Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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 L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

 

ANNO 2023

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ascesa di Matteo Messina Denaro.

L’Arresto di Matteo Messina Denaro.

La Morte di Matteo Messina Denaro.


 

SECONDA PARTE


 

SOLITE MAFIE IN ITALIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Lotta alla mafia: lotta comunista.

L’inganno.

Le Commissioni antimafia e gli Antimafiosi.

I gialli di Mafia: Gelsomina Verde.

I gialli di Mafia: Matteo Toffanin.

I gialli di Mafia: Attilio Manca.

Gli Affari delle Mafie.

La Mafia Siciliana.

La Mafia Pugliese.

La Mafia Calabrese.

La Mafia Campana.

La Mafia Romana.

La Mafia Sarda.

La Mafia Abruzzese.

La Mafia Emilana-Romagnola.

La Mafia Veneta.

La Mafia Lombarda.

La Mafia Piemontese.

La Mafia Trentina.

La Mafia Cinese.

La Mafia Indiana.

La Mafia Nigeriana.

La Mafia Colombiana.

La Mafia Messicana.

La Mafia Canadese.


 

TERZA PARTE


 

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: Stragi di mafia del 1993.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: l’Arresto di Riina.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Depistaggio. La Trattativa-bis: “’Ndrangheta stragista”. 

Gli Infiltrati.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Piersanti Mattarella.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: il Delitto di Pio La Torre.

Nulla è come appare. Riscrivere la Storia: la Strage di Alcamo.


 

QUARTA PARTE


 

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Concorso esterno: reato politico fuori legge.

La Gogna Territoriale.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Ipocrisia e la Speculazione.

Il Caporalato dei Giudici Onorari.

Il Caporalato dei fonici, stenotipisti e trascrittori.

Il Caporalato della Vigilanza privata e Servizi fiduciari - addetti alle portinerie.

Il Caporalato dei Fotovoltaici.

Il Caporalato dei Cantieri Navali.

Il Caporalato in Agricoltura.

Il Caporalato nella filiera della carne.

Il Caporalato della Cultura.

Il Caporalato delle consegne.

Il Caporalato degli assistenti di terra negli aeroporti.

Il Caporalato dei buonisti.


 

QUINTA PARTE


 

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Usura.

Dov’è il trucco.

I Gestori della crisi d’impresa.

SOLITA CASTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le Caste.

Pentiti. I Collaboratori di Giustizia.

Il Business delle Misure di Prevenzione.

I Comuni sciolti ed i Commissari antimafia.

Le Associazioni.

Il Business del Proibizionismo.

I Burocrati.

I lobbisti.

Le fondazioni bancarie.

I Sindacati.

La Lobby Nera.

I Tassisti.

I Balneari.

I Farmacisti.

Gli Avvocati.

I Notai.


 

SESTA PARTE


 

LA SOLITA MASSONERIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La P2: Loggia Propaganda 2.

La Loggia Ungheria.

Le Logge Occulte.

CONTRO TUTTE LE MAFIE. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Censura.

Ladri di Case.


 

LA MAFIOSITA’

PRIMA PARTE


 

SOLITA MAFIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’ASCESA DEL LATITANTE MESSINA DENARO. Matteo va alla guerra. ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA su Il Domani il 13 febbraio 2023

Per trent'anni è stato il latitante più ricercato d'Italia. Un fantasma. E simbolo di una mafia, quella corleonese, morta da tempo. Naturalmente il suo arresto ha fatto scalpore in tutto il mondo. Per le circostanze che l'hanno preceduto qualcuno ha ipotizzato che Matteo Messina Denaro si sia consegnato o sia stato venduto, qualcun altro l'ha “profetizzato” con parole doppie...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Per trent'anni è stato il latitante più ricercato d'Italia. Un fantasma. E simbolo di una mafia, quella corleonese, morta da tempo. Naturalmente il suo arresto ha fatto scalpore in tutto il mondo. Per le circostanze che l'hanno preceduto qualcuno ha ipotizzato che Matteo Messina Denaro si sia consegnato o sia stato venduto, qualcun altro l'ha “profetizzato” con parole doppie.

Comunque sia andata, l'hanno preso a Palermo il 16 gennaio del 2023 i carabinieri del Raggruppamento operativo speciale. Sapremo dettagli più precisi sulla sua cattura – speriamo – prossimamente.

Con quel nome altisonante e con quell'identikit assai somigliante al vero latitante era diventato una figura quasi “familiare”. L'avevano avvistato un po' dappertutto. In Toscana e in Veneto, in Spagna e in Tunisia, in Olanda e in Venezuela, perfino in tribuna d'onore allo stadio della Favorita durante una partita del Palermo.

In realtà si sa ancora poco di dove si sia nascosto prima di vederlo, rassegnato, uscire da una clinica palermitana.

È il primo grande latitante arrestato nell’epoca dei social. E il popolo dei meme non ha tardato a scatenare la propria ironia, prendendo in giro il look del boss, con quegli occhiali da sole a coprire l'occhio “guasto” e il giubbotto di montone firmato.

Ma si sono sollevate anche perplessità su uno stato incapace di trovarlo per tre decenni. E poi l’hanno catturato così facilmente, senza tensione. E ancora tutti quei suoi covi vista piazza a Campobello di Mazara.

L'indagine dei carabinieri e dei magistrati è stata sicuramente un’eccellente indagine, però qualche piccolo grande mistero resta sulla fine della latitanza di Matteo Messina Denaro.

E allora per capire di chi stiamo parlando, da oggi sul nostro Blog Mafie pubblichiamo ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Una nota a parte merita il bellissimo disegno di Dario Campagna che ritrae il boss con in mano un gelato. Un riferimento al “mago” che ha clamorosamente annunciato il suo arresto a novembre: l'enigmatico Salvatore Baiardo, di professione ufficiale gelataio.

ATTILIO BOLZONI E FRANCESCO TROTTA. Attilio Bolzoni è un giornalista che, da quarant'anni, racconta storie in fondo all'Italia. Francesco Trotta è un blogger e direttore dell'associazione Cosa Vostra.

La mafia trapanese contro i giudici Falcone e Borsellino. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 13 febbraio 2023

Matteo Messina Denaro, il nostro imprendibile capo. Eravamo con lui quando decise di fare la guerra. Abbiamo valutato, studiato, organizzato. Abbiamo fatto le prove. Ci siamo fatti consigliare. Abbiamo obbedito. Tutto è nato qui, in provincia di Trapani; non a Palermo, non a Roma, ma in questo pittuso d’Italia, dal lato sbagliato dei vostri tramonti da cartolina...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Perché voi non sapete. Non sapete quanto siamo precisi. La precisione è tutto. Quando si parla, quando si spara. Noi mica diciamo «Capaci», «Via D’Amelio». Che è, il gioco del Monopoli? Noi non diciamo nemmeno «la strage di Falcone», «la strage di Borsellino», o insieme, come dice qualcuno: «la strage di Falcone e Borsellino». Noi non parliamo dell’attentatuni, che piaceva solo a Totò Riina come nome, né della «disgrazia di Capaci», come dice invece la mamma di quel frariciume di Giovanni Brusca. Noi siamo precisi.

E se proprio dobbiamo, ci piace ricordare tutto come fosse un dispaccio. Non ci vuole molto. È una paginetta esatta, pulita (precisa, appunto) che abbiamo mandato giù a memoria. Ce la ripetiamo come fosse un mantra, un percorso di meditazione.

Ci incoraggia nei momenti di sconforto, quasi sembra indicarci la via, la ripetiamo con piacere alla mamma, quando ce lo chiede. Ed è paradossale, no?, che gli unici che alla fine ricordano bene le cose siamo noi. Noi che abbiamo fatto la storia, che raccontiamo quei fatti come una pagina di un manuale.

LE STRAGI DEL 1992

Poche righe, dunque. E fanno così: Alle 18 circa del 23 maggio 1992 nell’autostrada che dall’aeroporto conduce a Palermo, in località Capaci, una violenta esplosione provocava la morte dei magistrati Dott. Giovanni Falcone e della moglie Dott.ssa Francesca Morvillo, degli agenti di polizia Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani, nonché il ferimento degli agenti di polizia Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, e Angelo Corbo, e ancora il ferimento di Giuseppe Costanza (autista del dott. Falcone) e il ferimento di alcuni occasionali presenti (Pietra Ienna Spanò, Oronzo Mastrolia, Vincenzo Ferro) e di due cittadini austriaci (Eberhard Gabriel ed Eva Gabriel).

La devastante esplosione ebbe a danneggiare diverse autovetture dello stato e di privati cittadini, nonché le strutture murarie di diverse abitazioni in prossimità del luogo dell’eccidio. Nel tratto di autostrada in questione si formò un cratere di oltre 10 metri di lunghezza e di 4 metri di profondità.

Che ve ne pare? Poi solitamente facciamo una pausa, più o meno lunga e drammatica, dipende dal pubblico, dal sentimento del momento, dall’ispirazione, e continuiamo.

Così. Cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci, avvenne un altro gravissimo attentato finalizzato a uccidere il Procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo, il Dottor Paolo Borsellino. Il pomeriggio di domenica 19 luglio 1992, il giudice Borsellino si era recato in Via D’Amelio per andare a fare visita all’anziana madre.

Era appena giunto davanti al portone dello stabile in cui abitava la madre, quando un enorme deflagrazione devastò l’intera strada. L’ordigno fu di tale potenza che l’esplosione, alle ore 16:58, fu registrata dall’osservatorio geosismico.

Nella circostanza morirono: il giudice Borsellino, gli agenti di polizia Claudio Traina, Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina ed Emanuela Loi. Rimase invece solamente ferito l’autista Antonino Vullo, l’altro appartenente alla polizia di stato addetto alla scorta del magistrato, che si era allontanato di qualche decina di metri per fare inversione di marcia con la vettura da lui condotta.

L’esplosione determinò, altresì, il ferimento di numerose persone che si trovavano nel raggio d’azione dell’ordigno esplosivo e una vera e propria devastazione della zona circostante, con gravissimi danni agli edifici prospicienti di quel tratto di strada ed alle auto che vi si trovavano parcheggiate. Amen. Com’è?

Permetteteci due precisazioni, a ogni modo. Innanzitutto, i luoghi. È Isola delle Femmine, non Capaci. Il luogo della prima strage è Isola delle Femmine, il territorio di quel comune lì, dove passa quel pezzo di autostrada chiamata A29. Solo che siccome c’era il cartello verde con la scritta bianca Capaci e la freccia che indicava l’uscita a destra, allora è diventata la strage di Capaci. E vabbè. E poi un’altra cosa. Falcone non era Falcone e Borsellino non era Borsellino, né Giovanni, né Paolo.

Per noi erano il dottore Falcone e il dottore Borsellino. Per i nemici ci vuole rispetto. Voi non sapete chi siamo. Siamo Cosa nostra, sì, la mafia, certo, siamo il vostro incubo, quattro caproni o un esercito. Ma siamo soprattutto i figli della mamma. La mamma allarga le sue cosce e ci genera, un piede a Castellammare e il suo golfo, un altro piede poggiato nel Belice dei templi e dell’olio buono. La mamma, la nostra mamma dal cuore tenero e dalla voce che sembra un tuono, è l’origine del mondo.

Del nostro mondo. Noi siamo i figli di questa mamma, di questa terra, che ci ha trasmesso l’amore come l’odio. Qui è l’origine di tutto, non lo capite? In questa terra inondata di luce c’è l’origine della nostra forza. Noi siamo i figli di questa mamma, e fratelli tra noi e fratelli di Matteo Messina Denaro, il nostro imprendibile capo. Eravamo con lui quando decise di fare la guerra.

Abbiamo valutato, studiato, organizzato. Abbiamo fatto le prove. Ci siamo fatti consigliare. Abbiamo obbedito. Tutto è nato qui, in provincia di Trapani; non a Palermo, non a Roma, ma in questo pittuso d’Italia, dal lato sbagliato dei vostri tramonti da cartolina. E tutto ci è servito a compiere un ricambio generazionale, e un salto di qualità, che è la storia meno raccontata e che voi non sapete. Noi abbiamo deciso, noi abbiamo organizzato, noi abbiamo ucciso.

Non da soli, ovviamente. E non solo nel nostro interesse. E voi questo neanche lo sapete. Forse non lo saprete mai. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Una provincia sconosciuta con la Cosa nostra più potente. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 14 febbraio 2023

Noi eravamo di più di una provincia importante; eravamo la roccia dei Corleonesi, come dicevano alcuni boss amici nostri. La roccia. Talmente alta, robusta, fiera, che era davanti agli occhi di tutti… e nessuno se ne accorgeva. Perché qui Bernardo Provenzano e Totò Riina erano come a casa loro, perché come diceva Giovanni Brusca: «Tra Riina e i trapanesi era tutta una persona».

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Perché noi siamo una provincia importante, in Cosa nostra lo sapevano tutti. A Palermo c’erano gli interessi e i proprietari, la plebe e i capitali, sì, ma la mamma era qui, qui era la luna rossa gonfia di attese, qui era l’abbondanza che ci raccontavamo sin nei nostri cunti di bambini, seduti in giro la sera, al chiano.

Noi ad esempio eravamo quelli che sapevano raffinare la droga e la portavano fino all’America, come se mandassimo baci alle bocche dei nostri cugini dall’altre parte dell’oceano. Ed era anche per questo, perché avevamo la storia e le riverenze, i santi e l’intelligenza, sapevamo le preghiere e come esaudirle. Ed era anche per la luna e per i baci, per la mamma e la sua potenza rigeneratrice, che i palermitani per primi sapevano che era questa la provincia con la quale bisognava comunque fare i conti.

Per i santi e per i loro miracoli, che a noi quello che piaceva più di tutti in realtà era un angelo, San Michele Arcangelo, che non a caso è l’unico santo con la spada. Sapeva il fatto suo, Michele nostro. E noi rispettavamo i santini e la chiesa, perché la chiesa rispettava noi, ci accoglieva e capiva che eravamo gente d’onore. Gente che sapeva – e sa – qual è il valore delle regole.

Lo stesso zio Ciccio, il padre di Matteo, non era stato per un periodo latitante in una canonica? Ma lui, a differenza di altri, non teneva in mano libretti di salmi e rosari, né si faceva il segno della croce prima di uccidere qualcuno.

Noi sapevamo dosare per bene il cemento e le pallottole, i segnali e soprattutto le parole. Ci tenevamo alla larga dagli scandali. Ed era proprio una delle prime cose che i Messina Denaro ci avevano insegnato: non si deve parlare di noi. Non ci piace. Dobbiamo essere furbi, intelligenti – ci diceva Matteo. La gente deve pensare che siamo ladri di polli.

A voi non deve interessare come vi vedono, ma chi siete. E lo sapete, chi siete. Lo sapevano i vostri padri, e prima di loro i vostri nanni, lo sappiamo da più di cento anni. Eravamo quelli che lavoravano nel fango dei campi, che si spezzavano la schiena per raccogliere l’uva, e adesso voliamo in business class e i locali fanno a gara per averci come clienti.

Abbiamo passato due guerre mondiali, venti anni di fascismo, il pentapartito, il terrorismo, Mori e Dalla chiesa, la Dc. E siamo pronti a tutto. Lo sapevano anche i Corleonesi, spietati, che fecero la guerra di mafia, e dall’aprile di quell’anno 1981 cominciarono sistematicamente a sopprimere le famiglie palermitane: Badalamenti, Bontate, e poi chi?, ah, Riccobono, Inzerillo, e i parenti, gli alleati, gli amici.

Non si capiva più nulla. I soldi della droga avevano trasformato tutto. Noi stavamo a guardare: le alleanze, i complotti, i tradimenti, le esecuzioni. Le cose tinte. La mamma ci diceva: state attenti figli miei, nascondetevi qui, sotto la mia sottana, è come la puntura del dottore: fa un po’ male, ma ti fa passare la bua.

A farsi male dalle nostre parti furono i perdenti: i Buccellato, come i Rimi, i Minore. Diavolo di un Salvatore Riina; sembrava avesse un’orchestra che al posto degli strumenti ci avevano le lupare e le corde, le pistole e l’esplosivo, e quella cosa che lui chiamava Pocket Coffee, l’attacco fatto con furia cieca e colpi di kalashnikov.

E vennero anche da noi, a fare la guerra. In tre anni, dal 1981 al 1984, ci fu un repulisti di tutti coloro che non si erano schierati con i Corleonesi. E qui ci dovete scusare, ma ci vuole una parentesi, una parentesi di quelle importanti, per un senso di giustizia che si deve anche dentro Cosa nostra: non è vero che noi ci siamo schierati con i Corleonesi per sopravvivere, no.

È un po’ come quando giocate con il vostro gatto. Se pensate con la testa del gatto, è lui che gioca con voi. Ecco, e se pensate con la nostra testa, vi può apparire chiaro che in realtà noi li seducemmo, quelli di là, sì, fu una specie di corteggiamento. Prima regola: mai chiamare per primi, come in amore. Farsi desiderare.

Ci vennero a cercare, e ci negammo, all’inizio, per aumentare il desiderio. E così combinammo la zitata. E poi approfittammo dei Corleonesi per fare pulizia, come quando la mamma ti rimprovera che hai la camera in disordine (e questa strategia Matteo la stava già imparando, eccome se l’ha imparata, sono stati gli stessi Corleonesi a farne le spese…).

UNA PROVINCIA “SCONOSCIUTA”

Perché poi noi avevamo un grande vantaggio: eravamo sconosciuti. Di noi non parlava nessuno, non facevamo notizia, non si conosceva nulla, non ci venivano a cercare. Solo qualche sbirro, con qualche confidente, che quelli ci sono sempre – se no che sapore c’è nelle cose? – aveva fatto dei rapporti, aveva alzato un sopracciglio. Ma niente, tutto veniva insabbiato.

I cani rimanevano attaccati, come dicevano i palermitani quando parlavano di noi, non senza una punta di invidia, dato che provenivano da una città, Palermo, che – come ricordavano tra noi quelli più studiosi – era la città più espugnata della storia; prima dai fenici, poi dai romani, e dai cartaginesi, e dagli arabi, dagli spagnoli, e dai napoletani, e da Garibaldi, e dai Savoia, e dagli americani… Da noi, invece, tutto tranquillo.

Già: i cani rimanevano attaccati alle loro catene, accontentandosi di qualche osso, qualche polpetta di carne, a volte anche avvelenata. E non per volontà. Non avevamo bisogno, come gli altri, di avere amici a Roma, a Palermo, e corrompere giudici, avvocati, minacciare sbirri.

Tutto avveniva in modo – diciamo così – naturale, quasi che la regola del silenzio, la nostra regola, fosse in realtà un modo di vivere, in questa provincia nostra. Anche perché non avevamo pentiti. Buscetta, Contorno, Calderone, Marino Mannoia, tutti quei grandi nemici di Cosa nostra, che avevano consumato famiglie e cristiani, che cosa sapevano di noi? Nulla.

Sì, qualche riunione, qualche incontro, e la droga, ma poi arrivati al busillis del loro racconto la memoria in qualche modo si perdeva, come una specie di buco nero che inghiotte ogni reminiscenza.

Con orgoglio, qui ci piace ricordare una cosa che dimostra che in Cosa nostra la reputazione non sempre coincide con la posizione effettiva di un uomo all’interno dell’organizzazione. Negli anni Cinquanta c’era Calogero Vizzini, Don Calò, che era considerato il capo dell’intera Sicilia. E invece il capo della Commissione regionale, ai suoi tempi, era Andrea Fazio, che nessuno conosceva.

Certo, era di Trapani! Solo dal 1993 in poi ci fu la nostra scoperta, che fu un po’ come quando si gioca a carte a Natale ed esce il re: cucù! E arrivarono nuovi pentiti: Di Maggio, Di Matteo, La Barbera, con memorie più fresche, perché erano stati molto dalle nostre parti e cominciarono a riempire pagine sulle «vicende mafiose trapanesi» – come scrivevano i giudici – o ancora su «organigrammi e dinamiche criminali della provincia trapanese». Ma ormai era già tardi.

Quello che doveva essere fatto era fatto, agnello e sugo e finiu ’u vattiu, come diciamo noi, Matteo Messina Denaro era già latitante. Amen. Noi eravamo di più di una provincia importante; eravamo la roccia dei Corleonesi, come dicevano alcuni boss amici nostri. La roccia.

Talmente alta, robusta, fiera, che era davanti agli occhi di tutti… e nessuno se ne accorgeva. Perché qui Bernardo Provenzano e Totò Riina erano come a casa loro, perché come diceva Giovanni Brusca: «Tra Riina e i trapanesi era tutta una persona». [...]

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Le prime indagini di Paolo Borsellino sul clan dei Messina Denaro. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 15 febbraio 2023

Il dottore Borsellino chiese per lui [Don Ciccio, ndr.] non l’arresto, ma quanto meno l’obbligo di soggiorno, la libertà vigilata, insomma, qualcosa per fargli capire che aveva il fiato sul collo. Messina Denaro non dovette fare nulla, fece tutto il Tribunale che, nel 1991, scrisse che «le notizie dei rapporti di Messina Denaro con appartenenti a consorterie mafiose si sono rivelate, per alcuni versi, incontrollabili»...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Noi eravamo la roccia, e per questo ci sentivamo una sorta di élite della criminalità, e Riina per noi era lo stato, come gli disse una volta Giuseppe Ferro. Noi, mandamenti di Mazara e Castelvetrano, Mazara e Trapani. La roccia. Lui, lo stato. E qui c’erano i suoi alleati più fedeli, come Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo, capo provincia che aveva preso il posto di Cola Buccellato.

Don Ciccio, pace all’anima sua, era saggio e astuto. Aveva attraversato tutta la vita senza mai avere problemi; ogni tanto capitava che lo fermavano, lo interrogavano, ma lui, picciotti, sempre tranquillissimo era.

Aveva tre nipoti sbirri, cose da pazzi, uno alla finanza, due che erano poliziotti. E per un omicidio, quello del notaio Craparotta, riuscì a ingannare anche il dottore Falcone. È stato il dottore Borsellino a cominciare a indagare un po’ di più su Don Ciccio, a fargli fare un po’ più di vai e vieni dalle caserme, tanto che lui, che non aveva paura di nessuno, una volta glielo ha detto anche, a quelli che lo interrogavano: il paese è piccolo, e voi fate male, ed è come infilare degli aghi sotto le unghie.

Ma il suo capolavoro è proprio quando il dottore Borsellino chiese per lui non l’arresto, ma quanto meno l’obbligo di soggiorno, la libertà vigilata, insomma, qualcosa per fargli capire che aveva il fiato sul collo.

Messina Denaro non dovette fare nulla, fece tutto il tribunale che, nel 1991, scrisse che «le notizie dei rapporti di Messina Denaro con appartenenti a consorterie mafiose si sono rivelate, per alcuni versi, incontrollabili», che «non ci sono prove», e che anzi, la figlia Rosalia aveva sposato un Guttadauro, Filippo, «sulla cui trasparente personalità non si solleva alcuna ombra di dubbio».

Ci guidava con mano ferma e poche parole, se ci diceva che lo scecco vola, noi rispondevamo: sì, è vero, lo scecco vola. Quello che diceva lui era vangelo. Ma era anche molto malato, povero cristiano, e Matteo era stato cresciuto per questo, per diventare un uomo, per diventare il capo.

E non ci ricordiamo quando accadde, perché per noi era sempre stato a così, ma a un certo punto fu chiaro a tutti che ogni decisione che si prendeva in provincia di Trapani doveva passare per un cenno della testa d’u Zi Ciccio, certo, ma soprattutto per il volere del figlio. Senza nessuna investitura, senza riti, santine, sangue, spilloni, minchiate, tutto in automatico, liscio come l’olio di Nocellara appena spremuto, come fosse già scritto.

Anche perché Mariano Agate, che Riina aveva voluto capo del mandamento di Mazara del Vallo, non rappresentava mica tutta la provincia, e poi era sempre in carcere, e non c’erano altre figure di riferimento. C’era Salvatore Tumbarello, sì, c’era Mastro Ciccio Messina. Ma erano reggenti, facenti funzione, insomma.

E anche lì Matteo ci aveva visto giusto e alla prima occasione era riuscito a piazzare Vincenzo Sinacori, che era amico suo, era giovane, era dei nostri. Ad Alcamo, pure, ci abbiamo messo a Vincenzo Milazzo, che poi purtroppo lo abbiamo dovuto uccidere per quel fattaccio brutto che successe proprio nell’estate nel ’92, che si era messo in testa di fare la guerra a Salvatore Riina, tra una strage e l’altra, e Zi Totò gli disse a Matteo: capisco che è amico vostro, ma dovete eliminarlo, è di ostacolo alla nostra, di guerra.

E Matteo in quel periodo aveva proprio questo compito importante: sparare ai disertori. Organizzammo una riunione a Mazara. E così fu fatto, e con lui la fidanzata Antonella. E furono gli ultimi eliminati di una fila lunghissima, che noi oggi non riusciamo neanche a contarli i morti per mano nostra, la cui unica colpa era di non essere schierati con Riina, di volersi vedere la partita, come dicemmo all’anziano Cola Buccellato prima di eliminarlo.

Perché loro non lo capivano, ma noi eravamo sacerdoti di una nuova fede, e nel nuovo ordine che stavamo costruendo non c’era spazio per tentennamenti, dubbi, finzioni. E così dai Buccellato, Rimi, Minore, si passò a noi, e agli Agate, ai Virga. E ai Messina Denaro.

LA GUERRA DI MAFIA NEL TRAPANESE

Gli anni Ottanta, insomma, erano arrivati pure per noi. Eravamo diventati pop, e quei vecchi babbiuna non ci rappresentavano più. C’era una nuova Italia che avanzava, e ci volevamo essere noi, in prima fila. Chissà se i Corleonesi lo capivano; ma comunque a noi, tutto il loro casino, servì a farci strada.

A Cola Buccellato gli abbiamo ammazzato il figlio e il cugino, che erano venuti come ambasciatori. L’ambasciata per la pacificazione, la chiamavano, quando si annunciavano. E noi abbiamo fatto la pacificazione a modo nostro.

Li abbiamo uccisi, così eravamo tutti più tranquilli, no? E ogni tanto – nell’attesa dei carichi di droga che entravano dal Belice, passavano poi le campagne di Alcamo, venivano preparati e puliti e partivano da Castellammare del Golfo –, mentre da Palermo ci arrivavano i complimenti per la silenziosa efficienza e l’organizzazione, scherzando tra di noi, ci facevamo anche dell’ironia: se fosse il caos, dicevamo, che criminalità organizzata sarebbe? Sarebbe roba da spara polli, pisci ri ghiotta.

E poi dicevamo che Riina e Provenzano avrebbero meritato la cittadinanza trapanese, perché per noi erano una cosa sola, e non davamo del voi ai Corleonesi, davamo del noi. E se loro erano diventati così potenti, alla fine, era grazie a questa provincia di Trapani, che i signori magistrati un giorno sono arrivati finalmente a capire cos’era, in tre aggettivi: fidata, sicura e invulnerabile.

Ma l’hanno capito quando era già troppo tardi. Ed eravamo impenetrabili. Nessuno sapeva della villa di Riina a Mazara del Vallo, o della sua casa nelle campagne di Castelvetrano, dove i suoi figli scorrazzavano felici tra pirrere e ulivi, o di tutti i suoi acquisti, perché gli piaceva davvero la nostra zona a Totò, ci diceva sempre: «Picciotti, qui sì che c’è pace».

E noi gli dicevamo di sì, Zi Totò, e se serviva qualcosa chiamasse, anche se lui non aveva bisogno di chiedere, tanto eravamo veloci noi ad anticipare ogni sua esigenza: un’uscita in barca, un po’ di olio fresco di frantoio, una riunione da organizzare. E facevamo a gara perché sapevamo che tra noi c’era qualcuno che spiava e riferiva; come avveniva ad Alcamo, dove c’era Giuseppe Ferro che faceva la spia.

Un giorno, che era il 15 gennaio dell’89, a Partinico, Riina organizzò una riunione con quattro della famiglia di Alcamo. Loro arrivarono. Morirono tutti strangolati. E così si faceva a Castellammare, a Trapani, e il gruppo di fuoco partiva sempre da qui, con Matteo in testa che andava – come quando fu per Mommo ’u Nano, nell’86 a Paceco. [...] DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Don Ciccio, padre di Matteo, capomafia e latitante di lungo corso pure lui. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su il Domani il 16 febbraio 2023

Francesco Messina Denaro era diventato il capo della provincia in una riunione, nel 1982, nella cantina messa gentilmente a disposizione dai cugini Salvo, a Salemi. Ed è stato un capo all’altezza della nostra fama e della nostra storia perché di lui non si è saputo nulla o quasi, fino alla morte; solo sospetti, solo si dice, solo qualche indagine.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Francesco Messina Denaro era diventato il capo della provincia in una riunione, nel 1982, nella cantina messa gentilmente a disposizione dai cugini Salvo, a Salemi. Ed è stato un capo all’altezza della nostra fama e della nostra storia perché di lui non si è saputo nulla o quasi, fino alla morte; solo sospetti, solo si dice, solo qualche indagine. Figuratevi poi se qualcuno aveva il coraggio di andare a far mettere a verbale che Messina Denaro Francesco era capomafia.

Un maresciallo lo sentì un giorno, per capire cosa ci fosse di vero in quelle voci di paese, a Castelvetrano, e gli chiese: ma lei come vive? E lui: faccio il campiere, sono un pensionato. Altre volte andavano a cercarlo, e non lo trovavano. E siccome noi non avevamo paura di niente e di nessuno, ma solo un po’ di fastidio, perché tutti quei bussare a casa delle persone perbene, magari mentre stanno inghiottendo un poco di veleno o nella notte, sono cose che non si fanno, Matteo – che è stato sempre una bella penna, eh – scrive al comandante dei carabinieri di Castelvetrano per dirgli che è inutile che vengono a casa, o che convocano in caserma suo padre, perché è fuori per motivi di lavoro. Ai carabinieri tanto bastava.

Non sapevano che il padre era invece in casa, e aveva un nascondiglio. Si stava lì buono buono, quando lo cercavano. E non era neanche latitante. Avrebbe potuto assicutarli, carabinieri, poliziotti, e anche guardia di finanza, ma gli piaceva molto l’idea di non prenderli in giro. E poi, si sa, un nascondiglio fatto bene è anche un buon posto per riflettere.

A conoscerlo invece erano i tantissimi disperati che ogni giorno allungavano la fila davanti casa perché accontentasse i loro desideri: un figlio che non doveva partire militare, perché erano sue le uniche braccia del raccolto, un’altra figlia zita con uno che non si decideva a maritarla, un travaglio per un cugino fuori, un padre di famiglia che era troppo che stava in carcere.

Nell’85, poi, spuntò a Castelvetrano quel crasto di commissario, Calogero Germanà, che poi nel ’92 Matteo cercò di ammazzarlo. E gli fece lo sgarbo, a Don Ciccio: la perquisizione a casa. E poi aggiunse una spiata e fece due più due sulla troppa droga che girava dalle nostre parti – e che in effetti era così tanta che i nostri giri ormai avvenivano alla luce del sole. E alla fine, nel 1989, scrisse questo rapporto in cui arrivò alla conclusione che Francesco Messina Denaro era il capomafia della provincia di Trapani e il figlio Matteo «lo supporta nella sua azione criminale».

Non solo, capì pure che, quando avevamo fatta la guerra a Partanna, c’era Matteo a guidarci. Ma non bastò, perché quando nel ‘90 il dottore Borsellino chiese una misura di prevenzione per Messina Denaro, magari la libertà vigilata, un obbligo di firma, il Tribunale di Trapani decise con le quattro parole più belle che un mafioso possa sentirsi dire: «Non luogo a procedere».

La condanna per mafia è arrivata solo a Natale del ’92, quando tutto era già stato compiuto, e Don Ciccio era già latitante da un po’. Arrivò poi il battaglione dei pentiti, Di Maggio, Brusca, Di Matteo, La Barbera, Patti, Sinacori, Ferro, Milazzo, e chi ne ha più ne metta. Mutolo: «Francesco Messina Denaro era la persona più fidata di Riina». Brusca: «Mi ricordo le sue riunioni con i catanesi». Di Carlo: «Era il capo della provincia di Trapani». Le loro parole servivano non a dare giustizia, ma a costruire la leggenda.

Nel frattempo Don Ciccio si dette alla latitanza, se poi latitanza si può definire il fatto che stai nella casa accanto a quella dove stavi prima, nel tuo letto di malato, senza nessuno che ti viene a cercare, per ozio, per complicità, per rispetto.

Quando morì, avremmo voluto scrivere qualche elogio funebre, come fecero i familiari di Calogero Vizzini: «Nemico di tutte le ingiustizie, umile con gli umili, grande con i più grandi, dimostrò con le parole e con le opere che la mafia sua non fu delinquenza ma rispetto alla legge e difesa di ogni diritto e grandezza d’animo. Fu amore». Ma, ormai lo avete capito, a noi le pupiate non ci piacevano, per i vivi come per i morti. La megghiu parola e chiddra ca ’un si rice, e vale anche per gli elogi funebri.

E più di mille parole valse per noi la beffa finale, di fare trovare il corpo di Don Ciccio agli sbirri, già morto, freddo, muto e pronto per il suo funerale. Valeva più di tutto.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO

Storie di successioni mancate, di donne conquistate e di uomini ammazzati. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 17 febbraio 2023

Lui si era innamorato di una tedesca – che poi era austriaca, ma per noi era tedesca –, una ragazza che lavorava alla reception del Paradise Beach Hotel di Selinunte, e anche lì c’è scappato il morto, questa volta per gelosia: il vicedirettore che era pure lui innamorato della zita di Matteo...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

E a proposito di miti. Non ci ricordiamo il periodo esatto in cui le condizioni di Don Ciccio si aggravarono. Era stanco, era vecchio, era malato. Ma già c’era un capo, che gli anziani stavano forgiando come in certe leggende nordiche, o come quell’altro mito della dea partorita dalla testa di Zeus.

Perché dalle cosce della mamma, certo, dal seme fertile della nostra storia, anche, e dalla lingua di pietra dei nostri padri era venuto fuori Matteo; ma soprattutto era venuto fuori dalla testa del signor Riina, che in lui vedeva non un capo qualsiasi, ma il capo, l’erede, quello che avrebbe affrontato la prova più dura ed esaltante di tutte: l’attacco allo Stato, la resa dei conti. E di tutti i segreti che custodivamo questo era quello più potente, tanto che, paradossalmente, di Matteo Messina Denaro si è cominciato a parlare solo molto tardi, solo con la sua latitanza.

È dovuto scomparire per farsi notare, diavolo di un Siccu. Forte e dritto come un palo del telegrafo, lo avevamo visto iniziare con i primi omicidi, poi con la guerra di Partanna, aveva fatto da paciere ad Agrigento, e in un vìriri e svìriri, in men che non si dica, a un certo punto Riina non ecideva nulla senza averne prima parlato con Matteo, e quasi nessuno ricordava più che fine avesse fatto Don Ciccio; a noi interessava solo di Diabolik, perché non c’era cosa che non si muoveva se lui non diceva ai o bai.

E anche Mariano Agate, il boss di Mazara del Vallo, a un certo punto capì l’antifona; chissà, magari pensava che, con la malattia di Don Ciccio, il capo sarebbe stato lui – gli toccava per anzianità – e non il giovin Messina Denaro.

Ma si sbagliava, perché noi abbiamo sempre saputo scegliere le competenze, privilegiare il ricambio generazionale, e lo facciamo in maniera veloce e silenziosa, e Agate fece il giusto passo indietro. Poi faceva trasi e nesci dal carcere, e se non era in carcere aveva comunque la libertà vigilata, e quindi si levò di mezzo da solo, e avvenne senza cerimonie e giuramenti e sacramenti e chiamate di santi.

Non aveva bisogno di punciute, Matteo (che poi, a dire la verità, a noi il sangue ha sempre fatto impressione), né di baci, abbracci, padrini, formule da recitare, santine in mano. Era nel suo destino diventare boss, la sua infanzia alla fine era stata questa: ingannare il tempo, nell’attesa di diventare il capo.

Anche nel rapporto con le donne sembrava prematuro, Matteo. Mentre noi sognavamo amplessi clandestini in macchina con le ragazze dalle cosce color madreperla dei nostri paesi – cosce sempre chiuse per noi come le porte della chiesa di padre parroco quando ci veniva l’ansia della confessione – lui aveva un giro tutto suo, addirittura fino a Palermo, con il nostro amico Lillo Santangelo, che lì studiava Medicina.

Era un tipo scialuso Lilluzzo, e lo chiamava sempre a Matteo: vieni qua a Palermo, che ci sono le fimmine vere, ti spiego io come si fa, e lui, Matteo, correva. E molte avventure gli fece passare, prima di essere ammazzato su ordine di Don Ciccio, che era anche suo padrino.

Perché se c’era qualche sgarro da riparare, Don Ciccio non guardava in faccia a nessuno, neanche all’amico di suo figlio, neanche al suo figlioccio, e Lillo Santangelo era stato trovato morto, solo come un cane, sparato da Giovanni Brusca una mattina presto, vicino all’università; che Brusca manco sapeva come si chiamava, era venuto zio Ciccio in persona da Castelvetrano, un giorno, a indicarglielo da lontano. E a dire: iddru.

E a Palermo c’erano queste signore favolose, ci raccontava Matteo, tutte mature, pettinate, pulite, che avevano accenti perbene, e ci dicevano: da dove venite? Castelvetrano? Grazioso come paese. Ma per noi mica era paese, Castelvetrano, era città, come Marsala, Mazara, Trapani. Paesi erano Partanna, Santa Ninfa, Vita.

Manco Salemi era paese, va’, però per loro se non era Palermo era paese, e se non era brutto era grazioso, e stop; poi non ricordiamo altro, perché finalmente si ficcava e ciao. E poi Matteo fu anche quello che ci insegnò i segreti delle straniere, perché lui andava la sera a Selinunte, che d’estate c’era sempre pilu, e le acchiappava; anche se non sapeva le lingue, bastava guardarle.

E noi a chiedergli: Mattè, ma è vero che le francesi ce l’hanno rasata? E le tedesche? È vero che ci hanno le ascelle pelose? E le spagnole come lo fanno? Poi anche questo giro era finito, perché lui si era innamorato di una tedesca – che poi era austriaca, ma per noi era tedesca –, una ragazza che lavorava alla reception del Paradise Beach Hotel di Selinunte, e anche lì c’è scappato il morto, questa volta per gelosia, caso unico nella storia di Cosa nostra: il vicedirettore, Consales si chiamava, che era pure lui innamorato della zita di Matteo e che una volta aveva osato cacciarci dal suo albergo dove la sera andavamo a fare i nostri giochi senza frontiere dell’acchiappo.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

A scuola di mafia a Corleone da Totò Riina, Matteo era la sua “creatura”. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 18 febbraio 2023

Era una scuola d’élite, e infatti non tutti ne facevano parte, ma solo pochi eletti: Madonia, Graviano, questo gruppo qua, insomma. Con la differenza che tutti erano già noti alle forze dell’ordine. Graviano, per dire, era ricercato dal 1984. Matteo, invece, era l’unico che ancora era invisibile pure per gli sbirri.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Che poi Salvatore Riina lo diceva sempre: Matteo era una sua creatura.

Sin da quando era ragazzino avevano avuto un legame particolare: in pratica, Matteo andava a scuola da Riina. Ed era una classe speciale, quella del maestro Totò: c’era il meglio dei rampolli di Cosa nostra; i predestinati, quelli che avrebbero tramandato sangue e mafiosità e che avrebbero gestito la nostra macchina fabbricapiccioli, dato che facevamo soldi ovunque e comunque.

Era una scuola d’élite, e infatti non tutti ne facevano parte, ma solo pochi eletti: Madonia, Graviano, questo gruppo qua, insomma. Con la differenza che tutti erano già noti alle forze dell’ordine. Graviano, per dire, era ricercato dal 1984.

Matteo, invece, era l’unico che ancora era invisibile pure per gli sbirri. E come sempre accade nella nostra storia, questa alta scuola di formazione e specializzazione in mafia & affini del maestro Riina non era solo un gesto filantropico, ma aveva dell’altro.

Perché i ragazzi dotati come Matteo avevano bisogno della saggezza di Riina per sapere sfruttare meglio il loro prestigio, è vero – perché quello che vale per l’Uomo Ragno vale anche per noi: da un grande potere derivano sempre grandi responsabilità –, ma Riina aveva anche bisogno di farsi degli amici, magari giovani, fidati, sempre per l’ossessione che aveva di spiare tutti e tutto controllare.

E se mettere qualche osservatore, diciamo così, in un mandamento era cosa facile, crescere delle spie in casa, far fare ai figli le spie nei confronti dei padri, be’, questo, bisogna riconoscerlo, era un’idea geniale. E quindi il signor Totuccio voleva una classe di uomini eccezionali e fedeli come carabinieri, se ci potete perdonare l’audace paragone, ma il senso è quello.

Tanto che, più in là, quando ha avvertito, con il sesto senso che hanno i cani di mànnara, che la sua ora era giunta e che qualcuno era pronto a tradirlo come Giuda, e a consegnarlo, ci ha preso in disparte e ci ha detto: se mi succede qualcosa… ci sono i picciotti… Matteo e i Graviano sanno.

Ogni dettaglio, ogni progetto, ogni strategia. Sanno. E dispiace un po’ che poi, in quelle intercettazioni fatte in carcere, mentre passeggiava con questo Alberto Lorusso (il capo dei capi ridotto a fare confidenze a un pregiudicato pugliese, che triste fine…), Riina non si sia lasciato andare alla malinconia dei ricordi, del maestro che si vanta di avere avuto l’allievo diventato famoso, il migliore dei suoi diplomati (ma già si capiva, ah, sapesse, che testa, che sagacia, e giù magari a raccontare aneddoti e storielle… quando mai!), ma anzi, preso dall’aterosclerosi e dal rancore stupido dei vecchi, ha buttato veleno su Matteo e lo ha in pratica rinnegato: so padri bonarmuzza era un bravo cristiano, mi duna ’stu figghiu pi farini chiddru c’aviva a fari… stette quattro, cinc’anni cu mia… andava bene. Minchia, poi si mise a fare pala d’a luci, pala d’a luci a tutti i banni…

E poi un’altra volta, sempre su Matteo: l’unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa perché era dritto… ’u patri bono l’aveva avuto, bono era, il ragazzo aveva avuto questa scuola che ci fici io… minchia. E ci siamo tanto interrogati su queste parole amare di Riina del 2013. E c’erano quelli tra noi che erano disgustati, come quando ti capita la mennula, la mandorla acre in bocca, sia per la trappola in cui era caduto colui che si riteneva il più furbo di tutti, sia per il modo in cui aveva trattato Matteo e un po’ tutti noi, come se con l’affare delle pale eoliche non avessimo pagato anche un po’ i suoi avvocati… E c’erano quegli altri che dicevano che si trattava alla fine di un vecchio rincoglionito, che avrebbe anche potuto raccontare tutto a un ladro di polli nell’ora d’aria di un carcere milanese, ma tanto non gli avrebbe creduto nessuno; ormai la sua testa era andata, si poteva anche avvelenare, che da noi poi il veleno ha il sapore della mandorla amara.

Ma c’era infine chi ci spiegava: non lo capite? Non lo capite che lo fa apposta? Per difendere Matteo, per mettere distanza, per riconoscere il segno compiuto di un passaggio? Ma non lo capite che è una dichiarazione d’amore? Il maestro dice addio alla sua creatura, al suo terribile successore, e lo fa a modo suo.

Ci sta dicendo che adesso è pronto a mollare tutto e a dimenticare tutto, altroché, a morire nelle sue stelle buie. E altro che mandorle amare, ci sta lasciando con la promessa che tutto muore e rinasce sempre, come ci insegna a ogni fine gelata di febbraio il mandorlo in fiore.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

L’ASCESA DEL LATITANTE MESSINA DENARO. Non solo ammazzatine, la mafia trapanese tra droga e logge segrete. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su il domani il 19 febbraio 2023

Ci davamo anche alla bella vita, perché avevamo i soldi, tanti, della droga, davvero tantissimi, che con i nostri amici americani venivano facili facili. E noi eravamo bravi nella logistica, come quando ci fu il fatto del Big John, un vecchio mercantile che arrivò da noi con un carico di 500 chili e rotti di cocaina...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Ma non dovete credere che noi facevamo solo ammazzatine, con Matteo.

Ci davamo anche alla bella vita, perché avevamo i soldi, tanti, della droga, davvero tantissimi, che con i nostri amici americani venivano facili facili. E noi eravamo bravi nella logistica, come quando ci fu il fatto del Big John, un vecchio mercantile che arrivò da noi con un carico di 500 chili e rotti di cocaina – il prezzo: ventimila dollari al chilo – per essere poi lavorata e inviata in tutta Europa, perché avevamo noi l’esclusiva.

Era la notte dell’Epifania e anziché arrivare i Re Magi arrivò questo dono, questa nave cilena battente bandiera panamense, che era partita per noi dai Caraibi. Il più grande accordo criminale di fine secolo: il patto tra Cosa nostra e il cartello di Medellín. Eravamo capaci di tutto.

Il ricordo del traffico delle bionde, che dovevamo gestire con i napoletani, era sbiadito. Avevamo cominciato così, nascondendo l’eroina nei barattoli dei pomodori pelati, ed eravamo arrivati in poco tempo a gestire l’intero ciclo di produzione e vendita della droga, con una raffineria che era un gioiello, messa su nell’84 ad Alcamo.

Un impianto modernissimo, il più grande in Sicilia, una villa e tre capannoni, in Contrada Virgini, nascosto tra le bottiglie di salsa di pomodoro e i topi, dove lavoravamo febbricitanti a turno, senza soste, improvvisando artifizi chimici, grammo su grammo, da vendere poi al dettaglio alle file interminabili di disperati che dipendevano dalla nostra roba, o all’ingrosso nei mercati raggiunti dalle navi che ci aspettavano fuori dal porto.

Se ci avessero intercettati, ci avrebbero sentiti parlare di tropeina e benzoile, di cristallizzazione e di punti di fusione. Altro che Breaking Bad! E poi avevamo gli appalti, e le società, dalla pesca all’edilizia. E pure il contrabbando di sigarette, perché eravamo anche un po’ nostalgici. E il fiore all’occhiello era «Stella d’Oriente», la società ittica di Mazara del Vallo, con Pino Mandalari, uomo di Riina, commercialista e massone.

LA MASSONERIA

Ah, questa cosa della massoneria. Quante ne abbiamo lette. Quante analisi, quante supposizioni. I massoni per noi andavano bene, soprattutto se c’era da aggiustare i processi.

Ma gli anziani, che avevano il pudore del denaro, e non sapevano né leggere né scrivere, avevano comunque da insegnarci: con i massoni bisogna prendere e non dare. E quindi non c’era da fare giuramenti, adesioni, aprire logge; non ne avevamo bisogno, noi di fratellanza ne avevamo una, e ci bastava, ma ci interessava far qualcosa insieme, sì.

Prendere senza dare, appunto, era la regola. I massoni andavano tutelati, perché ci potevano servire. Si diceva che il capofamiglia di Mazara, Mariano Agate, era massone, ma per gli altri non c’era nulla di male, purché rispettasse sempre la regola: prendere senza dare. Anche perché i massoni millantavano amicizie influenti, e quindi potevano essere utili.

Per esempio per la strage di Pizzolungo a Trapani, nell’85, quella della mamma e dei gemellini, eh, lì per esempio ci provammo ad avvicinare i giudici con qualche massone; o per il processo per l’omicidio del sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari.

Ma in realtà anche questi agganci a noi ci servivano a poco. E sapete perché? Perché eravamo dentro le aule di giustizia da tempo, lo siamo sempre stati, con garbo, senza disturbare più di tanto, suggerendo e orientando procuratori, pretori, giudici, giudici a latere, giudici popolari, giudici di pace, anche, certo; e giudici amministrativi, consiglieri di stato, magistrati delle acque, dell’infanzia, della minchia, tutti, e lo facevamo da quando gli avevamo fatto capire, noi, crasti, che quella scritta, la legge è uguale per tutti, quella che campeggia bella italica e fiera nelle aule di giustizia, era rivolta al popolo, agli avvocati, agli imputati, all’uditorio. Ma mica era rivolta a loro.

Loro non ce l’avevano mica davanti, non potevano leggerla. E andava bene così. Come in quel canto popolare siciliano di fine Ottocento: «Chi vuole la giustizia se la faccia, nessuno più oramai la farà per te!». E noi avevamo imparato a farla, la giustizia, e a farci amici i giudici.

Eravamo sempre innocenti, con tutte le prove contrarie. Perché avvicinavamo, parlavamo, aggiustavamo. E perché spiegavamo che dalla nostra innocenza, alla fine, dipendeva anche la loro. I nostri avvocati erano i principi del foro, compravano e vendevano le libertà provvisorie e le buone condotte, le assoluzioni e le perizie mediche. Nessuna porta della camera di consiglio era mai davvero chiusa, per noi.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Rocco Chinnici e Giovanni Falcone, quando la mafia comincia ad avere paura. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 20 febbraio 2023

Il 14 luglio 1984. Questo aereo veniva dal Brasile. Portava uno dei nostri che era stato arrestato, e che aveva deciso di parlare. Si chiamava Masino Buscetta. Due giorni dopo già riempiva verbali. Su Cosa nostra, la guerra, i Corleonesi. Un tragediatore...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Voi non ci credete, ma i più sinceri e precisi biografi del dottore Falcone eravamo noi. Noi eravamo gli unici ad appuntare i suoi avanzamenti di carriera e i suoi successi, senza invidia, senza ragionare sul personaggio, concentrandoci su quello che faceva, perché per noi era la prima regola, come la mamma ci aveva insegnato: bisogna conoscere il nemico, poi bisogna dargli un prezzo, perché tutti hanno un prezzo, poi, infine, comprarlo.

E se non si può comprare, allora bisogna conoscerlo meglio, perché i primi a essere in vendita sono quelli che ti dicono che «la libertà non ha prezzo», eccetera, e tutti hanno un prezzo, perché tutti, semplicemente, desiderano; e a chi non gli piacciono le femmine gli piacciono gli uomini, o magari gli animali, o magari giocare a carte la sera e mangiarsi lo stipendio e il villino a Mondello.

Non dovete pensare che era difficile, anzi, era pure economico. Perché noi lo avevamo capito da subito: corrompere un giudice può costare caro la prima volta. Dalla seconda in poi, è gratis.

E quindi Falcone lo seguivamo, quasi gli facevamo la corte, da quando si unì al gruppo voluto dal dottore Rocco Chinnici a Palermo, per fare il pool antimafia – come lo chiamavano. E poi dopo che a Chinnici i palermitani gli hanno messo la bomba, ecco spuntare Antonino Caponnetto, e il dottore Falcone sempre lì. Questa cosa del pool a noi aveva cominciato a preoccupare, sempre per quel fatto che noi come Cosa nostra eravamo prima di tutto criminalità organizzata, e in questo aggettivo c’era tutto.

La magistratura, invece, era disorganizzata, per usare un eufemismo. Ognuno che si faceva i cazzi suoi, colleghi che si odiavano, magistrati che si imboscavano, o che pensavano a sistemare le amanti. Quelli, invece, quelli del pool, avevano cominciato a ragionare come… la criminalità organizzata! Si davano i compiti, condividevano le informazioni, mettevano insieme le carte. E così, mettendo insieme i fatti, arrivarono a capire che non c’erano bande in sciàrria, a Palermo, ma famiglie unite, con un capo, un quartiere o un paese, e i capifamiglia, e i capiprovincia.

Ci hanno fatto i raggi X, quelli del pool. Adesso anche loro giocavano di squadra come noi. E studiavano i fatti di prima, e i fatti di dopo, e le minchiatine come le cose serie. Cominciarono a occuparsi meno degli omicidi e più dei soldi, e a fare vai e vieni dalla Svizzera, come dall’America.

E si arrivò a questo rapporto di carabinieri e polizia, anche loro insieme, del 12 luglio 1982, con la storia di Michele Greco e di altre 160 persone, con gli omicidi, la droga, le estorsioni. Tutto messo insieme.

MASINO BUSCETTA IL “TRAGEDIATORE”

L’Italia festeggiava la Coppa del mondo che avevamo vinto il giorno prima ai Mondiali in Spagna, contro la Germania. E loro anziché scendere in piazza e fare casino, che ogni tanto per finire e firmare quell’inchiesta. E poi ci furono altri rapporti, altre indagini; ci si mise pure la Finanza a fare accertamenti. Ecco perché i palermitani decisero che era il caso di uccidere il dottore Chinnici. Ma non servì a nulla.

Anzi, quelli continuavano più di prima: arrivavano alla Spagna, ai gruppi napoletani, ricostruirono omicidi, scoprirono la camera della morte, come la chiamarono i giornali, che poi era il posto dove interrogavamo e poi torturavamo le persone.

E i giornali cominciarono a parlare degli incaprettamenti, che prima si strozzavano le persone, e dopo gli si faceva passare la corda attorno al collo e gli si piegavano le gambe, a tirare, che lui, pure magari se era ancora vivo, non poteva muoversi. E poi si misero addosso ai cugini Salvo, quelli di Salemi, e per un attimo ci tremarono le gambe, che se la cavalleria entrava nella nostra provincia, in quel momento, ci trovava tutti impreparati.

Ma noi non interessavamo, per fortuna: è come a Monopoli, quando ti fermi su un terreno e non lo compri, poi magari ti penti perché scopri che era invece strategico per la vittoria… E quindi ci fu «Pizza connection», che fu un terremoto per le famiglie americane, e le indagini si spostarono sui catanesi e il giro di droga dal medioriente. E se tutto questo sembrava tanto, il peggio doveva ancora arrivare. E arrivò con un aereo.

Il 14 luglio 1984. Non era l’aereo che negli stessi giorni aveva portato Diego Armando Maradona da Barcellona a Napoli, nel tripudio della città intera. Questo aereo veniva dal Brasile. Portava uno dei nostri che era stato arrestato, e che aveva deciso di parlare.

Si chiamava Masino Buscetta. Due giorni dopo già riempiva verbali. Su Cosa nostra, la guerra, i Corleonesi. Un tragediatore. Anche qui, dobbiamo precisare una cosa. Buscetta non era il primo che cantava. È diventato il più famoso, certo, ma come lui, tragediatori, ce n’erano stati a decine, prima. Altri uomini che avevano tradito gli amici, la loro famiglia e se stessi cantando con la polizia.

Non c’era stato ad esempio Giuseppe Di Cristina, che pareva che non trovava pace se non fermava i Corleonesi, e aveva cantato tutto a un carabiniere, nel ’78? Gli aveva spiegato per filo e per segno cosa avevano intenzione di fare, quanto erano diversi: oggi la definiremmo una «variante più aggressiva di Cosa nostra». Ma non fu ascoltato.

La vera novità, adesso, è che per la prima volta c’erano orecchie intente ad ascoltare, c’era qualcuno che verbalizzava non per cestinare od occultare, non per riempire di omissis o depistare, ma, davvero, per prendere appunti, capire, cercando una sintonia. Fino al mandato di cattura del 29 settembre 1984: Abbate Giovanni + 365. In pratica uno per ogni giorno dell’anno.

Lo chiamarono «blitz di San Michele», perché era la festa di San Michele Arcangelo, quello con la spada, che era un po’ il nostro protettore, e invece giusto giusto andò a capitare quel giorno. Noleggiarono anche un aereo, un Dc-9, per portare gli arrestati in carcere. Ai tempi lo Stato era capace anche di quello. Oggi invece neanche c’è la benzina per le volanti, altro che aerei. [...]

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Il maxi processo di Palermo e la sentenza che cambiò il corso della storia. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su il Domani il 21 febbraio 2023

Il 23 ottobre del 1991 il Maxiprocesso venne iscritto in Cassazione. E non era più assegnato al giudice che noi volevamo. Era un altro. La prima udienza si tenne il 9 dicembre del 1991. Erano i giorni in cui veniva firmato il trattato di scioglimento dell’Unione Sovietica, la dissoluzione di un impero. Ci sembrava un cattivo presagio

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Perché di noi in tanti sapevano già a fine dell’Ottocento; c’erano stati importanti investigatori che ci avevano visto giusto. Al procuratore del re, nel 1898, il funzionario di polizia di Palermo, Ermanno Sangiorgi, aveva inviato in poco tempo 31 rapporti che descrivevano la mafia e quello che oggi chiamate «Mondo di mezzo». Rimasero lì.

Nell’anno 1900 tondo tondo Luigi Sturzo aveva scritto pure un dramma teatrale, La mafia, perché non c’era ancora la tv e il teatro era il modo per arrivare a tutti. E a un certo punto uno degli attori dice: «La mafia serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti…». Nel 1900! E poi c’erano stati Cesare Mori, e Dalla Chiesa che, ancora prima di essere prefetto a Palermo, aveva scritto un rapporto investigativo, chiamato «dei 114», nel 1971, dopo l’omicidio del procuratore Scaglione. E noi come sempre avevamo scelto il tempo dell’attesa, con il nostro mantra, l’autodifesa: calati juncu. E la piena passò.

Perché ancora una volta il caso prevalse sull’ordine e sull’organizzazione, le invidie e le gelosie come fiumi carsici tornarono a esplodere in superficie e furono violente. Povero dottore Falcone, sperava di prendere il posto di Caponnetto alla guida dell’Ufficio Istruzione di Palermo; gli preferirono un altro, Antonino Meli. Il pool venne smantellato. E loro tornarono a essere tutti come piaceva a noi: disorientati.

Il dottore Paolo Borsellino se ne andò a fare il procuratore a Marsala, e questo non lo avevamo messo in conto e fu, scusate l’eufemismo, come avere infilato un dito nel culo. Schivi la granata, e ti colpisce la scheggia. E qui dobbiamo dire che Borsellino a Marsala si era messo a fare indagini, a curiosare, a chiedere, e per la prima volta avevamo il nemico in casa.

E noi pensammo a come farlo fuori, solo che ogni volta che eravamo convinti il piano saltava in aria, un po’ perché i palermitani volevano che si facesse una cosa discreta, un po’ perché qualcuno si buttava pentito, un’altra volta perché ci dissero: statevi buoni, che prima dobbiamo aggiustare ’sta cosa del Maxiprocesso.

E il dottore Falcone? Non lo avevamo perso di vista. Prendeva colpi, ma non perdeva l’ambizione. Voleva diventare procuratore aggiunto. Nel frattempo, quello che chiamavano «il Corvo» spediva lettere ai giornali su certe sue scorrettezze, e chi gli voleva bene cominciò a parlare di «delegittimazione». Scampò per miracolo a un attentato esplosivo tra gli scogli dell’Addaura, dove aveva preso un villino. Divenne procuratore aggiunto, ma il suo capo, Giammanco, non era proprio il migliore dei colleghi, per lui.

L’obiettivo era stato raggiunto: Palermo gli era diventata invivibile. E lui che fa? Cornuto di un giudice, se ne va a Roma, a fare il dirigente degli Affari penali al ministero della Giustizia, su invito del ministro Claudio Martelli. Quelli di noi più ingenui dicevano: bene, ci è finita, se ne va a Roma a fare la bella statuina per il ministro che vuole fare credere che l’Italia sta combattendo davvero la mafia, quando poi a Palermo la mafia vota il suo partito. E invece non sapevano con chi avevano a che fare.

Perché il dottore Falcone cominciò a fare circolari, proposte di legge, di decreti. Un provvedimento, ad esempio, per contrastare il riciclaggio. Un altro, che aggravava le pene per i mafiosi e prevedeva sconti di pena a chi si dissociava. Un altro ancora, per sciogliere i comuni inquinati dalla mafia. E poi un altro per creare un fondo di sostegno a chi denunciava l’estorsione. Minchia, peggio di una retata.

E poi l’istituzione, a novembre del 1991, di una specie di super procura, una polizia speciale, una sigla che abbiamo imparato a vedere spesso nelle pettorine di chi bussa alle prime luci dell’alba per entrarci in casa e fare delle perquisizioni, o portarci in carcere: la Dia, Direzione Investigativa Antimafia. Ma non era meglio che se ne restava a Palermo, il dottore Falcone? Da quella maxi ordinanza del novembre del 1985, che in pratica ricapitolava una specie di storia della mafia, ne nacque un processo, così grande che lo chiamarono Maxi.

Ma non era tanto il numero di imputati a preoccuparci, quanto l’idea di fondo, il teorema che ci vedeva come organizzazione, uniti e definiti. Se si mette nero su bianco ’sta cosa è finita, dicevano gli avvocati. Perché?, gli chiedevamo (mentre bestemmiavamo perché è facile corrompere un giudice quanto è impossibile fare parlare chiaro l’avvocato…).

Perché, rispondevano quelli, mentre preparavano notule di spese per ogni trasferta, colloquio, «studio pratiche» e pure per le «telefonate» – ci mancava solo la voce: spiegazione di come te la stanno mettendo in culo. Perché, ti dicevano, se passa il teorema che noi sappiamo essere infondato, vero? (risatina, noi non ridevamo, l’avvocato si sistemava il riporto e continuava), se passa questa idea, siete fottuti. Ma quale idea? Quella che siete tutti una cosa.

Non capite cosa significa? Che in pratica tutti rispondete di tutto. Perché dietro c’è «l’organizzazione». Ammazzate a uno? E vale per chi lo ammazza, per chi porta la macchina, per chi dà l’ordine… ’U capistivo?! L’avevamo capito. Ed eravamo fottuti.

LE SENTENZE DEL “MAXI”

E così arrivò la sentenza della Corte d’assise di Palermo, il 16 dicembre del 1987. Pochi mesi prima, Maradona aveva fatto vincere al Napoli il primo scudetto della sua storia. E il dottore Falcone aveva fatto vincere all’antimafia il suo primo campionato. Come gli aveva detto una volta Michele Greco, il Papa, durante un interrogatorio: «Lei è il Maradona del diritto, quando prende la palla non gliela leva più nessuno».

La sentenza ci aveva letto nelle viscere delle nostre paure, perché condannava tutti i rappresentanti di Cosa nostra a Palermo e provincia, non solo Riina e Provenzano, ma tanti altri, dai soldati semplici ai capi. E il giudice aveva ritenuto che noi eravamo una cosa sola, una Cosa nostra, che funzionava con le famiglie, le commissioni, i mandamenti, la cupola. E ci aveva fatto la fotografia, con la guerra di mafia, gli omicidi, le strategie.

Poi era venuta la sentenza di appello del 12 dicembre del 1990; l’Italia era un po’ più distratta, c’era meno clamore, e così eravamo riusciti ad avere un bel po’ di assoluzioni. Maradona aveva fatto vincere al Napoli il suo secondo scudetto, quelli del pool invece avevano perso punti. Tornavamo in partita. Riina e Provenzano se ne uscivano bene, e se loro erano tranquilli anche noi dovevamo esserlo. Mancava solo la Cassazione, l’ultima aggiustatina.

[...]In Cassazione, con un’interpretazione rigorosa – appunto – della legge, tra un hic et nunc, un ope legis, un ad hoc, un sed etiam, un’interpretazione a trasi e nesci, eravamo riusciti a fare scarcerare 40 boss imputati del Maxiprocesso. E qualcuno strepitava, parlava di «errori plateali», «volontà di liquidazione del lavoro di pm e giudici», ma perché? Non sono giudici anche quelli? Tutto a posto, dunque, tutto in ordine, commentavamo sazi dei brocioloni addentati nei nostri pranzi domenicali.

Senonché ti spuntò bello bello il ministro della Giustizia Martelli che decise, su suggerimento del dottore Giovanni Falcone, di giocarsi la matta. E la matta era la rotazione dei giudici, come in certi film polizieschi, quando scoprono che la giuria è corrotta e la cambiano all’ultimo, no?

Ecco, quei film non hanno inventato nulla. Il 23 ottobre del 1991 il Maxiprocesso venne iscritto in Cassazione. E non era più assegnato al giudice che noi volevamo. Era un altro. La prima udienza si tenne il 9 dicembre del 1991. Erano i giorni in cui veniva firmato il trattato di scioglimento dell’Unione Sovietica, la dissoluzione di un impero. Ci sembrava un cattivo presagio

A disposizione dello "zio Totò", così i Messina Denaro vanno alla guerra. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 22 febbraio 2023

Mentre i catanesi erano un po’ timidi, noi, in provincia di Trapani, subito mettemmo a disposizione la nostra forza militare e logistica, gli uomini migliori, le armi, i covi, e tutto quello che potevamo. La mamma era pronta ad apparecchiare un posto in tavola in più, se c’era bisogno, a cunzare il letto per qualche amico...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro "Matteo va alla guerra", scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

A settembre gli amici romani ci avevano confermato quello che i più scaltri tra noi avevano già intuito: la decisione del ministro Martelli e del dottore Falcone. E cioè che anche per i processi in Cassazione ci doveva essere la rotazione dei giudici, e che non avremmo avuto sicuramente quel giudice, il dottore Carnevale, che per noi era giusto come papa Giovanni.

Qualcuno ci consigliava: dovete fare come quegli albanesi, prendete una nave e scappate. Oppure restate e fate finta che siete albanesi in Italia. I palermitani erano inferociti. Non possiamo permettere che tutto questo accada: noi siamo il governo più forte del governo.

Fissammo una riunione a Castelvetrano a fine ottobre del 1991. Lì decidemmo: bisognava ammazzare Giovanni Falcone. Ma bisognava anche ammazzare Claudio Martelli. E Maurizio Costanzo, quello del Maurizio Costanzo Show. E allora a un certo punto pare tipo quando c’era il juke box al chiosco del lido di Triscina, e ognuno voleva mettere la sua canzone, e Matteo aveva sempre gettoni per tutti. Ognuno diceva un nome, e Matteo faceva: oh! Come per dire: ecco.

Era seduto alla destra di Totò Riina, come sempre, e c’erano i fratelli Graviano, da Palermo. Tutti parlavano e si lamentavano e facevano nomi, anche di sconosciuti: un secondino vastaso, un commerciante che stava sulle palle. Oppure dicevano: bisogna sterminare i pentiti fino alla ventesima generazione! ’U Zi Totò non riusciva a tenere a bada tutti. Finché Matteo fece di nuovo: oh! Come per dire: calma. E tutti ci calmammo.

Ci vuole tempo, disse allora, ci vuole pazienza, stare accorti, muoversi nell’ombra. Era scuro in volto, Riina, sapeva qualcosa che non ci voleva dire, perché fosse per noi li avremmo ammazzati tutti e subito, quelli della lista. E invece era come se ci fosse un altro tavolo, da qualche altra parte, oltre il sipario di quella commedia che noi stavamo portando in scena, e a quel tavolo ’u Zi Totò non era neanche a capotavola a dare ordini, come dire, ma a fianco di qualcuno. E magari gli ordini li prendeva. Poi disse: va bene. Va bene cosa? Potete andare, ci rivediamo.

Mentre i catanesi erano un po’ timidi, noi, in provincia di Trapani, subito mettemmo a disposizione la nostra forza militare e logistica, gli uomini migliori, le armi, i covi, e tutto quello che potevamo.

La mamma era pronta ad apparecchiare un posto in tavola in più, se c’era bisogno, a cunzare il letto per qualche amico, prendere i soldi dal barattolo che stava nascosto sulla mensola alta dello stipo, i risparmi per le emergenze. La mamma, la nostra mamma, ha un cuore grande.

RIUNIONI E "AVVERTIMENTI"

E ci rivedemmo a Palermo, a casa di Salvatore Biondino. Riina ci disse che aveva una lista, e che gli obiettivi fuori dalla lista dovevano essere concordati con lui. E che bisognava partire per Roma. A Roma infatti c’era Giovanni Falcone, che si era trasferito lì, al ministero della Giustizia guidato da Claudio Martelli, a dirigere gli Affari penali.

E il dottore Falcone aveva convinto il ministro a riportare in carcere quaranta imputati del Maxiprocesso che erano usciti a febbraio per decorrenza dei termini, in attesa del verdetto della Cassazione. Ecco che a tutti noi venne fretta.

Falcone a Roma era pericoloso peggio che a Palermo, per questo bisognava partire. E poi ci avevano detto che aveva tra le mani un altro rapporto, che si chiamava «Mafia e Appalti» e c’erano dentro troppe cose. Angelo Siino aveva nel frattempo parlato di nuovo con Salvo Lima: voleva garanzie dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti. E Lima era stato sprezzante, in un modo che non ci meritavamo, dopo tutto quello che avevamo fatto per lui e il suo partito.

Aveva detto a Siino: «Ma cosa gli pareva a questi quattro pecorai, che il presidente Andreotti si sarebbe dimenticato dello sgarbo che gli hanno fatto alle elezioni quando in Sicilia hanno fatto votare il Psi?».

Nell’86, infatti, era successo che per la prima volta avevamo deciso di voltare le spalle alla Democrazia cristiana. Riina ci aveva detto: «Si cambia cavallo, si vota socialista». Binnu Provenzano non era d’accordo, ma poi si era convinto.

Era per dare una lezione alla Dc. Solo a Palermo eravamo riusciti a fare raddoppiare i voti ai socialisti. Quattro pecorari. Ce lo eravamo segnato.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Contro i giudici e contro lo stato, ecco la misteriosa “Falange Armata”. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO Su Il Domani il 23 febbraio 2023

Cosa nostra, ma anche una cosa sola, unica, contro tutto il mondo. Ci sembrava di rendere giustizia a quella visione dello scrittore Leonardo Sciascia: tutta l’Italia che diventava il nostro campo minato, tutta l’Italia che diventava Sicilia. Sì, ma se chiedono chi è stato, noi che diciamo?...

Andavamo avanti di riunione in riunione. C’era fretta, era cominciato un conto alla rovescia. A un incontro c’erano tutti i capimafia siciliani, ovviamente anche Matteo. Ormai la guerra allo Stato era decisa. E bastava un’occhiataccia d’u Siccu per zittire quelli che ancora tentavano di capire che fine avessero fatto tutte quelle alleanze che avevamo costruito negli anni, e che furono costruite dai nostri nonni, e che sempre ci portavamo dietro; quel bagaglio di senatori e giudici, eminenze, eccellenze e riverenze, che sono stati sempre al nostro fianco. Dove sono?

Nessuno osava chiedere, nessuno rispondeva. Non funzionano più, si limitò a dire Matteo, beddro spicchio, mentre Zi Totò sembrava un disco rotto, e ripeteva un mantra in continuazione: bisogna fare la guerra per fare la pace, ripeteva. Ma noi eravamo storicamente nemici di ogni forma di guerra e di ogni forma di pace: ci piaceva l’aridità dei sentimenti, se no non saremmo stati Cosa nostra, ma terroristi, banda armata, partito politico, fate voi, ma non certo Cosa nostra.

Ma questo a quanto pare non interessava, dal momento in cui Matteo ci spiegò che avremmo fatto attentati, e per fare attentati bisognava sistemare quel famoso elenco, cominciare a stabilire le priorità. In cima c’era il dottore Falcone, che è già un morto che cammina e non lo sa, ma poi bisognava mettere un po’ tutto in ordine.

A chi volevamo sparare: ai politici, a Salvo Lima, a Ignazio Salvo, a qualche cornuto sbirro, altri magistrati. Scrivevamo. Tipo il gioco nomi-cose-colori-città, scrivevamo di fretta, che le idee buone duravano un attimo. Gli uffici postali. Ottimo! I tralicci dell’Enel. Grande idea! Le questure e le caserme. Giusto! Le sezioni della Democrazia cristiana. Perché no?

Lo vedete che quando volete il cervello vi funziona?, ci esortava Matteo. Continuate! Continuate! Vogliamo il caos. Il rosso e il giallo sono i colori della Sicilia – ci sorprendemmo a immaginare – e diventeranno i nostri colori, rosso come il sangue, come la terra sollevata dall’esplosivo, giallo come il sole che illuminerà la nostra guerra, perché faremo tutto di giorno, senza paura, noi, che in quel momento cominciavamo a sentirci non solo Cosa nostra, ma anche una cosa sola, unica, contro tutto il mondo. Ci sembrava di rendere giustizia a quella visione dello scrittore Leonardo Sciascia: tutta l’Italia che diventava il nostro campo minato, tutta l’Italia che diventava Sicilia.

Sì, ma se chiedono chi è stato, noi che diciamo? Anche per questo ci fu una risposta.

Ci firmeremo Falange Armata. Che significa? Nessuna risposta.

LA FALANGE ARMATA

[…] Antica la promessa, nuova la sigla. Falange Armata divenne la nostra firma. Per le cose piccole come per le cose grandi, le telefonate e gli attentati, e cioè tutto quel teatrino di cartapesta che stavamo mettendo su. Pronto, chi parla? Falange Armata. Chi ha fatto saltare in aria i giudici? Falange Armata. Chi ha mangiato la torta? Falange Armata. Chi c’è dietro la piovra? Falange Armata.

Tra il 1990 e il 1994 sono stati rivendicati con questa sigla almeno una ventina tra omicidi e attentati. Pure le stragi del ’93. E quando al telegiornale si parlava di questi fatti, e della rivendicazione, noi sorridevamo di contentezza per la nostra spirtizza e di soddisfazione, molta soddisfazione.

Alla fine bastava così poco: mettere la firma di un altro, inventarsi un nome, e quelli avrebbero cercato le Brigate rosse – che in Italia ancora erano di moda –, le Brigate nere, le bande armate, l’estrema destra, i comunisti e gli squadroni. In quanto spirtizza sapevamo che sarebbe durata poco, ma ci avrebbe dato un vantaggio, che per alcuni era il vantaggio della fuga, per altri quello del disorientamento.

E i catanesi, che tanto avevano mostrato resistenza al nostro piano, furono i primi, però, a sperimentare l’utilizzo di quella sigla, come nel caso di una piccola prova che fu fatta a Catania, tanto per fare scruscio. Ed è una cosa che ci dispiace che oggi non ne parla più nessuno, perché fu invece una tappa importante del nostro percorso. E ci riferiamo a un attentato niente di meno che a casa del più popolare presentatore tv italiano, che non era Maurizio Costanzo, ma Pippo Baudo. E il 2 novembre del ’91, giorno dei morti, facemmo esplodere della dinamite nella casa di villeggiatura di Pippo Baudo, a Santa Tecla, sotto la celebre Timpa di Acireale, tra il mare e l’Etna.

Un paesaggio grandioso, ideale per fare ritrovare la calma e la serenità a una persona così famosa come lui. E noi la casa l’avevamo letteralmente distrutta. E avevamo scelto Pippo Baudo perché qualche giorno prima lui, siciliano, aveva parlato male della mafia in tv; aveva chiesto addirittura leggi speciali. Ma perché non pensava a Fantastico, a Sanremo, ai miliardi di piccioli che gli davano la Rai e Berlusconi per contenderselo? E quindi i catanesi avevano deciso che Baudo poteva essere il primo a testare la nostra nuova linea, e la nostra nuova firma. Non era né per soldi, né per estorsione. Solo per questo.

Gli pareva che la notorietà e il successo lo rendevano intoccabile? Erano venuti di notte dal mare, erano entrati segando le barre del cancello, avevano piazzato l’esplosivo a ridosso dei muri portanti. Il botto e il bagliore avevano svegliato mezza città. Firmato: Falange Armata. […].

Quel nome, Falange Armata, ci rendeva intoccabili, quasi dei supereroi; era un viavai di armi ed esplosivi, di apparecchi e di telecomandi. Progettavamo attentati: dal giudice a latere del Maxiprocesso, Piero Grasso, a Di Pietro, quello di Mani Pulite. Facevamo così tante telefonate anonime che a un certo punto non trovavamo più gettoni in tasca da utilizzare nelle cabine, e i giornali cominciarono a chiamarci «i falangisti», tracciando origini storiche («La Spagna di Franco…», per esempio. E chi la doveva conoscere? Per noi l’unico Franco era quello di Franco e Ciccio), esaminando i precedenti, che noi neanche sapevamo.

È ovvio che Falange Armata non era farina del nostro sacco. A noi la parola falange ricordava solo il primo dito che stoccavamo dalla mano di qualcuno quando cominciavamo i nostri famosi interrogatori. Parla, cornuto!, e prendevamo il dito medio e glielo piegavamo all’indietro fino a sentire una specie di crack, puntandogli contro la lama del nostro liccasapune. E quella sigla era arrivata a noi in dote, anche se non sappiamo spiegarvi bene in che modo; forse un giorno anche questa sarebbe una storia da scrivere. [...]

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Le manie di grandezza dei boss di Castelvetrano, armati come un esercito. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 24 febbraio 2023.

Accumulavamo armi come facevano i nostri padri e i nostri nonni. Perché c’era sempre bisogno di armi, in Sicilia. Per difendersi dallo stato, per attaccare, in caso qualcuno ci avesse dato l’ordine, per fare la rivoluzione o per impedire di farla, non importa...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

A proposito di armi: quelle per noi non erano un problema, non lo erano mai state. Così come ci sono le guide turistiche che vi consigliano i posti da visitare in Sicilia occidentale – le saline di Trapani, Erice, il Satiro a Mazara, le calette di Favignana –, noi avremmo potuto scrivere una guida su come girare la Sicilia tra un deposito di armi e l’altro, tra un covo pieno di esplosivo e un magazzino rifornito di kalashnikov, che erano utilissimi per colpire quelli che giravano con l’auto blindata. E non dovete pensare solo a magistrati, politici e scorte.

Le auto blindate ce le avevano anche molti di noi, soprattutto quelli che più si scantavano che li facevamo fuori, e allora ricorrevano a una specie di scorta, e all’auto blindata fatta venire da fuori. E a volte accadeva che magari noi non lo sapevamo che dovevamo fare a uno, ma quello cominciava a girare con l’auto blindata e, insomma, si mangiava la polvere – excusatio non petita, come dicono i latini –, e quindi ci toccava ammazzarlo. Nell’indifferenza generale, avevamo trasformato il nostro territorio in una santabarbara. Lo facevamo da tempo.

Accumulavamo armi come facevano i nostri padri e i nostri nonni, o come da ragazzini facevamo razzia di fuochi d’artificio per le masculiate delle feste del santo del paese, e che a noi invece servivano per i nostri primi crudeli esperimenti sui gatti. Perché c’era sempre bisogno di armi, in Sicilia. Per difendersi dallo stato, per attaccare, in caso qualcuno ci avesse dato l’ordine, per fare la rivoluzione o per impedire di farla, non importa.

Avevamo i pezzi. Ed erano pronti all’uso, perché i più giovani, da noi, prima ancora che con gli omicidi, le sparatine, con gli incendi e le ammazzatine, cominciavano la loro carriera in Cosa nostra così, pulendo le armi, mettendo il grasso o il petrolio, per togliere le ossidazioni, levare i residui di polvere da sparo e le incrostazioni.

E poi bisognava fare l’inventario di pallottole e munizioni. E l’inventario era un compito noiosissimo ma fondamentale, come in quel film sul karate dove c’è il giovane che fa «dai la cera e togli la cera» per imparare a combattere. Valeva anche per noi.

COME DIVENTARE UN “BUON MAFIOSO”

Se volevi diventare un buon mafioso, non ti servivano né la punciuta, né la prova del fuoco – quella prima o poi veniva per tutti – ma, semplicemente, dovevi dimostrare di essere in grado di tenere in buone condizioni un fucile, saper passare il grasso su un mitra, contare i sacchi di esplosivo, e tenere il conto delle famiglie alle quali le armi appartenevano, perché tutto era in comune, è vero, ma ogni famiglia a tempo debito poteva anche – per cortesia – reclamare il suo; e se, ad esempio, Matteo voleva quelle pistole a cui lui teneva tanto, perché un giorno gli andava di fare un omicidio così, con un’arma piccola, e ’sta pistola non spuntava fuori, erano dolori, e capace, non stiamo babbiando, che poi la pistola era per te.

Dalle istruzioni per la manutenzione delle armi, passavamo poi a quelle per gli omicidi. Le armi andavano provate, prima. Perché, a meno che uno non nasce imparato, come Matteo, sparare a un uomo non è affatto facile. Poi bisognava capire quante persone dovevano essere a farlo: due con una moto? Una squadra per bloccare la strada? I colpi dovevano essere vicini, certo, ma non troppo, per evitare gli schizzi di sangue, che erano sempre una camurria. Nell’esecuzione da manuale, i colpi erano sempre tre: uno per fare cadere la vittima a terra, il secondo per ferirla, il terzo in testa per finirla. Senza ferocia, senza accanimento: non siamo gente cattiva.

Ma siccome c’erano sempre impirugli, un conto era il manuale, un conto era la realizzazione. Avevamo depositi dappertutto, e senza particolari precauzioni. Non c’erano caveau, né doppifondi segreti. Ci servivamo delle cave tra Mazara e Marsala che non avevamo ancora riempito di rifiuti, ma che utilizzavamo allora come deposito per armi, auto rubate, carcasse, o come alloggio di fortuna – con una brandina e una cassa d’acqua –, per qualche regolamento di conti o come poligono di tiro per le nostre esercitazioni. Avevamo depositi negli impianti di calcestruzzo, nei magazzini dei nostri frantoi, nei garage dei palazzoni alla circonvallazione di Palermo, vicino l’ospedale, in edifici storici abbandonati, nelle cisterne di acqua che assetavano i campi, nelle stalle, nelle cappelle, nei pozzi. [...].

Noi avevamo i depositi di armi da apparecchiare come presepi. L’ambaradan è lo stesso, e comprende le lucine degli alberi, magari, i cavi e i cavetti per fare l’effetto dell’acqua che scorre, e il cartone pressato per le montagne; insomma, tutto un corredo di cose, di cavi e detonatori, di mirini e silenziatori. E avevamo anche i telecomandi.

I telecomandi camminavano a coppia, come i carabinieri. Uno era ricevente, l’altro trasmittente. Li mettevamo in sacchetti separati, per non confonderli. A Palermo, in Piazza Maio, in un deposito messo a disposizione dalla famiglia di San Lorenzo, ne avevamo ben cinque coppie.

Una venne utilizzata per la strage di Via D’Amelio. Due vennero distrutte dopo la strage per evitare che fossero trovate. Le altre due le prese Matteo, insieme ad alcuni detonatori. Li nascose nella sua Alfa 164 che faceva invidia a tutti per come l’aveva personalizzata che manco Diabolik.

Aveva una specie di portabagagli segreto, che apriva con un pulsante. E una volta aveva chiesto a un amico suo meccanico di fare quella cosa che si vedeva nei film di 007, con i fari che si giravano e diventavano dei mitra. Ma l’amico suo ci aveva provato e riprovato e non c’era riuscito. E poi era sparito. Si vede che tanto amico non era.

La riunione della Cupola a Natale del 1991, così iniziò il gioco di fuoco. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 25 febbraio 2023

Riina parlava con noi, non parlava di noi. Bisognava chiudere i conti. Durante quella riunione stavamo muti ad ascoltare zio Totò. Matteo ci controllava a vista. Non voleva esitazione nei nostri sguardi, dubbi nelle nostre smorfie, perplessità nei nostri tic.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Incontro dopo incontro si arrivò alla famosa riunione, quella di Natale dell’anno 1991. Che poi era una tradizione, la facevamo ogni anno. Solo che c’era tanta malinconia nell’aria.

