.. denominato "Edu Green" di 17.500 euro e il Decreto "Sostegni Bis" per le scuole.

Le intercettazioni

Daniela Lo Verde è indagata perché avrebbe trafugato prodotti alimentari destinati alla mensa scolastica. A giugno scorso i carabinieri hanno intercettato la prima di una serie di conversazioni tra la donna e la figlia dalle quali si evince che la dirigente si portava a casa gli alimenti, comprati con i fondi europei per gli alunni. Mentre lavorava in ufficio in compagnia della figlia, tra una pratica e l'altra, la preside impartiva alla ragazza indicazioni sugli alimenti da riporre all'interno di un sacchetto da portare nella loro abitazione.

"Questo me lo voglio portare a casa, questi me li voglio portare a casa ... poi mettiamo da parte... poi vediamo cosa c'è qui ... li esci e li metti qui sopra...", si sente nell’intercettazione che risale al 15 giugno. "Il riso ... lo metti lì davanti alla cassettiera e per la cucina questo ... benissimo ... ora sistema sopra il frigorifero ... questa cosa di origano mettila pure per casa. Quelle mettile in un sacchetto che non si può scendere. Il tonno mettilo qui sotto ... poi lo portiamo a casa a Sferracavallo (la villa al mare della preside, ndr)", le altre frasi pronunciate dalla dirigente. Le parole della donna sarebbero ulteriormente riscontrate dalle videocamere piazzate dai carabinieri che la mostrano riempire delle buste di alimenti presenti nell'ufficio di presidenza.

I computer

Nell'agosto del 2022, per l'ennesima volta, furono rubati computer dall'aula magna della scuola. Un episodio denunciato sui media dalla stessa Lo Verde, che ne discuteva con il vicepreside. I due, non sapendo di essere intercettati, si rallegravano perché il furto aveva portato contributi alla scuola. "Per un cornuto, un cornuto e mezzo – diceva Agosto alla preside – ci stanno arrivando soldi da tutte le parti!".

E la dirigente rivendicava il merito di aver reso pubblica la notizia"proprio al fine di cavalcare l'onda, pubblicizzare ancora di più il suo personaggio di preside integerrima, in prima linea, e ottenere attestazioni di stima, solidarietà, ma soprattutto soldi e aiuti economici dalle istituzioni", ha commentato il gip. Il sindaco di Palermo, attraverso la Fondazione Sicilia, dopo i fatti assegnò all'istituto un contributo di circa tremila euro per riacquistare le attrezzature rubate.

Il ruolo dell’ex docente dell’istituto “Falcone”

L'inchiesta è nata dalla denuncia ai carabinieri di una ex insegnante dell'istituto che ha raccontato agli inquirenti di una "gestione dispotica della cosa pubblica da parte dell'indagata", ha scritto il gip, gestione che era impossibile contrastare salvo correre il rischio di ritorsioni. L'insegnante ha descritto la dirigente come "avvezza alla violazione delle regole": da quelle sull'emergenza sanitaria a quelle dei finanziamenti europei.

Gli indagati avrebbero attestato falsamente la presenza degli alunni all'interno della scuola anche in orari extracurriculari per giustificare l'esistenza di progetti Pon di fatto mai realizzati o realizzati solo in parte, nella considerazione che la mancata partecipazione degli studenti avrebbe inciso in maniera direttamente proporzionale sulla quota parte dei fondi destinati per ciascun Pon alla dirigenza.

Oltre al cibo delle mense scolastiche la preside si sarebbe appropriata di computer e tablet acquistati con i fondi europei per la scuola. In un’altra intercettazione Lo Verde parla sempre con la figlia: "Che è un nuovo Mac?", chiedeva la ragazza alla donna. "Sì ora ce lo portiamo a casa", rispondeva la madre. "Anche in questo caso, così come già evidenziato in relazione agli iPad – si legge nella misura cautelare – la genuinità delle conversazioni registrate fugavano ogni ragionevole dubbio sulle reali intenzioni della preside in ordine al nuovo Mac".

"Questo prendilo per casa". Le intercettazioni choc della preside "antimafia". Rubava da scuola i generi alimentari destinati agli alunni ma si appropriava anche di tablet e cellulati: fermata Daniela Lo Verde, Cavaliere della Repubblica. Francesca Galici il 21 Aprile 2023 su Il Giornale.

Daniela Lo Verde è una dirigente scolastica piuttosto nota a Palermo, dove lavora presso l'istituto Giovanni Falcone nel quartiere Zen della città, uno dei più degradati e difficili del capoluogo siciliano. Proprio per il suo impegno come "preside di frontiera" e contro le organizzazioni mafiose che da queste parti la fanno da padrona, nel 2020 ha ricevuto l’onorificenza come Cavaliere della Repubblica da parte di Sergio Mattarella. Ma in queste ore è salita al centro della ribalta e non per i suoi meriti ma perché è stata arrestata con l'accusa di aver sottratto beni alimentari e non solo acquistati con i fondi europei.

A svolgere le indagini sono stati i carabinieri, che nell'ambito dell'indagine denominata "La Coscienza di Zen-O", iniziata nel 2022 e coordinata dalla procura europea, hanno piazzato telecamere e cimici all'interno del suo ufficio scolastico, smascherando in questo modo gli "interessi illeciti" che pare fossero radicati all'interno dell'istituto comprensivo. Tutto sarebbe iniziato dalla denuncia di una docente, che ha rotto il muro di omertà rivelando i metodi della preside. Nelle immagini raccolte dai carabinieri, infatti, la donna viene ripresa mentre fa vere e proprie razzie dalla mensa scolastica ma non solo, perché pare abbia preso anche tablet e computer destinati agli studenti dell'istituto. Per questo motivo l'accusa per lei, e per il suo vice, è di corruzione e peculato. Per entrambe, il gip ha disposto la misura degli arresti domiciliari, giustificata all'interno di un quadro probatorio "chiaro, del tutto inequivocabile e imbarazzante".

La preside avrebbe tenuto una condotta spregiudicata, votata al perseguimento di meri interessi personali e non a quelli della comunità scolastica della quale è responsabile. Insieme alla preside e alla vicepreside è stata notificata l'ordinanza di arresto, sempre ai domiciliari, anche a una terza persona estranea al mondo scolastico. Si tratta della dipendente di un negozio di informatica che in cambio delle forniture di dispositivi alla scuola in via diretta e in esclusiva avrebbe offerto in cambio alle due coordinatrici scolastiche dispositivi elettronici come tablet e cellulari.

Le conversazioni che emergono dalle intercettazioni effettuate dalle forze dell'ordine sono inquietanti. "Il riso lo metti lì davanti alla cassettiera e per la cucina questo... Benissimo... Ora sistema sopra il frigorifero... Questa cosa di origano mettila pure per casa", diceva Daniela Lo Verde alla figlia, non sapendo di essere ascoltata dai carabinieri. E ancora: "Quelle mettile in un sacchetto che non si può scendere. Il tonno mettilo qui sotto... Poi lo portiamo a casa a Sferracavallo". Sferracavallo è la località marittima nella quale la preside ha una casa vacanze. In un'altra intercettazione, la preside e il suo vice commentavano l'ondata di generosità generata dalla rivelazione sui media di un furto avvenuto di pc all'interno della scuola: "Per un cornuto un cornuto e mezzo ci stanno arrivando soldi da tutte le parti". Lo stesso Comune, venuto a sapere del furto, stanziò 3mila euro per la scuola.

 Preside "antimafia", Cavaliere della Repubblica: chi è Daniela Lo Verde. Questa mattina è stata arrestata Daniela Lo Verde, preside palermitana, divenuta qualche anno fa un'icona della lotta alla mafia. Dalle indagini sarebbe emerso che la donna rubava cibo dalla mensa, tablet e telefonini destinati ai ragazzi meno fortunati dello Zen. Emanuele Fragasso il 21 Aprile 2023 su Il Giornale.

Daniela Lo Verde, arrestata questa mattina con le pesanti accuse di peculato e corruzione, è la dirigente scolastica della scuola Giovanni Falcone dello Zen di Palermo. Fino a ieri era considerata la “preside antimafia”, che ogni giorno - assieme al suo corpo docenti - si batteva contro la sempre più presente dispersione scolastica e l'analfabetismo in una delle zone più pericolose del capoluogo siciliano. Oggi invece è accusata di aver sottratto beni alimentari, pc, table e smartphone acquistati con i fondi europei.

Famosa durante la pandemia

La sua battaglia è iniziata durante il primo lockdown voluto dal governo Conte, (quando molti bambini non potevano collegarsi da remoto per seguire le lezioni perché non avevano un wifi a casa) e ha avuto una eco gigantesco, arrivando addirittura all’interno delle stanze del Quirinale. Tanto da convincere nel giugno del 2020 il presidente Sergio Mattarella a nominare Lo Verde Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. La donna, sempre nei primi mesi di pandemia, lanciò una raccolta fondi utilizzando anche il conto corrente della scuola per mettere a disposizione delle famiglie degli alunni più bisognosi dei buoni spesa. “La nostra scuola scende in campo per venire incontro alle famiglie disagiate che vivono nel quartiere promuovendo una raccolta fondi che servirà ad acquistare una spesa solidale – scriveva due anni la la preside Daniela Lo Verde su Facebook - Stamattina abbiamo dato i primi buoni. Ho pianto vedendo le foto dei miei alunni con la spesa. Non potevamo proporre lezioni, raccontare favole con le tavole vuote. La mia idea di scuola è quella di essere una comunità. In questi giorni ho ascoltato mamme disperate. Mai ho toccato con mano così tanta povertà”.

La scuola trasformata in un hub vaccinale

Sempre durante l'emergenza Covid-19 la dirigente scolastica trasformò per tre volte il plesso della scuola Falcone in un hub vaccinale, l'ultima volta fu nel gennaio del 2022. “Siamo in overbooking, dovranno mandare più personale di quanto previsto inizialmente - diceva Daniela Lo Verde pochi giorni prima del ritorno a scuola in presenza -. Il tempo non basta mai per ascoltare le esigenze di tutti. Però ne vale la pena e facciamo il possibile per evitare di tenere chiusa la scuola. Certo - lamentava la preside - se ci consegnassero le mascherine Ffp2 che aspettiamo da inizio anno”.

Si definiva una preside di frontiera

Quest'anno la dirigente scolastica ha iniziato il suo decimo anno alla guida dell’istituto comprensivo statale Giovanni Falcone che si trova in via Marchese Pensabene una delle principali piazze di spaccio di Palermo. La donna, non molto tempo fa aveva sostenuto di aver scelto di restare allo Zen per provare a trasformare la scuola in un vero e proprio punto di riferimento per i giovani del quartiere. “Nelle scuole di frontiera - aveva dichiarato Daniela Lo Verde due mesi fa - la figura stabile del dirigente è spesso l'unico presidio e punto di riferimento del territorio Quello che proviamo a fare è essere dei modelli per loro, accoglierli e provare a indirizzarli verso nuove prospettive di vita, anche alla scoperta di passioni o talenti che spesso hanno ma che non sanno neanche di avere. La scuola li deve mettere nella condizione di poter scegliere”.

 Che ridere la star dell’antimafia beccata con le mani nel barattolo. La procura ue fa arrestare la preside antimafia dello Zen 2 di Palermo: “Rubati cibo, tablet e tv”.  Max Del Papa su nicolaporro.it il 21 Aprile 2023

L’intuizione di Sciascia sui professionisti dell’antimafia era un po’ indulgente e un po’ omertosa: se l’antimafia la bazzichi o anche solo la sfiori, capisci presto essere faccenda più complicata, più massonica. Già è tutta roba di sinistra, con alcune pietose infiltrazioni della destra opportunista o subalterna; fatto è che lì dentro, nell’antimafia professionale o amatoriale, sono smanettoni tutti, santi laici o in tonaca, chi su scala industriale, esistenziale, chi in modi anche patetici, tipo le zitelle della mensa dei poveri che si tengono per sé le scatolette ancora buone e ai poveri, ai “negri” danno quelle scadute.

Lo stesso faceva la professoressa antimafia Daniela Lo Verde, preside della scuola antimafia Giovanni Falcone nel cuore del quartiere Zen palermitano, cuore della mafia antimafiosa e dell’antimafia mafiosa. La preside Daniela, conosciuta per le battaglie antimafia, per le roboanti dichiarazioni antimafia, sempre le solite, non abbassare la guardia, tenere alta la testa, si era guadagnata le onorificenze presidenziali, perbacco, ed è finita ai domiciliari con accuse di corruzione. Fermo restando il garantismo, si tratta di una corruzione imbarazzante, quasi straziante: avrebbe usato la sua scuola antimafia come ufficio doganale per farvi transitare il ben di Dio consumistico, apparecchi, dispositivi, elettrodomestici ma pure generi di consumo, derrate, perfino le birre che, come tutti sanno, fanno parte della mensa degli scolari elementari. Niente di lasciato al caso: c’era un trust, un accordo con un negozio di elettronica, facevano la sparta: la roba arrivava, a grandi ordinativi, e la preside con i collaboratori la vagliava, questo lo prendiamo subito, questo lo vediamo dopo, e, si faceva recapitare il meglio a casa. Una preside antimafia, ma soprattutto Amazon.

Per non abbassare la guardia, non la abbassava mai, almeno secondo i carabinieri che la sorvegliavano; le intercettazioni sono irresistibili, da episodio di Montalbano: dopo un furto a scuola, opportunamente cavalcato, tutti a festeggiare, anche il vicepreside, pure lui arrestato, che in un filmato si porta via i computer: “Into u culu, a curnutu, curnutu e mezzo, accà arrivano soldi da tutte le parti“. La brava gente antimafiosa di Palermo si impietosiva agli accorati appelli della preside Daniela e versava. Così vanno le cose nelle scuole “di frontiera”, secondo retorica moralistica e legalitaria, dei quartieri mafiosi nelle città mafiose. Ma non solo in quelli, attenzione.

L’intuizione di Sciascia era in fondo tenera, comprensiva perché non diceva ciò che un intellettuale siciliano, di sinistra, antimafioso non può dire, non può ammettere: che così fan tutti, che nell’antimafia dei virtuosi rubacchiare o anche rubare a man salva è considerato normale anzi scontato, un benefit, quasi un risarcimento per una vita di frontiera a tenere alta la testa, a non abbassare la guardia. Ih, che sarà mai, fesserie, qui noi rischiamo la pelle. C’è molto di estremo, di san Sebastiano nell’antimafia retorica e occasionalmente ladra e la mistica del sacrificio, della bomba immaginaria ma che può arrivare ad ogni momento, è fondativa e non dispensabile, è la retorica del Bene che tutto giustifica e tutto tiene su e tiene insieme.

Chi scrive ha partecipato alle decine di convegni antimafiosi, con le star dell’antimafia giornalistica, politica, religiosa e soprattutto giudiziaria che dietro ai sorrisi si scambiavano allusioni e velate minacce da cosca, certi veleni, certi odii spietati, certo “sparliu”, come chiamano in Sicilia il pettegolezzo mafioso, da fare impallidire u Zu Totò, detto u curtu. E certi protagonismi da annichilire la più spietata delle influencer. Tutto un turbinio, un carosello di scorte, a tutti anche a chi come me non c’entrava una beata minchia e nessuno lo conosceva, ma il circo dell’antimafia si muove in carovana e bisogna sorvegliare tutti. Poi è coreografico, quando arriva l’arnata del bene, che non abbassa la testa, è come il gran premio di Montecarlo, le città prese in ostaggio, fate largo, passa l’antimafia antibiotica. E i parenti delle vittime che ne hanno fatto un mestiere, che passano dalla macarena al pianto retrospettivo appena spunta una telecamera, anche se sono passati cinquant’anni, e poi tornano al balletto e al banchetto. Perché non c’è antimafia senza mangiata catartica e volendo allegorica nel migliore ristorante cittadino, sequestrato e blindato.

Una volta mi diedero anche un premio. Prima la madrina, davanti alla Cosenza infestata dalle ndrine mi prendeva da parte, mi raccomando risparmiaci le tue sparate che qui dobbiamo andare d’accordo con tutti, e per tutti intendeva proprio tutti e io capivo. Poi faceva il suo numero sulla mafia che cresce sul nepotismo e sulle raccomandazioni, ma poco dopo, a cena, mi chiedeva un occhio di riguardo per il figlio aspirante musicista, visto che scrivevo su un giornale musicale. E l’altro, il ragazzino con la sciarpetta di seta e i capelli assassini, da scuotere ogni momento, per la beatitudine delle scolaresche sognanti cui buttava là con nonchalance improbabili storie di minacce, di cannoli recapitati non si capiva da chi, mentre seduto al mio fianco il sindaco antimafioso di Gela, Rosario Crocetta, bofonchiava, che camurria st’antimafia dei pannolini. Poi anche Crocetta è finito nei guai, guai antimafiosi ma lui li attribuiva a non so che sofisticati complotti per farlo fuori, l’altro invece ha ottenuto un posticino alla Rai comunista, tendenza Santoro e non ne ho saputo più niente.

Adesso per lo Zen è inutile chiedere in giro, nessuno ha visto, ha sentito, giusto uno, i capelli tinti e la faccia, non proprio rassicurante ma ammiccante sì, sorrideva sotto il baffetto siculo: la preside qui ha fatto solo del bene, eh eh. E certo. Gli altri filano via neanche gli avessero preso il superboss, occhi bassi, scatti di spastico fastidio verso quei cornuti di giornalisti che arrivano dal continente a scassare i cabasisi. Ma c’è da capirli: brava gente antimafia allo Zen, ma la legge nell’antimafia mafiosa resta la stessa: ciascuno si faccia i fatti suoi. E se la trasgredisci ti può succedere qualcosa di peggio che un avviso di garanzia, un’ordinanza per gli arresti domiciliari. Max Del Papa, 21 aprile 2023

Palermo, arrestata la preside antimafia dello Zen: è accusata di corruzione e peculato. Nel 2020 la dirigente scolastica fu nominata cavaliere del lavoro dal Quirinale per il suo impegno durante la difficile fase del Covid nel quartiere popolare della città palermitana. Il Dubbio il 21 aprile 2023

Peculato e corruzione: è questa l'ipotesi di reato per cui carabinieri hanno eseguito la misura cautelare degli arresti domiciliari nei confronti della preside Daniela Lo Verde, dell'istituto compressivo "Giovanni Falcone", allo Zen di Palermo, cavaliere al merito della Repubblica, del vicepreside e da un professionista privato.

Il provvedimento è stato disposto dal gip di Palermo su richiesta formulata dai procuratori europei delegati Calogero Ferrara e Amelia Luise, dell'European Public Prosecutor's Office (Eppo) di Palermo. Secondo quanto emerso dalle indagini svolte, tra febbraio 2022 fino a pochi giorni fa dal Nucleo investigativo dei carabinieri, sarebbe stata accertata l'esistenza un unitario centro di interessi illeciti, formato dagli indagati che, in concorso fra loro, si sarebbero resi responsabili dei reati ipotizzati, afferenti alla gestione dei fondi di spesa pubblici, sia nazionali che europei, nell'ambito di vari progetti scolastici.

