Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

OTTAVA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.
 


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il Caso di Ferdinando Carretta.

Il mistero del “collezionista di ossa” della Magliana.

Il Milena Quaglini.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Marco Sconforti.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Stefano Masala.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.



 

LA GIUSTIZIA

OTTAVA PARTE



 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Estratto dell'articolo di Mirco Paganelli per il Messaggero giovedì 19 ottobre 2023
Chi ha ucciso Pierina Paganelli? Da due settimane a Rimini non ci si domanda altro. Per ora gli approfondimenti degli investigatori, coordinati dal pm della Uno Bianca Daniele Paci, si sono concentrati sui conoscenti più stretti della 78enne. In particolare sulla nuora che, per la sua presunta relazione extraconiugale con un vicino di casa, pare avesse avuto degli attriti con la suocera. 
[…] ancora non vi è alcun indagato ufficiale. Ma il cerchio si stringe. Pierina conosceva bene l'assassino. «Ciao» o qualcosa di simile è ciò che le ha detto una voce maschile prima dell'aggressione avvenuta nel piano interrato del condominio in cui la donna viveva. La voce è stata registrata da una telecamera privata presente in un box auto.

L'ex infermiera, a detta dei vicini ben voluta da tutti, è stata brutalmente uccisa la sera del 3 ottobre scorso […] Diciassette le coltellate inferte dopo quel saluto all'apparenza amichevole. L'autopsia ha stabilito che i primi quattro fendenti sono stati quelli letali. Gli altri sono serviti all'assassino (o agli assassini) per infierire sul corpo esanime dell'anziana signora. L'arma del delitto non è ancora stata trovata. […]
Il delitto è avvenuto nel vano tagliafuoco tra il piano dei garage e il vano scale condominiale.  L'azione sembra essere il risultato di un piano ben preciso messo in piedi da chi conosceva Pierina e le sue abitudini. […] I vicini raccontano di una donna pacifica, mite. Eppure qualcuno voleva la sua fine. Nel corso dei giorni la polizia ha sentito più volte la nuora della 78enne, Manuela Bianchi, che vive sullo stesso pianerottolo e che da qualche tempo era diventata amica intima di un vicino di casa, Louis Dassilva, di origini senegalesi.
È stata la parente a rinvenire il cadavere la mattina dopo l'assassinio. Bianchi ha però un alibi, il fratello Loris, che ha raccontato di essere stato a cena dalla sorella fino alle ore 23, ovvero fino a circa un'ora dopo che Pierina venisse ammazzata, […] i loro appartamenti sono stati ispezionati a più riprese dalle forze dell'ordine. A casa della nuora, in particolare, sono stati prelevati due taglierini. Ma i figli della pensionata, tra cui il marito di Manuela Bianchi che è in riabilitazione dopo un grave e misterioso incidente stradale avvenuto a maggio, sono convinti che l'assassino non sia da ricercare tra i familiari. […]
Tra gli ultimi elementi raccolti dagli agenti della Squadra mobile vi sono dei "pizzini" che la nuora e il presunto amante si sarebbero scambiati nei giorni scorsi. «Ci spiano», c'era scritto in un foglietto passato dall'uomo sotto la porta della dirimpettaia. Perché quell'avvertimento? Gli inquirenti hanno archiviato, poi, il filmato della farmacia di fronte al condominio che ritrae l'auto della pensionata rientrare a casa alle 22.08. Alcuni hanno scorto un'ombra muoversi nei pressi del garage; forse l'assassino che si assicurava dell'arrivo della sua preda, pronto a tenderle l'agguato nel silenzio dell'interrato. […]

Omicidio Rimini, donna uccisa a coltellate: il figlio era stato aggredito e ridotto in fin di vita. Enea Conti su Il Corriere della Sera mercoledì 4 ottobre 2023.

Il corpo della vittima, Pierina Paganelli, 78 anni, trovato sulla rampa di un garage condominiale. Il figlio era stato soccorso in strada a maggio: si pensò al pirata della strada ma ora si indaga su un possibile aggressore 

Prima la tragedia e poi il giallo. A Rimini è stato trovato il cadavere di una donna di 78 anni, Pierina Paganelli, rinvenuto sulla rampa di accesso del condominio in cui abitava in via del Ciclamino, zona residenziale della periferia, uno tra i quartieri più tranquilli della città, vicino alle campagne. 

Il corpo trovato e le indagini

Dai primi riscontri, la donna sarebbe stata uccisa a coltellate sul collo e sulla schiena. Al momento non risulterebbero persone fermate. Il cadavere è stato rinvenuto dalla moglie del figlio che ha poi lanciato l'allarme. L'abitazione dei due coniugi si trova infatti nell'appartamento di fronte a quello della vittima. Il corpo della donna era riverso sulla rampa delle scale che permette agli inquilini del palazzo di accedere al garage e alle cantine. Sul posto il pm di turno Daniele Paci e la Polizia Scientifica per rilievi.

Il mistero dell'aggressione nei confronti del figlio

La vittima è una testimone di Geova e andava spesso a trovare il figlio, che si trova ricoverato in gravissime condizioni alla clinica Sol et Salus. La drammatica vicenda dell'uomo, Giuliano Saponi, è molto nota in città: era stato soccorso in fin di vita in una zona vicina a quella in cui abitava, all'alba dello scorso 7 maggio, ed era stato salvato grazie all'intervento dei passanti. In un primo momento si era creduto ad un pirata della strada, anche se Saponi sul volto presentava segni compatibili con un'aggressione. Sul caso indaga ancora la Procura di Rimini. L'ex marito della donna vive invece a Monaco Di Baviera.

(ANSA mercoledì 18 ottobre 2023) - "Ciao" e poi le urla. Non si sente nitidamente, ma si intuisce che una voce maschile prima saluta Pierina e poi l'accoltella. Dura qualche secondo la registrazione della telecamera di sorveglianza, installata da un condomino in via Del Ciclamino, che la sera del 3 ottobre scorso ha captato le urla di Pierina Paganelli, la 78enne testimone di Geova uccisa con 17 coltellate nel suo garage di Rimini. La registrazione è disturbata perché ascoltandola si capisce che la telecamera è a diversi metri di distanza da dove la vittima è stata aggredita.

Inoltre è in un garage chiuso, ma con porta forata che lascia passare suoni e luci. La telecamera è rivolta verso l'interno, installata da un condomino nella sua proprietà privata. Quella registrazione è da tempo stata acquisita dagli investigatori della squadra mobile di Rimini che, coordinati dal sostituto procuratore Daniele Paci stanno cercando il bandolo di un omicidio misterioso. La registrazione potrà essere utile se dai laboratori romani della polizia scientifica si riuscirà ad ottenere un suono più nitido di quello originale, se dovesse essere confermata la voce maschile e il saluto confidenziale, si rafforzerebbe l'ipotesi che l'omicida è una persona conosciuta ed in confidenza con la vittima.

Un uomo. Ieri sera intorno alle 22 intanto in via del Ciclamino la squadra scientifica e la mobile sono tornati nel garage scena del crimine per dei rilievi fonometrici. I rilievi fonometrici servono anche per conoscere il rumore di fondo di un locale o per misurare il livello massimo di rumore derivante da una sorgente, alla stessa ora e con le stesse condizioni.

Omicidio di Rimini, il presunto amante della nuora: “L’immagine di Pierina morta mi tormenta”. Il Resto del Carlino il 20 ottobre 2023.

Cappello e occhiali scuri, Louiss Dassilva il presunto amante di Manuela Bianchi (nuora della vittima) e vicino di casa di Pierina Paganelli, la 78enne uccisa a coltellate la sera dello scorso 3 ottobre nei sotterranei di via del Ciclamino 31 a Rimini, ha risposto alle domande dei giornalisti davanti a telecamere e microfoni. Con lui c’era il consulente della difesa Davide Barzan.

"Al fine di fare chiarezza sulla morte di Pierina – le prime parole di Dassilva – abbiamo deciso di lasciare tutto all'avvocato Barzan e investigatore privato. Con Pierina avevo un rapporto normale, come una persona normale, da vicini di casa: era tutto perfetto".

L’uomo di origini senegalesi, che con la moglie Valeria Bartolucci abita sullo stesso pianerottolo in cui si trova l’appartamento di Pierina e quello della nuora di quest’ultima, Manuela Bianchi, che abita lì insieme al marito Giuliano e alla figlia ha negato lo scambio di bigliettini con Manuela aggiungendo: "Vi interessa chi ha fatto del male alla povera Pierina o volete scavare nella vita della gente?"

"A noi interessa fare chiarezza sull'omicidio di Pierina – ha ribadito il legale –, non ci interessa sapere se Louiss ha avuto o meno un rapporto extra coniugale con Manuela. Non è indagato, come non lo è Manuela. Stiamo procedendo con il modello 44".

Alla domanda su cosa abbia fatto la sera del 3 ottobre, Dassilva ha risposto: "Sono stato a casa, a letto tutta la sera. Avevo fatto un incidente con la moto. Sono stato prima all'ospedale e poi a letto perché il ginocchio mi faceva molto male".

Poi ha spiegato il rapporto con la 78enne uccisa: “Con Pierina mi salutavo con un ‘ciao’. Avevamo un rapporto sereno e andavamo d'accordo. Andavo d'accordo con tutti qui. A qualcuno non piace quando dico che sono straniero, sto lontano da casa, so stare al posto mio. Quello che mi interessa è andare d'accordo con tutti".

Poi una domanda sul rapporto con i parenti di Pierina: dopo l'incidente di Giuliano, è stato molto vicino a loro, a Manuela. Li aiutava anche a cucinare?

"C'era un buon rapporto di vicinato – ha aggiunto Dassilva - avevo visto che non avevano tempo o voglia di cucinare. A me piace lavorare e cucinare".

L'ultima volta in cui ha visto Pierina? "Non lo ricordo. Quando sono sceso e l'ho vista mi sono sentito male. Una donna che è sempre stata bella, preparata anche se anziana sempre con i capelli sistemati. Quella che mi sono trovato di fronte è stata un’immagine che ti colpisce subito, vai in panico. Non era come l'avevo conosciuta, non l’ho riconosciuta. Quelle immagine mi tormenta, non dormo la notte". Il Resto del Carlino

Quegli insoliti incidenti tra i conoscenti di Pierina. Emergono nuovi dettagli e insolite coincidenze in merito al delitto di Pierina Paganelli: perché tanti incidenti tra lei, suoi conoscenti e in generale nella zona? Angela Leucci il 28 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Ci sono eventi insoliti e coincidenze drammatiche a margine dell’omicidio di Pierina Paganelli, avvenuto a Rimini lo scorso 3 ottobre. Si è a lungo parlato di alcuni presunti contrasti della vittima con la nuora Manuela Bianchi, ma né quest’ultima né altri conoscenti della donna sono indagati attualmente.

In questi giorni è stato sequestrato dagli inquirenti lo smartphone della figlia di Manuela, nipote di Pierina, mentre al fratello Loris Bianchi, nella cui auto sono state trovate tracce biologiche dalla natura ancora sconosciuta, è stato sequestrato un raschietto, uno strumento di lavoro.

Il primo dettaglio misterioso che emerge ora, è che tre settimane prima della sua scomparsa, pare che Pierina, al telefono in viva voce sul balcone, potrebbe aver pronunciato la frase: “Manuela è una zocc… e suo fratello è il suo protettore”. La frase, è stato detto inizialmente a Quarto Grado, sarebbe stata ascoltata involontariamente e riportata dalla vicina Valeria Bartolucci, che però ha smentito: “Mai detta quella frase a Loris né a Manuela. Questa frase non l’ho mai, mai, riferita a nessuno”. Dal canto suo Loris ha ribattuto: “Parlerò con Valeria, ho capito male io, ma non mi pare. Era un giorno particolare, posso aver capito male o lei potrebbe essersi espressa male”.

Sicuramente i giorni dell’omicidio sono stati concitati nel condominio di via del Ciclamino in cui si è consumato il delitto. Ed è stato riportato che Loris avrebbe pronunciato con più soggetti la frase: “Giustizia è stata fatta”. In realtà, l’uomo ha spiegato a Quarto Grado: “Ho voluto fare l’investigatore, nel senso che mi è venuto l’istinto di fare così, di vedere una reazione. È stato un viaggio mentale del momento”. In altre parole, Loris pare stesse cercando di capire se qualcuno nutrisse astio nei confronti di Pierina.

Quello che è certo è che la zona e i suoi abitanti sono stati al centro di insoliti incidenti nel tempo: nei giorni scorsi è emerso come una donna, a poche decine di metri di distanza, sia stata accoltellata. Tra il 2005 e il 2006 il condominio è stato oggetto di un incendio doloso, pare appiccato da un gruppo di piromani: l’innesco però si trovava sotto l’auto guidata da Pierina al tempo. La stessa Pierina nel 2023 ha avuto un incidente con la Panda nel suo stesso garage.

C’è poi il misterioso incidente occorso il 7 maggio scorso a Giuliano Saponi, figlio di Pierina: non si sa ancora se si sia trattato di un’aggressione, ma gli inquirenti sembrano propendere per un incidente stradale. La moglie Manuela poi, il 23 luglio, era scivolata in bagno, rompendosi le costole e un dito del piede, mentre il giorno prima dell’omicidio il vicino Louis Dassilva ha avuto un incidente in moto, risultando ferito al costato e al ginocchio sinistro.

Omicidio Donegani, gli zii uccisi dal nipote e abbandonati a pezzi nel bosco. Aldo Donegani e Luisa De Leo uccisi dal nipote dell'uomo, Guglielmo Gatti nel 2005. I loro resti vennero ritrovati nei boschi, fatti a pezzi nella speranza di non essere ritrovati. A quasi vent'anni di distanza manca ancora il movente. Giuseppe Spatola il 3 Ottobre 2023 su Il Giornale.

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 La sparizione e le ipotesi

 La svolta con i corpi fatti a pezzi

 Il suo garage come mattatoio

 Il movente mancante

Lunedì primo agosto 2005: a Brescia il caldo afoso della pianura impregnava ogni passo. In città davanti al civico 15 di via Ugolini, il citofono dei coniugi Aldo Donegani, 77 anni, e Luisa De Leo, 61, continuava a suonare a vuoto da giorni. Nessuna risposta al cancello così come al telefono più volte fatto squillare da Luciano De Leo, un nipote della coppia che, per inciampo della vita, è un carabiniere in servizio a Castelfidardo.

La sparizione e le ipotesi

De Leo avrebbe dovuto trascorrere qualche giorno di vacanza con gli zii. Ma non li trova: spariti nel nulla come inghiottiti dall’afa bresciana. È lui a chiamare i vigili del fuoco e a far scattare le denuncia. E dire che per giorni De Leo aveva cercato inutilmente notizie degli zii contattando anche l'altro nipote della coppia, Guglielmo Gatti, 41 anni. Gatti, uomo riservato e solitario, abitava al secondo piano della villetta dei due. Il primo agosto rincasò diverse ore dopo il tentativo di De Leo di rintracciare la coppia. Sul citofono aveva appeso un biglietto “torno dopo le 17“ e così avvenne.

Al parente disse di non vedere gli zii da qualche giorno. Quando i Vigili del Fuoco entrarono nell’appartamento tutto era in ordine: l'auto dei coniugi Donegani, una Renault Clio di colore nero, era nel garage di casa, con chiavi inserite nel cruscotto e funzionante, così come la casa era in ordine fino all’ultimo cassetto. Davanti al giallo di una scomparsa inspiegabile le autorità non persero tempo e le ricerche di polizia e carabinieri scattarono subito. Inizialmente le ipotesi di lavoro degli inquirenti furono tre: da una parte la coppia si poteva essere allontanata volontariamente, e a sostenere questa pista c'era la testimonianza di un loro amico che tempo prima aveva raccolto una confidenza in tal senso di Aldo e Luisa, oppure erano rimasti vittime di un incidente durante una delle loro tante escursioni lungo i sentieri di montagna. Terzo scenario investigativo era quello peggiore: un duplice omicidio a cui però sarebbe servito un movente e una mano assassina.

Insomma un giallo che nell’estate del 2005 presto catalizzò l’attenzione della stampa nazionale. E inevitabilmente ogni cronista si ritrovò a parlare, filtrato dalle sbarre del cancello chiuso della villetta di via Ugolini, con il nipote Guglielmo, studente fuoricorso di Ingegneria al Politecnico di Milano e orfano da pochi mesi.

La svolta con i corpi fatti a pezzi

La svolta due settimane dopo la denuncia, il 17 agosto, quando in una scarpata di 400 metri in Val Paisco, sui monti dell’alta Val Camonica tra le province di Brescia e Bergamo furono trovati una decina di sacchetti dell'immondizia contenenti i resti fatti a pezzi dei corpi di Aldo e Luisa Donegani. Tra i poveri resti della coppia anche le cesoie con tracce di sangue delle vittime. All’appello però mancavano solo le teste, ritrovate settimane dopo da alcuni cercatori di funghi all’imbocco delle gallerie della statale 510, sul lago d’Iseo.

Da qui l’arresto di Guglielmo Gatti, incastrato da prove considerate inequivocabili: la testimonianza di un ragazzo di 14 anni, che il primo agosto, due giorni dopo la scomparsa dei Donegani, verso le 15,30 si trovava in macchina col padre sul passo del Vivione, vicino al luogo del ritrovamento dei corpi e che riconobbe in Guglielmo Gatti il conducente dell'auto, una Fiat Punto blu che li aveva sfiorati, rischiando un incidente frontale. Altro elemento fondamentale fu la testimonianza di Cristina Cominelli, proprietaria dell'hotel Il Giardino di Breno, in Val Camonica, che ricordava l'arrivo di Guglielmo Gatti nel suo hotel verso le 3 di notte tra il 31 luglio e il primo agosto.

Il suo garage come mattatoio

La prova regina del massacro arrivò dall'esame del box del 41enne, definito "il mattatoio" dal procuratore Giancarlo Tarquini: ogni angolo era segnato da residui di sangue. Secondo quanto riferito dagli investigatori, la prova con il luminol, una sostanza che rivela la presenza di sangue anche in quantità infinitesimali, dette risultati inequivocabili. "Quando abbiamo acceso le lampade tutto il garage è diventato blu, sia per terra che sulle pareti, fino all'altezza di un metro", dissero gli inquirenti. In quella stanza Gatti sezionò i corpi dei due coniugi imbracciando le cesoie poi gettate con i poveri resti.

Gatti, accusato di duplice omicidio premeditato, vilipendio e occultamento di cadavere è stato condannato in via definitiva all'ergastolo con sentenza resa definitiva dalla Cassazione il 12 febbraio 2009. Ora sconta la sua pena nel carcere milanese di Opera, dove passa il tempo leggendo libri, proprio come faceva quando si sedeva in balcone, nella casa di via Ugolini.

Dalla mattanza alla nuova vita: si ristruttura la "villa degli orrori" di Brescia

Lui si è sempre dichiarato innocente. Ma per il procuratore capo, il nipote è stato "l'artefice di un piano ben congegnato e spietato", che sarebbe sfociato in un delitto perfetto se "non ci fossero stati tempi rapidissimi nelle indagini": la velocità ha consentito il ritrovamento dei resti prima che la strada verso il Vivione venisse chiusa e gli animali contribuissero alla sparizione dei resti della coppia.

Il movente mancante

Dopo 18 anni però manca ancora un movente. Per gli inquirenti ad armare la mano di Gatti fu l'odio per gli zii, tanto esuberanti loro quanto chiuso e taciturno lui. "Il nostro convincimento sul movente è supportato da quello che Gatti ci ha raccontato in passato, soprattutto sui rapporti freddi, gelidi che c'erano tra lui e gli zii. Non si facevano neanche gli auguri a Natale", avevano spiegato gli investigatori. Rancori e dissapori ventennali tra le due famiglie che risalirebbero a quando lo zio Aldo aveva sposato in seconde nozze la donna che veniva in casa a fargli le pulizie, Luisa De Leo, di sedici anni più giovane e divorziata. Un giallo con un colpevole ma, apparentemente, senza movente. E ora che la villa del massacro, venduta all’asta nel 2017, sarà restaurata, Brescia cerca di lasciarsi alle spalle l’orrore della mattanza di via Ugolini.

Scena del crimine. La scomparsa, il sospetto, il processo indiziario: il giallo della fonderia. Angela Leucci il 22 Agosto 2023 su Il Giornale.

La scomparsa di Mario Bozzoli, in provincia di Brescia è, secondo gli inquirenti e i giudici del primo grado di giudizio, un omicidio. C'è un condannato, ma i futuri gradi di giudizio potrebbero valutare anche altri accusati

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 La scomparsa

 Le indagini

 La condanna

“La verità verrà a galla”. Era la frase scritta sotto una foto di Mario Bozzoli affissa all’interno della fonderia di sua proprietà a Marcheno, in provincia di Brescia. La vicenda della scomparsa di Bozzoli è stata al centro di un processo indiziario per omicidio, un procedimento in cui sono state mosse accuse ben precise in base alle prove nelle mani degli inquirenti, in particolare le riprese delle telecamere di videosorveglianza, alcune testimonianze e un audace esperimento che forse in futuro farà la storia della giustizia italiana per la particolarità del contesto e degli esiti.

La scomparsa

Mario Bozzoli aveva 50 anni all’epoca della scomparsa. Era comproprietario, insieme al fratello Adelio, di una fonderia. Aveva una moglie, Irene, un figlio. E due nipoti, figli di Adelio, che lavoravano con lui. L’8 ottobre 2015 alle 19.13 telefonò alla moglie: solo pochi minuti dopo fu l’ultima volta in cui fu visto. All’interno della fonderia, perché le telecamere di videosorveglianza non l'avrebbero mai ripreso in uscita.

Le ricerche partirono subito e la notizia venne diffusa in tutta Italia. Ma, appena messa al corrente, la ex del nipote Giacomo Bozzoli, Jessica G., contattò gli inquirenti, affermando che Giacomo nutrisse animosità nei confronti dello zio. Zio che, per sua stessa ammissione, dopo un litigio, aveva salvato per un periodo sullo smartphone come “Mer…”. Tuttavia Giacomo Bozzoli ha sempre smentito di aver avuto un ruolo nella scomparsa, e ha continuato a farlo durante il processo per il presunto omicidio: ha invece descritto Mario Bozzoli come il suo maestro in fonderia.

Intanto però accadde anche un altro fatto notevole. A 6 giorni dalla scomparsa di Mario Bozzoli e nel giorno in cui avrebbe dovuto testimoniare agli inquirenti sparì anche l’operaio più “anziano” in servizio alla fonderia, Giuseppe Ghirardini. Il corpo dell’uomo, con la sua auto, fu ritrovato 2 giorni dopo in un boschetto nei pressi di Ponte di Legno: nei pressi del corpo una capsula di cianuro con cui si sarebbe suicidato. Gli inquirenti supposero che Ghirardini fosse il “Beppe” di cui parlavano al telefono altri due operai, cui sono state rivolte delle accuse all’interno del caso Bozzoli, e a casa dell’uomo furono trovate 8 banconote da 500 euro: queste ultime tuttavia potrebbero essere state gli arretrati degli straordinari.

Le indagini

Gli inquirenti analizzarono, come detto, le telecamere di videosorveglianza. Che però erano fisse su alcuni punti ciechi: così vennero concentrate le attenzioni su Giacomo Bozzoli che insieme al fratello Alex possedeva i codici delle telecamere e che l’8 ottobre 2015 venne visto entrare e uscire più volte dalla fonderia con il suo suv tra le 19.33 e le 19.55. Fuori dalla fonderia è stata inquadrata invece una sorta di fumata bianca. Al processo Giacomo Bozzoli affermò che le telecamere sarebbero state puntate dallo zio, in particolare nello spogliatoio dei dipendenti e su un deposito, perché c’era stato il fondato sospetto di furti di materiale.

A pesare sulle posizioni di Giacomo Bozzoli furono però anche delle testimonianze. In primis quella della zia Irene, che raccontò come il marito avesse avuto degli screzi con i nipoti e il fratello Adelio: Mario Bozzoli avrebbe temuto furti da parte di un’azienda concorrente fondata dai nipoti “In un’occasione - ha raccontato Irene Zubani - mio marito mi ha raccontato che si stava lamentando della produzione dell’azienda e aveva detto che avrebbe fatto una denuncia, e in quell’occasione Giacomo gli rispose che se avesse fatto questa denuncia lui avrebbe fatto del male a nostro figlio”.

Non solo. Jessica G., ex di Giacomo Bozzoli, ha raccontato di come, durante la loro relazione, lui l’avrebbe costretta a fare la roulette russa con una rivoltella a tamburo di proprietà di Adelio Bozzoli. “Aveva più volte palesato odio per lo zio. Mi ha ripetuto più volte che il suo intento era quello di uccidere lo zio”, ha raccontato la donna agli inquirenti. E poi ha svelato un presunto piano omicidiario in incidente probatorio: “Io avrei dovuto prendere la sua auto, transitare in autostrada così il Telepass avrebbe segnato il passaggio dell'auto e lui avrebbe dovuto aspettare lo zio fuori casa. Si sarebbe procurato stivali di un numero più grande, avrebbe aspettato lo zio e lo avrebbe colpito da dietro a sorpresa. Poi si sarebbe nascosto nel bosco e il giorno successivo mi avrebbe chiamato da una cabina telefonica e io sarei dovuta andare a prenderlo”.

E gli inquirenti hanno supposto non solo che Mario Bozzoli sia stato ucciso, ma che a ucciderlo sia stato il nipote Giacomo: inizialmente credettero che il corpo sarebbe stato trasportato fuori dalla fonderia da una vettura. Ma poi ipotizzarono che il cadavere possa essere stato distrutto nel forno. Tuttavia la perizia affidata alla dottoressa Cristina Cattaneo stabilì, nell’analisi delle scorie, che all’interno del forno non c’erano tracce di resti umani.

Così il giudice del tribunale di Brescia Roberto Spanò dispose un esperimento molto particolare: nel forno della fonderia venne bruciato un maiale. Ne risultò la completa distruzione della carcassa e una fumata bianca, proprio come quella inquadrata dalle telecamere la sera della scomparsa: non fu quindi escluso che la presunta distruzione del corpo di Mario Bozzoli possa essere avvenuta nel forno, che non fu fermato né analizzato nell’immediatezza della scomparsa dell’uomo. In una puntata di Quarto Grado l’ex generale del Ris Luciano Garofano ha spiegato: “Che la professoressa Cattaneo non abbia trovato dei resti umani, genetici, è possibile. In quel forno c’erano temperature elevatissime, materiale eterogeneo, che può aver disseminato quei resti in una modalità tale che non ha consentito il loro ritrovamento”.

La condanna

Il processo di primo grado si è concluso alla fine di novembre 2022 con la condanna all’ergastolo, con un anno di isolamento diurno, per Giacomo Bozzoli. Sono inoltre stati richiesti approfondimenti dalla procura per il fratello Alex Bozzoli accusato di falsa testimonianza, per l’operaio Aboagye Akwasi accusato di favoreggiamento, e per l’operaio Oscar Maggi accusato di concorso in omicidio e distruzione di cadavere. Akwasi e Maggi erano le due persone che nell’intercettazione furono ascoltati parlare di tale “Beppe”. Il tribunale di Brescia quindi ha concluso per il primo grado che “Giacomo Bozzoli ha ucciso lo zio distruggendo il corpo nel forno in concorso con altri”, ma bisognerà vedere se questo giudizio, così come saranno vagliate le posizioni degli altri accusati, sarà confermato in appello e poi in Cassazione.

Il "test del suino" per risolvere il "giallo" dell'omicidio di Bozzoli

Nella requisitoria il pm Silvio Bonfigli aveva affermato: “Con Giacomo Bozzoli c'era Giuseppe Ghirardini, che poi si è tolto la vita. Il suo è stato un suicidio parlante: si è suicidato per aver aiutato Giacomo a uccidere Mario Bozzoli e lo ha fatto quando ha capito di essere l'anello debole. Non era depresso, viveva nell'attesa di rivedere il figlio. Non aveva alcun motivo”.

E mentre al processo Giacomo Bozzoli aveva detto di aver pensato che lo zio si fosse allontanato con una donna o fosse stato rapito, il tribunale ha stabilito l’“infondatezza delle ipotesi dell’allontanamento volontario e del suicidio”. Inoltre “la presenza degli abiti di ricambio negli spogliatoi e dell’auto parcheggiata nel cortile della fonderia mal si sposava con l’eventualità di una scelta deliberata”, oltre il fatto che “il mancato rinvenimento del cadavere si poneva poi in aperto contrasto con l’ipotesi dell’atto autolesionistico”. La tesi della giustizia è stata quindi che Mario Bozzoli sia stato assassinato e “iI fatto che il muletto sul quale si trovava la vittima fosse ancora acceso fa propendere per un agguato teso in prossimità del reparto fusione”. Angela Leucci

Morto a casa dell'amica. "Aveva il cranio spaccato". Il corpo di Fabio Friggi era ai piedi di una scala Macchie di sangue in altre zone dell'abitazione. Diana Alfieri il 20 Agosto 2023 su Il Giornale.

La sparizione e l'appello social della sorella con tutti i dettagli utili a ritrovarlo («Alto 1,75 Peso: 70/75 kg Rasato con la barba brizzolata incolta, occhi azzurri, occhiali neri. Probabilmente indossa pantaloni bermuda in jeans e canotta nera con righe sui fianchi bianche e rosse o una maglietta nera con fantasia»). E poi il ritrovamento e l'inizio di un giallo.

È stato trovato in casa di un'amica con il cranio fratturato Fabio Friggi. Era scomparso il 17 agosto, ora i carabinieri di Pavia hanno avviato un'indagine sulla morte del quarantaquattrenne, il cui corpo è stato rinvenuto in casa di una ragazza in via delle Orchidee, a Trivolzio (Pavia). Il ritrovamento del cadavere è avvenuto nel pomeriggio di venerdì e a dare l'allarme è stata l'amica. La donna, che lo ospitava e che vive nella casa insieme alla madre, ha riferito di avere trovato l'amico morto al suo risveglio. Il corpo si trovava ai piedi delle scale interne dell'appartamento, motivo per cui si è parlato in un primo momento dell'ipotesi di una caduta.

La sorella di Fabio Friggi ne aveva denunciato la scomparsa su Facebook: in un post aveva spiegato che il fratello si era allontanato da casa il 17 agosto a bordo di una Fiat Panda Bianca verso le 17. L'uomo, residente a Motta Visconti e originario di Casorate Primo, conosceva la ragazza che lo ospitava da molto tempo: in passato la giovane, che ha vent'anni meno di Friggi, avrebbe denunciato l'uomo per molestie sessuali che sarebbero avvenute quando lei era ancora minorenne. Secondo quanto emerso, sarebbero state rinvenute macchie di sangue in altre zone della casa. È stato disposto il sequestro dell'abitazione per consentire altri accertamenti.

Il cadavere del 44enne è stato trasportato all'istituto di medicina legale dell'Università di Pavia: l'autopsia potrà chiarire se le lesioni al cranio siano compatibili con una caduta dalle scale. «Mi dovevo trovare con mio fratello, ci sentivamo tutti i giorni, per questo ho lanciato subito l'allarme per la sua scomparsa»: così Cristina Friggi, sorella di Fabio ha raccontato all'Ansa perché il 17 agosto aveva lanciato un appello sui social per ritrovare l'uomo. Ma ieri Cristina ha dovuto pubblicare un altro tipo di messaggio: «Purtroppo mio fratello è stato ritrovato venerdì senza vita, ringrazio tutti coloro che hanno condiviso». Per il resto, «non so ancora nulla, i carabinieri non mi hanno ancora detto nulla» ha detto ancora Cristina, spiegando di non conoscere l'amica di Trivolzio di cui era ospite il fratello: «Non conosco questa persona, non sapevo che mio fratello avesse un'amica a Trivolzio». Il 44enne era separato da anni dalla moglie e aveva una figlia di 14 anni: «Non sarebbe sparito senza farle sapere nulla» ha concluso Cristina. Poi il ritrovamento di Fabio senza vita e con il cranio fracassato a chiarire l'agghiacciante silenzio.

La tragica morte di Patrizia Nettis e il rispetto che ora ci vuole. La notizia della sua morte è stata come un pugno nello stomaco dal quale fatichiamo ancora a riprenderci, con la quale siamo incapaci ancora di fare i conti senza commuoverci: sgomento davanti alla narrazione fiorita attorno alla sua storia. MIMMO MAZZA su La Gazzetta del Mezzogiorno il 27 Novembre 2023

L’ultimo messaggio che ho ricevuto da Patrizia Nettis risale al 28 aprile scorso. Mi chiedeva, come tante volte in passato e sempre con il solito modo cordiale ed educato, di dare spazio anche sul sito della Gazzetta ad un comunicato stampa che aveva scritto e inviato per il Comune di Fasano. Due mesi dopo, il 29 giugno, Patrizia è stata trovata priva di vita nella sua casa di Fasano. Da allora ne abbiamo lette e sentite di tutti i colori. Patrizia collaborava da oltre 10 anni con il nostro giornale, era una colonna delle pagine di cronaca e di sport, lei che era una sportiva sin dentro il midollo, un esempio per tanti, uno sprone per molti sempre a disposizione della Gazzetta. La notizia della sua morte è stata come un pugno nello stomaco dal quale fatichiamo ancora a riprenderci, con la quale siamo incapaci ancora di fare i conti senza commuoverci.

Ecco perché non riusciamo più a nascondere lo sgomento, anzi lo sdegno, al cospetto della narrazione fiorita attorno alla morte (e alla vita) di Patrizia. Intendiamoci, non vogliamo – né possiamo – dare lezioni di deontologia o di giornalismo o di rispetto: saranno altre istituzioni – preposte per legge – a stabilire se è giusto e corretto marchiare a fuoco con lo stigma eterno del web il figlioletto della povera Patrizia, che domani o tra dieci anni si imbatterà googlando il nome di sua madre in inaudite infamie; se atti delle indagini preliminari aperte e coordinate dalla Procura di Brindisi possano essere concessi in pasto a un’opinione pubblica spesso impreparata a comprenderli, documenti che nulla aggiungono al nocciolo della questione ma servono solo ad alimentare una morbosa e inutile curiosità sulla vita privata di una donna; se il nome di una persona eccezionale quale Patrizia era, possa continuamente essere infangato senza che lei – purtroppo – possa difendersi.

Difendiamo Patrizia perché era una di noi: si, è vero. Lo facciamo perché il sorriso di Patrizia non merita tutto questo accanimento – proprio nelle giornate contro la violenza alle donne, complimenti! – dalla dubbia utilità ai fini investigativi; lo facciamo perché mai vorremmo che quello che viene fatto a Patrizia, con la scotomizzazione di ogni suo gesto, persino di ogni singolo messaggio scambiato tra chi la frequentava, venisse fatto a noi e a chiunque, anche ai protagonisti dello show delle ultime ore, ai quali non auguriamo di vedere esposte sul palcoscenico mediatico le rispettive vite private e le proprie chat. E perché in fondo è arrivato probabilmente il momento di alzare un argine in grado di separare in maniera visibile l’attività giornalistica dall’intrusione invasiva, illecita, immotivata nella vita privata, anzi privatissima, pur comprendendo la sete di giustizia dei suoi familiari.

Patrizia non era un personaggio pubblico ma una persona come tante altre, piene di vita e con qualche debolezza, esattamente come tutti noi. Vogliamo sapere se la sua morte è stata conseguenza di un reato ma, consapevoli che niente e nessuno ce la restituirà e la restituirà soprattutto a suo figlio e ai suoi genitori, coltiviamo la speranza che nel frattempo cessi lo show e cali il silenzio.

«Se hai bisogno ci sono» mi scriveva spesso Patrizia. Cara Patrizia, ci siamo anche noi.

E’ morta a 41 anni la giornalista pugliese Patrizia Nettis: appassionata di sport, aveva un figlio piccolo. Anna Puricella su La Repubblica il 30 giugno 2023. 

Scriveva per la Gazzetta del Mezzogiorno e nella sua carriera era stata addetto stampa del Comune di Alberobello. Più di recente era stata assunta dal Comune di Fasano come specialista della comunicazione istituzionale 

È morta all’improvviso, all’età di 41 anni, Patrizia Nettis. Era giornalista professionista, scriveva per la Gazzetta del Mezzogiorno – ma non solo – e nella sua carriera era stata addetto stampa del Comune di Alberobello. Più di recente era stata assunta dal Comune di Fasano come specialista della comunicazione istituzionale, a tempo indeterminato. Nettis era soprattutto esperta e appassionata di sport: non solo ne scriveva con perizia, seguendo personalmente tornei e gare, ma lo praticava pure.

E lo faceva a livello agonistico, come nel caso dell’amatissimo nuoto: sui suoi canali social si fotografava spesso a bordo vasca, negli impianti pugliesi ma non solo, e per un tempo era stata anche istruttrice a Gioia del Colle, sua città d’origine. Il cloro e l’acqua erano la sua seconda casa, lo sfogo costante e il motivo che la portava spesso fuori dalla regione, a gareggiare bracciata dopo bracciata, affrontando il limite in vasca come in mare aperto. “Il nuoto è la cors(i)a che aggiusta sempre la mia vita, anche quando sono distratta”, scriveva in un post di aprile dopo l’ennesimo successo in acqua.

Era un’atleta a tutti gli effetti, Patrizia Nettis, e non solo riguardo al nuoto. Altra sua grande passione era la corsa, partecipava spesso a competizioni in vari comuni pugliesi, ma non solo: era stata diverse volte a Parigi per la maratona, e anche in quel caso l’approccio era stato da autentica sportiva. La medaglia che aveva conquistato nel giorno della sua ultima partecipazione, la scorsa primavera, l’aveva dedicata al figlio Vittorio – “gli avevo garantito che ce l’avrei fatta e non potevo deluderlo”, aveva scritto su Facebook – e sempre il figlio aveva ringraziato quando all’inizio dell’anno aveva ricevuto il premio come miglior giornalista nell’ambito della Festa del volley pugliese: “Non so se sono all’altezza di questo premio – aveva commentato – Non me lo aspettavo, non avrei mai potuto immaginarlo, nemmeno nel più assurdo dei sogni. Sono onorata, sono commossa. Sono innamorata del mio mestiere. E sono fortunata a fare un lavoro che è la mia passione”.

La sua improvvisa scomparsa ha lasciato sgomenti familiari e amici, e anche lettori e sportivi. “Ora corri, nuota, scrivi, sogna e non soffrire più”, il saluto dell’ex sindaco di Giovinazzo Tommaso Depalma. Il Comune di Alberobello, per il quale Nettis aveva lavorato come addetta stampa ai tempi della giunta guidata da Michele Longo, si associa al cordoglio: “Di lei non dimenticheremo la dedizione al lavoro svolto con impegno e intelligenza che ha dato lustro all’immagine di Alberobello – recita il post di Facebook – Il suo ricordo rimarrà indelebile nella nostra comunità addolorata”. In lutto anche la città di Fasano, ultimo luogo di lavoro di Nettis: “L’ufficio stampa e comunicazione, nonché il Comune di Fasano, perde una brillante risorsa, e, ancor prima, una donna di talento e sapere. Giunga alla famiglia Nettis il sentito cordoglio del sindaco, dell’amministrazione comunale e dei colleghi tutti”.

Inchiesta e un indagato per Patrizia Nettis, la giornalista di Gioia del Colle trovata morta a Fasano. Il corpo della collega, che collaborava con la Gazzetta, è stata ritrovato in casa la notte del 29 giugno. Ora il legale della famiglia ha presentato denuncia e la riesumazione della salma per l'autopsia. STEFANIA DE CRISTOFARO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 7 agosto 2023.

Istigazione al suicidio e stalking: la Procura di Brindisi ha iscritto il nome di un imprenditore sul registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta aperta per fare chiarezza sulla morte di Patrizia Nettis, 41 anni, giornalista professionista che per la Gazzetta del Mezzogiorno scriveva di sport, e che lo scorso mese di maggio si era trasferita a Fasano dopo aver ottenuto un incarico nell’ufficio stampa del Comune, arrivato in seguito al lavoro svolto come responsabile della comunicazione dell’Amministrazione cittadina di Alberobello. A Fasano, in quella che era diventata la sua nuova casa, è stata trovata senza vita il 29 giugno scorso.

L’indagato era stato già sentito in qualità di persona informata sui fatti. L’iscrizione, avvenuta alla fine di luglio, è un atto necessario per procedere allo svolgimento di accertamenti tecnici irripetibili sul telefonino cellulare in uso all’uomo che, stando a quanto emerso dalle indagini affidate ai carabinieri della compagnia di Fasano, sarebbe stato una delle ultime persone ad avere avuto contatti con la giornalista, appassionata di volley e nuoto che aveva praticato a livello agonistico e di cui era istruttrice. Lo scorso gennaio era anche stata premiata dalla federazione regionale di pallavolo come miglior giornalista.

Per i pm titolari del fascicolo, Giovanni Marino e Giuseppe De Nozza, risulta necessario ricostruire i contatti di Patrizia Nettis, riconducibili agli ultimi giorni e alle ore precedenti al ritrovamento del cadavere. Al momento, il telefonino della giornalista, un Iphone 14, non sarebbe “accessibile” per via del sistema di protezione che impedisce la lettura del registro delle chiamate e della messaggistica di WhatsApp.

Se da un lato l’ispezione cadaverica effettuata dal medico legale, nell’immediatezza dei fatti, sembra aver confermato il gesto volontario, dall’altro dalle testimonianze di familiari, amici e conoscenti sarebbe emerso il ritratto di una donna solare e sorridente che mai avrebbe lasciato il figlio di nove anni, oltre che di una professionista stimata.

Il legale della famiglia di Patrizia Nettis, Giuseppe Castellaneta, lo scorso 2 agosto, ha depositato in Procura istanza per chiedere la riesumazione del corpo: «Crediamo che l’autopsia sia un passaggio importante per accertare la verità», spiega il penalista. «Non stiamo cercando un colpevole, vogliamo che sia fatta chiarezza, che sia stabilito con certezza quello che è successo: lo dobbiamo ai genitori e al figlio di Patrizia Nettis», prosegue. «Il fatto che i magistrati brindisini stiano lavorando e abbiamo disposto accertamenti è per noi importante e confidiamo nella giustizia per avere le risposte che ad oggi non abbiamo».

Patrizia Nettis, la giornalista morta suicida? "Chi è indagato": sospetti atroci. Libero Quotidiano l'8 agosto 2023

Aveva lasciato tutti senza parole la morte della giornalista della Gazzetta Del Sud Patrizia Nettis che il 29 giugno scorso si è tolta la vita all'interno del suo appartamento a Fasano, in provincia di Brindisi. Aveva 41 anni, un bimbo piccolo e dopo aver svolto il ruolo di addetta stampa del Comune di Alberobello, dallo scorso maggio era entrata a far parte, sempre con lo stesso ruolo e in modo permanente, della pianta organica dell’ente comunale. Lo scorso gennaio era stata premiata dalla federazione regionale di pallavolo come miglior giornalista. Patrizia non aveva nessun motivo per suicidarsi, ha continuato a sostenere chi la conosceva bene chiedendo la verità.  

Oggi è arrivata la svolta: c'è un indagato per istigazione al suicidio. Il suo nome è stato iscritto nel fascicolo dell'inchiesta aperta dalla procura di Brindisi. "L'attività d'indagine difensiva che stiamo svolgendo, ex articolo 190 bis", ha spiegato all'Ansa l'avvocato della famiglia, Giuseppe Castellaneta, "è parallela a quella che sta svolgendo la procura di Brindisi".

"L'obiettivo è il raggiungimento di una verità, perché nessuno di noi, tra familiari, colleghi e amici, crede all'ipotesi del suicidio come magari punto apicale di uno stato depressivo o altro", puntualizza il legale. "Non è assolutamente così, perché tutti sappiamo che Patrizia non aveva alcun motivo per togliersi la vita". "Il motivo", continua l'avvocato Castellaneta, "potrebbe essere riconducibile a cause esterne, e noi vogliamo capire quali sono queste cause esterne. E per farlo" spiega, "riteniamo che sia necessario eseguire l'autopsia". L'autopsia, conclude l'avvocato, "è un'iniziativa doverosa per escludere ogni altra ipotesi diversa da quella attualmente presa in considerazione dalla procura".

Il giallo della morte di Patrizia Nettis, dalla casa di Fasano spariti alcuni oggetti. Cesare Bechis su Il Corriere della Sera l'11 agosto 2023.

Riflettori puntati sullo smartphone della giornalista, trovata senza vita in casa lo scorso 29 giugno. Un imprenditore è indagato per stalking e istigazione al suicidio.  

Gli investigatori che indagano sulla morte di Patrizia Nettis, la giornalista trovata impiccata verso le 13 del 29 giugno nella sua casa di Fasano (Brindisi), sono alla ricerca di quanto non è stato trovato nell’appartamento della donna al momento della scoperta del cadavere. Non trapela nulla di più su cosa effettivamente sembri mancare all’appello, ma potrebbe avere un valore ai fini delle indagini dei carabinieri.

Il cellulare, un Iphone 14 trovato connesso con un Apple watch, è all’esame dei tecnici in grado di sbloccarlo in modo da superare le barriere di protezione della casa costruttrice e consentire l’accesso ai contenuti, messaggi, mail, foto e video dai quali ottenere possibili elementi utili alle tracce investigative che i pm della Procura di Brindisi (De Nozza e Marino) e i carabinieri di Fasano stanno ormai seguendo e che hanno dato una svolta a un caso che sembrava chiuso. 

Un indagato per stalking e istigazione al suicidio

A fine giugno era stata data per scontata la morte di Patrizia Nettis per un atto volontario e ne era stata disposta la restituzione alla famiglia per la sepoltura, ma la vicenda ha trovato di recente nuovi spunti che hanno indotto la Procura a iscrivere un uomo di Fasano, al quale è stato sequestrato il cellulare, nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di istigazione al suicidio e stalking. Mettere a confronto i suoi contenuti con quelli dell’Iphone della giornalista è determinante ai fini dell’indagine perché la sera precedente la sua morte la donna scambiò una telefonata con qualcuno e i vicini di casa la sentirono urlare con esasperazione «mi hai rovinato la vita». Una frase meritevole di essere interpretata correttamente anche perché qualche ora prima Patrizia Nettis aveva avuto un acceso diverbio in strada con due uomini e uno di questi è proprio l’indagato.

La famiglia, tramite l’avvocato Giuseppe Castellaneta, ha intanto portato avanti un’indagine difensiva, parallela al lavoro della Procura brindisina, ascoltando persone e amici di Patrizia. Hanno chiesto ai magistrati la riesumazione del corpo per poter procedere all’autopsia che, dopo il ritrovamento del cadavere, non fu ritenuta necessaria dal momento che l’apparenza dava indicazioni precise sul suicidio avvenuto tramite un lenzuolo attaccato all’inferriata di un soppalco dell’abitazione di Fasano. L’avvocato Castellaneta ha chiarito il senso dell’iniziativa. Ha detto: «Crediamo che l’autopsia sia un passaggio importante per accertare la verità, non stiamo cercando un colpevole, vogliamo che sia fatta chiarezza, che sia stabilito con certezza quello che è successo: lo dobbiamo ai genitori e al figlio di Patrizia Nettis».

Nessun segnale

La giovane donna, a meno di circostanze ancora non conosciute che hanno generato una situazione insostenibile classificata dagli inquirenti come «atti persecutori e istigazione al suicidio» non aveva mai dato segnali che potessero far pensare alla volontà di porre fine alla propria esistenza. Ipotesi che famiglia, parenti e amici hanno scartato sin dal primo momento. Patrizia era un vulcano di iniziative professionali – a maggio aveva ottenuto l’incarico a tempo indeterminato come ufficio stampa del Comune di Fasano – e sportive. Nuotava, correva, partecipava a maratone, scriveva di sport e aveva vinto il premio della Federvolley come “Miglior giornalista”, stava per intervistare Pippo Inzaghi. Ed era legatissima al figlio di nove anni, che vive con l’ex marito. 

Il giallo della morte di Patrizia Nettis, dalla casa di Fasano sparito il pc: indagato un imprenditore. Cesare Bechis su Il Corriere della Sera lunedì 14 agosto 2023.

Gli inquirenti non hanno trovato il computer nell'abitazione della giornalista trovata morta il 29 giugno. La misteriosa lite con due uomini prima della tragedia. La famiglia chiede la riesumazione della salma 

Alla ricerca di un computer. Aziendale o personale, è comunque quello che stanno tentando di recuperare gli inquirenti di Brindisi che indagano sulla morte per suicidio, questa la prima ipotesi, di Patrizia Nettis, la giornalista 41enne che si sarebbe impiccata il 29 giugno scorso nella sua abitazione di Fasano, in provincia di Brindisi. Potrebbe essere proprio il computer l’oggetto che non era stato trovato durante la perquisizione effettuata subito dopo il ritrovamento del corpo nell’appartamento in cui la professionista viveva dopo aver assunto due mesi prima l’incarico di addetto stampa del Comune. La professionista scriveva di sport ed era una sportiva praticante. Nuotava e partecipava a maratone, stava preparando un’intervista a Pippo Inzaghi e aveva vinto il premio della Federvolley come «Miglior giornalista». Ha lasciato un figlio di nove anni che vive con l’ex marito.

I pm Giuseppe De Nozza e Giovanni Marino della Procura brindisina attribuiscono grande importanza al recupero del computer. Insieme con l’Iphone 14, ritrovato e connesso all’Apple Watch della donna, ma con l’accesso ancora protetto, il pc potrebbe contribuire al recupero di dati ed elementi utili per ricostruire i rapporti personali e professionali, le ultime chiamate, i contatti, i possibili problemi sul lavoro e nella vita privata della 41enne.

L’assenza del computer dalla scena del presunto suicidio, nell’abitazione, e l’impossibilità di accedere al contenuto dell’iPhone di Patrizia Nettis, non consentono agli inquirenti di confermare alcune piste investigative che stanno seguendo e di escluderne altre, né permettono di dare eventuale consistenza alle voci raccolte dai carabinieri della compagnia di Fasano su una telefonata della tarda serata del 29 giugno durante la quale Patrizia Nettis avrebbe detto a un interlocutore ancora sconosciuto «mi hai rovinato la vita». Inoltre, alcuni testimoni hanno riferito di una lite avvenuta in strada quella sera stessa con due uomini.

Uno di questi, un imprenditore locale al quale è stato sequestrato il cellulare, è stato poi iscritto nel registro degli indagati con la duplice accusa di istigazione al suicidio e atti persecutori. La famiglia della giornalista, che non ha mai ritenuto fondata la tesi del suicidio malgrado le apparenze, ha chiesto alla Procura di Brindisi la riesumazione della salma e l’autopsia. I magistrati dovranno esprimersi. A fine giugno era stata data per scontata la morte di Patrizia Nettis per un atto volontario e era stata disposta subito la restituzione della salma alla famiglia per la sepoltura, ma le indagini hanno poi offerto nuovi spunti investigativi tanto da indagare l’imprenditore.

L’avvocato Giuseppe Castellaneta, che ha portato avanti un’indagine difensiva parallela al lavoro della Procura e che assiste la famiglia di Nettis, ha chiarito il senso dell’iniziativa puntualizzando: «Noi crediamo che l’autopsia sia un passaggio importante per accertare la verità. Non stiamo cercando un colpevole — ha precisato —, vogliamo che sia fatta chiarezza, che sia stabilito con certezza quello che è successo».

Il giallo di Patrizia Nettis, la giornalista morta in casa a Fasano. Il padre: «Maledetti i giorni in cui li ha incontrati». Rosarianna Romano su Il Corriere della Sera mercoledì 16 agosto 2023.

Vito Nettis ricorda quasi ogni giorno la figlia, giornalista trovata morta in casa il 29 giugno, usando un hashtag con quel messaggio. Per la sua morte c’è un indagato per istigazione al suicidio e stalking, il giorno prima di morire la 41enne avrebbe litigato con due uomini. 

«Cursed be the days she met them» («Siano maledetti i giorni in cui lei li ha incontrati»). Sono queste sette parole a scandire la pagina Facebook di Vito Nettis, padre di Patrizia, la giornalista trovata senza vita il 29 giugno scorso nel suo appartamento a Fasano (Brindisi). Lui, che, insieme a tutta la famiglia, non ha mai accettato la tesi del suicidio, ogni giorno sul suo profilo social pubblica foto e ricordi di sua figlia. E, nella didascalia di ogni post, invece di altre parole, inserisce l’hashtag #cursedbethedaysshemetthem, forse in riferimento a quanti, prima e dopo l’ultima notte di Patrizia, hanno avuto un peso in questa storia. I familiari, infatti, tramite l’avvocato Giuseppe Castellaneta, hanno avviato indagini difensive parallele al lavoro degli inquirenti, per fare nuova luce sulla morte della giornalista. Un lavoro che ha portato all'iscrizione nel registro degli indagati di un giovane imprenditore di Fasano e alla ricostruzione di quanto successo nelle ore precedenti alla morte di Patrizia: la giornalista, secondo quanto si apprende, avrebbe avuto dei diverbi con due uomini. Il padre, nei due mesi trascorsi senza la figlia, ha cercato di ricordarla attraverso parole, articoli scritti su di lei, foto d’infanzia, frammenti «di una storia il cui racconto non avrà mai fine», come scrive lui stesso.

Il ricordo sui social

Il primo post risale al 30 giugno, il giorno dopo la morte della giornalista. Vito Nettis scrive: «Patrizia mi piace ricordarla così, con questi messaggi che ci siamo scambiati il 31 maggio, in occasione della partecipazione ad un programma televisivo. Buon viaggio figlia mia, perché “la vita non è tolta ma trasformata”». A seguire, tante foto che immortalano stralci di vita di sua figlia. Come uno scatto del 3 luglio che inquadra la pila di libri che lei stava leggendo «nell’appartamento che utilizzava come appoggio a Fasano da poco meno di un anno»: «I libri che ho trovato a casa sua. L’ultimo che aveva completato è quello di Federica Pellegrini», si legge nel post di Vito Nettis. E ancora, suo padre pubblica fotografie che inquadrano Patrizia navigare nel mondo dello sport, la sua passione più grande, dalle tante gare che la vedevano coinvolta in prima persona all’incontro con la stessa campionessa olimpica di nuoto. Oppure, condividendo articoli scritti dalla giornalista, ammette: «A due settimane della sua prematura morte ho trovato questo articolo. Lo avevo quasi dimenticato, perché tenere a mente tutte le sue attività era impossibile».

Lo sport, una delle tante passioni di Patrizia

E, infatti, non era semplice contare le passioni che Patrizia aveva. Suo padre prova a riassumerle, però, attraverso memorie della sua vita con e senza sua figlia, dai momenti trascorsi insieme a quelli dove lei è diventata solo un ricordo. Tra questi c’è un video di un paio di giorni fa, dove, in occasione della gara podistica «U gire de la chiazze» a Gioia del Colle, è stata citata anche la giornalista vicina all’associazione «Gioia Running», promotrice dell’evento. E, anche in questo post, compare l'hashtag #cursedbethedaysshemetthem, senza altre parole. La stessa frase, poi, appare anche in calce a tante altre foto, nelle quali Patrizia ha sempre il sorriso. Vito Nettis diffonde quello che può delle pagine della vita di sua figlia, recuperando anche scatti e pensieri che la giornalista stessa condivideva su Facebook. Come un post di maggio, dove – neanche un mese prima di morire - scriveva soddisfatta: «È questa la vita che sognavo da bambino. Benvenuto maggio, quest’anno ancora di più. Qui ci sono io, dove ho sempre sognato di essere».

S’indaga per istigazione al suicidio. Sfilata di testimoni. Al vaglio dei pm la posizione di un imprenditore (accusato pure di stalking). ISABELLA MASELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Agosto 2023

Cinquanta giorni senza Patrizia Nettis. Cinquanta giorni nei quali, oltre al dolore straziante di amici e famigliari che non trovano ragioni, va avanti senza sosta il lavoro di chi sta cercando di dare a quel dolore una risposta. Di rimettere in fila i pezzi di un puzzle che potrebbe raccontare quello che è accaduto nelle ore immediatamente precedenti alla sua morte.

Patrizia Nettis, 41 anni, giornalista di Gioia del Colle, storica collaboratrice della Gazzetta del Mezzogiorno, ex responsabile della comunicazione del Comune di Alberobello e da maggio nell’ufficio stampa del Comune di Fasano, appassionata di volley e nuoto che aveva praticato a livello agonistico e di cui era istruttrice, premiata qualche mese fa dalla federazione regionale di pallavolo anche come miglior giornalista, è stata trovata senza vita nella sua casa di Fasano il 29 giugno.

Un gesto volontario l’ipotesi subito fatta da carabinieri e magistrati. Ma i dubbi su cosa abbia spinto una donna così solare, una sportiva campionessa di gare e di penna, a farla finita in quel modo, hanno convinto la Procura a non chiudere il caso. Istigazione al suicidio e stalking sono i reati che i pm di Brindisi Giovanni Marino e Giuseppe De Nozza ipotizzano nel fascicolo aperto a carico di un uomo, un imprenditore, per comprendere se la morte della giornalista barese sia stata indotta da qualcosa o qualcuno.

E per rispondere a questo quesito il primo atto disposto dai magistrati è stato una consulenza tecnica sul cellulare dell’unico indagato, una delle ultime persone ad aver parlato con Patrizia la sera prima del decesso, che sarebbe stata vista e sentita discutere con due uomini proprio la sera prima di morire.

Il consulente nominato dai pm è al lavoro, ormai da circa un mese, per estrapolare dal cellulare dell’uomo ogni elemento utile a ricostruire quelle ultime ore ma anche ciò che potrebbe essere accaduto nei giorni e nelle settimane precedenti. Dai tabulati, dalle chat, dalla mail che i due potrebbero essersi scambiati, la Procura spera di capire se ci siano eventuali responsabilità responsabilità di terzi sulla morte della donna.

L’indagato, assistito dall’avvocato Marcello Zizzi, era stato già sentito in qualità di persona informata sui fatti, fornendo il suo racconto di quella notte, prima che la Procura gli notificasse l’avviso di garanzia e disponesse la copia forense del suo telefono per gli accertamenti tecnici.

Più difficile sarà estrapolare i dati dal telefono della vittima, pure sequestrato dall’autorità giudiziaria, perché non sarebbe «accessibile» per via del sistema di protezione che impedisce la lettura del registro delle chiamate e della messaggistica di WhatsApp. E poi c’è il giallo del computer portatile della professionista. Il pc non sarebbe stato trovato a casa e neppure nel suo ufficio.

Dal giorno della morte, inoltre, i carabinieri stanno sentendo decine di persone, amici, famigliari, conoscenti e vicini di casa per raccogliere spunti. E forse proprio i racconti di alcuni di loro potrebbero aver dato impulso all’apertura di un fascicolo d’inchiesta.

Per la famiglia di Patrizia Nettis, l’ex marito e i genitori, tutto questo non basta. Chiedono di conoscere la verità su quello che è successo. L’avvocato che li assiste, Giuseppe Castellaneta, ha depositato in Procura una istanza per l’esumazione del corpo, ritenendo che l’autopsia - che dopo l’esame cadaverico esterno i pm hanno ritenuto di non disporre - potrebbe fornire ulteriori decisivi elementi utili alle indagini. Una sollecitazione alla quale i magistrati non hanno ancora risposto.

Fasano, morte giornalista Patrizia Nettis: ritrovato il pc, era nel suo ufficio. Nei prossimi giorni il consulente tecnico passerà al setaccio il cellulare (un iPhone 14), l’Apple Watch e il telefono dell’unico indagato (si tratta di un imprenditore fasanese). MIMMO MONGELLI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 7 Settembre 2023

Il giallo del computer di Patrizia Nettis, la giornalista trovata morta il 29 giugno nella sua abitazione nel centro storico di Fasano, si dirada come nebbia al sole: il portatile non si era mai mosso da dove era stato lasciato, in Municipio, sepolto da a una montagna di libri in un ufficio de Comune. È stato trovato, casualmente, l’altro giorno da uno degli addetti alla comunicazione istituzionale di Palazzo di città, che lo ha consegnato ai carabinieri.

Si tratta di una MacBook Air che era stato acquistato dal Comune di Fasano nel momento in cui Patrizia Nettis, collaboratrice della «Gazzetta» e grande sportiva, era stata assunta dall’ente. Quel computer era stato dato per scomparso, tant’è che nei giorni seguenti la tragica fine della professionista un dirigente comunale aveva sporto denuncia di smarrimento.

Il fatto che non si trovasse il computer, strumento di lavoro quotidiano ed irrinunciabile per ogni giornalista, ha contributo per settimane ad alimentare una serie di sospetti. Il MacBook invece non si era mai mosso dal posto in cui Patrizia Nettis era solita riporlo a conclusione della sua giornata lavorativa. Solo che, trattandosi di un posto noto solo a lei, a nessuno era venuto in mente di andare a cercare il Mac sotto quel cumulo di materiale di nessun interesse stipato nel cassetto di una delle scrivanie dell’ufficio, al primo piano della Casa comunale, in cui lavorava la giornalista. La stanza non è accessibile a tutti, e la porta di ingresso è dotata di una serratura.

Nei prossimi giorni l’ingegner Sergio Civino, il consulente tecnico a cui i pm di Brindisi titolari dell’indagine hanno dato incarico di passare ai raggi X il cellulare (un iPhone 14) e l’Apple Watch di Patrizia Nettis e il telefono dell’unico indagato (si tratta di un imprenditore fasanese), dovrebbe depositare la sua relazione. I pm titolari dell’inchiesta - il fascicolo è stato aperto d’ufficio per istigazione al suicidio e stalking a seguito degli accertamenti svolti dai carabinieri nell’immediatezza del ritrovamento del corpo - hanno chiesto al perito di provare a recuperare, ammesso che l’operazione sia tecnicamente possibile, il registro delle chiamate effettuate dalla giornalista e dall’imprenditore indagato e la cronologia delle chat e delle conversazioni WhatApp.

Patrizia Nettis, la giornalista trovata morta a Fasano. Spunta una chat tra due uomini: «Avrà una punizione esemplare». Rosarianna Romano sul Il Corriere della Sera sabato 25 novembre 2023.

La  trasmissione televisiva Quarto Grado, in onda su Rete 4 ha reso note le chat tra un imprenditore, già indagato e un politico

L’imprenditore: «Che schifo! Ma non la passa liscia. Questa volta non esiste. Ha scherzato col fuoco una, anzi due volte». Il politico: «Comunque malata». È lo scambio dei messaggi tra i due uomini coinvolti nel giallo irrisolto di Patrizia Nettis, giornalista 41enne trovata senza vita il 29 giugno nella sua abitazione di Fasano (Brindisi). Dei due, soltanto l’imprenditore è indagato per stalking e istigazione al suicidio. A rendere note le chat è stata  la trasmissione televisiva Quarto Grado,  in onda su Rete 4, proprio alla vigilia del 25 novembre, la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

La discussione di Patrizia con due uomini

La notte del 29 giugno Patrizia aveva discusso con i due uomini nei pressi della sua abitazione a Fasano. E, sul caso, emergono altre voci. A parlare è un testimone che, il giorno successivo, ha sentito la versione dell’imprenditore: «Insospettito dal fatto che lei quella sera non avesse inviato messaggi, che non si fosse fatta sentire, l'imprenditore si reca sotto casa di Patrizia – racconta -. Vede uscire dal portone il politico. In quel momento, dapprima si nasconde in auto, poi, con una presa di coraggio, decide di avvicinarsi al politico, facendo presente che anche lui ha una storia con Patrizia. Poi la giornalista esce e c’è un confronto a tre. L’imprenditore ammette di aver alzato i toni e di accompagnare Patrizia sotto casa, per poi andarsene. Il politico, invece, va via prima». Sulle relazioni di Patrizia parla anche un’altra amica: «Con l’imprenditore si sono frequentati un mesetto nell’estate del 2022, perché aveva litigato con il politico, decidendo di allontanarlo definitivamente. Poi il politico è tornato, implorando Patrizia di ricominciare la loro storia, non da fuggiaschi», spiega.

L'analisi della chat

Dalle chat esaminate emerge, inoltre, che l’imprenditore e il politico non solo si conoscevano, ma hanno avuto anche uno scambio di messaggi nella notte del 29 giugno. A iniziare la chat è l’imprenditore: «Solo per dirti che lei garantiva che di te non ne voleva sapere nulla», dice al politico. E ancora: «Questa cosa la pagherà cara. Oggi pomeriggio era con me e siamo rimasti soli… Stasera prima di vedervi era al cellulare con me e probabilmente così tutte le sere». E il politico risponde: «Una pazza praticamente». L’imprenditore: «Pazza? L’aggettivo è poco appropriato». E ancora: «Io non so ma a questo punto questa cosa (non si può definire una donna) è da rinchiudere. Hai sbagliato a farla assumere… Ti sei esposto a critiche non indifferenti per una cosa come lei. Magari non sarà neanche riconoscente». E il politico conferma: «Questo è certo». I due uomini hanno parlato ininterrottamente per più di due ore quella notte, dall’1.15 alle 3.34, con circa 400 messaggi.

Infine, l’imprenditore scrive: «Ora ha finito di campare».  E aggiunge: «Lei non mi conosce bene. Lei non sa che io sono il più buono sulla faccia della terra, ma il mio lato oscuro non lo conosce. Mi dispiace, ma succederà un casino. Forse le conviene non venire più a Fasano. Non la passerà liscia. Farò di tutto per infangarla e so già come muovermi. Io non sono un tipo vendicativo, anzi. Ma stavolta avrà una punizione esemplare». 

Estratto da ilfattoquotidiano.it domenica 26 novembre 2023.

Il giallo irrisolto della morte di Patrizia Nettis, la giornalista 41enne trovata senza vita nella sua abitazione di Fasano (Brindisi) il 29 giugno, si arricchisce di nuovi dettagli svelati da alcune chat tra un imprenditore – attualmente indagato per stalking e istigazione al suicidio – e un politico coinvolti nel caso. 

Le chat sono state analizzate e pubblicate dalla trasmissione televisiva Quarto Grado: rivelano uno scambio intenso di messaggi tra i due uomini nella notte del 29 giugno: proprio quella notte, la vittima, Patrizia, aveva discusso con loro nei pressi della sua abitazione a Fasano, secondo un testimone per questioni sentimentali.

L’imprenditore e il politico si sono scambiati oltre 400 messaggi in più di due ore: è proprio il primo ad iniziare la conversazione informando il politico che Nettis non voleva avere nulla a che fare con lui. La tensione sale quando l’imprenditore avverte: “Questa cosa la pagherà cara… Farò di tutto per infangarla e so già come muovermi. Io non sono un tipo vendicativo, anzi. Ma stavolta avrà una punizione esemplare“. 

E ancora, l’uomo esprime chiaramente la sua indignazione riguardo alla situazione: “Che schifo! Ma non la passa liscia. Questa volta non esiste. Ha scherzato col fuoco una, anzi due volte”. 

[...] Il politico, invece, giudica la situazione con la concisa etichetta di “comunque malata”. Infine, l’imprenditore conclude in modo sinistro: “Ora ha finito di campare. Lei non sa che io sono il più buono sulla faccia della terra, ma il mio lato oscuro non lo conosce. Farò di tutto per infangarla e so già come muovermi. Io non sono un tipo vendicativo, anzi. Ma stavolta avrà una punizione esemplare”.

Non solo, sempre a Quarto Grado, un testimone […] rivela ulteriori dettagli: “Insospettito dal fatto che lei quella sera (del 29 giugno, ndr) non avesse inviato messaggi, che non si fosse fatta sentire, l’imprenditore si reca sotto casa di Patrizia… Vede uscire dal portone il politico. In quel momento, dapprima si nasconde in auto, poi, con una presa di coraggio, decide di avvicinarsi al politico, facendo presente che anche lui ha una storia con Patrizia. 

Poi la giornalista esce e c’è un confronto a tre. L’imprenditore ammette di aver alzato i toni e di accompagnare Patrizia sotto casa, per poi andarsene. Il politico, invece, va via prima”. […]

Patrizia Nettis, la giornalista trovata impiccata: la chat, le minacce, la lite. L'avvocato della famiglia: «Forte intervento esterno sulla tragedia». Cesare Bechis su Il Corriere della Sera giovedì 30 novembre 2023.

I messaggi tra un imprenditore e un politico, le mail, la lite per strada. Tutti i punti oscuri sulla morte della giornalista a Fasano. A breve la perizia sul computer

Cinque mesi dopo, la svolta potrebbe arrivare dall’analisi del pc. Mail, video, messaggi inviati e ricevuti (per motivi professionali e non) da Patrizia Nettis, la giornalista di Gioia del Colle trovata impiccata il 29 giugno scorso nella sua abitazione di Fasano, in provincia di Brindisi. La relazione sul computer è attesa a breve in Procura e potrebbe anche indirezzare le indagini su altri scenari rispetto a quello del suicidio mai condivisa dai genitori della giovane donna e dal legale che li assiste. 

I dubbi sul suicidio

«Io e i genitori di Patrizia – dice l’avvocato Giuseppe Castellaneta -  siamo sempre più convinti, anche alla luce delle chat telefoniche tra i due uomini, che Patrizia non possa essersi suicidata senza un forte intervento esterno. Per questo motivo attendiamo la copia forense della relazione sui contenuti del pc e riteniamo che solo l'autopsia sarà in grado di dare risposta ai nostri dubbi sulla morte di Patrizia». Non credono al suicidio perché Patrizia era da poco stata assunta dal Comune di Fasano come addetta stampa, era una madre che stravedeva per il figlio di nove anni, era una sportiva praticante, nuotava e correva le maratone e per il giorno dopo stava preparando un’intervista a Pippo Inzaghi. L’avvocato finora ha depositato, senza ricevere riscontri, tre istanze di riesumazione della salma per procedere all’esame autoptico ed è pronto a presentare la quarta.

L'imprenditore e il politico

Il 29 giugno Patrizia Nettis aveva ancora poco da vivere quando gridò: «Mi hai rovinato la vita». A chi si riferiva? Aveva appena lasciato i due uomini con i quali, la sera precedente, aveva avuto un serrato confronto in strada, nelle vicinanze della sua abitazione di via Madonna della Stella. Con entrambi, in periodi diversi, era nata una relazione. Quella stessa notte i due contendenti, pur non avendo mai avuto contatti diretti ma solo una conoscenza indiretta come può capitare in città di 30 mila abitanti, si sono scambiati 400 messaggi in un paio d’ore. Una chat, con molti tratti di violenza verbale verso la donna, che li accomuna trasformandoli da rivali a soci. Uno è il titolare di un impianto sportivo, unico iscritto nel registro degli indagati per istigazione al suicidio e atti persecutori; l’altro è un personaggio politico notissimo, impegnato nell’amministrazione cittadina, ascoltato dagli inquirenti solo all’inizio della vicenda. L’indagato, finora, non è mai stato interrogato dai magistrati della Procura di Brindisi. 

La chat e lo sdegno del padre

Vito Nettis, il papà di Patrizia, ha commentato duramente la chat: «Sono rimasto disgustato – ha detto - dal contenuto sessista zeppo di parole poco degne per l’essere umano che le ha scritte, indicato come imprenditore». I contenuti del telefono dell’indagato hanno srotolato parole e fatti che forniscono un quadro più preciso sui rapporti tra i due uomini con Patrizia e la considerazione che ne avevano esplicitata da termini come “cosa” e “pazza”. L’imprenditore arriva addirittura ai toni minacciosi: «Ora ha finito di campare – scrive al politico - lei non mi conosce bene. Lei non sa che io sono il più buono sulla faccia della terra, ma il mio lato oscuro non lo conosce. Mi dispiace, ma succederà un casino. Forse le conviene non venire più a Fasano. Avrà una punizione esemplare». 

Estratto dell’articolo di Chiara Spagnolo per “la Repubblica” giovedì 30 novembre 2023.

«Le chat tra i due uomini sono agghiaccianti, sembra che due rivali si fossero trasformati in complici»: nel commento di un amico d’infanzia di Patrizia Nettis c’è un sentimento comune a chi conosceva la giornalista pugliese 41enne, trovata morta il 29 giugno scorso nella sua casa di Fasano. 

Ma anche il filo rosso di un’indagine che mira a chiarire se per quel decesso ci siano responsabili. Se Patrizia sia stata “istigata” al suicidio, come si dice in gergo giudiziario in riferimento a uno dei reati più difficili da dimostrare.

O se abbia deciso da sola di togliersi la vita, impiccandosi con un lenzuolo […]. Nel nido che si era scelta a pochi metri dal Comune, dove era stata assunta da qualche mese come responsabile ufficio stampa. 

In via Madonna della Stella la sera del 28 giugno ci sarebbe stato un chiarimento tra lei e i due uomini con cui, in momenti diversi, aveva avuto una relazione: prima un noto politico locale, poi un imprenditore. 

Tutto dopo la fine del matrimonio con un concittadino di Gioia del Colle, dal quale Patrizia ha avuto un figlio che oggi ha nove anni e vive con i nonni paterni. Se quell’ultimo incontro a tre sia stato talmente violento da spingere Patrizia al suicidio è presto per dirlo. Di certo c’è che quella sera i due uomini […]  sono andati via e si sono scambiati dei messaggi ora all’attenzione della Procura di Brindisi.

Le frasi tra i due sono forti, soprattutto le parole dell’imprenditore, che chiama Patrizia «cosa», perché «non merita di essere definita donna», probabilmente dopo aver capito che era ancora legata sentimentalmente all’altro. E promette vendetta: «Farò di tutto per infangarla, so già come muovermi, stavolta avrà una punizione esemplare. Questa è pericolosa, io farò in modo di farle attorno terra bruciata, tanto per iniziare». 

Proprio questa chat […] dimostrerebbe che «nelle ore antecedenti al fatto è avvenuto qualcosa di molto violento dal punto di vista psicologico». Il punto ora è capire se quel “qualcosa” abbia influito sulla scelta di Patrizia di togliersi la vita, «ammesso che di suicidio si tratti […]».

Dopo l’incontro chiarificatore, ci sono state almeno tre telefonate con il politico, qualcuna con l’imprenditore, molte senza risposta. Un testimone ha parlato di una voce maschile proveniente dalla casa della giornalista che diceva: «Basta con queste sceneggiate ». Poi il rumore di un portone sbattuto, quindi il vuoto, fino al pomeriggio del 29, quando un amico preoccupato si è fatto aprire la porta dalla colf e la giornalista è stata trovata morta. 

[…] il padre di Patrizia, Vito Nettis […],fin dall’inizio ha chiesto indagini più approfondite […], puntando il dito contro il politico, e che ancora oggi dice: «La conoscenza di relazioni sentimentali della vittima non ne scalfisce il ricordo, in quanto è nel pieno diritto di una donna separata, mentre potrebbe disturbare molto le persone vive, soprattutto quelle sposate, eventualmente coinvolte nella vicenda... E forse il vero problema è proprio questo!».

Ovvero, a suo dire, il fatto che uno degli uomini legati a sua figlia sia una figura molto in vista in paese. L’uomo è stato sentito dagli investigatori subito dopo la morte di Patrizia, ma non è indagato. Di lui la giornalista era innamorata, raccontano gli amici di Gioia del Colle.  […]

Patrizia Nettis, la giornalista trovata impiccata. Nelle chat tra due uomini: «Non è una donna, non è una mamma, non è nulla». Rosarianna Romano su Il Corriere della Sera sabato 2 dicembre 2023.

Emergono nuovi retroscena nell'indagine sulla morte della 41enne. Un imprenditore  e un politico ai quali era stata (in momenti diversi) sentimentalmente legata nella chat la definiscono «pericolosa» e «malata»

«Al lavoro non verrà, si metterà in malattia. Poi studierà un piano… poi e poi e poi. Non so con che faccia si presenterà. Ma domani non verrà». 

A scrivere questo messaggio durante la notte del 29 giugno è uno dei due uomini coinvolti nel giallo di Patrizia Nettis, la giornalista 41enne originaria di Gioia del Colle (Bari), trovata il giorno successivo impiccata nella sua abitazione di Fasano (Brindisi), città dove era stata da poco assunta come addetta stampa del Comune. La sera stessa della sua morte, infatti, la professionista aveva avuto una discussione in via Madonna della Stella, a Fasano, con due uomini a cui era stata sentimentalmente legata in due momenti diversi: un noto politico locale e un imprenditore, attualmente l’unico indagato per istigazione al suicidio e atti persecutori. E, dall’esame del telefono di quest’ultimo, spuntano altri messaggi tra i due uomini. I quali, la notte stessa della morte di Patrizia, se ne sono scambiati più di 400.

Le chat tra i due uomini

«Che situazione imbarazzante. A parlare con te alle 3 di notte. Di una “cosa”, di una femmina che non so come descrivere. Non è una donna, non è una mamma, non è nulla», scrive l’imprenditore al politico. E, come ricostruito dal servizio mandato in onda ieri 1 dicembre nella trasmissione “Quarto Grado”, entrambi, poi, si chiedono cosa sarebbe successo il giorno successivo: «Voglio vedere domattina al lavoro», scrive il politico, probabilmente riferendosi all’occupazione di Patrizia come addetta stampa del Comune.

Ma il giorno dopo la giornalista a lavoro non è andata: la mattina il suo ex marito e i suoi genitori l’hanno ritrovata senza vita. Il caso si è chiuso per ora come suicidio. Anche se la famiglia non ha mai creduto a questa ipotesi.

Patrizia nei messaggi viene definita una «cosa» da «rinchiudere», una «maligna malefica» che «non lavava» e «non cucinava», una «poco di buono»: l’imprenditore la chiama «pericolosa» e il politico «malata» ed «egocentrica». «Sono dialoghi schifosi, estremamente sessisti, maschilisti, non degni di esseri umani», ha commentato Rosanna Angelillo, mamma di Patrizia.

L'appostamento dell'imprenditore sotto casa di Patrizia

Secondo la ricostruzione di Quarto Grado, l’imprenditore si era appostato sotto casa della 41enne. E poi, dopo aver visto uscire dall’appartamento della giornalista il politico, avrebbe affrontato la discussione con entrambi. «Secondo lei dovevo credere che stasera alle 11 il marito veniva con il figlio! Cretina», scrive l’indagato all’altro uomo. E ancora: «Che figura che le ho fatto fare… spero che le servirà. Non la passerà liscia. Farò di tutto per infangarla. E so già come muovermi. Io farò in modo di farle terra bruciata. Tanto per iniziare. Poi ti dico il resto».

Intanto, slitta il deposito alla Procura di Brindisi della relazione sul contenuto del computer portatile della giornalista, dal quale potrebbero emergere ulteriori elementi utili a fare luce su questo giallo.

La ragazza e la carriola: svolta nel delitto di Ponza. Rita Cavallaro su L'Identità il 2 Agosto 2023

Una ragazza e una carriola. Sono questi i due elementi che segnano la svolta nel giallo di Ponza, dove il 9 agosto 2020 fu trovato morto in circostanze misteriose l’ex campione mondiale di kick boxing Gianmarco “Gimmy” Pozzi. Un incidente, fu questa la prima pista seguita dagli investigatori, che inizialmente credevano che il ragazzo fosse precipitato accidentalmente da un’altezza di tre metri in un’intercapedine in zona Santa Maria tra un muro di un campo incolto e un’abitazione, di notte e in preda alle allucinazioni da cocaina. Un’ipotesi alla quale la famiglia non ha mai creduto, perché Gimmy aveva segni evidenti di un violento pestaggio.

Grazie alle indagini difensive dell’avvocato Fabrizio Gallo e alla tenacia dei familiari di Gianmarco, man mano quella pista è stata smontata pezzo pezzo, manifestandosi per ciò che davvero il caso è: un omicidio volontario, costellato da depistaggi e maturato in un ambiente omertoso che ha creato una cortina fumogena per nascondere i traffici di droga sull’isola. Nonostante i tentativi di celare la verità, i riflettori sulla terribile fine dell’ex campione non si sono spenti, spingendo alcuni testimoni a farsi avanti. Tra questi alcuni amici di Gianmarco, che avevano bollato come false le voci che il buttafuori, la sera della morte, fosse in preda ai deliri della droga. Poi il racconto del proprietario della casa nella cui intercapedine è stato trovato il cadavere, che giura di aver sentito un tonfo sordo compatibile con la caduta di un corpo già morto, visto che non ha udito alcun urlo o lamento. E ancora la rivelazione di una super testimone, sulla cui identità c’è il massimo riserbo, che aveva raccontato ai familiari della vittima di aver visto, nella notte tra l’8 e il 9 agosto 2020, alcune persone spingere una carriola ammantata da un telo nero, dalla quale spuntavano delle gambe, probabilmente proprio quelle di Gimmy.

La donna, che ha garantito di aver riconosciuto una delle persone che trasportavano il cadavere nella carriola, non ha mai voluto mettere a verbale la sua dichiarazione, perché ha paura per se stessa e per i suoi figli. Un racconto, questo, dai contorni inquietanti che, però, sembrava quasi privo di elementi fino a pochi giorni fa, quando davvero quel campo incolto, dopo tre anni dal delitto, ha riportato alla luce la carriola indicata dalla teste. A trovare il macabro “mezzo di trasporto” è stato Paolo Pozzi, il papà di Gimmy, che ogni anno, in occasione della festa di San Pietro e Paolo del 29 giugno, fa una sorta di pellegrinaggio verso il luogo in cui è stato gettato il corpo di suo figlio. Il genitore, dopo aver deposto i fiori sul muretto dell’intercapedine, aveva deciso di fare una passeggiata, scendendo in un punto del campo dove né lui né gli inquirenti erano mai passati. E lì, casualmente, ha notato qualcosa che lo ha fatto trasalire: da alcune sterpaglie spuntava il manico di una carriola, che Paolo Pozzi ha subito ricollegato all’incredibile storia raccontata dalla super testimone.

Quella carriola si trovava a soli 128 metri dal punto dove Gimmy era stato scaricato. Così, dietro consiglio dell’avvocato Gallo, ha chiamato subito la Guardia di Finanza di Ponza, che ha sequestrato l’attrezzo e un sacco nero contenuto al suo interno. Una svolta che, forse, ha spinto qualcuno ad un passo falso e ha dato nuova linfa alle indagini. Perché appena nell’isola si è sparsa la notizia del sequestro della carriola, inviata ai carabinieri del Ris per le analisi scientifiche e l’isolamento del dna dei presunti responsabili della morte di Gimmy, in caserma è arrivata una strana telefonata. Mentre Paolo Pozzi si trovava dalla Finanza per il verbale del sequestro, una ragazza ha chiamato gli inquirenti per puntualizzare alcune circostanze che hanno destato sospetti. “La carriola l’ha usata mio padre, ma non è di mio padre”, ha giurato la giovane, la cui identità al momento non è stata resa nota. Non sarebbe però una ragazza qualunque, ma un profilo rilevante per gli inquirenti, collegato terribilmente al caso Pozzi. Si tratta, infatti, della figlia della signora che, la mattina del 9 agosto 2020, ha pulito la casa in cui Gimmy abitava insieme ad altri tre coinquilini. Un appartamento vissuto da quattro uomini che lavoravano la sera nei locali della movida, trovato immacolato e tirato a lucido quando i carabinieri entrarono per i rilievi.

