Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

 

ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

SESTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il Caso di Ferdinando Carretta.

Il mistero del “collezionista di ossa” della Magliana.

Il Milena Quaglini.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Marco Sconforti.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Stefano Masala.

Il mistero di Luca Orioli Marirosa Andreotta.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.


 

LA GIUSTIZIA

SESTA PARTE



 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

MARTA RUSSO: L’OMICIDIO DELLA SAPIENZA

Gaia Vetrano l'11 Febbraio 2023 su nxwss.com

Immaginate di stare girando per “La Sapienza”. L’università statale romana vede ogni anno, dal 1303, migliaia di studenti per i suoi corridoi. Fu per volere di Bonifacio VIII che prese vita questa splendida struttura, con il desiderio di poter infondere alle generazioni più giovani e volenterose la conoscenza delle più alte discipline, così da poter mettere alla prova il proprio intelletto.

Immaginate sia maggio. Frequentate il corso di giurisprudenza e già iniziate a respirare l’aria della famigerata sessione estiva. Tuttora, in qualche aula, qualcuno sta dando esami. Chi mette piede dentro “La Sapienza” sa che sta incominciando a tessere il suo illustre futuro. 

Molti membri della classe dirigente italiana hanno frequentato la vostra stessa facoltà e, nonostante gli anni Novanta siano stati segnati da eventi sconvolgenti, quali Tangentopoli, il 1997 porta aria di novità.

Immaginate di star camminando con una vostra amica e collega tra le pareti in marmo bianco, i grandi viali colonnati e l’enorme fontana con la statua di Minerva, simbolo dell’ateneo. Assieme parlate di uscite, di ex, di pettegolezzi e di ragazzi. Ma anche dei nuovi argomenti delle materie che state studiando. Dei fondamenti del diritto che sostengono il paese democratico in cui vivete. Di come alternate, pur sempre con difficoltà, la vita universitaria e quella sociale, destreggiandovi tra impegni sportivi e scadenze istituzionali.

Questa potrebbe sembrare la banale routine di un qualsiasi ventenne che decide di proseguire i suoi studi. D’altro canto, le nostre vite sono tutte scandite dagli stessi rimi: sveglia, lezione, pranzo e poi il pomeriggio dedicato allo studio e allo sport.

Quel giorno è un venerdì: si respira già l’aria del sabato. In gruppo si prova a capire cosa fare per passare la serata del giorno dopo. In quale locale di Trastevere andare o se si preferisce una pizza a casa di qualche amico. Qualcuno propone di recuperare l’ultimo film uscito a gennaio di Lynch.

Nel frattempo, gli alberi di fronte il vostro ateneo stanno ritornando verdi, come segno dell’arrivo della bella stagione. Quanto può essere veloce il tempo che passa: due giorni fa le foglie cadevano grigie dagli alberi. Adesso gli uccellini cinguettano di nuovo e, le aule della “Sapienza”, sono nuovamente illuminate dal sole di metà mattinata.

Quanto può essere sottile il confine tra un secondo e l’altro? Quello tra una stagione e l’altra? Quanto quello tra la vita e la morte?

Immaginate di star girando per i corridoi del polo di Lettere e Filosofia alla ricerca di qualche aula studio. Quanto può essere sottile il confine tra i minuti che passano tra loro. Che separano la tranquillità dal terrore, dalle grida e dalla paura?

Immaginate di star scendendo le scale e di scontrarvi proprio con un vostro collega fuori corso. Uno di quelli socievoli che conosce tutti. È concitato, respira affannosamente. Ha le lacrime agli occhi. Tra le tante parole confuse mormora di proiettili, di un cecchino e di fascisti. Davanti a sé, qualche minuto fa, ha visto la morte.

Dall’altra parte delle mura, in un vialetto che collega le facoltà di Scienze Statistiche e Scienze Politiche al polo di Giurisprudenza, altre due studentesse stanno girando e chiacchierando: sono Marta Russo e Iolanda Ricci. 

Allo scoccare delle 11.42, la prima delle due cade a terra. La sua amica, la Ricci, si china su di lei per capire cosa abbia. Poi, qualcosa di caldo le sporca la mano e i vestiti: sangue. Un bossolo ha impattato contro il cranio di Marta. Un proiettile vagante per l’università.

Un solo grido sovrasta le sirene della polizia e dell’ambulanza, quello di Iolanda, che continua a chiedere aiuto. Piange e si dispera, mentre si chiede chi possa aver sparato a Marta.

La sua amica verrà portata in ospedale, dove la TAC conferma la presenza di un proiettile proprio sopra l’orecchio. La giovane entra in coma profondo, dalla quale non si sveglierà mai.

A partire dal giorno successivo, saranno anche i giornali a chiedersi chi abbia ucciso la giovane Marta Russo.

Quanto può essere sottile il confine tra la vita e la morte? Forse, 1,1 millimetro. Quanto un proiettile.

Un delitto senza movente

La morte di Marta Russo genera sin da subito molteplici interrogativi. I media ne parlano come il delitto della Sapienza.

Chi può mai volere la morte di una studentessa ventiduenne ex campionessa di scherma? Marta ha il viso dolce, gli occhi da cerbiatta marroni come l’ebano, i capelli biondi come il grano e lo sguardo di chi ha tanti obiettivi da raggiungere. Di chi è sempre disposto ad aiutare gli altri. Già a 15 anni sapeva che, in punto di morte, avrebbe donato gli organi. 

Immediatamente arrivati sulla scena del crimine, per terra si cercano il bossolo o le tracce del killer. Gli investigatori transennano il luogo e bloccano il passaggio agli studenti spaventati. “Andate via, non c’è nulla da vedere!” intimano ai ragazzi che, incuriositi, camminano a testa bassa, sperando di trovare qualcosa. Non sanno che, per rivelare qualche indizio, bisogna guardare in alto.

Viene da subito ipotizzata la traccia politica. 

La data di questo omicidio si collega inquietantemente con altri tre casi di cronaca nera avvenuti negli anni precedenti: il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse e di Peppino Impastato, assassinato dalla mafia. Ma anche l’anniversario della morte di Giorgiana Masi, studentessa uccisa il 12 maggio 1977 durante una manifestazione del Partito Radicale. Anche lei per colpa di un proiettile vagante.

Eppure, nessuna delle due colleghe appartiene a movimenti politici studenteschi. Ciò esclude in parte l’ipotesi di terrorismo politico, a meno che non si tratti di uno scambio di persona.

Marta, quel giorno, gira infatti con Iolanda Ricci, che non è un’adolescente come le altre. Lei, in un’Italia dove il terrorismo rosso è padrone, è la figlia di Renato Ricci, direttore del Carcere di Rebibbia. Un uomo di destra, appartenente ad “Alleanza Nazionale”. Lei non è una studentessa come le altre. Con le amiche non parla solo di ragazzi, ma delle minacce di morte telefoniche che ogni giorno la terrorizzano. Forse una vendetta trasversale? O qualcosa di analogo.

Lo scambio di persona potrebbe eventualmente riguardare la figlia di un testimone sotto protezione messinese, frequentante sotto falso nome il corso di filosofia del diritto. Questa giovane ha infatti i capelli biondi e il fisico simile a quello di Marta. Da qui, i sicari mafiosi avrebbero confuso le due. 

Attorno al fatto di cronaca in sé, vi è la condanna da parte dei giornali verso l’università e la Procura, che è intimata a risolvere il caso. Per Nicolò D’Angelo, il dirigente della squadra mobile, la giustizia avrebbe vinto, anche a costo di smantellare l’ateneo mattone per mattone.

Davanti all’omicidio di una ventenne, che non è il furto di una caramella in un supermercato, la Sapienza non è più il tempio del Diritto. Ma l’ennesima sterile scena del delitto.

Nel frattempo, il 15 maggio, durante la partita della Lazio, viene affisso uno striscione che riporta: “Marta, vinci”. Eppure la battaglia, stando alle indagini, è contro degli ignoti. Nulla porterebbe al motivo per cui la Russo sarebbe stata uccisa. Un delitto senza movente.

In alto gli occhi, verso le finestre

Sul luogo del delitto, insistono tre fabbricati: uno a destra, uno a sinistra e quello immediatamente frontale. Uno dei primi luoghi perquisiti sono i bagni della Sapienza: questi hanno dei finestroni perfetti, che si affacciano sul vialetto. Indubbiamente una posizione interessante.

Dopo averli smontati, ci si accorge che si tratta di un clamoroso buco nell’acqua. 

Nel frattempo arriva l’autopsia del corpo di Marta: la giovane viene colpita da un bossolo di un calibro 22. La sua particolarità? Si frantuma. Ciò vuol dire che è un proiettile da tiro, usato per gli addestramenti, o da chi pratica sport che implicano l’uso di armi da fuoco. Chi poteva essere detentore di armi tra i dipendenti della Sapienza?

A seguire viene perlustrato il ripostiglio sotterraneo della ditta di pulizie Pul.Tra, che porta a un indizio chiave: viene ritrovato un tubo metallico compatibile alla costruzione di un silenziatore.

Questa diventa oggetto di indagini. Alcuni dei dipendenti sono infatti in possesso di fucili, carabine ad aria compressa, pistole giocattolo, confezioni di cartucce con cui si divertivano a sparare dentro l’università. Delle armi, purtroppo, non compatibili per calibro e potenza a quella che uccise Marta.

Ovviamente, l’idea che dentro un’università come la Sapienza ci fosse un movimento tale di persone con armi che si diverte a giocare al Far West con obiettivi fantasma non rassicurò l’opinione pubblica. Bisogna trovare una nuova pista per distrarre i giornali.

Ascoltando le conversazioni telefoniche dei dipendenti della Pul.Tra, si mise a fuoco la presenza di un altro individuo collezionista di armi: si tratta del bibliotecario della facoltà di Lettere della Sapienza, ossia Salvatore Carmelo “Rino” Zingale. Addirittura a quest’ultimo venivano commissionati bossoli artigianali e silenziatori. Tra le armi in suo possesso anche una calibro 22. Anche questo è pero’ estraneo alla vicenda perché in possesso di un alibi. 

Per i primi quindici giorni, le indagini rantolano nel buio. Poi, gli investigatori si tolgono gli occhiali da sole e iniziano a guardare verso il cielo. Tutto porta a una necessaria analisi balistica della traiettoria dello sparo, per poter così risalire al luogo dove deve essere partito il colpo.

La priorità è quella di suddividere gli edifici, escludendo gli infissi chiusi o bloccati da armadi o librerie. Vengono richieste anche delle analisi della scientifica, così da poter rilevare eventuali tracce di polvere da sparo. Su 53 analisi effettuate, risultano positive quelle della finestra uno, tre, quattro, sei, sette e otto dell’istituto di Filosofia del diritto.

In alto a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino alle finestre del dipartimento di Filosofia del Diritto.

I misteri degli assistenti di Filosofia del Diritto della Sapienza

Quattro assistenti entrano in un’aula del dipartimento di Filosofia del Diritto. Poi lo scoppio di una pistola.

Le indagini ritrovano particelle di bario e antimonio, metalli pesanti e di ferro. Queste sono compatibili allo scoppio di un’arma da fuoco e, data la preponderanza di quest’ultimo elemento chimico, la pistola potrebbe essere arrugginita. 

Si tratta della prima chiusura di un cerchio, da cui nasce un nuovo interrogativo: da chi è frequentata quest’aula? Dalla perlustrazione dell’ambiente appare la risposta. Si tratta di un telefono, pronto a cantare la verità, fino a quel momento tenuta nascosta.

Dai tabulati della Telecom si scopre che qualcuno, alle 11.44 ha effettuato una telefonata, seguita da un’altra alle 11.48. Esattamente due minuti dopo la morte di Marta, Maria Chiara Lipari, dottoranda, si trova dentro la sala degli assistenti.

Secondo la testimonianza della Lipari, questa avrebbe chiamato il padre, Nicolò Lipari, professore ed ex parlamentare democristiano, per avvertirlo su dove fosse. Questa, messa sotto interrogatorio, svuota il sacco. Dentro l’aula con lei c’erano anche altre quattro persone: Francesco Liparota, 35 anni, usciere della facoltà, Salvatore Ferraro, 30 anni, dottore in Giurisprudenza e assistente del professor Gaetano Carcaterra e Giovanni Scattone, 29 anni, dottorando e assistente non retribuito del professor Bruno Romano presso la facoltà di Lettere e Filosofia. Infine la segretaria Gabriella Alletto, 45 anni, segretaria amministrativa.

Quest’ultima verrà interrogata tredici volte durante le indagini, diventando protagonista di un’inchiesta ministeriale per abuso d’ufficio e violenza privata a causa delle pressioni psicologiche a cui venne sottoposta. Secondo le sue prime dichiarazioni, non era presente al momento dello sparo nell’aula, perché impegnata a risolvere un guasto di un fax di un’aula circostante.

O la Lipari ricorda male o la Alletto mente. Gli investigatori si convincono che delle due la seconda ipotesi sia quella veritiera. Quando la interroga il procuratore Italo Ormanni, intima Gabriella di parlare.

Nei nastri resi pubblicati l’11 giugno, recuperati dai cronisti di Radio Radicale, la Alletto ripete, per quasi quattro ore:

Non sono mai entrata in quell’aula […] Io nun ce stavo là dentro, te lo giuro sulla testa dei miei figli… Non ci sono proprio entrata, ma come te lo devo dì? Fino allo sfinimento…

Eppure, due settimane dopo, la Alletto si presenta spontaneamente dalla polizia e ammette di trovarsi dentro l’aula 6.

Non solo, c’era qualcuno con lei. Il 9 maggio Salvatore Ferraro e Giovanni Scattone entrano nella sala degli assistenti di Filosofia del diritto. Poi lo sparo di una pistola.

Ferraro e Scattone: sono loro i colpevoli del delitto della Sapienza? 

Alla Digos la Alletto racconta che, entrata nell’aula sei, c’erano Ferraro e Scattone. Secondo la sua testimonianza, è Scattone ad aver fatto partire il colpo, provocando il panico di Ferraro che, alla vista del corpo di Marta, avrebbe imprecato con le mani tra i capelli.

I due, che tenevano anche seminari alla Sapienza, erano stati sentiti parlare di “delitto perfetto” da alcuni studenti, ma entrambi negheranno tutto ciò. Per gli investigatori, la morte di Marta sarebbe quindi frutto del tentativo di mettere in scena un omicidio di cui gli inquirenti non avrebbero trovato i colpevoli.

Per gli inquirenti le accuse della Alletto combaciano perfettamente con le loro teorie. Secondo le analisi balistiche, il killer è destrorso, così come Scattone. Ferraro è mancino, non può aver sparato.

I due vengono così arrestati, nonostante si professino innocenti. Ciò che di loro colpisce è la tranquillità e freddezza che trasmettono, come se si aspettassero questo epilogo. Né Ferraro né Scattone mostrano un briciolo di empatia o compassione verso la vittima o la sua famiglia.

L’ultimo dei due in particolare modificherà molte volte la sua versione dei fatti.

Come racconterà, Scattone quella mattina avrebbe incontrato il professor Lecaldano a Villa Mirafiori. A questo gli investigatori chiesero l’orario: tra le 11:00 e le 12:30. Secondo il proseguimento della sua versione dei fatti, alle 11:30 l’assistente sarebbe andato poi a Storia per prenotare un esame, dove un particolare attirò la sua attenzione: un foglio strappato affisso davanti alla porta. Agli inquirenti il professor Guy confermerà quanto detto.

Dopodiché Scattone andò a ritirare il certificato di convalida degli esami del corso di Lettere a cui era iscritto alle ore 11:50, cioè circa 8 minuti dopo lo sparo. Incontrato l’assistente Fiorini, solo dopo l’arrivo dell’ambulanza sarebbe andato verso l’aula 6, versione avvalorata da La Porta, uno studente lì di passaggio. Dell’accaduto ne verrà conoscenza solo quando ne vide parlare in televisione durante il pranzo.

Per quanto riguarda Ferraro, questo disse di essere stato come tutti i giorni a casa a studiare con la sorella Teresa. Lì alle 11:45 sarebbe venuta Marianna Marcucci, che confermò la visita. Quest’ultima rimase lì fino alle 12.30 e, quando andò via, telefonò Alessandra Vozzo, conversazione risultante dai tabulati. Quest’ultima confermò di avere chiamato più volte casa Ferraro e di aver parlato sia con Salvatore che con Teresa, commentando con i due la morte di Marta.

Rimangono però delle testimonianze contrastanti, persino sul loro abbigliamento: Ferraro per Giuliana Olzai – studentessa fuoricorso – era vestito di grigio-celeste mentre, per l’Alletto, con una giacca blu. Inoltre, sempre secondo quanto raccontato dalla studentessa, i due assistenti dopo lo sparo sarebbero usciti dall’università presi dal panico.

Per i giornalisti le parole della Olzai sono di fondamentale importanza perché le uniche che vanno contro gli alibi dati da La Porta e Marcucci.

Tra tutte le accuse, vi è un solo filo conduttore: la violenza psicologica al quale vengono sottoposti, tra tutti, anche Ferraro e Scattone. Rimangono per sempre impresse le seguenti parole della Alletto:

Non li vidi sparare, non c’ero… Mi stanno convincendo che hanno sparato da lì, mi stanno convincendo che ero lì dentro

Gabriella Alletto, secondo la testimonianza di Laura Cappelli e intercettazione ambientale

La chiusura del delitto della Sapienza e le altre incongruenze

Al processo viene presentata la ricostruzione dei fatti, grazie alle parole di Gabriella.

Allo scoppio del proiettile, provocato da Scattone, seguì un “tonfo“. Ferraro, incredulo, si mise le mani nei capelli, mentre l’altro con la mano sinistra spostava le doghe della tenda per ritrarre la pistola. L’arma venne nascosta dentro la borsa di Lipari. Poi uscirono dalla sala, bisbigliando qualcosa, forse un saluto, alla Lipari che era appena entrata. Ferraro ha preso la borsa e l’ha portata via.

Secondo le analisi nanotecnologiche effettuate, la ventiquattro ore presenta delle tracce, seppur minime, che possono risultare compatibili alla polvere da sparo.

Eppure, rimangono dei punti interrogativi che non posso essere ignorati nel nostro racconto. A causa di ciò, infatti, la difesa, costituita dagli avvocati per Scattone Francesco Petrelli, Manfredo Rossi, Andrea Falcetta e Alessandro Vannucci mentre per Ferraro Vincenzo Siniscalchi, Delfino Siracusano, Fabio Lattanzi e Domenico Cartolano, ipotizzano che i resoconti siano frutto di ricostruzione e della suggestione psicologica a cui venne sottoposta la Alletto.

I colleghi della donna riferiscono addirittura che gli inquirenti la minacciarono di toglierle la patria potestà dei figli, oltre che a ventiquattro anni di prigione.

Mi hanno messa in mezzo… io in quella stanza non c’ero, però non mi conviene dire che non c’ero […] loro si immaginavano la scena, ma avevano bisogno di un testimone attendibile, di una persona affidabile

Il primo problema riguarda l’arma: questa dovrebbe essere una pistola a canna lunga con un silenziatore di almeno 10 cm, ma Gabriella omette nella sua versione quest’ultimo dettaglio. Addirittura, quando le chiesero di disegnarla, ne raffigurò una a canna corta.

Come avrebbe potuto Scattone sparare da quella finestra senza sporgersi né tantomeno far uscire fuori il braccio, come secondo le ricostruzioni? L’infisso era infatti ostacolato da dei condizionatori. Il colpo, effettuato “per caso”, non poteva andare a segno, a meno che il killer non si fosse proteso verso fuori.

Addirittura per un cecchino, nelle condizioni descritte dalla Alletto, le possibilità di colpire un bersaglio in movimento sarebbero state pari al 30%. Inoltre, nessuno ritrovò mai il bossolo.

Come mai Gabriella racconta di non aver sentito urla dopo lo sparo se, a detta di molti testimoni, fu Iolanda Ricci la prima a gridare in cerca di aiuto?

Le stesse tracce sulla borsa di Ferraro lasciano dei dubbi. Se la pistola avesse effettivamente appena sparato un colpo, questa dovrebbe essere piena di polvere da sparo. Invece, vi sono solo pochi segni.

Secondo il neurofisiologo Piergiorgio Strata, le affermazioni della Alletto sono frutto di “una saga di ricordi emersi lentamente e con fatica dal nulla, sono stati ottenuti con enorme sforzo ricostruttivo, con notevoli condizionamenti esterni e spesso sotto forma di lampi improvvisi. Pertanto, essi vanno considerati altamente inaffidabili”.

Così, come in un film, la segretaria amministrativa Gabriella Alletto si convince di essere testimone di qualcosa che, probabilmente, non ha mai visto. La corte condanna Giovanni Scattone a 7 anni di reclusione per omicidio colposo, con l’aggravante della colpa cosciente e per possesso illegale di arma da fuoco, mentre Salvatore Ferraro a 4 anni per favoreggiamento personale. Sono entrambi colpevoli della morte di Marta.

Il caso del delitto della Sapienza viene chiuso, forse.

Tra le tante, l’ipotesi terroristica rimase comunque valida, anche dopo anni. Infatti, quel 9 maggio è presente alla Sapienza anche Paolo Broccatelli, dipendente della ditta di pulizie Team Service prima e la Smeraldo poi, nonché membro delle Nuove Brigate Rosse. Si pensa che a qualcuno sia partito un colpo accidentale mentre provava la mira, e per questo non avrebbero rivendicato il colpo.

Qualcuno suppose che, ad aver ucciso Marta, sia stato un cecchino sociopatico. Una personalità disturbata che voleva uccidere qualcuno con semplice scopo dimostrativo.

Rimane un ultimo grande dubbio: l’inclinazione del capo di Marta. Infatti, l’ipotesi che lo sparo sia partito dall’aula 6 della Sapienza è valida solamente se la Russo si trovava in quel momento con la testa inclinata e voltata verso destra. Ma se questo fosse stato perfettamente eretto? Allora il colpo sarebbe scoppiato dal bagno dei disabili, dalla sala di statistica, in fase di ristrutturazione o dalla sala computer.

Il proiettile aveva inoltre delle tracce di fibre di vetro, compatibili con il controsoffitto del bagno dei disabili, dove vengono ritrovate particelle di polvere da sparo.

Vi lasciamo quindi con una domanda.

Chi si trovava, il 9 maggio 1997, nel bagno dei disabili della Sapienza di Roma?

Scritto da Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

LUIGI TENCO: SUICIDIO O OMICIDIO?

Morte a Sanremo: quell'addio ancora sospetto di Luigi Tenco. Paolo Lazzari il 9 Luglio 2023 su Il Giornale.

La scomparsa del cantautore al termine della prima serata del Festival, nel gennaio 1967, suscita ancora oggi incredulità

Era arrivato a Sanremo convinto che quel pezzo avrebbe raccolto i consensi del pubblico e flirtato col mucchio della critica. La canzone si chiamava "Ciao amore ciao" e Luigi Tenco doveva eseguirla insieme alla diva francese Dalida. Era giovane, Luigi. Ventotto anni soltanto. Eppure, se si guardava alle spalle, aveva già prodotto una quantità di testi che sarebbero rimasti incisi per sempre nell'orizzonte musicale italiano. Lo sapeva, di essere un sofisticato talento. Di avere qualcosa da dire, e che quel qualcosa doveva essere davvero di più e più alto rispetto ai brani con cui si dimenavano i colleghi.

Ma non tutti la pensavano così. Il 26 gennaio del 1967, durante la prima serata del Festival condotto da Mike Bongiorno, Tenco salì sul palco convinto dal suo racconto interiore, ma la giuria lo sbattè brutalmente fuori. Solo 38 voti a favore su 900, una sentenza difficile da deglutire. Anche il ripescaggio fallisce: la giuria presieduta dal giornalista Ugo Zatterin gli preferisce "La rivoluzione", di Gianni Pettenati. Uno schiaffo solenne alla sua idea di musica, alla performance, al duetto con la magnetica collega. Tenco sfilava via dal Salone delle feste del Casinò di Sanremo atteritto, stranito, svuotato come sa essere soltanto chi ha smarrito qualcosa in cui credeva troppo. Luigi accompagnava Dalida ad un ristorante, ma non si fermava. Se ne tornava dritto in camera, all'Hotel Savoy.

La stanza era la 219. Tenco entrava e per prima cosa si attaccava alla cornetta. La prima telefonata l'aveva riservata a Ennio Melis, capo della RCA, ma quello non aveva risposto. La seconda l'aveva fatta alla sua fidanzata, a notte inoltrata. Un'ora dopo, alle 2.10 del mattino, il suo corpo senza vita veniva ritrovato da Dalida, sconcertata dalla morte irruenta e violenta che arriva senza il minimo preavviso. Un colpo di pistola alla tempia e un biglietto scritto di suo pugno, come appureranno le successive perizie.

“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda ‘Io tu e le rose’ in finale e ad una commissione che seleziona ‘La rivoluzione’. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Si apre qui il circo delle ipotesi. Il cadavere del cantautore viene ritrovato con le gambe riposte sotto al cassettone della camera d'albergo, posizione del resto innaturale per un suicida. Si apprende, dalle successive inchieste condotte da giornalisti e procuratori, che la polizia non aveva fatto gli scatti di rito alla salma e che il commissario, accortosi dell'indicibile errore, aveva ordinato di riportarla al Savoy riposizionandola nell'esatta posizione in cui era stata trovata.

Negli anni Novanta una meticolosa inchiesta portata avanti dai giornalisti Marco Buttazzi e Andrea Pomati cerca di porre un fascio di luce su una vicenda surreale. Nonostante la riapertura del fascicolo sulla morte di Tenco, tuttavia, continua a reggere nel tempo il primo scenario, quello del suicidio. A distanza di cinquantasei anni resta però ancora una patina di perplessità. Com'è stato possibile che un cantautore di quel calibro, nel periodo più rigoglioso della sua esistenza come uomo e artista, abbia virato per un gesto così estremo? Quel che continua a destare dubbi, del resto, è la sproporzione tra la causa e l'effetto. Si fatica a credere che un'eliminazione, pur dolorosa, possa aver fatto detonare una protesta autodistruttiva.

Dubbi che nemmeno il tempo è riuscito finora a dissipare. Il caso Tenco è destinato a rimanere un pezzo oscuro della storia italiana. Le canzoni restano, ma il pensiero di quanto ancora avrebbe potuto dare questo artista geniale, che nella sua lettera d'addio si professava tutt'altro che stanco della vita, è come un altro colpo di pistola.

Gaia Vetrano il 4 Febbraio 2023 su nxwss.com

Qual è la ricetta perfetta per un giallo indimenticabile? Innanzitutto il protagonista deve essere qualcuno di famoso. Un poeta, per esempio Luigi Tenco. Poi ci vuole una degna arma del delitto, una pistola, e magari una lettera di addio abbandonata sul pavimento di una camera d’albergo di super lusso. Delle indagini un po’ fallaci. Una probabile relazione segreta con una superstar straniera e un palco che possa amplificare il tutto.

Sanremo, 1967. Mike Bongiorno, conduttore di quest’anno, è davvero soddisfatto del suo cast stellare. Se è stato chiamato per presentare per la quinta volta il Festival vuol dire che qualcosa di buono lo ha realmente combinato. Non è roba da tutti. Sul suo palco si esibiranno artisti esordienti pieni di talento, come Cher, ma anche nomi di spessore come Lucio Dalla, Giorgio Gaber, Sergio Endrigo, Orietta Berti e Iva Zanicchi.

Ogni tanto, mentre questi prendono posto sotto l’occhio di bue e lui si trova nel dietro le quinte, riceve qualche pacca sulla spalla da parte di scenografi e macchinisti. La prima serata è sempre importante, da questa si può un po’ prevedere il successo dell’intera edizione, e per ora tutto va a gonfie vele.

Arrivati al termine della messa in onda, Mike tira un respiro di sollievo: sarà un’edizione da ricordare.

Tra i tanti artisti saliti sul palco c’è anche Luigi Tenco. Secondo le regole di quest’anno, che prevedono che i cantanti gareggino in coppia, insieme a lui c’è Dalida, italiana naturalizzata francese. La chimica tra i due è palpabile. Insieme cantano “Ciao amore, ciao”, i cui versi hanno poco a che vedere con la tradizione sanremese. Entrambi si esibiranno una volta a testa durante la trasmissione, come previsto dal regolamento.

Quando sale sul palco Tenco, è un cavaliere dall’aria cupa e tenebrosa in giacca e cravatta. Luigi è romantico, un po’ il sogno adolescenziale del pubblico italiano. Come non innamorarsi dell’autore di un brano come: “Mi sono innamorato di te/ Perché non avevo niente da fare”?

Nonostante abbia accettato a partecipare al Festival, Tenco quando si esibisce è svogliato, come racconterà il suo grande amico Fabrizio De André. Il suo obiettivo è quello di portare la sua musica al grande pubblico, così da fare in modo che la gente capisse chi fosse tramite essa.

Tenco ci crede tantissimo in “Ciao, amore ciao”, nonostante sappia che il suo è un brano d’impatto. A quelli che gli chiedono di parlarne, dice che lui e Dalida hanno le carte in tavola per vincere per il Festival. Belli, giovani e affascinanti: sono celebrati dai tabloid come la coppia delle stelle. 

Le radici del suo pezzo affondano nei drammi sociali, della povertà e dell’immigrazione. Il titolo iniziale era “Li vidi tornare”, brano antimilitarista che Tenco trasformò, per evitare la censura, in una canzone d’amore ambientata negli anni delle grandi migrazioni dal nostro paese verso le Americhe. Luigi sfrutta i suoni folkloristici italiani, così da toccare le corde del pubblico da casa, nella speranza di vincere.

Il 26 gennaio 1967, Luigi Tenco canta:

Si vive o si muore

E un bel giorno dire basta e andare via

Ciao amore

Ciao amore, ciao amore ciao

Eppure, sarà proprio a lui che dovremmo dire “ciao” per sempre.

Perché l’edizione di Sanremo del 67’ non verrà ricordata per le canzoni certamente di spessore, o per le esibizioni straordinarie. E neanche per la conduzione impeccabile di Mike Buongiorno. Bensì per un evento che squarcerà l’opinione pubblica e che si verificherà lontano dal palco. Dietro le telecamere, dove nessuno può guardare e le luci non possono arrivare. Dove la musica dell’orchestra e la voce angelica di Dalida non si possono sentire.

 Quando quella sera si spengono i riflettori, un’ombra oscura, carica di rabbia, di rimpianto e di amarezza, aleggia sopra l’Hotel Savoy. Le risate e il rumore dei calici che brindano non sono sufficienti per sovrastare il caos dei pensieri del poeta Luigi Tenco che, rientrato in camera, non vede più altre strade percorribili.

Le urla di gioia degli altri concorrenti non saranno mai tanto forti da coprire le grida disperate di Dalida quando questa entra nella camera 219 della dependance dell’albergo. Per terra, sul pavimento, c’è un corpo con un proiettile conficcato nella tempia destra. Il completo è ormai macchiato di rosso.

Quella sera sull’hotel Savoy aleggia l’ombra della morte.

Questo non è il racconto di chi vinse la diciassettesima edizione del festival di Sanremo, ma piuttosto di chi perse non solo la competizione, ma anche la vita. Questa è la storia del suicidio – o forse omicidio – di Luigi Tenco.

Chi è Luigi Tenco?

Negli anni del boom economico, la personalità poliedrica di Luigi Tenco stravolge il pubblico italiano, in un periodo in cui le etichette discografiche sfornano canzonette da ascoltare come sottofondo mentre si pulisce il pavimento di casa o si stendono i panni. 

Luigi nasce da una notte di travolgente passione, la stessa che trasmette per la sua musica. Da un amore però senza futuro, che lo costringe a presentarsi al mondo con un cognome non suo e alle spalle un padre che non conoscerà mai. Il bambino è infatti frutto di una relazione extraconiugale della madre, Teresa Zoccola, cameriera presso una famiglia torinese.

Io sono uno che sorride di rado, questo è vero, ma in giro ce ne sono già tanti che ridono e sorridono sempre, però poi non ti dicono mai cosa pensano

La sua prima casa è Genova dove si trasferisce con la madre e il fratello. Teresa si mette in proprio e apre un piccolo negozio di vini per permettere ai figli di terminare gli studi. Ma a Luigi non importa. Nonostante abbia una memoria d’acciaio e in seconda media sappia già risolvere equazioni differenziali, a lui non interessano le formule matematiche, i composti chimici o i moti dei corpi. Né tantomeno gli importa del denaro. Il piccolo poeta già sogna di scrivere e comporre. Ma soprattutto di passare le ore davanti al pianoforte.

Le ambizioni di Teresa hanno però la meglio, così Tenco si iscrive prima a Ingegneria elettronica, poi a Scienze politiche. Degli esperimenti che non lo renderanno mai felice. Ogni angolo di Genova, quella città che lo aveva adottato ormai anni fa, è ricco di stimoli.

Ogni mattone, ogni panchina, ogni incrocio, ogni passante al semaforo trasuda autenticità.  

Il poeta si aggira per le sue strade strette e colorate e non riesce a non vedere tutto ciò che lo circonda come pieno di vita. L’ispirazione è così tanta da spingerlo a sperimentare con gli strumenti: chitarra, clarinetto, sax. Crescendo diventa un polistrumentista sempre più capace, mentre continua a vagare per Genova, che ogni giorno sente sempre più sua.

Il capoluogo ligure in quegli anni è una vera e propria fucina di artisti. Insieme a Tenco ci sono anche Gino Paoli e Fabrizio De André. Sono loro a spingerlo e ad accompagnarlo, mano nella mano, verso il palcoscenico. Da autore, grazie ai suoi due mentori, Tenco diventa cantante e interprete dei suoi stessi brani, che sembrano più delle poesie lette su musica.

Quei testi venivano fuori dalla sua penna con la stessa spontaneità con cui un germoglio si trasforma in un fiore. La scrittura per Tenco diventa un bisogno al quale lui stesso non riesce più a sottrarsi. Quando sente la necessità di sfogare la sua malinconia, dovuta alle sue origini e al fatto che, ovunque va, si senta fuori posto, il poeta si rifugia nel suo mondo fatto di inchiostro.

A chi gli chiede per quale motivo scriva solo canzoni tristi, lui risponde che quando è felice, esce. 

Ricomincia così il suo giro per le strade genovesi, che lo invocano come se fosse la prima volta. Tenco si lascia cullare dalle sonorità straniere: dai brani dei Beatles, i cui testi apprezza particolarmente. Si rende così conto che il problema della musica italiana è che si ispira troppo a quella degli altri paesi, non attingendo invece al folklore.

Tenco condanna questa tendenza al provincialismo, che livella e cancella la storia della nostra terra per importare qualcosa che non è nostro e non fa parte del nostro DNA. L’inchiostro guida così la sua mano, le dita e il polso, rendendolo l’artista che oggi conosciamo.

La svolta arriva quando riesce a entrare in contatto con l’etichetta discografica Dischi Ricordi, per cui inizia a produrre musica con dei nomi falsi come “Gigi Mai“, “Dick Ventuno” e “Gordon Cliff“. Questo per paura che non possa vendere se si venisse a sapere che è iscritto al Partito Socialista Italiano.

Ai suoi testi, spesso rivoluzionari e antimilitaristi non rinuncia, e nel 62’ rilascia il suo primo 33 giri. Al suo interno anche “Mi sono innamorato di te” e “Angela”. Nei successivi due anni cambia etichetta discografica, passando alla Jolly, e chiude l’amicizia con Gino Paoli.

Poi la lettera che lo costringerà, per un anno, ad arruolarsi. Lui, profondo antimilitarista, costretto a un anno di regole e di routine asfissianti che lo allontanano dalla sua compagna più fedele: la penna. Non appena ne ha la possibilità ritorna a scrivere, dando il via agli anni più intensi della sua produzione. Una stagione breve ma molto feconda. 

L’ambiente musicale non gli va a genio, ma il desiderio di Luigi è uno solo: quello di dare tutto sé stesso tramite la musica. Tornato a Roma, decide di dare il suo vero nome per i suoi testi alla sua nuova etichetta: la RCA Records, divisione della Sony Music Entertainment.

Nella Capitale incontra la sua metà, Iolanda, dal nome d’arte abbastanza bizzarro: Dalida. Quando i due entrano in sala di registrazione, avvolti dal caldo e confortevole abbraccio che è la musica, Tenco dimentica il terribile anno nell’esercito. L’animo del poeta si distende e la voce angelica della sua compagna diventa un balsamo che cura le sue cicatrici.

Nel 67’ i suoi brani girano per le radio e i suoi dischi vengono veduti nei negozi. Gli viene chiesto di partecipare al Festival e lui accetta anche se controvoglia. Al suo fianco c’è Dalida e, nonostante i dubbi iniziali, Luigi è fiducioso. È arrivato il momento di far capire al paese di cosa la musica abbia bisogno: di qualcuno che apra la sua anima mosso dall’amore.

E se non dovesse piacere al pubblico non importa, i due avrebbero continuato a scrivere fino a quando avessero avuto qualcosa da raccontare. Infondo, non per forza l’arte può essere apprezzata da tutti, nel momento in cui viene data in pasto a una gara. Ma se anche dovesse esserci qualcuno in grado di comprenderla, allora l’obiettivo di Tenco sarà andato a buon fine.

Luigi può finalmente dare tutto di sé al pubblico italiano. Ogni piccolo frammento della sua anima turbolenta che, talvolta, è capace di essere felice. Peccato però, che quella sera, dia anche la sua vita.

Quella tragica ultima notte di Luigi Tenco

Ogni qualvolta arriva il momento di esibirsi, l’ansia è tanta. Luigi è uno degli ultimi a farlo. È molto tardi e il cantante ha paura che il pubblico si sia già addormentato.

Il poeta freme dalla voglia di cantare. Nel dietro le quinte è irrequieto, ansioso e per niente tranquillo. Ormai è in gioco, non può più tirarsi indietro. Forse non sa come fare; forse un po’, in fondo, ci tiene. Non è la paura della sconfitta a tormentarlo, bensì il timore che non sia capace di comunicare al pubblico i suoi disagi. Per lui la musica ha una nobilità intrinseca pari a quella dei libri o delle poesie, è il suo modo di comunicare al mondo da introverso cronico. Prima di salire sul palco, mormora a Mike Bongiorno:

Mike io non ne ho più voglia, questo non fa per me. Vado, canto, e poi ho chiuso con la musica leggera

Quando si esibisce, Tenco entra nel suo mondo. Le luci lo abbagliano e fa fatica a raggiungere il microfono. Qualcuno lo avrà anche presentato, ma Luigi ha la mente troppo annebbiata per rendersene conto.

Quella sera risente l’effetto dello shot di grappa alle pere che ha preso prima di salire sul palco. La sua esibizione è troppo lenta e persino l’orchestra non è capace di stare al suo passo. Ma a Tenco la sua esecuzione piace perchè “Ciao, amore ciao” narra una storia sofferta. Deve entrare come una lama nel cuore della platea. Il pubblico gli è indifferente: nessun applauso o standing ovation. Un gelido silenzio che Luigi interpreta come un plateale rifiuto da parte degli spettatori di comprendere la sua arte. 

Dopo Tenco è il momento di Dalida, che agli spettatori sfoggia un sorriso lucente. Mentre Luigi la ascolta non è soddisfatto dell’esibizione, che ha trasformato il suo brano in un’irritante canzonetta più simile a una “marcetta”. Nonostante questo, l’unica cosa che il pubblico non può fare a meno che notare è l’abito della cantante: bianco e nero. In tinta con il suo compagno.

La sua voce e la sua interpretazione sono comunque accolte positivamente dalla platea, che applaude fragorosamente ed esulta.

Tenco si rifugia in camerino, nella speranza che possa comunque passare alla finale grazie all’esibizione di Dalida. Lasciato solo inizia ad assumere farmaci e a bere, fino a quando non si addormenta sul tavolo.

Il suo desiderio era quello di farsi conoscere tramite la sua musica, ma alla fine riesce solo a colpire a sangue il desiderio dell’italiano medio di passare una serata ad scoltare brani piacevoli. Poco più tardi viene svegliato da qualche assistente, con la stessa crudeltà con la quale un ragazzo viene preso dalla sua famiglia per arruolarsi, strappandolo dalla sua tranquillità. A Tenco viene comunicata la terribile notizia.

“Ciao, amore ciao” viene eliminata. La canzone si posiziona quattordicesima su sedici brani e non riesce a rientrare in gara neanche grazie ai ripescaggi, dove viene battuta da “La rivoluzione” di Gianni Pettinato e Gene Pitney. 

Tenco si fa prendere da una furia silenziosa. Non si aspettava mica che tutto il pubblico potesse comprendere la sua musica, ma che almeno potesse arrivare a qualcuno sì. Forse, è solamente lui il problema. In fondo l’esibizione di Dalida è piaciuta. Non è “Ciao, amore ciao” a non piacere, ma Luigi Tenco.

Quel cantante cupo, tormentato, raramente felice, che metteva tutta la sua anima sul palco, non era riuscito a raggiungere i cuori delle persone. Lui, che di passione ne ha da vendere e vive di questa, è forse destinato a stare solamente nel dietro le quinte? A rifugiarsi al di là del palcoscenico e a godere della luce riflessa su qualcun’altro. La luce dei riflettori, della ribalta, della gloria e, forse, anche della felicità stessa. Come una larva, o un parassita.

Condannato a non essere mai del tutto appagato da ciò che fa.

Per Luigi questo è un compromesso che non può accettare. Dalida prova a calmarlo, nonostante gli addossi tutta la colpa, ma lui non ne vuole sentire più niente. Non solo aveva preso parte a una gara di cui poco gliene importava, adesso deve anche sopportare il presentatore che lo “sbeffeggia” per la sua eliminazione? Prende la sua compagna per mano ed esce dal Casinò, dritto verso la sua Alfa GT Sport 1600 e preme l’acceleratore.

Per la prima volta la voce angelica di Dalida non risulta come una cura. Tenco ha trovato la risposta che cercava, per un pubblico che non capisce che cosa cambia tra una poesia e uno che canta di voler volare nel blu, dipinto di blu, lui non vuole più esprimersi.

Cos’ha lei che lui non ha? Forse l’indifferenza verso quel pubblico che non lo aveva capito? Forse a lei non importa niente di tutto ciò. Ma a Tenco no. Dalida glielo ripete, perché dannarsi tanto per un branco di probabili buzzurri che preferiscono delle canzonette alla vera poesia? Luigi vorrebbe rispondergli che quelle persone, che l’altra descrive come dei villani, fanno parte della sua gente. La stessa che lo riempiva d’ispirazione quando, sognante, vagava per Genova. E se lui non è in grado di parlare ai loro cuori, allora a cosa serve la sua musica?

Nonostante l’insistenza di Dalida, Tenco decide di non seguirla alla cena con la RCA al ristorante “Nostromo”. Da quel luogo se ne va da solo, scusandosi, dicendo di preferire un po’ di tranquillità dopo quel verdetto per lui ingiusto. Dopodiché prende la macchina e percorre al ritroso la strada verso il Casinò, superandolo. Alla sua sinistra i bar e i locali notturni, dall’altra parte il mare. Dritto di fronte a lui l’Hotel Savoy. 

Comporre lo rende felice, ma se la sua musica non è compresa da nessuno, lascerà mai il segno? Potrà mai rendere gioiosi gli altri con essa? Potrà mai lui esserlo? Luigi viene inghiottito dalla paura che l’ombra del silenzio possa cadere su di lui.

Entra in camera e chiude la porta. Il tempo passa, scandito dalle lancette dell’orologio e dallo sparo della sua pistola.

Quando Dalida mette piede nella sua stanza, per terra c’è l’ultimo testo scritto da Tenco. Una condanna, nonché l’ultimo saluto firmato con le lacrime e il sangue.

Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda “Io tu e le rose” in finale e ad una commissione che seleziona “La rivoluzione”. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.

L’urlo della cantante squarcia il silenzio, ma Tenco non può sentirlo. Non sentirà mai più la lieve e soave voce di Dalida.

Il Festival con gli scheletri nell’armadio

Dal momento in cui Luigi mette piede nella sua camera le informazioni si frammentano.

Al suo interno la prima cosa che fa è afferrare il telefono. Prima chiama Ennio Melis, il capo della RCA, ma non ottenne risposta. Poi Valeria – nome probabilmente di fantasia –, la sua fidanzata, ed ebbe buon esito. La possibile relazione con Dalida non era mai stata confermata da parte dei due, a causa proprio della presenza di un’altra donna nella vita di Tenco.

I due parlano di progetti futuri. Luigi al telefono biascica, a causa della grappa alle pere e delle pasticche di Pronox, e farnetica frasi sconnesse tra loro. Tra le varie cose, afferma di essere in possesso di una lista di persone da denunciare per “fatti che vanno ben al di là della manifestazione”.

La conversazione viene terminata circa all’1 di notte.

Nel frattempo, al Nostromo, Dalida si gode la serata. A farle dimenticare la sconfitta ci pensano le flûtes di champagne. A un certo punto arriva per lei una telefonata proprio da parte dell’Hotel Savoy. “Tenco sta male” le dicono dall’altra parte della cornetta. La cantante sbianca: non è la prima volta. Così in meno di venti secondi chiude la conversazione. Recupera la sua pelliccia e la borsa e, insieme a uno dei produttori, si dirige verso l’albergo.

Nel frattempo arriva anche il giornalista Sergio Mordugno al Savoy, consapevole del malore di Tenco, e informa al riguardo anche Lucio Dalla, seduto su un divano della hall.

Ufficialmente, il cadavere venne ritrovato alle 2:10 da Dalida. Quando questa arriva davanti alla camera, la porta è accostata e la chiave si trova nella toppa esterna della serratura. Per essere questa stata avvertita prima, ciò vuol dire che già qualcun altro aveva rinvenuto il corpo. Insieme alla cantante, entrano anche Modugno, Dalla e gli altri membri della RCA, cioè Cesare Gigli, Paolo Dossena, Patriarca e Simone.

Soltanto trentacinque minuti dopo arriverà la polizia insieme al medico Federico Borreli, che presume che la morte sia avvenuta circa quindici-venti minuti prima. Ancor prima di cominciare indagini, il commissario Arrigo Molinari – su di questo si scoprirà anni più avanti facesse parte della P2, una loggia massonica – comunicò all’ANSA che Luigi Tenco si era suicidato, sparandosi alla tempia con la sua Walther Ppk 7.65.

Non furono eseguite né autopsie né analisi al bossolo. Non ci si preoccupa neanche di svolgere una perizia calligrafica del biglietto di addio.

Stando a quanto racconterà successivamente il necroforo Giuseppe Bergadano, intorno alle 4 il cadavere viene portato all’obitorio, ma un’ora dopo lo riportano indietro perché la scientifica si era persino dimenticata di scattare le fotografie alla scena del crimine. Così provano a rimettere il cadavere di Tenco dov’era prima, finendo però assurdamente con i piedi sotto il comò, e buttano la pistola più o meno a caso, all’incirca sotto i glutei del poeta. Le foto scattate sono solamente sei.

La vicenda cade nel silenzio e il caso viene archiviato come suicidio. Il Festival di Sanremo va avanti come se niente fosse. Una tragica pantomima, dove ognuno cerca di evitare di parlare e tiene gli occhi chiusi davanti al cadavere nascosto nell’armadio.

L’inchiesta degli anni Novanta: Tenco è stato ucciso?

Chi ha trovato per primo il corpo? Perché Tenco aveva con sé una pistola?

Negli anni Novanta i giornalisti Marco Buttazzi e Andrea Pomati trovano dei dettagli inediti sul caso Tenco. Riescono infatti a reperire il fascicolo che la polizia nel ’67 aveva redatto sul caso, prima di archiviarlo. Guardando le foto, ci si rende conto di come sia molto difficile, per uno che si spara alla testa alzato, finire con i piedi sotto il trumò.

Nel 94’ i due giornalisti pubblicano su Oggi un’inchiesta sul caso insieme alle foto del cadavere, che destano stupore. Ai due si unisce anche Aldo Fegatelli Colonna con cui iniziano a raccogliere altri dettagli sul caso, che sembrano opporsi alla finora sicura ipotesi di suicidio. Quest’ultimo aveva infatti dei contatti con la fantomatica Valeria, a cui questa aveva raccontato che Tenco le aveva dato appuntamento il giorno dopo la sua morte per andare a denunciare alla Procura la sua eliminazione.

Nel 2002 si avvalsero delle ricostruzioni del criminologo Francesco Bruno che fornì una relazione tecnica elencando tutti i dubbi sulle indagini compiute nel 67′. Negli anni Sessanta, infatti, la scientifica sta ancora muovendo i primi passi. Ma è innegabile che la squdra comandata Molinari abbia le sue colpe. Che abbia fatto poco oppure operò “troppo”?

Ciò convinse il procuratore di Sanremo Mariano Gagliano a riaprire il caso, in seguito a una denuncia per omicidio a carico di ignoti presentata da Marco Buttazzi, Aldo Fegatelli Colonna e Andrea Pomati il 27 dicembre 2002. Tre anni più tardi venne disposta la riesumazione del corpo di Luigi Tenco e Gagliano ordinò delle perizie e dei controlli del bossolo al gruppo E.R.T, ossia gli Esperti nella Ricerca delle Tracce sulla scena del crimine, organo della Polizia di Stato.

Le indagini partirono proprio dalla posizione del corpo. Per quanto, infatti, gli scatti dimostrino il contrario, ci sono ben sette descrizioni diverse riguardo l’effettiva posizione del cadavere. In tre videro il corpo del cantautore “perfettamente parallelo al letto, tra questo e il cassettone, con la testa rivolta verso il fondo”. Per un quarto testimone era “nella stessa posizione ma con il braccio piegato sotto la schiena”. Secondo il quinto era “in posizione supina ai piedi del letto e a questo perpendicolare”.

E infine, stando a Molinari “il corpo è in posizione genericamente supina trasversale rispetto all’angolo sinistro inferiore del letto con i piedi rivolti verso la porta”.

Il secondo dubbio riguarda la pistola. Tenco in quei giorni girava con la sua Walther conservata in macchina perché, come riferì a Dossena, era più volte stato minacciato di morte. Le analisi fatte successivamente al bossolo riportarono che questo provenisse da una Beretta calibro 22, che non è l’arma posseduta da Luigi.

Inoltre, secondo gli esami balistici, il proiettile ha seguito un moto dal basso verso l’alto ed è esploso a 7 – 10 cm dalla tempia. Infine, secondo l’autopsia postuma, non ci sono escoriazioni o bruciature accanto al foro d’entrata del proiettile.

Riguardo a ciò sarà fondamentale lo studio balistico compiuto nel 2014 dal giornalista forense Pasquale Ragone insieme nuovamente al criminologo Francesco Bruno e al dottor Farneti.

Si è infatti arrivati all’evidenza che il bossolo ritrovato sulla scena del crimine riporti inciso un triangolo. Questo sarebbe il segno che il repulsore di una Beretta modello 70 lascia su il proiettile quando questo viene sparato. Fosse stato di una Walther il simbolo sarebbe stato un semicerchio.

Anche in questo caso le testimonianze non coincidono su dove si trovasse l’arma. Per il commissario Tenco ce l’aveva in “mano”, non si sa se in quella destra o sinistra. Stando ad altri era “lontana dal corpo, addirittura nel fondo della stanza”. Secondo un terzo era tra le gambe. Altri ancora dicono di non averla neppure vista, come la stessa Dalida.

Confusionaria sarebbe anche la presunta ora della morte.

Per il medico legale si sarebbe verificata all’1.30, per Dalida alle 2.10 e per il commissario alle 2.30.

Infine viene svolta la perizia calligrafica al biglietto: questo è autentico di Tenco, nonostante presenti diversi errori di calligrafia, che stonano se si tiene in considerazione il talento di questo per la scrittura. Secondo l’esperto di grafologia Vincenzo Tarantino, i tratti lasciano intendere un periodo di profondo stress per il poeta: forse il Festival, o le minacce di morte, o il difficile rapporto con Valeria.

Nonostante questo, nel giugno del 2006, l’ERT deposita le conclusioni degli accertamenti in procura. Alla luce del fatto che la lettera è autentica, che sulla mano del cantautore c’è una particella di antimonio secondo la prova del “guanto di paraffina” e che sul cranio di Tenco è presente anche il foro d’uscita del proiettile, si tratta di suicidio.

Non possiamo però ignorare le parole dello stesso Ariggo Molinari che, nel 2004, intervistato da Bonolis durante una puntata di Domenica In, affermerà che indubbiamente non si tratti di suicidio, e che la colpevolezza del caso è collettiva, riferendosi anche a tutti coloro che non gli avevano permesso di condurre le indagini.

Le svolte del 2014

Come abbiamo già anticipato, nel 2014 venne chiesto di riaprire l’inchiesta da parte di Pasquale Ragone. Questo sostiene, innanzitutto, che l’arma usata sia una Beretta modello 70 mai ritrovata sulla scena del crimine.

Inoltre contesta prima di tutto il fatto che nessuno abbia sentito lo sparo, e che una traccia di antimonio non sia sufficiente affinché il test abbia validità. Ci si chiede in aggiunta come si posse ignorare la frattura alla mastoide destra che indica come il cantante sia stato tramortito prima di morire. Tra i tanti punti criticati, anche i segni sul bossolo e al foro d’entrata tipici di uno sparo con l’uso di un silenziatore. 

D’altro canto, per la Polizia di quegli anni ammettere che Tenco sia stato ucciso avrebbe comportato dover giustificare per quale motivo le indagini siano state condotte così male e perchè queste ebbero meno importanza del Festival di Sanremo.

Tenco, secondo la nuova ricostruzione dei fatti, non avrebbe mai premuto il grilletto. E ciò lo evidenzia anche il fatto che, nel verbale della polizia delle 3 del mattino, la pistola non è tra gli oggetti presenti, così come il biglietto.

Coinciderebbe con questa versione anche la testimonianza di Mino Durand, giornalista del Corriere della Sera ed esperto di armi che, quella sera, aveva visto nella mano di Tenco proprio una Beretta.

Riguardo proprio il biglietto di Tenco, secondo Sergio Modugno, tra le 2.30 e le 2.40 lo aveva in mano Dalida. Saranno poi loro due a consegnarlo alla polizia. Inoltre sembrerebbe che questo facesse parte di un’altra serie di fogli e appunti, considerati i calchi presenti. Molto probabilmente si tratta della lista di nomi che Luigi aveva raccontato a Valeria di voler denunciare, mai trovata in camera.

Osservando quel biglietto si ha infatti la sensazione che sia stato scritto in due momenti diversi. La prima parte è chiaramente più distesa e rilassata e lo si capisce dal fatto che le parole sono chiaramente più distinguibili. Secondo questa logica da “Io ho voluto bene…” a “vita” si tratterebbe verosimilmente di un periodo estrapolato da una serie di altri pensieri scritti. Tenco quella sera ha quindi due biglietti per le mani: il primo è un j’accuse, l’altro è una lettera d’addio al mondo dello spettacolo.

D’altro canto, non esiste alcuna prova effettiva del fatto che Tenco sia tornato dal Nostromo in hotel. La sua camera fa infatti parte della dependance, lontana a tutti gli effetti dalla hall. L’unico indizio sarebbe la testimonianza del portiere, che avrebbe affermato che il poeta sarebbe rientrato in camera visto che le chiavi mancavano già da inizio serata. Inoltre, come affermato dall’ex maître dell’hotel Edgardo Boveri, nel registro chiamate dell’hotel risultano assenti quelle effettuate da Tenco.

Che le abbia fatte fuori dal Savoy? Non lo sapremo mai. Il caso, dopo il 2015, verrà archiviato per l’ultima volta.

Nel 2021 il musicista Lino Patruno, 85 anni, in un’intervista al settimanale Oggi, affermerà che secondo lui Tenco sia stato ucciso. 

“Lui lo conoscevo benissimo”, sottolinea Patruno. “Era un giovane allegro e solare; quell’immagine da depresso cronico gli è stata cucita addosso dopo, per giustificare la tesi del suicidio”. “Secondo me Tenco si era ficcato in un brutto giro“, aggiunge ancora. “Per motivi di marketing lo avevano ‘fidanzato’ con Dalida, un brutto e ambiguo personaggio che andava in giro con un tale ancora più brutto e ambiguo di lei, Lucien Morisse. Di quest’ultimo si diceva addirittura fosse legato al Clan dei marsigliesi…”.

L’immagine del corpo di Luigi perseguiterà Dalida per gli anni successivi e il 3 maggio 1987 porrà fine alla sua vita in seguito a un’overdose di barbiturici. La famiglia di Tenco, dopo il 2006, ha affermato tramite la nipote Patrizia Tenco di credere la tesi di suicidio veritiera.

All’alba di una nuova edizione del Festival di Sanremo, la morte del cantautore rimane ancora avvolta nel mistero. Luigi, per molti, rimarrà una persona troppo intelligente e colta per compiere un simile gesto.

Ovunque Tenco sia, oggi possiamo dire che si è anche solo in parte compresa la natura della sua anima, pure dalla sua amata Genova. Nella speranza che abbia trovato il suo posto e che sia, almeno un po’, felice. Ciao, Luigi.

Scritto da Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

MARCO BERGAMO: IL MOSTRO DI BOLZANO

Gaia Vetrano il 21 Gennaio 2023 su nxwss.com

Chi vive a Bolzano sa di essere al sicuro.

Circondata dalle montagne, è stata più volte eletta come la città con la qualità di vita più alta in Italia. È un luogo tranquillo e, tra gli anni 80’ e 90’, non passa sicuramente alla cronaca.

Il vento freddo soffia sopra la placida e soporifera cittadina, dove tutti i giorni gli abitanti si svegliano e svolgono indisturbati le loro routine. Si alzano, fanno colazione, vanno al lavoro, tornano a casa e si addormentano. Le strade sono tranquille. Pochissimo traffico, raramente si formano le code. Le persone tra loro sono diffidenti, non ci si saluta negli angoli delle vie. Operosa ed efficiente.

Tutto scorre. Le stagioni si alternano. La torrida estate lascia il posto all’autunno, che magicamente si tramuta, sotto gli occhi di tutti, nel gelido e nevoso inverno.

Il 3 gennaio è un giorno come tutti gli altri. L’euforia del nuovo anno è ormai terminata: il 1985 è ufficialmente iniziato.

La monotonia sta stretta a Marco Bergamo. È un animale imprigionato. Anche quando sta all’aria aperta, tra le colline e i boschi, si sente comunque in trappola. Seduto nel suo appartamento della periferia non può far a meno che pensare a quanto la sua vita sia noiosa. Bloccato a casa della mamma casalinga, in una città che non è adatta a giovani come lui. Per di più, i suoi coetanei lo evitano e le ragazze lo snobbano.

È proprio così che deve trascorrere la sua esistenza? Con la mamma sempre presente, il padre indifferente e alla ricerca di qualcuno che possa capirlo? Infondo, è una persona estremamente ordinaria, o almeno così crede.

Il 3 gennaio è una giornata come le altre. Maurizia Mazzotta sta rientrando nella sua casa di Via della Visitazione. Anche lei vive a Bolzano, ma quel che fa non è di nostro interesse. Non è lei la protagonista della nostra storia. Aperta la porta della sua abitazione, lo scenario che le si presenta è raccapricciante.

Per la prima volta i peli sulla schiena degli abitanti della città trentina si rizzano. Ma non per il freddo, ma per la paura.

Il corpo di Marcella Casagrande, 15 anni, figlia di Maurizia, giace a terra senza vita. Colpita da una serie di coltellate e uccisa tramite scannamento.

Nel 1985, la città di Bolzano non è più una città sicura. C’è un omicida che si aggira per le strade. Per molti sarà conosciuto come il killer di prostitute. Ma per voi lettori, stiamo parlando del mostro di Bolzano. 

Chi è Marco Bergamo? 

Quando Marco Bergamo si guarda allo specchio, si chiede per quale motivo quando passa per le strade della città tutti si voltino a guardarlo.

Sarà forse colpa del baffo? Questo è spiovente, perfettamente curato. No, non può esserlo decisamente.

In realtà, Marco pensa di essere un tipo molto affascinante. È interessato di fotografia, silenzioso abbastanza da risultare misterioso e apprezza le lunghe passeggiate. Poi, la grande cultura in fatto di anatomia umana. E infine, la collezione di coltelli, nota solo al padre operaio di nome Renato, che la ignora. Non sa che suo figlio se ne porta sempre uno dietro, per “proteggersi”.

Le donne. Sono loro i soggetti fin troppo superficiali da non comprenderlo. In diciannove anni solo una fidanzata, che per di più lo ha anche lasciato.

Marco non sa che in realtà le voci girano. Per le strade di Bolzano, l’eco rimbomba molto velocemente, specialmente i pettegolezzi. Così, tutti sanno che era stato visto svolgere atti peccaminosi sul balcone con cui sfoga la sua libido repressa.

Ma non è solo di questo che si parla. Marco ha alle spalle un’infanzia difficile. Prima un ritardo del linguaggio da bambino, in seguito i problemi di obesità e la psoriasi, malattia infiammatoria cronica della pelle di origine autoimmune.

All’uscita del portone di casa, non passa inosservato. Alle sue spalle gli danno del maniaco. Qualcuno si nasconde al suo passaggio. Per questo i genitori lo rinchiudono in casa, per proteggerlo.

Ma quando Marco esce il giorno dell’omicidio della sua vicina di casa, nessuno lo nota.

La morte di Marcella: 

Marcella Casagrande è una timida adolescente.

Frequenta l’Istituto magistrale e, come ogni quindicenne, ha tanti sogni nel cassetto, che vengono però spezzati nel 1985.

Nel momento in cui il suo corpo viene ritrovato, la sua vita viene passata al setaccio.

Lei è la classica ragazza di buona famiglia. Quella che definiremmo della porta accanto. Quel giorno stava tornando da scuola. Rientrata a casa le aspettavano un sacco di compiti. Così scarica svogliatamente la sua cartella piena di libri, quaderni e desideri sul tavolo.

Solitamente in pochi bussano alla porta del suo appartamento del sesto piano. Per questo, quando suonano il campanello Marcella ne approfitta per sgranchirsi le gambe. Sull’uscio si presenta un soggetto a lei familiare. Non si fida del tutto di lui, ma questo la intima di farlo entrare.

Marcella non sa che nella tasca interna dei pantaloni porta con sé un coltello. E non sa neanche quali siano le sue reali intenzioni. Quando però vede l’ombra oscura nei suoi occhi, capisce che è arrivata la sua ora. Alcune coltellate le trafiggono la colonna vertebrale. Poi il malintenzionato le squarcia la gola, lasciandola in una pozza di sangue.

Quando la mamma la ritrova distesa per terra urla di dolore. Sul tavolo ancora aperto il quaderno.

Chissà se, in punto di morte, Marcella si sia pentita di aver fatto entrare il diciannovenne un po’ timido, annoiato e per niente ordinario Marco Bergamo.

Il killer di prostitute:

Le indagini dei carabinieri per la morte di Marcella non videro mai, nei mesi successivi, il nome di Marco tra gli indagati. Forse perché nessuno si poteva aspettare che l’adolescente escluso con problemi di obesità e psoriasi potesse realmente compiere un simile delitto. 

Finalmente aveva trovato qualcosa che riuscisse a farlo svagare. Lui qui aveva il controllo. Nessuna lo meritava realmente, e Marco ne aveva ormai abbastanza della superficialità di quelle oche da giardino delle sue compaesane. Finalmente avrebbero pagato per la sofferenza che gli avevano provocato. A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. L’ago della bilancia doveva puntare verso la giustizia, che adesso aveva un nuovo soldato dalla sua parte.

Nei successivi sei mesi Marco sovrasta Annamaria Cipolletti, quarantunenne che lo aveva affascinato grazie alla sua doppia vita. Forse anche lei cercava di evadere dalla noia di Bolzano. Forse anche lei aveva trovato la sua valvola di sfogo.

Di giorno professoressa di inglese della scuola media “Ugo Foscolo”. La notte diventa “Mirella”, escort di lusso in un locale in via Brennero. Marco non la conosce, ma è attratto dal suo essere minuta, indifesa. Eppure Annamaria, in quanto donna, rimane una minaccia. È pur sempre in grado di ferirlo.

Così Bergamo si reca nell’appartamento della donna come suo cliente. Eppure, non è lì per approfittare dei servizi offerti da Mirella. Nella sua tasca ha il suo amato coltello a serramanico, con una lama gelida da sette centimetri e larga un centimetro e mezzo. Bastano dodici coltellate per far prevalere il suo desiderio indomabile di giustizia. Nuovamente sa di avere il controllo. Sa che nessuna donna può fargli di nuovo del male. Annamaria prova a difendersi ma viene colpita anche lei prima alla schiena, poi al petto e infine dritta al cuore.

Nella sicura Bolzano è la seconda donna a perire per mano di Bergamo. Ma non sarà l’ultima.

I sette anni dopo: l’incubo del mostro di Bolzano

Per i successivi sette anni Marco smette di uccidere. Ormai sa di essere in grado di difendersi, ma non ne ha avuto bisogno. Forse perché troppo sotto il torchio dei suoi genitori. Nonostante questo, la coppia sa che il loro figlio è diventato adulto. Non lo possono ostacolare per sempre. Tanto, a detta sua, gli basta solo un auto, per poter girare per la città. 

La sua Ibiza è vecchia, odora di stantio. Ma è rossa. E il rosso si sa, è il colore dell’Eros, della tentazione. Ma anche del sangue.

Dall’altra parte, Bergamo aveva ormai iniziato a lavorare come carpentiere. Adesso è un uomo a modo. Di giorno gira in giacca e cravatta dentro la sua Ibiza rossa e guai a chi osa denigrarlo. La sera però si trasforma. Marco comincia a vedersi assiduamente con prostitute ed escort. Nessuna di loro sospetta che possa essere lui ad aver ucciso così brutalmente quelle due giovani donne negli scorsi anni.

Effettivamente le indagini non avevano portato a nulla e il desiderio viscerale di rivalsa di Bergamo si era momentaneamente placato.

Basta poco per minare il suo ego già fragile, che questa volta si frantuma. Perché lui, tra tutti. Perché proprio lui dopo la psoriasi e l’obesità, deve anche sopportare l’asportazione di un testicolo? Non solo non rispecchia i canoni di bellezza moderni. Ma adesso impotente. Per l’ormai venticinquenne è troppo da sopportare.

All’alba del suo ventiseiesimo compleanno è sul punto di esplodere. La madre lo tratta come se fosse un bambolotto con cui giocare. Il padre lo scruta con pietà, come se fosse un cane bastonato. Dentro al suo appartamento del suo civico 72, Marco si sente nuovamente in gabbia, nonostante la ricorrenza tanto speciale. Ma quel mercoledì sera merita di essere festeggiato. In un attimo si alza, ignorando le lamentele della madre ed esce.

Il tragitto è sempre quello. A bordo della sua automobile si sente al sicuro, nonostante questa non la isoli dalle vecchie megere che lo denigrano per la sua ennesima sventura. L’età non importa: sono le donne il problema. Che ti usano come una sigaretta e poi ti gettano via, calpestandoti.

Bergamo va dritto verso il Colle dei Signori. Con la solita indifferenza di tutti i giorni inizia a scrutare le prostitute sul ciglio della strada, mentre giudica e impreca contro il sesso femminile, che non fa altro che respingerlo.

Per le ragazze che lavorano sul Colle dei Signori, il caldo di agosto è troppo intenso. L’unico desiderio è quello che l’estate termini in fretta. Tra queste c’è Marika Zorzi, di Laives, una forestiera. Si potrebbe dire in cerca di fortuna. In realtà guarda ormai il mondo con svogliatezza, maledicendo sé stessa e quelle sostanze di cui è dipendente e che le fanno dimenticare di avere il controllo del suo corpo. 

Bolzano, troppo gelida nelle emozioni, non va bene a Marika, che si trova lì solo per necessità. Lei vispa, diffidente. Gli avventori di quelle zone li guarda con riserbo, soprattutto in quegli ultimi mesi, in cui non si faceva altro che parlare del famoso killer di prostitute.

Quella sera la donna è sola. Le sue “colleghe” non ci sono, ma lei non ha comunque paura. Spera che il famoso “mostro” non si aggiri quella notte.

Marco, appena la vede, si rende subito conto che è lei quella giusta. È piccola, minuta. Eppure lo fissa sfacciatamente, come se lo stesso giudicando. Bergamo accosta la macchina e la fa salire a bordo, con la speranza che non sia come le altre. Che lei sia diversa. Si augura che non le importi solo del suo corpo, ma che abbia il desiderio di conoscerlo.

Marika e Marco si incontrano, ma i due sono in cerca di qualcosa di diverso. Marika non ricerca la poesia, il tempo non le basta e non glielo consente. Non è interessata a trovare l’amore nelle pendici del colle di Bolzano, tantomeno se con il bizzarro Bergamo, che si rende conto della freddezza della donna. Questa tronca i discorsi, preoccupata dallo squallore del contesto, poco rassicurante.

Nonostante la luce fioca dell’illuminazione stradale, Marika scruta gli interni dell’auto. Si rende conto della puzza di stantio e delle muffe. C’è del marcio in Bergamo, ma ormai è troppo tardi.

La ragazza ora vuole solo scendere dalla vettura: capisce di essere in trappola. Ma per sua sfortuna sceglie la tecnica peggiore. Ricorre alla parola, imprecando contro l’uomo. Per Bergamo, Marika si rivela come tutte le altre, che giudica. Che lo addita come il maniaco. Come il guardone. Che gli dà dell’impotente.

Quello che doveva essere il regalo perfetto per la notte del suo compleanno si rivela nell’ennesime due di picche. Un nuovo fallimento in ambito amoroso in grado di riaprire una ferita nell’ego dell’uomo che non si è ancora cicatrizzata. La sua serata è rovinata. Umiliato poco prima del suo compleanno. Maltrattato nuovamente da una donna che, insensibile e malvagia, pensa solo al suo tornaconto e mai alle sensibilità altrui. 

La mano di Marco affonda nella tasca dei pantaloni e si ricongiunge dal confortevole manico del suo coltello, che sembra quasi essere stato fatto apposta per il suo palmo. Marika è voltata: sta provando a forzare la sicura dello sportello e non si rende conto che sta per essere colpita a morte. La prima coltellata viene inflitta nella schiena.

L’urlo della donna squarcia il silenzio del colle e rimbomba incontrastato nella valle. Nessuno è però in grado di comprendere la richiesta d’aiuto e il grido si confonde al verso delle cornacchie.

La donna si aggrappa fino alla fine alla vita: usa calci e pugni, necessari soltanto a scardinare pezzi della carrozzeria dell’auto, mentre il suo sangue sgorga e impregna i sedili e i tappetini.

L’Ibiza è rossa come il sangue. Quello di Marika.

L’arresto del mostro di Bolzano:

Il corpo di Marika, dopo la notte del 6 agosto 1992, viene ritrovato seminudo nel colle.

Lacerato da ventisei fendenti. Insieme ad alcuni pezzi dell’auto, tra cui un deflettore antiturbolenze, che consentono alle forze dell’Ordine di risalire alla marca. Inizia la caccia all’uomo.

Il sangue della lucciola ha imbevuto ogni angolo della macchina. Bergamo è nel panico, così decide di intagliare il sedile del passeggero e strappare via l’imbottitura. Rimane così, sudato e sporco, dopo essersi separato di ciò che rimaneva di Marika come spazzatura.

Alle sei del mattino Marco si trova nella frontiera di Bolzano quando viene fermato dalla Polizia, che ritrova nell’auto il portafogli della prostituta e i suoi vestiti. Quando l’uomo scende dalla macchina porta un paio di calzoncini corti e trema leggermente.

Marco Bergamo è arrivato al capolinea.

Messo alle strette è costretto a confessare. A casa sua ritrovano non solo riviste porno, ma anche la mappa che segna la distanza tra la casa del serial killer e l’Istituto magistrale che frequentava Marcella Casagrande.

La polizia riesce finalmente a collegare tra loro i vari casi. Bergamo viene accusato di aver commesso anche gli omicidi di due prostitute: Renate Troger, 18enne tossicodipendente adescata mentre chiedeva l’autostop e prima di lei Renate Rauch, ventiquattrenne, il cui corpo era stato ritrovato insieme a un messaggio:

“Mi spiace, ma quello che ho fatto, doveva essere fatto e tu lo sapevi: ciao Renate. Firmato M.M.” 

E’ proprio questo biglietto, ritrovato sulla bara di Renate nel cimitero di Bolzano, a consentire ai procuratori di affibbiare l’omicidio a Bergamo, che aveva avuto bisogno di firmare il suo stesso delitto. Come un’opera d’arte.

Adesso tocca un’ultima grande sfida: Marco era o meno capace di intendere e volere? La risposta è sì. Per decidere, il giudice Rispoli aspetta la risposta dei tre professori a tre professori, Ponti, Fornari e Bruno, i quali giunsero alla conclusione che:

“Bergamo è giunto alla perversione estrema: l’omicidio per godimento. Dopo il primo assassinio ha scoperto che uccidendo appagava il suo piacere, e nello stesso tempo distruggeva l’oggetto temuto e odiato: la donna. […] Per Bergamo, uccidere rappresentava ormai l’estrema perversione sadica, la modalità più forte per possedere la donna”.

Dei cinque omicidi, Bergamo ammise di averne commessi solo tre, negando quelli di Renate Troger e Annamaria Cipolletti.  

Il chiuso, quasi mai felice, a volte scontroso e irritabile, poco o affatto portato per le amicizie Marco Bergamo viene condannato a quattro ergastoli e trent’anni di reclusione. Morirà nel carcere di Bollate, Milano, per un’infezione polmonare il 17 ottobre 2017 a cinquantun anni.

Il padre di Marco, per la vergogna, si suiciderà nella soffitta di casa.

Una famiglia che di ordinario aveva decisamente ben poco rimane per sempre la famiglia del mostro.

Nella placida Bolzano può finalmente ritornare la pace.

Scritto da Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

STEVANIN: IL MOSTRO DI TERRAZZO. Il tuo amichevole killer di quartiere.

Gaia Vetrano 13 Maggio 2023 su nxwss.com 

Delle tante storie che vi abbiamo raccontato, quella di Gianfranco Stevanin è forse la meno conosciuta.

Dai colli vicentini si alza forte come un grido il racconto straziante delle vittime.

Terrazzo, nelle pianure venete, è quel tipico comune italiano dove ci si sveglia una mattina con la nebbia e la successiva pure. Dove persone si coagulano nell’unico bar o, in alternativa, in parrocchia. Eppure, vi è un incredibile linea di sangue che macchia le strade di questa cittadina. Che imbratta le pareti degli edifici e i margini dei marciapiedi. E noi stiamo per raccontarvela.

Vi parliamo di un uomo molto desiderato, venuto al mondo negli anni 60’. Da qualcuno riconosciuto un po’ strambo, a causa del modo buffo con cui si acconcia i capelli, alla Elvis Presley. La tipica persona di cui diresti che non farebbe del male a una mosca.

Un ragazzo tanto appassionato di moto cross, come di donne. 

Un giovane che si perde nelle strade della perdizione e della lussuria, cullato da Eros.

Nell’Italia degli anni 90’ è un camaleonte sociale, un insospettabile che si inserisce perfettamente nel tessuto sociale nel quale cresce, mostrandosi a tutti gentile e disponibile. Non un soggetto qualunque, ma seriale. Ossessionato dalle proprie vittime così come lo era dalle donne.

Perché se vi sono due forze che regolano il vivere e l’equilibrio terrestre, queste sono governate dai due amanti per eccellenza, Eros e Thanatos. Un tango sul filo del rasoio che controlla il creato. Pulsione di vita contro pulsione di morte.

D’altro canto, per Freud, accanto alla sessualità, vi sarebbe anche una ricerca indissolubilmente intrecciata della distruzione. Un intreccio particolarmente ridente che porterebbe a una situazione di stallo nel quale non si riesce a progredire.

La psiche, sempre per Freud, avrebbe lo scopo di arginare l’aggressività per fare in modo che questa non si scarichi contro il prossimo. In un certo senso funziona come una barriera: crea dei meccanismi contenitivi si evita che il soggetto si sfoghi contro gli altri.

