Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

SETTIMA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il Caso di Ferdinando Carretta.

Il mistero del “collezionista di ossa” della Magliana.

Il Milena Quaglini.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Marco Sconforti.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Luca Orioli Marirosa Andreotta.

Il mistero di Stefano Masala.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.


 

LA GIUSTIZIA

SETTIMA PARTE



 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SAPONIFICATRICE DI CORREGGIO

Naomi Campagna il 17 Dicembre 2022 su nxwss.com

La storia di colei che viene definita “La Saponificatrice di Correggio” non è facile da raccontare. E’ una storia di perdite, povertà, magia e maledizioni, che contribuiscono a trasformare una semplice donna di campagna in una malvagia assassina a sangue freddo.

Questo è un caso assai particolare per l’epoca: sono gli inizi del 900 e nessuno mai, indagando su un assassino, punterebbe il dito contro una donna. 

L’Italia è scossa dalle mostruose vicende che si consumano sotto il naso di tutti, in un’umile casa di Correggio. Le prime pagine dei giornali ritraggono il macabro quadro della “Casalinga di Correggio” , la madre di famiglia che ha ucciso e disciolto nell’acido i corpi delle sue vittime. Il nome che le è stato dato alla nascita e con cui è conosciuta da tutti in paese, viene sostituito inevitabilmente dal tremendo soprannome che l’accompagna per il resto della sua vita.

E’ così che Leonarda Cianciulli diventa la prima Serial Killer donna in Italia, nota a tutto il mondo come la famigerata Saponificatrice di Correggio. Ovviamente, quella della saponificatrice, non è la sua professione.

La nascita di un’assassina

18 Aprile 1894. In un piccolo paesino di circa 8.000 abitanti, tale Montella, nasce Leonarda Cianciulli. Figlia di Serafina Marano e Mariano Cianciulli, allevatore di bestiame, cresce in una casa povera e affollata in cui poche sono le attenzioni a lei riservate. 

L’ultima di sei figli e la prima degli infelici, conduce una vita di miseria e privazioni, tra le tante, l’affetto della madre. Almeno questo è ciò che dichiara nel suo memoriale di oltre 700 pagine “Confessioni di un’anima amareggiata”, scritto dopo la condanna. Non tralascia alcun particolare: parla della vita a Montella, degli attacchi di epilessia avuti in giovane età e, specialmente, descrive con accuratezza i tentativi di suicidio falliti durante l’adolescenza e del dispiacere di rivederla viva della madre.

«Cercai due volte di impiccarmi; una volta arrivarono in tempo a salvarmi e l’altra si spezzò la fune. La mamma mi fece capire che le dispiaceva di rivedermi viva. Una volta ingoiai due stecche del suo busto, sempre con l’intenzione di morire, e mangiai dei cocci di vetro: non accadde nulla».

Ben presto, Leonarda deve fare i conti con le consuetudini della società, che le impone di adeguarsi ad un futuro a cui è predestinata in quanto donna, cioè quello d’essere: una povera casalinga di periferia, madre di una florida prole e sposa di un uomo che però le è stato imposto da un matrimonio combinato. Sebbene le prime due non siano costrizioni, ma combacino con i suoi stessi desideri, Leonarda non riesce ad accettare di dover legare la propria vita ad un uomo che non ama, che è stato scelto per lei e che, perdipiù, è suo cugino.

Contro il volere di tutti, ma soprattutto della madre Serafina, la Cianciulli convola a nozze con Raffaele Pansardi, l’uomo che ama. Corre l’anno 1917, Leonarda ha appena 23 anni, neanche un soldo in tasca, ma tanta speranza riposta nel futuro. La giovane Cianciulli è ignara che quel matrimonio è l’inizio del cammino che la porterà a diventare una folle assassina.

Magia e maledizione

Le nozze della Cianciulli coincidono con la morte della madre, che viene a mancare pochi giorni prima del matrimonio. In punto di morte, guardando negli occhi la figlia accostata al suo capezzale, la donna la punisce con le sue ultime e terribili parole d’odio, augurandole una vita di sofferenze. Leonarda ricorda di averne già udite di simili uscire dalla bocca di una zingara anni prima, che le profetizzò “Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi.” 

In effetti, la “maledizione” sembra averla colpita per davvero, facendole perdere quasi tutti i suoi figli. Dalle sue 17 gravidanze, sopravvivono solo 4 bambini. Leonarda deve far fronte a 3 aborti spontanei e 10 morti in culla. Interpreta questi eventi funesti come la reale manifestazione del potentissimo maleficio scagliatole contro dalla madre. Questa convinzione si radica così a fondo nel suo animo che inizia ad esercitare un grande potere su di lei. La donna cade nel tranello della sua stessa superstizione e questo la trascina verso la alla follia.

“Non potevo sopportare la perdita di un altro figlio. Quasi ogni notte sognavo le piccole bare bianche, inghiottite una dopo l’altra dalla terra nera…”  Scrive la Cianciulli nel proprio memoriale, dove si legge l’agonia di una madre che ha dovuto organizzare 13 funerali e che non riesce a scacciare la paura di dover assistere ad altre morti, almeno non a quelle dei propri figli.

Decide così di affidarsi alla “scienza”, o per meglio dire, a ciò che crede sia scienza. Si dedica allo studio della magia e dell’astrologia, impara l’arte della chiromanzia e a praticare scongiuri e sortilegi, solo così pensa che possa riuscire a “neutralizzarli”. Diventa piuttosto brava, a suo dire, da fare delle sue capacità divinatorie una vera professione a Correggio, offrendo le proprie “prestazioni” a chiunque le richieda.

La casa di Correggio

Dopo le nozze, la Cianciulli si trasferisce spesso. Prima a Lauria, nel Ponentino, poi a Lacedonia, in provincia di Avellino, dove nascono i suoi figli, perlomeno quelli che riescono a rimanere in vita. Si sposta successivamente a Vulture, ma se ne va dopo che il terremoto del 1930 distrugge il paese.

Decide in seguito di trasferirsi a Correggio, in Emilia Romagna, al terzo piano di “Corso Cavour n.11” Qui, Leonarda, sente di poter ricominciare finalmente daccapo: nessuno la conosce e nessuno sa cosa abbia fatto prima di trasferirsi. 

Ad onor del vero, non è affatto innocente come sembra o come vorrebbe far credere attraverso il memoriale. Ancor prima del suo trasferimento in Emilia, si macchia di diversi crimini per furto e truffa, per cui sconta una condanna a dieci mesi e 15 giorni di reclusione nelle carceri di Lauria. Paga inoltre una multa di 350 mila lire per aver sottratto denaro con l’inganno ad una modesta contadina di Montella. Leonarda non è quindi nuova a raggiri e sotterfugi. Il suo cuore è capace di amare solo i suoi figli, per lei il resto del mondo non contava.

Nella nuova dimora di Correggio, Leonarda si sente a casa. Non è più una “donna di facili costumi”, un’impulsiva, una bugiarda e una truffatrice, com’era conosciuta a Montella e a Lauria. Qui Leonarda è per tutti una brava persona, una madre modello e una “fervente fascista” il ché, considerando il momento storico, è un bel complimento.

Mette in moto un commercio di mobili e abiti, si circonda di nuovi amici che invita spesso e volentieri a casa, gli offre dolci, aneddoti e consigli. Aiuta le donne sole e insoddisfatte del paese con la chiromanzia, attraverso la quale riesce a predire per loro un amore futuro, tanta fortuna e una nuova vita ad attenderle, peccato che questa sia all’altro mondo. Invero, Leonarda approfitta dell’ottima reputazione che si è conquistata per compiere il suo ennesimo, e ultimo, piano malvagio: l’omicidio.

Gli omicidi e la saponificazione

A motivo della maledizione che aveva colpito la sua prole, durante il periodo in cui aveva vissuto a Lauria, Leonarda si era rivolta ad una fattucchiera per riuscire a portare a termine le gravidanze. Anche per merito dell’aiuto della maga che la Cianciulli comincia ad interessarsi alle arti occulte, da cui apprende il più possibile per “prendersi cura” dei propri figli, evitando che possa accadergli qualcosa di male.

Nel 1939 scoppia la seconda guerra mondiale e la vita di Leonarda rischia di cadere in pezzi: il marito Raffaele l’ha abbandonata da qualche tempo, uno dei suoi figli, Bernardo, si è arruolato nell’esercito e la sua unica figlia femmina, Norma, frequenta l’asilo presso le suore del paese. I soli rimasti accanto a lei sono il maschio più giovane, Biagio, che va al liceo e il più grande, Giuseppe, che studia lettere all’Università di Milano. 

Il suo timore più grande è quello di perdere il figlio adorato e il “prediletto tra tutti”, Giuseppe, che rischia di essere richiamato alle armi. Leonarda si rifugia nella magia, cercando un rimedio che possa salvare il figlio dalla guerra. Ancora una volta interviene la madre Serafina che, nonostante i passati scompigli dati dalla maledizione, appare a Leonarda come portatrice di un’ottima soluzione. La donna racconta ai giudici, durante il processo, che la madre le aveva parlato in sogno offrendole uno “scambio”: la vita di Giuseppe in cambio di alcuni sacrifici umani.

Tra il 1939 e il 1940, la Cianciulli uccide tre donne di sua conoscenza, sacrificandole per proteggere il figlio. Massacra le vittime colpendole con una scure, le fa a pezzi e scioglie i resti nella soda caustica per realizzare saponette o candele, ma ne conserva il sangue che mescola all’impasto per biscotti che fa mangiare ai figli e agli amici.

«Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre», Afferma in aula.

Ermelinda Faustina Setti, Francesca Clementina Soavi e Virginia Cacioppo sono le vittime sacrificali del rituale della folle Serial Killer di Correggio. Tutte abbindolate dalle promesse di Leonarda, che le convince di aver trovato per loro un marito, come fa con Ermelinda, o un nuovo lavoro per Francesca e Virginia. La Cianciulli le attira in casa sua, fa in modo che le intestino tutto ciò che le possiedono e, in ultimo, le assassina. Per coprire le proprie tracce, fa loro promettere di non proferire parola con amici o parenti, cosicché nessuno venga a conoscenza dei suoi sordidi inganni.

Ci vuole poco affinché la Megera di Correggio venga catturata. Lei è infatti molto amica delle proprie vittime e perciò tra i primi indiziati per le loro sparizioni. Allo stesso tempo, considerando il momento storico, è difficile per gli inquirenti immaginare che una piccola ed esile donna di campagna possa commettere quelle atrocità.

Riescono a risalire a lei grazie ad un Buono del Tesoro che le viene donato dalla Cacioppo prima di essere uccisa, ma che Leonarda da ad un amico, Abelardo Spinelli, per saldare un debito. Spinelli, a sua volta, lo dona alla chiesa e regala alla polizia un modo per risalire a lei.

Leonarda, che all’inizio si ostina a negare, confessa di essere l’autrice degli omicidi e viene condannata a 30 anni di reclusione in carcere e a 3 anni di ricovero in un ospedale psichiatrico, con l’accusa di omicidio, furto e vilipendio di cadavere. Tuttavia, anche il figlio Giuseppe deve scontare una parte della pena, poiché si crede abbia collaborato ai delitti della madre, con l’aiuto dell’amico Spinelli. Dopo 5 anni di carcere, Giuseppe viene rilasciato in mancanza di prove sufficientemente incriminanti per poterlo trattenere oltre

Il manicomio

Leonarda Cianciulli, o meglio conosciuta come “La Saponificatrice di Correggio”, passa il resto della propria vita nel manicomio criminale di Aversa. Muore all’età di 77 anni a causa di un ictus. Durante il soggiorno in Manicomio scrive un lungo memoriale per cercare di giustificare i propri crimini. A chi dice che lo ha fatto per denaro, invidia e odio, la risponde che lo ha fatto solo e unicamente per i figli.

Non sapremo mai quanto ci sia di vero nel memoriale e nelle parole pronunciate in tribunale, ma possiamo farci un’idea dalle sue azioni. Per gli abitanti di Correggio, Leonarda non è più la brava ed eccentrica casalinga della porta accanto, la madre esemplare che tutti pensavano fosse, ma ritorna ad essere la donna che è sempre stata prima di trasferirsi lì: una bugiarda, una truffatrice, una megera e, in aggiunta, una spaventosa Serial Killer.

Scritto da Naomi Campagna

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

I volti di Psyco. "Uccise per amore di madre", la serial killer che trasformava le donne in saponette. Tre donne uccise, smembrate e sciolte nella soda caustica: la saponificatrice di Correggio è considerata una delle più terribili serial killer della storia. Massimo Balsamo il 9 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 L'infanzia orribile

 La maledizione e la scaramanzia

 La nuova vita a Correggio

 Leonarda Cianciulli, la "saponificatrice di Correggio"

 L'arresto e il processo

 Il processo e la morte

1940, Correggio, cuore della Pianura Padana. Una piccola cittadina divisa tra fascisti e antifascisti, tra benessere e povertà, tra vita e morte. Ma la guerra non è l'unico pensiero degli abitanti. Tre donne intenzionate a cambiare vita svaniscono nel nulla, lasciando qualche lettera o cartolina ai pochi parenti o conoscenti rimasti in vita. Ma c'è chi vuole vederci chiaro, iniziando un'indagine personale. I risultati dell'investigazione privata saranno clamorosi, spingendo le autorità a individuare una delle più terribili serial killer della storia italiana: Leonarda Cianciulli, passata alla storia come la "saponificatrice di Correggio".

L'infanzia orribile

Leonarda Cianciulli nasce nel 1894 a Montella, provincia di Avellino. L'infanzia non è delle più semplici: ultima di sei figli, la madre la considera meno di niente, in quanto frutto di una violenza. Per lei nessuna carezza, nessun bacio, nessun segno d'affetto. La futura serial killer cresce respinta da tutti, sostenuta solo da amici immaginari.

Mascolina e simpatica, dal carattere gioviale, Leonarda Cianciulli conosce il riscatto nel pieno dell'adolescenza: allegra, socievole e soprattutto precoce, tanto da vantare relazioni con ragazzi più grandi. A metterle i bastoni tra le ruote ancora una volta la madre, pronta a darla in sposa a un cugino, una prassi di quei tempi. Lei però rifiuta la decisione materna e nel 1917, all'età di 23 anni, decide di sposare Raffaele Pansardi. La genitrice non partecipa al matrimonio, ma non solo: le augura ogni male possibile. Un episodio che condizionerà in maniera irreversibile la psiche della donna.

La maledizione e la scaramanzia

Suggestionata fin da bambina da maghe e chiromanti, Leonarda Cianciulli deve fare i conti con la maledizione della madre - una vita piena di sofferenze il suo augurio - e quello di una zingara: "Ti mariterai, avrai figliolanza, ma tutti moriranno i figli tuoi". Una predizione veritiera: la donna perde tredici figli tra aborti spontanei e parti prematuri. Originaria dell'Irpinia, la donna è molto scaramantica ed è pronta a tutto per scacciare il malocchio, dalle pozioni ai riti. E, dopo tanta fatica, riesce a rimanere incinta con successo, le nascono quattro figli: un bene da difendere a qualsiasi prezzo, in tutti i sensi. Sviluppa così un amore anormale, morboso, ossessivo.

La nuova vita a Correggio

Dopo aver vissuto a Lauria e a Lacedonia, nel 1930 il terremoto del Vulture spinge Leonarda Cianciulli e la sua famiglia al trasferimento a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Già condannata per truffa e furto, la donna tenta di guadagnare denaro un po' con ogni mezzo, lecito o illecito. Dà così il via a un'attività di compravendita di mobili e vestiti, senza accantonare la fama da fattucchiera, tra carte e amuleti. Lavori che fruttano, tanto da consentire alla famiglia di trasferirsi in una casa più grande e di assumere una domestica.

La vita di Leonarda Cianciulli cambia alla fine degli anni Trenta. Abbandonata dal marito, la donna deve fare i conti con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. Il figlio più grande e più amato, Giuseppe Pansardi, corre il rischio di essere richiamato al fronte, mentre un altro più giovane è militare di leva. Una situazione che getta la Cianciulli nello sconforto: lei, nonostante l'amore per il fascismo, non può permettersi il rischio di perdere i suoi figli. Anni dopo racconterà di un sogno con tanto di premonizione: avrebbe perso un figlio se non avesse compiuto dei sacrifici umani per aver salva la vita della prole.

Leonarda Cianciulli, la "saponificatrice di Correggio"

La Cianciulli individua tre donne sole, quasi senza amici e parenti, vogliose di cambiare vita: le vittime sacrificali perfette per salvare la vita dei figli, soprattutto quella del figlio maggiore. Le tre malcapitate sono Faustina Ermelinda Setti, Francesca Clementina Soavi e Virginia Cacioppo. Il modus operandi è lo stesso per tutti e tre gli efferati delitti, commessi tra il 1939 e il 1940: è lei a organizzare le false partenze, promettendo la realizzazione dei rispettivi sogni. La donna promette alla Setti un nuovo marito a Pola (Croazia), alla Soavi un nuovo lavoro a Piacenza, alla Cacioppo entrambe le cose a Firenze.

Un piano messo a punto con incredibile scaltrezza. Dopo aver sedotto le tre donne con impegni mirabolanti, le convince a vendere averi e proprietà per non presentarsi a mani vuote nella loro città. Il tutto senza dire una parola a nessuno. Il motivo? Non suscitare invidie, tenere lontano acrimonia e astio. Inoltre fa compilare alle tre donne cartoline e lettere da spedire ai pochi congiunti e conoscenti: i figli della Cianciulli le avrebbero poi spedite. Le donne diventano inconsapevolmente complici della propria morte.

Chi era Gary Ridgway, il Green River Killer che firmò (almeno) 49 omicidi

Poi il capitolo finale: con la scusa di un ultimo saluto, Leonarda Cianciulli invita le donne a casa sua e, in un momento di relativa tranquillità, le colpisce alla testa con un'ascia, ammazzandole sul colpo. È lei stessa a raccontarlo successivamente e il resto della narrazione mette i brividi: Cianciulli porta i corpi nel ripostiglio, lo smembra e mette le varie parti in un pentolone con chili di soda caustica. Ogni corpo bolle e, sciogliendosi, il grasso diventa sapone, stando alla testimonianza dell'assassina. Una strategia messa in atto per sbarazzarsi dei cadaveri in maniera più semplici e senza destare sospetti. "Sapone" ma non solo: il sangue delle tre donne sarebbe "riutilizzato" come ingrediente di biscotti con farina, zucchero, margarina, cacao e latte. "Ne uscivano ottimi pasticcini", confesserà in un interrogatorio.

L'arresto e il processo

Preoccupata per il silenzio della cognata Virginia Cacioppo - professione soprano d'opera - Albertina Fanti si presenta dai carabinieri e denuncia la sua scomparsa. A causa della mancanza di prove, il commissario decide di non aprire alcuna inchiesta. Non paga, la donna inizia a condurre indagini in solitaria, scoprendo una cosa importante: la scomparsa delle altre due donne, la Setti e la Soavi. Entrambe con poche amiche e poco conoscenti, entrambe in viaggio verso una nuova vita. Molte le somiglianze tra le scomparse: tutte con più di cinquant'anni, ma pronte ad abbracciare con entusiasmo i risvolti dell'esistenza.

Le voci arrivano al commissario Serrao, che inizia indagini meticolose e puntuali. La svolta arriva grazie a un buono del Tesoro appartenente alla Cacioppo ma presentato al Banco di San Prospero dal parroco Adelmo Frattini. Il religioso indica come precedente possessore Abelardo Spinabelli, che a sua volta punta il dito contro Leonarda Cianciulli, sua amica o forse qualcosa in più.

Le perquisizioni portano le autorità a individuare i vestiti di Virginia Cacioppo nella casa della Cianciulli. Lei nega tutto, fino alla prova schiacciante: nel solaio vengono pizzicate una dentiera e un mucchio di ossa. Il commissario mette nel mirino anche il figlio Giuseppe come possibile complice: l'uomo confessa infatti di essere stato lui a spedire le cartoline firmate dalla Setti ai suoi parenti.

Quando viene coinvolto il figlio prediletto, la "saponificatrice di Correggio" vuota il sacco, rivelando ogni minimo particolare delle atrocità commesse:"Le ho uccise io e ho fatto tutto da sola [...] Non ho ucciso per odio o per avidità, ma solo per amore di madre". Leonarda Cianciulli finisce al manicomio di Aversa, dove rimane per 19 mesi. È lì che scrive il suo memoriale di 700 pagine. Filippo Saporito, docente all’Università di Roma e direttore del manicomio criminale di Aversa, non ha dubbi: si tratta di totale infermità di mente al momento dei fatti compiuti. Ma a causa della guerra, il processo viene sospeso e rinviato alla fine del conflitto.

Il processo e la morte

Seguitissimo dai media, il processo prende corpo nel giugno del 1946. Leonarda Cianciulli si autoaccusa e chiede di lasciare in pace il figlio Giuseppe. La donna racconta non senza colpi di teatro i misfatti, mostrando addirittura come sezionare i cadaveri con professionalità. L'accusa chiede l'ergastolo per la serial killer e 24 anni di reclusione per il figlio, mentre la difesa ribadisce l'infermità mentale della donna e la mancanza di prove per condannare il primogenito. Dopo quasi tre ore di riunione, la sentenza: 30 anni di carcere alla Cianciulli e assoluzione per il figlio. La campana non passa la sua vita in carcere, ma in manicomi giudiziari, continuando a cucinare pasticcini e a leggere la mano. La morte avviene il 15 ottobre del 1970, nel manicomio di Pozzuoli, a causa di apoplessia cerebrale.

Gli sconosciuti, la prigionia, il riscatto: "L'Italia in piazza per quel bimbo". All'età di 10 anni, Augusto De Megni fu rapito dall'Anonima sarda. La prigionia durò 112 giorni: "Una vicenda che segnò la storia del nostro Paese". Francesca Bernasconi e Rosa Scognamiglio il 20 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Per mesi venne tenuto prigioniero da tre uomini incappucciati. Costretto a vivere in un tugurio di pochi metri quadrati, umido e buio, senza potersi nemmeno alzare. Una situazione insostenibile, che trasformò quei 112 giorni di prigionia in lunghi e terribili momenti, che cancellarono di colpo gli anni sereni precedenti. Era il 1990. L’Anonima sequestri era una minaccia in tutta Italia. E la sera di quel 3 ottobre, la vittima prescelta fu un bambino di soli dieci anni: Augusto De Megni.

Una vicenda dal grande impatto mediatico ed emotivo”, ha precisato a ilGiornale.it Alvaro Fiorucci, giornalista che seguì la vicenda all'epoca del sequestro e scrisse sul caso il libro Un bambino da fare a pezzi. Rapimento e liberazione di Augusto De Megni.

Il rapimento

Rapito sotto gli occhi del padre”. Così un articolo di Repubblica diede la notizia del sequestro di Augusto De Megni. Era il 3 ottobre del 1990. Quella sera il bambino si trovava in compagnia del padre Dino a casa del nonno, che possedeva una villa alle porte di Perugia, in via Assisana. Insieme stavano guardando una partita di Coppa Italia, ma al momento dell’intervallo, padre e figlio ne approfittarono per tornare nella propria abitazione, a pochi metri da quella del nonno. Una volta arrivati davanti alla porta, il piccolo Augusto e il padre Dino iniziarono a scaricare alcuni pacchi.

Fu in quel momento che i banditi entrarono in azione. “Ci hanno fatto mettere il viso rivolto a terra - raccontò Dino De Megni alle telecamere di Chi l’ha visto? - ci hanno immobilizzato e legato”. L'uomo sperò fosse una rapina, ma una semplice domanda confermò il suo timore. “Mi hanno domandato se si trattasse di mio figlio” e il sospetto di un rapimento divenne una certezza: “Lo portiamo via”.

Augusto De Megni venne trascinato lontano dalla propria casa e caricato su un’automobile, che sparì nel buio di una sera di ottobre. Dino De Megni impiegò circa mezz’ora per “stroncare a viva forza la corda che mi legava mani e piedi”, come raccontò all’Unità. Poi, una volta toltosi anche il bavaglio, diede l’allarme.

La famiglia De Megni

Nonostante il tempestivo intervento delle forze dell’ordine, i rapitori scomparvero nel nulla insieme al bambino. La villa infatti si trovava alla periferia di Perugia, a poche centinaia di metri dal raccordo autostradale Perugia-Betolle, che i malviventi potevano aver imboccato, con ogni probabilità per allontanarsi dall’abitazione il più velocemente possibile.

Nei giorni successivi, la famiglia De Megni non poté fare altro se non aspettare e sperare che i criminali si facessero vivi per chiedere un riscatto. Il padre Dino era in attesa nella villa di via Assisana, mentre la madre, Paola Rossetti, si era rifugiata nel suo appartamento in centro a Perugia, insieme alla figlia Vittoria. Ma perché quel gruppo di malviventi decise di rapire proprio Augusto De Megni?

Sulla risposta, gli inquirenti non ebbero molti dubbi. La famiglia De Megni era infatti molto in vista a Perugia. Il nonno del bambino, Augusto De Megni (da cui il nipote aveva preso il nome) era un avvocato e un personaggio di spicco della vita politica ed economica della città.

Titolare di un'avviata azienda di commercializzazione e trasformazione del legname ed è stato il fondatore della finanziaria che ora è amministrata dal figlio - raccontò dell'uomo Repubblica - Negli anni Sessanta era proprietario del Banco De Megni, una banca di famiglia che poi negli anni viene trasformata nel Banco di Perugia”.

Non Solo. Augusto De Megni senior era anche uno dei maggiori esponenti della Massoneria: per anni ne venne considerato il tesoriere e all’epoca del rapimento era il “Sovrano gran commendatore del rito scozzese, ossia il capo di uno dei riti della massoneria di Palazzo Giustiniani”.

Una famiglia influente e molto conosciuta a Perugia, presa di mira da una banda di criminali. Ma chi si celava dietro ai volti incappucciati che avevano portato via il piccolo Augusto? Il padre rivelò che uno dei banditi, l’unico che aveva parlato, poteva avere un accento sardo. Anche per questo gli inquirenti si concentrarono sull’Anonima sequestri, l’organizzazione criminale sarda dedita ai sequestri di persona.

La richiesta di riscatto

Dopo il rapimento i familiari rimasero in attesa di una richiesta di riscatto, ma per giorni i telefoni rimasero silenziosi. Nessuno dei sequestratori si fece vivo con i genitori del piccolo. Poi, una chiamata stabilì il primo contatto: “La vera richiesta di riscatto - ricorda il giornalista Alvaro Fiorucci - giunse dopo una lunga attesa. La famiglia aveva chiesto pubblicamente un segnale per avere notizie certe”. I rapitori dissero ai De Megni che avrebbero dovuto pagare 20 miliardi di lire: una richiesta da record, “la più alta mai formulata prima di quel momento per un rapimento”.

Per comunicare con la famiglia, i sequestratori escogitarono un modo per cercare di arginare i controlli delle forze dell’ordine: “Le richieste - spiega Fiorucci - venivano fatte ai sacerdoti di Perugia che poi riferivano i messaggi dei banditi alla famiglia De Megni. Dino, a volte, doveva rispondere ai sequestratori mediante alcune dichiarazioni 'criptate' rilasciate al Tg1 delle 20".

E la procura, per la prima volta in occasione di un rapimento, operò il sequestro dei beni della famiglia De Megni: “Al tempo, non c'era ancora la legge sul 'blocco dei beni' dei congiunti o affini del sequestrato - precisa Fiorucci - Per la prima volta furono congelati i beni appartenenti alla famiglia del rapito”. Le indagini intanto procedevano, grazie all’intervento dei “migliori poliziotti dell’epoca", ma la svolta arrivò “con le dichiarazioni di un pastore di Viterbo, che indicò agli investigatori la zona della prigione, tra Volterra e San Gimignano”.

Liberato Augusto”

Il 22 gennaio 1991, dopo 112 giorni di prigionia, Augusto De Megni venne liberato dalla polizia e dagli uomini del Nocs, il Nucleo operativo centrale di sicurezza della polizia di Stato. Le “teste di cuoio” riuscirono a scovare il nascondiglio dove veniva tenuto il bambino. “Lavorammo sulle intercettazioni, effettuammo diversi sopralluoghi – raccontò Pier Luigi Orlando, uno dei poliziotti del Pool investigativo che lavorava al caso - Alla fine la nostra attenzione si concentrò su una zona nei pressi di Volterra, dove vivevano dei pastori sardi”.

Arrivate sul posto, le forze dell’ordine perquisirono la zona: “Non trovammo nulla”, ricordò Orlando. Le speranze di trovare il nascondiglio dove veniva tenuto il piccolo Augusto sembrarono svanire. Ma, proprio mentre le squadre stavano ripiegando per tornare alla base, incontrarono un giovane sardo, che non fu in grado di spiegare il motivo della sua presenza in quel luogo.

Costui fornì spiegazioni poco credibili sul motivo per cui si trovasse nella selva (disse che stava andando a gettare l'immondizia) - ha spiegato il giornalista Fiorucci - A quel punto gli agenti si insospettirono e decisero di portarlo al commissariato per sentirlo in un interrogatorio lungo e approfondito. Venne caricato a bordo di un elicottero e, durante una perlustrazione, indicò l'area dove si trovava il nascondiglio con Augusto prigioniero”. Si trattava di una grotta, scavata nel terreno: impossibile vederne l’ingresso, costituito da un buco nel terreno, senza un’indicazione precisa.

Appena i Nocs entrarono nel luogo in cui veniva tenuto prigioniero Augusto, uno dei rapitori puntò un’arma contro la tempia del bambino. Inoltre, spiega Fiorucci, “quando i poliziotti raggiunsero la grotta, Augusto non volle uscire. Era spaventato e non si rendeva conto di quello che stava succedendo e quindi gli agenti che parteciparono al blitz finale dovettero attendere l'arrivo del papà per convincerlo a uscire”. Così, dopo mesi di prigionia, il bambino poté tornare finalmente a casa: l’incubo era finito.

Una volta liberato, ricorda il giornalista, “il bimbo raccontò di esser stato trattato bene durante quei 110 giorni di prigionia. In particolare, parlò del carceriere 'buono' che gli portava i fumetti da leggere, lo proteggeva e impedì che gli venisse tagliato un orecchio".

Per il rapimento di Augusto De Megni furono condannati tutti i membri dell'organizzazione sarda che parteciparono al sequestro, sia i basisti che gli esecutori materiali”, ha concluso Fiorucci. La vicenda che coinvolse il piccolo Augusto “ebbe un grande impatto emotivo, tanto che centinaia di persone, durante i giorni del sequestro, organizzarono cortei e manifestazioni chiedendo che il bimbo fosse liberato”. Il sequestro De Megni “fu una vicenda drammaticamente unica, che per certi aspetti, da quelli affettivi a quelli tecnici, ha segnato la storia del nostro Paese”.

Isabella Noventa, potrebbe essere suo il corpo senza vita trovato a Marghera. Antonella Gasparini su Il Corriere della Sera il 10 Febbraio 2023.

Affidate agli esperti anche le analisi sugli oggetti ritrovati vicino al cadavere. L'ex fidanzato Freddy Sorgato fu segnalato sul posto dai tabulati telefonici

Erano le 15.28 del 17 gennaio 2016 quando il telefono di Freddy Sorgato aggancia la cella telefonica di via Malcontenta. Alle 16.10 rimane collegato con quella di via Brunacci a Marghera per mezz’ora prima di tornare verso casa: via Bottenigo e più tardi il cellulare si collega con l’impianto di via Colombo a Noventa Padovana. L’altra sera la trasmissione televisiva «Chi l’ha visto?» ha diffuso i tabulati telefonici del camionista-ballerino 51enne di Noventa Padovana, ex fidanzato di Isabella Noventa, condannato assieme alla sorella Debora a 30 anni per omicidio volontario e soppressione di cadavere della donna. È stato l’incrocio tra i tabulati e il ritrovamento di uno scheletro a Marghera ha riaprire il mistero su quel corpo mai trovato nonostante siano passati sette anni. Grazie alle indagini della squadra mobile di Padova, all’epoca guidata da Giorgio Di Munno che oggi è a capo di quella di Venezia, è stato possibile vedere come il telefono di Sorgato il giorno successivo alla scomparsa della Noventa avesse agganciato i ripetitori a Marghera proprio in via Bottenigo, molto vicina alla rotonda di via della Chimica dove i resti sono stati scoperti da alcuni operai. C’è da dire però che l’uomo trasportava benzina e gasolio, e a Marghera c’è un deposito di carburante dove andava a rifornirsi.

L'orologio e le scarpe sportive

Nel punto del ritrovamento del teschio e di buona parte dello scheletro, il cui Dna verrà esaminato dal medico legale per risalire all’appartenenza, sono stati trovati altri resti che si trovano ancora sul posto: una maglietta nera e una scarpa di colore verde. La scoperta è stata fatta lunedì 30 gennaio da alcuni operai incaricati di sfalciare delle ramaglie che non venivano potate da tempo. Una zona periferica immersa tra capannoni e fabbriche, in cui si transita solo in auto. Del corpo sono stati trovati il cranio, un femore, il bacino, alcune ossa della cassa toracica e della spina dorsale. Poi ci sono gli oggetti: la procura di Venezia sta infatti lavorando su un orologio e un paio di scarpe sportive Dvs. L’obiettivo è risalire alla data di produzione degli oggetti che si presume siano appartenuti ai resti della persona ritrovata per stabilire da quanti anni quelle ossa fossero lì. Il medico ipotizza che possano essere sette anni, così come il tempo trascorso dall’omicidio di Isabella Noventa. Le scarpe trovate vicino al corpo sono però di numero 38, mentre la donna portava tra il 35 e il 36 a seconda del numero, ma quelle calzature potrebbero non essere le sue. «La speranza è chiaramente l’ultima a morire ma non mi faccio illusioni. Non credo che quello sia il corpo di mia sorella». Il fratello di Isabella Noventa, Paolo, è ben lontano dal rassegnarsi ma teme che non sia ancora giunto il momento di scrivere la parola fine su questa tragica vicenda. 

Già dieci corpi ritrovati negli anni

Eppure un barlume di speranza sembra essersi riacceso dopo il ritrovamento di quei resti e la presenza di Sorgato a Marghera il giorno dopo l’omicidio della donna. Il 17 gennaio del 2016 era solo un sospettato, l’ultima persona che aveva visto Isabella aveva detto, per poi scoprire che era tutta una messa in scena. Un mese dopo confessò l’assassinio dicendo di averla soffocata durante un gioco erotico e poi averla gettata nel fiume Brenta. Sono ormai quasi una decina i ritrovamenti di cadaveri non identificati che si è sperato potessero mettere la parola fine a questa vicenda. Come ad esempio nell’agosto 2019 ad sulla spiaggia di Albarella. Ma nessuno era di Isabella Noventa. «Ci abbiamo sperato tanto e non vogliamo arrenderci, anche se fino a oggi non abbiamo ancora trovato pace. È una sensazione indescrivibile, che non auguro a nessuno» conclude il fratello Paolo.

Il fantasma di Isabella Noventa: le ossa di Marghera, l’orologio e i tabulati telefonici. Roberta Polese su Il Corriere della Sera l’11 Febbraio 2023.

Tutti gli interrogativi su un delitto che sette anni dopo presenta ancora lati oscuri

Il destino di Isabella Noventa è quello di tornare. Come un fantasma che continua ad aggirarsi tra i vivi fino a quando il suo corpo non verrà  ritrovato e sepolto. Il cadavere scoperto a Marghera il 30 gennaio  potrebbe essere la risposta a molte domande.  In attesa del test del dna, che in due mesi dovrà dare l’unica risposta valida, non resta che mettere in fila domande, risposte e dubbi. Il cadavere trovato a Marghera è quello di Isabella? Alcuni elementi dicono di sì, altri dicono di no. Ad accendere tante domande ci sono quei 23 minuti di «buco» subito dopo l’omicidio, un enigma anche per gli investigatori, ma che alla luce di questo ritrovamento potrebbe trovare un senso. Poi ci sono tabulati telefonici, un orologio e una scarpa. Ma andiamo con ordine. Isabella Noventa viene uccisa a casa di Freddy Sorgato a Noventa Padovana la notte tra il 15 e il 16 gennaio del 2016. Inizialmente si sospetta un suo allontanamento volontario: ci sono le immagini di videosorveglianza della città che quella notte riprendono una donna con il suo giubbetto, le scarpe e il cappuccio in testa. Che fine ha fatto Isabella? Un mese dopo si scopre che Freddy e Debora Sorgato, i fratelli  condannati a 30 anni,  l’hanno uccisa. La tabaccaia veneziana Manuela Cacco ha finto di essere Isabella quella notte, per depistare le indagini. Cacco crolla e confessa, è il 15 febbraio 2016, scattano gli arresti. Nel giro di cinque anni le condanne ai tre complici diventano definitive. Freddy ha sempre detto di aver gettato il corpo della donna nel Brenta, ma il suo cadavere non è mai stato trovato, e nelle ricerche è morto un sommozzatore, Rosario Sanarico. Era il 19 febbraio del 2016.

I tabulati telefonici esaminati

 La ricostruzione fatta dal pm Giorgio Falcone regge fino alla Cassazione. I Sorgato sono gli assassini, Cacco la complice e il caso è chiuso. Ma non è così né per Paolo Noventa, fratello di Isabella, né per i giornali e le tv. Quel corpo che non si trova è una spina nel fianco. Per ogni cadavere che viene trovato tra Venezia, Padova e Rovigo, la domanda è sempre quella: e se fosse Isabella? Ma quei corpi o sono troppo recenti o hanno segni che Isabella non portava, come tatuaggi o piercing. Ma oggi non c’è solo un corpo ad accendere le speranze. Ci sono, per esempio, i tabulati dell’assassino il giorno dopo l’omicidio. Il cellulare di Freddy tra le 15 .13 e le 16.34 del 17 gennaio del 2016 aggancia tre celle telefoniche a Marghera, tra via Malcontenta, via Brunacci e via Bottenigo. Tre celle che al centro hanno via della Chimica, è qui che il 30 gennaio scorso vengono trovati i resti di un cadavere che dalle dimensioni delle ossa sembra quello di una donna. Il medico legale ne ha datato la morte a sette anni fa, ossia nel gennaio 2016, data della morte di Isabella. I tracciati telefonici di Sorgato dicono che lui era lì il giorno dopo l’omicidio, si tratta di un luogo che conosceva bene per lavoro, dato che ci sono depositi di carburante che lui vendeva. Non solo. I tracciati dicono che il 16 gennaio anche Debora Sorgato e Manuela Cacco erano a Marghera a fare colazione alla Nave de Vero. Può essere che le due donne avessero  fatto un sopralluogo per Freddy? Forse. Ma perchè non liberarsi subito del corpo? E soprattutto dove sarebbe stato il cadavere tra il 16 e il  17 gennaio 2016?

Quei 23 minuti dopo il delitto

Una risposta a questa domanda potrebbe trovarsi nei 23 minuti immediatamente dopo l’omicidio. Dopo la mezzanotte del 15 gennaio del 2016 Debora e Freddy Sorgato salgono nella Golf di Debora, dentro il bagagliaio c’è il cadavere di Isabella, uccisa a martellate in casa, infilata dentro a un sacco nero. I due si dirigono verso est, fanno un giro di 23 minuti, e poi tornano a casa. In quella direzione, in via Polati, a ridosso del Brenta, i Sorgato hanno una rimessa. Potrebbero aver messo lì Isabella prima di tornare a casa a prendere Manuela per dirigersi in centro a fare la sceneggiata sotto alle telecamere. In quel momento loro non sono sospettati, sanno di avere tutto il tempo per pensare al cadavere nelle ore successive. Resta sempre un punto di domanda: perchè rischiare di tenere un cadavere in un posto riconducibile a loro? Perchè spostare un corpo in pieno giorno, sebbene di domenica nella zona industriale di Marghera ci sia poca gente? «Non mi stupirei se l’avessero fatto davvero - spiega Paolo Noventa - hanno dimostrato di essere spietati». 

L'orologio e la scarpa: due indizi da esaminare

Tra le ossa ritrovate a Marghera c’era anche una scarpa verde di marca Dvs, taglia numero 38, dentro c’era un osso. Troppo grandi per essere quelle di Isabella, che portava un 35 e che la sera della sua morte indossava degli stivaletti. «Debora e Manuela avrebbero potuto mettere lì quella scarpa per sviare le indagini - spiega Paolo - anche se non si spiega perché abbiano dovuto farlo». Già, perchè mettere un indizio così fuori luogo? Sarebbe stato comunque chiaro a tutti, una volta ritrovata la scarpa, che non era quella di Isabella. O forse, semplicemente quella scarpa è del cadavere che la indossava, che a rigor di logica a questo punto non è Isabella. Ultimo capitolo riguarda l’orologio trovato tra le ossa, si tratta di un oggetto di poco valore. «Mia sorella aveva una cinquantina di orologi a casa, li prendeva dove capitava, ma per uscire indossava sempre e solo il suo Rolex, la sera in cui è scomparsa lo aveva lasciato a casa, non so se ne indossasse un altro». È di Isabella quell’orologio? Ancora non si sa. Le congetture continuano. «Potrei riconoscere Isabella dalla mandibola, ma dobbiamo aspettare, aspettiamo da 7 anni, non ho mai avuto grandi speranze e anche questa volta non mi faccio illusioni». Almeno due persone sanno la verità: sono Freddy e Debora Sorgato. Solo loro potrebbero dirimere il dubbio sul corpo. Ma il sospetto è che il fantasma di Isabella continuerà a tornare ancora, e ancora. (Ha collaborato Antonella Gasparini)

I misteri irrisolti e le novità sul caso. Isabella Noventa, storia della scomparsa e il mistero del corpo trovato a Marghera: “Il telefono di Freddy Sorgato era lì vicino”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 10 Febbraio 2023

La storia della scomparsa di Isabella Noventa è un mistero rimasto ancora irrisolto nonostante siano tre le persone accusate per il suo omicidio. Ma il corpo della segretaria 55enne di Albignasego, provincia di Padova, scomparsa tra il 15 e il 16 gennaio 2016 non è mai stato trovato. E negli anni successivi per almeno dieci altri ritrovamenti di cadaveri nella zona gli investigatori hanno pensato che si potesse trattare di lei. Ma alla fine il test del dna smentiva l’ipotesi. Il 30 gennaio nuovi resti umani sono stati ritrovati a Marghera e ad accendere la speranza che si possa trattare di lei sono i tabulati telefonici rivelati da “Chi l’Ha visto?”: il 17 gennaio il telefono di Freddy Sorgato, il camionista ballerino, 51 anni, ex fidanzato di Isabella Noventa , condannato a 30 anni per il suo omicidio, ha agganciato la cella della zona dove sono stati trovati quei resti.

Il ritrovamento dei resti

Il 30 gennaio scorso un gruppo di operai che stava tagliando l’erba alta hanno trovato in via della Chimica Marghera dei resti umani: si tratta di un teschio, femore, bacino e alcune ossa della cassa toracica e della spina dorsale. Bisognerà aspettare gli esiti delle analisi del per avere qualche certezza rispetto a quei resti trovati accanto a una maglietta nera e una scarpa verde, oltre a un orologio. Le scarpe pare che siano di numero 38 mentre Isabella portava tra il 35 e il 36. “La speranza è chiaramente l’ultima a morire ma non mi faccio illusioni. Non credo che quello sia il corpo di mia sorella”, ha detto il fratello di Isabella Noventa, Paolo. Fu proprio lui a lanciare l’allarme al momento della scomparsa della donna.

Gli investigatori hanno subito pensato che si potesse trattare di Isabella Noventa. Poi i tabulati telefonici hanno rivelato che alle 15.28 del 17 gennaio 2016 quando il telefono di Freddy Sorgato aggancia la cella telefonica di via Malcontenta. Alle 16.10 rimane collegato con quella di via Brunacci a Marghera per mezz’ora prima di tornare verso casa: via Bottenigo e più tardi il cellulare si collega con l’impianto di via Colombo a Noventa Padovana, come riportato dal Corriere della Sera. C’è da dire che in quella zona l’uomo si recava spesso a fare rifornimento con il suo camion.

La vicenda della scomparsa di Isabella Noventa

Il 17 gennaio 2016 quando iniziarono le indagini per la scomparsa di Isabella Noventa c’era un solo sospettato: Freddy Sorgato, che era stato l’ultimo ad averla incontrata viva. Un mese dopo l’uomo confessò di averla soffocata durante un gioco erotico finito male e poi di averla gettata nel fiume Brenta. Fu condannato in via definitiva a 30 anni insieme a sua sorella Debora Sorgato, accusata di aver materialmente colpito e ucciso Isabella. E infine anche Manuela Cacco, l’amica di Debora ed ex fidanzata di Freddy condannata a 16 anni accusata di essere complice dell’omicidio. Si sarebbe trattato di un omicidio di stampo passionale, ma non è mai stato trovato né il corpo né l’arma del delitto. E per questo tanti misteri e domande sono rimaste senza soluzione. Tanti i dubbi che attanagliano i familiari di Isabella Noventa tanto da tirare in ballo in passato un coinvolgimento della Mala del Brenta in quel terribile omicidio.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Il carabiniere Minguzzi ucciso nel 1987 a Ravenna, la Corte dopo le assoluzioni: «Omicidio mafioso, ma resta il mistero». Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera il 9 Febbraio 2023.

Figlio di imprenditori al tempo in servizio militare, fu ammazzato e gettato nel Po. Un cold case sbloccato dall’imputazione di due ex carabinieri e un idraulico: ma sono stati giudicati innocenti. Le motivazioni parlano di segreto

L’omicidio di quel giovane imprenditore e carabiniere di leva «fu di stampo mafioso», cioè un «classico esempio di lupara bianca». È quanto ha scritto il presidente della Corte d’Assise di Ravenna Michele Leoni nelle motivazioni per le assoluzioni pronunciate in merito al delitto del 21enne Pier Paolo Minguzzi — oltre che carabiniere di leva nel Ferrarese, anche studente universitario e figlio di una famiglia di imprenditori ortofrutticoli di Alfonsine, nel Ravennate — sequestrato e ammazzato (incaprettato, legato a una grigia metallica e gettato nel Po) la notte tra 20 e 21 aprile 1987 mentre rincasava dopo avere riaccompagnato la fidanzata durante una breve licenza pasquale. Un «cold case» mai veramente risolto e che ora riaffiora tra le righe delle motivazioni della sentenza.

I precedenti del trio assolto

Il corpo del ragazzo era riaffiorato nel Po di Volano (Ferrara) il primo maggio 1987: i suoi rapitori lo avevano ucciso e zavorrato con una pesante grata metallica. E, pur sapendolo già morto, avevano continuato a chiedere alla famiglia un riscatto da 300 milioni di lire. L’inchiesta, aperta contro ignoti, era stata archiviata nel settembre 1996 e riaperta nel gennaio 2018 questa volta verso due ex carabinieri all’epoca in servizio alla caserma di Alfonsine: il 59enne Angelo del Dotto di Ascoli Piceno e il 58enne Orazio Tasca, originario di Gela (Caltanissetta) e da anni residente a Pavia. E contro l’idraulico del paese, il 66enne Alfredo Tarroni. I tre in passato erano stati condannati, e avevano espiato le relative pene, per un taglieggio sempre da 300 milioni di lire a un altro imprenditore del posto: durante un appostamento dei carabinieri nel luglio 1987, un giovane militare originario di Caserta era stato ucciso da una pallottola sparata da uno dei tre. Precedenti che facevano riflettere.

«L’omicidio resta un mistero, anzi un segreto»

Per quanto riguarda Minguzzi invece, i tre «vanno assolti con formula piena per non avere commesso il fatto», si legge nelle motivazioni della sentenza pronunciata il 22 giugno scorso a fronte della richiesta di altrettanti ergastoli. E così «purtroppo l’omicidio del 21enne resta tutt’ora un mistero. Anzi, un segreto», affermano le motivazioni rese note in questi giorni. Per la Corte «non fu una morte per annegamento o un incidente. Si trattò di sequestro per omicidio per ragioni tutt’ora sconosciute», di «un’esecuzione in piena regola». In quanto «alle congetture del Pm sullo svolgimento degli eventi, si sono sprecate» ma sono «prive di qualsiasi riscontro». Evidentemente la Corte ha ritenuto l’impianto dell’accusa non sufficientemente solido in termini di prove. In un’intera sezione dedicata ai «lati oscuri», la Corte ha infine indicato nuovi spunti di verifica, a partire dal cameriere stagionale che nei giorni successivi al sequestro, si era inserito nella vicenda con chiamate e lettere all’allora fidanzata del defunto. Nel processo per l’uccisione di Pier Paolo la famiglia Minguzzi — assistita dagli avvocati Luca Canella, Luisa Fabbri e Paolo Cristofori — si era costituita parte civile. Decisiva, nel rinvio a giudizio, era stata la perizia fonica, richiesta del procuratore Alessandro Mancini, sulla voce che chiamò casa Minguzzi: «Pier Paolo è con noi, preparate 300 milioni». Secondo l’accusa era quella di Tasca.

Daniel Radosavljevic, la perizia smonta la tesi del suicidio: «Si esclude possibilità di istinti autolesionistici». Simone Alliva su La Repubblica il 14 Febbraio 2023.

L’italiano morto nel carcere francese di Grasse era stato visitato alcuni giorni prima della morte nell’istituto. «Non presenta un pericolo comportamentale immediato legato a un disturbo psichiatrico per sé o per gli altri»

Anche i lettori dell’Espresso, insieme con la famiglia, chiedono verità sulla morte di Daniel Radosavljevic, l’italiano suicidatosi in circostanze misteriose nel carcere di Grasse in Costa Azzurra. Aveva 20 anni. Dopo l’inchiesta pubblicata sul numero del 5 febbraio scorso, è stato assegnato dalla Procura di Milano l’incarico per l’esame autoptico in Italia.

Daniel Radosavljevic era stato trovato impiccato nel penitenziario francese il 18 gennaio. Pochi giorni prima, il 15 gennaio, l’ultimo contatto con i parenti: era sereno, raccontano. La speranza nell’imminente rientro in Italia e nel futuro che sarebbe stato certamente migliore per lui, che sognava di diventare educatore minorile.

L’Espresso ha potuto visionare in anteprima la perizia psichiatrica effettuata a Grasse il 12 novembre 2022, dove si esclude la possibilità di istinti suicidi o autolesionistici. Si legge: «Non vi è alcuna indicazione per il ricovero in un istituto psichiatrico specializzato. Non ha una patologia psichiatrica che possa rappresentare un rischio imminente di disturbo dell’ordine pubblico. Non presenta un pericolo comportamentale immediato legato a un disturbo psichiatrico per sé o per gli altri».

Sul nostro sito tra i documenti pubblicati in esclusiva, la telefonata di un detenuto che invita i familiari a investigare: potrebbero esserci delle responsabilità a carico della polizia penitenziaria. L’irruzione di una squadra antisommossa nella cella del giovane proprio nel giorno della morte. Prima ancora, i pestaggi. Il caso è arrivato anche sui banchi del Parlamento italiano: la dem Laura Boldrini ha presentato un’interrogazione al ministro degli Esteri, Antonio Tajani. In Francia, invece, nessun dibattito pubblico, nessuna protesta o promessa: silenzio assoluto.

La morte di Daniel Radosavljevic finisce in Parlamento. Boldrini: «Il governo ora agisca per fare luce». Simone Alliva su La Repubblica l’8 Febbraio 2023.

Il caso del ragazzo italiano ufficialmente “suicida” in un carcere francese, rivelato dall’Espresso, nell’interrogazione della deputata del Pd. Sulla sua morte il sospetto delle violenze delle guardie dell’istituto di pena

Arriva anche in Parlamento il caso, denunciato da L’Espresso, di Daniel Radosavljevic, il cittadino italiano di 20 anni, misteriosamente trovato impiccato nel carcere di Grasse in Costa Azzurra.

È l’onorevole Laura Boldrini del Partito Democratico ad aver presentato un'interrogazione al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e al Ministro della Giustizia Carlo Nordio.

Nel riassumere la storia, denunciata in esclusiva da L’Espresso, la deputata chiede ai ministri: «Quali notizie abbia il Governo in merito alla morte di Daniel Radosavljevic e come intenda attivarsi per ottenere dalle autorità francesi il massimo di collaborazione nell’accertamento della verità».

Daniel è stato trovato impiccato nel penitenziario francese il 18 gennaio. Pochi giorni prima, il 15 gennaio, si era messo in contatto con la famiglia: era sereno, raccontano i parenti che con lui avevano discusso dell’imminente rientro in Italia e del futuro che sarebbe stato certamente migliore per Daniel che sognava di diventare educatore minorile. Il 18 gennaio il cellulare della madre ha squillato di nuovo. Dall’altro lato del telefono la direzione del carcere. «Il detenuto Daniel Radosavljevic si è suicidato per impiccagione durante il regime dell’isolamento, applicato più volte dal 16 gennaio, seppur in diverse sezioni». Ma fonti e circostanze, analizzate da L’Espresso, mettono in dubbio l’ipotesi di suicidio.

"Daniel è stato ammazzato: chiedi le telecamere nel corridoio.” La videochiamata dal carcere

«Chiedo al governo italiano di agire per fare piena luce sulle cause della morte di Daniel in un carcere francese – commenta Boldrini all’Espresso - Se i sospetti dei familiari, che non hanno mai creduto all’ipotesi suicidio, dovessero trovare conferma, saremmo di fronte a un grave caso di violenza in carcere».

Daniel è morto mentre era nelle strutture di uno Stato straniero. Picchiato dalle guardie, hanno raccontato i detenuti ai parenti durante una serie di telefonate clandestine tra loro e la famiglia del ragazzo. «Non ha appeso un lenzuolo alla finestra. A tre metri d’altezza? Impossibile», ripetono nel video de L'Espresso che da giorni rimbalza in rete.

E poi le ferite che la signora Branka Milenkovic, il 24 gennaio ha intravisto sul corpo di Daniel, nell’obitorio del carcere di Grasse: una sul retro del cranio, un’altra d’arma da taglio immediatamente sotto il costato, il mignolo rotto, delle scarificazioni tipiche da corda di diametro molto sottile impresse a ridosso della parte centrale del collo e nessun segno sulla porzione superiore del collo e nella zona mandibolare, come ci si aspetterebbe dall’azione abrasiva della corda a causa del peso del corpo impiccato e della sua gravità.

A creare il gran polverone che depista le indagini, nasconde intrighi e fa calare la nebbia sulla morte di Daniel concorrono molti elementi: le lettere scritte di suo pugno, le telefonate, il corpo martoriato ma anche il silenzio della Francia che aggrava il dolore della famiglia che chiede giustizia. Non sono soli.

«Diteci la verità sulla morte in carcere di Daniel Radosavljevic». Dai social la richiesta di #GiustiziaPerDany. Dopo l’inchiesta dell’Espresso sul “suicidio” del ragazzo italiano in una prigione francese, centinaia di reazioni e messaggi affinché si scopra come sono andate le cose. E si muove anche il Parlamento. Simone Alliva su L’Espresso il 06 Febbraio 2023

È un vento che sale la richiesta di verità sulla morte di Daniel Radosavljevic, il cittadino italiano di 20 anni, misteriosamente trovato impiccato nel carcere di Grasse in Costa Azzurra. A poche ore dalla pubblicazione della nostra inchiesta esclusiva sui misteri che circondano la morte del ragazzo, sono state centinaia le reazioni che sollevano una grande richiesta: #GiustiziaPerDany.

«Non ti preoccupare Dany ora ci pensiamo noi a fare giustizia. Non è possibile che un ragazzo di soli 20 anni muoia così». «Non se ne è parlato neanche sui media francesi», ci fanno sapere oltralpe. «Mi auguro che le autorità italiane facciano gli stessi sforzi fatti per Giulio Regeni per chiarire le circostanze del “suicidio” e perseguire gli eventuali responsabili. E che l’Espresso segua con la stessa attenzione la vicenda nei mesi e anni futuri. Giusto per dimostrare che non esistono cittadini di serie A e cittadini di serie B», ci scrive Franco da Milano.

Daniel è stato trovato impiccato nel penitenziario francese il 18 gennaio. Pochi giorni prima, il 15 gennaio, l’ultimo contatto con la famiglia: era sereno, raccontano i parenti che con lui avevano discusso dell’imminente rientro in Italia e del futuro che sarebbe stato certamente migliore per Daniel che sognava di diventare educatore minorile.

Il 18 gennaio il cellulare della madre ha squillato di nuovo. Dall’altro lato del telefono la direzione del carcere. «Il detenuto Daniel Radosavljevic si è suicidato per impiccagione durante il regime dell’isolamento, applicato più volte dal 16 gennaio, seppur in diverse sezioni». Una versione che non trova conferma nelle voci dei detenuti riprese da L’Espresso che, attraverso un cellulare clandestino, suggerito un finale diverso.

Daniel è morto mentre era nelle strutture di uno Stato straniero. Era stato picchiato dalle guardie. «Come? - chiedono i parenti – Normalmente», rispondono i detenuti, quasi a implicare che ci sia una “giusta quantità" di abusi che una persona possa subire da parte di esponenti di uno Stato democratico. «Non ha appeso un lenzuolo alla finestra. A tre metri d’altezza? Impossibile», ripetono nel video de L'Espresso che da giorni rimbalza in rete.

Il 24 gennaio quando la signora Branka Milenkovic arriva al carcere di Grasse per ritirare i beni personali del figlio, chiede di poter visionare la salma: nota una ferita sul retro del cranio, un’altra d’arma da taglio immediatamente sotto il costato, il mignolo rotto, delle scarificazioni tipiche da corda di diametro molto sottile impresse a ridosso della parte centrale del collo e nessun segno sulla porzione superiore del collo e nella zona mandibolare, come ci si aspetterebbe dall’azione abrasiva della corda a causa del peso del corpo impiccato e della sua gravità. Le mani non hanno le unghie, tagliate di netto anche in prossimità della parte superficiale del polpastrello. Chiede spiegazioni: è per l’autopsia o è successo altro? Silenzio.

Niente torna al suo posto dentro questa storia. Verità per Daniel, ripetono i parenti. #GiustiziaPerDany è l'hashtag ripetuto sotto gli articoli pubblicati da L'Espresso.

Il caso è arrivato anche sui tavoli del Parlamento italiano: a L'Espresso diversi esponenti politici hanno comunicato che non resteranno a guardare. Lo Stato tutela dalle ingiustizie e dai soprusi, non li esercita. Dovrebbe essere un fondamentale per qualsiasi Paese dell'Unione Europea.

Daniel, italiano “ufficialmente” suicida a 20 anni in cella. Ma i documenti raccontano un’altra storia. Zone d’ombra nelle carceri francesi. La morte sospetta di un giovane sotto custodia cautelare nella prigione di Grasse. Che viene trovato impiccato. Ma gli audio e le lettere in nostro possesso, che pubblichiamo, fanno emergere omissioni, segreti e silenzi. Simone Alliva su L’Espresso il 03 Febbraio 2023

«Non è possibile che Daniel si sia suicidato». Proprio partendo da questa convinzione Branka Mikenkovic madre di Daniel Radosavljevic cittadino italiano di 20 anni, trovato impiccato nel carcere di Grasse in Costa Azzurra, porta avanti la sua battaglia per «la verità». Non è la suggestione di una madre. Sono decine i carteggi, le telefonate clandestine, le videochat che L’Espresso ha esaminato e che raccontano una storia che sembra svelare un finale bugiardo. Ripercorriamo le tappe dell’arresto di Daniel fino alla morte-e anche dopo- seguendo i documenti, finora inediti.

L’8 ottobre Daniele viene arrestato a Grasse, dopo un inseguimento dovuto al mancato rispetto di un ordine di fermata a un posto di blocco della gendarmerie. Ha 20 anni, un’adolescenza con precedenti per reati contro il patrimonio ma nessuna condanna da maggiorenne. Viene messo in custodia cautelare. Le accuse: inottemperanza all’ordine di fermo e tentato omicidio, a causa delle manovre pericolose durante la forzatura del posto di blocco. Ricostruzione contestata sin da principio dall’indagato.

La scrittura per Daniel è terapia, da sempre. E quindi dalla cella scrive. Lunghissime missive alla famiglia, pensieri, annotazioni. «Uscito da qui voglio studiare per diventare educatore minorile». Una calligrafia chiara e rotonda. Il 15 gennaio chiama per l’ultima volta la madre. È sereno.

Il 18 gennaio il cellulare della madre squilla di nuovo. Dall’altro lato del telefono la direzione del carcere: Daniel è morto in mattinata. «Il detenuto Daniel Radosavljevic è suicidato per impiccagione durante il regime dell’isolamento, applicato più volte dal 16 gennaio, se pur in diverse sezioni». Fine della comunicazione.

"Daniel è stato ammazzato: chiedi le telecamere nel corridoio.” La videochiamata dal carcere

Poco dopo il telefono però squilla ancora. Daniel comunicava con la sua famiglia tramite un account Instagram “in comune” con i detenuti. È Daniel? Forse non è morto. Si sono sbagliati. Invece no, non è così: è un pensiero magico, questo. Daniel è morto. La conferma arriva da dietro le sbarre di Grasse: dall’altro lato del telefono un detenuto invita parenti a investigare: potrebbero esserci delle responsabilità in capo alla polizia penitenziaria. Ma non solo. Indica anche le telecamere che potrebbero aver ripreso la scena.

È il 24 gennaio quando la signora Branka Milenkovic arriva al carcere di Grasse e ritira i beni personali del figlio. Chiede di poter visionare la salma. Sul corpo i segni che rimandano a un pestaggio. Chiede spiegazioni. Nessuna risposta.

«Vogliamo la verità» dichiara la famiglia. Fonti e circostanze raccolte su L’Espresso in edicola, raccontano una storia di omissioni, segreti e silenzi. La famiglia ripete: l’indifferenza è un'offesa a chi crede nella Giustizia, a tutti i cittadini italiani che chiedono la verità sul caso di Giulio Regeni. Daniel Radosavljevic è un altro Giulio Regeni: morto in Francia.

Morto in quel paese condannato 18 volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, per le condizioni di detenzione degradante dei detenuti. Nel 2010, nello stesso carcere la morte un altro italiano, anche lui in circostanze mai del tutto chiarite e riconsegnato all’Italia senza organi. Si chiamava Daniele Franceschi. Daniele evoca Daniel. Nei nomi l’eco di un destino.

L'auto, il corpo sui sedili posteriori, poi la scoperta: chi è la donna morta nel lago. La vittima è la psicologa e scrittrice Maria Cristina Janssen, di 67 anni. Il cadavere era adagiato sui sedili posteriori di un'auto semisommersa nelle acque del lago di Garlate. Non si esclude nessuna pista investigativa. Rosa Scognamiglio il 6 Febbraio 2023 su Il Giornale.

È di Maria Cristina Janssen, 67 anni, psicologa e scrittrice, il cadavere di donna ritrovato sui sedili posteriori di una Fiat Panda ferma sulla spiaggia di Rivabella, vicino al lago di Garlate, nella provincia di Lecco. Sul caso sono state avviate delle indagini coordinate dal procuratore di Lecco Ezio Domenico Basso e affidate ai carabinieri. Gli investigatori hanno già sentito alcuni familiari della vittima. Al momento, non si esclude nessuna ipotesi.

Il ritrovamento del corpo

A lanciare l'allarme, questa mattina presto, sono stati alcuni operai che hanno notato la vettura semisommersa nel lago, a circa dieci metri dalla riva e con un vetro rotto, in località Rivabella, nelle vicinanze di un campeggio. La donna era distesa, senza vita, sui sedili posteriori della vettura. Sul posto sono intervenuti i sanitari di Areu, i volontari della Croce Verde di Bosisio Parini e i vigili del fuoco. I sommozzatori del 115 di Milano hanno scandagliato in largo e lungo lo specchio d'acqua per accertare che non vi fossero altri cadaveri e per trovare eventualmente elementi utili a ricostruire la dinamica dell'accaduto.

Chi è la vittima

L'identità della vittima è stata ufficializzata nel tardo pomeriggio di oggi. Si tratta della psicologa e scrittrice Maria Cristina Janssen. La donna, separata e con due figli, era originaria di Milano. Anni fa, si era trasferita in provincia di Livorno, ma era poi tornata a vivere nel Milanese. Stando a quanto apprende Il Giorno, in passato aveva lavorato in svariati istituti di salute mentale e per la riabilitazione dei soggetti svantaggiati. Il suo ultimo incarico professionale era stato quello di giudice onorario presso il Tribunale dei Minori di Firenze.

Le indagini

Dai primi riscontri medico legali non sono stati evidenziati segni di violenza sul corpo della 67enne. Ad ogni modo, sarà l'autopsia a rivelare ed accertare le cause del decesso. Sul fronte investigativo, invece, non ci sono ancora novità. In queste ore, i familiari e alcuni conoscenti della donna sono stati sentiti dai carabinieri. "Non possiamo escludere alcuna pista. - dicono gli investigatori -Possiamo solo aggiungere che al momento sono stiamo interrogando i parenti più prossimi della donna". Non è ancora chiaro perché Maria Cristina si trovasse a Lecco né tantomeno è possibile ipotizzare quale fosse il suo stato d'animo quando ieri, domenica 5 febbraio, è uscita di casa.

Donna morta in auto, il macabro ritrovamento sui sedili posteriori: “Non si esclude nessuna ipotesi”. Vito Califano su Il Riformista il 6 Febbraio 2023

Sul sedile posteriore di un’automobile, una Fiat Panda. Era scattato poco dopo le sette di mattina l’allarme, nel giro di poche ore l’intervento dei vigili del fuoco e il riconoscimento. È di una donna il cadavere ritrovato in località Rivabella, a Lecco, nei pressi di un campeggio, all’interno di una vettura che si trovava nelle acque del lago. Sul caso indagano i Carabinieri, al momento non si esclude nessuna ipotesi.

Il ritrovamento al termine di una pista ciclabile che costeggia il lago. Alcuni operai questa mattina hanno fatto scattare l’allarme per la presenza di un’automobile con la parte anteriore, secondo quanto scrive l’Ansa, sotto la superficie dell’acqua. Una Fiat Panda che i vigili del fuoco hanno recuperato nel loro intervento. A tirare fuori dal lago la vettura i sommozzatori che stanno scandagliando le acque del lago per escludere la presenza di altri corpi.

Sul posto anche il medico legale che ha effettuato una prima visita esterna del cadavere e i militari della scientifica che stanno compiendo i rilievi. Ancora nessun aggiornamento sulle cause di morte della donna. Secondo quanto scrive Il Corriere della Sera Milano il corpo è stato identificato, appartiene a una donna di 60 anni, milanese, sposata e con figli. I familiari della vittima sono arrivati a Lecco e sono stati ascoltati dagli inquirenti in caserma.

Le strade sono ancora tutte aperte perché al momento non è possibile escludere l’intervento di terze persone – le parole del procuratore capo di Lecco Ezio Domenico Basso riportate dal quotidiano -. È stata disposta l’autopsia: verrà eseguita nei prossimi giorni per acquisire ulteriori elementi che ci consentiranno di avere un quadro più preciso. L’auto è finita in acqua, è stata vista da alcune persone e poi estratta dai pompieri. Nulla si può dire al momento sulla presenza di eventuali segni di violenza”.

AGGIORNAMENTO: La donna trovata questa mattina morta nell’auto semisommersa nel lago a Lecco era una scrittrice, psicologa Maria Cristina Jansenn, 67 anni, madre di due figli, milanese d’origine ma residente da anni in Toscana. Dal 2006 abitava a Campiglia Marittima, in provincia di Livorno. Aveva lavorato nei settori della salute mentale e della riabilitazione di soggetti svantaggiati. La sua carriera di giudice onorario si era conclusa al tribunale dei minori di Firenze. Ancora sconosciute le cause della morte come i motivi per cui la donna si trovava a Lecco.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appa

Il caso dell'ex giudice onorario al tribunale dei minori di Firenze.

Il giallo di Maria Cristina Janssen, la scrittrice psicologa trovata morta in auto in riva al lago. Vito Califano su Il Riformista il 6 Febbraio 2023

A far scattare l’allarme alcuni muratori che questa mattina, intorno all’alba, si erano accorti di quell’automobile semisommersa nelle acque del lago di Garlate. Quel corpo rinvenuto sui sedili posteriori della vettura era di Maria Cristina Jansenn, scrittrice e psicologa, originaria di Milano ma che per tanti anni aveva vissuto in Toscana. Com’è morta? E perché il suo corpo è stato ritrovato nel territorio comunale di Lecco, in località Rivabella? È intorno a queste domande che indagano i carabinieri. Le prime risposte dovrebbero arrivare dall’autopsia disposta dal procuratore Ezio Domenico Basso.

Janssen aveva finito il suo incarico di giudice onorario al tribunale dei minori di Firenze nel 2019. Dal 2006 viveva con il marito a Campiglia Marittima, Livorno, ma secondo quanto riporta l’Ansa aveva deciso a fine 2022 di ritornare al nord “perché a quanto risulterebbe la coppia era in via di separazione”. Il marito sarebbe invece rimasto ad abitare a Campiglia. A lungo aveva lavorato nel settore della salute mentale e nella riabilitazione di soggetti svantaggiati, era stata anche formatrice.

65 anni, madre di due figli, milanese d’origine, è stata ritrovata questa mattina sui sedili posteriori di una Fiat Panda. La vettura era semisommersa nel lago di Garlate, ad alcune decine di metri dalla riva. Almeno uno dei vetri era rotto. All’interno dell’abitacolo la macabra scoperta, il corpo della donna. Secondo quanto emerso da un primo esame esterno del corpo, non sarebbero stati notati e rinvenuti segni di violenza, sempre stando alla ricostruzione dell’Ansa.

L’auto – che a quanto emerso dalle indagini sarebbe stata intestata alla stessa donna – è stata recuperata dai sommozzatori, ritrovata con i fari ancora accesi. La Procura della Repubblica di Lecco attraverso i carabinieri sta cercando di risalire alla causa e alla dinamica della morte della scrittrice psicologa. Sentiti dai militari i parenti della donna. Al momento gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi, non scartano alcuna pista.

Janssen era nata a Milano nel 1957. La donna era molto conosciuta in Val di Cornia, come scrive Livornotoday. Aveva in diverse occasioni presentato i suoi libri, tra questi Nora, su una giovane operaia metallurgica che lavorava a Piombino alla Magona d’Italia, e I rami e le foglie, a proposito dell’incontro tra una giovane laureanda e una testimone legata alla sua tesi di ricerca.

Vito Califano. Giornalista. Ha studiato Scienze della Comunicazione. Specializzazione in editoria. Scrive principalmente di cronaca, spettacoli e sport occasionalmente. Appassionato di televisione e teatro.

Omicidio Sana Cheema: processati padre e fratello per omicidio politico. Il processo davanti alla Corte d'Assise di Brescia per l'omicidio di Sana Cheema può iniziare anche senza la presenza degli imputati che sono all'estero. Giuseppe Spatola il 20 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Il processo davanti alla Corte d'Assise di Brescia per l'omicidio di Sana Cheema può iniziare anche senza la presenza degli imputati che sono all'estero

Il processo davanti alla Corte d'Assise di Brescia per l'omicidio di Sana Cheema è iniziato anche senza la presenza degli imputati, che sono all'estero. I giudici hanno infatti rigettato l'istanza di rinvio presentata dalla difesa. Il padre di Sana Cheema, ragazza uccisa in patria nel 2018 secondo le indagini per aver rifiutato il matrimonio combinato, risulta residente in Pakistan, mentre il fratello si sarebbe sposato in Malesia, ma la famiglia non ha un indirizzo e per questo di fatto si è reso irreperibile. È quanto emerge dagli accertamenti delle autorità italiane letti in aula dal procuratore generale di Brescia Guido Rispoli nel corso dell'udienza.

Il rigetto dell'istanza della difesa

"Chiedo il rigetto dell'istanza della difesa che ha chiesto il rinvio del processo perché gli assistiti non sarebbero a conoscenza del procedimento. Ma entrambi hanno nominato di fiducia il legale e quindi non possono non sapere" ha detto il pg Rispoli. La 25 enne cresciuta a Brescia secondo la Procura sarebbe stata uccisa in Pakistan dal padre e dal fratello il 18 aprile 2018 perché rifiutava un matrimonio combinato. I due, insieme alla madre e ad altri parenti, erano già stati processati in Pakistan ma assolti per insufficienza di prove. Secondo la procura Generale di Brescia, che aveva avocato l’inchiesta, la ragazza sarebbe stata strangolata con un turbante dai familiari e subito sepolta in un cimitero di campagna senza aspettare neppure i giorni di preghiera imposti dalla religione.

Padre e fratello irrintracciabili

È stata una disgrazia, Sana è morta per un malore: mangiava poco e il suo cuore non ha retto“, si erano difesi nell’immediatezza dei fatti i parenti che hanno protetto padre e fratello. Nella prima udienza Mustafa Cheema, 54 anni, e il primogenito Adnan, 34, sono stati rappresentati solo dagli avvocati italiani che hanno sollevato un'eccezione sottolineando che gli assistiti “non sono a conoscenza del processo a loro carico se non perché lo hanno letto o sentito“. Adesso la questione sarà trasmessa al ministero degli esteri e l’udienza riprenderà il 9 febbraio. La richiesta della difesa di non luogo a procedere per “ne bis in idem“, che garantisce non possa esserci per uno stesso fatto un nuovo procedimento nei confronti di un imputato già giudicato in via definitiva, è stata poi respinta dalla Corte secondo cui su questo punto non esiste un accordo con il Pakistan. A questo punto il ministero dovrà fare richiesta di rinnovamento del giudizio con la contestazione di omicidio politico per il quale non è prevista la presenza in aula degli imputati.

"Lasci Saman, altrimenti uccidiamo tutti". Le nuove dichiarazioni choc. Storia di Angela Leucci su Il Giornale il 4 marzo 2023.

Il caso giudiziario sull’omicidio di Saman Abbas continua a destare indignazione in Italia. La giovane scomparve la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 da Novellara: gli inquirenti hanno ipotizzato che la giovane possa essere stata uccisa dalla famiglia, poiché si era opposta a un matrimonio forzato con un cugino più vecchio, mentre sognava le nozze con un coetaneo pakistano in Italia.

"Lasci Saman, altrimenti uccidiamo tutti". Le nuove dichiarazioni choc© Fornito da Il Giornale

Sono state rinviate a giudizio 5 persone appartenenti al nucleo famigliare allargato della 18enne: il padre Shabbar Abbas attualmente in carcere in Pakistan, la madre Nazia Shaheen ancora latitante, lo zio Danish Hasnain che ha condotto la polizia carceraria sul luogo dell’occultamento a novembre 2022, i cugini Ikram Ijaz e Noumanulaq Noumanulaq.

È proprio sulle dichiarazioni di Shabbar e Danish, tra loro fratelli, che probabilmente si concentrerà l’azione giudiziaria a fronte delle prove raccolte. In questi mesi sono stati effettuati diversi prelievi dai vestiti di Saman, e si potrà ricostruire chi l’ha uccisa e chi ne ha occultato il corpo. Danish ha affermato di essere infatti stato contattato in un secondo momento per l’occultamento, e che la morte sia avvenuta per mano di Nazia: i tabulati telefonici al momento sembrano raccontare una storia diversa, tanto che gli inquirenti italiani hanno ritenuto da sempre Danish autore materiale del delitto e Shabbar mandante.

Dal Pakistan il legale di Shabbar Akhtar Mahmood ha risposto a Quarto Grado affermando che il suo assistito “era un semplice bracciante, non un capo clan, altrimenti non sarebbe stato arrestato”. Mahmood sostiene infatti che quella della potenza degli Abbas sarebbe una leggenda inventata dal fidanzato, il pakistano in Italia Saqib, e dai media, accusati dal legale di “aver creato un mostro”. Mahmood ha chiarito inoltre di non credere nell’intercettazione in cui si sentirebbe dire il suo assistito: “L’ho uccisa io, l’ho fatto per il mio onore”. E ha commentato così i filmati delle telecamere di sorveglianza che hanno ripreso gli ultimi momenti in vita di Saman: “Non posso giudicare un video, bisogna capire se ci sono altre cose”.

Secondo Mahmood bisognerebbe indagare Saqib, ma il giovane aveva raccontato di aver ricevuto minacce da Shabbar, testimoniate da un video e da alcuni messaggi. Shabbar avrebbe inoltre detto al fratello di Saqib: “Deve lasciare Saman, altrimenti uccidiamo tutti”.

Presente in studio a Quarto Grado il legale di Saqib, Claudio Falleti, che sta cercando di portare in Italia i famigliari del giovane, così come è avvenuto per la moglie di Danish, che l’Italia ha ritenuto essere in pericolo in patria. Falleti ha liquidato l’atteggiamento di Shabbar: “Una persona che si ritiene innocente non prende un aereo il primo maggio alle 9 di mattina”. L'uomo aveva infatti lasciato l'Italia in fretta e furia dopo la scomparsa della figlia. Saqib dal canto suo sta lottando per la verità, per ottenere giustizia per il suo amore che gli scrisse: “Non ti dimenticare di me, mai, se no morirò veramente”.

Intanto ci sono due date importanti all’orizzonte: il 9 marzo 2023 il giudice di Islamabad dovrà decidere sull’eventuale rilascio su cauzione di Shabbar. Il successivo 17 marzo si saprà invece se il processo a Shabbar in Italia si possa svolgere in videoconferenza. A questo proposito il ministro della giustizia Carlo Nordio si è attivato firmando la rogatoria internazionale per l’assistenza giudiziaria dell’imputato.

L'unica latitante. Perché la madre di Saman è ancora a piede libero. Nazia Shaheen, la madre di Saman Abbas, è l'unica dei cinque imputati rimasta ancora a piede libero. Il messaggio al figlia, i video e le intercettazioni: cosa sappiamo della donna. Rosa Scognamiglio il 28 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Cosa sappiamo della madre di Saman

 "Noi siamo morti sul posto"

 Dove si trova Nazia Shaheen

Per chiudere il cerchio attorno ai presunti assassini di Saman Abbas, la 18enne di nazionalità pachistana uccisa a Novellara nella notte tra il 30 aprile e il 1°maggio del 2021, manca solo la madre, Nazia Shaheen. Latitante - quasi certamente in Pakistan - della donna si sono perse le tracce da quando, meno di 24 ore dall’omicidio della figlia, le telecamere di sicurezza dell’aeroporto di Malpensa la inquadrarono all’imbarco di un volo diretto a Islamabad assieme al marito. Su di lei, l’unica assente al processo dei cinque imputati, grava la pesantissima accusa di aver consegnato la ragazza nelle mani degli aguzzini.