Quel filo rosso tra la madre che aveva effettuato le pulizie a casa della vittima e il padre che aveva usato la carriola ha fatto sobbalzare gli investigatori, che hanno interrogato la ragazza e convocato altre persone in caserma in questi giorni, in attesa delle risultanze scientifiche sulla carriola e sul telo nero, su cui sarebbero state isolate alcune tracce, che potrebbero dimostrare non solo la tesi sempre sostenuta dalla famiglia Pozzi, ovvero che Gimmy è stato massacrato di botte e trasportato attraverso quel campo per essere gettato già morto o in fin di vita nell’intercapedine. Ma potrebbero perfino collegare i nomi delle persone che hanno aiutato gli assassini a disfarsi del corpo e a mettere in scena la storia della caduta accidentale dal muretto di tre metri. Una versione che avrebbe potuto reggere, complice il fatto che sul cadavere della vittima non fu fatta l’autopsia e che il corpo venne cremato, se non fosse per la perizia effettuata dal professor Vittorio Fineschi, ordinario di Medicina legale all’Università Sapienza di Roma e direttore dell’obitorio comunale della Capitale. Il consulente della famiglia Pozzi, sulla base di tutta la documentazione del caso, ha infatti certificato che Gimmy è stato ucciso.

Danilo Restivo, oggi: dove si trova, i casi di Elisa Claps e Heather Barnett e le prove che lo hanno incastrato. Marco Bruna su Il Corriere della Sera lunedì 13 novembre 2023.

Restivo «rimarrà in prigione per sempre»: è stato condannato all’ergastolo in Inghilterra per l’omicidio Barnett. Le sentenze e le prove che lo hanno incastrato

«Lei rimarrà in prigione per sempre», disse il giudice Ian Burnett rivolto a Danilo Restivo il 30 giugno 2011. Ci mise cinque ore la giuria del tribunale inglese di Winchester a condannare Restivo all’ergastolo per l’omicidio della sarta Heather Barnett, avvenuto quasi dieci anni prima, il 12 novembre 2002.

Oggi Restivo sta scontando la condanna proprio in un penitenziario in Inghilterra.

Le motivazioni della sentenza puntarono sull’efferatezza del crimine, sul fatto che l’assassino avesse dimostrato una depravazione senza limiti, che l’omicidio fosse «pianificato e preparato». Il giudice lesse la sentenza specificando che non esistevano attenuanti nel caso di Restivo, perché il crimine era appunto di una «depravazione inumana»: «La gravità di questo reato è eccezionalmente elevata. L’attenta pianificazione e preparazione, il movente sessuale e il precedente omicidio di Elisa Claps mi spingono alla conclusione che il termine minimo di 30 anni di reclusione non sarebbe appropriato. Lei rimarrà in prigione per sempre».

La depravazione consisteva anche nel fatto che nella testa del killer c’era la consapevolezza che uno dei due figli della vittima - all’epoca i bambini di Heather Barnett, un maschio e una femmina, avevano 11 e 14 anni - avrebbe trovato la madre in un lago di sangue. Restivo calcolò tutto, il suo profilo combaciava con quello di un killer seriale. Andò proprio così. La bimba, Caitlin, aprì la porta del bagno e trovò la mamma riversa a terra. Era una scena orribile.

«Questa storia comincia nel 1993 in una regione dimenticata d’Italia, chiamata Basilicata», scrisse il Guardian alla fine di giugno del 2011. « È una regione che si estende dall’arco al metatarso dello stivale italiano. Quasi interamente montuosa, con strade dissestate e senza turismo, sembra una terra dimenticata dal tempo. È così remoto che è qui che Mussolini scelse di mandare i nemici del suo regime, come Carlo Levi o il mafioso Calogero Vizzini; è qui che negli anni ‘70 fu tenuto prigioniero John Paul Getty III».

Quattro giorni dopo l’omicidio la polizia fece visita a Restivo e gli chiese quali scarpe indossasse il giorno in cui Barnett venne uccisa. L’uomo mostrò un paio di calzature da ginnastica. Erano nella vasca da bagno e puzzavano di candeggina. L’odore era fortissimo. La spiegazione di Restivo - «erano talmente sporche che avevano bisogno di una pulita a fondo» - non convinse gli agenti: le scarpe diventarono così un elemento per le indagini.

Heather Barnett venne picchiata a morte con un oggetto simile a un martello e trascinata nel suo bagno. Restivo le tagliò la gola, le recise i seni. Nella mano destra della donna venne trovata una ciocca di capelli di un’altra donna, nella sinistra una ciocca dei suoi. Era un dettaglio cruciale. Per Restivo i capelli rappresentavano una sorta di feticcio. Amava collezionare ciocche di capelli di giovani donne, abitudine che aveva quando ancora viveva in Italia.

Il trasferimento in Inghilterra

Danilo Restivo si trasferì in Inghilterra, a Bournemouth, nel maggio 2002, per convivere con una donna conosciuta su internet, Fiamma Marsango, 15 anni più vecchia di lui. Si trasferirono proprio di fronte alla casa di Heather Barnett. Se ne andava dall’Italia nel mezzo di una miriade di sospetti che lo vedevamo al centro dell’omicidio di Elisa Claps, la sedicenne scomparsa trent’anni fa a Potenza, il 12 settembre 1993.

Il corpo di Claps venne trovato quasi per caso il 17 marzo 2010 nell’abbaino della chiesa della Santissima Trinità, l’ultimo posto dove venne vista la ragazza. A scoprire il corpo mummificato, ricoperto da tegole e calcinacci, furono alcuni operai chiamati a riparare una perdita d’acqua.

Come ha scritto nella ricostruzione Carlo Macrì sul Corriere, i magistrati e le indagini scientifiche hanno stabilito che Restivo, la mattina di domenica 12 settembre 1993, giorno della scomparsa di Elisa, le aveva dato appuntamento dentro la chiesa della Trinità (era in possesso delle chiavi), nel tentativo di «ottenere un approccio sessuale». Voleva farle un regalo e farsi presentare un’altra ragazza, Paola, amica di Elisa. Erano le 11.30 e don Mimì Sabia, parroco della Trinità per 48 anni, diceva Messa.

Il Dna sul golfino di Elisa Claps

Il 28 maggio 2010 i risultati dell’autopsia sui resti del corpo di Elisa Claps erano ancora secretati ma gli inquirenti comunicarono che sul suo corpo vennero inferti 13 colpi con «un’arma da taglio e a punta». In alcun parti, i suoi capelli apparivano tagliati di netto, come se fosse stata usata una forbice. Restivo rimase ferito a una mano nella colluttazione e si giustificò con la polizia dicendo di essersela procurata nel tentativo di entrare in un cantiere.

La prova schiacciante era il golfino che Elisa Claps indossava la mattina del 12 settembre 1993. Era ormai uno straccio, pieno di polvere, ma risultò cruciale in questa storia. I carabinieri del Ris estrassero un campione del Dna da una macchia di sangue trovata sul golfino che risultò sovrapponibile con quello di Restivo. Non c’erano più dubbi.

Le condanne in Italia

L’8 novembre 2011, nel Tribunale di Salerno, comincia il processo di primo grado a Danilo Restivo, con rito abbreviato. I pm chiedono trent’anni di reclusione, insieme con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e tre anni di libertà vigilata al termine dell’espiazione della pena. Tre giorni dopo, Restivo viene condannato anche al versamento di 700 mila euro alla famiglia Claps a titolo di risarcimento.

Il processo di appello, iniziato a Salerno il 20 marzo 2013 in presenza di Restivo (dall’11 marzo dello stesso anno estradato temporaneamente in Italia), si conclude il 24 aprile 2013 con la conferma della condanna a trent’anni per Restivo, il quale sconterà appunto la pena dell’ergastolo in Inghilterra. Il 23 ottobre 2014 la Corte di Cassazione conferma in via definitiva la condanna, chiudendo una storia di cui rimangono ancora molti lati oscuri.

Caso Elisa Claps, dove si trova ora l'assassino Danilo Restivo. Accusato anche di aver ucciso Haether Barnett, il killer non uscirà dal carcere prima del 2025. Federico Garau l'8 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tornato alle luci della ribalta per la scelta contestatissima di celebrare nuovamente una messa nell'edificio religioso in cui il corpo senza vita della giovane studentessa fu rinvenuto e per la serie televisiva targata Rai, l'omicidio di Elisa Claps ha portato l'attenzione degli italiani a focalizzarsi sul destino dell'omicida Danilo Restivo. Per il delitto di Potenza, commesso nel 1993, il 51enne è stato condannato a 30 anni di reclusione, mentre per quello di Charminster a ben 70 anni, per cui dovrà stare dietro le sbarre ancora a lungo.

Omicidio Claps

Elisa Claps scomparve improvvisamente nella mattina del 12 settembre del 1993. La 16enne si stava recando ad una funzione religiosa presso la chiesa della Santissima Trinità di Potenza insieme all'amica Eliana, ma di lei si persero le tracce quando le due si separarono: Elisa, infatti, avrebbe dovuto incontrare un ragazzo più grande.

Solo dopo qualche tempo gli inquirenti compresero che quella persona era Danilo Restivo: allora 21enne, quando quest'ultimo fu interrogato per la prima volta dagli inquirenti iniziò ad attirare su di sé l'attenzione per via di alcune incongruenze sui suoi spostamenti relativi al giorno della scomparsa della ragazza. Tra l'altro proprio in quella circostanza Restivo si recò al pronto soccorso ricoperto di sangue, spiegando di essere rimasto ferito in seguito a una caduta in cantiere. Ciò nonostante gli inquirenti, che non sequestrarono i suoi indumenti, non avevano alcuna prova per incriminarlo e lo dovettero lasciare a piede libero.

Col prosieguo delle indagini emersero degli elementi in grado di gettare ulteriori ombre sul 21enne, che negli anni aveva preso di mira numerose ragazze: oltre alle telefonate mute, con in sottofondo la colonna sonora di Profondo Rosso o "Per Elisa" di Beethoven, Restivo aveva l'abitudine di tagliare e collezionare ciocche di capelli di giovani studentesse.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti sarebbe arrivato a uccidere perché spinto dall'ossessione nei confronti delle sue vittime e fuori di sé per essere stato respinto. Il corpo di Elisa fu ritrovato nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità il 17 marzo 2010 grazie alla segnalazione di alcuni operai intervenuti per riparare una perdita d'acqua.

Omicidio Barnett

Ancor prima del ritrovamento del corpo della studentessa, da uomo libero, Restivo si trasferì a Bournemouth nel Regno Unito per vivere con Fiamma Marsango, una donna più grande di lui di 15 anni con la quale intratteneva una relazione a distanza. Nel 12 novembre del 2002 la vicina di casa Heather Barnett, sarta madre di due figli, fu ritrovata morta nel bagno della sua abitazione: uccisa a colpi di forbice, la 48enne stringeva in mano una ciocca di capelli.

Restivo, che si era recato spesso a casa della vittima ufficialmente per commissionare la realizzazione di alcune tende, finì subito al centro delle indagini e fu inchiodato ben presto alle proprie responsabilità.

Dove si trova ora Danilo Restivo

Nonostante che il delitto di Elisa Claps fosse precedente, Restivo ha subito prima la condanna da parte della giustizia inglese: finito in manette nel maggio del 2010, fu condannato infatti a 40 anni di detenzione già nel 2011. Per il giudizio della Cassazione, in Italia, fu necessario attendere fino al 2014.

Al momento, l'assassino non si trova ancora a metà della pena complessiva di 70 anni, in virtù dei 40 inflitti dalla giustizia inglese e dei 30 comminati dalla giustizia italiana, unitamente all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla libertà vigilata per 3 anni al termine della pena e al risarcimento di 700mila euro in favore della famiglia Claps.

Restivo, dal momento della condanna da parte della Crown Court di Winchester, si trova ora ristretto dietro le sbarre di un carcere inglese: uscirà non prima del 2050, quando avrà 78 anni. Stando a quanto reso noto dalla stampa locale, l'uomo non avrebbe mai ammesso le proprie responsabilità, continuando a respingere le accuse per entrambi i delitti e proclamandosi innocente.

Dove nessuno guarda”, testimonianze e video inediti ricostruiscono una nuova verità su Elisa Claps. Pablo Trincia è andato in fondo a questa vicenda con una serie podcast che ore diventa una docuserie in quattro episodi. Alessandra De Vita su Il Fatto Quotidiano il 7 novembre 2023.

Potenza, 12 settembre 1993: è domenica mattina ed Elisa Claps viene inghiottita dal nulla nel momento in cui, sotto lo sguardo di una sua amica, mette piede in chiesa, nel cuore della città. Ci resterà per 17 anni, sepolta nel sottotetto della SS. Trinità da cui il suo corpo uscirà nel marzo del 2010. Per il suo omicidio c’è un colpevole ed è Danilo Restivo ma quello di Elisa Claps rientra tra i casi irrisolti perché schiacciato da ombre e dubbi su responsabilità mai chiarite in questi 30 anni. Pablo Trincia è andato in fondo a questa vicenda con una serie podcast che ore diventa una docuserie in quattro episodi. “Dove nessuno guarda – il caso Elisa Claps” verrà trasmessa il 13 e 14 novembre in esclusiva su Sky Tg24 e Sky Crime e in streaming solo su Now. È diretta da Riccardo Spagnoli che ne ha firmato insieme a Trincia la scrittura.

L’ultimo video inedito della vittima in vita, colpi di scena, depistaggi, segreti ed errori commessi durante le indagini, atti giudiziari mai divulgati, video del killer mai diffusi integralmente e testimonianze inedite saranno divulgati per tornare su un caso che si sarebbe potuto risolvere in pochi giorni ma che è diventato invece un mistero tra i più vergognosi del nostro Paese, durato 17 anni in cui Danilo Restivo ha ucciso ancora. Si parte proprio da lì: dalla scena del ritrovamento, nel 2002, del corpo mutilato di Heather Barnett, una sarta di Bournemouth, nel sud dell’Inghilterra. Sono stati i due figli minorenni a scoprirne il cadavere nel bagno di casa e a correre fuori in cerca di aiuto. A dargli conforto per primi sono i loro vicini. Lui si fa chiamare Denny, è Danilo Restivo. Non è ancora noto alla polizia inglese, ma quella italiana lo conosce bene perché è sospettato della scomparsa di Elisa Claps. Si torna allora a Potenza, nel 1995, quando Restivo è sotto processo in Italia per aver dato falsa testimonianza al Pubblico Ministero subito dopo la scomparsa della ragazza. La famiglia di Elisa, soprattutto il fratello Gildo e la madre Filomena Claps, insistono fin da subito con Polizia e Procura sul fatto che Restivo sia l’uomo su cui indagare ma non vengono presi in considerazione.

Al centro dell’inchiesta di Pablo Trincia c’è la ricostruzione della verità di chi questa storia l’ha vissuta sulla propria pelle, e che riporta informazioni dirette sui fatti, materiale video mai diffuso e documenti processuali. La docuserie, prodotta da Sky Italia e Sky TG24 e realizzata da Chora Media, è un lavoro di ricostruzione dei fatti, pensato sin dall’origine come un continuum fra la forma di racconto del podcast e quella del documentario. La versione audio, disponibile sin dalla fine di agosto, ha raggiunto e mantenuto nel primo mese di lancio la vetta della classifica Top Podcast di Spotify, riportando al centro del dibattito pubblico uno dei casi di cronaca più oscuri del nostro Paese.

“È stato un viaggio incredibile in due città, Potenza e Bournemouth – spiega Trincia – in una saga che sembra non finire mai, piena di dettagli, di colpi di scena, di sviste inaccettabili. È anche stato un viaggio nel dolore di una famiglia perbene, la famiglia Claps, che dopo 30 anni è ancora alle prese con questa storia e con la riapertura della chiesa dove la loro figlia e sorella è stata uccisa e nascosta. Ci ho lavorato con Riccardo Spagnoli che ne ha curato anche la regia e con Lorenzo Degiorgi, direttore della fotografia”. Il regista Riccardo Spagnoli aggiunge: “Oltre alle interviste, la docuserie presenta anche una parte di inchiesta “sul campo” per la quale ho scelto volutamente un approccio registico differente, usando telecamere a mano libera, nel tentativo di trasmettere agli spettatori il sapore del “reale”. Per tirare fuori tuto questo Trincia si cala nella psiche dell’omicida partendo dalle sue vicende giudiziarie inglesi. Questo lavoro restituisce al pubblico il ritratto non solo di una vittima ma anche di una sedicenne amorevole, Elisa Claps che ha sorretto la sua famiglia, dotata di un profondo sentimento di giustizia, nella dolorosa e difficile ricerca della verità.

Elisa Claps’, su Sky la docuserie sul delitto che ha scosso l’Italia. A cura della redazione Spettacoli su la Repubblica  il 6 novembre 2023.

Dal podcast di Pablo Trincia "una saga che sembra non finire mai, piena di dettagli, di colpi di scena, di sviste inaccettabili". Gli altri appuntamenti del canale Crime

È una delle più incredibili storie di cronaca nera italiana: il caso Elisa Claps, che ora diventa una docuserie in quattro puntate prodotta da Sky Italia e Sky Tg24 e realizzata da Chora Media è "una saga che sembra non finire mai, piena di dettagli, di colpi di scena, di sviste inaccettabili", come l'ha definita Pablo Trincia, autore del podcast Dove nessuno guarda, da cui prende le mosse la serie che sarà trasmessa da Sky Crime.

Una vicenda, e una serie, che si snoda fra colpi di scena, depistaggi, segreti ed errori commessi durante le indagini e che, dice ancora Trincia "è anche stato un viaggio nel dolore di una famiglia perbene, la famiglia Claps, che dopo 30 anni è ancora alle prese con questa storia e con la riapertura della chiesa dove la loro figlia e sorella è stata uccisa e nascosta".

Dal podcast alla serie tv

La storia sarà ripercorsa il 13 e 14 novembre, in esclusiva su Sky Tg24, Sky Crime (la ex Crime+Investigation) e Sky Documentaries e in streaming su Now. Un lavoro che prende le mosse dal podcast dello stesso Trincia, pubblicato in occasione dei trent’anni dalla scomparsa della ragazza di 16 anni.

Una scomparsa inspiegabile

La docuserie è stata scritta a quattro mani dall'autore con Riccardo Spagnoli che ne ha curato anche la regia. Un’inchiesta giornalistica, pensata sin dall’origine come un continuum fra la forma di racconto del podcast e quella del documentario. La serie, in particolare, racconta l’inspiegabile comparsa della giovane studentessa, la mattina del 12 settembre 1993.

Il ritrovamento del corpo

Un mistero che viene risolto, in parte, solo nel marzo del 2010 quando il corpo della ragazza viene ritrovato, ormai mummificato, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, grazie alla segnalazione di alcuni operai che stavano riparando una perdita d'acqua. Quella chiesa, fino a poco prima era stata controllata dal defunto don Mimì Sabia. E gli inquirenti capiscono subito che il sottotetto è stato molto più frequentato di quanto si potesse immaginare.

Il killer: Danilo Restivo

Il 12 settembre 1993, Elisa dice al fratello dice che sarebbe andata a messa, nella chiesa della Santissima Trinità, con un’amica. Incontra invece Danilo Restivo, 21 anni, che da tempo cercava di conquistarla. Sarà lui a ucciderla. Ma nei successivi 17 anni Restivo, che nel frattempo da Potenza si era trasferito a Bournemouth in Inghilterra dove aveva sposato una donna di 15 anni più grande di lui, Fiamma Marsango, uccide ancora.

Il secondo delitto

Il 12 novembre 2002, la vicina di casa di Restivo, Heather Barnett, 48 anni, madre di due figli che lavorava come sarta, venne trovata morta in bagno. Era stata uccisa a colpi di forbice e in mano aveva una ciocca di capelli. Nel corso delle indagini, la polizia inglese, anche grazie ad un'azione coordinata con la polizia italiana, raccolse una serie di prove contro Restivo. Fu così che si scoprì che era solito pedinare alcune donne.

L’ergastolo

L'uomo venne fermato nel maggio del 2010 e condannato all'ergastolo per il delitto Barnett nel 2011, dopo il ritrovamento dei resti di Elisa Claps nel sottotetto della chiesa potentina. Proprio in Italia l'8 novembre di quello stesso anno cominciò a Salerno il processo in cui Restivo era accusato di omicidio volontario aggravato nell'ambito del caso Claps. Nel 2014 arrivò la sentenza definitiva di condanna a 30 anni di carcere. Attualmente l’uomo sta scontando l’ergastolo in Inghilterra.

Immagini e testimonianze inedite

Trincia è riuscito a ricostruire la vicenda trovando immagini e testimonianze inedite e documenti processuali accessibili, ma che nessuno fino a oggi, inspiegabilmente, aveva mai richiesto e ottenuto. Per raccontare anche chi fosse Elisa nella vita di tutti i giorni.

Le testimonianze

Davanti alle telecamere sfilano Amie Benguit, sorella di Omar Benguit, condannato per l'omicidio di una ragazza che ha coinvolto come sospettato anche Restivo; Filomena Claps, madre di Elisa; Gildo Claps, fratello di Elisa; Nick Gbadamosi, assolto dall'accusa di essere stato complice di Omar Benguit; Tobias Jones, giornalista investigativo; Fabio Sanvitale, giornalista esperto di cold cases, Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l'ha visto?; Barbara Strappato, vicequestore della polizia.

Il ricordo di Elisa

L’uscita del podcast Dove nessuno guarda – Il caso Elisa Claps ha risvegliato il ricordo di Elisa in città, portando centinaia di persone a riunirsi davanti alla chiesa per celebrarne la memoria.

Caso Claps, la docuserie con video e materiale inediti. Dopo la fiction Rai, ricostruzione su Sky. "Sono complementari".  Marisa Alagia su Ansa il 6 novembre 2023.

    "Abbiamo recuperato anche il filmato di 3 ore della polizia scientifica quando è stato ritrovato il corpo della ragazza 17 anni dopo la sua sparizione nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza - ha spiegato lo sceneggiatore Pablo Trincia, presentando oggi la docuserie - Così come abbiamo cercato di delineare meglio la figura di Elisa, di cui finora sembrava esservi solo quella foto appoggiata ad un muro". Di Trincia era già stato pubblicato il podcast sul caso per i 30 anni dalla scomparsa della ragazza, settembre 1993, dopo essere uscita di casa per andare a messa. Ora arriva la docuserie Sky Original, 'Dove nessuno guarda. Il caso Elisa Claps', 4 episodi, due per serata, in onda il 13 e 14 novembre, su Sky Tg4, Sky Crime e Sky Documentaries, in streaming solo su Now, sempre disponibile on demand. La ricostruzione però non parte dal 1993, ma quasi 10 anni dopo, nel 2002, quando viene ritrovato il corpo mutilato di Heather Barnett, una sarta di Bournemouth, nel sud dell'Inghilterra. Vicino abita una coppia e un uomo che si fa chiamare Denny: è Danilo Restivo. La polizia inglese ancora non lo conosce, ma quella italiana sì perché sospettato della scomparsa di Elisa Claps, avvenuta a Potenza 9 anni prima. "Il momento più difficile è stato sicuramente trovare qualcuno disposto a parlare in Inghilterra - ha detto Trincia - Mentre i Claps si sono dimostrati subito disponibili, una famiglia speciale, pulita, per bene". "Quello che ci ha sorpreso invece è l'intensa ondata di emotività che ha accolto il nostro lavoro - ha aggiunto - Ce ne eravamo già accorti quando la folla radunata davanti la chiesa per ricordare i 30 anni dalla sparizione di Elisa è rimasta in silenzio ad ascoltare l'ultima parte del nostro podcast". La scelta su questo caso è caduta proprio per la grande quantità di documentazione esistente 'che consentiva la serializzazione'. "Dopo aver approfondito la storia e aver preso coscienza della enorme quantità di materiale inedito che avevo a disposizione ho deciso di adottare un approccio registico molto essenziale - ha spiegato il regista Riccardo Spagnoli - per dare maggior importanza ai racconti dei protagonisti e alle immagini mai trasmesse prima". Una sfida che parte anche dall'evoluzione del mondo dell'informazione. "Dobbiamo essere costantemente aggiornati - ha detto De Bellis - ma anche andare in profondità, scegliendo temi contemporanei e storie che hanno cambiato la collettività".

    Tra gli intervistati nella docuserie, la mamma e il fratello di Elisa, alcune amiche, i giornalisti che seguirono la vicenda, compresa Federica Sciarelli con il suo Chi l'ha visto?, gli investigatori. Trincia ha fatto di tutto anche per coinvolgere Danilo Restivo, l'ex ragazzo che si divertiva a tagliare i capelli all'improvviso alle sconosciute, ora 51enne, condannato in Italia a 30 anni per l'omicidio di Elisa, ma detenuto in Inghilterra per il delitto di Heather Barnett. "Gli abbiamo inviato tre mail - ha detto Trincia - le ha visualizzate ma non ha mai risposto".

La crociata contro la chiesa e la città.

I sacerdoti di Potenza: squallida aggressione a vescovo e fedeli. Storia di Vito Salinaro su Avvenire martedì 7 novembre 2023.

Una «squallida aggressione all'arcivescovo e ai fedeli accorsi per la Messa». Non usano mezzi termini i sacerdoti dell'Arcidiocesi di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo nel definire quanto avvenuto, domenica scorsa, all'ingresso della chiesa della Santissima Trinità del capoluogo lucano, in occasione della celebrazione della prima Messa dal ritrovamento del cadavere della studentessa 16enne Elisa Claps, uccisa nel 1993, il cui cadavere fu ritrovato nel sottotetto dello stesso tempio il 17 marzo 2010.

Il sit-in, promosso dall'associazione Libera con la famiglia Claps, e che ha radunato circa 1.000 persone, si sarebbe dovuto svolgere «nel più assoluto silenzio». Ma si è progressivamente trasformato in una contestazione senza precedenti per toni e modalità contro i celebranti, tra i quali l'arcivescovo Salvatore Ligorio, e i circa 100 fedeli che hanno preso parte alla funzione. Al passaggio dei partecipanti alla celebrazione, la folla ha più volte applaudito ironicamente, ha scandito parole come «vergogna!» e «assassini!», ripetendo il nome di Elisa. Ci sono stati addirittura degli sputi indirizzati ai fedeli. Particolarmente contestato è stato l'arcivescovo per la decisione di tornare a celebrare la Messa in quella chiesa. Libera, lunedì, si è scusata per l'accaduto assumendosi le responsabilità del caso.

«Non si dovrebbe mai dimenticare - scrive in una nota il presbiterio potentino - che il dolore per Elisa non è condiviso solo dalla famiglia Claps, né tantomeno da chi ritiene che offese e volgarità possano onorare la memoria di chi ora vive in Paradiso, atteggiamenti che certamente non appartengono a quanti amano veramente Elisa, ma è un dolore proprio di tutta la comunità potentina e dunque anche di noi presbiteri che, insieme all’arcivescovo, costituiamo la famiglia sacerdotale dell’Arcidiocesi». Per questa ragione, «con l’arcivescovo continuiamo a pregare e ad essere vicinissimi alla famiglia di Elisa».

Per il clero locale, «offendere monsignor Ligorio con epiteti infamanti, degni dei peggiori luoghi comuni, ha significato offendere tutti noi che, tra l’altro, conosciamo la mitezza e l’amore che l’arcivescovo ha per questa terra e la sua sofferenza intima per la tragedia di Elisa». La Messa, sottolinea il presbiterio diocesano, «per chi crede è il modo più autentico per cogliere la vita che continua dopo la morte e vive il tempo dell’eternità. Per chi non crede, essa è comunque esercizio di libertà che andrebbe rispettato in ogni caso». I sacerdoti avvertono dunque «l’urgenza di far giungere anche pubblicamente la vicinanza e la stima per il nostro arcivescovo, non formale ma sostanziale e autentica, unitamente all’affetto per un pastore che ha agito sempre per il bene di tutti».

Caso Claps, il fango non coprirà la verità. In alcuni ambienti della città trapela ancora una volta il tentativo di scaricare sulla famiglia di Elisa sospetti, insinuazioni, pettegolezzi. Michele Finizio su basilicata24.it il 13 Novembre 2023

Chiunque abbia fatto esperienza di conflitto con un qualunque Sistema di potere, spesso si è trovato nella condizione di difendersi da attacchi meschini. L’arma preferita dall’apparato offensivo è il fango. Buttare fango addosso a chi si mette di traverso sulla loro strada. Lo fanno dapprima con insinuazioni e pettegolezzi artatamente affidati, per la diffusione, a persone comuni dotate di mediocrità e cattiveria. Subito dopo armano giornali e tv asserviti all’apparato di potere affinché sparino sull’opinione pubblica argomentazioni a conferma delle insinuazioni e dei pettegolezzi. La semina dei dubbi sulle persone per bene e sulle loro sacrosante battaglie è conclusa. La fase successiva è il raccolto: incassare il consenso sulle proprie mezze verità, mezze menzogne e sui fatti costruiti di proposito per apparire in una luce di verosimiglianza. Intanto tu, cominci ad avvertire quegli sguardi di sospetto che ti circondano.

Quando la battaglia si fa dura o si presenta difficile sin dall’inizio, il Sistema mette in conto altre tattiche offensive: l’isolamento della “pecora nera”. In base al ruolo che occupi nella vita sociale le armi cambiano: non ti fanno lavorare, creano intorno a te il deserto di relazioni, le tue parole e le tue azioni vengono oscurate o ignorate dagli interlocutori. E se non reggi lo scontro devi arrenderti o emigrare.

Abbiamo la sensazione, che qualcosa del genere stia accadendo in questi giorni alla famiglia di Elisa Claps. Le insinuazioni e i pettegolezzi, di cui è stata già vittima negli anni bui della scomparsa della povera ragazza, oggi riguardano “i compensi ricevuti grazie alla fiction televisiva andata in onda su Rai1, i risarcimenti chiesti alla Chiesa e, in fondo, gli esagerati attacchi al clero locale.” Una famiglia, insomma, che dà troppo fastidio e che mette in cattiva luce preti e vescovi: “ma chi si credono di essere questi Claps!” Qualcuno non ha ancora colto il valore e il significato della manifestazione studentesca di sabato scorso.

In alcuni ambienti piccoli, medi e alto borghesi della città, oltre che in alcuni circoli “alternativi”, tutti legati in un modo o nell’altro a un pezzo del Sistema di potere locale, trapela ancora una volta il tentativo di scaricare sui Claps sospetti, insinuazioni, pettegolezzi. Tuttavia, una famiglia che da trent’anni affronta con dignità, coraggio e amore, un dolore atroce, non indietreggerà di fronte a queste bassezze, come ha già dimostrato in passato.

Il dubbio che dietro Salvatore Ligorio, vescovo che se non avesse deciso la riapertura della Trinità, c’entrerebbe poco con tutta la vicenda, ci siano dei cattivi suggeritori, è legittimo. Non a caso alcune dichiarazioni rilasciate dal prelato l’altro ieri, 12 novembre, al Corriere della Sera, richiamano le insinuazioni diffuse nei giorni scorsi in quegli ambienti borghesi. Oggi, sul Corriere, Gildo Claps, fornisce chiarimenti non dovuti. Ad ogni modo l’unica soluzione è che emerga tutta la verità.

Potenza, caso Claps: «La Chiesa non si scuserà mai». Varie le opinioni in città: «Eventuali colpe dei singoli non possono ricadere su tutto il clero». CRISTIANA LOPOMO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 14 Novembre 2023

C’è chi si innervosisce e preferisce non esprimersi. Chi si fa scappare parole grosse, ma senza nemmeno stupirsi. Chi ci invita a smetterla di fare domande: «La Chiesa non c’entra, prendetevela con la Magistratura o gli inquirenti». Un giro per capire come i potentini giudicano quanto detto da Monsignor Ligorio nell’intervista al Corriere della Sera in cui, tra l’altro, ha annunciato la pubblicazione di «un dossier con sentenze, documenti, allegati per fare chiarezza sulle polemiche, dicerie e false notizie che si sono susseguite in questi anni» e ha escluso - come da posizione del suo predecessore Monsignor Superbo - «risarcimenti di alcun tipo» alla famiglia Claps perché «per noi la soluzione bonaria era quella di restare fedeli alla verità». «Non ci sarà dossier che tenga, le scuse sono a prescindere». «Rassegniamoci, non si scuseranno mai» è la - rinnovata - consapevolezza che anima molti. «A meno che - auspica qualcuno - non sarà il Papa a farlo».

Chi incrociamo sui gradini della Trinità taglia corto: «L’errore umano di un singolo non può scaricarsi sulla Chiesa intera. Basta». Un’intervista che a qualcuno ha lasciato «l’amaro in bocca: ancora una volta tendono a giustificarsi». «È di parte, ovvio. Ligorio - dice Ilaria Ferraiolo - non è credibile, anche quando sostiene che la riapertura della Trinità sia stata voluta dalla cittadinanza. Non è così, se un numero minimo di persone legate a quella chiesa per snobismo, elite, politica non rappresenta la collettività che, da quanto è emerso anche dalle manifestazioni, è per la stragrande maggioranza al fianco dei Claps. Non sono mai entrata in quella chiesa. Ora la evito. Deprecabile riaprirla contravvenendo alla missiva di Papa Francesco: doveva essere destinata alla preghiera silenziosa, non a liturgie nei giorni di festa. Ancor peggio la targa in ricordo di don Mimì: il buon gusto imporrebbe di toglierla. Anche dal podcast di Trincia emerge quanto il parroco fosse coinvolto con i Restivo». Un dolore lungo 30 anni, quello sopportato dalla famiglia di Elisa a cui l’autorità ecclesiastica «non rivolgerà mai alcuna scusa, è chiaro. Farlo significherebbe ammettere le loro responsabilità» dice Loredana Lopez che non teme mezzi termini: «vergognosa» l’intervista di Ligorio.

«Ce lo ricordiamo tutti don Mimì. Eppure al netto della persona che era e del potere che potesse avere, chi ha indagato ha sbagliato tutto». Quanto a chi entra nella Trinità: «Che coraggio. Come si fa a non alzare gli occhi al soffitto. È da brividi. Dove sta la tanto auspicata riconciliazione? Quanta pazienza dovrà tenere ancora Gildo? Al suo posto avrei fatto una strage, sarei diventata un killer. Altro che risarcimento bonario». C’è chi ricorda quando sparì Elisa: «Quella notte - dice Piera Riccio - non dormii. Ci vuole rispetto per il dolore dei Claps. Se ognuno di noi si fosse trovato al loro posto, non so che reazione avremmo avuto. Le scuse sono d’obbligo, ma dipende dalla coscienza che si ha. Di certo le parole del Vescovo non potevano essere diverse da quelle pronunciate. Però avrebbe dovuto ascoltare le lacrime di mamma Filomena. La Chiesa, in fondo, non è il massimo della culla dell’amore?». «Rabbia» è la parola che usa Enzo Coppola. Nei giorni della scomparsa di Elisa era tra i radioamatori che si mobilitarono nelle ricerche. Oggi è convinto che: «La Chiesa ha il dovere morale di chiedere scusa, solo perché il fatto è avvenuto dentro la Trinità». Ma clero a parte, la questione è complessa: «La nostra è una città strana, fatta di clientelismo, omertà, connivenze negli uffici, nei palazzi. La mafia - chiosa - non è solo quella che spara, lo sappiamo bene».

L’arcivescovo di Potenza: «Avremmo dovuto gestire meglio i rapporti con i Claps. Ma su Elisa la Chiesa non ha nessuna colpa». Carlo Macrì, inviato a Potenza su Il Corriere della Sera il 12 novembre 2023.

Salvatore Ligorio: «La famiglia chiedeva un risarcimento, abbiamo sempre detto no»

Dopo tredici anni di silenzi sul caso Claps, la Chiesa di Potenza ha deciso di parlare. L’arcivescovo Salvatore Ligorio conferma l’estraneità della Chiesa e spera nella riconciliazione con la famiglia. Pubblicherete un dossier su tutta la vicenda Claps.

Perché?

«Per aiutare la gente a capire. All’interno ci saranno sentenze, documenti, allegati, per fare chiarezza sulle polemiche, dicerie e false notizie che si sono susseguite in questi anni».

I Claps sostengono che da 30 anni siete «ladri di verità».

«Siamo stati sempre disponibili alla collaborazione e i nostri sforzi sono stati sempre orientati nella ricerca della verità. Alcuni sacerdoti, addirittura, si sono messi in prima linea a collaborare con la famiglia. Non siamo stati dietro le quinte, ma protagonisti impegnati nel percorso di giustizia».

Perché tante difficoltà nel trovare il dialogo con la famiglia Claps? «L’abbiamo sempre auspicato. Ci sono stati tanti incontri con la famiglia. Quando, però, eravamo sul punto di comprenderci Gildo Claps ha continuato ad essere incomprensibilmente diffidente. Probabilmente, siamo noi stati superficiali nelle comunicazioni. Loro vogliono le nostre scuse e ci chiedono di assumerci le responsabilità antecedente il fatto e dopo il fatto. Che ci sia stata un po’ di confusione, una poco approfondita analisi sul fatto, questo sì, ma pensare che siamo complici per quello che è accaduto, mi sembra ingeneroso».

In una lettera la famiglia Claps ha minacciato di adire a vie legali contro l’ex vescovo Superbo per «aver violato il dovere di vigilanza e controllo imposto dal codice canonico. Violazione che ha prodotto alla famiglia Claps un danno ingiusto risarcibile». La vertenza poteva rientrare se «si fosse risolta bonariamente».

«Ci siamo imposti dei principi di giustizia. Il mio predecessore monsignor Superbo ha collaborato sempre per la verità e la giustizia. Per noi la soluzione bonaria era quella di restare fedeli alla verità, senza risarcimenti di alcun tipo».

Don Mimì Sabia, il parroco della Trinità, che ruolo ha avuto nella vicenda?

«Non l’ho conosciuto. Ma da quello che ho compreso è che era una persona dal temperamento forte, vecchio stampo, come forse erano stati educati i sacerdoti della sua epoca i quali pensavano di essere custodi della propria comunità. Se fosse realmente venuto a conoscenza che nel sottotetto della Trinità ci fosse stato un cadavere appartenente in questo caso ad Elisa, non sarebbe sopravvissuto neanche un minuto. Non avrebbe retto alla paura. Gli hanno addebitato accuse improprie».

Nella immediatezza della scomparsa di Elisa si disse che don Mimì «bloccò» la perquisizione della polizia, chiudendo il portone della Trinità.

«Ma chi può avere un potere simile? Quale potere aveva don Mimì per impedire l’apertura della porta della Trinità? È inimmaginabile. E, comunque, è opportuno che si sappia: per cinque mesi, nel 2007, parte della Trinità è stata sotto sequestro. La polizia poteva entrare e fare ogni tipo di attività investigativa».

La mamma di Elisa non ha più messo piede nella Trinità.

«La libertà di coscienza, non può essere mai negata. Rispetto la sua scelta».

Perché ha detto no alle riprese dentro la Trinità, per la fiction «Per Elisa»?

«Non potevo farlo per rispetto da parte nostra per il luogo dove è accaduto il fatto e, soprattutto, per Elisa».

Lo scorso 5 novembre ha celebrato messa nella Trinità. L’hanno attaccata gridandole contro «assassino, vigliacco».

«Sono rimasto basito. Molta di quella gente non era di Potenza. Esponenti di Libera con un megafono, aizzavano la folla. Non è stato dignitoso per loro, in quanto cattolici. Ho chiamato don Ciotti e lui mi ha chiesto scusa. Anche don Marcello Cozzi (ex presidente Libera Basilicata) ha chiesto scusa, privatamente. In quella contestazione fatico a vedere la disponibilità al dialogo, ma ancora una volta vedo solo rabbia. Perché tutti contro la Chiesa? Ci sono responsabilità anche di altri».

Perché ha deciso di riaprire al culto la Trinità?

«Era un momento atteso da tanti fedeli. Ne ho parlato con il Papa concordando sul fatto di non svolgere riti festosi. Di questa decisione la famiglia Claps era al corrente. Ad un certo punto, però, tutto è stato ritrattato senza nemmeno che ne fossi informato».

Don Marcello Cozzi è da sempre vicino ai Claps e questo crea imbarazzo ai vertici della Curia potentina.

«Ha voluto assumere il ruolo di mediatore tra la Chiesa e la famiglia. Senza riuscirci. Forse, una maggiore chiarezza e determinazione da parte sua, avrebbe contribuito a dissipare equivoci che comunque si sono creati. La mamma di Elisa mi ha dato del bugiardo perché non l’ho informata della nomina dei due parroci della Trinità. Don Marcello non è intervenuto per spiegare che tutto ciò non era possibile».

Caso Claps. Il sindaco Santarsiero difende Potenza. Vito Santarsiero su Il Quotidiano del Sud l'8 aprile 2023.

Con riferimento alla tristissima e dolorosissima, in primis per la famiglia, vicenda di Elisa Claps, ritengo opportuno e doveroso sottolineare alcuni aspetti solo al fine di evitare che davvero passi l’immagine di una città insensibile o omertosa o altro ancora.

Non è così, a Potenza siamo sgomenti e stiamo soffrendo molto, in ogni cittadino c’è solo il desiderio di conoscere la verità in ogni dettaglio e vedere puniti in maniera esemplare l’omicida di Elisa e quanti in questa storia sono rimasti coinvolti.

Potenza ha sempre chiesto la verità sulla scomparsa di Elisa, per 16 anni la città ha partecipato commossa a manifestazioni di vario genere ed ogni 12 Settembre la stessa amministrazione comunale ha ricordato Elisa, la sua scomparsa, l’esigenza collettiva di sapere e non dimenticare.

Quando tutto ormai sembrava archiviato abbiamo ufficialmente chiesto alla procura di riaprire il caso e le relative indagini.

Per non dimenticare abbiamo posto una targa in quello che sembrava essere stato l’ultimo luogo ove Elisa fu vista.

Abbiamo visto nascere a Potenza, su iniziativa e con il protagonismo di Gildo Claps, l’Associazione “Penelope” delle famiglie delle persone scomparse, cui subito è giunto il sostegno delle Istituzioni locali e dei cittadini.

Dopo un altro terribile episodio di violenza su una giovane ragazza, abbiamo voluto in città un convegno ed una pubblica riflessione sul “femminicidio”, un momento qualificato come pochi ce ne sono stati nel nostro Paese.

In tale contesto e nella ridda di voci, ipotesi, errate indicazioni (forse anche in buona fede), carenza di notizie certe, speculazioni mediatiche, cose che spesso fanno parlare inutilmente o a sproposito, lasciando però ferite profonde nel tessuto sociale di una comunità che non sarà facile rimarginare, ebbene, in tutto ciò continuiamo a chiedere rigore e restiamo in attesa dei risultati cui porterà l’indagine.

Abbiamo colto in maniera chiara la determinazione e la professionalità con cui la Questura di Potenza ed i magistrati competenti stanno silenziosamente portando avanti le indagini.

Siamo certi che è stata trovata la strada giusta e che i tempi non saranno lunghi.

Vogliamo la verità al di sopra di tutto, senza generalizzazioni.

Non c’è tutela per nessuno, né la città giustifica o comprende sia gli errori investigativi sia la leggerezza di quanti avevano già scoperto il corpo di Elisa rimanendo in un colpevole silenzio.

Con particolare riferimento a ciò, riteniamo comunque esprimere solidarietà al Vescovo, che consideriamo una ricchezza per la nostra città, per le strumentalizzazioni personalmente subite.

Questa la nostra condizione, questo il nostro sentire, non si confonda il rispetto per chi indaga e l’attesa di conoscere la verità con insensibilità o la giustificazione per chiunque.

La città è città normale, con i problemi di tutte le medie città d’Italia e del Mezzogiorno, ed è città che non vuole pagare per i pochi che hanno sbagliato; ed è città che comunque ha saputo, sulla scia della famiglia, tenere sempre alta la tensione e l’attenzione sulla scomparsa di Elisa.

Vito Santarsiero sindaco di Potenza

"Non entrate in quella chiesa". Quelle ombre che restano sull'omicidio di Elisa Claps. La ragazza, a soli 16 anni, fu uccisa da Danilo Restivo il 12 settembre del 1993. Il cadavere rimase occultato nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza per 17 anni. L'intervista al fratello Gildo Claps. Rosa Scognamiglio il 12 Settembre 2023 su Il Giornale.

"Mi auguro che chi è stato connivente del lungo silenzio, che per anni ha logorato la nostra famiglia, ora chieda scusa". A parlare è Gildo Claps, il fratello di Elisa Claps, la 16enne potentina uccisa il 12 settembre del 1993. Il cadavere della giovane rimase occultato nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza fino al 17 marzo 2010, quando fu ritrovato. L’assassino, Danilo Restivo, nell’ottobre del 2014 fu condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione. A giugno del 2011, Restivo era stato condannato all’ergastolo in Inghilterra per l’omicidio di Heather Barnett, uccisa il 12 novembre del 2002 a Charminster, nel Dorset.

A trent’anni dalla morte di Elisa Claps, un podcast podcast di Sky Italia e Sky TG24 realizzato da Chora media e dal giornalista e autore Pablo Trincia - "Dove nessuno guarda", il titolo - ripercorre le tappe dell’intera vicenda. "Gli autori hanno fatto lavoro straordinario sotto tutti i punti vista. Sono riusciti a mettere in fila tutti gli eventi che si sono susseguiti negli anni con la cronologia giusta e dando voce ha tutti i protagonisti. Questo podcast ha il merito di aver risvegliato le coscienze e di aver finalmente onorato la memoria di mia sorella", spiega alla redazione de ilGiornale.it Gildo Claps.

Signor Claps, come commenta la riapertura della chiesa della Santissima Trinità di Potenza?

"L’ennesimo sfregio alla memoria di Elisa. Hanno aperto la chiesa in agosto, con una città deserta, come ladri di verità. Inoltre mi è stato riferito che hanno affisso all’interno dell’edificio una targa in memoria di Don Mimì Sabia, sul cui operato aleggiano ancora molte ombre. Quando proprio il Papa, nella lettera inviata a mia madre, aveva precisato che quella chiesa avrebbe dovuto essere un luogo in ricordo di Elisa. È stato un affronto, non solo alla famiglia ma alla città intera".

Lei ci è entrato?

"Ci sono passato davanti il giorno successivo alla riapertura, ma non mi è balenata neanche per la testa l’idea di varcare anche solo per un secondo la soglia di ingresso. Anzi l’invito che sto rivolgendo a tutti è di non entrare in quella chiesa. Andarci vuol dire oltraggiare la memoria di Elisa, che peraltro era una ragazza di una spiritualità e religiosità straordinarie. Ci sono ancora molte ombre in quel luogo che per 17 anni è stato la tomba di mia sorella".

Cosa glielo fa pensare?

"Senza ombra di dubbio, come emerge dalle risultanze investigative, Restivo non ha provveduto personalmente all’occultamento del corpo di Elisa".

Cosa la spinge ad affermarlo?

"Non c’erano i tempi e presumo che lui fosse agitato. Lì è andato qualcuno e ha fatto un lavoro di fino. Il cadavere di mia sorella era completamente coperto di tegole e materiale di risulta. Inoltre è stato fatto un intervento ineccepibile di foratura delle travi".

E dunque chi potrebbe essere stato?

"Come disse la dottoressa Barbaro Strappato, che si occupò delle indagini, quando il fascicolo sull’omicidio di Elisa fu assegnato alla procura di Salerno, era 'un tecnico'. Ci sono state complicità nell’occultamento del corpo e nei depistaggi successivi, su questo non ci piove".

Crede che queste "complicità" di cui parla potranno mai essere chiarite?

"Non credo. Certi segreti resteranno sepolti sempre. Mi auguro quantomeno ci sia una condanna sociale per i comportamenti omissivi e i silenzi che ci sono stati in questi trent’anni. Spero in un sussulto di coscienza ma non ci scommetto".

Omicidio Elisa Claps, riaperta la chiesa dove fu ritrovata. La famiglia: "Come dei ladri"

La famiglia Restivo ha mai chiesto scusa?

"Mai. Del resto la loro posizione è sempre stata chiara sin dall’inizio: credono all’innocenza di Danilo Restivo che, peraltro, non ha mai confessato l’omicidio di Elisa. Anzi le dirò di più. I genitori hanno sempre sostenuto che io avessi messo in piedi un complotto, addirittura arruolando dei sicari in Inghilterra, per incastrare il figlio".

Ha mai avuto modo di guardare negli occhi l’assassino di sua sorella?

"Io no, per fortuna, ma mia madre sì. Quando ci fu il processo per l’omicidio della povera donna inglese, Heather Barnett, mia madre si presentò in aula con una gigantografia della foto di Elisa per farla vedere a Restivo".

E lui?

"Non ebbe neanche un attimo di cedimento. E credo che mai lo avrà".

Parlava di sua madre Filomena: è stata una vera combattente.

"Mia madre è una donna straordinaria. Ha portato sulle spalle il peso di questa tragedia per trent’anni e non c’è nulla che l’abbia mai fermata nella ricerca ostinata della verità. Nonostante il dolore enorme è riuscita a tenere la famiglia unita e non abbattersi mai. Non posso che stimarla e ringraziarla infinitamente".

Ripensando a questi trent’anni, qual è il momento che le è rimasto più impresso?

"Il giorno successivo al ritrovamento del corpo di Elisa, il 18 marzo 2010. Ricordo che quella mattina il cielo era terso, di un azzurro quasi cristallino. Stavo percorrendo la cripta della chiesa della Santissima Trinità, feci i primi due gradini per accedere al sottotetto e mi fermai: fu il momento in cui realizzai davvero che mia sorella non c’era più. Allora mi voltai verso mio fratello Luciano, che era con me, e gli dissi: 'Vai tu, io non ce la faccio'. Non ho voluto vedere i resti di mia sorella".

Cosa ricorderà per sempre di Elisa?

"Di Elisa ricorderò sempre la sua dolcezza e genuinità. E mi auguro che anche chi ha conosciuto questa storia attraverso la stampa abbia memoria di mia sorella non più come 'il caso Claps' ma ricordi semplicemente Elisa, una ragazza con gli occhiali tondi e il sorriso sempre stampato sul volto".

Elisa Claps dimenticata dalle istituzioni e dai selfisti delle panchine rosse. Il silenzio della politica e la confessione di un uomo: "Io in questa chiesa – della Trinità - sono stato abusato". Michele Finizio il 12 Settembre 2023 su basilicata24.it.

Certa stampa e molti uomini e donne delle istituzioni oggi, nel trentennale della morte di Elisa Claps, non hanno aperto bocca: neanche un rigo, neanche una parola. A parte l’iniziativa del Municipio di Potenza, che ha deciso l’esposizione della bandiera a mezz’asta sugli edifici comunali, la Regione, la Provincia e altri non hanno battuto colpo. Il presidente Vito Bardi non ci sembra abbia detto qualcosa, al momento. Poi, come fanno spesso, leggono l’articolo e corrono ai ripari. Il sito istituzionale della Regione, che di solito pubblica le dichiarazioni e i commenti dei consiglieri regionali e di altri esponenti di enti legati alla Regione, oggi ha il vuoto su Elisa. Evidentemente la redazione di quel sito non ha ricevuto alcun comunicato o dichiarazione da parte di uomini e donne delle istituzioni a vari livelli. Non una parola da parte della Consigliera di parità, silenzio assoluto dalla Commissione pari opportunità e da tutti coloro che si fanno fotografare davanti a panchine e scarpe rosse. Come se la morte di Elisa Claps non fosse stato un femminicidio, come se la povera ragazza non fosse stata vittima di violenza. Come se tutta la vicenda non fosse degna di una parola. Per carità, non facciamo di tutta l’erba un fascio e salviamo le rare eccezioni. E allora? Nonostante le iniziative di questi giorni, nonostante il grande successo del podcast di Pablo Trincia, tutta questa gente ha fatto finta di non vedere e di non sapere. Glielo ricordiamo noi.

Oggi è il trentennale della morte di una bambina violentata e uccisa dentro una chiesa. Un femminicidio che interroga molte coscienze e che reclama risposte mai fornite dalle istituzioni clericali, giudiziarie, politiche. Sarà per questo che, tranne le centinaia di cittadine e cittadini che hanno partecipato alla marcia organizzata dall’attore Ulderico Pesce, gli eredi di quella stagione dei veleni e delle nebbie, si sono dati alla macchia? Sarà per questo che gli scopritori di targhe dedicate a chicchessia, i retorici degli anniversari di decennali e centenari, si sono svincolati da qualsiasi commento? Qual è il problema? Che cosa impedisce a queste persone di dire una parola di conforto alla famiglia, di assumere una posizione, di marcare una presenza in quanto esponenti delle istituzioni? A questa domanda ognuno potrebbe risponde per se stesso. Purtroppo, anche l’Associazione Libera è stata ufficialmente assente alla marcia di questa mattina, divisa tra chi non vuole contraddire il vescovo sulla riapertura della chiesa della Trinità e chi vorrebbe – una minoranza interna – che quel luogo venisse chiuso al culto.

Ma oggi, è importante altro. Quel femminicidio – con tutta la vicenda che l’avvolge – non è solo un fatto giudiziario, un reato, uno psicopatico in galera, conseguenza di una disgrazia o di una sfortuna, non è cosa che riguarda una famiglia. Quel femminicidio è una ferita indelebile agli archetipi della convivenza civile, uno strappo alla fiducia nelle istituzioni laiche e religiose, all’affidabilità del sistema giudiziario, all’autenticità delle relazioni tra cittadini. E’ un macigno che preme sulle spalle dell’intera società potentina e, direi, lucana. Chi non avverte questo peso, chi vorrebbe metterci una pietra sopra per “ricominciare”, non indica la strada giusta per la necessaria redenzione della città Capoluogo. Il perdono è una strada, ma bisogna sapere chi perdonare e per cosa perdonare. Solo la verità, tutta, può unire: le menzogne dividono. Solo la verità, tutta, può restituire la pace e la giustizia. E quella verità va cercata, sempre. Il resto è nebbia sporca, rumore, ipocrisia al banchetto della retorica. Un banchetto a cui ha partecipato chi oggi è stato zitto e nascosto. Stamane, davanti alla chiesa della Trinità, alla manifestazione organizzata da Ulderico Pesce, qualcuno ha confermato pubblicamente davanti a centinaia di persone: “Io in questa chiesa sono stato abusato”. 

 L’omicidio di Elisa Claps. Una giustizia lunga vent’anni può bastare per la certezza della pena? Letizia Pieri su leggioggi.it. Elisa, sedici anni al momento della scomparsa nel 1993, era iscritta al terzo anno del liceo classico di Potenza. Ultimogenita di tre figli, viveva insieme ai genitori e ai due fratelli. A ricoprire un ruolo pubblico di spicco nelle ricerche che seguirono la sparizione delle ragazza, furono soprattutto la madre e il fratello maggiore Gildo, essendo il padre caduto in una profonda crisi di salute per via dello sconforto causato dalla scomparsa della figlia. Attraverso svariate partecipazioni a trasmissioni televisive, la madre e il fratello di Elisa cercarono fin da principio di sensibilizzare l'opinione pubblica, mantenendo alto il profilo d’attenzione sul caso e stimolando gli inquirenti a vagliare ripetutamente quanto già acquisito, sino a sfociare, soltanto diciassette anni dopo la vicenda, nell’effettiva incriminazione di Danilo Restivo, tutt’ora rimasto l’unico imputato. Nella ricostruzione dei fatti gli inquisitori sono partiti dalla mattina del 12 settembre 1993, quando la giovane uscì di casa per recarsi alla messa insieme ad un'amica, lasciando detto al fratello che sarebbe rientrata entro le 13 per pranzare con la famiglia. Da quel preciso istante, di Elisa si è persa ogni traccia. Secondo alcune testimonianze, la ragazza aveva in realtà pattuito con l'amica nominata di raggiungere la Chiesa della Santissima Trinità, ubicata nel centro cittadino, in vista dell’incontro con un amico che avrebbe dovuto recapitarle un regalo per festeggiare la promozione agli esami riparativi d’inizio anno. In seguito, si è giunti all’identificazione della persona incontrata da Elisa, alias Danilo Restivo, il quale è risultato anche l’ultimo, in ordine cronologico, ad aver visto viva la ragazza. Il giovane fu immediatamente iscritto dagli inquirenti nella lista dei sospettati principali, subodorando la rilevanza di Restivo nella scomparsa della ragazza soprattutto dopo che ne furono evidenziate le incapacità ricostruttive circa gli spostamenti compiuti dopo l'incontro. A corroborare ulteriormente i sospetti si aggiunse poi l’accertamento che attestava come lo stesso Restivo, a qualche ore di distanza dalla sparizione di Elisa, si fosse presentato con gli abiti sporchi di sangue al Pronto Soccorso dell'ospedale potentino per farsi medicare quello che, così come riportato ai medici, doveva essere un semplice taglio alla mano, procuratosi in seguito ad una caduta. Fu subito chiaro, invece, come la ferita sembrasse essere provocata da altro, un oggetto affilato, nello specifico da una lama. Un iniziale errore commesso dagli inquirenti fu quello di non predisporre l’immediato sequestro dei vestiti che il giovane indossava la domenica della scomparsa, che su dichiarazione degli stessi medici di turno erano apparsi vistosamente insanguinati. Le indagini puntarono poi i riflettori sulle vicissitudini private di Restivo, il quale si scoprì non era insolito importunare le ragazze delle quali puntualmente si invaghiva, non di rado somministrando loro prassi abitudinarie equivoche e malsane, come ad esempio le assidue telefonate mute seguite dalla colonna sonora del film Profondo Rosso o dalla celebre melodia Per Elisa di Ludwig van Beethoven. Un’ulteriore consuetudine indiscutibilmente anomala messa in atto da Restivo costituiva nel tagliare celatamente ciuffi di capelli da giovani donne mediante un paio di forbici che era solito portare sempre con sé. Alcune amiche di Elisa Claps dichiararono poi che il ragazzo aveva tentato più volte di corteggiarla senza successo, e che era altresì una pratica del giovane quella di ottenere appuntamenti dalle ragazze dalle quali era attratto con la scusante di offrire loro modesti regali. Alla schiera dei colpevolisti si aggiunse fin da principio Filomena Iemma, madre di Elisa che, dopo essere venuta a conoscenza dell’ appuntamento della figlia con Restivo, puntò prontamente il dito contro il giovane, sostenendo fermamente che non poteva essere stato che Danilo ad aver ucciso Elisa, occultandone poi il corpo. Fu la donna stessa, infatti, ad intervenire ripetutamente sull’operato degli inquirenti, spingendoli ad indagare più a fondo sugli alibi avanzati da Restivo, trovando tuttavia le sue richieste una risposta inascoltata. Soltanto diciassette anni dopo, infatti, i resti della giovane furono ritrovati nel sottotetto della chiesa, la stessa che era stata il luogo esatto dell’incontro avvenuto tra Elisa e Restivo. La chiesa che i familiari della vittima chiedevano, a partire già dalle indagini preliminari, di sottoporre a scrupolosa perquisizione. Con riferimento al caso, nonostante fossero trascorsi così tanti anni dall’omicidio, gli inquirenti sembravano ancora fermi nell’incapacità di trovare sviluppi percorribili. Felicia Genovese, il pm di Potenza titolare dell'indagine, è stata al principio delle ricerche persino posta sotto indagine dalla Procura di Salerno, appunto competente per i magistrati di Potenza, in quanto sospettata di aver insabbiato il caso, venendo poi successivamente prosciolta. Don Marcello Cozzi, referente locale di Libera (Associazioni, nomi e numeri contro le mafie), ha formalmente chiesto anche l'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano "per chiedere conto al Csm, da lui presieduto, dell'operato di Felicia Genovese, il pm che coordinò le indagini sulla scomparsa di Elisa". Dalla Procura della Repubblica di Potenza il caso è pertanto slittato in mano a quella di Salerno, responsabile di averlo successivamente risolto. I resti di Elisa Claps, come anticipato, furono ritrovati il 17 marzo 2010, occultati in fondo al sottotetto della chiesa potentina della Santissima Trinità, sembrerebbe scoperti in maniera del tutto fortuita da alcuni operai nel corso dei lavori di ristrutturazione eseguiti per infiltrazioni d'acqua. Congiuntamente ai resti umani, furono reperiti anche un orologio, i vestiti e i residui di un paio di occhiali. Il ritrovamento è stato screditato dai familiari come un’irrisoria messa in scena, recriminando agli organi inquirenti il fatto che la scoperta fosse una certezza già acquisita in precedenza e che fosse poi stata debitamente sottaciuta dal parroco della chiesa, don Mimì Sabia. I sospetti avanzati dalla madre di Elisa nei confronti del religioso, poi deceduto, erano stati già resi noti alle forze dell’ordine nel momento stesso in cui il sacerdote aveva respinto la richiesta, avanzata dalla donna, di poter visitare minuziosamente l'interno dell’edificio sacro. Persino più grave fu il clamore che è poi derivato dall’effettiva ammissione del viceparroco il quale, una volta appurata la circostanza del ritrovamento del cadavere da parte dello stesso alcuni mesi prima della sua segnalazione, aveva concretamente affermato di aver taciuto il fatto dal momento che “quel giorno il nostro Arcivescovo era impegnato in un convegno, riprovai al telefono senza dire di cosa si trattasse ma non riuscii a mettermi in contatto. Decisi così che gli avrei parlato l'indomani. Ma la cosa poi mi scivolò di mente”. I dettagli chiarificatori inerenti gli avvicendamenti che condussero al rinvenimento sono trapelati però soltanto in seguito, quando, a gennaio 2013, si è chiuso il sipario sulle indagini della magistratura inerenti le due donne addette alle pulizie, Margherita Santarsiero e Annalisa Lo Vito, autrici della segnalazione al parroco della scoperta rinvenuta nel sottotetto, ora accusate di mancata segnalazione alle autorità, alle quali si attribuivano dichiarazioni discordanti, e che ancora oggi continuano a negare il ritrovamento. Il 19 maggio 2010, Danilo Restivo, già coinvolto ai tempi dell’apertura del caso sulla sparizione della giovane, e successivamente trasferitosi in Inghilterra, a Bournemouth nel Dorset, è stato fermato dalla polizia inglese, dietro l'accusa di omicidio volontario per il brutale assassinio, risalente al 2002, ai danni dell'allora rispettiva vicina di casa, una sarta di nome Heather Barnett. Già da tempo l’uomo era tenuto sotto controllo e sorvegliato dalla pubblica sicurezza locale, la quale lo aveva persino ripreso durante allarmanti pedinamenti dei quali si era reso protagonista, perpetrati in una zona periferica boschiva, nei confronti di altre donne di nazionalità inglese, sempre rigorosamente armato di uno stiletto. Alla data del 28 maggio 2010 gli esiti dell'esame autoptico effettuato sui resti del corpo di Elisa Claps non erano ancora secretati. Gli inquirenti, tuttavia, avevano emesso il comunicato che riportava come la stessa vittima, scomparsa nel 1993, fosse stata uccisa “con 13 colpi di un'arma da taglio e a punta”. Il 29 giugno 2010 alcune foto contenute nella perizia medico legale riuscirono a filtrare alla stampa, e il 6 luglio 2010 Vincenzo Pascali, direttore dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, riportò ai consulenti delle parti rilevamenti di iniziale interesse. Dalle tracce di sperma repertate sul materasso posto vicino al cadavere erano infatti stati estratti due codici genetici, dissimili tra loro, mentre su uno strofinaccio sequestrato nei locali del centro culturale Newma, con sede nella canonica, sottostante al sottotetto, si era riusciti ad estrarre un terzo codice genetico perfettamente sovrapponibile ad uno di quelli rinvenuti dalla superficie del materasso. La notizia, anche se giunta con palese e vergognoso ritardo, segnò un primo passo di svolta che si rivelò però essere di non particolare importanza: le tracce infatti avrebbero potuto rendere possibile risalire ai due individui di sesso maschile responsabili di aver utilizzato il materasso, oggetto di perizia, come alcova. Il 12 settembre 2010, a Potenza, si è tenuta una manifestazione a ricordo di Elisa Claps, da parte dell'associazione Libera, alla quale affluirono centinaia di cittadini scesi in piazza per chiedere giustizia. In quell’occasione si pronunciò il fratello Gildo, ricordando come nel 1996 nel sottotetto della Chiesa della Trinità, e per la durata di circa un anno, si tennero dei lavori durante i quali l'impresa appaltatrice "incernierò dei cassettoni proprio in corrispondenza del cadavere di mia sorella. Ridicolo pensare che nessuno abbia mai visto niente". Gildo Claps sostenne, inoltre, che nel 2008 qualcuno si è reso colpevole di aver rimosso del materiale, molto probabilmente di rilevante tenore probatorio, dal corpo della vittima. Stando alle esternazioni del fratello, anche oggi, pare alquanto inverosimile che lo stesso vescovo fosse totalmente all’oscuro delle manovre, o viceversa pare lecito ritenere che l’alto prelato abbia comunque dimostrato delle inefficienze notevoli nell’attività di controllo degli uomini appartenenti alla propria Diocesi. La richiesta d’intervento al presidente della Repubblica avanzata da Don Marcello Cozzi, referente locale di Libera, avvenne proprio in coincidenza della manifestazione. L'8 ottobre 2010 il giudice per le indagini preliminari di Salerno, dott. Attilio Franco Orio, in accoglimento della petizione promossa dai pm titolari dell'indagine, dott.ssa Rosa Volpe e dott. Luigi D'Alessio, richiedenti una seconda perizia sui resti di Elisa, decise di fissare per il 18 ottobre un secondo incidente probatorio in vista del conferimento del quesito al consulente tecnico d'ufficio (CTU), il comandante del RIS di Parma, tenente colonnello dei Carabinieri Giampietro Lago. Il 25 ottobre 2010 furono rese note delle risultanze aggiuntive: i clasti, ossia i sassi di modeste dimensioni provenienti dal sottotetto e presenti nel solco del tacco della giovane uccisa, dimostravano che Elisa arrivò camminando nel solaio, giungendovi viva, e che soltanto dopo vi fu uccisa. La ragazza sarebbe stata colpita con una forbice di medie dimensioni, unitamente ad una lama tagliente: l'aggressore si accanì sulla vittima oramai agonizzante o del tutto inerme, continuando ad infierire con ripetuti tagli, e probabilmente rivoltandone il corpo, per un tempo relativamente lungo anche dopo l'iniziale attacco. Il bottone rosso ritrovato in prossimità del cadavere di Elisa si ipotizzò essere attribuibile ad un abito cardinalizio; i fori presenti nel tavolato posto al di sotto delle tegole, in corrispondenza del luogo di ritrovamento del corpo, risultarono invece praticati tramite l’utilizzo di un cacciavite spaccato, di piccole dimensioni, inducendo a pensare ad operazioni condotte senza metodo, volte a creare in maniera sbrigativa una feritoia nel sottotetto allo scopo di far disperdere le fetide esalazioni derivanti della decomposizione. Il 9 marzo 2011, nell’attesa del deposito della perizia dattiloscopica effettuata sui dodici reperti prelevati nel sottotetto della Santissima Trinità, ai fini comparativi tra le impronte digitali ritrovate sugli oggetti repertati e quelle di Danilo Restivo, il sito della trasmissione televisiva Chi l'ha visto? ha comunicato il rilevamento di precise tracce del Dna di appartenenza di Restivo sulla maglia che la giovane vittima indossava al momento dell’uccisione. Nel corso poi della puntata l'avvocato della famiglia Claps espresse la precisazione che rivelava come l’accertamento derivasse dal fatto che sul medesimo indumento fossero state repertate oltre alle tracce ematiche, anche quelle salivari del sospettato. Il 2 luglio 2011 è seguito l’officio del funerale di Elisa celebrato da don Marcello Cozzi e da don Luigi Ciotti. Su espresso desiderio dei familiari della ragazza, le esequie si tennero all'aperto, e per la giornata fu proclamato il lutto cittadino. Il 30 giugno 2011 Danilo Restivo veniva invece condannato alla pena dell’ergastolo dal tribunale (Crown Court ) di Winchester per l'assassinio di Heather Barnett, uccisa il 12 novembre 2002 a Charminster, un villaggio del Dorset, dove da anni risiedeva l’uomo. Nel pronunciare la sentenza, nella quale veniva affermato senza ombra di dubbio che lo stesso imputato era considerato colpevole anche per l’omicidio dell’italiana Elisa Claps, il giudice Michael Bowes riportava nei confronti di Restivo le seguenti parole accusatorie: "Lei non uscirà mai di prigione [...]. Lei è recidivo. È un assassino freddo, depravato e calcolatore [...] che ha ucciso Heather come ha fatto con Elisa Claps [...]. Ha sistemato il corpo di Heather come fece con quello di Elisa. Le ha tagliato i capelli, proprio come Elisa [...]. Merita di stare in prigione per tutta la vita". E finalmente l'8 novembre 2011, presso il Tribunale di Salerno, ha ufficialmente avuto inizio il processo a carico dell’imputato, tramite procedura con rito abbreviato. Nel corso della prima udienza i pm, evidenziando la subentrata prescrizione per i reati più gravi a carico di Restivo, i quali avrebbero automaticamente potuto far scattare l'ergastolo, hanno avanzano la richiesta di 30 anni di reclusione, il massimo richiedibile, unitamente all'interdizione perpetua dai pubblici uffici oltre ai tre anni di libertà vigilata al termine dell'espiazione di pena. L'11 novembre 2011, confermando le richieste dei pubblici ministeri, i giudici hanno decretato la condanna in primo grado di Restivo a 30 anni di carcere, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici ed alla libertà vigilata per tre anni a fine pena, in aggiunta alla predisposizione del versamento di 700.000 euro alla famiglia Claps a titolo d’indennizzo. Il processo di appello è iniziato a Salerno il 20 marzo 2013, con la partecipazione del condannato, il quale dall'11 marzo 2013 è stato temporaneamente estradato in Italia. Nonostante la sussistenza del verdetto a trent'anni, l'indagine della Procura di Salerno sulla scomparsa di Elisa Claps, sulle modalità del ritrovamento del cadavere e sulle presunte complicità di cui avrebbe goduto Restivo, resta ancora aperta. L'11 novembre 2011, l'avvocato della famiglia Claps, prima della lettura della sentenza in primo grado, ha rimarcato come nel caso dell'omicidio di Elisa, lo stesso Restivo non potrà ottenere l'ergastolo "per colpa della Chiesa che, in questi 18 anni, ha permesso che siano stati prescritti i reati concorrenti". Ora dunque, si prospetta la settimana decisiva per il processo d’appello. E anche la seconda sentenza pare avviarsi alla fine. Come da calendario, quello stabilito dai giudici, il primo intervento in aula è stato riservato al co-difensore, Marzia Scarpelli, mentre il prossimo 23 aprile toccherà ad Alfredo Bargi. Prima dell’avvocato Scarpelli, però è intervenuto lo stesso imputato, il quale richiedeva già da settimane di essere ascoltato dai giudici dinanzi al parterre dei giornalisti. Nonostante, infatti, il processo si sia svolto sino ad ora a porte chiuse, perché proveniente dal rito abbreviato già selezionato in primo grado, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Salerno hanno optato per l’accettazione della domanda del richiedente, aprendo la celebrazione processuale a pubblico e media. Il codice di procedura penale infatti riserva la possibilità del dibattimento pubblico dietro specifica richiesta dell’imputato. Il rigetto della rivendicazione mossa da Restivo, nonostante fosse stato considerato una “nullità” di regime intermedio, avrebbe infatti potuto consentire ai difensori del condannato in primo grado di sfruttare la decisione sfavorevole per un ipotetico ricorso in Cassazione. In questo modo, il processo d’appello per l’omicidio della studentessa potentina che fino alle precedenti udienze ha continuato a svolgersi in camera di consiglio, già a partire da martedì scorso è avvenuto a porte aperte. Diversa, invece, è stata la questione che regolamenta la presenza delle telecamere in aula, dal momento che per l’approvazione non soltanto il pm ma anche le parti civili dovevano mostrarsi d’accordo. “Questa richiesta andava fatta all’inizio del processo -ha opposto alla decisione presa dai giudici l’avvocato della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta- la pubblica accusa ha parlato a porte chiuse, io ho parlato a porte chiuse, perché solo Danilo Restivo deve parlare in udienza pubblica?” Secondo l’accusa l’intento di Restivo risponde allo scopo, dal punto di vista legale “proceduralmente scorretto”, di voler far sentire esclusivamente la propria versione dei fatti. “Quella fatta dai legali di Restivo è una mossa che mi lascia perplessa. -ha proseguito l’avvocato dei Claps- Un conto sarebbe stato chiederlo all’inizio del procedimento, come ritualmente doveva essere richiesto, ma francamente aspettare che la pubblica accusa e le parti civili abbiano terminato di parlare e poi fare la richiesta di continuare il processo a porte aperte non ci pare giusto”. Il legale Giuliana Scarpetta, da sempre convinta della colpevolezza di Danilo Restivo, è tornata infatti alla conferma evidente della responsabilità dell’uomo nell’uccisione di Elisa, “Non lo diciamo noi. Lo dicono gli atti e lo ha ribadito la richiesta di conferma di condanna fatta nel processo''. In aula ha seguito infatti il turno della parte civile, impegnata anch’essa nella ripresa del processo di appello a Salerno per l'omicidio della giovane Claps. Nella scorsa udienza, al termine della lunga requisitoria, il pg applicato, Rosa Volpe, ha confermato la richiesta della condanna a 30 anni di reclusione inflitta in primo grado nel novembre 2011. Danilo Restivo, salda la rispettiva posizione di unico imputato, ha reso dichiarazioni spontanee nella prima udienza dedicata alla rispettiva difesa. L’ultima data fissata per lo svolgimento processuale di appello contro l’incriminato rimane fissata al 28 aprile. La data è stata stabilita dal presidente della Corte d'Assise Federico Cassano e potrebbe slittare solo nel caso in cui vengano accolte le richieste dei difensori di Danilo Restivo. Sono infatti numerose le istanze presentate dai due legali, Alfredo Bargi e Marzia Scarpelli, alla Corte. Prima fra tutte l'esame dell'imputato ed il parziale rinnovo del dibattimento all’interno del quale rivalutare le perizie seguendo una corrente difensiva antitetica rispetto al quadro accusatorio. All'inizio del dibattimento la Corte si è riservata il compito di emettere la decisione soltanto in seguito alle udienze dedicate alle parti, ovvero la requisitoria del pg, le parti civili (la famiglia Claps) e appunto la difesa (16 e 23 aprile). Ed è proprio all’interno di queste motivazioni, antecedentemente allo scioglimento della riserva da parte della Corte, che si è inserito l’intervento di Restivo. Martedì 16 aprile, all'inizio dell'udienza pubblica l’uomo ha deciso di leggere una lettera diretta alla madre della studentessa di Potenza. "Io non ho ucciso e non ho idea di chi sia stato”, ha sostenuto l’imputato. Restivo ha proseguito la lettera rivolta a Filomena Iemma, spiegando come la stessa, e così la rispettiva richiesta di udienza pubblica, non rappresentassero affatto "un gesto di sfida" e viceversa ha espresso cordoglio per la ragazza uccisa, porgendo le "condoglianze" alla famiglia. "Il mio desiderio è un giorno quello di portare i fiori sulla tomba di Elisa", ha così citato un passaggio della missiva l’imputato. Filomena Iemma ha fermamente deciso di non ascoltare le parole dell'uomo, preferendo così uscire dall'aula durante la lettura integrale del testo a lei indirizzato. Gildo Claps, invece, si è limitato a dichiarare: "da Restivo non mi aspetto nessuna verità". Annoverati tra i materiali che i legali di Danilo Restivo intendono portare all'attenzione della Corte del processo d'Assise d'Appello, "la cartina di Potenza" e svariate fotografie. "Materiale che verrà illustrato in aula -hanno confermato i difensori ai cronisti- fotografie che riguardano la ricostruzione di tutta la vicenda processuale. Elementi utili a dimostrare la tesi difensiva". Il momento atteso da anni sembra dunque arrivato. Era del tutto palese che il potentino, come annunciato più volte dai suoi stessi legali, avrebbe ribadito in aula la propria innocenza, suscitando lo sdegno congiunto dei familiari della vittima. Tuttavia l’appello al killer di Elisa è arrivato del tutto inaspettato. Tutti gli indizi continuano infatti a convergere sulla colpevolezza di Restivo, nulla sembra poter indicare altrove l’assassino. L’imputato, tuttavia, al fine di riuscire a fornire l’unica ammissibile propria versione dei fatti, ha ricalcato un copione già largamente utilizzato da chi rivela una colpevolezza pressoché insindacabile: quello della discolpa seguita all’attribuzione della responsabilità a terza persona, come ovvio del tutto ignota. E lo fa senza vergogna, davanti alla stampa. Quella di martedì scorso è stata una delle ultime udienze. A seguito delle dichiarazioni rese da Restivo, in aula ha preso la parola l’avvocato co-difensore Marzia Scarpelli, essendo riservato l’intervento del collega Alfredo Bargi, come anticipato, nel corso della prossima udienza in programma il 23 aprile. Il calendario delle udienze è stato stabilito anche in base ai patti siglati per la consegna del detenuto dall'Inghilterra all'Italia dal momento che si prescrivono tempi assai brevi, e comunque sempre e soltanto quelli considerati di esclusiva, stretta, necessità. Al momento non si sono rese note contestazioni ufficiali, tuttavia si sono potute registrare non poche difficoltà nel regime di detenzione di Danilo Restivo in Italia da parte dei rispettivi uffici difensivi. Nel rimarcare tali complicazioni, rilasciando dichiarazioni ai giornalisti a margine del processo d'Assise d'Appello a Salerno, uno dei legali difensori, Marzia Scarpelli, ha così confermato: "Sicuramente è stato complicatissimo riuscire a fare dei colloqui. Restivo ha vissuto una settimana in un regime di semi isolamento, impossibilitato anche a ricevere gli indumenti di biancheria intima. Abbiamo difficoltà -ha proseguito Scarpelli- anche ad avere scambi di carteggio nel corso dei colloqui. Noi abbiamo rappresentato alla direzione che era opportuno svolgere i colloqui in maniera tranquilla. Nessuna protesta ufficiale, i motivi di contrasto in questo processo sono già tanti". Prenderà invece ufficialmente avvio il primo ottobre il processo per falso in perizia che la Procura di Salerno contesta al medico legale Vincenzo Pascali. E' stato lo stesso indagato a chiedere il giudizio immediato. In qualità di consulente della Procura salernitana, infatti Pascali non aveva rilevato tracce biologiche sui vestiti di Elisa Claps mentre successivamente, attraverso consecutiva perizia, i Carabinieri del Ris hanno repertato il dna di Danilo Restivo sul maglione in questione. Questo è soltanto il primo dei due filoni paralleli scaturiti dall'inchiesta principale della Procura di Salerno sull'omicidio della giovane. Il secondo ha direttamente a che fare con il ritrovamento dei resti della ragazza avvenuto presumibilmente (senza ombra di dubbio a parere di chi scrive) prima del 17 marzo 2010. Lo scenario procedurale complesso ed articolato del caso Claps non si esaurisce qui, il 6 maggio, sempre con giudizio immediato, inizia infatti anche il processo alle due donne delle pulizie, Margherita Santarsiero e Annalisa Lo Vito, accusate di aver trovato i resti della vittima nel sottotetto della Santissima Trinità prima della data ufficiale e di non averne fatto menzione alle autorità. Entrambe le donne continuano a negare, e in ambedue i procedimenti citati la parte offesa rimane la famiglia Claps. Dal drammatico episodio l’unico epilogo, per il momento, contrassegnato da segni positivi riguarda l’istituzione, su segnalazione del fratello maggiore Gildo e dietro il supporto dei membri restanti della famiglia di Elisa, della prima associazione dei familiari delle persone scomparse: l’Associazione Penelope. L’eccessiva durata dei processi e l’incertezza della pena continuano indubbiamente a costituire i problemi più gravi e irrisolti del nostro sistema di giustizia. Non sorprende infatti che la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia comminato nei confronti dell’Italia 276 condanne, per una somma complessiva di 17 milioni di euro, proprio in virtù della peculiare lentezza processuale nostrana e dei danni che la giustizia, in tal modo, arreca ai cittadini. Nel caso Claps, nemmeno i diciassette anni intercorsi tra l’omicidio ed il ritrovamento del corpo della vittima, la condanna dell’imputato in primo grado e l’inflizione nei confronti del medesimo della pena dell’ergastolo per un estraneo delitto, peraltro significativamente speculare, sembrano non poter bastare alla certezza risolutiva. “Non può esservi infatti né certezza, né effettività della pena, se non vi è prima ancora, certezza ed effettività del processo penale”, scriveva il celebre giurista Vittorio Grevi. Nel caso di un efferato omicidio, poi, la sicurezza processuale va rimarcata persino con maggiore veemenza. Sempre secondo Grevi, dal momento che in Costituzione non esiste alcuna “copertura” dell’Istituto della prescrizione, non può seriamente parlarsi di un diritto costituzionale dell’imputato ad essa. Per lo stesso motivo, dunque, si possono lecitamente avanzare dubbi circa la stessa liceità dell’attuale disciplina della prescrizione del reato in quanto oggettivamente in contrasto con il principio di obbligatorietà dell’azione penale, sancito costituzionalmente dall’articolo 112. E’ d’obbligo, infatti, rammentare la precisazione che tende a discernere la prescrizione del reato da quella del procedimento, concernendo entrambe le discipline due diversificati fenomeni, al giorno d’oggi ancora spesso infelicemente mescolati all’interno del solo istituto della prescrizione del reato. Come ricordava lo stesso Grevi però mentre la disciplina è rimasta inalterata a partire dal codice Rocco, lo stesso non può dirsi per la struttura processuale, la quale, ad oggi, risulta fortemente mutata. L’istituto che legittima la prescrizione del reato ha senso, pertanto, solo e soltanto se, a distanza di molto tempo dalla notizia criminis o nel caso la stessa addirittura non sia stata registrata così non avviando alcuna indagine giudiziaria, possono effettivamente considerarsi cadute le ragioni sottostanti alla punizione. Per quanto invece attiene al procedimento in senso stretto, il decorso dei tempi della prescrizione in seguito all’avviamento dell’azione penale, per giunta di fronte ad una condanna già emessa, la prescrizione arriva ad assumere i caratteri di un vero e proprio danneggiamento alla giustizia. Accertata così l’incapacità del sistema penale italiano di poter infliggere la pena dell’ergastolo all’imputato Restivo, si spera che si possa mantenere alto il profilo della giustizia, di fronte soprattutto al rispetto per il dolore di una famiglia che ha subito una perdita ancora impunita, almeno confermando la condanna in primo grado nei confronti di una persona che non sembra mostrare alcun segno di probità. Letizia Pieri

Il caso di Elisa Claps e Danilo Restivo, dall’inizio: «Com’è stato possibile che nessuno abbia visto quel corpo, in chiesa?». Carlo Macrì su Il Corriere della Sera sabato 2 settembre 2023.

La storia dell’omicidio di Elisa Claps, scomparsa nel settembre del 1993 e uccisa da Danilo Restivo, che oggi sta scontando un ergastolo in Inghilterra per un altro assassinio. In occasione del trentennale, la storia di Elisa Claps è stata raccontata nel podcast “Dove nessuno guarda”

Ancora oggi, a tredici anni dal ritrovamento dei suoi resti, scoperti nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, nel centro storico di Potenza, l’omicidio di Elisa Claps resta intriso di misteri. L’assassinio della studentessa scomparsa il 12 settembre del 1993, a 16 anni, è uno di quei casi (o forse l’unico), dove depistaggi, errori giudiziari e investigativi e una cappa di omertà, hanno certificato collusioni che si sono estese dalla Chiesa di Potenza, alla città tutta. 