Ebbene, se siamo qui a parlarvi, sicuramente deve esservi qualcosa che non è andato. Magari, per colpa di un trauma, quell’equilibrio di cui parlavamo prima, può essere messo a repentaglio. Così Freud interpretava le tragedie della storia, noi ci proveremo con questa drammatica vicenda.

Una storia di sesso e sangue. L’incipit perfetto di un racconto che segnerà questo paese.

Gianfranco Stevanin è il classico giovane di paese tranquillo e gentile. Sembrerebbe essere insospettabile, ma nel suo passato vi sono alcune rapine con un’arma giocattolo. Un omicidio colposo: per errore travolge e uccide un uomo in bici. Poi un giorno, mentre era a bordo della sua auto, viene fermato dalla polizia, che al suo interno trova una targa, un coltello a serramanico, forbici, una macchina fotografica. Eppure, per tutti sono delle sciocchezze.

Così, gira imperturbabile al bordo della sua vettura, dove porta con sé le sue amanti. Donne, principalmente prostitute o tossiche dipendenti. Figure che il Veneto degli anni 90 riconosce come scomode.

Le porta a casa e poi si improvvisa fotografo.

Gabrielle era una delle tante. 

La sera del 16 novembre 1994 si trova a bordo della sua Volvo 480. Lei è una prostituta di 28 anni austriaca, il cui vero nome è Sigrid. Ha i capelli biondi e sogna il grande schermo. Proprio per questo sceglie di farsi chiamare Gabriele, le ricorda maggiormente le dive del cinema.

Gianfranco guida accanto a lei. Si erano incontrati due giorni prima. Lui le aveva detto di essere un fotografo di professione e le aveva offerto una grande somma di denaro per convincerla a scattare. Aveva da subito messo le mani in avanti: si trattavano di scatti osé. “Ma infondo, sei abituata a fare peggio”, si era detta Gabriele. Per la cifra che offriva sarebbe stata una sciocca a rifiutare l’invito di un sedicente trentenne.

Cinquecento mila lire per scattare da nuda, addirittura non era necessario che si vedesse il suo volto. 

Gabriele si era sentita a suo agio in auto con lui, mentre la portava nel suo cascinale in via Brazzetto, poco fuori Terrazzo. Eppure, quella era in poco tempo diventata la notte più lunga della sua vita.

Gianfranco cercava una donna che accettasse cinquecento mila lire per scattare con indosso manette, o legata al muro. Nella sua casa tiene fruste e catene, nulla che riuscisse a mettere a suo agio Gabriele, che cambia idea sulla proposta. 

Stevanin non prende bene l’improvviso rifiuto della donna, e la minaccia prima con un coltello e poi con una pistola. La obbliga a indossare una tuta azzurra e una collana di finti turchesi e la costringe e a sedersi sulle sue gambe. Poi le impone di farsi scattare delle foto mentre praticano dapprima sesso orale, poi mentre la violenta.

Da quella casa non può uscire, perché le minacce di Gianfranco si fanno sempre più spaventose. Si lascia legare al tavolo, bendata, con la sola mano destra libera. All’apice della disperazione, convince Stevanin di avere in casa venticinque milioni di lire e che è disposta a dargliela se la riaccompagna a Vicenza. Un inganno al quale spera che Gianfranco abbocchi.

Effettivamente, il fotografo si lascia convincere e così sale nuovamente a bordo della sua auto. Nella strada per Vicenza porta la pistola con sé, perché potrebbe fare brutti scherzi. Effettivamente aveva ragione, perché appena arrivati al casello, la donna sguscia fuori dall’auto e comincia a correre.

Si dirige da una volante della polizia parcheggiata lì di fronte.

Stevanin, seduto sulla propria auto, è calmo. Tranquillo, con la pistola appoggiata sul sedile adiacente.

Se Gabrielle corre incontro alla libertà, Gianfranco sa che la sua sta per finire. Ai due uomini in borghese si mostra comunque gentile. Affabile, come sempre. 

Stevanin e i suoi divertimenti proibiti

La famiglia Stefanin possiede due case: la prima, di cui vi abbiamo già parlato, e una in via Torrano, ugualmente isolata. Gli inquirenti perquisiscono entrambe, soprattutto la cameretta blindata di Gianfranco. Vi abbiamo detto bene, blindata, perché il ragazzo era solito rivestire con il nastro isolante la serratura della porta per non fare entrare nessuno. Si vede che ci tiene alla privacy. 

Il cascinale nasconde tre stanze segrete a cui solo il proprietario aveva accesso. Vengono fuori falli, manette, completini intimi, una collezione di mutande e videocassette porno. Ma soprattutto circa 7000 fotografie di Stevanin con varie donne, di cui appuntava le prestazioni sessuali. Poi, un sacchetto contenente peli pubici.

Nel corso della perquisizione vengono anche ritrovate le borse contenenti i documenti di due donne: Claudia Pulejo e Biljana Pavlovic, già note alle forze dell’ordine perché scomparse poco tempo prima. 

La prima, detta Chicca, era una ventinovenne con problemi di tossico dipendenza proveniente da Legnano. La seconda è una cameriera e madre serba di ventisette anni. L’uomo si giustificò dicendo di aver avuto con loro delle normali brevi relazioni e che le loro borse erano solo un pegno d’amore che le ragazze gli avevano lasciato. Di cosa fosse successo a entrambe lui non ne sapeva niente.

Viene condannato a tre anni e quattro mesi di carcere per violenza sessuale e tentata estorsione. Dopo otto mesi, grazie alla condotta esemplare, vengono richiesti i domiciliari. Ma un anno dopo, nel 1995, le cose andranno a peggiorare.

Un cadavere in giardino

Fa caldo, molto caldo per essere il primo lunedì di luglio in Veneto. Antonio Ambroso, un contadino di cinquant’anni, il 3 luglio 1995 sta pulendo il fossato all’interno della proprietà di Stevanin. Tutto procede liscio fino a quando la sua falce non si impiglia contro qualcosa di strano un sacco di iuta che a sua volta ne contiene un altro. Dentro quello che rimane di un corpo.

Sul rapporto della polizia si legge una gabbia toracica, un’estesa macchia di sangue, ileo, ischio e pube: il corpo di una donna. Niente braccia, niente gambe e niente testa. 

Le proprietà di Stevanin vengono messe sotto sequestro e ripartono le indagini su di lui. Per un assassino seriale conservare mausolei delle vittime è una pratica comune, così come il rapporto che questo ha con la religione, quasi morboso. È utile per mantenere il controllo sulle persone, di cui si può conservare per sempre una parte. Agli inquirenti vengono subito in mente le foto che Stevanin conservava a casa sua.

È Maria Grazia Omboni il Pubblico Ministero del caso, direttamente da Padova. Lavora in collaborazione con i Carabinieri per compiere le indagini riguardo il caso Stevanin, accusato di omicidio volontario e occultamento di cadavere.

Difatti viene aperto un fascicolo contro ignoti ma tutti sospettano di lui. Dal carcere Stevanin sbandiera una perizia medica che lo etichetta come non violento, mentre il parroco sostiene che gli abitanti del posto non sono degli assassini.

Eppure, il giardino della proprietà di Stevanin è pieno dei medesimi sacchi di iuta sotterrati, pieni di ossa umane. Tre indizi fanno una prova, così riprendono le indagini su Gianfranco, che nel frattempo viene trasferito nel carcere di massima sicurezza di Verona Montorio.

Quel che si sa è che quel tronco ritrovato appartiene a un’asiatica, forse adolescente, di cui non si sa nulla. Neanche se abbia mai conosciuto Stevanin.

Che fine hanno fatto Biljana e Claudia?

Il 12 novembre il cugino di Stevanin realizza una scoperta clamorosa. Ritrova un cadavere piegato e sepolto tra la concimaia e il pagliaio. La testa è infilata in un sacchetto di plastica con un legaccio, mentre gambe sono legate tra loro. Agli occhi del medico legale appare necessaria un’autopsia, che identifica uno strano foro nell’osso iliaco e la totale assenza dell’utero.

Il cadavere è quello di Biljana Pavlovic.

Gli interrogatori cominciano a susseguirsi senza sosta, mentre si teme che il numero di cadaveri possa aumentare. Gianfranco prova a negare, quando gli è possibile. 

Per provare la sua innocenza fornisce una mappa del podere e traccia un rettangolo dove al suo interno rappresenta un punto dove la soia non era cresciuta a dovere, al contrario della restante parte di terreno.

Il giorno seguente le forze dell’ordine si presentano sul luogo. Viene ritrovato un terzo corpo, stavolta mummificato, tra strati di pellicola e di giornale. È quello di Claudia Pulejo.

A questo punto, messo alle strette, ammette di aver incontrato Claudia, a cui aveva fornito della droga in cambio di un set fotografico, ma giura di non sapere nulla riguardo la sua morte.

Ma chi è realmente Gianfranco Stevanin?

Un mostro o uno psicopatico?

Del volto di Gianfranco non si possono non notare due dettagli: una profonda cicatrice e uno sguardo gelido.

Nei suoi occhi si nota il vuoto.

Il giovane nasce negli anni 60’ da una famiglia di agricoltori. Fino ai quattro anni è un bambino felice ma, per complicazioni al parto, la madre Noemi ha continui problemi di salute che non le consentono di badare a pieno al figlio, che viene quindi iscritto a un collegio di salesiani.

Gianfranco stesso racconterà quegli anni come bui perché abbandonato dalla sua stessa madre. Racconta di aver scoperto il sesso a tredici anni, con una donna sposata. Frequenta l’ITIS di Legnano e nel 76’ subisce un incidente a bordo di un 125. Vola a terra senza il casco e finisce in coma, dove viene operato tre volte di urgenza per via di un grave trauma cranico e fratture alle orbite. Sopravvive, ma è costretto a convivere con una grossa cicatrice, forti emicranie e improvvise crisi epilettiche. 

È costretto a lasciare la scuola e si fa prendere dalla solitudine. Tra l’87’ e l’89’ compie una serie di reati e conosce una donna, Maria Amelia, con cui intreccia una relazione di cinque anni. È la madre che però lo costringe a lasciarla. Da quel momento incomincia ad avere rapporti occasionali con prostitute.

Sul grave incidente in moto e sul rapporto con la madre pressante verterà l’intera difesa di Stevanin.

L’ossessione per il sesso di Gianfranco è documentata da foto, riviste, oggetti che utilizza che controllare le sue vittime. Ama scattare fotografie alle donne che incontra, quasi per costituire con loro un legame. Le foto servono infatti agli inquirenti per comprendere il possibile movente degli omicidi: a Stevanin piace dominare.

Quando la sessualità frenata rende oggetto il proprio partner scaturisce l’aggressività. Il desiderio di Stevanin è di possedere interminabilmente la creatura che ama e di tenerla con sé anche quando sarà arrivato il tempo dell’assenza.

Così, con Biljana Pavlovic, si incontra per fare sesso sfrenato. La tensione sessuale è alta quanto il rischio: Eros e Thanatos. Improvvisamente, durante l’atto, Stevanin soffoca la donna con un sacchetto di plastica. Gianfranco non si rende conto di ciò che fa, per lui fa parte del gioco.

Le confessioni

Dopo un lungo braccio di ferro, Stevanin decide di ricostruire le vicende. Il suo obiettivo è dimostrarsi innocente ed estraneo ai decessi, aggiungendo particolari che potessero scagionarlo. Parla di ricordi che affiorano alla sua mente come vittima di amnesie.

Ricorda di aver praticato sesso estremo con queste donne, che durante l’atto sono venute a mancare. Degli incidenti. Poi si diverte a vivisezionarne i corpi, a tagliarne le gambe, le braccia e la testa.

Stando ai suoi racconti, Claudia Pulejo sarebbe morta di overdose al suo fianco, mentre lui dormiva. Una volta sveglio non poteva fare altro che disfarsi del cadavere, non prima averle tagliato i capelli. Li voleva conservare, gli piacevano tanto.

Incidenti, a suo dire. Nei mesi successivi gli verranno additati altri tre delitti: il primo è quello di Roswitha Adlassnig, presente nelle foto di Stevanin e nel suo schedario, di cui non si avevano notizie da mesi, quello di Blazenca Smolijo, una prostituta di origine croata e di un’altra donna mai identificata, fotografata durante un atto sessuale mentre era apparentemente priva di vita.

Durante gli interrogatori, Stevanin non lascia intendere nient’altro di quanto già si sappia. Dove ci sono dei sospetti parla di amnesie, incidenti, e di non sapere nulla riguardo queste donne. Quando invece vi sono delle prove, dichiara di non sapere nient’altro.

Dal punto di vista legale e giudiziario la battaglia sta nel stabilire se Stevanin ha agito intenzionalmente o meno. si tratta di uno scontro tra periti. Per i legali della difesa, Cesare Dal Maso, Daniele Ceppi e Lino Roetta, Gianfranco ha perso a capacità di intendere e di volere a sedici anni, in seguito al tragico incidente in moto.

Alla fine del processo prevarrà l’ipotesi dell’accusa: il killer sapeva benissimo come stava agendo.

 Il 6 ottobre 1997 comincia il processo presso la Corte d’Assise di Verona. A gennaio del 98’ viene pronunciata la condanna in primo grado: ergastolo e isolamento diurno per i primi tre anni oltre al pagamento delle pene processuali di mantenimento in carcere durante la custodia cautelare.

Il processo di secondo grado da parte della Corte d’Assise d’Appello di Venezia ribalta la sentenza e identifica Stevanin come incapace di intendere e di volere.

Viene assolto per gli omicidi e lo condanna per occultamento di cadavere e deprezzamento dei corpi: dieci anni e sette mesi e immediato ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario per minimo dieci anni.

Il 14 luglio 1999 viene trasferito quindi nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino dopo essere stato detenuto nel carcere di Verona Montorio dal 13 novembre 1995 al 7 luglio 1999. Nel 2000 il procuratore generale di Venesia impugna la sentenza per approccio metodologico errato. Il 23 marzo del 2001 viene condannato nuovamente all’ergastolo con isolamento diurno.

Viene quindi nuovamente trasferito nel carcere di Sulmona, in Abruzzo, dove ha salvato la vita del suo compagno di cella che ha tentato il suicidio due volte. Poi ad Opera e infine a quello di Bollate, dove sta scontando la pena.

Nell’ottobre 2020 il legale di Stevanin ha annunciato che presenterà istanze per una nuova perizia psichiatrica e la concessione di misure alternative alla detenzione in carcere.

Per noi, come per gli abitanti di Terrazzo, Gianfranco Stevanin rimane semplicemente il nostro affabile killer di quartiere.

Scritto da Gaia Vetrano 

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

DELITTO DI COGNE. Più di un semplice infanticidio

Gaia Vetrano il 6 Maggio 2023 su nxwss.com 

Al concetto di infanticidio non siamo molto abituati. Sarà forse per questo che il delitto di Cogne fece molto rumore.

L’Italia è quella dell’inizio del terzo millennio.

La storia che racconteremo oggi è una di quelle a cui si fatica a credere. Ci si affanna a provare a comprendere le motivazioni dietro tali gesta. A trovare una sola spiegazione. Ma difficilmente si può trovare un po’ di razionalità dietro il brutale omicidio di un bambino.

Più di un semplice caso di cronaca nera. Tale da spaccare in due una comunità, tra chi è cinico e chi si rifiuta di accettare la realtà.

Tutto ha inizio un freddo lunedì del gennaio del 2002 in uno chalet di montagna. No, non è l’incipit di un film giallo. La storia che vi stiamo per raccontare è stata capace di lasciare un segno molto più profondo al luogo dove si è verificato: Cogne. 

Più precisamente una piccola frazione, quella di Montroz. Nel cuore della Valle d’Aosta, tra le cime e gli alberi innevati, le casette in legna e le superfici dei laghi ghiacciati.

 Al governo c’è Silvio Berlusconi e in Italia si è detto addio alla lira. il nuovo millennio non sembra voler portare pace: l’anno prima il disastro del G8 e l’attentato alle Torri Gemelle. Osama Bin Laden sembra essere il nemico numero 1 e in televisione non si parla d’altro. Quando però non va in onda il telegiornale, la novità principale sembra essere il Grande Fratello.

I reality show sono, infatti, appena arrivati in Italia, mentre in radio passa Elisa con “Luce”.

Il 30 gennaio del 2002 a Cogne fa, ovviamente, freddo. È ancora presto: la luce è soffusa e si fa fatica a immaginare un po’ di tepore al di fuori delle mura di casa. Il crepuscolo precede l’avvento vero e proprio del Sole. È quel momento di passaggio in cui ancora c’è la Luna ma si iniziano a irradiare per l’atmosfera i primi raggi solari.

Eppure il buio è ancora presente, e non sembra andarsene via con la mattinata. E no, non ci riferiamo al buio di una stanza, o a delle insegne spente. Neanche al buio della piazza principale del paese le prime ore del mattino.  

Parliamo dell’oscurità nella quale sprofonderà Cogne quel 30 gennaio 2002 e da quale farà fatica a uscire.

Montroz è un paese piccolo. Se qualcuno accende una luce da dentro una stanza, da fuori sei in grado di vederla e di chiederti cosa stia succedendo al suo interno. C’è una chiesa, un alimentare. Qualche passante ogni tanto. Tutti tra loro si conoscono.

Della Valle d’Aosta si parla poco, e sempre bene. È la piccola regione d’Italia con una sola provincia, Aosta, che qualche coppia sceglie comunque di eleggere come nido d’amore.

Tra questi Annamaria Franzoni e Stefano Lorenzi, che si conoscono per caso quando ancora lei era impiegata al B&B di alcuni amici, lui in vacanza. Entrambi sono emiliani, ma a Cogne si integrano subito.

Quello di Cogne è uno scenario idilliaco fatto di vallate, aria pulita, mucche al pascolo e verde a perdita d’occhio. Qualcuno dice che sia la meta migliore per ritrovare sé stessi. La quiete è tale che perdersi la porta di casa aperta non è un problema. È di coloro che si ha in casa di cui bisogna avere paura.

Il 30 gennaio 2002 nella casa di Stefano e Annamaria succede qualcosa che riempie facilmente gli spazi mediatici. Lei è ormai una casalinga, dedita al focolare e alla cura dei piccoli. Ciò che della donna colpisce è la sua bellezza. I suoi due bambini, Samuele e Davide, sono il suo unico pensiero.

Dagli altri abitanti del paese è conosciuta proprio per questo. Tutti adorano questa splendida coppia.

Quel lunedì di gennaio, Annamaria torna a casa dopo aver accompagnato Davide alla fermata dell’autobus. Il bambino si era lamentato parecchio, non aveva tanta voglia di andare a scuola. Ma la mamma, da brava educatrice, aveva insistito affinché non facesse un’assenza inutile. Tornata a casa, le spettavano le solite faccende domestiche.

Il piccolo Samuele 

Ciò che invece ritrova è l’orrore. Samuele, il suo secondo figlio, era ancora sul lettone dei suoi genitori, dove Annamaria lo aveva lasciato prima di raggiungere Davide alla fermata, a cui il bambino era arrivato in bicicletta.

Quando vede il figlio, chiama il centralino del 118. Annamaria è disperata, per gli operatori è difficile capire cosa stia accadendo.

«Vomita sangue! Gli sta scoppiando la testa!»

Sono le 8:28 quando Annamaria chiama una sua amica, nonché medico di famiglia. Samuele sta perdendo sangue dalla bocca, non sa cosa fare per aiutarlo.

Quando i soccorsi arrivano a casa dei Lorenzi, non vi è una sola lampada accesa, ma i riflettori di una nazione intera.

Più di una coppia felice

Ciò che Annamaria continua a ripetere, è che a Samuele è scoppiato il cervello.

Alle 8:29 fa l’ultima chiamata della giornata. Vuole parlare con suo marito, Stefano, ma al posto suo risponde la sua segretaria. A questa, intima di comunicare al marito che deve tornare a casa perché il figlio è morto.

Annamaria Franzoni e Stefano Lorenzi vivono a Cogne dal 1993. Lei è di Montacuto Vallese, un paesino in provincia di Bologna. Nella sua famiglia è l’ultima di undici figli e, dopo la fine del liceo, comincia subito a lavorare in un hotel in Valle D’Aosta.

Durante la festa organizzata per Ferragosto incontra Stefano, bolognese. Quando la ragazza si siede in disparte, il giovane perito elettrotecnico si avvicina, e i due cominciano a parlare.

Il ragazzo ha un sogno, ossia quello di andare a vivere proprio a Cogne. Quando si trasferisce e, con l’aiuto del parroco riesce a trovare lavoro, gli manca solo una cosa: una donna con cui passare i restanti anni della sua vita. Questa è proprio Annamaria.

Pochi mesi dopo si sposano a Cogne, paese nel quale si integrano a tal punto che Stefano viene eletto consigliere comunale. Insieme costruiscono la loro casa, con un giardino e il tetto spiovente, come le dimore di montagna. 

La loro abitazione è leggermente isolata dal centro del paese. Così, quando le pale dell’elicottero, la mattina del 30 gennaio 2002, si avvicinano alla casa di Annamaria e Stefano, destano un po’ di preoccupazione negli abitanti. Quando vi sono delle emergenze in luoghi così isolati, i mezzi aerei sono infatti i più sicuri per mandare i soccorsi.

Sul posto ci sono già Stefano, la dottoressa e amica di Annamaria e una vicina. Il corpo di Samuele viene portato fuori, avvolto in una coperta. Il medico dell’elisoccorso proverà a rianimare il bambino, ma nulla da fare. Samuele è morto, non può essere salvato. Alle 9:45 viene dichiarato morto.

I due genitori stanno vivendo un incubo che sembra appena essere cominciato.

Più di una semplice emorragia

L’autopsia stabilisce che il piccolo Lorenzi non è morto per colpa di un’emorragia, ma a causa di innumerevoli colpi alla testa. L’arma del delitto potrebbe essere un mestolo in rame, un manganello, un bastone, oppure un qualsiasi oggetto di uso ornamentale.

La morte di Samuele diventa un caso nazionale: un bambino così piccolo ha perso la vita nell’unico posto nel quale non si poteva immaginare potesse accadere.

In casa dei Lorenzi arrivano subito dei membri del RIS di Parma, per analizzare eventuali tracce e cercare l’arma del delitto. I cronisti assediano Cogne e i suoi abitanti in cerca di qualcuno che possa spendere qualche parola in merito alla teoria più stravagante riguardo il colpevole dell’omicidio.

Qualcuno parla di setta satanica, altri di pedofili.

I fotografi inondano persino la chiesa il giorno dei funerali, 9 febbraio. Per garantire un attimo di respiro ai due genitori, il parroco è costretto a cacciarli via prima di cominciare la liturgia. Qualcuno insiste a mandare in diretta la messa.

I cronisti cominciano a parlare della morte di Samuele come momento culminante di una lite familiare, ma le indagini aspettano le eventuali conferme del RIS di Parma.

Attorno alla mamma di Samuele si crea un occhio di bue. Come se tutti aspettassero delle dichiarazioni da parte sua, che si rifiuta di parlare con i giornalisti e si mostra solo al fianco di suo marito, Stefano, spesso e volentieri con gli occhi rossi dal pianto.

La verità è molto più complessa di come sembra.

Ma quando arrivano le risposte da parte del RIS, l’opinione pubblica sa già chi additare come assassino. Infatti, il killer quella mattina aveva indosso il pigiama e gli zoccoli di Annamaria. Per molti, è lei l’assassina. 

Più di una casalinga, forse un’assassina

Annamaria ha paura di essere arrestata, così decide di confidarsi ai giornalisti. È la mattina del 10 marzo quando si reca a Studio Aperto. In diretta si mostra disperata a causa della perdita subita. Racconta di passare ore seduta alla finestra a pensare ai momenti felici con i suoi due figli.

Davanti alle telecamere piange, supplicando gli inquirenti di trovare l’assassino. Ripete che lei e Stefano hanno dei sospetti su chi potrebbe essere.

Durante il fuori onda, però, chiede al giornalista se pensa che abbia pianto troppo. In un momento come questo, mette a repentaglio la sua sincerità. Che stia recitando una messa in scena?

Quattro giorni dopo, il giudice per le indagini preliminari di Aosta ordina l’arresto di Annamaria. Secondo il GIP, il primo quadro frutto delle analisi del RIS è troppo grave per essere ignorato. 

Quello dell’arresto della Franzoni è la notizia del giorno. Due settimane dopo verrà scarcerata, per assenza di prove.

In tanti continuano a chiedersi dove sia l’arma del delitto, quale sia il movente e se davvero Annamaria sarebbe stata capace di uccidere suo figlio. D’altro canto, molti la accusano di stare mettendo in piedi un teatrino pur di sembrare innocente.

Qualcuno ritiene addirittura sia una squilibrata, a tal punto da togliere la vita di Samuele e dimenticarsi di averlo fatto.

L’avvocato Carlo Federico Grosso invita i due coniugi a mantenere un profilo basso davanti la stampa, ma il consiglio non viene ascoltato. Così si rivolgono a Carlo Taormina, che il padre di Annamaria vede in diretta su Porta a Porta.

Il 16 luglio, la Franzoni, seduta al Maurizio Costanzo Show, si rivolge all’assassino di Samuele e lo intima di parlare. Quando gli chiedono se è nuovamente incinta, la donna risponde che a domande così private non può fornire una risposta adeguata. Ma appena il conduttore le fa gli auguri per la nuova gravidanza, lei ringrazia.

Forse, Annamaria è molto più di una semplice casalinga. Forse è un’assassina, ma certamente è un personaggio pubblico.

La donna viene sottoposta a cinque sedute psichiatriche. Il professore Francesco Barale, ordinario di Pavia, con Francesco De Fazio, ordinario di Medicina Legale di Modena, e Alessandra Luzzago, ordinaria di Psicopatia forense a Pavia.

Con tutti e tre si mostra collaborativa e prova a ricordarsi ogni particolare della mattinata, dimostrando ai periti di essere in grado di intendere e di volere. La donna soffre di disturbi di ansia, nulla di più.

La donna, inoltre, racconta agli psichiatri di un malore che aveva avuto la sera prima della morte di Samuele. Il 29 gennaio del 2002 lamentava infatti di pressione bassa, debolezza e mal di testa.

Addirittura racconta di aver sentito dei formicolii alle braccia e di essere quasi svenuta. A quel punto Stefano aveva chiamato il 118. Arrivata la dottoressa della Guardia Medica, Annamaria si era mostrata sorridente e tranquilla.

Agli inquirenti la dottoressa dirà che la Franzoni aveva addirittura affermato che quella visita fosse una perdita di tempo, nonostante fosse stata lei qualche ora prima a supplicare Stefano di chiedere aiuto.

Per i dottori, Annamaria non ha nessun disturbo. Nel frattempo viene al mondo il suo terzo figlio.

Il 3 luglio 2003 viene richiesto il rinvio al giudizio, il processo sul delitto di Cogne inizia a settembre con un’udienza preliminare.

L’accusa sostiene che Annamaria sarebbe sprovvista di alibi. La donna non potrebbe dimostrare di essersi allontanata da casa, ma avrebbe al contrario avuto il tempo necessario per uccidere il bambino, lavarsi e uscire di casa.

Inoltre, all’interno dell’abitazione mancano tracce ematiche di soggetti terzi e non ci sono segni di effrazione. Persino la borsa che Annamaria aveva lasciato in camera per accompagnare Davide a scuola era rimasta esattamente dov’era. Nulla che lasci pensare che uno sconosciuto si fosse introdotto in casa per compiere un furto o addirittura violentare la donna.

L’elemento chiave è l’analisi delle tracce di sangue sul pigiama. La certezza è che l’assassino indossava gli indumenti e le ciabatte della Franzoni. Nessun estraneo avrebbe avuto il tempo, all’incirca otto minuti, per entrare in casa, vestirsi, compiere il delitto e uscire senza lasciare alcuna traccia.

Ad avvalorare ciò vi sono le dichiarazioni contrastanti della donna. Questa avrebbe prima dichiarato di aver lasciato la porta chiusa a chiave e di esserne del tutto certa. Quando però Stefano le fa notare che questa affermazione non deponeva a suo favore avrebbe ritrattato, cambiando la sua versione. Sostiene quindi di averla lasciata aperta, per non preoccupare Samuele. Chiunque sarebbe quindi potuto entrare.

Bugie che secondo gli inquirenti rendono poco credibile il racconto di Annamaria.

L’accusa sfrutta anche intercettazioni telefoniche. Giorni dopo il delitto la Franzoni avrebbe affermato al telefono con un’amica: «Non so cosa mi è succ…», subito corretta in «Non so cosa gli è successo».

Altre poterono rilevare conversazioni tra la moglie, il marito e i parenti nella quale si domandavano come provocare i vicini per spingerli a confessare la verità sul delitto di Cogne. Addirittura arrivando ad architettare svariati piani che riguardavano il ritrovamento della possibile arma del delitto nei giardini delle case vicine.

Il 19 luglio del 2004 arriva la sentenza. Annamaria e Stefano sono tornati a Bologna, per la precisione nella loro nuova casa a Ripoli. Quando la donna viene condannata a trent’anni di reclusione, la donna si aspettava un altro verdetto.

A novembre 2004 Annamaria si trova a Porta a Porta. Bruno Vespa le chiede se è possibile che lei abbia rimosso di aver ucciso Samuele. Quando le viene posta la domanda, la donna risponde di aver ricostruito pezzo per pezzo la mattinata e di essere sicura di non aver compiuto quel gesto, non avendone un motivo.

Nel frattempo l’avvocato Taormina presenta la richiesta di rinvio al giudizio, dando il via al secondo appello. Il presidente della Corte d’Assise d’Appello di Torino chiede una nuova perizia alla quale Annamaria non collabora.

I medici analizzano quindi le interviste e propongono un nuovo ritratto della donna, nel quale viene descritta come immatura, priva di autonomia e di empatia, con tendenza alla rimozione. Personalità con tratti isterici. Quando la donna, infatti, descrive lo scenario nel quale aveva ritrovato Samuele, non parla mai di dolore. Non si chiede nemmeno se il bambino abbia sofferto.

I periti giungono quindi a una conclusione: suppongono che Annamaria abbia agito in quello che si chiama stato crepuscolare. Chi lo manifesta può compiere attività complesse, come anche mangiare, senza però rendersi conto di quello che gli accade intorno. Per poi dimenticarsi tutto.

Il malessere sofferto la notte prima dell’omicidio sarebbe stato una crisi d’ansia all’interno della quale si sarebbe inserito lo stato crepuscolare.

Intanto il processo continua. Annamaria si dichiara insoddisfatta dal sistema di giustizia italiano, che la addita come unica colpevole del delitto di Cogne. Poi abbandona l’aula, provocando così tanto scalpore da costringere Taormina ad abbandonare la difesa. Paola Savio diventa così il nuovo legale, questa volta d’ufficio.

Il 27 aprile arriva la nuova sentenza: alla donna non viene riconosciuta alcuna infermità mentale. Il suo comportamento dopo il delitto non è compatibile allo stato crepuscolare. La mattina del 30 gennaio 2002 ha quindi agito con raziocinio.

Annamaria Franzoni viene condannata a sedici anni di carcere per l’omicidio di Samuele Lorenzi. Pena più mite perché le vengono riconosciute alcune attenuanti. Nel 2008 la Corte di Cassazione conferma la condanna.

 Attualmente è agli arresti domiciliari e continua a proclamarsi innocente. Verrà mai fuori la verità?

Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

CASO BEBAWI: L’OMICIDIO DELLA DOLCE VITA. Cronache di vita e di morte del giovane più appetibile di Roma

Gaia Vetrano il 29 Aprile 2023 su nxwss.com 

Tutte le strade portano a Roma, comprese quelle del crime italiano. Alla Capitale degli anni 60’, con uno dei casi più misteriosi e interessanti del secolo scorso. Parliamo della storia dei Bebawi. Ma per farlo, facciamo un passo indietro.

“La Dolce Vita” è un film degli anni 60’ diretto da Federico Fellini. Una pellicola che ha cambiato per sempre la storia e l’industria italiana, riuscito a diventare protagonista del tessuto sociale e culturale italiano, e non solo.

Quante volte ne avete sentito parlare? Eppure, al centro delle discussioni non vi è mai la realizzazione della pellicola, la Fontana di Trevi, o gli aneddoti riguardanti Marcello Mastroianni e la tuta da sub che indossava sotto lo smoking. Ma del cambiamento epocale che è riuscito a generare. Nel caso in cui vogliate prima saperne di più sulla trama e sul perchè dovreste vederlo, ecco qui il link.

Se per la Milano bene è immorale, troppo lungo e “romanesco”, per i cittadini della Capitale tutt’altro. Fellini tratteggia un ritratto di vita romana, frivola e – apparentemente – priva di senso. Eppure, dietro alla patina sfavillante della bella vita romana, la cosiddetta Hollywood sul Tevere, si celano delle metafore potentissime.

Si parla soprattutto della spasmodica ricerca, da parte del protagonista, dell’innocenza. I membri dei ranghi più alti della società, ottemperati dal lusso e dallo sfarzo, perdono il contatto con la natura. Un mondo tanto perfetto, visto da fuori, ma malato. Una realtà desolante che loro stessi hanno contribuito a creare.

Roma splendente e struggente, festaiola e divina. Una città che dona amori, tradimenti, lavoro e perdizione. Chiunque viene inghiottito da un vortice di bellezza e di bramosia, di danze e di cultura, di apparizioni e mondi onirici. Dove donne e uomini si incontrano, parlano, si divertono, si amano.

Gli incontri, le amicizie, i rapporti più o meno passeggeri servono a dare il senso a questa vita che aspira ad essere dolce e circolare. Un’esistenza fatta di incontri che non portano mai un reale impegno. Solo a qualche ora di passione destinata a terminare.

Di festa in festa, di donna in donna, Marcello continuerà a essere insoddisfatto del suo presente, inebetito da tutto il bello che gli sta intorno, non riuscendo a capire quale strada realmente prendere per il suo futuro. Bloccato in un crocevia di eventi, mollemente adagiato e senza aspirazioni. 

La Roma dei primi anni Sessanta è perfettamente raffigurata da questa pellicola.

Consideriamo ora il nostro Marcello. Ogni sua azione è dominata dalla volontà. Una volontà talvolta cieca e irrazionale, che porta all’inganno. Tramite questa ci concediamo all’errore e ai vizi. Mossi in questo turbine di cecità nei confronti della ragione, erriamo senza una meta, evitando la verità.

Questa irrazionalità domina la storia che vi stiamo per raccontare. Il racconto passionale di una donna sposata ma che desidera carnalmente un altro uomo, non riuscendo però a non amare suo marito. Cercando inoltre di preservare la sua posizione di rilievo sociale.

La vicenda di un marito che vuole proteggere la sua donna dai pregiudizi della società, ma anche il suo onore.

E infine la parabola di un giovane playboy, che consuma la sua esistenza con molte donne, ma che finirà per spegnersi. Una fiamma che brucia fino a estinguersi.

La storia di come siano tutti diventati vittime di una pulsione irrazionale. Mossi sotto la supervisione di un’unica Entità: la Morte.

Adesso mettetevi comodi, perché questo non è un film, ma il nostro racconto del caso Bebawi. 

Tutto comincia da Via Veneto. Nella Roma di Fellini, delle star, degli artisti, della poesia e del canto. È un lunedì mattina illuminato da un sole che si affaccia incerto sulle luminarie dei locali alla moda appena chiusi. L’atmosfera notturna di ebrezza sembra essere un lontano ricordo.

Lungo le strade camminano di giorno impiegati e cassiere, tassisti e netturbini. Le semplici comparse hanno ripreso possesso delle vie urbane. È lunedì 18 gennaio 1964 quando una donna sulla quarantina, dall’incarnato scuro e i tratti nordafricani affretta il passo. Sta svoltando di fretta, mentre i tacchi ticchettano per la strada, su Via Lazio.

Di fretta passa davanti a una Mercedes nera, il cui muso sporge sul marciapiede. E’ quella del suo capo, che da due giorni è sparito senza dare notizie. La donna si chiama Karin Arbib e lavora come segretaria. E’ una persona rigida e inflessibile, e dalla vita lussuriosa del suo titolare è sempre interdetta.

Poco le importa se questo figlio di papà si diverte a delapidare il suo patrimonio. Ciò che la indispettisce maggiormente è il poco rispetto che questo prova nei suoi confronti. D’altra parte, lei si impegna particolarmente alla Tricotex, azienda che si occupa di Import ed Export Tessile.

Dopo aver salutato il portiere, Karin arriva al suo ufficio, che si trova nel terso piano del numero civico 9 di Via Lazio. Con passo nervoso, dopo aver posato il suo cappotto, comincia a dare un’occhiata in giro.

Poi fa qualche passo, percorre un corridoio, gira l’angolo, attraversa una stanza, fino a quella del principale. Sulla sua scrivania un soprabito scuro. Poi vede gli occhiali da vista poggiati sul tavolo, ma dell’uomo non vi è traccia.

La Arbib è così infastidita da non rendersi immediatamente conto di cosa si trovi a terra, poco distante da lei. Poco sotto la finestra c’è qualcosa da far raggelare il sangue nelle vene. È il corpo di un uomo, rannicchiato al suolo.

La figura getta un grido immenso: in quell’ombra, confusa col pavimento, c’è quello che un tempo era stato il suo principale. Il signor Farouk Chourbagi. Corre via.

Il giallo di Via Lazio 9 è appena cominciato.

Farouk Chourbagi, cronache di vita e di morte dello scapolo più appetibile di Roma

Per le strade di Roma le voci corrono in fretta. Appena le volanti della Polizia arrivano sul luogo, tutti cominciano a chiedersi cosa sia successo. Qualche strillone comincia già a far pubblicità all’edizione del quotidiano locale del giorno, che in prima pagina riporta: 

“Egiziano ucciso in via Veneto!”

Quando il medico legale rivolta su sé stesso il corpo cominciano ad affievolire alcuni dettagli.

L’uomo è stato ucciso da quattro pallottole. La prima alla schiena. Caduto al suolo, l’assassino lo ha terminato con tre colpi, tutti alla testa. La pistola è certamente di piccolo calibro, una 7.65.

Inoltre, dalle continue osservazioni al quale il corpo è sottoposto, non sfuggono alcuni dettagli. Il volto, ormai irriconoscibile, non può essere stato deturpato solo dalle pallottole. Qualcuno lo ha voluto sfigurare.

Quelle sono delle ustioni, sulla parte sinistra del volto.

Il capo della Mobile, Nicola Scirè, rimane colpito da questo dettaglio.

«Sì e guardi queste scolature, le vede? Queste, che arrivano fino al collo. Direi che è vetriolo».

Ma chi è che oltre che uccidere un uomo vorrebbe anche sfigurarlo da vivo? Cosa avrebbe fatto Farouk Chourbagi per meritarsi questa fine?

Il giovane, miliardario di origini egiziane e passaporto libanese, aveva solo ventisette anni e alle spalle, oltre al denaro, una lunga lista di frequentazioni andate a finire – qualcuna bene qualcuna un po’ meno – con donne della Roma Bene. Parliamo di aspiranti attrici, eleganti subrette, e nobildonne. 

Tra quegli ambienti Farouk era molto conosciuto. Non solo per la sua consistenza del suo portafogli, o perché fosse nipote di un ex ministro del Tesoro egiziano. Tanto ricco da permettersi di poter studiare a Oxford e conservare più di una Mercedes nel garage.

Con un curriculum del genere era salito in cima alla lista degli scapoli più appetibili di Roma.

Nella Capitale se la passava bene: locali notturni, molte amicizie e feste. Un ragazzo molto educato, un perfetto partito, in grado di trasmettere sicurezza e una solida posizione. Oltre alla bellezza che lo contraddistingueva.

E se in vita il suo nome stava sulle bocche di tutte le donne della Roma Bene, anche in seguito al suo decesso non si smise mica di parlarne.

Galeotta fu la porta

Le prime indagini chiariscono le tempistiche del delitto. Alle 17.20 un vicino di casa aveva visto Farouk lasciare il suo appartamento in Via Savastano 7.

Era uscito di fretta, senza indossare il completo che la cameriera gli aveva lasciato sul letto, e che avrebbe dovuto indossare quella sera per una festa all’ambasciata.

Alle 17.30 Ercole Cesarini, gestore di una bomba di benzina, aveva visto la Mercedes di Farouk fermarsi malamente davanti alla Tricotex, così come Karin l’aveva lasciata. Poco dopo l’avrebbe visto Aldo Simoni, il portiere dell’edificio.

I tabulati telefonici riportano poi una chiamata alle 17.40 di Elisabetta Tizei, vecchia fidanzata di Farouk. Questa avrebbe trovato il telefono occupato.

Arriviamo alle 18.15, orario al quale, secondo i racconti di Isabella Luparelli, inquilina dell’appartamento sottostante gli uffici della Tricotex, si sarebbero sentite delle grida provenienti dal piano di sopra e poi un tonfo.

Un quarto d’ora dopo viene riportata una seconda telefonata, sempre da parte di Elisabetta. Il telefono suona a vuoto: nessuno risponde.

Per gli inquirenti questi eventi sono sufficienti a indicare l’orario del delitto: qualcuno tra le 18:00 e le 18:30 è entrato negli uffici della Tricotex uccidendo Farouk.

Definito l’orario del delitto, la squadra Mobile si pone un quesito. Da dove è uscito il killer? La risposta è molto più semplice di quanto sembri: dalla porta d’ingresso degli uffici dell’azienda. Lo fece semplicemente tirandosi dietro il chiavistello.

In sintesi, l’assassino non era in possesso delle chiavi.

Ciò che però non tutti sono a conoscenza è un particolare meccanismo della porta. Una cordicella collega, infatti, il chiavistello principale al pianerottolo. Scendendo al piano di sotto basta tirare la fune per chiudere gli uffici, senza usare le chiavi.

Quando la Polizia andò a controllare, notò che la corda era stata tirata. Quindi, il killer, pur non essendo in possesso delle chiavi, conosceva questo particolare trucco. Doveva essere qualcuno che Farouk conosceva e di cui si fidava particolarmente. Al punto di svelargli un modo alternativo per aprire la porta della sua azienda.

Chi potrebbe essere l’assassino? Cosa ci avrebbe guadagnato dalla morte di Chourbagi?

La vendetta di Claire Bebawi

Gli inquirenti cominciarono interrogando i parenti della vittima.

Vi erano molte domande delle quali cercavano una risposta. Prima di tutto le dinamiche dell’omicidio erano confusionarie.

Un primo dettaglio interessante riguarda l’autopsia. Il medico legale al termine di questa riesce a individuare ben cinque fori nel corpo della vittima. Due di questi sulla schiena. Ciò vuol dire che, dei quattro bossoli rinvenuti sulla scena del crimine, ne manca uno, attribuibile al quinto colpo esploso dalla pistola.

Tra queste, una riguarda il vetriolo. Quando questo venne usato per sfigurare il volto di Farouk, l’uomo era già morto. Essendo questa un’arma femminile, portò gli inquirenti a chiedersi se vi fossero delle donne che potessero guadagnarci dalla morte di Farouk.

Poteva trattarsi di una vendetta da parte di un’amante delusa?

Stando alle voci, però, Chourbagi aveva dozzine di amanti. Eppure, bastò chiedere allo zio per avere un nome: Claire Bebawi. 

Una donna sposata, anch’essa di origine egiziana, con interessi nel settore tessile. Lei e suo marito Joseph, cittadini di Losanna, si trovavano a Roma il giorno dell’omicidio, poi erano immediatamente partiti verso Napoli. Da lì a Brindisi e poi ad Atene.

Ma su questo Mounir Chourbagi non ha dubbi: Claire è la colpevole. Con Farouk ha avuto una relazione tempestosa e irrazionale. La donna viene descritta come una piovra, perché si era avvinghiata all’uomo perché ossessionata da lui e dal tipo di vita che le aveva fatto condurre.

L’ultima volta che Karin aveva visto Farouk a lavoro, aveva raccontato la segretaria, i due avevano litigato al telefono. Una discussione furiosa. La donna non aveva chiaro cosa si fossero detti, ma terminata la conversazione, Chourbagi era venuto da lei e le aveva detto di non passargli più telefonate da parte di Claire.

Poco prima di chiudere, Farouk: «Io non posso sposarti, non posso! Dimmi tu cosa devo fare!»

Così, la sera del 21 gennaio 1964, gli uomini della Interpol irrompono nella camera d’albergo 819 dell’hotel Esperia di Atene, per interrogare i coniugi Bebawi.

Nessuno avrebbe mai immaginato gli intrecci dietro tale storia.

Lei è la nuova Circe. Lui un Otello mediorientale.

Storia di un amore tutt’altro che banale

Il Cairo, terminati gli anni 30, si sta affacciando da un passato poco facile all’Occidente.

Sulle sue strade circolano da poco le carrozze, simili a quelle francesi e inglesi, dei più ricchi. Aprono sempre nuovi negosi e attiività. La città si appresta a diventare una metropoli.

Il 30 giugno 1928 nasce Gabrielle, detta Claire, da una madre olandese e di origini polacche e un padre egiziano. La bimba vive un’infanzia serena. La mamma si occupa della sua educazione, raccontandole gli usi e i costumi europei più comuni, mentre il padre si occupa del progetto più ambizioso degli ultimi anni: il canale di Suez.

L’ambiente raffinato e benestante della nascente borghesia la allontanava dai suoi coetanei, così Claire viene vista come una privilegiata. Eppure, il suo ruolo sociale non le consente di avere accesso alla corte. Ma sognare non è proibito a nessuno.

Così, nel 1947, si sposa con un promettente imprenditore dell’industria tessile. Questo è Joussef Bebawi, ha ventidue anni ed è nato in una cittadina del sud. Quell’uomo è la porta d’accesso a una vita di agi e lussi. I due si conoscono a pena, ma Claire spera sia il primo capitolo di una fiaba.

I primi anni sono positivi. Alla fine della guerra l’Europa, in fase di ripresa, aumenta i propri contatti con l’Oriente, fornendo all’Egitto l’opportunità di fare affari. Tra questi anche la famiglia di Joussef, che non si tira indietro davanti alla possibilità di aumentare il proprio patrimonio. Anche se questo richiede essere disposti a spostarsi continuamente.

Come Luna di Miele i due neosposi vanno in Libano, poi in Europa. Quando Claire rimane incinta nel ’49 si stabiliscono a Losanna. Gli anni passano e, prima nel ’51 e poi nel ’53 avranno altri due figli. Ma tutto questo è destinato a finire.

Nel 1960, Claire è una donna che ne ha abbastanza di essere solo una madre.

Joussef è consapevole di trascurare la moglie, per cui prova un amore che tende quasi all’adorazione. Quando i due si guardano, lui prova un tale desiderio. Il signor Bebawi ben sa che la sua compagna è nel pieno della sua giovinezza e che, quando scruta gli altri uomini, sono anche loro bramosi di averla.

Più lei sfugge, più Jousef si domanda come abbia fatto a meritarsi una donna così attraente, più Claire continua a rimpiangere il giorno in cui ha accettato di sposare un uomo che nient’altro riesce a fare se non fissarla.

Nella primavera del 1960 succede qualcosa in grado di distruggere la gabbia nella quale la signora Bebawi si sente in trappola.

Joussef ha infatti un incontro di lavoro con un certo Mounir Chourbagi. I due si incontrano in un caffè al centro di Ginevra. Ai tavoli è seduta metà dell’aristocrazia svizzera. Ai coniugi Bebawi, durante quell’incantevole pomeriggio, viene proprio presentato Farouk.

Il giovane fa ovviamente una bella impressione. Ha un fascino europeo, che traspare dalla scelta del bel completo, ma tratti mediorientali.

Il giovane Chourbagi e la bella Claire si sorridono. È già colpo di fulmine: nessuno dei due riesce a distogliere lo sguardo dall’altro.

Alla fine dell’incontro, Mounir e Joussef si danno appuntamento per il giorno dopo, ma Claire non è d’accordo. I due coniugi Bebawi avevano infatti in programma una vacanza a Parigi, e il volo era proprio il giorno dopo. Farouk non si tira indietro: anche lui il giorno dopo deve partire verso la capitale francese.

Per Joussef è un piano perfetto. Il nipote di Mounir si occuperà di sua moglie in quei giorni di distanza, in modo da dedicarsi tutto il tempo agli affari.

Dodici ore dopo, Farouk e Claire hanno concluso la loro prima notte di passione assieme. Il giovane Chourbagi, il giorno dopo il loro primo incontro, le giura amore eterno. La bellezza di quella donna le aveva rapito il cuore. Promette che mai la lascerà o tradirà.

Quella permanenza a Parigi fa capire a Claire come, nonostante gli undici anni di scarto tra i due, la sua vita sia ancora degna di essere vissuta. Farouk è però ignaro della grande differenza di età: la donna fa infatti finta di avere ventotto anni.

Di Farouk vi abbiamo già parlato. Era un ottimo partito. Un economista ricco e affabile, con poca voglia di mettersi in gioco.

L’amore che prova per Claire diventa il suo pensiero principale. I due danno il via a una relazione travolgente e, ogni qual volta gli è consentito, riescono sempre a incontrarsi. Quando lei chiama, lui risponde. Quando lei è a Roma, lui la segue. La donna lo ama, ma sa che tra loro due è solo un gioco.

Lo desidera ma al tempo stesso lo respinge. Si diverte con lui, e con il suo denaro, e poi lo allontana. È un giocattolo tra le sue mani.

Quando Farouk le chiede di sposarlo, lei si rifiuta. Sa già che Joussef lo avrebbe voluto morto. D’altro canto, questo già sospetta che Claire si sia allontanata per un motivo.

A confermare i suoi sospetti è un suo amico, che gli confessa di aver visto la donna e Farouk assieme. Rientrato a casa, scoperto il tradimento, il signor Bebawi scaraventa la moglie a terra. Le dà della svergognata e della donna senza pudore. Claire gli dà della nullità e lo schiaffeggia.

Tra i coniugi cala il gelo. Continuano a vivere sotto lo stesso tetto e a fingere di sopportarsi, essendo il divorzio un’opzione non praticabile. Finché non trova la soluzione: il 20 febbraio 1963 Joussef comunica a Claire la sua intenzione di cacciarla di casa. Inoltre, scrive a Farouk quanto sia disgustosa relazione tra una donna sposata e un giovane undici anni più piccolo.

A marzo, Joussef Bebawi ripudia ufficialmente Claire. La donna è spacciata. Ora è lei che deve esortare Farouk, che le aveva giurato amore eterno e le aveva chiesto la mano. L’uomo, trasferitosi a Roma, era entrato nei circoli che contano. Conquista finalmente il titolo di playboy con cui lo abbiamo conosciuto.

La donna è sempre più gelosa, sempre più ossessiva. Lo accusa di avergli rovinato la vita. Dopo una serie di missive, i due smettono di vedersi fino a ottobre. Claire viene infatti invitata a Roma da Farouk, ma i due litigano, finendo per separarsi nonostante siano entrambi nella stessa città.

Ciò che Claire gli ripete è che non ha il coraggio di sposarla. Farouk non crede di poter mantenere la promessa: sente di star legando sempre di più con un’altra donna, Patrizia De Blanck, mecenate della Roma bene e figlia di un ambasciatore.

Alla fine del 1963, i coniugi Bebawi sono nuovamente assieme. Farouk continua a respingerla, perché troppo innamorato di Patrizia. Claire non ha molte alternative, se non tornare con Joseph, che le giura di essere disposto a tutto pur di stare con lei.

Due uomini che non riescono ad allontanarsi dalla stessa donna. Entrambi disposti a tutti per lei. Persino a compiere i gesti più irrazionali.

Il 17 gennaio 1964 Claire telefona a Farouk e chiaro e tondo gli chiede se vuole ancora sposarla. Lui le risponde in maniera secca che non può più mantenere la parola data. Ventiquattro ore dopo i coniugi Bebawi atterrano a Roma armati di pistola. 

Con sé hanno anche un flacone di acido solforico, acquistato dalla drogheria sotto casa, da Georgette, in Avenue Rumine 3. A confermare ciò vi è anche il commesso Daniel Viret, un ragazzo dal sorriso contagioso, pulito, con il ciuffo sulla fronte.

A Roma i Bebawi alloggiano nell’hotel Residenza, dove rimarranno per poco. Claire chiama nuovamente Farouk, ma stavolta a casa.

Alla stessa ora i cui Chourbagi abbandona la sua abitazione per recarsi alla Tricotex, anche i due escono. Ciò che avvenne dopo divenne materia di sei diversi processi.

Probabilmente Claire e Joussef avranno raggiunto Farouk nel suo ufficio. Questo è sollevato di vederli assieme, nonostante lo insultino pesantemente. I tre cominciano a litigare, finché non viene tirata fuori la pistola. Un corpo alla schiena, tre alla testa. Poi, l’acido rovesciato sul volto, che finisce anche sulle mani e sul volto della donna.

I due, fuggiti a Roma, arrivano ad Atene. Qui comprano un unguento per le scottature, che però non useranno. L’inviato della Polizia italiana noterà subito le escoriazioni sulle mani di Claire.

Il processo

Il processo è seguito da tutto il paese.

Joussef è difeso da Giuliano Vassalli, futuro Ministro di Grazia e Giustizia. Claire da Giovanni Leone, prossimo Presidente della Repubblica.

I due coniugi si accusano a vicenda del diritto, costituendo un tale groviglio di dichiarazioni contrastanti da non permettere alla corte di stabilire la verità dei fatti. 

I giudici sapevano per certo che uno dei due, o forse entrambi, erano gli assassini, ma furono costretti a emettere una sentenza, quella di primo grado, che è tutt’oggi esempio di imparzialità giuridica e morale.

Davanti all’impossibilità di stabilire con certezza chi fosse l’assassino vengono liberati entrambi gli imputati.

Così si conclude la prima udienza, quella del 1966. Ci sono voluti poi dieci anni per avere un verdetto definitivo.

Nel 1974 la Cassazione conferma la sentenza di appello che nel 1968 condannava entrambi a ventidue anni di carcere per omicidio volontario. Eppure, gli anni di prigione non li sconteranno mai. Entrambi lasceranno il paese andando in Egitto lei, in Svizzera lui. Nazioni dove non esisteva l’estradizione.

Con un ennesimo colpo di scena, Giovanni Leone lascia delle dichiarazioni qualche mese dopo riguardo il caso. Stando alle sue parole, una sua alunna era riuscita a parlare con il precedente avvocato della Bebawi, che lavorava ad Atene. Questo le aveva raccontato che Claire si era rivolta a lui per il processo in quanto colpevole dell’omicidio di Farouk.

Il professore Leone, venuto a sapere dalla sua alunna quanto questa avesse appreso dal caso Bebawi, dichiarò fosse necessaria una nuova sentenza.

In seguito alla fine delle indagini, Patrizia De Blanck si sposerà con Giuseppe Drommi, primo marito di anna Falarino, vittima del delitto Casati Stampa. Youssef troverà l’amore con la sua donna di servizio Henke.

Di Claire Bebawi si sono perse le tracce. Una Circe che non verrà mai punita.

Scritto da Gaia Vetrano

Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

LA TRAGICA STORIA DI CHIARA POGGI. Il delitto di Garlasco

Gaia Vetrano l'8 Aprile 2023 su nxwss.com

In amore vince chi fugge. Chiara Poggi sarebbe dovuta scappare molto prima.

Per molte persone basta poco per essere felici. O raggiungere quel sentimento di spensieratezza che ognuno agogna. La sensazione di essere libero da ogni responsabilità o impegno. Di avere il tempo di uscire all’aria aperta e poter prendere anche una sola boccata d’aria. Di godersi il sole bagnare la propria pelle. Il vento frusciare.

O anche la possibilità di sognare di partire. Andare via dal proprio paesino d’origine, per quanto pieno di opportunità, dove però il ruolo che ti è stato affibbiato ti sta stretto. Per Chiara Poggi, Garlasco era questo. Un punto di partenza da cui immaginare una vita nuova altrove. Eppure, non riuscirà mai ad andarsene.

Molti definiranno Garlasco come la “Las Vegas della Lomellina”. Fino al 2007, infatti, era conosciuta come una banale cittadina del profondo nord, composta da villette perlopiù unifamiliari. Un posto tranquillo, non particolarmente caratterizzato, un posto umido d’inverno e ancor più nelle altre stagioni. Dove d’estate si combatte contro le zanzare killer. Durante le belle stagioni, raramente si gode di un bel sole, e quando ci sono delle belle giornate, non coperte dalla nebbia, è un evento più che apprezzato.

Qui il riso e l’allevamento sono i principali interessi economici, essendo epicentro di zone umide e languide, adatte alla fioritura del settore primario.

Nonostante le innumerevoli attività ricreative messe a disposizione dei propri cittadini, qui le giornate scorrono lentamente. Come il miele, viscose. Eppure, le puoi perfettamente distinguere tra di loro. Come una fetta di pane dall’altra.

Giornate passate tra i bar del luogo, a bere caffè con gli amici, e ad ammirare i turisti in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Bozzola, attrattiva principale della città. Ore davanti a una tazza di tè a parlare dei pettegolezzi sulla vicina di casa e sulle corna che aveva messo al marito. Fino al 2007, molti ignoravano l’esistenza di Garlasco.

È un paese di cittadini, non di anime. Ciò che non cambia mai è il desiderio di protagonismo delle persone. Anche solo per una giornata, insieme alla voglia di slegarsi dagli stereotipi comunicativi del posto. Per poi tornare a parlare dell’amico finito per puro caso in diretta su Canale Cinque perché un “raccomandato” oppure a lamentarsi della giunta comunale che non fa nulla per fermare lo spaccio di eroina.

I punti di riferimento sono per tutti l’osteria dell’”Avanti!”, la cooperativa Stella Rossa, due cinema, la corsa dei ciclisti in primavera, la parata dei bersaglieri a giugno, la Fgci e l’oratorio.

Ma ci sono eventi particolari che saldano il tempo al luogo in cui si sono verificati: la saponificatrice di Correggio, la strage del Circeo, il mostro di Firenze e il giallo di Garlasco. 

Se Garlasco per molti è una cittadina protetta dalle silenziose pianure lombarde, per Chiara Poggi in una notte può trasformarsi in un girone dell’Inferno dal quale cadere sempre più in basso, sempre più nel buio e nell’umiliazione.

La storia che vi raccontiamo oggi è quella di un delitto senza apparente movente. Fatta di immensi errori giudiziari. Una storia d’amore – se si può definire come tale – interrotta a metà. Uno di quei racconti mandato in onda una sera qualsiasi di maggio dalle Iene.

La storia di un uomo arrogante, dagli occhi di ghiaccio, antipatico a un’intera nazione, che non può però fare a meno che stare ad ascoltare le sue parole. È il 24 maggio del 2022, e in diretta da Bollate, parla Alberto Stasi. Ma per sapere che cosa ha da dire, dobbiamo forse tornare indietro al 2007.

Dopo il 13 agosto 2007 a Garlasco non ci sono più né santuari né discoteche, ma solo il sorriso di Chiara Poggi.

La maggior parte degli abitanti in quel periodo è in vacanza. Ovunque, pur di scappare dalle zanzare. Chi in spiaggia in Liguria, chi in montagna. Il civico 8 di via Pascoli è vuoto, così come tutte le altre case della strada. Lì alloggiano i coniugi Poggi, adesso fuori città. Così, la giovane Chiara, ha una settimana libera da trascorrere con il suo fidanzato, Alberto. 

Quasi una luna di miele. Mentre i due stanno assieme, lei è serena. Cerca di non disturbare il povero Stasi mentre scrive la tesi, e nel frattempo pensa a ordinare la cena dalla solita pizzeria di paese. Quando la mamma la chiama al cellulare per chiederle come va, Chiara risponde che è tutto ok.

Per le 22 di quella sera, Alberto torna a casa dei suoi dopo aver cenato dalla sua fidanzata per accudire il cane. Tra casa sua ci sono 20 minuti di camminata a piedi, 3 in macchina, 6 in bicicletta. Passato il tempo necessario dal suo animale ritorna a casa di lei, per restarci fino all’1.

Vi starete chiedendo per quale motivo vi stia fornendo questi dettagli specifici, ma ci torneremo più in là. Vi basti sapere che Alberto Stasi all’1 ritorna a casa sua in via Carducci 29 per dormire.

Così Chiara resta a dormire da sola. All’1:52 inserisce l’antifurto. Non sa che sarà la sua ultima notte.

Il lunedì 13 agosto, la Poggi fa colazione davanti al televisore con latte e biscotti. La casa è disordinata, il letto è sfatto. Sicuramente non è nelle condizioni migliori per l’arrivo di una visita inaspettata. Qualcuno alle 9 del mattino suona al citofono. Sembrerebbe essere una sua conoscenza, quindi toglie l’antifurto senza fare problemi.

Di quella persona lei si fida a tal punto da non cambiarsi, restando in camicia da notte, e la fa entrare ancor prima di aprire le finestre, che rimangono chiuse come se fosse ancora buio.

Il visitatore arriva alla porta, aspetta che Chiara si giri e la colpisce. Un colpo alla testa e uno sul volto con un martello. Gli schizzi di sangue arrivano fino alla scala.

All’ennesima mazzata che le viene sferzata contro il viso, Chiara cade a terra. L’aggressore la prende per i piedi e la trascina in corridoio. Sul pavimento lascia tracce di sangue fino alla scala. La Poggi cerca di resistere: si aggrappa al muro, ma per questo le viene data un’altra martellata. Macchia le pareti, il telefono, lo stipite.

La giovane viene trascinata fino alla scala che conduce alla cantina, dove l’aggressore la spinge giù.

Prima di andare via, l’assassino si sposta in bagno, incurante delle impronte di sangue che sta lasciando. Rimane fermo ad ammirare il suo riflesso allo specchio. Si lava le mani, rimane un po’ a guardare la tv e poi esce di casa.

Chiara è a terra, il pigiama è drammaticamente sporco di sangue. Lentamente si espande sui gradini, le impiastra i capelli, il volto. Mentre scivola per le scale, sente la vita che le sfugge tra le dita. L’immagine del suo corpo riverso sui gradini rimarrà impresso nelle menti degli italiani.

È il 13 agosto 2007. Da oggi, la Las Vegas di Lomellina ha anche un delitto in perfetto stile CSI da risolvere. 

L’apparenza inganna

Garlasco non è diversa dai tanti comuni della Lombardia. Chiara Poggi vive lì con i suoi genitori. Su di lei ripongono molte aspettative. È l’orgoglio della famiglia. Prima figlia femmina a laurearsi con 110 e lode in Economia Aziendale.

Chi la guarda non può che restare incantato dai suoi grandi occhi azzurri. Raramente sorride, ma quando lo fa, quei denti piccoli e bianchi illuminano il suo volto. Molto riservata, coltiva poche amicizie e non esce molto spesso dalla villetta di via Pascoli acquistata con tanti sacrifici dai suoi genitori.

Ha 26 anni e lavora come stagista in un’azienda milanese di informatica. Svolge bene il suo incarico e impara in fretta, probabilmente la assumeranno. Eppure, la velocità con cui questi eventi si susseguono l’uno dopo l’altro la spaventa.

È una giovane inquieta, per quanto cerchi di non darlo a vedere. In quella dinamica di eventi, che la avvicinano sempre più a un futuro lontano da casa, non vive serena. Forse, preferirebbe un anno di pausa, lontano da tutto. O anche solo una mattinata passata all’aria aperta.

La vita a casa dei suoi è proprio per questo sempre più difficile. Ogni momento di convivialità è pieno di silenzi intrisi di risentimento. Sente il peso delle aspettative che su lei ripongono, nonostante ami mamma Rita e papà Giuseppe. Questi vorrebbero che lei restasse a Garlasco. Ma Chiara è ambiziosa, e le sue mire vanno ben oltre il lavoro di segretaria del comune, a differenza della mamma, dipendente a Groppello Cairoli. Si vede manager.

Menomale che c’è Alberto, il suo fidanzato da tre anni. Il giovane è più piccolo di lei di due, e infatti frequenta ancora l’università. Sta per laurearsi alla Bocconi. 

Insieme sono la coppia perfetta. Lui l’aveva introdotta nel suo gruppo di amici, con cui passava ogni sabato sera. Abituati a passare tempo assieme, molti dicono di loro che siano pronti a sposarsi. Nonostante questo, Alberto non ha mai incontrato i genitori di lei. Certo, a Garlasco si conoscono tutti. I Poggi sanno chi sono gli Stasi, e viceversa.

Ma non c’era mai stata l’occasione per un incontro formale. In ogni caso non c’è fretta. Eppure, l’apparenza inganna. Con lui, la Poggi programma un futuro. una famiglia, dei figli, una casa a Milano. Un sogno di cui Alberto non era a conoscenza, un sogno rimasto tale.

A luglio del 2007, Alberto è in vacanza a Londra. Chiara non vuole comportarsi da fidanzata ossessiva, ma è difficile restare tranquilla quando l’altro parte per molto tempo. Così lo riempie ogni giorno di raccomandazioni su quanto la capitale inglese sia pericolosa, e gli chiede di stare attento.

Chiara lo conosce Alberto: è un bravo ragazzo, ma se trascinato dalle persone giuste è un adolescente come gli altri, capace di agire con incoscienza. Da Garlasco continua a consigliargli locali dove andare e i ristoranti migliori. Finché un finesettimana riesce anche a raggiungerlo.

Per un weekend si fa accompagnare dai genitori Stasi a Malpensa con un valigione enorme. Per lei rivedere Alberto è un’emozione grandissima. Ha già preparato l’itinerario del loro finesettimana inglese. Il 20 luglio 2007 parte, per poi tornare il 22.

Adesso dovrà solo aspettare che i genitori di entrambi partano in vacanza, così da recuperare il tempo assieme.

 Chiara è felice ed innamorata. Ma tutto questo sta per finire.

Stasi, l’unico nella lista

È Alberto Stasi a trovare il corpo di Chiara quella mattina.

Aveva provato a chiamarla più volte: alle 9:44, poi alle 10:47, 11:37, 12:46, 13:26. Mai una volta che gli avesse risposto. Squilli e telefonate rimangono senza risposte e ciò preoccupa Alberto, che si precipita in auto a casa della giovane. Scavalca il cancello e trova la porta aperta. Poi le tracce di sangue, infine il suo corpo sulle scale della cantina. 

Stasi perlustra tutta la casa, poi esce fuori e chiama la centrale della Polizia, che arriva sul luogo. Ma troppe cose non tornano. Alberto è freddo, distaccato. Non sembra stupito dall’accaduto, neanche scosso. E ai piedi indossa un paio di scarpe da ginnastica estremamente pulite, come se fossero appena uscite da negozio.

Questo insospettisce gli inquirenti. Per aver camminato dentro la villa, sopra le innumerevoli scie di sangue, è strano che non abbiano nemmeno una macchia. Come se le avesse pulite dopo essere uscito.

A partire dalle sue scarpe fino alle circostanze con cui si verifica l’omicidio, qualcosa non torna. Manca l’arma del delitto, che si suppone soltanto essere un martello. Manca l’orario certo di morte della Poggi. Mancano le altre piste. Manca il movente. 

Gli ufficiali si concentrano così su Alberto, e lo interrogano. Gli chiedono come sia possibile che le sue scarpe siano così pulite, così come i vestiti. Stasi non riesce a difendersi, così diventa l’indiziato numero uno. L’unico nella lista.

Viene arrestato il 24 settembre 2007 ma scarcerato quattro giorni dopo dal giudice per le indagini preliminari Giulia Pravon per insufficienza di prove.

Le indagini contro Stasi non furono così semplici. A sostegno della sua colpevolezza pochi indizi.

Cominciamo dall’alibi che lui stesso riporta. Il computer con cui, a detta sua, quella mattina stava lavorando alla tesi viene consegnato alle Forze dell’Ordine durante le indagini. Eppure, come la difesa sottolineerà durante i processi, questo verrà usato dagli inquirenti, che ne altereranno i file contenuti all’interno, compromettendo eventuali prove.

Difatti, l’unico elemento a sostegno – o eventualmente utile per la smentita dell’alibi – di Stasi venne compromesso. Eppure, grazie ad una perizia informatica molto più profonda sul computer, si accertò che venne usato dalle 9:35 alle 12:20.

Nonostante ciò, vi sono ancora dei dubbi. Ciò che si sa con sicurezza è che alle 9:12 Chiara Poggi disattivò l’antifurto della villetta.

Cosa successe durante i successivi 23 minuti, prima che Alberto cominciò a usare il suo computer? In conclusione, non si può determinare cosa fece in quella finestra temporale.

Un altro dubbio per gli inquirenti sono le scarpe di Stasi. Queste, come vi abbiamo già detto, erano perfettamente pulite. La scientifica le analizzò nel 2007 e non risultarono contenere alcuna traccia di sangue anche minima.

Come risultò anche nel 2014, se Alberto fosse effettivamente entrato nella casa, avrebbero dovuto “captare particelle ematiche“. Risulta ovvio immaginare che non potevano essere completamente pulite.

Così, secondo l’accusa, Stasi non avrebbe mai messo piede nella villetta per scoprire il delitto, avendolo commesso lui stesso.

Per la difesa Alberto avrebbe camminato evitando le pozze di sangue. Inoltre, a causa del caldo, le scie di cui era cosparso tutto il pavimento erano ormai già secche. Quindi queste non avrebbero comunque potuto lasciare eventuali segni sulle suole di Stasi.

D’altro canto, sui tappetini dell’auto con cui Stasi era arrivato la mattina del 13 luglio a casa della Poggi, la scientifica ritrovò delle tracce ematiche di Chiara. Come potevano queste esserci finite, se non tramite trasferimento dalle scarpe?

Questo non basta a inchiodare Alberto: vi sono anche delle tracce di residui organici che contenevano marcatori maschili compatibili trovate sotto le unghie della Poggi e il capello castano chiaro, che risulterà privo di bulbo e quindi di DNA, rinvenuto sulla scena dell crimine.

Chiudiamo infine con la disputa legata alla bicicletta. Due testimoni raccontarono agli inquirenti di aver notato quella mattina, verso le 9:30, una bici nera da donna dotata di portapacchi davanti l’ingresso della villa. Questa si suppose di proprietà dell’assassino. Ma Stasi non possedeva un mezzo che corrispondesse a questa descrizione, essendo la sua una “Umberto Dei” da uomo e di colore bordeaux. 

A casa di Alberto gli inquirenti trovarono un’altra bicicletta, una “Luxury” da donna. Di questa lui non fece mai parola durante gli interrogatori. Entrambe vennero sottoposte a delle perizie, e da ciò risultarono tracce in copiosa quantità del DNA della Poggi sui pedali della prima, che però non era conforme alla descrizione delle testimoni.

Alla fine, nel 2014, venne posta una nuova ipotesi. Come evidenzia la parte civile, entrambe le bici avrebbero montati di serie dei pedali di marca “Union”.  Eppure, la “Umberto Dei” ne aveva, quando vennero effettuate le perizie, della “Wellgo“.

Si suppose pertanto che Stasi avesse cambiato i pedali delle due bici. In particolare, avrebbe smontato quelli contenenti il DNA di Chiara dalla “Luxury”, fedele alla descrizione delle testimoni, e li avrebbe montati alla seconda. In sintesi, si sarebbe recato a casa della Poggi con la prima bicicletta e, tornato a casa, avrebbe smontato i pedali e li avrebbe montati all’altra bici.

Questa ipotesi venne però scartata.

In ogni caso, Alberto Stasi venne comunque condannato, facendo affidamento sulle circostanze con cui avvenne l’omicidio.

Infatti, per aver Chiara aperto al suo assassino, doveva essere una persona che conosceva, e di cui si fidava. Questo soggetto doveva anche conoscere bene la casa. 

Stasi non riuscì mai a fornire un alibi che riuscisse a provare defintivamente la sua innocenza. Quella finestra di 23 minuti rimane infatti un punto interrogativo. In quel lasso temporale avrebbe benissimo potuto recarsi a casa della Poggi e commettere l’omicidio.

Molti ritengono inoltre che Stasi volesse nascondere agli inquirenti di essere in possesso della “Luxury” perchè consapevole che potesse essere collegata al caso, e per questo non ne parlò mai durante gli interrogatori.

Infine, gli inquirenti trovarono tracce dell’anulare destro di Alberto sul portasapone del bagno, presumibilmente utilizzato dall’aggressore per lavarsi le mani dopo il delitto. Mentre le impronte trovate ne corridoio coincidono con un 42, taglia del piede dell’uomo.

Oltre ogni ragionevole dubbio, Alberto Stasi è ritenuto colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi.

La condanna arrivò anni dopo l’omicidio. Difatti, a causa della insufficienza delle prove, la questione arrivò addirittura di fronte la Cassazione, che riguardo al caso ribadì come fosse complesso «pervenire a un risultato, di assoluzione o di condanna, contrassegnato da coerenza, credibilità e ragionevolezza» e quindi «impossibile condannare o assolvere Alberto Stasi».

Per lo stesso motivo, la Corte d’Assise d’appello nel 2011 lo assolse. 

Alla fine, in seguito alle nuove perizie, che provarono le incongruenze riguardo la versione della difesa sul problema delle scarpe, Stasi venne condannato a ventiquattro anni di reclusione (pena poi ridotta a 16 anni grazie al rito abbreviato) per omicidio volontario.

Rimane un mistero il movente: Alberto venne accusato di essere in possesso di materiale pedopornografico. Secondo l’accusa Chiara lo avrebbe scoperto e per questo lui l’avrebbe uccisa. La Cassazione smentì però tale ipotesi, visto che tali file erano solo “tracce“, mai scaricate, recuperate parzialmente dalla polizia scientifica ma che non furono mai visibili all’imputato.

Nel 2022, il programma “Le Iene” manda in onda uno speciale sul caso Poggi in cui Alberto risponde, intervistato da Bollate, alle domande che gli vengono poste riguardo l’omicidio. Oggi lavora come centranilista mentre sconta la sua pena, continuando a sostenersi innocente.

Alberto Stati ha veramente ucciso Chiara Poggi?

Scritto da Gaia Vetrano

Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

PIETRO MASO: IL CASO CHE SCONVOLSE L’ITALIA. Delitto di Montecchia di Crosara

Gaia Vetrano l'1 Aprile 2023 su nxwss.com

Tra tutti i racconti che vi abbiamo narrato, questo può forse lasciare più facilmente il segno. Se la ricetta per un delitto indimenticabile vede come protagonista una figura di spicco, oggi vi raccontiamo di persone comuni. Eppure, Pietro Maso risulta essere straordinariamente fuori dal comune.

Quando parliamo di psicologia, questo è un tema che suscita sempre grande interesse. Di disturbo narcisistico, per esempio, si parla tanto, forse anche a sproposito. Gli individui che ne mostrano i tratti hanno spesso idee di grandiosità, mancanza di empatia e bisogno di ammirazione.

Il più delle volte tendono a difendersi mostrando superiorità e arroganza davanti a ciò che ritengono potrebbe mettere a rischio il proprio onore. Sono molto spesso assorbiti dal loro stesso ego, e talvolta farneticano riguardo un futuro di gloria e fama, dove loro ne sono i protagonisti assoluti.

Il narcisista dimostra di pensare di essere estremamente brillante o attraente, e sostiene quanto gli altri siano onorati di avere la compagnia di una persona del suo calibro. Si vanta di successo, potere o bellezza illimitata.

D’altro canto, già dal nome Narciso torniamo indietro all’epoca classica e al mito, nel quale un giovane tanto bello quanto insensibile viene punito dagli dèi perché talmente pieno di sé da respingere le attenzioni dello stesso Eros. Solo Aminia sembrò non arrendersi, ma ad esso Narciso regalò addirittura una spada, con cui lo esortò a suicidarsi.

Il suo corteggiatore ascoltò l’invito, trafiggendosi l’addome mentre supplicava gli dèi di essere vendicato. Narciso, ammirando così il suo volto sulla superficie di un lago, si innamorò di sé stesso. In un attimo venne sopraffatto dal pentimento e dai sensi di colpa. Non sapendo come liberarsi da questa sofferenza, prese la lama regalata ad Aminia e si uccise.