Cosa sappiamo della madre di Saman

Nazia Shaheen, 52 anni, è forse uno dei personaggi più ambigui di questa drammatica vicenda. Secondo gli inquirenti la donna avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella pianificazione del delitto, facendo da "esca" per la figlia. Stando a quanto emerso dagli accertamenti investigativi, nei giorni precedenti all’omicidio, inviò a Saman un sms con l’intento di farla tornare a casa (al tempo la ragazza era ospite in una struttura protetta). "Torna, ti prego. Fatti sentire, stiamo morendo. Faremo come dici tu", il testo del "messaggio trappola". Non solo. La sera del delitto, le telecamere di Novellara inquadrarono Nazia all’esterno dell’abitazione assieme alla figlia, vestita all’occidentale e con uno zainetto sulle spalle, per poi condurla con anche il marito Shabbar di là dai campi dove la giovane avrebbe trovato la morte.

"Noi siamo morti sul posto"

Ad aggravare la posizione di Nazia c’è una conversazione Whatsapp del 30 agosto 2021 in cui la donna, parlando con il figlio, avrebbe confermato l’uccisione della ragazza. "Tu non sai di lei?", dice la 52enne probabilmente riferendosi ai comportamenti di Saman. "Davanti a te, a casa… noi siamo morti sul posto, per questo tuo padre è a letto e anche la madre (si riferisce a se stessa parlando in terza persona ndr). Anche di lei non è che non sai, da costretti è successo quello che è successo, anche tu lo sai, figlio mio, non sei bambino, sei giovane e anche comprendi tutte le cose". E ancora, in un altro passaggio: "Pensa a tutte le cose, i messaggi che ci facevi ascoltare la mattina presto. Pensa a quei messaggi, pensa e poi dì se i tuoi genitori sono sbagliati".

Dove si trova Nazia Shaheen

Nazia Shaheen è latitante da 29 mesi. Su di lei spicca un mandato di cattura, emesso dal Pakistan lo scorso novembre, con anche una red notice dell’Interpol. La donna potrebbe trovarsi nella regione del Punjab, forse nello stesso villaggio in cui si era rifugiata insieme al marito, poi arrestato ed estradato in Italia. Interrogato sulla latitanza della moglie, inizialmente Shabbar Abbas aveva detto di non avere sue notizie ipotizzando che potesse trovarsi in Europa. Circostanza che, invece, è stata esclusa dagli investigatori dal momento che non vi è traccia della fuggitiva nei Paesi dell’area Schengen. Ai suoi legali, gli avvocati Enrico Della Capanna e Simone Servillo, l’uomo avrebbe detto che quando è stato arrestato “la moglie si trovava in casa”. Fatto sta che, al momento, Nazia Shaheen sembra svanita nel nulla.

Estratto dell’articolo di Federica Zamboni per “Il Messaggero” sabato 11 novembre 2023.

Un passo indietro nel processo sulla morte di Saman. La Corte d'assise di Reggio Emilia ha deciso che non possono essere utilizzate le dichiarazioni rese dallo zio della ragazza. Danish Hasnain, che è anche uno degli imputati. Gli interrogatori di un anno fa, e poi dello scorso marzo, non possono essere considerati validi per motivi esclusivamente tecnici e non di merito: secondo i giudici, i verbali delle dichiarazioni sono state inseriti nel fascicolo sbagliato. quello aperto per il ritrovamento del corpo di Saman, invece che in quello principale.

Una questione formale, ma che complicare il percorso per arrivare alla condanna dello zio, dei genitori e dei cugini della giovane pakistana. Nell'interrogatorio Hasnain si dichiarava innocente e accusava i genitori della vittima: «Volevano uccidere anche me». 

Nei giorni scorsi il fratello di Saman ha ripercorso davanti ai giudici i momenti più terrificanti della sua vita, dalle riunioni dei parenti che si accordavano su come ammazzare la sorella, alla lite furibonda avvenuta subito prima dell'omicidio. Ora però il ragazzo può finalmente organizzare i funerali della 18enne. La Corte ha dato il nullaosta alla sepoltura del corpo.

A quasi un anno dal ritrovamento del cadavere, ammazzata il 30 aprile del 2021 e nascosta in una buca scavata a poche centinaia di metri dall'abitazione della famiglia a Novellara, la salma sarà restituita all'unico parente che le è rimasto. La Procura per i minori di Bologna, intanto, ha fatto sapere che il fratello, appena maggiorenne, non sarà indagato. […]

Estratto dell’articolo di Angela Leucci per ilgiornale.it sabato 28 ottobre 2023.

Dopo il colpo di scena di ieri al processo per l’omicidio di Saman Abbas, per cui la testimonianza del fratello è stata ritenuta non utilizzabile, ci si interroga su ciò che potrebbe accadere ora. Certo è che le intercettazioni a carico del ragazzo e le dichiarazioni potrebbero avere un peso differente se venisse indagato, tanto più che potrebbe appellarsi al suo diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere. 

Un mese dopo la scomparsa di Saman, avvenuta la notte dopo il 30 aprile 2021 a Novellara, il fratello aveva detto al telefono con Quarto Grado, dopo un lungo interrogatorio: “Perché mio zio ha ucciso mia sorella, perché l’ha presa e l’ha uccisa. Io mi ricordo benissimo, perché ho guardato davanti ai miei occhi che la strangolava e l’ha portata via poi dalle serre”. In altre parole aveva puntato il dito contro Danish Hasnain, rinviato a giudizio insieme al padre di Saman Shabbar Abbas, la madre Nazia Shaheen (ancora latitante), i cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanoulaq.

Principale testimone dell’accusa finora, il fratello della 18enne pare sia stato oggetto di numerose presunte pressioni dal Pakistan, tanto che la procura di Reggio Emilia ha aperto un nuovo fascicolo di inchiesta per intralcio alla giustizia. “Vi sono due opzioni. Una è morire prima dell’8. Due tutta la vita in carcere. Scegli un’opzione e fammi sapere”, ha scritto al ragazzino una cugina pakistana l’1 settembre 2023 […] 

Appena un mese e mezzo dopo la scomparsa, il 18 giugno 2021, Shabbar Abbas, al telefono con il figlio, gli diceva: “Non c’è alcun colpevole”. E alla domanda del figlio (“Quanti ne posso salvare?”), parlando del fratello e dei cugini rinviati a giudizio, rispondeva: “Loro tre non hanno nessuna colpa, tu devi dire chiaramente che è colpa di tuo padre”. E quando il figlio gli chiedeva di un’eventuale estradizione: “Non mi succederà nulla”.

[…] Il 15 luglio 2021 il fratello di Saman ha parlato al telefono prima con il padre Shabbar e poi con la madre Nazia Shaheen. Il padre cerca di placare l’animo del giovane, che piange e parla di suicidio, di essere rimasto solo, senza la sorella: “Era tua sorella, mica è morta, sta bene. Non sei solo, ci sono io, tuo padre. Quando dici queste cose mi viene voglia di farmi arrestare e farmi portare lì”.

Le parole di Nazia colpiscono allo stesso modo: “Non ci pensare neanche […] Lei è pazza. Figlio mio non è che ha fatto poche stupidaggini. Siamo rovinati. Prima hanno rovinato mia figlia questi tiranni, adesso mio figlio è nelle loro mani. Io ogni momento piango perché tu non venga distrutto dopo che hanno già distrutto mia figlia”.

(...)

Omicidio Saman Abbas, parola al fratello: chiarirà se vorrà avvalersi della facoltà di non rispondere o se vorrà parlare. Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 30 ottobre 2023

La presenza in aula di Alì Haider si innesta nel processo che vede imputati i genitori di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, considerati dall’accusa i mandanti dell'omicidio della giovane donna

Prosegue domani il processo a carico dei presunti assassini di Saman Habbas, la 18enne pakistana uccisa nel 2021 a Novellara, in provincia di Reggio Emilia, per essersi opposta alle nozze imposte dai genitori. Davanti alla Corte d’Assise di Reggio Emilia comparirà il fratello minore di Saman, Alì Haider. La testimonianza è stata rinviata a domani (sarà chiamato a dire se vorrà avvalersi della facoltà di non rispondere o se invece vorrà rispondere con le garanzie riconosciute all’indagato in un procedimento connesso), dopo che tutte le sue dichiarazioni testimoniali, precedentemente rese, sono state definite inutilizzabili dalla Corte d’Assise. I giudici hanno rilevato che il giovane doveva essere indagato e non ascoltato come semplice testimone. Una situazione paradossale emersa a questo punto del processo, ma che doveva essere verificata già nel corso delle indagini. La presenza in aula di Alì Haider si innesta nel processo che vede imputati i genitori di Saman, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, considerati dall’accusa i mandanti dell'omicidio della giovane donna. Nel processo compaiono anche lo zio di Saman, Danish Hasnain, e i cugini Noumanoulaq Noumanoulaq e Ikram Ijaz, ritenuti invece gli esecutori materiali dell’omicidio.

A sollevare la questione relativa alla posizione processuale di Alì Haider sono stati i difensori di Hasnain e Noumanoulaq. La Corte d’Assise ha condiviso i rilievi mossi in merito alle «anomalie che hanno connotato la fase intercorsa tra il momento in cui, in seguito alla perquisizione del 5 maggio 2021, Alì Haider veniva iscritto nel registro degli indagati e quella dell’incidente probatorio», svoltosi davanti al Gip di Reggio Emilia il 18 giugno 2021. I giudici si soffermano su tre date, risalenti al maggio 2021, in cui Haider è stato sentito per sommarie informazioni. Per la precisione si tratta del 12 maggio, del 15 maggio e del 21 maggio. Haider venne ascoltato come persona informata sui fatti, «sebbene formalmente iscritto in relazione ad un’ipotesi di reato originata dal medesimo fatto storico», vale a dire la scomparsa della sorella, che è stato giuridicamente qualificato in maniera diversa, «mantenendo però carattere evidentemente connesso» a quello del 2021 – identificato con il numero r.g.n.r. 2318 -, all’interno del quale è stato escusso. L’ordinanza della Corte d’Assise evidenzia la violazione da parte della polizia giudiziaria del comma 1-bis dell’articolo 351 del codice di procedura penale sulle altre informazioni sommarie. Di qui «l’inutilizzabilità erga omnes dei verbali di sommarie informazioni del 12, 15 e 21 maggio 2021».

Gli avvocati Barbara Iannuccelli del Foro di Bologna e Claudio Falleti del Foro di Alessandria assistono come parte civile Saqib Ayub, fidanzato di Saman Habbas. «Vedremo - dice al Dubbio l'avvocata Iannuccelli – se il fratello di Saman manterrà fermo il suo proposito di dire la verità in qualunque veste sia a chiamato oppure se si avvarrà della facoltà di non rispondere. È cambiato lo scenario. Quello che era un testimone oculare importante nell’omicidio di Saman ora non lo è più. Spero vivamente che si arrivi a fare giustizia per la giovane Saman. Tutti i suoi familiari sono alla sbarra. Credo che mai come in questo momento sia utile parlare della storia della giovane pachistana, perché nessuno lo fa». Barbara Iannuccelli si sofferma anche sulla recente ordinanza della Corte d’Assise: «I giudici si esprimono in maniera chiara. Provo un grande dispiacere per come sono andate le cose, ma continuo ad avere tanta fiducia nella giustizia e nel grande lavoro fino ad oggi svolto. Spero che anche il fratello di Saman mantenga fermo il proposito di fare giustizia per la sorella».

Grave errore dei pm: più lontana la verità sull'omicidio di Saman. Il fratello della pakistana uccisa da papà e zio andava indagato. La corte: verbali inutilizzabili. Felice Manti il 28 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Un errore da matita blu della Procura di Reggio Emilia rischia di pregiudicare il processo sull'omicidio di Saman Abbas, la ragazza pakistana che sarebbe stata uccisa dal padre Shabbar, dallo zio Danish e da due cugini a Novellara il primo maggio del 2021 perché voleva vivere con un fidanzato inviso alla famiglia, rifiutare un matrimonio forzato in patria e liberarsi da un contesto che ne segregava desideri e ambizioni.

Colpa di una palese violazione dei diritti del fratello della ragazza, il testimone oculare dell'omicidio Ali Heider, che ai magistrati avrebbe rivelato l'orribile verità non da indagato ma da semplice persona informata sui fatti, senza dunque le garanzie riconosciute a chi è iscritto nel registro degli indagati (dal diritto al silenzio alla ragionevole durata delle indagini). E dire che proprio per evitare una prassi consolidata (ti interrogo e poi in caso ti indago se mi fa gioco) la riforma dell'ex Guardasigilli Marta Cartabia aveva ampliato l'articolo 335 del codice che regola l'iscrizione nel registro aggiungendo ulteriori garanzie procedurali, disattese dai pm.

È stata la Corte di Assise di Reggio Emilia a certificare che ciò che avrebbe confessato e messo a verbale il 12, 15 e 21 maggio del 2021 è inutilizzabile: l'interrogatorio avrebbe dovuto tenersi alla presenza di un avvocato, a maggior ragione perché il ragazzo all'epoca delle deposizioni era un minorenne. Nella complessa ordinanza pronunciata dalla presidente della Corte Cristina Beretti (già trasmessa alla Procura per i minorenni di Bologna) si legge che già dall'incidente probatorio a carico del ragazzo emergevano «precisi indizi di correità» (in alcune telefonate intercettate ammise di sapere cosa stavano pianificando padre e zio) «che avrebbero dovuto portare alla sua iscrizione nel registro degli indagati a titolo di garanzia». «È quello che avevamo chiesto noi», confermano Luigi Scarcella, Maria Grazia Petrella e Liborio Cataliotti, difensori dei parenti accusati dal ragazzo che hanno lsollevato la grave anomalia sottovalutata dai pm.

Dovrà dunque essere nuovamente interrogato l'unico custode della verità: fu lui a dire che lo zio Danish gli confessò di aver strangolato Saman e che c'era stata una riunione tra i parenti per pianificare il delitto, fu lui a rivelare ai genitori messaggi e foto sulla relazione sgradita, è lui che ha sfidato la famiglia pur di vendicare la sorella. Una sconfitta sonante per la Procura, una prima vittoria per il padre, lo zio e i cugini di Saman che ora potrebbero farla franca. Enrico Della Capanna, difensore del padre di Saman, è netto: «Senza di lui difficile che la verità adesso venga fuori».

La mancata iscrizione appare un'omissione figlia di un'inerzia ingiustificata e protrattasi nel tempo. In attesa che il Csm apra una pratica per capire i perché della plateale omissione dei magistrati, la vicenda assume il solito retrogusto amaro della malagiustizia. Martedì 31 ottobre sapremo se le sue dichiarazioni verranno ribadite nella loro interezza o peggio, come fa capire il suo legale Valeria Miari, se il ragazzo si avvarrà della facoltà di non rispondere, anche per le pressioni ricevute dai familiari (documentate da alcune intercettazioni), anche se così rischierebbe di finire indagato, alimentando ambiguità che farebbero il gioco di chi non vuole la verità. Barbara Iannuccelli, che assiste il fidanzato di Saman, incrocia le dita: «Spero che non si tiri indietro e ce la faccia a ripetere ciò che ha visto, lo zio mettere la mano sulla bocca di Saman eccetera... Lo faccia per tutte le Saman che ancora non conosciamo...».

(ANSA martedì 31 ottobre 2023) - Nella testimonianza davanti alla Corte di assise di Reggio Emilia il fratello di Saman ha parlato anche di altri due parenti, due figure già emerse negli atti dell'inchiesta e del processo e non imputate. Spiegando che questi due arrivavano nella casa di Novellara "a dare consigli brutti", ai genitori, quando la sorella era in comunità e anche dopo, prima che venisse uccisa. "Facevano queste conversazioni, ma mi mandavano subito via", ha detto parlando di uno zio e di un cugino.

 "Ho visto tutta la scena. Io ero alla porta. Mia sorella camminava, mio zio l'ha presa dal collo e l'ha porta dietro alla serra. Ho visto i cugini, solo la faccia". Lo ha detto in Corte di assise il fratello di Saman, raccontando gli istanti finali della vita della ragazza, uccisa a Novellara, la sera del 30 aprile 2021, accusando così nuovamente lo zio e i cugini del delitto organizzato, in ipotesi di accusa, dai cinque familiari. Il corpo è stato trovato un anno e mezzo dopo, in un casolare diroccato nelle vicinanze. (ANSA)

Estratto dell’articolo di ansa.it martedì 31 ottobre 2023. 

Il fratello di Saman Abbas "allo stato non è stato iscritto nel registro degli indagati" della Procura per i minorenni di Bologna. Lo si è appreso nel corso dell'udienza in Corte di assise a Reggio Emilia, dopo che la presidente Cristina Beretti aveva sollecitato la richiesta di informazioni all'ufficio minorile.

"Voglio parlare, voglio dire tutta la verità" ha detto il giovane, annunciando la decisione di rispondere alle domande. Questo, dopo l'ordinanza della Corte di assise reggiana che aveva dichiarato inutilizzabili le dichiarazioni del ragazzo in precedenza, tra maggio e giugno 2021, perché, secondo i giudici, doveva essere iscritto nel registro degli indagati. Imputati sono cinque familiari: i genitori (la madre latitante), lo zio e due cugini. E' stato fatto entrare prima dell'ingresso dei parenti e viene sentito dietro ad un doppio paravento. T-shirt nera, pantaloni grigi, è assistito dall'avvocato Valeria Miari.

Una serie di "non ricordo" alle domande dell'avvocato Luigi Scarcella, difensore del cugino imputato, Nomanhulaq Nomanhulaq, pronunciati in italiano. Le prime domande al fratello di Saman, sentito nell'udienza sull'omicidio della sorella, vertono sul telefono utilizzato all'epoca dei fatti, aprile e maggio 2021, e sulle date in cui venne sentito dai carabinieri e dal pm. In aula, mentre il ragazzo parla, è presente anche il padre, Shabbar Abbas, i cugini e lo zio Danish Hasnain. Nelle precedenti dichiarazioni, ritenute inutilizzabili, il ragazzo accusava i familiari. Il testimone, che ha da poco compiuto 18 anni, è coperto da un paravento, ma il suo volto è ripreso negli schermi a lato dell'aula dell'assise.

Quando in passato affermò che i suoi cugini non c'entravano nulla "ho detto una bugia perché mio padre mi disse di farlo, mi ha detto di non dire niente", ha risposto il ragazzo alle domande dell'avvocato del cugino. "Io da piccolo avevo paura di mio padre e di mio zio", ha aggiunto. "Quando sono andato dall'altro giudice - ha continuato - ho detto che non hanno fatto niente, ero costretto da mio padre". Quando avvenne? "Non lo ricordo. Ma prima e dopo mi hanno chiamato e detto di non dire niente dei cugini". 

Qualcuno ti aveva detto che Saman era stata seppellita, gli è stato chiesto. "Sì", ha risposto il giovane, sottolineando che la richiesta era arrivata da "Noman, gli avevo chiesto io, perché volevo abbracciare mia sorella. Ma l'ho chiesto anche allo zio, prima di partire per Imperia". Nei giorni successivi alla scomparsa della ragazza, maggio 2021, il giovane partì per la Liguria, insieme allo zio, ma venne fermato ad un controllo e portato in una comunità per i minorenni, all'epoca era sedicenne. Lo zio invece lasciò l'Italia e venne rintracciato in seguito, mesi dopo, in Francia. E perché di questo, ha domandato l'avvocato di Nomanhulaq, non parlasti negli interrogatori al pm e ai carabinieri? "Perché non mi dissero di preciso dov'era, solo che era sotto terra. E sempre per la questione di mio papà, avevo paura di lui".

"Mentre facevano i piani, io stavo sulle scale ad ascoltare, non tutto ma quasi. Ho sentito una volta mio padre che parlava di 'scavare'", ha raccontato ancora il fratello di Saman. Chi faceva i piani? "Noman, papà, mamma e altri due, Danish e Ikram". Il giovane ha indicato i cinque familiari imputati per l'omicidio della sorella come persone presenti in questa conversazione, in camera da letto, che lui ascoltò, nei giorni prima della scomparsa: il cugino Nomanhulaq Nomanhulaq, il padre Shabbar Abbas, la madre Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain e l'altro cugino Ikram Ijaz. Dov'era Saman mentre sentivi queste cose? "Non ricordo, sono confuso". E, dopo una lunga pausa di silenzio, ha ribadito di non ricordarsi. La riunione durò "più o meno mezz'ora". Oltre a "scavare", il giovane ha detto che ricorda di aver sentito anche "passare dietro alle telecamere".

Nella scorsa udienza, venerdì, la Corte aveva emesso un'ordinanza dove si diceva che le dichiarazioni del giovane pachistano sono inutilizzabili, perché nel 2021 doveva essere indagato, anche a sua garanzia, nel procedimento per omicidio della sorella. La sua veste processuale era dunque mutata da testimone a quella di potenziale indagato in un procedimento connesso. L'ordinanza è stata inviata dalla Procura reggiana a quella per i minori, competente perché all'epoca il fratello di Saman aveva 16 anni. […]

Saman Abbas, il fratello parla in aula: «Mia sorella voleva fare la sua vita, papà mi minacciò». Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera martedì 31 ottobre 2023.

Reggio Emilia, la deposizione in aula del 18enne che aveva accusato i familiari del delitto. Le sue dichiarazioni precedenti erano state considerate dai giudici inutilizzabili

«Ho deciso di parlare di dire tutta la verità». Comincia così la deposizione del fratello 18enne di Saman Abbas, la giovane di origini pakistane uccisa dalla famiglia islamica che non accettava le sue libertà. Il ragazzo parla protetto da un grosso cartello nero. Accanto a lui c’è l’avvocata che lo assiste, Valeria Mari. È visibilmente emozionato. Alle domande iniziali, che vertono tutte sull’uso dei cellulari a sua disposizione, sui numeri, sulla disponibilità, risponde sempre «non ricordo». Il padre Shabbar, ha raccontato, lo avrebbe minacciato, intimandogli di mostrare le chat tra lei e il fidanzato, che il sedicenne aveva registrato: «Mi disse fammi vedere questi messaggi, se no ti appendo a testa in giù nelle serre», ha detto il giovane. «Io ho sempre paura di mio papà», ha aggiunto poi. Poi Saman andò in bagno e quando uscì ci fu il litigio tra i familiari e la 18enne, che voleva andarsene. «Voleva fare la sua vita», ha detto il ragazzo. «Mentre lei era in bagno mio padre ha chiamato qualcuno, non so chi. Ho sentito qualcosa del tipo “state attenti alle telecamere”».

«Mio padre mi disse di non parlare, per questo dissi bugie»

In aula, mentre il ragazzo parla, è presente anche il padre, Shabbar Abbas, i cugini e lo zio Danish Hasnain. Nelle precedenti dichiarazioni, ritenute inutilizzabili, il ragazzo accusava i familiari. Il volto del testimone, che ha da poco compiuto 18 anni, è ripreso negli schermi a lato dell’aula dell’assise. Quando in passato affermò che i suoi cugini non c’entravano nulla «ho detto una bugia perché mio padre mi disse di farlo», «mi ha detto di non dire niente». Il fratello di Saman ha risposto così, nell’aula dell’assise di Reggio-Emilia, alle domande dell’avvocato dell’imputato Nomanhulaq Nomanhulaq, suo cugino. «Io da piccolo avevo paura di mio padre e di mio zio», ha aggiunto. «Quando sono andato dall’altro giudice — ha continuato — ho detto che non hanno fatto niente, ero costretto da mio padre». Quando avvenne? «Non lo ricordo. Ma prima e dopo mi hanno chiamato e detto di non dire niente dei cugini».

«Dissi ai carabinieri dove poteva essere seppellita»

E ancora: «Mentre facevano i piani, io stavo sulle scale ad ascoltare, non tutto ma quasi. Ho sentito una volta mio padre che parlava di “scavare”». Chi faceva i piani? «Noman, papà, mamma e altri due, Danish e Ikram». Dov’era Saman mentre sentivi queste cose? «Non ricordo, sono confuso». La riunione durò «più o meno mezz’ora». Oltre a «scavare», il giovane ha detto che ricorda di aver sentito anche «passare dietro alle telecamere. Dissi ai carabinieri dove poteva essere seppellita Saman quando andammo a Novellara per cercare il corpo. Me l’aveva detto Noman (Nomanulhaq Nomanulhaq, ndr)». «Chiesi a Noman dove fosse perché volevo abbracciarla l’ultima volta, lo chiesi anche allo zio Danish», ha proseguito. «Perché questa cosa non la dicesti ai carabinieri in precedenza?» domanda il legale. «Perché non sapevo di preciso dove fosse sottoterra e sempre per paura di mio padre». L’esame del ragazzo è caratterizzato da molti «non ricordo».

Le lacrime in aula

Durante l’udienza il fratello di Saman ha pianto in aula: «Sto troppo male» e dopo alcune ore di testimonianza era lacrime. «Questo è comprensibile, ma entra tutto in gioco nella tua testimonianza, ti abbiamo dato gli avvisi di legge», gli ha spiegato la presidente della Corte Cristina Beretti, chiedendo al ragazzo se intende andare avanti a rispondere. Dopo un’altra riflessione, il giovane ha acconsentito a proseguire nell’audizione.

«Noman mi disse che Saman era stata seppellita»

Qualcuno ti aveva detto che Saman era stata seppellita? «Sì». E chi te lo aveva detto? «Noman, gli avevo chiesto io, perché volevo abbracciare mia sorella. Ma l’ho chiesto anche allo zio, prima di partire per Imperia». È la risposta del fratello, che si è riferito al cugino, Nomanhulaq Nomanhulaq e allo zio Danish Hasnain. Nei giorni successivi alla scomparsa della ragazza, maggio 2021, il giovane partì per la Liguria, insieme allo zio, ma venne fermato ad un controllo e portato in una comunità per i minorenni, all’epoca era sedicenne. Lo zio invece lasciò l’Italia e venne rintracciato in seguito, mesi dopo, in Francia. E perché di questo, ha domandato l’avvocato di Nomanhulaq, non parlasti negli interrogatori al pm e ai carabinieri? «Perché non mi dissero di preciso dov’era, solo che era sotto terra. E sempre per la questione di mio papà, avevo paura di lui». L’audizione prosegue, con continue richieste sulle dichiarazioni fatte in precedenza dal giovane testimone, davanti agli investigatori e poi davanti al giudice in incidente probatorio, tra maggio e giugno 2021. Per facilitare la comprensione delle domande, le parti si rivolgono al giovane pachistano con il “tu”.

Saman, il fratello in aula. "Papà disse di scavare. Zio la prese per il collo". Patricia Tagliaferri l'1 Novembre 2023 su Il Giornale.

Il 18enne resta testimone e accusa la famiglia dell'omicidio della sorella: "Voleva fare la sua vita"

Parla da dietro un paravento, in perfetto italiano, il fratello di Saman, dopo essersi seduto nell'aula della Corte d'Assise di Reggio Emilia prima che entrassero i parenti, per evitare di incrociarne gli sguardi dopo le pressioni subite affinché cambiasse versione: «Voglio dire tutta la verità», esordisce confermando di voler parlare nonostante gli avvocati degli imputati, la scorsa udienza, avessero cercato di farlo uscire dal processo evidenziando una possibilità incompatibilità tra la sua veste di parte civile e quella di possibile indagato. Eccezione respinta dai giudici, per i quali la situazione di Ali Haidert è immutata, al momento non è indagato e può testimoniare.

Nell'aula della Corte d'Assise di Reggio Emilia è il giorno di questo ragazzo da poco maggiorenne che accusa la famiglia dell'omicidio della sorella, avvenuto a Novellara la notte del 30 aprile 2021. Uccisa a 16 anni perché aveva osato opporsi ad un matrimonio combinato e perché le piaceva fare la sua vita. «Temevo di fare la stesa fine», dice. Le parole di Ali sono ascoltate dal padre, Shabbar Abbas, recentemente estradato dal Pakistan - dove era fuggito con la moglie dopo la scomparsa di Saman - i cugini Ikram Ijaz e Nomanullaq Nomanullaq e e lo zio Danish Hasnain. L'altra imputata è la madre, l'unica ancora latitante in patria. Le sue precedenti dichiarazioni, rese tra maggio e giugno 2021, sono state poi ritenute poi inutilizzabili. Dunque è importante che ieri il testimone chiave, seppur tra qualche non ricordo, abbia ribadito le sue accuse contro i familiari, aggiungendo dettagli mai rivelati, come quando li sentì pianificare il delitto, e contraddicendosi su altri, come il fatto di averli visti con pale e secchio. «Mentre facevano i piani, io stavo sulle scale ad ascoltare, non tutto ma quasi. Ho sentito una volta mio padre che diceva di scavare. C'erano Noman, papà, mamma e altri due, Danish e Ikram», racconta Ali, che poi risponde alle domande sulla sera della scomparsa di Saman quando la sorella era in bagno a chattare con il fidanzato. «Mio padre mi disse di mostrargli le chat, altrimenti mi avrebbe appeso a testa in giù nelle serre. Quando è uscita, l'hanno incalzata, mia mamma l'ha rincorsa dicendole che l'avrebbero fatta sposare con chi voleva, ma lei voleva fare la sua vita. In bagno si è cambiata, si è messa i jeans ed è andata in strada. Mio padre ha chiamato qualcuno mentre Saman era in bagno e ha detto state attenti alle telecamere», racconta il 18enne.

In un primo momento Ali aveva detto che i cugini non c'entravano nulla: «Ho detto una bugia perché mio padre mi disse di farlo. Da piccolo avevo paura di lui e di mio zio». Ora invece spiega che fu il cugino Noman a dirgli dove era seppellita la sorella: «Lo chiesi a lui e allo zio Danish perché volevo abbracciarla un'ultima volta». Sarebbe stato lo zio a portare nella serra la sorella. «Ho visto tutta la scena, ero lì davanti alla porta. Mia sorella camminava, lo zio l'ha presa per il collo con un braccio e l'ha portata nella serra, mentre mia madre guardava. C'erano anche i cugini, di cui ho visto solo la faccia». Dettagli diversi da quelli raccontati nel corso dell'incidente probatorio. «Perché non hai detto prima queste cose?», gli chiede il legale di uno degli imputati. «Perché avevo paura di mio padre», risponde lui.

(ANSA venerdì 3 novembre 2023) "Io sono cresciuto in quella cultura, da piccolo i miei genitori mi hanno insegnato che non si poteva fare amicizia con le ragazze, era vietato, e per questo ho mandato la foto del bacio di Saman ai miei parenti. In quel momento avevo la loro stessa mentalità, per me era una cosa sbagliata. 

Ma ora è tutto cambiato, da quando sono in comunità. Mi sento anche di essere italiano. Per come penso ora, hanno fatto una cosa sbagliatissima". Lo ha detto il fratello di Saman Abbas, in un accorato momento della sua testimonianza rispondendo alla domanda sul perché inviò ai propri familiari la foto della sorella che baciava il fidanzato

(Adnkronos venerdì 3 novembre 2023) - ''Ho provato a farmi del male, in comunità ho bevuto del profumo, volevo uccidermi. Ero rimasto da solo''. Lo ha detto il fratello di SAMAN, rispondendo alle domande dell'avvocato Teresa Manente, dell'associazione 'Differenza donna', parte civile nel processo. ''Avevo paura di mio padre - ha poi aggiunto - ha provato anche a fare del male a SAMAN. Quando è tornata dal Belgio, lui l'ha aggredita con un coltello. Aveva bevuto. Mi sono messo in mezzo, ho preso il coltello per buttarlo via e nel farlo mi sono ferito tra il pollice e l'indice''.

(ANSA venerdì 3 novembre 2023) Perché hai deciso di dire tutta la verità? Risposta di Abbas,il fratello di Saman in aula: "Da quando è successa questa roba, ho tenuto tutto dentro di me, ogni giorno soffro e mi voglio liberare. La notte non riesco a dormire. In camera mia ho attaccato le foto di mia sorella e, quando le guardo sbatto la testa contro il muro. So che se adesso dico tutte le cose come stanno, mi libero un po'. Questa cosa me la porterò dietro tutta la vita, ma se c'è qualcosa che mi può aiutare è sfogarsi, parlando, dire le cose come sono andate e come è successo. E per la giustizia di mia sorella".

Quando gli è stato domandato del rapporto che c'era tra i genitori, il fratello di Saman ha avuto un piccolo crollo e ha chiesto di interrompere l'audizione. La presidente della Corte di assise di Reggio Emilia Cristina Beretti ha concesso la sospensione, anticipando la pausa pranzo. "Ho ancora paura di papà", ha detto il giovane prima di fermarsi, mentre rispondeva alle domande di un avvocato di parte civile. Gli era da poco stato chiesto se aveva avuto paura, anche nei mesi successivi all'omicidio della sorella?

"Sì, ho avuto paura che mio zio in qualche modo mi facesse male, anche se era in carcere". Hai avuto paura di tuo padre? "Sì, perché da piccolo mi picchiava, tante volte". Papà picchiava anche tua sorella? A quel punto il testimone ha raccontato una scena, già descritta in interrogatori precedenti, in cui si sarebbe ferito con un coltello, frapponendosi tra il padre e Saman. E qual era il rapporto tra i tuoi genitori, tuo padre picchiava anche tua madre? A quel punto il giovane ha chiesto la sospensione. ANSA

Il fratello di Saman: "Ecco perché l'ho denunciata ai miei parenti". L'audizione del fratello di Saman Abbas davanti alla Corte d'Assise di Reggio Emilia: "Prima ero come la mia famiglia, ora non più". E poi sulla fuga con lo zio Danish: "Mi disse che dovevamo scappare". Rosa Scognamiglio il 3 Novembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 "Mi vietavano di fare amicizia con le ragazze"

 "In casa riunioni per fare male a Saman"

 "Mio padre ci disse che non dovevamo muoverci"

 "Altri due parenti hanno colpe"

 "Voglio giustizia per mia sorella"

 "Ho provato a uccidermi"

 "Papà diceva a mamma di piangere per finta"

Articolo in aggiornamento...

"Io ora mi sento italiano, prima ragionavo in un altro modo perché ero cresciuto nella cultura della mia famiglia". Lo dice Ali Heider, il fratello di Saman Abbas, davanti alla Corte d'Assise di Reggio Emilia in occasione della nuova udienza al processo per l'omicidio della 18enne pachistana uccisa a Novellara nella notte tra il 30 aprile e il 1°maggio 2021 per essersi opposta al matrimonio combinato. "Da piccolo ero cresciuto in questa cultura e avevo lo stesso modo di pensare dei miei genitori", afferma il ragazzo rispondendo alle domande dell'avvocato Liborio Cataliotti, legale di Danish Hasnain. Poi muove delle accuse nei confronti di altri due parenti: "Anche loro hanno colpe".

"Mi vietavano di fare amicizia con le ragazze"

All'epoca dei fatti minorenne, il ragazzo spiega il motivo per cui mostrò ai genitori la foto del bacio tra Saman e il fidanzato Saqib. "Vedevo le foto di mia sorella su internet e mi arrabbiavo. - spiega Ali Heider - Perché la mia cultura è la stessa dei miei genitori. Sono cresciuto in quella cultura, da piccolo mi hanno insegnato che nemmeno potevo fare amicizia con le ragazze perché era vietato, per questo mandai ai miei parenti la foto del bacio tra Saman e Saqib, perché per me in quel momento era una cosa sbagliata. Per come sono ora, da quando sono in comunità, è tutto cambiato. Oggi mi sento italiano. Per me hanno fatto una cosa sbagliatissima".

"In casa riunioni per fare male a Saman"

Nell'udienza di martedì mattina, il giovane aveva lasciato intendere che l'omicidio di Saman sarebbe stato progettato a tavolino dai familiari nel corso di alcune riunioni: "Venivano parenti a casa che davano consigli brutti" erano state le sue parole. Circostanza che ribadisce anche quest'oggi: "In casa venivano fatte riunioni per far del male a Saman, non solo quando scappò in Belgio, ma anche quando era in comunità". Il 18enne parla anche di Irfan, un altro cugino la cui posizione è stata poi archiviata, dicendo che "guardava sempre male Saman e con l'altro fratello di mio padre dava consigli brutti ai miei genitori, invitandoli a fare del male a mia sorella. Ha detto che lui l'avrebbe uccisa".

"Mio padre ci disse che non dovevamo muoverci"

Il ragazzo racconta poi di una telefonata tra il padre e lo zio Danish a pochi giorni dall'omicidio di Saman, quando furono sequestrati i telefoni agli imputati (all'epoca non erano ancora indagati ndr). "Mio zio disse: 'adesso noi scappiamo, perché ci hanno preso i telefoni, si sono accorti. Ma papà - aggiunge il ragazzo - disse 'dovete stare lì, perché altrimenti penseranno che è davvero successo qualcosa. Ma mio zio rispose: "Non possiamo stare qui, tu sei scappato in Pakistan, non hai problemi. Se prendono qualcuno, prendono noi". A quel punto il fratello di Saman partì insieme allo zio: in bicicletta verso Gonzaga, poi in treno per Modena, quindi Como, dove passarono la notte a casa di un conoscente. Quindi in viaggio per Imperia poi si ritrovarono anche con i due cugini imputati dove furono controllati e il ragazzo fu portato in Questura e poi trasferito in una comunità.

"Altri due parenti hanno colpe"

Incalzato dalle domande dell'avvocato Liborio Cataliotti, Ali Heider assicura di aver detto "tutta la verità" sull'omicidio. Nella precedente udienza, 18enne aveva affermato di aver visto lo zio Danish "prendere Saman per il collo". Dichiarazioni che conferma anche oggi: "Ero sull'uscio della porta di casa e la luce che illuminava la scena era quella della casa gialla in fondo. - dice - Ho visto bene mio zio e i miei cugini. Sono sicuro". Il ragazzo non esita a puntare il dito con altri due parenti, che attualmente non sono imputati nel processo, sostenendo che "sono più colpevoli di Noman e Ikram, che hanno fatto questa cosa per rispetto, hanno aiutato lo zio".

"Voglio giustizia per mia sorella"

"Ho deciso di raccontare la verità perché soffro ogni giorno, sto male e la notte non dorme", dice ancora il 18enne. E poi: "Guardo le foto di Saman che ho appese in camera e sbatto la testa sul muro. E' una cosa che mi porterò dentro tutta la via e penso che se c'è una cosa che mi può aiutare è sfogarmi e dire la verità. E voglio dirla anche perché voglio che sia fatta giustizia per mia sorella".

"Ho provato a uccidermi"

Il fratello di Saman racconta di aver tentato il suicidio: "Ho provato a farmi del male, in comunità ho bevuto del profumo, volevo uccidermi. Ero rimasto da solo", dice rispondendo alle domande dell'avvocato Teresa Manente, dell'associazione "Differenza donna", parte civile nel processo. "Avevo paura di mio padre - aggiunge - ha provato anche a fare del male a Saman. Quando è tornata dal Belgio, lui l'ha aggredita con un coltello. Aveva bevuto. Mi sono messo in mezzo, ho preso il coltello per buttarlo via e nel farlo mi sono ferito tra il pollice e l'indice".

"Papà diceva a mamma di piangere per finta"

Al pm Laura Galli il 18enne racconta della fuga di Saman in Belgio e di quando il padre avrebbe suggerito alla moglie, attualmente latitante, di mettere "la saliva sugli occhi" in modo da simulare le lacrime "per convincere mia sorella a tornare a casa". "Quando è tornata, mio padre è andato a prenderla, l'ha portata a casa - aggiunge - Ero molto felice. Poi le hanno chiesto del tatuaggio, dicendole che non andava bene, che andava cancellato". Quanto al fidanzato della ragazza "dicevano che lo avrebbero ammazzato non appena sarebbe tornata in Italia".

Estratto dell’articolo di Silvia Mancinelli per adnkronos.com venerdì 3 novembre 2023

"Non ho ucciso mia figlia, non ho mai voluto ucciderla. Ma di una cosa sono sicuro, l'omicidio è avvenuto in ambito familiare". Sono le parole pronunciate da Shabbar Abbas in una pausa dell'udienza del processo a Reggio Emilia per l'omicidio della figlia Saman. 

Shabbar Abbas, ritratto abbracciato alla figlia nella foto esclusiva Adnkronos, è uno degli imputati: si è espresso con dichiarazioni rilasciate ai suoi avvocati difensori Enrico Della Capanna e Simone Servillo e riferite all'Adnkronos. 

"Sono convinto, ma certo non sono detentore della verità assoluta, che la morte di Saman sia stata un incidente - spiega ancora Della Capanna all'Adnkronos -. Le indagini, portate avanti in maniera pessima, hanno sempre insistito su una e una sola ipotesi, affievolendo le altre. Eppure sono diverse le alternative possibili nella dinamica dei fatti. Sappiamo che Saman quella sera uscì di casa vestita con jeans e scarpe ben allacciate per andare via, chissà dove. È probabile che si sia riparata in casa di qualcuno, un parente certo, che si sia messa comoda e lì, magari al culmine di una lite, sia stata uccisa. Vero è che, nella fossa nella quale è stata trovata, non aveva né le scarpe né i calzini che calzava la sera in cui è fuggita. Oppure, altra ipotesi, è che un parente l'abbia afferrata di forza per bloccarla, per non farla andar via, e nel farlo le abbia spezzato l'osso del collo".

E la fossa? Un'ipotesi investigativa vuole sia stata scavata in più giorni. "È stata scavata il primo maggio - risponde l'avvocato Servillo - Ci avranno messo un’ora, non di più". 

[…] 

Shabbar Abbas, presente in tutte le udienze, ascolta i racconti del figlio a testa bassa. Mai un sussulto, mai uno sguardo. "Ha paura per il ragazzo - dice l'avvocato -. Da subito non ha voluto coinvolgere il figlio. Nelle intercettazioni, quando diceva che avrebbe messo in mezzo lo zio, il cugino, lui gli diceva di non dire nulla, di restarne fuori. Quando poi è stato incalzato oltremodo, gli ha detto di dare la colpa a lui".

E poi, sul rapporto di Shabbar con la figlia: "Voleva bene a Saman - precisa Della Capanna -. Al di là di quanto si è detto, c’è una foto che più di tutto lo racconta. Shabbar e sua figlia abbracciati sul letto, è stata scattata il 20 aprile, dopo la comunità. Ma soprattutto 10 giorni prima che di lei si perdessero le tracce". 

"Quando Saman è andata in comunità i miei erano preoccupati per il loro onore, perché in Pakistan avrebbero pensato male di noi" ha detto poi il fratello in aula. "Mio papà ha cambiato più di 10 account su Instagram per contattarla e convincerla a tornare a casa. Un giorno Saman ha fatto una videochiamata e mia mamma, vedendo che si era fatta i capelli biondi, ha detto a bassa voce ‘prostituta'".

"Quando Saman fumava - conclude - mia madre le diceva di smettere, mentre mio papà, appena dietro, diceva che una volta tornata l’avrebbe sistemata lui, che la faceva fumare lui".

Saman Abbas, le pressioni della mamma latitante sul figlio testimone. Lui: «O mi uccido o mando tutti in cella a vita». Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 24 ottobre 2023.

Sul fratello della ragazza uccisa, che vive sotto protezione, le pressioni della mamma latitante: «Non dire falsità ai giudici». Aperto un fascicolo contro ignoti per le minacce sul giovane. Il 18enne testimonierà venerdì

«Figlio mio, non dire nulla ai giudici, quali cose false dici... Non dire nulla a nessuno: la verità è la verità, le falsità sono falsità». Parole pressanti che rimbalzano dal Pakistan alla località emiliana in cui vive sotto protezione il 18enne fratello di Saman, la ragazza uccisa a Novellara — nel Reggiano — nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 per essersi opposta alle nozze combinate dai genitori.

A parlare, rivolgendosi al figlio secondogenito, è proprio la madre, Nazia. A lei il ragazzo, che venerdì testimonierà in audizione protetta, replica così, laceratissimo: «O mi uccido o mando tutti in carcere a vita». Poi, orgoglioso, chiarisce: «non dico falsità».

La donna è l’unica ancora latitante dei 5 imputati accusati dell’omicidio, tra cui il marito Shabbar, consegnato dal Pakistan all’Italia, e Danish Hasnain, zio di Saman.

Nazia Shaheen, ricercata e che teme di essere localizzata, si rivolge al figlio tramite il cellulare di una parente — nelle carte giudiziarie con il nickname di «Maria Cugina» — che via WhatsApp e messenger gira audio e messaggi agli account del giovane. Questi: «cattivo ragazzo» e «grande boss».

Tono e insistenza di Nazia, ma anche di altri familiari, hanno indotto il procuratore di Reggio Emilia Gaetano Paci ad aprire un fascicolo contro ignoti riguardante pressioni e minacce sul ragazzo, maggiorenne da poco. Fu lui, dopo la sparizione della sorella, a indirizzare le indagini parlando, in incidente probatorio, di omicidio e incolpando la famiglia. Ma in aula i difensori degli imputati hanno ottenuto di ascoltarlo ancora.

Tra pianti e suppliche, Nazia ha le idee chiare su come debba regolarsi il figlio. Gli indica dei conoscenti in Italia e gli dice di andare a trovarli «almeno un’ora» dato che loro, oltre a trovargli un lavoretto, potrebbero aiutarlo con patente e passaporto. «Sistema i documenti» è l’insistente messaggio che perviene al giovane grazie al «ponte» fatto da «Maria Cugina». Poi «vieni a trovarmi almeno per una settimana. Da viva questo è il mio unico scopo: vedere mio figlio con i miei occhi».

Ma i carabinieri adombrano l’ipotesi che questo pressing — la madre gli suggerisce pure di raggiungere la Spagna — sia finalizzato soprattutto a evitare l’interrogatorio che potrebbe inguaiare il clan Abbas.

In un altro messaggio una zia è ancora più esplicita e lo invita a «ritrattare le dichiarazioni asserendo che tutti sono innocenti e nessuno ha colpe». Il ragazzo scrolla le spalle. Non cancella quei messaggi come sollecitano dal Pakistan e permette ai carabinieri di recuperarli.(ANSA venerdì 20 ottobre 2023) - In alcune telefonate intercettate tra fine maggio e inizio giugno 2021 il fratello di Saman Abbas, testimone chiave della Procura, accusava lo zio Danish di aver ucciso la sorella 18enne.

La conferma a quanto dichiarato negli interrogatori ai carabinieri arriva dalle trascrizioni delle conversazioni, depositate agli atti del processo in corso davanti alla Corte di assise reggiana, dove lo stesso ragazzo, nel frattempo divenuto maggiorenne, sarà chiamato a testimoniare in aula, probabilmente venerdì 27 ottobre.

Imputati sono il padre Shabbar Abbas, estradato dal Pakistan, la madre Nazia Shaheen, latitante, i due cugini Nomanhulaq Nomanhulaq e Ikram Ijaz e lo zio Danish Hasnain.

Proprio Danish è indicato dal ragazzo come responsabile, in una telefonata del 28 maggio (quasi un mese dopo l'omicidio di Novellara) tra il fratello di Saman e una zia:

"Da oggi non parlerò più con tuo fratello Danish e non parlerò nemmeno con quel cane che ha i baffi e più nemmeno con Irfan, non parlerò più neanche con gli altri due che stanno con loro perché ha fatto tutto lo zio, ha fatto tutto lo zio".

La zia rispose: "Stai zitto". Ma il fratello di Saman: "Sì ma io a questi qui gli darò una lezione che si ricorderanno tutta la vita.

Se non è rimasta viva mia sorella, allora neanche loro hanno diritto di vivere. O mi ucciderò oppure farò qualcosa a questi".

In un'altra conversazione, del giorno prima, sempre il fratello parlava con una conoscente. "Mio zio ha ucciso una persona, capito?", disse. "In Pakistan?", domandò lei. Risposta: "Novellara".

Saman Abbas, si cerca la madre. "Considerata un'eroina che ha sacrificato la figlia". È in corso il processo sull'omicidio di Saman Abbas, la 18enne vittima di una congiura familiare per essersi opposta al matrimonio forzato. L'associazione "Senza Veli sulla Lingua" che tutela le donne: "Pene esemplari per gli imputati". Rosa Scognamiglio il 13 Ottobre 2023 su Il Giornale.

È in corso il processo per l'omicidio di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa a Novellara nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021 per essersi opposta al matrimonio forzato col cugino nella terra di origine. All'ultima udienza era presente in aula il padre della ragazza, Shabbar Abbas, estradato in Italia dal Pakistan a fine agosto.

Tra gli imputati, oltre al papà, i due cugini e lo zio di Saman, c'è anche la madre, Nazia Shaheen, che è ancora latitante. "Bisogna trovarla perché è complice di questo terribile crimine. Fece da esca per attirare la figlia nella trappola mortale. Fu lei, come si vede dall'ultimo video, che consegnò Saman nelle mani dello zio Danish Hasnain", dice Ebla Ahmed, avvocato e presidente dell'associazione nazionale "Senza Veli sulla Lingua", che da 10 anni si occupa di offrire supporto legale e psicologico alle donne italiane e straniere vittime di violenza.

Omicidio Saman, adesso si cerca la madre: i sospetti degli inquirenti

Ebla Ahmed, come commenta l'estradizione di Shabbar Abbas?

"Anzitutto mi complimento con il governo per essere riuscito a riportare il padre di Saman in Italia. È la prima volta che una estradizione attiva viene concessa dal Pakistan. Dunque è un segnale di apertura importante, anche in previsione di un eventuale accordo bilaterale tra i due Paesi. Ora però è fondamentale che la giustizia faccia il suo corso e punisca come meritano i responsabili di questo terribile crimine".

Che intende dire?

"Servono pene esemplari per gli imputati. Non possono e non devono farla franca perché è inaccettabile che una giovane donna, quale era Saman, sia stata ammazzata per essersi opposta all'usanza tribale del matrimonio forzato".

A breve ci sarà l'audizione del fratello di Saman Abbas. Secondo lei, quanto potrà incidere sull'esito del processo la testimonianza del ragazzo?

"Il fratello di Saman è testimone oculare della tragedia e sicuramente la sua deposizione inciderà sul corso del processo. Sta di fatto che potrebbe avere qualche attimo di cedimento dinnanzi al padre, che non vede da due anni. Ora più che mai bisogna supportare emotivamente il ragazzo, la sua posizione è delicatissima".

"I miei genitori...". Cosa ha raccontato il fratello di Saman

E invece come pensa si comporteranno gli altri imputati?

"Sono certa che si accuseranno l'un l'altro nel tentativo di scaricarsi da ogni responsabilità del fatto. Ma sono tutti colpevoli, compresa la madre di Saman che non è stata ancora catturata".

Pensa che Nazia Shaheen, la madre di Saman, si trovi in Pakistan?

"Credo sia nascosta nel Punjab, dove vive il clan degli Abbas, e che attorno a lei ci sia una notevole rete di protezione".

Cosa glielo fa pensare?

"Perché lì, nel villaggio in cui vive, può contare sul sostegno dell'intera comunità. Anzi sarà considerata alla stregua di un'eroina per aver difeso l'onore della famiglia sacrificando la vita della figlia 'disobbediente'".

Saman, incrociati filmati e tabulati: le prove contro il padre e lo zio

Lei è presidente di un'associazione che tutela anche giovani donne straniere vittime di maltrattamenti familiari. Il matrimonio forzato è ancora diffuso?

"Certo che lo è. E le dirò di più: non solo nelle aree rurali del Pakistan, dove peraltro dal 2004 il delitto d'onore è considerato un reato, ma anche in altre regioni del mondo. Penso all'Albania, ad esempio, oppure alle comunità rom. Questa pratica ancestrale delle nozze forzate è più diffusa di quanto non ci si immagini".

Riceve molte segnalazioni?

"Tante. E purtroppo si tratta di casi similissimi a quelli di Saman. Ma non tutte, dopo aver denunciato i familiari, hanno la forza di andare fino in fondo".

C'è qualcuna che è ritornata sui propri passi?

"Sì. Ricordo il caso di una ragazza che ha fatto un passo indietro nonostante ci fosse in corso un procedimento penale a carico dei genitori. Il punto è che la giustizia deve punire con pene severe chi induce il proprio figlio o figlia al matrimonio forzato, anche in caso di ripensamenti da parte della vittima. Bisogna dare un segnale forte, altrimenti non riusciremo a evitare altre tragedie".

"Vi mostro come abbiamo sepolto Saman". Il video choc dello zio

E alle vittime che suggerimento può dare?

"Anzitutto di rivolgersi il prima possibile alle forze dell'ordine. E poi, una volta al sicuro in una struttura protetta, di stare in guardia da eventuali tentativi di riavvicinamento da parte della famiglia. Così come è successo nel caso di Saman, spesso le donne del clan fanno da esca per le figlie. Ed è molto importante che queste ragazze lo sappiano. Non si può e non si deve morire a 18 anni per questa atroce barbarie del matrimonio forzato".

Saman Abbas, sui resti della ragazza nessuna traccia del Dna di genitori, zio e cugini. Margherita Grassi su Il Corriere della Sera martedì 26 settembre 2023.

Lo hanno riferito in aula i periti del Tribunale. Presenti due profili genetici (uno maschile e uno femminile) ma che non risultano legati ai parenti della vittima 

Sugli indumenti di Saman Abbas, sui suoi accessori e sotto le unghie non è stata trovata traccia del dna dei cinque imputati per l’omicidio della ragazza. 

Il team di periti

Lo hanno riferito nell’aula di Corte d’Assise di Reggio Emilia i periti Cristina Cattaneo, Biagio Leone e Roberto Giuffrida, nominati dal Tribunale, che hanno composto il team di anatomopatologi impegnato in questi mesi nelle analisi sui resti umani trovati in viazza Reatino a Novellara, i resti della 18enne che la Procura ritiene sia stata uccisa da padre, madre, zio e due cugini perché ribellatasi a un matrimonio forzato. Erano presenti invece due profili genetici, uno maschile e uno femminile, che non presentano correlazioni parentali con la ragazza. Il padre della ragazza, Shabbar - estradato dal Pakistan dov’era fuggito il primo maggio 2021 – si è messo a piangere quando ha visto le immagini dei resti della figlia che man mano i periti proiettavano e analizzavano. «Non le aveva mai volute vedere prima, ha avuto una normale reazione», hanno commentato i suoi legali Simone Servillo ed Enrico Della Capanna. 

I tempi 

Un altro elemento importante emerso durante la deposizione dei periti riguarda i tempi: sia quelli di scavo della buca dentro la quale la ragazza è rimasta sepolta un anno e mezzo, sia quelli del decesso della giovane. «Il fatto che il terreno sia ben stratificato determina che questa parte del riempimento si sia in realtà costituita da una serie di sei eventi che si sono susseguiti nel tempo e che non possono assolutamente essersi depositati in un unico momento», così si legge in un passaggio delle 500 pagine della perizia medico legale. La fossa è quindi stata scavata, fino ad arrivare ad una profondità di 1,5 metri, in più momenti; ma anche dal punto di vista della larghezza è stata modificata dopo una prima realizzazione: 40 centimetri sono stati scavati successivamente. Aspetti, questi, che per l’avvocato Barbara Iannuccelli, legale del fidanzato di Saman,  «configurano la premeditazione». 

Gli accertamenti

Il corpo della 18enne è stato posto lì dopo la realizzazione della fossa. Dove, quindi, Saman è stata uccisa? Per l’avvocato dello zio Danish Hasnain, Liborio Cataliotti, il delitto sarebbe avvenuto ad opera della madre della ragazza alla fine del vialetto di casa, quando gli occhi elettronici delle telecamere che riprendono le due donne la sera del 30 aprile 2021 non le inquadrano più: «Spesso la soluzione è quella più semplice: la perizia dice che ad imprimere la forza che ha soffocato Saman può essere stato sia un uomo sia una donna – dice il legale – Sia una persona giovane sia una meno giovane. Un gesto che richiede pochi secondi». Gli accertamenti parlano infatti di 7 secondi per la rottura dell’osso ioide e di 11 secondi per provocare l’asfissia della ragazza, la cui agonia però «può essere durata fino a 8 minuti», ha detto Cattaneo. 

La perizia nel processo. Caso Saman Abbas, la fossa diventata sua “tomba” scavata per 6 volte: “Conferma premeditazione omicidio”. Redazione su L'Unità il 26 Settembre 2023 

La buca in cui è stata sepolta Saman Abbas, la 18enne di origini pachistane residente a Novellara, nel Reggiano, scomparsa nell’aprile del 2021 e ritrovata, senza vita, il 18 novembre scorso, era stata scavata per sei volte per “costruire” la tomba della ragazza. È questo quanto emerso dalla perizia medico-legale disposta dalla Procura di Reggio Emilia ed eseguita dal medico legale Cristina Cattaneo, l’archeologo forense Dominic Salsarola, il genetista forense Roberto Giuffrida e l’anatomopatologo Biagio Eugenio Leone.

“Il fatto che il terreno sia ben stratificato determina che questa parte del riempimento si sia in realtà costituita da una serie di 6 eventi che si sono susseguiti nel tempo e che non possono assolutamente essersi depositati in un unico momento“, è la considerazione fatta dagli autori della perizia, lunga 500 pagine e di cui riporta ampi stralci l’agenzia Agi.

Secondo i periti Saman “non è stata introdotta nella fossa nell’immediatezza della fine delle operazioni di scavo della fossa, ma in un, non meglio identificabile, momento successivo“. Nella loro ricostruzione “si ritiene che almeno due persone abbiano partecipato alla sistemazione del corpo della vittima all’interno della fossa” e che “come si evince dalla descrizione e dalle misure e forma del taglio, si può affermare con ragionevole certezza che il corpo della vittima è stato introdotto attentamente all’interno della sepolture e non buttato all’interno in maniera spiccia”. Difficile invece in quanto tempo sia stato preparato il “sepolcro” della ragazza: “Non è dato in maniera specifica in quanto tempo questa sequenza stratigrafica si sia formata”.

Della perizia si è discusso oggi durante l’udienza del processo per l’omicidio di Saman, uccisa perché rifiutò un matrimonio combinato dalla famiglia con un uomo, suo cugino, residente in Pakistan: gli imputati sono il padre Shabbar, estradato dal Pakistan poche settimane fa, lo zio Danish Hasnain, due cugini (tutti e tre detenuti nel carcere di Reggio Emilia) e la madre, attualmente l’unica familiare latitante.

Per Barbara Iannuccelli, assieme a Claudio Falleti avvocata di Saqib Ayub, il fidanzato di Saman Abbas, “l’elemento di novità incredibile è il risultato del lavoro dell’archeologo forense, il dottor Salsarola, che ci dice che la buca è stata scavata in due tempi, il che vuol dire che la prima volta è stata scavata in modo approssimativo e senza il corpo di Saman, a cui era possibile prendere le misure anche a occhio in quel momento, poi la buca è stata allargata. Quindi, la logica ci dice che questo tipo di doppio step prevede un primo step senza Saman, il secondo con Saman e che poi è stata collocata in quella buca non nell’immediatezza dello scavo. Questo fonda l’ipotesi di premeditazione che, in un processo per omicidio, fa la differenza tra i 30 anni e l’ergastolo”.

Nell’aula il padre di Saman, Shabbar Abbas, durante la spiegazione della documentazione fotografica esposta dal medico legale Cristina Cattaneo, tratta dalla perizia sul corpo della giovane dopo il ritrovamento, non ha guardato nessuna immagine del cadavere e si è mostrato commosso. Redazione - 26 Settembre 2023

Estratto dell'articolo di corriere.it venerdì 22 settembre 2023.

All'omicidio di Saman Abbas sarebbero stati presenti tutti e cinque i parenti imputati, i due cugini l'avrebbero tenuta ferma e lo zio le avrebbe spezzato il collo. La ricostruzione emerge dai racconti di due detenuti nordafricani, sentiti dagli investigatori a inizio settembre e che saranno chiamati a ripeterlo, testimoniando nel processo in corso a Reggio Emilia. Uno di loro ha riferito quanto gli avrebbe raccontato lo zio di Saman, Danish Hasnain, in carcere, mentre il secondo detenuto ha detto di aver avuto le informazioni dal primo.

I dubbi sui ruoli dei genitori

Le versioni non coincidono totalmente: secondo uno dei due Danish ha detto che anche il padre, Shabbar Abbas, avrebbe tenuto ferma la figlia a pancia in giù, mentre fumava, e la madre guardava. Secondo l'altro, quello che dice di aver avuto le confidenze dirette da Danish, la madre avrebbe contribuito a bloccare la 18enne, il padre avrebbe solo assistito. 

Sempre questo secondo detenuto ha riportato anche quelle che potrebbero essere state le ultime parole di Saman: quando si è trovata da sola coi familiari, probabilmente comprendendo le loro intenzioni, avrebbe detto di essere disponibile ad andare in Pakistan a sposare il parente nel matrimonio combinato dalla famiglia. 

L'ombra di un accordo economico

Un altro aspetto riguarda il movente. Dal racconto di Danish al compagno di cella, riferito agli investigatori (il procuratore Calogero Gaetano Paci, i carabinieri e la Penitenziaria) sembrerebbe che il padre di Saman avesse un accordo economico con il parente in patria, per 15mila euro [...] Hanno scavato la buca, dove è rimasta dalla notte del 30 aprile 2021 al 18 novembre 2022, quando è stato lo stesso Danish ad indicare dove si trovava il cadavere della nipote, in un casolare diroccato a Novellara vicino alla casa di famiglia.

Estratto dell’articolo di Alfio Sciacca per il “Corriere della Sera” sabato 23 settembre 2023.  

[…]  Sono ancora tutte da verificare le rivelazioni di due detenuti nordafricani che hanno raccontato dei particolari inediti sulla morte di Saman, la 18enne uccisa nel 2021 a Novellara. Hanno detto di averli appresi in carcere a Reggio Emilia da Danish Hasnain, lo zio di Saman, che si sarebbe sfogato «in un momento di particolare sconforto personale». 

Stando al loro racconto […]. Il cugino promesso sposo aveva infatti raggiunto un accordo economico con il padre di Saman per fargli sposare la 18enne in cambio di 15 mila euro. L’obiettivo non era tanto il matrimonio, ma la possibilità di poter poi arrivare in Italia grazie al ricongiungimento familiare. Uno schema di matrimoni combinati che, a quanto pare, non sarebbe un caso isolato ma farebbe parte di una sorta di catena di nozze di comodo tra Italia e Pakistan […]

Il capo della Procura di Reggio Emilia Gaetano Paci, il maggiore dei carabinieri Maurizio Pallante e gli agenti della Penitenziaria hanno verbalizzato il racconto dei due detenuti a inizio settembre e due giorni fa lo hanno depositato agli atti del processo in corso proprio a Reggio che vede imputati lo zio, il padre e i due cugini di Saman, mentre la madre è ancora latitante in Pakistan. Anche i nuovi testimoni saranno presto convocati e interrogati in Corte d’Assise. 

[…]Sarebbe stato lo zio Danish l’autore materiale del delitto di Saman. Le avrebbe spezzato il collo, mentre i due cugini la immobilizzavano a terra con la faccia in giù. Un film dell’orrore al quale avrebbero assistito la madre e il padre che, mentre la figlia moriva, fumava una sigaretta. Gli avvocati difensori non si sono opposti alla deposizione dei due nuovi testi, ma da subito hanno cominciato a metterne in discussione l’attendibilità. 

Innanzitutto, fanno notare, sarebbe stato solo uno dei due a raccogliere il presunto sfogo dello zio della 18enne, mentre l’altro lo avrebbe appreso de relato dal compagno di cella. […]. Per non dire che molti dei particolari che hanno riferito «erano in realtà già noti e riportati anche dagli organi di stampa». 

[…]

C’erano tutti parenti”. Le nuove rivelazioni sull’uccisione di Saman Abbas. Due detenuti hanno raccontato nuovi elementi relativi all'uccisione di Saman Abbas, rivelando alcune confessioni dello zio Hasnain. Francesca Galici il 21 Settembre 2023 su Il Giornale.

Emergono nuovi dettagli nell'indagine sulla morte di Saman Abbas. Sono stati due detenuti nordafricani nel carcere di Reggio Emilia a rivelare nuove informazioni, ottenute durante il periodo di reclusione dello zio della ragazza, Danish Hasnain. Al suo omicidio, hanno spiegato i due, sarebbero stati presenti tutti e cinque i parenti imputati, i due cugini l'avrebbero tenuta ferma e lo zio le avrebbe spezzato il collo.

Le due versioni non sono perfettamente collimanti, anche perché solo uno dei due avrebbe ricevuto le confessioni direttamente da Hasnain. Il secondo avrebbe ottenuto le informazioni di seconda mano dal primo detenuto, che gliele avrebbe raccontate in un secondo momento. Secondo uno dei due, infatti, lo zio avrebbe detto che anche il padre, Shabbar Abbas, avrebbe tenuto ferma la figlia a pancia in giù, mentre fumava, e la madre guardava. Secondo l'altro, quello che dice di aver avuto le confidenze dirette da Danish, la madre avrebbe contribuito a bloccare la 18enne, il padre avrebbe solo assistito.

Il detenuto che avrebbe parlato direttamente con lo zio della ragazza ha anche raccontato che Saman, quando è stata convocata nella stanza dalla famiglia, si è probabilmente resa conto di quanto stava per accadere. A quel punto, per cercare di sfuggire a quel destino che le si stava formando davanti agli occhi, avrebbe in extremis detto di essere disponibile ad andare in Pakistan a sposare il parente nel matrimonio combinato dalla famiglia. Un tentativo estremo per provare a salvarsi la vita, che non ha comunque funzionato.

Ma in quella conversazione col detenuto, Danish avrebbe anche esposto quello che sarebbe stato il movente. Pare che il padre di Saman avesse un accordo economico con il parente in patria per 15mila euro per fargli sposare la ragazza. L'obiettivo era di farlo venire in Italia, fare i documenti e dare il via a una catena che avrebbe coinvolto altre persone allo scopo di organizzare matrimoni combinati per soldi, al fine di avere i permessi di soggiorno. Tuttavia, la ribellione occidentale di Saman, che si era innamorata di un ragazzo italiano, ha fatto saltare completamente i piani economici. A scavare la buca sarebbe stato il padre e lì la ragazza sarebbe rimasta sepolta dalla notte del 30 aprile 2021 al 18 novembre 2022, quando è stato lo stesso Danish ad indicare dove si trovava il cadavere della nipote, in un casolare diroccato a Novellara vicino alla casa di famiglia.

Il caso della 18enne uccisa. “Non ho ucciso io Saman”: l’udienza di Shabbar Abbas tra colpi di scena e rivelazioni sulla moglie latitante. L'uomo estradato dal Pakistan. Ha detto che la moglie, ancora latitante, era in casa quando è stato arrestato. Nuove dichiarazioni di due detenuti depositate alla Corte di Assise, confessioni dello zio Danish Hasnain. Redazione Web su L'Unità l'8 Settembre 2023

Nuove confessioni, la moglie latitante, il rifiuto delle accuse per la morte della figlia 18enne, Saman Abbas, sparita a Novellara in provincia di Reggio Emilia nel nulla nell’aprile 2021, il cui corpo fu ritrovato lo scorso gennaio nei pressi di un casolare abbandonato in campagna. Shabbar Abbas, 47enne, tra gli imputati dell’omicidio, è stato estradato la settimana scorsa dal Pakistan. È accusato insieme con uno zio e la moglie. “Shabbar non sa da chi è stata uccisa la figlia e vuole saperlo. Sebbene sia stato dipinto come il mandante di questo vergognoso omicidio, è un uomo al quale hanno ammazzato la figlia e vuole giustizia”, ha detto l’avvocato Simone Servillo nell’aula della corte di Assise del tribunale di Reggio Emilia in occasione dell’udienza del processo.

L’uomo è entrato in aula poco dopo le dieci di questa mattina. “Non è uno show, è un processo: lui è detenuto ed è detenuto per l’omicidio della figlia, e considerata la situazione è molto concentrato. Chiaramente è una persona emotivamente molto provata, non solo dalla carcerazione, che ha un impatto molto secondario sul suo stato emotivo, ma dal fatto che gli hanno ammazzato la figlia”, ha dichiarato l’avvocato Servillo. Il legale ha anche rigettato il principale movente dell’omicidio finora ipotizzato: il matrimonio forzato con un cugino in Pakistan cui la ragazza si sarebbe opposta.

“Shabbar ha detto chiaramente che anche il dettame islamico non comporta la possibilità per il padre di obbligare la figlia, con la forza, a un matrimonio. Cioè loro danno un’indicazione, poi se i figli non vogliono, non vogliono”. Allo stesso tempo l’uomo si sarebbe accertato delle intenzioni – “non avrebbe mai sposato Saman perché lui doveva sposare un’altra donna” a detta dei legali – del fidanzato della figlia. Secondo l’avvocato ci sono “discrepanze importanti” nelle parole di Ali, fratello di Saman, e dello zio Danish. A questo proposito, nuove dichiarazioni spontanee di due detenuti sono state depositate alla Corte di Assise della Procura di Reggio Emilia. Si tratta delle parole di due reclusi a proposito di confessioni che Danish Hasnain avrebbe fatto loro che potrebbero chiarire quello che è successo nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2021, quando la 18enne scomparve.

Gli avvocati Servillo ed Enrico Della Capanna hanno anche aggiunto un particolare sulla moglie del loro assistito, imputata e ancora latitante: “Shabbar era in un campo quando è stato raggiunto dalla polizia e si è messo a disposizione. Mentre la moglie si trovava in casa. C’era un mandato di arresto anche per lei? Questo non lo sappiamo, non eravamo in Pakistan”. I genitori della ragazza erano stati ripresi dalle telecamere dell’aeroporto di Malpensa nei giorni della scomparsa. Altre immagini girate dalle telecamere di sorveglianza mostravano invece lo zio e i cugini della ragazza dirigersi verso i campi con una pala e un piede di porco la notte del 29 aprile. I cugini vennero catturati in Francia, a Nimes, e in Spagna, a Barcellona. Lo zio Danish Hasnain in un comune nei pressi di Parigi. Sono stati tutti estradati in Italia.

Agli atti del processo era stata messa intanto una telefonata, riportata dall’Ansa, in cui il padre confessava l’omicidio della figlia e il movente del matrimonio combinato. A fine novembre, grazie anche alle indicazioni dello zio della ragazza, Hasnain, il ritrovamento di un corpo nei pressi di un casolare in campagna a Novellara. Lo zio ha detto di aver trovato la ragazza morta a casa degli Abbas e di esser stato chiamato per seppellire e nascondere il corpo. Secondo quanto rilevato nell’autopsia sul cadavere della 18enne, è stata riscontrata una frattura al collo compatibile con uno strangolamento

Redazione Web 8 Settembre 2023

La madre di Saman era in casa”. Ecco perché crolla la speranza dell'arresto. Il padre di Saman Abbas ha dichiarato che sua moglie era in casa quando lo arrestarono in Pakistan. Saranno riascoltati il fratello e il fidanzato della giovane. Angela Leucci l'8 Settembre 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il racconto di Shabbar

 Le testimonianze

 La posizione di Shabbar

Quella di oggi è forse l’udienza finora più sorprendente in relazione all’omicidio di Saman Abbas. Non solo perché per la prima volta c’è in aula il padre, estradato da pochi giorni, ma soprattutto perché stanno emergendo nuovi dettagli e nuove prospettive. Una su tutte: dopo le dichiarazioni di Shabbar Abbas, è davvero molto remota la possibilità che la moglie di questi sia arrestata ed estradata per affrontare il processo in Italia.

Saman Abbas scomparve da Novellara la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021. Quella notte fu uccisa e il suo corpo fu occultato in un casolare abbandonato a poche centinaia di metri da casa. Per il suo sequestro, l’omicidio e l’occultamento di cadavere sono stati rinviati a giudizio il padre Shabbar Abbas, la madre Nazia Shaheen ufficialmente latitante, lo zio Danish Hasnain, i cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanoulaq.

Il racconto di Shabbar

Gli avvocati di Shabbar Abbas, Enrico Della Capanna e Simone Servillo, hanno riportato alla stampa le parole del loro assistito, oggi per la prima volta in tribunale a Reggio Emilia. L’uomo afferma che il viaggio in Pakistan, a ridosso della scomparsa della figlia, sarebbe stato programmato. Tuttavia questo non spiega come mai non sia tornato, come aveva affermato ai datori di lavoro, cui aveva promesso il rientro di lì a un mese, anche per spiegare la propria posizione ai carabinieri.

“Ero in Pakistan con mia moglie, siamo partiti insieme - avrebbe detto Shabbar - ma non è vero che non avevo programmato il ritorno in Italia. Quando si è presentata la polizia a casa, io ero fuori, in un campo, mia moglie all'interno. Sono stato arrestato, portato in carcere e da quel momento non ho più avuto alcun rapporto né con mia moglie, né con nessun altro familiare, non ho più potuto parlare con nessuno”.

Gli inquirenti italiani hanno ipotizzato un delitto d’onore, che da alcuni anni è un reato anche in Pakistan. Ma l’opinione pubblica è sempre stata orientata a ritenere poco probabile che il Pakistan avrebbe estradato una donna, una casalinga, per questo reato. E se il racconto di Shabbar Abbas fosse vero, significherebbe che Nazia Shaheen non sarà giudicata per i reati per cui è accusata in Italia, né lo sarà in Pakistan.

I detenuti e le confidenze in carcere: nuove indagini sulla morte di Saman Abbas

Le testimonianze

Nonostante le richieste di non riascoltare Saqib Ayub e Ali Haider, rispettivamente fidanzato e fratello di Saman Abbas, le loro testimonianze saranno risentite in tribunale. Barbara Iannuccelli, legale di Ayub, ha dichiarato: “Saqib è in attesa di raccontare la sua verità ma è un ragazzino di 20 anni che ha conosciuto Saman su TikTok. La sua vita è cambiata tantissimo, perché alla sua età si è ritrovato l'angoscia e il peso addosso di una ragazza che si voleva sposare con tutto l'ardore di un ventenne e che adesso non c'è più. Anzi, lui non credeva minimamente che fosse sotto due metri di terra. Lui fino all'ultimo sperava che fosse solo scomparsa”.

Per quanto riguarda il fratellino di Saman Abbas, è stata ascoltata l’assistente sociale che lo ha seguito nella comunità protetta: “Ali Haider era arrabbiato per la diffusione di notizie a suo dire non veritiere, che indicavano la madre come responsabile, secondo lui, al contrario, un'altra vittima”. E ancora: “Ali Haider continuava a messaggiare coi genitori, avevamo chiesto che questi ‘colloqui’ potessero avvenire attraverso mediatori perché il ragazzo ci aveva detto che questi contatti erano per lui negativi e insistenti. È stato fatto su di lui un lavoro sulla gestione della rabbia. Ma gli episodi di collera erano tutti collegati a notizie relative al processo”.

"Vi spiego perché i genitori di Saman non saranno estradati"

La posizione di Shabbar

Non solo Shabbar Abbas sostiene di aver programmato il viaggio in Pakistan ben prima della scomparsa della figlia, ma anche di essere completamente all’oscuro di cosa le sia accaduto. I suoi legali hanno chiarito: “Shabbar non si spiega come sia stata uccisa la figlia, non sa chi l'ha uccisa, non sa dove né quando, prende atto però di una circostanza di fatto inconfutabile: il corpo di sua figlia purtroppo è stato ritrovato in un casolare non distante dalla loro abitazione, e prende atto di quello che ha dichiarato il fratello, vale a dire che lui non solo sapeva dove si trovava il cadavere della povera Saman, ma sapeva anche chi aveva costruito il sepolcro e chi c'è l'aveva riposta. Sono circostanze indubbiamente oggettive rispetto alle quali chiunque si porrebbe dei dubbi. Ma ripeto, in questo momento, Shabbar Abbas non ha non solo certezze, ma neanche ipotesi e di questo poi parleremo nel corso di questo processo”.

Lapidaria la legale Iannuccelli, che ha parlato all’Adnkronos anche dell'auspicata perizia sui filmati di videsorveglianza per capire se Shabbar Abbas abbia in mano o no lo zainetto bianco della figlia: “Sono passati due anni e mezzo da quando Saman è stata uccisa il 30 aprile 2021. Un papà con la P maiuscola, come si definisce lui, così disperato, non sarebbe partito, oppure sarebbe tornato, i genitori avrebbero cercato la figlia. Nessuno ha fatto niente per due anni e mezzo. Oggi torna in Italia e per prima cosa si autoproclama depositario di una grande verità della quale poi ci renderà edotti. Due anni e mezzo dalla morte di una ragazzina di 18 anni ritrovata sotto due metri di terra dovrebbero far vergognare tutti e forse anche far tacere tante persone. L'unico elemento certo è che lo zio Danish ha fatto ritrovare il corpo di Saman, poi tutto il resto è storia ma a meno che non si consideri il territorio di Novellara un grande cimitero a cielo aperto, indicare dove fosse Saman vuol dire sapere. Oltretutto a mezzanotte e mezza di quella notte Shabbar viene visto rientrare in casa con qualcosa in mano: tutti sappiamo che è lo zaino di Saman, ci dicono adesso di no. Quindi, a questo punto, era aperta la Coop a quell'ora e lui era andato a fare la spesa?”.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Leonelli per Il Corriere della Sera mercoledì 6 settembre 2023.

Nega categoricamente non solo di avere ucciso la figlia, ma anche di averle negato il matrimonio con il fidanzato Saqib Ayub. Shabbar Abbas, il padre di Saman, la ragazza pakistana uccisa a Novellara, dopo l'estradizione dal Pakistan ha avuto tre colloqui con i suoi avvocati difensori, Enrico Della Capanna e Simone Servillo. 

«Abbiamo incontrato Shabbar per la prima volta sabato ma non dormiva da giorni e, a causa delle condizioni fisiche precarie, il colloquio è durato pochi minuti - spiega […] Servillo -. Lo abbiamo rivisto lunedì e martedì e […] abbiamo finalmente potuto fare il punto leggendo insieme gli atti del processo».

Nei colloqui il padre della ragazza ha negato ogni tipo di responsabilità nella morte della figlia smentendo le testimonianze rese sia da suo fratello Danish Hasnain, zio di Saman, sia dal fratello minorenne della vittima. 

«Non è vero che Danish venne a dormire a casa mia la notte dell'omicidio» , ha detto Shabbar, affermando altresì di non avere mai ostacolato le nozze di Saman. «Come fanno a dire mia figlia uccisa per motivi di religione. Se fosse così sarei una bestia. E io non sono una bestia […] Quando vidi le foto di Saman col ragazzo, decisi di incontrare i genitori di Saquib per chiedere se acconsentissero al matrimonio, ma furono proprio loro a non dare il proprio assenso affermando che il figlio doveva sposare un'altra donna».

[…] Sui possibili responsabili del delitto Shabbar Abbas non avrebbe puntato il dito contro nessuno, «semplicemente - spiega l'avvocato Servillo - avendo lo zio indicato il luogo dove venne ritrovato il corpo della ragazza, il padre per deduzione ritiene che il delitto sia avvenuto nell'ambito familiare». 

E lo stesso legale anticipa uno degli elementi che verranno usati dalla difesa in Aula. «Non posso ancora entrare nei dettagli, ma posso dire fin d'ora che nel famoso video nel quale si vede Shabbar rientrare in casa la notte tra il 30 aprile e il primo maggio, l'uomo non aveva con sé lo zaino della figlia, come si è ripetuto più volte in questi mesi».