I depistaggi sul caso Claps sono stati tantissimi: ad iniziare dalle attività di sviamento per allontanare dall’inchiesta l’unico sospettato: Danilo Restivo, l’ultima persona a vedere viva Elisa, dopo averle dato un appuntamento in chiesa. Il giovane, figlio del direttore della biblioteca di Potenza, è stato poi condannato a trent’anni di carcere con l’accusa di aver ucciso Elisa, con tredici coltellate. 

La scoperta dei resti della studentessa nell’abbaino della chiesa, il 17 marzo del 2010, è avvenuto per puro caso. A scoprire il corpo mummificato, ricoperto da tegole e calcinacci, sono stati alcuni operai chiamati a riparare una perdita d’acqua. Il corpo di Elisa era lì, a due passi da casa sua, mentre tutti la cercavano ovunque. Eppure la “Santissima Trinità” era stata perquisita da cima a fondo, sin da subito. Nessuno, però, si era spinto sino ad arrivare nel sottotetto.

I motivi? Restano un mistero. La ricostruzione fatta dai magistrati e le indagini scientifiche hanno stabilito che Danilo Restivo, la mattina di domenica 12 settembre 1993, giorno della scomparsa di Elisa, le aveva dato appuntamento dentro la chiesa della Trinità (era in possesso delle chiavi), nel tentativo di «ottenere un approccio sessuale». Voleva farle un regalo e farsi presentare un’altra ragazza, Paola, amica di Elisa. Erano le 11,30 don Mimì Sabia, parroco della Trinità per 48 anni, diceva Messa. 

«Elisa mi disse:”lascia stare Paola” – fu il racconto di Restivo. Poi uscì dalla chiesa e se ne andò». In realtà non andò così. La ragazza intuì subito le intenzioni del ventunenne e cercò riparo rifugiandosi nel sottotetto della chiesa. Il giovane la raggiunse e la colpì alle spalle. Mentre la colpiva inveiva e urlava e, sicuramente, sputacchiava, lasciando sui vestiti della sua vittima tracce di saliva. La ragazza tentò di difendersi. 

Il taglietto sulla mano e la falsa testimonianza

Restivo rimase ferito nella colluttazione ad una mano, giustificando la ferita nel tentativo di entrare in un cantiere. Interrogato nelle ore successive alla scomparsa di Elisa disse di averla incontrata in chiesa e, dopo averla salutata, si era messo a girovagare da solo per la città. Restivo, però, si recò invece in ospedale per farsi medicare la ferita alla mano: un piccolo taglietto. Ci andò alle 13,45. Non seppe mai giustificare quel «buco» tra le 12 (l’ora in cui sarebbe morta Elisa) e le 13,45. Gli inquirenti non credettero alla sua deposizione, visto che nessuno lo vide in giro a quell’ora. In mancanza di altri elementi, però, lo condannarono solo per falsa testimonianza. 

Il ritrovamento del corpo di Elisa Claps e l’impronta

Il ritrovamento del corpo di Elisa segnò un punto a favore delle indagini. Dopo diciassette anni, il golfino che Elisa Claps indossava la mattina del 12 settembre 1993, quando uscì per incontrarsi con Restivo, era diventato uno straccio ma, nonostante ciò, fu un elemento di prova affidabile per incastrare l’assassino. I carabinieri del Ris estrassero un campione del dna da una macchia di sangue trovata sul golfino che risultò sovrapponibile con quello di Restivo. Prova schiacciante perché dopo essersi ferito nella colluttazione l’omicida lasciò l’«impronta» del suo sangue sul vestito di Elisa. 

Restivo, però, nel frattempo si era trasferito a Londra, nel tentativo di rifarsi una vita in Gran Bretagna, lontano dai sospetti che a Potenza non l’avevano mai abbandonato. E senza vergogna prima della sentenza della Corte d’Appello di Salerno che lo condannava a 30 anni, si rivolse a mamma Filomena dicendole: «Mi dispiace di cuore della morte di vostra figlia Elisa, vi giungano le mie più sentite condoglianze». La signora non volle sentirlo e lasciò l’aula prima che cominciasse a parlare. Arrivò anche a dire: «Il mio desiderio è quello un giorno di poter portare dei fiori sulla tomba di Elisa e di poter pregare». 

L’omicidio di Heater Barnet, a Londra, e la moglie Fiamma

Anni dopo Danilo Restivo finì anche nel mirino degli investigatori inglesi. Il 12 novembre 2002 (il 12 ricorre sempre), venne seviziata e uccisa a Bournemouth, nel Dorset, duecento chilometri a sud di Londra Heather Barnet, una sarta di 48 anni. In mano aveva una ciocca di capelli non suoi. Danilo Restivo era il vicino di casa della donna, viveva a Londra con la moglie Fiamma Basile Giannini: fu arrestato due volte e due volte rilasciato. Negò sempre tutto. La polizia inglese è stata spesso a Potenza per indagare sugli intrecci dei due delitti. Venne fuori che Restivo avesse il «vizio» di tagliare ciocche di capelli alle donne. Per quel delitto fu condannato all’ergastolo che sta scontando in un penitenziario inglese. 

L’omertà di Potenza e la chiamata del Papa

La famiglia Claps sin da subito si era detta convinta della responsabilità di Danilo Restivo, quale autore dell’omicidio della ragazza. Filomena Iemma, mamma di Elisa ha sempre puntato il dito sui depistaggi messi in campo dalla chiesa per allontanare i sospetti dal giovane assassino. Alla lettura della sentenza di condanna all’ergastolo per Restivo, mamma Filomena confidò a Fabrizio Caccia del Corriere: «Mi sono pentita di aver fermato la mano di mio marito 18 anni fa. Avremmo dovuto già allora farci giustizia da soli con Danilo Restivo e invece è passato tutto questo tempo…». La mamma della vittima, poi, si è sempre opposta all’apertura della chiesa chiusa dalla magistratura, dopo la scoperta dei resti di Elisa. 

Nei giorni scorsi l’arcivescovo di Potenza Salvatore Ligorio ha autorizzato la riapertura al culto della “Santissima Trinità”, scatenando l’ira dei familiari della ragazza uccisa. «Mi aspetto che nessun cittadino di Potenza entri in quella chiesa» — ha tuonato la mamma della vittima. E il figlio Gildo: «Hanno agito come dei ladri, in silenzio. D’altronde da trent’anni sono dei ladri di verità». 

Il delitto Claps sconvolse Potenza. In città il clima di omertà, non ha aiutato le indagini. A far sentire la sua vicinanza alla famiglia è stato Papa Francesco. Dopo la condanna a Restivo, telefonò a Filomena, proprio mentre la donna si trovava accanto al marito Antonio, ricoverato in ospedale per una grave malattia. La madre di Elisa gli aveva inviato una lettera dicendo di voler conoscere tutta la verità sulla morte della figlia. E, vicino alla firma, aveva lasciato il numero del telefonino. Il Papa non tardò a farsi sentire e la chiamò. «Sono Papa Francesco, volevo salutarla e dirle che domani reciterò una messa per Elisa, in occasione del suo compleanno», le disse il Pontefice. 

Lo scorso 11 luglio il Pontefice si è nuovamente fatto sentire con una lettera indirizzata a mamma Filomena: un invito «al dialogo con la Curia di Potenza per trovare un accordo sulla riapertura della chiesa della Trinità». La signora Claps si era detta disponibile per un nuovo approccio, ma la riapertura nella scorse settimane della chiesa, senza un confronto tra le parti, l’ha fatta andare su tutte le furie. «La Curia deve chiedere scusa prima alla famiglia Claps e poi alla città intera» — ha affermato Filomena Iemma. 

La pm Genovese e il mistero della Chiesa della Santissima Trinità

Lo scontro tra la famiglia Claps e la Chiesa di Potenza, negli anni, ha animato tutta la vicenda. Sin dal primo minuto della scomparsa di Elisa, si è avuta la sensazione che qualcosa all’interno della “Trinità” fosse avvenuto. È stato taciuto ogni dettaglio e nascosto ogni possibile indizio che potesse in qualche maniera portare alla scoperta del corpo della ragazza. La scomparsa di Elisa era stata bollata come inspiegabile e misteriosa. Il suo ritrovamento nell’abbaino della chiesa ha aperto, però, scenari oscuri. 

Gli inquirenti sospettarono che dietro l’omicidio della giovane ci fosse un coinvolgimento di personaggi mai sfiorati dall’inchiesta. Fu all’epoca l’ex questore Romolo Panico a riaprire il caso. L’ex arcivescovo di Potenza Ennio Appignanesi fu il primo a sospettare che qualcosa dentro la chiesa era accaduto. «C’è stata tanta, troppa omertà dietro la scomparsa di Elisa» — disse all’epoca il monsignore. 

La domanda ricorrente in quegli anni era: com’è stato possibile che quel corpo sia potuto restare così tanto in quel posto senza che nessuno se ne fosse accorto? 

All’epoca della scomparsa della giovane la titolare delle indagini era il sostituto procuratore Felicia Genovese. «Tutto quello che era di mia competenza è stato fatto» affermò la pm, accusata da un pentito, Gennaro Cappiello, di aver insabbiato alcune indagini, tra le quali quelle sull’omicidio di Elisa Claps. Addirittura si disse che Michele Cannizzaro, marito della pm, avesse stretto un accordo con il padre di Restivo: cento milioni di lire per far insabbiare l’inchiesta sul figlio. «Accuse infondate» hanno accertato i magistrati di Salerno, competenti ad indagare sui colleghi di Potenza. Scrissero i magistrati di Salerno: «Sin dai primi giorni le indagini sono state svolte in maniera penetrante e rigorosa. Sono state anche disposte intercettazioni ambientali e telefoniche sull’utenza di Danilo Restivo, unico indagato per la morte di Elisa». 

Per la scomparsa di Elisa Claps si mobilitarono anche i Servizi segreti. Il loro intervento ha reso più fosco lo scenario dell’inchiesta già di per se ricca di depistaggi e omertà. Un rapporto del Sisde del 18 novembre del 1997, firmato dall’allora direttore Vittorio Stelo, faceva riferimento alla figura di un prete che avrebbe avuto un ruolo nella scomparsa di Elisa Claps. Il sostituto procuratore Felicia Genovese, fece formale richiesta per ottenere l’informativa, ma non ricevette nessuna risposta. Anzi,in un primo momento, i Servizi negarono l’esistenza del documento con il nome del confidente. Le richieste della pm, furono però insistenti, tanto da costringere un’altra struttura dell’organismo segreto a consegnare il documento all’accusa. Nella relazione dei Servizi c’era scritto che si stavano facendo indagini su un prete di Potenza. L’attività segreta, però, non portò però a nessun risultato. Le stranezze, in questa vicenda, si moltiplicarono di giorno in giorno. 

Don Mimì Sabia e le perquisizioni «tragiche»

Un ispettore di polizia Mario Leone, aveva anche lui ricevuto una confidenza che gli indicava che «sarebbe stato opportuno ispezionare la chiesa della Santissima Trinità. Il corpo di Elisa è ancora lì e lì che dovete controllare». Anche in questo caso l’attendibilità della relazione di servizio del poliziotto non fu tenuta in considerazione. Era il 10 maggio 2001. Solo due mesi dopo, il 20 luglio, i magistrati decisero di dare un’occhiata dentro la chiesa e iniziarono a ispezionare negli scantinati e nelle case diroccate che si trovavano nelle vicinanze. Non trovarono nulla. Nessuno, però, cercò nell’abbaino. A distanza di anni alcuni poliziotti che parteciparono a quei sopralluoghi definirono quelle perquisizioni una «tragedia». 

Nella chiesa della Trinità, infatti, i sopralluoghi della polizia evidentemente, non furono fatte in maniera approfondita. Parroco del’epoca era don Mimì Sabia, deceduto nel corso delle indagini, all’età di 84 anni. Don Mimì fu l’unico sacerdote a governare la chiesa della Trinità. Aveva un carattere allegro, ma non ha mai permesso a nessuno di celebrare Messa nella sua chiesa che considerava la sua casa. Nelle ore successive alla scomparsa di Elisa – qualcuno disse di averla vista per l’ultima volta proprio in chiesa a parlare con Restivo – don Mimì chiuse al culto il Tempio e partì per Fiuggi a farsi i bagni termali. Sul ruolo e sulle responsabilità avute da don Mimì, però, non si è mai voluto andare a fondo, nonostante un particolare suona ancora oggi come un terribile indizio, forse all’epoca sottovalutato.

Don Vagno ruolo delle donne delle pulizie

Nel sottotetto della Trinità, gli inquirenti trovarono un bottone rosso porpora dai contorni tondeggianti a alcune fibre rifrangenti. Dello stesso tipo di quello che mancava all’abito del sacerdote, all’epoca sequestrato dalla polizia. Un’altra incongruenza che mette a dura prova la credibilità della Chiesa potentina furono allora le parole del vice parroco della Trinità, il brasiliano don Vagno. Quaranta giorni prima del ritrovamento dei resti di Elisa nel sottotetto, il sacerdote fu informato dalle due donne delle pulizie Margherita Santarsiero e sua figlia Annalisa Lo Vito, della presenza di un cadavere nell’abbaino della chiesa. 

Don Vagno decise di controllare personalmente quella notizia. Si precipitò sopra e vicino a quei resti scorse un paio di occhiali e un teschio. Don Vagno pensò ai riti satanici e di quel ritrovamento il vice parroco non fece cenno con nessuno. Quando la polizia lo interrogò, si affrettò a sostenere che avrebbe voluto informare monsignor Agostino Superbo, vescovo di Potenza e vicepresidente Cei, ma dopo qualche tentativo per rintracciarlo, la cosa gli passò di mente. All’epoca la polizia ipotizzò anche che il sottotetto negli anni precedenti la scoperta dei resti fu frequentato assiduamente: addirittura ci furono feste come dissero alcuni ragazzi del centro Newman. «I ragazzi erano soliti appartarsi in quei luoghi e avrebbero utilizzato il buio del sottotetto per qualche momento di intimità». 

Le risposte evasive dell’amica del cuore di Elisa, Eliana De Cellis

La stessa amica del cuore di Elisa Claps, Eliana De Cellis fu evasiva nelle sue risposte date nel processo per falsa testimonianza dov’era indagato Danilo Restivo. Messa alle strette dal pubblico ministero Felicia Genovese disse: «Ho paura che quello che è successo a Elisa possa capitare a me». Il presidente del collegio dell’epoca, Michelini, non intese approfondire quelle risposte. Nessuno, poi, si è mai preoccupato di indagare su quella pagina del diario di Elisa, strappata di netto quasi a voler cancellare quale mistero? Evidentemente il corpo di Elisa Claps doveva rimanere nascosto per sempre, sepolto da travi e pietre. Così sperava chi l’ha uccisa. 

La scoperta dei resti della studentessa, però, è stato come se parlassero. E, a ridar voce a questa vicenda è un podcast scritto da Pablo Trincia, Riccardo Spagnoli e Alessia Rafanelli dal titolo “Dove nessuno guarda — Il caso Claps”. A novembre il podcast diventerà una docuserie di quattro episodi per Sky Tg24. A breve, poi, a Potenza, inizieranno le riprese della fiction sul caso Claps, che andranno in onda su Rai 1, per la regia di Marco Pontecorvo. Mentre il 12 settembre, sempre a Potenza, a trent’anni dalla scomparsa, sarà presentato il libro-diario sulla vita di Elisa “Io sono Elisa Claps”.

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Avete vinto voi.

Avete vinto voi che quella mattina del 12 settembre costruiste quell’orribile sepolcro al cadavere della povera Elisa.

Avete vinto voi che con mille espedienti e sotterfugi riusciste a far deviare e a depistare le indagini.

Avete vinto voi che siete stati bravi a coprire per almeno diciassette anni le responsabilità dell’assassino.

E avete vinto anche voi che alla fine avete restituito – certo – Elisa all’abbraccio della sua famiglia, ma come se fosse stato un cagnolino ritrovato quasi per caso.

Avete vinto tutti voi, chiunque voi siate, qualunque sia il mondo a cui appartenete e qualunque sia il ruolo sociale o istituzionale dietro cui vi nascondete.

Avete vinto perché i vostri nomi e i vostri volti non potremo mai dirli ad alta voce o non li conosceremo mai, perché siete stati bravi a far prevalere le ragioni delle vostre rispettive caste sulle ragioni del dolore, perché il vostro anonimato è riuscito a convincere tanti che una responsabilità c’è solo quando c’è una sentenza, ed infine perché la disputa dolorosa sulla riapertura di quella chiesa si è trasformata, nostro malgrado, in una micidiale arma di distrazione di massa. Noi qui a dividerci in fazioni, mentre lì, dietro le quinte, nell’ombra, come sempre è accaduto in questi trent’anni, chissà quanti ad osservare in silenzio, con cinica soddisfazione, perché ormai nessuno più guarda nella loro direzione.

Avete vinto, dunque, e per questo siete tutti colpevoli.

Chiedo perdono alla mia città perché dinanzi alle superficiali semplificazioni e alle colpevoli generalizzazioni non ho saputo gridare abbastanza che in questa storia il silenzio di tanti preti può aver certamente significato un’assenza ma non necessariamente complicità, omertà e connivenza.

Chiedo perdono ai miei confratelli preti, perché non sono stato bravo a spiegargli i dettagli scomodi di questa triste vicenda, da dove nasce quella indubbia terribile, fondata e legittima ombra di sospetto che si è addensata su qualcuno fra noi e perché ad un certo punto il dolore della famiglia di Elisa si è trasformato in lecita rabbia e ostilità.

Chiedo perdono alla famiglia di Elisa perché non ho saputo affermare il primato del loro dolore dinanzi a qualunque altra motivazione, e non ho saputo neanche annunciare il vangelo per il quale quel primato è sempre “terra sacra dinanzi a cui togliersi i calzari”.

Credo nella chiesa della SS. Trinità come luogo nel quale “custodendo la memoria di Elisa” in modo “non festoso” ma “silenzioso”, come ha detto Francesco, si possano porre i segni della fede cristiana e i segni laici di “promozione della vita” per restituirla alla celebrazione della speranza piuttosto che ad un museo di morte.

Cara Elisa, ti prego, favoriscili tu quei “cammini di riconciliazione e di guarigione” che auspica Francesco, perché noi da soli quaggiù non ce la facciamo, e getta tu un ponte fra le due sponde di questa unica grande ferita sanguinante, perché io sono stato incapace.

don Marcello Cozzi 

Omicidio Claps Assolto don Cozzi: non diffamò la pm Genovese. Lagazzettadelmezzogiorno.it il 6 dicembre 2011.

Il giudice per le indagini preliminari di Perugia ha archiviato la querela per diffamazione presentata da Felicia Genovese – ex pm di Potenza, che indagò sulla scomparsa di Elisa Claps, nel 1993, e ora in servizio a Roma – e dal marito, Michele Cannizzaro, contro l’ex leader di Libera Basilicata, il sacerdote don Marcello Cozzi, per un articolo pubblicato nel 2007 sulla rivista «Micromega». Lo ha reso noto l’associazione Libera, spiegando che - secondo il gip – nell’articolo firmato da don Cozzi, «non si travalicava il corretto esercizio del diritto di critica, diritto costituzionalmente protetto». 

In particolare - secondo quanto fa sapere l’associa - zione Libera in una nota - nell’atto di archiviazione della procura perugina, in merito ad alcuni passaggi dell’articolo che i coniugi Genovese e Cannizzaro avevano ritenuto oggetto di querela perché affermazioni direttamente lesive della loro immagine ed onorabilità, nella sentenza si legge «che risponde ugualmente al vero che nel corso delle indagini svolte inizialmente dalla Genovese con riferimento all’omicidio Claps, il pm Genovese omise di disporre un’attività di perquisizione diretta presso l’abitazione del Restivo o sulla sua persona, fatto che, peraltro in sede di richiesta di archiviazione da parte del pm di Salerno, tale omissione fu considerata circostanza neutra». Inoltre sempre nelle motivazioni dell’atto si legge che «vi è un fondo di veridicità anche con riferimenti ai contatti tra il Cannizzaro ed alcuni esponenti malavitosi». 

Ed è lo stesso autore a riconoscere che «tutto questo non è reato, tanto è vero che la posizione di Cannizzaro è stata archiviata nel 1999 dal pm Vincenzo Montemurro» e ad esprimere un suo successivo personale giudizio «restano per le perplessità su quali contatti e frequentazioni abbia il marito di un magistrato antimafia». In ragione di tutto questo il Giudice delle indagini preliminari del Tribunale di Perugia ha ritenuto ininfluente il supplemento investigativo richiesto dai coniugi Genovese–Cannizzaro in quanto non possono incidere sul nocciolo della questione, concernete le modalità di esercizio di critica di don Marcello Cozzi nell’articolo oggetto di querela. 

Diffamò Cannizzaro, Don Marcello Cozzi condannato dalla Corte d’Appello.

Di Redazioneufficiostampabasilicata.it Mercoledì 27 aprile 2022 – Michele Cannizzaro, ex direttore generale dell’ospedale San Carlo di Potenza e marito di Felicia Genovese – pm che indagò sulla scomparsa della studentessa Elisa Claps nel 1993, il cui cadavere è stato ritrovato solamente il 17 marzo 2010 – ha vinto l’appello contro il sacerdote don Marcello Cozzi, allora esponente di Libera in Basilicata.

La notizia la riporta Cronache Lucane nell’edizione di oggi.

La Corte di Appello di Potenza, presieduta dal giudice Roberto Spagnuolo, – si precisa nell’articolo – ha condannato don Marcello Cozzi per il danno morale subito dal dottor Cannizzaro a seguito di un articolo a firma dell’esponente di Libera Basilicata pubblicato nel 2008.

Nella sentenza viene spiegato che pur tenendo conto della «qualifica ricoperta da don Marcello Cozzi nell’ambito dell’associazione Libera ed al conseguente ipotizzato esercizio del diritto di cronaca da parte sua, con la conseguente rarefazione del perimetro di legittimità rispetto al diritto di cronaca, non possono ritenersi circostanze idonee a scriminarlo». Nell’articolo firmato da don Cozzi, c’era un passaggio sul pm Genovese (moglie di Cannizzaro) che secondo la ricostruzione del pentito Cappiello avrebbe omesso di disporre un’attività di perquisizione diretta presso l’abitazione di Danilo Restivo o sulla sua persona dopo una telefonata avvenuta tra il padre di Restivo e il marito della Genovese. Non solo. 

L’esponente di Libera Basilicata avrebbe fatto riferimento anche ai presunti contatti tra Cannizzaro ed alcuni esponenti malavitosi. A tale riguardo, don Cozzi scrisse che “tutto questo non è reato”, aggiungendo però le sue “perplessità su quali contatti e frequentazioni abbia il marito di un magistrato antimafia”.

Ebbene per i giudici della Corte di Appello era necessario dare atto «del contenuto dei provvedimenti giudiziari che hanno preso posizione sugli accadimenti narrati (…) e di dover dare conto degli sviluppi giudiziari». Secondo la Corte alcune dichiarazioni di don Cozzi , pur provenienti da un soggetto rivestente un ruolo di primazia nel- l’ambito dell’associazione Libera, «rimangono pur sempre un giudizio di natura soggettiva.

Ne deriva, a parere di questa corte, una valutazione di sostanziale illeicità del contegno tenuto da don Cozzi, per come concretatosi nella redazione dell’articolo (…)., sia dal punto di vista del mancato rispetto della verità oggettiva delle notizie offerte che dal punto di vista della rilevanza sociale di esse». Ed è soprattutto su questo ultimo punto che i giudici hanno constato «la sofferenza morale del dottor Cannizzasro».

Il risarcimento dovuto all’ex Dg del San Carlo si basa su determinati parametri: notorietà del diffamante, carica pubblica o ruolo istituzionale o professionale ricoperto dal diffamato, natura della condotta diffamatoria.

La Corte di Appello di Potenza ha ritenuto una diffamazione «di media gravità». In quanto il «dottor Cannizzaro era persona molto in vista, oltre che per l’attività imprenditoriale svolta con successo nell’ambito della sanità locale, vuoi soprattutto, per aver ricoperto ruoli di alta amministrazione, quale quello di Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza, fino a poco tempo prima rispetto alla pubblicazione di tale articolo». Viene quindi stabilita – conclude l’articolo – la condanna per don Cozzi «per il danno morale» nei confronti del dottor Cannizzaro per la somma di 30mila euro. 

Potenza: articolo diffamatorio nei confronti di Michele Cannizzaro, due persone condannate. Da ondanews.it il 27 Aprile 2022 

Arrivano due condanne dal Tribunale di Potenza per un articolo pubblicato su un quotidiano regionale lucano, per i giudici diffamatorio.

I destinatari delle condanne sono don Marcello Cozzi di Potenza, presidente dell’Associazione “Libera contro le Mafie”, e Paride Leporace, ex direttore di un quotidiano regionale.

La persona offesa è Michele Cannizzaro, manager navigato della sanità privata, che negli anni ha anche ricoperto il ruolo di direttore generale dell’ospedale “San Carlo” di Potenza, oltre che consigliere comunale del capoluogo lucano. Si tratta di un articolo dove si parlava della scomparsa e della morte di Elisa Claps, la giovane potentina il cui corpo venne ritrovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dopo la scomparsa datata 12 settembre 1993, e di alcune inchieste giudiziarie come quella denominata “Toghe Lucane” portata avanti da Luigi De Magistris quando era in servizio a Catanzaro. 

Il collegamento con Cannizzaro è legato al fatto che la moglie, Felicia Genovese, all’epoca lavorava al Tribunale di Potenza. Secondo Michele Cannizzaro, il tenore delle notizie riportate nell’articolo giornalistico avrebbero portato a una “grave mortificazione e disagio con una campagna di stampa diffamatoria, con danni morali di non poco conto”, tanto che lo stesso aveva chiesto ai giudici di avere un risarcimento danni di ben 600mila euro da don Marcello Cozzi.

La condanna per diffamazione invece obbliga don Cozzi e Leporace a versare 3mila euro a Cannizzaro a titolo del danno morale subito, oltre agli interessi legali e spese di giudizio. Per don Cozzi è stata aggiunta anche una pena pecuniaria di altri 3mila euro. Secondo i giudici, il referente di “Libera” ha oltrepassato il perimetro di legittimità del diritto di critica e cronaca con una ricostruzione dei fatti personale, senza dare atto del contenuto dei provvedimenti giudiziari che hanno preso posizione su quanto accaduto. Claudio Buono

Delitto Claps: le tappe della vicenda: Dalla scomparsa della ragazza alle motivazioni della Cassazione sulla condanna di Danilo Restivo

Redazione ANSA 10 settembre 2018

Queste le date più significative della vicenda relativa all'omicidio di Elisa Claps, conclusa con la condanna definitiva a 30 anni di reclusione per Danilo Restivo: 

12 settembre 1993: è domenica, intorno alle ore 12.45 si perdono le tracce della studentessa potentina di 16 anni.

10 settembre 1994: per false dichiarazioni viene arrestato Danilo Restivo, il ragazzo di 21 anni, che per ultimo ha incontrato la studentessa nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza.  

6 ottobre 1994: un vigile urbano di Policoro (Matera) dice che Elisa si trova in Albania, ma dopo pochi giorni sfuma la ''pista albanese''. 

7 marzo 1995: Restivo viene condannato per false dichiarazioni. 

11 maggio 1999: su un sito voluto dalla famiglia, arriva un falso messaggio scritto da Elisa, che raccontava di trovarsi in Sudamerica. Gli investigatori scoprono che l'ha scritto Restivo. 

12 novembre 2002: in Inghilterra, una sarta, Heather Barnett, viene uccisa e seviziata. Scotland Yard indaga per omicidio Restivo (vicino di casa della donna) che si è trasferito a Bournemouth. 

14 settembre 2009: gli agenti inglesi sono a Potenza per interrogare alcune persone coinvolte nel caso Claps. 

17 marzo 2010: nella chiesa della Santissima Trinità vengono trovati resti umani: sono di Elisa Claps. Ma il cadavere potrebbe essere stato scoperto già qualche tempo prima e il fatto taciuto. 

20 maggio 2010: Restivo è arrestato in Inghilterra e formalmente imputato per l'omicidio di Heather Barnett. 

26 maggio 2010: Giovanni Di Stefano, il legale di Omar Benguit, l'uomo condannato all'ergastolo in Gran Bretagna per l'omicidio della studentessa coreana 'Oki', chiede al Tribunale di Bournemouth l'incriminazione di Danilo Restivo anche per questo caso. 

27 maggio 2010: La magistratura di Salerno dispone l'arresto di Restivo, ritenendolo responsabile dell'uccisione di Elisa Claps.

8 novembre 2010: Restivo compare davanti alla Crown Court di Winchester e si dice ''non colpevole'' per l'omicidio Barnett. Il processo a suo carico viene fissato per il 4 maggio 2011. 

9 marzo 2011: dalla superperizia dei Ris emerge che sulla maglia di Elisa Claps e' stato trovato il dna di Restivo. 

13 aprile: arriva una nuova conferma dalla perizia dei Ris. Il dna trovato sulla maglia di Elisa Claps appartiene a Restivo ''al di là di ogni ragionevole dubbio''. 

18 aprile: a Salerno comincia l'incidente probatorio. Partecipa anche la madre di Elisa Claps, Filomena Iemma. 

11 maggio: prima udienza davanti alla Crown Court di Winchester per l'omicidio Barnett. Restivo è in aula. 

13 maggio: la Procura di Salerno chiude le indagini preliminari per l'omicidio Claps. L'unico indagato è Danilo Restivo.

3 giugno: la Procura di Salerno chiede il rinvio a giudizio per Danilo Restivo. L'accusa è di omicidio volontario pluriaggravato 29 giugno: il Gup Elisabetta Boccassini accoglie la richiesta di rito abbreviato per Danilo Restivo 

30 giugno: Danilo Restivo viene condannato all'ergastolo per l'assassinio di Heather Barnett il 12 novembre 2002 a Bournemouth nel Dorset. Lo decide il giudice inglese Michael Bowes. 

2 luglio: a 18 anni dalla sua scomparsa, a Potenza in piazza don Bosco si svolgono i funerali di Elisa. 

11 novembre 2011: Danilo Restivo e' condannato a 30 anni di reclusione al termine del processo a suo carico, con rito abbreviato. Poco dopo Restivo cambia difensori: al posto di Mario e Stefania Marinelli arrivano Alfredo Bargi e Marzia Scarpelli. 

11 marzo 2013: Restivo arriva in Italia, in regime di estradizione provvisoria dalla Gran Bretagna, per partecipare al processo d'appello. 

16 aprile: nel corso del processo di secondo grado, Restivo ribadisce la sua innocenza, porge le sue condoglianze alla famiglia Claps ed esprime il desiderio di ''poter portare dei fiori sulla tomba di Elisa''. La madre della vittima lascia l'aula. La Corte conferma la condanna a 30 anni di reclusione. 

23 ottobre 2014: Ultimo atto in Cassazione: la Suprema Corte esclude l'aggravante della crudeltà, ma conferma la pena di 30 anni di reclusione. La sentenza diventa così irrevocabile. 

12 febbraio 2015: La Cassazione deposita le motivazioni della sentenza irrevocabile nei confronti di Restivo. Scrivono i giudici: delitto di "straordinaria gravità" compiuto da una persona pienamente capace "di intendere e volere", come provano anche "la lucida strategia difensiva posta in essere" e "l'autocontrollo mostrato in giudizio".

Dalla scomparsa alla condanna di Restivo: tutte le tappe della vicenda Claps. Dubbi e certezze di una tragedia iniziata una domenica di oltre vent’anni fa. La Stampa il 23 Ottobre 2014

12 settembre 1993

In una domenica mattina, intorno alle ore 12.45, si perdono le tracce della studentessa potentina di 16 anni. Era uscita poco più di un’ora prima con l’amica Eliana De Cillis: quest’ultima dichiarerà poi di averla lasciata poco dopo, perché Elisa doveva incontrare, proprio nella chiesa della Santissima Trinità un ragazzo, Danilo Restivo. Il giovane raccontò agli investigatori (e ha sempre ripetuto) di aver parlato con la Claps per pochi minuti e di averla salutata intorno a mezzogiorno. La ragazza fu vista per l’ultima volta poco meno di un’ora dopo, da un suo coetaneo che abitava nel suo stesso edificio. Poi, svanì: tre quarti d’ora dopo le 13 Restivo si fece medicare nell’ospedale San Carlo di Potenza per una ferita ad una mano, che disse di essersi procurato cadendo.

22 dicembre 1993

Viene arrestato per false dichiarazioni un ragazzo albanese, Eris Gega, di 20 anni, che, secondo un testimone, era con Elisa intorno alle 13.45. Sarà scarcerato il 12 gennaio 1994.

10 settembre 1994

Sempre per false dichiarazioni, viene arrestato Danilo, il ragazzo di 21 anni, che per ultimo

ha incontrato la studentessa nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza.

6 ottobre 1994

Un vigile urbano di Policoro (Matera) dice che Elisa si trova in Albania, ma dopo pochi giorni sfuma la ’’pista albanese’’.

7 marzo 1995

Restivo viene condannato per false dichiarazioni.

11 maggio 1999

Su un sito voluto dalla famiglia, arriva un falso messaggio scritto da Elisa, che raccontava di trovarsi in Sudamerica. Gli investigatori scoprono che l’ha scritto Restivo.

12 novembre 2002

In Inghilterra, una sarta, Heather Barnett, viene uccisa e seviziata. Scotland Yard indaga per omicidio Restivo (vicino di casa della donna) che si è trasferito a Bournemouth. Il 30 giugno 2011 Danilo viene condannato all’ergastolo: secondo il giudice ha ucciso senza ombra di dubbio anche Elisa.

14 settembre 2009

Gli agenti inglesi sono a Potenza per interrogare alcune persone coinvolte nel caso Claps.

17 marzo 2010

Nella chiesa della Santissima Trinità, durante lavori di ristrutturazione per infiltrazioni d’acqua, vengono trovati resti umani, oltre a un orologio, alcuni vestiti e i resti di un paio di occhiali. Con molta probabilità sono di Elisa. I parenti la giudicano una messa in scena, ritenendo che fosse avvenuto in precedenza e tenuto nascosto dal parroco della chiesa, don Mimì Sabia, che non ha mai permesso ai genitori di «vedere l’interno della chiesa».

25 ottobre 2010

Dopo numerose perizie, gli esperti sostengono che i sassolini provenienti dal sottotetto e presenti nel solco del tacco della Claps dimostrano che Elisa arrivò viva, camminando, e che poi fu uccisa lì. Elisa sarebbe stata colpita con una forbice di medie dimensioni e da una lama tagliente; l’aggressore si accanì tagliando, probabilmente rivoltandone anche il corpo.

2 luglio 2011

Viene officiato il funerale di Elisa da don Marcello Cozzi (coordinatore della rete Libera) e da don Luigi Ciotti. Per la giornata viene proclamato il lutto cittadino.

8 novembre 2011

Presso il Tribunale di Salerno, ha inizio il processo a Danilo Restivo, con rito abbreviato. Dal momento che i reati più gravi a suo carico sono già tutti prescritti, su richiesta dei pm, i giudici lo condannano a 30 di reclusione, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e la libertà vigilata per tre anni a fine pena, oltre al versamento di € 700.000 alla famiglia Claps.

20 marzo 2013

Comincia il processo d’appello dopo l’estradizione temporanea di Restivo in Italia.

24 aprile 2013

La Corte di Appello di Salerno respinge la tesi della difesa e conferma la condanna a 30 anni di carcere. Gli avvocati: ricorso in Cassazione.

23 ottobre 2014

La Cassazione conferma i 30 anni di carcere per Danilo Restivo. Sparisce l’aggravante della crudeltà per mancanza di prova, ma la pena non cambia.

Omicidio di Elisa Claps. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

L'omicidio di Elisa Claps è un fatto di cronaca nera in cui fu vittima una studentessa, nata a Potenza il 21 gennaio 1977 e uccisa a sedici anni. Scomparve nella città natale il 12 settembre 1993, e se ne persero le tracce per oltre sedici anni fino a quando il cadavere della ragazza fu rinvenuto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza il 17 marzo 2010. Le indagini successive appurarono che la morte della giovane avvenne lo stesso giorno della sua scomparsa per mano di Danilo Restivo, che, nel periodo in cui la sorte di Elisa Claps era ancora sconosciuta, fu giudicato colpevole anche dell'uccisione, compiuta nel 2002 in territorio britannico, di una vicina di casa, Heather Barnett.

Storia

Elisa Claps, ultimogenita di tre figli nati da un commerciante e un'impiegata, era una studentessa al terzo anno del liceo classico di Potenza. La mattina di domenica 12 settembre 1993 Elisa uscì di casa per recarsi a una funzione religiosa nella vicina chiesa insieme ad un'amica, promettendo a Gildo, uno dei due fratelli maggiori, che sarebbe rientrata entro le ore 13 per raggiungere la famiglia nella casa di campagna dei Claps, a Tito, e pranzare tutti insieme.

Secondo le testimonianze, la giovane aveva in realtà concordato con l'amica in questione di recarsi presso la chiesa della Santissima Trinità, sita nel centro di Potenza, per incontrare un amico che doveva consegnarle un regalo per festeggiare la promozione agli esami di riparazione. Da quel momento di lei si persero le tracce.

Le indagini

L'inchiesta venne inizialmente assegnata alla Procura della Repubblica di Potenza e il caso affidato alla PM Felicia Genovese. Fu scoperto che la persona incontrata da Elisa era Danilo Restivo, ventunenne originario di Erice, Sicilia, trasferitosi da ragazzino a Potenza con la famiglia, dove il padre Maurizio aveva assunto l'incarico di direttore della Biblioteca nazionale potentina. Restivo risultò essere stato l'ultima persona ad aver visto la ragazza; la ricostruzione dei suoi spostamenti dopo l'incontro, che il giovane fece ascoltato dagli inquirenti, fece sorgere alcuni sospetti nei suoi confronti.

Alcune ore dopo la sparizione di Elisa infatti Restivo si presentò con gli abiti insanguinati al Pronto Soccorso dell'ospedale cittadino per farsi medicare un taglio alla mano, raccontando ai medici d'essersi ferito in seguito ad una caduta accidentale avvenuta nel cantiere vicino alla chiesa della Santissima Trinità, dove si stavano costruendo delle scale mobili. La ferita, tuttavia, sembrò essere stata provocata da una lama. I vestiti che il giovane indossava quella domenica apparvero vistosamente insanguinati, ma non vennero sequestrati immediatamente; Restivo si rese irreperibile per i due giorni successivi giustificandosi con la necessità di aver dovuto sostenere un esame universitario a Napoli. Una volta rintracciato dagli inquirenti Restivo affermò di aver parlato con Elisa per qualche minuto, chiedendole consiglio su come comportarsi con una comune amica della quale s'era innamorato e che, inoltre, Elisa gli avrebbe confidato che fosse spaventata a causa di un individuo che l'aveva importunata mentre stava entrando in chiesa; dopodiché, secondo il racconto di Restivo, la ragazza si sarebbe allontanata mentre lui s'era trattenuto a pregare.

Gli inquirenti scoprirono che Restivo aveva l'abitudine di importunare le ragazze delle quali si invaghiva, effettuando spesso telefonate mute nelle quali si sentiva la colonna sonora del film Profondo rosso o il brano Per Elisa di Beethoven. Un'altra abitudine di Restivo era quella di tagliare di nascosto ciocche di capelli a giovani donne con un paio di forbici, che portava sempre con sé. Alcune amiche di Elisa dichiararono che Restivo aveva tentato di corteggiarla senza successo e che era abitudine del giovane cercare di ottenere appuntamenti dalle ragazze da cui era attratto con la scusa di offrire piccoli doni, diventando poi aggressivo e violento nel momento in cui queste rifiutavano i suoi approcci.

Quando apprese che la giovane aveva avuto un appuntamento con Restivo, la madre di Elisa focalizzò la sua attenzione contro il ragazzo, dichiarando che, con ogni probabilità, Danilo aveva ucciso Elisa e ne aveva occultato il corpo. La donna perciò chiese ripetutamente agli inquirenti d'indagare a fondo su Restivo, ma senza esito.

Nel frattempo, nel 2002, il fratello di Elisa, Gildo, in accordo con tutta la famiglia, ebbe l'idea di creare la prima associazione dei familiari delle persone scomparse: l'Associazione Penelope.

Il ritrovamento del cadavere

Il 17 marzo 2010, diciassette anni dopo la sparizione, i resti di Elisa Claps vennero ritrovati occultati in fondo al sottotetto della chiesa potentina della Santissima Trinità (la stessa dove Elisa si era recata il giorno della scomparsa). Il cadavere venne scoperto per caso da alcuni operai durante lavori di ristrutturazione per infiltrazioni d'acqua; oltre ai resti umani, vennero trovati anche un orologio, gli occhiali, gli orecchini, i sandali e quel che resta dei vestiti della giovane. Il reggiseno appariva tagliato ed i jeans aperti, suggerendo che la ragazza avesse subito un'aggressione a sfondo sessuale prima di essere uccis.

Il ritrovamento venne giudicato dai familiari della vittima una messa in scena, ritenendo che fosse avvenuto in precedenza e che fosse stato tenuto nascosto dal parroco della chiesa, don Domenico "Mimì" Sabia; la madre di Elisa dichiarò di sospettare del religioso, poi deceduto nel 2008, perché non le avrebbe mai permesso di ispezionare i locali della chiesa mentre il fratello di Elisa chiese al vescovo di Potenza di «dire finalmente la verità su quanto accaduto».

Particolare scalpore derivò anche dal fatto che, appurata la circostanza del ritrovamento del cadavere da parte del viceparroco alcuni mesi prima della sua segnalazione, questi abbia affermato di aver taciuto il fatto poiché a detta dello stesso quel giorno l'Arcivescovo era impegnato e non riuscì a raggiungerlo telefonicamente, decidendo di riprovare il giorno dopo, cosa che non fece perché gli passò di mente. Maggiori dettagli su come si giunse alla scoperta del cadavere trapelarono solo in seguito, quando – a gennaio 2013 – si chiusero le indagini della magistratura sulle due donne delle pulizie che avevano avvertito il parroco della scoperta fatta nel sottotetto, e che rilasciarono dichiarazioni discordanti.

Il 19 maggio 2010 Danilo Restivo, nel frattempo trasferitosi in Inghilterra a Bournemouth, nel Dorset, venne fermato dalla polizia con l'accusa di omicidio volontario con riferimento al brutale assassinio del 2002 ai danni dell'allora sua vicina di casa, la sarta Heather Barnett. Da tempo era tenuto sotto controllo e pedinato dalla polizia locale, che lo aveva anche ripreso mentre in una zona boschiva – armato di uno stiletto – pedinava con atteggiamento sospetto donne inglesi.

Alla data del 28 maggio 2010 i risultati dell'autopsia sui resti del corpo di Elisa Claps erano ancora secretati ma gli inquirenti comunicarono che Elisa Claps era stata raggiunta da 13 colpi inferti da un'arma da taglio e a punta.

Il 29 giugno 2010 alcune foto contenute nella perizia medico legale filtrarono alla stampa. Il 6 luglio 2010 Vincenzo Pascali, direttore dell'Istituto di Medicina Legale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, riferì ai consulenti delle parti che dalle tracce di sperma trovate sul materasso posto vicino al cadavere erano stati estratti due profili genetici – diversi tra loro – e su uno strofinaccio sequestrato nei locali del centro culturale Newman (che ha sede nella canonica, sotto al sottotetto) si riuscì ad estrarre un terzo profilo genetico sovrapponibile ad uno di quelli individuati sul materasso. Pertanto, sarebbe stato possibile risalire a due individui di sesso maschile che utilizzarono tale materasso come alcova.

Il 12 settembre 2010, a Potenza, si tenne una manifestazione a ricordo di Elisa Claps da parte dell'associazione Libera, con centinaia di cittadini che scesero in piazza per chiedere giustizia. Il fratello Gildo dichiarò che nel 1996 nel sottotetto della chiesa della Trinità – per la durata di circa un anno – si tennero dei lavori durante i quali l'impresa appaltatrice "incernierò dei cassettoni proprio in corrispondenza del cadavere di mia sorella. Ridicolo pensare che nessuno abbia mai visto niente"; sostenne inoltre che nel 2008 qualcuno doveva aver rimosso del materiale che copriva il corpo. Pertanto chiese conto di ciò al vescovo ritenendo che doveva sapere qualcosa oppure che non fosse in grado di gestire i membri della sua Diocesi, concludendo con l'opinione: "Il ritrovamento è stato solo una messinscena".

In quella stessa occasione Don Marcello Cozzi, referente locale di Libera, invocò l'intervento dell'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiedere conto al Consiglio Superiore della Magistratura, da lui presieduto, dell'operato di Felicia Genovese, il PM che coordinò le indagini nel periodo potentino, in quanto sospettata di aver volontariamente insabbiato il caso. La stessa però venne successivamente prosciolta dall'accusa. Il caso era comunque stato trasferito alla Procura di Salerno. Si era inoltre più volte occupata del caso la trasmissione Rai Chi l'ha visto?, con uno specifico intervento sinottico di Marco Travaglio.

L'8 ottobre 2010 il GIP di Salerno, Attilio Franco Orio, in accoglimento della richiesta dei PM titolari dell'inchiesta che domandavano una seconda perizia sui resti di Elisa, Rosa Volpe e Luigi D'Alessio, fissò per il 18 ottobre un secondo incidente probatorio per il conferimento del quesito al CTU, il comandante del RIS di Parma, il tenente colonnello dei Carabinieri Giampietro Lago.

Il 25 ottobre 2010 vennero rese note alcune risultanze aggiuntive: i clasti (sassolini) provenienti dal sottotetto e presenti nel solco del tacco di Elisa Claps dimostravano che Elisa arrivò viva, camminando, nel luogo dove fu poi uccisa; la giovane successivamente sarebbe stata colpita con una forbice di medie dimensioni e da una lama tagliente; l'aggressore si accanì tagliando, probabilmente rivoltandone anche il corpo, per un tempo relativamente lungo dopo l'aggressione, con Elisa moribonda o già morta; il bottone rosso trovato vicino al suo cadavere potrebbe essere appartenuto con molta probabilità a un abito cardinalizio; i fori presenti nel tavolato posto sotto le tegole, in corrispondenza del luogo di ritrovamento del cadavere, risultavano praticati con un cacciavite spaccato, di piccole dimensioni, e fecero pensare a operazioni condotte senza metodo per creare frettolosamente una feritoia nel sottotetto allo scopo di far disperdere i miasmi. Fu condotta una perizia dattiloscopica sui dodici reperti prelevati nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità, per comparare le impronte digitali trovate sugli oggetti repertati con quelle di Danilo Restivo. Venne inoltre prelevato un campione di DNA rinvenuto sulla maglia indossata dalla vittima, che dalle analisi risultò appartenere a Restivo.

Il 9 marzo 2011 nel corso della puntata di Chi l'ha visto? l'avvocato della famiglia Claps precisò che sulla maglia erano state ritrovate tracce di sangue e di saliva appartenenti a Restivo. Il 2 luglio 2011 venne officiato il funerale di Elisa da don Marcello Cozzi e da don Luigi Ciotti. In occasione dell'evento venne proclamato il lutto cittadino. Su espresso desiderio dei familiari della ragazza, le esequie si tennero all'aperto.

Processi

Il processo in Inghilterra

Il 30 giugno 2011 Danilo Restivo venne condannato all'ergastolo dalla Crown Court (tribunale) di Winchester per l'assassinio di Heather Barnett, uccisa il 12 novembre 2002 a Charminster, un villaggio del Dorset nei pressi di Bournemouth.

Restivo infatti si era trasferito in quel villaggio, diventando vicino di casa di Heather. La donna venne trovata assassinata nella propria abitazione e le indagini portarono a ipotizzare il coinvolgimento dell'uomo, pista alimentata dal fatto che la dinamica dell'omicidio presentasse delle analogie con quelle che portarono alla morte di Elisa. A complicare ulteriormente la posizione di Restivo fu la scoperta di atteggiamenti sospetti da parte dell'uomo che collezionava ciocche di capelli di giovani donne, abitudine che praticava quando ancora viveva in Italia; alcuni campioni infatti vennero ritrovati nelle rispettive scene del crimine.

Nel pronunciare la sentenza - in cui si afferma che senza ombra di dubbio Restivo ha ucciso anche Elisa Claps - il giudice Michael Bowes ha inoltre detto a Restivo: "Lei non uscirà mai di prigione [...]. Lei è recidivo. È un assassino freddo, depravato e calcolatore [...] che ha ucciso Heather come ha fatto con Elisa [Claps, n.d.r.] [...]. Ha sistemato il corpo di Heather come fece con quello di Elisa. Le ha tagliato i capelli, proprio come Elisa [...]. Merita di stare in prigione per tutta la vita".

Danilo Restivo sta scontando la pena in Inghilterra con una condanna a 40 anni di carcere per l'omicidio di Heather Barnett, avvenuto successivamente al delitto Claps, quando l'imputato si era già trasferito nel Regno Unito.

Il primo processo in Italia

L'8 novembre 2011, presso il Tribunale di Salerno, ha inizio il processo di primo grado a Danilo Restivo, con rito abbreviato. Nel corso della prima udienza i PM, facendo notare che i reati concorrenti più gravi a carico di Restivo - che avrebbero potuto far scattare l'ergastolo - sono tutti prescritti, avanzano la richiesta di 30 anni di reclusione, ossia il massimo possibile, unitamente all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e tre anni di libertà vigilata al termine dell'espiazione della pena. L'11 novembre 2011 Restivo viene condannato a 30 anni di carcere, l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la libertà vigilata per tre anni a fine pena, oltre al versamento di 700000 € alla famiglia Claps a titolo di risarcimento.

Il processo di appello, iniziato a Salerno il 20 marzo 2013 e celebrato in presenza di Restivo (dall'11 marzo 2013 estradato temporaneamente in Italia), si conclude il 24 aprile 2013 con la conferma della condanna a trent'anni per Restivo, il quale sconterà la pena dell'ergastolo in Inghilterra. Il 23 ottobre 2014 la Corte di Cassazione conferma in via definitiva la condanna a 30 anni inflitta nei confronti di Restivo nei precedenti gradi di giudizio.

L'inchiesta-bis in Italia

Anche dopo la sentenza di condanna per Restivo a trent'anni, resta ancora aperta l'indagine della Procura di Salerno sulla scomparsa di Elisa Claps, sulle modalità del ritrovamento del cadavere e su eventuali complicità di cui avrebbe beneficiato Restivo. L'11 novembre 2011 l'avvocato della famiglia Claps, prima della lettura della sentenza, ha sottolineato come per l'omicidio di Elisa, Danilo Restivo non avrà l'ergastolo "per colpa della Chiesa che, in questi 18 anni, ha permesso che fossero prescritti i reati concorrenti" di violenza sessuale e occultamento di cadavere. Lo stesso GUP Boccassini in primo grado aveva scritto nella sua sentenza di "condotte di inquinamento probatorio imputabili a famigliari e terzi", di omissioni gravi.

Fu annunciato il processo per falsa testimonianza di due donne delle pulizie della Curia potentina, in quanto mentirono affermando di aver scoperto i resti di un cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità solo il 17 marzo 2010 mentre vi sono evidenze che inducono la Procura a ritenere che da mesi sapessero che là vi era un cadavere. Due giornalisti, Pierangelo Maurizio del TG5 e Fabio Amendolara della Gazzetta del Mezzogiorno, hanno scoperto che dell'omicidio si era occupato il Sisde, servizio segreto civile, e che sul caso c'era il segreto di Stato. Per queste scoperte, Amendolara è anche stato perquisito più volte su disposizione della magistratura di Salerno che era alla ricerca delle sue fonti.

Riapertura della chiesa della Santissima Trinità

Nel 2022 la famiglia Claps si oppone all'avvenuta riapertura al culto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, ritenendo che in tale edificio non siano state fatte tutte le indagini necessarie per giungere alla verità e che parte di essa rimanga sepolta in tale chiesa coperta da una cortina impenetrabile di omissioni e colpevoli silenzi.

L'omicidio di Elisa Claps nella cultura di massa

Documentari

Il delitto di Elisa Claps viene raccontato nel film documentario Libera nos a malo (2008), diretto da Fulvio Wetzl.

Podcast

Demoni Urbani: Per Elisa (2021), podcast di Francesco Migliaccio

Indagini: Potenza, 12 settembre 1993 (2022), podcast in due puntate a cura di Stefano Nazzi

Scena del crimine. Caso Claps, un giallo durato 17 anni: "Restivo poteva essere fermato prima". Francesca Bernasconi il 19 Settembre 2020 suIl Giornale.

Elisa Claps scomparve nel 1993. I suoi resti furono ritrovati dopo 17 anni nel sottotetto della chiesa dove fu vista per l'ultima volta. Per il suo omicidio, è stato condannato Danilo Restivo. Ma non tutti i nodi si sono sciolti

Aveva solo 16 anni quando scomparve. E la speranza che potesse essere ancora viva è rimasta flebilmente accesa per 17 anni, fino a quando i resti di Elisa Claps sono stati ritrovati nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità di Potenza. Per la sua morte è stato condannato Danilo Restivo, ma il caso attorno alla scomparsa e al ritrovamento del corpo di Elisa rimane ancora in parte avvolto nel mistero.

La scomparsa di Elisa Claps

Il 12 settembre del 1993 era una domenica. Elisa Claps, una studentessa di 16 anni, che frequentava il terzo anno del liceo classico di Potenza, era uscita di casa insieme a un'amica, ma entro le 13.00 avrebbe dovuto rientrare per raggiungere la famiglia per il pranzo in campagna. Alle 11.30 si era allontanata dall'amica, Eliana, sostenendo di dover incontrare nella chiesa della Santissima Trinità Danilo Restivo, un ragazzo di qualche anno più grande che le aveva dato un appuntamento la sera prima per consegnarle un regalo. Da quel momento, di Elisa si persero le tracce. Restivo dichiarò successivamente a Chi l'ha visto? di aver incontrato la sedicenne in chiesa, dove si era appena conclusa la messa, ma sostenne di aver visto la ragazza allontanarsi verso la porta principale. "Io- aveva detto-mi sono soffermato in chiesa a pregare". Quando Elisa Claps non si presentò al pranzo, i famigliari si allarmarono: la 16enne era scomparsa. Gli investigatori l'hanno cercato ovunque, tranne nell'ultimo posto dove era stata vista, la chiesa. E infatti, Elisa Claps, era proprio lì, come si scoprirà nel 2010, al ritrovamento dei resti. "È surreale", commenta a ilGiornale.it Fabio Sanvitale, giornalista investigativo ed esperto di cold cases, che insieme all'esperto della scena del crimine Armando Palemegiani ha scritto il libro Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittime. Ma perché gli inquirenti non perquisirono la chiesa? "Forse fu una forma di rispetto nei confronti del parroco- ipotizza Sanvitale - o l'incredulità in un possibile coinvolgimento della Chiesa". Il giorno della scomparsa, inoltre, il parroco era andato fuori città dopo le messe della mattina, per un viaggio già programmato e quando il fratello di Elisa, Gildo Claps, andò a cercarla in chiesa, la porta che conduce alla parte superiore era chiusa.

I sospetti su Danilo Restivo

Qualche ora dopo la scomparsa di Elisa, alle 13.45, Danilo Restivo si presentò al pronto soccorso dell'ospedale di Potenza per farsi medicare alla mano. Ai medici che gli chiesero spiegazioni, raccontò di essersi ferito cadendo da una scalinata, mentre si trovava, senza un motivo preciso, in uno dei cantieri delle scale mobili, all'epoca in costruzione. La versione del ragazzo, però, non convinse gli inquirenti, dato che "il lasso di tempo che rimane sguarnito di prova a causa delle sue false dichiarazioni corrisponde sinistramente a quello in cui si sono perse le tracce di Elisa Claps". Restivo, infatti, non era riuscito a spiegare i suoi spostamenti dalle 12.00 alle 13.30 di quel 12 settembre e rappresentava anche l'ultima persona ad aver visto la ragazza viva. Nonostante i sospetti, Restivo venne lasciato libero di andare a Napoli per un concorso, poi di lasciare Potenza e perfino l'Italia. Ai tempi della scomparsa di Elisa, il ragazzo era conosciuto per un gesto particolare, che spesso praticava ai danni di diverse ragazze: si appostava dietro di loro, solitamente mentre si trovavano a bordo dei bus, e tagliava delle ciocche di capelli.

Nel 1999 sembrarono riaccendersi le speranze di ritrovare Elisa: al sito dedicato alla ragazza dai familiari arrivò una mail, secondo cui la 16enne si trovava in Brasile, stava bene, ma non voleva rivedere la familia. In realtà, la mail risulterà spedita da Potenza e gli inquirenti sospetteranno proprio Danilo Restivo. Dieci anni dopo, nel 2009, l'informativa conclusiva della procura di Salerno indicò Danilo Restivo come unico accusato per l'omicidio preterintenzionale di Elisa Claps, in conseguenza a una pulsione sessuale.

I testimoni

Nel 1993, a scagionare Restivo, l'ultima persona ad aver visto viva la 16enne, intervennero involontariamente alcuni testimoni. Tre persone, infatti, dichiararono di aver visto Elisa viva, nel lasso di tempo in cui Danilo non aveva un alibi. Il primo dichiarò di averla vista alle 12.45, mentre usciva dalla porta laterale della chiesa, il secondo di averla vista passando in auto e il terzo di averla incrociata più tardi su una scalinata e di averla salutata. Per questo, gli inquirenti si convinsero che Elisa fosse uscita viva dopo l'incontro con Danilo: "Fu un inghippo imprevedibile - spiega Sanvitale - che avrebbe fatto fare confusione a chiunque. Si è trattato di testimoni che, in buona fede, si sono sbagliati. Anche per questo fu difficile venire a capo del caso". Si scoprì, poi, che le versioni dei testimoni erano traballanti e presentavano alcune incongruenze. Il primo, infatti, aveva visto Elisa uscire dalla chiesa con la coda dell'occhio, mentre camminava, segno che poteva facilmente essersi sbagliato. Il secondo descrisse il motorino di Eliana, che però quel giorno non era stato usato dalla ragazza, mentre il terzo dichiarò di aver salutato Elisa, senza aver ricevuto risposta. Quella ragazza, quindi, non era la Claps. Anche l'orario riferito dall'ultimo testimone non combaciava e lasciava aperti i dubbi: Gildo, infatti, all'ora dichiarata dall'uomo, era in fondo alla stessa scalinata e dichiarò di non averlo incontrato. Inoltre, in testimonianze successive, l'orario dell'avvistamento fu cambiato: "Probabilmete, il testimone aveva confuso un momento verificatosi precedentemente, collocandolo la mattina della scomparsa di Elisa", spiega Sanvitale, ricordando come spesso i testimoni oculari siano poco attendibili, perché in generale i ricordi sono molto labili e la memoria è "totalmente e continuamente fallace". "Queste testimonianze hanno fornito un'alibi a Restivo", mandando in confusione le indagini, perché gli inquirenti non hanno colto e approfondito i "campanelli d'allarme" che indicavano le incongruenze.

Il caso di omicidio in Inghilterra

Nel frattempo, Restivo si era stabilito in Inghilterra, a Bournemouth, cittadina a sud ovest di Londra. In quel periodo, proprio nella casa di fronte a quella dove l'uomo abitava con la moglie, era stato scoperto un omicidio: il 12 novembre del 2002, la sarta 48enne Heather Barnett era stata trovata morta in casa. Il corpo era stato mutilato e nelle mani era state trovate due ciocche di capelli non appartenenti alla vittima. Gli inquirenti si erano concentrati su Restivo, che sembrava fosse già stato a casa della donna, per commissionarle delle tende: dopo quell'incontro Heather non era più riuscita a trovare le chiavi di casa e aveva dovuto cambiare la serratura. Inoltre, la strana coincidenza delle ciocche di capelli tagliati aveva fatto fiutare alla polizia inglese una possibile pista relativa a Danilo Restivo. Per questo, dopo un viaggio in Italia effettuato per conoscere i dettagli del caso Claps, gli investigatori avevano chiesto se ad altre donne fossero state tagliate ciocche di capelli a Bournemouth: 5 risposero affermativamente, due delle quali riconobbero Restivo come l'autore dello strano gesto. Il 19 maggio 2010, l'uomo venne fermato dagli agenti inglesi e accusato di omicidio e, il 30 giugno del 2011, venne condannato all'ergastolo. "Lei non uscirà mai di prigione", disse il giorno della sentenza il giudice Michael Bowes, sostenendo che Restivo uccise "Heather come ha fatto con Elisa", riferendosi al caso Claps.

Il ritrovamento dei resti

Il 17 marzo del 2010, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, durante dei lavori di manutenzione, viene trovato un corpo. È la svolta del caso Claps. I resti, si scoprirà con l'esame del Dna, sono quelli di Elisa. Secondo il procuratore generale di Salerno, "Danilo Restivo uccise Elisa Claps il 12 settembre 1993 colpendola 12 volte al torace con un'arma da punta e taglio, dopo un approccio sessuale rifiutato dalla ragazza". Stando alla ricostruzione, dopo aver colpito Elisa, l'uomo ''l'ha trascinata in un angolo del sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, coprendo il cadavere con materiale di vario tipo, fra cui tegole e materiale di risulta''.

L'autopsia svolta sui resti ha rivelato che la 16enne venne uccisa "proprio la mattina del 12 settembre 1993, esattamente negli stessi luoghi in cui aveva incontrato Danilo Restivo. Il corpo è sempre rimasto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove poi è stato trovato''. Dopo l'omicidio, l'assassino ha tagliato alcune ciocche di capelli. Le conclusioni della perizia, rese note anche da Ansa, che pubblicò il documento risalente al 10 aprile 2010, parlano di "almeno 12 lesioni da punta e taglio", sferrate presumibilmente in due momenti diversi. La ricostruzione, infatti, ipotizza "due momenti lesivi": nel corso del primo, la vittima avrebbe voltato le spalle all'aggressore, che la avrebbe colpita posteriormente, mentre nel secondo momento, l'omicida avrebbe colpito la ragazza ripetutamente. Inoltre, il fatto che la ragazza sia stata trovata con i pantaloni abbassati e il reggiseno slacciato e rotto fa "supporre che l'aggressione mortale possa essere accorsa nel corso di atti sessuali". Alla luce delle nuove rivelazioni, il 22 maggio 2010, fu emesso un mandato di arresto europeo per Danilo Restivo, accusato dell'omicidio di Elisa Claps.

Tra i reperti presi in considerazione dopo i sopralluoghi nel sottotetto, c'era anche la maglietta che Elisa indossava. Lì, la prima perizia genetica aveva trovato tracce di sangue misto, da cui venne estratto il Dna: oltre a quello della 16enne, c'era anche quello di Restivo. "Dentro di me l'ho sempre saputo - aveva commentato la mamma della vittima, Filomena Iemma - Elisa me l'ha sempre fatto capire. Quando sono usciti i primi risultati del professor Pascali, avevo tanta rabbia. Elisa mi aveva detto che su quella maglia bianca c'era la firma dell'assassino. Avevo chiesto due grazie: la prima era quella di riavere indietro i resti di Elisa, la seconda era avere la prova che Danilo fosse l'assassino". Il 13 maggio 2011, la procura chiude le indagini preliminari, con Restivo come unico indagato, e il 2 luglio i familiari possono finalmente dare l'ultimo saluto a Elisa Claps.

Ma attorno al ritrovamento dei resti della 16enne il mistero non è ancora del tutto risolto. Come spiega Fabio Sanvitale, infatti, "Elisa fu trovata prima". Quando trovarono il corpo nel 2010, sopra i resti c'erano alcune tegole come copertura, mentre altre erano appoggiate al muro, segno che qualcuno le tolse prima. Inoltre, qualche anno dopo la scomparsa, vennero fatti dei lavori per sistemare il soffitto a cassettoni della chiesa: uno dei perni inseriti si trovava a pochi centimetri dal braccio di Elisa. Non solo. La parrocchia ospitava anche un centro di aggregazione giovanile: come racconta Sanvitale, nella soffitta in cui è stata ritrovata Elisa, c'era anche un materasso, con evidenti segni di rapporti sessuali. Nessuno, però, accennò mai alla presenza di un corpo in soffitta. L'unica persona che provò a fare qualcosa fu il responsabile di una ditta, incaricata di portare via vecchi oggetti: l'uomo chiamò la polizia, indicando la presenza di un corpo negli scantinati della chiesa. La polizia, a quel punto, andò a perquisirli, ma ovviamente non trovò nulla, perché Elisa non era negli scantinati. Si trattò, forse, di un tentativo di far ritrovare la ragazza, spingendo gli inquirenti sulla pista giusta, ma senza parlare chiaramente. "Elisa poteva essere trovata 17 ore dopo la scomparsa, se si fosse perquisita la chiesa - spiega Sanvitale- o pochi anni dopo, se qualcuno avesse parlato".

I processi in Italia

Il 3 giugno 2011, la procura chiese il rinvio a giudizio per Danilo Restivo: l'accusa è di omicidio volontario aggravato. L'8 novembre dello stesso anno iniziò il processo in primo grado, svolto con rito abbreviato. Dati i molti anni passati dalla scomparsa di Elisa Claps, diversi reati risultarono prescritti e la possibilità dell'ergastolo venne esclusa, facendo richiesta per i 30 anni di carcere. E l'11 novembre 2011, Restivo venne condannato in primo grado a 30 anni. Oltre al carcere, all'uomo venne imposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, 3 anni di libertà vigilata al termine della pena e il pagamento di 700mila euro come risarcimento.

Due anni dopo si svolse, a Salerno, il processo di secondo grado, che ebbe inizio il 20 marzo 2013. "Se veramente una sola volta, nella vita misera che ad oggi ha condotto, Danilo Restivo vorrà dire la verità e allora vale la pena sopportare l'ennesimo strazio di incontrarlo e di ascoltarlo", aveva dichiarato Gildo Claps, fratello di Elisa, il giorno prima dell'inizio del processo d'appello. L'11 marzo dello stesso anno, Restivo venne estradato temporaneamente in Italia (dall'Inghilterra, dove stava scontando la pena dell'ergastolo per l'omicidio di Heather Barnett) per poter essere presente al processo. Il 24 aprile 2013, il giudice d'appello condannò nuovamente l'uomo ai 30 anni di carcere, pena successivamente confermata anche dalla Corte di Cassazione, con sentenza del 23 ottobre 2014. Nel libro, Sanvitale e Palemegiani parlano di Restivo come di un serial killer, perché "bastano omicidi con determinate caratteristiche per identificare l'assassino come un serial killer".

I misteri ancora da risolvere

L'assassino di Elisa Claps, ora, è stato trovato e molti dubbi sul caso sono stati sciolti. Ma qualcosa ancora non torna. Per esempio non è ancora chiaro il ruolo della moglie di Restivo, con cui viveva in Inghilterra: quanto conosceva il marito? Sapeva qualcosa degli omicidi? Poi c'è la questione dei presunti ritrovamenti precedenti la data ufficiale del 2010, e in generale dell'omertà attorno al caso Claps. Infine, rimane nebuloso anche il ruolo della famiglia di Restivo: sapeva dell'omicidio di Elisa? Ha fatto qualcosa per coprire il ragazzo? Quando Elisa scomparve, infatti, Danilo tornò a casa coi vestiti sporchi di sangue, che vennero poi lavati. Inoltre, quel giorno, padre, figlio e madre, si chiusero in una stanza per 15 minuti a parlare: cosa si sono detti? Danilo ha confessato l'omicidio? Domande che restano aperte e che avvolgono ancora il caso Claps nel mistero.

Secondo Fabio Sanvitale, quello che colpisce di più di questo caso è che "Restivo poteva essere fermato prima, la donna inglese avrebbe potuto salvarsi. Si poteva lavorare di più, nonostante le difficoltà". Non solo: "Danilo poteva essere fermato prima della morte di Elisa dalla famiglia". Già in passato, infatti, Restivo aveva mostrato dei comportamenti preoccupanti, da telefonate anonime o a sfondo sessuale, al taglio delle ciocche di capelli delle ragazze, fino al ferimento di un compagno di classe. Come risposta di questi comportamenti, la famiglia reagì allontanando il figlio o controllando la quantità delle sue telefonate. "Quello che sconvolge maggiormente è che in tanti avrebbero potuto dire, ma in questo caso, l'omertà delle persone si è incastrata con la chiusura della famiglia".

Elisa Claps, la storia dell’omicidio e quei capelli strappati diventati la firma dell’assassino. Chiara Nava il 13/09/2022 su Notizie.it.

Il 12 settembre 1993 Danilo Restivo ha ucciso Elisa Claps. Un uomo sociopatico, con l'ossessione dei capelli, che strappava alle sue vittime.

Il 12 settembre 1993 Elisa Claps è stata uccisa da Danilo Restivo, che aveva una forte ossessione per i capelli, che strappava alle sue vittime.

Elisa Claps, uccisa da Danilo Restivo nel 1993

Il 12 settembre 1993 Danilo Restivo ha ucciso Elisa Claps e ha lasciato il suo corpo senza sepoltura per 17 anni nella soffitta della chiesa della Santissima Trinità a Potenza, dove è stato trovato il 17 marzo 2010 durante dei lavori di manutenzione.

Elisa Claps venne uccisa quando era al primo anno del liceo classico, a soli 15 anni. Aveva una vita abitudinaria, frequentava la chiesa e le sue amiche. Non usciva con i ragazzi, ma trovava sempre il buono nelle persone che incontrava. Per questo si è fidata di Danilo, compaesano di 21 anni, che la corteggiava da tempo. Il giovane era considerato un ragazzo problematico, ma non pericoloso. 

Dopo diversi appuntamenti declinati, l’11 settembre 1993 Danilo aveva chiesto di incontrare Elisa per darle un regalo.

La giovane è andata con l’amica Eliana verso la chiesa. Il 12 settembre tutta la famiglia Claps doveva pranzare fuori, in campagna. I genitori erano partiti presto, mentre Elisa e il fratello Gildo li avrebbero raggiunti per l’ora di pranzo. Elisa, però, non è mai uscita da quella chiesa. Danilo quel giorno è andato al pronto soccorso con gli abiti sporchi di sangue e una ferita alla mano e aveva detto di essersi ferito sulle scale mobili di un cantiere.

Nonostante fosse evidente che la ferita era dovuta ad un’arma da taglio, i suoi vestiti non sono mai stati sequestrati. Non si è mai realmente indagato a fondo su Danilo Restivo. 

La scena del crimine e l’autopsia 

Il corpo di Elisa è stato trovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. Indossava ancora i suoi abiti sgualciti, aveva i sandali ai piedi e l’orologio al polso.

Il suo tessuto epidermico mostrava segni di tumefazione, ma era ancora conservato grazie alla parziale mummificazione. Elisa Claps è stata uccisa con dodici colpi inferti con un’arma da punta e da taglio, come svelato dall’autopsia. Nove coltellate sono state inferte posteriormente e tre anteriormente. Inizialmente la ragazza sarebbe stata colpita alle spalle, con colpi al collo e alla parte alta del torace. Quando si è accasciata a terra, Restivo l’ha colpita ancora. Anche le mani della ragazza presentavano tagli. Probabilmente ha subito un tentativo di violenza sessuale. Ad inchiodare Danilo Restivo sarebbe stata una traccia di sangue sulla maglietta di Elisa.

L’ossessione per i capelli e la personalità del serial killer

Danilo Restivo ha portato via con sé un feticcio. Ha tagliato alcune ciocche dei capelli di Elisa, due ciocche intrise di sangue recise dopo la morte. Quella sua ossessione per i capelli è diventata la firma dell’assassino, un uomo sociopatico, disturbato e con turbe sadiche. Quei capelli per lui avevano un significato preciso, quello di placare il suo bisogno di rivivere l’eccitazione dell’azione omicidiaria. Come ogni serial killer, Restivo ha concentrato l’interesse sessuale solo su una parte della vittima. Terminata l’azione, l’assassino entra in una fase depressiva e deve cercare un’altra vittima. Restivo tagliava anche i capelli delle donne sull’autobus.

Il serial killer ha avuto una relazione virtuale con Fiamma Marsango, donna residente nel Regno Unito e più vecchia di lui di 15 anni. Ha deciso di sposarla e di trasferirsi. Il 12 novembre 2002, nella casa di fronte alla sua, è stata trovata morta Heather Barnett, sarta di 48 anni. Il suo corpo è stato mutilato e nelle sue mani c’erano alcune ciocche di capelli. Danilo Restivo era stato a casa della donna per commissionarle delle tende e dopo quell’incontro Heather non aveva più trovato le chiavi di casa. Restivo è stato fermato a maggio 2010 per omicidio e condannato all’ergastolo. 

I processi in Italia

L’8 novembre 2011 è iniziato anche in Italia il processo a carico di Danilo Restivo, con l’accusa di omicidio volontario aggravato. A causa della scelta del rito abbreviato e della prescrizione di alcuni reati, è stato condannato a 30 anni. Gli è stata imposta l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tre anni di libertà vigilata al termine della pena e il pagamento di 700 mila euro. Il processo di appello ha confermato la pena, che poi è stata confermata anche in Cassazione. Non è ancora chiaro come sia possibile che per 17 anni nessuno abbia scoperto il corpo i Elisa Claps in quella chiesa.

Caso Claps, la chiesa Trinità in cui fu ritrovato il suo corpo sarà riaperta al culto. La Repubblica il 19 Luglio 2022.  

La chiesa della Santissima Trinità di Potenza - nel cui sottotetto, il 17 marzo 2010, fu scoperto il cadavere di Elisa Claps, la studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, quando aveva 16 anni - diventerà un nuovo centro di spiritualità: lo hanno deciso l'arcivescovo di Potenza Muro Lucano e monsignor Salvatore Ligorio, nell'ambito di una "riorganizzazione funzionale per rispondere ad esigenze pastorali che riguardano la comunità diocesana ma anche singole parrocchie".

Un'oasi di speranza dopo la morte di Claps

La chiesa - nella quale da alcuni anni sono in corso lavori di ristrutturazione che hanno riguardato anche l'annessa canonica, che è stata abbattuta e sarà ricostruita - alla fine degli interventi edilizi diventerà un'"oasi di fede e di speranza nel cuore del centro storico, monito muto a favore di una gioventù che merita più cura e più attenzione da parte della Chiesa e della società". A tale proposito, monsignor Ligorio ha affidato all'attuale parroco della cattedrale, don Antonio Savone, anche la responsabilità della parrocchia della Trinità.

La famiglia: "Offesa alla memoria di Elisa"

La famiglia di Elisa si è sempre opposta alla riapertura della chiesa. "La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre; non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella Chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose": rispose lo scorso anno Gildo Claps, fratello di Elisa, dopo l'annuncio fatto dall'arcivescovo di Potenza sui lavori nella chiesa della Santissima Trinità e sulla sua futura riapertura al culto.

Don Antonio Savone, attualmente guida della cattedrale di San Gerardo, "fin da oggi - è scritto in una nota della diocesi - avrà anche la responsabilità della parrocchia della Trinità appena la chiesa sarà aperta a conclusione dei lavori in corso".  Al suo fianco opererà come co-parroco don Giovanni Caggianese. "La chiesa della Trinità - prosegue il comunicato -, con la recente storia alle sue spalle legata alla tragedia di Elisa Claps, avrà come specifico indirizzo pastorale quello di proporsi ai credenti, ai cercatori di Dio e ai cittadini tutti, come centro di spiritualità, di preghiera e di riflessione". Il corpo di Elisa fu ritrovato 17 anni dopo la sua scomparsa nel sottotetto della chiesa. Per il suo omicidio è stato condannato all'ergastolo Danilo Restivo.

Potenza, riapre la chiesa del caso Claps. Il fratello: "Offesa la memoria di Elisa". Anna Martino su La Repubblica il 16 marzo 2021. Nel 2010 nel sottotetto venne ritrovato il corpo della sedicenne uccisa. Il vescovo: "Speranza per la chiesa diocesana, per la città e per la mamma della cara Elisa con la quale ho avuto contatti assicurandole la mia vicinanza nella preghiera e informandola dell'evoluzione del progetto". La chiesa della Santissima Trinità sarà riaperta al culto. A darne notizia è il vescovo di Potenza, Salvatore Ligorio. Da alcuni giorni sono ripresi i lavori di restauro e consolidamento strutturale che si concluderanno, da previsioni, nella primavera del 2022. La spesa è di 2,4 milioni di euro, fondi in parte regionali e in parte della Conferenza Episcopale Italiana. "La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre; non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella Chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose": è la risposta, contenuta in una nota diffusa da Gildo Claps, fratello di Elisa, dopo l'annuncio fatto dall'arcivescovo di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio, sui lavori nella chiesa della Santissima Trinità e sulla sua futura riapertura al culto. Gildo Claps ha criticato, definendola "di pessimo gusto", la scelta, nella nota firmata dall'arcivescovo di Potenza, di fare riferimento ai contatti con la madre, Filomena Iemma. "Su quanto accaduto dopo il 12 settembre del 1993 - ha concluso Claps - e all'alba del ritrovamento il 17 marzo 2010 non si è mai raggiunta una verità giudiziaria né tantomeno una verità storica e su questo punto la Curia potentina, prima di parlare di riapertura al culto ha l'obbligo morale di fare chiarezza". Nel centro di Potenza, la chiesa è un simbolo della città per motivi diversi. Monumento dal valore storico-artistico e luogo di culto, da undici anni è anche il luogo in cui venne ritrovato il corpo di Elisa Claps, la sedicenne scomparsa il 12 settembre del 1993 e del cui omicidio fu successivamente accusato Danilo Restivo, condannato definitivamente a 30 anni di carcere nel 2014. Una delle storie più dolorose del capoluogo lucano, una ferita profonda ancora non rimarginata. Il corpo di Elisa venne ritrovato il 17 marzo 2010 da due addette alle pulizie nel sottotetto della chiesa durante dei lavori di ristrutturazione. Le donne vennero accusate di false dichiarazioni e nel 2015 condannate a otto mesi di reclusione. La pena venne poi sospesa e in appello, nel 2018, il reato andò in prescrizione. Ma i dubbi sul ritrovamento del corpo della ragazza persistono. Ogni anno, in occasione dell'anniversario del giorno della sua scomparsa, Libera Basilicata lancia un appello affinché vengano svelati "i volti e i nomi dei protagonisti di quel giorno che ha cambiato la storia di Potenza", ha detto don Marcello Cozzi in uno dei suoi ultimi interventi. La riapertura al culto divide la città, fra favorevoli e contrari. Ligorio, nel sottolineare che la ripresa dei lavori nella chiesa della Santissima Trinità "è frutto del parere concorde dei vescovi lucani, che hanno sostenuto con convinzione la scelta di dare la precedenza a questo intervento", precisa anche di aver parlato del progetto con i familiari di Elisa: "Non mi sfugge la circostanza che questa nota viene inviata agli organi di informazione alla vigilia dell'undicesimo anniversario, il 17 marzo 2010, del ritrovamento del cadavere di Elisa Claps, che era scomparsa il 12 settembre 1993 - scrive il  vescovo -. Si tratta di una coincidenza non voluta ma che tuttavia assume un certo significato, in particolare di speranza per la chiesa diocesana, per la città e per la mamma della cara Elisa con la quale ho avuto contatti assicurandole la mia vicinanza nella preghiera e informandola dell'evoluzione del progetto". Per la sconsacrazione della chiesa l'associazione e centro antiviolenza Telefono Donna anni fa ha avviato anche una petizione che ha raccolto un migliaio di firme.

Potenza, la chiesa della Trinità verrà riaperta. L'annuncio alla vigilia dell'anniversario del ritrovamento di Elisa Claps. Il vescovo Ligorio: "Si tratta di una coincidenza non voluta ma con un certo significato, di speranza". Gildo Claps, fratello di Elisa: "Non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne". Il Quotidiano del Sud il 16 marzo 2021. Il vescovo di Potenza, Salvatore Ligorio, ha annunciato questa mattina che la chiesa della Trinità, nella quale sono iniziati i lavori nei giorni scorsi, verrà riaperta al culto nella primavera del 2022, quando si concluderanno i lavori di restauro e consolidamento strutturale. “Non mi sfugge la circostanza – dice il vescovo – che questa nota viene inviata agli organi di informazione alla vigilia dell’undicesimo anniversario (il 17 marzo 2010) del ritrovamento del cadavere di Elisa Claps, che era scomparsa il 12 settembre 1993. Si tratta di una coincidenza non voluta ma che tuttavia assume un certo significato, in particolare di speranza per la Chiesa diocesana, per la città e per la mamma della cara Elisa con la quale ho avuto contatti assicurandole la mia vicinanza nella preghiera e informandola dell’evoluzione del progetto”.

Una notizia accolta con indignazione dalla famiglia. “La posizione della famiglia Claps – ha spiegato Gildo – rimane la stessa di sempre; Non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella Chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose. Ritengo una scelta di pessimo gusto riportare la telefonata tra il vescovo Ligorio e mia madre, in cui si lascia intendere che la famiglia abbia espresso piena condivisone nella scelta di riaprire la Chiesa al culto al termine dei lavori stessi. Senza entrare nel merito del fatto che mamma ritenesse la telefonata di natura privata – conclude Gildo – mi vedo costretto a chiarire che il contenuto del colloquio ha riguardato semplicemente la notizia della necessità di intervenire nella ristrutturazione della Chiesa, nessun riferimento è stato fatto rispetto a quale sarà la destinazione futura una volta completati i lavori”.

Caso Elisa Claps: dopo i lavori chiesa Trinità riaprirà al culto. Fratello: «Un'offesa alla memoria». Il vescovo del capoluogo lucano: «Ho parlato con la madre di Elisa». La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Marzo 2021. Nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza - nel cui sottotetto il 17 marzo 2010 fu trovato il cadavere di Elisa Claps, scomparsa a 16 anni nel 1993 - sono cominciati lavori di restauro e consolidamento strutturale che dureranno fino alla primavera 2022. Successivamente, la chiesa, che è chiusa da undici anni, sarà riaperta al culto. Lo ha annunciato l’arcivescovo di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio. Per l’omicidio di Claps, avvenuto lo stesso giorno della scomparsa, è stato condannato in via definitiva a 30 anni di reclusione Danilo Restivo, attualmente detenuto in Inghilterra per l’assassinio di un’altra donna, Heather Barnett, compiuto quando l’uomo, originario del Potentino, aveva lasciato l’Italia e si era trasferito Oltremanica. I lavori nella chiesa costeranno circa 2,4 milioni di euro: "I fondi - ha precisato monsignor Ligorio - sono di origine regionale e della Conferenza Episcopale Italiana». Una volta riaperta al culto, la chiesa parrocchiale della Trinità si inserirà «nel quadro della riorganizzazione pastorale prevista per il centro storico di Potenza», ha spiegato. «Ho avuto contatti con la mamma della cara Elisa Claps, assicurandole la mia vicinanza nella preghiera": lo ha reso noto l’arcivescovo di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio, parlando dell’inizio dei lavori di restauro e consolidamento della chiesa della Santissima Trinità del capoluogo lucano dove - il 17 marzo 2010 - fu trovato il cadavere della studentessa sedicenne. Nei colloqui con Filomena Iemma - la madre di Elisa, scomparsa il 12 settembre 1993 - monsignor Ligorio l’ha informata dell’inizio dei lavori.