Il suo sangue uscì a fiotti dalla ferita e si tramutò in fiori.

Il volare troppo in alto implica il “credere” troppo nelle proprie ali e il non rispettare il limite; il volare troppo in basso vuol dire rinunciare e non alzarsi mai da terra.

Per Heinz Kohut il narcisismo è la coesione tra grandiosità e idealizzazione. Ma soprattutto, i disturbi che caratterizzano il narcisismo, presi singolarmente, non per forza comportano la diagnosi di questo. Insomma, una buona autostima non sempre ne è indice.

Per Kohut nasce quando vi è un blocco nello sviluppo sano del proprio Sé, e spesso questo si verifica a causa di una serie di fallimenti ambientali. Al soggetto vengono quindi negati quei bisogni che gli avrebbero permesso di crescere con un Sé equilibrato.

Infatti, ogni bambino durante la fase di crescita, tende a salvaguardarsi sviluppando un “Sé grandioso-esibizionista” e la “imago parentale idealizzata”. In questo modo il suo obiettivo è quello che tutte le attenzioni rimangano incentrate su di lui, questo tramite il ruolo chiave dei genitori.

In particolare, l’assenza da parte delle figure genitoriali determina un mancato sviluppo del Sé grandioso, che non si integra per formarne uno più maturo. Addirittura, il bambino arriverà a identificarsi in ciò che immaginava fosse il ruolo della madre o del padre, cioè quello di una figura di potere e bontà.

L’ambivalenza è quindi chiave del disturbo narcisistico, e lo rende a tutti gli effetti un fenomeno particolarmente complesso.

A volte, da piccoli ci divertiamo a giocare e a interpretare ruoli che non ci appartengono. Mettiamo in scena vite che non sono le nostre e, ogni tanto, speriamo sia ancora possibile prendere parte a recite, così da estraniarci dalle nostre esistenze.

Ebbene, per il Narciso, la propria vita è al centro di tutto. Ma a volte si rimane per così tanto tempo bloccati all’interno del proprio costume, da restare intrappolati. La cerniera del proprio abito non si alza, ma si blocca.

Per chi commette un delitto, le promesse che fino a qualche istante prima aveva giurato di mantenere, vanno all’infamia. Le persone che fino a quel momento avevano fatto parte della tua vita svaniscono nel nulla. E, per chi uccide preso da turbinii incontrollati, è questione di istanti prima di rendersi conto di cosa si è compiuto.

Uccidere è volgare. Brutale. Il delitto è un’esclusiva delle classi inferiori, un metodo che viene usato per raggiungere straordinarie sensazioni. O almeno, così diceva Oscar Wilde. Ma non sempre la fantasia stenta a rispecchiare la realtà. Al contrario, a volte è una il riflesso dell’altra, come la pozza d’acqua nel quale si specchiava Narciso.

Non serve una notte buia e tempestosa per dare inizio alla nostra storia, perché questa è già cominciata. E ha anche un nome, quello di Pietro Maso.

Per ogni società, epoca e luogo, soprattutto quelli che ritengono essere felici, è complesso rendersi conto degli angoli bui. Guardando da lontano un immenso mosaico, è difficile notare quella tessera mancante. Anche l’Italia è tra questi, soprattutto quando si parla di salute mentale.

Sono gli anni Novanta, forse fa ancora troppo strano parlarne. Al governo, per la sua ultima volta, c’è Andreotti. Il Partito Comunista si è sciolto e gli Anni di Piombo sono terminati. Anche il muro di Berlino è caduto: finalmente si comincia a respirare una nuova era. Dentro ogni casa c’è almeno un televisore acceso su “Non è la Rai” mentre alla radio vanno Lucio Dalla o Michael Jackson.

Anche i paesini di poche anime sono ora al centro dei notiziari, ma in molti continuano a cercare la fortuna all’estero. Questo nonostante il fatto che il Nord – Est del paese abbia appena conosciuto una notevole ricrescita economica. Il settore agricolo va bene, e ciò incoraggia.

Montecchia di Crosara, in provincia di Verona, è uno di quei paesini che vive di colture. È un angolo incastonato nel Veneto. Ogni volta che piove i cittadini si preoccupano particolarmente. Eppure, molti degli abitanti si sono arricchiti tanto che un po’ di acqua non è un grande dramma.

Guadagnare cifre immense di denaro è un’impresa ardua, ma diventa meno complicata se si ha l’occhio per gli affari. O un po’ di fortuna. Ebbene, Antonio Maso e Mariarosa Tessari sono proprietari di una grande eredità, di cui sono fieri. Eppure, gestirli non è tanto facile. Sono una coppia di imprenditori agricoli che nella vita ce l’ha fatta e a cui molti guarda con invidia.

Ma Montecchia è una cittadina come le altre, fatta da qualche bar, la piazza principale, le passeggiate al tramonto. Stralci di vita quotidiana, dove è raro trovare una nota dissonante. Fuori dal coro. Parliamo di un esemplare di spicco del disturbo narcisistico. Proprio Pietro Maso.

Per queste strade ci cresce, assistito dallo sguardo vigile di San Pietro, di Antonio e Mariarosa. È il terzo figlio, prima di lui le sorelle Laura e Nadia. Una famiglia come le altre che anzi, sembrerebbe addirittura quella dei film. Un tenero quadretto dove la mamma cucina tutti i giorni ottime pietanze da servire per i propri commensali, che vengono consumate non prima di aver recitato la solita preghiera.

Perché la famiglia Maso ci tiene tanto alla religione. Quando si può si va sempre a messa, tutti insieme. Non solo la domenica, se possibile. In fondo, è proprio Dio che ha spronato Antonio a lavorare, e gli ha permesso di ottenere il proprio denaro tramite immensi sacrifici, e di mettere su la semplice villetta nel quale vive. Nulla di troppo eccessivo.

Ma dell’infanzia di Pietro vi parleremo dopo. Come vi abbiamo detto, basta poco per spaventare la comunità di Montecchia, come un temporale il 17 aprile. O un omicidio.

Immaginate di trovarvi nella vostra casa e di vedere il figlio del vicino di casa accorrere verso la vostra porta e suonare con insistenza al campanello. Appena vi apre lo vedete fradicio e tremante. Gli offrite una coperta, un ombrello, magari una tisana calda, ma lui rifiuta, perché ha fretta e bisogno di aiuto.

Quando gli chiedete quale sia il problema, lui indica spaventato casa sua, e vi ripete di aver visto nel pianerottolo delle scale un corpo, ma ha paura di capire chi sia.

Così decidete di mettervi il cappotto e seguire il giovane di cui tanto vi fidate, avendolo visto in fasce. La scena nell’androne della casa accanto è raccapricciante. Il signore Antonio Maso e sua moglie Mariarosa Tessari giacciono a terra. Il loro sangue ha macchiato il pavimento e i tappeti, ma è sparso un po’ ovunque. Segno di una mattanza orribile.

Immediatamente correte a casa per chiamare la Polizia. L’immagine del sangue sparso sugli elementi d’arredo vi rimane impressa in mente. Nel frattempo, il piccolo, che non è altro che Pietro Maso, è così spaventato da avere bisogno dell’aiuto dei paramedici per calmarsi.

Eppure, non tutto di questa storia è come sembra. D’altro canto, “innocenza” fa proprio rima con “violenza”. La stessa di cui il puro Narciso si macchia. La stessa di cui anche Pietro Maso è colpevole.

Il 17 aprile 1991, le colline di Montecchia di Crosara si riempiono di narcisi.

Nessuno sarebbe disposto a uccidere i propri genitori

Pietro Maso è un giovane dal bell’aspetto, ma dall’anima deturpata. Un fiore appassito.

È il 17 luglio 1971 quando Mariarosa Tessari dà alla luce Pietro, il suo terzo figlio. Ad accoglierlo ci sono Antonio e le due sorelle. Ma anche ore di malattia. Si ammala di meningite e addirittura i medici temono non riuscirà a superare la notte. 

I genitori di questo sono preoccupati, ma Pietro sopravvive. Ha un sistema immunitario però molto fragile, e per questo motivo durante i primi anni di vita si ammala spesso, faticando a passare il tempo con i propri coetanei. Per tutto questo tempo non viene abbandonato dalla famiglia.

La mamma è dedita alla casa, il padre lavora a testa alta. La terra ripaga bene i loro sacrifici, che si trasformano in soldi da investire per il futuro dei propri figli. Ma questo non basta per Pietro.

E’ un adolescente come gli altri, con desideri e ambizioni che non si rispecchiano con quelle dei suoi concittadini, che vogliono solo a lavorare la terra. Lui pensa in grande. Vuole una quotidianità diversa. I suoi genitori la pensano così, e mai si concedono a momenti di unione familiare.

Talmente concentrati a non far mancare nulla alla propria prole, dal denaro necessario alla propria istruzione fino a quello necessario a vacanze e svago, da perdere di vista la cosa più importante: l’affetto.

Antonio e Mariarosa non sono crudeli, ma indaffarati. Non si concentrano su cosa stia succedendo nella vita dei suoi figli. Così, Pietro a diciannove anni vive per emergere dalla folla. Per ottenere le attenzioni delle belle donne, che può conquistare facendole girare sulle sue macchine lussuose e portandole a cena in poti eleganti.

Sogna una vita mondana, lontana dal Veneto. Sceglie per sé abiti lussuosi, che ogni era indossa per recarsi al pub del paese, il Don John. Lì gioca a biliardo con gli amici, si concede un attimo di svago. Non si fa problemi né a scommettere, né a bere. Ma lui non si accontenta di ciò che la notte gli può offrire.

Vuole diventare un punto di riferimento per altre persone. Un guru, simbolo di opulenza e fascino. Bello e spigliato. Irraggiungibile.

Così, cerca sempre di stupire chi lo frequenta, comportandosi in maniera disinibita ed eccentrica. Diventa un’ossessione per lui il volere stare sempre sulla bocca di tutti. Talmente preso dal far parlare di sé da neanche godere del momento stesso. Ciò che ha non gli basta mai. Le donne crollano ai suoi piedi, mentre gli altri uomini della città sognano di essere come lui.

Tra questi anche Giorgio Carbognin, un diciottenne che in Maso vede un modello da seguire. Gli chiede di insegnargli a diventare come lui. Pietro gli fornisce lezioni sul suo stile di vita, lo accompagna dal sarto. Lo trasforma nella sua esatta copia. Fa lo stesso con Paolo Cavazza e Damiano Burato.

Di sé stesso parlerà sempre non in modo unico, ma scindendo la sua personalità in due. Ai giudici, psicologi e giornalisti, Pietro racconta di aver sentito dentro di sé una presenza che cercava di uscire fuori. Quando ne parla la chiama Maso, e la descrive come egoista e malvagia. Quest’ultimo ripudia Pietro, ritenendolo debole.

Maso è l’antagonista amante del lusso e del denaro che vuole emergere. Soffoca Pietro e lo prevarica, rendendo il giovane un mostro narcisista e crudele. Ricordiamo infatti non si tratti di una personalità multipla, ma un lato di sé nascosto.

Quando a diciannove anni ha bisogno di soldi per continuare a mantenere il suo stile di vita, quelli che la sua famiglia gli fornisce non bastano. Nonostante sia al verde, lavorare da commesso non fa per lui. Non sopporta dover passare giornate intere dietro la cassa, a meno che ciò non gli dia la possibilità di rubare da lì i contanti.

Facendolo, riesce a sottrarre duecento cinquanta mila lire, che usa per fare shopping sfrenato. Ma migliaia di vestiti non gli bastano mai. Nel frattempo litiga con i suoi genitori, che gli chiedono per quale motivo non continui a lavorare.

Maso inghiotte Pietro, mentre ricerca il gesto plateale necessario per distinguerlo definitivamente dagli altri.

Serve qualcosa che mai nessuno sarebbe disposto a compiere. Perché nessuno è come Maso. Nessuno sarebbe disposto a uccidere i propri genitori.

La terza è sempre la volta buona

Premeditare un omicidio non è facile. 

Maso una volta ci aveva già provato a sterminare la sua famiglia: voleva far saltare in aria casa sua sfruttando una fuga di gas nel seminterrato. Nella cantina, infatti, Pietro nasconde alcune bombole e una centralina di luci psichedeliche che si accendevano nel captare un forte suono, come quello di una sveglia. Secondo il suo piano, le scintille provocate dall’accensione delle lampadine avrebbero innescato una deflagrazione.

Ciò non accadde perché, nonostante le luci si fossero accese, Pietro si era dimenticato di aprire le manopole. L’idea era perfetta: un bel fuoco d’artificio che avrebbe illuminato la notte. Un fatale incidente.

Ai suoi genitori, però, non sfugge la presenza delle bombole, delle luci, e addirittura del cuscino che Maso aveva infilato nella cappa del camino per evitare che il gas uscisse. Così gli chiedono spiegazioni, ma lui è bravo a mentire.

Gli racconta che fosse l’occorrente per una festa e che dal focolare entrasse troppo freddo, così aveva provato a chiuderlo. È scocciato, gli dà fastidio quando gli vengono poste troppe domande.

Da solo sa di non potercela fare. Al Bar John può trovare il supporto necessario. Soprattutto quello di Giorgio, a cui chiede l’aiuto.

«Giorgio, per la nostra vita servono soldi. Quelli che abbiamo non bastano», si lamenta Maso. Poi, sorride beffardamente, mentre l’altro comincia a stilare una serie di posti dove una rapina potrebbe risultare fruttuosa. «No, uccidiamo i miei genitori e ci teniamo l’eredità». 

A sentire le parole, Carbognin tentenna, ma accetta. Non si pone alcun problema, succube del carisma di Pietro. Insieme ne parlano, ma hanno bisogno di un terzo, così coinvolgono Paolo Cavazza. Questo è però riluttante, ma i due non accettano il no.

Per Pietro, per convincerlo, è sufficiente escluderlo dai loro giri. Non lo aspettano più  al Bar John per giocare, e non gli riservano il posto al tavolo. Alla fine, Cavazza crolla.

L’ultimo nella squadra è Damiano Burato, suo compagno fidato. I tre pendono tutti dalle labbra di Maso, che ormai ha perso l’ultimo briciolo di umanità che gli era rimasto. Guidato dalla follia, acquisisce dalla sua decisione una determinazione che mai aveva provato in vita sua. Sente di avere tra le mani il potere più alto di tutti, quello di decidere chi vive e chi muore.

Nella sua testa il piano è cristallino. Spera di riuscire a ottenere una cifra pari quasi a un milione di euro, che gli può servire per almeno un anno e mezzo. Ai suoi complici avrebbe dato il 20%, tranne a Damiano, a cui avrebbe regalato un amplificatore di sua proprietà.

Nel giro di un anno programmava di uccidere anche le sorelle Nadia e Laura, così da ottenere la restante parte dell’eredità. Poi, Damiano e Paolo. Solo Giorgio sarebbe rimasto, con cui programmava di dividere la cifra finale.

Con Carbognin pensa al come. Considerano subito l’avvelenamento, e comprano anche il veleno per topi necessario. Era sufficiente versarne un po’ nei bicchieri durante una delle cene di famiglia, e il gioco era fatto. Eppure, era improbabile che nessuno dei commensali avvertisse l’odore forte e pungente che emanava. In particolare Mariarosa, che ha un olfatto spiccato.

I mesi passano, ma non riescono a trovare un piano convincente. Giorgio e Maso ci riprovano un’altra volta. 

Pietro deve accompagnare sua mamma all’auto salone dove lavorava. Mariarosa ha infatti trovato dei soldi nei vestiti del figlio, e non capisce dove li abbia presi visto che era disoccupato da almeno un anno. Maso, così, dovendo dimostrare che non fosse coinvolto in alcuna rapina, come invece la mamma sospettava, le propone di andare a domandare lei stessa al suo vecchio datore di lavoro.

Alla madre e al figlio si unisce Carbognin, armato di uno schiaccia-bistecca. Secondo il piano, lontani da casa, Giorgio avrebbe colpito in testa Mariarosa, mentre l’altro guidava. Poi l’avrebbero buttata in un fosso. Durante la tratta in macchina Giorgio è nervoso, tremante. Il cuore gli batte a mille e continua a scambiarsi sguardi con Maso tramite lo specchietto.

Quest’ultimo guida per dieci chilometri tra le campagne, mentre aspetta il momento decisivo. Eppure, al giovane Carbognin durante il tragitto manca il coraggio. La donna gli sorride, lo conosce bene. Si fida di loro, anche del figlio, per cui nutre un profondo amore.

Pietro si accorge che c’è qualcosa che non va, così finge di bucare una ruota. Accosta e con una scusa esce a dare un’occhiata, chiedendo a Giorgio una mano. Fuori dall’auto si confronta e Carbognin confessa i suoi timori: è un piano troppo difficile, non se la sente.

Alla fine i tre torneranno a casa, non prima aver raccontato qualche altra balla sulla provenienza di quel denaro alla madre.

I due sono ancora troppo inesperti. Ma, d’altro canto, la terza è sempre la volta buona.

Pietro non esiste più, è stato inghiottito da Maso

Improvvisamente, dopo un anno di piani andati a vuoto, arriva un evento decisivo. La miccia necessaria.

Giorgio si fa prestare dal suo datore di lavoro 25milioni lire per comprarsi un’auto, e lo comunica contento a Maso. Quest’ultimo guarda il malloppo e gli propone di usarli per comprare da bere. In cambio, il giorno dopo sarebbero andati in banca e gli avrebbe fatto un assegno.

Tornato a casa quella notte, copia su un’agenda la firma della madre. Pagine e pagine in cui imita la sua calligrafia. Il giorno dopo si presenta in banca con un assegno falsificato di 25 milioni di lire, che gira al Carbognin. 

Nel giro di un paio di giorni la mamma si rende conto della grossa somma di denaro persa. È arrivato il momento di ucciderla. Il calendario segna il 17 aprile 1991. I quattro si danno appuntamento al Bar John. Poi Giorgio e Paolo vanno a casa di Pietro, mentre Maso si reca a casa di Damiano per recuperare delle tute da metalmeccanico, delle spranghe, delle maschere da diavolo e dei sacchi di nylon.

Mentre recuperano le armi, comincia a piovere. I quattro si ritrovano nel salotto di Maso e aspettano che la Antonio e Mariarosa ritornino a casa: come ogni mercoledì sono a un seminario, dove insieme ad altri fedeli studiano l’Antico Testamento. Quella sera il Signore volge il loro sguardo altrove.

56 anni Antonio, 48 Mariarosa. Prima di tornare a casa, passano addirittura davanti il Bar John, dove pensano si trovi Pietro, che avrà forse bisogno di un passaggio a casa. Quest’ultimo è invece seduto nel suo divano, stoico, mentre aspetta che ritornino a casa.

Damiano, Paolo e Giorgio simulano un blackout. Poi indossano le maschere, tranne Pietro. Lui la indossa già.

Appena la coppia apre la porta, la tensione è così alta da sovrastare il rumore della pioggia. Come un fulmine che squarcia il cielo, i quattro si accaniscono prima sul padre, e lo riempiono di sprangate. A ruota segue Mariarosa, che viene colpita da una padella. 

I genitori si aggrappano alla vita, ma sono stremati. Giorgio finisce Antonio a pistoni, schiacciandogli il collo con lo stivale.

A infierire il colpo decisivo sulla madre sarà Pietro. Questo la guarda per l’ultima volta, illuminato dai bagliori dei fulmini. Per lui quella donna è un peso ingombrante. Così le riempie la bocca di cotone, poi si fa passare un sacco di nylon e la soffoca.

Sono passati esattamente 53 minuti. Un’ora di sofferenza prima che la mattanza finisca.

Maso nel suo riflesso non vede nulla. Non è come Narciso, che si innamora di sé stesso. Vede solo un pozzo di oscurità. Non sente trionfo né gloria. Un enorme buco nero che ha assorbito la sua luce.

Pietro non esiste più, è stato inghiottito da Maso.

Bisogna costruire un alibi e spostare i corpi. Questi non possono essere buttati nella immondizia, perché nessuno ha il coraggio di spostarli dal pavimento. Così guidano verso la discoteca, perché devono farsi vedere.

Ma Pietro non vuole andare a ballare, non sente nulla. Alle 2 se ne va, accompagna i complici alle loro abitazioni e poi torna a casa.

Dopodiché, corre verso casa del vicino, piangendo. Fradicio, chiama aiuto, disperato.

Mette su lo stesso teatrino da cui il nostro racconto è incominciato. Poi, va a casa delle sorelle, dove viene accudito. Al momento di andare a dormire, Maso lascia i suoi indumenti su una sedia. Non si accorge della macchia di sangue che ha sui pantaloni.

La fine dei giochi

Il giorno dopo, le autorità compiono i primi rilievi.

Il signor Antonio è sdraiato su un fianco, Mariarosa è supina. Attorno a loro c’è una discreta confusione. Nulla che lasci pensare a una rapina. Un ladro arraffa ciò che trova in bella vista, non crea il caos. Non ha il tempo per fare macello, buttare a terra vestiti e rompere i mobili.

Inoltre, da casa non manca nulla. Le lampadine svitate fanno intendere che il killer avesse avuto il tempo sufficiente per preoccuparsi anche dell’illuminazione giusta. E poi non ci sono segni di infrazione.

Attorno la casa si raduna tutto il paese, ma non si rende conto che il presunto assassino è proprio lì davanti, che recita la sua versione della storia con distacco. Tra le tante cose che dice, racconta di aver visto le gambe della madre mentre saliva le scale che portavano dal garage al soggiorno, ma secondo quanto riportato dagli inquirenti, ciò è impossibile.

Laura il giorno dopo lo chiama e gli dice che devono andare in banca. Lì gli mostrano l’assegno falsificato. Maso confessa di averli presi lui, ma non si capisce perché sia intestato allora a Carbognin. Inoltre, gli inquirenti avevano da poco trovato l’agenda dove Pietro si era allenato a falsificare la firma della mamma.

In meno di 48 ore dal delitto Maso viene portato in caserma, insieme ai suoi tre amici. A uno a uno vengono interrogati. Quando Paolo torna dall’interrogatorio a Pietro gli sussurra: «Assassino».

I tre confessano. Maso, davanti gli inquirenti non vuole parlare. Come sempre scocciato, gli dice che ciò che gli altri hanno detto va bene. Pietro è arrivato al capolinea. È la fine dei giochi. 

Il processo è il suo gran finale. In tribunale si presenta con uno dei suoi completi eleganti e un foulard a pois. I capelli pettinati all’indietro e un sorriso beffardo. Non mostra pentimento, ma solo egocentrismo. Maso ride a chi urla si meriti l’ergastolo. Spera soltanto che questa scocciatura abbia fine perché ha sempre odiato chi gli pone troppe domande.

Sulla base dei suoi atteggiamenti richiederanno una perizia psichiatrica, che gli diagnosticherà un disturbo narcisistico, che però non ha un’influenza tanto forte da non privarlo della capacità di intendere e di volere. Il giudice gli riconosce trent’anni di reclusione.

Le sorelle chiudono l’eredità e i contatti con lui. In un’intervista a la Repubblica del 5 febbraio 2007 Maso dichiarò che molti ragazzi gli scrivessero per chiedergli consigli, trovandosi nella sua situazione. Dopo tre anni di carcere arriva il pentimento e, sotto la guida di Don Guido Todeschini, direttore di Telepace, chiede il perdono delle sorelle.

Dal 2015 è un uomo libero. Pietro cadrà vittima della cocaina. I soldi non gli bastano: un giorno confesserà di voler uccidere le sorelle per trovare il denaro. Per questo motivo perderà nuovamente i contatti con Nadia e Laura, oggi sotto scorta.

Oggi Pietro Maso abita nel veronese. Si trova a Settimo di Pescantina, dove lavora come giardiniere per la parrocchia. Per il momento, questo è tutto ciò che gli resta.

Scritto da Gaia Vetrano

Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore. 

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passione e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

Delitto Melania Rea, il fratello: "Parolisi? Non sappiamo più nulla". La bambina ha cambiato cognome: "È bravissima a scuola e ci dà tante soddisfazioni", racconta Michele. Federico Garau il 20 Aprile 2023 su Il Giornale.

Sono trascorsi oramai 12 anni dalla data in cui il corpo senza vita di Melania Rea fu rinvenuto nel Bosco delle Casermette di Ripe di Civitella (Teramo), ma quell'efferato delitto non si è mai sbiadito nei ricordi della gente e men che meno in quelli dei familiari della donna, in primis del fratello Michele.

Pochi giorni prima, il 18 aprile del 2011, era stato il marito Salvatore Parolisi, ex caporale maggiore dell'esercito, a denunciarne la scomparsa alle autorità. La giovane madre di Somma Vesuviana (Napoli), che aveva allora 29 anni, si trovava in compagnia dell'uomo e della loro figlia di appena 18 mesi per una gita fuori porta. Parolisi aveva raccontato che lei si era allontanata momentaneamente per andare alla toilette, senza tuttavia fare più ritorno. La salma della 29enne fu ritrovata due giorni dopo solo grazie a una misteriosa telefonata anonima: un corpo letteralmente martoriato da un omicida spinto da una furia incontrollabile.

Per quell'orribile omicidio, dopo ben quattro processi, fu condannato a 20 anni di reclusione proprio il marito della vittima: per i giudici Salvatore Parolisi uccise la donna con 35 coltellate "in un dolo d'impeto", lasciandola peraltro a terra agonizzante. Ad oggi restano ancora dei punti oscuri sulla vicenda, dato che non è mai stata rinvenuta l'arma utilizzata nel delitto dall'ex caporale maggiore, né si è mai compreso a chi appartenesse la voce dell'uomo che consentì con una telefonata anonima al 113 di rinvenire il corpo senza vita della povera Melania.

Le parole di Michele

Di Salvatore Parolisi si sono quasi perse le tracce, anche se negli ultimi anni sono circolate sempre più spesso voci che parlavano di uscite dal carcere per permessi premio connessi alla sua impeccabile condotta tenuta dietro le sbarre. Permessi in effetti previsti dalla legge, ma di cui non si ha certezza, come spiega il fratello di Melania.

"Purtroppo quella stessa legge che prevede tanti diritti, a noi non consente di sapere nulla su di lui", spiega con amarezza a Il Messaggero Michele Rea, che ha accolto la figlia della sorella nella sua famiglia. "Non credo che quando uscirà dal carcere verrà a cercare sua figlia", dice ancora l'uomo riferendosi proprio all'ex caporale maggiore, "perché se ci avesse tenuto a lei, noi adesso non staremmo neanche parlando e Melania sarebbe ancora viva".

Ormai la bambina, che ha cambiato cognome, vive da anni con lo zio, il quale di recente ha avuto un figlio. "Mia nipote gli fa da sorella maggiore", racconta Michele, "posso davvero dire che con lei stiamo tutti facendo un buon lavoro. È bravissima a scuola e ci dà tante soddisfazioni". Ripensare all'efferato omicidio di Melania spinge l'uomo a effettuare un'amara riflessione sulle ancora troppo numerose vittime di femminicidio. "Non è possibile che dopo questi fatti siano le vittime e le loro famiglie a doversi sempre difendere dagli assassini", considera l'uomo.

Una figura importante per la famiglia Rea, sia dal punto di vista professionale che oramai da tempo affettivo, è quella dell'avvocato Mauro Gionni. "Ci siamo risentiti telefonicamente proprio in questi giorni perché gli ho voluto manifestare la mia vicinanza", rivela il legale riferendosi a Michele. "Ci siamo ripromessi di rivederci come facevamo prima del periodo di Covid". "La decisione di far cambiare il cognome alla bambina, che poi non è più una bambina, la reputo giusta", aggiunge. "D'altronde, hanno ottenuto l’autorizzazione ed è tutto legale".

Le parole dell'ex militare. Perché sono stati revocati i permessi a Salvatore Parolisi, condannato per l’omicidio di Melania Rea. Per godere dei benefici di legge il condannato non deve più dimostrare di non essere pericoloso ma deve accettare la sentenza dei giudici. Iuri Maria Prado su L'Unità il 15 Luglio 2023

Sarebbe stato meglio se avessero revocato i permessi a Salvatore Parolisi, condannato a vent’anni di reclusione per l’assassinio della moglie, con motivazioni tipo queste: “Perché sì”, “Perché ci girà così”, “Perché il giudice fa quel cavolo che gli pare”. E invece a quel condannato, che ha scontato i primi otto anni di carcere professando la propria innocenza ma mantenendo il comportamento presumibilmente ineccepibile che gli ha consentito di fruire delle prime licenze, si rimprovera (ascoltate bene) di considerare ingiusta la condanna a suo carico. Un’intervista rilasciata dal detenuto, infatti, testimonierebbe, secondo la magistratura che gli revoca i permessi, “il vissuto di chi ritiene di essere stato ingiustamente condannato”. Scandalo.

Tradotto, significa che il detenuto non merita di essere mandato ai servizi di volontariato, fruendo appunto e a tal fine dei permessi necessari, se non si inchina alla sentenza che lo ha condannato e se dunque non confessa di aver fatto ciò che la giustizia gli imputa. Per godere dei benefici di legge, insomma, il destinatario di una condanna non deve dimostrare di non essere più pericoloso, di poter svolgere per il bene comune attività fuori dal carcere, di poter essere reinserito in società senza nocumento per gli altri: no, deve dare prova di aver “compreso il significato e la valenza” della condanna e dei permessi premio. Tipo l’eretico sottoposto a inquisizione: deve comprendere il significato della corda e della mordacchia, e capire il valore del provvedimento che lo libera da quei vincoli, cioè l’equanimità dell’aguzzino che premia la soggezione del condannato alla sacralità della giustizia.

È inutile precisare che la responsabilità di questo Parolisi per l’assassinio della moglie non viene in nessun conto nella discussione di questo sviluppo della vicenda giudiziaria, che è chiusa appunto con la sentenza che ha accertato la commissione del delitto e il nome di chi l’ha commesso. La discussione è su un altro fronte: su quello del diritto di fruire dei permessi stabiliti dalla legge a prescindere (si spera) da ciò che il detenuto pensa della sentenza. A prescindere (si spera ancora) dagli psicologismi giudiziari sul dovere intimo del detenuto di dare ragione alla giustizia che lo ha condannato. A prescindere, infine, dal “lavoro introspettivo” cui il detenuto, secondo questa giurisprudenza strabiliante, sarebbe tenuto per poter ambire a fare volontariato in una parrocchia.

Salvo credere che il condannato, per ottenere il permesso di svolgere attività fuori dalla prigione, non debba semplicemente comportarsi bene e dare segno di non essere pericoloso: ma adorare la giustizia che lo ha condannato e rinunciare al diritto di professarsi innocente. Per tornare in società, dunque, non quando la sua situazione dimostra che non può più far male e anzi potrebbe essere in qualche modo utile alla società: ma solo quando piega la schiena per baciare la pantofola del magistrato che ha scritto la sua condanna. È una giustizia da brividi quella fondata sulla confessione e sulle implorazioni del condannato.

Iuri Maria Prado 15 Luglio 2023

Estratto da open.online il 14 luglio 2023.

La libertà di Salvatore Parolisi è durata pochissimo. All’uomo condannato per l’omicidio della moglie Melania Rea sono stati revocati tutti i permessi. Parolisi aveva infatti rilasciato un’intervista al programma di Raitre “Chi l’ha visto?”. 

Nella quale aveva detto che a lui «non hanno mai provato» l’omicidio della moglie. Quelle parole hanno provocato la giustificata reazione del fratello della moglie Michele. Ma soprattutto, fa sapere oggi il Corriere della Sera, il tribunale di sorveglianza gli ha revocato tutti e 15 i permessi che gli erano stati concessi fino a ottobre. Perché ha dimostrato di non aver «compreso il significato» della condanna. Svalutando così il processo, il percorso di reinserimento e anche «la figura della donna». 

[…]

La decisione della magistrata di sorveglianza Rosanna Calzolari è arrivata proprio in conseguenza dell’intervista. Il tribunale presieduto da Giovanna Di Rosa dice che le frasi di Parolisi dimostrano che si ritiene «ingiustamente condannato». E quindi non ha compreso la valenza dei permessi-premio. Che hanno una funzione pedagogico-propulsiva. […] «la gravità delle affermazioni e l’assenza di consapevolezza» da parte di Parolisi determinano la marcia indietro. Che […] dovrebbe servire a Parolisi per «stimolare un’approfondita riflessione» e consentire «una sua ulteriore osservazione».

 Parolisi e la “condanna ingiusta”: revocati i permessi premio. Eleonora Ciaffoloni su L'Identità il 14 Luglio 2023.

Sono stati revocati tutti i permessi per Salvatore Parolisi, condannato a 20 anni di carcere per l’omicidio della moglie Melania Rea. Una decisione presa dal tribunale del Riesame di Milano a seguito delle polemiche montate a seguito delle dichiarazioni dello stesso Parolisi, all’uscita dal carcere di Bollate per un permesso premio.

Revocati i permessi premio per Parolisi: “Mancanza di consapevolezza”

Per l’ex militare i permessi premio, quindi la possibilità di uscire dal carcere una volta a settimana fino a ottobre (per un totale di 15 permessi) è arrivata dopo aver scontato 12 anni di carcere, sui 20 della condanna. Una concessione che ora è stata rivista a causa della “gravità delle esternazioni e l’assenza di consapevolezza” del detenuto, che ha dimostrato di non aver “compreso il significato” della condanna svalutando il processo, il percorso di reinserimento e la “figura della donna”.

Parolisi e le frasi incriminate fuori dal carcere

Prolisi, fuori dal carcere milanese si era sfogato ed era stato ripreso dalle telecamere della trasmissione Chi l’ha visto.  L’ex militate ha scaricato su Melania la responsabilità delle sue “scappatelle” con amanti compresa l’ultima, quella con Ludovica, la soldatessa della caserma Clementi di Ascoli dove lui lavorava come istruttore. “Non avrei mai lasciato Melania per Ludovica, anche se a mia moglie rimprovero di avermi lasciato solo troppo spesso, andando dalla madre in Campania o facendo venire su lei e noi non potevamo avere più rapporti” ha detto Parolisi. E ancora: “Le davo ogni mese 500 euro sui 1.300 che guadagnavo: se non è amore questo…”. Tutte dichiarazioni che hanno fatto cambiare idea ai giudici sul percorso di “di reinserimento e riabilitazione sociale graduale e concreto” del detenuto.

La coppia viveva a Folignano, in provincia di Ascoli, insieme alla loro figlioletta Vittoria (affidata ai nonni materni che vivono in Campania): l’omicidio della donna risale al 18 aprile 2011: Melania fu trovata morta a Ripe di Civitella, nel Teramano.

Chiedo solo di rivedere mia figlia Salvatore Parolisi nel 2011. Panorama il 06 Luglio 2023

Come Eravamo. Da Panorama del 26 ottobre 2011. Il caporal maggiore accusato dell’omicidio della moglie invia una lettera dal carcere tramite i suoi avvocati Nicodemo Gentile e Chiedo solo di rivedere mia figlia

In cella, confessa il militare, il pensiero va sempre alla sua bambina di 2 anni. Nel carcere le giornate si somigliano tutte, hanno tutte lo stesso colore quando c’è pioggia. Sono grigie, quando c’è sole sono ancora più grigie. Il tempo non finisce mai, le ore sono più lunghe delle giornate, i minuti sembrano ore, pesanti come pietre. In carcere si pensa tanto, tantissimo. Penso a mia figlia, solo Dio sa come sto soffrendo ora. Anche prima di entrare in carcere soffrivo quando me ne privavo per rincuorare la famiglia Rea e ora sono proprio loro che impediscono a me di vederla senza alcun valido motivo. Tutto ciò è profondamente ingiusto, sto sopportando, non so fino a quando, solo perché pensando a mia moglie so quanto dispiacere le avrei dato se avessi privato i suoi familiari della gioia di vedere mia figlia e perché non voglio assolutamente che lei sia al centro di assurde contese che le farebbero solo male. Pertanto, aspetto, augurandomi che il buon senso almeno con riguardo alla bambina prevalga. Penso alla mia posizione e sento rabbia. Non capisco perché continuano a far passare un’immagine di me che non mi appartiene. Vigliaccamente proiettano atti e video che servono soltanto a infangare la mia persona, utilizzando comparse pronte a parlare in ogni momento e a qualsiasi ora pur di apparire. Penso invece che non parlino mai di un’indagine che, oltre a scoprire un tradimento, per il quale pubblicamente ho chiesto scusa a Dio, al mondo e soprattutto intimamente, ogni giorno, a mia moglie, altro non dice, anche perché sono 6 mesi che sentono sempre le stesse persone che dicono sempre le stesse inutili cose. Continuerò a difendere la mia assoluta innocenza. Sono convinto che prima o poi i giudici mi ascolteranno e riconosceranno le mie ragioni. Salvatore Parolisi

BOX

I legali contro la procura: «Inchiesta avvitata su se stessa» Il 25 gennaio sarà un giorno importante per l’inchiesta sull’omicidio di Melania Rea, che vede come unico indagato il caporal maggiore dell’Esercito Salvatore Parolisi, marito di Melania. Quel giorno, in Cassazione, si discuterà il ricorso dei difensori del militare, gli avvocati Walter Biscotti e Nicodemo Gentile, presentato contro il provvedimento del Tribunale del riesame dell’Aquila che ha confermato la custodia in carcere per il militare. I legali insisteranno su alcuni punti fondamentali che fino a oggi hanno caratterizzato la difesa. A cominciare dall’ora della morte di Melania, lo scorso 18 aprile, fissata dalla procura tra le 14.30 e le 15.10, in base a relazioni tecniche che i consulenti della difesa considerano troppo discordanti. Un altro argomento centrale dello scontro processuale è il dna: non si sa ancora a chi appartenga quello femminile trovato sotto un’unghia di Melania, né quello maschile sul corpo. Inoltre, vennero recuperati cinque capelli che non appartengono a Melania o a Salvatore; e sono ancora avvolte nel mistero pure la misteriosa impronta di scarpa trovata accanto al cadavere e le tracce di pneumatici sul luogo del delitto. In sostanza, Biscotti e Gentile puntano il dito contro la procura: trascurando elementi importanti, si starebbe avvitando dietro l’ascolto degli stessi testimoni, e dietro un movente ritenuto debole, quello del tradimento. «Parolisi» dicono «non era tra due fuochi, non vedeva l’amante (l’allieva Ludovica Perrone, ndr) da mesi, pochi giorni prima avrebbe avuto contatti intimi con Melania». Anche sul presunto vilipendio del cadavere, vista la totale assenza di indizi che dimostrino un ritorno di Parolisi sul luogo del delitto (il bosco di Ripe di Civitella, nel Teramano), i legali promettono battaglia. Tutti i movimenti del caporal maggiore dal 18 al 20 aprile, spiegheranno in Cassazione, sono stati passati al setaccio. Conclusione della difesa: Parolisi non può avere mentito. Da sinistra, Walter Biscotti e Nicodemo Gentile.

Parolisi a ‘Chi l’ha visto?’: “Potevo uscire da 4 anni. Melania era bellissima”. By adnkronos su L'Identità il 5 Luglio 2023

(Adnkronos) – “Potevo uscire 4 anni fa. Mi hanno dato dodici ore di permesso dopo dodici anni…”. Parla per la prima volta con 'Chi l'ha visto?' Salvatore Parolisi, condannato per l'omicidio della moglie Melania Rea. E ammette di averla tradita più volte. "Con Ludovica era una solo una scappatella, Melania era bellissima", ha detto ancora. Sulla possibilità di uscire dal carcere: "Mi mancano 4 anni l'anno prossimo, se trovassi un lavoro potrei uscire. Ma chi me lo dà? Quando sentono il mio nome e cognome scappano". Parolisi, in permesso premio, ha parlato per la prima volta dopo la condanna in via definitiva per l’omicidio della moglie. Parolisi, che ha scontato 12 dei 20 anni di carcere previsti dalla sentenza di condanna, può ora usufruire dei permessi giornalieri e lasciare la struttura carceraria dove è recluso. 

“Potevo uscire 4 anni fa. Mi hanno dato dodici ore di permesso dopo dodici anni…”, parla per la prima volta Salvatore Parolisi, condannato per l'omicidio della moglie Melania Rea.

Parolisi torna libero e continua a mentire: “Ho tradito Melania ma non l’ho uccisa”. Rita Cavallaro su L'Identità il 6 Luglio 2023 

“Ho tradito Melania ma non l’ho uccisa, con Ludovica era solo una scappatella”. Salvatore Parolisi continua a mentire, a negare ogni responsabilità nell’uccisione di sua moglie Melania Rea, ammazzata il 18 aprile 2011 a Colle San Marco, in provincia di Ascoli Piceno. Camicia bianca, tracolla in spalla e quella solita maschera da bravo ragazzo, come quando andava a piangere in tv perché qualcuno aveva ucciso la sua Melania. Nonostante sia ritenuto un detenuto modello nel carcere di Bollate, dove il caporal maggiore dell’Esercito sta scontando la sua condanna a vent’anni per l’assassino della consorte, il suo percorso riabilitativo sembra lontano dall’essere portato a compimento. Perché tra gli obiettivi della rieducazione dovrebbe esserci quello dell’accettazione della condanna che presuppone, di conseguenza, l’ammissione delle proprie responsabilità. E dopo dodici anni di reclusione l’atteggiamento di Parolisi, che da carnefice ha recitato sempre la parte della vittima, non appare molto cambiato, davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto?”, il programma di RaiTre condotto da Federica Sciarelli. La troupe ha intercettato Parolisi fuori dal penitenziario, mentre camminava come un uomo libero qualunque. Ha infatti cominciato a usufruire dei permessi premio previsti dalla legge, in virtù del fatto che il militare è considerato un detenuto modello, che lavora come centralista e durante il suo percorso non ha mai mostrato comportamenti inappropriati, anzi ha intrapreso un corso di laurea in Giurisprudenza, con il desiderio di diventare avvocato.

E davanti alla telecamere ha sfoggiato le sue doti affabulatorie da avvocato provetto, mettendo in scena una difesa che contrasta con le tre sentenze di condanna quale assassino di Melania e con il fine rieducativo della detenzione. “Ho tradito Melania, l’ho tradita più volte, ma non l’ho uccisa”, sono state le sue prime parole dopo dodici anni di silenzi, aggiungendo che con l’amante Ludovica, la soldatessa con cui aveva una relazione extraconiugale, “era solo una scappatella”. Alla domanda della giornalista, che gli chiedeva se fosse in permesso premio, Parolisi si è lamentato sottolineando che “ho avuto un permesso premio di 12 ore dopo 12 anni”. E ha piagnucolato: “Sarà dura con il mio nome, c’è chi ha pregiudizi, chi no. Se trovassi un lavoro potrei uscire, ma chi me lo dà un lavoro, appena sentono il mio nome scappano”. Parole che hanno suscitato critiche e riaperto il dolore della famiglia Rea, che ormai da tempo combatte contro la possibilità che al caporal maggiore vengano riconosciuti sconti di pena. Una famiglia che non ha mai perdonato Salvatore per quello che ha fatto a Melania, vittima di un castello di bugie e tradimenti costruito dal militare che portava avanti una doppia vita: marito e padre devoto con i Rea, single e pronto a impegnarsi seriamente con la sua amante Ludovica. E quando Parolisi non è stato più in grado di recitare due parti in commedia, ha messo in atto la tragedia, scegliendo di uccidere sua moglie, diventata un ostacolo alla sua felicità, e di rendere orfana di madre la figlia Vittoria, all’epoca di soli 18 mesi.

Quel terribile 18 aprile 2011 Parolisi andò con la povera Melania nel bosco di Ripe di Civitella e la uccise con 35 coltellate, accanendosi sul cadavere seminudo per sviare le indagini. Poi denunciò la scomparsa della donna, depistando prima le ricerche e in seguito l’inchiesta per omicidio. Quando i messaggi su Facebook e le intercettazioni portarono alla luce la relazione con Ludovica, il cerchio si strinse attorno al marito, inchiodato dall’ultimo bacio, quello della morte, che aveva dato a Melania. In primo grado fu condannato all’ergastolo, ma caduta l’aggravante della crudeltà la pena è stata fissata a vent’anni.

"Troppi pregiudizi...". Parolisi in permesso premio lascia il carcere. Parolisi ha trascorso in carcere 12 dei 20 anni che gli sono stati comminati dalla Cassazione come pena per l'accusa di omicidio dei confronti della moglie, Melania Rea. Francesca Galici il 5 Luglio 2023 su Il Giornale.

Intervista esclusiva rilasciata da Salvatore Parolisi, l'ex militare condannato in via definitiva per l'omicidio della moglie, Melania Rea, a Chi l'ha visto durante uno dei permessi premio di cui può godere dopo aver scontato 12 dei 20 anni di carcere previsti dalla sua condanna definitiva. "Troppi pregiudizi...", così dice l'uomo alla giornalista del programma di Rai 3 che l'ha raggiunto durante una delle uscite che gli sono concesse. Viene considerato un detenuto modello e per la buona condotta nel nostro ordinamento sono previsti dei benefit.

L'omicidio, la detenzione, il futuro: "Parolisi detenuto modello"

Salvatore Parolisi, che oggi dice che "sarà dura" col suo nome ricominciare una nuova vita, nonostante stia pagando il suo conto con la giustizia. Gli italiani non hanno dimenticato quanto accaduto il 18 aprile del 2011, quando Melania Rea, moglie di Parolisi, scomparve nel nulla a Colle San Marco, in provincia di Ascoli Piceno. Fu lo stesso militare a chiamare i soccorsi, raccontando che sua moglie non era più reperibile. I due, insieme alla loro figlia, allora bambina, stavano facendo una gita nel bosco quando, all'improvviso, Parolisi perse le tracce della moglie. Il corpo della donna venne ritrovato all'interno del bosco, vicino a un punto ristoro, due giorni dopo la denuncia di scomparsa e i marito diventò il principale sospetto. Nonostante gli appelli in tv, Parolisi spente le telecamere telefonava alla sua amante e le chiedeva di mentire per sostenere le sue tesi. Inoltre, mentre le forze dell'ordine erano impegnate a cercare la moglie, lui era in caserma per cancellare le tracce dei suoi tradimenti su Facebook. Questi, e altri atteggiamenti sospetti hanno acceso i riflettori suo suo comportamento. Parolisi non si è mai professato colpevole.

Durante la reclusione, Parolisi si è iscritto all'università e ha dato 7 esami presso la facoltà di Giurisprudenza. Pare che abbia sempre tenuto un basso profilo durante gli anni di permanenza in carcere e che abbia iniziato a lavorare come centralinista, dimostrandosi ligio ai suoi doveri. Si sa poco altro della sua reclusione, ma tra le poche certezze emerge l'impossibilità di sentire sua figlia Vittoria, che oggi vive con i nonni ed è ormai adolescente. Aveva un anno e mezzo quando sua madre è scomparsa e a seguito dell'iter giudiziario Parolisi ha perso ogni diritto su di lei, non avendone più la patria potestà. Inoltre, pare che la ragazzina, che oggi vive a Somma Vesuviana, abbia chiesto e ottenuto di poter cambiare cognome per non portare più quello del padre, un macigno troppo pesante per i suoi trascorsi.

In permesso premio. Salvatore Parolisi ‘libero’ dopo 12 anni di carcere per l’omicidio della moglie Melania Rea: “Sarà dura, ci sono pregiudizi”. Redazione su L'Unità il 5 Luglio 2023

Salvatore Parolisi parla per la prima volta davanti alle telecamere tv dopo la condanna definitiva per l’omicidio della moglie, Melania Rea. L’ex militare, che ha scontato 12 dei 20 anni di carcere previsti dalla sentenza di condanna, è stato “intercettato” dagli inviati della trasmissione di Rai3 ‘Chi l’ha visto’ all’esterno del carcere milanese di Bollate, dove sta scontando la pena.

Parolisi sta godendo infatti di permessi premio per la sua condotta da detenuto “modello”: lavora, come anticipa il Corriere della Sera, come centralinista e può dunque lasciare la struttura carceraria dove è recluso. Proprio durante la detenzione Parolisi ha dato una ‘sterzata’ alla sua vita: si è iscritto alla facoltà di Giurisprudenza alla Statale di Milano, dando anche diversi esami, ma nel frattempo ha perso completamente i contatti con la figlia Vittoria, di cui non ha più la responsabilità genitoriale. Oggi la ragazzina vive con i nonni a Somma Vesuviana, in provincia di Napoli, e non porta più il cognome del padre.

“Sarà dura, perché il nome….è un po’ così“, afferma Parolisi incalzato dalla cronista della Rai che gli chiede come sarà fuori dalla prigione. “Poi c’è chi ha pregiudizi, chi invece no, quindi insomma è un po’…“, continua Parolisi, poi il promo s’interrompe e rimanda l’appuntamento alle 21.20 di stasera.

L’omicidio

Carmela Rea, detta Melania, svanisce nel nulla il 18 aprile 2011 in provincia di Ascoli Piceno. La scomparsa della 29enne, madre di una bambina di 18 mesi, Vittoria, viene denunciata dal marito Salvatore, caporalmaggiore dell’esercito in servizio al 235° RAV di Ascoli Piceno. La coppia, entrambi sono campani, era in realtà in crisi da tempo: mentre nella zona si attivano le ricerche di Melania, il marito si occuperà di cancellare il profilo Facebook utilizzato per mantenere i contatti e chattare con l’amante, una soldatessa dell’esercito.

Due giorni dopo la denuncia, una telefonata anonima segnala la presenza di un corpo nel bosco delle Casermette a Ripe di Civitella del Tronto: è quello di Melania, trovata seminuda e sfigurata da 29 coltellate. I sospetti virano subito sul marito militare, che nega ogni accusa di omicidio e anche di avere una relazione extraconiugale. Il 21 giugno Parolisi viene formalmente iscritto nel registro degli indagati, il 19 luglio arrestato: lui continua a ribadire di non aver ucciso la moglie, ammettendo di averla tradita.

In tribunale Parolisi viene condannato in tutti i gradi di giudizio, ma con pene via via più lievi: ergastolo in primo grado, 30 anni in Appello e 20 in Cassazione, con i giudici che non riconoscono l’aggravante della crudeltà nonostante le 29 coltellate sferrate alla moglie.

Quanto al movente, i giudici scrivono che il delitto scaturì “dopo un impeto d’ira, nato da un litigio tra i due coniugi e dovuto alla conclamata infedeltà coniugale dell’uomo”.

La reazione della famiglia Rea

L’evento ha subito scatenato la reazione della famiglia di Melania Rea. Il fratello Michele, in un’intervista a Il Centro, ha dichiarato: “In tv ripeterà che è innocente, che non ha ucciso. Ma niente potrà cancellare quello che ha fatto. Pensare che lo dirà ancora una volta ci addolora e ci fa tanta rabbia. Può dire quello che vuole, ma ci sono tre sentenze, tre gradi di giudizio che stabiliscono che lui ha ucciso mia sorella lasciandola agonizzante, colpendola mentre la figlioletta era in macchina“.

“Dopo l’omicidio di Melania – ha continuato – la mia famiglia ha fondato un’associazione contro la violenza sulle donne perché l’attenzione resti sempre alta, ma è lo Stato che deve fare di più. Invece resta al balcone a guardare gli omicidi che aumentano, a fare sconti agli assassini che possono rifarsi una vita. Ma alle vittime chi ci pensa?“. Redazione - 5 Luglio 2023

Salvatore Parolisi in libertà dopo 12 anni in carcere. A «Chi l’ha visto» dice: «Ho tradito Melania più volte ma non l’ho uccisa. Con Ludovica solo una scappatella». Valentina Baldisserri su Il Corriere della Sera il 5 Luglio 2023

Il 18 aprile 2011 la donna sparì nel nulla a Colle San Marco (Ascoli Piceno). La denuncia del marito, poi due giorni dopo il ritrovamento del cadavere. Parolisi, unico indagato per il delitto, è stato condannato a 20 anni, ma si è sempre professato innocente 

Salvatore Parolisi, condannato a 20 anni di carcere per l’uccisione della moglie Melania Rea, per la prima volta dopo anni di silenzio (e di carcere) ha parlato in una intervista esclusiva annunciata dal programma «Chi l’ha visto?» dichiarando: «Ho tradito Melania più volte ma non l’ho uccisa. Con Ludovica è stata solo una scappatella». «Mi hanno dato 12 ore di permesso dopo 12 anni. Se trovassi un lavoro potrei uscire, ma chi me lo dà un lavoro quanto sentono il mio nome e cognome, scappano» ha poi aggiunto.

Parolisi è stato intercettato dagli inviati della trasmissione all’esterno del carcere di Bollate (in provincia di Milano) dove è rinchiuso per scontare la pena. Era in permesso premio perché la sua condotta pare essere quella di un detenuto “modello”, lavora come centralinista, mai un comportamento inappropriato. Per questo da qualche tempo può usufruire dei permessi giornalieri. Ed è inevitabilmente alta la curiosità per questa intervista ad un uomo che dal 2011 alla condanna diventò (suo malgrado) un personaggio mediatico. In tv piagnucolava per sua moglie poi, fuori dagli studi, telefonava all’amante chiedendole di mentire.

Come sarà cambiato nel corso di questi 12 anni trascorsi in carcere l’ex caporalmaggiore dell’esercito? Cosa dirà dopo tanti anni di totale chiusura al mondo esterno?

Detenuto “modello”

Di lui si sa per certo che ha cercato di dare una sterzata alla sua vita, ha voluto ricominciare daccapo, come se si potesse cancellare tutto. Ha intrapreso un percorso di studi, si è iscritto alla facoltà di giurisprudenza alla Statale di Milano, ha dato sette esami. Tutto il resto è avvolto nel buio più totale. Di sicuro non può più vedere né sentire sua figlia Vittoria, di cui da tempo ha perso la patria potestà. La piccola, che al momento dei tragici fatti aveva 18 mesi, vive con i nonni materni a Somma Vesuviana e non porta più il cognome del padre. Ha ottenuto di cancellare dalla sua carta di identità il passato, ora per tutti è Vittoria Rea. Scrisse il Tribunale per i minorenni di Napoli spiegando il provvedimento che toglieva al militare la potestà genitoriale sulla figlia: «In assoluto disprezzo delle drammatiche conseguenze per la figlia, veniva dal Parolisi Salvatore uccisa la madre della minore con la figlia probabilmente in macchina, si spera addormentata».

Bugie e tradimenti: la vicenda

Quella di Salvatore Parolisi e Melania Rea è la storia di un marito e di una moglie campani, di un matrimonio in crisi, di lui che ha una relazione extraconiugale da tempo e non sa come uscirne. Il canovaccio non è originale. Bugie e tradimenti da una parte, dall’altra una moglie che sa ma spera di salvare l’unione. Il finale è un delitto tra quelli più tragici che la cronaca abbia raccontato.

È il 18 aprile 2011 quando Carmela Rea, detta Melania, 29 anni, madre di una bambina di 18 mesi, sparisce nel nulla in provincia di Ascoli Piceno. A denunciarne la scomparsa è il marito, Salvatore Parolisi, caporalmaggiore dell’esercito. «Eravamo andati a fare una gita al Pianoro di Colle San Marco. Io ero con nostra figlia alle altalene, mia moglie si è allontanata per andare in bagno e non è più tornata», dirà al proprietario di un bar proprio davanti alle giostre. Un racconto strano, sin dall’inizio. Nella prima telefonata ai carabinieri il caporalmaggiore dirà: «Se la sono pigliata». 

La svolta

Alle ricerche Parolisi non partecipa. Si scoprirà poi che passa quelle ore in caserma a cancellare il profilo Facebook con il quale chattava con l’amante, la soldatessa Ludovica P. . Gli audio concitati con lei, la sequenza drammatica delle telefonate per convincerla a sconfessare la loro relazione, saranno determinanti per tracciare il quadro. Secondo gli inquirenti Parolisi aveva promesso a Ludovica un futuro insieme. Lei lo voleva presentare ai suoi. Per Salvatore, sua moglie Melania era l’ostacolo alla felicità.

Il mistero della scomparsa trova la svolta due giorni dopo grazie a una telefonata anonima: «C’é un corpo vicino al chioschetto del Bosco delle Casermette a Ripe di Civitella del Tronto». 

Il corpo sfigurato

Quel corpo è di Melania: è seminuda, uccisa e sfigurata con 35 coltellate. Salvatore Parolisi viene messo sotto torchio ma nega qualsiasi cosa, nega anche di avere una relazione extraconiugale. Verrà intercettato nei giorni a seguire e i sospetti troveranno conferma. Secondo l’accusa, la coppia, con la bambina in auto, non si fermò mai alle giostre ma si diresse verso Ripe di Civitella (Teramo). Melania, venne aggredita alle spalle dal marito, cercò di fuggire ma non ci riuscì perché impedita dai pantaloni abbassati (stava facendo pipì). 

Dall’ergastolo a 20 anni (senza aggravante)

Il 21 giugno 2011 Il marito di Melania viene iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Sconvolti i familiari di Melania che non avrebbero mai pensato di avere di fronte un mostro. Lui si difende: «Sono innocente, ho tradito Melania ma non l’ho uccisa». Il 19 luglio Parolisi viene arrestato e si chiude nel silenzio. La bufera è totale, la famiglia Rea chiede l’affidamento della piccola Vittoria .

Nei vari interrogatori che seguono il caporalmaggiore si avvale della facoltà di non rispondere. Il Gup dà l’ok al giudizio immediato: il 19 ottobre 2012 inizia il processo, la sentenza sarà ergastolo. La pena ridotta poi in appello a 30 anni e poi definitivamente a 20 anni in Cassazione. I giudici non riconoscono l’aggravante della crudeltà, nonostante le coltellate che hanno sfigurato la povera 29enne. Nelle motivazioni si dice che il delitto scaturì «dopo un impeto d’ira, nato da un litigio tra i due coniugi e dovuto alla conclamata infedeltà coniugale dell’uomo». Il l movente sarebbe da ricercare in «quell’imbuto nel quale Parolisi sarebbe stato inghiottito».

L'omicidio, la detenzione, il futuro: "Parolisi detenuto modello". L'ex caporal maggiore fu condannato per l'omicidio della moglie Melania Rea, nel 2011, ma si è sempre professato innocente. L'avvocato: "C'erano delle piste alternative che non sono state valutate". Rosa Scognamiglio e Angela Leucci il 27 Giugno 2023 su Il Giornale. 

Tabella dei contenuti

 Chi è Salvatore Parolisi

 L'omicidio di Melania Rea

 Dopo la condanna

Un omicidio, il carcere, la perdita della carriera e della potestà genitoriale. E poi gli studi in galera, oltre che una nuova prospettiva in vista del fine pena. Salvatore Parolisi, 45enne ex caporalmaggiore dell'Esercito condannato per l'omicidio della moglie Melania Rea, compiuto nel 2011, non ha mai lontanamente ammesso di aver compiuto il delitto.

Ma dov'è e che cosa fa oggi? "Salvatore è ancora recluso nel carcere di Bollate. Lavora come centralinista all'interno del penitenziario e sta studiando Giurisprudenza all'Università di Milano - racconta a IlGiornale.it il suo legale Antonio Cozza - Il fine pena con i giorni di liberazione anticipata è previsto per il 2029. È sempre stato un detenuto modello e quindi, man mano, potrebbe ottenere la semilibertà e tutta una serie di benefici, restando sempre sottoposto al controllo delle autorità". Tuttavia finora pare non abbia mai chiesto permessi premio: "Salvatore è nella condizione di poter chiedere dei benefici. Ha maturato quei requisiti che la legge richiede perché ciò avvenga. Se continua quest'ottimo percorso all'interno del carcere, sicuramente a breve potrà avere dei benefici".

Chi è Salvatore Parolisi

Classe 1978, l'uomo era un caporal maggiore capo dell'Esercito Italiano. Sposato con Carmela Rea, detta Melania, la coppia aveva una figlia, oltre che un altro figlio da precedente relazione. Strinse un legame con una sua allieva di nome Ludovica, che aveva 26 anni, ma Parolisi ebbe anche rapporti occasionali anche con altre allieve. Nei messaggi inviati a Ludovica prometteva che avrebbe lasciato la moglie: "Tu sei la cosa più importante, non preoccuparti i nostri accordi non vanno per le lunghe, massimo una settimana poi dovrà sparire dalla mia vista". La sentenza della Cassazione nei confronti di Parolisi fu lapidaria: "la situazione creatasi nel rapporto dell'imputato con le due donne" avrebbe contribuito a costituire "l'humus psicologico per lo scatenamento della sua furia e, propiziato dal fatto che la povera vittima era stata avvertita come un fastidioso ostacolo e come un pericolo per la sua carriera".

L'omicidio di Melania Rea 

Melania Rea scomparve il 18 aprile 2011, all'età di 29 anni. Fu Parolisi a chiamare soccorsi, entrando in un bar e affermando di non aver visto la moglie tornare dopo aver detto di aver bisogno di una toilette. Due giorni dopo, il corpo di Rea fu trovato nel bosco delle Casermette a Ripe di Civitella. Sul suo cadavere ben 35 ferite, di cui 6 a forma di svastica, eseguite con un coltello a lama monotagliente, come riporta il sito della Polizia Penitenziaria. Il 21 giugno successivo Parolisi venne iscritto nel registro degli indagati: molti dei suoi atteggiamenti, tra cui la richiesta fatta a Ludovica di cancellare i messaggi scambiati, allertarono gli inquirenti e l'uomo il 18 luglio venne arrestato.

C'è chi ritiene Parolisi innocente. "Le indagini hanno sempre presentato delle lacune importanti. C'erano delle piste alternative che non sono state valutate in modo approfondito - elenca il legale Cozza - C'erano tracce sul luogo del delitto riconducibili a terze persone. Tipo un'impronta di scarpa di misura piccola o una perla sulla calza di Melania. Dati che forse avrebbero potuto portare anche a una pista femminile. Ma ormai è acqua passata, accettiamo la decisione dei giudici e andiamo avanti. Anche perché non abbiamo intenzione di chiedere una revisione".

Parolisi fu condannato all'ergastolo nel 2012, con le pene accessorie dell'interdizione perpetua dai pubblici uffici, interdizione legale e decadenza dalla potestà genitoriale. La pena fu poi ridotta a 20 anni in appello nel 2015, e infine confermata in Cassazione, dove venne esclusa l'aggravante della crudeltà. Parolisi, che tuttavia si è sempre professato innocente, avrebbe colpito Rea con rabbia e rancore, dopo averla portata a passeggiare con la figlia in un luogo a lui noto poiché aveva in passato compiuto lì delle esercitazioni militari. Secondo la ricostruzione, l'uomo si voleva liberare della moglie senza conseguenze: pare che Rea, figlia a propria volta di un militare, avrebbe promesso ripercussioni dopo aver scoperto la relazione extraconiugale del marito. "Ancora oggi si dichiara estraneo a quello che è accaduto a Melania", sottolinea però il suo avvocato.

Dopo la condanna 

A giugno 2016, a seguito dell'appello di Gennaro Rea, padre della vittima, Parolisi venne di fatto estromesso dall'esercito e spostato, come riporta Il Gazzettino, da un carcere militare a un carcere civile. "Gentile signor Rea - scrisse all'epoca il generale Alberto Rosso - Le comunico che in data 16 giugno 2016 la Direzione generale per il personale militare ha decretato la perdita di status militare di Salvatore Parolisi nonché la cessazione del rapporto di impiego con l'Amministrazione della Difesa a far data dal 13 luglio 2016. Il trasferimento di Parolisi presso un istituto di pena civile verrà eseguito una volta disposto dalla competente Procura Generale di Perugia, già in tal senso formalmente interessata da codesto ministero".

"Parolisi e Melania Rea? Una congiura femminile" Ma i dubbi sono pochi

Nel 2017 il tribunale per i minori di Napoli ha dato corso alla decadenza della potestà genitoriale per Parolisi, poiché "in assoluto disprezzo delle drammatiche conseguenze per la figlia, veniva dal Parolisi Salvatore uccisa la madre della minore con la bimba probabilmente in macchina, si spera addormentata": la giovane Vittoria, che intanto ha cambiato cognome, è infatti stata affidata dal primo momento proprio a nonno Gennaro Rea e alla nonna Vittoria, come si legge su Il Resto del Carlino.

La famiglia di Melania Rea non sa nulla di Parolisi. Il fratello della donna, Michele Rea, aveva confidato a Leggo, ad aprile 2023, che "Quella stessa legge che prevede tanti diritti, a noi non consente di sapere nulla su di lui. Non credo che quando uscirà dal carcere verrà a cercare sua figlia perché se ci avesse tenuto a lei, noi adesso non staremmo neanche parlando e Melania sarebbe ancora viva".

Parolisi quindi, che dal 2020 ha deciso di studiare Giurisprudenza, non ha visto la figlia da allora. "Salvatore non ha contatti con sua figlia - conclude Cozza - Non per sua scelta ma perché è decaduta la potestà genitoriale. C'erano stati dei momenti in cui il Tribunale dei Minori aveva autorizzato gli incontri con la bambina ma non è mai accaduto che si incontrassero. Ripeto, non per scelta del mio assistito. Ci sarà tempo e modo, quando e se la figlia vorrà, di incontrarla".

Da corriere.it il 13 Gennaio 2023.

Violetta Caprotti, figlia di Bernardo, lo storico fondatore dei supermercati Esselunga morto nel 2016, sarebbe stata vittima di un furto o di una truffa da 3 milioni e mezzo di euro, ovvero il valore del suo diamante originale sostituito con un falso. Un mistero su cui da mesi sta indagando la procura di Milano in seguito alla denuncia della donna, che venerdì 13 gennaio è stata sentita dai magistrati. L'inchiesta per arrivare a scoprire chi si è portato via la pietra preziosa, a quanto pare un regalo del padre. 

Stando alle ricostruzioni, Violetta Caprotti aveva portato il diamante, incastonato in un anello, dal rivenditore dove era stato acquistato per farlo pulire. I responsabili del negozio, però, l'hanno successivamente contattata  per dirle che la pietra falsa. L'indagine sarebbe nata proprio da un contenzioso tra Violetta Caprotti e il rivenditore che, tuttavia, ha sempre sostenuto che quel diamante era arrivato in negozio già falso. Gli inquirenti stanno lavorando per capire quando il prezioso è stato sostituito con un «tarocco» e da chi. Il fascicolo risulta a carico di ignoti.

Violetta Caprotti e il diamante da 3,5 milioni sostituito: «Da Cartier mi hanno detto che è un falso».  Giusi Fasano e Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 14 Gennaio 2023.

Milano, la donna ha denunciato il caso ed è stata ascoltata in Procura. 

Ma anche la Casa produttrice ha presentato un esposto contro ignoti, sostenendo che il gioiello ricevuto era uno zircone. Chi l'ha sostituito? 

Questa è la storia di un anello. Un bellissimo anello di platino sul quale è montato un diamante da 13,4 carati. Casa di produzione: Cartier, valore tre milioni e mezzo di euro. La sola donna che lo abbia mai indossato si chiama Violetta Caprotti ed è la prima figlia di Bernardo, lo scomparso patron di Esselunga. Suo padre glielo aveva regalato tanti anni fa e lei giura di averlo sempre custodito con gran cura: sempre casseforti, sempre combinazioni che stanno soltanto nella sua testa. E se lo ha mostrato al mondo, qualche volta, è stato soltanto per occasioni davvero speciali. Come quel ricevimento dalla regina Elisabetta... Ma un giorno di fine gennaio del 2022 Violetta riceve una telefonata. L’anello, le dicono, non vale più tre milioni e mezzo ma una manciata di euro. Perché il preziosissimo diamante è stato sostituito da una pietra zircone. Fine del luccichìo. E inizio di un giallo che più giallo non si può.

L’incipit di questo racconto risale a Natale del 2021. Violetta Caprotti organizza una cena nella sua casa di Milano. «Vorrei cambiare la montatura a quell’anello che mi aveva regalato papà», dice all’amica che è una delle più alte responsabili della Cartier Italia. «Lo facciamo appena passano le feste», assicura lei. E così il 3 gennaio in quella casa nel cuore di Milano si presentano un uomo e una donna inviati da Cartier. Verificano il numero di matricola sull’anello, prendono il pacchetto e lo consegnano a un corriere specializzato perché lo porti in negozio, in via Montenapoleone. Qui il diamante finisce nelle mani del responsabile del caveau blindato, il quale a sua volta lo porta all’analista di laboratorio che esamina tutte le gemme in entrata.

Colpo di scena: il diamante non è «più» un diamante ma è «diventato», appunto, uno zircone, una pietra di scarso valore. Gli esperti quasi non ci credono. Ripetono gli esami a Milano e poi alla casa madre, a Parigi. Niente da fare: è sempre zircone. Non resta che avvisare la proprietaria che, ovviamente, si irrita non poco, anche perché sono passati già circa venti giorni. Chi, quando e come ha fatto la sostituzione? Un impiegato infedele della Maison di lusso? Il corriere? Uno degli analisti? O quello dato da Caprotti a Cartier era già una copia sostituita di cui non si era accorta?

Partono lettere e contro-lettere tra avvocati e notai, finché sia Cartier sia Caprotti denunciano la sostituzione in due separati esposti in Procura. Entrambi contro ignoti. Ma in quella di Caprotti si intuisce che ritenga Cartier il luogo dello scambio, in quella di Cartier si intuisce che l’ipotesi sia una sostituzione avvenuta invece nel contesto familiare-sociale di Violetta Caprotti. Comunque la si voglia vedere, in questa storia c’è senza dubbio qualcuno che ha truffato. E infatti a Milano il procuratore aggiunto Eugenio Fusco e la pm Maura Ripamonti indagano per truffa. Ma sinora a carico di ignoti, perché venire a capo del rebus è arduo anche dopo aver interrogato un gran numero di testimoni. 

Nel 2018, ad esempio, Violetta aveva subìto nella sua casa di Londra un furto molto particolare: Scotland Yard non aveva trovato impronte o scasso sulla cassaforte, dalla quale però incredibilmente i ladri avevano portato via altri due anelli (tra cui uno zaffiro di valore) ma non il super diamante. L’hanno lasciato lì per errore? O astutamente sostituito in quel frangente, e Caprotti non si è mai accorta? Non lo lasciava mai incustodito, ripete. Salvo quando in pandemia andò in vacanza alle Bahamas e lo depositò in una delle super cassette di sicurezza di Harrod’s, di cui aveva solo lei la chiave.

Quell’anello, comunque, ha visto i laboratori di Cartier almeno un’altra volta. In cerca di risposte al rompicapo, i dirigenti di Cartier hanno infatti riesumato registri immodificabili del 2014: così si è scoperto che Violetta lo aveva già portato in laboratorio per allargarlo nel 2014 da 52 a 60 di misura, ma dopo il preventivo aveva deciso di rinunciare. Che lo abbia portato da qualcun altro e la truffa sia avvenuta da questo «qualcun altro»? Caprotti prima esclude l’episodio del 2014, poi di fronte alle proprie firme dice di non ricordare, ma ribadisce di non averlo mai fatto modificare da alcuno. Eppure — ulteriore mistero — l’anello risulta davvero modificato nella larghezza: da 52 a 54 e mezzo. Il che aggiunge «giallo» al «giallo», che fa sempre più ombra al luccichìo del diamante perduto.

Sparito un diamante da 3 milioni e mezzo a Violetta Caprotti. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 14 Gennaio 2023.

L'indagine sarebbe nata proprio da un contenzioso tra Violetta Caprotti e il rivenditore che, tuttavia, ha sempre sostenuto che quel diamante era arrivato in negozio già "falso". Motivo per cui la vicenda è finita al centro di due diversi esposti: uno presentato dalla legittima proprietaria e uno da Cartier. Gli inquirenti ora stanno indagando per capire quando la pietra preziosa sia stata sostituita con lo zircone e da chi

Un diamante del valore stimato di circa 3 milioni e mezzo di euro di proprietà di Violetta Caprotti, figlia di Bernardo, lo storico fondatore dei supermercati Esselunga, morto nel 2016, è stato sostituito con uno falso. Da qui una denuncia sulla scomparsa della pietra preziosa. È un vero rebus investigativo poter determinare se si sia trattato di un furto o di una truffa, sul quale sono al lavoro gli inquirenti milanesi che da mesi hanno aperto un’inchiesta per arrivare a scoprire che fine ha fatto quel diamante di così grande valore.

Ieri mattina negli uffici della procura di Milano è stata sentita proprio Violetta Caprotti, accompagnata al Palazzo di Giustizia dai suoi legali, in veste di testimone e denunciante. Secondo quanto è stato possibile ricostruire sull’indagine che viaggia “coperta” almeno dalla primavera scorsa, coordinata dal pool truffe e condotta dalla Polizia Giudiziaria della Procura milanese, nel 2021 la figlia del fondatore di Esselunga aveva portato il diamante, incastonato in un anello, dal rivenditore nel quale era stato acquistato in passato (un regalo del padre, pare) per far pulire la pietra.

I responsabili del negozio Cartier, circa una ventina di giorni più tardi però hanno contattata Violetta Caprotti , quando hanno iniziato a lavorare sul diamante. E le hanno recapitato un messaggio inaspettato : quello che doveva essere un diamante da 3 milioni e mezzo di valore era in realtà uno zircone. Le analisi sulla pietra vengono ripetute più e più volte, prima a Milano, poi a Parigi. Ma il risultato è sempre lo stesso. Che fine ha fatto il diamante?

L’indagine sarebbe nata proprio da un contenzioso tra Violetta Caprotti e il rivenditore che, tuttavia, ha sempre sostenuto che quel diamante era arrivato in negozio già “falso“. Motivo per cui la vicenda è finita al centro di due diversi esposti: uno presentato dalla legittima proprietaria e uno da Cartier. Gli inquirenti ora stanno indagando per capire quando la pietra preziosa sia stata sostituita con lo zircone e da chi. Le uniche certezze in questa vicenda al momento sarebbero due: la figlia di Caprotti possedeva una pietra indubbiamente vera, mentre quella che le è rimasta in mano, ad un certo punto, è un falso.

Sostituito dai corrieri specializzati a cui era stato affidato l’anello per essere portato nel negozio milanese di via Montenapoleone? O magari prima, senza che Violetta Caprotti se ne accorgesse? Il faro degli inquirenti, a questo proposito, è puntato anche su un episodio del 2018, quando la donna aveva subito un furto nella sua casa di Londra senza però che l’anello in questione venisse toccato (ne erano stati sottratti altri due di minor valore). Il fascicolo, per il momento, allo stato risulta a carico di ignoti. E neanche l’ipotesi di reato è chiara: furto oppure truffa?

Estratto dell’articolo di Giusi Fasano e Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 14 Gennaio 2023. 

Questa è la storia di un anello. Un bellissimo anello di platino sul quale è montato un diamante da 13,4 carati. Casa di produzione: Cartier, valore tre milioni e mezzo di euro. La sola donna che lo abbia mai indossato si chiama Violetta Caprotti ed è la prima figlia di Bernardo, lo scomparso patron di Esselunga.

[…] un giorno di fine gennaio del 2022 Violetta riceve una telefonata. L'anello, le dicono, non vale più tre milioni e mezzo ma una manciata di euro. Perché il preziosissimo diamante è stato sostituito da una pietra zircone. Fine del luccichìo. E inizio di un giallo che più giallo non si può. […] voleva cambiare la montatura a quell'anello […] il 3 gennaio […] si presentano un uomo e una donna inviati da Cartier. Verificano il numero di matricola sull'anello, prendono il pacchetto e lo consegnano a un corriere specializzato perché lo porti in negozio, in via Montenapoleone. Qui il diamante finisce nelle mani del responsabile del caveau blindato, il quale a sua volta lo porta all'analista di laboratorio che esamina tutte le gemme in entrata.

Colpo di scena: il diamante […] è «diventato […] uno zircone […] Chi, quando e come ha fatto la sostituzione? Un impiegato infedele della Maison di lusso? Il corriere? Uno degli analisti? O quello dato da Caprotti a Cartier era già una copia sostituita […]? Partono lettere e contro-lettere tra avvocati e notai, finché sia Cartier sia Caprotti denunciano la sostituzione in due separati esposti in Procura. […].