Per quanto ci scambiassimo gli auguri di presenza – riportando quelli di chi non poteva esserci, per opportunità, per latitanza, per malattia o perché era ospite dello Stato –, e ci rallegrassimo della nostra buona salute, non credevamo a una sola parola di quelle bugie di circostanza sulla prospettiva di un felice anno nuovo.

I più sentiti auguri di buon Natale a lei e famiglia, riferisco, e tante care cose, grazie, un bacio per guancia. Era tutta una finzione, perché il rumore del passo zoppo della giustizia cornuta ci inquietava e sembrava annientare il battito del nostro cuore: lenta e inesorabile, davvero quella volta si stava avvicinando a levarci il sonno e il benessere. Ogni capo mandamento passava dieci minuti con la Commissione di Cosa nostra, e poi ci sedevamo tutti al completo.

Non ci consolavano né i dolci di ricotta, né il passito mieloso che mandavamo giù a piccoli sorsi interrotti da sospiri di ansia. Ci davano noia persino le frasi fatte sulla pioggia che mancava, o sui tempi andati. Volevamo arrivare subito al punto. E anche Matteo era inquieto. E Riina nella sonnolenza del dopo pranzo, con gli occhi a passulune, si lasciò dire una frase, che era: dobbiamo chiudere i conti. Ci guardammo tutti per un istante. Di chi sarà il turno adesso, ci chiedevamo, c’è un traditore tra noi? E quindi, ancora una volta, qualcuno dal nostro pranzo non avrebbe fatto ritorno al paese suo. Ma Riina parlava con noi, non parlava di noi. Bisognava chiudere i conti.

Durante quella riunione stavamo muti ad ascoltare zio Totò. Matteo ci controllava a vista. Non voleva esitazione nei nostri sguardi, dubbi nelle nostre smorfie, perplessità nei nostri tic. Con quell’occhio leggermente strabico, sembrava giocare a «Un, due, tre, stella»; se il suo sguardo cadeva su di te, e scorgeva anche un minimo movimento, ti poteva finire male.

I tagliancozzi con il marsala erano acidi nei nostri stomaci, e nel silenzio del malaseno si sentiva il borbottio di qualche succo gastrico, un principio di gastrite. Sussultavamo per il rumore dei rami che ogni tanto graffiavano le imposte, spinti dallo scirocco che rendeva le bocche asciutte.

Qualcuno magari avrebbe voluto parlare, dire qualcosa, ma calò un freddo improvviso nella stanza, un’aria così glaciale che le parole ghiacciavano ancora prima di uscire dalla bocca, e il nostro alito faceva un vapore quasi come un arabesco che condensava tutti i progetti di morte.

Tra noi, Nino Giuffrè fece un gesto, come per dire qualcosa, una mano che stava per alzarsi, un leggero raschio della gola come a mettere ordine alle parole. Raffaele Ganci, accanto a lui, gli diede un colpo con il ginocchio e lo guardò dritto negli occhi. In quello sguardo tutti leggemmo l’avviso: «Statti muto». Riina sapeva che sarebbe finita male ancora prima di quella sentenza della Cassazione.

Doveva andare bene e invece andava male, ripeteva, come un ossesso. Bene, male. Bene, male. E pensare che lui personalmente ci aveva rassicurato che avrebbe aggiustato il processo. E Matteo pure era persuaso: vedrete, vedrete, diceva. E lo stesso Matteo quando poi lo interrogavamo per cercare di capire meglio il senso di quell’oracolo, quel fare la guerra che si profilava all’orizzonte dell’anno nuovo, ci diceva: ognuno si aiuti come può.

IL GELO NELLA STANZA”

Calò un gelo improvviso nella stanza. Nessuno osava alzarsi, muoversi, interrompere quello che stava facendo. Chi aveva gli occhi a terra, continuava a tenerli, chi, con la testa calata, guardava il signor Totuccio, continuò a fissarlo, chi guardava il muro con gli occhi aperti come la civetta, continuò in quella sua espressione ebete. Una mosca testarda tirava colpi alla finestra.

Prendeva la rincorsa per poi schiantarsi contro il vetro con forza. Matteo con lo sguardo controllava tutti, lentamente spostava la testa, quasi volesse pesare ogni nostro respiro. Qualcuno di noi era come in trance. Nessuno fiatava. Neanche quando ’u cristianeddru, per spezzare quel silenzio, aggiunse: «Siamo al capolinea».

Che lui intendeva la resa dei conti, ma anche Matteo, se avesse parlato, avrebbe utilizzato la stessa espressione, perché vedeva il capolinea, davvero, nel senso del «Signori, si scende» delle ultime corse della notte, per Riina e tutti gli altri. E già pregustava il nuovo corso, quello che sarebbe nato dalle rovine, i nuovi patti silenziosi e pieni, i nuovi affari.

Stiamo parlando del dottore Falcone, minchia, mormorò qualcuno più tardi, stiamo parlando dell’onorevole Lima, buttanalamiseria, stiamo parlando di personaggi di un’importanza notevole. Chiddru chi veni ni pigghiamu, tagliò corto lui. Quello che viene ci prendiamo.

Eravamo di fronte alla grande sconfitta di un capo che era convinto che sarebbe riuscito ad aggiustare le cose, e che invece andava incontro a una disfatta totale, e, come nella storia di Sansone che muore con tutti i filistei, aveva deciso di portarci tutti nel baratro con lui, ma con il nostro assenso. Ma sì, disse il primo, è l’ora della vendetta. Basta nasconderci, aggiunse un secondo.

Facciamo vedere chi siamo, arrivò chiaramente da una voce in penombra. Qualcuno lasciò partire un applauso, qualcuno si alzò in piedi, ad altri ancora si illuminarono gli occhi. Il piano stragista era divenuto il nostro piano. Non temevamo più l’avvicinarsi dei demoni. E a Matteo gli occhi brillavano ancora di più. Qualcun altro, con voce un po’ incerta, quasi avesse timore di interrompere la bella atmosfera che adesso c’era, disse: «Picciotti, se permettete dobbiamo passare a parlare del fatto di Ocello».

Ce ne eravamo dimenticati. Pietro Ocello, capo mandamento, era stato ucciso. Bisognava provvedere, trovare un sostituto, vedere se andava bene il nome di Benedetto Spera. Passammo a parlare di questo, business as usual, avrebbero detto gli inglesi.

Concludemmo con gli auguri di Natale, prima quelli di Riina a ogni capofamiglia, e poi un brindisi finale, esortandoci l’un l’altro a fermarci ancora un po’, altri cinque minuti, senza fretta: «Facciamoci le buone feste come si deve. Siamo persone per bene, manteniamo le tradizioni».

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO

E la mafia trapanese sale a Roma per colpire il giudice Giovanni Falcone. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 26 febbraio 2023

Quel piano, che avevamo deliberato con le riunioni della Commissione regionale, e che aveva mosso i primi passi in un incontro organizzativo generale di Castelvetrano, trovò la sua attuazione nelle riunioni operative tra fine 1991 e inizio 1992, quando si cominciò a definire innanzitutto la missione da compiere a Roma per cercare di ammazzare qualcuno dei nostri obiettivi...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

L’assetto di guerra prevedeva alcune conseguenze pratiche nella nostra organizzazione. Perché qui dobbiamo aggiungere, per rendere più chiaro il concetto, un’altra cosa. E cioè che insieme avevamo deciso e deliberato, è vero, ma che non tutti sapevamo tutto.

C’erano una serie di riunioni a gruppetti che ci servivano per le cose spicce, le cose pratiche, e quindi era importante che partecipassero solo i diretti interessati. Per contenere anche il desiderio che molti avevano – per tanti conti in sospeso che costellavano le nostre vite – di farsi giustizia da sé. E per evitare scenate di gelosia che alla mamma mai erano piaciute.

A Giovanni Brusca – così lo capite meglio – fu spiegato per filo e per segno come avremmo fatto saltare in aria l’autostrada dove passava il dottore Falcone, come fare per riconoscere l’auto, quando ammaccare il bottone del telecomando. Ma sull’attentato al dottore Borsellino, Brusca non sapeva nulla, né mai avrebbe saputo.

Era a conoscenza solo dello stretto necessario, appunto, e cioè che l’avremmo fatto. Ma siccome non lo riguardava direttamente, altro non gli era stato detto: il come, il dove, il quando, la chi, la come. Nulla. Lui si doveva occupare solo di Falcone, e in quel modo lì.

Era una strategia molto utile, perché ci metteva al riparo da fughe di notizie, sia al nostro interno, sia nel caso – che poi si sarebbe verificato – che qualcuno, come fecero poi in tanti, si fosse buttato pentito, o magari avvertisse la necessità pressante di vuotare il sacco delle confidenze. Cosa sai? Lo stretto necessario.

C’era anche chi non l’aveva presa bene, quando aveva scoperto che i tavoli erano più di uno, come i circoli e le stanzette, e che insomma alla fine eravamo stati tutti esautorati, chi più, chi meno; minchia, e insomma, un momento così importante, e poi di punto in bianco non contava più la famiglia o la Commissione provinciale?

Non c’era più da dare conto al mandamento o a qualche don ottantenne che si pisciava sui piedi e che però voleva dire ancora la sua?

UN’IDEA BRILLANTE

Il fatto è che Matteo nostro aveva avuto un’idea brillante, di quelle che solo a un capo possono venire, e questa idea era tanto bella… da non avere nome. E non dovete turbarvi, di questa cosa senza nome, perché alla fine la vera conquista di Matteo, in questi anni, se vogliamo mettere già un punto fermo a questo memoriale, è stata quella di aver sottratto la nostra definizione, e di averci trasformato in qualcosa senza nome, che non è la mafia, ma qualcosa di diverso. Cos’è? Boh. Fatta da chi? Boh.

Siamo spariti dal dizionario, grazie a Matteo, ma anche dalle Faq: mentre voi vi raccontate la favola bella delle coppole e dei pizzini, delle lupare e dei don, noi siamo già da un’altra parte. Dove? Boh. E tutto questo è merito di Matteo, ma siamo arrivati a capirlo solo molto dopo; sul momento nessuno di noi capiva la grandezza di idea che era, appunto, la «cosa senza nome» all’interno di Cosa nostra che si era inventata Matteo.

E c’era chi la chiamava Supercosa, la Cosa nostra di Cosa nostra, e tutti ci volevamo entrare, era il privé della mafia. Ma i pass li dava Matteo. E mentre noi ballavamo in pista, sulle rovine dell’Italia e sulle nostre, c’era questo salottino appartato, dove si prendevano le decisioni che contavano davvero e si guardava lo scanazzo. E fu trapanese l’idea della Supercosa.

Perché fu trapanese la deliberazione, l’organizzazione, l’esecuzione del programma dei mesi a venire, di quel ’92 che si annunciava, per usare un eufe[1]mismo, un po’ movimentato.

Fu in una di queste riunioni dell’élite di Cosa nostra messa su da Matteo che Riina disse una frase che oggi ci farebbero le magliette e le cartine dei cioccolatini – quelli dentro al tubetto – e la frase era: «È arrivato il momento in cui ognuno di noi si deve assumere le proprie responsabilità», come se fosse un Che Guevara siciliano. Minchia che solennità, sembrava che a parlare era un capo di Stato, un papa, un Rockefeller, Draghi.

E come si abbassò la temperatura nella stanza dopo quelle parole! Tutti sentimmo di nuovo freddo, mentre fumavamo le nostre sigarette; il freddo che avevamo nelle ossa dell’umidità dei rifugi e delle intemperie a cui la vita ci sottoponeva, noi che avevamo in comune con lo zio Totò la sfortuna di essere stati sventurateddri.

Solo Matteo sembrava non battere ciglio: aveva lo sguardo stanco ma concentrato dell’autista di un bus quando vede davanti a sé l’ultimo chilometro, prima del capolinea. E forse per non farci montare la testa, che sembravamo tutti gli ambasciatori di qualche governo di caprari esuli, il signor Totuccio aggiunse una frase in dialetto: «Chiddru chi veni ni pigghiamu».

Ma avrebbe potuto dire anche: «Soccu arrinesce si cunta», il siciliano abbonda di modi di dire e proverbi per commentare la fatalità della vita. Perché di questo si trattava: si navigava a vista, da quel momento. Ricapitolando. ù

Quel piano, che avevamo deliberato con le riunioni della Commissione regionale, e che aveva mosso i primi passi in un incontro organizzativo generale di Castelvetrano, trovò la sua attuazione nelle riunioni operative tra fine 1991 e inizio 1992, quando si cominciò a definire innanzitutto la missione da compiere a Roma per cercare di ammazzare qualcuno dei nostri obiettivi.

Se a Castelvetrano avevamo deciso di fare effettivamente quella spedizione nella Capitale, nei successivi incontri preparammo la cosa. E le regole erano due: armi tradizionali per l’attentato, esplosivo solo con il benestare di Riina. Solo che a un certo punto le riunioni cambiarono forma. E non c’erano più rappresentanti provinciali, inviati da Catania o Caltanissetta. Matteo aveva fatto il suo primo, invisibile, colpetto di Stato all’interno di Cosa nostra.

Dato che eravamo in modalità operativa, non è che potevamo sentire il parere di ognuno pure per decidere con che auto muoversi a Roma, no? Ecco allora che i ritrovi, proprio perché erano operativi, furono composti da un gruppo di mafiosi fedeli a Riina e Matteo. Con loro c’erano infatti Salvatore Biondino, Vincenzo Sinacori, Giuseppe e Filippo Graviano. Eccola, la Supercosa. E anche lì, per fare sentire tutti coinvolti, ognuno il suo compito ce l’aveva.

Matteo aveva dato l’incarico a Vincenzo Virga di trovare l’esplosivo, che proveniva dalle cave di Custonaci e che era arrivato a Roma grazie a un camion messo a disposizione da uno di Mazara del Vallo, un certo Battista Consiglio, che era un uomo di cui noi ne facevamo uso e consumo.

Tanto che a Mazara era venuto Gioacchino Calabrò, uomo d’onore di Castellammare del Golfo, che faceva il carrozziere, e aveva costruito un’intercapedine dentro il camion di Consiglio. A proposito di Mazara, poi, Mariano Agate aveva messo inizialmente a disposizione un suo appartamento che aveva a Roma.

A Vincenzo Sinacori, che era per Matteo proprio un caro amico, e che era nel gruppo di fuoco, pur non rappresentando la famiglia di Mazara, furono dati incarichi delicati: portare a Roma le armi, fucili, pistole, e kalashnikov, e parlare con le famiglie napoletane e con Ciro Nuvoletta, per coinvolgerli nella missione. Francesco Geraci, il giovane gioielliere di Castelvetrano amico di Matteo, era stato già avvisato che avrebbe dovuto partecipare alla missione romana, anche se lui non era uomo d’onore.

Ma Matteo aveva già cominciato a invertire le regole, inventarne di nuove. «Geraci ci serve – ci aveva spiegato – perché è una persona pulita, non lo conosce nessuno come uomo d’onore». E fu in occasione dell’ultimo incontro, prima di partire per Roma – quando Agate doveva darci le chiavi dell’appartamento, e le armi e le munizioni erano nascoste a casa di Antonio Scarano – che Riina e Matteo ci dissero che quello che avevano costituito non era solo un gruppo di lavoro, ma qualcosa di estremamente importante e riservato, e doveva intendersi come una «Supercosa».

Erano le settimane in cui per noi dal dottore Falcone arrivavano notizie una più brutta dell’altra, e l’ultima era che aveva inventato una Super Procura contro la mafia, una specie di crema della crema degli investigatori e dei magistrati. E noi, allo stesso modo, avevamo creato questa Super Cosa, fatta solo da persone scelte da Riina e Matteo che rispondevano solamente a loro, senza il filtro del capo mandamento.

Non volevamo scimmiottare quello che faceva il dottore Falcone, ma su questo Matteo era chiaro: se volevamo sopravvivere, per tutto quello che sarebbe accaduto da lì a breve, non potevamo continuare con le regole di prima, le famiglie, i mandamenti, le mega riunioni e i fine settimana a cacciare lepri e a mangiare ricci. Basta.

Bisognava essere rapidi, silenziosi, fare circolare le informazioni il meno possibile, anche perché in giro c’erano già tanti pentiti, e altri ne sarebbero arrivati. Non c’era bisogno che i capi mandamento sapessero tutto.

Questo gruppo, aveva concluso Matteo, è un gruppo di persone che è meglio che essere uomo d’onore. Un gruppo che organizza pure le gite, tipo agenzia viaggi. La più importante, dicevamo, a Roma. Bisognava partire. E partimmo. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Matteo in missione nella capitale, tra piani di morte e dolce vita. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 27 febbraio 2023

Il nostro Matteo aveva un piano – ha avuto sempre un piano – ed era quello di farci fare la bella vita a Roma. Ecco perché ci voleva eleganti. Perché si andava nei bei locali la sera, e in bei negozi a fare shopping, nelle belle vie a passeggiare e a fare girare la testa alle ragazze; ma solo quello, perché avevamo una missione – elegante, sì, ma pur sempre una missione...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

E quindi partimmo per Roma. Matteo, che pensava a tutto, come sempre, ci diede un consiglio, prima di fare le valigie: «Abbigliamento adeguato». La cosa ci mise un po’ d’ansia.

Come dice un vecchio adagio, puoi portare una persona fuori da un luogo, ma non un luogo fuori da una persona. Che avrà in testa il capo – pensammo – noi che siamo bravi solo a sparare, a strangolare, a prendere a lignate; non sono cose che si fanno con il vestito buono della domenica, né con le scarpe marroni: fai uno e basta, finisce lì, anche perché quasi mai è una cosa pulita, e poi i vestiti o sono sporchi di lanzo o di piscio – perché la gente, voi non lo sapete, ma quando la strozzi mica tira l’anima via in un colpo e amen! Quello si muove, si contorce, grida, vucia, e poi se la fa sotto perché, ricordatelo, è intessuto di merda l’animo degli uomini: quella esce, dopo l’ultimo rantolo.

Non l’anima, non il vapore, non la voce degli angeli, ma, semplicemente, merda – oppure se dai fuoco a un’auto, o a una casa, e aspetti che la vampa si accenda e salga – e, cari miei, dipende come tira il vento – i vestiti si impuzzano, che il giorno dopo li puoi andare a buttare.

Però Roma è Roma, ci siamo detti, e capace che nelle città grandi gli omicidi si fanno in abito da sera. Ma in realtà il nostro Matteo aveva un piano – ha avuto sempre un piano – ed era quello di farci fare la bella vita a Roma. Ecco perché ci voleva eleganti.

Perché si andava nei bei locali la sera, e in bei negozi a fare shopping, nelle belle vie a passeggiare e a fare girare la testa alle ragazze; ma solo quello, perché avevamo una missione – elegante, sì, ma pur sempre una missione – tra gli sciacalli e le iene, gli uomini di potere, molti dei quali divenuti tali grazie a noi, che affondavano voraci i loro denti nella carne putrida di quella che chiamavano cosa pubblica.

E c’era anche il nostro amico Francesco Geraci nella banda dei gitanti, il gioielliere, quello che una volta Matteo aveva aiutato per una vicenda di un’estorsione, e da allora gli era rimasto legato e aveva cominciato anche lui a partecipare agli omicidi, alla guerra, alle gite fuori porta. Ed era stato utile alla causa.

Un giorno il signor Riina in persona lo aveva chiamato, e gli aveva detto: so che sei bravo picciotto, e amico di Matteo, e che hai una gioielleria; io ho un po’ di cose da conservare, non è che hai una cassetta di sicurezza, qualcosa per me? E lui gli aveva addirittura fatto costruire, sotto la sua gioielleria, un piccolo caveau, con tanto di ascensore, dove i Riina avevano messo di tutto: i collier della signora Bagarella, gli orecchini di Lucia, gli orologi Cartier, e pure delle spille di Italia ’90 tempestate di diamanti, e Geraci ci aveva confidato che, a occhio e croce, tutto questo bendidio valeva tipo due miliardi di lire.

E un pomeriggio Matteo lo va a trovare e gli racconta del progetto degli attentati ai personaggi famosi. Baudo, Costanzo, Martelli, Santoro, gli dice, in preciso ordine alfabetico, per non fare disparità. E se capita, anche Enzo. Biagi, aggiunge. «E per fare cosa?» gli chiede il gioielliere. E Matteo: «Dobbiamo creare scompiglio, caos, destabilizzare». Francesco sta in silenzio e poi gli dice: «Buono è». Geraci in effetti ci serviva per tantissime cose, ci completava.

Anche questa, se ci pensate, è stata un’idea geniale di Matteo: non portarti, per una missione delicata, un tuo simile, un clone, uno che obbedisce e basta. Portati uno che sa cose che tu non sai, che aggiunge esperienza, know-how, come si direbbe nei corsi moderni dove si parla tutto in inglese. E in effetti ancora prima di partire Geraci ci disse: «Picciotti, io ce l’ho un posto dove possiamo andare a comprare roba buona per il viaggio». E il posto era Alongi, in centro a Palermo. Alta moda, roba fina.

Solo lui spese circa 12 milioni di lire, roba da sticchio e quasette di seta. Oggi al posto di Alongi c’è un negozio che vende i mattoncini per le costruzioni, che costano quanto un abito da sera. Segno dei tempi, certo. […].

ROMA, 24 FEBBRAIO 1992

E partimmo dunque per Roma, il 24 febbraio del 1992. In quel giorno, pensate, nasce in Italia la Protezione Civile. E noi ci sentivamo un po’ la protezione civile di Cosa nostra, corpi scelti per accorrere dopo un cataclisma, ma con idee più originali del piantare baracche e tende e si salvi chi può.

A Roma non andavamo totalmente impreparati, perché qualche mese prima, in gran segreto, in estate, erano venuti a Roma Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella per seguire i movimenti del dottore Falcone e per capire se si poteva fare qualcosa.

Per Bagarella era anche facile, dato che aveva il soggiorno obbligato proprio in provincia di Roma, a Monterotondo. E avevano scoperto dove il dottore mangiava solitamente la sera e che ogni tanto si faceva qualche passiata da solo, senza scorta. Poi Brusca era tornato, e aveva cominciato a fare altri sopralluoghi: ad esempio per capire a che velocità viaggiava l’auto del dottore Falcone in autostrada, quando dall’aeroporto doveva andare a casa sua a Palermo, in Via Notarbartolo. E un’altra squadra ancora, guidata da Raffaele Ganci e Salvatore Cangemi, stava invece studiando la possibilità di un attentato proprio sotto casa a Palermo, magari con un’autobomba.

Partimmo ognuno con un mezzo diverso, piccoli accorgimenti per non dare nell’occhio. Che poi noi abbiamo sempre contato, oltre che sulla nostra organizzazione, anche sulla pigrizia di chi avrebbe dovuto controllarci. Ma si guardava dappertutto, tranne che in provincia di Trapani. E così Sinacori partì con l’aereo, e il biglietto lo fece un po’ storpiato: Vincenzo Rinacori, con la erre. Tanto bastava.

Matteo, invece, al quale sarebbe bastata come lasciapassare la sua stessa faccia, aveva una carta di identità falsa, a nome Matteo Messina, e sì, si era sprecato anche lui a fantasia, ma ve lo diciamo davvero: nessuno si interessava a noi; era quasi per prendere per il culo tutti che cambiavamo iniziali e consonanti, quasi fosse La pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica. Matteo, tra l’altro, venne in auto con Geraci.

Altri ancora in treno. Ogni volta che partiva per il continente, Matteo rifletteva sempre su questo fatto, e cioè che il traghetto che faceva la spola tra la sponda siciliana e quella calabrese si chiamava Caronte. E si chiedeva se quel nome, di quel traghettatore infernale, lo avessero messo apposta o no. E man mano che il traghetto si allontanava dalla Sicilia, lui percepiva come un sipario leggero che si alzava, un fiato di estraneità. L’isola da una parte, e poi il resto del mondo. Anche se all’inizio era soltanto Calabria.

Dunque, c’erano Vincenzo Sinacori e Renzo Tinnirello, detto ’u Turchiceddu, perché era scuro scuro di carnagione e sembrava proprio un turco, e poi Giuseppe Graviano e Fifetto Cannella, che tutti chiamavamo Castagna, perché preciso al presentatore televisivo. Dei Graviano vi abbiamo parlato? I fratelli Graviano erano i capi mandamento di Brancaccio, su decisione del signor Riina.

Prima aveva messo a capo Benedetto, il fratello più grande. Poi, siccome non lo vedeva sveglio, gli aveva affiancato Filippo e Giuseppe. Prima ancora il mandamento era a Ciaculli, poi c’erano stati degli arresti, e il signor Riina aveva detto: questi di Ciaculli sono quelli che ci hanno portato sempre danno a Cosa nostra… Addirittura qualcuno lo avevo sentito dire che ci voleva portare un trattore, che voleva portare il paese tutto a suolo, diciamo. E quindi poi appunto aveva deciso così: questo mandamento non si chiama più Ciaculli, si deve chiamare Brancaccio. Giuseppe Graviano era legatissimo a Matteo Messina Denaro. E lo avevamo capito da alcune cose.

Come quella volta che Matteo gli fa al nostro amico gioielliere, Geraci: «Mi devi trovare una collana per un regalo importante, una cosa che vale almeno cento milioni di lire». «Ma è per te, Matteo?». «No, per un amico. Ma i soldi te li do io». Ed era vero. La collana non era per lui, ma per Giuseppe Graviano, che la doveva regalare alla sua zita e aveva chiesto la cortesia a Matteo di vedere un po’ lui, tramite le sue conoscenze.

Geraci trovò la collana e gli fece pure lo sconto: 50 milioni. Pagava Matteo. Graviano fece un figurone. E quando andò da Matteo per dargli i soldi che aveva anticipato, quello non ne volle sapere: «Ma stai scherzando? Noi siamo amici inseparabili».

E dalle cave di Mazara era partito anche l’esplosivo che doveva servirci nel caso in cui avremmo voluto fare una cosa non pulita, ma di quelle potenti, con il botto. Matteo in quei giorni era inquieto. Prima parlava di Maurizio Costanzo e ci diceva che anche lui doveva saltare in aria perché in televisione parlava male dei mafiosi.

C’era stata infatti questa cosa del commerciante ucciso a Palermo, l’estate prima, quello che faceva pigiami e non voleva pagare il pizzo, e Costanzo e l’altro, Michele Santoro, avevano fatto pure una puntata speciale, che manco se giocava il Palermo in coppa Uefa. Poi invece cercava di capire i movimenti del dottore Falcone, che in quel periodo aveva preso servizio al ministero della Giustizia.

Poi ancora era convinto che gli agguati da fare erano tanti. E poi c’era questo Scarano, che nessuno di noi conosceva, e fu uno dei tanti conigli che Matteo, come un prestigiatore, tirava fuori dal suo cilindro. Non sappiamo come si erano conosciuti, ma dal momento in cui ce l’aveva presentato per noi era diventato uno dei nostri, come Geraci.

Era calabrese, Scarano, ed era già stato in carcere tre anni per furto, e in carcere aveva conosciuto il boss Stefano Accardo, di Partanna. Ne era nata un’amicizia, e lui, dopo che era uscito, era andato anche a trovarlo, e si era fidanzato con una picciotta di Partanna. E Accardo gli aveva anche preso una casa al mare alla Triscina, tanto ormai erano amici, e gli aveva anche presentato Matteo, un giorno.

E quando Scarano ci raccontava l’inizio di questa loro amicizia, diceva che, la prima volta che l’aveva visto, mica aveva capito che era ’u Siccu in persona; gli sembrava uno studente: magro, alto, con gli occhiali. Invece in poco tempo si ritrovò coinvolto nella guerra di mafia, con Matteo che gli aveva fatto fare anche due omicidi, giusto per provarlo sul campo.

Era stato Scarano a trovare l’altro appartamento a Roma per noi, il secondo, dove andammo a stare dopo aver scoperto la topaia che era quella «bella sistemazione» che Agate ci aveva promesso e che invece sarebbe stata schifiata pure da una buttana di Campobello. Era stato sempre lui a nascondere le armi nel suo scantinato. E, come sempre, non sapeva nulla, se non che doveva obbedire a Matteo. E quando tutto fu sistemato, Matteo gli disse: ora vattene, e non tornare più qui.

Se ho bisogno, mi faccio vivo io. Il primo appartamento romano era in Viale Alessandrino, e apparteneva a un dentista, La Mantia, che era originario di Mazara e amico di Mariano Agate. Manco a farlo apposta (o fu fatto apposta? ah, saperlo…), Mariano Agate aveva trascorso un periodo di soggiorno obbligato a Roma, e lì aveva incontrato La Mantia per avere poi l’appartamento.

Solo che, minchia, arriviamo là, e ok, noi non è che volevamo l’appartamento extralusso con la Jacuzzi nella stanza da letto e il televisore a cinquanta pollici, ma, minchia, manco i cessi funzionavano! Manco acqua corrente c’era. E quando arrivammo tutti a Roma, ci demmo appuntamento alla Fontana di Trevi per confonderci tra i turisti, perché per noi quello era il posto turistico per eccellenza di Roma. E la prima questione fu quella dell’appartamento.

Chi era arrivato un paio di giorni prima aveva fatto un’esperienza terribile, non si poteva stare. «Non vi preoccupate, c’è Gesù» disse Matteo. Qualcuno di noi pensò a un’improvvisa crisi mistica del nostro capo, che magari credeva in un Gesù tubista che miracolosamente allacciava acqua e corrente con una preghiera, ma in realtà apprendemmo subito che il Gesù di Matteo si chiamava Giacomino, ed era un altro siciliano a Roma, amico di Scarano, che ci venne presentato tra l’altro la prima volta da Matteo proprio di fronte alla Fontana di Trevi.

E questo Giacomino Gesù, contattato da Matteo e Scarano, metteva a disposizione un appartamento con tre camere da letto, un bel salotto con le tende, sempre in una zona buona, e provvisto anche di una bella cucina, cosa che a noi importava poco perché avremmo sempre mangiato fuori, ma era meglio averla, no? La casa era della mamma di Gesù, che non sappiamo se si chiamava Maria, e avremmo magari potuto chiederglielo, però la signora era in Abruzzo da dei parenti e proprio per questo la casa era libera.

Quel Gesù fu molto generoso con noi, e per sdebitarci gli regalammo un po’ di cocaina, così magari se la vendeva e ci tirava su due lire, o faceva un miracolo come il suo omonimo e la moltiplicava come con i pani e i pesci, e ci poteva campare una vita. Amen. E quindi una prima cosa era sistemata.

Le armi e l’esplosivo ce l’avevamo sempre dietro, tipo coperta di Linus. Avevamo scelto tutto con cura, e siccome si trattava di cose importanti non poteva che essere la provincia di Trapani il posto dove cercare.

E così da alcune cave abbandonate, tra Mazara e Castelvetrano, che utilizzavamo come magazzini per quando avremmo dovuto scatenare la guerra, venne fuori l’esplosivo, e poi le armi. Mitra, kalashnikov, fucili. Quindici pezzi, tutti ben conservati, unti di grasso, che ci abbiamo messo ore a pulirli con la benzina, la nausea che ci saliva in testa, e poi, siccome bisognava essere precisi, li abbiamo provati personalmente con Matteo, tra gli uliveti di Castelvetrano, con lepri e piccioni martoriati in nome della nostra efficienza.

E Matteo aveva anche due pistole sue, belle cromate e nuove, e avrebbe voluto provare anche l’esplosivo, ma i mazaresi gli avevano detto che si poteva fidare, e andava bene così.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO

E Totò Riina ordinò: «Tornate in Sicilia, ci sono in ballo cose più grosse». DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 28 febbraio 2023

Riina sorprese tutti: non dovete fare nulla, dice, perché ci sono in ballo cose più grosse. E Sinacori tornò subito a Roma che pareva che manco era partito o che l’aveva fatta a piedi correndo come un turco, tanto era trafelato e pallido, quando bussò alla porta del nostro appartamento per dire: picciotti, dobbiamo andare via, lo zio Totuccio mi ha detto che è tutto sospeso...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Le armi – come accennato – erano poi arrivate a Roma a bordo di un furgone frigo che era stato modificato per nasconderle. Arrivò dalla Sicilia Giovan Battista Consiglio con il figlio, che gli aveva fatto compagnia durante il viaggio dato che lui ormai aveva una certa età, e non immaginava tutta la santabarbara che stava nascosta nel camion.

Lo abbiamo aspettato al raccordo anulare, poi da lì siamo andati presso un capannone abbandonato, abbiamo sceso armi ed esplosivo e abbiamo caricato tutto nella macchina di Scarano, che lui si sarebbe portato tutto a casa e nascondeva la roba nello scantinato, tra le damigiane con l’olio buono, gli attrezzi e le cianfrusaglie di sua madre.

Poi abbiamo noleggiato un’auto, una Y10 bianca, targata Roma, con la carta di credito di Geraci che era l’unico ad avere la fedina penale bianca come quell’auto. E diciamo anche che quella carta di credito l’abbiamo prosciugata, in quei giorni. Noi lo prendevamo in giro: Minchia, Gerà, se eri in viaggio di nozze o te ne andavi a buttane ’sto viaggio ti costava meno! Ma Geraci non diceva nulla, anche perché già prima del viaggio aveva dovuto dare su ordine di Matteo 20 milioni di lire a Scarano per il disturbo.

Noi intanto spendevamo: in Via Condotti abbiamo comprato camicie e cravatte, perché ci piaceva fare i pedinamenti eleganti, se no ci avrebbero sgamati subito; Matteo si comprò anche un cappotto colore cammello come in quella canzone «che al Maxiprocesso eravate ’u chiù bello», uè.

Da lì cominciammo a cercare: Falcone, Martelli, Costanzo. Un po’ in Via Arenula, dove c’è il ministero della Giustizia, un po’ nelle zone di Parioli. Siamo stati in giro per una decina di giorni. E, dobbiamo dire, senza grande successo. Ogni mattina si partiva con l’auto, a turno, si andava in Via Arenula, e ogni sera si giravano le zone di Trastevere per capire dove andasse a mangiare il dottore Falcone, se era al Matriciano, o alla Carbonara, o da Sora Lella, o nel locale preferito di Matteo, il ristorante Dei Gracchi.

Eravamo convinti che li avremmo incontrati. Geraci e Sinacori erano quelli che seguivano Costanzo, con l’auto, tra le strade di Roma. Un giorno li ha fermati la polizia. Patente e libretto, prego, come mai a Roma? Faccio il gioielliere, dice Geraci, sono a Roma per incontrare un grossista e per caso ho incontrato questo compaesano mio, ci stavamo facendo un giro. Potete andare, buona permanenza. Grazie.

Per due o tre sere siamo stati a Parioli, abbiamo anche seguito i movimenti di Costanzo, ci mettevamo all’uscita del teatro dove registrava il suo programma, a un certo punto sembravamo quasi fan che aspettavano l’autografo. Nel teatro non siamo entrati. La verità? Ci annoiava. Cioè, a noi il Costanzo Show come programma neanche piaceva, pensate vederlo dal vivo! Una sera ci siamo andati a teatro, ma mica lì, al Bagaglino, che quello ci divertiva anche in televisione, con Pippo Franco e l’attore che faceva sempre la femmina, e un sacco di pilu.

Al Bagaglino, tra l’altro, siccome invitavano spesso i politici, magari avevamo una botta di culo e capitavamo in una puntata in cui invitavano Martelli o qualcun altro che interessava a noi. Comunque, tornando a Costanzo, era quello più facile da fare. Non era scortato, faceva sempre gli stessi movimenti, ci potevamo sparare, ci potevamo mettere l’autobomba, o meglio, piazzare l’esplosivo in un cassonetto che era vicino il teatro, in un vicolo dal quale l’auto ogni sera doveva svoltare. Insomma, potevamo anche chiamare i napoletani.

Qui dobbiamo aprire una parentesi, per una cosa che avevamo notato, e che pensavamo sarebbe stata oggetto di discussione, e invece è finita e morta lì. Noi avevamo le armi, ok, per uccidere il dottore Falcone e tutti gli altri, e all’occorrenza l’esplosivo. Che erano due sacchi belli grossi, tipo cento chili. Solo che non avevamo detonatori, telecomandi, micce, non avevamo nulla, solo la polvere.

Questa cosa ogni tanto tornava nei nostri discorsi, perché qualcuno capitava che lo dicesse: sì, dobbiamo fare l’attentato, ma come? E Matteo diceva di non preoccuparci. E come sempre nessuno osava più continuare. Chi ci avrebbe aiutato? Non lo sapevamo, non lo abbiamo mai saputo… Perché questa è la domanda che vi inquieta più di tutte: ma davvero avete fatto tutto da soli? E la risposta è semplice: noi abbiamo fatto quello che andava fatto. E soli non siamo stati, mai.

La sera poi ci si vedeva in qualche ristorante affollato, e ognuno riferiva a Matteo quello che aveva visto: nessuno ci notava. Geraci faceva sempre teatrino, perché ogni volta, quando c’era da pagare il conto, doveva tirare fuori la sua carta di credito. Ma Matteo glielo diceva: poi ti restituisco tutto.

E a noi picciotti invece ci avrebbero dato cinque milioni di lire a testa. Eravamo eleganti, eravamo bellissimi. Stavamo bene nella capitale d’Italia, eravamo felici. E avremmo voluto anche mandare un telegramma alla mamma per dire di questa città, Roma, grande piena luci gioielli stop.

E IL PIANO CAMBIA ALL’IMPROVVISO

Passeggiando per Roma, a un certo punto, ci venne anche una fantasia. Di conquistarla. Di farla nostra. Avevamo grande stupore nello scorgere il Colosseo, i Fori, le chiese monumentali, il cupolone di San Pietro, tutto arrivato ai giorni nostri, questa Italia di rovine di ogni età e di generi che sembrava offrirsi al nostro desiderio come una buttana, anzi, no… questa città di cadaveri, ecco.

Mai avevamo provato una sensazione così pura e completa. E capitava che ci sorprendevamo fermi, immobili, a contemplare le rovine, immaginando come un giorno, noi, proprio noi, con Matteo, avremmo potuto fare rinascere vita intorno a questi resti superbi e paralitici. Ridando loro magnificenza. Altri anfiteatri, altre chiese, altri palazzi. Altra potenza.

Vi sembrerà strano, ma era un pensiero che ci riempiva di gioia: eravamo di fronte all’infanzia del mondo. E poi Matteo disse: se ci dobbiamo mettere la bomba, ci vuole il permesso di Riina.

E mandò Sinacori a Palermo, per chiedere la specifica autorizzazione. Riina sorprese tutti: non dovete fare nulla, dice, perché ci sono in ballo cose più grosse. E Sinacori tornò subito a Roma che pareva che manco era partito o che l’aveva fatta a piedi correndo come un turco, tanto era trafelato e pallido, quando bussò alla porta del nostro appartamento per dire: picciotti, dobbiamo andare via, lo zio Totuccio mi ha detto che è tutto sospeso. «Dicci a Matteo di tornare indietro», sono state le sue parole. «Dicci ai picciotti di scinnere, me la sbrigo io qua».

Tutto sospeso, ci dice Matteo. Ok. Torniamo giù, in Sicilia, ognuno per i fatti suoi. Scendiamo lenti come i corvi. Qualcuno malignò che Riina era pure insoddisfatto. Troppi costi, troppi rischi, e poi per fare cosa? Per far fare il viaggio di maturità extralusso a un gruppo di picciotti siciliani? Ma Matteo non era preoccupato, perché aveva il piano B, affidato a Giovanni Brusca, ed era quello dell’attentato da fare in Sicilia. Solo che per Brusca magari eravamo noi il piano B, sempre per quella cosa che ognuno sapeva solo lo stretto necessario.

Non fu però un fallimento la missione romana. A parte che abbiamo visto Roma, che non è mai male, perché noi ci teniamo anche a vedere le città importanti e a farci una cultura, che vi pare?, e poi aveva avuto anche dei risvolti pratici. Perché finalmente avevamo visto il dottore Falcone da vicino, che è un po’ come se vedi da vicino una celebrità della quale sei ossessionato, hai magari i poster in camera.

Avevamo misurato i suoi passi, lo avevamo visto come stava composto a tavola, e qualcuno di noi sosteneva di aver potuto anche interpretare il labiale delle sue ordinazioni, ma erano suggestioni. E tutto quell’esplosivo che ci eravamo portati dietro alla fine ci servì, come ci servì conoscere Roma e i suoi quartieri, sotto la guida di Scarano, perché poi l’anno dopo, quando davvero avremmo voluto fare fuori a Roma il presentatore Maurizio Costanzo, quell’esplosivo ci tornò molto utile.

Ci rivedemmo a Palermo, di nuovo nella calda nudità di luce della Sicilia, per aggiornarci. Parlammo poco, ma fu un silenzio vorace. Ognuno sapeva un pezzetto di quello che sarebbe accaduto, lo stretto necessario. Solo Matteo sapeva tutto. E infatti qualche settimana dopo acchiappò a Geraci e gli fece: «È meglio che per un po’ a Palermo non ci vai». «In che senso, Mattè?». «Nel senso che non devi andare a Palermo».

Ma Geraci lavorava, aveva la gioielleria, andava e veniva da Palermo con i suoi fratelli tutti i giorni perché aveva fornitori in zona, e altre faccende. Stava per arrivare maggio, mese di sposalizi e di regali di matrimonio. E allora Matteo gli disse: «Vabbè, fai così, allora, a Palermo ci puoi andare, se proprio devi. Ma non prendere l’autostrada. Esci ad Alcamo, e ti fai tutta la statale, la strada vecchia».

Dopo la strage di Capaci, Matteo poi disse a Geraci: «Adesso puoi andare a Palermo». E gli fece come una specie di sorriso.

Salvo Lima ma non solo lui, la mafia attacca la Democrazia cristiana. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani l’01 marzo 2023

Non solo l’attentato a Salvo Lima. Avevamo deciso di mandare segnali precisi alla fu Democrazia cristiana e ai suoi esponenti, con tutta una serie di attentati: il 31 marzo a Misilmeri, al comitato elettorale di Calogero Mannino, il 1 aprile a Monreale alla sede della Dc; sempre il 1 aprile, ma a Partinico, abbiamo dato fuoco all’auto di un assessore Dc; il 3 aprile a Messina, altra sede della Dc, stessa data a Scicli, a casa del vicepresidente della Provincia di Ragusa, democristiano...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Si era deciso di cominciare da Salvo Lima. Sia per il significato e per quello che rappresentava, l’uomo, il politico, lo statista (si coglie l’ironia?), sia perché, obiettivamente, era quello più semplice da fare. Salvo Lima era nel nostro libro nero da tempo, come i cugini Nino e Ignazio Salvo, perché si guardavano solo il loro giardinello, alla faccia di tutti i servizi e di tutti i favori. Lima lo avevamo pure convocato, e non si era presentato. E la rabbia era tanta che magari avremmo voluto uccidergli pure il figlio.

Fu come quando alla festa del santo patrono c’è il gioco di fuoco finale, con tutti che stanno con il naso all’aria, nel fresco della sera di mezza estate, che già ha fatto buio da un pezzo, e si attende che il santo torni in chiesa e che il parrino dia l’ok al presidente del comitato organizzatore, che dice a quello dei fuochi che si può cominciare. E il primo colpo, solitamente, è una specie di colpo d’avvertimento, una cosa a mezza botta, puuum, pam!, ma serve a svegliare i picciriddri e a fare scantare i cani, a interrompere la noia dell’attesa dei mangiatori di simenza e a dire che lo spettacolo sta per cominciare, puuum, pam!, e dopo c’è la masculiata. Viva il santo!

E fu così, per noi, l’omicidio dell’onorevole Salvo Lima, in Via delle Palme, a Palermo, il 12 marzo del 1992, che veniva di giovedì, e fu poco prima delle dieci del mattino. Come già sapevamo, si fece trovare impreparato, senza possibilità di scampo e di fuga.

Gli sparammo diversi colpi con le nostre scariche di precisione, mentre lui faceva i movimenti di bestia ammazzata: un colpo al sindaco di Palermo, uno al sottosegretario, uno alla punta di diamante della Dc, uno all’europarlamentare. Uno al santo. Uno al traditore. «Tornano, tornano» furono le sue ultime parole. Non un granché come epitaffio. Anche perché noi mica eravamo mai andati via.

Il messaggio fu bello forte per Giulio Andreotti, che l’indomani doveva venire in Sicilia, e anche per farlo desistere nella sua idea di diventare presidente della Repubblica. E sapete quando parli a suocera per fare capire a nuora? La suocera era Andreotti, la nuora era il dottore Falcone, che siccome ci conosceva benissimo sembrava quasi aver capito tutto, e il giorno dopo scrisse un articolo su «La Stampa»: «La mafia vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola».

Sul concetto di «strada» forse aveva avuto una mezza visione, che più di strada era un’autostrada quella che si sarebbe aperta, nel vero senso della parola, da lì a breve. Sulla politica, invece, neanche noi ci capivamo più nulla. Perché eravamo in guerra, e ne avremmo voluti eliminare di politici traditori, ma era cominciata quella cosa del pool Mani Pulite, a Milano, e il popolo fibrillava, e i politici un po’ venivano arrestati, qualcuno si ammazzava, altri scomparivano. Che casino.

Gli occhi di Riina facevano come una saetta, nelle riunioni, sembrava avesse un tic, non stava mai fermo, tutta un’eccitazione. Matteo no, Matteo era calmissimo, come sempre, elegante, come lo conoscevamo noi. Aveva sempre la risposta pronta e una pistola carica. Avremmo capito solo dopo che stava preparando il suo regolamento di conti, la sua piccola battaglia nella grande guerra, la rivoluzione silenziosa nella linea di successione.

Il signor Riina pareva sempre più una "cafittera” pronta a esplodere. Anche su ’sta cosa di Mani Pulite non ci vedeva chiaro, gli dava fastidio, e anche se non ce lo voleva dire, perché non poteva dirlo – se no saremmo diventate le bestie che eravamo, lo avremmo scannato, altro che la rivoluzione silenziosa di Matteo – lui sapeva di essere anche lui una pedina di qualche altro tavolo, ed era manovrato, e qualcuno tirava i dadi per lui, e lo faceva avanzare di casella in casella fino all’esplosione finale, alla dissoluzione.

Non solo lo sapeva, e non poteva dirlo, ma sapeva anche che in questo gioco grande in cui era finito non conosceva il regolamento. E quindi, sì, anche ’sta cosa degli arresti di Mani Pulite ci dava fastidio. Innanzitutto, perché ci mancavano gli interlocutori. Se un poco li ammazzavamo noi, un poco li arrestavano, noi con chi dovevamo parlare? Della Dc tra poco non c’era in giro manco l’usciere, Craxi aveva paura a girare per strada che gli lanciavano le monetine.

Chi restava? Vedrete, vedrete, qualcuno di nuovo affaccerà, dicevano quelli di noi più avvezzi alle cose della politica; i Graviano, in particolare, avevano buoni contatti a Milano, e a Milano già le cose si muovevano per non lasciarci orfani: male che vada avremmo rifatto il trucco a qualche troia.

Ma la cosa che ci dava ancora più inquietudine di questa roba di Mani Pulite, di questi pezzenti con il sorcio in bocca, che si facevano prendere mentre buttavano i soldi nel cesso, era il fatto che il nostro sesto senso ci diceva che anche lì c’era lo zampino del dottore Falcone; che quello magari era un giro largo, e anziché partire dalla mafia per arrivare agli imprenditori, voleva partire dagli imprenditori del nord per poi scendere giù giù e arrivare a noi. Anche là, comunque, ci fate un piccolo torto quando parlate solo dell’attentato a Salvo Lima, in quel periodo.

Capiamo che era la portata principale, ma c’erano tanti contorni, perché avevamo deciso di mandare segnali precisi alla fu Democrazia cristiana e ai suoi esponenti, con tutta una serie di attentati: il 31 marzo a Misilmeri, al comitato elettorale di Calogero Mannino, il 1 aprile a Monreale alla sede della Dc; sempre il 1 aprile, ma a Partinico, abbiamo dato fuoco all’auto di un assessore Dc; il 3 aprile a Messina, altra sede della Dc, stessa data a Scicli, a casa del vicepresidente della Provincia di Ragusa, democristiano.

Erano piccole cose, si dirà; certo, erano puntini, come un segnale in codice morse, e il messaggio era: il peggio deve ancora venire. E Matteo è stato bravo anche in questa pianificazione di piccoli attentati, perché abbiamo delegato le famiglie di ogni parte della Sicilia, abbiamo individuato sedi di partito e comitati elettorali in ogni angolo, ma non in provincia di Trapani.

Ancora una volta, stava in prima fila, Matteo, ma mandando avanti gli altri; voleva mantenerci nel nostro cono d’ombra, coccolati fin quando era possibile dalla mamma, sconosciuti al mondo. Era come se non esistessero obiettivi sensibili da colpire in provincia di Trapani, come se non esistesse la Dc. Come se non esistesse la mafia.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

LA RELAZIONE ANTIMAFIA DEL 1976. Salvo Lima e il “suo” partito che cambiò per sempre Palermo. ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA su Il Domani il 17 marzo 2022

Si passa dagli affari mafiosi della miserabile Palermo monarchica, all'industrializzazione dell'attività mafiosa. Questo processo va avanti parallelamente ad un processo politico quanto mai sintomatico: la formazione della "legione straniera" di Lima. Un gruppo consigliare composto da uomini di qualsiasi provenienza, transfughi da qualsiasi partito, unito e tenuto insieme da un'unica prospettiva: il potere e poter mantenere il potere.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata alla relazione antimafia del 1976 scritta da Pio La Torre e dal giudice Cesare Terranova. Un documento che a circa cinquant’anni di distanza rimane ancora attuale.

Palermo non è certamente il solo caso di caotica espansione urbana avvenuto in Italia nell'ultimo decennio. Però questo processo avvenuto anche a Roma, a Milano, in molti grandi comuni italiani, qui è stato caratterizzato da un elemento originale, cosi che una organizzazione preesistente ha trovato tutte le condizioni per insinuarsi in questo sviluppo della città ed acquistare caratteristiche di compenetrazione organica.

Quando affermiamo che la mafia ha colto l'occasione del caos che si è verificato nell'incremento edilizio e demografico di Palermo per inserirsi in tutte le attività economiche della città, non vogliamo dire che la mafia a Palermo l'ha portata l'ex sindaco democristiano della nostra città dr. Lima, che della politica comunale di questi anni è stato e rimane il più alto esponente e ispiratore.

È un fatto però che il Comune di Palermo, ha seguito, nel corso del processo di trasformazione urbana cui accennavamo più sopra, una linea politica secondo scelte precise rispondenti a una determinata concezione dello sviluppo di questa città.

Questa linea politica, oggettivamente non è stata di oggettivamente non è stato di ostacolo alla proliferazione mafiosa, ma anzi ha favorito il crearsi di condizioni obiettive favorevoli alla compenetrazione organica, al passaggio dalla fase della mafia rurale alla fase della mafia urbana “industrializzata”, che è la fase dei nostri giorni.

Non vi ha dubbio che un diverso indirizzo politico, un rigoroso intervento pianificatore nello sviluppo urbanistico, una rigorosa direzione di interesse pubblico nella rete distributiva servizi-consumi, una gestione programmata nei servizi municipalizzati avrebbe invece obiettivamente ostacolato questo processo.

Ma vi è di più. Alla caotica espansione urbana, alla compenetrazione organica della mafia nella vita cittadina si accompagna, di pari passo, il processo di trasformazione del gruppo politico della democrazia cristiana a Palermo.

LA “NUOVA” DEMOCRAZIA CRISTIANA CHE CAMBIÒ PALERMO

Nel 1956, la democrazia cristiana arrivò alle elezioni attraverso una battaglia politica che vide scalzare le posizioni di potere dei vecchi gruppi di notabilato, rappresentati dai Virga e dagli Scaduto. Assume la leadership del partito il gruppo Lima-Gioia, che parla, di “rinnovamento” e di “moralizzazione”, vengono buttati fuori dalle liste elettorali di questo partito i personaggi più compromessi, si più discussa moralità.

Ed ecco che, primo eletto di questa lista di "rinnovatori" risulta l'on. Barbaccia medico di Godrano, piccolo paese della provincia e noto centro mafioso: strano uomo politico che non ha mai fatto un comizio, non ha mai scritto un articolo, non è mai intervenuto al Consiglio Comunale o al Parlamento nazionale.

Quali interessi e quali forze hanno portato l'on. Barbaccia a capolista di questi "rinnovatori"? Quali interessi e quali forze si sono coalizzati dietro la scalata al potere del gruppo Lima-Gioia nel 1956? Quanto avviene con l'accesso alla direzione del Comune di queste "nuove" forze è illuminante.

Si avvia e si porta a compimento un intricato e complesso processo di assorbimento delle vecchie forze delle destre monarchico-qualunquiste, processo che si concretizza associando alla direzione della cosa pubblica al Comune di Palermo tutta la catena di clientele, di rapporti, di situazioni elettorali, di connivenze che queste forze di destra tradizionalmente rappresentavano a Palermo.

E con il personale politico si assorbe - raccogliendo i frutti della pressione esercitata amministrando i provvedimenti del confino di polizia, regista il prefetto Vicari - la vecchia mafia e la piccola mafia, quella dei capi elettorali popolari di tutti questi consiglieri monarchici che poi diventano consiglieri democristiani.

Parallelamente, si passa dagli affari mafiosi della miserabile Palermo monarchica, dal controllo del commercio dei luppini e degli stracci, all'industrializzazione dell'attività mafiosa. Questo processo va avanti parallelamente ad un processo politico quanto mai sintomatico: la formazione della "legione straniera" di Lima.

IL GRUPPO POLITICO LIMA-GIOIA

La formazione cioè di un gruppo consigliare composto da uomini di qualsiasi provenienza, transfughi da qualsiasi partito, unito e tenuto insieme da un'unica prospettiva: il potere e poter mantenere il potere.

[…] Tra i 18 legionari, Cerami, Di Fresco, Ardizzone, Pergolizzi, Maggiore, Amoroso, Di Liberto sono "arruolati" di prima categoria, nel senso che, provenienti da altri raggruppamenti, nel 1960 sono stati eletti nella lista della democrazia cristiana. Clamoroso il caso del Di Fresco; eletto nel 1956 nella lista monarchica, cinque giorni dopo l'insediamento del consiglio comunale passa al gruppo democristiano!

Gli altri legionari sono arruolati di seconda categoria ,assorbiti cioè nel corso di questa legislatura da altri raggruppamenti politici, dalla destra alla sinistra, come per il Consigliere Volpe, "arruolato" dal gruppo consigliare comunista in occasione del voto per il rinnovo del contratto d'appalto per la manutenzione stradale al barone Cassina, come Arcoleo, proveniente dal partito socialista, e Seminara, ex cristiano sociale, e Guttadauro, Giganti, Arcudi, Sorgi, Spagnuolo, Adamo, Di Lorenzo, Bellomare reclutati dalle destre.

Ognuno di questi “legionari” ha, naturalmente” una piccola ricompensa. Ad Ardizzone la presidenza dell'Ospedale, Cerami alla zona industriale; a Pergolizzi la commissione edilizia, ancora non rinnovata in aperta violazione della legge. A questo fa seguito il collegamento delle parentele: e così troviamo Brandaleone Giuseppe assessore al Comune, e il fratello Ferdinando assessore alla Provincia; Vito Ciancimino assessore al Comune, e Filippo Rubino, cognato di Vito Ciancimino, assessore alla Provincia.

Molto ben “collocata” la famiglia Gioia: i due cognati Gioia e Sturzo, sposati a due figli del defunto senatore Cusenza, ex presidente della Cassa di Risparmio, uno deputato, uno assessore alla Provincia. Barbaccia, fratello dell'onorevole, assessore al Turismo. "Pieno impiego" per la famiglia Guttadauro: un fratello consigliere comunale, un altro fratello, Egidio, rappresentante della provincia all'Ente provinciale del turismo; il figlio dello stesso Guttadauro consigliere provinciale, anche lui democristiano "aggregato" al gruppo Reina.

E ancora, Vito Giganti, "legione straniera" al Comune: il fratello Gaspare delegato della provincia alle scuole professionali. Per chi non è assessore, poi, ci sono le deleghe, le rappresentanze, i comitati. E cosi si amministra la città. ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

LA RELAZIONE ANTIMAFIA DEL 1976. Quando i mafiosi si iscrivono in massa alla Democrazia Cristiana. ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA su Il Domani l’11 marzo 2022

La DC e il grande apporto di Calogero Vizzini e della mafia. In questo senso che vanno visti l'articolo pubblicato dall'on. Mattarella il 24 settembre 1944 e il discorso pronunciato a Villalba  dall'on. Alessi in cui si affermava che «dietro l'illustre e onesto casato della famiglia Vizzini vi era tutta la Democrazia Cristiana».

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è dedicata alla relazione antimafia del 1976 scritta da Pio La Torre e dal giudice Cesare Terranova. Un documento che a circa cinquant’anni di distanza rimane ancora attuale.

L’estensione del fenomeno mafioso nella provincia di Caltanissetta, il dominio che l'organizzazione ha assunto in alcuni gangli vitali dell'economia, il potere che essa ha in enti pubblici, l'immunità da essa praticamente goduta in tanti anni, hanno potuto versificarsi per la forza politica determinante che la mafia ha nella provincia di Caltanissetta. E non si tratta solo di forza derivante da appoggi elettorali, dati e poi compensati, ma anche di una compenetrazione tra classe dirigente Dc e mafia con la direzione di sezioni Dc e al livello provinciale.

Dalle prime incertezze circa l'orientamento politico da assumere, nell'immediato dopo guerra la mafia uscì quasi subito per iniziativa di Calogero Vizzini. Già verso la fine del 1944 Calogero Vizzini orientò decisamente le sue preferenze politiche verso la Dc. 

Questo partito, nelle sue sfere provinciali e regionali, ben comprese il grande apporto che alle fortune politiche dei dirigenti e del partito stesso poteva arrecare l'orientamento di Calogevo Vizzini e perciò della mafia in generale, e non esitò ad accogliere i mafiosi nelle sue fila.

E in questo quadro che vanno visti l'articolo pubblicato dall'on. Mattarella il 24 settembre 1944 in cui si prendono le difese dei mafiosi aggressori di Villalba e il discorso pronunciato a Villalba nel 1947 dall'on. Alessi in cui l'oratore affermava che «dietro l'illustre e onesto casato della famiglia Vizzini vi era tutta la democrazia cristiana».

Dopo l'aperta presa di posizione politica di Calogero Vizzini per la Dc, tutti gli altri esponenti della mafia si affrettarono ad entrare in quel partito raggiungendo rapidamente posti di direzione in sede locale e provinciale. A Villalba, praticamente, l'intera mafia entrò nella Dc.

A Vallelunga Lillo Malta passò alla Dc con tutto il suo seguito: i Madonia, i Sinatra, ecc., anche il gruppo Cammarata passò alla Dc. A Mussomeli Genco Russo e tutto il suo seguito si iscrissero nella Dc assumendo la direzione della sezione.

Il processo continuò e si sviluppò con ritmo impressionante: i Di Cristina assumono la direzione della sezione di Riesi; i Cinardo quella di Mazzarino; i Samperi quella di Niscemi; i Valletta quella di Campofranco; i Vario quella di Acquaviva Platani e così via in quasi tutta la provincia.

Di conseguenza la direzione provinciale Dc, ha finito col subire le influenze decisive della massiccia presenza della mafia nelle sezioni locali.

I MAFIOSI NELLA DC DI CALTANISSETTA

Sono stati e sono dirigenti provinciali della Dc di Caltanissetta mafiosi di grande rilievo come: Calogero Vizzini, Genco Russo (è stato segretario amministrativo), Beniamino Farina, Calogero Sinatra, Antonio Di Cristina, Ludovico Cinardo, Angelo Annaloro e numerosi altri.

Un esame dei componenti il consiglio provinciale della Dc succedutisi in tutti questi anni nel dopo guerra darebbe materiale di seria riflessione sulla ipoteca che la mafia ha mantenuto, e tuttora conserva in questo partito nella provincia di Caltanissetta.

Né si può dire che si tratti di elementi sconosciuti come mafiosi che di soppiatto si sono infiltrati nel le file della Dc e nei suoi organi dirigenti locali e provinciali. Infatti si tratta di persone che sono note a tutta l'opinione pubblica come mafiose.

D'altra parte non sono mancate denunce esplicite della presenza di mafiosi in detto partito. Ripetutamente in comizi e manifesti la Dc è stata invitata a disfarsi di così triste convivenza. Nell'ultima campagna elettorale l'on. Volpe venne invitato in tutti i comizi a dichiarare se: a) rigettava i voti ed ogni appoggio della mafia; b) condannava la mafia come fenomeno delittuoso che andava estirpato; e) avrebbe appoggiato in tutti i modi la Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia. L’on. Volpe non rispose a questi inviti, anzi a Mazzarino osò addirittura fare l'apologia della mafia (distinguendola dalla delinquenza) e considerando il mafioso "uomo rispettabile e d'onore".

[…] I comunisti e con essi i socialisti hanno sempre posto l'accento sulla necessità per le forze democratiche cristiane di liberarsi dai collegamenti con la mafia. La collusione del quotidiano Sicilia del Popolo, almeno fino al 1950, trasuda di attacchi alla diffamazione social-comunista contro la Dc, ma nello stesso organo di stampa è possibile notare l'elezione alle cariche provinciali di ben note figure della mafia. Occorre dire che oggi si fa strada anche nei giovani democristiani della provincia la esigenza di una rottura almeno con gli elementi maggiormente compromessi con la mafia. ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

Quei giorni “sospesi” prima del grande attentato di maggio. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 02 marzo 2023

Era venuto il momento di serrare il pugno. Cominciarono così i preparativi per il fatto grande che avrebbe sconvolto il mondo intero. Prima però le famiglie di Agrigento avevano organizzato tutto per un altro obiettivo: il maresciallo maggiore Giuliano Guazzelli. Anche lui era nel nostro elenco...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Lo avevamo fatto. Avevamo cominciato a uccidere ancora prima di accorgerci che eravamo diventati assassini. Ci rivedemmo, dopo l’omicidio di Salvo Lima. Eravamo già stanchi, ma eravamo solo all’inizio. Le parole furono poche, come se tutto avesse già preso una piega. Altre cose tinte erano in arrivo, e non stava a noi né cambiare né tantomeno fermare il corso degli eventi. Le cose indietro non le lasciamo, ci dissero i palermitani.

Quello che è successo non è niente. E ancora: È una guerra contro lo Stato. Infine: Accadranno cose importantissime. Non per la Sicilia, per l’Italia. Il signor Riina era contento. Si sono aperti dei canali, diceva, e alcuni di noi pensavano, nella loro ignoranza, a dighe e campi da coltivare, e chissà, qualcuno tra noi borbottava anche: vuoi vedere che è già finita e ce ne torniamo tutti a fare i contadini come i nostri padri, finalmente, e tutto questo sbattuliamento della guerra allo stato magari è servito solo per avere un pezzo di terra? Che poi, alla fine, se ci pensate, è da sempre per questo che si fanno le guerre, per la terra, ed è per questo che è nata la mafia, per la terra, ed era sempre questo l’orrore che ci portavamo dietro, il selvaggiume della terra.

Ma non eravamo così ingenui e sempliciotti: sapevamo che i canali di cui si parlava non erano irrigui. Lui, lo zio Totuccio, si riferiva ad altro, al mondo politico. E la teoria era: vedrete che ora succederà un terremoto e qualcuno ci cercherà per avere i nostri voti.

Erano i mesi in cui forze politiche nuove, in effetti, stavano prendendo campo, e tra questi partiti nuovi ce n’era uno del nord che andava molto forte, e Matteo lo seguiva con attenzione perché lui da tempo propugnava l’idea di un partito del Sud, anzi, della Sicilia, tutto nostro, indipendentista, autonomista, sicilianista, e più parole in -ista ci vengono meglio è. E in -ista era l’altra parola con la quale cominciarono ad associarci: stragista. La mafia stragista.

L’ala stragista di Cosa nostra. Qualcuno aveva capito: vedrete che Lima è solo l’inizio. Cose grosse erano in serbo, come recita quel detto: il meglio deve ancora venire. E se dobbiamo ricordare quelle settimane, il periodo tra marzo e maggio, era come essere attraversati da una continua scarica elettrica.

Sembrava che il mondo fosse piccolo, e che avremmo potuto contenerlo nel pugno di una mano. Sì, sembrava che con le nostre mani avremmo potuto sradicare Palermo e il parlamento, ogni aula di giustizia e tutto il ministero. Sembrava che tenessimo in pugno non solo Andreotti ma tutta la Repubblica che stava morendo e quella che doveva nascere; sì, anche quella era nelle nostre mani, rantoli e vagiti, tutto si confondeva, nella nostra annacata.

E quelle nostre mani, che per la prima volta ci sembravano fiere e grandi e non più callose e nodose, non erano mani da contadini o di assassini, erano le mani del potere che tutto può e che decide vita e morte e miracoli. In quelle nostre mani c’era pure il dottore Falcone. Era venuto il momento di serrare il pugno.

Cominciarono così i preparativi per il fatto grande che avrebbe sconvolto il mondo intero. Prima però le famiglie di Agrigento avevano organizzato tutto per un altro obiettivo: il maresciallo maggiore Giuliano Guazzelli. Anche lui era nel nostro elenco. Lo conoscevano bene le famiglie mafiose di mezza Sicilia. E anche se era vicino alla pensione, ci faceva paura la sua memoria portentosa, il modo in cui metteva insieme parentele e relazioni, da Palermo ad Agrigento fino a Trapani.

Fu ucciso sul viadotto Morandi, prima di entrare ad Agrigento, con un armamentario di tutto rispetto: mitra, kalashnikov, un fucile a pompa. Era il 4 aprile. Il giorno dopo si votava per le elezioni politiche. E quei colpi mortali servirono anche per rompere il silenzio elettorale e fare arrivare il nostro messaggio ancora più forte a chi doveva ascoltare.

LA GUERRA ALLO STATO

Vennero giorni sospesi, lattiginosi, tra aprile e maggio del 1992. La Sicilia sembrava immersa in un bicchiere di acqua e zammù, di quelli che a Palermo si bevono per strada per calmare i tormenti dell’estate.

Qualcuno era anche deluso: come? ci avete fatto credere alla grande abbuffata, e invece vi siete fermati all’antipasto, e a un paio di contorni? Dov’è il piatto di portata, il cinghiale arrosto, il vitello grasso, dov’è? Intorno tutto si muoveva come se nulla fosse. Tirava un vento di scirocco, vento pieno di rabbia. E noi la sentivamo, comunque, l’energia. Sembrava che ci fosse come un’onda, potentissima eppure leggera, una marea, ecco, che si disperdeva dal cratere che stavamo preparando.

Sotto quel pezzetto bello e tondo del cielo di primavera, vedevamo Cossiga, Craxi, Andreotti, e i comunisti e la Dc, i giudici della Cassazione e quelli del Maxi, i questori e le squadre mobili, la Rai e Canale 5. Mentre acconciavamo per loro la nostra coreografia, sentivamo bisbigliare, avanzando, sul luogo del disastro, i pompieri e i carabinieri, il papa polacco e i servizi segreti. Scivolavano, come ipnotizzati da un pensiero gelido, «Repubblica» e il «Corriere», i corrispondenti e gli inviati, tutte le vittime e i martiri, le sacerdotesse dell’Ave Maria e il Padre Nostro che sia fatta la tua volontà, ma solo in cielo, però, perché in terra comandavamo noi.

Era nostra la volontà, nostro era il destino, nostro era il dito che muoveva il mondo. Tutti, li aspettavamo tutti, pronti a misurare il vuoto. In tanti erano coinvolti nella preparazione dell’attentato al dottore Falcone, e ognuno sapeva un pezzetto di storia, ma non tutta la messa.

A ciascuno il verso di un salmo che tutti insieme stavamo mandando a memoria. L’Italia continuava come prima, nel suo contorcersi tra arresti eclatanti e crisi economica, le dimissioni del presidente della Repubblica, la guerra in Serbia, la Disney che apriva un mirabolante parco giochi a Parigi.

Il dottore Falcone tenne quello che sarebbe diventato il suo ultimo incontro pubblico, all’università di Pavia. Parlò giusto giusto della famiglia mafiosa di Castelvetrano, «messa con le spalle al muro dalla Procura distrettuale di Palermo». DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

La strage di Capaci e l’applauso dei detenuti dell’Ucciardone. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 03 marzo 2023

I sismografi dell’osservatorio geofisico di Monte Cammarata, in provincia di Agrigento, percepiscono una scossa tellurica. Nello stesso momento Salvatore Gambino, trent’anni, percorre con l’auto un ponte vicino Palermo, che dà sull’autostrada. Improvvisamente, vede un’esplosione, una fumata, e una specie di lava uscire dall’asfalto. Racconterà: «Sembrava l’Etna»...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Autostrada A29 Palermo-Mazara del Vallo. Altezza dello svincolo per Capaci L’Italia è nel caos.

Il governo è precario, in Parlamento non si riesce a scegliere il nuovo capo dello Stato. La Dc preme per Giulio Andreotti, gli altri partiti chiedono una soluzione più istituzionale, come i presidenti delle due Camere, Giovanni Spadolini o Oscar Luigi Scalfaro.

Qualcuno dice: «Se si dovesse fare un colpo di stato, sarebbe il momento giusto». All’Ucciardone si sposa Nino Madonia, il figlio minore del vecchio Don Ciccio Madonia, il mandante dell’omicidio dell’imprenditore Libero Grassi. Arriva una telefonata al «Giornale di Sicilia» e annuncia un «regalo di nozze speciale per lui». C’è grande eccitazione, tra gli sportivi: la Juventus ha già fatto il primo colpo di calciomercato, e ha acquistato dalla Sampdoria il bomber Gianluca Vialli.

Le famiglie mafiose di Agrigento si riuniscono: sono preoccupate. C’è un ragazzo di vent’anni, un picciotto che, dopo essere stato arrestato per la strage di Racalmuto del 23 luglio 1991, ha deciso di pentirsi, perché gli hanno promesso che se collabora gli fanno rivedere la fidanzatina.

Bisogna fare qualcosa, presto, suggerisce qualcuno. Da domani avremo altre cose di cui preoccuparci, lo stoppano. Domenica di lavoro per gli autori de La Piovra 6. Ultimi ritocchi al montaggio dello sceneggiato di grande successo, che va in onda su Rai 1. Gli sceneggiatori commentano: «Non riusciremo mai a stare dietro la realtà». I sismografi dell’osservatorio geofisico di Monte Cammarata, in provincia di Agrigento, alle ore 17:56 percepiscono una scossa tellurica. Nello stesso momento Salvatore Gambino, trent’anni, percorre con l’auto un ponte vicino Palermo, che dà sull’autostrada.

Improvvisamente, vede un’esplosione, una fumata, e una specie di lava uscire dall’asfalto. Racconterà: «Sembrava l’Etna». Nel tardo pomeriggio, sempre all’Ucciardone, davanti ai tv color delle celle, molti detenuti si lasciano andare a un applauso liberatorio. E a parte questo, nessuno si fece male.

DOPO LA STRAGE

Dopo il fatto di Capaci tutto accelera. Noi non lo sappiamo, e neanche abbiamo il modo di interrogarci. Siamo presi da una scossa di adrenalina collettiva, che a descriverla è difficile: qualcosa di orgiastico, roba che mai avevamo provato in vita nostra.

Tutti i giornali parlavano di Capaci, della potentissima e spietatissima Cosa nostra, tutti piangevano il dottore Falcone, e i primi erano proprio quelli che in vita ci avevano tanto aiutato delegittimandolo giorno dopo giorno, isolandolo, preparandoci il terreno. Addirittura si parlava di quello che era successo in Sicilia anche all’estero: Frontline judge murdered by the mafia, Masacre en Sicilia, Massacre à Palerme, Le juge Falcone assassiné, Die sizilianische Mafia erklärt dem Staat den Krieg.

In Italia, invece, i giornali sembravano fare gara a chi la sparava più grossa: «Il segnale della bomba è partito da un aereo», «in campo almeno cinquanta uomini», «la strage è costata alla mafia almeno due miliardi». Si notava l’intenzione di offrire al pubblico la degustazione dell’esattezza, facendo fuori fino agli ultimi avanzi dell’evento, attribuendo subito colpe e responsabilità.

Nessuno, però, parlava di noi, e questo ci sembrava ancora più incredibile. Avremmo voluto uscire allo scoperto e gridare al mondo: siamo noi! Noi siamo stati! Venite qui a prenderci! Passeggiamo alla luce del sole, Matteo un si scanta! È lui l’imperatore! Ma questa provincia nostra di Trapani, il Belice, Mazara, Alcamo, faceva notizia solo per i terremoti, mica per la mafia.

Volevamo investire il mondo con la nostra guerra, come un contagio che si prende nelle vie, nell’aria che si respira. Volevamo essere un nemico terribile, senza confini e senza volto. E fu in questo clima che cercammo di rivederci, anche se era difficile, perché c’erano sbirri per le strade, e qualcuno a Roma e a Palermo aveva cominciato a dire «adesso facciamo sul serio», senza ridere sotto i baffi come era stato fatto negli ultimi cinquanta anni.

E c’era anche chi stava cominciando a capire che non poteva vincere questa partita stando sugli spalti come aveva sempre fatto. E Matteo organizzò un altro incontro; non eravamo tanti, ma quelli necessari. Quelle persone che hanno fatto queste scelte di vita contro di noi le sapevano le conseguenze – era il nostro commento – e come ci piace il dolce, ci deve piacere anche l’amaro.

C’era da portare a termine un compito, tutto il resto non ci interessava. Il signor Totuccio si fermò pochissimo con noi; aveva gli occhi che gli facevano pupi pupi per una stanchezza quasi onirica e disse due cose che ci furono subito chiare, sottolineate dal silenzio di Matteo, che lo lasciava fare.

La prima era: Ci vuole un altro colpetto. Insomma, eravamo nel mezzo del più grande incendio scatenato in Italia negli ultimi cinquanta anni, avevamo ancora le taniche di benzina in mano, e volevamo continuare. Bisogna muoversi, aggiunse.

Il ricordo andò a Leoluca Bagarella, che era quello che si accaniva con i cadaveri, che spesso dovevamo fermarlo mentre a uno già morto lui continuava a dare calci o spararci, con grande spreco di munizioni e di pazienza nostra. Ma noi adesso volevamo la stessa cosa.

Lo stato era a terra, ma bisognava continuare a colpire. Alla corleonese. Come quando facevamo qualcuno, e poi gli uccidevamo i parenti, e poi davamo fuoco alle case e all’azienda, ai mezzi, perché di lui non restasse memoria.

Noi volevamo che dello stato non restasse memoria. Non volevamo fare la storia, la volevamo cancellare. Ed essere poi noi, la storia. La seconda cosa che ci disse era la premessa della prima, nell’ordine di ragionamento contorto che Riina aveva, e che ci rendeva difficile comprenderlo ogni volta. Ed era: Ci cercano.

I più ingenui pensarono agli sbirri, a qualche nuovo super procuratore antimafia di staminchia, a un alto commissario, un prefetto di ferro, un poliziotto di acciaio, i carabinieri, i falchi, pure la forestale, il dottore Borsellino, gli altri dottori, quelli del nord, la Nato, i servizi segreti, l’Onu, Cgil, Cisl e Uil. Chi ci cerca? Io tratto solo cose e persone importanti, aggiungeva. Matteo aveva capito, e poi ci spiegò. A modo suo. Anche lui disse solamente: Ci cercano. Non come chi ha paura, ma come chi è desiderato. Ci cercano. […].

Aveva fretta, il dottore Paolo Borsellino. Lo diceva a tutti: devo fare in fretta. Venne la fretta anche a noi. Dovevamo ucciderlo. Per quello che aveva fatto. Per quello che ancora voleva fare. Voleva indagare sulla morte del dottore Giovanni Falcone, voleva portare avanti le indagini sugli appalti.

Falcone fu ucciso per vendetta. Borsellino fu ucciso anche lui per vendetta, ma anche a scopo preventivo. Perché avevamo imparato la lezione. Perché dovevamo continuare a fare la guerra per poi fare la pace. E il dottore Borsellino si era messo in mezzo. […].

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Tutti i piani mafiosi per uccidere il giudice Paolo Borsellino. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 04 marzo 2023

Un altro attentato allora volevamo farlo nella casa a mare di Borsellino, a Marinalonga, nei pressi di Carini. Era vicino del nostro Angelo Siino, sembrava cosa facile anche lì. Ma siccome Siino conosceva al dottore Borsellino, l’ha visto e l’ha messo in guardia. Siino infatti pensava: qui, se succede qualcosa, il primo che si inculano sono io...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Noi dunque lo conoscevamo bene il dottore Paolo Borsellino, ancora meglio del dottore Falcone, e anche per lui era dall’inizio degli anni Ottanta che pensavamo di combinare qualcosa, perché aveva cominciato anche a fare indagini sulla famiglia Riina, aveva arrestato anche il fratello di zio Totò, Giacomo, a Bologna, e aveva svolto indagini particolari con quel capitano dei carabinieri, Emanuele Basile – che poi era stato ucciso – che aveva portato all’arresto di Francesco Madonia e di suo figlio.

E i palermitani ce lo dicevano sempre: se abbiamo dovuto uccidere il capitano Basile, la colpa è del dottore Borsellino, che se si stava un poco buono e non dava fastidio ai nostri vecchi amici, ai soci di combriccola, non creava tutti questi macelli. E quindi dopo Basile, per noi, era venuto il momento di Borsellino, solo che l’occasione non c’era stata mai. Avevamo anche tentato di avvicinarlo in qualche modo: c’eravamo mossi a Palermo, a chiedere: la famiglia, qualche compagno di scuola, un abboccamento, un’amicizia, ma, come per il dottore Falcone, non c’era possibilità; anzi, Borsellino si era messo in testa che doveva arrivare a prendere i killer di Basile, e non voleva essere accomodante. E ancora doveva esserci tutta la vicenda del Maxiprocesso… Comunque, per lui la sentenza era stata emessa da tempo.

Era stata rinviata solo l’esecuzione. Ogni volta che lo vedevamo, ripetevamo la stessa frase: rompiamoci le corna. Quando Borsellino arrivò a Marsala, ci sembrò quasi una provocazione. E quindi cercammo di capire il da farsi. Studiammo i suoi passi, la scorta, il viaggio che faceva da Palermo, a che ora era a Marsala, dove pranzava, se il caffè lo pigliava al bar. Scoprimmo che amava fare certe passiate tipo il commissario Montalbano, quello di Camilleri, a piedi, al lungomare della Spagnola, dopo pranzo.

Ci si poteva lavorare, come idea. Nel 1988 avevamo tutto pronto, e una mano amica sembrava volerci indicare la strada. Non lo sapete, ma in quel periodo al dottore Borsellino stavano quasi per levare la scorta ‒ a uno dei magistrati più a rischio in Italia ‒ e si discuteva di «alleggerire» la sua protezione. E così fu. Fu revocato il presidio fisso sotto casa sua. Non c’era più nessuno a fare da guardia. Buono.

Poi lui era abitudinario: andava sempre a messa la domenica, comprava ogni giorno i quotidiani alla stessa edicola. Sapevamo pure da quale pollaio comprava le uova fresche. Aveva questo pallino delle uova, gli piacevano a sucare, sarà. Ci faceva il buco, e poi se le beveva ancora calde del culo di gallina.

Magari come noi ci metteva dentro un goccio di vino marsala, quando nei rigori dell’inverno uno starnuto o un raschiamento della gola annunciavano un possibile raffreddore ed era il caso di metterci un rinforzino.

Un giorno era fatta. Fatta, vi dico, fatta. Ci partimmo, ognuno con il suo compito, muovendoci a bordo di un motorino dalla nostra base, che era vicino un negozio di mobili in Viale delle Alpi, a Palermo, e andammo sotto casa del dottore Borsellino.

Lo vedemmo scendere dall’auto, accelerammo mentre lui si guardava attorno, mettemmo le mani nella giacca, il ferro era pronto e muto come sempre, stavamo per sparare, ma Borsellino ebbe come un presentimento, accelerò il passo, entrò nel portone e se lo chiuse dietro con un grande sbam. A noi non rimase che ricacciare indietro la delusione, restare agghiuttuti giusto una frazione di secondo, e poi ripartire, e andare via di là senza fare capire niente a nessuno, prendendoci anche un colpo di «cornuti!» per un sorpasso avventato. Anche qui, non dovete pensare che era tutto improvvisato. Avevamo studiato. E avevamo scelto questa formula, i colpi da un motorino in corsa, perché volevamo confondere le acque.

Insomma, se fosse stata un’autobomba, o un’azione come si deve, come con il prefetto Dalla Chiesa o il dottore Chinnici, tutti avrebbero capito che c’era la nostra firma. In quel modo, invece, volevamo ingenerare confusione: chi ha ammazzato Borsellino? Mah, due picciottazzi a bordo di un motorino rubato. E infatti anche la pistola era stata scelta con cura.

Avevamo il bendidio di armi, e ci piacevano moltissimo i kalashnikov come le P38, ma in quell’occasione avevamo optato per una banale calibro 7 e 65, corta e semiautomatica, un giocattolino, roba da delinquenti di strada. Fallito quel colpo, avevamo ripreso gli appostamenti, soprattutto nei giorni festivi. Chissà perché, non solo era scritto che avremmo ucciso prima o poi il dottore Borsellino, ma che lo avremmo fatto di domenica.

Ma era in corso il processo d’appello del Maxi, e a un certo punto pensammo che uccidere Borsellino poteva comunque essere, in quel periodo, una cattiva pubblicità per tutti noi. Era meglio aspettare. Intanto non solo Borsellino non si calmava, anzi, aumentava il suo lavoro, e la cosa ci dava sempre più fastidio, perché qui dobbiamo dire un’altra cosa. Che i due magistrati, Falcone e Borsellino, non erano la stessa cosa.

Oggi siete abituati a vederli insieme nella vostra toponomastica con cui lastricate i sensi di colpa, ma non è così. Noi li conoscevamo bene. Erano persone diverse, con caratteri diversi, e idee molto diverse, a volte anche in contrasto. Il dottore Borsellino era assai più irruente dell’amico, ad esempio, e anche più operativo.

Il dottore Falcone era più un tipo da grandi strategie, relazioni. Spesso avevamo la sensazione che Borsellino, quando parlava e lanciava i suoi strali sul «calo di attenzione nella lotta alla mafia», avesse dato voce al pensiero di Falcone, che era più cauto. E infatti li chiamavamo «il braccio e la mente».