FRATELLO DI ELISA: UN'OFFESA ALLA SUA MEMORIA - «La posizione della famiglia Claps rimane la stessa di sempre; non è ammissibile, con un colpo di spugna, cancellare 17 anni di omissioni e di menzogne offendendo la memoria di Elisa e la sensibilità di quanti non vorrebbero mai che in quella Chiesa si tornassero a celebrare funzioni religiose": è la risposta, contenuta in una nota diffusa da Gildo Claps, fratello di Elisa, dopo l’annuncio fatto dall’arcivescovo di Potenza, monsignor Salvatore Ligorio, sui lavori nella chiesa della Santissima Trinità e sulla sua futura riapertura al culto.  Gildo Claps ha criticato, definendola «di pessimo gusto», la scelta, nella nota firmata dall’arcivescovo di Potenza, di fare riferimento ai contatti con la madre, Filomena Iemma. «Su quanto accaduto dopo il 12 settembre del 1993 - ha concluso Claps - e all’alba del ritrovamento il 17 marzo 2010 non si è mai raggiunta una verità giudiziaria né tantomeno una verità storica e su questo punto la Curia potentina, prima di parlare di riapertura al culto ha l’obbligo morale di fare chiarezza».

Caso Claps, un giallo durato 17 anni: "Restivo poteva essere fermato prima". Elisa Claps scomparve nel 1993. I suoi resti furono ritrovati dopo 17 anni nel sottotetto della chiesa dove fu vista per l'ultima volta. Per il suo omicidio, è stato condannato Danilo Restivo. Ma non tutti i nodi si sono sciolti. Francesca Bernasconi, Sabato 19/09/2020 su Il Giornale. Aveva solo 16 anni quando scomparve. E la speranza che potesse essere ancora viva è rimasta flebilmente accesa per 17 anni, fino a quando i resti di Elisa Claps sono stati ritrovati nel sottotetto della chiesa Santissima Trinità di Potenza. Per la sua morte è stato condannato Danilo Restivo, ma il caso attorno alla scomparsa e al ritrovamento del corpo di Elisa rimane ancora in parte avvolto nel mistero.

La scomparsa di Elisa Claps. Il 12 settembre del 1993 era una domenica. Elisa Claps, una studentessa di 16 anni, che frequentava il terzo anno del liceo classico di Potenza, era uscita di casa insieme a un'amica, ma entro le 13.00 avrebbe dovuto rientrare per raggiungere la famiglia per il pranzo in campagna. Alle 11.30 si era allontanata dall'amica, Eliana, sostenendo di dover incontrare nella chiesa della Santissima Trinità Danilo Restivo, un ragazzo di qualche anno più grande che le aveva dato un appuntamento la sera prima per consegnarle un regalo. Da quel momento, di Elisa si persero le tracce. Restivo dichiarò successivamente a Chi l'ha visto? di aver incontrato la sedicenne in chiesa, dove si era appena conclusa la messa, ma sostenne di aver visto la ragazza allontanarsi verso la porta principale. "Io- aveva detto-mi sono soffermato in chiesa a pregare". Quando Elisa Claps non si presentò al pranzo, i famigliari si allarmarono: la 16enne era scomparsa. Gli investigatori l'hanno cercato ovunque, tranne nell'ultimo posto dove era stata vista, la chiesa. E infatti, Elisa Claps, era proprio lì, come si scoprirà nel 2010, al ritrovamento dei resti. "È surreale", commenta a ilGiornale.it Fabio Sanvitale, giornalista investigativo ed esperto di cold cases, che insieme all'esperto della scena del crimine Armando Palemegiani ha scritto il libro Il caso Elisa Claps. Storia di un serial killer e delle sue vittime. Ma perché gli inquirenti non perquisirono la chiesa? "Forse fu una forma di rispetto nei confronti del parroco- ipotizza Sanvitale - o l'incredulità in un possibile coinvolgimento della Chiesa". Il giorno della scomparsa, inoltre, il parroco era andato fuori città dopo le messe della mattina, per un viaggio già programmato e quando il fratello di Elisa, Gildo Claps, andò a cercarla in chiesa, la porta che conduce alla parte superiore era chiusa.

I sospetti su Danilo Restivo. Qualche ora dopo la scomparsa di Elisa, alle 13.45, Danilo Restivo si presentò al pronto soccorso dell'ospedale di Potenza per farsi medicare alla mano. Ai medici che gli chiesero spiegazioni, raccontò di essersi ferito cadendo da una scalinata, mentre si trovava, senza un motivo preciso, in uno dei cantieri delle scale mobili, all'epoca in costruzione. La versione del ragazzo, però, non convinse gli inquirenti, dato che "il lasso di tempo che rimane sguarnito di prova a causa delle sue false dichiarazioni corrisponde sinistramente a quello in cui si sono perse le tracce di Elisa Claps". Restivo, infatti, non era riuscito a spiegare i suoi spostamenti dalle 12.00 alle 13.30 di quel 12 settembre e rappresentava anche l'ultima persona ad aver visto la ragazza viva. Nonostante i sospetti, Restivo venne lasciato libero di andare a Napoli per un concorso, poi di lasciare Potenza e perfino l'Italia. Ai tempi della scomparsa di Elisa, il ragazzo era conosciuto per un gesto particolare, che spesso praticava ai danni di diverse ragazze: si appostava dietro di loro, solitamente mentre si trovavano a bordo dei bus, e tagliava delle ciocche di capelli. Nel 1999 sembrarono riaccendersi le speranze di ritrovare Elisa: al sito dedicato alla ragazza dai familiari arrivò una mail, secondo cui la 16enne si trovava in Brasile, stava bene, ma non voleva rivedere la familia. In realtà, la mail risulterà spedita da Potenza e gli inquirenti sospetteranno proprio Danilo Restivo. Dieci anni dopo, nel 2009, l'informativa conclusiva della procura di Salerno indicò Danilo Restivo come unico accusato per l'omicidio preterintenzionale di Elisa Claps, in conseguenza a una pulsione sessuale.

I testimoni. Nel 1993, a scagionare Restivo, l'ultima persona ad aver visto viva la 16enne, intervennero involontariamente alcuni testimoni. Tre persone, infatti, dichiararono di aver visto Elisa viva, nel lasso di tempo in cui Danilo non aveva un alibi. Il primo dichiarò di averla vista alle 12.45, mentre usciva dalla porta laterale della chiesa, il secondo di averla vista passando in auto e il terzo di averla incrociata più tardi su una scalinata e di averla salutata. Per questo, gli inquirenti si convinsero che Elisa fosse uscita viva dopo l'incontro con Danilo: "Fu un inghippo imprevedibile - spiega Sanvitale - che avrebbe fatto fare confusione a chiunque. Si è trattato di testimoni che, in buona fede, si sono sbagliati. Anche per questo fu difficile venire a capo del caso". Si scoprì, poi, che le versioni dei testimoni erano traballanti e presentavano alcune incongruenze. Il primo, infatti, aveva visto Elisa uscire dalla chiesa con la coda dell'occhio, mentre camminava, segno che poteva facilmente essersi sbagliato. Il secondo descrisse il motorino di Eliana, che però quel giorno non era stato usato dalla ragazza, mentre il terzo dichiarò di aver salutato Elisa, senza aver ricevuto risposta. Quella ragazza, quindi, non era la Claps. Anche l'orario riferito dall'ultimo testimone non combaciava e lasciava aperti i dubbi: Gildo, infatti, all'ora dichiarata dall'uomo, era in fondo alla stessa scalinata e dichiarò di non averlo incontrato. Inoltre, in testimonianze successive, l'orario dell'avvistamento fu cambiato: "Probabilmente, il testimone aveva confuso un momento verificatosi precedentemente, collocandolo la mattina della scomparsa di Elisa", spiega Sanvitale, ricordando come spesso i testimoni oculari siano poco attendibili, perché in generale i ricordi sono molto labili e la memoria è "totalmente e continuamente fallace". "Queste testimonianze hanno fornito un alibi a Restivo", mandando in confusione le indagini, perché gli inquirenti non hanno colto e approfondito i "campanelli d'allarme" che indicavano le incongruenze.

Il caso di omicidio in Inghilterra. Nel frattempo, Restivo si era stabilito in Inghilterra, a Bournemouth, cittadina a sud ovest di Londra. In quel periodo, proprio nella casa di fronte a quella dove l'uomo abitava con la moglie, era stato scoperto un omicidio: il 12 novembre del 2002, la sarta 48enne Heather Barnett era stata trovata morta in casa. Il corpo era stato mutilato e nelle mani era state trovate due ciocche di capelli non appartenenti alla vittima. Gli inquirenti si erano concentrati su Restivo, che sembrava fosse già stato a casa della donna, per commissionarle delle tende: dopo quell'incontro Heather non era più riuscita a trovare le chiavi di casa e aveva dovuto cambiare la serratura. Inoltre, la strana coincidenza delle ciocche di capelli tagliati aveva fatto fiutare alla polizia inglese una possibile pista relativa a Danilo Restivo. Per questo, dopo un viaggio in Italia effettuato per conoscere i dettagli del caso Claps, gli investigatori avevano chiesto se ad altre donne fossero state tagliate ciocche di capelli a Bournemouth: 5 risposero affermativamente, due delle quali riconobbero Restivo come l'autore dello strano gesto. Il 19 maggio 2010, l'uomo venne fermato dagli agenti inglesi e accusato di omicidio e, il 30 giugno del 2011, venne condannato all'ergastolo. "Lei non uscirà mai di prigione", disse il giorno della sentenza il giudice Michael Bowes, sostenendo che Restivo uccise "Heather come ha fatto con Elisa", riferendosi al caso Claps.

Il ritrovamento dei resti. Il 17 marzo del 2010, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, durante dei lavori di manutenzione, viene trovato un corpo. È la svolta del caso Claps. I resti, si scoprirà con l'esame del Dna, sono quelli di Elisa. Secondo il procuratore generale di Salerno, "Danilo Restivo uccise Elisa Claps il 12 settembre 1993 colpendola 12 volte al torace con un'arma da punta e taglio, dopo un approccio sessuale rifiutato dalla ragazza". Stando alla ricostruzione, dopo aver colpito Elisa, l'uomo ''l'ha trascinata in un angolo del sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, coprendo il cadavere con materiale di vario tipo, fra cui tegole e materiale di risulta''.

L'autopsia svolta sui resti ha rivelato che la 16enne venne uccisa "proprio la mattina del 12 settembre 1993, esattamente negli stessi luoghi in cui aveva incontrato Danilo Restivo. Il corpo è sempre rimasto nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove poi è stato trovato''. Dopo l'omicidio, l'assassino ha tagliato alcune ciocche di capelli. Le conclusioni della perizia, rese note anche da Ansa, che pubblicò il documento risalente al 10 aprile 2010, parlano di "almeno 12 lesioni da punta e taglio", sferrate presumibilmente in due momenti diversi. La ricostruzione, infatti, ipotizza "due momenti lesivi": nel corso del primo, la vittima avrebbe voltato le spalle all'aggressore, che la avrebbe colpita posteriormente, mentre nel secondo momento, l'omicida avrebbe colpito la ragazza ripetutamente. Inoltre, il fatto che la ragazza sia stata trovata con i pantaloni abbassati e il reggiseno slacciato e rotto fa "supporre che l'aggressione mortale possa essere accorsa nel corso di atti sessuali". Alla luce delle nuove rivelazioni, il 22 maggio 2010, fu emesso un mandato di arresto europeo per Danilo Restivo, accusato dell'omicidio di Elisa Claps. Tra i reperti presi in considerazione dopo i sopralluoghi nel sottotetto, c'era anche la maglietta che Elisa indossava. Lì, la prima perizia genetica aveva trovato tracce di sangue misto, da cui venne estratto il Dna: oltre a quello della 16enne, c'era anche quello di Restivo. "Dentro di me l'ho sempre saputo - aveva commentato la mamma della vittima, Filomena Iemma - Elisa me l'ha sempre fatto capire. Quando sono usciti i primi risultati del professor Pascali, avevo tanta rabbia. Elisa mi aveva detto che su quella maglia bianca c'era la firma dell'assassino. Avevo chiesto due grazie: la prima era quella di riavere indietro i resti di Elisa, la seconda era avere la prova che Danilo fosse l'assassino". Il 13 maggio 2011, la procura chiude le indagini preliminari, con Restivo come unico indagato, e il 2 luglio i familiari possono finalmente dare l'ultimo saluto a Elisa Claps. Ma attorno al ritrovamento dei resti della 16enne il mistero non è ancora del tutto risolto. Come spiega Fabio Sanvitale, infatti, "Elisa fu trovata prima". Quando trovarono il corpo nel 2010, sopra i resti c'erano alcune tegole come copertura, mentre altre erano appoggiate al muro, segno che qualcuno le tolse prima. Inoltre, qualche anno dopo la scomparsa, vennero fatti dei lavori per sistemare il soffitto a cassettoni della chiesa: uno dei perni inseriti si trovava a pochi centimetri dal braccio di Elisa. Non solo. La parrocchia ospitava anche un centro di aggregazione giovanile: come racconta Sanvitale, nella soffitta in cui è stata ritrovata Elisa, c'era anche un materasso, con evidenti segni di rapporti sessuali. Nessuno, però, accennò mai alla presenza di un corpo in soffitta. L'unica persona che provò a fare qualcosa fu il responsabile di una ditta, incaricata di portare via vecchi oggetti: l'uomo chiamò la polizia, indicando la presenza di un corpo negli scantinati della chiesa. La polizia, a quel punto, andò a perquisirli, ma ovviamente non trovò nulla, perché Elisa non era negli scantinati. Si trattò, forse, di un tentativo di far ritrovare la ragazza, spingendo gli inquirenti sulla pista giusta, ma senza parlare chiaramente. "Elisa poteva essere trovata 17 ore dopo la scomparsa, se si fosse perquisita la chiesa - spiega Sanvitale- o pochi anni dopo, se qualcuno avesse parlato".

I processi in Italia. Il 3 giugno 2011, la procura chiese il rinvio a giudizio per Danilo Restivo: l'accusa è di omicidio volontario aggravato. L'8 novembre dello stesso anno iniziò il processo in primo grado, svolto con rito abbreviato. Dati i molti anni passati dalla scomparsa di Elisa Claps, diversi reati risultarono prescritti e la possibilità dell'ergastolo venne esclusa, facendo richiesta per i 30 anni di carcere. E l'11 novembre 2011, Restivo venne condannato in primo grado a 30 anni. Oltre al carcere, all'uomo venne imposta l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, 3 anni di libertà vigilata al termine della pena e il pagamento di 700mila euro come risarcimento. Due anni dopo si svolse, a Salerno, il processo di secondo grado, che ebbe inizio il 20 marzo 2013. "Se veramente una sola volta, nella vita misera che ad oggi ha condotto, Danilo Restivo vorrà dire la verità e allora vale la pena sopportare l'ennesimo strazio di incontrarlo e di ascoltarlo", aveva dichiarato Gildo Claps, fratello di Elisa, il giorno prima dell'inizio del processo d'appello. L'11 marzo dello stesso anno, Restivo venne estradato temporaneamente in Italia (dall'Inghilterra, dove stava scontando la pena dell'ergastolo per l'omicidio di Heather Barnett) per poter essere presente al processo. Il 24 aprile 2013, il giudice d'appello condannò nuovamente l'uomo ai 30 anni di carcere, pena successivamente confermata anche dalla Corte di Cassazione, con sentenza del 23 ottobre 2014. Nel libro, Sanvitale e Palemegiani parlano di Restivo come di un serial killer, perché "bastano omicidi con determinate caratteristiche per identificare l'assassino come un serial killer".

I misteri ancora da risolvere. L'assassino di Elisa Claps, ora, è stato trovato e molti dubbi sul caso sono stati sciolti. Ma qualcosa ancora non torna. Per esempio non è ancora chiaro il ruolo della moglie di Restivo, con cui viveva in Inghilterra: quanto conosceva il marito? Sapeva qualcosa degli omicidi? Poi c'è la questione dei presunti ritrovamenti precedenti la data ufficiale del 2010, e in generale dell'omertà attorno al caso Claps. Infine, rimane nebuloso anche il ruolo della famiglia di Restivo: sapeva dell'omicidio di Elisa? Ha fatto qualcosa per coprire il ragazzo? Quando Elisa scomparve, infatti, Danilo tornò a casa coi vestiti sporchi di sangue, che vennero poi lavati. Inoltre, quel giorno, padre, figlio e madre, si chiusero in una stanza per 15 minuti a parlare: cosa si sono detti? Danilo ha confessato l'omicidio? Domande che restano aperte e che avvolgono ancora il caso Claps nel mistero. Secondo Fabio Sanvitale, quello che colpisce di più di questo caso è che "Restivo poteva essere fermato prima, la donna inglese avrebbe potuto salvarsi. Si poteva lavorare di più, nonostante le difficoltà". Non solo: "Danilo poteva essere fermato prima della morte di Elisa dalla famiglia". Già in passato, infatti, Restivo aveva mostrato dei comportamenti preoccupanti, da telefonate anonime o a sfondo sessuale, al taglio delle ciocche di capelli delle ragazze, fino al ferimento di un compagno di classe. Come risposta di questi comportamenti, la famiglia reagì allontanando il figlio o controllando la quantità delle sue telefonate. "Quello che sconvolge maggiormente è che in tanti avrebbero potuto dire, ma in questo caso, l'omertà delle persone si è incastrata con la chiusura della famiglia".

Lo strano suicidio di un commissario di Polizia: Anna Esposito come Denis Bergamini? Carla Santoro su L'Ora Legale il 9 maggio 2017. Morte di un commissario forse troppo scomodo: una sola frase dai toni forti per introdurre la vicenda di Anna Esposito e della sulla assurda morte, che a tutt’oggi rimane ancora un mistero fitto, nonostante la relativa inchiesta sia stata archiviata per ben due volte. Era il 12 marzo 2001, verso le ore 09:20, quando alcuni agenti della Polizia di Potenza, “insospettiti” per l’assenza di soli 15 minuti della collega, il commissario Anna Esposito, 1°dirigente della Digos locale, decidono di recarsi presso il suo appartamento nella caserma“.

La trovano supina con il collo stretto dentro una cintura di cuoio annodata a sua volta intorno alla maniglia della porta del bagno.

La prima autopsia colloca la morte della donna alle 23 della sera prima.

Il nodo posizionato anteriormente sul lato destro fa apparire sin da subito il suicidio come anomalo; se si fosse trattato di un impiccamento “ordinario” il nodo sarebbe stato posizionato posteriormente.

Inoltre il corpo non risultava totalmente sospeso, ma in una posizione semi-seduta, con le gambe appoggiate al pavimento.

I poliziotti, nel tentativo di rianimarla, la liberano dal cappio. Ma coloro che dovrebbero essere addestrati per lavoro a determinate procedure, fanno tutto a mani nude compromettendo così la scena del delitto.

L’incongruenza più evidente è costituita dalla cintura larga  più di 4 cm. Come è riuscita ad entrare, addirittura annodata, entro lo spazio tra la porta e la maniglia? Il magistrato poi viene chiamato con notevole ritardo, oltre 40 minuti dopo; allo stesso un poliziotto dichiarerà di aver slacciato la cinghia perché travolto dall’agitazione e dall’intento di rianimarla, per poi contraddirsi nel verbale in cui afferma che il corpo era già visibilmente in “rigor mortis”...Nonostante il ritrovamento avvenuto alle 10 di mattina, l’Ansa aveva lanciato la relativa agenzia solo nel tardo pomeriggio e con un titolo già ben preciso, ancor prima che fosse stato effettuato l’esame autoptico: “SUICIDA DIRIGENTE DIGOS QUESTURA DI POTENZA”. La famiglia non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio e a tutt’oggi sta conducendo un’estenuante battaglia per scoprire la verità; Anna era una donna forte, sicura di sé, innamoratissima delle figlie, ma anche del suo lavoro, un mestiere che aveva nel sangue: dopo una brillante carriera di studi era riuscita ad ottenere promozioni fino ad arrivare al ruolo di Dirigente appena compiuti i trent’anni……insomma non aveva alcun motivo per compiere un simile gesto. Proprio quel tragico giorno, Anna lo aveva trascorso con la sua famiglia a Cava de’ Tirreni, nel salernitano; aveva pranzato a casa della madre. Aveva  fatto i piatti e pulito la cucina, era allegra come sempre, ricorda la madre; dopo pranzo ha sistemato le sue due bambine per una passeggiata in centro; voleva prendere un gelato ed andare al cinema a vedere un film, che non aveva più visto per l’incontro con alcuni cugini, con i quali si era fermata a chiacchierare. Prima di sera, alle 18,40, Anna si mette in viaggio per Potenza; la madre aggiunge inoltre di aver ricevuto in serata una sua telefonata che le comunicava di essere arrivata rassicurandola che il viaggio fosse andato bene. In merito a tale telefonata la signora Olimpia ha sempre dichiarato di aver avuto la netta sensazione che la figlia non fosse sola, anche perché la telefonata fu bruscamente interrotta. Poi il silenzio. La prima inchiesta viene chiusa come suicidio, così sostengono da subito gli inquirenti trovando conferma in alcuni racconti dei colleghi che parlavano di depressione probabilmente dovuta alle vicende sentimentali. A ciò si è aggiunto il disdicevole comportamento del cappellano della Polizia di Stato, don Pierluigi Vignola, che durante la prima indagine, si era recato dal PM dichiarando che durante una confessione, Anna gli aveva parlato delle sue intenzioni suicide, dichiarazione successivamente ritrattate dal prelato. Troppi i dubbi e le incongruenze e tanti gli errori e le omissioni commesse. È il 2013 quando si torna ad investigare su cosa sia successo ad Anna Esposito ammettendo anche le troppe falle della precedente indagine. A partire da quella scena del crimine che non è stata preservata come si doveva. E da quel corpo manovrato e mosso più volte così da rendere impossibile gli adeguati rilievi del medico legale che comunque definì quell’impiccagione con una cintura legata sulla maniglia di una fragile porta  del bagno, ad un metro e tre centimetri di altezza, con il bacino della vittima che sfiorava il pavimento, come un impiccagione atipica. Allo stesso modo si trascurarono troppi indizi che avrebbero potuto portare già allora a una soluzione diversa del caso. Ad esempio, l’agenda da cui Anna non si separava mai che fu rinvenuta sulla scrivania nella sua camera con 4 pagine strappate; ed ancora, messaggi di minaccia, bigliettini che l’Esposito riceveva al lavoro e di cui aveva raccontato ai familiari: chi glieli scriveva? E perchè? Cosa vi era annotato su quelle pagine strappate? Né furono considerati gli intrecci con il caso Claps. Infatti, quel 12 marzo, il commissario Esposito avrebbe dovuto incontrare, nel pomeriggio, avendogli dato appuntamento, Gildo Claps,  fratello di Elisa, la ragazza di 16 anni scomparsa a Potenza il 12 settembre del 1993 e il cui cadavere venne ritrovato il 17 marzo del 2010, nel sottotetto della Chiesa  della Santissima Trinità. La Esposito, probabilmente aveva scoperto qualcosa che non la faceva stare tranquilla, tanto da confidare alla mamma in una delle sue ultime visite, che era molto preoccupata in quanto circolavano voci in Questura che qualcuno sapeva dove era il cadavere di Elisa Claps. Purtroppo l’esito della superperizia disposta dalla Procura e depositata il 24 giugno 2015 manda di nuovo a monte la possibilità di giungere alla verità: per il consulente tecnico d’ufficio il Dott. Introna (lo stesso che negò la presenza delle tracce del DNA di Restivo sui resti di Elisa Claps, nonché il medico che escluse l’esistenza di qualsiasi nesso tra il decesso di Stefano Cucchi ed il violento pestaggio a cui fu sottoposto, adducendo la morte del giovane ad improvvisa patologia epilettica) Anna si è suicidata. Lo scorso 24 marzo la Suprema Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai familiari confermando l’archiviazione del caso come suicidio. Aspettando di poter leggere le motivazioni con cui la Cassazione ha deciso in tal senso, riporto il commovente sfogo della mamma di Anna, raccolto e testimoniato da Giusi Lombardo, persona vicina alla famiglia, nonché amministratrice della pagina Fb (Giustizia per Anna Esposito) : “Sono una persona semplice e ho sempre creduto che la verità e la giustizia avrebbero, prima o poi, fatto il loro corso. Ma, dopo tutti questi anni di delusioni, non ho più fiducia nella capacità di giudizio dei magistrati. Io non ho mai preteso vendetta ma giustizia. Nessuno mi ridarà la mia dolce Anna, mamma, figlia e persona esemplare ma, anche se sono consapevole di questo, il mio cuore pretende Verità, quella verità che è stata più volte negata e disconosciuta dai giudici che, sottovalutando prove evidenti in loro possesso, hanno potuto affermare che una donna capace, in possesso di grandi valori, orgogliosa della sua carriera e delle sue due splendide bambine, abbia pensato, anche lontanamente , di togliersi la vita. Io so che non lo avrebbe mai fatto, così come lo sanno tutti quelli che l’hanno conosciuta” Arriverà la verità signora Olimpia. Carla Santoro

Potenza, caso Claps: riaperto il caso della poliziotta "suicida". La donna fu trovata morta impiccata alla maniglia della porta del bagno del suo alloggio il 12 marzo 2001, scrive TGcom24. Quello di Anna Esposito è un suicidio dai molti lati oscuri: la donna, 35 anni, dirigente della Digos della Questura di Potenza, fu trovata impiccata il 12 marzo 2001 alla maniglia della porta del bagno nel suo alloggio nella caserma Zaccagnino. Solo la perseveranza dei familiari ha permesso che a distanza di dodici anni il caso sia stato riaperto. Ora l'ipotesi di reato è quella di omicidio volontario. Quella di Anna da subito era stato catalogato come un suicidio anomalo, a partire dalle modalità. La donna, come racconta il quotidiano "La Stampa", sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri e l'ansa di scorrimento del cinturone invece che nella parte posteriore del collo era sul lato destro. A destare perplessità anche alcuni elementi scoperti durante le indagini effettuate subito dopo la morte della poliziotta: le pagine mancanti dalla sua agenda, l'abito da sera che era stato trovato sul letto, come se la donna si stesse preparando per uscire, e, soprattutto il fatto che l'abitazione e l'ufficio di Anna fossero stati "perquisiti" da qualcuno prima dell'arrivo della polizia. Un altro inquietante sospetto, anche se al momento escluso dalla procura, sarebbe venuto dall'ipotesi di un collegamento con il caso Claps: Gildo Claps, fratello di Elisa, scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, ha raccontato infatti di una telefonata ricevuta proprio da Anna Esposito per fissare un appuntamento. L'incontro sarebbe dovuto avvenire il giorno stesso della morte della poliziotta. Secondo la madre di Anna, la figlia le avrebbe rivelato che qualcuno nella Questura di Potenza sapeva dove fosse sepolta Elisa.

Elisa Claps: riaperte le indagini sulla morte di Anna Esposito: è stato un omicidio? Si chiede Daniele Particelli. A distanza di quasi 13 anni la Procura di Potenza ha deciso di riprendere in mano i fascicoli sulla morte di Anna Esposito, la dirigente della Digos della Questura di Potenza trovata morta all’età di 35 anni il 12 marzo 2001 in quello che fin dai primi istanti era sembrato un caso anomalo di suicidio. La famiglia della donna ha chiesto per anni la riapertura del caso, sostenendo che Anna Esposito fosse stata uccisa e anche grazie all’inchiesta giornalistica di Fabio Amendolara, ora agli atti della Procura, il caso si può considerare riaperto. L’ipotesi di reato è omicidio volontario. Il corpo senza vita della donna, madre di due figlie, fu rinvenuto legato alla porta del bagno dell’alloggio nella caserma Zaccagnino e qui cominciano i particolari oscuri. Scrive oggi La Stampa: Anna sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri, l’ansa di scorrimento del cinturone (lungo poco meno di un metro) era sul lato destro invece che nella parte posteriore del collo. Anche nella perizia chiesta dal pm Marotta, e depositata a dicembre scorso, gli esperti che hanno visionato le foto scattate nell’alloggio di servizio e durante l’autopsia hanno palesato le loro perplessità. Tanti altri elementi fanno pensare che non si sia trattato di un suicidio. Anna, ne sono certi i suoi familiari, non aveva motivi per togliersi la vita. Nell’abitazione, sul letto, gli inquirenti hanno rinvenuto un abito da sera, segno che la donna si stava preparando per uscire. E, ancora, il fatto che l’alloggio fosse stato “perquisito” prima dell’arrivo degli inquirenti. Mancano all’appello, inoltre, alcune pagine del diario in cui Anna Esposito era solita annotare la propria vita e i propri spostamenti. Di quelle pagine, ad oggi, nessuna traccia. A questo si aggiungono le minacce che la donna riceveva costantemente ormai da tempo e, non ultimo, il collegamento col caso di Elisa Claps, la giovane uccisa a Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata cadavere nel marzo 2010. Esposito, lo ha rivelato sua madre qualche tempo dopo, era convinta che nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove la ragazzina era stata sepolta. Un altro particolare inquietate, proprio collegato a Elisa Claps. Quel tragico 12 marzo 2001, Esposito avrebbe dovuto incontrare Gildo Claps, fratello della giovane uccisa, ma poche ore prima di quell’appuntamento venne trovata cadavere. Gli elementi per sospettare un omicidio mascherato da suicidio ci sono, ora spetta agli inquirenti il compito di chiarire i punti oscuri e, nel caso in cui dovesse venir accertato l’omicidio, identificare il responsabile.

Caso Claps, sospetti sul suicidio della poliziotta. Potenza, si indaga sulla morte di Anna Esposito. Quel giorno doveva incontrare il fratello di Elisa, scrive Antonio Salvati su “La Stampa”. Quando ne scoprirono il corpo, accanto c’era una penna ma nessun biglietto. Nella sala da pranzo, su un tavolo, un vestito da sera, nero, e un paio di scarpe eleganti. Il letto era in ordine e la luce del comodino illuminava due cellulari e due biglietti ferroviari. È la mattina del 12 marzo del 2001. Anna Esposito, 35 anni, dal 1998 dirigente della Digos della questura di Potenza, viene ritrovata senza vita nel suo alloggio all’interno della caserma Zaccagnino. Ha passato la domenica con le due figlie a Cava dei Tirreni, nel Salernitano, cantando a squarciagola canzoni di Gigi D’Alessio. Poi, stando alla versione ufficiale, torna a Potenza e con il cinturone della sua divisa si impicca alla maniglia della porta del bagno. Suicidio, furono le conclusioni delle indagini che durarono qualche mese. Ora, a distanza di dodici anni, il suo caso è stato riaperto, grazie alla tenacia dei familiari e a un’inchiesta giornalistica di Fabio Amendolara (raccolta nel libro «Il segreto di Anna») messa agli atti della Procura di Potenza. L’ipotesi di reato è omicidio volontario e gli investigatori (il procuratore facente funzioni Laura Triassi ora ha in mano il fascicolo in seguito al recente trasferimento del pm Sergio Marotta che ha ottenuto la riapertura del caso) hanno riletto le carte di un’inchiesta dai tanti lati oscuri. A partire dalle modalità di un suicidio che anche i medici legali indicarono come atipico: Anna sembrava seduta a terra, ma il corpo era sospeso di pochi centimetri, l’ansa di scorrimento del cinturone (lungo poco meno di un metro) era sul lato destro invece che nella parte posteriore del collo. Anche nella perizia chiesta dal pm Marotta, e depositata a dicembre scorso, gli esperti che hanno visionato le foto scattate nell’alloggio di servizio e durante l’autopsia hanno palesato le loro perplessità. Lo stesso pubblico ministero che allora curò le indagini (il pm Claudia De Luca) scrisse nelle tre pagine di motivazioni alla chiusura del caso che «occorre però rappresentare che dei passaggi non chiari nella vicenda fattuale comunque restano». Come, ad esempio, i biglietti del treno e le rubriche dei due telefoni cellulari. E quelle pagine dell’agenda (Anna teneva un diario quotidiano dove annotava in maniera minuziosa tutta la sua giornata) strappate in tutta fretta e mai ritrovate. E l’abito da sera? E i messaggi di minacce che la poliziotta riceva continuamente? Senza contare, poi, che «l’abitazione era stata già rovistata da una serie di persone presenti che aveva proceduto anche a raccogliere alcuni elementi di prova - scrisse il pm De Luca - Così come era già stato rovistato, a parere di chi scrive, l’ufficio della dottoressa Esposito in Questura». Ma c’è dell’altro: Gildo Claps, fratello di Elisa, la ragazza scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza, riferì di una telefonata in cui Anna Esposito chiedeva un appuntamento. Incontro mai avvenuto perché fissato il giorno stesso in cui fu trovata senza vita. Un anno dopo la scoperta del cadavere di Elisa Claps, la madre di Anna, rivelò a Gildo che la figlia le avrebbe confidato che nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove la ragazzina era stata sepolta. I sospetti sui collegamenti tra i due episodi sono stati esclusi la scorsa estate dalla procura di Salerno che ha rispedito gli atti in Basilicata per la competenza territoriale. 

Si apre il 4 febbraio 2014 un nuovo capitolo del caso Claps. Un tassello importante che potrebbe contribuire a fare chiarezza almeno su alcuni dei tanti interrogativi che aspettano una risposta da oltre vent’anni. Prende il via questa mattina in tribunale a Potenza, il processo nei confronti di Annalisa Lo Vito e Margherita Santarsiero, le donne delle pulizie della Chiesa della Santissima Trinità accusate di false dichiarazioni al pubblico ministero per aver mentito sul ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto, avvenuto ufficialmente il 17 marzo del 2010. Un processo frutto dell’inchiesta bis della procura di Salerno sull’omicidio della sedicenne potentina, relativa proprio alle circostanze che portarono alcuni operai a ritrovare i resti di Elisa Claps in un angolo buio e sporco del sottotetto della Chiesa dove la giovane era stata vista per l’ultima volta. Un processo iniziato nei mesi scorsi a Salerno davanti al giudice Antonio Cantillo, ma poi trasferito nel capoluogo lucano per competenza territoriale. Ad occuparsene sarà un giudice onorario (Got) e non un magistrato. Un ulteriore “anomalia” portata anche all’attenzione del presidente del Tribunale di Potenza, perchè da questo processo, soprattutto grazie ad una lunga lista di testimoni, la famiglia Claps si augura di sciogliere i dubbi che ancora restano sul ritrovamento del cadavere di Elisa. La scelta è stata però confermata e questa mattina il processo dovrebbe prendere regolarmente il via. L’attenzione si concentrerà proprio sulla lista dei testimoni, nella quale dovrebbero trovare spazio anche il vescovo Agostino Superbo e il Questore di Potenza, Romolo Panico.

Caso Claps, parla Danilo Restivo. L'unico indagato per la morte della studentessa di Potenza si difende: "Credevo fosse viva". «Sono rimasto colpito, perché ho sempre ritenuto che Elisa fosse viva da qualche parte». A parlare è Danilo Restivo, l'unico indagato per la morte della giovane studentessa di Potenza scomparsa e uccisa nel 1992. L'uomo, che si è sempre professato innocente, ricorda la ragazza e ripercorre vecchi momenti davanti alle telecamere di "Quarto grado", in onda domenica 16 maggio su Retequattro. Restivo descrive Elisa come «una buona d'animo, gentile e sensibile».  E si difende: «Ho detto tutto quello che sapevo e che ho fatto quella domenica pur non essendo stato creduto per qualche imprecisione dettata dallo stato d'animo di quando venivo interrogato per la prima volta in vita mia in questura dai poliziotti e anche quando ho fatto la dichiarazione alla tv». Sul trattamento che gli hanno riservato i media si dice «disgustato dal modo di fare informazione e giornalismo di certi individui della televisione ed anche della carta stampata che, pur di fare audience e vendere copie di giornali, nemmeno controllano o se le inventano le fonti della notizia».

Londra non vuole criminali, e si riaccende il caso Claps, come scrive Pierangelo Maurizio su Libero: Se l’Italia è la culla del diritto, la Gran Bretagna è certamente la patria dei diritti. Eppure, senza che questo susciti scandali, petizioni e titoloni, non ci hanno pensato un attimo. Gli inglesi vogliono rimandarci Danilo Restivo, l’ex ragazzo di Potenza, ora uomo di 42 anni, che sta scontando una condanna definitiva ad un minimo di 40 anni in una prigione di massima sicurezza del Regno Unito, per uno degli omicidi più atroci, l’omicidio di Heather Barnett, e condannato in Italia a 30 anni per l’uccisione di Elisa Claps, trovata nel sottotetto della chiesa della Santa Trinità a Potenza 17 anni dopo che era sparita. Le autorità britanniche hanno avviato la procedura di, letteralmente, “deportazione”, equivalente alla nostra espulsione dal territorio nazionale. Hanno avuto le prime notizie ancora incomplete i difensori italiani, il professor Alfredo Bargi e l’avvocato Marzia Scarpelli. «Siamo in contatto con la collega che in Inghilterra segue il caso. Siamo in attesa di ricevere la documentazione e la traduzione degli atti. Di certo è una procedura abbastanza insolita» dichiara Alfredo Bargi, il legale che insieme a Marzia Scarpelli ha difeso Restivo nel processo d’appello a Salerno per l’omicidio di Elisa. Ma è una vicenda, comunque si concluda, destinata a far discutere. E pure parecchio. La “deportazione” è un provvedimento di natura amministrativa ed è avviata dal Home Office, il ministero dell’Interno. L’udienza preliminare si è già tenuta di fronte al Tribunale dell’immigrazione un paio di settimane fa. La prossima udienza – quella decisiva – è prevista per aprile 2014; poi la sentenza di primo grado. Nel sistema giudiziario anglo-sassone i ricorsi non sono automaticamente accolti; nel giro di alcuni mesi la procedura dovrebbe concludersi e per Danilo Restivo il rischio è piuttosto elevato di essere rispedito in Italia, sulla base di recenti norme britanniche, secondo le quali la patria dell’habeas corpus non considera illegittimo rimpatriare i criminali. Senza complimenti. E senza la permanenza (fino a 18 messi) nei nostri Cie. Ed è la riflessione di carattere generale. Nel caso specifico a difendere Restivo e ad opporsi alla “deportazione” è l’avvocato Gabriella Bettiga. Quella che si vuole applicare al detenuto italiano se non è eccezionale, nel senso che non è fuori dalle regole, è una misura – a detta di tutti gli esperti – certamente non usuale. Dal 2007 il Regno Unito ha dato un deciso giro di vite. Dopo furiose polemiche sul fatto che delinquenti stranieri usciti dal carcere continuassero a godere dell’accoglienza inglese, è stato stabilito che la “deportazione” scatti automaticamente, a pena scontata, per coloro che provengono dai Paesi europei. Per i cittadini europei invece la procedura non è affatto automatica. Può essere avviata dall’Home Office, generalmente finita la pena, in caso di gravi reati e per motivi di sicurezza nazionale, ordine pubblico o salute pubblica. E qui emergono le due anomalie. Restivo è ben lontano dall’aver espiato la condanna, prima all’ergastolo “senza più possibilità di uscire” poi ridotta ad un minimo di 40 anni. L’altra obiezione sollevata dai difensori è la seguente: «Ci chiediamo: quale pericolo rappresenta Restivo se è richiuso in un carcere di massima sicurezza?». Il delitto di Heather Barnett per la sua ferocia tuttora resta una ferita per la tranquilla cittadina di Bournemouth, nel Sud dell’Inghilterra. Alla vittima furono tagliati i seni, adagiati accanto alla testa, l’assassino fece in modo che il suo corpo martoriato nel bagno fosse ritrovato dai figli al ritorno da scuola. «Tu sei un assassino freddo e calcolatore, tu hai macellato la loro madre» disse il giudice a Danilo Restivo. La condanna particolarmente dura aveva un doppio scopo: dimostrare che lo Stato esercita in modo esemplare l’azione penale e risarcire delle sofferenze subite i familiari della vittima. Ora invece le autorità britanniche hanno una certa urgenza di farlo tornare in Italia. Una delle tante stranezze nella lunga storia del “caso Restivo”. Che inevitabilmente riaccenderà in Italia le polemiche. Visto che i due processi, con il rito abbreviato cioè a porte chiuse, che lo hanno condannato a Salerno a 30 anni, hanno aperto più dubbi di quanti ne abbiano risolti. Uno per tutti: quando fu realmente ritrovato il cadavere di Elisa nella chiesa? Chi sapeva e ha taciuto?

In occasione del 21° anniversario dell'omicidio di Valerio Gentile, al Laboratorio Urbano di Fasano si ricorderà la storia di un'altra giovane vita spezzata nel fiore dei suoi anni: quella di Elisa Claps, sedicenne lucana scomparsa nel 1993 e ritrovata cadavere solo nel 2010. L'appuntamento, in programma per venerdì 14 marzo 2014, alle ore 18.30, sarà dedicato alla presentazione del volume "Per Elisa. Il caso Claps: 18 anni di depistaggi, silenzi e omissioni", scritto da Gildo Claps, fratello della ragazza, e da Federica Sciarelli, giornalista e conduttrice del programma televisivo Chi l'ha visto. Il volume, edito da Rizzoli, analizza nel dettaglio il brutale 'caso Claps', ripercorrendo la vicenda dall'inizio e portando in luce anche le verità nascoste nei lunghi anni di ricerca e di giustizia. Il fratello di Elisa, nonchè coautore del volume, sarà intervistato da Chiara Spagnolo, giornalista de La Repubblica.

Gildo Claps candidato a sua insaputa. Avanza su Fb il nome del fratello di Elisa. Giulio Laurenzi, vignettista potentino, ha lanciato sul social network la candidatura del fratello di Elisa Claps a sindaco di Potenza, scrive "Il Quotidiano della Basilicata". La proposta sta raccogliendo parecchi consensi. L'8 febbraio 2014 verrà reso noto un primo elenco di sostenitori. UNA candidatura «a sua insaputa», per offrire un candidato sindaco alternativo ai nomi che solitamente circolano. Un appello pubblico «per chiedere a Gildo Claps di candidarsi sindaco della città di Potenza. Per chi, come me, si sentirebbe rappresentato dalla sua forza, intelligenza e tenacia.  Prendo il coraggio a due mani e ci provo, a sua insaputa. Giulio Laurenzi». Così Giulio Laurenzi, vignettista potentino ormai proiettato al nazionale, prova a offrire la sua alternativa. Tra le varie candidature che si vanno palesando in questi giorni, quindi, questa potrebbe essere una di quelle in grado di vivacizzare la campagna elettorale, perchè Claps è considerato un rappresentante forte della società fuori dai partiti. Una proposta che per ora porta solo la firma di Laurenzi, ma che su Facebook - è stata creata la pagina “Gildo Claps sindaco” - sta già raccogliendo diversi consensi. In effetti già cinque anni fa la candidatura di Gildo Claps venne avanzata. Lui stesso, però, dopo poco tempo ritirò la candidatura dopo che qualcuno l’aveva accusato di strumentalizzare la vicenda di sua sorella Elisa. Ma stavolta le cose potrebbero andare diversamente. E benchè non si sappia ancora cosa Gildo Claps pensi di questa candidatura, sono in molti a ritenere su Fb he questa potrebbe essere la proposta migliore. Per il momento si raccolgono le firme per l’appello: un primo elenco sarà reso pubblico il prossimo 8 febbraio.

Un gruppo di cittadini di Potenza ha proposto la candidatura a sindaco, nelle amministrative che si svolgeranno in primavera, di Gildo Claps, il fratello di Elisa, la ragazza uccisa nel 1993, il cui corpo è stato ritrovato nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità nel 2010, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. La proposta è nata dal fumettista Giulio Laurenzi, ed è stata illustrata stamani a Potenza, nel corso di un incontro. L'idea, ha spiegato Laurenzi, è nata in un pomeriggio domenicale «nel mio negozio di fumetti, durante un’iniziativa, in un momento di pausa: ho acceso il pc e ho lanciato l’appello in rete, su Facebook. Il mio timore era di restare solo ma i contatti sono stati tantissimi». Sono già un centinaio, in pochi giorni, le firme ricevute: la pagina Facebook ha raccolto 800 adesioni e ventimila contatti. «Domani proporremo a Gildo - ha concluso – la nostra iniziativa e poi lo lasceremo decidere, ma tutto si svolgerà in trasparenza, perchè abbiamo diritto a un sindaco onesto, e soprattutto sarà un segnale per la città».

Pronto sono Papa Francesco”. Una voce rassicurante, calorosa e paterna. Una sensazione che mamma Filomena non provava da molti anni e che l’ha fatta sorridere dopo tanto tempo, scrive Mara Risola su “La nuova del Sud”. Come un raggio di sole che fa capolino tra nuvoloni neri durante la tempesta. La notizia della telefonata che Papa Francesco ha fatto nei giorni scorsi a Filomena Iemma, madre della giovane studentessa potentina, Elisa Claps, scomparsa a Potenza il 12 settembre del 1993 il cui cadavere è stato ritrovato il 17 marzo 2010 nel sottotetto della Chiesa della Trinità di Potenza, ha trovato conferma nelle parole della stessa signora Iemma. Intervistata da Paolo Fattori, giornalista del noto programma televisivo “Chi L’ha visto”, mamma Filomena ha raccontato ai microfoni di Rai 3 la sua personale esperienza. L’intervista, andata in onda lo scorso mercoledì, ha permesso alla madre di Elisa di esternare il suo riconoscimento nei confronti di un gesto che mai si sarebbe aspettata. Papa Francesco ha fatto quello che la Chiesa Cattolica doveva fare da tempo. Aiutare la famiglia Claps non solo a trovare la verità, ma a riconciliarsi con un’Istituzione verso la quale per circostanze legate alla morte di Elisa e al suo ritrovamento, la famiglia Claps non riusciva più ad avere fiducia. E lo ha fatto in un momento molto delicato, il 20 gennaio alle ore 19, Papa Bergoglio ha composto il numero di cellulare di Filomena, due giorni prima la morte di Antonio Claps, padre di Elisa. Un uomo che ha sofferto in silenzio per la perdita di una figlia e soprattutto per l’assenza di verità. E senza quella verità ha raggiunto Elisa in cielo lo scorso 22 gennaio.

Adottiamo questa città, iniziando dai suoi parchi. Non è solo colpa degli altri: i rifiuti li lasciano i cittadini, scrive Antonella Giacummo su “Il Quotidiano della Basilicata”. Se noi cittadini provassimo a prenderci cura della città? Siamo così abituati a dare la colpa agli altri che abbiamo perso la capacità di prenderci, da cittadini, le nostre responsabilità. E così, vedendo la sporcizia delle nostre strade o dei nostri parchi, senti dire: “Che schifo questo Comune, paghiamo solo tasse per avere rifiuti da tutte le parti”. Breve passeggiata all’interno del Parco di Macchia Romana dedicato a Elisa Claps. E’ un luogo davvero bello, come in città ce ne sono pochi. C’è verde, alberi, tanto spazio per passeggiare, correre. Però poi ti colpisce l’incuria. Perchè tutto quel verde è sporcato da ogni genere di rifiuto. Ci sono bottiglie, buste di patatine, cartoni della pizza, piatti e bicchieri. Insomma, evidentemente quelli che il parco lo frequentano, pranzano e cenano in quel luogo. Ma siccome devono aver insegnato loro che ciò che è pubblico non è “roba nostra”, dopo aver banchettato buttano lì a terra quanto non serve. Non solo: siccome devono trovare particolarmente divertente la distruzione del parco, ti capita di trovare anche le lattine dentro le fontane che da poco sono state sistemate, dopo diversi atti vandalici. Allora una considerazione: è davvero sempre colpa del Comune se è tutto rotto o sporco? Io credo di no. E ribadisco che se il fazzoletto sporco lo butto a terra invece che nel cestino sono io l’incivile, non il Comune. E se fra qualche mese quel parco, come altri in città, sarà in condizioni ancora peggiori, se le fontane non funzioneranno o le altalene saranno spezzate, la colpa sarà anche nostra che non abbiamo saputo vigilare su un bene pubblico. Essere cittadini significa avere rispetto e cura per quello che è di tutti. E non è un modo di dire: un parco è un bene che erediteranno i prossimi cittadini se saremo in grado di insegnare loro la cura per ciò che non ci appartiene in maniera individuale. La “cosa pubblica” è un privilegio che dovremmo essere in grado di custodire e proteggere. Se non siamo in grado di farlo allora non siamo cittadini. E non abbiamo neppure il diritto di sbraitare contro amministratori e politici vari. E faccio allora una proposta: adottiamola questa città. Ne siamo parte, viviamola ma proteggendola. E proviamo, da cittadini, a riprenderci quello come altri spazi. Non aspettiamo che arrivi il Comune - che forse non arriverà - armiamoci di sacchi e guanti e riprendiamoci la nostra città e i suoi spazi. Se non saremo in grado di farlo rischiamo di restare i più infelici d’Italia per sempre.

ELISA CLAPS: RESTIVO COLPEVOLE? FORSE!

L’hanno cercata per ben 17 anni, fino a quando i suoi resti furono trovati il 17 marzo del 2010, nel sottotetto della chiesa della Trinità di Potenza, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lì dove - la Corte d’assise d’appello lo ha confermato - Elisa fu uccisa da Danilo Restivo. Ed è proprio il luogo del delitto che lo incastra. In cento pagine i giudici della Corte d’assise d’appello di Salerno spiegano perché hanno deciso di confermare la condanna a 30 anni di carcere per l’omicidio di Elisa Claps, la studentessa di Potenza scomparsa e uccisa il 12 settembre del 1993. I giudici hanno respinto in modo fermo la tesi del difensore di Restivo - l’avvocato Alfredo Bargi - che sosteneva di «cogliere nelle pagine della sentenza di primo grado (emessa dal giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Salerno Elisabetta Boccassini a seguito di rito abbreviato, ndr) una propensione valutativa di tipo colpevolista fatalmente influenzata dal clima mediatico-giudiziario in cui si è sviluppata la vicenda procedimentale prima e processuale poi, per un lunghissimo arco di tempo (circa 18 anni)». Questa pressione mediatica «avrebbe portato inevitabilmente a dirigere le indagini solo su Restivo, trascurando percorsi alternativi che orientavano verso personaggi di maggiore spessore». Il difensore ha contestato anche la prova scientifica: quella traccia di Dna di Restivo trovata sulla maglia che indossava Elisa il giorno della scomparsa. Spiegano i giudici: «La decisione di un caso giudiziario complesso non è mai affidato a un solo elemento di prova, il quale, pur dotato di una eclatante valenza dimostrativa, sia tale, da solo, di orientare in maniera decisiva chi giudica verso la condanna o l’assoluzione». E il Dna trovato sulla maglia «pur non avendo una valenza dimostrativa assoluta - spiegano i giudici - certamente può acquistare molta importanza se posto in relazione a tutti gli altri segmenti del compendio probatorio». Restivo insomma è stato condannato «non per una prova regina», scrivono i giudici, ma «per una serie di indizi dotati della stessa valenza». Per i giudici di Salerno la circostanza che inchioda l’imputato «è il luogo del ritrovamento del cadavere»: il sottotetto della chiesa della Trinità. Proprio il posto in cui vittima e imputato si erano visti il giorno della scomparsa. «È questa evenienza fattuale - sostengono i giudici - adeguatamente collegata in maniera causale, spaziale e temporale agli spostamenti del carnefice e della vittima sino alle 11,30 di quel 12 settembre del 1993 che attinge fortemente la posizione di Restivo, laddove, fino a quel momento, una serie di gravi indizi emersi dalle indagini conducevano a lui ma, obiettivamente, non erano tali da far ritenere raggiunta la prova della sua colpevolezza». È rispetto a questo dato storico che - valutano i giudici - «la prova genetica rappresenta un grave indizio di “chiusura”, un forte elemento di “rafforzamento” del convincimento di responsabilità». Paradossalmente, sostengono le toghe salernitane, «se i resti di Elisa fossero stati rinvenuti in un altro stabile la posizione di Restivo sarebbe stata più difendibile». E ancora: «Altri indizi - si legge nella sentenza - Restivo li ha disseminati anche nell’immediato post delictum. L’imputato infatti non ha saputo giustificare in maniera credibile un taglio che aveva alla mano sinistra». Anna Esposito: riaperto il caso sul suicidio della poliziotta "che sapeva tutto su Elisa Claps". Il fratello della Claps aveva rivelato: "Sapeva dov'era sepolto il corpo".

Anna Esposito fu trovata impiccata alla maniglia della porta il 12 marzo 2001. Commissario capo, dirigente della Digos della questura di Potenza, madre di due bambine, ci furono diverse indiscrezioni secondo le quali l'agente sapeva dove era sepolta Elisa Claps. Altro caso che tenne l'Italia col fiato sospeso: il corpo della ragazza fu trovato 16 anni dopo la scomparsa e dell'omicidio venne infine accusato Danilo Restivo. Sul caso di Anna, al pm Sergio Marotta furono concessi 6 mesi per le indagini, in base all'ipotesi di omicidio volontario. Alla fine l'archiviazione: si è trattato di suicidio. A poco valse il fatto che imbrigliarsi alla maniglia di una porta è uno strano modo per suicidarsi, che i piedi toccavano a terra, che la fibbia della cintura si trovava sulla parte anteriore del collo e non dietro, come sarebbe stato normale. E inascoltate furono anche le dichiarazioni del fratello della Claps a Chi l'ha visto, quelle in cui raccontava che Anna avrebbe confidato alla mamma dov'era il cadavere di Elisa Claps, solo pochi giorni prima di morire. Le indagini si fermarono, perché nulla era emerso dalle relazioni amorose di Elisa con un giornalista, dalla vita familiare della ragazza e dalle ultime ore di vita prima che venisse trovata nel suo appartamento nella caserma Zaccagnino. Ma ora le indagini si riaprono. Dopo che un'inchiesta aveva stabilito l'inesistenza di collegamenti con il caso Claps, sono emersi nuovi elementi. La nuova indagine riparte da un'inchiesta svolta dalla Gazzetta del Mezzogiorno su particolari mai sviluppati dopo la morte di Anna Esposito e sulle carte depositate a Salerno, riguardanti il caso Claps e la condanna di Restivo a trent'anni di carcere.

COME E’ MORTA ANNA ESPOSITO?

«Il segreto di Anna» era legato ad Elisa Claps, scrive Ver.Med. su “Il Tempo”. C’è una penna, accanto a un corpo esanime, immobile perché il soffio di vita non c'è più. Lei è «fredda. Pallida. Il suo volto è sereno, ma il corpo è già rigido». Non c’è però un foglio su cui scrivere. C’è inoltre un diario dove la vittima era solita appuntare, puntuale, tutto ciò che le accadeva, ogni giorno. Mancano delle pagine. Quattro. Stracciate con violenza e magari in velocità, anche. A lanciare l’allarme del dubbio, alcuni pezzettini di carta ancora attaccati agli anelli di metallo. È la mancanza a creare sospetti. E non solo. C’è il cappellano della Questura, don Pierluigi Vignola, a lui Anna aveva confessato un tentativo non riuscito di suicidio. Ma «il 14 marzo Anna è stesa sul tavolo dell’obitorio». Il modus operandi della vittima può essere lo stesso? La signora Olimpia Magliano, mamma di Anna, rivela una confidenza fattale dalla figlia: nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove era stata sepolta Elisa Claps. La ragazza scomparsa e uccisa a Potenza il 12 settembre del 1993. L'assassino? Danilo Restivo. C’è la chiesa della Santissima Trinità poi, dove i fedeli si recano per ricongiungere l’anima a Dio. È proprio lì, nel sottotetto, che il 17 marzo del 2010 è stato ritrovato il corpo della giovane. «Il segreto di Anna» (EdiMavi, pag. 80 euro 13,00) di Fabio Amendolara è un libro inchiesta su un suicidio sospetto: la misteriosa morte di Anna Esposito e gli intrecci con la scomparsa di Elisa Claps. Nell’appartamento di servizio all’ultimo piano della caserma Zaccagnino di Potenza in via Lazio, il 12 marzo del 2001 viene ritrovato il corpo del commissario della Digos. Strangolata da qualcuno che conosceva e poi appesa per il collo con una cinta, alla maniglia della porta del bagno, per simulare un suicidio. «Il corpo è sospeso di pochi centimetri. Il cappio le gira attorno al collo, ma non è serrato e le segna a malapena la pelle». La dottoressa Romeo, Di Santo, Cella e l’ispettore Paradiso, quattro poliziotti esperti, ritrovano il suo corpo, ma non si accorgono del «rigor mortis», strano. I sospetti vanno allontanati dalla Questura. Nella sua prefazione Gildo Claps, fratello di Elisa, racconta la telefonata ricevuta da Anna Esposito il giorno prima della sua morte. «Quello che so con certezza è che tante coincidenze insieme portano inevitabilmente a considerare plausibili anche le supposizioni più ardite». Abbiamo un obbligo morale, portare alla luce la verità. Anna e Elisa, due donne, avevano un sogno nel loro futuro, la vita.

Il segreto di Anna, la poliziotta del caso Claps. Fu trovata impiccata. Caso archiviato: suicidio. Ora si torna a indagare: per omicidio, scrive Nino Materi su “Il Giornale”. Il caso Claps è un cubo di Rubik insoluto. Quando ti illudi che i quadretti siano ormai tutti della stessa tinta, ecco spuntare un colore fuori posto. E allora sei costretto a ricominciare. Per mesi, per anni. Senza certezze, se non quella che Danilo Restivo è in carcere e lì resterà a lungo. Restivo dopo aver ucciso Elisa Claps «espatriò» in Inghilterra dove massacrò un'altra poveretta. Domanda angosciante: almeno questo secondo delitto poteva essere evitato? Ed è qui che si innesca un giallo nel giallo. Nel 2001 (cioè 9 anni prima del ritrovamento del cadavere della studentessa potentina nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza) il corpo del commissario di Polizia, Anna Esposito, viene trovato «impiccato» alla maniglia di una porta del suo appartamento. Benché gli stessi inquirenti parlino subito di «suicidio anomalo», il caso viene archiviato, evidenziando come possibile movente del «gesto estremo» una non meglio precisata «crisi sentimentale». Ma dietro quella morte c'è forse ben altro di un amore contrastato, di una situazione familiare complessa (ma non certo drammaticamente disperata): dietro quella morte c'è, forse, un collegamento con Elisa Claps che, all'epoca della morte della di Anna Esposito, era scomparsa già scomparsa nel nulla da otto anni. Della studentessa potentina si perdono le infatti le tracce la domenica mattina del 12 settembre 1993, mentre il cadavere delle poliziotta viene ritrovato il 12 marzo 2001. Otto anni durante i quali i sospetti su Danilo Restivo sono tanti, ma non suffiecienti ad arrestarlo; il cerchio su Restivo si stringerà infatti solo successivamente al ritrovamento del cadavere di Elisa avvenuto «ufficialmente» il 17 marzo 2010. Il commissario Esposito, pochi giorni prima della sua morte, telefonò al fratello di Elisa, dicendogli di avere «novità» sulla vicenda della ragazza. Un incontro che non avvenne mai, Anna non ne ebbe il tempo... È questo l'elemento chiave attorno al quale ruota il documentato libro inchiesta, «Il segreto di Anna» (EdiMavi), del giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Fabio Amendolara. Pagine e pagine di presunte «discrepanze nei rapporti giudiziari della polizia e falle investigative». Sullo sfondo le «coincidenze» che collegherebbero la morte del commissario all'omicidio della giovane Elisa. Usatissima nel libro è la parola «depistaggio». La stessa che ha contraddistinto - non senza ragione - l'intera odissea della famiglia Claps che la sua battaglia l'ha sempre combattuta (e vinta) con tenacia e dignità. Ma nel caso Claps sono ancora tante le cose che ancora restano in penombra. Ma non è mai troppo tardi per far entrare la luce. Per questo va salutata con favore la decisione della magistratura lucana di riaprire il fascicolo sulla morte del commissario Anna Esposito. Suo padre ha sempre urlato: «Mia figlia non si sarebbe mai tolta la vita...». E allora non resta che un'altra ipotesi: omicidio, la nuova pista su cui la Procura della Repubblica di Potenza ha deciso di indagare. Qual era il «segreto» che Anna voleva svelare al fratello di Elisa? Chi aveva interesse a chiudere la bocca della poliziotta?

Il cubo di Rubik continua ad avere un colore fuori posto. Il suicidio di Anna Esposito, sapeva dov’era Elisa Claps: l’inchiesta di Fabio Amendolara, scrive Filomena D'Amico su"Stile Firenze”. Anna Esposito, un commissario di polizia di 35 anni viene trovata impiccata alla maniglia della porta del bagno nel 2001 nel suo appartamento a Potenza, il caso venne archiviato da subito come suicidio. Ma i dubbi dei familiari, le discrepanze nelle indagini, le prove mai esaminate e quella strana connessione con la vicenda di Elisa Claps hanno imposto la riapertura del caso dopo 12 anni. Nella sua inchiesta giornalistica, oggi diventata un libro, Fabio Amendolara rilegge tutti gli atti e le deposizioni, ricostruisce le sequenze di quella tragica mattina, appunta una per una le anomalie, gli indizi tralasciati e gli interrogativi mai risolti; finché la sua indagine non si imbatte in un’inquietante coincidenza che lega Anna al caso dell’adolescente scomparsa nel 1993 e  ritrovata cadavere il 17 marzo del 2010 nel sottotetto della Chiesa di Santissima Trinità in quella stessa città, Potenza. E’ da qui che prende le mosse il suo libro il “Segreto di Anna” presentato alla Biblioteca dell’Orticoltura di Firenze. Benché dopo anni il colpevole dell’omicidio di Elisa Claps, Danilo Restivo, sia stato assicurato alla giustizia, ancora oggi sulla vicenda permangono fitti coni d’ombra e domande ancora in cerca di risposte. Nel 2009 proprio indagando sul caso Claps, Amendolara cronista di nera della Gazzetta del Meggiorno, scova un’informativa redatta da un sottoposto del commissario Esposito, nel documento il vice sovrintendente scriveva che da una fonte confidenziale aveva appreso che i resti del corpo di Elisa erano nella Chiesa della Trinità di Potenza. Siamo nel marzo del 2001, 19 giorni dopo la morte di Anna e 9 anni prima del ritrovamento del corpo di Elisa nel sottotetto della chiesa.

Chi è Anna Esposito? Anna è un commissario capo della Polizia, dirigente della Digos a Potenza con un matrimonio alle spalle e due figli che vivono col padre a Cava dei Tirreni in provincia di Salerno. E’ qui che Anna ha trascorso il week end, l’ex marito riferirà che era serena. Il pomeriggio di domenica rientra a Potenza, sale su all’ultimo piano della caserma nell’appartamento a lei assegnato, ciondola per casa, fa una telefonata alla madre alle 19:40 poi sceglie un vestito nero, calze nere e scarpe eleganti quella sera c’è una festa e lei è stata invitata. La ritroveranno il lunedì mattina a Potenza con il cinturone della divisa legata al collo e appeso alla maniglia del bagno, il corpo semi seduto a terra con i glutei sollevati di pochi centimetri dal pavimento. La polizia di Potenza si orienta senza troppi dubbi sul suicidio, nemmeno la singolare definizione di impiccamento atipico scritta nero su bianco nella relazione dei medici legali da nuovo impulso alle indagini. Una turbolenta storia d’amore appena conclusa e poi quella voce, quella confidenza fatta in un confessionale, di un precedente tentativo d’omicidio sono elementi sufficienti per convincere gli inquirenti. Eppure in quella stanza dove Anna ha trovato la morte una domenica di fine inverno sono molte le cose che non tornano. Il letto non è disfatto e la luce della lampada è ancora accesa, dunque tutto deve essere accaduto dopo il tramonto. Fabio Amendolara nella sua inchiesta mette in fila le anomalie, le contraddizioni e le falle investigative: nell’ appartamento quella mattina c’è un via vai di agenti, ispettori, medici; nessuno di loro pensa ad isolare l’area per preservare le prove. A un certo punto, una collega di Anna tenta persino una manovra di rianimazione sul corpo del commissario manomettendo così la posizione originaria del corpo. Non ci sono foto di come fu effettivamente ritrovata Anna, quando la Polizia Scientifica entra nell’appartamento il corpo della poliziotta è già stato slegato. Accanto al letto tra gli oggetti personali della donna gli ispettori registrano la presenza di due biglietti ferroviari, perché due? Qualcuno aveva viaggiato insieme ad Anna quel pomeriggio? A fianco al corpo una penna ma nella stanza non fu ritrovato nessun biglietto; circostanza alquanto anomala per una come Anna che invece aveva l’abitudine di appuntarsi tutto in un’agenda da cui non si separava mai. Da quella agenda ad anelli sono state sottratte delle pagine, strappate con l’imperizia di chi non si preoccupa di sfilare poi i residui di carta. Non è mai stata fatta un esame grafico sull’agenda che potesse rivelare cosa vi fosse scritto nelle pagine che mancano. In caserma i colleghi della Esposito erano a conoscenza che il commissario riceveva di frequente degli strani biglietti minacciosi; Anna se li ritrovava sulla scrivania dell’ufficio, infilati sotto la porta o anche dentro la borsa. Eppure di questi strani episodi non c’è traccia nel fascicolo d’inchiesta né furono mai prelevate le impronte per compararle con quelle sulla scena del crimine.

Cosa c’entra Anna Esposito con il caso di Elisa Claps?

La città è la stessa, Potenza; il primo vero anello di congiunzione tra i due casi è la figura di un sacerdote, Don Pierluigi Vignola il cappellano della Questura.  Il quale sembra sapere particolari riservati della vita della Esposito e dettagli importanti dell’inchiesta che riguarda la sua morte. Don Vignola racconta, Don Vignola omette, spesso a seconda dell’interlocutore. Racconta agli inquirenti di aver raccolto in confessione una confidenza agghiacciante da parte di Anna: quel suicidio con quelle stesse modalità lei lo aveva già tentato un mese prima. Ma Don Vignola è anche colui che nel 1993 il giorno dopo la scomparsa di Elisa celebrò messa nella Chiesa della Santissima Trinità in sostituzione di Don Mimì Sabia, partito per Fiuggi.  Circostanza che il prelato ha sempre smentito. Ma il sentiero che da Anna conduce dritto in quella chiesetta di Potenza e al terribile omicidio della Claps è costellato di indizi e coincidenze. Gildo Claps, fratello di Elisa, possiede una scuola d’Inglese, un giorno del 2001 riceve una telefonata: è Anna Esposito che vuole avere delle informazioni su un corso che vorrebbe seguire; non vuole parlarne per telefono. “Le dispiace se passo a trovarla?” chiede Anna. L’appuntamento è per il lunedì pomeriggio dopo il lavoro. La domenica sera Anna muore. Dopo la morte di Anna la signora Olimpia Magliano, mamma di Anna, rivela a Gildo Claps una confidenza fattale dalla figlia: nella Questura di Potenza qualcuno sapeva dove era stata sepolta Elisa Claps. La ragazza scomparsa e uccisa da Danilo Restivo a Potenza il 12 settembre del 1993. L’inchiesta sulla morte di Anna Esposito è stata riaperta e anche grazie al lavoro di Fabio Amendolara emergono oggi nuovi dettagli su questo giallo; una telefonata sarebbe arrivata al 118 prima dell’irruzione dei poliziotti nella appartamento del loro dirigente, forse potrebbe essere questa la chiave del mistero.

Potenza, nuovo giallo su poliziotta morta: «Aveva costole rotte», scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. «Difficile stabilire con certezza se le ecchimosi trovate siano precedenti alla morte». Ma è necessario un approfondimento su alcune costole fratturate. Verrà effettuato nei laboratori dell’Università di Chieti. Il professor Francesco Introna, medico legale che si occupa della seconda autopsia sul corpo di Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato morto nella caserma Zaccagnino di via Lazio a Potenza il 12 marzo del 2001 in circostanze mai chiarite - lo ha detto in modo chiaro. È questo il risultato dell’esame effettuato l’altro giorno all’Università di Bari con i consulenti tecnici della Procura, della famiglia Esposito e dell’indagato (il giornalista Luigi Di Lauro, ex compagno della poliziotta che si dichiara innocente). È sulle fratture, quindi, che si concentra l’attenzione dell’equipe del professor Introna. Bisogna accertare con precisione scientifica se quelle fratture costali siano state prodotte da una colluttazione. «Bisogna controllarle bene queste fratture e bisogna contestualizzarle - ha detto uno dei consulenti della famiglia Esposito - ma le fratture costali prodotte da un impiccamento da bassa altezza sono un elemento dubbio». «Oggi è incauto se non irresponsabile giungere ad affrettate conclusioni», chiosa uno dei periti dell’indagato (accompagnato dall’avvocato Leonardo Pinto). Il caso all’epoca fu chiuso in fretta ritenendo provato il suicidio. Il commissario fu trovato con la cintura stretta attorno al collo e legata alla maniglia della porta del bagno. La riesumazione della salma è stata disposta dai magistrati della Procura di Potenza Francesco Basentini e Valentina Santoro. Anna è stata trovata impiccata alla maniglia della porta del bagno del suo alloggio con una cintura stretta attorno al collo. L’ipotesi è che si sia trattato di una messinscena. Anna potrebbe essere stata soffocata e poi appesa alla maniglia della porta con una cintura per simulare il suicidio. È giunto a queste conclusioni anche il consulente tecnico della Procura - Giampaolo Papaccio, professore di istologia ed embriologia medica della Seconda università degli studi di Napoli - che ha analizzato le fotografie della prima autopsia. La presenza di macchie ipostatiche in punti anomali del corpo farebbe supporre che Anna sia stata appesa dopo la sua morte. La letteratura medica prevede che le ipostasi - delle macchie violacee che si formano sui cadaveri - nei casi di impiccamento vadano a fissarsi sulle mani e sui piedi. Nel caso di Anna - stando alle fotografie della prima autopsia - le macchie ipostatiche si sono formate anche in altre aree. È uno dei tanti aspetti scientifici da approfondire.

Potenza, morte di Esposito scoperta macchia sul viso, continua Fabio Amendolara. Una macchia rotonda giallastra con un punto rosso molto evidente nella parte superiore, tra l’arco del sopracciglio e l’attaccatura dei capelli: proprio sulla tempia sinistra. A guardarla nell’unica foto in cui compare - che la Gazzetta può pubblicare in esclusiva - sembra una contusione. È come se Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato morto il 12 marzo del 2001 in circostanze mai chiarite (il caso era stato chiuso in fretta come suicidio e riaperto un anno fa, dopo un’inchiesta giornalistica della Gazzetta, con l’ipotesi di omicidio volontario) - fosse stata colpita proprio in quel punto. Quel particolare non è stato descritto in nessun documento dell’inchiesta. Non compare nelle informative degli investigatori e neppure negli atti del sopralluogo effettuato dalla polizia scientifica, nonostante sia ben visibile in una delle foto di primo piano scattate mentre il corpo senza vita della poliziotta era poggiato sul tavolo d’acciaio dell’obitorio. Il caso all’epoca fu chiuso in fretta come suicidio. Anna fu trovata legata alla maniglia della porta del bagno del suo alloggio, nella caserma della polizia di Stato di via Lazio a Potenza, con una cintura stretta attorno al collo. Con molta probabilità, quindi, l’attenzione degli investigatori si concentrò sul collo della vittima. Gran parte delle informazioni riportate nei documenti investigativi, infatti, riguarda il segno lasciato dalla fibbia della cintura sulla pelle della donna. E furono ben descritte le dimensioni del «solco latente» disegnato dal cuoio sulla gola. «Impiccamento atipico incompleto» lo definirono i medici-legali che effettuarono l’autopsia. Atipico perché la fibbia della cintura non si posizionò - come prevede la letteratura medica - sulla nuca della vittima ma sul lato del collo. E incompleto perché mancò quella sospensione necessaria a permettere lo strozzamento. Tutti gli accertamenti investigativi e scientifici si concentrarono su questi aspetti. Quella piccola contusione all’epoca forse apparve ininfluente. Oggi, però, superata l’ipotesi del suicidio - grazie anche a una consulenza medico-legale disposta dopo la riapertura dell’inchiesta coordinata dai magistrati della Procura di Potenza Francesco Basentini e Valentina Santoro - potrebbe trasformarsi in un dettaglio importante. Ancora oggi potrebbe essere utile accertare se quel livido stampato sulla tempia della poliziotta le sia stato provocato prima o dopo la morte. Ma cosa potrebbe aver prodotto quel segno sulla pelle? Un pugno sferrato da una mano con infilato un anello al dito? Oppure Anna è stata colpita con un oggetto? Al momento si tratta di ipotesi che la nuova inchiesta, però, non potrà ignorare.

Giallo Esposito, spunta un’impronta mai comparata, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Proprio sotto la piastra metallica che fissa la maniglia alla porta del bagno c’era un’impronta digitale che all’epoca fu «isolata» dagli investigatori della polizia scientifica. A quella maniglia 13 anni fa è stata trovata legata con una cintura stretta al collo Anna Esposito, il commissario della polizia di Stato morto in circostanze mai chiarite nella caserma della polizia di via Lazio a Potenza. Quell’impronta digitale all’epoca fu ignorata perché la Procura procedeva per l’ipotesi di suicidio. Un anno fa il caso è stato riaperto - dopo un’inchiesta giornalistica della Gazzetta e la richiesta di riapertura avanzata dai familiari - e ora la Procura ipotizza l’omicidio volontario. Mentre il professor Francesco Introna - che ha ricevuto incarico dai magistrati Francesco Basentini e Valentina Santoro di far luce sulle cause della morte della poliziotta - torna l’interesse su quell’impronta digitale mai comparata. Sulla porta del bagno all’epoca è stata cosparsa polvere di alluminio per «esaltare» le possibili tracce. «Un frammento di impronta - scrivono gli investigatori della polizia scientifica nel verbale di sopralluogo - asportato con adesivo nero dalla superficie esterna dell’imposta del bagno di servizio, in prossimità del bordo destro e sotto la piastra di fissaggio della maniglia di apertura» è tra gli atti finiti in archivio. «Il frammento - si legge nel rapporto giudiziario - è stato prelevato due volte al fine di poterne migliorare le qualità morfologiche e di nitidezza». Già all’epoca, quindi, la qualità dell’impronta era stata migliorata. Oggi le nuove tecniche di laboratorio con molta probabilità potranno permettere ulteriori miglioramenti. Il caso all’epoca fu chiuso in fretta ritenendo provato il suicidio. La poliziotta fu trovata con la cintura stretta attorno al collo e legata alla maniglia della porta del bagno. «Suicidio atipico incompleto», fu definito dai medici-legali. «Atipico» perché la fibbia della cintura fu trovata al lato del collo della poliziotta e la letteratura medica prevede che nella gran parte dei casi la fibbia debba posizionarsi sulla nuca. E «incompleto» perché era mancata la sospensione necessaria a permettere lo strozzamento (il corpo di Anna toccava con i piedi il pavimento e parzialmente anche con i glutei). Ora il professor Introna - che la scorsa settimana ha eseguito la nuova autopsia - sta cercando di accertare con precisione scientifica se Anna è stata appesa alla maniglia della porta quando era già morta.

Potenza, giallo Claps. Ex questore «frainteso» sugli innocenti depistaggi, continua Fabio Amendolara. I chiarimenti dell’ex questore di Potenza Romolo Panìco sugli «innocenti depistaggi», la conferenza stampa «congiunta» convocata «solo dal vescovo» e poi annullata, le sue due relazioni di servizio sul ritrovamento di Elisa Claps (la studentessa scomparsa e uccisa il 12 settembre del 1993, i cui resti sono stati ritrovati «ufficialmente» il 17 marzo del 2010). E le novità sugli operai, emerse durante il processo a Potenza e non durante l’inchiesta della Procura di Salerno, confermate parzialmente in aula dall’imprenditore Antonio Lacerenza. I due testimoni hanno risposto alle domande del pubblico ministero Laura Triassi e a quelle degli avvocati Giuliana Scarpetta (legale della famiglia Claps) e Maria Bamundo (che difende le signore delle pulizie, Margherita Santarsiero e Annalisa Lo Vito, accusate di aver detto il falso al pm di Salerno Rosa Volpe). «Le ulteriori contraddizioni emerse durante l’udienza di ieri confermano che il ritrovamento è stato solo una messinscena», commenta Gildo Claps, fratello di Elisa al termine dell’udienza. La frase «innocenti depistaggi» - pronunciata dal questore Panìco immediatamente dopo il ritrovamento - «fu detta male e io esposi un concetto in maniera banale, ovvero che una parte delle indagini, subito dopo la scomparsa della ragazza, fu anche depistata da elementi frutto della fantasia». Lo ha ripetuto: «Ho esposto un mio concetto in modo errato, banale, e mi sono pentito di averlo spiegato in questa maniera. Intendevo dire – ha precisato Panico – che subito dopo la scomparsa di Elisa non ci furono solo reali depistaggi, come quelli di Danilo Restivo. Furono forniti agli investigatori anche elementi frutto di fantasia che determinarono errori nelle indagini, ma non erano depistaggi voluti». E i depistaggi, innocenti e meno innocenti, sono continuati dopo il ritrovamento. La famiglia Claps ne è convinta. Nel corso di una precedente udienza è emerso che c’era un quarto operaio la mattina del ritrovamento (nell’inchiesta della Procura di Salerno questo importante particolare non era stato accertato). Ieri mattina si è appreso che ora è un dipendente della ditta Lacerenza (l’impresa incaricata dalla Diocesi di effettuare i lavori nel sottotetto). Ma al contrario di quanto emerso precedentemente il testimone sostiene che non è stato il quarto uomo a trovare i resti di Elisa. La ricostruzione dell’imprenditore - che lascia molti punti interrogativi - è questa: da un paio di sopralluoghi emerse la necessità di risistemare il terrazzo della chiesa, allagato per l’ostruzione di una grondaia, ma non il sottotetto. L’umidità in chiesa «non era in corrispondenza con l’angolo nel sottotetto» in cui è stata trovata Elisa. «Vidi che la porta del sottotetto - ha sostenuto Lacerenza - era aperta e chiesi di chiuderla e pulire la grondaia antistante e per questo mi sono rivolto a un’altra ditta specializzata in queste cose, ma fu l’operaio a scegliere di ispezionare anche l’abbaino, e mi chiamò terrorizzato spiegandomi di aver trovato uno scheletro». Sulla presenza del quarto operaio l’imprenditore ha spiegato di averlo saputo solo dalle recenti cronache giornalistiche, chiedendo poi spiegazioni: «Fu chiamato – ha concluso – solo per recuperare alcuni attrezzi ma mi hanno spiegato che non è salito sul sottotetto, e lui stesso me lo ha confermato quando di recente l’ho incontrato, suggerendogli anche di recarsi in Questura per precisare i dettagli di questa vicenda». L’imprenditore ha detto che il quarto uomo è arrivato sul posto quando i resti di Elisa erano già stati ritrovati. L’altro operaio - è la versione di Lacerenza - avrebbe perso tempo a cercare i grattini per il parcheggio. Ma se l’umidità non era in corrispondenza con l’angolo del sottotetto in cui era nascosta Elisa perché fu necessaria quell’ispezione? Perché se i dipendenti appartenevano a un’altra ditta chiamarono Lacerenza e non il loro datore di lavoro? La chiesa della Trinità ha un parcheggio riservato, perché il quarto operaio perse tempo a cercare dei grattini per il parcheggio? Sono gli ulteriori interrogativi a cui il processo dovrà cercare di rispondere.

Omicidio Claps. Don Noel: mai salito nel sottotetto, scrive “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Don Akamba Noel, sacerdote di origine congolese, ha retto la Chiesa della Santissima Trinità di Potenza tra ottobre 2007 e luglio 2008, in sostituzione di don Mimì Sabia, malato in quei mesi (e morto a marzo del 2008), ma «non è mai salito nel sottotetto dell’edificio» dove nel 2010 fu trovato il cadavere di Elisa Claps. È uno degli elementi emersi nel corso del processo per falsa testimonianza a due donne che si occupavano delle pulizie nella chiesa, che si sta svolgendo a Potenza. Don Noel è stato nominato «cooperatore parrocchiale» dal vescovo di Potenza, monsignor Agostino Superbo, il 4 ottobre 2007: a febbraio dell’anno successivo ha ricevuto poi l’incarico di «amministratore parrocchiale». Rispondendo alle domande dell’avvocato della famiglia Claps, Giuliana Scarpetta, don Noel ha spiegato che «in quei mesi andavo solo a celebrare la messa la mattina e il pomeriggio» senza «occuparmi di altro» e senza «mai aver dato istruzioni o compiti a nessuno, nemmeno alle donne delle pulizie», dicendo di non ricordarsi delle due donne imputate nel processo. Il sacerdote ha quindi raccontato di aver visto del materiale di risulta nel cortile «ma non mi sono mai chiesto l’origine di quel materiale», evidenziando quindi di non sapere «che una parte fu usata per rompere la vetrina di un negozio nei pressi della Trinità». «Ho solo chiesto – ha aggiunto – ad alcuni ragazzi che venivano in chiesa di ripulire il giardino perchè era sporco, e questo fu fatto, ma non davo mai compiti a nessuno, e in molti avevano le chiavi dell’edificio». La storia di Elisa «l'ho appresa dalla stampa», ma «non ne ho parlato mai con nessuno», nemmeno con don Mimì Sabia, precisando «solo di sapere che l’accesso nel sottotetto non era permesso, perchè era sotto sequestro, e mi hanno spiegato che era a causa delle indagini»; quando il cadavere fu ritrovato, nel 2010, il sacerdote era in Congo e fu informato da un «amico sacerdote, don Rodrigo», che adesso vive in Sardegna «spiegandomi che avevano trovato una ragazza morta nella Trinità», ma anche in questo caso «non ne ho mai parlato con nessuno successivamente». Al termine dell’udienza la madre di Elisa, Filomena Iemma, ha fermato don Noel e gli ha detto ironicamente «grazie per tutte le fandonie che hai detto oggi».

Una lettera è rimasta nell’appartamento del parroco, al secondo piano della chiesa della Trinità di Potenza, per 17 anni. Come Elisa. Continua Fabio Amendolara. Anche lei è rimasta per 17 anni chiusa in quella chiesa, ma nel sottotetto. Il giorno del ritrovamento dei resti di Elisa è stata trovata anche la lettera. Come se i due ritrovamenti fossero in qualche modo legati l’uno all’altro dal destino. Su un foglio beige manoscritto, indirizzato alla famiglia Claps, c’erano poche parole impresse con grafia d’altri tempi e inchiostro nero. Frasi di circostanza e un particolare che lasciava intendere che Elisa era andata via. Che si era allontanata di sua volontà. E invece era proprio lì. In quella chiesa. Nel sottotetto, poco più sopra dell’appartamento in cui è stata conservata quella lettera rivolta alla famiglia Claps, ma mai spedita. In basso, sulla destra, una sigla: «D. S.». Gli investigatori hanno sospettato subito di lui. Del parroco. E lo hanno scritto: «Verosimilmente è una lettera di don Domenico Sabìa, conosciuto da tutti come don Mimì». La grafia - sono le valutazioni fatte dagli investigatori durante la repertazione del documento - è la stessa di quella impressa sull’agenda personale del parroco e sulle ricevute dei pagamenti per le piccole spese che il sacerdote conservava in Canonica. La segnalazione della Squadra mobile di Potenza - all’epoca diretta dal vicequestore aggiunto Barbara Strappato - è arrivata poco dopo in Procura a Salerno. Ma, a quanto pare, non è finita tra gli atti dell’in - chiesta. Né tra quelli del processo. «Noi non sappiamo nulla di quella lettera», conferma Gildo Claps, fratello di Elisa. E aggiunge: «Non ne siamo mai stati informati». Era un particolare irrilevante? La data: «19 settembre 1993». Elisa era stata uccisa da una settimana. In quel momento però in città a Potenza tutti sapevano che era solo scomparsa. Tutti tranne Danilo Restivo che, per la giustizia, è l’assassino. E, forse, tranne chi l’ha aiutato a restare nell’ombra per 17 anni. Gli uomini che hanno fornito «le coperture» denunciate da anni dalla famiglia Claps e che ormai non sta cercando più nessuno. Gli investigatori hanno provato a capire se quella lettera, diventata un reperto giudiziario, fosse in qualche modo collegata alla morte di Elisa. E hanno ricostruito gli spostamenti di don Mimì che proprio il pomeriggio di quel 12 settembre era partito per Fiuggi. Il viaggio per le terme era prenotato da tempo. Ma don Mimì era dovuto tornare di corsa a Potenza il 16 per la convocazione in Questura. Disse velocemente di non conoscere Elisa, di conoscere appena Danilo e di non essersi accorto di nulla quella domenica mattina (confermò gli stessi particolari successivamente durante il processo per la falsa testimonianza di Restivo). Don Mimì sarebbe poi ripartito il 17 per completare le terme e avrebbe fatto rientro a Potenza il 24. Quando scrisse la lettera indirizzata ai Claps, quindi, era a Fiuggi. Il sacerdote potrebbe anche averla scritta successivamente, retro-datandola al 19 settembre. E anche se l’ipotesi del depistaggio è la prima che è venuta in mente a chi ha potuto leggere il documento, è difficile credere che in realtà quella lettera fosse rivolta a chi l’avrebbe trovata successivamente. Ma perché impegnarsi a scrivere una lettera per poi non spedirla? E perché conservarla per tutto quel tempo? Sono domande a cui - dopo 21 anni - sarà difficile rispondere.