 […] Nel 2018 […] Violetta aveva subìto nella sua casa di Londra un furto molto particolare: Scotland Yard non aveva trovato impronte o scasso sulla cassaforte, dalla quale però incredibilmente i ladri avevano portato via altri due anelli (tra cui uno zaffiro di valore) ma non il super diamante. L'hanno lasciato lì per errore? O astutamente sostituito in quel frangente, e Caprotti non si è mai accorta?

Non lo lasciava mai incustodito, ripete. Salvo quando in pandemia andò in vacanza alle Bahamas e lo depositò in una delle super cassette di sicurezza di Harrod's, di cui aveva solo lei la chiave. Quell'anello, comunque, ha visto i laboratori di Cartier almeno un'altra volta. […] Violetta lo aveva già portato in laboratorio per allargarlo nel 2014 da 52 a 60 di misura, ma dopo il preventivo aveva deciso di rinunciare. Che lo abbia portato da qualcun altro e la truffa sia avvenuta da questo «qualcun altro»? Caprotti […] ribadisce di non averlo mai fatto modificare da alcuno. Eppure - ulteriore mistero - l'anello risulta davvero modificato nella larghezza: da 52 a 54 e mezzo. […]

"Mi ha soggiogato": chi è Omar Favaro, ex killer di Novi Ligure. Omar Favaro fu una delle due persone condannate per il delitto di Novi Ligure. Disse di essere stato soggiogato da Erika De Nardo, oggi è accusato dalla ex moglie per una vicenda privata. Rosa Scognamiglio e Angela Leucci il 13 Giugno 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Il delitto di Novi Ligure

 "Voglio solo vedere mia figlia"

Nel delitto di Novi Ligure furono riconosciute come responsabili due persone. Una è Erika De Nardo, figlia e sorella delle vittime, l'altra è Omar Favaro, fidanzato della prima all'epoca dei fatti. Classe 1983, Favaro fu condannato con rito abbreviato a 14 anni di detenzione, a De Nardo ne furono comminati 16, perché i due furono ritenuti "colpevoli dei reati loro ascritti, ritenuti uniti dal vincolo della continuazione, e applicata ad entrambi la diminuente della minore età". Favaro, che durante il processo fornì dichiarazioni particolarmente aderenti alle ricostruzioni degli inquirenti - e a quella che successivamente fu la verità processuale - venne scarcerato nel 2010, grazie a indulto e buona condotta e si trasferì in Toscana per voltare pagina. "Non le porto nemmeno rancore", disse lui parlando di De Nardo al Corriere della Sera poco dopo la fine della sua pena.

Il delitto di Novi Ligure fu una vicenda che scosse fortemente l'opinione pubblica. Il 21 febbraio 2001 Susy Cassini e Gianluca De Nardo, madre e figlio rispettivamente di 42 e 11 anni, vennero massacrati nella loro casa di Novi Ligure. Cassini fu freddata da 40 coltellate, mentre il figlio venne colpito 57 volte mentre era nella doccia.

Omar Favaro, all'anagrafe Mauro, aveva 17 anni all’epoca ed era uno studente. Trascorreva le giornate con Erika De Nardo insieme alla quale si rese responsabile del duplice omicidio. Avrebbe dovuto essere un triplice omicidio, secondo il piano delittuoso iniziale: anche il padre di Erika Francesco De Nardo avrebbe potuto essere una vittima, ma proprio Favaro si disse "troppo stanco per continuare" e quindi i due desistettero.

Inizialmente la giovane diede la colpa a un killer straniero, forse albanese, ma De Nardo e Favaro furono inchiodati da un dialogo ripreso dagli inquirenti a loro insaputa nel corso degli interrogatori. Durante questo dialogo Favaro diede alla fidanzata dell'"assassina". Nella seconda versione di De Nardo, la responsabilità del delitto venne addossata tutta a Favaro, che invece ribatté, riferendosi alla fidanzata: "Mi ha soggiogato".

Successivamente Favaro fornì la propria versione dei fatti agli inquirenti: "Appena si apriva la porta dovevamo colpirli. Lei ha tirato fuori i guanti giallini da cucina e io le ho chiesto: 'Ma perché tu non metti i guanti?' Ha detto: 'Perché io ci abito qui e posso toccare tutto'. Da come me lo aveva spiegato sembrava una cosa semplice […] Sua madre si dibatteva, però lei l'ha colpita, poi l'ha spinta nell'angolo della cucina, e sua madre è riuscita a prendere il coltello. Erika gridava aiuto, anche se sua madre non riusciva a colpirla: 'Aiutami, intervieni'. Io sono intervenuto, ho tolto il coltello a sua madre e lei mi ha morsicato il pollice. Quando l'ho staccata l'ho colpita con due, tre colpi. La madre gridava: 'Erika cosa fai?, Erika ti perdono', ma Erika continuava a colpirla gridando: 'Muori, muori’. Le coltellate che mi ricordo saranno state venti, venticinque. Io ne ho date due o tre. Nel fianco, dalla pancia della signora usciva molto sangue".

Quando fu condannato in primo grado (con giudizio confermato in appello e in Cassazione), il gup dispose per Favaro "che i Servizi minorili dell’Amministrazione della Giustizia e gli operatori che seguono il giovane nell'ambito dell'Istituto per minori Ferrante Aporti di Torino, proseguano nel lavoro di sostegno ed orientamento nei confronti di Omar, che dovrà, inoltre, essere aiutato ad elaborare i vissuti legati ai delitti commessi ed alla conseguente vicenda giudiziaria".

Nell'ottobre 2011, quando Omar Favaro aveva finito di scontare la sua pena, fece grande scalpore la sua scelta di recarsi in visita alle tombe di Susy Cassini e Gianluca De Nardo al cimitero di Novi Ligure. All'epoca si disse che fosse andato a chiedere perdono, tra l'altro con cappello e occhiali scuri per essere discreto. Sempre nel 2011 fu intervistato da Matrix, raccontando di se: "Oggi io non sono più quel ragazzo. Ora so cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ho lavorato molto su me stesso e chiedo la possibilità di tornare a vivere, ma temo il pregiudizio".

Nel 2023 si è tornati a parlare di Favaro per via di alcune accuse ricevute dall'ex moglie, che si è rivolta agli inquirenti denunciando maltrattamenti e abusi sessuali. "Questa vicenda non c'entra assolutamente nulla con i fatti accaduti quando il signor Favaro era adolescente - ha chiarito il suo legale Lorenzo Repetti a IlGiornale.it - Le dirò di più: è stata strumentalizzata. Quasi a voler dimostrare a tutti costi che le accuse che vengono rivolte a Omar dalla ex moglie debbano essere vere a prescindere. Ma, lo ribadisco, questa è una faccenda privata e non c'è nulla di vero nelle accuse che vengono rivolte a Omar".

Il 40enne Omar Favaro era stato accusato dall'ex moglie di maltrattamenti, minacce e abusi sessuali. Il Tribunale del Riesame di Torino ha stabilito che all'uomo non debba essere applicata nessuna misura restrittiva. "È successo - aveva proseguito Repetti - che nell'ambito di una separazione giudiziale dove entrambi i coniugi chiedono l'affidamento della figlia minore nascono delle accuse di maltrattamenti - addirittura di rapporti intimi non consenzienti - da parte dell' ex moglie contro Omar. Accuse che, secondo noi, non solo sono calunniose ma anche strumentali a ottenere una posizione di favore per ottenere l'affidamento della figlia minore. Tutto ciò tenendo conto che c'è una consulenza tecnica d'ufficio che ha stabilito che entrambi gli ex coniugi hanno capacità genitoriale e che la bambina non può essere affidata in via esclusiva né all'uno né all'altro". Il legale ricorda che Favaro non vedrebbe la figlia da gennaio 2023, e che avrebbe rimarcato: "Non ho fatto niente e voglio solo tornare a vedere mia figlia".

Estratto dell’articolo di Sarah Martinenghi per repubblica.it il 3 giugno 2023.

Minacce di morte, botte, soprusi fisici e psicologici. "Ti sfregio la faccia con l'acido", "ti mando su una sedia a rotelle", "ti faccio la festa". La testa di lei presa per i capelli e avvicinata pericolosamente a un fornello acceso. E un clima di costante paura, controllo, insulti: "Fai schifo", "non esci viva da qui". 

Oggetti scagliati addosso, cellulari rotti, il divieto di chiamare i carabinieri. La donna ha taciuto a lungo per paura. E il tempo le è diventato nemico. La procura di Ivrea ha provato a fermare Omar, chiedendo una misura cautelare: il divieto di avvicinamento per quelle ripetute minacce di morte. Ma il giudice ha detto di no. La coppia, infatti, nel frattempo si è separata e, secondo il magistrato, non c'è più l'attualità del pericolo. Tutti i fatti sarebbero avvenuti prima del 2022.

(ANSA il 3 giugno 2023) - Omar Favaro torna 'a tu per tu' con la giustizia. Ventidue anni fa, da minorenne, fu uno dei due autori di un duplice delitto che sconvolse l'Italia, quello di Novi Ligure (Alessandria). Oggi, da quarantenne, deve scrollarsi di dosso un'accusa di minacce e violenze nei confronti dell'ex moglie: ma l'avvocato difensore, Lorenzo Repetti, parla di "ipotesi infondate e calunniose" che si inseriscono "in modo strumentale" in una tormentata causa di separazione "dove si discute dell'affidamento della figlia". 

Nel febbraio del 2001, in una casa che le cronache chiamarono 'la villetta degli orrori', furono uccisi a coltellate Susanna Cassini, 40 anni, e il figlio undicenne Gianluca De Nardo. Le indagini portarono alla luce una verità sconcertante: ad agire erano stati la figlia della donna, Erika De Nardo, 16 anni, e il suo fidanzatino, Omar Favaro, di 17. I due furono processati e condannati dalla magistratura minorile. 

Entrambi hanno scontato la pena, sono tornati in libertà e si sono costruiti una vita l'uno lontano dall'altra. Omar è indagato a Ivrea (Torino) per episodi avvenuti fra il 2019 e il 2021 in un paese fra le montagne. La moglie se ne era andata di casa e lui nel 2022 aveva ottenuto l'affidamento della figlia. La donna chiese di avere più occasioni di vedere la bimba, che ad un certo punto manifestò il desiderio di andare a vivere con la madre. Partono gli esposti incrociati.

Uno è di Omar, l'altro è dell'ex moglie, che si rivolge ai carabinieri raccontando di percosse, minacce, soprusi, violenze. 

I pubblici ministeri chiedono per l'uomo una misura restrittiva che comporta il divieto di avvicinamento, un giudice dice no e ora a decidere sarà il Tribunale del riesame. 

Nel frattempo, a febbraio del 2023, una perizia conferma la capacità genitoriale di Omar. "E' una guerra dei Roses - dice Repetti - dove le accuse, a nostro avviso, sono funzionali a ottenere nel procedimento civile una posizione di forza che alla donna, al momento, non è riconosciuta. Novi Ligure non c'entra. Però è evidente il tentativo di dare maggiore risalto alla separazione". Il caso attira l'attenzione della politica. Maria Elena Boschi (Iv) annuncia che chiederà al ministro della giustizia di verificare che dopo il diniego della misura restrittiva da parte del gip "non ci siano rischi per mamma e figlia", mentre Alfredo Antoniozzi (Fdi) sottolinea che il passato di Omar "non può determinare condanne preventive su accuse che sono ancora tutte da dimostrare". Nel 2011 Omar raccontò in esclusiva alla trasmissione Matrix quella notte a Novi Ligure: "Per anni ho avuto l'incubo delle urla di Gianluca e della madre di Erika che le diceva 'ti perdono, ti perdono'. Ora so cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ho lavorato molto su me stesso, non sono più il ragazzo che ero allora e chiedo la possibilità di tornare a vivere. Ma temo il pregiudizio".

Nuove accuse per Omar 22 anni dopo Novi Ligure, la difesa: «Falsità dopo una separazione difficile». Simona Lorenzetti su Il Corriere della Sera il 03 Giugno 2023.

​Il legale: «Questa storia non ha nulla a che vedere con il passato di Omar. Il mio cliente respinge tutte le accuse, che sono infondate» 

Sono trascorsi 22 anni dal massacro di Novi Ligure, quando i due giovani fidanzatini Erika e Omar uccisero a coltellate la madre e il fratellino di lei. Entrambi hanno scontato la propria condanna e si sono ricostruiti una nuova esistenza lontano dai riflettori. Ma ora il nome di Omar Favaro torna ad occupare le pagine dei giornali: la procura di Ivrea lo accusa di maltrattamenti per aver aggredito e minacciato in più occasioni l'ex moglie (quando ancora convivevano) e la loro unica figlia. 

«Questa storia non ha nulla a che vedere con il passato di Omar», vuole subito precisare l'avvocato Lorenzo Repetti (che già all'epoca difese il ragazzo ancora minorenne). Insiste il legale: «Il mio cliente respinge tutte le accuse, che sono infondate. La vicenda deve essere contestualizzata nell'ambito di una separazione giudiziale». Le accuse contro Omar sono state mosse dopo la separazione, avvenuta più di un anno fa. La Procura di Ivrea, dopo aver raccolto la denuncia della donna, aveva chiesto al gip di emettere una misura cautelare che vietasse all'uomo di avvicinarsi. Il gip l'ha respinta, ritenendo che non vi fosse un pericolo attuale.

«Ti sfregio la faccia con l'acido»

Da qui il ricorso al Tribunale del Riesame dei magistrati eporediesi che, negli atti depositati nei giorni scorsi, descrivono all'interno delle mura domestiche un quadro di prevaricazioni e abusi nei confronti della donna. Minacce di morte, botte, soprusi fisici e psicologici: «Ti sfregio la faccia con l'acido», «ti mando su una sedia a rotelle», «ti faccio la festa». La testa di lei presa per i capelli e avvicinata pericolosamente a un fornello acceso. E un clima di costante paura, controllo, insulti: «Fai schifo», «non esci viva da qui». Violenze che sarebbero avvenute nel 2020 durante i lunghi mesi di pandemia. La donna poi si sarebbe allontanata da casa, avviando le pratiche per la separazione. 

Il Tribunale Civile, in una prima fase, ha affidato la bambina a Omar e alla nonna paterna. E in un secondo momento alla madre, garantendo all'uomo gli incontri. «In ballo c'è l'affidamento della bambina - spiega il legale -. È già stata depositata una perizia che ha riconosciuto la piena capacità genitoriale di Omar. Piuttosto invita ad approfondire il rapporto tra la madre e la bambina».

Omar Favaro, indagato per violenza sessuale e maltrattamenti sull'ex moglie: «Ti sfregio con l'acido». Ferruccio Pinotti su Il Corriere della Sera il 03 Giugno 2023.

Insieme alla fidanzata Erika nel 2001 uccise la madre e il fratello undicenne di lei. Scontati 14 anni, ora è accusato di abusi sulla ex compagna e maltrattamenti sulla figlia

Nuove ombre su Omar, al secolo Mauro Favaro, che il 21 febbraio del 2001 a Novi Ligure aiutò la fidanzata dell'epoca, Erika De Nardo, a uccidere a colpi di coltello da cucina la quarantunenne Susanna Cassini, detta “Susy”, madre di Erika, e il fratello undicenne Gianluca De Nardo, desistendo solo alla fine dall'uccidere anche Francesco De Nardo il padre della ragazza, ingegnere e dirigente dell’azienda dolciaria Pernigotti.

Oggi “Omar”, ormai 40enne, è indagato e accusato per violenza sessuale nei confronti della ex moglie e di pesanti maltrattamenti avvenuti per anni su di lei e sulla loro figlia.

Le accuse di violenze e minacce: il gip respinge la misura cautelare

Come riportato da La Repubblica, Omar sarebbe responsabile di violenze fisiche e psicologiche e minacce nei confronti della moglie: «Ti sfregio la faccia con l’acido», «ti mando su una sedia a rotelle », «non esci viva di qui», sono solo alcune delle frasi contro la compagna. Tra gli abusi nei confronti della moglie, Omar l'avrebbe anche presa per i capelli avvicinandola pericolosamente a un fornello acceso, colpendola con degli oggetti e distruggendole i telefoni per impedirle di chiamare i carabinieri, facendola vivere in un clima di tensione e paura costante.

Il giudice per le indagini preliminari ha deciso di respingere la richiesta di misura cautelare avanzata dalla procura di Ivrea: la coppia nel frattempo si è separata e, secondo il magistrato, non c’è più l’attualità del pericolo per fatti avvenuti prima del 2022. Comportamenti che se accertati sarebbero gravissimi, ammette il gip, ma Omar ormai «ha espiato» per intero la sua colpa e quello che è accaduto 20 anni fa non può sostenere l’esigenza di limitare, di nuovo, la sua libertà.

La pm Valentina Bossi e la procuratrice capo di Ivrea Gabriella Viglione hanno deciso di appellarsi contro il rifiuto della misura cautelare e ora il tribunale del riesame di Torino dovrà rivalutare il rischio eventuale che stanno correndo le vittime.

La difesa del legale di Omar

«Il suo passato non c’entra ma continua a perseguitarlo e non deve essere strumentalizzato come invece si sta cercando di fare in una vicenda che nasce durante una causa di separazione dove è in discussione l’affidamento della figlia», ha dichiarato l’avvocato Lorenzo Repetti che già in passato ha assistito Omar.

Le accuse di maltrattamenti sulla figlia

La coppia si sarebbe conosciuta circa otto anni fa. Un legame nato sui social. All’inizio il passato sembrava non aver turbato la nascita della relazione, ma poi, inesorabile, si è ripresentato.

I fatti contestati coprono un periodo di almeno due anni. Terribile per la moglie di Favaro la fase del Covid: la giovane donna sarebbe stata costretta a subire più volte violenze sessuali e anche la bimba sarebbe stata vittima di alcuni maltrattamenti. Le indagini, ancora in corso, sono state scrupolose per cercare di ricostruire cosa sia successo e superare le difficoltà e la paura dell’ex moglie. Stando ai racconti della donna, non avrebbe potuto scegliere nemmeno come vestirsi e sarebbe stata costretta a dargli tutti i soldi guadagnati con il proprio lavoro.

La nuova vita della moglie

«Omar ha appreso solo ora di queste imputazioni totalmente infondate – afferma l'avvocato difensore – a febbraio una perizia del giudice civile ha confermato la sua capacità genitoriale. A marzo è finito di nuovo sotto accusa». La donna ha cercato di rifarsi una vita, trovando un nuovo compagno, andando a vivere altrove. Ma Omar sarebbe arrivato a minacciare anche lui obbligando persino la figlia a riferire all'uomo messaggi inquietanti.

(Da qui potete ascoltare «Diabolica», la serie podcast del Corriere della Sera che racconta la terribile vicenda della cosiddetta «coppia dell’acido»)

Estratto dell’articolo di Sarah Martinenghi per “la Repubblica” il 4 giugno 2023.

«Mi aveva minacciato che avrebbe usato il mio passato contro di me. Ma non pensavo arrivasse a tanto. Sono incredulo, sotto choc: queste accuse sono una calunnia».

Omar Favaro sa che deve rimanere calmo, ma quando è tornato a tu per tu con la giustizia, a doversi difendere dalle accuse di violenza sessuale verso l’ex moglie, per averla minacciata di morte, di sfregiarla con l’acido, e di brutali maltrattamenti contro di lei e la figlioletta, è andato su tutte le furie. 

«È arrabbiatissimo» spiega l’avvocato Lorenzo Repetti che lo assiste sia nel procedimento penale aperto dalla procura di Ivrea sia nella “guerra dei Roses” che si è scatenata con la loro separazione.

«Nessuna strumentalizzazione» contrattacca l’avvocato Emanuele Labis che tutela l’ex moglie di Omar: «La mia assistita non ha mai inteso usare il passato di lui per ottenere un provvedimento positivo in sede di separazione». Tanto è vero che «nel ricorso introduttivo non è stato fatto il benché minimo cenno a quanto accaduto nel 2001. Se avesse voluto, l’avrebbe detto al giudice». 

Secondo il legale della donna, il tribunale non sapeva, in una prima fase, chi fosse Omar: «Ha affidato la figlia al padre solo per consentirle di continuare a vivere nella casa familiare. Ma lei se ne era andata solo per tutelare la propria incolumità».

[…]

«Io sto solo lottando per mia figlia » ha ripetuto Omar quando si è trovato a leggere la sfilza di episodi contestati. Almeno una ventina, avvenuti tra il 2019 e il 2021, quando lei se ne è andata di casa. «Portandosi via persino la cucina» rimarca il suo difensore che ha depositato una serie di prove a favore dell’uomo, oggi quarantenne, che assiste fin dal 2001, quando insieme all’ex fidanzatina Erika De Nardo uccise la madre di lei e il fratellino di 11 anni, a Novi Ligure, con 97 coltellate. 

Oltre alle accuse di violenze sessuali, secondo i pm […] Omar «maltrattava la moglie determinandone costante avvilimento, paura e sofferenza». Gelosia e controllo ossessivi, tanto che «per due volte le faceva cambiare il numero di cellulare e non la lasciava uscire di casa. Pretendeva di controllare le entrate economiche facendosi consegnare il denaro che lei guadagnava». 

Per i pm, «La insultava ripetutamente, “sei anoressica”, “fai schifo”, “puttana”». Poi la minacciava «che se avesse trovato un’altra persona le avrebbe sfregiato la faccia con l’acido così che nessuno l’avrebbe più voluta, oppure l’avrebbe ridotta sulla sedia a rotelle». Lei non poteva nemmeno praticare la sua religione perché lui «glielo impediva, mettendo tutti i suoi oggetti sacri in un sacco nero». 

Nel 2019 durante un litigio avrebbe «scagliato contro la moglie una macchina del caffè colpendola alla spalla». In un’altra discussione le avrebbe «ribaltato addosso un tavolino». Ad aprile si sarebbe infuriato per un vestito: «Le rompeva il telefono, spezzando anche in due la scheda sim. L’afferrava per i capelli e la trascinava per la sala». 

Lei sarebbe riuscita a chiamare il 112, ma lui avrebbe imposto di richiamare per dire che la lite era rientrata «altrimenti non sarebbe uscita viva da quella casa ». E ancora, nel 2020, quando lei non gli aveva consegnato il denaro guadagnato «la insultava e minacciava: “Devi morire”». «Vuoi vedere che ti brucio la faccia?» le avrebbe detto durante una lite [...] in cucina, in cui lui avrebbe scagliato a terra le pentole e poi «afferrato lei per i capelli avvicinandole il volto ai fornelli accesi».

A febbraio 2021 mentre la moglie era al telefono, «interrompeva la chiamata scagliandole addosso il cellulare che le rompeva gli occhiali facendole un taglio al sopracciglio». [...]

IL PARRICIDIO DI NOVI LIGURE

Gaia Vetrano 10 Giugno 2023 su nxwss.com 

Di Novi Ligure non si parla spesso.

A tutti noi, almeno una volta nella vita, qualcuno ha domandato se ci sentissimo realmente realizzati. All’apparenza è un quesito banale. Essere felici vuol dire avere una bella casa, un lavoro prestigioso e una famiglia unita. Tutti cercano di raggiungere questo obiettivo, per dire di aver coronato i propri sogni. Una vita perfetta da sitcom americana.

Che tra i membri della stessa famiglia non vi sia altro che amore e affetto. Non astio e invidia. O addirittura odio.

Dal domani, a sedici anni, ci aspettiamo solo la serenità. Per un’intera generazione, tra gli anni Novanta e i Duemila, il futuro è ricco di romanticismo e gioia di vivere. Tra un cocktail annacquato, la parafrasi di Leopardi, e le liti generazionali con i propri genitori. In messo secondo, tutto può cambiare, perfino in una cittadina di 27mila anime, come Novi Ligure.

Eppure, oggi vi racconteremo di un uomo che aveva tutto questo, ma che in un attimo se lo è visto portare via.

Francesco De Nardo è un giovane del sud che, come tanti, agli inizi degli anni 2000, migra verso il nord per trovare fortuna. Non tutti ci riescono, ma lui trova un posto nella Pernigotti e riesce a diventare direttore dello stabilimento di Novi Ligure in non meno di un anno.

Ha una moglie di cui è innamorato, Susanna, una confortevole villetta immersa nel verde in via Via don Beniamino Dacatra 12, e due figli, Erika e Gianluca. Purtroppo, come tutti gli scenari da fiaba, questi possono infrangersi in poco tempo.

A febbraio, ad Alessandria, non c’è sicuramente caldo. Al contrario, probabilmente molto freddo. Novi Ligure è la tipica cittadina piemontese che è riuscita a costruire la sua ricchezza su una solida base industriale.

Tra tutti gli anziani che abitano in quella cittadina, chi può realmente capire cosa vuol dire avere sedici anni in un luogo dove nulla è alla tua portata. Non è usuale vedere una ragazza camminare nel cuore della notte, per la strada. Ma chi li capisce i giovani di oggi.

Eppure, c’è realmente qualche cosa che non va, se la giovane, mentre cammina attraverso i caseggiati, ansima come se avesse corso una maratona. Sono ancora le 21, è presto. Ma già, dietro le porte chiuse, molte famiglie hanno finito di cenare. 

Quando qualcuno si affaccia dalla finestra, non può non vederla. Si trascina sull’asfalto, come se stesse cercando qualcosa che ha perso. È affranta. Indossa una tuta da ginnastica, ma non sembra pronta per fare sport, o andare a correre. È a piedi scalzi, e si guarda intorno come se non avesse una meta precisa.

Non sta camminando, sta vagando.

Sono le 21. Chi ha deciso di lasciar perdere, perché non ha reputato la cosa anormale, è già seduto davanti al televisore. Pronto per qualche programma demenziale in televisione. Così la città sopita si stiracchia sul divano. Ma quella sera Novi Ligure non andrà a dormire.

È allora che, quella giovane, comincia a gridare. Chiama aiuto, mentre i cani abbaiano attorno a lei. Nessuno può ora tralasciare quella povera ragazza che vaga per la città. Così, le tende si scostano, le porte si aprono, e la luce investe la sua figura. E illumina anche la scia di sangue che si porta dietro.

Gli abiti sembrano fradici, ma non di acqua. Di sangue.

Orme che, sull’asfalto, riflettono la luce dei lampioni e il loro bagliore.

Quando arrivano i primi soccorsi mormora dei nomi. Parla di suo fratello e di sua madre. Quando le chiedono dove abita, risponde Via don Beniamino Dacatra 12.

Oggi, quella stessa strada si chiama Via caduti di Nasseria. Forse, per eliminare il ricordo di questa strage. Ma nulla potrà cancellare quella sera dalla mente di Francesco De Nardo, compreso il corpo di sua moglie e suo figlio, distesi per terra. Intrisi del loro stesso sangue. 

Un incubo senza fine

I fotogrammi di quella sera nessuno avrebbe mai pensato di viverli.

In una villetta color salmone, è appena passato un mostro. Che ha distrutto una famiglia, uccidendo una madre e suo figlio. I loro corpi, martoriati, provocano alla vista un brivido. Per gli inquirenti, è un omicidio di una violenza mai visto prima.

La mamma, Susanna Cassini, giace a terra in cucina. Il suo corpo è stato dilaniato da un coltello, buttato lì vicino. Il suo sangue è dappertutto: sul pavimento, sui mobili, sui muri e proseguendo sulle scale. Al secondo piano l’orrore continua. Il piccolo Gianluca De Nardo si trova dentro la vasca da bagno. Ha un taglio sulla spalla e, probabilmente, è morto affogato. Sul corpo presenta degli strani segni, come se fosse stato morso da un insetto.

Le mattonelle del bagno sono cosparse dei capelli del bambino, insanguinati.

Un delitto feroce che nessuno riesce a spiegarsi.

Gianluca ha solamente undici anni. È un bambino mite, tranquillo. Andava a scuola, giocava a basket. Sua madre, Susanna, è una donna dedita al volontariato. Una casalinga, cattolica praticante, ex ragioniera. Davanti a una madre e al suo bambino massacrati in quel modo, si pensa subito a una rapina finita male.

Susanna e Gianluca 

La loro è una famiglia benestante, grazie in particolare ai sacrifici di Francesco, marito di Susanna e padre di Gianluca. Quella sera è a giocare a calcetto. Quando torna a casa, ciò che trova è un mostro fin troppo grande, anche per lui.

Infine, in famiglia c’è Erika De Nardo, che per miracolo è ancora viva. Si trovava pure lei in casa quando è avvenuta la strage. Il suo racconto è un film dell’orrore. Sono le 20.30 del 21 febbraio. Era nella sua stanza, con le cuffiette, ma il volume non era troppo alto da non permetterle di sentire il ritorno a casa di sua mamma e suo fratello.

Poco dopo delle urla, e dei tonfi. La ragazza, spaventata, apre la porta della sua camera e vede una scena raccapricciante: un uomo sta accoltellando suo fratello, mentre la madre lo insegue nel tentativo di fermarlo. Erika non ha tempo e, come le urla la madre, scappa. Arriva in salotto, dove trova un altro uomo. Contro di questo lancerà una bottiglia di whiskey, poi uscirà dal seminterrato.

Dei due aggressori dirà che avevano due età differenti, e che sono due albanesi. Addirittura, identifica uno dei due. A Novi Ligure comincia la caccia all’uomo.

I dubbi su Erika

Il massacro di Novi Ligure non è più della sola città, ma è un dramma dell’intero paese. In meno di ventiquattro ore è uno dei più efferati delitti della storia del nostro paese. Ci voleva poco per capire che fosse colpa di uno straniero? Questo si chiedono in molti, altri non si limitano ai semplici insulti.

Ma il giovane albanese riconosciuto da Erika è davvero colpevole? La sua posizione non è facile: in camera nasconde dei vestiti che corrispondono alla descrizione degli indumenti indossati al killer. Quando si ferma in caserma racconta però di avere un alibi.

Gli inquirenti richiamano quindi Erika, le mostrano altre foto di pregiudicati italiani, ma la giovane è confusa. Così, si battono nuove piste, mentre sul posto si reca anche il RIS di Parma. Per il colonnello Garofano, però, c’è qualcosa che non va.

Perché nessuno ha sentito le urla di Susy o Gianluca? Come hanno fatto i due rapinatori a entrare se la porta non è scassinata? Perché il cane non ha abbaiato? Infine, a quell’orario, nessuno avrebbe programmato una rapina, perché a quell’ora tutti sono a casa, ci sarebbero stati troppi testimoni. 

Inoltre, per quale motivo uccidere un bambino di undici anni, dopo aver ucciso la madre, che poteva costituire la reale minaccia? Si parla di overcrimine, un omicidio compiuto con efferata violenza, troppo per un ladro in fuga. Non avrebbe avuto il tempo. Inoltre, dalla casa non è stato rubato nulla. Gli inquirenti cominciano a nutrire dei seri dubbi riguardo la storia di Erika.

Quest’ultima è al contrario molto fredda, addirittura la chiamano “il ghiaccio”. Può essere così distaccata una persona che ha assistito all’omicidio di sua madre e suo fratello? Forse lo shock l’ha mandata fuori di testa. O forse, Erika De Nardo sta nascondendo qualcosa.

Lei è una studentessa come tante del liceo scientifico. È la classica intelligente che non si applica, determinata e consapevole del suo fascino e della sua forza. Sul suo conto girano però brutte chiacchiere. Qualcuno la accusa di far uso di cocaina e di non aver alcuna forma di pudore.

Da qualche tempo è fidanzata con Omar Favaro, il cui reale nome sarebbe Mauro, il figlio del barista della città. Un minorenne con una cattiva reputazione, un ribelle. Su di lui si diceva fosse un bullo, decisamente ambiguo. I pomeriggi li passano assieme, di certo non a fare i compiti. Il ragazzo non piace ai genitori di Erika, chiaramente, che non approvano quella relazione morbosa.

Non certo un bel ritratto, ma nulla che possa provare un legame tra il massacro ed Erika.

Le confessioni del delitto di Novi Ligure

36 ore dopo il delitto, i giornalisti invadono le strade di Novi Ligure. Fino a quando Erika, e il suo fidanzato Omar, vengono riportati sulla scena del delitto. I due sono impassibili mentre gli inquirenti fanno notare alla ragazza tutte le incongruenze della sua testimonianza. Erika si scusa, ma non aggiunge altro.  

La svolta sarà alle 13.30. Dopo il sopralluogo, infatti, Erika e Omar sono stati chiusi in uno stanzino in caserma. I due si abbracciano, ma il giovane è nervoso perché non capisce per quale motivo siano stati fermati, visto che la polizia gli aveva detto che per oggi avevano finito.

I due ragazzi, però, non sanno che non sono soli. C’è una telecamera che sta registrando ogni singolo dettaglio della loro chiacchierata.

Erika gli ripete di stare tranquillo, di non dire più una parola. Cosa vuole nascondere? Di cosa ha parole Omar?

Fino a quando la pura verità non esce dalle loro bocce. Omar, convinto che nessuno lo stia ascoltando, confessa di aver colpito lui stesso Gianluca. di averlo accoltellato mentre si toglieva l’accappatoio. Di averlo colpito e poi buttato nella vasca, e di essersi poi lavato le mani per disfarsi del suo sangue.

Erika è impassibile. Poi risponde, raccontando delle suppliche della madre, che continuava a pregarli di fermarsi perché voleva vivere. Mentre racconta di aver accoltellato sua madre è glaciale.

Mentre raccontano di quella notte infernale, i due sono sereni, tranquilli. Si scambiano gesti d’amore, carezze. Sembrano essersi dimenticati di trovarsi in una caserma, perfino quando cominciano a darsi dell’assassino a vicenda.

A quel punto gli inquirenti posano le cuffie. Il delitto di Novi Ligure ha i suoi assassini.

La verità fino al processo

Novi Ligure è una città distrutta da questa violenza. La gente è incredula, stenta a chiederci. Con la stessa velocità con cui si erano stretti ad Erika, i suoi concittadini si allontanano da lei.

Nel momento in cui la coppia viene arrestata con l’accusa di duplice omicidio, l’uno comincia ad accusare l’altro di aver commesso il delitto. Erika sostiene che Omar ha fatto tutto solo. Che quella sera aveva deciso di voler eliminare la famiglia di lei per continuare la loro relazioni senza intralci. Lei avrebbe solamente mentito per proteggerlo. Per paura e per amore. 

Omar dice l’esatto contrario. Erika avrebbe ucciso la sua famiglia perché con loro stava male. Voleva liberarsene e l’unico modo per farlo era quello. Lui l’avrebbe solo seguita, gli avrebbe fatto da spalla.

Solamente quando parlano con il perito psichiatrico, le versioni cambiano e sembrano essere più veritiere. Erika si prende finalmente una parte della responsabilità, affermando che sapeva che Omar li avrebbe uccisi. Racconta del rapporto con sua madre, sempre conflittuale. Di come la vedesse come un’amica ma allo stesso tempo come un modello di vita irraggiungibile. Una montagna troppo difficile da scalare.

Un modello di perfezione.

Quello che i due creano è un progetto mostruoso e infantile. Un’idea nel quale restano intrappolati di cui sono entrambi equamente responsabili. Ma perché tanta ferocia? I ragazzi parlano di libertà.

In attesa del processo, i due rimangono in carcere. Lei al Beccaria di Milano, lui al Ferrante di Torino. Alla cella di Erika arrivano molte lettere, tra cui quella di un suo secondo spasimante, un dj di Verona.

Periodicamente arriva anche Francesco De Nardo a fare visita a sua figlia. I due parlano come se niente fosse. Così fino al processo, il 28 novembre. Il rumore mediatico è assordante, arriva fin fuori il tribunale. I fidanzati sono distanti, e continuano il loro teatrino.

Erika ribadisce che ad aver ucciso sia stato Omar, mentre l’idea era di entrambi. Lui ripete il contrario. Alla fine sarà il RIS a ricostruire quella notte.

La notte delle 97 coltellate

Ecco com’è andata.

La signora De Nardo e il figlio Gianluca sarebbero rientrati a casa intorno alle 19.30 e immediatamente il bambino sarebbe salito sopra a giocare e poi a prepararsi un bagno.

Erika e Omar sono in quel momento appostati nel bagno adiacente la cucina. Appena il bambino sparisce, la ragazza sarebbe andata dalla madre. Avrebbe cominciato a parlare, arrivando a litigare per i brutti voti di lei. Susanna si sarebbe detta preoccupata dalle sue brutte frequentazioni. 

A quel punto Omar sarebbe uscito fuori e, insieme a Erika, l’avrebbero aggredita, immobilizzandola.  I due, con indosso i guanti, le avrebbero sferrato le coltellate. Susanna avrebbe provato a scappare, aggrappandosi al tavolo, ma questo non fu sufficiente. Al contrario, sbatté la testa, perdendo ulteriori forze. In punto di morte, avrebbe supplicato i due di risparmiare Gianluca.

Quest’ultimo a quel punto sarebbe sceso, sentendo le grida. Dopo la madre, la sorella si avventa su di lui. Il bambino sarebbe fuggito nella camera di Erika ma, non avendo alcuna via di scampo, venne colpito ulteriormente a schiaffi. Erika, successivamente, proverà a calmarlo, dicendogli di volerlo pulire in bagno. Lì li raggiungerà Omar. Proveranno con l’annegamento ma, non soddisfatti, tentarono prima ad avvelenarlo con del veleno per topi. Infine presero anche lui a coltellate.

Nel frattempo i due fidanzati, per evitare di insospettire i vicini, alzarono la musica dallo stereo. Sulle manopole verranno trovate tracce di sangue.

Come Omar raccontò, Gianluca provò a liberarsi, prendendolo a morsi.

Sul corpo di Susanna verranno trovate 40 coltellate. Su quello di Gianluca 57.

La coppia avrebbe poi discusso su cosa fare riguardo il padre, se aspettarlo o meno in casa per uccidere anche lui.  Erika insistette, ma Omar era troppo stanco quindi lei avrebbe dovuto fare da sola. Insieme cercarono di pulire il sangue e le armi. Un coltello venne buttato tra i rifiuti, insieme i guanti, l’altro rimase in casa. Alle 20:50 Omar lasciò la casa dalla porta principale e se ne andò in motorino, venendo visto da un passante che, notandone i pantaloni insanguinati.

La difesa di Erika e Omar insiste sull’incapacità di intendere e di volere, ma il tribunale non ascolta questa versione. Erika sarebbe afflitta da un disturbo narcisistico della personalità, Omar avrebbe invece un disturbo dipendente della personalità. Lui sarebbe il braccio armato di lei.

I due sono condannati: 16 anni per lei, 14 per lui. Raggiunta la maggior età verranno trasferiti dal carcere minorile.

Omar è fuori dal 3 marso 2010. 22 anni dopo il delitto di Novi Ligure, venerdì 9 giugno 2023 tornerà nuovamente in carcere. Questa volta con le accuse di violenze sessuali e maltrattamenti sulla ex-moglie e sulla figlia.

“Ti sfregio la faccia con l’acido” e “Ti mando su una sedia a rotelle” sono solo alcune delle frasi con cui Favaro avrebbe minacciato la moglie.

Erika De Nardo, invece, nel 2009 si sarebbe laureata in Filosofia, con tesi su Socrate. Nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere avrebbe trovato l’amore: un musicista di una decina d’anni più grande di lei, che andava lì come volontario. I due vivrebbero ora assieme al lago di Garda.

«Erika ha una nuova vita – ha raccontato il sacerdote don Mazzi – Si è sposata, ha maturato la giusta consapevolezza sulla tragedia, quella che permette di continuare a vivere. Il padre è stato molto importante in questo percorso».

Papà Francesco De Nardo non ha mai abbandonato quella ragazza dal doppio volto: da un lato, l’assassina di sua moglie e del suo bambino; dall’altro, la sua unica figlia. Ciò che gli rimane della sua vita da favola a Novi Ligure.

Scritto da Gaia Vetrano

Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passione e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

L'autore del contenuto scrive: Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.

Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

Colpo di scena nel caso Bergamini: i dubbi del medico legale che firmò la perizia sull’omicidio. Rita Cavallaro su L'Identità il 29 Novembre 2023

Nuovo colpo di scena al processo per la verità e la giustizia per Denis Bergamini, il calciatore del Cosenza morto sotto un camion sulla statale 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico, il 18 novembre 1989. Nell’aula del tribunale di Castrovillari, dove è alla sbarra come unica imputata per concorso in omicidio volontario aggravato l’ex fidanzata Isabella Internò, è stato chiamato a deporre il consulente tecnico di parte della famiglia Bergamini, il professor Pierantonio Ricci, Si tratta del medico legale che nel 2017 prese parte alla riesumazione del cadavere di Denis e ai successivi accertamenti volti a confutare la tesi che il calciatore si fosse suicidato, per dimostrare invece che il centrocampista del Cosenza è stato soffocato con una busta di plastica in faccia, poi, già morto o in fin di vita, adagiato sull’asfalto, dove il camion l’avrebbe sormontato con moto lento.

Ricci, però, non è stato chiamato a deporre dalla parte civile, che si era ben guardata da convocarlo, ma si è presentato ai giudici in qualità di teste della difesa della Internò, assistita dal difensore Angelo Pugliese e dalla collega Rossana Cribari. E quello che ha detto ha sollevato molti dubbi, tanto che l’avvocato Fabio Anselmo, legale di Donata Bergamini, sorella del calciatore, lo ha denunciato per patrocinio infedele e ha relegato la deposizione del medico a una rivalsa per non essere stato inserito nella lista dei testi della difesa. Ricci, infatti, ha gettato ombre su quello che è l’esame principe di tutto il caso, ovvero la glicoforina, una proteina presente nei globuli rossi in grado di dare indicazioni sulla vitalità delle lesioni. È su quell’analisi scientifica che si fonda l’impianto accusatorio dell’omicidio e di conseguenza la confutazione dell’unica verità processuale andata avanti per oltre trent’anni, il suicidio di Denis, raccontata da Isabella e dal camionista. “Ad oggi non ci sono sviluppi sull’attendibilità della glicoforina in casi come questo, la valutazione su un cadavere putrefatto si deve valutare su più fattori. Dalla positività alla glicoforina”, ha detto il professor Ricci in aula, “può emergere un sospetto, ma non può essere l’unica prova perché possono esistere dei falsi positivi. L’esame della glicoforina insieme ad altri elementi può far nascere risposte certe. Nonostante questo ritengo ancora che le conclusioni del collegio peritale sulla morte di Bergamini abbiano un serio fondamento”.

Per il consulente, dunque, il carattere sperimentale della glicoforina da solo non basta a dimostrare con certezza che Denis fosse ancora vivo quando il camion l’ha schiacciato, soprattutto alla luce del fatto che tutti gli esperimenti di sorta, finora effettuati, sono stati eseguiti su corpi freschi, deceduti da non più di sei mesi e non certo su cadaveri riesumati per due volte, come nel caso Bergamini, il cui corpo fu riesumato cinquanta giorni dopo il decesso e successivamente ventisette anni dopo. Per Ricci l’esame sul cadavere di Denis potrebbe risultare falsato dai fattori putrefattivi o dalla paraffina usata per conservare i reperti. E ha sottolineato: “Non sono il solo a pensarla così”. Nonostante tutto, il medico legale non ha cambiato idea sul fatto che il calciatore sia stato ucciso: “Sulla base dell’evidenza scientifica, dico che c’è stato un sormontamento con il corpo che aveva ancora qualche segnale di vita, che ci sia stata una morte asfittica meccanica violenta è fuori discussione”.

Eppure il sospetto sull’attendibilità di quella prova scientifica ora potrebbe pesare sulla sentenza. Tanto che la presidente della Corte, Paola Lucente, ha concluso che gli studi sull’attendibilità dell’esame della glicoforina, al momento, né confermano né smentiscono le conclusioni a cui il collegio peritale era giunto nel 2017. 

La Cassazione: «Numerose ombre sulla morte di Bergamini». Il Quotidiano del Sud il 4 dicembre 2022.

Ci sono «numerose ombre» che «avvolgono la tragica fine di Denis Bergamini», scrive la Cassazione in un verdetto sul cold case della morte nel 1989 del centrocampista del Cosenza proprio mentre è in corso il processo di primo grado alla ex fidanzata del calciatore, Isabella Internò, accusata di omicidio volontario.

I supremi giudici rilevano che la richiesta di archiviazione del caso, fatto passare per suicidio, avanzata nel 2015 dal Pg Franco Giacomantonio che guidava la Procura di Castrovillari, «non fu una decisione superficiale o, peggio, deviata da una qualche parzialità» ma aveva «ampie ragioni», considerando anche il tempo passato.

Ad avviso degli “ermellini” – che si sono occupati della vicenda Bergamini nell’ambito di un processo contro un cronista per diffamazione nei confronti del pg Giacomantonio, «pur prendendo atto che la tragica vicenda ha avuto dinamiche di accertamento plurime, a volte confuse e comunque non è ancora definitivamente chiarita», non «può esservi dubbio» sul fatto che il pg abbia subito «attacchi alla sua reputazione». In particolare, la Cassazione ricorda che «fu proprio il procuratore Giacomantonio, nel 2011, a richiedere al Gip, una prima volta la riapertura delle indagini ed a svolgere, successivamente, una diffusa ed articolata istruttoria, servendosi di numerosi consulenti tecnici e svolgendo molte audizioni di persone informate dei fatti, in vista di un evidente obiettivo di fare luce sul controverso “caso giudiziario”».

«Non è questa la sede – dice la Cassazione – per diradare alcuna delle numerose ombre che avvolgono la tragica fine di Denis Bergamini, tanto da far sì che un processo sia attualmente in corso dinanzi alla Corte d’Assise di Cosenza, con imputata Isabella Internò per il reato di omicidio» ma “tacciare” il pg di Castrovillari di «forte opacità nello svolgimento delle sue funzioni e senza alcun nesso di veridicità soprattutto circa l’esistenza di collegamenti con la Internò, travalica i limiti della critica giornalistica lecita».

Caso Bergamini, l'editore del libro di Petrini: «Dai nipoti di Denis assurdità offensive». Kaos Edizioni risponde alla lettera diffusa dai parenti dell'ex calciatore del Cosenza: «Neppure il dolore può giustificare quanto hanno scritto». Il Quotidiano del Sud il 28 giugno 2022.

Non si placa la polemica su “Il calciatore suicidato” di Carlo Petrini, nata 21 anni dopo la pubblicazione del libro sulla morte di Denis Bergamini. Dopo l’approdo del testo nelle aule giudiziarie in cui si sta svolgendo il processo e la conseguente lettera diffusa dai nipoti di Bergamini, stavolta è il turno della Kaos Edizioni, la casa editrice che diede alle stampe l’opera.

In una lunga nota definita «di smentita» Kaos Edizioni precisa che il libro «venne redatto nella tarda primavera del 2001 attraverso plurimi colloqui coi familiari di Denis Bergamini: in particolare col padre del calciatore, il signor Domizio Bergamini. La famiglia collaborò anche fornendo la documentazione giudiziaria e l’apparato fotografico. Prima della pubblicazione, il testo del libro fu esaminato in bozza e approvato dallo stesso Domizio Bergamini e dall’allora legale di famiglia.

«Nessuna delle notizie e nessuna delle dichiarazioni riportate nel libro – aggiunge la casa editrice – è mai stata smentita, o rettificata, o negata dagli intervistati, in nessuna sede. Men che meno dal signor Domizio Bergamini (le cui dichiarazioni sono riportate alle pagg. 103-123), il quale anzi, a più riprese negli anni, ha chiesto e ottenuto copie del libro da diffondere, e ha pubblicamente manifestato gratitudine all’autore Carlo Petrini e alla Kaos edizioni. Valga ad esempio quanto dichiarato dallo stesso Domizio Bergamini al quotidiano ‘l’Unità’ il 29-1-2002, richiesto di un parere sul libro: “Petrini ha scritto la verità. Ha fatto ricerche approfondite sulla vicenda di Denis, e mi ha permesso di venire a conoscenza di cose che prima ignoravo…”».

«Nel corso degli anni, la famiglia Bergamini ha sempre manifestato gratitudine a Carlo Petrini, per un libro che di fatto ha strappato il delitto Bergamini dall’oblio. Ne è una riprova – ricorda Kaos Edizioni – quanto dichiarato dalla signora Donata Bergamini in occasione del decesso di Carlo Petrini (16 aprile 2012), e riportato da ‘La Nuova Ferrara’ il 18 aprile 2012: “È stato grazie al libro “Il calciatore suicidato” che è nato il gruppo su Facebook (Verità per Donato Bergamini)… C’è sempre stato un rapporto di amicizia tra Carlo e la nostra famiglia. Ci sentivamo frequentemente al telefono, e varie volte Carlo Petrini è venuto a casa nostra. L’avevamo sentito la settimana scorsa… Questa mattina io, mio padre e i miei figli andremo a Lucca per partecipare ai funerali. È il minimo che possiamo fare per una persona che anche dopo l’uscita del libro non ci ha mai lasciato soli e che ha sempre cercato la verità sulla morte di Denis”».

Per Kaos Edizioni «rientra nel teatro dell’assurdo, dunque, quanto scritto dai nipoti di Denis Bergamini nella pagina Facebook di Donata Bergamini: “… Il libro di Petrini ha arrecato tanto dolore a nonno Domizio e a nostra madre [sic!]… Fango costruito ad arte mescolando cose vere ad altre assolutamente false [sic!]… Una vera e propria operazione di sciacallaggio ai danni di un morto ammazzato e della sua famiglia [sic!]… Un libro denso di falsità e pettegolezzi o, peggio, accuse infamanti [sic!]… La nostra famiglia ha sbagliato a non querelare Petrini, ma non siamo avvocati e non sapevamo che questo avrebbe promosso a verità la menzogna cinica e calcolatrice [sic!]…”».

«La Kaos edizioni e gli eredi Petrini respingono le vere e proprie assurdità, gratuite e offensive, scritte dai nipoti di Denis Bergamini il 24 giugno 2022. Assurdità – concludono – che neppure il dolore connesso a una vicenda drammatica come il delitto Bergamini può giustificare».

Donata Bergamini: «Il mio è un ergastolo giudiziario». La sorella di Denis parla in esclusiva a un giorno dall’udienza. Per 33 anni non si è mai arresa chiedendo verità per la morte del fratello. CHIARA FAZIO su Il Quotidiano del Sud il 22 marzo 2023

«Domani dopo 33 anni toccherà a me testimoniare nel processo per l’assassinio di mio fratello. Sono serena. Tutta una vita spesa alla ricerca della verità. Senza odio ma con tanta amarezza verso coloro che mancarono ai propri doveri istituzionali costringendo di fatto me e la mia famiglia ad un vero e proprio ergastolo giudiziario. Dedico a loro queste ore che mancano alla mia testimonianza di fronte alla Corte d’Assise di Cosenza».

A parlare, in anteprima al Quotidiano del Sud, quando mancano 24 ore dall’udienza che la vedrà protagonista al Palazzo di giustizia di Cosenza, è Donata Bergamini, sorella di quel Denis che per la città bruzia è ormai un’istituzione.

Trentatré lunghi anni sono trascorsi da quel 18 novembre 1989, quando il calciatore del Cosenza trovò la morte lungo la strada 106 per Roseto Capo Spulico, trentatré anni durante i quali Donata Bergamini non ha mai smesso di battersi chiedendo verità e giustizia per il fratello scomparso a soli 27 anni. Nel mezzo tre inchieste, due delle quali archiviate, l’ultima aperta nel 2018  dall’allora procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, quando la superperizia sul corpo del calciatore confermò quanto i familiari hanno da sempre sostenuto: e cioè che Denis fosse già morto prima di venire adagiato sull’asfalto, simulando un suicidio.

Un’ipotesi, quest’ultima, a cui Donata, il papà Domizio, scomparso solo pochi anni fa, la mamma Maria e quanti hanno avuto modo di conoscere il centrocampista di Argenta non hanno mai creduto, descrivendolo come un ragazzo gioviale, pieno di vita e di entusiasmo e amante del calcio. Ma che l’ex fidanzata Isabella Internò, unica imputata per l’omicidio di Denis, ha sempre ribadito agli inquirenti, raccontando che, dopo un’accesa discussione, il giovane si sarebbe spontaneamente tolto la vita, lanciandosi sotto un camion.

Al fianco di Donata ci sarà, come sempre, l’avvocato Fabio Anselmo, ed anche i tifosi rossoblù che senz’altro faranno sentire la loro vicinanza anche in questa occasione. Davanti a lei, Isabella Internò: domani i loro sguardi si incroceranno, forse, ancora un’altra volta prima che scatti, finalmente, l’ora della verità.

Donata Bergamini: «Abbate mi disse "Sappiamo che non è stato un suicidio, ma siamo in Calabria…"». CHIARA FAZIO su Il Quotidiano del Sud il 24 marzo 2023

Donata Bergamini al processo per la morte del fratello Denis sul colloquio con l’ex procuratore di Castrovillari Ottavio Abbate, mi disse: “Sappiamo che non è stato un suicidio, ma siamo in Calabria…”.

È UN RACCONTO che comincia dalla fine. Da quella volta – l’ultima – in cui Donata Bergamini vedrà suo fratello Denis ancora vivo. Il 13 novembre 1989 il calciatore del Cosenza, dopo il derby della domenica con il Monza, si fermò a casa della sorella a Ferrara. Dal banco dei testimoni in Corte d’Assise, dove ieri è comparsa per rendere la propria versione dei fatti ai giudici e al pm della Procura di Castrovillari, Luca Primicerio, Donata parte proprio da lì: «Ricordo che gli domandai come andava a Cosenza e gli chiesi della Internò. Mi disse: “Me la trovo dappertutto, è come l’attack”».

LA TELEFONATA RICEVUTA DA DENIS A CASA DI DONATA

Quel giorno, ricorda Donata, era il compleanno di sua figlia Alice. Denis andò a comprarle un regalo, un paio di scarponcini, che non le piacquero, così andò a cambiarli. La sera si ritrovarono a casa dei genitori per la cena. Squillò il telefono. «Mio padre fece per alzarsi, ma lui lo bloccò dicendo “è mia”. Tornò rosso paonazzo, con delle goccioline sulla fronte. Papà gli disse che se aveva caldo poteva levarsi il maglione. Lui rispose “non è il caldo, sono altri i problemi”. Il giorno dopo lo invitai di nuovo a casa da me a mangiare le caldarroste, colsi l’occasione per chiedergli cosa fosse accaduto la sera prima, lui tagliò corto: “Vi piacerebbe saperlo!». Il martedì il padre Domizio lo accompagnò a Imola, per l’ultimo viaggio verso Cosenza.

LA SCOPERTA DELLA MORTE

La narrazione procede a ritroso, fino al momento della tragica scoperta. «Il 18 novembre ero a cena a casa da amici. Quando il mio ex marito arrivò era bianchissimo in volto, mi disse “Donata preparati, dobbiamo partire. Denis ha avuto un incidente”. Partimmo insieme ai miei genitori e, nel tragitto, ci disse cosa aveva saputo, e cioé che Denis si era buttato sotto a un camion. Arrivati in Caserma a Roseto – va avanti la donna -, ci dissero di andare in ospedale a Trebisacce ma la camera mortuaria non era ancora stata allestita e così tornammo a Roseto per parlare con il brigadiere Barbuscio. Il piantone ci disse che avremmo dovuto aspettare perché Barbuscio “doveva farsi la barba”.

Fecero entrare solo papà, che uscì con in mano l’orologio di Denis e una busta gialla, Barbuscio invece aveva una foto polaroid. A mio padre fu riferito che Denis si era buttato sotto un camion, che era stanco del calcio e stava per imbarcarsi per Taranto». A Donata e ai suoi familiari, però, qualcosa non tornava: ad esempio, l’orologio ancora funzionante, eppure il corpo era stato trascinato per 60 metri. Così, decisero di compiere un sopralluogo nella piazzola, lì poco distante era parcheggiata la Maserati, «era “pulita”, anche le gomme erano pulite – dice -, tuttavia ricordo che c’era fango perché quella notte aveva piovuto». Nell’ auto, il portafogli con dentro un assegno, denaro in contanti, circa 500/600 euro, un dollaro e una marca da bollo.

L’ABORTO DI ISABELLA

Un altro salto all’indietro nel tempo e si torna, poi, dritti al 1997: l’anno dell’aborto della Internò. Bergamini chiese aiuto alla sorella perché la sua fidanzata di allora (unica imputata per l’omicidio, ieri assente in aula, ndr) gli disse di essere incinta di cinque mesi e mezzo ma lui “non si fidava”. «Telefonai al mio ginecologo per farla visitare – spiega Donata -, loro salirono insieme a Ferrara e l’ecografia confermò la gravidanza. Mio fratello diceva che lui avrebbe riconosciuto il bambino, ma era lei a voler abortire perché “tuo fratello non mi sposa”, diceva. Ricordo che urlava come una pazza. E siccome in Italia non era possibile farlo, Isabella si rivolse ad una zia di Torino che aveva contatti con il Partito Radicale e che l’avrebbe indirizzata in una clinica privata di Londra. Al telefono la zia ci disse che sarebbe stato un “disonore” tenere il figlio senza sposarsi».

IL RACCONTO DI ISABELLA

Prima l’autostop a 5 macchine, o 3, poi un sorriso, infine il lancio sotto al camion, dicendo di voler lasciare il calcio e partire per l’estero. “Ti lascio il mio cuore, ma non il mio corpo”, queste sarebbero state le ultime parole pronunciate da Denis nella versione dei fatti fornita a Donata dalla Internò, che la ripeteva «come un disco rotto».

L’AUTOPSIA E LE PAROLE DI ABBATE SULLA TESI DEL SUICIDIO DI BERGAMINI

L’esame del pm Primicerio prosegue con il momento del riconoscimento del corpo e dell’autopsia (mancata). Nella camera mortuaria dell’ospedale c’erano i dirigenti Serra e Ranzani, la prima ad entrare – ripercorre Donata – «fui io e mi sentii male perché vidi il volto di mio fratello intatto, aveva soltanto una macchia tonda sulla tempia sinistra. Sembrava dormisse. Ci dissero che non potevamo toccarlo, noi di nascosto sollevammo il lenzuolo: aveva i calzini e, all’altezza delle parti intime, un sacco nero».

Nemmeno l’ombra delle scarpe – che ieri sono state mostrate in aula insieme ad altri oggetti appartenuti a Denis -, né dei vestiti, che, a detta di un infermiere, erano stati «messi in un sacco nero e portati all’inceneritore». Per quel che riguarda, invece, l’autopsia, non fu mai disposta dall’allora procuratore di Castrovillari Ottavio Abbate: quest’ultimo, nel corso dell’interrogatorio di Donata del 2 dicembre ‘89, dirà, con tono criptico ma non troppo, “Sappiamo che non è stato un suicidio, ma siamo in Calabria…”. La deposizione di Donata Bergamini proseguirà il 31 marzo, ma per il controesame degli avvocati Pugliese e Cribari potrebbe volerci un’udienza in più.

Morte di Denis Bergamini, l'ex fidanzata imputata non testimonierà in aula. Sfogo social della sorella: «Ipocrita». Davide Soattin su Il Corriere della Sera il 18 Settembre 2023.

Isabella Internò, accusata di omicidio volontario, rilascerà dichiarazioni spontanee prima della fine del processo sulla fine del calciatore nel 1989. Le accuse di Donata Bergamini: «Hai raccontato la fiaba del suicidio» 

Non si sottoporrà all’esame Isabella Internò, l'ex fidanzata di Denis Bergamini, imputata con l'accusa di omicidio volontario, in concorso con ignoti, nel processo che mira a fare luce sulla scomparsa del calciatore originario di Boccaleone di Argenta, in provincia di Ferrara, morto il 18 novembre 1989 lungo la SS106 Jonica, a Roseto Capo Spulico. A confermare la scelta sono stati i legali della donna, gli avvocati Angelo Pugliese e Rossana Cribari, che hanno sciolto i loro dubbi e comunicato la decisione della loro assistita alla Corte d'assise di Cosenza presieduta da Paola Lucente. Secondo quanto riferito dalla difesa, però, Isabella Internò rilascerà dichiarazioni spontanee prima della fine del processo. 

Prossima udienza il 26 settembre

Contro di lei si scaglia in un lungo post su Facebook la sorella Donata, che ritiene l'ex fidanzata responsabile della morte del fratello. E lo fa nel giorno del compleanno di Bergamini, nato il 18 settembre 1962. «La tua ipocrisia non ha limiti... Ti lamenti perché è stato scoperto come è stato ucciso mio fratello mentre tu, smentita nelle tue bugie, avevi raccontato la fiaba del suicidio sotto un camion che lo aveva trascinato per 60 metri?». E ancora: «Ti lamenti del fatto che io abbia partecipato a salotti televisivi e manifestazioni nel nome di Denis? Sappi che io l’ho fatto con un unico scopo: raggiungere la verità dopo depistaggi e insabbiamenti». Il processo tornerà in aula il 26 settembre, dopo che nell’ultima udienza davanti alla Corte d’Assise, a Cosenza, era stato sentito come testimone il cugino dell’attuale imputata, Dino Pippo Internò.

I dubbi

Secondo il castello accusatorio, la morte di Denis Bergamini sarebbe un caso di omicidio. Per i pm Isabella Internò avrebbe abortito dopo aver scoperto di essere rimasta incinta, e Bergamini, che non voleva sposarla, l’avrebbe lasciata: da qui il movente. Ma ancora oggi sono tanti gli interrogativi su cui non è stata fatta chiarezza. Inizialmente sembrava che il decesso del giovane calciatore fosse avvenuto per suicidio: alcuni testimoni, infatti, tra cui proprio Internò, raccontarono che l’uomo si era buttato sotto le ruote di un camion, motivo per cui l’indagine iniziale fu archiviata e nel 1992 il camionista fu assolto dall’accusa di omicidio colposo. A distanza di oltre trent’anni, però, nessuno ha mai creduto completamente a quella versione dei fatti e una perizia del febbraio 2012 eseguita dai Ris di Messina suffragò la tesi che Bergamini venne investito dal camion quando già era morto. A puntare in questa direzione due elementi: le scarpe, la catenina e l’orologio che indossava quel giorno furono ritrovati ancora intatti e, allo stesso modo, le ferite mortali ritrovate sul cadavere - secondo gli accertamenti - non erano affatto compatibili con quelle di un impatto così violento contro un camion in corsa.

La riapertura delle indagini

Sulla base dei nuovi riscontri, nel maggio 2017, la Procura di Castrovillari riaprì nuovamente le indagini e nel giugno dello stesso anno il Gip dispose la riesumazione della salma per una nuova autopsia, il cui esito riscrisse la storia giudiziaria di quanto accadde quel 18 novembre: il calciatore - secondo le risultanze autoptiche - sarebbe stato ucciso con una sciarpa e infine gettato sotto il camion per inscenarne il suicidio. Quattro anni più tardi, nel 2021, il via al processo che ancora oggi prosegue nelle aule del tribunale a Cosenza, dove unica imputata per quanto accaduto, con l’accusa di omicidio volontario in concorso con ignoti, è l’ex fidanzata Isabella Internò.

Processo Bergamini, Internò preoccupata per la Maserati. Sentito il titolare del bar in cui la ragazza andò a telefonare. Ma i ricordi sono confusi. L'avvocato Anselmo rievoca il particolare riferito all'auto del calciatore. CHIARA FAZIO su Il Quotidiano del Sud il 19 Gennaio 2023.

Le sue condizioni di salute non sono ottimali, la sua memoria vacilla, restituendo brandelli di ricordi. È così che si presenta ai giudici della Corte d’Assise Mario Infantino, titolare del bar-trattoria collocato sulla Statale, nei pressi di Roseto, dove Isabella Internò si reca per telefonare accompagnata da Mario Panunzio la sera del 18 novembre 1989. Ma non al punto da impedirgli di rispondere, comunque, alle domande del pm, Luca Primicerio, sui tragici fatti di quel giorno in cui Denis Bergamini perse la vita sulla 106.

L’uomo, con non poca difficoltà, prova a mettere in fila le fasi di quel drammatico pomeriggio, più volte contraddicendo la versione dei fatti rilasciata a suo tempo, nell’‘89, al brigadiere Barbuscio, ma la circostanza non stupisce se si tiene conto che è oggi ultraottantenne, presenta diversi acciacchi e che dall’accaduto sono trascorsi oltre 30 anni.

Le dichiarazioni rese in passato, infatti, sono coerenti tra loro e non presentano le inevitabili discrepanze odierne. Ragione per la quale si è convenuto di acquisire i verbali degli interrogatori precedenti ma di ammetterlo ugualmente a testimoniare.

Nel suo racconto narra che «verso le 17 arriva un signore con una ragazzina che piangeva (all’epoca indicò come orario le 19.30, ndr), all’inizio pensavo fosse drogata. La ragazzina, poteva avere 17, 18 anni, mi chiese i gettoni per telefonare e io gliene diedi 10. Poi chiese di andare in bagno e subito dopo arrivò il brigadiere Barbuscio a cercarla, la prese sotto braccio e la portò via».

Infantino dice di non ricordare quante telefonate fece la ragazza né a chi, tuttavia nell’‘89 le quantificò in “due o tre”. Né ricorda di aver mai dichiarato a Barbuscio di aver sentito Isabella dire che il suo ragazzo “si era ammazzato” e che il suo accompagnatore, un tipo “con accento del Nord”, fosse intervenuto confermando la morte di un giovane.

Terminato l’esame, è la parte relativa al controesame che si fa più avvincente. L’avvocato di parte civile Fabio Anselmo, infatti, rammenta di quando, nel 2017, i due ispettori di pg, Pugliese e Quintieri, si recarono in casa di Infantino chiedendo di parlare con sua moglie, Rosa Basile, la quale però si trovava a letto, malata. In quella circostanza il figlio Ciro, che quel giorno di novembre si trovava nel bar, riferì ai poliziotti che la ragazza si poggiò a una stufa dicendo ad alta voce “è morto, ma la Maserati l’ha lasciata a me”.

Ciò che Infantino ricorda in proposito è una tabula rasa, ed è per questo che Anselmo chiede di poter risentire i testi Pugliese e Quintieri insieme a Ciro Infantino, richiesta che però la Corte rigetta. A dire del legale di parte, invece, è proprio in quella frase che andrebbe ricercata la chiave della messa in scena perpetrata dalla Internò: una donna, a suo avviso, capace di fingersi disperata celando le sue vere preoccupazioni.

Nel corso dell’udienza, oltre ad acquisire le sit di Luigi Putignano e Salvatore De Paola, i due barellieri che asportarono il cadavere di Bergamini dal luogo dell’incidente, la Corte ha raccolto la testimonianza di Franca Giovanna Valerio, cognata di Rocco Napoli, l’autista del mezzo pesante transitato sul posto, la quale ha reso una versione dei fatti in palese disaccordo con quella del suo parente. Prossima udienza, il 2 febbraio.

Andrea Pistore per corrieredibologna.corriere.it il 10 gennaio 2023.

«Ho sempre pensato che fosse stata una disgrazia e non un suicidio». A dirlo è Bernardino Rinaldi, il primo dei testi sentito lunedì 9 gennaio durante il processo in Corte d’Assise a Cosenza a carico di Isabella Internò, la donna imputata di concorso in omicidio aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi dell’ex fidanzato, il calciatore ferrarese del Cosenza Donato «Denis» Bergamini. L’ex atleta ha perso la vita il 18 novembre del 1989 lungo la statale 106 in Calabria, all’altezza di Roseto Capo Spulico.

 Gli istanti prima della morte

Rinaldi davanti ai giudici ha ripercorso gli istanti prima della morte: «Passavo di lì quel giorno per lavoro. Facevo il rappresentante e ricordo bene una Golf bianca che mi stava per venire addosso per evitare di investire una persona che era in piedi in mezzo alla strada.

Ho sempre pensato che fosse una disgrazia». Il testimone ha poi raccontato: «Ricordo un uomo al centro della corsia, che poi ho riconosciuto essere Bergamini, con le mani alzate che cercava di fermare le automobili. Sulla piazzola poco più avanti c’era un’altra macchina con dentro una persona che non so riconoscere, né ricordo particolari dell’auto. Dopo un paio di ore ho ripercorso la strada in senso inverso e ricordo di avere trovato la coda di auto e di aver pensato che alla fine quell’uomo era stato investito». L’avvocato di Isabella Internò ha sollevato una serie di dubbi sulla testimonianza, obiettando incongruenze sugli orari e sul colore della vettura ferma nella piazzola di sosta.

 I messaggi

Sono stati acquisiti anche una serie di messaggi scambiati tra i figli della donna e Donata Bergamini, la sorella del calciatore. Un altro testimone, il pregiudicato Rocco Napoli, che il giorno della morte stava transitando sulla statale Jonica e che si è presentato spontaneamente dai carabinieri, ha raccontato in aula che «quel giorno piovigginava. Ho visto una macchina ferma in piazzola. Poco prima c’era un ragazzo che camminava sul ciglio della strada e che, mentre proseguivo, procedeva pericolosamente sulla corsia. Ho sterzato per non metterlo sotto.

Aveva lo sguardo assente e ricordo di aver pensato che fosse un pazzo che per poco non mettevo sotto. In piazzola ricordo ci fosse una Maserati chiara con all’interno una donna».

 Sul momento il testimone non avrebbe riconosciuto l’ex calciatore, ma sostiene di aver capito solo più tardi che fosse Bergamini. In aula è comparsa anche Anna Napoli, avvocato e cugina di Rocco che era al distributore dei genitori lungo la Jonica e che ha spiegato come il cugino le spiegò di aver visto quel ragazzo che avrebbe tentato di buttarsi sotto il furgone. Diverse obiezioni sono state sollevate dall’avvocato di parete civile Fabio Anselmo circa l’attendibilità dei due testimoni.

 Le contestazioni

Contestazioni ci sono state anche da parte della presidente della Corte d’assise, Paola Lucente, nei confronti dell’ultima teste, Antonietta Valerio, moglie di Rocco Napoli, in merito a dichiarazioni diverse ed incompatibili rese nel tempo. La prossima udienza è stata fissata per il 12 gennaio.

Le ricostruzioni

Lo scorso novembre in aula era stato ascoltato Raffaele Pisano, 84 anni, il camionista che aveva travolto Bergamini: «Si è buttato sotto il camion volontariamente» aveva ribadito, confermando la tesi che ha sempre sostenuto del suicidio. Secondo la Procura di Castrovillari però, quella del gesto volontario fu una messinscena ed in realtà il corpo di Bergamini fu adagiato davanti al camion quando era già senza vita.

 A carico di Pisano era già stato avviato all’epoca un procedimento penale, che però era stato successivamente archiviato in considerazione delle risultanze emerse dall’inchiesta della Procura di Castrovillari, secondo le quali Bergamini si sarebbe suicidato. Tesi smentita dall’inchiesta aperta successivamente dalla stessa Procura della Repubblica di Castrovillari, all’epoca in cui era diretta da Eugenio Facciolla, secondo la quale quello di Bergamini sarebbe stato in realtà un omicidio volontario.

La relazione: «Bergamini era già morto quando fu investito». CHIARA FAZIO su Il Quotidiano del Sud il 26 Ottobre 2022

«DENIS Bergamini era già morto o era in limine vitae quando fu investito dal camion?». Alla domanda del pubblico ministero Luca Primicerio, il professor Vittorio Fineschi risponde senza tema di smentita: «Sì, era già morto». Il docente di Medicina legale della “Sapienza”, convocato ieri in qualità di teste nel processo “Bergamini”, non ha dubbi sul punto e motiva la sua tesi con i risultati investigativi ottenuti grazie alla “glicoforina”, la proteina di membrana impiegata nel corso della riesumazione del cadavere del calciatore. «Non si tratta di una sperimentazione – ribadisce più volte Fineschi, pioniere degli studi sulla “vitalità della lesione” – bensì di una tecnica ormai stratificata, in grado di restituire dati di assoluta validità scientifica. Insomma, non si possono ottenere dei “falsi positivi” ed è un’indagine valida anche nei casi di putrefazione».

Nel caso di specie, la glicoforina avrebbe consentito di stabilire che le lesioni rinvenute sul corpo di Denis gli sarebbero state inferte quando era già privo di vita. Si evincerebbe dalle «tracce di vitalità su organi lontani dalle parti attinte, come ad esempio la laringe». Al contrario, non sarebbero emerse lesioni sul volto, «completamente sano e senza alcun osso fratturato», né sul cranio, nessuna alterazione traumatica sul torace e gli arti superiori». Da qui la ricostruzione della dinamica dell’incidente, secondo cui la morte del giovane sarebbe sopraggiunta «a causa di meccanismo asfittico tramite un mezzo soffice, un cuscino o un sacchetto. Al momento dell’investimento – va avanti il prof – il corpo giaceva supino sul selciato stradale; fu prima colpito sul lato destro dalla ruota anteriore destra del camion, trascinato per un breve tratto (alcuni metri), sormontato e poi nuovamente attinto durante la retromarcia. Il che avrebbe prodotto la rotazione del bacino».

E allora – domanda la presidente della Corte Paola Lucente – come spiegare le fratture sulla parte sinistra del corpo, segnalate dal professor Francesco Maria Avato, colui che nel 1990 eseguì la prima autopsia? Per Fineschi si tratta di un «limite osservazionale», dovuto al fatto che la parte bluastra visibile in corrispondenza dell’osso sacro fosse una semplice diffusione emoglobinica, peraltro appartenente a un tessuto di cui non fu mai prelevata né analizzato un campione.

Finaschi, poi, sollecitato dalle domande degli avvocati di parte civile Fabio Anselmo, e di Isabella Internò, Rossana Cribari e Angelo Pugliese, si sofferma ad analizzare le analogie con i casi di Stefano Cucchi e Giulio Regeni, ai quali egli stesso collaborò suggerendo il metodo della glicoforina durante le fasi della riesumazione e dell’analisi delle lesioni, ma anche quello di Valentina Pitzalis, in Sardegna, che però in seguito fu archiviato.

Sul banco dei testimoni, sempre ieri sono comparsi anche i medici legali Roberto Testi e Giorgio Bolino, autori a loro volta di altre tre perizie tra il 2011 e il 2013. Il processo riprende l’8 novembre con la testimonianza dell’ex boss di ‘ndrangheta Franco Pino.

Caso Bergamini, quando Isabella si autoincriminò. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano Del Sud il 4 luglio 2022.

La gelosia ossessiva di Isabella Internò e l’onore ferito dei suoi familiari. È dall’incontro di queste due nevrosi che, secondo la Procura di Castrovillari, fiorisce il movente dell’uccisione di Donato Bergamini, e il processo che si celebra in Corte d’assise, sponda accusa, punta tutto su questa tesi. In aula se n’è avuto, fin qui, un assaggio consistente grazie alle testimonianze succedutesi udienza dopo udienza: da Roberta Alleati – la sposa segreta e sedicente – a Roberta Sacchi – fisioterapista e amante per un giorno –  passando per i compagni di squadra Luigi Simoni e Sergio Galeazzi, sono davvero tante le persone che oggi si dicono beninformate sulla morbosità dell’imputata e sul sentimento tossico che la legava a Denis, e a loro si sono aggiunte via via anche diverse adolescenti dell’epoca, ragazze che frequentavano il ritrovo dei calciatori – la villetta di Commenda – amiche o semplici conoscenti del calciatore alle quali lui stesso avrebbe rappresentato più volte il fastidio provocatogli da quella ex fidanzata possessiva e assillante.

L’elenco è destinato a ingrossarsi, dato che all’appello mancano ancora Tiziana Rota – quella del «Meglio morto che di un’altra» – Michele Padovano e, soprattutto Donata Bergamini. Non a caso, è proprio lei a imporre il dato della gelosia folle della Internò, trasformandolo in una verità acquisita, ma solo dal 2010 in poi. In precedenza, infatti, né lei né altri si pronunciano sull’argomento, tant’è che quando nel 2001 esce il libro di Carlo Petrini – oggi vittima di un principio di cancel culture da parte dei suoi stessi sostenitori –  il tema della gelosia di Isabella non viene affrontato neanche di striscio.