GLI AVVERTIMENTI DI SIINO

Un altro attentato allora volevamo farlo nella casa a mare di Borsellino, a Marinalonga, nei pressi di Carini. Era vicino del nostro Angelo Siino, sembrava cosa facile anche lì. Andò Di Maggio a casa di Siino a fare una serie di appostamenti, per capire se si poteva fare la cosa.

Il residence, infatti, aveva una sola uscita, e in pratica dalla rete metallica della villa di Siino si vedevano proprio tutti gli spostamenti e i movimenti di Borsellino, le occasioni in cui si allontanava dai due che gli facevano la scorta, tutte le volte che usciva con il vespino.

Tanto che Di Maggio ci aveva preso gusto, sembrava un lavoro facile; e tra un bagno e una mangiata di pesce questo vai e vieni da casa di Siino era durato due settimane. E Di Maggio poi aveva riferito tutto. Ma siccome Siino conosceva al dottore Borsellino, l’ha visto e l’ha messo in guardia. Siino infatti pensava: qui, se succede qualcosa, il primo che si inculano sono io. E allora, mentre c’era Di Maggio, chiamò Borsellino nel bungalow di suo fratello e cercò di parlargli per avvisarlo.

Ma la cosa fu tragica, perché Siino era convinto di poter parlare molto in amicizia, di dirgli: «Ma chi glielo fa fare, ma perché sta facendo tutte queste cose», «Ma dottore, perché…». E invece Borsellino impazzì e si mise a urlare: «Ora lei mi deve dire chi la manda, che cosa vuole dire!». E Siino: «Dottore, non c’è nessuno motivo… era per parlare». Morale: Borsellino si infuriò, e anche Siino ci rimase male. Ma come, pensava, io ti sto dicendo questa cosa, di stare attento, anche perché qui a Marinalonga non hai nessun tipo di scorta, e tu reagisci così? Siino dopo l’incontro si pigliò di confusione.

Lui non era cosa di fare mediazioni e sensalie, ogni volta combinava danno. E qui il danno era grosso. Perché aveva fatto saltare l’attentato al giudice, e come ringrazio quello lo aveva sicuramente già segnalato. Convinto che lo arrestassero, per sì e per no, Siino fece la cosa che sapeva fare meglio: tagliare la corda. E se ne andò con la barca in Tunisia. Anche perché, pensava, se davvero fanno a Borsellino, è meglio che mi levo dai piedi.

E saltò anche questo progetto. In qualche modo avevamo capito che se dovevamo liberarci del dottore Borsellino, l’attentato, alla fine, avremmo dovuto farlo noi, senza delegare ad altri. La cosa non ci calava molto, perché significava uscire dalla nostra invisibilità, ma Borsellino era procuratore a Marsala, a casa nostra, e se avessimo aspettato che se ne ritornava a Palermo, gli amici di lì non ce l’avrebbero mai perdonato.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Il gioco degli inganni e l’omicidio di un boss vicino ai “servizi”. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 05 marzo 2023

Vincenzo Milazzo si era messo in testa non solo di mettersi contro la nostra strategia, ma anche di diventare lui, il capo. E pensare che con Matteo Messina Denaro erano grandi amici, e che insieme avrebbero potuto fare grandi cose. Ma faceva il gioco delle tre carte, un po’ diceva sì, un po’ diceva no. E conosceva gente nei servizi, così dicevano, e si faceva delle riunioni tutte sue.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

A Marsala i rappresentanti delle famiglie erano Vincenzo D’Amico e Francesco Craparotta. Gli spiegammo il da farsi, la necessità di compiere l’attentato. Gli potevamo mettere a disposizione Vito Mazzara, che era campione sportivo di tiro a piattello, oltre a essere un pezzo importante della storia di tutti i trapanesi. Sparava da vero professionista. E già ci fu un primo no. Loro non si sentivano minacciati da Borsellino.

Avevano agganci con tutti, con i politici, con uomini delle istituzioni, e tutti avevano garantito che loro, comunque, erano intoccabili. Anzi, nell’occasione ci avevano ribadito che non era cambiato molto dai tempi di Mariano Licari, il mitico capomafia degli anni Cinquanta.

Più volte qualche giudice aveva cercato di arrestarlo, per «i reati più obbrobriosi», come scrivevano ai tempi, e più volte carabinieri e polizia avevano ribadito per iscritto che Licari godeva di «stima e reputazione» e «non era mafioso». Ecco perché i marsalesi ci dicevano: Cu ni ci porta? Siamo a posto, non abbiamo nessun tipo di problema con Borsellino. Fare una cosa di questo genere ci porterebbe solo problemi. Non avete nessun problema con Borsellino? ’Stu cornuto? ’Stu tinto? ’Stu disonorato?

E pensare che avremmo fornito tutto noi, c’era già una mezza idea: un’autobomba sotto il tribunale, che poi era un’ex scuola, in una piazzetta angusta. Oppure al commissariato di polizia, dove Borsellino dormiva. Ma loro insistevano: Non possiamo mettere Marsala sottosopra, noi stiamo bene qui, stiamo tranquilli. Perché non cerchiamo un altro posto dove c’è meno clamore? Qua non muore solo Borsellino, muoiono magari decine e decine di persone. Con i marsalesi c’erano problemi ogni volta.

Facevano affari in zone non loro senza dare preavviso, si erano appropriati di soldi che servivano per pagare gli avvocati e sostenere le famiglie dei detenuti, pestavano i piedi alla famiglia di Mazara. Questo primo no di quei disgraziati aveva insomma creato un po’ di tensione. E poi qualcuno se l’era cantata. Perché a un certo punto a Borsellino fu rafforzata la scorta.

Quindi, è vero, c’era chi parlava con la famiglia di Marsala, ma c’era anche chi riceveva messaggi. Quattro cornuti ci ero a cuntare tutti cose, commentò Matteo con disprezzo. Ma c’era anche un’altra cosa. Che i marsalesi avevano detto no a Riina e a Matteo.

Avevano espresso il loro parere contrario. E quindi, lo sapete già come poteva andare a finire, no? Perché a un certo momento le strade erano due: o non si faceva l’attentato, o si eliminavano le persone contrarie e poi si andava a fare l’attentato. E noi l’attentato dovevamo farlo, punto.

L’idea iniziale era di sterminare tutta la famiglia di Marsala. Una strage. Troppo bordello. Allora passammo a più miti consigli. Fu così che l’11 gennaio del 1992 furono uccisi Vincenzo D’Amico e Francesco Craparotta. Si era ancora nel clima delle feste di Natale, anche perché a Marsala si usa aspettare la festa della Santa Patrona, la Madonna della Cava, che è il 19 gennaio, per smontare alberi e presepi, rimettere in soffitta statuine e lucine intermittenti, e chiudere i tavoli di cucù e sciumè. Se la prendono comoda.

Un paio di settimane prima, a Tonnarella, in una villa sul mare a Mazara del Vallo, Matteo organizzò una schiticchiata, una mangiata con Totò Riina. Matteo era elegante, sembrava un figurino. Il signor Riina era di buonumore. Venne con una Alfa 164 bianca, e regalò un milione di lire a ognuno dei partecipanti, per comprare un pensiero per le nostre famiglie – che magari in un altro momento avremmo potuto coinvolgere in una bella tombolata tutti insieme, oppure a giocare all’asso che corre o a bestia.

Ma non era questa la serata adatta. E lì Riina si girò verso Antonio Patti e gli disse: Dobbiamo levarci queste spine a Marsala. E poi offrì spumante: mosciandò per tutti. Il 12 gennaio 1992 un tale, Francesco D’Amico, andò dalla polizia. Mio fratello Vincenzo, disse, questa notte non è tornato a casa. È uscito di casa alle sette del mattino, e non è più tornato. Vabbè, sarà in giro. Il fatto è che abbiamo trovato l’auto, lui no. Malamente, pensò il poliziotto.

A compiere l’omicidio fu Antonio Patti, al quale Matteo aveva promesso che sarebbe diventato il nuovo reggente della famiglia mafiosa di Marsala. E alla famiglia di Marsala, in regalo, sarebbero andate anche tutte le estorsioni fatte nel paese di Petrosino e che finora erano competenza dei mazaresi. E così fu stabilito in una riunione che, dopo gli omicidi, abbiamo tenuto all’hotel Hopps di Mazara.

In contemporanea una signora andò dai carabinieri: mi presento, sono la moglie di Francesco Craparotta. Mio marito questa notte non ha fatto ritorno a casa. Anche gli sbirri sapevano che i due non erano persone qualunque. E qualcosa di grave doveva essere successo. Ma gli faceva strano, perché non c’erano stati segnali di una guerra di mafia in arrivo.

Non sapevano che erano vittime del nostro ragionamento gelido, e che li avevamo uccisi perché erano delle crepe nel nostro svolgimento perfetto delle ammazzatine che volevamo fare. Poi il 7 febbraio, infine, il terzo omicidio. Gaetano D’Amico. Gli sparammo al bar. A questi omicidi partecipava anche un grande amico di Matteo, Vincenzo Milazzo, coetaneo suo, astro nascente della famiglia mafiosa di Alcamo. Che bello che era, Vincenzo. Era tutto: enologo, chimico, sicario, sperto, fimminaro, vincente.

Conosceva tutti nella Alcamo bene: politici, senatori. Faceva la bella vita. Anche lui venne ucciso, da Matteo, a luglio di quell’anno 1992, perché anche lui aveva cominciato ad avere perplessità sulle stragi. E in quel caso Matteo agiva come una specie di ministro dei Temporali. Perché poi avete bisogno di dare etichette, voi. E allora sì, se Siino era il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa nostra, se lo zio Ciccio era quello degli Esteri, potete scrivere tranquillamente che Matteo era ed è il ministro dei Temporali, perché arrivava come una saetta e colpiva chi tradiva, in questo caso il povero Vincenzo Milazzo, che si era messo in testa non solo di mettersi contro la nostra strategia, ma anche di diventare lui, il capo.

Amo a virere – diceva – quando cominciano a piovere gli ergastoli… E pensare che con Matteo erano grandi amici, e che insieme avrebbero potuto fare grandi cose. Ma faceva il gioco delle tre carte, un po’ diceva sì, un po’ diceva no. E conosceva gente nei servizi, così dicevano, e si faceva delle riunioni tutte sue. Un tale, non si capisce se per prenderlo per fissa o perché ci credeva davvero, gli aveva anche prospettato l’idea di una guerra batteriologica, avvelenando degli acquedotti, e lui era sbottato: ma siete dei pazzi!

Matteo non poteva permettere che si facessero queste deviazioni, queste trattative nelle trattative, che si poteva finire in un labirinto, come quello che hanno fatto a Gibellina dopo il terremoto. E proprio da Gibellina stava tornando l’amico nostro Vincenzo, quando lo incrociammo con l’auto per dire che Matteo lo aspettava al solito posto per un chiarimento.

E il solito posto era questo malaseno che utilizzavamo per la droga, e quando Milazzo arrivò non ebbe tempo di dire né ai né bai. Aprì la porta. Ci vide tutti in piedi ad aspettarlo, uno di noi con l’arma già pronta. Disse soltanto: Spara, cornuto.

E gli sparammo. Certo, con un po’ di dispiacere. Ma il nostro motto era: non essere deboli. Infilammo il corpo in un sacco nero. Matteo fece una fossa con l’escavatore. E addio Milazzo. Qualche giorno dopo, nella stessa fossa ci infilammo un altro sacco nero. Dentro, c’era la fidanzata Antonella. Lei la strangolammo. Faceva troppe domande, era squieta, ci conosceva tutti. Sì, la strangolammo. Anche lei, su appuntamento, nello stesso posto. Alle donne noi non abbiamo mai sparato.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

E Totò Riina disse: “A Sarajevo muoiono tanti bambini, che problema c’è?”. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 06 marzo 2023

Nel delirio ognuno la sparava grossa, su come dare un altro colpetto. Qualcuno diceva: perché non avveleniamo le merendine dei distributori delle scuole? Qualcun altro voleva mettere le siringhe infette di Aids nascoste nella sabbia di Rimini. Qualcun altro voleva distruggere i templi di Selinunte. Oppure mettere una bomba nel centro di Trapani. Ma sarebbero morte tante persone innocenti, avevamo obiettato. E Riina: A Sarajevo muoiono tanti bambini innocenti, per ora. Che problema c’è?

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

In quell’estate del 1992 continuammo a vederci e a riunirci, forse anche con meno precauzioni rispetto a prima, perché avevamo fatto saltare in aria l’Italia e ci sentivamo potenti e intoccabili. La nostra natura predatoria aveva preso il sopravvento. Assistevamo ai funerali di Stato, ai cortei dei «Buffoni! Buffoni!», ai cuori vibranti di protesta. Vedevamo le strade invase da militari e carabinieri.

Peccato che all’epoca non ci fosse ancora internet perché avremmo fatto una diretta in streaming per urlare al mondo: siamo noi. E avremmo voluto continuare, e abbiamo continuato. Eravamo dentro una specie di incantesimo, una ruota che girava nella ruota, un inizio senza fine.

Alcuni proponevano di portare le bombe sul continente. Matteo e i Graviano cominciavano già a valutare questa opzione: tanto a Roma l’esplosivo lo avevamo lasciato, e poi non sarebbe stato un problema spostarlo qua e là. E in effetti verrà il turno dei luoghi d’arte e dei musei. Come se fossimo fatti di acido, avevamo delle visioni: ci ubriacavamo spesso, in quel periodo, cercavamo una magica regressione nel ventre protettore dell’ebbrezza, che ci ricordava quello della mamma.

Arrivavamo già ubriachi agli appuntamenti con le nostre ragazze per portarle in motoscafo a fare il bagno dietro l’isola di Favignana, consumavamo litri di vino bianco con la scusa di accompagnare due fili di busiate allo scoglio nei ristoranti vista mare di Mazara, passavamo i pomeriggi di caldo e polvere scandendo il tempo a suon di birre. Nel delirio ognuno la sparava grossa, su come dare un altro colpetto.

Qualcuno diceva: perché non avveleniamo le merendine dei distributori delle scuole? Qualcun altro voleva mettere le siringhe infette di Aids nascoste nella sabbia di Rimini. Qualcun altro voleva distruggere i templi di Selinunte. Oppure mettere una bomba nel centro di Trapani. Ma sarebbero morte tante persone innocenti, avevamo obiettato. E Riina: A Sarajevo muoiono tanti bambini innocenti, per ora. Che problema c’è?

Ci mancava solo che qualcuno diceva: togliamo i sassi alla Luna, a poco a poco, per farla crollare sull’Italia. Per fortuna che c’era Matteo a riportarci sulla Terra. Lui stava a Bagheria, oppure a Brancaccio. Lì un giorno i poliziotti fecero irruzione nell’appartamento dove era ospitato, convinti però di trovare Giuseppe Graviano. Per fortuna non c’era nessuno, ma a ogni modo a Graviano viene la prescia, appena la polizia se ne va, di svuotare l’appartamento, soprattutto perché c’era un mobiletto con tutte le foto e i documenti di Matteo.

Nella vostra memoria rimane il ricordo di quelle stragi: e Falcone & Borsellino, e Giovanni & Paolo sempre con noi, e i cortei, e le foto – una in particolare che sembrava fatta apposta per il necrologio combinato dei due – ma per noi era chiaro che la cosa non finiva lì. E quell’anno, come vi abbiamo spiegato, fu pieno di altri eventi importanti, che servirono eccome per gli scopi che ci eravamo prefissi, per il cambio generazionale, strategico, che Matteo stava portando avanti. Quindi parlare di quelle stragi senza coinvolgere il resto è come farci un torto.

Perché il mosaico è unico e, anche se avete in mano le tessere più grosse, è dai particolari che si apprezza la visione di insieme, no? E Matteo la visione di insieme l’aveva chiara. Noi con l’adrenalina in corpo a volte ragionavamo davvero come bestie, sembravamo cani da caccia incontenibili dopo aver azzannato le prime fagianelle, e avremmo voluto continuare, per quel senso di onnipotenza che ci dava l’intera operazione. Eravamo diventati, improvvisamente, un’arma mortale, distruttiva, potentissima, da gestire con cura, perché qualcuno si sarebbe potuto fare male.

E non bastava neanche l’esperienza, per gestirci, perché eravamo qualcosa di nuovo, un improvviso fuoco di sant’Antonio nella storia di Cosa nostra, ed è per questo che anche il signor Riina ne è stato travolto, perché è stato vittima dello stesso mostro che aveva creato, convinto di poter dominare il mondo a furia di colpi e colpetti, e invece poi il colpo lo ha preso lui, tradito dai suoi, preso, buttato in carcere, finito, stop. Matteo no.

Aveva pensieri nuovi e splendidi, Matteo, vedeva tutto con chiarezza, sembrava sempre sapere. Ed è per questo che cavalcò questo tsunami con posa plastica da surfista, portandoci tutti dentro il nuovo corso che lui stava creando per noi.

Serviva al cambio di passo, ad esempio, l’omicidio di Ignazio Salvo, uomo d’onore del nostro territorio, e come tale potente e segreto. Grazie a noi la sua fortuna era stata grassa e sfacciata, tanto che lo chiamavamo «Il barone del 10 per cento». Dalla montagna di gesso della sua Salemi aveva costruito con suo cugino Nino un impero. Era caduto in disgrazia, era inaffidabile, e ci siamo andati a casa, il 17 settembre di quell’anno 1992, con un commando di uomini d’onore di tutto rispetto.

Per noi Ignazio Salvo era il tramite per Lima. Ucciso Salvo Lima a marzo, Ignazio Salvo era da mesi un morto che camminava, e lo sapeva, e aveva pure delle guardie del corpo armate fino ai denti, ma erano persone di buon senso e avevano capito che se non volevano appizzarci oltre lo stipendio anche la vita, era meglio lasciarci fare. L’Italia era nella tempesta perfetta, perché tante cose stavano accadendo insieme, e se il destino è un regista, ha proprio talento.

Perché c’era la nostra guerra, c’era Tangentopoli, e c’era la più grave crisi economica mai vista, con la lira svalutata. In effetti era proprio come se la Luna stesse crollando sul nostro Paese. E in quel caos ne approfittammo ancora, perché il caos non è disordine, il caos è una scala. E il gradino successivo era proprio Ignazio Salvo, che fu ucciso a Bagheria, e siccome valeva sempre quanto avevamo deciso mesi prima, non ci fu bisogno di chiedere alcun permesso al capo mandamento della zona.

Per queste operazioni ognuno dava carta bianca nel proprio territorio: ciascuna delle famiglie, all’occorrenza, avrebbe messo a disposizione uomini e mezzi. Era non solo una regola, di più, era l’essenza di Cosa nostra. È come quando viene deliberato lo «stato di emergenza», e saltano tutte le regole e i protocolli, per essere più veloci e operativi.

Arrivammo dal mare, ancora una volta, come i pirati a Palermo «cu li facci d’inferno» e nel buio della notte. Lui era fuori casa, lo sapevamo. Sarebbe rientrato di lì a poco. Lo aspettammo nel giardino della sua villa. Gli svuotammo addosso i caricatori delle nostre pistole automatiche non appena scese dalla sua Mercedes bianca, con le mani ancora in tasca, tra il cancello di ferro battuto e gli scalini della veranda.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA", DI GIACOMO DI GIROLAMO

Matteo Messina Denaro e l’agguato contro il commissario Rino Germanà. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 07 marzo 2023

E fu quando il signor Riina disse che sì, era venuto il momento di levarci qualche spina che Matteo finalmente accennò un sorriso, e pensò a un uomo in particolare, un ispettore di polizia o commissario o quello che è, catanese, il dottore Rino Germanà, che gli stava molto sui coglioni, anche troppo, per diversi motivi...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Matteo in questa nostra guerra era un generale presente e attento. Ci metteva la faccia, certo, prendeva decisioni, stava soprattutto accorto a che il fronte rimanesse compatto, e niente lo gasava di più che stanare chiunque tra noi non mostrasse la massima adesione al progetto di guerra allo stato.

Stava anche attento, però, a non sporcarsi le mani. Lo faceva per noi, per il nostro bene: più il suo nome rimaneva nell’ombra, più nel nostro territorio potevamo continuare ad agire nella più assoluta indifferenza.

Era incredibile; eravamo in trincea, ma era una trincea tranquilla – in doppiopetto, potremmo dire –, giravamo alla luce del sole, senza che nessuno dicesse né ai né bai, e se qualcosa ci tradiva non era mica per la spirtizza di chi avrebbe dovuto fermarci, ma per la nostra euforia, che a volte ci portava a commettere errori.

Errori Matteo non ne faceva, teneva tutto sotto controllo, sembrava sempre con il pensiero altrove. Però anche lui aveva le sue debolezze. E non parliamo né di auto né di orologi, né di donne o stecche di sigarette intere da fumarsi tra un appostamento e l’altro.

La debolezza di Matteo era consumare qualche piccola vende personale. Anche lui aveva una sua lista nera, solo che non la tirava fuori, non voleva creare confusione nella mischia che c’era. E fu quando il signor Riina disse che sì, era venuto il momento di levarci qualche spina – non solo per senso di vendetta, ma anche per tenerci in allenamento nell’attesa che gli eventi si chiarissero, e per far fare un po’ di festa ai cani che tenevamo al posto del cuore –, che Matteo finalmente accennò un sorriso, e pensò a un uomo in particolare, un ispettore di polizia o commissario o quello che è, catanese, il dottore Rino Germanà, che gli stava molto sui coglioni, anche troppo, per diversi motivi.

Perché era un’anima inquieta, faceva troppe domande, e aveva capito qualcosa della guerra di mafia, e dei Messina Denaro. Ora, in questo caso, la prima cosa che si faceva con un poliziotto che era bravo era di delegittimarlo, con esposti anonimi, lettere, qualche calunnia. La seconda cosa era trasferirlo. E così era stato anche per Germanà.

Però il suo trasferimento per noi fu una punizione, perché nel suo girovagare tra Questura di Trapani e Commissariato di Mazara, tra Castelvetrano e procura di Marsala, in realtà Germanà andava mettendo pezzi su pezzi, ci stava mappando. Aveva scoperto, ad esempio, che eravamo pure dentro le istituzioni, con i nostri suggeritori, e faceva gli schemini con i perdenti e i vincenti della guerra di mafia, e pareva giocasse a quel gioco, nome, cose, città, e a ogni città cominciava ad associare un nome, e una cosa, e poi a tutte le cose il nome dei Messina Denaro.

Lo avevano spostato a Catania, alla fine, ed eravamo tutti convinti che fosse finita lì, anche perché era stato nominato dirigente della sezione della Criminalpol di Caltagirone, incarico prestigioso se non fosse per il fatto che quella sezione non esisteva e non sarebbe mai stata costituita. E nonostante doveva timbrare il cartellino dall’altra parte della Sicilia, lui quando poteva era sempre tra i piedi a Mazara e Castelvetrano, e continuava a girare, a fare domande.

Aveva messo il naso nelle banche, cominciato a indagare su certi notai e logge massoniche. E quindi Matteo decise che la sua spina da levare era Germanà, e che avremmo dovuto ucciderlo. Era tutto pianificato, il 14 settembre del 1992.

L’Italia era nel suo solito caos, con i politici che venivano arrestati, altri che si suicidavano, e ad aggiungere ancora più confusione era arrivata quella specie di guerra civile in Jugoslavia, dove un aereo italiano che doveva portare coperte e aiuti era pure caduto. Quel giorno, al lungomare di Mazara del Vallo, Germanà era a bordo della sua Panda bianca come l’innocenza.

Lo affiancammo con una Fiat Tipo, il motore che accelerava, la marcia in seconda, poi la terza, poi più forte, poi di nuovo la seconda per rallentare, un colpo di clacson, un altro, per farlo girare. Sembrava fatta. Primo colpo di fucile. Mancato. Secondo colpo. Vetro dell’auto in frantumi. Lui, ferito alla testa dalle schegge, accosta e riesce a fuggire. Una scena che pare un cinema. Altri colpi: il commissario è in spiaggia che corre, e ha anche il coraggio di girarsi e rispondere al fuoco. Si getta in mare. Non resta che scappare. Ma questa volta a scappare siamo noi.

E pensare che era stato tutto preparato nel dettaglio, nel villino del fratello di Giovanni Bastone, a Mazara, e Matteo aveva scelto gli uomini migliori tra noi, pure Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano aveva voluto nella squadra: aveva pensato a chi doveva fare da staffetta, a chi avrebbe dovuto «pulire» il luogo dell’attentato. Ma niente, non fu cosa, il diavolo ci aveva messo lo zampino.

E anzi Matteo, dopo, aveva la stessa faccia di uno che il diavolo l’aveva visto in persona, perché ne andava del suo onore e della sua reputazione, e gli veniva in mente quella frase: ci vogliono venti anni per farsi una reputazione, e cinque minuti per distruggerla. È andata male, ripeteva, è rimasto vivo, mentre le radio già davano la notizia, e la storia dell’attentato a Germanà apriva i telegiornali della sera, e qualcuno di noi che commentava, amaro: «Vuol dire che il suo destino era di restare in vita». [...].

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Il covo del capo dei capi svuotato e il “passaggio di consegne” all’erede. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani l’08 marzo 2023

Nel villino dove abitava la famiglia di Riina, quando arrivammo, c’era un gran traffico. Qualcuno era addirittura con il furgone. Avevano scardinato pure una cassaforte da una parete con la fiamma ossidrica. Stavano ripulendo tutto. Biglietti, pizzini, documenti. Tutto. Magari imbiancavano le pareti. Matteo fu chiamato in disparte. Molte carte se le prese lui. Ormai il passaggio di consegne si era consumato.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Sembrava incredibile, ma il 1992 stava per terminare. A noi era sembrato un anno eterno, per tutto quello che avevamo combinato, per l’estate infinita in cui sembrava avessimo intrappolato l’Italia. Poi era arrivato l’autunno, era calata una strana sensazione di tregua. Tante cose si muovevano, lo sapevamo.

Ci interessava poco. La mamma ci aveva insegnato a curarci solo dello stretto necessario, per non fare mala vita, prenderci pensieri che non erano nostri e poi perché per ogni cosa il Signore manda qualche provvidenza. Non si era fatta la tradizionale riunione prima di Natale, e un po’ ci era mancata. Niente passito con i tagliancozzi, niente mangiate, niente dolci con i fichi, niente porcospini.

Ognuno rimaneva a casa sua, chi da latitante, chi da uomo libero ma ancora per poco, tutti confortati e annoiati dai nostri affetti. Guardavamo i presepi, ci sembravano un carcere. Ogni tanto ci concedevamo la tv; le donne quell’anno impazzivano per il film della guardia del corpo, quello con la cantante famosa. E a noi facevano sorridere tutte queste americanate di grandi amori e sparatine, noi che le guardie del corpo sapevamo davvero come farle fuori, senza ultimi baci, canzoni strappalacrime e battute memorabili.

Anzi, se avessimo dovuto mettere in fila tutte le ultime parole che avevamo sentito, a parte i «vi prego, pietà», i «nooo» con abbondanza di vocali e di spavento, i pianti, i singhiozzi, la bava e il piscio, a parte tutto questo, sarebbe venuta una serie di banalità terribili.

A ogni modo, nessuno si azzardava a convocare riunioni: saremmo stati un obiettivo troppo facile, per quella metà di Stato che aveva deciso di farci la guerra (l’altra metà, l’avete capito, ci cercava per ben altro…). «Dopo le feste, dopo le feste», ripeteva Matteo a chi di noi gli chiedeva se c’era in ballo altro, quali erano le prossime tappe della nostra guerra, i fortini da espugnare, le persone da fare: l’elenco era lungo, avevamo appena cominciato.

Ma niente, Matteo ci diceva: pensate a passare delle buone feste a casa, riposatevi, ne avete di bisogno, poi vedremo. E dopo le feste in effetti la riunione fu convocata: non era la Commissione, non era la Supercosa, non aveva più nome né identità ed erano saltate anche le forme, e questa già era una cosa rivoluzionaria. Tant’è che non sapevamo che nome dare a quell’incontro e l’avevamo chiamato «incontro in grande stile».

Si decise per vederci a gennaio, il 15 a Palermo, nella zona di San Lorenzo. Sapete com’è finita, no? Quel giorno Totò Riina venne arrestato. Con Matteo eravamo a Palermo proprio quella mattina. Avevamo appuntamento nello spiazzale di un centro commerciale, in periferia, per cambiare auto e giro.

Piccole prudenze: non sapevamo mai il luogo esatto delle riunioni. Solitamente posteggiavamo in un punto e ci venivano a prendere. Aspettammo qualche minuto. Alla radio si parlava della crisi del partito socialista di Craxi, dei nuovi arresti di Tangentopoli, della crisi economica. I picciotti di San Lorenzo arrivarono con molto ritardo, ma non vennero a prenderci. Già ancora prima di scendere dall’auto ci urlarono: «Hanno arrestato lo zio Totuccio! Andate! Andate! ’U pigliaru!».

Alle otto del mattino di quel venerdì, i carabinieri dei reparti speciali avevano preso Totò Riina fra i palazzi della rotonda di Via Leonardo da Vinci, vicino il Motel Agip. Già giravano voci di come lo avevano catturato: messo a terra, la faccia nella polvere, una pistola automatica puntata alla tempia. Lui che aveva prima mostrato una patente falsa, e poi era stato costretto ad ammettere: sì, sono io. Eravamo nel panico, Matteo invece no. Ci disse: restia[1]mo. Ma dove? Qui, aspettiamo.

Ma aspettiamo cosa? Viremo se è vero, innanzitutto. Ed era vero. Perché poi arrivò la notizia alla radio, con il signor Riina che era stato seguito dai carabinieri su dritta di Balduccio Di Maggio (che si era pentito), e non aveva opposto resistenza ma si era limitato a dire: state sbagliando persona. E i giovani che scendevano in strada a festeggiare. E magari anche da dove ci eravamo nascosti sentivamo gli strombazzamenti lancinanti dalla Questura, le code festose tipo che l’Italia aveva vinto i Mondiali.

E per un momento ci guardammo tutti, per un altro pensiero che ci era venuto in testa. Ed era un ricordo di qualche mese prima, subito dopo l’attentato al giudice Paolo Borsellino.

La gente non sembrava più n noi. C’erano le manifestazioni, le catene umane. E ci eravamo detti: passerà, come sempre. Calati junco. Solo che poi, a un certo punto, erano spuntati pure i lenzuoli bianchi dai balconi, e anche se non ne capivamo il significato, ci sembrava un affronto, ci faceva un po’ paura. Non ricordavamo che il colore bianco potesse essere così minaccioso. Ma la cosa allucinante è che pure nel quar[1]tiere di Brancaccio, regno dei fratelli Graviano, c’erano persone che mettevano lenzuola ai balconi per dire no alla mafia, e questo non era sopportabile.

Su suggerimento di Matteo, che nel frattempo li ospitava al mare da noi, i Graviano acchiapparono a Gaspare Spatuzza, uno che non si scantava di nulla, e gli dissero: segnati nome e cognome e attività e patronimico e magari quanti peli nel culo hanno di tutte le famiglie che osano esporre i lenzuoli a Brancaccio, così si insegnano. Vacci a tuppuliare.

Spatuzza, che venerava Matteo, aveva accettato di buon grado l’incarico, ma era tornato sconfortato qualche giorno dopo: non posso appuntarmi tutti i nomi, sono troppi. Questo pensavamo, mentre intorno tutto il mondo girava, e per la prima volta da un po’ di tempo sembrava non girare a verso nostro. Matteo ci richiamò alla realtà: ora possiamo andare. Ma dove? A Castelvetrano? No, a casa di Riina.

Ma ci vuoi morti? Ma non è che Matteo ci aveva venduti come qualche cornuto aveva fatto con lo zio Totuccio? Era un pensiero che ci faceva sudare freddo. Nel villino dove abitava la famiglia di Riina, quando arrivammo, pensavamo di trovare la polizia, e che gli avremmo fatto questo bel regalo di Natale in ritardo con la nostra cattura, pure. E invece trovammo i nostri. C’era un gran traffico.

Qualcuno era addirittura con il furgone. Avevano scardinato pure una cassaforte da una parete con la fiamma ossidrica. Stavano ripulendo tutto. Biglietti, pizzini, documenti. Tutto. Magari imbiancavano le pareti. Matteo fu chiamato in disparte. Molte carte se le prese lui. Ormai il passaggio di consegne si era consumato.

La mafia siciliana divisa fra nuove bombe e antichi accordi. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 09 marzo 2023

Provenzano credeva di poter inaugurare un nuovo regno, non capiva che anche per lui era cominciato il conto alla rovescia. L’accordo in realtà si stava facendo. Ma a nostra insaputa. Noi non eravamo al tavolo. Eravamo parte dell’accordo.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Matteo era dunque deciso a continuare, perché voleva portare avanti la sua opera di trasformazione, e aveva bisogno che il corpo malato di Cosa nostra, che si offriva alla vendetta dello Stato, emettesse alcuni colpi di tosse. Noi pure volevamo continuare, perché avevamo un imperativo, che non era solo il vecchio adagio del futti futti che dio perdona a tutti, ma uno più spicciolo.

E si sa, le grandi tragedie non accadono con spirito nobile o ampie vedute, quella è virtù di pochi; le grandi tragedie accadono da pensieri banali, piccole intenzioni. E la nostra intenzione era quella di rispondere a quel finimondo che lo stato stava mettendo contro di noi, il carcere duro, innanzitutto, dal quale ci arrivavano racconti terribili: i nostri parenti privati di luce, aria, compagnia, roba che non si fa neanche ai cristiani più tinti; insomma, con tutti i violentatori di picciriddi e i corrotti che sono liberi, voi ve la pigliate con quattro animelle che non hanno fatto mai nulla di male nella loro vita, se non un poco di sventura? I racconti che arrivavano da posti come Pianosa o l’Asinara sembravano davvero descrivere l’anticamera dell’inferno. […].

E noi stavamo per morire, inutile girarci intorno, bisognava respingere quel massacro che stavamo subendo. Dobbiamo portare avanti la guerra, ci incitava Matteo, forza, qualcuno ci verrà a cercare, qualcuno ci verrà a dire: perché non la smettete? E tutti fantasticavamo il momento in cui qualcuno si sarebbe seduto alla tavolata con noi, e ci avrebbe detto: picciotti miei, allora mettiamoci d’accordo, non è che possiamo continuare all’infinito con queste ammazzatine.

E noi avremmo fatto le nostre richieste. Bagarella, ad esempio, aveva il chiodo fisso del 41 bis, il carcere duro, era quello più impressionato. E aveva tante altre idee, che magari se uno gli dava spago capace che ci metteva come richiesta che sua moglie doveva rimanere incinta una volta per tutte. Altri ancora ce l’avevano con i collaboratori di giustizia.

Dobbiamo fare cambiare la legge sui pentiti, dicevano. Ancora una volta, eravamo chiamati a seminare il terrore per stabilire la pace, a destabilizzare per mettere ordine, a depistare per dare una via. Che poi, a pensarci bene, era tutta una follia, non c’era logica – sì, adesso possiamo dirlo, con la serenità dei superstiti –, non c’era alcuna logica. Ma volete fermarvi un attimo a riflettere su questo paradosso?

Noi chiedevamo allo Stato di abolire delle misure repressive che erano nate proprio a causa di quelle stragi che noi avevamo voluto ed effettuato. Il primo provvedimento che trasferisce 55 mafiosi detenuti dal carcere dell’Ucciardone a Pianosa il ministro della Giustizia Martelli lo ha firmato a Palermo, la sera del 19 luglio.

E senza la strage di Via D’Amelio molti provvedimenti in Parlamento non sarebbero passati, perché le resistenze garantiste erano tante. E allora tanto valeva non fare le stragi direttamente… Le cose devono continuare – ci esortava Provenzano – un po’ di pazienza che tutto si risolve in bene.

Provenzano adesso era il primo a essere convinto che bisognava continuare, ma a modo suo. Ci convinse a spostare gli obiettivi fuori dalla Sicilia. E certo, voleva campo libero da noi. Matteo apprezzava e incoraggiava. Provenzano credeva di poter inaugurare un nuovo regno, non capiva che anche per lui era cominciato il conto alla rovescia.

Sognavamo questo incontro: ci saremmo messi il vestito buono, ci avrebbero invitato in qualche stanza dall’argenteria in vetrina, i passi morbidi sulla moquette, noi con le scarpe buone, non quelle marroni, le altre, come Matteo ci aveva insegnato.

L’accordo in realtà si stava facendo. Ma a nostra insaputa. Noi non eravamo al tavolo. Eravamo parte dell’accordo. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

La strategia del terrore, fare attentati in tutta l’Italia. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 10 marzo 2023

Poi ci fu un tale, Paolo Bellini, uno che aveva l’aria di nascondere tanti segreti nel nero della storia d’Italia, che ci contattò per mediare: se lo avessimo aiutato a trovare delle opere d’arte rubate, lui si sarebbe impegnato per favorire le scarcerazioni di alcuni boss...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Si trattava di ampliare il raggio d’azione. Matteo ci convocò e ci disse che aveva bisogno di un nostro parere. La cosa ci turbò, sì, ma ci riempì anche d’orgoglio, perché per la prima volta nella vita ci fu consentito di parlargli da una posizione di parità gerarchica, i nostri occhi alla stessa altezza dei suoi. E anche questo sembrava l’inizio di una fase nuova, e, se lo slogan non fosse stato abusato, avremmo potuto affermare che nasceva «l’uno vale uno di Cosa nostra».

La domanda di Matteo era: Dobbiamo fare degli attentati al nord, cosa ne pensate? Capimmo subito che la domanda era retorica: conteneva già la risposta, e la risposta era sì, perché lui aveva già deciso per noi. Ma non per questo ci precludemmo di capirne di più, e quindi, approfittando dello spazio che ci era stato concesso, porgemmo una domanda: perché? Eh, perché, ci disse Matteo, perché magari ci vengono a trovare e chiedono un compromesso. Altra domanda: chi? Ma Matteo aveva già esaurito le risposte e la pazienza.

Ci fu pertanto una riunione a Mazara del Vallo con Santo Mazzei, che era una figura che avevamo creato noi per fare uno sgarbo ai catanesi. Questo Mazzei aveva l’incarico di andare a Torino da un mazarese, Giovanni Bastone, che lì era sorvegliato speciale e che gli avrebbe fatto trovare dei candelotti di dinamite e dell’esplosivo. Con questo esplosivo Mazzei fece su e giù per l’Italia, il culo stretto per lo scanto di saltare in aria. Fabbricammo una piccola bomba che ci venne anche bene, era graziosa, pareva uscita da un laboratorio d’arte: sembrava una specie di razzo color oro, il nostro Little Boy.

Qualcuno suggerì di scrivere in piccolo qualcosa del tipo «Abbasso la mafia», o «La mafia fa schifo», per sfottere un po’ e anticipare i tempi di qualche anno, quando cioè sarebbe accaduto davvero che i primi a dire «abbasso la mafia» saremmo stati davvero proprio noi.

Su Santo Mazzei vale la pena spendere qualche parola in più, perché lui fu per noi una specie di cavallo di Troia. Avevamo un problema con i catanesi – se non si fosse ancora capito – che non erano proprio entusiasti dell’idea di fare la guerra. E benché davanti ci avevano detto di sì, e avevano fatto le loro cosette – a Pippo Baudo, a questo o a quel politico – erano comunque rimasti sempre mezzo passo indietro, quasi a voler avere una via di fuga. Ecco allora l’idea: inserire nelle figure di riferimento catanesi Santo Mazzei, che apparteneva agli storici clan che si opponevano ai Santapaola. Insomma, gli avevamo messo la guerra in casa.

[…] Santo Mazzei, invece, accettava qualunque cosa gli dicessimo. A cominciare dalla bomba che abbiamo fatto mettere al giardino del museo, a Firenze, quella che poi non è esplosa. Ma ancora prima aveva fatto per noi degli omicidi a Rimini come a Torino. Insomma, era un uomo di fiducia. […].

E anche in questa terza parte della nostra storia, quella che ha portato agli attentati del 1993, c’è un punto zero che avete dimenticato, e porta la data del 5 novembre 1992. È lo stesso giorno che a Racalmuto, il paese dello scrittore Leonardo Sciascia, c’è una sparatoria che lascia a terra tre vittime. Ma noi ci muoviamo silenziosi, altrove, a Firenze. Coso, Mazzei, ha il compito di lasciare il nostro bellissimo ordigno d’oro al Giardino di Boboli, vicino Palazzo Pitti (scopriremo dopo che accanto c’era la statua del magistrato Marcus Cautius, l’inventore della cauzione...). Non deve esplodere. Deve solo fare scantare.

Paga pure il biglietto di ingresso al museo, per entrare nel giardino e piazzare la bomba: se la teneva bella dentro il giubbotto. Così ci fu la telefonata da un Autogrill a un giornale per dire che c’era una bomba. E la bomba fu trovata. Il giorno dopo aspettammo il comunicato alla radio per sentire la notizia: nulla. Al telegiornale dell’ora di pranzo, allora: nulla. E nei giornali non c’era nulla, e vabbè, magari sarebbe uscita il giorno dopo, perché non c’erano arrivati la sera prima. Nulla.

Nessuno ci aveva cacato, manco di striscio. Forse perché l’ordine era di non spaventare ancora di più la gente in quell’anno che era stato complicato per tanti motivi. Per noi però il test era andato bene. Avevamo trovato una strada. Dovevamo solo decidere cosa tirare giù. E questa volta davvero. La Torre di Pisa, diceva qualcuno. Il Colosseo, a Roma, aggiungeva un altro, ma quello è già bucato, boh.

Si inserì anche un momento malinconico, in quel ragionare di luoghi d’arte da radere al suolo, di bombe da mettere nei siti archeologici, ed era non il senso di colpa per l’attacco al patrimonio culturale, ma per una sorta di inutilità. In un Paese che da sempre mostra le sue macerie al mondo, noi avremmo contribuito ad aumentare il catalogo dei ruderi da offrire ai visitatori, avremmo aggiornato l’inventario.

Ma era un pensiero di pochi attimi, poi prevaleva la strategia. E ci rivolgevamo a Matteo perché era quello che sapeva, che teneva le fila. Poi ci fu un tale, Paolo Bellini, uno che aveva l’aria di nascondere tanti segreti nel nero della storia d’Italia, che ci contattò per mediare: se lo avessimo aiutato a trovare delle opere d’arte rubate, lui si sarebbe impegnato per favorire le scarcerazioni di alcuni boss.

Ci arrivarono, ’ste foto di oggetti d’arte rubati. Ma Matteo quando le vide ci disse: picciotti, ma vi pare che qui siamo il gruppo Tnt o Diabolik? Non è un fumetto. Noi abbiamo poche cose E ci diede un’altra foto, una specie di statua di un cane senza testa. Poi foto di anfore a gogo, piccole, grandi, pezzi di cose antiche. Questo avevamo. Ma non interessava.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Una bomba che non esplode, tutto finisce con un grande mistero. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO Il Domani l’11 marzo 2023

Nel gennaio dell’anno 1994 altro intoppo, davanti allo Stadio Olimpico, dopo una partita di campionato, in Via dei Gladiatori, dove abitualmente parcheggiavano i pullman che portavano i carabinieri impegnati nel servizio d’ordine. Potevamo cominciare l’anno con il botto, davvero, cambiare per sempre le sorti della guerra, colpire l’Italia nel suo ventre più caldo, quello del tifo. Non funzionò il congegno.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Eravamo noi. Superbi, formidabili e feroci. Stavamo creando un nuovo mondo, noi che eravamo considerati da un certo tipo di mondo come dei rifiuti, e invece volevamo imporre leggi nuove, invertire onore e disonore, dimostrare la nostra potenza, avere mandamenti sconfinati: dove finisce la tua zona? Lì dove finisce la città? No, più avanti, più avanti ancora.

Dove ti sembra che finisca, il nostro mandamento ricomincia migliaia di volte, ogni cantiere è nostro, ogni strada sterrata, ogni trazzera, ogni grattacielo l’abbiamo costruito noi, ogni porto è quello dove partono le nostre navi di droga e sigarette, anche l’orizzonte è nostro, che ti pare? Saremmo tornati ai tempi antichi, di quel Pitrè, il letterato, che aveva capito che la mafia è «sentimento di bellezza», come diceva, e noi ci sentivamo davvero belli e fieri, nelle nebbie in cui ci saremmo avvolti, nello stato che avrebbe perso ancora una volta la sua messa a fuoco, nel riconoscerci, nell’indicarci, nel lottarci.

Fu con questo spirito che portammo la guerra fuori dalla Sicilia, raggiunta la mediazione che metteva d’accordo tutti: bisognava continuare, ma non da noi, intaccando qualcosa di immateriale e prezioso, l’immagine dell’Italia. Ecco allora le bislacche ipotesi, noi seduti a un tavolo, con le guide del Touring in mano, come se avessimo dovuto organizzare un addio al celibato, ma per gente allitrata, colta, e senza puttan tour.

A Pisa c’è la torre, a Roma il Colosseo, a Torino la Mole, a Firenze gli Uffizi, a Milano musei e gallerie e la nebbia. Matteo poi ci disse che eravamo pronti, era tutto deciso. Con fare scenico, come ogni tanto amava fare, ricordandosi di essere siciliano, e quindi un po’ tragediatore anche lui, prese un manuale di storia dell’arte di un nipote liceale, lo aprì alla pagina dedicata agli Uffizi.

Noi vedevamo corridoi lunghissimi, stucchi dorati, quadri importanti, giovinetti in marmo. E il suo indice, come a dire: qui. Matteo ci raccontò anche che si era fieramente opposto all’idea che balenava a qualcuno di fare gli attentati in Sicilia, per comodità di logistica ed economia di pezzi. E la cosa camminava, tanto che era venuta anche la proposta di fare saltare in aria un tempio al parco archeologico di Selinunte. Oh, ma siete impazziti? aveva urlato Matteo, che non perdeva quasi mai la calma.

A casa mia? Volete mettere le bombe a casa mia? I palermitani lo avevano toccato in un punto sbagliato. E siccome ormai eravamo sul punto del crollo nervoso, perché tutti sospettavamo di tutti, Matteo capì che in quell’assurda richiesta c’era una trappola: vi siete fatti i bagni a furia di scavare indisturbati come tombaroli e vendendo tutti i reperti archeologici che trovavate in modo indisturbato, e adesso dovete dimostrare che a qualcosa sapete rinunciare anche voi.

La risposta è no? O ci aiutate a mettere le bombe, allora, o le bombe le mettiamo direttamente nel culo a casa vostra, tra i templi e gli altari sacri.

Il resto, lo sapete. Via dei Georgofili, Firenze, 27 maggio 1993. Cinque persone morte. Ma colpimmo anche la Torre dei Pulci, la Galleria degli Uffizi, Palazzo Vecchio, musei, ponti, opere d’arte, e tutti gli edifici intorno, come se avesse agito una mitragliatrice. Via Palestro, Milano, 27 luglio 1993, il Padiglione di Arte Contemporanea. Cinque vittime.

Nella stessa notte colpimmo la Basilica di San Giovanni in Laterano, Roma, con tanti danni ai monumenti. Tre latrati che hanno squarciato l’Italia. E il capo del governo che per un attimo ha avuto paura e pensato al colpo di Stato. Il 14 maggio avremmo dovuto finalmente fare Maurizio Costanzo, in Via Fauro, nell’elegante quartiere Parioli, a Roma. Una Fiat Uno imbottita con 80 chili di tritolo. Ma non ci riuscimmo. Ma ve lo immaginate che se tutto fosse andato bene oggi avreste venerato Costanzo come un «giornalista vittima della mafia», con la vedova che anziché fare Amici in tv avrebbe fatto magari Amici degli amici nelle aule di tribunale, nei convegni antimafia, nelle scuole? Per sua fortuna, quella sera la sua auto ebbe un guasto, e allora aveva noleggiato un’altra macchina. E noi non lo capimmo, all’inizio, che era lui.

Così azionammo il telecomando troppo tardi. Uno, due secondi decisivi. Nel gennaio dell’anno 1994 altro intoppo, davanti allo Stadio Olimpico, dopo una partita di campionato, in Via dei Gladiatori, dove abitualmente parcheggiavano i pullman che portavano i carabinieri impegnati nel servizio d’ordine. Si giocava Roma-Udinese. Potevamo cominciare l’anno con il botto, davvero, cambiare per sempre le sorti della guerra, colpire l’Italia nel suo ventre più caldo, quello del tifo. Non funzionò il congegno. Eppure eravamo diventati così bravi. Era tutto pronto. Spatuzza e Scarano avevano fatto i sopralluoghi mesi prima.

Pentrite T4, tritolo, nitroglicerina, insieme a dei tondini di ferro, per amplificare ancora di più l’effetto dell’esplosione. Avevamo studiato i particolari, quasi sapevamo quanti carabinieri sarebbero morti, e anche come avremmo rivendicato quel 23 gennaio, un’altra domenica delle salme.

Ma niente, il meccanismo si inceppò. Pochi giorni dopo, i fratelli Graviano vennero presi, a Milano, mentre mangiavano al ristorante. Si chiamava «Il cacciatore», che ironia. Erano clienti fissi, i camerieri se li ricordavano sia per le laute mance, sia per un particolare: ogni volta, prima di sedersi a tavola e ordinare il pranzo, recitavano in piedi le preghiere. E noi con le bombe la chiudemmo lì. Matteo ci disse: non sono più necessarie. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

Il piccolo Di Matteo e gli altri omicidi che chiudono l’era corleonese. DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 12 marzo 2023

L’11 gennaio del 1996. Il corpo sciolto nell’acido. Lui che era un canuzzo, per quanto era leggero, e che ci disse, con l’ultimo fiato di voce che gli rimaneva: Ma mi state portando a casa? Fu come se prima del nostro definitivo inabissamento si fosse reso necessario un gesto supremo d’orrore puro, le fauci spalancate del mostro, poi il suo rapido indietreggiare, nascondersi.

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni e curato insieme a Francesco Trotta. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie pubblicherà ampi stralci del libro “Matteo va alla guerra”, scritto da Giacomo di Girolamo e pubblicato per Zolfo Editore. Un racconto unico, che ricostruisce dal punto di vista dei mafiosi, l'ascesa dell'ultimo dei Corleonesi negli intrighi siciliani.

Più andavamo avanti, più Matteo ci appariva per quello che è: un vero, nuovo, capo. Lo capimmo quando ci convocò, in un’altra occasione. E c’erano tutti, Ferro, Gioè, gli altri. E, come sempre, siccome il tempo era poco, e i cani di mànnara che ci seguivano avrebbero potuto già fiutare i nostri passi, non si fece l’analisi di quello che era successo, non eravamo un circolo di dopolavoro né una sezione di partito, e Matteo come sempre non ci diceva tutto, ma solo il necessario.

E, in quell’occasione, il necessario era che bisognava eliminare alcuni agenti di polizia penitenziaria, che non se ne poteva più del modo in cui trattavano i nostri, perché sì, è vero, erano lontani i tempi dello champagne e delle buttane dentro il grand hotel Ucciardone, quando organizzavamo mangiate da fare restare a bocca aperta le guardie carcerarie, e ci tiravamo addosso le aragoste, ma una mezza misura ci voleva.

Arrivavano racconti agghiaccianti: chi si pisciava addosso per la paura, e non era nemmeno concessa la facoltà di cambiarsi, altri lasciati senza cesso, o con la luce sempre accesa, o senz’acqua, o prelevati di notte, e picchiati, e poi riportati in cella, come se nulla fosse. Lo stato era diventato improvvisamente cattivo con noi, e questo non andava bene.

Ci mancava, il carcere del passato, perché per noi non era solo la bella vita che serviva a irrobustire il mito sfacciato della nostra impunità: il carcere per noi era anche una specie di centrale per la diramazione degli ordini. A volte si trovavano insieme capi mandamento o capi famiglia, e da dietro le sbarre – si fa per dire – trovavano la quiete necessaria per gestire le proprie cose, dare compiti, ordinare omicidi.

A parte che poi, col tempo, ci siamo presi gioco anche della massima sorveglianza. I fratelli Graviano, ad esempio, sono stati dei maghi. Per dire, sono riusciti a mettere incinta le rispettive mogli nonostante la regola dei colloqui separati dal vetro. E poi, tutti a raccontare degli agi dell’Ucciardone, ma vedete che anche al carcere di Trapani il trattamento per noi era da cinque stelle. Se uno voleva parlare con Mariano Agate, ad esempio, quando era rinchiuso lì, veniva ricevuto da lui in una stanzetta appartata, in vestaglia elegante e pantofole che neanche un viceré o Don Raffaè, quello della canzone. E gli veniva offerto anche il caffè, e si discuteva con calma dei problemi che neanche al circolo nobili.

Quando si decise di posare Cola Buccellato, e fare capo della provincia Francesco Messina Denaro, la riunione dove fu fatta? In una cava? In un centro congressi? In campagna? No. Al carcere di Trapani. Cola Buccellato era lì, e Mariano Agate gli venne a fare visita per dirgli che l’avevano buttato fuori, dalla famiglia e da tutto. Mancava poco che lo buttavano pure fuori dal carcere… Ci vorrebbe un altro colpetto, disse qualcuno di noi, con gusto della citazione per il signor Riina e le sue ultime parole famose, adesso che era ospite dello stato e si era fatto muto, e rimaneva intoccabile anche in cella.

No, disse Matteo, stanno accadendo tante cose, e non sto qui a spiegarvele. Dobbiamo solo ammazzare qualche secondino. Io mi occupo di quelli della provincia di Trapani, i palermitani dei loro, e poi ci sono quattro agenti di Sciacca che ho chiesto a quelli di Agrigento di occuparsene. Ci diede incarico di individuare gli obiettivi, le guardie che davano legnate, e capire come agire. Poi di non fare nulla. Aspettare un suo cenno. […]. Tutto, potevamo fare tutto. E molto in effetti abbiamo fatto.

E ci sembrò pertanto di assecondare questa corrente quando decidemmo di eliminare gli agenti della polizia penitenziaria che avevano cominciato a comportarsi male con noi, a non portarci più rispetto, a picchiarci; anche per loro era venuto il momento della lezione, di fare capire chi comandava in Italia. E l’Italia era anche il metro quadrato delle celle dove avvenivano sevizie che ci facevano venire i brividi a raccontarle, umiliazioni che non erano cose di cristiani.

Che poi era facile prendersela con i poveretti tra noi che erano finiti nelle carceri, farli pisciare addosso, tenerli senza luce in cella, o addirittura al buio per giorni, negare un’ora d’aria o una coperta, accanirsi con piccoli velenosi dispetti. Era un modo di giocare sporco che non ci aspettavamo, e che aveva portato indignazione anche in quelli tra noi che erano più propensi al dialogo.

Ma quei secondini solo un linguaggio capivano, la violenza, ed era il linguaggio che noi, in quel momento, sapevamo usare meglio: una violenza forte, una violenza affamata, che infatti ci mangiò. Così era deciso: gli agenti sarebbero stati le nostre nuove vittime. A ottobre del 1992 uccidemmo a Porto Empedocle Pasquale Di Lorenzo, nel 1994 a Catania l’agente Luigi Bodenza. Tra loro c’era anche Giuseppe Montalto, che lavorava all’Ucciardone, a Palermo.

La sua eliminazione fu decisa durante una riunione a Salemi. Aveva intercettato un pizzino in carcere di Mariano Agate per uno dei fratelli Graviano, roba del genere. Fu ucciso per volere di Matteo con due colpi di fucile da caccia semiautomatico il 23 dicembre del 1995, mentre era in auto con moglie e figlia.

E fu Matteo a organizzare tutto con la saggezza ormai del capo, e la meticolosità di chi non lascia nulla al caso, non solo nei preparativi, ma anche nella data: il 23, ci diceva, tutto deve essere fatto il 23, l’antivigilia, così i picciotti in carcere si sarebbero fatti il Natale più allegro. E così fu. Bisogna aspettare il 1998 per l’assassinio, a Palma di Montechiaro, di Antonino Condello. Non ci riuscì di uccidere Balduccio Di Maggio, che si era buttato pentito, ed era stato lui, di fatto, a dare le informazioni per arrestare Totò Riina. Viveva in una località segreta, come tutti i collaboratori di giustizia. […].

Così come non ci riuscì l’attentato a Salvatore Contorno, che stava da anni a Formello, nel Lazio, a farsi in quel borgo la vita sua con moglie e figlio, a tipo che era una puntata di Linea Verde. Non meritava la pace, Contorno, che aveva detto che eravamo diventati una banda di vigliacchi e di assassini, e che noi eravamo i veri pentiti di Cosa nostra, perché avevamo cambiato tutto. Girava tranquillo e senza scorta.

Potevamo ucciderlo con un colpo di lupara, ma anche lì fu deciso che la sua morte doveva essere una cosa eclatante, perché troppi danni ci aveva fatto. Contorno doveva essere dilaniato da una carica di settanta chili di esplosivo, un omicidio che doveva «fare rumore». E vicino casa sua, in un canale di scolo, avevamo messo dell’esplosivo. Non te lo vanno a scoprire i carabinieri? La bomba esplode e lascia un cratere di cinque metri. E un nuovo indirizzo per Contorno.

E sempre sul finire del 1993 avvenne un altro fatto, per noi importante e doloroso, che fu il sequestro di Giuseppe Di Matteo, che era un bambino, il figlio di Santino Mezzanasca. Lo conoscevamo bene, qualcuno lo aveva anche visto crescere. E infatti non fu un rapimento vero e proprio, non ci fu bisogno della forza.

Lo chiamammo, e lui venne, con la scusa che lo portavamo a fare un giro, magari a insegnargli a fare barchette di carta da fare galleggiare nei canali di scolo ancora pieni dell’acqua, che aveva piovuto in quei giorni. Ci conosceva, si fidava. Ci voleva bene. E ci continuò a volere bene pure durante i giorni della sua lunga prigionia, quando eravamo convinti che per liberarlo il padre, che si era buttato pentito, non avrebbe detto tutto quello che sapeva sulla strage di Capaci.

Invece il padre non si fermava: parlava, parlava, parlava. E Giuseppe ci voleva bene, anche quando era diventato tipo un canuzzo pelle e ossa, che lo facevamo spostare da cantina a cantina, in posti segreti, sempre più bui, nel nostro territorio, in cave e luoghi che avevamo messo a disposizione di Matteo – prima a Castellammare del Golfo, poi a Campobello di Mazara, poi in una frazione di Custonaci che si chiama Purgatorio e che sembrava l’anticamera dell’inferno. Sì, perché poi abbiamo dovuto ucciderlo, il bambino – le mani che affondavano in quel collo di burro –, l’11 gennaio del 1996, il corpo sciolto nell’acido.

Lui che era un canuzzo, per quanto era leggero, e che ci disse, con l’ultimo fiato di voce che gli rimaneva: Ma mi state portando a casa? Fu come se prima del nostro definitivo inabissamento si fosse reso necessario un gesto supremo d’orrore puro, le fauci spalancate del mostro, poi il suo rapido indietreggiare, nascondersi.

Perché noi eravamo questo: divoratori di mondi, e di bambini. E nel sacrificio del piccolo Giuseppe si realizzava la nostra dannazione, e capimmo che sognavamo di essere portati via dal mare perché la nostra condanna era proprio questa: eravamo dei non morti, destinati a non annegare mai. Galleggiavamo. Galleggiavamo tutti.

DAL LIBRO "MATTEO VA ALLA GUERRA" DI GIACOMO DI GIROLAMO

La Condanna.

In cerca di “Iddu”.

Le Segnalazioni.

Il Documento di Identità.

L’Arresto.

La Fuga di Notizie.

Gli Agenti.

I Magistrati.

Ispirati da…

Il Carcere di Massima Sicurezza.

Il Difensore.

Il Covo.

Il traslocatore.

Il concessionario.

Lo Statuto della Mafia.

Il Libro mastro.

I Pizzini.

Il Padrino.

Il Pentimento.

I Viaggi.

Il Tesoro delle Mafie.

Il Tesoro di Messina Denaro.

Il Tesoro di Riina.

La Gogna.

Il Carnevale.

L’Omertà.

La sfilata dei testimoni.

Le Fake News.

Pure la famiglia di Denise Pipitone.

Incensurato: colpevole o maldifeso?

Il Regalino. Dire grazie al Tumore.

Il Tumore.

Il Profeta.

La Trattativa: Che Strano…dopo 30 anni.

Un Arresto Politico.

I Commenti.

La piazza anti mafia.

Il Boss di Mafia Appalti.

La Moda.

Il Social.

Un uomo banale, pulito, ordinato.

Chi è Matteo Messina Denaro.

I Parenti.

Le Donne.

I Fiancheggiatori veri o mediatici.

L’Avvocato.

Il Dottore.

Il Geometra.

L’Oncologo.

L’autista agricoltore.

I Latitanti.

Il Dopo.

La Condanna.

(ANSA il 19 luglio 2023) - La corte d'assise d'appello di Caltanissetta ha confermato la condanna all'ergastolo del boss Matteo Messina Denaro, accusato di essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e via D'Amelio. 

Il collegio, presieduto dal giudice Maria Carmela Giannazzo, ha accolto la richiesta avanzata dai procuratori generali Antonino Patti, Fabiola Furnari e Gaetano Bono. Il padrino, difeso dall'avvocato d'ufficio Adriana Vella, ha rinunciato a collegarsi dal carcere in cui è detenuto per ascoltare il dispositivo.

Mafia, confermato l'ergastolo a Messina Denaro per le stragi del 1992. Il Tempo il 19 luglio 2023

La corte d’assise d’Appello di Caltanissetta ha confermato la condanna all’ergastolo per Matteo Messina Denaro, considerato uno dei mandanti delle stragi del 1992 in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La corte presieduta da Maria Carmela Giannazzo dopo cinque ore di camera di consiglio ha emesso la sentenza nel giorno del 31esimo anniversario della strage.

Ergastolo dal 41 bis. Un processo e una condanna pesanti, ancora più pesanti per Matteo Messina Denaro, perché subiti da detenuto dopo una trentennale latitanza. Sulle stragi del ’92 le indagini non si sono mai fermate e questi 31 anni sono stati costellati, tra ombre e misteri, da diversi processi alla ricerca della verità. Alla sbarra anche il mafioso di Castelvetrano, già condannato per le stragi del ‘Continente’ del 1993, è ritenuto uno dei mandanti degli attentati in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli otto agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Emanuela Loi e Eddie Walter Cosina. Catturato in una clinica di Palermo il 16 gennaio di quest’anno, non si mai presentato in udienza.

L’ex superlatitante non era mai stato processato per le bombe del ’92. In primo grado è stato condannato all’ergastolo. Il Pg di Caltanissetta, Antonino Patti, aveva chiesto la conferma della sentenza. E a 31 anni dalla strage di via D’Amelio ecco la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta che ha inflitto il carcere a vita. Un processo iniziato quando il pupillo di Totò Riina era ancora latitante e dopo la cattura quella sedia del supercarcere di L’Aquila, dove è detenuto al 41 bis, è rimasta sempre vuota. Secondo la procura di Caltanissetta «la decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza dando un consenso, una disponibilità totale della propria persona, dei propri uomini, del proprio territorio, delle famiglie trapanesi al piano di Riina che ne fu così rafforzato e che consentì alla follia criminale del capo di Cosa nostra di continuare nel proprio intento: anzi, più che di consenso si potrebbe parlare di totale dedizione alla causa corleonese». Altra stangata per il boss mafioso: un 2023 da incubo per lui dopo anni di impunità.

In cerca di “Iddu”.

Estratto dell’articolo di Sandro De Riccardis per repubblica.it l'1 luglio 2023.

Un ‘ndranghetista, Rosario Curcio, morto al Policlinico ore dopo essersi impiccato, mercoledì sera, nel carcere di Opera. Un esponente di spicco di Cosa Nostra, Giovanni Battaglia, condannato per la strage di Capaci, deceduto sempre mercoledì sera nel reparto di medicina penitenziaria del San Paolo per cause naturali […] 

Rosario Curcio, 46 anni, originario di Petilia Policastro, era stato condannato all’ergastolo per l’omicidio e la distruzione del cadavere di Lea Garofalo, testimone di giustizia, sequestrata e poi uccisa il 24 novembre 2009, dall’ex compagno Carlo Cosco, condannato all’ergastolo con altri tre appartenenti al clan. […]

Lea Garofalo sarebbe stata strangolata da Carlo e Vito Cosco nell’appartamento di piazza Prealpi. Poi lui stesso e Rosario Curcio si sarebbero occupati di far sparire il corpo, bruciandolo in un’area di campagna a Monza. Curcio era stato visitato appena tre giorni fa e aveva avuto un colloquio con uno psicologo, da cui non erano emersi segnali di un disagio psichico tale da decidere di togliersi la vita.

Nelle stesse ore, nel reparto dedicato ai detenuti al 41 bis del San Paolo è morto invece Giovanni Battaglia, 75 anni, elemento di spicco di Cosa Nostra e condannato all’ergastolo. Per l’aggravarsi delle sue condizioni di salute, nei giorni scorsi Battaglia era stato scarcerato e posto formalmente agli arresti domiciliari. Colpito da una forma gravissima di diabete, aveva ripetutamente rifiutato le cure. Battaglia aveva partecipato alle riunioni preparatorie […] e alle operazioni necessarie a trasportare l’esplosivo sul luogo dell’esplosione sull’autostrada per Capaci.

Matteo va alla guerra. Quando Messina Denaro andò a Roma per uccidere Falcone e Costanzo. Giacomo Di Girolamo su L'Inkiesta l'1 Settembre 2022

Giacomo Di Girolamo ricostruisce con una formidabile inchiesta letteraria il ruolo della mafia trapanese e del suo boss nelle stragi del 1992. A parlare sono proprio i mafiosi impegnati in quella guerra allo Stato, capeggiati dal boss ormai latitante da quasi trent’anni

E quindi partimmo per Roma. Matteo, che pensava a tutto, come sempre, ci diede un consiglio, prima di fare le valigie: «Abbigliamento adeguato». La cosa ci mise un po’ d’ansia. Come dice un vecchio adagio, puoi portare una persona fuori da un luogo, ma non un luogo fuori da una persona.

Che avrà in testa il capo – pensammo – noi che siamo bravi solo a sparare, a strangolare; non sono cose che si fanno con il vestito buono della domenica, né con le scarpe marroni: fai uno e basta, finisce lì, anche perché quasi mai è una cosa pulita, e poi i vestiti o sono sporchi di lanzo o di piscio – perché la gente, voi non lo sapete, ma quando la strozzi mica tira l’anima via in un colpo e amen!

Quello si muove, si contorce, grida, vucia, e poi se la fa sotto perché, ricordatelo, è intessuto di merda l’animo degli uomini: quella esce, dopo l’ultimo rantolo. Non l’anima, non il vapore, non la voce degli angeli, ma, semplicemente, merda – oppure se dai fuoco a un’auto, o a una casa, e aspetti che la vampa si accenda e salga – e, cari miei, dipende come tira il vento – i vestiti si impuzzano, che il giorno dopo li puoi andare a buttare. Però Roma è Roma, ci siamo detti, e capace che nelle città grandi gli omicidi si fanno in abito da sera. Ma in realtà il nostro Matteo aveva un piano – ha avuto sempre un piano – ed era quello di farci fare la bella vita a Roma. Ecco perché ci voleva eleganti.

Perché si andava nei bei locali la sera, e in bei negozi a fare shopping, nelle belle vie a passeggiare e a fare girare la testa alle ragazze; ma solo quello, perché avevamo una missione – elegante, sì, ma pur sempre una missione – tra gli sciacalli e le iene, gli uomini di potere, molti dei quali divenuti tali grazie a noi, che affondavano voraci i loro denti nella carne putrida di quella che chiamavano

cosa pubblica.

E c’era anche il nostro amico Francesco Geraci nella banda dei gitanti, il gioielliere, quello che una volta Matteo aveva aiutato per una vicenda di un’estorsione, e da allora gli era rimasto legato e aveva cominciato anche lui a partecipare agli omicidi, alla guerra, alle gite fuori porta.

Ed era stato utile alla causa. Un giorno il signor Riina in persona lo aveva chiamato, e gli aveva detto: so che sei bravo picciotto, e amico di Matteo, e che hai una gioielleria; io ho un po’ di cose da conservare, non è che hai una cassetta di sicurezza, qualcosa per me? E lui gli aveva addirittura fatto costruire, sotto la sua gioielleria, un piccolo caveau, con tanto di ascensore, dove i Riina avevano messo di tutto: i collier della signora Bagarella, gli orecchini di Lucia, gli orologi Cartier, e pure delle spille di Italia ‘90 tempestate di diamanti, e Geraci ci aveva confidato che, a occhio e croce, tutto questo bendidio valeva tipo due miliardi di lire.

E un pomeriggio Matteo lo va a trovare e gli racconta del progetto degli attentati ai personaggi famosi. Baudo, Costanzo, Martelli, Santoro, gli dice, in preciso ordine alfabetico, per non fare disparità. E se capita, anche Enzo. Biagi, aggiunge. «E per fare cosa?» gli chiede il gioielliere. E Matteo: «Dobbiamo creare scompiglio, caos, destabilizzare». Francesco sta in silenzio e poi gli dice: «Buono è».

Geraci in effetti ci serviva per tantissime cose, ci completava. Anche questa, se ci pensate, è stata un’idea geniale di Matteo: non portarti, per una missione delicata, un tuo simile, un clone, uno che obbedisce e basta. Portati uno che sa cose che tu non sai, che aggiunge esperienza, know-how, come si direbbe nei corsi moderni dove si parla tutto in inglese. E in effetti ancora prima di partire Geraci ci disse: «Picciotti, io ce l’ho un posto dove possiamo andare a comprare roba buona per il viaggio». E il posto era Alongi, in centro a Palermo. Alta moda, roba fina.

Solo lui spese circa 12 milioni di lire, roba da sticchio e quasette di seta. Oggi al posto di Alongi c’è un negozio che vende i mattoncini per le costruzioni, che costano quanto un abito da sera. Segno dei tempi, certo. (…)

E poi Riina e Matteo avevano pensato anche alle alleanze interregionali, perché si giocava fuori casa, e noi avevamo bisogno il più possibile di aiuto. È per questo che avevamo fatto arrivare in Sicilia due napoletani: Ciro Nuvoletta e uno che si chiamava Maurizio. Erano della famiglia della zona di Marano, e con noi erano in ottimi rapporti. Li abbiamo ospitati al Jolly Hotel, poi siamo andati a prenderli, e li abbiamo portati a Bellolampo, vicino Palermo, per una riunione operativa.

Anche loro sarebbero stati della partita, mantenendosi come disse Riina «a nostra disposizione per ogni occasione». Cioè? «Se avete bisogno per qualcuno… potete anche chiamare i napoletani per spararci. Perché, essendo di Napoli, sono più pratici delle zone…».

Matteo sorrideva dell’ingenuità di Riina che, come tutti gli anziani siciliani, era convinto che la Sicilia fosse fatta di mille continenti (vero) e che il resto del mondo fosse una specie di unica penisola dove tutto era condensato, e perciò un napoletano, per Riina, era come un romano di periferia. Ma nessuno, come in altre occasioni, fece delle obiezioni a quel cristiano per correggerlo, e per dire che magari napoletani e siciliani a Roma, insieme, sarebbero stati molto riconoscibili, per una missione che invece doveva essere coperta dalla più assoluta segretezza.

E il motivo per cui non lo avevamo contraddetto era per il fatto che, potevano essere napoletani, potevano essere emiliani, venire da Nuova York come da Carrapipi, ma quei nostri alleati erano innanzitutto uomini d’onore, e come tali avrebbero dato la vita per noi, così come noi avremmo dato la nostra per salvarli e aiutarli.

E partimmo dunque per Roma, il 24 febbraio del 1992. In quel giorno, pensate, nasce in Italia la Protezione Civile. E noi ci sentivamo un po’ la Protezione Civile di Cosa nostra, corpi scelti per accorrere dopo un cataclisma, ma con idee più originali del piantare baracche e tende e si salvi chi può. (…)

Partimmo ognuno con un mezzo diverso, piccoli accorgimenti per non dare nell’occhio. Che poi noi abbiamo sempre contato, oltre che sulla nostra organizzazione, anche sulla pigrizia di chi avrebbe dovuto controllarci.

Ma si guardava dappertutto, tranne che in provincia di Trapani. E così Sinacori partì con l’aereo, e il biglietto lo fece un po’ storpiato: Vincenzo Rinacori, con la erre. Tanto bastava. Matteo, invece, al quale sarebbe bastata come lasciapassare la sua stessa faccia, aveva una carta di identità falsa, a nome Matteo Messina, e sì, si era sprecato anche lui a fantasia, ma ve lo diciamo davvero: nessuno

si interessava a noi; era quasi per prendere per il culo tutti che cambiavamo iniziali e consonanti, quasi fosse La pagina della Sfinge della Settimana Enigmistica.

Matteo, tra l’altro, venne in auto con Geraci. Altri ancora in treno. Ogni volta che partiva per il continente, Matteo rifletteva sempre su questo fatto, e cioè che il traghetto che faceva la spola tra la sponda siciliana e quella calabrese si chiamava Caronte. E si chiedeva se quel nome, di quel traghettatore infernale, lo avessero messo apposta o no. E man mano che il traghetto si allontanava dalla Sicilia, lui percepiva come un sipario leggero che si alzava, un fiato di estraneità. L’isola da una parte, e poi il resto del mondo. Anche se all’inizio era soltanto Calabria. (…)

E dalle cave di Mazara era partito anche l’esplosivo che doveva servirci nel caso in cui avremmo voluto fare una cosa non pulita, ma di quelle potenti, con il botto. Matteo in quei giorni era inquieto. Prima parlava di Maurizio Costanzo e ci diceva che anche lui doveva saltare in aria perché in televisione parlava male dei mafiosi. C’era stata infatti questa cosa del commerciante ucciso a Palermo, l’estate prima, quello che faceva pigiami e non voleva pagare il pizzo, e Costanzo e l’altro, Michele Santoro, avevano fatto pure una puntata speciale, che manco se giocava il Palermo in Coppa Uefa. Poi invece cercava di capire i movimenti del dottore Falcone, che in quel periodo aveva preso servizio al ministero della Giustizia. Poi ancora era convinto che gli agguati da fare erano tanti. (…)

Il primo appartamento romano era in Viale Alessandrino, e apparteneva a un dentista, La Mantia, che era originario di Mazara e amico di Mariano Agate. Manco a farlo apposta (o fu fatto apposta? ah, saperlo…), Mariano Agate aveva trascorso un periodo di soggiorno obbligato a Roma, e lì aveva incontrato La Mantia per avere poi l’appartamento.

Solo che, minchia, arriviamo là, e ok, noi non è che volevamo l’appartamento extralusso con la Jacuzzi nella stanza da letto e il televisore a cinquanta pollici, ma, minchia, manco i cessi funzionavano! Manco acqua corrente c’era.

E quando arrivammo tutti a Roma, ci demmo appuntamento alla Fontana di Trevi per confonderci tra i turisti, perché per noi quello era il posto turistico per eccellenza di Roma. E la prima questione fu quella dell’appartamento. Chi era arrivato un paio di giorni prima aveva fatto un’esperienza terribile, non si poteva stare.

«Non vi preoccupate, c’è Gesù» disse Matteo. Qualcuno di noi pensò a un’improvvisa crisi mistica del nostro capo, che magari credeva in un Gesù tubista che miracolosamente allacciava acqua e corrente con una preghiera, ma in realtà apprendemmo subito che il Gesù di Matteo si chiamava Giacomino, ed era un altro siciliano a Roma, amico di Scarano, che ci venne presentato tra l’altro la

prima volta da Matteo proprio di fronte alla Fontana di Trevi. E questo Giacomino Gesù, contattato da Matteo e Scarano, metteva a disposizione un appartamento con tre camere da letto, un bel salotto con le tende, sempre in una zona buona, e provvisto anche di una bella cucina, cosa che a noi importava poco perché avremmo sempre mangiato fuori, ma era meglio averla, no? La casa era della mamma di Gesù, che non sappiamo se si chiamava Maria, e avremmo magari potuto chiederglielo, però la signora era in Abruzzo da dei parenti e proprio per questo la casa era libera.

Quel Gesù fu molto generoso con noi, e per sdebitarci gli regalammo un po’ di cocaina, così magari se la vendeva e ci tirava su due lire, o faceva un miracolo come il suo omonimo e la moltiplicava come con i pani e i pesci, e ci poteva campare una vita. Amen. E quindi una prima cosa era sistemata.

Arrivò dalla Sicilia Giovan Battista Consiglio con il figlio, che gli aveva fatto compagnia durante il viaggio dato che lui ormai aveva una certa età, e non immaginava tutta la santabarbara che stava nascosta nel camion. Lo abbiamo aspettato al raccordo anulare, poi da lì siamo andati presso un capannone abbandonato, abbiamo sceso armi ed esplosivo e abbiamo caricato tutto nella macchina di Scarano, che lui si sarebbe portato tutto a casa e nascondeva la roba nello scantinato, tra le damigiane con l’olio buono, gli attrezzi e le cianfrusaglie di sua madre.

Poi abbiamo noleggiato un’auto, una Y10 bianca, targata Roma, con la carta di credito di Geraci che era l’unico ad avere la fedina penale bianca come quell’auto. E diciamo anche che quella carta di credito l’abbiamo prosciugata, in quei giorni. Noi lo prendevamo in giro: Minchia, Gerà, se eri in viaggio di nozze o te ne andavi a buttane ’sto viaggio ti costava meno! Ma Geraci non diceva nulla,

anche perché già prima del viaggio aveva dovuto dare su ordine di Matteo 20 milioni di lire a Scarano per il disturbo.

Noi intanto spendevamo: in Via Condotti abbiamo comprato camicie e cravatte, perché ci piaceva fare i pedinamenti eleganti, se no ci avrebbero sgamati subito; Matteo si comprò anche un cappotto colore cammello come in quella canzone «che al Maxiprocesso eravate ’u chiù bello», uè. Da lì cominciammo a cercare: Falcone, Martelli, Costanzo. Un po’ in Via Arenula, dove c’è il ministero della Giustizia, un po’ nelle zone di Parioli. Siamo stati in giro per una decina di giorni. E, dobbiamo dire, senza grande successo.

Ogni mattina si partiva con l’auto, a turno, si andava in Via Arenula, e ogni sera si giravano le zone di Trastevere per capire dove andasse a mangiare il dottore Falcone, se era al Matriciano, o alla Carbonara, o da Sora Lella, o nel locale preferito di Matteo, il ristorante Dei Gracchi. Eravamo convinti che li avremmo incontrati. Per due o tre sere siamo stati a Parioli, abbiamo anche seguito i movimenti di Costanzo, ci mettevamo all’uscita del teatro dove registrava il suo programma, a un certo punto sembravamo quasi fan che aspettavano l’autografo. Nel teatro non siamo entrati. La verità? Ci annoiava. Cioè, a noi il Costanzo Show come programma neanche piaceva, pensate vederlo dal vivo! Una sera ci siamo andati a teatro, ma mica lì, al Bagaglino, che quello ci divertiva

anche in televisione, con Pippo Franco e l’attore che faceva sempre la femmina, e un sacco di pilu. Al Bagaglino, tra l’altro, siccome invitavano spesso i politici, magari avevamo una botta di culo e capitavamo in una puntata in cui invitavano Martelli o qualcun altro che interessava a noi.

Comunque, tornando a Costanzo, era quello più facile da fare. Non era scortato, faceva sempre gli stessi movimenti, ci potevamo sparare, ci potevamo mettere l’autobomba, o meglio, piazzare l’esplosivo in un cassonetto che era vicino il teatro, in un vicolo dal quale l’auto ogni sera doveva svoltare. Insomma, potevamo anche chiamare i napoletani.

Qui dobbiamo aprire una parentesi, per una cosa che avevamo notato, e che pensavamo sarebbe stata oggetto di discussione, e invece è finita e morta lì. Noi avevamo le armi, ok, per uccidere il dottore Falcone e tutti gli altri, e all’occorrenza l’esplosivo. Che erano due sacchi belli grossi, tipo cento chili. Solo che non avevamo detonatori, telecomandi, micce, non avevamo nulla, solo la polvere. Questa cosa ogni tanto tornava nei nostri discorsi, perché qualcuno capitava che lo dicesse: sì, dobbiamo fare l’attentato, ma come? E Matteo diceva di non preoccuparci. E come sempre nessuno osava più continuare. Chi ci avrebbe aiutato? Non lo sapevamo, non lo abbiamo mai

saputo… Perché questa è la domanda che vi inquieta più di tutte: ma davvero avete fatto tutto da soli? E la risposta è semplice: noi abbiamo fatto quello che andava fatto. E soli non siamo stati, mai.

La sera poi ci si vedeva in qualche ristorante affollato, e ognuno riferiva a Matteo quello che aveva visto: nessuno ci notava. Geraci faceva sempre teatrino, perché ogni volta, quando c’era da pagare il conto, doveva tirare fuori la sua carta di credito. Ma Matteo glielo diceva: poi ti restituisco tutto. E a noi picciotti invece ci avrebbero dato cinque milioni di lire a testa.

Eravamo eleganti, eravamo bellissimi. Stavamo bene nella capitale d’Italia, eravamo felici. E avremmo voluto anche mandare un telegramma alla mamma per dire di questa città, Roma, grande piena luci gioielli stop. Passeggiando per Roma, a un certo punto, ci venne anche una fantasia. Di conquistarla. Di farla nostra. Avevamo grande stupore nello scorgere il Colosseo, i Fori, le chiese monumentali, il cupolone di San Pietro, tutto arrivato ai giorni nostri, questa Italia di rovine di ogni età e di generi che sembrava offrirsi al nostro desiderio come una buttana, anzi, no… questa città di cadaveri, ecco. Mai avevamo provato una sensazione così pura e completa. E capitava che ci sorprendevamo fermi, immobili, a contemplare le rovine, immaginando come un giorno, noi, proprio noi, con Matteo, avremmo potuto fare rinascere vita intorno a questi resti superbi e paralitici. Ridando loro magnificenza. Altri anfiteatri, altre chiese, altri palazzi. Altra potenza. Vi sembrerà strano, ma era un pensiero che ci riempiva di gioia: eravamo di fronte all’infanzia del mondo.

E poi Matteo disse: se ci dobbiamo mettere la bomba, ci vuole il permesso di Riina. E mandò Sinacori a Palermo, per chiedere la specifica autorizzazione. Riina sorprese tutti: non dovete fare nulla, dice, perché ci sono in ballo cose più grosse. E Sinacori tornò subito a Roma che pareva che manco era partito o che l’aveva fatta a piedi correndo come un turco, tanto era trafelato e pallido, quando bussò alla porta del nostro appartamento per dire: picciotti, dobbiamo andare via, lo zio Totuccio mi ha detto che è tutto sospeso. «Dicci a Matteo di tornare indietro», sono state le sue parole. «Dicci ai picciotti di scinnere, me la sbrigo io qua».