Luigi Di Lauro, giornalista Rai, indagato per omicidio di Anna Esposito, scrive “Blitz Quotidiano”. C’è un indagato nell’inchiesta sulla morte di Anna Esposito, la commissaria di polizia di Potenza che indagava sulla scomparsa di Elisa Claps e che è stata trovata impiccata con una cintura alla maniglia della porta di casa il 12 marzo del 2001. L’uomo è Luigi Di Lauro, 48 anni, giornalista Rai di Potenza, riferisce Francesco Viviano su Repubblica. Di Lauro è stato iscritto nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato di “omicidio volontario”. L’ipotesi degli inquirenti è che Anna Esposito sia stata uccisa per “motivi passionali”. Di Lauro prima di sposarsi aveva avuto una lunga e tormentata relazione con Esposito, separata e madre di due bambini. Ricorda Viviano che “Di Lauro, alcuni giorni dopo il “suicidio”, era stato sentito come “persona informata dei fatti” fornendo un alibi “non molto convincente”. Secondo le perizie dei medici legali la donna era morta tra le 21 e le 22 del 12 marzo del 2001 e il giornalista aveva sostenuto di avere incontrato il commissario lasciandola a casa intorno alle 20″. L’iscrizione nel registro degli indagati di Di Lauro è una vera e propria svolta che arriva in una inchiesta in cui non sono mancati, scrive Viviano, “buchi e reticenze anche da parte di alcuni colleghi del commissario Esposito: quelli che senza un motivo plausibile, quel giorno di 13 anni fa andarono nella casa di servizio della Questura di Potenza dove abitava la donna “perché aveva ritardato di qualche ora in ufficio”, inquinando così la scena del delitto senza avvertire il magistrato”. Agli atti dell’inchiesta c’è anche un dettagliato rapporto dell’ex capo della Mobile di Potenza che evidenzia “omissioni nella precedente indagine che fu incredibilmente archiviata come “suicidio”. Ma un suicidio impossibile: il cappio al collo con una cintura di cuoio fissata sulla maniglia di una fragile porta dell’appartamento, a un metro e tre centimetri di altezza, con il bacino della vittima che sfiorava il pavimento. Quando i colleghi di Anna entrarono in casa sfondando la porta, fecero molti errori, e il magistrato di turno trovò tutto sottosopra: cassetti rovistati, anche in ufficio e soprattutto l’agenda personale di Anna con le pagine strappate”.

Il giallo dell’autocensura si abbatte sulla trasmissione “Chi l’ha visto?” in merito al caso di Anna Esposito, la dirigente della Digos di Potenza, trovata morta in casa nel marzo del 2001. Da subito si pensò al suicidio, scrive Luca Cirimbilla su "L'Ultima Ribattuta". Ora, dopo 13 anni, la procura di Potenza ha aperto un fascicolo per omicidio e, secondo “Chi l’ha visto?” una persona risulta iscritta nel registro degli indagati. Senza specificare chi. A fare il nome e cognome, ci ha pensato ieri il giornalista de la Repubblica, Francesco Viviano. Il sospettato è Luigi Di Lauro, giornalista Rai, volto noto del Tg3 della Basilicata che ha avuto una relazione con Anna Esposito. Davvero una strana mancanza per una trasmissione come “Chi l’ha visto?” che da sempre si contraddistingue per dare notizie esclusive ed in anteprima, molto spesso anche decisive per le indagini. La trasmissione sin dal suo debutto ha contribuito allo sviluppo di molti casi, spesso sostituendosi alle autorità competenti. Anna Esposito venne trovata in casa impiccata con una cinta stretta al collo annodata alla maniglia della porta del bagno. Tutto ha fatto pensare, in questi anni, appunto, al suicidio, ma ci sono ancora troppi dubbi. A ricostruire la dinamica del ritrovamento del cadavere è stata proprio l’ultima puntata della trasmissione condotta da Federica Sciarelli.  Eppure stavolta sembra che “Chi l’ha visto?” abbia preferito mantenere un certo riserbo nelle indagini. La donna trovata morta in casa sua, all’interno del palazzo-caserma a Potenza, aveva avuto 2 figlie dal matrimonio. Poi arrivò la separazione dal marito e la frequentazione con un uomo. Per la sua morte la Procura di Potenza aprì un fascicolo per istigazione al suicidio. Dieci mesi dopo il decesso il pm Claudia de Luca chiese l’archiviazione del caso, nonostante avesse evidenziato alcuni passaggi poco chiari. Tra le incongruenze, riportate dal padre della vittima intervistato da “Chi l’ha visto?”, ci sarebbe un chewing-gum risultato ingoiato dalla vittima attraverso l’autopsia effettuata sul corpo. Questo farebbe presupporre a uno strangolamento improvviso, prendendo la donna alle spalle, da qualcuno che la vittima conosceva molto bene. A chiamare in causa Di Lauro ci sarebbero alcuni sms scambiati con Anna Esposito due giorni prima della morte. “Sai che ti amo anch’io” le scrisse. Il giornalista Rai, ora sposato, cominciò a frequentare la Esposito quando aveva già una relazione. Proprio il padre della Esposito ha sottolineato come non sia stato effettuato il rilevamento di Dna sulla cinta o l’analisi delle unghie della vittima, in caso di tentativo di difesa. Ad escludere il suicidio ci sarebbe anche la frattura della cricoide, una cartilagine che molto difficilmente si può rompere in un soggetto esile come quello di Anna Esposito e attraverso la dinamica di un suicidio come quello in cui la donna è stata ritrovata, ovvero impiccata da una bassa altezza come la maniglia di una porta. Alcuni colleghi, inoltre, hanno raccontato come la Esposito, nel periodo in cui frequentava Di Lauro, avesse mostrato numerosi segni di violenza sul corpo. L’ex marito e alcuni amici, invece, hanno ricordato che la vittima raccontò loro dei maltrattamenti subiti dall’allora fidanzato e che lui pretendeva prestazioni sessuali molto particolari. Perché la trasmissione della Sciarelli ha chiuso la ricostruzione senza dire il nome dell’iscritto nel registro degli indagati? Un caso di apparente suicidio si è dunque riaperto, ma un alone di mistero si sta riversando sulla strana censura che, questa volta, si è autoimposta la trasmissione “Chi l’ha visto?”.

Come è morta Anna Esposito, commissario capo, dirigente della Digos della Questura di Potenza trovata, il 12 marzo 2001, esanime nel suo appartamento di servizio nella caserma Zaccagnino del capoluogo lucano? Suicidio, sentenziò l’archiviazione dell’inchiesta. Dodici anni dopo le indagini, però, sono ripartite. Il gip del tribunale lucano Michela Tiziana Petrocelli ha dato al pubblico ministero, Sergio Marotta, sei mesi per indagare. Ipotesi: omicidio volontario.

Anna Esposito, nata a Cava de’ Tirreni (Salerno), 35 anni, separata, due bambine, era alla guida della «squadra politica» della questura potentina dal 1998. Prima donna ad assumere quell’incarico. Venne trovata con la gola imbrigliata in un cinturone assicurato a una maniglia di una porta. Uno strano modo per suicidarsi. La stessa autopsia, che confermò nello strangolamento la causa della morte, non potè non far rilevare l’atipicità di quel suicidio: perché i piedi della donna toccavano il pavimento, perché l’ansa di scorrimento della cinta (che misurava solo 93 centimetri) era posta anteriormente sul lato destro, mentre più normalmente avrebbe dovuto disporsi nella parte posteriore del collo. Vicino al cadavere fu trovata una penna, ma nessun foglio. Né biglietti con una qualche traccia che potesse spiegare il suicidio. Le indagini della procura di Potenza misero a soqquadro la vita professionale e personale di Anna Esposito. In particolare furono passate al setaccio le ore antecedenti al momento presunto della morte.

Furono vagliate diverse posizioni, in particolare di un giornalista con cui Anna aveva avuto una storia d’amore. Ma nulla portò a una direzione diversa da quella del suicidio. E così l’inchiesta fu archiviata. Restarono molte domande senza risposte e molti dubbi. E ad alimentare il giallo si aggiunse una dichiarazione fatta da Gildo Claps, il fratello di Elisa, uccisa a Potenza il 12 settembre 1993 da Danilo Restivo, alla trasmissione «Chi l’ha visto?». «La mamma di Anna Esposito - disse in tv Gildo Claps - mi ha detto che la figlia alcuni giorni prima di morire le aveva confidato che in Questura qualcuno sapeva dove fosse sepolta Elisa». Una dichiarazione che fece partire un’inchiesta della Procura di Salerno, dove c’erano le indagini sul caso Claps. Inchiesta che tuttavia ha stabilito l’inesistenza di collegamenti con il caso Claps. La nuova indagine riparte dalle carte rientrate da Salerno e da un’inchiesta giornalistica della Gazzetta del Mezzogiorno su particolari mai sviluppati dopo la morte di Anna Esposito. Sono in tanti sulla scena del crimine quel lunedì mattina di 12 anni fa, scrive Fabio Amendolara su “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Sono testimoni preziosi di un’inchiesta difficile: quella sulla morte del commissario della polizia di Stato Anna Esposito. L’altro giorno la Procura di Potenza ha ottenuto dall’ufficio gip - come svelato ieri dalla Gazzetta - il «via libera» per la nuova inchiesta. Ora la Procura ha sei mesi di tempo per risolvere il giallo. I primi ad arrivare nell’alloggio del commissario quella mattina sono tre ispettori della Digos e il dirigente dell’Ufficio del personale della Questura di Potenza. Ognuno di loro scriverà una relazione di servizio al capo della Squadra mobile. A coordinare le operazioni di sopralluogo all’epoca c’è una collega di Anna, anche lei è commissario: Teresa Romeo. Scrive: «Preciso che al momento del ritrovamento il corpo era in posizione quasi supina, con le spalle lato anteriore e le mani appoggiate alla porta del bagno, mentre le gambe erano in direzione del corridoio, inoltre la cinghia di cuoio era legata con un solo nodo alla maniglia della porta». Anche gli ispettori Gianfranco Di Santo e Antonio Cella descrivono ciò che hanno visto nell’alloggio del commissario Esposito: «Le spalle erano addossate alla porta del bagno con le gambe distese in direzione del corridoio e stretto al collo abbiamo notato una cintura per pantaloni in cuoio legata alla maniglia della porta del bagno». Nelle due relazioni di servizio le spalle di Anna sono appoggiate alla porta del bagno e le gambe sono distese in direzione del corridoio. Se così fosse la borchia di ferro della cintura si sarebbe posizionata dietro alla nuca della vittima. Ma nella relazione medica l’impiccamento viene descritto come «atipico» proprio perché il segno della borchia non è alla nuca, ma «posta anteriormente sul lato destro». I tre poliziotti hanno visto male? O sbagliano i medici? Il pubblico ministero della Procura di Potenza, Claudia De Luca, che all’epoca archiviò il caso come «suicidio», si accorse della contraddizione e convocò nel suo ufficio il commissario, i due ispettori che hanno firmato la relazione di servizio e un terzo ispettore che era presente al momento del ritrovamento ma che, però, non sottoscrisse l’informativa. Davanti al magistrato la versione dei poliziotti-testimoni cambia. E cambia anche la posizione in cui è stata trovata Anna. Ecco la nuova versione del commissario: «Anna aveva una cintura stratta al collo con un lato annodato intorno alla maniglia della porta del bagno e la spalla sinistra e la testa poggiate sulla porta. Sono rimasta colpita dai pugni chiusi e dall’espressione del volto che mi sembravano determinati». Le spalle non sono più appoggiate alla porta. Nella descrizione spariscono le gambe «in direzione del corridoio» e compaiono due nuovi particolari: i pugni chiusi e l’espressione del volto «determinata». Cambia anche la descrizione dell’ispettore Cella: «Ho notato la Esposito per terra nelle vicinanze della porta del bagno, con una cintura al collo legata da un lato alla maniglia della porta, con la spalla sinistra poggiata sulla porta, la testa leggermente chinata all’indietro». La testimonianza dell’ispettore Di Santo, su questo punto, è identica a quella del collega: cintura legata da un lato al collo e da un lato alla maniglia della porta del bagno, la testa leggermente chinata all’indietro. Di Santo aggiunge il particolare delle gambe: stese per terra. L’ispettore Mario Paradiso, invece, pur avendo scassinato la porta dell’alloggio e nonostante fosse entrato per primo, sostiene di non aver visto il corpo del commissario: «Non ho visto materialmente la posizione in cui è stata trovata la vittima prima che fosse slegata dalla cintura». Sono passati solo quattro giorni dal sopralluogo e resoconti e relazioni sembrano non combaciare completamente con lo stato dei luoghi. La posizione del volto in linea con la maniglia della porta avrebbe favorito lo scivolamento della cintura. Inoltre, la borchia di ferro della cintura, come dimostrano le fotografie della Scientifica e la relazione medica, si è posizionata sul lato destro del collo. Se tutto fosse andato come descritto al magistrato dai poliziotti-testimoni, la borchia - chiudendosi la cintura a mo‘ di cappio - si sarebbe posizionata sulla guancia sinistra e non sulla destra o, al limite, al centro della gola. Sbrogliare questo intoppo potrebbe far ripartire l’inchiesta.

E poi lo scandalo dei rimborsi. Per 40 dei 42 tra ex assessori, consiglieri regionali in carica e non, imprenditori e professionisti indagati per i rimborsi «scroccati» alla Regione Basilicata la Procura di Potenza ha depositato al gip la richiesta di rinvio a giudizio. Esclusi due consiglieri regionali che erano presenti nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari: Enrico Mazzeo Cicchetti ed Erminio Restaino. A loro due si aggiungono Prospero De Franchi e Gaetano Fierro, le cui posizioni erano già state stralciate dal procedimento principale e archiviate. Oltre ai pranzi, agli spuntini, ai viaggi, alle caramelle, alle sigarette, ai soggiorni in camere d’albergo matrimoniali con «persone non autorizzate» e al parquet di casa ci sono le cene politiche in giorni in cui contestualmente si documentano spese effettuate a centinaia di chilometri di distanza. Ci sono richieste di rimborso per cancelleria e per le gomme dell’auto. Ci sono i viaggi con la famiglia o con l’amica spacciati per «missioni» nei ministeri romani. Spese domestiche, regali, ricariche telefoniche. «Peculato», lo chiama il procuratore della Repubblica di Potenza Laura Triassi. È l’inchiesta sulla rimborsopoli che ha messo in ginocchio il consiglio regionale.

Dopo 18 anni Danilo Restivo è stato condannato a 30 anni per l'omicidio di Elisa Claps. I suoi legali annunciano che faranno appello, ma la mamma della giovane chiede ora a Restivo: "Dimmi chi ti ha coperto".

Danilo Restivo, che sta già scontando l'ergastolo in Inghilterra per l'omicidio della sarta Heather Barnet (trovata uccisa nel 2002 con modalità simili, si capirà in seguito, a quelle di Elisa Claps) è stato condannato a 30 anni, massimo della pena per un processo con rito abbreviato, per l'assassinio della giovane studentessa di 16 anni, scomparsa da Potenza il 12 settembre 1993 e ritrovata cadavere, nel sottotetto della Chiesa della Santissima Trinità del capoluogo lucano, il 17 marzo 2010. Danilo Restivo ha avuto anche l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e la libertà vigilata per tre anni dopo l'espiazione della pena, oltre all'obbligo di pagare 700mila euro di risarcimento provvisionale. Sollievo per i familiari di Elisa Claps, che finalmente, dopo tanti anni, ottengono "giustizia", come spiega la mamma della giovane Filomena, perché è da sempre che sono convinti della colpevolezza di Restivo. Anche per questo la mamma di Elisa Claps afferma che il magistrato "che ha condotto le prime indagini" si dovrebbe "fare un esame di coscienza". Danilo Restivo, infatti, era stato già condannato a poco più di due anni per falsa testimonianza riguardo al caso di Elisa Claps, ma circa 18 anni fa non si riuscì ad arrivare a questa verità accertata ora in ambito processuale. Per la famiglia Claps molti sono ancora i misteri che ruotano attorno alla morte di Elisa, a partire da quelli definiti come "complici morali". Mamma Filomena spiega infatti che ora non ci può essere "perdono", e si appella a Danilo Restivo: "Ora prendi carta e penna e scrivimi la verità, dimmi chi ti ha coperto". Perché la famiglia Claps è convita che qualcuno sapesse da tempo dell'omicidio della figlia, e di dove si trovasse il suo corpo. "E' la verità sulla Chiesa che voglio e che deve venire fuori a tutti i costi" precisa la mamma di Elisa Claps. La Diocesi di Potenza aveva anche chiesto di costituirsi parte civile nel processo, ma il loro legale, Antonello Cimadomo, ha spiegato che la richiesta è stata respinta "perché il giudice ha riscontrato una potenziale conflittualità con le nuove indagini in corso sul ritrovamento del cadavere". Sembra infatti che sia stato aperto un fascicolo "a latere" per capire se oltre a Danilo Restivo qualcun altro ha delle responsabilità in merito al delitto Claps. Il Mattino ricorda poi che ci sarebbero delle conferme riguardo un dossier scomparso sulla morte di Elisa Claps, dove un ex agente del Sisde, scrive il quotidiano che l'ha intervistato, afferma: "L'informativa sul delitto Claps c'era, la firmai io. E' dell'ottobre '97. C'era un prete che sapeva".

Dalla Gazzetta del mezzogiorno si scopre che sul delitto Elisa Claps spunta la massoneria.

Cercavano qualche elemento che potesse aiutarli a sbrogliare l’intricato giallo del ritrovamento dei resti di Elisa Claps nel sottotetto della chiesa della Trinità di Potenza (avvenuto il 17 marzo del 2010, a 17 anni di distanza dal delitto), quando hanno scoperto che uno dei sacerdoti intercettati era in contatto con esponenti di una loggia massonica segreta. Dalle chiacchierate telefoniche di don Pierluigi Vignola gli investigatori della Direzione investigativa antimafia di Salerno non sono riusciti a comprendere «quali siano con precisione i suoi reali interessi». 

Gli investigatori della Dia di Salerno segnalano alla Procura - è quanto trapela dall’inchiesta bis del caso Claps, quella che sta cercando di accertare cosa c’è dietro al ritrovamento dei resti di Elisa e quale sia il reale coinvolgimento di appartenenti alla curia potentina - i contatti con un personaggio di Nola, in provincia di Napoli, «con precedenti per la violazione della legge Anselmi», quella che vieta la costituzione di società segrete. Ma anche con altri «appartenenti alla massoneria italiana» o comunque «legati ad ambienti massonici».

E, nonostante fino a quel momento non siano emersi «elementi attinenti alle indagini», per «acquisire ulteriori elementi» il caposezione della Dia di Salerno, Claudio De Salvo, da qualche giorno passato alla Squadra mobile, chiede ai magistrati di poter continuare a intercettare il telefono del sacerdote potentino. È il 13 aprile del 2010. Nell’informativa l’ex capo della Dia scrive anche che «da interrogazione della banca dati Sdi (un sistema informatico a cui possono accedere le forze di polizia, ndr) si rileva a carico dell’interlocutore del sacerdote una segnalazione della Squadra mobile di Benevento, all’interno della quale viene deferito anche don Vignola. Non si conosce però l’esito che hanno avuto queste indagini». Ma quando i pm Rosa Volpe e Luigi D’Alessio inoltrano al gip la richiesta di proroga qualcosa s’inceppa. Il giudice Attilio Franco Orio rileva che l’atto inviato dalla Procura è arrivato in ritardo e le attività di captazione vengono disattivate. Per gli investigatori era «evidente - si legge in un documento dell’inchiesta bis sull’omicidio Claps - quanto sia rilevante e indispensabile per la corretta e completa ricostruzione dei fatti, che non sono solo quelli relativi al giorno dell’omicidio ma anche quelli inquietanti relativi al decorso di ben 17 anni durante i quali il cadavere della ragazza si è decomposto nel sottotetto, captare ogni possibile comunicazione che possa interessare sia gli appartenenti al clero coinvolti nel ritrovamento, sia altri collegati, come don Vignola, viceparroco allorché era in vita don Mimì Sabia». Ma ormai era troppo tardi.

Ma i dubbi e le ombre non mancano. Omicidio Claps. Perito: quella maglia ignorata da Pascali. Su La Gazzetta del Mezzogiorno. Una «diabolica» coincidenza di negligenze o i tasselli di un complotto? Tutto è cominciato con il mancato sequestro degli abiti sporchi di sangue di Danilo Restivo; si è proseguito lasciandosi deviare da depistaggi (tutt’altro che innocenti), fino al giallo del ritrovamento del cadavere, scoperto ufficialmente il 17 marzo del 2010, tra visioni di un «ucraino» (così inteso, in verità il prete brasiliano al suo superiore parlava di cranio ndr) nel sottotetto e ricostruzioni contraddittorie delle donne delle pulizie. L’ultima puntata del caso Claps: la scoperta dei Ris del Dna riconducibile a Restivo sulla maglia indossata da Elisa svela l’ennesimo «buco nero» dell’inchiesta. Perché il prof. Vincenzo Pascali, autore della prima perizia, ha ignorato la maglia tra i reperti da esaminare? Chiunque, anche chi non mastica «medicina legale», avrebbe preso in considerazione quell’indumento per cercare tracce biologiche. Il lavoro del genetista dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, lo ricordiamo, aveva riscontrato profili genetici isolati che non corrispondevano col Dna di Restivo, consegnando alla Procura di Salerno un dossier «impalpabile» ai fini delle indagini. La magistratura campana ha avuto il merito di non accontentarsi di quei risultati, sfiduciando, di fatto, Pascali e affidando ai Ris il compito di una nuova perizia. Ma se oggi, con la scoperta del Dna riconducibile a Restivo, si è arrivati ad una svolta dell’inchiesta lo si deve soprattutto a Patrizia Stefanoni, dirigente della sezione di genetica forense del servizio di Polizia scientifica e consulente del pubblico ministero. È lei che ha evidenziato le carenze della perizia di Pascali. 

Un ex agente del Sisde, il vecchio servizio segreto civile, si occupò dell’omicidio di Elisa Claps, commesso a Potenza il 12 settembre del 1993. E firmò un dossier che nel 1997 svelava la verità sul delitto. «La ragazza era stata uccisa dalla persona verso cui venivano condotte le indagini». Questo era più o meno il contenuto di quel documento investigativo. La «Gazzetta del Mezzogiorno» - che all’epoca (il 31 ottobre del 1997) pubblicò in esclusiva alcune indiscrezioni contenute nel dossier del Sisde - è riuscita a rintracciare l’ex agente segreto in una località che, per ragioni di sicurezza, verrà omessa. L’ex «barba finta» ora svela: «Un prete sapeva dell’omicidio». Lo definisce «un personaggio a latere» dell’inchiesta. Uno che non aveva preso parte al delitto ma che, probabilmente, «sapeva». Un «prete». Giacca di pelle e lunghi baffi bianchi, l’ex agente segreto ha l’aria di uno di quei detective da serial tv americano (all’incontro era presente un inviato del Tg5). Seppure senza mai scriverne il nome, gli 007 nel 1997 puntarono il dito contro Danilo Restivo (in quel momento indagato per il reato di «false informazioni rese al Pubblico ministero»), condannato recentemente all’ergastolo in Inghilterra per il delitto della sarta Heather Barnett e da sempre il sospettato numero uno per l’omicidio Claps. Ma nel trovare conferme gli agenti del Sisde appresero anche altro. Da altri informatori e molto probabilmente all’interno della Chiesa.

Perché i servizi segreti si sono occupati della scomparsa di una ragazza? E con quali risultati? «Il succo dell’informativa è che la scomparsa della ragazza era dovuta al fatto che la Claps era stata uccisa a Potenza. E che il presunto autore era la persona sempre considerata tale. L’informativa diceva che Elisa era stata uccisa il giorno stesso della scomparsa, il 12 settembre del 1993. Ce ne occupammo perché avevamo un informatore e per dare degli input agli investigatori».

E all’epoca c’era già un’altra ipotesi: qualcuno sapeva che il delitto era avvenuto in chiesa. «Noi parlammo di un personaggio a latere. Una persona che doveva sapere dell’uccisione».

Un personaggio a latere? «Ma sì, diciamo che era un prete».

Il vecchio parroco della chiesa della Trinità (luogo del delitto, in cui 17 anni dopo la scomparsa sono stati trovati i resti di Elisa) don Mimì Sabia? «Questo non lo so».

Il suo nome comunque non era nell’informativa? «No, non c’era».

C’era qualche altro nome? «Di solito quelle note informative non contengono nomi».

In quel dossier c’era comunque quanto bastava per risolvere il mistero di Elisa e per attirare l’attenzione sulla chiesa della Trinità. Quell’informativa, però, non arrivò mai agli investigatori dell’epoca. Ed Elisa è stata ritrovata ufficialmente solo il 17 marzo del 2010. Ben 17 anni dopo il giorno dell’omicidio.

E sempre dalla Gazzetta del Mezzogiorno. «Se il rapporto sul caso Claps è stato scritto non può essere sparito». Nicheo Cervone è l’ex agente del Sisde che entrò in contatto con Gildo Claps, fratello di Elisa, qualche anno dopo la scomparsa. Dice di non aver mai lavorato al caso Claps per il vecchio servizio segreto civile ma di aver parlato con Gildo solo «per amicizia». E sostiene che il suo ex collega - che ha svelato in esclusiva alla Gazzetta e al Tg5 l’esistenza di un’informativa che nel 1997 dava indicazioni precise sul delitto (la Gazzetta ne anticipò in esclusiva alcuni contenuti) - è l’unico a poter ricostruire i contenuti di quel dossier. «Che comunque non può essere scomparso».

Agente Nicheo, lei si è mai occupato dell’omicidio Claps?

«Voglio precisare che Nicheo è il nome con cui mi chiamano parenti e amici, non quello di copertura. E non mi sono mai occupato del caso Claps».

Il delitto più intricato commesso a Potenza non l’appassionava?

«I servizi segreti di solito non si occupano di queste cose».

Lei, però, a Gildo alcune domande sulla scomparsa della sorella le ha fatte.

«Ho conosciuto Gildo in modo casuale e diventammo amici. Mi dispiace che pensi che io possa aver tradito la sua amicizia».

Glielo presentò qualcuno?

«Ricordo che fu un maresciallo dei carabinieri in servizio al Reparto operativo di Potenza».

Fu il maresciallo Vincenzo Anobile (l’unico, tra i carabinieri, che si occupò del caso Claps)?

«Francamente non ricordo se fu lui oppure un altro maresciallo che conoscevo».

E s’informò sul caso Claps?

«Gli chiesi della scomparsa della sorella e, aggiungo, non avrei perso occasione per avere anche una sola notizia sul caso Claps. E questo per l’amicizia che mi lega a lui. Purtroppo non è così. Non me ne occupai. Per il Sisde seguivo esclusivamente faccende di criminalità organizzata».

Però fu lei a dire a Gildo che quel dossier non esisteva.

«Quando uscirono le notizie sul giornale mi chiamò perché voleva incontrarmi. Lo invitai a casa dei miei genitori e lì gli dissi la verità, ovvero che per quanto ne sapevo io non c’era nessun dossier».

Quindi dell’informativa del 1997, mi pare di capire, non sa nulla?

«Io sono stato a Potenza fino al 1996, poi ho lavorato in Puglia. Con l’ufficio di Potenza in quegli anni non ho avuto contatti».

E prima del 1997 nessuno le ha mai chiesto di occuparsi del caso?

«Anche prima del 1997 mi occupavo di criminalità organizzata».

E di quel dossier non ha mai neanche sentito parlare?

«Ripeto: per quanto ne so non c’è nessun dossier».

A noi risulta il contrario.

«Se hanno scritto un rapporto quando io non c’ero non posso saperlo. Dalle foto che ho visto sulla Gazzetta mi sembra di riconoscere la persona che è stata intervistata. Non ne faccio il nome per non incorrere in una rivelazione del segreto di Stato. Per la posizione che ricopriva all’epoca nel Sisde, la persona fotografata è l’unica a sapere se era stato fatto un rapporto. Mi sembra strano, conoscendo i meccanismi del Sisde, che sia sparito».

Allora cosa è accaduto?

«Cosa è accaduto non lo so. Ma posso dire che se per uno strano caso informatico il rapporto fosse sparito, il suo contenuto non sarebbe difficile da ricostruire».

L’impressione è che qualcuno abbia voluto che non arrivasse in Procura.

«Io so solo che la persona che riconosco in foto è la stessa che dopo gli articoli della Gazzetta andò in Procura per dire che non c’era nessun rapporto dei servizi segreti. Oggi la cosa più importante sarebbe sapere chi è o chi sono gli informatori alla base di quella nota informativa. Solo così si potrebbe arrivare a capire se ci fu una reale o una eventuale volontà di depistaggio».

Qualcuno sapeva la verità su Elisa Claps, in Questura a Potenza, molto prima della terribile scoperta nel sottotetto della chiesa della città?

Così sembrerebbe, da quanto emerso da una rivelazione fatta dalla mamma di una poliziotta appunto di Potenza, morta nel 2001 in circostanze mai chiarite secondo i familiari. Proprio questo disse infatti la donna, Anna Esposito, all'epoca commissario di polizia nel capoluogo della Basilicata, poco prima di morire, parlando con sua madre, come è stato raccontato in tv alla trasmissione di Rai3 "Chi l'ha visto?". 

Anna Esposito avrebbe detto che qualcuno in Questura sapeva la verità su quella ragazzina scomparsa. Le avrebbe confidato che qualcuno già sapeva che Elisa era stata uccisa e sapeva anche dove si trovava il corpo. Solo adesso però quel racconto di Anna è stato rivelato dalla mamma a Gildo Claps, fratello di Elisa, che lo ha raccontato a Rai3. 

Anna Esposito morì poco dopo aver fatto questa confidenza scottante alla mamma, nel 2001. Sembrò un suicidio, ma il papà della donna, Vincenzo, è convinto che non fu Anna a togliersi la vita. Si trattò di mobbing? Un procedimento giudiziario dice che Anna aveva confidato a don Pierluigi Vignola, cappellano della Questura, di aver tentato il suicidio in passato. Perché don Pierluigi non lo disse a nessuno?, si chiede il papà di Anna, che ha incontrato più volte quel prete subito dopo la morte della figlia. 

Sarebbe stato proprio don Vignola a raccontare a papà Vincenzo di atteggiamenti strani da parte dei colleghi nei confronti della commissaria, di lettere anonime, di pagine strappate dalle sue agende. E, sempre stando alle parole di Vincenzo Esposito, lo stesso prete avrebbe consigliato al padre della commissaria di mandare un esposto anonimo alla magistratura per denunciare i colleghi di Anna. A che scopo? Un nuovo tassello che si aggiunge alla già intricata vicenda di Elisa Claps, che si fa sempre più complessa.

Anna Esposito era un commissario della polizia di Stato. Lavorava a Potenza e coordinava l’ufficio della Digos. È morta in circostanze misteriose il 12 marzo del 2001. «Fu suicidio», secondo la Procura. Ma suo padre Vincenzo, da sempre, sostiene che sia stata uccisa. E ora che sono emersi sinistri collegamenti con il caso di Elisa Claps - la ragazza scomparsa il 12 settembre del 1993 a Potenza e uccisa, secondo i magistrati della Procura di Salerno, da Danilo Restivo, condannato a 30 anni di carcere per il delitto - vuole vederci chiaro. La sua ex moglie, la mamma di Anna, inoltre, ricorda che sua figlia le confidò che in Questura a Potenza c’erano poliziotti che conoscevano il luogo in cui era nascosto il corpo di Elisa (i resti della ragazza sono stati trovati il 17 marzo del 2010 nel sottotetto della chiesa della Trinità a Potenza da alcuni operai mandati lì a riparare un’infiltrazione d’acqua. Ma quella, per la famiglia Claps, è stata solo una «messinscena»).

Gildo Claps si è ricordato che qualche giorno prima di morire quella poliziotta lo chiamò chiedendogli un appuntamento. «Non ho fatto in tempo a incontrarla», dice alla Gazzetta del Mezzogiorno. E non immaginava che la triste storia di quella poliziotta potesse incrociarsi con quella di sua sorella. Poi ha saputo che uno dei sacerdoti intercettati dalla Procura di Salerno per l’inchiesta bis sul caso Claps - quella sulle coperture e i depistaggi che, secondo la Procura, avrebbero aiutato l’assassino di Elisa a eludere le indagini per 17 anni - don Pierluigi Vignola, cappellano della polizia di Stato segnalato per sinistri contatti con appartenenti a una società segreta, aveva avuto un strano ruolo anche nel caso del commissario Esposito. E si è insospettito. Don Vignola racconta al magistrato che indagava per «induzione al suicidio» che il commissario Esposito, in confessione, gli aveva detto che qualche settimana prima aveva tentato di uccidersi stringendosi una cintura al collo. Proprio la stessa modalità che avrebbe usato poi per togliersi la vita.

Ma perché don Vignola non avvisò la famiglia (con cui intratteneva anche buoni rapporti di amicizia)? Non le aveva creduto? Ecco cosa annota il magistrato: «Stupisce non poco il fatto che il cappellano, deputato alla cura spirituale del personale della polizia di Stato, non abbia manifestato, se non a un superiore, almeno alla famiglia o a qualche collega o amica della Esposito di starle vicino, di non perderla di vista in quel particolare grave momento di sofferenza».

Il sacerdote, invece, consiglia al padre di Anna di scrivere un esposto anonimo (le indagini, quando don Vignola incontra Vincenzo Esposito, erano ormai chiuse e il caso era stato archiviato come suicidio). È una strana strategia quella suggerita dal sacerdote. Chi avrebbe dovuto accusare il padre della poliziotta? Don Vignola, sentito in Procura, nega. Poi, davanti all’evidenza - e dopo le contestazioni degli investigatori che sospendono l’interrogatorio per permettere al sacerdote di consultarsi con un legale - confessa: «Rettificando quanto da me detto in precedenza - si legge nel verbale che ha firmato in Procura don Vignola – voglio rappresentare che potrei essere stato io stesso a suggerire a Vincenzo Esposito di scrivere una lettera anonima alla Procura contenente richieste che a mio avviso servivano più a confortare il mio interlocutore che a consentire di scoprire nuovi scenari».

Quegli scenari, però, subito dopo li descrive al pm: «C’erano persone (don Vignola fa anche i nomi di alcuni poliziotti) che manovravano in qualche modo la vita di questa ragazza». Era vero? Cosa aveva appreso il cappellano della polizia sul conto di queste persone? Oppure era stata Anna a riferirgli di quei minacciosi messaggi anonimi che spesso trovava sulla sua scrivania in Questura? E quanto hanno influito sulla decisione di farla finita? Sempre che sia andata davvero così. Il papà di Anna è convinto che il caso vada riaperto. E ora anche Gildo Claps sospetta che scavando in questa storia possa uscire qualche altra verità sull’omicidio di sua sorella: «In quanti sapevano che era in quel sottotetto?»”. È quello che dovranno accertare gli investigatori.

E’ una vita apparentemente felice e realizzata quella di Anna Esposito. Una donna forte, determinata e decisa. Anna era capo della Digos di Potenza e aveva due splendide figlie che vivevano con i nonni a Cava de’ Tirreni. Improvvisamente il 12 marzo del 2001 i genitori ricevettero una chiamata che li avvisa che la donna si era suicidata, impiccandosi con una cintura alla maniglia della porta del bagno della sua casa a Potenza. La famiglia però non crede assolutamente a questa versione. Il commissario di polizia intervenuto in casa di Anna aveva subito slegato la donna con “la speranza di trovarla viva”, ha riferito il padre di Anna, che però era morta ben 10 ore prima. Secondo i periti però questo sarebbe un “suicidio anomalo, ma possibile”, contrariamente alla versione di Enzo Esposito (papà di Anna) che sostiene invece che la cinghia della cintura si dovrebbe trovare nella nuca e non all’altezza della mandibola, come invece era successo per Anna. Un altro aspetto su cui è necessario fare chiarezza è il disordine che è stato trovato nella casa dell’ispettore Esposito, come se qualcuno cercasse qualcosa di preciso. Nei mesi precedenti la morte, Anna riceveva costantemente biglietti anonimi di minaccia. Anna potrebbe essere stata indotta al suicidio? C’è inoltre un’altra stranissima coincidenza che lega la vicenda di Anna alla morte di Elisa Claps. La famiglia Esposito era molto amica di Don Vignola, il parroco che forse saprebbe molte cose sull’omicidio di Elisa. Don Vignola avrebbe dichiarato di aver visto segni di una cinghia sul collo di Anna qualche mese prima della sua morte, come se la donna avesse già tentato il suicidio, senza però riuscirci. Il padre di Anna è molto contrariato dal comportamento del parroco che avrebbe notati segni del genere senza manifestare le sue preoccupazioni alla famiglia Esposito o alle amiche di Anna. Don Vignola in un incontro con Enzo Esposito ha suggerito al padre di Anna di scrivere alla Procura una lettera anonima sulla morte della figlia, e si propone pure per aiutarlo. La mamma di Anna ha nei giorni scorsi contattato Gildo Claps, il fratello di Elisa, raccontandogli le confidenze fatte dalla figlia qualche giorno prima di morire. Anna aveva detto alla mamma che in Questura qualcuno sapeva che fine avesse fatto Elisa Claps, chi l’aveva uccisa e dove si trovava il suo corpo.

Chi ha potuto vederla la descrive come una cintura di cuoio lunga poco meno di un metro. «Quasi nuova». O, comunque, che non «presentava i segni che un nodo, dopo dieci ore di tensione con un peso rilevante, avrebbe dovuto lasciare». Sulle cause del decesso, «asfissia da strozzamento», sembra che non ci siano dubbi. È la dinamica, così come ricostruita all’epoca dagli investigatori, che rende ancor più misteriosa la morte del commissario della polizia di Stato Anna Esposito, la poliziotta che forse aveva appreso dove era stato nascosto il corpo di Elisa Claps e che è morta nel 2001 in circostanze mai del tutto chiarite (l’inchiesta è stata archiviata un anno dopo). Il corpo, senza vita - stando alle ricostruzioni contenute nelle informative degli investigatori che per primi entrarono nell’alloggio del commissario - era seduto sul pavimento. La cinghia di cuoio, con la fibbia di metallo stretta alla gola della poliziotta, era attaccata, dall’altro capo, alla maniglia della porta del bagno. Sia il dottor Rocco Maglietta, sia il professor Luigi Strada, che hanno effettuato l’autopsia, definiscono l’impiccamento «atipico». Perché l’ansa di scorrimento era posta «anteriormente, sul lato destro». Un impiccamento tipico, messo in atto in modo certo dal suicida, «avrebbe portato - spiegano i medici - automaticamente l’ansa di scorrimento a disporsi nella parte posteriore del collo». Nonostante la trazione sia durata per più di dieci ore (i medici fanno risalire la morte alle 23 del 11 marzo 2001. La cintura è stata slacciata alle 9.30 del 12 marzo), e con un peso di circa 65 chilogrammi, chi ha visto la cintura ricorda che «non presentava i segni del nodo».

Anche la lunghezza - poco meno di un metro - appare incompatibile con le modalità del suicidio.

«Lo sviluppo minimo del nodo (ovvero la parte della cintura impegnata dal nodo). - si legge negli atti dell’inchiesta, di cui la Gazzetta del Mezzogiorno è in possesso - doveva essere di circa 24 centimetri». La circonferenza intorno al collo «era di 41». La poliziotta si sarebbe uccisa, quindi, con meno di 30 centimetri di corda, da un’altezza - quella della maniglia - di 103 centimetri da terra. Se le cose sono davvero andate così i piedi del commissario toccavano il pavimento e, solo per pochi centimetri, non toccavano a terra anche i glutei. Ecco come i poliziotti intervenuti sul posto descrivono la posizione: «Le gambe - scrivono nella relazione di servizio - sono leggermente piegate all’altezza delle ginocchia verso sinistra, tanto che i piedi poggiano sul pavimento, rispettivamente quello destro con la parte interna del tallone, quello sinistro con la faccia esterna».

La causa della morte «È dovuta a un’asfissia acuta e meccanica». Che poteva essere stata procurata solo ed esclusivamente dalla cintura? Scrive il dottor Maglietta: «Si è parlato di impiccamento incompleto in quanto il corpo non era totalmente sospeso, bensì in posizione semiseduto, con le natiche sospese». Nella casistica medico-legale, precisa il dottor Maglietta, «è chiaramente indicativa di una volontà suicida». Nonostante le mani libere e i piedi che toccano il pavimento? È un aspetto che le indagini dell’epoca non hanno chiarito completamente.

Il collega ha sentito dire che aveva tentato il suicidio; il sottoposto ha raccontato che gli aveva confidato «di aver fatto una cosa brutta di cui però si era pentita»; il sacerdote ha svelato di aver già visto sul collo della ragazza «i segni della fibbia della cintura». Testimonianze che hanno involontariamente portato gli investigatori verso un’unica conclusione: Anna Esposito - il commissario della polizia di Stato che forse sapeva di Elisa Claps e che è morta in circostanze mai chiarite - si è suicidata.

Nonostante ci fossero dubbi e aspetti oscuri. Nonostante una consulenza dei medici che effettuarono l’autopsia descrisse il suicidio - Anna Esposito fu trovata impiccata con una cintura di cuoio attaccata alla maniglia di una porta - come «atipico», perché i piedi della donna toccavano il pavimento. E nonostante quanto dichiarò in Procura il dottor Rocco Maglieta, medico-legale, che definì la possibilità che la poliziotta avesse già tentato il suicidio «inverosimile». L’inchiesta è finita in archivio.

L’ispettore Mario Paradiso lavorava all’ufficio del personale. Il 12 marzo del 2001 entrò nell’alloggio del commissario Esposito. Dice agli investigatori: «Non mi spiego questo gesto, anche perché la Esposito era sempre gentile e disponibile. Solo successivamente sono venuto a conoscenza di problemi familiari, sentimentali ed economici e ho appreso dal cappellano della Questura che la Esposito gli aveva confessato di aver tentato il suicidio già in precedenza». Ma questo particolare l’ispettore quando lo apprende? Prima del suicidio? Oppure dopo il 12 marzo? L’ispettore Paradiso verbalizza quattro giorni dopo il ritrovamento del corpo del commissario. E nessuno gli pone questa domanda.

L’ispettore Antonio Cella lavorava nell’ufficio diretto dal commissario Esposito: la Digos. L’ispettore conferma agli investigatori che il suo dirigente gli riferiva «particolari della sua famiglia» e anche delle sue relazioni amorose. E il precedente tentativo di suicidio? Dice l’ispettore: «Non mi ha detto espressamente di aver tentato il suicidio, ma mi ha riferito di aver fatto una cosa brutta di cui però si era liberata».

Don Pierluigi Vignola all’epoca era il cappellano della Questura di Potenza. Riferisce al magistrato di aver saputo che il commissario Esposito aveva confidato anche ad altre persone quello che aveva detto a lui in confessione: la poliziotta aveva già tentato il suicidio. Ma con chi si era confidata Anna Esposito? Dice il sacerdote: «Erano delle giocatrici di pallavolo di Potenza». Che, però, non risultano tra i testimoni dell’inchiesta. Poi il sacerdote aggiunge: «Il mese prima avevo io stesso visto sul collo di Anna i segni della fibbia della cintura che indossava e che aveva utilizzato per il tentativo di suicidio. Non mi riferì però perché avesse scelto quelle modalità». E lui non glielo chiese?

Il dottor Maglietta, con argomenti scientifici, smentisce al magistrato la «teoria» del precedente tentativo di suicidio. Dice: «Secondo me è inverosimile. Avrebbe dovuto avere segni di ecchimosi per almeno cinque o sei giorni abbastanza evidenti, trattandosi di una cintura larga. Segni che qualcuno avrebbe dovuto notare». Qualcuno oltre al sacerdote.

Elisa Claps, 23 anni di mistero su cui ha osato Amendolara. Ne parliamo col cronista che indagò sul caso, risultando scomodo anche alla Procura. Aveva solo 16 anni quando, il 12 settembre del 1993, scomparve nella sua Potenza. Il suo corpo fu ritrovato 17 anni dopo, nel 2010, nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità, nel capoluogo lucano. Per la sua scomparsa e la sua morte è stato riconosciuto colpevole l'amico Danilo Restivo, scrive Leonardo Pisani su “Il Mattino di Foggia” il 12 settembre 2016. Le indagini non hanno mai convinto del tutto Fabio Amendolara che dalle pagine de "La Gazzetta del Mezzogiorno" si spinse talmente oltre le nebbie di quel mistero da suscitare la pesante reazione degli inquirenti che lo accusarono di aver rivelato informazioni riservate (la stessa accusa prefigurata dall'art. 326 del Codice Penale per la violazione dei segreti di Stato) e disposero nel 2012 la perquisizione della redazione del giornale e della casa del cronista, sottoponendolo ad un interrogatorio in Questura durato sei ore. Nel ricordare la tragica fine di Elisa, la disponibilità di Fabio ci offre anche l'opportunità di approfondire l'importanza del giornalismo investigativo che lo impegna a scandagliare, sulle pagine di "Libero", tanti altri misteri di cronaca italiana; per ultimo il suicidio sospetto del brigadiere Tuzi a Arce, in Ciociaria, a cui ha dedicato il suo recente libro "L'ultimo giorno con gli Alamari".  

Amendolara, il 12 settembre 1993 scompare Elisa Claps. Una data che è una ferita a Potenza ma non solo ed è una ferita ancora aperta.

«È una ferita aperta perché la giustizia non ha saputo dare risposte logiche e convincenti. Non basta consegnare alla piazza il mostro Danilo Restivo per dire il caso è chiuso, rassegnatevi, metteteci una pietra sopra. Finché non verrà fatta luce su chi ha coperto Restivo, permettendo che i resti di Elisa rimanessero per 17 anni nel sottotetto della chiesa della Trinità, la ferita non potrà rimarginarsi»

Ti sei occupato del caso e Elisa è ritornata poi in altre indagini che hai svolto: notizie false, depistaggi, poi il ritrovamento nella Chiesa della Trinità. Questo pone due domande: per prima cosa, come mai tante verità negate e, seconda cosa poi, il giornalismo investigativo ha ancora senso in Italia? Spesso si assiste alla spettacolarizzazione delle tragedie ma non alla ricerca della verità.

«La spettacolarizzazione fa male alle inchieste giudiziarie tanto quanto a quelle giornalistiche. Il giornalismo investigativo, quello vero, quello che scova nuovi testimoni, che segnala errori e omissioni nelle indagini, che impedisce agli investigatori di girarsi dall'altra parte e di chiudere gli occhi, ha ancora senso e va riscoperto. Ecco, se ci sono tante verità negate dipende anche dal fatto che la stampa molla i casi troppo presto. Senza pressione mediatica gli investigatori si sentono liberi di non agire».

Quanti casi ancora irrisolti e cito solo la nostra Basilicata: la piccola Ottavia De Luise di Montemurro e Nicola Bevilacqua di Lauria. Ma esiste una giustizia di serie A e una giustizia di serie B?

«Purtroppo esiste. Era così ai tempi della piccola Ottavia ed è così ancora oggi»

Allo stesso tempo: esiste una copertura mediatica di serie A per alcuni casi e l’indifferenza per altri?

«Le Procure e gli investigatori dettano la scaletta. Grazie alle fughe di notizie si tengono buoni i giornalisti che, così, ottenuta in pasto la classica velina, non cercheranno notizie scomode. L'informazione è facile da orientare»

Però, Fabio, domanda brutale: trovi difficoltà nelle tue inchieste?

«Le difficoltà che trovano tutti i giornalisti che non si accontentano delle verità preconfezionate. Nel caso di Elisa Claps ad esempio avevo dimostrato che la Procura di Salerno aveva temporeggiato troppo nel chiedere l'arresto di Restivo ma anche che aveva fatto scadere i termini delle indagini preliminari tenendo fermo il fascicolo. La reazione è stata dura: una perquisizione in redazione, nella mia auto e nella mia abitazione. Risultato: mi hanno messo fuori gioco per un po'. Tutte le mie fonti erano scomparse, per paura di essere scoperte»

Penso al tuo ultimo libro: «L’ultimo giorno con gli Alamari: il suicidio sospetto del brigadiere Tuzi a Arce in Ciociaria”. Anche quando lo hai presentato in Basilicata o in Puglia ha attirato attenzione; quindi alla fine il lettore o il pubblico è sensibile a queste tematiche di giustizia negata o, addirittura, di mancanza di vere indagini ufficiali? 

«I cittadini non si accontentano mai di false verità o di ricostruzioni illogiche e contraddittorie. Finché non si fornisce loro una ricostruzione credibile - sia essa giudiziaria o anche giornalistica - continueranno a porsi domande su come sono andate davvero le cose. Il caso Claps ne è un esempio lampante. A sei anni dal ritrovamento ci sono ancora manifestazioni pubbliche per chiedere verità e giustizia. E ci saranno finché la storia non verrà raccontata in tutti i suoi particolari».

Giallo Esposito, Amendolara: Suicidio poliziotta non convince. Pubblicato il 3 maggio 2014 da Mary Senatore. “Il segreto di Anna”. E’ un’inchiesta giornalistica su un suicidio sospetto, quello del commissario di polizia Anna Esposito, cavese 35enne, morta a Potenza nel 2001. L’autore è un giornalista lucano de La Gazzetta del Mezzogiorno. Si chiama Fabio Amendolara, ha la stessa età del commissario Anna Esposito e, coincidenza, è arrivato a Potenza il 12 marzo del 2002. “Esattamente un anno prima, il 12 marzo del 2001, Anna moriva in circostanze mai chiarite”, spiega l’autore dell’inchiesta giornalistica. La storia è questa: Anna ha 35 anni e dirige l’ufficio della Digos nella città in cui è scomparsa Elisa Claps. Contatta il fratello della ragazza e gli chiede un appuntamento, ma pochi giorni dopo viene trovata nel suo alloggio senza vita. “Impiccamento atipico”, lo definiscono i medici. Prima ancora che l’indagine giudiziaria venga chiusa, la polizia di Potenza sentenzia: “È suicidio”. In fondo tutti gli elementi sembrano esserci: Anna usciva da una turbolenta storia d’amore e circolavano voci di un precedente tentativo di togliersi la vita. Eppure già poco dopo la morte della poliziotta cominciano a circolare voci secondo cui sarebbe stata uccisa. Questa indagine giornalistica scova discrepanze nei rapporti giudiziari della polizia e mette in evidenza le falle investigative. Indizi tralasciati, reperti non analizzati, impronte mai comparate, testimonianze parziali e mezze ammissioni rendono il caso molto ingarbugliato. Sullo sfondo ci sono le coincidenze che collegano la morte del commissario all’omicidio della giovane Elisa Claps. E’ un libro di giornalismo investigativo all’americana, che ha suscitato interesse nella stampa nazionale: il settimane Oggi ha dedicato due pagine alle scoperte di Amendolara (di recente il giornalista è stato a Istanbul, dove ha partecipato a un Simposio internazionale di giuristi sulle leggi di genere a protezione delle donne). E poi “aperture” di pagina sui grandi quotidiani nazionali. Amendolara non crede al suicidio: “Mi sono accorto subito che le testimonianze non combaciavano e che c’erano aspetti da approfondire”. Lo hanno capito anche gli investigatori, che un anno fa – dopo i primi articoli pubblicati da Amendolara sulla Gazzetta del Mezzogiorno – hanno ripreso a indagare. Ora l’ipotesi non è più suicidio ma omicidio volontario. 

Marco Ventura per il Messaggero domenica 15 ottobre 2023.

Il silenzio urla da quarant' anni, da quel 9 ottobre 1982 in cui Stefano Gaj Taché, un bimbo di 2 anni, fu ucciso nell'attentato alla Sinagoga. Era una bella giornata di sole a Roma e le granate dei terroristi furono scambiate all'inizio per sassi. Il fratello di Stefano, Gadiel, aveva 4 anni e fu investito dalle schegge, lottò per sopravvivere. La sua foto uscito dall'ospedale, in carrozzella e con l'occhio bendato, insieme a quelle di Stefano, è in fondo alle oltre 100 pagine della sua accurata e accorata denuncia senza retorica per la Giuntina, Il silenzio che urla.

«Nel 2011, scoprii che Stefano non compariva nella lista ufficiale delle vittime italiane del terrorismo», racconta Gadiel. «Ma prima di essere un bambino ebreo, lui era un bambino italiano; per molti, invece, quella tragedia riguardava altri, la comunità ebraica... Poi, nel 2015, vidi alla tv le immagini di Charlie Hebdo e dell'attacco al supermarket kosher a Parigi, fu come rivivere la violenza che avevo rimosso. E decisi di farmi portavoce della sofferenza della mia famiglia e riguardare tutti i documenti che nel frattempo erano stati de-secretati». E che cosa ha scoperto? «All'archivio di Stato, la prima lettera che andai a cercare fu quella di Tullia Zevi che segnalava il pericolo alla Sinagoga. 

Ancora oggi mi chiedo perché al Tempio non fu prevista la sorveglianza. Per quarant' anni ti raccontano una storia, che il responsabile è un certo Al Zomar per conto di Abu Nidal, e ti destabilizza imbatterti in testimonianze per cui sembra che le cose non siano andate proprio così». Al Zomar fuggì in Grecia, e non fu mai estradato. 

«Nel novembre 1982 un'informativa del Sisde, i servizi interni, riportava una confidenza della fidanzata di Al Zomar per cui l'incarico sarebbe arrivato dall'Olp», spiega Gadiel. «In quei mesi c'era fermento, aggressività, di media e politica: si faceva l'equazione Israele-ebrei, una confusione frutto di pregiudizi perché una cosa è Israele, altra le comunità ebraiche. Io sono anzitutto italiano, romano de Roma, de Testaccio».

LA GUERRA La guerra in Libano fece precipitare la situazione. «Durante una manifestazione sindacale, fu scaraventata una bara davanti al Tempio, sotto la lapide che ricordava 1.022 ebrei deportati nei campi di sterminio. Perché là e non davanti all'Ambasciata? Rav Toaff scrisse a Lama, segretario Cgil, che pur deprecando l'episodio rispose che non si poteva sottacere il genocidio in Libano. Una confusione, tra ebrei e Israele, sempre molto pericolosa». 

(...) L'antisemitismo è un virus che nasce dall'ignoranza: la differenza tra ebreo e israeliano a molti non è ancora chiara».

Nel libro ci sono foto di Gadiel e Stefano: «Servono a ricordare. Io oggi cammino, corro, scio, ma con dolore La mia gamba è devastata e negli ultimi mesi ho ripreso le stampelle. Il mio corpo, ai raggi X, è un cielo stellato, con tutti i puntini luminosi delle schegge nella gamba, nell'addome, nella testa A volte escono dal piede. Mia madre lo stesso». 

Spera che la verità venga fuori? «Difficile che si faccia giustizia dopo quarant' anni, ma spero che la verità emerga. Nelle carte ci sono altri nomi legati ad Al Zomar». Italiani? «Bisogna indagare, a partire dalle 17 informative in cui il Sisde scriveva che ci sarebbe stato un attentato e i terroristi erano aiutati da italiani». Il prossimo 21 settembre, quando si celebrerà solennemente il ricordo dell'attentato, nessuno potrà ignorare «il silenzio che urla» della famiglia Taché.

La strage di Fiumicino del 1973: «Vidi 17 miei amici morire. Nessuno ci aiutò e la PanAm mentì». Viviana Mazza e Guido Olimpio su Il Corriere della Sera domenica 6 agosto 2023.

L’americana Christi Warner aveva 24 anni quando rimase coinvolta nell’attacco palestinese allo scalo romano: era diretta in Arabia Saudita. Cinquant’anni dopo, ha deciso di raccontare la sua verità sul massacro 

A quasi cinquant’anni dalla strage di Pan Am a Fiumicino, una settantatreenne che vive ai piedi delle Montagne Rocciose sta cercando di raccontare l’attentato «dimenticato». Christi Warner, che allora si chiamava B.J. Geisler (poi ha preso il cognome del marito e ha cambiato nome perché non le era «mai piaciuto»), è una degli ultimi quattro passeggeri che uscirono vivi dal massacro del 17 dicembre 1973 all’aeroporto romano e una dei pochissimi non ancora deceduti di vecchiaia. Sta pubblicando un libro, Terror on Pan Am Flight 110 , che porterà alla Fiera di Francoforte a ottobre in cerca di un editore internazionale e che vorrebbe trasformare in un film. Battaglia angosciante eredità di una guerra mai finita. Un episodio tragico parte di un momento storico dove la violenza politica, i sequestri di jet, le trappole esplosive rappresentano il quotidiano. Eventi così numerosi che rischiano persino di cancellarne il ricordo tranne per chi li ha vissuti in prima persona come è toccato a Christi.

«Diciassette miei amici morirono» ci dice al telefono da Colorado Springs. «Eravamo un gruppo di 32 persone, viaggiavamo con Aramco, la compagnia petrolifera, per andare a trovare familiari e amici in Arabia Saudita per Natale». Una foto che condivide con noi mostra lei e altri tre passeggeri davanti alla fontana di Trevi il giorno prima del volo.

Christi Warner, allora 24 anni, e Barbara McKinney, 22, il giorno prima del massacro, mentre tirano la monetina portafortuna nella fontana di Trevi: entrambe sopravvissero. A fianco Russel Turner, 12 anni, e la sua accompagnatrice Muriel Berka, 52, che invece rimasero uccisi 

Christi, 24 anni, e Barbara McKinney, 22, lanciano monetine nella fontana: sono sopravvissute. Accanto a loro Muriel Berka, 52 anni, e il dodicenne Russell Turner, che non ce l’hanno fatta. «Russell studiava in America e doveva raggiungere i genitori in Arabia Saudita per le feste: era stato affidato a Muriel all’aeroporto di New York». Muriel aveva un genero che lavorava per Aramco, era la vicina di casa e «una seconda madre» per Christi; mentre Barbara, la nipote di Muriel, era stata sua compagna di scuola. Le aveva seguite in vacanza, il suo primo viaggio fuori dagli Stati Uniti e dal Canada.

L’attacco

Tutto accade nel giro di quaranta minuti. I terroristi palestinesi, arrivati con un volo da Madrid, attaccano la sala di transito del terminal alle 12:50-12:51. «Passano solo quattro minuti prima che prendano degli ostaggi». Tutto facile perché i controlli sono minimi e i fedayn riescono a portarsi le armi fin dalla Spagna. Alle 12:55 corrono sulla pista fino al jet Pan Am. Alle 12:56 si sente la prima esplosione. Lanciano una granata a frammentazione e una al fosforo attraverso la porta anteriore, mossa ripetuta da quella posteriore. Non vogliono dare scampo. 

L’ordigno raggiunge la cabina di prima classe, l’esplosione investe l’hostess Diana Perez, in piedi davanti alla scaletta. Muore sul colpo mentre la sua collega Lari Hemel perde conoscenza sotto un mucchio di corpi. «Lei si riprende poco dopo e dice loro di togliersi di mezzo, ma sono tutti morti. Afferra una scarpa e s’accorge che dentro c’era un piede», racconta Christi, rimasta in seconda classe. «Avrei dovuto essere in fondo, ma mi ero spostata nel mezzo che era vuoto e avevo convinto Muriel e Barb a venire con me. Volevo dormire: la sera prima eravamo state al Piper, e dato l’embargo sulla benzina (la famosa austerity, ndr ) c’erano pochi taxi. Solo alle 4 ne avevamo trovato uno per arrivare a Fiumicino in tempo per la partenza alle 8. Più tardi mi diranno che la granata era finita proprio sul sedile che avrebbe dovuto essere il mio: resta ustionata in modo orribile la mia amica Robyn Haggard, una ragazza bellissima, un peperino, e sua cugina Bonnie Presnell, che quella sera spirò per le ferite». Ad aggravare la situazione il tipo di sedili altamente infiammabili. Anche per questo tanti passeggeri perirono in pochissimi minuti. Lezione dura. La tragedia porterà l’industria a cambiare i materiali, dopo la causa condotta dall’avvocato Ralph Nader, famoso per l’attivismo per la sicurezza dei consumatori, prima che come candidato alle presidenziali.

La forza della disperazione

La narrazione prosegue. «Muriel è finita a terra per l’impatto dell’esplosione. La prendo in braccio, anche se sono molto più piccola di lei: in momenti come questo dicono che uno sviluppi una forza sovrumana. È proprio così. Avanzo verso la prima classe ma, arrivata alla tenda, questa si apre di botto e mi trova faccia a faccia con uno dei terroristi. C’è un fumo denso, buio pesto. Una coppia salta fuori dal suo nascondiglio e mi travolge, seguita dal guerrigliero. Non riesco più a trovare Muriel. Poi sento la voce del mio angelo custode: “È tempo di andare”». Nulla da fare per Muriel, non uscirà viva dalla carlinga. 

A tentoni, Christi raggiunge l’uscita di sicurezza. «Qui vedo Dominic Franco, uno degli assistenti di volo, che si precipita fuori dal bagno fino all’uscita di sicurezza sul lato opposto al mio. Ha tentato di nascondersi nel carrello delle bevande, ma non c’entrava». Fasi ancora più concitate, Christi sbuca sopra l’ala: «Ci sono sette-otto persone là sopra, erano fuori di sé. Una donna ci grida di scendere perché l’aereo può esplodere. Salto giù, la mia borsa si apre rovesciando il contenuto. “Devo prendere il passaporto”, è la mia prima reazione e mentre lo afferro guardo in alto. Un terrorista a due metri da me mi punta contro la pistola e preme il grilletto, ma non accadde niente. Lui sbatte l’arma contro il palmo della mano. Niente ancora. Per tre secondi ci fissiamo, poi corre verso il jet Lufthansa sulla piazzola poco distante». Il commando è pronto per la fuga a bordo del Boeing tedesco.

Abbandonati nel terrore

Quello che dopo cinquant’anni fa male, sostiene Christi, sono le «falsità raccontate da Pan Am» sull’eroismo di alcuni suoi dipendenti. «Ho visto il capitano e il secondo pilota uscire dalla cabina e scappare verso il terminal, non hanno aiutato i passeggeri a scendere dall’ala - è la sua accusa -. È stato l’ingegnere di volo, Ken Pfrang, ad aiutarmi a farlo prima di cercare rifugio. Intanto io continuo a pensare: “Devo trovare Muriel e Barb”. Così risalgo dalla scaletta sul retro, quando avvisto Robyn e Bonnie che scendevano.

Carbonizzate. La pelle si è letteralmente sciolta e pende dalle braccia, i vestiti sono fusi con il corpo, una vista orribile. Su di me tracce di sangue e altro, ciocche di capelli bruciate. Dopo aver inalato tanto fumo tossico riesco a parlare a stento e ripeto ossessivamente “devo trovare Muriel e Barb”. Robyn e Bonnie rispondono che avevano già controllato, dicevano che erano tutti morti. Loro erano scampate nascondendosi in uno dei bagni, mentre nell’altro c’erano due assistenti di volo. Quelle due ragazze avevano trovato la forza per attraversare l’aereo in fiamme e verificare se ci fossero sopravvissuti. Robyn aveva 15 anni, Bonnie 21». 

Il silenzio dell’equipaggio

Degli otto piloti e assistenti di volo, tutti sopravvissuti all’attentato a parte Diana Perez, resta oggi in vita solo Barbara Marnock, che «non ha mai voluto parlare di ciò che accadde». «All’improvviso riprendono gli spari», continua Christi. Alle 13:10 il Boeing Lufthansa è circondato dagli agenti, c’è uno scambio di colpi. Un tentativo della polizia di contrastare gli assalitori, una reazione non sufficiente. Christi rimprovera gli errori commessi dalle autorità in questa vicenda. «Oh, ve ne furono tanti. All’inizio nel terminal gli uomini della sicurezza sono rimasti paralizzati, non hanno fatto nulla quando i terroristi hanno spianato i fucili». Anche perché il presidio a difesa di Fiumicino è debole.

In fuga

A questo punto le tre ragazze si rifugiano sotto un furgone. «C’era un poliziotto italiano nascosto. “Tira fuori la pistola, spara, fai qualcosa!”, gli grido. Lui risponde che non vuole essere coinvolto». Correndo con i polmoni pieni di fumo, dopo aver provato diverse porte chiuse, Christi, Bonnie e Robyn riescono a tornare nel terminal. Lari Hemel è l’ultima a emergere viva, uscendo sull’ala. Franco, nascosto dietro la ruota dell’aereo, l’aiuta a scendere. Sono scene infernali. «Trovano una bambina sulla pista e Lari la porta all’Alitalia». Barb - come scopre più tardi - è salva: seduta vicino all’uscita di sicurezza, è stata spinta subito fuori ed è corsa nei campi. Bonnie, invece, muore quella notte.

Un’altra ragione di risentimento è che - sostiene Christi - Pan Am avrebbe «mentito per evitare di risarcire i sopravvissuti, sostenendo falsamente che l’Arabia Saudita, dove avevano comprato i biglietti, non era parte delle convenzioni che garantiscono un massimo di 75mila dollari ai feriti».

Risarcimenti umilianti

Alla fine, Christie ottiene «circa cinquemila dollari, al netto delle spese legali. Robyn riceve quei 75mila dollari, ma spenderà milioni. Quattro anni dopo avrà un terribile incidente d’auto: il marito e il figlio morirono, oggi è quadriplegica e non ricorda più nemmeno di essere stata sposata. Ma rammenta la notte prima che prendemmo l’aereo a Fiumicino, quando andammo a ballare al Piper».

La rabbia di Christi è simile a quella di altri. Per diverse ragioni. L’azione eversiva è costata la vita a una trentina di persone, comprese la guardia di finanza Antonio Zara, il dirigente Eni Raffaele Narciso, Giuliano De Angelis, la moglie Emma, la figlia Monica di soli 9 anni e l’addetto ai bagagli Domenico Ippoliti, il cui corpo è buttato sulla pista di Atene nella fase successiva dell’incursione criminale.

I misteri

I fedayn, dopo l’eccidio, si impadroniscono del jet Lufthansa che è parcheggiato vicino al Pan Am e costringono il capitano a raggiungere prima la Grecia e, al termine di un’odissea nei cieli, il Kuwait dove si consegnano alle autorità che li trasferiranno in Egitto. Mosse accompagnate da negoziati dietro le quinte. I killer sono rilasciati, nel novembre 1974, grazie all’ennesimo dirottamento mentre la presunta mente dell’attacco, il palestinese Abdel Ghaffour, viene eliminato dall’Olp in una strada di Beirut due mesi prima. Metodo brutale per sbarazzarsi di un ex funzionario messosi a disposizione della Libia. Secondo alcune fonti ha preparato l’assalto su ordine della Libia decisa a punire l’Italia per i rapporti petroliferi troppo stretti con sauditi. Uno - non l’unico - dei possibili moventi in un mare di versioni. Saranno forti le polemiche sulle scarse misure di protezione nello scalo nonostante fossero arrivati segnali d’allarme, così come non si spegneranno mai le accuse sui patti sottobanco siglati dai governi italiani con le fazioni mediorientali per essere risparmiati da altre nefandezze. Illusioni. È un’epoca feroce, l’Europa trasformata in arena, l’aviazione civile obiettivo primario e i dirottamenti diventati la tattica principale del terrore. Gli assassini colpiranno ancora e per lungo tempo. Fiumicino sarà insanguinata nel dicembre 1985 dai sicari di Abu Nidal, un volo Pan Am esploderà con oltre 200 persone a bordo nei cieli di Scozia tre anni dopo. E anche qui tornerà la pista libica, certificata da un processo a carico degli agenti di Gheddafi ma contestata da chi pensa che i veri colpevoli siano altri, con sospetti sugli iraniani, su un nucleo palestinese, su figure sfuggenti responsabili di delitti che attendono ancora giustizia.

L'anniversario della strage. Depistaggi di Stato: da piazza Fontana a Bologna i mandanti delle stragi erano nella Democrazia Cristiana. 43 anni dopo. Si ricordano i morti ma ancora con molta ipocrisia. Il problema non è solo quello dei depistaggi, il problema sono i mandanti. E bisognerà scriverla quella parola: DC. Piero Sansonetti su L'Unità il 3 Agosto 2023

Tra il dicembre del 1969 e il dicembre del 1984 (quindici anni) in Italia ci furono otto grandi attentati dinamitardi che provocarono più di 150 morti e migliaia di feriti. Famiglie distrutte. Terrore. Ed ebbero una influenza significativa sul corso della vita e della battaglia politica. Il terrorismo dinamitardo fu una cosa ben distinta dalla lotta armata. In particolare da quella delle organizzazioni di sinistra, come le Brigate Rosse e Prima Linea.

Una differenza immediatamente comprensibile era questa: la lotta armata (compresa quella realizzata da formazioni straniere, e cioè palestinesi) rivendicava sempre le proprie azioni. E le spiegava. Il terrorismo dinamitardo non le rivendicava mai. Il punto più alto del terrorismo dinamitardo – in termini di violenza e di vittime – fu l’attentato alla stazione di Bologna, avvenuto il 2 agosto del 1980. Ci furono 85 morti, forse 86. Moltissimi feriti. Bologna ci mise anni per riprendersi psicologicamente da quella frustata. Ancora oggi Bologna è segnata dalla strage del 2 agosto.

È molto ragionevole pensare che gli attacchi terroristici ebbero la stessa matrice. Il fatto che non siano mai stati rivendicati, logicamente, ha reso molto complicato accertare la verità. Dietro agli attentati c’è un mistero, che nei dettagli forse non sarà mai risolto. Sembra però ormai risolto il dubbio su chi azionò e guidò queste stragi. Un pezzo dello Stato. Non so perché oggi si stenti tanto a usare questa definizione, che fu coniata già nel dicembre del 1969 dai gruppi della sinistra: “Strage di Stato”. Noi con difficoltà potremo mai conoscere i cognomi e i nomi di chi praticamente realizzò gli attentati, e mai e poi mai sapremo i nomi e i cognomi di chi li ordinò, o non li impedì.

Però sappiamo con una discreta sicurezza che le stragi furono progettate dai servizi segreti e realizzate talvolta in modo diretto talvolta usando come manovalanza piccoli gruppi o singoli militanti della destra fascista. Attenzione a non confondere la destra fascista col Msi, che non era coinvolto nelle stragi, anche se ancora viveva immerso in una ideologia fascista. Così come il Pci non aveva nessuna relazione con i settori della lotta armata di sinistra, anche se il Pci, come le Brigate Rosse, si ispirava ad una ideologia comunista.

Però ancora oggi, insieme ai misteri, c’è reticenza nel parlare del terrorismo stragista. Non so perché si preferisca parlare di stragi fasciste anziché di stragi di Stato. Sebbene sia evidente il fatto che lo Stato ebbe una enorme responsabilità e i fascisti furono pura manovalanza. Forse la reticenza deriva dal fatto che se si ammette che quelle stragi, da Piazza Fontana (12 dicembre 1969) a Bologna (2 agosto 1980) furono volute dallo Stato e dall’establishment (da una parte dello Stato e da settori dell’establishment) bisogna ammettere che esistevano settori di governo, e del mondo politico di governo, che consideravano l’omicidio e la strage come strumenti utilizzabili nella lotta politica.

Non dire le cose con questa crudezza è il segno di una gigantesca ipocrisia. Nessuno di noi saprà mai quali uomini politici di governo erano direttamente o indirettamente implicati in queste azioni, ma non ha senso immaginare che le stragi furono di Stato ma nessuna personalità, o corrente politica, dello Stato porti sulle spalle la responsabilità. E siccome non vorrei risultare ipocrita pure io, scriverò qui di seguito la parola magica: “La Democrazia Cristiana”. Naturalmente dicendo Democrazia Cristiana si dice poco. Si indica un’area. Il Partito di Sturzo e De Gasperi fu anche vittima e bersaglio delle stragi.

Nel 1969, quando iniziò la stagione stragista, l’Italia era in bilico tra una svolta a sinistra e un rimbalzo reazionario. Era in corso l’autunno caldo, che è stata la più formidabile e potente stagione di lotte di tutta la storia dell’Europa. La giovane classe operaia stava mettendo con le spalle al muro la vecchia borghesia. E la borghesia reagiva dividendosi. Una parte voleva spostarsi a sinistra e spingere per un nuovo compromesso socialdemocratico, ed era pronta a cedere soldi e potere. E dietro questa parte della borghesia c’era anche una parte dei partiti di governo, compreso un pezzo della Dc. Un’altra parte della borghesia voleva la linea dura, lo scontro, anche il sangue. Ed ebbe il sangue della Banca dell’agricoltura. E poi il sangue di Pinelli, l’anarchico defenestrato e ucciso nella questura di Milano per accreditare una pista anarchica e scagionare lo Stato.

I depistaggi iniziano quel giorno, e poi procedono, fino a Bologna. Ma i depistaggi non furono per proteggere qualche fascistello, furono per proteggere i mandanti. Il Potere. Il Palazzo. Il Partito. Oggi sento Mattarella che parla di depistaggi di Stato. Vero. Dovrebbe dire però quella parola in più: strage. Strage di Stato. Tutta sulle spalle delle classi dirigenti di quei quindici anni. Anche la strage di Bologna avvenne in un frangente complesso della vita politica. Poco più di un anno prima era finita l’esperienza della solidarietà nazionale, con il Pci in maggioranza per la prima volta dal 1947 e con una travolgente attività di riforme che avevano cambiato il volto sociale del paese (la sanità, l’aborto, la psichiatria, la casa, i salari). Eravamo di nuovo al bivio: riprendere una politica riformatrice e di sinistra, o realizzare una brusca svolta al centro? Vinse la seconda ipotesi. Certamente la strage di Bologna ebbe un peso.

È un grande errore pensare che le stragi avessero un valore e uno scopo di destabilizzazione della vita politica. È sempre stato il contrario. Servivano a stabilizzare. Ad aiutare il potere, non a scalzarlo. Chi destabilizzava il paese, nel ‘69, erano gli operai, che sgretolavano le sicurezze borghesi e cambiavano i rapporti di forza tra classe operaia e capitale. Chi destabilizzava nel 1980 era il Pci, che minacciava una stagione ancora più radicale di riforme sociali che avrebbe intaccato l’impianto liberista proprio mentre in Gran Bretagna trionfava la Thatcher e negli Stati Uniti aveva appena iniziato la sua marcia trionfale Ronald Reagan.

Non mettiamo la testa sotto la sabbia, usando la retorica antifascista per spiegare un fenomeno molto più complesso e che ha minato profondamente la nostra democrazia. Diciamole le cose che sappiamo, usiamo le parole giuste. Fu lo Stato a colpire la società. E furono pezzi dei partiti che dominavano lo Stato.

Piero Sansonetti 3 Agosto 2023

Estratto dell'articolo di Antonio Padellaro per “il Fatto quotidiano il 22 maggio 2023.

“Le Brigate Rosse hanno sparato al politico X, al magistrato Y, al commissario di polizia Z. Vai sul posto e raccontaci tutto. Ricordati che devi farci vedere il sangue. Il terrore della vittima. Il panico dei testimoni. La rabbia della famiglia. La paura della gente”.

Giampaolo Pansa, “Piombo e sangue” (Rizzoli) 

Prima di tutto lo sgomento stupito. Possibile che 40 anni fa, non un secolo fa, l’Italia fosse una macelleria a cielo aperto dove il sangue grondava sulle strade in una normalità quotidiana che registrava la contabilità assassina del piombo brigatista e delle stragi fasciste, con le protezioni piduiste e manovrate dallo Stato deviato? 

Poi, lo stupore ammirato. Possibile che in quel tempo ci fossero dei giornalisti come Giampaolo Pansa che mettevano il loro inarrivabile talento, impregnato di fatica e sudore, al servizio esclusivo dei lettori della carta stampata che, allora, affollavano le edicole (le stesse che oggi vanno scomparendo e non a caso)?

Noi che frequentavamo “L’Espresso” potremmo raccontare molto del mito di Pansa (Marco Damilano che ha curato il libro insieme ad Adele Grisendi, amatissima moglie di Giampaolo lo fa con sincero affetto e ammirazione). Nella mia memoria è rimasta una definizione che ci racconta molto del suo calvinismo professionale. 

Questa: io sono un volontario. E, dunque, la forza di volontà come motore della scrittura, alimentato senza pause dalla fatica (scarpinate e notti insonni) dall’ascolto, dallo studio per non fermarsi mai alla prima impressione, alla prima versione dei fatti che troppo spesso è la minestrina riscaldata che le “fonti ufficiali” cercano di propinare all’informazione seduta e accogliente. Che anni orrendi gli anni di piombo e sangue intrisi di odio […] 

E poi tra i killer del commissario Calabresi ecco “la borghesia radicale e progressista che nei confronti della contestazione giovanile si comporta come una vecchia madama, una miseranda carampana, che vada pazza per un amante ventenne”. 

Finché si arriva alle pagine caustiche e impietose contro Eugenio Scalfari (di cui sarà vicedirettore a “Repubblica”) uno dei firmatari dell’odioso appello contro Calabresi: “La sinistra dei colletti bianchi, degli intellettuali, dei professori universitari, del giornalismo chic, delle eccellenze politiche e culturali che mise nel mirino quel giovane commissario”.

Ma, soprattutto, la polemica che lo divise da Giorgio Bocca (i due si rispettavano ma non si amavano), altra firma eccellente, convinto che i covi brigatisti fossero una invenzione della polizia e della magistratura. 

“Oggi – scrive Pansa nell’appunto del 2018 che apre il libro – un falso di quelle proporzioni non sarebbe più possibile, nessun giornalista, per grande che sia, riuscirebbe a imporre una fake news di queste proporzioni” [...]

Rileggere oggi Pansa è un’immersione nelle pagine più oscure del nostro album di famiglia: piazza Fontana, Pino Rauti e Ordine Nuovo, l’ombra di Moro, il piombo su Walter Tobagi, le adunate del Movimento studentesco con i cruenti scontri di piazza del sabato pomeriggio. 

Quella di Pansa è una lezione per il presente e il futuro contro l’imperante conformismo. Tesa, caschi il mondo, ad accertare, a verificare, a scrivere e riscrivere l’oggettiva verità dei fatti. Che poi dovrebbe essere l’unico fine, ossessivo, tenace, appassionato di questo nostro mestiere.

Attentato Pan Am di Fiumicino, la hostess uccisa dai terroristi palestinesi e l’appello della collega 50 anni dopo: «Qualcuno conosce Diana Perez?». Viviana Mazza e Guido Olimpio su Il Corriere della Sera il 12 Maggio 2023

Il velivolo della Pan Am fu attaccato nel 1973 all’aeroporto di Roma da un commando di sequestratori. La collega Ann Blumensaadt cerca tracce di una donna gentile e solitaria, una vita scomparsa (anche dalle memoria) 

Diana Perez, la hostess uccisa, in una foto di prima della sua scomparsa. Nella foto grande l’aereo Pan Am 110 attaccato a Fiumicino nel 1973

«Qualcuno conosce Diana Perez, hostess di Pan Am uccisa all’aeroporto di Roma il 17 dicembre del 1973?». L’appello è apparso sull’Hartford Courant, quotidiano del Connecticut, pochi mesi fa, a quasi 50 anni dopo la strage commessa da terroristi palestinesi sul volo in attesa di partire da Fiumicino per Beirut. A lanciarlo è Ann Blumensaadt, 77 anni, anche lei ex hostess della celebre compagnia decisa a onorare la memoria di una collega dimenticata.

L’unica sopravvissuta rimasta

Ann Blumensaadt, 77 anni 

Ann fa parte dell’associazione World Wings International, formata da ex attendenti di volo di Pan Am. «Invecchiamo e ogni anno cerchiamo di ricordare i dipendenti della nostra compagnia morti in qualche tragedia». Fino all’anno scorso non esisteva nemmeno una foto di Diana, finché l’Hartford Courant su richiesta di Ann non ne ha recuperata una. Nel 1974, dopo i funerali di Perez, fu preparata una targa che diceva che «la sua dedizione e il suo eroismo non sarebbero stati dimenticati»: doveva essere affissa al terminal dell’aerolinea (che non esiste più) allo scalo Jfk a New York. Anche quella targa è scomparsa. Degli 8 o 9 membri dell’equipaggio del Pan Am 110, nome Celestial Clipper, tutti sopravvissuti all’attentato a parte Diana, resta oggi in vita solo Barbara Marnock, che «non ha mai voluto parlare di ciò che accadde». Alcuni dettagli però sono arrivati da parte di lettori che hanno inviato vecchi ritagli di giornale.

L’esplosivo

Perez era in piedi davanti alla scaletta, fu uccisa quando i terroristi lanciarono l’esplosivo all’interno della cabina di prima classe, ci racconta al telefono Ann dalla sua casa a Greenwich. Un’altra hostess, Laurette Hamel, scampata all’attentato, rammentava che Diane stava cercando di calmare i passeggeri, e le ultime parole che avrebbe detto furono «Stanno salendo a bordo!». Un eccidio costato la vita ad una trentina di persone, tra cui l’agente della Finanza Antonio Zara e il tecnico Domenico Ippoliti gettato dai «pirati» sulla pista di Atene raggiunta dopo che si erano impadroniti di jet tedesco. Tappa di un’odissea dei cieli. Il dirottamento si chiuderà il giorno dopo a Kuwait City.

Il commando e Arafat

Un massacro per il quale nessuno ha pagato: il commando sarà mandato in Egitto e preso in consegna dall’Olp di Arafat. Pagina nera. Episodio a lungo «trascurato» in quanto avvenuto in un periodo di accordi sotto banco con i fedain, tra trame di servizi e manovre di regimi arabi, interessi petroliferi e aeroporti poco protetti davanti ad una minaccia che sarà sempre più devastante. In mezzo alle fiamme la storia di una donna.