Saman, il papà in Italia: "Giustizia più vicina". Atterrato nella notte. Nordio: "Un passo avanti". Meloni: "Vittoria diplomatica". Redazione l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

È arrivato nelle prime ore di questa mattina all'aeroporto di Ciampino il padre di Saman, la ragazza uccisa a Novellara il primo maggio 2021. L'uomo, Shabbar Abbas, è stato arrestato in Pakistan (dove si era trasferito con la moglie) nel novembre 2022 per l'omicidio della figlia ed ora estradato. È stato preso in consegna dalla Polizia penitenziaria e trasferito temporaneamente nella casa circondariale di Roma in attesa che l'autorità giudiziaria di Reggio Emilia indichi il carcere definitivo.

«L'estradizione dal Pakistan del padre di Saman Abbas è un passo avanti importante per consentire alla giustizia di fare il suo corso - commenta la premier Giorgia Meloni - È il frutto della costante determinazione dimostrata in questo caso così delicato e complesso da tutte le autorità italiane».

L'uomo è ritenuto presunto responsabile (assieme alla moglie Nazia Shaeen, al fratello Hasnain Danish, ai nipoti Nomanulhaq Nomanulhaq e Ijaz Ikram) dell'omicidio della figlia Saman. Al termine di un lungo procedimento giudiziario l'Alta corte Pakistana all'inizio di luglio ha dato il via libera all'estradizione e, sulla scorta di questo giudizio, il governo pakistano il 29 agosto ha autorizzato il trasferimento. L'uomo verrà quindi processato e giudicato in base alle leggi italiane.

Le indagini del nucleo investigativo reggiano e del Nor della Compagnia di Guastalla hanno raccolto elementi sulle presunte responsabilità penali dei cinque parenti della ragazza (tutti attualmente a processo), a carico dei quali il 20 e il 28 maggio 2021 sono state emesse ordinanze di custodia cautelare in carcere dal Gip. Il 15 novembre 2022, l'arresto di Shabbar, pochi giorni prima che in Italia venisse trovato il corpo di Saman: le autorità di polizia pachistane, grazie all'attività dell'esperto per l'Immigrazione del dipartimento della pubblica sicurezza presso l'ambasciata d'Italia ad Islamabad, hanno dato esecuzione alla Red Notice-Interpol (la richiesta d'arresto ai fini estradizionali).

Il padre di Saman verrà consegnato all’Italia dal governo del Pakistan. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 29 Agosto 2023

La notizia confermata da Mahmood Akhtar, il legale che ha dichiarato: "è stato emesso oggi l'avviso all'imputato". Per lui la Federal Investigation Agency ha spiccato un mandato di custodia ed estradizione.

Il governo pakistano ha disposto la consegna alle autorità italiane di Shabbar Abbas, il padre di Saman. La notizia, anticipata dalla ‘Gazzetta di Reggio Emilia’, è stata confermata all’AGI da Mahmood Akhtar, il suo legale contattato telefonicamente in Pakistan, che ha riferito che “è stato emesso oggi l’avviso all’imputato”. A luglio la corte distrettuale di Islamabad aveva espresso parere favorevole all’estradizione del padre della ragazza morta a 18 anni a Novellara. Fonti giornalistiche del Paese asiatico rendono noto che il ministero dell’Interno del Pakistan ha ordinato di prendere in custodia Shabbar Abbas nel carcere di Adiyala a Rawalpindi e consegnarlo alle autorità italiane. Per lui la Federal investigation agency ha spiccato un mandato di custodia ed estradizione.

Nel processo che si celebra in tribunale a Reggio Emilia, Shabbar è imputato assieme alla moglie e ad altri due familiari. Mancava il parere del governo pachistano che ora è arrivato. Resta, secondo quante riferisce il legale, un ulteriore tentativo di appello contro l’estradizione in un’udienza che si svolgerà oggi davanti all’Alta Corte di Islamabad. 

Per l’uccisione della 18enne sono a processo lo zio Danish Hasnain, assistito dall’avvocato Liborio Cataliotti; i cugini Ikram Ijaz (difeso dall’ avvocato Mariagrazia Petrelli) e Nomanulhaq Nomanulhaq (difeso dall’ avvocato Luigi Scarcella). Della mamma Nazia Shaheen invece si sono perse le tracce da quando, il 1° maggio 2021, è stata ripresa mentre varcava il gate dell’aeroporto di Malpensa, diretta in Pakistan con il marito, dopo aver abbandonato precipitosamente la casa di via Cristoforo Colombo a Novellara, dove la famiglia Abbas aveva vissuto per anni. La donna è tra gli imputati e viene processata in contumacia. Shabbar è stato catturato lo scorso 15 novembre, dopo una latitanza trascorsa nei pressi del suo villaggio, nel Punjab.

Ecco di cosa è accusato  

Shabbar Abbas, 47 anni, è arrivato a Novellara (Reggio Emilia) nel marzo del 2013 dal Pakistan dove ha vissuto da solo fino al dicembre del 2016 quando è stato raggiunto dalla moglie Nazia e dai figli Saman e Ali Haider. Nell’informativa dei carabinieri agli atti dell’indagine, viene definito, sulla base alle intercettazioni, come “un tipo litigioso, facile all’ira, dedito all’alcol”. Un ritratto analogo è stato fatto di lui all’indomani del ritrovamento del corpo senza vita di Saman anche dagli organi di informazione pakistani.

Nel capo d’accusa, la Procura lo descive come “determinatore” del delitto della figlia assieme alla moglie. Il movente sarebbe da ricercarsi nella volontà di punire la figlia “perché la ragazza non viveva secondo i dettami culturali musulmani e pakistani, era scappata di casa, si era rivolta ai servizi sociali che l’avevano collocata in una comunità protetta e aveva intrapreso una relazione con un ragazzo pakistano in Italia, rifiutandosi di sposare il fidanzato scelto dai genitori in Pakistan così disonorando la famiglia”.

I coniugi sono accusati di omicidio e sequestro di persona in concorso con altri 3 familiari, lo zio Danish Hasnain e i cugini Nomanulhaq e Ijaz Ikram), ritenuti gli esecutori dell’omicidio.

Nell’avviso di chiusura delle indagini si legge che “la notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, dopo che Saman (allontanata dalla famiglia su disposizione del Tribunale per i Minorenni di Bologna il 12 novembre 2020) aveva fatto ritorno nella sua abitazione per recuperare i documenti e andarsene definitivamente di casa, i genitori, affidandola, e gli altri indagati, prendendola in consegna, con violenze e minacce la privavano della libertà personale” per poi ucciderla e seppellirla in una buca dove è stata ritrovata un anno e mezzo dopo. Secondo l’autopsia, la ragazza sarebbe stata “strangolata o strozzata”. La prossima udienza del processo, dedicato finora all’ascolto dei testimoni, è fissata per l’8 dicembre

Redazione CdG 1947

Picchiata perché rifiuta il matrimonio combinato. «È un’altra Saman». Ma la salva la preside della scuola. Protagonista una ragazza indiana nel bolognese, torturata dalla famiglia. Ma grazie alla segnalazione dell’istituto, si è attivata la Questura. Un anno fa il caso Abbas: un fenomeno che in Italia riguarda circa 2.000 bambine e ragazze ogni anno. Simone Alliva su L'Espresso il 27 Aprile 2023. 

Isolata, tenuta a digiuno due giorni dai familiari che le avrebbero dato da bere del latte dal sapore cattivo che l'ha fatta addormentare e poi risvegliare con un gran mal di testa.

Una storia di cronaca che rivela il mondo sommerso dei matrimoni forzati in Italia, quella denunciata ai suoi insegnanti da una ragazza indiana di 19 anni che accusa i familiari di maltrattamenti e di costrizione al matrimonio.

Il 13 aprile la scuola, un istituto superiore del Bolognese, ha segnalato i fatti alla Polizia. Il padre aveva scoperto che si era innamorata di un giovane connazionale e l'avrebbe picchiata: si sarebbe seduto davanti a lei dandole dei calci e avrebbe minacciato di tagliarle la gola.

La preside unica persona disposta a ospitarla

La prima segnalazione alla polizia è quindi stata fatta dalla scuola, mentre successivamente la ragazza è stata sentita e ha formalizzato la sua denuncia.

Nella notte è stata affidata e ospitata dalla preside della sua scuola: «L’unica persona disposta ad ospitarla dopo cinque ore passate in commissariato» ha dichiarato l'avvocata che la difende, Barbara Iannuccelli. «Un’altra Saman che si cerca di salvare, ma la burocrazia non riesce a farsene carico», dice sempre il legale citando la vicenda di Saman Abbas, ragazza uccisa nelle campagne attorno a Reggio Emilia per aver rifiutato un matrimonio combinato come pretendeva la sua famiglia pachistana. La Questura a si è attivata per la collocazione in una struttura protetta.

La denuncia di una parente

La scuola si è mossa a fine marzo dopo che una parente della giovane telefonò dicendo che la ragazza non stava bene e che aveva perso il cellulare. Ma il giorno dopo la ragazza raccontò a un insegnante che non aveva avuto malattie, che il telefono le era stato sottratto e mostrò i segni sul collo, che le sarebbero stati fatti dal padre dopo la scoperta della relazione con un ragazzo che, a suo dire, non avrebbe potuto avvicinare perché già promessa sposa. La giovane ha riferito anche di essersi svegliata, dopo aver bevuto il latte cattivo, e di aver trovato i suoi vestiti impacchettati. La scuola ha attivato anche volontari di un centro antiviolenza, a cui la ragazza ha ribadito i racconti.

La piaga dei matrimoni forzati in Italia

Una storia che ha come sfondo il tema complesso e sommerso dei matrimoni forzati tra le giovani di origine straniera che vivono nel nostro Paese. Sono soprattutto di fede islamica e sono costrette a matrimoni combinati e forzati con la violenza, e in alcuni casi pagano un prezzo altissimo, quello della propria vita.

Stando a quanto riporta Action Aid Italia, ogni anno sono 12 milioni le bambine e le adolescenti vittime di matrimonio precoce e forzato. Non abbiamo dati sufficienti e accurati che fotografino la situazione italiana, ma si stima che il rischio riguardi circa 2.000 bambine e ragazze ogni anno, in maggioranza delle comunità originarie di Bangladesh, Mali, Somalia, Nigeria, India, Egitto, Pakistan. Da quando il matrimonio forzato è stato inserito come reato all’interno del Codice Rosso, si sono registrati 35 reati di costrizione o induzione al matrimonio (agosto 2019 - dicembre 2021).

A mancare però sono le azioni concrete di contrasto. Infatti, il matrimonio precoce e forzato è stato citato anche nel piano antiviolenza 2021-2023, dove si parla anche di ricerca e mappatura delle pratiche. Ciò però non è accaduto perché non è stato realizzato un piano operativo e non sembra essere stato considerato una priorità.

«In Italia i matrimoni forzati sono vietati ma questo evidentemente non basta - spiegano da Amnesty International - poiché la norma può essere aggirata organizzando un matrimonio all’estero o perché si ritiene che la tradizione debba prevalere sulla legge, con esiti tragici come nel caso di Saman. Accanto alla massima vigilanza negli aeroporti, occorre investire in educazione, integrazione, protezione e rafforzamento dei diritti delle ragazze, anche attraverso provvedimenti come lo ius soli». 

La studentessa indiana salvata dalla preside: «Papà mi impone le nozze combinate, calci in pancia da mia madre». Alessandro Fulloni e Francesco Mazzanti su Il Corriere della Sera il 27 Aprile 2023. 

La studentessa 19enne si rivolge alle insegnanti dopo essere stata picchiata dai genitori. L’avvocata: «È come Saman, va protetta». Le bugie della famiglia alla scuola: la ragazza «ha il Covid». Invece le avevano sequestrato il cellulare. Sonnifero per farla dormire

Una richiesta alla prof, la mattina di un mese fa. «Devo parlarle». Il volto provato, lacrime, lividi e graffi sul collo. «Mi hanno picchiata: mio padre, mio zio... mia madre mi ha dato un calcio in pancia. Va avanti così da mesi. Da quando mi hanno imposto un uomo da sposare ma io ho detto di no. Sono innamorata di un mio connazionale, indiano anche lui, è un 23enne, ha quattro anni più di me». Un caso che ricalca quello di Saman Abbas, la diciottenne pachistana uccisa nel Reggiano, secondo l’accusa,dai familiari — genitori, zio e due cugini —, la notte tra il 30 aprile e il 1 maggio 2021, per aver rifiutato un matrimonio combinato.

Anche stavolta siamo in Emilia-Romagna, nel Modenese, non lontano da Bologna. La ragazza ora si trova in un centro protetto, al sicuro. «Ma individuarlo non è stato semplice» scuote la testa l’avvocata Barbara Iannuccelli che l’assiste e che è anche parte civile, con il collega Claudio Falleti, al processo Saman dove tutela il fidanzato della pachistana trovata priva di vita a metà dello scorso novembre. La notte del 25 aprile la studentessa ha dovuto dormire a casa della dirigente dell’istituto professionale perché, dopo le telefonate fatte dagli agenti del commissariato nel Bolognese e dagli assistenti sociali che hanno seguito il caso, si scopre che non ci sono posti nelle strutture idonee all’accoglienza «a parte la soluzione del B&B». Al che l’avvocata s’inalbera: «Neanche a parlarne, rischia la vita». Poi la preside offre la soluzione che, per 24 ore, risolve l’impasse accordando l’ospitalità a casa sua.

Adesso la 19enne, dopo che la vicenda è stata presa in mano dalla questora di Bologna Isabella Fusiello, si trova in un centro protetto. Ci sarebbero avvisi di garanzia per maltrattamenti emessi dalla Procura di Modena che indaga. Una storia che, letta dalle carte giudiziarie, davvero, in molti passi, è simile a quella di Saman, a partire dai violenti comportamenti dei clan familiari. Il 28 marzo la giovane si confida con una sua tutor per dirle che non è vero quel che la zia ha raccontato alla scuola il giorno prima, il 27, ovvero che «mia nipote è malata: forse ha il Covid, e deve stare a casa». No, è una menzogna. La verità è che i genitori le hanno tolto il cellulare e la ragazza — uscita di nascosto per confidarsi — mostra i lividi. Segni delle percosse del padre: aveva scoperto che la figlia, promessa in sposa a un lontano familiare, è innamorata di un connazionale.

La dirigente e la tutor ascoltano, preoccupatissime, quella storia «difficile da seguire perché lei parla ancora male l’italiano». «Mi hanno messo a digiuno per due giorni — prosegue — e papà si è messo davanti a me dandomi dei calci». Segregata, in pratica. Poi le fanno bere del latte «dal sapore cattivo» che forse contiene del sonnifero. Al risveglio, con un gran mal di testa, la 19enne vede i suoi vestiti impacchettati, sembra tutto pronto per farla partire. Il padre ubriaco con la mano fa il segno della gola tagliata e sembra davvero che stia per ripetersi l’incubo di Saman. In casa non le parlano per giorni salvo dirle che dopo aver «preso la qualifica» — lei sta per finire il corso — lascerà l’Italia.

Dalla scuola avvertono subito un’associazione che si occupa di contrasto alla violenza di genere e viene contattata anche l’avvocata Iannuccelli. Il 13 aprile scatta la denuncia: c’è il «codice rosso» che prevede l’ascolto nelle 72 ore della vittima. Dopo aver confermato tutto alla polizia, la 19enne rientra a casa. Qui viene di nuovo percossa, persino la nonna le tira una scarpa. Il 25 aprile la ragazza trova la forza di lasciare la famiglia e si rifugia in commissariato.

Rifiuta il matrimonio combinato: "Vi spiego perché stava per fare la fine di Saman". Manuela Messina il 12 Maggio 2023 su Il Giornale.

Intervista a Barbara Iannuccelli, che assiste la giovane indiana picchiata e minacciata di morte dalla famiglia perché ha scelto di stare con un altro ragazzo. Il gip di Modena ha disposto il divieto di avvicinamento

Una storia che ricorda da vicino quella di Saman Abbas. Se non fosse che fortunatamente in questo caso, i segnali d'allarme sono stati raccolti in tempo e tutti hanno agito tempestivamente, evitando il peggio. È stato firmato nei giorni scorsi il provvedimento del gip di Modena con cui è stato disposto il divieto di avvicinamento per i genitori, la nonna e la zia di un'altra giovane indiana, picchiata e minacciata di morte dalla famiglia perché si è rifiutata di andare in sposa a un cugino, a cui era stata promessa quando era bambina. Barbara Iannuccelli, legale della ragazza, assiste già Ayub Saqib, il fidanzato di Saman, la giovane uccisa a Novellara nel 2021. 

Avvocato, quanto è simile questa storia a quella di Saman Abbas per cui in questo momento è in corso il processo ai familiari a Reggio Emilia?

“È del tutto identica, se non fosse che purtroppo la storia di Saman è finita in un modo diverso. Anche in questo caso la famiglia di una giovane donna rifiuta la scelta della ragazza, che vuole stare con un altro giovane e non con il cugino a cui è stata promessa, e cerca di convincerla a ritornare sui suoi passi con dei metodi terribili, dalle botte alle minacce di morte”. 

Che cosa è successo?

“La ragazza ha solo 19 anni. Aveva scelto di fidanzarsi con un ragazzo indiano di 23 anni, anche lui di religione sikh. Una scelta che non è in contrasto con il contesto culturale da cui proviene, ma i genitori non l'hanno accettata ugualmente. La ragazza ha iniziato a vivere un incubo: la picchiavano tutti, dalla nonna alla mamma, cercando di dissuaderla”. 

Chi è stato il primo ad accorgersi di questa situazione?

“È stata la preside della scuola professionale che lei frequentava, in provincia di Bologna, che l'ha anche ospitata a casa sua fino a quando non è stata al sicuro. Ora si trova in una comunità protetta, lo stesso è avvenuto per il suo fidanzato”. 

Il padre le aveva anche sottratto i documenti. Che cosa significa questo gesto?

“Per fortuna proprio ieri le sono stati restituiti tutti, dal permesso di soggiorno alla tessera sanitaria al passaporto. Questo è stato un gesto gravissimo da parte della famiglia perché senza documenti una persona immigrata non ha più nessuna libertà di decidere per se stessa. Glieli hanno tolti per farle paura: senza questi documenti tu su questo territorio non sei niente, hai bisogno di noi per qualsiasi cosa”. 

Quanto erano reali le minacce di morte?

“Questo non possiamo stabilirlo con certezza, certo il provvedimento del giudice ha messo in luce che il pericolo era concreto. Dobbiamo ringraziare il questore di Bologna, Isabella Fusiello, che ha agito prontamente per evitare il peggio. In questo caso lo Stato ha reagito subito”. 

Quali altri aspetti ha messo in luce il gip nel provvedimento?

“Ha spiegato che non è ammissibile nel nostro Paese un modello culturale in cui vige l'imposizione del matrimonio da parte della famiglia. Tutto il provvedimento del gip di Modena Andrea Scarpa si basa sul principio cardine dell'autodeterminazione dell'individuo, che è centrale nella nostra democrazia”.

Parlare meno di Fedez e Rovelli e più della preside che ha evitato un nuovo caso Saman Abbas. Matteo Renzi su Il Riformista il 4 Maggio 2023 

Due anni fa il concertone del Primo Maggio fu dominato dalle polemiche sulla presunta censura di Fedez. Una giornalista della RAI, Ilaria Capitani, fu sottoposta al massacro social dai fan del cantante, senza alcuna ragione. Per giorni i media si occuparono della vicenda e non vi fu politico che non sentì il bisogno di intervenire sul tema. Mentre la bolla si accapigliava sul niente, proprio nelle ore del concertone, una ragazza di origini pachistane residente in Emilia Romagna, di nome Saman Abbas,

spariva all’improvviso. Nel silenzio più totale.

La colpa di Saman era di amare un ragazzo, di baciarlo, di rifiutare il matrimonio forzato che la sua famiglia aveva scelto per lei. Per questo i suoi genitori insieme ad alcuni parenti decisero di ucciderla. È accaduto davvero, è accaduto in Italia, è accaduto due anni fa. Il corpo è stato ritrovato soltanto da poche settimane, il processo procede con lentezza, quei genitori che fatico a definire tali sono scappati in Pakistan e inseguiti dalla giustizia italiana.

Tutte le volte che ci penso mi domando cosa sia passato nel cuore di quella madre, in quei momenti. Due anni dopo, come ogni Primo Maggio, arriva il concertone. E puntuali eccoti le polemiche con il professor Rovelli, stimato fisico, che attacca il Ministro della Difesa, Crosetto. Ne parliamo anche noi, sul Riformista di oggi, difendendo Crosetto, uno dei migliori ministri di questo Governo. Nessuno immagina di spiegare a Rovelli la fisica, ma certo non andremo da lui a ripetizione di politica.

Ed è incredibile come quel palco trasformi anche una persona mite in un Catone arrogante. O, non è il caso di Rovelli ma di altri, in un cafone ignorante. Però il nodo non è questo. Il nodo è che nelle stesse ore, casualmente ancora a ridosso del Primo Maggio, poteva esserci un altro caso Saman Abbas. Ed è stata brava una preside, che ha ospitato e protetto una studentessa del suo istituto, diciannovenne di origine indiana, che rischiava di essere uccisa per le stesse ragioni. Non è un caso isolato, ne sono testimone diretto. Le professoresse, le dirigenti scolastiche, le educatrici (e gli educatori) ogni giorno salvano vite nel silenzio.

Non fanno notizia come Fedez o Rovelli ma sono le vere colonne di una società più giusta. Oggi i professori lottano contro il discredito sociale che si è abbattuto sulla loro categoria: mezzo secolo fa un maestro, un professore avevano il consenso dell’opinione pubblica e delle famiglie. Oggi chi insegna è preso di mira, quasi compatito e persino noi genitori tendiamo, sbagliando, a dare ragione ai figli più che agli educatori. Bisognerebbe parlare meno di Fedez e di Rovelli e più di chi in prima linea ogni giorno educa, restituendo valore sociale a chi insegna. Ma iniziando a cambiare noi, guardando con occhi diversi gli educatori a cui abbiamo affidato i nostri ragazzi. E parlando di scuola, sul serio, non con gli slogan dei concertoni. Matteo Renzi

"Cinque minuti di agonia". Così è morta Saman Abbas. Rosa Scognamiglio il 14 Maggio 2023 su Il Giornale.

Due uomini le hanno immobilazzato gambe e braccia mentre un terzo la strangolava a mani nude. L'agonia della ragazza è durata "cinque o forse sei minuti". L'identificazione del cadavere è avvenuta grazie all'ultimo video-selfie.

L'agonia di Saman Abbas è durata "cinque, forse sei minuti". È quanto emerge dalla relazione firmata dall'anatomopatologa forense Cristina Cattaneo, incaricata dalla procura di Reggio Emilia di produrre accertamenti tecnici sulla salma della 18enne pachistana uccisa a Novellara nella notte tra il 30 aprile e l'1 maggio del 2021. Nella testimonianza resa al processo per l'omicidio della giovane, l'esperta ha spiegato anche che la vittima è stata strangolata a mani nude e poi sepolta quando già aveva smesso di respirare.

“Saman Abbas poteva essere salvata. E la madre non sarà mai cercata”

L'agonia di Saman

Una tragica e sofferta agonia quella della povera Saman, vittima di una congiura familiare per essersi opposta al matrimonio forzato con il cugino in Pakistan. Secondo la professoressa Cattaneo, co-firmataria del referto tecnico elaborato assieme al professor Biagio Leone, la frattura dell'osso ioide (una cartilagine del collo), evidenziata in sede autoptica, dimostra con buona approssimazione che la giovane è stata strangolata. "La frattura dell'osso ioide - scrive il quotidiano La Stampa rilanciando le dichiazioni testimoniali dell'esperta - è un trauma tipico nei casi di strangolamento". E ha aggiunto un particolare: Saman era giovane e le sue cartilagini molto flessibili. Ciò significa che chi l'ha strangolata ha esercitato una notevole pressione nella zona interessata dalla lesione mortale. Non solo. La presenza di "abbondante" sangue nei polmoni conferma che l'agonia è durata "cinque, forse sei minuti". Ed infine, l'assenza di terra nella bocca restituisce un altro dato importante: la sepoltura è avvenuta dopo il decesso.

Il riconoscimento del cadavere

Il corpo senza vita di Saman è stato ritrovato lo scorso 18 novembre in un casolare abbandonato distante appena poche centinaia di metri dalla casa di Novellara in cui viveva con i genitori e il fratello minore. I video in modalità autoritratto (selfie) che la giovane aveva registrato nei giorni precedenti al misfatto hanno consentito di indentificare "al di là di ogni ragionevole dubbio", scrive il quotidiano torinese, le sue spoglie. Venerdì mattina, in aula a Reggio Emilia, la professoressa Cattaneo ha illustrato "la perfetta corrispondenza tra tutti gli elementi dentali messi a confronto", ovvero, il filmato in cui la 18enne sorride e le risultanze emerse dall'autopsia. Ritornando alla durata dell'agonia, invece, l'esperta ha precisato che "se la vittima è stata stordita, i tempi sono più brevi. Se si è opposta più lunghi". Ma l'assenza di tracce relative a un eventuale colpo alla testa non lascia speranze: forse Saman è rimasta cosciente fino all'ultimo respiro.

Estratto dell’articolo di Filippo Fiorini per “La Stampa” il 14 maggio 2024. 

Il video in modalità autoritratto che Saman Abbas girò sorridendo con il proprio cellulare è servito a identificare al di là di ogni dubbio le sue spoglie, poiché le peculiarità dei denti coincidono. 

La frattura dell'osso ioide, una cartilagine del collo, invece, mostra che è stata strangolata e che per farlo sono state usate le mani, premendo con particolare forza. La mancanza di traumi al cranio, lascia supporre che sia sempre rimasta cosciente. 

L'assenza di terra all'interno della gola, fa capire che era già morta quando è stata sepolta. Il sangue trovato nei polmoni, infine, descrive «i cinque, forse sei», tragici minuti di agonia, in cui la 18enne pakistana tentava di respirare, mentre i suoi carnefici glielo impedivano.

Nella sua testimonianza al processo per omicidio dove sono imputati Shabbar Abbas (padre, mandante), Nazia Shaheen (madre, mandante), Noumanoulaq Noumanoulaq, Ikram Ijaz e Danish Hasnain (cugini e zio, esecutori materiali), l'anatomopatologa Cristina Cattaneo ha usato la scienza forense per riportare il tempo alla notte del 30 aprile 2021. 

Secondo quanto ricostruito dai carabinieri e dalla procura di Reggio Emilia, Saman, da mesi in scontro con la famiglia che voleva imporle uno stile di vita islamico e integralista, accetta di essere accompagnata in stazione a Novellara dai genitori con la promessa di essere libera. Manca poco alla mezzanotte e, lasciatasi alle spalle la casa in cui è cresciuta in un clima di segregazione, viene invece consegnata nelle mani dei due cugini e dello zio.

Mentre questi ultimi […] continuano a professarsi innocenti (la madre è latitante in Pakistan e il padre è in carcere in quello stesso Paese, che con motivazioni varie continua a rimandare la sua estradizione in Italia), la professoressa Cattaneo non ha potuto indicare chi abbia fatto cosa, ma ha stabilito con buona approssimazione come tutto è avvenuto.  […] ha illustrato «la perfetta corrispondenza tra tutti gli elementi dentali messi a confronto»: da un lato il video selfie in cui Saman sorride, dall'altro il cadavere da identificare. 

Poi, ha spiegato […] che «la frattura dell'osso ioide è un trauma tipico nei casi di strangolamento». E ha aggiunto un particolare: Saman era giovane, le sue cartilagini flessibili. Per arrivare a rompere lo ioide, è stata usata una forza fuori dal comune.

Con dichiarazioni testimoniali e intercettazioni che indicano nei cugini Ikram e Noumanoulaq coloro che la tenevano bloccata e nello zio Danish colui che l'ha strozzata, specialmente drammatica è stata la risposta che questa esperta […] ha dato in merito ai tempi della morte: «Secondo la letteratura, le morti per asfissia avvengono nell'arco di poco tempo. 5, forse 6 minuti. Se la vittima è stata stordita, i tempi sono più brevi. Se si oppone, più lunghi». […]

Saman Abbas poteva essere salvata. E la madre non sarà mai cercata”. Al processo per l'omicidio di Saman Abbas, il fidanzato Saqib Ayub è difeso come parte civile dall'avvocato Barbara Iannuccelli. "Si è ritrovato in mezzo a un incubo che mai avrebbe immaginato di vivere", racconta la legale. Angela Leucci il 28 Aprile 2023 su Il Giornale.

Il 30 aprile 2023 sono 2 anni dalla scomparsa - e dall’omicidio - di Saman Abbas. La 18enne, che viveva a Novellara, si era rivolta ai servizi sociali italiani ed era stata posta in una struttura protetta: la sua famiglia aveva scelto per lei il matrimonio forzato con un cugino più vecchio di 10 anni in Pakistan. Ma lei si era innamorato di un quasi coetaneo, un pakistano che vive in Italia, Saqib Ayub: lui appartiene a una casta più bassa rispetto agli Abbas, che avrebbero ostacolato il matrimonio, anche attraverso minacce.

Dopo quasi un anno e mezzo dalla scomparsa, a novembre 2022 il corpo di Saman Abbas è stato ritrovato a 700 metri dalla casa dei genitori, su indicazione di uno zio alla polizia penitenziaria. Anche se gli esperti sono ancora al lavoro sulla scena del crimine, il ritrovamento ha confermato per gli inquirenti alcune ipotesi, che hanno portato all’imputazione di 5 famigliari della giovane nel processo iniziato a febbraio 2023 per sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere.

Sono stati rinviati a giudizio il padre Shabbar Abbas, in carcere in Pakistan e in attesa di eventuale estradizione, la madre Nazia Shaheen ancora latitante, e tre parenti in carcere in Italia: Danish Hasnain, che ha rivelato il luogo dell’occultamento, Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanoulaq. Principale testimone per l’accusa è il fratello di Saman Abbas, oggi maggiorenne, ma ancora in una struttura protetta in Italia.

Il fidanzato della giovane, Saqib Ayub, è parte civile nel processo ed è difeso da Claudio Falleti e da Barbara Iannuccelli dell’associazione Penelope. “Le difese degli imputati hanno chiesto che in aula vengano a deporre sia Saqib che il fratello di Saman”, ha spiegato Iannuccelli a IlGiornale.it.

Avvocato Iannuccelli, lei è una dei legali di Penelope e ora lei sta difendendo Saqib Ayub in quanto parte civile nel processo per l’omicidio di Saman Abbas.

“Penelope è stata ammessa come parte civile in udienza preliminare ed eravamo due associazioni soltanto, il 17 maggio 2022. Per questo motivo, dopo l’ammissione, io ho partecipato a tutte le operazioni successive, relativamente al ritrovamento del corpo di Saman e all’autopsia e così via. Invece in udienza in Corte d’Assise, visto che c’erano 30 associazioni che chiedevano l’ammissione, allora la presidente ha ammesso soltanto quelle nel cui statuto era previsto espressamente il femminicidio oppure la natura confessionale come nel caso delle associazioni islamiche”.

Saqib Ayub ha deciso di non partecipare alle udienze, per paura e per dolore. Come sta vivendo queste fasi del processo?

“Saqib ha 20 anni e si è ritrovato in mezzo a un incubo che mai avrebbe immaginato di vivere. Ha perso nel modo peggiore la persona che amava e con la quale voleva sposarsi, tant’è che Saman e Saqib avevano organizzato il loro matrimonio, comprato anche l’abito da sposa, e si preparavano a vivere una vita insieme”.

E poi?

“Saman è tornata a casa (ad aprile 2021, ndr), perché la mamma l’ha convinta che sarebbero cessate le minacce ai danni dei parenti di Saqib. Shabbar Abbas a gennaio (2021, ndr) è andato in Pakistan e con altre persone aveva sparato in aria intorno alla casa dei genitori di Saqib, entrando anche dentro e minacciandoli di morte, perché Saqib doveva lasciar stare Saman, che era promessa sposa al cugino. Quindi sostanzialmente la povera Saman si motiva a ritornare a casa anche per questo, perché la mamma le aveva detto ‘Se torni accetteremo le tue decisioni’ e per riprendere i documenti, che sarebbero serviti a entrambi per sposarsi”.

Quindi?

“Quindi Saqib ha vissuto per un anno e mezzo il dolore di una scomparsa, che però metabolizzava dicendo ‘magari si sta nascondendo da qualche parte’. Ovviamente lui, come ogni famigliare di persona scomparsa, non pensava mai alla cosa peggiore: i famigliari si appigliano alla speranza che comunque non vedono il proprio caro per altri motivi diversi dall’evento tragico, dalla morte. E lui non ha fatto differenza. Quando è stato ritrovato il corpo, è precipitato in una condizione di maggiore paura e depressione semplicemente perché in parte si sentiva anche responsabile di tutto quello che era accaduto”.

Cos’è accaduto dopo?

“Successivamente la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha preso in carico le istanze che da sempre l’avvocato Falleti faceva per far entrare in Italia i genitori di Saqib, e questo avvenimento ha fatto arrivare in Italia i 4 famigliari di Saqib, i due genitori e due fratelli. E quindi diciamo che questa buona notizia, oltre che rasserenare un po’ il povero Saqib relativamente alla paura di perdere anche altri membri della sua famiglia, gli ha fatto vedere le cose in un modo completamente diverso. Per cui queste persone stanno cercando di rimettere insieme i pezzi della loro vita”.

È possibile che Saqib Ayub dovrà testimoniare?

“Saqib e il fratello di Saman hanno reso incidente probatorio. Questo vuol dire che nel 2021, nel corso delle indagini preliminari, è stata aperta una finestra dibattimentale. Sono già una prova, come se fossero date nel corso del dibattimento”.

Sono state cristallizzate.

“Lo si fa sempre quando si ha paura che la persona lasci il territorio italiano, anche perché sono verbali che vanno a finire direttamente nel fascicolo del dibattimento. Il giudice, la corte ne prende immediatamente visione senza la necessità di sentire direttamente la persona insieme a tutti gli altri testimoni del processo. Però le difese degli imputati hanno chiesto che in aula vengano a deporre sia Saqib che il fratello di Saman. Su questa richiesta la corte non ha ancora sciolto la sua riserva”.

In una passata udienza ha cercato di ricostruire possibili ed eventuali omissioni da parte dei servizi sociali. Si poteva fare di più con Saman Abbas?

“Saman sicuramente poteva essere salvata. Nel 2020, quando andò in Belgio e poi rientrò, denunciò il matrimonio forzato e tutta una serie di condotte da parte dei suoi famigliari che integravano sicuramente l’ipotesi di maltrattamenti. In Italia vige il Codice Rosso, che prevede che entro 3 giorni sia posta una sorta di distanza tra gli aguzzini e il maltrattato. Questo in Italia non è accaduto per Saman: i genitori sono risultati destinatari soltanto di un decreto penale di condanna per tentata induzione al matrimonio forzato, con l’applicazione di una multa”.

E invece?

“E invece noi riteniamo che, se fosse stato applicato il Codice Rosso non sarebbe stata Saman a dover essere portata via, ma normalmente accade che in capo agli aguzzini siano poste misure cautelari. Per quanto riguarda la gestione degli assistenti sociali, cosa che io ho teso a evidenziare in udienza, è che il 13 febbraio 2021 Saman veniva portata dai carabinieri a fare la denuncia di smarrimento del permesso di soggiorno, che però era scaduto a settembre 2020. Una denuncia del tutto inutile”.

Che significa?

“È stato un tentativo diciamo inutile dal punto di vista legale, perché invece la cosa che si sarebbe dovuta fare era quella di iniziare un percorso per far avere a Saman un legittimo titolo per farla rimanere in Italia. E questo probabilmente avrebbe disinnescato nella testa di Saman questa urgenza nell’avere i documenti. Con ogni probabilità, rasserenata su questo, avrebbe avuto il suo titolo per rimanere in Italia e magari a casa non ci sarebbe tornata più. Fermo restando la grande opera di investigazione che è stata effettuata, però è ovvio che quando si fa un processo si cercano di capire i presupposti dell’accaduto. Sicuramente Saman e Saqib erano molto innamorati, avevano questa spinta fortissima a volersi costruire un futuro insieme e non li reggeva nessuno. Saman, su questa onda propulsiva è tornata a casa, voleva i suoi documenti”.

Aristotele scrisse: “La legge è la ragione libera dalla passione”. Ha mai avuto cedimenti emotivi durante questo caso?

“Tantissimi, è l’unico motivo per cui tenacemente sono rimasta ancorata a questo processo. È stata appunto quell’immagine, quando ho visto il corpo di Saman sul lettino dell’obitorio milanese con i jeans strappati sulle ginocchia, che poi sono gli stessi jeans che indossava quella mattina mia figlia di 16 anni per andare a scuola. Ho affrontato tutto con una grande emotività ed empatia, prima di essere un avvocato sono una mamma e cerco, attraverso la mia professione, di cambiare nel mio piccolo la realtà per tutte le altre mamme che vivono una condizione simile. Davanti al corpo di Saman ho pianto, perché ho pensato che avrebbe meritato miglior fortuna. Anzi, le dirò di più”.

Dica.

“Proprio l’altro giorno abbiamo fatto un sopralluogo nei luoghi dell’omicidio di Saman, e quindi a casa sua, nel casolare dove è stato ritrovato il corpo, a casa degli imputati, e devo dire che dentro di me ho pensato: c’è tantissima gente oggi, il mondo intero si è accorto di Saman solo quando è morta. Quando era in vita?”.

Crede che Shabbar Abbas sarà estradato?

“Ho avuto sempre la netta sensazione che purtroppo non accadrà. Facendo l’avvocato e analizzando quello che è un sistema - soltanto dal 2016 il codice penale in Pakistan è cambiato e non considera più legittima la causa d’onore come motivo per un omicidio. Ci vogliono generazioni su generazioni affinché la mentalità cambi, sia per chi deve giudicare sia per l’intera popolazione di un Paese. Secondo me, si fa fatica a pensare di poter avere Shabbar, che ha ucciso la figlia per motivi di onore, perché magari per loro l’onore è ancora importante nonostante la recente modifica del codice penale”.

Ci sono speranze per l’arresto di Nazia Shaheen?

“No, assolutamente no. Ne ho parlato a lungo con un mediatore culturale che mi ha spiegato che la donna non la consegneranno mai, non la cercheranno mai. E non è vero che non sanno dove sia, sono convinta che Nazia sia a casa sua e basta. Quindi noi abbiamo a che fare con un Paese con il quale non esistono accordi di reciprocità, per cui dobbiamo stare alle loro valutazioni discrezionali, senza avere una forza cogente da parte di una legge”.

In che senso?

“Adesso Shabbar ha chiesto di partecipare in videocollegamento al processo. Che cosa dirà? Non si sa. Attraverso il suo avvocato diceva che la colpa per la morte di Saman è di Saqib. Addirittura Saqib avrebbe avuto un acconto su 20mila euro, consegnato direttamente in Pakistan alla sua famiglia, per riportare Saman, viva o morta, in Pakistan. A fronte di queste assurdità che vengono dette, che cosa ci possiamo aspettare?”.

Danish Hasnain è stato ritenuto da sempre, dagli inquirenti, l’esecutore materiale del delitto. Ora però testimonia che sia stata la cognata Nazia Shaheen a uccidere la figlia, e che lui non c’era affatto, dormiva. Crede che la posizione sostenuta da Danish sia legata a una strategia difensiva?

“Assolutamente sì. Durante il sopralluogo abbiamo visitato tre luoghi: la casa dove vivevano i 3 imputati, la casa di Saman dove lei viveva con Shabbar e Nazia e il casolare dove è stato trovato il corpo. Le garantisco che la distanza tra la casa degli imputati e la casa della famiglia Abbas non è così rilevante da giustificare ciò che si vuole far passare. Vengono messi in discussione orari delle telecamere, confrontandoli con gli orari dei tabulati e del resto ognuno fa il proprio mestiere, cerca in qualche modo di far superare un ragionevole dubbio, che è alla base del nostro sistema democratico”.

Cosa c’entrano i filmati?

“Si vuole, in buona sostanza, dimostrare che per quel video in cui si vede per l’ultima volta Saman coi genitori andare verso il viottolo, verso quell’oscurità che la inghiottirà per sempre, in quell’orario Danish non era lì. E quindi buttare la responsabilità sugli altri due, anche perché, con il ritrovamento del corpo, oggi possiamo dire che Saman non è morta di freddo, qualcuno l’ha uccisa. La difesa di Danish fa il suo mestiere, credo che sarà molto difficile individuare chi materialmente ha compiuto l’omicidio”.

Vi racconto la verità su Saman”: cosa ha detto il fratello a un carabiniere. Al processo per l'omicidio di Saman Abbas un carabiniere racconta cosa gli disse il fratellino della giovane, che accusa lo zio di essere esecutore materiale del delitto. Angela Leucci il 14 aprile 2023 su Il Giornale.

Le forze dell’ordine italiane sono state importantissime nel caso di Saman Abbas. E oggi al processo in corte d’assise a Reggio Emilia un carabiniere della stazione di Guastalla ha raccontato della testimonianza resa dal fratello della giovane: il ragazzino, oggi maggiorenne ma ancora in una struttura protetta per via del processo in corso, fu fermato mentre insieme con il cugino Ikram Ijaz, oggi tra i 5 imputati per sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere, cercava di riparare all’estero.

Il militare che ha parlato si chiama Antonio Matassa e raccolse le parole del ragazzino il 15 maggio 2021, un paio di settimane dopo l’omicidio. Matassa ha spiegato che il giovanissimo passò da un’iniziale scarsa loquacità al bisogno di raccontare ciò che diede inizio alle indagini.

Era provato ma abbastanza collaborativo con le domande - ha chiarito infatti Matassa - Non restio a rispondere ma non molto loquace. Quando abbiamo cominciato a parlare della scomparsa di Saman, si è accasciato, aveva gli occhi lucidi e gonfi con le lacrime, parlava con voce tremula. Dopo un'ora che parlavamo ha affermato: ‘Ok, ora vi dico tutta la verita’ e ha cominciato a parlare in modo molto libero, senza bisogno di fargli domande. Mi sembrava che si stesse liberando”.

Si tratta di una testimonianza cruciale, perché è stato grazie a quella che gli inquirenti hanno ipotizzato da subito che il presunto delitto d’onore fosse maturato in ambito famigliare, come “risposta” all’opposizione di Saman al matrimonio forzato con un cugino più vecchio di 10 anni. E fu sempre il ragazzino a puntare il dito contro lo zio Danish Hasnain, ritenuto dagli inquirenti l’esecutore materiale dell’omicidio.

"Non voleva essere musulmana". Chi era Saman secondo l'assistente sociale

Saman scomparve (e fu in realtà uccisa) la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 a Novellara. Per il suo caso sono stati rinviati a giudizio il padre Shabbar Abbas, detenuto in Pakistan, la madre Nazia Shaheen ancora latitante, lo zio Danish, i cugini Ikram e Noumanoulaq Noumanoulaq. Questi ultimi tre sono detenuti in Italia e stanno partecipando al processo di Reggio Emilia.

Danish al momento ha reso una testimonianza in contrasto con il nipote: l’uomo ha raccontato alla polizia penitenziaria, portando i militari nel luogo di occultamento del corpo, a 700 metri dalla casa degli Abbas, che sarebbe stata Nazia a uccidere la figlia. Danish ha aggiunto più volte che avrebbe avuto un ottimo rapporto con la nipote e non risulta il suo nome nella denuncia presentata alla fine del 2020 da Saman contro i famigliari, come pure testimoniato dai servizi sociali che la presero in carico.

Daniele Petrone per ANSA l’8 aprile 2023.

 Tre rose bianche legate dal nastro biancorosso delle forze dell'ordine che delimitano l'accesso al casolare e, poco più lontano, pupazzetti, nastri, foto, letterine e fiori come una sorta di altare in suo ricordo. È ciò che resta della "tomba" di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa nel Reggiano, nella notte tra il 30 aprile e l'1 maggio 2021, presumibilmente dalla sua stessa famiglia nel nome di un 'delitto d'onore' dopo aver rifiutato un matrimonio forzato con un cugino in patria.

A 140 giorni dal ritrovamento del suo cadavere - il 18 novembre scorso su indicazione dello zio Danish Hasnain, uno dei cinque imputati per l'omicidio - i carabinieri hanno completato gli accertamenti investigati nel rudere del casolare di Strada Reatino a Novellara di Reggio Emilia, a poche centinaia di metri dalla casa dove la ragazza viveva coi familiari che lavoravano come braccianti agricoli in un'azienda ortofrutticola. La raccolta degli ultimi reperti utili si è chiusa con un prelievo di circa due quintali di terra nell'area dove era stata seppellita Saman, stoccati all'interno di due grandi container e trasportati all'aeroporto milanese di Linate, a disposizione di Dominique Salsarola, uno degli archeologi forensi incaricati dal tribunale di Reggio Emilia di redigere una perizia tecnica.

Per questo presidio dei carabinieri, durato quasi cinque mesi, è stato ufficialmente sciolto seppur l'edificio diroccato resti sotto sequestro da parte della magistratura, con la sindaca di Novellara, Elena Carletti che ha emanato anche un'ordinanza con l'obiettivo di evitare pure fenomeni di turismo macabro. "Il casolare è inagibile e pericolante - ha detto - Tra due settimane sarà realizzata un'ulteriore recinzione, ancora più alta per evitare che qualcuno possa entrarvi".

Una tomba inaccessibile dunque, in attesa che Saman possa avere una degna sepoltura, anche solo simbolica (visto che i resti sono ancora sotto autopsia e saranno conservati per diversi anni nel caso dovessero servire per essere rianalizzati nei vari gradi di giudizio); sui funerali dovrà decidere per legge il fratello (essendo i genitori imputati), divenuto maggiorenne il 25 febbraio scorso, il quale è ancora in una struttura protetta e che a riguardo non si è però mai espresso.

 Intanto, il 14 aprile riprende il dibattimento al processo in corso davanti alla Corte d'Assise di Reggio Emilia, dove oltre allo zio sono alla sbarra i cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq (tutti e tre in carcere), la madre di Saman, Nazia Shaheen (ancora latitante) e il padre Shabbar Abbas, in cella in Pakistan dopo essere stato arrestato il 15 novembre scorso. Quest'ultimo comparirà davanti al giudice di Islamabad l'11 aprile, udienza nella quale si discuterà della fattibilità del videocollegamento col processo in Italia al quale ha acconsentito in attesa che venga presa una decisione sull'estradizione.

Resta da capire se i tempi tecnici consentiranno di vedere già, anche se a distanza, Shabbar comparire tre giorni dopo in tribunale a Reggio Emilia. Dove è atteso invece fisicamente per testimoniare un ragazzo afgano che vive in Belgio, dal quale Saman si rifugiò nel 2020 scappando di casa dopo aver rifiutato le nozze combinate: fu proprio il giovane amico (più grande di lei di sette anni) conosciuto in chat a denunciare per primo i genitori di Saman alle autorità belghe.

Ha conoscenze in tribunale”: Saqib teme il padre di Saman. Il fidanzato di Saman Abbas torna a parlare dopo molto tempo e dopo le accuse dei rinviati a giudizio: ha paura e chiede che i genitori vengano in Italia come rifugiati. Angela Leucci l’1 Aprile 2023 su Il Giornale.

Il fidanzato di Saman Abbas risponde per la prima volte alle accuse della famiglia e dei legali degli imputati. Lontano dai media da molto tempo - per lui ha parlato più volte il suo legale Claudio Falleti, che lo sta seguendo in quanto il giovane è parte civile nel processo - Saqib Ayub si è aperto alle telecamere di Quarto Grado.

Saman è scomparsa da Novellara la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021, ma il suo corpo è stato ritrovato solo a novembre 2022 su indicazione di uno degli imputati. Sono stati rinviati a giudizio il padre Shabbar Abbas in carcere in Pakistan, la madre latitante Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain che ha indicato alla polizia giudiziaria il luogo dell’occultamento, i cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanoulaq.

Sia Shabbar che Danish hanno puntato il dito contro Saqib. Secondo Shabbar, il giovane avrebbe avuto un ruolo nell’omicidio della figlia e gli avrebbe chiesto l’equivalente di 20mila euro in rupie per portare la 18enne in Pakistan, mentre Danish afferma che Saqib non amasse Saman, ma non avrebbe potuto sposarla per questioni di casta.

L’avvocato di Shabbar dice solo bugie - ha commentato Saqib a Quarto Grado - Parlando si possono dire tante cose, è facile inventare. Ma se lui era innocente perché è scappato dopo un giorno?”. Saqib si riferisce al fatto che ieri in aula a Reggio Emilia il titolare di un’agenzia di viaggi ha raccontato dell’acquisto dei biglietti aerei per Shabbar e Nazia, 2-3 giorni prima dell’omicidio della 18enne, ma la partenza è avvenuta poche ore dopo il delitto.

Secondo Saqib il sintomo di qualcosa che non quadrerebbe è nel fatto che Shabbar “non si presenta mai in tribunale a Islamabad”, tanto che per 15 volte è stato rinviato il processo. Al giornalista che gli chiede: “Quindi ha conoscenze anche in tribunale?”, Saqib risponde di sì, e che, se Shabbar è innocente, dovrebbe tornare in Italia e farsi processare.

"Non voleva essere musulmana". Chi era Saman secondo l'assistente sociale

Il giovane pakistano di cui Saman era innamorata ha anche affermato di aver ancora paura, sebbene le ultime minacce di Shabbar risalgono a gennaio 2022. “È potente e pericoloso”, ha detto del padre di Saman, aggiungendo che l’uomo non dimentica. E ha anche rivolto un appello diretto al ministro degli Esteri Antonio Tajani per portare i genitori in Italia come rifugiati.

L’avvocato di Danish, Liborio Cataliotti, ha spiegato una frase resa nella testimonianza del suo assistito: “Saqib ha usato Saman”. Secondo il legale, Danish avrebbe inteso che Saqib faccia parte di una casta superiore, ma il giovane smentisce: “La mia famiglia è povera e i miei genitori sono malati”. E poi rincara: “Volevo sposare Saman. È nel mio cuore e ci sarà sempre”.

(ANSA il 28 marzo 2023) Il magistrato di Islamabad ha respinto l'istanza di rilascio su cauzione di Shabbar Abbas, il padre di Saman arrestato in Pakistan a novembre e per cui l'Italia ha chiesto l'estradizione. Procura e Carabinieri di Reggio Emilia lo accusano dell'omicidio della figlia 18enne, morta a Novellara nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, in concorso con altri quattro parenti tra cui la moglie Nazia Shaheen, unica ancora latitante. Saman sarebbe stata assassinata per aver rifiutato un matrimonio combinato dalla famiglia. Il procedimento sull'estradizione di Abbas prosegue.

"Saman temeva di essere registrata". Lo zio Danish punta il dito sul nipote. Danish Hasnain aggiunge alla sua versione molti dettagli, anche su quella notte a Novellara. Cosa si dovrà stabilire al processo per l'omicidio di Saman Abbas. Angela Leucci il 25 Marzo 2023 su Il Giornale

Tabella dei contenuti

 La nuova versione di Danish

 Le riprese inedite

 Un visto per i parenti di Saqib

Non c’è pace per Saman Abbas: i genitori del fidanzato Saqib potrebbero essere in pericolo a causa delle minacce subite e intanto lo zio della 18enne aggiugne nuovi dettagli sulla notte dell’omicidio. Saman scomparve da Novellara la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021. Il suo corpo è stato ritrovato a metà novembre 2022 su indicazione dello zio Danish Hasnain, attualmente detenuto in Italia e sotto processo. Nel procedimento giudiziario italiano per sequestro di persona, omicidio volontario e occultamento di cadavere sono stati rinviati a giudizio il padre di Saman Shabbar Abbas, attualmente imputato in Pakistan per lo stesso crimine, la madre Nazia Shaheen ancora latitante, lo zio Danish, i cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanoulaq.

La nuova versione di Danish

Ora Danish, dopo aver portato la polizia giudiziaria sul luogo dell’occultamento del corpo della nipote e aver fornito una versione personale dei fatti, che in parte si sospetta non riscontrata dai tabulati telefonici, aggiunge nuovi dettagli, puntando anche il dito verso il fratellino di Saman, ora diventato maggiorenne ma ancora in una comunità protetta in Italia.

Il 29 aprile Saman è venuta a casa mia e mi ha detto che mi voleva parlare - ha raccontato Danish all'interrogatorio col pm, il verbale delle dichiarazioni è stato depositato in udienza - C’era anche il fratello ma Saman non voleva che sentisse. Mi ha detto che era sicura che lui stava registrando le sue telefonate. Saman utilizzava spesso il telefono del fratello e il mio. Quel giorno aveva in mano un altro telefono, che era quello di Nazia, proprio perché aveva paura che lui registrasse le sue telefonate”. Al contrario di quanto afferma Danish, il fratello di Saman avrebbe parlato inizialmente di un ruolo chiave dello zio nell’omicidio, tanto che gli inquirenti l’hanno ritenuto finora esecutore materiale.

Il 30 aprile alle 22.30 ho spento il telefono e ho dormito - ha continuato Danish nella sua narrazione - Ikram e Noumanoulaq (i cugini, ndr) mi hanno svegliato e mi hanno detto che gli avevano telefonato e che c’era stato un litigio e c’era scappato il morto. Abbiamo fatto il percorso che vi ho fatto vedere quando abbiamo fatto il sopralluogo. Io ho chiesto: ‘Come mai?’. E loro mi hanno detto: ‘Per non essere visti dalle telecamere’. Siamo arrivati davanti a casa e ho visto Saman morta sdraiata, con il collo strano, stretto. Ho cominciato a urlare forte e a maledire tutti, a piangere e ho perso i sensi. Quando mi sono risvegliato, i due mi hanno sorretto e mi hanno dato dell’acqua. Ho visto che avevano i guanti in mano e ho sentito che dicevano che era stata la madre”.

Dopo questa narrazione, la cui dinamica aggiunge molto rispetto a quella fatta nei pressi delle serre alla polizia giudiziaria, Danish ha spiegato di aver voluto rivolgersi alle forze dell’ordine italiane: “Ho detto che volevo chiamare i carabinieri ma non avevo il telefono e nemmeno gli altri due lo avevano. Mi hanno detto che, se volevo chiamare, dovevo tornare a casa e prenderlo oppure di andare a bussare alla porta della famiglia e farmi dare un telefono, così diremo che sei stato tu a ucciderla. Io penso che mi abbiano chiamato perché volevano uccidermi per il mio buon rapporto con Saman ed ero d’accordo sulla sua relazione con Saqib. Poi non so perché non mi hanno ucciso. A pensarci bene, la buca era troppo grande per una sola persona”.

Danish è stato latitante per circa 6 mesi, prima di essere estradato dalla Francia. Ikram Ijaz è stato invece catturato ed estradato mentre cercava di fuggire in Spagna con il fratello di Saman. Noumanoulaq Noumanoulaq è stato invece l’ultimo di loro a essere tradotto in Italia, grazie anche a un mandato di cattura europeo. “Siamo scappati - ha chiarito Danish - perché avevamo paura di essere messi in prigione. Gli altri mi hanno incastrato perché sapevano che io avrei parlato. Io non so di altre persone che abbiano partecipato ai fatti, ma lo escludo. Saqib ha usato Saman”. Naturalmente in aula si dovrà stabilire l’attendibilità di queste versioni rese dall’uomo.

Le riprese inedite

Quarto Grado ha mostrato diversi video e foto finora inediti rispetto al caso: dalle immagini dello zio e dei cugini fuori dall'Italia - tra cui ne spicca anche una dallo stile “turistico” all’ombra della Tour Eiffel - fino alle immagini di convivialità, molti mesi prima dell’omicidio.

Ma ci sono anche delle riprese delle telecamere di videosorveglianza nell’azienda agricola di Novellara relative all’1 maggio. In queste appare il fratello di Saman scosso, mentre Danish e i cugini sono in loco. Nei video il fratello compie alcune telefonate, che, stando ai tabulati telefonici, potrebbero essere state indirizzate al padre Shabbar, in attesa a Malpensa per il volo alla volta del Pakistan e della latitanza. Ma il contenuto di quelle conversazioni è attualmente sconosciuto.

"Mi hai disonorato". I nuovi messaggi sul padre di Saman

Un visto per i parenti di Saqib

Sebbene Saqib Ayub, il ragazzo amato da Saman e che la giovane aveva intenzione di sposare, stia chiedendo a gran voce che anche i suoi genitori possano venire in Italia - dato che la moglie di Danish ha avuto questa possibilità - non ci sono ancora novità su questo fronte. Il problema, ha spiegato Quarto Grado, è nei documenti dei genitori di Saqib, che hanno solo un passaporto pakistano, per cui l’unica possibilità per loro è un soggiorno temporaneo in via straordinaria per ragioni umanitarie richiesto dalla Farnesina.

Saqib e i suoi parenti lamentano di aver ricevuto diverse minacce da parte di Shabbar quando Saman era ancora in vita, ma il presunto potere del capofamiglia Abbas potrebbe non essersi esaurito in carcere. Nei mesi scorsi, quando le telecamere di Quarto Grado lo hanno ripreso all’uscita del tribunale di Islamabad, l’uomo aveva infatti tentato di colpire l’operatore, sebbene limitato dalle manette. Successivamente l’auto della producer del servizio è stata raggiunta da 5 colpi di pistola esplosi da ignoti.

Estratto da leggo.it il 23 marzo 2023.

«Volevano uccidere anche me, avevo un buon rapporto con lei». Si è difeso così Danish Hasnain, lo zio di Saman Abbas, la 18enne morta a Novellara tra il 30 aprile e il primo maggio 2021: l'uomo, interrogato lo scorso 10 marzo (su sua richiesta) dai pm e dai carabinieri di Reggio Emilia, ribadisce di non essere stato lui ad uccidere la nipote Saman e di avere solo accompagnato i cugini a seppellirla.

 Danish ha specificato ulteriormente la versione dei fatti di quella notte, sostenendo che i parenti volevano assassinare anche lui. «Io penso che mi abbiano chiamato perché volevano uccidermi per il mio buon rapporto con Saman, io ero d'accordo sulla sua relazione con Saqib. Poi non so perché non mi hanno ucciso», ha detto il 32enne, sotto processo a Reggio Emilia per il delitto insieme ai due cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq e ai genitori di Saman. «A pensarci bene la buca era troppo grande per una sola persona e gli altri mi hanno incastrato perché sapevano che parlavo», ha messo a verbale l'imputato, difeso dall'avvocato Liborio Cataliotti.

[…] I due cugini lo svegliarono «e mi hanno detto che c'era stato un litigio e che ci era scappato il morto». Arrivati davanti a casa, «ho visto Saman morta, sdraiata con il collo strano, stretto. Io ho cominciato ad urlare forte, a maledire tutti, a piangere e ho perso i sensi. Quando mi sono risvegliato i due mi hanno sorretto e mi hanno dato dell'acqua».

 Secondo Danish […] «i due l'hanno presa, uno dalle gambe e uno dalle braccia». Poi «hanno appoggiato il corpo davanti al casolare, dove vi avevo già fatto vedere e sono andati a prendere le pale lì vicino alle serre. Mi hanno chiesto una mano ma non me la sentivo, ho spostato a mani nude solo la terra a lato della buca. Poi sono tornato da Saman e ho continuato a piangere e parlarle». Danish ha ribadito anche che i cugini gli avevano detto che era stata la madre a uccidere la ragazza.

"Prendo i documenti". Le foto inedite di Saman e l'ultimo sms al fidanzato. Le foto inedite di Saman Abbas sono state estratte dal cellulare del fidanzato Saqib. Nelle immagini, diffuse dal programma "Quarto Grado", si vede la ragazza vestita all'occidentale. Rosa Scognamiglio il 19 Marzo 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Le foto inedite di Saman

 "Prendo i documenti e vengo da te"

Un felpa blu con la scritta fighter - "guerriero" - e le labbra tinte di rosso. E poi un'altra foto che ritrae Saman Abbas sui banchi di scuola, mentre legge e scrive. Sono alcuni scatti inediti della 18enne pachistana diffusi dal programma televisivo "Quarto Grado" nel corso della puntata andata in onda venerdì sera. Le immagini sono state estrapolate dal cellulare di Saqib Ayub, il fidanzato di Saman, al quale la giovane aveva confidato di voler lasciare Novellara. Seppur giovanissimi, i due avevano progettato di sposarsi: non hanno fatto in tempo a coronare il loro sogno d'amore. Lo scorso 18 novembre, il corpo senza vita della ragazza è stato ritrovato in un casolare diroccato della cittana reggiana, sepolto sotto tre metri di terra. E ora i genitori, Nazia Shaheen (ancora latitante) e Shabbar Abbas, lo zio e due cugini sono a processo con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere.

Saman, la testimonianza del maresciallo: "mi disse che era tranquilla"

Le foto inedite di Saman

Saman voleva "vivere all'occidentale". Un desiderio che le è stato negato proprio da chi l'ha messa al mondo, i suoi genitori. Avevano deciso che la figlia dovesse sposare un cugino nella terra d'origine per una mera questione di profitto economico. Un matrimonio forzato a cui la giovane si era opposta con tutte le forze, arrivando persino a denunciare il padre per maltrattamenti ai carabinieri di Novellara. E proprio sulla scorta di quella denuncia, mesi prima della tragedia, la 18enne era stata collocata presso una struttura protetta di Bologna. Lì, nel capoluogo emiliano, aveva ripreso a studiare e prepararsi per l'esame della patente. Lo dimostrano le foto inviate al fidanzato quando, ancora ignara dell'atroce destino a cui sarebbe andanta incontro, si mostrava felice e sorridente. Una ragazza allegra, gioiosa e sprizzante vitalità da tutti i pori della pelle. In un video inedito, Saman volteggia come una ballerina étoile sotto i portici del centro di Bologna. Sono immagini che spezzano il cuore.

"Mi hai disonorato". I nuovi messaggi sul padre di Saman

"Prendo i documenti e vengo da te"

Saqib e Saman si erano conosciuti sui social, proprio come accade a tantissimi giovani dei nostri tempi. Ma il ragazzo, seppur anche lui pachistano, non era visto di buon occhio da Shabbar. Al punto che, quando la figlia aveva pubblicato su Instagram uno scatto insieme al fidanzato, era andato su tutte le furie: "prendo i documenti e il 4 maggio vengo da te, prima passo il weekend qui con loro", aveva ordinato alla primogenita. "Dimmi cosa devi dirgli", era stata la replica della 18enne. Nonostante fosse poco più che un'adolescente, Saman voleva riprendersi la libertà che le era stata negata, a qualunque costo. Ne è l'ennesima riprova uno degli ultimi messaggi inviati a Saqib, la sera di quel maledetto 30 aprile 2021: "Prendo i documenti e il 4 maggio vengo da te, prima passo il weekend qui con loro". Le sue ultime parole.

Saman, la testimonianza del maresciallo: "mi disse che era tranquilla". Alla terza udienza del processo in Corte d'Assise a Reggio Emila per l'omicidio di Saman Abbas la testimonianza del carabiniere: "Le domandai per 3 volte se fosse tranquilla a tornare a casa". Rosa Scognamiglio il 18 Marzo 2023 su Il Giornale.

"Domandai per tre volte a Saman se fosse tranquilla a tornare a casa perché vista l'ostilità del padre, poteva forse essere un rientro troppo veloce: ma lei rispose sempre sì". Lo ha raccontato ieri, venerdì 17 marzo, alla terza udienza del processo per l'omicidio di Saman Abbas, che vede imputati i genitori, uno zio e due cugini della ragazza, il maresciallo Pasqualino Lufrano davanti ai giudici della Corte d'Assise di Reggio Emilia. Il carabiniere, che all'epoca comandava la stazione dell'Arma di Novellara, incontrò la 18enne pakistana una settimana prima del delitto: "L'ultima volta, uscendo dalla caserma, mi disse: 'Sono tranquilla perché i miei genitori non hanno in programma di rientrare in Pakistan, dove c'è l'uomo che vogliono obbligarmi a sposare'".

"Mi hai disonorato". I nuovi messaggi sul padre di Saman

La testimonianza del carabiniere

Come spiega il Corriere della Sera, il maresciallo aveva seguito la turbolenta vicenda di Saman Abbas fin dall'estate del 2020 quando, di rientro in Italia da una fuga in Belgio, la ragazza gli confidò del matrimonio combinato col cugino in Pakistan e delle ostilità con il padre Shabbar. Una settimana prima che si consumasse l'omicidio, nella notte tra il 30 aprile e il primo 2021, Pasqualino Lufrano si recò a casa degli Abbas dopo aver saputo dell'ennesimo allontanamento della 18enne dalla comunità protetta in cui era stata collocata a seguito della denuncia per maltrattamenti nei confronti dei genitori. "Bussai alla porta. - ha raccontato ieri il carabiniere - La madre, che parlava molto male l'italiano, sostenne che la figlia non c'era. Mi affaccia sulla soglia e la chiamai ad alta voce. Sentii dei rumori al piano inferiore e richiesi se fosse lì. Poi la vidi arrivare. La madre avvisò il marito". Il maresciallo spiegò che aveva bisogno di parlare con Saman e lui replicò che "c'erano delle differenze culturali tra Italia e Pakistan, manifestando una certa ostilità. Al che osservai che la ragazza era maggiorenne e poteva venire in caserma, se lo avesse voluto".

"Vi mostro come abbiamo sepolto Saman". Il video choc dello zio

L'ultimo incontro Saman

Quando Saman arrivò in caserma, il carabiniere si sincerò che la ragazza fosse tranquilla. "Glielo chiesi per tre volte - ha raccontato Lufrano -Lei mi rispose sempre di sì". Il maresciallo le chiese anche se "avrebbe accettato una nuova sistemazione se noi avessimo trovato i documenti che cercava (carta di identità e passaporto ndr), carte che lei pensava fossero in casa dove era tornata a prenderli". La perquisizione a casa dei coniugi Abbas, autorizzata il 28 aprile, era prevista per il 3 maggio. "Erano necessari gli assistenti sociali", ha precisato infine il teste. Ma Saman era già morta. Il corpo senza vita della 18enne pakistana è stato ritrovato lo scorso 18 novembre in un casolare diroccato di Novellara, sepolto in una buca scavata sotto terra.

Estratto dell’articolo di Alessandro Fulloni per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2023.

Una videoconferenza per portare Shabbar Abbas – il padre della 18enne Saman – alla sbarra «obbligandolo» ad assistere alle udienze del processo. È quella che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha richiesto ufficialmente ieri al suo omologo pakistano. […]

Shabbar, arrestato in Pakistan a metà dello scorso novembre, è accusato di concorso in omicidio con la moglie Nazia, latitante, il fratello Danish Hasnain e i cugini Nomanulhaq Nomanulhaq e Ikram Ijaz, questi tre detenuti in carcere a Reggio. Il clan degli Abbas avrebbe ucciso Saman perché contraria al matrimonio combinato con un cugino più grande di lei di dieci anni.

Nella notte tra il 30 aprile e il 1° maggio 2021, sono l’ennesima lite e l’ennesima fuga della giovane italiangirl — questo il suo account sui social — dalla casa a Novellara, nelle campagne della Bassa, a far precipitare la situazione. Esasperato, forse sollecitato da altri componenti dello zat (il clan), Shabbar avrebbe telefonato a Hasnain — è la testimonianza in incidente probatorio dal fratellino di Saman, parte civile al processo e tutelato da Valeria Miari — per dare luogo al caro cari , come chiamano nel Punbjab l’uccisione delle donne ribelli. Mentre i due cugini la immobilizzavano, lo zio l’avrebbe strozzata.

[…] E Shabbar? Per un motivo o per l’altro — giudici assenti, carte mancanti — le udienze previste per la sua estradizione a Islamabad sono state sempre rinviate. Quella fissata per domani è addirittura la dodicesima.

Nel frattempo, con il processo già istruito a Reggio e partito il 10 febbraio, l’obiettivo della Procura diretta da Gaetano Paci è diventato quello di processarlo in videocollegamento evitando così che la sua posizione resti «stralciata» in attesa della decisione sull’estradizione. Che dipende molto dagli equilibri politici in Pakistan, la cui popolazione, 238 milioni di abitanti che poco sanno di Saman, in gran parte tollera i matrimoni combinati.

Nei giorni scorsi l’istanza per il collegamento a distanza è stata accolta dalla presidente della Corte d’Assise Cristina Beretti che ha girato gli atti al Guardasigilli. Ora che Nordio ha notificato la rogatoria a Islamabad, la posizione di Shabbar (è indifferente che accetti o meno il collegamento) si riunisce agli altri accusati. Se lui invece dovesse pagare la cauzione, per tornare libero, la Corte lo processerebbe lo stesso come latitante. […]

Il fratello di Saman: "Temo di fare la stessa fine". Il minore è il teste chiave. Il padre della vittima sarà ascoltato in videoconferenza. Redazione il 18 febbraio 2023 su Il Giornale.

La Corte di assise di Reggio Emilia invierà gli atti per far predisporre il processo in videoconferenza di Shabbar Abbas, padre di Saman, la 18enne uccisa a Novellara la notte del 30 aprile 2021.

Lo ha comunicato ieri la presidente della Corte in apertura dell'udienza separata per il Shabbar, arrestato in Pakistan a metà novembre e per cui è in corso una procedura di estradizione chiesta dall'Italia. Ora gli atti andranno notificati a Islamabad per chiedere ad Abbas il consenso ad essere processato in video, a distanza. «I tempi non li possiamo governare noi, la richiesta è stata predisposta, fatta tradurre in inglese, punjab e urdu» ha spiegato la presidente della Corte d'Assise, Cristina Beretti.

Ieri in aula, alla seconda udienza del processo, erano presenti lo zio e i due cugini di Saman, mentre la madre resta latitante. Intanto la corte ha deciso sulle costituzioni delle parti civili: su 23 che ne avevano fatto richiesta, ne sono state escluse 13.

Durante il processo si è percepita la paura del fratellino di Saman, 16 anni all'epoca del fatto. È lui il principale accusatore dello zio Danish Hasnain e vive ancora in una situazione protetta. «È tuttora certo che per aver parlato subirà la stessa sorte della sorella - spiega in aula il suo legale, Valeria Miari - ha subito pressioni in ambito familiare e vive una forte situazione di stress, legata proprio all'inizio del dibattimento». «Mi ha chiesto di vedere il corpo, perché quel corpo è sua sorella», ha riferito infine ai giudici il legale, opponendosi alla richiesta delle difese a che il giovane venga risentito in aula. Stessa opposizione presenterà l'avvocato Cludio Falleti, legale del fidanzato Saqib, in quanto «provato per la morte della fidanzata e per aver subito minacce». Potrebbe essere invece ascoltata (la corte si è riservata la decisione, il processo è stato rinviato al prossimo 17 marzo) la compagna di Danish Hasnain, che è «a sorpresa» in Italia e disponibile ad essere sentita. «C'è un colloquio con Danish - ha spiegato l'avvocato di Danish, Liborio Cataliotti - quello che ho chiesto di tradurre nuovamente, di 16/17 ore dopo il fatto dove la donna chiede notizie di Saman. Quindi mi chiedo, gli inquirenti dicono è già trapelato qualcosa, bene glielo chiediamo. Sono riuscito a farla venire in Italia».

"Vi mostro come abbiamo sepolto Saman". Il video choc dello zio. La testimonianza di Danish Hasnain è stata raccolta in un video della polizia penitenziaria: così l'uomo ha portato gli inquirenti al cadavere di Saman Abbas. Angela Leucci il 16 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il video esclusivo

 La difesa di Shabbar

Un filmato duro, difficile da guardare. È quello che la polizia penitenziaria ha realizzato a partire dalla testimonianza di Danish Hasnain, nel giorno in cui l’uomo ha portato gli inquirenti nel luogo in cui era stato nascosto il corpo della nipote, Saman Abbas, a novembre 2022.

È un momento molto particolare, che potrebbe segnare uno iato nel caso giudiziario appena partito, perché pare quasi che la coesione granitica del “clan” si stia sgretolando. Il 10 febbraio in Italia è partito il processo per sequestro di persona, omicidio e occultamento di cadavere. Saman, scomparve la notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021 da Novellara, nei pressi della casa dei genitori.

La 18enne si era recata da loro per riavere i documenti che i famigliari le avevano sottratto: voleva volare in Pakistan per sposare Saqib Ayub, un coetaneo e connazionale appartenente a una casta più bassa, dopo essersi opposta al matrimonio forzato con un cugino più vecchio. Per questo Saman si sarebbe rivolta ai servizi sociali italiani, che le avevano dato rifugio fino alla maggiore età.

Però quella notte Saman sarebbe stata uccisa. Gli inquirenti puntano sull’ipotesi del delitto d’onore, ma ci sono diversi tasselli che mancano. Tra essi la fine delle analisi forensi sul corpo, analisi che diranno con precisione come Saman sia stata uccisa. Ci sono due dei rinviati a giudizio ancora mancanti: il padre Shabbar Abbas, in carcere in Pakistan per questa stessa accusa ma che si teme non sarà estradato, e la madre Nazia Shaheen, latitante.

C’è il fratellino di Saman, minorenne e in una comunità protetta, che avrebbe puntato il dito contro lo zio Danish, indicandolo come esecutore materiale, eventualità che Danish e la moglie smentiscono. Anche Danish è rinviato a giudizio, insieme ai cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanoulaq: l’uomo li ha indicati come le persone che avrebbe aiutato a occultare il corpo della nipote.

Il video esclusivo

A “Chi l’ha visto?” è stato mostrato il filmato esclusivo realizzato appunto dalla polizia penitenziaria che ha raccolto la testimonianza di Danish. In una manciata di minuti l’imputato percorre la strada tra il punto in cui dice di aver trovato Saman per terra e il casolare abbandonato dove è stata seppellita: ci sono 700 metri in questo percorso, prima lungo un filare di serre, poi in uno sterrato.

Danish, nel video, afferma di essersi allontanato durante la sepoltura vera e propria, sebbene si vedesse ben poco perché era notte. L'allontanamento sarebbe stato legato, a suo dire, al dolore emotivo. Quando i cugini avrebbero finito, tutti e tre avrebbero fatto ritorno a casa. Naturalmente ora la giustizia dovrà valutare le testimonianze incrociate.

La difesa di Shabbar

Non è Shabbar Abbas a doversi difendere. Lo Stato italiano, con le leggi locali, ha recluso una ragazza in una comunità per gli studi delle scuole superiori. La famiglia di Saman non voleva che lei andasse in questa comunità e non lo voleva neanche lei, perché è scappata diverse volte per incontrare la sua famiglia. Lo Stato italiano racconta di uno scontro tra Saman e la sua famiglia, ma in verità lo scontro era tra Saman e le autorità locali che l’avevano messa nella comunità”.

A parlare è Akthar Mahmood, il legale di Shabbar in Pakistan. Nel racconto dell’avvocato non si prende in considerazione il fatto che Saman si sia rivolta volontariamente ai servizi sociali, prima di partire in Pakistan per quel fidanzamento cui si era opposta.

"È ostaggio del governo". Slitta ancora la decisione sul papà di Saman

Mahmood dice anche che i servizi sociali avrebbero impedito a Saman di incontrare la famiglia e di pregare: il quadro che emerge dalle testimonianze oggettive però è un po’ differente. Saman appare tutt’altro che reclusa nei video che in quel periodo ha pubblicato sui social, e in più si spostava per incontrare Saqib.

Dal canto suo Shabbar ha fatto sapere attraverso il suo avvocato di non credere che il corpo trovato sia della figlia - ma l’esame del Dna al momento lo prova - e chiede di trovare il vero assassino. Aggiunge inoltre che quella notte Saman fosse tornata dalla famiglia con l’intenzione di lasciare l’Italia per sempre, con la promessa di ricongiungersi a loro, perché la comunità italiana le avrebbe impedito spostamenti interni in Pakistan. Shabbar accusa inoltre lo Stato italiano di aver creato uno scontro con l’Islam.

Ci sono però dei fatti incontrovertibili. Una porzione dell’Islam è sicuramente dalla parte di Saman, tanto che l’Unione delle Comunità Islamiche in Italia (Ucoii) si è costituita parte civile nel processo avviato dall’autorità italiana: nessuno scontro quindi. Inoltre Saman era maggiorenne al tempo della scomparsa, quindi nessun autorità in Italia avrebbe potuto metterle dei paletti di qualunque tipo, con l’eccezione naturalmente di ciò che non è consentito dalla legge, ovvero di compiere reati. In più ci sono dei filmati della videosorveglianza dell’azienda agricola di Novellara, in cui gli Abbas vivevano e lavoravano, che mostrano come la giovane si sia allontanata con i genitori. Shabbar e Nazia a un certo punto di quella notte hanno fatto poi rientro a casa. Saman è stata trovata, un anno e mezzo più tardi, in una buca nella nuda terra.

Estratto dell’articolo di Martina Castigliani per ilfattoquotidiano.it l’11 dicembre 2023.

Lo zio e i due cugini presenti in Aula, la madre latitante e il padre nelle mani delle autorità del Pakistan. Il processo per il femminicidio della giovane Saman Abbas è iniziato davanti alla Corte d’assise di Reggio Emilia alla presenza di solo tre dei cinque imputati. Danish Hasnain, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq […] A quasi due anni di distanza dalla uccisione della ragazza che si era opposta a un matrimonio forzato e chiedeva di poter decidere per la sua vita, è partito il procedimento che dovrà stabilire che cosa è successo la notte della sua scomparsa. 

[…] Oltre sessanta le testate giornalistiche accreditate tra stampa e tv, diciotto le associazioni che hanno chiesto di costituirsi parte civile per far sentire la loro vicinanza. Nel merito i giudici hanno rinviato la decisione al 17 febbraio, quando sarà valutata anche la richiesta che riguarda il papà Shabbar Abbas: la sua posizione è stata stralciata, ma la procura, guidata da Gaetano Calogero Paci, ha chiesto alla Corte che sia consentito il collegamento in videoconferenza. 

 Una mossa determinante che potrebbe sbloccare la situazione: se lui decidesse di accettare salterebbe il legittimo impedimento alla partecipazione; se rifiutasse sarebbe processato in contumacia. Nel caso, infine, che fosse liberato su cauzione, sarebbe considerato latitante e quindi assente. Tutte eventualità che permetterebbero di far andare avanti il processo. […] fuori dall’Aula, c’è stato un presidio di attiviste che hanno chiesto una presa di posizione della politica. […]

[…] Tra chi ha fatto richiesta ci sono poi anche altre associazioni impegnate per i diritti delle donne a livello nazionale e alle quali, la difesa, ha contestata la competenza territoriale. […] Tra le personalità singole invece, si è presentato, tramite l’avvocato, il fidanzato di Saman Abbas Saqib Ayub. Tra le parti civili già ammesse ci sono il fratello di Saman Abbas, il Comune di Novellara, l’Unione delle comunità islamiche italiane, l’Unione bassa reggiana. In Aula era presente anche la deputata M5s Stefania Ascari, […] la senatrice Pd Enza Rando e la consigliera comunale dem a Reggio Emilia e attivista del movimento Italiani senza cittadinanza Marwa Mahmoud.