Tutto sospeso, ci dice Matteo. Ok. Torniamo giù, in Sicilia, ognuno per i fatti suoi. Scendiamo lenti come i corvi. Ci rivedemmo a Palermo, di nuovo nella calda nudità di luce della Sicilia, per aggiornarci. Parlammo poco, ma fu un silenzio vorace. Ognuno sapeva un pezzetto di quello che sarebbe accaduto, lo stretto necessario. Solo Matteo sapeva tutto.

E infatti qualche settimana dopo acchiappò a Geraci e gli fece:

«È meglio che per un po’ a Palermo non ci vai».

«In che senso, Mattè?».

«Nel senso che non devi andare a Palermo».

Ma Geraci lavorava, aveva la gioielleria, andava e veniva da Palermo con i suoi fratelli tutti i giorni perché aveva fornitori in zona, e altre faccende. Stava per arrivare maggio, mese di sposalizi e di regali di matrimonio. E allora Matteo gli disse: «Vabbè, fai così, allora, a Palermo ci puoi

andare, se proprio devi. Ma non prendere l’autostrada. Esci ad Alcamo, e ti fai tutta la statale, la strada vecchia».

Dopo la strage di Capaci, Matteo poi disse a Geraci:

«Adesso puoi andare a Palermo». E gli fece come una specie di sorriso. 

da “Matteo va alla guerra”, di Giacomo Di Girolamo, Zolfo Editore, 288 pagine, 18 euro

Matteo Messina Denaro, il mafioso più misterioso della Sicilia. GIACOMO DI GIROLAMO su Il Domani il 16 giugno 2022

Messina Denaro non custodisce gli ultimi segreti sulle stragi, perché è lui il “segreto”. Ancora una volta, i fatti, il territorio, le carte parlano. Ed è incredibile, oggi, notare come Matteo Messina Denaro fosse un killer e un capomafia già a trenta anni nel pieno del suo potere, ma assolutamente sconosciuto alle forze dell’ordine...

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Questa serie è incentrata su Trame, il festival dei libri sulle mafie che si tiene dal 22 al 26 giugno a Lamezia Terme.

1992 - 2022: 30 anni dopo le terribili stragi di mafia, su quegli eventi sappiamo molto. Eppure ci sembra di non sapere nulla.  È per questo che, ogni tanto, fa capolino un pensiero: chiedete a Matteo Messina Denaro. È lui il temibile boss di Castelvetrano, latitante dal 1992, pupillo di Totò Riina, a custodire i segreti inconfessabili sugli eventi che portarono alle stragi di Capaci, Via D’Amelio, alle bombe del ‘93. 

Riina lo diceva, a fine ‘92, quasi presagendo la sua prossima cattura: «Se mi succede qualcosa, Matteo e Giuseppe sanno tutto». Giuseppe è Graviano, boss palermitano, altro rampollo della mafia corleonese. Riina poi viene catturato a Gennaio del ‘93. E Messina Denaro ha tempo di portarsi delle cose con sé, ci dicono alcuni pentiti, dall’ultima casa dove era ospite lo zio Totò. Documenti? Pizzini? Agende?  Via via, negli anni, questi segreti sono cresciuti, hanno assunto una forma fisica, sono diventati, addirittura, in qualche articolo, un “baule”.

Ma io non me lo immagino Messina Denaro girare dietro con un baule di segreti, non fosse altro che per scomodità.

Ma, ancora di più, adesso che più invecchio e più cresce in me un senso di disincanto, non riesco neanche ad immaginarlo custode di chissà quali segreti. Primo, perché Cosa nostra per noi ormai non ha più segreti. I collaboratori di giustizia, soprattutto di quegli anni, ci hanno raccontato tutto. Segreti, invece, hanno altri, che Cosa nostra hanno sfruttato, in quel periodo come nel resto della storia dell’organizzazione criminale, e che non parleranno mai, perché mai avremo un pentito di Stato, se così lo vogliamo chiamare, che ci racconta l’altra parte della trattativa perenne tra istituzioni e criminalità organizzata, che è la cifra del nostro paese. 

E poi sono convinto che Messina Denaro non abbia chissà quali segreti perché sono riemerso da poco da un lavoro di grande immersione, un lavoro di carotaggio, di più, una faticaccia da palombaro. Nella confusione di questi tempi, tra decine di “rivelazioni” che durano lo spazio di un tweet, accuse reciproche, sospetti e ricostruzioni “inedite”, ho deciso di fare quello che ogni giornalista scrittore dovrebbe fare. Tornare alla fonte, fare parlare le carte, i fatti, i territori. È tutto lì, mi sono detto. Basta risalire alla sorgente. La sorgente sono i fatti che hanno portato alle stragi del ‘92 - ‘93, la loro organizzazione ed attuazione, le tessere del mosaico messe insieme con cura. E questo viaggio in risalita ed in profondità, alla foce e nell’abisso di quegli anni, ha preso forma di un libro, e il libro si chiama Matteo va alla guerra.

Lavorando, ancora una volta, nelle viscere dei fatti, aumentano le domande - com’è giusto che sia - ma ci sono anche delle pietre angolari importanti. No, Matteo Messina Denaro non depositario degli ultimi segreti sulle stragi, perché Riina non gli ha detto tutto. Perché non diceva tutto a tutti, ma ad ognuno un pezzo della sua storia, ed era comunque la storia che vedeva Riina dalla sua prospettiva. Quando Messina Denaro va a Roma per pedinare Giovanni Falcone ed organizzare il suo omicidio nella capitale, non sa che, nelle campagne vicino Palermo, Brusca fa le prove con l’esplosivo che sarebbe servito per la strage di Capaci. 

Messina Denaro, poi, aveva un compito preciso, in quella guerra, che si può riassumere con questo ordine: sparare alle spalle di chi fugge. Il suo compito cioè era quello di non permettere defezioni, all’interno di Cosa nostra, rispetto alla strategia stragista. Ecco, Messina Denaro custodisce questo tipo di segreti. 

IL SEGRETO

E poi, c’è una terza cosa che va detta. Messina Denaro non custodisce gli ultimi segreti sulle stragi, perché è lui il “segreto”. Ancora una volta, i fatti, il territorio, le carte parlano. Ed è incredibile, oggi, notare come Matteo Messina Denaro fosse un killer e un capomafia già a trenta anni nel pieno del suo potere, ma assolutamente sconosciuto alle forze dell’ordine, ignoto alla magistratura, mai “nociuto”. Il suo alter ego palermitano, Giuseppe Graviano, ad esempio, in quegli stessi anni era già latitante. Messina Denaro non aveva fatto un giorno di galera. I primi “pentiti” che aiutarono Borsellino, procuratore a Marsala, nel ‘90 - ‘91, a ricostruire la mappa della mafia trapanese e del Belice, non fecero mai il suo nome. Mai un giorno di galera, mai una misura di prevenzione, un interrogatorio. Nulla. Sarà infatti latitante solo nel ‘93.

Ricercato in ambito internazionale solo dal ‘94. Il suo profilo criminale, la sua caratura, emergeranno solo negli anni, quando altri pentiti (Sinacori, Geraci, Patti) racconteranno davvero chi era, e cosa aveva combinato. Ma sarà già troppo tardi, per un fuggitivo che oggi sembra imperdibile. Come sia stato possibile tutto ciò, è la vera domanda da farsi, a proposito di quegli anni. Come sia stato possibile questa impunità alla luce del sole, questo agire quasi sfrontato, questo muoversi per l’Italia ad organizzare attentati e procurare esplosivo. Questo è il vero segreto. E la risposta potrebbe non piacere. GIACOMO DI GIROLAMO

Matteo Messina Denaro, un latitante protetto dallo Stato. Enrico Bellavia su L'Espresso il 10 novembre 2021. Chi ha permesso i 28 anni di libertà dell’ultimo stragista in circolazione. Nel libro di Marco Bova la storia dei passi falsi nelle inchieste sulla cattura. Un itinerario sui passi falsi. Le piste colpevolmente abbandonate, le mani leste che hanno sottratto prove, le coperture che hanno protetto la fuga, gli affari che governano l’intima necessità della sua libertà. Un percorso di guerra tra nemici riconoscibili e molti dalla doppia e tripla identità, annidati ovunque. Cecchini anche ai piani alti dei palazzi che contano, la politica, la magistratura, gli apparati investigativi e dei servizi, capaci di sparare a vista con precisione millimetrica per atterrare i cacciatori. Anche per questo, una preda come Matteo Messina Denaro, diventa un «latitante di Stato» come lo è nel titolo del saggio inchiesta che Marco Bova ha scritto per Ponte alle Grazie, con la prefazione di Paolo Mondani. La biografia, al limite del mitologico, della quasi trentennale latitanza dell’ultimo dei padrini stragisti dell’ala corleonese in circolazione, rimane, come è giusto, sullo sfondo in una ricerca che è densa di dettagli. Messi in fila, squadernano una sceneggiatura più sconcertante della pur prolifica produzione sul tema. Ne viene fuori un’analisi puntigliosa delle tracce cancellate che hanno allungato i giorni e gli anni della fortuna di un boss, nato nella culla dell’intreccio tra mafia e massoni. In quella provincia trapanese che coltiva il potere con la formidabile arte di dosare segreti e misteri, per conservare l’essenza di una Cosa nostra capace di adattarsi alle circostanze, pur di mantenere il proprio predominio. Grande distribuzione, turismo, energie rinnovabili, sanità, produzione vinicola, fondi pubblici, tanti e a pioggia, grandi eventi. Nulla sfugge ai mafioimprenditori protetti dal cartello che ha in Matteo e nel suo esteso clan familiare le leve che muovono tutto. Un dialogo telefonico con il sottosegretario Antonino D’Alì, discendente della genia che ebbe il padre del latitante, Francesco, come campiere, condannato a sei anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è un capolavoro di inventiva cinematografica. Ma è stato raccontato a verbale in procura generale nel 2015 dal vicequestore Giuseppe Linares. Perché purtroppo non è una fiction. Siamo nel gennaio del 2002, all’indomani di una retata condotta dal poliziotto che per 14 anni, da capo della Mobile, ha dato la caccia a Messina Denaro. «In quella occasione D’Alì si congratulò pacatamente dell’operazione, e mi disse testualmente “Sarebbe il caso che lei se ne andasse”, e mi disse che ero troppo esposto. Il tono era algido». Un consiglio da amico o, se preferite, un’offerta che non si può rifiutare da parte del ras forzista che aveva fatto di tutto per far saltare la poltrona di Linares, riuscendoci con il compianto prefetto Fulvio Sodano. Tra «covi caldi» e «cerchi che si stringono», le cronache riattizzano periodicamente l’attenzione su un latitante che riesce a farla franca da 28 anni, avendo contro, sulla carta, praticamente tutti: polizia, carabinieri, finanza, perfino i forestali. E, naturalmente gli 007 che fissano pure sostanziose taglie che alimentano un indotto della ricerca già di suo consistente. Mettere d’accordo tutti i cacciatori è il primo problema, per evitare sovrapposizioni. È accaduto anche che nella foga di spiare le mosse dei sodali dell’imprendibile i finanzieri abbiano sorvegliato dei poliziotti e poliziotti e carabinieri si siano trovati in contemporanea sullo stesso teatro di osservazione. Per il resto, cimici che smettono di funzionare, che i familiari di Messina Denaro rintracciano con provvidenziali bonifiche, talpe che soffiano dettagli salvifici, punteggiano interi paragrafi di questa «corsa avvelenata». Nel suo lavoro, Bova ricostruisce con l’aiuto del protagonista, morto nel maggio scorso, il carteggio epistolare intrattenuto tra Alessio, alias Matteo Messina Denaro e Svetonio, lo pseudonimo affibbiato dal latitante all’ex sindaco della sua città, Castelvetrano, il professore Antonino Vaccarino, infiltrato dai servizi con l’obiettivo della cattura ma poi inspiegabilmente bruciato. Una delle vittime incruente, almeno tante quante quelle lasciate per strada con il piombo, del sistema Messina Denaro. Capace di stritolare e annichilire gli avversari anche con l’arma della legalità, vera o presunta. Pende ancora a Caltanissetta, per dire, l’inchiesta sulla misteriosa sparizione dell’archivio delle indagini condotte per anni dal pm, poi procuratore aggiunto, Teresa Principato. Nel 2015, il suo braccio destro, Carlo Pulici finì denunciato per molestie, e subì improvvisamente l’ostracismo della procura di Palermo, guidata da Franco Lo Voi, ritrovandosi nel gorgo del désordre giudiziario che servì a sbarrare la strada alla procura di Roma di Marcello Viola, allora procuratore a Trapani. Pulici, assolto da tutto dopo 5 processi, ha dovuto pensionarsi dalla Finanza che aveva tagliato fuori dalle inchieste un altro solerte investigatore, Carmelo D’Andrea. Viola, è uscito a testa alta dall’accusa di aver ricevuto sottobanco proprio da Pulici verbali del pentito Giuseppe Tuzzolino, legati alle ricerche di Messina Denaro che era legittimo che avesse. Ma a Roma non è mai arrivato. Teresa Principato, che al suo braccio destro aveva confidato lo sconforto per le domande a cui era stata sottoposta dai colleghi, ha avuto il suo quarto d’ora di tribolazioni, fino alla migrazione alla procura nazionale antimafia. Tuzzolino è stato bollato come falso pentito senza ulteriori approfondimenti sulla pista americana che pure aveva indicato. Così come è stata abbandonata la fonte Y che aveva iniziato a fidarsi di D’Andrea. E Matteo? Si sarà fatto una compiaciuta risata. Tanto più che il sassolino nell’ingranaggio della macchina delle ricerche gli ha permesso di conoscere una infinità di interessanti retroscena venuti a galla con l’inevitabile contorno di veleni. Era già accaduto nel 2012, durante lo scontro alla procura di Palermo, guidata allora da Francesco Messineo, poi arrivato da commissario regionale proprio a Castelvetrano, sulla opportunità di procedere a un blitz ad Agrigento. A giudizio di Teresa Principato, si era bruciata in quel modo l’ennesima pista per arrivare alla cattura. Come succede, ha precisato la magistrata, quando intorno ai personaggi chiave individuati si spande l’odore delle logge. Lui, il latitante, è dappertutto e in nessun luogo. In Nord Europa e in Africa, in Turchia o a Dubai. A Castelvetrano e a Bagheria. Ad operarsi agli occhi a Barcellona, in vacanza nella Costa del Sol, in viaggio in barca per la Tunisia o per Malta, in volo su un piccolo aereo verso l’Inghilterra. Puntuale, come sempre nelle storie delle latitanze più eccellenti, è pure circolata voce che sia morto. E in tanti lo sperano. Scommettendo, che in caso di arresto aprirebbe la bocca. E per gli eccellentissimi protettori, sarebbe un inferno.

Nel regno di Messina Denaro stanno tornando gli “esiliati di mafia”. Manager, killer, rampolli. Alla testa di aziende impegnate nelle energie rinnovabili, tornati semiliberi o in circolazione dopo la diaspora corleonese. La rentrée degli scappati nel feudo del superlatitante trapanese allarma la Dia. Marco Bova su L'Espresso il 20 ottobre 2021. Le dinasty della mafia siciliana sono tornate nei territori da cui erano fuggite dopo aver perso le guerre sanguinarie scatenate da Totò Riina. Genie che si credevano scomparse riemergono nella capitale come tra masserie e centri industriali di un’isola dagli indecifrabili equilibri criminali in cui tutti cercano Matteo Messina Denaro, senza però più tracce certe della sua presenza. Gli scappati, esponenti di quelle famiglie costrette a una diaspora forzata negli anni della dittatura corleonese, si riaffacciano nelle città e nelle province. Si riprendono ruolo e posizioni costringendo tutti a interrogarsi sui nuovi assetti. La storia degli Inzerillo, negli anni Ottanta leader nel traffico degli stupefacenti, a lungo nascosti negli Stati Uniti e recentemente ricomparsi a Palermo e nelle intercettazioni degli investigatori che li hanno arrestati, non è un capitolo isolato. Il nastro che si riavvolge rivela invece una tendenza generalizzata, confermata dagli analisti della Dia nella relazione semestrale presentata al Parlamento.  Per Cosa nostra una riorganizzazione silente nella quale gioca un ruolo non secondario il ritorno in libertà di killer protagonisti della sanguinosa stagione degli anni Ottanta. Il rischio, paventato dagli analisti, è di una saldatura tra nemici di un tempo, capaci di archiviare rancori, vendette e ostracismi in nome di solide prospettive di affari. Dopotutto c’è il fondato pericolo che con le vecchie famiglie, rientrino dalla finestra anche i grossi capitali del boom economico mafioso. La corrente di risacca rimasta non ha risparmiato il feudo trapanese dell’ultimo stragista Messina Denaro. Come un sismografo, le indagini registrano l’influenza dei blitz che puntano alla sua cattura sulle gerarchie interne alle famiglie. Come a Castellammare del Golfo, culla della Cosa nostra emigrata negli Stati Uniti, in cui i colonnelli dei corleonesi sono stati sostituiti da vecchi boss come Francesco Domingo, di recente tornato in carcere. «Ho fatto una guerra per cacciare via i Saracino e metterci a loro», diceva il capomafia, ignaro di essere intercettato, confermando il proprio ruolo egemone. Ma rifuggiva, pragmaticamente, dall’idea di innalzare ulteriormente il livello dello scontro: «Non c’è più nessuno disposto a fare una cosa di questa, i tempi sono diversi». I pm della Dda di Palermo evidenziano fibrillazioni anche a Marsala, dove può capitare di incontrare per le vie del centro anche due pentiti che hanno testimoniato sulla mafia trapanese. Un ulteriore segno di quella «diversità dei tempi» che è forse la spia di un ritorno all’antico. L’ultimo caso in esame riguarda gli Ingoglia, rientrati a Partanna a trent’anni di distanza dalla faida con gli Accardo, detti Cannata, su cui, negli anni da procuratore a Marsala, indagò Paolo Borsellino. Un conflitto le cui radici si perdono nel tempo ma che per sentenza riconducono alla spartizione dei traffici di droga. Al tempo, gli Accardo erano sostenuti dal vecchio don Ciccio Messina Denaro, ma soprattutto dagli squadroni della morte capitanati dal figlio Matteo. Una faida di mafia con famiglie decimate in una guerra raccontata da alcuni testimoni di giustizia, Rita Atria e Piera Aiello, tornata d’attualità di recente con il ritrovamento dell’audio originale di Matteo Messina Denaro di un’audizione al tribunale di Marsala in uno dei processi su quegli omicidi. Il rientro degli scappati a Partanna è avvenuto quasi alla luce del sole, con la partecipazione ad una tavola rotonda online sugli ecobonus, organizzata lo scorso aprile dal sindaco, di Benedetto Roberto Ingoglia. Proprio il figlio di Filippo, detto Fifiddu, indicato dai pentiti come il boss della città, strangolato in un casolare nelle campagne di Castelvetrano e seppellito nell’Agrigentino da Matteo Messina Denaro il 19 marzo 1988, senza che si trovasse mai traccia del corpo. L’ultimo erede che negli ultimi anni ha anche patrocinato la nascita di un impianto di mini eolico a Mazara del Vallo, era fuggito dalla Valle del Belice nei primi anni Novanta, ben conscio dei rischi che correva. Al procuratore Borsellino aveva detto: «Essendo io rimasto l’unico superstite maschio della famiglia Ingoglia mi è naturale pensare di essere un obbiettivo pericolo». In quegli anni aveva preso a spostarsi tra il nord Italia e Londra mentre intorno a lui si moltiplicavano i segnali di allarme. Gli investigatori notarono che «contemporaneamente a questo inizio di attività delittuosa in Partanna anche in Inghilterra stavano succedendo dei fatti che riguardavano soggetti comunque visti in contatto, o comunque per attività commerciali sia con Ingoglia Antonino, sia con Roberto». Quest’ultimo aveva scelto di allontanarsi ancora, prima in Svizzera, quindi in Brasile, poi chissà dove. Il suo sorprendente ritorno in Sicilia lo vede alla testa, da amministratore delegato, di Energy Italy, un’azienda veronese con numerose filiali che si occupa di energie alternative e opera da general contractor per l’accesso alle agevolazioni per le rinnovabili. Un’azienda attiva dal 2012, le cui origini riportano a un’altra società aperta in Croazia, e sin da allora presente a Partanna anche patrocinando concorsi scolastici a premi. Nella sua rentrée di aprile, Roberto Ingoglia ha ringraziato sindaco e assessori del Comune per averci «messo la faccia direttamente, affinché le persone possano essere tranquille e affidarci i loro lavori». Un riconoscimento della necessaria copertura politica sulle attività di un imprenditore pulito nonostante il cognome ingombrante. Che miete successi, a giudicare dagli investimenti in piccoli impianti di fotovoltaico dinamico e dai numerosi teloni, con su scritto il nome dell’azienda, che campeggiano per le vie cittadine. Uno di questi si trova nella piazza centrale di Partanna dove il nome Ingoglia rimanda al piombo degli anni Ottanta solo a chi ha memoria lunga. «Il nostro è un gruppo limpido, composto da soci trasparenti e validi. Il fatturato che viene dagli investimenti in Sicilia sono quattro soldi rispetto alle attività che abbiamo in tutta Italia. Il mio riavvicinamento è dovuto all'evidenza che in questi anni, anche grazie al lavoro delle forze dell'ordine, qualcosa è cambiato», spiega Ingoglia all’Espresso. Il passato e il presente, però, interroga gli investigatori, interessati a decifrare la posizione assunta da Matteo Messina Denaro rispetto a queste dinamiche. Il ramo di attività è infatti quello che tradizionalmente è stato più a cuore del network del superlatitante. L’intera Valle del Belice costituisce una distesa di terreni che fanno gola alle multinazionali delle energie alternative e le compravendite da tempo sono finite al centro di indagini. Le ultime tracce finanziarie degli Ingoglia si trovano in Lussemburgo e nei rapporti economici con un imprenditore originario di Castelvetrano anche lui sfiorato dalle inchieste. Poi, più nulla. Anche a Trapani, del resto, sono tornati in auge vecchi cognomi con la riemersione economica e commerciale degli eredi di Totò Minore, il boss, ricercato fino al 1993, quando si scoprì che era stato sciolto nell’acido su ordine di Riina già 11 anni prima. Un mistero gelosamente custodito tra le pieghe di una guerra emersa con gli omicidi ma combattuta essenzialmente con le lupare bianche, silenti e capaci di confondere gli investigatori con elementi contraddittori. Come lo è il sostegno economico assicurato a Pietro Armando Bonanno, sicario della mafia di Trapani, protagonista della guerra agli Ingoglia e accusato dell’omicidio, rimasto impunito, del giudice Alberto Giacomelli. Anche lui è tornato a farsi vedere in giro. Da semilibero, del resto, prendeva l’aperitivo con il pm di Modena Claudia Ferretti. Una frequentazione costata alla magistrata il trasferimento a Firenze. Lasciata l’Emilia, Bonanno è ricomparso a Trapani. Ma solo dalle 7 alle 22.30. La notte no. Ancora dorme in carcere.

Da lasicilia.it l'11 settembre 2021. Un uomo che secondo le forze speciali olandesi sarebbe il superlatitante Matteo Messina Denaro è stato arrestato mercoledì scorso a L’Aia. Le notizie, di cui dà conto anche l’autorevole Telegraaf, il più importante quotidiano dei Paesi Bassi, sono ancora frammentarie. L’uomo che secondo la magistratura olandese è il boss di Castelvetrano è stato fermato mentre stava cenando in un ristorante, l’Het Pleidooi, dell'Aia. Il blitz è durante pochi minuti: le forze speciali hanno fatto irruzione e hanno arrestato e portato via tre uomini. Ma l’avvocato della persona arrestata, che dice di chiamarsi Mark, ha sostenuto che si tratta di un turista di Liverpool, in Olanda per vedere il Gran Premio e ha dunque spiegato che si tratta di uno scambio di persona: «Se il mio cliente è un boss mafioso siciliano, io sono il Papa» ha detto. I tre uomini seduti al tavolo sono stati portati via con gli occhi bendati. «Improvvisamente – ha detto il proprietario del locale – sono arrivate sette auto e delle persone sono entrate armi in pugno». Secondo quanto si è appreso – e secondo quanto riporta il Telegraaf che cita fonti della polizia olandese – le forze dell'ordine sono entrate in azione su richiesta delle autorità italiane.

Arrestato in Olanda Messina Denaro. Ma è scambio di persona (con giallo). Valentina Raffa il 12 Settembre 2021 su Il Giornale. Ragusa. Il super latitante Matteo Messina Denaro, sul cui capo pendono diversi ergastoli, è stato arrestato a Deen Hag, nei Paesi Bassi? Il blitz delle forze speciali olandesi avvenuto mercoledì sera in un ristorante a L'Aja, l'Het Pleidooi, non lascerebbe dubbi, ma sull'identità dell'arrestato si insinuano adesso delle perplessità. Il personale e i clienti del locale sbalorditi hanno assistito all'irruzione degli agenti dell'unità speciale della polizia nel ristorante e hanno visto portare via tre uomini che, prima di essere scortati fuori, sono stati bendati. «Improvvisamente c'erano 7 auto davanti all'azienda. Ufficiali con pistole estratte», racconta il proprietario del locale secondo quanto riportato dal quotidiano online Het Parool di Amsterdam. A quel punto la notizia si diffonde velocemente e i giornalisti locali, dopo avere consultato le loro fonti, parlano dell'arresto del secolo. Ne danno notizia anche i più autorevoli quotidiani dei Paesi Bassi. Il clamore iniziale, però, via via inizia a lasciare spazio alla possibilità di un errore di persona, anche se il giallo sull'identità dell'arrestato, che potrebbe essere la primula rossa della Mafia siciliana, latitante da trent'anni, ha tutte le carte in regola per restare in piedi. «Se il mio cliente è un boss mafioso, io sono il Papa» tuona l'avvocato Leon Van Kleef a difesa del suo assistito. Il legale tenta di dimostrare l'errore di persona alla base dell'arresto delle forze speciali su mandato internazionale puntando sul fatto che il sig. Mark L., come sostiene di chiamarsi l'arrestato, sia un turista originario di Liverpool giunto in Olanda per assistere al Gran Premio di Formula 1 a Zandvoort. L'uomo sostiene di vivere attualmente in Spagna. Ad avallo di questa dichiarazione il legale dice che il suo cliente «è stato condannato in Inghilterra negli anni '90. Quindi ci sono le sue impronte digitali». Una prova che non è affatto schiacciante, in quanto di Matteo Messina Denaro non si possiedono le impronte digitali, per cui non è possibile effettuare il confronto. Non si può escludere, dunque, che l'arrestato, al momento della condanna scontata negli anni '90 in un carcere inglese, possa anche avere fornito la sua identità di copertura, una delle tante identità che si pensa abbia assunto nel tempo il super boss che, seppure sparito dalla circolazione da un trentennio, continua a interagire con i mafiosi attraverso pizzini e mezzi anche più attuali e questo grazie a una rete capillare di fedelissimi, spesso messa in serie difficoltà da brillanti operazioni delle nostre forze dell'ordine. Il giallo olandese risulta, pertanto, assai complesso e, stando al portale Het Parool, il presunto boss arrestato è stato condotto all'EBI di Vught, il carcere più sorvegliato dei Paesi Bassi, dove sono rinchiusi criminali di spessore. L'avvocato continua a sostenere l'innocenza del suo assistito arrestato mentre cenava col figlio e un'altra persona. Dice di avere scoperto che si trattava della sua vecchia conoscenza solo quando lo ha visto, perché gli inquirenti lo avevano chiamato al telefono dicendo che Matteo Messina Denaro aveva bisogno del suo avvocato, ma a lui quel nome non diceva niente.

L’operazione fiasco in Olanda. “Prendiamo Matteo Messina Denaro!”, blitz da film in un ristorante: ma era un turista inglese. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Settembre 2021. La soffiata direttamente dall’Italia: Matteo Messina Denaro, “u’siccu”, la “primula rossa” della Mafia siciliana, il più ricercato dei latitanti italiani, sarà in un ristorante con altre due persone, mercoledì 8 settembre. E quindi si imbastisce l’operazione, un blitz imponente, con armi spianate, agenti dei reparti speciali. L’irruzione però si rivela un clamoroso fiasco: a essere arrestato Mark L., turista inglese, che si trovava a l’Aja, nei Paesi Bassi, per il Gran Premio di Formula 1 (che si era tenuto il 5 settembre a Zandvoort). A imbastire l’operazione la polizia olandese e la Procura italiana di Trento. Matteo Messina Denaro, 57 anni, originario di Castelvetrano, provincia di Trapani, è sparito nel nulla nel 1993, quando esplosero le bombe della Mafia a Milano, Firenze e Roma. Le sue tracce si sono perse dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano. È ricercato anche all’estero per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto. Secondo alcune voci si troverebbe ancora in Sicilia, stando ad altre si sarebbe sottoposto a interventi di chirurgia ai polpastrelli e facciale per modificare sua fisionomia. Decine al mese, costanti, le segnalazioni di avvistamenti che arrivano alle forze dell’ordine. Zero, mai trovato, sembra imprendibile. Doveva essere sembrato un po’ meno imprendibile, il boss, quando alla Procura di Trento, seguendo altre indagini era saltata fuori la segnalazione di un informatore: Messina Denaro sarà al ristorante Het Pleeeidoi mercoledì 8 settembre. La Procura avverte la magistratura dell’Aja, vengono preparate le forze speciali per l’operazione, mentre non è stata informata la Procura di Palermo né la Direzione Investigativa Antimafia. Sarebbero state avvertite a cose fatte, secondo quanto riporta La Repubblica. “Abbiamo operato in maniera corretta – ha commentato al quotidiano il Procuratore Nazionale Cafiero De Raho – Se l’indagine di Trento avesse avuto profili di sovrapposizione con l’inchiesta della procura di Palermo allora sarebbe stato dovuto il coinvolgimento anche di quell’ufficio. Ma l’indagine di Trento, che non riguardava il latitante, era fondata su fatti autonomi. In nessun modo si è intaccato il lavoro dei colleghi di Palermo, perché si è operato in un contesto del tutto avulso e separato”. La frittata comunque è fatta, la storia è dominio di giornali e dei social. E si spreca l’ironia. L’operazione è stata fulminea: una decina di mezzi tra suv neri e auto, agenti dei reparti speciali vestiti di nero, con passamontagna e armi in mano, hanno fatto irruzione nel locale, spinto a terra tre persone ammanettate e bendate e trasportate vi al Nieuw Vosseveld di Vught, considerato il carcere più sicuro e inviolabile dei Paesi Bassi. L’uomo tra i tre che doveva essere Messina Denaro era invece Mark L., arrivato da Liverpool. Il suo avvocato Leo van Kleef è stato chiamato per conto del suo cliente Matteo Messina Denaro. “Ho ricevuto dal carcere una telefonata. Mi hanno detto che un erto Matteo Messina Denaro mi voleva come suo avvocato. Io non lo avevo mai sentito nominare, ho dovuto cercarlo su Google”, ha detto al giornale Het Parool. Il suo assistito era stato arrestato in Inghilterra negli anni ’90 e quindi l’avvocato ha invitato le forze dell’ordine a controllare le impronte digitali nei database britannici. “Gli accertamenti hanno dimostrato che l’arrestato non è l’italiano ricercato – il comunicato della polizia – Questa sera il pubblico ministero ha emesso un provvedimento di rilascio immediato”. Per questo genere di operazioni esiste un protocollo collaudato per le verifiche. Messina Denaro è stato avvistato recentemente allo stadio durante una partita, a passeggio a Milano e in un pub a Dublino, durante una battuta di caccia a Castelvetrano e a Camden Town a Londra. Altre segnalazioni lo vogliono in Bulgaria oppure in Guatemala, secondo altre avrebbe acquistato una flotta di pescherecci in Sicilia. Un collaboratore di Giustizia ritiene si muova tra la Sicilia e la Versilia. Resta introvabile.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

 Salvo Palazzolo per "la Repubblica" il 14 settembre 2021. È nato a Trento il blitz delle forze speciali olandesi che mercoledì scorso è scattato in un ristorante dell'Aja. Il procuratore Sandro Raimondi e la sua squadra di finanzieri della sezione di polizia giudiziaria erano sicuri di aver trovato la pista giusta per catturare l'ultimo grande latitante di Cosa nostra, il siciliano Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993. Agli olandesi era arrivata un'indicazione secca dall'Italia: la primula rossa di Cosa nostra sarà nel ristorante Het Pleidooi, insieme ad altre due persone. Blitz imponente, armi spianate, tre fermati caricati velocemente su un furgone mentre venivano bendati. Peccato che Messina Denaro non era lì: la prova del Dna sul sospettato - il signor Mark L. di Liverpool, in Olanda col figlio per assistere al Gran Premio - ha dato la certezza. E mentre l'avvocato del malcapitato (rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Vught) rilasciava dichiarazioni di fuoco alla stampa, montava un forte imbarazzo. Innanzitutto, delle autorità investigative olandesi, messe sotto accuse sul web per il blitz show finito in farsa: «Noi non c'entriamo niente con questa storia», continuano a ripetere. Imbarazzo e malumori sono arrivati anche in Italia, perché prima del blitz la procura di Trento non ha condiviso alcuna informazione con la procura di Palermo e con i reparti speciali di polizia e carabinieri che da anni portano avanti la delicata indagine sulla Primula rossa di Cosa nostra. Le segnalazioni di Messina Denaro in giro per il mondo sono ormai decine ogni mese, e c'è un protocollo sperimentato per le verifiche. Qualche giorno fa, ad esempio, la polizia di Manchester, ha dato conto di una segnalazione di Messina Denaro a Londra, in un appartamento di Camden Town. La macchina investigativa coordinata dalla procura di Palermo ci ha messo poco per risolvere il caso: la segnalazione arrivava da un mitomane conosciuto da Scotland Yard, che negli ultimi mesi ha già denunciato nel quartiere la presenza di terroristi di Al Qaeda e di un latitante della Camorra. Per la segnalazione in Olanda, invece, la complessa macchina delle investigazioni su Messina Denaro non ha saputo nulla prima del blitz di mercoledì. È stata avvertita a cose fatte, quando il latitante sembrava ormai nel sacco: è stato chiesto di fornire il Dna con cui fare il confronto con il signor Mark. Il procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, getta acqua sul fuoco dei malumori e difende il procuratore Raimondi: «Abbiamo operato in maniera corretta. Se l'indagine di Trento avesse avuto profili di sovrapposizione con l'inchiesta della procura di Palermo allora sarebbe stato dovuto il coinvolgimento anche di quell'ufficio. Ma l'indagine di Trento, che non riguardava il latitante, era fondata su fatti autonomi. In nessun modo - ribadisce De Raho - si è intaccato il lavoro dei colleghi di Palermo, perché si è operato in un contesto del tutto avulso e separato». Insomma, per il procuratore nazionale non ci sarebbe stata alcuna invasione di campo. «E d'altro canto nessuno ha mosso contestazioni ufficiali», precisa. Dunque caso chiuso. Anche se la storia del londinese scambiato per Messina Denaro continua a impazzare sui social. Fra ironia, polemiche e le domande ancora senza risposta: com' è possibile che il pupillo di Totò Riina, il mafioso che conosce i segreti delle stragi e della trattativa fra Stato e mafia, sia diventato un fantasma? Chi lo protegge ancora?

Mafia: perquisizioni in Sicilia, si cerca Messina Denaro. (ANSA l’1 ottobre 2021) - La Polizia sta eseguendo decine di perquisizioni in Sicilia con l'obiettivo di individuare dove si nasconde il boss numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993. Nei controlli, disposti dalla Dda di Palermo, sono impegnati circa 150 agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento, supportati dagli uomini del Servizio centrale operativo e dei reparti prevenzione crimine di Sicilia e Calabria. Le perquisizioni sono scattate in particolare nei confronti di una serie di soggetti sospettati di essere fiancheggiatori di Messina Denaro e di personaggi considerati vicini o contigui alle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine. I poliziotti stanno operando a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena (Palermo) L'immagine del volto del numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro ripreso da una telecamera di sicurezza: le ha trasmesso il Tg2 in un servizio in onda nell'edizione delle 20.30. Le immagini, afferma il servizio, sono state registrate da una telecamera in strada in provincia di Agrigento, risalgono al 2009 e sono le uniche che inquirenti e investigatori hanno dal 1993. Nelle immagini, che durano pochi secondi e risalgono al dicembre del 2009, si vede un suv blu che percorre una strada sterrata in piena campagna. A bordo ci sono due persone: l'autista e, sul sedile del passeggero, un uomo stempiato e con gli occhiali. Secondo investigatori e inquirenti, afferma il servizio, quell'uomo potrebbe essere proprio Matteo Messina Denaro. Le immagini, sostiene sempre il Tg2, sono state riprese da una telecamera di sicurezza a poche centinaia di metri dalla casa di Pietro Campo, boss della Valle dei Templi e fedelissimo del numero uno di cosa nostra che in quel periodo era protetto dalle famiglie agrigentine e, forse, stava andando proprio ad un incontro con i capi mafia locali.

Mafia, caccia a Messina Denaro: venti perquisizioni in Sicilia. Salvo Palazzolo su La Repubblica l’1 ottobre 2021. Nei controlli, disposti dalla Dda di Palermo, sono impegnati circa 150 agenti delle squadre mobili. Le perquisizioni sono scattate in particolare nei confronti di una serie di soggetti sospettati di essere fiancheggiatori. La polizia sta eseguendo venti perquisizioni in Sicilia con l'obiettivo di individuare dove si nasconde il boss numero uno di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro, latitante dal 1993.  Nei controlli, disposti dalla Dda di Palermo, sono impegnati circa 150 agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento, supportati dagli uomini del Servizio centrale operativo e dei reparti prevenzione crimine di Sicilia e Calabria. Le perquisizioni sono scattate in particolare nei confronti di una serie di soggetti sospettati di essere fiancheggiatori di Messina Denaro e di personaggi considerati vicini o contigui alle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine. I poliziotti stanno operando a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena (Palermo). Sono perquisizioni che si ripetono periodicamente sul territorio per cercare di cogliere qualche segnale nella rete che continua a proteggere il superlatitante condannato per le stragi Falcone, Borsellino, per le bombe di Firenze, Roma e Milano, è latitante ormai dal giugno 1993. Al centro delle nuove verifiche, mafiosi e favoreggiatori già finiti nella rete delle indagini, ma anche insospettabili su cui adesso si concentra l'attenzione della polizia. La primula rossa di Castelvetrano non è ufficialmente il capo di Cosa nostra, ma è il padrino ormai simbolo dell'organizzazione mafiosa, negli anni Novanta era il pupillo di Salvatore Riina, il regista della stagione delle stragi.

Le perquisizioni nella rete del boss di Cosa Nostra. Operazione Matteo Messina Denaro, blitz a tappeto in Sicilia dopo il video esclusivo del superboss. Antonio Lamorte su Il Riformista l’1 Ottobre 2021. A poche dalle immagini esclusive che ritrarrebbero il “fantasma” della Mafia, il “superlatitante” e “ultimo Padrino di Cosa Nostra” ancora in libertà, la Polizia di Stato sta effettuato controlli e perquisizioni in mezza Sicilia sulle tracce di Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano, scomparso nel nulla dal 1993. Le operazioni proprio a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena. Solo qualche ora prima, al TG2 andato in onda ieri sera, erano state diffuse le immagini, che potrebbero essere le ultime, del superboss ricercato. “Eccolo il fantasma”, esordiva il servizio mostrando un uomo con gli occhiali, a bordo di un Suv nella campagna di Agrigento, seduto sul sedile del passeggero. Immagini che risalivano al dicembre 2009, quando “u’siccu” era presumibilmente protetto da alcune famiglie agrigentine, e riprese nei pressi dell’abitazione di Pietro Campo, boss della Valle dei Templi. Per la magistratura e la polizia si tratterebbe proprio del padrino introvabile. Fotogrammi che risalgono a oltre dieci anni fa ma che comunque sarebbero un passo avanti: le ultime immagini di Messina Denaro erano del 1993, poi solo ricostruzioni grafiche e virtuali. Il sospetto, scrivono i giornali locali in queste ore, è che comunque la “primula rossa” della mafia siciliana sia rimasto sempre nel suo territorio. Centinaia le segnalazioni lanciate negli ultimi anni. L’ultima aveva portato a un clamoroso abbaglio: in Olanda, in un ristorante all’Aja, era stato arrestato per sbaglio un turista inglese; un’operazione da film, con dispiegamento imponente di forze e agenti dei reparti speciali, che ha messo in imbarazzo la polizia olande e la Procura di Trento. L’operazione in corso è coordinata dalla polizia di Stato di Trapani, coadiuvata dal Servizio centrale operativo della Direzione centrale anticrimine si ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Perquisizioni partite da una serie di sospetti fiancheggiatori di Messina Denaro e di personaggi considerati vicini o contigui alle famiglie mafiose trapanesi e agrigentine. Impegnati 150 agenti delle squadre mobili di Palermo, Trapani e Agrigento supportati dagli uomini del Servizio centrale operativo e dei reparti prevenzione crimine di Sicilia e Calabria. Questo genere di perquisizioni in realtà si ripete periodicamente sul territorio per cercare di cogliere qualche segnale nella rete considerata prossima al boss. Agli atti di questa inchiesta, come riporta La Sicilia, c’è un colloquio intercettato dagli investigatori tra l’avvocato Antonio Messina, un anziano massone radiato dall’albo per i suoi precedenti penali, mentre parla con Giuseppe Fidanzati, uno dei figli di Gaetano Fidanzati, boss dell’Acquasanta di Palermo e trafficante internazionale di stupefacenti, morto otto anni fa. “Iddu veniva a Trapani accompagnato in Mercedes da Mimmo”, sussurra Giuseppe Fidanzati. Per gli inquirenti “Iddu” sarebbe proprio il superlatitante Matteo Messina Denaro. “U’ siccu” è ricercato in tutto il mondo per associazione mafiosa, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto. È sparito nel nulla nel 1993, quando esplosero le bombe della Mafia a Milano, Firenze e Roma. Le sue tracce si sono perse dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano. Le segnalazioni si verificano continuamente: la “primula rossa” di Cosa Nostra è stata avvistata recentemente allo stadio durante una partita, a passeggio a Milano e in un pub a Dublino, durante una battuta di caccia a Castelvetrano e a Camden Town a Londra. Altre segnalazioni lo vogliono in Bulgaria oppure in Guatemala, secondo altre avrebbe acquistato una flotta di pescherecci in Sicilia. Un collaboratore di Giustizia ritiene si muova tra la Sicilia e la Versilia. Avrebbe anche modificato tramite chirurgia i suoi tratti somatici e le impronte digitali.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Filmato relativo al 2009: dal 1993 è l'unica immagine (sfocata). Il video del boss Matteo Messina Denaro: “Stempiato e con gli occhiali”. Redazione su Il Riformista l’1 Ottobre 2021. Dal 1993 a oggi gli investigatori avrebbero tra le mani una sola immagine, sfocata, del boss Matteo Messina Denaro. A diffonderla il Tg2 in un servizio andato in onda giovedì 30 settembre nell’edizione delle 20.30. La primula rossa della mafia siciliana, 59 anni, è considerato dalla Direzione Investigativa Antimafia ancora una “figura criminale carismatica della mafia trapanese” anche se negli ultimi anni sarebbero emersi “segnali di insofferenza” da parte dei suoi affiliati, insoddisfatti dalla gestione continua e costante della latitanza del boss. Stando al servizio trasmesso dal Tg2, una telecamera di sicurezza avrebbe ripreso per pochi secondi il volto del boss. Le immagini sono datate 2009 e sono state registrate nell’Agrigentino da una camera posta a qualche centinaio di metri dalla casa di Pietro Campo, boss della Valle dei Templi e considerato uomo di fiducia di Messina Denaro. Nel video si vedono due persone a bordo di un suv in una strada di campagna. Il passeggero, stempiato e con gli occhiali, è l’uomo individuato come Messina Denaro. Messina Denaro, “u siccu”, “il magro”, letteralmente sparito nel nulla nel 1993, l’anno delle bombe a Milano, Firenze e Roma, dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano: è ricercato in campo internazionale per “associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro”. Figlio di Francesco, capo della cosca di Castelvetrano (Trapani) e del relativo mandamento, nell’ultima tranche dei suoi 59 anni ha visto farsi “terra bruciata” intorno a colpi di arresti e sequestri di beni ma continua a restare imprendibile. Protagonista di un numero imprecisato di esecuzioni e tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo – rapito per costringere il padre Santino a ritrattare le rivelazioni sulla strage di Capaci e poi strangolato e sciolto nell’acido dopo 779 giorni di prigionia – Messina Denaro secondo molti inquirenti non sarebbe il capo di Cosa nostra ma sicuramente continua a rivestire un ruolo di assoluto rilievo: la rivista “Forbes” lo ha incluso tra i dieci latitanti più pericolosi del mondo. Difficile distinguere il vero e il falso in quello che di Messina Denaro raccontano informatori e pentiti: che, beffando chi lo bracca da anni, vivrebbe in Sicilia, spostandosi di continuo; che si sarebbe sottoposto in Bulgaria (o in Piemonte) a una plastica ai polpastrelli e al viso; che avrebbe seri problemi agli occhi e ai reni, tanto da aver bisogno della dialisi; che godrebbe della protezione dalla ‘ndrangheta. Di volta in volta, c’è chi lo ha collocato sulle tribune del “Barbera” per un Palermo-Sampdoria, chi su una spiaggia greca, in vacanza con la compagna Maria, chi in una casa di Baden, in Germania. Ma l’unica certezza resta la sua irreperibilità dal 1993. La soffiata direttamente dall’Italia: Matteo Messina Denaro, “u’siccu”, la “primula rossa” della Mafia siciliana, il più ricercato dei latitanti italiani, sarà in un ristorante con altre due persone, mercoledì 8 settembre. E quindi si imbastisce l’operazione, un blitz imponente, con armi spianate, agenti dei reparti speciali. L’irruzione però si rivela un clamoroso fiasco: a essere arrestato Mark L., turista inglese, che si trovava a l’Aja, nei Paesi Bassi, per il Gran Premio di Formula 1 (che si era tenuto il 5 settembre a Zandvoort). A imbastire l’operazione la polizia olandese e la Procura italiana di Trento.

"I latitanti tornano nei loro territori": De Raho dice una cosa ovvia. Matteo Messina Denaro, la caccia diventa uno show: dal video indecifrabile al blitz mediatico. Ciro Cuozzo su Il Riformista l'1 Ottobre 2021. Prima il servizio in apertura di un tg nazionale, poi i controlli a tappeto il giorno successivo con l’annuncio ai quattro venti di ben 150 poliziotti in campo per perquisizioni e controlli nei confronti di persone ritenute vicine a Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano (Trapani) latitante dal 1993 e di cui, a parte il frame del video diffuso dal Tg2 (con gli investigatori che considerano improbabile la sua presenza in quell’auto), non si hanno tracce. Dodici ore di show mediatico nella speranza, tuttavia, di poter acquisire qualche piccolo indizio in più sulla rete dei fiancheggiatori di chi si fa beffe dello Stato da quasi 30 anni. Dettagli che potrebbero essere arrivati dalle possibili fibrillazioni tra i fedelissimi di Messina Denaro e quindi dalle utenze sotto intercettazione telefonica o da quelle ambientali, o che potrebbero arrivare dalle nuove attività investigative avviate in queste ore con i controlli, che consistono in venti perquisizioni, effettuati in mattinata. La speranza degli investigatori è quella di dare un’accelerata alle ricerche di “u’siccu”, la “primula rossa” della Mafia siciliana che secondo la Direzione Investigativa Antimafia rappresenta ancora una “figura criminale carismatica della criminalità organizzata” anche se negli ultimi anni sarebbero emersi “segnali di insofferenza” da parte dei suoi affiliati, insoddisfatti dalla gestione continua e costante della latitanza del boss. Dodici ore per provare a far sentire il fiato sul collo a Messina Denaro. Quindi prima assistiamo alla pubblicazione di un video di ben 12 anni fa (una eternità dal punto di vista investigativo) dove l’uomo “stempiato e con gli occhiali”, quasi non identificabile a causa delle immagini sgranate, potrebbe essere lui. Condizionali che vengono quasi smentiti dopo poche ore. Stando infatti a quanto filtra dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, la segnalazione (arrivata da una fonte) è stata scandagliata approfonditamente dagli investigatori senza tuttavia trovare alcuna conferma. Le immagini in questione sono state registrate nell’Agrigentino da una camera posta a qualche centinaio di metri dalla casa di Pietro Campo, boss di Santa Margherita Belice e considerato uomo di fiducia di Messina Denaro. Nel video si vedono due persone a bordo di un suv in una strada di campagna. Secondo chi indaga pare assai improbabile che uno dei maggiori ricercati al mondo circolasse in auto, in pieno giorno, davanti alla masseria di Campo, strettamente controllato proprio per la sua vicinanza a “u’ siccu”. All’alba 150 poliziotti delle Squadre Mobili di Trapani, Palermo, Agrigento e del Servizio Centrale Operativo, su disposizione della Dda palermitana, dotati (si legge nelle veline della polizia) di apparecchiature speciali e supportati dai Reparti Prevenzione Crimine di Sicilia e Calabria, coadiuvati dall’auto dagli elicotteri, hanno effettuato perquisizioni e controlli a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Partanna, Mazara del Vallo, Santa Margherita Belice e Roccamena. Zone dove vivrebbero decine di fiancheggiatori della primula rossa, appartenenti agli storici mandamenti mafiosi.  Si tratta di “vecchie conoscenze” degli investigatori per i loro rapporti con il latitante: tra i 20 destinatari dei decreti di perquisizione ci sono anche soggetti già condannati per associazione a delinquere di tipo mafioso. Poi arrivano le parole di Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale Antimafia, che a Radio Rai dichiara una serie di ovvietà: “I capi nella loro latitanza possono allontanarsi dai luoghi di origine ma certamente devono tornare”. Inoltre i latitanti “devono avvalersi di una rete che opera sul territorio, altrimenti non potrebbero mantenere una posizione di comando e capi storici come Matteo Messina Denaro è evidente che non abbandonerebbero mai la loro posizione”. In sostanza “u’ siccu” così come tanti suoi noti predecessori e altri capi camorra e ‘ndrangheta, si troverebbe nel suo territorio nel sud della Sicilia. “Benché non sia ufficialmente il capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro – chiosa de Raho – unitamente a Totò Riina e ad altri capi ha guidato un piano d’attacco al nostro Paese e quindi necessariamente deve essere catturato e assicurato alla giustizia anche per confermare che il mafioso non avrà mai tregua“. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Camorra, il fantasma di Antonio Bardellino: storia del boss scomparso nel nulla. Legato a Cosa Nostra siciliana e progenitore del clan dei Casalesi, ufficialmente è stato ucciso in Brasile nel 1988. Ma il corpo non è mai stato ritrovato. Gli indizi che raccontano una verità diversa. Dario del Porto su La Repubblica il 30 settembre 2021. Buzios, Stato di Rio de Janeiro, Brasile. Fine maggio del 1988, pomeriggio. Un uomo rientra a casa. E' italiano, da un pezzo fa la spola fra la provincia di Caserta, Santo Domingo e il Sudamerica. Parcheggia l'auto, apre il cancello del villino affacciato sull'oceano. All'interno lo aspetta un vecchio amico appena arrivato dall'Europa che si è fatto accompagnare da un tassista di San Paolo.

Matteo Messina Denaro: ecco perché, con Riina, volle le stragi di Falcone e Borsellino. I giudici: “Sapeva della trattativa Stato-Mafia”. Depositate le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’assise di Caltanissetta aveva condannato all’ergastolo il boss. Lirio Abbate su L'Espresso il 19 agosto 2021. Il boss Matteo Messina Denaro, “u siccu”, ha partecipato alla deliberazione e all’attuazione delle stragi di Falcone e Borsellino. Ha sostenuto la strategia terroristica mafiosa di Riina e l’attacco allo Stato, al quale i Corleonesi avevano dichiarato guerra. Ed il capomafia è stato uno snodo della trattativa Stato-mafia. Sono alcuni dei punti su cui si sviluppa la lunga motivazione della sentenza di condanna del maggiore latitante italiano, depositata il 18 agosto. La Corte d’assise di Caltanissetta aveva inflitto l’ergastolo lo scorso ottobre a Messina Denaro per le stragi del 1992, così come aveva richiesto il pm Gabriele Paci, che ha istruito il processo, e che dal 18 agosto è il nuovo procuratore di Trapani. I giudici scrivono che il latitante «condivise in pieno l’oggetto e la portata del piano criminale di Riina di attacco allo Stato e di destabilizzazione delle sue Istituzioni allo scopo, da un canto, di colpire i nemici storici, gli inaffidabili e i traditori di Cosa nostra, dall'altro canto, di entrare in contatto con nuovi referenti con cui trattare per giungere ad un nuovo equilibrio». E sottolineano che questo mafioso trapanese-corleonese era a conoscenza della «trattativa Stato-mafia, l'altra faccia della medaglia del piano stragista» scrive la Corte. E aggiunge su questo punto: «Furono resi edotti Matteo Messina Denaro e Graviano (“i picciotti sanno tutto”), con sicuro coinvolgimento del boss trapanese». «In definitiva, Matteo Messina Denaro fu in assoluto un membro del cerchio magico di Riina e, anche solo in tale veste (senza nulla togliere alla comunque accertata reggenza della provincia di Trapani), è uno dei protagonisti dell'attacco sfrontato che Cosa nostra intraprese contro lo Stato al fine di destabilizzarne le Istituzioni e costringerlo tramite nuovi canali referenziati a trovare un compromesso favorevole ad entrambi i fronti». Per i giudici Matteo Messina Denaro «mise fattivamente a disposizione della causa stragista le proprie energie e le sue forze militari e logistiche convogliando in senso unidirezionale tutta la nomenclatura trapanese. Man mano che il piano stragista prese corpo in parallelo Matteo Messina Denaro - in via diretta o indiretta (ovvero anche a mezzo degli uomini d'onore della provincia mafiosa da lui retta) - dimostrò tangibilmente la sua perdurante adesione e in tal guisa, ribadendo la fedeltà a Riina in quel delicato momento per la sua leadership e per l'intera Cosa nostra». La Corte ha fatto un certosino lavoro di ricostruzione dei fatti e della storia criminale dei corleonesi. È entrata nei meandri mafiosi che hanno portato alla genesi delle stragi di Capaci e via D’Amelio. Il movente. La deliberazione degli attentati e le singole riunioni in cui i boss ne hanno discusso. La creazione da parte di Riina della “Super cosa” che andava al di sopra della commissione di Cosa nostra.

Il piano stragista. La Corte nella motivazione sviscera i rapporti d’affari e criminali fra i corleonesi e i trapanesi. Gli interessi economici-patrimoniali di Riina nelle terre di Messina Denaro. I legami con la massoneria trapanese. E poi la figura di questo boss latitante e il suo ruolo al fianco del capo dei capi. Il protagonismo di “u siccu” nel periodo stragista, sia siciliano che nel “continente”, descrivendo «il motivo genetico dell’avversione di Cosa nostra a Borsellino» e l’attacco al patrimonio culturale e le ragioni «alla base delle sollecitazioni di Messina Denaro all’eliminazione di Borsellino». C’è in lui la consapevolezza di queste bombe. E i giudici spiegano bene, sulla base delle prove prodotte dal pm Paci, della sua responsabilità. «Sarà, si badi, in particolare il duo Messina Denaro-Graviano, a gettare la Penisola nello scompiglio appena l'anno successivo alle stragi del 1992)». Per i giudici che hanno condannato il boss all’ergastolo «Messina Denaro, seppur non ebbe alcun ruolo nella fase esecutiva delle stragi di Capaci e via D'Amelio, mise immediatamente a disposizione la propria persona e quella degli altri uomini d'onore e soggetti a lui legati trapanesi per una morsa a tenaglia dei due magistrati ovunque si trovassero contribuendo al loro stretto monitoraggio e a infuocare gli animi dei complici verso la loro morte che avvenne nella provincia di Palermo, ma che sarebbe potuto accadere anche a Roma, a Marsala o nelle diverse opzioni geografiche che per ipotesi si sarebbero potute presentare». E non mancano i giudici di ricordare le connessioni con la politica e con i politici. E i collegamenti che Messina Denaro ha cercato, e forse attuato dopo le stragi, con nuovi referenti. Il boss, che nelle scorse settimane è diventato nonno, è ricercato ufficialmente dal 1993. È sempre più ricco e potente. Tutte le persone che hanno avuto contatti con lui sono state arrestate, compresi i suoi familiari. E sequestrati i beni. Li ha resi poveri e isolati in carcere. Nonostante ciò, la sua invisibilità non lascia trasparire alcuna crepa.

Tanti soprannomi, un solo volto. Diabolik, U siccu, Alessio, Luciano, “La testa dell'acqua”, Iddu, “U Diu”, il Premier, “il noto”. Tanti soprannomi per indicare un solo nome: Matteo Messina Denaro.

Messina Denaro sette soprannomi per un mistero. Salvo Palazzolo su AMDuemila il 14 Novembre 2019. Tratto da: La Repubblica Palermo. Lo chiamavano “u siccu”, oppure Luciano, poi è diventato Alessio Adesso è “la testa dell’acqua”, Iddu, il premier o anche “il noto”. All’inizio, fra Castelvetrano e Marinella di Selinunte, era solo “u siccu”, niente più che un soprannome. Oppure, Luciano, chissà perché. Ventisei anni dopo, l’imprendibile Matteo Messina Denaro è il “premier”, questo diceva di lui Antonello Nicosia, l’assistente della deputata Occhionero arrestato nei giorni scorsi con l’accusa di essere stato l’ambasciatore della primula rossa nelle carceri. Nei nomi con cui lo chiamano c’è la sua storia misteriosa. Per Totò Riina sepolto al 41 bis era semplicemente "l’unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa". E lo diceva in senso dispregiativo: "Questo ragazzo suo padre l’aveva affidato a me, perché era dritto, gli ho fatto scuola io... a me dispiace dirlo". E, d’un tratto, l’enfant prodige di inizio anni Novanta diventò il “signor Messina”: "Questo fa il latitante con i pali eolici per prendere soldi - sbottava il capo dei capi di Cosa nostra all’ora d’aria - ma non si interessa… ". “La testa dell’acqua” come lo chiamano i suoi fedelissimi nelle intercettazioni ha rinnegato la strategia stragista del più sanguinario dei suoi padri - Totò Riina - ed è diventato “Iddu”, come chiamavano l’altro padrino di Corleone, Bernardo Provenzano, che dopo la stagione delle bombe sembrava essere diventato un santone. “Iddu” il vecchio e anche il giovane (che nei pizzini con Binnu si firmava Alessio) conoscono il segreto della trattativa con pezzi dello Stato, sanno perché all’improvviso le bombe terminarono di scuotere l’Italia nel 1993. E Riina non riusciva a darsi pace. Nelle intercettazioni fatte nel 2013 nel carcere di Opera criticava la scelta di fare solo affari e nessun attentato, arrivando persino a dare del “carabiniere” al suo “ragazzo” di un tempo. La stessa espressione che il capo dei capi aveva utilizzato per Provenzano: "Allora qualcuno ti dice cosa fare…". A Riina è rimasto il sospetto che dietro la fine delle bombe ci sia stato un patto, con chissà quale lasciapassare. E a proposito del “ragazzo” diventato ormai il “signor Messina” diceva pure: "Io penso che se n’è andato all’estero". Chissà se era solo uno sfogo con il compagno dell’ora d’aria o sperava di essere intercettato. Magari per vendicarsi, a modo suo, di un’altra soffiata. Di sicuro, ormai da tempo, non ci sono più tracce della “testa dell’acqua”, il premier di una mafia liquida che ha scelto gli affari importanti e ha abbandonato il controllo del territorio mafioso. “U siccu” è diventato un fantasma. Un giorno qualcuno l’ha chiamato “Padre Pio”, uno strano fantasma in aria di santità, un mafioso diventato modello criminale. Ma sempre ben radicato da qualche parte, perché qualcuno di importante continua a pensare a lui. Così in un’intercettazione è rimasta impigliata un’altra espressione molto curiosa: lo chiamavano anche “il noto”, con un termine sbirresco che racconta molto del mistero Messina Denaro. "Ascolta bene - diceva al telefono l’agente dei servizi segreti Marco Lazzari all’avvocato romano Giandomenico D’Ambra - ciò che prevedevamo è stato confermato da Cristiano... ti devi allontanare da zio per un periodo, io già ci ho parlato". Lo “zio” era il boss gelese Salvatore Rinzivillo. L’avvocato chiedeva: "Allontanarmi radicalmente?". Lo 007 dell’Aisi spiegava: "Eh sporadicamente, io già ci ho parlato, già gliel’ho detto che ti avvertivo... non è nulla di particolare, è solo un’attenzione... capito per il noto che stanno cercando giù, si so n’cafoniti, perché... poi ti spiego a voce, tanto ci vediamo... dagli anni 80 fino ad adesso vogliono controllare tutti capito". Il “noto che stanno cercando giù” era proprio il superlatitante Matteo Messina Denaro. E questa intercettazione del Gico della Guardia di finanza di Roma, risalente al 10 marzo 2016, ha provocato un terremoto. Come aveva fatto un agente dei servizi segreti, operativo a Roma, a sapere delle indagini siciliane sul “noto”? E chissà per quanti altri infedeli il capomafia delle stragi di Roma, Milano e Firenze è ancora il “noto”. Nei nomi con cui lo chiamano c’è davvero la sua storia. E qui in Sicilia qualcuno ha cominciarlo a maledirlo, per tutti gli arresti della procura di Palermo che stanno falcidiando la provincia di Trapani. Così Messina Denaro è diventato “questo”, o anche il “purpu”. "Ma questo che minchia fa? Un cazzo, si fa solo la minchia sua, e scrusciu non ci deve essere". C’è una frangia di fedelissimi che la pensa come Totò Riina: "Arrestano i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi cognati e tu non ti muovi? Ma fai bordello... purpo, svita tutti... se avete i coglioni uscite tutti fuori, sennò vi faccio saltare". Ma Matteo, u Siccu, il premier, Padre Pio e tutto il resto sembra davvero essere andato via. L’ultimo che l’ha visto è il suo amico fidato Vincenzo Sinacori, killer pure lui. Era il 1994. Tratto da: La Repubblica Palermo

Mafia e poteri occulti. Matteo Messina Denaro, il boss di Cosa nostra protetto dallo Stato-Mafia. Giorgio Bongiovanni su Antimafiaduemila il 12 - 18 Aprile 2021. Nei giorni scorsi, su Nove, è andato in onda la videoinchiesta “Matteo Messina Denaro - Il Superlatitante”, prodotta da Videa Next Station per Discovery Italia, sviluppata da Giovanni Tizian e Nello Trocchia in collaborazione con il quotidiano "Domani". Uno speciale che suona non solo come un'occasione persa, ma a tratti appare anche fuorviante sul ruolo che ancora oggi riveste il boss trapanese, ultimo stragista rimasto latitante. E lo diciamo senza nulla togliere all'impegno dei cronisti che hanno raccontato la storia. Perché se da una parte è sicuramente apprezzabile la scelta di aver dato voce ai familiari vittime delle stragi dei Georgofili e di via Palestro, accanto alle intercettazioni più recenti dei suoi sodali che parlano della sua figura, o le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, dall'altra ci sono le scelte discutibili di intervistare personaggi ambigui. Molto si è parlato del primo Matteo Messina Denaro, del giovane "killer" e "latin lover" che ama la bella vita, nonostante la latitanza. Solo qualche accenno sulle grandi connessioni con il sistema politico, imprenditoriale e massonico che, probabilmente, garantiscono la sua latitanza. Nulla su quei mandanti esterni delle stragi che hanno accompagnato Cosa nostra in quella strategia di attacco allo Stato. Per questo il prodotto finale, a nostro parere, è rimasto mediocre. E così facendo il rischio che l'opinione pubblica abbia un'idea incompleta sul latitante più famoso del mondo è altissimo. Ma è soprattutto nel dossier giornalistico "Dopodomani", pubblicato dal quotidiano, che siamo rimasti sconcertati. Perché è qui che abbiamo ravvisato grossolani errori, nella migliore delle ipotesi per disattenzione, nella peggiore per volontà "devianti" e "manipolatrici" sul ruolo che lo stesso Messina Denaro ha ancora oggi nel panorama del Sistema criminale. E ciò avviene per bocca di Giacomo Di Girolamo, autore del libro "L'Invisibile - Matteo Messina Denaro". Come? Nel momento in cui sminuisce in maniera grave l'intera storia del progetto di attentato nei confronti del magistrato Nino Di Matteo, lasciando intendere che si tratti di una bufala generata da collaboratori di giustizia che avrebbero millantato conoscenze e fatti. E lo fa in barba a quei riscontri trovati dagli stessi pm nisseni e alla convergenza nei racconti di collaboratori di giustizia ritenuti attendibili dalle procure. L'inchiesta sull'attentato a Di Matteo è stata archiviata, come è scritto anche sul dossier, ma tacere quelle conclusioni dei pm in cui si mette in evidenza come la condanna a morte non sia stata mai revocata è un'omissione pesante. Un'inchiesta sempre pronta ad essere riaperta in quanto si continua a cercare il tritolo arrivato a Palermo per colpire il magistrato antimafia. Questione di ignoranza? Di pregiudizio? Di superficialità? Comunque è grave. Perché così facendo si fa esattamente il gioco di chi vuole isolare, delegittimare e uccidere quei magistrati scomodi al potere e che da anni cercano la verità su stragi e delitti. Quel gioco che piace anche a Matteo Messina Denaro che resta latitante. Del boss di Castelvetrano (figura ben più importante di un fuggitivo che "si fa solo gli affari propri"); delle protezioni su cui può contare grazie allo Stato-mafia; dell'attentato a Di Matteo e quei contorni inquietanti che riguardano il capomafia trapanese ed i suoi "amici romani" parliamo di seguito in maniera approfondita. Perché la mafia può anche aver cambiato "politica", puntando sulla sommersione, ma non è stata ancora vinta e la strategia stragista non è affatto un lontano ricordo.

Tanti soprannomi, un solo volto. Diabolik, U siccu, Alessio, Luciano, “La testa dell'acqua”, Iddu, “U Diu”, il Premier, “il noto”. Tanti soprannomi per indicare un solo nome: Matteo Messina Denaro.

Il boss di Castelvetrano è latitante dal 1993 ed i ventotto anni di fughe non gli hanno impedito di compiere omicidi, stragi, crimini efferati, né di gestire affari milionari nei settori più svariati. Su di lui sono stati scritti libri, articoli e sono state fatte trasmissioni televisive. Certo è che il suo è un "curriculum" di primissimo piano nell'organizzazione criminale siciliana. Prima accanto al padre, don “Ciccio”, Francesco Messina Denaro. Poi, alla morte di quest'ultimo, si fece largo tra i “corleonesi”, “adottato” da Riina in persona, fino a diventare protagonista dello stragismo della criminalità organizzata siciliana. Autore, secondo gli investigatori, di almeno una settantina di omicidi come mandante ed esecutore, nei primi mesi del 1992, assieme ad altri boss di Brancaccio, il giovane “Diabolik” fece parte del gruppo che doveva uccidere a Roma Giovanni Falcone, a colpi di kalashnikov, fucili e revolver. Salvatore Riina, forse “preso per la manina” da qualcuno come ha poi raccontato il pentito Salvatore Cancemi, cambiò idea all'improvviso, optando per un altro luogo ed una modalità decisamente più eclatante. E così fu “l'Attentatuni” lungo l'autostrada, all'altezza di Capaci, in cui morirono Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo. Anche di quell'attentato, così come per la strage di via d'Amelio, è stato ritenuto responsabile, in qualità di mandante, nel processo di primo grado tenuto davanti alla Corte d'Assise di Caltanissetta che lo ha condannato all'ergastolo. Una sentenza che di fatto conferma come vi sia stato un collegamento tra le bombe del 1992 pretese da Totò Riina e gli attentati nel nord Italia. L'opera sanguinaria di Messina Denaro si estende anche ad altri fatti. Sempre in quella calda estate del 1992, poco prima dell'attentato in cui morirono Paolo Borsellino e gli agenti di scorta (Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina), partecipò come esecutore materiali ad uno dei delitti più crudeli di Cosa nostra: il duplice omicidio dei fidanzati Vincenzo Milazzo (capo della cosca di Alcamo che aveva cominciato a mostrarsi insofferente all'autorità di Riina) ed Antonella Bonomo (incinta di tre mesi, ritenuta testimone scomoda degli affari di Cosa nostra). Nel 1993, a soli 31 anni, fu favorevole alla continuazione della strategia degli attentati dinamitardi insieme ai boss Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. E' l'anno delle stragi di Firenze, Milano e Roma che provocarono in tutto dieci morti (tra cui Nadia e Caterina Nencioni, rispettivamente di 9 anni e di 50 giorni) e 106 feriti a cui sono da aggiungersi i danni al patrimonio artistico. Stragi per cui è stato condannato all'ergastolo con sentenza definitiva nel 2002. Basterebbe già questo per far comprendere il peso di Matteo Messina Denaro. Ma vi è molto di più. 

Scalata Cosa nostra. Continuando a scorrere l'elenco di fatti e misfatti è noto che nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo, appena 12enne, per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere sciolto nell'acido. Un altro omicidio efferato per una nuova condanna all'ergastolo, stavolta in appello. Nonostante la sua longeva latitanza, come dimostrato da decine di indagini e testimonianze, non ha mai perso il controllo nella gestione del mandamento di Trapani e, in seguito agli arresti di storici boss come Bernardo Provenzano (2006) e Salvatore Lo Piccolo (2007) è divenuto indubbiamente il vero punto di riferimento per Cosa nostra. Proprio nella Provincia di Trapani, secondo le relazioni della Dia più recenti, Messina Denaro regna incontrastato senza, in apparenza, inserirsi nelle scelte criminali a livello interprovinciale e regionale. Se nel recente tentativo di ricostruzione della Cupola a Palermo non era stato interpellato, così non era stato nel 2008 (operazione Perseo) quando dispensò in maniera chiara consigli anche condizionando le scelte dell'organizzazione nel Capoluogo. Consigli che non vengono disdegnati neanche oggi, almeno stando a quanto emerso nelle carte dell’operazione antimafia "Xydi". Nell'inchiesta della Procura di Palermo compare anche il nome del boss trapanese.

Procura di Palermo compare anche il nome del boss trapanese. In un'intercettazione il boss Giancarlo Buggea, uomo d’onore della famiglia di Canicattì, parlava della primula rossa mentre legge un pizzino scritto a mano: "Messina Denaro. Iddu, la mamma del nipote che è di qua, è mia commare, hanno sequestrato tutti i telegrammi mandati dalla posta di Canicattì, per vedere, per capire”. Il “nipote” di cui si parla è Girolamo Bellomo, marito di Lorenza Guttadauro, figlia della sorella del superlatitante. La Dda di Palermo indica in Buggea l’uomo “in condizione di intrattenere rapporti direttamente con Matteo Messina Denaro, essendo a conoscenza della segretissima rete di comunicazione e protezione utilizzata dal capo di Cosa Nostra latitante”. In un altro incontro Buggea parlava sempre del boss di Castelvetrano. “Quelli di Trapani lo sanno dov’è?”, gli domandava l’affiliato. “Lo sanno…”, rispondeva il boss. “Con Matteo glielo dovremmo dire, ci volevano altri due che ci andavano”, diceva ancora l’interlocutore. Secondo gli inquirenti si faceva riferimento ad un affare sul quale Messina Denaro deve dare il proprio assenso. La prova che il superlatitante viene riconosciuto come un importante riferimento, non solo a Trapani, dove regna incontrastato. Ma anche fuori. Certo è che da qualche anno a questa parte il cerchio attorno al boss trapanese si è fatto sempre più stretto. 

Ricchezze infinite. Nonostante i numerosi arresti di fedelissimi, familiari e continui sequestri di beni (secondo le stime ad oggi sarebbero stati sequestrati beni per oltre 3,5 miliardi di euro, ndr), il boss trapanese continua ad essere libero e ad intrecciare importanti rapporti con soggetti di altissimo livello nell'ambito politico ed imprenditoriale e ad accumulare infinite ricchezze. Un esempio sarebbe dato dai rapporti che la sua famiglia avrebbe avuto con l'ex senatore di Forza Italia Antonino D’Alì, ex sottosegretario agli Interni dal 2001 al 2006, finito sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Attualmente è in corso a Palermo il processo in appello dopo che la Cassazione ha annullato con rinvio il precedente giudizio di assoluzione (e dichiarato prescritti i fatti precedenti al 1994). Sul piano economico sono noti gli affari del boss di Castelvetrano con Giuseppe Grigoli, re dei supermarket, prestanome e riciclatore di denaro delle cosche trapanesi. E in questi anni è emerso il suo forte interesse nel settore turistico e delle energie alternative. Le inchieste hanno portato al sequestro di beni ad imprenditori ritenuti prestanome del boss: Carmelo Patti, patron della Valtur (brand che dal 2018 ha cambiato gestione e che non ha più nulla a che fare con Carmelo Patti e con una mala gestione), e l'imprenditore dell'eolico, Vito Nicastri. Quest'ultimo è stato condannato lo scorso ottobre dal Gup di Palermo a 9 anni di reclusione, in abbreviato, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Ma indagini più recenti come "Eden 3", che portò a novembre dello scorso anno a tre arresti e a 19 indagati per un traffico di droga tra Campobello di Mazara e Milano, hanno svelato l'esistenza di legami ed interessi anche nel campo del traffico di droga. Tra le figure coinvolte nell'indagine ci sono Giacomo Tamburello, Nicolò Mistretta e l’ex avvocato Antonio Messina, considerati i “vertici del sodalizio” vicino a Messina Denaro. Altro dato interessante, che emergeva nell'inchiesta, è il contatto che alcuni personaggi siciliani hanno avuto con figure come Giuseppe Calabrò, legato alle cosche di San Luca, Vincenzo Stefanelli (indagato), già coinvolto nel sequestro di Tullia Kauten (1981), legato alle ‘ndrine liguri e a Calabrò, e Giovanni Morabito, secondo gli inquirenti legato “all’articolazione milanese della ’ndrina Morabito” di Africo. Un asse, quello tra Cosa nostra e 'Ndrangheta, che si conferma nel racconto di numerosi collaboratori di giustizia, non solo nel traffico di stupefacenti. Negli anni Novanta lo stesso Riina trascorse proprio in Calabria un periodo di vacanza. Un esempio concreto delle sinergie fra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta è costituito sicuramente dall’omicidio del giudice Scopelliti, ammazzato il 9 agosto del 1991 a Villa San Giovanni mentre faceva rientro a Campo Calabro. La Procura di Reggio Calabria ha riaperto il fascicolo d'inchiesta scrivendo nel registro degli indagati 17 persone, tra boss e affiliati a cosche siciliane e calabresi: tra i nomi figura anche Matteo Messina Denaro ricercato dal 1993. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo da tempo sta indagando sulla partecipazione della criminalità organizzata calabrese in stragi ed omicidi eccellenti tanto che davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria si è celebrato un processo, denominato 'Ndrangheta stragista, che ha visto lo scorso luglio le condanne all'ergastolo di Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, accusati di essere i mandanti di una serie di attentati contro i carabinieri, in cui morirono anche i militari Fava e Garofalo, avvenuti tra il 1993 ed il 1994. Ma l'asse Sicilia-Calabria emerge anche nella storia recente nelle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia come Vito Galatolo il quale riferì che Cosa nostra acquistò proprio dai calabresi il tritolo per eliminare un altro magistrato: Nino Di Matteo.

La lettera di Messina Denaro e l'attentato contro Di Matteo. Che ne dica il Di Girolamo di turno non si tratta solo di dicerie di qualche collaboratore di giustizia. Ma vi sono anche intercettazioni telefoniche come quelle in cui Galatolo viene registrato a colloqui con la moglie. Alla donna confida di essere stato pesantemente coinvolto nella preparazione di un attentato a un magistrato. E lo fa riferendosi, fra l’altro, alla festa dell’Immacolata dell'8 dicembre 2012, quando si era dovuto allontanare da casa per partecipare urgentemente a una delle riunioni operative. Ciò avviene prima della sua collaborazione con la giustizia. Di questo progetto stragista ci siamo occupati più volte in questi anni. Una vicenda tornata alla ribalta dopo le recenti dichiarazioni del collaboratore di giustizia Alfredo Geraci, ex mafioso di Porta nuova e uomo riservato vicino al boss Alessandro D'Ambrogio di fatto confermando alcuni dettagli già forniti da Galatolo. Entrambi parlano proprio di quel dicembre 2012 quando i boss di Palermo Alessandro D'Ambrogio (capomafia di Porta Nuova), Girolamo Biondino (capo a San Lorenzo), Vincenzo Graziano e Vito Galatolo (Acquasanta) si incontrarono segretamente dopo una riunione con altri capimafia. Un incontro per parlare di un tema preciso: l'attentato da organizzare contro il magistrato di Palermo. Una richiesta che portava una firma di peso: quella del boss Matteo Messina Denaro. Entrambi i pentiti hanno confermato che il boss trapanese avrebbe inviato delle missive in cui spiegava che Di Matteo andava fermato in quanto "si è spinto troppo oltre". Di questi elementi Vito Galatolo, da quando nel 2014 ha deciso di “togliersi un peso dalla coscienza” diventato collaboratore di giustizia, ha parlato in svariati processi. “La prima lettera me la porta Biondino (Girolamo, capomandamento di San Lorenzo e fratello del più noto Salvatore, autista storico di Totò Riina e depositario dei segreti del boss corleonese) e c'era anche Graziano e iniziava così: 'caro fratello, spero che tu stia bene' - ha raccontato il pentito durante il processo sulla trattativa Stato-Mafia - Messina Denaro voleva indicarmi come capomandamento di Resuttana e Biondino per quello di San Lorenzo. Lì si accenna all'attentato, chiedendo la disponibilità dei mandamenti ad eseguirlo, ma non si spiegano i motivi. La prima lettera scritta in corsivo e la seconda lettera in stampatello. Nella seconda invece si spiegano i motivi dell'attentato, poi la strappammo subito. Dell'attentato, mi disse Biondino, non dovevamo parlare a nessuno perché ci avrebbero ammazzato pure i bambini”. Dell'attentato a Di Matteo si parlò poi anche nella seconda lettera. “Qui si spiegò il motivo e c'era il riferimento ai processi. Si doveva dare un segnale che la mafia era sempre pronta a reagire allo Stato - ha detto Galatolo - anche qui si parlava in maniera affettuosa. Oltre all'attentato a Di Matteo si parlava di eliminare anche i due pentiti, “Manuzza”, Nino Giuffré, e Gaspare Spatuzza. Se accettavamo di fare l'attentato avremmo dovuto dire tutto a Mimmo (Biondino) che lui sapeva come organizzare. Biondino nello specifico si doveva occupare dell'esplosivo. C'erano da raccogliere dei soldi anche. Ed ogni mandamento doveva mettere due persone”.

A detta di Galatolo a chiedere a Messina Denaro di uccidere il magistrato sarebbero stati dei mandanti esterni, "gli stessi di Borsellino". Quel progetto di morte, forse anche grazie alle parole dell'ex boss dell'Acquasanta non è stato ancora eseguito ma, come hanno scritto i magistrati nisseni nella richiesta di archiviazione delle indagini, si tratta di un progetto di attentato "ancora in corso". Resta da capire perché una figura come Matteo Messina Denaro, attuale vertice di Cosa nostra, nel pieno della sua latitanza possa decidere di ritornare a quella strategia stragista chiedendo ai palermitani di adoperarsi. Una decisione inquietante e terribile che evoca anche la stagione dei delitti eccellenti, accantonata proprio dopo l'attacco allo Stato dei primi anni Novanta. 

Benestare Riina. Una decisione che, appena un anno dopo quelle missive, fu in qualche maniera avallata dal Capo dei capi, Totò Riina, che dal carcere "Opera" di Milano lanciava i suoi strali contro il magistrato. E' così che si realizza quella che può essere definita "convergenza di due prove autonome". Da una parte le dichiarazioni di alcuni protagonisti di quelle riunioni in cui si parlava del progetto di attentato. Dall'altra la voce di Riina dal carcere. Il boss corleonese auspicava che quel progetto di attentato fosse eseguito il prima possibile. “Io dissi che lo faccio finire peggio del giudice Falcone” diceva il boss corleonese il 16 novembre 2013 al boss pugliese Alberto Lorusso, durante l'ora d'aria. “E allora organizziamola questa cosa. Facciamola grossa e non ne parliamo più - continuava ancora ‘U curtu - Perché questo Di Matteo non se ne va, ci hanno chiesto di rinforzare, gli hanno rinforzato la scorta. E allora se fosse possibile ad ucciderlo, un’esecuzione come eravamo a quel tempo a Palermo”. Quelle conversazioni, cruente e drammatiche, venivano registrate dagli inquirenti che da qualche tempo avevano messo sotto intercettazione il capomafia. Durante il passeggio Riina parlava liberamente anche degli attentati del passato come quello a Rocco Chinnici, nel 1983. In quei dialoghi di Riina vi erano segni di insofferenza nei riguardi di Messina Denaro. Al contempo, nonostante i dissensi nella gestione quotidiana di Cosa nostra, in quelle registrazioni si evince la perfetta sintonia quando si devono intraprendere strategie importanti come uccidere il magistrato, Di Matteo, che in quel momento stava conducendo con il pool di Palermo (Del Bene, Teresi, Tartaglia, ndr) delle delicatissime indagini e si apprestava ad aprire un processo, quello sulla trattativa Stato-mafia, portando alla sbarra alti vertici delle istituzioni. Una tempistica temporale che non può passare inosservata.