In particolare, i dirigenti scolastici, in forza del loro ruolo di pubblico ufficiale, «in maniera spregiudicata e per accaparrarsi i cospicui finanziamenti comunitari connessi», avrebbero attestato falsamente le presenza degli alunni all'interno della scuola anche in orari extracurriculari. Questo per «giustificare l'esistenza di progetti Pon di fatto mai realizzati o realizzati solo in parte, nella considerazione che la mancata partecipazione degli studenti avrebbe inciso in maniera direttamente proporzionale sulla quota parte dei fondi destinati per ciascun Pon alla Dirigenza».

Gli approfondimenti investigativi avrebbero messo in luce una gestione illecita «anche per per procedure di acquisto e fornitura di generi alimentari per il servizio di mensa della scuola», e materiale informatico come tablet, Pc, e Iphone comprati con fondi europei e destinati agli alunni. Nell'ufficio di presidenza era così custodita una ingente quantità di generi alimentari e di costosi dispositivi informatici destinati agli studenti, che sarebbero stati prelevati dalla preside e dal suo vice Daniele Agosta - anche lui ai domiciliari, come la dipendente della R-Store, ditta che commercializza materiale informatico, Alessandra Conigliaro - per «proprie ed esclusive necessità».

Le indagini avrebbero permesso di verificare come la dirigenza dell'istituto avrebbe affidato stabilmente, contro le norme, la fornitura di materiale tecnologico a una sola azienda in forza di un accordo corruttivo volto all'affidamento di ulteriori e importanti commesse in cambio di molteplici illecite dazioni di strumenti tecnologici di ultima generazione. «Le condotte poste in essere dai due pubblici ufficiali - affermano gli inquirenti - risultano particolarmente gravi alla luce della loro completa adesione a logiche di condotta meramente utilitaristica, della strumentalizzazione dell'azione amministrativa e dalla vocazione a ritenere la pubblica amministrazione come un pozzo dal quale attingere costantemente qualsivoglia utilità, dagli strumenti tecnologici di ultima generazione ai generi alimentari».

Ad aggravare il quadro, per come emerge dal provvedimento cautelare, la dirigente «ha costantemente alimentato la propria immagine pubblica di promotrice della legalità nonostante il quotidiano agire illegale e la costante attenzione ai risvolti economici della sua azione amministrativa». Nel 2020 la dirigente scolastica fu nominata cavaliere del lavoro dal Quirinale per il suo impegno durante la difficile fase del Covid in un quartiere, quello dello Zen, tradizionalmente complesso.

La preside arrestata, altra figuraccia dei falsi paladini dell'antimafia siciliana. FRANCESCO VIVIANO su Il Quotidiano del Sud il 24 Aprile 2023

Preside siciliana arrestata con le accuse a vario titolo di peculato, altro brutto caso di chi usa per propri interessi l’antimafia

«Minchia, la preside che ruba, che schifo. Diteci che non è vero! Doveva essere un esempio per i nostri figli. È una cosa che fa troppo male, troppa rabbia. Già siamo un quartiere che finisce sui giornali per le retate di droga, per la mafia, ora perdiamo pure la preside perché ha rubato. A chi dobbiamo credere?».

Questi i commenti i genitori e di giovani dello Zen 2 di Palermo, un quartiere ad alto rischio, alla notizia che la Preside della Scuola intitolata al giudice Giovanni Falcone, Daniela Lo Verde, il vice preside, Daniele Agosta ed una commerciante sono arrestati per una serie di reati, dal furto di generi alimentari, computer e tablet, acquistati con fondi europei che invece di essere destinati agli alunni della scuola molti figli di famiglie indigenti, finivano invece nelle loro case e nelle loro cucine.

Ma ci sono anche una decina tra insegnanti ed operatori scolastici indagati il che dimostra (come testimoniano i filmati e le intercettazioni dei carabinieri) che in quella scuola c’era un vero e proprio “magna magna”. Molti dunque sapevano di quello scandaloso modo di fare e di gestire. Lo sconcerto provocato è stato davvero enorme soprattutto in quel quartiere dove il degrado e la criminalità la fanno da padrona.

Lo sconcerto principale è soprattutto per la Preside soprannominata “Preside Coraggio” per la sua attività di insegnante in quel quartiere, insignita anche come “Cavaliere del lavoro” dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Insomma un vero e proprio schifo che dimostra, purtroppo, ancora una volta, come certi personaggi che si spacciavano come antimafiosi e che ricoprivano ruoli importanti nella politica, nella giustizia, nell’imprenditoria, nel giornalismo che avevano fatto carriera e molti continuano a farla, erano e sono in realtà dei pataccari che sfruttando i loro ruoli, soprattutto di antimafiosi, hanno ingannato migliaia e migliaia persone, facendo i loro personali interessi, anche di natura economica e politica.

Estratto dell’articolo di Lara Sirignano per corriere.it il 24 aprile 2023.

Gli inquirenti lo citano come esempio della spregiudicatezza dell’indagata, la preside antimafia della scuola Falcone di Palermo Daniela Lo Verde, arrestata venerdì per peculato e corruzione. A svelare l’ultimo risvolto dell’inchiesta della Procura Europea è l’intercettazione di una conversazione tra la dirigente e il suo vice, pure lui ai domiciliari con le stesse accuse.

Ad agosto scorso nella mensa dei ragazzi, razziata dalla Lo Verde che rubava e portava via dall’origano, all’acqua, al tonno e alle patatine, mancava il burro. La soluzione la trova una delle collaboratrici della preside che trova un panetto nuovo nel frigo della preside, dove finivano tutte le derrate alimentari che la donna poi trasferiva a casa sua. Incurante che l’alimento fosse scaduto, prima pensa di servirlo ai bambini aperto, in modo che le docenti non coinvolte nei raggiri non se ne accorgessero, poi ha un’idea migliore: cancellare la scadenza.

«A posto, non c’è più», rivela la bidella a un’altra persona ancora non identificata, non sapendo di essere intercettata. Della cosa viene informata la Lo Verde che ci ride su. E al telefono dice ad Agosta: «Gli abbiamo cancellato la data di scadenza al burro». «Vi denunciano», commenta ridendo Agosta. «Secondo me pure», risponde sghignazzando la dirigente.  

[…]

PRESIDE SICILIANA ARRESTATA, ENNESIMA FIGURACCIA DELL’ANTIMAFIA SICILIANA

E questo deve farci riflettere molto, soprattutto chi indica e suggerisce certi personaggi a cariche ed onorificenze importanti. E, purtroppo in Sicilia, ma non solo, gli esempi negativi non mancano. Basta ricordare i recentissimi casi di “paladini dell’ Antimafia” finiti, non soltanto nella polvere ma arrestati e condannati. Alcuni nomi per tutti, Antonello Montante, ex presidente di Confindustria, arrestato, processato e condannato per una serie di reati, la Presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto che decideva di patrimoni milionari fatti gestire agli amici ed agli amici degli amici finita sotto processo e condannata in primo e secondo grado ed in attesa della pronuncia della Cassazione.

Ma ce ne sono ancora tanti altri e tra questi anche alcuni giornalisti, sfiorati fino, ad ora, dall’inchieste dell’ Antimafia Regionale, fino ad alcuni mesi fa guidata dal bravo Claudio Fava, che hanno fatto carriera saltando sul carro dell’antimafia.

Le ultime due chicche quella del Gip di Latina, Giorgia Castriota che in cambio di denaro ed altri benefit è stata arrestata perché affidava consulenze ed incarichi ad amici e conoscenti ed per ultimo la Preside Daniela Lo Verde della scuola “Giovanni Falcone” dello Zen di Palermo. Una inchiesta, quest’ultima che come rivelano le intercettazioni ed i filmati dei carabinieri, gestiva i fondi europei, per dirla in maniera gentile, molto allegramente. “Ma a cosa ci servono tutti questi computer (comprati con i fondi europei e destinati agli studenti ndr) chiedeva il vice preside Daniele Agosta al suo preside Daniela Lo Verde. E lei:”ora vediamo”.

Computer ma anche generi alimentari che invece finivano prima nel bagagliaio della Preside che piazzava la sua auto all’interno del recinto scolastico (perché i pacchi erano tanti ed a volte anche pesanti ndr) e poi a casa sua, nella sua cucina. Generi che comprendevano anche origano, lattine di pelati, birra ed altro. E la Preside Daniela Lo Verde, nonostante nel settembre scorso aveva ricevuto un avviso di proroga delle indagini, aveva continuato nella sua attività come se nulla fosse. Pensava, la Preside che l’inchiesta riguardava alcuni corsi di formazione, sempre finanziati con fondi europei, corsi mai effettuati che erano soltanto sulla carta, falsa naturalmente.

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Il Dossieraggio.

Il Prefetto Mori.

Il Pool Antimafia.

La Commissione Antimafia.

Gli Antimafiosi.

La Chiesa.

Le Associazioni Antimafia.

Il Dossieraggio.

Il dossier. Spionaggio antimafia: perché chiunque può cadere nella rete. Politici spiati, quei dati provenienti dal sistema bancario che ha l’obbligo di segnalare le “operazioni sospette” aggravano le responsabilità di chi ha messo insieme quei dossier. Iuri Maria Prado su L'Unità il 4 Agosto 2023

Ci sarebbe nuovamente il sigillo antimafia, la patacca buona a giustificare ogni sorta di abuso, sulle operazioni di dossieraggio con cui alcuni pubblici ufficiali avrebbero raccolto dati relativi alle attività di politici e imprenditori, puntualmente finiti sui giornali. Ieri le prime cronache riferivano che gli episodi di divulgazione di quei dati sui mezzi di informazione erano “pochi”: come se dovesse tranquillizzare il fatto che la bava velenosa di un’attività di spionaggio in seno all’amministrazione pubblica, e prodotta da appartenenti alla stessa amministrazione pubblica (non da banditi intrufolati), ha contaminato dopotutto solo in qualche occasione (mica tutti i giorni!) il circuito dell’informazione italiana.

Il fatto che questi dati provenissero dal sistema bancario – che ha l’obbligo di segnalare alle autorità competenti, tra cui quelle “antimafia”, la presenza di “operazioni sospette” – aggrava anziché attenuare la responsabilità di chi ha messo insieme quei dossier giunti inopinatamente (si fa per dire) nelle redazioni del glorioso giornalismo d’inchiesta: così come, appunto, peggio semmai ci si sente quando si apprende che la cosa avveniva a spizzichi e bocconi, secondo il tipico protocollo mafioso della delazione anonima a puntate. Ma diciamo immediatamente che le indagini della Procura perugina, che per ora sarebbero a carico di un unico funzionario (il quale respinge gli addebiti), non potranno rendere ragione di un sistema che se non è preordinato alla commissione di simili abusi certamente li rende possibili.

Varrà la pena di ricordare che è eseguito in nome della trasparenza antimafia il rastrellamento giudiziario di trecentocinquanta persone che coinvolge il responsabile dell’estorsione di un cabarè di pasticcini. Sarà bene tenere a mente che è disposto in nome della trasparenza antimafia il sequestro dell’azienda perché il cugino del titolare è stato visto a un party col pregiudicato. Sarà il caso di non dimenticare che è ordinato in nome della trasparenza antimafia l’arresto del medico settantenne che ha prescritto un farmaco per la cura del cancro di un boss.

E bisogna ficcarsi in testa che è tessuta in nome dell’antimafia la rete di leggi e adempimenti e filtri e dispositivi che un qualsiasi funzionario disinvolto è in grado di dispiegare quando vuole, come vuole, dove vuole per farci cadere dentro pressoché chiunque: perché c’è posto per la responsabilità di chiunque nel sistema antimafia che pretende di scovare il crimine nell’incarto delle pasterelle e nelle frequentazioni del prozio del pizzicagnolo dell’intercettato.

Ma qui – per il soprammercato di una tigna liberale indiscutibilmente deplorevole, perché rivolta alla tutela dei potenti di cui notoriamente si fa ventriloquo il garantismo peloso – qui c’è da denunciare la piega particolarmente allarmante di quest’ultima ipotesi (chiamiamola ipotesi, per ora) di interferenza dello spionaggio antimafia: e cioè che la faccenda riguarda esponenti politici.

Che saranno anche tutti mascalzoni, secondo il criterio cingolato dell’onestà giudiziaria, ma ancora costituiscono un residuo dell’organizzazione democratico-rappresentativa formalizzata in quest’altro residuato, la Costituzione della Repubblica, secondo cui la sovranità non appartiene né ai militari della Guardia di Finanza né e pubblici ministeri. E quelli, gli orrendi politici, rappresentano un presidio in ogni caso più affidabile (anche perché revocabile) rispetto al potere in divisa o in toga (è uguale) che assembla e distribuisce veline. Iuri Maria Prado 4 Agosto 2023

Il Prefetto Mori.

Il Prefetto di ferro. Chi era Cesare Mori, il prefetto voluto da Mussolini per combattere la mafia. Aveva ben chiaro che la sua azione si prestava a fini di presunto ristabilimento dell’ordine al prezzo di violazioni e ingiustizie anche più gravi rispetto a quelle che avrebbe dovuto reprimere. Iuri Maria Prado su L'Unità il 3 Agosto 2023

Almeno Cesare Mori, il “Prefetto di Ferro” che per stanare i mafiosi ne prendeva in ostaggio i figli e le mogli, e per “spezzare i legami” tra il territorio e i vertici criminali torturava i pastori e i contadini al servizio dei “patruna”(i padroni), aveva ben chiaro che la sua azione si prestava a fini di presunto ristabilimento dell’ordine al prezzo di violazioni e ingiustizie anche più gravi rispetto a quelle che avrebbe dovuto reprimere.

Agiva con convinzione sul mandato del capo del governo, Benito Mussolini, che lo incaricava di debellare (“cauterizzare”, scrisse il Duce) “se necessario anche col ferro e col fuoco la piaga della delinquenza siciliana”: ma nelle sue memorie avrebbe annotato che la “qualifica di mafioso viene spesso usata in malafede… come mezzo per compiere vendette, per sfogare rancori, abbattere avversari”, e avrebbe constatato nei processi che seguirono ai suoi rastrellamenti come quell’azione antimafia, in aula di giustizia, si prestasse spesso a simili deviazioni.

Si compiaceva delle celebrazioni che gli tributava il notabilato locale del Partito Nazionale Fascista, il quale descriveva i trionfi del “Grande Prefetto” che “con ferro rovente sta epurando tutte le zone infette dalla organizzazioni delittuose”: ma era l’orgoglio del funzionario di polizia che vede riconosciuto il proprio lavoro esecutivo, in una parola era la soddisfazione del soldato per la medaglia ottenuta sul campo, un atteggiamento molto diverso rispetto al misticismo giustiziere della magistratura repubblicana che non solo giustifica, ma addirittura rivendica, la “fisiologia” di una giurisdizione che per trionfare sul delitto sbatte in galera un po’ di innocenti.

Le cronache sugli assedi dei villaggi nelle montagne siciliane degli anni Venti sono quasi identiche, nella retorica, ai sociologismi delle ordinanze che un secolo dopo calano la propria giustizia sul territorio infetto, l’opera di pulizia che a cerchi concentrici lambisce il milieu mafioso e prende dentro quel che serve, il fratello, la madre, l’amante, il commercialista, il medico, il salumaio, chiunque insomma “oggettivamente” favorisca la vita e gli affari del mafioso: ma almeno quelli erano romanzieri di regime, non estensori di provvedimenti giudiziari scritti in nome del popolo italiano, e non si intrattenevano sulle genetizzate attitudini criminali di una intera popolazione regionale, la malacarne da rieducare al ripudio del parente, alle liturgie del pentimento delatorio e all’inchino davanti alla maestà del procuratore antimafia.

Soprattutto, l’antimafia fascista, per quanto condotta in quel modo brutale e indiscriminato, non si esercitava nella pratica legislativa e giurisprudenziale che in epoca repubblicana e “democratica” avrebbe invece eternato il potere del magistrato di fare ciò che vuole, arrestare chi vuole, perseguitare chi vuole solo che il nome sospetto, le frequentazioni, la carriera professionale, le cuginanze, le partite di calcetto, gli acquisti al supermercato, i sussurri della sua vittima trovino spazio nei reati-voragine della Repubblica delle Procure. E almeno, oltretutto, l’inciviltà dell’antimafia fascista non aveva corso – come invece l’attuale – in presenza di una Costituzione che non dovrebbe consentire certi abusi. Iuri Maria Prado 3 Agosto 2023

Il Pool Antimafia.

C'era una volta il pool antimafia, Leonardo Guarnotta e una vita nel bunker. ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA su Il Domani il 18 luglio 2023

Qui si racconta non soltanto cosa è stato per l’Italia il pool antimafia di Palermo, ma fra le pagine viene svelato anche un backstage denso di sentimenti e di emozioni. Un “dietro le quinte” fatto di piccoli gesti, di parole, di paure. E di riti. Come la solita frase con la quale Falcone lo salutava la sera a fine lavoro...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Lì dentro c’era l’“altra” Palermo, quella che non faceva puzza di morte e di mafia, quella lontana dai labirinti dove i poteri s’incastravano uno con l’altro fino a confondersi. Dove le Eccellenze e i Commendatori a volte avevano lo stesso sguardo famelico dei malacarne che s'incrociavano a Santa Maria del Gesù o ai Danisinni, alla Vergine Maria, alla Cala. La città che si mischiava nella sua sporcizia.

Il bunker, così buio e tetro, sembrava un luogo sicuro. Nonostante quei fucili mitragliatori che imbracciavano i ragazzi delle scorte. E poi c’erano loro, in carne e ossa, veri, C’era Angelo Crispino, maresciallo della Guardia di Finanza, un sorriso enigmatico e insieme affettuoso, una parete di legno e dietro la parete i segreti finanziari della Sicilia, conti, numeri, prestanome, denaro che passava dalle mani di un mafioso a quelle di un galantuomo.

E poi c’era anche Paparcuri, Giovanni, che era l’autista saltato in aria il 29 luglio del 1983 con il consigliere Rocco Chinnici ma che ‒ inabile alla guida per i burocrati del Ministero ‒ era diventato abilissimo nel maneggiare i primi computer. Il cervello informatico del pool. E poi, ancora poi, il confine con i giudici. Giuseppe Di Lello. Paolo Borsellino. Giovanni Falcone. E lui, Leonardo Guarnotta.

Da oggi sul nostro Blog Mafie pubblichiamo alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore. Qui si racconta non soltanto cosa è stato per l’Italia il pool antimafia di Palermo, ma fra le pagine viene svelato anche un backstage denso di sentimenti e di emozioni. Un “dietro le quinte” fatto di piccoli gesti, di parole, di paure. E di riti. Come la solita frase con la quale Falcone lo salutava la sera a fine lavoro, prima di oltrepassare al contrario la porta blindata e un po’ scrostata che delimitava la frontiera con il resto di Palermo: “Leonardo, guarda che si è fatto tardi ...togliamo il disturbo allo Stato”.

Il disturbo allo Stato. Ironia e profezia.

ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA

La telefonata che cambia per sempre la vita del giudice Leonardo Guarnotta. LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 18 luglio 2023

Correva il mese di aprile del 1984. Mi trovo nel mio ufficio quando squilla il telefono, alzo la cornetta e, dall’altro capo del filo, sento la voce inconfondibile del nostro consigliere, il quale, senza tanti preamboli, chiede la mia disponibilità a entrare a far parte, insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, del pool antimafia già formalmente costituito nel mese di novembre 1983

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

La luce, io mi ricordo la luce: non mi piaceva.