Il femminicidio e i punti ancora da chiarire – Se i due cugini, Ijaz e Nomanhulaq, sono entrati e usciti dall’Aula come fantasmi, non è passato inosservato l’ingresso dello zio Danish Hasnain. […] è considerato dagli investigatori l’esecutore materiale del femminicidio. Lui però, nega di aver ammazzato la cugina. E anzi, subito dopo l’arresto di Shabbar Abbas in Pakistan, ha iniziato a dire di voler collaborare: il 16 novembre scorso è stato lui ad accompagnare gli investigatori nel luogo dove era sepolta la cugina, in un’area molto vicina al casolare dove vivevano. 

Poi, ha insistito per dare un’altra versione dei fatti: ha sostenuto che sarebbero stati i cugini a chiamarlo per chiedere di nascondere il corpo. E ha fatto sapere di aver aspettato a parlare perché, finché Shabbar Abbas era libero, temeva per l’incolumità sua e quella dei suoi familiari. Ad accusare lo zio però, è il fratello minorenne di Saman che lo ha accusato di averla strangolata.

 Su come sia avvenuta l’uccisione di Saman Abbas si sa ancora molto poco. […] Non ha mai ammesso le violenze neppure il padre. Che dopo l’arresto è arrivato ad affermare che la figlia è ancora viva. Ma agli atti ci sono le sue parole pronunciate al telefono con il fratello, un mese dopo la scomparsa della ragazza: “Io sono già morto, l’ho uccisa io, l’ho uccisa per la mia dignità e per il mio onore. Noi l’abbiamo uccisa”. E ancora: “Per me la dignità degli altri non è più importante della mia”. 

Agli atti è finita anche una fotografia postata su Instagram da Saman Abbas, nella quale si bacia con il fidanzato mai accettato dalla famiglia: quello scatto, dicono gli investigatori, ha fatto scattare l’ultima punizione. Resta infine un enigma il ruolo della madre Nazia Shaheen. Latitante, dal primo maggio 2021 non si hanno sue notizie. Si è parlato di una sua parentela con fonti investigative pachistane che le garantirebbero una protezione, ma non tale da renderla irraggiungibile se si sbloccasse la situazione che riguarda il padre. Il punto è riuscire a convincere le autorità pachistane che si tratta di un processo per un delitto di sangue e non un processo al Pakistan. […]

Saman Abbas, il processo per l’omicidio: lo zio in aula con i due cugini. Alessandro Fulloni, inviato a Reggio Emilia, su Il Corriere della Sera l’11 Febbraio 2023.

Postura sicura, il volto indifferente ai flash dei fotografi che scattano a raffica quando lui entra nell’aula del tribunale di Reggio Emilia, quella più grande. Danish Hasnain è l’uomo che, per le accuse, avrebbe materialmente ucciso, strozzandola, nella notte fra il 30 aprile e il 1 maggio 2021, Saman Abbas, la diciottenne pachistana che non voleva saperne del matrimonio combinato con un uomo più grande di lei di dieci anni.

Con quel piumino rosso che non si leva mai, Hasnain dà l’impressione di sovrastare i due cugini, Ikram Ijaz e Nomanulhaq Nomanulhaq, i quali, stando alle carte e alla testimonianza del fratello 16enne della giovane, la tenevano immobile mentre smetteva di respirare. Siedono lontani i tre, ma Hasnain spesso li guarda, sfidandoli apertamente. Permettendo il 18 novembre ai carabinieri il ritrovamento del cadavere, sotterrato in una cascina diroccata nei pressi della dimora degli Abbas a Novellara, Danish ha detto di non averla uccisa lui, incolpando i cugini dall’aria più dimessa. Ijaz indossa una tuta nera e l’altro una felpa grigia, non rispondono mai alle occhiatacce dell’altro. Stanno spesso chini senza badare, nel corso dell’udienza, alle schermaglie tra i loro avvocati e quelli delle 23 parti civili.

Cinque in tutto gli accusati per concorso in omicidio. Ma due persone (Shabbar e Nazia, i genitori) non ci sono. I l padre di Saman è agli arresti in Pakistan da metà novembre. L’obiettivo della Procura diretta da Gaetano Paci è processarlo in videocollegamento, portandolo così alla sbarra ed evitando che la sua posizione resti «stralciata» — si è appreso ieri in aula — in attesa della decisione sull’estradizione. Che dipende molto dagli equilibri politici in Pakistan, la cui popolazione, 238 milioni di abitanti che poco sanno di Saman, in gran parte tollera i matrimoni combinati.

Se l’istanza per il collegamento a distanza sarà accolta dalla presidente della Corte d’Assise Cristina Beretti, allora si notificheranno gli atti a Islamabad e a quel punto, la posizione di Shabbar (sarà indifferente che accetti o meno il collegamento) si riunirà agli altri. Se lui invece dovesse pagare la cauzione, per tornare libero, la Corte lo processerebbe lo stesso come latitante dato che non potrebbe nemmeno più invocare il «legittimo impedimento». Ma è latitante nel suo Paese anche la madre Nazia che secondo alcune voci sarebbe sparita abbandonando il marito al suo destino. Fu lei, a febbraio del 2021, a ricevere la telefonata del fratello, un poliziotto. Che insisteva: «bisogna uccidere» quella ragazza che pretende l’iscrizione alle superiori, posta foto su Instagram (l'account italiangirl) in jeans e sneakers e scappa da casa per stare con il suo fidanzato. È un bravo ragazzo, il connazionale Sayub — parte civile al processo, assistito dall’avvocato Claudio Falleti — uno studente conosciuto in chat che vive a Roma; ma è un mochi, la casta inferiore dei calzolai che non può frequentare una ragazza degli Abbas, tutti gujjar, gente che possiede la terra.

Per questo dallo zat (il clan) di Shabbar è partito l’ordine del caro cari, l’uccisione delle donne che si oppongono ai matrimoni combinati. «Lo scopo? difendere l’izzat, l’onore» spiega Ahmad Ejaz, mediatore culturale di «Differenza Donna», parte civile al processo. Intanto la sindaca di Novellara Elena Carletti pensa ai funerali di Saman e alla cittadinanza onoraria «ma lo faremo solo dopo che la Procura invierà il certificato di morte». Commossa, racconta delle «250 lettere giunte da tutta Italia. Soprattutto donne che ripetono le stesse parole: “Eri un simbolo di libertà».

"Ha squarciato il velo dell'omertà". Via al processo su Saman. Secondo la procura di Reggio Emilia la 18enne pachistana sarebbe stata uccisa dopo essersi opposta al matrimonio forzato con il cugino. A processo per omicidio i genitori, lo zio e due cugini. Rosa Scognamiglio su Il Giornale il 10 febbraio 2023.

Tabella dei contenuti

 Il fratello di Saman parte civile nel processo

 Separata nel processo la posizione del padre

 I fatti

 I video, la fuga e le intercettazioni

 L'autopsia di Saman

È cominciato oggi in Corte d'assise a Reggio Emilia il processo per omicidio e occultamento di cadavere a carico dei cinque familiari di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa a Novellara nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio del 2021. Il fratello della ragazza, parte civile nel processo tramite un tutore, non è presente in aula. All'esterno del tribunale, già da questa mattina all'alba, sono stati esposti striscioni e cartelli: "Saman nel cuore e nelle lotte", si legge in quello dell'associazione "Non una di meno". Altri intonano cori chiedendo giustizia per la giovane, il cui cadavere è stato trovato lo scorso 18 novembre in un casolare abbandonato.

Il fratello di Saman parte civile nel processo

Le dichiarazioni del fratello di Saman furono cristallizzate in un incidente probatorio. Il giovane accusò in particolar modo lo zio, Danish Hasnain. A margine dell'udienza, il legale del 17enne, l'avvocato Valeria Miari, ha rilasciato alcune dichiarazioni ai giornalisti. "Questo ragazzo, parlando, ha squarciato il velo dell'omertà e merita rispetto da parte di tutti. - sono state le sue parole - Non so quanti sedicenni (gli anni che aveva all'epoca dei fatti ndr) avrebbero avuto il coraggio di fare un passo contro, il cui prezzo è stato, è e sarà immane". Poi ha aggiunto: "Questo sarà l'inizio di un percorso molto doloroso per lui. perché inevitabilmente lo porterà a rivivere con maggiore intensità i traumi patiti. Sarà anche un momento importante e positivo perché rimanda alla possibilità di fare giustizia nell'unica sede che è deputata a farlo. Aspetta una risposta e la vuole dall'Italia delle istituzioni e da nessun altro. L'Italia gliela darà con la sentenza all'esito di un giusto processo che rispetterà le regole e i diritti di tutte le persone coinvolte".

Un altro "schiaffo" a Saman: rinviata l'estradizione del padre

Separata nel processo la posizione del padre

Il giudice della Corte d'Assise di Reggio Emilia, Cristina Beretti, su richiesta della procura reggiana, ha deciso per legittimo impedimento di stralciare la posizione di Shabbar Abbas, 46 anni, padre di Saman, al centro di un a complessa vicenda di estradizione dal Pakistan in cui si trova agli arresti. Se ne discuterà il prossimo 17 febbraio, data in cui verrà tentato un videocollegamento con Islamabad. Intanto la Corte ha deciso di rinviare l'udienza alle ore 15 in seguito alla richiesta dei legali di poter prendere visione degli atti di costituzione di parte civile, aumentati nelle ultime ore, e arrivati a oltre una ventina.

Le atrocità su Saman: "Strangolata e forse sepolta viva"

I fatti

Era stato il fidanzato di Saman, Saqib Ayud, a denuciare la scomparsa della ragazza a maggio del 2021. A seguito di una lunga e certosina attività d'indagine, gli investigatori avevano scoperto che, tempo addietro, la 18enne si era rivolta ai servizi sociali denunciando i genitori per maltrattamenti e induzione al matrimonio. Da qui, l'ipotesi di un delitto d'onore: secondo la procura di Reggio Emilia, la giovane sarebbe stata uccisa dopo essersi opposta alle nozze combinate con il cugino nel Paese d'origine. I genitori, Nazia Shaheen (ancora latitante) e Shabbar Abbas avrebbero ordito un piano criminale che sarebbe stato attuato con la complicità di uno zio (Danish Hasnain, considerato "l'esecutore materiale del delitto") e altri due cugini della ragazza (Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq). Tutte le persone coinvolte sono accusate, a vario titolo, di sequestro di persona, omicidio volontario e occultamento di cadavere.

"Ecco chi c'è nel video...": svolta sul caso Saman

I video, la fuga e le intercettazioni

Ad avvolarare l'ipotesi di un delitto maturato in ambito familiare, ci sono alcuni elementi finiti nella carte dell'inchiesta. Su tutti, due filmati: il primo immortala la ragazza "vestita all'occidentale" mentre si allontana nei campi, a Novellara, assieme alla madre, la notte della scomparsa. Il secondo video riprende "tre uomini incappucciati" - verosimilmente lo zio e i due cugini - muniti di pala, secchio e piede di porco, la sera precedente all'omicidio. Non solo. I genitori della 18enne si sarebbero dati alla fuga, ipotizzano gli inquirenti, nei giorni successivi al fatto: sono stati ripresi al gate dell'Aeroporto di Milano Malpensa mentre si imbarcavano per un volo diretto in Pakistan. Infine, ci sono le intercettazioni di Shabbar Abbas che, già in terra d'origine, avrebbe confidato al telefono con un cugino di averla uccisa: "L'ho fatto per il mio onore", sarebbero state le sue parole.

L'autopsia, il segno sul collo, i video: "Cosa c'entra la madre di Saman"

L'autopsia di Saman

Dopo un anno e mezzo di ricerche, il corpo di Saman è stato trovato in casolare abbandonato di Novellara, a pochi passi dall'abitazione degli Abbas. Il corpo, ancora integro, era stato seppellito sotto metri di terra. Era stato lo zio Danish a dare indacazioni agli inquirenti sul luogo di sepoltura. L'autopsia ha evidenziato una "frattura dell'osso ioide" compatibile, verosimilmente, con l'ipotesi di strangolamento. In sede di accertamenti medico legali era emerso anche "un segno" all'altezza gola. Probabilmente "uno scollamento dei tessuti post mortem", aveva spiegato alla nostra redazione l'avvocato Barbara Iannuccelli. Nelle prossime settimane si conoscerà l'esito di tutti gli esami autoptici.

Omicidio di Saman Abbas, il legale di parte civile: «Non vedremo mai il padre in Italia...». Shabbar Abbas è accusato in concorso di aver ucciso la figlia Saman. Il Dubbio il 10 febbraio 2023.

L’avvocato del giovane fidanzato della ragazza pakistana uccisa in provincia di Reggio Emilia solleva dubbi sull’estradizione del principale imputato ancora detenuto nel suo Paese d’origine

«L'idea che mi sono fatto, e spero di sbagliarmi, è che non credo che lo vedremo mai il signor Shabbar Abbas, visto come si sta mettendo la situazione, siamo all'undicesimo rinvio, ogni volta un rinvio per qualcosa di pretestuoso: una volta mancano gli atti, una volta non sono tradotti, una volta non c'è l'avvocato o il giudice». Lo ha detto, a LaPresse, Claudio Falleti, avvocato di Saqib Ayub, il fidanzato di Saman Abbas, la 18enne scomparsa a Novellara nella primavera del 2021 e per cui la procura di Reggio Emilia ha indagato i due genitori, due cugini e uno zio per il suo omicidio.

La giovane si sarebbe opposta a un matrimonio forzato e per un anno e mezzo non sono state trovate le sue tracce, fino all'autunno scorso, quando dei resti umani sono stati trovati in un casolare vicino alla sua abitazione. Il padre, Shabbar Abbas, è stato fermato in Pakistan, dove era stato arrestato nei mesi scorsi, ma l'udienza per la sua estradizione in Italia ha subito numerosi slittamenti. Ad oggi, Shabbar Abbas continua a trovarsi in Pakistan.

Oggi, a Reggio Emilia, è in programma la prima udienza del processo per la morte della 18enne. Sono 5 cinque gli imputati: lo zio Danish Hasnain, i cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq (tutti e tre in carcere), il padre Shabbar Abbas (arrestato un mese fa in Pakistan, dove si è in attesa dell'udienza che decida sull'estradizione) e la madre Nazia Shaheen (ancora latitante in patria). Devono tutti rispondere di omicidio premeditato in concorso, sequestro di persona e soppressione di cadavere.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Baldessarro per “la Repubblica” l’8 febbraio 2023.

«Lotterò con tutte le mie forze perché Saman abbia vera giustizia. Dopodomani inizierà il processo e questo è un bene, ma io voglio che, se ritenuti colpevoli, non siano solo lo zio e i cugini a pagare, ma anche il padre e la madre». Saqib Ayub, il fidanzato di Saman, non sarà in aula venerdì mattina.

 Ci sarà però il suo legale, l’avvocato Claudio Falleti, che si costituirà parte civile nella prima udienza del processo per l’omicidio della 18enne pachistana, assassinata per essersi opposta a un matrimonio combinato, la notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021, a Novellara (Reggio Emilia). […]

 Nel giorno in cui a Islamabad c’è stato l’ennesimo rinvio del procedimento per l’estradizione del padre di Saman, Shabbar Abbas, Falleti non fa mistero delle aspettative della difesa e del ragazzo: «Gli undici rinvii di udienza per la decisione sono scandalosi. Credo che la premier Giorgia Meloni e il ministro degli Esteri, Antonio Tajani debbano dare seguito a quanto detto in passato. Ossia che la vicenda di Saman non può lasciare indifferenti. Ora che sono al Governo, agiscano e convochi l’ambasciatore pachistano».

[…] Il Paese d’origine degli Abbas ha due responsabilità. La prima riguarda l’estradizione, la seconda è legata alla ricerca di Nazia Shaheen, ancora latitante e nascosta in Pakistan. […] Saqib Ayub, oggi vive in Piemonte, lontano da occhi indiscreti. È stato praticamente adottato dall’avvocato Falleti che lo ha seguito e ospitato per mesi. Oggi lo difende a proprie spese e rinunciando anche al gratuito patrocinio: «È un bravo ragazzo — spiega — ed è determinato a fare qualcosa contro un retaggio tribale arcaico e violento che ha visto Saman morire per mano della suoi stessi famigliari». […]

La sua versione dei fatti. Saman Abbas, lo zio Danish si difende: “Indicato il corpo ma non l’ho uccisa, mi hanno detto che è stata la madre”. Fabio Calcagni su Il Riformista il 31 Gennaio 2023

Ha ammesso di aver accompagnato due cugini di Saman a seppellirne il corpo nel casolare a poche centinaia di metri dall’abitazione di famiglia, ma non di averla uccisa.

Sono state le parole pronunciate da Danish Hasnain, zio di Saman Abbas, la 18enne di origini pachistane scomparsa da Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile del 2021, il cui cadavere è stato poi indicato agli inquirenti dallo stesso zio il 18 novembre 2022, mostrando dove scavare per trovarne il corpo senza vita.

Due giorni prima di quella data, scrive l’Ansa, l’uomo aveva chiesto di parlare con la polizia penitenziaria del carcere di Reggio Emilia dove era già recluso: “Voglio dirvi che io non ho ucciso Saman e per questo io non voglio avere una condanna per colui che l’ha uccisa“.

In realtà allo stato, dalle indagini dei carabinieri e dalla Procura di Reggio Emilia, proprio Danish Hasnain è considerato l’esecutore materiale del delitto, avvenuto per la contrarietà di Saman alla decisione dei genitori di disporre per lei un matrimonio combinato con uno sconosciuto in Pakistan.

Secondo la ricostruzione fornita dallo zio, la sera di venerdì 30 aprile (quando vi fu l’omicidio di Saman) venne prima chiamato da Shabbar, il padre di Saman, senza però rispondergli. Quindi di esser stato raggiunto dai cugini della ragazza, Nomanhulaq Nomanhulaq e Ikram Ijaz, mentre dormiva, seguendoli verso casa degli Abbas.

Lì avrebbe visto a terra, tra le serre che circondano l’abitazione, il cadavere della 18enne. Danish Hasnain ha quindi aggiunto che i cugini avrebbero incolpato la madre di Saman, Nazia Shaheen, anche se secondo lui non era andata veramente così. Quindi i tre avrebbero portato il corpo nel casolare diroccato in Strada Reatino, dove c’era una pala già pronta per scavare. Il 18 novembre, insieme agli investigatori, ha quindi ricostruito il percorso fatto quella notte.

Il processo per l’omicidio di Saban è previsto il prossimo 10 febbraio. Cinque gli imputati: lo zio Danish Hasnain, che ha indicato agli inquirenti dove era stato sepolto il cadavere, i cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq (tutti e tre in carcere), il padre Shabbar Abbas (arrestato lo scorso 12 novembre in Pakistan, dove si è in attesa dell’udienza che decida sull’estradizione in Italia) e la madre Nazia Shaheen, ancora latitante in patria. I cinque rispondono a vario titolo di omicidio premeditato in concorso, sequestro di persona e soppressione di cadavere.

Proprio oggi si è tenuta a Islamabad, in Pakistan, una breve udienza per il padre di Saman, Shabbar Abbas. L’avvocato pachistano dell’uomo e il pubblico ministero hanno discusso sulla correttezza dei documenti forniti dal governo italiano. Il giudice ha rinviato il procedimento al 7 febbraio. La richiesta di libertà provvisoria su cauzione di Shabbar Abbas sarà esaminata durante la prossima udienza.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

(ANSA il 4 gennaio 2023) - Il cadavere ritrovato il 18 novembre 2022 a Novellara è Saman Abbas. È stata identificata da un'anomalia dentaria, grazie a foto e video", riferisce l'avvocato Barbara Iannucelli, che assiste l'associazione 'Penelope' ed è parte civile nel processo che a febbraio inizierà a carico di cinque familiari della giovane pachistana uccisa la notte del 30 aprile 2021.

 "L'osso ioide è fratturato nella parte sinistra e sono necessari accertamenti istologici per stabilire se pre o post portem", continua l'avvocato. La frattura dell'osso, nella parte anteriore del collo, avvalorerebbe l'ipotesi di strangolamento.

Le analisi confermano le prime ipotesi. Saman Abbas, suo il corpo ritrovato a Novellara: identificata dai denti, trovata una frattura al collo. Redazione su Il Riformista il 4 Gennaio 2023

Il cadavere trovato il 18 novembre scorso in un casolare abbandonato di Novellara, in provincia di Reggio Emila, è quelllo di Saman Abbas. La conferma ufficiale arrivata dall’avvocato Barbara Iannucelli, che assiste l’associazione ‘Penelope’ ed è parte civile nel processo che a febbraio inizierà a carico di cinque familiari della giovane pachistana uccisa la notte del 30 aprile 2021.

La ragazza, che si presume sia stata uccisa dai familiari perché contraria al matrimonio combinato con una persona in Pakistan, “è stata identificata da un’anomalia dentaria, grazie a foto e video”, ha spiegato Iannucelli.

Non solo. “L’osso ioide è fratturato nella parte sinistra e sono necessari accertamenti istologici per stabilire se pre o post portem“, continua l’avvocato. La frattura dell’osso, nella parte anteriore del collo, avvalorerebbe l’ipotesi di strangolamento della 18enne.

Quanto al processo per la morte di Saman, il cui cadavere è stato rinvenuto a circa 500 metri dal casolare della famiglia, l’inizio è previsto il 10 febbraio prossimo a Reggio Emilia. Cinque gli imputati: lo zio Danish Hasnain, che ha indicato agli inquirenti dove era stato sepolto il cadavere, i cugini Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq (tutti e tre in carcere), il padre Shabbar Abbas (arrestato lo scorso 12 novembre in Pakistan, dove si è in attesa dell’udienza che decida sull’estradizione in Italia) e la madre Nazia Shaheen (ancora latitante in patria). Devono tutti rispondere di omicidio premeditato in concorso, sequestro di persona e soppressione di cadavere.

Saman, ricorda l’Agi facendo il punto sulla vicenda processuale, era arrivata in Italia dal Pakistan nel 2016: a dare l’allarme della sua scomparsa era stato il fidanzato ‘italiano’ Saquib, che non ha mai voluto crederla morta. Già un anno prima della sua scomparsa, la 18enne si era rivolta ai servizi sociali per denunciare i genitori per maltrattamenti e induzione al matrimonio. Poi era rientrata a casa, tentando di riavere i suoi documenti. Tra gli atti del processo, anche il filmato della telecamera di sicurezza che ha registrato gli ultimi istanti di vita di Saman, che esce di casa accompagnata dai genitori la notte della scomparsa.

Sulle ultime novità nelle indagini è intervenuta anche la sindaca di Novellara, Elena Carletti, che ha sottolineato a LaPresse come “le nostre speranze un po’ sono crollate nel momento in cui è stato rinvenuto questo corpo, perché chiaramente, in una cittadina come Novellara, era impensabile che si trattasse di un altro mistero”.

L'autopsia, il segno sul collo, i video: "Cosa c'entra la madre di Saman". L'autopsia sul cadavere di Saman Abbas ha evidenziato una frattura sull'osso ioide. L'avvocato Barbara Iannuccelli a ilGiornale.it: "Serviranno altri accertamenti per capire come è morta". Rosa Scognamiglio il 6 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il corpo ritrovato a Novellara, lo scorso 18 novembre, è quello di Saman Abbas. L'autopsia, eseguita mercoledì mattina, ha fugato i pochi dubbi rimasti sull'identità del cadavere. Gli accertamenti autoptici, affidati dalla Corte d'Assise a due periti d'eccezione - l'anatomopatologa Cristina Cattaneo e l'archeologo forense Dominic Salsarola - non sono ancora conclusi. Sarà necessaria la nomina di altri esperti: un genetista, per i riscontri sul Dna, e un tossicologo.

"La frattura dell'osso ioide è un dettaglio che desta particolare attenzione perché potrebbe fornire qualche dettaglio in più sulla dinamica del decesso", spiega alla nostra redazione l'avvocato Barbara Iannuccelli, l'avvocato dell'associazione Penelope, costituitasi parte civile nel processo per omicidio e occultamento di cadavere a carico dei 5 familiari della 18enne pakistana. Poi sulla madre di Saman: "Il suo ruolo nella vicenda è stato fondamentale".

"Vi spiego perché i genitori di Saman non saranno estradati"

Dottoressa Iannuccelli, può confermare che il cadavere trovato a Novellara, lo scorso 18 novembre, è quello di Saman?

"Assolutamente sì. In realtà vi erano pochi dubbi che si trattasse di Saman sin da quando il cadavere è stato dissotterrato. Anche perché il corpo è stato ritrovato su segnalazione di uno dei cinque imputati - parlo di Danish Hasnain - che ha indicato il luogo esatto della sepoltura. Poi, chiaramente, sono stati necessari tutti gli accertamenti cadaverici per formalizzare e confermare l'identità".

Come è avvenuto il riconoscimento?

"Da un'anomalia dentaria emersa durante gli esami autoptici. E quindi attraverso la comparazione di video e foto che ritraevano Saman abbiamo avuto la conferma definitiva".

L'autopsia ha evidenziato una frattura dell'osso ioide. Può dirci qualcosa in più al riguardo?

"La frattura dell'osso ioide è un dettaglio che desta particolare attenzione perché potrebbe fornire qualche dettaglio in più sulla dinamica del decesso. Tale circostanza avvalora l'ipotesi che quella zona del collo sia stata interessata da una dinamica".

E il segno individuato sul collo?

"Serviranno ulteriori accertamenti per capire se si tratti di uno scollamento dei tessuti post mortem oppure di un segno riconducibile a un evento accaduto quando Saman era ancora in vita".

"Non li vedremo mai più". Saman e l'estradizione impossibile

Sul fronte giudiziario, invece, c'è una questione ancora aperta: l'estradizione di Shabbar Abbas.

"Purtroppo non esiste un accordo bilaterale tra Italia e Pakistan, quindi la faccenda è complessa. Sappiamo che il 10 gennaio ci sarà l'udienza per l'estradizione di Shabbar Abbas, la decisione è rimessa alle autorità giudiziarie pakistane. Speriamo ci sia una reazione da parte del Pakistan ma, per quanto mi riguarda, sono pessimista: dubito che rivedremo il papà di Saman in Italia".

Perché?

"Perché, in realtà, non sappiamo neanche per quale motivo Shabbar sia stato arrestato".

In che senso?

"Non è chiaro se sia stato arrestato in esecuzione del mandato di cattura internazionale oppure per qualche altro reato che gli è stato contestato. Lo scopriremo solo quando avremo la possibilità di leggere gli atti".

Dei 5 imputati, resta ancora a piede libero la mamma di Saman. Secondo lei, che ruolo ha avuto secondo nella vicenda Nazia Shaheen?

"Il ruolo della madre Nazia Shaheen è stato fondamentale. È lei che ha convinto Saman a tornare a casa ed è lei che ha accompagnato la figlia nel suo 'ultimo miglio'. Ci sono messaggi e video che lo confermano. Ma credo che goda di protezione in Pakistan ed è il motivo per cui non è stata ancora individuata".

"Anche altri hanno partecipato". Il detenuto accusa il fratello di Saman

Del fratello di Saman, invece, cosa ne pensa?

"Penso che si sia trovato in una situazione non facile da gestire ed è il motivo per cui le sue dichiarazioni - mi riferisco a quando fu ascoltato in audizione protetta - sono state contraddittorie. Fatto sta che a febbraio compirà 18 anni e quindi potrà decidere anche sulla salma di Saman, se riportarla in Pakistan o seppellirla in Italia"

Crede che parteciperà al processo in qualità di teste?

"Qualora i legali degli imputati dovessero decidere di interpellarlo, sarà lui a decidere cosa fare. Del resto si trova in mezzo a due fuochi incrociati".

L'associazione Penelope è parte civile nel processo a carico dei 5 familiari di Saman imputati per l'omicidio. Cosa chiedete?

"Nessuno dei familiari chiede giustizia e verità per Saman, quindi è nostro dovere farlo. Non solo. È nostro dovere anche raccontare la storia di Saman affinché sia da esempio per tutte le 'altre Saman' che, in Italia, si trovano nella sua stessa condizione. Possono e devono salvarsi".

"Vai all'inferno". La violenza del padre di Saman contro il giornalista italiano. Il padre di Saman avrebbe cercato di colpire un giornalista italiano fuori dal tribunale di Islamabad: le prospettive se dovesse essere giudicato in Pakistan. Angela Leucci il 17 Dicembre 2022 su Il Giornale.

La speranza dell’estradizione del padre di Saman Abbas appare sempre più una chimera in assenza di accordi bilaterali Italia-Pakistan. C’è stato un nuovo rinvio per il processo che vede protagonista Shabbar Abbas a Islamabad: è tutto rinviato al 10 gennaio 2023, esattamente un mese prima che inizi il processo in Italia.

Solo tre degli imputati si trovano nelle carceri italiane: lo zio di Saman Danish Hasnain, i cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanulaq. Shabbar è invece imputato attualmente in Pakistan e, sebbene sia stata chiesta l’estradizione, non ci sono notizie in merito. La madre di Saman Nazia Shaheen è invece latitante e probabilmente rifugiata all’interno della sua famiglia d’origine.

La violenza di Shabbar

Intanto Shabbar, all’uscita dal tribunale di Islamabad, avrebbe cercato di colpire il cameraman di Quarto Grado. Mentre gli veniva chiesta una dichiarazione, si è trincerato nel proprio silenzio, esclamando a gran voce una sola frase all’indirizzo dei giornalisti italiani: “Vai all’inferno”.

Alle domande dei giornalisti, un agente della Fia, la polizia federale pakistana, cerca di nasconderne il volto, comunque quasi completamente coperto da berretto e mascherina.

Il Pakistan e il delitto d’onore

Parte dell’opinione pubblica italiana si chiede se non sia meglio che Shabbar sia processato in Pakistan o in Italia, al fine di ottenere giustizia per Saman. Ma al tempo stesso si chiede se il Pakistan sia culturalmente pronto a fare giustizia sul delitto d’onore. Va ricordato infatti che Saman sarebbe stata uccisa nella notte tra il 30 aprile e l’1 maggio a Novellara, perché si era opposta al matrimonio forzato con un cugino.

"Vi spiego perché i genitori di Saman non saranno estradati"

In Pakistan il delitto d’onore è regolato dall’articolo 311, che descrive l’eventuale pena massima e la pena minima, nel caso un imputato sia trovato colpevole. Alle telecamere di Quarto Grado l’avvocato di Rovereto Humera Khan, pakistana italiana, ha spiegato: “L’articolo 311 prevede che il delitto consumato in nome o col pretesto dell’onore è punito col carcere a vita e la pena non può essere inferiore a 10 anni”.

L’avvocato ha specificato che il carcere a vita in Pakistan si traduce in 25 anni in cella, ma si è domandata anche quale possano essere i risvolti nel suo Paese d’origine per l’omicidio di Saman, che non ha avuto grande eco come invece è accaduto in Italia. “Consideriamo che in Pakistan i delitti d’onore sono molto comuni”, ha aggiunto, chiosando che ogni anno si stima che centinaia di donne vengano uccise in nome dell’onore.

La conduttrice Alessandra Viero ha detto anche che l’avvocato, al telefono con lei prima della messa in onda, abbia percepito il nuovo rinvio nel tribunale di Islamabad come un “segnale di incertezza”.

"Vi spiego perché i genitori di Saman non saranno estradati". Parla il giornalista Ahmad Ejaz che ha curato le traduzioni in urdu e punjabi per "Chi l'ha visto?": "La voce di Saman al telefono con Saqib mi ha commosso". Angela Leucci il 16 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Sembrava una data così lontana, eppure quella del 10 febbraio 2023 è molto vicina. È allora che avrà inizio il processo per l’omicidio di Saman Abbas, la 18enne pakistana residente a Novellara scomparsa nella notte tra il 30 aprile e l’1 maggio 2021, uccisa perché si era opposta al matrimonio forzato con un cugino più vecchio.

Sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di sequestro di persona, omicidio in concorso e occultamento di cadavere il padre Shabbar Abbas, la madre Nazia Shaheen, lo zio Danish Hasnain e i cugini Ikram Ijaz e Noumanoulaq Noumanulaq. Shabbar è stato arrestato e si trova a Islamabad, mentre in Italia in molti sperano sia estradato. Nazia è ancora latitante. Gli altri tre accusati sono in carcere in Italia.

E mentre finora le ipotesi di difesa hanno puntato sul corpo di Saman che non si trovava - ma che a fine novembre è stato fatto ritrovare da Danish in un casolare abbandonato a 700 metri da casa Abbas - e sulle traduzioni delle intercettazioni - che però corrispondono tra le diverse trasmissioni televisive e con i brogliacci delle forze dell’ordine, c’è ancora il nodo di Nazia, sulla quale pare non ci sia nessuna speranza di arresto ed estradizione.

Non credo che il Pakistan consegnerà all’Italia una donna”, commenta a IlGiornale.it il giornalista pakistano in Italia Ahmad Ejaz, mediatore culturale e cooperante internazionale che si è occupato delle traduzioni per una celeberrima trasmissione tv.

Ejaz, secondo l’associazione Penelope, i genitori di Saman non verranno estradati in Italia. Cosa ne pensa?

Non c’è una reciprocità tra Italia e Pakistan. Sembrava quasi fatta, poi c’è stata la sostituzione del giudice all’udienza fissata a Islamabad, anche se potrebbe trattarsi semplicemente di una questione burocratica, come tante volte accade in Italia. Senza reciprocità però l’estradizione non è certa. Tuttavia un’estradizione di cortesia sembrava realizzabile”.

Perché Nazia non è stata ancora arrestata?

Non credo che il Pakistan consegnerà all’Italia una donna, per di più una donna casalinga. Mentre per Shabbar, culturalmente parlando, l’estradizione resta probabile, qualche speranza c’è. Altrettanto probabile è che Nazia si sia rifugiata presso la sua famiglia d’origine, dai suoi fratelli, da qualche parte. Il Pakistan non ha mai assicurato che avrebbe restituito anche lei”.

Cosa ne pensa del presunto ruolo di Nazia?

Quando ho tradotto i documenti, c’era un messaggio inviato dal Pakistan: ‘Uccidete questa ragazza’. Era stato mandato dal fratello di Nazia (il poliziotto che ha minacciato la famiglia di Saqib, il ragazzo amato da Saman ndr). La famiglia della madre di Saman è coinvolta a mio avviso. Il ruolo della madre è evidente anche nell’ultimo video che ritrae Saman la notte della scomparsa”.

È stata aperta un’inchiesta bis. Crede che altre persone possano essere coinvolte in questo caso in qualità di fiancheggiatori?

Credo che l’eventuale coinvolgimento di altre persone, come per esempio il cugino che ha dato uno schiaffo a Saman e ora ha perso il permesso di soggiorno, sia estraneo alla grande organizzazione, sia solo precedente al delitto. La famiglia di Shabbar e quella di Nazia sono molto forti. Sono in tutto 28 famiglie a Charanwala e loro fanno parte di una casta potente. Il sistema delle caste diventa forte quando ci sono diversi nuclei della stessa famiglia in un villaggio: tanti nuclei famigliari tanto onore. Ecco il perché del matrimonio forzato con un parente”.

L’avvocato dei genitori di Saman Simone Servillo ha sollevato il problema della giustezza delle traduzioni, in particolare nell’intercettazione in cui Shabbar dice: “Ho ucciso mia figlia, l’ho fatto per il mio onore”. Lei ha tradotto intercettazioni e altro per “Chi l’ha visto?”.

Le frasi che Shabbar pronuncia sono tutte in dialetto del Punjab, lo stesso dialetto delle mie origini. Certo, ci sono alcune traduzioni letterali che devono essere rese in italiano per essere comprensibili, ma parliamo solo delle numerose parolacce che Shabbar pronuncia. In questa intercettazione Shabbar si assume la responsabilità, dice di aver ucciso Saman e aver lasciato l’altro figlio in Italia”.

Ha affermato in trasmissione di aver pianto nel tradurre le testimonianze in lingua originale. Cosa l’ha colpita di più?

Mi ha fatto molto male pensare al momento in cui Saman chiede alla madre di cosa stessero parlando nella chat al telefono, perché aveva sentito di una ragazza che doveva essere uccisa, ma la madre le dice che non stavano parlando di lei. Mi ha fatto piangere, così come quel momento in cui Saman parla al telefono con Saqib: lui era pieno di speranza, di luce, erano appena arrivati i vestiti per le nozze, mentre lei, con la sua dolce voce in un urdu raffinato, attenta a non farsi ascoltare da altri, preannuncia in un certo senso la sua morte”.

Perché è importante per tutta la comunità pakistana in Italia ottenere giustizia per Saman?

La maggior parte della comunità pakistana in Italia è integrata. Per le prime generazioni, l’Italia è il loro secondo Paese, per le seconde generazioni è invece il primo Paese. Questi avvenimenti fanno arretrare il processo di integrazione”.

Saman avrà la cittadinanza postuma, le verrà fatto un funerale e sarà sepolta a Novellara. Crede che questo sia un segno importante?

Mi sembra che la grande attenzione dell’opinione pubblica stia restituendo qualcosa a Saman. In Italia Saman aveva la sua famiglia, ma era composta da nemici, non da amici. Penso che la società civile può dare un segnale forte, per dire no ai matrimoni forzati e non calpestare i diritti della seconda generazione. Vedo una grande luce in questi ragazzi, che hanno un’identità molto forte: pakistana e italiana insieme, qualcosa di completamente diverso e nuovo. Sognano l’emancipazione e le leggi potrebbero aiutarli. Ho raccolto 17mila firme per la cittadinanza onoraria postuma per Saman su Change. Sarebbe bello che a Novellara si svolgessero i funerali di Stato nella forma minima prevista, con 7 carabinieri e un rappresentante del governo. Saman è la sesta ragazza che viene uccisa in questo modo in Italia”.

Omicidio di Cristina Mazzotti, la svolta dopo 48 anni: chiesto il processo per i quattro presunti autori del sequestro. Redazione di Milano il 9 Gennaio 2023 su La Repubblica.

I quattro imputati sono il boss della 'ndrangheta Giuseppe Morabito, 78 anni, Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò e Antonio Talia. Secondo la procura sarebbero gli esecutori materiali del sequestro. Per la morte della figlia di un industriale erano state condannate già 13 persone

La procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro persone accusate del sequestro e della morte di Cristina Mazzotti, avvenuti 48 anni fa, in quello che fu il primo caso di una donna rapita dall'Anonima sequestri al Nord. Mazzotti nel 1975 aveva 18 anni quando fu portata via nel giorno della sua festa per il diploma e costretta a vivere in un buco sotto terra, morendo poi per i tranquillanti che le vennero somministrati dai sequestratori.

Il cold case. Omicidio Cristina Mazzotti, dopo 48 anni spuntano i 4 presunti autori del sequestro: c’è anche il boss Morabito. Fabio Calcagni su Il Riformista il 10 Gennaio 2023

Fu la prima donna, solo 18enne all’epoca, ad essere rapita dall’Anonima sequestri nel Nord Italia. La Procura di Milano ha riaperto le indagini sull’omicidio di Cristina Mazzotti ed ha chiesto il rinvio a giudizio di quattro imputati, tra cui il boss della ‘ndrangheta Giuseppe Morabito, 78 anni e residente nel Varesotto.

A scriverne è l’Ansa, che sottolinea come a seguiti dell’esposto presentato nel 2021 dall’avvocato Fabio Repici le nuove indagini sono state condotte dalla Squadra mobile e coordinate dal pm Stefano Civardi, che ha chiuso il fascicolo a novembre ed ha quindi chiesto il processo per quattro imputati. “Ho trovato il nome di Latella nell’indagine sull’omicidio del giudice Bruno Caccia – aveva detto il legale della famiglia di Caccia -. La posizione fu poi archiviata, ma scoprì il suo ruolo nel sequestro Mazzotti”.

Oltre a Morabito, ritenuto uno dei presunti “ideatori” del sequestro, sono imputati Demetrio Latella, Giuseppe Calabrò e Antonio Talia, pure loro considerati vicini alla ‘ndrangheta ed esecutori materiali del sequestro.

Per l’omicidio della 18enne Cristina Mazzotti furono già condannate 13 persone in passato. I quattro nuovi indagati, secondo la Procura milanese, in concorso con quei tredici “presero parte attiva e portarono a compimento la fase esecutiva del sequestro”, che avvenne la sera del primo luglio 1975 a Eupilio (Como), portata via nel giorno della sua festa per il diploma, e che finì con la morte della ragazza, segregata in una “buca” a Castelletto Ticino (Novara) e a cui vennero somministrate dosi massicce “di tranquillanti”.

I processi già terminati sulla vicenda, ricorda l’Ansa, avevano permesso di ricostruire come al padre della 18enne Cristina Mazzotti, importante industriale del settore dei cereali, furono chiesti 5 miliardi di lire di riscatto.

In un mese l’uomo riuscì a racimolare un miliardo e 50 milione di lire e pagò gli uomini che rapirono la figlia. Il primo settembre del 1975 una telefonata anonima indicò ai carabinieri di scavare in una discarica di Galliate (Novara) dove fu trovato il cadavere.

Secondo la Procura di Milano il boss Morabito avrebbe fornito anche un’auto che servì da ‘civetta’ per segnalare l’arrivo della Mini Minor con cui stava rincasando la giovane e per “fare da staffetta verso il luogo” della prigionia. La posizione di un quinto indagato, Antonio Romeo, è stata stralciata in vista di una richiesta di archiviazione.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket

I depistaggi, le orme, la scritta col sangue: "Antonella conosceva il killer". Il 4 dicembre del 1993 qualcuno entrò in casa di Antonella Falcidia e la uccise con oltre venti coltellate. Dopo indagini, sospetti e depistaggi, a distanza di quasi 30 anni, il caso resta ancora senza un colpevole. Francesca Bernasconi e Rosa Scognamiglio il 10 Gennaio 2023 su Il Giornale

Era la sera del 4 dicembre 1993, un sabato. In via Rosso di San Secondo, a Catania, una donna poco più che quarantenne stava guardando la televisione, in attesa del ritorno del marito dal lavoro. Una calma apparente che, in breve tempo, venne sconvolta da 23 coltellate, che lasciarono un corpo senza vita a terra e un omicida a piede libero. La vittima era Antonella Falcidia e, a distanza di 29 anni, il suo resta ancora un caso irrisolto, senza un colpevole.

L'omicidio di Antonella

Antonella Falcidia, 43 anni, era una professoressa al dipartimento di Igiene dell’Università di Catania. Sposata con Vincenzo Morici, un cardiochirurgo. La donna apparteneva “a una famiglia dell’alta borghesia - ha spiegato a ilGiornale.it la criminologa Francesca Capozza - suo zio Enrico era un facoltoso medico catanese e proprietario della clinica dove lavorava suo marito”.

Quel sabato di dicembre, come venne ricostruito da Mistero in Blu, tutto si era svolto come sempre. La mattina la donna si era recata all’Università, mentre il marito era uscito prima di pranzo per andare a Nicosia, dove aveva un ambulatorio. Dopo aver cenato, Antonella si era seduta sul divano davanti alla televisione, in attesa del ritorno del marito. L’ultimo a sentire la sua voce era stato il figlio 17enne, che alle 21.45 le aveva citofonato prima di andare a una festa. Poi, nel buio di quella sera di dicembre, un’ombra era entrata nell’appartamento, aggredendo la donna con un’arma da punta e taglio. Una dopo l’altra, oltre venti coltellate avevano colpito Antonella.

Alle 23.30 il marito era rientrato dal lavoro. Aveva parcheggiato l’automobile, poi era salito dalle scale, gradino dopo gradino, fino all’appartamento in cui viveva con la moglie e il figlio e aveva aperto la porta. Nulla faceva presagire ciò che trovò al suo ritorno a casa: la moglie era riversa sul pavimento in una pozza di sangue, morta. Qualcuno la aveva uccisa. Ma chi?

L’accanimento dei colpi inferti - ha spiegato a ilGiornale.it Capozza - grida a gran voce l'esistenza di un legame affettivo molto forte con la vittima, il desiderio di sbarazzarsi di essa attraverso un’azione carica di intenzionalità liberatoria, esito apicale di sentimenti ed emozioni contrastanti in cui frustrazione e rancore hanno la meglio”. Un comportamento, questo, che avrebbe potuto circoscrivere “la cerchia dei sospettati a un ambito molto intimo di conoscenze della vittima”. Il killer, in effetti, “non poteva che essere una persona molto conosciuta dalla donna che l'ha accolta in casa in vestaglia e si è intrattenuta con essa sul divano. L'appartamento non rivela alcun segno di effrazione e la porta di casa non era stata chiusa a doppia mandata, come sempre”.

I capelli, le impronte e una lettera anonima

A un primo sguardo sembrò che il killer avesse lasciato sulla scena del crimine numerosi indizi che avrebbero potuto condurre gli investigatori sulle sue tracce. Errori grossolani, che avrebbero potuto rivelarsi fondamentali per individuare l’omicida di Antonella. Sembrò infatti che, camminando intorno al corpo della donna, dopo il delitto, l’assassino avesse lasciato delle impronte insanguinate. Gli uomini dei reparti scientifici infatti individuarono una serie di orme di scarpa, ben impresse sul pavimento della stanza: un primo indizio potenzialmente utile a smascherare il killer. Le impronte corrispondevano a quelle di una scarpa numero 36.

Un altro elemento su cui fecero affidamento gli inquirenti furono alcuni capelli ritrovati dal medico legale incastrati nel pugno chiuso della vittima. A strapparli, pensarono al tempo, poteva essere stata la stessa Antonella, nel tentativo di difendersi dal suo aggressore. I capelli, di colore biondo, vennero quindi affidati al reparto scientifico dei carabinieri, il Cis, che effettuò una perizia, scoprendo che la ciocca apparteneva a una persona di sesso femminile.

Le impronte e i capelli fecero pensare che l’assassino potesse essere una donna ma, come spiegato anche dalla dottoressa Capozza, “dalla comparazione del Dna con 19 donne, tra cui quella con cui il marito aveva una relazione, non si trovò alcuna corrispondenza” e successivamente un’ulteriore perizia stabilì che i capelli appartenevano alla vittima stessa.

In ogni caso, a far pensare a una donna ci sarebbero le impronte della scarpa numero 36. Ma, in realtà, “si tratterebbe di un tentativo di depistaggio - ha sottolineato Francesca Capozza - in quanto sono presenti solo 3 impronte e solo di scapa sinistra impresse probabilmente poggiando un pugno all'interno, proprio per cercare di fare intendere che quelle fossero testimonianza inequivocabile di una presenza femminile”.

Al tempo, un’altra possibile pista sembrò provenire da una lettera anonima, recapitata alla vittima appena una settimana prima del delitto. Indirizzata ad Antonella, la lettera conteneva però degli avvertimenti riguardanti il figlio: “Attenta a tuo figlio - recitavano i ritagli di lettere di giornale incollate le une vicino alle altre -conosco tutti gli orari motorino scuola palestra. Il ritorno del sabato sera”. Inoltre quell'avvertimento era stato preceduto da una serie di telefonate mute. Ma anche questo indizio si rivelò privo di utilità per arrivare all’assassino.

Quella scritta col sangue

Per oltre 13 anni, l’omicidio di Antonella restò senza un colpevole e sembrava destinato ad arenarsi, dato che ogni pista battuta si era conclusa con un nulla di fatto. Fino al 2006, quando un pm lesse un libro di Carlo Lucarelli, e ne prese spunto per indagare nuovamente e lo indusse a chiedere la riapertura del caso.

La nuova inchiesta si avvalse di tecnologie moderne, in particolare di un potentissimo scanner, che permise di evidenziare un indizio apparentemente decisivo. Secondo queste nuove analisi, infatti, si scoprì che qualcuno aveva scritto sul divano del soggiorno su cui sedeva la donna alcune lettere, utilizzando il sangue della scena del crimine.

Sarebbe stata la vittima, rivelò all’epoca il procuratore aggiunto, parlando con La Repubblica, che “scrisse il nome di suo marito con il sangue alla base del divano”. Lo scanner infatti aveva svelato cosa si celava dietro una delle macchie di sangue presenti sul luogo del delitto: si trattava delle lettere E, N e Z, che scritte di seguito formavano "Enz", interpretato come l’inizio del nome Enzo, diminutivo di Vincenzo. “Abbiamo fatto delle verifiche su quella macchia di sangue - spiegò allora il procuratore - e secondo due perizie agli atti dell’inchiesta ci sarebbero le prime tre lettere scritte a stampatello del nome del marito della vittima”.

Gli inquirenti interpretarono questa nuova scoperta come un indizio lasciato dalla vittima, a indicazione del nome del suo omicida. Per questo il marito della donna, Vincenzo Morici, venne ritenuto il possibile killer di Antonella Falcidia e venne arrestato. Inoltre, spiega la dottoressa Capozza, “l’improvvisa morte del padre di Antonella, senza che venisse disposta un’autopsia, e il decesso per complicazioni post-operatorie dello zio, padrone della clinica e operato proprio dal Morici, gettarono luci inquietanti su un movente liberatorio del killer”, a cui avrebbe contribuito anche “la presenza di una solida relazione extraconiugale del marito”.

Già nel 2007 Vincenzo Morici venne scarcerato e i giudici di primo grado, nel 2011, lo assolsero “per non aver commesso il fatto”. A quel punto, la procura fece ricorso in appello, chiedendo una condanna a 30 anni di reclusione. Nel 2013 però la Corte di Assise di Appello confermò la sentenza di primo grado, che divenne definitiva data l'assenza di un ricorso, scagionando il marito. E, ancora una volta, il caso venne archiviato senza un colpevole.

Un caso che resta irrisolto

Ora, a distanza di quasi trent’anni, la morte di Antonella Falcidia resta ancora un caso irrisolto. Molti degli indizi raccolti si rivelarono probabili depistaggi. Le impronte di scarpa e le ciocche di capelli infatti sembrarono create ad arte per far ricadere i sospetti su una donna, mentre la lettera anonima recapitata alla vittima recava scritto a macchina un indirizzo, poi cancellato in malo modo, così da renderlo comunque visibile e permettere di identificarne la provenienza.

Secondo la dottoressa Capozza, il caso rimane ad oggi irrisolto anche per alcuni errori e ritardi compiuti nel corso delle indagini: “L’appartamento - ha spiegato - dopo il sopralluogo di carabinieri e medico legale, non venne sigillato e anzi, poche ore dopo l'omicidio, la scena del delitto venne pulita con uno straccio e il lavoro definitivo completato l'indomani dalla donna di servizio dei Morici. In sede di ispezione medico legale del corpo, non venne rilevata la temperatura interna né quella esterna, elementi cruciali per stabilire l'ora del delitto”.

Un possibile profilo dell’omicida, stilato dalla criminologa, è quello di una “persona affettivamente intima, dato l’accanimento 'passionale' del gesto, ricco di carica emotiva”. Non solo. “Analizzando tutti gli elementi a disposizione, il killer sembra essere un individuo calcolatore e meticoloso, attesa la premeditazione dei tentativi di depistaggio”.

Ipotesi, sopralluoghi, ricerche e indizi non sono riusciti a condurre gli inquirenti su una pista risolutiva. Dopo i sospetti su un ex domestico di casa Falcidia, su una donna e sul marito, il caso è stato chiuso e la morte di Antonella resta, ancora oggi, un mistero irrisolto, uno dei tanti cold case che restano sospesi nel tempo, ma che, da un momento all’altro, potrebbero riemergere e riprendere a parlare.

La foto sui social e l'sms del killer di Alessandra: "Ho preso la decisione". Giovanni Padovani, il calciatore che uccise a martellate l'ex fidanzata, avrebbe inviato un messaggio vocale ai compagni di squadra due mesi prima del delitto: "Mi sto convincendo sempre di più. Alla gente dite che ho sofferto". Rosa Scognamiglio il 28 Aprile 2023 su Il Giornale.

"Ragazzi penso che ho preso la mia decisione... Mi sto convincendo sempre di più". Sono le parole che emergono da un messaggio vocale che l'ex calciatore dilettantistico Giovanni Padovani, il killer di Alessandra Matteuzzi, inviò ai compagni di squadra circa due mesi prima del delitto. La trascrizione è agli atti del fascicolo di inchiesta per omicidio aggravato da premeditazione, futili motivi, stalking e legame affettivo. Il 27enne di Senigallia, recluso da mesi nel carcere della Dozza, sarà a processato davanti alla Corte d'Assise di Bologna il prossimo 3 maggio. Il legale dell'imputato, l'avvocato Gabriele Bordoni, ha chiesto ai giudici di chiamare a testimoniare la conduttrice televisiva Maria De Filippi. A quanto risulta, il pomeriggio del 23 agosto 2022 (il giorno dell'agguato mortale) Padovani avrebbe contattato la redazione di "Uomini e donne", noto programma d'intrattenimento di Canale 5, per partecipare ai casting. Secondo la difesa tale circostanza escluderebbe l'aggravante della premeditazione contestata all'assistito.

Il messaggio vocale

A pochi giorni dal processo, emergono nuovi dettagli sull'omicidio di Alessandra Matteuzzi. Si tratta di una chat acquisita agli atti dalla Squadra Mobile che si occupò delle indagini. Stando a quanto trapela all'Ansa, il 15 giugno del 2022, Padovani inviò un messaggio vocale ai compagni di squadra: "Ragazzi penso che ho preso la mia decisione...Mi sto convincendo sempre di più... Qualsiasi cosa succeda dovete promettermi che spiegherete alla gente che è successa perché ho sofferto molto e spiegargli che sono stato manipolato e non sono più capace di intendere e di volere in modo lucido". Nei messaggi successivi, il 27enne aggiungeva che "non aveva più niente da perdere" e che lei "avrebbe pagato". La chat termina con Padovani che rassicurò i colleghi: "Ragazzi mi sono tranquillizzato per ora, vi aggiornerò".

La foto sui social

Agli atti dell'inchiesta c'è anche una foto postata sui social da Alessandra il 20 agosto 2022, tre giorni prima del delitto. L'immagine ritraeva la mano tatuata di un giovane uomo, simile a quella di Padovani, mentre si trovava al tavolo di un locale. Secondo gli inquirenti, la 56enne l'avrebbe pubblicata per lasciare intendere all'ex che era in compagnia di una persona. Tale circostanza avrebbe mandato su tutte le furie il 27enne, al punto da decidere di abbandonare il ritiro alla vigilia di una partita importante. "Questa foto - ha raccontato un compagno dell'imputato a verbale -è stata sicuramente determinante per la sua partenza, appena vista l'immagine ho notato in Giovanni un immediato cambiamento di espressione e d'umore, l'aver visto quella mano maschile lo aveva sicuramente turbato".

"Voleva un video ogni 10 minuti": l'ossessione del killer di Alessandra

La difesa chiede di sentire Maria De Filippi

Il reato contestato a Padovani è di omicidio aggravato da premeditazione, futili motivi, stalking e legame affettivo. Secondo l'avvocato Gabriele Bordoni, il pomeriggio del 23 agosto 2022 (il giorno del delitto), il 27enne aveva contattato la redazione di "Uomini e donne" per partecipare alle preselezioni ed è il motivo per cui ha chiesto ai giudici di convocare Maria De Filippi come teste. Secondo il legale questo dimostrebbe che l'assistito "stava facendo altri programmi per i giorni successivi - ha dichiarato il legale dell'imputato - e non aveva un intento predefinito di uccidere Alessandra quella sera".

L'omicidio di Alessandra Matteuzzi

Alessandra Matteuzzi e Giovanni Padovani si erano conosciuti sui social. Tra loro era nata una relazione che, tra alti e bassi, era andata avanti per quasi un anno. Qualche mese prima di essere uccisa, la 56enne aveva denunciato l'ex compagno per stalking ottenendo un provvedimento restrittivo. Pare, infatti, che il 27enne la tampinasse, controllasse i suoi profili social chiedendole di inviarle dei video, da inviare su Whatsapp, per monitorare i suoi spostamenti. Stando a quanto emerso dalle indagini, Padovani sarebbe stato ossessionato dall'idea di un possibile tradimento. Al punto da molestare la ex con messaggi, telefonate e appostamenti sotto casa. La sera del 23 agosto 2022 avrebbe raggiunto Alessandra sotto casa, un appartamento in via Corticella, a Bologna. Qui l'avrebbe colpita con un martello, almeno 20 volte alla testa, lasciandola esanime in cortile.

Alessandra Matteuzzi, la donna uccisa a Bologna si confidò in chat con un poliziotto: "Il mio ex ha seri problemi". Storia di Redazione Tgcom24 l’11 gennaio 2023.  

Una decina di giorni prima di essere uccisa, Alessandra Matteuzzi si confidò in chat con un poliziotto, conosciuto su un'app di incontri, raccontandogli quello che stava vivendo a causa delle persecuzioni dell'ex fidanzato Giovanni Padovani. Avveniva tra il 12 e il 13 agosto 2022: il 23 Padovani avrebbe assassinato Matteuzzi, attendendola sotto casa in via dell'Arcoveggio a Bologna e colpendola a martellate. Venne quindi arrestato per omicidio aggravato dallo stalking. Dall'analisi dei dispositivi informatici, disposta dalla Procura, è emerso che, scrivendo in chat, Matteuzzi parlava così dell'ex: "È un ragazzo con dei seri problemi ed è una cosa molto delicata... Si era impossessato di tutti i miei social, ho dovuto cambiare tutte le mail e la password".

La conversazione - "Bisogna stare attenti a quelle persone. Ma ora lo hai mollato?", le chiedeva il poliziotto. "Certo, e non solo... ma non ti posso raccontare ora". "Spero tu stia serena ora", le diceva lui. "Ancora no, è presto", continuava Alessandra, "ti dico solo che si è arrampicato al secondo piano del palazzo dove abito... una mattina poco tempo fa apro la finestra della terrazza e me lo sono visto entrare". "Un folle", commentava il poliziotto, che poi domandava: "Hai fatto denuncia?". Risposta di Alessandra: "Non posso dirti nulla, ti ripeto è una situazione molto delicata. Deduci". E lui: "Sono poliziotto, quindi posso immaginare. Ti auguro solo di aver risolto".

Matteuzzi, che qualche giorno prima si era rivolta ai carabinieri per denunciare Padovani, gli parlò dell'ansia in cui viveva per "tutta questa situazione che al momento mi fa vivere segregata". Il poliziotto, che non risulta abbia fatto una relazione sulla vicenda, è stato sentito dalla squadra mobile che segue le indagini sul delitto.

Matteuzzi alla madre dell'ex: "Non voglio morire!" - "Io non voglio morire!". Il grido di terrore di Matteuzzi è anche in una chat con la madre del suo ex fidanzato Padovani. Un mese prima, il 23 luglio, le due donne hanno chattato e i messaggi sono agli atti dell'inchiesta della Procura di Bologna: "Tuo figlio va aiutato perché ha dei grossi problemi", diceva Alessandra. Risposta: "Lui è rimasto convinto che tu lo tradivi continuamente dicendomi che hai rovinato tutto... comunque poi ci sentiamo al telefono". Ma Alessandra insiste: "Questa è la sua follia e la sua patologia che lo porta a essere violento. Io non voglio morire!!!!". La madre di Padovani a quel punto difende il figlio: "Guarda, Giovanni non è mai stato come dici con nessuno. Su queste cose ti sbagli". Un mese dopo Matteuzzi sarebbe stata assassinata.

L'ex cercava "Come uccidere a sprangate"... - "Uccide ex a sprangate", "Come stordire una persona con una mazza", "Pena omicidio volontario". Sono alcune delle centinaia di ricerche, fatte da inizio giugno 2022 fino poco prima del delitto e trovate nella cronologia web di Padovani. Le ricerche fatte dall'indagato sono elencate nella consulenza tecnica informatica depositata da Angelo Musella, nominato dalla Procura di Bologna nell'ambito del fascicolo per omicidio aggravato. Padovani attese l'ex sotto casa effettivamente la percosse a morte con un martello e con una panchina.

Nelle oltre 300 pagine di elaborato sono segnalate tutte le ricerche digitate da Padovani, molte delle quali di interesse investigativo: "stalking e violenza sulle donne quanti anni di reclusione", "pagare delle persone per picchiare", "che condanna c'è per rapimento", "dove colpire una persona in testa per farla svenire", "posto migliore per nascondersi con una persona morta", "dove è più difficile rintracciare un cadavere", "con un colpo alla testa forte con una spranga riesce poi a urlare", "accoltellamento pena" e altre sul genere. Padovani cercava anche informazioni sul carcere: "Si può usare il cellulare in carcere", "quante volte si può andare a trovare un detenuto" e "stati dove non valgono le leggi italiane". E due giorni prima del delitto: "per andare in Albania serve il passaporto" o "Stati dove non conta la pena di morte".

... e appuntava: "Martello, corda" - "Nastro isolante, martello, corda (meglio manette), fai chat inventata tra te e lei dove ti dice di venire a casa sua e portare manette". Lo scriveva Giovanni Padovani nelle note del suo cellulare, il 20 agosto 2022. È quanto emerge dall'analisi del cellulare eseguita dal consulente tecnico nominato dal procuratore aggiunto Lucia Russo e dal pm Domenico Ambrosino, che indagano per omicidio volontario. Padovani è in carcere dal giorno dell'arresto, subito dopo il delitto.

Estratto dell'articolo di Claudia Guasco per “il Messaggero” il 12 gennaio 2023.

[…] «Cosa fa un detenuto tutto il giorno?», è una delle ricerche trovate nella cronologia web del telefono di Giovanni Padovani da inizio giugno 2022. […] «Nastro isolante, martello, corda (meglio manette), fai chat inventata tra te e lei dove ti dice di venire a casa sua e portare manette. Domenica 21 agosto inizio chat». Lo scrive nelle note del cellulare la sera del 20 agosto 2022, tre giorni dopo Padovani aspetta sotto casa a Bologna l'ex fidanzata Alessandra Matteuzzi, 56 anni, e la massacra a colpi di martello, calci e usando anche una panchina.

Il consulente tecnico nominato dal procuratore aggiunto Lucia Russo e dal pm Domenico Ambrosino ha depositato i risultati della consulenza sullo smartphone del calciatore ventisettenne, […] «riteniamo che la contestazione dell'aggravante della premeditazione sarà inevitabile», affermano gli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini, legali della famiglia di Alessandra.

 L'app delle note di Padovani sono una sorta di diario. Il 2 luglio il giocatore si sfoga e al contempo prepara il terreno per quella che nella sua mente rappresenta una giustificazione: «La uccido perché lei mi ha ucciso moralmente. Mi ha manipolato è usato, facendomi passare per pazzo, ma la pazza è lei. Direte: lui l'ha uccisa, non sta meglio, anzi è lui il pazzo, ma non è così. Lei mi ha tradito, lo scrivo perché andrò in galera e così la polizia capirà il male che lei mi ha fatto».

Prima però ci sono mesi di stalking, soprusi, vessazioni. Il 23 aprile Padovani invia uno screenshot alla madre: «Sono le telecamere di casa sua e ha il suo cellulare in mano. Sono riuscito a entrare», facendo capire di poter disporre delle immagini del sistema di videosorveglianza di Alessandra. Che, nella sua disperazione, chiede aiuto anche alla donna. […] La madre lo difende: «Guarda, Giovanni non è mai stato come dici con nessuno. Su queste cose ti sbagli». […]

 Dall'11 giugno fino a poche ore dal delitto architetta il metodo più efficace per uccidere la sua ex, vagheggia la fuga, si prepara a un possibile arresto. Digita a ripetizione: «Quanto ci vuole per morire per strangolamento», «con un colpo alla testa forte con una spranga riesce poi a urlare?», «dove perde meno sangue una persona con un coltello». Quindi pensa al «posto migliore per nascondersi con una persona morta» e «dove è più difficile rintracciare un cadavere».

Il 23 agosto Padovani abbandona il ritiro con la squadra, prende un aereo e va a Bologna per mettere in atto il suo piano. Alle sei di sera ha un dubbio […] Prima di massacrare la ex esplora altre possibilità, si informa su «tariffe per uccidere», «il rapimento perfetto», «pagare una persona per picchiare».

 A due giorni dall'agguato prova a immaginare una via di fuga: «Per andare in Albania serve il passaporto», «Stati dove non valgono le leggi italiane» o «dove non conta la pena di morte». […]

Padovani sapeva già cosa avrebbe fatto e le conseguenze: […]«si può usare il cellulare in prigione», «quante volte si può andare a trovare un detenuto». Il calciatore ora è nel carcere di Bologna, è rilassato e impassibile, il giorno dopo l'omicidio si è seduto a pranzo con gli altri detenuti e ha mangiato di gusto. […]

La scoperta nelle indagini. Omicidio Alessandra Matteuzzi, la nota sul cellulare del killer Padovani un mese prima del femminicidio: “La uccido”. Redazione su Il Riformista il 9 Gennaio 2023

Quello di Alessandra Matteuzzi, la 56enne uccisa a martellate dall’ex fidanzato 27enne Giovanni Padovani, potrebbe essere un omicidio premeditato da oltre un mese.

Nella mente dell’ex calciatore della formazione siciliana della Sancataldese già dal 2 luglio 2022 vi era il proposito di “vendetta” nei confronti dell’ex compagna.

A scoprire i piani di Padovani è stato il consulente tecnico nominato dalla Procura, Angelo Musella. Quest’ultimo ha trovato nello smartphone di Padovani un appunto agghiacciante perché annuncia ciò che il 27enne realizzerà la sera del 27 agosto a Bologna.

La uccido perché lei mi ha ucciso moralmente”, è il messaggio trovato dal consulente sul telefono di Padovani, attualmente in carcere con l’accusa di omicidio aggravato dallo stalking, ripotato oggi dal Corriere della Sera.

Il giovane, ex modello, era già stato denunciato dall’ex compagna, che aveva segnalato ai carabinieri le condotte persecutorie messe in atto dal 27enne. “Tutte le volte in cui io ho accondisceso alle richieste di Padovani è stato per paura di scatenare la sua rabbia”, scriveva Matteuzzi nella denuncia presentata il 29 luglio ai carabinieri. “Alla luce di tutte le occasioni in cui è riuscito ad accedere al condominio dove abito, ho sempre timore di ritrovarmelo davanti ogni volta che torno a casa, o quando apro le finestre”, aggiungeva la donna nella deposizione ai militari.

Secondo quanto denunciato da Alessandra, l’ex compagno era spinto da una gelosia incontrollabile: ‘sentimento di possesso’ che lo portava a chiederle di inviargli un video ogni 10 minuti se i due non erano insieme, per assicurarsi così che la fidanzata gli fosse fedele.

L’epilogo drammatico di questa persecuzione arriverà la sera del 23 agosto, quando Padovani aspetta Alessandra sotto la sua abitazione e la colpisce a suon di calci, pugni e soprattutto martellate, che risulteranno fatali. Troppo gravi le ferite inferte alla testa, ma anche al torace: la 57enne morirà poche ore dopo il ricovero all’ospedale Maggiore di Bologna.

Giuseppe Baldessarro per bologna.repubblica.it il 14 ottobre 2022.

L’ha uccisa con almeno venti colpi al volto e al capo, provocandole una dozzina di fratture. Sono queste le conclusioni a cui è arrivato il medico legale Guido Pelletti, incaricato dalla Procura di far luce sulle cause e la dinamica della morte di Alessandra Matteuzzi, assassinata sotto casa la sera del 23 agosto dall’ex compagno Giovanni Padovani, calciatore dilettante. 

L’uomo, accusato di omicidio aggravato e stalking, attese la donna nel cortile di casa e la colpì con calci, pugni e martellate. Poi le scaraventò contro anche una panchina di ferro che stava nel giardinetto del condominio. Colpi feroci, non solo alla testa ma anche a torace, braccia e gambe. Alessandra morì all’ospedale Maggiore poco prima di mezzanotte. Padovani, secondo le indagini, la uccise quando Alessandra decise di interrompere la relazione tra di loro, denunciandolo per i suoi comportamenti persecutori. 

L’indagine della squadra Mobile è coordinata dalla procuratrice aggiunta Lucia Russo e dal pm Domenico Ambrosino che, nei giorni scorsi, hanno deciso di sviluppare ulteriori approfondimenti tecnici con l’analisi di altri due telefoni sequestrati dopo l’omicidio.

Apparecchi che vanno ad aggiungersi a quelli trovati e consegnati ai periti il giorno del delitto. Tutto questo per tentare di avere un quadro più completo possibile dei trascorsi tra i due e verificare la presenza di chat e messaggi dello stesso tenore di quelli già scoperti. 

Da questi “dialoghi” traspare la morbosa, ossessiva gelosia di Padovani e gli inutili tentativi di lei di allontanarlo dalla sua vita. L’indagato, in carcere dal giorno dell’omicidio, è difeso dagli avvocati Denise Mondin ed Enrico Buono, mentre i familiari della vittima sono seguiti dagli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini.

Omicidio Alessandra Matteuzzi, la sorella: “La vidi il giorno che Giovanni l’ha uccisa, era disperata”. Chiara Nava il 12/09/2022 su Notizie.it.

La sorella di Alessandra Matteuzzi, la 56enne uccisa a coltellate a fine agosto dall’ex compagno, ha raccontato cosa è successo quel giorno. 

Stefania Matteuzzi, sorella di Alessandra, 56enne uccisa a coltellate dall’ex compagno, Giovanni Padovani, è stata ospite di Mara Venier a Domenica In e ha parlato di quello che è accaduto quel giorno.

Omicidio Alessandra Matteuzzi, la sorella: “Ero al telefono con lei quando l’ha uccisa”

Stefania Matteuzzi, sorella di Alessandra, uccisa a martellate a 56 anni dall’ex compagno, il calciatore 27enne Giovanni Padovani, è stata ospite di Mara Venier a Domenica In e ha raccontato cosa è accaduto quel giorno. “Ero a telefono con lei quando è stata uccisa. Sentivo le sue urla e quelle dell’assassino. L’avevo anche vista quel giorno, era disperata per Giovanni” ha dichiarato la donna. “Era molto bella, ma anche una persona semplice al di là di quello che si può pensare vedendo i social.

Condividevamo molto, come se avessimo vissuto nella stessa casa. Tutti i giorni ci raccontavamo quello che ci succedeva. L’avevo spinta io a cercare di conoscere un uomo, a lei non interessava dopo i problemi di salute dei nostri genitori” ha spiegato Stefania. “Alessandra mi ha parlato di Giovanni sin da subito. L’aveva trovato su Facebook. All’inizio lei è rimasta colpita perché lui gli aveva raccontato di un problema di salute che aveva avuto in passato.

Le era dispiaciuto. Mi ricordo che spesso mi diceva he lo apprezzava perché cercava di andare avanti nonostante le difficoltà. Fino a Ferragosto dello scorso si è comportato bene, era molto amorevole anche con la mia mamma” ha aggiunto la donna. 

Omicidio Alessandra Matteuzzi, la sorella: “La vidi il giorno che Giovanni l’ha uccisa, era disperata”

Dopo Natale l’atteggiamento di Giovanni è cambiato. “Ha cominciato a comportarsi in maniera strana.

Mi contattava continuamente, lui era convinto che mia sorella lo tradisse e voleva che io lo appoggiassi. Poi è diventato aggressivo, urlava e ho detto basta. Alessandra mi dava ragione ma a fatica ne ha preso le distanze anche se lui provava a riavvicinarsi. Poi pian piano ha trovato la forza, si è resa conto che faceva cose sempre più gravi” ha raccontato Stefania Matteuzzi. “Quella sera sono andata a casa sua con una scusa. Noi ci eravamo allontanate in quel periodo, io avevo paura del comportamento di questa persona, lei però continuava a dargli una possibilità. Lei ha confessato che era disperata. Il 29 luglio è andata a fare la denuncia. Ha fatto finta finta di andare in vacanza per far vedere che non era a casa” ha spiegato la donna. “Quel giorno lì io l’ho vista. Voleva parlarmi. Mi disse che era disperata per Giovanni, che il giorno prima si era presentato di nuovo sotto casa e le aveva staccato la luce. Lei era convinta che lui non ci fosse quella sera, che fosse in Sicilia con la squadra. Volevo che restasse da me ma lei doveva dare da mangiare al cane. Eravamo a telefono insieme, prima ancora che entrasse dal condominio. Poi a un certo punto ho sentito solo urla di lei e di lui incomprensibili. Non c’è stato dialogo. Ho chiamato subito i carabinieri con il telefono del mio compagno e intanto al telefono sentivo ancora le urla. Mi sono precipitata da lei, ma quando sono era arrivata era già troppo tardi” ha concluso. 

(ANSA il 24 agosto 2022) - Una donna di 56 anni è stata uccisa ieri sera a Bologna, colpita con una mazza e altri oggetti contundenti, in via dell'Arcoveggio, periferia della città. Si sarebbe trattato di un femminicidio. 

Secondo le prime informazioni raccolte i sospetti si concentrerebbero su un uomo che da tempo la importunava e che sarebbe stato preso in consegna dalla Polizia. Il sospettato è un italiano di 27 anni che aveva già una misura cautelare. Ieri sera avrebbe atteso la vittima per almeno due ore sotto casa, dove poi l'ha aggredita, appena fuori dalla porta della palazzina dove viveva.

(ANSA il 24 agosto 2022) - È stato arrestato un giovane di 27 anni, Giovanni Padovani, che ieri sera ha aggredito e ucciso una donna a Bologna, Alessandra Matteuzzi, in via dell'Arcoveggio, nel cortile condominiale. Secondo quanto riferito dalla Polizia si tratta del compagno, che avrebbe utilizzato anche un martello. L'intervento delle volanti è delle 21.30, per la segnalazione di una violenta lite. La donna era riversa a terra e ferita alla testa in stato di incoscienza. Trasportata in ospedale, è morta poco dopo. Sul posto era presente anche l'aggressore, arrestato per omicidio aggravato su disposizione della Procura.

Da leggo.it il 24 agosto 2022.

Quando Alessandra Matteuzzi, la donna di 56 anni uccisa ieri sera a Bologna, è stata aggredita a morte dall'ex compagno, il calciatore Giovanni Padovani, in quel momento era la telefono con la sorella. «È scesa dalla macchina e ha cominciato a urlare: no Giovanni, no, ti prego, aiuto. Io ero al telefono, ho chiamato immediatamente i carabinieri che sono arrivati subito. Io abito a 30 chilometri. Alla fine l'ha massacrata di botte», ha detto la donna in lacrime al Tgr Rai Emilia Romagna.

«C'era stata una denuncia e anche delle integrazioni, erano stati sentiti dei testimoni e nominato un pm», spiega ancora la sorella in un video pubblicato dal quotidiano Il Resto del Carlino. 

«Hanno avuto una frequentazione a distanza, perché lui faceva il calciatore in Sicilia, quindi si sono visti poche volte - ha aggiunto la sorella della vittima - era poco più di un anno che si conoscevano, però è dallo scorso gennaio che ha cominciato ad avere delle ossessioni verso di lei». 

«Si vedevano una volta al mese, poi hanno passato qualche giorno insieme, durante il periodo di pausa calcistica, lui è stato qua con lei - ha detto ancora - A quel punto però le sono successe delle brutte cose, lui aveva rotto piatti e bicchieri, si era arrampicato dalla terrazza, staccava la luce generale del suo appartamento, e le faceva degli agguati sulle scale», ha spiegato la donna. 

Il club: «Lo avevamo già allontanato»

Intanto la Sancataldese, squadra che milita nel campionato di Serie D, precisa che Padovani era già stato allontanato dalla squadra. «Condanniamo senza se e senza ma ogni violenza e femminicidio. Non riusciamo a trovare le parole per commentare i fatti che si sono verificati ieri sera a Bologna, per la furia e la ferocia subita da Alessandra Matteuzzi.

Ciò che proviamo in questo momento è shock e sgomento», fa sapere in una nota il club di San Cataldo (Caltanissetta). «La Società Sancataldese Calcio - continua la nota - tiene a puntualizzare che il calciatore Giovanni Padovani già lo scorso sabato 20 agosto era stato messo fuori rosa a causa del suo ingiustificato allontanamento. La dirigenza verde amaranto si stringe al dolore della famiglia della vittima, certi che la legge faccia il suo corso».

Omicidio di Bologna, Alessandra assassinata dal suo stalker. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno su il 24 Agosto 2022

La sorella della vittima: “Era al telefono con me e urlava ‘no Giovanni, ti prego’” Arrestato il killer che la vittima aveva già denunciato e che aveva il divieto di avvicinarsi: è un calciatore ed ex modello di Senigallia

A nulla sono servite le denunce, il divieto di avvicinamento imposto dal giudice, le raccomandazioni con i vicini e le urla: Alessandra Matteuzzi, 56 anni, detta Sandra, è stata uccisa ieri sera a martellate dal suo stalker ed ex fidanzato Giovanni Padovani. Si erano frequentati per lo più a distanza per un annetto, visto che lui faceva il calciatore in Sicilia. Da gennaio era scattata l’ossessione per Alessandra e lei lo aveva denunciato per stalking. Lui 26 anni, di Senigallia è un calciatore dilettante ed aspirante fotomodello: l’ha attesa sotto casa in via dell’Arcoveggio, nella prima periferia di Bologna. È arrivato alle 19, è rimasto appostato sino alle 21 quando la donna è rincasata: prima l’ha strattonata urlando, poi l’ha colpita a martellate nella notte tra martedì e mercoledì, fino a renderla in fin di vita, accasciata sul marciapiede dopo averla colpita senza pietà e senza lasciarle scampo. 

Era al telefono con me. E’ scesa dalla macchina e ha cominciato a urlare: no Giovanni, no, ti prego, aiuto. Io ero al telefono, ho chiamato immediatamente i carabinieri che sono arrivati subito. Io abito a 30 chilometri. Alla fine l’ha massacrata di botte” ha raccontato al Tg3 Emilia-Romagna la sorella della vittima.

L’uomo si è costituito all’arrivo delle forze dell’ordine, ed è stato fermato con l’accusa di omicidio volontario. Alessandra Matteuzzi è stata soccorsa, ma è morta poco dopo l’arrivo in ospedale. Nel pomeriggio Padovani verrà sottoposto all’interrogatorio di garanzia. 

Il calciatore e modello diventato assassino

Nato a Cesano di Senigallia (Ancona) Padovani ha alle spalle una breve e mediocre carriera calcistica in Serie D, dove ha giocato per il Troina Calcio, il Giarre, e ora la siciliana Sancataldese. L’approdo per la prossima stagione alla Santacataldese è durato poco, visto che 8 giorni fa è stato messo “fuori rosa a causa del suo ingiustificato allontanamento”.

A descrivere il comportamento degli ultimi giorni di Padovani  è l’avvocato Salvatore Pirrello, dirigente e legale della Sancataldese, squadra di calcio di Serie D: “Giovanni Padovani era arrivato alla Sancataldese circa 10 giorni fa. Sebbene nei giorni trascorsi in albergo per il ritiro con i compagni avesse avuto un comportamento normale, e con loro aveva anche instaurato un buon rapporto, sembrava un ragazzo un po’ solitario. Avevamo intuito – aggiunge – che avesse dei problemi e che non era sereno. Spesso si isolava, tant’è che sabato aveva lasciato improvvisamente il ritiro dicendo all’allenatore che per problemi personali doveva andare via. Lunedì ci aveva ricontattato per chiedere di rientrare in squadra. Ma il fatto che fosse andato via senza nessuna spiegazione la sera prima della partita di domenica, contro il Catania – ricostruisce l’avvocato Pirrello – per noi era un fatto grave e quindi non lo abbiamo più reintegrato in squadra comunicandogli che per quanto ci riguardava poteva cercare una nuova società. Certo nessuno poteva aspettarsi fatti simili. La notizia ci ha sconvolti”. 