Di questo aspetto della vicenda non si parla neanche nell’immediatezza, quando i ricordi avrebbero dovuto essere più vividi, ovvero fra il 1989 e il 1991. Nessun accenno da parte dei testimoni interpellati dall’allora pubblico ministero Ottavio Abbate e, successivamente, nulla di significativo al riguardo emerge dal processo per omicidio colposo imbastito contro il camionista Raffaele Pisano. Anzi, in quella sede è il pm d’udienza Maurizio Saso a offrire un assist formidabile alla sorella di Denis chiamata a testimoniare in aula. «Quali furono le cause della rottura?» le chiede a proposito del rapporto sentimentale fra suo fratello e la Internò. «Ma niente – risponde Donata – In un primo momento mi disse perché aveva saputo che era stata con un altro calciatore. E poi dopo, in ottobre, abbiamo avuto l’occasione di parlarne abbastanza bene, e mi disse che non gli piaceva proprio più».

Nessun riferimento alla gelosia, dunque, ma la musica cambia vent’anni più tardi, quando saltano fuori le parole che poco prima di morire Denis avrebbe riferito alla sorella –  «Isabella è come l’attack» – e sulle quali si innestano le rivelazioni successive di altri testimoni. Ecco allora che a detta della Rota, la Internò «si appostava sotto casa sua per controllarlo» e «gli annusava i vestiti» per verificare che non fosse andato con altre donne. «Era una stalker» taglierà corto più di recente la Alleati, in precedenza anche lei muta sull’argomento.

Eppure c’è una sola persona che nel 1989 fa accenno alla gelosia di Isabella e, paradosso dei paradossi, è Isabella stessa. «Ero gelosa per il lavoro che faceva, e perché la sua notorietà lo metteva al centro delle attenzioni femminili» spiega la ragazza ad Abbate il 23 novembre di quell’anno durante il suo secondo colloquio in Procura. Trenta e passa anni dopo, proprio questo diventerà il movente dell’omicidio, e piuttosto che tentare di nasconderlo, la diretta interessata cosa fa? Si autoincrimina.

«È stato Denis a volere la fine del nostro rapporto, io avrei fatto qualsiasi cosa  perché lo stesso continuasse» aggiunge, quasi un’escalation confessoria, vista con gli occhi degli inquirenti che oggi perseguono l’obiettivo della sua colpevolezza. E invece è molto  probabile che quelle dichiarazioni le abbia rese a scopo difensivo. All’epoca, infatti, più d’una fonte indica proprio in Bergamini il geloso della coppia, circostanza che in quei giorni la Internò sminuisce, salvo poi ammettere – al pari di altri testimoni – che il ragazzo era «tormentato» dalle voci sulla presunta relazione tra lei e un altro calciatore, seppur tale flirt fosse addirittura precedente all’arrivo di Denis a Cosenza.

In quelle ore, però, c’è un pensiero che tormenta pure  l’allora diciannovenne ragazza di Roges: passare come responsabile morale della morte del  fidanzato. Acqua fresca rispetto al calvario che l’attende da lì a vent’anni, ma di questo suo timore, durante il processo contro Pisano se ne accorgeranno tutti, persino la parte civile,  tant’è che il pretore Antonino Mirabile che, in seguito, lo scriverà a chiare lettere nella sentenza che assolve il camionista. Quel 23 novembre, però, a cinque giorni dalla tragedia, è lei stessa che non fa nulla per nascondere questa sua preoccupazione, dicendosi «sgomenta per le illazioni giornalistiche prive di ogni fondamento in ordine al fatto che Denis si sarebbe suicidato per amor mio».

Insomma, ha da poco ucciso un uomo, ma ha paura di essere giudicata, di finire nel mirino dei moralisti e più in generale dell’opinione pubblica. Davvero una strana assassina questa Isabella Internò.

 Caso Bergamini, l'assassino non è al telefono: i centralinisti smentiscono Padovano. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 25 giugno 2022.

Il processo Bergamini scorre lento fra testimonianze per lo più di contorno, almeno fin qui, che si succedono in ordine sparso senza che, dopo ben diciannove udienze, sia ancora emerso nulla di dirimente in relazione agli eventi tragici del 18 novembre 1989. Ieri, però, agli atti del dibattimento ne sono transitate due molto importanti che risalgono al 29 novembre di quell’anno, undici giorni dopo la tragedia di Roseto Capo Spulico.

Sono quelle dei segretari dell’allora motel Agip di Quattromiglia, struttura in cui i calciatori del Cosenza si radunavano alla vigilia delle partite casalinghe. Purtroppo, i ricordi di Emilio Prezioso e Vincenzo Tucci non potevano essere più rinverditi in aula – il primo è deceduto da tempo, l’altro solo di recente – ragion per cui sono state acquisite le dichiarazioni rese da entrambi all’epoca dei fatti.

Si tratta di racconti che offrono una risposta a un quesito centrale della vicenda: prima di uscire dall’albergo per recarsi al cinema “Garden”, e da lì andare poi incontro al suo destino, Bergamini ricevette davvero, intorno alle tre del pomeriggio, una telefonata in camera così come riferisce il suo compagno Michele Padovano? È un tema importantissimo perché, nella ricostruzione degli eventi proposta dall’accusa, quella telefonata sarebbe stata operata dall’attuale imputata, Isabella Internò, per dare al calciatore l’appuntamento fatale nella piazzola sulla Ss 106, cento chilometri più a nord, il luogo dove in seguito troverà la morte.

In chiave colpevolista è un passaggio quasi obbligato, dato che in un’epoca in cui non esistevano cellulari, chat, social network e altri mezzi di comunicazione, quella telefonata rappresenta l’unico punto di contatto possibile fra i carnefici e la vittima, il solo strumento a loro disposizione per poterlo attirare in trappola. Il punto è che, a sentire Tucci e Prezioso, che quel sabato 18 novembre si alternano alla reception, quella telefonata non esiste, non c’è mai stata. Tutte le chiamate, sia in entrata che in uscita dall’albergo, dovevano passare obbligatoriamente dalla hall, il receptionist di turno collegava poi lo spinotto apposito all’interno desiderato e il gioco era fatto.

Quel giorno, però, nessuno di loro riferisce di aver passato la linea nella stanza di Bergamini, il che complica terribilmente le cose. Perché allora Padovano afferma di aver assistito a quella conversazione, durata solo pochi secondi, durante la quale Denis avrebbe detto all’interlocutore solo «Pronto» e «Ciao» prima di riagganciare, salvo poi «rabbuiarsi» all’improvviso? Sarà lui stesso a chiarirlo quando arriverà il suo turno in aula, ma nell’attesa val la pena ricordare che l’ex attaccante della Juve non fa alcun accenno a questa circostanza il 27 novembre del 1989, nove giorni dopo il dramma, quando viene sentito in Procura dall’allora pm Ottavio Abbate.

In quella sede, riferisce solo di un’altra telefonata che Denis fa dalla cabina dell’albergo poco prima di recarsi al cinema, ed è una circostanza confermata da Tucci e che combacia anche con la versione di Isabella, la quale ha sempre sostenuto di essere stata contattata più volte dal suo ex fidanzato per incontrarsi con lui quel pomeriggio.

A dimostrarlo non c’è solo la telefonata fatta dall’albergo, ma anche quelle che partono dal “Garden”, e se riguardo a quest’ultime gli investigatori tagliano corto – «Bergamini non ha mai telefonato dal cinema» – l’altra chiamata, quella effettuata dal motel, la inquadrano nel contesto più ampio della «farsa» inscenata quel giorno dalla Internò. In sintesi, immaginano che la ragazza abbia dato istruzioni a Denis di simulare la chiamata dalla cabina così da avere poi uno strumento in più per dimostrare che era stato lui a cercare lei e non viceversa.

Davvero ingegnoso, ma torniamo a Padovano, anzi ai familiari di Denis, perché sono loro, nei primi anni Duemila, a riferire di aver ricevuto da Michele questa e altre confidenze: la telefonata in camera sì, ma anche il clima di festa che si respirava in casa Internò dopo il funerale di Bergamini, con tanto di vini e pastarelle ordinate per l’occasione.

In seguito il diretto interessato negherà di aver assistito a questa scena surreale, ma dal 2010 in poi, ventuno anni dopo i fatti, introduce il tema della telefonata in camera. Ne parla prima con l’avvocato Eugenio Gallerani, all’epoca difensore di parte civile della famiglia Bergamini, poi nel 2012 con il procuratore Franco Giacomantonio e nel 2017 con il suo successore Eugenio Facciolla. È a partire da questa data che l’argomento decolla, diventando un cardine della presunta macchinazione assassina. Nessuno ne mette in dubbio l’autenticità, e addirittura, sempre dal 2017 in poi, fioriscono le testimonianze a riscontro.

Secondo un altro calciatore – Sergio Galeazzi – Padovano racconta l’episodio della telefonata in camera al resto della squadra, già poche ore dopo la morte di Denis. Anche il massaggiatore Beppe Maltese, l’ultimo teste interpellato due giorni fa, dice di aver raccolto nell’immediatezza quella voce che, fonte Padovano, circolava nello spogliatoio, e di aver chiesto a un impiegato del motel di mostrargli i tabulati delle telefonate che, purtroppo e «stranamente», erano stati già distrutti.

Va da sé che all’epoca non esisteva alcun tabulato, lo ha confermato un altro centralinista interpellato in aula, spiegando come all’epoca non fosse possibile risalire all’identità dei chiamanti né a quella delle persone chiamate; l’unico dato disponibile era solo quello degli scatti per le chiamate in uscita – duecento lire per le urbane, una cifra più consistente per le extraurbane – che venivano conteggiati a fine serata e addebitati ai calciatori.

Nessun tabulato quindi, ma soprattutto nessuna telefonata in camera, a patto di non voler aggiungere anche i poveri Tucci e Prezioso al novero dei presunti cospiratori. Nessuno ha osato tanto, almeno fin qui, e non è un caso che 48 ore fa la loro verità sia entrata nel processo quasi alla chetichella, facendosi largo nel labirinto di testimonianze ambigue che ingolfano questa vicenda e che, probabilmente, risentono dell’inquinamento generato da oltre un decennio di trasmissioni tv, commenti della domenica e pseudo inchieste giornalistiche sul tema. Una verità “silenziosa” quella dei due centralinisti, che stride anche con il clamore di queste ore. Com’è giusto che sia.

Caso Bergamini, l'editore del libro di Petrini: «Dai nipoti di Denis assurdità offensive». Kaos Edizioni risponde alla lettera diffusa dai parenti dell'ex calciatore del Cosenza: «Neppure il dolore può giustificare quanto hanno scritto». Il Quotidiano del Sud il 27 giugno 2022.

 Non si placa la polemica su “Il calciatore suicidato” di Carlo Petrini, nata 21 anni dopo la pubblicazione del libro sulla morte di Denis Bergamini. Dopo l’approdo del testo nelle aule giudiziarie in cui si sta svolgendo il processo e la conseguente lettera diffusa dai nipoti di Bergamini, stavolta è il turno della Kaos Edizioni, la casa editrice che diede alle stampe l’opera.

In una lunga nota definita «di smentita» Kaos Edizioni precisa che il libro «venne redatto nella tarda primavera del 2001 attraverso plurimi colloqui coi familiari di Denis Bergamini: in particolare col padre del calciatore, il signor Domizio Bergamini. La famiglia collaborò anche fornendo la documentazione giudiziaria e l’apparato fotografico. Prima della pubblicazione, il testo del libro fu esaminato in bozza e approvato dallo stesso Domizio Bergamini e dall’allora legale di famiglia.

«Nessuna delle notizie e nessuna delle dichiarazioni riportate nel libro – aggiunge la casa editrice – è mai stata smentita, o rettificata, o negata dagli intervistati, in nessuna sede. Men che meno dal signor Domizio Bergamini (le cui dichiarazioni sono riportate alle pagg. 103-123), il quale anzi, a più riprese negli anni, ha chiesto e ottenuto copie del libro da diffondere, e ha pubblicamente manifestato gratitudine all’autore Carlo Petrini e alla Kaos edizioni. Valga ad esempio quanto dichiarato dallo stesso Domizio Bergamini al quotidiano ‘l’Unità’ il 29-1-2002, richiesto di un parere sul libro: “Petrini ha scritto la verità. Ha fatto ricerche approfondite sulla vicenda di Denis, e mi ha permesso di venire a conoscenza di cose che prima ignoravo…”».

«Nel corso degli anni, la famiglia Bergamini ha sempre manifestato gratitudine a Carlo Petrini, per un libro che di fatto ha strappato il delitto Bergamini dall’oblio. Ne è una riprova – ricorda Kaos Edizioni – quanto dichiarato dalla signora Donata Bergamini in occasione del decesso di Carlo Petrini (16 aprile 2012), e riportato da ‘La Nuova Ferrara’ il 18 aprile 2012: “È stato grazie al libro “Il calciatore suicidato” che è nato il gruppo su Facebook (Verità per Donato Bergamini)… C’è sempre stato un rapporto di amicizia tra Carlo e la nostra famiglia. Ci sentivamo frequentemente al telefono, e varie volte Carlo Petrini è venuto a casa nostra. L’avevamo sentito la settimana scorsa… Questa mattina io, mio padre e i miei figli andremo a Lucca per partecipare ai funerali. È il minimo che possiamo fare per una persona che anche dopo l’uscita del libro non ci ha mai lasciato soli e che ha sempre cercato la verità sulla morte di Denis”».

Per Kaos Edizioni «rientra nel teatro dell’assurdo, dunque, quanto scritto dai nipoti di Denis Bergamini nella pagina Facebook di Donata Bergamini: “… Il libro di Petrini ha arrecato tanto dolore a nonno Domizio e a nostra madre [sic!]… Fango costruito ad arte mescolando cose vere ad altre assolutamente false [sic!]… Una vera e propria operazione di sciacallaggio ai danni di un morto ammazzato e della sua famiglia [sic!]… Un libro denso di falsità e pettegolezzi o, peggio, accuse infamanti [sic!]… La nostra famiglia ha sbagliato a non querelare Petrini, ma non siamo avvocati e non sapevamo che questo avrebbe promosso a verità la menzogna cinica e calcolatrice [sic!]…”».

«La Kaos edizioni e gli eredi Petrini respingono le vere e proprie assurdità, gratuite e offensive, scritte dai nipoti di Denis Bergamini il 24 giugno 2022. Assurdità – concludono – che neppure il dolore connesso a una vicenda drammatica come il delitto Bergamini può giustificare».

Processo Bergamini, galeotto fu il libro. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 23 Giugno 2022.

Più che per la qualità delle testimonianze rese in aula, la diciannovesima udienza del processo Bergamini passerà agli annali della cronaca per le scintille, sempre più incendiarie, tra i difensori di Isabella Internò, in particolare l’avvocato Angelo Pugliese, e il suo collega di parte civile Fabio Anselmo. Quest’ultimo ha lamentato infatti «uno sfregio alla memoria di Denis» che, a suo avviso, si stava consumando in aula; ma l’intervento distensivo del presidente Paola Lucente –

«Questo non lo avremmo mai consentito», seppur tempestivo, non è riuscito a placare gli animi. Per tutta risposta, infatti, Pugliese gli ha urlato contro, accusandolo di istigare l’opinione pubblica contro di lui: «Se succede qualcosa a me o all’avvocato Rossana Cribari – ha affermato testualmente – la colpa è sua». La rabbia è esplosa in modo deflagrante intorno alle 15, mentre era in corso la deposizione di Giuseppe Maltese, già massaggiatore del Cosenza calcio nonché uno dei migliori amici di Denis. Pugliese, in sede di controesame ha chiesto ai giudici di poter leggere al testimone alcuni passi del libro “Il calciatore suicidato” di Carlo Petrini (Kaos ed.), il testo che vent’anni fa riaccese i riflettori sulla vicenda. In quel volume, infatti, c’è un’intervista da lui rilasciata all’autore, un dialogo in cui Maltese, fra le altre cose, traccia un profilo caustico di Bergamini – da lui definito «troppo ingenuo» e per questo preso di mira da alcuni compagni di squadra – e insinua anche sospetti su un suo consumo di spinelli.

Inizialmente il massaggiatore non smentisce queste dichiarazioni, e oggi motiva quella scelta adottata nel 2001 con la volontà di non infierire sullo scrittore già malato (Petrini morirà nel 2012); la sua smentita parte solo nel 2017, in fase d’indagini, e ieri Pugliese ha cercato di metterlo nuovamente a confronto con quei suoi pensieri apocrifi. Anselmo si è opposto, ma il presidente della Corte ha dato via libera alla lettura in aula, tant’è che il diretto interessato ha poi confermato buona parte dell’intervista a eccezione dei passaggi più scabrosi: quello sulla droga e l’altro relativo alla scarsa considerazione che gli altri calciatori avrebbero avuto di Bergamini. Nel bel mezzo, però, è arrivata la reprimenda del patron di parte civile e l’esplosione d’ira del suo avversario processuale che ha paventato denunce contro il collega ferrarese, chiedendo la trasmissione in Procura del verbale d’udienza.

Non si è trattato di una scossa isolata, dal momento che il fuoco cova sotto le ceneri fin dall’inizio del processo. Non a caso, altre fibrillazioni si erano registrate nelle precedenti udienze, con lo stesso Anselmo che, addirittura, aveva reso noto un episodio a dir poco inquietante che lo avrebbe riguardato: «Mi è stato prospettato il rischio che io potessi avere un incidente stradale nelle trasferte in automobile tra Ferrara e Cosenza, aggiungendo che sarei dovuto stare attento, con il relativo commento che non ne sarebbe valsa la pena», aveva dichiarato al giornale “La Nuova Ferrara” lo scorso 19 marzo; parole che, visti i temi del processo in corso, sembrano quasi ammiccare all’esistenza di un metodo tutto cosentino nel travisamento degli omicidi. Non sappiamo se, in quel caso, alla denuncia a mezzo stampa ne abbia fatto seguito pure una a carabinieri o polizia, ma l’episodio conferma comunque come il dibattimento in aula si svolga in un clima tutt’altro che cavalleresco.

Prima di Maltese, sulla scomoda sedia aveva preso posto Francesco Marino, il compagno di squadra di Bergamini al quale la Internò telefonò la sera del 18 novembre. «Mi disse: non sai niente? Denis è morto. Ma non era disperata, non piangeva», ha affermato l’ex terzino rossoblù. Procura e parte civile hanno provato a esplorare il tema dell’apparente distacco emotivo della ragazza che, secondo il calciatore «non era fredda, sembrava volesse raccontarmi solo il fatto». Marino era la quinta persona con cui parlava quella sera. Prima di lui, infatti, si era sfogata con il camionista, con un automobilista di passaggio, con l’allenatore Luigi Simoni e con la propria mamma. Quest’ultima non fa testo, ma tutti gli altri, in tempi e modi diversi, hanno rappresentato lo stato di shock e di prostrazione in cui versava. Prossima udienza l’otto luglio. 

Caso Bergamini, tre secondi per la tragedia: la perizia tecnica del 1989. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 15 Giugno 2022.

Uno degli aspetti del caso Bergamini ritenuti più misteriosi, forse il più misterioso, rimanda alla dinamica dei tragici eventi di Roseto Capo Spulico del 18 novembre 1989. Da anni, infatti, i seguaci della tesi del complotto omicida evidenziano a spron battuto l’impossibilità che l’impatto con un camion delle dimensioni di quello guidato da Raffaele Pisano, lasci sulla vittima solo i segni determinati dalla ruota dell’automezzo.

E invece è ciò che sarebbe avvenuto: non un osso rotto, non una ferita significativa refertata su altre parti del cadavere del calciatore, compreso il volto rimasto pressoché intatto, tutti elementi che stridono anche con il dato di un corpo che si vuole trascinato sull’asfalto per almeno 49 metri.

Ecco, la dinamica di ciò che accade quella sera è, a ben vedere, la cifra stessa del mistero per gli inquirenti di oggi. Non lo era, però, per quelli del 1989, che a loro disposizione avevano una perizia redatta da Pasquale Coscarelli, esperto in infortunistica stradale e consulente tecnico nominato dall’allora pm Ottavio Abbate. Si tratta di un atto poco appariscente dal punto di vista mediatico, ma forse determinante per la comprensione dei fatti.

Coscarelli, infatti, si reca sul luogo dell’incidente il 28 novembre, dieci giorni dopo, per documentare lo stato dei luoghi e, aiutandosi con le foto scattate nell’immediatezza, avanza una possibile ricostruzione di ciò che accadde al km 401 della Strada statale 106.

A suo avviso, Bergamini è «in posizione eretta» quando gli piomba addosso il pesante automezzo che procede a una velocità molto ridotta – fra 30 e 35 km all’ora – e in fase di ulteriore decelerazione. Proprio il moto lento del camion fa sì, secondo il perito, che non si verifichino le conseguenze tipiche di un investimento, con il corpo abbattuto al suolo o sbalzato in avanti.

Nulla di tutto ciò invece, con il povero Bergamini che viene letteralmente sollevato da terra, caricato sulla parte frontale del camion e sospinto in avanti «senza proiezione o lancio balistico». A quel punto, però, Pisano ha già il piede sul freno, e così dopo pochi metri – 15 o 18 al massimo – riesce ad arrestare la marcia, è a quel punto che il corpo di Bergamini viene rilasciato al suolo, proprio mentre la ruota anteriore destra compie un mezzo giro in avanti e gli schiaccia l’addome. Tutto si sarebbe consumato nel giro di due secondi, al massimo tre.

«Poteva addirittura salvarsi, poteva anche salvarsi» dirà due anni con tono di rimpianto Antonino Mirabile, pretore nel processo per omicidio colposo contro Raffaele Pisano. Sì, avrebbe potuto, ma purtroppo il destino aveva in serbo un finale diverso. Secondo il perito, dunque, sì spiega così il «sormontamento parziale di un corpo disteso sull’asfalto», e non certo perché quel corpo fosse a terra in quanto già privo di vita. E non solo.

All’epoca, Coscarelli risolve anche l’enigma trascinamento sì, trascinamento no. La risposta è che non vi fu alcun trascinamento. Questo è solo un equivoco generato a caldo da un errore veniale del brigadiere Francesco Barbuscio, che quella sera esegue i primi rilievi del caso su una scena già inquinata, al buio e sotto la pioggia.

Il carabiniere nota sull’asfalto una frenata di 49 metri e l’attribuisce all’incidente appena avvenuto, poi alcune ore più tardi va in caserma con il camionista e compila il suo primo verbale di sommarie informazioni, quello in cui l’allora cinquantenne rosarnese dichiara di aver trascinato il corpo di Denis.

«Mi sono conformato a quello che diceva il brigadiere» spiegherà in seguito Pisano, ma quella strisciata non presenta tracce di sangue, solo di pneumatico. Impossibile che abbia a che fare con la tragedia, Coscarelli lo rappresenta a Barbuscio che, correttamente, conviene e mette a verbale: «Frenata di attribuzione dubbia».

Nel 1991, durante il già citato processo contro Pisano, il consulente di Abbate tornerà poi sul capitolo posizione del corpo: Bergamini era ancora in piedi o già disteso al suolo? La domanda gliela pone proprio in questi termini il difensore del camionista, l’avvocato Giacomo Saccomano, ai tempi in cui nessuno fra giudici, pubblici ministeri e avvocati (anche quelli di parte civile) pensa anche lontanamente che possa essersi trattato di un omicidio.

E quindi Bergamini era già a terra o in posizione eretta? Coscarelli non ha dubbi: era certamente in piedi perché in caso contrario Pisano «non lo avrebbe avvistato in tempo», «non avrebbe avuto la reazione istintiva di frenare e di evitare un investimento», non ne avrebbe avuto «lo spazio né il tempo», morale della favola: «Lo avrebbe travolto». Trent’anni dopo arriverà la medicina legale della dottoressa Carmela Buonomo a mettere in discussione la logica, ma questa è un’altra storia. 

Caso Bergamini, la superteste e la paura di "laggiù". MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud l'1 Giugno 2022.

La supertestimone del processo Bergamini che non si presenta in aula perché «ha paura» è uno spettro che si aggira in Corte d’assise dallo scorso gennaio, cioè da dal giorno in cui la programmata audizione di Tiziana Rota, moglie dell’ex calciatore Maurizio Lucchetti, salta ufficialmente per motivi di salute della diretta interessata. In quel caso, a paventare il sospetto che le ragioni della sua assenza siano ben altre, è il pm Luca Primicerio, e da allora quel suo pensiero esternato ad alta voce  – «Ritengo abbia paura» – ha continuato ad aleggiare in aula, udienza dopo udienza, fino allo scorso 26 maggio, quando la donna ha marcato nuovamente visita; stavolta, però, allegando una documentazione clinica dal contenuto in apparenza inoppugnabile.

La Rota non sta bene per davvero, come certificano diversi medici, dando atto che è sotto osservazione psichiatrica e in condizioni tali da non poter testimoniare, a loro avviso né ora e né mai.

Ma di chi o di cosa ha paura Tiziana Rota? E perché le sue parole sono ritenute così importanti? Lombarda d’origine e coniugata con l’allora compagno di squadra di Denis, nel suo biennio di permanenza in Calabria sostiene di aver stretto un rapporto confidenziale, se non di amicizia, con l’attuale imputata. A novembre del 1989, lei e suo marito si sono già trasferiti a Salerno, ma in occasione di una loro comparsata in città, qualche giorno prima della data fatidica del 18, Tiziana avrebbe incontrato la Internò davanti a una pasticceria di Rende, raccogliendo il suo sfogo sulla fine della relazione con Bergamini. «Se non può essere mio, meglio che muoia», avrebbe vaticinato Isabella e, al sopraggiungere dei due cugini, sempre lei avrebbe aggiunto: «Zitta, che se sanno che mi ha lasciata lo ammazzano per davvero». Addirittura due possibili moventi in un colpo solo, dunque, confidenze che la moglie di “Lucky gol” tiene segrete per circa vent’anni salvo poi affidarle, nel 2010, all’avvocato Eugenio Gallerani, il vecchio legale della famiglia Bergamini allora impegnato a tentare di far riaprire il caso.

Va da sé che l’allora procuratore di Castrovillari Franco Giacomantonio attribuirà un peso molto relativo a tutte le testimonianze fiorite da 2010 in poi, compreso il discorso della pasticceria, e che le stesse, invece, diventeranno oro colato per i suoi successori; differenze di vedute a parte, un approccio problematico alle affermazioni della signora Lucchetti sembrano consigliarlo anche le intercettazioni più recenti.  Proprio lei, infatti, a colloquio con Donata Bergamini nel 2017 le dice di aver pensato «già dal giorno successivo» che a uccidere suo fratello fosse stata Isabella, parole che stridono con le scelte operate nell’immediatezza, a gennaio del 1990, quando lei e suo marito decidono di ospitare la Internò nella loro nuova dimora, a Vietri sul Mare, per «farla distrarre un po’». Strano contegno, visto che la consideravano un’assassina.

A ciò si aggiungono altre captazioni dalle quali affiora il dubbio che la sua «paura», quella a cui in seguito farà riferimento Primicerio, sia anche una suggestione determinata da pregiudizi ancestrali. A colloquio con Sergio Galeazzi, un altro ex calciatore, la Rota sbotta: «Non ho detto tutto. E non dico più niente perché ho paura».  Ma paura di che? «Delitto d’onore! Lo sappiamo tutti com’è andata», e aggiunge di aver comunque informato Donata Bergamini delle informazioni inedite in suo possesso. Proprio alla sorella di Denis, Tiziana manifesta i suoi timori in un dialogo successivo: «Paura, insomma, la paura, sapete come vanno le cose giù al Sud», concetto ripreso poi a colloquio con un giornalista che la cerca per una comparsata in tv: «Laggiù avevo paura» dice, rievocando il suo biennio cosentino. «Laggiù mi faceva paura la vita, difatti non so voi con che coraggio ci andate».  

Dopo aver preso atto della sua impossibilità a essere presente in aula, sia i giudici che la pubblica accusa hanno convenuto sull’opportunità di mettere Tiziana Rota e Maurizio Lucchetti – il suo caregiver – in coda all’elenco dei testimoni (devono esserne sentiti ancora poco meno di duecento) nella speranza che la salute della donna migliori; in caso contrario, si aprirà una disputa sull’acquisizione delle sue dichiarazioni. 

Caso Bergamini, quel “pasticciaccio” all’obitorio: le verità inedite sull’autopsia. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 27 maggio 2022.

Ci sono un carabiniere, un medico e un pubblico ministero nella morgue di Trebisacce. Non è l’incipit di una barzelletta lugubre, ma il secondo atto di una tragedia. È il 19 novembre del 1989, e i tre non sono soli in quello stanzone d’ospedale: con loro c’è anche un corpo privo di vita, quello di Donato Bergamini, deceduto la sera prima sulla Ss 106, all’altezza di Roseto Capo Spulico, sotto la ruota anteriore destra di un camion in transito.

La mattina successiva è in corso l’ispezione cadaverica e il dottor Antonio Raimondi detta il referto che il maresciallo Carbone trascrive su carta intestata della Procura sotto la supervisione del pm Ottavio Abbate. Sembra una pratica routinaria, ma trentatré anni dopo si trasforma in un gioco degli equivoci fino a diventare un nuovo capitolo del mistero. Ieri, infatti, Carbone e Raimondi si sono ritrovati in tribunale sulla scena del processo contro Isabella Internò, l’ex fidanzata del calciatore oggi accusata di aver inscenato il suo investimento per coprire quello che in realtà è stato un omicidio premeditato. In sintesi, uno strangolamento «soft» mascherato da suicidio.

E secondo la Procura attuale, anche quel documento medico-legale redatto all’indomani della morte dell’atleta può far parte della presunta macchinazione. La sponda l’ha offerta proprio Raimondi nel 2017, perché sentito dalla polizia giudiziaria nega di aver partecipato a quell’accertamento. «Non sono un anatomopatologo, quella che leggo non è una terminologia che mi è propria» disse all’epoca, e lo ha ribadito anche ieri in aula.

All’epoca prestava servizio al Pronto soccorso, un piano in su rispetto all’obitorio, e sostiene di essere stato chiamato da «un inserviente forse» perché «alcune persone importanti» volevano parlare con lui. Bergamini, dice di averlo visto solo di sfuggita, ma di non averlo toccato, né di aver eseguito ispezioni sul suo cadavere. Cosa c’è scritto allora quel verbale di ispezione? Il pm formula dei quesiti relativi al possibile orario della morte nonché alle cause, e il medico risponde: «Arresto cardiocircolatorio» determinato dall’investimento del mezzo pesante. Su quel verbale si da atto poi di aver tastato la mano di Denis – la cosidetta digitopressione – per valutare la natura delle ipostasi e, dopo un accenno alla rigidità degli arti inferiori, si parla della presenza di «politraumi in diverse parti del corpo».

Per Raimondi, nulla di tutto ciò, considerato che lui Bergamini sostiene di averlo visto appena ma di non averlo mai sfiorato. L’audizione di Carbone non ha diradato le ombre, anzi le ha addensate. L’ex comandante della stazione di Trebisacce, interrogato anche lui nel 2017, disse di ricordare che quel giorno, con lui e Abbate, c’era proprio Raimondi, ma ieri non era più così sicuro. «Forse si attendeva l’arrivo di un medico legale da Bari».

È tornato poi alla versione iniziale, ribadendo come anche a suo avviso nessuno dei presenti abbia messo le mani su quel corpo. Il confronto all’americana fra i due, disposto dalla Corte d’assise, non ha risolto il dilemma, ragion per cui su richiesta dei difensori della Internò, i giudici hanno convocato d’urgenza Abbate. «Non comprendo le ragioni per le quali si dovrebbe dubitare dell’autenticità di questo documento» ha detto fra le altre cose, rispondendo alle domande che accusa, difesa e parte civile gli hanno sottoposto a turno.

Nei suoi ricordi, quell’ispezione cadaverica fu disposta per decidere se eseguire in seguito l’autopsia. Il responso fu negativo perché «non c’era alcun elemento per dubitare che i fatti fossero andati diversamente da come li avevano raccontati i testimoni», e a ciò si aggiungevano anche una serie di evidenze, prima fra tutte il corpo di Denis ridotto in quello stato.

L’addome confuso con il torace, traumi descritti come «multipli» che invece erano localizzati solo nel punto in cui la ruota sormontò il corpo, l’assenza della firma di Raimondi sul verbale (erano presenti però tutti i suoi dati anagrafici, indirizzo di residenza incluso): a questi dettagli si sono richiamati accusa e parte civile per metterlo in difficoltà, ma a loro l’ex pm ha ricordato che «un mese dopo – in realtà erano trascorsi solo nove giorni, ndr – diedi disposizioni di effettuare l’autopsia, anche perché l’opinione pubblica si poneva molte domande, la posizione della famiglia Bergamini era mutata, e non volevo che quel mancato accertamento fosse percepito come un intralcio alla giustizia. A garanzia di ulteriore trasparenza, delegai però il pm di Ferrara, luogo di residenza della famiglia Bergamini».

Sarà il Tribunale ferrarese, in seguito, a nominare il consulente medico, e ea da sé che in presenza di un esame autoptico il verbale d’ispezione cadaverica diventi già all’epoca un documento superato; dopo più di trent’anni non è più così. «Ma per quale ragione poi si dovrebbe dubitare della sua autenticità?» ha ribadito Abbate, ed è una domanda alla quale nessuno osa rispondere, soffia ancora in aula e nel vento. E a proposito di autopsia: il testimone ha fatto accenno anche a una conversazione intrattenuta a caldo con Domizio Bergamini, il papà di Denis, che in presenza dell’allora presidente della società del Cosenza, Antonio Serra, gli avrebbe chiesto di non effettuare quell’esame sul corpo di suo figlio.

Una circostanza contestata dall’avvocato Fabio Anselmo: «Non voleva che fosse eseguita a Castrovillari?» ha domandato il legale di parte civile, ma al riguardo Abbate ha citato testualmente le parole dell’ormai defunto genitore: «Dottore, se avete deciso di fare l’autopsia, non fatela. Evitatemi questo strazio». Nel 1989 Ottavio Abbate era l’unico magistrato inquirente in servizio a Castrovillari, città all’epoca orfana di un procuratore della Repubblica. Non ha una scorta, ma ciò non gli impedisce di guidare la prima inchiesta antimafia che porta all’arresto e poi alla condanna di Giuseppe Cirillo, allora boss indiscusso della Sibaritide e collegato alla camorra di Cutolo. In seguito diventerà presidente del tribunale di Sala Consilina e poi di quello del Pollino. È in pensione dal 2016.

Processo Bergamini. Castagnini, i "No" di un capitano. Tirato in ballo da un calciatore nelle intercettazioni, nega di essersi venduto le partite, "Mai fatto, ne vado fiero". MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud 23 Giugno 2022.

Era il capitano di quel Cosenza che in due anni sfiorò il doppio salto dalla serie C alla A e, trenta e passa anni dopo, Renzo Castagnini è dovuto tornare con la memoria a quella stagione calcistica indimenticabile, esplorandone però il capitolo più triste: la morte del suo compagno di squadra Donato Bergamini.

Lo ha fatto da testimone, convocato anche lui sulla scena del processo contro Isabella Internò, l’ex fidanzata di Denis oggi accusata di omicidio premeditato e volontario. Isabella, la ragazza di Rende che piange disperata davanti alla bara del suo amato e che riceve una carezza di conforto proprio da Castagnini; un gesto immortalato dai fotografi dell’epoca, che segna la vicinanza di un momento lontano e irripetibile. Ieri, infatti, i posti in aula assegnati a entrambi dal destino erano molto più distinti e distanti: sul banco dei testimoni lui, su quello degli imputati lei.

«Non frequentavo Bergamini fuori dal campo di gioco – ha ricordato l’ex centromediano oggi 66enne – e più in generale non frequentavo i calciatori scapoli, essendo già sposato e con una figlia. Sapevo che lui e la Internò erano fidanzati, ma non ho mai parlato con loro di questioni relative al loro rapporto. Li vedevo come due ragazzi giovani che stavano insieme e basta».

Gli inquirenti lo hanno sentito una prima volta nel 1989, a ridosso della tragedia; poi nel 2012 e ancora nel 2017, periodo in cui è stato anche intercettato. Sul dramma di Roseto, però, Castagnini ha sempre avuto ben poco da dire, e ieri non ha fatto eccezione alla regola, tanto da sottrarsi persino alla domanda più ricorrente del processo, quella che il pm Luca Primicerio propone a un po’ tutti i testimoni interpellati: «Che idea si è fatto della morte di Bergamini? Ritiene possibile che si sia suicidato?». Risposta: «Non compete a me farmi un’idea, non mi piace giudicare».

Le “chiacchiere dei giornali” però, quelle neanche lui ha potuto ignorarle. E così, nel 2017 a colloquio con gli investigatori, un’idea al riguardo mostra di essersela fatta, un pensiero che ha rinverdito ieri in aula: «Pensai a una disgrazia, a un gesto spericolato di Denis. Ho in mente un giorno trascorso con lui in piscina e ricordo i suoi tuffi molto temerai dal trampolino. Aveva una grande coordinazione, e lo invidiavo per questo».

Il tuffo in piscina che ritorna, la stessa rappresentazione della tragedia di Roseto fatta dalla Internò che, anche per aver sempre evocato questa immagine ritenuta inverosimile, se non impossibile, si ritrova oggi inchiodata alla croce giudiziaria. Isabella ne parlò nell’immediatezza con Castagnini? Interiorizzò questa suggestione? Un tema tralasciato da accusa e difesa che hanno seguito, invece, copioni paralleli durante i rispettivi esami e controesami.

L’aspetto emotivo in primo piano per Primicerio, ovvero l’ultimo allenamento, il giorno della morte: «Era carico e motivato – ha ribadito Castagnini – e spronava me e i compagni a vincere la partita, il giorno successivo, per tirarci fuori da una classifica non buona».

E poi, il calcioscommesse, argomento sul quale l’attuale direttore sportivo del Palermo, con un trascorso da capo scout della Juventus, ha inteso mettere le cose in chiaro: «Sono nel mondo del calcio da 47 anni, e mai nessuno si è avvicinato a me chiedendomi di alterare il risultato di una partita. Ne vado fiero».

Al riguardo, il pubblico ministero l’ha toccata piano; la difesa, invece, ha usato la scimitarra. Non a caso, l’avvocato Angelo Pugliese gli ha letto le intercettazioni di alcuni suoi compagni di squadra – il portiere Luigi Simoni in primis – che gettano sospetti in materia proprio su di lui.

«Ero in attività mentre due grandi inchieste sul Totonero facevano il loro corso senza che io sia mai stato coinvolto in alcun modo» è stata la risposta più articolata. Per il resto, a domande più esplicite, i suoi “No” secchi e ripetuti sono rimbombati più volte nel silenzio della Corte d’assise. Con le sorelle Brunella e Paola Ricci si è cambiato decisamente argomento. Titolari di un ristorante all’epoca molto frequentato da calciatori e dirigenti del Cosenza – lo “Steak house” di Laurignano – ebbero il privilegio di avere Bergamini a cena, due volte a casa e una nel locale.

Quest’ultimo episodio risale all’inizio di novembre del 1989, e il ricordo che specie una delle due sorelle ha di quella sera è di un Bergamini “pensieroso”, “triste”, “con gli occhi bassi”, quasi “assente”. L’anno precedente una di loro ci è uscita insieme un paio di volte, qualche giro in auto a Commenda, ma poi «ho saputo che era fidanzato e la cosa non è andata avanti».

Giuliana Tampieri, invece, è la donna all’epoca ventitreenne che trascorre con lui la notte del 12 novembre 1989, all’hotel Hilton di Milano dopo la trasferta del Cosenza a Monza. «Lo conoscevo da quando avevo diciotto anni, veniva con il padre a mangiare nella trattoria in cui lavoravo come cameriera. Gli piacevo, ma io non ero interessata a lui. L’ho rivisto anni dopo, a settembre del 1989, quando è venuto a trovarmi un po’ a sorpresa. Qualche mese prima era deceduto il mio fidanzatino dell’epoca e probabilmente lui lo aveva saputo».

Denis la invita in Lombardia e poi trascorre la serata con lei, parlano di argomenti leggeri e “banali” e poi prendono due camere separate. «Non ci ha provato, è stato sempre molto rispettoso. Solo dopo la sua morte ho appreso che aveva una fidanzata a Russi, ma se lo avessi saputo prima non sarei neanche andata a Monza».

Infine, Stefano Benanti, oggi finanziere a Rimini ma in quei giorni talento della giovanile del Cosenza a volte aggregato alla prima squadra. Bergamini lo ricorda come un «combattente in campo», ma poco loquace con lui a differenza di altri come Michele Padovano e Claudio Lombardo. A Benanti, Denis darà un passaggio a casa il giorno prima di morire, un viaggio descritto così dal diretto interessato: «Era più taciturno del solito, non scambiammo neanche una parola». Mezza, invece, la scambia con Isabella dopo il fattaccio, dopo averla incontrata casualmente in città: «Mi ripeté in modo succinto che Denis voleva andarsene dall’Italia, che scese dall’abitacolo e si allontanò dall’auto. Non ricordo se mi disse di aver assistito al suo investimento o se lo perse di vista proprio nell’attimo in cui passò il camion».

Caso Bergamini, escono dall'inchiesta il camionista e il marito della Internò. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 15 maggio 2022.  

I LORO nomi sono rimasti due anni nel registro degli indagati e per un altro triennio nel limbo, fra coloro i quali son sospesi. Ora, però, Luciano Conte e Raffaele Pisano escono dall’inchiesta sulla morte di Donato Bergamini con un provvedimento d’archiviazione che era già nell’aria da tempo, ma per la cui ufficialità entrambi hanno dovuto attendere un bel po’. Ora però c’è anche quella, perché alla richiesta avanzata lo scorso febbraio dal pm Luca Primicerio si è aggiunto il provvedimento del gip Simone Falerno.

Diverso era il grado di coinvolgimento nella vicenda dei due ex indagati per come ipotizzato dagli inquirenti. Conte, poliziotto in quiescienza, è il marito di Isabella Internò, la donna accusata dell’omicidio del calciatore, e a sua volta era sospettato di favoreggiamento. Nel suo caso, gli investigatori erano andati a ripescare un’intercettazione del 2012, risalente ai tempi della precedente inchiesta poi archiviata. Si tratta di un’ambientale fra lui e la consorte, captata nella sua automobile, di poco precedente all’appuntamento che, in quei giorni, Isabella ha con l’allora procuratore Franco Giacomantonio. Non è ancora formalmente indagata per la morte del suo ex fidanzato e sarà sentita in Procura come semplice testimone; in previsione di quell’evento il marito le dà alcuni suggerimenti sul contegno da tenere durante l’interrogatorio. Le consiglia di abbondare con i «non ricordo» nelle sue risposte, considerato che sono passati 23 anni dalla morte di Bergamini e, probabilmente, da poliziotto, teme che dall’altra parte ci siano persone pronte ad appigliarsi a ogni piccolo dettaglio per poterlo poi utilizzare contro di lei.

Non sarà così, tant’è che gli inquirenti dell’epoca non scorgono la presenza di alcun reato in quella conversazione, a differenza dei loro successori che, nel 2018, procederanno per favoreggiamento. Un’ipotesi di reato già prescritta all’epoca, figuriamoci nel 2022,  fatto sta che è proprio all’intervenuta prescrizione che si richiama Primicerio per motivare la richiesta di archiviazione.        

Tutt’altro discorso per Pisano. Il camionista che investì Denis era sotto inchiesta per concorso in omicidio; già giudicato (e assolto) nel 1992 quando l’accusa era di omicidio colposo, non avrebbe potuto comunque essere processato una seconda volta per gli stessi fatti. Non è questo, però, il motivo per cui è uscito di scena. Già la polizia giudiziaria, nel 2019, era stata costretta ad ammettere che il suo coinvolgimento nei fatti di Roseto Capo Spulico del 18 novembre 1989 è puramente incidentale: passava di lì per caso.

Primicerio riprende le conclusioni di quell’informativa e propone una formula dubitativa: «I fatti esposti non consentono di sostenere efficacemente in dibattimento l’ipotesi del suo coinvolgimento nell’omicidio», ma i termini utilizzati dal gip per archiviare la sua posizione suonano in modo più netto: «Non si rileva un suo fattivo coinvolgimento nella verosimile messinscena del suicidio del Bergamini». L’uscita di scena del rosarnese pone ora una serie di dubbi procedurali sulla posizione che lo stesso assumerà nel processo in corso contro la Interò.  Pisano, infatti, è inserito nella lista dei testimoni di accusa e difesa, e il suo status di persona già imputata in un procedimento connesso, suggerisce che debba essere sentito in aula assistito da un avvocato di fiducia. E soprattutto che gli sia concesso di avvalersi anche della facoltà di non rispondere. Una diversa interpretazione del Codice, rimanda a un’altra possibilità. Il suo “ne bis in idem”, il fatto che non possa essere processato due volte per lo stesso reato, esclude anche l’eventualità di una sua possibile e futura incriminazione, in tal caso da testimone (con o senza avvocato) avrebbe l’obbligo di rispondere.

Un dilemma che sarà risolto quando arriverà il suo turno in aula, appuntamento che la Procura evidentemente non ritiene così urgente nonostante l’uomo abbia già compiuto 84 anni e di tutta la vicenda sia un po’ il testimone chiave. Non a caso, sono state celebrate già sedici udienze del processo e di convocazioni, per lui, ancora neanche l’ombra.  

Processo Bergamini: la rivincita del "gruppo Z", sentiti i carabinieri che nel 2011 ipotizzarono il delitto d'onore. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 09 maggio 2022.  

All’epoca, Donata Bergamini li ribattezza “Gruppo Z”, nulla a che vedere con Putin, semmai con i cavalieri dell’apocalisse: ritiene, infatti, che quei carabinieri siano gli ultimi che indagheranno sulla morte di suo fratello Denis. Correva l’anno 2011, e in seguito la cronaca le darà torto. L’inchiesta sui fatti del 18 novembre 1989 alla quale partecipa anche il suddetto Gruppo sarà archiviata, ma di lì a poco la palla passerà ad altri investigatori che chiederanno (e otterranno) il rinvio a giudizio di Isabella Internò per l’omicidio volontario dell’allora calciatore del Cosenza. Un delitto che si ritiene maturato per motivi passionali – «l’onore» – nell’alveo della famiglia della ragazza, ex fidanzata della vittima, che a ben vedere era proprio la tesi portata avanti dal cosiddetto “Gruppo Z”.

Anche per questo, stamane sulla scena del processo si è consumata la piccola rivincita di quei carabinieri. Due di loro, il luogotenente Roberto Redavid e il maresciallo Fabio Lupo, sono stati convocati per ripercorrere l’informativa da loro redatta nel 2012, ai tempi in cui agivano su delega del procuratore Franco Giacomantonio.

Il pubblico ministero d’udienza li ha impegnati a ripercorrere un po’ tutti gli accertamenti da loro svolti, ed è venuto fuori come i temi trattati fossero quelli poi ripresi in toto dai loro successori: la gelosia di Isabella, l’aborto della ragazza come spartiacque del rapporto sentimentale fra lei e il calciatore, l’assenza di ragioni valide per cui quest’ultimo potesse togliersi la vita, l’esclusione di piste alternative quali la droga, il calcioscommesse, il crimine organizzato. Va da sé che tra i compiti a loro demandati vi fosse la ricerca di nuove prove, alcune attività intercettive, l’acquisizione di documenti e testimonianze, ma non certo una possibile ricostruzione di dinamica e movente del presunto omicidio, circostanza che porterà poi Giacomantonio a contestare loro di essersi «avventurati in valutazioni che esulavano dalle loro prerogative» o di aver «azzardato congetture articolate su ipotesi di verosimiglianza e plausibilità autoreferenziale».

Acqua passata, perché dieci anni dopo le loro tesi hanno trovato cittadinanza in un’aula di tribunale. Il loro esame è stato lungo e articolato, a tratti ridondante, considerato che sugli stessi temi si erano già espressi i loro successori, autori dell’informativa più recente nel 2017, ma tant’è: quello in corso davanti ai giudici della Corte d’assise presieduta da Paola Lucente (con Marco Bilotta a latere) è anche un processo di logoramento oltre che di trincea.

Non è mancato il momento spettacolo, con la richiesta avanzata dalla Procura di ascoltare in aula un’intercettazione ambientale del 2011 fra Isabella e suo marito Luciano Conte, tentativo poi abortito a causa della pessima qualità dell’audio. In conclusione, Lupo e Redavid hanno sgomberato il campo dalle ombre che aleggiavano da anni sul loro trasferimento decretato proprio dopo la consegna dell’informativa. Nessuno ha voluto fermarli, erano in rotta con la loro scala gerarchica per altri motivi, tant’è che in precedenza avevano persino denunciato i propri superiori, gli stessi che nonostante gli animi tesi li avevano poi messi a indagare sul caso Bergamini. Mercoledì, intanto, si torna in aula. 

Processo Bergamini, il Covid blocca le udienze. Anselmo contagiato chiede e ottiene il rinvio, ma i testi erano comunque assenti congedati dalla Procura già prima della decisione del giudice. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 28 aprile 2022.  

Il Covid fa capolino sulla scena del processo Bergamini, rallentando così le operazioni in aula. Lo aveva fatto già una volta, a scapito di qualche giudice popolare, ma oggi la storia si è ripetuta.

A essere contagiato, stavolta, è stato l’avvocato Fabio Anselmo, patron di parte civile, e dato che tutti i suoi collaboratori sono finiti in quarantena, nell’impossibilità di nominare sostituti processuali, ieri mattina il legale ferrarese ha inviato in extremis alla Corte d’assise una richiesta di rinvio dell’udienza per legittimo impedimento.

Stamane i giudici avrebbero dovuto decidere se accogliere o meno l’istanza, e considerato che la presenza in aula della parte civile non è considerata vincolante, l’esito non era poi così scontato. Si è optato poi per un rinvio, ma la singolarità di questa vicenda è che anche in caso di parere contrario dei giudici, la seduta sarebbe saltata lo stesso.

Questo perché, sempre nel pomeriggio di mercoledì, la Procura di Castrovillari ha contattato telefonicamente i testimoni in scaletta, comunicando loro di non presentarsi in aula. «Visto che sono persone un po’ in avanti con l’età», si è giustificato il pubblico ministero d’udienza che, evidentemente, dava per scontato l’esito della querelle.

In tutto ciò la difesa di Isabella Internò ha lamentato di non essere stata messa al corrente delle manovre in atto, ma di averlo appreso solo a babbo morto. In aula non c’erano gli avvocati Angelo Pugliese né Rossana Cribari, messi fuori gioco da impedimenti di natura privata e professionale, ciò nonostante da parte loro non era arrivata alcuna richiesta di rinvio dell’udienza. Pronti a dare battaglia fra i banchi c’erano i loro sostituti Giuseppe Lanzino e Pasquale Marzocchi, e proprio loro hanno rilevato «l’irritualità» delle fasi che hanno portato al rinvio, pretendendo che le loro osservazioni fossero messe a verbale.

È finita lì, senza strascichi ulteriori perché il presidente Paola Lucente ha chiuso la questione, annullando anche l’udienza in programma domani per dare appuntamento a tutti il prossimo 9 maggio. Covid permettendo. Quel giorno, dunque, saranno sentiti i testimoni rimasti in sospeso, tre dei quali ritenuti molto importanti dalla parte civile. Non a caso, le persone convocate in aula da Anselmo dovrebbero introdurre il tema dei «depistaggi» che per l’avvocato della famiglia Bergamini incombono su questa storia.

Il dottor Antonio Raimondi è il medico dell’ospedale di Trebisacce che il 18 novembre del 1989 esegue la ricognizione cadaverica sul corpo di Denis alla presenza dell’allora pm Ottavio Abbate e di un ausiliario dei carabinieri. Nel referto, breve e conciso, parla di «politraumatismi alle parti molli e alle ossa in diverse parti del corpo» e dietro queste parole, messe nero su bianco e in apparenza neutre, secondo Anselmo si cela un depistaggio. Va da sé che, sentito nel 2017 durante le indagini, Raimondi smentisca di aver eseguito quell’accertamento medico legale e di essersi limitato solo a «un’ispezione visiva» del cadavere. Perché nega? Sarà lui stesso a fare chiarezza in aula. Dopo di lui arriverà il momento dei carabinieri del Gruppo Z, così ribattezzati nel 2012 da Donata Bergamini. Confezionano loro l’informativa quando a guidare l’inchiesta c’è Franco Giacomantonio, ed è un documento matrice rispetto a quello che sette anni dopo produrrà l’ispettore Ornella Quintieri.

Non a caso è in quelle pagine che si parla per la prima volta di delitto d’onore e di un Bergamini soffocato e vittima di una cospirazione familiare, tesi all’epoca bollate dal procuratore e dal gip come «mere congetture autoreferenziali», ma che oggi, invece, rappresentano la cifra del processo in corso. Fatto sta che nel 2014, una volta completata l’informativa, il cosiddetto Gruppo Z chiede di operare ulteriori intercettazioni e raccogliere altre testimonianze, ma per Giacomantonio, già orientato ad archiviare l’inchiesta, può bastare così.

Nei giorni successivi, la rete e gli organi d’informazione interpretano così la notizia: «Trasferiti i carabinieri che indagano sul caso Bergamini». Ora se andò davvero così, lo sapremo fra qualche giorno dalla viva voce dei diretti interessati. Gruppo Z a parte, fra i testimoni non ci sarà più un carabiniere in pensione, Iconio Bagnato, che nel 1989 guidava la stazione di Rocca Imperiale. Purtroppo, è deceduto nei giorni scorsi.

Processo Bergamini, "compagni di scuola" della Internò a rischio incriminazione. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 13 Aprile 2022.

Nel film di Verdone si incontrano dopo quindici anni per una rimpatriata che si rivelerà amara. A Cosenza di anni ne passano trentadue, ma stavolta la location prescelta è il palazzo di giustizia perché una di loro è sotto accusa per omicidio volontario, quello di Donato Bergamini.

Compagni di scuola di celluloide nel primo caso, in carne e ossa nel secondo: sono gli ex ragazzi della Ragioneria di Rende, sezione B, quella frequentata negli anni Ottanta da Isabella Internò, l’ex fidanzata del calciatore morto il 18 novembre del 1989. È finita male, proprio come al cinema, perché due di loro – Luisa Marsico e Antonio Mazzitelli – rischiano ora l’incriminazione per falsa testimonianza.

A spingere in questa direzione, chiedendo la trasmissione degli atti in Procura, sono stati il pm Luca Primicerio e il patrono di parte civile Fabio Anselmo, con i giudici che si sono riservati una decisione che, verosimilmente, sarà resa nota il 28 aprile alla ripresa dei lavori in aula.

A inguaiare la prima sono stati i tentennamenti rispetto alle dichiarazioni da lei rese prima nel 2012 e poi nel 2017, verbali nei quali la donna riferiva del contegno tenuto dalla Internò nei giorni successivi alla tragedia di Roseto Capo Spulico. “Isabella cambiava continuamente versione – ebbe ad affermare all’epoca – una volta diceva che si era tuffato, un’altra che era scivolato. Ragion per cui non mi sembrò sincera e scadette ai miei occhi come amica”.

Considerazioni personali, in verità pure innocue, che la Marsico fa all’età di diciott’anni e che rinverdisce molti anni più tardi alla polizia giudiziaria, ma che a grandi linee non si è sentita di confermare ieri in aula. “Il punto è – ha spiegato – che ho visto troppe puntate di “Quarto grado” e “Chi l’ha visto” e ho letto troppi giornali, ormai non riesco più a distinguere un ricordo vero da una notizia appresa successivamente”. Apriti cielo. Anselmo ha azzardato l’ipotesi che a condizionarla non siano stati i rotocalchi televisivi, ma “articoli di certa stampa locale”, senza precisare quali articoli. Quale stampa.

E quando poi la testimone aggiunge di aver espresso gli stessi dubbi all’ispettore Ornella Quintieri, colei che la sentì a sommarie informazioni, ecco venire giù il diluvio. “Se l’ha detto, allora perché non è stato verbalizzato?”. Primicerio e poi la parte civile l’hanno ammonita più volte, ricordandole la falsa testimonianza è un reato. “Forse non l’ho detto all’ispettore”, ammetterà alla fine l’ex compagna di Isabella.

È poi uscita in lacrime dall’aula per far posto a Mazzitelli. Prima, però, ha parlato con lui per qualche minuto nel corridoio del tribunale, attirando così le ire sul suo collega di sedia, ieri più scomoda che mai. “Cosa vi siete detti?” lo ha incalzato ancora Anselmo. “Abbiamo parlato di cucina e pulizia della casa” ha risposto prontamente il testimone. “Cerchi di essere più credibile” lo ha redarguito il presidente della Corte.

Il questionario approntato per lui ricalcava a grandi linee quello della Marsico. Isabella era innamorata di Bergamini? E lui di lei? Quando si sono lasciati? Nell’uno e nell’altro caso è emerso che la ragazza non raccontava granché della sua vita privata, ma al netto di qualche dettaglio in più raccontato nei verbali e taciuto in aula, a far scivolare Mazzitelli è stata una fotografia: la Internò e sua madre in chiesa, davanti alla bara di Denis, e alle loro spalle un uomo. “Non so chi sia” ha risposto il testimone. E riapriti cielo.

Perché il 7 dicembre del 2017, a colloquio con la Quintieri e con l’assistente capo Pasquale Pugliese, quella figura, la stessa figura, era da lui indicata come Dino Pippo Internò, il cugino di Isabella. “E quindi come fa oggi a non riconoscerlo?”. La spiegazione è immediata: “Me l’hanno detto i poliziotti che si chiamava così, io lo conoscevo solo di vista, ma trent’anni dopo non ricordavo come fosse fisicamente”.

Anche con lui il pubblico ministero è stato inflessibile. E poco importa che anche stavolta il tema del processo – il presunto delitto d’onore – non sia stato neanche sfiorato. “Chiedo la trasmissione degli atti in Procura” ha concluso Primicerio, un epilogo che ha dato spunto a Mazzitelli per una provocazione: “Sì va bene, lo riconosco. È Dino Pippo Internò”.

A quel punto, però, in aula era piovuto già abbastanza. Nessun rilievo dai difensori Angelo Pugliese e Rossana Cribari che si sono limitati a richiamare, di tanto in tanto, pm e parte civile, invitandoli a “non intimidire i testimoni”. Le parti si sono invertite. Capita spesso, anche nei migliori processi.

Processo Bergamini, in aula la foto di Denis dopo la riesumazione. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud l'8 aprile 2022.

L’immagine del volto di Donato Bergamini, così come si presentava dopo la riesumazione eseguita a 47 giorni dalla sua morte, ha fatto capolino stamane in Corte d’assise, dove si celebra il processo contro Isabella Internò, l’ex fidanzata del calciatore oggi accusata di omicidio volontario.

A mostrarlo in aula è stato il pm Luca Primicerio a corredo della testimonianza di Massimiliano De Pasquale, un ultrà del Cosenza che la sera del 18 novembre 1989, dopo aver appreso di quanto avvenuto a Roseto Capo Spulico, si mette in auto e insieme ad altri tifosi raggiunge il luogo della tragedia, cento km più a nord rispetto alla città capoluogo. Fa tappa anche all’ospedale di Trebisacce dove, nel frattempo, è stato trasportato il corpo del calciatore che vede disteso sul tavolaccio e coperto da un lenzuolo. “Aveva un ematoma di forma circolare sulla tempia, non ricordo se a destra o sinistra, ma sembrava una moneta” ha ricordato De Pasquale durante la sua testimonianza.

È una delle tante suggestioni che ruotano attorno alla vicenda. In quelle ore concitate, infatti, a notare la ferita in questione sono i familiari di Denis, il papà Domizio in primis, e sulla stessa scia altre persone trovatesi a passare quella sera dalla morgue di Trebisacce riferiranno in seguito della presenza di quella macchia rossa o rosacea della grandezza di “una nocciolina” sulla tempia della vittima. Alla circostanza hanno dato molto credito anche gli investigatori, tant’è che secondo l’ispettore capo Ornella Quintieri, quel segno rotondo altro non è che la bruciatura provocata “da una pistola” che qualcuno gli avrebbe poggiato sulla tempia a mo’ di minaccia prima di soffocarlo e sdraiarlo sulla carreggiata a coronamento della messinscena.

Il problema, però, è che quell’ematoma non esiste. Non se ne fa alcun accenno nel referto autoptico a firma del professor Francesco Maria Avato, ma a scanso d’equivoci non si vede neanche nella foto mostrata ieri in aula e scattata dallo stesso medico legale prima di eseguire l’autopsia. A tal proposito, poco importa che fosse trascorso ormai un mese e mezzo dal decesso, perché quella ferita, se davvero fosse esistita, avrebbe dovuto essere ancora lì. A quale bruciatura e a quale pistola faceva riferimento allora la Quintieri?

Ne riparleremo, anche perché quella foto, c’è da scommetterci, sarà mostrata nuovamente nel prosieguo del processo e in formato extralarge. Per il momento ha fatto il suo ingresso in aula in modo del tutto incidentale dato che le ragioni per cui è stato convocato De Pasquale erano altre. L’uomo doveva riferire di un colloquio avuto con tale Rita Perna, una conoscente di Bergamini e amica dello stesso testimone. A quest’ultimo, la donna avrebbe confidato di aver assistito a un litigio tra Denis e Isabella davanti al liceo “Scorza” di via Popilia, location insolita considerato che, a quei tempi, la ragazza frequentava un altro istituto scolastico – la Ragioneria di Rende – ma tant’è: già in fase d’indagine la Perna aveva smentito di aver detto quelle cose; avrebbe dovuto essere sentita durante la scorsa udienza, ma ha marcato visita giustificando la propria assenza alla Corte.

Dettagli poco rilevanti comunque, un po’ come quelli riferiti da Carmela Parise e Fabrizia Principe, due ex compagne di classe della Internò. Entrambe hanno ricordato come a scuola un po’ tutti sapessero del suo fidanzamento con il calciatore del Cosenza, ma secondo la Principe la diretta interessa non ostentava quella relazione così importante. “Con noi era rimasta la stessa” ha sottolineato. Primicerio ha posto loro domande del tipo “Ha mai sentito Isabella vantarsi di aver guidato l’auto di Bergamini” oppure “Lei ha mai fatto filone insieme alla Internò?”, poi a mezzogiorno meno un quarto, ne ha avuto abbastanza pure lui.

Mancava l’avvocato Fabio Anselmo, reduce dai trionfi dei processi Cucchi, a riprova del fatto che quella in programma oggi a Cosenza fosse un’udienza tutt’altro che memorabile. La prossima, se vogliamo, sarà addirittura peggio. La Procura, infatti, continua a riservarsi la convocazione dei testimoni chiave della vicenda – saranno in tutto sette o otto su duecentotrenta – e attinge ancora dal fondo della sua lista. Ciò significa che al ritorno in aula, il 13 aprile, toccherà ad altri cinque ex compagni di classe dell’imputata.

Processo Bergamini: prima di morire «aveva la testa altrove, era innamorato». MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 28 Marzo 2022.

Immusonito, assente, su un altro pianeta. «Non era sereno». Così si presenta Donato Bergamini agli occhi di Fabiana Novelli una settimana circa prima della sua morte. È l’ultima volta che la donna vede il calciatore, e proprio lei oggi si è presentata in Corte d’assise per tornare con la memoria a quel meeting avvenuto ad Argenta, in Emilia Romagna, nel negozio della sorella di Denis.

All’epoca Fabiana è fidanzata con Luigi Simoni, il portiere del Cosenza grande amico di Bergamini. I due sono stati anche coinquilini, ma da alcuni mesi il portiere si è trasferito a Pisa, ragion per cui i loro incontri si sono diradati. Quel lunedì avrebbero dovuto riabbracciarsi ancora una volta, ma Denis era taciturno, sbrigativo, restò lì solo pochi minuti. Insomma, «si vedeva che non c’aveva voglia» sottolinea Fabiana.

«Era preoccupato?» le chiede il patrono di parte civile, Fabio Anselmo, ma in realtà «no, aveva la testa altrove». Dove, chi può dirlo. Di Isabella Internò, Fabiana ha pochi ricordi. La vede spesso a casa di Bergamini quando si reca a Cosenza a trovare il suo fidanzato, ma «non parlavamo molto. Io ero lì per Luigi, lei stava lì per Donato. Non eravamo interessate a diventare amiche».

Tre anni prima, a colloquio con la polizia giudiziaria, spiega che la Internò era invisa alle altre mogli dei calciatori, tant’è che non usciva mai con loro, oggi però ha dato un senso diverso a quelle parole: «Noi venivamo da fuori, quindi era naturale che facessimo gruppo. Isabella era del posto, qui aveva le sue amiche, probabilmente non le interessava far parte del gruppo delle mogli e fidanzate». Scherzi della verbalizzazione, non un caso isolato.

Di quella ragazza con i capelli biondi a caschetto Denis «era innamorato», ma si tratta solo di una sua opinione, il pm Luca Primicerio ci tiene a precisarlo prima di sollecitarne un’altra di opinione, con la domanda più ricorrente di questo processo alla quale neanche lei può sottrarsi: «Non ho mai ritenuto possibile che Denis si sia suicidato. Aveva la testa piena di progetti e tanta voglia di vivere».

È stata lei il principale testimone del giorno, il che la dice lunga sulla rilevanza degli altri, tutte donne, convocati in aula per l’occasione. Lucia Cuccaro da Poppi, provincia di Arezzo, lo conosce nell’estate dell’85 quando il Cosenza è in ritiro nel paesino toscano, e da allora mantiene con lui un rapporto epistolare che si protrae fino all’88. La sua audizione si è protratta per circa un’ora.

Dopo di lei arriva il turno di Rossella F., ragazza della villetta di Commenda che tra la fine del 1988 e l’inizio dell’89 frequenta i calciatori del Cosenza, tra cui Bergamini. «Avete avuto rapporti sessuali?» le chiede brutalmente Primicerio. La risposta è «sì». Il presidente della Corte d’assise vuole sapere quante volte, ma lei non ricorda. «Una, dieci?» la incalza in aiuto alla memoria. «Facciamo sei» taglia corto Rossella. Un supplizio durato una mezzoretta.

Quando si lasciano Bergamini e Isabella? È uno dei tormentoni del processo, un quesito al quale fin qui ogni testimone ha associato una risposta diversa. Per la Novelli stavano ancora insieme a giugno del 1989, secondo Rossella si erano lasciati già dall’estate precedente. Quest’ultima è la tesi preferita da Procura e parte civile, considerato che Denis aveva in animo di sposarsi con la Alleati – «Con chi?» si è inserita Fabiana, sinceramente sbigottita – ragion per cui chi frequentasse la Internò a dicembre del 1989, poche settimane dopo la tragedia di Roseto, non dovrebbe avere grande importanza.

E invece a quanto pare importa. L’ultima testimonianza del giorno verte proprio su questo tema. Tiziana De Carlo, all’inizio di quel mese, raccoglie il tam tam diffusosi sul corso di Paola e si mette alla ricerca di Luciano Conte, l’attuale marito di Isabella, avvistato da più persone in compagnia della sua nuova fiamma, «l’ex di Bergamini».

Tiziana li localizza e li descrive «in atteggiamenti intimi», ovvero con la testa di lei poggiata sulla spalla di lui. Stavano insieme già all’epoca? Il pm mostra con enfasi il foglio matricolare del poliziotto Conte, in quei giorni in servizio a Palermo, dal quale risulta una licenza a Paola proprio nel periodo indicato.

A riscontro della De Carlo, ma anche di un’altra evidenza suggerita dal difensore Angelo Pugliese: che il 18 novembre del 1989 Conte si trovava in Sicilia. Nel frattempo domani si torna in aula. Tra gli altri, sarà sentito l’ex procuratore di Bergamini e di altri calciatori, Bruno Carpeggiani.

Processo per la morte di Bergamini, la verità sul “gran rifiuto” al Parma. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 28 Marzo 2022.

«Avrebbe avuto un ingaggio principesco, in una squadra costruita per andare in serie A e, per giunta, a due passi da casa sua. Una prospettiva molto allettante per chiunque, no?». Giovanbattista Pastorello è ancora oggi incredulo quando torna con la memoria all’estate del 1989, al giorno del gran rifiuto di Donato Bergamini. Era lui il direttore sportivo del Parma, la squadra allenata da Nevio Scala che proprio quell’anno inaugura il ciclo che, da lì a poco, la proietterà ai vertici del calcio europeo. Pastorello era l’uomo incaricato di costruire l’organico di quella squadra e, in cima alla sua lista, c’era proprio l’acquisto di Bergamini.

«Era una trattativa chiusa, il calciatore aveva accettato ed era felicissimo di giocare per noi. Poi, nel giro di pochi minuti cambiò idea. Pensi che anche il mio presidente, Ernesto Ceresini, ci restò malissimo». Proprio in extremis Denis sceglie di restare a Cosenza e nel contesto degli eventi che da lì a pochi mesi culmineranno nella tragedia di Roseto, quello del mancato trasferimento al Parma rappresenta ancora oggi uno dei capitoli più oscuri.

«È rimasto giù per lei» ipotizzava il portiere Luigi Simoni in una conversazione intercettata, laddove per lei s’intende Isabella Internò, ma per gli inquirenti che hanno lavorato al caso è una spiegazione inaccettabile, che mette in crisi la rappresentazione di un Bergamini ormai disinnamorato della sua ex e già proteso a sposare un’altra donna.

Non a caso, la polizia giudiziaria individua ben altre ragioni per cui il calciatore avrebbe deciso di restare in Calabria: «Era reduce da un infortunio, altrove avrebbe dovuto conquistarsi il posto mentre a Cosenza era certo di essere titolare», ma è un assunto che Pastorello respinge con forza. Era lui che sceglieva i giocatori – «In sette anni Nevio Scala non mi ha mai suggerito un acquisto» – e Denis non faceva eccezione alla regola: «Cercavamo un giocatore con le sue caratteristiche. Era centrale nel progetto e lui ne era consapevole».

Altro che infortunio insomma, ma tant’è: nell’elenco degli oltre duecento testimoni arruolati dalla Procura di Castrovillari non figura l’ex direttore sportivo del Parma. La sua testimonianza non entrerà nel processo, dunque, e quasi quasi se ne intuisce anche il motivo. E a proposito di testimoni: un’amica di penna del 1987, il medico sociale della squadra, una prof conosciuta in piscina, il suo procuratore dell’epoca e l’ex fidanzata del suo miglior amico.

Sono questi i testimoni che coloreranno le due udienze del processo in programma oggi e domani in Corte d’assise. Testimonianze minori – a eccezione di quella di Bruno Carpeggiani, il procuratore – segno evidente di come la Procura continui a girarci intorno, rimandando l’appuntamento clou con i consulenti medico-legali e, soprattutto, con il camionista Raffaele Pisano. È lui, infatti, il principale teste del processo, depositario della verità sui fatti del 18 novembre 1989, ma per sentirlo in aula è probabile che bisognerà attendere ancora mesi, forse anni. Non a caso, il pm Luca Primicerio pare intenzionato a esplorare prima la personalità del calciatore attraverso i racconti di amici, compagni e conoscenti che, messi insieme, rappresentano almeno due terzi dei testimoni in scaletta.

Racconti marginali rispetto all’economia del processo che mira a dimostrare la tesi dell’omicidio, ma che la pubblica accusa ha scelto di mettere in primo piano con buona pace dell’ultraottantenne Pisano relegato ancora in panchina. Una lunga fase interlocutoria, dunque, che si protrae ormai da ben dodici udienze e che si prolungherà nelle prossime 48 ore.

Processo Bergamini, il giorno di Lombardo: «Isabella non l'aveva dimenticata». MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 17 marzo 2022.

Il suo tiro dal limite che si stampa sul palo durante la partita contro l’Udinese è un ricordo ancora  vivo negli occhi di tutti i tifosi perché su quel gol mancato resiste, trentadue anni dopo, il mito della promozione in serie A sfumata al fotofinish. Il nome di Claudio Lombardo, testimone del giorno al processo Bergamini, è associato  a quel montante che, dicono i  nostalgici, «ancora trema», ma per Cosenza sportiva rappresenta molto di più. «Nervoso e scattante» lo definiva compiaciuto Gianni Di Marzio, il mister, che non a caso ne aveva fatto un atleta multiruolo: terzino goleador – destro o sinistro per lui fa lo stesso – ma anche centrale di difesa, giocava bene pur in mezzo al campo e persino in attacco, tant’è che – per gli amanti delle statistiche – in cinque anni di permanenza in Calabria ha indossato tutte le maglie della squadra, quando i numeri andavano ancora dal due all’undici.

Tanto eclettico era in campo il Lombardo di nome e di nascita (è originario di Voghera) quanto rigido e tutto d’un pezzo si è mostrato ieri nel ruolo per lui inedito di testimone. Davanti ai giudici, infatti, misura i toni, pesa ogni singola parola, ripercorre vecchie e nuove dichiarazioni precisando qui è là: «Questo non ricordavo di averlo detto» e «Qui forse ho esagerato un po’».

Non vuole rendere falsa testimonianza. Se ne guarda bene, lui che di Denis era amico vero. Un partito, quello degli amici, al quale dopo la sua morte si iscriveranno in tanti, ma che all’epoca è circoscritto al portiere Gigi Simoni, all’allenatore in seconda Toni Ferroni. È lo stesso Bergamini, nel suo ultimo giorno di vita, a fare questo elenco al massaggiatore Beppe Maltese, un altro incluso nella lista.

E poi lui, Claudio Lombardo. Anche per questo, la sua testimonianza, ieri, rivestiva particolare importanza. Con Denis parlavano spesso «dei piaceri della vita» o dei progetti calcistici, ma poco o nulla su dettagli intimi e personali del biondo centrocampista perché lui «era schivo». Isabella Internò la conosceva bene, e il suo rapporto con Denis lo definisce prima «felice» poi «tormentato». Un giorno apprende che i due si sono lasciati, ma aggiunge che secondo lui l’amico «non l’aveva dimenticata». Quando i magistrati lo sentono per la prima volta nel 1989, dodici giorni dopo la tragedia di Roseto, dispensa loro un aneddoto: «Denis soffriva per una precedente relazione avuta da Isa. Una volta mi disse, non sai quanto mi dia fastidio che sia stata con qualcun altro prima di me».

Quindi era «geloso» dedurrà in seguito l’avvocato Rossana Cribari dal fronte della difesa, incontrando però l’opposizione di Luca Primicerio: «Ha parlato di fastidio» preciserà il pubblico ministero, giacché quello della gelosa, per giunta ossessiva e anche un po’ assassina, è un ruolo assegnato in esclusiva alla Internò.

Il punto è che di tutto questo Lombardo non sa nulla, al contrario di tanti altri ex compagni di squadra che, dal 2010 in poi, sul tema si mostrano molto beninformati. Claudio, l’amico di Denis, ignora perché la coppia sia poi scoppiata, e non sa nulla neanche dell’aborto di Isabella, a differenza di un Galeazzi qualsiasi che invece – ma solo dal 2018 – sostiene di averlo appreso in tempo reale dal diretto interessato. E non solo. Non ha mai sentito parlare di Roberta Alleati, la fidanzata segreta e promessa sposa, né delle altre donne che, in questi anni, si sono presentate come depositarie di brandelli di confidenze ricevute dal calciatore. Nei suoi ricordi, per quello che vale, per Denis c’era solo Isabella. Primicerio ha provato a farlo scivolare facendo riferimento a due ragazze che, nella Cosenza degli anni Ottanta, erano solite concedersi ai calciatori che, per l’occasione, le avevano ribattezzate «le sorelle Cornacchia», argomento accolto con una certa contrarietà dal presidente della Corte, Paola Lucente: «Erano due prostitute?». Non se n’è capito il motivo, sia del soprannome che di tutto il resto.

L’altro ostacolo era un’intercettazione fra lui e Simoni durante la quale quest’ultimo parla a ruota libera di omicidio collegandolo all’aborto e alla famiglia Internò. In quel colloquio Lombardo sembra dar corda all’interlocutore, ma una volta in aula messo davanti a quelle parole rubate al telefono, non ne ricorda il senso. Primicerio e il legale di parte civile, Fabio Anselmo, tentano in tutti i modi di stimolarne la memoria: leggono e rileggono quella trascrizione, addirittura gli fanno ascoltare la registrazione. Alla fine il testimone conviene sulla possibilità di aver espresso una sua opinione influenzata anche «da situazioni mediatiche». Un’ammissione non da poco, visti i tempi.