E non mi piaceva nemmeno quello che già a quel tempo, loro, chiamavano “bunkerino”, una fortezza di piccole dimensioni dentro quel palazzo maestoso che era il Tribunale di Palermo. Ma era la luce che mi rendeva perplesso.

Accesa fin dalle prime ore del mattino, luce di lampade, luce di neon. Perché le loro stanze, quelle di Giovanni e di Paolo, davano sul cortile interno e, nonostante la presenza di grandi finestre, il sole là sotto sembrava che proprio non ci volesse arrivare.

Quando andavo a trovare i miei due colleghi, ogni volta ponevo la stessa domanda: “Ma come fate, come fate a stare rinchiusi qui senza intristirvi, senza la luce del giorno, sempre con quelle lampade accese”.

Non mi rispondevano, alzavano lo sguardo e sorridevano con gli occhi, senza dirmi nulla. Solo una mattina uno di loro, non ricordo se fosse Falcone o se fosse Borsellino, ma credo Paolo perché rispose in dialetto siculo, con il quale amava esprimersi: «Sì, vabbè, poi m’a sai cuntare», poi me la saprai raccontare. Non capii l’allusione.

L’ho capita molto tempo dopo, quando ricevetti dal consigliere istruttore Antonino Caponnetto la telefonata che mi ha cambiato la vita. Poi me la saprai raccontare... E in effetti, passati quasi quarant’anni, qualcosa da raccontare ce l’ho.

Voglio però fare subito un piccolo passo indietro.

Prima della telefonata di Caponnetto, ne avevo ricevuto un’altra di telefonata, quella del consigliere aggiunto Marcantonio Motisi che mi chiedeva di fare parte di un pool che si sarebbe occupato di indagini relative ai reati contro la pubblica amministrazione, che in realtà non fu mai costituito. Ma la cosa a me non interessava. Con tutto il garbo dovuto, senza avere ancora la più lontana idea che mi sarebbe stata richiesta dal consigliere Caponnetto la disponibilità a fare parte del pool antimafia, ringraziai Motisi per la stima e la considerazione nei confronti della mia persona e rifiutai l’opportunità datami, spiegandone i motivi.

Qualche tempo dopo, Motisi affermò che la causa del mio rifiuto risiedeva nel fatto che avevo considerato quell’offerta un “delitto di lesa maestà”, perché volevo occuparmi solo di mafia. Non era vero, volevo occuparmi di tante altre tipologie di reati e non specializzarmi su quelle relative alla pubblica amministrazione.

Poi venne il giorno dell’altra telefonata che finalmente mi fece capire il significato “recondito” delle parole di Giovanni e Paolo. Quella telefonata non mi ha di certo allungato la vita, come recitava una famosa pubblicità di parecchi anni fa, ma sicuramente me l’ha cambiata, e anzi, considerata la pericolosità del “lavoro” che mi attendeva se avessi accettato, in fondo, avrebbe anche potuto rendermela piena di rischi per la mia incolumità.

In quel momento dimenticai per sempre che la luce artificiale del “bunkerino” mi dava così fastidio. Perché anche io ho occupato quelle stanze (prima quella di Paolo, quando si trasferì a Marsala, poi quella di Giovanni, dopo la sua partenza per Roma) dove il sole non arrivava mai.

Cosa ricordo di quel giorno? Ricordo tutto, come se fosse ieri.

Correva il mese di aprile del 1984.

Mi trovo nel mio ufficio quando squilla il telefono, alzo la cornetta e, dall’altro capo del filo, sento la voce inconfondibile del nostro consigliere, il quale, senza tanti preamboli, chiede la mia disponibilità a entrare a far parte, insieme a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello, del pool antimafia già formalmente costituito nel mese di novembre 1983.

Mi spiega che l’inchiesta assegnata a Falcone stava lievitando, era sterminata e che, per fare fronte alla enorme mole degli atti processuali, alla complessità delle indagini e ai quotidiani impegni, era necessario dotare il pool di un altro componente, e che la sua scelta, anche dietro suggerimento di Falcone, Borsellino e Di Lello, era caduta, tra tutti gli altri giudici istruttori in servizio (pure tra coloro che vantavano maggiore anzianità di carriera e maggiore esperienza), sulla mia persona. C’era bisogno di qualcun altro che si impegnasse anima e corpo a “scalare” quella montagna di carte, di assegni, di intercettazioni, di informative, di relazioni di servizio, di vecchi rapporti giudiziari sepolti negli archivi.

Rimasi sorpreso e lusingato dalla proposta e, in verità, anche un po’ frastornato. Chiesi a Caponnetto di concedermi del tempo per decidere. Ma la cosa che mi fu subito chiara era che se avessi accettato la vita mia e della mia famiglia sarebbe cambiata per sempre. A cominciare dalla libertà.

LEONARDO GUARNOTTA

Una difficile scelta di vita in una Palermo pronta ad esplodere. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA. Il Domani il 19 luglio 2023

La città era una santabarbara pronta a esplodere. E infatti esplose. Era spaventosa Palermo in quegli anni, spaventosa. Ma proprio per questa ragione – la situazione estremamente critica in cui versava la nostra Palermo – ero anche consapevole che fosse giunto il momento di fornire il mio pur modesto contributo a quella causa comune

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Falcone, Borsellino e Di Lello avevano la scorta già da qualche anno, erano protetti giorno e notte, mentre io all’epoca arrivavo in ufficio, accompagnavo i miei figli Debora e Michele a scuola o mia moglie Lidia in giro per negozi utilizzando la nostra autovettura.

Sapevo bene che quando ti assegnano la scorta la tua vita cambia immediatamente e per molto tempo. Anche per tutta la vita lavorativa, anche quando sei ormai in pensione, come è capitato a me e a tanti colleghi.

Così mi presi qualche giorno per riflettere e ne parlai a lungo in famiglia. Non avevo la vocazione dell’eroe e sapevo perfettamente a cosa andava incontro un giudice che si fosse occupato di mafia in quel periodo a Palermo.

La città era una santabarbara pronta a esplodere. E infatti esplose. Era spaventosa Palermo in quegli anni, spaventosa.

Ma proprio per questa ragione – la situazione estremamente critica in cui versava la nostra Palermo – ero anche consapevole che fosse giunto il momento di fornire il mio pur modesto contributo a quella causa comune.

In famiglia il lungo “dibattito” lo chiuse mia moglie con una frase. Una sera, dopo cena, ritornando sull’argomento, mi guardò e con un soffio di voce mi disse: “Dall’emozione che ho colto nelle tue parole e dalla luce nel tuo sguardo, sono sicura che hai intenzione di accettare il nuovo incarico; cosa aspetti ancora, accettalo, se ritieni che sia tuo dovere, non solo come giudice ma come uomo”.

Oggi come allora sono convinto che non ci fosse altra risposta possibile. Il mio sogno, all’inizio della carriera, era di fare il giudice istruttore. E quel sogno mi stava portando dentro il pool antimafia, anche se in quel momento non mi rendevo conto di star entrando nella storia di Palermo, della Sicilia e di questo Paese. Veramente non me ne sono reso conto neanche negli anni a seguire: io volevo fare il giudice, solo il giudice. Con la toga addosso mi sono sempre sentito una persona normale. Certo, rileggendo gli avvenimenti di quella stagione, in effetti tanto normale tutta questa storia non lo è stata.

Ma si tratta di una consapevolezza che è arrivata dopo, molto dopo, con il trascorrere del tempo, ritornando con il pensiero al nostro lavoro, alle malevole critiche subite, ai tentativi di destabilizzare il pool, ma soprattutto alla sorte toccata ai colleghi che se ne sono andati, che non ci sono più.

Presa la decisione di accettare la proposta del consigliere Caponnetto, lo contattai per comunicargli la mia disponibilità. “Sono con voi”, gli dissi, ed ero contento, anche perché contagiato dall’entusiasmo con il quale Falcone, Borsellino e Di Lello si dedicavano da mesi a quel lavoro che, ora, sarebbe diventato anche il mio.

Dopo quella telefonata la mia vita è significativamente cambiata perché, con i colleghi giudici istruttori e con i pubblici ministeri della Procura (Giuseppe Ayala, Giusto Sciacchitano, tra gli altri), che mi piace ricordare, e grazie a loro, ho vissuto un’esperienza giudiziaria unica e irripetibile. Ho trascorso un periodo che mi ha arricchito dal punto di vista professionale, ma anche segnato profondamente sul piano umano, rinsaldando in me, con passione e dedizione, i valori della legalità e della giustizia.

A distanza di tanti anni, mi sono chiesto come mai Caponnetto e gli altri avessero pensato a me. Credo ‒ credo, certezze non ne ho ma un po’ di esperienza sì, vista l’età e visto tutto quello che ho vissuto con quei miei colleghi, con quegli uomini ‒ di avere trovato delle risposte.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Falcone e Borsellino, Di Lello e Guarnotta, ecco il pool che farà la storia. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 20 luglio 2023

Ritengo sia andata proprio così, che Giovanni, Paolo e Peppino abbiano fatto il mio nome al consigliere istruttore Caponnetto perché credevano che io li avrei potuti davvero aiutare e sostenere con il mio lavoro da mediano. Un lavoro quotidiano, meticoloso, infaticabile...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Mi hanno scelto perché c’era bisogno di uno che sapesse fare squadra e io garantivo in qualche modo quell’unità di intenti e di comportamenti di cui il pool aveva assolutamente necessità.

Ritengo sia andata proprio così, che Giovanni, Paolo e Peppino abbiano fatto il mio nome al consigliere istruttore Caponnetto perché credevano che io li avrei potuti davvero aiutare e sostenere con il mio lavoro da mediano. Un lavoro quotidiano, meticoloso, infaticabile.

Il pool aveva bisogno anche di uno come me.

D’altronde il campione, il fuoriclasse, c’era già: Giovanni Falcone. Era il punto di riferimento di un gruppo solido e affiatato.

A pensarci adesso, eravamo diversi uno dall’altro. Anche per il nostro “credo” politico. Borsellino, che Falcone prendeva in giro chiamandolo “camerata”, in realtà si professava ‒ chissà, era vero o Paolo ci scherzava sopra? ‒ “monarchico”. Poi c’erano gli altri sparsi per le varie anime della sinistra. Falcone e io più moderati, Giuseppe Di Lello un po’ più a sinistra di tutti noi. Ma in quella stagione di Palermo le nostre opinioni politiche contavano davvero ben poco, anzi niente. Contava applicare la legge senza guardare in faccia nessuno. Lo posso dire con assoluta certezza: nessun provvedimento adottato in quegli anni è passato al vaglio delle lenti deformanti delle nostre idee politiche.

Ricordo un episodio, tra i tanti, a tal proposito. Un giorno Falcone incriminò un falso pentito, Giuseppe Pellegriti, che stava raccontando frottole su Salvo Lima e lo accusava, pur sapendolo innocente, di essere stato il mandante degli omicidi di Carlo Alberto dalla Chiesa, Emanuela Setti Carraro, Domenico Russo, Pio La Torre e Rosario Di Salvo.

Lo sapevano tutti chi era Salvo Lima, uno dei potenti della Sicilia, ritenuto il proconsole di Giulio Andreotti nell’isola e contiguo ad ambienti mafiosi, come si sussurrava in giro, ma Falcone non si pose nemmeno per un istante il problema: Pellegriti andava incriminato per calunnia.

Per essersi comportato in tal modo, Giovanni subì duri attacchi da chi all’improvviso ‒ paradossalmente proprio per la sua onestà intellettuale ‒ aveva perso fiducia in lui.

Per raccontare quegli anni e quella esperienza giudiziaria devo insistere su questo punto: l’unica nostra guida era la legge, il rispetto delle regole.

Voglio però ritornare alla telefonata del consigliere Caponnetto e a cosa accadde dopo, quando accettai di entrare nel pool. Da quel momento tutto cambiò, come dicevo, e anche in fretta. Il giorno seguente, mentre stavo riposando, ricevetti la telefonata di un maresciallo dei carabinieri che mi preannunciò che da lì in poi sarei stato sotto tutela.

“Mi raccomando, domani non esca se non arriva la scorta”, mi preannunciò. Da allora per 31 anni in servizio e per tre anni e sei mesi da pensionato non sono più rimasto solo. Ho sempre avuto come angeli custodi a Palermo e fuori Palermo i poliziotti che hanno accompagnato ogni mio movimento. All’inizio in maniera discreta, poi in misura rinforzata. Anno dopo anno. Ricordo che ci fornirono un impermeabile anti-proiettile di cui si volle provare la “tenuta”, ma si accertò che non era di alcuna utilità, essendo dotato di una blindatura “morbida” che non aveva opposto “resistenza” ai colpi di pistola esplosi contro in prova al poligono della Guardia di Finanza.

Sì, la mia vita è proprio cambiata. Dalle tranquille passeggiate per il centro e le gite a fine settimana nella nostra casetta di Trabia all’isolamento più totale. E a volte mi è capitato di vivere episodi che mai avrei pensato di vivere. Un giorno, al rientro a casa, i poliziotti della scorta, preoccupati dalla presenza di un uomo sul tetto dell’edificio di fronte alla mia abitazione e temendo che si fosse appostato con cattive intenzioni nei miei confronti, per proteggermi fecero scudo con i loro corpi portandomi di peso dalla strada all’androne dello stabile. Poi venne accertato che si trattava di un tecnico che stava montando una parabola per la tv.

Con il passare del tempo il livello di protezione si fece sempre più alto.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

La Sicilia è in guerra, misure straordinarie per la sicurezza dei giudici. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 21 luglio 2023

Come spesso accade, ci volle un evento tragico per cambiare le cose. Dopo l’attentato al consigliere Rocco Chinnici ‒ avvenuto il 29 luglio del 1983 ‒ i miei tre colleghi si trasferirono al primo piano ammezzato, concesso “in prestito” dalla locale Corte di Appello, e Falcone e Borsellino occuparono le stanze di quello che per tutti sarebbe stato il nostro “bunkerino”

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Nell’estate del 1985, dopo gli omicidi di Beppe Montana e Ninni Cassarà, due eccellenti poliziotti che erano nostri fedeli e preziosi collaboratori, il clima era diventato pesante al punto di costringere la nostra famiglia ad abbandonare precipitosamente la casa al mare perché era troppo pericoloso soggiornarvi.

Un luogo aperto, non difendibile, con strade di campagna non illuminate, non esattamente il posto ideale per stare al sicuro.

Così, pur essendo pieno agosto, rientrammo nella nostra casa di Palermo, dove potevamo godere di maggiore protezione. E noi ci sentivamo più tranquilli.

Un altro rafforzamento delle misure di protezione fu deciso dopo le stragi del 1992 per i magistrati che avevano fatto parte del soppresso Ufficio di Istruzione e che, dopo l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, il codice Vassalli, erano transitati o all’ufficio GIP o alle Sezioni Penali del Tribunale o alla Procura della Repubblica.

A tutti noi vennero potenziati i servizi di scorta o tutela ai quali eravamo già sottoposti. Per prima cosa la scorta con due auto blindate, oltre quella in cui prendevo posto insieme al capo-scorta. E poi un soldato dei Vespri Siciliani sul tetto di casa mia, un altro sul pianerottolo, un terzo in una garitta posta davanti il portone dell’edificio.

E venne anche installato un servizio di videosorveglianza della porta di casa, del portone di ingresso e del vialetto sottostante dove c’è il garage. Infine, vennero montati vetri anti-proiettile alle finestre delle stanze della mia abitazione che davano sulla strada principale.

La scorta ogni tanto mi ricordava che la nostra vita, così come quella dei ragazzi che mi proteggevano, era sempre in pericolo. In quel periodo non uscivo con mia moglie e i miei figli e non intrattenevamo vita di relazione. Stavamo per lo più soli. Raramente ci concedevamo qualche cena

a casa nostra con pochi amici, molto raramente. Certe frequentazioni alle quali eravamo abituati capimmo che non sarebbero più state possibili. La vita sociale di noi giudici ‒ e non solo di noi giudici ‒ era ridotta ai minimi termini.

Casa e lavoro, lavoro e casa era la regola. Ma c’è da dire che Palermo non invitava a vivere spensieratamente in quegli anni. Troppa tensione, troppa paura.

Ecco come tutto è mutato per me e i miei cari dopo la telefonata del consigliere Antonino Caponnetto.

Quando approdai all’Ufficio di Istruzione mi fu assegnata la stanza numero 7, tra la numero 6 occupata da Giovanni Falcone e la numero 8, occupata da Paolo Borsellino. Un segno del destino, probabilmente.

Questi locali, come tutti gli altri occupati da una decina di colleghi, tra i quali Giuseppe Di Lello, si trovavano al piano rialzato del Tribunale e davano sulla piazza del mercato rionale, alla quale era possibile accedere da una scala posta tra la stanza mia e quella di Falcone. In questo modo il pubblico aveva libero accesso ai locali dall’esterno, in entrata e in uscita, in un contesto in cui Falcone, Borsellino e Di Lello lavoravano a tempo pieno su processi di mafia ed erano già sotto scorta. Una situazione intollerabile, che la dice lunga sul livello di rischio di alcuni magistrati in quegli anni e sulla percezione del pericolo da parte dello Stato.

Come spesso accade, ci volle un evento tragico per cambiare le cose. Dopo l’attentato al consigliere Rocco Chinnici ‒ avvenuto il 29 luglio del 1983 ‒ i miei tre colleghi si trasferirono al primo piano ammezzato, concesso “in prestito” dalla locale Corte di Appello, e Falcone e Borsellino occuparono le stanze di quello che per tutti sarebbe stato il nostro “bunkerino”.

Poi, quando sono entrato a fare parte del pool, anche a me è stata assegnata una stanza, accanto a quella occupata da Peppino Di Lello, che si affacciava sul corridoio in cui era allocato il “bunkerino”. Infine, quando Paolo Borsellino assunse, nell’agosto del 1986, le funzioni di procuratore della Repubblica a Marsala, ho ereditato il suo ufficio ed è così cominciata la convivenza con Giovanni Falcone.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Il “bunker”, lì dove passo dopo passo è nato il maxi processo a Cosa Nostra. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 22 luglio 2023

Il “bunkerino” è uno stretto corridoio di una quindicina di metri, almeno credo, dato che non abbiamo mai pensato di misurarlo, cui si accedeva da una porta in ferro con la vernice scrostata e mai riverniciata. All’esterno era installata una telecamera che consentiva di vedere chi vi accedesse...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Il “bunkerino” è uno stretto corridoio di una quindicina di metri, almeno credo, dato che non abbiamo mai pensato di misurarlo, cui si accedeva da una porta in ferro con la vernice scrostata e mai riverniciata. All’esterno era installata una telecamera che consentiva di vedere chi vi accedesse. All’interno, sulla destra, si apriva una prima stanza adibita a segreteria, subito dopo quella di Giovanni, e poi ancora quella di Paolo.

In fondo c’era un angusto locale, occupato da Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto alla strage di via Pipitone Federico, quando venne ucciso il giudice Rocco Chinnici. Paparcuri aveva ripreso a lavorare presso il nostro ufficio e, con grande spirito di servizio, dedizione e impegno non comune, si era riconvertito in un ottimo, esperto informatico.