Circa un anno fa era iniziata la relazione con la Matteuzzi, ma i due si vedevano poco, proprio a causa del fatto che il giovane giocava in Sicilia. La breve convivenza non era andata bene. «Lui aveva rotto piatti, staccato la luce dell’appartamento dal quadro generale», ha spiegato al Resto del Carlino la sorella della vittima. A gennaio erano iniziati gli atti persecutori e Alessandra l’aveva denunciato per stalking ai carabinieri. Padovani era arrivato ieri a Bologna in aereo dalla Sicilia, per poi andare ad attendere la donna sotto casa.

La donna per lui era diventata una vera ossessione. “Non vedo mai la mia fidanzata Alessandra e questo un po’ mi dà fastidio”, aveva sottolineato persino in un’intervista rilasciata il 14 dicembre scorso a Mondocalcionews.it, uno dei siti di riferimento per gli appassionati di calcio. 

A dare l’allarme, ieri sera, è stato un residente nella stessa palazzina, che ha sentito le urla disperate della donna. Sarebbe arrivato in aereo dalla Sicilia per aggredire la ex. “Sandra mi aveva detto: se suona quel ragazzo, per favore non gli apra – racconta la vicina di casa – Quando ieri sera l’ho visto qui sotto sono entrata e ho chiuso la porta perché non entrasse. Ultimamente era diventato molto insistente“. Quando sono arrivati i soccorsi la donna era riversa a terra, ferita alla testa, incosciente. Trasportata in ospedale, è morta poco dopo.

Da gennaio 77 femminicidi

Sono 77 i femminicidi, di cui 67 donne uccise in ambito familiare o affettivo. Di queste, 40 hanno trovato la morte per mano del partner o dell’ex. Rispetto allo scorso anno, l’incremento è del 5% circa. E’ quanto emerge dal confronto con il report settimanale del Viminale (22 agosto), in relazione all’ultimo femminicidio avvenuto ieri a Bologna. “I dati diffusi dal Viminale riportano un aumento dei femminicidi. Non pochi commessi da soggetti gravati dal divieto di avvicinamento alla vittima. Questa blanda misura non funziona da anni. Non serve a frenare chi è accecato da sentimenti di possesso, rancore o rivalsa. Da sempre penso che la misura minima da applicare dovrebbero essere gli arresti domiciliari con automatica conversione in custodia carceraria al primo accenno di ulteriori attenzioni verso la vittima” dice Valter Giovannini, magistrato in pensione, ex coordinatore reati a sfondo sessuale della Procura di Bologna.

L’allarme dei vicini di casa

Questa mattina, i vicini di casa di Sandra hanno raccontato, al diffondersi della notizia e di fronte a un selciato che ancora portava le tracce del delitto, che Padovani aveva avuto una relazione con la Matteuzzi: una volta terminata, ripetutamente respinto da lei, aveva cominciato a perseguitarla, al punto che Alessandra lo aveva denunciato, ottenendo un decreto di restrizione nei suoi confronti. 

La vittima e il suo profilo social

L’ultima foto di Alessandra postata tre giorni fa su Instagram è quella di uno specchio in cui si legge “Fuck normal, I want magic”. La 57enne, piuttosto attiva sul social network dedicato alla fotografia, contava su Instagram oltre mille follower: sul suo profilo, a poche ore dalla morte, ora compaiono tanti messaggi di cordoglio e incredulità per la sua scomparsa. La stessa cosa accade sul suo profilo Facebook, dove l’ultimo post della 57enne, pubblicato il 20 agosto, la ritrae in costume. Diverse le immagini di vita quotidiana pubblicate dalla donna, nel tempo, insieme alla madre. Tra gli amici, compare anche Padovani.

Alessandra Matteuzzi, massacrata a martellate dall’ex: l’agguato avvenuto mentre era al telefono con la sorella. Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera su il 25 Agosto 2022

Il femminicidio è avvenuto a Bologna. La sorella: «Gridava disperata. Non è stata protetta: da parte delle forze dell’ordine non era arrivato alcun provvedimento»». Un mese fa aveva denunciato il suo ex. 

«Gridava, disperata: “No Giovanni, no Giovanni…”, poi le urla strazianti...». Le trema la voce e non trattiene le lacrime. Stefania è la sorella di Alessandra Matteuzzi, la donna di 56 anni uccisa dal suo ex. Era proprio con lei al telefono mentre lui la colpiva ripetutamente con un martello che gli si è spezzato tra le mani mentre la uccideva. Un delitto vissuto in diretta al telefono, dopo settimane di angoscia e denunce rimaste inascoltate. «Da quando lui aveva preso a molestarla avevamo l’abitudine di stare al telefono mentre rientrava — spiega Stefania —, mi raccontava tutto passo passo: “Sono scesa dall’auto”, “ho aperto il portone”, “sono a casa”».

Una sequenza che martedì sera si è interrotta in anticipo. Per la paura Alessandra evitava anche di andare nel garage condominiale. Lasciava l’auto nello spiazzo davanti all’ingresso. E qui il suo ex, nascosto tra le aiuole, l’ha attesa per oltre due ore. Appena l’auto ha varcato il cancelletto che si affaccia su via dell’Arcoveggio, alla periferia di Bologna, le ha lasciato il tempo di aprire la portiera. Quindi ha cominciato a colpirla a calci e pugni. Ha infierito con il martello che si era portato dietro e poi le ha lanciato contro anche una panchina in ferro. Una furia bestiale. Quindi si è rivolto a un ragazzo richiamato in cortile dalle urla: «Tranquillo, non ce l’ho con voi. Ora mi arrestano e finisce tutto».

Alessandra ha avuto la forza di trascinarsi fino al portico all’ingresso del palazzo. Qui è stramazzata a terra. La polizia è arrivata immediatamente, allertata dalla sorella e dai vicini. Lui ha atteso che lo arrestassero, mentre Alessandra moriva in ospedale. Ieri mattina la sua auto e la grossa chiazza di sangue erano ancora lì, a testimonianza di una notte di ferocia.

Stando ai vicini una morte annunciata: «Aveva paura e ci aveva raccomandato: se vedete quell’uomo non dovete farlo entrare». Lo conferma la sorella. «Da gennaio era ormai fuori di testa» e aveva reso la vita di Alessandra un inferno. «Voleva sempre conoscere la sua posizione, la tempestava di messaggi». E poi c’erano gli atti di vera e propria persecuzione. «Spesso staccava la luce dal contatore. Entrava dalla terrazza, oppure se lo trovava sulle scale. Per mia sorella era un incubo». Da qui le denunce.

Le prime segnalazioni a giugno. «Poi, il 29 luglio abbiamo presentato formale denuncia ai carabinieri, ma non è stato fatto nulla». Perché? Stando a fonti della Procura il primo agosto era stato aperto un fascicolo a carico di Padovani, indagato per stalking. Dieci giorni dopo i carabinieri avevano inviato una prima informativa, riservandosi di presentare un rapporto completo entro fine mese, dovendo ancora interrogare altri testimoni. Nel frattempo non è scattata alcuna misura a tutela della donna. E viene da pensare che il clima di ferie abbia fatto la differenza nel tragico esito di questa storia.

E così Padovani, 26 anni, ha messo in atto l’agguato contro quella donna, di 30 anni più grande, che a quanto pare voleva troncare la relazione. L’uomo ha abbandonato il ritiro della squadra forse sperando in una riconciliazione. Qui le ricostruzioni divergono. Lui racconta di averla incontrata lunedì e di essere tornato l’indomani sotto casa, perché lei non gli rispondeva più ai continui messaggi.

Diversa la versione della sorella che racconta che la sera prima lui era entrato nel palazzo staccando la luce. Tanto che il suo legale le aveva detto di integrare con questo particolare le precedenti denunce. «Era ossessionato che lei lo tradisse. La sera prima mia sorella mi aveva chiamato demoralizzata. Oltre alla paura c’era anche lo stupore perché da parte delle forze dell’ordine non arrivava alcun provvedimento». E ora anche Stefania vive nell’angoscia: «Ho paura. Se lo lasciano libero sono sicura che verrà ad ammazzarmi o ucciderà qualcuna delle persone vicine a me».

Giovanni Padovani e il femminicidio di Alessandra Matteuzzi a Bologna: le loro vite parallele sui social (e i pochi incontri). Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera su il 25 Agosto 2022

La relazione tra Giovanni Padovani e la donna che ha assassinato risale al 2021. Dalla società di calcio dove giocava lui: «Non era sereno. Spesso si isolava e sabato ha lasciato improvvisamente il ritiro»

«Vivo di gesti, non di chiacchiere... solo quelli apprezzo veramente», per lui era questo il vangelo da duro, tutto muscoli e tatuaggi. Mentre lei preferiva citare Coco Chanel: «Si può essere splendidi a trent’anni, affascinanti a quarant’anni e irresistibili per il resto della tua vita». Due vite, quelle di Alessandra Matteuzzi, detta Sandra, e del suo assassino Giovanni Padovani , ampiamente declinate sui social con centinaia di foto, anche se nessuna di loro due insieme. E proprio sui social si erano conosciuti nell’estate di un anno fa.

Una relazione «molto aperta», raccontano gli amici e anche la sorella. Di quelle in cui non ci dovrebbe essere spazio per manie di possesso. Lui di mestiere faceva il calciatore. Attualmente militava con la Sancataldese, nel campionato di serie D. Sempre in Sicilia aveva giocato con il Giarre e il Troina. E dal semiprofessionismo pare fosse già pronto per il salto in serie C. Sul suo talento da difensore aveva già messo gli occhi anche il Carpi. Ma oltre al calcio ha sempre avuto la fissa per il mondo dello spettacolo e della moda.

Alessandra invece nella moda ci lavorava da anni, come rappresentante di vendita di uno showroom con sede anche a Milano. Lo confermano le tante foto di lei in posa davanti allo specchio, mentre prova scarpe e vestiti. Si vedevano nei momenti liberi, tra un impegno calcistico e l’altro. Lui faceva la spola tra la Sicilia, Senigallia (la sua città d’origine) e Bologna. Solo per un breve periodo avevano vissuto insieme. Del resto Alessandra era stata duramente segnata dalla malattia della madre, affetta da Alzheimer, che ha accudito in casa fino all’ultimo. Un anno fa aveva perso anche il padre.

La differenza di età pare non fosse un problema nella loro relazione. «Del resto lei era una donna solare e piena di vita» afferma la sorella. «La cattiveria mi stupisce sempre. Quando la subisco, rimango lì a fissarla come fosse una bestia dalla quale non mi so difendere». Uno dei suoi tanti post che oggi sembra una premonizione. Padovani invece sembrava inquieto e alla ricerca di qualcosa oltre al calcio. Si muoveva come chi sognava una vita da influencer, nonostante i pochi follower a seguire i suoi profili, gravidi di foto in mille pose da macho. In mezzo anche i link di società di casting e persino le sequenze di quello che sembra uno spot pubblicitario, con lui in costume da bagno. Un culto del fisico maniacale, ma nessun segnale che lasciasse prevedere la tragedia. Tutt’altro. Nel novembre 2021 aveva postato: «Stop alla violenza sulle donne» e, sempre lui, che sferra un calcio al pallone.

Nessun apparente segnale di allarme. Fino all’ultimo post muto di due giorni fa: un’auto lungo l’autostrada. Proprio il giorno del suo rientro dalla Sicilia. Sabato era letteralmente scappato da San Cataldo, abbandonando la squadra e rinunciando al match con il Catania. «Avevamo intuito che non era sereno — dicono dalla società —. Spesso si isolava e sabato ha lasciato improvvisamente il ritiro. Lunedì ci ha contattato chiedendo di rientrare in squadra. Ma è grave che sia andato via senza spiegazioni. Non lo abbiamo più reintegrato, comunicandogli che poteva cercarsi una nuova società».

Alfio Sciacca per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2022.

Procuratore Giuseppe Amato, una donna uccisa nonostante la denuncia. Avete qualcosa da rimproverarvi?

«Penso di no. Ovviamente l'esito infausto nessuno lo poteva, ragionevolmente, prevedere. I fatti ci lasciano sconcertati, ma noi abbiamo fatto tutto con impegno e celerità.

La denuncia è stata immediatamente iscritta e assegnata a una collega che, pur essendo in ferie, ha fatto partire gli accertamenti per i riscontri. La denuncia, va chiarito, evocava episodi di stalking semplicemente molesto». 

La denuncia è stata presentata il 29 luglio. Perché attendere il 30 agosto per il rapporto dei carabinieri?

«Era il tempo necessario per ulteriori accertamenti. È stato fissato fine agosto perché alcune delle persone da interrogare erano in ferie. Noi abbiamo aperto subito il fascicolo e attendevamo il lavoro dei carabinieri. In ogni caso la collega aveva specificato, in caso di accadimenti urgenti, di avvertirci per procedere di conseguenza. Questo risulta per iscritto. In questi casi il nostro ufficio segue una procedura molto rigorosa e documentata». 

Nessun ritardo?

«Noi abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. L'episodio che poi si è verificato è stato qualcosa di diverso e imprevedibile rispetto al contenuto della denuncia che, ripeto, rappresentava episodi di molestie, spesso via social. Non di violenza». 

Ma ritrovarsi un ex nelle scale di casa, dopo che ha staccato la luce, non era motivo di allarme?

«Guardi, la Procura si muove con richieste di misure cautelare che vanno al Gip. Le nostre richieste devono essere riscontrate. Se poi ci sono situazioni emergenziali è la polizia giudiziaria che deve intervenire e, nel caso, procedere all'arresto. L'ordinamento non si può stravolgere» 

Quindi non c'erano gli estremi per un divieto di avvicinamento o per far scattare una vigilanza sotto casa?

«Non c'erano. La denuncia era per fatti di molestie da riscontrare. I processi non si fanno sul sentito dire o solo sulle denunce. Non c'era la rappresentazione di una possibile violenza. 

Il fatto che si è verificato è totalmente sganciato dal fatto denunciato. Se vogliamo fare polemica la facciamo. Poi il giorno che un arrestato viene assolto comincia la polemica di segno opposto. Molti parlano solo, ma noi dobbiamo cercare i riscontri.

Se poi nelle more si fossero verificati fatti pericolosi allora era la polizia giudiziaria che doveva intervenire. Molti Soloni dimenticano che i giudizi vanno rapportati alla situazione ex ante. Dopo un omicidio sono tutti bravi a fare i professori». 

È stato rispettato il codice rosso? Alessandra è stata ascoltata entro tre giorni?

«I termini sono stati sicuramente rispettati, anche se il fascicolo non lo conosco nel dettaglio... presumo di si» 

È possibile che il periodo di ferie abbia influito nell'esito di questa storia?

«Ripeto, abbiamo dato corso alla denuncia dopo un solo giorno e aspettavamo i carabinieri che dovevano ascoltare dei testi. Quelli sì in ferie». 

La sorella dice che Alessandra era amareggiata perché dopo un mese non aveva saputo nulla della denuncia...

«Mi dispiace ma non funziona così. Non è che quando si presenta una denuncia si viene informati sul suo iter». 

C'è chi dice che servono più risorse per essere più celeri. È d'accordo?

«Se valuto questo caso specifico dico di no. Non penso ci sia un problema di forze. Forse sarebbe utile lavorare sulla prevenzione. Non si risolve tutto con polizia e magistratura. Bisogna intervenire anche in campo culturale, partendo da scuola e famiglie» 

Gli strumenti giuridici a disposizione sono sufficienti?

«Credo di si. Se vogliamo un elemento in più si potrebbe prevedere il braccialetto elettronico come misura autonoma, mentre oggi è una misura accessoria agli arresti domiciliari. Ciò permetterebbe di monitorare meglio soggetti pericolosi. Ma poi servirebbe che lo Stato si impegnasse a trovarli questi benedetti braccialetti elettronici».

Francesco Mazzanti per il “Corriere della Sera” il 26 agosto 2022.  

«Non credo ci sia bisogno della violenza fisica per attivare una protezione maggiore. In questo caso nella denuncia ci sono delle molestie gravi: l’uomo le aveva messo lo zucchero nella serbatoio dell’auto, aveva tagliato le gomme della macchina di Alessandra e le aveva sottratto le chiavi di casa». 

Parole di Sonia Bartolini, avvocata del foro di Modena, esponente dell’associazione «Donna e giustizia» e cugina di Alessandra Matteuzzi, la 56enne uccisa a martellate martedì sera di fronte al portone della sua casa in via dell’Arcoveggio. «Il problema — aggiunge l’avvocata — è nelle falle normative. Se viene sporta una denuncia per atti persecutori e nel contempo non c’è una protezione, continueranno i femminicidi». 

Fiori davanti al portone di casa

Ieri, di fronte al portone dove Sandra è stata ammazzata, vicini e conoscenti hanno portato dei mazzi di fiori e lasciato lettere di condoglianze per la famiglia. Lì, mercoledì mattina, era ancora presente la scia di sangue della donna colpita con calci, pugni e colpi di martello dal suo ex Giovanni Padovani, calciatore 26enne originario di Senigallia. 

La gravità delle molestie

A sottolineare la gravità delle molestie subite dalla donna prima di essere uccisa è lo stesso legale della famiglia Matteuzzi, Giampiero Barile, che spiega come quello di Padovani «era un atteggiamento persecutorio che riguardava tutta la vita della donna». 

Nella denuncia presentata ai carabinieri lo scorso 29 luglio, «integrata per due volte — spiega il legale riferendosi alle parole di Bartolini — tutti i fatti sono stati precisati e la fattispecie di stalking era molto grave». La convinzione della famiglia, quindi, è che si poteva fare qualcosa in più per tutelarla. 

Il lavoro nello showroom

Sandra lavorava in uno showroom di moda a Castel San Pietro Terme. Era appassionata di abbigliamento e viaggi e condivideva le sue passioni anche sul suo profilo Facebook. Tra i due, conosciutisi nella primavera del 2021, c’è una differenza di 30 anni. 

Una relazione a distanza, la loro, durata fino al Natale dello scorso anno, quando il calciatore si trasferisce per pochi giorni a Bologna. La decisione della donna di interrompere la relazione non viene accettata da Padovani, che inizia così a molestarla con messaggi e appostamenti, fino a scrivere anche alla sorella di lei. Dopo alcuni mesi, Sandra non ci sta più. E decide di denunciare.

L’ispezione della Guardasigilli

Ieri, la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha chiesto agli uffici dell’Ispettorato di «svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari, formulando, all’esito, valutazioni e proposte». Come da prassi è stata richiesta una relazione alla Procura generale. Padovani, arrestato con l’accusa di omicidio aggravato dallo stalking, si trova alla Dozza. Questa mattina, alle 11, si terrà l’udienza di convalida dell’arresto.

A richiederla il pm Domenico Ambrosino, che oltre alla convalida ha chiesto la custodia cautelare in carcere per il calciatore di origini marchigiane, difeso dall’avvocato Enrico Buono. L’udienza è stata fissata davanti al gip Andrea Salvatore Romito. Il medico legale Guido Pelletti ha ricevuto invece l’incarico per l’autopsia. 

L’esame inizierà oggi pomeriggio e la difesa ha nominato come consulente di parte Giuseppe Fortuni. Anche Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei, esprime vicinanza alla famiglia di Sandra. «Questo dramma — sostiene il cardinale — ripropone urgentemente la necessità di un’azione etica, culturale e pure di prevenzione, che coinvolge certamente le forze dell’ordine, ma anche tutta la comunità».

Alessandra Matteuzzi denunciò: «Lo assecondo sempre perché ho paura di scatenare la sua ira». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 28 agosto 2022.

La donna uccisa dal suo ex, Giovanni Padovani, lo aveva raccontato ai carabinieri nella denuncia presentata a luglio. 

«Lo assecondo sempre perché ho paura di scatenare la sua rabbia». Alessandra Matteuzzi era letteralmente terrorizzata dal suo ex. Lo racconta ai carabinieri nella denuncia presentata il 29 luglio. «Riesce sempre a entrare di nascosto nel condominio dove abito e io ho il timore di ritrovarmelo davanti ogni volta che torno a casa o apro le finestre».

Il video

Poi racconta dei video che Giovanni Padovani la costringeva a mandargli per controllarla e localizzarla. «Era ossessionato perché dubitava della mia fedeltà. Anche un semplice post sui social con la foto delle mie scarpe sul cruscotto dell’auto era per lui motivo per fare scenate». Un atteggiamento maniacale che, come scrive il Gip nell’ordinanza di convalida del fermo, è all’origine dell’agguato, la sera del 23 agosto. Nonostante la loro fosse una storia finita da un mese, Padovani ha atteso Alessandra sotto casa e l’ha uccisa perché lei non rispondeva più ai suoi messaggi. E questo dopo che il giorno prima avevano trascorso il pomeriggio insieme. Ma perché Alessandra aveva accettato di vederlo? Probabile, e lo dice pure la sorella Stefania, ancora una volta per assecondarlo. Perché era terrorizzata da quell’uomo che la vessava sabotandole l’auto, oppure staccandole la luce in casa, per poi farsi trovare sulle scale del condominio.

La denuncia

Ha cercato di tranquillizzarlo dando risposte evasive anche quando lui ha chiesto della denuncia nei suoi confronti. Denuncia che non aveva prodotto il risultato che sperava, allontanandolo da lei. La bestiale ritorsione di Padovani al tentativo di Alessandra di riprendersi la propria vita è arrivata prima della risposta degli inquirenti. Il medico legale ha accertato che è morta per i «colpi al cranio e al torace» sferrati con un martello, ma anche con calci, pugni e persino una grossa panchina in ferro.

A. Sc. per il "Corriere della Sera" il 27 agosto 2022.

«Sin dall'inizio della relazione ha adottato comportamenti frutto di incontenibile desiderio di manipolazione e controllo (su Alessandra, ndr ), tradottisi nella progressiva privazione di margini di libertà». Questo il profilo di Giovanni Padovani, secondo il gip Andrea Salvatore Romito. 

Nelle 9 pagine di ordinanza con le quali ieri ne ha convalidato il fermo, il magistrato ricostruisce l'ossessione di controllo sulla compagna. «Fino a controllarne i movimenti e le frequentazioni... ma anche manipolando il cellulare e i suoi profili social». «Pretendeva che lei gli mandasse un video ogni 10 minuti, in cui comparissero l'ora e il luogo in cui si trovava, facendo scenate in caso di violazioni di tali prescrizioni». Gli aveva «persino carpito le password di posta elettronica e di messaggistica per controllarne le conversazioni con terzi».

Le ossessioni di «un soggetto animato da irrefrenabile delirio di possesso e incapace di accettare le normali dinamiche relazionali... sia di attivare l'ordinario sistema di freni inibitori delle proprie pulsioni aggressive».

Nell'ordinanza vengono riportate anche le deliranti «giustificazioni» fornite dall'assassino alla polizia, subito dopo l'arresto: «Sospettavo che lei mi tradisse». Ieri mattina, invece, nel corso dell'udienza di convalida si è avvalso della facoltà di non rispondere. Scortato dalla polizia penitenziaria si è presentato davanti al gip in pantaloncini e maglietta. 

Stando alla ricostruzione della polizia, riportata nell'ordinanza, il 22 agosto (il giorno prima di uccidere Alessandra) lui l'aveva attirata in una trappola, con il solito espediente di staccarle la luce di casa. «Di mattina la donna era stata costretta a scendere nell'atrio per riattivare il contatore» e lì si è ritrovata davanti il suo ex, con il quale aveva interrotto la relazione a fine luglio. In quel modo Padovani «voleva convincerla a riprendere la relazione». Nonostante la loro fosse una storia ormai finita lui continuava, in modo maniacale, a controllarla sui social.

«E nel periodo della separazione - si legge ancora nell'ordinanza - si sarebbe accorto che lei aveva aggiunto sui suoi profili anche suoi ex compagni di squadra. Per questo pretendeva dei chiarimenti». Da qui la decisione di abbandonare in fretta e furia la squadra dove giocava, per precipitarsi a Bologna per quello che, nella sua ossessione, doveva essere un incontro per avere spiegazioni.

La trappola della luce staccata la mattina del 22 agosto uno stratagemma che si aggiungeva alle altre vessazioni che aveva consumato nel tempo ai danni della donna, come «tagliargli i pneumatici o mettere lo zucchero nel serbatoio». Nel pomeriggio dello stesso giorno Alessandra, magari per paura o non riuscendo a immaginare altre vie d'uscita alla sua insistenza aveva asseconda la sua richiesta «e trascorrono assieme l'intero pomeriggio». Lui le chiede anche della denuncia nei suoi confronti.

«Ma mia sorella era stata evasiva - ha detto Stefania - e lui, a garanzia della sua fedeltà, aveva anche preteso un giuramento sulla tomba di nostro padre, dove si erano recati insieme». Tutto sarebbe precipitato l'indomani mattina perché, ha raccontato Padovani, «lei non rispondeva più ai miei messaggi e mi sono sentito usato e manipolato». Così è ripartito da casa della madre, a Senigallia, «armato di martello». Perché lo ha portato con sé? Questa la sua spiegazione che gli ha evitato, forse inspiegabilmente, l'aggravante della premeditazione dell'omicidio: «Era per difendermi dal compagno della sorella con il quale in passato aveva avuto dei diverbi».

E siamo alla sera del delitto, le 21.35. Lui la affronta appena scesa dall'auto, mentre è al telefono con la sorella. Il medico legale, nell'autopsia, ha accertato che è stata raggiunta da un solo colpo di martello e poi finita a calci e pugni, dopo averle scagliato contro una grossa panchina in ferro. 

Filippo Fiorini per “la Stampa” il 25 agosto 2022. 

Stefania Matteuzzi ha appena lasciato l'appartamento che la sorella Alessandra divideva con Maria, la loro madre, e scende le scale fino a tornare sul posto in cui nelle ultime ventiquattrore sono accadute alcune cose per lei sconvolgenti. 

Dal portico del palazzo, ha sentito Sandra gridare nel vivavoce del telefono sotto i colpi di martello sferrati dall'ex fidanzato. Poi, uno di questi colpi ha rotto il cellulare e la linea è caduta. 

Ha chiamato la polizia, si è precipitata, ma quando martedì notte è arrivata in quello stesso posto in cui si trova ora, ha avuto la certezza che ormai era tardi. E all'indomani, è stata lei a dover usare uno spazzolone da pavimento per pulire i segni del delitto insieme agli altri parenti. Finito il lavoro, sospira e parla della sorella: «Lei aveva denunciato e voglio dire che anche se questo non l'ha salvata, se ci sono donne che si sentono minacciate e hanno paura di un uomo, devono trovare la forza di cercare aiuto, devono fare la stessa cosa». 

Anche Alessandra aveva paura di Giovanni Padovani. «Io stessa ne avevo e ne ho ancora adesso, perché se penso che potrebbe uscire di galera, so che mi verrebbe a cercare», dice. Poi, la moglie di suo cugino le chiede se ha piacere di passare la notte a casa loro. «Non ce n'è bisogno, ce la faccio», risponde. Deve andare in Questura a ratificare la sua testimonianza, e ci resterà fino a tarda sera. 

Stefania, lei era al telefono con Alessandra quando è stata uccisa?

«Mi ha chiamato mentre entrava con la macchina, per stare più tranquilla. Aveva paura che Giovanni la stesse aspettando sotto casa, come infatti è stato. All'improvviso ha smesso di parlarmi e l'ho sentita gridare, chiedere aiuto. Sentivo i colpi, poi lui ha spaccato il telefono e non ho sentito più nulla. È morta qui dove mi trovo adesso». 

Lei è stata subito sicura che ad aggredirla fosse Giovanni Padovani?

«Certo. L'ho sentita supplicarlo: "No, Giovanni, no, ti prego". Poi, chi poteva essere altrimenti? Lei parcheggiava qui davanti proprio per evitare di essere sorpresa da lui nel parcheggio sul retro». 

Cos' ha fatto dopo che è caduta la linea?

«Ho chiamato la polizia e ho detto loro di correre qui. Io abito in provincia di Ferrara, sono una trentina di chilometri da qui. Mi sono messa in strada subito. Quando sono arrivata, ormai era tardi. Un ragazzo mi ha detto di essere corso giù per fermarlo, ma di non aver fatto in tempo». 

Lei conosce personalmente Giovanni Padovani?

«Lui e mia sorella si sono frequentati a partire dall'estate scorsa, ma si vedevano sì e no una volta al mese, con il fatto che lui giocava a calcio in Sicilia. Lo scorso Natale è venuto a passare le feste con noi e abbiamo avuto modo di conoscerlo meglio. E lì ha iniziato a mostrare quanto fosse geloso e prepotente».

Cosa faceva?

«Chiamava continuamente mia sorella, me, mia madre, accusando Sandra di tradirlo e di mentire. Voleva che lei gli mostrasse delle prove, voleva fare delle videochiamate per vedere dove si trovava. Pretendeva che gli inviasse gli screenshot dei messaggi.

Una volta, Sandra era impegnata con degli ordinativi di lavoro nel negozio di abbigliamento in cui lavorava e non gli ha risposto subito. Lui ha chiamato le colleghe, che non conosceva per niente, e ha iniziato a fare domande anche a loro».

È stato per questo che lei ha interrotto la relazione?

«Sì. Ha tentato di interromperla, ma lui si è messo a perseguitarla ancora di più. Staccava il contatore della luce dell'appartamento per obbligarla a scendere e si appostava nell'androne delle scale per sorprenderla. Una volta, si è arrampicato sulla palazzina ed è entrato in casa dalla finestra». 

Era violento anche fisicamente?

«Io non l'ho mai visto alzare le mani su mia sorella e lei non mi ha mai detto niente. Per quanto ne so, la violenza era solo verbale e c'erano questi comportamenti di abuso, come quello di buttare per terra piatti e bicchieri durante le liti. Era accecato dalla gelosia. Questo però mi ha sempre spaventata molto e così era anche per mia sorella». 

Alessandra aveva firmato una denuncia per stalking e ha aveva ottenuto un divieto di avvicinamento contro di lui?

«Sandra era esasperata, disperata e lo aveva denunciato, ma questa cosa che ci fosse una restrizione nei suoi confronti, noi non la sapevamo. 

Non la sapevo io, non la sapeva Sandra, non la sapeva neanche il suo avvocato. Certo, c'è poco da fare se uno ti assale e ti massacra di botte in un attimo, ma a quanto pare lui è rimasto qui ad aspettarla a lungo e poteva essere allontanato».

Gli inquirenti le hanno detto qualcosa in merito alla posizione di Padovani?

«No, non so nulla. Io devo andare in Questura per ratificare la mia testimonianza e ci sono altri testimoni. Spero solo che non lo lascino uscire, perché se accadesse, sono sicura che verrebbe a cercarmi» 

Uccisa a Bologna, il procuratore: "Denuncia non riguardava episodi violenti". Mancato rapporto dei Cc "perché in ferie alcuni testimoni". Redazione Tgcom24 il 26 agosto 2022. 

"Ciò che è accaduto ci lascia sconcertati, ma noi abbiamo fatto tutto con impegno e celerità". A ribadirlo è il procuratore di Bologna, Giuseppe Amato, in merito all'omicidio di Alessandra Matteuzzi, la 56enne uccisa dall'ex fidanzato che lei a luglio aveva denunciato per stalking. "Noi abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. L'episodio che poi si è verificato è stato qualcosa di diverso e imprevedibile rispetto al contenuto della denuncia che rappresentava episodi di molestie, spesso via social. Non di violenza".

La questione sul mancato divieto di avvicinamento

- Il fatto che il rapporto dei carabinieri fosse atteso per fine agosto, un mese dopo la denuncia, è "perché alcune delle persone da interrogare erano in ferie", spiega. Oltretutto, a suo dire, non c'erano gli estremi per un divieto di avvicinamento o per far scattare una vigilanza sotto casa: "La denuncia era per fatti di molestie da riscontrare. I processi non si fanno sul sentito dire o solo sulle denunce. Non c'era la rappresentazione di una possibile violenza". "Molti Soloni dimenticano che i giudizi vanno rapportati alla situazione ex ante - conclude -. Dopo un omicidio sono tutti bravi a fare i professori".

Femminicidio Alessandra Matteuzzi, Cartabia chiede accertamenti. La Repubblica il 25 Agosto 2022

Il ministro della Giustizia ha chiesto agli uffici dell'Ispettorato di svolgere verifiche. Il procuratore di Bologna: "In questa vicenda non si può parlare di malagiustizia". Il dolore dei familiari. Zuppi: "Vicenda che scuote le coscienze"

La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, attraverso il suo Gabinetto, ha chiesto agli uffici dell'Ispettorato di "svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari, formulando, all'esito, valutazioni e proposte". Un'iniziativa presa a fronte delle ricostruzioni di stampa sul femminicidio di Alessandra Matteuzzi a Bologna, uccisa dall'ex compagno Giovanni Padovani. E' quanto si apprende da fonti di via Arenula.

"Non è malagiustizia"

"In questa vicenda non si può affatto parlare di malagiustizia", dice intanto al Gr1 il procuratore di Bologna Giuseppe Amato. "La denuncia è stata raccolta a fine luglio, il primo agosto è stata iscritta e subito sono state attivate le indagini che non potevano concludersi prima del 29 agosto perché alcune persone da sentire erano in ferie. Quello che potevamo fare lo abbiamo fatto". Dalla denuncia, secondo Amato, "non emergevano situazioni di rischio concreto di violenza, era la tipica condotta di stalkeraggio molesto". E in merito all'utilizzo del braccialetto elettronico per contrastare i casi di violenza di genere, Amato ha aggiunto: "Il problema è quello dei costi. Già oggi potremmo utilizzarli per alcuni reati, ma quando li vai a richiedere non si trovano. Quindi ci vuole la norma, ma poi anche la forza di poter creare dal punto di vista economico gli strumenti che quella norma la fanno funzionare".

Il pm chiede il carcere

Il pm Domenico Ambrosino ha chiesto la convalida dell'arresto e la custodia cautelare in carcere per Padovani, accusato di omicidio aggravato dallo stalking. L'udienza è stata fissata davanti al Gip Andrea Salvatore Romito per domani mattina, l'indagato è difeso dall'avvocato Enrico Buono. In mattinata è stato conferito al medico legale Guido Pelletti l'incarico per l'autopsia, esame che comincerà domani pomeriggio. La difesa ha nominato come consulente di parte Giuseppe Fortuni.

Il dolore dei familiari

"Quello che è successo non è stato affatto un fulmine a ciel sereno perché c'erano stati segnali precedenti, tanto è vero che c'era stata una denuncia. Il problema è nelle falle normative. Se viene sporta una denuncia per atti persecutori e nel contempo non c'è una protezione, continueranno i femminicidi", ha detto la cugina di Alessandra Matteuzzi, l'avvocato modenese Sonia Bartolini. Con lei c'era anche il nipote della donna uccisa, Matteo Perini: "Mia zia era una persona di cuore e non si meritava tutto questo, spero che questo episodio serva a cambiare le cose. Mi aspetto che lui marcisca in galera, ma che non paghi una persona sola, altrimenti succederà di nuovo".

Mazzi di fiori sono stati portati in mattinata da vicini e conoscenti all'ingresso del palazzo di via dell'Arcoveggio, periferia di Bologna, dove abitava Alessandra. "Per la famiglia Matteuzzi" si leggeva nel biglietto che accompagnava uno dei mazzi. Il piccolo portico dove, martedì sera, è avvenuto l'omicidio è stato nel frattempo ripulito dalle macchie di sangue, rimaste a terra fino a ieri. Manca ancora la panchina sulla quale la donna è stata massacrata, a botte e martellate, e che era stata rimossa dalla polizia subito dopo il fatto.

Quel messaggio contro la violenza

Padovani, 27 anni, a novembre 2021 aveva condiviso sui social una campagna contro la violenza sulle donne della squadra di calcio in cui giocava all'epoca. Il 25 novembre 2021, giornata internazionale sul tema, aveva rilanciato su Instagram un messaggio del Troina Calcio, dove appariva lui, con la fascia da capitano, davanti al messaggio "Stop violenza sulle donne. Il Troina Calcio dice no alla violenza di genere e in genere!"

Il cordoglio di Zuppi

"È un tragico evento che scuote Bologna, l'Italia e le nostre coscienze e ci chiede di non restare indifferenti davanti ai casi di femminicidio e alle varie forme di violenza di cui molte donne sono quotidianamente vittime, spesso in maniera silenziosa. Questo dramma ripropone urgentemente la necessità di un'azione etica, culturale e pure di prevenzione, che coinvolge certamente le Forze dell'Ordine ma anche tutta la comunità". Lo ha detto  l'arcivescovo di Bologna e presidente della Cei Matteo Zuppi, intervenendo con una nota di cordoglio per la morte di Alessandra Matteuzzi. Per il cardinale "occorre comprendere e ritrovare il vero significato del legame uomo-donna, fatto di reciprocità, dono di sé, progettualità condivisa, mutuo sostegno, rispetto. L'amore è vita e non può mai diventare violenza, persecuzione e morte". L'Arcivescovo riprende anche le parole di Papa Francesco che recentemente "ha esortato a impegnarsi ancor più per far crescere la cultura del rispetto di ogni persona e la cura delle relazioni nei vari ambiti della società, per promuovere la famiglia e proteggere le donne, sottolineando che 'ferire una donna è oltraggiare Dio, che da una donna ha preso l'umanità'".

(ANSA il 26 agosto 2022) - Polemica per un commento sui social da parte del direttore della Croce bianca dell'Emilia-Romagna sul femminicidio di Alessandra Matteuzzi, assassinata martedì sera a Bologna dall'ex compagno. 

"Comunque anche lei come andava conciata, ovvio che il ragazzo era geloso", ha scritto Donatello Alberti. "Non esiste giustificazione alcuna per un atto così efferato e aberrante, che ha spento un'altra vita, piegato nel dolore un'altra famiglia e tutta la comunità cittadina", ha scritto l'assessore regionale alla Sanità Raffaele Donini. 

"Per questo - aggiunge - sono sdegnato dalle parole di Donatello Alberti. Parole avvilenti, inaccettabili, prive di ogni rispetto nei confronti della donna, vittima dell'ennesimo femminicidio. In molti me lo state chiedendo. Croce Bianca non ha alcun rapporto con il Servizio Sanitario dell'Emilia-Romagna. 

Ma ad avere proferito quel commento, sprezzante e privo di umanità, non è un'associazione, ma una persona. Un uomo che spero possa avere un sussulto di coscienza e dignità e chiedere scusa ad Alessandra, alla sua famiglia, alla nostra comunità cittadina".

Giuseppe Baldessarro per repubblica.it il 26 agosto 2022.  

A luglio lo aveva denunciato per stalking perché viveva con l'incubo di trovarselo sotto casa. E così purtroppo è stato. Martedì sera Giovanni Padovani, 27 anni, ha aspettato all'ingresso del civico 42 di via dell'Arcoveggio (periferia di Bologna), la sua ex Alessandra Matteuzzi, 56 anni, e l'ha uccisa a martellate. "L'ho sentita urlare Aiuto, Giovanni ti prego, no!", ha detto la sorella Stefania che era con lei al telefono al momento dell'omicidio. 

Quando i poliziotti sono arrivati, chiamati dai vicini che hanno sentito le grida, l'assassino era ancora lì, con il martello in mano.Il primo a intervenire dopo l'aggressione è stato un ragazzo, figlio di un altro vicino di casa, al quale Padovani non avrebbe opposto la minima resistenza: "Non ce l'ho con voi, ce l'ho con lei - avrebbe detto a chi lo ha bloccato - non vedo l'ora che arrivi la polizia che voglio finire tutto". Padovani, originario di Senigallia (Ancona), calciatore di serie C e D, che giocava in Sicilia con la Sancataldese, è ora accusato di omicidio aggravato.

Lei lo aveva lasciato dopo alcuni episodi di violenza. Non era stata mai aggredita fisicamente, ma in più occasioni lui aveva rotto piatti, lanciato bicchieri. […] Il 29 luglio, ormai esasperata, Alessandra Matteuzzi lo ha denunciato. La procura ha aperto un fascicolo, ma nei confronti dell'uomo non sono mai stati adottati provvedimenti restrittivi. I carabinieri stavano preparando un'informativa per i magistrati, ma aspettavano di completarla interrogando testimoni che erano in ferie. 

I fatti dicono che c'è stata una sottovalutazione. La vittima, agente di commercio per alcune case di moda, però aveva chiesto spiegazioni.  […] Che la 56enne avesse paura lo dicono in tanti. Ad alcune vicine aveva raccomandato di non aprire il portone al suo ex. A un ragazzo che abita nello stesso palazzo aveva chiesto il numero di telefono "per chiamarlo in aiuto in caso di necessità".

Iacob, che vive a due passi, spiega: "Inizialmente, a dispetto della differenza d'età, sembravano stare bene assieme. Poi lei mi ha detto delle incursioni che gli faceva, chiedendomi in caso lo vedessi sotto casa di chiamare subito la polizia". Una coppia da copertina, molto presente sui social (le foto assieme sono state però tutte cancellate nelle ultime settimane). Sabato Padovani ha lasciato la squadra di calcio all'improvviso ed è partito per Bologna. Lunedì dalla Sicilia gli hanno detto di cercarsi un altro team: licenziato. Il pm Domenico Ambrosino ha ordinato l'autopsia e a breve Padovani, assistito dall'avvocato Enrico Buono, andrà davanti al giudice per l'udienza di convalida.

Uccisa a martellate dall'ex denunciato. L'uomo l'ha attesa e colpita sotto casa. I vicini: "Aveva paura". La sorella: "Gridava aiuto". Antonio Borrelli il 25 Agosto 2022 su Il Giornale.

L'ultima storia su Instagram Giovanni Padovani la pubblica alle 21 di martedì: una foto in bianco e nero che mostra l'autostrada dal parabrezza di un'auto. Forse stava raggiungendo l'abitazione della 56enne Alessandra Matteuzzi a Bologna: proprio lì dopo pochi minuti avrebbe massacrato l'ex compagna a colpi di mazza e martello. Secondo la ricostruzione degli inquirenti il 27enne sarebbe arrivato in aereo dalla Sicilia, dove giocava in serie D per la Sancataldese, e poi avrebbe atteso la donna sotto casa per almeno due ore. Sono le 21.30 quando una volante arriva in via dell'Arcoveggio, alla prima periferia di Bologna, per la segnalazione di una violenta lite. A chiamare i carabinieri è proprio la sorella di Alessandra, che in quel momento era al telefono con la donna.

«È scesa dalla macchina e ha cominciato a urlare ha raccontato lei in lacrime -. Diceva: No Giovanni, no, ti prego, aiuto. Io ho chiamato i carabinieri che sono arrivati subito. Io abito a 30 chilometri. Alla fine l'ha massacrata di botte». Pugni, colpi di mazza e di martello, anche sulla testa. Una brutale aggressione epilogo di un climax di violenza, sfociata nell'ennesimo femminicidio. Sotto casa di Alessandra sono momenti drammatici, urla e rumori vengono sentiti dai vicini, che lanciano un secondo allarme dopo pochi secondi. Un'anziana residente assiste a tutta la scena e racconta la sua testimonianza: «Lui era già qui sotto casa alle 19.15 quando sono arrivata. Sono entrata, lui voleva entrare anche se io chiudevo la porta. Alle 21 è arrivata Alessandra, ripeteva che lui se ne doveva andare. Ma lui rispondeva sì e non andava via. Le è andato sempre più vicino, l'ha fatta cadere nel cortile, poi l'ha trascinata sotto il portico».

Il primo a intervenire dopo l'aggressione è un ragazzo, ma Padovani non oppone la minima resistenza e anzi sussurra: «Non ce l'ho con voi, ce l'ho con lei, non vedo l'ora che arrivi la polizia che voglio finire tutto». Quando gli agenti arrivano sul luogo del massacro trovano la donna agonizzante e riversa a terra nel cortile condominiale, appena fuori dalla porta della sua palazzina. Morirà pochi minuti dopo, prima dell'arrivo dell'ambulanza. All'arrivo degli agenti c'è anche l'assassino, Giovanni Padovani, subito fermato e arrestato per omicidio aggravato su disposizione della Procura. Una vicina di Alessandra ha raccontato che pochi giorni fa la 56enne le avrebbe chiesto di non aprire nel caso in cui «quel ragazzo» avesse suonato: «Quando ieri sera l'ho visto qui sotto casa, sono entrata e ho chiuso la porta perché non entrasse. Ultimamente era diventato molto insistente». Ma le testimonianze sull'incubo vissuto da Alessandra si susseguono: «Lui le aveva staccato il contatore e si era appostato all'ultimo piano - rivela un altro vicino -, una volta si era anche arrampicato fino al suo terrazzo, lei mi chiese di scambiarci i numeri per sicurezza, si vedeva che era una donna preoccupata».

D'altronde proprio a fine luglio la donna aveva presentato denuncia contro l'ex compagno, dal quale si era lasciata da qualche mese, e il ragazzo aveva ricevuto il divieto di avvicinamento dal giudice. Una misura cautelare che non è servita, perché dopo gli appostamenti, le insistenze e le minacce, lo stalking è ben presto diventato violenza. Si consuma alla fine di questa successione di eventi il 77esimo femminicidio dall'inizio dell'anno, 40 dei quali per mano di partner o ex. Un'emorragia senza fine.

Estratto dall'articolo di Antonio Borrelli per “il Giornale” il 25 Agosto 2022

L'ultimo post scattato dall'auto, poco prima di andare ad ammazzare Alessandra. Predicava bene Giovanni Padovani, ma razzolava male. Qualche tempo fa aveva persino pubblicato anche un post come testimonial di una campagna contro la violenza sulle donne, scrivendo: «No alla violenza, Respect». Sotto alle sue foto da modello e da atleta numerosi i commenti delle fan: donne e ragazze che gli riservano complimenti per il suo aspetto e per le doti sportive.

 Evidentemente in pochi tra i suoi follower sapevano che era stato denunciato per stalking da Alessandra Matteuzzi e che era soggetto a un divieto di avvicinamento disposto dal giudice. Ancora un post, con una massima che a rileggerla fa orrore a cui si ispirava: «Vivo di azioni non di chiacchiere». […]

Il successo sportivo da giocatore professionista in serie D l'aveva raggiunto militando in varie squadre tra cui il Foligno, il Troina, Giarre e ora la Sancataldese, squadra siciliana. E proprio dalla Sicilia martedì è partito per arrivare a Bologna a tendere un agguato alla ex compagna. Molto attivo sui social, sul suo profilo Instagram pubblicava decine di scatti al mare o durante gli allenamenti, sempre con frasi motivazionali: «L'eleganza non è essere notati, ma essere ricordati», «Vivi la vita che ami, ama la vita che vivi».

E poi quel post per la campagna del Troina Calcio contro la violenza sulle donne che sa di beffa. La società della Sancataldese, che milita in serie D, ha intanto fatto sapere che Padovani «già il 20 agosto era stato messo fuori rosa a causa del suo ingiustificato allontanamento. La dirigenza si stringe al dolore della famiglia della vittima. Condanniamo senza se e senza ma ogni violenza e femminicidio».

Anche l'avvocato del club, Salvatore Pirrello, rivela le tensioni nei giorni scorsi a testimoniare che qualcosa il calciatore stava già covando dentro sé: «Dopo che sabato aveva abbandonato il ritiro senza dire niente e domenica non si era fatto sentire, lunedì abbiamo provato a contattarlo. Poi ci ha chiamato lui, al pomeriggio: gli abbiamo detto che non c'era bisogno che ritornasse e che doveva cercarsi un'altra squadra». 

Della relazione tra il 27enne e la 56enne, invece, non c'è traccia sui social. Quel che è certo è che Giovanni e Alessandra avevano avuto una relazione e da qualche mese si erano lasciati. Da quel momento era cominciato l'incubo della donna, alle prese con agguati, aggressioni verbali, litigi violenti. Comportamenti sempre più allarmanti che l'avevano spinta a ricorrere ad un provvedimento restrittivo.

Soltanto lo scorso dicembre, in un'intervista rilasciata a «Mondocalcionews», il difensore diceva del suo trasferimento in Sicilia: «Mi trovo bene, l'unica cosa un po' brutta è la distanza dalle mie zone. Non vedo mai la mia fidanzata e questo un po' mi dà fastidio». Una frase normale, che però oggi assume tutt'altro valore. 

Dalla cronologia delle sue pubblicazioni social, unico suo libro aperto, non sembrano emergere gli strascichi velenosi di una relazione ormai finita né la frustrazione della sua effettiva condizione di stalker. A dominare sono tatuaggi, calcio e bella vita. Quella vera era invece nascosta sotto i filtri di Instagram.

"Voleva un video ogni 10 minuti": l'ossessione del killer di Alessandra. Convalidato l'arresto di Giovanni Padovani con l'accusa di omicidio aggravato dal reato di stalking. L'ordinanza del gip: "Nutriva desiderio ossessivo per la vittima". Rosa Scognamiglio il 26 Agosto 2022 su Il Giornale.

Giovanni Padovani, l'ex fidanzato di Alessandra Matteuzzi, resta il carcere. Il gip del tribunale di Bologna Andrea Salvatore Romito ha confermato l'arresto del 27enne, calciatore e modello di Senigallia, con l'accusa di omicidio aggravato dal reato di stalking nei confronti della 56enne. "La gravità dei fatti è attestata dalla ampia estensione temporale della condotta persecutoria, - si legge nel testo dell'ordinanza - posta in essere a fronte di un rapporto sentimentale di modesta durata e ridotta frequentazione e, dunque, indicativa del desiderio ossessivo nutrito dal detenuto e della sua incapacità di accettare la cessazione della relazione, dalla quotidianità ed intensità delle molestie e dalla multiformità delle condotte assunte".

La convalida del fermo

Durante l'interrogatorio di convalida del fermo Giovanni Padovani, assistito dall'avvocato Enrico Buono, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il pm Domenico Ambrosino aveva chiesto la convalida del fermo dell'indagato con l'ipotesi di reato per omicidio aggravato. L'istanza è stata accolta dal gip di Bologna che, questa mattina, ha convalidato l'arresto del 27enne spiegando che il carcere "è l'unico presidio in grado di tutelare la collettività (e, in particolare, i familiari della Matteuzzi, esposti al rischio di ritorsioni o gesti connotati da pari carica aggressiva) dal ripetersi di gesti analoghi". A margine dell'udienza, il legale del 27enne non ha voluto rilasciare dichiarazioni: "Non è il momento, è molto provato", ha detto riferendosi al suo assistito.

I video

A pochi giorni dal delitto, emergono dettagli sempre più inquietati sulla relazione tra Giovanni Padovani e la ex fidanzata. Lo scorso 29 luglio, Alessandra Matteuzzi aveva denunciato il 27enne per stalking. Pare, infatti, che il ragazzo fosse solito chiedere alla compagna "un video ogni 10 minuti", da inviare su Whatsapp, per verificare i suoi spostamenti. L'indagato, così come ha confermato anche la sorella della vittima, era ossessionato dall'idea di un possibile tradimento. Al punto da molestare la donna con messaggi, telefonate e appostamenti sotto casa.

L'omicidio

Nel corso dell'interrogatorio di oggi, il gip ha ricostruito la dinamica del truce omicidio. Secondo gli inquirenti, prima di partire da Senigallia per arrivare a Bologna, Giovanni Padovani avrebbe preparato uno zainetto "all'interno del quale metteva un martello, - scrive il giudice nel testo dell'ordinanza -trovato sulle scale di casa, giustificando tale condotta con una presunta eventuale necessità di difesa. Entrato nel giardino condominiale toglieva il martello dallo zaino e lo appoggiava ad un albero". Proprio con quel martello, il 27enne ha massacrato la ex compagna.

«Hanno lasciato Alessandra sola fino alla tragedia». Le accuse dell’avvocata Sonia Bartolini, cugina di Alessandra Matteuzzi, la donna uccisa martedì scorso a martellate dal suo ex prima di rientrare in casa a Bologna. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 28 agosto 2022.

«Una donna che presenta una denuncia per atti persecutori nei confronti del suo compagno, non può poi essere lasciata sola in attesa dei provvedimenti della magistratura: servono strutture di supporto, luoghi protetti». A dirlo è l’avvocata Sonia Bartolini, cugina di Alessandra Matteuzzi, la donna uccisa martedì scorso a martellate dal suo ex prima di rientrare in casa a Bologna. Ieri il gip di Bologna Andrea Salvatore Romito ha convalidato l’arresto e disposto la custodia cautelare in carcere per Giovanni Padovani, il calciatore e modello, che si è presentato in udienza accompagnato dal suo legale, Enrico Buono. Di fronte alle richieste di chiarimento del gip, ha preferito restare in silenzio e avvalersi della facoltà di non rispondere. Per lui il pm Domenico Ambrosino, titolare delle indagini, ha ipotizzato i reati di omicidio aggravato dallo stalking. Padovani si è presentato in Tribunale in tenuta sportiva e con il volto tirato. Ad attenderlo fuori dall’aula c’era anche la madre. Dettagli utili alle indagini emergeranno anche dall’autopsia, eseguita nel pomeriggio di ieri sul corpo della 56enne.

L’avvocata Bartolini per un triste gioco del destino, fa parte dell’associazione modenese “Donne e giustizia” che si occupa proprio di fornire assistenza alle donne in condizioni di disagio familiare e personale. «Mia cugina non mi aveva avvertito della decisione di voler denunciare il suo ex. Si era rivolta ad un altro legale, forse perché si sentiva in imbarazzo per questa storia», precisa l’avvocata Bartolini. Alessandra Matteuzzi, dopo essersi consultata con il suo legale, lo scorso 29 luglio si era recata presso il comando dei carabinieri per formalizzare la denuncia contro Giovanni Padovani. Dopo la denuncia era scattato il Codice rosso ed il primo agosto la donna era stata risentita dai militari dell’Arma. Alessandra, in particolare, aveva raccontato le terribili persecuzioni subita da Padovani: una infinità di telefonate, messaggi, appostamenti, danneggiamenti, come lo zucchero versato nel serbatoio dell’auto. I carabinieri avevano quindi ascoltato parenti ed amici. Prima di Ferragosto, poi, Alessandra era tornata nuovamente dai carabinieri e questa settimana era previsto che dovesse integrare la denuncia.

I vicini di casa e gli amici più stretti erano tutti a conoscenza della situazione. Una vicina, ad esempio, aveva sorpreso nelle scorse settimane Padovani lungo le scale e gli aveva intimato di allontanarsi.

Per capire come sia stato possibile che in tre settimane non sia però stato emesso alcun provvedimento restrittivo nei confronti di Padovani, la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha deciso di inviare gli ispettori.

Il procuratore di Bologna, Gimmi Amato, in una serie di interviste, ha affermato che la querela della donna “evocava un tema di molestie più che di violenze” e che prima di emettere un provvedimento restrittivo serviva acquisire altri elementi ed erano in corso accertamenti, ad esempio sentire delle persone che però in questi giorni erano “in ferie”.

Una affermazione che ha provocato la reazione stizzita da parte di chi conosceva Alessandra. «La Procura di Bologna poteva delegare i carabinieri del luogo dove costoro si trovavano in vacanza, senza perdere giorni preziosi”, ha affermato un amico di Alessandra.

«Siamo sconcertate dalle dichiarazioni del procuratore Amato: il terribile femminicidio accaduto è la palese rappresentazione che il sistema giudiziario non è ancora in grado di proteggere le soggettività femminili dalla violenza di genere», ha commentato la consigliera comunale bolognese Simona Larghetti. «Amato dovrebbe chiedere scusa a nome del sistema che rappresenta anziché affannarsi a dire che è stato fatto tutto il possibile, ammettendo, di fatto, che una donna che denuncia comunque non può essere al sicuro dal suo persecutore. Chi sta nelle istituzioni deve continuare a interrogarsi sul da farsi anziché autoassolversi», ha quindi aggiunto la consigliera.

Il sindaco di Bologna, comunque, ha già fatto sapere che il Comune si costituirà parte civile nel processo.

«Serve garantire la scorta, come si fa ai pentiti di mafia, alle donne che denunciano», ha dichiarato invece Gessica Notaro, sfregiata con l’acido nel 2017 dal suo ex.

«Comunque anche lei come andava conciata, ovvio che il ragazzo era geloso», il commento totalmente fuori luogo, prima di fare marcia indietro, di Donatello Alberti, dg della Croce Bianca Emilia Romagna.

«Mia cugina era una donna seria. Aveva avuto poche storie e si era sempre dedicata ai suoi anziani genitori. Se aveva postato delle foto con abiti particolari era solo per motivi di lavoro», la replica dell’avvocata Bartolini. 

Il femminicidio di Bologna. Sandra massacrata mentre era al telefono con la sorella, il calciatore scappato dal ritiro: “Non vederla mi dà fastidio”. Redazione su Il Riformista il 24 Agosto 2022 

Uccisa mentre era al telefono con la sorella. Aggredita a mani nude prima e poi con un martello che le ha provocato un trauma cranico risultato alla fine fatale. E’ la cronaca dell’ennesimo femminicidio. E’ morta così Alessandra Matteuzzi, la 56enne che lavorava nel settore della moda. E’ morta nel cortile della sua abitazione a Bologna dove ha trovato ad aspettarla, da circa due ore, il suo ex compagno, il calciatore dilettantistico Giovanni Padovani, 26enne originario di Senigallia (Ancona), fuggito nei giorni scorsi dal ritiro della propria squadra in Sicilia e arrivato ieri sera, 23 agosto, in auto nel capoluogo emiliano (così come emerge dalle storie Instagram) dove si è poi consumata la tragedia.

A raccontare gli ultimi istanti di vita di Sandra è la sorella Stefania, intervistata dal Tgr Emilia Romagna: “E’ scesa dalla macchina e ha cominciato a urlare: no Giovanni, no, ti prego, aiuto. Io ero al telefono, ho chiamato immediatamente i carabinieri che sono arrivati subito. Io abito a 30 chilometri. Alla fine l’ha massacrata di botte perché non è riuscita neanche a entrare qua, dentro al portone” ha detto la donna in lacrime mentre a poca distanza i poliziotti raccoglievano orecchini e preziosi che la donna ha perso durante l’aggressione. Il calciatore era stato denunciato alla fine del mese di luglio per stalking ma nei suoi confronti, rispetto a quanto emerso inizialmente, non erano stati adottati provvedimenti restrittivi.

C’era stata una denuncia e anche delle integrazioni, erano stati sentiti dei testimoni e nominato un pm” spiega in un video pubblicato da Il Resto del Carlino la sorella di Alessandra. I due “hanno avuto una frequentazione a distanza, perché lui faceva il calciatore in Sicilia, quindi si sono visti poche volte, era poco più di un anno che si conoscevano” ma “è dallo scorso gennaio che ha cominciato ad avere delle ossessioni verso di lei. Si vedevano una volta al mese, poi hanno passato qualche giorno insieme, durante il periodo di pausa calcistica, lui è stato qua con lei. A quel punto però le sono successe delle brutte cose, lui aveva rotto piatti e bicchieri, si era arrampicato dalla terrazza, staccava la luce generale del suo appartamento, e le faceva degli agguati sulle scale“, ha spiegato la sorella.

Nella denuncia presentata a fine luglio da Sandra venivano riferiti atteggiamenti molesti, telefonate continue e appostamenti ma non era stata menzionata alcuna violenza fisica. I carabinieri, coordinati dalla Procura, avevano avviato le indagini a inizio agosto, sottolineando poi di dover ancora ascoltare altre persone che però visto il periodo festivo al momento erano lontano da Bologna. La 56enne aveva contattato poi i carabinieri per sapere se c’erano stati sviluppi nella vicenda e nei giorni scorsi aveva anche chiamato il legale che la assisteva per dirgli che Padovani si era presentato nuovamente sotto casa sua. L’avvocato le aveva consigliato di integrare quindi la denuncia e la donna avrebbe dovuto farlo in questi giorni.

Intanto il pm Domenico Ambrosino, che si occupa dell’omicidio della 56enne, conferirà domani mattina l’incarico per l’autopsia, affidata al medico legale Guido Pelletti. Alessandra Matteuzzi è morta in seguito al grave trauma cranico riportato per i colpi ricevuti da Padovani che i vicini di casa avevano sorpreso sotto l’abitazione già a partire dalle 19, due ore prima dell’omicidio.

Sandra mi aveva detto: se suona quel ragazzo, per favore non gli apra. Lui – ha raccontato la vicina sempre a Il Resto del Carlino – la stava già aspettando davanti al portone dalle 19.15, voleva entrare ma abbiamo chiuso quando siamo rientrati in casa. Da tempo era diventato insistente, lei provava a calmarlo, a parlargli, ma in casa non lo faceva mai salire. Ieri sera abbiamo poi sentito le grida della donna che gli urlava di andarsene e abbiamo visto che lui la trascinava sotto al portico”.

La fuga dalla squadra in Sicilia – Padovani, di ruolo difensore e aspirante modello, era arrivato alla Sancataldese (squadra in provincia di Caltanissetta e che milita in serie D) circa 10 giorni fa. A descrivere il comportamento degli ultimi giorni del calciatore è l’avvocato Salvatore Pirrello, dirigente e legale del club: “Avevamo intuito che avesse dei problemi e che non era sereno. Spesso si isolava, tant’è che sabato aveva lasciato improvvisamente il ritiro dicendo all’allenatore che per problemi personali doveva andare via. Lunedì ci aveva ricontattato per chiedere di rientrare in squadra. Ma il fatto che fosse andato via senza nessuna spiegazione la sera prima della partita di domenica, contro il Catania – ricostruisce l’avvocato Pirrello – per noi era un fatto grave e quindi non lo abbiamo più reintegrato in squadra comunicandogli che per quanto ci riguardava poteva cercare una nuova società. Certo nessuno poteva aspettarsi fatti simili. La notizia ci ha sconvolti”.

Padovani ha giocato sia in Lega Pro che, soprattutto in serie D in numerose quadre italiane, con una parentesi di un anno (nel 2011-12) nel settore giovanile del Napoli (in Campania ha poi militato nel Pomigliano). In una intervista rilasciata nel dicembre 2021 a Mondocalcionews.it lamentava la distanza dalla “mia fidanzata Alessandra”. “Mi trovo bene. L’unica cosa un po’ brutta è la distanza dalle mie zone. Io ero a Rieti, poi sono andato a Foligno, poi alla Correggese. Adesso sono arrivato al Troina in Sicilia. Non vedo mai la mia fidanzata Alessandra e questo un po’ mi dà fastidio“.

Era già stato denunciato. Sandra uccisa a martellate dal suo stalker calciatore, vicini di casa passivi: “La stava aspettando da due ore”. Redazione su Il Riformista il 24 Agosto 2022 

L’ha attesa per ore sotto casa, uccidendola a colpi di martello e con altri oggetti contundenti appena fuori il portone d’ingresso della palazzina dove viveva. Orrore a Bologna dove martedì sera, 23 agosto, una donna di 56 anni, Alessandra Matteuzzi, è stata ammazzata intorno alle 21 in via dell’Arcoveggio, zona periferica del capoluogo emiliano. A nulla è valso l’intervento dell’ambulanza e della polizia, chiamata da alcuni vicini preoccupati dalle urla che venivano dalla strada.

Secondo una prima ricostruzione, a compiere l’omicidio sarebbe stato un giovane di 26 anni, già fermato dalla polizia, che da tempo importunava la vittima. Il suo nome, scrive il Corriere della Sera, è Giovanni Padovani: il 26enne calciatore e modello, ha militato in varie squadre di serie D tra cui il Giarre e il Troina Calcio, era già stato sottoposto in passato a una misura cautelare (divieto di avvicinamento) dopo la denuncia presentata dalla vittima per stalking.

Quando la polizia è intervenuta in via dell’Arcoveggio, intorno alle 21.30, ha trovato la donna agonizzante e l’aggressore ancora sul posto. Per la 56enne non c’è stato nulla da fare, è deceduta poco dopo l’arrivo dei sanitari del 118: troppo gravi le lesioni riportate alla testa.

Stando a quanto raccontato da una vicina di casa al “Resto del Carlino“, Sandra, così come veniva chiamata, nei giorni scorsi aveva avvisato la donna di non aprire mai a quel ragazzo che da tempo la perseguitava.

Sandra mi aveva detto: se suona quel ragazzo, per favore non gli apra. Lui – ha raccontato la vicina – la stava già aspettando davanti al portone dalle 19.15, voleva entrare ma abbiamo chiuso quando siamo rientrati in casa. Da tempo era diventato insistente, lei provava a calmarlo, a parlargli, ma in casa non lo faceva mai salire. Ieri sera abbiamo poi sentito le grida della donna che gli urlava di andarsene e abbiamo visto che lui la trascinava sotto al portico”.

Resta da capire se è stata avvisata la 56enne della presenza dell’uomo sotto casa e, soprattutto, perché non è stato sollecitato l’intervento delle forze dell’ordine. Un femminicidio, l’ennesimo, che forse poteva essere evitato.

Le polemiche sul femminicidio di Bologna. Omicidio di Alessandra Matteuzzi, la Procura si assolve: “Non c’era rischio di violenza”, ma Cartabia invia gli ispettori. Fabio Calcagni su Il Riformista il 25 Agosto 2022 

Il sistema giudiziario italiano poteva salvare Alessandra Matteuzzi ed evitare il suo omicidio, avvenuto martedì sera per mano del suo ex fidanzato, il calciatore e modello Giovanni Padovani?

Per la Procura di Bologna sulla denuncia presentata dalla 56enne vittima di stalking proprio dell’ex non vi sarebbe stata alcuna sottovalutazione del pericolo, poi manifestatosi nell’agguato mortale a colpi di martello avvenuto sotto l’abitazione della donna.

“In questa vicenda non si può parlare di mala giustizia. La denuncia è stata accolta a fine luglio, il primo agosto è stato immediatamente aperto il fascicolo e subito sono state delegate le indagini. Si attendeva un rapporto completo entro fine 29 agosto semplicemente perché alcune delle persone da interrogare erano in ferie. Noi quello che potevamo fare lo abbiamo fatto”, ha spiegato Giuseppe Amato, procuratore capo di Bologna, rispondendo di fatto anche ai dubbi della sorella della vittima, Stefania, che aveva sottolineato come ad un mese dalla denuncia non fosse stato preso alcun provvedimento nei confronti di Padovani.

Al Corriere della Sera Stefania ha raccontato che il 29 luglio sua sorella aveva sporto denuncia ai carabinieri. “Lei diceva che questo uomo la perseguitava – le parole di Stefania – Ricordo anche che, pochi giorni prima della denuncia, Alessandra aveva chiamato la polizia dicendo che quest’uomo la minacciava e aveva mostrato anche gli screenshot delle conversazioni ai carabinieri”.

Il procuratore bolognese ha ricordato infatti che “dalla denuncia della vittima non emergevano situazioni di rischio concreto di violenza, era piuttosto la tipica condotta di stalkeraggio molesto”, e che in molti casi “si trattava anche di molestie via social, che andavano riscontrate e per le quali ci siamo mossi tempestivamente”.

Parole che evidentemente non sono bastate per evitare una ‘reazione’ da parte del Ministero della Giustizia. La Guardasigilli Marta Cartabia, attraverso il suo Gabinetto, ha chiesto agli uffici dell’Ispettorato di “svolgere con urgenza i necessari accertamenti preliminari, formulando, all’esito, valutazioni e proposte”.

Fabio Calcagni. Napoletano, classe 1987, laureato in Lettere: vive di politica e basket.

Per i pm Giovanni Padovani era ossessionato dalla mania di controllo. Chat spiate e il delirio di possesso, le paure di Alessandra: “Temo di scatenare la sua rabbia”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 27 Agosto 2022. 

Tutte le volte in cui io ho accondisceso alle richieste di Padovani è stato per paura di scatenare la sua rabbia”. Sono queste le parole di Alessandra Matteuzzi, 56enne uccisa a Bologna, massacrata con un martello dall’ ex compagno Giovanni Padovani, 26enne originario di Senigallia, in una denuncia fatta ai carabinieri. Dopo le tremende liti avute con l’uomo a giugno aveva avuto paura, tanto da decidere di sporgere denuncia il 29 luglio. Il 23 agosto Padovani era ancora una volta sotto casa sua, l’ha aggredita e uccisa mentre era al telefono con la sorella.

Alla luce di tutte le occasioni in cui è riuscito ad accedere al condominio dove abito, ho sempre timore di ritrovarmelo davanti ogni volta che torno a casa, o quando apro le finestre”, aggiungeva la donna, come riportato dall’Ansa. Il dramma di Alessandra è stato ricostruito nelle 9 pagine di ordinanza con cui il gip Andrea Salvatore Romito stabilisce la convalida del fermo per Padovani, bloccato sul luogo del delitto mentre aveva ancora in mano il martello con cui si è scagliato sulla donna. “Sin dall’inizio della relazione ha adottato comportamenti frutto di incontenibile desiderio di manipolazione e controllo (su Alessandra, ndr), tradottisi nella progressiva privazione di margini di libertà”, si legge, come riportato dal Corriere della Sera.

Questa mania del controllo Alessandra l’aveva raccontata anche ai carabinieri a cui aveva denunciato di essere controllata costantemente sui social dal compagno. Oltre alle richieste continue di inviargli foto e video per dimostrare dove si trovava. A febbraio aveva anche scoperto che le password dei suoi profili erano state modificate. “Ho potuto constatare – raccontava – che erano state modificate sia le email che le password abbinate ai miei profili, sostituite con indirizzi di posta elettronica e password riconducibili a Padovani”. Inoltre “ho rilevato anche che il mio profilo Whatsapp era collegato a un servizio che consente di visualizzare da un altro dispositivo tutti i messaggi da me inviati. Ne ho quindi dedotto che che nei giorni in cui era stato da me ospitato era riuscito a reperire tutte le mie email e le mie password che avevo memorizzato nel telefono”.

Padovani, calciatore che da giovane ha giocato nelle giovanili del Napoli e in serie D con il Pomigliano, era geloso e convinto che la donna avesse un altro. Raccontava ancora Alessandra ai carabinieri: “Il nostro rapporto si basava sempre sull’invio da parte mia dei video che lui mi aveva chiesto e di videochiamate, ma questo non è bastato a frenare la sua gelosia, perchè i dubbi sulla mia fedeltà non sono mai passati. Anche una semplice foto da me postata sui social e che inquadrava le mie scarpe appoggiate sul cruscotto dell’auto al rientro da una trasferta di lavoro era stata motivo di una sua scenata”.

Nei confronti dell’uomo non erano state disposte misure cautelari. Nella denuncia Alessandra ha riferito dei controlli a cui era sottoposta, delle volte in cui lui si è presentato sotto casa. A parte una volta, in Sicilia, in cui l’aveva spintonata facendola cadere su un letto, non c’erano state mai aggressioni fisiche. Anche a metà luglio, quando i due avevano avuto un riavvicinamento dopo un periodo di crisi: tra il 14 e il 22, metteva a verbale la vittima “è stato più volte aggressivo nei miei confronti, non ha mai usato violenza fisica, sfogando la sua rabbia, sempre dovuta alla gelosia, con pugni sulla porta”.

Nell’ordinanza del gip le ossessioni di Padovani: “un soggetto animato da irrefrenabile delirio di possesso e incapace di accettare le normali dinamiche relazionali… sia di attivare l’ordinario sistema di freni inibitori delle proprie pulsioni aggressive”. Tra le ‘giustificazioni’ fornite dopo l’arresto: “Sospettavo che mi tradisse”. Durante l’udienza si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Stando alla ricostruzione della polizia, riportata nell’ordinanza, il 22 agosto (il giorno prima di uccidere Alessandra) lui le aveva staccato il contatore della luce come aveva già fatto in passato. Una trappola per costringerla a uscire di casa per andare a riattivarlo. Lui era lì, nelle scale, ad attenderla. La loro storia era finita a fine luglio ma lui non si dava pace: voleva convincerla a riprendere la relazione. E intanto continuava a controllare i suoi social.

E nel periodo della separazione — si legge ancora nell’ordinanza — si sarebbe accorto che lei aveva aggiunto sui suoi profili anche suoi ex compagni di squadra. Per questo pretendeva dei chiarimenti”. Da qui la decisione di abbandonare in fretta e furia la squadra dove giocava in Sicilia, per precipitarsi a Bologna per quello che, nella sua ossessione, doveva essere un incontro per avere spiegazioni. Nelle settimane prima di essere uccisa brutalmente, Alessandra aveva subito numerose vessazioni come “tagliargli i pneumatici o mettere lo zucchero nel serbatoio”.

Nel pomeriggio dello stesso giorno Alessandra, magari per paura o non riuscendo a immaginare altre vie d’uscita alla sua insistenza aveva assecondato la sua richiesta “e trascorrono assieme l’intero pomeriggio”. Lui le chiede anche della denuncia nei suoi confronti. E qui la sorella Stefania rivela forse uno dei dettagli più agghiaccianti: “Mia sorella era stata evasiva – ha detto , come riportato dal Corriere – e lui, a garanzia della sua fedeltà, aveva anche preteso un giuramento sulla tomba di nostro padre, dove si erano recati insieme”.

Tutto sarebbe precipitato l’indomani mattina perché, ha raccontato Padovani, “lei non rispondeva più ai miei messaggi e mi sono sentito usato e manipolato”. Così è ripartito da casa della madre, a Senigallia, “armato di martello”. Perché lo ha portato con sé? “Era per difendermi dal compagno della sorella con il quale in passato aveva avuto dei diverbi”. La sera del delitto, verso le 21.35, lui la affronta appena scesa dall’auto, mentre è al telefono con la sorella. Il medico legale, nell’autopsia, ha accertato che è stata raggiunta da un solo colpo di martello e poi finita a calci e pugni, dopo averle scagliato contro una grossa panchina in ferro.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Gessica Notaro dopo il femminicidio Matteuzzi: “Scorta alle donne”.  Fabrizia Volponi il 26/08/2022 su Notizie.it. 

Gessica Notaro dopo il femminicidio di Alessandra Matteuzzi: lo sfogo contro le istituzioni.

Alessandra Matteuzzi è l’ennesima donna uccisa per mano di un uomo che non accettava la fine della loro relazione. I casi di femminicidio, al pari della violenza per mano delle baby gang, sono all’ordine del giorno. E’ per questo che Gessica Notaro, che porta sulla sua pelle i segni della follia dell’ex fidanzato, ha postato un lungo sfogo sui social, sottolineando che le donne hanno bisogno della scorta come i pentiti di mafia.

Gessica Notaro dopo il femminicidio Matteuzzi

Tramite il suo profilo Instagram, Gessica Notaro ha detto la sua sull’ennesimo femminicidio che ha sconvolto l’Italia. Stiamo parlando di Alessandra Matteuzzi, uccisa da Giovanni Padovani a colpi di martello. L’uomo, di professione calciatore, non accettava la fine della loro relazione e, nonostante la denuncia, continuava a perseguitare la donna. La Notaro ha esordito:

“È morta un’altra donna che aveva denunciato. E voi (alle istituzioni, ndr) che continuate a imporre misure cautelari come il divieto di avvicinamento mi fate ridere. Siete ridicoli“.

Gessica Notaro: scorta alle donne come ai pentiti

La Notaro, che da anni si batte contro il femminicidio, sa benissimo cosa significa vivere con l’incubo di un ex che non si rassegna alla fine di un rapporto. Anni fa, Gessica è stata sfregiata con l’acido dall’ex compagno, attualmente in carcere per scontare una pena di quindici anni. Ha proseguito:

“Sono 5 anni che ve lo ripeto, garantite a queste donne la scorta come fate coi pentiti di mafia, e allora sì che cambieranno le cose. E smettetela di chiamarmi ogni volta che muore una donna per chiedermi cosa ne penso e cosa bisogna fare. Tutta fuffa. Questa che vi ripeto da anni è l’unica soluzione”.

L’affondo di Gessica Notaro alle istituzioni

Gessica ha concluso:

“E siccome nonostante io abbia smosso il mondo siete ancora lì a chiacchierare, non chiedetemi più niente perché non mi mescolo con chi promette e non mantiene. Se capitasse a vostra figlia diventereste certamente più efficienti”.

La conclusione della Notaro è chiara: le istituzioni continuano a promettere, ma non muovono un passo contro il femminicidio. La situazione, forse, cambierebbe se la vittima fosse una “figlia” di qualcuno dei piani alti.

Marcio Vigarani per corriere.it il 3 dicembre 2022.

Gli era costata già una diffida, adesso è arrivata una condanna per Maurizio Costanzo, 84 anni, giornalista e presentatore televisivo, accusato di diffamazione aggravata nei confronti del giudice per le indagini preliminari di Rimini, Vinicio Cantarini, 56 anni, nativo di Loreto (Ancona). 

La giudice Maria Elena Cola del Tribunale di Ancona ha inflitto un anno di reclusione, con la sospensione della pena subordinata al pagamento di 40mila euro come risarcimento danni alla parte offesa. La sentenza è arrivata mercoledì 30 novembre. Trattandosi di un giudice parte offesa, costituito parte civile con l’avvocato Nazzareno Ciucciomei, il processo è stato tenuto in un tribunale diverso da quello dove esercita; per Rimini ha competenza Ancona.

In una puntata del Maurizio Costanzo show, trasmessa il 20 aprile del 2017, Costanzo si era lasciato andare a commenti ritenuti offensivi dell’operato del giudice per una misura cautelare emessa nei confronti diEdson Tavares, ex fidanzato di Gessica Notaro, riminese sfregiata con l’acido il 10 gennaio del 2017. La misura cautelare riguardava episodi di stalking precedenti al fatto dell’acido, il gip aveva disposto il divieto di avvicinamento alla donna mentre la procura aveva chiesto gli arresti domiciliari. «Mi voglio complimentare col gip.

Dico al Csm, al Consiglio Superiore della Magistratura: fate i complimenti da parte mia a questo gip che ha deciso questo», aveva affermato il giornalista. La difesa di Costanzo ha sostenuto che non c’era alcuna volontà diffamatoria. Ora potrà ricorrere in appello. 

Il riferimento al gip

Quel giorno, in trasmissione, c’era anche Gessica Notaro che per la prima volta, dopo tre mesi dai fatti, parlava in pubblico. Costanzo aveva detto «complimenti a questo gip, vogliamo dire il nome del gip che ha fatto questo? Diamo il nome. Io mi voglio complimentare col gip. Dico al Csm, al Consiglio Superiore della Magistratura: fate i complimenti da parte mia a questo gip che ha deciso questo». Il nome di Cantarini non era stato fatto ma il riferimento era stato chiaro. Costanzo si era rivolto anche al ministro della Giustizia di allora, Orlando, incalzando «faccia un’inchiesta su questo gip perché non ha fatto quello che gli ha chiesto il pm di tenere questo qui agli arresti domiciliari, di dov’è? Di Rimini?».