Prima di lui sul banco dei testimoni aveva preso posto Massimo Storgato, difensore scuola Juve transitato anche da Cosenza nella stagione calcistica 89/90, l’ultima di Denis. Acquistato al mercato di riparazione, in quel mese di novembre era aggregato alla squadra solo da due settimane e dopo la trasferta di Monza offrì un passaggio in auto a Denis per fare rientro in Calabria. Pochi e sfumati i suoi ricordi relativi a quel viaggio, con un dettaglio però che gli è rimasto impresso da allora: «Mi disse che aveva avuto un rapporto sentimentale con una ragazza cosentina, ma che era finito. E poi che pensava di investire i soldi guadagnati grazie al calcio nell’attività di famiglia, un allevamento di maiali». Prossime udienze il 28 e 29 marzo.

Processo Bergamini, Denis e le ragazze della villetta. In aula alcune compagne di scuola della Internò fra cui anche l’ex di Fabrizio Frizzi. Stefano Ruvolo a Isabella: «Prego per te perché la verità venga fuori». MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 14 Marzo 2022.

Più che a un processo per omicidio, la decima udienza dell’affaire Bergamini somiglia a una puntata di “Piccoli problemi di cuore”. Protagoniste le ragazze della Ragioneria di Rende, la scuola frequentata in gioventù da Isabella Internò, l’imputata. Sul banco dei testimoni c’era quella che, nella ricostruzione della polizia giudiziaria, era una sua rivale: Emilia Graziella De Bonis, che qualche anno dopo farà la corista a “Domenica in”, guadagnandosi anche una certa notorietà per via della sua relazione sentimentale con il compianto Fabrizio Frizzi.

All’epoca, però, Graziella è solo un’aspirante ballerina di sedici anni, anche lei iscritta all’Itc di Quattromiglia, seppur in una classe diversa da quella di Isabella. «Denis aveva un debole per lei» riferiva qualche udienza fa l’ispettrice Ornella Quintieri, dea ex machina dell’inchiesta, ma sul punto è stata proprio la diretta interessata a gettare acqua sul fuoco: «Tra noi c’era una conoscenza superficiale. Quando mi vedeva passare dalla villetta di Rende ci salutavamo e nulla più». Il famoso appuntamento che Denis le avrebbe dato pochi giorni prima di morire in realtà non sarebbe mai esistito. «Non ricordo se lui o Padovano dissero a me e alla mia amica – Elena Tenzi, ndr – che nel caso in cui fossimo stati di nuovo in villetta ci saremmo rivisti domenica dopo la partita, ma non era un vero e proprio appuntamento».

La Procura di Castrovillari la considera importante perché quel giorno, che la De Bonis colloca otto o dieci giorni prima della morte di Bergamini, mentre lei e il calciatore chiacchierano poco lontano dalla villetta, nei pressi di una farmacia, passa da lì Isabella e, stando a ciò che riferisce Graziella, lei e il suo fidanzato (ex?) si scambiano solo un gelido «ciao». L’ipotesi degli inquirenti è che proprio quello sia l’istante in cui la Internò matura la convinzione di aver perso per sempre il suo amore e che, umiliata e sconfitta, abbia messo poi in moto la macchina cospirativa e familiare per ordirne l’omicidio.

A dimostrazione di ciò, ci sarebbero due circostanze narrate sempre dalla De Bonis. La prima è relativa a un biglietto anonimo, recapitatole circa un mese dopo i fatti del 18 novembre nel quale «mi si attribuiva la colpa della morte di Bergamini», l’altro invece riguarda un incontro avuto durante l’orario di lezione le gemelle Teresa e Stefania Libero, entrambe compagne di classe dell’imputata, che con tono minaccioso le avrebbero intimato «di non essere addolorata per la morte di Bergamini perché l’unica titolata a esserlo era Isabella». Sia del biglietto minatorio che del colloquio avuto con le sorelle Libero, la testimone ne parla nel 2010 con l’avvocato Eugenio Gallerani, all’epoca impegnato a raccogliere quanti più indizi e spunti utili per far ripartire le indagini, ma non ne fa accenno nel 2012, quando si tratta di confermare il tutto davanti ai carabinieri. «Forse perché non me l’hanno chiesto» ha tagliato corto l’ex ballerina Rai, specificando poi di non ricordare la forma e il contenuto preciso di quella lettera né dove la stessa le fosse stata recapitata. Dettagli emersi dal controesame degli avvocati Rossana Cribari e Angelo Pugliese che hanno consentito di limitare a circa mezz’ora la presenza in aula della De Bonis.

Più estenuante, poco prima, si era rivelato invece l’esame delle due Libero. Entrambe, infatti, non ricordavano praticamente nulla di quei giorni. Non erano legate a Isabella da particolare amicizia, ma la ricordano «disperata e in lacrime» nei giorni precedenti al funerale di Denis. La De Bonis? Una dice di averne un ricordo vago, l’altra nemmeno quello. Nessuna di loro, poi, sostiene di aver mai parlato con lei di Bergamini.

Il pm Luca Primicerio e i legali di parte civile, Fabio Anselmo e Alessandra Pisa, le hanno incalzate per un’ora abbondante con domande del tipo: «Ha mai visto Isabella andare a scuola in macchina?», «Bergamini è mai passato a prenderla all’uscita?», «Chi erano le compagne di classe più intime della Internò» e altri piccoli problemi di cuore, ma senza grande costrutto: domande neutre, risposte quasi nulle. Isabella la ricordano trentatré anni prima come una ragazza «allegra e socievole», ma dalla fine della scuola in poi non hanno mai più avuto modo di incontrarla o di parlare con lei, sostengono. E per il resto è notte fonda.

Un atteggiamento che Primicerio ha definito «reticente» e il presidente della Corte, Paola Lucente, «rigido», ma tant’è: l’informativa concepita dalla Quintieri sotto le direttive dell’allora procuratore Facciolla, riserva pagine e pagine alle due gemelle, con tanto di fascicolo fotografico annesso. Fotogrammi che le ritraggono insieme all’uscita di scuola e altri, decisamente più sfocati, estratti dai video del funerale celebratosi nella chiesa di Loreto dove, mischiata nella folla, gli investigatori ritengono di intravedere «la carnagione olivastra e le sopracciglia folte» di una delle gemelle, il tutto per dimostrare che non fossero semplici conoscenti di Isabella, bensì una sorta di guardie del corpo.

Sono stati loro i principali testimoni del giorno, seguiti a ruota dalla già citata Tenzi, da Teresa Lopez – un’altra ex studentessa – e il già calciatore Stefano Ruvolo, protagonista di un piccolo colpo di teatro. Alla fine della sua deposizione, infatti, ha chiesto di poter salutare la Internò, permesso accordato dalla Corte. «Prego per te – le ha detto stringendole le mani – e spero che la verità venga fuori presto. Per te». Domani intanto si torna in aula con altri due ex compagni di squadra: Claudio Lombardo e Massimo Storgato.

Morte Denis Bergamini, scontro in aula per la presenza di Nicola Morra. MARCO CRIBARI Il Quotidiano del Sud il 10 Febbraio 2022.

«Lui amava vivere». A ogni domanda dell’avvocato Angelo Pugliese, difensore di Isabella Internò, Bruno Caneo risponde con questo inciso a mo’ di sfida. È il terzo testimone del giorno e siamo alla fine di un’udienza che si è già protratta per otto ore di fila. L’ennesima ad alta tensione.

La scena è quella del processo “Denis Bergamini”, il calciatore del Cosenza morto sotto alle ruote di un camion il 18 novembre del 1989 all’età di 27 anni. Un omicidio secondo la Procura di Castrovillari che, trentadue anni dopo, dopo ripetuti tentativi falliti, ha trascinato a giudizio l’ex fidanzata della vittima, all’epoca diciannovenne.

Nervi ancora a fior di pelle in aula, dicevamo, e in tal senso la prima del nuovo procuratore Alessandro D’Alessio è servita ad abbassare i toni di qualche decibel, senza allentare le tensioni determinate dalla presenza, sul banco degli imputati, di una donna sotto assedio mediatico e giudiziario da quasi tredici anni, ma alla quale è stata data la possibilità di difendersi solo dallo scorso ottobre, data d’inizio del processo. Come e perché Isabella abbia ucciso Denis non è ancora oggetto di dibattimento. La Procura ha preferito partire dalla natura del suo rapporto sentimentale con il calciatore. I testimoni di ieri si inserivano proprio in questo solco.

LA LUPARA DELLA DOTTORESSA

Roberta Sacchi è la fisioterapista di Pavia che aiuta Denis a guarire dalla brutta frattura che lo tiene lontano dai campi da gioco da gennaio ad aprile del 1989. «Mi parlò subito di Isabella, di come lei lo cercava ossessivamente, che se la trovava dappertutto, ma che per lui era diventata come una sorella. Se accettava di stare con lei era solo perché si dispiaceva a vederla così». La dottoressa pavese lo dichiara solo nel 2018, ventinove anni dopo i fatti, e lo ribadisce ieri in aula. «Attento alle lupare» dice a Bergamini nell’aprile di quell’anno, quando il calciatore – con cui nel frattempo ha un flirt – le ribadisce di essersi allontanato dalla Internò.

«I tempi sono cambiati anche al Sud» le risponde lui, ma poi il 12 novembre, sei giorni prima di morire, le confida: «Sai che avevi ragione? Da quelle parti i tempi non sono cambiati». La Sacchi ne parla solo nel 2018 dopo aver consultato alcuni appunti dell’epoca, una sorta di diario in cui annotava i fatti per lei più interessanti. «Le agendine però sono andate smarrite in un trasloco».

L’ABORTO E L’ONORE

Guido Dalle Vacche è il cognato di Bergamini e con la sua testimonianza si torna a parlare dell’aborto affrontato da Isabella a luglio del 1987, quando la ragazza era ancora minorenne. Per la Procura è uno dei possibili moventi dell’omicidio. «Denis mi disse: io non la sposo, al più riconosco il bambino, ma a patto che sia davvero figlio mio».

Delle Vacche viene sentito dagli investigatori nel 1989 e non riferisce nulla di tutto ciò. In quell’anno, diversi compagni di squadra parlano di un Bergamini tormentato da una relazione che la Internò ha avuto con un altro calciatore, addirittura prima del suo arrivo a Cosenza. Nessuno parla della gelosia di Isabella. Quella salterà fuori dai loro ricordi solo a partire dal 2010, e da allora anche suo cognato racconta come nel 1987 Denis arrivi a dubitare platealmente della fedeltà di quella ragazza, decidendo però di restarle al fianco negli anni successivi.

«Fino al novembre del 1988» suggerisce Guido, «luglio 1989» aveva detto in precedenza il portiere Luigi Simoni, il miglior amico di Denis, ma è un’asticella che ognuno muove avanti e indietro nel tempo a proprio piacimento. «Isabella mi sembrò pure d’accordo a non tenere il bambino perché una ragazza madre al Sud sarebbe stata un disonore per la famiglia» aggiunge l’ex marito di Donata Bergamini, aprendo così una finestra sul movente che due anni dopo – perché attendere così tanto? – avrebbe determinato la ragazza a trasformarsi in assassina in società con suoi congiunti non meglio precisati. «Domizio – il papà di Bergamini, ndr – lo capì subito che nell’omicidio non c’entravano la droga, il totonero e la criminalità, ma che c’entrava la famiglia Internò».

LE LACRIME DI CANEO

L’ex centrocampista di Pisa, Genoa e Cosenza, oggi 65enne allenatore della Turris, avrebbe voluto essere sentito subito per tornare al lavoro. D’Alessio lo rintuzza in modo brusco: «Quello che stiamo facendo qui mi sembra più importante». Attenderà sbuffando il suo turno e, una volta preso posto sulla scomoda sedia, precisa di non essere stato amico di Denis, ma «legato a lui solo da ottimi rapporti di spogliatoio». Nel 2018 anche Caneo si lascia andare davanti al magistrato e spiega di aver appreso da Denis che la Internò con lui «era come un martello», ma ieri ha precisato che non si trattava di confidenze raccolte di persona, ma solo «voci di spogliatoio». 

L’emozione ha il sopravvento quando gli viene chiesto di rievocare il momento in cui lui e gli altri calciatori apprendono della morte del loro compagno di squadra. Caneo piange a dirotto e da quel momento in poi agita il vessillo della Verità condivisa: «Lui amava vivere».

L’INCURSIONE DI MORRA

L’ultimo acuto, prima del rinvio dei lavori al 25 febbraio, lo regala il senatore Nicola Morra che fa capolino in aula e in una pausa dell’udienza si intrattiene in conversazione con l’avvocato Fabio Anselmo, il patrono di parte civile.

Pugliese insorge e il presidente della commissione Antimafia con scorta al seguito alza il dito per chiedere la parola. Permesso negato dal presidente della Corte d’assise, ma le ragioni del suo blitz in tribunale le spiegherà in seguito a noi: «Dovevo solo presentare ad Anselmo un suo potenziale cliente, un siciliano che mi ha chiesto di poter parlare con lui. E invece di farlo andare fino a Ferrara, ci siamo dati appuntamento a Cosenza, considerato che oggi l’avvocato sarebbe stato qui». Nessuna ombra ulteriore, dunque. Che di quelle ne aleggiano già abbastanza.

Caso Bergamini, parla la fidanzata segreta: "Internò era una stalker, Denis voleva sposarmi". Nel processo in corso a Cosenza, in cui l'ex compagna ufficiale è accusata di omicidio, parla un'altra donna entrata nella vita del calciatore. Alessia Candito su La Repubblica il 15 gennaio 2022.

Una testimonianza importante nel processo sulla morte di Denis Bergamini. In aula a Cosenza ha parlato Roberta Alleati, la donna che avrebbe preso il posto di Isabella Internò nella vita del calciatore. "Avevamo una storia d'amore io e Denis, ero io la sua fidanzata e promessa sposa, non Isabella come tutti pensano", ha detto Roberta Alleati. 

Alleati ha parlato del rapporto che Denis aveva con l'ex compagna "ufficiale", Isabella Internò, l'unica imputata nel processo, accusata di aver organizzato l'omicidio per punirlo. "Isabella lo stalkerizzava", ha detto la donna, che ha parlato di una storia terminata per sfinimento, aggiungendo che Bergamini appariva turbato per quello che stava vivendo.

Nell'ultima telefonata, due giorni prima della morte, il calciatore le avrebbe detto che qualcuno non aveva accettato la fine della storia con Isabella. Per anni la morte dell'ex calciatore, avvenuta il 18 novembre 1989, era stata classificata come un suicidio, pur tra mille incongruenze. 

L'udienza si è aperta con la lettura di una lettera che Alleati scrisse nel novembre del 1989 alla famiglia Bergamini, per raccontare la relazione. C'era scritto che Denis avrebbe voluto un figlio proprio da lei, conosciuta nel 1983, prima del suo arrivo a Cosenza. Una relazione che sarebbe ripresa nel maggio del 1989.

Il calciatore del Cosenza, squadra che allora come oggi giocava in B, era uno dei beniamini dei tifosi. Per motivi ancora da chiarire, la sera della sua morte ci fu un incontro tra il giovane e la sua ex fidanzata. Lei aveva 19 anni, lui neanche 27. Fra loro un rapporto travagliato, segnato anche da un aborto a Londra.

I due, sull'auto del calciatore, si sarebbero fermati in una piazzola sulla strada statale 106 Jonica. Bergamini, sceso dalla vettura, morì investito da un camion, in quello che fu etichettato come un suicidio. Ma la famiglia ha sempre pensato che si sia trattato di una messa in scena per coprire un omicidio. La prossima udienza è prevista per l'8 febbraio.

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera” il 15 gennaio 2022.

Un'altra donna aveva preso il posto di Isabella Internò nella vita di Denis Bergamini quando l'ex calciatore fu trovato morto la sera del 18 novembre 1989 sulla ex statale 106. È per questa donna, conosciuta nel 1983, quando lei aveva 17 anni, che Denis avrebbe lasciato la Internò, oggi sul banco degli imputati per difendersi dall'accusa di concorso nell'omicidio del calciatore.

Un delitto per «punirlo» ipotizza la Procura di Castrovillari che esclude l'ipotesi del suicidio. Denis si era innamorato di quella donna, al punto di chiederle di sposarlo. Il giocatore, però, aveva paura di farsi vedere in sua compagnia a Cosenza quelle poche volte che lei riusciva a raggiungerlo. 

«Ti presenterò come un'amica, perché dobbiamo mantenere il nostro segreto» le diceva. I particolari di quella love story nata quando Bergamini giocava nel Russi, paesino in provincia di Ravenna, sono stati raccontati ieri, per la prima volta, dalla stessa protagonista Roberta Alleati, oggi infermiera del 118 a Canazei, davanti ai giudici della Corte d'Assise di Cosenza.

«Mi diceva che mi amava moltissimo, come non aveva mai amato nessuna, che ero la donna della sua vita. E quando mi chiese di sposarlo, una sera a cena a Cervia, era fine agosto del 1989, mi lasciò di stucco, anche perché mi aveva annunciato di volere un figlio, il più grande sogno della sua vita». 

Quel che Roberta ha raccontato ieri è quanto lei stessa scrisse in una lettera inviata qualche giorno dopo la morte di Denis alla sua famiglia. Un passaggio di quella missiva potrebbe essere la chiave per capire chi e perché ha ucciso il calciatore del Cosenza. I due parlano al telefono l'ultima volta il 16 novembre 1989, due giorni prima della morte.

«Lo sentii strano e mi disse che non c'era nulla di particolare. Dopo qualche insistenza, mi confessò che c'era qualcuno che gli voleva male». «"La ragione?" chiesi. "L'unico torto che posso aver fatto è quando ho lasciato Isabella. Ricordati che siamo in Meridione e sai come sono! Per qualcuno forse è stato un affronto, lasciarla dopo tre anni" disse. La telefonata si concluse con un "Ti amo tanto"». 

«Denis era stalkerizzato da Isabella» ha detto Roberta, davanti ai giudici. «La loro storia finì per sfinimento, perché lei era gelosissima e non lo lasciava vivere».

Processo Bergamini, il calcioscommesse irrompe in aula. MARCO CRIBARI su Il Quotidiano del Sud il 14 gennaio 2022.

Si è parlato anche di calcioscommesse durante l’udienza di ieri del processo sulla morte di Denis Bergamini. «Eravamo un gruppo unito, come fratelli, mai venduto una partita» ha tuonato Simoni, ammettendo al più qualche pareggio concordato negli ultimi minuti di gioco in nome di un interesse reciproco. È il caso ad esempio della partita promozione tra il Monopoli e il Cosenza del maggio 1988 terminata 0 a 0, ma nulla di più. Al riguardo, però, una contestazione si è levata dai banchi d’accusa.

Il pm Luca Primicerio, infatti, gli ha letto il contenuto di un dialogo fra lui e l’ex attaccante Michele Padovano, successivamente alla Juve e finanche in Nazionale, nella quale i due commentano una partita fra il Cosenza e l’Empoli disputata sempre a maggio ma del 1989, quando le due squadre militavano in serie B. I calabresi vincono per 2 a 0 ma a fine partita si registra un parapiglia innescato dai giocatori toscani, furiosi a loro dire per il mancato rispetto di un accordo che prevedeva un pareggio con risultato a occhiali.

Accordo stipulato da chi? La conversazione fra Simoni e Padovano è criptica, e all’ex portiere il pm ha chiesto di chiarire sul punto. La spiegazione data dal testimone è stata la seguente: due suoi compagni dell’epoca, Renzo Castagnini e Bruno Caneo si erano recati, nei giorni precedenti alla partita, a Coverciano per conseguire il patentino da allenatori, e quella domenica non erano stati schierati come titolari dall’allenatore Bruno Giorgi.

Il sospetto di Simoni era che lo stesso mister li avesse esclusi nel timore che, durante la loro permanenza al Nord, potessero essersi incontrati con qualche emissario empolese. Ambigua l’intercettazione, ancor di più la spiegazione che non ha dissipato le ombre e i dubbi del caso. Anche perché a ben vedere, i due gol della vittoria furono siglati proprio da Caneo subentrato dalla panchina. Delle due l’una insomma: o i sospetti del compianto Giorgi erano infondati, o Simoni e Padovano stavano parlando di altro.

Bergamini: pm, teste ha paura di testimoniare. ANSA il 10 gennaio 2022. La moglie di un ex calciatore del Cosenza avrebbe paura a testimoniare nel processo in corso di svolgimento davanti ai giudici della Corte d'assise di Cosenza, chiamati a fare luce sulla morte del calciatore Donato "Denis" Bergamini avvenuta il 18 novembre 1989 sulla statale 106, nei pressi del Castello di Roseto Capo Spulico (Cosenza). E' quanto emerso nell'udienza di oggi. La donna, Tiziana Rota, è la moglie dell'ex calciatore del Cosenza Maurizio Lucchetti. A riferirlo in aula è stato il pm Luca Primicero che ha dichiarato che la teste - la cui testimonianza è prevista per venerdì prossimo - "sarà assente per motivi di salute ma ritengo, per come si evince dalle intercettazioni, che abbia paura di testimoniare".

La Rota è stata amica di Donato Bergamini e di Isabella Internò, fidanzata all'epoca dei fatti del calciatore rossoblu e unica imputata al processo con l'accusa di omicidio aggravato da premeditazione e dai motivi futili.

Al momento è in corso l'interrogatorio di Sergio Galeazzi, compagno di squadra del centrocampista ferrarese nel Cosenza alla fine degli anni ottanta. (ANSA).  

Violenza e depistaggi: la lunga agonia di Serena. "Poteva essere salvata". La perizia: "Fu colpita, poi lasciata morire in un bosco". Alla sbarra tre carabinieri e moglie e figlio di uno di loro. Stefano Vladovich il 21 Novembre 2023 su Il Giornale.

Dieci ore di agonia. Serena Mollicone, la diciottenne di Arce trovata senza vita a Fontana Liri, in provincia di Frosinone, il 3 giugno 2001, poteva essere salvata. Ma gli assassini, dopo averla colpita alla testa, l'hanno lasciata morire in un bosco. «Una morte lenta», spiega l'anatomopatologa Cristina Cattaneo dell'Università di Milano, ascoltata dai giudici della Corte di Assise di Appello di Roma che il 26 ottobre hanno riaperto il caso, dopo l'assoluzione in primo grado del Tribunale di Cassino dei cinque imputati. Alla sbarra l'ex comandante dei carabinieri del paese ciociaro, Franco Mottola, suo figlio Marco e sua moglie Annamaria, accusati di concorso in omicidio. A processo anche due carabinieri in servizio nella stessa caserma, il maresciallo Vincenzo Quatrale e l'appuntato Francesco Suprano, accusati di omicidio in concorso con i tre e, solo Quatrale, anche di istigazione al suicidio del brigadiere Santino Tuzi. A depistare per anni le indagini, secondo l'accusa, è stato Suprano.

Seconda udienza in secondo grado sul drammatico caso della liceale che voleva denunciare gli spacciatori del paese e che proprio nella caserma dei carabinieri sarebbe stata aggredita prima di essere trasportata, in fin di vita, nel bosco delle Anitrelle. «Serena - spiega in aula la consulente - aveva un edema celebrale ma senza sanguinamento. Non la tipica emorragia, quindi non è morta sul colpo. Probabilmente muore perché le vengono chiuse le vie aeree, tra le 13 e le 20,30 dello stesso giorno». Ovvero il 1° giugno quando, uscita di casa per la denuncia, scompare nel nulla. Un'agonia, la sua, durata da una a dieci ore, secondo la professoressa Cattaneo. Il consulente ha ribadito ciò che aveva già affermato a Cassino, ovvero che il cranio della Mollicone «è compatibile con il buco nella porta della foresteria dei carabinieri. La testa ha impattato con l'arcata zigomatica».

All'udienza di ieri erano presenti solo Franco e Marco Mottola e il carabiniere Francesco Suprano accusato di favoreggiamento. La Cattaneo ha ribadito un punto fermo per l'accusa, stabilito nel laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense Labanof e che conferma il rapporto del Ris: «La testa di Serena è molto più coerente con la lesione (riportata nell'impatto con la porta, ndr) che con un pugno». Serena sarebbe stata ferita, al termine di una lite, nell'alloggio della caserma di Arce e avrebbe sbattuto la testa contro la porta danneggiandola. La difesa sostiene, invece, che quella lesione sulla porta dei Mottola sarebbe stata causata da un pugno scagliato da Franco in un altro momento. Il corpo viene poi trasportato altrove per inscenare un delitto passionale.

«Serena voleva denunciare il figlio del comandante - racconta al Giornale nel 2019 il padre della ragazza, Guglielmo Mollicone, che sarebbe poi deceduto nel 2020 -. Ma è finita nella tana del lupo: è stata portata negli alloggi e uccisa». Un caso segnato da gravi errori giudiziari. Come testimonia Carmine Belli, il carrozziere accusato nel 2003 dell'omicidio, rinchiuso in carcere per 19 mesi e scagionato dopo tre gradi di giudizio. Il suo errore? Andare in caserma per aiutare nelle indagini: «Credo di aver visto la ragazza scomparsa», aveva raccontato a Mottola.

La famiglia della 18enne non si arrende. Omicidio Serena Mollicone, 5 appelli contro l’assoluzione dei Mottola: “Quella sentenza è sbagliata”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 22 Marzo 2023

La famiglia di Serena Mollicone non ci sta e con cinque distinti e separati appelli chiede con forza di rivedere il caso e la decisione che ha portato i giudici in primo grado ad assolvere tutti gli imputati nel processo per l’omicidio della 18enne uccisa l’1 giugno 2001. Dopo l’attesa delle motivazioni della corte d’Assise di Frosinone (oltre 200 giorni, più di quanti ne è durato il processo), questa settimana scadono i termini per fare ricorso contro la decisione dei giudici assieme a quelli della procura, anche i difensori di Consuelo, la sorella della 18enne uccisa l’1 giugno 2001, hanno depositato la propria richiesta di appello.

A ricostruire la vicenda è il Corriere della Sera. Nelle ultime ore alle richieste si aggiungono anche quelle di tutte le altre parti civili: il padre defunto di Serena, Guglielmo, lo zio Antonio, la cugina Gaia, l’anziano Armida e la famiglia Tuzi. In sostanza per tutti quella sentenza è sbagliata. Secondo i richiedenti innanzitutto la sentenza non considera attendibile Santino Tuzi, il vicebrigadiere morto suicida dopo aver rivelato la presenza di Serena nella caserma di Arce la mattina che sparì.

Sollevano dubbi anche sulla presunta mancanza di movente. La Corte non ha creduto a quanto riferito da alcuni testimoni secondo cui Marco Mottola spacciasse in caserma e per questo motivo era nata una lite con la giovane. Poi i depistaggi di cui si sarebbe reso responsabile il maresciallo Franco Mottola a partire dall’ordine di servizio falso redatto quella mattina. Inoltre le consulenze tecniche che, secondo i richiedenti,  identificano nel legno di una porta della caserma la superfice contro cui fu sbattuto il capo della 18enne. Infine, come riportato dal Corriere, “anche parlando solo di indizi e non di prove – è il ragionamento della richiesta di appello – ci troveremmo di fronte a una serie infinita e non credibile di coincidenze che indicano nei componenti della famiglia Mottola gli assassini di Serena Mollicone”.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Estratto dell’articolo di Fulvio Fiano per il “Corriere della Sera” il 7 febbraio 2023.

«Numerosi elementi indiziari, costituenti dei tasselli fondamentali dell’impianto accusatorio del pm, non sono risultati sorretti da un sufficiente e convincente compendio probatorio». E questo «impone» alla corte d’Assise di Cassino l’assoluzione di Marco, Franco e Anna Maria Mottola dall’accusa di aver ucciso Serena Mollicone.

 Lo scrivono i giudici nelle 236 pagine di motivazioni depositate a ben 206 giorni dalla sentenza del 15 luglio. Più del doppio del tempo impiegato a svolgere l’intero processo nel quale i familiari della 18enne, sparita ad Arce l’1 giugno 2001 e ritrovata cadavere in un bosco due giorni dopo, avevano riposto forse le ultime speranze di avere la verità.

 Per i giudici va messa in dubbio la ricostruzione per la quale Serena entrò nella caserma dei carabinieri quella mattina. L’unica testimonianza certa sui suoi spostamenti permette di collocarla a Isola Liri mentre fa l’autostop per tornare in paese dopo una visita dentistica intorno alle 9.30. Quanto accaduto dopo resta avvolto nel mistero di tante versioni non concordanti.

È «inverosimile» che Serena si sia recata in caserma per denunciare per spaccio Marco Mottola, «proprio lì dove suo padre era comandante», scrivono i giudici (la procura aveva offerto in extremis una motivazione alternativa nel recupero dei libri di scuola lasciati nell’auto di Marco dopo un passaggio ricevuto). E non ci sono elementi per sostenere che vi sia davvero mai entrata, data che la decisiva testimonianza del brigadiere Santino Tuzi, poi morto suicida nel 2008, è «contraddittoria, incerta, confusa o mutevole, frutto di suggestioni e ricostruzioni dal medesimo effettuate sul momento, alla luce degli elementi e che gli venivano via via offerti».

 […]

 Secondo i giudici ci sono inoltre elementi (inesplorati) per individuare altri colpevoli, oltre che per ridisegnare la dinamica dell’omicidio. Scrive la corte: «Dall’istruttoria sono emersi consistenti e gravi elementi indiziari dei quali si deve necessariamente desumere l’implicazione nella commissione del delitto di soggetti terzi rimasti ignoti». La corte si riferisce alle impronte digitali trovate «all’interno dei nastri adesivi che legavano le mani e le gambe di Serena» che non appartengono agli imputati.

Su una di queste «è stato rivenuto un profilo genetico misto con contribuente maschile, di cui è stata esclusa la paternità degli imputati». Sui pantaloni e sulle scarpe ci sono poi tracce di sostanze chimiche impiegate «per la lucidatura di marmi, vetri o specchi e delle carrozzerie» con cui Serena dovrebbe essere venuta in contatto quando era già «in posizione supina». Il pool difensivo, incassato il successo, sostiene di aver individuato il nome del «vero» colpevole. Una persona già deceduta.

Le motivazioni delle 5 assoluzioni. Omicidio Serena Mollicone, i giudici fanno a pezzi l’accusa: “Indizi senza prove, ci sono altri coinvolti ignoti”. Redazione su Il Riformista il 6 Febbraio 2023

Molti indizi ma nessuna prova. Così i giudici della Corte d’Assise di Cassino hanno ‘giustificato’ nelle loro motivazioni l’assoluzione dei cinque imputati per la morte di Serena Mollicone, la studentessa 18enne di Arce (Frosinone) uccisa e poi abbandonata in un bosco il primo giugno del 2001.

Il 5 luglio dello scorso anno i giudici hanno assolto tutti gli imputati: Franco Mottola, ex maresciallo della caserma dei carabinieri di Arce, la moglie Anna Maria ed il figlio Marco, tutti originari di Teano (Caserta), oltre ai carabinieri Vincenzo Quatrale e Francesco Suprano che erano in servizio il giorno in cui la studentessa fu uccisa.

Quatrale, all’epoca vice maresciallo, e l’appuntato Suprano, erano accusati rispettivamente di concorso esterno in omicidio e favoreggiamento.

Nelle 236 pagine di motivazioni si legge che “gli esiti dibattimentali non offrono indizi gravi, precisi e concordanti sulla base dei quali possa ritenersi provata, oltre ogni ragionevole dubbio la commissione in concorso da parte degli imputati della condotta omicidiaria contestata”. Per i giudici d’Assise “numerosi elementi indiziari, costituenti dei tasselli fondamentali dell’impianto accusatorio del pm, non sono risultati sorretti da sufficiente e convincente compendio probatorio”.

Insomma, nei confronti dei cinque imputati ci sono molti indizi ma nessuna prova. Non a caso i giudici rimarcano che nell’istruttoria dibattimentale siano emersi “consistenti e gravi elementi indiziari nei quali si deve necessariamente desumere l’implicazione nella commissione del delitto in esame di soggetti terzi, che sono rimasti ignoti”.

Il riferimento a sconosciuti mai indagati è relativo in particolare al rinvenimento di “impronte dattiloscopiche all’interno dei nastri adesivi che legavano le mani e le gambe di Serena, impronte ritenute utili per l’identificazione e che non appartengono agli imputati”.

I giudici hanno poi smontato anche la tesi dei presunti, e a questo punto inesistenti, depistaggi dell’inchiesta da parte del maresciallo Franco Mottola “in sede di prime indagini”. Per i giudici di Cassino “sono emerse delle prove che si pongono in termini contrastanti rispetto alla ricostruzione dei fatti da parte della pubblica accusa” e alcuni tasselli sostenuti dalla Procura “si sono rivelati inconsistenti” e “sono emersi degli elementi a discarico dei singoli imputati“.

Unabomber, l'uomo nuovo (Luigi Pilloni) e i fratelli Zornitta. Ecco chi sono gli 11 indagati. Michela Nicolussi Moro su Il Corriere della Sera l’8 Febbraio 2023.

Trieste, tra gli iscritti dai pm spunta un cagliaritano. Il 13 marzo incidente probatorio sul confronto con il Dna tratto dai reperti

Un nuovo indagato, Luigi Pilloni, e un altro attentato aggiunto alla lista dei 28 già noti e che hanno terrorizzato Veneto e Friuli Venezia Giulia dal 1994 al 2006. Si tratta della bottiglietta di Coca Cola contenente un ordigno inesploso trovata da un cacciatore il 28 ottobre 2007 a Zoppola (Pordenone). Procede rapida l’inchiesta bis su Unabomber aperta lo scorso novembre su richiesta di due vittime, Francesca Girardi e Greta Momesso, dalla Procura di Trieste. Che ipotizza i reati di attentato per finalità terroristiche o strage con l’aggravante dell’associazione con finalità di terrorismo e che lunedì si è vista accogliere dal presidente della sezione Gip, Luigi Dainotti, la richiesta di incidente probatorio. È stato fissato per le 9.30 del 13 marzo e servirà a verificare se è possibile l’estrazione di tracce biologiche da dieci reperti recuperati sui luoghi di cinque attentati e, in caso positivo, se è fattibile compararne i risultati con il profilo genetico degli undici indagati, delle persone inserite nella banca dati Dna e di ulteriori soggetti ritenuti di interesse investigativo.

Il nuovo indagato: cagliaritano 61 anni

Dieci indagati erano già stati coinvolti all’epoca ma le loro posizioni erano state archiviate, uno invece è entrato nell’inchiesta due mesi fa. È appunto Luigi Pilloni, cagliaritano di 61 anni trasferito a Gaiarine di Treviso, secondo i vicini di casa non da molto tempo, e segnalato agli inquirenti dai carabinieri del Nucleo investigativo di Treviso il 26 dicembre scorso. L’uomo, che adesso non ha un lavoro stabile, ha subìto una perquisizione, non ha alcun legame con Elvo Zornitta, l’ingegnere di Azzano Decimo al centro della prima inchiesta, né ha mai lavorato in aziende produttrici di componenti utilizzati da Unabomber per confezionare gli ordigni. Sui motivi che hanno portato a lui vige il massimo riserbo, l’unico concetto trapelato parla di «una persona la cui attendibilità appare problematica ed è tutta da verificare».

Insieme a Pilloni saranno coinvolti nell’incidente probatorio i fratelli Elvo e Galliano Zornitta, quest’ultimo residente a Belluno e al tempo tenuto sotto osservazione per un problema fisico che si pensava poter essere alla base della rabbia dell’attentatore; i gemelli Lorenzo e Luigi Benedetti, 52 anni di Sacile; i fratelli Claudio e Dario Bulocchi, 70 e 60 anni di Fontanafredda (Pordenone); Luigi Favretto, 74 anni, residente a Tarcento (Udine); Angelo La Sala, 74 anni che abita a Lestans di Sequals (Pordenone); Cristiano Martelli, 59 anni abitante ad Azzano Decimo (Pordenone); Giovanni Fausto Muccin, 65 anni, di Casarsa della Delizia (Pordenone). A parte Lorenzo Benedetti, Galliano ed Elvo Zornitta, a tutti è stato assegnato l’avvocato d’ufficio Alessandra Devetag del Foro di Trieste, che deve però ricevere il mandato fiduciario. «Sarà necessario acquisire i profili genetici di Luigi Benedetti, Claudio Bullocchi, La Sala, Martelli, Muccin, Pilloni e Galliano Zornitta», scrive il gip, mentre il Dna degli altri era già stato depositato a suo tempo. «Va qui chiarito che al momento non sono stati acquisiti a carico di alcuno dei soggetti sottoposti a indagine elementi più significativi — precisa il gip Dainotti — e che la loro menzione in questa sede deriva soltanto dall’esigenza di evitare possibili future prospettazioni di nullità o inutilizzabilità dei risultati dell’incidente probatorio richiesto».

Dna: test sui peli ritrovati in diversi ordigni

Insomma, al momento non ci sono prove di colpevolezza a carico degli indagati, come già specificato dal procuratore di Trieste, Antonio De Nicolo, che coordina l’inchiesta insieme al sostituto Federico Frezza: «Nei confronti di nessuno degli indagati sono stati acquisiti elementi tali da consentire di convogliare le investigazioni in una precisa direzione. Sarà l’accertamento genetico, speriamo, a portare elementi utili a tal fine». Verranno dunque analizzati i peli trovati nell’ordigno inesploso il 6 marzo 2000 e inserito in una bomboletta di stelle filanti durante il Carnevale di San Vito al Tagliamento; i peli rinvenuti nell’uovo-bomba inesploso e lasciato al supermercato di Portogruaro il 31 ottobre 2000; i peli repertati nel tubo-bomba che il primo novembre 2000 ferì una donna in un vigneto di San Stino di Livenza; il nastro isolante sulla confezione di pomodoro esplosa in mano a Nadia De Ros il 6 novembre 2000; il nastro isolante sull’ordigno inesploso e nascosto in un tubetto di maionese a Roveredo in Piano il 17 novembre 2000. Sotto la lente anche rilievi dattiloscopici relativi alla bomba esplosa nel bagno del tribunale di Pordenone il 24 marzo 2003; l’inginocchiatoio contenente una bomba che non deflagrò e fu trovata il 2 aprile 2004; la scatoletta di sgombro inviata l’11 marzo 2005 con una derrata alimentare dalle suore di Concordia Sagittaria alle consorelle in Romania e all’interno della quale c’era un ordigno, inesploso; il congegno, non deflagrato, scoperto sotto la sella della sua bici da una donna il 9 luglio 2005 a Portogruaro; e appunto la bottiglia di Coca Cola recuperata a Zoppola.

«Io, indagato per Unabomber, sono un pensionato e ho paura che m’incastrino». Storia di Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera l’8 febbraio 2023.

Uno parla di choc, un altro di paure, un terzo ha perso cinque chili... Per quanto la procura di Trieste abbia cercato di indorare la pillola ricordando che non c’è alcun elemento nuovo e che si tratta sostanzialmente di un atto dovuto per ragioni tecniche, i nuovi indagati del caso Unabomber non l’hanno presa affatto bene. Sono in undici, ci sono molti pensionati, alcuni ultrasettantenni, dieci di loro erano già stati iscritti e archiviati una ventina d’anni fa nel corso della vecchia indagine sul bombarolo. Ora la procura di Trieste vorrebbe utilizzare le nuove tecniche scientifiche per estrarre tracce genetiche da dieci reperti di altrettante bombe piazzate in quegli anni, dal 2000 al 2007, per compararle con il loro Dna e con quelli inseriti nella banca dati del Dna. La speranza è naturalmente di trovare l’impuntito Unabomber.

«Mi sento osservato»

«Per me questa vicenda è sconvolgente, ora mi sento osservato anche se non c’entro nulla con quel disgraziato. E devo pure prendermi un avvocato per difendermi, io che da buon friulano sarei anche un po’ tiratino coi soldi. Vorrei capire perché», si preoccupa Fausto Muccin, pensionato di Casarsa della Delizia, uno degli undici. Il perché è in quel sospetto di vent’anni fa, tramontato nello spazio di una perquisizione. «Capisco che potevo rientrare in quel profilo: ero perito chimico, abitavo in zona e vivevo da solo, come ora. Ma quando sono venuti hanno compreso bene che non potevo essere io. Non ho laboratori, sono volontario della croce rossa e non ho preso mai neppure una multa. E poi basta guardarmi per capire che non posso fare del male a una mosca». Muccin ha una paura: «Io il Dna io lo do ma non mi fido perché se vogliono incastrarti t’incastrano anche se sei innocente, basta vedere quello che è successo a Zornitta che abita non distante da qui, eh». Così, Muccin. Poi ci sono i gemelli Luigi e Lorenzo Benedetti, cinquantaduenni di Sacile, uno titolare di un’impresa agricola, l’altro di una ditta che affila utensili.

«Non so se darò il Dna»

«Per me è stato uno choc - dice Luigi che si trova all’estero per lavoro -. Trovo assurdo che vadano a indagare sempre gli stessi, avevano già fatto tutte le verifiche del caso a quei tempi, che senso ha ripetere tutto di nuovo». Il Dna? «Non lo so se lo darò, vedremo, se hanno delle prove sì, ma, insomma, ne devo parlare con il mio avvocato». A difendere buona parte dei nuovi indagati è l’avvocato Alessandra Devetag: «Al momento sono avvocato d’ufficio, se qualcuno mi nominerà di fiducia spero di poter avere un perito che partecipi alle analisi. Sempre che qualcuno voglia assumersi gli oneri di una difesa tecnica che qui sarebbe necessaria. Io penso che abbiano sbagliato a procedere in questo modo, senza tener conto di cosa significhi per queste persone, tutte di una certa età, tornare sotto indagine. Cioè delle ripercussioni psicologiche della vicenda. Io sono in contatto con uno di questi che già aveva sofferto in maniera indicibile all’epoca della prima iscrizione e che ora sta rivivendo lo stesso incubo: lui non parla, non ce la fa, e ha perso 5 chili da quando gli hanno notificato l’atto, il mese scorso».

Il nuovo nome

L’avvocato Devetag ha qualcosa da ridire sull’indagine: «Trovo allucinante che sia stato concesso a dei giornalisti di entrare in magazzino e di aprire i reperti senza tute e guanti». Ha già depositato delle deduzioni, entrando nel merito delle singole posizioni, soprattutto rispetto all’unico nuovo nome, Luigi Pilloni, sessantenne di Gaiarine (Treviso), operaio: «Ho evidenziato la fragilità delle presunte prove a suo carico e il fatto che prima di un’indagine sul Dna si potevano fare altre cose. E solo nel caso in cui fossero emersi degli indizi si sarebbe dovuto procedere con l’indagine genetica». Pilloni è imbarazzato: «Non ho fatto nulla di male e non voglio dovermi giustificare», telegrafa mentre la moglie rassicura: «Dormo con lui dal 2004, figuriamoci se non mi sarei accorta di qualcosa».

La mossa della Procura di Trieste. Unabomber, 17 anni dopo l’ultimo attentato si riapre l’inchiesta: 11 indagati, c’è Zornitta ma anche un nome nuovo. Redazione su Il Riformista il 20 Gennaio 2023

Dopo averlo annunciato lo scorso novembre, il procuratore capo di Trieste Antonio De Nicolo è passato “ai fatti”: è stata infatti ufficialmente riaperta l’inchiesta ‘cold case’ su Unabomber, il misterioso dinamitardo che tra il 1994 e il 2006 fu responsabile di una lunga serie di attentati, 28 per la precisione, nel nord-est dell’Italia, seminando panico e feriti.

A distanza dunque di 17 anni il registro degli indagati si riapre: De Nicolo vi ha iscritto 11 persone, nomi che avevano già trovato posto tra quelle righe negli scorsi anni per poi venire tutti archiviati. Solo uno è un ‘volto nuovo’ nell’inchiesta su Unabomber.

Procura che al momento si cela nel massimo riserbo: le uniche notizie che trapelano sono un comunicato molto asciutto in cui si precisa che la richiesta al Gip è stata formulata dal pm Federico Frezza e che il nuovo indagato è “una persona la cui attendibilità appare problematica ed è tutta da verificare”.

Al Gip il procuratore De Nicolo e il pm Frezza hanno chiesto un incidente probatorio per analizzare dieci vecchi reperti sequestrati nel periodo in cui Unabomber era ‘operativo’ nel nord-est, tra  Friuli e Veneto.

L’incidente probatorio è il procedimento con cui si anticipa e si acquisisce la formazione di una prova nel corso delle indagini preliminari: serve cioè a “cristallizzare”, come si dice in termini legali, eventuali prove che potrebbero essere utilizzate nel corso di un processo.

Chi invece parla pubblicamente è Elvo Zornitta, l’ingegnere di Corva di Azzano Decimo (Pordenone) indagato per anni fino alla dimostrazione della sua innocenza: Zornitta fu scagionato quando emerse che la prova regina conto di lui fu in realtà manomessa da un poliziotto, Ezio Zernar, poi condannato.

Ci sono anch’io fra i nuovi indagati? — chiede Zornitta al Corriere della Sera — Nessun problema, speriamo che trovino finalmente questo disgraziato. Ho sentito che vogliono estrarre il Dna da un pelo trovato sull’uovo di un ordigno del 2000. Mi sembra un elemento che può aiutare. Se poi prendono quello dell’attentato del lamierino del 2004 magari si scopre che è la stessa mano”.

A favore della riapertura delle indagini è anche l’avvocato Maurizio Paniz, difensore dello stesso Zornitta. “Era fisiologico che qualsiasi iniziativa avrebbe interessato tutte le persone indagate nel passato, compreso l’ing.Zornitta – dice Paniz – Non sapevamo, tuttavia, che le persone coinvolte nell’indagine fossero ben 10“.

Paniz auspica che le persone indagate diano il loro Dna, che i reperti siano stati conservati bene e trasportati in maniera adeguata, tuttavia incrollabile è “la stima nei confronti del Procuratore De Nicolo e del sostituto Frezza“, sono “certo che faranno le cose per il meglio. Magari si riuscisse finalmente a scoprire il colpevole“.

L’inchiesta è stata riaperta dopo una istanza di Marco Maisano, giornalista e conduttore tv al lavoro su un podcast sul caso Unabomber,  e da due donne vittime di Unabomber, Francesca Girardi e Greta Momesso. Maisano ha lavorato per mesi a OnePodcast su Unabomber e, visionati i reperti, ha trovato un capello bianco su un uovo inesploso e due capelli e peli repertati recuperando un ordigno inesploso a San Stino di Livenza

Unabomber, la reazione di Greta: «Felice delle novità, è già un primo risultato». Un brindisi con Francesca. Le voci delle vittime dopo la riapertura dell’indagine sul bombarolo del Nordest da parte della procura di Trieste: «Presa la giusta direzione». Michela Nicolussi Moro su Il Corriere della Sera il 20 Gennaio 2023.

Greta Momesso, ferita da Unabomber nel 2005, e i rilievi del 2003 sul pennarello esplosivo trovato a San Biagio di Callalta

La notizia arriva mentre lei sta mangiando. Greta Momesso, che oggi ha 24 anni, quando ne aveva sei perse parte della mano sinistra per lo scoppio di un cero elettrico acceso nel duomo di Motta di Livenza il 13 marzo 2005. È una ragazza risolta, ha vissuto prima a Berlino e poi a Trento, dove ha studiato Neuroscienze cognitive all’Università, e adesso vive a Milano. Come Francesca Girardi, l’altra «ex bambina» ferita gravemente nell’attentato del 25 aprile 2003 a a Fagarè di San Biagio di Callalta (Treviso). A 9 anni perse la mano destra e la funzionalità dell’occhio destro per aver raccolto un evidenziatore esplosivo sul greto del Piave. Ora ha 28 anni, lavora a Milano appunto, e insieme a Greta l’estate scorsa ha presentato alla Procura di Trieste la richiesta di riaprire le indagini sul bombarolo che tenne in scacco il Nordest, piazzando trenta ordigni tra il 1994 e il 2006.

Elogio del silenzio

«Sto finendo di leggere il comunicato con cui il procuratore di Trieste, Antonio De Nicolo, annuncia di aver iscritto undici persone nel registro degli indagati — ha risposto ieri pomeriggio al telefono Greta —. Mi sto rendendo conto di cosa possa significare e ne sono molto felice. Con la mia famiglia proprio in questi giorni stavamo apprezzando il silenzio nel quale, stavolta, vengono condotte le indagini. Nulla a che vedere con il clamore mediatico che seguì gli attentati di quegli anni. Il silenzio significa poter lavorare in pace, senza eccessive pressioni, una nuova modalità che sta dando velocemente i suoi frutti. Siamo contenti». Greta e Francesca sono tornate a sentirsi proprio in occasione del ritorno di interesse sul caso, da parte dei media prima e della magistratura poi. «Attualmente viviamo entrambe a Milano, ci vediamo spesso, andremo a bere qualcosa per festeggiare la novità — continua Greta —. Non ho idea di chi possa essere Unabomber, ma credo che gli inquirenti si stiano muovendo nella giusta direzione. Vent’anni fa si è partiti con oltre mille indagati, era tutto molto difficile. Oggi essere riusciti a circoscriverne il numero a undici è già un buon presuppostoper puntare ad arrivare a qualcosa di concreto. Grazie anche alle nuove tecniche scientifiche, che potrebbero sortire migliori conclusioni».

Sul nuovo coinvolgimento di Elvo Zornitta, l’ingegnere di Azzano Decimo che alla fine rimase l’unico indagato finché la sua posizione non fu archiviata per il crollo della prova regina, la giovane osserva: «Credo che anche a lui faccia piacere la riapertura delle indagini. Ha sempre detto che dare un volto al vero colpevole lo libererebbe da un incubo colpevole di aver rovinato pure la sua vita. Potrebbe essere la prova del nove in grado di restituirgli la pace». Francesca Girardi, che ha dichiarato di voler incontrare il suo attentatore per chiedergli il perché di tanto dolore provocato e se, tornando indietro, lo rifarebbe, affida i suoi pensieri a Facebook. «Sono una sopravvissuta, che da quel 25 aprile 2003 non ha mai smesso di lottare — scrive —. Quel giorno, oltre a tutto il resto, ho perso la mia innocenza e la mia infanzia. Ma ho anche trovato qualcosa di speciale. Unabomber, senza volerlo, mi ha regalato la grinta, la forza e la consapevolezza che niente e nessuno potrà mai spegnere il mio sorriso. Oggi ho 28 anni e sono pronta a combattere ancora per avere giustizia, per me e per le altre vittime».

La doppietta di Pantani compie 25 anni. Il Pirata veniva dalla stupenda vittoria ottenuta al Giro d’Italia nello stesso anno, dove aveva stroncato Pavel Tonkov sulla salita di Montecampione. Nel Tour, portato a casa il 2 agosto di 25 anni, fa sta in un’immagine plastica: Pantani sul podio e Gimondi che, precipitatosi a Parigi, lo abbraccia e gli alza il braccio verso il cielo in segno di trionfo. Marco Fortis su Il Riformista il 2 Agosto 2023 

Il 2 agosto del 1998 agli Champs Élysées un grande campione italiano, l’indimenticabile Marco Pantani, vinceva il Tour de France, 33 anni dopo che un altro grande campione, Felice Gimondi, nel 1965, aveva fatto sua la Grande Boucle rivelando al mondo tutto il suo talento. Il ricordo di quel 2 agosto di 25 anni fa sta in un’immagine plastica: Pantani sul podio e Gimondi che, precipitatosi a Parigi, lo abbraccia e gli alza il braccio verso il cielo in segno di trionfo.

Pantani veniva dalla stupenda vittoria ottenuta al Giro d’Italia nello stesso anno, dove aveva stroncato Pavel Tonkov sulla salita di Montecampione. Arrivato al Tour, Marco si era aggiudicato l’undicesima tappa nei Pirenei al Plateau de Beille, distanziando l’arcigno rivale tedesco Jan Ullrich ma senza riuscire a piegarlo. Sembrava quasi impossibile che lui o altri, come l’americano Bobby Julich, potessero insidiare la maglia gialla, saldamente sulle spalle di Ullrich. Lo squadrone della Deutsche Telekom pregustava il trionfo a Parigi del suo corridore, che aveva già vinto il Tour de France l’anno prima. Invece il 27 luglio sulle pendici del Col du Galibier andò in scena una delle più grandi imprese della storia del ciclismo. E fu Pantani a scriverla.

Nel commentare la tappa del Galibier in TV sui canali Rai Adriano De Zan e Davide Cassani avevano appena finito di dire che non sarebbe stato facile per Pantani battere Ullrich ma soprattutto infliggergli un distacco tale da rovesciare la corsa. Quando, improvvisamente, il “Pirata” scattò come una molla, mentre la pioggia cominciava a bagnare la strada e le nuvole basse scendevano sull’epico destino di quel pomeriggio. Preso qualche metro di vantaggio sul tedesco, Pantani quasi si fermò in surplace sulla sua bicicletta voltandosi a controllare la situazione.

Accortosi che Ullrich non riusciva a stargli a ruota, Marco ripartì come un razzo, mentre milioni di telespettatori italiani trattenevano il fiato. Pantani – letteralmente scatenato – riprese facilmente alcuni fuggitivi e raggiunse il colle sotto una pioggia battente, con le luci delle moto che fendevano la nebbia attorno a lui, tra ali di tifosi urlanti. Il campione romagnolo prese al volo una mantellina che gli era stata data da un addetto della sua squadra ma non riuscì ad infilarsela sulle prime curve insidiose della discesa e dovette fermarsi qualche secondo per indossarla.

I commentatori della RAI temettero per un attimo che Pantani fosse perfino caduto sull’asfalto bagnato. Ma non era così. Infilata la mantellina, Marco riprese a scendere forsennatamente diretto verso il Col de Lautaret e l’attacco della salita finale delle Deux Alpes, sulla quale incrementò ulteriormente il suo vantaggio. Partito quarto in classifica generale con tre minuti di ritardo su Ullrich, Pantani quel giorno concluse la tappa infliggendo quasi nove minuti di distacco al tedesco e prendendosi il Tour.

Il Galibier è un colle mitico. Il 27 luglio 1998 giorno Pantani lo scalò dal versante Nord, quello più lungo e difficile. Un versante che ti sfianca perché – lasciata la ventosa valle della Maurienne – i ciclisti devono prima affrontare il Col de Télégraphe, un “antipasto” che con la sua pendenza costante intorno all’8% e punte fino al 10% appesantisce le gambe. Poi, dopo una breve discesa fino all’abitato di Valloire, la strada ricomincia a salire con un lungo ed estenuante avvicinamento alle pendici del Galibier, prima sulla destra e poi sul versante sinistro del vallone dove scorre il torrente Valloirette. Fino ad arrivare agli ultimi quattro chilometri che, superato nuovamente il torrente, portano allo scollinamento del Col du Galibier, situato a 2.556 metri sul livello del mare. Nei pressi del punto dove Pantani andò in fuga, quel memorabile 27 luglio, nel 2011 è stata posta una stele trasparente con una base in pietra, denominata “Monument Pantani Forever”.

Ovunque sulle strade delle Alpi si possono trovare cippi o statue dedicate alla leggenda di Marco Pantani. Una delle più importanti si trova sul versante di Mazzo del Passo del Mortirolo, in Valtellina. Un’altra è posta poco prima del Colle Fauniera, nel cuneese. Vi è persino un cippo che lo ricorda poco dopo Finero, al culmine della periferica vallata che collega Cannobbio sul Lago Maggiore con la Valle Vigezzo.

Dopo il Tour 1998, all’apice del successo, nel 1999 la carriera di Pantani fu interrotta a Madonna di Campiglio da una sospensione per ematocrito alto al Giro d’Italia, che il ciclista di Cesenatico stava rivincendo in modo imperioso, dopo aver compiuto altre imprese strabilianti. Indimenticabile, in particolare, fu la rimonta di tutto il gruppo che Pantani aveva fatto nella tappa del 30 maggio – dopo essersi fermato per un salto di catena – con la strepitosa vittoria finale al traguardo del Santuario di Oropa, davanti a Jalabert, Gotti e Savoldelli, ripresi e poi staccati uno dopo l’altro.

In un’epoca in cui il doping imperava, un periodo oscuro che sarebbe culminato con l’epopea negativa di Lance Armstrong al Tour de France, anche Pantani fu coinvolto nell’uso di metodi che “ispessivano” il sangue. Ma chiunque capisca minimamente qualcosa di ciclismo sa anche che nessuno in quegli anni è stato più forte di Pantani. In un mondo libero dal doping, lui avrebbe vinto lo stesso staccando tutti, a mani basse sul manubrio, danzando sui pedali, com’era nel suo stile.

Diverse volte, nel corso di gare di gran fondo per amatori, mi è capitato di trovare la forza per affrontare gli ultimi ripidi metri di salita pensando che Pantani era passato di lì, lasciando una traccia indelebile sull’asfalto, quasi una guida, una specie di ispirazione e di incoraggiamento per chi sarebbe venuto dopo. Mi ricordo come fosse adesso che il pensiero di Pantani mi aiutò molto durante una “Marmotte”, la gran fondo francese per eccellenza, proprio sulle pendenze finali del Galibier e su quelle dell’Alpe d’Huez, ma anche in altre circostanze, come sul Gavia e poi sul ripido Mortirolo in una Gran Fondo “Pantani”, una splendida gara dedicata proprio a lui. E, ancora, sul Colle Fauniera, durante una estenuante Gran Fondo Fausto Coppi corsa sotto un sole rovente. Sono certo che anche a tanti altri amanti della bicicletta è successo di provare la stessa sensazione scalando qualche montagna, cioè di rivolgere la memoria alle gesta di Pantani e di ricavare da quel pensiero riserve supplementari di energia ed entusiasmo.

Pantani ha lasciato sulle strade d’Europa record di scalata ancora oggi imbattuti, come i tempi di salita all’Alpe d’Huez. Le sue imprese al Giro d’Italia e al Tour de France sono entrate negli annali del ciclismo. Così come i suoi infortuni e le sue rinascite; e, purtroppo, anche il suo destino sfortunato, il tunnel della droga e la sua drammatica fine. Migliaia di tifosi ed appassionati visitano regolarmente la sua tomba, specie in occasione della “Nove Colli”. In anni in cui la sigla RAI del Giro d’Italia era la bellissima “In fuga” di Lucio Dalla, anche il mondo della musica rimase affascinato dalla figura del “Pirata”. E, in effetti, Marco Pantani è probabilmente il ciclista a cui sono state dedicate più canzoni in assoluto. Basti ricordare, tra le tante, “E mi alzo sui pedali” degli Stadio, “In fuga” di Francesco Baccini, “Prendi in mano i tuoi anni” dei Litfiba, “Le rose di Pantani” di Claudio Lolli o “L’ultima salita” dei Nomadi.

Nel 2003 ebbi occasione di vedere da vicino proprio quella che sarebbe stata l’ultima salita di Pantani, nella tappa Canelli-Cascata del Toce del Giro d’Italia. Eravamo arrivati già dal mattino in una ventina della nostra squadra di ciclismo all’ultimo tornante prima dell’arrivo. Dopo ore di attesa, mangiando al sacco, assiepati ai bordi della strada tra i pini, cominciammo a sintonizzare le nostre radioline per seguire gli ultimi chilometri della corsa in attesa del passaggio dei corridori. Nei pressi della frazione Chiesa improvvisamente il “Pirata” scattò, accendendo gli entusiasmi dei tifosi e dei telecronisti Auro Bulbarelli e Davide Cassani. Ma Pantani era ormai in declino e completamente svuotato di energie. Nel giro di un minuto fu ripreso dagli altri corridori e la tappa andò a Gilberto Simoni, che quell’anno vinse la corsa rosa. Vedemmo il “Pirata” passare sconsolato davanti a noi, quasi ingobbito: fu tutto molto triste.

Scendendo in bici dalla Cascata del Toce fino a Domodossola dove avevo lasciato l’auto, mi misi gli auricolari per ascoltare una cassetta dove avevo registrato la sigla del Giro d’Italia del 1996, cantata proprio da Marco Pantani, quell’anno appiedato da un infortunio. Piuttosto che ricordare il Pantani di quella ultima triste salita in val Formazza, preferii ritornare con la memoria al Pantani felice e sorridente di quel vecchio video musicale della RAI, quando il “Pirata” era ancora pieno di sogni, di entusiasmo e di quella enorme forza che poi lo avrebbe portato a vincere nello stesso anno il Giro d’Italia e il magico Tour de France del 1998.

Marco Fortis

Estratto dell'articolo di Pier Augusto Stagi per “il Giornale” lunedì 31 luglio 2023.

Quel giorno non ebbe bisogno di lanciare via la bandana e nemmeno gli occhiali l’orecchino o il brillantino che portava al naso, gli fu sufficiente indossare la maglia gialla e alzare il bracco destro, che in quella circostanza glielo sollevò al cielo nientemeno che Felice Gimondi, l’ultimo italiano a vincere il Tour, trentatré anni prima di lui. 

Correva l’anno 1998 e soprattutto correva Marco Pantani, che per l’occasione si era presentato con tanto di pizzetto e baffi gialli d’ordinanza fatti dall’amico parrucchiere Alberto Mancusi per salire sul grandino più alto del podio dei Campi Elisi […] 

Era il 2 agosto di venticinque anni fa, dopo aver vinto quasi due mesi prima il Giro d’Italia, il fuoriclasse di Cesenatico unì alla rosa il giallo della Grande Boucle. 

Sono passati venticinque anni da quel giorno luminescente e radioso, ma il ricordo di quell’estate calda e stordente ci è restata nel cuore nitida e intensa come non mai. «Ricordo tutto alla perfezione: non potrebbe essere diversamente – ci racconta Beppe Martinelli, che di quella Mercatone Uno era il direttore sportivo -.

Marco ha scritto pagine memorabili di questo sport e io posso solo dire di avere avuto la fortuna d’incontrarlo sulla mia strada. Ricordo come se fosse ieri l’antefatto di quella avventura che nemmeno doveva esserci. Difatti dopo il successo sulle strade del Giro, Marco non avrebbe voluto correre quel Tour. Poi ci fu l’improvvisa morte di Luciano Pezzi, presidente e team -manager di quella Mercatone Uno e allora riuscimmo a toccare le corde giuste di Marco che a Luciano era legatissimo. Di lui aveva un autentico rispetto, diciamo piuttosto una venerazione: quando Pezzi parlava, Marco ascoltava rapito.

Pezzi era convinto che Marco fosse l’unico in grado di poter riportare in Italia il Tour e lo sosteneva uno che aveva guidato un giovanissimo Felice Gimondi in maglia gialla fino a Parigi come direttore sportivo di quella fantastica Salvarani. Partimmo con l’intenzione di vincere una o due tappe di montagna e, francamente, nessuno di noi aveva il minimo pensiero rivolto alla maglia gialla. 

L’unico, forse, era Marco che come di consueto dovevi convincerlo a fare una cosa, ma una volta che lo avevi rimesso in sella con il numero sulla schiena, lui riacquistava immediatamente lo spirito agonistico e ingaggiava la sfida con il mondo: lui contro tutti. Era un corridore fantastico, che sapeva fare cose uniche […]».

L’inizio, però, non fu dei più semplici. Un avvio in salita, nonostante la strada fosse assolutamente pianeggiante. «Fu così, perché dopo il Giro Marco aveva staccato. Per dodici giorni non toccò la bicicletta: dal circuito di Bologna post Giro a quella telefonata di Marco nella quale mi dice... “ma io non ho la bicicletta”, passarono appunto quasi due settimane, nelle quali Marco fece di tutto fuorché pedalare. Era il 24 giugno, per Marco il discorso era chiuso: c’era da andare solo al mare. 

Poi il 26 mancò Pezzi e lo convincemmo e partimmo alla volta del Tour, destinazione Dublino. Male in Irlanda (169° a 48” da Boardman, ndr), male nella crono di Correze, nella quale pagò a Ullrich 4 minuti, anche se io lo considerai un successo. Su quelle distanze (58 km, ndr) Marco avrebbe dovuto prenderne quasi il doppio e fu in quel momento che compresi che non eravamo lì per fare i turisti, ma la cosa che più contava è che lo capì lui».

Difatti, arriva la vittoria di tappa a Plateau de Beille e, cinque giorni dopo, il volo leggendario sul Galibier che lo portò a Les Deux Alpes e lo proiettarono in cima al Tour in maglia gialla. 

«Sapevamo che Ullrich era vulnerabile sotto l’aspetto emotivo. Se fossimo riusciti ad isolarlo, sarebbe andato nel panico, come poi successe. Marco era forte, sia di gambe che di testa, in quelle situazioni si esaltava, non c’era bisogno di dirgli nulla, se non accompagnarlo verso il trionfo. Marco fece qualcosa di pazzesco, un volo di rara bellezza, che ancora oggi vivo nei miei pensieri come una delle fiabe più belle vissute nella mia vita».

[…]

Estratto da Corriere.it giovedì 27 luglio 2023.

(…)

Martinelli, qual è il suo primo ricordo di quel Tour storico?

«Ricordo quali erano le premesse di quel Tour. Dopo la vittoria al Giro d’Italia, Marco aveva un po’ staccato la spina. Fu la morte di Luciano Pezzi a dirottarlo verso il Tour. Era il suo mentore. Il sogno di Luciano era quello di rivedere un italiano vincere il Tour dopo 33 anni. Andò anche per provare ad esaudire quel sogno. Partimmo con l’intenzione di vincere una tappa di montagna. Assolutamente mai pensavamo di vincere la maglia gialla». 

L’inizio fu disastroso. Cosa ricorda di quei giorni difficili?

«Marco non era in condizione e perse subito terreno. Nella lunga cronometro di Correze, Jan Ullrich gli dette 4 minuti. Dopo neanche 10 giorni eravamo fuori classifica a oltre 5 minuti dalla maglia gialla, ma avevamo fiducia nelle montagne. La cosa più importante però era un’altra: Marco non era mai caduto e per uno come lui che in carriera aveva avuto tanti infortuni non era una cosa da poco».

Poi arrivò la 15esima tappa, quella che tutti si ricordano da Grenoble a Les Deux Alpes con il Galibier che Pantani utilizzò come trampolino di lancio. Come fu la vigilia? Sentivate odore d’impresa?

«Al mattino, sul nostro piccolo camper, avevamo parlato di far saltare la corsa da lontano. Pensavamo di muovere un po’ le acque sul Galibier ma non avevamo certo pianificato un attacco del genere». 

Con Pantani però era difficile fare previsioni…

«Marco improvvisava. Mi chiese quanto era lungo il Galibier. Gli risposi che era lunghissimo. Non servì altro. Quando attaccò a 7 km dalla vetta, da una parte ero sorpreso ma dall’altra vedevo che aveva fatto subito il vuoto. Per fortuna trovammo alcuni corridori che erano in fuga e che collaborarono. Dettero una piccola mano a Marco».

Ci fu anche la crisi di Ullrich, lo pensavate così vulnerabile?

«Quella fu invece una grande mano. L’impresa di Marco resta, ma fu determinante anche il crollo di Ullrich. Non era più lucido, era in crisi di freddo e di nervi. Capimmo che c’era qualcosa che non andava quando in salita lo vedemmo un po’ indietro rispetto ai compagni di squadra. Marco non portava la radiolina ma appena potei affiancarlo gli dissi “vai” e lui partì. Sapevamo che qualora Ullrich fosse rimasto da solo, senza gregari, sarebbe andato un po’ in panico. Così fu». 

(…)

Oropa 1999, la rimonta più bella del Pirata. Marco Pantani vede sganciarsi la catena ai piedi dell'ultima salita, ma non desiste: spinge sui pedali e gradualmente supera tutti quanti. Paolo Lazzari il 2 Luglio 2023 su Il Giornale.

Progredisce con passo spedito. Quegli altri sono attardati, cacciati nelle retrovie. Sfila verso le pendici del santuario di Oropa, votato al culto solenne della Madonna nera, con quella maglia rosa che ha strappato via di nuovo soltanto un giorno fa, approfittando degli impicci patiti da Laurent Jalabert. In classifica Marco Pantani ha messo via 53'' su Savoldelli e oltre un minuto su Gotti. Eppoi per lui quello è un pendio, più che una salita impervia. Pendenza media del 6,2%. Lungo nemmeno 12 km. Il pirata è pronto a trangugiarselo. Vuole piazzare i gomiti sul Giro d'Italia.

D'un tratto però una voce crepa quel placido 30 maggio 1999. "Attenzione, Pantani ha forato! Anzi no, è un problema meccanico". Adriano De Zan e Davide Cassani quasi non ci credono. E figurarsi lui, Marco, che si vede costretto a smontare rapidamente di bici per appurare il malanno. Che poi sarebbe un banalissimo guaio: la catena che si è sganciata. Ma pare comunque sufficiente per dissipare tutto il vantaggio acquisito. Sfila infatti il gruppo al suo fianco, mentre lui rammenda la questione con l'ausilio della moto shimano che prontamente lo soccorre. Quando risale in sella ha accumulato un ritardo di 45'' dagli altri e deve ripartire praticamente da fermo. Adesso è ai piedi del santuario, lungo un rettilineo che si infila tra i caseggiati tiepidi di Cossila San Grato e Cossila San Giovanni. Sì, potrebbe anche provare a riagganciarli.

Solo che Pantani ha in mente un'altra cosa. La modestia non fa parte delle sue marce. Accontentarsi è un verbo espunto da tempo dal suo vocabolario personale. Marco non vuole soltanto riprenderli. Intende superarli. Tutti quanti. Non è una decisione banale. Quest'ascesa appena iniziata sta per incidere la storia del ciclismo recente di un arabesco apprezzato raramente. Non si tratta di umana tracotanza. Il pirata sa che può abbordarli. Conosce le pieghe del suo corpo. Lascia che la voglia di farcela erompa. E inizia a risalire.

I compagni della Mercatone Uno intanto hanno rallentato per aspettarlo. Tra di loro c'è anche Garzelli, che vincerà il Giro l'anno seguente. Quando intravedono la sua sagoma iniziano a tirare a turno, per aprirgli una breccia. Fanno il lavoro sporco per il loro capitano. Da quel punto mancano meno di 10 km al santuario: la sola prospettiva mentale di quell'impresa appare irrealistica. Però la strategia pare funzionare. Pantani aggancia l'ultimo compagno che ha lanciato il ritmo, Marco Velo, e si stacca per dipingere la rimonta definitiva.

Quel che succede adesso, con Marco che spinge sui pedali come un forsennato, è sinceramente qualcosa di impensabile. Recupera gradualmente 40 secondi di distacco. Supera, ad uno ad uno, la bellezza di 49 corridori fuggiti via, sgretolandone le velleità. La sua irresistibile ascesa soggioga anche calibri come Ivan Gotti, Gilberto Simoni e Paolo Savoldelli.

Ormai Marco va talmente forte che inizia a credere di potersi riprendere la testa della corsa. Crepitano entusiasmo i telecronisti. Impazzisce il pubblico. Adesso scatta e va a riprendersi anche Jalabert. Sarebbe già abbastanza assurdo così, ma non gli basta. Si alza sui pedali e lo stacca a 3 km dall'arrivo, dandogli alla fine 20 secondi di distacco, raggranellati per la maggior parte nel tratto più duro della salita, il suo giardino di casa.

Pantani taglia il traguardo per primo, ma non solleva le braccia al cielo. Talmente in trance da non essersi nemmeno realizzato di aver vinto. Gli ci vuole la festa che sgorga tutt'intorno per capire. Bisogna pizzicarsi la pelle per credere che sia vero. Una delle rimonte più intense di sempre. Nell'arcipelago emotivo costruito dalle imprese piratesche, probabilmente l'abbordaggio più bello.

Estratto dell'articolo di Pier Bergonzi per la Gazzetta dello Sport il 30 aprile 2023.

Vent’anni dopo! Christina scende dal treno di fronte al cartello con la scritta bianca “Cesenatico” su fondo blu e i ricordi si arrampicano più veloci di Marco Pantani sull’Alpe d’Huez. Quando il Pirata vinceva e ai cronisti che gli chiedevano perché andasse così forte in salita lui rispondeva con quello sguardo laser «... per abbreviare l’agonia». 

Christina Jonsson è stata la storica fidanzata di Marco Pantani. L’aveva conosciuto nell’inverno del 1995, quando lei, danese, cercava lavoro nella Riviera romagnola e Marco era già un campione emergente nel nostro ciclismo. Lei ballava sui cubi, lui la prese per mano e per sette anni hanno ballato insieme sui saliscendi (nel loro caso sulle montagne russe) della vita. Christina ha vissuto gli anni più belli di quel Pirata che aveva conquistato il mondo a pedali, ma anche gli anni della caduta vertiginosa con quelle devastanti conseguenze che hanno portato Pantani a morire a Rimini, nell’algida stanza del residence Le Rose, il 14 febbraio del 2004, in circostanze che lasciano ancora tante, troppe domande aperte. Marco aveva solo 34 anni.

«La morte di Marco mi ha piegata Non potevo pronunciarne il nome» Christina non lo vedeva dall’estate del 2003, quando aveva deciso di staccare i ponti con l’Italia per rifugiarsi a Losanna, in Svizzera, dove ha lavorato in una galleria d’arte. «Ma non c’è stato giorno in cui non abbia in qualche modo pensato a Marco - racconta -. Quando ci ha lasciato, mi sono sentita sconfitta e distrutta. Piegata da un dolore così forte che ancora non ho superato del tutto. Ci sono voluti tanti anni di lavoro su di me per andare oltre, in qualche modo. Fino a poco tempo fa, non riuscivo a pronunciare il suo nome e stavo male appena sentivo qualcuno che parlava o raccontava di lui. Non sopportavo, e non sopporto ancora, chi ne parla male». 

Ogni 14 febbraio, nella scuola d’arte di Losanna, Christina ha organizzato una mostra d’arte. «Ne avevo bisogno per esorcizzare il dolore. Era un modo, l’unico modo per restare in contatto con Marco. L’arte mi aiutato molto. E’ stato il mio rifugio». Da quell’estate del 2003, l’anno dell’ultimo Giro e dell’ultima corsa di Pantani, Christina non era mai più tornata in Italia. Era finita nel frullatore delle responsabilità vere o presunte. Le era stato puntato l’indice addosso. Qualcuno la riteneva corresponsabile di quel viaggio senza ritorno di Pantani. «Ho prenotato e cancellato più volte i biglietti per venire a Cesenatico»

Ma a metà marzo, finalmente, ha deciso tornare a Cesenatico per incontrare mamma Tonina e papà Paolo Pantani, e anche Manola, la sorella di Marco. Per riabbracciare quella che per qualche anno è stata la sua famiglia, tra l’appartamento di Viale dei Mille, dove Pantani lavava la bicicletta nella vasca da bagno, e la villa di via Fiorentini, dove Marco teneva il cavallo vinto al Tour de France. «E’ stato un passo importante - dice Christina -. Ci pensavo da anno, ma ho dovuto lavorare tantissimo su di me per riuscirci. Ho programmato e cancellato i voli più volte, ma alla fine sono stata davvero felice. È stato come superare l’esame più importante della mia vita. 

Avevo il timore che nulla fosse più come prima, che la città e le persone mi potessero respingere e invece è stato tutto facile, tutto bello e intenso. Ho capito, una volta di più perché amavo Cesenatico e la sua gente. Sono rimasta impressionata dalla crescita dei pini. Una cosa pazzesca. Cesenatico non è solo mare. È molto di più. E poi l’incontro con Tonina... e con Paolo e Manola. È bastato poco perché ritrovassimo le battute, le risate, quante risate, di 25 anni fa. Tonina mi aveva accolto in casa e mi aveva dato un lavoro nella piadineria. È sempre stata tosta, una dura. Una Pantani. Ma so che mi ha voluto bene».