Diana era nata in New Jersey, aveva 44 anni, non risulta che avesse famiglia a parte un fratellastro a Cuba, ma era un’abile cavallerizza e possedeva un cavallo di nome Homer che teneva non lontano da New Milford, il paesino del Connecticut dove risiedeva. Aveva iniziato a lavorare per la compagnia giovanissima prima e secondo un amico, che parlò al funerale, non amava viaggiare in Medio Oriente e stava cercando di farsi trasferire sulla rotta per l’Estremo Oriente. Oltre al fatto di vivere in Connecticut, qualcos’altro lega Diana e Ann. «Io facevo parte dell’equipaggio che arrivò a Roma tre giorni dopo quell’evento terribile — ci dice —, stavamo al Metropolitan Hotel vicino la stazione, ci prepararono una gran cena e camminammo fino al Vaticano per la messa di mezzanotte, ma all’atterraggio a Fiumicino passammo davanti a quell’aereo distrutto».

Il pilota in prima classe

Frammenti di vita. E poi quelli della morte che ti sfiora: John D. Parrott, pilota, doveva viaggiare in prima classe ma cedette il posto alla moglie del capitano, Bonnie Erbeck, che rimase uccisa. Sono storie da romanzo terribilmente reali con incroci imprevedibili. Il marito di Ann, Robert Genna, nato a Roma, giunse in America da bambino nel 1955 a bordo dell’Andrea Doria, che l’anno dopo sarebbe affondata, come ci racconta per telefono in perfetto italiano. L’indagine personale di Ann rivela commozione e anche una nostalgia per la vecchia America. A quei tempi Pan Am era la più grossa compagnia americana internazionale — «Se volavi per Pan Am, eri speciale, rispettato»—, quasi un simbolo coinvolto anche nelle missioni della diplomazia statunitense per evacuare cittadini da paesi a rischio, dal Vietnam al Vicino Oriente.

Le dichiarazioni di Giuliano Amato.

I Commenti

Andare a ritroso.

Le dichiarazioni di Giuliano Amato.

Giuliano Foschini per “la Repubblica” - Estratti mercoledì 4 ottobre 2023.

Esistono documenti del Sismi, come raccontato a Repubblica dall’ex maresciallo Giuseppe Dioguardi, ancora secretati? E ancora: Paesi esteri, o gli alleati della Nato, hanno negli archivi carte cruciali per poter ricostruire cosa è accaduto la sera del 27 giugno del 1980 sui cieli di Ustica? Ruota a queste due domande l’istruttoria che il Copasir, il Comitato parlamentare per la Sicurezza, ha riaperto dopo l’intervista a Repubblica dell’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, che chiedeva verità ai francesi che potrebbero aver avuto un ruolo nell’attentato aereo del 1980. 

Amato ha confermato quanto già raccontato: «La versione più credibile è quella della responsabilità dell’aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno. Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. E il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario».

«Gheddafi – aveva spiegato Amato - fu avvertito del pericolo e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il Dc9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata. La Francia su questo non ha mai fatto luce». 

Fin qui quello che l’ex premier ha ricostruito. Ma quello che sta emergendo è che per poter davvero avvicinarsi alla verità - Amato, per dire, ha ribadito di non avere ulteriori elementi da offrire né al Comitato né alla magistratura che, comunque, non ha ritenuto di doverlo ascoltare - è necessario un lavoro sui documenti che al momento sono quasi tutti desecretati. O comunque tutti sono stati messi a disposizione della procura di Roma che negli anni scorsi ha riaperto l’inchiesta sulla morte delle 81 persone che viaggiavano a bordo del Dc9.

«Ma il punto è proprio quello» spiega a Repubblica una fonte del Copasir. «Essere certi che tutti i documenti siano stati letti e soprattutto ne sia stato dato il giusto senso. Perché lì potrebbero esserci delle verità fino a questo momento non o sotto valutate ». Il riferimento non è casuale 

(...)

Amato: “Ustica, il Dc9 fu abbattuto da un missile francese. Macron chieda scusa”. Simonetta Fiori su La Repubblica il 2 Settembre 2023. 

L’ex premier: “Era scattato un piano per colpire l’aereo sul quale volava Gheddafi, ma il leader libico sfuggì alla trappola perché avvertito da Craxi”. “Adesso l’Eliseo può lavare l’onta che pesa su Parigi”

Dopo quarant’anni le vittime innocenti di Ustica non hanno avuto giustizia. Perché continuare a nascondere la verità? È arrivato il momento di gettare luce su un terribile segreto di Stato- o meglio - un segreto di Stati. Potrebbe farlo il presidente francese Macron, anche anagraficamente molto lontano da quella tragedia. E potrebbe farlo la Nato, che in tutti questi anni ha tenacemente occultato ciò che accadde nei cieli italiani.

Estratto dell’articolo di Simonetta Fiori per “la Repubblica” sabato 2 settembre 2023.

Dopo quarant’anni le vittime innocenti di Ustica non hanno avuto giustizia. Perché continuare a nascondere la verità? È arrivato il momento di gettare luce su un terribile segreto di Stato- o meglio - un segreto di Stati. 

Potrebbe farlo il presidente francese Macron, […] potrebbe farlo la Nato, che in tutti questi anni ha tenacemente occultato ciò che accadde nei cieli italiani. Chi sa ora parli: avrebbe grandi meriti verso le famiglie delle vittime e verso la Storia». 

[…] Giuliano Amato ha rappresentato quella parte dello Stato che più s’è adoperata per arrivare a una verità giudiziaria e storica sull’abbattimento del Dc9 dell’Itavia il 27 giugno del 1980.

Un traguardo ora lumeggiato dall’inchiesta bis della Procura di Roma, con nuove prove a carico dell’aeronautica francese. […] Amato ci affida la sua ricostruzione di quel tragico incidente, dei tentativi di depistaggio, delle omissioni di politici e militari, nella speranza che possa favorire un nuovo esame di coscienza, in Italia e nel mondo. 

Presidente Amato, qual è la sua ricostruzione dei fatti?

«La versione più credibile è quella della responsabilità dell’aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno.

Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. E il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario». 

Ma le cose andarono molto diversamente.

«Gheddafi fu avvertito del pericolo e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il Dc9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata. La Francia su questo non ha mai fatto luce».

In qualità di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, sei anni dopo la tragedia del Dc9, ebbe mai informazioni dirette dai comandi militari italiani?

«Da principio i militari si erano chiusi in un silenzio blindato, ostacolando le indagini. E quando da sottosegretario alla Presidenza ebbi un ruolo in questa vicenda, nel 1986, cominciai a ricevere a Palazzo Chigi le visite dei generali che mi volevano convincere della tesi della bomba esplosa dentro l’aeromobile. Era da tempo crollata la menzogna del “cedimento strutturale” […]”». 

Erano in azione i depistatori per nascondere la guerra aerea della Nato.

«Ovviamente mi chiedevo perché venissero a dirmi queste falsità. […] C’era qualcosa di molto inquietante in tutto questo. Se tanti militari, tutti con incarichi ufficiali molto importanti, dicevano la stessa cosa palesemente falsa dietro doveva esserci un segreto molto più grande di loro. Un segreto che riguardava la Nato».

Perché lei fu investito della questione di Ustica?

«Fu il presidente del Consiglio Bettino Craxi a chiedermi di occuparmene nell’agosto del 1986. La sollecitazione era arrivata dal presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, su pressione di parlamentari e intellettuali. A quell’epoca navigavamo ancora nel buio». 

Si dice che Craxi fu infastidito dalla richiesta di Cossiga: ma come, eri tu presidente del Consiglio nel 1980, quando fu abbattuto l’areo, e ora vieni a chiederne conto a me?

«Io ricordo che Craxi era insofferente alle mie perplessità sulle tesi dei generali. Andavo da lui per avere sostegno sui fatti che secondo me le smentivano e lui mi diceva senza mezzi termini che dovevo evitare di rompere le scatole ai militari. Poi mi faceva fare, perché questo era il nostro rapporto. Ma non era contento». 

S’è fatta una idea del perché fosse insofferente?

«Avrei saputo più tardi – ma senza averne prova - che era stato Bettino ad avvertire Gheddafi del pericolo nei cieli italiani. Non aveva certo interesse che venisse fuori una tale verità: sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato e di spionaggio a favore dell’avversario. In fondo è sempre stata questa la sua parte. Amico di Gheddafi, amico di Arafat e dei palestinesi: uno statista trasgressivo in politica estera». 

Ma questo vuol dire che Craxi nel 1980 era stato informato del piano Nato?

«Non direi. Forse aveva ricevuto qualche soffiata e ha avvertito Gheddafi. Ma non credo ne sapesse più degli altri. Ho sempre avuto l’impressione che la politica avesse meno informazioni rispetto agli alti comandi militari. C’è una cosa che pensai allora ma non dissi perché facevo parte del ceto politico e poteva sembrare una giustificazione autoassolutoria». 

Cosa pensava?

«Non era del tutto irragionevole che i generali, per tenere al sicuro il segreto, si guardassero bene dal condividerlo con i politici. […] vennero tenuti rigorosamente fuori dal perimetro della verità». 

La politica non ebbe la forza morale per imporsi sugli apparati che occultavano i fatti. E forse non aveva interesse ad approfondire.

«Questo è certo: non aveva convenienza a sapere fino in fondo. Che cosa avrebbe potuto significare chiarire subito questa faccenda? O che i politici erano stati complici di un delitto orrendo. O che l’apparato della Nato poteva decidere un atto di guerra in tempo di pace senza prendersi la briga di avvertire il ministro della Difesa […]. Quindi […]ammettere di non contare niente. In ogni modo la verità risultava scomoda. Ed era meglio lasciarla sepolta». 

Lei perché non fu convinto dalla tesi della bomba?

«[…] Le relazioni tecniche avevano escluso fin dal primo momento l’ipotesi di una bomba esplosa all’interno. Tutto, dagli squarci nell’aereo ai brandelli dei sedili, accreditava al contrario la tesi di un impatto esterno con materiale esplosivo. E poi rimasi molto colpito da un altro elemento. Lessi la perizia medica sul corpo dell’aviere libico ritrovato sui monti della Sila il 18 luglio del 1980, tre settimane dopo la tragedia del Dc 9: parlava espressamente di avanzato stato di putrefazione. Non poteva essere morto il giorno prima. […] ».

Quindi quello era il Mig libico contro cui mirava l’areo francese la sera del 27 giugno?

«Avendo intuito il pericolo di tutto quel movimento in cielo, il pilota del Mig s’era nascosto vicino al Dc 9 per non essere colpito. Ma tutte le evoluzioni aeree impreviste provocarono l’esaurimento del carburante, per cui il velivolo cadde sulla Sila per mancanza di cherosene. Esiste un’altra versione secondo cui il Mig sarebbe stato colpito dal missile francese e la deflagrazione avrebbe travolto il Dc9, ma questa tesi mi convince di meno».

Lei rese pubbliche le sue opinioni sull’abbattimento del Dc9 a causa di un missile? E sulla coincidenza con la caduta del Mig libico sulla Sila?

«Sì, nel settembre del 1986 andai in Parlamento per rispondere a un’interrogazione fatta al presidente del Consiglio. E fu proprio da quel momento che attirai l’interesse di due mondi contrapposti: da una parte dei generali che venivano a trovarmi a Palazzo Chigi per parlarmi della bomba, dall’altra di un giornalista bravo e ostinato come Andrea Purgatori con il quale sarebbe cominciata una bellissima collaborazione». 

Lei prima ha usato l’espressione impersonale: “Si voleva fare la pelle a Gheddafi”. Ma chi? E perché?

«Sul “chi” le ho già detto della presumibile mano francese, che però non può non essere stata autorizzata dagli americani: è impensabile che una sporca azione come questa sia stata progettata mentre i generali americani erano impegnati a giocare a boccette. Sul perché la domanda resta aperta: a distanza di anni non sono riuscito a trovare una risposta». 

[…] Lei ebbe un ruolo anche nel recupero del relitto, finanziando nell’87 l’impresa. Ma questo lavoro venne affidato a una ditta di Marsiglia legata ai servizi segreti francesi, la Ifremer. Una decisione che oggi appare improvvida. Perché questa scelta?

«La scelta della ditta non dipese da me, essendo di competenza del giudice che allora faceva l’indagine, il dottor Vittorio Bucarelli. Con quel magistrato ebbi un rapporto piuttosto burrascoso. Qualche anno dopo sarebbe arrivato a querelarmi. Davanti alla commissione stragi, nel 1990, dissi che esistevano delle fotografie del relitto scattate dagli americani prima del recupero, circostanza di cui ero stato messo al corrente proprio dal giudice Bucarelli. Ma questi negò di avermelo detto. E davanti alla mia insistenza decise querelarmi, lasciando il suo incarico». 

[…] «Dopo sarebbe arrivato Rosario Priore, un bravissimo giudice istruttore con cui ebbi una forte intesa. Ma anche Priore dovette fermarsi sulla porta della Nato. […] tornato nel Duemila a Palazzo Chigi in veste di presidente del Consiglio, su richiesta di Priore scrissi ai presidenti Clinton e Chirac sollecitandoli a fare luce sulla tragedia area. Ne ebbi risposte gentilissime che mi rimettevano agli organi competenti. Ma più tardi non avrei saputo nulla. Silenzio totale».

[…] La tesi della mano francese ebbe nuova linfa da Francesco Cossiga. Nel 2008, dopo quasi trent’anni di silenzio, disse di aver saputo della guerra aerea e del missile francese dall’ammiraglio Martini, capo del Sismi, i servizi segreti militari. In quella circostanza la coinvolse, raccontando che all’epoca – seconda metà degli Ottanta - Martini aveva informato anche lei, in veste sottosegretario alla presidenza.

«No, accadde esattamente il contrario. Fulvio Martini era uno di quei generali che venivano a trovarmi con assiduità per convincermi della bomba a bordo. Fu però lui a mettermi in guardia sull’opportunità di affidare alla ditta di Marsiglia il recupero del delitto: forse proprio perché sapeva della responsabilità dei francesi. Ma a me non lo disse».

Perché allora Cossiga scelse di coinvolgerla?

«È difficile trovare una risposta. Aveva disturbi bipolari, era un uomo di forti sofferenze e grandi intuizioni. Sono stato a lungo testimone e riequilibratore delle sue intemperanze: cercando di proteggerlo da sé stesso ho anche visto le sue bizzarrie. Devo dire che con quella deposizione nel 2008 diede un grande contributo al raggiungimento della verità. E invece nulla poi è accaduto». 

Tra fedeltà alla Costituzione e fedeltà alla Nato in tutti questi anni è prevalsa la seconda?

«Purtroppo sì. E questo non dovrebbe accadere perché la Nato sta dentro l’articolo 11 della Carta, quindi dovrebbe operare in modo da realizzare pace e giustizia fra le Nazioni. Qui invece cosa è successo? Un apparato costituito da esponenti militari di più paesi ha negato ripetutamente la verità pensando che il danno sarebbe stato irrimediabile per l’alleanza atlantica e per la stessa sicurezza degli Stati. E quindi tutte queste persone hanno coperto il delitto per “una ragion di Stato”, anzi dovremmo dire per “una ragion di Stati” o per “una ragion di Nato”. […]». 

Ha senso continuare a coprirlo?

«È questo il punto. [….] Ci guadagna la Nato ad apparire ancor più disumana, nascondendo ancora una tragedia del genere? ». 

[…] Che cosa si aspetta dalla Francia?

«Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia. E può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione».

Giuliano Amato: "La Francia ha abbattuto il Dc9 a Ustica, Macron chieda scusa". Libero Quotidiano il 02 settembre 2023

Secondo l'ex premier Giuliano Amato il Dc9 caduto nel mare di Ustica nel 1980 sarebbe stato abbattuto dai francesi. In un'intervista a Repubblica, Amato afferma: "Era scattato un piano per colpire l’aereo sul quale volava Gheddafi – racconta oggi al quotidiano – ma il leader libico sfuggì alla trappola perché avvertito da Craxi. Adesso l’Eliseo può lavare l’onta che pesa su Parigi. Dopo quarant’anni – prosegue – le vittime innocenti di Ustica non hanno avuto giustizia. Perché continuare a nascondere la verità? È arrivato il momento di gettare luce su un terribile segreto di Stato- o meglio – un segreto di Stati. Potrebbe farlo il presidente francese Macron, anche anagraficamente molto lontano da quella tragedia. E potrebbe farlo la Nato, che in tutti questi anni ha tenacemente occultato ciò che accadde nei cieli italiani. Chi sa ora parli: avrebbe grandi meriti verso le famiglie delle vittime e verso la Storia". Parole, quelle di Amato, che scateneranno polemiche.

E ancora: "a versione più credibile è quella della responsabilità dell’aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno. Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. E il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario". "Gheddafi – aggiunge – fu avvertito del pericolo e non salì sul suo aereo. E il missile sganciato contro il Mig libico finì per colpire il Dc9 dell’Itavia che si inabissò con dentro ottantuno innocenti. L’ipotesi più accreditata è che quel missile sia stato lanciato da un caccia francese partito da una portaerei al largo della costa meridionale della Corsica o dalla base militare di Solenzara, quella sera molto trafficata. La Francia su questo non ha mai fatto luce". Affermazioni che potrebbero anche aprire un conflitto diplomatico con Parigi. Infine parla di Craxi: "Ricordo che Craxi era insofferente alle mie perplessità sulle tesi dei generali. Andavo da lui per avere sostegno sui fatti che secondo me le smentivano e lui mi diceva senza mezzi termini che dovevo evitare di rompere le scatole ai militari. Poi mi faceva fare, perché questo era il nostro rapporto. Ma non era contento». «Avrei saputo più tardi – ma senza averne prova – che era stato Bettino ad avvertire Gheddafi del pericolo nei cieli italiani. Non aveva certo interesse che venisse fuori una tale verità: sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato e di spionaggio a favore dell’avversario. In fondo è sempre stata questa la sua parte. Amico di Gheddafi, amico di Arafat e dei palestinesi: uno statista trasgressivo in politica estera". 

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Estratto dell’articolo di Giuseppe Asta e Antonio Bonanata per rainews.it – articolo del 2 settembre 2023 

[…] Mario Naldini e Ivo Nutarelli erano due piloti dell’Aeronautica, in servizio presso la base di Grosseto e in volo la sera del 27 giugno 1980. Lanciarono l’allarme di emergenza generale. La loro testimonianza, prevista dall’inchiesta di Priore, avrebbe quindi fornito utili elementi per far luce su quello che accadde nei cieli del Tirreno la sera del disastro. 

Oltretutto, i due piloti – che viaggiavano insieme su un F-104 Lockheed – avrebbero potuto offrire un’utile testimonianza in relazione alle dichiarazioni del loro allievo e collega, Algo Giannelli, in volo la sera del 27 giugno su un altro F-104 e apparso, a detta di Priore, “sempre terrorizzato”. Nutarelli e Naldini restarono vittime di un tragico incidente nella base aerea militare di Ramstein, in Germania, scontrandosi in volo a bordo dei rispettivi velivoli. […]

Su Dagospia.

Dagospia sabato 2 settembre 2023.

REQUISITORIE DEI PM SETTEMBRINO NEBBIOSO, VINCENZO ROSELLI, GIOVANNI SALVI SUL CASO DEL DC9 PRECIPITATO A USTICA 

Dal capitolo "Conclusioni che possono trarsi dall'esame congiunto delle indagini tecniche sul relitto e da quelle sui dati radar".

“L'esplosione all'interno dell'aereo, in zona non determinabile di un ordigno è dunque la causa della perdita del DC9 per la quale sono stati individuati i maggiori elementi di riscontro. Certamente invece non vi sono prove dell'impatto di un missile o di una sua testata. 

Vi sono però elementi, non trascurabili quanto a numero e di forza non minore di quelli indicanti l'esplosione interna, dell'interferenza di uno o più aerei privi di trasponder con la rotta del DC9 in luogo e momento coincidenti con quello dell'incidente. Tali elementi non sono tali da consentire di per sé da escludere quelli contrastanti, che porterebbero a sostenere l'esplosione interna.

Essi però, congiunti alla debolezza intrinseca di questi ultimi, danno luogo ad un contrasto di elementi di prova sulle cause del disastro che è - a giudizio dei requirenti - insuperabile".

Su l’Ansa.

(ANSA venerdì 15 settembre 2023) - Tutti i documenti del ministero della Difesa sulla strage di Ustica sono stati declassificati e versati all'Archivio di Stato, ad eccezione di 18:11 sono stati consegnati alla procura di Roma il 28 settembre 2020, "onde riceverne il nulla osta di competenza, a premessa del versamento" presso lo stesso Archivio. Per i rimanenti 7 documenti si è in attesa del nulla osta da parte degli enti originatori, "richiesta più volta reiterata, a partire dal 2015, per ottenere l'autorizzazione alla declassificazione e al loro relativo versamento". Lo precisa lo stesso ministero.

La precisazione del ministero arriva in seguito a quanto dichiarato dal maresciallo in congedo dell'Aeronautica Militare, Giuseppe Dioguardi, in un’intervista pubblicata oggi da Repubblica. L'ex militare aveva parlato di documenti classificati del Sismi che ricostruivano quanto accaduto la notte del 27 giugno 1980 nella disponibilità del ministero. 

"Tutti i documenti, di qualsiasi argomento, inerenti la strage di Ustica, in ottemperanza alla direttiva del 22 aprile 2014, nota come "Direttiva per la declassifica e per il versamento straordinario di documenti all'Archivio centrale dello Stato" (cd. direttiva "Renzi") - informa la Difesa - sono stati declassificati e versati presso l'Archivio centrale dello Stato".

A seguito della direttiva, "è stata condotta, nel 2014, una ricognizione degli archivi della Segreteria speciale del Gabinetto del ministero della Difesa, dove sono stati rinvenuti 1967 atti riferiti alla vicenda di Ustica. Documenti che sono stati tutti già versati, nel periodo 2015-2016, ad eccezione di soli 18 documenti": gli 11 consegnati alla procura di Roma più i 7 in attesa di nulla osta dagli enti originatori. 

"Successivamente - prosegue il ministero - nel corso del 2022, a seguito della ricognizione del "Archivio Lagorio" (Lelio Lagorio era ministro della Difesa all'epoca di Ustica, ndr) è stato rinvenuto un unico documento 'non classificato' riferito alla vicenda in questione. Tale documento, che riporta una situazione a caldo dell'evento, redatta a favore del capo di Gabinetto del tempo, è in fase di versamento, che sarà effettuato alla prima data utile”.

(ANSA venerdì 15 settembre 2023) - Come prevede la legge 124 del 2007 "l'accesso dell'Autorità giudiziaria alle informazioni classificate non è né può essere preclusa" e si evidenzia che, "nel tempo e a tutt'oggi, sono in corso continue interlocuzioni con la procura della Repubblica di Roma in merito allo stato delle valutazioni sui documenti dati in consegna e in attesa della loro restituzione". Così il ministero della Difesa sui documenti in merito alla strage di Ustica.

(ANSA sabato 2 settembre 2023) -"Amato smentisce Amato? Molto non torna nell'intervista di Giuliano Amato che, in maniera intempestiva, considerato lo scenario europeo, l'ex premier ha deciso di rilasciare senza aggiungere alcun elemento nuovo. Sin dal 1986 l'attività istituzionale di Giuliano Amato ha coinvolto la strage di Ustica.

Come presidente emerito della Corte Costituzionale perché Amato non l'ha resa alla competente Procura della Repubblica, invece di raccontarla a un giornale, senza fornire un solo elemento di riscontro? Ma ciò che desta ancor più inquietudine è perché queste sue gravissime "verità" - che coinvolgono addirittura le responsabilità di uno Stato estero - non sono state messe a disposizione della magistratura italiana, nell'ambito del processo a carico dei generali dell'Aeronautica Militare italiana accusati di alto tradimento''. 

Così il deputato FDI Federico Mollicone, già consulente della commissione di inchiesta Impedian. ''Come mai - chiede Mollicone - non ha mai riferito questi elementi in suo possesso anche di fronte la Corte d'Assise l'11 dicembre 2001? - Quali sono gli elementi probatori per cui viene data questa versione dei fatti? - Se il presidente Amato è in possesso di questi elementi come mai li ha rilasciati a mezzo stampa e non si è recato alla Procura? - Come mai il 15 novembre 2000 di fronte la Commissione Esteri nella risposta all'interrogazione nel 1986 e nella lettera inviata alla Commissione Stragi Amato non ha fornito questi elementi e ha anzi parlato di rassicurazioni della Francia? 

Molte sono le criticità dell'intervista ad Amato. - La relazione della commissione Luttazzi venne superata dal recupero del relitto, che ha iniziato a "parlare" come il ritrovamento di tracce di esplosivo all'interno da parte di un laboratorio dell'Aeronautica come peraltro emerge anche dalla perizia del grande esperto Taylor. - Come faceva Craxi - così come ricordato da Bobo Craxi - a sapere nel 1980 che Gheddafi doveva essere abbattuto quella sera, dato che diventerà premier il 4 agosto 1983, oltre tre anni dopo? Ricordiamo, poi, la sua sortita in Commissione Stragi nel 1990 quando raccontò delle fantomatiche fotografie del relitto dell'aereo scattate dagli americani, attribuendola arbitrariamente al giudice istruttore dell'epoca, Vittorio Bucarelli, determinandone la sostituzione, proprio nel momento in cui il magistrato aveva deciso di procedere al recupero del relitto dell'aereo.

Nella mozione votata il 2 agosto viene richiesto il completamento del processo di declassifica degli atti, un impegno specifico del Parlamento volto proprio alla ricerca della verità continuando il lavoro meritorio della Presidenza del Consiglio ricordato dal presidente Meloni: purtroppo, esistono ancora delle mancanze negli atti, nel periodo temporale da Luglio a Settembre 1980 che potrebbero portare riferimenti importanti. Ad esempio, i cablogrammi di Giovannone, già usciti in uno scoop su La Stampa a firma di Grignetti il 26 giugno 2020, parlano esplicitamente della volontà di una ritorsione palestinese verso un obiettivo italiano, potenzialmente un veivolo di linea. Un documento ufficiale mai considerato in alcun filone giudiziario. 

Qualunque sia la verità documentale, è necessario continuare il processo di messa a disposizione degli atti. Come ha detto il Presidente Meloni, se Giuliano Amato ha elementi probatori li metta a disposizione di Governo e Parlamento. Non vorremmo che l'intervento di Amato fosse un tentativo per mettere in difficoltà il governo italiano contro quello francese. Oltretutto su una versione come quella della battaglia aerea mai dimostrata e su cui, anzi, esiste una sentenza che afferma il contrario''.

(ANSA sabato 2 settembre 2023) - "Non abbiamo commenti da fare": così risponde il servizio stampa dell'Eliseo questa mattina alla richiesta di un commento all'intervista dell'ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, in cui si ribadiscono le responsabilità francesi nel disastro di Ustica e si chiede che il presidente Emmanuel Macron presenti le scuse della Francia.

(ANSA sabato 2 settembre 2023) - "Quello che facciamo al Copasir è segreto e non mi permetterei mai di rivelarlo. Amato ha detto delle cose importanti. Noi da sempre chiediamo la desecretazione di tutti gli atti e le pagine non chiare di quegli anni. Amato dice delle cose, in passato ha detto l'esatto opposto". Lo afferma Giovanni Donzelli, vice presidente del Copasir e responsabile organizzazione di Fdi a margine della kermesse dei Conservatori e Riformisti a Reggio Calabria. 

"Ci chiediamo - prosegue Donzelli - perchè Amato oggi dica queste cose, lo spiegherà per bene e spiegherà anche perchè in passato ha detto altre cose, ma ben venga quando le persone parlano è una buona notizia e quando ciascuno dice la sua verità è una buona notizia. Il problema è quando le persone stanno in silenzio".

(ANSA sabato 2 settembre 2023) - "Bisogna verificare quello che è successo, questa è la versione dell'ex presidente del Consiglio, vedremo. E' una sua versione e non c'è da commentare". Lo ha detto il ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani commentando le parole sulla Francia di Giuliano Amato sulla strage di Ustica. "C'è stato un processo, non si può commentare un'intervista, vedrà la magistratura - ha aggiunto a margine del forum Ambrosetti a Cernobbio -, che indagherà su quello che è successo, bisognerà fare chiarezza". "Giuliano Amato è una persona che ha avuto grande importanza ma ora è un privato cittadino", ha concluso.

(ANSA sabato 2 settembre 2023) - "Ciao Andrea, hai sempre avuto ragione, ma tanto lo sapevi. #purgatori #ustica". Lo scrive sui social Andrea Salerno - direttore di La7 e anche fraterno amico di Andrea Purgatori - commentando l'intervista a Giuliano Amato su Repubblica intitolata "Ustica, il Dc9 fu abbattuto da un missile francese. Macron chieda scusa". Nell'articolo l'ex premier dice che "era scattato un piano per colpire l'aereo sul quale volava Gheddafi, ma il leader libico sfuggì alla trappola perché avvertito da Craxi". E ancora: "Adesso l'Eliseo può lavare l'onta che pesa su Parigi".

Su l’Adnkronos.

Da adnkronos.com sabato 2 settembre 2023.  

"Quelle di Giuliano Amato su Ustica sono parole importanti che meritano attenzione. Il presidente Amato precisa però che queste parole sono frutto di personali deduzioni". 

Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dopo l'intervista di Giuliano Amato a Repubblica, sulla vicenda di Ustica.

"Premesso che nessun atto riguardante la tragedia del Dc 9 è coperto da segreto di Stato, e che nel corso dei decenni è stato svolto dall’autorità giudiziaria e dalle Commissioni parlamentari di inchiesta un lungo lavoro, chiedo al presidente Amato di sapere se, oltre alle deduzioni, sia in possesso di elementi che permettano di tornare sulle conclusioni della magistratura e del Parlamento, e di metterli eventualmente a disposizione, perché il governo possa compiere tutti i passi eventuali e conseguenti", conclude il premier.

Su Huffingtonpost.it.

Andrea Purgatori per huffingtonpost.it - articolo del 23 ottobre 2013

“Fu all’inizio degli anni Ottanta. Una domenica in cui giocava l’Italia. Partii da Roma armato, con una scorta armata, e questo documento classificato segretissimo nella cartella. 

Una relazione completa sulla strage di Ustica che doveva essere controfirmata dal ministro della Difesa Giovanni Spadolini e trasmessa urgentemente al presidente del Consiglio Bettino Craxi. Arrivai alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, da lì una gazzella dei carabinieri mi portò nella sua residenza a Pian dei Giullari. 

Spadolini mi ricevette in biblioteca, indossava una vestaglia da camera rossa. Mi conosceva bene, lavoravo già da qualche anno nella sua segretaria particolare, mi chiamava per nome. Gli consegnai il documento. Lui si sedette, cominciò a leggere.

Erano sette o otto pagine: il resoconto dettagliato di ciò che era accaduto quella sera, con allegate alcune carte del Sismi, il servizio segreto militare. Si parlava di due Mirage, di un Tomcat, si parlava del Mig. Mi resi subito conto che quello che c’era scritto non gli piaceva, scuoteva la testa. Finché a un certo punto sbattè un pugno sulla scrivania. Era infuriato. Ricordati, Giuseppe - mi disse - non c’è cosa più schifosa di quando i generali si mettono a fare i politici. Ma alla fine, controvoglia, firmò”. 

Il maresciallo Giuseppe Dioguardi oggi ha 53 anni, ha prestato servizio in Aeronautica fino al 2008. Alla scadenza del suo nullaosta di segretezza, il Cosmic, che è il livello più alto, è stato ascoltato da Maria Monteleone ed Erminio Amelio, i due magistrati della Procura di Roma che indagano sulla strage di Ustica. Parte dell’interrogatorio è ancora secretato, ma il maresciallo ha accettato lo stesso di raccontare quello che sa. E sa molto.

Nei 33 anni che ha trascorso nell’arma azzurra e alla Difesa, in posizioni di estrema responsabilità e delicatezza, un filo rosso lo ha tenuto sempre agganciato, spesso da supertestimone, a questa storia. Fin da quella sera del 27 giugno 1980, quando si trovò nella sala operativa della Prima regione aerea a Milano. Esattamente negli istanti in cui il DC9 Itavia veniva abbattuto nel cielo di Ustica. 

Come mai quella sera lei era nella sala operativa della Prima Regione aerea?

“Per puro caso, ero andato a trovare un collega di turno”. 

Quindi, seguì tutto in diretta?

“Sì, fin dalla prima comunicazione della base radar di Monte Venda”. 

Che cosa sentì?

“Rimbalzavano notizie confuse. Non si capiva cosa era successo, dicevano che un aereo era stato abbattuto. C’era molta tensione. E appena l’ufficiale di servizio comunicò quello che stava succedendo al comandante della Regione aerea, che all’epoca era il generale Mura, il Centro operativo dello Stato Maggiore da Roma alzò il livello d’allarme al grado più alto in tutte le basi italiane”.

Cosa che non accade per un semplice incidente aereo.

“No. Quel tipo d’allarme scatta solo se c’è un pericolo concreto per la sicurezza del Paese. Che so, un attacco a una base o una minaccia dall’esterno al nostro spazio aereo. Per capirci, lo stesso allarme del giorno dei missili libici su Lampedusa o della notte di Sigonella”. 

Dalla prima comunicazione all’allarme quanto tempo trascorse?

“In quella situazione, la sala operativa della Regione aerea aveva un tempo massimo di cinque minuti per avvertire Roma. Faccia lei i conti”. 

Che altro fece il generale Mura?

“Chiese a chi non era in servizio di uscire subito dalla sala. Poi la mattina dopo, al circolo, mi chiamò e mi disse che bisognava stare sereni e tranquilli, che purtroppo erano situazioni che potevano capitare e che stavano cercando di capire chi aveva provocato cosa”. 

Le comunicazioni che ascoltò erano telefoniche?

“Certo. Ma dallo Stato Maggiore di Roma arrivarono anche messaggi classificati che vennero decrittati e letti”.

Cerchi di essere più preciso.

“Non posso, i dettagli sono nelle parti dell’interrogatorio secretate dai magistrati. Diciamo che la confusione era provocata dal fatto che si sapeva che c’erano dei caccia in volo ma non la nazionalità, né la provenienza o la direzione. E comunque, un allarme c’era già prima dell’abbattimento…”. 

Chi lo aveva lanciato?

“I due piloti che poi sono morti nell’incidente delle Frecce tricolori a Ramstein nel 1986, Nutarelli e Naldini. Loro hanno incrociato il DC9 tra Bologna e Firenze e hanno visto quello che si muoveva intorno al velivolo civile… loro sono rientrati alla base di Grosseto segnalando il pericolo con la formula da manuale, attivando il microfono senza parlare. E tutte le sale operative delle tre regioni aeree, che sono collegate da una linea diretta, stavano cercando di capire. La fase più concitata è andata avanti per circa un’ora e mezza e l’allarme massimo è stato tolto solo dopo sette, otto ore”.

I radaristi militari di Ciampino hanno dichiarato negli interrogatori di aver visto dei caccia americani, hanno addirittura chiamato l’ambasciata per sapere qualcosa da loro.

“Nella relazione del Sismi controfirmata da Spadolini si parlava di due Mirage, e all’epoca quei caccia li avevano solo i francesi, e di un Tomcat, che era un caccia imbarcato sulle portaerei americane”. 

Possibile che nessuno dei nostri radar, ad eccezione di Ciampino, li avesse visti e identificati?

“Mettiamola in questo modo. Quella sera c’erano dei siti radar aperti, che nel giro di due o tre anni da quell’evento sono stati chiusi, ufficialmente per un riordino interno. Uno addirittura dopo sei mesi. E chi ha indagato nella prima fase di questa inchiesta, o non ha saputo cercare i nastri radar giusti o non li ha voluti trovare”.

Ma quella notte, dopo la confusione, si capì come erano andate le cose.

“Le dico di più. La mattina dopo, al circolo ufficiali, parlavano tutti dell’abbattimento. E siccome era un sabato, chi stava lì c’era perché aveva lavorato tutta la notte nella sala operativa o nei centri dove passavano le comunicazioni classificate”. 

Si parlava di aerei italiani coinvolti, a parte l’F-104 di Nutarelli e Naldini?

“No. E il loro coinvolgimento fu molto preciso. Vedere un caccia militare sotto la pancia di un aereo civile non è una cosa normale”. 

Se per giunta non è italiano…

“Il modello non era italiano. E quando non ci sono nemmeno coccarde che lo identifichino, fai fatica a non sganciare il pulsante d’allarme”. 

Si fa fatica anche a non credere che almeno una base radar lo abbia visto entrare nel nostro spazio aereo.

“Probabilmente, lo hanno visto”. 

E cancellato…

“Probabilmente”. 

Ma nessuno lo ha mai confessato.

“Gliel’ho detto. Se eri un militare e avevi a che fare con un documento o un’informazione a qualunque livello di segretezza, da riservato a segretissimo a top secret che sia per quelli Nato, e le rivelavi rischiavi fino a venti anni di reclusione. Ora la norma è cambiata. Ma allora era così. E guardi, non sono state le minacce o gli ordini dei superiori, che pure ci sono stati, a tappare la bocca ai militari. Era la paura di andare in galera. Ma la gente sapeva, e le carte c’erano”. 

E sono sparite per sempre, queste carte?

“Io ho spiegato ai giudici che ogni documento ha una vita. Molti sono stati distrutti ma molti esistono ancora. Bisogna saperli cercare. Prenda il giudice Priore. E’ arrivato a cinque centimetri dalla verità, ma non ha trovato la pistola fumante. I suoi finanzieri non sono potuti entrare nelle segreterie speciali o nelle stanze o nei depositi dove c’erano le carte classificate, perché ci vogliono dei permessi che un magistrato non può dare. 

E se ci fossero entrati, non avrebbero saputo cosa cercare e come. Un registro di protocollo classificato non si distrugge mai nella vita. Ma bisogna trovarlo e poi saperlo leggere. E adesso prenda me. Dopo Milano sono stato otto anni a Roma nella segreteria particolare di sei ministri della Difesa, poi a Bari alla Terza regione aerea, sempre col nullaosta di sicurezza Cosmic che al mio livello in Italia avevamo solo in ventiquattro. Priore ha chiesto di interrogare i componenti della segreteria speciale ma il mio nome non è mai stato inserito nell’elenco che gli ha fornito l’Aeronautica. Sarà un caso?”. 

Torniamo a Spadolini, a quella relazione segreta e alla sua sfuriata.

“Era fuori di sé. Prima di firmare fece anche una telefonata, a cui però io non ho assistito”. 

Ce l’aveva coi generali perché cercavano di giustificare politicamente quello che era successo?

“C’era un tentativo di girare le carte. D’altra parte anche De Michelis parlò di carte sopra il tavolo e carte sotto il tavolo. All’epoca i generali di squadra aerea erano solo tredici e ciascuno di loro aveva una linea telefonica diretta con un apparecchio cripitato che comunicava con le altre dodici, una specie di teleconferenza via Skype ante litteram. Qualunque decisione dovevano prendere e presero, lo fecero insieme, in tempo reale”. 

Mai nessuno fuori dal coro?

“Il generale Moneta Caglio. Era un giorno di Pasqua. Vado a Roma a discutere questa faccenda, mi disse. Prese la macchina, andò a casa del capo di stato maggiore, ci fu una lite violentissima e lo misero in pensione con un anno d’anticipo”. 

Non condivideva la linea sulla strage di Ustica?

“Esatto. Chi ha gestito questa storia, chi era in determinati posti di comando e controllo, ha fatto carriere inimmaginabili. Generali che sono diventati capi di stato maggiore e sottufficiali che hanno avuto trasferimenti lampo in sedi dove c’era una lista d’attesa di quindici anni. Chi ha imbrogliato non è stata l’Aeronautica. È stato un numero ben preciso e ristretto di persone dentro l’Aeronautica. Gli altri ci hanno solo rimesso”. 

Oppure sono morti.

“Oppure. L’ultimo in ordine di tempo è stato il generale Scarpa. Tre anni fa”. 

Trovato nella sua casa di Bari con la faccia tumefatta e una ferita alla testa.

“Esatto”. 

Aveva avuto a che fare con questa storia?

“Diciamo che ci si era trovato vicino”. 

Quando i piloti Nutarelli e Naldini sono morti nell’incidente di Ramstein, nessuno di voi si è fatto qualche domanda?

“Come devo risponderle?”. 

Non lo so. Ha fatto un sospiro.

“Ecco. Ma mica è l’unico fatto strano”. 

Per esempio?

“Nessuno si chiede mai nulla sul povero generale Giorgieri”. 

È stato ucciso dalle Brigate Rosse.

“Era uno dei tredici generali di squadra, che erano tutti collegati fra loro. Era anche uno dei pochi che non aveva la scorta”.

In quelle pagine che hanno fatto infuriare Spadolini si parlava anche del Mig.

“Era collegato”. 

Perché anni dopo, terminata la sua audizione in Commissione stragi, disse: “Scoprite il giallo del Mig e troverete la verità su Ustica”.

“E’ così. Glielo confermo al cento per cento”. 

Di quella relazione non si è saputo mai nulla. Sparita.

“Finchè sono rimasto al ministero della Difesa a Palazzo Baracchini, una copia di quella relazione c’è sempre stata. E so da amici comuni che fu conservata per molto tempo anche dopo il 1988. Quando fui trasferito alla segreteria del comandante della Terza regione aerea a Bari e poi alla segreteria speciale del comandante di regione, anche nelle loro casseforti c’erano documenti su Ustica. Noi potevamo vederli, leggerli, avevamo il nullaosta giusto”.

Noi chi, scusi?

“Noi della segreteria speciale, eravamo in otto e non dipendevamo da nessuno. La sera del 27 giugno, due di noi si trovavano a Monte Scuro, sulla Sila. Dove poi furono rimandati il 18 luglio a vedere ufficialmente i resti del Mig che avevano già visto segretamente il 27 giugno”. 

Quella sera in cielo il Mig se l’erano perso o no?

(pausa) “Non lo so”. 

Però seppero subito dove era caduto.

(pausa) “Non lo so”. 

I magistrati le hanno chiesto perché ha aspettato tutti questi anni per raccontare quello che sa?

“Certo. Lo dico anche a lei. Primo. Perché nel 2010 è scaduto il mio nullaosta di sicurezza e mi sono sentito finalmente una persona libera. Secondo. Perché in tutti questi anni, ogni volta che mi parlavano di Ustica mi sono sentito una merda”.

Su Il Corriere della Sera.

Ustica, parla il giudice Salvi: «Dai militari e dalla Francia ci fu scarsa collaborazione. Sul missile manca la prova». Giovanni Bianconi su Il Corriere delle Sera il 4 settembre 2023. 

Il giudice che indagò tra il 1990 e il 2002 su Ustica: «Spunti sempre utili, ma vanno dimostrati. Quella notte ci fu un intenso traffico aereo: dalla base francese di Solenzara, in Corsica, e lungo la rotta del Dc9» 

«La nostra indagine concluse che un velivolo attraversò trasversalmente la rotta del Dc9 precipitato nel mare di Ustica negli istanti immediatamente successivi alla perdita dell’aereo, rilevata dai plot di ritorno sul radar di Ciampino, che era al punto limite della propria visibilità».

Giovanni Salvi, magistrato in pensione da un anno che come ultimo incarico è stato procuratore generale della Cassazione, tra il 1990 e il 2002 ha indagato sulla strage di Ustica come pubblico ministero alla Procura di Roma. E dopo l’intervista dell’ex premier ed ex presidente della Consulta Giuliano Amato, ricostruisce ciò che fu accertato in quell’inchiesta.

Anche secondo lei fu un missile ad abbattere il Dc9?

«La prova certa non è emersa, perché su oltre il 90 per cento della cosiddetta superficie bagnata del relitto recuperata non è stata individuata alcuna traccia di impatto esterno dell’esplosione».

E l’ipotesi della bomba?

«L’abbiamo esaminata a lungo, per la presenza di tracce di esplosivo, ma tutti gli esperimenti e le simulazioni effettuate, sia al computer che reali, hanno dato risultati tra loro contrastanti e incompatibili con i resti dell’aereo ritrovati in fondo al mare. La bomba non può essere esclusa, ma al momento nemmeno provata. Neppure le indagini sui possibili moventi hanno aiutato a dare una risposta definitiva: abbiamo investigato sia la pista neofascista che quella palestinese e soprattutto libica senza che vi fossero elementi certi di riscontro».

Quindi?

«Quindi noi ci siamo dovuti fermare a un quadro di intenso traffico aereo, generato dalla base francese di Solenzara, in Corsica, ma anche lungo la rotta del Dc9. E poi c’è quel velivolo di tipo e nazionalità rimaste ignote che risulta dalle tracce radar di Ciampino, e che quasi certamente fu alla base delle indicazioni ricevute da Andrea Purgatori la sera stessa della strage, probabilmente dai controllori di volo militari. Questa ricostruzione portò il giudice istruttore Rosario Priore a descrivere uno scenario bellico che coinvolse il Dc9; noi come Procura ci fermammo un po’ prima».

Ma la presenza di altri aerei è più compatibile con il missile che con la bomba.

«Sicuramente sì. Anche perché abbiamo accertato che la notte stessa del disastro vi era stata una grande agitazione, furono contattati gli americani nella convinzione di una situazione non ordinaria. Ma stiamo parlando di un processo penale, nel quale la prova dev’essere raggiunta al di là di ogni ragionevole dubbio, a differenza del processo civile o delle valutazioni storico-politiche. Tuttavia sostenemmo anche che se le indagini avessero potuto contare sin da subito sui tanti elementi raccolti solo a molti anni di distanza, e con molte difficoltà, le conclusioni avrebbero potuto essere diverse».

Si riferisce ai depistaggi?

«Mi riferisco ai molti fatti accertati in seguito, non riferiti all’inizio dell’inchiesta. È vero che formalmente non è mai stato opposto il segreto di Stato, ma il segreto in senso sostanziale lo abbiamo rilevato con l’accesso — a volte consensuale, a volte con ispezioni o perquisizioni — agli archivi dei Servizi: ci siamo trovati di fronte alla realtà sconcertante di un’attività limitata alla raccolta delle rassegne stampa o poco più. Il che non è credibile, né accettabile. Una scoperta che, insieme alle manipolazioni verificate durante l’inchiesta su Gladio, ha portato alla riforma del 2007 con regole precise e stringenti sulla tenuta degli archivi delle Agenzie di sicurezza».

Dunque i militari ostacolarono le indagini, come oggi sottolinea Amato?

«La Procura ha contestato ad alti gradi dell’Aeronautica militare una serie di reati, oltre all’articolo 289 del codice penale, attentato contro organi costituzionali, proprio per la manipolazione delle informazioni riferite al governo. Poi però la Corte d’assise d’appello ha assolto tutti con la formula piena, superando anche le prescrizioni dichiarate in primo grado, e la verità giudiziaria resta quella. Naturalmente il giudizio degli storici e della politica può essere diverso perché si basa su criteri diversi. Nel tempo l’atteggiamento dei nostri interlocutori cambiò, e divenne collaborativo. Il danno, a mio parere, fu fatto nelle prime fasi e poi nel tentativo di coprire quelle iniziali reticenze». 

E sul piano internazionale che ostacoli avete trovato?

«La Nato ci ha opposto un segreto non superabile dai governi nazionali quando abbiamo chiesto lumi sui funzionamenti dei sistemi radar. Noi, dopo diverse trasferte a Bruxelles senza esito, raggiungemmo un accordo, grazie anche al lavoro dei rappresentanti italiani presso la Nato, per aggirarlo con l’artifizio di quesiti posti a una commissione di esperti, dai quali abbiamo avuto informazioni senza però avere accesso diretto alle fonti».

Dalla Francia ci fu collaborazione ?

«Piuttosto faticosa, direi, e senza alcun sorriso sulle labbra. Ma alla fine le risposte alle rogatorie sono arrivate: sulla base di Solenzara in Corsica, solo parziali; sulla portaerei Clemenceau in zona; su un aereo abbattuto con una bomba a bordo».

Dissero che il 27 giugno la base di Solenzara era chiusa, invece è stato accertato che era aperta.

«A dimostrazione che collaborazione piena non vi è stata, così come da parte degli Stati Uniti, almeno durante una prima fase delle indagini; ad esempio sui movimenti della portaerei Saratoga, ancorata al porto di Napoli, che dovemmo ricostruire attraverso la ricerca delle fotografie scattate dagli sposi tra il 27 e il 29 giugno 1980 sulla collina di Posillipo, da cui era possibile vedere sullo sfondo il profilo della nave. La situazione in parte cambiò nel tempo, sebbene alcune rogatorie ebbero risposta tardive e non sempre complete».

Pensa che le dichiarazioni di Amato, compreso l’appello al presidente francese Macron, possano portare a nuovi risultati?

«Tutto ciò che può contribuire a sciogliere le contraddizioni che ci hanno impedito di accertare cause e responsabilità della strage è senz’altro utile. Compresa una nuova disponibilità francese, sia a livello giudiziario che di rapporti fra Stati, la via forse oggi più efficace. Ma ogni informazione o sollecitazione andrebbe accompagnata dall’indicazione delle fonti per poterne accertare la fondatezza e la possibilità di riscontro, per non generare ulteriori incertezze o frustranti aspettative».

Estratto dell’articolo di G. Ca. per il “Corriere della Sera” martedì 5 settembre 2023.

Si era subito corretto. «Ho solo rimesso sul tavolo una ipotesi, già fortemente ritenuta credibile, non perché avessi nuovi elementi ma per sollecitare chi li ha a parlare, a dire la verità» aveva precisato Giuliano Amato (al quotidiano La Verità ) dopo l’inevitabile clamore per le rivelazioni sul missile francese che, la sera del 27 giugno 1980, avrebbe colpito il Dc9 dell’Itavia sopra i cieli di Ustica, contenute nell’ intervista a Repubblica . 

[…] Ma le polemiche sono ormai inarrestabili. «Non si può fare giustizia in base a un’intervista», lo critica il ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Se Amato ha da dare nuove informazioni sulla vicenda vada dai magistrati e racconti quello che sa». Più o meno lo stesso invito che gli aveva rivolto Giorgia Meloni.

Così oggi pomeriggio, nella sede romana della Stampa estera, l’ex premier ed ex presidente della Consulta risponderà alle domande dei giornalisti. Dispiaciuto per le polemiche e gli attacchi, Amato spiegherà che la sua intenzione non era «raccontare la verità» sulla strage di Ustica, non avendo alcun elemento nuovo, ma esprimere la convinzione di una responsabilità dei francesi. E chiedere al presidente Macron, all’epoca un bambino, di farsi carico di un chiarimento con l’Italia per migliorare le relazioni tra Roma e Parigi. E sottolineare la necessità , per il nostro Paese, di non piegarsi troppo alla volontà degli Stati Uniti. […]

La versione di Amato: «Su Ustica non ho verità, chiedo di cercarla». Storia di Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera martedì 5 settembre 2023.

«Ma che sono scemo?», esclama a un certo punto Giuliano Amato, costretto a tornare per la terza volta (dopo due scritti inviati ad altrettanti quotidiani, tra cui) sulla sua intervista presentata come «la verità su Ustica», mentre era solo una «riproposizione della versione più credibile», alla quale sarebbero seguite presunte ritrattazioni. Ma lui ora ribadisce: « Io non ho ritrattato niente perché non avevo e non ho alcuna verità da offrire, volevo solo provocare un avvicinamento a essa», per scoprire finalmente che cosa accadde la sera del 27 giugno 1980, quando un Dc9 esplose in volo precipitando nel mar Tirreno con 81 persone a bordo. Tutte morte.

La domanda a Macron

«Non sono scemo e non ho chiesto al presidente Macron di chiedere scusa», insiste l’ex ministro, ex premier ed ex presidente della Corte costituzionale davanti ai giornalisti stranieri, in un incontro che inizialmente doveva essere ristretto ai soli corrispondenti in Italia — visto il coinvolgimento della Francia nella ricostruzione di Amato — e invece si è trasformato in una conferenza stampa aperta a tutti. Con l’interessato che prova a chiarire: «A Macron ho chiesto e chiedo di occuparsi della vicenda. Nel caso in cui l’ipotesi del missile francese risultasse infondata, e sarebbe la cosa migliore, la cosa finirebbe lì; se invece risultasse fondata allora dovrebbe chiedere scusa».

Amico della Francia

Un appello ripreso dalla segretaria del Pd Elly Schlein che ieri a Parigi ha sostenuto che «il diritto alla verità dei familiari delle vittime è di tutto il Paese». Amato non aggiunge commenti, limitandosi alla frase che direbbe all’inquilino dell’Eliseo, «da grande amico della Francia quale sono»: «Abbiamo la fortuna di avere un presidente come te che all’epoca era un bimbo di due anni e mezzo, dunque sei il francese che può farsi carico di questa vicenda con maggiore libertà. Fallo». Il punto centrale, secondo Amato, resta quello della base di Solenzara in Corsica, che le autorità d’Oltralpe dichiararono chiusa la sera della strage e invece risultò aperta.

Il peso del silenzio

«Non si è andati oltre — insiste oggi Amato —, mentre sarebbe il caso. Se il pilota dell’aereo che sparò il missile è ancora vivo, o altri che volarono lì intorno, potrebbero farlo, senza portarsi nella tomba il peso del silenzio». E qui si arriva all’altra riflessione di un uomo di Stato di 85 anni che oggi ammette: «Giunti a alla mia età si comincia a pensare in maniera diversa da come pensano i cronisti politici o i politici in attività, e ci si pone una domanda: c’è qualcosa di incompiuto che io posso contribuire a completare?».

Riappacificarsi con la storia

La strage del Dc9, di cui l’ex premier s’è occupato nel 1986 da sottosegretario a Palazzo Chigi ma anche in seguito, è rimasta senza giustizia, e «la ricerca della verità — avverte — è in pericolo perché i testimoni cominciano a morire; alcuni di essi possono ancora dire ciò che finora hanno taciuto. Sarebbe un modo per riappacificarsi con la storia, e il mio intento era solo questo, non c’erano altri fini, ci crediate o no». Amato ha ribadito anche i depistaggi ad opera dei militari italiani: «Il “chi sa parli” vale anche per loro, ma dopo i processi e le diatribe legali che ci sono state non mi aspetto un granché». Meglio guardare a Parigi, senza ostilità o voglia di creare attriti: «E chi l’ha detto che volevo provocarli?». Inoltre «non è vero come ha sostenuto qualcuno che la politica con Ustica non c’entra; la politica può fare ancora molto per chiarire, in Italia ma forse anche in Francia». Lì, ricorda Amato, «si è arrivati un po’ per esclusione e un po’ per via della questione Solenzara, ma ora loro potrebbero fare di più».

Gli altri misteri

Tuttavia l’ansia di verità non riguarda solo l’abbattimento del Dc9: «Ci sono molte altre vicende importanti con ricostruzioni o fasulle o negate, basti pensare alla scomparsa di Emanuela Orlandi di cui non si sa nulla nonostante gli appelli e l’impegno del Pontefice». Ed ecco allora, inevitabile nonostante l’interlocutore faccia di tutto per sganciare i suoi ragionamenti dall’attualità politica, la domanda sull’altra questione che ha infiammato le polemiche estive, coinvolgendo il primo governo di destra della storia repubblicana: è legittimo riaprire anche il capitolo della strage di Bologna, per la quale i neofascisti condannati continuano a proclamarsi innocenti? «Non ne so abbastanza — risponde Amato — e non ho un Macron a cui chiedere». Più in generale, però, resta la riflessione su la «pacificazione con la storia che arriva solo il giorno in cui i misteri si sciolgono in una verità accertata e accettata, e nel nostro Paese ne abbiamo ancora molti che non hanno compiuto questo percorso». E così si chiude il cerchio sul contributo che un uomo in età ormai veneranda, che per mezzo secolo ha frequentato e occupato le istituzioni con incarichi di altissima responsabilità, avrebbe voluto dare con quell’intervista. «Sulla quale non mi aspettavo tutto questo trambusto — conclude —, ma evidentemente nella politica di oggi ci sono più “bocche aperte” di quando la frequentavo io».

Su Il Fatto Quotidiano.

Nanni Delbecchi per il “Fatto quotidiano” giovedì 20 luglio 2023.

Ci dispiace per l’intelligenza artificiale, ma finché ci saranno giornalisti che indagano di persona, in tutte le direzioni, che vanno a vedere coi loro occhi e ascoltano con le loro orecchie, che se vengono gentilmente scoraggiati, avvertiti, depistati, rincarano la dose e indagano anche su questo; 

ci dispiace per la cara Chat GPT e compagnia, ma il loro momento non è ancora arrivato. Non sarà ancora il momento degli algoritmi prodigio finché ci saranno giornalisti come Andrea Purgatori, morto ieri mattina all’improvviso, nel pieno dell’attività e perfino della popolarità, cogliendo tutti di sorpresa, scusate ma devo togliere il disturbo, anche questa quasi una legione di giornalismo, e di stile.

(…)

Per Andrea Purgatori diventerà una questione personale andare a fondo sulla strage di Ustica in cui morirono 81 persone, il Dc-9 Itavia inabissatosi il 27 giugno 1980 lungo la rotta aerea militare, mettendo sistematicamente in dubbio le verità ufficiali e contribuendo a tenere aperta l'inchiesta giudiziaria.

Quarant’anni di bugie, insabbiamenti, omertà e assoluzioni; se cosa accadde veramente non lo sapremo mai, difficile trovare un affresco più ricco della sorte dei segreti di Stato in Italia, dove notoriamente la linea più breve tra due punti è un arabesco. In un’epoca in cui tutti con un telefono e una diretta social possono illudersi di essere reporter, la lezione di Purgatori insegna come un autentico reporter resti sempre tale, ovvero sé stesso, in qualunque campo si avventuri; vale per l’insegnamento, per i suoi camei di attore interprete di se stesso, per le numerose sceneggiature, ultima Vatican Girl sul caso Emanuela Orlandi, prima tra tutte Il muro di gomma, il film di Marco Risi ancora sulla tragedia di Ustica. 

E vale per il modo di fare televisione, a cui si era avvicinato negli ultimi anni a modo suo: sobrio e affilato come era l’uomo, tignoso come un cronista di razza, affabile come un narratore consumato. Quel che più colpisce nella conduzione di Atlantide – Storia di uomini e di mondi è proprio la solitudine del cronista, che non ha nulla di narcisistico alla Alberto Angela, di accademico alla Alessandro Barbero, di curiale alla Paolo Mieli.

Un caso unico e controcorrente, a fronte della tendenza Animal House del talk show medio. Mai più di un ospite alla volta, e sempre strettamente connesso con la materia trattata. Testimoni, studiosi, altri cronisti specialisti del caso; non gli indefessi frequentatori del Bar Sport. Fino a quando ci saranno giornalisti come Andrea Purgatori, in grado di lasciare in panchina le scalpitanti intelligenze artificiali? Questo è un altro discorso, i tempi non sembrano dei più propizi. 

Ma intanto, chi volesse capire qual è la differenza tra un giornalista e un opinionista televisivo, e come l’uno sia in buona sostanza il contrario dell’altro, vada a vedersi una qualsiasi puntata di Atlantide: Ustica, lo sbarco sulla Luna, o la recente, commossa ricostruzione dell’omicidio di Mino Pecorelli. Ecco: Andrea Purgatori è un giornalista.

Ecco, di seguito, uno stralcio del famoso scoop di Andrea Purgatori pubblicato sul “Corriere della Sera” del 21 aprile 1984

Ecco, di seguito, uno stralcio del famoso scoop di Andrea Purgatori su Ustica, pubblicato sul Corriere del 21 aprile 1984 Ci sono tracce evidenti di esplosivo sui reperti del DC/9 Itavia, disintegrato nel cielo di Ustica la sera di venerdì 27 giugno 1980. L’esplosivo è il T4, utilizzato nella fabbricazione di testate per missili aria/aria o di mine. 

Questa è la conclusione degli esperti dei labora­tori della nostra Aeronautica, che già nel 1983 avevano terminato gli esami ordinati dalla magistratura su cuscini e bagagli recuperati nel Tirreno, insieme ai resti di alcuni degli 81 passeggeri e membri di equipaggio del volo IH-870 Bo­logna-Palermo.(...) Le perizie, commissionate ai tecnici dell’Aeronautica militare italiana su indicazione degli specialisti del Rarde (il prestigioso Royal Armament Research and Development Establishment britannico) hanno fornito un risultato certo: la presenza di «T4».

Dunque, sufficienti ad escludere definitivamente I’ipotesi del cedimento strutturale che ha portato via all’inchiesta giudiziaria almeno un anno e mezzo di lavoro. Il DC/9 Itavia è andato a pezzi per una esplosione ma il caso rimane aperto: l’ordigno che quella sera di giugno ha «cancellato» la traccia del bireattore dai radar è una bomba oppure un missile aria/aria? Di fronte a questo bivio è ferma da tempo anche la Commissione d’inchiesta ministeriale, che ha completato solo la prima parte del lavoro con una missione a Washington e una a Londra, nel quartier generale del Rarde, appunto.

Agli atti della Commissione (presidente Carlo Luzzati) e nel fascicolo del magistrato (il giudice istruttore Vittorio Bucarelli) ci sono le copie dei documenti firmati dall’ingegner John C. Macidull, capo del gruppo di studio del NTSB che ha decodificato e interpretato i tabulati del radar in servizio nel basso Tirreno quando il DC/9 volava verso Palermo. 

Bene, questi documenti parlano chiaro: c’era un altro aereo che incrociava nel punto in cui è avvenuta l’esplosione. Il radar lo ha seguito prima, ma soprattutto dopo che il bireattore Itavia è stato distrutto. John C. Macidull lo ha confermato in una intervista al Corriere della Sera e alla Bbc. 

Successivamente, sempre al Corriere della Sera e in una seconda intervista alla televisione britannica, ha detto la sua anche John Transue, consulente di guerra aerea in servizio al Pentagono: a) quell’altro aereo aveva tutte le caratteristiche di un caccia; b) la manovra di avvicinamento al DC/9 era tipica in caso di attacco; c) la distanza minima (5 miglia, dice il radar) era adeguata per lanciare un missile aria/aria; d) la manovra d’attacco sembrava «deliberata», cioè quel missile non era partito accidentalmente per un errore del pilota. (...) Allora, chi ha distrutto il DC/9 Itavia?

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 5 Settembre 2023

Partì da Solenzara, in Corsica, l’aereo che sparò il missile destinato a colpire per sbaglio il DC-9 dell’Itavia, poi precipitato nei pressi di Ustica? Si conclude con questa domanda e un appello all’Eliseo la conferenza stampa di Giuliano Amato. Il presidente emerito della Consulta è tornato a parlare della strage che il 27 giugno del 1980 costò la vita agli 81 passeggeri del velivolo partito da Bologna e diretto a Palermo. 

Nei giorni scorsi, infatti, ha provocato parecchie polemiche l’intervista rilasciata dallo stesso Amato a Repubblica: l’ex premier ha sostenuto che il DC-9 fu distrutto per errore da un missile francese, destinato a uccidere il dittatore libico Muammar Gheddafi. Una pista nota, ma che ha ovviamente provocato reazioni da parte del mondo politico.

“Ho parlato per il peso della mia età” – A destare perplessità è stata anche la tempistica relativa alle accuse lanciate dall’ex presidente del consiglio: che motivo ha Amato per riaprire ora la questione di Ustica? “La ragione, che ci crediate o no, è che una persona di 85 anni comincia a ragionare avendo in mente qualcosa di diverso rispetto a quello che possono avere i giornalisti che si occupano di cronaca politica. 

Sono un uomo di 85 anni. Avevo cominciato a pensare che questa ricerca, a cui queste famiglie non rinunciano, sta per arrivare a un tempo in cui diventa irrealizzabile, perché si muore. Ecco. L’ho fatto per il peso della mia età…”, ha detto l’ex premier durante un incontro organizzato alla Stampa estera di Roma.

L’ex numero due del Psi nega di aver fatto marcia indietro dopo il clamore delle sue affermazioni: “Non ho ritrattato niente – dice – Nell’intervista non ho mai detto che stavo dando la verità su Ustica. Ho detto che portavo avanti l’ipotesi più ritenuta più credibile tra quelle formulate, specificando che non avevo la verità da offrire ma il mio scopo era provocare se possibile un avvicinamento alla verità. E non ho detto a Macron di chiedere scusa ma di occuparsi della cosa: se dimostra che è infondata bene, se no deve chiedere scusa” (...)

Estratto dell'articolo di Gianni Barbacetto per “il Fatto quotidiano” mercoledì 6 settembre 2023.

È stata necessaria una conferenza stampa, per spiegare la stranezza di un’intervista, lanciata da Repubblica come fosse uno scoop, in cui Giuliano Amato ha ripetuto per l’ennesima volta ciò che già si sapeva e che lui stesso aveva già detto e ripetuto più volte sulla strage di Ustica: probabile il missile francese lanciato contro un Mig libico nella speranza di uccidere Gheddafi, che invece colpisce il Dc9 con 81 passeggeri. 

Ma dalla conferenza stampa si esce perplessi come prima. L’intervista, dice, è nata dalla voglia di verità “di una persona di 85 anni. Tutto qua, non c’è altro”. “Non ho chieste le scuse di Macron: ma che sono scemo? Gli ho chiesto di occuparsi della cosa: se è infondata, bene, se non è infondata, allora deve chiedere scusa”. 

Non sarebbe stato più semplice chiederlo ai generali e ai servizi segreti italiani, che certamente sanno tutto? “Ma se hanno deciso di custodire un segreto, non lo hanno fatto per biechi interessi personali”. I politici invece, poverini, “sono stati tenuti all’oscuro”. Ora la speranza è che “chi c’era ed è ancora vivo parli, prima di morire”. “Comunque sono molto amico della Francia e l’unica questione aperta tra me e la Francia è la testata di Zidane”.

Su L’Espresso.

 Dal caso Mattei a Ustica, quella mano francese dietro i misteri d’Italia. Nuove indagini rivelano l’ombra dei servizi d’oltralpe dietro la morte del fondatore dell’Eni. Mentre nel 1980 il Dc9 sarebbe stato abbattuto dai caccia di Parigi. Che non ha mai chiarito niente. Gigi Riva su L’Espresso il 15 Novembre 2022.

Pronto Parigi? Davvero ancora oggi, trascorse decine di anni, non avete nulla da dirci? Perché vanno bene il trattato del Quirinale per migliorare le nostre relazioni, la simpatia tra i presidenti Sergio Mattarella e Emmanuel Macron, l’incontro informale tra lo stesso Macron e Giorgia Meloni, ma resta irrisolto il ruolo che avete svolto in almeno due tragici misteri italiani in cui al solito muro di gomma italiano si somma, incredibilmente ancora più ermetico, un muro di gomma francese.

Il pretesto per ricapitolare le omissioni e un ermetismo non proprio amichevole è l’anniversario tondo, il sessantesimo, dell’attentato in cui morì Enrico Mattei. Il presidente dell’Eni precipitò con il suo aereo a Bascapè, vicino a Pavia, il 27 ottobre 1962 mentre era in fase di atterraggio verso l’aeroporto di Linate. Fu archiviato come un incidente, perdurarono per anni i sospetti che così non fosse finché il giudice Vincenzo Calia, non dimostrò che ad abbattere l’aereo fu una piccola carica di esplosivo piazzata nel cruscotto e collegata al congegno di sganciamento del carrello. L’inchiesta di Calia fu chiusa nel 2003 e il magistrato, in pensione, aggiunge ora che nel tempo e proseguendo nelle sue ricerche, «l’ipotesi di una pista francese si è rafforzata». E aggiunge: «Non ho mai avanzato richiesta di rogatorie né chiesto documenti specifici ai francesi perché le indicazioni giunte sulle loro responsabilità erano generiche e non specifiche contro singole persone». Generiche ma univoche e coincidenti al punto da poter reiterare la domanda almeno ai politici dell’Esagono: non avete proprio nulla da dirci circa il comportamento dei vostri servizi segreti?

Intanto lo scenario. Enrico Mattei era inviso alle sette sorelle petrolifere anglo-americane per la sua politica verso gli Stati produttori a cui riconosceva il 75 per cento del ricavato dai giacimenti contro il 50 che allora era la percentuale abituale, tanto che a lungo si sospettò che fossero state loro a decidere l’eliminazione. Ma contemporaneamente si era inimicato la Francia per il sostegno e la fornitura d’armi al Fronte di Liberazione Nazionale algerino, tanto da ricevere minacce dall’Oas (Organisation de l’Armée Secrète) che combatteva contro l’indipendenza del Paese africano. È vero che nel marzo del 1962, sei mesi prima della sua morte, erano stati firmati gli accordi di Evian che ponevano fine al conflitto tra la Francia e la sua ex colonia, ma si sospettava che l’italiano trattasse col capo del governo Ben Bella perché l’Eni entrasse nei diritti di sfruttamento di un importante giacimento nel Sahara. «E i francesi», commenta Calia, «hanno sempre ritenuto l’energia del Nord Africa roba loro, Mattei era un elemento di disturbo».

Una persona “informata sui fatti” come si direbbe in gergo come l’ammiraglio Fulvio Martini, nome in codice “Ulisse”, ex direttore del Sismi, sempre sentito da Calia, aveva parlato senza indugi di «responsabilità francese, tenuto conto della determinazione con cui agivano nel Continente africano. Considero la sua deposizione significativa e meditata». Nonché ribadita anche in altre occasioni pubbliche. Dello stesso parere era anche il professor Francesco Forte, vicepresidente Eni dal 1971 al 1975, secondo il quale all’interno dell’ente di Stato «era pacifico per tutti che Mattei fosse stato ucciso dai francesi».

Già, ma nel caso, chi ordinò, chi eseguì? L’Oas? Lo Sdece (servizi segreti per l’estero e controspionaggio)? Apparati infedeli al presidente de Gaulle che pure era favorevole a una collaborazione franco-italiana e che subì a sua volta un attentato? Di certo chi piazzò la carica esplosiva doveva essere un meccanico che conosceva a perfezione il Morane-Saulnier 760 di fabbricazione francese anche se non si può escludere un esperto di altra nazionalità.

Se qui si ferma la cronaca, viene in soccorso, ad aggiungere indizi, la letteratura. Solo di recente l’ex magistrato Vincenzo Calia è venuto in possesso di un libro pubblicato nel 1968 da Fayard in Francia: “Le Monde parallèle ou la Vérité sur l’espionnage”. Una raccolta di storie raccontate dal comandante di vascello Henri Trautmann, ex ufficiale dello Sdece, usate l’anno prima per una serie di documentari e poi riprodotte in volume da tre autori, Yves Ciampi, Pierre Accoce e Jean Dewever. Al capitolo dieci, una folgorazione. Perché è trasparentemente riprodotta, pur con nomi e luoghi mutati, la vicenda Mattei con un dettaglio che poteva essere noto solo a chi al minimo sapeva molto dell’attentato. Il meccanico di fiducia di Mattei, Marino Loretti, era stato rimosso dall’incarico con una falsa accusa (morirà in seguito in un altro incidente aereo dai contorti sospetti) e sostituito. Nella finzione (?) letteraria è tale Laurent, tenete a mente questo nome, che manomette il bimotore per provocare il finto incidente.

Per il loro volume di recente pubblicazione (“L’Italia nel petrolio e il sogno infranto dell’indipendenza energetica”, Feltrinelli) Giuseppe Oddo e Riccardo Antoniani hanno rintracciato nel 2020 Pierre Accoce, l’unico dei tre autori dei libro francese ancora vivente, il quale confermò: «Le storie che pubblicammo erano adattamenti televisivi di una serie diretta da Yves Ciampi. Erano vicende di spionaggio al limite della realtà in cui alla fine di ogni episodio appariva, come garante della veridicità narrativa un uomo sempre lasciato nella penombra, il capitano Trautmann soprannominato l’ammiraglio». E assicurò che i fatti raccontati sono autentici. Morì tre mesi dopo.

“Laurent” è anche il nome, e la coincidenza è davvero clamorosa, del sabotatore dell’aereo di Mattei nel libro “Lamia” uscito nel 1971 negli Stati Uniti e scritto da Philippe Thyraud de Vosjoli, potente ufficiale e capocentro dello Sdece degli Usa, dimessosi nel 1963 per insanabili contrasti con i suoi superiori, riparato definitivamente in America e verosimilmente assoldato dalla Cia. In questo caso senza troppe perifrasi, l’autore colloca Laurent all’aeroporto di Catania, origine dell’ultimo viaggio del presidente dell’Eni e lo definisce come uomo del “Comitato”, un servizio coperto dello Sdece incaricato dell’eliminazione fisica degli avversari.

Come per Mattei, anche per Ustica, 81 vittime dell’aereo dell’Itavia precipitato il 27 giugno 1980, all’inizio si accreditò la tesi dell’incidente, di un “cedimento strutturale”, finché si fece faticosamente strada la verità. Un missile, probabilmente. E siccome nel Tirreno era in corso un’esercitazione Nato si pensò agli americani, salvo poi rivolgere lo sguardo ancora una volta verso Parigi. Intanto per una clamorosa bugia.

I giudici italiani chiesero con una rogatoria se nella notte della strage c’era attività di volo nella loro base di Solenzana, in Corsica, a sud di Bastia. I francesi negarono, sostenendo che la base era chiusa. Per loro sfortuna, il colonnello e futuro generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, stretto collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa nel nucleo antiterrorismo e l’uomo che raccolse le confidenze del pentito delle Br Patrizio Peci, si trovava in vacanza con la famiglia in un albergo vicino all’aeroporto militare. Affacciandosi al balcone poteva vedere sulle piste i Mirage francesi e i Phantom della Nato. Di solito i decolli e gli atterraggi cessavano alle 17, ma nella sera di Ustica Bozzo non riuscì a dormire fin oltre la mezzanotte «a causa del frastuono dovuto al viavai dei cacciabombardieri». L’indomani era intenzionato a cambiare hotel quando il proprietario lo invitò a restare sottolineando l’assoluta eccezionalità dell’evento dovuta a suo dire «alle ricerche di un aereo di linea italiano scomparso in mare». L’ufficiale dubitò da subito che si potesse trattare di un semplice soccorso in mare e si chiese se non fosse un attacco top secret. Invano ripeté per molto tempo quanto aveva visto e soprattutto sentito a Solenzana.

Finalmente nel 2008 Francesco Cossiga, all’epoca dei fatti presidente del Consiglio, smentendo quanto sempre dichiarato in precedenza e cioè di non saperne nulla, si risolse a svelare che «i servizi segreti italiani mi informarono, così come fecero con l’allora sottosegretario Giuliano Amato, che erano stati i francesi con un aereo della Marina a lanciare un missile non ad impatto ma a risonanza. Se fosse stato ad impatto non ci sarebbe nulla dell’aereo». A causa della clamorosa rivelazione, arrivata dopo le definitive sentenze di assoluzione dei generali italiani per depistaggio e alto tradimento, la procura di Roma ha riaperto un’indagine ancora in corso e in dirittura d’arrivo. Circa la guerra nel cielo del Tirreno, l’ipotesi investigativa più accreditata è la seguente. A quell’epoca l’Italia permetteva alla Libia, che era sotto embargo internazionale, di entrare nel nostro spazio aereo per portare i suoi Mig 21 di fabbricazione sovietica in Jugoslavia ed essere sottoposti a manutenzione. I Mig erano usi volare in ombra radar sopra i nostri normali aerei di linea per non essere visti. La tolleranza italiana aveva indispettito i francesi che, desiderosi di darci una lezione, volevano abbattere un Mig in rotta proprio sopra l’aereo dell’Itavia: sbagliarono bersaglio. Sempre quella notte e sempre su un Mig, il colonnello Gheddafi stava solcando lo spazio italiano per recarsi in Polonia a rendere visita al generale Jaruzelski, allora ministro della Difesa. Gli italiani lo avvertirono della battaglia aerea e Gheddafi tornò indietro. All’epoca Gheddafi era inviso ai francesi che appoggiavano il Ciad nella guerra contro la Libia.

E torna la domanda: da Mattei sono trascorsi 60 anni, da Ustica 42. Parigi, non è tempo di dirci qualcosa?

La replica di Carlo Giovanardi e la nostra risposta 

Nell’articolo intitolato “Mattei ed Ustica misteri francesi “ Gigi Riva rispolvera una delle 32 versioni su una fantomatica battaglia aerea e lancio di un missile francese che avrebbe provocato l’ abbattimento del DC 9 Itavia sui cieli di Ustica (sono stati gli americani, no i francesi, no i libici, non un missile ma una quasi collisione ecc. ). Tutte queste stravaganti ipotesi sono state spazzate via in un processo penale durato anni che le ha bollate come da ” fantascienza ” , assolvendo con formula piena i Generali dell’aeronautica e da una super perizia, nello stesso processo, firmata da undici tra i più famosi periti internazionali ( tra cui due inglesi, due svedesi e due tedeschi ) che hanno accertato con assoluta certezza che lo scoppio di una bomba nella toilette posteriore di bordo ha provocato l’ esplosione del DC 9.

Le dichiarazioni di Cossiga, per altro smentite dalla stesso Cossiga sulle agenzie il giorno dopo e derubricate da lui stesso a ipotesi “sentite dire”, non hanno mai trovato nessun riscontro e neppure “il più probabile che non” sul missile citato in alcune sentenze civili che contraddicono quella penale.

Di più : come membro della Commissione di indagine sulla morte di Aldo Moro ho potuto a suo tempo, assieme ad altri colleghi, consultare le carte, allora ancora classificate Segreto e Segretissimo , relative alla drammatica escalation nel 1979 – 1980 di minacce di ritorsione su civili italiani da parte dei palestinesi di George Habash , collegati ai Libici, dopo il sequestro a Daniele Pifano dei missili terra aria ad Ortona e l’arresto di Abu Saleh, referente di quel gruppo terroristico Bologna.

Sono stato diffidato più volte dal renderle pubbliche, l’ultima volta dal Governo Conte due in un colloquio a Palazzo Chigi, in quanto sarei stato penalmente perseguibile per lesione dell’interesse nazionale, come lo stesso Palazzo Chigi notifico’ anche formalmente alla Signora Giuliana Cavazza, figlia di una delle vittime del DC9, che aveva chiesto l’ accesso agli atti.

Come è noto viceversa il Governo Draghi, anche su sollecito della Associazione sulla verità su Ustica , presieduta dalla Signora Cavazza e dalla Signora Flavia Bartolucci, figlia del compianto Generale Lamberto Bartolucci, ha desecretato le carte che l’ Archivio di Stato sta riordinando per renderle finalmente accessibili prima della fine dell’anno al pubblico, compresi intellettuali e giornalisti che si sono sbizzarriti in questi anni a dar credito a film, sceneggiati, canzoni, articoli ed interventi che non avevano nulla a che fare con la realtà.

Una realtà tecnica incontrovertibile che ha accertato che il DC 9 è esploso a causa di una bomba e una realtà politica, di cui bisogna prendere atto, che sino al 2022 la Ragion di Stato ha tenuto coperte carte fondamentali per scoprire chi sono stati i veri colpevoli dell’ abbattimento colposo o doloso del DC 9 Itavia.

Dopo la lettura delle quali spero sia davvero possibile uscire dalla logica dei tanti depistaggi diffusi, in buona o in cattiva fede, per ostacolare la ricerca della verità su uno degli episodi più tragici della storia italiana del secondo dopoguerra .

 La nostra risposta

Escludendo l’ignoranza dei fatti, visto che ha dedicato diversi anni della sua vita a studiarli, non capisco come altro definire la stravagante lettera di Carlo Giovanardi dove le omissioni si mescolano a grossolane bugie.

Il processo a cui si riferisce e che ha mandato assolti i generali non riguardava affatto la strage ma i presunti depistaggi seguiti ad essa.

L’unica sentenza-ordinanza per la strage è quella del giudice Rosario Priore che dichiarò il 31 agosto 1999 il non luogo a procedere perché ignoti gli autori. Priore escluse l’ipotesi della bomba a bordo proprio dopo l’analisi delle perizie anche perché l’unico luogo dove avrebbe dovuto essere stata teoricamente collocata, la toilette dell’aereo, non presentava alcun segno di un’esplosione interna e addirittura nel fondo del mare fu ripescato l’asse intonso del water. La perizia Taylor, quella a cui fa riferimento Giovanardi, fu definita da Priore “inutilizzabile” per le gravi contraddizione e incoerenze nelle quali era caduta. Il giudice concluse testualmente: “L’incidente al Dc 9 è occorso al seguito di azione militare di intercettamento. Il Dc 9 è stato abbattuto, è stata spezzata la vita a 81 cittadini innocenti con un’azione, che è stata propriamente un atto di guerra, guerra di fatto e non dichiarata, operazione di polizia internazionale coperta contro il nostro Paese di cui sono stati violati i confini e i diritti”. E dunque la causa va ricercata nell’onda d’urto di un missile o una quasi collisione.

Quanto a Francesco Cossiga nel 2007, conclusi i processi ai generali e a 27 anni di distanza dei fatti, svelò cosa seppe nell’imminenza della strage in qualità di presidente del Consiglio: “I servizi segreti italiani mi informarono, così come fecero con l’allora sottosegretario Giuliano Amato, che erano stati i francesi con un aereo della Marina a lanciare un missile non ad impatto ma a risonanza. Se fosse stato ad impatto non ci sarebbe nulla dell’aereo”. Nel 2010 aggiunse che il missile colpì l’aereo italiano per sbaglio e il vero bersaglio era un Mig su cui volava Gheddafi. Proprio in seguito alle sue esternazioni, la procura della Repubblica di Roma ha riaperto le indagini sulla strage. Che sono ancora in corso. (Gigi Riva)

Su La Repubblica.

Estratto da repubblica.it sabato 2 settembre 2023.

[…] Scatta, attaccando Giuliano Amato, il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare e presidente dell'Associazione per la verità sul disastro aereo di Ustica: “Quelle confessate da Giuliano Amato sono tutte fandonie che non hanno retto nel dibattimento penale nel quale è emersa incontrovertibile, perché ampiamente provata, la verità che quel velivolo è stato vittima di un attentato terroristico con una bomba a bordo". E arriva l'ex senatore Carlo Giovanardi a ribadire: "Fu una bomba nella toilette dell'areo".

Non ci sta Stefania Craxi, la senatrice di Forza Italia e presidente della Commissione Affari esteri e difesa a Palazzo Madama contesta la ricostruzione di Amato su Ustica: "Colpisce in primo luogo per le imprecisioni storiche che contiene. È risaputo, infatti, che il presidente del Consiglio Bettino Craxi fece avvisare Gheddafi del bombardamento che si preparava sul suo quartier generale di Tripoli nel 1986.

Amato, invece, oggi ci rivela che lo stesso Craxi fu artefice di una eguale 'soffiata' al leader libico collocandola temporalmente nel giugno 1980 e mettendola in relazione con il disastro del Dc9 dell'Itavia. Amato, però, non porta nessun elemento a sostegno di questa nuova tesi, trincerandosi dietro un 'avrei saputo più tardi, ma senza averne prova'".  […]

Estratto da repubblica.it sabato 2 settembre 2023.  

"E' arrivato il momento, come per la strage alla stazione del 2 Agosto 1980, che tutte istituzioni coinvolte, quelle italiane e quelle francesi, si assumano la responsabilità di fronte alle vittime". 

Le parole a Repubblica dell’ex premier Giuliano Amato sulla strage di Ustica scuotono al politica. E scatenano reazioni non tutte unanimi, il solito polverone che offusca verità accertate e che per primo il sindaco Matteo Lepore chiede di evitare. "Per noi ci sono sentenze chiare e inequivocabili che spiegano quello che è successo nei cieli di Ustica. Come sindaco della città chiedo questo, non di aprire dibattiti politici, ma di stare alle sentenze”. 