Sul lato sinistro si apriva la porta che immetteva nell’archivio. In quei locali erano custodite centinaia di faldoni contenenti gran parte delle copie degli atti raccolti a decorrere dai primissimi anni Ottanta. E, nonostante la mole di carte fosse lievitata sino a farsi smisurata, tutti noi eravamo diventati in grado di individuare il faldone in cui era conservato il documento che, tra migliaia, ci interessava consultare.

Quei documenti erano ancora lì il 5 gennaio 1995, quando, come giudice istruttore in proroga, misi fine all’esperienza del pool antimafia con il deposito del cosiddetto maxi-quater, ovvero l’ordinanza-sentenza a carico di Alfano Michelangelo + 183, ai quali si contestavano una quarantina di reati.

All’esterno del “bunkerino”, lungo il corridoio del primo piano rialzato, si trovavano le stanze occupate da me (prima di posizionarmi in quella lasciata da Paolo) e da Giuseppe Di Lello, nonché una spaziosa stanza adibita a ufficio di quel manipolo di finanzieri, al comando del capitano Ignazio Gibilaro, che ci ha fattivamente e provvidenzialmente supportati nell’esame della copiosissima documentazione bancaria (assegni, libretti di risparmio, distinte, transazioni) nella quale, altrimenti, ci saremmo persi.

Fuori dalla porta del “bunkerino” stazionavano i ragazzi delle scorte e, molto spesso, si vedevano giornalisti in cerca di notizie.

A proposito di rappresentanti della carta stampata, l’inattesa collaborazione di Tommaso Buscetta, il primo importante “uomo d’onore” a transitare dalla parte dello Stato, calamitò ulteriormente l’attenzione della stampa, che diede grande risalto, oggi si direbbe “mediatico”, alle iniziative poste in essere dal pool, avamposto di contrasto al dilagare del fenomeno mafioso. Tra i cronisti che si occuparono delle nostre vicende desidero ricordare Attilio Bolzoni, Giuseppe D’Avanzo (prematuramente scomparso il 30 luglio 2011), Francesco La Licata, Saverio Lodato, citati in rigoroso ordine alfabetico, decani del giornalismo antimafia e di inchiesta, i quali hanno scritto articoli e libri su Cosa nostra e sulle connessioni con il potere politico, assolvendo con rigore e onestà intellettuale a un compito fondamentale: informare l’opinione pubblica, disvelare ciò che qualcuno vuole nascondere, cercare e fornire prove, scoprire la verità.

Attilio Bolzoni e Saverio Lodato vennero addirittura sottoposti, nel 1988, a misura cautelare in carcere con l’accusa di avere pubblicato alcune dichiarazioni, ancora coperte dal segreto istruttorio, del collaboratore di giustizia Antonino Calderone, “uomo d’onore” catanese. Scarcerati dopo qualche giorno, vennero assolti, sia pure a distanza di tre anni, con formula piena dall’imputazione.

E non mancano esempi di giornalisti che hanno sacrificato la propria vita per la ricerca della verità e di giornali ed editori che hanno saputo dare conto, senza perseguire interessi di parte, delle principali complessità e spinosità sociali, culturali, ambientali e storiche. Il dovere di cronaca, che consiste proprio in questo, fallisce e tradisce il suo obiettivo se quelle criticità vengono “manipolate” al fine di travisare i fatti o nascondere inconfessabili interessi di bottega.

Chiusa questa doverosa parentesi, torniamo al “bunkerino”.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Rocco Chinnici, il giudice che aveva capito tutto e non si piegava. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA" DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 23 luglio 2023

Uno snodo fondamentale, del quale avrò modo di parlare nel prosieguo. Noi del pool avevamo quindi abbandonato le stanze utilizzate in precedenza, mentre il consigliere Caponnetto aveva occupato la stanza che era stata del suo predecessore. Il consigliere Rocco Chinnici

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Di mattina eravamo sempre in giacca e cravatta, ma specie nei pomeriggi e nelle sere d’inverno, terminati gli impegni ufficiali, Giovanni e io ci mettevamo un po’ in libertà, indossando un maglione: ricordo che il mio era verde, quello di Giovanni rosso, i nostri colori preferiti.

Lavoravamo in silenzio con le porte delle nostre due stanze aperte, e più volte è accaduto che, a una certa ora, lui mi dicesse: “Leonardo, si è fatto tardi, leviamo il disturbo allo Stato”. Una delle non poco frequenti battute scherzose di Giovanni? Forse, ma pensando alla storia di Giovanni Falcone, a tutto quello che gli è accaduto e che ha dovuto subire e a come è stato demolito il pool antimafia dopo l’avvento del consigliere Antonino Meli in quel nefasto 1988, quella sua battuta mi è apparsa negli anni sempre più profetica. «Togliamo il disturbo allo stato...».

Uno snodo fondamentale, del quale avrò modo di parlare nel prosieguo. Noi del pool avevamo quindi abbandonato le stanze utilizzate in precedenza, mentre il consigliere Caponnetto aveva occupato la stanza che era stata del suo predecessore. Il consigliere Rocco Chinnici.

All’Ufficio di Istruzione avvertivamo ancora la sua presenza, a tutti noi mancava molto. L’uomo che aveva gettato il seme per la nascita del pool era anche fisicamente imponente.

Pieno di vitalità, possedeva una grande esperienza in materia di mafia, parola che pronunciava all’antica con due effe: non diceva mafia, diceva “maffia”.

Era poco incline al compromesso, era duro e di tanto in tanto irascibile; un uomo tutto d’un pezzo, come si suol dire.

Per questo Cosa nostra lo riteneva molto pericoloso.

Ricordo il suo passo pesante che risuonava nel corridoio il pomeriggio, quando a volte veniva a vedere se ci fosse ancora qualcuno.

Apriva la porta di una delle nostre stanze e, constatato che il collega era intento sulle carte, quasi si scusava, chiarendo che non era sua intenzione controllare la nostra presenza in ufficio ma solo accertarsi se, per caso, non avessimo dimenticato le luci accese...

Il giorno della sua uccisione ero a Trabia, nella casa al mare. Mi stavo facendo la barba e, informato da un amico dell’accaduto, corsi subito a Palermo. Ricordo che Falcone era in Thailandia per una rogatoria.

Come ho raccontato, alla strage sopravvisse Giovanni Paparcuri, autista di Falcone ma quella mattina addetto alla guida dell’auto blindata assegnata a Chinnici. Paparcuri riportò ferite gravissime delle quali, a tanti anni di distanza, patisce ancora le conseguenze.

Il giorno del funerale, terminata la funzione religiosa, mentre colleghi portavano sulle spalle la bara, io li precedevo reggendo, con le mani tremanti per la commozione, il “tocco” di Chinnici posato su un cuscino di velluto.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA" DI LEONARDO GUARNOTTA 

Cosa nostra è una e verticistica, l’intuizione che ha cambiato tutto. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 24 luglio 2023

La seconda intuizione è stata considerare la mafia un’organizzazione verticistica e unitaria. Non una congrega di bande in perenne competizione fra loro, ma un’organizzazione che potremmo definire “federale” e dotata di una certa unità...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Ripensando adesso al periodo iniziale, mi sovviene l’impatto che ha avuto su di me. Fin dal primo giorno ho capito che avrei dovuto cambiare completamente il modo di lavorare, e così i primi tempi non furono affatto facili, era necessario che mi adattassi, al più presto, al metodo di lavoro dei compagni della mia nuova esperienza.

Nei primi venti anni della mia carriera avevo quasi sempre svolto le funzioni di giudice monocratico, assumendo gli incarichi di giudice istruttore a Milano, Pretore del Mandamento di Niscemi prima e del Mandamento di Termini Imerese dopo, nonché di giudice istruttore penale presso quel Tribunale.

Queste funzioni mi consentivano di svolgere indagini e accertamenti e di adottare i provvedimenti conseguenti in piena e assoluta autonomia.

Nel pool invece ho scoperto un diverso approccio, quel metodo che poi è stato il segreto di una strategia vincente.

La nostra forza stava nel saper lavorare insieme, nella capacità del leader di tenere unito il gruppo, motivarlo e spronarlo. Elementi determinanti e affinati nel tempo.

La costruzione del pool avvenne per fasi successive. Rocco Chinnici ebbe due geniali intuizioni. Innanzitutto quando disse che “un magistrato non è un uomo separato dalla società”. Affermazione che si traduceva concretamente nella sua costante partecipazione a dibattiti, convegni e incontri con gli studenti.

Chinnici voleva parlare di mafia in tutti i luoghi e le maniere possibili, convinto che l’azione repressiva non potesse essere l’unica risposta dello Stato. Occorreva coinvolgere scuole, società civile, associazioni, perché alla fine prevalesse la cultura della legalità, fondamentale per prosciugare le sorgenti che alimentavano Cosa nostra.

Rocco Chinnici è stato il primo magistrato a uscire dal Palazzo di Giustizia e dall’ambito del suo lavoro per cercare di spiegare alla gente che la lotta alla mafia doveva essere un impegno di tutti, non solo di pochi poliziotti, carabinieri e magistrati.

La seconda intuizione è stata considerare la mafia un’organizzazione verticistica e unitaria. Non una congrega di bande in perenne competizione fra loro, ma un’organizzazione che potremmo definire “federale” e dotata di una certa unità.

Per questo motivo le indagini non potevano riguardare il singolo omicidio o la singola famiglia, ma dovevano essere improntate a una visione generale del “problema”, perché, come era successo, un fatto che per un magistrato non aveva un particolare significato poteva assumerlo per un altro. Importante era che le informazioni circolassero all’interno di un gruppo ristretto che si occupava solo di mafia.

Fare parte di quella squadra voleva dire anche di più.

Io, l’ultimo arrivato, venivo soppesato dai colleghi e soprattutto dovevo offrire piena disponibilità. La dedizione doveva essere totale, non c’erano feste o week-end. E se improvvisamente bisognava partire, ad esempio per il Canada, come è successo a me, si faceva la valigia e si andava, dopo avere ottenuto in fretta e furia da mia moglie il “benestare” per l’espatrio, essendo i nostri figli ancora

minorenni.

E poi, quanti giorni prefestivi e, spesso, festivi trascorsi in ufficio per decidere sulle numerose istanze di libertà provvisoria inoltrate dagli imputati, o per adottare con urgenza altri provvedimenti. Al riguardo, essendomi stato affidato anche il compito di curare la gestione dei beni sequestrati ad alcuni imputati, nei momenti e nei giorni più impensati, di domenica o nei giorni di festa, mi è toccato occuparmi, insieme all’amministratore giudiziario, dei problemi più eterogenei, come ad esempio reperire un idraulico per una infiltrazione d’acqua da un appartamento a quello sottostante di uno stabile, al fine di evitarne l’allagamento.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Le riunioni del lunedì, i riti e le regole del pool di Palermo. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 25 luglio 2023

Il pool aveva un calendario preciso. Ogni lunedì ci riunivamo nella stanza di Giovanni Falcone per fare il consuntivo della settimana precedente, riferendo sull’esito delle indagini, e per programmare quella che iniziava, decidendo quali attività ognuno di noi avrebbe dovuto svolgere

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Come si svolgeva l’attività quotidiana? Il pool aveva un calendario preciso. Ogni lunedì ci riunivamo nella stanza di Giovanni Falcone per fare il consuntivo della settimana precedente, riferendo sull’esito delle indagini, e per programmare quella che iniziava, decidendo quali attività ognuno di noi avrebbe dovuto svolgere. All’occorrenza, ci ritrovavamo anche nel corso della settimana.

Ciascuno di noi quattro (ma in seguito pure Gioacchino Natoli, Ignazio De Francisci e Giacomo Conte, entrati a fare parte del pool dopo il trasferimento di Paolo Borsellino a Marsala), quando rientrava dalle frequenti rogatorie in Italia o all’estero, disponeva che copia degli atti istruttori fosse recapitata agli altri colleghi, con sopra un post-it sul quale era annotato, per esempio, “A Leonardo, per parlarne”.

Va detto che il pool antimafia non era un organo giudiziario previsto dall’allora vigente codice di procedura penale; la sua costituzione era stata resa possibile dalla facoltà riservata al consigliere istruttore, ai sensi dell’articolo 17 delle Disposizioni Regolamentari del codice di rito, di delegare a ognuno di noi le stesse indagini.

La strategia che si voleva attuare era, dunque, di affidare a un gruppo di magistrati, all’inizio davvero esiguo (come dicevo, noi quattro più il consigliere), tutte le indagini sulla criminalità organizzata comune e di tipo mafioso, in modo che ognuno di noi espletasse quelle assegnategli, ma i risultati venissero portati a conoscenza degli altri colleghi, affinché un prezioso patrimonio di informazioni non andasse disperso ‒ come spesso era accaduto in passato – e servisse anzi per prendere decisioni congiunte, a partire da una visione globale delle strutture e dei dinamismi di Cosa nostra, e anche per minimizzare i rischi personali.

Dunque, la filosofia del pool si basava sulla constatazione che, essendo quella consorteria un’organizzazione unitaria e verticistica fatta di mandanti ed esecutori materiali, era necessario accumulare, elaborare notizie e dati che consentissero ai componenti del pool di avere una visione complessiva del fenomeno mafioso, e nel contempo di affinare la propria professionalità.

Questa strategia non avrebbe avuto successo se non avessimo avuto, con tutte le nostre forze e capacità, l’obiettivo comune di restituire la Sicilia ai siciliani onesti, senza gelosie, invidie, smanie di protagonismo, tutti per uno e uno per tutti, tetragoni a ogni tentativo esterno di fomentare zizzanie e malcontento tra noi.

Sui criteri seguiti per la selezione dei componenti del pool e sull’unico, comune, superiore interesse perseguito fin dalla sua costituzione, e ribadito con fermezza, si soffermò poi Giovanni Falcone nel corso della sua audizione del 31 luglio 1988 davanti la Prima Commissione Referente del Consiglio Superiore della Magistratura, quando scoppiò il cosiddetto “caso Palermo”, su cui ritornerò, e le tensioni tra Csm e pool antimafia erano ormai molto forti.

“Quando si è costituito il pool, poiché già sapevamo quali sarebbero stati gli attacchi esterni per cercare di sgretolarlo, per cercare di inserire problemi di attrito, abbiamo curato di fare in modo che tutte le componenti ideologiche e culturali della magistratura fossero presenti, e abbiamo lavorato insieme e continuiamo a lavorare, almeno fino a questo momento, in pieno accordo mettendo da parte totalmente problemi che non siano esclusivamente istituzionali”.

Due sono gli elementi che hanno caratterizzato l’azione del pool.

Accanto all’intenso scambio di informazioni, c’era lo sviluppo di quello che poi sarebbe stato mediaticamente inteso come “il metodo Falcone”.

Si tratta di un modo di procedere che, in seguito, è stato adottato dalla magistratura inquirente, facendo tesoro delle intuizioni di Giovanni.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Segui il denaro”, il caso Spatola e la genialità di Giovanni Falcone. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 26 luglio 2023

Falcone comprese ben presto che la mafia era anche un fenomeno criminale transnazionale, che la sua potenza economica aveva superato i confini della Sicilia, che era riduttivo e fuorviante indagare solo a Palermo e che, soprattutto, era necessario penetrare nei “santuari” degli istituti di credito, dovunque si trovassero...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Tutto è iniziato nel 1980: Rocco Chinnici assegna a Falcone il procedimento a carico di Rosario Spatola, un faccendiere e costruttore siciliano, su cui gravava l’accusa di gestire un grosso traffico internazionale di sostanze stupefacenti tra Palermo e New York, dove coesistevano e prosperavano, commerciando in armi ed eroina, ben cinque “famiglie” mafiose.

Nel corso di quel procedimento, a carico anche di altri soggetti, si accertò come alcune “famiglie” mafiose palermitane acquistassero in Turchia ingenti quantità di morfina base, la trasportassero a Palermo, dove veniva trattata in “raffinerie” clandestine e trasformata in eroina purissima, che veniva commercializzata preferibilmente a New York, ma anche in altre città statunitensi, e il cui ricavato era oggetto di transazioni economiche presso istituti di credito svizzeri.

Quel processo, in cui erano coinvolti importanti soggetti legati a Cosa nostra, fece comprendere a Giovanni Falcone che la strategia sino ad allora seguita nel contrasto giudiziario alla criminalità organizzata andava abbandonata perché del tutto inidonea a conseguire risultati soddisfacenti.

Istruendo il procedimento a carico di Rosario Spatola e altri, Falcone comprese ben presto che la mafia era anche un fenomeno criminale transnazionale, che la sua potenza economica aveva superato i confini della Sicilia, che era riduttivo e fuorviante indagare solo a Palermo e che, soprattutto, era necessario penetrare nei “santuari” degli istituti di credito, dovunque si trovassero. Lì affluivano e venivano “puliti” gli ingentissimi capitali accumulati con i traffici internazionali di armi e droga.

Perché, argomentava Falcone, se la droga non lascia quasi tracce (se non per i danni alla salute di coloro che la assumono), il denaro ricavato dal suo commercio non può non lasciare dietro di sé una scia, segni, orme del suo percorso, del suo passaggio da chi la fornisce a chi l’acquista.

Follow the money, si diceva, a partire da una consapevolezza del sistema criminale globale che era tutt’altro che diffusa tra gli inquirenti in quel periodo.

Per questo motivo furono disposte accurate e mirate indagini bancarie, patrimoniali e societarie, in Italia e in altri Paesi, nei confronti di centinaia di soggetti, al fine di portare alla luce rapporti di affari, contatti, trasferimenti di somme di denaro da un soggetto all’altro, infrangendo così il segreto bancario, fino ad allora considerato alla stregua di un totem inviolabile.

Passammo al setaccio migliaia di assegni e numerosissima altra documentazione (tutto è contenuto in ben quattro dei quaranta volumi della ordinanza-sentenza, depositata l’8 novembre 1985, che ha dato vita al Maxiprocesso) per acquisire la prova inconfutabile, in precedenza quasi mai raggiunta, di rapporti di conoscenza e di affari illeciti tra mafiosi, trafficanti di denaro sporco e colletti bianchi, ostinatamente negati dagli interessati.

Segui il denaro, follow the money, voleva dire anche andare all’estero e lavorare con investigatori di tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti.

Questo ha fatto sì che Giovanni sia diventato un pioniere anche per quanto riguarda l’internazionalizzazione del contrasto alla criminalità organizzata, stringendo assidui rapporti con gli investigatori d’oltreoceano.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

La collaborazione con l’Fbi e l’inchiesta sulla “Pizza Connection”. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 27 luglio 2023

Giovanni Falcone approfittò dell’occasione per prendere contatti, ben presto favoriti da cordiali rapporti personali, con le autorità giudiziarie che all’epoca erano impegnate nella complessa inchiesta condotta dall’FBI che aveva per oggetto un grosso traffico di droga tra Palermo e Stati Uniti gestito da mafiosi siciliani e “cugini” americani. Era la nota operazione “Pizza Connection”...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Era l’ottobre del 1982 quando una delegazione italiana partecipò alla Conferenza internazionale delle forze dell’ordine tenutasi presso la sezione Criminalità organizzata del Federal Bureau of Investigation, l’Fbi, nella sede della sua accademia a Quantico, in Virginia.

Di quella delegazione faceva parte Giovanni Falcone che approfittò dell’occasione per prendere contatti, ben presto favoriti da cordiali rapporti personali, con le autorità giudiziarie che all’epoca erano impegnate nella complessa inchiesta condotta dall’FBI che aveva per oggetto un grosso traffico di droga tra Palermo e Stati Uniti gestito da mafiosi siciliani e “cugini” americani.