«L’ho accolta come una figlia L’ho trovata più matura, più dolce» Anche per Tonina Pantani l’incontro è stato un momento forte. La mamma di Marco, che non ha mai smesso, nemmeno per un minuto, di combattere la sua battaglia per la «verità» (è sicura che Pantani sia stato ucciso), era piuttosto arrabbiata con Christina. La riteneva complice di quel lato oscuro della vita di Marco. Ma il tempo ha smussato molti degli angoli vivi e anche Tonina aveva voglia di rabbracciare quella ragazza intelligente col casco biondo e gli occhi illuminati di vita. «Sì, l’ho accolta come una figlia. Le avevo fatto sapere che mi sarebbe piaciuto incontrarla e sono stata felice che sia tornata a Cesenatico - dice mamma Pantani -. L’ho trovata molto più matura, molto dolce. Per tutti noi, e in particolare per Paolo, è stato un momento forte. Ci siamo fatti qualche risata quando le ho ricordato le mie sfuriate in piadineria, io ero un po’ “selvaggia”, le mie urla erano proverbiali e Christina se le ricordava bene. Del resto Marco in qualcosa, qualcosa tanto, assomigliava a me. E adesso spero di non perderla di vista. Tutto quello che mi riporta a Marco, per me è sempre una forte emozione».

Mamma Tonina continua la sua battaglia per la verità. Tra una richiesta di riapertura del processo e la ricerca di nuove prove, lei non si ferma. «E fa bene - commenta Christina -. Tonina per carattere e tenacia è davvero una Pantani. Io ho la mia idea ben chiara su quello che è successo a Rimini in quel febbraio del 2004, ma preferisco tenerla per me. Sono però vicino alla famiglia e appoggio in pieno la loro battaglia. Al posto di mamma Tonina, farei come lei». 

(...) Cesenatico l’ha riconquistata. «Ho ritrovato Jumbo e qualche altro amico di allora - dice Christina —. La città è cambiata tanto, oppure sono cambiata io e la vedo con occhi diversi. Ma mi piace sempre. Se chiudo gli occhi e cerco un ricordo bello, mi rivedo all’inizio della mia storia con Marco nel cortile dell’appartamento di Viale dei Mille a due passi dalla piadineria e a uno sguardo dal mare. Eravamo felici con niente, eravamo giovani con grandi sogni. Sogni che sono rimasti appesi, anzi spezzati da un destino che ancora mi deve delle spiegazioni. Il dolore è stato così grande che ancora mi è rimasto addosso»

Marco Pantani, cosa sappiamo davvero a 19 anni dalla morte. Davide Di Santo su Il Tempo il 14 febbraio 2023

Diciannove anni. E altri ne passeranno senza che si possa mettere un punto a questa storia. Sempre che questo tipo di storie possano finire davvero. La morte di Marco Pantani, il 14 febbraio 2004, continua sollevare interrogativi nonostante il tempo che passa, le inchieste che si susseguono, l’attenzione intermittente dei media.

Cosa è successo davvero quel giorno nella stanza «5D» del residence Le Rose di Rimini? E in che misura la morte è legata a un’altra data fatidica per il destino del Pirata, il 5 giugno 1999, quando fu sospeso dal Giro d’Italia per l’ematocrito troppo alto? Per ripercorrere le tappe di una vicenda dolorosa che è rimasta scolpita nella memoria di tanti sportivi, e provare a riannodare i molti fili rimasti sospesi, da oggi è online sul sito de Il Tempo la prima puntata del podcast «Abisso Pantani - Il Giorno dei Giorni».

Al suo interno la voce di un testimone che offre un punto di vista davvero unico per dare un senso a questa storia. È Roberto Manzo, che di Pantani è stato prima un tifoso, poi un amico. In fine l’ultimo avvocato del campione nei processi sportivi seguiti alla squalifica di Madonna di Campiglio, nel ’99.

La memoria nel corso del tempo tende a semplificare le situazioni complesse. Trascura le contraddizioni e amplifica le certezze. Cerca un compromesso che talvolta chiamiamo verità. Sul caso Pantani è stato scritto e detto di tutto, ma ascoltare la viva voce di chi lo conosceva davvero e da vicino, lo ha seguito nei momenti più difficili - nell’«abisso» -, ha visto con i suoi occhi la stanza dove è morto, ha seguito da legale l’autopsia su cadavere, ebbene, offre tutta un’altra prospettiva.

La versione ufficiale, messa in discussione da diverse inchieste giudiziarie nel corso degli anni ma che nella sostanza non ha subito modifiche, è che Marco Pantani è morto per un’overdose di cocaina e farmaci all’interno del residence riminese dove si era isolato da tutto e da tutti dopo gli ennesimi contrasti con la famiglia, che stava cercando ancora una volta di farlo uscire dal tunnel della dipendenza. L’unico processo celebrato per i fatti di San Valentino 2004 è stato quello ai danni degli spacciatori, condannati a pene lievi. Ma i genitori del Pirata hanno cercato a più riprese di dimostrare che il figlio sarebbe stato ucciso, o comunque che quando è morto era insieme a qualcuno che in seguito ha spostato il corpo e alterato la scena.

 Gli ultimi capitoli della sequela di esposti e inchieste sul caso Pantani sono un dossier realizzato su mandato della famiglia da un ex generale della Guardia di Finanza, Umberto Rapetto, e le conclusioni della Commissione parlamentare Antimafia sul test antidoping che di fatto ha messo fine alla carriera del Pirata, mentre a Rimini è ancora aperta un’inchiesta sulle circostanze che portarono alla morte del ciclista. "Stiamo leggendo gli atti dei lavori della commissione antimafia sul caso Pantani e siamo nella fase conclusiva della nostra indagine", ha dichiarato il procuratore capo di Rimini, Elisabetta Melotti. L'inchiesta si avvia verso la conclusione e secondo quanto trapela confermerebbe l'esito delle precedenti indagini. Tuttavia gli avvocati della famiglia Pantani, Fiorenzo e Alberto Alessi, sono decisi ad andare avanti con le indagini difensive e consegneranno nuovo materiale sulla morte del campione e sulla squalifica per doping. 

 Nella relazione parlamentare, invece, vengono messe nero su bianco tutte le anomalie che hanno caratterizzato il test di Madonna di Campiglio, ma anche quanto emerso in seguito alle dichiarazioni di Renato Vallanzasca, il boss della mala, a cui un detenuto avrebbe confidato che dietro alla squalifica ci fosse la mano della camorra. La vittoria di Pantani al Giro d’Italia del ’99 avrebbe fatto saltare il banco delle scommesse clandestine e per questo, con il Pirata in testa a una tappa dalla conclusione, sarebbe scattata la trappola.

La provetta è stata manomessa? E come è possibile dimostrarlo? Pantani è stato volontariamente fatto fuori dal giro, mazzata che lo farà sprofondare nell’abisso della droga e della depressione? «Il 5 giugno 1999 è il giorno della morte di Marco Pantani. Non fisicamente, ma moralmente e spiritualmente. Perché è vero, come diceva Pasolini: "so chi sono i colpevoli ma non ho le prove". Sono certo che sia stato fregato», spiega Manzo nel podcast in cui ripercorre le tappe dell’ultima, tragica corsa di Pantani. Perché la possibile manomissione del test ematico e la tesi del giro delle scommesse clandestine erano già agli atti del primo processo, quello per frode sportiva terminato con l’assoluzione, celebrato in un momento in cui Pantani, da idolo delle masse, era diventato per tutti un dopato. Il racconto dell’avvocato inizia qualche mese prima di quel test. Sul lungomare di Miano Marittima avanza regale una Mercedes del ’55, a bordo c’è Marco Pantani reduce dalla storica doppietta Giro-Tour. È felice.

***

«Abisso Pantani - Il Giorno dei Giorni» è un podcast di Davide Di Santo, che ha curato anche il sound design e le musiche originali. Protagonista del racconto è Roberto Manzo, ultimo avvocato del Pirata e autore del libro «Chi ha ucciso Marco Pantani» (Mondadori). Le tre puntate («L’incontro», «La caduta» e «La ricerca della verità») sono disponibili sulla piattaforma Spreaker. 

Marco Pantani, anniversario morte: omicidio e fake news. Storia di Marco Bonarrigo su Il Corriere della Sera il 14 febbraio 2023.

La nuova inchiestaSono passati 19 anni dalla morte, avvenuta a Rimini il 14 febbraio 2004, ma alcuni misteri sulla morte di Marco Pantani restano. A fine 2021 la saga Pantani si è infatti arricchita di un nuovo capitolo, la richiesta da parte della famiglia (assistita questa volta dall’avvocato Fiorenzo Alessi) di aprire per la terza volta un’inchiesta sulle cause della morte del Pirata. Tonina Pantani vuole «dare finalmente pace al mio cuore». L’indagine - coordinata dalla procuratrice capo Elisabetta Melotti - parte a monte da una segnalazione della Commissione Parlamentare Antimafia che nel 2018/2019 si occupò del caso ascoltando, tra gli altri, Fabio Miradossa, l’uomo che fornì a Pantani la dose letale. Alla richiesta del presidente di spiegare perché a sua opinione Pantani sarebbe stato ucciso e da chi, Miradossa chiese di secretare l’audizione: nei 46 minuti complessivi coperti da segreto - ma in possesso della Procura di Rimini - potrebbe esserci la nuova pista investigativa. Un filone di indagine (questo sì indicato dalla famiglia) è la ricerca delle due escort che, la mattina in cui Marco fu ucciso, un taxista accompagnò al Residence Le Rose. Il taxista è stato rintracciato e sentito per tre ore dai Carabinieri di Rimini a inzio febbraio: avrebbe fornito elementi utili a cui gli inquirenti stanno lavorando. Il problema da un lato potrebbe essere quelle identificare dopo 19 anni le due escort (forse le ultime persone ad entrare nella stanza), dall’altro di ritrovarle per capire se possano fornire elementi utili.Ma anche la nuova inchiesta è avviata verso l’archiviazione.Un campione amato e divisivo Marco Pantani resta in ogni caso una figura amatissima ma anche divisiva dello sport e della cronaca italiana. Chi ne ricorda le gesta e la figura appartiene a due grandi partiti. Il primo — senza dubbio maggioritario — sposa senza esitazione la tesi che Marco abbia cominciato a morire psicologicamente nel 1999 quando venne incastrato da un controllo antidoping farlocco al Giro d’Italia e sia poi stato fisicamente eliminato cinque anni dopo in una stanza del Residence Le Rose. Il secondo crede fermamente che Marco sia stato trovato col sangue fuori norma a Madonna di Campiglio perché aveva esagerato con le sostanze dopanti e sia morto di overdose dopo un lungo e devastante percorso di tossicodipendenza. Ristabilire un minimo di verità storica dei fatti può essere utile a entrambi gli schieramenti.Pantani era davvero un grande talento? Difficile valutare a posteriori chi era davvero fuoriclasse e chi invece ronzino truccato da cavallo da corsa in un’epoca (1990-2005) in cui il ciclismo è stato stravolto dall’uso di prodotti e metodi dopanti che hanno alterato completamente i valori in campo: tutti i vincitori del Tour de France dal 1996 al 2005 compreso, tranne Pantani, hanno avuto formalmente a che fare col doping. Che Marco Pantani fosse un fuoriclasse lo dimostrano però i test accuratissimi eseguiti su di lui nel settembre 1989 (Marco aveva 19 anni e non era certo «trattato») da Giuseppe Roncucci, uno dei più stimati tecnici a livello dilettantistico. Roncucci lo testò prima di avviarlo verso la Giacobazzi, squadra importante del settore dilettantistico. «Lo feci pedalare su una cyclette speciale per misurarne la “cilindrata”. Dicevano che era un talento, considerati età (19 anni) e peso piuma (56 chili), immaginavo arrivasse poco oltre 300 watt. Mollò a 410: un dato pazzesco. Ripetemmo il test altre sei volte in due anni: stessi risultati. Un fenomeno assoluto». Di valutazioni su atleti di alto livello Roncucci ne fece centinaia: nessuno si avvicinò mai a quei valori. Pantani è mai stato trovato positivo a un controllo antidoping? Mai, con un’importante eccezione, però. Premesso che nel periodo in cui Marco era in attività non esistevano test per smascherare l’Epo e le trasfusioni (che all’epoca dilagavano) e i controlli a sorpresa si facevano solo in gara, Pantani non è mai stato trovato positivo a un controllo antidoping ufficiale a nessuna sostanza all’epoca proibita, come del resto Lance Armstrong. Nel 2013, però, le rianalisi dei campioni di urina scongelati del Tour 1998 vinto dal Pirata, rilevò la presenza di Epo nelle sue urine dopo l’undicesima tappa che vinse, dopo la quindicesima e la sedicesima in cui finì secondo. Pantani è mai stato trovato con parametri anomali? Sì, molte volte. Il sangue di Pantani è stato un mistero fisiologico e farmacologico per tutta la sua carriera. Tra il 1992 e il 1996, Marco (che gareggiava con la Carrera) frequentava regolarmente assieme a decine di altri atleti lo studio del professor Francesco Conconi, all’Università di Ferrara. Conservati a suo nome o con vari pseudonimi (Panzani, Panti, Ponti, Padovani...) i parametri ematici del romagnolo mostrano oscillazioni impressionanti, fisiologicamente inspiegabili: l’ematocrito passava dal 41-42% al 52-56% con una coincidenza perfetta tra qualità dei risultati ottenuti e valori alti. Quando Pantani viene ricoverato all’Ospedale delle Molinette dopo lo spaventoso incidente alla Milano-Torino 1995, il suo 60,1%, fisiologicamente inspiegabile per i periti, costringe i medici a somministrargli litri di diluente per scongiurare una trombosi e poi due sacche di sangue. Quell’incidente portò Pantani a processo penale anni dopo davanti al tribunale di Forlì per «frode sportiva», con una condanna a tre mesi di reclusione poi annullata in appello. Nella loro perizia Gianmartino Benzi e Adriana Ceci spiegarono che «... globuli rossi, emoglobina e ferritinemia sono assolutamente anomali sia per una persona normale, sia per un atleta di alto livello, sia per lo stesso Pantani». Altre anomalie riguardano ovviamente il controllo di Madonna di Campiglio e il fatto che l’atleta si muovesse sempre con una centrifuga portatile per il controllo dell’ematocritoPantani è mai stato coinvolto in inchieste giudiziarie? Sì. A cominciare dal celebre «processo Conconi» in cui i dati dei suoi parametri sanguigni conservati nei file dell’università di Ferrara erano tra i più anomali in assoluto e passando poi per il processo di Forlì (incidente alla Milano-Torino) approdando a quello di Trento successivo alla sua espulsione dal Giro d’Italia del 1999 a Madonna di Campiglio. Il possesso di sostanze proibite gli venne attribuito (ma mai provato in via giudiziaria) dopo il blitz dei Nas alla tappa di Sanremo (la 17ma) del Giro d’Italia del 2001: a processo penale per uso di insulina andò il suo massaggiatore, lui rimediò una sospensione sportiva di alcuni mesi.Pantani è mai stato «coperto» dalle autorità sportive? Sì, in un caso anche dalle massime autorità sportive. Accadde nella primavera del 2000, quando, benché Pantani fosse devastato fisicamente e psicologicamente dall’episodio di Madonna di Campiglio, la federazione volle a tutti i costi portarlo ai Giochi di Sidney, su un tracciato per nulla adatto alle sue caratteristiche. Come tutti i candidati ai Giochi, Pantani venne visitato al centro di preparazione olimpica del Coni di Roma. Visti i risultati degli esami del sangue effettuati nel ritiro della nazionale, il professor Pasquale Bellotti, all’epoca membro della Commissione Scientifica del Coni, scrive alla federazione ciclistica e ai suoi superiori comunicando che «il quadro ematologico di Pantani, verificato ieri a Salice Terme, è estremamente preoccupante. Il regolamento attuale non ci consente di bloccarlo, ma tre dei cinque parametri sono fortemente alterati e pongono a rischio la sua salute». Pantani aveva ematocrito al 49% e ferritina da malato: 1.019 ng/mL. La federazione rispose affermando che l’atleta aveva superato tutti i controlli antidoping. Il Coni, risentito, invitò con decisione Bellotti a occuparsi di altro. E Pantani andò a Sidney tornando più depresso di prima. Qualcuno l’ha davvero incastrato a Madonna di Campiglio? Due ore dopo il «fatale controllo» che fece espellere Pantani dal Giro del 1999 per ematocrito alto, a Madonna di Campiglio piombarono i Nas e la Guardia di Finanza. Tutto il materiale utilizzato per i test venne sequestrato ed analizzato con cura e costituì elemento probante nel processo sul caso che si aprì a Trento: parlare di controlli non professionali e caotici è profondamente scorretto. Interrogato dagli inquirenti, il medico di Pantani (incredibilmente assente durante il controllo), Roberto Rempi, ammise che l’atleta si controllava da solo il sangue, che l’ematocrito la sera prima era altissimo (tra 48 e 49) e Marco fuori controllo dal punto di vista sanitario. Sui campioni di Campiglio ci fu un’accurata e documentata perizia dell’Università di Parma: il Dna del sangue era di Pantani, il diluente nella provetta non ebbe effetto sul risultato mentre «l’assunzione esogena di eritropoietina artificiale» spiegava «virtualmente i parametri modificati nel campione di sangue 11.440». I medici responsabili del controllo erano professionisti ospedalieri che — a dispetto di accuse infamanti durate anni — non avevano alcun legame con Pantani o soggetti esterni. Il processo (dove Pantani fu assolto come sempre perché il doping fino al 2001 non era reato) arrivò a una conclusione lineare: Pantani venne espulso per ematocrito alto perché aveva l’ematocrito alto a causa di un uso massiccio di Epo. Nessuno ha mai dimostrato il contrario.Qualcuno ha davvero ucciso Marco Pantani? Decine di udienze, migliaia di pagine di atti investigativi non hanno portato a nessuna prova concreta su un possibile omicidio di Marco Pantani la sera 14 febbraio 2004 al Residence Le Rose di Rimini. Anche se la nuova inchiesta partita nel 2021 ha il compito di togliere ogni possibile dubbio. Al momento tuttavia mancano prima di tutto il movente e poi gli elementi fattuali per affermare che Marco sia stato assassinato e non morto di overdose. Pantani era in uno stato di dipendenza dalla cocaina avanzatissimo e, grazie alla sua disponibilità economica, rappresentava il cliente perfetto per qualunque spacciatore: ucciderlo non avrebbe avuto senso. L’idea che questo possa essere stato tramite ingestione forzata di cocaina non ha riscontri giudiziari nella storia del crimine mentre il corpo non presentava nessun tipo di ferita o trauma alternativo all’overdose.Qualcuno ha inquinato le prove della scena del crimine? Possibile. Possibile che Pantani non fosse solo nella stanza del residence (come detto si stanno cercando due escort che potrebbero essere state le ultime a vedere Pantani) anche se è probabile che eventuali altre persone se ne siano andate prima della morte, visto che la stanza è stata trovata bloccata dall’interno. E’ evidente però dalle immagini girate dalla polizia giudiziaria che sulla scena c’erano troppe persone che non avevano nulla a che fare col caso, ma dalla stanza non mancava nessun oggetto personale. Possibile poi che il «caso Pantani» sia stato trattato con una certa superficialità investigativa, come la morte, di routine, di un povero tossico: indagini più accurate avrebbero sgombrato il campo da equivoci.Le numerose controinchieste hanno svelato dettagli inediti? Escludendo ovviamente la nuova inchiesta della procura di Rimini, gli elementi di chi non crede alla tesi dell’overdose/suicidio sono da anni sempre gli stessi e riportati in centinaia di documenti: l’estremo stato di disordine della stanza che farebbe pensare a una colluttazione, generici ricatti del mondo dello spaccio o della prostituzione, la presenza al residence di persone che Pantani non avrebbe dovuto vedere. Molte delle tesi sono smontabili facilmente: in diversi libri si sostiene ad esempio che la struttura del residence sarebbe stata rapidamente demolita e ricostruita per cancellare le prove dell’omicidio. Il residence fu semplicemente rinnovato e la stanza dov’è morto Pantani mantiene tuttora la sua struttura originale. Esiste una documentazione «imparziale» sul caso Pantani? Non semplice trovare tra decine di libri appassionatamente «partigiani» dei racconti obbiettivi sulla tragedia di Marco Pantani. Due vanno segnalati. L’eccellente, accuratissimo «The Death of Marco Pantani» del cronista inglese Matt Rendell (tradotto in numerose lingue, non in italiano) e «Delitto Pantani» del giornalista romagnolo di giudiziaria Andrea Rossini, attualmente edito da Nda

Marco Pantani, il documento inedito sulla sua morte: cambia tutto? Gianluca Mazzini su Libero Quotidiano il 21 dicembre 2022

Mattei e Pantani. Due giganti con due storie diverse e distanti ma legate da un filo rosso. Sport e politica, doping e petrolio. In un qualunque paese al mondo le due vicende non si potrebbero accomunare. In Italia invece sì, perché troppi morti sono misteri e troppi misteri nascondono morti eccellenti. Ancor oggi la vulgata ritiene che Enrico Mattei, fondatore dell'Eni, l'uomo del riscatto economico italiano attraverso il sovranismo energetico, sia morto in un "incidente aereo". Non è bastata un'inchiesta della magistratura che nel 1996 ha sancito come la sua fine sia dovuta, senza alcun dubbio, ad un "attentato dinamitardo".

Quarant'anni dopo, in un'altra Italia, una vicenda diversa e uguale. Nel 2004 il campione di ciclismo Marco Pantani viene trovato morto nella camera d'albergo di un hotel di Rimini. Secondo Wikipedia: «Le circostanze della morte di Pantani, al pari di quella della sua esclusione dal Giro d'Italia del 1999, sono ancora oggetto di dibattito». Non così per Davide De Zan che firma con il libro "Pantani per sempre" (edizioni Pienogiorno), una seconda inchiesta sulla vita e la morte del più amato dei campioni del ciclismo moderno. Un'indagine approfondita e puntuale come nello stile di De Zan a cui si devono le più importanti rivelazioni sulla tragica fine del Pirata a quasi diciotto anni dalla sua morte, anzi dal suo omicidio. Leggendo le pagine del libro si capisce perché l'amore per il campione di ciclismo romagnolo non accenna a finire. Ed emerge anche la rabbia e l'incredulità per come si voglia negare la verità. Ci troviamo davanti alla storia di un uomo fortissimo e sensibile, «un fiore d'acciaio» come viene efficacemente definito. La storia dell'ultimo eroe del ciclismo romantico, del più grande scalatore di tutti i tempi.

Nel libro c'è anche la storia dell'uomo ucciso due volte. La prima alla tappa di Madonna di Campiglio nel giugno 1999 quando i carabinieri misero (di fatto) fine alla sua carriera per un'accusa di doping. La seconda morte è quella sopraggiunta in un residence di Rimini nel giorno di San Valentino del 2004. De Zan, prendendo il testimone del padre Adriano, ha raccontato Giri d'Italia, Tour de France ma anche i più grandi avvenimenti sportivi degli ultimi quarant' anni, ma alle telecronache ha aggiunto le qualità di cronista. Un segugio che non ha mai mollato allineandosi in questo a mamma Tonina, al papà Paolo e ai veri amici di Marco. Un'ostinazione che ha portato a nuovi capitoli nell'inchiesta sulla morte di Pantani, ad altre verità scomode, a nuove sconvolgenti pagine.

Scrive De Zan: «Qualche anno fa ho aperto un percorso sulla strada della verità, per tutti quelli che avessero voglia di osservare più a fondo la storia di un campione e di un uomo che ci aveva lasciato troppo presto, e con troppi perché. Allora non potevo raccontare tutto ciò che sapevo, perché c'era un'inchiesta giudiziaria ancora aperta. Molti di quei documenti li trovate invece in queste pagine...». Attendendo, come per Enrico Mattei, che un giorno un giudice a Berlino...

Cosimo Cito per repubblica.it il 9 dicembre 2022.

Sono possibili altre ipotesi sul decesso di Marco Pantani”. La relazione della Commissione parlamentare antimafia squarcia un nuovo velo sulle possibilità di giungere alla verità nella vicenda che da 18 anni continua a non avere una parola fine. La famiglia non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio o della morte per overdose da consumo di cocaina del Pirata. 

La Commissione guidata da Nicola Morra ha approfondito il caso: “Gli elementi emersi dall’istruttoria consentono di affermare che una diversa ricostruzione delle cause della morte dell’atleta non costituisca una mera possibilità astratta e devono indurre chi indaga a scrutare ogni aspetto della vicenda senza tralasciare l’eventualità che non tutto sia stato doverosamente approfondito, ricercandone, eventualmente le ragioni”. 

Pantani, la mafia dietro l'esclusione dal Giro del '99?

L’indagine, soprattutto nella parte riguardante i fatti di Madonna di Campiglio (l'esclusione di Pantani dal Giro 1999 per ematocrito oltre i limiti consentiti a due tappe dalla fine, quando ormai il Pirata era certo di vincere la Corsa rosa) si è svolta anche attraverso il IV Comitato "Influenza e controllo criminali sulle attività connesse al gioco nelle sue varie forme", coordinato dal senatore di Forza Italia Giovanni Endrizzi. 

L'avvocato di Tonina Pantani: "La Procura vada fino in fondo, Marco fu ucciso"

L’avvocato di Tonina Pantani, Fiorenzo Alessi, grandissimo appassionato di ciclismo, commenta così. “La Procura di Rimini, nella persona del sostituto procuratore Luca Bertuzzi, ha aperto un nuovo fascicolo, al momento contro ignoti, sulla morte di Marco Pantani. Leggendo l’enorme mole di documenti, abbiamo scoperto alcuni elementi trascurati dalle precedenti indagini, dei buchi, dei vuoti. 

Ci conforta sapere che anche la Commissione antimafia abbia trovato nuovi elementi e confidiamo nel fatto che abbia trasmesso gli stessi alla Procura. Il caso Pantani è avuto tanti passaggi, tanti salti in avanti e ritorni indietro. Ora crediamo di avere in mano delle carte molto buone per arrivare a una verità processuale e restituire a Marco e alla sua famiglia, alla signora Tonina in particolare, verità e giustizia”. 

Pantani, le prove che sostengono l'ipotesi dell'omicidio

L’avvocato Alessi segue le vicende della famiglia Pantani da poco più di un anno: “La Commissione antimafia ha scritto anche di irregolarità nel controllo di Madonna di Campiglio, della provetta, dell’errore nella trascrizione dell’orario, nella presenza di personaggi estranei nella stanza alle normali procedure Uci. Tutte cose sacrosante, che purtroppo però, per il genere di reato ipotizzato, si scontrano con l’avvenuta prescrizione e anche con i principi della riforma Cartabia. Sull’omicidio di Marco, perché noi di omicidio siamo convinti si tratti, invece si può andare fino in fondo. E così faremo”.

La morte di Pantani e le inchieste

Marco Pantani morì in una stanza del residence Le Rose di Rimini il 14 febbraio 2004. Sul caso è stata aperta una nuova inchiesta, la terza, per omicidio, dopo le dichiarazioni in commissione parlamentare antimafia del suo pusher, Fabio Miradossa: “La verità non la volevano, hanno beccato me ma io già 16 anni fa dicevo che Marco è stato ucciso, non è morto per droga, lui ne usava quantità esagerate e quella volta ha avuto una quantità minima di cocaina rispetto a quello a cui era abituato e l’ha avuta 5 giorni prima della morte. Qualsiasi drogato usa subito la droga”.

Alessandro Fulloni per corriere.it l’8 dicembre 2022.

«La morte di Marco Pantani? Chiedevo in giro delle informazioni che potessero essere utili... ero sempre in giro in macchina a chiedere a tutti. A Rimini indagavo molto in quel periodo. Quel poliziotto? Un giorno di primavera, prima che aprissimo l’albergo, c’era anche mia moglie, viene a casa mia e ci dice: “Smettete di indagare perché avete rotto le p...” . Testuali parole: “Fate la fine di Marco. Dì a tua zia che fate tutti la fine di Marco”». È puntuale e dettagliata, la relazione della Commissione parlamentare Antimafia su Marco Pantani, trovato morto il giorno di San Valentino, nel 2004.

Nelle 48 pagine dell’inchiesta coordinata dall’ex senatore M5S Giovanni Endrici compaiono anche testimonianze inedite, tra cui quella di Maurizio O., marito di una nipote di mamma Tonina, ascoltato il 18 novembre 2020. L’uomo, che all’epoca era un ultrà del Cesena calcio, racconta che anche in questo «mondo ci eravamo coalizzati chiedendo agli spacciatori che lo frequentavano di non dargli la droga. Quel mondo aveva risposto molto bene. Non solo molti della zona non gli davano la droga ma gli volevano molto bene, lo proteggevano. Ma avendo molta disponibilità di soldi, Marco ci scavalcava rivolgendosi a soggetti esterni e per questo ha incontrato Miradossa — lo spacciatore poi assolto in Cassazione, ndr — e altri».

Il pomeriggio di quel 14 febbraio Maurizio viene allertato da un suo amico poliziotto, Giuseppe T., che morirà due anni dopo — «morte sospetta», preciserà il nipote di Tonina in commissione — in un incidente in moto. L’agente — in servizio all’antidroga della questura di Rimini — gli dice che a Marco è successo qualcosa di grave, «senza specificare altro».

Il familiare del campione corre al residence “le Rose” dove il Pirata fu trovato morto. Qui «gli viene impedito di salire nella stanza» occupata da Marco e lui allora, «accortosi di un secondo accesso», riesce a salire lo stesso «senza incontrare ostacoli». «La porta era leggermente aperta — è il resoconto della relazione — e l’accesso alla camera era interdetto con il nastro tipico utilizzato dalle forze dell’ordine, posto in diagonale». 

Sporgendosi all’interno senza entrare, aveva visto il bagno al piano inferiore dell’appartamento. «Nel visionare la documentazione fotografica mostratagli nel corso dell’audizione», l’uomo «ha affermato con sicurezza che la scena da lui vista non corrispondeva a quella rappresentata nelle fotografie. In particolare, nel guardare una foto, ha chiarito: “Questo è il bagno ma non era così quando l’ho visto io », precisando che lo specchio rotto «si trovava appoggiato alla parete posta a destra dell’ingresso del bagno, in una posizione diversa da quella rappresentata nelle fotografie».

L’uomo ha poi affermato di non essere mai stato sentito, sino al giorno dell’audizione, dagli inquirenti e di non aver ritenuto di presentarsi spontaneamente per riferire quanto a sua conoscenza anche perché, avendo cercato di indagare sulla morte del cugino, era stato destinatario di minacce riportategli dall’agente. Appunto: «Comincio a indagare come pian piano farà poi la sua mamma. E il poliziotto, un giorno di primavera, prima che aprissimo l’albergo viene a casa mia e ci dice: “Smettete di indagare perché avete rotto le palle”». Testuali parole: «“Fate la fine di Marco. Dì a tua zia che fate tutti la fine di Marco”».

Il familiare del Pirata e l’agente dell’antidroga si conoscevano da tempo, erano amici,e l’investigatore «gli aveva detto di essere stato mandato a riferirgli quelle minacce, senza precisare da chi provenissero». Addirittura «per un breve periodo si era mostrato arrabbiato» nei suoi confronti «quasi per dirgli che lo stava mettendo nei guai ». 

Ma dell’incidente al poliziotto cosa si sa? L’Antimafia non ha effettuato approfondimenti. L’agente, che aveva 35 anni e che oltre a sapere della tossicodipendenza del ciclista «conosceva le dinamiche e gli equilibri sul territorio relativi al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti», fu trovato di notte privo di vita dopo una rotonda sulla via Emilia, non lontano da casa. Le cronache cittadine raccontano che , forse «per l’asfalto reso viscido dalla pioggia», in quella notte tra l’11 e il 12 luglio 2006 perse il controllo della sua Harley Davidson, schiantadosi. Nient’altro.

Con quella di Marco, quella del poliziotto sarebbe la terza morte «sospetta» in questa vicenda che ha scosso l’Italia. L’altra è quella di Wim Jeremiasse, commissario Uci e istituzione al Tour, alla Vuelta e alla corsa rosa, responsabile del prelievo ematico condotto su Pantani prima della tappa di Madonna di Campiglio in cui venne fermato.

«Oggi il ciclismo è morto» disse in lacrime poche ore dopo il test, la mattina del 5 giugno 1999. Impossibile che il commissario Uci potesse spiegare altro: sei mesi dopo morì - «in circostanze non proprio chiare», scrissero i carabinieri dei Nas - in un incidente in Austria. Dov’era andato per fare da giudice in una gara di pattinatori su ghiaccio. Sprofondò con l’auto in un lago ghiacciato, il Weissensee, su cui stava spostandosi alla testa di un piccolo corteo di macchine. La sua auto giù per 35 metri nell’acqua gelida, inghiottita dal cedimento improvviso della superficie: Wim venne trovato cadavere dai sommozzatori che lo recuperarono circa un’ora dopo. La donna che era con lui, Rommy van der Wal, sopravvisse miracolosamente dopo avere cercato invano di estrarlo dall’abitacolo.

Da sportmediaset.mediaset.it il 7 Dicembre 2022. 

E' stata resa pubblica la relazione della Commissione Antimafia sulla morte di Marco Pantani, secondo cui "sono possibili altre ipotesi sul decesso dell'ex campione di ciclismo anche considerando un eventuale ruolo della criminalità organizzata e di quegli ambienti ai quali purtroppo egli si rivolgeva a causa della dipendenza di cui era vittima". 

La Commissione sottolinea anche che "diverse sono le scelte e i comportamenti posti in essere dagli inquirenti che appaiono discutibili". 

Inoltre sulla vicenda che portò all'esclusione del Pirata dal Giro 1999 "diverse e gravi furono le violazioni alle regole stabilite affinché i controlli eseguiti sui corridori fossero genuini e il più possibile esenti dal rischio di alterazioni". 

La Commissione Antimafia guidata da Nicola Morra nella XVIII legislatura ha approfondito il caso anche attraverso il IV Comitato ‘Influenza e controllo criminali sulle attività connesse al gioco nelle sue varie forme’, coordinato dal senatore Giovanni Endrizzi che ha proposto la relazione finale.

L’inchiesta condotta dal IV Comitato ha fatto affiorare singolari e significative circostanze che rendono possibili altre ipotesi sulla morte” di Marco Pantani “anche considerando un eventuale ruolo della criminalità organizzata e di quegli ambienti ai quali purtroppo egli si rivolgeva a causa della dipendenza di cui era vittima”. 

E’ quanto sottolinea la Commissione parlamentare Antimafia nella relazione contenente le “Risultanze relative alla morte dello sportivo Marco Pantani ed eventuali elementi connessi alla criminalità organizzata che ne determinarono la squalifica nel 1999″, approvata sul finire della scorsa legislatura e ora resa pubblica.

Resta aperto l’interrogativo che da anni la famiglia del corridore pone: è davvero certo che Marco Pantani sia deceduto per assunzione volontaria o accidentale di dosi letali di cocaina, connessa all’assunzione anche di psicofarmaci?”, si chiede la Commissione. 

Gli elementi emersi dall’istruttoria svolta da questa Commissione parlamentare – si sottolinea nella relazione – consentono di affermare che una diversa ricostruzione delle cause della morte dell’atleta non costituisca una mera possibilità astratta che possa essere ipotizzata in letteratura e in articoli di cronaca giornalistica e devono indurre chi indaga a scrutare ogni aspetto della vicenda senza tralasciare l’eventualità che non tutto sia stato doverosamente approfondito, ricercandone, eventualmente le ragioni”.

"La vicenda di Marco Pantani ha scosso le coscienze di tutti e non soltanto di coloro che ne hanno apprezzato le gesta atletiche nelle salite più impervie, frutto della stessa tenacia con la quale oggi la signora Pantani invoca giustizia per il proprio figliolo.  

Nell’opinione pubblica, dopo un primo momento di incertezza dovuta, forse, anche a un’informazione che, nei giorni immediatamente successivi alla squalifica, lo aveva condannato senza possibilità di appello, è stata sempre diffusa la convinzione che qualcosa di anomalo fosse accaduto sia a Madonna di Campiglio che a Rimini nella tragica sera di San Valentino del 2004. Questa Commissione ritiene che i numerosi elementi dubbi che sono emersi nel corso dell’istruttoria siano di tale rilievo da meritare un attento approfondimento: le ipotesi fondate su quegli elementi non possono essere ridotte a mere possibilità astratte oggetto di discussione in servizi televisivi o su articoli stampa” sottolinea la Commissione parlamentare Antimafia nella relazione.

Morte Pantani, la Commissione antimafia: "Anomalie su esclusione dal Giro". La Repubblica il 7 Dicembre 2022

Secondo la relazione presentata dal presidente uscente Nicola Morra "diverse e gravi" furono le violazioni alle regole stabilite affinché i controlli eseguiti sui corridori fossero genuini e il più possibile esenti dal rischio di alterazioni

Nel giugno 1999 al Giro d'Italia a Madonna di Campiglio, "diverse e gravi" furono le violazioni alle regole stabilite affinché i controlli eseguiti sui corridori fossero genuini e il più possibile esenti dal rischio di alterazioni: lo afferma il presidente uscente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, presentando il lavoro svolto dall'Antimafia, e in particolare dal Comitato coordinato dal senatore Endrizzi, su quelle che vengono definite le "numerose anomalie" che contrassegnarono la vicenda che portò all'esclusione di Marco Pantani dal Giro d'Italia.

Nello specifico, nell'effettuare i controlli sugli atleti - spiega Morra - non venne rispettato il Protocollo siglato dall'UCI con l'ospedale incaricato di eseguirli. Dal lavoro della Commissione, è emerso che nell'apporre l'etichetta sulla provetta che conteneva il campione ematico di Marco Pantani non vennero seguite le regole imposte per garantirne l'anonimato, essendo presenti altri soggetti, diversi dall'ispettore dell'UCI che avrebbe dovuto essere l'unico a conoscere il numero che contrassegnava la provetta.

"E' stato inoltre accertato - puntualizza Morra - che il prelievo di sangue sul campione di Cesenatico venne effettuato alle ore 7.46 e non già alle ore 8.50, come invece indicato nel processo che egli dovette subire per 'frode sportiva': questa grossolana difformità, piuttosto singolare escluse la possibilità che in quel processo fosse valutata l'ipotesi della manipolazione mediante 'deplasmazione' del campione ematico".

A conclusione delle indagini portate avanti, l'Antimafia afferma nella relazione che: "Contrariamente a quanto affermato in sede giudiziaria, l'ipotesi della manomissione del campione ematico, oltre che fornire una valida spiegazione scientifica agli esiti degli esami ematologici, risulta compatibile con il dato temporale accertato dall'inchiesta della Commissione: collocando correttamente l'orario del prelievo a Marco Pantani alle ore 7.46, quindi più di un'ora prima rispetto a quanto sino ad oggi ritenuto, risulta possibile un intervento di manipolazione della provetta".

E l'ipotesi, per Morra, è ancor più plausibile alla luce delle informazioni fornite da Renato Vallanzasca - confermate dagli altri elementi acquisiti dall'organismo di inchiesta parlamentare - che rivelano i forti interessi della camorra sull'evento sportivo, oggetto di scommesse clandestine, e l'intervento della stessa camorra per ribaltarne il risultato tramite l'esclusione di Pantani, del quale era ormai pressoché certa la vittoria.

L'inchiesta della Commissione si è anche soffermata su alcune anomalie verificatesi nel corso delle indagini svolte sulla morte del corridore. "L'Autorità giudiziaria accolse immediatamente l'ipotesi dell'accidentalità del decesso, ricondotto all'autoassunzione di sostanze esogene, escludendo del tutto la possibile riferibilità dello stesso ad un'azione omicidiaria", ricorda Morra. Ma l'Antimafia ha svolto alcune audizioni che sembrano porre in discussione il quadro probatorio che condusse agli esiti giudiziari. Le dichiarazioni rese in Commissione dagli operatori sanitari che intervennero sul luogo del decesso di Pantani, racconta Morra, hanno escluso la presenza del 'bolo di cocaina' rinvenuto poi vicino il cadavere. "La Commissione parlamentare antimafia auspica - conclude Morra - che venga fatta piena luce sugli avvenimenti che videro protagonista il campione di Cesenatico"

"Possibili altre ipotesi sulla sua morte". Si riapre il caso Pantani? La commissione Antimafia ha espresso tutti i suoi dubbi sulle cause che hanno portato alla morte di Marco Pantani il 14 febbraio del 2004. Marco Gentile l’8 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Sono passati quasi 19 anni dalla morte di Marco Pantani, ma ci sono ancora molte ombre sulle cause che hanno portato al decesso del "Pirata" a soli 34 anni. La Commissione Antimafia, infatti, ha riaperto il caso e si stanno vagliando altre possibili cause sulla sua morte. Secondo quanto riportato da Sportmediaset, è stata resa pubblica la relazione della Commissione in merito a quell'increscioso fatto di cronaca avvenuto il 14 febbraio del 2004.

La mamma del "Pirata", si è sempre battuta e si sta battendo per trovare la verità. Recentemente la signora Tonina aveva fatto una dichiarazione choc: "Cercate le due escort che sono salite nella sua stanza la mattina in cui Marco è morto", e ancora: "Voglio, questa verità. Non aiuterà me, perché Marco non me lo restituisce più nessuno. Ma sulla tomba gli ho fatto una promessa. Perché da quando fu squalificato nel 1999 fino a che è morto, lui ha lottato per scoprire chi lo aveva tradito. E non c’è riuscito. Quindi, adesso tocca a me continuare". Marco fu ritrovato morto presso una stanza dell’hotel Le Rose di Rimini forse ucciso da un mix di cocaina e farmaci antidepressivi.

Un caso infinito

Sulla morte di Pantani si è detto e scritto tanto in questi anni ma non si è ancora arrivati ad una certezza sulle cause che hanno portato alla scomparsa del fuoriclasse di Cesenatico. "Sono possibili altre ipotesi sul decesso dell'ex campione di ciclismo anche considerando un eventuale ruolo della criminalità organizzata e di quegli ambienti ai quali purtroppo egli si rivolgeva a causa della dipendenza di cui era vittima", la relazione della Commissione Antimafia che indaga sulla morte del Pirata. Viene inoltre sottolineato come siano diverse le scelte e i comportamenti posti in essere dagli inquirenti che appaiono discutibili.

La Commissione Antimafia è guidata da Nicola Morra che nella XVIII legislatura ha approfondito il caso anche attraverso il IV Comitato coordinato dal senatore Giovanni Endrizzi che ha proposto poi la relazione finale. Inoltre, "L’inchiesta condotta dal IV Comitato ha fatto affiorare singolari e significative circostanze che rendono possibili altre ipotesi sulla morte di Marco Pantani anche considerando un eventuale ruolo della criminalità organizzata e di quegli ambienti ai quali purtroppo egli si rivolgeva a causa della dipendenza di cui era vittima".

Secondo la Commissione Antimafia, inoltre, le "risultanze relative alla morte dello sportivo Marco Pantani ed eventuali elementi connessi alla criminalità organizzata che ne determinarono la squalifica nel 1999. Resta aperto l’interrogativo che da anni la famiglia del corridore pone: è davvero certo che Marco Pantani sia deceduto per assunzione volontaria o accidentale di dosi letali di cocaina, connessa all’assunzione anche di psicofarmaci?", la domanda che si pone la Commissione.

Il caso Pantani è ancora avvolto da tante ombre e non è ancora ben chiaro cosa sia successo a Madonna di Campiglio, a Rimini e nella tragica sera del 14 febbraio del 2004 che portò alla sua morte. I tanti dubbi fatti emergere dalla Commissione Antimafia hanno messo in risalto come questo caso meriti un approfondimento e che le ipotesi fondate su quegli elementi non possono essere ridotte a mere possibilità astratte oggetto di discussione in servizi televisivi o su articoli stampa.

Da gazzetta.it il 17 settembre 2022

 “Le verità che ci sono state consegnate non sono soddisfacenti né per quanto riguarda la squalifica al Giro d’Italia né per quanto riguarda le vicende che hanno portato alla morte" del ciclista Marco Pantani. Lo ha detto il senatore Giovanni Endrizzi che ha coordinato il Comitato preposto nell’ambito della Commissione Antimafia, presentando alla stampa la relazione conclusiva della Commissione. "Nel primo caso - ha spiegato Endrizzi - fa specie che nessuno abbia voluto mai considerare le regole per i controlli, Pantani è stato processato per frode sportiva e nessuno ha verificato che cosa dicevano i protocolli delle analisi che noi abbiamo riscontrato essere lacunosi".

"Lamentiamo che alcune verifiche non sono state svolte - ha aggiunto - e oggi non abbiamo la possibilità di produrre questi dati mancanti" relativi ai valori ematici. Su questo la Commissione ha audito Renato Vallanzasca ma "il dubbio che le mafie possano aver infiltrato il Giro d’Italia rimane una ipotesi aperta che non abbiamo potuto chiudere e quindi tantomeno escludere". Sulla morte di Pantani, invece, ha detto ancora Endrizzi, "sono state rilevate incongruenze logiche e metodologiche", "noi abbiamo riscontrato che alcune porte non sono state aperte sull’ipotesi che ci sia stato un contributo di terzi al decesso, non è nostra competenza aprirle ma plaudiamo all’iniziativa della procura di Rimini di aver riaperto le indagini, da parte nostra forniremo ulteriore materiale in un clima i cordiale collaborazione sperando in una verità ultimativa".

Pantani, trovata l’escort dell’ultima mattina. Ma lei smentisce il tassista: «Mai stata con il Pirata». Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 29 Maggio 2022.

L’autista raccontò di averla accompagnata insieme a un’altra donna nel residence di Rimini in cui il campione morì il 14 febbraio 2004. Rintracciata dai carabinieri, nega di essere mai salita in quella stanza: «Non lo conoscevo nemmeno». L’amica è morta. 

L’indagine va avanti con elementi inediti. Ma sembra di essere in salita. E restano ancora un rebus le ultime ore di Marco Pantani. I carabinieri di Rimini hanno sentito, infatti, una delle due escort che un tassista sostiene di aver accompagnato al residence Le Rose quella mattina del 14 febbraio 2004 in cui il Pirata fu trovato morto. Un collasso dovuto a «un’ingestione abnorme e anomala di farmaci prevalentemente antidepressivi che, assieme a cocaina» provocarono il decesso, hanno stabilito le due inchieste arrivate alla medesima conclusione.

A spingere però per la riapertura di una terza indagine è stata soprattutto la determinazione di Tonina Belletti, la mamma di Pantani che, assistita dagli avvocati Fiorenzo e Alberto Alessi, nei mesi scorsi aveva dichiarato ai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Rimini, delegati per le indagini: «Marco non era solo la notte che è morto, con lui c’erano due escort».

Una convinzione basata sulla testimonianza, prima in un’intervista alle Iene, poi acquisita dai carabinieri, di un tassista di Cesenatico sui cinquant’anni che sostiene di aver accompagnato, quella mattina, due escort nel residence riminese.

I carabinieri, come riporta l’edizione riminese del Resto del Carlino, sono riusciti ad identificarle: si tratta di due ragazze, allora ventenni, che all’epoca lavoravano come cubiste in una discoteca della Riviera e occasionalmente facevano le escort. Una delle due donne — entrambe straniere dell’Est — è stata rintracciata e sentita dai carabinieri, mentre l’altra nel frattempo è morta, stroncata da un male incurabile. Il suo racconto, però, confligge totalmente con quello del tassista, visto che ha negato di aver mai conosciuto Pantani.

L’autista però era stato piuttosto preciso nel suo racconto: «Al mattino ho accompagnato la Dani e la Donni da Marco in hotel», aveva detto alle Iene. Aveva indicato anche un orario: tra le 8 e le 9, vedendole poi salire in albergo. Dopo un po’ di minuti le ragazze sarebbero uscite e tornate in auto con lui: «Avevano un maglione verde e un marsupio». Poi non le ha mai più viste. Pantani – così accertarono le perizie – morì tra le 11,15 e le 12,45 per un mix di cocaina e farmaci antidepressivi. Se il tassista si è deciso a raccontare ciò che vide diciotto anni dopo quel terribile San Valentino e non prima, è stato «perché non volevo problemi in famiglia».

È probabile che la Procura, seguendo anche le indicazioni dei legali della madre del Pirata, nei prossimi giorni senta altri testimoni per capire se il 14 febbraio 2004, quando Pantani morì, c’erano o meno altre persone insieme a lui.

Anticipazione da Oggi il 24 febbraio 2022.

Sono passati 18 anni da quando, il 14 febbraio del 2004, Marco Pantani fu trovato morto nel residence Le Rose di Rimini. La terza inchiesta sulla morte del Pirata prosegue e la mamma del campione, Tonina, in un’intervista ad Andrea Purgatori, pubblicata nel numero di OGGI in edicola da domani, dice: «A me purtroppo sembra sempre il primo giorno. Vado a letto e il pensiero è quello, mi sveglio e il pensiero è quello. Io i primi due anni non ho capito più niente.

Poi mi sono messa alla ricerca della verità. E adesso la voglio, questa verità. Non aiuterà me, perché Marco non me lo restituisce più nessuno. Ma sulla tomba gli ho fatto una promessa. Perché da quando fu squalificato nel 1999 fino a che è morto, lui ha lottato per scoprire chi lo aveva tradito. E non c’è riuscito. Quindi, adesso tocca a me continuare». Mamma Tonina, nell’intervista a OGGI, racconta anche il Pantani privato, di come il campione era cambiato dopo la squalifica per doping e del presentimento che l’aveva assalita prima della sua morte.

Il Corriere della Sera il 14 Febbraio 2022. «Pantani è sempre stato un ragazzo fragile. Noi in Carrera lo proteggevamo come un figlio, dopo, quando se n’è andato, qualcuno gli ha cucito addosso un vestito che non era il suo...». Tito Tacchella si adombra per un attimo, improvvisamente. La consueta giovialità — tratto marcato di un uomo che porta i suoi 81 anni decisamente bene — si spegne solo quando parla di Marco Pantani. Oggi ricorrono i 18 anni da quel maledetto 14 febbraio del 2004, quando fu trovato morto in un residence di Rimini: «Sono già 18 anni...» sospira Tito, con i fratelli Imerio e Domenico fondatore nel 1965 a Stallavena, nel Veronese, della Carrera, l’azienda d’abbigliamento che a fine anni Sessanta produsse il primo jeans interamente italiano. Fu proprio Tito Tacchella, nel 1992, a scoprire e introdurre nel ciclismo professionistico Pantani, allora ambizioso giovane in quella Carrera squadrone dell’epoca (leggi qui l’intervista al suo primo allenatore). «Qualche anno prima, nel 1987, avevamo vinto Giro d’Italia, Tour de France e Mondiale con Roche, nel 1986 il Giro con Visentini. Nei primi anni ‘90 avevamo Chiappucci, ciclista spettacolare, se non ci fosse stato Indurain almeno un Tour lo avrebbe vinto. Pantani, corteggiato da squadre anche più ricche della nostra, voleva venire in Carrera a tutti i costi proprio perché voleva correre con Chiappucci, il suo idolo. Fui io a trattare con lui: ricordo che si accontentò di un ingaggio più basso del suo valore, purché fossero previsti premi alti. Lui era tanto timido e fragile umanamente, quanto sicuro di sé in bicicletta. Sapeva di essere forte».

E lei Tacchella, imprenditore e ciclista per hobby, di talenti se ne intendeva...

«Io avevo un debole per Visentini, secondo me anche più forte di Roche, ma timidissimo e non sicuro di sé, altrimenti avrebbe vinto di più. Chiappucci, per dirle, caratterialmente era all’opposto: lui amava il contatto con i tifosi, dopo una gara usciva dalla roulotte e stava ore a parlare con la gente. Non ne ho visti altri fare così. Ma il demiurgo di quella Carrera era il capo dell’area sportiva, Boifava, e con lui gli altri due diesse che lo coadiuvavano, Quintarelli e Martinelli. Quintarelli in molti lo hanno dimenticato, un uomo rude e semplice, ma intuitivo come nessuno in corsa».

Negli anni ‘80 e primi ‘90 Carrera era una della capofila delle squadre italiane nel ciclismo. Squadre italiane che oggi nei professionisti sono quasi del tutto sparite...

«Non è più sostenibile il ciclismo per un’azienda italiana. Oggi ci sono gli oligarchi dell’est e le multinazionali che mettono 50 milioni di euro all’anno di budget. I campioni prendono come un calciatore, hai 30 ciclisti per squadra e ognuno di loro ha un meccanico personale. Ai nostri tempi pagavi tre-quattro meccanici in tutto. Noi entrammo nel ciclismo dopo le esperienze come sponsor nel basket e nel calcio. Ero un appassionato e fui io a spingere i miei fratelli, ma intuivamo che si sarebbe trattato anche di un investimento redditizio. Grazie alle bici entrammo di prepotenza nei mercati europei, in particolare Francia, Germania e Spagna».

In questo contesto lei ingaggia un giovanissimo Pantani.

«Siamo nel 1991, fine estate, nei giorni che seguono il Mondiale vinto da Bugno. Pantani aveva 21 anni ed era il dilettante più forte in circolazione: voleva assolutamente venire da noi per correre con Chiappucci. Era il suo idolo, ma poco dopo i rapporti si sarebbero affievoliti per la rivalità. Pantani allora però era soprattutto un ragazzo timidissimo, con noi ha cominciato a vincere e a rivelarsi al mondo, ma rimanendo sempre se stesso. Il cambiamento vero lo ha avuto dopo...».

Ricordava prima che gli hanno vestito addosso un vestito non suo. Detto da lei, fratello di un sarto e fondatore di una grossa azienda di abbigliamento, la metafora assume un suo peso...

«Nel 1997 andò alla Mercatone Uno, lo riempirono di soldi, pressioni e aspettative. Noi non potevamo più trattenerlo, non riuscivamo a star dietro a quelle cifre. Ma è chiaro che chi lo ingaggiò doveva rientrare dall’investimento e non solo con le vittorie. E così lo addobbarono e lo trasformarono in un personaggio, in un prodotto di marketing. La bandana, il Pirata e queste cose qui. Tutto bello, ma Pantani non era davvero preparato a recitare quel ruolo, quella visibilità extra-sportiva non era la sua. Eppoi c’era questa ricerca spasmodica di risultati eclatanti, anche quando non serviva. Se hai sette minuti di vantaggio in classifica generale sul secondo, hai già vinto, non serve stravincere andando a prenderti la tappa».

Gli anni ‘90 sono gli anni dell’Epo...

«Che allora era una pratica lecita, non considerata di per sé doping, al limite se ti trovavano con valori superiori venivi sospeso 15 giorni, ma null’altro. Ricordo Marco che a inizio carriera si lamentava perché corridori che aveva sempre battuto nei dilettanti lo superavano. Lui allora era uno di quelli che lo combatteva l’Epo».

Eppure per l’ematocrito alto Pantani viene sospeso nel 1998 a Madonna di Campiglio, terz’ultima tappa di un Giro già vinto. E’ l’inizio della fine.

«Ho sempre sospettato che lì abbia fatto un errore il medico, Pantani quel giorno era in alta quota a duemila metri e non in pianura. Ma, ripeto, lui quel Giro lo aveva già vinto, non occorreva che rincorresse con esasperazione le tappe. Ma l’errore più grave fu compiuto dopo Campiglio».

Cioè?

«Se fosse stato ancora in Carrera, io lo avrei preso di forza e lo avrei isolato per farlo allenare in vista del Tour, che gli avrei fatto correre rabbioso come una tigre. Invece in Mercatone Uno lo hanno assecondato permettendogli di tornare a Cesenatico, in riviera romagnola tra locali notturni, vita e soprattutto amicizie discutibili. Nel mondo del ciclismo tutti sapevano che certe losche figure circondavano Pantani, ma chi doveva non lo ha aiutato. Chi gli voleva bene era la sua ragazza danese (Christina Jonsson, ndr) e Boifava, ma la ragazza qualcuno l’ha osteggiata fino a farla allontanare. Pantani è morto in una solitudine dell’anima profonda, attorno a lui e dentro di lui c’era un vuoto assurdo».

Enea Conti per corrieredibologna.corriere.it il 14 febbraio 2022.

A diciotto anni dalla morte di Marco Pantani prosegue l’inchiesta della procura di Rimini sul decesso del campione di Cesenatico, trovato morto in una stanza del residence Le Rose di Rimini il 14 febbraio del 2004. Alla vigilia dell’anniversario, i carabinieri – che indagano sui fatti – hanno ascoltato un tassista, ritenuto un super testimone, che nel 2017, parlando ai microfoni della trasmissione di Italia Uno «Le Iene» aveva raccontato di aver accompagnato nello stesso residence in cui alloggiava Marco Pantani, Le Rose di Rimini, due escort. 

Si tratterebbe di due giovani che – stando a quanto testimoniato – sarebbero entrate e uscite nel motel dopo pochi minuti con un maglione e un marsupio poche ore prima del decesso del ciclista. Su quanto raccontato dal tassista (originario di Cesenatico) ai carabinieri vige il massimo riserbo. Non è stato tuttavia un incontro lampo, ma un’audizione molto lunga, pare addirittura più di tre ore.

Le indicazioni di Tonina Pantani

A prescindere dal racconto fornito dal super testimone ai carabinieri si tratta comunque di un passaggio importante. All’inizio di febbraio Tonina Pantani, la madre del campione di Cesenatico, accompagnata dall’avvocato Florenzo Alessi (nominato legale di famiglia alla fine del 2021) era stata ascoltata dai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo. In quell’occasione aveva depositato una nuova memoria e fornito nuovi elementi che potrebbero essere utili alle indagini. Con una richiesta particolare, quella di rintracciare le due escort entrate nella stanza del residence le Rose il 14 febbraio del 2004 poche ore prima il decesso del ciclista.

«O è un mitomane o qualcuno sa qualcosa»

I carabinieri hanno quindi dato credito alle indicazioni di Tonina Pantani rintracciando il tassista. Lo stesso avvocato Florenzo Alessi aveva spiegato all’inizio di febbraio che era importante ascoltarlo. “Raccontare di aver accompagnato queste ballerine o escort che fossero è inquietante. O siamo di fronte a un mitomane o di fronte a qualcuno che sa qualcosa”. La stessa madre del Pirata aveva fornito elementi utili a identificare il tassista. 

Le inchieste precedenti

Questa è la terza inchiesta sulla morte di Marco Pantani. Nella prima, aperta all’indomani della morte del Pirata, Fabio Miradossa, accusato di aver consegnato a Pantani la dose letale di droga, patteggiò quattro anni e dieci mesi, mentre Ciro Veneruso, che quella dose l’avrebbe procurata, fu condannato a tre anni e dieci mesi. La Cassazione assolse un terzo imputato, Fabio Carlino, che, al contrario di Miradossa, non accettò il patteggiamento. 

Fu proprio una dichiarazione di Miradossa, fatta pervenire dalla commissione parlamentare antimafia alla procura di Rimini, a far riaprire la terza inchiesta contro ignoti per l’accusa di omicidio. Miradossa sostenne allora che il Pirata era alla continua ricerca della verità sui fatti di Madonna di Campiglio, quando un controllo antidoping fermò il Pirata che stava per vincere il Giro d’Italia.

Morte Pantani, nuove indagini su richiesta di mamma Tonina: interrogato il tassista che accompagnò due escort. La Stampa il 13 febbraio 2022.

Marco Pantani, terza inchiesta sulla morte a RiminiDomani saranno 18 anni dalla morte di Marco Pantani e mentre Cesenatico si prepara ad una commemorazione in chiesa, organizzata dalla famiglia, la terza indagine sulla fine del 'Pirata' prosegue. È stato infatti interrogato dai Carabinieri di Rimini, nei giorni scorsi, il tassista che asserisce di aver accompagnato due donne al residence 'Le Rose' di Rimini, dove il 14 febbraio 2004 il campione di ciclismo fu trovato senza vita. Il tassista avrebbe confermato l'episodio ma le generalità delle due donne sono ancora tutte da confermare. A spingere per la riapertura di una terza indagine, dopo che le due precedenti avevano archiviato il caso come morte causata da un mix di droga e farmaci, è Tonina Belletti, la mamma di Pantani che, sempre nei giorni scorsi aveva dichiarato ai Carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo di Rimini, «Marco non era solo la notte che è morto, con lui c'erano due escort».

Enea Conti per corrieredibologna.corriere.it il 13 febbraio 2022.

A diciotto anni dalla morte di Marco Pantani prosegue l’inchiesta della procura di Rimini sul decesso del campione di Cesenatico, trovato morto in una stanza del residence Le Rose di Rimini il 14 febbraio del 2004. Alla vigilia dell’anniversario, i carabinieri – che indagano sui fatti – hanno ascoltato un tassista, ritenuto un super testimone, che nel 2017, parlando ai microfoni della trasmissione di Italia Uno «Le Iene» aveva raccontato di aver accompagnato nello stesso residence in cui alloggiava Marco Pantani, Le Rose di Rimini, due escort. 

Si tratterebbe di due giovani che – stando a quanto testimoniato – sarebbero entrate e uscite nel motel dopo pochi minuti con un maglione e un marsupio poche ore prima del decesso del ciclista. Su quanto raccontato dal tassista (originario di Cesenatico) ai carabinieri vige il massimo riserbo. Non è stato tuttavia un incontro lampo, ma un’audizione molto lunga, pare addirittura più di tre ore.

Le indicazioni di Tonina Pantani

A prescindere dal racconto fornito dal super testimone ai carabinieri si tratta comunque di un passaggio importante. All’inizio di febbraio Tonina Pantani, la madre del campione di Cesenatico, accompagnata dall’avvocato Florenzo Alessi (nominato legale di famiglia alla fine del 2021) era stata ascoltata dai carabinieri del nucleo investigativo del reparto operativo. In quell’occasione aveva depositato una nuova memoria e fornito nuovi elementi che potrebbero essere utili alle indagini. Con una richiesta particolare, quella di rintracciare le due escort entrate nella stanza del residence le Rose il 14 febbraio del 2004 poche ore prima il decesso del ciclista. 

«O è un mitomane o qualcuno sa qualcosa»

I carabinieri hanno quindi dato credito alle indicazioni di Tonina Pantani rintracciando il tassista. Lo stesso avvocato Florenzo Alessi aveva spiegato all’inizio di febbraio che era importante ascoltarlo. “Raccontare di aver accompagnato queste ballerine o escort che fossero è inquietante. O siamo di fronte a un mitomane o di fronte a qualcuno che sa qualcosa”. La stessa madre del Pirata aveva fornito elementi utili a identificare il tassista.

Le inchieste precedenti

Questa è la terza inchiesta sulla morte di Marco Pantani. Nella prima, aperta all’indomani della morte del Pirata, Fabio Miradossa, accusato di aver consegnato a Pantani la dose letale di droga, patteggiò quattro anni e dieci mesi, mentre Ciro Veneruso, che quella dose l’avrebbe procurata, fu condannato a tre anni e dieci mesi. La Cassazione assolse un terzo imputato, Fabio Carlino, che, al contrario di Miradossa, non accettò il patteggiamento. 

Fu proprio una dichiarazione di Miradossa, fatta pervenire dalla commissione parlamentare antimafia alla procura di Rimini, a far riaprire la terza inchiesta contro ignoti per l’accusa di omicidio. Miradossa sostenne allora che il Pirata era alla continua ricerca della verità sui fatti di Madonna di Campiglio, quando un controllo antidoping fermò il Pirata che stava per vincere il Giro d’Italia.

Marco Pantani, 18 anni dalla morte. Il primo allenatore: «Gli urlarono drogato e lui segò la bici». Enea Conti su Il Corriere della Sera l'11 febbraio 2022. Da Taccuino Di Verita.it.

Era un talento naturale. Un po’ per merito di mamma a papà, cioè per come era venuto al mondo, un po’ per la sua determinazione e per il suo orgoglio. Pino Roncucci lo conosceva molto bene Marco Pantani. Lo incontrò nel 1989, un anno prima che il Pirata di Cesenatico entrasse nella sua Giacobazzi, la squadra di cui fu uno storico direttore sportivo e con cui Pantani vinse tre Giri D’Italia dilettanti. A 87 anni e a pochi giorni dal diciottesimo anniversario dalla morte Roncucci racconta ancora aneddoti e curiosità sul suo campione. Dai primi test alla Giacobazzi, alla vittoria del primo Giro nel 1992 fino all’approdo tra i professionisti alla Carrera Jeans di Davide Boifava. La tragedia del residence Le Rose? Ognuno cerca la sua verità e speriamo che con queste ultime indagini venga a galla quella definitiva. Non credo che Marco si sia drogato al punto di suicidarsi.

Pino Roncucci, si racconta che per Pantani lei sia stato un mentore se non la persona più importante della sua carriera…lei cosa dice?

Se lo si dice perchè con me cresciuto e maturato. Ci conoscemmo nel 1989, con me partecipò a tre Giri D’Italia, categoria dilettanti. Venne alla Giacobazzi nel 1990 ma già l’anno prima gli feci una serie di test per inquadrarlo. Marco era un talento naturale. Gli ho sempre detto che doveva ringraziare mamma e papà per come era venuto al mondo. E che carattere.. . Fu lui a contattarmi, voleva entrare in squadra. Cos andai a Cesenatico e gli chiesi a bruciapelo perchè volesse unirsi a noi. Rispose che voleva vincere il Giro D’Italia. Io scoprii che aveva davvero tutte le carte in regola per andare anche oltre il Giro dilettanti che vinse nel 1992 dopo essere arrivato terzo nel 1990 e secondo nel 1991.

Ovvero?

Partiamo dal carattere. Era determinato. Disse che voleva vincere il Giro D’Italia dilettanti già prima di averlo corso all’esordio. Il fisico era impressionante. Al mattino all’alba aveva 46 battiti cardiaci al minuto. Incredibile. E pesava 54 chili, un vantaggio a quei tempi in cui le bici poi erano molto più pesanti di allora cos come l’abbigliamento. La sua muscolatura era quella tipica dello scalatore. Una volta, in ritiro, ci capitò un massaggiatore che anni prima massaggi anche Fausto Coppi. Lo guardò e mi disse: “ma dove lo hai preso questo? Non vedi che non c’ha nulla addosso? un pugno di ossa e basta”. Poi dopo che lo massaggi cambi idea tornò da me e mi disse: ‘Oh, Pino questo c’ha i muscoli di Coppi. uno scalatore nato uno scalatore puro.

Dove si allenava a quei tempi Marco Pantani?

Lui si sempre allenato da solo a quei tempi andava ad allenarsi a Castrocaro dove andava in ritiro o sul Monte Fumaiolo vicino alle sorgenti del Tevere dove andava in un alberghetto della zona. Aveva un recupero eccezionale gli bastava poco per tornare in forma sia in allenamento che in corso di gara. Anche perchè solo così poteva essere un ciclista “attaccante” che puntava gli avversari a testa alta.

Marco Pantani, 18 anni dalla morte: le foto inedite

Poi il cambio di squadra e il passaggio alla Carrera…

Davide Boifava, il direttore sportivo lo prese molto felicemente. Posso raccontare un aneddoto a riguardo. Boifava gli sottopose un contratto molto vantaggioso per quella che era l’et che Marco aveva a quei tempi. Gli chiese subito se fosse soddisfatto ma Marco gli rispose che non lo era e senza fronzoli. E perchè? “Perchè mancano tutte le clausole e i premi se vinco la tappa o se vinco il Giro”. Sentite le sue parole con stupore il direttore sportivo and a prendere carta e matita e aggiunse quanto detto da Marco. Poi gli disse: “Pantani, lei ha fatto un affare”. E lui ancora di tutta risposta. “Noi, siete che voi che lo avete fatto, l’affare”.

Ha continuato a vedere e sentire Pantani dopo il passaggio alla Carrera Jeans?

Quando dopo la vittoria del Giro d’Italia dilettanti lo riportai a casa a Cesenatico in macchina, sotto casa mi disse. “Hai visto Pino? Ti avevo promesso di vincere il Giro e ho mantenuto la promessa”. E allora io gli risposi: “ti ho riportato a casa sano, perchè hai vinto ma non ti ho sfinito”. Da quel giorno continuammo a sentirci fino a 30 giorni prima della sua morte. Era il suo compleanno, (il 13 gennaio ndr) gli telefonai per fargli auguri, lui era a Predappio da un amico. Ricordo ancora quella conversazione. “Marco come stai? So che hai qualche problema..” e lui non battè ciglio. “Si ho dei problemi…”. Lo invitai a casa mia ma non riuscì a venire. Trenta giorni dopo seppi della sua morte.

Che cosa ha pensato quando ha saputo della sua morte?

Ho pensato che era morto per la seconda volta. Non l’ha mai accettato quel responso, ovvero la squalifica dal Giro D’Italia. La prima volta Marco Pantani morto a Madonna di Campiglio. Marco era arrabbiatissimo e suscettibile. Al di l della squalifica trova intollerabile che qualcuno pensasse che quanto aveva già vinto era dovuto al doping. Marco aveva un orgoglio viscerale. Una volta and in bici ad allenarsi qui in Romagna. Qualcuno lo riconobbe gli urlò “drughd” che in dialetto significa “drogato”. Quando tornò a casa, segò in due la bici per la rabbia. Poi si lasci andare in un quel tunnel della droga da cui lui riteneva, credendosi padrone di s stesso, di uscire quando voleva. E questo piano piano lo ha distrutto.

Cosa ha pensato quando ha letto della riapertura dell’inchiesta?

Lo so e ho letto negli anni un sacco di cose. Ognuno ha cercato la sua verità e speriamo che questa volta questa verità esca. Io non credo che Marco si sia drogato al punto di suicidarsi. I dubbi sono tanti: ma esistono le indagini, la magistratura, la Polizia. Tocca a loro.

Enea Conti corrieredibologna.corriere.it il 4 febbraio 2022.

Come è noto oramai da qualche mese la Procura di Rimini indaga ancora sulla morte di Marco Pantani. Ed è la terza volta che accade, e la speranza è fare chiarezza in via definitiva sulle ultime ore di vita del Pirata. 

L’ipotesi – si procede contro ignoti – è quella di omicidio. L’ultimo capitolo è andato in archivio nelle scorse ore: Tonina Pantani, la madre del campione di Cesenatico, accompagnata dall’avvocato Florenzo Alessi è stata ascoltata dai carabinieri del Nucleo investigativo del reparto operativo. 

Come riportano i quotidiani locali ha depositato una nuova memoria e fornito nuovi elementi (su cui vige il massimo riserbo) che potrebbero essere utili alle indagini. Con una richiesta particolare, quella di rintracciare due escort che erano entrate nella stanza del residence le Rose il 14 febbraio del 2004 poche ore prima il decesso del ciclista. 

Non è la prima volta che si parla delle due ragazze da rintracciare.

Di queste due figure si incominciò a parlare anni fa. La trasmissione Le Iene mandò in onda il racconto di un autista che aveva spiegato di aver accompagnato due escort al residence le Rose, che sarebbero poi salite in camera di Pantani per poi fare ritorno poco dopo, dopo aver prelevato un maglione e un marsupio.

L’inchiesta attuale prende spunto da un’audizione di Fabio Miradossa, il pusher di Marco Pantani, alla commissione parlamentare antimafia andata in scena il 7 gennaio del 2020. In quell’occasione Miradossa — che nel 2005 patteggiò una pena per spaccio (fu lui a cedere ultima dose a Pantani) — disse: «Marco è stato ucciso, l’ho conosciuto 5-6 mesi prima che morisse e di certo non mi è sembrata una persona che si voleva uccidere. Era perennemente alla ricerca della verità sui fatti di Madonna di Campiglio, ha sempre detto che non si era dopato».

Caso Pantani, la madre in Procura a Rimini: "Non era solo quando morì, c'erano due escort". La donna sentita per tre ore e mezza nell'ambito della nuova inchiesta. La Repubblica il 4 Febbraio 2022.

Fra dieci giorni saranno passati 18 anni dalla triste sera di San Valentino quando in un residence di Rimini fu trovato morto Marco Pantani e il ricordo del grande campione di ciclismo non trova ancora pace. La convinzione della madre Tonina e del padre Giorgio, e con loro di molti tifosi, è che non tutto sia stato detto e non tutto sia stato accertato sulla fine dello scalatore di Cesenatico, morto a 34 anni. Nonostante due inchieste archiviate, l'ultima nel 2016, nonostante i processi agli spacciatori che avrebbero ceduto al 'Pirata' la dose letale, la famiglia non si arrende e continua a chiedere verità. 

Mamma Tonina è tornata dai carabinieri, a Rimini, ed è uscita dalla caserma dopo tre ore e mezza. "Marco non era solo la notte che è morto, con lui c'erano due escort", è quello che la donna avrebbe detto ai militari del nucleo investigativo del reparto operativo, che indagano nell'ambito del nuovo fascicolo riaperto recentemente dalla Procura. Un fascicolo che, però, rimane a 'modello 45', anche dopo la nuova testimonianza: non si ipotizzano reati e non ci sono indagati.

A sollecitare in qualche modo la ripresa degli accertamenti era stata la commissione parlamentare antimafia, che ha inviato ai magistrati riminesi una relazione dove c'è, tra l'altro, l'audizione, in parte secretata, di Fabio Miradossa, il pusher che patteggiò nel 2005 una pena per spaccio di cocaina legato alla morte di Pantani. "Marco è stato ucciso, l'ho conosciuto 5-6 mesi prima che morisse e di certo non mi è sembrata una persona che si voleva uccidere. Era perennemente alla ricerca della verità sui fatti di Madonna di Campiglio, ha sempre detto che non si era dopato", le parole di Miradossa, a gennaio 2020. 

Il pm riminese Luca Bertuzzi recentemente ha richiesto la registrazione completa della deposizione.

Lo stesso Miradossa, però, già sentito nell'ambito del nuovo fascicolo, non avrebbe aggiunto nulla di rilevante a ciò che la prima e la seconda indagine sulla morte del Pirata avevano appurato. Nell'archiviare, nel 2016, la Procura di Rimini definì fantasiosa e priva di fondamento l'ipotesi di un omicidio e la Cassazione, un anno dopo, rigettò il ricorso della famiglia. 

Ma la madre, che nel frattempo si è rivolta a un nuovo legale, l'avvocato Fiorenzo Alessi, non molla ed è stata sentita per l'ennesima volta in Procura, dopo aver consegnato un corposo dossier con documenti e spunti investigativi, e ora anche dai carabinieri. 

Finora, anche se varie ricostruzioni giornalistiche hanno adombrato scenari alternativi, le inchieste hanno detto che Pantani morì da solo, in una stanza del residence 'Le Rose', chiusa dall'interno. Per un'azione prevalente di psicofarmaci, così da far pensare più a una condotta suicida, che a un'overdose accidentale. È stata fin qui sempre esclusa l'ipotesi di un'assunzione sotto costrizione. Non hanno portato a risultati neppure gli accertamenti su un presunto intervento della Camorra al Giro d'Italia del 1999, quando Pantani venne escluso per l'ematocrito alto, il 5 giugno. Per il campione quel giorno di giugno a Madonna di Campiglio fu l'inizio della fine. 

Una fine tragica e prematura per un grande sportivo, difficile da accettare per tanti appassionati e soprattutto da chi gli voleva bene e che continua a chiedere che sia fatta piena luce.

"Emanuela un mezzo per colpire il Vaticano": Pietro Orlandi choc su presunto ricatto. Il Vaticano e la procura di Roma indagano sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Il fratello Pietro a ilGiornale.it: "Ci sono messaggi Whatsapp che meritano approfondimenti. Abbiamo fatto i nomi". Rosa Scognamiglio il 6 Ottobre 2023 su Il Giornale.

"Ci sono alcuni messaggi WhatsApp tra due persone vicine a Papa Francesco, inviati da telefoni riservati della Santa Sede, che parlano di movimenti legati alla vicenda di Emanuela". Lo rivela a ilGiornale.it Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela Orlandi, la 15enne scomparsa a Roma il 22 maggio 1983. Nel 2023 sia la procura di Roma sia la Santa Sede hanno aperto un fascicolo d'indagine che servirà a far luce sulla misteriosa vicenda. A giugno c'è stata anche l'approvazione da parte della Camera di una Commissione parlamentare d'inchiesta: "Spero ci sia l'approvazione anche da parte del Senato subito dopo la pausa estiva", continua Orlandi.