I segreti delle stragi e della trattativa. Tornando a guardare a Matteo Messina Denaro all'interno di Cosa nostra, è innegabile che ad oggi sia, tra le persone in stato di libertà, il personaggio con il più alto spessore in Cosa Nostra. Un boss latitante che comanda strategicamente l'organizzazione criminale in quanto detentore di segreti indicibili. Segreti che danno potere. Un collaboratore di giustizia come Nino Giuffrè ha dichiarato che a lui sono stati consegnati i documenti segreti della cassaforte di Riina. “Probabilmente una parte di questi è finita a Matteo Messina Denaro - ha riferito in diversi processi l'ex boss di Caccamo - Posso dire che si tratta di una intuizione, più che una fonte. Perché non l’ho data per sicura, l’ho data per probabile che una parte di questa, sempre dai ragionamenti che ho fatto che si agganciano alla vicinanza di Salvatore Riina a Matteo Messina Denaro, dalla statura, dallo spessore mafioso di Matteo Messina Denaro e dalle indiscrezioni, diciamo, di Provenzano stesso che asseriva sempre come Matteo Messina Denaro era uno dei soggetti più fidati e più vicini a Riina. L’ipotesi è data da un complesso di piccole cose. Che a casa di Riina c’erano dei documenti me l’ha detto Provenzano, su questo punto non ho dubbi, e d’altronde so perfettamente che Riina mandava delle lettere a Provenzano”. E' dietro a quelle carte riservatissime che si nasconde parte dell'immenso potere di cui gode l'imprendibile padrino. Al processo contro Messina Denaro per le stragi del 1992, il pentito Brusca ha riferito quanto gli fu detto dal Capo dei capi Totò Riina: “Mi ebbe a dire che, qualora lui fosse arrestato o che gli succedeva qualche cosa, i picciotti, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, sapevano tutto. Queste cose me le dice alla fine del 1992, tra novembre e dicembre. Era il periodo in cui non avevamo più notizie e lui iniziava a preoccuparsi che poteva essere arrestato”. E sempre Brusca ha messo a verbale con i magistrati di Palermo, che Messina Denaro gli disse che Graviano incontrava l'imprenditore Silvio Berlusconi, fornendo persino dei dettagli su orologi che lo stesso avrebbe avuto. Del resto non è un mistero che nel periodo compreso fra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio, Messina Denaro ha trascorso diversi momenti della latitanza proprio assieme al capomafia di Brancaccio. Ecco dunque la forza di Messina Denaro nel 2020: la conoscenza di segreti indicibili. Come il perché la strategia delle bombe venne esportata in continente con l’adozione di modalità terroristiche mai appartenute, in precedenza, a Cosa Nostra, colpendo monumenti e causando vittime innocenti, o perché quelle stragi, subito dopo il fallito attentato all'Olimpico, si siano interrotte. Non può spiegarsi tutto con il semplice arresto dei fratelli Graviano, il 27 gennaio del 1994. Messina Denaro conosce la verità nascosta dietro la strage di Pizzolungo, dalla Chiesa, Chinnici, Capaci, via d'Amelio, e di quelle in Continente (Firenze, Roma e Milano) perché è stato parte attiva di quel mondo. Tutti questi segreti costituiscono, ancora oggi, un'arma di ricatto formidabile contro quello Stato che gli dà la caccia. Cosa accadrebbe se Messina Denaro, finisse in manette? E' pensabile che, vista la giovane età ed una vita vissuta tra gli agi (sempre secondo quanto riferito dai pentiti), possa scegliere di collaborare con la giustizia? E se così fosse cosa accadrebbe? Quanti pezzi dello Stato di ieri e di oggi cadrebbero? Nelle lettere a "Svetonio", lo pseudonimo dell'ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, il boss di Trapani diceva che si sarebbe ancora sentito parlare di lui. Così è stato in questi anni. Messina Denaro si è dato da fare, non solo organizzando gli attentati. Nel processo di Caltanissetta ha testimoniato anche il collaboratore di giustizia Rosario Naimo, a lungo considerato un “re del narcotraffico” (per decenni a cominciare dalla fine degli anni ’60, si occupava dal New Jersey di maxi traffici di cocaina dal Sud America verso la Sicilia). Il capo dei capi Totò Riina lo descriveva come un soggetto “più potente del presidente degli Stati Uniti”. Non a caso era stato indicato come garante del patto tra siciliani d’America e siciliani di Sicilia secondo il quale agli "scappati" (i perdenti della guerra di mafia) sarebbe stata risparmiata la vita a patto che non rimettessero piede in Italia. Ma dalla Cupola siciliana era anche riconosciuto come un riferimento per i contatti con altissimi ambienti istituzionali americani. E a lui si rivolse Messina Denaro anche per portare avanti i “piani politici” dopo l'arresto di Riina: “Messina Denaro - ha raccontato Naimo - mi dice: “Senta Saruzzo, c'ho un abbraccio da parte di Luchino (Leoluca Bagarella, ndr) che ti saluta e mi ha detto di dirti una cosa nel caso tu possa dare una mano e aiutare”. Mi spiegò che in quel momento avevano degli agganci politici e delle cose per le mani, che si poteva creare una cosa buona per tutti noi. Un partito che potrebbe fare diventare la Sicilia autonoma, e far separare la Sicilia. Disse 'abbiamo agganci ma ci vorrebbe un aiutino dell'America". Quel gancio tra Trapani e gli Stati Uniti non era affatto nuovo. Nino Giuffrè ha raccontato ai magistrati proprio come già ai tempi in cui al vertice vi era il padre di Diabolik fosse un elemento fondamentale nella composizione del Sistema criminale. La mafia trapanese, ha affermato il pentito “è quella più intatta, meno colpita dalle forze dell’ordine, ed è un punto di incontro tra i Paesi arabi, l’America e diverse componenti che girano attorno alla mafia, per esempio la massoneria e i servizi segreti deviati. Oggi a capo di questa zona c’è il personaggio più importante di Cosa nostra: Matteo Messina Denaro. Lui è pupillo di Salvatore Riina”. Trapani, dunque è il fulcro di rapporti con l'esterno (“Posso dire serenamente che vi sono relazioni fra la mafia e i terroristi. Cosa nostra non chiude le porte a nessuno: quando gli interessi convergono, fa alleanze”). Sono questi i legami del Sistema criminale integrato che ha in Cosa nostra una componente essenziale. Nella mafia che si riorganizza i vecchi padrini restano centrali proprio per quel ruolo di protagonisti che hanno recitato negli anni delle stragi di Stato e trattative. E dagli elementi raccolti in questi anni appare evidente che figure come Messina Denaro, Giuseppe Graviano, Leoluca Bagarella, Salvatore Biondino, i Madonia di Palermo, a cui si affiancano gli Inzerillo, tornati in auge dopo l'esilio imposto da Riina, sono i veri punti di riferimento che comandano la mafia siciliana. 

Latitanza protetta. Ad oggi resta difficile individuare il luogo in cui il superlatitante sia nascosto. C’è chi sostiene che Messina Denaro abbia cambiato volto e voce per sfuggire alla cattura, chi dice che si trovi in Sicilia, nella sua terra, chi ritiene che si sia recato all’estero, in Sudamerica. Tra i possibili luoghi dove il boss di Castelvetrano potrebbe nascondersi non si esclude neanche la Calabria. Resta il fatto che, nonostante una taglia farsa da un milione e mezzo di euro fissata dai servizi di sicurezza, ad oggi Messina Denaro continua ad essere un ricercato e le domande aperte sono continue. Anche perché proprio parte di quei servizi di sicurezza dello Stato, a nostro giudizio, è verosimile che siano gli stessi che lo proteggono. Come è possibile? Perché? E quali sono i segreti che il padrino trapanese custodisce? Possibile che l'archivio segreto di Totò Riina, sparito dal covo di via Bernini e a lui consegnato, sia un formidabile strumento di ricatto con cui garantirsi la latitanza? Possibile che ancora oggi vi sia un "do ut des"? Si potrebbe spiegare in questo modo il motivo per cui il tentativo di eliminazione del magistrato Nino Di Matteo abbia trovato il suo input esternamente a Cosa nostra. E secondo questa chiave di lettura quell'attentato può essere letto come la moneta di scambio utile per prolungare ulteriormente la latitanza. Per questo motivo la guardia non può essere mai abbassata. Quel che appare evidente è che Messina Denaro gode di fortissima protezione. Nel gennaio 2017, il magistrato Teresa Principato, oggi alla Procura nazionale antimafia, quando era procuratore aggiunto a Palermo diede a lungo la caccia al boss trapanese, spiegò in Commissione antimafia che "Messina Denaro è protetto da una rete massonica". Di fronte a questo quadro disarmante la politica cosa fa? In questi anni di Governo di “non cambiamento” abbiamo registrato un certo immobilismo sul fronte della lotta alla mafia. Al di là dei proclami (nel programma stilato da Movimento Cinque Stelle e Pd la lotta alla mafia era relegata ad un miserabile 13esimo posto) c'è stato poco o nulla. Ed ancor più grave è ciò che è avvenuto dopo con il tradimento di Grillo che ha portato i pentastellati al governo accanto a Berlusconi. E il fatto che oggi si parli di una possibile fine per 41 bis ed ergastolo ostativo è l'ennesima prova del disastro. Matteo Messina Denaro non può che esserne felice e vincente perché Cosa nostra ottiene così ciò che ha sempre voluto. La politica non parla della ricerca della verità sulle stragi e sulla trattativa Stato-mafia, di fatto, escludendo i lavori della Commissione parlamentare antimafia, presieduta dal senatore Nicola Morra, è piombato un oscuro silenzio dal giorno della sentenza di primo grado del 20 aprile 2018. In un intervento pubblico a Milano Nino Di Matteo, oggi consigliere togato al Csm, aveva ricordato come “per andare avanti c’è bisogno di tutto e di tutti. Ci sarebbe bisogno di una politica che, non soltanto con la commissione parlamentare antimafia, ma anche con le direttive che i ministri dovrebbero dare alle forze di polizia, spinga per il completamento di quel percorso di verità. E invece quando la magistratura va avanti loro frenano piuttosto che spingere”. Un'inerzia certificata dalla lunga serie di mancati provvedimenti a cominciare dall'incremento delle stesse forze di polizia, necessarie per un'efficace ricerca di latitanti, o quelli per intervenire in materia di carcerario per impedire, nonostante le richieste che arrivano dall'Europa, l'indebolimento del 41 bis. In assenza di misure simili è possibile ipotizzare che vi sia ancora oggi, dopo il sangue versato da martiri ed innocenti, una trattativa in corso tra la politica e Cosa nostra? E' possibile che la stessa si basi su quel "quieto vivere" che trova le sue radici proprio nel patto Stato-mafia stipulato a colpi di bombe tra il '92 ed il '94? I dati raccontano di una Mafia che non è stata sconfitta e che raggiunge profitti pari a circa 150 miliardi di euro l'anno, che è in grado di investire in borsa e di ottenere ingenti capitali grazie al traffico internazionale di stupefacenti. Traffico di stupefacenti che è in mano alla 'Ndrangheta (detiene il monopolio mondiale con un giro d'affari pari a 80 miliardi di euro l'anno) e che incredibilmente entra nel calcolo del Pil, così come viene richiesto dalla stessa Ue. Anche da questo dato si può cogliere il perché, ad oggi, la lotta alla mafia non è vista come una priorità da una politica che resta colpevolmente silente. E' lo specchio di quel che sta accadendo nel nostro Paese in cui la magistratura, sconquassata da recenti scandali giudiziari che hanno coinvolto alcuni rappresentanti, dopo essersi leccata le ferite è riuscita a trovare il coraggio di processare se stessa ed avviare un profondo rinnovamento. Basta osservare le recenti azioni del Consiglio superiore della magistratura. Un organo che abbiamo criticato aspramente in passato, definendolo anche come un Sinedrio, partendo da una serie di interventi sconsiderati rivolti contro i magistrati in prima linea sin dai tempi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Oggi il Csm sta dimostrando di avere un nuovo spirito, cercando di abbandonare le logiche correntizie ed adottando criteri meritocratici nell'assegnazione dei ruoli direttivi, avviando pratiche a tutela nei confronti di magistrati impegnati in delicatissime inchieste, o anche aprendo procedimenti di trasferimento per altri colleghi che si sono resi protagonisti di un modus operandi quantomeno discutibile. Diversamente la politica, marcia nel suo animo, sembra essere allergica alle riforme e all'assunzione di responsabilità. E la dimostrazione è nel dibattito che ancora oggi si manifesta ogni qual volta si parla di riforma della giustizia, di prescrizione, di intercettazioni. O ancora nell'illogica scelta di non inserire la lotta alla mafia ai primi posti dell'agenda politica. In questi anni abbiamo assistito a tante promesse di cambiamento rimaste nell'etere. Abbiamo visto politici onesti, che non sono collusi, essere, loro malgrado, fagocitati o privati di qualsiasi possibilità di azione. E' la logica perversa dei patteggiamenti e delle trattative che lo Stato-mafia conduce nel 21°secolo. Matteo Messina Denaro lo sa bene e ringrazia. Finché non sarà abbattuto il Sistema criminale che infiltra lo Stato la sua latitanza è destinata a durare ancora a lungo!

La voce del boss Matteo Messina Denaro impressa su un nastro magnetico. Ansa / CorriereTv il 12 Agosto 2021. Per la prima volta il Tg1 trasmette un documento audio esclusivo con la deposizione del latitante di Cosa Nostra più ricercato in Italia. 18 marzo 1993, processo Accardo, uno dei tanti processi di mafia nel trapanese. «Senta- gli chiede la pubblico ministero- ricorda se fu sentito dalla squadra mobile di Trapani, dopo la morte di un certo Accardo Francesco da Partanna?». «Guardi- risponde il boss - io, in quel periodo, ho subito decine di interrogatori per ogni omicidio che è successo». Due mesi e mezzo dopo diventerà latitante. La cassetta, custodita nell'archivio del Tribunale di Marsala, è stata trovata grazie al lavoro dell'Associazione Antimafie Rita Atria e della testata "Le Siciliane".

Massimo Arcidiacono per il “Corriere della Sera” il 13 agosto 2021. Dall'archivio del Tribunale di Marsala riemerge la voce di Matteo Messina Denaro, il ricercato numero 1 di Cosa Nostra. È impressa in un audio che il Tg1 ieri sera ha mandato in onda. A ritrovarlo, come sorta di archeologi della memoria, l'Associazione Antimafie Rita Atria e la rivista bimestrale Le Siciliane , dopo una ricerca durata un anno. La registrazione risale al 18 marzo 1993 quando il boss testimoniò al processo Accardo+30 sugli omicidi di mafia a Partanna, dove Messina Denaro già spadroneggiava. Il boss si mostra arrogante, infastidito. La pm fa domande sull'omicidio Accardo, chiede se fosse già stato sentito dalla polizia, lui risponde con distacco: «Guardi, io in quel periodo ho subito decine di interrogatori per ogni omicidio che è successo». È l'ultima volta che metterà piede in un tribunale, ha già partecipato alle stragi di Capaci e via D'Amelio e due mesi dopo si darà alla latitanza. Lo straordinario documento arriva per vie traverse. «Pensavamo - spiega Nadia Furnari dell'Associazione Atria - che la storia di Rita non potesse essere dimenticata. Ci siamo messi al lavoro con l'idea di un libro in cui ricostruire il contesto in cui maturò il suicidio. Cercavamo le dichiarazioni di Rita, non Messina Denaro». Rita Atria si tolse la vita all'indomani della morte di Borsellino, a cui aveva affidato il suo percorso di ribellione, e le sue testimonianze erano proprio nel processo Accardo. «Abbiamo visionato 60 faldoni - ricostruisce Furnari -. A un certo punto tra i testi è comparso il nome del boss e ci siamo accorte che c'erano delle registrazioni». Vecchi Vhs privati del segnale video dai quali non è stato facile salvare quell'audio.  «Sentire la voce di Messina Denaro - ha detto ieri Federico Cafiero de Raho, procuratore nazionale antimafia - è molto importante, acquisire questo tipo di documenti permette di fare confronti». Quei materiali, però, si stanno deteriorando: «Sono in locali umidi, accatastati, servono fondi per salvarli. Lì c'è un pezzo di memoria, la storia della mafia trapanese». Di Messina Denaro e di come è diventato l'inafferrato e spietato erede di Totò Riina.

La voce del super latitante Messina Denaro nella registrazione di un’udienza. Giornale di Sicilia il 12 Agosto 2021. Con un documento audio inedito il Tg1 ha fatto sentire la voce del boss della mafia Matteo Messina Denaro. L'audio risale al 1993, poco prima della latitanza, ed è contenuto in una cassetta che è rimasta "sepolta" per anni nell’archivio del tribunale di Marsala, tornata alla luce grazie all’azione dell’associazione antimafia Rita Atria. In tribunale come testimone, a Messina Denaro viene chiesto se ricorda di essere stato interrogato dalla squadra mobile in seguito a un omicidio a Partanna, nel suo mandamento. "In quel periodo ho fatto decine di interrogatori per ogni omicidio che è accaduto", risponde il boss. In un altro passaggio, Messina Denaro ricorda un episodio: "Stiamo per salire in macchina e l’Accardo mi dice di non prenderla". Dopo aver fatto ascoltare la registrazione, il Tg1 ha intervistato Federico Cafiero de Raho, Procuratore nazionale antimafia. "Sentire la voce di Messina Denaro è qualcosa di molto importante, tuttavia devo dire che nei suoi confronti le indagini si sviluppano da oltre un ventennio, quindi è evidente che Ros, Polizia e Scico hanno documenti anche sonori idonei a fare comparazioni", ha detto De Raho. "E' importante acquisire questo tipo di documenti per fare confronti - ha aggiunto - Le attività sono enormi, negli ultimi anni sono stati arrestati centinaia appartenenti a cosa nostra" legati al boss "e sono quasi 3 mld di euro i beni sequestrati nell’ambito di questa indagine. E’ una rete enorme che si supporta attraverso elementi appartenenti all’organizzazione e che costituisce la rete di fiducia del latitante". In merito alle speranze di catturarlo dopo quasi 30 anni di latitanza, De Raho risponde: "Già due anni fa lo avevo detto, ritenevo che potesse avvenire quell'anno. E’ certo che l'impegno che lo Stato sta investendo è enorme. Ci sono tanti filoni investigativi coordinati dal procuratore distrettuale di Palermo, quindi vi è uno sviluppo investigativo enorme e su questo tutti poniamo grande affidamento".

Matteo Messina Denaro era in Via D’Amelio: lo dice Totò Riina. Analizzando le intercettazioni abbiamo scoperto che Riina indica Messina Denaro tra gli esecutori della strage di Via D'Amelio. Parla anche di un altro uomo che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis... Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 12 luglio 2021. Matteo Messina Denaro è stato condannato in primo grado dalla Corte di assise di Caltanissetta per essere stato tra i mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Dalle intercettazioni abbiamo scoperto che Totò Riina lo indica chiaramente. Ma Il Dubbio, analizzando attentamente le intercettazioni di Totò Riina quando era in 41 bis, ha scoperto che il capo dei capi ha chiaramente indicato il superlatitante Messina Denaro, “quello della luce”, così lo definisce, tra gli esecutori della strage di Via D’Amelio nella quale perse la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. Era lì. Tanto che Riina gli ha dato ordine di tenersi preparato. Le intercettazioni di Totò Riina offrono nuovi spunti. Tra le sue parole c’è la chiave di volta del movente delle stragi (che non è la “trattativa” visto che la smentisce diverse volte), omicidi eccellenti commessi, ma anche di come hanno operato per compiere gli indicibili attentati.

Totò Riina parla di un altro uomo proveniente dall’Albania. La strage di Via D’Amelio è stata descritta da Riina a più riprese durante i suoi colloqui con il compagno d’ora d’aria Alberto Lorusso. Parla anche di un altro uomo, tra gli esecutori, che proviene dall’Albania. Ma nelle trascrizioni delle intercettazioni del 2013 c’è un omissis. Per capire il riferimento alla partecipazione esecutiva di Matteo Messina Denaro alla strage di Via D’Amelio, bisogna contestualizzare.

Matteo Messina Denaro conosce bene i meccanismi decisionali di Cosa nostra. Il superlatitante appartiene a una generazione più giovane rispetto a boss come Totò Riina e Bernardo Provenzano, secondo alcuni non avrebbe più alcun ruolo all’interno di Cosa Nostra, ma è certamente l’ultimo grande latitante della mafia siciliana. Non solo.

Conosce bene i meccanismi decisionali dell’organizzazione visto che ha partecipato alle riunioni, ha contribuito al famoso tavolino a tre gambe (mafia, imprenditori e politici) per la spartizione degli appalti pubblici e custodisce, quindi, i moventi che dettero impulso alla stagione stragista.

Il superlatitante figura centrale nel processo per gli attentati stragisti tra il ’93 e il ’94. La Procura di Caltanissetta, in particolar modo grazie al magistrato Gabriele Paci, ha avuto il merito di attenzionare la figura di Messina Denaro rimasto fino a poco tempo fa estraneo ai processi nei confronti di mandanti ed esecutori delle stragi siciliane del ’92.

Da ricordare che il latitante è stato già figura centrale nel processo svoltosi avanti la Corte d’Assise di Firenze ed avente ad oggetto gli attentati stragisti commessi da Cosa nostra “nel continente” tra il ’93 ed il ’94, all’esito del quale venne condannato all’ergastolo per i reati di strage e devastazione.

Designato dal capo dei capi a fare il “reggente” della provincia di Trapani. Grazie ad un’attenta rilettura degli atti giudiziari, si è potuto ricostruire il fatto che in rappresentanza della provincia di Trapani, l’attuale super latitante è stato designato da Totò Riina – a seguito del progressivo aggravarsi delle condizioni di salute del padre, Francesco Messina Denaro, storico uomo d’onore trapanese, rappresentante della provincia di Trapani oltre che del mandamento di Castelvetrano – a svolgere le funzioni di “reggente” della provincia sin dai tempi della guerra di mafia di Partanna deflagrata nell’87 e conclusasi nel ’91, e dunque ben prima della consumazione degli eventi stragisti del ’92.

Messina Denaro per Riina era “quello della luce”, perché si interessava all’eolico. «Si, si, ci combattono da diversi anni con questo Gricoli (ex braccio destro economico di Messina Denaro, ndr) perché sempre … hanno detto … prestanome di … piritumpiti … piritampiti…, pali, pali e pali … pali e pali … sempre a pali vanno …, sempre pali di luce».

È Totò Riina che parla. Lo fa riferendosi a Matteo Messina Denaro, sul fatto che si sia dato allo sfruttamento della green economy. Ovvero all’energia eolica. Riina ce l’ha particolarmente con Messina Denaro per il fatto che si sia dedicato all’eolico. “I pali della luce”, li chiama. E fa una provocazione: «Io …visto che questo è cosi intelligente, così stravagante … solo … com’è che non me lo ha passato a me questo discorso di fare pali della luce? Perché io ho terreni là … ho dei terreni che sono i migliori che ci sono là … non è che gli sembra che sono terreni che non valgono niente. Lui si faceva vendere il posto del terreno, e lui sicuramente non aveva niente altro. Perché non mi faceva, non mi diceva di fare questi pali, di questi pali della corrente?».

Nelle intercettazioni Riina non nasconde la sua delusione per il suo ex pupillo. Riina, a più riprese, ritorna su Matteo Messina Denaro. Sembrerebbe proprio che non gli sia andata giù che il suo pupillo (dalle intercettazioni che non riportiamo per motivi di spazio, si evince che aveva molto puntato su di lui per rispetto del padre) abbia deciso di dedicarsi a questo business. «Stravagante quello e quello … quello dei pali della luce più stravagante ancora di lui. Però sono tutti stravaganti», qui Totò Riina indica Messina Denaro inequivocabilmente come “quello dei pali della luce”. «Ci farebbe più figura se la mettesse nel culo la luce e se lo illuminasse», dice sempre Riina in 41 bis. «No, ma per dire che questo si sente di comandare, si sente di fare luce dovunque. Fa luce. Fa pali per prendere soldi, per prendere soldi». Totò Riina è chiaramente infervorato con Messina Denaro, perché «si è messo a fare la luce!». Davvero una delusione per lui, che cercava invece un prosecutore della sua strategia stragista.

Il capo dei capi racconta di come ha organizzato la strage di Via D’Amelio. Ma ora veniamo al dunque. Come detto, Totò Riina a più riprese parla anche della strage di Via D’Amelio. Racconta di come è riuscito ad organizzare l’attentato in tre o quattro giorni, perché qualcuno gli disse di fare presto. Non in due giorni, ma tre o quattro giorni.

Importante il numero, perché sarebbe interessante capire cosa ha detto o fatto Borsellino qualche giorno prima, tanto da mettere in allarme quel “qualcuno” che poi ha avvisato Riina di fare presto. Forse Borsellino qualche giorno prima si è esposto in maniera plateale?

Riina ribadisce che “quello della luce” era in Via D’Amelio. Giungiamo ora al punto cruciale. Riina, ai colloqui del 6 agosto 2013, ad un certo punto dice: «Minchia, cinquantasette giorni (i giorni che passano dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, ndr). Minchia, la notizia l’hanno trovata là, da dentro l’hanno sentita dire che domenica deve andare (Borsellino, ndr) da sua madre, deve venire da sua madre. Gli ho detto: allora preparati, aspettiamolo lì. A quello della luce… anche perché … sistemati, devono essere tutte le cose pronte. Tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettigli qualche cento chili in più». Ora sappiamo, che “quello della luce” è Matteo Messina Denaro. Difficile dare altra interpretazione. Totò Riina ha detto a “quello della luce” che doveva prepararsi, sistemare, farsi ritrovare pronti e se serve, di mettere altro esplosivo in più. Si riferisce alla Fiat 126 imbottita con 100 kg di tritolo che i mafiosi hanno parcheggiato sotto l’abitazione della madre. «Però io ci combattevo, tre giorni, quattro giorni la macchina messa là, andavo a cambiare il posteggio», dice Riina. «Quando io dico che uno deve lavorare! Deve lavorare perché deve capire che se ti serve un posto vicino alla portineria, lo devi lavorare, lo devi cercare, ci devi “combattere” (perdere tempo ndr) te lo prendi, te lo prendi e te lo conservi, metti la macchina», prosegue Riina.

E spunta “quello dall’Albania” esperto di esplosivo. «Esci con una macchina e ci metti quella. E poi vai a trovarlo, vai a cercarlo, …. come quello che venne solo dall’Albania… vallo a trovare un esperto come questo», dice ancora Riina. A chi si riferisce? Chi è quello che venne dall’Albania? Potrebbe essere l’uomo che Spatuzza non riconobbe al garage di via Villasevaglios dove è stata imbottita la macchina? Riina aggiunge: «Ai domiciliari a Palermo, ci vuole fortuna». Chi era? C’è un proseguo, ma è omissato. Forse in quell’omissis si potrebbe trovare una risposta.

Un ricordo del giudice del primo maxiprocesso Alfonso Giordano. Questa inchiesta la dedichiamo al giudice Alfonso Giordano scomparso oggi all’età di 92 anni. È stato il presidente della Corte del primo maxiprocesso. Per la prima volta è stata processata e condannata la mafia. Un uomo coraggiosissimo, accettò l’incarico per gestire il dibattimento, dopo che ben 10 colleghi l’avevano rifiutato, e per bene. Nonostante ciò è rimasto umile fino all’ultimo.

«Messina Denaro era in via D’Amelio»: ora la procura di Caltanissetta vuole vederci chiaro. Dopo l’esclusiva de Il Dubbio sulla presenza di Messina Denaro in Via D’Amelio i magistrati nisseni hanno deciso di riascoltare le intercettazioni di Riina. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 13 luglio 2021. La Procura di Caltanissetta, dopo l’esclusiva de Il Dubbio sulla presenza del superlatitante Matteo Messina Denaro in Via D’Amelio, sta svolgendo alcuni accertamenti. Ricordiamo che Il Dubbio ha scartabellato attentamente tutte le intercettazioni di Totò Riina avvenute nel 2013 durante la permanenza in regime di 41 bis in carcere. Lo indica come “quello della luce”, perché si interessava del mercato e gli appalti sull’eolico.

Per Totò Riina è “quello della luce”. Durante i colloqui del 6 agosto 2013, l’ex capo dei capi afferma chiaramente: «Minchia, cinquantasette giorni (i giorni che passano dalla strage di Capaci a quella di Via D’Amelio, ndr). Minchia, la notizia l’hanno trovata là, da dentro l’hanno sentita dire che domenica deve andare (Borsellino, ndr) da sua madre, deve venire da sua madre. Gli ho detto: allora preparati, aspettiamolo lì. A quello della luce… anche perché … sistemati, devono essere tutte le cose pronte. Tutte, tutte, logicamente si sono fatti trovare pronti. Gli ho detto: se serve mettigli qualche cento chili in più».

I magistrati nisseni riascolteranno il file audio originale. Una frase “spezzata”, dicono dalla procura di Caltanissetta, su cui verranno eseguiti degli accertamenti, tra cui il riascolto del file originale, anche per valutare la corrispondenza tra quanto detto, in siciliano, dal capo dei corleonesi e il testo riportato nelle trascrizioni.In ogni caso, chiariscono dalla procura, qualsiasi sia l’esito, cambierebbe poco dal punto di vista processuale, visto e considerato che il latitante Matteo Messina Denaro, lo scorso anno, è stato condannato all’ergastolo dal Tribunale di Caltanissetta come mandante delle Stragi del ’92 di Capaci e via D’Amelio.

E restano gli omissis su “quello che venne dall’Albania”. Ci auguriamo, però, che venga riascoltato anche il file audio originale dove Totò Riina indica anche un altro uomo che potrebbe aver preparato l’attentato insieme a Messina Denaro e gli altri già condannati, forse imbottendo di tritolo la Fiat 126: ma in quelle intercettazioni c’è un omissis proprio in quella parte. «Quello che venne solo dall’Albania…vallo a trovare un esperto come questo», ha detto Totò Riina.

Morto Antonio Vaccarino, l’uomo che voleva far catturare Messina Denaro. Antonio Vaccarino, che per 30 anni ha subito un accanimento giudiziario, era in carcere con gravi patologie in attesa di giudizio. A Catanzaro ha contratto il Covid, le innumerevoli istanze di domiciliari sono state respinte, tranne l’ultima che è arrivata troppo tardi. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 20 maggio 2021. È morto dopo trent’anni di accanimento giudiziario, così lo definiscono i suoi avvocati, in particolar modo l’avvocata Giovanna Angelo che lo ha assistito per vent’anni. Parliamo dell’ex sindaco di Castelvetrano Antonio Vaccarino, morto in ospedale dove era stato trasferito di urgenza dopo che il Covid, contratto nel centro clinico del carcere di Catanzaro, ha peggiorato il suo stato clinico già precario. E pensare che, dopo innumerevoli istanze per differimento pena, finalmente i giudici gli hanno concesso i domiciliari. Sì, ma dopo che oramai non c’era più nulla da fare.

Vaccarino aveva gravi patologie cardiache. «Nonostante tutto – spiega l’avvocata Giovanna Angelo con un animo scosso dall’accaduto -, il professor Vaccarino credeva nelle istituzioni, è sempre stato disponibile con la giustizia, ha dato tutto sé stesso per poter essere utile alla cattura del latitante Matteo Messina Denaro». Eppure, il paradosso vuole che è stato recentemente condannato in primo grado per aver addirittura favorito la latitanza del boss da poco condannato per essere stato uno dei mandanti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Per questo motivo, da oltre un anno e mezzo, all’età di 76 anni e con gravi patologie cardiache, era in carcerazione preventiva.

Nel centro clinico del carcere di Catanzaro ha contratto il Covid. Era in carcere nonostante fosse affetto da cardiopatia ischemica, ipertensione arteriosa, aritmia per fibrillazione atriale persistente. Come avevano scritto, nelle continue istanze, i suoi avvocati Laura Baldassarre e Giovanna Angelo, «il mancato impianto di pacemaker, consigliato dai periti, e la somministrazione del farmaco Cardior stava esponendo l’uomo ultrasettantenne a rischio blocco cardiaco e, conseguentemente, la morte». Poi è arrivato il Covid che ha infestato il carcere di Catanzaro. Ma si era detto che il centro clinico fosse al sicuro. Invece, alla fine, il terribile scherzo del destino: tra i detenuti del centro, Vaccarino è stato l’unico a subire il contagio.

Le istanze di domiciliari sono state sempre rigettate. Nella penultima istanza, gli avvocati hanno chiesto subito un trasferimento a casa, perché gli stessi medici del carcere hanno detto chiaro e tondo che non sarebbero stati in grado di assisterlo. Eppure la Corte ha rigettato e indicato il trasferimento presso un carcere adeguato. Operazione impossibile. Passano i giorni, fin quando il detenuto Vaccarino viene trasferito in ospedale a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni cliniche. Ricoverato in terapia sub intensiva, la Corte d’appello di Palermo, presieduta dalla giudice Adriana Piras, accoglie finalmente l’istanza urgente di concessione dei domiciliari presentata dai suoi difensori, rilevando che sono venute meno le esigenze cautelari. Ma a casa non ci andrà più. Troppo tardi, perché alla fine muore, da solo, sul letto di un ospedale. Parliamo dell’ennesimo arresto che ha subito nella vita. Sei anni di carcere per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento con l’aggravante mafiosa, con il coinvolgimento nella vicenda di due carabinieri. Secondo l’accusa – dalla quale scaturì il processo terminato con la sentenza di condanna emessa lo scorso 2 luglio dal Tribunale di Marsala – l’ex sindaco di Castelvetrano avrebbe rivelato a un condannato per mafia il contenuto di un’intercettazione ricevuta da un colonnello della Dia. Quest’ultimo è l tenente colonnello dei carabinieri Marco Alfio Zappalà, colui che lavorava per conto della Procura di Caltanissetta. E proprio lui, coordinato dalla procura, si era rapportato con Vaccarino proprio per avere materiali, che hanno contribuito alla condanna del superlatitante Matteo Messina Denaro.

L’accusa di favoreggiamento su intercettazioni insignificanti. C’è il giornalista Gian Joseph Morici, direttore del giornale on line La valle dei Templi, gran conoscitore delle vicissitudini giudiziarie di Vaccarino, che evidenzia come «né l’uomo al quale Vaccarino avrebbe rivelato i contenuti dell’intercettazione, né i soggetti intercettati, erano indagati, e – particolare di non poco conto – i contenuti di quell’intercettazione apparivano del tutto insignificanti ai fini delle indagini sul latitante Matteo Messina Denaro». Non si comprende, quindi, come possa essere valutata come prova di chissà quale favoreggiamento. Eppure la condanna, seppur ancora di primo grado, arriva.

Recluso a Pianosa per le accuse di un pentito rivelatosi inattendibile. Ma com’è detto, Vaccarino è stato già vittima di malagiustizia nel passato, tanto da finire recluso ingiustamente nel supercarcere di Pianosa subendo indicibili torture. Finì lì dentro per associazione mafiosa grazie alle parole di un pentito – tale Vincenzo Calcara – che in seguito sarà dichiarato inattendibile da diversi tribunali. Vaccarino verrà assolto per l’accusa di 416 bis. Gli era rimasta quella sul traffico di droga, ma di recente è stata accolta la richiesta di revisione del processo perché l’accusa si era basata sempre sulle parole di Calcara. L’avvocata Giovanna Angelo che ha lavorato per quella revisione fin dal 2011. Alla fine è riuscita a ottenerla. Vaccarino è morto, ma molto probabilmente i familiari decideranno di proseguire. Non per giustizia, alla quale comprensibilmente non ci credono più, ma per una questione di “dignità”.

Collaborò con i Servizi per catturare Messina Denaro. Ricordiamo che Vaccarino, nei primi anni del 2000 ha collaborato con i servizi segreti capitanati da Mario Mori per la cattura di Matteo Messina Denaro. Operazione vanificata dopo una fuga di notizie. Il dramma è che per quella collaborazione, chiara e con un fine genuino, ancora oggi c’è chi la tira fuori adombrando ombre. Parliamo in realtà di una operazione d’intelligence durata dai primi di ottobre 2004 fino a una buona parte del 2006. In sostanza Vaccarino era riuscito a intraprendere dei contatti epistolari con il latitante. Poi tutta l’operazione si fermò quando ci fu una fuga di notizie e un’indagine – poi subito archiviata – della procura di Palermo proprio sul fatto che Vaccarino scrivesse i pizzini al superlatitante firmandosi “Svetonio”, pseudonimo indicato proprio da Matteo Messina Denaro.

Una fuga di notizie fece saltare la copertura di Vaccarino. La fuga di notizie svelò tutto e la copertura di Vaccarino saltò. Dopo qualche tempo, esattamente il 2 novembre del 2007, giunge a Vaccarino l’ultima lettera – ma questa volta minacciosa e rabbiosa – di Matteo Messina Denaro. «Non ha neanche da sperare in una mia prematura scomparsa o nel mio arresto – scrive il super boss nella parte conclusiva della lettera – perché qualora accadesse una di queste ipotesi, per lei nulla cambierebbe, in quanto la sua illustre persona fa già parte del mio testamento, ed in mia mancanza verrà sempre qualcuno a riscuotere il credito che ho nei suoi confronti, comunque vada lei o chi per lei pagherà questa cambiale che ha forsennatamente firmato. Lei è un essere snaturato che non ha voluto bene neanche alla sua famiglia, si vergogni di esistere».

Matteo Messina Denaro avrà accolto bene la sua morte. Ora che Vaccarino è morto, e la sua famiglia è distrutta dal dolore, sicuramente Matteo Messina Denaro ha accolto con gioia la sua dipartita. Era quello che sperava. Mentre l’avvocata Giovanna Angelo lo ricordo al Dubbio con un commovente messaggio: «Castelvetrano e le Istituzioni tutte abbiamo perso una persona eccezionale. Un Uomo che ha fatto dell’onestà, della correttezza e dell’amore per il prossimo il suo stile di vita. È stato il professore di tutti, il professore di quanti abbiamo avuto il privilegio di stare al suo fianco. Conosco il professore Vaccarino da oltre venti anni. È stato sempre un grande esempio per noi e ci ha lasciato un patrimonio morale immenso. Nonostante le grandi ingiustizie subite ha sempre creduto nelle Istituzioni e nella Giustizia. Mi diceva sempre “bisogna credere nella Giustizia e lottare per la Verità anche a costo della vita”. Che Dio perdoni chi si è reso responsabile di una tale ingiustizia». A proposito di giustizia c’è la quarta beatitudine del Vangelo che recita così: «Beati gli affamati e gli assetati di giustizia perché saranno saziati». Da tempo il giornalista Frank Cimini, che grazie al prolungato contatto con i magistrati, ha preso in prestito questa beatitudine del Vangelo per coniare una nuova massima che, anche in questa terribile vicenda, trova fondamento: «Beato chi ha fiducia nella giustizia perché sarà giustiziato».

Anticipazione da “Oggi” il 12 maggio 2021. Il superboss Matteo Messina Denaro, potrebbe nascondersi a Dubai. Lo scrive il settimanale OGGI, che pubblica un'inchiesta sui latitanti italiani nella città degli Emirati. Alcuni espatriati italiani, uno dei quali vicino ad ambienti governativi, hanno detto che Messina Denaro un tempo conosciuto col soprannome di U Siccu, il magro, oggi all'età di 59 anni sarebbe ingrassato, quasi completamente calvo, e impossibile da riconoscere. La presenza a Dubai del capo dei capi di Cosa Nostra, secondo una delle fonti del settimanale, sarebbe risaputa anche a Roma in ambienti investigativi e politici. Il boss disporrebbe di un autentico passaporto italiano a controllo biometrico, in cui sarebbero riportate ovviamente false generalità, viaggerebbe molto, e da quando è iniziata la pandemia, nessuno più lo avrebbe visto in circolazione a Dubai. Gli altri latitanti italiani invece preferiscono non muoversi. Un trattato per l'estradizione tra Italia ed Emirati esiste dal 2018, ma le condizioni per applicarlo sono talmente complesse che finora è rimasto lettera morta, lasciando praticamente invariate le condizioni per la permanenza di personaggi come il trafficante di droga Raffaele Imperiale, il cognato di Fini Giancarlo Tulliani inseguito da ordini di cattura per riciclaggio, o il nobile milanese Alberico Cetti Serbelloni, condannato per un'evasione fiscale da un miliardo di euro.

Storie. Chi è Messina Denaro il latitante inafferrabile. Rossella Grasso su Il Riformista il 17 Ottobre 2019. Di covi, fughe, "pizzini", catture mancate e dichiarazioni di pentiti è costellata la sua interminabile latitanza. Matteo Messina Denaro, nato a Castelvetrano in provincia di Trapani nel 1962 è ricercato dal 1993, condannato a scontare l’ergastolo per associazione di tipo mafioso, omicidio, strage, devastazione, detenzione e porto di materie esplodenti, furto ed altro. Detto Diabolik o ‘u siccu’ per la sua costituzione fisica esile, è forse il capo indiscusso della mafia trapanese, secondo Forbes è nell’elenco dei dieci latitanti più pericolosi del mondo e sicuramente tra i più ricchi di tutta la Sicilia. Da ‘fantasma’ ha continuato a gestire gli illeciti tramite suoi fiduciari e i "pizzini" passati di mano in mano. Secondo gli inquirenti potrebbe essere l’ultimo capo di Cosa Nostra dopo la cattura e la morte di Totò Riina e Bernardo Provenzano. Messina Denaro eredita da suo padre Francesco lo scettro di capo della cosca di Castelvetrano e del relativo mandamento quando morì nel 1998 mentre era in latitanza. La prima denuncia per associazione mafiosa arrivò per lui nel 1989, e nel 1992 si rese responsabile dell’omicidio di Nicola Consales, proprietario di un albergo di Triscina. L’uomo aveva assunto la fidanzata di Messina Denaro, un’austriaca, e si fece scappare qualche commento negativo sul suo lavoro e sulla presenza di personaggi del malaffare intorno a lei. Il mafioso non lo tollerò e lo uccise. Dal ’92, Messina Denaro iniziò a far parte di un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani, inviato a Roma per compiere appostamenti nei confronti di Maurizio Costanzo e per uccidere Giovanni Falcone e il ministro Claudio Martelli. Erano quelli gli anni in cui Totò Riina, ‘il capo dei capi’, ordinava ai suoi di uccidere tutti quelli che dicevano anche una sola parola contro il sistema mafioso: showman, giudici, forze dell’ordine o persone comuni, nessuno escluso. Qualche tempo dopo Riina fece tornare il gruppo in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito diversamente. Messina Denaro compare, come richiesto dalla procura di Caltanissetta, tra i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio nel quale persero la vita il giudice Falcone e la moglie, e il collega Paolo Borsellino insieme  agli uomini delle loro scorte. Dall’anno successivo è ricercato per aver commesso quattro omicidi. Quando Riina fu arrestato nel 1993, Messina Denaro continuò nell’organizzazione di attentati dinamitardi, come quelli di Firenze, Milano e Roma, che provocarono in tutto dieci morti e 106 feriti, compresi danni al patrimonio artistico. Nel novembre 1993 Messina Denaro fu tra gli organizzatori del sequestro del piccolo Giuseppe Di Matteo per costringere il padre Santino, tra i primi pentiti a iniziare a svelare la verità sulle stragi di Capaci, a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci. Dopo 779 giorni di prigionia, il piccolo Di Matteo venne brutalmente strangolato e il cadavere buttato in un bidone pieno di acido. Aveva solo 12 anni. Dopo la cattura di un altro illustre padrino della mafia, Bernardo Provenzano, l’attenzione degli investigatori si è concentrata su di lui. Nel nascondiglio di Provenzano infatti gli inquirenti trovarono numerosi ‘pizzini’ mandati da “Alessio”, nome con il quale si firmava Messina Denaro, nei quali si parlava degli investimenti proposti da Vaccarino, ex sindaco di Castelvetrano, ma anche di altri affari in attività lecite, come l’apertura di una catena di supermercati nella provincia di Agrigento e la ricerca di qualche prestanome per poter aprire un distributore di benzina nella zona di Santa Ninfa, in provincia di Trapani. Secondo alcune intercettazioni in carcere di colloqui di Totò Riina, sarebbe stato proprio lui, il "capo dei capi" a crescere Matteo Messina Denaro, accusandolo tuttavia di aver abbandonato gli interessi di Cosa Nostra per pensare solo a se stesso e alla sua fuga. Per dargli la caccia lo Stato ha già investito decine di milioni, indagini che finora hanno portato a oltre cento arresti di familiari, tra cui la sorella, complici, fiancheggiatori e mafiosi vari, senza però mai sfiorarlo. Gli inquirenti avrebbero puntato a fare terra bruciata intorno a lui lasciandolo solo nella sua fuga. Secondo quanto affermato da alcuni pentiti oggi Messina Denaro sarebbe irriconoscibile perché si sarebbe sottoposto a una plastica al volto e ai polpastrelli per non essere mai identificato. Solo un esame del DNA potrebbe confermare la sua identità.

Gianmarco Oberto per leggo.it il 23 marzo 2021. Conduceva una vita lontana dalle sue origini. Via dalla Sicilia, da quella Castelvetrano dove era nato 37 anni fa e dove sarebbe stato per sempre il nipote del boss superlatitante, l’ultima primula rossa di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro, condannato per le stragi del ‘92, uccel di bosco dal ‘93, con solo una vecchia foto sbiadita che gli investigatori della Dda si rigirano tra le mani da quasi 30 anni. Gaspare Allegra si era laureato in legge e si era trasferito al Nord, ad Albairate, alle porte di Milano. E faceva l’avvocato. È morto domenica, durante un’escursione in montagna nel Lecchese. La tragedia si è compiuta poco dopo le 14,30. Gaspare era con il fratello minore Francesco sulla Grigna Settentrionale, a 1600 metri di quota, nella zona della Bocchetta di Prada, tra i Comuni di Mandello ed Esino Lario. Un’escursione domenicale, in piena zona rossa e quindi in realtà vietata, senza scarpe adatte né attrezzatura. Mentre la coppia stava raggiungendo il rifugio Bietti Buzzi, Gaspare è scivolato - forse a causa della neve ancora presente sul pendio - in un canalone impervio. Il fratello lo ha visto precipitare e ha dato l’allarme. Le ricerche degli uomini del soccorso alpino della Valsassina e Valvarrone sono state lunghe e complicate. Solo dopo diverse ore l’elicottero di Areu alzatosi in volo da Como ha individuato il corpo in fondo al canalone, scivolato per oltre trecento metri. Per il 37enne non c’era più nulla da fare: i soccorritori hanno potuto solo recuperare la salma e trarre in salvo il fratello, illeso e sotto choc. Gaspare era figlio di Giovanna Messina Denaro, sorella di Matteo, e di Rosario Allegra, detto Saro, morto a 65 anni il 13 giugno 2019 nell’ospedale di Terni, trasportato dal penitenziario dove era detenuto al 41 bis. Saro era in carcere nella città umbra dall’aprile 2018, da quando era stato arrestato nell’ambito di una operazione antimafia con altre persone, tra cui il cognato Gaspare Como, marito di Bice Messina Denaro, altra sorella del boss latitante. Rosario Allegra è stato più volte condannato per vari reati, tra cui estorsione e danneggiamenti, «partecipe a pieno titolo - secondo i magistrati - alle attività dell’associazione mafiosa Cosa nostra operante nel territorio di Castelvetrano».

Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” il 29 marzo 2021. «Ammia?». Al commissariato di Castelvetrano non potranno dimenticare mai la più stupefacente lagnanza ricevuta dalla notte dei tempi. A protestare con la polizia, quel giorno del dicembre 1991, si presentò infatti Matteo Messina Denaro, detto «U Siccu». Quello che sarebbe diventato il capo dei capi e tra i criminali più ricercati del mondo. Era allora un giovanotto smilzo sulla trentina, che sarà descritto anni dopo, in base all' ultima foto prima che sparisse, come elegantissimo nella giacca nera, camicia di seta sbottonata, sigaretta, sorrisetto, occhiali da sole a goccia fissi sul naso per una malattia a un occhio attribuita anche all' abuso di videogiochi. Aveva già le mani sporche di sangue, diranno le inchieste e le sentenze giudiziarie dopo aver ricostruito la sua scalata ai vertici delle cosche sotto Totò Riina. Ma poteva ancora essere scambiato, pur essendo figlio d'un uomo di mafia, Francesco «Ciccio» Messina Denaro, per un bullo. Un «pupiddu» alla moda, cui piacevano lo champagne, la dolce vita, le belle donne. Per questo era lì al commissariato: per lamentarsi della visita che l'allora capo della mobile di Palermo Arnaldo La Barbera, in trasferta a Vienna, aveva appena fatto alla sua «fidanzata» Andrea Haslehner, una bella e alta austriaca bionda che lui chiamava Asi e che d'estate si trasferiva come concierge, interprete, barista, al Paradise Beach Hotel di Selinunte, vicino a Castelvetrano. Scopo dell'interrogatorio viennese, a vuoto per i silenzi, i «non ricordo» e le ambiguità della donna: capire i rapporti tra lei e Nicola Consales, il vicedirettore dell' hotel ucciso mesi prima. Perché aveva osato corteggiarla, pare, sotto il naso del boss in ascesa. Fu un errore, per «U Siccu» non ancora latitante, lagnarsi per «i fastidi» dati all' amica viennese? Sì. Ma era anche un modo, forse, per intimidire quanti indagavano su di lui. Certo, a sentire Massimo Russo, il pm che ha dedicato alla caccia al boss tutta la sua vita «ininterrottamente» dal 1994 al 2007, un momento chiave. Uno dei tanti messi a fuoco dal podcast d' inchiesta Armisanti! Vite mafiose e morti ordinarie dell' inviato delle Iene Gaetano Pecoraro e Alessia Rafanelli, su audible.it (Amazon) dal 29 marzo. Cosa sia un podcast lo sapete: è una specie di audio-libro ma a differenza dei libri tradizionali letti da un doppiatore o dallo stesso scrittore, è arricchito come in questo caso da suoni, musiche (di Donato Di Trapani e Francesco Vitaliti), rumori, canzoni, registrazioni di tiggì, testimonianze processuali, voci stesse dei protagonisti, tra cui la stessa Lorenza Santangelo, la madre di «U Siccu»: «Un giornalista che viene a fare a casa mia? Qua non c' è nessuno. Che interesse vi pigghiate?» Cosa significhi «Armisanti» lo spiega l'autore: «In siciliano sono le "Anime Sante". Sia quelle che in vita hanno sparso sangue e dolore, come Bernardo Provenzano, Tommaso Buscetta, Gerlando Alberti jr, Matteo Messina Denaro e Antonino Madonia, sia quelle delle loro vittime che pretendono ancora di avere giustizia». Come quelle raccontate nelle nove puntate del podcast. Tra le quali il chirurgo Attilio Manca «suicida» probabilmente dopo aver operato e salvato Provenzano o appunto Nicola Consales. Ammazzato a Palermo a fucilate, mentre rientrava a casa da Selinunte, il 21 febbraio di trent' anni fa. Ricorda la sorella Antonella: «Stava per essere nominato direttore perché il suo capo stava per trasferirsi in un' altra struttura. Lo vedevo un po' turbato però. Gli dissi: Ninni, non sei contento? E lui: "No, tanto contento non sono"». A turbarlo, racconta Massimo Russo, era stata una frase sfuggita a Nicola, uomo puntuale, preciso, estraneo alla mafia, esperto di turismo, già responsabile di altri alberghi italiani, un giorno d' estate in cui Matteo Messina Denaro, come spesso faceva, era steso ai bordi della piscina contornato da altri «pupiddi» e belle ragazze cui offriva generosamente champagne senza mai pagare: «Se fosse diventato direttore, disse, avrebbe cacciato quei quattro mafiosetti». «U Siccu» lo sentì. O fu informato da altri nei dintorni. Certo è che la prese come un'offesa personale. Confermerà al processo il pentito Francesco Geraci: «Matteo mi disse che il vicedirettore aveva detto che ci avrebbe cacciati via, e lui si era incavolato». Non bastasse, quel vicedirettore in giacca e cravatta pareva avere un debole per quella ragazza austriaca che interessava al giovane boss: «Quando si andava al Paradise Beach», insiste Geraci nell'audio, «lei veniva al tavolo, stava lì». Vero? Falso? «Secondo me mio fratello era interessato a lei, credo però che avesse capito che si stava cacciando in una cosa strana», risponde Antonella. Fatto è che «il giorno dopo la morte di Nicola ci è arrivata a casa una telefonata davvero strana... Era la voce di una ragazza che piangeva disperata e diceva "Ma è vero? È vero? Ninni è morto?". Poi arrivò un telegramma: "Perdona come sai fare tu chi ha sbagliato"». Pensò ad Andrea, la fidanzata austriaca? «Assolutamente sì». Perquisendo la camera 120 di Nicola dopo l'omicidio, fu trovata in cassaforte la chiave della 122, di Andrea Haslehner. E una ricevuta che rivelava come l'uomo fosse andato a Vienna. A trovare la donna? Salta fuori che «Asi» è l'amica del boss trapanese. Al capo della Mobile venuto a interrogarla in Austria, ricorda Massimo Russo, «conferma d' avere un rapporto con Matteo, ma esclude di aver mai incontrato Consales. Attenzione a questo passaggio: "Sì, sto con Matteo". Ma lei conosce Consales? "Si è il mio direttore". Consales è mai venuto a Vienna? "Mai"». Falso. C'è praticamente tutto, nel podcast Armisanti!. L' ascesa del capomafia, la catena di delitti, gli attentati del 1993 nell' estate in cui Matteo e Andrea erano a Forte dei Marmi, la bomba a Maurizio Costanzo, il «suggerimento» ai parenti di Consales di non costituirsi parti civili contro il mandante dell'assassinio, le bugie della ragazza viennese al pm Massimo Russo («algida, distaccata, glaciale, una vera mafiosa») che l'interrogava... È riuscito anche a trovarla, Gaetano Pecoraro, quella donna dei misteri. Ha cambiato nome, si è sposata, si chiude a riccio... Squillo del telefono: «Hallo?». «Andrea Thol?». «Sì?». «Sto raccontando la storia di Nicola Consales...». «Chi è Nicola Consales?».

Le Segnalazioni.

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per repubblica.it – articolo del 7 settembre 2022

Qualche tempo fa, un papà che prendeva il gelato sul lago di Como con i suoi bambini estrasse di scatto il telefonino dalla tasca e fotografò di nascosto un signore seduto ad un tavolino. "Sono sicuro che sia Messina Denaro", sussurrò a una pattuglia. Più o meno negli stessi giorni, una telefonata anonima segnalava ai carabinieri la presenza del superlatitante all'ospedale Bonino Pulejo di Messina.

 Nessuna soffiata, era un paziente che diceva di essere anche lui "sicuro" di aver visto la primula rossa di Cosa nostra. E partirono le verifiche, un ufficiale del Ros indossò anche il camice bianco e lo stetoscopio per filmare il sospettato. Ma non era Messina Denaro. Né a Messina, nè sul lago di Como.

[…] Alla procura di Palermo, c'è un armadio pieno di segnalazioni e di foto inviate da gente di tutte le età, da Nord a Sud. Qualcuno palesemente mitomane, come il cartomante che due estati fa fece il giro delle caserme di Palermo per dire che conosceva il posto esatto dove si nascondeva il padrino di Castelvetrano. […] Mesi fa, un "onesto cittadino di Roma", come si firmava, segnalò che la presunta primula rossa prendeva ogni mattina la metropolitana: si infilava alla stazione Termini e usciva alla Basilica di San Paolo. Un giorno, "l'onesto cittadino" pedinò pure quel signore che vedeva ogni mattina. Un altro abbaglio metropolitano. Ma le segnalazioni sono arrivate anche dall'estero.

All'ambasciata italiana a Washington arrivò la telefonata di una signora di Denver, Colorado, che chiedeva di parlare con un funzionario per rivelare una sconvolgente verità. "Ho scoperto che mio marito, di origini siciliane, è il ricercato Messina Denaro", disse tutto d'un fiato. Il funzionario prese nota, chiese telefono e indirizzo della signora. E dopo avere verificato che effettivamente la donna era sposata con un italiano e che la coppia abitava all'indirizzo segnato sul suo notes non perse altro tempo e inviò il suo telex urgente a Roma. Qualche ora dopo, emerse che la signora, una ballerina di lap dance, voleva solo vendicarsi del marito dopo aver scoperto una sua tresca. Un altro fascicolo archiviato.

[…]

Il Documento di Identità.

Matteo Messina Denaro si muoveva in tutta la Sicilia. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 23 Gennaio 2023.

Matteo Messina Denaro aveva anche un’ulteriore identità falsa (si faceva chiamare Francesco) e viveva stabilmente a Campobello di Mazara da almeno 4 anni. È quanto hanno accertato lo S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e la Squadra Mobile di Trapani.

La posizione di Andrea Bonafede ( quello vero ) che aveva ceduto la sua identità a Matteo Messina Denaro si complica ogni giorno di più, ed ha l’aria di poter diventare la prima puntata di una lunga serie, . È comprovato che l’ Alfa Romeo Giulietta ritrovata sabato dalla Polizia, è stata acquistata da Messina Denaro pagandola 10mila euro in contanti (e nei guai finisce anche il concessionario per la vendita irregolare) , sia stata fatta intestare alla mamma di Bonafede. Fra il boss mafioso ed Andrea Bonafede vi era una conoscenza e frequentazione fin da bambini, la “vicinanza” delle due famiglie mafiose fin dai tempi del padre del latitante e dello zio del suo alias, entrambi mafiosi di rango uniti da battesimi, cresime e comparati. Ciliegina sulla torta la cessione della propria identità al boss.

Con quella identità Matteo Messina Denaro ha potuto effettuare, a spese del Servizio Sanitario Nazionale gli esami istologici all’ospedale di Mazara del Vallo che hanno confermato la diagnosi di tumore al colon il 17 novembre 2020 e si è recato a lungo alla clinica “La Maddalena” di Palermo dove è stato arrestato dal Ros dei Carabinieri, per effettuare i cicli di chemioterapia, usufruendo del medico di base (che a sua volta conosceva bene ed assisteva il vero Bonafede) del suo alter ego.

Il vero Andrea Bonafede ha ammesso di fronte ai pm della Dda di Palermo di aver anche acquistato la casa di Campobello di Mazara di via Cb 31/7, l’ ultima confortevole residenza dell’ex latitante che gli aveva consegnato i soldi per pagarla. L”ex compagna di Bonafede in un’intervista ha raccontato che sarebbe stato di fatto obbligato per evitare ritorsioni. Bonafede al momento indagato per favoreggiamento, procurata inosservanza della pena e per una serie di falsi (in concorso con Matteo Messina Denaro), reati che sono “appesantiti” dall’aggravante mafiosa, adesso rischia seriamente l’arresto e di finire in carcere.

Dagli ultimi accertamenti è stato accertato che mentre nella clinica “La Maddalena” medici e infermieri conoscessero Matteo Messina Denaro sotto le mentite spoglie di Andrea Bonafede, nel paese di Campobello di Mazara, in cui ha trascorso sicuramente 3 dei 29 anni di latitanza, ha utilizzato un’altra identità di copertura. Anche perchè per condurre una vita quasi normale, andare al bar, al supermercato in un paese di appena 11 mila abitanti non poteva certo presentarsi con le stesse generalità del vero Andrea Bonafede di 60 anni impiegato presso un centro acquatico, che in paese conoscevano in tanti.

Matteo Messina Denaro aveva anche un’ulteriore identità falsa (si faceva chiamare Francesco) e viveva stabilmente a Campobello di Mazara da almeno 4 anni. È quanto hanno accertato lo S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e la Squadra Mobile di Trapani. Resta da capire come abbia potuto farla franca ai continui controlli messi in atto in questi anni, da carabinieri, polizia e guardia di finanza, che in alcuni casi sono stati dei veri e propri assedi tra Campobello, Partanna e Castelvetrano. Messina Denaro è certo, ha vissuto nell’abitazione di via San Giovanni 260, un’abitazione di un centinaio di metri quadri e lo ha fatto almeno dal 2019.

Addirittura viene ipotizzato che Matteo Messina Denaro vi abbia abitato assieme a quel figlio segreto di cui si parla dal 2005 quando la polizia intercettò una conversazione in cui si facevano specifici riferimenti. E proprio questo figlio segreto, metà fantasma e metà erede, tenuto nascosto come un peccato o come un tesoro, ha a suo tempo infatti mutato le relazioni e gli affetti all’interno della famiglia. Gli investigatori della Squadra Mobile che erano sulle tracce del latitante intercettarono una conversazione tra Filippo Guttadauro, cognato del boss, marito della sorella, Rosalia Messina Denaro, e suo figlio Francesco. Le uniche certezze dell’esistenza di questo figlio, nato tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005 in un triangolo compreso tra i Comuni di Partanna, Castelvetrano e Campobello, starebbero proprio nelle intercettazioni rubate ai familiari del boss, che ne parlano più di una volta, facendo capire persino che il padre si sarebbe pure arrabbiato ed avrebbe chiesto la prova del Dna.

Gli approfondimenti investigativi degli inquirenti restano concentrati sull’ultimo alloggio di via Cb 31/7 a Campobello di Mazara , per almeno da sei mesi dimora di Messina Denaro all’interno della quale il capo della mafia trapanese ha lasciato tracce non solo dei suoi gusti letterari ma anche tanto altro .

Nella casa di via San Giovanni 260, a cui la Squadra Mobile di Trapani è giunta dopo la segnalazione di un imprenditore che ha detto di avere riconosciuto nelle foto di Messina Denaro, l’uomo che nel giugno scorso era presente al momento di un trasloco in quella abitazione, pare però fosse stata anche frequentata da una misteriosa donna, di cui al momento non si conosce l’identità. Che fosse la sua ultima amante? O potrebbe trattarsi della madre del suo erede di cui non si conosce l’identità?

“Non è una persona per cui possiamo avere troppa pietà. È uno che ha ammazzato tanto, ha sparso tanto sangue, ha ucciso tanti innocenti, il bimbo (il piccolo Giuseppe Di Matteo, ndr), non credo possa pentirsi, che abbia voglia di parlare” ha detto il vescovo emerito della Diocesi di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero, riferendosi a Matteo Messina Denaro, all’uscita della parrocchia Madonna di Fatima di Campobello di Mazara, a pochi passi da via Cb31, dove c’era il covo del boss arrestato lunedì scorso.

Il vescovo sta affiancando da alcune settimane don Nicola Patti nelle celebrazioni religiose. “Se non ci fossero state tante coperture, per affetto, per amicizia o per paura, sarebbe stato arrestato prima. In questi nostri ambienti non si può dire di no non per paura ma per intimità, per vita trascorsa insieme. Oggi ha vinto lo Stato, ora spero che vinca la nostra gente, che esca dalla situazione di paura e finalmente possano tutti esultare“, ha detto ancora monsignor Mogavero. “Usciamo sulle piazze ed esprimiamo la nostra soddisfazione, ma anche il nostro no alla mafia e a tutti i malavitosi”, ha detto il prelato. “Chi sa, parli, perché potrebbe svelare fatti che possono giovare a tante indagini“, ha aggiunto Monsignor Mogavero che da Vescovo di Mazara del Vallo nel 2013 negò i funerali al boss Mariano Agate di Mazara del Vallo : “Non ci vuole tanto coraggio, ci vuole essere coerenti col proprio ministero“, ha concluso il vescovo visibilmente emozionato. Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per corriere.it il 19 gennaio 2023.

 Le intercettazioni

Se Errico Risalvato è stato solo in odore di mafia, suo fratello Giovanni — di tre anni più giovane, ex consigliere comunale — è stato invece condannato a 14 anni di prigione per favoreggiamento dell’ultimo stragista, e scarcerato pochi mesi fa per fine pena. In un’intercettazione era stato ascoltato dagli investigatori mentre diceva, ricordando il tempo trascorso in compagnia del boss: «Chissà cosa pagherei per fumarmi un pacchetto di sigarette con lui. Minchia, una volta ce ne siamo fumati una stecca!».

 E in un’altra conversazione registrata dalle microspie si entusiasmava all’idea di affiancare il latitante: «Gliel’ho detto un mare di volte, me ne vado con lui! Tanto a mio figlio non manca niente, mia moglie lo stipendio ce l’ha... meglio un giorno da leone che cent’anni da pecora».

L’indagine sulle complicità più recenti dell’ex imprendibile, insomma, si allarga inevitabilmente alla famiglia Risalvato, ma prosegue anche su Andrea Bonafede, l’uomo che gli ha prestato l’identità, nipote del capomafia di Campobello.

 La carta d’identità

Nelle dichiarazioni rese agli investigatori ha raccontato che Messina Denaro gli ha chiesto la carta d’identità e la tessera sanitaria a maggio dello scorso anno, quando doveva operarsi nella clinica palermitana La Maddalena e gli consegnò i soldi per fargli acquistare l’appartamento divenuto poi la sua abitazione. Poco dopo gli ha restituito solo il primo documento, che nel frattempo aveva fatto clonare , non il secondo. Da allora il ricercato numero 1 è diventato Andrea Bonafede, ma c’è il sospetto che quello vero menta almeno rispetto al periodo in cui ha prestato nome e cognome al capomafia. Perché a novembre 2020 Messina Denaro è stato operato all’ospedale di Mazara del Vallo con l’identità di Bonafede.

Inoltre negli archivi delle forze dell’ordine risulterebbero nel recente passato un paio di controlli di routine su una persona che ha esibito quella carta d’identità. Chi era? Il vero Bonafede o il latitante? Difficile rispondere oggi a questa domanda, come alle tante altre che si stanno materializzando nell’inchiesta guidata dal procuratore Maurizio De Lucia sulle protezioni di cui ha goduto il capomafia, almeno nell’ultimo tratto della sua latitanza. Ad esempio quelle relative alla consapevolezza di chi gli ha garantito le cure mediche di cui ha avuto bisogno.

Estratto dell'articolo di Fa. C. per il “Corriere della Sera” il 19 gennaio 2023.

Vincenzo Pisciotta, 70 anni, impiegato comunale in pensione […]

Non è stato ancora interrogato?

«Si vede che non ne hanno bisogno».

 La carta d'identità di Andrea Bonafede, però, è opera sua.

«Sì, nel 2016 ero io l'incaricato comunale dell'ufficio demografico».

 È sicuro che davanti a lei quel giorno non ci fosse Matteo Messina Denaro?

«[…] a Campobello, dopo 40 anni di professione, ero come il pastore del gregge che conosce le sue pecore una ad una. Andrea Bonafede lo conosco bene, se quel giorno mi fosse passata sotto gli occhi la foto di un altro me ne sarei accorto… […] ».

E allora perché sulla carta d'identità di Bonafede c'è finita la foto del boss?

«Le foto delle carte d'identità s' incollano col biadesivo, ma con il calore la colla si scioglie e la foto viene via che è una bellezza. Così si leva e se ne mette un'altra».

 Però poi ci vuole il timbro a secco

«Già, ma anche una timbratrice a secco si può comprare come il biadesivo in cartoleria, io lo so perché ricordo che quando in ufficio si ruppe la macchinetta ordinai di comprarne un'altra che avesse la scritta "Comune di Campobello di Mazara" stampata sul timbro. Una persona con i giusti canali può avere quello che vuole».

Quindi, Bonafede ha messo a disposizione successivamente la sua carta d'identità?

«Credo di sì, di sicuro quella che gli ho rilasciato io con la mia firma era regolare. E sopra c'era la sua foto. Comunque basta andare a vedere negli archivi del Comune e della Prefettura di Trapani. Oltre alla carta emessa, infatti, la procedura vuole che se ne facciano altre due copie che restano lì. Se i carabinieri non mi hanno ancora chiamato, penso che le abbiano già trovate».

 Insomma, non teme di finire indagato anche lei.

«No, perché? Sono tranquillissimo. È vero che Pisciotta è pure il cognome di un boss di Castelvetrano, ma non siamo parenti» .

 Però Messina Denaro qui a Campobello ha avuto parecchi fiancheggiatori.

«Non sono tra questi. E credo che se la gente in giro l'avesse davvero riconosciuto, l'avrebbe denunciato. Magari con una lettera anonima. Campobello non è omertosa, parla a modo suo».

[…]

Il documento utilizzato dal boss arrestato. Messina Denaro e la carta d’identità falsa di Andrea Bonafede: come ha fatto a farsi curare e sfuggire all’arresto. Redazione su Il Riformista il 16 Gennaio 2023

Il “geometra” Matteo Messina Denaro. Sfruttando la carta d’identità di Andrea Bonafede, nato a Campobello di Mazara (Trapani) il 23 ottobre del 1963, il sanguinario boss di Castelvetrano, ultimo ‘Padrino’ di Cosa Nostra, riusciva ad entrare ed uscire dalla clinica privata ‘La Maddalena’ di Palermo, dove questa mattina è stato arrestato dai carabinieri.

La lunga latitanza di MMD, durata 30 anni, si è interrotta stamane mentre il boss era nella clinica per un appuntamento, un ciclo di chemioterapia nella struttura sanitaria in cui era in cura da oltre un anno per un tumore al colon diagnosticato nel novembre 2020.

Il reale proprietario di quella carta d’identità utilizzata da Messina Denaro è stato invece interrogato oggi dai carabinieri: il documento di riconoscimento, scrive l’Ansa, sarebbe stato falciato dal boss apponendo una sua foto al posto di quella del signor Bonafede. L’uomo non avrebbe risposto alle domande degli investigatori.

A fare chiarezza sulla questione è stato poi il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei Carabinieri, nel corso della conferenza stampa sull’arresto dell’ormai ex ‘Primula rossa’ di Cosa Nostra. “L’accostamento della persona con il nome falso al latitante era stato ipotizzato nei giorni scorsi, ma è stato accertato stamattina. Il riscontro lo abbiamo avuto stamattina”, ha spiegato Angelosanto.

A pubblicare le immagini della carta d’identità falsa utilizzata da Messina Denaro è stata l’AdnKronos: tra i dati personali si legge che il ‘proprietario’ è un uomo alto 1,78 metri, calvo e con gli occhi castani, segni particolari “nessuno”. La tessera, di tipo cartaceo, è stata emessa l’8 febbraio 2016 e scade il 23 ottobre del 2026. Soprattutto Bonafede è nipote di un fedelissimo del boss di Castelvetrano.

A Messina Denaro-Bonafede, le forze dell’ordine sono arrivate dopo mesi di indagini che si sono concentrate proprio sulla malattia del boss, confermata dalle intercettazioni di amici e parenti del ‘Padrino’ di Castelvetrano.

Capito che Messina Denaro dovesse utilizzare uno pseudonimo per curarsi, sono iniziate le indagini sui pazienti oncologici con un’età compatibile con quella del super latitante scandagliando le informazioni della centrale nazionale del ministero della Salute che conserva i dati sui malati oncologici.

Il punto di svolta arriva incrociando proprio queste informazioni: nel giorno dell’intervento avvenuto Andrea Bonafede era a Campobello di Mazara. In clinica sotto i ferri c’era dunque qualcun altro. Le indagini proseguono ed emerge un nuovo appuntamento in clinica, fissato per questa mattina, con in programma prelievi e seduta di chemioterapia.

Ad aspettare ‘Bonafede’, alias Messina Denaro, i carabinieri del Ros e del Gis pronti a mettere fina alla lunga latitanza del boss di Cosa Nostra.  I carabinieri hanno questa mattina hanno anche sequestrato tutte le cartelle cliniche relative al boss Matteo Messina Denaro nella clinica “di Palermo: al loro interno c’è tutto il percorso medico del paziente operato a Marsala prima per tumore al colon poi nella clinica palermitana per metastasi al fegato.

«Non ho truccato io la carta d’identità di Matteo Messina Denaro, bastano un biadesivo e timbri da cartoleria». Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 19 Gennaio 2023.

L’impiegato dell’anagrafe (in pensione) che ha timbrato la carta d’identità falsa del boss mafioso

Vincenzo Pisciotta, 70 anni, impiegato comunale in pensione, è seduto sul divano di casa, accanto c’è la moglie Maria e insieme stanno preparando i festeggiamenti per i 40 anni del loro matrimonio, il 27 gennaio. Ci accoglie con un sorriso: «Quando ho sentito il campanello pensavo che fossero i carabinieri…», dice.

Non è stato ancora interrogato?

«Si vede che non ne hanno bisogno».

La carta d’identità di Andrea Bonafede, però, è opera sua.

«Sì, nel 2016 ero io l’incaricato comunale dell’ufficio demografico».

È sicuro che davanti a lei quel giorno non ci fosse Matteo Messina Denaro?

«Sono passati degli anni, all’epoca facevo anche 20-25 carte d’identità al giorno, non ho ricordi precisi. Ma vi posso dire che a Campobello, dopo 40 anni di professione, ero come il pastore del gregge che conosce le sue pecore una ad una. Andrea Bonafede lo conosco bene, se quel giorno mi fosse passata sotto gli occhi la foto di un altro me ne sarei accorto. E poi li avete visti anche voi, no? Il vero Bonafede e Messina Denaro non si somigliano mica, anche se nel 2016 Andrea in testa aveva qualche capello in più».

E allora perché sulla carta d’identità di Bonafede c’è finita la foto del boss?

«Le foto delle carte d’identità s’incollano col biadesivo, ma con il calore la colla si scioglie e la foto viene via che è una bellezza. Così si leva e se ne mette un’altra».

Però poi ci vuole il timbro a secco…

«Già, ma anche una timbratrice a secco si può comprare come il biadesivo in cartoleria, io lo so perché ricordo che quando in ufficio si ruppe la macchinetta ordinai di comprarne un’altra che avesse la scritta “Comune di Campobello di Mazara” stampata sul timbro. Una persona con i giusti canali può avere quello che vuole».

Quindi, Bonafede ha messo a disposizione successivamente la sua carta d’identità?

«Credo di sì, di sicuro quella che gli ho rilasciato io con la mia firma era regolare. E sopra c’era la sua foto. Comunque basta andare a vedere negli archivi del Comune e della Prefettura di Trapani. Oltre alla carta emessa, infatti, la procedura vuole che se ne facciano altre due copie che restano lì. Se i carabinieri non mi hanno ancora chiamato, penso che le abbiano già trovate».

Insomma, non teme di finire indagato anche lei.

«No, perché? Sono tranquillissimo. È vero che Pisciotta è pure il cognome di un boss di Castelvetrano, ma non siamo parenti» .

Però Messina Denaro qui a Campobello ha avuto parecchi fiancheggiatori.

«Non sono tra questi. E credo che se la gente in giro l’avesse davvero riconosciuto, l’avrebbe denunciato. Magari con una lettera anonima. Campobello non è omertosa, parla a modo suo».

Per fortuna è finita.

«So bene cosa vuole dire avere a che fare con un tumore, da 50 anni non ho più una gamba. Credo che il boss abbia fatto in modo di farsi trovare, che fosse stanco di lottare con la malattia. Ha deposto le armi».

L’Arresto.

Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” lunedì 30 ottobre 2023.

Nel brindisi di saluto alla vigilia della pensione, il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo ha spiegato che il generale Pasquale Angelosanto è noto a tutti per essere il comandante del Ros che ha catturato Matteo Messina Denaro, ma per lui resta e resterà sempre il giovane capitano dei carabinieri che trent'anni prima arrestò il boss della camorra Carmine Alfieri. L'alfa e l'omega di una carriera spesa quasi tutta nei reparti anticrimine e territoriali dell'Arma, che – compiuti 65 anni d'età – si concluderà domani, martedì 31 ottobre. 

Se la ricorda la cattura di Alfieri, generale Angelosanto?

«E come potrei dimenticarla? Lo prendemmo l'11 settembre 1992, e sebbene fosse ricercato — da nove anni — solo per il lotto clandestino, sapevamo che era diventato il capo della camorra vesuviana. Dopo aver vinto, con la Nuova Famiglia, la guerra contro la Nuova camorra organizzata di Raffele Cutolo». 

Come arrivaste a lui?

«Pasquale Galasso, il boss suo vecchio alleato arrestato nel maggio 1992, pensava di essere stato tradito da Alfieri, avendo avviato grandi investimenti da chi credeva avrebbe voluto escluderlo. Si vendicò indicandoci un possibile rifugio nel comune di Scisciano, in un contesto criminale che già conoscevamo bene. S'era nascosto in un bunker sotterraneo, e quando cominciammo a rompere il pavimento con le mazze da carpentiere sentimmo la sua voce che chiedeva di smettere».

Anche quella, come trent'anni dopo per Messina Denaro, fu un'operazione segretissima per evitare fughe di notizie?

«All'epoca comandavo il Nucleo operativo del Gruppo di Castello di Cisterna, e organizzai la spedizione senza dire nulla sull'obiettivo. Prima con i furgoni andammo da tutt'altra parte e solo dopo, quando non si poteva più comunicare con l'esterno, feci il nome di Alfieri. Tra i miei uomini, scoprimmo poi, c'era un carabiniere corrotto che dava informazioni ai clan». 

Era l'anno delle stragi di mafia, Capaci e via D'Amelio.

«Un periodo di grande tensione e pressione, ma anche di grande impegno e spinta ideale. Nelle bacheche delle caserme c'erano i nomi e le foto segnaletiche dei latitanti, elenchi lunghissimi: quasi tutti i capi di Cosa nostra, camorra e 'ndrangheta. Nell'ottobre '92 arrivai al Ros per comandare la Sezione Catturandi, e fui aggregato a Napoli. Si lavorava secondo il metodo dalla Chiesa, che seguiamo ancora oggi. Alcuni ufficiali nostri comandanti ei marescialli che avevano lavorato con il generale ai tempi del terrorismo, ci fecero da maestri». 

In che consiste, il metodo dalla Chiesa?

«Studio approfondito del contesto, per inquadrare il singolo delitto nell'ambito in cui è maturato. E tecniche investigative applicate sul territorio: osservazione, controlli e pedinamenti, a cui si sono aggiunte le intercettazioni e altre attività tecniche. Solo così, nel terrorismo come nella criminalità organizzata, si riesce a venire a capo degli omicidi ea prendere i latitanti. Ci vuole tempo e tanta pazienza, ma alla fine i risultati arrivano».

A Napoli continuò a occuparsi di camorra.

«Sì, e con le altre forze di polizia e la Procura scopriamo il mondo degli affari e dei rapporti diretti con la politica. E quando i primi pentiti cominciarono a indicare i responsabili degli omicidi o le persone che “tenevano” i latitanti, noi avevamo già i riscontri necessari grazie alle indagini svolte sul contesto criminale. Di fatto loro aggiunsero solo i nomi. Poi nel 1995 approdai alla Sezione anticrimine di Roma». 

[...] 

Poi tornarono le Brigate rosse.

«Fu un brusco risveglio. La mattina del 20 maggio 1999, la scena dell'omicidio del professore Massimo D'Antona indicava un agguato di matrice terroristica senza che ci fossero organizzazioni in attività da oltre dieci anni. Ma nel pomeriggio arrivò la rivendicazione delle Br-Partito comunista combattente, e fummo costretti a misurarci con la realtà. Rispolverammo le indagini sui piccoli attentati consumati nel decennio precedente, anche dai Nuclei comunisti combattenti che s'erano appropriati della sigla Br-Pcc per tornare a uccidere. Pure in quel caso fu importante l'analisi del contesto».

Però sbagliaste obiettivo, arrestando persone che non c'entravano con le Br.

«Gli errori purtroppo si commettono, e bisogna riconoscerli. Per oltre un anno seguimmo un soggetto che aveva incontrato semi-clandestini con un altro che credevamo di riconoscere in un vecchio brigatista latitante. L'ordinanza di custodia cautelare riguardò i suoi presunti contatti romani che gravitavano intorno al gruppo Iniziativa comunista, ma sbagliammo perché quello non era il latitante e tra di loro non c'erano i nuovi terroristi. [...] 

Dopo l'esperienza nel servizio segreto e la parentesi calabrese, è tornato al Ros, di cui è divenuto vicecomandante nel 2012. È lì che ha iniziato a occuparsi di Cosa nostra?

«Qualche ramificazione l'avevo già indagata nella Capitale, arrestando due epigoni della “decina romana” di Pippo Calò». 

Prendeste subito di mira Matteo Messina Denaro?

«Era in cima alla lista dei ricercati, latitante da vent'anni.

Pur nel suo caso è stato fondamentale investigare sul contesto e fare “terra bruciata” degli affiliati che gli ruotavano intorno. Noi come Arma, da soli o con altre forze di polizia, abbiamo arrestato più di 180 indagati e sequestrato beni per oltre 250 milioni. Queste cifre, cui vanno aggiunte quelle delle operazioni autonome delle altre polizie, dimostrano come lo Stato abbia ripreso il controllo del territorio nella provincia di Trapani».

Però Messina Denaro era lì indisturbato, e la svolta per catturarlo, con lei a capo del Ros dal 2017, è arrivato da un pizzino nascosto in casa della sorella. Il 6 dicembre 2022.

«Certamente, ma l'accesso a casa della sorella non fu casuale, bensì una decisione, presa insieme alla Procura, derivante dall'analisi svolta sulle numerose indagini, tra cui l'ultima che portò a 35 arresti, proprio a Campobello di Mazara, nel settembre 2022». 

Come ha vissuto quel mese e mezzo tra la scoperta del pizzino e la cattura?

«Male. Con la continua paura di commettere errori. Persino durante la messa di Natale non potei evitare di pensare alle mosse da seguire per non farci sfuggire il latitante. Ci stavamo avvicinando, ma bisognava evitare il minimo sbaglio. Negli ultimi tre giorni avevamo quasi la certezza che dietro il nome di Andrea Bonafede ci fosse Messina Denaro, ma finché lui non ha ammesso di esserlo non sono stato tranquillo».

Che cosa ha provato in quel momento?

«Una soddisfazione indescrivibile, insieme all'improvviso calo di tutta la tensione accumulata». 

Come quando arrestò Carmine Alfieri?

«Direi di sì, la stessa emozione per aver raggiunto un risultato tanto cercato. Poi però, in entrambi i casi, dopo qualche ora è iniziato il nuovo lavoro, per ricostruire le reti delle complicità». 

Su quella di Messina Denaro ora toccherà ad altri indagare.

«E lo faranno benissimo. Ma una promessa posso farla anch'io: tra chi ha protetto per tanti anni il latitante abbiamo individuato solo la cerchia più ristretta, c'è ancora tanto da scoprire. Sempre con lo stesso metodo. Il Ros non se ne andrà dalla provincia di Trapani».

Estratto dell’articolo di Giuseppe Pipitone per ilfattoquotidiano.it giovedì 19 ottobre 2023

Matteo Messina Denaro aveva il Covid al momento dell’arresto. Lo ha raccontato Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei carabinieri, che è intervenuto durante la conferenza Sicurezza e Salute in corso nell’Aula Magna Agazio Menniti del San Camillo Forlanini, a Roma. “Il boss era risultato negativo al Covid al tampone fatto in ospedale ma positivo a quello fatto prima di entrare in carcere”, ha detto Angelosanto, tornando al 16 gennaio scorso, quando si concluse la latitanza quasi trentennale del boss di Castelvetrano. […] 
 “Come hanno fatto Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro a fare più di 20 anni di latitanza? Con la collusione e anche noi come carabinieri abbiamo bisogno di anticorpi“, ha spiegato il numero uno del Ros dei carabinieri. Al centro del dibattito al San Camillo la stretta correlazione tra le informazioni messe a disposizione dal sistema informatico sanitario nazionale e le indagini che hanno portato alla cattura del boss delle Stragi.
[…] 
Angelosanto ha ripercorso i passaggi che hanno portato i carabinieri a catturare l’ultimo boss delle stragi rimasto in libertà. Fondamentali sono stati gli appunti sulle condizioni di salute di un presunto Mister X trovate a casa della sorella del boss, Rosalia, durante un’operazione per posizionare le microspie. Appunti che erano all’interno della gamba cava di una sedia. 

“Un diario clinico – ha ricordato il comandante del Ros – con le date dei ricoveri e le operazioni, il dimagrimento, i cicli di chemioterapia“. Ipotizzando che a essersi ammalato potesse essere Messina Denaro i carabinieri si sono quindi rivolti al ministero della Salute.