Era la nota operazione “Pizza Connection”, così denominata perché pizzerie e ristoranti venivano impiegati per coprire l’importazione dell’eroina dalla Sicilia e per tenervi i summit tra affiliati.

In quegli anni di febbrile attività di indagine, ben presto si intensificarono le rogatorie negli Usa di Giovanni Falcone, di tutti noi giudici istruttori e dei pubblici ministeri della Procura della Repubblica di Palermo, con l’obiettivo di acquisire elementi di prova da utilizzare nel processo pendente a carico dello Spatola e di altri trafficanti di armi e sostanze stupefacenti.

Ma anche per trarre insegnamenti, e farne tesoro, dall’esperienza maturata da investigatori e funzionari dell’Fbi, il principale corpo della polizia federale statunitense, e della Dea (Drug enforcement administration), l’agenzia anti-droga statunitense.

E fu possibile ottenere la preziosa collaborazione di Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di Manhattan, che sarebbe diventato sindaco di New York nel 1994, di Louis Freeh, componente prima e direttore poi dell’FBI, e di Richard Martin, procuratore del distretto di Manhattan.

Nel corso delle numerose rogatorie a New York, si aprì davanti ai nostri occhi un mondo nuovo, un metodo investigativo all’avanguardia, grazie anche alle conoscenze in tema di collaboratori di giustizia (figure ufficialmente introdotte nel nostro ordinamento soltanto nel 1991) e alla disponibilità da parte degli investigatori statunitensi di moderni strumenti di lavoro. Imparammo molto.

Quando entrammo nella sede dell’Fbi la nostra attenzione venne colpita prima dagli enormi boccioni d’acqua presenti in ogni ufficio, poi dalle agende elettroniche e dai computer utilizzati dagli investigatori con i quali avremmo collaborato.

Già Rocco Chinnici aveva più volte chiesto in dotazione questo tipo di strumenti, ma dal nostro Ministero non era mai arrivato nulla, per cui noi quattro e i pubblici ministeri ancora annotavamo i nomi degli imputati e le informazioni sul loro conto su quaderni e agende cartacee.

Ci volle del tempo perché qualcuno si interessasse alle nostre condizioni di lavoro e finalmente rivolgesse da Roma lo sguardo verso la Sicilia.

Fu Liliana Ferraro, magistrato in forza al nostro Ministero, a essere inviata a Palermo dal guardasigilli Mino Martinazzoli per verificare le condizioni in cui operavamo.

Fu una visita molto utile perché Ferraro rimase sorpresa nel constatare le condizioni disastrose in cui versavano gli uffici: scrivanie e sedie malandate, macchine per scrivere obsolete o mal funzionanti, molti faldoni custoditi alla bell’e meglio, anche per terra, perché mancavano armadi sufficienti per contenerli.

Le indagini bancarie, infatti, avevano comportato l’acquisizione di una enorme quantità di documentazione. Grazie all’interessamento della dottoressa Ferraro, i nostri uffici vennero dotati di nuove ed efficienti attrezzature, anche informatiche.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Coca connection. La tragica profezia di Rocco Chinnici e la Sicilia prigioniera del mercato della droga. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta il 29 Luglio 2023

Il 29 luglio del 1983 il magistrato morì disintegrato da una bomba perché capì per primo il ruolo di Cosa nostra nel traffico di stupefacenti. Quarant’anni dopo nelle strade di Palermo si muore nell’inferno del crack. E nei palazzi del potere anche i politici sembrano cadere nella tentazione di sballarsi

Morì Rocco Chinnici uscendo di casa, a Palermo, in Via Pipitone Federico alle 08.05, del 29 luglio di quaranta anni fa. Morì disintegrato da una bomba, la prima di una lunga serie, in un salto di qualità di Cosa nostra e di Totò Riina per eliminare i nemici, fuori e dentro la mafia, in uno stile che – erano i tempi – i giornali definirono «libanese».

Morì Rocco Chinnici non perché era quello che, da consigliere capo dell’ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, aveva battezzato il pool antimafia. Non per i processi che aveva fatto, o per le indagini. Non perché aveva alzato il livello di scontro con Cosa nostra. Né perché, come diceva lui, era «normale» essere uccisi, per il lavoro che faceva. O perché, come ricordava Paolo Borsellino «aveva la religione del lavoro».

 Morì Rocco Chinnici per i giovani. E perché aveva capito tutto. I giovani avevano cominciato a morire, a Palermo. Perché era arrivata la droga. La droga era quella dei mafiosi. E non interessava quasi a nessuno. A Rocco Chinnici sì.

E con l’eliminazione di Chinnici venne meno quella visione che lui aveva messo in campo, la capacità di guardare i grandi scenari, e le piccole cose. La mafia aveva portato le raffinerie della droga in Sicilia, inventando il moderno traffico internazionale di stupefacenti, per come oggi lo intendiamo. Prima era una cosa estemporanea, incerta, Cosa nostra lo rende un business scientifico, gestito in maniera funzionale.

Ad esempio, fa scomparire tutti gli altri tipi di droga. Irrompe nel mercato l’eroina. E quando le indagini rendono difficile l’esportazione della droga negli Stati Uniti – quell’idea clamorosa di Tano Badalamenti di creare una rete di spaccio nelle pizzerie italiane negli Stati Uniti viene smantellata dall’operazione “Pizza Connection” – la nuova feroce Cosa nostra dei Corleonesi sconfessa i vecchi boss e il mantra secondo il quale il commercio di droga andava bene, purché fatto all’estero. Viene dato così il via libera a vendere il prodotto anche in Sicilia e in Italia. Tutti i piccioli fanno ricchezza.

È una trasformazione non solo criminale, ma anche antropologica, sociologica. Perché a Palermo la droga cominciano a venderla in tutte le strade. E Chinnici è il primo che capisce che c’è un legame tra i piccoli spacciatori e i grandi criminali che si stanno arricchendo a dismisura. Si accorge cioè che la portata del fenomeno ha una dimensione finanziaria – grandi capitali che si accumulano, e che vengono reinvestiti nelle forme più diverse – e un riscontro pratico, in strada: una generazione di giovani che comincia a bucarsi, a morire.

È talmente ossessionato dalla droga che va nelle scuole – è il primo magistrato a farlo – coinvolge altri magistrati e intellettuali. È inascoltato. Ne parla nei convegni, scrive relazioni. Lancia ai giovani un appello disperato, che allora sembrava una provocazione: «Ragazzi, se volete sconfiggere la mafia, non drogatevi».

Un’utopia. Perché non solo nessuno in quegli anni coglieva il nesso tra i morti per overdose e la mafia, ma in realtà in quel periodo nasce un trend, se così vogliamo chiamarlo, che arriva ai giorni nostri, inarrestabile. E perché da allora ogni generazione ha avuto le sue droghe, il flusso è stato inarrestabile. Con la differenza che adesso la droga investe tutti gli strati sociali: nei palazzi la coca, nelle strade il crack.

Morì Rocco Chinnici per questo, perché sosteneva che i ragazzi che morivano per la droga, in strada a Palermo, erano vittime della mafia, quanto i magistrati, i poliziotti, o gli imprenditori che si ribellavano al pizzo.

Morì Rocco Chinnici perché voleva chiudere un cerchio. E quel cerchio ancora oggi non si è chiuso.

Morì Rocco Chinnici forse invano, allora, oggi che la Sicilia è diventata davvero un hub internazionale della droga.

Lo dimostra anche l’ultima operazione della Guardia di Finanza, di qualche giorno fa che ha portato al più grande sequestro di cocaina mai effettuato in Italia: 5,3 tonnellate. Viaggiavano su un peschereccio al largo della Sicilia. Avrebbero fruttato ottocentocinquanta milioni di euro.

Oggi, a Palermo, nelle strade vicino al porto si muore nell’inferno del crack. Quaranta anni fa come oggi. Cinque euro a dose, nel cuore del mercato di Ballarò. L’ultima vittima, Anita, aveva venti anni. «Non basta mai – raccontano i pochi volontari che la notte fanno slalom tra i corpi per strada, scuotendoli per capire se sono in vita – e chi è dipendente dal crack fuma, cerca i soldi, fuma ancora, e non ne esce più». Si aggirano tra i vicoli alle spalle della Cattedrale, lì dove lo Stato arretra fino a quasi scomparire.

A pochi passi, Palazzo dei Normanni, sede del parlamento regionale, è travolto dallo scandalo che ha coinvolto l’ex presidente dell’assemblea e delfino di Silvio Berlusconi in Sicilia, Gianfranco Micciché, che andava con l’auto blu – secondo le indagini dell’accusa – a comprare la coca dall’amico chef della Palermo bene. 

Milita, Gianfranco Micciché, in Forza Italia. Lo stesso partito al quale ha aderito la figlia di Rocco Chinnici, Caterina, anche lei magistrata, e fino a poco tempo fa europarlamentare e simbolo del Partito democratico siciliano.

Morì, Rocco Chinnici, inconsapevole.

I casi sospetti, le indagini della Finanza sui patrimoni mafiosi. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 28 luglio 2023

Una svolta nel nostro lavoro è derivata dalla collaborazione di un piccolo ma competente drappello di uomini della Guardia di Finanza, perché per espletare indagini in campo bancario e finanziario erano necessarie specifiche competenze che noi non possedevamo

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

L’altra innovazione che da lì in poi caratterizzò l’azione del pool fu una maggiore collaborazione e sinergia con l’ufficio del pubblico ministero.

Se le indagini sulla criminalità organizzata comune o mafiosa erano adesso di competenza del pool, cioè di un gruppo di giudici istruttori specializzatosi nella materia, era necessario che, anche in Procura, l’andamento dei processi che erano stati “formalizzati” fosse seguito, sin dall’inizio, da uno stesso gruppo di sostituti in stretto collegamento con i giudici del pool. In modo che, adottate nel corso dell’istruttoria le loro conclusioni propedeutiche al provvedimento dei giudici istruttori, fossero poi gli stessi sostituti a sostenere l’accusa in dibattimento.

Era invece accaduto in precedenza che, anche in procedimenti delicati e complessi, l’accusa venisse sostenuta in dibattimento da sostituti diversi da quelli che avevano partecipato alla fase istruttoria, ai quali difettava quindi quella approfondita, personale conoscenza della complessa attività di indagine svolta in precedenza.

Tra i sostituti impegnati nelle inchieste di mafia, il punto di riferimento del pool, e in particolare di Falcone, era Giuseppe Ayala, magistrato dalle indubbie capacità professionali e persona estroversa, brillante, bon vivant, praticamente l’opposto di Giovanni.

Ayala, oltre ad avere collaborato assiduamente e proficuamente con Falcone, è stato anche una presenza importante per Giovanni, soprattutto in alcuni momenti difficili della sua vita.

Inoltre, come accennavo in precedenza, una svolta nel nostro lavoro è derivata dalla collaborazione di un piccolo ma competente drappello di uomini della Guardia di Finanza, perché per espletare indagini in campo bancario e finanziario erano necessarie specifiche competenze che noi non possedevamo.

E infatti iniziava così la lettera con la quale il consigliere Caponnetto, il 13 dicembre 1983, chiedeva al comandante del nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Palermo il distacco di finanzieri per almeno otto mesi: “In relazione alla natura, complessità e urgenza degli atti istruttori da compiersi in alcuni procedimenti pendenti presso quest’Ufficio e nei quali è stata acquisita una copiosa documentazione bancaria e contabile, rivolgo viva preghiera alla S.V. Affinché voglia assegnare due sottufficiali al compito esclusivo di svolgere la loro opera di Ufficiali di Polizia Giudiziaria presso l’Ufficio di Istruzione”.

La domanda venne accolta e sotto il comando dell’allora capitano Ignazio Gibilaro, oggi generale di corpo d’armata e comandante dell’area dell’Italia Meridionale della Gdf, iniziò a lavorare con noi quel gruppo che Antonino Caponnetto ringraziò con una nuova lettera al momento della sua partenza da Palermo. “Senza l’apporto della Guardia di Finanza – scrisse – non sarebbe stato possibile effettuare complesse e numerose indagini bancarie e patrimoniali che hanno contribuito a far ottenere notevoli risultati giudiziari”.

Caponnetto in quell’occasione volle elencare i loro nomi, a partire dal capitano Gibilaro, per passare al maresciallo capo Angelo Crispino (per me “il mitico maresciallo Crispino”), ai brigadieri Domenico Schimizzi, Antonino Castelli, Cosimo Dimagli, Filippo Longo e poi ai vice-brigadieri Antonio Condello e Franco Bosco. Li ricordo tutti, uno per uno, questi finanzieri.

Dovevano restare per “almeno otto mesi”, si sono fermati per molti anni.

La collaborazione con gli uomini della Guardia di Finanza fu una fonte di arricchimento per noi magistrati, dotati soltanto di cognizioni giuridiche. Come testimonia la risposta che dava sempre, scherzando, Paolo Borsellino quando gli chiedevano se avesse fatto corsi o studi particolari per affrontare le questioni del riciclaggio e delle indagini bancarie: il suo unico rapporto con le banche

consisteva solo nei prelievi e mai nei versamenti, perché non aveva una lira da versare.

Come lo capivo!

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Quei momenti di vita “leggera” vissuti con Falcone fuori dal bunker. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 29 luglio 2023

Erano poche le serate dove ci lasciavamo andare, dove ci sentivamo davvero rilassati. Ne ricordo una in particolare: tutti seduti al tavolo, a me e ad altri sembrò che qualcosa si fosse posato sui capelli. Pensavamo si trattasse di una mosca o di un pezzettino di intonaco che si fosse staccato dal soffitto, ma guardandoci attorno cogliemmo Giovanni nell’atto di levare la mollica dal pane, farne delle piccole palline e lanciarle a tutti quanti noi...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

La Guardia di Finanza produsse un grande contributo che servì di base per le indagini, oltre a fornire utili consigli pratici che diedero i loro effetti. E se oggi la Gdf è partner abituale di molte procure, allora questo affiancamento si presentava come una strada tutta da percorrere e dava il via a un gioco di squadra che ha reso possibile esperire la prima, efficace e vincente azione di contrasto a Cosa nostra.

In questa prospettiva, assicurarono il loro impegno e la loro professionalità funzionari come Gianni De Gennaro, Antonio Manganelli (venuto a mancare il 20 marzo 2013 e al quale mi legava un forte rapporto di amicizia), Alessandro Pansa, tutti funzionari di pubblica sicurezza che nel tempo, uno dopo l’altro, sono stati nominati capi della Polizia. E ancora, l’allora capitano dell’Arma dei Carabinieri Angiolo Pellegrini (oggi generale di corpo d’armata in pensione, ma per me sempre “il capitano”, stretto collaboratore di Giovanni Falcone), che ho avuto il piacere di incontrare di nuovo dopo molti anni, nel 2018, in occasione del conferimento a entrambi del Premio internazionale Joe Petrosino.

Ora, a distanza di tantissimo tempo, il “metodo Falcone” è comunemente utilizzato in Italia e all’estero, avendo segnato una svolta epocale, delineato uno spartiacque definitivo rispetto ai precedenti sistemi di indagine in uso nel contrasto a qualsiasi forma di criminalità organizzata.

Visti dall’esterno, noi giudici del pool potevamo sembrare quattro matti, dalla mattina alla sera chiusi in un ufficio blindato... e forse un po’ matti lo eravamo davvero. Ma lì nel “bunkerino”, se non altro, ti sentivi un po’ più al sicuro rispetto a quando andavi in giro.

Ci occupavamo di mafia, delitti, droga, ci toccava interrogare criminali incalliti certamente non bene disposti nei nostri confronti. Per la verità, non lo erano neppure alcuni colleghi e qualche rappresentante della cosiddetta società civile, ma di questo vi dirò più avanti.

Insomma non un bel vivere e soprattutto con poco spazio per qualche intermezzo spensierato. Eppure, certamente anche per il clima di tensione nel quale eravamo immersi, i nostri rapporti personali divennero sempre più stretti e i colleghi diventarono amici.

A volte andavamo anche fuori a cena con le mogli in un ristorante che oggi non credo ci sia più, dalle parti di viale Michelangelo a Palermo.

Erano poche le serate dove ci lasciavamo andare, dove ci sentivamo davvero rilassati. Ne ricordo una in particolare: tutti seduti al tavolo, a me e ad altri sembrò che qualcosa si fosse posato sui capelli. Pensavamo si trattasse di una mosca o di un pezzettino di intonaco che si fosse staccato dal soffitto, ma guardandoci attorno cogliemmo Giovanni nell’atto di levare la mollica dal pane, farne delle piccole palline e lanciarle a tutti quanti noi.

Come degli adolescenti alla cena di fine anno scolastico, reagimmo con prontezza a quell’attacco proditorio e ne nacque una battaglia senza esclusione di... molliche, con conseguente vergogna finale quando ci rendemmo conto di averne lasciato sul campo un tappeto. Non so cosa abbia pensato il proprietario del ristorante, che magari all’inizio era pure contento di avere quel gruppo di magistrati nel suo locale.

Con Giovanni condividevo poi una grande passione per le penne stilografiche, quelle che si caricavano con l’inchiostro che, come mi è accaduto più volte, finiva con il tracimare dal contenitore con immaginabili, disastrose conseguenze. Un effetto devastante che si era verificato in misura particolarmente amplificata nel corso di una delle trasferte di lavoro. Portavamo nella tasca le nostre penne stilografiche (allora si usavano) e una volta in aereo, per un problema di depressurizzazione, la sua e la mia scoppiarono, inondando di inchiostro giacche, camicie e cravatte. Non era possibile cambiare gli indumenti inchiostrati perché non potevamo accedere alle valigie custodite in stiva ma, per fortuna, eravamo in inverno e, scesi a terra, ci imbacuccammo nei cappotti per nascondere il disastro.

Quando avevamo un po’ di tempo libero, andavamo da Bellotti De Magistris, all’epoca la bottega più fornita di Palermo, per visionare i nuovi arrivi di stilografiche, sui quali ci teneva puntualmente informati il titolare del negozio. Giovanni aveva maggiori disponibilità economiche, e quando comprava una penna il cui costo era fuori dalla mia portata ne faceva sfoggio con me. Ricordo che

un giorno mi chiamò nel suo ufficio. Lo trovai che stava facendo finta di scrivere con una penna stilografica che – notai subito – doveva essere stato il suo più recente, costoso acquisto. Immaginai dove intendesse andare a parare e gli sedetti di fronte senza parlare, non volevo dargli soddisfazione, finché fu Giovanni a chiedere: “Ma tu non vedi niente di nuovo, non mi devi dire niente?” Io risposi: “Veramente sei tu che mi hai fatto venire nel tuo ufficio, cosa devi dirmi?” E lui: “Non vedi che sto scrivendo con una nuova penna? Ti piace?” E io di rimando: “Una penna nuova? Non me n’ero accorto, mi sembrava una di quelle che comprammo assieme”. Gli avevo rovinato la sceneggiata, me ne disse di tutti i colori e alla fine ci mettemmo a ridere come due ragazzini.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Penne stilografiche e papere, coppe e centinaia di sigarette fumate. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 30 luglio 2023

Falcone era anche un collezionista di papere. Andava alla ricerca di nuovi esemplari a ogni viaggio e li cercava di un materiale sempre diverso. Aveva cominciato la collezione perché all’inizio della carriera aveva commesso un errore, “una papera” appunto, e da quel momento, per ricordarsi di non commetterne più, incominciò a volersene circondare

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Scrivo e man mano i momenti leggeri riaffiorano.