Secondo la difesa di Costanzo non c’era alcuna volontà diffamatoria. Ora potrà ricorrere in appello. Per l’accusa avrebbe invece offeso la reputazione del giudice lasciando intendere che le conseguenze gravissime derivate alla donna fossero conseguenza dell’atteggiamento inoperoso o superficiale dello stesso giudice che, non era stato sufficientemente vigile nel seguire l’evoluzione della vicenda.

Da corriere.it il 4 dicembre 2022.

«Non commento le sentenze, parlano da sole. Io so solo di avere difeso una giovane donna che è stata sfregiata e che in conseguenza di ciò ha perso un occhio». Così Maurizio Costanzo, 84 anni, al «Corriere della Sera» in merito alla condanna inflittagli dal tribunale di Ancona a un anno di reclusione con la sospensione della pena, subordinata al pagamento di 40 mila euro come risarcimento danni per diffamazione nei confronti del gip che si era occupato di Gessica Notaro, sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato Edson Tavares.

Durante la puntata del suo «Maurizio Costanzo Show» andata in onda il 20 aprile 2017, il conduttore aveva ospitato Gessica Notaro, che rispondendo alle domande di Costanzo aveva ripercorso le tappe della sua drammatica vicenda, ricordando come il gip avesse chiesto per Tavares, che Notaro aveva già denunciato per stalking, il solo divieto di avvicinamento e non, come richiesto dal pm, gli arresti domiciliari. «L’ho denunciato sperando che la facesse finita — aveva raccontato Gessica —. Vorrei sapere perché il pm ha deciso che andava arrestato e invece il gip gli ha dato solo gli obblighi domiciliari».

Costanzo aveva preso le difese della giovane, «complimentandosi» ironicamente con il giudice: «Complimenti a questo gip — aveva commentato il conduttore —, vogliamo fare il nome del gip che ha fatto questo? Io mi voglio complimentare col gip. Dico al Csm (il Consiglio Superiore della Magistratura, ndr): fate i complimenti da parte mia al gip che ha deciso questo». Il nome del togato — Vinicio Cantarini, in servizio al tribunale di Rimini — non era in realtà mai stato fatto da Costanzo, ma il riferimento era inequivocabile. Tanto che il giudice aveva prima diffidato Costanzo (che lo aveva invitato in trasmissione offrendogli il diritto di replica) e poi lo aveva querelato.

Una denuncia accolta, che ha portato alla condanna di Costanzo, benché i legali del conduttore avessero sottolineato che non c’era stata alcuna volontà diffamatoria nelle parole del loro assistito e che comunque, hanno fatto sapere, ricorreranno in appello. Nelle poche parole riferite da Costanzo al« Corriere», c’è anche l’invito a prendere nota di una ricerca pubblicata dal quotidiano «Libero» oggi in edicola. Secondo quanto riportato dal giornale, gli autori dell’indagine, i professori Pieremilio Sammarco e Vincenzo Zeno-Zencovich, hanno preso in esame tutte le sentenze, circa 700, emesse dal Tribunale di Roma negli anni 2015-2020 in materia di diffamazione.

Le sentenze di accoglimento erano state solo il 36%, con un importo complessivo a titolo di risarcimento di circa 20 mila euro. Quando la denuncia era stata presentata da un magistrato, le sentenze di accoglimento salivano però a quasi l’80%, con un quantum risarcitorio attestato su circa 40 mila euro, superiore alla media degli importi riconosciuti a qualsiasi altra categoria (politici, professionisti, imprenditori, medici, docenti universitari, giornalisti).

Magistratura solidale…vietato dire “complimenti al gip”? Maurizio Costanzo condannato a 1 anno di carcere. Una vergogna! Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 3 Dicembre 2022.

La giudice Maria Elena Cola del Tribunale di Ancona ha inflitto al giornalista un anno di reclusione, con la sospensione della pena subordinata al pagamento di 40mila euro come risarcimento danni alla parte offesa

Clamoroso, ma vero. E’ vietato dire “complimenti al gip”. A finire nel tritacarne giustizialista è Maurizio Costanzo, 84 anni, giornalista e simbolo della televisione italiana, condannato per diffamazione aggravata nei confronti del giudice per le indagini preliminari di Rimini, Vinicio Cantarini, 56 anni, nato a Loreto, in provincia di Ancona. A condannare Costanzo la giudice Maria Elena Cole del Tribunale di Ancona: un anno di reclusione, con sospensione della pena subordinata al pagamento di 40mila euro come risarcimento danni alla parte offesa.

Andiamo indietro nel tempo fino al 20 aprile del 2017 per capire cosa è accaduto. Maurizio Costanzo ospitava nel suo noto programma “Maurizio Costanzo show”  per la prima volta Gessica Notaro, che appariva in pubblico dopo essere stata sfregiata con l’acido dal suo ex fidanzato. Costanzo criticò (secondo noi e praticamente tutt’ Italia, quella sana…) il gip Cantarini per una misura cautelare emessa nei confronti dello sfregiatore, Edson Tavares, misura che riguardava precedenti episodi di stalking. La procura di Rimini aveva chiesto gli arresti domiciliari, mentre il gip dispose soltanto una misura cautelare, cioè un provvedimento meno restrittivo. E subito dopo, Tavares lasciato libero di imperversare sfregiò la Notaro buttandole l’acido in faccia sfigurandola.

Nel corso della trasmissione incriminata, Costanzo aveva detto: “Mi voglio complimentare col gip. Dico al Csm, al Consiglio Superiore della Magistratura: fate i complimenti da parte mia a questo gip che ha deciso questo”. e senza mai fare il nome di Cantarini. Maurizio Costanzo si era rivolto direttamente all’allora ministro della Giustizia, Andrea Orlando: “Faccia un’inchiesta su questo gip perché non ha fatto quello che gli ha chiesto il pm di tenere questo qui agli arresti domiciliari, di dov’è? Di Rimini?“.

Il gip Vinicio Cantarini ha pensato di querelare Costanzo per diffamazione. Ed una sua collega, incredibile vero un “magistrato donna“, gliel’ha data vinta. Secondo la difesa del conduttore televisivo non vi era alcuna volontà diffamatoria in quelle parole, per l’accusa al contrario avrebbe offeso la reputazione della toga lasciando intendere che Gessica fosse stata sfregiata in seguito alle decisioni del gip. Costanzo ora potrà ricorrere in appello.  Per l’accusa Costanzo avrebbe invece offeso la reputazione del giudice lasciando intendere che le conseguenze gravissime derivate alla donna fossero conseguenza dell’atteggiamento inoperoso o superficiale dello stesso giudice che, non era stato sufficientemente vigile nel seguire l’evoluzione della vicenda. In realtà i fatti sembrano provare proprio questo.

Per fortuna esiste anche quella che noi definiamo la “buona Giustizia” con la “G” maiuscola. Edson Tavares 30enne originario di Capo Verde, aggressore di Gessica Notaro che era stato lasciato a piede libero dal Gip di Rimini, è stato condannato in secondo grado nel novembre del 2018 a 15 anni, 5 mesi e venti giorni. Pena lievemente calata, rispetto ai 18 anni del primo grado (10 anni nel processo per l’aggressione e 8 in quello per stalking), ma che sostanzialmente conferma la gravità dei fatti che qualcuno aveva valutato in maniera più superficiale .

L’ avvocata di parte civile Elena Fabbri, aveva commentato duramente: “Per Gessica è un fine pena mai, ogni giorno che si guarderà allo specchio non vedrà più se stessa, ha subìto un omicidio di identità”. Resta da chiedersi cosa avrebbero detto e fatto il Gip Cantarini ed il giudice Maria Elena Cole del Tribunale di Ancona se qualcuno avesse fatto la stessa cosa, cioè sfregiare con l’acido la faccia di una loro moglie, o di una loro figlia. Ce lo chiedono i lettori e noi ci associamo a loro. Chissà cosa ne pensano il ministro di Giustizia, ed il Csm. Chiedere un’opinione è forse diventato un reato ? Redazione CdG 1947

Vietato ironizzare sul gip in televisione. Condanna con risarcimento per Costanzo. Il conduttore si era "complimentato" con la toga che non aveva disposto gli arresti per l'uomo che sfregiò con l'acido Gessica Notaro. Massimo Malpica il 4 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Guai a criticare i magistrati. Chiedere per conferma a Maurizio Costanzo, condannato a un anno di reclusione per sarcasmo. O, per essere precisi, condannato per diffamazione di un Gip, aggravata dal mezzo radiotelevisivo. Il giudice in questione è Vinicio Cantarini, in servizio al tribunale di Rimini. Il caso risale a cinque anni e mezzo fa, aprile 2017. Ospite del salotto tv di Costanzo era Gessica Notaro: la ragazza tre mesi prima, il 10 gennaio, era stata sfregiata con l'acido dal suo ex fidanzato, Edson Tavares, che già prima di quell'ultimo gesto aveva mostrato la sua indole violenta. Proprio Gessica, raccontando la sua terribile esperienza al presentatore, aveva ricordato come fosse stato proprio quel gip, in seguito a una precedente denuncia per stalking contro Tavares, a chiedere per l'uomo il solo divieto di avvicinamento e l'obbligo di dimora notturna e non, come richiesto dal pm, gli arresti domiciliari.

«L'ho denunciato sperando che la facesse finita. Vorrei sapere perché il pm ha deciso che andava arrestato e invece il gip gli ha dato solo gli obblighi domiciliari. Il giudice ha sentito solo la versione di Tavares, non la mia», s'era sfogata la ragazza. Costanzo aveva preso le sue parti attaccando il gip. «Complimenti a questo gip aveva detto vogliamo dire il nome del gip che ha fatto questo? Io mi voglio complimentare col gip. Dico al Csm: fate i complimenti da parte mia al gip che ha deciso questo». E aggiungendo, in collegamento telefonico con l'allora Guardasigilli Andrea Orlando, il suggerimento di indagare sul giudice.

Il nome di Cantarini, in realtà, non era stato fatto, anche se il riferimento era inequivocabile. E nemmeno l'arresto almeno dal punto di vista cronologico, e senza considerare l'effetto dissuasorio di una misura più severa - avrebbe cambiato le cose, considerato che Tavares sarebbe tornato libero il 30 dicembre 2016, undici giorni prima del suo attacco con l'acido alla ragazza. Proprio il gip aveva rimarcato questo punto, sottolineato anche nell'alzata di scudi a sua difesa dell'avvocatura riminese e dell'Anm, che oltre a rimarcare la correttezza formale del provvedimento adottato dal gip (Tavares non aveva violato quel divieto di avvicinamento), avevano condannato la «gogna mediatica» contro il collega, risparmiando solo Gessica dalle critiche. Ma all'interessato non era bastata la difesa di casta. Cantarini aveva diffidato Costanzo, e quest'ultimo lo aveva invitato in trasmissione, a maggio 2017, suggerendo di chiudere la questione offrendogli il diritto di replica: «Sono disponibile ad ospitarla per ascoltare la sua versione», aveva spiegato il conduttore. Ma Cantarini aveva in mente una diversa soluzione. Il giudice riminese ha preferito querelare Costanzo per quei «complimenti» sarcastici, e il 30 novembre scorso un altro giudice, Maria Elena Cola del tribunale di Ancona, ha dato ragione al collega. Stabilendo che è stato vittima di diffamazione aggravata, condannando Costanzo - che ha 85 anni - a un anno di reclusione, e infine subordinando la sospensione della pena al pagamento di un risarcimento danni a Cantarini di 40mila euro.

Lara Sirignano per corriere.it il 26 luglio 2022.

C ‘è una rogatoria internazionale in Egitto nell’agenda dei pm di Palermo che indagano sulla morte di Andrea Mirabile, il bimbo palermitano di 6 anni che ha perso la vita a Sharm El Sheik il 2 luglio, mentre era in vacanza con i genitori in un resort. Un viaggio, quello della Procura, che indaga per omicidio colposo a carico di ignoti, che aiuterebbe gli inquirenti a ricostruire gli ultimi giorni di Andrea: dall’arrivo a Sharm, il 26 giugno, ai primi sintomi di quella che i medici egiziani hanno definito una intossicazione alimentare, fino al decesso. 

La Procura — l’inchiesta è coordinata dall’aggiunto Ennio Petrigni e dal pm Vittorio Coppola — avrebbe intenzione di acquisire tutta la documentazione medica rilasciata dall’ospedale di Sharm in cui Andrea è morto e in cui è stato ricoverato, fino al trasferimento a Palermo con un volo-ambulanza, il padre, Antonio Mirabile, che ha avuto gli stessi sintomi del figlio e ha riportato danni ai reni e al cuore.

Meno gravi le condizione della madre, Rosalia Manosperti, incinta di 5 mesi, guarita dopo due giorni. Ma distrutta dopo la perdita del bimbo. I magistrati italiani hanno, inoltre, intenzione di sentire una serie di testimoni: dai medici dell’ospedale di Sharm che hanno avuto in cura Mirabile e hanno cercato di soccorrere Andrea, arrivato in fin di vita, al personale del Sultan Garden, il resort di lusso in cui la famiglia alloggiava.

La coppia, sentita venerdì scorso dalla polizia delegata dai pm, ha ribadito di aver mangiato solo all’interno della struttura. Una circostanza che gli inquirenti vogliono verificare dal momento che nessun altro ospite dell’albergo ha avuto sintomi da intossicazione. Andrea e i suoi sarebbero stati gli unici a essersi sentiti male: dato che ha fatto sorgere dubbi sulla causa della morte del bambino. E a dipingere altri scenari e ipotizzare altre cause della tragedia sono anche i medici del Policlinico di Palermo che hanno avuto in cura Antonio Mirabile e che, per i sintomi denunciati e i danni riportati dal paziente, hanno parlato di intossicazione da contatto o ambientale. 

Il caso, già molto difficile, potrebbe ulteriormente complicarsi perché sulla vicenda, secondo quanto prevede il codice penale, potrebbe scattare la giurisdizione egiziana, determinata dal fatto che il presunto responsabile della morte di Andrea si trova in uno Stato estero, in Egitto cioè. In questo caso l’autorità giudiziaria italiana può comunque svolgere indagini — è già stata effettuata una autopsia sul corpo del bambino — e compiere la rogatoria, ma se il fascicolo non fosse più a carico di ignoti e si procedesse a una iscrizione nel registro degli indagati, il caso passerebbe all’Egitto.

«Per noi è comunque fondamentale aver ottenuto una nuova autopsia dopo quella eseguita a Sharm, che, quanto a osservanza dei parametri medico-legali, aveva sollevato non pochi dubbi» ha detto l’avvocato Filippo Polizzi, legale dei Mirabile. La coppia, dopo le dimissioni di Antonio, è tornata a casa. Ancora chiusi nel loro dolore i genitori di Andrea cercano di recuperare un po’ di serenità.

Bimbo morto a Sharm, la procura sentirà i genitori: «Dubbi sull'intossicazione alimentare». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera il 15 luglio 2022.

I magistrati pensano che le cause della morte del piccolo e del grave malore del padre possano essere altre. Gli elementi che non tornano: i sintomi e il fatto che nessun altro nel resort sia stato male. Domani i funerali del piccolo Andrea. 

Potrebbero essere sentiti dai magistrati palermitani già all’inizio della prossima settimana Rosalia Manosperti e Antonio Mirabile, i genitori del piccolo Andrea, morto a sette anni a Sharm el-Sheikh , il due luglio scorso, mentre era in vacanza in un resort con la famiglia. I pm del capoluogo siciliano che indagano sul decesso — una inchiesta è stata aperta anche dalla Procura egiziana — attendono, prima di sentire la coppia, che siano celebrati i funerali di Andrea, fissati per domani alle 10 nella chiesa di San Basilio.

Una testimonianza essenziale quella dei due genitori che dovranno ricostruire tutto ciò che hanno fatto dall’arrivo a Sharm, il 26 giugno: luoghi ed eventuali locali frequentati e persone incontrate. L’esigenza della Procura, coordinata dall’aggiunto Ennio Petrigni, è avere un quadro chiaro soprattutto alla luce del sospetto che la causa del decesso del bambino possa non essere stata un’intossicazione alimentare.

La tesi, sostenuta anche dai medici egiziani che hanno tentato di curare Andrea, non convince molto gli inquirenti per diversi motivi. Innanzitutto: i sintomi denunciati. Né il piccolo né i suoi familiari, che pure sono stati male, avrebbero avuto dissenteria, tipica manifestazione dell’intossicazione. Al padre, poi, al ricovero a Palermo dopo il trasferimento dall’Egitto con un volo ambulanza, sono state diagnosticate una insufficienza renale e una infezione alle vie urinarie e non problemi intestinali. «Il paziente — dicono dal policlinico di Palermo — ha avuto i sintomi di una intossicazione che potrebbe essere ambientale o da contatto».

Nessuno poi nel resort in cui la famiglia alloggiava, il Sultan Garden, avrebbe avuto disturbi legati al cibo. Solo Andrea e i genitori — in particolare il padre che verrà dimesso oggi — hanno avuto problemi di salute. I Mirabile avrebbero raccontato ai familiari di aver mangiato nel ristorante à la carte dell’albergo e non al buffet. I legali della coppia — gli avvocati dello studio Giambrone & partners — chiederanno al resort le immagini delle telecamere interne, che dovrebbero chiarire cosa hanno cenato e il loro stato di salute, fugando i dubbi sollevati da fonti egiziane che hanno riferito che la coppia avrebbe avuto sintomi ben prima del momento in cui si è recata alla guardia medica. Ma, dicono gli inquirenti, i genitori di Andrea non sono stati certamente i soli a cenare à la carte, ed è comunque strano che nessun altro si sia sentito male. Interrogativi che non sono stati sciolti ancora dalle due autopsie eseguite sul corpo del bambino. Né quella fatta a Sharm, i cui esiti non saranno noti prima di uno-due mesi, anche se le autorità locali hanno fatto sapere che accelereranno i tempi, né quella fatta a Palermo. Per conoscerne i risultati si dovrà aspettare infatti i risultati degli esami sui campioni degli organi prelevati.

Laura Anello per “La Stampa” il 16 luglio 2022.

Per giorni hanno cercato di capire che cosa abbia mai mangiato il piccolo Andrea Mirabile, sei anni, per morire a Sharm el-Sheik nell'arco di trentasei ore, in preda a dolori allo stomaco e sempre più debole. 

Adesso gli inquirenti della procura di Palermo - che indagano parallelamente a quelli egiziani - ipotizzano che non di intossicazione alimentare si sia trattato, ma di una forma di avvelenamento, forse «da contatto». 

Il cuore del giallo non sarebbe più che cosa ha mangiato Andrea (e con lui suo padre Antonio, finito in rianimazione e adesso fuori pericolo, e limitatamente la madre Rosalia Manosperti, che ha avuto lievi sintomi) ma che cosa abbia potuto toccare o inalare. E dove lo abbia potuto fare, in una vacanza organizzata, dove i tempi sono contingentati e le esperienze comunque standardizzate a misura di famiglia.

Ancora solo ipotesi, nell'attesa di ascoltare i genitori lunedì e di passare in rassegna con loro tutti gli spostamenti che hanno fatto durante la vacanza nel resort cinque stelle «Sultan Garden», una vacanza cominciata il 26 giugno in salute e conclusa il 2 luglio con la morte di Andrea e il ricovero del padre. 

Sono ancora solo supposizioni, perché le prime vere risposte arriveranno con l'autopsia, fatta sia in Egitto che a Palermo, i cui risultati arriveranno non prima di un mese, probabilmente due. Supposizioni che si basano su alcuni elementi. Primo: padre e figlio non avrebbero avuto dissenteria (tipica manifestazione di intossicazione alimentare), come si era detto nei primi giorni. Il padre, al momento del ricovero, non aveva danni a carico dell'intestino, ma insufficienza renale e un'infezione alle vie urinarie.

Secondo: nessun altro ospite del resort ha avuto sintomi di alcun tipo, pur avendo mangiato negli stessi ristoranti dove ha mangiato la famigliola palermitana. I Mirabile hanno raccontato di avere mangiato à la carte e non al buffet, ma non sarebbero stati i soli. 

Dall'Egitto trapelano dubbi sul fatto che la famiglia sia stata male ben prima di rivolgersi alla guardia medica, contro cui i legali hanno sporto denuncia. Sono state 36 le ore di malessere o sono stati tre lunghi giorni? E su questo probabilmente sarà battaglia. Per questo gli avvocati dello studio Giambrone & partners, incaricati di seguire il caso in tutti i suoi aspetti penali e civili, chiederanno di acquisire le immagini delle telecamere interne del resort per acquisire - oltre che prova di ogni spostamento - indicazioni sulle condizioni di salute di Andrea e dei genitori.

Ma anche uno stato di apparente benessere potrebbe essere opinabile: ci sono infezioni, intossicazioni, avvelenamenti che scatenano i loro effetti in modo non immediato. Solo gli esami tossicologici sul cadavere potranno parlare. Mentre è da chiarire anche la voce di una gita in barca che la famiglia avrebbe fatto allontanandosi dal resort, ma si tratterebbe sempre di gite organizzate e strettamente controllate. 

Che cosa avrà mai potuto incontrare Andrea sul suo cammino o nelle acque del Mar Rosso? Gli inquirenti si aspettano di dipanare molti dubbi ascoltando i genitori, nonostante i legali abbiano fatto sapere che la madre - incinta al quarto mese di una bambina - non riesce neanche a parlare con i familiari.

La donna è passata in pochi giorni dalla gioia di una vacanza, con il suo bambino che si divertiva tra le piscine dell'albergo e i giochi, al peggiore dei lutti e all'angoscia per il marito, anche lui nei primi giorni in pericolo di vita. 

È stata lei a lanciare un appello alle autorità italiane perché consentissero il rientro in Italia del coniuge con un aereo-ambulanza attrezzata per il trasporto di malati gravi. Il cadavere di Andrea è tornato invece con un aereo di linea da solo, tragico contrappasso a quel gioioso decollo fatto in tre alla volta dell'Egitto.

Lara Sirignano per corriere.it il 12 gennaio 2023.

Avvelenamento da contatto con sostanze tossiche: potrebbe essere questa la causa della morte di Andrea, il bimbo palermitano di sei anni che ha perso la vita a Sharm el-Sheikh a luglio scorso, mentre si trovava in vacanza in un resort sul mare con i suoi genitori, Antonio Mirabile e Rosalia Manosperti, allora incinta di 5 mesi. È questa l’ipotesi investigativa più accreditata dopo i primi accertamenti medico-legali che avrebbero, dunque, accantonato la pista dell’intossicazione alimentare avanzata, subito dopo la tragedia, dai sanitari egiziani che visitarono il bambino e i genitori.

 In quei giorni anche il padre e la madre della piccola vittima, infatti, si sentirono male e, allarmati, l’1 luglio, si rivolsero alla guardia medica che si trovava vicino al resort. Vennero dimessi poco dopo con la prescrizione di un farmaco per le intossicazioni alimentari. Ma le condizioni di Andrea e del padre non migliorarono e il giorno successivo. Rosalia, che rispetto al resto della famiglia aveva sintomi più lievi, chiamò l’ambulanza. I l figlio morì prima di arrivare all’ospedale internazionale di Sharm nonostante vari tentativi di rianimazione. Il padre fu ricoverato in Rianimazione e tenuto per giorni in coma farmacologico. Trasportato con un aereo ambulanza in Italia, finì al Policlinico di Palermo con gravi problemi renali e una infezione alle vie urinarie, ma si salvò.

 Dopo l’esposto dei Mirabile sulla vicenda ha aperto una inchiesta la Procura di Palermo. Sulla salma del piccolo era stata eseguita una prima autopsia in Egitto, ma i pm del capoluogo hanno incaricato i medici legali italiani di ripetere l’esame. Nel corso delle operazioni però il consulente dei magistrati, la dottoressa Stefania Zerbo, ha chiesto di poter visionare le conclusioni dei colleghi egiziani, che avevano avuto a disposizione elementi maggiori, a cominciare dal contenuto dello stomaco bambino, per poter arrivare a una soluzione del giallo. Solo dopo mesi la relazione dei sanitari egiziani è stata fatta avere al pm Vittorio Coppola che ha incaricato un interprete di tradurla dall’arabo. Una volta tradotto, il documento — 200 pagine in tutto — verrà consegnata al medico-legale palermitano.

Per avere una risposta definitiva, dunque, si dovranno aspettare ancora mesi , ma i primi accertamenti medico-legali un punto l’avrebbero già messo escludendo l’ipotesi egiziana dell’intossicazione alimentare. D’altronde alla tesi che a uccidere Andrea fosse stato il cibo gli inquirenti italiani non hanno mai davvero creduto. Intanto per i sintomi avvertiti dai genitori e dal piccolo: vomito e nausea, ma non dissenteria. La coppia, sentita dalla polizia, inoltre, ha sempre sostenuto di aver mangiato soltanto all’interno del resort, il Sultan Garden, e di aver prevalentemente scelto il ristorante a la carte invece del buffet.

Come è possibile dunque che nessun altro turista ospite della struttura nello stesso periodo si sia sentito male? Ma allora con quale sostanza letale possono essere venuti a contatto Andrea e i suoi genitori? La coppia ha fatto solo un’escursione in barca durante la vacanza, trascorsa prevalentemente all’interno del resort. Le indagini dunque dovrebbero concentrarsi sui luoghi dell’albergo frequentati dai tre italiani. A cominciare dalla stanza in cui alloggiavano i Mirabile. Sotto sequestro solo per pochi giorni, la camera è stata nuovamente occupata dai clienti del Sultan Garden: trovare indizi lì, insomma, è ormai praticamente impossibile. «Vogliamo sapere cosa è accaduto ad Andrea — dice lo zio Roberto Manosperti —. Abbiamo atteso mesi, attenderemo tutto il tempo necessario. Nessuno ci riporterà mio nipote, che è nei nostri pensieri ogni istante, ma alla verità abbiamo diritto».

"Il veleno per un contatto" la tesi sulla fine di Andrea. Non si è trattato di intossicazione alimentare Il pm aspetta la traduzione del referto egiziano. Valentina Raffa il 13 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Avvelenamento da contatto. Potrebbe essere questa la causa della morte del piccolo Andrea Mirabile, 6 anni, di Palermo, avvenuta lo scorso 2 luglio mentre era in vacanza con i genitori al Sultan Garden resort, struttura a 5 stelle a Sharm El Sheik, in Egitto. È la nuova pista seguita dalla procura di Palermo.

È venuta meno l'ipotesi che a causare il decesso del bimbo possa essere stata un'intossicazione alimentare e ora gli sforzi di chi indaga si concentrano a scoprire con cosa sia venuto a contatto il cibo servito ad Andrea e ai suoi genitori, anche loro finiti in ospedale, o, ipotesi più remota, cosa abbiano toccato. La risoluzione del giallo, però, chiede tempi lunghi, perché bisognerà attendere la traduzione della corposa relazione redatta dal medico egiziano che ha effettuato i primi accertamenti sul corpicino. Si tratta di 200 pagine, che riveleranno, tra le altre cose, il contenuto dello stomaco del bambino. Senza questa informazione fondamentale, non si potrà chiudere il caso e consegnare ai familiari la verità che chiedono di conoscere da luglio, dopo che quella che doveva essere una vacanza da sogno si è trasformata in tragedia cambiando per sempre le loro vite.

Era il 2 luglio quando il piccolo Andrea, papà Antonio, 46 anni, operaio dell'Anas, e mamma Rosalia, 35 anni e in dolce attesa da 5 mesi (oggi mamma di una bimba), già ospiti del resort dal 26 giugno, hanno accusato i primi malori vomitando incessantemente. Dapprima sono stati accompagnati alla guardia medica dell'hotel, dove è stata fatta loro una flebo con soluzione fisiologica e sono state somministrate tre pillole per le intossicazioni alimentari, ma, visto che continuavano a vomitare, il giorno dopo i tre sono tornati in «clinica» ed è lì che, pochi minuti dopo, è morto Andrea. Anche il papà stava malissimo ed è finito in Rianimazione, con sintomi di inizio blocco renale, rene ingrossato, problemi respiratori e un'ossigenazione bassissima e, una volta rientrato in Italia, è stato ricoverato al Policlinico di Palermo.

La prima a fare rientro in Italia fuori pericolo è stata Rosalia, che ha denunciato i medici egiziani per negligenza e, referti in mano, con la famiglia si è rivolta alla procura. Non li hanno tranquillizzati, infatti, gli esami tossicologici effettuati in Egitto e la rassicurazione del ministero della Salute egiziano che, stando a quanto ha riferito lo zio, «esclude l'avvelenamento». La procura di Palermo ha incaricato un anatomopatologo, un pediatra e un infettivologo per l'autopsia sul corpicino di Andrea, che è stata effettuata il 13 luglio all'Istituto di Medicina legale del Policlinico di Palermo, ma non ha chiarito le cause del decesso. Per questo è stata chiesta la relazione del medico legale egiziano che ha svolto l'autopsia in Egitto, e solo da pochi giorni questa è giunta al pm Vittorio Coppola, che coordina l'inchiesta e ha incaricato un interprete per la traduzione. Si ipotizza un avvelenamento da contatto. «Vogliamo sapere cosa è accaduto ad Andrea dice lo zio Roberto Manosperti - Attenderemo tutto il tempo necessario. Nessuno ce lo riporterà indietro, ma alla verità abbiamo diritto».

Enea Conti per corrieredibologna.corriere.it il 12 gennaio 2023.

A poco più di cinque mesi dalla tragedia di Giulia e Alessia Pisanu, le due sorelle originarie di Castenaso morte a Riccione dopo essere state investite da un treno Frecciarossa la mattina del 31 luglio scorso, il pubblico ministero Giulia Bradanini della Procura di Rimini ha chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto per omicidio colposo nelle ore successive al dramma.

 Stando alle indagini svolte in questi mesi, le due ragazze di 15 e 17 anni non avevano assunto né droga né alcool e l’investimento non sarebbe riconducibile ad un gesto estremo di entrambe o una delle due. L’avvocato della famiglia Pisanu, Roberto Senis del foro di Cagliari ha comunicato la volontà dei congiunti delle due ragazze di non opporsi alla richiesta di archiviazione, ora al vaglio del Gip.

Il dramma: scagionato il macchinista del treno

Erano le sette del mattino del 31 luglio quando Giulia e Alessia Pisanu furono travolte da un treno Frecciarossa alla stazione di Riccione. Avevano passato la serata a Riccione dopo essere arrivate in Riviera da Castenaso, come tanti giovani, anche adolescenti. Il drammatico incidente era parso sin da subito come il tragico esito di una fatalità: già all’inizio di settembre le analisi della «scatola nera» installata a bordo del treno ad alta velocità che viaggiava in direzione Bologna hanno di fatto scagionato il macchinista da ogni responsabilità.

 Le polemiche sui social

Eppure, ben prima delle indagini, nelle ore successive al dramma, il comune di Riccione fu costretto persino a interdire gli utenti dei social network che seguono le pagine ufficiali dell’amministrazione, dallo scrivere commenti. Alcuni, feroci, erano al padre delle due ragazze con cui viveva a Castenaso.

 «Non provo rabbia – aveva spiegato il padre Vittorio Pisanu – è un capitolo chiuso. Io so bene quello che ho fatto per le mie figlie. Ho la coscienza pulita e quando in cuor tuo sai di aver fatto tutto quello che un cuore di padre può fare per le proprie figlie, si può provare fastidio per la banalizzazione del male contenuto in certe frasi e certe accuse, ma non rabbia, perlomeno per me è così. Giulia e Alessia erano due bellissime ragazze e piene di vita, avrebbero avuto un futuro radioso davanti».

 «Ora è ufficiale quel che già era noto. Giulia e Alessia non erano né sotto effetto di alcool né di droga. Io e la famiglia teniamo a sottolineare quello che è un dato di fatto alla luce delle tante illazioni riferite nelle ore drammatiche successive alla tragedia» è la considerazione amara dell’avvocato Roberto Senis.

Chiesta l'archiviazione. Giulia e Alessia investite e uccise da un treno a Riccione, zittiti gli hater: “Niente alcol, droga o gesto estremo”. Redazione su Il Riformista il 12 Gennaio 2023

Giulia e Alessia Pisano, le due sorelle di 15 e 17 anni originarie di Castenaso morte a Riccione dopo essere state investite da un treno Frecciarossa la mattina del 31 luglio, non avevano assunto né droga né alcol e l’investimento non sarebbe riconducibile ad un gesto estremo. A quasi sei mesi dalla tragedia avvenuta la mattina del 31 luglio scorso, il pubblico ministero Giulia Bradanini della Procura di Rimini ha chiesto l’archiviazione del fascicolo aperto per omicidio colposo nelle ore successive al dramma.

Le due sorelle furono travolte e uccise alle sette del mattino dal Frecciarossa alla stazione di Riccione. Avevano passato la serata come tanti giovani adolescenti e non nella località marittima, una delle capitali del divertimento estivo, dopo essere arrivate in Riviera da Castenaso, comune della provincia di Bologna.

Le indagini sulla tragedia, partite all’inizio di settembre con le analisi della scatola nera installata a bordo del treno ad alta velocità che viaggiava in direzione Bologna, hanno scagionato il macchinista da ogni responsabilità. Ma nelle ore successive al dramma, il comune di Riccione fu costretto a interdire gli utenti dei social network che seguono le pagine ufficiali dell’amministrazione, dallo scrivere commenti.

Sui social si erano scatenate feroci accuse ai familiari, alcune dirette al padre delle due ragazze con cui vivevano a Castenaso. “Non provo rabbia – aveva spiegato il genitore – è un capitolo chiuso. Io so bene quello che ho fatto per le mie figlie. Ho la coscienza pulita e quando in cuor tuo sai di aver fatto tutto quello che un cuore di padre può fare per le proprie figlie, si può provare fastidio per la banalizzazione del male contenuto in certe frasi e certe accuse, ma non rabbia, perlomeno per me è così. Giulia e Alessia erano due bellissime ragazze e piene di vita, avrebbero avuto un futuro radioso davanti”.

Oggi che è ufficiale quel che già era noto al padre Vittorio Pisano, “Giulia e Alessia non erano né sotto effetto di alcool né di droga. Io e la famiglia teniamo a sottolineare quello che è un dato di fatto alla luce delle tante illazioni riferite nelle ore drammatiche successive alla tragedia” conferma l’avvocato Roberto Senis.

Incidente a Riccione, l’ultima telefonata di Giulia e Alessia Pisanu al padre: «Tranquillo, ora torniamo». Riccardo Bruno su Il Corriere della Sera il 2 Agosto 2022.

Giulia e Alessia portate in stazione da un 24enne: «Erano stanche». Le indagini della Polizia ferroviaria propendono per un tragico incidente mentre attraversavano i binari. La Procura apre un fascicolo senza ipotizzare reati

Alessia alle sei del mattino di domenica ha chiamato il padre. Lui ha visto un numero sconosciuto e si è preoccupato. «Tranquillo papà. Il mio cellulare è scarico, a Giulia lo hanno rubato. Va tutto bene, stiamo andando in stazione e torniamo a casa». Vittorio Pisanu si è rincuorato, ignaro della tragedia che stava per devastare la sua famiglia, le sue due figlie adolescenti, Giulia che avrebbe compiuto 17 anni il 30 settembre, e Alessia che ne avrebbe fatti 15 a Ferragosto, da sempre unite, stavano per essere spazzate via da un treno.

Sono arrivate alla stazione di Riccione poco prima delle 7, accompagnate da un ragazzo toscano di 24 anni e da un suo amico che avevano conosciuto poco prima in discoteca, che gli avevano prestato il cellulare per chiamare casa. Quello che è successo dopo, gli agenti della Polizia ferroviaria lo stanno ancora ricostruendo grazie a una decina di testimonianze, perché le telecamere della stazione, cinque di cui tre puntate sui binari, non le avrebbero mai inquadrate.

I racconti sembrano concordi: una delle due, quasi sicuramente Giulia, la più grande, si toglie gli stivaletti e scende sui binari. Poco prima aveva scambiato una battuta con il titolare del bar che ora ricorda: «Mi ha detto che le avevano rubato il telefonino, che non aveva soldi. L’ho vista raggiungere l’altra ragazza e poi le ho viste giù sui binari».

In quel momento, fermo nella banchina opposta, c’è un regionale diretto verso sud. Il binario 1 è invece vuoto, ma sta per arrivare un Frecciarossa che non prevede fermate ed è lanciato a piena velocità. I due macchinisti hanno testimoniato di aver visto la sagoma di una ragazza ferma davanti a loro e di aver azionato subito la tromba d’allarme. Questione di attimi. Giulia rimane lì in mezzo, qualcuno testimonia di averla vista guardare il treno che le viene addosso, altri che è rivolta dall’altro lato. Intanto anche Alessia è scesa sui binari, forse per avvertire la sorella del pericolo, forse capisce che ormai è troppo tardi e tenta di tornare indietro. Tutto inutile. È stato un lavoro straziante recuperare i resti delle due sorelle sparsi per centinaia di metri, domenica ci sono volute ore per capire chi fossero le vittime.

Perché Giulia e Alessia erano sui binari? Gli uomini della Polfer, coordinati dalla pm Giulia Bradanini della Procura di Rimini, tendono a escludere l’ipotesi di un suicidio, e propendono per una «condotta incauta». Forse non volevano perdere il treno che le avrebbe riportate a casa, ma quello diretto a Bologna era partito già da una decina di minuti. Forse non lo hanno capito, è possibile che si siano confuse, di sicuro erano stanche.

Erano arrivate da Castenaso nel pomeriggio di sabato. Un giro a Riccione, poi tutta la notte in discoteca, al Peter Pan sulle colline. Il ragazzo che le ha accompagnate in stazione ha riferito di averle notate mentre ballavano e poi le ha riviste all’uscita. «Giulia era distesa a terra, esausta». Non c’erano taxi a quell’ora, così si è offerto lui. «Erano distrutte ma mi sembravano lucide, normali» ha detto agli agenti.

La Procura ha aperto un fascicolo, senza ipotizzare reati e senza indagati. Visto lo stato in cui sono ridotti i corpi, trapela che non sarà effettuato alcun esame tossicologico mentre sarà fatto quello del Dna. Non tutto è stato ancora chiarito e probabilmente non lo sarà mai. E forse non conta neanche tanto saperlo.

Incidente a Riccione, i punti oscuri e le parole della mamma di Giulia e Alessia Pisanu: «Non me lo spiego, erano ragazze responsabili». Alessandro Fulloni, inviato a Castenaso, su Il Corriere della Sera il 3 Agosto 2022.

La donna tornata dalla Romania. Il padre: «Non volevo che andassero in discoteca, poi ho ceduto». I funerali aperti a tutti. 

«Io non volevo che andassero in discoteca sabato sera. Ma loro hanno insistito, insistito... Mi hanno preso per sfinimento. E alla fine ho ceduto, ho detto sì...». Sono le parole che Vittorio Pisanu, il papà di Giulia e Alessia, le due sorelle di 16 e 14 anni travolte e uccise domenica mattina da un Frecciarossa sul binario 1 della stazione di Riccione, ha confidato a uno dei suoi più cari amici andato ieri ad abbracciarlo a casa, nella sua villa a Castenaso, a 10 minuti da Bologna. Prima di salire sull’auto e andare via assieme alla moglie, proprio questo amico — sui sessant’anni, gli occhi arrossati per le lacrime  — scambia qualche breve parola con i giornalisti che sostano fuori dal cancello. «Vittorio è un uomo distrutto, non si dà pace — racconta —. Ha detto solo che sabato sera si sentiva molto stanco... Forse anche per questo le ragazze sono riuscite a convincerlo». Il papà però avrebbe posto una condizione tassativa: «Giulia, Alessia, vi vengo io a prendere a Riccione. E su questo non si discute».

È andata purtroppo diversamente, come hanno ricostruito gli agenti della Polfer dell’Emilia-Romagna. È Alessia, verso le sei del mattino, a telefonare al genitore (originario di Senorbì, Sud Sardegna, dove a giugno era stato in vacanza con le figlie). La secondogenita usa il cellulare di un ventiquattrenne conosciuto poco prima fuori dal Peter Pan, una delle discoteche più celebri della Riviera, e che alle due sorelle dà un passaggio sino alla stazione. Vittorio vede il numero che non ha in memoria e si preoccupa. Ma la figlia lo rassicura subito: «Tranquillo papà. Il mio cellulare è scarico, a Giulia lo hanno rubato. Va tutto bene, stiamo andando in stazione e torniamo a casa». Clic. Poi c’è il treno che travolge Giulia e Alessia. I macchinisti vedono le ragazze tra le rotaie. Frenano, lampeggiano, suonano la sirena. La scena dura 12 secondi, devastanti. La sedicenne rimane lì in mezzo, qualcuno testimonia di averla vista guardare il Frecciarossa che le viene addosso, altri che è rivolta dall’altro lato. Intanto anche Alessia è scesa sui binari, forse per avvertire la sorella del pericolo, forse capisce che ormai è troppo tardi e tenta di tornare indietro senza gli stivali che si è tolta poco prima, chissà perché.

«Tante domande che rimarranno senza risposta. Erano due ragazze molto responsabili, non mi spiego» questa tragedia dice piangendo la mamma delle sorelle, Tatiana, rumena, separata da Vittorio da circa un anno, e rientrata ieri mattina, assieme a sua madre, da Bacau, dopo aver preso il primo volo disponibile. La donna, che parla per bocca del sindaco Carlo Gubellini, si è detta devastata da un «dolore immenso». Poi, prima di congedarsi, aggiunge: «Credo che le parole non possano descrivere ciò che provo dentro al cuore». Il primo cittadino intanto, «per volontà della famiglia», ha disposto che la cerimonia dei funerali sia aperta. «Vittorio e Tatiana ci tengono, sanno bene quanto Giulia e Alessia fossero benvolute, sanno bene che l’intera Castenaso è attonita, sgomenta e in lacrime per la loro perdita». La data delle esequie è ancora da stabilire: «Sono in contatto con la Procura: quando riconsegneranno le salme fisseremo il giorno al più presto».

Pierpaolo Lio per corriere.it il 17 gennaio 2022.

«Dalle 11.30 di mercoledì», il giorno successivo al festino, «Gabriel non si è più collegato a WhatsApp: è scomparso». A parlare è l’ultimo compagno del 27enne brasiliano trovato misteriosamente morto poche ore dopo, all’alba di giovedì, nell’appartamento di un condominio di via Marinetti, alle spalle di via Padova.

 È un ragazzo italiano, che preferisce restare anonimo, con cui Gabriel Luiz Dias Da Silva ha avuto una relazione durata diversi mesi e terminata prima delle vacanze di Natale. «L’ultimo messaggio che mi ha scritto mercoledì mattina diceva: “Ieri sono tornato da Claudio”», quel Gianclaudio D.B., pensionato 71enne, proprietario della casa, ex bancario e consulente finanziario, che ha poi scoperto il cadavere del giovane brasiliano nel letto matrimoniale e ora è indagato per omicidio colposo e omissione di soccorso. «Ancora sesso e droga — prosegue il messaggino —. Sto perdendo un sacco di chili, ma non riesco a smettere».

Poco dopo le 8 di mattina di giovedì scorso, Gabriel viene trovato steso a pancia in giù, a torso nudo, semicoperto da un lenzuolo, con il volto appoggiato su un sacchetto di plastica bianco vicino al cuscino. «Ti posso garantire che Claudio non era il suo compagno: era solo un cliente che si era invaghito di Gabriel. E lui accettava di andarci sempre perché pagava bene. I soldi, le cene fuori, la bella vita, erano il modo con cui Claudio lo teneva legato a sé».

Ci sono anche le droghe, da cui il 27enne — dopo un tentativo di disintossicarsi durante la sua relazione con il ragazzo italiano — era dipendente. «L’ultima volta che l’ho visto è stato il giorno prima di quel festino. Mi aveva confessato che dal 26 dicembre, quindi dopo che ci eravamo lasciati, era tornato a fare l’escort e a drogarsi. Gli serviva farsi anche per reggere quella vita lì, a cui si sentiva costretto per guadagnare, visto che non era in regola e i lavoretti, come l’istruttore di fitness, non erano sufficienti».

[…]

Gabriel Dias Da Silva morto a 27 anni, la «super coke» e l’ultimo sms all’ex fidanzato. Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 17 Gennaio 2023.

Il racconto dell'ex compagno, un giovane italiano: «Ci siamo lasciati il 26 dicembre e subito dopo lui ha ricominciato a fare l'escort e a drogarsi. Stava con il 70enne per fare la bella vita»

«Dalle 23.30 di mercoledì», il giorno successivo al festino, «Gabriel non si è più collegato a WhatsApp: è scomparso». A parlare è l’ultimo compagno del 27enne brasiliano trovato misteriosamente morto poche ore dopo, all’alba di giovedì, nell’appartamento di un condominio di via Marinetti, alle spalle di via Padova. È un ragazzo italiano, che preferisce restare anonimo, con cui Gabriel Luiz Dias Da Silva ha avuto una relazione durata diversi mesi e terminata prima delle vacanze di Natale. «L’ultimo messaggio che mi ha scritto quella sera diceva: “Ieri sono tornato da Claudio”», quel Gianclaudio D.B., pensionato 71enne, proprietario della casa, ex bancario e consulente finanziario, che ha poi scoperto il cadavere del giovane brasiliano nel letto matrimoniale e ora è indagato per omicidio colposo e omissione di soccorso. «Ancora sesso e droga — prosegue il messaggino —. Sto perdendo un sacco di chili, ma non riesco a smettere».

Poco dopo le 8 di mattina di giovedì scorso, Gabriel viene trovato steso a pancia in giù, a torso nudo, semicoperto da un lenzuolo, con il volto appoggiato su un sacchetto di plastica bianco vicino al cuscino. «Ti posso garantire che Claudio non era il suo compagno: era solo un cliente che si era invaghito di Gabriel. E lui accettava di andarci sempre perché pagava bene. I soldi, le cene fuori, la bella vita, erano il modo con cui Claudio lo teneva legato a sé». Ci sono anche le droghe, da cui il 27enne — dopo un tentativo di disintossicarsi durante la sua relazione con il ragazzo italiano — era dipendente. «L’ultima volta che l’ho visto è stato il giorno prima di quel festino. Mi aveva confessato che dal 26 dicembre, quindi dopo che ci eravamo lasciati, era tornato a fare l’escort e a drogarsi. Gli serviva farsi anche per reggere quella vita lì, a cui si sentiva costretto per guadagnare, visto che non era in regola e i lavoretti, come l’istruttore di fitness, non erano sufficienti».

La chiamano «PV», «super coke», la «droga degli zombie». E sembra che Gabriel ne facesse uso fin dai suoi primi tempi in Italia. È una droga sintetica che crea in poco tempo una forte dipendenza: è parente delle più conosciute metanfetamine, e si presenta sotto forma di polvere giallastra, che inalata e soprattutto fumata (cosa che garantisce una «botta» immediata) provoca euforia, eccitazione sessuale, assenza di sonno, mancanza di appetito, ma anche attacchi di panico, tachicardia, vertigini, forte ipertensione, brividi.

In quel festino nell’appartamento al quarto piano di via Marinetti, pare ne girasse parecchia. Nella casa del 71enne, la sezione Rilievi dei carabinieri ha rinvenuto tracce di droga in polvere e alcuni «bong» (pipe ad acqua) artigianali realizzati con bottigliette di plastica e cannucce. E lo stesso pensionato, giovedì, nel suo interrogatorio davanti al pm Simona Ferraiuolo e ai militari della compagnia Porta Monforte, aveva ammesso che le persone presenti a quella festa a base di sesso e droga ne avevano «fumata» molta. Gli investigatori sono in attesa dei risultati degli esami sulle tracce repertate e dei tossicologici a cui sono stati sottoposti sia il cadavere, sia il 71enne, oltre agli esiti dell’autopsia sul corpo in programma giovedì.

«Ci sentivamo ancora, anche dopo aver rotto — riprende il racconto l’ex compagno —. E ci eravamo rivisti casualmente domenica, a una serata con amici in comune. E poi di nuovo il giorno dopo. Era un ragazzo solare, divertente, ambizioso. Aveva i suoi progetti. Ora voglio che venga fuori la verità».

Intanto i genitori del 27enne, originario della regione di Porto Alegre e arrivato a Milano a marzo del 2019, hanno lanciato una raccolta fondi (a questo link) per coprire le spese «per riportare indietro Gabriel, il nostro ragazzo, e dargli una sepoltura degna dell’amore e dell’affetto che merita, perché Gabriel sulla terra era Luce e ora in cielo è ancora più Luce». «Abbiamo perso una delle persone più importanti della nostra vita», scrivono i genitori — che hanno già preso contatto con il consolato a Milano — nella petizione lanciata su un sito brasiliano per raccogliere 40mila reais (poco più di 7mila euro) per trasferire il corpo del giovane nel Paese d’origine «e potergli dire addio con l’amore e la dignità che merita».

Estratto dell'articolo di P. Lio per il “Corriere della Sera” il 14 gennaio 2023.

 […]Il suo «sogno» italiano era iniziato quattro anni fa. La sua «nuova casa»: Milano. Era qua che Gabriel Luiz Dias Da Silva aveva scelto di vivere […] È morto però giovedì, 27enne, in circostanze ancora tutte da chiarire. 

 A trovarlo al mattino cadavere, steso a pancia in giù sul letto matrimoniale, a torso nudo, semicoperto da un lenzuolo, con il volto appoggiato su un sacchetto di plastica bianco vicino al cuscino, è il padrone di casa, l'uomo che l'ha visto vivo per l'ultima volta, Gianclaudio D.B., un pensionato 71enne, ex bancario e consulente finanziario, ora indagato per omicidio colposo e omissione di soccorso. 

È con lui che il giovane brasiliano sarebbe stato in casa nei suoi ultimi due giorni di vita, dopo una serata, quella di martedì, di sesso e droga, «parecchia» droga, passata insieme a diversi amici  […].

 Dei partecipanti di quel festino - non il primo organizzato in quell'appartamento - al momento non si sa nulla. Il pensionato […] non ha saputo farne i nomi. Per questo gli investigatori sono impegnati a identificare e rintracciare chi ha passato quella serata con la coppia: stanno setacciando i due telefonini sequestrati in casa (oltre a un computer portatile) e analizzeranno il traffico telefonico registrato in quelle ore in quel quadrante.

[…]l'indagato non ha saputo indicare quali sostanze girassero per casa. Servirà perciò attendere l'esito degli esami tossicologici a cui sono stati sottoposti sia il corpo dell'istruttore di fitness, sia il 71enne, per questo accompagnato in ospedale dopo l'interrogatorio. L'autopsia, invece, è stata programmata giovedì prossimo. I due si erano conosciuti nel 2019, fin dal primo anno italiano di Gabriel. L'iniziale frequentazione  […]s' era fatta sempre più assidua, soprattutto negli ultimi mesi, dopo la rottura del rapporto tra il 71enne e il suo compagno. 

Gabriel «era da me da alcuni giorni», ha detto il pensionato. In quella torre il giovane era ormai di casa: i vicini lo vedevano regolarmente (e in un paio di occasioni avevano sentito i due litigare sul pianerottolo) e il giovane brasiliano aveva le chiavi dell'alloggio al quarto piano. È là che i due sarebbero rimasti nei due giorni successivi al festino, con Gabriel che mercoledì, dopo la colazione, «è stato male, ha preso dei farmaci ed è tornato a letto», è la versione dell'indagato, e avrebbe passato poi quasi 24 ore da solo a letto. 

 «Pensavo stesse dormendo», s' è giustificato il padrone di casa che avrebbe dormito sul divano e solo al risveglio, giovedì, scoprirà il cadavere e avviserà i soccorsi. […]

Gabriel, il modello 27enne trovato morto dopo un festino a base di sesso e droghe: indagato il compagno.  Pierpaolo Lio su Il Corriere della Sera il 13 gennaio 2023.

Da poco il giovane brasiliano era andato a convivere con un 71enne italiano, Gianclaudio D.B., incensurato, che conosceva dal 2019. Il corpo trovato sul letto, il viso su un sacchetto di plastica. Si indaga per omicidio colposo

Il corpo è steso sul letto, a torso nudo, con i tatuaggi sulla schiena coperti da un lenzuolo. Il volto è su un sacchetto di plastica appoggiato sul cuscino. Sul corpo non ci sono segni evidenti di violenza. Il cadavere di Gabriel Luiz Dias Da Silva, 27enne, origini brasiliane, viene trovato in una stanza che non è la sua. È nella camera di un palazzo di via Marinetti, alle spalle di via Padova, nell’appartamento dell’uomo con cui negli ultimi mesi il giovane avrebbe instaurato una relazione, seppur non fissa. È un 71enne italiano, Gianclaudio D.B., incensurato, che il giovane conosceva dal 2019 e con cui la frequentazione era diventata sempre più stretta dopo che il pensionato, prima dell’estate, aveva chiuso una lunga storia con il precedente convivente.

È il pensionato a chiamare i soccorsi ieri mattina. Ed è lui, a fine giornata, a risultare indagato a piede libero per omicidio colposo e omissione di soccorso. Due ipotesi per una morte ancora da chiarire (qui gli sviluppi dell'inchiesta), che le parole del sospettato, a lungo interrogato nel pomeriggio dal pm di turno Simona Ferraiuolo e dai carabinieri della compagnia Porta Monforte e del Nucleo investigativo, non hanno aiutato a ricostruire. Davanti agli investigatori, in modo ancora confuso, il 71enne, con un passato in banca prima di aprire un suo studio di consulenza finanziaria, ha raccontato quelli che sono stati gli ultimi giorni passati con il 27enne. Due giorni prima, martedì, la coppia si era infatti ritrovata nell’appartamento al quarto piano con alcuni amici, al momento non ancora identificati. Quella serata in casa è un festino a base di sesso e droghe. Non è la prima volta: i due avrebbero organizzato altre occasioni con amici durante le quali fare ampio uso di stupefacenti.

In quella torre negli ultimi tempi il giovane era di casa: «Convivevamo da alcuni giorni», spiegherà il pensionato. Gabriel aveva infatti un suo mazzo di chiavi, i vicini lo vedevano sempre più spesso. «E un paio di volte negli ultimi mesi, alla sera li avevo sentiti litigare sul pianerottolo», ricorda uno dei residenti. Anche il custode ha presente il suo volto: aveva ricevuto dal condomino disposizione di ritirare anche i pacchi indirizzati a Gabriel. Per l’indagato, da martedì i due resteranno sempre insieme nell’appartamento, anche se il custode sostiene di aver visto il ragazzo il giorno successivo mentre rientrava a casa. Comunque sia il mattino dopo Gabriel — che in precedenza viveva in un alloggio condiviso con alcuni amici, qualche piccolo precedente per reati in materia d’immigrazione e una vita che i social mostrano divisa tra la palestra, dove si allenava e lavorava come istruttore di fitness, e qualche shooting fotografico come modello — dopo la colazione con il compagno «è stato male, ha preso dei farmaci ed è tornato a letto», è ancora la versione fornita dal pensionato. Sarebbe l’ultimo momento passato nella stessa stanza.

Nei ricordi del 71enne, infatti, quella notte la coppia non avrebbe dormito insieme. Lui preferisce lasciare il giovane a riposare da solo. E per ore non varcherebbe la soglia della camera, non andrebbe mai a controllarlo. «Pensavo stesse dormendo», si giustifica davanti al magistrato. In realtà ammetterà poi di essere entrato fugacemente nella stanza solo nella tarda serata di mercoledì, «per spegnere la stufetta elettrica» e decidere di tornare in sala per il troppo caldo e finire per addormentarsi sul divano. Ieri mattina, al risveglio scopre il cadavere steso sul letto, e avvisa i soccorsi.

Per capire cosa sia davvero accaduto e chiarire se sia stato un malore, un incidente durante un gioco erotico o un omicidio saranno decisivi gli esiti degli esami tecnici disposti sul materiale sequestrato nell’alloggio (a partire dai cellulari e dal computer portatile), i risultati dei test tossicologici, che dovranno verificare quali sostanze tra droghe e farmaci abbia assunto il 27enne brasiliano nelle ore precedenti, e soprattutto l’autopsia.  

Come è morto Gabriel Da Silva? Il 27enne istruttore di fitness trovato nel letto del suo amico dopo la festa a base di sesso e droga. Massimo Pisa su La Repubblica il 13 gennaio 2023.

Indagato il padrone di casa, un 71enne di Milano che aveva invitato alcuni giovani amici gay a casa sua. E' stato lui a telefonare alla polizia. Sul corpo del ragazzo nessun segno apparente di violenza

Faceva l'istruttore di fitness, aveva 27 anni e su Instagram mostrava il suo fisico palestrato, i tatuaggi e l'orgoglio del suo coming out. Di lui restano i pensieri postati il giorno del suo ultimo compleanno: "Voglio vivere tutto. Fa parte di me. Ho sempre scelto di vivere il rimpianto delle mie scelte piuttosto che vivere una vita che non era più mia. Sempre. Sono cose che appartengono a me e alla mia storia. Io, il mio migliore amico. Incapace di nascondere ogni singola emozione che provo. Impossibile essere insensibili. Il mio intuito dice che i 27 anni saranno migliori. Grazie al mio Dio per tutto. E possa la mia strada essere lunga e felice". Non è andata così purtroppo per Gabriel Luiz Dias Da Silva, origini brasiliane e una vita ormai a Milano: i suoi 27 anni sono finiti nel letto di casa di un 71enne, amico e amante - come si è definito il pensionato davanti ai carabinieri - che aveva dato una festa, invitando alcuni giovani amici gay. Sesso e droga, poi il ritrovamento - questa è la sua versione - del corpo di Gabriel Da Silva. Morto, sul letto, con il viso appoggiato su un sacchetto di plastica e senza altri segni di violenza sul corpo nudo dalla vita in su.

Sarà solo l'autopsia a dire come è morto il 27enne, se stroncato da un mix letale di alcol e droghe, o se morto dopo un gioco erotico o ucciso da uno dei presenti. Intanto è stato indagato per omicidio colposo e omissione di soccorso il padrone di casa, il 71enne Gianclaudio Dalla Benetta, ex bancario e consulente finanziario in pensione. E' stato lui, ieri mattina, a chiamare i carabinieri dicendo di aver trovato il cadavere del suo amico nel letto dell'appartamento al quarto piano di una delle torri di via Marinetti. Ma ai carabinieri della compagnia Monforte e del Nucleo investigativo, che ieri lo hanno sentito a lungo assieme alla pm Simona Ferraiuolo, l'uomo ha raccontato una versione che al momento è tutta da verificare.

La festa è iniziata martedì sera, tra gli ospiti il 27enne: "Ci conoscevamo dal 2019, eravamo un po' amici e un po' amanti, ogni tanto veniva da me per qualche giorno ma non eravamo fidanzati", ha raccontato l'uomo, e la conferma arriva dal portinaio, "Quel ragazzo lo vedevo da almeno due anni, ormai ritiravo la posta che arrivava qui, anche i pacchi di Amazon: così mi aveva dato istruzioni il signor Dalla Benetta". Il 71enne aveva a lungo vissuto con un altro compagno, tanto che il suo nome è rimasto sul citofono, ma Gabriel era di sicuro un viso conosciuto anche ai vicini. Ai carabinieri ha spiegato che mercoledì mattina gli altri sono andati via e Gabriel ha chiesto di potersi riposare sul letto. Dalla Benetta sostiene di essersi addormentato anche lui, ma sul divano, risvegliandosi con i ricordi offuscati dalla droga e scoprendo solo allora il cadavere.

Gabriel, morto nel letto di un pensionato. "Era già senza vita". Il 27enne aveva da qualche mese una relazione con il pensionato 71enne, l'unico indagato, con cui viveva all'interno dell'appartamento dove è stato trovato privo di vita. Un festino a base di sesso e droga poco prima del decesso. Valentina Dardari il 13 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il cadavere del 27enne brasiliano Gabriel Luiz Diaz da Silva è stato trovato morto nel letto di un pensionato. Era a torso nudo e i tatuaggi sulla schiena erano coperti da un lenzuolo. Il suo viso era appoggiato sul cuscino, sopra a un sacchetto di plastica. A un primo esame il medico legale non avrebbe riscontrato segni di violenza sul corpo. Particolare degno di nota: la stanza in cui è stato rinvenuto il cadavere non era quella della vittima, bensì è situata all'interno di un condominio sito in via Marinetti, nei pressi di via Padova, in cui risiede un uomo, un pensionato incensurato di 71 anni, con cui la vittima avrebbe instaurato una relazione da qualche mese, seppur non continuativa.

La relazione tra i due uomini

Secondo quanto ricostruito, i due uomini si conoscevano dal 2019 e nel tempo, in particolare da quando il 71enne aveva chiuso una relazione importante, la loro frequentazione era diventata più assidua. Nella mattinata di ieri era stato proprio l'anziano ad allarmare i soccorsi. L'uomo, attualmente a piede libero, adesso risulta essere indagato per omicidio colposo e omissione di soccorso. Le indagini sono ancora in corso per riuscire a ricostruire cosa è avvenuto in quella stanza e negli ultimi momenti di vita della giovane vittima. L'unica persona al momento sospettata è stata ascoltata a lungo dal pubblico ministero di turno Simona Ferraiolo e dai militari della compagnia Porta Monforte e del Nucleo investigativo. Da quanto emerso, il pensionato, anche se in modo confuso, avrebbe raccontato gli ultimi giorni trascorsi con il 27enne.

Cosa è successo le sera di martedì

Martedì scorso, due giorni prima della tragedia, la coppia avrebbe passato la serata in compagnia di alcuni amici non ancora identificati. Secondo quanto riportato dal Corriere, nell'appartamento situato al quarto piano sarebbe andato in scena un festino a basa di alcol, droga e sesso. Non sarebbe comunque stata la prima volta. Da quando l'anziano aveva messo fine alla sua precedente convivenza, poco prima della scorsa estate, il giovane aveva iniziato a frequentare sempre più spesso l'abitazione. Anzi, il pensionato avrebbe proprio parlato di convivenza da alcuni giorni, tanto che il 27enne era in possesso di un mazzo di chiavi. Uno dei condomini avrebbe raccontato: "Un paio di volte negli ultimi mesi, alla sera li avevo sentiti litigare sul pianerottolo". Il custode del condominio sembra avesse avuto indicazioni di ritirare anche la posta indirizzata al ragazzo. L'indagato ha affermato di essere rimasto da martedì nell'appartamento con la vittima. Il portinaio ha detto però di aver notato il 27enne rientrare in casa il giorno dopo.

L'ultima notte di vita del giovane

In ogni caso il mattino seguente il ragazzo, che aveva alcuni piccoli precedenti per reati in materia d'immigrazione e la passione per il fitness, avrebbe assunto dei farmaci perché non si sentiva bene, per poi tornare a letto a dormire. O almeno questa sarebbe la versione del pensionato. La notte stessa i due non avrebbero condiviso lo stesso letto. L'anziano ha ammesso di avere fatto solo una visita veloce notturna, "per spegnere la stufetta elettrica". Subito dopo sarebbe tornato in soggiorno e si sarebbe addormentato sul divano. Il mattino seguente avrebbe trovato il compagno a letto, ormai privo di vita. Gli investigatori stanno seguendo diverse piste, dal gioco erotico finito in tragedia al malore improvviso, ma solo l'esame autoptico potrà aiutare ad avere delle risposte. I cellulari e il computer portatile trovati nell'abitazione sono stati posti sotto sequestro. Importanti saranno anche gli esiti degli esami tossicologici che verranno effettuati sulla salma.

Paolo Stasi ucciso a 19 anni per 5 mila euro: chiusa l’inchiesta, la madre indagata per spaccio di stupefacenti. Cinzia Semeraro su Il Corriere della Sera venerdì 6 ottobre 2023. 

La procura di Brindisi ha notificato otto avvisi di conclusione delle indagini, dei quali due per concorso in omicidio: l'accusa contestata a due ragazzi di 18 e 22 anni. Il movente sarebbe un debito di droga di 5 mila euro 

La Procura di Brindisi ha emesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari al termine dell'inchiesta per l'omicidio del 19enne Paolo Stasi, ucciso sull'uscio di casa a colpi di pistola il 9 novembre del 2022 a Francavilla Fontana, e per la presunta rete di spacciatori di sostanze stupefacenti scoperta durante le indagini avviate dopo il delitto. Sono otto le persone destinatarie del provvedimento firmato dal pubblico ministero Giuseppe De Nozza. 

I presunti assassini e lo spaccio

Accusati di concorso nell'omicidio di Stasi sono il 18enne Luigi Borracino (all'epoca dei fatti minorenne, per il quale procede la Procura per i minori di Lecce) ed il 22enne Cristian Candita. Entrambi, attualmente in carcere per il delitto, sono accusati anche di detenzione illegale di armi ed esplosione di colpi da arma da fuoco in luogo pubblico. Nell'inchiesta per spaccio di droga è indagata anche la madre della vittima, Annunziata D'Errico, di 53 anni. È accusata in concorso di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente con Borracino, Candita e altre cinque persone: Pasquale Moldavio di 31 anni, Giovanni Di Cesaria di 25, Marirosa Mascia di 25, Sara Canovari di 21 e il 40enne Cosimo Candita. Nell'atto della Procura viene evidenziato che l'omicidio sarebbe stato commesso «per un futile motivo, un debito di 5mila euro contratto con Borracino» da Stasi e dalla madre «per il consumo di sostanza stupefacente» del tipo hascisc e marijuana. Gli stupefacenti venivano confezionati ai fini di spaccio nell'abitazione della famiglia Stasi, a seguito di un accordo tra Borraccino e D'Errico. Sia Stasi sia la mamma - secondo l'accusa - consumavano la sostanza stupefacente e l'avrebbero pagata solo in parte. 

Nell'atto, che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio, vengono ricostruite oltre alle fasi dell'omicidio, anche la presunta fitta rete legata all'attività di spaccio, con una serie di spostamenti per l'acquisto di droga che alcuni degli indagati avrebbero compiuto tra le provincie di Brindisi, Taranto e Bari. La famiglia di Stasi (padre, madre e sorella del 19enne) è assistita, come parte offesa, dall'avvocato Domenico Attanasi. 

Omicidio Stasi a Francavilla F.na: avviso fine indagine, 8 indagati. Sono otto le persone destinatarie del provvedimento firmato dal pubblico ministero Giuseppe De Nozza. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 6 Ottobre 2023

La Procura di Brindisi ha emesso un avviso di conclusione delle indagini preliminari al termine dell’inchiesta per l’omicidio del 19enne Paolo Stasi, compiuto con colpi di pistola il 9 novembre del 2022 a Francavilla Fontana, e per la presunta rete di spacciatori di sostanze stupefacenti scoperta durante le indagini avviate dopo il delitto. Sono otto le persone destinatarie del provvedimento firmato dal pubblico ministero Giuseppe De Nozza.

Accusati di concorso nell’omicidio di Stasi sono il 18enne Luigi Borracino (all’epoca dei fatti minorenne, per il quale procede la Procura per i minori di Lecce) ed il 22enne Cristian Candita. Entrambi, attualmente in carcere per il delitto, sono accusati anche di detenzione illegale di armi ed esplosione di colpi da arma da fuoco in luogo pubblico. Nell’inchiesta per spaccio di droga è indagata anche la madre della vittima, Annunziata D’Errico, di 53 anni.

E’ accusata in concorso di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente con Borracino, Candita e altre cinque persone: Pasquale Moldavio di 31 anni, Giovanni Di Cesaria di 25, Marirosa Mascia di 25, Sara Canovari di 21 ed il 40enne Cosimo Candita. Nell’atto della Procura viene evidenziato che l’omicidio sarebbe stato commesso "per un futile motivo, un debito di 5mila euro contratto con Borracino» da Stasi e dalla madre «per il consumo di sostanza stupefacente» del tipo hascisc e marijuana che venivano confezionati ai fini di spaccio nell’abitazione della famiglia Stasi a seguito di un accordo tra Borraccino e la D’Errico. Sia Stasi sia la mamma - secondo l’accusa - consumavano la sostanza stupefacente e l’avrebbero pagata solo in parte.

Nell’atto, che solitamente precede la richiesta di rinvio a giudizio, vengono ricostruite oltre alle fasi dell’omicidio, anche la presunta fitta rete legata all’attività di spaccio, con una serie di spostamenti per l’acquisto di droga che alcuni degli indagati avrebbero compiuto tra le provincie di Brindisi, Taranto e Bari. La famiglia di Stasi (padre, madre e sorella del 19enne) è assistita, come parte offesa, dall’avvocato Domenico Attanasi. 

Francavilla, 18enne confessa l'omicidio di Paolo Stasi: «Non volevo ucciderlo». L'avvocato Maurizio Campanino ha dichiarato all'uscita del carcere di Brindisi dopo l'interrogatorio: “Il mio assistito ha preso consapevolezza di ciò che ha fatto”. REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno il 3 Ottobre 2023.

Un nuovo tassello si aggiunge nell'indagine sull'omicidio di Paolo Stasi, il 19enne ucciso a colpi di pistola a Francavilla Fontana nel Brindisino lo scorso 9 novembre: il 18enne, L.B. ha confessato di avere sparato i due colpi di pistola di piccolo calibro che hanno tolto la vita al 19enne. Ma «non volevo uccidere» Paolo Stasi ha aggiunto il giovane reoconfesso.

E’ quanto emerge dall’interrogatorio che si è svolto oggi con il 18enne in carcere dal 22 maggio scorso, perché accusato del delitto Stasi. 

L.B., all’epoca del delitto minorenne, è stato interrogato dal procuratore del tribunale dei minorenni Simona Filoni e dal sostituto Paola Guglielmi.

«Ha chiarito la sua posizione tra cui la circostanza che i colpi esplosi dall’arma che aveva in pugno sono i suoi. Ma non era sua intenzione uccidere». Lo dichiara Maurizio Campanino, legale del 18enne. 

«Il mio assistito non era infatti a conoscenza del fatto che lo avesse attinto dai due colpi di pistola, e - aggiunge - lo ha saputo solo la sera. Si tratta voglio precisare di un interrogatorio che ha sollecitato lui alla Procura». «Dopo un pò di mesi - prosegue il legale - ha fatto un percorso suo personale ed ha chiesto di essere interrogato per chiarire alcuni aspetti di cui gli inquirenti non potevano avere conoscenza». 

Francavilla, caso Stasi: 18enne indagato era stato a casa della vittima poche ore prima dell'omicidio. Si continua a indagare seguendo la pista della droga: a casa del giovane trovati anche bilancini di precisione. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Gennaio 2023

Paolo Stasi ha ricevuto l’ultima telefonata alle ore 17.29 prima di essere ucciso, il 9 novembre scorso sotto casa sua a Francavilla Fontana (Brindisi), da un’utenza che avrebbe chiamato da poco meno di un chilometro. L'utenza è intestata a un cittadino straniero, risultato estraneo ai fatti, ma Stasi aveva memorizzato quel numero sotto il nome del 18enne indagato per omicidio. Lo stesso 18enne che - secondo quanto emerso dalle indagini - era a casa di Stasi poche ore prima che fosse ucciso. Sono questi alcuni dei nuovi dettagli dell’inchiesta sulla morte del 19enne Paolo Stasi, per il quale, oltre al 18enne, è indagato anche un ragazzo di 19 anni.

Tra gli altri elementi emersi c'è il ritrovamento di almeno tre bilancini di precisione a casa di Stasi. La pista investigativa dello spaccio di droga, infatti, è quella su cui ormai da settimane si sta concentrando il lavoro dei carabinieri che hanno ascoltato più volte, come persona informata sui fatti, la madre del 19enne assassinato, Annunziata D’Errico.

Gli investigatori lo hanno scoperto dai messaggi telefonici tra il 19enne ucciso la sera del 9 novembre a Francavilla Fontana, e la madre Nunzia D’Errico, la quale davanti agli inquirenti ha ammesso che nella loro casa circolava droga

Omicidio 19enne a Brindisi: tracce di droga nella borsa vicino il corpo di Stasi. All'interno vi era anche del materiale per confezionare le dosi. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 15 Gennaio 2023

Materiale per il confezionamento di sostanze stupefacenti e tracce di droga: sarebbe questo il contenuto di una borsa che fu ritrovata dai carabinieri a poca distanza dal corpo del 19enne Paolo Stasi, la sera del suo omicidio, il 9 novembre scorso a Francavilla Fontana (Brindisi). Prende sempre più forma l’ipotesi investigativa secondo la quale il movente del delitto sarebbe da ricercare in un regolamento di conti nel mondo dello spaccio, forse per una somma non pagata.

Nei giorni scorsi è emerso che il 18enne (aveva 17 anni il giorno del delitto) indagato per l’omicidio di Paolo forniva «da oltre un anno» e «con cadenza pressoché quotidiana» la droga «custodita e confezionata a casa Stasi, evidentemente in vista della cessione a terzi». Gli sviluppi dell’indagine erano contenuti nell’ordinanza con cui il Tribunale del Riesame di Brindisi ha confermato il sequestro all’indagato della somma di 8.960 euro, ritenuta provento dello spaccio di droga, e di una pistola scacciacani a gas sulla quale la pubblica accusa ha disposto una perizia balistica. Negli atti si leggeva inoltre che il giovane indagato ha ceduto in modo continuativo sostanze stupefacenti a diverse persone, «nella specie a D’Errico Annunziata», di 52 anni, ovvero alla mamma di Stasi, «nonché al figlio di quest’ultima».

Omicidio Stasi, dal Tribunale del Riesame: «In casa della vittima si confezionava droga». Mentre l'indagato la forniva da un anno al 19enne, con cadenza quasi quotidiana. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 13 Gennaio 2023.

Il diciassettenne indagato per l'omicidio di Paolo Stasi forniva «da oltre un anno» e «con cadenza pressoché quotidiana» la droga «custodita e confezionata a casa Stasi, evidentemente in vista della cessione a terzi». Lo scrive il Tribunale del Riesame di Brindisi annotando che il giovane ha ceduto in modo continuativo sostanze stupefacenti a diverse persone, «nella specie a D’Errico Annunziata», di 52 anni, «nonché al figlio di quest’ultima Stasi Paolo», il 19enne ucciso in un agguato compiuto con colpi di pistola il 9 novembre 2022 a Francavilla Fontana (Brindisi). Questa ricostruzione confermerebbe che il movente del delitto sarebbe da ricercare in un regolamento di conti nel mondo dello spaccio, forse per una somma non pagata.

La ricostruzione dei fatti è riportata nell’ordinanza di 5 pagine con cui il Riesame ha confermato il sequestro all’indagato (diventato maggiorenne nove giorni dopo il delitto) della somma di 8.960 euro, ritenuta provento dello spaccio di droga, e di una pistola scacciacani a gas sulla quale la pubblica accusa ha disposto una perizia balistica.

Brindisi, omicidio 19enne, la famiglia Stasi: «Stop a spettacolarizzazione». Lo dichiara il legale della famiglia Stasi, avv. Domenico Attanasi, dopo le decisioni della magistratura a carico di un 18enne indagato per l’omicidio del 19enne Paolo Stasi. Redazione online su La Gazzetta del Mezzogiorno il 10 Gennaio 2023.

«La famiglia Stasi stigmatizza la spettacolarizzazione della vicenda giudiziaria riguardante l'omicidio del giovane Paolo, ed in particolare le indiscrezioni e i resoconti parziali di atti giudiziari veicolati tramite interviste rilasciate all’indomani del provvedimento del Tribunale del Riesame di Brindisi» che ha respinto l’istanza della difesa di un indagato di revocare il sequestro di una pistola e di una somma in danaro. Lo dichiara il legale della famiglia Stasi, avv. Domenico Attanasi, dopo le decisioni della magistratura a carico di un 18enne indagato per l’omicidio del 19enne Paolo Stasi, compiuto a Francavilla Fontana (Brindisi) il 9 novembre scorso.

«Ad oggi - aggiunge - gli unici elementi certi sono costituiti dal fatto che vi è per lo meno un indagato per il reato di omicidio volontario, che le indagini sono ancora in corso e che il Tribunale di Brindisi ha respinto l’istanza di riesame proposta da un indagato avverso il sequestro di un’arma e di una considerevole somma di denaro contante. Nell’attesa degli eventuali sviluppi di un procedimento che deve avere la sua sede naturale nelle aule di giustizia, e nell’ambito del quale anche il diritto di difesa delle persone indagate potrà essere pienamente esercitato, appare davvero intollerabile l’accensione di un riflettore mediatico e i toni allusivi adoperati per commentare aspetti della vita privata della vittima di un così efferato delitto, soprattutto in ragione del fatto che gli stessi non stati evidentemente ritenuti rilevanti in chiave difensiva dal Tribunale del Riesame di Brindisi». 

Il giallo sull'orario dell'agguato mortale. La droga dietro il delitto Stasi con le dichiarazioni choc della madre. La Redazione de La Voce di Manduria il 13 gennaio 2023.

Ci sarebbe un traffico di droga e forse una partita non pagata dietro l’omicidio di Paolo Stasi, il diciannovenne di Francavilla Fontana ucciso il 9 novembre scorso davanti casa. Di questa circostanza sarebbe stata a conoscenza anche la famiglia, in particolare la madre del ragazzo che quotidianamente, secondo quanto da lei stessa dichiarato, avrebbe ricevuto la sostanza stupefacente per il confezionamento e la detenzione, ma anche per farne uso.

Sarebbero queste le sconcertanti novità che emergono da quello che sembrava essere un giallo inspiegabile: l’uccisione a sangue freddo di un giovane apparentemente pulito, dalla vita senza ombre e di famiglia altrettanto integerrima. Da quello che emerge dagli atti investigativi, in questo caso l’ordinanza del tribunale del Riesame di Brindisi che ha respinto la richiesta di dissequestro dei soldi e della pistola trovata in casa di uno dei due indagati, la storia sarebbe tutt'altra.   

Il giovane indagato, scrivono i giudici, avrebbe ceduto in modo continuativo sostanze stupefacenti a diverse persone «nella specie a D'Errico Annunziata», di 52 anni, madre della vittima, «nonché al figlio di quest'ultima Stasi Paolo». Questa ricostruzione confermerebbe che il movente del delitto sarebbe da ricercare in un regolamento di conti nel mondo dello spaccio, forse per una somma non pagata.  

Le cessioni di droga a Stasi e a sua madre, si legge sempre nell’ordinanza, si sono «protratte per oltre un anno» ed hanno «avuto luogo con cadenza pressoché quotidiana, come emerso dal contenuto del verbale di sommarie informazioni rese al pubblico ministero da Annunziata D'Errico (la mamma della vittima, ndr) il 24 novembre 2022». Dagli atti emerge anche che a casa di Stasi «era stato custodito e confezionato, per la successiva cessione a terzi, lo stupefacente».

È di queste ore un altro particolare che getterebbe ancora ombre sulla famiglia del diciannovenne. Si tratta dell’orario dell’uccisone avvenuta per strada davanti la casa Stasi. De alcune indiscrezioni, per ora non confermate ma nemmeno smentite da chi indaga, l’attentato mortale sarebbe avvenuto circa 20 minuti prima che i genitori chiamassero il 118. E forse il ferito si sarebbe potuto salvare.