Incalza il Pd con il senatore Walter Verini ringraziando il giornalista Andrea Purgatori, recentemente scomparso, che ha contribuito in modo determinante a svelare la verità sulla strage: 81 morti a causa dell'abbattimento del Dc9 partito da Bologna  e diretto a Palermo sui cieli di Ustica il 27 giugno del 1980. 

"Amato a Repubblica suggella la verità su Ustica – twitta Verini –  Il Dc9 fu abbattuto da un aereo francese in missione Nato. Lunghi vergognosi depistaggi non hanno fermato le battaglie di Daria Bonfietti, dei familiari delle vittime, di tanti che non si sono arresi. Grazie, Andrea Purgatori". 

[…] Per Sabrina Pignedoli, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, quelle di Amato “sono parole serie e ponderate. Ora ci attendiamo dal presidente francese Macron una conferma o una smentita altrettanto precisa”. Il co-portavoce di Europa Verde e deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli chiama in causa la premier Meloni: “Convochi subito il Cdm e tolga il segreto di Stato per dare conferma ufficiale: un atto ormai inevitabile".

Sulle parole di Amato riguardo alla “soffiata“ di Bettino Craxi al leader libico Muammar Gheddafi sul rischio di un attentato nei suoi confronti, interviene Bobo Craxi:  "É già scritto anche sui libri di Storia che mio padre avvertì Gheddafi che lo avrebbero bombardato. Ma nel 1986", cioè sei anni dopo la strage. 

"Che riflessi avrà sui rapporti tra Italia e Francia? E' una accusa abbastanza contundente, per quanto l'attuale presidenza francese non ha responsabilità dirette - ammette il figlio dell'ex leader socialista -. Si tratta soltanto di avviare in Francia un'inchiesta" sul fatto che "effettivamente c'è una responsabilità da patte della loro aeronautica su quell'atto di guerra. Mi pare che si tratti di questo". "Siccome sono fatti risalenti a più o meno 40 anni fa non sarebbe sbagliato, come asserisce il presidente Amato, chiedere alla Francia di contribuire alla verità.

Immediate anche le reazioni di chi non ammette l’abbattimento dell’aereo da parte di un missile in uno scenario di guerra di tempi di pace. Scatta, attaccando Giuliano Amato, il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare e presidente dell'Associazione per la verità sul disastro aereo di Ustica: “Quelle confessate da Giuliano Amato sono tutte fandonie che non hanno retto nel dibattimento penale nel quale è emersa incontrovertibile, perché ampiamente provata, la verità che quel velivolo è stato vittima di un attentato terroristico con una bomba a bordo". E arriva l'ex senatore Carlo Giovanardi a ribadire: "Fu una bomba nella toilette dell'areo".

Ustica, quarant’anni di depistaggi. La verità senza colpevoli. Lirio Abbate su La Repubblica il 2 Settembre 2023.  

Dalla tesi sul “cedimento strutturale” all’inchiesta del giudice Priore che per primo svelò che si era trattato di una “azione militare”

Un caccia dell’Armée de l’air decolla da una portaerei francese a Sud della Corsica e punta un mig libico che sorvola il mar Tirreno, coperto dalla scia di un Dc9 della compagnia Itavia con a bordo 81 persone. L’aereo è partito da Bologna con 106 minuti di ritardo ed è diretto a Palermo. È la sera del 27 giugno 1980. Parecchi anni dopo il 15 dicembre 2008, dopo indagini, insabbiamenti, coperture dei vertici militar, Francesco Cossiga, che al tempo della strage era presidente del Consiglio, dirà che ad abbattere il Dc9 sarebbe stato abbattuto “per errore” di un missile francese. Nonostante questo, 43 anni dopo, la strage di Ustica non ha ancora un responsabile. Ma conviene partire proprio dalla deposizione di Cossiga per ricostruire la storia della strage di Ustica.

La rivelazione di Cossiga

«Il capo del Sismi, ammiraglio Martini, da me interpellato confermò di aver fornito questa informazione a Giuliano Amato e precisò che l’aereo francese aveva in realtà come missione l’abbattimento di un aereo che trasportava il colonnello Gheddafi», così Cossiga parla davanti ai giudici 28 anni dopo la strage. E aggiunge: «Ricordo anche che insieme all’ammiraglio Martini considerammo a tal proposito, la circostanza che un radar italiano aveva “battuto la traccia” sulla diagonale di Olbia; questa circostanza, infatti, rendeva plausibile che l’aereo fosse partito da una portaerei». «Chiesi all’ammiraglio Martini come avesse saputo queste cose e lui mi rispose che queste informazioni giravano negli ambienti dei servizi» precisa l’ex presidente, che fornisce altri particolari. «L’ammiraglio durante il nostro colloquio mi riferì anche che sembrava che il pilota francese si fosse suicidato, dopo aver appreso che l’aereo che aveva colpito era in realtà un aereo civile italiano. Chiesi all’ammiraglio se avesse chiesto informazioni ai francesi sul punto, ma lui mi rispose di no in quanto i francesi non gli avrebbero dato alcuna spiegazione o informazione». Eppure, prima della decisione di Cossiga di rivelare queste informazioni in pochi si erano battuti con ostinazione per scoprire la verità. Tra questi, certamente il giudice Rosario Priore.

L’inchiesta di Priore

Il 31 agosto 1999 il giudice istruttore Rosario Priore a conclusione di anni di lavoro deposita una sentenza ordinanza nella quale sostiene che il Dc9 è stato abbattuto «a seguito di azione militare». In precedenza, indagini poco accurate e le reticenze dei vertici dell’aeronautica avevano accreditato prima l’ipotesi del “cedimento strutturale” e poi quella della bomba a bordo. Si trattava di depistaggi. L’istruttoria del giudice Priore aveva risolto il dubbio. Restava, però, apertissimo un problema politico oltre che giudiziario: chi era responsabile di quell’atto di guerra sui cieli italiani? Chi ne era a conoscenza? Inevitabile, a questo punto, addentrarsi nel contesto all’interno del quale si consuma il destino tragico degli 81 passeggeri del Dc9 Itavia.

Il nemico Gheddafi

Il 1980 è l’anno della strage alla stazione di Bologna, due anni prima era stato ucciso Aldo Moro e sullo scacchiere internazionale c’è una guerra di nervi fra diversi paesi. In particolare la Francia è in rotta con Gheddafi, con il quale è in guerra nel Ciad. E lo punta. In quell’estate ci sono tensioni spaventose che arrivano dall’interno e dall’estero. All’epoca Gheddafi era il nemico numero uno per americani e francesi, e l’idea che i suoi aerei potessero violare, spiare, o comunque interferire sopra le strutture militari della Nato era una cosa che mal sopportavano. Qualcuno si era stancato e voleva farla pagare a Gheddafi cercando di abbattere gli aerei libici che volavano sul Tirreno, e su cui gli alleati pensavano che quella notte ci fosse proprio il colonnello.

«Successivamente al disastro di Ustica, durante la mia Presidenza del Consiglio, seppi che per la seconda volta, i servizi italiani avevano salvato il colonnello Gheddafi da un attentato perché era stato avvisato di non partire con l’aereo oppure di tornare indietro dopo essere partito», rivela Cossiga al giudice. Queste dichiarazioni hanno dato la possibilità ai pm di riaprire le indagini sulla strage.

La Nato

Un’altra svolta si ha quando dopo 19 anni di silenzio la Nato rispondendo ai magistrati italiani traccia e identifica almeno quindici aerei militari che volavano nella zona dell’esplosione del Dc9. Indica anche due caccia italiani che venti minuti prima dell’esplosione incrociano l’aereo Itavia e notano qualcosa che porterà i due piloti italiani a lanciare un messaggio di allerta alla loro base. Il documento della Nato indica cinque velivoli sconosciuti attorno al Dc9, che si sospetta possano essere aerei francesi e libici. Nelle carte del giudice Priore c’è una ricostruzione che fa venire i brividi: il Dc9 sarebbe stato usato come copertura da uno o due aerei sconosciuti molto probabilmente libici, che tornavano verso la Libia.

Il giallo del mig in Calabria

Un mig libico viene ritrovato sulla Sila ufficialmente 20 giorni dopo l’abbattimento del Dc9, con un pilota morto che secondo i medici che hanno effettuato l’autopsia era deceduto da venti giorni, quindi è verosimile che possa essere stato colpito la stessa notte della strage. Quel mig è stato visto in diverse zone della Calabria da più testimoni che hanno raccontato che era inseguito da due caccia che gli sparavano con la mitragliatrice. Tutte queste coincidenze non possono essere casuali.

L’obiettivo non era il Dc9

La sovranità nazionale è stata violata. E oggi non è più un problema giudiziario, ma politico. Pensare che un magistrato, da solo, vada a bussare alla porta dell’Eliseo per chiedere a Macron di sapere finalmente la verità è poco credibile. Lo può fare invece un governo, se ha voglia di farlo, se pensa che questa strage è una pagina della storia di questo paese che deve essere ancora riempita di verità.

Andò: “A Ustica è stato un missile. Affrontai Mitterrand, lui si infastidì e non rispose”. Concetto Vecchio su La Repubblica il 4 Settembre 2023  

L’intervista all’ex ministro socialista della Difesa: “Ogni volta che provavo a parlarne con il mio collega ministro e compagno di partito, Pierre Joxe, lui si ritraeva” 

Salvo Andò, 78 anni, ex ministro della Difesa nel governo Amato, socialista, i francesi dopo Ustica opposero un muro alla verità?

“L’ho toccato per mano, da ministro. Ogni volta che provavo a parlarne con il mio collega e compagno di partito, Pierre Joxe, col quale ero in ottimi rapporti, lui si ritraeva”.

Può fare un esempio?

“Gli chiesi inutilmente più volte di essere informato sui movimenti della portaerei francese Clemenceau che operava nell’area dove si era verificata la strage”.

Concetto Vecchio per la Repubblica - Estratti il 3 settembre 2023. 

Luigi Zanda, che carica ricopriva quando venne abbattuto l’aereo a Ustica?

«Ero il portavoce del presidente del Consiglio, Francesco Cossiga».

Che ricordi ha di quei giorni?

«Venne subito fatta circolare la tesi del cedimento strutturale, e subito dopo quella della bomba nascosta tra i bagagli: entrambe si rivelarono fasulle, forse frutto di depistaggi».

La tesi del missile non circolava informalmente?

«Ricordo che nei giorni successivi Rino Formica, che era ministro dei Trasporti, mi disse che il capo dell’Agenzia che controllava l’aviazione civile gli aveva categoricamente escluso il cedimento strutturale. Inoltre l’esame dei radar aveva documentato che il Dc9 era stato attorniato da manovre di aerei militari». 

La battaglia nei cieli.

«Potrebbe essere. Il primo che mi ha poi parlato del missile è stato Andrea Purgatori, di cui ero molto amico. Informai Cossiga, e Cossiga mi invitò a chiedergli la fonte. Purgatori non volle comprensibilmente rivelarla».

La tesi del missile francese le sembra l’unica possibile?

«Lo disse a Cossiga l’ammiraglio Martini, allora capo dei servizi segreti. Martini era una persona seria e considerata molto attendibile».

(…)

E lei che significato vi attribuisce?

«Nel linguaggio diplomatico tra gli Stati non smentire un’affermazione grave è cosa molto vicina ad un’ammissione». 

Non avevate quindi informazioni riservate?

«Non sono mai stato al corrente di segreti di Stato o di informazioni riservate su Ustica».

(…)

Cosa dice del nostro Paese la tragedia di Ustica?

«Se è vero che nei cieli italiani si è combattuta una guerra senza che nessuno degli alleati avesse informato il nostro governo vorrebbe dire che non godevamo di una grande considerazione».

Al punto da violare la nostra sovranità nazionale?

«Sono fatti gravissimi. Vanno provati». 

Come valuta l’intervista di Giuliano Amato?

«Nel merito riprende la deposizione alla magistratura di Cossiga del 2008, peraltro molto nota. Sul piano politico chiede a Macron di accertare se c’è stata una responsabilità della Francia, mi sembra un passo avanti».

Macron lo farà?

«Do per certo che la Francia di Macron collaborerà lealmente con l’Italia e risponderà in modo esauriente alle nostre richieste, se ci saranno da parte del governo».

Secondo Amato fu Craxi ad avvertire Gheddafi che i francesi volevano ucciderlo.

«Cossiga disse ai magistrati d’aver saputo che per ben due volte i servizi segreti avvisarono Gheddafi. Penso che queste sono azioni tipiche da intelligence». 

Il figlio di Craxi, Bobo, sostiene che il padre salvò Gheddafi ma nel 1986.

«Né Cossiga né Amato sono persone che mentono. Uno dei due ricorda male».

L’uscita di Amato è tardiva?

«Quando Cossiga fece quella deposizione nel 2008 pensai che in lui fosse prevalsa un’ansia liberatoria. Doveva dire quel che pensava. Immagino sia stato l’intendimento di Amato: restituire valore alla memoria, in un Paese che ne ha pochissima». 

Cosa l’ha colpita di più?

«Il fatto che il recupero dell’aereo venne affidato ad una ditta legata ai servizi segreti francesi. C’era un gigantesco conflitto d’interessi eppure il magistrato procedette lo stesso con l’incarico. Possibile che nessuno lo avesse avvertito? L’ammiraglio Martini lo fece con Amato. La trovo una cosa enorme». 

(…)

Gheddafi, l’Afghanistan e l’Italia dei depistaggi. Quando la Guerra fredda si spostò nel Mediterraneo. Miguel Gotor su La Repubblica il 4 Settembre 2023  

Roma e Parigi vantano un’amicizia talmente consolidata da riuscire a sopportare il peso di rivelazioni tanto attese

L’intervista di Giuliano Amato sulla strage di Ustica è una testimonianza importante che contiene alcuni elementi di novità. Anzitutto l’appello al presidente Emmanuel Macron affinché il governo francese riveli ciò che sa su quanto avvenuto il 27 giugno 1980 nei cieli italiani.

In secondo luogo, la messa a fuoco di una presunta “ragion di Nato” per spiegare la lunga scia di insabbiamenti e di depistaggi che ha accompagnato questa tragica vicenda nel corso di oltre quarant’anni.

Strage di Ustica, le carte false dei Servizi. Ecco perché la verità è sparita dagli archivi. Benedetta Tobagi su La Repubblica il 4 Settembre 2023 

Ricostruzioni e tracciati radar sono stati fatti sparire dalla documentazione di quell’anno. E Meloni nomina in Commissione di vigilanza un tecnico sostenitore della tesi della “bomba” 

Ustica, insieme a molte altre stragi, è divenuta sinonimo di “depistaggi”. Come le scorie radioattive, i depistaggi hanno effetti tossici che si protraggono per decenni. Prima di tutto, ergono l’ormai proverbiale “muro di gomma” di reticenze e opacità contro cui rimbalzano gli sforzi di inquirenti e giornalisti d’inchiesta, come il compianto Andrea Purgatori. Al contempo, creano una cortina fumogena, una confusione di piste e versioni alternative dei fatti, spesso mescolando pezzetti di verità a forti dosi di menzogna. 

Estratto dell’articolo di Stefano Cappellini per la Repubblica il 3 Settembre 2023 

[…] Nicolas Sarkozy compare alla Mostra del cinema di Venezia insieme alla moglie Carla Bruni, che è al Lido perché voce narrante di un documentario sulla storia della Mostra. […], quando le parole dell’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato sulle responsabilità francesi nell’abbattimento del Dc9 Itavia a Ustica hanno già fatto il giro di tutte le cancellerie. Ovvio che Sarkò e Bruni siano a Venezia per altre ragioni, che peraltro l’ex modella sbriga senza il marito, assente sia sul tappeto rosso […] 

Quando si alzano per tornare all’interno dell’hotel proviamo a cogliere l’occasione per cavare all’ex presidente un commento sul caso Ustica. […] Qualificarsi come un giornalista di Repubblica non aiuta quanto chiedere una foto. Sarkozy sbuffa e sibila subito tre no di fila. La scorta capisce e ci spintona via. Ci riavviciniamo pochi metri più avanti dal lato di Bruni: «Signora Bruni, avete letto Amato?». 

 Bruni si ferma ad ascoltare e la scorta finalmente si placa: «No – risponde – che è successo, cosa dice Amato?». Riassumiamo rapidamente la questione. Ma prima che Bruni possa rispondere il marito, esauriti i selfie, le afferra un braccio e le dice: «È Repubblica! Gauche, gauche…». Spariscono dietro la porta girevole, non prima che Sarkò si giri un’ultima volta ridendo: «Oui, oui, gauche!».

Strage di Ustica, l’ex ambasciatore Vento: “Furono i nostri 007 ad avvisare Gheddafi. Lo rivelarono i libici”. Giuliano Foschini su La Repubblica il 5 Settembre 2023 

Sergio Vento, ex consigliere diplomatico di Giuliano Amato a Chigi 

L’ex consigliere diplomatico di Amato a Palazzo Chigi: “Un collega di rilievo mi disse che la visita ufficiale di Gheddafi a Varsavia fu annullata. Il motivo? Sarebbe stato pericoloso sorvolare il mare quella notte” 

Sergio Vento, ambasciatore di gran carriera, di Giuliano Amato è stato consigliere diplomatico quando era a Palazzo Chigi. «E dopo di lui di altri tre presidenti del Consiglio: Carlo Azeglio Ciampi, Silvio Berlusconi e Lamberto Dini». Quando su Repubblica ha letto le dichiarazioni sulla strage di Ustica dell’ex premier, gli è tornata in mente una giornata del 2011, quando dopo una lunga esperienza da ambasciatore a Parigi, era a New York, come delegato italiano alle Nazioni Unite.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Baldessarro per “La Repubblica” martedì 5 settembre 2023.

Non ci sono più le carte che facevano riferimento alla strage di Ustica, e neppure le relazioni sull’attentato alla stazione di Bologna. Niente sulla bomba del 1980 e niente su quelle fatte esplodere o ritrovate nel ‘69 sui treni a Pescara, Venezia, Milano e Caserta. Neppure del massacro dell’Italicus dell’agosto del 1974 c’è più traccia. È scomparso tutto, ogni documento, ogni relazione. 

E per non rischiare di lasciare qualche traccia hanno fatto sparire l’intero archivio del ministero dei Trasporti e tutta la documentazione del ministro e del suo Gabinetto. Hanno creato un buco nero che va dal 1968 al 1980, gli anni delle stragi fasciste e della strategia della tensione dell’eversione nera. Una voragine, nella quale è stato inghiottito un pezzo di storia del Dc9 dell’Itavia e di tutte le altre, di cui la Presidenza del Consiglio dei ministri ha dovuto prendere atto in un documento ufficiale del 12 ottobre 2022.

È tutto scritto nero su bianco nella relazione annuale del Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato della documentazione a cui fanno riferimento le direttive Renzi e Draghi. Direttive che avevano come obiettivo quello di desecretare e rendere pubblici gli atti relativi alle stragi italiane.  […] 

A ottobre scorso a conclusione dei lavori il Comitato «ha dovuto rilevare che, nel recente passato, le amministrazioni hanno avuto talora scarso controllo della propria documentazione, soprattutto di quella non più in uso, e tale circostanza ha causato in alcuni casi dispersioni e perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica».

Di cosa si tratta viene spiegato a pagina 23 (la penultima della relazione): «Non è accettabile che, in un periodo di tempo prolungato, che va dalla fine degli anni ‘60 agli anni ‘80, possa mancare del tutto la documentazione relativa al Gabinetto del ministro dei Trasporti pro tempore nonché le serie archivistiche relative all’attività del ministero, per il settore dei trasporti, riferito al periodo delle stragi che hanno segnato tragicamente il nostro Paese».

Daria Bonfietti, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime di Ustica, parla «di fatto inquietante», non solo perché da quegli archivi si potevano «trarre informazioni utili sul Dc9 abbattuto, ma in generale su tutte le stragi di quegli anni». Manca insomma «un pezzo di storia dell’Italia», ma non è l’unico problema «perché anche il materiale consegnato è spesso disordinato e quindi inutilizzabile ai fini di una lettura complessiva». 

Andrea Benetti, che fa parte del Comitato per conto dei parenti di Ustica, racconta: «Col ministero dei Trasporti abbiamo avuto lunghe interlocuzioni, inizialmente ci dicevano che non sapevano bene cosa cercare, per poi essere costretti ad ammettere che non c’erano più gli archivi». Questo è solo una parte del problema perché, aggiunge, «in generale non ci è stata consegnata una sola carta che sia utile ad aggiungere qualche tassello su Ustica».

Vale per «i servizi e per i ministeri». E non solo, perché, non c’è «neppure un documento proveniente dalla Prefettura di Bologna: come è possibile una cosa del genere?»  […]

Lettera di Giuliano Amato a “la Repubblica” martedì 5 settembre 2023. 

Dopo l’uscita dell’intervista su Ustica, una domanda è circolata insistentemente nei giornali, in tv, sui social: perché proprio ora? Ma se la domanda è lecita per definizione, sono risultate sorprendenti alcune delle risposte che attribuiscono all’intervistato strategie di ogni genere, dall’urgenza di una nuova verginità politica al desiderio di carriera quirinalizia mai esausta, dalla volontà di guastare i rapporti già fragili con la Francia all’impulso distruttivo verso il governo della destra. 

Salvo poi rimangiarsi l’intervista data a Repubblica — ieri abbiamo letto anche questo — in preda a improvviso pentimento. Dispiace mettere fine a queste congetture di sicuro fascino romanzesco, ma la verità è molto più banale.

Le interviste nascono — pensate che bizzarria! — perché c’è un giornale che le chiede, un direttore che le sollecita, una giornalista che ci lavora sopra. E la richiesta viene accolta se l’intervistato ha maturato nel tempo la volontà di rendere testimonianza. 

Questo è successo con l’intervista su Ustica uscita sabato scorso su questo giornale: la richiesta che mi è arrivata da Simonetta Fiori ha incontrato il mio bisogno di verità che a una certa età diventa più urgente, con il tempo davanti che si accorcia ogni giorno. 

Ne è scaturito un racconto storico che non aspirava a rivelare segreti sconosciuti — come è detto chiaramente nell’articolo — ma ad avvalorare una ricostruzione che è custodita in centinaia di pagine scritte dai giudici, nelle svariate perizie, anche nelle inchieste di giornalisti bravi come Andrea Purgatori, ma che si è dovuta arrestare davanti a più porte chiuse. 

Una ricostruzione che ho potuto fare mia e rilanciare grazie a una quarantennale esperienza dentro le istituzioni dello Stato, fin dal 1986 dalla parte dei famigliari delle vittime, come ha ribadito in questi giorni Daria Bonfietti, in una collaborazione stretta con i magistrati inquirenti, con la commissione Stragi e i migliori giornalisti di inchiesta.

Non sono mancate quindi le sedi anche istituzionali in cui manifestare i dubbi verso le versioni ufficiali dei militari: in questi 43 anni la mia non è stata una presenza muta. L’amicizia con la professoressa Bonfietti, la promessa di un impegno permanente al suo fianco, non è certo estranea alla decisione di rendere oggi testimonianza a Repubblica, insieme alla dolorosa perdita di Purgatori. 

Chi sa parli ora: questo il senso dell’appello rivolto ai testimoni reticenti, gli ultimi sopravvissuti di una generazione che si sta estinguendo (ma curiosamente mi è stato chiesto anche dalla premier di produrre nuove prove). La ricostruzione storica ha confuso tra date diverse? Bettino Craxi ha avvertito Gheddafi che stavano per bombardarlo nell’86, mentre nell’80 Craxi nulla poteva sapere della simulazione di Francia e Nato per far fuori il leader libico?

Forse la memoria mi ha ingannato o forse è la fonte della mia informazione che è confusa. Nel testo dell’intervista si dice chiaramente che mancano le prove. Ma è un dettaglio rispetto alla sostanza denunciata: l’insofferenza di larga parte della classe politica, Craxi incluso, davanti alla ricerca della verità, contro i tentativi di depistaggio messi in atto da generali e ammiragli. 

Nessuno aveva interesse a scoperchiare un segreto coperto dalla ragion di Stato o di Stati: la tragedia di Ustica era stato un atto di guerra in tempo di pace in un paese a sovranità nazionale limitata. Forse anche io, pur mosso dalla volontà di far luce, non ho avuto all’epoca la forza per impormi sulle forze ostili e reticenti? Può darsi. Ammetterlo fa parte di quel processo di verità oggi più che mai urgente.

Infine, l’appello a Macron. La richiesta al presidente francese di approfondire la verità su Ustica nasce dalla constatazione che la tragedia del Dc9 risale al 1980: Macron all’epoca non aveva ancora compiuto tre anni. Anche per la sua totale estraneità politica ai fatti, e per la libertà che può derivargliene, Macron potrebbe aiutare a restituire giustizia a 81 vittime innocenti ancora senza colpevoli.

Una straordinaria opportunità per rinsaldare il rapporto tra i due paesi. Il ministero degli Esteri francese l’ha accolta, manifestando una volontà di collaborazione, peraltro senza mai domandarsi: perché ora? Un passo in avanti rispetto a chi in Italia continua ostinatamente a voltarsi indietro. Con l’intervista ho voluto lanciare una sfida per arrivare alla verità su Ustica. Ora tocca a chi ne è in grado raccoglierla, sotto la spinta di una stampa non prigioniera del piccolo cabotaggio.

Giuliano Amato per La Repubblica - Estratti il 5 Settembre 2023 

Dopo l’uscita dell’intervista su Ustica, una domanda è circolata insistentemente nei giornali, in tv, sui social: perché proprio ora? Ma se la domanda è lecita per definizione, sono risultate sorprendenti alcune delle risposte che attribuiscono all’intervistato strategie di ogni genere, dall’urgenza di una nuova verginità politica al desiderio di carriera quirinalizia mai esausta, dalla volontà di guastare i rapporti già fragili con la Francia all’impulso distruttivo verso il governo della destra. Salvo poi rimangiarsi l’intervista data a Repubblica — ieri abbiamo letto anche questo — in preda a improvviso pentimento.

Le interviste nascono — pensate che bizzarria! — perché c’è un giornale che le chiede, un direttore che le sollecita, una giornalista che ci lavora sopra. E la richiesta viene accolta se l’intervistato ha maturato nel tempo la volontà di rendere testimonianza. Questo è successo con l’intervista su Ustica uscita sabato scorso su questo giornale: la richiesta che mi è arrivata da Simonetta Fiori ha incontrato il mio bisogno di verità che a una certa età diventa più urgente, con il tempo davanti che si accorcia ogni giorno.

Ne è scaturito un racconto storico che non aspirava a rivelare segreti sconosciuti — come è detto chiaramente nell’articolo — ma ad avvalorare una ricostruzione che è custodita in centinaia di pagine scritte dai giudici, nelle svariate perizie, anche nelle inchieste di giornalisti bravi come Andrea Purgatori, ma che si è dovuta arrestare davanti a più porte chiuse.  

(...)

Chi sa parli ora: questo il senso dell’appello rivolto ai testimoni reticenti, gli ultimi sopravvissuti di una generazione che si sta estinguendo (ma curiosamente mi è stato chiesto anche dalla premier di produrre nuove prove).

La ricostruzione storica ha confuso tra date diverse? Bettino Craxi ha avvertito Gheddafi che stavano per bombardarlo nell’86, mentre nell’80 Craxi nulla poteva sapere della simulazione di Francia e Nato per far fuori il leader libico? 

Forse la memoria mi ha ingannato o forse è la fonte della mia informazione che è confusa. Nel testo dell’intervista si dice chiaramente che mancano le prove. Ma è un dettaglio rispetto alla sostanza denunciata: l’insofferenza di larga parte della classe politica, Craxi incluso, davanti alla ricerca della verità, contro i tentativi di depistaggio messi in atto da generali e ammiragli. Nessuno aveva interesse a scoperchiare un segreto coperto dalla ragion di Stato o di Stati: la tragedia di Ustica era stato un atto di guerra in tempo di pace in un paese a sovranità nazionale limitata.

Forse anche io, pur mosso dalla volontà di far luce, non ho avuto all’epoca la forza per impormi sulle forze ostili e reticenti? Può darsi. Ammetterlo fa parte di quel processo di verità oggi più che mai urgente. 

Infine, l’appello a Macron. La richiesta al presidente francese di approfondire la verità su Ustica nasce dalla constatazione che la tragedia del Dc9 risale al 1980: Macron all’epoca non aveva ancora compiuto tre anni. Anche per la sua totale estraneità politica ai fatti, e per la libertà che può derivargliene, Macron potrebbe aiutare a restituire giustizia a 81 vittime innocenti ancora senza colpevoli. 

Una straordinaria opportunità per rinsaldare il rapporto tra i due paesi. Il ministero degli Esteri francese l’ha accolta, manifestando una volontà di collaborazione, peraltro senza mai domandarsi: perché ora? Un passo in avanti rispetto a chi in Italia continua ostinatamente a voltarsi indietro. Con l’intervista ho voluto lanciare una sfida per arrivare alla verità su Ustica. Ora tocca a chi ne è in grado raccoglierla, sotto la spinta di una stampa non prigioniera del piccolo cabotaggio.

Ustica, Pellegrino: “La bomba sul Dc-9 tesi utile a difendere i fascisti di Bologna" di Fabio Tonacci su La Repubblica il 5 settembre 2023

L’ex presidente della Commissione stragi: “Ustica è il mistero dei misteri. L’intervista di Amato mi ha convinto che il missile è l’ipotesi più verosimile”

A dispetto dei suoi 84 anni, ricorda a memoria un lungo stralcio della prefazione del libro Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann. «Profondo è il pozzo del passato. O non dovremmo dirlo imperscrutabile? Imperscrutabile anche, e forse allora più che mai, quando si discute e ci si interroga sul passato dell’uomo, e di lui solo...», recita Giovanni Pellegrino, giurista, ex senatore del Pci-Pds che ha ricoperto la carica di presidente della Commissione parlamantare d’inchiesta sulle stragi (1988-2001).Ustica, l'ex presidente della Commissione stragi: «Con Amato chiedemmo chiarimenti a Francia e Stati Uniti, ma nessuno rispose». Paola Ancora su Il Quotidiano di Puglia. Domenica 3 Settembre 2023

Giovanni Pellegrino, lei è stato senatore della Repubblica dal 1987 al 2001 e presidente della Commissione bicamerale d’inchiesta sulle stragi. L’ex presidente del Consiglio, Giuliano Amato, ha chiesto ieri che la Francia di Macron si scusi con l’Italia e le famiglie delle 81 vittime della strage di Ustica perché ad abbattere il DC9 Itavia è stato un missile francese. Cosa ne pensa?

«Sono d’accordo con lui. Come ho scritto nel mio ultimo libro, “Dieci anni di solitudine”, Ustica resta l’unico problema che in Commissione stragi affrontammo e che non può dirsi definitivamente risolto. Che l’abbattimento del DC9 fosse stato causato da un missile francese lo sostenne anche Cossiga: oggi al presidente Macron non costerebbe nulla fare chiarezza, mettendo fine a una lunga storia di misteri e dolore. I familiari delle vittime di quella strage sono stati già risarciti

Estratto dell’articolo di Stefano Cappellini per “La Repubblica” venerdì 8 settembre 2023.

Claudio Martelli, dice Giuliano Amato: a Ustica fu un missile francese a buttare giù il Dc9. Siete stati molti anni insieme nello stesso partito, il Psi, ne avevate mai parlato?

«Mai, né mi risulta che abbia sollevato la questione con altri prima di ora. Tutti conosciamo Amato per la prudenza e per la precisione con la quale interviene.

Per questo mi ha sorpreso la perentorietà con la quale oggi indica la natura del disastro di Ustica e chi ne sarebbe il responsabile, cioè i francesi». 

Ha dei dubbi sulle motivazioni di Amato?

«Posso immaginare che abbia inteso liberarsi di un fardello, di un senso di colpa, colpa collettiva ovviamente. Forse c’è anche qualche elemento personale. Tra i “generali” e gli ammiragli che accusa c’è Bettino Craxi, peraltro in questo caso con un riferimento sbagliato sul piano storico, come è accertato. […] né Craxi né il Psi erano in condizione di essere coinvolti da protagonisti nella vicenda Ustica». 

Amato ha ammesso che può essersi confuso, ma questo non toglie che più testimonianze confermano che Gheddafi fu avvisato dall’Italia.

«Sì, ma l’abbaglio di Amato tradisce un certo livore, come quando definisce Craxi statista trasgressivo. O si è statisti o si è trasgressivi. Se Amato pensava di chiudere la partita su Ustica, a me pare più che abbia aperto il vaso di Pandora. 

In una storia nella quale noi stessi italiani ci accusiamo al nostro interno di aver depistato, pretendere dai francesi che si assumano una responsabilità della quale non sono nemmeno mai stati ufficialmente accusati non mi sembra un colpo di genio dal punto di vista politico e anche giuridico».

Resta il cuore della ricostruzione di Amato: il Dc9 abbattuto nel pieno di una azione di guerra.

«La tesi del missile è smentita dagli esperti tanto quanto quella di una bomba a bordo, che alludeva a un attacco di natura terroristica. Da fonte Nato quella sera sui cieli di Ustica risultavano in volo 21 aerei militari, italiani, americani, inglesi, forse francesi. 

L’impresa di accertare chi abbia sparato è improba. Peraltro, come hanno ricostruito alcuni vostri articoli, lo scenario più attendibile è che il Dc9 non sia stato colpito direttamente ma danneggiato dai vortici causati dalle manovre dei caccia».

Ovviamente non è un dettaglio l’eventuale missile e la sua nazionalità, però continua a restare secondario rispetto al cuore della faccenda: quei civili morirono per un atto di guerra evidentemente coperto da 43 anni di omissioni e depistaggi di Stato, anzi di Stati.

«Di tutte le notizie che ho letto ce n’è una che mi ha fatto sobbalzare. Uno degli esperti intervistati da Repubblica, il professor Carlo Casarosa, ha parlato di una prassi secondo la quale gli aerei libici che transitavano nello spazio aereo italiano venivano coperti dalla nostra Aeronautica, che utilizzava gli aerei di linea come scudo visivo, affinché i libici risultassero invisibili ai radar. Se fosse una cosa vera, altro che lodo Moro, sarebbe stata una prassi di una gravità senza pari».

Sufficiente di per sé a trincerarsi dietro una ragione di Stato per insabbiare la verità.

«Senza dubbio». 

Ma come è possibile che voi politici di primo piano degli anni Ottanta non siate venuti a conoscenza di questa o altre notizie utili a far luce sulla strage?

«Io ho fatto il ministro per la prima volta nel 1989. Prima di allora ricordo bene che non c’erano pareri unanimi su Ustica. I periti dei militari insistevano sulla tesi della bomba a bordo».

Falsa e inverosimile. Sbagliavano o mentivano?

«Entrambe le cose». 

Amato dice di aver ricevuto le prime rivelazioni da Rino Formica.

«Anche di questo dubito. Nel 1980 Amato era avversario di Craxi e dunque anche di Formica. In ogni caso, è probabile che Formica a sua volta avesse avuto informazioni da Francesco Cossiga, il primo poi a parlare pubblicamente di attacco missilistico francese». […]

Dice di essere strabiliato davanti all’ipotesi che nel 1980 ci fosse un patto occulto per lasciare transito agli aerei libici nei cieli italiani. Ma che differenza c’è con Craxi che nel 1986 avvisa Gheddafi che gli americani stanno per bombardare Tripoli?

«Enorme. Craxi insorge a difesa della sovranità nazionale, perché non tollera l’idea che l’Italia, allora potenza del Mediterraneo, non venga nemmeno informata di una azione simile. 

Craxi voleva che la politica estera italiana uscisse dalle ambiguità e dai sotterfugi e ha pagato un prezzo molto caro per questo. Ustica è una storia che si produce dentro quella ambiguità».

C’erano due livelli decisionali nel nostro Paese, uno pubblico e uno occulto?

«Nel 1980 sicuramente. Craxi lo disse anche nel suo discorso di insediamento come presidente del Consiglio, l’Italia doveva sottrarsi a una condizione di subalternità, qualcosa di intollerabile, e lui lo fece a Sigonella, lo fece con Gheddafi, e manifestando dubbi su Maastricht. 

Poi c’era un’altra corrente, filocossighiana appunto, per la quale se una cosa la chiedono gli Usa, allora si fa. Ci sono esempi anche recentissimi, come quando da presidente del Consiglio Giuseppe Conte consentì al ministro della Giustizia William Barr di interrogare i vertici dei nostri servizi senza neanche essere accompagnato da una alta carica politica italiana». […]

Quindi, secondo lei, per cercare una verità storica bisogna bussare a Washington più che a Parigi?

«A differenza dei francesi, gli americani hanno questa abitudine: a scadenza svuotano gli archivi. L’ho sperimentato anche io potendo consultare nelle carte Fbi la vicenda Falcone. Tutte le comunicazioni dell’ambasciata al Dipartimento di Giustizia sono state desecretate. L’unica via mi sembra imbracciare la armi del diritto e formulare delle domande in grazia di Dio»

Estratto dell’articolo di Gianluca Di Feo per repubblica.it lunedì 11 settembre 2023.

Caccia libici che sfidano caccia libici nel crepuscolo di Ustica. Alcuni veramente libici; altri dell’identico modello ma con insegne fasulle. Perché la morte di Gheddafi, uno dei leader arabi più noti, doveva apparire come un affare interno al suo regime e non come un complotto di potenze occidentali. Sulla distruzione del DC-9 Itavia non esiste una verità. Ci sono tante perizie tecniche sovrapposte e lette in modi diversi […]. Né la pista della bomba, né quella del missile hanno trovato un riscontro di forza tale da superare i dubbi […] 

Eppure le parole dei protagonisti di quella stagione politica, dalle dichiarazioni di Francesco Cossiga all’intervista a Repubblica di Giuliano Amato, hanno ridato peso allo scenario della battaglia aerea – bocciato con sentenza definitiva dai giudici penali e accolto con giudizio altrettanto definitivo da quelli civili – per abbattere Gheddafi. 

A rinforzarlo c’è una deduzione logica: un segreto in grado di sopravvivere così a lungo deve riguardare qualcosa di veramente grave che coinvolge l’interesse strategico di più nazioni, unite in un patto per custodire il silenzio che resiste da 43 anni. […]

L’informatore nelle basi libiche

Nello sterminato elenco di atti raccolti nell’istruttoria di Rosario Priore – considerata credibile dalla Corte di primo grado e ritenuta priva di prove dalla Cassazione - ci sono alcune deposizioni che possono offrire una prospettiva diversa, capace di mettere insieme tanti tasselli di quelle ore drammatiche del 27 giugno 1980 che in apparenza non combaciano. È il racconto dell’inchiesta parallela su Ustica condotta dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

L’ha ricostruita il suo braccio destro, l’allora colonnello Nicolò Bozzo […] È lo stesso ufficiale che ha demolito la menzogna francese sui decolli dalla base corsa di Solenzara, dimostrando che i voli dei jet militari erano proseguiti dopo il tramonto. 

Una circostanza straordinaria, perché nel periodo estivo l’attività degli stormi veniva sospesa nel primo pomeriggio: lui si trovava lì in vacanza assieme al fratello e ha fornito riscontri documentali, incluse le ricevute dell’hotel e la descrizione dei modelli di velivolo.

Perché Dalla Chiesa, comandante del nucleo speciale contro l’eversione, si è occupato del DC-9 Itavia? “La curiosità del generale – ha detto Bozzo - era tutta appuntata su Gheddafi e su eventuali appoggi da lui concessi ai terroristi italiani”. Dalla Chiesa aveva un informatore in Libia: il geometra jugoslavo Benedetto Krizmancic, che lavorava per conto del governo di Tripoli nella costruzione di infrastrutture aeroportuali. 

All’epoca Gheddafi, non fidandosi né dei suoi alleati sovietici, né dei partner europei, aveva affidato ai tecnici “neutrali” del maresciallo Tito la gestione di numerose installazioni militari: molti piloti venivano formati in Jugoslavia e i caccia migliori – i leggendari Mig 25 più veloci dei Jet occidentali – venivano mandati lì per la manutenzione. Poiché si sospettava che uomini delle Brigate Rosse venissero ospitate nei campi di addestramento libici proprio in vicinanza degli aeroporti, Dalla Chiesa aveva incaricato il colonnello Bozzo di cercare notizie da Krizmancic, che si recava spesso in Liguria.

“Nel secondo incontro nel maggio 1980 mi fece un regalo raccontandomi di avere colto da una breve conversazione tra piloti libici l’esistenza di un forte malessere nella loro Aeronautica militare, che avrebbe potuto anche potuto sfociare in un colpo di Stato. 

Era una sua impressione, sostanziata però da alcune frasi rubate che descrivevano l’ipotesi di un piano per intercettare l’aereo del leader libico durante un volo ed abbatterlo”. Siamo a circa un mese dalla notte di Ustica. Questi sono i fatti, ripetuti da Bozzo davanti al giudice Priore che ha ascoltato pure il geometra jugoslavo: entrambi sono morti da alcuni anni.

Il teorema Dalla Chiesa

Il resto sono le riflessioni di Carlo Alberto Dalla Chiesa, rimasto celebre per la sua capacità di analisi. Bozzo non ha certezza ma ritiene che, come da prassi, il generale abbia trasmesso le rivelazioni sul complotto alla nostra intelligence. Che quindi almeno dai primi giorni di giugno sarebbe stata in allerta sulla prospettiva di un agguato contro l’aereo di Gheddafi. Non solo. 

“All’epoca il generale Dalla Chiesa e io - aggiunge Bozzo - avevamo sviluppato un teorema che ha poi trovato alcune conferme. Gheddafi sta volando da Tripoli verso la Polonia. Secondo l’impressione avuta da Krizmancic, l’attentato al leader libico, preludio al golpe, era stato studiato in due mosse. La prima con l’intercettazione e l’abbattimento dell’aereo presidenziale da parte di due caccia libici. La seconda con uno scalo tecnico (un chiaro segnale di svolta nelle relazioni internazionali) dei velivoli ribelli nella base italiana di Gioia del Colle in Puglia o in quella di Crotone in Calabria”.

Gran parte dei Mig di Tripoli infatti non avevano autonomia sufficiente per un’azione di combattimento sul Tirreno e il ritorno in patria: senza una base di rifornimento, avrebbero finito il carburante e si sarebbero schiantati. Come è accaduto al jet ritrovato sui monti della Sila. 

“Nulla di più facile – prosegue Bozzo - che i congiurati si siano appoggiati a quei servizi segreti per condividere il piano, se non il passo politico successivo al golpe. In questo caso non possiamo escludere che l’ordine prioritario, tassativo, dato alle forze aeree Nato, fosse quello di tenere sgombero il cielo sul basso Tirreno per l’agguato al “nemico”.

Questo scenario, comunque incerto, poteva mutare radicalmente di segno con l’ingresso nei giochi di guerra dei nostri servizi, o meglio di quella fazione filoaraba che storicamente si oppone a quella filoamericana. Ed è ciò che credo sia avvenuto: messo in allarme da qualche fonte compiacente dei Servizi, Gheddafi ha rivoluzionato in segreto il suo programma. Quel 27 giugno anziché dirigersi verso Varsavia ha fatto inversione su Malta”.

Così invece dell’aereo del dittatore, i caccia golpisti si ritrovano sulla rotta del DC-9 Itavia decollato in ritardo da Bologna. E lì, scambiandolo per il bersaglio della loro missione o semplicemente per errore, lo abbattono. 

Non usano il cannone, né i missili aria-aria […]: per volontà omicida o per evitare all’ultimo minuto una collisione, virano sopra l’aereo di linea aumentando rapidamente la velocità. Una manovra che genera un’onda d’urto potentissima, tale da far perdere il controllo ai piloti del jet civile o addirittura da spezzarne la struttura. Questa d’altronde è l’unica ipotesi che può conciliare un’operazione ostile contro il DC-9 con l’assenza delle schegge tipiche dell’esplosione di un missile sul relitto recuperato dagli abissi del Tirreno. 

Le conferme del disertore

Molti anni più tardi, nel 2015, i progetti di rivolta nell’aviazione libica hanno trovato riscontro nelle dichiarazioni di un pilota, Hazem al-Bajigni, raccolte da Tom Cooper, Albert Grandolini e Arnauld Delalande – tre giornalisti aeronautici di ottima reputazione – nell’opera in tre volumi “Libyan Air Wars”. Si tratta di una testimonianza straordinaria: Hazem al-Bajigni venne accusato dagli agenti di Gheddafi di avere fatto parte di un piano golpista che nella seconda metà del 1980 vedeva coinvolti almeno 19 ufficiali dell’Aeronautica. Sostenevano che avesse cercato di rubare un velivolo cargo per far scappare all’estero i membri del complotto.

Quando è venuto a sapere delle indagini, il capitano libico è salito sul suo Mig-23 ed è partito a velocità supersonica da Bengasi verso Nord: è riuscito ad atterrare a Creta, scendendo su una vecchia pista senza che la rete radar della Nato lo avvistasse. 

Era il 22 febbraio 1981. Dopo tre giorni, la Grecia ha restituito il caccia a Gheddafi mentre il pilota ha trovato asilo in Occidente. Lui non ne parla, ma si ritiene che sia stato a lungo interrogato dall’intelligence americana che poi lo ha protetto dalle rappresaglie delle squadre della morte gheddafiane, che in quel periodo assassinavano i dissidenti espatriati in Europa.

Hazem al-Bajigni ha descritto ai tre giornalisti anche un’altra circostanza fondamentale per Ustica: era nella stessa base del sottotenente Ezzedin Koal, il pilota trovato morto sulla Sila. 

Al-Bajigni non lo conosceva direttamente perché Koal era siriano: faceva parte di una “legione straniera” concessa a Gheddafi dal governo di Damasco. Il fuggitivo ha raccontato le voci riferite dal comandante del personale siriano, identiche alla versione stilata dalla Commissione congiunta italo-libica: quella conclusa tragicamente sui monti della Calabria era una missione di addestramento, senza armi a bordo. Per un guasto al respiratore, il pilota aveva perso conoscenza e si era schiantato una volta finito il combustibile.

[…]

Il dilemma della Sila

Un dilemma dibattuto da oltre quarant’anni è la data in cui il Mig 23 è precipitato sulla Sila. Ufficialmente, i rottami sono stati scoperti il 18 luglio 1980: una versione contestata da testimoni e periti. 

I pm di Roma Maria Monteleone ed Erminio Amelio, che conducono l’ultima indagine sulla sorte del DC-9 Itavia, ritengono che il caccia non sia precipitato il 27 giugno ma settimane dopo, forse proprio nella data del rinvenimento ufficiale. Allo stesso tempo, i magistrati sono ancora convinti che l'aereo della Sila sia legato a Ustica. Lo fanno sulla base di due testimonianze, rimaste solide a distanza di decenni: nella tasca della tuta di Koal c’era un biglietto in arabo.

L’interprete dell’intelligence italiana che lo ha letto, ricorda parole di rimorso per avere causato “la morte di ottanta innocenti” e la volontà di espiare. Anche un dirigente degli 007 ha visto quel foglio. Il biglietto sarebbe stato consegnato a un generale dei Servizi ed è scomparso: ma un riferimento preciso è rimasto nell'agenda del capo di gabinetto del ministro della Difesa. 

Già, ma in che modo il sottotenente siriano voleva espiare la sua responsabilità? Fuggire in Italia e rivelare quello che era accaduto? Negli atti del processo ci sono indizi su un disertore atteso a Malta in quei giorni: era pronto un bimotore per trasferirlo a Roma ma la missione è stata poi annullata. E, soprattutto, cosa c'entrava il pilota siriano con la morte di ottanta innocenti? Era intervenuto nella battaglia notturna contro i golpisti e chi li sosteneva all’estero, finendo per provocare la distruzione del velivolo passeggeri?

Con i serbatoi supplementari, il Mig-23 aveva un'autonomia operativa sufficiente per raggiungere il Tirreno e tornare a casa, mantenendo la possibilità di ingaggiare un breve combattimento. Tripoli però aveva anche aerei più moderni a cui affidare missioni speciali nell’ora del crepuscolo: i nuovi Mirage F1 consegnati dalla Francia due anni prima, considerati i gioielli dell'aviazione e – contrariamente ai Mig - dotati di ottimi missili a lungo raggio. Appartenevano allo “Squadrone Fatah”, un’altra unità speciale addestrata però da istruttori europei: la loro presenza accanto al jet presidenziale di Gheddafi non avrebbe destato sospetti. 

I Mirage gemelli di Solenzara

Altri Mirage F1, esteriormente identici agli intercettori libici, quella sera sono partiti dalla Corsica. La Francia lo ha negato per anni. Ma il colonnello Bozzo ha permesso di accertare i decolli e il fratello del carabiniere, appassionato di aviazione, ne ha identificato il modello. E torniamo al “teorema Dalla Chiesa”.

I golpisti libici avevano bisogno di sostegno occidentale. Ma c’era molta diffidenza nella Nato sulla loro preparazione nel combattimento aereo. Se si voleva essere certi che Gheddafi venisse eliminato, bisognava affidarsi a piloti più esperti. Che, allo stesso tempo, potessero essere confusi con gli insorti: i Mirage F1 di Solenzara erano i candidati perfetti. 

In quel momento, un cambio di regime a Tripoli era importante per Washington ma soprattutto per Parigi, impegnata in un confronto armato con i libici nel Ciad. Anais Ginori su questo giornale ha descritto come il presidente Giscard d’Estaing cercasse di animare un putsch a Tripoli dal 1977 e il potente Alexandre de Marenches, capo dello Sdec Service de Documentation et de Contre-Espionnage), aveva organizzato un programma per colpire la Libia. […]".

Il piano più spettacolare – ha spiegato sempre Anais Ginori -, documentato ormai in varie ricostruzioni, doveva scattare il 5 agosto 1980, qualche settimana dopo la strage di Ustica. Deluso dai continui fallimenti di Marenches, Giscard decide di scavalcarlo e affidare al numero due dei servizi, Alain de Marolles, la missione speciale: "Vi chiedo di rovesciare Gheddafi". È quello che Marolles, morto nel 2000, aveva confidato ai giornalisti Roger Faligot, Jean Guisnel e Rémi Kauffer in "Histoire politique des services secrets français". Ma anche l'operazione, guidata dal cosiddetto "Safari Club", coordinamento tra i servizi francesi, egiziani, marocchini e sauditi, si conclude in un clamoroso fiasco.

Ogni disegno partiva da un presupposto: se il Rais fosse stato ucciso dagli occidentali, nei Paesi arabi ci sarebbe stata una sollevazione. Ed ecco la necessità che l’omicidio ad alta quota venisse attribuito a una rivolta interna contro di lui ma ispirata e protetta attivamente dai francesi, passivamente dagli americani che dai comandi Nato potevano far calare una cappa oscura sui radar e sui controllori di ogni Paese alleato. […]

Estratto dell’articolo di Fabio Tonacci per “La Repubblica” venerdì 15 settembre 2023. 

Il vuoto di verità sulla tragedia di Ustica è una storia di documenti che mancano. Alcuni nascosti, altri distrutti, altri ancora, cruciali, potrebbero essere chiusi in archivi di Stato che nessuno ha aperto. «Io so come trovarli», sostiene oggi il 62enne Giuseppe Dioguardi, maresciallo dell’Aeronautica in pensione che ha lavorato nelle segretaria particolari di quattro ministri della Difesa (Lagorio, Spadolini, Gaspari e Zanone). 

Dioguardi ebbe per le mani una relazione segretissima del Sismi su Ustica. Poi venne mandato personalmente a bruciare faldoni nelle basi dell’Aeronautica in Sardegna e nel sud Italia. L’intervista di Giuliano Amato a Repubblica , per lui, è stata una liberazione. 

«Finalmente Amato ha detto le cose come stanno. Era sottosegretario alla presidenza del Consiglio ai tempi di Craxi quando circolò un’importante relazione del Sismi su Ustica, non è uno che parla a caso».

Dioguardi, partiamo da quella relazione. Di che anno è?

«Del 1986, fu prodotta dall’ammiraglio Martini, allora capo dell’intelligence militare. A quell’epoca ero nella segreteria particolare di Giovanni Spadolini. Il 17 giugno di quell’anno, me lo ricordo perché era il giorno in cui l’Italia perse contro la Francia agli ottavi di finale dei mondiali, il capo di gabinetto della Difesa mi chiese di prendere una cartellina di pelle dal suo ufficio a palazzo Baracchini e di portarla con urgenza a Pian dei Giullari perché Spadolini doveva leggerla, controfirmarla e inoltrarla a Craxi. Fui scortato da due carabinieri. Spadolini mi accolse in vestaglia rossa. Aprì la cartella, lesse e si arrabbiò…».

Perché?

«Mi disse: ‘ricordati, caro Giuseppe, non c’è niente di più schifoso di quando i generali vogliono fare i politici’. Ripeteva: ‘Guarda, guarda le puttanate che hanno scritto!’ Poi fece una telefonata a Craxi alla fine della quale, senza convinzione, controfirmò le otto pagine del Sismi». 

Fu Craxi a imporglielo?

«Sì» 

Cosa c’era nella relazione?

«Tra le altre cose si parlava di due Mirage francesi in volo, di un Tomcat americano, di Mig libici…Non posso rivelare nel dettaglio il contenuto, perché è oggetto di una deposizione di dodici ore che nel 2011 ho rilasciato ai pm di Roma. 

È coperta da segreto istruttorio. Posso però dire che il Sismi aveva messo nero su bianco due versioni: la prima ricostruiva quanto accaduto la notte del 27 giugno 1980 sulla base degli elementi a disposizione dell’intelligence, la seconda era la versione di comodo che il Sismi suggeriva alle istituzioni di rendere pubblica». 

Di quella relazione agli atti dell’inchiesta non c’è traccia. È stata distrutta?

«Penso proprio di no». 

Dov’è allora?

«Ogni documentazione classificata rimane all’interno della segreteria speciale del gabinetto del ministro. A quanto ne so c’erano cinque copie in giro: l’originale, una minuta e un minutario rimasti nell’archivio del Sismi, poi una quarta copia presso la segreteria speciale al ministero della Difesa e l’ultima alla segreteria speciale della presidenza del Consiglio».

Possibile che gli inquirenti non abbiano cercato lì?

«L’hanno fatto, ma per accedervi non basta un mandato del pm, serve l’autorizzazione dell’Autorità nazionale per la sicurezza, articolazione della Presidenza. 

E bisogna sapere come cercare, sono plichi cartacei, vanno usati criteri di 37 anni fa. I due finanzieri inviati dalla procura non hanno trovato la relazione del Sismi perché non sapevano come cercarla. Si sono fermati a cinque centimetri dalla verità». 

Si può ancora trovare?

«Sì, se il governo lo vuole davvero. La premier ha chiesto ad Amato di produrre nuove prove quando potrebbe far cercare quella relazione del 1986, e altri documenti importanti, nell’archivio della segreteria speciale della Presidenza del Consiglio. Lo stesso può fare il ministro Crosetto nella segreteria speciale della Difesa».

Perché è così complicato trovare documenti ufficiali su Ustica?

«Per colpa di una circolare…» 

Cioè?

«Tra il 1982 e il 1988 lo Stato maggiore dell’Aeronautica emanò una circolare interna: ordinava a tutti i reparti di non usare la parola ‘Ustica’ nei documenti ufficiali. Al massimo si poteva scrivere ‘noto evento’ o ‘noti fatti’. 

Lo scopo era rendere quelle carte meno interessanti per chiunque ne fosse venuto in possesso. E anche più complicate da ritrovare, una volta archiviate». 

Cosa deve chiedere l’Italia al governo francese, per arrivare alla verità?

«I piani di volo dei Mirage decollati quella notte. Lì dentro c’è tutto: orari, scopo della missione, quantitativi di carburante usati». […]

Ha mai distrutto documenti riservati?

«Sì. Mi è stato ordinato e l’ho fatto fino al 2004. Nel 2008 ho lasciato l’Aeronautica». 

Dove fu mandato a distruggerli?

«Nelle basi militari di Pantelleria, Crotone, Alghero e all’aeroporto di Comiso quando venne chiuso per trasferire gli archivi cartacei alla base di Sigonella. A Pantelleria andai nel weekend dopo l’orario d’ufficio, c’era poca gente in giro».

Ha distrutto carte su Ustica?

«Non posso rivelarlo, è nella parte secretata del mio verbale». 

Le sedi che indica fanno pensare di sì. A Pantelleria alcuni sostengono che la notte di Ustica atterrò un mig libico per il rifornimento, e ad Alghero nell’ipotesi dei due caccia francesi decollati dalla base di Solenzara potrebbero aver raccolto tracce di quei voli, o addirittura i documenti contabili di eventuali rifornimenti.

«Sono ottime deduzioni. Ma, ripeto, non posso confermare o smentire».

Dagospia sabato 16 settembre 2023.IL MISTERO DEL DOSSIER MANCANTE SULLA STRAGE DI USTICA – TRA I 18 DOCUMENTI ANCORA TOP-SECRET RELATIVI ALL’INCIDENTE MANCA LA PRESUNTA RELAZIONE DEI SERVIZI SEGRETI CHE RIVELEREBBE LA VERITÀ SU QUANTO SUCCESSO IL 27 GIUGNO 1980 - QUELL’INFORMATIVA, DI CUI ESISTE TRACCIA NEI REGISTRI (OLTRE CHE NELLA TESTIMONIANZA DELL’EX MARESCIALLO DIOGUARDI), NON È MAI STATA CONSEGNATA ALL’ARCHIVIO DI STATO NÉ TANTOMENO VE N’È TRACCIA NEGLI ATTI DELLE INDAGINI - DOVE SIA FINITA È L’ENNESIMO MISTERO DI QUESTA STORIA...

Estratto dell'articolo di Fabio Tonacci, Giuliano Foschini per “La Repubblica” sabato 16 settembre 2023.

Esistono almeno 18 documenti sulla strage di Ustica che i cittadini italiani non conoscono, perché tuttora secretati. Si tratta essenzialmente di report del ministero della Difesa e di atti dei nostri Servizi di sicurezza, ma anche cablo di Stati stranieri e resoconti della Nato. Un filo li lega tutti: l’oggetto di quelle carte sono pezzi di una verità che ancora manca su quanto accaduto la notte del 27 giugno 1980 sui cieli d’Italia. 

Lo ha rivelato ieri il ministero di Guido Crosetto, in risposta all’intervista rilasciata a Repubblica da Giuseppe Dioguardi, maresciallo in congedo dell’Aeronautica Militare che negli anni Ottanta ha lavorato nella segreteria particolare di quattro ministri della Difesa.

All’appello manca però la diciannovesima carta, che a dire di Dioguardi è cruciale: la relazione del Sismi, datata 1986, sui fatti di Ustica. Quell’informativa, di cui esiste traccia nei registri di protocollo oltre che nel racconto del maresciallo, non è mai stata declassificata e consegnata all’Archivio di Stato né tantomeno ve n’è traccia negli atti delle indagini della procura di Roma sulla strage del Dc9. Dove sia finita è l’ennesimo mistero di questa storia che da 43 anni ingoia versioni ufficiali e versioni ufficiose.

Quando ieri mattina ha letto l’intervista, il ministro Crosetto ha chiesto al suo Gabinetto di cercare immediatamente il documento indicato. […] La risposta degli uffici alla richiesta di Crosetto è arrivata dopo poco: quel documento non è mai stato trovato. Non era infatti nel faldone di 1.967 atti su Ustica raccolti dopo la ricognizione del 2014 presso la Segreteria speciale del Gabinetto e consegnato all’Archivio centrale dello Stato tra il 2015 e il 2016, come imponeva la direttiva Renzi sulla declassificazione degli atti. 

Mentre dunque dal vertice della Difesa partiva l’ordine di cercare di nuovo, e meglio, contemporaneamente in nome di «un’operazione trasparenza», fonti del ministero hanno rivelato l’esistenza di altre 18 carte ancora coperte da segreto.

Tra esse ci sono 11 informative che portano il timbro ministeriale: per lo più relazioni di corpi militari e informative interne. In più, altri sette fascicoli che arrivano dai Servizi, da apparati esteri e dalla Nato che sono al ministero ma non possono essere letti. Perché? «Quando è terminata la ricognizione del 2014 — spiega a Repubblica una fonte investigativa che lavora all’indagine su Ustica — c’è stata un’interlocuzione tra il ministero e la procura di Roma: sono stati messi a disposizione tutti gli atti ancor prima della desecretazione, e i pm hanno indicato quali potessero essere di loro interesse».

Come le 11 informative mai entrate nelle inchieste precedenti, o mai sufficientemente valorizzate. «Non dimentichiamoci che questa è un’indagine particolare», ragiona la fonte, «passa necessariamente dal “non ufficiale”, si basa sul dubbio, anche su testimonianze confidenziali, perché altrimenti avremmo dovuto fermarci all’ipotesi della bomba». 

La Procura di Roma ha preso gli 11 documenti e non ha autorizzato, per ragioni di segreto istruttorio, l’invio all’Archivio di Stato. «Gli altri 7 sono fermi nel nostro archivio in attesa del nullaosta dagli enti che li hanno emessi», spiega il ministero della Difesa.

[…] Per gli altri 7 documenti il lasciapassare non c’è ancora. «Lo chiediamo, senza risposta, dal 2015», dicono al ministero. A Repubblica risulta che si tratti di alcune relazioni delle agenzie di intelligence su cui dovrebbe dare l’ultimo via libera il Dis, di relazioni che arrivano da Stati esteri, e di almeno un report della Nato che spiega, tra le altre cose, il funzionamento di alcuni sistemi di difesa dell’Alleanza (per esempio il tracciamento dei mezzi). 

Motivo per cui il via libera potrebbe non arrivare mai. Anche i sette documenti però sono stati visionati dalla Procura per verificare se contenessero potenziali notizie di reato, o comunque elementi utili alle indagini. È stato valutato di no, perciò i fascicoli sono rimasti alla Difesa.

La storia dell’inchiesta di Ustica è piena di valutazioni frettolose. Di piste sbagliate, di piste sottovalutate. E di carte fatte sparire, come forse è capitato alla relazione del Sismi del 1986 che il maresciallo Dioguardi lesse e di cui ricorda tutti i dettagli.

Su La Stampa.

Estratto dell'articolo di lastampa.it il 20 giugno 2023.

«Ora è assolutamente certo che l'aereo è esploso per una bomba collocata nella toilette di bordo, adesso i magistrati devono andare a scoprire chi ha messo quella bomba. Si aprono tante piste tra cui quella della minaccia di rappresaglia che Arafat e il fronte nazionale della Palestina avevano portato avanti richiamandosi all'accordo in base al quale secondo loro potevano far passare armi impunemente dal nostro Paese e in cambio non avrebbero fatto attentati».

Lo ha detto l'ex senatore Carlo Giovanardi a Cusano Italia Tv, in merito a quanto accadde il 27 giugno del 1980, quando il Dc-9 dell'Itavia esplose in volo precipitando in mare nei pressi dell'isola di Ustica, provocando la morte di 81 persone tra passeggeri e membri dell'equipaggio. 

Relativamente all'ipotesi che l'aereo sia stato abbattuto durante una battaglia aerea tra Mig libici e velivoli da guerra della Nato, Giovanardi dice: «Chi parla di battaglie aeree non ha visto le carte e non le hanno viste perché incredibilmente, solo nel dicembre del 2022 col governo Draghi sono state depositate nell'archivio di Stato e quindi ne siamo in possesso. Nel carteggio che io come membro della Commissione Moro ho già potuto vedere.

Cioè dopo il sequestro dei missili ad Ortona e l'arresto di Abu Saleh che era il referente del fronte di liberazione della Palestina, il crescendo di minacce delle frange estremiste dei palestinesi che minacciavano una rappresaglia se non veniva liberato Abu Saleh, questi venne invece condannato e il 27 giugno al mattino parte il capogramma da Beirut del nostro addetto alla sicurezza dell'ambasciata che avvisa che siamo nell'imminenza dell'attentato, che scatta puntualmente con l'esplosione dell'aviojet» [...]

«Il processo penale - spiega ancora Giovanardi - è arrivato fino in Cassazione, ha assolto con formula piena tutti i generali dell'aeronautica che avevano rinunciato alla prescrizione e ha scritto nero su bianco nella sentenza penale passata in giudicato che quella della battaglia aerea è una trama degna di un film di fantascienza. Una sommatoria di balle che sono servite a fare film, a vendere canzoni, sceneggiati etc» […]

Estratto dell’articolo di Lirio Abbate per “la Repubblica” il 26 giugno 2023.

Nel cielo italiano la sera del 27 giugno 1980 era in corso uno scenario di guerra. Aerei militari si incrociavano sul mar Tirreno decollando dalla base francese di Solenzara, una struttura dell’Armée de l’air situata in Corsica nel comune di Ventiseri vicina alla costa tirrenica dell’isola, e pure da una portaerei. 

Ufficialmente non c’era alcuna esercitazione, ma il traffico è stato impresso dai radar e trascritto nei plot che fortunatamente gli inquirenti in questi anni sono riusciti a recuperare e analizzare. Ci sono le tracce dei caccia, ci sono le rotte, ma non si riesce ad avere ufficialmente la paternità di questo traffico sul cielo di Ustica che ha portato ad abbattere il Dc9 di linea Itavia che da Bologna stava raggiungendo Palermo, provocando 81 vittime.

A riscontrare questo scenario sono arrivate alcuni anni fa le dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, il quale – anche se con notevole ritardo rispetto ai fatti - ha detto davanti ai giudici del tribunale civile di Palermo che a tirare giù il volo con i passeggeri erano stati i francesi. Svelò cosa seppe nell’imminenza della strage in qualità di presidente del Consiglio. 

Nel 2010 aggiunse che il missile colpì l’aereo italiano per sbaglio e il vero bersaglio era un Mig su cui volava Gheddafi. 

[…]

Le perizie hanno stabilito che l’aereo dell’Itavia è stato abbattuto dall’onda d’urto di un missile che è esploso a poca distanza dalla fusoliera. I periti hanno escluso la bomba a bordo. «Il giudice Priore scrive nella sua sentenza di cinquemila pagine che il Dc9 è stato abbattuto nel corso di una guerra aerea scoppiata attorno al Dc9. Lo scrive in base ad una serie di elementi» dice l’avvocato Gamberini. 

[…]

Con le dichiarazioni di Cossiga è stata avviata l’inchiesta bis dalla procura di Roma, ancora aperta ma verso una richiesta di archiviazione. I magistrati hanno ottenuto dall’Aise, l’intelligence italiana che ha preso il posto del Sismi, il servizio segreto militare, copia di 32 documenti su cui era stato posto all’origine il segreto di Stato, da poco tempo rimosso. Si tratta di atti prodotti tra il 1979 e il 1982, che fanno parte di un più ampio archivio di documenti che riguardano i rapporti fra il Sismi e l’Olp, l’organizzazione per la liberazione della Palestina. 

[…] nel settembre del 2020 la procura della Repubblica di Roma ha chiesto e ottenuto l’esibizione dei documenti. Negli atti, analizzati dai magistrati, che sono in gran parte le relazioni scritte dal colonnello Stefano Giovannone, nome in codice “Maestro”, capo del Sismi a Beirut dal 1972 al 1981, non si fa cenno alla strage di Ustica.

I documenti, che venivano inviati periodicamente al capo del Governo o ad alcuni ministri, ci dicono, invece, che i palestinesi con l’abbattimento del Dc9 non hanno nulla a che fare. In un cablo del 18 aprile 1980, inviato con priorità “urgente” a Roma e che aveva come oggetto “minacce Fplp”, a proposito di attentati palestinesi nei confronti dell’Italia, si legge: «Nessuna azione sarà comunque effettuata da Fplp confronti ambasciata Beirut, capo missione e personale tutto, nonché collettività ed interessi italiani in Libano, per rispetto e riconoscimento di quanto da noi fatto in Beirut nel reciproco interesse». 

Il 24 aprile 1980 in una nuova nota al direttore del Sismi: «L’interlocutore con il quale ho parlato ha aggiunto che la dirigenza del Fplp ha ultimamente deciso che “nessuna azione sarà comunque effettuata dal “Fronte”» sottolineando «né prima né dopo il 15 maggio». 

[…]

Dipanati i tentativi di depistaggio, i fatti documentati e riscontrati puntano sui caccia francesi, sulla responsabilità d’Oltralpe. I pm hanno interrogato alcuni avieri francesi, e hanno avuto conferma che in quella base in Corsica la notte del 27 giugno c’era un forte traffico aereo. 

«L’inchiesta bis ha il compito di tirare le fila di una serie di elementi che dovrebbero dare un riscontro ulteriore della presenza della portaerei francese. Questo è quello che mi aspetto tirando le fila dell’ultima indagine, mi aspetto che si possa finalmente arrivare a dire chi c’era nel Tirreno e in volo», dice l’avvocato Gamberini […] Forse da Parigi è tempo che dicano qualcosa. […]

Estratto dell’articolo di Paolo Colonnello per lastampa.it il 3 settembre 2023.

A dispetto della prudenza di Giorgia Meloni («le parole di Amato meritano attenzione»), Stefania Craxi, presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato, non ha il minimo dubbio: quelle dell’ex presidente socialista del Consiglio Giuliano Amato, sono «un falso storico».

 Per non parlare della chiamata in causa di suo padre Bettino Craxi, che Amato accusa di aver saputo fin da allora come andarono le cose, e cioè che il Dc9 dell’Itavia con a bordo 81 persone, precipitato nei cieli di Ustica il 27 giugno 1980, venne abbattuto per errore da un missile francese destinato in realtà all’allora premier libico Gheddafi, salvato proprio da una soffiata di Craxi che lo avvertì delle intenzioni omicide francesi. 

Cosa ha pensato quando ha letto l’intervista di Amato su Repubblica sulla strage di Ustica?

«Sono sobbalzata sulla sedia: Amato mente per la gola, non so se per l’attutita capacità mnemonica o per dolo». 

Addirittura?

«Guardi, mio padre definiva Giuliano Amato “l’extraterrestre” per la sua attitudine a parlare della Prima Repubblica come se fosse un periodo storico in cui lui aveva vissuto sulla luna».

Ma è così improbabile che suo padre avesse avvertito Gheddafi di un possibile attentato al suo aereo?

«Questo è un falso storico. Craxi avvertì sì Gheddafi di un attentato che il Dipartimento americano stava organizzando, ma sul territorio libico e soprattutto nel 1986! E non nell’80 come sostiene Amato. E aggiungo che mio padre fece bene nell’ottica di voler mantenere gli equilibri nel Mediterraneo, visto quello che successo dopo la morte di Gheddafi in Libia». 

(...)

«Perché ho rintracciato persino un manoscritto di mio padre non certo destinato ai giornali ma alle sue memorie che spiega esattamente come fosse all’oscuro di quella faccenda». 

Cosa c’è scritto?

«Spiega chiaramente come il giudice istruttore Rosario Priore ricevette aiuto dalla sua presidenza del Consiglio per recuperare il relitto dell’aereo e di come l’ipotesi di un missile scagliato contro un altro obiettivo militare fosse sconvolgente. Scriveva così: “Equivarrebbe a dire che una muraglia multinazionale di omertà avrebbe coperto per tanto tempo la verità dei fatti”».

(...)

«Invece è del 1990 circa. Priore aveva finito la sua istruttoria. Ma una prova definitiva non c’era. E le pare che se Craxi avesse saputo com’erano andate le cose avrebbe scritto così nei suoi appunti personali?» . 

Torniamo all’intervista di Amato…

«Sì, un’intervista dove sembra che tutto il mondo sapesse come fossero andate le cose tranne che Amato». 

Definisce suo padre “trasgressivo”. È così?

«Guardi, la verità è un’altra: Amato da sottosegretario alla presidenza del Consiglio condivise tutte le scelte e tutti gli atti dell’esecutivo a guida socialista, a cominciare dalle scelte di politica internazionale di Bettino che resero grande l’Italia in quel momento. Dopodiché vorrei ricordare che Craxi fu il presidente del Consiglio che fece stanziare i fondi per recuperare il relitto dell’Italicus su richiesta del giudice Priore». 

Il quale sostenne nella sua istruttoria la tesi supportata ieri da Amato.

«Appunto, una tesi. Ma senza una prova definitiva. Quella di Priore era una convinzione personale, ne parlai con lui anni fa». 

Lei perciò non crede a una responsabilità della Nato?

«Non si tratta di credere, ma di avere delle prove. Se ci sono, che Amato le tiri fuori». 

Quindi niente scuse dalla Francia?

«Ripeto: prima di chiedere le scuse dei francesi sarebbe meglio avere in mano una prova provata. E trovo strano anche questo attacco a Macron che all’epoca aveva tre anni». 

Il presidente Cossiga all’epoca raccontò che l’allora ammiraglio Fulvio Martini, capo del servizio segreto militare, gli disse di aver saputo della guerra aerea per far fuori Gheddafi e del missile francese…

«Direi che l’ammiraglio Martini era uomo di grande intelligenza e di altrettanto grandi fantasie». 

Secondo lei perché l’ex presidente Giuliano Amato ha deciso di raccontare proprio ora questa storia?

«Me lo sono chiesta anch’io e non ne ho idea. Potrei rifarmi a una definizione che ne diede Craxi: Amato è un professionista a contratto. Non so in questo caso a quale contratto faccia fede…».

Strage di Ustica, l’ex ministro Rino Formica: “Nulla di nuovo sul piano storico. Amato poteva rivolgersi prima a Parigi”. «La destra vuole cambiare assetto istituzionale e non servono garanti. La Francia sta subendo una campagna internazionale forsennata e l’Europa non ha bisogno di divisioni». FABIO MARTINI su La Stampa il 05 Settembre 2023

Il giorno in cui il Dc9 dell’Itavia si dissolse sul cielo di Ustica, Rino Formica era ministro dei Trasporti, dalle prime ore cercò di capire cosa mai fosse avvenuto, diversi indizi lo portarono presto ad avvalorare l’ipotesi di un missile francese e tuttavia ora che Giuliano Amato si è rivolto al presidente Macron per chiedere alla Francia le scuse, il più anticonformista dei “reduci” della Prima Repubblica, è severo col suo ex compagno di partito, ai tempi socialista come lui: «Giuliano Amato in questi 40 anni ha avuto molte occasioni per rivolgersi alle autorità francesi e lo fa oggi, chiedendo un atto di confessione pubblica di responsabilità, che ricorda il messaggio di Paolo VI ai sequestratori di Moro: “Vi supplico, pentitevi”…».

Ma per certe ammissioni, non è mai tardi, non pensa?

«Le mie riserve sono due. Una di carattere europeo: la Francia in questo momento sta subendo una campagna internazionale forsennata e l’Europa non ha bisogno di divisioni. La seconda riguarda l’Italia: attenzione perché siamo alla vigilia di una fase nella quale la destra si prepara a chiudere una pagina della storia della Repubblica. Vuole una nuova Costituzione, passando da una Repubblica parlamentare ad uno Stato presidenziale. Rispetto a questo disegno, non abbiamo bisogno di garanti della transizione, ma semmai dobbiamo far quadrato attorno al presidente Mattarella».

Partiamo da quei giorni del 1980: della strage di Ustica si parlò in Consiglio dei ministri?

«Parlare, non se ne parlò. Per una ragione molto semplice: la questione fu rimessa alla Commissione tecnica ed amministrativa istituita per l’accertamento delle responsabilità in merito all’efficienza e alla vigilanza. Poi la questione passò all’autorità giudiziaria».

Spesso, a caldo, si percepiscono e si apprendono cose che negli anni finiscono per dissiparsi. Andò così?

«Sì. Con una differenza tra la sfera politica e quella amministrativa. Tutti i gruppi parlamentari sposarono la tesi del cedimento strutturale. Io, come responsabile del Ministero che al suo interno aveva il Registro aeronautico, che era l’ente abilitato alla vigilanza dei velivoli, mi rivolsi al generale Rana, che allora lo presiedeva. Era un eccellente ufficiale dell’Aeronautica, una persona altamente affidabile. Tra l’altro era un socialista, era stato anche pilota di Nenni, ma dovetti dirgli subito una cosa molto chiara».

E cioè?

«Gli dissi: generale, se ci sono responsabilità sia pure indirette da parte dell’ente, io ti dovrò sostituire».

E lui?

«Mi disse: ti posso assicurare che la vigilanza è stata completa. A suo parere non c’era la previsione di una causa ascrivibile al cedimento strutturale, perché da un rilievo delle registrazioni radar, che mi mostrò, risultava che attorno all’aereo c’erano dei puntini che denotavano il segno di un’esplosione. E concluse, sostenendo di non poter escludere l’impatto con un corpo esterno, anche con un missile. Questo mi portò a pensare che ci potesse essere stato uno scontro armato. Raccomandai che il generale deponesse davanti alla Commissione che, due mesi dopo, escluse il cedimento strutturale, affacciando l’ipotesi del missile».

Di Ustica lei parlò mai col presidente del Consiglio Cossiga che più tardi si sarebbe detto convinto del missile francese?

«Ad ottobre ci fu la crisi di governo, ma Cossiga mi anticipò le sue ipotesi in una conversazione privata, come ho raccontato all’autorità giudiziaria».

Ma perché tanta sorpresa per le dichiarazioni del presidente Amato? Lei in particolare è d’accordo con lui pure sulla “matrice”…

«L’uscita di Amato non aggiunge nulla sul piano storico. Non introduce una novità documentale. E anche sul piano giornalistico non aggiunge nulla a cose dette e stradette migliaia di volte e ripetute dallo stesso Amato in diverse circostanze».

Appunto…

«C’è qualcosa che provoca turbamento e spinge a riflettere: perché si apre la questione delle responsabilità dirette della Francia, rivolgendosi direttamente e proprio ora al presidente Macron? E poi c’è una questione di politica italiana che induce alla massima vigilanza. Stiamo entrando in una fase nella quale il centrodestra si prepara a chiudere una pagina della storia nazionale, la storia della Repubblica fondata su una Carta costituzionale che fu concepita in chiave di separazione e antagonismo con i totalitarismi e i fascismi. La destra dice: facciamo una nuova Italia, passando da una Repubblica parlamentare ad uno Stato presidenziale, non sappiamo quanto democratico».

Ma eventualmente questo vuole il centrodestra. Cosa c’entra Amato?

«Il dottor Sottile fu chiamato così per il rigore formale e logico del ragionare e per l’abilità di trasformare i vizi delle classi dirigenti in virtù. Si può immaginare che ci sia bisogno di garanti, in una fase di trasformazione e di superamento degli attuali assetti istituzionali? Potrebbe servire un De Nicola 2, il garante nella fase di passaggio tra lo Stato monarchico Statutario e lo Stato repubblicano costituzionale».

Ammesso e non concesso che possano servire dei garanti, lei pensa che la probabile recessione porterà il centrodestra a farle davvero le riforme istituzionali?

«Penso che gli italiani debbano far quadrato attorno al presidente Mattarella. Siamo in una situazione a forte rischio per i deficit del governo e delle opposizioni e non possiamo assolutamente permetterci un caos istituzionale. Penso che abbiamo bisogno di un quadro istituzionale stabile. Giocare con le istituzioni è di per sé sacrilego, ma diventa pericoloso immaginare di farlo con istituzioni in crisi».

Su Openonline.it

L’ex maresciallo Dioguardi: “Lessi il dossier Sismi con due versioni su Ustica, so come trovarlo. Mi fecero distruggere documenti”. Fabio Tonacci su La Repubblica il 15 Settembre 2023

Intervista al sottufficiale dell’Aeronautica in pensione: “La notte della strage ero nella sala operativa di Milano, ci convocarono la mattina dopo per imporci il silenzio.” 

Il vuoto di verità sulla tragedia di Ustica è una storia di documenti che mancano. Alcuni nascosti, altri distrutti, altri ancora, cruciali, potrebbero essere chiusi in archivi di Stato che nessuno ha aperto. “Io so come trovarli”, sostiene oggi il 62enne Giuseppe Dioguardi, maresciallo dell’Aeronautica in pensione che ha lavorato nelle segretaria particolari di quattro ministri della Difesa (Lagorio, Spadolini, Gaspari e Zanone).

Il maresciallo che ha distrutto documenti su Ustica: «C’è una relazione del Sismi con due versioni sulla strage». di Alessandro D’Amato e Redazione su Open online.it il 15 Settembre 2023 

Giuseppe Dioguardi era nella sala operativa della Prima Regione aerea nel giorno della strage

Giuseppe Dioguardi, maresciallo dell’Aeronautica in pensione, ha lavorato nelle segreterie di quattro ministri della Difesa (Lagorio, Spadolini, Gaspari e Zanone). E oggi in un’intervista a la Repubblica sostiene di aver avuto per le mani due dossier del Sismi, il servizio segreto militare, riguardo Ustica. E aggiunge nel colloquio con Fabio Tonacci anche di aver distrutto documenti riservati. Forse proprio su Ustica, anche se non conferma il dettaglio perché ha testimoniato in procura a Roma. Su Giuliano Amato dice che «finalmente ha detto le cose come stanno. Era sottosegretario alla presidenza del Consiglio quando circolò una relazione del Sismi su Ustica. Non è uno che parla a caso». Quel dossier venne prodotto dall’ammiraglio Martini, che allora era a capo dell’intelligence militare. 

La cartellina di pelle

«Il 17 giugno 1986 il capo di gabinetto della Difesa mi chiese di prendere una cartellina di pelle dal suo ufficio a palazzo Baracchini e di portarla con urgenza a Pian dei Giullari perché Spadolini doveva leggerla, controfirmarla e inoltrarla a Craxi. Fui scortato da due carabinieri. Spadolini mi accolse in vestaglia rossa. Aprì la cartella, lesse e si arrabbiò…», ricorda oggi Dioguardi. «Mi disse: ‘ricordati, caro Giuseppe, non c’è niente di più schifoso di quando i generali vogliono fare i politici’. Ripeteva: ‘Guarda, guarda le puttanate che hanno scritto!’ Poi fece una telefonata a Craxi alla fine della quale, senza convinzione, controfirmò le otto pagine del Sismi», aggiunge. Nella relazione «tra le altre cose si parlava di due Mirage francesi in volo, di un Tomcat americano, di Mig libici…Non posso rivelare nel dettaglio il contenuto, perché è oggetto di una deposizione di dodici ore che nel 2011 ho rilasciato ai pm di Roma. È coperta da segreto istruttorio. Posso però dire che il Sismi aveva messo nero su bianco due versioni: la prima ricostruiva quanto accaduto la notte del 27 giugno 1980 sulla base degli elementi a disposizione dell’intelligence, la seconda era la versione di comodo che il Sismi suggeriva alle istituzioni di rendere pubblica». 

La relazione

Secondo Dioguardi la relazione non è stata distrutta. Il maresciallo ricorda che ogni documentazione classificata rimane all’interno delle segreterie. E di questa c’erano cinque copie in giro: «L’originale, una minuta e un minutario rimasti nell’archivio del Sismi, poi una quarta copia presso la segreteria speciale al ministero della Difesa e l’ultima alla segreteria speciale della presidenza del Consiglio». Si può ancora trovare negli archivi della presidenza del consiglio e della Difesa. Ma Dioguardi spiega anche che è difficile a causa di una circolare: «Tra il 1982 e il 1988 lo Stato maggiore dell’Aeronautica emanò una circolare interna: ordinava a tutti i reparti di non usare la parola ‘Ustica’ nei documenti ufficiali. Al massimo si poteva scrivere ‘noto evento’ o ‘noti fatti’. Lo scopo era rendere quelle carte meno interessanti per hiunque ne fosse venuto in possesso. E anche più complicate da ritrovare, una volta archiviate».