Incrociando le informazioni cliniche hanno trovato che un solo codice paziente aveva tutte le caratteristiche richieste. “Si chiamava Andrea Bonafede e aveva la stessa età, più o meno, di Messina Denaro”, ha ricordato Angelosanto, riferendosi al geometra di Campobello di Mazara che aveva ceduto la sua identità al capomafia. “Quando però Andrea Bonafede era sotto i ferri per il Servizio sanitario nazionale, per noi, viste anche le immagini delle telecamere, era in giro in autovettura o al cellulare”, ha continuato Angelosanto. 

A quel punto gli investigatori si sono focalizzati sulle terapie in corso alla clinica La Maddalena di Palermo: il presunto Bonafede si sarebbe sottoposto a un nuovo ciclo lunedì 16 gennaio del 2023. A quel punto è scattato il blitz.

"La cattura – Caccia a Matteo Messina Denaro". Rai il 26 Settembre 2023

Chi catturò il boss racconta la vera storia di "Operazione Tramonto"

Il giorno successivo alla morte dell’ultimo dei Corleonesi, Rai 3 dedica la prima serata a un documentario evento in cui per la prima volta gli uomini del Ros raccontano la vera storia dell’“Operazione Tramonto”: “La Cattura - Caccia a Matteo Messina Denaro”, prodotto da Stand by me per Rai Direzione Approfondimento, in onda martedì 26 settembre alle 21:20. 

“La Cattura - Caccia a Matteo Messina Denaro”, realizzato grazie alla collaborazione con il Comando Generale dei Carabinieri, ripercorre gli ultimi 40 giorni prima dell’arresto del boss mafioso – avvenuto il 16 gennaio 2023 – dal punto di vista degli uomini che lo hanno catturato: i Carabinieri del ROS coadiuvati in quella storica giornata dal GIS e dagli altri Reparti Territoriali dell’Arma, con il coordinamento della Procura Distrettuale di Palermo. Nel corso del racconto di quei concitati momenti, torniamo indietro per raccontare gli istanti ed i personaggi più rilevanti nella trentennale latitanza del boss di Cosa Nostra.

Il documentario alterna gli audio originali dell’Operazione Tramonto ad accurate ricostruzioni sul campo e si snoda attraverso interviste esclusive ai protagonisti della lunga caccia a Messina Denaro, tra cui Maurizio De Lucia (Procuratore Capo di Palermo), il Generale di Corpo d’Armata Pasquale Angelosanto (Comandante del ROS), il Colonnello Lucio Arcidiacono (Comandante del I Reparto ROS) e gli operatori del ROS e del GIS, “Ulisse”, “Veleno”, “Pietra”, “Dakota”, “Sandokan”, “Ombra”, “Wolf”, “HG”,  “Grigio”, “Carlos”, alcuni degli uomini e donne che sul campo, il 16 gennaio del 2023, hanno stretto d’assedio il ricercato numero uno in Italia, consegnandolo finalmente alla giustizia dopo trent’anni di latitanza. 

Sono intervenuti nel documentario anche la giornalista Elvira Terranova, l’imprenditrice siciliana Elena Ferraro e Luigi Dainelli, familiare delle vittime della strage mafiosa di Via dei Georgofili.

“La Cattura - caccia a Matteo Messina Denaro” è una produzione Stand by me per Rai Direzione Approfondimento. Prodotto da Simona Ercolani. Regia di Claudio Camarca. Scritto da: Monica Zapelli, Lorenzo De Alexandris, Claudio Camarca. A cura di Riccardo Chiattelli e Tommaso Vecchio. Con la consulenza giornalistica di Francesco La Licata. Produttore Esecutivo Fabrizio Forner. Delegato Rai Mercuzio Mencucci. 

Documentario su Matteo Messina Denaro, i retroscena della cattura. Aldo Grasso su Il Corriere della Sera il 27 settembre 2023. 

Il documentario «La cattura - Caccia a Matteo Messina Denaro» alterna immagini e audio originali dell’Operazione Tramonto alle ricostruzioni sul campo e... 

Mentre alcuni cittadini di Castelvetrano si sono dichiarati «in lutto» per la morte di Matteo Messina Denaro, Rai3 ha ricostruito la storia dell’ Operazione Tramonto e ripercorso gli ultimi 40 giorni prima dell’arresto del boss mafioso, avvenuto il 16 gennaio 2023. «La cattura – Caccia a Matteo Messina Denaro», prodotto da Stand by me, è stato realizzato grazie alla collaborazione con il Comando Generale dei Carabinieri. Meglio: è il racconto dell’epilogo di una lunga caccia, snervante e ossessiva, dal punto di vista dell’Arma. E questo è un gesto chiaro, inequivoco per dissipare ogni dubbio, per spazzare via sospetti e congetture, ovvero che il boss si sarebbe «consegnato» spontaneamente ai carabinieri del Ros in cambio delle necessarie coperture per i registi e i mandanti occulti delle stragi: una latitanza di Stato come ha dichiarato l’ex pm Antonino Ingroia.

Il documentario alterna le immagini e gli audio originali dell’Operazione Tramonto alle ricostruzioni sul campo e si snoda attraverso interviste esclusive ai protagonisti della lunga e impegnativa caccia a Messina Denaro, tra cui Maurizio De Lucia (Procuratore Capo di Palermo), il Generale di Corpo d’Armata Pasquale Angelosanto (Comandante del ROS), il Colonnello Lucio Arcidiacono (Comandante del I Reparto ROS) e alcuni operatori del ROS e del GIS, uomini e donne che sul campo, quel giorno di gennaio, hanno stretto d’assedio il ricercato numero uno in Italia — la sua è una storia di sangue e di violenza — consegnandolo finalmente alla giustizia dopo trent’anni di latitanza.

«Trent’anni di latitanza — ha scritto Giovanni Bianconi — sono un segno di potere e di esercizio del potere; una sfida nella quale Matteo Messina Denaro non è soltanto sfuggito alla cattura, ma ha continuato a guidare un pezzo importante di Cosa nostra contando sul prestigio derivante anche dall’essere l’ultimo latitante della mafia stragista che aveva messo in ginocchio lo Stato». Certo il boss si è mimetizzato nel suo territorio, ha goduto di forti coperture e complicità paesane, ma forse c’è da mettere in conto anche incomprensioni e contrasti tra i magistrati delle procure nelle strategie da adottare.

I Carabinieri ricordano il loro maresciallo Filippo Salvi, deceduto per contribuire alla cattura di Matteo Mesina Denaro. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 31 Agosto 2023

Il Maresciallo Salvi trovò la morte: durante le operazioni di installazione di un sistema di videosorveglianza a distanza, nell’ambito delle indagini per la localizzazione del latitante Matteo Messina Denaro, lo scorso 16 gennaio i Carabinieri del ROS gli hanno idealmente dedicato il successo dell’arresto del latitante

Questa mattina , presso la caserma Manfredi Talamo a Roma, quartier generale del ROS il Raggruppamento Operativo Speciale Carabinieri, alla presenza del Comandante delle Unità Mobili e Specializzate Carabinieri “Palidoro”, Generale di Corpo d’Armata Gianfranco Cavallo, del Comandante del Raggruppamento, Generale di Corpo d’Armata Pasquale Angelosanto, di altre autorità militari, della Rappresentanza militare e di personale dell’Arma, è stata intitolata un’Aula Multimediale tecnica, ove si svolgono specifiche attività addestrative del ROS, al Maresciallo Capo Filippo Salvi, Medaglia d’Oro al Valore dell’Arma dei Carabinieri “alla memoria”. 

Alla cerimonia hanno preso parte i familiari del Caduto, i genitori Lorenzina Vitali e Giannino Bortolo Salvi, le sorelle Giuseppina e Francesca e il piccolo Filippo. L’evento ha consentito di commemorare la figura del Maresciallo Capo Filippo Salvi, deceduto nell’adempimento del dovere. Nato a Bergamo il 9 giugno 1971, Salvi era stato arruolato nell’Arma il 2 novembre 1992 come Allievo Carabiniere Ausiliario, avviandosi a una carriera che lo avrebbe successivamente e a lungo impegnato nella lotta alla criminalità mafiosa.

Nel corso di una di queste attività d’indagine, il 12 luglio 2007, nel comune di Bagheria (PA), il Maresciallo Salvi trovò la morte: durante le operazioni di installazione di un sistema di videosorveglianza a distanza, nell’ambito delle indagini per la localizzazione del latitante Matteo Messina Denaro, dopo essersi arrampicato con eccezionale coraggio su una parete rocciosa del monte Catalfàno, precipitò accidentalmente nella scarpata sottostante, perdendo la vita a seguito del violento impatto dopo una caduta di oltre 40 metri. 

Il 26 novembre 2015, il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri ha tributato a Filippo SALVI (nel frattempo promosso al grado di Maresciallo Capo) un “Encomio Solenne alla memoria”, a riconoscimento dell’elevata professionalità e dell’altissimo spirito di sacrificio evidenziati nella decennale attività di servizio al ROS. E il suo valore e coraggio sono stati ulteriormente sanciti il 30 marzo 2023, allorché il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella gli ha tributato la Medaglia d’Oro al Valore dell’Arma dei Carabinieri “alla Memoria”.

In tutti questi anni il suo ricordo è restato sempre vivo, tanto che lo scorso 16 gennaio i Carabinieri del ROS gli hanno idealmente dedicato il successo dell’arresto del latitante Matteo Messina Denaro. Su proposta del ROS e su conforme parere della linea gerarchica, lo Stato Maggiore della Difesa ha autorizzato l’intitolazione al Mar.Ca. Filippo Salvi, eccellente operatore tecnico e informatico, di un’Aula Multimediale del Raggruppamento: una struttura all’avanguardia, realizzata per lo svolgimento di attività addestrative e formative tecniche e informatiche in favore dei militari del ROS, degli altri reparti dell’Arma e di personale delle Forze di polizia di altri Stati.

Come sottolineato nel corso della cerimonia dai comandanti delle Unità Mobili e Specializzate Carabinieri “Palidoro” e del Raggruppamento Operativo Speciale, le attività tecniche di supporto alle indagini, oramai irrinunciabili nel contrasto alle espressioni della criminalità organizzata, eversiva, terroristica e di tipo mafioso,  per loro natura sono proiettate nel futuro, come al futuro guardava un uomo straordinario, che resterà nella memoria di chi l’ha avuto accanto a sé o lo conoscerà grazie a questa intitolazione, che ne perpetuerà il ricordo. Redazione CdG 1947

La Cattura” di Messina Denaro nel libro di de Lucia e Palazzolo. Da Adnkronos su L'Identità il 29 Agosto 2023

(Adnkronos) – «L’indagine che ha portato all’arresto di Matteo Messina Denaro è stata parecchio movimentata sino alla fine, nulla era scontato, abbiamo anche rischiato di fallire – racconta il procuratore Maurizio de Lucia – le prime ricerche nel registro dei tumori, per provare a interpretare il pizzino ritrovato a casa della sorella del latitante, non avevano infatti portato proprio a nulla. E sembrava non ci fossero altre strade». I retroscena dell’arresto del padrino delle stragi, avvenuto il 16 gennaio scorso dopo 30 anni di latitanza, diventano un libro edito da Feltrinelli. Si intitola: “La cattura – i misteri di Matteo Messina Denaro e la mafia che cambia”. A firmarlo, il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia e l’inviato di Repubblica Salvo Palazzolo. Un racconto intenso, che rievoca i tanti passaggi ancora inediti di un’indagine complessa condotta dai carabinieri del Ros, la svolta è avvenuta nel dicembre scorso, con il ritrovamento del pizzino a casa di Rosalia Messina Denaro. «Era nascosto nel piede di una sedia – ricorda il procuratore – lì dove i nostri investigatori volevano piazzare una microspia. Invece, hanno trovato il diario clinico del latitante. Ma c’è voluta la banca dati del ministero della Salute per scoprire dove si curava il capomafia che si spacciava per un anonimo geometra di Campobello». Così l’ultimo padrino delle stragi è finito in carcere: «Ma la lotta alla mafia non può fermarsi, istituzioni e società civile devono continuare ad impegnarsi», dice ancora de Lucia. «Ecco il perché di questo racconto. Per non dimenticare che Messina Denaro conserva tanti segreti, legati al passaggio di Cosa nostra dalla stagione delle bombe a quella degli affari, un dato che non possiamo sottovalutare, considerato il momento assai delicato che viviamo, per l’arrivo dei fondi del Pnrr, un’occasione unica di sviluppo che va difesa dai rischi di infiltrazione criminale». Ora, Matteo Messina Denaro è rinchiuso nel carcere dell’Aquila. Il boss condannato per le stragi del ’92 e del ’93, per il rapimento e l’uccisione del piccolo Di Matteo, per il delitto dell’agente della polizia penitenziaria Montalto, continua ad essere un irriducibile. Negli interrogatori fatti con i magistrati di Palermo, ha accettato di rispondere, ma a modo suo. Sfidando chi aveva davanti. «La prima volta che ci siamo trovati faccia a faccia, poche ore dopo la cattura, ha detto: “Con voi parlo, ma non collaborerò mai” – racconta ancora il procuratore de Lucia – Gli ho risposto: “Ma io le ho chiesto di collaborare? Sono venuto qui solo per sapere come è stato trattato e poi, siccome sappiamo che lei è malato, voglio assicurarle che lo Stato le offrirà tutto ciò che è necessario per far fronte alle sue condizioni di salute». Il libro “La cattura” scritto da Maurizio de Lucia e Salvo Palazzolo intreccia l’attualità con la storia di Messina Denaro. E diventa una riflessione sulla mafia di oggi. «Io ho sempre avuto la mentalità di fare soldi», ha detto il padrino dopo l’arresto, durante uno dei suoi interrogatori. Un’altra espressione di sfida, che conferma quanto emerge sull’ormai ex latitante e sull’organizzazione mafiosa da una lunga stagione di indagini. «Messina Denaro ha continuato a ritenere strategica per la sua leadership l’infiltrazione nel mondo degli appalti – scrive nel libro il procuratore di Palermo – Anche perché il contatto con gli imprenditori è il percorso che porta a dialogare con la politica. Storia antica, che conviene tenere ben presente per provare a scoprire i segreti di quello che era diventato il più imprenditore dei mafiosi». 

Da adnkronos.com martedì 29 agosto 2023.

«L’indagine che ha portato all’arresto di Matteo Messina Denaro è stata parecchio movimentata sino alla fine, nulla era scontato, abbiamo anche rischiato di fallire – racconta il procuratore Maurizio de Lucia – le prime ricerche nel registro dei tumori, per provare a interpretare il pizzino ritrovato a casa della sorella del latitante, non avevano infatti portato proprio a nulla. E sembrava non ci fossero altre strade». I retroscena dell’arresto del padrino delle stragi, avvenuto il 16 gennaio scorso dopo 30 anni di latitanza, diventano un libro edito da Feltrinelli.

Si intitola: “La cattura – i misteri di Matteo Messina Denaro e la mafia che cambia”. A firmarlo, il procuratore capo di Palermo Maurizio de Lucia e l’inviato di Repubblica Salvo Palazzolo.

Un racconto intenso, che rievoca i tanti passaggi ancora inediti di un’indagine complessa condotta dai carabinieri del Ros, la svolta è avvenuta nel dicembre scorso, con il ritrovamento del pizzino a casa di Rosalia Messina Denaro. «Era nascosto nel piede di una sedia – ricorda il procuratore – lì dove i nostri investigatori volevano piazzare una microspia. Invece, hanno trovato il diario clinico del latitante. Ma c’è voluta la banca dati del ministero della Salute per scoprire dove si curava il capomafia che si spacciava per un anonimo geometra di Campobello». 

Così l’ultimo padrino delle stragi è finito in carcere: «Ma la lotta alla mafia non può fermarsi, istituzioni e società civile devono continuare ad impegnarsi», dice ancora de Lucia. «Ecco il perché di questo racconto. Per non dimenticare che Messina Denaro conserva tanti segreti, legati al passaggio di Cosa nostra dalla stagione delle bombe a quella degli affari, un dato che non possiamo sottovalutare, considerato il momento assai delicato che viviamo, per l’arrivo dei fondi del Pnrr, un’occasione unica di sviluppo che va difesa dai rischi di infiltrazione criminale».

Ora, Matteo Messina Denaro è rinchiuso nel carcere dell’Aquila. Il boss condannato per le stragi del ’92 e del ’93, per il rapimento e l’uccisione del piccolo Di Matteo, per il delitto dell’agente della polizia penitenziaria Montalto, continua ad essere un irriducibile. Negli interrogatori fatti con i magistrati di Palermo, ha accettato di rispondere, ma a modo suo. Sfidando chi aveva davanti.

«La prima volta che ci siamo trovati faccia a faccia, poche ore dopo la cattura, ha detto: “Con voi parlo, ma non collaborerò mai” – racconta ancora il procuratore de Lucia – Gli ho risposto: “Ma io le ho chiesto di collaborare? Sono venuto qui solo per sapere come è stato trattato e poi, siccome sappiamo che lei è malato, voglio assicurarle che lo Stato le offrirà tutto ciò che è necessario per far fronte alle sue condizioni di salute».

Il libro “La cattura” scritto da Maurizio de Lucia e Salvo Palazzolo intreccia l’attualità con la storia di Messina Denaro. E diventa una riflessione sulla mafia di oggi. «Io ho sempre avuto la mentalità di fare soldi», ha detto il padrino dopo l’arresto, durante uno dei suoi interrogatori. 

Un’altra espressione di sfida, che conferma quanto emerge sull’ormai ex latitante e sull’organizzazione mafiosa da una lunga stagione di indagini. «Messina Denaro ha continuato a ritenere strategica per la sua leadership l’infiltrazione nel mondo degli appalti – scrive nel libro il procuratore di Palermo – Anche perché il contatto con gli imprenditori è il percorso che porta a dialogare con la politica. Storia antica, che conviene tenere ben presente per provare a scoprire i segreti di quello che era diventato il più imprenditore dei mafiosi».

Estratto dell’articolo di Maurizio De Lucia e Salvo Palazzolo per “la Repubblica” martedì 29 agosto 2023. 

[…] bisogna svelare fino in fondo le parole della mafia, espressione di una subcultura che pervade la nostra società, non solo quella meridionale.

Da sempre, Messina Denaro ha annotato con cura le parole dei pizzini. Sin da quando scriveva ai boss Lo Piccolo e Provenzano, all’ex sindaco di Castelvetrano Vaccarino. In quei biglietti, non c’erano solo affari e questioni di mafia, c’erano delle vere e proprie riflessioni. Puntava a riscrivere la “storia”, così la chiamava. Eccolo il più grande pericolo che la mafia oggi rappresenta: si è data l’obiettivo di cercare nuovi consensi. 

Soprattutto fra i più giovani. Ecco perché la sfida contro la mafia, sul piano giudiziario e poi culturale, non può fermarsi dopo l’arresto di Messina Denaro. Anzi, deve essere rilanciata. Combattendo proprio le parole dei mafiosi.

Scriveva all’ex sindaco Vaccarino: «La lettura è il mio passatempo preferito». Ne abbiamo avuto conferma trovando nel suo covo decine di libri: da Dostoevskij a Catullo, da Baudelaire a Murakami e Vargas Llosa. Libri e autori straordinari, che dovrebbero avere la forza del cambiamento. E, invece, un capomafia irriducibile come Messina Denaro, autore di stragi e omicidi, puntava a riappropriarsi delle parole più belle, per distorcerne il significato.

Correttezza. Così scriveva di sé: «Oggi vivo per come il fato mi ha destinato, mi preoccupa soltanto di essere un uomo corretto, ho fatto della correttezza la mia filosofia di vita e spero di morire da uomo giusto, tutto il resto non ha più valore». Detto da un mafioso stragista fa davvero paura. Si appropriava pure della parola “umiltà”: «Non c’è arroganza nel mio dire, solo umiltà, non c’è neanche cattiveria e astio verso qualcuno nelle mie parole». Odia invece magistrati e giornalisti: «Quando revocai gli avvocati qualche piccolo e insignificante Torquemada insinuò sui giornali che era un gesto di sfida».

Dopo l’arresto, non ha voluto difendersi, revocando l’avvocato di fiducia, nel processo in cui era imputato per le stragi Falcone e Borsellino. Nei pizzini aveva già anticipato la sua scelta: «Non è mio costume lanciare sfide a suon di scartoffie in quanto do alla sfida un valore più nobile, da vero uomo». 

Eccolo, il vocabolario del mafioso irriducibile che punta a passare per vittima della giustizia. Invocava addirittura una commissione d’inchiesta: «Questo è un punto chiave — annotava in un altro pizzino a Vaccarino — non tanto per cambiare le cose perché tutto rimarrà per come è, ma solo per il fatto di portare le istituzioni ad assumersi le proprie responsabilità, sarebbe una grande vittoria portare le cose in chiaro, far sapere al popolo tutte le torture che ha perpetrato lo Stato, così almeno la finiscono di definirsi paese civile». Lui aveva un altro concetto di Stato, di potere, di amicizia. E pretendeva di avere un rapporto diretto con Dio.

Un giorno raccontò l’incontro con un sacerdote che gli offriva la sua benedizione: «Padre, se io sono stato nel giusto, Dio mi ha già dato la sua benedizione, se io non sono stato nel giusto, mi perdoni, ma lei non può fare alcunché per me». Rifiutava proprio intermediazioni, soprattutto della Chiesa che scomunica i mafiosi.

Ora, abbiamo bisogno di recuperare le parole migliori, togliendole alla mafia. Per un nuovo vocabolario civile.

Niente manette e show mediatici per il gran boss. Un applauso al procuratore. Il procuratore di Palermo ci ricorda che la giustizia italiana non ha bisogno di spettacoli forcaioli, neanche per l’arresto di un “prigioniero eccellente”. Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 17 gennaio, 2023.

I carabinieri lo hanno portato via dalla clinica dove si stava curando, a volto scoperto e senza manette, accompagnandolo a braccetto, quasi con delicatezza, sotto una pioggia fine e in un silenzio composto. Attorno non c’è il ronzio degli elicotteri, non ci sono le sirene che urlano e gli stessi ufficiali dei Ros rimangono defilati, appena nascosti dietro il prigioniero eccellente.

Le immagini dell’arresto di Matteo Messina Denaro, la primula rossa di Cosa nostra, l’ultimo grande latitante dei corleonesi, colpiscono per la loro sobrietà e discrezione. Qualcosa di sorprendente in un paese assuefatto al giustizialismo mediatico come il nostro.

Torniamo indietro di trent’anni e in una dissolvenza incrociata sfumiamole con quelle della cattura del “capo dei capi” Toto Riina: sembrano due universi differenti. I meno giovani ricorderanno i cortei delle volanti, l’esultanza dei Ros che spuntavano dai finestrini brandendo le pistole, i cori da stadio sotto la questura, il passamontagna del capitano Ultimo in quello che sembrava uno show degno della polizia sudamericana dopo la presa di un grande boss dei narcos. Stessa musica tre anni dopo per Giovanni Brusca scaraventato in manette dentro la berlina blindata e insultato dalla folla inferocita che lo avrebbe linciato seduta stante. Più recentemente, appartiene al quel filone truculento l’arresto dell’ex brigatista Cesare Battisti atterrato dal Brasile all’aeroporto di Ciampino per poi essere esibito come un trofeo di guerra dai ministri “gialloverdi” Salvini e Bonafede.

Il breve video di Messina Denaro che senza fare una piega entra nel van nero che lo porterà in carcere segna invece una cesura importante da quel mondo fatto di esasperazione e propaganda. Forse perché la Mafia oggi fa molta meno paura rispetto a tre decenni fa quando le strade della Sicilia erano ricoperte di sangue e i corleonesi mettevano a ferro e fuoco il Paese, o forse perché la cultura del garantismo e del rispetto della dignità di tutti, anche dei criminali più feroci, non è poi così minoritaria.

«Catturare un latitante pericoloso senza fare ricorso alla violenza e senza manette è un segno importante per un paese democratico», ha spiegato il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, al quale deve andare tutto il nostro plauso per averci ricordato che la giustizia italiana non ha bisogno di spettacoli forcaioli da dare in pasto al popolino per essere autorevole.

I due arresti 'a confronto'. Messina Denaro e Riina, i due superlatitanti di Cosa Nostra catturati a distanza di 30 anni (e un giorno). Carmine Di Niro su Il Riformista il 16 Gennaio 2023

Uno arrestato nelle sua villa-covo in via Bernini a Palermo, l’altro nella clinica ‘La Maddalena’, sempre nel capoluogo siciliano, a distanza di 30 anni e un giorno.

È il destino comune dei superboss di Cosa Nostra Totò Riina e Matteo Messina Denaro, che assieme a Bernardo Provenzano hanno caratterizzato gli ultimi decenni di storia criminale italiana.

Quella della data della fine della latitanza è una circostanza quasi incredibile. Riina, il boss che tra le altre cose aveva ordinato gli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, ma anche del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e del presidente della Regione Piersanti Mattarella, venne catturato nella “Operazione Belva” il 15 gennaio 1993 poco prima delle nove del mattino, a meno di cinque chilometri dalla casa dove aveva vissuto molti anni da latitante con la moglie Ninetta Bagarella e dove erano cresciuti i suoi quattro figli.

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Il 10 dicembre 1969 fu tra gli esecutori della strage di viale Lazio, a Palermo, in cui vennero uccisi il boss rivale dei corleonesi, Michele Cavataio, e altre quattro persone. Da quel giorno divenne latitante, restandoci per 24 anni.

Il giorno della sua cattura si era appena insediato a capo della Procura di Palermo Giancarlo Caselli, e la notizia arrivò proprio mentre il magistrato stava incontrando i giornalisti a Palazzo di giustizia per un saluto. La mancata perquisizione del covo di via Bernini, avvenuta solo alcuni giorni dopo quando la villa era stata ormai svuotata e ripulita, sfociò poi in una rovente polemica tra la Procura e i carabinieri e in un processo concluso con l’assoluzione del vicecomandante del Ros Mario Mori e del colonnello Sergio De Caprio, alias “capitano Ultimo”, dall’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra.

Per catturare Messina Denaro, che divenne latitante proprio in quell’anno, ce ne sono voluti altri 30 e un giorno. Questa mattina l’ultimo ‘Padrino’ di Cosa Nostra, il boss che dopo la cattura di Riina, dei fratelli Graviano e di Provenzano è diventato leader della mafia siciliana, è stato fermato dai carabinieri in un blitz all’interno della clinica ‘La Maddalena’ di Palermo.

La ‘Primula rossa’ di Cosa Nostra, come spiega l’Agi, era in cura alla ‘Maddalena’ da un paio d’anni “o almeno uno”, spiega all’agenzia un medico, per un tumore in zona addominale.

Messina Denaro si era recato nella struttura sanitaria per fare un tampone anti-Covid, dovendo essere ricoverato in day hospital. Quando ha capito dell’operazione in corso, il boss ha anche tentato la fuga riuscendo ad allontanarsi fino al bar della clinica, dove è stato catturato.

Per poter usufruire dei servizi sanitari aveva dato un nome fittizio, Andrea Bonafede. “Frequentava la clinica – ha raccontato il medico della ‘Maddalena’ all’Agi – ed era stato operato in Chirurgia, ora veniva seguito in Oncologia. Stamattina alle 6 non c’era nulla, poi i miei collaboratori mi hanno chiamato: ci sono i Ros, mi hanno detto, e si è presentato un militare in assetto di guerra, stiamo cercando una persona, mi ha detto, stia tranquillo. In ogni piano c’era uno di loro, dei carabinieri in assetto di guerra, lui è scappato, è andato fuori al bar e lo hanno preso. Ha tentato la fuga al bar e c’è stato molto trambusto. Era seguito in chirurgia dove è stato operato e oncologia, era venuto qua per un tampone stamattina e poi per seguire i trattamenti con un altro nome, era un paziente noto alla clinica, ha fatto anche dei trattamenti. Un anno sicuramente per il day hospital. Ma non avevamo alcuna idea di chi fosse, figuriamoci se potevamo saperlo o riconoscerlo“.

Dopo la ‘cattura’, il boss di Cosa Nostra è stato trasferito alla caserma San Lorenzo in via Perpignano per le operazioni di identificazione e da qui portato via per traferito in elicottero in una località protetta.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Matteo Messina Denaro arrestato, la diretta: "Protetto dall'alto", il sospetto. Libero Quotidiano il 16 gennaio 2023

Il superboss Matteo Messina Denaro è stato arrestato: una giornata storica nella lotta dello Stato contro la Mafia. Il 60enne capomafia era latitante da 30 anni ed è finito in manette in una clinica di Palermo dove si era recato per delle terapie. Una data altamente simbolica: il 15 gennaio di 30 anni fa era stato arrestato Totò Riina, l'ultimo Capo dei capi di cui Messina Denaro è considerato l'erede.  

Ore 9.28: Messina Denaro arrestato in una clinica a Palermo

Il boss mafioso Matteo Messina Denaro è stato arrestato mentre era in day hospital alla clinica Maddalena di Palermo.

Ore 9.41: Guido Crosetto, "complimenti!" 

"Arrestato Matteo Messina Denaro! Complimenti alle forze dell'ordine, alla magistratura, alle migliaia di persone che ogni giorno, in silenzio, lavorano per difendere la giustizia. Grazie ai ROS ed ai magistrati per il loro lavoro!". Così il ministro dela Difesa, Guido Crosetto su Twitter.

Ore 9.49: Salvini, "Eroi in divisa" 

"Dopo trent'anni di latitanza è finito in manette il superboss Matteo Messina Denaro. È con profonda emozione che ringrazio le donne e gli uomini dello Stato che non hanno mai mollato, confermando la regola che prima o poi anche i più grandi criminali in fuga vengono braccati e assicurati alla Giustizia. È una bella giornata per l'Italia e che serve da ammonimento per i mafiosi: le istituzioni e i nostri eroi in divisa non mollano mai". Lo dice il vicepremier e ministro Matteo Salvini.  

Ore 9.54: Meloni, "vittoria dello Stato 

"Una grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia", così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni commenta la notizia dell'arresto di Matteo Messina Denaro. "All'indomani dell'anniversario dell'arresto di Totò Riina- aggiunge Meloni- un altro capo della criminalità organizzata viene assicurato alla giustizia. I miei più vivi ringraziamenti, assieme a quelli di tutto il governo, vanno alle forze di polizia, e in particolare al Ros dei Carabinieri, alla Procura nazionale antimafia e alla Procura di Palermo per la cattura dell'esponente più significativo della criminalità mafiosa". "Il governo - prosegue - assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo - la difesa del carcere ostativo - ha riguardato proprio questa materia". 

Ore 10.10: la foto di Messina Denaro oggi

A Sky e sui social viene pubblicata la foto di Messina Denaro oggi, a 60 anni, nell'auto dei carabinieri che l'hanno appena arrestato. Il boss era nella Clinica Maddalena di Palermo, nel reparto di oncologia, e non avrebbe opposto alcuna residenza. Gli inquirenti parlano di un blitz perfetto, "senza sbavature". Di Messina Denaro erano disponibili pochissime foto, tutte risalenti alla sua gioventù. Si era dato alla latitanza nel 1993, a 30 anni. 

Ore 10.19: Schifani, "Grande giorno per Sicilia e Italia" 

"Oggi è un grande giorno per la Sicilia e per l'Italia intera, l'arresto di Matteo Messina Denaro è un colpo durissimo inflitto alla mafia. Tutti devono sapere che in questa Terra non ci possono essere spazi né di illegalità né d'impunità". Lo ha detto il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani in merito all'arresto del presunto capo di cosa nostra avvenuto questa mattina."Esprimo a nome mio e della giunta - aggiunge il governatore siciliano - un sincero ringraziamento alle forze dell'ordine e alla magistratura . È la conferma che lo Stato c'è e che prima o poi tutti i mafiosi vengono assicurati alla giustizia. Oggi tutti i siciliani onesti devono festeggiare, da domani sarà opportuna una riflessione per capire come sia stato possibile che uno dei mafiosi più pericolosi sia rimasto in circolazione per più di trent'anni", conclude Schifani.

Ore 10.20: Mattarella si congratula con Arma e Viminale 

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha telefonato questa mattina al Ministro dell'Interno e al Comandante dell'Arma dei Carabinieri per esprimere le sue congratulazioni per l'arresto di Messina Denaro, realizzato in stretto raccordo con la magistratura.

Ore 10.45: Registrato con un altro nome 

Messina Denaro si sarebbe registrato alla clinica Maddalena di Palermo con un nome finto, "Andrea Bonafede".

Ore 10.54: "Cerchiamo una persona", il blitz

"Stiamo cercando una persona, state tranquilli". Il blitz dei carabinieri del Ros, del Gis e del comando provinciale di Palermo nella clinica Maddalena è avvenuto intorno alle 9. Oltre 100 gli uomini coinvolti nell'arresto del boss Messina Denaro, che doveva effettuare dei controlli nel reparto di oncologia. Agenti in tenuta anti-sommossa sono entrati nella clinica ma le operazioni sono avvenute quasi sottotraccia: "Stiamo cercando una persona, state tranquilli", hanno rassicurato i medici e il personale sanitario. Fuori, tutta l'area del quartiere San Lorenzo è stata sigillata con carabinieri a ogni uscita della struttura.

Ore 11.13: Messina Denaro ha cercato la fuga

Il boss Matteo Messina Denaro "si sarebbe accorto di qualcosa di strano" e per questo sarebbe uscito dalla clinica Maddalena di Palermo, a poca distanza da casa sua, tentando la fuga. Vicino a un bar, fuori dalla struttura sanitaria, è avvenuto l'arresto da parte degli agenti di Ros e Gis. Il superboss della mafia, latitante da 30 anni, non ha opposto resistenza. Si era recato in clinica per un controllo nel reparto di oncologia. Era già stato operato per un tumore al colon.

Ore 11.34: Meloni vola a Palermo 

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni volerà a Palermo già questa mattina, a quanto si apprende, per incontrare il procuratore distrettuale di Palermo, Maurizio de Lucia, i magistrati che hanno coordinato le indagini e i carabinieri del Ros che hanno compiuto l'arresto di Matteo Messina Denaro.

Ore 12.00: Le prime parole di Messina Denaro

"Sì, sono Matteo Messina Denaro". Sono state queste le prime parole del boss della mafia quando si è trovato di fronte agli agenti del Ros che, entrati nella clinica di Palermo a botta sicura, davanti ai cancelli fuori al bar gli hanno chiesto: "Chi sei?".

Ore 13.02 I carabinieri da 3 giorni sulle tracce di Messina Denaro

Secondo alcune indiscrezioni le forze dell'ordine che questa mattina hanno arrestato il boss dei boss, da circa tre giorni erano sulle  tracce di Matteo Messina Denaro. 

Ore 13.30 Nordio: chiusa una stagione drammatica

"Oggi con l’arresto di Matteo Messina Denaro si chiude davvero una delle più drammatiche stagioni della storia della Repubblica. Con la cattura dell’ultimo super latitante, si rinnova altresì l’impegno quotidiano nella lotta ad ogni mafia e ad ogni forma di criminalità. Ho voluto subito congratularmi al telefono con il Procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, con il Comandante dei carabinieri Gen. Teo Luzi e con il collega Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi per questo risultato che è il compimento del lungo e prezioso impegno di tanti magistrati e tanti agenti delle forze dell’ordine: con loro è proseguito il lavoro di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti i servitori dello Stato, che hanno pagato anche con la vita la difesa dei valori democratici". Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, commenta la notizia della cattura del super boss di mafia Matteo Messina Denaro.

Ore 14.07 Giorgia Meloni: "Agli investigatori, l'Italia è firea di voi"

"Al procuratore di Palermo e agli investigatori ho detto che l’Italia è fiera di loro e che sappiamo che questo grande risultato lo dobbiamo a loro e al lavoro quotidiano di grande dedizione che hanno condotto". A dirlo è stata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, rivelando alcuni particolari dell’incontro con il capo della procura di Palermo, Maurizio De Lucia, nel giorno dell’arresto di Matteo Messina Denaro.

Ore 14.27 Giorgia Meloni: "Cosa diremo ai nostri figli"

«Mi piace immaginare che questo possa essere il giorno nel quale viene celebrato il lavoro di queste donne e questi uomini, ed è una proposta che farò. È un giorno di festa per noi che possiamo dire ai nostri figli che la mafia si può battere. Non abbiamo sconfitto la mafia ma questa battaglia era una battaglia fondamentale da vincere ed è un colpo duro per la criminalità organizzata». Lo ha detto Giorgia Meloni prima di lasciare la Procura di Palermo.

Ore 15.35 Maurizio De Lucia: "È un successo dello Stato"

«La mafia non è finita. Non finisce perchè si cattura una persona per quanto importante sia. È un successo dello Stato, ma lo stato deve essere consapevole, che la lotta è ancora lunga e non finisce qui». Lo ha detto ad AGI il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, che ha coordinato le indagini della cattura di Matteo Messina Denaro, latitante da trent’anni. Oggi al palazzo di Giustizia si è recata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per complimentarsi con i magistrati e gli investigatori. «La presenza del capo del governo qui è stato un segnale importante», ha aggiunto il capo della procura del capoluogo siciliano. Di certo, ha proseguito De Lucia, la cattura di Messina Denaro «significa che lo Stato salda il suo debito verso le vittime della mafia del trentennio scorso, catturando l’ultimo dei grandi latitanti. Ma l’attenzione non può essere abbassata», ha sottolineato ancora.

Ore 16.07 L'ex procuratore di Palermo: "Il fantasma si è materializzato"

L'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli ha rilasciato alcune dichiarazioni sull'arresto di Matteo Messina Denaro: "Infinitamente grazie a carabinieri e magistrati di Palermo che hanno fatto questo enorme regalo all’antimafia in generale e alla democrazia del nostro Paese. Latitante da trent’anni significa che per 30 anni la polizia giudiziaria in tutte le sue articolazioni e i magistrati ci hanno messo la loro professionalità, intelligenza, pazienza, tenacia, cocciutaggine, correndo dietro a questo fantasma che alla fine si è materializzato".

Ore 16.58 Il cugino festeggia l'arresto

Giuseppe Cimarosa è il cugino di Matteo Messina Denaro. Dopo aver preso le distanze da anni dal boss mafioso, Cimarosa ha esultato per l'arresto: "Questo è un giorno di gioia per me e la mi famiglia. Piango di felicità e di orgoglio. Il mio primo pensiero va a mio padre e a tutte le vittime che sono morte a causa di questo criminale e alle loro famiglie. Tutti i siciliani e, ancor di più, a tutti i castelvetranesi onesti ma anche quelli meno onesti che oggi posso davvero ritenersi liberi da un ombra che li ha tenuti sempre nel buio. Grazie Stato!".

Ore 17.37 La conferenza: "Indossava beni di lusso"

Paolo Guido, procuratore aggiunto di Palermo, ha rivelato che Matteo Messina Denaro indossava beni di lusso. "Non abbiamo trovato un uomo distrutto - ha dichiarato - in apparente buona salute, ben curato. In linea con un uomo di 60 anni di buone condizioni economiche. Non poteva affidarsi a personaggi lontani dal contesto territoriale ma su questo stiamo procedendo ad approfondimenti investigativi”. 

Ore 17.55 La conferenza: "La scena dell'arresto"

La pista giusta era battuta da tempo, ma la certezza che si trattasse di Matteo Messina Denaro è arrivata tre giorni fa. I carabinieri del Gis erano già alla clinica Maddalena dove il boss mafioso si sottoponeva alla chemioterapia da un anno. Messina Denaro è affetto da una forma tumorale aggressiva che attacca il colon. Il boss era all'ingresso della clinica, quando a un certo punto un carabiniere si è avvicinato e gli ha chiesto il suo nome: "Mi chiamo Matteo Messina Denaro", ha risposto. 

Ore 20.02 Nino Di Matteo: "Protetto dall'alto"

Il magistrato Nino Di Matteo è intervenuto a Sky Tg24: “Matteo Messina Denaro è stato catturato a Palermo, in pieno centro, e non possiamo quindi dimenticare il fatto che è stato latitante per 30 anni. Oggi tutti parlando di grande vittoria dello Stato, ma io credo che la grande vittoria dello Stato si avrà, veramente, quando si farà luce su due aspetti della storia criminale di Matteo Messina Denaro: il primo aspetto è quello delle sue conoscenze in merito ai moventi e i possibili ulteriori mandanti delle stragi del ’92 e del ’93, di cui è stato protagonista; il secondo aspetto è quello relativo a una latitanza di 30 anni che è stata troppo lunga per poter essere una latitanza normale. Sicuramente sarà stata, almeno in certi frangenti e da certi ambienti, protetta dall’alto”.

(ANSA il 16 gennaio 2023) -  Il boss mafioso Matteo Messina Denaro è stato arrestato dai carabinieri del Ros, dopo 30 anni di latitanza. L'inchiesta che ha portato alla cattura del capomafia di Castelvetrano (Tp) è stata coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido. E' quanto apprende l'ANSA da fonti qualificate.

 Figlio del vecchio capomafia di Castelvetrano (Tp) Ciccio, storico alleato dei corleonesi di Totò Riina, era latitante dall'estate del 1993, quando in una lettera scritta alla fidanzata dell'epoca, Angela, dopo le stragi mafiose di Roma, Milano e Firenze, preannunciò l'inizio della sua vita da Primula Rossa.

 "Sentirai parlare di me - le scrisse, facendo intendere di essere a conoscenza che di lì a poco il suo nome sarebbe stato associato a gravi fatti di sangue - mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità". Il capomafia trapanese è stato condannato all'ergastolo per decine di omicidi, tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito strangolato e sciolto nell'acido dopo quasi due anni di prigionia, per le stragi del '92, costate la vita ai giudici Falcone e Borsellino, e per gli attentati del '93 a Milano, Firenze e Roma.

(ANSA il 16 gennaio 2023) -  Secondo quanto si apprende, Matteo Messina Denaro, boss latitante da 30 anni, sarebbe stato arrestato all'interno di una clinica privata di Palermo. Il blitz è stato coordinato dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido. Messina Denaro è stato arrestato nella clinica privata La Maddalena di Palermo.

(Adnkronos il 16 gennaio 2023) - Il boss mafioso Matteo Messina Denaro è stato arrestato mentre era in day hospital alla clinica MADDALENA di Palermo. 

(ANSA il 16 gennaio 2023) - Matteo Messina Denaro si era recato nella clinica privata dove è stato arrestato "per sottoporsi a terapie". Lo dice il comandante del Ros dei carabinieri Pasquale Angelosanto dopo l'arresto del boss compiuto dagli uomini del raggruppamento speciale assieme a quelli del Gis e dei comandi territoriali.

(ANSA il 16 gennaio 2023) - "Una grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia": così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni commenta la notizia dell'arresto di Matteo Messina Denaro. "All'indomani dell'anniversario dell'arresto di Totò Riina, un altro capo della criminalità organizzata viene assicurato alla giustizia.

"I miei più vivi ringraziamenti, assieme a quelli di tutto il governo, vanno alle forze di polizia, e in particolare al Ros dei Carabinieri, alla Procura nazionale antimafia e alla Procura di Palermo per la cattura dell'esponente più significativo della criminalità mafiosa". Così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni commenta la notizia dell'arresto di Messina Denaro. "Il governo - prosegue il presidente Meloni - assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo - la difesa del carcere ostativo - ha riguardato proprio questa materia"

"Grandissima soddisfazione per un risultato storico nella lotta alla mafia". Così il ministro dell'interno Matteo Piantedosi appena appresa la notizia dell'arresto di Matteo Messina Denaro al suo arrivo ad Ankara per incontrare il suo omologo turco. "Complimenti - ha aggiunto - alla Procura della Repubblica di Palermo e all'Arma dei Carabinieri che hanno assicurato alla giustizia un pericolosissimo latitante. Una giornata straordinaria per lo Stato e per tutti coloro che da sempre combattono contro le mafie".

Secondo quanto si apprende il boss Matteo Messina Denaro era in cura nella clinica Maddalena di Palermo, nella quale oggi i carabinieri del Ros lo hanno arrestato dopo 30 anni di latitanza, da oltre un anno.

(ANSA il 16 gennaio 2023) - Matteo Messina Denaro non ha opposto resistenza durante l'arresto. È quanto si apprende da fonti investigative. I Ros hanno dispiegare un ingente numero di forze per mettere in sicurezza la clinica a Palermo dove l'uomo è stato arrestato la scorsa notte.

Dopo il blitz nella clinica a Palermo, l'ormai ex superlatitante Matteo Messina Denaro è stato trasferito in una località segreta. Denaro, a quanto si apprende da fonti investigative, faceva periodicamente controlli in quella struttura, che la scorsa notte durante il blitz del Ros era stata messa in sicurezza con diverse decine di uomini per tutelare tutti gli altri pazienti. Quando è stato arrestato, Messina Debaro non era allettato ma si stava facendo i controlli.

"Dopo trent'anni di latitanza è finito in manette il superboss Matteo Messina Denaro. È con profonda emozione che ringrazio le donne e gli uomini dello Stato che non hanno mai mollato, confermando la regola che prima o poi anche i più grandi criminali in fuga vengono braccati e assicurati alla giustizia. È una bella giornata per l'Italia e che serve da ammonimento per i mafiosi: le istituzioni e i nostri eroi in divisa non mollano mai". Lo dice il Vicepremier e Ministro Matteo Salvini commentando l'arresto del superlatitante.

(ANSA il 16 gennaio 2023) – "Catturare un latitante pericoloso senza ricorso alla violenza e senza manette è un segno importante per un paese democratico". Così il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia alla conferenza stampa sull'arresto di Messina Denaro. "Esprimo il mio grazie al collega Paolo Guido che ha portato avanti le indagini in modo magistrale e il mio affetto e riconoscimento all'Arma e al Ros che abbiamo visto lavorare in modo indefesso", continua.

"Allo stato non abbiamo elementi per parlare di complicità del personale della clinica anche perché i documenti che esibiva il latitante erano in apparenza regolari, ma le indagini sono comunque partite ora". Lo ha detto il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia alla conferenza stampa sulla cattura di Messina Denaro.

 "Matteo MESSINA Denaro finora non parla". Lo dice il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, nel corso della conferenza stampa sull'arresto di Matteo Messina Denaro, presso la sede della Legione Carabinieri Sicilia, a Palermo.).

 Matteo Messina Denaro "ha goduto di protezioni importanti e le indagini ora sono concentrate sulle protezioni attuali di cui ha goduto". Lo ha detto il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, nel corso della conferenza stampa sulla cattura di Matteo Messina Denaro dopo 30 anni di latitanza".

"Non abbiamo allo stato elementi sul complicità da parte del personale della clinica, i documenti che utilizzava ad una prima lettura sembrano autentici. Gli accertamenti d'altro canto sono appena partiti. L'uomo che lo accompagnava è, come si dice, un perfetto sconosciuto se non per l'omonimia con un altro soggetto noto invece alle cronache, si chiama Giovanni Luppino e al momento è stato arrestato con l'accusa di favoreggiamento. Matteo Messina Denaro non parla, indicazioni non ne ha date e fino a stamattina non sapevamo neanche che faccia avesse. L'obiettivo primario era per noi la cattura". Così il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio de Lucia, partecipando alla conferenza stampa a Palermo sull'arresto del boss mafioso.

Da ansa.it il 16 gennaio 2023.

Il boss mafioso Matteo Messina Denaro è stato arrestato dai carabinieri del Ros, dopo 30 anni di latitanza. […]

La certezza è arrivata tre giorni fa. I magistrati, che da tempo seguivano la pista, hanno dato il via libera per il blitz. I carabinieri del Gis erano già alla clinica Maddalena dove, da un anno, Messina Denaro si sottoponeva alla chemioterapia. Il boss, che aveva in programma dopo l'accettazione fatta con un documento falso, prelievi, la visita e la cura, era all'ingresso. La clinica intanto è stata circondata dai militari col volto coperto davanti a decine di pazienti. Un carabiniere si è avvicinato al padrino e gli ha chiesto come si chiamasse. "Mi chiamo Matteo Messina Denaro", ha risposto.

Dopo il blitz nella clinica,  l'ormai ex superlatitante è stato trasferito prima nella caserma San Lorenzo, poi all'aeroporto di Boccadifalco per essere portato in una struttura carceraria di massima sicurezza.

[…]

"Matteo Messina Denaro è stato catturato grazie al metodo Dalla Chiesa, cioè la raccolta di tantissimi dati informativi dei tanti reparti dei carabinieri, sulla strada, attraverso intercettazioni telefoniche, banche dati dello Stato, delle regioni amministrative per portare all'arresto di questa mattina". Lo dice il comandante dei carabinieri Teo Luzi, arrivato a Palermo. "Una grande soddisfazione perché è un risultato straordinario - aggiunge Luzi -. Messina Denaro era un personaggio di primissimo piano operativo, ma anche da un punto di vista simbolico perché è stato uno dei grandi protagonisti dell'attacco allo Stato con le stragi. Risultato reso possibile dalla determinazione e dal metodo utilizzato. Determinazione perché per 30 anni abbiamo voluto arrivare alla sua cattura soprattutto in questi ultimi anni con un grandissimo impiego di personale e di ricorse strumentali".

"Un risultato - conclude Luzi - grazie al lavoro fatto anche dalle altre forze di polizia particolare dalla polizia di Stato. La lotta a cosa nostra prosegue. Il cerchio non si chiude. E' un risultato che dà coraggio che ci dà nuovi stimoli ad andare avanti e ci dà metodo di lavoro per il futuro, la lotta alla criminalità organizzata è uno dei temi fondamentali di tutti gli stati". "E' il risultato di un lavoro corale che si è svolto nel tempo, che si è basato sul sacrificio dei carabinieri in tanti anni. L'ultimo periodo, quelle delle feste natalizie, i nostri lo hanno trascorso negli uffici a lavorare e a mettere insieme gli elementi che ogni giorno si arricchivano sempre di più e venivano comunicati. La Procura era aperta anche all'antivigilia, è stato uno sforzo corale". Lo ha detto Pasquale Angelosanto, comandante del Ros, nella conferenza stampa a Palermo sull'arresto di Matteo Messina Denaro.

Matteo Messina Denaro è stato bloccato in strada, nei pressi di un ingresso secondario della clinica La Maddalena. Lo hanno spiegato i carabinieri del Ros nel corso della conferenza stampa sull'arresto del boss di Cosa Nostra, spiegando che il blitz è scattato quando "abbiamo avuto la certezza che fosse all'interno della struttura sanitaria". Quando è stato bloccato, hanno aggiunto, Messina Denaro "non ha opposto alcuna resistenza" e "si è subito dichiarato, senza neanche fingere di essere la persona di cui aveva utilizzato l'identità". Alla domanda se Messina Denaro abbia tentato la fuga, gli investigatori hanno affermato di "non aver visto tentativi di fuga" anche se, hanno aggiunto, "sicuramente ha cercato di adottare delle tutele una volta visto il dispositivo che stava entrando nella struttura".

"Fino a ieri era certamente il capo della provincia di Trapani, da domani vedremo". Così il procuratore aggiunto Paolo Guido sugli assetti dei vertici di Cosa nostra dopo l'arresto di Messina Denaro.

"Abbiamo catturato l'ultimo stragista responsabile delle stragi del 1992-93". Così il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia ha aperto al conferenza stampa per l'arresto di Matteo Messina Denaro. "Siamo particolarmente orgogliosi del lavoro portato a termine questa mattina che conclude un lavoro lungo e delicatissimo. E' un debito che la Repubblica aveva con le vittime della mafia che in parte abbiamo saldato". "Catturare un latitante pericoloso senza ricorso alla violenza e senza manette è un segno importante per un paese democratico". Così il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia alla conferenza stampa sull'arresto di Messina Denaro.

Alla conferenza stampa sulla cattura di Matteo Messina Denaro il procuratore di Palermo, Maurizio De Lucia, ha ricordato che "senza intercettazioni non si possono fare le indagini di mafia".

"Catturare un latitante pericoloso senza ricorso alla violenza e senza manette è un segno importante per un Paese democratico", ha sottolineato De Lucia elogiando il lavoro del Ros.

"Ci è apparso in buona salute e di buon aspetto non ci pare che le sue condizioni siano incompatibili con il carcere". Lo ha detto l'aggiunto di Palermo Paolo Guido alla conferenza stampa. "Era di buon aspetto, ben vestito, indossava capi di lusso ciò ci induce a dire che le sue condizioni economiche erano buone", ha aggiunto. "Ovviamente sarà curato come ogni cittadino ha diritto essere curato", ha concluso. Al momento della cattura indossava anche un orologio molto particolare del valore di 30-35mila euro. 

 Chi è il fiancheggiatore di Messina Denaro. E' un commerciante di olive, agricoltore di mestiere, incensurato. È il profilo di Giovanni Luppino, l'uomo arrestato stamattina insieme al superlatitante Matteo Messina Denaro. È stato lui a portarlo in macchina presso la clinica privata di Palermo per le cure. Luppino è di Campobello di Mazara, paese vicino a Castelvetrano, città natale del boss. Da qualche tempo gestiva, insieme ai figli, un centro per l'ammasso delle olive cultivar Nocellara del Belìce proprio alla periferia di Campobello di Mazara. La sua funzione era quello di intermediario tra i produttori e i grossi acquirenti che, in zona, arrivano dalla Campania.

L' arresto di Matteo Messina Denaro in una clinica oncologica è coerente con risultati investigativi, anche molto datati che lo indicavano affetto da serie patologie. Tracce del boss superlatitante risalenti al gennaio del 1994, lo collocavano infatti in Spagna, a Barcellona, dove si sarebbe sottoposto, presso una nota clinica oftalmica, ad un intervento chirurgico alla retina. Ma non solo: avrebbe accusato - sempre secondo risultanze investigative di alcuni anni fa- una insufficienza renale cronica, per la quale avrebbe dovuto ricorrere a dialisi.

Per non rischiare l'arresto durante gli spostamenti per le cure ed i trattamenti clinici, il boss avrebbe installato nel suo rifugio le apparecchiature per la dialisi. Una importante conferma sulle patologie accusate dal superlatitante giunse nel novembre scorso dal pentito Salvatore Baiardo, che all'inizio degli anni '90 gestì la latitanza dei fratelli Graviano a Milano. In un'intervista televisiva, su La7 a Massimo Giletti il pentito rivelo' che Matteo Messina Denaro era gravemente malato e che proprio per questo meditava di costituirsi.

"Questo è il risultato di anni di indagini di questo ufficio e delle forze di polizia che hanno prosciugato la rete dei favoreggiatori del boss Messina Denaro". Lo ha detto il procuratore aggiunto Paolo Guido che, insieme al procuratore Maurizio de Lucia, ha coordinato l'indagine per la cattura del capomafia di Castelvetrano. "Questo - ha aggiunto Guido - è anche il frutto di un difficile e complesso lavoro di coordinamento tra le forze di polizia che in questo momento devono essere tutte ringraziate".

I Carabinieri del Ros hanno arrestato l’ultimo “padrino” di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 16 Gennaio 2023.

Il boss di Castelvetrano era latitante da 30 anni. È stato catturato dal Ros dei carabinieri in una struttura sanitaria in cui era andato per accertamenti clinici. Il presidente Meloni: "Il governo assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua"

“Oggi 16 gennaio 2023 i Carabinieri del Ros, del Gis e dei comandi territoriali della Regione Sicilia nell’ambito delle indagini coordinate dalla Procura della Repubblica di Palermo hanno tratto in arresto il latitante Matteo Messina Denaro all’interno di una struttura sanitaria a Palermo dove si era recato per sottoporsi a terapie cliniche“. Lo ha reso noto il generale di divisione Pasquale Angelosanto, comandante dei Carabinieri del Ros che ha coordinato le operazioni dalla caserma intitolata al generale Carlo Alberto dalla Chiesa, sede della Legione Carabinieri Sicilia.

Trentaquattro anni dopo la sua prima iscrizione nel registro degli indagati, eseguita da Paolo Borsellino, è caduta l’ultima punta del triumvirato mafioso di Cosa Nostra. É finita oggi, quindi, la latitanza del boss Matteo Messina Denaro, figlio del vecchio capomafia di Castelvetrano (Tp) Ciccio Messina Denaro, storico alleato dei corleonesi di Totò Riina, era latitante dall’estate del 1993 ed era ritenuto l’ultimo padrino di “Cosa nostra“. Il superlatitante noto anche con i soprannomi “U siccu” e “Diabolik”, legato a Cosa nostra, è considerato tra i latitanti più pericolosi e ricercati al mondo, ha tentato la fuga ma è stato bloccato ed arrestato all’interno di un bar della nota clinica specialistica “La Maddalena” in pieno centro a Palermo, nella zona di Lorenzo dove, secondo fonti della clinica stessa, si stava sottoponendo a cure per un tumore al colon e aveva metastasi epatiche per cui si sottoponeva a cicli periodici di trattamenti chemioterapici. Messina Denaro, che si era presentato per farsi curare con il nome di Andrea Bonafede, da quanto si apprende da fonti investigative, faceva periodicamente controlli in quella struttura, che la scorsa notte durante il “blitz” del Ros era stata messa in sicurezza con diverse decine di uomini per tutelare tutti gli altri pazienti.

Poco prima dell’arresto probabilmente Matteo Mesina Denaro notando la presenza dei carabinieri, ha provato a dileguarsi dirigendosi verso il bar della struttura, che si trova all’ingresso. Un tentativo di pochi istanti venendo bloccato e circondato dai Carabinieri. Un carabiniere che gli si è avvicinato gli ha chiesto avvicinato gli ha chiesto “Come ti chiami?” “Sono Matteo Messina Denaro”. Sono state queste le prima parole del boss arrestato. Insieme al boss mafioso è stato arrestato anche Giovanni Luppino, di Campobello di Mazara (Tp), accusato di favoreggiamento. Avrebbe accompagnato il boss alla clinica per le terapie, ed alla vista dei Carabinieri ha tentato di scappare ma è stato catturato in un bar a poche centinaia di metri dalla clinica.

Ad arrestarlo a Palermo i Carabinieri del Ros che 30 anni fa con un blitz riuscirono anche ad arrestare il capo dei capi, Totò Riina. A coordinare le indagini il procuratore della Repubblica di Palermo, Maurizio De Lucia e l’aggiunto Paolo Guido.  “Il latitante è stato arrestato all’interno di una clinica di Palermo. Non ha opposto resistenza. Si era recato lì per svolgere delle terapie mediche. Non si è opposto all’arresto e del resto il dispositivo allestito poteva fare fronte a ogni emergenza, garantendo la sicurezza di tutti”. ha detto il generale di divisione Pasquale Angelosanto, comandante dei Ros.

Più di cento uomini e un quartiere assediato dai Carabinieri sono stati necessari per catturare Matteo Messina Denaro. Un centinaio di Carabinieri del Ros, del Gis e del comando provinciale di Palermo da questa mattina presidiavano la zona di San Lorenzo attorno alla clinica “La Maddalena”. L’area è stata “sigillata” blindata” con carabinieri ad ogni uscita della struttura sanitaria. “All’improvviso, intorno alle 8.30 si questa mattina, abbiamo visto almeno 200 uomini, tutti vestiti di nero e incappucciati. Sono passati qui davanti e poco dopo abbiamo sentito dell’arresto di Matteo Messina Denaro”, hanno raccontato all’Adnkronos i due baristi del Bar San Lorenzo di Palermo, a poca distanza della clinica Maddalena.

Cappellino, cappotto di montone da uomo e occhiali da vista scuri, così si presentava Matteo Messina Denaro al momento dell’arresto. L’uomo, visibilmente ingrassato rispetto alle ultime foto conosciute su di lui che risalgono a diversi anni fa, tenuto sotto braccio dai Carabinieri ha attraversato a piedi in manette per alcune centinaia di metri il viale della clinica dopo l’arresto arrivando in strada, prima di essere portato via su un mezzo dei carabinieri del Ros.  “Bravi, bravi!“. Urla di incoraggiamento e applausi nei confronti dei carabinieri del Ros, da parte di decine di pazienti e loro familiari, hanno accompagnato l’arresto del superlatitante Messina Denaro avvenuto nella clinica privata.

Matteo Messina Denaro 60 anni, originario di Castelvetrano, aveva negli anni allargato il suo potere ad altri mandamenti mafiosi della Sicilia , specialmente dopo l’arresto di Totò Riina, Bernardo Provenzano e i fratelli Graviano. E’ stato condannato all’ergastolo per decine di omicidi, tra i quali quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del pentito strangolato e sciolto nell’acido dopo quasi due anni di prigionia, e come mandante delle stragi del ’92 a Capaci ed in via D’Amelio dove persero la vita i magistrati “simbolo” dell’ Antimafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ed i componenti delle rispettive scorte.

L’ultima “primula rossa” di Cosa Nostra si era reso irreperibile subito dopo la cattura di Totò Riina. E mentre gli investigatori della Scientifica si incaricava di aggiornare, invecchiandola, l’immagine giovanile del boss, il suo impero miliardario è stato smontato e sequestrato pezzo per pezzo, così smantellando la sua cerchia di protezione e canale di finanziamento. È così che è stato demolito il mito di un padrino che gestiva un potere infinito ma viveva come un fantasma, anche se la sua invisibilità non gli ha impedito di diventare padre due volte. Di una figlia si sa tutto: il nome, la madre, le scelte che l’hanno portata a separare la propria vita dall’ombra pesante di un padre che forse non ha mai visto. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza in casa della nonna, poi con la madre ha cambiato residenza: non è facile convivere con lo stress delle perquisizioni, dei controlli e delle irruzioni della polizia. Dell’altro figlio si sa invece quel poco che è trapelato dalle intercettazioni: si chiama Francesco, come il vecchio patriarca della dinasty, ed è nato tra il 2004 e il 2005 in quel lembo della provincia di Trapani, fra Castelvetrano e Partanna, dove Matteo Messina Denaro ha costruito il suo potere economico e criminale.

Su di lui era stata posta una taglia da un milione e mezzo, ma per fargli attorno terra bruciata gli investigatori hanno stretto in una tenaglia micidiale la rete dei fiancheggiatori. Neanche i suoi familiari sono stati risparmiati: la sorella Patrizia, arrestata e accusata di avere gestito un giro di estorsioni, il fratello Salvatore, i cognati, un nipote. E tanta gente fidata, costituita da prestanome spesso insospettabili, che hanno subito ripetuti sequestri patrimoniali.

Gli abbracci tra i carabinieri, la loro esultanza, davanti al luogo della cattura, hanno sottolineato la storica cattura del superlatitante Matteo Messina Denaro, da parte dei Carabinieri del Ros. Il padrino di Castelvetrano è stato portato via un furgone bianco super scortato, fra gli applausi dei palermitani. Il boss è stato portato nella caserma della compagnia dei Carabinieri di San Lorenzo e successivamente verrà spostato alla legione Carabinieri Sicilia, la stessa dove venne condotto Totò Riina . Messina Denaro è stato trasferito all’aeroporto di Boccadifalco per essere rinchiuso in una struttura carceraria di massima sicurezza. La stessa cosa che accadde al boss Totò Riina, arrestato il 15 gennaio di 30 anni fa.

L’arresto ed il trasferimento di Matteo Messina Denaro

Volto coperto a metà, occhiali da sole, un giubbotto di montone e sguardo verso terra, senza manette, portato a braccetto da un carabiniere donna alla sua destra e un carabiniere uomo alla sua sinistra. Così il boss mafioso Matteo Messina Denaro, è stato accompagnato fuori dalla caserma San Lorenzo del comando dei carabinieri di Palermo ed è salito in un van con gli uomini del Ros a borso. Adesso sarà trasportato in elicottero in un carcere di massima sicurezza fuori dalla Sicilia.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, a quanto si apprende, questa mattina sarà a Palermo. Incontrerà il procuratore distrettuale di Palermo, Maurizio de Lucia, i magistrati che hanno coordinato le indagini ed i Carabinieri del Ros che hanno eseguito l’arresto di Matteo Messina Denaro.

I particolari sull’arresto del boss Matteo Messina Denaro sono stati forniti in una conferenza stampa della Procura di Palermo e del Ros dell’Arma nella caserma della Legione dei Carabinieri di Palermo, che il CORRIERE DEL GIORNO trasmette in diretta.

L’arresto, breaking news in tutto il mondo

Fa il giro del mondo come “breaking news” l’arresto di Matteo Messina Denaro. Dal Guardian alla Bbc, dalla Cnn, dal Pais a Le Monde, passando per Al Jazeera, i siti internazionali ne danno ampio risalto ed in molti casi le dedicano l’apertura. Tutti sottolineano che Messina Denaro era “il boss mafioso più ricercato d’Italia e che è stato arrestato dopo 30 anni di latitanza”.

Due mesi fa, a novembre 2022, le rivelazioni choc di Salvatore Baiardo, a suo tempo uomo di fiducia del boss mafioso arrestato oggi, rilasciate a Massimo Giletti nel programma televisivo “Fantasmi di mafia”, su La7: “L’unica speranza dei Graviano è che venga abrogato l’ergastolo ostativo” e sul nuovo governo: “Che arrivi un regalino?…Che magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?“. E commentando sulla trattativa Stato-Mafia disse: “Non è mai finita”. In realtà secondo un più che autorevole avvocato conoscitore di storie di mafia, altro non era che un un messaggio di “allerta” per Mesina Denaro.

I commenti sull’operazione del Ros

Le telefonate di congratulazioni di Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato questa mattina al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e al comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Teo Luzi, per esprimere le sue congratulazioni per l’arresto, realizzato in stretto raccordo con la magistratura.

Meloni: “Lotta alla mafia proseguirà senza tregua”

“Una grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia”. Così il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. “All’indomani dell’anniversario dell’arresto di Totò Riina, un altro capo della criminalità organizzata – aggiunge la premier – viene assicurato alla giustizia”. “I miei più vivi ringraziamenti, assieme a quelli di tutto il governo, vanno alle Forze di Polizia, e in particolare al Ros dei Carabinieri, alla Procura nazionale antimafia e alla Procura di Palermo per la cattura dell’esponente più significativo della criminalità mafiosa“. “Il Governo -conclude la Meloni– assicura che la lotta alla criminalità mafiosa proseguirà senza tregua, come dimostra il fatto che il primo provvedimento di questo esecutivo -la difesa del carcere ostativo- ha riguardato proprio questa materia”

Rita Dalla Chiesa: “Lo Stato quando vuole c’è“

L’arresto del superlatitante dopo 30 anni Matteo Messina Denaro questa mattina a Palermo, avvenuto questa mattina nella clinica privata Maddalena di Palermo dove il boss si trovava per sottoporsi a una serie di cure, è stato commentato sul suo profilo twitter da Rita Dalla Chiesa, figlia del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ucciso dalla mafia quarant’anni fa. «Dimostra che lo stato, quando vuole, c’è – ha scritto la deputata di Forza Italia -. E vince sul male. Poi qualcuno ci spiegherà… Ma oggi c’è solo la grande vittoria del carabinieri e del ministro Piantedosi. Grazie. Anche a nome delle troppe vittime che non ci sono più”.

Piantedosi: “Una giornata straordinaria per lo Stato”

“Grandissima soddisfazione per un risultato storico nella lotta alla mafia”, ha dichiarato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi appena appresa la notizia al suo arrivo ad Ankara per incontrare il suo omologo turco. “Complimenti alla Procura della Repubblica di Palermo e all’Arma dei Carabinieri che hanno assicurato alla giustizia un pericolosissimo latitante. Una giornata straordinaria per lo Stato e per tutti coloro che da sempre combattono contro le mafie”.

Crosetto: “Grande giorno per tutti gli italiani“

“È un grande giorno per lo Stato e per tutti gli italiani”. Ad affermarlo è il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “L’arresto del super latitante Mattia Messina Denaro – sottolinea il ministro – è un colpo durissimo per la mafia e la criminalità organizzata. Mi congratulo con i Carabinieri e in particolare con il Ros, il Raggruppamento operativo speciale. Complimenti a tutte le forze dell’ordine e alla magistratura, dalla procura di Palermo alla procura nazionale antimafia, che in questi anni hanno lavorato in silenzio ma incessantemente per ottenere questo importante risultato che simbolicamente arriva all’indomani dell’anniversario della cattura del capo dei capi Toto’ Riina. Alle migliaia di persone che ogni giorno, in silenzio, operano a tutela della legalità e a difesa della giustizia va il grazie di tutti gli italiani – conclude il ministro – Questa è la vittoria delle istituzioni e dei cittadini onesti. La lotta alla mafia non avrà tregua”.

Nordio: “Chiusa stagione più drammatica della Repubblica”

“Oggi con l’arresto di Matteo Messina Denaro si chiude davvero una delle più drammatiche stagioni della storia della Repubblica. Con la cattura dell’ultimo super latitante, si rinnova altresì l’impegno quotidiano nella lotta ad ogni mafia e ad ogni forma di criminalità. Ho voluto subito congratularmi al telefono con il Procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, con il Comandante dei carabinieri Gen. Teo Luzi e con il collega ministro dell’interno, Matteo Piantedosi per questo risultato che è il compimento del lungo e prezioso impegno di tanti magistrati e tanti agenti delle forze dell’ordine: con loro è proseguito il lavoro diá Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tutti i servitori dello Stato, che hanno pagato anche con la vita la difesa dei valori democratici”. Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio, commenta la notizia della cattura del super boss di mafia Matteo Messina Denaro.

De Lucia: “Risultato importantissimo“

“L’arresto di Matteo Messina Denaro è senza dubbio un risultato importantissimo, frutto di lunghe e difficili indagini. Fondamentale è stata la professionalità e la dedizione dell’Arma dei Carabinieri e, in generale, di tutte le forze dell’ordine che in questi anni non hanno mai cessato di cercare l’ultimo boss stragista ancora libero”. Lo ha detto all’ANSA il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia.

Capo Polizia, vittoria per tutte le forze dell’ordine

Il capo della Polizia di Stato – direttore generale della Pubblica Sicurezza Lamberto Giannini con un tweet ha espresso “le sue congratulazioni all’Arma dei Carabinieri e alla Procura della Repubblica di Palermo per lo storico arresto di Matteo Messina Denaro. Una vittoria per tutte le Forze dell’Ordine che in questi lunghi anni hanno collaborato per assicurare alla giustizia il pericoloso latitante”.

Caselli: “Ora possibili sviluppi su stragi mafia”

“L’arresto di Matteo Messina Denaro è un evento di portata eccezionale, semplicemente storico che arriva trent’anni dopo l’arresto di Riina e anche dopo gli arresti di Brusca, Bagarella, Provenzano e tantissimi altri”. Così Gian Carlo Caselli, contattato dall’agenzia LaPresse, aggiunge: “Onore ai carabinieri del Ros e alla Procura di Palermo che hanno fatto questo colpo che porta in carcere un latitante talmente importante per Cosa nostra da esser chiamato dai suoi complici ‘Madre Natura’ e che ebbe certamente un ruolo nelle stragi del 93 – prosegue il magistrato che nella sua lunga carriera è stato, tra l’altro, a capo delle procure di Palermo e Torino – E’ un arresto fondamentale anche per gli sviluppi possibili che potrebbero esserci“.

Maria Falcone: “Grande vittoria per l’Italia. Oggi è una bellissima giornata per il nostro Paese“

“L’arresto di Matteo Messina Denaro, l’ultimo ancora libero dei capi criminali responsabili delle stragi del ’92-’93, è una grande vittoria per tutta l’Italia“. Lo afferma la professoressa Maria Falcone, presidente della Fondazione dedicata al fratello Giovanni. “La gratitudine di tutti noi cittadini – prosegue Maria Falcone – va alla procura di Palermo e ai Ros per questo importantissimo successo. È la riprova che i mafiosi, a dispetto dei loro deliri di onnipotenza, alla fine sono destinati alla sconfitta nel conflitto con lo Stato democratico. Oggi è una bellissima giornata per il nostro Paese” .

I carabinieri ringraziano i palermitani: “La vostra gioia è la nostra”

“La vostra gioia si fonde con la nostra per continuare a costruire insieme una società libera dall’oppressione mafiosa. I vostri ‘grazie ragazzi’ gettano le basi per un futuro migliore e ripagano anni di impegno e duro lavoro”. Così in un tweet l’Arma dei Carabinieri ha voluto ringraziare i cittadini palermitani che questa mattina hanno applaudito gli uomini e le donne del Ros, del Gis e dei comandi territoriali dopo l’arresto del boss Matteo Messina Denaro nella clinica La Maddalena.

La vostra gioia si fonde con la nostra per continuare a costruire insieme una società libera dall’oppressione mafiosa. Redazione CdG 1947

Cattura Matteo Messina Denaro, il colonnello Arcidiacono: «L’ho visto e non ho avuto dubbi». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 17 Gennaio 2023.

L’ufficiale a capo di 100 uomini: «Le manette non servivano. Alla fine lui ci ha ringraziati per come l’abbiamo trattato». «Gli abbiamo dato dell’acqua e chiesto se avesse bisogno di mangiare qualcosa per le medicine»

Come il capitano Ultimo con Totò Riina anche lui ha guidato una squadra di «cacciatori» alla ricerca del superlatitante Matteo Messina Denaro. Ma, a differenza di «Ultimo», a missione compiuta preferisce non indossare il «mefisto» o sciarponi per nascondere la propria identità. Tutt’altro. Il colonnello Lucio Arcidiacono ci mette la faccia e non ha alcun timore a svelare la sua identità. «Sono il comandante di un reparto operativo che ha degli obblighi e ritengo di dover operare in questo modo — replica secco a chi glielo fa notare —, in passato ho più volte testimoniato in vari processi. Non ho nulla da nascondere».

E poi aggiunge: «Anche perché io sono entrato nell’Arma il 28 ottobre del 1993 e un siciliano capisce bene cosa significa». Come a dire: la stagione di sangue culminata con le stragi del ’92-’93 Arcidiacono se la porta dentro come una ferita ancora sanguinante. È questo omaccione nato a Catania 49 anni fa il capo operativo della squadra che, seguendo quello che ci tengono a definire «il metodo dalla Chiesa», ha stretto il cerchio attorno a Messina Denaro. Un passato a capo dei Ros di Catania dove scoperchiò il pentolone delle collusioni tra mafia e politica, anni fa è tornato a Palermo per coordinare la squadra messa su per dare la caccia al boss.

«Io e i mei uomini eravamo sulle sue tracce da almeno 8 anni — spiega—. Prima al reparto anticrimine di Palermo e poi come comandante del primo reparto investigativo che si dedica proprio alla ricerca dei grandi latitanti». Ai suoi ordini almeno un centinaio di militari («ma dei miei non dico nulla») che dopo lunghe indagini fatte di intercettazioni e pedinamenti, soprattutto di natura informatica, hanno intuito che quell’uomo che si spacciava per Andrea Bonafede potesse essere proprio l’ultimo dei grandi latitanti di Cosa nostra. «Tutto è cominciato — racconta — intorno alle 6.30. Sapevamo che Bonafede sarebbe andato alla clinica, ma non avevamo la certezza di chi si celava dietro quel nome. È arrivato a bordo di una Fiat Bravo bianca e si è subito diretto all’accettazione». La cattura però avviene successivamente, fuori dal perimetro della clinica Maddalena. Il sedicente Bonafede «esce su una stradina laterale intorno alle 8.20, probabilmente diretto in un baretto per fare colazione».

Nessuna fuga o resistenza. «Appena ha visto che c’era confusione e il traffico bloccato è solo tornato indietro sulla stessa stradina, ma anche dall’altra parte c’erano i miei uomini». E poi la scena che scioglie ogni dubbio. «Quando l’ho visto l’ho riconosciuto subito, la somiglianza con le foto segnaletiche è impressionante. Mi sono qualificato e gli ho detto se era Messina Denaro. E lui: “Lo sa bene chi sono io”. Poi ce l’ha confermato in modo esplicito». Ha avuto la sensazione che anche lui la conoscesse? «Non lo so». Ma ricorda bene come ha reagito. «Sembrava una persona completamente diversa rispetto allo stereotipo del mafioso. Parla abbastanza bene, ha un tono di voce molto calmo e pacato. Gli abbiamo dato dell’acqua e gli abbiamo chiesto se aveva bisogno di mangiare qualcosa per prendere le medicine. Ci ha risposto che non ne aveva bisogno».

Allo spietato criminale sono state risparmiate le manette. «Ci sono delle regole e vanno rispettate — dice Arcidiacono —. Altrimenti non facciamo il nostro lavoro. Lui ci ha pure ringraziati per come lo abbiamo trattato e forse si è reso conto anche del gran lavoro fatto per catturarlo». La soddisfazione del colonnello Arcidiacono fa a gara con la riconoscenza per i suoi uomini. «In particolare dedico questo successo al nostro maresciallo...». Il riferimento è a Filippo Salvi, morto a Bagheria nel 2007 a soli 36 anni. Precipitò da una collinetta mentre stava piazzando una telecamera. «Non era una delle tante indagini — si commuove Arcidiacono —, era proprio finalizzata alla cattura di Messina Denaro».

Sandra Figliuolo per palermotoday.it il 16 gennaio 2023.

Discreto, sempre lontano dai riflettori, ma da anni sulle tracce di Matteo Messina Denaro, prima alla guida della Dda di Trapani e Agrigento e poi da coordinatore unico - fatto senza precedenti a Palermo - dell'intera Direzione distrettuale, Paolo Guido, 55 anni, originario di Cosenza, oggi era visibilmente commosso. La cattura dell'ultimo dei Corleonesi arriva infatti al culmine di anni di indagini, per le quali aveva la delega dal 2017. Lunghissimo l'abbraccio con i vertici del Ros dei carabinieri, a cominciare dal generale Pasquale Angelosanto, stamattina in Procura. 

"Questo risultato - ha spiegato il magistrato - giunge dopo anni di grande impegno di questo ufficio e delle forze di polizia durante i quali è stata prosciugata la rete di fiancheggiatori del boss Matteo Messina Denaro ed è anche frutto di un difficile e complesso lavoro di coordinamento tra le forze dell'ordine, che in questo momento devono essere tutte ringraziate".

 Negli ultimi anni si è detto e scritto costantemente che "il cerchio attorno al boss si stringe", ma per molto tempo nella rete sono caduti appunto i suoi fiancheggiatori e praticamente tutti i suoi parenti. Solo oggi la svolta che si attendeva da ormai 30 anni.

Paolo Guido è in magistratura dal 1995 e ha indagato anche sulla così detta trattativa, ma - nonostante la fortissima attenzione mediatica sul processo - nel 2012 rifiutò di firmare l'avviso di conclusione delle indagini, non condividendo l'impostazione dei colleghi. Una scelta silenziosa, fatta senza clamore, sulla quale non rilasciò dichiarazioni o interviste. Lontano dai riflettori anche allora.

Mafia, dopo 30 anni di latitanza arrestato boss Matteo Messina Denaro: era in una clinica privata a Palermo. In manette l'uomo che lo accompagnava per le terapie. L'inchiesta che ha portato alla cattura del capomafia di Castelvetrano (Tp) è stata coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Gennaio 2023

Il boss mafioso Matteo Messina Denaro, 60 anni, è stato arrestato dai carabinieri del Ros, dopo 30 anni di latitanza. L'inchiesta che ha portato alla cattura del capomafia di Castelvetrano (Tp) è stata coordinata dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dal procuratore aggiunto Paolo Guido. È stato arrestato all’interno di una clinica privata di Palermo, "La Maddalena", dove si sottoponeva alla chemioterapia dopo essere stato operato un anno fa all'addome. Sul documento falso esibito ai sanitari c'era scritto il nome di Andrea Bonafede. Dopo il blitz è stato trasferito in una località segreta e condotto nella caserma San Lorenzo dai carabinieri, per poi dall'aeroporto di Boccadifalco essere portato in una struttura carceraria di massima sicurezza, proprio come accadde al boss Totò Riina, arrestato il 15 gennaio di 30 anni fa. Denaro da oltre un anno faceva periodicamente controlli in quella struttura, che la scorsa notte durante il blitz del Ros era stata messa in sicurezza con diverse decine di uomini per tutelare tutti gli altri pazienti. Quando è stato arrestato non era allettato, ma si stava facendo i controlli. Non ha opposto resistenza al momento dell'arresto. «Bravi, bravi!». Urla di incoraggiamento e applausi nei confronti dei carabinieri del Ros, da parte di decine di pazienti e loro familiari, hanno accompagnato l’arresto del superlatitante. Insieme a lui è stato arrestato anche Giovanni Luppino, di Campobello di Mazara (Tp), accusato di favoreggiamento. Avrebbe accompagnato il boss alla clinica per le terapie. È un commerciante di olive.

GLI ULTIMI ATTIMI DELLA CATTURA E LA REAZIONE DI GIORGIA MELONI

«Sono Matteo Messina Denaro». Sono state queste le prima parole del boss, che avrebbe cercato di allontanarsi alla vista dei carabinieri. Un tentativo di pochi istanti fermato sul nascere. La certezza è arrivata tre giorni fa, e i magistrati, che da tempo seguivano la pista, hanno dato il via libera per il blitz, I carabinieri del Gis erano già alla clinica Maddalena e il boss, che aveva in programma dopo l’accettazione fatta con il documento falso, prelievi, la visita e la cura, era all’ingresso, a quanto pare al bar, in attesa dell'esito del tampone per il ricovero in day hospital. La clinica intanto è stata circondata dai militari col volto coperto davanti a decine di pazienti. «Una grande vittoria dello Stato che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia»: così il presidente del Consiglio Giorgia Meloni commenta la notizia dell’arresto di Matteo Messina Denaro. «All’indomani dell’anniversario dell’arresto di Totò Riina, un altro capo della criminalità organizzata viene assicurato alla giustizia».

DUE MESI FA IL PENTITO BAIARDO: «È MALATO, POTREBBE CONSEGNARSI»

Due mesi fa, nel mese di novembre, le rivelazioni shock del pentito Salvatore Baiardo a Massimo Giletti per Non è l’Arena su La7 avevano in qualche modo «previsto» la cattura di Matteo Messina Denaro. L’uomo che all’inizio degli anni '90 aveva gestito la latitanza dei fratelli Graviano aveva affermato tra l’altro nel corso dell’intervista: «L'unica speranza dei Graviano è che venga abrogato l’ergastolo ostativo» e sul nuovo governo: «Che arrivi un regalino? Magari presumiamo che un Matteo Messina Denaro sia molto malato e faccia una trattativa per consegnarsi lui stesso per fare un arresto clamoroso?». E anche sulla trattativa Stato-mafia era stato tranciante: «Non è mai finita».

EMILIANO: «DA OGGI L'ITALIA E' PIU' FORTE»

«L'Italia da oggi è più forte. L'arresto di Messina Denaro mi commuove e scarica tutta la rabbia che ho accumulato in tanti anni. Ho telefonato al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri Teo Luzi e al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per esprimere la gratitudine e l’orgoglio di tutti i pugliesi per questa cattura attesa da decenni». Lo scrive su Facebook il governatore pugliese e magistrato in aspettativa Michele Emiliano.