Omicidio Stasi, la pista della droga. La madre della vittima: «Custodita a casa nostra». Erasmo MARINAZZO su Il Quotidiano di Puglia Mercoledì 11 Gennaio 2023

Punito con la morte per lo “sgarro” che avrebbe commesso negli ambienti degli spacciatori di droga? Cerca risposte a questa domanda l’inchiesta sull’omicidio di Paolo Stasi, il ragazzo centrato con due colpi di pistola ed ucciso a 19 anni attorno alle 18 del 9 novembre a Francavilla Fontana davanti alla sua casa di via Occhibianchi. La pista è quella indicata dai giudici del Tribunale del Riesame di Brindisi nell’ordinanza con cui è stata respinta la richiesta di restituire gli 8.960 euro e la pistola a gas sequestrati nella prima mattinata del 3 dicembre scorso al ragazzo di 18 anni indagato con un 19enne per stabilire se è vero che abbiano pianificato ed eseguito l’omicidio di Paolo Stasi.

Una ipotesi investigativa da accertare, nulla di più al momento, quella della droga e del coinvolgimento della vittima. Della vittima con la madre. L’inchiesta condotta dai pubblici ministeri Giuseppe De Nozza e Paola Guglielmi per la Procura di Brindisi e la Procura per i minorenni di Lecce (il più giovane dei due indagati non era ancora diventato maggiorenne il giorno dell’omicidio) con i carabinieri del Nucleo investigativo e della compagnia di Francavilla, sostiene che risponda dell’ipotesi di reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti il 18enne indagato per omicidio volontario in concorso, aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi, nonché di spari in luogo pubblico e porto di arma in luogo pubblico.

Il denaro, diviso in mazzette da circa 1.000 euro ciascuna, sarebbe stato accumulato con la vendita delle dosi di droga? Perché? Come sono arrivati gli inquirenti a questa conclusione? Lo spiegano i giudici del Riesame (presidente Federico Sergi, estensore Adriano Zullo, a latere Leonardo Convertini) nelle sei pagine dell’ordinanza che ha rigettato la richiesta di restituzione dell’arma presentata dall’avvocato Leonardo Andriulo per conto del 18enne: di questo ragazzo e della sua attività di spacciatore c’è traccia nei messaggi scambiati da Paolo Stasi con la madre Annunziata D’Errico. Le affermazioni della stessa madre quando il 24 novembre è stata sentita a sommarie informazioni dai carabinieri in cui ha aggiunto che - riporta l’ordinanza del Riesame - la droga del 18enne sarebbe stata confezionata e custodita nella loro casa. E ancora, si parla di continui contatti telefonici fra Paolo Stasi e l’indagato poco prima dell’omicidio.

Dunque il contenuto dell’ordinanza indica la scelta della madre di rompere gli indugi e riferire circostanze che potrebbero avere per lei anche delle conseguenze, pur di fornire un contributo per venire a capo di chi le ha portato via la vita del figlio. La famiglia Stasi intanto si è affidata all’avvocato Domenico Attanasi per seguire gli esiti dell’inchiesta. 

L’inchiesta che dovrà accertare, fra le altre cose, se è vero che il 18enne si prestò a trarre in inganno Paolo Stasi, dandogli appuntamento davanti l’ingresso della sua casa dove poi si presentò il sicario che sparò due colpi di pistola di piccolo calibro centrandolo prima al petto (il colpo mortale) e poi ad una spalla mentre il ragazza cercava di fuggire. 

La giovane età dell’indagato, le modalità di suddivisione di quei quasi 9.000 euro e lo scarso credito dato alle dichiarazioni dei parenti hanno contribuito a rafforzare l’ipotesi di spaccio a carico del 18enne. Ipotesi avallata dai giudici del Riesame che, riguardo alla prospettiva che l’indagato avesse messo da parte i guadagni accumulati lavorando come dipendente nell’azienda edile dello zio ed altro denaro lo avesse ricevuto in regalo al 18esimo compleanno, hanno ritenuto che fossero dichiarazioni di parte perché arrivate da chi ha interesse all’esito positivo di questa vicenda. E che alle dichiarazioni mancassero i riscontri oggettivi.

La droga resta, dunque, al centro dell’inchiesta. Droga correlata all’omicidio, dopo due mesi di indagini. Troppo presto per potere parlare di certezze.

Delitto Stasi, si apre la pista della droga per uno degli indagati. La Redazione de La Voce di Manduria il 13 gennaio 2023.

Il Tribunale del Riesame di Brindisi che ha respinto la richiesta di dissequestro di 8.960 euro in contanti trovati in casa di uno dei due giovani del posto indagati per l’omicidio in concorso e di spaccio di sostanze stupefacenti di Paolo Stasi, il diciannovenne di Francavilla Fontana ucciso con due colpi di pistola davanti alla sua casa la sera del 9 novembre scorso.

Secondo gli inquirenti, la somma trovata dai carabinieri del Nucleo investigativo e della compagnia di Francavilla la mattina del 3 dicembre scorso sarebbe provento della vendita di droga e non, come sostiene la difesa del diciottenne indagato, frutto di risparmi e di regali del recente compleanno.  

Oltre al denaro, i carabinieri avevano trovato e sequestrato anche una pistola a gas. Anche l'arma resterà a disposizione della Procura che la sottoporrà ad una perizia per valutare il potenziale offensivo della stessa e dire se possa o meno avere esploso i due colpi che centrarono Paolo Stasi.

Il diciottenne indagato risponde insieme ad un diciannovenne dell’ipotesi di concorso in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione dai futili motivi, di porto e detenzione in luogo pubblico di arma e di esplosione in luogo pubblico.

Omicidio Stasi, trovati 10mila euro in casa dell’indagato. Si difende: “Sono frutto del mio lavoro”. Il 18enne, indagato per l'omicidio di Paolo Stasi freddato sotto casa sua il 9 novembre scorso, ha fatto sapere tramite il suo legale che quei soldi sarebbero in buona parte frutto del suo lavoro nell'azienda di un parente e regali di compleanno. Atteso il Riesame nei prossimi giorni.  La Redazione di bari.ilquotidianoitaliano.it il 3 gennaio 2023.

Nella giornata di ieri, 2 gennaio, i Carabinieri hanno sequestrato una pistola a gas Glock 17 e 10mila euro in contanti trovati nell’abitazione del 18enne indagato per l’omicidio di Paolo Stasi, il giovane di 19 anni freddato con due colpi di pistola la sera del 9 novembre scorso sotto casa sua, in via Occhibianchi a Francavilla Fontana. Il ragazzo, tramite il suo legale, si è difeso, spiegando che quei soldi sarebbero in buona parte frutto del suo lavoro nell’azienda di un parente e regali di compleanno. Il suo avvocato ha presentato un’istanza per il dissequestro sia della somma che dell’arma “giocattolo”. È atteso il Riesame nei prossimi giorni.

Da corriere.it il 10 dicembre 2022.

Paolo Stasi, il 19enne ucciso lo scorso 9 novembre sulla soglia della sua abitazione a Francavilla Fontana, potrebbe essere stato attirato con l’inganno sull’uscio di casa. Era sicuro di trovarvi una persona conosciuta e di cui si fidava, invece di fronte a lui c’era il killer che gli ha sparato due colpi di pistola di piccolo calibro, di cui uno mortale. Sull’ipotesi stanno indagando gli inquirenti della Procura di Brindisi, che nei giorni scorsi hanno sottoposto uno dei due indagati sospettati di essere implicati nell’omicidio a test antropometrici.  

Gli esperti hanno comparato, secondo una tecnica molto diffusa di informatica forense, le misure del corpo del sospettato con le figure registrate nelle immagini delle telecamere di videosorveglianza diffuse attorno a via Occhibianchi, la strada dove si trova l’abitazione della famiglia Stasi. 

L’obiettivo è verificare la possibile sovrapposizione tra corpo e immagine a conferma o meno dell’identità dell’indagato. L’esito è nelle mani di Procura e carabinieri. Le telecamere stradali hanno rimandato agli inquirenti molte immagini del 9 novembre scorso riferite al transito di persone e mezzi vari nelle vicinanze di via Occhibianchi, ma nessuna era posizionata in modo tale da riprendere il momento in cui la pistola s’è rivolta contro Paolo Stasi.

La mamma della vittima, in ogni caso, conosceva il maggiore dei due indagati per omicidio volontario aggravato da futili motivi e da premeditazione, perché frequentava la casa della famiglia Stasi. Anzi, dopo la morte avvenuta due anni fa per un incidente stradale del migliore amico di Paolo, era forse l’unico a frequentarlo.  

Nunzia D’Errico, la madre della vittima, l’ha però bollato come «feccia umana» in un post scritto sotto la fotografia sulla pagina Facebook ancor prima che i due venissero iscritti nel registro degli indagati. Ieri ricorreva il trigesimo della morte di Paolo e, alla stessa ora nella quale ha perso la vita, la famiglia ha fatto celebrare una messa di suffragio nella chiesa dell’Immacolata.

 Omicidio Stasi, la mamma all'indagato su Facebook: «Ehi, feccia umana». Eliseo ZANZARELLI su Il Quotidiano di Puglia Giovedì 8 Dicembre 2022

Al vaglio il commento lasciato, una decina di giorni fa, da uno stretto congiunto di Paolo Stasi, il ragazzo di 19 anni ammazzato con due colpi di pistola la sera del 9 novembre a Francavilla Fontana davanti all'ingresso della sua casa di via Occhibianchi. Il commento lasciato

Omicidio Paolo Stasi, ci sono due indagati: uno è minorenne. L'ipotesi di uno sgarbo dietro l'esecuzione del 19enne. Paolo Stasi aveva 19 anni. Lucia Portolano su La Repubblica il 3 Dicembre 2022

La svolta a poco meno di un mese dal delitto avvenuto a Francavilla Fontana (Brindisi). Sembra confermata l'ipotesi che il 19enne conoscesse i suoi assassini. Le indagini dei carabinieri coordinate dalla procura di Brindisi e da quelli dei minorenni di Lecce

Potrebbe essere arrivata la svolta nell'indagine dell'omicidio di Paolo Stasi, il 19enne ammazzato il 9 novembre scorso a Francavilla Fontana. Ci sarebbero due persone indagate: un maggiorenne e un minorenne, entrambi di Francavilla Fontana. Rispondono in concorso di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi.

Paolo sarebbe stato ammazzato per uno sgarbo. E qualcuno avrebbe così pensato di regolare i conti. Una reazione esagerata rispetto a quello che avrebbe fatto il 19enne. Le indagini dei carabinieri vanno avanti da tre settimane, coordinate dal pm della Procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, e dal pubblico ministero della Procura dei minori di Lecce Paola Guglielmi. Non si hanno dubbi che si sia trattato di una vera e propria esecuzione. Paolo conosceva chi lo ha ucciso.

L'arma utilizza, una pistola di piccolo calibro, forse a tamburo, fa pensare che non si tratta di criminalità organizzata, ma di gente comunque pericolosa. Il 19enne è stato raggiunto da due colpi: il primo frontale al petto, e un secondo che lo ha ferito di striscio alla spalla. In base agli accertamenti autoptici sembrerebbe che il primo colpo esploso sia stato proprio quello mortale, e successivamente  quello alla spalla, mentre il ragazzo tentava di fuggire salendo qualche scalino della sua abitazione in via Occhibianchi. L'omicidio è avvenuto sull'uscio della sua casa. Paolo era sceso in ciabatte, e sarebbe stato colpito dopo aver aperto la porta.

Ancora non è chiaro se qualcuno abbia citofonato. Sua madre riposava e il padre guardava la tv e non ricorda di aver sentito suonare. Il padre lo ha poi trovato in fin di vita sulle scale di casa. Per il 19enne non c'è stato nulla da fare, è morto pochi minuti dopo. Chi gli ha sparato è riuscito a fuggire lungo via Occhibianchi, una strada stretta e lunga, ma piena di telecamere private. E una di queste avrebbe ripreso un uomo che scappava. Un uomo che indossava delle scarpe di ginnastica, ma nel fermo immagine non c'è traccia della pistola. Le immagini non sono totalmente nitide. Le indagini avrebbero però portato a queste due persone ora indagate, una delle quali non è neanche maggiorenne.

Omicidio Stasi, droga in casa della vittima. Il giallo della telefonata di 20 secondi prima del delitto. La madre avrebbe ammesso la presenza di droga, presumibilmente hascisc, nell‘abitazione di via Occhibianchi, davanti a cui Paolo Stasi fu ucciso il 9 novembre. Poco prima di essere ucciso il 19enne ha avuto una breve telefonata. Cesare Bechis su Il Corriere della Sera il 12 Gennaio 2023.

Una telefonata di venti secondi poco prima del delitto. E una borsa accanto al corpo della vittima. Sono i nuovi elementi sui quali si stanno concentrando i carabinieri nelle indagini sull’omicidio di Paolo Stasi, il 19enne ucciso con due colpi di pistola lo scorso 9 novembre sulla soglia di casa a Francavilla Fontana. La telefonata risale a pochi minuti prima del delitto e si incrocia con l’utenza di un cittadino straniero: quest’ultimo è estraneo alla vicenda, il suo nome potrebbe essere stato utilizzato da persone legate al mondo della droga e dall’interlocutore che lo ha indotto a scendere il pomeriggio dell’omicidio. Proprio la pista degli stupefacenti e di un possibile “sgarro” è quella seguita dai carabinieri. Una linea che trova un rafforzamento nell’ordinanza dei giudici del Riesame del Tribunale di Brindisi, che hanno respinto nei giorni scorsi la richiesta di dissequestro dei circa 9.000 euro e della pistola a gas sequestrati al 18enne indagato, insieme con un ragazzo di 19 anni, per concorso in omicidio volontario e, in aggiunta, per detenzione di stupefacenti ai fini di 

 Estratto da rainews.it il 22 maggio 2023.

Svolta nelle indagini sull'omicidio di Paolo Stasi, il 18enne di Francavilla Fontana che la sera del 9 novembre 2022 fu ucciso davanti all'ingresso della sua abitazione in via Occhi Bianchi. I carabinieri alle prime luci di oggi, lunedì 22 maggio, hanno eseguito cinque misure cautelari a carico di altrettante persone. Due sono state condotte in carcere, una è ristretta ai domiciliari e le altre due sono state sottoposte a obbligo di dimora. Tra le persone arrestate c'è un18enne che all'epoca dei fatti era ancora minorenne.  

Dalle indagini era emerso che, a scatenare il delitto, commesso a sangue freddo a colpi d'arma da  fuoco, sarebbero state tensioni nel settore dello spaccio di droghe [...]. In totale otto le persone indagate per la morte del ragazzo: le accuse nei loro confronti sono a vario titolo di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e futili motivi.

Tra gli indagati figura anche la madre di Stasi, che deve difendersi dall'accusa di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. 

[...] nei messaggi ritrovati fra le chat intercorse con il figlio, i due parlavano della droga - marijuana- che ogni giorno il ragazzo avrebbe ceduto a cadenza quasi giornaliera. “Circostanza poi confermata dalla donna quando il 24 novembre fu ascoltata in caserma come persona informata sui fatti [...] aggiungendo anche un particolare che è stato approfondito nella parte delle indagini dedicate all’individuazione del movente dell’omicidio: nella loro casa madre e figlio avrebbero custodita della droga ceduta poi a terzi dal loro fornitore”, ricostruisce il giornale pugliese.

Francavilla Fontana, omicidio del 19enne Paolo Stasi: arrestati in tre. Il presunto killer all'epoca era minorenne. «Volevano uccidere anche la madre». Otto indagati, tra loro ci sarebbe anche la madre del giovane.  REDAZIONE ONLINE su La Gazzetta del Mezzogiorno

 Tre persone sono state arrestate dai carabinieri (due in carcere e 1 ai domiciliari) e altre due sono sottoposte ad obbligo di dimora nell’ambito delle indagini sull'omicidio del 19enne Paolo Stasi, compiuto a Francavilla Fontana il 9 novembre del 2022 davanti a casa del giovane. Tra le persone arrestate c'è un 18enne che all’epoca dei fatti aveva 17 anni. Le accuse nei loro confronti sono a vario titolo di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e futili motivi. Complessivamente sono otto le persone indagate, tra cui a quanto emerge figurerebbe anche la madre del giovane, indagata per reati relativi allo spaccio di sostanze stupefacenti. 

Tra gli otto indagati nell’inchiesta della Procura di Brindisi per l’omicidio del 19enne, c'è anche la madre di Paolo Stasi, Annunziata D’Errico che è accusata di detenzione ai fini di spaccio di droga, in particolare marijuana. La donna sarebbe coinvolta nell’attività di spaccio che, secondo quanto accertato nei mesi scorsi dagli investigatori, avveniva all’interno dell’abitazione dove viveva col figlio. L’omicidio di Stasi sarebbe maturato - ritengono gli inquirenti - nell’ambito di queste attività illecite di spaccio di sostanza stupefacente.

Gli arresti sono stati fatti dai carabinieri del comando provinciale di Brindisi e della compagnia di Francavilla Fontana in esecuzione di ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip del Tribunale di Brindisi e da quello presso il Tribunale dei minorenni di Lecce (uno degli arrestati aveva meno di 18 anni all’epoca dei fatti) su richiesta delle rispettive procure.

IL PRESUNTO ESECUTORE MATERIALE ERA MINORENNE

Sarebbe stato un giovane all’epoca dei fatti 17enne l’esecutore materiale dell’omicidio di Paolo Stasi, compiuto il 9 novembre del 2022 a Francavilla Fontana, in provincia di Brindisi. Sarebbe stato lui a far scendere di casa con una scusa Stasi e a sparargli a freddo dinanzi al portone, mentre un altro giovane di Francavilla Fontana, un 21enne, guidava l’auto su cui sono poi sono fuggiti. Entrambi sono stati arrestati e trasferiti in carcere. Il movente dell’uccisione di Stasi è riconducibile - secondo gli inquirenti - ad un debito di circa 5mila euro maturato a causa dell’attività di spaccio di sostanze stupefacenti.

I due giovani arrestati, secondo l'accusa, avrebbero proseguito l’attività di spaccio, per la quale anche la mamma di Stasi è indagata, anche dopo l’omicidio del giovane 19enne e venivano supportati in questo anche dalle loro due fidanzate: una 24enne che si trova ora ai domiciliari, ed una 20enne per la quale è stato disposto l’obbligo di dimora. Quest’ultima misura cautelare è stata disposta anche per un altro giovane di 20 anni di Francavilla Fontana, che secondo l'accusa, avrebbe preso il posto di Paolo Stasi, quale «custode della sostanza stupefacente».

L’omicidio del 19enne fu compiuto alle 17.20 del 9 novembre scorso: alla guida dell’auto, secondo l’accusa, c'era il 21enne, mentre seduto sul sedile posteriore per eludere i controlli delle telecamere della zona c'era il 17enne. Quest’ultimo avrebbe fatto scendere di casa Paolo Stasi con un pretesto per poi ucciderlo con due colpi di pistola che hanno raggiunto la vittima al torace.

VOLEVANO UCCIDERE ANCHE LA MADRE DI PAOLO

Luigi Borracino e Cristian Candita, i due giovani arrestati per l’omicidio di Paolo Stasi, hanno «palesato nel corso di alcune conversazioni l'intenzione di uccidere anche la madre» della giovane vittima, Annunziata D’Errico, «ritenendo nella loro ingenuità che la D’Errico fosse l’unica persona a conoscenza dei rapporti illeciti che coinvolgevano il Borracino ed il figlio defunto" nello spaccio di droga.

L’intercettazione, definita dal gip «emblematica», è riportata nell’ordinanza di custodia cautelare e risale al 14 gennaio 2013 mentre Borracino e Candida si trovano nella Fiat Grande Punto di quest’ultimo.

Secondo l’accusa, Borracino e Candita ritenevano che la donna "fosse l’unica che avrebbe potuto far emergere il coinvolgimento di Borracino nell’omicidio del figlio».

E’ Borracino - secondo il giudice - a sostenere che sia necessario eliminare la donna, mentre Candita cerca di dissuaderlo «solo - annota il gip - con riguardo alla tempistica».

Dice Borracino: «Hai capito! ... Iniziamo già a sparare qualcuno già da questa sera...» Candita: «Noooo ... non dobbiamo sparare più nessuno». Borracino: «Siiii». Candita: «Siii... Non adesso compà... adesso stanno brutte le cose... uè compà...tu compà...». Borracino: "Adesso quella dovevamo 'farè (sparare a quella intesa per Annunziata D’Errico», annota il gip). Candita: «io ti capisco.. che vuoi fare... che vuoi fare...». Borracino: «Quella dobbiamo 'farè ora... No?». Candita: «Che c... vuoi fare... Nooo..."; Borracino: «Lei proprio». Candida: «No, tu ora ti devi stare fermo... compà.. già è... già è così e stai vedendo.. salgono sempre di più (ndr riferito agli organi inquirenti). Se tu ora uccidi quella (ndr. Annunziata D’errico) pure tra un anno compà... siccome sanno che ti ha fatto il nome tuo... il primo da te vengono va! E ti chiudono in quel momento... No, non hanno ... la prova quella è che quella (ndr Annunziata D’erico) ha parlato e tu sei uscito avanti (ndr allo scoperto) come un pollo...».

Subito dopo Borracino abbassa la voce, ricorda che l’avvocato e gli amici gli hanno detto di non parlare al telefono perché è intercettato.

Il gip utilizza l’intenzione dei due di voler uccidere la mamma di Paolo Stasi motivando le esigenze cautelari. Il giudice, infatti, ipotizza che entrambi, se lasciati liberi, possano reiterare reati della stessa specie e inquinare le prove e li definisce come «portatori di una capacità a delinquere così spiccata da imporre la custodia in carcere».

(ANSA il 21 dicembre 2022) - Con la camorra non c'entrava proprio niente, Giulio Giaccio, 26 anni, di cui si sono perse le tracce il 30 luglio del 2000: fu ucciso per un errore da due esponenti di spicco del clan Polverino perché ritenuto l'amante "indesiderato" della sorella di uno dei due killer. E il suo corpo venne distrutto, con l'acido. Una fine orrenda che però ora ha dei responsabili: al termine di indagini coordinate dalla DDA, i carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli hanno notificato nuove accuse e due ordinanze di arresto ad altrettanti esponenti di spicco del clan Polverino.

Si tratta di Salvatore Cammarota, 55 anni, detenuto a L'Aquila, e di Carlo Nappi, 64 anni, in carcere a Livorno. Per fare luce sull'accaduto sono state necessarie anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra cui Giuseppe Simioli, ex boss del clan Polverino, e Roberto Perrone. I successivi accertamenti degli inquirenti hanno consentito di scoprire che l'operaio napoletano (era del quartiere Pianura) Giulio Giaccio, venne scambiato per un certo Salvatore, un uomo che stava intrattenendo una relazione osteggiata con la sorella di Cammarota.

I due arrestati, fingendosi poliziotti, costrinsero la vittima - che era in compagnia di amico il quale poi diede avvertì i familiari - a salire a bordo della propria auto dove venne interrogato. Giaccio negò più volte di avere una relazione sentimentale con quella donna, ciononostante venne ucciso con un colpo d'arma da fuoco alla testa e il cadavere distrutto completamente, utilizzando dell'acido. La vicenda fu oggetto di diverse indagini, tutte archiviate. Subito dopo la sparizione vennero ascoltati diversi parenti di Giaccio e tutti confermarono agli investigatori che lui con la criminalità non aveva mai avuto rapporti.

Il caso di lupara bianca risolto dopo 22 anni. Giulio Giaccio, il giovane operaio ucciso e sciolto nell’acido per una donna: ma fu un errore di persona, corpo preso a calci dal boss. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 21 Dicembre 2022.

Ucciso con un colpo di pistola alla testa, con il cadavere preso prima a calci dal boss di turno e poi sciolto nell’acido. Il tutto perché sospettato di avere una relazione con la sorella di un elemento apicale del clan. Ma si è trattato di un drammatico scambio di persona. Ci sono voluti 22 anni per fare luce sulla scomparsa e l’efferato omicidio di Giulio Giaccio, un giovane operaio di 26 anni, sparito nel nulla la domenica sera del 30 luglio del 2000.

Quella sera Giulio stava parlando con un amico in una piazzetta vicino casa sua in contrada Romano, una zona compresa tra Pianura, periferia occidentale di Napoli, e Marano. Erano circa le 22 quando, all’altezza del sagrato della chiesa, dove aveva parcheggiato la sua moto di colore nero, Giulio venne prelevato da quattro persone che si presentarono come poliziotti in  borghese. “Salvatore devi venire con noi per accertamenti” disse uno dei finti agenti. Giulio chiarì subito che non si chiamava Salvatore ma seguì lo stesso i “poliziotti” dietro le insistenze e le minacce di quest’ultimi.

Salì così a bordo di una Fiat Punto di colore bordeaux e da allora mamma Rosa e papà Giuseppe, lei casalinga, lui agricoltore, non hanno mai saputo più nulla del figlio. Un caso di lupara bianca che, dopo indagini archiviate, ha avuto una sua svolta nel 2015 con le prime dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che hanno portato, ben sette anni dopo e grazie anche a riscontri di altri pentiti, Procura e carabinieri a chiudere il cerchio e a chiedere e ottenere dal Gip una misura cautelare in carcere nei confronti di due uomini (al momento solo indagati) ritenuti gravemente indiziati di essere i mandati dell’omicidio e della distruzione del cadavere di Giulio Giaccio. Si tratta di Carlo Nappi, 64 anni, e Salvatore Camarota, 55 anni. Due storici affiliati (entrambi detenuti da tempo) del clan Polverino di Marano, guidato da Giuseppe Polverino, detto ‘o barone, in carcere da anni dopo l’arresto in Spagna avvenuto nel 2012.

Le indagini della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea e del Nucleo Investigativo dei carabinieri hanno accertato che Giulio Giaccio era estraneo ai contesti di criminalità organizzata e che gli esecutori del delitto l’avevano erroneamente identificato per un soggetto che stava intrattenendo una relazione con la sorella di Camarota, una donna divorziata ma che il giovane non poteva frequentare.

Un omicidio brutale, efferato, raccapricciante, ricostruito grazie alle dichiarazioni dei pentiti, a partire dall’ex affiliato Roberto Perrone che ai magistrati ha raccontato di aver assistito quella sera “al capitolo più nero e angoscioso” della sua carriera criminale. Uno scambio di persona che inizialmente era stato ricondotto a un giovane, che aveva la moto dello stesso colore di Giulio, ricercato dal clan perché realizzava rapine nella zona senza alcuna autorizzazione. Poi le parole dei pentiti hanno portato gli investigatori verso quest’ultima pista: ucciso perché intratteneva una relazione con la persona sbagliata.

Quella sera Giulio venne condotto in un posto abbandonato di Marano dove, al cospetto dei ras del clan, provò a spiegare, chiamando i suoi interlocutori “comandante” (perché probabilmente davvero credeva di essere al cospetto di poliziotti) che lui non si chiamava Salvatore. Secondo la ricostruzione di Perrone, a uccidere l’operaio 26enne fu il killer del clan Raffaele D’Alterio (ma su questo, i pentiti si contraddicono così come sul resto dei componenti del commando).

Il corpo venne poi portato in un’altra zona appartata di Marano, preso a calci da Camarota e fatto poi sparire nell’acido. I resti vennero poi fatti sparire in una fenditura del terreno. Solo il giorno dopo il clan Polverino si sarebbe reso conto dell’imperdonabile errore del commando.

Un ragazzo di 26 anni sparito nel nulla 22 anni fa con la famiglia, di umili origini, che non ha mai smesso di credere in un suo ritorno. Lo diceva mamma Rosa dieci anni fa in una intervista al programma “Verità imperfette” in onda su Canale 8. “Io la speranza non l’ho ancora persa perché altrimenti me l’avrebbero fatto trovare, in un modo o in un altro” diceva la donna. Per papà Giuseppe le speranze di un ritorno del figlio erano invece nulle. “Se la nostra famiglia fosse stata possidente probabilmente le forze dell’ordine si sarebbero mosse di più” l’amara considerazione del genitore.

La scomparsa di Giulio Giaccio avvenne appena 11 giorni prima del duplice omicidio, avvenuto sempre a Pianura (10 agosto 2000), di due giovani che con la camorra non avevano nulla a che fare: Luigi Sequino e Paolo Castaldi, entrambi scambiati per guardaspalle di un boss della zona. Secondo la ricostruzione di Perrone,

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista

Da leggo.it il 21 dicembre 2022.

Sembra la trama di un giallo di Agatha Christie, la morte di Maria Basso, 80 anni, originaria di Bassano, provincia di Vicenza, che dopo una vita avventurosa in giro per il mondo, come dipendente del ministero degli Esteri era tornata ad Asiago per assistere i genitori anziani. Sola, e senza figli, mesi fa aveva conosciuto dei parenti siciliani, Paola Pepe, una cugina mai incontrata prima, che l'avrebbe portata via dalla struttura e convinta a lasciare la casa di riposo «Giovanna Maria Bonomo» sull’Altopiano, dove era ospite per trasferirsi in un'altra struttura a Catania. 

Proprio nel periodo del trasferimento, circa un anno fa, la donna è stata convinta a cambiare il testamento, del suo ingente patrimonio - circa mezzo milione di euro - che aveva destinato 15 anni prima a un istituto salesiano di Milano e depositato presso un notaio. Ma quel lascito benefico sarebbe stato modificato, presso un notaio di Catania, annullando la destinazione ai salesiani, e lasciando sconosciuto il nuovo destinatario che si conoscerà tra qualche settimana.

Si, perché nel frattempo l'ottantenne è morta, dopo un pranzo a base di spaghetti, offerto dalla sua nuova famiglia siciliana. Dopo quel piatto la morte improvvisa, motivo per cui la procura di Catania ha disposto l'autopsia sul corpo della donna per conoscere le cause del decesso, mentre quella di Vicenza ha aperto un fascicolo per circonvenzione di incapace, dopo che alcuni parenti di Asiago hanno saputo del trasferimento improvviso di Maria.

Il giallo è ancora più intricato, quando nelle prime settimane di dicembre, è arrivata una richiesta al notaio di Asiago di togliere a Clelia, una cara amica di Maria, la procura speciale per gestire i suoi conti, affidati a Paola, la cugina siciliana. Poi la morte improvvisa ma prevedibile dai parenti siciliani, provocata dagli spaghetti, proprio perché l'anziana era costretta a mangiare solo omogeneizzati.

Riaperto il caso della criminologa e ex modella russa. Il giallo della morte di Polina Kochelenko, l’addestratrice trovata nel canale: i cani mai trovati e i misteri irrisolti. Elena Del Mastro su Il Riformista il 6 Gennaio 2023

Omicidio o incidente? La morte di Polina Kochelenko è un vero e proprio mistero. L’educatrice cinofila di origini russe, ex modella e criminologa era stata trovata senza vita il 18 aprile 2021 nella roggia Malaspina di Valeggio, Pavia. Sin dal primo momento gli investigatori avevano seguito la pista dell’incidente, una tragica fatalità. Ma la mamma di Polina, Alla, non ha mai creduto a questa ipotesi, l’ha gridato in lungo e largo, finchè, grazie al suo avvocato, Tiziana Barrella e alle indagini condotte dall’ingegnere forense torinese Fabrizio Vinardi e dall’investigatore privato stradellino Claudio Ghini, hanno permesso che la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica venisse respinta dal Gip. Ora si indaga contro ignoti per omicidio volontario, con relativo fascicolo. Nuove importanti verità potranno venire alla luce per capire cosa sia successo alla giovane con la passione per i cani.

La vicenda della morte di Polina Kochelenko

Polina era nata a Mosca e cresciuta nella provincia di Torino. Laureata in giurisprudenza e specializzata in criminologia. Aveva anche partecipato al reality “L’Isola di Adamo ed Eva”, nel 2015. Poi la passione per i cani l’aveva portata a prendere casa da sola a Valeggio dove avrebbe potuto avere una casa grande e tutto lo spazio esterno per addestrare i suoi amati cani.

Il suo corpo senza vita era stato trovato in un piccolo canale nella mattinata del 18 aprile 2022. A far scattare l’allarme era stata sua madre che non vedendola arrivare all’appuntamento che avevano il 17 aprile, preoccupata, aveva dato il via alle ricerche. Secondo la ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, il cellulare di Polina ha squillato a vuoto per decine di volte ed è stato trovato sul ciglio del fosso insieme a due guinzagli, riposti in modo ordinato. A terra anche dei fazzoletti che lei, convinta ambientalista, non avrebbe mai gettato a terra secondo chi la conosceva. E questo è uno dei dettagli che non quadrano.

I misteri irrisolti che non convincono la mamma di Polina

A convincere mamma Alla che non si sia trattato di un incidente è il fatto che Polina, abile nuotatrice, è stata trovata riversa nel canale profondo due metri. Possibile che sia annegata in uno specchio d’acqua così poco insidioso? Inoltre Polina aveva con se due cuccioli di pastore tedesco, presumibilmente liberi dal guinzaglio perché stavano passeggiando in aperta campagna, del valore di 15 mila euro. Non sono mai stati ritrovati, né morti né vivi. La madre crede che il movente del delitto possa essere proprio il furto dei due cuccioli. Ma al vaglio resta l’ipotesi del tragico incidente: Polina sarebbe scivolata giù nel fosso per cercare di salvare i cuccioli.

Ad aggiungere altri dettagli poco convincenti è mamma Alla che ai microfoni di Chi L’Ha visto ha raccontato che pochi minuti prima di perdere la vita la 35enne era al telefono con un amico a cui avrebbe detto che doveva riagganciare perché uno dei cuccioli si era allontanato. La madre Alla ha conservato tutti i suoi abiti di quando è stata trovata morta: “Era vestita a strati perché faceva freddo ma nei pantaloni e nel giubbotto ci sono strappi che non sono spiegabili con la caduta, come se avesse lottato”. Altro mistero da risolvere è l’identità di un uomo al volante di una monovolume grigia che frequentava Polina e casa sua. Questo non fa escludere nemmeno il delitto di matrice passionale. Infine accertamenti dovranno essere effettuati anche sulla segnalazione giunta in Procura e relativa alla cancellazione di post e geolocalizzazioni dal profilo social della vittima, avvenuta in tempi successivi alla sua morte effettuata da chi, evidentemente, disponeva delle credenziali di accesso. “Sono fiduciosa sugli sviluppi che potranno emergere da questo supplemento di indagine – ha commentato l’avvocato Barrella al settimanale L’Informatore Vigevanese – perché potranno permettere di identificare le persone vicine a Polina che, nonostante i ripetuti appelli della famiglia, non hanno ancora un volto”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Alice Neri, la verità delle morte in un fazzoletto. Lo straniero resta il principale indiziato. Un fazzoletto di carta sul quale sono state rinvenute tracce di dna maschile potrebbe fare definitivamente luce sulla morte di Alice Neri. Il principale indiziato resta però il tunisino Mohamed Gaaloul e anche l'avvocato della famiglia Neri punta il dito contro di lui. Giovanni Fiorentino il 29 Aprile 2023 su Il Giornale.

Sul luogo della tragedia è stato rinvenuto un fazzoletto di carta, incastrato fra uno degli pneumatici e il parafango dell'auto della vittima, sul quale i primi esami avrebbero accertato la presenza di DNA maschile. E potrebbe rappresentare la chiave per fare definitivamente chiarezza sulla morte di Alice Neri, per quanto il principale indiziato resti il ventinovenne tunisino Mohamed Gaaloul. Questi gli ultimissimi sviluppi relativi alla scomparsa della trentaduenne madre di famiglia trovata priva di vita lo scorso novembre a Concordia, un paese situato nella provincia di Modena. A seguito dell'incidente probatorio svoltosi ieri, 28 aprile, saranno effettuati degli accertamenti anche sugli anelli della defunta, su due mozziconi di sigaretta e sulle maniglie dell'autovettura. Oltre che sul fazzoletto sopracitato, che nella visione degli inquirenti potrebbe rivelarsi decisivo. Il cadavere della donna, carbonizzato, venne ritrovato com'è noto nelle campagne modenesi lo scorso autunno, all'interno dell'automobile sulla quale si era appena allontanata da un locale, nelle primissime ore del mattino.

La ricostruzione delle ultime ore

Qui, sulla base delle ricostruzioni degli investigatori, Alice avrebbe trascorso alcune ore in compagnia di un altro amico, chiacchierando davanti ad uno spritz. Le telecamere del sistema di videosorveglianza della zona avrebbero però ripreso anche Gaaloul, poi risultato peraltro destinatario di un provvedimento di espulsione. In particolare, sempre secondo l'accusa, si vedrebbe l'extracomunitario avvicinarsi al veicolo della donna intorno alle 3, dopo che quest'ultima era uscita dal bar. La fuga del magrebino, che subito dopo la tragedia lasciò l'Italia, insospettì subito le forze dell'ordine. Dopo la cattura si era detto estraneo alla vicenda: aveva confermato di aver accettato quella notte un passaggio da una "donna bionda", ma al tempo stesso aveva dichiarato di essere sceso dopo poche centinaia di metri (su richiesta della ragazza, a quanto pare). E di non avere alcuna idea di quel che sarebbe successo da lì a poco ad Alice Neri.

L'avvocato: "Gaaloul non ha fornito risposte convincenti"

Dichiarazioni che non hanno evidentemente convinto del tutto, visto che l'uomo risulterebbe ancora detenuto in carcere. Già la scorsa settimana, la difesa di Nicholas Negrini (marito di Alice Neri) aveva fatto presente come la procura ritenesse il caso vicino alla chiusura, alla luce delle prove che incastrerebbero Gaaloul. E anche l'avvocato della famiglia della vittima si è espresso in questi termini proprio nelle scorse ore, invitando gli investigatori ad approfondire gli elementi già emersi. "Gaaloul non ha fornito risposte convincenti nè sul motivo che lo aveva spinto ad allontanarsi all'estero nè sulla sua presenza nell'auto di Alice - le parole dell'avvocato Cosimo Zaccaria, riportate dal sito ModenaToday - mi sembra inoltre che sia stato trovato il dna di Alice sul portafoglio e sulla tracolla del signor Gaaloul. Sarebbe meglio concentrarsi su qualcosa di più significativo, che disquisire sul capello o su altro". Giovanni Fiorentino

Morte Alice Neri, il cerchio si stringe attorno allo straniero. Il tunisino Mohamed Gaaloul è stato arrestato in Francia il mese scorso a seguito della morte della trentaduenne Alice Neri. È stato estradato nelle scorse ore e si trova recluso nel carcere di Modena. Giovanni Fiorentino il 5 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Gli aspetti da chiarire sulla morte di Alice Neri restano comunque tanti. E anche il marito della vittima lo ha fatto presente nelle scorse settimane. A brevissimo però qualcosa potrebbe muoversi: il principale indiziato del delitto, il ventinovenne tunisino Mohamed Gaaloul, è stato arrestato in Francia lo scorso 14 dicembre, quando sulla sua testa pendeva già un mandato di cattura internazionale. A seguito dell'estradizione, ieri è stato condotto presso il carcere Sant'Anna di Modena: nelle prossime ore sarà quindi interrogato e il quadro generale potrebbe apparire più nitido. Questi gli ultimissimi sviluppi relativi alla scomparsa di Alice Neri, la trentaduenne trovata priva di vita lo scorso novembre a Concordia, paese situato nella provincia di Modena.

Il cadavere della donna, carbonizzato, si trovava nelle campagne modenesi all'interno dell'automobile sulla quale si era appena allontanata da un locale nelle primissime ore del mattino. Qui, secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti, avrebbe trascorso alcune ore in compagnia di un amico, chiacchierando davanti ad uno spritz. Le telecamere del sistema di videosorveglianza della zona avrebbero però ripreso anche l'extracomunitario, risultato peraltro destinatario di un provvedimento di espulsione. In particolare, sempre secondo gli investigatori, si vedrebbe l'uomo avvicinarsi all'automobile della trentaduenne intorno alle 3, dopo che quest'ultima era uscita dall'esercizio commerciale. La fuga del magrebino, che subito dopo la tragedia lasciò l'Italia, insospettì subito le forze dell'ordine. Dopo la cattura, aveva dichiarato di essere estraneo alla vicenda e di aver accettato, la notte del delitto, un passaggio da una "donna bionda".

Sempre a detta della procura però, nei suoi confronti sarebbero stati raccolti chiari e gravi indizi di colpevolezza. Ci sono come detto le immagini che lo ritraggono all’esterno del locale la notte del dramma. C’è la bicicletta con la quale Mohamed era arrivato al bar, rimasta poi incustodita. C’è la parziale ammissione dell’indagato, che ha raccontato dello strappo in auto che Alice gli avrebbe offerto. Il magrebino continua insomma a dirsi innocente, ma a quanto pare il cerchio sembrerebbe stringersi sempre più attorno a lui: le accuse di omicidio e di distruzione di cadavere che gli vengono mosse da chi indaga sembrano farsi sempre più pressanti. "Ho trovato il mio assistito stanco, provato dal viaggio e dalla detenzione in carcere ma anche preoccupato per la situazione – ha dichiarato a Il Resto del Carlino il suo avvocato – l’incontro con il mio assistito è durato circa due ore e abbiamo iniziato ad affrontare le questioni di merito. Chiariremo tutto a tempo debito davanti alle autorità competenti".

La morte di Alice Neri, dubbi e misteri: è caccia al sospetto. Valentina Lanzilli su Il Corriere della Sera l’11 dicembre 2022.

Braccato in Francia il 29enne tunisino, principale indagato per il delitto. Il fratello della donna uccisa: «Non ho certezze». I punti oscuri del caso

Un uomo braccato dalle forze dell’ordine. E un giallo, quello della morte di Alice Neri, uccisa e bruciata all’interno della sua auto, che potrebbe essere alla svolta. Il sospettato è Mohamed G., un tunisino di 29 anni, indagato per omicidio e distruzione di cadavere. I carabinieri sanno dove si nasconde in Francia e presto potrebbero fermarlo. La sua deposizione sarà decisiva per chiudere il cerchio sul caso che vede indagati anche il marito della donna e un suo collega. Matteo Marzoli, il fratello di Alice, comunque non trae ancora facili conclusioni. «È cambiato tutto in un minuto — dice —, ma solo quando mi diranno con certezza chi è stato potrò puntare il dito su qualcuno».

L’ipotesi principale è che sia stato il tunisino a uccidere Alice, durante una tentata violenza. Secondo questa ricostruzione giovedì 17 novembre l’uomo sarebbe salito a bordo dell’auto della donna, ferma davanti allo Smart Cafè dopo la serata trascorsa con un collega di origini sarde. E poi si sarebbero spostati verso il luogo dove è stato rinvenuto il cadavere e l’auto carbonizzata. Un luogo poco distante dall’abitazione dove Mohamed risiedeva con la compagna, fino al 18 novembre, quando è scappato. Altro particolare, il tunisino era all’interno del bar durante il pomeriggio trascorso da Alice con il collega. Lo ha raccontato quest’ultimo, parlando di un uomo che la fissava in continuazione.

L’entrata in scena del tunisino alleggerisce la posizione del marito e del collega di Alice. L’auspicio del legale di Nicholas Negrini è che presto possa passare da «indagato a persona offesa». Restano comunque tanti i misteri attorno a questa storia. A cominciare dal lungo pomeriggio trascorso al bar con il collega. Stando alla ricostruzione degli inquirenti la donna esce di casa intorno alle 19. Dice al marito che ha un appuntamento, poi si trattiene a discutere con il collega fino alle due di notte, quando il titolare deve chiudere. Uscita dal locale Alice resta ferma in auto per oltre 10 minuti. Perché? Proprio in quest’arco temporale il tunisino si sarebbe avvicinato ad Alice. Alcune telecamere della zona, poco dopo, riprendono l’auto del collega che si dirige verso casa e quella di Alice verso il luogo in cui è stata uccisa, ma non si capisce chi ci sia alla guida.

C’è poi il mistero del telefonino. Il delitto si consuma poco dopo l’aggressione (anche se non è stata trovata l’arma), ma fino al mattino successivo squilla regolarmente e all’altro capo qualcuno riattacca. Potrebbe essere stato sempre Mohamed, che solo molte ore dopo il delitto decide di disfarsene. Ma perché correre il rischio di portarsi dietro il telefono per tutto quel tempo? Superficialità o voleva che non andasse distrutto? Tutte domande alle quali dovrà dare delle risposte. Al momento la posizione del marito appare inattaccabile. L’altra sera per due ore ha risposto agli inquirenti. «Ha un alibi e su questo non ci sono dubbi — dice il suo legale, Luca Lugari —. Siamo di fronte a un mosaico con centinaia di tasselli che gli inquirenti stanno cercando di comporre. Nicholas quella sera era a casa con la bambina. Il vero problema è che in questi casi sono i cadaveri a parlare, ma purtroppo in questa triste vicenda il corpo di Alice non può dare risposte perché non esiste, è stato completamente bruciato».

Indagato per omicidio. Alice Neri, svolta nelle indagini sulla donna morta carbonizzata: principale sospettato fuggito all’estero. Redazione su Il Riformista il 10 Dicembre 2022

C’è un terzo, principale sospettato, per la morte di Alice Neri, la giovane donna di 32 anni trovata morta carbonizzata nella sua auto a Concordia, in provincia di Modena, il 18 novembre scorso.

Il presunto assassino della giovane sarebbe un tunisino di 29 anni, individuato dagli inquirenti ma rifugiatosi all’estero. Come riferisce l’Ansa, nelle ultime ore la sua abitazione in provincia di Modena è stata perquisita e dell’atto è stato informato un difensore d’ufficio, l’avvocato Roberta Vicini.

L’agenzia spiega che il giovane sarebbe fuggito il giorno dopo il delitto e sulle sue tracce ci sono ora i carabinieri di Modena: risponde di omicidio e distruzione di cadavere. Al 29enne si è arrivati dopo lune indagine, effettuate dai carabinieri coordinati dai pm Claudia Natalini e Giuseppe Amara: decisivi gli interrogatori tenuti in questi giorni e le  telecamere presenti nella zona del ritrovamento del corpo carbonizzato.

Il 29enne indagato, che abita poco distante dal luogo del ritrovamento e che risulta irregolare in Italia, destinatario di un provvedimento di espulsione, era presente nel bar quando Alice, giovedì 17 novembre, si era incontrata con un collega. Gli inquirenti, scrive l’Ansa, ipotizzano che sia salito a bordo dell’auto della vittima e abbia diretto, non è chiaro il motivo, la ragazza verso il luogo della morte.

L’uomo sarebbe così il terzo indagato per la morte di Alice dopo il marito e il collega della 32enne. Nella giornata di venerdì il marito della vittima, Nicholas Negrini, è stato ascoltato per circa un’ora dai pubblici ministeri Claudia Natalini e Giuseppe Amara.

Ha risposto a tutte le domande, resta a disposizione qualora fosse necessario sentirlo nuovamente. Credo che non ci siano ombre sulla sua posizione, mentre trovo che l’ipotesi di un suicidio sia assolutamente da escludere”, sono state le parole del suo avvocato, Luca Lugari.

Siamo di fronte – ha aggiunto Lugari – ad un mosaico con centinaia di tasselli che gli inquirenti stanno cercando di comporre e mettere insieme. Stanno lavorando giorno e notte per arrivare ad una verità. Il mio assistito ha confermato quanto già aveva riferito ai Carabinieri, nell’immediatezza dei fatti, ha risposto in merito a tutti i suoi spostamenti. Ha un alibi – ha spiegato il legale – e stamattina (ieri, ndr) abbiamo fornito ulteriori precisazioni sugli orari e loro (gli inquirenti, ndr) cercheranno di colmare i buchi di pochi minuti che ci sono”.

Filippo Fiorini per “la Stampa” il 10 dicembre 2022.

Il principale sospettato per la morte di Alice Neri non è il marito Nicholas Negrini, né l'amico sardo Marco Cuccui, che pure sono ancora iscritti nel registro degli indagati per l'omicidio e la distruzione del cadavere di questa 32enne, madre di una figlia di 4 anni, uscita di casa per un aperitivo lo scorso 18 novembre e trovata il pomeriggio del giorno dopo, morta nella sua auto carbonizzata. 

Non è nemmeno il terzo uomo, non il quarto, entrambi colleghi della fabbrica in cui lavorava, che con lei chattavano su Facebook, che erano stati redarguiti per gli atteggiamenti invadenti, ed erano finiti nella miriade di ipotesi che hanno accompagnato il caso nelle ultime settimane. 

È un tunisino di 29 anni, che viveva a meno di due chilometri dal luogo isolato in cui è stata trovata la Ford Fiesta di Alice, che si trovava nello stesso bar di Concordia sulla Secchia in cui lei ha trascorso molte ore conversando con Cuccui la sera della scomparsa e che dopo la chiusura l'avrebbe approcciata senza conoscerla, uccidendola forse per un rifiuto e fuggendo poi all'estero l'indomani.

Il sentore di una svolta in un caso rimasto a lungo statico è arrivato giovedì notte, quando i Carabinieri si sono presentati in casa dell'uomo per una perquisizione, hanno avvertito un avvocato di turno per l'autorizzazione a procedere e non l'hanno trovato. Non lui, non la compagna, non il loro cane pitbull. 

Destinatario di un decreto di espulsione, era arrivato nella Bassa Modenese da pochi mesi, più o meno nello stesso periodo in cui Alice aveva trovato lavoro. Solo dieci giorni prima, l'uomo era stato visto a Milano, mentre dieci giorni dopo il delitto, invece, era in una città francese prossima al confine con Svizzera e Germania. Sebbene dicesse di essere originario di Stoccolma, è più plausibilmente nato a Mahdia, sulle coste nord orientali della Tunisia.

Mentre si ultimano le pratiche per il mandato di cattura internazionale, si alleggerisce la posizione di Nicholas e Marco, anche se nessuno dei due è ancora completamente libero da sospetti. Ieri infatti, il primo tra loro, che aveva sposato Alice nel 2015, si è presentato spontaneamente in Procura per testimoniare. Dopo un'ora di interrogatorio, il suo avvocato, Luca Lugari, ha detto: «Ha risposto a tutte le domande. Ha confermato quello che aveva già raccontato ai Carabinieri subito. Abbiamo dato ulteriori precisazioni sugli orari e loro colmeranno i buchi di pochi minuti che restano». Vedendo che la moglie non era rientrata, Negrini si era subito messo a cercarla coinvolgendo anche il fratello di lei e, non ottenendo risultati, era andato in caserma fornendo elementi utili. 

Su tutti, l'app di geolocalizzazione del telefono con cui da casa aveva visto il cellulare della moglie fermo a Concordia fino alle 3,40 di notte e le chiamate senza risposta rigettate manualmente da qualcuno, fino all'alba del giorno del ritrovamento. Tuttavia, il suo nome è ancora tra gli indagati e, davanti a un alibi forte, c'è un movente che lo è altrettanto: la gelosia. Gelosia che avrebbe potuto nutrire per esempio nei confronti di Cuccui, per uscire con il quale Alice gli aveva raccontato di voler invece incontrare un'amica e con cui molti hanno ipotizzato potesse esistere una relazione sentimentale.  

A sua volta indagato, le telecamere di sicurezza che mostrano la auto dell'operaio sardo e meccanico di moto prendere la strada di casa, dieci minuti prima che quella di Alice fosse ripresa mentre viaggia verso il luogo in cui poi è stata trovata bruciata, sono il principale elemento a sua discolpa.  

L'auto di Alice e non Alice, poiché chi la guidasse quella notte non è visibile nella videosorveglianza pubblica. I nuovi elementi portano a pensare che a farlo fosse proprio il 29enne ora ricercato e questo spiegherebbe anche uno degli altri capitoli che finora restavano aperti sul caso: come aveva fatto l'assassino a lasciare la scena del delitto, senza che nessun altra automobile fosse ripresa durante il tragitto di andata? 

L'uomo in questione abitava così vicino che potrebbe averlo fatto a piedi. Come e in che contesto sia maturato il crimine, appartiene ancora alla notte di ambiguità e misteri in cui la donna è andata incontro quando ha salutato la sua famiglia per l'ultima volta. Il suo corpo è talmente deteriorato dal rogo che non si può stabilire la causa della morte, non può fornire tracce del killer, né dire se fosse viva mentre l'auto bruciava. Si può solo escludere che sia stata colpita alla testa, perché il cranio non ha fratture e poi confermare col Dna ciò che ovvio: Alice Neri è una delle 110 donne uccise quest' anno da un uomo.

Da repubblica.it il 21 novembre 2022.

Quando la macchina ha preso fuoco, lei era nel portabagagli. È morta carbonizzata Alice Neri, 32 anni, madre di una bambina di 4 anni. Il suo corpo è stato ritrovato nella sua auto completamente bruciata, nelle campagne di Concordia sulla Secchia, Bassa Modenese, dopo che un testimone ha notato il fumo. Proseguono le indagini per quello che appare sempre più un omicidio volontario. La procura si muove insomma per quello che potrebbe essere l’ennesimo femminicidio.

Al momento ci sono due indagati sia pure per "atto dovuto". Uno è il marito, l'altro è un amico. Entrambi sospettati, entrambi a piede libero. Il marito, che aveva denunciato la scomparsa giovedì 17, è stato sentito a lungo dai militari: "Non vedendola rincasare dal lavoro pensavo avesse avuto un incidente", avrebbe detto il giovane. Mentre la novità sta, secondo quanto riportano alcuni giornali locali, in un sopralluogo nell’appartamento di un conoscente a San Possidonio. Un amico sentito a sua volta dagli inquirenti e finito a sua volta nel registro degli indagati. 

Alice Neri vista in un bar a Concordia. Poi più nulla

E’ nel paese vicino a Concordia sulla Secchia infatti che vive l’uomo interrogato domenica pomeriggio dalle forze dell’ordine. Sarebbe stato l’ultimo ad avere visto viva Alice Neri. La donna, che viveva a Rami di Ravarino con il marito e la figlia, è stata vista per l’ultima volta in un bar di Concordia giovedì pomeriggio.

I carabinieri stanno setacciando le immagini registrate dalle telecamere di sorveglianza per ricostruire il tragitto che l'auto della donna ha fatto nel raggiungere la strada sterrata di campagna dove è stata ritrovata.  La stessa auto sarebbe stata vista passare poco tempo prima proprio a Concordia: i varchi ne avrebbero registrato la targa. Chi guidava l'auto?

Gli spritz e la lunga notte al bar. Il giallo delle ultime ore di Alice. La serata ripresa dalle telecamere: la donna ha lasciato il locale alle 2, poi il buio. Indagati il marito e l'amico. Redazione su Il Giornale il 22 Novembre 2022.

Due persone sono indagate nell'ambito delle indagini in corso nel Modenese sulla morte di Alice Neri, la 32enne trovata carbonizzata venerdì sera nella sua auto a Fossa di Concordia, una località della provincia. La Procura ha iscritto nel registro degli indagati il marito della donna e un amico. Secondo quanto trapela, l'iscrizione è un atto necessario per alcuni accertamenti che devono essere eseguiti; entrambi rimangono a piede libero.

Le ipotesi di reato sono omicidio volontario e distruzione di cadavere. Sulla vicenda indagano i Carabinieri coordinati dal pm Claudia Natalini. Si stanno scandagliando le ultime ore di vita della vittima, in particolare quanto accaduto giovedì sera. Testimonianze, filmati delle telecamere di videosorveglianza, celle telefoniche. Nicholas Negrini, marito di Alice e padre della loro bambina di quattro anni, è stato sentito a lungo in caserma. Era stato proprio lui a denunciare la scomparsa della moglie giovedì, non vedendola rientrare a casa dopo il lavoro. «Avevo paura che avesse fatto un incidente», aveva spiegato ai carabinieri. L'altra persona sulla quale è rivolta l'attenzione è un amico della 32enne, convocato in caserma già venerdì sera. Sarebbe lui l'ultimo ad averla vista. La 32enne lavorava per l'impresa di pulizie «Sun Flower» insieme alla madre, mentre il marito Nicholas è un grafico.

Alice, originaria di Ravarino, sempre nel Modenese secondo una testimonianza avvalorata da alcuni filmati delle videocamere di sorveglianza, ha passato la serata in un bar. La donna sarebbe arrivata attorno alle 19.40, poi l'ha raggiunta un uomo con cui si è intrattenuta fin alla chiusura del locale attorno alle 2, dopo aver bevuto diversi spritz. Tra loro non ci sarebbero state effusioni, ma solo chiacchiere e scherzi in forma amichevole. Resta da chiarire dunque cosa sia successo nelle ore successive: il corpo della donna è stato rinvenuto alle 21 del venerdì. Della 32enne si erano perse le tracce da giovedì 17 novembre. A dare l'allarme era stato il marito denunciando la scomparsa.

La macchina è stata ritrovata in una zona di campagna di Concordia sulla Secchia, in provincia di Modena. Un cittadino di passaggio aveva notato il fumo che saliva al cielo in mezzo ad una macchia di vegetazione e ha allertato i soccorsi. L'auto si trovava in sosta su una strada sterrata. Un'area di aperta campagna, fatta di strette stradine non asfaltate, dove vicino ci sono una serie di laghetti per l'itticoltura. Una zona estranea di fatto alla frequentazione, se non da parte di chi lavora nei campi o abita nelle poche case circostanti. Dopo l'intervento dei vigili del fuoco per spegnere le fiamme dell'utilitaria, è stata fatta la tragica scoperta. Quindi l'intervento dei carabinieri per avviare gli accertamenti sul posto e le indagini. Poco dopo il marito era stato informato del ritrovamento del corpo di sua moglie ed era stato accompagnato in caserma per essere ascoltato nel dettaglio. Si attende ora che la Procura incarichi i periti per effettuare l'autopsia sui resti della 32enne. Durante le perquisizioni nelle abitazioni dei due indagati non sono emersi elementi utili alle indagini. Non è quindi ancora del tutto esclusa la pista del gesto volontario.

Il dolore della famiglia: "Stiamo vivendo un incubo pazzesco". Alice Neri, il giallo della morte della mamma trovata carbonizzata nella sua auto: “Punita per un rifiuto”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Novembre 2022

Non si danno pace i familiari di Alice Neri, la 32enne di Ravarino, piccolo paesino nella provincia di Modena, trovata carbonizzata nel bagagliaio della sua auto venerdì 18 novembre in mezzo alle campagne di Concordia, nella Bassa modenese. Una drammatica morte su cui gli investigatori stanno cercando di fare luce. Attualmente due sono le persone indagate: il marito, che ha dato l’allarme dopo la sua scomparsa e un amico di Alice, l’ultimo ad averla vista viva. Ma al momento nessuna pista è esclusa.

L’unico motivo possibile è che mia figlia abbia rifiutato qualcosa che non voleva fare, abbia detto di ‘no’, e questo ha fatto partire l’embolo a qualcuno. Che l’ha ammazzata e bruciata, per non farmela vedere più l’ultima volta nemmeno da morta”, ha detto a Repubblica la mamma di Alice, Patrizia Montorsi, che non riesce a darsi pace su quanto accaduto. Il dolore per l’assurda morte della figlia è enorme.

Alice viveva con il marito Nicholas e la loro figlioletta di 4 anni in una villetta a Ravarino. È da lì che Alice giovedì sera intorno alle 19 è uscita per raggiungere l’amico (ora indagato) in un bar di Concordia per fare un aperitivo. Si è trattenuta lì in chiacchiere amichevoli fino alle 2 di notte. L’aperitivo è stato ripreso dalle telecamere di videosorveglianza, poi non si sa cosa sia successo. Il mattino seguente, non trovandola nel letto, il marito di Alice l’ha cercata ovunque insieme al fratello della ragazza senza trovarne traccia, poi la denuncia della scomparsa ai carabinieri.

Mio cognato Nicholas ed io, grazie al localizzatore del telefono di Alice, siamo riusciti a risalire al posto dove era stata l’ultima volta che il cellulare è rimasto acceso – ha raccontato al Resto del Carlino Matteo Marzoli, fratello di Alice – Per tutto il pomeriggio ho setacciato il paese e la campagna con la speranza di vedere la sua macchina. A posteriori, mi pare di poter dire anche di essere passato vicino al luogo del ritrovamento”.

Poi il ritrovamento venerdì sera del corpo carbonizzato di Alice rinchiuso nel bagagliaio della sua auto. Non è esclusa nessuna ipotesi sebbene un fascicolo è stato aperto per omicidio e distruzione di cadavere. “Spero che si trovi chi ha fatto questa crudeltà a una ragazza solare, felice, una mamma di famiglia – ha continuato la mamma di Alice nell’intervista a Repubblica – Non c’era nulla di nascosto, mia figlia non aveva amanti. Mio genero non c’entra. Un folle ha deciso di eliminarla”, conclude la signora Patrizia.

Se mi spaventano le cose spiacevoli che potrebbero emergere? Certo – continua il fratello a Il Resto del Carlino – per ora sto cercando di mantenere la razionalità, con la speranza che la verità venga a galla presto, prima di perdere questa poca lucidità che mi resta: sono un essere umano e qualcuno ha ucciso mia sorella. Un passo alla volta, stiamo vivendo un incubo pazzesco. Sto vicino a mamma, siamo una grande famiglia molto unita e ci sono tante persone che ci vogliono bene e che si sono mobilitate per stare con noi h24. Senza questo supporto di affetto, il rischio è quello di impazzire”. “Mio cognato – ha concluso Matteo – ora pensa a proteggere la loro meravigliosa bimba, sta cercando di salvaguardarla il più possibile. Non riesce neanche più a tornare a casa sua, sempre assediata da tutti. Sta con la sua bimba”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto dell’articolo di Giuseppe Scarpa per roma.repubblica.it il 4 gennaio 2023.

Madre e figlia, le hanno trovate entrambe senza vita. Morte all'interno dello stesso appartamento, il più tragico degli epiloghi si è consumato, molto probabilmente, a Capodanno. Ma cosa è accaduto a San Basilio la notte del 31 dicembre? In via Fabriano, al civico 31, nessuno sa niente, nessuno ha visto niente. Eppure qualche cosa deve essere accaduto. I dirimpettai giurano di non aver udito "alcun rumore" provenire da quella casa. "È venuta la polizia stamattina (il 3 gennaio, ndr) io non so altro", giura la vicina. Un altro inquilino taglia corto: "Io non so niente di questa storia" e rientra in casa dopo essersi affacciato dal balcone. La procura, però, vuole vederci chiaro.

 Due donne morte nello stesso momento, nella stessa abitazione sono un fatto abbastanza singolare. Forse una pura coincidenza, una che si sente male muore e l'altra che successivamente a causa dello stress ha un infarto. Oppure un doppio suicidio? Sullo sfondo l'ipotesi estrema dell'omicidio - suicidio.

 (...)

Gli altri inquilini, che vivono nei palazzi accanto, si chiedono cosa possa essere accaduto. "Non godevano di buona salute, questo è certo", spiega una signora. Al civico 31 si contano almeno tre edifici, tre diversi portoni. Quello in cui abitavano le due vittime è l'ultimo rispetto al cancello d'ingresso. Tutti edifici bassi, case popolari, di tre piani color ocra. Molte donne anziane affacciate parlano tra loro. "Hai visto la polizia? Cosa è successo ad Augusta e Carmela?" Adesso investigatori e inquirenti dovranno dare una risposta.

"Le sette hanno sempre più adepti". L'ombra dei riti sulla donna mummificata. È mistero intorno alla morte di Luana Costantini e della madre Elena Bruselles: nella loro storia c'è un movimento filoesoterico e forse solitudine. Ne parla il criminologo Francesco Esposito. Angela Leucci il 27 gennaio 2023 su Il Giornale.

La morte di Luana Costantini e della madre Elena Bruselles è un giallo inestricabile al momento. Mentre si attendono gli esiti dell’autopsia, si sa solo che la 54enne e l’anziana madre 83enne, malata di Alzheimer, abbiano molto probabilmente perso la vita in tempi diversi.

A impensierirsi è stato un meccanico che possiede un’officina nei pressi della casa delle due donne, a Roma in via Salvatori: dapprima aveva notato lo scooter di Luana fermo per giorni, poi le aveva parlato dalla finestra, trovandola “strana”, infine aveva scorto la luce accesa per diversi giorni. Infine la tragica scoperta il 19 gennaio: Elena è stata trovata addirittura mummificata e in casa sono state ritrovate insolite suppellettili, che parte della stampa ha ricondotto a rituali settari.

Le due donne non vivevano da sole in quella casa. Con loro c’era il fidanzato di Luana, Paolo Rosafio, originario di Taurisano in provincia di Lecce, che però intorno al giorno di Santo Stefano sarebbe tornato dai parenti in Puglia, e che, ancora lì al momento in cui scriviamo, pare aver appreso della morte delle donne dai media. L’uomo, che si fa chiamare sui social Shamano Shekinà Shekinà, è un sedicente esperto di benessere, si è reso reperibile ed è stato ascoltato dagli inquirenti.

Inoltre in casa pare abitasse un altro uomo, tale “Roberto”, che la stampa aveva ribattezzato con un nome di fantasia. Roberto, insieme a Paolo e Luana, fa parte di un movimento chiamato Cubytrix, che alcuni hanno definito una setta. Nessuno è sotto indagine al momento, tuttavia è stata aperto un fascicolo per morte in seguito ad altro reato. “Quale che sia l’altro reato, la storia desta allarme, anche alla luce dell'aumento di sette e psicosette in Italia”, spiega a IlGiornale.it il criminologo forense Francesco Esposito, autore del podcast Le Bestie di Satana, 25 anni dopo.

Esposito, che idea si è fatto sul caso di Luana Costantini ed Elena Bruselles?

Gli elementi sono pochi, possiamo solo fare qualche supposizione a voce alta. Secondo me si tratta di un insieme di situazioni: a volte alcuni gruppuscoli finiscono per aggrapparsi a situazioni di disagio o fragilità, o ancora ipersensibilità. Potrebbe essersi trattato di qualcosa del genere”.

Si è parlato molto di sette, ma da Cubytrix smentiscono di essere una setta. Possiamo parlare di un movimento filoesoterista?

Le sette, dopo gli anni ’90 e parlando comunque in generale, si sono fatte un po’ più furbe. Nessuna dirà mai di essere una setta, tanto più che sette con iscritti e riti sono ben poche. Aiutate da motivi sociologici e politici, si sono nascoste sempre più dietro la libertà di espressione. A volte, dopo un po’, diventano religioni. Sette, psicosette e post-new age con nuove tecnologie sono ancor più liquide e sfuggenti”.

Luana era un’operatrice socio sanitaria che aveva deciso di non vaccinarsi ed era stata sospesa dal servizio. I fenomeni relativi a chi smette di seguire la medicina ufficiale sono cresciuti dopo la pandemia, secondo la sua percezione?

Negli ultimi 15 anni, a volte anche per motivi validi - come per esempio per passare da uno stile di vita consumistico a riprendersi il proprio tempo - in tanti sono passati hegelianamente da un estremo a un altro prima di trovare il giusto equilibrio tra il pensiero occidentale e quello orientale. Così i movimenti settari e gli spiritualismi sono cresciuti tantissimo, anche pret-a-porter con acquisti di app, certamente leciti e anche buoni su meditazione e yoga. Il periodo scatenante io credo però che sia sorto quando un movimento ha iniziato ad affermare che i vaccini causassero l’autismo, cosa che rappresentava una grande fuffa ma che ha radicalizzato un fenomeno”.

È stato aperto un fascicolo per morte a seguito di altro reato e non ci sono indagati. Cosa significa?

È un atto dovuto. Si presume che il soggetto non si sia suicidato, né che sia morto per un’overdose. In base alla scena del crimine e alle sommarie informazioni, si presume che la morte sia da altro reato quando non c’è dolo nella morte, è un altro tipo di responsabilità, anche se comunque è grave. Ancora non lo sappiamo quale potrebbe essere, eventualmente, questo altro reato”.

Morte madre e figlia. Il rito esoterico e il post Facebook: "Luana ha mollato"

Cosa potrebbe dirci l’autopsia?

La vittima parla sempre. Bisogna sempre ascoltarla. L’autopsia ci fa vedere quando una persona è morta, cosa aveva mangiato, se aveva assunto alcol o droghe e in quale quantità, quali erano le condizioni dei suoi organi. In Italia, ci tengo a dirlo, siamo molto bravi nelle autopsie, tra i primi al mondo, purtroppo abituati a eseguirle fin dagli Anni di Piombo e passando per le stragi di mafia. L’autopsia potrebbe rivelare anche un’eventuale malattia o un accadimento letale, come un aneurisma, anche se però mi chiedo quale accadimento letale possa aver colpito entrambe le donne”.

Colpisce l'immaginario il fatto che la signora Elena fosse mummificata. Può essere un fenomeno naturale oppure ci può essere la mano umana?

I cadaveri, talvolta, quando vengono ritrovati in determinate situazioni, possono presentare quella che i non addetti ai lavori possono definire mummificazione, ma è un processo naturale. Difficilmente inquirenti ed esperti utilizzerebbero questa dicitura colloquiale. Mi pare strano che questo cadavere sia stato mummificato con un rito: rendiamoci conto che i cadaveri non sono patinati, ma si possono mostrare apparentemente saponificati, mummificati o rigidi, ma si tratta di fenomeni essenzialmente naturali. Ci andrei molto molto cauto”.

Le donne sono state trovate grazie a un meccanico che lavorava nei pressi della casa e che ha dato l’allarme. C’è una componente di dramma della solitudine in questa storia?

Mi ha colpito molto leggere la testimonianza di un’amica, che diceva che Luana aveva vissuto un periodo di cambiamenti, era più riservata, più chiusa. Quando un soggetto inizia a trasformare il proprio comportamento, vivendo un cambiamento repentino volto a chiudersi, bisogna stare attenti. È possibile abbia incontrato qualcuno che dopo un’iniziale love bombing l’abbia risucchiata, anche se al momento non possiamo dire chi potrebbe essere. Quella di Luana potrebbe essere una storia di solitudine, sebbene apparentemente fosse circondata da persone”.

Estratto da open.online il 21 gennaio 2023.

Ieri mattina la polizia ha trovato in un appartamento di via Giulio Salvadori al Trionfale i corpi di Elena Bruselles e Luana Costantini. Madre e figlia avevano rispettivamente 83 e 54 anni. Elena, malata di Alzheimer, è probabilmente morta a ridosso del 28 dicembre. La figlia sembra essere deceduta alcuni giorni fa.

 Costantini faceva parte di una setta esoterica. Aveva due profili Facebook [...] parlava delle attività social di Cubytrix, una comunità del paranormale che sponsorizza corsi di magia e tantra nero. Vendendo rune e tavole ouija. Il fondatore si fa chiamare Shamano Shekhinà Shekhinà. Il suo vero nome è Paolo Rosafio. Ed è l’ex fidanzato di Luana. Gli inquirenti lo stanno cercando in Puglia, dove pare che sia tornato.

Lo Shamano Shekhinà Shekhinà

Rosafio aveva frequentato Costantini per due anni e mezzo. Poi è tornato a Lecce. Ma ha lasciato alcuni suoi vestiti nell’appartamento al Trionfale. [...] Dopo il suo arrivo, secondo i racconti dei vicini nell’edizione romana di Repubblica, Costantini aveva chiuso i rapporti con i fratelli. Lui invece sostiene che fino all’ultimo ha tentato di convincerla a farsi aiutare.

 Un presunto occultista molto conosciuto nella capitale oggi dice che si aspettava la sua morte: «So che si farà fatica a crederlo, ma in quella casa abbiamo assistito a più di un avvenimento di possessioni e manifestazioni. Molte cose che vedevamo non erano normali. Luana aveva due quaderni nel cassetto dove c’è il drago bianco. La verità sta lì».

 Secondo la sua testimonianza già il 24 dicembre [...] Elena Bruselles stava molto male: «Mangiava una sola volta al giorno all’ora di pranzo. La cena non riusciva a farla perché non aveva le forze. Le portava qualcosa la figlia».

Il presunto occultista sostiene che tutto parta dalla setta Cubytrix: «C’è qualcosa in quella casa. Tutto è iniziato il 31 ottobre. E da allora è come se qualcosa ogni giorno volesse prevalere sull’armonia. Sono aumentate le liti, i malesseri, le morti. Saltava anche la corrente».

 La notte di Halloween erano in 4: c’erano l’occultista, Luana con il fidanzato e un’altra ragazza. «Dopo il 31 ottobre ha iniziato ad avere atteggiamenti strani. Sbatteva i denti con furia. Non mangiava, distorceva le ossa. Molte volte la trovavi a sbattere. Sentiva dolore a tutte le ossa e zoppicava. Tutto è iniziato con una semplice insonnia, poi sono arrivate le infiammazioni alle parti intime. Io e Paolo siamo andati via da quella casa proprio per i comportamenti abbastanza strani e inquietanti di Luana».

 La cocaina

Secondo il presunto occultista Luana Costantini ha anche assunto cocaina. «Dopo la morte della madre si è lasciata andare. «Ha chiamato uno spacciatore ed ha pippato fino al crollo», sostiene. [...]

Estratto dell’articolo di Marco Carta per “la Repubblica - Edizione Roma” il 23 gennaio 2023.

 Un rito esoterico finito male. Oppure una notte storta, passata a consumare cocaina o altre sostanze.

 Poi il vuoto. La data è quella del 27 dicembre: è il giorno in cui Luana Costantini “ha mollato”. La 54enne, trovata morta insieme a sua madre Elena Bruselles, deceduta un mese prima e custodita mummificata in casa, intorno alle 23 pubblica tre post sul suo profilo Facebook. Dopo di che scompare.

 Da poche ore il suo fidanzato Paolo Rosafio, lo sciamano, ha lasciato Luana e l’appartamento di Monte Mario dove aveva abitato per più di un anno. Nella casa viveva anche Roberto, che se ne va lo stesso giorno. Viene lasciato dalla fidanzata e poche ore dopo abbandona anche Cubytrix, la comunità esoterica che ha fondato proprio insieme a Rosafio.

Paolo, Roberto e la sua ex fidanzata sono gli ultimi ad aver visto le due donne in vita: «Il 31 ottobre c’era stata una seduta spiritica in quella casa — ricorda Roberto - e da quel giorno Luana aveva iniziato ad avere atteggiamenti aggressivi. Ci lanciava coltelli, aveva crisi epilettiche.

 Gli ultimi giorni stava sempre nella sua stanza e in quella della madre. Fino al 25 Elena era viva, dopo non lo so. Luana le parlava e la cambiava » .

 […] La paura è che il corpo dell’anziana possa essere stato conservato per qualche rito. O per sfruttare la sua pensione da invalida, come si sospetta. Per ora nel fascicolo aperto non ci sono indagati. Sono già stati ascoltati dagli inquirenti i vicini e i familiari di Luana.

 Oggi invece è il turno dello sciamano Rosafio, rintracciato a Lecce due giorni fa. A breve potrebbero essere interrogati anche i suoi amici occultisti, che a Monte Mario erano di casa. Lo sciamano parla di “ favole”, commentando la vicenda. […]

Estratto dell’articolo di Marco Carta per “la Repubblica – ed. Roma” il 23 gennaio 2023.

 Non un ricordo. Non una foto di Luana. Paolo Rosafio, a poche ore dalla notizia del ritrovamento del corpo senza vita dell’ex fidanzata, ha ripreso a pubblicare sulle sue pagine social gli stessi contenuti motivazionali di sempre. La paura principale, insomma, è quella di perdere follower.

[…] nelle chat private, tra i migliaia di adepti, ognuno ha la sua versione dei fatti. « Solo per qualche live e oggetto siamo stati presi per satanisti - spiega uno degli amministratori di Cubytrix - quando la colpa non è nostra. Lì nella via tutti sapevano che la Luana c’era chiusa in casa. Tutti sapevano che era crollata » . Lo “ sciamano”, uno degli ultimi ad aver visto la donna in vita, non è indagato. Ma sarà ascoltato lunedì dai poliziotti di Lecce per capire cosa possa essere accaduto in quella casa di Monte Mario dove lui ha vissuto fino a poco fa. Chi lo conosce bene, lo definisce provato. Anche se sui social, sembra che non sia accaduto nulla

 […] Quando l’ho conosciuto era ossessionato dai rituali. Si chiudeva solo nella grotta a fare i suoi rituali, una volta che ha capito che stava sbagliato ha coperto la grotta di casa con sassi», racconta Roberto, secondo cui lo sciamano sarebbe stato plagiato da un altro gruppo esoterico, denominato il Tempio. «Tutto e partito da lì, in quel gruppo ci sono ritualisti negromanti. E’ la vera setta che da un anno e mezzo crea scompiglio. Con i rituali non si scherza » .

A gestire il Tempio, è un esperto del settore olistico, Francesco Speciale, che dopo aver collaborato con Rosafio, facendogli moderare il gruppo Facebook, decide di allontanare lo “sciamano”. […]

 Una volta allontanato, Rosafio avrebbe innescato una vera guerra contro il fondatore del Tempio, il gruppo dove Luana, però, non sarebbe mai stata iscritta: «Tra mezzora tu non esisti più su Facebook - dice Rosafio in un audio di minaccia - ti vengo a trovare ».  […] Al centro della contesa, i followers e la credibilità nella comunità esoterica virtuale. […]

Madre e figlia trovate morte in casa, ascoltato l'ex fidanzato sciamano. Questa mattina è stato ascoltato in caserma l'ex fidanzato di Luana Costantini, uno sciamano della setta occulta di cui faceva parte la donna. Potrebbero essere suoi gli indumenti trovati dalla polizia nell'appartamento della donna a Roma in zona Monte Mario. Emanuele Fragasso il 23 Gennaio 2023 su Il Giornale.

La mattina del 20 gennaio sono state trovate morte nella loro abitazione a Roma due donne, madre e figlia rispettivamente di 83 e 54 anni. L’anziana Elena Bruselles, ex infermiera, è morta molto prima della figlia, Luana Costantini, operatrice sanitaria - da tempo disoccupata per le sue posizioni no-vax -, da sempre attratta dalle magie occulte e dall’esoterismo.

L’ombra della magia nera aleggia sopra quella che sembrava essere una tragica storia di solitudine. All’interno dell’abitazione sono stati ritrovati oggetti oscuri, che potrebbero essere stati utilizzati per un rito di magia nera.

La dinamica

La cinquantaquattrenne è morta da poco meno di una settimana, potrebbe aver vegliato sul corpo della madre per più di venti giorni, spegnendo il telefono e isolandosi completamente dal mondo esterno. Sembra che la donna non uscisse nemmeno per gettare la spazzatura. I vigili del fuoco quando hanno sfondato la porta della loro abitazione, dopo la segnalazione del fratello della Costantini, hanno trovato decine di sacchetti dell’immondizia riversi sul pavimento. Un comportamento anomalo e che ancora ad oggi gli investigatori non si riescono a spiegare.