Qualche volta succedeva che Giovanni si divertisse a “scoprire” cognomi siciliani da tradurre... in lingua italiana. Una mattina venne da me e mi chiese: “Leonardo, che fine ha fatto quell’imputato che si chiama Assaggialuva?”

Gli risposi che non ricordavo nessun imputato con quel cognome. E lui: “Possibile che non ti ricordi?” Insomma andammo avanti per un po’ fino a quando non ammise che l’imputato di cui parlava era Mangiaracina, che in italiano si tradurrebbe in “assaggia l’uva” perché la “racina” nel nostro dialetto è l’uva.

E poi devo assolutamente raccontare di una trasferta fatta insieme negli Stati Uniti e in Canada. Quella volta fu necessario che io mi fermassi a New York ancora un giorno per un ultimo atto istruttorio, mentre Giovanni mi avrebbe preceduto a Montreal, dove l’avrei raggiunto, per un altro atto istruttorio. Poiché avrei dovuto pagare il soggiorno nell’albergo con la carta di credito, che avevo però dimenticato a casa, pregai Giovanni di occuparsi, insieme al suo, anche del mio conto. Mal me ne incolse, perché al ritorno a Palermo Giovanni iniziò a stressarmi per avere il saldo del debito. Un po’ stupito gli dissi che la somma anticipata gli sarebbe stata addebitata dopo qualche tempo e, quindi, non c’era alcuna premura. Ma non ci fu nulla da fare. Serissimo, insisteva. Ricorse an- che al latino: “Bis dat qui cito dat”, “dà due volte chi dà presto”, finché non scoppiò in una grossa risata. Mi stava prendendo in giro.

Ci si scambiava spesso anche piccole gentilezze. Come quando, al ritorno da una trasferta all’estero, Giovanni mi portò in dono la riproduzione di un monaco tibetano della quale si impossessò subito mio figlio, suo grande “tifoso” e oggi anche lui magistrato. O dopo il passaggio alla Procura, quando Giovanni mi regalò due quadri tra quelli che adornavano la sua stanza nel “bunkerino”, e che conservo gelosamente. Ma ripensandoci, mi è sorto il sospetto, chissà perché, che si sia disfatto di quelli che gli piacevano meno!

Falcone era anche un collezionista di papere. Andava alla ricerca di nuovi esemplari a ogni viaggio e li cercava di un materiale sempre diverso. Aveva cominciato la collezione perché all’inizio della carriera aveva commesso un errore, “una papera” appunto, e da quel momento, per ricordarsi di non commetterne più, incominciò a volersene circondare.

Quando la professoressa Maria Falcone, Presidente della Fondazione intitolata al fratello, di cui sono consigliere, mi propose di assumere l’incarico di Segretario generale, le risposi, celiando, che avrei accettato a condizione che mi avesse regalato una delle tante papere di Giovanni. Ne ho scelta una in legno e ora la tengo nel mio studio come una cosa estremamente cara.

E mentre Giovanni accumulava papere, io collezionavo coppe.

Una volta Paolo Borsellino venne a trovarmi con il figlio Manfredi, all’epoca adolescente, in ufficio, dove avevo esposto in una bacheca i trofei vinti giocando a calcio. Restammo a conversare per un po’ e poi Paolo e il figlio lasciarono l’ufficio. Qualche giorno dopo Paolo tornò a trovarmi, bussò forte alla porta, dove “bussare” è un eufemismo perché stava quasi per buttarla a terra, e con la sua immancabile sigaretta all’angolo della bocca mi apostrofò in dialetto: “A vo’ sapere ’na cosa? Sabato scorso sarei subito tornato indietro e, se non c’era mio figlio, t’avissi ammazzato”. Sorpreso, gli chiesi cosa mai avessi fatto per meritare quelle sue parole minacciose, e Paolo chiarì: “Vuoi sapere cosa ha detto mio figlio Manfredi quando sono uscito dalla tua stanza? Ha detto: ‘Papà, hai visto quante coppe e medaglie ha ricevuto il tuo collega? Quello sì che è un giudice, non tu che non ne hai mai vinta una’”. Naturalmente ci facemmo una bella risata.

Le sigarette... Giovanni e Paolo fumavano tantissimo, soprattutto il secondo. Io invece non ho mai fumato in vita mia, eppure da una radiografia, effettuata per accertare eventuali segni di una bronchite, emerse addirittura che i miei bronchi erano “neri, come quelli dei fumatori”.

Insomma, ero rimasto vittima del fumo “passivo” accumulato nelle lunghe riunioni del lunedì e in altre occasioni. Ad esempio, anche quando gli davo un passaggio in macchina Paolo non rinunciava alla sua ennesima sigaretta e, a seconda che sedesse alla mia destra o alla mia sinistra, quando rientravo a casa mia moglie sentiva che la mia guancia destra o quella sinistra “odorava” di fumo.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Quell’incombente paura della morte che accompagnava i giudici. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 31 luglio 2023

D’altronde Giovanni era da tempo nel mirino di Cosa nostra. A lui che si era precipitato sul luogo dell’agguato al giudice Gaetano Costa, un collega disse: “Pensa un po’, ero proprio sicuro sarebbe toccata a te”. Era il 6 agosto 1980

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Certo, tra noi colleghi gli scherzi non mancavano. Anche perché, è inutile negare, la paura di un attentato ‒ e quindi della morte ‒ è stata una nostra assidua compagna per tutti quegli anni, mentre intorno a noi cadevano altri fedeli servitori dello Stato.

Per alcuni, come per Giovanni Falcone, la minaccia era più pressante, tanto che lui era molto attento alla sua sicurezza. Ricordo che, una volta, un giovane carabiniere appena assegnato alla sua scorta gli chiese se poteva aiutarlo a portare la borsa che teneva sempre con sé. Un normale gesto di gentilezza. Giovanni gli porse la borsa e gli disse: «E se adesso arriva qualcuno che tenta di aggredirmi, tu che fai? Gli chiedi di darti il tempo di impugnare la pistola? Come fai a proteggermi se tieni la mia borsa in mano? Tu devi avere entrambe le mani libere».

D’altronde Giovanni era da tempo nel mirino di Cosa nostra. A lui che si era precipitato sul luogo dell’agguato al giudice Gaetano Costa, un collega disse: «Pensa un po’, ero proprio sicuro sarebbe toccata a te». Era il 6 agosto 1980.

Dopo l’omicidio di Costa, procuratore capo a Palermo, gli atti delle sue indagini vennero trasmessi all’Ufficio di Istruzione e l’inchiesta fu assegnata a Falcone, subito sottoposto a un servizio di scorta con tre volanti della Polizia.

Tutti eravamo consapevoli del grave pericolo che incombeva, si percepiva nell’aria.

Nei mesi successivi Giovanni Falcone diventò il magistrato più scortato d’Italia.

Due agenti con giubbotto antiproiettile lo precedevano quando entrava nella sua stanza, con altri tre dietro; un elicottero si alzava in volo quando doveva spostarsi e ancora altri due uomini erano di guardia dietro la porta di casa sua. Giovanni sosteneva che tutti dovevamo essere prudenti. Redarguiva il collega che non aveva compreso i pericoli a cui andava incontro con le sue indagini solitarie, o che ancora non aveva capito che il ruolo che avrebbe dovuto assumere rappresentava una minaccia per gli uomini di Cosa nostra, o che avesse deciso di andare in vacanza proprio in mezzo ai mafiosi. Quest’ultimo era il mio caso.

Nell’estate del 1986 o 1987, adesso non rammento con precisione, mi accordai per prendere in affitto una bella villa in territorio di San Nicola l’Arena, borgata marinara di Trabia, a pochi passi dal mare, e mi scappò di parlarne con Giovanni. Non l’avessi mai fatto! O forse è stato meglio così: mi aggredì dandomi dell’incosciente, ricordandomi, se me ne fossi dimenticato, che quella era una zona ad alta densità mafiosa, che la posizione della casa, che gli avevo descritto, avrebbe consentito un attentato sia dalla terraferma sia dal mare, e ingiungendomi, alla fine, di lasciare perdere.

In effetti, Giovanni aveva ragione di preoccuparsi per la mia incolumità, perché la zona in cui avrei dovuto trascorrere la vacanza è la stessa in cui, nel 1989, avvenne una mattanza di “uomini d’onore” cui facevano riferimento gli anonimi del cosiddetto “corvo”, dei quali mi occuperò più avanti.

Ma purtroppo Giovanni non pensò abbastanza alla sua incolumità quando, sempre in quel 1989, prese in affitto la nota villa sul mare all’Addaura, posizionata come quella in cui avevo deciso di trascorrere l’estate un paio di anni prima, in una zona ad alta densità mafiosa.

Una villa dove sarebbe stato possibile progettare un attentato dinamitardo ai suoi danni, come in effetti accadde, fortunatamente senza esito. Almeno in quella occasione.

Come accennavo, sulla morte si scherzava anche per allontanarne il pensiero. Quando noi giudici istruttori ancora occupavamo i locali al piano rialzato del Tribunale, un giorno il consigliere Rocco Chinnici, nel corso di una riunione, quasi a esorcizzare il pericolo che già incombeva sul pool, così ci rassicurò, tra il serio e il faceto: «Ragazzi, vi ho reso immortali; ho fatto montare vetri antiproiettile sulle finestre delle vostre stanze e così non correrete più alcun pericolo».

Falcone e Borsellino si divertivano invece a scriversi a vicenda i necrologi. Paolo diceva: «Giovanni, ho preparato il discorso da tenere in chiesa quando ti avranno ammazzato. In questo mondo ci sono tante teste di minchia. Teste di minchia che tentano di svuotare il Mediterraneo con un secchiello, quelli che sognano di sciogliere i ghiacciai del Polo con un fiammifero. Ma oggi, signore e signori, davanti a voi, in questa bara di mogano costosissimo, c’è il più te- sta di minchia di tutti. Uno che si era messo in testa, niente di meno, di sconfiggere la mafia applicando la legge».

E poi c’è una scena nel film di Giuseppe Ferrara “Giovanni Falcone”... Un film che fotografa con molto realismo il nostro lavoro, perché l’autrice della sceneggiatura, Armenia Balducci, ebbe più volte a contattarmi, a nome del regista, per apprendere come e dove operavamo (anche se poi, in alcune scene, mi inquadrano mentre fumo, e io, ripeto, non ho mai toccato una sigaretta). Dicevo, c’è una scena in cui Paolo e Giovanni scherzano sulla loro morte, finché uno dei due sbotta: «Ma se ammazzano prima Guarnotta!»

Anche alla Questura di Palermo, allora chiamata «l’avamposto delle ombre perdute», Ninni Cassarà e Francesco Accordino, capo della sezione investigativa il primo e dirigente della sezione omicidi della Squadra mobile il secondo, passando davanti alla lapide che all’ingresso ricordava i poliziotti caduti in servizio, spesso scherzavano sulla propria fine, osservando che i loro nomi ci sarebbero stati bene lì, sulla lapide dei caduti.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Palermo, una città “addormentata” che faceva finta di niente. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani l'01 agosto 2023

Vista da lontano, Palermo sembrava una città dove il problema principale era la mafia. Poi arrivavi a Palazzo di Giustizia e vedevi che chi se ne occupava erano pochissimi magistrati. La maggioranza faceva tutt’altro...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Il nostro lavoro per qualche tempo venne ignorato da gran parte della città o peggio criticato, temuto, ostacolato. Era facile trovare qualcuno, imprenditore, commerciante, professionista che si lamentasse delle incursioni della Guardia di Finanza nelle banche e, soprattutto, di quel giudice, Falcone, un po’ troppo intraprendente.

La città guardava, non si schierava. Stava alla finestra in attesa di conoscere il vincitore.

Poi la collaborazione da “pentito” di Tommaso Buscetta e il blitz di San Michele attivarono un processo virtuoso. Buscetta era una figura particolare. Non era al comando di una “famiglia” ma era trattato lo stesso con grande rispetto. Era un capo e decise di parlare con Falcone che, forse, considerava una sorta di pari grado dall’altra parte della barricata.

Giovanni lo incontrò praticamente sempre da solo, verbalizzò a mano le sue dichiarazioni. Mentre lui parlava e l’inchiesta lievitava, c’era una Palermo che assisteva indifferente alla guerra di mafia. Nessuno sapeva ancora delle rivelazioni di Buscetta, tanto che, nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1984, partì il blitz di San Michele che portò in carcere oltre trecento persone senza che Cosa nostra avesse sentore di nulla. Il giorno dopo a Palazzo di Giustizia ci fu molta agitazione.

Da lì partì il momento d’oro del pool, se così possiamo dire, e dalle esigue disponibilità di uomini e mezzi alle quali ci eravamo abituati si passò a un largheggiare di risorse mai visto prima.

Il periodo tra settembre 1984 e maggio 1985 fu quello in cui il pool conseguì i primi positivi risultati.

Sentivamo e percepivamo con chiarezza che il clima attorno al nostro lavoro era cambiato. I colleghi mostravano sincero apprezzamento, molti chiedevano di entrare a fare parte del pool, volevano lavorare con noi. E l’attenzione e l’appoggio dello Stato ci incoraggiavano. Palermo era diventata una priorità per il nostro Ministero. Non era mai successo.

Anche il consenso dei palermitani era palpabile. “La gente fa il tifo per noi”, si spinse ad affermare Giovanni Falcone in un momento di entusiasmo, per come riferito poi da Paolo Borsellino in un suo cruciale intervento pubblico.

In realtà, Falcone era misurato nelle sue esternazioni, era diffidente, non contava troppo su quella improvvisa esplosione di vicinanza da parte della città. Infatti ci fu poco tempo per gioire. Quei pochi mesi passarono in fretta. Un nugolo di piombo ci fece ricordare, se mai ce lo fossimo dimenticati, che la guerra era ancora lunga e che altri morti avrebbero accompagnato il nostro cammino.

Mentre noi dovevamo fronteggiare attacchi che arrivavano da molte e differenti parti, la nostra “controparte” aveva un unico nemico: i giudici del pool e quel manipolo di poliziotti, carabinieri e uomini della guardia di finanza che ci collaborava.

Nell’immaginario collettivo è rimasta l’idea del pool, ma quando chiedi quanti giudici ne facessero parte senti dare cifre inverosimili che parlano anche di venti o trenta magistrati. Eravamo quattro, lo ribadisco, con Caponnetto che coordinava, e poi lievitammo a sei. Vista da lontano, Palermo sembrava una città dove il problema principale era la mafia. Poi arrivavi a Palazzo di Giustizia e vedevi che chi se ne occupava erano pochissimi magistrati. La maggioranza faceva tutt’altro.

Il terrorismo agiva soprattutto nel Nord del Paese e decine di magistrati con centinaia di uomini delle forze dell’ordine diedero la caccia alle Brigate rosse e alle altre sigle dell’epoca; in Sicilia, invece, occuparsi di mafia era una anomalia, una specializzazione nemmeno così qualificante. Numerose erano le obiezioni e le critiche al nostro lavoro. Giuristi, giornalisti, uomini politici a più riprese sostennero che la lotta alla mafia non è compito dei magistrati. “Il magistrato non lotta”, dicevano. E affermavano anche che, se questi – cioè noi del pool – fanno del contrasto a Cosa nostra uno degli obiettivi principali del loro lavoro, significa che non sono più affidabili, imparziali.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Quel “comunista” di Falcone accusato di voler sovvertire la democrazia. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 02 agosto 2023

Secondo qualcuno il pool in realtà era strumentalizzato e stava lavorando per i comunisti. In quella terra di Sicilia, da sempre serbatoio di voti per la Democrazia cristiana, quei giudici, e in particolare quel “comunista” di Falcone, stavano lavorando per un cambio di governo

Io, in tutta coscienza, credo che compito del magistrato sia quello di ristabilire il primato della legge, quando si ritiene sia stata violata. Se c’è stato un omicidio o si sospetta un traffico di droga, con il supporto della polizia giudiziaria io devo risalire ai colpevoli. E se questi presunti colpevoli fanno parte di un’organizzazione che si dedica per statuto alla progettazione e attuazione di fatti

criminosi e si chiama Cosa nostra, io devo combatterla.

Ma il magistrato deve essere “terzo”, disse qualcuno. Sicuramente lo è il giudice che in Tribunale deve decidere della colpevolezza o dell’innocenza dell’imputato, ma io che indago ho il dovere di individuare e perseguire i colpevoli cercando le prove a loro carico ma anche quelle a favore, come prescrive il codice di rito.

Mentre i criminali ammazzavano giornalisti, colleghi, poliziotti, facevano saltare autovetture con il tritolo, noi avremmo dovuto mantenere un certo aplomb nei confronti di quelle belve assassine. Siamo stati rigorosi e non ci siamo fatti travolgere dall’emergenza, infatti, abbiamo sempre cercato prove e riscontri, ma avevamo ben chiaro un fatto: quelli erano i nostri avversari. Siamo stati giudici, non giustizieri.

Eppure c’era chi diceva che la specializzazione dell’attività dei magistrati non andava bene, addirittura era contraria alla democrazia. Questa posizione, in realtà, ho sempre fatto fatica a capirla. Perché oggi esistono magistrati specializzati nei reati contro i minori, quelli più versati sul fronte delle indagini bancarie, ci sono stati il pool di Mani pulite e prima ancora quello contro il terrorismo, eppure la nostra democrazia mi sembra che goda di buona salute.

Migliorabile magari, ma ancora con una certa efficienza. E allora, forse era solo quel pool che non andava bene.

A tal proposito mi viene in mente il Manzoni, l’incontro dei “bravi” con Don Abbondio e la frase: “Questo matrimonio non s’ha da fare. Né domani, né mai”.

Infine, c’era un’ultima accusa, probabilmente la più sentita tra quelle che venivano mosse dal fronte dei nostri “amici” e che tradiva il suo vero, unico obiettivo. Secondo qualcuno il pool in realtà era strumentalizzato e stava lavorando per i comunisti. In quella terra di Sicilia, da sempre serbatoio di voti per la Democrazia cristiana, quei giudici, e in particolare quel “comunista” di Falcone, stavano lavorando per un cambio di governo.

Non riuscendo a vincere le elezioni il Pci stava manovrando per utilizzare la via giudiziaria che avrebbe scardinato un blocco di potere. Tutto questo, par di capire, anche con l’appoggio del monarchico Paolo Borsellino, da giovane animatore della formazione di destra del Fuan e che alle elezioni parteggiava per il Msi.

A forza di sentire certe accuse e insinuazioni, piano piano ci accorgemmo che l’opinione pubblica e il clima intorno a noi stavano cambiando. Ad esempio, Falcone se la prese molto quando i condomini del suo palazzo di via Notarbartolo, dove oggi c’è l’albero Falcone, scrissero al “Giornale di Sicilia” per prendere le distanze dal pericoloso condomino che metteva a rischio la loro incolumità e i loro beni.

Le lamentele sulle scorte erano un classico e trovavano sfogo sempre sulle colonne del “Giornale di Sicilia”, che pubblicava lettere come quella firmata da una signora che affermava di abitare nelle vicinanze di casa Falcone.

«Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato e domenica che tenga), al mattino, durante l’ora di pranzo, nel primissimo pomeriggio e la sera (senza limiti di orario), vengo letteralmente ‘assillata’ da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora io domando: è mai possibile che non si possa eventualmente riposare un poco nell’intervallo del lavoro? O quanto meno seguire un programma televisivo in pace?» «Perché non si costruiscono per questi ‘egregi signori’ delle villette alla periferia della città, in modo tale che, da una parte, sia tutelata la tranquillità di noi cittadini-lavoratori, dall’altra, soprattutto, l’incolumità di noi tutti che, nel caso di un attentato, siamo regolarmente coinvolti senza ragione».

Aveva ragione Giovanni quando lucidamente affermava: «La mafia non è un cancro proliferato per caso su un tessuto sano. Essa vive in perfetta simbiosi con la miriade di protettori, complici, informatori, debitori di ogni tipo, grandi e piccoli maestri cantori, gente intimidita o ricattata che appartiene a tutti gli strati della società. Questo è il terreno di cultura di Cosa nostra con tutto quello che comporta di implicazioni dirette o indirette, consapevoli o no, volontarie o obbligate, che spesso godono del consenso della popolazione».

Già, la mafia... Sono passati quasi quarant’anni dall’“avventura” del pool che vi sto e mi sto raccontando. Ma c’è anche un lunghissimo prima, e c’è un dopo che giunge fino a oggi.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Il trasferimento a Milano e la prima inchiesta, Lutrig “solista del mitra”. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 03 agosto 2023

Tra i primi procedimenti, ricordo quello a carico di Luciano Lutring, uno dei protagonisti della malavita milanese di quegli anni, soprannominato “il solista del mitra” perché aveva l’abitudine di nascondere il fucile mitragliatore che utilizzava per i suoi crimini nella custodia di un violino

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Non era ancora questo il contesto storico in cui ho mosso i primi passi quando, dopo un breve periodo di uditorato a Palermo, sono stato trasferito al Tribunale di Milano e mi sono state assegnate dal Presidente Luigi Bianchi D’Espinosa le funzioni di giudice istruttore penale. Che colpo di fortuna! Da non crederci. Svolgere, sin dall’inizio della carriera, il lavoro che avevo sempre sognato. In seguito non sarebbe stato più possibile coprire quelle funzioni appena entrati in carriera. Quello di giudice istruttore era il mio lavoro, nel senso che era ciò che desideravo fare quando studiavo, chino sui libri.

Ho cominciato nella fredda, umida e nebbiosa Milano, allora non ancora “da bere”. Per me non era la destinazione ideale, troppo lontana da casa, dalla mia Sicilia.

Certo, si trattava di una sede importante, dove avrei potuto fare interessanti esperienze, e per un certo periodo ho pensato anche seriamente di fermarmi lì. Poi però le cose, come vedremo, sono andate in modo diverso, molto diverso.

Preso possesso del mio ufficio, mi venne assegnata una stanza occupata anche dal collega Rigillo ‒ fratello del noto attore Mariano Rigillo ‒, il quale fu prodigo di consigli e suggerimenti che mi furono davvero utili per la mia nuova esperienza. Tra i primi procedimenti, ricordo quello a carico di Luciano Lutring, uno dei protagonisti della malavita milanese di quegli anni, soprannominato “il solista del mitra” perché aveva l’abitudine di nascondere il fucile mitragliatore che utilizzava per i suoi crimini nella custodia di un violino.

Era specializzato in rapine e ne portò a termine centinaia, per un bottino, secondo quello che raccontò lui stesso quando fu arrestato, di circa trenta miliardi di lire. Io, giovane magistrato, fui colpito dallo spessore criminale del personaggio, uno che amava la bella vita, le auto di lusso e le belle donne; allora non potevo immaginare che, alcuni anni dopo, mi sarei imbattuto in efferati criminali, capaci delle peggiori barbarie, al cui confronto Lutring poteva essere considerato un ladro gentiluomo. È proprio vero che nella vita tutto è relativo.

Tra i procedimenti assegnatimi in quel periodo, rammento quello riguardante un reato di bancarotta fraudolenta da circa 800 milioni di lire, somma notevole all’epoca anche per l’opulenta Milano. Fu con quel processo che iniziai a interessarmi di scritture contabili e movimenti bancari, acquisendo un’esperienza che mi sarebbe risultata utile in seguito, una volta tornato a Palermo e entrato a fare parte del pool antimafia.

Sono tanti i ricordi della mia vita a Milano. Uno di essi è legato proprio al procedimento penale cui ho fatto testé riferimento. Il difensore (o uno dei difensori, non rammento con precisione) dell’imputato era Luigi Franchi, autore con Virgilio Feroci e Santo Ferrari de “I quattro codici per le udienze civili e penali”, un manuale, tra i tanti, utilizzato da studenti della facoltà di giurisprudenza, avvocati e magistrati.

Orbene, Franchi, nel presentarsi come difensore dell’imputato, non poté fare a meno di segnalarmi che era lui, proprio lui, l’avvocato Luigi Franchi, autore insieme agli avvocati Feroci e Ferrari de “I quattro codici”. Un modo di mettermi sull’avviso che avrei avuto a che fare, giovanissimo e inesperto magistrato appena arrivato in città, con un “Principe del Foro”.

Mi chiese se potesse omaggiarmi una copia dei “suoi” codici, nonostante una la tenessi bene in vista sulla scrivania, e io gentilmente ma fermamente rifiutai l’offerta; non perché ne fossi già in possesso, sia ben chiaro, ma perché non intendevo essere condizionato in alcun modo.

A distanza di quasi sessant’anni, conservo gelosamente la mia copia di quel manuale, sul quale è impresso il timbro “Ministero di Grazia e Giustizia” e il numero di matricola 1231, avendolo utilizzato per le prove scritte del concorso per uditore giudiziario, superato al primo tentativo.

A Milano rimasi solo un anno. Di quei mesi mia moglie Lidia e io, sposini, ricordiamo una vita casa e lavoro, un tranquillo e freddo condominio dalle parti di piazzale Corvetto, non più centro ma non ancora periferia, rapporti con i vicini di pianerottolo cordiali ma un po’ asettici.

Ricordo che arredammo la piccola ma graziosa casa presa in affitto (costo della pigione 46 mila lire, poco meno di un terzo del mio stipendio) con l’aiuto dei colleghi Armando D’Agati e Salvatore Martino, vincitori del mio stesso concorso e anche loro “esiliati” in Lombardia. Debbo essere sincero. Quando mi riferisco all’aiuto datomi da Armando e Salvatore, intendo dire che, non essendo mai stato portato per i lavori manuali, io dirigevo i lavori e impartivo ordini, loro due li eseguivano! In compenso, rimanevano nostri ospiti a cena.

Qualche volta veniva a trovarci lo zio materno di mio padre, il commendatore Ersilio Marcucci, che abitava a Piacenza e che si era interessato per l’affitto della casa di via Avezzana al numero 14. In quell’anno pensai spesso a cosa fare della mia vita.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Una scelta di cuore, il ritorno in Sicilia nella “sperduta” Niscemi. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 04 agosto 2023

Ciò che mi preoccupava non era l’esistenza della mafia, di questo non si occupava nessuno allora. Nel 1965 non avevamo la consapevolezza del fenomeno. La mafia c’era e non c’era, c’era e non si vedeva, si sentiva e non si sentiva. Il problema vero erano le condizioni economiche e civili della Sicilia

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

Ero giovane, molto giovane, con una moglie e una figlia ‒ nel frattempo era nata Debora ‒, ed era giusto così, pensare al futuro. Rimanere lì, a Milano, o tornare in Sicilia?

Quale occasione migliore, per lasciarsi definitivamente alle spalle, sia pure con tristezza e amarezza, una terra che non prometteva nulla di buono in termini di sicurezza, di vivibilità, di guardare con fiducia al futuro, di certezza di un domani in cui far crescere i propri figli. Abbandonare per sempre la terra dove ero nato e cresciuto oppure rimanere abbarbicato alle origini, affrontando le tante contraddizioni, i problemi strutturali ed endemici, le difficoltà ambientali di una terra meravigliosa che non può non amarsi, nonostante tutto?

Ciò che mi preoccupava non era l’esistenza della mafia, di questo non si occupava nessuno allora. Nel 1965 non avevamo la consapevolezza del fenomeno.

La mafia c’era e non c’era, c’era e non si vedeva, si sentiva e non si sentiva. Il problema vero erano le condizioni economiche e civili della Sicilia.

Alla fine di quell’anno di pensamenti e ripensamenti, vinse la Sicilia. Mi sarei presto accorto però che essere magistrato in questa terra avrebbe significato, come in realtà è accaduto, patire ancora più dolorosamente la perdita per mano mafiosa di coraggiosi colleghi.

Cadono sotto il piombo mafioso: Pietro Scaglione, procuratore capo della Repubblica di Palermo, il primo magistrato ucciso in Italia nel dopoguerra, il 5 maggio 1971. Poi Antonino Saetta, presidente di Corte di Assise d’Appello, assassinato insieme al figlio Stefano. Gaetano Costa, procuratore capo della Repubblica di Palermo. Cesare Terranova, consigliere di Corte di Appello, designato a dirigere l’Ufficio di Istruzione penale del nostro Tribunale. Rosario Livatino, giudice del Tribunale di Agrigento. Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore a Trapani. E infine, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

La scelta fatta, lasciare Milano, mi ha costretto a vedere scorrere sangue, a raccogliere dolore e disperazione, ma come siciliano credo sia stato mio dovere tornare nella mia terra.

Ciascuno di noi può fare qualcosa, un piccolo passo, anche soltanto un piccolo passo purché sempre in avanti. E loro, i miei amici, sono stati “puniti” duramente proprio per avere voluto fare quel passo.

Vinse la Sicilia anche perché grande era il desiderio di tornare nell’isola e il più vicino possibile a Palermo: qui abitavano i miei genitori (sono figlio unico) e la famiglia di mia moglie. Fui combattuto per un lungo anno ma poi, su mia domanda, fui trasferito alla Pretura di Niscemi.

Da Milano, la città più “moderna” d’Italia e in pieno boom economico, a un paese dell’interno della Sicilia, circondato da campagne bellissime.

Devo dire che è stato un cambio di vita notevole, estremo. Non sapevo nemmeno in quale parte della Trinacria fosse Niscemi, me ne sono accorto dando uno sguardo alla carta geografica solo dopo avere presentato la domanda di trasferimento.

A Niscemi, provincia di Caltanissetta, ma sul versante sud, molto più vicina a Gela e al mare, ho trascorso tre anni e mezzo. Ci trasferimmo tutti là. Io, Lidia e la piccolissima Debora.

Ricordi veramente d’altri tempi.

Abitavamo una delle pochissime case con le stanze sullo stesso piano, presa in affitto tramite il collega Mario Fantacchiotti, vincitore del mio stesso concorso e giudice a Caltagirone.

Quando mia moglie usciva per fare la spesa, io rimanevo in casa per accudire nostra figlia di pochi mesi che dormiva dentro una cesta in vimini posata sul tavolo del soggiorno, attorno al quale passeggiavo ‒ sono sempre stato uno studioso “peripatetico” ‒ consultando codici, raccolte di giurisprudenza o atti processuali e, naturalmente, controllando che Debora continuasse a dormire.

Tre anni e mezzo a Niscemi. Tanti, se ci penso ora. E anni anche importanti per la mia formazione. Venni più volte applicato al Tribunale di Caltagirone, dove svolsi le funzioni di giudice monocratico e di componente del collegio, addetto sia al civile sia al penale, così arricchendo la mia esperienza anche come giudice di secondo grado, dato che all’epoca le sentenze del Pretore venivano appellate al Tribunale.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Le indagini con i carabinieri e i “presunti” mafiosi mandati al confino. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTA su Il Domani il 05 agosto 2023

Con il maresciallo Alampi, comandante della Stazione dei Carabinieri “ripulimmo” la zona da un buon numero di malavitosi, tra i quali un certo Salvatore Arcerito che mandammo al soggiorno obbligato, misura di sicurezza all’epoca in vigore. Soltanto molti anni dopo ho appreso che si trattava del capo della “famiglia” mafiosa di Niscemi

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del suo libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

La nostra vita privata consisteva nella saltuaria frequentazione della famiglia del notaio Tumbarello, alla sua prima assegnazione a Niscemi, e in quella, più assidua, con la famiglia, originaria di Salerno, del signor Sabato Voto, amministratore del feudo (ubicato in territorio di Niscemi) dell’ambasciatore Raffaele Guariglia, già ministro degli Esteri del Regno d’Italia e senatore del Partito Nazionale Monarchico. Con i Voto, che abitavano di fronte, si instaurò una sincera amicizia, che contribuì a non farci sentire soli; e la nostra bambina ben presto venne “adottata” da tutti.

Per il resto, nessuna frequentazione con gli avvocati del Foro, con i quali intrattenevo rapporti del tutto formali, non accettavo inviti a cena dai soci del più importante circolo del paese e non andavo al cinema perché il figlio del titolare era imputato in un procedimento pendente davanti la mia Pretura. Ritenevo che, essendo la sola autorità giudiziaria del posto, non fosse opportuno intrattenere altre frequentazioni oltre quelle con le famiglie Tumbarello e Voto, per le quali nutrivo la massima fiducia.

E con il sindaco sotto processo per danneggiamento?

Solo rapporti istituzionali. Ricordo ancora la folla incuriosita di cittadini che il giorno dell’udienza si radunò davanti la Pretura.

Naturalmente avevo un ottimo rapporto di collaborazione con il maresciallo Alampi, comandante della Stazione dei Carabinieri (dopo tanti anni, l’ho rivisto a Palermo con l’incarico di responsabile del servizio di traduzione dei detenuti), con il quale “ripulimmo” la zona da un buon numero di malavitosi, tra i quali un certo Salvatore Arcerito che mandammo al soggiorno obbligato, misura di sicurezza all’epoca in vigore. Ricordo che poco tempo prima la moglie di Arcerito bussò alla porta della nostra abitazione. A mia moglie, che aveva aperto, spiegò il motivo della “visita”, implorando che il marito non fosse allontanato da Niscemi. Tirò fuori da sotto il mantello che indossava un coniglio vivo, pregando di accettarlo in segno del rispetto che il marito nutriva nei miei confronti.

Lei venne subito mandata via e il marito inviato al soggiorno obbligato, in quanto pericoloso delinquente. Soltanto molti anni dopo ho appreso che si trattava del capo della “famiglia” mafiosa di Niscemi.

C’è un altro episodio che non dimentico. Avevo preso servizio a Niscemi da appena qualche giorno e nottetempo venni informato che era stato rinvenuto un cadavere alla periferia del paese. Accorsi sul posto. Si trattava di un omicidio, il primo fatto di sangue di cui mi sono dovuto occupare.

A Niscemi cambiarono anche le nostre abitudini di vita quotidiana, drasticamente. Per le cose più banali, che a Niscemi non erano affatto banali. Per esempio l’acqua.

Non c’era l’acqua corrente, servizio al quale eravamo abituati a Milano ma anche a Palermo. Uno choc per noi.

Dovevamo arrangiarci come facevano tutti. Riempire la vasca da bagno per fare scorta, usare i recipienti... avevamo la casa piena di bidoni. Era preziosissima l’acqua, la cosa più preziosa che c’era a Niscemi.

Quando lasciavamo il paese, io e Lidia ci accorgevamo di uscire da quel mondo dall’asfalto che scivolava sotto le ruote della nostra macchina.

Quando si rientrava nel mondo “normale”, in provincia di Catania, l’asfalto diventava meno ruvido, più liscio. Per noi era il segnale che stavamo rientrando a casa. A Palermo, dove c’erano tutti i nostri affetti. Quel viaggio era una vera e propria epopea: con la mia gloriosa Fiat 850 di color bianco puntavamo verso sud, in direzione di Gela e Licata, e dopo ci dirigevamo verso la Valle dei Templi. Per poi ‒ da lì ‒ “risalire” verso nord attraverso la vecchia strada statale, con la prua verso l’agognata Palermo. Un viaggio massacrante di circa cinque ore. Con frequenti soste, anche perché le condizioni delle strade all’epoca “agevolavano” il mal d’auto di mia moglie Lidia... Un’altra epoca davvero. Ricordi in bianco e nero.

Dopo Niscemi, via a Termini Imerese, città distante circa 45 chilometri da Palermo, dove, tra il mese di gennaio 1971 e il mese di febbraio 1979, ho ricoperto le funzioni di Pretore Mandamentale prima e dopo quelle di giudice “tutto fare” presso il Tribunale.

Niscemi era stata una buona palestra, visto che lì mi ero occupato di tutto e le sentenze le redigevo dettandole in presa diretta al dattilografo “prestato” dal Comune.

Avevo maturato una preziosa esperienza sia nel settore penale che in quello civile, per cui non ebbi difficoltà a svolgere le relative funzioni sia come giudice monocratico sia come componente dei collegi civili e penali. Nell’ultimo periodo di permanenza a Termini Imerese mi vennero affidate le funzioni, indovinate quali?, sì, proprio quelle di giudice istruttore, tanto per non perdere l’abitudine!

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTA

Ritorno a Palermo, il giudice Guarnotta e l’indagine su Marino Mannoia. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA" DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 06 agosto 2023

Mi fu assegnato anche il procedimento a carico di Francesco Marino Mannoia, allora non ancora collaboratore di giustizia, alla cui latitanza pose fine il dottor Beppe Montana, capo della sezione “catturandi” della Squadra mobile della Questura di Palermo, grazie all’intercettazione di una conversazione telefonica tra il Mannoia e la sua amante Rita Simoncini

Termini Imerese è stata una tappa decisiva per la mia carriera, lì tornerò nel 2003 con le funzioni di Presidente del Tribunale. Ma soprattutto porto Termini Imerese nel cuore perché lì mia moglie e io abbiamo concepito nostro figlio Michele.

In seguito, su mia domanda, sono stato trasferito al Tribunale di Palermo dove, dopo una breve permanenza presso la Seconda Sezione Penale, il 2 gennaio 1980 sono approdato all’Ufficio di Istruzione. Qui sono rimasto sino all’11 gennaio del 1995.

Alla Seconda Sezione Penale trovai un presidente che, per fortuna, comprese il mio desiderio di assumere le funzioni di giudice istruttore e perorò la mia “causa” presso il Presidente del Tribunale. Non ringrazierò mai abbastanza quel collega a cui devo l’inizio della mia “avventura” presso l’Ufficio di Istruzione di Palermo.

Ricordo che, quando tutto ebbe inizio, festeggiammo con una bottiglia di champagne. Prima, al momento di lasciare la Seconda Sezione Penale, il Presidente mi gratificò di una lettera di elogio perché in poco più di dieci mesi avevo redatto, oltre a ordinanze e decreti, circa cento sentenze, delle quali 25 depositate il 14 agosto, durante il periodo feriale del 1979.

Tutta quella produttività, però, avrebbe potuto giocare a mio sfavore perché il Presidente del Tribunale Franco Romano, che disponeva le assegnazioni, faceva parte di quella vecchia scuola che, senz’altro in buona fede, riteneva che all’Ufficio di Istruzione dovessero essere assegnati magistrati non particolarmente idonei per i collegi giudicanti penali e civili. Quando ci penso mi viene da sorridere perché a quella incomprensibile “selezione” sono sfuggiti, per fortuna, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, magistrati che hanno cambiato la storia della magistratura in Italia, che hanno “inventato” quel capolavoro di ingegneria giudiziaria che è stato il Maxiprocesso, sotto la sapiente guida di Rocco Chinnici prima e di Antonino Caponnetto dopo.