«L'atroce morte dei martiri di tutte le mafie - e in particolare oggi quella degli eroi siciliani - può trovare giustizia. Non fermiamoci. Fino alla vittoria. Viva la Sicilia, Viva l’Italia, Viva l’Arma dei Carabinieri!», conclude Emiliano.

Catturato Matteo Messina Denaro: il pupillo di Totò Riina protagonista delle stragi. Andrea Riccardi su Il Tempo il 17 gennaio 2023

Per molti era il nuovo «capo dei capi». Per altri era rimasto solo un capo di mandamento. Di certo, Matteo Messina Denaro, detto «u siccu», è stato protagonista assoluto di una lunga stagione mafiosa che ha segnato in maniera indelebile il nostro Paese. Messina Denaro «ha partecipato con consapevolezza» alla strategia stragista degli anni Novanta, di cui furono vittime anche Falcone e Borsellino. Il ruolo del boss di Cosa Nostra nella cupola stragista, di cui era l'ultimo esponente in libertà, è stato definito con molta chiarezza da Gabriele Paci. L'attuale capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Trapani indicò la statura mafiosa di "u siccu", nella requisitoria al processo cominciato nel 2017 e concluso dopo tre anni con l'ergastolo: «La decisione di uccidere i due giudici non fu un fatto isolato, ma ben piazzato al centro di una strategia stragista a cui Matteo Messina Denaro ha partecipato con consapevolezza dando disponibilità totale della propria persona, dei propri uomini, del proprio territorio e delle famiglie trapanesi, al piano di Riina che ne fu così rafforzato e che consentì alla follia criminale del capo di Cosa Nostra di continuare nel proprio intento: anzi, piu che di consenso parlerei di totale dedizione alla causa corleonese». Il latitante, originario di Castelvetrano, dove era nato nel 1962, era già stato condannato all'ergastolo per le stragi di Firenze, Roma e Milano in cui morirono dieci persone. Il boss fu anello di collegamento tra le bombe del 1992 pretese da Totò Riina e gli attentati del 1993 voluti da Bernardo Provenzano.

La sua, all'interno di Cosa nostra, fu un'ascesa rapida, e la sua latitanza, il suo essere diventato un fantasma, è stato il «dazio da pagare» per la sua carriera criminale che conosce un punto di svolta quando Totò Riina lo nomina reggente della provincia di Trapani. Il figlio di Francesco "Ciccio" Messina Denaro era il «pupillo» di Totò Riiina. La sua famiglia era storicamente legata a quella di "U curtu". Appena ventenne partecipò attivamente, dalla parte dei corleonesi, alla guerra contro le famiglie ribelli di Marsala e del Belice. «Era il suo successore, una sua creatura. Il futuro di Cosa Nostra in quella provincia (Trapani, ndr) era Messina Denaro, incensurato, sconosciuto alle forze dell'ordine. Ricopriva una posizione invidiabile per quanto riguardava le aspettative di Riina e di suo padre Francesco, ed era libero di muoversi». Così descriveva la sua ascesa criminale il procuratore capo Antonino Patti, nel corso della requisitoria del processo in Corte d'assise d'appello a Caltanissetta. «Nel 91/92 Ciccio Messina Denaro - ha spiegato Patti - non era ancora vecchio e neanche così malato da non poter esercitare il ruolo di capo provincia, ma come reggente scelse il figlio Matteo. Era tutto già stabilito, perché Matteo era capace a livello criminale, attestazione proveniente da Totò Riina il quale gli fece fare un tirocinio di cinque anni. Riina disse, riferendosi a Francesco Messina Denaro, "questo figlio me lo diede per farne quello che dovevo fare"». Matteo Messina Denaro, scrivono i giudici di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza che ha condannato all'ergatolo il boss per le stragi del 1992 - è stato «l'unico a seguire il boss corleonese (...)». «Le famiglie trapanesi, divenute al termine della guerra di mafia dell'81 le più fedeli alleate dei corleonesi spiegavano ancora i giudici sono state le prime ad essere informate da Riina della nuova strategia mafiosa di attacco allo Stato».

Ed è proprio nel 1989 che "U siccu" compare per la prima volta in un fascicolo d'indagine di Paolo Borsellino. Anni più tardi Matteo Massina Denaro avrà un ruolo proprio nell'indicare a Riina i giudici come obiettivi da colpire con le stragi del '93, anno in cui, dopo una vacanza a Forte dei Marmi con i fratelli Graviano, inizia la sua latitanza durata trenta anni. La vita del boss, però, non corre solo parallela alla stagione stragista. Messina Denaro è stato condannato all'ergastolo per decine di omicidi, tra cui quello di Giuseppe Di Matteo, di soli 12 anni. Il ragazzino fu sequestrato per costringere il padre Santino a ritrattare le sue rivelazioni sulla strage di Capaci, e infine sciolto nell'acido. Era il 1996. In quello stesso anno, "U siccu" sarebbe diventato padre di una bimba nata dalla relazione con Franca Alagna, la donna del boss, seconda forse, per importanza, solo alla sorella Patrizia, condannata nel 2018 a 14 anni di carcere per associazione mafiosa.

 Matteo Messina Denaro è stato arrestato dopo 30 anni: giornata nera per la Mafia. Il Tempo il 16 gennaio 2023

"Sì, sono Matteo Messina Denaro". Cinque parole che sanciscono la fine della mafia corleonese, della stagione delle stragi del 1992 e 1993, della Cosa Nostra militare. Trent'anni e un giorno dopo l'arresto di Totò Riina, il capo dei capi, i carabinieri del Ros, dei Gis e dei reparti territoriali di Palermo e Trapani hanno catturato il suo delfino, il giovane boss preferito fra tanti da Riina. I magistrati della direzione distrettuale antimafia di Palermo, guidati dal procuratore aggiunto Paolo Guido, finalmente possono togliersi quello che lo stesso procuratore Maurizio de Lucia ha chiamato "l'ultimo debito che avevamo con lo Stato e i cittadini".

L'hanno catturato mentre stava per sottoporsi a una seduta di chemioterapia nel reparto di Oncologia della clinica La Maddalena di Palermo, nel quartiere San Lorenzo. Si era appena accreditato all'accettazione con il nome falso di Andrea Bonafede, si era sottoposto a tampone per il Covid e stava per sottoporsi agli esami ematici propedeutici alla somministrazione dei farmaci chemioterapici. Nel reparto però non ci è mai arrivato. Un colonnello dei Gis, la punta di diamante dei reparti speciali dell'Arma, lo ha bloccato in un vialetto laterale davanti all'accettazione. Non ha opposto resistenza e senza manette è stato fatto salire su un furgone nero. Prima di essere rinchiuso in un istituto di pena siciliano è passato per la caserma della compagnia di San Lorenzo. "Messina Denaro è compatibile con il regime carcerario e abbiamo chiesto per lui il regime speciale del 41 bis", ha sottolineato il procuratore capo de Lucia. Nelle prossime ore la 'Primula rossa' verrà trasferita in una struttura di massima sicurezza in grado di garantirgli il prosieguo delle cure oncologiche. "La terapia che doveva fare oggi, verrà recuperata nei prossimi giorni", ha assicurato il procuratore aggiunto Paolo Guido che ha coordinato la cattura dell'ultimo dei corleonesi.

Matteo Messina Denaro da un anno era in cura nella clinica di Palermo per cercare di sconfiggere il cancro. La malattia si era presentata alcuni anni fa al colon, tanto che si era sottoposto a un primo intervento chirurgico due anni fa per ridurre il tumore al tratto dell'intestino. Ma il male non era stato sconfitto e l'anno scorso i medici della Maddalena gli avevano diagnosticato alcune metastasi al fegato. Gli stessi medici della casa di cura lo operarono per rimuoverle e ora Messina Denaro stava sottoponendosi ai cicli di chemioterapia previsti dai protocolli. Il cancro dunque, una malattia umana, è stata determinante nella sua cattura. Le cure per provare a restare in vita lo hanno esposto, ne hanno minato l'ermetica protezione, l'hanno costretto a cedere sulla maniacale rete di protezione.

Con lui è stato arrestato per favoreggiamento Giovanni Luppino incensurato di Campobello di Mazara (gestiva un centro per la raccolta delle olive a Nocellara del Belice), che faceva da autista al boss. Le indagini sulla cattura hanno avuto un'accelerata decisiva a fine anno quando nelle intercettazioni di familiari e possibili fiancheggiatori è stato fatto il nome di Andrea Bonafede legato a questioni mediche. Il lavoro certosino con il database del sistema sanitario nazionale hanno definitivamente chiuso il cerchio. Per oggi era prenotata la chemioterapia per un uomo siciliano di 60 anni. "E lo stesso uomo tre giorni fa si era sottoposto a una visita oculistica all'occhio sinistro. A quel punto - svela l'aggiunto Guido - abbiamo capito che poteva essere lui".

Messina Denaro, il procuratore capo: "Pagato il debito con le vittime, ma la mafia non è sconfitta". In conferenza stampa, la procura di Palermo e l'Arma dei carabinieri hanno confermato con orgoglio la cattura di Messina Denaro: "Saldato un debito con le vittime". Francesca Galici il 17 Gennaio 2023 su Il Giornale. il 16 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Poco prima della conferenza stampa indetta per le 17, davanti alla caserma Carlo Alberto Dalla Chiesa di Palermo, sede della Legione carabinieri Sicilia, è stato affisso un cartello. "Grazie", si legge a grandi lettere. Una parola che oggi i palermitani hanno detto più volte, soprattutto ai ragazzi dei reparti speciali dei carabinieri che hanno arrestato Matteo Messina Denaro. "Siamo particolarmente orgogliosi del lavoro fatto questa mattina che chiude il lavoro fatto da tutte le forze di polizia dello Stato", ha dichiarato Maurizio De Lucia, procuratore della Repubblica di Palermo.

Arrestato il boss Matteo Messina Denaro: era latitante da 30 anni

"Abbiamo catturato l'ultimo stragista del periodo 92-93. Abbiamo saldato un debito con le vittime", ha aggiunto il procuratore. De Lucia ha sottolineato come Matteo Messina Denaro sia stato portato via senza manette: "Abbiamo catturato un latitante pericolosissimo senza alcuna violenza né con l'uso delle manette, come un Paese democratico pretende". Per lui è stato proposto il regime 41-bis presso una casa circondariale che non può essere divulgata.

L'individuazione di Messina Denaro

In conferenza stampa è intervenuto anche il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros dei Carabinieri: "Dopo un percorso investigativo durato molti anni nell'ultimo periodo abbiamo acquisito elementi legati alla salute del latitante, e al fatto che stesse frequentando una struttura sanitaria per curare la sua malattia". Il generale, che questa mattina con un video ha comunicato l'avvenuta cattura, ha sottolineato che "il lavoro è stato caratterizzato da rapidità, riservatezza, e dal modo che ci ha consentito in poche settimane gli elementi per individuare una data, quella di oggi, in cui Messina Denaro si sarebbe sottoposto ad accertamenti".

Il generale ha voluto evidenziare il duro lavoro effettuato negli ultimi mesi, rivelando che "i nostri hanno passato le ultime feste natalizio a lavorare per arrivare a questo arresto". Questo risultato storico "è frutto del lavoro di tanti", ha proseguito Angelosanto, che rispondendo a una domanda dei giornalisti ha spiegato che "l'accostamento della persona con il nome falso al latitante era stato ipotizzato nei giorni scorsi, ma è stato accertato stamattina. Il riscontro lo abbiamo avuto stamattina".

Le condizioni di Messina Denaro

Il colonnello Giuseppe Arcidiacono, comandante provincia dei carabinieri di Palermo, ha dichiarato: "Il latitante si è palesato subito nella sua identità, e guardandolo c'era anche poco da verificare, il volto è quello che ci aspettavamo di trovare". Il colonnello ha sottolineato che Messina Denaro non ha opposto alcuna resistenza e che le sue condizioni di salute generali siano buone, compatibili con quelle di un sessantenne in cura: "non abbiamo trovato un uomo distrutto e in bassa fortuna. Era in apparente buona salute, assolutamente curato. Insomma, un profilo di un uomo di 60 anni in buone condizioni economiche". Per questo motivo, il procuratore Guido ha riferito di condizioni compatibili con il carcere.

"Era ben vestito, indossava capi decisamente di lusso, possiamo desumere da questo che le sue condizioni economiche erano tutt'altro che difficili", ha aggiunto Guido. In queste ore sono in corso perquisizioni, come ha aggiunto il procuratore aggiunto Paolo Guido, e sono attualmente in corso le indagini sulla rete di protezioni. Al momento dell'arresto il boss Matteo Messina Denaro indossava un orologio da 30-35 mila euro. Al momento il boss non ha ancora parlato e non è stato ancora interrogato.

I fiancheggiatori di Messina Denaro

Messina Denaro ha fruito di una importante copertura che ha agevolato la sua latitanza: "C'è una fetta di borghesia mafiosa che ha aiutato questa latitanza, su questo abbiamo contezza e ci sono in corso delle indagini". Al momento, gli inquirenti non hanno "elementi su presunto coinvolgimento o complicità da parte della clinica, il latitante aveva fornito documenti falsi. Naturalmente gli accertamenti sono all'inizio". Gli inquirenti hanno anche sottolineato come sia stato fondamentale il lavoro svolto negli ultimi anni, con gli arresti che si sono susseguiti e che "hanno ristretto la rete di protezione di Messina Denaro". Il procuratore De Lucia ha voluto mettere in evidenza l'importanza delle intercettazioni telefoniche, senza le quali "non si possono fare indagini e le indagini non portano da nessuna parte, questo deve essere chiaro. Anche in questa operazione le intercettazioni sono state fondamentali".

Il futuro dei mandamenti dopo l'arresto

L'arresto di Matteo Messina Denaro crea inevitabilmente un terremoto nei mandamenti mafiosi. "Sono in corso attività di indagine sul territorio trapanese da cui trarremo elementi ma da cui emerge piena fiducia su Matteo Messina Denaro. Fino a ieri continuava a essere il capo della provincia. Da domani vedremo", ha spiegato il procuratore aggiunto Paolo Guido sugli assetti dei vertici di Cosa nostra dopo l'arresto. Matteo Messina Denaro questa mattina proveniva "dall'area trapanese ma di più non posso dire perchè ci stiamo lavorando", ha dichiarato Maurizio De Lucia. Gli equilibri cambieranno necessariamente da domani, considerando che, come ha sottolineato il procuratore De Lucia, "era un capo operativo con un ruolo di garanzia importante per la gestione degli affari" ma non veniva considerato il capo di Cosa nostra.

I parenti intercettati e le cartelle cliniche. I segreti del blitz su Messina Denaro. Tecniche ultra moderne e ascolto delle telefonate. La "terra bruciata" attorno al boss. La profezia (smentita) del pentito Baiardo e il giallo dei due anni di visite. Luca Fazzo il 17 Gennaio 2023 su Il Giornale.

«Andrea Bonafede. Data di nascita: 23/10/1963. Statura: 1,77. Fumatore: sì fino a 15 anni fa». É la cartella clinica del dipartimento oncologico di III livello dell'ospedale Maddalena di Palermo il penultimo tassello della caccia a Matteo Messina Denaro. A quel «penultimo miglio», come lo chiamano ieri gli inquirenti, i carabinieri del Ros arrivano incrociando due strumenti. Da una parte un codice alfanumerico, le tecniche ultramoderne di incrocio dei database. Dall'altro l'ascolto metodico, paziente, di ogni intercettazione, anche la più apparentemente innocua. É in questa tenaglia che si frantuma la latitanza trentennale dell'ultimo padrino. Ma questa tenaglia non sarebbe scattata se intorno al boss non fosse stata fatta metodicamente terra bruciata per anni, arrestando chiunque potesse muoverglisi attorno, asciugando il mare in cui ha nuotato per anni indisturbato. Tagliando le entrate a furia di sequestri. E riducendo il numero dei fedelissimi insospettabili, quelli in grado di aiutarlo senza diventare il gancio di traino per le indagini. Come Giovanni Luppino, il coltivatore che gli faceva da autista nel su e giù tra il covo nel Trapanese e l'ospedale palermitano. É l'uomo sovrappeso, che due carabinieri trascinano via dall'ospedale sotto la pioggia, subito dopo la cattura di Messina Denaro.

«Iddu è malato». Di frasi come questa, nelle conversazioni degli ultimi anni ne era stata intercettata più di una. Una pista, ma troppo vaga per essere davvero sfruttata. Poi, più recentemente, il passo in avanti decisivo. Sempre da una intercettazione, si riesce a circoscrivere la patologia di cui soffre il fuggiasco: tumore al colon. Un guaio da cui si guarisce, ma che necessita di cure sollecite. Da lì parte l'intuizione chiave: frugare nei cervelloni del Sistema sanitario nazionale alla ricerca di pazienti sospetti passati per gli ospedali pubblici e le cliniche private. Maschi, intorno ai sessant'anni. Migliaia di nomi. Parte la caccia alle anomalie, alle incongruenze. Indirizzi che non coincidono, giorni di visita incongruenti. All'inizio di dicembre, la rosa ormai è ristretta a una manciata di nomi. L'unico che corrisponde a tutti i criteri è quell'Andrea Bonafede che da due anni, periodicamente, fa visita al day hospital della Maddalena, dove nel gennaio 2021 gli scoprono una metastasi al fegato. Iniziano i quattro cicli di chemio. «Si faceva chiamare Andrea, era elegante e gentile, portava in regalo le taniche del suo olio», raccontano ieri pazienti e medici. A maggio 2021 resezione del fegato, per eliminare parte delle metastasi. «Mettetemi a posto che devo tornare in palestra», scherza Andrea".

Ma quando i carabinieri vanno a Campobello di Mazara a vedere che faccia ha questo Andrea Bonafede scoprono che il geometra, nipote di un vecchio mafioso, sta meglio di loro. E allora chi è che va farsi curare a Palermo a nome suo?

Da quel momento la strada è tutta in discesa. La difficoltà maggiore sta nel tenere i vertici della clinica all'oscuro di tutto, perchè siamo a Palermo, e la soffiata giusta è sempre in agguato. Ma i sistemi informatici della Maddalena sono sotto intercettazione, ogni volta che il nome Bonafede viene digitato, in una caserma dei Ros una luce si accende. Quando viene fissata la visita per la giornata di ieri, la vera sfida è organizzare un bliz che resti invisibile fino all'ultimo istante, un apparato di cento uomini pronto a smaterializzarsi se non parte il «via». Altrimenti la pista è bruciata, come altre volte.

Lui, il boss, non ha mai pensato di consegnarsi. Voleva vivere da uomo libero i suoi ultimi anni, ma per vivere doveva curarsi: e questo alla fine gli è stato fatale. Ieri rispunta una intervista a un pentito, Salvatore Baiardo, che in novembre aveva detto a Non è l'Arena: «Chissà che al nuovo governo non arrivi un regalino, che Messina Denaro sia malato e faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi». Risponde secco il procuratore aggiunto Paolo Guido: «Coincidenza, è stata una indagine pura». E tutto sembra dire che è proprio così.

Pedinamenti, intercettazioni, analisi: cosa c'è dietro l'arresto del boss. Carabinieri e magistratura hanno condotto un'indagine tradizionale per arrivare alla cattura di Matteo Messina Denaro, fermato dai reparti speciali dei carabinieri. Francesca Galici il 16 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Al momento non emergono né pentiti, né soffiate, né confidenti nell'arresto di Matteo Messina Denaro questa mattina nella clinica Maddalena di Palermo. La magistratura e i carabinieri sono arrivati alla sua cattura eseguendo quella che oggi viene chiama un'indagine "tradizionale". Lavorando sottotraccia e in totale silenzio per evitare fughe di notizie e che avrebbero annullato i risultati raggiunti, da mesi gli inquirenti erano sulle tracce dell'ultimo boss di Cosa nostra.

Arrestato il boss Matteo Messina Denaro: era latitante da 30 anni

Le intercettazioni

Da almeno tre mesi, le telefonate dei familiari degli esponenti di spicco delle famiglie erano al centro dell'attenzione. Ovviamente, le persone intercettate erano ben consapevoli di essere ascoltate e cercavano in tutti i modi di utilizzare un codice che non fosse comprensibile ma non potevano fare a meno di parlare di determinati argomenti. È da queste telefonate che è emersa la grave malattia di Matteo Messina Denaro ed è tramite le intercettazioni che gli inquirenti hanno scoperto le due operazioni del boss di Castelvetrano, una subita per un tumore al fegato e una per il morbo di Crohn.

L'intervento subìto in pieno Covid

Per altro, uno dei due interventi è stato effettuato durante il periodo del Covid, quando erano poche le operazioni che venivano compiute, a meno che non si trattasse di urgenze. Ed è proprio da qui che sono partiti gli inquirenti, scandagliando i registri della centrale nazionale del ministero della Salute che conserva i dati sui malati oncologici. Confrontando le informazioni ottenute mediante le intercettazioni con quelle ufficiali delle cliniche e degli ospedali sono riusciti a restringere il campo di ricerca. Poi, l'elenco si è ridotto sulla base dell'età, del sesso e della provenienza che, sapevano i pm, avrebbe dovuto avere il malato ricercato. Alla fine tra i nomi sospetti è finito quello di Andrea Bonafede, nipote di un fedelissimo del boss, residente a Campobello di Mazara.

L'alias usato da Messina Denaro per le cure

Le attenzioni si sono concentrate su Bonafede ma dopo un'accurata ricerca, la magistratura e i carabinieri hanno potuto appurare che Andrea Bonafede nel giorno in cui risultava essere stata compiuta l'operazione si trovava da tutt'altra parte. A quel punto, appurato che il suo nome e le sue generalità erano state utilizzate da un'altra persona, è emersa la possibilità che dietro potesse esserci proprio Messina Denaro. Le indagini hanno poi confermato che stamattina Messina Denaro, utilizzando proprio lo pseudonimo di Andrea Bonafede, si sarebbe dovuto sottoporre alla chemio e, certi di essere molto vicini al capomafia. i carabinieri sono andati in clinica. Il boss era arrivato lì con il suo favoreggiatore a bordo di un'auto e vedendo i militari ha fatto per allontanarsi, ma è stato bloccato al bar.

Il lavoro dei reparti speciali dei carabinieri

A catturare Matteo Messina Denaro, latitante da 30 anni e condannato per una serie di omicidi, stragi e altri reati minori, sono stati i carabinieri del Ros, del Gis e i militari della Legione Sicilia in un blitz che ha coinvolto centinaia di uomini e che è durata una manciata di minuti. Dai pedinamenti, al blitz, passando per le intercettazioni e le operazioni sotto copertura, i reparti speciali dei carabinieri ancora una volta si sono rivelati determinanti per l'assicurazione alla giustizia di pericolosi malviventi. Chi si trovava all'esterno della clinica questa mattina li ha visti uscire armati, con le loro uniformi speciali, coperti dai fedelissimi passamontagna mefisto che ne celano l'identità. "Presidente, benvenuta, se vuole salire le faccio conoscere chi ha lavorato sull'arresto di Messina Denaro", ha detto quest'oggi il procuratore di Palermo, Maurizio de Lucia, accogliendo Giorgia Meloni, giunta a Palermo per congratularsi con gli inquirenti per l'arresto.

Arrestato Matteo Messina Denaro: il boss di Cosa Nostra era latitante da 30 anni. Lara Sirignano e Redazione Cronaca su Il Corriere della Sera il 16 Gennaio 2023.

L’arresto oggi a Palermo, nella clinica privata Maddalena. Era ricercato da 30 anni e numero uno dei ricercati. Avrebbe tentato di scappare. Il primo omicidio a 18 anni: «Con le persone che ho ucciso io si potrebbe fare un camposanto»

È stato arrestato Matteo Messina Denaro . Il boss, 60 anni, era latitante da 30 e ricercato numero uno in Italia. L’uomo si trovava ricoverato nella clinica privata «La Maddalena» di Palermo in «day hospital», dove, secondo fonti della clinica stessa (leggi tutti i particolari dell’indagine «durata da molto tempo») si stava sottoponendo a cure per un tumore da almeno un anno. L’operazione è stata effettuata dai carabinieri dei Ros di Palermo: ne ha dato notizia il comandante Pasquale Angelosanto.

Secondo la testimonianza della direttrice della clinica stessa, Messina Denaro avrebbe provato a scappare ma sarebbe stato catturato dai carabinieri. Poi però, più tardi nel corso della conferenza stampa iniziata nel pomeriggio, gli investigatori hanno detto che il superboss «non ha opposto alcuna resistenza e ha subito dichiarato di essere il soggetto da noi ricercato. Guardandolo c’era poco da dubitare perché il volto era quello che ci aspettavamo di trovare». A chiarirlo è stato il colonnello Lucio Arcidiacono, a capo del primo reparto investigativo servizio centrale del Ros ch ha coordinato il blitz in prima linea.

Le sue prime parole ai militari — che gli hanno chiesto: «Come ti chiami?» — sono state proprio: «Sono Matteo Messina Denaro». La certezza che fosse lui era arrivata tre giorni fa, sebbene solo stamattina è giunto «l’effettivo riscontro sull’identità» ha detto Pasquale Angelosanto nel corso della conferenza stampa in corso ora (vedi la diretta). I magistrati, che da tempo seguivano la pista, hanno dunque dato subito il via libera per il blitz, scattato alle 9 di oggi, 16 gennaio. Denaro — trovato «in salute e buone condizioni economiche», tanto che «indossava beni di lusso» tra cui un orologio da 35.000 euro — si faceva chiamare «Andrea Bonafede» e sulla carta d’identità — da capire come falsificata, visto che le generalità appaiono a una persona realmente esistente, mentre sul documento compariva una foto del boss — si definiva «geometra». Con lui è stato arrestato anche il suo autista, Giovanni Luppino, risultato un commerciante di olive a Campobello di Mazara e che è «totalmente incensurato» oltre che «perfetto sconosciuto».

Dopo l’arresto, l’ormai ex superlatitante Matteo Messina Denaro è stato trasferito alla Caserma San Lorenzo, in via Perpignano. E da qui all’aeroporto Boccadifalco, dove verrà tradotto in una struttura carceraria di massima sicurezza (al momento top secret). Denaro, a quanto si apprende da fonti investigative, faceva periodicamente controlli in quella struttura , che la scorsa notte durante il blitz del Ros — a cui hanno collaborato anche i Gis — era stata messa in sicurezza con diverse decine di uomini per tutelare tutti gli altri pazienti.

«Matteo Messina Denaro è stato catturato grazie al metodo Dalla Chiesa, cioè la raccolta di tantissimi dati informativi dei tanti reparti dei carabinieri, sulla strada, attraverso intercettazioni telefoniche, banche dati dello Stato, delle regioni amministrative per portare all’arresto di questa mattina». Lo dice il comandante dei carabinieri Teo Luzi, arrivato a Palermo. «Una grande soddisfazione perché è un risultato straordinario — aggiunge Luzi —. Messina Denaro era un personaggio di primissimo piano operativo, ma anche da un punto di vista simbolico perché è stato uno dei grandi protagonisti dell’attacco allo Stato con le stragi. Risultato reso possibile dalla determinazione e dal metodo utilizzato. Determinazione perché per 30 anni abbiamo voluto arrivare alla sua cattura soprattutto in questi ultimi anni con un grandissimo impiego di personale e di ricorse strumentali». «Un risultato — conclude Luzi — grazie al lavoro fatto anche dalle altre forze di polizia particolare dalla polizia di Stato. La lotta a “cosa nostra” prosegue. Il cerchio non si chiude. È un risultato che dà coraggio che ci dà nuovi stimoli ad andare avanti e ci dà metodo di lavoro per il futuro, la lotta alla criminalità organizzata è uno dei temi fondamentali di tutti gli stati».

Ma che ruolo aveva Messina Denaro all’interno di Cosa Nostra? «Era un capo operativo ma la leadership di cosa nostra non era sua esclusiva» ha detto il procuratore De Lucia. E poi aveva «un ruolo di garanzia importante per la gestione degli affari». E ancora: «La sua latitanza si è svolta in varie parti del territorio nazionale, l’ultima parte in Sicilia».

In che condizioni è stato trovato il superboss? «Non era armato né indossava alcuna protezione. Era in linea con il profilo del paziente medio che frequenta la clinica». Lo ha detto l’aggiunto Paolo Guido rispondendo a un giornalista che chiedeva se al boss fosse stata trovata un’arma.

Aveva complicità nella clinica, l’oramai ex superlatitante? «Allo stato non abbiamo elementi su presunto coinvolgimento o complicità da parte della clinica, il latitante aveva fornito documenti falsi. Naturalmente gli accertamenti sono all’inizio» ha detto il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, nel corso della conferenza stampa. La clinica non sarebbe nemmeno stata «coinvolta nelle indagini». E ancora: per il magistrato «senza le intercettazioni non si possono fare indagini e le indagini non portano da nessuna parte, questo deve essere chiaro. Anche in questa operazione le intercettazioni sono state fondamentali». Quanto alle sue condizioni, per la Procura «sono compatibili con la detenzione in carcere» e «nei prossimi giorni farà la chemioterapia in una struttura adeguata»,

Dove sarà rinchiuso il boss di «cosa nostra» e quale sarà il regime carcerario al quale sarà sottoposto? «Ancora, in questo momento, non possiamo rispondere su quale sarà la struttura penitenziaria a cui sarà destinato Matteo Messina Denaro» ha detto Guido chiarendo che è stato già proposto il 41 bis per il detenuto.

Quanto alla carta d’identità, come detto, «il documento trovato nelle mani del latitante a prima vista sembra autentico, dobbiamo aspettare accertamenti» ha chiarito Angelosanto. «L’indirizzo è quello della persona titolare formale della carta di identità — ha aggiunto riferendosi alla carta di identità in possesso del boss Matteo Messina Denaro — ma il documento deve essere ancora oggetto di una analisi tecnico scientifica», ha ribadito.

Originario di Castelvetrano, aveva negli anni allargato il suo potere ad altri mandamenti mafiosi della Sicilia , specialmente dopo l’arresto di Totò Riina, Bernardo Provenzano e i fratelli Graviano. Ritenuto depositario di mille segreti, Messina Denaro deve scontare ergastoli per decine di omicidi tra i quali quello per l’assassinio del piccolo Giuseppe Di Matteo , figlio del pentito strangolato e sciolto nell’acido dopo due anni di prigionia, per le stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e per gli attentati di Firenze, Milano e Roma del 93. Il primo omicidio a 18 anni. «Con le persone che ho ammazzato io, potrei fare un cimitero», confidava a un amico.

Fedelissimo dell’ala stragista di Cosa nostra, quella dei corleonesi, sarebbe stato presente al summit voluto da Riina, nell’ottobre del 1991, in cui fu deciso il piano di morte che aveva come obiettivi Falcone e Borsellino. I pentiti raccontano, poi, che faceva parte del commando che avrebbe dovuto eliminare Falcone a Roma, tanto da aver preso parte ai pedinamenti e ai sopralluoghi organizzati per l’attentato. Da Palermo, però, arrivò lo stop di Riina. E Falcone venne ucciso qualche mese dopo a Capaci.

La sua latitanza comincia a giugno del 1993. In una scritta alla fidanzata dell’epoca, Angela, preannuncia l’inizio della vita da Primula Rossa. «Sentirai parlare di me — le scrive facendo intendere di essere a conoscenza che di lì a poco il suo nome sarebbe stato associato a gravi fatti di sangue — mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità».

Matteo Messina Denaro è stato condannato all’ergastolo come mandante delle stragi di Capaci e via D’Amelio. «È una grande vittoria dello Stato, che dimostra di non arrendersi di fronte alla mafia», sono le prima parole postate su Twitter dalla premier Giorgia Meloni. «Grandissima soddisfazione per un risultato storico nella lotta alla mafia», ha detto invece il ministro dell’interno Matteo Piantedosi appena appresa la notizia.«È una giornata storica per la Sicilia, una cattura eccellente. Frutto di impegno e di sacrificio. Risultato ed evidenza di uno Stato che c’è, che è accanto ai cittadini e in particolare ai siciliani», afferma invece il presidente di Confindustria Sicilia, Alessandro Albanese.

Estratto dell’articolo di Grazia Longo per “la Stampa” il 17 gennaio 2022. 

Il generale di divisione Pasquale Angelosanto è il comandante del Ros, Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, nato come prosecuzione delle Sezioni anticrimine create dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa durante gli Anni di piombo.

 […] Come sarà la nuova mafia ora che il super latitante è stato sconfitto?

«[…] L'arresto dell'ultimo dei Corleonesi rompe definitivamente con il passato, proprio perché l'ultimo degli stragisti era lui. E ora che la parentesi corleonese si è chiusa definitivamente, gli assetti sono destinati a cambiare. Ci sarà una nuova mimetizzazione sul territorio, senza più quella contrapposizione allo Stato tipica dello stragismo.

Ci dovremo aspettare più corruzione, più affari, più business e meno stragi. Le mafie evolvono e cercano spazi nuovi, nuove strutture di holding criminale su tutto ciò che produce reddito. Dai grandi appalti con i fondi del Pnrr alla Green Economy».

 […] In che modo avete fatto convergere le indagini sul boss?

«Già in passato avevamo indicazioni che avesse problemi di salute e su queste notizie abbiamo lavorato in modo da individuare le persone che avevano accesso alla struttura sanitaria e che avevano una particolare patologia. Nell'ultimo periodo c'è stata un'accelerazione perché via via che si scremava la lista di persone, ci siamo concentrati su pochi soggetti fino ad individuare il nome di Andrea Bonafede […]».

Per trovarlo è stato prezioso l'aiuto di informatori o collaboratori di giustizia?

«No, abbiamo proceduto esclusivamente grazie alle indagini e alle intercettazioni. Negli ultimi dieci anni, grazie alla nostra attività tecnica e investigativa, abbiamo contribuito molto a ridurre il potere di vari mandamenti. Alcuni nostri interventi hanno indebolito molto Cosa nostra se si pensa che in dieci anni abbiamo arrestato oltre 100 associati e abbiamo provveduto a sequestrare beni per 150 milioni di euro. […]».

 Lo scorso novembre Salvatore Baiardo, che aveva gestito la latitanza dei fratelli Graviano, parlò pubblicamente della grave malattia di Messina Denaro. Questa cosa vi ha aiutato?

«No, perché noi già lo sapevamo e ci stavamo lavorando».

 Ma com' è possibile che sia rimasto latitante per 30 anni? Chi lo ha aiutato?

«È stato protetto dalla sua rete di favoreggiatori e organizzazioni mafiose, oltre a coloro che hanno stretto affari con lui». […]

 Negli anni passati, in precedenti operazioni investigative, l'arresto è saltato all'ultimo minuto. Ci sono state talpe che lo hanno informato, come ipotizzato anche dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Teresa Principato?

«Le talpe ci sono state e sono anche state arrestate per favoreggiamento con l'aggravante mafiosa. Purtroppo si tratta di appartenenti infedeli alle forze di polizia». […]

L’ultimo padrino. Il comandante del Ros spiega il «metodo Dalla Chiesa» dietro l’arresto di Messina Denaro. L’Inkiesta il 17 Gennaio 2023.

«La sua lezione era fondata su due pilastri: lo studio dei fenomeni e l’attività dinamica di controllo sul territorio», dice Pasquale Angelosanto. Trovato il covo del latitante a Campobello di Mazara, paese del favoreggiatore Giovanni Luppino, finito in manette insieme al capomafia

«Ho avuto l’impressione di avere davanti un capo di Cosa nostra sconfitto». Il generale Pasquale Angelosanto, comandante del Ros che ha guidato l’arresto di Matteo Messina Denaro, racconta a Repubblica come si è arrivati all’arresto del boss mafioso latitante da 30 anni.

«Quella che non dimenticherò mai è l’ora più lunga, che è trascorsa dal momento in cui siamo entrati in azione nella clinica a quando siamo stati sicuri che si trattava proprio di Messina Denaro», dice. «Io ci ho creduto moltissimo, perché ci siamo mossi sulla base di un dato che era oggettivo. Sapevamo che un soggetto con determinate generalità aveva prenotato una chemioterapia. L’ipotesi quindi aveva un fondamento solido, ma la certezza l’abbiamo raggiunta soltanto quando l’abbiamo bloccato».

A portarli alla clinica La Maddalena di Palermo è stato quello che tutti chiamano il «metodo Dalla Chiesa». Il Ros, Raggruppamento operativo speciale, è nato proprio per sistematizzare gli insegnamenti del Generale ucciso dalla mafia nel 1982 a Palermo: la capacità di agire come invisibili, infiltrandosi dove i criminali si sentono più sicuri, avendo però il vantaggio degli strumenti tecnologici più avanzati. «La sua lezione era fondata su due pilastri: lo studio dei fenomeni e l’attività dinamica di controllo sul territorio, che sono la base del metodo del Ros», dice Angelosanto. «Dalla Chiesa aveva anche sottolineato l’importanza della tecnologia ed è in questo campo che rispetto a 50 anni fa ci sono stati gli sviluppi più importanti. Credo che su questo fronte noi possiamo conquistare un vero vantaggio e arrivare a essere un passo avanti rispetto alla criminalità organizzata».

Perché «un’indagine di questo tipo si sviluppa sempre su livelli diversi. C’è quello tecnico, soprattutto con le intercettazioni. Quello dinamico, con i pedinamenti e i controlli sul territorio. E quello informativo, per valutare qualsiasi spunto possa contribuire a integrare il quadro delle ricerche. In questo caso ci hanno colpito le discussioni che familiari e fiancheggiatori facevano su una specifica patologia oncologica. Ovviamente, temevano le intercettazioni e non ne parlavano riferendosi al latitante ma quelle attenzioni non ci sono sembrate frutto di un interesse scientifico astratto: era chiaro che tante preoccupazioni erano rivolte a una persona che per loro aveva grande importanza». Il generale dice inoltre che erano convinti che Messina Denaro «si muovesse solo in Sicilia, senza allontanarsi dai suoi territori. Per questo abbiamo ristretto le ricerche alla provincia di Trapani e a Palermo, arrivando a focalizzarci su un soggetto di Campobello di Mazara: il cuore del mandamento di Messina Denaro. Quella ci è sembrata l’ipotesi più solida, su cui concentrare la nostra attività».

Ma prima di arrivare alla cattura, per oltre dieci anni è stata fatta terra bruciata sulla rete di protezione attorno al latitante. Le indagini hanno provocato «un logoramento dell’organizzazione militare e di quella economica che permetteva la latitanza, in modo da depotenziarla», dice il Comandante. «Soltanto noi carabinieri abbiamo arrestato quasi cento persone e sequestrato beni per 150 milioni: sono colpi che ogni volta hanno obbligato la sua rete a creare nuove relazioni e hanno messo in difficoltà i loro metodi di finanziamento». Insomma, «l’effetto complessivo è stato quello di renderlo più vulnerabile».

Ma in questi trent’anni di latitanza, Messina Denaro «è rimasto a capo dei tre mandamenti che compongono la provincia mafiosa di Trapani e ha fatto parte di quella cordata corleonese che ha preso il dominio della Cupola per poi sfidare lo Stato con le stragi. Era l’ultimo uomo in libertà tra quelli che hanno deciso quella strategia. Dalle nostre indagini e da quelle delle altre forze di polizia emergono i tentativi di dare nuovi assetti a Cosa nostra, ricostruendone le strutture di vertice: per due volte hanno cercato di riformare una cupola. Siamo riusciti a intercettare questi piani di assestamento e contrastarli: se saremo bravi, gli impediremo di farla rinascere».

I carabinieri hanno trovato il covo del latitante a Campobello di Mazara, nel trapanese, paese del favoreggiatore Giovanni Luppino, finito in manette insieme al capomafia. Il nascondiglio, secondo quanto si apprende, è nel centro abitato.

E ora si prosegue a indagare per capire chi lo ha protetto. «Le indagini sulle coperture stanno proseguendo, anche in queste ore. Come tutti quelli che si occupano di criminalità organizzata, so benissimo che la forza delle mafie consiste nella capacità di gestire relazioni esterne», spiega Angelosanto. «Queste sono intessute con pezzi della borghesia: imprenditori, professionisti, funzionari della pubblica amministrazione. Ma bisogna sempre tenere presente che sono rapporti personali, non con intere categorie: le generalizzazioni non aiutano le inchieste».

Estratto dell’articolo di S.P. per “la Repubblica” il 17 gennaio 2022.

«Quando me lo sono trovato davanti l'ho subito riconosciuto. Era lui, l'uomo delle fotografie viste tante volte». Il colonnello Lucio Arcidiacono e la sua squadra del Ros dà la caccia a Matteo Messina Denaro da otto anni.

 Cosa ha provato a stargli faccia a faccia?

«Un'emozione grande, mi sono arruolato nei carabinieri un anno dopo le stragi Falcone e Borsellino».

 Lei non ha paura a mostrare il suo volto?

«Sono il comandante di una squadra, ho degli obblighi nei confronti dei miei uomini e della comunità. […]».

 Cosa le ha detto Messina Denaro quando l'ha ammanettato?

«Mi ha detto: "Lei lo sa chi sono io". E poi ha aggiunto: "Mi chiamo Matteo Messina Denaro"». […]

Dopo tanti anni di indagini, se l'aspettava così Matteo Messina Denaro?

«Le indagini di questi anni ci hanno sempre rassegnato l'immagine di un mafioso diverso dagli altri: prima stragista, poi aveva intrapreso un suo percorso, tutto dedito agli affari. Ebbene, oggi abbiamo avuto la conferma: è all'opposto dello stereotipo del classico mafioso di un tempo».

 Cosa l'ha colpito di più?

«Indossava un orologio molto costoso: un Richard Mille da 30 mila euro. E poi parla abbastanza bene, ha un tono di voce calmo, pacato».

Cosa vi ha detto nella sede della vostra squadra, all'aeroporto di Boccadifalco?

«Ci ha fatto i complimenti per come lo avevamo trattato nelle fasi dell'arresto e poi ci ha dato atto del lungo lavoro fatto per arrivare alla sua cattura. […]».

Alfio Sciacca per il “Corriere della Sera” il 17 gennaio 2022.

 […] Il colonnello Lucio Arcidiacono ci mette la faccia e non ha alcun timore a svelare la sua identità. […] Allo spietato criminale sono state risparmiate le manette. «Ci sono delle regole e vanno rispettate - dice Arcidiacono -. Altrimenti non facciamo il nostro lavoro. Lui ci ha pure ringraziati per come lo abbiamo trattato e forse si è reso conto anche del gran lavoro fatto per catturarlo». […] «In particolare dedico questo successo al nostro maresciallo...». Il riferimento è a Filippo Salvi, morto a Bagheria nel 2007 a soli 36 anni. Precipitò da una collinetta mentre stava piazzando una telecamera. «Non era una delle tante indagini […], era proprio finalizzata alla cattura di Messina Denaro».

Estratto dell’articolo di Virginia Piccolillo per il “Corriere della Sera” il 17 gennaio 2022.

 Trent'anni di mistero sul suo volto e di voci su chirurgie facciali che l'avrebbero reso irriconoscibile e poi la sorpresa: Matteo Messina Denaro era quasi identico ai suoi identikit.

Ne hanno presentati vari in Procura, in questi anni di ricerche, carabinieri, polizia e Guardia di finanza, partendo dalla foto con quell'aspetto un po' da viveur: bandana al collo e occhiali a goccia. E, nel giorno della cattura, chi lavora nel laboratorio audio-video del Reparto investigazioni scientifiche di Roma che ha «invecchiato» quell'immagine, si mostra soddisfatto.

«Direi che, tutto sommato, la stima dell'invecchiamento ha colto nel segno», dice il maresciallo del Ris, Antonio Natale. […] Colpisce in particolare la bocca: sia per la larghezza che per l'assottigliamento del vermiglio» […] è visibile la somiglianza anche dell'epitelio tra naso e bocca: quella fossetta sopra la parte alta delle labbra, il cosiddetto "arco di Cupido". Era molto accentuata, ma negli anni si è andata attenuando».

[…] «L'identikit è stato fatto più volte in questi anni secondo il metodo dell'age progression basato su un approccio multidisciplinare, partendo da conoscenze mediche sui dati biometrici e integrandole con editing digitale. E quindi applicando le rughe orizzontali sulla fronte, diminuendo sulle tempie i capelli che nel tempo cadono, accennando alla formazione di borse sotto gli occhi e a quell'ispessimento della punta del naso che, via via, compare. E che infatti lui adesso ha». […] persino il modello degli occhiali era simile a quello di trent' anni fa. Ma allora perché non usare in questi casi l'intelligenza artificiale per scoprire i latitanti attraverso il confronto di identikit e immagini di videosorveglianza?

«La tecnologia lo consente - spiega il maresciallo -. Noi stessi abbiamo un sistema di riconoscimento automatico facciale, il Sari, che lascia passare solo chi lavora all'interno della struttura e ferma volti sconosciuti». E sarebbe in grado di lanciare un alert in caso apparisse un volto specifico? «Il collegamento alla banca dati del nostro Sari è stato usato per cercare l'accoltellatore della ragazza nella metropolitana di Roma, poi arrestato. Teoricamente è possibile», risponde. E lì si ferma. Perché la normativa per le telecamere a circuito chiuso non consente di collegare l'immagine all'identità di una persona. La domanda sul perché è così difficile prendere i latitanti si ferma davanti a quel problema di privacy che, per evitare l'uso di quelle immagini a fini diversi, di fatto finisce anche per proteggere criminali in fuga.

Estratto dell'articolo di Salvo Palazzolo per repubblica.it Il 6 marzo 2023.

E’ stata fino all’ultimo un’indagine complessa. E l’esito non era affatto scontato, si scopre adesso leggendo il rapporto del Ros sull'arresto del superlatitante Matteo Messina Denaro, bloccato alle 9.15 del 16 gennaio scorso, in via Domenico Lo Faso, una stradina che si trova a 140 metri dalla clinica Maddalena. Quella mattina, gli investigatori sanno una cosa sola, che il falso signor Andrea Bonafede dovrà presentarsi nella struttura sanitaria per un ciclo di chemioterapia. Ma non sanno che faccia abbia Matteo Messina Denaro. Così, quando il sistema informatico registra l’arrivo del paziente, tutti sono pronti a bloccarlo al settimo piano, dove generalmente si svolgono le terapie. Ma il signor Bonafede-Messina Denaro non arriva. Dove sarà mai andato?

 Sono momenti di fibrillazione per la squadra. Da una parte ci sono i carabinieri del Ros guidati dal colonnello Lucio Arcidiacono, ci sono anche gli specialisti del Gis. Come ha spiegato il generale Pasquale Angelosanto, il comandante del Raggruppamento operativo speciale dell’Arma durante la conferenza stampa, quella mattina ci sono tre cinturazioni attorno alla clinica. “Il latitante non poteva sfuggire”.

 (…)

 Il rapporto dei carabinieri fa trasparire tutta la concitazione di quegli attimi: “Le ricerche sviluppate all’interno della clinica Maddalena non permettevano però di individuare il ricercato e l’attività, una volta appurato che il finto Bonafede era uscito dalla clinica alle ore 8.16, veniva quindi estesa all’esterno dove era dispiegato il dispositivo per la cinturazione”. I carabinieri si erano intanto procurati l’immagine del finto Bonafede e avevano trasmesso la foto a tutti gli investigatori in campo.

Alle 9.15, finalmente la svolta: alcuni carabinieri di Crimor, la squadra del Ros che dà la caccia alla primula rossa di Castelvetrano dal 2007, vedono l’uomo con il giaccone ormai diventato famoso dentro una Fiat Bravo bianca parcheggiata in via Lo Faso. “Il latitante era insieme ad un complice poi identificato in Giovanni Salvatore Luppino”, annotano i militari. I palermitani, bloccati nel traffico di via San Lorenzo, stavano già applaudendo.

Estratto dell’articolo da open.online.it Il 6 marzo 2023.

Tra i messaggi vocali di Matteo Messina Denaro alle amiche che frequentavano la chemioterapia a La Maddalena ce n’è uno in cui insulta la figlia. […] durante la trasmissione Non è l’Arena di Massimo Giletti […] «Io non lavoro più, è vero. Però mi sono reso conto in questo periodo che l’imbelle o l’ebete, alias mia figlia, non ne capisce niente di mercato e di vendite. Non ne capisce proprio un cazzo. Forse capisce solo il cazzo, è questo il punto.

E quindi devo essere io che la sto coadiuvando per cercare di insegnarle cosa fare. Perché questo è lo scotto che si paga al fatto che non sono mai state con me sul lavoro. Quindi io ufficialmente non lavoro più, non vado più in nessuna fiera. Però ancora oggi la devo consigliare perché la vedo che non è in grado. Non sa sfruttare le situazioni. Io sono uno che se posso guadagnare 10 guadagno dieci. Lei invece se può guadagnare dieci guadagna due».

Estratto dell’articolo da open.online.it Il 6 marzo 2023.

«Lui (Matteo Messina Denaro, ndr) era seduto qua e in un tavolo vicino c’era pure la Dia (Direzione investigativa antimafia, ndr)». È quanto racconta un testimone oculare, con ogni probabilità il gestore del ristorante, ad un interlocutore in una conversazione ottenuta dalla trasmissione Non è l’Arena […]  «io ogni giorno ho la scientifica e la Dia a mangiare qua».

«Lei mi sta dicendo che Messina Denaro…», inizia a chiedere incredulo l’interlocutore  […] «Sì, mentre lui stava qui loro (la Dia, ndr) anche». «Sono quattro o cinque e vengono a mangiare a giro – aggiunge poi – Figuriamoci se Messina Denaro con la sua esperienza non sa chi siano. Li conosce per forza» […]

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per repubblica.it il 7 marzo 2023.

La vera caccia al superlatitante è stata virtuale, dentro i computer del ministero della Sanità. Sì perché il 6 dicembre, dopo il ritrovamento del pizzino con il diario clinico del boss a casa della sorella Rosalia, c’era una sola certezza: Matteo Messina Denaro ha un tumore. Ma non si sapeva dove era in cura, in quel biglietto non c’era alcuna indicazione. Per questa ragione è iniziata una lunga indagine. Sulla banca dati nazionale dei ricoveri ospedalieri. «È un sistema alimentato con informazioni sintetiche e fedeli della cartella clinica per tutti i pazienti dimessi dagli istituti pubblici e privati», scrivono i carabinieri del Ros nel rapporto alla procura.

 Gli investigatori sapevano dal pizzino che il boss era stato ricoverato una prima volta il 9 novembre 2020. E che quattro giorni dopo c’era stato l’intervento. Così, gli investigatori hanno fatto delle domande ben precise al ministero della Salute, hanno chiesto di avere notizie su «tutti i ricoveri a livello nazionale fatti dall’8 al 13 novembre 2020». E poi notizie su «tutte le operazioni dal 13 al 14 novembre 2020». Il pizzino parlava anche di un’operazione fatta il 4 maggio 2021. «L’analisi […] ha permesso di focalizzare l’attenzione su 89 codici pazienti, di cui 22 che avevano generato flussi da strutture sanitarie pubbliche e private dislocate in Sicilia».

Così, si è lavorato per stringere sempre più il cerchio. In modo da far combaciare la cartella clinica elettronica con il percorso segnato nel pizzino. Alla fine, è rimasto solo un sospettato. Ma non c’era ancora un nome. Quando il ministero l’ha fornito sono subito partiti gli accertamenti su questa persona. Era Andrea Bonafede, geometra di Campobello di Mazara, nipote del capomafia che in passato aveva favorito proprio Messina Denaro.

Scavando nella sua vita, è emerso che il 4 maggio 2021, quando risultava sotto i ferri a Palermo, era in realtà in giro per Campobello con la sua Volkswagen Polo. E se non era lui a Palermo, chi c’era allora?

[…] quando il sistema informatico registra l’arrivo del paziente tutti sono pronti a bloccarlo al settimo piano, dove generalmente si svolgono le terapie. Ma il signor Bonafede non arriva. Dove sarà mai andato? Sono momenti di fibrillazione per la squadra. […] Alle 9.15, finalmente la svolta: un gruppo di carabinieri di Crimor vede l’uomo con il giaccone ormai diventato famoso dentro una Fiat Bravo di colore bianco. […]

La Fuga di Notizie.

Fuga di notizie sulla cattura di Messina Denaro: eseguite 2 ordinanze di custodia cautelare. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 20 Luglio 2023

Gli indagati, secondo la ricostruzione investigativa dei Carabinieri e della Procura della Repubblica di Palermo, condivisa dal G.I.P., avrebbero tentato di divulgare, attraverso la pubblicazione su alcune testate giornalistiche on-line, alcuni documenti ancora coperti da segreto investigativo

Nel corso della nottata, in provincia di Trapani e a Milano, militari dei Comandi Provinciali di Palermo e Trapani, supportati dai Carabinieri del Comando Provinciale di Milano, hanno dato esecuzione a 2 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari, disposte dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Palermo su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, per i reati di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, aggravato dalla funzione di pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e ricettazione. Nello stesso contesto, sono state effettuate delle perquisizioni, a Milano, sui luoghi nella disponibilità di un terzo indagato, in stato di libertà.

Il provvedimento cautelare riguarda il maresciallo dei Carabinieri Luigi Pirollo in servizio presso il nucleo Operativo della Compagnia di Mazara del Vallo in provincia di Trapani che aveva trafugato più di 700 file dal server dell’Arma, il consigliere comunale Giorgio Randazzo della stessa provincia, nonché Fabrizio Corona, lo spregiudicato ex-agente fotografico, per cercare di vendere il materiale, facendo seguito alle puntuali investigazioni, svolte dagli stessi Carabinieri di Trapani e Palermo, su una presunta fuga di notizie riservate, connesse alle fasi successive alla cattura del noto latitante Matteo Messina Denaro. 

Gli indagati, secondo la ricostruzione investigativa dei Carabinieri e della Procura della Repubblica di Palermo, condivisa dal G.I.P., avrebbero tentato di divulgare, attraverso la pubblicazione su alcune testate giornalistiche on-line, alcuni documenti ancora coperti da segreto investigativo e inerenti le indagini sulle fasi immediatamente successive all’arresto del latitante, verosimilmente carpiti dal maresciallo dei Carabinieri e ceduti da questi al consigliere comunale il quale, probabilmente a scopo di lucro, li avrebbe proposti in vendita a Fabrizio Corona, per realizzare degli scoop.

Corona aveva organizzato un incontro con Moreno Pisto direttore del quotidiano on line “Mow”, per piazzare il falso scoop ma direttore non ha abboccato, e quando ha visionato il materiale lo ha copiato di nascosto avvertendo immediatamente la squadra mobile di Palermo. Il ruolo di Fabrizio Corona era emerso anche per un’altra vicenda collegata a Messina Denaro, che era riuscito a contattare e circuire una delle amiche che il boss aveva conosciuto in clinica, destinataria di numerosi suoi messaggi vocali. 

I messaggi erano finiti in televisione in prima serata, nella trasmissione di Massimo Giletti, “Non è l’arena”. che però al momento non sono oggetto di indagine. In quella occasione erano state attivate delle intercettazioni, e Corona all’inizio dello scorso maggio, era stato intercettato mentre affermava di avere messo le mani su uno “uno scoop pazzesco” di cui era in possesso un consigliere comunale grazie a non meglio specificati carabinieri che volevano vendere del materiale d’indagine dell’ Arma.

I magistrati hanno delegato le indagini, affidandole ai Carabinieri dei nuclei investigativi. a seguito delle quali è stata scoperta una pen drive con tantissimi file sugli accertamenti successivi alla cattura di Messina Denaro, svolti dalla Compagnia dei carabinieri di Mazara del Vallo e dalla Stazione di Campobello di Mazara. Atti riservati, la cui divulgazione potrebbe pregiudicare le indagini sulla rete che ha favorito la latitanza del padrino delle stragi arrestato dopo trent’anni. C’erano anche i verbali dei vicini di casa del boss. Redazione CdG 1947

Estratto dell'articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 21 luglio 2023.

Cinquantamila euro in cambio di documenti segreti e una presunta notizia che avrebbe fatto riaprire misteri e veleni come quelli di trent’anni prima, ai tempi della mancata perquisizione del covo di Totò Riina. 

«Uno scoop pazzesco» diceva al telefono il 2 maggio scorso Fabrizio Corona, l’imprenditore ex «re dei paparazzi» che subito dopo la cattura di Matteo Messina Denaro s’era mostrato «particolarmente attivo nella ricerca di scoop da rivendere ai media su una delle donne che aveva avuto modo di conoscere durante le cure alla clinica La Maddalena». 

Così scrive il giudice delle indagini preliminari che ha ordinato gli arresti domiciliari per il maresciallo dei carabinieri Luigi Pirollo, 48 anni, in servizio alla Sezione operativa della Compagnia di Mazara del Vallo, e il trentatreenne Giorgio Randazzo, consigliere comunale di Fratelli d’Italia (ora sospeso dal partito) della stessa città, con le accuse di accesso abusivo a sistema informatico e violazione di segreto per il primo, e ricettazione per il secondo, nell’ambito di un’inchiesta nella quale è indagato anche Corona — perquisito l’altra notte a Milano quando ha fatto rientro a casa — per tentata ricettazione. Inchiesta nata proprio dalle intercettazioni dei dialoghi in cui parlava del consigliere comunale e di carabinieri intenzionati a «vendersi il materiale» connesso all’arresto del boss. 

(...) In uno dei documenti sottratti, secondo l’accusa, da Pirollo era riassunto il piano d’azione del Ros dei carabinieri, coadiuvati dai comandi territoriali dell’Arma, per la mattina del 16 gennaio, dopo aver preso Messina Denaro. 

(...) Ma a parte gli aspetti «dietrologici» della vicenda, resta la tentata vendita di atti segreti che in alcuni casi non erano stati ancora tramessi alla magistratura. Tra questi le segnalazioni più o meno confidenziali su un presunto favoreggiatore di Messina Denaro e un’altra sua «presunta amante».

Oppure un file chiamato «agenda» dov’è riprodotto il contenuto della rubrica telefonica di Bonafede, non allegato agli atti del processo a suo carico, e verbali d’interrogatorio dei vicini di casa di Messina Denaro alias Bonafede. Documenti a cui il maresciallo aveva accesso legittimamente, ma che «utilizzava per scopi e finalità estranee alle ragioni del suo ufficio», mettendo a rischio le inchieste ancora in corso sulla latitanza, le protezioni e «le fonti illegali di approvvigionamento» di cui Matteo Messina Denaro ha goduto fino alla sua cattura.

Estratto dell'articolo di Giuseppe Legato per “la Stampa” il 21 luglio 2023. 

Subito dopo l'arresto dell'ultimo dei vertici stragisti di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro avvenuto a Palermo il 16 gennaio scorso al termine di una trentennale latitanza, «Fabrizio Corona – scrive il gip di Palermo Alfredo Montalto – si dimostra particolarmente attivo» a fare ciò che spesso sostiene sia la sua specialità: «Gli scoop da rivendere ai media». In particolare «su una delle donne che avevano conosciuto il latitante durante il ciclo di cure (chemioterapiche, ndr) a cui entrambi si erano sottoposti alla clinica La Maddalena di Palermo».

Ma la cronaca giudiziaria, si sa, non è gossip. È materiale da maneggiare con cura. E acquisire carte secretate, nel bel mezzo di un'indagine in corso su uno dei più spietati stragisti della storia italiana condannato per gli omicidi di Falcone e Borsellino nonché per le stragi continentali del 1993, non è lecito né esattamente materia da rotocalco patinato. 

È cosi che ieri mattina Corona è finito indagato (per ricettazione): arrestate (ai domiciliari) la fonte della fuga di notizie e l'amplificatore delle stesse. Si tratta di Luigi Pirollo, maresciallo dei carabinieri in servizio al nucleo Operativo della Compagnia di Mazara del Vallo che avrebbe trafugato più di 700 file dal server dell'Arma consegnandoli poi a un consigliere comunale della stessa città, Giorgio Randazzo, già esponente cittadino di Fratelli d'Italia nel 2014 ed eletto nel 2018 nella lista "Lega Salvini premier". Ad «agganciare» Corona per «monetizzare» quella mole di documenti riservati e delicatissimi. Per il Tribunale «spregiudicato» uno e «privo di scrupoli» l'altro. 

(...)

L'architrave del presunto scoop è una roba da terrapiattisti: secondo Corona ci sarebbe stato un ritardato controllo del covo della casa in cui Messina Denaro avrebbe trascorso anni di latitanza: via Cb31 a Campobello di Mazara. E non sarà sembrato vero all'imprenditore ritrovare, 30 anni dopo l'arresto di Totò Riina, un copione da giallo all'italiana come la tardiva perquisizione nel covo del capo dei Corleonesi in via Bernini a Palermo nel 1993. 

(...) 

Infine: nella sottocartella "04" vi era una annotazione di polizia giudiziaria redatta da un militare «che dava conto di una notizia confidenziale su una presunta amante di Messina Denaro trasmessa al Ros il 30 gennaio 2023 ma mai approdata in procura» scrive il giudice. «Informazioni sensibili, non ostensibili – si legge agli atti – seppur trasmesse in procura, ma non ancora utilizzate in alcun procedimento». La storia viene a galla proprio quando la trattativa per «piazzare» il falso scoop approda a una fase cruciale. Corona voleva vendere le carte a Moreno Pisto, direttore del quotidiano online "Mow". Che quando vede gli atti però li copia, senza che nessuno se ne accorga, si consulta con un collega (Giacomo Amadori), si rivolge alla squadra Mobile perché sente puzza di bruciato. E sente giusto. 

Chi è Giorgio Randazzo, il politico che avrebbe voluto vendere i file top secret su Messina Denaro a Fabrizio Corona. Chi è Giorgio Randazzo. Arrestato e ora ai domiciliari, il Consigliere comunale di Mazara del Vallo avrebbe voluto vendere le informazioni su Mattia Messina Denaro a Fabrizio Corona. Redazione Web su L'Unità il 20 Luglio 2023

Avrebbe voluto vendere a Fabrizio Corona ben 786 file top secret riguardanti l’arresto di Mattia Messina Denaro. Per questo il Consigliere comunale di Mazara del Vallo Giorgio Randazzo è stato arrestato con l’accusa di accesso abusivo al sistema informatico e violazione del segreto d’ufficio e di ricettazione. Il politico si trova ora ai domiciliari. Con l’accusa di ricettazione è stato invece arrestato il Maresciallo dei carabinieri Luigi Pirollo, coinvolto anche lui nel caso. L’ex paparazzo è invece soltanto indagato per tentata ricettazione.

Chi è Giorgio Randazzo

Molto noto nella piccola cittadina siciliana in provincia di Trapani, Randazzo è nato nel 1990. Mamma insegnante, padre agente d’affari, il giovane politico nel 2004 è diventato baby consigliere comunale per la scuola che frequentava, per poi candidarsi al Comune nel 2009, appena maggiorenne. Randazzo all’epoca fece il grande passo tra le file del Popolo delle Libertà, per poi passare – dopo l’esperienza nella Giovane Italia – in Fratelli d’Italia, partito con il quale è rieletto Consigliere comunale nel 2014.

Nel 2015 Randazzo è entrato a far parte del movimento Diventerà Bellissima, fondato dall’ex Governatore ed attualmente Ministro, Nello Mesumeci. Ed è proprio con quest’ultimo che Randazzo fa il suo ingresso in Consiglio regionale. Esperienza che terminerà presto (2018) per alcuni dissidi con l’ex Assessore alla Salute Ruggero Razza. Poi il salto nella Lega, con l’obiettivo di diventare il più giovane sindaco leghista di un comune del Sud (forse l’unico nella storia). Così forma un suo gruppo in Consiglio comunale e poi si candida alle elezioni ma dovrà accontentarsi di diventare Consigliere di Mazara. Nel 2021 la rottura anche con il Carroccio e il ritorno a FdI per il quale è dirigente provinciale (2022).

Redazione Web 20 Luglio 2023

Estratto dell’articolo di Salvo Palazzolo per repubblica.it giovedì 20 luglio 2023.

Dicevano di avere fra le mani un grande scoop, ma erano solo teorie complottiste sulla cattura di Matteo Messina Denaro, portata a termine dai carabinieri del Ros e della procura di Palermo il 16 gennaio scorso. L’unica verità, drammatica verità, è che proponevano la vendita di alcuni file dell’inchiesta. Protagonista di questa brutta storia è un maresciallo dei carabinieri, Luigi Pirollo, in servizio al nucleo Operativo della Compagnia di Mazara del Vallo: ha trafugato più di 700 file dal server dell’Arma. E li ha poi consegnati a un consigliere comunale della sua città, Giorgio Randazzo, che si è messo in contatto con Fabrizio Corona, lo spregiudicato manager del gossip, per cercare di vendere il materiale. 

Adesso, il militare e il politico sono finiti agli arresti domiciliari grazie a un’indagine degli stessi carabinieri, di Palermo e di Trapani: la procura del capoluogo siciliano diretta da Maurizio de Lucia contesta al primo i reati di accesso abusivo a un sistema informatico e la rivelazione di notizie riservate, il secondo risponde di ricettazione. Corona è invece indagato a piede libero, per tentata ricettazione. Sono in corso perquisizioni. 

Questa storia si scopre nel pieno della trattativa per piazzare il falso scoop. Corona aveva organizzato un incontro con il direttore del quotidiano on line “Mow”, Moreno Pisto. Ma il direttore non ha abboccato, anzi quando ha visionato il materiale lo ha copiato di nascosto e poi ha avvertito la squadra mobile di Palermo. I magistrati hanno poi delegato le indagini, affidandole ai carabinieri dei nuclei investigativi. Così è saltata fuori una pen drive con tantissimi file.

Si tratta di accertamenti successivi alla cattura di Messina Denaro, svolti dalla Compagnia dei carabinieri di Mazara del Vallo e dalla Stazione di Campobello di Mazara. Atti riservati, la cui divulgazione potrebbe pregiudicare le indagini sulla rete che ha favorito la latitanza del padrino delle stragi arrestato dopo trent’anni. C’erano anche i verbali dei vicini di casa del boss.  

In questi mesi, Corona era saltato fuori anche per un’altra vicenda legata a Messina Denaro: era riuscita ad ingaggiare una delle amiche che il boss aveva conosciuto in clinica, la destinataria di tanti messaggi vocali. Che erano finiti presto in prima serata, nella trasmissione di Massimo Giletti, “Non è l’arena”. 

Ma questo non è oggetto di indagine. Però in quel contesto erano state attivate delle intercettazioni. All’inizio di maggio, Corona è stato intercettato mentre diceva di avere messo le mani su uno “uno scoop pazzesco” di cui era in possesso un consigliere comunale grazie non meglio specificati carabinieri che volevano vendere materiale d’indagine. 

(...)

Estratto dell'articolo di Giuseppe Guastella per milano.corriere.it giovedì 20 luglio 2023.

«La ricostruzione che leggo sugli organi di informazione è corretta, i fatti sono andati così», dice Ivano Chiesa, il difensore storico di Fabrizio Corona, in merito alla vicenda dei file riservati su Matteo Messina Denaro. «Fabrizio viene contattato da un signore che gli propone del materiale scottante - prosegue Chiesa -. Di per sé la proposta è una notizia, e lui dice che dev'essere prima verificata».  

«Con Pisto (Moreno Pisto, direttore del quotidiano online Mow, ndr) convocano questa persona. Al momento non ricordo se a quell'incontro fosse presente fisicamente anche Corona - racconta Chiesa -. Capiscono che si tratta di materiale all'apparenza molto delicato ed insieme decidono che bisogna presentare una denuncia 

(...) Si rivolgono alla squadra mobile di Palermo e Pisto dice che Corona è d'accordo con lui a denunciare».  

«Non riesco a comprendere perché Fabrizio sia stato indagato per tentata ricettazione da solo - conclude Chiesa -. Fabrizio si è arrabbiato, dicendomi: "Mi sono comportato da persona corretta e vengo trattato in questo modo". È stato grazie a noi che hanno arrestato le due persone».

Gli Agenti.

Il Ros.

Il Gis.

Il Ros.

Il comandante del Ros Angelosanto: «Le liste dei malati e i telefonini spenti: così siamo arrivati a Messina Denaro». Fiorenza Sarzanini su Il Corriere della Sera il 19 Gennaio 2023.

L'intervista a Pasquale Angelosanto: la vera indagine inizia ora

«Chi pensa a trattative segrete o addirittura a una consegna concordata umilia gli investigatori e i magistrati che per anni hanno lavorato giorno e notte per catturare Matteo Messina Denaro». Il generale dei carabinieri Pasquale Angelosanto, il comandante del Ros che lunedì con i suoi uomini ha arrestato il boss della mafia ricercato da trent’anni, non appare affatto colpito dai sospetti che hanno segnato l’operazione di Palermo. Ma ci tiene a essere chiaro: «Sono pronto a ripetere ovunque, anche in un’aula di giustizia, quello che sto dicendo. Lo devo ai miei uomini e tutti lo dobbiamo alle vittime delle cosche». 

Ammetterà che è sorprendente scoprire che Matteo Messina Denaro viveva a pochi chilometri dal paese dove è nato, si curava a Palermo e faceva una vita normale. 

«Non è un caso se il procuratore Maurizio De Lucia ha parlato di “borghesia mafiosa”. La rete che lo ha protetto è molto stretta. E non dimentichiamoci che svariate volte, in tutti questi anni, siamo stati vicinissimi alla cattura e poi siamo stati beffati o traditi».

 Si riferisce a uomini delle istituzioni? 

«La storia è segnata da politici, appartenenti alle forze dell’ordine, funzionari dello Stato arrestati o indagati per aver avvisato il boss che il cerchio si stava stringendo». 

E invece questa volta quando avete capito che il cerchio si era davvero stretto?

«Venerdì scorso, il 13 gennaio, quando il signor Andrea Bonafede ha confermato una particolare terapia presso la clinica la Maddalena. Ma la certezza io l’ho avuta soltanto quando il colonnello Arcidiacono mi ha telefonato e mi ha detto: “L’abbiamo preso, ha ammesso di essere lui”».

 Quanto tempo fa avevate imboccato questa pista? 

«Qualche mese fa. Grazie a indagini e intercettazioni sapevamo di quali patologie soffriva Messina Denaro e abbiamo fatto partire le verifiche. Ci eravamo insospettiti perché in determinati momenti i suoi familiari avevano comportamenti anomali. All’improvviso annullavano impegni già presi, spegnevano i telefoni, diventavano irrintracciabili e dunque abbiamo pensato che questo potesse accadere in occasione di interventi chirurgici o comunque di cure mediche particolari. A quel punto ci siamo concentrati sui database sanitari e siamo andati su obiettivi mirati». 

Che vuol dire? 

«Abbiamo cercato nelle province di Agrigento, Palermo e Trapani la lista di chi aveva oltre 55 anni e si stesse curando, anche con l’acquisto di farmaci specifici, per queste patologie. Abbiamo incrociato i dati e ottenuto una lista di circa 150 codici. Ci tengo a dire che non è mai stata violata la privacy dei cittadini perché abbiamo lavorato su codici, non su nominativi. Soltanto quando la cerchia si è molto ristretta abbiamo avviato le verifiche personali. E agli inizi di dicembre siamo arrivati a Bonafede. Il 29 dicembre ha prenotato una visita per il 16 gennaio. Ci siamo preparati per intervenire. Il soggetto corrispondeva anche perché appartenente a una famiglia mafiosa vicina al padre di Matteo Messina Denaro, ma c’era un’anomalia evidente». 

Quale? 

«Quando aveva l’appuntamento fissato spesso era da un’altra parte. Il suo telefonino si trovava a Campobello. E questo è successo anche lunedì scorso. Poco prima della visita il vero Andrea Bonafede era a casa sua. A quel punto abbiamo fatto scattare l’operazione con oltre 150 uomini, la maggior parte dentro e fuori la clinica. All’orario fissato abbiamo chiuso i cancelli e controllato tutte le persone che erano all’interno. Il signor Bonafede si è sottoposto a tampone e poi si è diretto verso il bar. In quel momento è stato fermato». 

Lei era già a Palermo? 

«Ero al comando legionale in attesa della telefonata. Dall’avvio dell’operazione alla cattura sono trascorsi novanta minuti, i più lunghi della mia vita». 

Ammetterà che averlo preso in Sicilia e aver scoperto che viveva nella zona dove è nato alimenta sospetti e misteri. 

«Soltanto chi non conosce davvero la mafia può pensare a una trattativa segreta. Messina Denaro in tutti questi anni ha vissuto lontano dalla sua cerchia stretta di familiari e conoscenti. Noi e la polizia abbiamo arrestato centinaia di fiancheggiatori ma abbiamo sempre avuto la certezza che utilizzassero un’attenzione maniacale negli spostamenti e negli incontri. Inoltre i nostri pedinamenti dovevano essere inevitabilmente larghi proprio per non far scattare l’allarme. E poi c’è un altro elemento che non deve essere ignorato». 

Dica. 

«Io ho sempre raccomandato di non lasciare nulla di intentato, ma anche di non rischiare. Davvero si può pensare che avremmo concordato la cattura in una clinica dove c’erano decine di malati con il rischio che potesse esserci un conflitto a fuoco o comunque che qualcuno potesse essere messo in pericolo?». 

L’indagine è chiusa? 

«È finita la ricerca. La vera indagine comincia adesso e la sua abitazione-covo già individuata è soltanto l’inizio del nuovo lavoro che stiamo già facendo». 

Che significato ha questa cattura?

«È il coronamento di uno sforzo corale su un obiettivo che sembrava impossibile da conseguire, di una interminabile indagine, il sogno di ogni investigatore che si avvera».

Estratto da lastampa.it il 18 gennaio 2023.

Il Comando generale dei carabinieri ha rilasciato un nuovo video, stavolta precedente alle fasi dell'arresto, preso dalle telecamere di sicurezza della clinica Maddalena di Palermo dove Messina Denaro si stava recando per curarsi la mattina dell'operazione dei Ros.

 Nelle immagini si vede come Matteo Messina Denaro sia entrato da solo, dopo aver lasciato l'auto. […] Il boss cammina con il cappello in testa e il volto coperto dalla mascherina e sembra coprirsi ancora di più passando sotto le telecamere di sicurezza. […]

Romina Marceca per repubblica.it il 18 gennaio 2023.

L’immagine che vede chiudendo gli occhi, l’unica parte del viso che il passamontagna lascia libera, è questa: “Noi che accerchiamo, uno stretto all’altro, l’obiettivo che da due anni era la mia ossessione e da trenta dell’intero Paese. Il latitante più ricercato d’Italia era in mezzo a sette di noi. Poi sono arrivati gli altri. Ce l’avevamo fatta. Il nostro cerchio si chiudeva attorno a Matteo Messina Denaro”. Chi parla e nasconde l’identità sotto il mephisto è l’investigatore della Crimor del Ros che la mattina del 16 gennaio ha catturato U’ Siccu. Il suo nome di battaglia è Sandokan. Indole da pirata e animo gentile, dà appuntamento in un luogo appartato. Discrezione è la sua parola d’ordine.

La mattina del blitz era con la sua squadra vicino la clinica La Maddalena.

“Non dormivo da tre notti. La zona attorno alla struttura era sotto monitoraggio continuo, era ripresa dalle telecamere. Pedinamenti e intercettazioni avevano scandito la vita della squadra. All’alba di quel giorno eravamo già tutti schierati e ben mimetizzati, oltre trenta uomini. Tutta la Crimor era lì, e non solo. Sapevamo che il signor Andrea Bonafede sarebbe arrivato in mattinata alla clinica La Maddalena. Noi eravamo certi che fosse la falsa identità di Matteo Messina Denaro”

Poi è scattata l’operazione.

“Alle 9,15 sulle nostre radio, collegate tra loro, è arrivato il segnale. Quell’uomo col montone e il cappellino in testa era l’uomo che si presentava col nome di Andrea Bonafede, accanto a lui un accompagnatore. Erano in una stradina senza uscita. Gli abbiamo urlato: “Fermo, fermo, carabinieri”. Lui si è bloccato, lo abbiamo circondato coi nostri corpi mentre gli dicevamo: “Lo sappiamo che sei Matteo Messina Denaro” e lui ha risposto “Sì”. Era fatta, la caccia era finita”.

 Lei è stato assegnato alla Crimor due anni fa.

“Sono stato un uomo ombra, restare nel buio è un’esigenza per chi deve braccare un latitante. Ho trascorso intere giornate e intere notti in auto, accanto alle bottiglie vuote che si utilizzano se scappa un bisogno. Sul cruscotto panini e acqua, sotto ai sedili i vestiti per cambiarmi. Per tutti noi della Crimor la vita viene scandita dai tempi di chi pedini e la macchina diventa la tua seconda casa”.

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"La notte sogni il tuo obiettivo, non c’è altro nella tua testa". La vita degli uomini invisibili che hanno preso Messina Denaro: “Notti in auto con bottiglie vuote per la pipì”. Redazione su Il Riformista il 18 Gennaio 2023

Sono invisibili, fantasmi, anonimi. Passano intere giornate in attesa, appostati in auto o ad ascoltare ore e ore di intercettazioni inutili dove però una singola parola, un misero dettaglio può fare la differenza e consentire una svolta alle indagini. Sono gli investigatori speciali. Sono i Ros o la sezione Catturandi dei carabinieri, oppure i poliziotti della Squadra Mobile. Persone che per anni seguono sotto traccia, nella più totale discrezione, i latitanti.

“Non dormivo da tre notti” racconta un investigatore della Crimor dei Ros (Raggruppamento operativo speciale) in riferimento alle ore che hanno preceduto l’arresto del ricercato italiano numero uno, l’ultimo capo di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro. Il nome in codice del carabiniere speciale è Sandokan e in una intervista a Repubblica racconta la cattura di U’ Siccu, avvenuta dopo ben 30 anni di ricerche.

Sandokan racconta la vita degli uomini ombra, quelli che per lavoro sono costretti a restare nel buio, a non raccontare nulla anche ai propri familiari. “Ho trascorso intere giornate e intere notti in auto, accanto alle bottiglie vuote che si utilizzano se scappa un bisogno” racconta l’investigatore, da due anni nei Ros, a Romina Maresca, giornalista di Repubblica. “Sul cruscotto panini e acqua, sotto ai sedili i vestiti per cambiarmi – aggiunge -. Per tutti noi della Crimor la vita viene scandita dai tempi di chi pedini e la macchina diventa la tua seconda casa”.

Una vita che porta spesso, per non dire sempre, a stare lontano dagli affetti. “C’è chi una relazione stabile o una famiglia non se l’è mai creata. Al momento per me, ad esempio, è impossibile” sottolinea Sandokan. “La notte sogni il tuo obiettivo, non c’è altro nella tua testa. Si dicono tante bugie per tutelare il lavoro perché la riservatezza è la nostra prima regola. I miei genitori hanno saputo che ho catturato Matteo Messina Denaro solo dopo che lui era già arrivato in caserma”.

Per arrivare alla cattura di Matteo Messina Denaro hanno messo insieme per anni i dati riconducibili ad Andrea Bonafede, che aveva ‘prestato’ al boss di Castelvetrano la sua identità. “Abbiamo messo insieme i pezzi. Il riscontro sull’identità è stato fatto subito dopo da operatori del Ros che si dedicano a questo da una vita e lo hanno riconosciuto subito”. Poi due giorni fa la svolta: “Noi eravamo certi che fosse la falsa identità di Matteo Messina Denaro. Alle 9,15 sulle nostre radio, collegate tra loro, è arrivato il segnale. Quell’uomo col montone e il cappellino in testa era l’uomo che si presentava col nome di Andrea Bonafede, accanto a lui un accompagnatore. Erano in una stradina senza uscita. Gli abbiamo urlato: “Fermo, fermo, carabinieri”. Lui si è bloccato, lo abbiamo circondato coi nostri corpi mentre gli dicevamo: “Lo sappiamo che sei Matteo Messina Denaro” e lui ha risposto “Sì”. Era fatta, la caccia era finita”.

La gioia e “l’emozione non può avere il sopravvento” anche se “questa è l’operazione più importante della mia vita. Il 16 gennaio 2023 è una data che non dimenticherò mai, è scolpita nel mio cuore”. Ma per arrivare a un risultato così importante bisogna passare anche per tante delusioni. “Un giorno ci appostammo in una zona. Sapevamo che uno che pedinavamo da tempo aveva un appuntamento con un uomo che ci avrebbe portati dal boss. Ne eravamo praticamente certi, invece arrivati lì ci siamo accorti che non c’era alcun incontro. E’ stato difficile da digerire”.

Delusioni che si superano stando letteralmente insieme, facendo squadra. “Si organizza un briefing e se possibile anche una cena tra colleghi. Noi della squadra, in realtà, viviamo praticamente in simbiosi e quando c’è un ostacolo che ritarda le indagini siamo pronti a mantenere i nervi saldi. Cerchiamo di capire cosa migliorare”.

Il Gis.

"Così abbiamo preso il boss. Ferirlo sarebbe stato un flop". Il comandante del Gis racconta la cattura: "Un'azione pianificata. Interveniamo sempre in modo chirurgico". Luca Fazzo il 23 Gennaio 2023 su Il Giornale.

«Quando ci chiamano è perché serve il chirurgo specializzato: e a Palermo per la cattura di Messina Denaro siamo intervenuti in maniera assolutamente chirurgica. Non voglio vantarmi, ma di chirurghi bravi come noi in Europa ce ne sono pochi».

Giovanni Capone è il comandante dei Gis, i reparti di intervento speciale dei carabinieri che hanno gestito la parte militare della cattura di Matteo Messina Denaro. Era nel posto di comando operativo quando dalla radio è arrivato l'annuncio diventato celebre, «Veleno da Verde zero, lo abbiamo catturato». Veleno" è da sempre il nome in codice via radio dei Gis.

Colonnello, da quante ore eravate partiti dalla base di Livorno?

«Dico solo: da alcune ore».

Sapevate che il bersaglio era Messina Denaro?

«Certo che sì, non siamo partiti al buio anche se tutto è stato gestito con grande riservatezza. D'altronde avevamo fornito supporto ai colleghi del Ros anche nella fase delle ricerche con strumenti ad alta tecnologia, in particolare sui rilevamenti a distanza».

Chi ha deciso il vostro intervento?

«Il comando generale, su richiesta del Ros e sulla base di due caratteristiche dell'operazione: il rilievo strategico dell'obiettivo e la complessità tattica dell'intervento».

Come si organizza un'operazione simile in un ospedale affollato di medici, infermieri, pazienti?

«Era chiaro fin dall'inizio che era una situazione particolare, dove l'obiettivo prioritario era non mettere a rischio l'incolumità di nessuno, compreso l'uomo da catturare. Per questo in quelle ore è stato fondamentale il flusso continuo di notizie dal Ros, ci siamo abbeverati agli elementi che ci fornivano i colleghi per pianificare senza trascurare nessuna ipotesi».

Come vi sareste comportati nel caso che Messina Denaro fosse armato, che avesse una scorta, che si rischiasse uno scontro a fuoco in mezzo alla gente?