L'ex fidanzato sciamano e la setta online

Nel piccolo appartamento di via Giulio Salvadori, in zona Monte Mario ad est del Tevere sono stati trovati dalla polizia anche degli indumenti maschili, appartenenti forse all’ex fidanzato di Luana Costantini, uno sciamano pugliese chiamato Paolo Rosafio, appartenente alla setta online Cubytrix. Anche Luana Costantini faceva parte della stessa setta, non si sa se la donna avesse conosciuto il fidanzato sciamano dopo essere entrata nel gruppo occultista oppure sia stato proprio lui a invogliarla ad entrare. L’uomo - dopo aver terminato la relazione con l’operatrice sanitaria - ha lasciato la casa della fidanzata, dove viveva anche l’anziana madre, per tornare a Lecce. La donna, dopo la fine della relazione con il santone, sembra essere caduta in una forte depressione. Le ultime persone ad aver visto la cinquantaquattrenne l’hanno descritta come “sconnessa” e “psicologicamente distrutta”. Proprio oggi, 23 gennaio, gli inquirenti hanno ascoltato Rosafio, dopo essere stato rintracciato dalle forze dell’ordine. Al momento l’uomo non è sospettato.

Un'evocazione finita male

La donna ha continuato a pubblicare sulla sua pagina Facebook post a tema esoterico fino al 27 dicembre 2022, data in cui molto probabilmente la madre era morta da pochi giorni. L’ex operatrice sanitaria aveva completamente tagliato i propri rapporti con i due fratelli dopo aver iniziato la relazione con il santone dell’esoterismo. La donna - ha raccontato un amico - sarebbe totalmente cambiata dopo un rito d’evocazione spiritico avvenuto durante la notte di Halloween. Luana avrebbe smesso di mangiare e, secondo l’amico, passava le giornate a battere istericamente i denti, come se avesse freddo, rimanendo completamente sola con l’anziana madre, della quale però non riusciva a prendersi cura.

Il post della setta Cubytrix

Dopo la diffusione della notizia della morte della loro adepta, la setta Cubytrix ha pubblicato un lungo post su Facebook. "Tutti volevamo bene a Luana, lei credeva tanto in questo progetto. Non era solo una sorella, era una luce in un mondo di tenebre". La pagina di Cubytrix ha poi cercato di proteggere il proprio santone. "State cercando un criminale - continua il post su Facebook - ma quel criminale non è Shekhinà Shekhinà (il "nome usato da Paolo Rosafio n.d.r.) non sapete quanti crolli e battaglie Paolo ha dovuto affrontare pur di aiutare Luana e la madre".

Madre e figlia morte in casa a Roma, l’ombra dei riti esoterici: l’ex fidanzato “sciamano” di Luana rintracciato a Lecce. Redazione su Il Riformista il 21 Gennaio 2023

Il ritrovamento dei corpi senza vita di Luana Costantini, 54 anni ex infermiera, e di sua madre, Elena Bruselles, 83enne malata di Alzheimer, si tinge di giallo.

I corpi delle due donne, trovate mummificate nella loro abitazione in via Salvadori, quartiere Monte Mario a Roma, erano state rinvenuti giovedì 19 gennaio su segnalazione del fratello di Luana, che non aveva più notizie delle due da diverse tempo.

Secondo quanto emerso da un primo esame effettuato dal medico legale, l’83enne Elena sarebbe morta quasi un mese prima rispetto alla figlia: il decesso risalirebbe a prima di Natale, quindi circa un mese fa.

Ma quella che inizialmente poteva apparire come una storia di solitudine sembra in realtà nascondere altro, una vicenda ben più oscura legata a riti esoterici.

Gli inquirenti lo hanno capito quando, come racconta il Corriere della Sera, nell’appartamento sono stati rinvenuti candelabri, tuniche, formule magiche. Analizzando la vita di Luana Costantini gli agenti del commissariato di Polizia di Primavallae hanno scoperto che la 54enne aveva perso il lavoro di operatore sanitario per le sue posizioni no vax, condivideva le iniziative dei “fratelli e sorelle” di Cubytrix, una “comunità del paranormale”, quasi una setta.

Il fondatore di Cubytrix che si fa chiamare Shamano Shekhinà Shekhinà, alias Paolo Rosafio, sarebbe stato il fidanzato di Luana: il suo nome era presente sul citofono della palazzina di via Salvadori in cui abitavano madre e figlia.

Rosafio è stato rintracciato oggi dalla polizia a Lecce: si trovava nella sua abitazione, non era scappato e al momento non è indagato. Nei prossimi giorni potrebbe essere sentito dagli agenti della Squadra mobile del posto.

Il suo ruolo nella vicenda della morte di Luana ed Elena al momento non è chiaro: sui corpi di madre e figlia non sarebbero stati rilevati evidenti segni di violenza, ma sarà ora l’autopsia a chiarire i contorni della vicenda.

Repubblica cita la testimonianza di un amico di Luana, per un periodo suo ospite quando l’ex infermiera faceva ancora coppia col ‘santone’, che ha raccontato al quotidiano come la donna si fosse isolata dopo un rito di evocazione la notte di Halloween: “Nel mondo esoterico molti lo conoscono, è un rito di ringraziamento e sacrificio, considerato una specie di passaggio col mondo dei morti“. Da quel giorno Luana era cambiata: “Non mangiava, batteva i denti con furia“.

Estratto dell’articolo di Marco Carta e Emanuela Del Frate per “la Repubblica - Edizione Roma” il 24 gennaio 2023. 

La pensione di anzianità di Elena Bruselles. Ma anche le ricchezze dello sciamano Paolo Rosafio, l’ex fidanzato di Luana Costantini. Un corposo gruzzolo che negli ultimi mesi si è fatto sempre più consistente. Un tesoro sospetto, su cui ora faranno luce gli inquirenti.

 […] a sei giorni dalla scoperta dei corpi senza vita di Luana, morta circa dieci giorni fa, e di sua madre Elena, deceduta forse un mese fa e ritrovata mummificata all’interno dell’appartamento, le indagini si allargano anche alla pseudo setta “Cubytrix”, di cui Rosafio è il fondatore […].

Lo sciamano, che non è indagato, per oltre un anno ha vissuto insieme a Luana e Elena. Poi a fine dicembre ha lasciato la casa […]. È stato rintracciato a Taurisano, in provincia di Lecce, sabato scorso: […] « Non so niente della morte di Elena e Luana. Io me ne sono andato via prima da quella casa » .

 […] Addirittura ha minimizzato anche il rapporto con la sua ex fidanzata: «non era così stretto ».

 Lo sciamano avrebbe detto di aver lasciato l’appartamento di via Salvadori il […] 26 dicembre. Ma il sospetto è che possa essersi intrattenuto qualche giorno in più. O che comunque in qualche modo avesse almeno saputo della morte di Elena.

Per capirlo sarà decisivo l’esito dell’esame autoptico […]. […] Se, infatti, dovesse emergere che le due donne sono morte per cause naturali, si cercherà di capire se siano state vittime di una possibile manipolazione psicologica. Da questa accusa, lo sciamano si è difeso preventivamente ieri: “Cubytrix non è una setta”.

 Ma la promozione di tavole Ouija, i riferimenti diretti al satanismo su Facebook, e le tracce dei riti esoterici ritrovate dell’appartamento, fanno pensare a qualcosa di diverso.

 Anche perché […] il conto in banca dello sciamano si sarebbe fatto più corposo proprio nell’ultimo anno. Rosafio ha detto di essersi arricchito vendendo “alghe” e pozioni on line. […]

Estratto dell’articolo di Marco Carta e Emanuela Del Frate per “la Repubblica - Edizione Roma” il 24 gennaio 2023.

«Ho visto delle foto e ho detto: questa non è Luana. Non era lei». Alessandra S., infermiera, è una delle ultime colleghe di Luana Costantini, che aveva conosciuto poco prima della sua relazione con lo sciamano Paolo Rosafio.

 «Luana era una persona che si sentiva sola. Ma non era depressa o aggressiva. […] Si truccava tutti i giorni, aveva i capelli sempre colorati di nero.

 Invece adesso che vedo le sue ultime foto quasi non la riconosco. Tutti capelli bianchi, senza un filo di trucco, piena di occhiaie. Non sembra nemmeno lei» .

 A cambiare le cose, secondo Alessandra, sarebbe stata proprio la relazione con lo sciamano, conosciuto sul finire del 2019. «Un giorno mi disse guarda ho conosciuto un ragazzo.

A me lui sembrava strano, ma lei era una persona che si sentiva sola e non le ho detto niente. Luana era innamoratissima. E a poco a poco ha iniziato a cambiare: faceva discorsi strani, parlava in continuazione di mondi nuovi e altre cose esoteriche. Io me la guardavo e le dicevo: A Luà, Ma che stai a di?».

 Le due si perdono di vista. Alessandra si trasferisce in un’altra struttura, mentre Luana, esplosa la pandemia Covid 19, decide di non vaccinarsi e rimane senza lavoro: «Lei aveva paura delle medicine. Non usava nulla. Figuriamoci se prendeva la cocaina, come ho letto».  […]

Yana torna a casa. La nonna: «La malattia per colpa di Chernobyl e le operazioni. Era diventata il nostro cigno». Pietro Tosca su Il Corriere della Sera l’8 Febbraio 2023.

Il feretro della ragazza uccisa dal convivente nel Mantovano oggi sarà a Romano per la camera ardente. La nonna racconta i suoi anni di malattia e i suoi sogni. La mamma: «Serve una pena esemplare»

«Era bellissima e aveva tanta voglia di vivere, dopo un’adolescenza in cui aveva conosciuto la malattia e il dolore». Nonna Larissa Bodnari si lascia cadere nel divano della casa di Romano dove, insieme al marito Giovanni Vitali, ha cresciuto la nipote Yana Malaiko, la ragazza ucraina di 23 anni uccisa il 20 gennaio a Castiglione delle Stiviere (Mantova) dall’ex convivente moldavo Dumitru Stratan, 33 anni. Manca poco all’ora di pranzo e la tavola è già apparecchiata, il gatto arriva e si struscia sulla gamba dell’anziana intenta a riannodare il filo della memoria, ma è come se qualcuno avesse tirato un sasso su quella quotidianità di provincia mandandola in frantumi. «La nostra è un’abitazione modesta — racconta — ma qui Yana aveva trovato serenità. Era arrivata a 15 anni dopo averne trascorsi due in ospedale. Era di Cernivci, città al confine con la Romania, dove abbiamo pagato un tributo caro a Chernobyl. Molti bambini nascono ammalati e anche Yana sin da piccola stava male per una malformazione all’intestino». Nel 2014 il papà Oleksandr Malaiko riesce a farla operare in una clinica a Leopoli e poi la ragazza arriva a Romano per una convalescenza difficile. «Era uno scricciolo — continua Larissa — stava crescendo e diceva “nonna sono brutta”, ma poi è diventata un cigno. Aveva ancora bisogno di cure e la burocrazia ci faceva penare: per farle ottenere i documenti ci sono voluti 8 mesi».

Anche l’inserimento a scuola non è facile e, dopo aver frequentato il Don Milani a Romano e il Majorana a Seriate, Yana decide che non è la sua strada. «Aveva fretta di crescere — ricorda la nonna —, così è andata a lavorare. Prima in un bar qui vicino, poi in un ristorante a Covo e infine in un bar a Chiari. Mio marito andava tutte le notti a prenderla a fine turno». Proprio a Chiari Yana, a 20 anni, conosce Dumitru Stratan e va a convivere con lui a Castiglione delle Stiviere dove la sorella del ragazzo ha un bar in cui entrambi lavoreranno. «Lui era più grande — continua la nonna —, pensavamo che sarebbe stato un appoggio. Ma c’era qualcosa di strano. Veniva a casa per il pranzo della domenica ma poi usciva e aspettava in auto. Diceva che andava a fumare. Yana ci rimaneva male ma non diceva nulla. Dall’esperienza della malattia le era rimasto un carattere chiuso. Sopportava come aveva sopportato il dolore perché voleva costruirsi una famiglia». Il sogno di Yana si sgretola mentre Dumitru trascorre le notti in giro con gli amici e, come poi la sorella confermerà, diventando succube della droga. «Yana rimaneva sola in casa con il suo cagnolino Bulka — ricorda la nonna —, poi abbiamo saputo che c’erano state delle liti e delle botte, l’aveva confessato alla mamma».

Quando il rapporto si incrina è proprio la sorella del fidanzato a ospitare la 23enne nell’appartamento sopra il bar. Dopo Natale, Yana rompe la relazione. Dumitru non accetta e, quando viene a sapere che lei ha un nuovo ragazzo, prepara quella che sembra una trappola. Il 19 gennaio tocca a lui tenere Bulka e verso mezzanotte tempesta la 23enne di telefonate dicendole che il cagnolino sta male e se può riportarglielo. Lei acconsente ma quando rientra nell’appartamento, di cui anche Dumitru ha le chiavi, trova che è stata disinserita la telecamera interna. Verso le 2 scrive al nuovo ragazzo che tutto va bene. Alle 4, però, un’altra telecamera riprende Dumitru che esce dall’abitazione trascinando un fagotto. Prima, avrebbe tentato di mettere il corpo di Yana in un trolley, per trasportarlo nei boschi dove verrà ritrovato solo il 1° di febbraio. Lunedì la salma di Yana è stata riconsegnata ai familiari che hanno allestito la camera ardente a Castiglione. A vegliarla il papà e la mamma Tatiana Serbenchuk, arrivata dal Canada, che ieri ha voluto ringraziare i volontari che si sono prodigati nelle ricerche: «Abbiamo l’opportunità di vedere Yana per l’ultima volta solo perché ci avete aiutato tutti». Poi rivolge un appello a chi può «influenzare la condanna di Stratan» chiedendo una pena esemplare: «Il 20 gennaio la mia Yana probabilmente ha salvato la vita a uno dei tuoi figli che potevano imbattersi in Stratan. Forse ha salvato la vita di sua sorella o di sua madre. Una persona con un cuore così crudele avrebbe comunque ucciso. E ora dobbiamo isolare per sempre questo mostro».

Contestualizza la richiesta l’avvocato della famiglia Angelo Lino Murtas, che ieri ha partecipato al sopralluogo del Ris nell’abitazione del delitto: «La convinzione dei genitori è che ci sia stata premeditazione». Oggi pomeriggio la salma arriverà a Romano dove sarà allestita una camera ardente nella chiesa della Grotta e venerdì, alle 9.30, saranno celebrate le esequie nella parrocchiale.

Gli ultimi istanti di Yana Malayko: «Ha smesso di respirare chiusa in un trolley». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 07 Febbraio 2023

L'assassino Dumitru Stratan, ex fidanzato della ragazza, intendeva trasportare il corpo in un'area periferica di Castiglione delle Stiviere all'interno di una valigia

Il completamento dell’autopsia, divisa in due esami tra sabato e domenica, introduce nel delitto di Yana Malayko un ulteriore atroce scenario: la 23enne avrebbe smesso di respirare all’interno di una valigia, dove l’ex fidanzato e suo killer Dumitru Stratan l’aveva posizionata con l’obiettivo di trasportarla nell’area periferica di Castiglione delle Stiviere. Una zona di campi, boschi, canali e pozzi ugualmente raggiunta dall’assassino a bordo della sua Mercedes, ma con il cadavere dentro non un trolley bensì un sacco. Questo perché, secondo le risultanze del medico legale e le ipotesi degli inquirenti, Stratan non era riuscito a chiudere nella valigia Yana, il cui corpo infatti presentava molti e precisi segni da contatto forzato contro gli spigoli. 

Un trolley, per appunto, che risulta esser stato sequestrato dai carabinieri nel trilocale della morte, al quarto piano del condominio multietnico di piazzale della Resistenza, il luogo di residenza di Yana, originaria dell’Ucraina. Lo scenario fin qui raccontato non esclude comunque le precedenti fasi del delitto già cristallizzate, ovvero l’iniziale aggressione con una spranga contro il lato destro del capo e del viso, e uno strangolamento che potrebbe però non esser stato «concluso» dal killer il quale avrebbe poi optato per il trolley, lasciando agonizzare a oltranza la ragazza. Fin dall’arresto, venerdì 20 gennaio (l’omicidio era avvenuto la notte precedente), Stratan, nato in Moldavia, si è avvalso della facoltà di non rispondere, dunque pure evitando, nonostante le disperate suppliche della famiglia di Yana, di aiutare chi cercava il cadavere. Un quadro complessivo che salvo sorprese innescherà una condanna all’ergastolo. 

Yana e Stratan, devastato da piccolo dal trauma di aver scoperto lui il padre che si era impiccato, si erano lasciati a metà dicembre. Il 14 gennaio, il killer aveva minacciato di morte la ragazza se avesse cominciato una relazione con un uomo da entrambi loro conosciuto, spargendo in giro voci su voci affinché, nel caso, venisse subito informato. Come avvenuto per bocca di un ristoratore che aveva avuto i giovani al tavolo e aveva telefonato a Stratan, così gonfiando i suoi piani di vendetta. 

La soffiata dello chef all’assassino di Yana Malayko: «È qui, insieme a un altro uomo». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 06 Febbraio 2023.

Dumitru Stratan aveva chiesto ad amici e conoscenti di mappare i movimenti dell’ex fidanzata. Un ristoratore lo contattò pochi giorni prima del delitto

Da almeno una settimana prima dell’omicidio, Dumitru Stratan aveva sparso voci su voci a Castiglione delle Stiviere affinché amici e conoscenti mappassero i movimenti dell’ex fidanzata Yana Malayko e gli riferissero novità. E se nella cittadina in provincia di Mantova si sapeva che qualcuno aveva preso molto, molto sul serio quell’incarico del futuro killer, se ne ignorava la precisa identità: ecco, è stato un ristoratore, in data 16 gennaio (l’omicidio è avvenuto la notte del 20) ad avere al tavolo Yana con il nuovo compagno Andrei, e — forse perfino compiaciuto con se stesso per la soffiata — ad avvertire Stratan che dunque in quelle esatte ore ha cominciato a ideare il piano assassino. Un piano che, unito alla mancata collaborazione nel fornire il nascondiglio del cadavere, salvo sorprese gli porterà in dono l’ergastolo.

Dopodiché rimangono e rimarranno domande inutili che purtroppo coinvolgono la medesima Yana nonché Andrei: il 14 gennaio, il 33enne Stratan, originario della Moldavia, aveva ordinato alla ragazza, in quel momento al lavoro nel bar «Event coffee», di salire nel suo appartamento per dei chiarimenti. Yana si era rifiutata e Stratan l’aveva minacciata di morte promettendo che se avesse avviato una storia con un altro uomo da entrambi conosciuto, allora lui l’avrebbe ammazzata. Yana ne aveva fatto parola con Andrei ma nessuno dei due aveva scelto di denunciare l’accaduto, certo nella tragica convinzione che Stratan si sarebbe fermato. Yana non aveva confidato nulla al papà Oleksandr con il quale il dialogo era quotidiano e sovente circostanziato; a sua volta Andrei, riflettendoci sopra in solitaria, non aveva reputato di andare dai carabinieri all’oscuro di Yana; ignoravano (si presume) le pressioni di Dumitru la sorella Cristina, 31 anni, titolare di quell’«Event coffee», e la mamma Ana, 52 anni, pur se al corrente del termine a dicembre della relazione e delle conseguenti ossessioni di Dumitru.

Come proseguono le indagini dei carabinieri del Comando provinciale di Mantova, procedono anche quelle dell’avvocato Angelo Lino Murtas che difende la famiglia Malayko (lunedì, dopo aver superato una serie di ostacoli burocratici, dovrebbe arrivare dal Canada la madre); la conclusione dell’inchiesta non dovrebbe richiedere tempi lunghi; difficile soltanto ipotizzare, dinanzi al più che robusto impianto dell’accusa, su cosa possa poggiare la difesa di Stratan, il quale pare non abbia intenzione di mutare l’atteggiamento tenuto dall’esordio in cella: riposa sulla branda, non parla, ma del resto negli interrogatori si è avvalso della facoltà di non rispondere e, come detto, mai ha rivelato la localizzazione del fosso dove giaceva il cadavere, e men che meno concesso dettagli, magari non precisi ma quantomeno utili a orientare le ricerche, faticose, durate tredici giorni nella periferia di Castiglione delle Stiviere, tutta boschi, campi, pozzi, canali, fango. Che nel suo reiterato silenzio vi fosse un ulteriore scopo di vendetta, è uno scenario considerato dagli inquirenti della Procura assai verosimile.

In conseguenza di quella soffiata del ristoratore, Yana e Andrei, che avevano constatato di persona, specie nel tono e nella frequenza delle telefonate di Stratan, la progressiva estensione della sua azione oppressiva, avevano perfino stabilito di uscire per locali e passeggiate lontano da Castiglione delle Stiviere, sia mai ulteriori informatori comunicassero dritte. E mentre loro modificavano le proprie esistenze, il killer aumentava il ricorso a birre e super alcolici che ne amplificavano la rabbia e accrescevano i fantasmi. 

La giovane 23enne scomparsa nel Mantovano. Yana Malayko, corpo ritrovato in un sacco sotto una catasta di legno: l’omicidio 12 giorni fa, in carcere l’ex fidanzato. Redazione su Il Riformista l’1 Febbraio 2023

Ritrovato in un sacco, gettato in un campo nascosto sotto a una catasta di legno tra i rovi, il cadavere di Yana Malayko, la 23enne di origine ucraina scomparsa la notte del 20 gennaio scorso a Castiglione dello Stiviere, in provincia di Mantova, uccisa nella sua abitazione dall’ex fidanzato, Dumitru Stradan, 33enne di origini moldave, e poi ‘scaricata’ nei campi agricoli poco distanti. La scoperta è avvenuta nel primo pomeriggio, poco dopo le 15, del primo febbraio, oltre 11 giorni dopo la sparizione, tra Castiglione e Lonato, in una zona al confine tra la provincia di Mantova e di Brescia, dove da giorni si erano concentrate le ricerche nonostante il silenzio del killer, con cui aveva avuto una relazione terminata poche settimane prima.

A trovare il corpo della 23enne, originaria di Cernivci, sono stati i carabinieri durante una battuta insieme ad alcuni dei volontari impegnati nelle ricerche. Sul posto anche il procuratore di Mantova Manuela Fasolato. Per l’ex fidanzato,  in carcere già nelle ore successive alla scomparsa di Yana, l’accusa è ora di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dall’essere stato legato alla vittima da una relazione sentimentale, oltre che di occultamento di cadavere.

Per la precisione, il cadavere è stato ritrovato alle 15.15 a Castiglione delle Stiviere, in via del Benaco, nei pressi di una centrale elettrica, sotto una catasta di legna. Sul luogo sono in corso le operazioni di polizia scientifica per i primi rilievi. Al termine il corpo sarà portato via per gli altri accertamenti tecnici e l’autopsia.

Da venerdì 20 gennaio, il giorno dell’arresto, Dumitru Stratan ha taciuto con carabinieri e magistrati, sdraiato giorno e notte sul letto della cella nel carcere di Mantova. Ma già ore prima avrebbe confessato alla sorella Cristina l’uccisione, avvenuta – a quanto sembra – tra le 2.30 e le 5 della notte precedente, forse armato di un coltello: “Ho ammazzato Yana come lei ha ammazzato me”.

“Yana mi faceva le corna, è una traditrice. E non poteva mettersi con uno della nostra compagnia”, avrebbe detto il presunto assassino riferendosi al ragazzo con il quale Yana aveva una relazione. Appena a dicembre Yana Malayko aveva troncato i rapporti con Dumitru.

Nella serata di giovedì 19 gennaio Yana e l’attuale compagno avevano cenato in un ristorante a Lonato del Garda per poi trasferirsi nell’abitazione di lui. A mezzanotte aveva iniziato a ricevere telefonate e messaggi da Stratan. A detta del 33enne il cane, di nome Bulka, che avevano comprato insieme, stava male, e l’uomo aveva chiesto il suo aiuto affinché lei lo assistesse. Yana aveva acconsentito, annunciandogli che sarebbe rincasata per attenderlo al quarto piano del condominio di piazzale della Resistenza, nel bilocale dove viveva e dove è stata uccisa dall’ex.

La sorella del killer di Yana Malayko: «Le volevamo bene. Un sollievo aver ritrovato il corpo». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 4 Febbraio 2023.

Cristina, sorella di Dumitru Stratan, faceva lavorare la vittima nel proprio bar. È stata lei a ricevere la confessione del fratello e a chiamare i carabinieri

L’appartamento della morte, l’alloggio numero 15 al quarto piano del condominio di piazzale della Resistenza, è di proprietà di Cristina Stratan, 31enne sorella del killer Dumitru. Qui viveva Yana, l’ex fidanzata uccisa venerdì 20 gennaio tra le 2.30 e le 5: Cristina, che la faceva lavorare come cameriera nel proprio bar, l’«Event coffee» al medesimo indirizzo, alla base del palazzo nella cittadina di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova, le aveva lasciato il trilocale dopo la fine a dicembre della relazione con il 33enne Dumitru. «Le volevamo bene. L’amavamo» ripete in queste ore Cristina alle (molte) persone che le sono vicine, aggiungendo: «Il fatto che il suo corpo sia stato ritrovato è un sollievo». Dopodiché, in linea con il massimo riserbo adottato da subito, in una situazione più che tragica (aveva ricevuto lei la confessione da parte del fratello; era stata lei a chiamare i carabinieri per arrestarlo), Cristina null’altro ha detto pregando di rispettare la scelta del silenzio.

Con quella sua ospitalità nell’appartamento, Cristina voleva forse in aggiunta proteggere dal fratello Yana, sul cui cadavere sabato mattina verrà eseguita l’autopsia che potrebbe confermare la strenua opposizione contro il killer; se non risultano agli atti interventi delle forze dell’ordine per litigi e violenze durante la storia tra Yana e Dumitru, e se parimenti mancano denunce della ragazza, originaria dell’Ucraina, non significa che l’assassino non avesse già aggredito l’ex fidanzata. Infatti l’ultimo suo compagno, Andrei, a verbale ha ricordato che «Yana mi riferiva che Dumitru l’aveva minacciata, affermando che se avesse intrattenuto una relazione con un uomo da loro due conosciuto, allora l’avrebbe uccisa; in più, in almeno due circostanze le aveva messo le mani addosso».

La sera di giovedì 19, preludio del delitto, c’era Andrei con Yana: avevano cenato, quindi si erano trasferiti nell’abitazione del giovane, che abita sempre in provincia di Mantova ed è dipendente di un’azienda agricola; con una serie di telefonate e di sms, Dumitru, arrivato dalla Moldavia a Castiglione delle Stiviere con la stessa Cristina e la mamma Ana, 52 anni, le aveva spiegato che il cane di nome Bulka stava male. Quand’erano insieme, avevano comprato l’animale; con la separazione, lo tenevano a turno, anche se sembra che nonostante di recente fosse contrario ad averlo in custodia, Dumitru avesse insistito ad accudirlo: forse il suo piano omicida ha origini lontane nel tempo, ché già aveva ideato l’utilizzo del cane come trappola. Yana aveva acconsentito a rincasare per ricevere il killer, lasciando andare Andrei («Cerca di dormire, tesoro»); nell’alloggio, servendosi di un’arma che s’era portato o ha trovato sul posto, magari in cucina, Dumitru ha ammazzato a coltellate Yana, che sarebbe stata anche strangolata.

Macchie di sangue sono state isolate dai carabinieri sulla maniglia della porta della camera e sul materasso. Stratan aveva posizionato il cadavere in un sacco, poi trasferito sulla sua Mercedes; aveva guidato fino alla periferia in una zona di boschi e canali, abbandonando il corpo sul retro di un vivaio e coprendolo con legna e foglie.

Interrogato due volte, si è avvalso della facoltà di non rispondere, pertanto rifiutando di rivelare il punto del nascondiglio nonostante gli appelli di Oleksandr, il papà di Yana che sabato sera a Castiglione delle Stiviere ringrazierà le forze dell’ordine, i vigili del fuoco, la protezione civile, i volontari che per tredici giorni hanno cercato il cadavere. Tra lunedì e martedì i funerali a Romano di Lombardia, primo luogo dell’emigrazione in Italia della famiglia Malayko.

Il padre di Yana Malayko, uccisa dall'ex: «Lui l’ha colpita, quella notte, e lei ha reagito fino a quando ha potuto». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 2 febbraio 2023.

La disperazione del 45enne che ha perso l'unica figlia: «Mi parlava di quel ragazzo, lui non mi piaceva perché non lavorava, beveva e basta. Non ha voluto dirci dove l'aveva nascosta»

«Le chiedo perdono per il mio italiano, che non è ottimo, cerchi di scusarmi, davvero. Per il resto... Per il resto ascolti: non esiste, io credo, papà al mondo che non avrebbe pensato, forse contro ogni logica possibile, contro ogni parere, contro tutto e tutti, a Yana ancora viva... Forse, mi dicevo il giorno e la notte, quel ragazzo l’avrà nascosta da qualche parte... Forse, mi ripetevo mentre camminavo nei campi e nei boschi insieme alle persone che la cercavano, adesso quel ragazzo si decide a dirci dove l’ha messa, magari in un capanno, magari in una cascina abbandonata, magari in una casa vuota, e noi andiamo a liberarla...».

Oleksandr Malayko, 45 anni, lavora nel settore della sicurezza privata; è il padre di Yana; ha scelto come avvocato Angelo Lino Murtas, già poliziotto con incarichi a Milano.

Signor Oleksandr, sua figlia le aveva parlato di Dumitru Stratan?

«Certo, ci sentivamo, abito in Toscana, stavamo molto al telefono: cose ovvie, cose normalissime di ogni famiglia. Mi aveva informato, era la fine di dicembre, che la sua relazione stava terminando. Yana aveva dato del tempo a Dumitru affinché cambiasse, ma lui non era cambiato per nulla. Non faticava, dormiva e basta, beveva e basta, usciva con gli amici e rientrava all’alba sempre ubriaco... Questo sì, lo sapevo, ma senza ulteriori particolari: Yana era come me, una persona pratica, che non tende a lamentarsi, a piangersi addosso, e che piuttosto guarda al futuro. Ero convinto che quella storia si sarebbe conclusa... Dai racconti che avevo ascoltato, quel ragazzo non mi piaceva, ma appunto era ormai una storia del passato. Avevo domandato a Yana se c’erano state delle violenze, se c’erano stati dei comportamenti persecutori, ma cambiava presto discorso, anche per non farmi preoccupare, per proteggermi».

Quali erano i progetti di Yana?

«Intanto era intenzionata a fermarsi a Castiglione delle Stiviere. Si trovava bene: accolta, aiutata dalla gente del posto. Con fatica, qualche soldo da quando sono in Italia l’ho messo da parte: così avevamo individuato una casa da comprare, c’erano stati i primi incontri, le carte erano a posto, Yana era pronta a costruirsi la sua esistenza. Anche a farsi una famiglia: quand’è nata, io avevo 22 anni. Oggi, alla mia età, in Italia ti considerano ancora giovane, mentre in Ucraina, vista la storica età media, sei già considerato un vecchio».

Di questo Dumitru Stratan, il killer, lei...

«Ho pregato fin dalle prime ore che rivelasse, almeno, il punto del nascondiglio. Almeno quello. Per darmi la possibilità di rivedere mia figlia, e se davvero era morta, di avere un corpo da piangere».

Perché lui è rimasto zitto?

«Non ne ho idea. Di sicuro, in carcere, sarà stato al corrente di quello che succedeva fuori, dei disperati tentativi dei carabinieri, dei vigili del fuoco, della protezione civile, dei volontari, e anche miei e dell’avvocato, di ritrovare Yana... Abbiamo percorso chilometri, in quelle campagne. Chilometri, le giuro».

Ha altri figli?

«Yana era figlia unica. Le ho trasmesso i valori veri, ovvero il rispetto delle regole e del prossimo, il culto del lavoro, il ringraziamento a Dio per le mille fortune di ogni giorno. E insieme a tutto questo, la decisione, la capacità di difendersi dinanzi ai pericoli. Lui l’ha colpita, quella notte, e Yana ha reagito fino a quando ha potuto, come ha potuto. Ora il killer paghi la maggior pena possibile».  

Yana Malayko, parla il fidanzato: «Dumitru la pedinava e l'aveva picchiata». L'ultimo sms della ragazza: «Deve accettare la separazione». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 27 Gennaio 2023.

Mantova, la testimonianza del compagno della 23enne ucraina scomparsa dopo l'incontro con il suo ex Dumitru: lui le aveva detto che poteva geo-localizzarle il cellulare. L’appello dei familiari: aiutateci a trovare il corpo

A parlare è Andrei, il fidanzato di Yana. «Dumitru non accettava la fine della relazione. Una sera aveva detto a Yana di essere profondamente deluso, e che se fosse uscita con un ragazzo che lui conosceva, l’avrebbe uccisa. Yana era sicura che la seguisse. Dumitru le aveva detto che poteva geo-localizzarle il cellulare, per scoprire ogni suo movimento, e infatti vedevo Yana che spegneva e riaccendeva il telefonino nella speranza di eludere il controllo».

Ma non era mai successo, fin da quando a dicembre era terminato il rapporto tra Yana Malayko, 23 anni, uccisa nella notte di venerdì e il cui corpo non si trova, e Dumitru Stratan, di dieci anni maggiore, che in carcere non muta la scelta, forse così consigliato dall’avvocato Andrea Pongiluppi, che peraltro con insistenza rifiuta di risponderci: nessuna indicazione su dove sia il cadavere, amplificando l’indicibile strazio della famiglia che supplica l’intera cittadina di Castiglione delle Stiviere di aiutare nelle ricerche nell’area periferica di via Albana, tutta boschi, campi, pozzi, canali, sterpaglie; basta camminarci per smarrire presto l’orientamento, appurare l’infinità di possibili nascondigli, farsi assalire dallo sconforto; qui s’aggira, infangato, il papà della ragazza, in disperata missione.

Fra le deposizioni assunte dalla Procura retta da Manuela Fasolato, e che il Corriere ha visionato, quella di Andrei, che abita in provincia di Mantova e lavora in un’azienda agricola, è la più determinante: era con Yana giovedì, prima a cena quindi sotto il suo condominio, nel parcheggio in piazzale della Resistenza; Yana, di origini ucraine, era stata sollecitata con plurime chiamate dal killer a rincasare affinché prendesse in consegna il cane di nome Bulka, che aveva comprato insieme allo stesso Dumitru, spiegando che stava male. Una trappola. Stratan voleva che Yana fosse da sola nel trilocale al quarto piano, per ucciderla. 

Ed è inevitabile, racconta chi è stato con Andrei, il progressivo suo tormento da quella sera. «Avrei dovuto salire e portarla via», ha ripetuto e ripete. Del resto, una volta nell’appartamento, Yana gli aveva inviato un messaggio per comunicare che in precedenza Dumitru era entrato di nascosto (aveva una copia delle chiavi) per disattivare la telecamera. In passato era stata un’azione di disturbo, un ulteriore strumento per farle sentire la sua perenne, oppressiva presenza, per minarne la quotidianità. Questa volta la mossa è stata una delle azioni nella pianificazione del delitto. Ma Yana era decisa a fare uscire Dumitru dalla propria esistenza. In modo definitivo. Le 2.28: «Deve accettare il fatto. Basta. Non per me, ma per sé». Andrei: «Ma non è una persona ragionevole, inutile insistere». E Yana: «Cerca di dormire tesoro». Le ultime sue parole. Il delitto, avvenuto forse con un coltello, è datato tra le 2.30 e le 5, l’orario dell’uscita di Stratan, ripreso da una seconda telecamera, questa non scollegata e installata sul ballatoio, mentre trascinava un sacco. Dentro, il corpo della ragazza.

Ancora Andrei: «Yana mi aveva detto che Dumitru era arrivato, e che il cane stava bene. Mi aveva rassicurato». Gli investigatori avevano finora escluso pregresse violenze. Sia per l’assenza di chiamate alle forze dell’ordine e di denunce, sia per conferma della medesima Yana ai genitori. Eppure «ai tempi in cui erano stati fidanzati, per due volte Dumitru le aveva alzato le mani addosso». Prima di ucciderla, e lo sappiamo sempre grazie all’ultima chat, «le aveva domandato se non si vergognasse ad avere un compagno diverso da lui».

Yana, il killer Dumitru resta in silenzio, la sorella: «Si drogava, ma rifiutò la comunità». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 29 Gennaio 2023.

Delitto di Mantova, secondo interrogatorio per il 33enne. Cristina Stratan: «Si oppose a ogni aiuto, compreso un trasferimento in comunità»

La sorella del killer, Cristina Stratan, 31 anni, titolare del bar «Event Coffee» dove la vittima lavorava come cameriera, ha messo a verbale che il fratello Dumitru si drogava ma aveva sempre rifiutato ogni tipo di aiuto, compreso un trasferimento in comunità, e parimenti, siccome sempre secondo la donna soffriva di problemi psichici, si era opposto a visite dai medici fin da quando, da adolescente, aveva scoperto il suicidio dell’amato papà, una ferita mai rimarginata, anzi aggravatasi nel tempo. Dopodiché lui, Dumitru, 33 anni, ha taciuto anche nel secondo interrogatorio. 

L’impianto dell’accusa è più che solido, basandosi su fonti di prova perfino già oggettive, e di conseguenza le possibilità di fornire valide spiegazioni difensive sono quasi nulle, se non nulle del tutto (l’imputato rischia l’ergastolo). I reiterati silenzi di Dumitru, originario di Raciula, un paese moldavo di duemila abitanti, ancora impediscono, una settimana dopo l’omicidio a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, di scoprire in quale punto abbia occultato il cadavere dell’ex fidanzata Yana Malayko, che è stata uccisa tra le 2.30 e le 5 della notte di venerdì 20 gennaio. S’ignora poi se l’avvalersi della facoltà di non rispondere sia una decisione spontanea oppure un consiglio dell’avvocato mantovano Andrea Pongiluppi, e nel caso pensato per quale obiettivo ultimo, a maggior ragione dinanzi alle suppliche dei genitori di Yana affinché il killer si decida, quantomeno, a rivelare il nascondiglio; s’ignora se Dumitru non collabori coscientemente per punire ancora di più la stessa vittima, 23enne nata a Cernivci, città ucraina verso il confine con la Romania, oppure se sia assente da se stesso, come invece proprio non sembrerebbe. Una detenzione diciamo non morbida, era convinzione degli inquirenti, avrebbe dovuto spingerlo, dopo qualche giorno, ad arrendersi. 

Ma così non è stato, e carabinieri, Protezione civile e vigili del fuoco hanno insistito a battere la periferia di via Albana, tutta una zona di estesi campi, fitti boschi, pozzi, canali d’acqua, torbiere, fanghiglia, sterpaglie. Plurimi ricorsi ai cani molecolari, capaci di missioni impossibili, non hanno modificato lo scenario. E al di là della retorica, è evidente che, prima o poi, anche in considerazione dei costi, le ricerche si interromperanno in forma definitiva. Il corpo di Yana, uccisa, forse a coltellate, nel suo appartamento in piazzale della Resistenza, al quarto piano, non c’è. Un’unica persona, ovvero Dumitru, può svelare il mistero, ed evitare l’ulteriore strazio di mamma e papà della ragazza, che non hanno neanche un cadavere da seppellire, e che implorano chiunque, risieda a Castiglione delle Stiviere o altrove non fa differenza, ad aiutare nelle ricerche. Dumitru beveva alcolici, beveva tantissimo; e come abbiamo detto, secondo la sorella Cristina si drogava. Ma in quella notte di morte, stando a quanto finora comunicato dalla Procura di Mantova, sarebbe stato pienamente lucido. Del resto, a leggere le «carte» dell’inchiesta, risulta che abbia preparato l’omicidio ideando una trappola. Mentre Yana era a cena con il fidanzato Andrei (una relazione recente e successiva a quella con Dumitru), il killer, intorno alla mezzanotte di giovedì 19 gennaio, aveva cominciato a telefonarle e scrivere messaggi sul telefonino per annunciare che il cane di nome Bulka, che avevano comprato insieme e che tenevano a turno, stava male. 

La ragazza aveva acconsentito a ricevere una visita del killer, in modo tale che le lasciasse l’animale. Il fatto che, appena entrata nel trilocale, avesse scoperto che la telecamera interna era stata scollegata dall’alimentazione, l’aveva preoccupata. O forse no. Nella sua azione maniacale e persecutoria, composta da pedinamenti e «segnali» della propria presenza dalla conclusione del rapporto, a dicembre, Dumitru era infatti solito entrare di nascosto nell’abitazione (aveva la copia delle chiavi) e appunto disattivare l’impianto di videosorveglianza. Quella sera, però, era una delle basi del piano assassino, affinché la telecamera non riprendesse l’omicidio.

Castiglione delle Stiviere, il corpo di Yana sparito nel nulla: l'ex fidanzato ripreso mentre carica un sacco in auto. Giovanni Bernardi su Il Corriere della Sera il 22 Gennaio 2023.

Setacciata un'area di campagna innevata. La ragazza ucraina, 23 anni, scomparsa da giovedì sera. Sarebbe stata uccisa a coltellate dopo una lite con l'ex. L'uomo arrestato con l'accusa di omicidio e occultamento di cadavere

L’hanno cercata per tutta la serata di venerdì e tutta la giornata di ieri, nelle campagne ancora innevate di Castiglione delle Stiviere sul confine con Lonato nel Garda. Del corpo della 23enne ucraina Yana Malayko, però, non c’è traccia. L’ipotesi sulla quale i carabinieri stanno lavorando è che la ragazza sia stata uccisa dal suo ex, il 33enne moldavo Dumitru Stratan, che, in stato di arresto, è stato condotto nel carcere di Mantova, gravato dalle pesantissime accuse di omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere.

Una storia dalle tinte fosche che si sarebbe sviluppata nel corso degli ultimi mesi e che avrebbe visto il culmine giovedì sera, ovvero da quando di Yana non si sono più avute notizie. Dietro la vicenda, quella che appare come una storia di gelosia da parte del 33enne, mai rassegnato alla fine della relazione con la giovane ucraina né tantomeno all’idea che da qualche tempo la 23enne avesse iniziato a frequentare un’altra persona.

Yana e Dima, come viene chiamato dai conoscenti, si erano conosciuti all’arrivo di lei a Castiglione, quando la giovane aveva iniziato a lavorare al bar Event Coffee, che si trova sotto al grattacielo di piazzale Resistenza ed è gestito dalla sorella del giovane moldavo. Tra i due era nato un legame sentimentale che poi Yana aveva deciso di interrompere proprio a causa degli atteggiamenti possessivi di lui. Non dandosi per vinto, il 33enne, che saltuariamente dava una mano nel bar alla sorella, avrebbe però insistito nel tentativo di ricucire il rapporto, ma invano. Tentativi falliti che non avrebbero fatto altro che incrementare la sua ingiustificata rabbia. 

Fino a quello che, in questa storia ancora avvolta da molti misteri, appare come l’epilogo avvenuto giovedì sera. In un appartamento nella disponibilità del giovane, situato nel grattacielo sopra al bar, forse al culmine di un ennesimo litigio scoppiato tra i due ex fidanzati, si sarebbe consumato il delitto: la 23enne sarebbe stata uccisa a colpi di coltello, ma su tale modalità per il momento gli inquirenti non si sono sbilanciati. Anche perché si tratta di un dettaglio difficile da stabilire almeno fino a quando il corpo della giovane non sarà stata trovata.

A corroborare l’ipotesi dell’omicidio, che ha portato all’arresto del ragazzo, il fatto che quest’ultimo sarebbe stato inquadrato dalle telecamere della zona mentre nella serata di giovedì usciva dal palazzo portando con sé un ingombrante sacco: l’ipotesi è che al suo interno fosse avvolto il corpo della giovane ucraina.

Non riuscendo a contattarla in alcuni modo, a lanciare l’allarme per la scomparsa è stato infatti un parente di Yana: in breve tempo i carabinieri hanno preso visione degli occhi elettronici che avrebbero appunto inquadrato Stratan nell’atto di caricare il pesante sacco sulla sua automobile. La targa del veicolo inserita nel sistema di sorveglianza comunale e le celle del suo cellulare, hanno poi portato le forze dell’ordine fino nelle campagne in località Valle, dove da subito si sono concentrate le ricerche di carabinieri, Protezione civile e vigili del fuoco (ieri sono arrivati anche i sommozzatori e un elicottero da Milano). Dell’arma del delitto e del corpo della giovane, però, non c’è traccia.

La 23enne, definita una «gran lavoratrice», viene anche descritta come una bravissima ragazza e nei pressi del bar, ieri rimasto chiuso, nessuno ha realmente voglia di parlare, con la consapevolezza che la giovane potrebbe essere rimasta schiacciata da una relazione finita in un dramma.

Yana Malayko, sparita a Castiglione delle Stiviere: la lite, l’auto, il sacco nero. Giovanni Bernardi su Il Corriere della Sera il 23 Gennaio 2023.

La ragazza 23enne, di origini ucraine, è stata vista l’ultima volta giovedì sera a Castiglione delle Stiviere. I video dell’auto dell’uomo in campagna

È lo scorso giovedì notte, fa freddo. Ovunque c’è la neve abbondante caduta il giorno prima. Nessuno in giro. Tranne una persona: un uomo — 33 anni, Dumitru Stratan, moldavo — che, ripreso da alcune telecamere di sorveglianza di Castiglione delle Stiviere, nel Mantovano, non lontano dal Garda, esce di casa trascinando un grosso sacco della spazzatura. Non senza fatica, lo carica nel bagagliaio dell’auto. Pochi istanti e il veicolo viene messo in moto. Poi Stratan si dirige in campagna.

Ventiquattr’ore dopo questa scena, venerdì, i carabinieri lo hanno arrestato per omicidio volontario e premeditato e occultamento di cadavere. Grava su di lui il sospetto che dentro quel sacco vi fosse il corpo senza vita di Yana Malayko, una ragazza ucraina di 23 anni.

Forze dell’ordine, vigili del fuoco e protezione civile, dopo la segnalazione della sparizione giunta venerdì da un familiare della ragazza, l’hanno cercata ovunque — anche con dei droni — sino a domenica mattina. Si riprenderà lunedì.

Nel frattempo però le indagini hanno messo subito nel mirino quel moldavo, incensurato, che lavorava saltuariamente al bar Event Coffee, sempre a Castiglione, di proprietà di sua sorella.

Nel locale era impiegata anche Yana e i due, dopo aver avviato la loro storia qualche anno fa, si erano stabiliti in un appartamento al piano sopra al bar. Ma finito l’amore qualche mese fa — sembra a causa delle continue scenate di Stratan — Yana, a Castiglione descritta come una brava ragazza, ha lasciato casa per trasferirsi nell’alloggio della titolare del bar che aveva deciso di ospitarla forse anche per proteggerla dallo stesso fratello.

Gli investigatori hanno puntato dritto sulle telecamere della zona che avrebbero ripreso Stratan uscire di casa e poi allontanarsi verso la campagna dopo aver caricato in auto quel sacco di cui ancora nessuno conosce il contenuto.

I carabinieri, intanto, hanno accertato che Stratan sarebbe rimasto impantanato con l’auto nel fango di una strada sterrata in campagna. Solamente un agricoltore del posto, aiutandolo con un trattore e nonostante l’ora tarda, è riuscito a far ripartire, trainandola, la vettura, che però poi, inspiegabilmente, è stata abbandonata tra i campi dove è stata successivamente trovata dai carabinieri.

Altri testimoni avrebbero visto Stratan nei pressi di un laghetto, scandagliato dai sommozzatori, situato in una torbiera attorniata da una fitta vegetazione. Spostamenti ricostruiti anche verificando il cellulare dell’uomo, agganciato alle celle della zona, in possesso degli inquirenti.

Nella ricostruzione restano alcune ore di blackout. Giovedì sera un conoscente aveva incrociato Yana mentre era intenta a chiudere il bar. Poi la giovane avrebbe incontrato l’ex, non è chiaro se a casa di lui o della sorella. Da questo momento in poi però dall’inchiesta non filtra più nulla.

L’ipotesi è che ci sia stata una furiosa lite tra i due ex fidanzati, forse sarebbe stato usato un coltello ma dagli investigatori non arrivano conferme. Rinchiuso nel carcere di Mantova, Stratan per ora non parla. Le ricerche di Yana riprenderanno anche con unità cinofile. L’idea degli investigatori sarebbe quella di estendere l’area da perlustrare. Ed è possibile che i sommozzatori del 115, giunti da Milano, tornino al laghetto.

Yana Malayko, la telefonata della sorella che ha fatto arrestare Dumitru: «Lei è sparita, c'è del sangue». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 24 Gennaio 2023.

Dumitru Stratan ha fatto due telefonate, a un amico e alla sorella Cristina, per confessare l’omicidio dell’ex fidanzata Yana Malayko. Arrestato, si è chiuso nel silenzio. Il corpo non si trova

Silente in caserma, silente in carcere, silente nell’interrogatorio di garanzia, Dumitru Stratan ha parlato per l’ultima volta venerdì. Due telefonate, a un amico e alla sorella Cristina, entrambe per confessare l’omicidio dell’ex fidanzata Yana Malayko, uccisa la notte precedente, forse con un coltello. Cristina era corsa nell’appartamento della ragazza a Castiglione delle Stiviere (Mantova), nel palazzo sopra il bar «Event coffee» del quale è proprietaria: «Ho visto sangue, sangue ovunque, e Yana non c’era». Senza bisogno di ragionare per ipotesi oppure senza coprire il fratello magari innescandone la fuga, con una successiva chiamata ai carabinieri Cristina l’aveva di fatto consegnato.

Dumitru riposava nel soggiorno di casa, convinto che la sorella avrebbe taciuto. O forse sicuro d’esser «protetto» dall’assenza del cadavere, che infatti non si trova da quattro giorni: rimane certa la localizzazione, in via Albana, periferia della cittadina, un’area di campi, boschi, pozzi, rogge e un lago. La Procura è convinta che il delitto sia stata opera esclusiva, e in solitaria, di questo 33enne che non accettava la fine della relazione con Yana, ucraina di Cernivci, al confine con la Romania. 

I carabinieri hanno ricostruito i movimenti di Stratan, la cui famiglia viene dal distretto di Calarasi, in Moldavia: una telecamera di videosorveglianza lo ha ripreso uscire guardingo dal condominio di Yana portando sulle spalle un voluminoso sacco, al cui interno, è lecito ipotizzare, giaceva il corpo senza vita della ragazza; le celle agganciate dal telefonino lo hanno collocato proprio nell’area di via Albana; qui un residente lo ha aiutato a spingere fuori la macchina, una Mercedes, dal pantano nel quale si era bloccata; ulteriori filmati delle telecamere lo hanno registrato mentre attraversava in auto Castiglione delle Stiviere dalla residenza di Yana in piazza della Repubblica alla periferia del nascondiglio; anche sulla Mercedes sono state isolate ampie macchie ematiche appartenenti con probabilità a Yana, il cui papà implora l’assassino di rivelare il punto del cadavere, che forse è stato sotterrato; dei conoscenti hanno ripetuto la rabbiosa ossessione di Dumitru per una relazione «impossibile» da riavviare stante la decisione di Yana.

Sotto sequestro la geografia dell’inchiesta, dal bar, dove la vittima lavorava come cameriera, all’appartamento fino al cellulare anche di Cristina, adesso protetta con tenacia dalla comunità moldava. E però filtrano l’amore verso la vittima accolta in famiglia («Una dolcissima seconda figlia» dice Ana, mamma di Dumitru e Cristina), lo strazio per l’incapacità di non averne evitato l’uccisione, il dolore per l’eterno trascinarsi (e il tragico epilogo) di un uomo di 33 anni che insisteva nel comportarsi da ragazzino, abituato com’era Dumitru a dormire a oltranza e chiedere soldi ai parenti per bere nei locali.

Delle quote societarie dell’«Event coffee», l’orgoglio d’una faticosa esistenza da migranti, e diviso tra madre e sorella, non una, per appunto, gli era stata assegnata.

Yana, 23 anni, scomparsa da giovedì. Arrestato per l'omicidio il fidanzato. Si cerca il corpo: al setaccio un lago di Castiglione delle Stiviere. Antonio Borrelli il 22 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Brescia. Le ricerche del corpo di Yana Maliko si sono concentrate in un laghetto naturale fuori al centro abitato di Castiglione delle Stiviere, comune del Mantovano ma a pochi chilometri dal confine con Lonato del Garda, nel Bresciano. Una zona impervia, periferica, lontana da occhi indiscreti. Per il momento, però, le operazioni di carabinieri e dei vigili del fuoco non hanno portato ad alcun risultato. Quel che è certo è che della 23enne ucraina, che lavora come barista in un locale di Castiglione delle Stiviere, si sono perse le tracce da giovedì.

Già poche ore dopo la scomparsa, viene lanciato l'allarme e la macchina delle ricerche è subito attivata. Poi nella notte di venerdì la svolta: i carabinieri arrestano un 33enne moldavo residente nella stessa cittadina. Le accuse per lui, che ora si trova nel carcere di Mantova a disposizione dell'Autorità Giudiziaria, sono pesantissime: omicidio della sua ex fidanzata e occultamento di cadavere. Ancora non è chiaro dove sia avvenuto il delitto né se ne conoscono le modalità: secondo indiscrezioni, non confermate dalle forze dell'ordine, il delitto sarebbe stato commesso con un coltello o con un'arma affilata in un appartamento della stessa Castiglione delle Stiviere.

Ad occuparsi del caso, coordinati dalla Procura di Mantova, sono i carabinieri del Reparto investigativo di Mantova con l'aiuto dei colleghi della Compagnia di Castiglione delle Stiviere: non si conoscono ancora dettagli ma l'uomo è già accusato di omicidio volontario premeditato. I militari sembrano sicuri di riuscire presto a trovare il cadavere e così le approfondite ricerche sono iniziate nella zona di via Albana, fuori dal centro abitato verso il Bresciano: si tratta di un'area ricca di vegetazione e anche per questo le operazioni si stanno rivelando non così semplici. Le telecamere della zona - secondo quanto riferisce la Gazzetta di Mantova - hanno individuato i movimenti dell'auto dell'ex fidanzato proprio in quella zona.

Intanto la comunità ucraina di Mantova e di Brescia, particolarmente attiva e presente nelle due province, ha già lanciato un accorato appello: «Aiutateci a trovare Yana», recitano diversi messaggi che scorrono sui social. In tanti, però, pensano al peggio proprio come gli inquirenti. Se la tesi degli investigatori fosse confermata e venisse effettivamente trovato il cadavere della ragazza di 23 anni, si tratterebbe del quinto femminicidio perpetrato in Italia nei primi 20 giorni dell'anno: Giulia Donato a Pontedecimo di Genova il 4 gennaio, Martina Scialdone a Tuscolano di Roma il 13, Oriana Brunelli a Bellaria Igea Marina il giorno successivo e 24 ore dopo Teresa Di Tondo a Trani. Un tragico e inesorabile elenco che si ripropone nella sua drammaticità ogni anno e che disegna la geografia di tutto il Paese, senza differenze tra Nord e Sud: nel 2022 le donne vittime della violenza maschile sono state 58, una ogni 6 giorni. Un fenomeno culturale e sociale in costante crescita che lo confermano le continue cronache pare ad oggi sempre più complesso arginare.

Yana Malayko, Dumitru Stratan aveva nascosto una vanga nella sua auto. Si cerca il complice. Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 25 gennaio 2023.

Castiglione delle Stiviere, Stratan si lamentava per l'«ingratitudine» della fidanzata. «Mi devi tutto», diceva. Acquisiti nuovi filmati dalle telecamere

Sangue e una piccola vanga sulla Mercedes di Dumitru Stratan, il killer che tace avendo condiviso la strategia difensiva: il silenzio a oltranza in relazione all’assenza del cadavere. Quella vanga, appunto di ridotte dimensioni e pertanto di un impatto contenuto, non avrebbe permesso di scavare una fossa per seppellire l’ex fidanzata Yana Malayko, uccisa tra le 2 e le 5 della notte di venerdì, e il cui corpo, nascosto nella periferica via Albana in un’area di campi, boschi, pozzi, torbiere e un lago, ancora non si trova, al quinto giorno ormai di ricerche con la partecipazione del papà della vittima, che supplica l’omicida di rivelare l’esatta localizzazione.

Lui, Dumitru, come riposava tranquillo sul divano dopo il delitto, così dorme in cella; nell’interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere e il legale Andrea Pongiluppi poggia sull’esclusione di premeditazione. Ma la Procura di Mantova ragiona sull’ipotesi opposta, al netto dell’abituale scelta di non informare la stampa ordinando poi ai carabinieri di comportarsi allo stesso modo, e di fatto perfino impedendo le domande, comprese quelle argomentate e con fondamento.

Di tre settimane fa l’annuncio di Yana, ucraina di Cernivci, assassinata nel suo appartamento a Castiglione delle Stiviere, d’interrompere la relazione, stanca com’era delle perpetue ubriacature di Stratan, emigrato con mamma Ana e sorella Cristina dalla Moldavia, e qui noto per l’inesistente voglia di lavorare. Difatti a 33 anni lo mantenevano i familiari, i quali comunque non si fidavano altrimenti Ana e Cristina, di 52 e 31 anni, non si sarebbero tenute la totalità delle quote del bar «Event coffee» che sorge alla base del condominio dell’omicidio. 

Omicidio consumato da Dumitru da solo a differenza, forse, delle azioni per liberarsi del cadavere. Con l’acquisizione di nuovi filmati delle telecamere e la stesura di una nuova ipotetica geografia percorsa in direzione di via Albana, gli investigatori esplorano la possibilità di un complice, reclutato all’indirizzo di residenza, senza telefonate anticipatorie. Il che non toglie l’orientamento già menzionato: che non ci sia stata sepoltura. Lo scenario non sarebbe stato «consentito» dai movimenti di Stratan attraverso le celle agganciate dal cellulare, poiché sarebbero serviti molti più minuti rispetto all’effettiva sua sosta nella zona.

A inizio anno Yana aveva dunque detto all’ex di riflettere e comunicarle cosa davvero volesse fare nella vita; Dumitru, preparando l’incontro di venerdì con messaggi sul telefonino che, ci viene garantito, non sarebbero stati «bellicosi né in qualche modo un annuncio della tragedia», era salito al quarto piano per entrare nell’abitazione di Yana. E l’aveva ammazzata. Come sulla Mercedes, non si era curato di pulire le macchie di sangue su pavimento, muri, arredo; aveva, questo sì, portato via l’arma, forse un coltello, insieme al medesimo corpo, all’interno di un sacco nero. Era abitudine del killer lamentarsi della «ingratitudine» della fidanzata. Proprio lei, ripeteva, che grazie a me ha trovato un appartamento? Proprio lei che, grazie a me, fa la cameriera nel bar di mia sorella?

Il padre di Yana ripete di non aver mai sentito racconti pregressi di violenze, e al contempo di paure della ragazza. La famiglia del killer coltivava però preoccupazioni. Cristina aveva spesso ospitato Yana, anche per proteggerla; ed è stata Cristina, l’altro giorno, a consegnare subito l’assassino con una chiamata ai carabinieri, dopo aver a sua volta ricevuto al telefono da Dumitru la confessione del delitto.

Yana Malayko, la trappola del killer: «Vediamoci, il cane sta male». Alla sorella: «Si è messa con uno della nostra compagnia». Andrea Galli su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

Castiglione delle Stiviere, Dumitru Stratan ha atteso l'ex fidanzata nel suo appartamento, dopo aver spento la telecamera. La confessione all'amico e alla sorella: «È una traditrice»

«Ho ammazzato Yana come lei ha ammazzato me». Da venerdì 20 gennaio, il giorno dell’arresto, Dumitru Stratan ha taciuto con carabinieri e magistrati, sdraiato giorno e notte sul letto della cella nel carcere di Mantova. Ma già ore prima aveva confessato alla sorella Cristina l’uccisione, avvenuta tra le 2.30 e le 5 della notte precedente, forse armato di un coltello, dell’ex fidanzata Yana Malayko,  il cui corpo, nascosto in un’assai estesa area periferica scarsamente abitata, di boschi, campi, pozzi e canali in località «Albana», ancora non si trova, nonostante un ulteriore ricorso ai cani molecolari, e nonostante ai tentativi di rinvenimento partecipi, senza interruzione, anche il papà della ragazza.

«Lei era solo una traditrice»

L’assassino, a rischio ergastolo, appunto non parla. Sia per una strategia difensiva dell’avvocato Andrea Pongiluppi legata proprio all’attuale assenza del cadavere, sia forse perché aveva già detto tutto alla stessa sorella, confermando la premeditazione: «Yana mi faceva le corna, è una traditrice. E non poteva mettersi con uno della nostra compagnia». Ovvero il ragazzo con il quale Yana aveva una relazione dopo la fine, a dicembre, di quella con Dumitru, 33enne di origini moldave con una ferita esistenziale mai rimarginata da quand’era adolescente, il suicidio del padre (in questo articolo, il racconto della madre di Dumutru), e secondo i famigliari tossicodipendente e afflitto da un’esasperata progressiva fragilità nei rapporti con il prossimo.

La preparazione del delitto

Che il delitto sia stato la conseguenza di un piano preciso, lo sostengono, con forza, le carte della Procura di Mantova visionate dal Corriere e basate su una trappola. Dobbiamo tornare alla serata di giovedì 19 gennaio. Yana e il compagno avevano cenato in un ristorante a Lonato del Garda per poi trasferirsi nell’abitazione di lui. A mezzanotte, Yana, nata a Cernivci, in Ucraina, aveva iniziato a ricevere telefonate e messaggi da Stratan. A sentir lui il cane, di nome Bulka, che avevano comprato insieme, stava male, e il killer aveva chiesto di portarglielo perché lei lo assistesse. Yana aveva acconsentito, annunciandogli che sarebbe rincasata per attenderlo, al quarto piano del condominio multietnico di piazzale della Resistenza, nell’appartamento numero 15, nella cittadina di Castiglione delle Stiviere. L’altro le aveva detto che più tardi sarebbe arrivato con l’animale. Invece era già stato all’interno del bilocale. Un ingresso permesso dal fatto che avesse una copia delle chiavi; un ingresso funzionale alla manomissione della telecamera che registra gli accessi all’appartamento: il killer non voleva che venisse filmato il delitto.

«Cerca di dormire tesoro»

Eppure la vittima, che aveva notato l’impianto scollegato dall’alimentazione, non aveva avuto ripensamenti una volta nell’alloggio, né il compagno, fermo in macchina sotto il palazzo, aveva presagito pericoli oppure era salito per consigliarle di andarsene, e accompagnarla lontano. Il compagno, al cellulare, aveva sì domandato aggiornamenti a Yana, che però l’aveva tranquillizzato datando come imminente l’arrivo di Stratan, e augurandogli la buonanotte: «Cerca di dormire tesoro» (qui l'ultima chat di Yana con il fidanzato). All’interno del bilocale, i carabinieri hanno isolato molteplici macchie di sangue sulla maniglia della porta della stanza da letto e sul materasso. Dumitru ha cercato di cancellare le tracce ematiche e ha buttato il piumone dentro un sacco nero. In un altro sacco nero ha posizionato il corpo di Yana, lo ha trascinato per le scale (alle 5.13, ripreso dalla telecamere sul ballatoio del condominio, composto da quattro abitazioni più il vano dell’ascensore), l’ha caricato sulla Mercedes, e ha guidato fino alla periferia per abbandonarlo, munito di una piccola vanga. E forse, è un sospetto crescente degli inquirenti, accompagnato da un complice, reclutato non con una chiamata ma direttamente con un passaggio sotto la sua abitazione. Si tende a escludere che l’assassino abbia seppellito la ragazza in relazione ai tempi dati dalle celle, agganciate dal telefonino, dei suoi passaggi e dalle sue presenze. Più probabile abbia coperto il corpo con sterpaglie e terra. E non è scontato che il nascondiglio sia nelle vicinanze del punto dove la Mercedes si era impantanata nel fango: Stratan potrebbe aver gettato il cadavere altrove ed essersi fermato lì per disfarsi dell’arma.

Le sigarette e la confessione

Oltre che alla sorella Cristina, proprietaria del bar «Event coffee» che sorge alla base del medesimo palazzo dell’omicidio, e dove Yana lavorava come cameriera, Dumitru ha ammesso l’uccisione a un amico: «Ho fatto una cazzata. L’ho ammazzata». A differenza dell’amico, Cristina ha ascoltato un’analoga confessione ma ha subito chiamato i carabinieri. Quei carabinieri del Comando provinciale di Mantova ai quali il compagno di Yana ha fornito elementi che confermano la preparazione del delitto: «… Lei mi riferiva che Dimitru aveva detto che se avesse intrattenuto una relazione con un uomo da entrambi loro conosciuto, l’avrebbe uccisa». Alle 11 di venerdì, allertata da una serie di sms ricevuti dal fratello, Cristina era corsa nella sua abitazione. «Gli ho chiesto come stava e mi ha risposto che andava tutto bene. Gli ho chiesto dove fosse Yana e mi ha risposto: “L’ho mandata via”. Ho ulteriormente chiesto chiarimenti e lui mi ha risposto: “Troppo comodo così”. Ho insistito. Continuava a rimanere in piedi e fumare una sigaretta dietro l’altra. Allora l’ho invitato a sedersi per raccontarmi qualcosa. “L’ho ammazzata come lei ha ammazzato me”».

Luigia Borrelli, l’ex infermiera e prostituta uccisa col trapano: «Fu un primario». Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 21 Gennaio 2023.

Riaperto il caso del femminicidio commesso il 5 settembre 1995. In procura ascoltata la figlia di un’amica infermiera: «Quando ero bimba mia madre mi raccontò dei sospetti»

Era un’ex infermiera divenuta prostituta, i suoi clienti la conoscevano come «Antonella». All’anagrafe però si chiamava Luigia Borrelli e quando, il 5 settembre 1995, venne ammazzata in modo efferato a Genova, in uno stanzino di quattro metri per tre al civico 64 di vico degli Indoratori, aveva 42 anni. Lo sconosciuto che la uccise le conficcò un trapano verde alla gola infierendo con il cosiddetto overkilling: dopo le violentissime botte con lo sgabello, la donna era già praticamente morta. Non c’era alcuna necessità, per finirla, di usare per dodici volte il Black & Decker, perforando zone vitali.

Una storia terribile, cui seguirono poi altri drammi: subito (settembre 1995) il suicidio di uno dei sospettati, prima che l’inchiesta lo scagionasse; poi un secondo suicidio, quello della proprietaria del luogo teatro del delitto. E infine pure uno dei figli della vittima decise di farla finita, gettandosi dal ponte Monumentale, nel 2014.

Il femminicidio è rimasto sinora senza colpevole. Adesso però la Procura di Genova ha deciso di riaprire l’inchiesta sul cold case dopo che la pm che indaga, Patrizia Petruzziello, titolare anche allora del fascicolo, ha ascoltato una testimonianza importante: quella della figlia di una conoscente di Luigia. La prostituta, che aveva anche un’occupazione come badante, «aveva una relazione con un medico, primario in un ospedale, che ricattava». Del dottore sarebbe stato fatto il nome. L’uomo però è morto da tempo. Non viene esclusa l’ipotesi di comparare il suo Dna con quello dell’assassino repertato sul luogo del delitto.

A darne notizia è Il Secolo XIX in un ampio resoconto a firma di due bravi cronisti, Matteo Indice e Marco Menduni. Proprio a quest’ultimo, la donna — bambina all’epoca del fatto — raccontò, dopo aver visto un recente documentario sulla morte di Luigia, le confidenze ricevute dalla madre. Il cronista l’ha così messa in contatto con la Procura e sul caso, mai archiviato, si è tornati dunque a indagare.

Ma facciamo un passo indietro, riprendendo la puntuale ricostruzione fatta da Sette nello scorso agosto. Quel mattino era stata la signora Adriana, proprietaria della stanza ed ex prostituta a sua volta, a trovare Luigia, riversa in una pozza di sangue, con un trapano verde conficcato nella gola. Morta da parecchie ore. La stessa pm Patrizia Petruzziello, intervistata per lo speciale andato in onda su Crime+Investigation — quello visto dalla donna che ha parlato al Secolo — la rammenta come una scena criminis tra le più truculente cui abbia assistito in carriera.

Le indagini, comparando anche il Dna, si mossero in diverse direzioni. A indicare un sospetto fu la signora Adriana: fece il nome di un elettricista di Genova che aveva fatto alcuni lavori nella stanza affittata da Luigia —origini sarde, vedova di un barista finito nelle mani degli usurai lasciandola dopo la sua morte (febbraio 1990) in un mare di debiti — e che, a suo dire, si era fatto pagare non solo in denaro perché infatuato della donna. C onvocato per fornire informazioni, l’uomo si mostrò prostrato sia per l’uccisione, sia per il timore di essere identificato come cliente di una prostituta, quale in effetti era. Ma il trapano sulla scena del delitto era suo, sugli avambracci mostrava ecchimosi compatibili con una lite; in più, le sue spiegazioni traballavano. Sicché finì, il signor Ottavio, con nome cognome e recapito su tutti i giornali del nord, come sospettato e probabile assassino. Chiamato una seconda volta a chiarire la sua posizione, la sera prima dell’interrogatorio uscì di casa con una scusa, raggiunse una sopraelevata e si buttò di sotto.

Dopodiché, nel marzo del 1996, toccò alla stessa proprietaria del basso: si intossicò mortalmente con farmaci senza lasciare messaggi ma, ad avviso dei suoi conoscenti, il movente del gesto risiedeva nel senso di colpa per aver additato in buona fede un innocente, il signor Ottavio, quale responsabile del delitto del trapano.Da lì in poi, salvo altre piste offerte da mitomani, l’inchiesta si arenò. Si ipotizzò pure un coinvolgimento del serial killer Donato Bilancia ma fu lui stesso a dire che no, con quel delitto non c’entrava proprio niente. La mano della morte tornò a ghermire vite nel 2014, quando il figlio di Luigia, avviluppato in una depressione senza scampo, decise di concludere la sua vita nello stesso modo scelto anni prima dal signor Ottavio. Ora la nuova testimonianza.

La figlia dell’amica di «Antonella» è già stata sentita dai carabinieri. Ha raccontato che quando avvenne l’omicidio, sua madre le confidò di avere forti sospetti su un primario, morto negli anni scorsi. L’uomo l’aveva conosciuta in corsia dove lavorava come infermiera prima di dedicarsi all’assistenza agli anziani. La testimone ha raccontato che la madre le disse che il medico, nei giorni dopo l’omicidio, si presentò al lavoro con il volto segnato tanto che qualcuno gli chiese «se aveva fatto a pugni con il gatto». Non solo: la donna rivelò alla figlia che dietro all’omicidio poteva esserci un ricatto da parte della Borrelli. Vedova e con i debiti lasciati dal marito e i figli da crescere, Luigia aveva sempre bisogno di soldi e per questo poteva aver preteso denaro dal primario per non rivelare la loro relazione. Ma quel trapano? Un altro ricordo affiora da lontano: quel giorno forse fu usato per «coprire» precedenti ferite inflitte con un bisturi.

(Dopo che il povero Ottavio si tolse la vita, i carabinieri trovarono a casa sua cinque foglietti scritti da lui. Oltre alle raccomandazioni ai figli — «Giuseppe, sii sempre bravo», «Patrizia, prendi la laurea» — c’era la richiesta di perdono alla moglie: «Teresa, ti ho fatto del male, ero cieco dalla gelosia, resta sempre brava come sei...». Agli investigatori indirizzò queste parole: «Maresciallo, fai che la mia morte non sia stata vana. Cercate l’assassino di Antonella. Sono innocente. So che lo troverete»).

Dopo 27 anni caso riaperto: "È lui il killer del trapano". Il femminicidio di Luigia Borrelli senza colpevole dal '95. Nel mirino un primario, che però è morto. Stefano Vladovich il 22 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Un trapano insanguinato, un cadavere massacrato di colpi, tre suicidi e un assassino mai scoperto. Dopo 27 anni la Procura di Genova riapre un cold case, quello dell'omicidio di Maria Luigia Borrelli, infermiera di 42 anni uccisa in un basso utilizzato per prostituirsi. A riaprire il fascicolo il ricordo di una donna allora bambina. «Mia madre, amica e collega della vittima, mi disse che Luigia aveva una relazione con un primario. Subito dopo l'assassinio il professore era arrivato in reparto con vari graffi, tanto che gli hanno chiesto se avesse litigato con il gatto» racconta a Il Secolo XIX.

È il 5 settembre del 1995. Luigia di giorno assiste gli anziani, di notte affitta una camera al 64 di vico degli Indoratori di un'ex prostituta, Adriana. Luigia, dai suoi clienti si fa chiamare Antonella, è vedova e deve saldare i debiti del marito barista passato a miglior vita e finito nelle mani degli usurai. Eppoi ha i figli da mantenere e i soldi non bastano mai. La mattina del 6 settembre la proprietaria del basso la trova riversa a terra con un trapano verde conficcato in gola. È quello lasciato da un muratore che di giorno ristruttura il monolocale, Ottavio Salis. La scena del crimine è fra le più cruente che la pm titolare delle indagini, Patrizia Petruzziello, ricorda. Luigia ha un Black&Decker nella gola e il resto del corpo martoriato con 12 colpi, tutti in organi vitali, inferti quando la poveretta era già morta. Il primo sospettato ha ecchimosi e segni sulle braccia e la sua versione non convince. Viene convocato in Procura per un secondo interrogatorio ma lui, per la vergogna di essere finito su tutti i giornali come cliente di prostitute, si getta da un cavalcavia. Salis lascia 5 biglietti, ai suoi tre figli, alla moglie, ai carabinieri. «Maresciallo, fai che la mia morte non sia stata vana. Cercate l'assassino di Antonella. So che lo troverete». A indicare il suo nome era stata la signora Adriana che non regge al rimorso e, nel marzo del '96, si toglie la vita impasticcandosi con i farmaci.

Le piste prendono varie direzioni: quella di un giro di usurai, di un marocchino autore di altri omicidi a Torino, di un cliente abituale e di un uomo che entra insanguinato in un albergo. Si pensa anche a Donato Bilancia, il killer delle prostitute, che però nega. La scientifica, intanto, rileva le tracce del DNA lasciate dal killer sulla vittima: non appartiene a nessuno di loro. Si ricomincia da zero, anzi ci si ferma del tutto e il caso sembra destinato all'archiviazione. Nel 2014 anche uno dei figli di Luigia, depresso per la morte della madre, decide di togliersi la vita gettandosi dal ponte Monumentale. Le nuove rivelazioni, adesso, fanno luce su quanto accaduto anche se il medico di cui parla la donna è, ormai, morto pure lui. «Lo ricattava per soldi, gli diceva che sarebbe andata dalla moglie a dirle della loro relazione» il movente. Il killer avrebbe usato il trapano per nascondere ferite inferte con un bisturi. Adesso manca solo la comparazione del DNA repertato con quello del medico defunto. Non è escluso che il sostituto procuratore di allora, lo stesso di oggi, autorizzi l'esumazione della salma della Borrelli per un nuovo esame.

(ANSA il 23 Dicembre 2022) - Sarebbe un palermitano di 21 anni con problemi psichici il fermato dalla polizia inglese per la morte di Francesca Di Dio e Nino Calabrò, i ragazzi messinesi trovati morti nella casa in cui il giovane viveva da quando si era trasferito nel Regno Unito. Non è ancora chiaro se il fermato fosse un coinquilino o un ex coinquilino della vittima. Secondo quanto si apprende avrebbe assassinato la coppia a colpi di martello.

Fidanzati uccisi in Inghilterra: il padre dell'assassino fa trovare i corpi. Fabrizio Bertè su La Repubblica il 23 Dicembre 2022.

Sotto torchio l'ex coinquilino palermitano, lutto nel Messinese. Sono arrivati nello Yorkshire i genitori di Nino Calabrò e Francesca Di Dio. Il sospettato, che aveva sofferto di disturbi psichici, era stato aiutato dal giovane assassinato a trovare un lavoro. Poi era tornato in Italia

Due fidanzati massacrati a casa in Inghilterra, un giovane palermitano fermato, due centri della provincia di Messina in lutto. Queste, finora, le sole certezze sulla morte di Nino Calabrò e Francesca Di Dio, 26 anni lui, appena 20 lei. Restano ancora da chiarire le dinamiche di un giallo, che, a pochi giorni dal Natale, ha distrutto la vita delle famiglie dei due giovani siciliani, trovati morti, in casa, da alcuni amici, in un’abitazione di Thornaby-on-Tees, comune di quasi 25mila abitanti, nella contea del North Yorkshire.

Il giovane fermato è di origine palermitana. Nino e Francesca uccisi a martellate in Inghilterra, fermato l’ex coinquilino. La madre: “Non sappiamo ancora nulla”. Redazione su Il Riformista il 23 Dicembre 2022

Sono stati uccisi a colpi di martello Nino Calabrò e Francesca Di Dio, i due fidanzati di 25 e 20 anni trovati senza vita nell’appartamento dove il giovane viveva a Thornaby, Stockton-on-Tees, nel nord dell’Inghilterra. E’ quanto emerge da fonti investigative che indagano per il duplice omicidio dei due giovani siciliani: lui di Milazzo (tre anni fa si era trasferito nel Regno Unito), lei di Montagnareale (era arrivata nei giorni scorsi per le festività natalizie). Nelle ore immediatamente successiva al macabro ritrovamento, la polizia ha fermato un 21enne siciliano ex coinquilino di Calabrò. Il giovane palermitano aveva sofferto in passato di problemi di natura psichica.

Dolore e sgomento nelle due cittadine in provincia di Messina. I genitori di Nino e Francesca sono arrivati nelle scorse ore in Inghilterra. “Siamo disperati, non pensavamo potesse mai accadere una cosa del genere, mia figlia era una ragazza solare, gentile e molto generosa. Amava il suo ragazzo ed era venuta qui in Inghilterra per trovarlo e stare con lui e poi sarebbe tornata presto a casa. Siamo in Inghilterra ma ancora non sappiamo nulla dagli investigatori su quanto accaduto. Stiamo andando proprio a parlare con loro e ci incontreremo anche con i genitori del ragazzo”. Lo dice, raggiunta telefonicamente dall’ANSA, Anna Niosi madre della 20enne. “Spero presto si faccia chiarezza su quanto accaduto – aggiunge la mamma di Francesca – e che presto possiamo tornare con il corpo della mia ragazza a casa”.

Ancora da chiarire il movente del duplice omicidio. Il ragazzo sospettato di esserne l’autore è stato interrogato per ore dagli investigatori ma al momento non trapela nulla. Nino Calabrò si era trasferito tre anni fa in Inghilterra e dopo aver lavorato a lungo nel settore della ristorazione, recentemente aveva trovato lavoro come croupier in un Casinò. Due settimane fa era stato raggiunto dalla fidanzata che in Sicilia lavorava come estetista. Avrebbero dovuto trascorrere insieme il Natale prima del ritorno in Sicilia di Francesca.

L’allarme è scattato mercoledì scorso quando i genitori, allarmati perché non riuscivano a mettersi in contatto con i figli da circa 48 ore, avevano sollecitato alcuni amici della coppia a reperire informazioni. Una volta giunti nell’abitazione di Nino, poco dopo le 14, la drammatica scoperta. Ade