Come cambiano i tempi.

D’altronde di mafia non si parlava, ci si occupava di altre realtà delinquenziali e molti magistrati pensavano che il vero esercizio del diritto stesse altrove, non certo in quell’ufficio che in fondo era un po’ roba da sbirri. Ovviamente, invece, la rivoluzione partì da lì. Ma questo serve per comprendere lo spirito dell’epoca: molta era la distanza che ci separava dai tempi attuali.

Appena arrivato a Palermo mi sono occupato di un grosso processo per sofisticazione di vino a Partinico, in quegli anni la capitale italiana della sofisticazione vinicola. Facevano il vino con lo zucchero, in paese c’erano serbatoi sotterranei di cemento armato dove si nascondeva il vino adulterato. Che altro? In ufficio ho trovato poi un armadio pieno di fascicoli contenenti gli atti di indagini relative a rapine, omicidi e sequestri.

Mi fu assegnato anche il procedimento a carico di Francesco Marino Mannoia, allora non ancora collaboratore di giustizia, alla cui latitanza pose fine il dottor Beppe Montana, capo della sezione “catturandi” della Squadra mobile della Questura di Palermo, grazie all’intercettazione di una conversazione telefonica tra il Mannoia e la sua amante Rita Simoncini, nella quale i due prendevano accordi per incontrarsi nel rifugio in cui il Mannoia trascorreva la latitanza. Nel corso dell’irruzione dei poliziotti, Rita Simoncini accusò un malore al seguito del quale perse i due gemelli che teneva in grembo, frutto della sua relazione con il Mannoia.

Ricordo che Montana mi chiese se fosse possibile estromettere dal rapporto inviato alla Procura, a me assegnato per la formale istruzione, il suo nome quale responsabile dell’operazione di polizia. Ma il fascicolo processuale era stato sicuramente fotocopiato, era passato per diverse mani, per cui feci presente che l’unica possibilità sarebbe stata quella di farmi pervenire una nota con la quale mi informava che, in realtà, non aveva partecipato all’operazione e che il suo nome era stato erroneamente inserito nel rapporto. Erano già tempi difficili, la tensione era alta.

Aveva paura di una eventuale vendetta e temeva per la sua vita? Ma non fu questo singolo fatto che ne decretò la morte. Montana fu assassinato perché a Cosa nostra facevano paura il suo coraggio e la sua determinazione nella caccia ai latitanti.

Approdato all’Ufficio di Istruzione, finita la felice esperienza presso la Seconda Sezione Penale, ho avuto l’opportunità di incontrare di nuovo Falcone e Borsellino dopo i tempi lontani dell’università quando, sia pure fuggevolmente, era capitato di incrociarci in attesa di “dare” una materia o di passeggiare nell’atrio della facoltà di giurisprudenza.

Parlando del più e del meno, Falcone e io scoprimmo di essere stati nominati presidenti di seggio a Bagheria, in occasione di una consultazione popolare (non ricordo se si trattasse di elezioni comunali o nazionali). All’epoca Giovanni non era stato ancora incaricato da Rocco Chinnici di istruire il procedimento contro Rosario Spatola, pertanto non era ancora sottoposto a servizio di scorta.

Allora ci organizzammo in modo che, a turno, ognuno di noi utilizzasse la propria autovettura (la mia Alfa Romeo grigia e la sua Alfa Sud bianca) per raggiungere Bagheria nei giorni delle votazioni. Durante i tragitti, ricordavamo le rispettive esperienze di lavoro vissute dall’entrata in carriera (Giovanni alla Pretura di Lentini e poi alla Procura della Repubblica di Trapani), ma mai avremmo potuto anche soltanto immaginare cosa il destino avrebbe riservato a entrambi negli anni successivi. Ed è proprio di questo che desidero parlare, del pool, di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino, di Peppino Di Lello e degli altri colleghi, Giacomo Conte, Ignazio De Francisci e Gioacchino Natoli, che ci hanno affiancato dopo il trasferimento di Borsellino alla Procura della Repubblica di Marsala. Voglio tornare a parlare di Antonino Caponnetto e del Maxiprocesso. E di tanto altro. Perché tanto, di bello e di brutto, è accaduto in quegli anni a Palermo.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA" DI LEONARDO GUARNOTTA

Con l’uccisione di Rocco Chinnici i boss pensavano di averla scampata. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA" DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 07 agosto 2023

Per quegli “addetti ai lavori” e per tanti altri, dopo l’uccisione di Chinnici, la città di Palermo poteva tornare a respirare, a vivere se stessa come sempre, poteva tornare alla sua calma, alla sua indifferenza, alle sue abitudini, alla sua convivenza “tranquilla” con la mafia e i mafiosi

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

A Firenze Antonino Caponnetto aveva lasciato una moglie – non certo felice della sua partenza verso una destinazione così pericolosa – e tre figli. Per andare dove? Per venire a Palermo a sostituire il consigliere istruttore Rocco Chinnici che il 29 luglio 1983 Cosa nostra aveva fatto saltare in aria con un attentato alla libanese, un’autobomba fatta scoppiare in città, in mezzo ai palazzi, ai negozi, alle persone che a quell’ora uscivano da casa.

Ma Caponnetto faceva anche ritorno alla sua terra natia, la Sicilia, dove era nato il 5 settembre 1929, a Caltanissetta, una delle tappe della carriera del padre.

Riservato, schivo, l’arrivo di Antonino rese contenti, ma solo inizialmente, molti addetti ai lavori, imprenditori, commercianti, professionisti nell’orbita mafiosa e, forse, qualche avvocato penalista palermitano, dai quali fu visto e soppesato come un magistrato innocuo e incolore, di passaggio, uno che ci avrebbe messo chissà quanto tempo prima di impadronirsi della “materia”, capire la struttura e le dinamiche dell’organizzazione criminale che il suo predecessore aveva iniziato a contrastare con un gruppo di giudici istruttori. E comunque, sempre meglio lui “che quel rompiballe di Chinnici con la sua fissazione della mafia”, per giunta con due effe, come la pronunciava.

Per quegli “addetti ai lavori” e per tanti altri, dopo l’uccisione di Chinnici, la città di Palermo poteva tornare a respirare, a vivere se stessa come sempre, poteva tornare alla sua calma, alla sua indifferenza, alle sue abitudini, alla sua convivenza “tranquilla” con la mafia e i mafiosi.

Debbo essere sincero. Dopo avere appreso che era stato designato il dottor Antonino Caponnetto, sostituto procuratore generale in servizio a Firenze, e dopo averlo conosciuto personalmente, fu istintivo in ciascuno di noi fare il confronto con il suo predecessore.

Vedevamo una persona di una certa età, 63 anni, esile, non proprio in salute, del quale ignoravamo se fosse competente in materia di criminalità organizzata ‒ mentre Rocco Chinnici era aitante, fisicamente imponente, pieno di vitalità e molto esperto di mafia. E ci chiedevamo se il Csm avesse designato il magistrato giusto per sostituire il “nostro” Rocco Chinnici. Ma ci volle pochissimo per constatare di che pasta e tempra fosse fatto il nostro nuovo consigliere, al di là dell’aspetto fisico.

Aveva lasciato a Firenze la sua famiglia per condurre a Palermo una vita monastica, divisa esclusivamente tra l’ufficio e, per motivi di sicurezza, una spoglia stanza della caserma Cangialosi della Guardia di Finanza. Più che una stanza era quasi una cella: un lettino, un piccolo bagno e un comodino con i suoi libri, Le Confessioni di Sant’Agostino e La Recherche di Proust. La sera, lì in caserma, se arrivava entro le nove, a volte riusciva a trovare i piatti caldi della mensa dei finanzieri.

In generale, cercava di rispettare gli orari ma quando non ce la faceva se la cavava con un piatto freddo che gli facevano trovare nella sua stanzetta. I suoi unici momenti all’aperto, la sua ora d’aria, come quella dei carcerati, li trascorreva nel chiostro seicentesco del convento domenicano di Santa Cita (Santa Zita, più propriamente), trasformato in ospedale militare nel 1850 e, successivamente, nella caserma Cangialosi.

La sua dedizione al lavoro era davvero straordinaria. Antonino Caponnetto rimaneva in ufficio con noi, e più di noi, fino a tarda sera. Ci aveva perso quasi la vista a collazionare più e più volte quelle circa novemila pagine della ordinanza-sentenza che aveva aperto la strada al primo Maxiprocesso contro i boss di Cosa nostra.

Era prodigo di consigli, ci incoraggiava nei non rari momenti di difficoltà. Ci spronava a non mollare mai, a credere che il nostro impegno avrebbe potuto redimere, rendendola migliore, la nostra terra bagnata col sangue versato da tanti rappresentanti delle forze dell’ordine e da innocenti vittime del massacro voluto dai “Corleonesi”, scesi allora a Palermo per un regolamento di conti con le “famiglie” del capoluogo, per la conquista della supremazia nel campo della criminalità organizzata.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA" DI LEONARDO GUARNOTTA

La svolta, l’arrivo di Antonino Caponnetto e la creazione del “pool”. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani l'08 agosto 2023 • 19:00

Quando Caponnetto arrivò a Palermo gli chiesero se non avesse paura di morire. Lui rispose che, a 63 anni, bisogna pur familiarizzare con l’idea della morte. Ben detto, perché immediatamente arrivarono le minacce...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del libro, “C'era una volta il pool antimafia”, edito da Zolfo Editore

In quella caserma e nel suo ufficio trascorse tantissimi week-end e festività per non impegnare in servizio i suoi “angeli custodi”, visto che “anche la scorta ha una famiglia”, come soleva dire.

Antonino Caponnetto, nei suoi quattro anni e mezzo di permanenza a Palermo, percorse quasi esclusivamente le strade che lo conducevano dalla caserma all’ufficio. Soltanto un paio di volte, se non ricordo male, noi del pool uscimmo tutti insieme per partecipare a cerimonie pubbliche. Quando accettammo l’invito ad assistere all’anteprima del film Cento giorni a Palermo del regista Giuseppe Ferrara, dedicato al prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa.

E poi la volta in cui ci recammo (mancava soltanto Falcone perché all’estero per una rogatoria) a Prato su invito del sindaco per la consegna del “Gigliato d’oro”, l’antica moneta pratese, simbolo della prima repubblica cittadina, in “segno della solidarietà che questa città intende concreta- mente esprimere con la Sicilia degli onesti che, ne siamo convinti, è certamente la Sicilia dei più”.

Quando Caponnetto arrivò a Palermo gli chiesero se non avesse paura di morire. Lui rispose che, a 63 anni, bisogna pur familiarizzare con l’idea della morte. Ben detto, perché immediatamente arrivarono le minacce.

Sul telegramma inviatogli dall’alto commissario Emanuele De Francesco in occasione del suo insediamento, qualcuno appose una striscia di carta che cambiava l’espressione “le auguro successo” con “le auguro occiso”. Un affettuoso saluto palermitano di benvenuto da parte degli uomini di Cosa nostra. Venuto a conoscenza dell’“augurio”, ma non solo per questo, l’alto commissario De Francesco dispose che venisse subito installato uno spesso vetro blindato alla finestra dell’ufficio di Caponnetto, perché fuori, proprio di fronte, chiunque poteva transitare o posteggiare la sua autovettura.

Nella prima riunione che tenne con i colleghi – allora non facevo ancora parte del pool e quindi ne fui informato in un secondo tempo –, Caponnetto chiarì subito che era sua ferma intenzione proseguire sulla linea tracciata dal suo predecessore. Anzi, assicurò che voleva andare

oltre. L’obiettivo a brevissimo termine – ci mise solo una decina di giorni a elaborarlo dal suo arrivo – era di costituire un gruppo di giudici istruttori che si occupasse esclusivamente dei processi di mafia.

Un pool specializzato che ripristinasse, nel pieno rispetto delle norme penal-processuali, il predominio del diritto e della legalità contro la violenza, l’arroganza e la tracotanza non più tollerabili della criminalità organizzata comune e, soprattutto, di Cosa nostra, che aveva assunto le preoccupanti proporzioni di un vero e proprio Stato illegale nello Stato.

Musica per le orecchie di Falcone, Borsellino e Di Lello.

La creazione del pool voleva anche accreditare l’idea di una responsabilità collettiva degli atti: tutti dovevano sapere tutto delle indagini svolte da ciascuno. Non ci sarebbe più stato il singolo giudice istruttore responsabile di una singola istruttoria, e per questo esposto al pericolo di minacce o di attentati.

Il consigliere Caponnetto, applicando l’articolo 17 delle disposizioni regolamentari del codice di procedura penale, dispose l’assegnazione a ognuno dei componenti del pool di tutte le indagini sui reati di mafia, intestandosi il relativo processo.

Era anche un modo di operare a maggiore garanzia della sicurezza dei magistrati. Perché non ci fosse un altro caso come quello del procuratore Gaetano Costa che in solitudine, nella primavera

del 1980, aveva firmato un ordine di cattura contro gli Spatola e gli Inzerillo, i quali ne avevano decretato la fine. Il magistrato avrebbe avuto assegnata la scorta, finalmente, il 7 agosto 1980, e lo stesso giorno sarebbe partito in vacanza con la famiglia.

Ma venne ucciso da un killer il 6 agosto.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

«Non eravamo lo stato, ma un piccolo avamposto in una terra pericolosa». DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 09 agosto 2023

Noi avevamo una fiducia totale in Caponnetto. A lui spettava la guida del pool ma aveva in Giovanni il suo punto di riferimento. E visto che eravamo solo in quattro, per lasciare il pool libero di occuparsi esclusivamente di Cosa nostra, Caponnetto si auto-assegnò anche molti procedimenti di altra natura, facendo registrare altissimi indici di produttività

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà alcuni stralci del libro “C'era una volta il pool antimafia” edito da Zolfo Editore

Per prendere confidenza con il nuovo e difficile compito, Caponnetto si giovò della collaborazione di Falcone, che lo mise al corrente dei risultati conseguiti dal “gruppo”.

In particolare, gli descrisse la struttura di Cosa nostra secondo le ancora incomplete conoscenze sino ad allora acquisite, lamentando che all’azione di contrasto del fenomeno mafioso fosse stata di ostacolo una quasi totale omertà, il pilastro su cui da sempre si basavano il potere e la sopravvivenza di Cosa nostra.

E infine lo mise in guardia, avvertendolo che in quel Palazzo avrebbe trovato ben pochi amici. Molto pochi.

Noi avevamo una fiducia totale in Caponnetto. A lui spettava la guida del pool ma aveva in Giovanni il suo punto di riferimento. E visto che eravamo solo in quattro, per lasciare il pool libero di occuparsi esclusivamente di Cosa nostra, Caponnetto si auto-assegnò anche molti procedimenti di altra natura, facendo registrare altissimi indici di produttività.

In un suo libro ha scritto di me che ero il più anziano dei giudici del pool, ma in quel caso si sbagliava. Sono nato infatti il 12 febbraio 1940, Falcone (nato il 18 maggio 1939) e Borsellino (nato il 19 gennaio 1940) erano perciò i più anziani, mentre Di Lello era il più giovane, essendo nato il 24 novembre 1940. Caponnetto aveva ragione, invece, quando diceva che ho sempre cercato di mantenere un ritmo di vita il più normale possibile. Per questo non rinunciavo alle mie partite a pallone e a tennis, nonostante mi esponessero a notevole rischio, facendolo preoccupa- re. Bontà sua, mi accreditava di una solida preparazione giuridica maturata nel corso degli anni e dovuta alle mie “variegate”, pregresse esperienze professionali.

Il suo prezioso impegno è proseguito anche dopo la fine dell’esperienza palermitana. Ritornato a Firenze, si è speso per incontrare gli studenti di ogni istituto per fare memoria del lavoro svolto dal pool e per rendere i giovani partecipi degli stessi principi e valori ai quali si erano ispirati quei magistrati, con i quali manteneva un legame profondo.

Non si era dimenticato del pool e di me. Ricordo, ad esempio, che avendo appreso dalla stampa che avevo depositato, il 5 gennaio 1995, l’ordinanza-sentenza che chiudeva l’esperienza del “suo” pool, volle che gli facessi avere copia degli undici volumi di cui il provvedimento si componeva, per complessive 1.750 pagine. Mi ringraziò commentando: “Ma quanto hai scritto!”

Infine, tengo cara nella memoria una delle sue frasi più belle e cariche di significato: “Ragazzi, godetevi la vita, innamoratevi, siate felici ma diventate partigiani di questa nuova resistenza, la resistenza dei valori, la resistenza degli ideali. Non abbiate mai paura di pensare, di denunciare, di agire da uomini liberi e consapevoli. State attenti, siate vigili, siate sentinelle di voi stessi!

L’avvenire è nelle vostre mani. Ricordatelo sempre!”

Mi piacerebbe che queste parole fossero il testamento morale di “nonno Nino”, come veniva chiamato dai giovani che incontrava nelle scuole.

Dopo quei quattro anni intensissimi alla guida dell’Ufficio di Istruzione, Antonino Caponnetto aveva chiesto di essere trasferito a Firenze, certo che il suo posto sarebbe stato assegnato a Giovanni Falcone, che ne aveva fatto domanda e che vantava una straordinaria esperienza nella lotta alla criminalità organizzata.

Fino all’ultimo, però, avanzò dei dubbi su come sarebbero andate le votazioni al plenum del Consiglio Superiore della Magistratura, ma fu rassicurato da Falcone che, illuso da falsi amici, era convinto di avere i voti necessari per la nomina. Ma di ciò che è accaduto in quel 1988 parlerò più avanti e a fondo, perché è una delle pagine più nere della recente storia d’Italia.

Nonostante gli omicidi avvenuti fra il 1979 e il 1980 (il capo della Squadra mobile Boris Giuliano, il consigliere istruttore Cesare Terranova, il presidente della Regione Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile e il procuratore capo della Repubblica Gaetano Costa), in realtà sul fronte della lotta alla mafia non era successo nulla.

Qualcuno strillava per qualche giorno e poi tutto tornava come prima.

Ma noi eravamo stufi di stare a guardare e difenderci e così impostammo un lavoro che avrebbe prima o poi dato i suoi frutti. Anche in questo cambiammo la prospettiva, decidemmo che era la mafia a doversi preoccupare, lavorammo sul lungo periodo con costanza, tenacia e la tranquillità di chi sa di avere imboccato la strada giusta.

Però noi non eravamo lo Stato, tutto lo Stato, eravamo solo un piccolo avamposto in una terra pericolosa che aveva bisogno di essere sostenuto. E questo, in verità, successe solo qualche volta.

DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA

Falcone, le qualità umane e il suo altissimo senso delle istituzioni. DAL LIBRO "C'ERA UNA VOLTA IL POOL ANTIMAFIA", DI LEONARDO GUARNOTTA su Il Domani il 10 agosto 2023

Possedeva un altissimo senso delle istituzioni, che lo portò a collaborare con il consigliere istruttore Antonino Meli anche quando comprese che questi aveva deciso, con provvedimenti che non condividev