L’Italia e la Francia

Mentre l’Italia deve chiedere alla Francia «i piani di volo dei Mirage decollati quella notte. Lì dentro c’è tutto: orari, scopo della missione, quantitativi di carburante usati». Il maresciallo ricorda di aver distrutto documenti riservati: «Mi è stato ordinato e l’ho fatto fino al 2004. Nel 2008 ho lasciato l’Aeronautica». L’ha fatto «nelle basi militari di Pantelleria, Crotone, Alghero e all’aeroporto di Comiso quando venne chiuso per trasferire gli archivi cartacei alla base di Sigonella. A Pantelleria andai nel weekend dopo l’orario d’ufficio, c’era poca gente in giro». Non vuole dire se fossero documenti su Ustica. Ma a giudicare dai luoghi, tutti collegati alla strage, parrebbe proprio di sì.

La sera del 27 giugno 1980

Infine, Dioguardi racconta cosa stava facendo la sera del 27 giugno 1980: «Per caso mi trovavo nella sala operativa della Prima Regione aerea, in piazza Novelli a Milano. Avevo vent’anni, lavoravo nell’ufficio del personale ed ero andato a trovare un collega di turno. Sentii tutte le comunicazioni telefoniche tra i comandi delle tre Regioni aeree italiane, e i messaggi classificati della Soc, la Sala operativa dello Stato Maggiore, che venivano decriptati e letti nella sala». Di quella sera ricorda che «la sparizione dal radar del Dc9 fu anticipata di dieci minuti dal segnale di allarme aereo nazionale inviato dai due F-104 italiani. In gergo tecnico, avevano squocciato. Per una notte l’allerta venne alzato al massimo livello in tutte le basi italiane. I due velivoli avevano incrociato il Dc9 sui cieli tra Bologna e Firenze, poi erano atterrati a Grosseto. Non si capiva cosa fosse successo all’aereo civile.

La frase del generale

Il racconto prosegue: «La mattina dopo, alle 8.30, il generale Mura, che guidava la Prima Regione aerea, convocò tutti coloro che erano ella sala operativa. Ci disse che avremmo dovuto mantenere massimo riserbo. Aggiunse una frase indimenticabile». Ovvero: «Disse: “Sono cose che possono succedere, capiremo chi ha abbattuto cosa”».

Su L’Identità.

Giovanardi: “Ustica profanata. Si continua a diffondere un racconto di fantasia”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 29 Luglio 2023

“Su Ustica si continua a diffondere un racconto di fantasia, facendo passare per vere delle balle e screditando uomini, che invece dovrebbero essere ricordati in positivo. I media ancora non hanno capito o fanno finta di non capire cosa è successo. Ecco perché abbiamo diffidato La 7”. A dirlo Carlo Giovanardi, ex ministro ed esperto conoscitore della questione.

Perché “Il Muro di Gomma” ha riaperto un dibattito così acceso?

Il problema è che dal 1991, i film, gli sceneggiati, le canzoni e le fiction hanno provato a convincere gli italiani che siamo davanti a un mistero, che c’è stata una battaglia aerea, che ci sono dei generali traditori, che è avvenuto quanto raccontato nel “Muro di Gomma”. Argomenti su cui appunto Purgatori ha costruito una carriera. Dall’altra, parte, invece, c’è la realtà.

Quale?

Quella dei processi, delle sentenze, delle perizie. Questi hanno accertato che è esplosa una bomba, assolvendo da ogni responsabilità tutti i generali. Veltroni, che parla di missile, può spiegarmi dove ha trovato un elemento a favore della battaglia aerea?

Come fa a dirlo?

Non ho seguito le cose al bar sport. Ero al governo e come ministro su Ustica ho riferito al Parlamento. Quattro anni fa sono stato chiamato dal premier Conte che mi ha fatto diffidare a rendere note le carte riservate che avevo consultato rispetto a possibili minacce palestinesi. Agli stessi parenti delle vittime è stato detto che quella documentazione non doveva essere conosciuta per tutelare l’interesse nazionale. Solo con Draghi, un anno fa il governo ha cambiato parere e quindi quasi tutto è consultabile all’Archivio di Stato.

Perché quasi tutto?

L’Italia, come tutti i Paesi europei, alla fine degli anni 70, quando si trattava di evitare stragi terroristiche, arrivava a compromessi con la resistenza palestinese per non avere attentati in casa.

Siamo, quindi, di fronte a un depistaggio…

Assolutamente! Mi riferisco, appunto, alle balle inventate da Purgatori e altri, che hanno finito per nascondere la vera storia di Ustica.

Purgatori, però, in passato è stato querelato…

Lo sceneggiatore, devo essere sincero, è stato sempre onesto. Per difendersi dalle querele ha sempre parlato in sede giudiziaria di rappresentazione artistica, ovvero di un qualcosa che si basa sulla fantasia. Non ha mai parlato di ricostruzione storica-documentaria. Le presidentesse dell’associazione per la Verità su Ustica Flavia Bertolucci e Giuliana Cavazza hanno chiesto soltanto che si dicesse prima del film che il contenuto non corrispondeva alla realtà dei fatti. Non solo La 7 ha scelto di non dirlo, ma addirittura Luca Telese ha messo l’accento sul lungo e travagliato cammino giudiziario, senza ricordare che è stata accertata tecnicamente nel processo penale l’esplosione di una bomba ed esclusa dalla Cassazione penale ogni ipotesi di battaglia aerea.

Gli stessi familiari delle vittime, comunque, talvolta hanno raccontato altro…

La ricerca della verità, comunque, va oltre il dolore. Spesso mi chiedo perché la strage di Bologna, dove è esplosa una bomba sia considerata una tragedia, mentre un aereo esploso per la stessa causa no.

Come pensate di comportarvi, adesso, con La 7, che a vostro parere ha commesso un errore?

Le due presidentesse hanno fatto una diffida formale in cui hanno invitato a non trasmettere il film se non preceduto dalla comunicazione che tutti gli ufficiali dell’Aeronautica Militare a cui si allude sono stati assolti dalle accuse nei loro confronti perché il fatto non sussiste dopo aver fatto appello alla sentenza di prescrizione. Deve essere chiaro, per non continuare ad alimentare campagne diffamatorie, che la trama del film è fantasia, come ammesso dallo stesso sceneggiatore e non bisogna invece diffondere versioni create ad arte. Bisognerebbe indagare su altro.

Su cosa?

Su chi ha messo la bomba, sull’esistenza del famoso lodo Moro e sulle dinamiche del terrorismo palestinese che in quel drammatico 1980 aveva più volte minacciato l’Italia perché teneva in carcere Abu Salek, arrestato ad Ortona per il trasporto dei famosi missili terra-aria.

Perché si è esitato?

Fino al governo Renzi neanche i magistrati avevano potuto accedere al carteggio, figuriamoci i giornalisti e le persone comuni. Ecco perché oggi circolano tante menzogne. La verità è un’altra, ovvero che dietro a questa leggenda della battaglia aerea si nasconde il tentativo di coprire le responsabilità del terrorismo palestinese.

Il suo intento, quindi, era creare morte e distruzione?

Analizzando le carte, mi sono fatto un’idea. Ritengo che la bomba doveva esplodere quando l’aereo, che purtroppo aveva due ore di ritardo, sarebbe già stato parcheggiato da tempo a Palermo. Si è trattato di un avvertimento, che probabilmente ha avuto conseguenze più tragiche di quelle previste.

Estratto dell’articolo di Luca Bottura per “OGGI” il 24 giugno 2023.

Il 27 giugno 1980, alle 20.59, un missile abbatteva sui cieli di Ustica il Dc9 Itavia I-TIGI in volo da Bologna a Palermo, uccidendo 81 persone. Sparato da chi? Un Mirage francese oppure da chi altro? Il bersaglio era un Mig libico ritrovato settimane dopo in Calabria? Lo Stato italiano non collaborò, diciamo così, alle indagini. 

La verità, emersa a frammenti subito dopo lo schianto, è solo in parte stabilita da decenni di processi. Nella base Nato del Monte Venda (Padova) era in servizio Enrico Bertolino: comico, attore, formatore. Soprattutto amico mio. Questo è il suo racconto. 

Come mai eri lì?

«Mio padre aveva corrotto un maresciallo per farmi fare la leva in Aeronautica. Roba da poco, allora si mandavano le piante. Ma mi sa che avesse sbagliato pianta, magari era una graminacea. Così diventai controllore di volo nelle viscere del Monte Venda, dalle parti di Vo’ Euganeo. La base è stata smantellata a fine anni Novanta, anche per un piccolo problema». […]

Come si esplicitava il nonnismo?

«Ricordo un certo Barbero, di Torino: un nonno gli diede fuoco dopo averlo cosparso di alcool perché insisteva a voler finire una partita a Pacman. Altri aspettavano le reclute truccati come i Kiss, quel gruppo musicale con le facce bianche e nere, di notte. Gli facevano fare delle flessioni sulle turche, rompendo delle bottiglie e facendogli mettere le mani sui vetri e con la faccia dentro alla turca». 

Lo segnalavi?

«Lo segnalavo. Gli ufficiali mi rispondevano: “Va bene, ne prendiamo atto”. E basta: usavano gli anziani della caserma per sbrigare le incombenze noiose». […] 

Com’era strutturata la base?

«Era un luogo nevralgico con centinaia di addetti, aveva la responsabilità della difesa aerea fino a Roma. Fu anche il primo focolaio di ribellione dei controllori di volo militari che volevano essere “civilizzati”. Per far rientrare lo sciopero telefonò anche Pertini, ma al centralino c’era un aviere bresciano che si esprimeva a suoni gutturali, spesso vittima di scherzi da parte dei “nonni”. Alzò la cornetta: “Sono il presidente Sandro Pertini, voglio parlare con il generale Vittoriano Cecchini”. E lui: “Sempre ‘sti scherzi de merda. Io sono Felice Gimondi, va’ a dar via il cü”. Prese venti giorni di consegna».

Chi eri a vent’anni?

«Ero senza arte né parte. Lasciai una fidanzata, come tutti. Ma ero contento di non fare la coda al telefono a gettoni. Uno che fu abbandonato a distanza, Pedrazzini, tornò in camerata e bevve una bottiglia di Vecchia Romagna. Andò in coma etilico». 

Sembra il bar di Guerre Stellari.

«Era il disagio degli anni Ottanta. C’era uno di Bologna che fumava canne a ripetizione. C’era l’eroina… A Macerata, durante l’addestramento, incontrai un tenente che portava il cappello da nazista: “Oggi purtroppo la guerra non c’è ma, se arrivasse, vi farò pisciare cherosene”». […] 

Quella sera dov’eri?

«Nel tunnel, pronto per montare in servizio. All’improvviso gli ufficiali si chiudono dentro e comunicano: “Ragazzi, stasera qua sotto non entra nessuno”. C’era un tenente colonnello che si esprimeva a monosillabi e buttava giù il telefono. Fibrillazione. Dopo un po’ ci dicono: “Prendete il pullman e portatevi giù alla base”. E io: “Ma come, devo fare il mio turno”. E loro: “Tutti via, tutti via”».

Reazione?

«“Che culo, stanotte si dorme”. Però poi, sapendo che quel che era successo, ci dicemmo che qualcosa non quadrava». […]

Ustica, Giovanardi: “Amato rettifichi o smentisca. Per delle balle si rischia un incidente diplomatico con la Francia”. Edoardo Sirignano su L’Identità il 2 Settembre 2023

 CARLO GIOVANARDI, POLITICO

“Rilanciare balle cosmiche su Ustica, diffondendo una versione diversa da quella raccontata un ventennio fa sotto giuramento è un grave errore. Così si rischia un incidente diplomatico con la Francia in un periodo già difficile per l’Europa e la guerra russo-ucraina. Amato rettifichi subito o smentisca”. A dirlo Carlo Giovanardi, ex ministro ed esperto conoscitore della questione.

Perché ritiene che l’intervista rilasciata da Giuliano Amato a Repubblica corrisponda a un racconto di fantasia?

Amato quando venne interrogato al processo contro i generali dell’aeronautica disse che quella del missile era una sua ipotesi personale e aggiunse che se si fosse trattata di bomba era difficile trovare chi l’aveva messa, ma se invece era un missile dovevano essere stati gli italiani o i libici o i francesi o gli americani. Amato, sollecitato dalle prime commissioni d’inchiesta che avevano fatto queste due ipotesi, aveva spiegato come solo con il recupero in fondo al mare dei resti dell’aereo sarebbe stato possibile dare una risposta in merito. Mi risulta, quindi, stranissimo che non abbia detto neanche una parola di quanto spiegato dettagliatamente un ventennio fa.

Perché ritiene che la versione del missile sia errata?

Il problema è che nella perizia tecnica scritta da 11 dei più famosi periti mondiali (due tedeschi, due inglesi, due svedesi e cinque italiani con a capo il presidente Misiti), all’unanimità e senza alcun’ombra di dubbio, è stato accertato che una bomba ha fatto esplodere l’aereo. I generali, infatti, sono stati tutti assolti con formula piena dopo aver rinunciato alla prescrizione dall’accusa di tradimento. Nel processo penale, poi, è stato spiegato a chiare lettere come la battaglia aerea era un’ipotesi da fantascienza o degna della trama di un film giallo.

Cosa ha fatto Giovanardi affinché passasse questa verità?

Il sottoscritto, a nome del governo italiano, rispondendo in Parlamento su Ustica, ha letto due lettere personali: la prima del presidente Clinton e la seconda del presidente Chirac. I due, sul loro onore, dichiaravano di non c’entrare nulla con l’incidente, richiamando le 36 rogatorie con cui americani e francesi avevano risposto alle nostre autorità giudiziarie. Quest’aspetto, d’altronde, è stato lo stesso Amato a ricordarlo sotto giuramento. Non è un caso che nessun governo o meglio ancora nessuno abbia mai smentito quanto da me riferito in aula. Nessun presidente del Consiglio italiano, negli ultimi 20 anni, invece, ha mai sollevato quanto riferito da Amato a Repubblica, né a Parigi, né a Washington.

La posizione di Amato si basa, quindi, su ipotesi personali?

È tutto ipotetico quanto viene detto da Amato. Non viene citato alcun dato, nessuna perizia. Si tratta soltanto di supposizioni. Spero sia stato frainteso. Altrimenti c’è da domandarsi perché non parli delle carte, quelle vere.

A cosa si riferisce?

Alla documentazione che spiega nei dettagli quanto accaduto dopo l’arresto di Abu Saleh, il referente dell’Olp a Bologna, ovvero quelle carte, oggi consultabili da tutti, grazie ai governi Draghi e Meloni. In quei fogli s’evince a chiare lettere come frange estremiste palestinesi, dopo l’arresto del loro leader per il trasporto dei famosi missili terra-aria ad Ortona, avevano fatto pressioni sul governo italiano, minacciando rappresaglie con vittime innocenti. A lanciare l’ultimo allarme, la mattina della tragedia era stato il colonnello Stefano Giovannone, il referente dei nostri servizi a Beirut. La sera, poi, sappiamo tutti quello che è successo.  È incredibile, pertanto, come di tutto ciò non ne parli nessuno, mentre invece improvvisamente ricominciano depistaggi che non tengono conto né delle perizie, né delle sentenze, ma piuttosto di ricostruzioni ridicole come quella dell’aereo che cadde sulla Sila venti giorni dopo Ustica. Mi dispiace che di nuovo vengono messe in giro delle balle. Da una parte, infatti, ci sono perizie, sentenze, dichiarazioni del governo, atti desecretati e consultabili. Dall’altra parte solo un festival di ipotesi e supposizioni avanzate dopo un ventennio da chi sotto giuramento non aveva detto una parola di quanto affermato oggi.

Tutto ciò, intanto, non rischia di compromettere i rapporti tra il nostro Paese e un alleato fondamentale?

In un momento delicatissimo per l’Europa, la Nato e soprattutto durante un conflitto in corso sul nostro continente tra Ucraina e Russia, si crea un incidente diplomatico con i nostri alleati francesi. Considerando che non c’è nulla che certifica quanto detto da Amato nell’intervista a Repubblica, mi aspetto arrivi subito rettifica o almeno una smentita. Altrimenti si mette in ridicolo l’Italia al di là dell’appartenenza a questo o quel partito.

Ustica, l’appello delle vittime: “Basta verità costruite ad arte”. Edoardo Sirignano su L'Identità il 6 Settembre 2023 

Basta diffondere verità costruite ad arte. È il messaggio venuto fuori dall’ultima conferenza stampa organizzata dall’associazione per le vittime di Ustica. Nel confronto, tenutosi presso la Sala Nassirya di Palazzo Madama, non sono mancate le bordate verso l’ex presidente del Consiglio Giuliano Amato.

Il giurista, sulle colonne del quotidiano “La Repubblica”, aveva presentato una propria versione rispetto alla strage avvenuta nel 1980, puntando il dito contro i vicini francesi. Un racconto, però, che in poche ore, aveva scatenato l’ira di chi non la pensava allo stesso modo e che per anni ha visto con scetticismo la ricostruzione conosciuta in tutto il mondo grazie alla pellicola del regista Purgatori. Tra questi anche i parenti delle vittime, che nel pomeriggio di ieri hanno voluto dire la loro rispetto a tutto ciò.

Ad aprire il tavolo dei lavori è stato il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri. Il dirigente di Forza Italia ha ribadito come “qualcuno ci ha fatto una fortuna sui muri di gomma. Tornata di nuovo la storia del missile, quella che raccontata in un determinato modo, ha confuso Craxi tra l’80 e l’86. Nella famosa sera del 27 giugno, nel Mediterraneo, c’erano centinaia di persone, aerei, navi e radar. Nessuno, però, ha mai tracciato un missile. Siamo di fronte a un complotto planetario. Ho letto affermazioni contro la verità giudiziaria, ma la vita ha la storia e i cantastorie”.

Dello stesso parere Giuliana Cavazza, presidente onorario dell’associazione Verità per Ustica, che nella misteriosa esplosione ha perso la mamma. “Ritengo gravissime – ha spiegato ai giornalisti – le affermazioni di Amato. Le sue accuse fanno fare un passo indietro sulla ricerca di trent’anni. Sono state, d’altronde, smentite in maniera inconfutabile. Chi veramente sentirà l’urgenza morale di fare giustizia sulle vittime lo farà usando la sua influenza per stimolare la ricerca della verità, non per rivangare bugie. La verità va servita e non asservita alle proprie idee. Io non faccio parte di nessun partito politico, non ho fatto nessuna carriera a seguito di questa vicenda e non ho nessuna linea da seguire o a cui obbedire. In avvenimenti come questi si forma una memoria collettiva, ma c’è anche una privata e nel mio caso non collima affatto con la prima, soprattutto con chi si autoproclama il depositario e l’unico alfiere della verità”.

A spiegare, nei dettagli, tutto quanto è stato scritto e detto sul caso Ustica è Gregory Alegi, storico militare e docente presso l’Università Luiss. “Basta inventare – ha ribadito nel suo intervento – cose che non esistono, come i missili a risonanza. Ci sono delle evidenze tecniche per accertare la pista della bomba. Non pretendiamo che tutti ci diano ragione, ma neanche possiamo inginocchiarci dietro a quanto diffuso dalla pellicola di Purgatori o da altri contenuti romanzati. Su Ustica, infatti, mancano solo gli ufo, anzi pure su questo c’è stato qualcuno che ha scritto dei libri. Chiedo, pertanto, solo che le cose siano raccontate come sono andate veramente e non come vorrebbero che fossero andate. Bisogna distinguere i fatti dalle interpretazioni, concentrarsi sui punti caratterizzanti della vicenda. Il resto è chiacchiericcio. Non c’è bisogno di moltiplicare le cose. Quale è la ragione di produrre versioni infondate?”.

Per Gregorio Equizi, avvocato del generale Franco Ferri, a dimostrare la falsità di quanto diffuso da Amato a Repubblica ci sono soprattutto le carte dei vari processi. Queste per il legale dimostrano che quanto sostenuto dall’ex premier è privo di ogni fondamento. Nonostante ciò, l’esperto di diritto crede nell’operato della magistratura e spera che quest’ultima possa fare quanto prima luce sul mistero. Una buona notizia, intanto, è stata diffusa dal tribunale competente. Si terrà all’inizio della prossima settimana un vertice a Roma tra il procuratore capo Francesco Lo Voi e i pm Michele Prestipino e Erminio Amelio per fare il punto sulle indagini dopo le dichiarazioni di Amato in merito alla strage di Ustica. Nel corso del vertice si deciderà se convocare l’ex premier in qualità di persona informata dei fatti.

A leggere la nota, diffusa dalle agenzie, nella conferenza è stato lo stesso Gasparri, il quale però è stato anticipato da Carlo Giovanardi, ex ministro ed esperto conoscitore della questione, indisponibile ad accettare altri racconti oltre quello della bomba. “I generali – ha chiarito – sono stati assolti e gli Usa e i francesi ci hanno già risposto. Amato, quindi, ha detto delle menzogne e se ci sono estremi per parlare di diffamazione, allora è nostro dovere tutelarli, anche attraverso strumenti giudiziari”.

Su L’Indipendente.

Dopo 43 anni l’ex premier Amato svela: strage di Ustica causata da un missile francese. Stefano Baudino su L'Indipendente sabato 2 settembre 2023.

Ad abbattere il DC9 precipitato ad Ustica il 27 giugno 1980 sarebbe stata, con la complicità degli Stati Uniti, l’aviazione francese, che aveva l’obiettivo di colpire un Mig libico su cui avrebbe dovuto essere presente Muammar Gheddafi. Lo sostiene, in un’intervista a Repubblica, l’ex Presidente del Consiglio Giuliano Amato, il quale aggiunge che, secondo quanto ha appreso negli anni, la massima autorità libica sarebbe stata convinta a non salire sul suo aereo dal leader socialista Bettino Craxi. Che, secondo Amato non rese pubblica la verità perché «sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato» e di «spionaggio in favore dell’avversario».

In merito alla strage di Ustica, «la versione più credibile è quella della responsabilità dell’aeronautica francese, con la complicità degli americani e di chi partecipò alla guerra aerea nei nostri cieli la sera di quel 27 giugno». È questa la convinzione dell’ex premier Amato, il quale, senza giri di parole, spiega come sarebbero andate le cose: «Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. E il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l’esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l’attentato come incidente involontario». Secondo Amato, sia la tesi del cedimento strutturale dell’aeromobile, sia quella del cedimento interno a causa di un ordigno riferita dalle alte gerarchie militari italiani allo stesso Amato quando, da Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, fu investito della questione, sarebbero solo «falsità». Insomma, la nostra aeronautica sarebbe stata «schierata in difesa della menzogna», perché dietro alla tragedia vi sarebbe stato «un segreto che riguardava la Nato».

Ma Amato va oltre, parlando apertamente del ruolo che l’ex premier Bettino Craxi avrebbe giocato nella vicenda: «Avrei saputo più tardi, ma senza averne prova, che era stato Bettino ad avvertire Gheddafi del pericolo nei cieli italiani», avendo forse «ricevuto qualche soffiata». «Craxi era insofferente alle mie perplessità sulle tesi dei generali – aggiunge ancora Amato -. Andavo da lui per avere sostegno sui fatti che secondo me le smentivano e lui mi diceva senza mezzi termini che dovevo evitare di rompere le scatole ai militari. Poi mi faceva fare, perché questo era il nostro rapporto. Ma non era contento». Craxi, secondo Amato, «non aveva certo interesse che venisse fuori una tale verità: sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato e di spionaggio a favore dell’avversario. In fondo è sempre stata questa la sua parte. Amico di Gheddafi, amico di Arafat e dei palestinesi: uno statista trasgressivo in politica estera». Amato ha le idee molto chiare: la politica non ebbe la forza di imporsi sugli apparati che, negli anni, hanno occultato la verità, perché «chiarire subito questa faccenda» avrebbe significato «o che i politici erano stati complici di un delitto orrendo» oppure «che l’apparato della Nato poteva decidere un atto di guerra in tempo di pace senza prendersi la briga di avvertire il ministro della Difesa, violando palesemente la nostra sovranità nazionale».

La strage di Ustica rappresenta uno dei principali episodi irrisolti della storia italiana. Quel giorno di giugno, in piena Guerra Fredda, un aereo DC9 Itavia partito da Bologna alla volta di Palermo, arrivato nei pressi dell’isola, scomparve misteriosamente dai radar. Il giorno seguente, riaffiorarono in mare i detriti del velivolo insieme ai corpi di alcuni passeggeri. Erano in tutto 81: nessuno si salvò. Dapprima si parlò di un cedimento strutturale del mezzo Itavia, poi di un attentato, infine di una bomba nascosta nella toilette del velivolo ed esplosa durante il viaggio. Tre settimane dopo, il 8 luglio 1980, verrà ritrovata sui monti della Sila, in Calabria, la carcassa di un caccia militare libico. La perizia medica sulla salma dell’aviere libico, ricorda lo stesso Amato, «parlava espressamente di avanzato stato di putrefazione» dunque «non poteva essere morto il giorno prima», come invece affermato dalle ricostruzioni ufficiali. Secondo Amato, «avendo intuito il pericolo di tutto quel movimento in cielo, il pilota del Mig s’era nascosto vicino al DC9 per non essere colpito», ma «tutte le evoluzioni aeree impreviste provocarono l’esaurimento del carburante, per cui il velivolo cadde sulla Sila per mancanza di cherosene». Un’altra versione racconta che il Mig sarebbe stato colpito dal missile francese e il DC9 sarebbe stato travolto dalla deflagrazione, «ma questa tesi mi convince di meno», chiude Amato. Il relitto del DC9 rimase sul fondo del Tirreno per anni, venendo recuperato solo nel 1987.

Nel maggio 1992, i generali ai vertici dell’Aeronautica all’epoca dei fatti furono incriminati per alto tradimento, dal momento che, «dopo aver omesso di riferire alle autorità politiche e a quella giudiziaria le informazioni concernenti la possibile presenza di traffico militare statunitense, la ricerca di mezzi aeronavali statunitensi a partire dal 27 giugno 1980, l’ipotesi di un’esplosione coinvolgente il velivolo e i risultati dell’analisi dei tracciati radar, abusando del proprio ufficio, fornivano alle autorità politiche informazioni errate». Nel settembre 2000 quattro generali dell’Aeronautica andarono a processo con l’accusa di ”concorso in alto tradimento mediante attentato continuato contro gli organi costituzionali” in relazione ai depistaggi delle indagini. Nel 2007, dopo tre gradi di giudizio, i generali saranno tutti definitivamente assolti e le altre posizioni prescritte. Le rogatorie internazionali (indirizzate a Usa, Belgio, Germania, Francia e per finire anche al governo transitorio della Libia dopo la caduta del regime di Gheddafi) avviate dalla Procura di Roma negli anni scorsi, nella cornice dell’inchiesta bis aperta per strage contro ignoti, non hanno consentito di arrivare a risultati concreti.

I colpevoli della strage, ad oggi, rimangono ignoti. Nel gennaio 2013, la Corte di Cassazione ha messo nero su bianco che la tesi “del missile sparato da aereo ignoto” quale causa dell’abbattimento del DC9 Itavia risulta “oramai consacrata” anche “nella giurisprudenza” della Suprema corte, e che deve considerarsi definitivamente accertato il depistaggio delle indagini sul disastro aereo. La sentenza ha respinto i ricorsi con cui il Ministero della Difesa e dei Trasporti volevano mettere in discussione il diritto al risarcimento dei familiari delle vittime della strage. Lo stesso anno, la Cassazione ha inoltre stabilito che Itavia potrebbe essere fallita in seguito alla “significativa attività di depistaggio” messa in atto. Nel Dicembre 2018, la terza sezione civile della Cassazione ha disposto che vada oltre la somma di 265 milioni di euro – quota stabilita in una precedente sentenza – il risarcimento che i ministeri di Difesa e Infrastrutture devono a Itavia.

«Un apparato costituito da esponenti militari di più paesi ha negato ripetutamente la verità pensando che il danno sarebbe stato irrimediabile per l’alleanza atlantica e per la stessa sicurezza degli Stati. E quindi tutte queste persone hanno coperto il delitto per “una ragion di Stato”, anzi dovremmo dire per “una ragion di Stati” o per “una ragion di Nato”», afferma Amato nella parte finale dell’intervista. L’ex premier conclude tirando direttamente per la giacchetta l’attuale Presidente della Repubblica francese: «Mi chiedo perché un giovane presidente come Macron, anche anagraficamente estraneo alla tragedia di Ustica, non voglia togliere l’onta che pesa sulla Francia. E può toglierla solo in due modi: o dimostrando che questa tesi è infondata oppure, una volta verificata la sua fondatezza, porgendo le scuse più profonde all’Italia e alle famiglie delle vittime in nome del suo governo. Il protratto silenzio non mi pare una soluzione». [di Stefano Baudino]

Al Ministero dei Trasporti è sparito l’archivio sulle stragi e gli anni della strategia della tensione. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 14 gennaio 2023.

Al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sono spariti i documenti riguardanti il periodo più sanguinoso delle stragi, compreso tra il 1968 e il 1980. In particolare, a mancare è tutta la documentazione del ministro e del suo Gabinetto. La conferma arriva direttamente dalla sottosegretaria del Mit Fausta Bergamotto (FdI) la quale, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, ha ammesso che, anche a seguito delle ispezioni effettuate da delegazioni del ministero stesso, della documentazione non vi è traccia.

A denunciare il fatto era stata la presidente dell’Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, in un articolo redatto per il manifesto, nel quale sottolineava come «ci si trovi totalmente fuori da ogni applicazione della legislazione esistente sulla conservazione e trasmissione agli Archivi di Stato della documentazione delle Amministrazioni Pubbliche». L’emersione di un fatto di tale gravità arriva al termine di un percorso, iniziato nel 2014 grazie a una direttiva di Renzi, di desecretazione dei documenti relativi alle stragi avvenute tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80 e che aveva già dimostrato «l’inadeguatezza del materiale reso disponibile» dai ministeri. «Bisogna ricordare – aggiunge Bonfietti – che l’insufficienza della documentazione è sempre stata al centro delle critiche e delle denunce delle Associazioni, ed è stato negli anni la causa del contendere all’interno del Comitato nei confronti con le Amministrazioni. Una continua disputa-scontro tra carte mancanti, elenchi di nominativi non consegnati, carte clamorosamente censurate, intere parti coperte con vistose cancellature proprio nel momento della loro desecretazioni».

Bonfietti cita quindi un documento del 12 ottobre 2022, ovvero la relazione annuale del Comitato consultivo sulle attività di versamento all’Archivio Centrale dello Stato. All’interno del documento si legge che, tra i vari sottogruppi che compongono il Comitato, quello che “ha dovuto affrontare maggiori problematiche è stato quello relativo al Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili. I versamenti effettuati da quest’ultimo negli anni presentano una sostanziale lacunosità sia per la scarsità di documenti versati sia per la totale assenza di documentazione coeva alle stragi interessate dalla Direttiva del 2014. Queste problematiche non derivano certo da una mancanza di collaborazione ma sono imputabili spesso a una scarsa cura nei decenni trascorsi nella conservazione, gestione e ordinamento degli archivi di deposito da parte delle Amministrazioni”, dovuto alle frequenti trasformazioni istituzionali avvenute negli anni che hanno comportato il continuo spostamento del materiale e “dispersioni o perdita di fonti rilevanti per la ricerca storica”.

Vista la gravità di quanto emerso, sono state mosse verso il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, alcune interrogazioni parlamentari. All’ultima di queste, sottoposta dal deputato Luigi Marattini (Italia Viva), la sottosegretaria Bergamotto ha risposto confermando la sparizione della documentazione. Il Mit, riferisce Bergamotto, ha effettuato un sopralluogo «da parte di una delegazione mista di personale del ministero e dell’Archivio di Stato presso l’Archivio di deposito di Ciampino, in esito al quale non è stata rinvenuta alcuna documentazione afferente agli avvenimenti di interesse del Comitato né atti secretati. Analogamente, i responsabili degli archivi di Pomezia e di Cesano hanno escluso la presenza nelle loro strutture di detta documentazione». Alcuni sopralluoghi sono stati effettuati anche da una Commissione istituita appositamente dal ministero il 13 settembre 2022 (la «Commissione per la sorveglianza e lo scarto degli atti di archivio del Gabinetto e degli uffici di diretta collaborazione») e incaricata di «attività di sorveglianza sulla documentazione del patrimonio documentale del Gabinetto dell’On. ministro e degli uffici di diretta collaborazione», oltre che di ricostruzione degli archivi. I lavori della Commissione, per il momento «ancora in corso», non hanno prodotto risultati differenti da quanto rilevato dal Comitato.

«Che non sia stato trovato nulla è qualcosa che meriterebbe una riflessione, perché in quegli anni le infrastrutture di trasporto sono state oggetto di attentati in questo Paese. Sarebbe un po’ strano se il ministero competente non avesse documentazione in merito a stazioni che vengono fatte saltare in aria o aerei che cadono» ha replicato il deputato Marattini. Come sottolineato da Bonfietti, la situazione attuale non permette in alcun modo nemmeno di conoscere le indicazioni del ministero riguardo agli eventi stragistici e lascia un enorme buco nero proprio in quelli che sono gli anni più violenti della storia contemporanea del nostro Paese.

[di Valeria Casolaro]

Su Il Tempo.

Ustica, le finte rivelazioni di Amato: rispolvera tesi già scartate e dimentica le sentenze. Andrea Sperelli su Il Tempo il 03 settembre 2023

Il 27 giugno del 1980 il Dc9 dell’Itavia con 81 persone a bordo fu abbattuto, nei cieli di Ustica, da un missile lanciato da un caccia francese che voleva «fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua Aviazione. Il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, con molti aerei in azione, nel corso della quale sarebbe dovuto partire un missile contro il leader libico: l'esercitazione era una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l'attentato come incidente involontario». Ma «il leader libico sfuggì alla trappola perché avvertito da Craxi». Parola dell’ex premier Giuliano Amato in un’intervista a Repubblica. Parole, però, che fanno a pugni con le perizie e le sentenze penali definitive che escludono, in maniera netta, le sorprendenti «rivelazioni» di Amato. Punto numero uno: il 27 giugno del 1980, sostengono i giudici che hanno assolto i quattro generali dell’Aeronautica Militare, nei cieli di Ustica non ci fu nessuna battaglia aerea, in quanto «nessun velivolo (...) risulta aver attraversato la rotta dell'aereo Itavia non essendo stata rilevata traccia di essi dai radar militari e civili le cui registrazioni sono stati riportati su nastri da tutti unanimemente i tecnici ritenuti perfettamente integri». Punto numero due: le perizie hanno escluso che il Dc9 sia stato attinto da un missile, tanto che i giudici, nella sentenza passata in giudicato, affermano che le ipotesi «dell'abbattimento dell'aereo ad opera di un missile (...) non hanno trovato conferma, dato che la carcassa dell'aereo non reca segni dell'impatto del missile».

Punto numero tre: il Mig libico su cui, secondo la versione di Amato, si sarebbe dovuto trovare Gheddafi, è in realtà precipitato su un costone montagnoso della Timpa delle Magare, sulla Sila, in Calabria, il 18 luglio, 21 giorni dopo l’abbattimento del Dc9, come attestarono sette cittadini calabresi che lo videro venire giù, carabinieri e vigili del fuoco giunti sul luogo dell’impatto lo stesso giorno, fonogrammi e dispacci sull’incidente che riportavano la stessa data (e come ammisero persino i pm nel corso del processo). Non a caso, nella sentenza passata in giudicato si legge che «tutto il resto, non essendo provato, è solo frutto della stampa che si è sbizzarrita a trovare scenari di guerra, calda o fredda, un intervento della Libia, la presenza sul posto del suo leader Gheddafi e così via fino a cercare di escogitare un (falso) collegamento con la caduta di un aereo Mig di nazionalità libica avvenuto in data successiva».

E se è vero che la sentenza definitiva non conclude che il Dc9 venne giù a causa di una bomba a bordo, va detto che il collegio peritale presieduto da Aurelio Misiti (preside della facoltà di Ingegneria dell’università «La Sapienza» di Roma), di cui faceva parte Frank Taylor, il massimo esperto mondiale d’incidentistica aeronautica, così concluse: «La causa della tragedia non può che essere la bomba a bordo». E che le parole di Amato lascino il tempo che trovano, lo dimostra anche il tweet di Bobo Craxi, figlio di Bettino Craxi: «É già scritto anche sui libri di Storia che mio padre avvertì Gheddafi che lo avrebbero bombardato. Ma nel 1986». Chissà perché, poi, la sentenza definitiva sulla strage di Bologna, che sancisce la colpevolezza degli ex Nar Mambro e Fioravanti, è sacra, intoccabile e incontestabile, mentre quella penale sulla strage di Ustica, che esclude l’ipotesi del missile, sarebbe frutto di chissà quale errore, depistaggio o malafede. E chissà perché, infine, l’ex Capo dello Stato Francesco Cossiga diventa una sorta di santo se afferma, come effettivamente fece nel 2008, che a buttare giù il Dc9 fu un missile a risonanza francese, mentre torna ad essere Kossiga con la kappa se sostiene, come fece, che la strage fu causata «fortuitamente e non volontariamente da una o due valigie di esplosivo che attivisti della resistenza o del terrorismo palestinese trasportavano per compiere attentati fuori dell'Italia». 

Ustica, Renzi critica Amato: "No a messaggi in bottiglia, ma il muro di gomma c'è stato". Il Tempo il 02 settembre 2023

Matteo Renzi interviene sull'intervista di Giuliano Amato a Repubblica in cui l'ex presidente della Corte costituzionale ed ex presidente del Consiglio ha rilanciato la tesi del missile francese che abbattè il DC9 Itavia a Ustica. Per il leader di Italia Viva avrebbe dovuto essere più prudente e, soprattutto, sarebbe stato meglio che avesse scelto un'altra sede per dire certe cose.

"Il tema è che ci sono 81 italiani che sono morti nel modo più orribile, mentre andavano in vacanza, lasciando nel dolore famiglie che hanno chiesto la verità e continuano a chiederla - ricorda Renzi - Che vi sia stato quello che Purgatori chiamava il muro di gomma è difficile negarlo e oggi Amato lo conferma in modo autorevolissimo. Per questo esprimo la perplessità sul modo in cui ha detto queste cose: noi dobbiamo trasparenza e verità a 81 famiglie prima di parlare con i francesi o i libici". Poi il consiglio ad Amato: "Se ha qualche elemento in più, deve essere un pò più conseguente e non limitarsi a un’intervista e a una ricostruzione del si dice. Chi come me o Amato ha fatto il premier e ha avuto accesso alla complicata materia dei segreti di Stato. il mio è un invito al presidente Amato: prima di chiedere a Macron, che andava alle medie al tempo di Ustica, prima di chiedere delle spiegazioni con un’intervista, dica tutto quello che sa, altrimenti sembra un messaggio in bottiglia e con 81 morti non si mandano messaggi in bottiglia", conclude il leader di Italia Viva.

Su Il Giornale.

Strano tempismo del Dottor Sottile: 43 anni dopo i fatti turba i rapporti con Parigi e Nato. Francesco Giubilei il 3 Settembre 2023 su Il Giornale.

Com'era prevedibile le parole di Giuliano Amato sulla strage di Ustica hanno suscitato grande clamore

Com'era prevedibile le parole di Giuliano Amato sulla strage di Ustica hanno suscitato grande clamore sia per i contenuti sia per le modalità (attraverso un'intervista su un quotidiano) con cui sono state pronunciate. Impossibile perciò non chiedersi le circostanze in cui è nata l'intervista a cominciare dalle tempistiche e dai contenuti espressi. Le domande dopo aver letto le sue dichiarazioni sono numerose e lasciano adito a vari dubbi a cominciare dal momento: perché proprio ora?

Pensare a una casualità sarebbe quantomeno da ingenui, Amato non è una persona qualsiasi a ha ricoperto incarichi di primo piano nella vita repubblicana. È stato ministro dell'Interno, poi a capo di altri dicasteri, ha ricoperto l'incarico di presidente del Consiglio e per nove anni è stato Giudice costituzionale (di cui otto mesi presidente della Corte). Non proprio il curriculum dell'ultimo arrivato e per questo le sue parole non possono essere derubricate a un'uscita estemporanea quanto a un preciso calcolo politico le cui finalità si possono solo provare a supporre. D'altro canto Amato è un figlio di quella prima Repubblica in cui un altro esponente di spicco affermava «a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca». Difficile in questo caso bollare come «complottiste» le sue dichiarazioni, la stessa categoria è stata utilizzata in questi anni per indicare le ricostruzioni che portavano alla pista francese poi evocata proprio ieri da Amato. Non si tratta a onor del vero di una novità, già Cossiga aveva proposto la ricostruzione di un missile francese che aveva colpito erroneamente il Dc9 e il cui obiettivo reale era Ghedaffi. Proprio Cossiga e Craxi sono stati tirati in ballo da Amato senza che, per ovvie ragioni, entrambi possano smentire o meno le sue parole.

Come spiega l'ex senatore e ministro Carlo Giovanardi, già membro di varie commissioni di inchiesta: «Bisogna comunque aspettare di capire se Amato confermerà quanto rilanciato dai quotidiani di oggi, perché lui stesso, da sottosegretario e sotto giuramento, sentito in tribunale disse cose del tutto diverse. Mi chiedo perché le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna sono sacre, mentre quelle che hanno assolto i generali dall'accusa di depistaggio per Ustica, fino in Cassazione, non hanno lo stesso valore».

Da più parti in ambienti vicini al governo serpeggia il dubbio che le dichiarazioni di Amato siano un modo per mettere in difficoltà l'esecutivo nei rapporti con la Francia. Già le relazioni con Macron non sono delle migliori in particolare per il dossier migranti e aprire un altro fronte su un tema così spinoso non gioverebbe nei rapporti diplomatici tra i due paesi. Soprattutto per un governo molto sensibile ai temi nazionali lasciare passare come se nulla fosse un possibile coinvolgimento straniero diventerebbe impossibile. Il punto però, come sottolineato dal premier Giorgia Meloni, è la necessità di prove oltre alle deduzioni.

Eppure il riferimento a un ruolo della Francia nella strage di Ustica rappresenta un problema anche per il Trattato del Quirinale e non stupirebbe se dalle parti del Colle l'intervista fosse stata accolta con fastidio.

La richiesta di scuse a Macron è, come prevedibile, caduta nel vuoto anche se Parigi si è detta «pronta a collaborare se l'Italia ce lo chiederà». Ma c'è anche un altro punto non causale nelle parole dell'ex premier ed è il coinvolgimento della Nato in un momento delicato come quello attuale.

Per fugare ogni dubbio sulle sue reali intenzioni dovrebbe essere lo stesso Amato a spiegare cosa l'ha portato, dopo quarantatré anni, a rilasciare questa intervista e soprattutto perché non lo ha fatto prima.

Francesco Giubilei 

La verità sulla telefonata a Gheddafi: quando l'ha chiamato Craxi. "Non sarebbe sbagliato, come asserisce il presidente Amato, chiedere alla Francia di contribuire alla verità", dichiara Bobo Craxi. Federico Garau il 2 Settembre 2023 su Il Giornale.

Le presunte responsabilità dell'aeronautica francese nell'abbattimento del Dc9 di Itavia sui cieli di Ustica, rivelate dall'ex presidente del Consiglio Giuliano Amato nel corso dell'intervista rilasciata a Repubblica, continuano ad agitare le acque nel mondo politico italiano.

"Sono stati i francesi, Macron chieda scusa". La rivelazione di Amato su Ustica

L'attentato a Gheddafi

Nessuna "verità accertata" da accettare passivamente, perché la notizia è di quelle in grado di creare uno squarcio nella coltre della nebbia che da sempre ha avvolto l'inquietante caso della morte degli 81 passeggeri avvenuta alle ore 20:59 di quel maledetto venerdì 27 giugno del 1980. Anche il Consiglio superiore delle magistratura, come anticipato dal vicepresidente Fabio Pinelli, vuole far luce sulla vicenda, e chiederà alla Procura della Repubblica di Marsala "di rendere accessibili tutti gli atti del procedimento di potenziale interesse di quell'inchiesta".

"Scenari inquietanti...". Cosa cambia sulla strage di Ustica

Tra le rivelazioni fatte a Repubblica dall'ex premier, anche quella in cui si fa riferimento al fatto che Gheddafi, obiettivo dei militari francesi, non avrebbe preso il suo aereo perché messo in guardia del pericolo di un attentato ai suoi danni. Sarebbe stato Bettino Craxi, allora segretario del Partito socialista italiano, ad avvisare dell'incombente pericolo il Raiss.

"Si voleva fare la pelle a Gheddafi, in volo su un Mig della sua aviazione. Il piano prevedeva di simulare una esercitazione della Nato, una messa in scena che avrebbe permesso di spacciare l'attentato come incidente involontario", spiega al quotidiano l'ex presidente del Consiglio. "Avrei saputo più tardi, ma senza averne prova - dichiara ancora - che era stato Craxi ad avvertire Gheddafi. Non aveva interesse che venisse fuori: sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato e di spionaggio", rivela ancora.

La replica di Bobo Craxi

Sulla parte relativa alla "soffiata" di Bettino Craxi è intervenuto il figlio di quest'ultimo."É già scritto anche sui libri di Storia che mio padre avvertì Gheddafi che lo avrebbero bombardato. Ma nel 1986", scrive Bobo su X-Twitter.

Ma che conseguenze potrebbe avere nel rapporto tra Italia e Francia la diffusione di una notizia di tale portata?"È una accusa abbastanza contundente, per quanto l'attuale presidenza francese non ha responsabilità dirette", spiega a RaiNews24 il figlio dell'ex segretario Psi. "Io non vedo grandi novità rispetto alle grandi questioni che sono emerse negli ultimi anni: Amato dice sostanzialmente che le inchieste sono arrivate a una conclusione, cioè che non fosse un ordigno". "Verosimilmente c'è stato un intervento esterno, e quindi i francesi hanno il dovere di confessare. Mi pare che questa sia la sua tesi", dichiara ancora.

"Si tratta soltanto di avviare in Francia un'inchiesta sul fatto che effettivamente c'è una responsabilità da parte della loro aeronautica su quell'atto di guerra", prosegue, "mi pare che si tratti di questo". "Siccome sono fatti risalenti a più o meno 40 anni fa non sarebbe sbagliato, come asserisce il presidente Amato, chiedere alla Francia di contribuire alla verità", conclude. Federico Garau

"È inquietante...". Il generale stronca Amato su Ustica. Per il generale Tricarico, l'intervista di Giuliano Amato non è chiara. Nell'audizione dell'ex presidente davanti al pm, spiega il graduato, "non ho trovato traccia di buona parte delle cose che ha detto a Repubblica". Francesca Galici il 2 Settembre 2023 su Il Giornale.

Com'era prevedibile, l'intervista rilasciata da Giuliano Amato al quotidiano la Repubblica in merito alla strage di Ustica ha lasciato il segno. L'ipotesi che a colpire l'aereo Itavia possa essere stato un missile sganciato da un caccia per colpire, invece, il velivolo di Gheddafi irrompe con prepotenza in questo inizio settembre a 43 anni di distanza dalla tragedia. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto al suo predecessore se sia in possesso di ulteriori elementi sconosciuti che sostengano questa tesi mentre dall'Eliseo, coinvolto da Amato, preferiscono non commentare. Di tutt'altro avvisto rispetto ad Amato è il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare, consigliere militare di presidenti del Consiglio ed esponente dell'Associazione per la verità sul disastro aereo di Ustica.

"Sono stati i francesi, Macron chieda scusa". La rivelazione di Amato su Ustica

In quel periodo, Tricarico era un tenente colonnello in servizio allo Stato Maggiore dell'Aeronautica e si occupava proprio di difesa aerea. "Fandonie che non hanno retto nel dibattimento penale. Perché non le ha raccontate al pm? Perché le dice solo ora ai giornali? È inquietante", replica con durezza il militare intervistato dall'Ansa. Il processo penale è giunto in Cassazione e, come ricorda il graduato, "è emersa incontrovertibile, perché ampiamente provata, la verità che quel velivolo è stato vittima di un attentato terroristico con una bomba a bordo". La pista francese, prosegue il generale, "è stata smontata in giudizio dove è stata definita degna più della trama di un giallo che di un pronunciamento giudiziario".

La verità sulla telefonata a Gheddafi: quando l'ha chiamato Craxi

A seguito delle parole rilasciate al quotidiano, Tricarico è andato a scartabellare la sua audizione del 2001 davanti al pm Rosselli che indagava su Ustica ma in quei documenti, spiega, "non ho trovato traccia di buona parte delle cose che ha detto a Repubblica. Non capisco come sotto giuramento non abbia avvertito la necessità di rendere al pm le verità di cui oggi è fermamente convinto". Secondo il generale l'intervista è "preoccupante per la democrazia del Paese". Il suo auspicio è che "qualcuno possa capire cosa c'è dietro e perché proprio oggi. Risponde forse ad una strategia per mettere in difficoltà la premier Giorgia Meloni con il presidente francese Emmanuel Macron? O è in relazione agli indennizzi disposti per i ministeri condannati? Bisognerebbe comprenderlo".

Il generale Tricarico, quindi, si toglie l'ultimo sassolino dalle scarpe in merito all'intervista criticando Amato per le sue dichiarazioni sui militari: "È vergognoso quello che dice di una forza armata che è sempre stata fedele e non ha mai tradito. Priore ha indagato 85 appartenenti all'Aeronautica. Sono stati tutti assolti. Si tratta di accuse infamanti da parte di una persona che ha ricoperto incarichi così importanti".

Ustica. Giuliano Amato e il DC-9 abbattuto dalla Nato. Piccole Note (filo-Putin) il 2 Settembre 2023 su Il Giornale.

Farà rumore l’intervista a Giuliano Amato sull’abbattimento a Ustica del DC-9 Itavia pubblicata oggi su Repubblica, nella quale il dottor sottile dice quel che tutti sapevano ma non si poteva dire, cioè che la NATO voleva abbattere il Mig sul quale avrebbe dovuto volare Gheddafi e, per errore, ha colpito l’aereo civile, sulla scia del quale si era posizionato il velivolo libico nell’idea che la NATO non sarebbe stata così folle da rischiare di tirar giù un volo di linea, follia invece avvenuta.

Gheddafi non era sul Mig, dice Amato, perché, avvertito da Craxi che volevano eliminarlo, si sarebbe sottratto all’attentato. Non essendo a conoscenza del cambio di programma, i jet francesi avrebbero intercettato il mig libico sul quale avrebbe dovuto volare, che poi è precipitato sulla Sila perché, per eludere i missili nemici, avrebbe esaurito il carburante.

Ci sono altre versioni del fatto più o meno credibili, cioè che il velivolo trasportasse invece effettivamente Gheddafi e che i missili NATO abbiano colpito sia il DC-9 Itavia che un Mig di scorta e ciò spiegherebbe forse meglio il precipitare del Mig libico sulla Sila piuttosto che il mero esaurimento del carburante (il pilota, nel caso, si sarebbe paracadutato fuori).

L’atro particolare non evidenziato è che sarebbe stato Andreotti a far pressioni su Craxi per evitare l’omicidio del leader libico, così come fu Andreotti, come ormai provato, a dettare la linea a Craxi su Sigonella (vedi Piccolenote), da cui i successivi guai giudiziari del divo Giulio (come lo chiamava Pecorelli).

DC-9 Itavia, coperture insanguinate

Ma si tratta di particolari che hanno importanza per la storia, quel che conta oggi sono le rivelazioni di Amato, non certo un kamikaze anti-atlantista, che oltre a parlare del crimine di Ustica ha accennato alle coperture postume dello stesso da parte dei circoli Nato.

Amato non dettaglia, ma sotto la voce coperture prima o poi si dovrebbero incasellare (e non avverrà) tutte le morti a oggi definite solo come “sospette” che hanno costellato l’inchiesta del giudice Rosario Priore. Dodici le vittime in questione, a iniziare dai due piloti delle Frecce tricolore uccisi nell’incidente aereo di Ramstein del 1988 (che fece anche 70 morti e oltre 400 feriti fra gli spettatori della manifestazione aerea), i cui velivoli, secondo il Tageszeitung e Der Spiegel (e altri), sarebbero stati sabotati.

Lo ricorda Wikipedia, che riporta un passaggio della requisitoria di Priore, nel quale si spiegava che “i due ufficiali piloti, del gruppo intercettori, in servizio presso l’aeroporto di Grosseto, la sera del 27 giugno 1980 fossero in volo su F104, fino a 10 minuti circa prima della scomparsa del DC9 Itavia – il loro atterraggio all’aeroporto di Grosseto è registrato alle 20:45 e 20:50 locali; che questo velivolo, insieme ad altro con ogni probabilità quello dell’allievo, avesse volato per lunga tratta di conserva al velivolo civile; che durante questo percorso e al momento dell’atterraggio avesse sbloccato i codici di emergenza”.

Altri sono morti in circostanze misteriose (impiccati, pugnalati ect) prima di poter rivelare quanto avevano visto sui cieli di Ustica. Tutte cose note, per chi voglia approfondire rimandiamo al libro di Rosario Priore e Giovanni Fasanella “Intrigo internazionale, dalla strategia della tensione al caso Ustica“, uno dei pochi che racconta in modo realistico come l’Italia sia stata vittima di una guerra ibrida da parte dei circoli atlantisti perché troppo autonoma (guerra che alla lunga hanno vinto, come si evince dalla cronaca politica attuale).

Per inciso, nel volume si annota anche il collegamento tra la strage di Ustica, avvenuta il 27 giugno ’80, e la bomba scoppiata un mese dopo, il 2 agosto, alla stazione ferroviaria di Bologna, per ritorsione verso l’Italia per aver avuto l’impudenza di sfidare i circoli atlantisti salvando la vita al leader libico (Francesco Cossiga ebbe a dire che Bologna è stata “bombardata”).

La “disumanità” della NATO e la guerra ucraina

Insomma, sollevare il coperchio sulla strage di Ustica rischia di spalancare un pozzo senza fondo che non potrà mai essere aperto. Chiedere al giovane Macron di scusarsi per l’accaduto, come da prima pagina di Repubblica, è così limitativo da suscitare ironia. I jet francesi erano solo il braccio armato, nulla più. I responsabili veri sono i mandanti, che sono ben altri.

Non si comprende perché Giuliano Amato, uomo di fiducia dei circoli atlantisti per l’Italia, si sia deciso a tali rivelazioni. Si sa che sta scalpitando per ottenere quelle cariche che la sua prossimità a tali circoli avrebbe dovuto consegnargli da tempo senza successo, essendo stato primo ministro solo per meno di un anno e non essendo mai asceso al Quirinale. Un mistero che si chiarirà, forse.

A meno che il dottor sottile non abbia voluto dar voce a quella parte di mondo che non ne può più della guerra ucraina a trazione NATO, ma appare davvero improbabile. Fu lui, solo per fare un esempio, che, in qualità di presidente della Corte Costituzionale, ebbe a legittimare l’invio di armi italiane in Ucraina, interpretando in modo surreale l’articolo della Costituzione che rigetta la guerra come modalità di risoluzione dei conflitti internazionali.

Forse un tentativo di porre nuove criticità alla Francia, già scossa dal tramonto della Françafrique? O qualcosa di ancor più sottile, che ha a che vedere con i più sacri obiettivi dei suoi usuali procuratori?

Al di là degli scopi, personali e non, la rivelazione di Amato giunge benvenuta e peraltro aiuta a comprendere come il tiro al bersaglio su Gheddafi sui cieli di Ustica dica tanto sull’intervento umanitario in Libia del 2011. Di umanitario in quell’intervento non c’era nulla, come dimostra la “disumanità” della NATO, e qui citiamo Amato, evidenziata dall’eccidio di Ustica.

Da ultimo, si può rilevare che tale disumanità non sia limitata al passato, come palesa la guerra per procura lanciata, tramite NATO, alla Russia, che vede il popolo ucraino mandato al macello a maggior gloria della NATO stessa e dei circoli internazionali che la governano. Si potrebbe continuare, ci fermiamo qui per non annoiare i lettori.

Dal rapimento Moro alla stagione delle stragi. Quei misteri mai risolti della Prima Repubblica. Un intreccio di interessi segreti e centri di poteri oscuri si incrociano dietro le vicende più sanguinose della storia italiana. Il celebre "j'accuse" di Pasolini. Francesco Giubilei il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

La strage di Ustica è solo uno dei tanti misteri che hanno caratterizzato la storia della Prima Repubblica e di cui, nonostante inchieste giudiziarie e giornalistiche, processi e sentenze, ancora oggi non si è arrivati a una verità condivisa. Pier Paolo Pasolini in uno dei suoi «Scritti Corsari» definì quella stagione «il romanzo delle stragi» in un formidabile j'accuse passato alla storia della letteratura italiana: «Io so. / Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpe istituitasi a sistema di protezione del potere)». In una distinzione tra mondo politico e ceto intellettuale Pasolini scriveva: «Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. / Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. / Io so perché sono un intellettuale».

È riassunto tutto nelle sue parole il dibattito su una stagione della storia italiana che ha lasciato dietro di sé una scia di morti e di mistero e di cui la Strage di Ustica, tornata alla ribalta delle cronache dopo le parole di Amato, è uno dei principali avvenimenti ma non il solo.

Poche settimane fa aveva fatto discutere un post di Marcello De Angelis su un'altra strage italiana, quella di Bologna, in cui il già parlamentare e già direttore del Secolo d'Italia aveva espresso dubbi sulla sentenza suscitando un polverone mediatico e politico che ha portato alle sue dimissioni dal ruolo di portavoce del presidente della Regione Lazio. Al netto della considerazione del diverso trattamento ricevuto da De Angelis rispetto ad Amato, i mandanti e gli esecutori della Strage di Piazza Bologna sono stati per anni un tema di discussione e indagine. Tanti sono ancora i punti oscuri del rapimento Moro a partire dalle famosa seduta spiritica mentre non è mai stata fatta piena chiarezza sulla presunta trattativa stato-mafia nonostante il processo. Che dire poi di personaggi come Licio Gelli e del ruolo della P2 in un confine tra istituzioni e ambienti opachi mai ben definito. Non è un caso che Rita Di Giovacchino abbia usato come sottotitolo al suo Il libro nero della Repubblica «criminalità e politica» a testimoniare un intreccio di interessi segreti e centri di potere oscuri che si sono incrociati con quelli dello Stato. A complicare ancora di più le cose il ruolo avuto da potenze straniere e dai servizi segreti dei paesi occidentali che hanno reso l'Italia per una stagione tutt'altro che breve un crocevia di interessi molteplici e mai del tutto chiariti con episodi e situazioni talmente incredibili da sembrare la trama di un romanzo. Per questo molte ricostruzioni in apparenza clamorose e bollate come «complottiste» si sono rivelate dopo anni come veritiere a partire dalla pista francese sulla strage di Ustica. Di certo le sorprese del «romanzo delle stragi» non finiscono qui e arriverà un giorno in cui la profezia di Pasolini si avvererà quando «un uomo politico deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, ma su cui, a differenza di me, non può non avere prove, o almeno indizi».

Fronte bipartisan per sgonfiare il "caso Amato". Il governo attende un cenno da Parigi. Disinnescare. Spegnere. Sfumare. Le rivelazioni dell'ex premier Giuliano Amato sulla strage di Ustica non "accendono" lo scontro politico. Pasquale Napolitano il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

Disinnescare. Spegnere. Sfumare. Le rivelazioni dell'ex premier Giuliano Amato sulla strage di Ustica non «accendono» lo scontro politico. Destra e sinistra hanno (per ragioni diverse) un comune obiettivo: sgonfiare il caso. Il Pd e la sinistra temono che il «fuoco» acceso da Amato possa lambire il Colle. Non va dimenticato che il Capo dello Stato Sergio Mattarella è il «garante» delle relazioni tra Italia e Francia. Dal fronte del governo non si vuole cavalcare la «bomba» di Amato in chiave anti-Macron. Pure i giornali di sinistra (Domani) puntano a ridimensionare il peso delle parole del dottor Sottile, derubricandole alle affermazioni di «vecchio politico». Ma è davvero così? Amato si voluto concedere solo una fiammata di visibilità?

Stefania Craxi bolla la ricostruzione del presidente emerito della Consulta come falso storico. Gianfranco Rotondi, un politico di lungo che ha vissuto a cavallo tra la Prima e la Seconda Repubblica, concede al Giornale un ulteriore spunto: «Non sono abituato a parlare di cose che non ho vissuto, al tempo di Ustica ero uno studente. Ricordo però che i vecchi dc, nei discorsi privati, collegavano questa vicenda in un certo modo anche alla scomparsa di Tony Bisaglia, che prima di morire in un incidente nautico aveva promesso a una testata nazionale un'intervista sul caso Ustica».

Altra carne a cuocere. Bisaglia fu politico di primo piano della Dc al centro di molti intrighi nella Prima Repubblica. Nell'esecutivo prevale la linea dell'attesa. Si aspetta, se ci sarà, una mossa di Parigi dopo le accuse. Nulla si muove. Il tentativo del vicepremier Matteo Salvini di aprire un fronte con l'Eliseo è stato subito neutralizzato. Il ministro Crosetto resta sul vago. Il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri è il più esplicito: «Peccato che Amato, che le ha occupate tutte una dopo l'altra, non abbia una carica da cui dimettersi per aver sostenuto una tesi in contrasto con sentenze della magistratura. Come è capitato ad altri. Amato è momentaneamente senza poltrona, ma con questa esternazione di fine estate ha superato nella classifica delle peggiori performance sotto il solleone persino il generale che ha scambiato Amazon per una nuova caserma. Amato, a differenza di altri, può calpestare sentenze, diffamare l'Aeronautica italiana, mettere l'Italia intera contro la Francia e la Nato, dire cose sbagliate su Craxi, prendendo forti bacchettate dalla senatrice Stefania Craxi, dimostrare che potrebbe essersi mal comportato quando, ricoprendo alti incarichi, non disse sotto giuramento quel che dice oggi con qualche amico al bar. Le parole del generale Tricarico sono state chiare e necessariamente dure. Lo ringrazio con la stessa sincerità con cui esprimo grande rincrescimento per il vaniloquio del pluripoltronato che abbiamo letto venerdi». Dal fronte Pd l'unico che esce allo scoperto è il franceschiniano Luigi Zanda che ipotizza un'altra pista: «Quando venne abbattuto l'aereo a Ustica ero il portavoce del presidente del Consiglio, Francesco Cossiga. La soffiata a Gheddafi non fu di Craxi», sostiene Zanda. «Cossiga disse ai magistrati d'aver saputo che per ben due volte i servizi segreti avvisarono Gheddafi» dice in un'intervista a Repubblica. Ma c'è un altro mistero da svelare. A chi punta Amato? Qui le opzioni sono due: governo o Colle?

L'unica sentenza giudiziaria sulla tragedia assolve i generali e avalla la tesi della bomba. Fu il giudice istruttore Priore il primo teorico della battaglia nei cieli. Ma la presenza di altri aerei vicino al Dc9 sembra smentita dalle perizie. Luca Fazzo il 3 Settembre 2023 su Il Giornale.

C'è un passaggio giudiziario che collide con la ricostruzione della vicenda di Ustica compiuta dall'ex premier Giuliano Amato nella sua intervista a Repubblica. Si tratta dell'esito dell'unico procedimento penale instaurato sulla base dell'indagine bis-del giudice istruttore Rosario Priore, primo teorico della pista della «battaglia nei cieli» di cui il Dc9 Itavia sarebbe stato vittima. Tanto nella ricostruzione di Priore che in quella di Amato, il corollario è la complicità dei vertici dell'Aeronautica militare, impegnati sia a tenere il governo all'oscuro della operazione Nato (l'abbattimento del jet del leader libico Gheddafi) sia poi a depistare le indagini.

Il 16 gennaio 1992 Priore spicca tredici avvisi di garanzia ad altrettanti alti ufficiali. L'accusa più grave, attentato all'attività del governo e alto tradimento, investe i generali Lamberto Bartolucci, Franco Ferri, Corrado Melillo e Zeno Tascio. Secondo Priore, «l'occultamento delle informazioni fu oggetto di una decisione centrale e ad alto livello», che venne realizzata «escludendo il possibile coinvolgimento di altri aerei» sui cieli italiani il 27 giugno 1980. Sei anni dopo, tre pm romani chiedono il rinvio a giudizio dei quattro generali accusati di alto tradimento. Un anno dopo Priore rinvia i quattro generali a giudizio, con la ordinanza-sentenza divenuta da allora una sorta di Bibbia per i sostenitori della battaglia nei cieli. La replica degli ufficiali è netta: «Non ci fu alcun atto di guerra perché, intorno al Dc-9, non c'erano aerei nel raggio di 50 miglia. Tutte le prove e le stesse perizie raccolte dal giudice Priore dicono che non c'è stata collisione o missile e che a causare la tragedia potrebbe essere stata una bomba, o comunque un'esplosione interna».

Menzogne vergognose, falsità per proteggere le colpe degli alleati: è questa l'accusa con cui i quattro vengono portati a processo. Il processo inizia a settembre del 2000, quattro anni dopo i quattro generali vengono assolti dalle accuse di depistaggio e tradimento, solo Ferri e Bartolucci vengono dichiarati prescritti per non avere informato compiutamente il governo. L'anno dopo la sentenza d'appello conferma l'assoluzione di Ferri e Bartolucci, scatenando l'indignazione del comitato dei parenti delle vittime, guidato dalla futura parlamentare Ds Daria Bonfietti. «L'esistenza di un velivolo che volava accanto al Dc9 Itavia è supportata - scrivono i giudici - solo da ipotesi, deduzioni, probabilità, e da basse percentuali e mai da certezza». I due plot, le due tracce di altri aerei su radar di vecchia generazione, vengono smentiti da altri radar più moderni che non registrano nessun movimento anomalo.

Il 10 gennaio 2007 il ricorso dei familiari e del governo arriva all'esame della prima sezione penale della Cassazione, di cui fanno parte anche due futuri presidenti, Giovanni Canzio e Margherita Cassano. Assoluzioni confermate: «All'esito di una lunga e complessa istruttoria durata 19 anni - scrive la Cassazione - e conclusa con una sentenza-ordinanza di 5468 pagine è stata acquisita una imponente massa di dati, dai quali peraltro non è stato possibile ricavare elementi di prova a conforto della tesi dell'accusa». Una pietra tombale sulla pista di Priore? A quanto pare no...

Il doppiopesismo sulle sentenze. Si può riscrivere la verità su Ustica, ma non su Bologna. Quella di Bologna resta un mantra irrefutabile. Quella di Ustica, invece, si può ribaltare e riscrivere a piacimento. Gian Micalessin il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

Quella di Bologna resta un mantra irrefutabile. Quella di Ustica, invece, si può ribaltare e riscrivere a piacimento. E all'operazione possono concorrere non solo giornalisti e opinionisti, ma anche ex-presidenti del Consiglio e della Consulta. È il paradosso della «verità giudiziaria» all'italiana. Un paradosso ben rappresentato dall'indifferenza con cui Giuliano Amaro calpesta dalle pagine di Repubblica le sentenze sul disastro di Ustica.

Un paradosso reso ancor più evidente dalla contiguità temporale con le dimissioni del portavoce della Regione Lazio Marcello De Angelis costretto all'abbandono non tanto per le canzonacce scritte trent'anni fa quanto per i dubbi espressi sulla sentenza che attribuisce la strage di Bologna al terrorismo neofascista. Dubbi ampiamente argomentati, peraltro, in un libro firmato dal giudice Rosario Priore. Giuliano Amato, invece, è pienamente titolato - nonostante gli strafalcioni storici e tecnici inanellati nell'intervista a Repubblica - a criticare la sentenza (ribadita in Corte d'Assise, Corte d'Appello e Corte di Cassazione) che attribuisce ad una bomba il disastro di Ustica. Quella verità giudiziaria - a differenza delle tesi di Amato - non si basa su semplici deduzioni, ma sulla perizia eseguita sul 90 per cento dei resti del DC 9 Itavia. Perizia firmata non da un cialtrone qualsiasi, ma da un collegio internazionale guidato dal professore Aurelio Misiti, massima autorità italiana del settore, affiancato da esperti internazionali provenienti da paesi non coinvolti nel disastro. Come se non bastasse le tesi contenute nell'istruttoria del giudice Rosario Priore (spesso spacciata in assoluta malafede per verità giudiziaria) sono state assolutamente confutate nelle 272 udienze del processo. Tanto che nelle motivazioni della sentenza la tesi del missile viene liquidata come «fantapolitica o romanzo frutto della stampa che si è sbizzarrita a trovare scenari di guerra, calda o fredda». Ma il vero problema - aldilà del paradosso sul mutevole valore delle «verità giudiziarie» - riguarda la ricerca dei colpevoli. In questi 40 anni le improbabili ricostruzioni rilanciate da Amato non hanno soltanto complicato i rapporti con Parigi, ma anche sbarrato la strada a qualsiasi ricerca della verità. Le fantasie di chi ricostruisce improbabili battaglie aeree e accusa i nostri generali sono state - e restano - il miglior pretesto per impedire qualsiasi vera indagine sui mandanti della bomba. Un'indagine che non era difficile capire da dove far partire. Anche perchè alle 10 del mattino del 27 giugno, solo 36 ore prima del disastro, Stefano Giovannone, il colonnello del Sismi demiurgo e garante da Beirut del cosiddetto lodo-Moro tra Italia e fazioni palestinesi, invia a Sirio, nome in codice di un suo superiore a Roma, un cablogramma urgente ed esplicito.

«Habet informatomi tarda serata due sei che Fplp avrebbe deciso riprendere totale libertà azione senza dar corso ulteriori contatti». L'Fplp, la fazione palestinese appoggiata da Gheddafi, era pronta, insomma, a infrangere il lodo-Moro e riprendere l'attività terroristica in Italia. Peccato che 40 anni dopo quella verità resti, nascosta dietro la cortina fumogena di improbabili battaglie aeree combattute nei nostri cieli. Con tanti saluti non solo alla riverita verità giudiziaria, ma anche ai mandanti della strage.

"O si decide che i verdetti sono sacri, oppure si possono discutere. Tutti". Il giornalista: "Una persona come Amato dovrebbe parlare coi fatti. Quando era a Palazzo Chigi ha fatto i passi formali con la Francia?" Domenico Di Sanzo il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

Polemiche di fuoco sulle parole di Marcello De Angelis sulla strage di Bologna. Dubbi e dibattito dopo l'intervista di Giuliano Amato su Ustica. È giusto mettere in discussione le sentenze? «O si decide che le sentenze sono sacre e inviolabili oppure che si possono discutere, basta mettersi d'accordo. Io dico che tutte le sentenze si possono discutere», risponde al Giornale il giornalista e scrittore Pierluigi Battista.

Su X ha scritto che le sentenze si rispettano o si smentiscono «a seconda delle convenienze». E ancora: «Mambro e Fioravanti conviene? No, quindi no. Ustica conviene? Sì, dunque sì». Pensa che ci sia un doppiopesismo?

«Non è possibile che nei giorni pari si discutono le sentenze anche in modo veemente e nei giorni dispari si decide che non si possono discutere».

Si riferisce al caso De Angelis?

«Abbiamo assistito a una polemica su una frase di De Angelis in cui si obiettava sulla forza probatoria della sentenza che ha condannato Francesca Mambro e Valerio Fioravanti per la strage di Bologna, una posizione condivisa da importanti personalità di sinistra come Furio Colombo, Rossana Rossanda, Luigi Manconi, Marco Pannella. In quel caso era inammissibile e non si poteva discutere la sentenza, mentre adesso Giuliano Amato, che ha ricoperto ruoli istituzionali di grande rilievo, può definire menzogna una sentenza della magistratura sulla base di quelle che lui stesso definisce deduzioni».

Le sentenze si cavalcano?

«Spesso si va a seconda della convenienza. Su Berlusconi se ci sono sentenze di assoluzione vengono delegittimate, se sono di condanna vengono cavalcate. Ad esempio, ci sono state numerose sentenze che hanno dimostrato che la storia della trattativa stato-mafia è una fake news. Ma, nonostante questo, ci sono alcuni magistrati ed ex magistrati che dicono che quelle sentenze non valgono nulla ed esistono giornali che ancora fanno campagne sulla trattativa stato-mafia. Detto ciò, io credo che le sentenze si devono eseguire, ma si possono sempre discutere».

Dunque anche Amato ha il diritto di smontare un verdetto

«Sì, ma diciamo che una persona come Amato dovrebbe parlare per elementi fattuali, non per deduzioni».

Perché l'ex presidente del Consiglio ha parlato proprio ora?

«Guardi, il punto non è questo. Io mi chiedo perché non abbia detto queste cose prima. Quindi, io gli chiederei: quando è stato a Palazzo Chigi ha fatto dei passi formali con la Francia? E poi: quando Cossiga nel 2008 disse che erano stati i francesi ad abbattere l'aereo con un missile, Amato era ministro dell'Interno. Eppure non ricordo all'epoca suoi interventi indignati in difesa delle tesi di Cossiga, perché? Inoltre, come mai non risponde ai figli di Bettino Craxi, che dicono che il padre avvertì Gheddafi dei bombardamenti del 1986, non di un possibile attentato nei suoi confronti nel 1980, come invece afferma Amato. Come notava giustamente ieri Marco Gervasoni sul Giornale, Amato dice un'altra inesattezza facendo di un fascio Francia e Nato: cosa in quel momento non corretta, poiché Parigi era uscita da tempo dal comando integrato Nato. Quindi, come ha scritto Gervasoni, in linea teorica, la Francia poteva compiere operazioni senza informare gli altri Paesi dell'Alleanza atlantica». Domenico Di Sanzo

Le due verità. C'è stato tutto un menar scandalo per le affermazioni dell'ex-sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ex-ministro in diversi dicasteri, ex-premier ed ex Presidente della Corte Costituzionale. Augusto Minzolini il 4 Settembre 2023 su Il Giornale.

C'è stato tutto un menar scandalo per le affermazioni dell'ex-sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ex-ministro in diversi dicasteri, ex-premier ed ex Presidente della Corte Costituzionale, Giuliano Amato che, a 43 anni dal caso Ustica, ha rivelato che la responsabilità dell'esplosione in volo del Dc9 Itavia fu di un missile francese che doveva colpire un aereo su cui si supponeva viaggiasse il colonnello Gheddafi. Non ha portato nessuna prova, ma già solo il fatto che un personaggio del genere, che ha ricoperto da solo più incarichi di tutti i componenti del governo Meloni messi insieme, si sia sbilanciato pubblicamente a tal punto non è un fatto da sottovalutare. Amato, infatti, è stato diretto, non ha usato se, né si è lasciato aperta la strada del dubbio per una possibile ritirata. E, a parte la fragorosa menata su Craxi che - secondo il Dottor Sottile degli anni '80-'90 - avrebbe avvertito Gheddafi in quell'occasione per salvarlo dall'agguato (fa a pugni con le date e con il ruolo del leader socialista in quel momento), il personaggio riporta una serie di congetture che, nei corridoi del Palazzo, andavano per la maggiore (ne sono testimone e ne ho scritto) e di cui il caposcuola era Francesco Cossiga. L'ex Capo dello Stato, che all'epoca dei fatti guidava il governo, era assolutamente convinto della responsabilità degli apparati militari francesi al punto che per lui quella vicenda era diventata un'ossessione.

Ora, nel dibattito suscitato dalle parole di Amato, molti hanno tirato in ballo le diverse sentenze emesse dall'autorità giudiziaria, spesso contraddittorie, che non hanno gettato una luce definitiva sulla strage. Tante verità, per non avere nessuna verità. O, meglio, una verità processuale contraddittoria, mentre si va definendo - si spera - una verità storica. E non bisogna meravigliarsene, perché spesso in queste vicende, che sono il palcoscenico di diversi protagonismi (servizi segreti, apparati militari, interessi interni e internazionali, ragioni politiche contingenti), la verità processuale resta monca. Anzi, in alcuni casi non è neppure una verità. L'uscita di Amato non dovrebbe destare scandalo perché, anche se - come sospetta qualcuno - quella sortita nascondesse altri fini, il tempo, che è galantuomo, lo dimostrerà: si possono ingannare i tribunali, non la Storia. Semmai il punto è un altro: il giudizio storico e il dubbio sulla verità processuale non dovrebbero essere considerati leciti solo in determinate occasioni; l'idea che possa esserci una verità processuale, magari condizionata dal mainstream del momento, e un'eventuale verità storica diversa, se non addirittura opposta, non può essere determinata da posizioni ideologiche o da interessi di comodo. Se Amato dice la sua sulla tragica vicenda di Ustica, può esserci anche chi non è convinto, in buona fede, sulla verità processuale della strage di Bologna o di altre vicende che hanno segnato la vita del Paese. Dubbi che vanno rispettati, perché gli eretici in democrazia non dovrebbero essere destinati al rogo. E perché il rischio maggiore sarebbe scoprire fra altri vent'anni che ci siamo tutti piegati ad una verità di Stato o, nel caso, di Stati.

Estratto dell’articolo di Francesco De Remigis per “il Giornale” mercoledì 6 settembre 2023. 

Giuliano Amato si presenta alla «Stampa estera» per un chiarimento, visto che le testate internazionali, in particolare d'Oltralpe, erano rimaste un po' spiazzate dalle sue parole su Ustica, indirizzate a Parigi e al presidente Macron.

Ma a chi gli fa notare che dopo la sua intervista sabato a Repubblica, seguita da ricalibratura in un colloquio con La Verità, e poi ieri da una lettera ancora su Repubblica dopo le dure reazioni politiche, si fa trovare pronto: rispondendo a chi, anzitutto, chiede conto all'ex presidente del Consiglio delle sue riflessioni, finite quasi dissipate in un quadro dai contorni sempre più pasticciati, e che rischiavano di uscire dal seminato che forse lui stesso aveva in mente. 

Nessuna marcia indietro, chiarisce però: «Ho ritrattato che cosa? La verità su Ustica? - dice Amato - Io non ho mai detto che stavo dando la verità su Ustica, ma che portavo avanti l'ipotesi più fortemente ritenuta credibile tra quelle formulate, specificando che non avevo alcuna verità da offrire e che il mio scopo era di provocare un avvicinamento, se possibile, alla verità. […]».

[…] La politica, dice, non c'entra «nel mio discorso». Non quella di oggi. Semplicemente, sostiene, una persona di 85 anni comincia a ragionare avendo qualcosa di diverso in mente da ciò che quotidianamente affligge i giornalisti che si occupano di cronaca politica. 

[…] Ecco allora un'altra dichiarazione. Aveva fatto riferimento a una serie di affermazioni, tra cui quelle dell'ex presidente Cossiga, quindi Amato allarga il discorso ad altre verità che potrebbero essere ritoccate. Per esempio, la strage di Bologna: vale lo stesso principio?

Per lui, che su Ustica dice di non avere prove, sul dossier Bologna di cui nelle scorse settimane si era riparlato, il dubbio sulla verità processuale è considerato lecito? Amato non si oppone, anzi. 

Pur premettendo che «su Bologna ne so molto meno, rispetto a Ustica», ammette che «esiste questo tema, e cioè che ci sono verità, situazioni importanti, rispetto alle quali abbiamo comunque la percezione di una verità o fasulla o incompiuta. 

E, se incompiuta, magari mancante di una parte importante. La strage di Bologna un po' ha questo - dice al Giornale pensi a un fatto che è una persona, Emanuela Orlandi. Nonostante ora il Pontefice abbia detto “dobbiamo arrivare” non sappiamo praticamente nulla, è un quesito aperto».

«La pacificazione con la Storia - insiste nel ragionamento - finisce per arrivare il giorno in cui questi misteri si disciolgono in una verità accertata e accettata, ed è vero che nella nostra Storia ne abbiamo ancora di incomplete». E se su Ustica invita ancora «la politica» a interrogarsi - e «non necessariamente quella italiana, può darsi che sia di più quella francese che possa fare qualcosa» - sul riaprire il dossier Bologna, su cui pure ha posto ieri l'accento, dice amaro: «Lì non ho un Macron a cui chiedere “datti da fare”, non ce l'ho...».

Su Ustica si riapre l'inchiesta. Però Bologna "non si tocca". Amato sarà ascoltato dai pm come persona informata sui fatti. I dem esultano: "Ma l'altra strage era fascista". Francesco De Remigis il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dopo le esternazioni dell'ex premier Giuliano Amato, i procuratori titolari dell'inchiesta sul disastro del Dc9 stanno prendendo in considerazione l'ipotesi di ascoltarlo in qualità di persona informata dei fatti. La settimana prossima si terrà un incontro, secondo fonti della Procura di Roma, con il procuratore capo Francesco Lo Voi, l'aggiunto Michele Prestipino e il sostituto Erminio Amelio, quest'ultimo titolare del fascicolo. Dopo l'intervista di Amato a Repubblica, e vari spunti offerti a singhiozzo da un ex protagonista della politica oggi 85enne, l'obiettivo è valutare spazi di manovra nell'indagine non ancora chiusa. Si ipotizza un confronto basato su quanto Amato ha aggiunto alla Stampa estera due giorni fa: «Chi conosce gli apparati dello Stato sa che i Servizi, quando depositano atti destinati a rimanere con segreto di Stato, o altrimenti classificati, prima di depositarli ne hanno scartati una serie». Dal punto di vista dei princìpi, sostiene Amato, «non c'è ragione per ritenere che ciò sia di per sé arbitrario, perché chi fa il mestiere dell'intelligence raccoglie tanto ciarpame, quello che fa la scelta deve buttare il ciarpame e trattenere ciò che non lo è, e non è detto che questo accada sempre». Nel puzzle Ustica, fatto di stop and go nelle indagini, già oggetto di commissione parlamentare d'inchiesta e di «scavi» giornalistici intorno alla pista del missile esploso da un jet francese, magari decollato dalla base di Solenzara, in Corsica, questo è il punto chiave, per Amato, su cui basa l'appello a Macron a far chiarezza. Parigi fa spallucce: nonostante le richieste di informazioni dei pm romani. Il nodo rogatorie resta centrale. Finora, però, un quadro affastellato di deduzioni; parole. La presidente dell'Associazione parenti delle vittime della strage di Ustica, Daria Bonfietti, già deputata e senatrice Pds e Ds, ha chiesto alla premier Meloni «anzitutto di riceverci», per capire insieme «l'ordine di grandezza dei problemi con le carte in mano, con attività e azioni che ogni organo dello Stato può fare in questo momento». Magistratura compresa. Dal volger dell'inchiesta verso l'archiviazione, le toghe potrebbero sparigliare? Amato era già stato ascoltato. E tra dubbi e speranze nei partiti ci si divide. A sinistra va in scena la doppia lettura del verbo di Amato: accolte con favore le deduzioni su Ustica ma non «la percezione di una verità o fasulla o incompiuta, magari mancante di una parte importante», avvertita da Amato pure sulla strage di Bologna. Il governatore dell'Emilia-Romagna Bonaccini chiede «verità e giustizia su Ustica», mentre «Bologna ormai è passata in giudicato come strage fascista», taglia corto. Il suo partito, con i capigruppo Pd al Senato e alla Camera (Boccia e Braga), sottoscrive l'interrogazione (di Verini e De Maria) per chiedere al governo «quali iniziative intenda assumere a livello internazionale», anche attraverso richieste formali, «per garantire il pieno accertamento della verità dei fatti» del 27 giugno 1980. «Contributo di Amato di grande rilievo», dicono su Ustica i dem. Dal centrodestra, il senatore