«Siamo organizzati in modo tale da congelare in modo immediato ogni tipo di minaccia rendendo inoffensive anche situazioni complesse».

Anche sparando?

«Se avessimo dovuto anche solo ferire Messina Denaro lo avrei considerato un fallimento. Noi siamo pronti a tutti gli scenari ma se diamo la possibilità al cattivo" di mettere mano alle armi vuol dire che potevamo fare di meglio».

Cosa avevate in mano per pianificare l'azione?

«Ogni intervento viene pianificato sulla base di quella che chiamiamo intelligence tattica. In questo caso ovviamente tutte le planimetrie, i rilievi compiuti dal Ros prima del nostro arrivo, e poi quelli compiuti da noi nelle poche ore a disposizione prima dell'intervento. Avevamo la carta di identità con la foto del falso Bonafede, ma non sapevamo quanto la foto fosse attuale, quanto le terapie avessero cambiato Messina Denaro. Quindi una volta isolata l'area uno dei primi obiettivi era essere sicuri che nessuno potesse lasciarla senza avere la certezza che non era chi stavamo cercando».

Alla fine lo avete bloccato all'aperto, sulla sua auto. Quanto sarebbe stato più difficile intervenire in una sala d'attesa piena di gente?

«Avremmo trovato anche in quello scenario il modo per intervenire. Probabilmente è stato più indolore così per tutti quanti».

Quando avete capito che era finita?

«Quel messaggio via radio al mio ufficiale che dirigeva l'operazione è stato un attimo di sollievo e anche di emozione. Ma per noi non era finita, c'era da gestire il trasferimento in caserma, poi in una seconda caserma, poi all'Aquila. Abbiamo potuto chiudere la pratica solo quando è stato consegnato al carcere».

Come ci si prepara a un intervento di questo tipo?

«Facendo addestramento in maniera spinta, usando la tecnologia, e sapendo che a volte ci si trova davanti a casi complessi. E ricordandoci che non si può improvvisare».

Quando si è accorto di voi Messina Denaro?

«Solo pochi minuti prima che lo bloccassimo».

In quei momenti prevale l'adrenalina?

«Per niente. Siamo addestrati a tenere a bada anche la inevitabile accelerazione emotiva e contare solo sulla concentrazione. Proprio come un chirurgo in sala operatoria».

I Magistrati.

Maurizio de Lucia.

Paolo Guido.

Maurizio de Lucia.

Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” il 23 maggio 2023.

Procuratore Maurizio De Lucia, che significato ha il primo anniversario dell’attentato di Capaci senza più mafiosi stragisti in circolazione?

«È una ricorrenza diversa, proprio perché oggi tutti i colpevoli accertati delle bombe del ’92 e del ’93 sono in carcere, al “41 bis”, o deceduti. Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, l’ultimo stragista latitante, lo Stato ha finalmente un debito in meno da pagare con i propri martiri. Fermo restando che molto resta da fare per chiarire le zone d’ombra che continuano a gravare su quella stagione».

Per esempio?

«Le indagini sulle stragi sono competenza di altri uffici giudiziari che stanno lavorando alacremente, ma chi ha indicato i luoghi delle stragi del 1993, o le vere ragioni dell’accelerazione dell’attentato a Paolo Borsellino, sono due delle domande ancora senza risposta». 

Pensa a interventi esterni a Cosa nostra?

«Sono ipotesi. Di certo Cosa nostra non è e non è stata solo un raggruppamento di contadini corleonesi, ma anche un insieme di intelligenze che nel tempo li hanno aiutati, e dunque non è irragionevole pensare ad altri soggetti che hanno svolto un ruolo di consulenza, per così dire. Ma, di nuovo, è materia d’interesse di altre Procure».

La sua invece sta disegnando il volto di una mafia che fino al momento del suo arresto era incarnata da Messina Denaro. Che immagine ne viene fuori?

«Matteo Messina Denaro è l’emblema della mafia che ha cambiato faccia. Lui rappresenta il passato stragista, ma aveva già avviato la nuova fase degli affari e dei traffici necessari a fare impresa. Ora che è uscito di scena, quell’indirizzo resta. 

L’organizzazione mafiosa è abituata a perdere i propri capi; può non avere altri esponenti con la stessa visione strategica, ma certamente continua a seguire le linee tracciate da Messina Denaro: tornare a occuparsi di traffico di stupefacenti e di appalti».

Un ritorno all’epoca pre-stragi, sembrerebbe.

«[…] Per quanto riguarda gli appalti, c’è la grande occasione dei fondi del Pnrr che si cerca di sfruttare con imprese mafiose presenti sul territorio e attraverso i subappalti».

[…] 

Intanto però si continuano ad avanzare dubbi anche sulla genuinità dell’operazione che ha portato all’arresto di Messina Denaro.

«[…] si è trattato di un’operazione del tutto trasparente, condotta senza misteri da carabinieri che hanno saputo farlo con abilità […]».

A che punto sono le inchieste sulle complicità di cui ha goduto il capomafia?

«[…] C’è differenza tra chi ha portato il cestino del pane a un latitante, commettendo un reato, e chi invece l’ha visto uscire e ha solo fatto finta di niente, come non fosse affar suo ». 

È lo stesso parametro da applicare alla cosiddetta borghesia mafiosa, di cui pure s’è parlato dopo l’arresto di Messina Denaro?

«Lì c’è qualcosa di più, perché nella borghesia mafiosa rientra non solo chi conosce i mafiosi, ma pure chi con loro cerca un dialogo e fa favori per averne altri in cambio che lo aiutino a risolvere i propri problemi […] ».

[…]

A che settori della società appartengono?

«Alla borghesia in senso ampio, in quanto ceto sociale, come al mondo della politica, delle imprese e delle professioni». 

Questo significa che la mafia ha vinto sul risveglio della società civile avviatosi 31 anni fa, dal movimento dei lenzuoli bianchi fino alle manifestazioni di oggi?

«No, significa che la mafia è una struttura elastica e complessa che sa adeguarsi alle realtà che cambiano. La società civile ha fatto enormi passi avanti, perché è vero che dopo trentuno anni parliamo ancora di complicità, ma è anche vero che oggi nelle scuole elementari di Palermo i bambini sanno chi erano Falcone e Borsellino, e non era affatto scontato […] » 

Lei dov’era il 23 maggio 1992?

«A Palermo, magistrato da appena due anni e giovane sostituto procuratore che in un periodo di pochi telefonini e molti telegiornali apprese con sgomento la notizia dell’esplosione sull’autostrada; con altri colleghi corremmo all’obitorio, dove apprendemmo della morte di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo, dopo quella dei tre agenti di scorta.

Fu un episodio che ha segnato me e un’intera generazione di magistrati che in seguito hanno lavorato tentando di seguire con scrupolo l’esempio di chi non c’è più. L’essersi ritrovato, trentuno anni dopo, a coordinare la cattura di Matteo Messina Denaro che ovviamente è stata possibile grazie al lavoro di tante altre persone, è la chiusura di un cerchio che conta per me, ma non credo abbia grande valenza pubblica».

Estratto dell'articolo di Filippo Facci per Libero Quotidiano il 4 febbraio 2023.

Ecco la prima cosa che gli studenti del Gonzaga hanno imparato, a margine del loro incontro col Procuratore di Palermo Maurizio De Lucia: gli adulti, specie se importanti, non nominano mai le persone di cui parlano. Così, ieri, quando uno studente gli ha chiesto un commento sulle dichiarazioni di Salvatore Baiardo – il fiancheggiatore dei boss Graviano, quello che su La7 parlò di un Messina Denaro ammalato e prossimo alla cattura – De Lucia ha risposto: «C’è una grande differenza tra il mondo in cui succedono le cose e quello in cui si dice che potrebbero succedere: io parlo del primo. So come è andata, conosco le indagini e non parlo di un signore che è stato condannato anni fa per favoreggiamento di mafiosi e che circola in alcune tv».

Ecco, De Lucia, non ne parla, ma nei fatti ne ha parlato, e la cosa finisce sui giornali: «Che il latitante fosse malato lo si diceva», ha aggiunto, «e io so quando è stato arrestato e come si è arrivati a questo grande risultato: al momento opportuno, visto che ci sono indagini, si potrà dire di più».

 Anche qui: De Lucia non ha nominato Salvatore Baiardo, non ha nominato chi ci ha speculato, non ha nominato neppure Matteo Messina Denaro: ma ha parlato esplicitamente di loro. Gli studenti del Gonzaga potranno approfondire che l’abitudine di evocare qualcuno, senza nominarlo, è maggiormente diffusa nel sud e nell’oriente del Mondo.

È anche vero che c’era troppa gente da nominare, a proposito del gelataio di Omegna – Baiardo – che ha ottenuto quasi più spazio mediatico dei servitori dello Stato che si sono rotti la schiena per la cattura Messina Denaro. Difficile che De Lucia si riferisse ai giornalisti: siano essi Massimo Giletti – che si è limitato a intervistare Baiardo, pur marciandoci un po’ – a gente in cattiva Fede come Marco Travaglio o Saverio Lodato o, se è un giornalista, Roberto Saviano – si parla di gente passata in tv – sino a specialisti come Lirio Abbate che, almeno, sa di che parla.

Facile, invece, che il procuratore De Lucia si sia invece riferito all’antimafia dietrologico-vittimistica dei vari magistrati alla Nino Di Matteo (che pure ha fallito i primi processi Borsellino e il procedimento sulla «trattativa») e dell’ex procuratore Roberto Scarpinato, neo senatore grillino che sul tema mafia & politica ha costruito istruttorie complicatissime ma ha portato a casa davvero poco. Sì, facile che De Lucia parlasse di loro, o anche di loro: «C’è gente che non fa indagini da dieci anni e che viene a dirci come si fanno, questo è un Paese strano: un minuto dopo l’arresto già c’erano i murmurii», intesi come voci, e «non c’è stato neanche il tempo di festeggiare un successo per lo Stato che già erano iniziate le dietrologie».(...)

Il Procuratore di Palermo: “Messina Denaro a tutto pensava tranne che a farsi catturare”. Redazione CdG 1947 e Alessandra Monti su Il Corriere del Giorno il 4 Febbraio 2023

"Ci sono soggetti che non fanno indagini da anni che compaiono sui media per disquisire sulla cattura o fanno dietrologie. "E’ stata una cattura e ne faccio un vanto all’Arma dei Carabinieri fatta nella maniera più urbana e civile possibile: non si sono viste armi ma divise che hanno dato ai cittadini che erano lì, ai pazienti un segno di tranquillità.

Questo è uno strano Paese in cui erano passati pochi minuti dall’arresto, un grande successo per l’Italia, e sono iniziati i ‘murmurii‘: ‘Si è fatto prendere’, ‘Non era più lui’. Sono tutte considerazioni che ognuno può fare, i fatti, però, sono un lavoro impressionante fatto dai carabinieri e un uomo che a tutto pensava tranne che a farsi catturare”. Così, ha commentato il Procuratore di Palermo Maurizio de Lucia sull’arresto del boss mafioso parlando con gli studenti del Liceo Gonzaga di Palermo . 

“La Repubblica ha un debito che non si può colmare – quello verso le vittime della mafia – che impone un adempimento. La cattura dell’ultimo stragista è un debito verso suoi martiri che in qualche misura il 16 gennaio è stato ripagato“., ha detto ancora de Lucia, aggiungendo in risposta a una domanda sulla cosiddetta ‘profezia di Baiardo‘: “C’è una grande differenza tra il mondo in cui succedono le cose e il mondo in cui si dice che potrebbero succedere. Io parlo del primo. Non parlo di questo signore processato e condannato, che circola in alcune televisioni. Che Messina Denaro fosse malato è una voce che girava, altre indicazioni non mi pare siano state date, ma siccome io l’indagine l’ho fatta so quando e come è stato individuato. Uno degli scopi adesso sarà quello di fare totale chiarezza su quello che è avvenuto, lo farò nei minimi dettagli con grande delusione di chi sostiene che la terra sia piatta”.

“Non c’è un momento in cui questo Paese riesce a stare unito e festeggia i successi”, ha aggiunto quindi il Procuratore. “Occorre anche fare una riflessione su come funziona il mondo dei media: le trasmissioni hanno riguardato profili dietrologici o profili che riguardano la vita privata della persona, sono stati diffusi particolari irrilevanti come le eventuali amanti o i farmaci utilizzati. Io mi sono molto irritato per questo: anche l’ultimo criminale ha diritto alla propria dignità, mettere in piazza queste cose che contributo ha dato al servizio che l’informazione dovrebbe fare? Ci hanno fatto vedere dal buco della serratura la vita del boss“.

“Ci sono soggetti che non fanno indagini da anni che compaiono sui media per disquisire sulla cattura (di Messina Denaro, ndr) o fanno dietrologie“, continua, rispondendo agli studenti che gli chiedevano delle polemiche legate alla cattura del padrino di Castelvetrano e ai presunti retroscena sull’arresto. “E’ stata una cattura – e ne faccio un vanto all’Arma dei Carabinieri – fatta nella maniera più urbana e civile possibile: non si sono viste armi ma divise che hanno dato ai cittadini che erano lì, ai pazienti un segno di tranquillità. Non ci sono stati gesti violenti, è stato preso e portato in una caserma senza neppure l’uso delle manette, non so in quale altro Paese a regime democratico si sarebbe fatto in questo modo. Penso che questa volta lo Stato abbia fatto le cose perbene“, ha poi sottolineato.

“A tutto lo Stato va riconosciuto questo successo, ai Carabinieri, ma anche alla Polizia, alla Guardia di finanza. E’ un successo che lo Stato ha il dovere di rivendicare e io, nella mia qualità di responsabile di capo delle indagini, ho il dovere di affermare la qualità assoluta senza speculazioni di nessun tipo”, ha afferma ancora Maurizio de Lucia. “I magistrati del mio ufficio – ha concluso il procuratore di Palermo- continueranno ad utilizzare solo il metodo della ricerca dei fatti nell’esecuzione del loro compito fondamentale: accertare i reati e fare condannare i responsabili. Ci interessa solo questo, accertare la responsabilità degli indagati”.

Sul ruolo di tv e giornali, De Lucia ha sottolineato: “Parlare delle amanti del boss, delle pillole che prendeva non è stato un buon servizio. Diciamo che alcuni media hanno guardato dal buco della serratura abdicando al ruolo importante che hanno. Peraltro a me da cittadino sapere certi particolari non interessa proprio “.

Redazione CdG 1947

Il procuratore De Lucia: «So come abbiamo catturato Messina Denaro; l'Italia non sa festeggiare, troppa dietrologia». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 3 Febbraio 2023.

Il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia

In un incontro con gli studenti del Gonzaga il Procuratore di Palermo ha ribadito l’importanza dell’operazione e criticato i colleghi che «non fanno indagini da dieci anni». Poi la stoccata su Baiardo: «Un signore già condannato che circola nelle tv»

L’auditorium è pieno. Sono tanti gli studenti del liceo Gonzaga, uno degli istituti scolastici più esclusivi di Palermo frequentato dalla cosiddetta buona borghesia della città, venuti ad ascoltare Maurizio de Lucia, il procuratore del capoluogo siciliano che ha coordinato le indagini che hanno portato all’arresto del boss Matteo Messina Denaro. Un confronto di quasi due ore quello tra il magistrato e i ragazzi che, tra domande spontanee e quesiti scontati e, forse, suggeriti dai docenti, ha toccato cronaca e storia del fenomeno mafioso. Come si è arrivati a catturare il padrino di Castelvetrano, la dietrologia a nemmeno 24 ore dall’arresto e le voci di una trattativa con la consegna del boss sul piatto, il mestiere di magistrato, la borghesia mafiosa, le intercettazioni e il 41 bis: i temi trattati sono stati molti.

Le critiche a Baiardo

«C’è una grande differenza tra il mondo in cui succedono le cose e quello in cui si dice che potrebbero succedere. Io parlo del primo. So come è andata, conosco le indagini e non parlo di un signore che è stato condannato anni fa per favoreggiamento di mafiosi e che circola in alcune tv», ha detto, secco, il procuratore rispondendo a uno studente che gli chiedeva un commento sulle dichiarazioni di Salvatore Baiardo, fiancheggiatore dei boss Graviano che mesi fa aveva parlato di un Messina Denaro ammalato e prossimo alla cattura. «Che il latitante fosse malato lo si diceva. Io so quando è stato arrestato e come si è arrivati a questo grande risultato. Al momento opportuno visto che ci sono indagini in corso, si potrà dire di piu’», ha spiegato. E non meno netto è stato verso chi da settimane pontifica sui media sull’inchiesta. «C’è gente che non fa indagini da dieci anni e viene a dirci come si fanno — ha detto probabilmente riferendosi anche ad alcuni suoi colleghi o ex colleghi — Questo è un paese strano: un minuto dopo l’arresto già c’erano i murmurii (le voci, ndr). Non c’è stato neanche il tempo di festeggiare quello che è un successo per lo Stato che già erano iniziate le dietrologie».

L’importanza delle intercettazioni e de 41bis

Nelle risposte del magistrato non sono mancate stoccate ai media che «in alcuni casi, invece di raccontare chi sia Messina Denaro e cosa abbia fatto, invece di parlare dello stragista sanguinario ci hanno intrattenuto su amanti e pillole. Ecco, a me da cittadino guardare dal buco della serratura propria non interessa». De Lucia, che ha raccontato le fasi della cattura e delle indagini che hanno portato i pm sulle tracce del boss, ha ribadito l’importanza delle intercettazioni nelle indagini antimafia e del carcere duro. Infine, nella scuola che forma la futura classe dirigente, ha parlato della borghesia mafiosa che sicuramente è stata al fianco del latitante consentendogli per 30 anni di sfuggire alla cattura. «È una fetta della società compiacente con Cosa nostra. Persone che hanno studiato e che si sono laureate ma cercano un dialogo con la mafia per assicurarsi vantaggi economici e non solo».

Paolo Guido.

Mail di Paolo Cirino Pomicino a Dagospia il 26 gennaio 2023.

 L’arresto di Matteo Messina Denaro ha attivato una intensa attività mediatica sulle modalità della cattura, sui covi dell’imprendibile mafioso latitante e su tutto ciò che di intimo si trovava, su quanti avevano protetto la sua trentennale latitanza e via  di questo passo.

 In questa ricerca spasmodica dei dettagli e delle curiosità è sfuggita la cosa più importante, il nuovo profilo della procura della repubblica di Palermo.

 L’andata in pensione del nucleo storico di quei procuratori (Scarpinato, Teresi, Principato e tantissimi altri) ha portato alla guida di quell’ufficio prima Francesco Lo Voi, da sempre vicino a Giuseppe Pignatone, ed ora Maurizio de Lucia e l’aggiunto Paolo Guido che sono riusciti a chiudere l’anello per catturare Messina Denaro con la strabiliante capacità dei Ros dei carabinieri.

Questa coppia di inquirenti hanno un profilo totalmente diverso dai predecessori.  Parlano poco, non sembra che fantastichino, lavorano sodo parlando con gli atti ed i provvedimenti. Addirittura Paolo Guido nel passato si rifiutò di firmare la richiesta di rinvio a giudizio degli imputati della famosa trattativa Stato-mafia tra cui i vertici dei Ros che oggi sono sull’altare per l’abilità dimostrata.

Un cambio profondo, dunque, della guida della procura di Palermo non può che far piacere perché sostituisce le indagini con le interviste.

 Oggi che si tenta di scoprire quanti concorsero alla latitanza di Messina Denaro forse si potrà anche capire chi sottrasse dalla cassaforte nell’ufficio della PM Maria Teresa Principato, autorevole consorte del neo senatore Roberto Scarpinato già procuratore generale della procura di Palermo, il computer con le pendrive relative che contenevano l’intero dossier in una unica copia di tutte le indagini su Messina Denaro.

Le chiavi di quella cassaforte erano solo due, come racconto’ Paolo Mondani di Report, una l’aveva la Principato, naturalmente, ed un’altra il suo assistente finanziere Calogero Pulici indagato e poi assolto. Pulici aveva come avvocato Antonio Ingroia che si oppose alla archiviazione perché voleva vedere un po’ più chiaramente quella inquietante vicenda.

L’autore del furto non era certamente un collezionista di computer ma, secondo la logica, qualcuno interessato a tutelare la latitanza di Messina Denaro.

 Chissà se con questa nuova guida della procura di Palermo non si possa far luce anche su questo aspetto che lascia in giro inquietanti sospetti. 

Chi è il magistrato Paolo Guido che ha coordinato le indagini: i tratti di Falcone e Borsellino e l’allergia alle telecamere. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Gennaio 2023

È il magistrato che sta facendo tremare Cosa Nostra. Solo lavoro e low profile: non a caso non firmò le richieste sulla presunta trattativa Stato-Mafia

Avete presente l’ex pm Ingroia? L’opposto. Ed il pm Di Matteo? L’opposto. Il magistrato Paolo Guido è ben altro, agli antipodi dello stile dei professionisti dell’Antimafia chiodata e idolatrata che imperversa nei talk show che hanno riempito palinsesti ma di fatto incapaci di portare prove nei processi. A Palermo città in cui non sono pochi i magistrati frequentano i “salotti” e sono mondani come lo era il magistrato Scarpinato, ora diventato senatore del M5S , il procuratore aggiunto Guido viene considerato da tutti l’ “anti-presenzialista”, come dovrebbe essere un vero magistrato.

Dopo aver trascorso notti prima dell’arresto di Matteo Messina Denaro, partecipando alla perquisizione del covo del boss in pieno centro a Montebello di Mazara, Paolo Guido, che ha coordinato l’inchiesta per la cattura del boss mafioso, ha ceduto volentieri il palcoscenico delle telecamere e dichiarazioni alla stampa al procuratore capo (anche perchè lo prevedono le norme ministeriali) ed ai vertici dei Carabinieri del Ros, preferendo restare molto volentieri dietro la scrivania del suo ufficio sempre con la porta aperta, nel palazzo di giustizia di Palermo.

Questo magistrato 55enne che sta conducendo gli interrogatori chiede ai suoi selezionatissimi colleghi e amici con cui parla, che vuole restare al riparo dalla notorietà, preferendo restare nella sua vita riservata, che è proprio la sua, di vero “servitore” dello Stato che non vuole esaltare le folle e suscitare cori da piazza.   All’inizio della sua carriere, Paolo Guido si era occupato dei reati contro la pubblica amministrazione, passando dopo ad occuparsi della criminalità organizzata.

Ha seguito anche l’indagine per concorso esterno sull’ex presidente del Senato Renato Schifani attuale presidente della Regione Sicilia, che venne prontamente archiviata non essendovi alcun riscontro . E adesso, in un momento in cui il teorema “trattativa Stato-Mafia” riecheggia di nuovo per colpa di qualche “masaniello” sotto le mentite spoglie di giornalista, la dichiarazione secca e decisa di Guido sull’arresto di Matteo Messina Denaro “Non c’è stata nessuna trattativa” acquisisce maggiore credibilità ed importanza la circostanza che a coordinare l’operazione del Ros, sia stato proprio un magistrato che non ha mai avallato quello che si rivelò un castello fatto d’aria, mentre invece, come dimostra l’arresto di “Iddu” la legalità e lo Stato hanno assoluto bisogno di sostanza e non di chiacchiere.

Per nostra fortuna ci sono ancora dei magistrati bravi e professionisti, che utilizzano i soldi pubblici per condurre indagini reali, così facendo l’Antimafia dei fatti, mentre ci sono altri magistrati più interessati a montare invenzioni giudiziarie pur di conquistare il palcoscenico e vedere il proprio nome sui giornali ed in televisione. Paolo Guido appartiene alla prima specie. Prima e dopo l’incarico del 2017 a coordinare le indagini contro Matteo Messina Denaro, ha lavorato tra Trapani e Agrigento sempre in modo silenzioso, senza mai creare clamore attorno al suo operato. Tempo fa ha detto: “Messina Denaro è un boss che impone un pesante controllo mafioso sul suo territorio, ma senza forzare. Si occupa dei grandi affari, e lascia vivere i piccoli commercianti, non li tartassa a differenza di quanto accade in altre zone. Perciò crea consenso e viene mitizzato come un potente che ha grandi auto e belle donne“.

Sono in molti a rivedere in Paolo Guido il nuovo magistrato antimafia “stile Falcone-Borsellino”. Nei primi mesi del 2013, da sostituto procuratore, Paolo Guido rifiutò di mettere la firma sotto all’azzardata inchiesta di rinvio a giudizio contro il generale Mori (che guidava il ROS dei Carabinieri) ed il capitano De Donno, predisposta dall’accoppiata Ingroia-Di Matteo sula fantomatica “trattativa Stato-Mafia. E quel allora sconosciuto pm originario di Cosenza, senza aver mai lavorato in Calabria, laureatosi a Roma dove ha mosso i primi passi ebbe ragione anzitempo alla luce di come è finita la vicenda processuale che ha visto l’ azzeramento in Corte d’Appello del teorema azzardato della “trattativa” e l’ ennesima figuraccia dell’Antimafia a parole.

Chi esaltava e conservava la celebre foto del pool di Milano, nel periodo di Tangentopoli, che insieme a Di Pietro e Borrelli attraversavano la Galleria di Milano tra le ali di popolo inneggiante al loro eroismo, la deve dimenticare se vuole capire il comportamento personale e professionale del magistrato “dottor Guido”. A cui dobbiamo tutti dire “grazie“.

Redazione CdG 1947

Il magistrato che ha arrestato Messina Denaro: «Sono cosentino nell’anima». LUCIANA DE LUCA su Il Quotidiano del Sud il 17 Gennaio 2023.

PAOLO Guido stanco e felice. Come quando si è affrontati una battaglia lunga ed estenuante, come quando si è andati avanti senza certezze, applicando rigore e buone intuizioni alla ricerca senza sosta di un fantasma al quale si voleva dare forma e sostanza a tutti i costi.

Paolo Guido, il procuratore aggiunto di Palermo con delega sulle indagini per la cattura del boss latitante Matteo Messina Denaro, dopo tanti anni di lavoro, definisce quella di ieri “proprio una gran bella giornata”.

Dottor Guido, come si sente ora, dopo la cattura di Matteo Messina denaro che avviene dopo tanti anni di lavoro non facili, pieni di entusiasmi ma anche di cadute e ripartenze.

«Mi sento bene perché questo è un momento molto importante sia per lo Stato che per chi da tanto tempo porta avanti la lotta contro le mafie. La giornata di ieri segna un bel vantaggio, un punto a nostro favore e sono molto felice ed orgoglioso, da magistrato, per questo risultato. Matteo Messina Denaro era l’ultimo stragista che rimaneva da prendere e finalmente giustizia è stata fatta. E per me essere protagonista di una pagina di storia tanto bella è motivo di grande orgoglio».

Tutta l’Italia ma soprattutto i cosentini, condividono con lei questo orgoglio.

«Io sono cosentino nell’anima, nella mia città ho i miei amici e ho un profondo legame con la mia terra. Condividere con i calabresi un momento tanto importante non può che rendermi felice soprattutto perché questa occasione ci offre l’opportunità di parlare bene, qualche volta, anche dei calabresi».

Dottor Guido, nonostante l’importanza della cattura di Messina Denaro, c’è chi, in una giornata storica come questa, tira fuori le dichiarazioni del pentito Salvatore Baiardo, che già nel novembre scorso aveva ipotizzato la cattura del boss di Castelvetrano in seguito a un’ennesima trattativa tra Stato e mafia.

«Io posso confermarle che siamo arrivati a identificare e catturare Matteo Messina Denaro esclusivamente sulla base di attività di indagini che ci hanno fornito dei dati investigativi importanti. Non ci sono stati collaboratori di giustizia, non ci sono state fonti anonime, né confidenziali, nessuna informazione proveniente dall’esterno. La cattura del boss è avvenuta solo grazie ad un’attività certosina e direi ortodossa, mi lasci usare questo termine».

Quindi conferma che l’ipotesi di una ennesima trattativa tra Stato e mafia in questo caso non ha ragion di esistere.

«Direi proprio di sì e queste illazioni fanno torto a un’operazione di intelligence e di accertamento sul campo, portati avanti con grandissima professionalità da una struttura di eccellenza che oggi merita il giusto riconoscimento e me lo faccia dire anche per l’attività che la procura di Palermo, nel corso di tanti anni, ha svolto in maniera rigorosa e trasparente. Questa ipotesi è veramente una nota stonata in un momento come questo, perché la cattura di Messina Denaro é la sintesi di uno sforzo collettivo che non è frutto di dietrologie o di altre ipotesi fantasiose e alternative. Io sul lavoro che abbiamo svolto, non nutro alcun dubbio».

Da quanto tempo eravate sulle tracce del boss. Da quando sapevate che Matteo Messina Denaro si curava nella clinica “La Maddalena” di Palermo?

«Noi lo abbiamo saputo da pochissimi giorni. Siamo arrivati a lui con un meccanismo di esclusione e di verifiche progressive, fino ad arrivare a selezionare la persona che non corrispondeva alle generalità che aveva dato. Quando abbiamo avuto, finalmente, questa certezza, abbiamo deciso di intervenire convinti che lo avremmo preso».

Ispirati da…

Estratto dell’articolo di Gianmarco Lotti per firenze.repubblica.it il 19 gennaio 2023.

"L'arresto di Matteo Messina Denaro è una grandissima soddisfazione. Per trent'anni non ho dormito ripensando a quella notte, a quello sportello del Fiorino che si chiude". Chiara Tenerini ha 50 anni, viene da Cecina (Livorno) e da settembre 2022 è deputata di Forza Italia. Il 27 maggio 1993 viveva a Firenze.

 Era a pochi passi dall'auto bianca stipata di esplosivo, che in un istante squarciò la storia della città e d'Italia. Poi un grido di giustizia, durato poco meno di trent'anni, placatosi da poche ore, da quando è stato arrestato il boss mafioso Matteo Messina Denaro. Tenerini è stata testimone della strage di via dei Georgofili, un evento che l'ha segnata e si è portata dentro per anni.

 Come ha reagito dopo l'arresto del boss?

"Per me è stata una liberazione. È un cerchio che si chiude a trent'anni da quella notte. Non ho mai voluto parlarne, l'argomento è uscito fuori solo in campagna elettorale, non perché l'ho tirato fuori io. Ora però sento una grande soddisfazione dopo l'annuncio dell'arresto".

Cosa prova adesso?

"Vorrei incontrarlo. Vorrei avere un confronto con lui. Sarebbe bello se Messina Denaro facesse i conti con sé stesso e ci dicesse qual era l'obiettivo di quella notte, perché sono stati uccisi degli innocenti. A me quella sera ha cambiato la vita".

 Ci racconta il suo 27 maggio 1993?

"Facevo l'università a Firenze, studiavo Scienze forestali. A febbraio io e le mie coinquiline avevamo lasciato piazza San Marco, troppo caotica, per andare in via Lambertesca, a due passi dagli Uffizi. Abitavamo al civico cinque, al primo piano. Il 27 maggio io ero uscita per andare a vedere al cinema la prima visione di un film di Francesca Archibugi [Il grande cocomero, ndr] ed ero rientrata tardi. Ero in casa verso l'una circa. Per non svegliare le coinquiline ho deciso di dormire sul divano letto".

 Poi cosa è successo?

"Ho sentito un boato enorme. Poi le sirene, gli allarmi, le urla. Un inferno vero. Ho controllato che le coinquiline stessero bene poi ho deciso di scendere in strada. 

 (...)

"Ricordo il forte odore di polvere da sparo che impregnava i vestiti anche a distanza di giorni. Ricordo il fumo che pervadeva la strada e le case. Ricordo, soprattutto, quel Fiorino bianco. Ricordo il rumore dello sportello che si chiude e io che lo sento in piena notte, senza pensarci".

 Il ricordo l'ha segnata?

"Per anni non ho dormito. Ho preso farmaci, sono andata da un analista, è stata dura. Se ero a letto e sentivo parcheggiare un'auto, la testa andava a quella notte. Ci sono stati momenti in cui non dormivo, prendevo la macchina e guidavo fino all'alba. Mi ha lasciato un segno grande. Quell'attentato è andato a colpire innocenti nel luogo dove si sentivano più al sicuro, nella propria casa".

Da ansa.it il 18 gennaio 2023.

"L'abbiamo saputo stamani anche noi.

Aver usato la poesia Tramonto di Nadia come titolo dell'operazione che ha portato all'arresto di Matteo Messina Denaro è un simbolo, un bel segnale che viene dato a tutti, non è solo una carezza alle due bambine, nostre nipoti".

 Così da La Romola (Firenze) Luigi Dainelli commenta il nome scelto dal Ros per il blitz di cattura del boss. Dainelli e la moglie Patrizia Nencioni sono zii di Nadia, 9 anni, e Caterina, 50 giorni, uccise il 27 maggio 1993 dall'autobomba di via dei Georgofili coi genitori Fabrizio Nencioni e Angela Fiume, e lo studente Dario Capolicchio. 

"Non so dire - ha proseguito Luigi Dainelli - se qualcuno di loro, dei carabinieri, scegliendo la parola Tramonto abbia voluto ricordare le bambine e aver voluto richiamare attenzione sulle vittime dell'attentato di Firenze, o se si sia voluto anche interpretare qualcosa di più, forse pure il tramonto personale del boss Matteo Messina Denaro che viene segnato dal suo arresto". "Questo non lo so - ha concluso -, ma so che al di là di tutto, facendo così, c'è stato un pensiero di investigatori e inquirenti dedicato alla strage di Firenze. Speriamo che Messina Denaro si decida a parlare, a dire la verità completa sulle stragi. Noi speriamo che con questo arresto si possa saperne di più".

Nadia Nencioni scrisse la poesia Tramonto pochi giorni prima dell'attentato in un quaderno tuttora conservato e riprodotto per raccontare la vicenda nelle scuole. Gli zii Dainelli sono tra i pochissimi parenti della famiglia Nencioni distrutta dall'autobomba. Il 22 dicembre 2017 morì a 94 anni la nonna paterna delle bimbe Lucia Vignozzi. Nel giardino pubblico davanti alle finestre della sua casa a La Romola fu posto il monumento che ricorda anche oggi i suoi familiari morti nell'attentato.

L'autobomba esplosa nel 1993 in via dei Georgofili. Messina Denaro, l’operazione chiamata Tramonto come la poesia di Nadia: morta a 9 anni nella strage di Firenze. Vito Califano su Il Riformista il 17 Gennaio 2023

Si chiamava Nadia e aveva appena 9 anni quando è morta, una delle vittime dell’attentato della Mafia a Firenze nel maggio 1993. Aveva scritto una poesia intitolata Tramonto. E Tramonto è stata chiamata l’operazione dei Ros dei carabinieri che hanno arrestato ieri presso la clinica La Maddalena, nel quartiere San Lorenzo a Palermo, il superlatitante Matteo Messina Denaro, la “Primula Rossa” di Cosa Nostra, ricercato dal 1993, che per l’attentato di Firenze fu condannato all’ergastolo.

La notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993 esplose un’autobomba a Firenze, la strage dei Georgofili, nei pressi della Galleria degli Uffizi. Quei 277 chilogrammi di esplosivo uccisero cinque persone, rientravano nella strategia terroristica e stragistica di Cosa Nostra. Nadia Nencioni morì con la madre Angela Fiume, al padre Fabrizio Nencioni e alla sorellina Caterina di appena 50 giorni. Anche lo studente di architettura Dario Capolicchio, 22 anni, originario di La Spezia, perse la vita. Altre 41 persone rimasero ferite.

Solo tre giorni prima dell’attentato la bimba di nove anni aveva scritto una poesia, intitolata Il Tramonto:

Il pomeriggio se ne va

il tramonto si avvicina, un momento stupendo

il sole sta andando via (a letto)

è già sera tutto è finito

Il quaderno su cui scrisse quelle righe è ancora conservato e riprodotto dall’associazione dei Familiari delle vittime della strage di via de’ Georgofili per raccontare la vicenda nelle scuole.

“L’abbiamo saputo stamani anche noi. Aver usato la poesia Il Tramonto di Nadia come titolo dell’operazione che ha portato all’arresto di Matteo Messina Denaro è un simbolo, un bel segnale che viene dato a tutti, oltre ad essere una carezza alle due bambine, nostre nipoti“, ha commentato all’Ansa Luigi Dainelli, zio con la moglie Patrizia Nencioni di Nadia, che vivono a La Romola. “Non so dire se qualcuno di loro, dei carabinieri, scegliendo la parola Tramonto abbia voluto ricordare le bambine e aver voluto richiamare attenzione sulle vittime dell’attentato di Firenze, o se si sia voluto anche interpretare qualcosa di più, forse pure il tramonto personale del boss Matteo Messina Denaro che viene segnato dal suo arresto”.

Di una cosa però lo zio è sicuro: “Al di là di tutto, facendo così, c’è stato un pensiero di investigatori e inquirenti dedicato alla strage di Firenze. Speriamo che Messina Denaro si decida a parlare, a dire la verità completa sulle stragi. Noi speriamo che con questo arresto si possa saperne di più”. A Nadia Nencioni e alla sorellina Caterina è stato intitolato un asilo nido comunale a Corleone, in provincia di Palermo.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Chi era il maresciallo Filippo Salvi a cui è stata dedicata la cattura di Matteo Messina Denaro. Maddalena Berbenni su Il Corriere della Sera il 17 Gennaio 2023.

Subito dopo l’arresto, il colonnello del Ros Lucio Arcidiacono ha rivolto un pensiero al carabiniere bergamasco che morì in Sicilia proprio mentre lavorava a un’indagine per catturare il boss. Riina, durante il processo, gli chiese: «Ma chi te l’ha fatto fare di venire qui?»

Ai tempi, il colonnello Lucio Arcidiacono guidava la sezione Anticrimine del Ros di Catania. Sempre Sicilia e sempre lotta alla mafia. Non lo conosceva di persona, Filippo Salvi. Non era tra i suoi uomini. Eppure è a lui che ha dedicato la cattura di Matteo Messina Denaro : non a Falcone o Borsellino, a cui certo è andato subito il pensiero, ma allo sconosciuto maresciallo partito da un paesino della Val Brembana e poi approdato al Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri di Palermo. Morì a 36 anni il 12 luglio 2007 sul monte Monte Catalfano, a Bagheria, proprio mentre stava lavorando alla cattura del pupillo di Totò Riina , latitante da un pezzo già a quei tempi: scivolò in un precipizio mentre stava installando una telecamera per indagare su alcuni soggetti vicini al boss. Un incidente.

Il colonnello: «Era uno di noi»

«Non era un mio collaboratore, ma era uno di noi. I ragazzi lo pensano sempre, ricordarlo era doveroso», ribadisce il colonnello Arcidiacono, oggi comandante del primo reparto investigativo del Ros. È stato lui a riconoscere Messina Denaro fuori dalla clinica Maddalena, ad avvicinarlo e poi a farsi confermare la sua identità. «In particolare dedico questo successo al nostro maresciallo», ha dichiarato nelle interviste successive.

Quando Riina gli disse: «Ma chi te l’ha fatto fare di venire qui»

Filippo Salvi, nome di battaglia Ram (in onore al suo diploma da informatico), era originario di Botta di Sedrina, dove ancora vivono i suoi genitori, Giannino Salvi e Lorenzina Vitali, che tutti in paese conoscono come Renza. La loro casa si affaccia sulla una piazza che l’amministrazione comunale, a luglio 2022 in occasione dei 15 anni dalla morte ha deciso di intitolare al maresciallo Salvi: «È un concittadino che ha dato molto — evidenzia il sindaco Stefano Micheli —. Non l’ho conosciuto di persona, ma ho avuto modo di approfondire la sua storia anche nei viaggi fatti in Sicilia, dove lo ricordano ogni anno».

La mamma, 77 anni, maestra in pensione, è un concentrato di aneddoti su quel figlio che faceva due gradini alla volta, che collezionava Tex Willer, che era tornato da una vacanza in Spagna con due amici senza più la Punto verde «perché s’era incendiata in un incidente, tornarono con gli abiti che ancora puzzavano di benzina e di fumo». E che, a 22 anni, le disse che si sarebbe arruolato nell’Arma tre giorni prima di partire: «È stato un onore inaspettato la dedica di ieri — dice Renza, seduta nella sua cucina —, gli amici non lo hanno mai dimenticato. Mi scrivono ogni mattina per sapere come sto, se va tutto bene. E guai se non rispondo». Da loro Renza, che nell’armadio conserva ancora la divisa del figlio («Non la portava mai, quella dell’unica foto che circola gliel’avevano prestata»), ha poi saputo dell’attività del figlio in Sicilia, dove era arrivato dopo un anno e mezzo passato al Centro raccolta dati dei carabinieri di Roma, lui che aveva un diploma da informatico. «Aveva seguito la cattura di Provenzano e il processo di Riina — ricorda Renza —. Durante un’udienza, mentre passava davanti alla gabbia con i faldoni in mano, Riina gli disse: “Tu non sei un terrone”. Un collega rispose per lui: “No, questo arriva da Bèrghem”. E Riina: “Ma chi te l’ha fatto fare di venire qui?”. E Filippo rispose: “Sono venuto giù per te”».

La piazza al Museo dell’Acciuga

Un’altra piazza «Maresciallo Filippo Salvi» si trova all’interno del Museo dell’Acciuga, ad Aspra, la frazione di Bagheria dove avvenne la tragedia. «È il giusto riconoscimento a un ragazzo che venne da Bergamo per liberarci dalla mafia», dice Michelangelo Balistreri, l’ideatore del museo creato nella vecchia fabbrica di acciughe della sua famiglia. «Raccontiamo la storia della Sicilia attraverso questo piccolo pesce. È un museo vivo, con centinaia di bambini a cui narriamo la storia di Filippo Salvi. La cosa più commuovente — osserva Balistreri — è vedere i suoi colleghi, ma anche ufficiali e prefetti venire in silenzio e senza divisa a visitare la piazza». Su Facebook esiste la pagina «I fratelli di Filippo Ram». In tanti hanno lasciato un messaggio, ieri, subito dopo la cattura dell’ultimo dei boss.

Il Carcere di Massima Sicurezza.

Estratto dell’articolo di Stefano Dascoli e Marcello Ianni per "il Messaggero" giovedì 28 settembre 2023.

[…] ieri è emersa la notizia delle minacce ricevute dall'oncologo che ha curato l'ex capo di Cosa Nostra dopo l'arrivo nel carcere dell'Aquila, lo scorso 17 gennaio. A Luciano Mutti sono giunti messaggi minatori che lo intimavano a curare il boss nella maniera migliore, pena ritorsioni. 

La polizia ha identificato e denunciato a piede libero un ventenne campano rintracciato a Torino. E sempre in Campania, a Castelnuovo di Napoli, un parroco, don Tommaso Izzo, è finito sotto accusa per aver organizzato e poi cancellato una messa in memoria di Messina Denaro.

Sono piovute condanne pesantissime. Il parroco si è difeso dicendo aver accettato la richiesta di un parrocchiano, ma non è stato l'unico a preoccuparsi per l'anima di Messina Denaro: all'Aquila tre monache benedettine di clausura del monastero di Tagliacozzo, Madre Donatella, suor Emanuela e suor Teresa Benedetta, hanno tentato di entrare nell'obitorio per pregare davanti alla salma, ma sono state respinte: «È pur sempre un figlio di Dio» hanno detto, sconsolate.

Gli scatti inediti del boss Matteo Denaro poche ore dopo l’arresto. Alfio Sciacca su il Corriere della Sera il 22 Febbraio 2023

Realizzate nell’hangar di Boccadifalco dove c’è la sede operativa dei Ros. Si vede il boss mentre firma il verbali di arresto

Tre foto, solo ora diffuse dai carabinieri del Ros. Immortalano il boss Matteo Messina Denaro alcune ore dopo la cattura, mentre firma il verbale di arresto. Le foto sono state scattate all’interno dell’aeroporto di Boccadifalco a Palermo, dove in un hangar c’è la base operativa dei militari del Reparto operativo speciale. Negli scatti il boss appare dimesso e ormai rassegnato, senza alcuno sguardo di sfida nei confronti di chi lo ha appena assicurato alla giustizia dopo oltre 30 anni di latitanza. Come noto Messina Denaro è stato fermato il 16 gennaio davanti alla clinica «La Maddalena» dove era in cura da mesi.

Dopo la cattura venne prima portato nella sede della compagnia dei carabinieri di San Lorenzo e da qui all’aeroporto di Boccadifalco. Il giorno dopo il trasferimento nel carcere di massima sicurezza dell’Aquila dove è attualmente detenuto al 41 bis.

E proprio nel carcere abruzzese ieri il boss si è sottoposto al terzo ciclo di chemioterapia. Per i trattamenti sanitari di cui ha bisogno è stata allestita una cella-ambulatorio attigua a quella dove è rinchiuso, sotto strettissima sorveglianza. Ad assisterlo durante la terapia un oncologo, un anestesista e un’infermiera, dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila. Secondo le autorità carcerarie il boss è in buone condizione e non sarebbero emerse particolari criticità. Anche il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido lo aveva trovato «in buono stato e ben curato» dopo il primo interrogatorio in carcere, il 14 febbraio scorso.

Estratto dell’articolo di Francesco Grignetti per “La Stampa” il 20 Gennaio 2023.

È la tomba dei vivi, il 41bis, ovvero il carcere duro per mafiosi e terroristi. Ciò che davvero fa paura alla criminalità. Fu inventato ai tempi della mafia arrembante e la logica è intuitiva: serviva per spezzare i collegamenti con l'esterno, evitare che i boss continuassero a comandare da dentro le celle, e chiuderla con lo scandalo di certe carceri dove i padroni erano loro.

 Neanche troppo velatamente, c'è però un'altra motivazione meno nobile, ossia piegare le volontà più riottose e spingerle alla collaborazione.

Le condizioni di vita del detenuto soggetto al 41bis sono obiettivamente pesanti. Obbligatoriamente chiuso in una cella singola per l'intero giorno. Ha diritto ad appena due ore al giorno di «socialita» in gruppi composti da massimo quattro persone, tutti allo stesso livello di sicurezza.

 La regola non vale però per i boss più in vista, il Gotha del Gotha criminale, che vengono detenuti nelle cosiddette aree «riservate» e svolgono la socialità con una sola altra persona, e sempre la stessa.

[…]

Colloqui

Ciò che più li spaventa sono le restrizioni nei colloqui: uno solo al mese (invece di sei), di un'ora al massimo, e dietro un vetro divisorio, tranne se hanno figli minori di 12 anni, videosorvegliati da un agente di polizia penitenziaria. Su ordine della magistratura possono essere ascoltati dagli agenti.

 «Nel caso in cui i detenuti non effettuino il colloquio visivo mensile, possono essere autorizzati, dopo i primi sei mesi di applicazione del regime, a svolgere un colloquio telefonico con i familiari, che devono recarsi presso l'istituto penitenziario piu vicino al luogo di residenza al fine di consentire l'esatta identificazione degli interlocutori. La partecipazione alle udienze avviene esclusivamente "da remoto" in videoconferenza», sintetizza l'associazione Antigone.

 A luglio scorso erano 732 i detenuti al 41bis, in leggero calo rispetto al rapporto Antigine del 2020 (759). La maggior parte sono nelle carceri dell'Aquila, di Opera, Sassari e Novara. Nel penitenziario abruzzese, Matteo Messina Denaro incontrerà vecchi sodali. C'è ad esempio Filippo Graviano, condannato anche lui per le stragi del '92 e '93.

[…]

 Ecco, Filippo Graviano è al 41bis da tempo immemorabile come il fratello. Entrambi sono riusciti nell'impresa apparentemente inspiegabile di avere concepito un figlio con le legittime moglie nonostante il carcere duro.

 «Non racconterò mai a nessuno come ho concepito mio figlio mentre ero al carcere duro, perché sono cose intime mie. Dico solo che non ho fatto niente di illecito, ci sono riuscito ringraziando anche Dio e sono rimasto soddisfatto.

Non ho chiesto alcuna autorizzazione, ma ho approfittato della distrazione degli agenti», spiegò Giuseppe Graviano in un processo.

[…]

Le scrivo per annunciarle la sua morte. Lettera a Messina Denaro pubblicata nel 2015: “Voi morti al 41bis avete fatto andare in paradiso l’Antimafia dei bla bla bla”. Nicola Biondo su Il Riformista il 19 Gennaio 2023

Gentile Signor Matteo Messina Denaro, Le scrivo per annunciarle la sua morte.

No, non sono un medico e la morte a cui alludo non è quella fisica. Faccio il giornalista: capire chi comanda e chi invece ha perso il potere fa parte del mio mestiere.

Lei è morto come boss mafioso, come simbolo dell’organizzazione mafiosa. Tutti la chiamano l’invisibile e lei lo è diventato davvero. E non perché chi le dà la caccia non conosca la sua faccia di oggi. Ma perché lei non conta più niente. Il suo corpo che in questo istante respira, si muove o riposa non è più quello di un uomo potente, ma di un ricercato, come ce ne sono tanti, di un braccato. Non è più un cacciatore ma una preda.

Lei per primo qualche anno fa ha ammesso la sconfitta. Volevate piegare lo Stato, essere padroni a casa vostra (qualcuno poi vi ruberà lo slogan) e invece con mezzi più o meno ortodossi, siete stati battuti. Prima la gente faceva la fila in pieno giorno per riverirvi e chiedervi aiuto. Poi ha iniziato a farlo sempre più di nascosto. Troppo rischioso.

A lei hanno arrestato tutta la famiglia, la donna che le ha dato una figlia è andata via da casa, lì dove tutti la onoravano come un dio. Vi siete rivolti agli amici e hanno arrestato pure quelli. La sua latitanza costa decine di migliaia di euro al mese, nessuno fa niente per lei a gratis. Ma sa qual è la sconfitta più grande per uno come lei? Che qualcuno ha fatto carriera sulla vostra pelle. Qualcuno ha capito in tempo che al massimo della vostra forza militare, eravate deboli, debolissimi. Che tutto quel sangue non vi avrebbe portato bene.

Nello stesso momento in cui il mondo si accorgeva di voi, del vostro delirio di onnipotenza, qualcuno iniziava a costruire sapienti parole di cartapesta. Guappi di cartone voi, con le vostre bombe, eroi di cartone loro. Voi con le vostre parole d’onore, loro con i bla bla bla di antimafia e legalità. E mentre voi finivate tutti inguaiati, sbattuti dentro e dimenticati, loro – gli antimafiosi, i buoni – scalavano posizioni su posizioni. Voi finivate all’inferno, loro in paradiso. Ma eravate facce della stessa medaglia, entrambi ipocriti.

Conosco bene la provincia di Trapani, ci vivo. Un tempo ad ogni angolo di paese c’era un ragazzo pronto a impugnare la pistola per farsi largo nella vita, per diventare boss. Adesso non c’è più nessuno. Nessuno invidia la sua carriera, nessuno vorrebbe essere come lei. Chi vuole comandare in Sicilia, a Trapani, non sceglie l’organizzazione: si da alla politica, agli affari. Cosa nostra non è più un trampolino di lancio, è una zavorra. Non avete più appeal, direbbe un pubblicitario.

Se l’organizzazione non fa proseliti, non attira sangue nuovo a cosa serve?

Un tempo la mafia imponeva e controllava qualsiasi opera pubblica o impresa privata. Oggi una ditta qualsiasi arriva a Mazara del Vallo, nel suo mandamento, e per piazzare i pali eolici fa l’elemosina al mafioso locale: 500 euro a palo, una tantum. Non fate più paura a nessuno. Sa quando guadagna un ragazzino del Grande Fratello per ogni comparsata in discoteca? Di più, molto di più.

Un tempo lei uccideva per poco, molto poco. Ricorda quell’albergatore che definì “mafiosetti” lei e i suoi picciuttunazzi che bevevate nel suo locale atteggiandovi a grandi uomini e toccando il culo ad ogni ragazza che passava. Quell’offesa non gliela perdonò e diede ordine di ucciderlo. Mafioso, non mafiosetto, le parole sono importanti per Lei.

Quei colpi di pistola sancirono il passaggio. Con tutti i soldi che ha fatto suo padre, Lei poteva avere ogni cosa senza sporcarsi le mani di sangue. Ho immaginato più volte se invece di cercare l’approvazione di quella banda di assassini di cui suo padre si circondava avesse chiesto di andare via da Castelvetrano, all’estero a studiare. Magari economia visto che le piacciono gli affari e ama girare il mondo. Avrebbe avuto mille privilegi. Ma non le bastava essere Matteo Messina Denaro, godersi la vita anche senza lavorare. Voleva diventare don Matteo: il generale della sua falange, il Cesare di Cosa Nostra. Voleva incutere rispetto, non conquistarselo con qualche talento. Ma se uno come lei non si riproduce e non diventa un mito da imitare non è più nessuno, è morto. E intorno a lei non c’è più nessuno.

Lei è pure diventato un personaggio, con la mania dei ray-ban, la fissa per le belle donne e il lusso. L’incarnazione del boss hollywoodiano, una sorta di Al Pacino con le movenze di John Travolta. E’ finito anche sul Time, nella top ten dei mostri insieme con Bin Laden. Sono soddisfazioni per uno come lei che voleva vivere sempre al massimo.

Come le dicevo, è il mio mestiere saper leggere le cose che cambiano. Sono sicuro che Lei ha visto quel ragazzo di Castelvetrano che va in giro da settimane a vendere il suo brand da antimafioso che si ribella a lei e all’organizzazione. Io so che l’ha visto. E so cosa ha pensato. Che finché lei era don Matteo a quel ragazzo gli affari che lei faceva fare al padre gli convenivano. Gli permettevano di vivere a Roma, di tentare la carriera di attore, di curarsi il look che mostra sempre così raffinato. Ma da quando hanno arrestato il genitore con l’accusa di proteggere la sua latitanza, il babbio è finito. E il pericolo di avere l’intero capitale di famiglia sotto sequestro non è bello, dopo che hai vissuto così bene grazie a don Matteo. E allora si ricicla, facendola apparire come l’unico e assoluto male in una terra dove se non ci fosse Lei tutto sarebbe bellissimo.

E’ questo che mi fa capire che Lei è morto. Perché se un ragazzino che ha vissuto con i soldi che lei ha fatto fare a suo padre la ripudia così, a Castelvetrano, nella sua terra, lei non è più niente.

So che le piacciono tanto le massime latine e gliene consiglio una io che fa al caso: “I benefici sono graditi finché possono essere ricambiati, quando sono troppo grandi, invece di gratitudine generano odio“. Lei ha fatto favori troppo grandi. A tanti politici, a tanti imprenditori. Li ha fatti diventare dei vincenti, li ha protetti e li ha fatti diventare ricchi. Poi lei è diventato ingombrante. Non scrive più, non minaccia, non è più a capo di nessun esercito. E’ solo l’ultimo residuo di un mondo che non c’è più. Il suo nome “tira” ancora, questo è vero. Se si parla di mafia, lei c’è. Se si parla di antimafia, pure. Ma chi le sta dando la caccia lo sa. Lei pensa solo a rimanere più a lungo possibile lontano dalla cella prenotata da tempo per i suoi ultimi anni. Ha abbandonato la sua famiglia ed è stato abbandonato anche da coloro che lei ha reso ricchi.

I giochi, Matteo, sono finiti. E scusa se sono passato al tu, ma ai morituri va fatta sentire la vicinanza dei vivi nel momento del passaggio. Non voglio confortarti, sia chiaro, so che non ti pentiresti mai perché credo che tu non sia pentito di nulla se non di essere stato sconfitto. Ma potresti parlare. Raccontare mille cose: chi ti ha protetto, chi hai aiutato, cosa è davvero la mafia e chi l’ha usata. Certo, rischieresti di non essere creduto. Quante persone “perbene” a cui hai fatto fare fortuna avrebbero buon gioco a negare? Quanti geometri, avvocati, notai, quanti medici, assessori, dirigenti locali e regionali, direttori di banca e imprenditori dopo averti “usato” oggi potrebbero dire davanti alle tue accuse “mi ha minacciato per ottenere qualcosa ma io non volevo”.

Ecco l’eredità che lasci. Una banda di sanguisughe. Che vivranno liberi e faranno magari pure gli antimafiosi e ti sputeranno in faccia pubblicamente. Ecco perché anche tu sai di essere morto. Pensaci Matteo, mentre cambi rifugio dopo rifugio e senti sempre più vicina l’ora della morte targata 41bis. Hai un’occasione, quella di non morire da solo che è sempre una cosa brutta. Nicola Biondo

Felice Cavallaro per il “Corriere della Sera” il 20 Gennaio 2023.

[…] Da una parte, l’avvocata Guttadauro, alta, scura, capelli non lunghi, tre figli, un’esistenza dedicata ai parenti sotto processo. Una vita e una professione segnate. Dall’altra, l’avvocato Fabio Trizzino, genero di Paolo Borsellino. Storie e vissuti paralleli che potranno incrociarsi come non è mai avvenuto.

 Lorenza […] potrà superare anche i portoni blindati del supercarcere abruzzese, attraversando come se non esistessero le maglie del 41 bis, il regime che impedisce contatti diretti fra detenuti e familiari. Ma non all’avvocato. Anche se nipote diretta. Ed è questo che pone qualche dubbio, che inquieta tanti investigatori e magistrati impegnati in passato a caccia del boss.

La preoccupazione, analoga a quella dei colleghi che adesso setacciano i segreti del boss, è sintetizzata da un ex sostituto della Direzione antimafia di Palermo, Massimo Russo: «Temiamo la beffa e lo scacco matto del padrino appena arrestato […] una mossa che spiazza lo Stato, che rivela un vuoto normativo […] Maglie che si allargano, costringendo a doverci fidare della deontologia professionale dell’avvocata Guttadauro.

 Ma se il 41 bis nasce per escludere rapporti con il mondo esterno al carcere e, soprattutto, possibili intese sotterranee con i parenti anche durante i colloqui, dovremmo pure porci la questione di un parente-avvocato. Cosa che non ha mai fatto nessuno. Matteo Messina Denaro ha trovato il «vuoto» della norma. E lo colma.

[…]

(ANSA il 17 gennaio 2022) - E' sbarcato ieri sera con un volo militare all'aeroporto di Pescara il boss mafioso Matteo Messina Denaro, dopo l'arresto avvenuto a Palermo. L'ipotesi più accreditata, come anticipato da La Repubblica e il Centro, è che il boss venga detenuto nel carcere dell'Aquila poichè è una struttura di massima sicurezza, ha già ospitato personaggi di spicco ed anche perchè nell'ospedale del capoluogo c'è un buon centro oncologico.

Non è escluso che il boss sia stato trattenuto altrove per la notte, o in una caserma o nei vari penitenziari della zona. Secondo quanto si è appreso, autorità ed istituzioni sarebbero state allertate.

(ANSA il 17 gennaio 2022) - E' in vicolo San Vito (ex via Cv31), in pieno centro a Campobello di Mazara, il covo dove si sarebbe nascosto il super latitante Matteo Messina Denaro negli ultimi periodi.

La casa è stata perquisita stanotte. Alle operazioni ha preso parte il procuratore aggiunto di Palermo Paolo Guido e ora è presidiata dai carabinieri. Alle 8,30 al covo sono arrivati gli uomini del Reparto investigazioni scientifiche di Messina che stanno passando al setaccio l'abitazione. 

Sul posto anche il capitano dei carabinieri della compagnia di Mazara del Vallo Domenico Testa. Messina Denaro viveva in una casa che negli ultimi mesi, dopo il trasferimento dei proprietari, è rimasta disabitata.

Estratto dell'articolo di Liana Milella per “la Repubblica” il 17 gennaio 2022.

 Avrà "compagni" di tutto rispetto, nel carcere dell'Aquila, Matteo Messina Denaro. Nomi pesanti di Cosa nostra, come quelli di Filippo Graviano, Carlo Greco e Ignazio Ribisi; della 'ndrangheta, come Pasquale Condello; e della camorra come Paolo Di Lauro senior e Ferdinando Cesarano.

 Ma in quel carcere c'è pure Nadia Desdemona Lioce che, per le Nuove brigate rosse, è stata condannata all'ergastolo per gli omicidi Biagi e D'Antona, visto che solo all'Aquila c'è la sezione del 41 bis per le donne. Ma nessuno di loro s' incontra mai. Perché quella prigione è stata pensata proprio, ed ospita solo detenuti al 41 bis. I maschi sono 160. Dodici le donne, 'ndranghetiste e camorriste. Un gruppetto di detenuti comuni, per lo più extracomunitari, pensa al vitto e alla manutenzione delle celle.

Un'oasi di carcere duro in Abruzzo? Proprio così. È il polo italiano del 41 bis. […] Ma […] qui, viste le sue condizioni mediche, c'è anche un buon reparto di medicina oncologica. […]

Il boss di Cosa Nostra nel supercarcere Le Costarelle. Cella 4 metri per 3, palestrato, i tatuaggi “misteriosi”: le prime ore in carcere di Matteo Messina Denaro: “Fino a ora ero incensurato”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 18 Gennaio 2023

Matteo Messina Denaro è arrivato nel supercarcere Le Costarelle dell’Aquila all’1:20 di ieri mattina, martedì 17 gennaio. Non era mai stato in prigione. “Fino a stanotte ero incensurato poi non so che è successo”. E alla domanda sulla residenza ha risposto: “Non ho mai avuto una residenza”. È quanto emerge dai primi resoconti – un po’ retroscena, un po’ indiscrezioni – sulle prime ore da detenuto della “Primula Rossa” di Cosa Nostra.  All’aeroporto militare Boccadifalco di Palermo, prima di salire sull’aereo che lo avrebbe trasferito a Pescara aveva scritto, secondo Salvo Palazzolo su Repubblica, un biglietto: “I carabinieri del Ros e del Gis mi hanno trattato con grande rispetto e umanità. Palermo, 16 gennaio 2023”.

Il superlatitante arrestato lunedì mattina, presso la clinica La Maddalena a Palermo, quartiere San Lorenzo, non si è sottratto al colloquio con la psicologa, è stato visitato. Secondo quanto riporta Il Corriere della Sera non avrebbe chiesto niente: giornali, libri, cibo. Non avrebbe cenato. La biancheria gli è stata fornita dal cappellano del carcere. “Ventiquattro ore in cella da solo, senza nemmeno accendere la televisione, anche solo per avere compagnia, o guardare quello che viene messo in onda su di lui e sul suo arresto. Nulla. Non ha la curiosità di vedere, di ascoltare ciò che viene detto sul suo conto. La tv resta spenta. E lui seduto sul letto con le mani a reggere il viso”, riporta Repubblica.

È solo nella sua cella, grande quattro metri per tre – poco più di 10 metri quadrati. Bagno angolare, letto, tavolo, un mobiletto. Tutto inchiodato a terra, tv chiusa in un box senza accesso ai canali regionali per evitare messaggi in codice. Niente cucinotto: il fornello e il cibo da preparare gli verranno forniti al mattino e ritirati la sera. Nessun altro nella sua ala. Sarebbe proprio l’isolamento, scrive Repubblica, a farlo soffrire di più in queste prime ore da detenuto. Avrebbe rifiutato di uscire a passeggiare nell’ora d’aria, lungo un corridoio protetto da muri alti oltre cinque metri, perché non vorrebbe camminare da solo.

“Sarà un detenuto al 41 bis come tutti gli altri”, hanno fatto sapere dal carcere. 154 in tutto nella struttura, di cui 12 donne. A sorvegliare gli agenti del Gruppo operativo mobile. I detenuti al 41 bis hanno diritto a un solo colloquio al mese con i familiari. Presso l’istituto penitenziario in Abruzzo sono reclusi altri personaggi di spicco della criminalità organizzata: i boss mafiosi Filippo Graviano, Carlo Greco e Ignazio Ribisi, il capo ’ndranghetista Pasquale Condello, i camorristi Paolo Di Lauro e Ferdinando Cesarano.

Malato di tumore al colon, Messina Denaro sarà seguito dall’Ospedale San Salvatore dell’Aquila, che ha un reparto dedicato ai detenuti al 41 bis. Si valuta come poter svolgere il trattamento in una stanza attrezzata nel carcere senza trasportare il detenuto all’esterno. “Meglio non sottoporre gli agenti a rischi e sforzi per evitare che venga bucata la rete di protezione come è accaduto in passato: se Messina Denaro è il capo della mafia, al di là dell’abnegazione degli agenti, lo resta anche in carcere”, ha avvertito Leo Beneduce dell’Osapp.

Le sue condizioni fisiche hanno stupito gli agenti: “U’siccu” sarebbe in perfette condizioni fisiche, anzi piuttosto palestrato. Ha dei tatuaggi sui quali si la stampa potrà ricamare parecchio, qualcuno già li definisce “misteriosi”: una data, 8 ottobre 1981, disegnata in numeri romani; una scritta: “Tra le selvagge tigri”; una citazione, parafrasi di Victor Hugo, “Ad augusta per angusta”. A difenderlo sarà la nipote: l’avvocata Lorenza Guttadauro, moglie di Girolamo Bellomo, detto Luca, già arrestato, figlia di Rosalia Messina Denaro e di Filippo Guttadauro, fratello dell’ex capomafia di Brancaccio Giuseppe Guttadauro. Fino a oggi era sempre stato difeso da avvocati d’ufficio.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Messina Denaro in carcere scherza: «Precedenti? Io fino a oggi ero incensurato, poi non so che è successo». Virginia Piccolillo su Il Corriere della Sera il 17 Gennaio 2023.

Lo stupore delle guardie: fisico «palestrato» e atteggiamento «ironico»

«Siccu» sì, ma non deperito. Anzi, a dispetto della sua malattia, «in perfette condizioni fisiche e sicuramente palestrato». E non depresso, come era apparso all’arresto Bernardo Provenzano, ma «più che reattivo, per niente aggressivo, anzi, a suo modo, ironico». Matteo Messina Denaro ha sorpreso chi ha assistito al suo ingresso nel supercarcere Le Costarelle dell’Aquila, all’1,20 del mattino di ieri. Malgrado fosse la sua prima volta in carcere si è concesso persino qualche battuta. A chi, nel compilare la scheda anagrafica, gli chiedeva: «Precedenti?», il boss, catturato con una falsa identità, ha accennato un sorriso e risposto: «Fino a stanotte ero incensurato poi non so che è successo». E al quesito successivo: «Residenza?», la primula rossa della mafia ne ha abbozzato un altro e risposto: «Non ho mai avuto una residenza». Non si è sottratto al colloquio con la psicologa. E poi ha tolto gli abiti — tutto griffato, dal giaccone di montone, al cappellino uguale, alla camicia — e si è sottoposto alla visita, nella quale è apparso ben curato e senza criticità immediate.

Non ha chiesto nulla. Né attrezzi da palestra, né giornali, né libri, né altro. E alla domanda specifica se avesse cenato o volesse qualcosa da mangiare ha risposto: «Non ho cenato, non avevo fame, ma non mi va nulla. Grazie».

Poi è stato accompagnato nella sua stanza di detenzione. Misure regolari: 4 metri per tre con bagno angolare, letto, mobiletto e tavolo, tutto inchiodato a terra, tv chiusa in un box priva di accesso ai canali regionali, per evitare messaggi in codice, e niente cucinotto. Per motivi di sicurezza fornello e cibo da preparare gli verranno forniti al mattino e ritirati la sera. Non avendo biancheria personale gli è stata portata quella dell’istituto dal cappellano del carcere.

Il personale penitenziario ci tiene a specificare che Matteo Messina Denaro «sarà un detenuto al 41 bis come tutti gli altri». Ne hanno 154 (12 donne e 142 uomini) da sorvegliare gli agenti del Gruppo operativo mobile a Le Costarelle. Uno sforzo enorme che negli anni è cresciuto, come in tutta Italia: nel 2009 erano 564 i detenuti al 41 bis e 742 gli agenti del Gom; ora il rapporto è invertito, con 740 al carcere duro e 635 agenti. A rendere più difficile la sorveglianza anche norme europee che, a tutela della privacy, non consentono più di accendere le telecamere nelle celle 24 ore su 24 sorvegliando il detenuto da remoto come accadeva ai tempi di Riina. Se non per problemi di salute. A meno che le sue condizioni di paziente oncologico lo richiedano, gli agenti dovranno sorvegliare dal corridoio.

Per le sedute di chemioterapia ci si appoggerà all’Ospedale san Salvatore dell’Aquila, che ha un reparto dedicato ai 41 bis. Oggi in una riunione con il primario Mutti si valuterà la possibilità di svolgere il trattamento in una stanza attrezzata nel carcere senza portare il detenuto all’esterno come raccomandano i sindacati della polizia penitenziaria: «Meglio non sottoporre gli agenti a rischi e sforzi per evitare che venga bucata la rete di protezione come è accaduto in passato: se Messina Denaro è il capo della mafia, al di là dell’abnegazione degli agenti, lo resta anche in carcere», avverte Leo Beneduce dell’Osapp.

Il pericolo che vengano inviati messaggi è reale. Per questo chi è al 41 bis ha diritto a un solo colloquio al mese con i familiari. Messina Denaro è più fortunato perché a difenderlo sarà sua nipote Lorenza Guttadauro (nata da sua sorella Rosalia e dal figlio del boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro). Attualmente «u Siccu» è da solo in cella, in un’ala in cui non c’è nessuno. Anche se in generale ai detenuti al 41 bis la norma consente anche la socialità.

(ANSA il 17 gennaio 2022) - Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha firmato questa mattina il 41bis per Matteo Messina Denaro.

Starebbe parlando con i pm Andrea Bonafede, l'uomo che ha "prestato" l'identità al boss Matteo Messina Denaro. Con i magistrati avrebbe fatto mezze ammissioni dicendo di conoscere il capomafia fin da ragazzo e di essersi prestato a comprare, con i soldi del padrino, la casa in cui questi ha passato l'ultimo anno. L'immobile, in pieno centro abitato, a Campobello di Mazara, risulta intestata infatti a Bonafede. Il geometra risulta indagato per associazione mafiosa.

Catturato il boss dei Corleonesi. Con l’arresto di Matteo Messina Denaro è finita l’emergenza di mafia: ora basta col 41bis e leggi speciali. Piero Sansonetti su Il Riformista il 17 Gennaio 2023

“Come ti chiami?”, gli ha sussurrato il carabiniere. Lui ha alzato gli occhi, lo ha guardato, e ha risposto secco: “Matteo Messina Denaro”. E così è finita la lunga avventura di latitante del capo dei Corleonesi, la più spietata corrente di mafia di tutti i tempi. Lo hanno catturato in una clinica. Era lì per curarsi. Ha un tumore. Messina Denaro è il successore di Totò Riina e di Luciano Liggio. Dal 1993 si è dato alla macchia. Prima di sparire aveva scritto alla fidanzata: “Sentirai molto parlare di me, mi dipingeranno come il diavolo. Non credergli”. Effettivamente i giornali parlarono molto di lui e lo dipinsero come un malvagio molto malvagio. Anche perché si scoprì che sarebbe stato lui, insieme a Brusca, a strangolare un bambino di 12 anni per punire il padre “pentito” e collaboratore dei Pm. Quattro brevi osservazioni su questa giornata di trionfo della lotta alla mafia.

Complimenti al ministro dell’Interno, Piantedosi, ai Ros, ai carabinieri e alla Procura di Palermo. Adesso si sono aperte e cresceranno le polemiche sui retroscena di questa cattura. “Era molto malato”. “Ci sono state trattative?” “Si è consegnato?” eccetera eccetera. Trovo che siano polemiche sull’acqua. Lo hanno arrestato, punto. I complotti lasciamoli al Fatto, che ancora in questi giorni se l’è presa coi carabinieri che 30 anni fa acciuffarono Riina dando il primo colpo micidiale alla mafia dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino. Date retta a me: quando sentite parlare molto di complotti chiedetevi se chi ne parla non ha bisogno di nascondere qualcosa… La Procura di Palermo ha dimostrato che la mafia può essere colpita. Non succedeva da molti anni. Direi dai tempi di Giancarlo Caselli e di Pietro Grasso. Dopo di loro si sono succeduti parecchi procuratori e sostituti, e procuratori generali, molti dei quali abilissimi a rilasciare interviste, meno abili, forse, nel loro lavoro. Il nuovo procuratore, e i suoi vice, sono arrivati pochi mesi fa, in silenzio, senza partecipare ai talk show, senza interviste e articolesse sui quotidiani, e – a quanto pare – hanno lavorato sodo.

Ieri Marcelle Padovani, prestigiosissima giornalista francese, ha dichiarato: “Giovanni Falcone ha sempre pensato che la mafia conosce un inizio, un apogeo e una fine. Oggi, direbbe, siamo alla fine”. È esattamente così. Probabilmente Cosa Nostra – che ha comandato in Italia per molti decenni – era già finita da qualche anno. L’arresto di Messina Denaro è un atto simbolico, un suggello del quale c’era bisogno. Si è chiuso un ciclo. L’emergenza mafia che fu dichiarata negli anni Novanta, quando Cosa Nostra uccideva decine di persone ogni settimana, è conclusa. I dati ci dicono che nei primi 15 giorni del 2023 c’è stato un omicidio di ‘ndrangheta e sette femminicidi. La matematica è scienza esatta e ci dice qual è l’emergenza. L’emergenza sono i femminicidi.

Mantenere le leggi speciali, il 41 bis, l’ergastolo ostativo e tutte le norme straordinarie – e temporanee – in contrasto con la Costituzione (compreso l’abuso delle intercettazioni e del carcere preventivo, e l’uso dell’aggravante mafiosa, anche infondata, come strumento di indagine) non ha più nessun senso. In genere quando osserviamo che in Gran Bretagna si effettuano 2000 intercettazioni all’anno e in Italia quasi 200 mila, qualcuno risponde: ma lì non c’è la mafia. Non c’è emergenza. Bene, guardate questi dati, gli ultimi completi disponibili: nella sola città di Londra nel 2021 ci sono stati 120 omicidi. Nello stesso periodo di tempo, in tutt’Italia ci sono stati 20 omicidi da parte della criminalità organizzata. Quando si discute e si legifera sarebbe bello se si partisse dai fatti e non dai titoli spericolati dei giornali.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

(ANSA il 18 gennaio 2023) - All'interno del penitenziario di massima sicurezza de l’Aquila, Matteo Messina Denaro ha già fatto la sua prima ora d'aria, si è organizzato la cella ed è molto attivo, mostrandosi sempre sorridente con il personale che incrocia nel carcere, secondo quanto trapela da indiscrezioni che aggiungono: "il suo sarebbe un comportamento anomalo rispetto a come si comportano di solito i detenuti al 41 bis". A quanto si apprende da fonti informate, le sedute di chemioterapia potrebbero essere disposte in massima sicurezza in una struttura all'esterno del carcere.

Estratto dell’articolo di Virginia Piccolillo per “il Corriere della Sera” il 18 gennaio 2023.

[…] Matteo Messina Denaro ha sorpreso chi ha assistito al suo ingresso nel supercarcere Le Costarelle dell'Aquila, all'1.20 del mattino di ieri. […]

 A chi, nel compilare la scheda anagrafica, gli chiedeva: «Precedenti?», il boss, catturato con una falsa identità, ha accennato un sorriso e risposto: «Fino a stanotte ero incensurato poi non so che è successo». E al quesito successivo: «Residenza?», la primula rossa della mafia ne ha abbozzato un altro e risposto: «Non ho mai avuto una residenza».

Non si è sottratto al colloquio con la psicologa. E poi ha tolto gli abiti - tutto griffato, dal giaccone di montone, al cappello, alla camicia - e si è sottoposto alla visita, in cui è apparso ben curato e senza criticità immediate. Non ha chiesto nulla. Né attrezzi da palestra, né libri, né altro. E alla domanda specifica se avesse cenato o volesse qualcosa da mangiare ha risposto: «Non ho cenato, non avevo fame, ma non mi va nulla. Grazie».

 Poi è stato accompagnato nella sua stanza di detenzione. Misure regolari: 4 metri per tre con bagno angolare, letto, mobiletto e tavolo, tutto inchiodato a terra, tv chiusa in un box priva di accesso ai canali regionali, per evitare messaggi in codice, e niente cucinotto. Per motivi di sicurezza fornello e cibo da preparare gli verranno forniti al mattino e ritirati la sera. […]

 A rendere più difficile la sorveglianza anche norme europee che, a tutela della privacy, non consentono più di accendere le telecamere nelle celle 24 ore su 24 sorvegliando il detenuto da remoto come accadeva ai tempi di Riina. Se non per problemi di salute. A meno che le sue condizioni di paziente oncologico lo richiedano, gli agenti dovranno sorvegliare dal corridoio. Per le sedute di chemioterapia ci si appoggerà all'Ospedale San Salvatore dell'Aquila, che ha un reparto dedicato ai 41 bis.

Oggi in una riunione con il primario Mutti si valuterà la possibilità di svolgere il trattamento in una stanza attrezzata nel carcere senza portare il detenuto all'esterno come raccomandano i sindacati della polizia penitenziaria: «Meglio non sottoporre gli agenti a rischi e sforzi per evitare che venga bucata la rete di protezione come è accaduto in passato […]

Due ore d’aria al mese per i ristretti. Carcere de L’Aquila, come vivono e come è fatta la struttura che ospita Matteo Messina Denaro. Elena Del Mastro su Il Riformista il 18 Gennaio 2023

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha firmato il 41 bis per Matteo Messina Denaro, l’ex latitante affetto da cancro al colon, 24 ore dopo il suo arresto nella clinica La Maddalena di Palermo. Ed è nel supercarcere de L’Aquila che è stato portato nella notte, prima con un volo militare da Palermo a Pescara e poi scortato in auto verso il capoluogo, dove sorge il penitenziario italiano con il maggior numero di detenuti al 41 bis. Sorvegliato 24 ore su 24, in una cella di poco più di dieci metri quadrati, solo e con a disposizione due ore d’aria al mese.

La salute dell’ex ricercato più famoso d’Italia è grave ma, secondo quanto riportato dall’Ansa, gli sono assicurate le cure tanto che a breve comincerà anche la chemioterapia in una stanza ad hoc allestita nel carcere. Ad assistere il boss sarà il primario Luciano Mutti che terrà sotto controllo eventuali reazioni negative o effetti collaterali della terapia. Messina Denaro “riceverà lo stesso trattamento di tutti gli altri detenuti con patologie sanitarie – spiega il Garante dei detenuti dell’Abruzzo, Gianmarco Cifaldi -. Garantiremo il suo diritto alla salute”.

Probabilmente Messina Denaro è stato accolto nella stanze al piano terra del penitenziario, dedicate ai detenuti più pericolosi. Si tratta di celle tutte uguali tra loro con il letto saldato a terra, un gabinetto e una televisione con i canali bloccati su quelli nazionali. Non è possibile infatti avere accesso alle emittenti regionali, per evitare il rischio che possano in qualche modo essere trasmessi messaggi in codice destinati ai boss. Una videocamera di sorveglianza riprende ogni istante i movimenti del detenuto nella stanza. A controllarle i poliziotti del Gom, il Gruppo Operativo Mobile.

Si tratta di un gruppo speciale di agenti gestiti non dal Provveditorato regionale ma direttamente dal Dap e i cui turni vengono cambiati casualmente ogni giorno, anche tra penitenziari diversi. Le telecamere riprendono pedissequamente ogni angolo del penitenziario senza lasciare nessun angolo cieco o spazi dove potersi nascondere. Vietata la socialità tra i detenuti all’interno del carcere e sono previste solo un paio di ore al mese di aria. C’è comunque la possibilità di accedere alla biblioteca o di leggere i giornali, in alcuni casi censurati se riportano fatti o articoli riguardanti processi nei quali siano coinvolti, anche indirettamente, i detenuti stessi. Esistono solo celle singole e per ogni sezione è predisposta una cella come presidio sanitario. In questo modo i detenuti non devono spostarsi dal proprio corridoio – composto da file di cinque o sei celle per lato – per poter ricevere le cure dei medici.

Sono pochi i penitenziari in Italia dove è possibile effettuare le cure in carcere. Secondo la ricostruzione fatta da LaPresse ci sono 5 città con ospedali dotati di reparti di medicina penitenziaria a sorveglianza rafforzata. In alcuni casi posti letto dedicati al 41 bis, come a Milano con l’ospedale San Paolo, dove il reparto è anche fisicamente separato da quello per i detenuti comuni. Gli altri sono Roma al Pertini, Napoli, Catania e Viterbo, con quest’ultimo orientato in senso infettivologico e che spesso trasferisce altrove pazienti-detenuti con patologie diverse come quelle tumorali. Per detenuti in regime di carcere duro anche gli eventuali trasferimenti vengono trattati con una logistica differente: a occuparsene sono le forze speciali del GOM, e non all’istituto carcerario di provenienza, che intervengono in un numero ritenuto congruo rispetto al ‘calibro’ del personaggio da scortare, rafforzando anche la sorveglianza negli ospedali stessi.

La loro presenza rende necessari alcuni accorgimenti: in caso di esami radiologici come Tac o risonanze magnetiche (da effettuare in reparti ordinari) si cercano orari esterni rispetto al flusso dei cittadini comuni (mattina presto, sera tardi) per non interferire con la normale programmazione, evitare di far sapere chi sia il soggetto in ospedale e perché la presenza di uomini armati potrebbe intimorire i cittadini-pazienti. Tra le prassi ‘informali’ nel mondo della medicina penitenziaria anche quella di registrare il detenuto 41-bis con nomi ‘alias’ o codici identificativi. Più in generale a livello di carceri dotati di Sai (Servizio di Assistenza Intensiva), come Milano e Parma, quello di Opera, a due passi dal capoluogo lombardo, è l’unico caso in cui vengono effettuate dialisi all’interno per patologie croniche.

Tornando al carcere de L’Aquila, qui sono stati ospitati detenuti eccellenti come il boss mafioso Leoluca Bagarella – che sconta l’ergastolo per strage -, Raffaele Cutolo della Nuova camorra organizzata, l’esponente dei casalesi Francesco Schiavone detto Sandokan, l’esponente della Mala del Brenta Felice Maniero. Qui fu detenuto Totò Riina e sconta l’ergastolo Nadia Desdemona Lioce, la brigatista condannata per gli omicidi Biagi e D’Antona. Ora nelle celle sono presenti 159 persone, di cui 12 donne. Sono tutte in regime di 41 bis ad eccezione di una ventina di detenuti che sono destinati però ai lavori di manutenzione o di cucina all’interno del carcere. In nessun modo possono interagire con chi è sottoposto al carcere duro. Questi ultimi, tutti condannati per reati legati alla mafia o al terrorismo, possono incontrare esclusivamente i propri legali o i familiari negli orari previsti dal regolamento.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Il Difensore.

(ANSA il 23 marzo 2023) - "Messina Denaro è un imputato come gli altri e lo difenderò come farei per chiunque altro". Lo ha detto l'avvocato Adriana Vella nominata difensore d'ufficio di Matteo Messina Denaro al termine dell'udienza di oggi del processo in cui il boss è imputato come mandante delle stragi di Capaci e via D'Amelio, che si celebra in Corte d'Assise d'Appello a Caltanissetta.