Caso Orlandi: la lettera dal Sud America apre la "pista famigliare"

Pietro Orlandi, in queste settimane sono emersi alcuni dettagli relativi a una vecchia vicenda famigliare che coinvolge sua sorella Natalina e uno zio paterno, Mario Meneguzzi. Cosa c'è di vero?

"È un episodio accaduto nel 1978, che peraltro è stato travisato e ingigantito all'inverosimile. Non c'è stato alcun tipo di approccio fisico tra Natalina e mio zio, solo delle attenzioni verbali. C'è chi addirittura ha parlato di 'stupro' e 'abuso'. Trovo assurdo fare certe illazioni quando, già al tempo, la vicenda era stata ampiamente chiarita".

Secondo lei perché è saltata fuori adesso?

"Evidentemente qualcuno ha ritenuto che il momento fosse propizio per provare a scaricare le responsabilità della scomparsa di Emanuela sulla famiglia distogliendo, ancora una volta, l'attenzione dal Vaticano".

Dice?

"Ne sono convinto. Non è un caso che se ne sia parlato proprio mentre si deve decidere sulla Commissione parlamentare d'inchiesta. È stato un colpo basso, un tentativo ignobile di gettare fango sulla nostra famiglia e sminuire la vicenda di Emanuela".

“La fotografammo nella camera ardente”: l’altra donna del caso Orlandi

Cosa glielo fa pensare?

"Sono andati a ripescare una storia di un assurdo coinvolgimento di un parente, mio zio, ipotesi approfondita ed esclusa già 40 anni fa. Sarebbe molto più proficuo, invece, se chi di dovere approfondisse i nuovi elementi di cui disponiamo e messi già a disposizione da mesi al promotore Diddi e alla Procura di Roma".

A cosa si riferisce?

"Parlo di alcuni messaggi WhatsApp tra due persone vicine a Papa Francesco, inviati da telefoni riservati della Santa Sede, che parlano di movimenti legati alla vicenda di Emanuela. Perché nessuno, né dal Vaticano né dalla procura di Roma, ha interpellato queste persone i cui nomi sono stati consegnati a entrambe le procure?"

Lei che idea si è fatto al riguardo?

"Che la verità è scomoda e a nessuno interessa cercarla davvero".

“Lo Ior, Solidarnosc e lo zio ‘ricattabile’”: i misteri da non trascurare nel caso Orlandi

Però è stata aperta anche un'inchiesta in Vaticano sulla scomparsa di sua sorella. Non era mai successo prima.

"Certo. E all'inizio ero molto entusiasta di questa iniziativa della Santa Sede. Ma considerando la piega che stanno prendendo le indagini, dubito che la loro intenzione sia quella di far emergere la verità e dare giustizia a Emanuela”.

È sfiduciato?

"Sono quarant'anni che noi familiari chiediamo la verità sulla scomparsa di Emanuela. Se però continuano a puntare il dito sui 'soliti' nomi - mi riferisco a personaggi che in un modo o nell'altro hanno avuto un ruolo in questa vicenda - non si va da nessuna parte".

Tra i "soliti nomi" a cui accenna, c'è un riferimento implicito anche la Banda della Magliana o parla di altri?

"La Banda della Magliana, intesa come organizzazione criminale, non c'entra. Che vi sia stato un coinvolgimento di Enrico De Pedis, che aveva contatti col cardinale Ugo Poletti, mi sembra quantomeno plausibile. In ogni caso, se ha avuto un ruolo in questa vicenda, come ripeto da anni, è stato marginale, di 'bassa manovalanza'. Ma ci sono altre circostanze, più recenti, da approfondire".

A tal proposito, nelle ultime settimane si è parlato della presunta "pista di Boston" che accomunerebbe il destino di Emanuela a quello di altre ragazze misteriosamente scomparse in quel periodo. Ritiene che possa essere attendibile?

"No, a mio avviso non lo è. Così come non credo che il rapimento di Emanuela sia legato alla scomparsa di Mirella Gregori".

Sembra non avere dubbi.

"Non ci sono elementi che accomunano le due vicende, neanche le presunte rivendicazioni de 'l'amerikano'. Anzi, le dirò di più su Mirella Gregori: credo che bisognerebbe riaprire le indagini. A parer mio, ci sono dei verbali che andrebbero nuovamente esaminati".

"Il Papa…". La rivelazione nell'audiocassetta sulla Orlandi

Ritornando a sua sorella Emanuela, cosa può dirci riguardo alla doppia cassetta che fu recapitata alla sede romana dell'Ansa e in Vaticano a meno di un mese dalla scomparsa?

"Non ho dubbi che sul quel nastro ci sia impressa la voce di Emanuela. Lo hanno confermato anche le analisi del Sismi".

E gli altri suoni/gemiti che si sentono in sottofondo?

"Potrebbero essere dei frammenti di un film a luci rosse sovrapposti alla voce di mia sorella".

Secondo lei, chi potrebbe aver avuto interesse a orchestrare una cosa del genere?

"Qualcuno che aveva interesse a ricattare il Vaticano lasciando intendere di avere in mano una prova, o presunta tale, di ipotetiche circostanze che avrebbero gettato ombre sull'Istituzione".

"La 'Vatican girl'? Mia sorella Emanuela. Quelle attenzioni da un prelato..."

E quindi un "ricatto nel ricatto"?

"C'è un ricatto mediatico e uno sotterraneo in questa vicenda. Come ripeto da quarant'anni: Emanuela è stata solo il 'mezzo' per colpire il Vaticano".

Non ha mai pensato a un'ipotesi alternativa?

"No. Tutti gli elementi emersi in questi quarant'anni, a partire dal famoso appello di Papa Wojtyla ai rapitori di mia sorella, non lasciano margine di dubbio. L'unica pista che sento di escludere è quella dell'allontanamento volontario. Mi sembra pura fantascienza".

Pietro Orlandi: "Emanuela? In Vaticano sanno. Lo ammisero, ma poi..."

Lo scorso 27 giugno c'è stata l'approvazione della Camera all'istituzione della commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Crede che sia un passo avanti?

"Certo. Anzi sono molto ottimista al riguardo. Ci ho sperato e credo che sia la strada giusta per arrivare alla verità. Mi auguro che ci sia l’approvazione anche dal Senato subito dopo la pausa estiva".

Ha sempre detto di cercare Emanuela "viva".

"E continuerò a farlo finché non avrò la prova del contrario".

Rosa Scognamiglio

Estratto dell’articolo di Pino Nicotri per blitzquotidiano.it il 3 ottobre 2023.

Emanuela Orlandi, dopo 40 anni il mistero continua. Ora siamo certi che quel clamoroso rapporto dei carabinieri era un documento autentico e non una polpetta avvelenata, difficile ora stabilire la rilevanza del documento ai fini dell’inchiesta. 

Certamente Mario Meneguzzi, lo zio Mario, era persona integerrima, coinvolto nella vicenda in quanto cognato del padre di Emanuela. Ma il rapporto dei carabinieri è senza dubbio interessante e merita un approfondimento. Andiamo per ordine. 

Il 23 luglio abbiamo scritto del rapporto inviato dai carabinieri al magistrato Domenico Sica il 30 agosto 1983, cioè poco più di due mesi dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi. Rapporto inedito, riguardante le confidenze fatte a un ufficiale dell’Arma dall’ingegner Andrea Mario Ferraris, allora fidanzato e oggi marito di Natalina Orlandi, sorella di Emanuela. 

Rapporto inedito che, come abbiamo scritto il 23 luglio, ha messo in moto le verifiche della Segreteria di Stato vaticana sfociate dopo otto giorni, cioè l’8 settembre, nella conferma che Natalina nel 1978, cioè all’età di 21 anni, aveva subito “attenzioni morbose” da parte di suo zio Mario Meneguzzi. Che l’aveva anche “terrorizzata” con la minaccia di farla licenziare dal suo lavoro di impiegata nel parlamento italiano se ne avesse parlato.

Di quel rapporto avevamo solo la metà superiore della prima pagina, mancava quindi il nome di chi lo ha redatto e inviato al magistrato Sica. Stando così le cose, di conseguenza non potevamo essere certi della sua autenticità.  […] 

Nel documento, i carabinieri forniscono a Sica quel che si dice una informativa, cioè una serie di notizie dettagliate, su Mario Meneguzzi, sposato con la sorella Lucia di Ercole Orlandi e quindi zio acquisito di Emanuela. L’informativa è una prova certa che i carabinieri dopo le confidenze fatte a un loro ufficiale dall’allora fidanzato di Natalina ritengono opportuno “attenzionare” zio Mario al magistrato.

E che lo vogliano “attenzionare” riguardo la scomparsa della nipote Emanuela è reso evidente, oltre che dall’oggetto stesso del rapporto, dal fatto che i carabinieri specificano che Emanuela nell’estate dell’anno precedente, 1982, era stata in vacanza nella casa di montagna di suo zio a Torano Borgorose. 

Riguardo la casa di vacanza al mare di Santa Marinella i carabinieri scrivono che si trova in via Ecletina e che non ha un numero civico. Questo indirizzo è completamente diverso da quello – via Santa Marinella numero 15 – che Mario Meneguzzi sostenne essergli stato detto da una voce femminile registrata fattagli ascoltare con una telefonata del cosiddetto “Americano”, l’asserito portavoce dei “rapitori”. Il fatto che venisse citato quell’indirizzo era per Meneguzzi la prova che la voce femminile apparteneva davvero a Emanuela, “forse drogata, con la voce impastata”.

Se non mi è sfuggito qualcosa, la voce femminile e l’indirizzo di via Santa Marinella numero 15 specificato da tale voce figurano solo nelle affermazioni di Mario Meneguzzi, ma non ci sono in nessuna registrazione fino ad oggi nota. 

A seguito dell’informativa il magistrato Sica decide due cose: 

– chiede conferma – e l’avrà l’8 settembre – alla Segreteria di Stato vaticana delle molestie subite cinque anni prima da Natalina da parte di suo zio Mario, molestie evidentemente confidate da Ferraris all’ufficiale dei carabinieri citato senza nome nello stesso rapporto; 

– fa controllare i movimenti di Mario Meneguzzi. 

Meneguzzi però, evidentemente guardingo, si accorge di essere pedinato da due uomini in auto e chiede conferma all’innamorato di sua figlia Monica, cioè al neo poliziotto di 23 anni Giulio Gangi, appena entrato anche nel servizio segreto civile SISDE come semplice coadiutore senza che i Meneguzzi e gli Orlandi, che aveva frequentato in vacanza a Torano, lo sapessero.

Il fatto che si sia rivolto a Gangi ESCLUDE TASSATIVAMENTE che Meneguzzi potesse pensare di essere seguito dai “rapitori” di Emanuela per eventuali trattative per il suo rilascio. Se avesse sospettato di essere seguito dai “rapitori” avrebbe dovuto infatti RIVOLGERSI AI MAGISTRATI anziché TENERE NASCOSTA la faccenda. 

“Se li rivedi prendi nota della targa della loro auto”, gli dice Gangi. E zio Mario quando rivede i suoi pedinatori si annota la targa della loro e la comunica a Gangi. 

“Controllai e scoprii che si trattava di una targa fasulla, usata per le auto “coperte” della polizia. E feci la grande cazzata di dirlo a Meneguzzi”, mi ha detto più volte Gangi quando l’ho conosciuto bene e siamo diventati amici: “Ho così distrutto ogni possibilità di indagine seria su di lui. Ormai avvisato e in allarme, si sarà ovviamente comportato di conseguenza”. 

E Sica, come mi ha dichiarato il magistrato Ilario Martella, non farà altre indagini “perché convinto che fosse una storia tra la nipote Emanuela e lo zio Mario Meneguzzi”. Storia ormai comunque indimostrabile dopo l’infelice soffiata di Giulio Gangi. 

Quando nel 2002 ho riferito questa convinzione di Sica a Egidio Gennaro, per molti anni avvocato degli Orlandi, lui non s’è mostrato per nulla meravigliato: anzi, ha commentato la mia frase con un sorprendente “ah, già”. 

Come dichiarato da Pietro Meneguzzi, figlio di Mario, in una recente intervista Ercole Orlandi la sera della scomparsa cerca per telefono Mario Meneguzzi nella sua casa di Roma, ma zio Mario non c’è. Motivo per cui risponde Pietro, il quale ha dichiarato di avere risposto tra le 21:30 e le 22. E di avere spiegato a Ercole che suo padre era in vacanza a Torano. Sta di fatto che né Ercole né Pietro Meneguzzi si prendono la briga di telefonare a Torano dopo tale telefonata: oppure hanno telefonato senza trovare nessuno? Ercole parla al telefono con suo cognato solo verso mezzanotte.

Mario Meneguzzi ha affermato a verbale che il giorno della scomparsa di sua nipote era a Torano con sua moglie Lucia, sorella di Ercole, Anna Orlandi, altra sorella di Ercole, e della propria figlia Monica. Da notare che Pietro Orlandi ha invece sempre sostenuto, anche nel libro “Mia sorella Emanuela”, che zia Anna quella sera si trovava invece nella loro casa in Vaticano “a preparare la pizza per la cena”. 

Anna Orlandi abitava in Vaticano nella stessa casa di suo fratello Ercole e della sua famiglia. C’è perciò da aggiungere che se è vero che in quei giorni o anche solo quel giorno lei stava a Torano con Mario Meneguzzi allora Ercole doveva saperlo: quindi perché cercarlo per telefono nella casa di Roma? Forse perché Ercole aveva telefonato a Torano senza trovare nessuno?

Resta il fatto che a verbale, per quanto se ne sa, NON c’è nulla di sicuro e incontestabile per quanto riguarda la fascia oraria tra le 19 e le 22 circa, la fascia oraria che purtroppo comprende la scomparsa di Emanuela. Dov’era Meneguzzi in quelle tre ore? Questo andava assolutamente verificato, ma NON è stato fatto in modo sufficientemente inattaccabile quanto meno per quanto riguarda la presenza o no di zia Anna Orlandi.

Di per sé non avere un alibi o anche darne uno falso non è una prova di colpevolezza. Una persona infatti a verbale può mentire per tanti motivi: per scarsa memoria, perché magari era con l’amante… o per altri motivi ancora. Il magistrato Ilario Martella ha interrogato Meneguzzi il 31 ottobre 1985, cioè oltre due anni dopo la scomparsa della nipote, e NON ha approfondito dove fosse, con chi era e cosa stesse facendo Meneguzzi in quella disgraziata fascia oraria.

È assolutamente clamoroso oltre che gravissimo che non si sia indagato su questo punto e si sia invece preferito rincorrere per 40 anni tutte le piste esoteriche e apodittiche del momento. […] Il 2 giugno 2006 Pietro Meneguzzi su proposta del Consiglio dei ministri è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.

Pino Nicotri per blitzquotidiano.it giovedì 31 agosto 2023.

Emanuela Orlandi: una nuova pista nel mistero che dura da 40 anni. Come ho anticipato in un articolo precedente, quando il 7 luglio sono stato interrogato dal Procuratore di Giustizia del Vaticano, Alessandro Diddi, ho suggerito una ben precisa pista. 

Vediamo quale e perché. Nel suo libro Atto di dolore, edito nel 2016, Tommaso Nelli cita, senza farne il nome, quanto raccontatogli da una ex compagna di scuola di Emanuela. Vale a dire, che un “alto prelato” aveva molestato Emanuela: “Lei mi ha confidato che l’alto prelato ci ha provato mentre erano nei giardini vaticani”. 

L’episodio è stato citato anche nelle miniserie Vatican Girl, trasmessa da Netflix lo scorso ottobre, mantenendo l’anonimato della ex compagna di scuola e senza neppure citare Nelli. Di recente l’asserito alto prelato viene definito “vicino al Papa”.  

Ho saputo da tempo che l’ex compagna di scuola si chiama Paola e che chi “ci ha provato” con Emanuela nei giardini vaticani non solo non è “un prelato vicino al Papa”, ma non è neppure un prelato non vicino al Papa né un semplice sacerdote. Si tratta invece di un laico, all’epoca dipendente del Vaticano e abitante in Vaticano: Pietro Magnesio.

Pietro Magnesio, affetto da problemi di dipendenza dall’alcol, era l’allora responsabile degli impianti elettrici del Vaticano. Ed era il padre del Pierluigi coetaneo e compagno di liceo di Emanuela, della quale era molto amico, anzi l’amico più importante oltre che innamorato cotto. 

Il ragazzo di comportava con lei appunto come un buon amico e un sicuro confidente. Riservato, intelligente, un po’ timido. Senza inflessioni dialettali (il “pariolino” di cui ha parlato Mario Meneguzzi dopo averne ricevuto una telefonata?), e anzi corretto se non forbito nel linguaggio.

Se Emanuela era stata fatta oggetto di molestie lo ha sicuramente raccontato a Pierluigi. Al quale ha sicuramente raccontato anche di eventuali altre attenzioni eccessive da parte di “un adulto a lei molto vicino”, come il magistrato Domenico Sica ha definito almeno in conversazioni private con colleghi l’uomo della cui esistenza e responsabilità nella scomparsa di Emanuela era più che convinto. Sica è il magistrato che un mese dopo la scomparsa di Emanuela è diventato il responsabile delle indagini.

I Magnesio abitavano vicino alla farmacia vaticana, ma più verso i giardini, in fondo a via della Posta. Lei era quasi tutti i pomeriggi a casa di Pierluigi, anche per studiare perché erano in classi diverse ma solo per la sezione. Oppure si trovavano sotto la casa di lui nel cortile/piazzale e sul suo comodo muretto perimetrale. Il padre di Pierluigi aveva avuto quindi sicuramente modo di notare bene Emanuela. 

Le molestie di Pietro Magnesio, che per il suo lavoro disponeva di un furgoncino, non erano rimaste un segreto non solo per la compagna di scuola Paola. Infatti verso le 13 del 23 giugno, cioè del giorno immediatamente successivo alla scomparsa di Emanuela, mentre era col suo furgoncino al varco di Porta S. Anna il papà di Pierluigi venne bloccato da don Aron, un sacerdote agostiniano, che creando uno scompiglio si mise a urlare arrabbiatissimo:

“Scendi, scendi! Tu, non hai nulla da confessare? Eh, sicuro di non avere nulla da confessare?! Scendi, maledetto, scendi!”. Solo l’accorrere del personale della gendarmeria vaticana mise fine all’alterco, sciogliendo il capannello di curiosi fermatisi ad assistere alla scena permise a Magnesio di allontanarsi col suo furgone. Ai gendarmi che gli chiedevano cosa fosse successo don Aron prima di andar via e senza aggiungere altro ha risposto sconsolato: “Quella stupida si è fatta fregare!”. 

Della scena venne a conoscenza anche il capo della gendarmeria, il prudentissimo Camillo Cibin, che non si sa per quale motivo, nonostante i solleciti di alcuni gendarmi, non fece nulla per chiarire i motivi del decisamente strano alterco. O se ha fatto qualcosa non lo ha fatto sapere a nessuno.

Tant’è che la magistratura vaticana non ne sapeva nulla finché non ne ho parlato io il 7 luglio nel corso della mia testimonianza, spiegando che si tratta di notizie che mi ha dato monsignor Francesco Saverio Salerno quando l’ho intervistato per tutt’altre faccende. 

Certo sarebbe strano che Emanuela il 22 giugno avesse accettato di salire nell’auto o furgone di chi con lei “ci aveva provato”. Ma Pietro Magnesio potrebbe averla convinta dicendole parole più o meno come le seguenti: “So che ho sbagliato. Ti chiedo scusa e giuro che non succederà più. Sono pur sempre il papà del tuo Pierluigi. Dai, facciamo pace. Sali che ti porto a casa”.

Pietro Magnesio venne privato del suo incarico e dell’abitazione in Vaticano nel 1990, dopo la denuncia di due ragazzine di avere ricevuto proposte di tipo sessuale in cambio dell’autoradio del furgone. Suo figlio Pierluigi pare sia andato a vivere in Spagna. 

Nei primi tempi dell’inchiesta gli inquirenti s’erano fatti l’idea che fosse stato lui a fare le prime tre telefonate a casa Orlandi – in una delle quali aveva detto di chiamarsi proprio Pierluigi – e che potesse conoscere il colpevole e che telefonasse per depistare: forse sotto minaccia o forse di propria iniziativa. 

Il problema è che la prima telefonata di “Pierluigi” – alla quale ha risposto come per tutte le altre per un mese Mario Meneguzzi, zio acquisito di Emanuela – è quasi certamente sua e non è stata registrata. Nel raccontare la telefonata agli Orlandi e agli inquirenti zio Mario ha riportato tutto o ha dimenticato qualcosa?

Il 27 ottobre 1987, durante la diretta di Telefono Giallo è arrivata la telefonata di un uomo che ha gridato concitato: “Buona sera, sono Pierluigi. Se parlo, mi ammazzano!”.  L’autore della telefonata ha interrotto la comunicazione prima di poter essere registrato e prima di andare in onda. Gli inquirenti non hanno escluso che potesse trattarsi di Pierluigi Magnesio, ma non hanno mai saputo spiegarsi il perché, se era davvero lui, di quella chiamata.

Forse Pierluigi aveva paura di raccontare di suo padre, ancora in servizio in Vaticano? O di fare il nome dell’uomo che Sica parlando della scomparsa di Emanuela aveva definito un “adulto a lei molto vicino”?

Emanuela Orlandi e la morte di Paola Diener, figlia del capo dell'Archivio segreto vaticano. «Fu scelta per ricattare i vertici Ior». Fabrizio Peronaci  su Il Corriere della Sera mercoledì 9 agosto 2023.

La pista dei messaggi da Boston rilancia il movente economico. La 33enne morì (folgorata sotto la doccia) nell'ottobre 1983. In quei giorni la commissione Italia-Vaticano discuteva sul mega-rimborso legato al crack dell'Ambrosiano  

Emanuela Orlandi e la pista di Boston, il crack del Banco Ambrosiano e il profondo rosso delle casse vaticane. All'indomani dell'individuazione da parte della Procura di Roma di una donna 59enne coinvolta nell'invio (a fine 1983) di messaggi dal Massachusetts, nel giallo della "ragazza con la fascetta" torna alla ribalta il movente economico. La novità, in estrema sintesi, è questa: da oltreoceano, in una delle 4 lettere inviate al giornalista Richard Roth, corrispondente romano dell'emittente Cbs, i responsabili dell'«operazione Orlandi» parlarono della "soppressione" di una non meglio precisata "cittadina", avvenuta "il 5 ottobre 1983", oltre tre mesi dopo il mancato ritorno a casa di Emanuela. Un messaggio rimasto incomprensibile fino al 2013, quando il reo confesso Marco Accetti spiegò che i sequestratori alludevano a  Paola Diener, 33 anni, figlia del responsabile dell'Archivio segreto vaticano, morta folgorata sotto la doccia proprio quel giorno, nella casa di via Gregorio VII in cui viveva con gli anziani genitori, il cavalier Joseph Diener, appunto, stretto collaboratore di Giovanni Paolo II, e sua moglie Maria. «Avevamo già attenzionato la ragazza per svolgere pressioni in ambito ecclesiale - dichiarò il fotografo romano oggi 67enne - ma la morte improvvisa della giovane, evento a noi estraneo, ci colse di sorpresa. Tuttavia, sfruttammo la disgrazia per far credere che l'avessimo uccisa noi e per aumentare la nostra capacità intimidatoria».

La commissione Ior-Ambrosiano

Fin qui, quanto già emerso. Ma c'è dell'altro. Dal recente riesame degli atti dell'inchiesta 2008-2015 sui sequestri Orlandi-Gregori, infatti, è affiorata una circostanza sfuggita (o sottovalutata) in passato, ritenuta centrale dagli attuali inquirenti. «A differenza di Emanuela e di Mirella - pose a verbale Marco Accetti una decina d'anni fa - la Diener non doveva essere sequestrata, ma utilizzata a fini di ricatto. Ci serviva una nuova donna per influire sui lavori della Commissione bilaterale riguardante i fatti dell'Istituto opere di religione, che avrebbe dovuto consegnare i risultati entro il 30 settembre 1983». 

Il maxi-debito della Santa Sede

Eccolo, dunque, il colpo di scena: secondo il principale sospettato delle scomparse Orlandi e Gregori (Accetti fu prosciolto nel 2015, ma dal 2022 è tornato sotto indagine per l'omicidio collegato di Katy Skerl), una terza giovane, Paola Diener, finì nel mirino dello stesso gruppo di potere coperto (tonache infedeli, servizi segreti deviati, malavita) con un fine preciso: far capitolare i vertici del Vaticano nella partita in corso sugli scandali finanziari. La commissione bilaterale sul dissesto Ior-Ambrosiano era composta da Agostino Gambino, Pellegrino Capaldo e Renato Dardozzi per la parte vaticana e da Filippo Chimenti, Mario Cattaneo e Alberto Santa Maria per quella italiana. Un negoziato duro, segnato da numerosi passi falsi, con una posta in gioco altissima: trovare il modo di far restituire all'Italia dalla Santa Sede, salvando la faccia, le molte centinaia di miliardi di lire inghiottite dalle casse vaticane negli anni precedenti, in buona parte per sostenere il sindacato polacco Solidarnosc. 

La scadenza del 30 giugno

Tale trattativa, cruciale per l'immagine della Chiesa, rappresentò dunque il movente primario del sequestro di una giovane concittadina del Papa? A giudicare dall'interventismo di Karol Wojtyla, che fin dal 3 luglio 1983, a soli 11 giorni dal mancato rientro di Emanuela, si espose in prima persona lanciando accorati appelli per la liberazione, parrebbe di sì. E va considerata un'altra tessera del mosaico che si va componendo: la scadenza del 30 settembre 1983 non era la prima. In precedenza c'erano state altre date-ultimatum. Tre mesi prima del presunto ricatto-Diener, in particolare, una situazione pressoché identica - come si legge  negli atti giudiziari oggi "rivisitati" - avrebbe tragicamente influito sulla mancata riconsegna di Emanuela e Mirella alle rispettive famiglie: «Il 30 giugno 1983 la commissione incaricata di risolvere il contenzioso Ior-Ambrosiano - ha dichiarato Accetti in uno degli interrogatori davanti al pm Giancarlo Capaldo - avrebbe dovuto esprimere un parere definitivo e risolutivo sulla vertenza, ma venne aggiornata. I lavori furono rinviati sine die. Tale decisione ci insospettì, per cui le due ragazze vennero ulteriormente trattenute in attesa di comprendere le ragioni del rinvio». Fu insomma il primo tempo? Fallito il ricatto tramite la finta "scappatella" da casa di Emanuela (così lasciarono intendere i telefonisti iniziali, all'indomani del 22 giugno) i rapitori dopo l'estate rilanciarono le loro pretese, nelle trattative sotterranee, facendo credere di aver "soppresso" Paola Diener, guarda caso anche lei figlia di una personalità nota nella Città del Vaticano? 

Morte di Calvi, attentato a Rosone

Le nebbie sembrano diradarsi, alla luce dei messaggi di rivendicazione pervenuti da Boston, uno dei quali, l'audio contenuto in una cassetta, registrato dalla donna oggi 59enne (allora era poco più che maggiorenne), di ceto medio alto, residente a Roma nord,  identificata dalla Procura nelle scorse settimane. D'altra parte, nella vicenda Orlandi-Gregori il movente economico (da integrare con quello politico internazionale, connesso alle accuse di Ali Agca a Est come mandante dell'attentato) si impose fin da subito come il più accreditato e sostenuto dai maggiori riscontri. L'ipotesi di un sequestro legato al dissesto della banca della Santa Sede, il famigerato Ior guidato da Paul Marcinkus, fu presa in considerazione innanzitutto perché il contesto parlava chiaro: il presidente dell'Ambrosiano Roberto Calvi "suicidato" l'anno prima a Londra (giugno 1982); il suo vice, Roberto Rosone, vittima di un attentato a Milano (aprile 1982) eseguito dalla "mala" romana; soldi, tanti soldi in entrata nella banca vaticana; gli stessi danari in partenza, con modalità semiclandestine, verso la Polonia "testa d'ariete" contro Mosca; l'agente segreto Francesco Pazienza a colloquio con altissimi prelati (qui il servizio del Corriere) per "incastrare" Marcinkus; Giovanni Paolo II in visita a Cracovia, nelle stesse ore in cui Emanuela telefonava a casa per dire di aver ricevuto una strana proposta di lavoro per la Avon, che letta al contrario si legge Nova, come la pontificia fondazione che gestiva l'obolo della Chiesa... 

Le mosse della Procura

Uno scenario complesso ma con più di un fondamento, a quanto pare. Tanto più adesso che l'ingresso sulla scena della donna che rivendicò il sequestro da Boston, interpretato alla luce delle risultanze già agli atti, consente ulteriori approfondimenti. Sul fatto che la nuova testimone sia stata o no sentita il riserbo è totale. Bocche cucite in Procura. Il pm Erminio Amelio, titolare dell'inchiesta collegata su Katy Skerl (dopo la scoperta, nel 2022, del furto della salma al Verano), avrebbe consegnato il materiale istruttorio che eccede le sue competenze al collega  Stefano Luciani, titolare del fascicolo su Emanuela Orlandi aperto in seguito a un ricorso della famiglia al Csm. 

I verbali su Paola Diener

Tra le nuove prove testimoniali all'esame della Procura, inevitabilmente, quelle attorno a Paola Diener (e alla connessa pista economica) sono state poste in cima alle altre. E dunque può essere utile rivederle in rapida sequenza, una ad una, le dichiarazioni di Marco Accetti tornate dopo anni sotto la lente d'ingrandimento. La prima riguarda la decodificazione del comunicato (il terzo da Boston, dicembre 1983) rimasto per 30 anni inspiegato. Cosa intendevano dire i rapitori con la frase «comunicheremo esclusivamente al Segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli il nominativo della cittadina soppressa il 5-10-1983 a causa della reprensibile condotta vaticana?». Ecco la risposta: «Ci riferivamo alla morte di Paola Diener, una giovane che avevamo contattato nei mesi precedenti, un po’ come la Orlandi, per esercitare pressioni su alcuni prelati, solo che si dimostrò non idonea alle nostre aspettative...». Poi, a seguire, le altre dichiarazioni. Il profilo della vittima: «La giovane Diener, sulla trentina, abitava in via Gregorio VII con i genitori. In casa sua mettemmo delle microspie. Ma non facemmo in tempo ad avvalerci di lei perché morì in un incidente casalingo: un fatto casuale nel quale noi, e credo anche la nostra controparte, fummo estranei». L'azione criminale: «Volevamo essere certi che non riferisse al padre il contatto avuto con noi, e per questo posizionammo una microspia presso la sua abitazione. Io ero in strada, controllavo che non arrivasse nessuno della famiglia». I possibili riscontri: «Per accedere al palazzo ci fingemmo clienti di uno studio di agopuntura cinese. L'appartamento era al piano terra, entrando sulla destra, dotato di cortile. C'era un cagnolino vivacissimo, che ci intralciò nel nostro lavoro, tanto che dovemmo interrompere l’azione per dargli da mangiare. Ma alla fine riuscimmo a microfonarla». La disgrazia: «Sorprendentemente, leggendo i quotidiani, ne riscontrammo l’improvvisa morte dovuta a folgorazione per elettricità mentre la stessa era all’interno della vasca da bagno. Ritenemmo il fatto assolutamente incidentale, ma lo sfruttammo per far credere che fosse nostra opera, citandolo in uno dei nostri comunicati…». Infine, l'ultima macabra dichiarazione: «Fotografammo il viso della Diener presso la camera ardente e lo mostrammo a chi di dovere». 

L'accordo di Ginevra 

Ora, l’idea che un giovanotto coinvolto in azioni coperte, senza dubbio all’epoca in uso dentro e fuori gli ambienti ecclesiastici, una mattina di quel lontano ottobre 1983 si sia intrufolato, mescolato ai parenti in lutto, in una delle sale dell’obitorio dell’istituto di medicina legale, al Verano, per scattare foto alla defunta, ha dell’abominevole. Ma tant'è. Toccherà ai magistrati, nella nuova fase, mettere un punto fermo. Tenendo presente un altro dato certo: la Commissione bilaterale sullo Ior-Ambrosiano, tra ultimatum e pressioni esterne, in effetti alla fine un'intesa la trovò, con la firma (nel maggio 1984) del cosiddetto accordo di Ginevra, in base al quale il Vaticano si impegnò a versare all'Italia 250 milioni di dollari a titolo di "contributo volontario". Scandalo rientrato e Santa Sede costretta a cedere, insomma: da questo punto di vista, chi aspirava a vedere Marcinkus nella polvere avrebbe avuto partita vinta, al netto della tragedia di due ragazzine sparite e delle altre vittime di questo enigma infinito. 

Voce e grafia. Si apre la "pista di Boston" su Emanuela Orlandi. Nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi si potrebbe aprire la "pista di Boston": e spuntano altre ragazze e donne dal destino misterioso come Mirella Gregori. Angela Leucci l'1 Agosto 2023 su Il Giornale.

La Banda della Magliana, la pista inglese, la pista turca: ora nel caso della scomparsa di Emanuela Orlandi c’è chi ventila sempre di più la possibilità di una “pista di Boston”, corroborata da una testimonianza che appare attendibile, a fronte di un’altra da tempo giudicata invece inattendibile.

In un articolo sul Corriere della Sera, il giornalista Fabrizio Peronaci torna sulla conferma di una donna che, in una rivendicazione audio del dicembre 1983 inviata a un giornalista di Boston, avrebbe “prestato” la voce per leggere un comunicato di rivendicazione relativo al rapimento del 22 giugno 1983 della 16enne cittadina vaticana. La donna, che oggi ha 59 anni e sarebbe una residente alto-borghese di Roma Nord, sarebbe stata coinvolta senza avere la consapevolezza di cosa si trattasse in realtà. Alla 59enne sono state chieste informazioni dagli inquirenti nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio e il trafugamento del corpo di Katy Skerl, uccisa nel 1984: secondo Peronaci è possibile che a questo punto i casi di Orlandi e Skerl vengano unificati, naturalmente come già accaduto per la scomparsa di Mirella Gregori.

Dalla loro gli inquirenti hanno del materiale su cui indagare. Richard Roth infatti, il giornalista che ricevette la rivendicazione audio, fu il destinatario di quattro messaggi ricevuti tra il settembre e il dicembre 1983, tutti scritti a penna - si ipotizzò vergati da una donna giovane per via della grafia e in un linguaggio morfologicamente e lessicalmente ostico. Secondo quanto stabilito all’epoca delle prime indagini, il linguaggio sarebbe stato finalizzato ad apparire un depistaggio agli occhi dell’opinione pubblica e quindi a mantenere segreti i presunti negoziati. Tuttavia non sarebbe la prima volta nella storia d’Italia che criminali o terroristi ricorrano a linguaggi settari per comunicare all’esterno, spesso mescolando codici dall’apparenza alti a caratteristiche che riguardano il cosiddetto italiano dei semi-colti (come per esempio il posporre il nome al cognome quando si cita una persona).

In una delle lettere ricevute dal giornalista statunitense era richiesta la liberazione di Mehmet Ali Agca, che nel 1981 aveva attentato, fallendo, alla vita di Papa Giovanni Paolo II. In un altro si parlava di Mirella Gregori, in un altro ancora veniva citata la “soppressione in data 5-10-1983” di una donna, e infine nell’ultimo si faceva riferimento all’anticomunismo del pontefice e al Banco Ambrosiano. In più il giornalista ricevette un cartoncino con un codice alfanumerico mai decodificato, con la scritta “795-RNL”, le cui consonanti sono presenti nel cognome Orlandi, quasi si trattasse di parte di un codice fiscale.

L'ipotesi turca, i misteri del Vaticano e le carte inglesi: ecco tutte le piste del caso Orlandi

All’epoca il giudice Domenico Sica stabilì, attraverso perizia grafologica, che i messaggi ricevuti da Roth erano stati scritti dalla stessa mano che aveva inviato una missiva anche alla mamma di Mirella Gregori e un comunicato su Emanuela Orlandi nascosto in un furgone Rai. Il tutto quindi fu ritenuto credibile, anche alla luce del fatto che in effetti un’altra donna morì - sebbene a seguito di un incidente domestico - il 5 ottobre 1983: si trattava di Paola Diener, 33enne figlia di Joseph Diener, capo-custode dell'Archivio segreto vaticano.

Il fotografo Marco Accetti, che si autoaccusò di essere coinvolto nel caso Orlandi senza essere creduto - disse tra l’altro di essere in possesso del flauto della 16enne, ma lo strumento in questione era molto simile tuttavia non quello della scomparsa - affermò che Diener, così come Orlandi e Gregori, era stata attenzionata dai rapitori per esercitare pressioni sull’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini e sull’avvocato Gennaro Egidio, che assisteva le famiglie Orlandi e Gregori.

Accetti affermò inoltre che a scrivere quei biglietti sarebbe stata una giovane a lui vicina, così come vicina sarebbe stata anche colei che i messaggi li inviò da e per Boston. Si è supposto che la prima fosse una donna di nome Patrizia, mentre la seconda avrebbe potuto essere l’allora moglie di Accetti, che soggiornò a Boston proprio in quel periodo: entrambe però hanno smentito seccamente il loro coinvolgimento.

Estratto dell’articolo di Pino Nicotri per blitzquotidiano.it lunedì 31 luglio 2023.

Emanuela Orlandi, il mistero continua: liti in famiglia? Le rivelazioni sulle insistite avance di zio Mario Meneguzzi, verso la nipote Natalina Orlandi, continuano a tenere banco. 

Questo nonostante la versione “tranquillizzante” fornita dalla stessa Natalina nella ormai famosa conferenza stampa dello scorso 11 luglio.  Continuano e anzi pare si aggravino gli screzi tra i Meneguzzi e gli Orlandi.  

Il figlio Pietro di Mario Meneguzzi nonostante sia una versione minimalista contesta in toto quanto detto da  Natalina: si vede chiaramente dal minuto 18 dell’intervista fattagli dalla giornalista Anna Boiardi di Quarto Grado. Il tutto mentre Pietro Orlandi, fratello di Natalina e della scomparsa Emanuela, si indigna al solo parlare di zio Mario in termini non totalmente innocentisti e fideisti.

Il problema principale però per tutti questi tre protagonisti è la loro credibilità. Che, alla luce dei FATTI che esponiamo qui di seguito NON appare eccelsa. 

Intanto però facciamo una premessa. Natalina ha detto in conferenza stampa che delle avance dello zio non ha mai parlato a nessuno in famiglia, e che ne ha parlato solo al suo fidanzato Andrea Ferraris un anno dopo. Non c’è quindi nessun bisogno di conferma dell’autenticità del documento dei carabinieri da me diffuso  per capire due cose, molto importanti: 

– a informare il 30 agosto ’83 i carabinieri delle avance in questione può essere stato solo il fidanzato […]; 

– NON ha senso pensare che il fidanzato sia andato dai carabinieri se si fosse trattato solo di avance a base di semplici parole. Per andare dai carabinieri che indagavano […] sulla scomparsa di Emanuela, […]  ci dev’essere stato evidentemente un qualche elemento abbastanza grave da far sospettare che zio Mario Meneguzzi potesse aver avuto a che farci. Si direbbe quindi che non di avance a base di sole parole si sia trattato.

– Di questa brutta storia zio Mario/nipote Natalina potrebbe essere trapelato in seguito, cioè dopo l’83, qualcosa in Vaticano. E questo potrebbe spiegare la telefonata del 27 ottobre 1987 di Pierluigi Magnesio a Telefono Giallo: “Se parlo mi ammazzano”. 

Veniamo ora alla credibilità di ognuno di questi tre protagonisti odierni, che sull’alibi di Mario Meneguzzi per il pomeriggio sera del giorno della scomparsa di Emanuela si contraddicono in maniera vistosa. Basti dire che la zia Anna Orlandi, […] per quella disgraziata serata viene data contemporaneamente presente con i Meneguzzi nella loro casa di villeggiatura montana di Spedino Borgorose, periferia di Torano, a 91 chilometri da Roma, e a casa degli Orlandi in Vaticano intenta a preparare la pizza per la cena.

1) – Nella puntata del 5 luglio 2010 di “Chi l’ha visto?” Natalina, alla presenza del Ferraris diventato nel frattempo suo marito, ha affermato  […] che nell’83 la stazione ferroviaria Roma S. Pietro non esisteva ancora, mentre invece esisteva dal 29 aprile 1894, cioè da oltre un secolo! E che non era più in funzione la stazione dei treni interna al Vaticano, distante dalla stazione Roma S. Pietro solo 2-300 metri di binari, mentre tale stazione nell’83 anche se meno di prima era ancora utilizzata. 

Due errori serviti solo ed esclusivamente a non far sapere ai telespettatori che, come avevo scritto più volte, da Monte del Gallo si sente il fischio dei treni di quella stazione e che quindi il cosiddetto “Americano” la sua prima telefonata a casa Orlandi, il 5 luglio 1983,  potrebbe averla fatta proprio da Monte del Gallo. Avvalorando così in qualche modo quanto mi aveva detto una mia fonte, e io avevo pubblicato,  secondo la quale Emanuela è morta a Monte del Gallo la sera stessa della scomparsa. 

Doppio errore particolarmente inspiegabile anche perché è molto probabile collaborasse già il sostituto commissario della Squadra Mobile Pasquale Viglione, che di quelle due stazioni sapeva tutto: stando a quanto da lui stesso scritto su Facebook, in una pagina che si occupa del mistero Orlandi, l’anno successivo andando in pensione ha firmato con “Chi l’ha visto?” un contratto di collaborazione per 20 puntate. 

Il poliziotto già ai primi di marzo 2010, cioè quattro mesi PRIMA di quel 5 luglio 2010, si era occupato dello stesso argomento della puntata in questione. E  aveva stilato una meticolosa informativa inviata l’8 marzo alla magistratura dal capo della Squadra Mobile Vittorio Rizzi, che smentisce nettamente “Chi l’ha visto?” […]. 

[…] Natalina ha abitato in Vaticano per più di 20 anni, anche dopo l’83: poteva davvero ignorare che la stazione interna quell’anno funzionava ancora? 

2) – Infine: è da persona seria avere sempre taciuto in interviste e apparizioni televisive che lei nel parlamento italiano era la segretaria dell’avvocato Gianluigi Marrone, responsabile dell’Ufficio legale della Camera e contemporaneamente Giudice Unico del Vaticano? Veste, quest’ultima, con la quale Marrone ha risposto più volte “NO!” a rogatorie dei magistrati italiani che indagavano sull’attentato dell’81 del turco Alì Agca contro Papa Wojtyla e sulla scomparsa di Emanuela, che la vulgata dell’epoca voleva rapita per essere scambiata con lo stesso Agca condannato all’ergastolo.

All’epoca fidanzato e in seguito marito di Natalina. 

1) – Ha avvalorato col silenzio i due strani errori marchiani di Natalina e Sciarelli sulle due stazioni ferroviarie citate. […]

2) – Il 15 luglio 2015 ha presentato all’Ordine dei giornalisti un esposto contro di me a base di affermazioni false e insinuazioni diffamatorie la principale delle quali è la seguente: Nicotri, […]  ha avanzato “ipotesi desunte di pura fantasia o completamente destituite da ogni fondamento al fine di avvalorare la sua ipotesi pseudo-deduttiva-informativa: la minorenne [cioè Emanuela] è stata istigata dalla famiglia a prostituirsi e che i familiari stessi nascondessero tale nefandezza”. 

Evito di commentare una tale bestiale affermazione. Inventata di sana pianta perché, oltre a non averla io mai neppure solo pensata, NON può essere stata letta in nessuno mio scritto né sentita in nessuna mia intervista.

L’elenco potrebbe essere sterminato, ma ci limitiamo ai FATTI principali.

1) – A suo tempo Pietro ha dichiarato che suor Dolores, la direttrice della pontificia scuola di musica Ludovico Da Victoria frequentata da Emanuela e sita nel palazzo di S. Apollinare,  aveva ordinato a tutti gli studenti di non frequentare la contigua basilica di S. Apollinare perché riteneva “pericoloso” il suo rettore, don Piero Vergari. 

Pietro della diffidenza di suor Dolores verso don Vergari ha dichiarato di essere stato messo al corrente da alcune amiche di Emanuela che frequentavano anche loro la scuola di musica.

Amiche delle quali non ha mai fatto il nome così come non ha mai fatto il nome delle amiche che a suo dire gli hanno detto che Enrico De Pedis, l’asserito grande capo della banda della Magliana, frequentava la scuola di musica perché amico sia di suor Dolores che dell’onorevole Oscar Luigi Scalfaro, futuro ministro dell’Interno e presidente della Repubblica, la cui segreteria particolare era adiacente ai locali della scuola di musica. 

La “rivelazione” sul divieto di entrare nella basilica è comunque platealmente contraddetta da un rapporto dei carabinieri citato dall’Ansa il 6 agosto 1983. Nel rapporto si legge che Emanuela aveva cantato nel coro per l’anniversario della morte del cardinale Pericle Felici, titolare di quella basilica.

Ma a contraddire clamorosamente e in modo tombale la “rivelazione” di Pietro è lo stesso Pietro in una sua intervista al Corriere della Sera del 19 maggio 2012. Emanuela dopo avere telefonata a casa per dire che aveva avuto una molto ben pagata proposta di distribuire volantini pubblicitari della ditta di cosmetici della Avon e dopo avere tentato inutilmente di salire sull’autobus della linea 70, pare abbia riattraversato la strada: e Pietro ha dichiarato che potrebbe essere tornata indietro per andare a ritirare proprio nella basilica un pacco di volantini della Avon. E tralasciamo la stranezza di volantini pubblicità di cosmetici da ritirare in una basilica…. 

2) – Pietro si offende e accusa di diffamare Emanuela se si insinua che le sarebbe piaciuto entrare nel mondo dello spettacolo, come ho scritto in un recente articolo. Per Pietro evidentemente per una donna far parte del mondo dello spettacolo è un cosa equivoca, disonorevole, disonesta, dimenticando che nel mondo dello spettacolo lavorano migliaia di uomini e donne rispettabili. E  dimenticando in particolare che:

– le sue figlie Salomé, chitarra e voce, Rebecca Orlandi, chitarra basso e voce, ed Elettra, batteria e voce, hanno fondato il complesso musicale The Coraline, col quale si esibivano a Roma nel pub Il Gerbillo Furioso, in via Germanico, e al Trafic Club, sulla via Prenestina, hanno recitato un monologo a testa nei provini a “Ciak si Roma – Il Gioco del Lotto”, provino fatto nel 2014 anche da un’altra giovane Orlandi, Federica, forse nipote di Pietro, e che si conclude con un esasperato “’Fanculo!”. 

Le tre Coraline hanno vinto la prima edizione del Fiat Music del 2016 e il 7 dicembre 2017 si sono esibite nel programma Roxy Bar al teatro Ariston di Sanremo . Le tre figlie e la nipote di Pietro Orlandi fanno o hanno cioè fatto parte a pieno titolo del mondo dello spettacolo;

– e lui stesso il 29 settembre 2016 le ha portate a esibirsi nel programma televisivo di successo X Factor. 

3) – Pietro dal 2012 su Facebook si inventa che nei miei libro ho scritto “che Emanuela e le sue sorelle erano delle geishe al servizio di preti in Vaticano con il consenso della famiglia” 

CONCLUSIONE. Credo possa bastare perché i lettori siano in grado di farsi un’idea documentate della credibilità di questi tre personaggi.

Caso Orlandi, tra indagini e novità che "scagionano" il Vaticano. Addio commissione? Nico Spuntoni il 30 Luglio 2023 su Il Giornale.

Il monito di Mattarella contro la sovrapposizione tra organismi parlamentari e magistratura ne complica l'iter. Intanto, spunta un nuovo documento sulle indagini relative alla scomparsa di Emanuela 

Nella settimana che si avvia alla conclusione si sono registrate due non irrilevanti notizie nel caso di Emanuela Orlandi, figlia di un commesso della prefettura della casa pontificia di cui si sono perse misteriosamente le tracce a Roma il 22 giugno del 1983.

La prima si deve a Pino Nicotri, storica firma de L'Espresso e autore di ben quattro libri su un affaire lungo ormai 40 anni. L'indiscrezione del giornalista è relativa al caso di cronaca in sé. L'altra novità riguarda l'istituzione della commissione parlamentare d'inchiesta sulla scomparsa.

Nuovi dettagli sulle avances dello zio?

Questo luglio è stato il mese in cui è divenuto di pubblico dominio uno scambio di lettere risalente al settembre del 1983 in cui l'allora segretario di Stato, il cardinale Agostino Casaroli chiese e ottenne la conferma da monsignor José Luis Serna Alzate, consigliere spirituale della famiglia Orlandi ai tempi della sua permanenza romana alla sede dell'Istituto missioni Consolata, dell'esistenza di attenzioni morbose da parte dello zio Mario Meneguzzi nei confronti della nipote più grande, Natalina Orlandi, che sarebbero avvenute nel 1978.

La sorella di Emanuela ne parlò - ma non in confessione - al religioso all'epoca dei fatti e quest'ultimo confermò l'episodio in una lettera di risposta all'allora numero due della Santa Sede scritta tre mesi dopo la scomparsa di Emanuela. A parlarne a Casaroli, come rivelato dal Tg La7 in base a quanto scritto dal cardinale, furono ambienti investigativi romani. Quindi, gli inquirenti italiani dell'epoca attenzionarono Mario Meneguzzi, portavoce della famiglia nei delicati giorni successivi alla scomparsa presumibilmente dopo essere venuti a conoscenza di quest'episodio di cinque anni prima.

Ma come facevano le autorità a essere a conoscenza di quelle che Natalina, in una conferenza stampa organizzata il giorno dopo al servizio del telegiornale di Enrico Mentana, ha definito avances? "Ne parlai al mio fidanzato, oggi mio marito, e al nostro confessore di famiglia", ha raccontato la primogenita degli Orlandi. In un articolo pubblicato su Blitzquotidiano.it, il giornalista Pino Nicotri sostiene che nelle carte giudiziarie relative al caso esisterebbe un rapporto datato 30 agosto 1983 con quest'oggetto: "Relazione di servizio inerente dichiarazioni confidenziali rilasciate da Andrea Ferraris, fidanzato della signorina Natalina Orland, sorella maggiore di Emanuela, ad ufficiale di questo Reparto, circa un episodio avvenuto cinque anni orsono tra la Natalina stessa e lo zio Mario Meneguzzi".

L'indagine saltata

Secondo Nicotri, se il documento fosse autentico dimostrerebbe che il "primo a riferire direttamente ai carabinieri e in via confidenziale quelle avances sarebbe infatti stato il 30 agosto 1983 lo stesso fidanzato di Natalina, Andrea Ferraris, diventato in seguito suo marito". Non solo: il giornalista fa notare che "sarebbero quindi state queste asserite confidenze a mettere in moto il meccanismo sfociato nei successivi giorni del settembre ’83". Stando così le cose, sembrerebbe che l'allora titolare dell'inchiesta Domenico Sica ritenne di mettere sotto la lente d'ingrandimento la figura di Meneguzzi presumibilmente dopo aver appreso delle avances del '78 su Natalina, sebbene occorra ricordare che quell'episodio non può essere considerato in alcun modo una prova della colpevolezza dello zio nella sparizione dell'altra nipote avvenuta cinque anni dopo.

Meneguzzi, che in quei primi mesi era finito al centro dell'attenzione mediatica dopo aver assunto l'incarico di interlocutore del telefonista che sosteneva di avere in ostaggio Emanuela senza mai dare riscontri concreti del suo essere in vita, fu pedinato dalla squadra mobile senza successo. Accortosi di essere seguito da una macchina, lo zio di Emanuela fornì la targa all'allora giovane agente del Sisde Giulio Gangi - conoscente dei Meneguzzi - che gli confermò come quella fosse una vettura nella disponibilità delle forze dell'ordine.

Quest'ultima circostanza è stata raccontata dallo stesso Gangi - morto lo scorso novembre - a Nicotri che l'ha riportata nel suo libro Emanuela Orlandi. Il rapimento che non c'è. Tempo fa, l'ex agente raccontò su un gruppo Facebook la sua versione sull'allontanamento dal Sisde all'inizio degli anni '90 addebitandolo ad un "'appunto' anonimo, non intestato, nel quale venivo accusato di aver svolto 'inopportune indagini sul caso Orlandi'".

L'alibi

Emersa la vicenda delle attenzioni nei confronti di Natalina, la famiglia di Meneguzzi ha deciso far quadrato per difendere la memoria di Mario, deceduto nel 2009. La vedova Lucia e i figli Giorgio e Monica hanno reagito con un comunicato respingendo le "allusioni più o meno esplicite sulla figura di Mario, paventando una sua dubbia moralità e, addirittura, un possibile coinvolgimento nella scomparsa della povera Emanuela". Un altro figlio, Pietro, ha parlato invece ai microfoni di Quarto Grado esprimendo dubbi sulle avances del 1978 di cui sarebbe stata vittima Natalina Orlandi per mano del padre Mario. "Io ho saputo in conferenza stampa quello che è stato dichiarato da mia cugina però la verità è unilaterale, è una cosa che dice lei", ha affermato Pietro Meneguzzi. Su quelle che monsignor José Luis Serna Alzate chiamò "attenzioni morbose" nella lettera al cardinal Casaroli, dunque, sembrerebbe non esserci una piena sintonia tra la primogenita Orlandi e la famiglia Meneguzzi.

Tra la conferenza stampa degli Orlandi dell'11 luglio e l'intervista alla trasmissione di Rete4 di Pietro Meneguzzi c'è intesa sull'alibi dello zio Mario per la giornata del 22 giugno 1983: era nella sua casa in montagna nel reatino. Il giornalista Tommaso Nelli ha riportato su Spazio70 il verbale dell'interrogatorio che il giudice istruttore Ilario Martella fece nel 1985 allo zio di Emanuela e nel quale spiegò di essere stato informato dal cognato Ercole della scomparsa della nipote mentre si trovava in "località Torano di Borgorose, a circa 110 km da Roma" dove era giunto la "mattina dello stesso giorno insieme con mia moglie, mia figlia Monica e mia cognata Anna Orlandi". Avvertito attorno alla mezzanotte, lo zio si trovava con i familiari più stretti nella seconda casa ad un'ora di macchina dalla Capitale.

La presenza della cognata Anna a Borgorose è stata in questi giorni oggetto di discussione tra gli appassionati al caso perché nel libro Mia sorella Emanuela. Sequestro Orlandi: voglio tutta la verità scritto con il giornalista Fabrizio Peronaci, Pietro Orlandi colloca la zia Anna a cena nell'appartamento dietro a porta Sant'Anna in quelle drammatiche ore di attesa del ritorno di Emanuela la sera del 22 giugno 1983. Il libro è del 2011 mentre il verbale dello zio Mario è del 1985, due anni dopo il fatto: Pietro potrebbe aver ricordato male quest'aspetto relativo alla serata che ha cambiato la vita della sua famiglia.

Commissione in salita

L'altra notizia della settimana è relativa all'istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sulla scomparsa della ragazza chiesta a gran voce dal fratello Pietro nell'ultimo mese ha alzato i toni attaccando duramente Enrico Mentana, Pino Nicotri e Dagospia per aver dato spazio al carteggio Casaroli-Alzate. Secondo l'uomo, "stanno facendo e faranno di tutto affinché la commissione parlamentare sia affossata", aggiungendo che "se continuano ad usare manovalanza come Nicotri, Mentana, Dagospia e chissà chi altri , vuol dire che ormai stanno alla frutta".

Dopo il via libera unanime all'istituzione arrivato a fine giugno, però, non ci sono solo le nuove rivelazioni a far sorgere più di un dubbio sull'opportunità di far nascere questa commissione. Nei giorni scorsi, infatti, sono arrivate le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella che alla cerimonia della consegna del ventaglio da parte della stampa parlamentare ha lanciato un monito chiaro: "Iniziative di inchieste con cui si intende sovrapporre attività del Parlamento ai giudizi della magistratura si collocano al di fuori del recinto della Costituzione e non possono essere praticate", aggiungendo che "non esiste un contropotere giudiziario del Parlamento, usato parallelamente o, peggio, in conflitto con l’azione della Magistratura". Il capo dello Stato ha parlato, ovviamente, in termini generali ma è difficile non leggere nelle sue parole un riferimento alle due commissioni d'inchiesta più note tra quelle che potrebbero vedere la luce in questa legislatura: quella sul Covid e quella sul caso Orlandi.

Anche perché, nel frattempo sia il promotore di giustizia vaticano che la procura di Roma hanno aperto un fascicolo sulla scomparsa avvenuta quarant'anni fa determinando la possibilità di una sovrapposizione, proprio ciò che Mattarella ha invitato a scongiurare nel caso delle commissioni d'inchiesta parlamentari. In un editoriale su Il Riformista, Matteo Renzi ha osservato a proposito di ciò: "Che senso ha fare una commissione di inchiesta del Parlamento italiano per attribuire a Papa Giovanni Paolo II responsabilità nella terribile vicenda Orlandi?".

In effetti, nella conferenza stampa dell'11 luglio, Pietro Orlandi è tornato a premere sull'istituzione dell'organismo parlamentare ed ha inoltre rivendicato la presunta importanza della documentazione da lui consegnata al promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi. Tra quella documentazione c'era la registrazione rubata al pregiudicato romano Marcello Neroni con accuse gravissime e totalmente infondate nei confronti, addirittura, di papa Wojtyla. Un'eventuale commissione parlamentare d'inchiesta dovrebbe indagare anche su quella che papa Francesco ha bollato come "una cretinata"? Il rischio c'è ed avrebbe anche un costo. Infatti, mentre l'ufficio del promotore di giustizia vaticano e la procura di Roma proseguono nelle loro indagini, anche i parlamentari sarebbero chiamati ad indagare in un organismo che dovrebbe costare 50mila euro l'anno tra personale, locali e strumenti operativi vari.

È quanto si legge nel testo che ha accorpato le proposte di legge di tre deputati del centrosinistra per l'istituzione della commissione e che già nella premessa non è incoraggiante sulla precisione delle indagini da realizzare: vi si legge, infatti, che l'organismo si dovrebbe concentrare sulla "scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, avvenute nel 1985, a distanza di un mese l'una dall'altra, in circostanze mai chiarite". Peccato che, come è noto, la sparizione di Emanuela risale al 22 giugno del 1983 mentre quella di Mirella Gregori - per la quale non è mai stato accertato alcun concreto legame con la precedente - sia avvenuta il 7 maggio 1983.

Caso Orlandi, individuata una donna coinvolta nelle rivendicazioni: sua la voce in un messaggio audio da Boston. Fabrizio Peronaci su Il Corriere della Sera giovedì 27 luglio 2023.

La novità emerge dalle indagini sul giallo collegato di Katy Skerl, uccisa nel 1984. La nuova sospettata all'epoca aveva 19 anni: registrò una comunicazione vocale giunta via posta da Boston il 6 dicembre 1983 

Dal giallo collegato dell’omicidio di Katy Skerl, la diciassettenne trovata strangolata a Grottaferrata nel gennaio del 1984, arrivano nuovi spunti anche sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. La Procura di Roma, nell’ambito dell’inchiesta aperta nell’estate 2022 sul furto della bara di Katy dal cimitero Verano, nelle scorse settimane ha sentito più volte il supertestimone e reo confesso del caso Orlandi, Marco Accetti, e proprio da questa nuova tornata di interrogatori (condotti dal pm Erminio Amelio) sarebbe emersa la novità. Nei verbali è infatti finito il nome della donna che, nel dicembre 1983 (sei mesi dopo la scomparsa della figlia del messo pontificio), registrò un messaggio su un’audiocassetta inviata da Boston (assieme a un testo scritto a penna) al giornalista americano Richard Roth, corrispondente da Roma per la Cbs. Si tratta di una delle 4  rivendicazioni del sequestro Orlandi giunte da Oltreatlantico, all’epoca ritenute autentiche grazie a una perizia grafologica che le confrontò con le precedenti lettere del cosiddetto “Amerikano“.

Quella "voce" ha un volto

Ebbene, adesso quella voce arrivata in Italia da Boston il 6 dicembre 1983 al giornalista dell'emittente televisiva ha finalmente un nome e un volto: si tratta di una donna di 59 anni, romana, che al momento dell’invio della cassetta dal Massachusetts, tramite posta ordinaria, aveva solo 19 anni. La donna sarebbe già stata convocata dagli inquirenti e  avrebbe ammesso la sua responsabilità limitatamente alla “recitazione” del comunicato, nel quale si confermava la richiesta dello scambio (già avanzata ripetutamente in precedenza) tra Emanuela Orlandi e Ali Agca, attentatore del Papa due anni prima, il 13 maggio 1981. La stessa testimone, residente in un quartiere di Roma nord, si sarebbe detta completamente all'oscuro dell'intrigo, tirata in ballo inconsapevolmente, quasi per gioco, senza poter intuire il guaio nel quale era stata catapultata.

La seconda persona sulla scena

Dopo quarant’anni, insomma, spunta una seconda persona in carne e ossa in qualche modo partecipe delle vicende legate alla scomparsa della figlia del messo pontificio di Karol Wojtyla. Fino a oggi, l’unica certezza acquisita sulle voci dei sequestratori era che uno dei telefonisti fosse stato lo stesso Accetti, come accertato dal confronto con il tono e la cadenza di "Mario" (lo sconosciuto che chiamò casa Orlandi i primi giorni), e dalla perizia affidata a Marco Perino, il consulente fonico della famiglia nonché di Netflix, che l'aveva ingaggiato nell'ambito della serie “Vatican girl”. Novità rilevante, dunque: la ragazza della "voce da Boston" oggi individuata registrò il messaggio con un finto accento inglese a Roma, salvo poi consegnare il nastro ai rapitori, che lo girarono a qualcuno in partenza per gli Stati Uniti. 

La competenza dei pm

Ma perché tale complicazione? Il mittente oltreoceano, probabilmente, fu ideato con il fine di disorientare gli investigatori, già alle prese con un giallo complicatissimo, inquinato da manipolazioni e depistaggi di ogni genere. Va tenuto presente che in quello stesso scorcio del 1983 (estate-autunno) la giovanissima moglie di Accetti, compagna di scuola della sorella, si trovava in vacanza nella capitale del Massachussets, come da lei stessa posto a verbale.  Resta da chiarire se gli atti relativi al ruolo della nuova, seconda “telefonista” siano già stati trasmessi per competenza al pm Stefano Luciani, titolare del fascicolo tuttora aperto sul caso Orlandi, dopo la presentazione di un esposto al Csm da parte della famiglia. (fperonaci(at)cs.it)

Estratto dell'articolo di Pino Nicotri per blitzquotidiano.it venerdì 28 luglio 2023.

Il carteggio riguardante le insistenti avance fatte nel 1978, cinque anni prima della scomparsa di Emanuela Orlandi, dallo zio Mario Meneguzzi a sua nipote Natalina, sorella anche di Emanuela, ha avuto l’effetto di un sasso contro un grande nido di vespe. S’è immediatamente messo in moto il fronte negazionista: pare quasi che ispirandosi al film “Salvate il soldato Ryan” sia andato in produzione fulminea il film “Salvate lo zio Mario”. 

Cosa ovvia e scontata visto che avendo avvalorato per 40 anni le ipotesi più assurde e scombiccherate, lucrandoci alla grande da parte di molti e facendo la fortuna di qualche programma televisivo e annessi conduttori, era francamente impossibile che costoro non difendessero le proprie posizioni con le unghie e con i denti. Fino al rilancio dei sospetti su Papa Wojtyla, alla riproposizione della “trattativa” - corpo di Emanuela in cambio dello spostamento della sepoltura di De Pedis dallo scantinato della basilica di S. Apollinare - e fino ad altro ancora anche se assurdo e già dimostrato falso dalle indagini giudiziarie. 

In questo pronto intervento negazionista si sono distinti il Corriere della Sera e Il Fatto Quotidiano: entrambi hanno fatto ricorso all’intervista a “un ex poliziotto che a suo tempo partecipò alle indagini”. Poliziotto pronto a garantire che “lo zio non c’entra nulla, facemmo indagini anche su di lui e appurammo che non c’entrava nulla. Perquisimmo anche la sua abitazione”.

La cosa strana e decisamente insolita, oltre che assolutamente poco seria e professionale, è che entrambi i giornali hanno intervistato lo stesso poliziotto senza farne il nome, mantenendone cioè l’anonimato. […] 

Sorprende che Il Fatto Quotidiano, fama di giornale colpevolista se non proprio forcaiolo, per quanto riguarda zio Mario Meneguzzi sia invece sceso immediatamente in campo come garantista e addirittura negazionista.

Come che sia, è evidente che l’ex poliziotto è Pasquale Viglione, come del resto confermatomi anche dall’interno del Corriere della Sera. Viglione, che conosco bene e al quale ho fatto notare con messaggi whatsapp la scorrettezza dell’anonimato, quando è andato in pensione ha avuto un contratto con il programma “Chi l’ha visto?” per fare da consulente per una ventina di puntate. 

Un particolare della sua “testimonianza” dimostra che è stata piuttosto affrettata e fin troppo disinvolta. Viglione infatti ha affermato che di zio Mario Meneguzzi venne perquisita “anche l’abitazione”. Il problema è che Meneguzzi di abitazioni ne aveva almeno tre, tutte frequentate nel periodo della scomparsa di Emanuela e del racconto dell’ex poliziotto: la casa al mare di Santa Marinella, la casa vacanze a Spedino Portorose vicino Torano e almeno una casa a Roma. Chiaro quindi che Viglione non ricorda bene…

Per realizzare il film Salvate lo zio Mario è stato immediatamente ricordato il suo alibi: quando a Roma sparì Emanuela lui era in vacanza nei pressi di Torano, quindi è sicuramente innocente. Certo, è sicuramente innocente, ma Torano si trova a soli 90 chilometri da Roma, raggiungibile in un’oretta. 

Inoltre a suo tempo Ercole Orlandi, padre di Emanuela, gli telefonò disperato verso mezzanotte per chiedere anche il suo aiuto. Erano cioè trascorse ben cinque ore trascorse dalla scomparsa di Emanuela. E in cinque ore si può andare a Roma e tornare a Torano anche due volte […]

Pietro Meneguzzi a suo tempo sostenne che il giorno della scomparsa di Emanuela tutta la famiglia era a Torano, quando invece il padre Mario testimoniò nel 1985 che con lui a Torano c'erano solo la moglie Lucia Orlandi, la loro figlia Monica e la zia Anna Orlandi, che abitava da una vita in Vaticano con la famiglia di suo fratello Ercole, padre di Emanuela. La stessa zia Anna che Pietro Orlandi nel suo libro “Mia sorella Emanuela - Voglio tutta la verità”, scritto nel 2012 con il giornalista del Corriere della Sera Fabrizio Peronaci, sostiene fosse invece in casa con lui, i suoi genitori e tre sorelle in attesa di Emanuela per mangiare la pizza. 

Mario Meneguzzi è sicuramente innocente, anche perché il suo tampinare all’epoca i magistrati per sapere cosa stessero man mano appurando, cosa che li insospettì molto fino a sospettare di lui e a farlo pedinare, può essere dovuto a voler proteggere non necessariamente se stesso, ma eventualmente invece un amico, un parente, una persona cara. 

[…]

Il lancio da parte del TG7 del famoso carteggio su zio Meneguzzi e nipote Natalina è stato preceduto da altre accuse infamanti contro alcuni giornalisti e magistrati, compreso soprattutto il Promotore di Giustizia del Vaticano, lanciate da Pietro Orlandi e dai suoi seguaci senza se e senza ma. Una volta avvenuto, il lancio è stato immediatamente definito dagli Orlandi e Meneguzzi “un puro depistaggio attuato attraverso i media”. Pietro Orlandi, convinto erroneamente che il carteggio sia stato fatto filtrare a bella pista dal Vaticano anziché dal palazzo di Giustizia di piazzale Clodio, è arrivato a dire che con quel carteggio il Vaticano ha “perso l’ultimo briciolo di dignità”.

Ma allora la lettera all’arcivescovo di Canterbury con annessa “pista inglese”, i cinque fogli che riportano gli asseriti resoconti delle spese del Vaticano per Emanuela ancora viva e prigioniera, le voci che hanno portato all’apertura di due tombe del cimitero Teutonico vaticano e la dozzina di piste rivelatesi tutte fasulle ma avvalorate spesso anche da Pietro in questi 40 anni cosa sono? Non sono depistaggi attuati attraverso i media? Non sono briciole di dignità man mano perse? O ci sono depistaggi che si possono citare e depistaggi che si devono invece tacere? [...]

E a proposito di dignità:

- è dignitoso continuare a sputare nel piatto dove si abita e si mangia a prezzi scontati? E’ cioè dignitoso continuare ad abitare in un bell’appartamento - in via della Conciliazione a soli 150 metri da piazza S. Pietro - la cui proprietà fa capo a quello stesso Vaticano che si accusa di essere responsabile della sorte di Emanuela e/o di tacerla in modo omertoso? E’ dignitoso continuare a fare benzina e spese a prezzi scontati nei negozi di questo stesso Vaticano?

- E’ dignitoso che un fratello continui a sbandierare per televisione quelli che insiste a definire “lamenti di mia sorella mentre viene stuprata”?

- E’ dignitoso che il fratello per confermare quanto detto dal “reo confesso” Marco Fassoni Accetti sbandieri per televisione, radio e giornali che Emanuela il giorno in cui è scomparsa “aveva le mestruazioni”?

- E’ dignitoso che Pietro Orlandi non chiarisca le frasi dette a monsignor Saverio Salerno su maneggi di “quattrini sporchi” e “soldi sporchi” quando lavorava alla banca vaticana IOR?

La reazione scomposta e isterica esplosa quando si è scoperta la cosiddetta pista dello zio Mario parrebbe avere tutta l’aria della PROVA PROVATA che gli Orlandi NON vogliono si indaghi nell’ambiente amical parentale. Ma perché questo violento fuoco di sbarramento? Perché andare a caccia di farfalle sotto l’arco di Tito invece di indagare dove fino ad oggi si è potuto indagare poco o niente? Perché si vuole che si indaghi in cimiteri vaticani e perfino tra le mutande e le lenzuola di Papa Wojtyla, ma assolutamente NO su Mario Meneguzzi e dintorni, assolutamente NO sull’ambiente amical-parentale? 

La famiglia di zio Mario Meneguzzi minaccia querele a raffica e dichiara che il suo familiare ha avuto una vita "specchiata" con una forte "impronta religiosa”. Non ne dubitiamo. L’impronta religiosa sarà anche stata forte, anzi fortissima, ma certo Papa Wojtyla ne aveva una molto più forte, tanto che oltre che Papa lo hanno anche fatto santo.

Eppure non è stato ritenuto intoccabile né insospettabile da chi oggi si strappa i capelli per il reato di lesa maestà riguardo Mario Meneguzzi. Pietro Orlandi e compagmia bella non hanno infatti esitato a lanciare ANCHE contro Papa Wojtyla le note accuse pecorecce di responsabilità o quanto meno di interessata omertà nella scomparsa di Emanuela. 

L’avvocatessa Laura Sgrò, legale degli Orlandi, dichiara indignata che con la pubblicazione del carteggio relativo alle avance di Mario Meneguzzi "si è fatta macelleria della vita di una persona”. Peccato che l’avvocatessa dimentichi come e chi ha fatto macelleria della vita di varie altre persone: da don Piero Vergari, rettore della basilica di S. Apollinare, a monsignor Marcinkus, responsabile della banca vaticana IOR, da Oscar Luigi Scalfaro, ministro dell’Interno e poi anche presidente della Repubblica,  fino, lo ripetiamo, a Papa Wojtyla e al cittadino qualunque Sergio Virtù

Possibile che gli Orlandi e i Meneguzzi non si rendano contro che il loro atteggiamento rischia di parere il miglior atto d’accusa contro il loro familiare e dintorni, cioè contro l’intero ambiente amical-parentale? 

Passi che Pietro Orlandi ignori i proverbi “corda troppo tesa spezza se stessa e l’arco”,  “il troppo stroppia”, “chi di spada ferisce di spada perisce” e la sua variante “chi di calunnia ferisce di calunnia colpisce”. Ma è strano che proprio lui, nato, cresciuto e con una intera vita di lavoro in Vaticano, ignori che “il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi”.

Pino Nicotri per blitzquotidiano.it il 25 luglio 2023.

Mistero Emanuela Orlandi: gli inquirenti stanno cercando di trovare l’originale e gli annessi allegati di un documento che circola da qualche giorno. Se autentico e non polpetta avvelenata manderebbe drammaticamente in frantumi la versione riduzionista che Natalina Orlandi nella conferenza stampa dell’11 luglio ha dato delle avances di suo zio Mario Meneguzzi cinque anni prima della scomparsa di sua nipote Emanuela, sorella di Natalina. 

Secondo tale documento il primo a riferire direttamente ai carabinieri e in via confidenziale quelle avances sarebbe infatti stato il 30 agosto 1983 lo stesso fidanzato di Natalina, Andrea Ferraris, diventato in seguito suo marito. 

Sarebbero quindi state queste asserite confidenze a mettere in moto il meccanismo sfociato nei successivi giorni del settembre ’83 nelle ormai note conferme arrivate dal Sudamerica da parte dell’ex confessore e consigliere spirituale dell’intera famiglia Orlandi, monsignor José Luis Serna Alzate. Conferme delle avance, della paura suscitata in Natalina e dell’annessa minaccia di farla licenziare dal lavoro nel Parlamento italiano se ne avesse anche solo parlato. 

Come ormai emerso e accertato, è stata la magistratura italiana a rivolgersi all’allora Segretario di Stato vaticano Agostino Casaroli per sapere se erano vere certe voci riguardanti molestie e avance fatte a Natalina Orlandi da suo zio Mario Meneguzzi. 

Dopo questo input Casaroli, usando un codice cifrato ultra segreto data la delicatezza della questione, ha girato le domande al sacerdote che nel 1978 era il confessore e consigliere spirituale di Natalina e della sua famiglia.  

Se è vero il documento sul quale stanno facendo ricerche gli inquirenti dimostrerebbe che alla magistratura italiana la pulce nell’orecchio, cioè i sospetti su zio Mario, è stata messa tramite i carabinieri dallo stesso fidanzato di Natalina. 

Cosa che avrebbe una evidente conseguenza:

– non potrebbe essere vero quanto sostiene a spada tratta Pietro Orlandi, e cioè che i magistrati sospettavano di suo zio, al punto da farlo pedinare, solo perché temevano che potesse consegnare di persona ai “rapitori” di sua nipote Emanuela i soldi dell’eventuale riscatto o che potesse essere avvicinato da loro per dirgli le condizioni per il suo rilascio. 

Mario Meneguzzi si accorse di essere pedinato, perciò si rivolse al suo amico Giulio Gangi, innamorato non corrisposto di Monica Meneguzzi, figlia di Mario, e giovane poliziotto appena entrato nei ranghi del servizio segreto civile SISDE.

Gangi purtroppo gli confermò che era davvero pedinato, mandando così all’aria il lavoro dei magistrati e la possibilità di ulteriori controlli sullo zio Mario Maneguzzi. 

La ricerca degli inquirenti nella massa abbastanza disordinata della carte giudiziarie non sarà facile: anni fa quando sono stato autorizzato dal presidente del tribunale di Roma a visionarle per le mie ricerche il personale ci ha messo più di dieci giorni solo per rintracciarle. 

E alla fine mi sono trovato davanti una massa di faldoni decisamente non in ordine. Tanto che non sono riuscito a trovare un indice delle carte, utile per potersi orientare a condurre ricerche su temi specifici. 

Ma cosa c’è scritto nel documento in questione? Eccone il testo a partire dall’intestazione e dal numero di protocollo: 

“LEGIONE CARABINIERI DI ROMA REPARTO OPERATIVO

  -3a Sezione-

N. 0159977/2-20  “P” di prot.                Roma, li 30.8.1983.-

RAPPORTO GIUDIZIARIO: – circa gli ulteriori accertamenti svolti in relazione alla scomparsa di Emanuela ORLANDI. –

ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA DI

(Sost.Proc. Dott.D. Sica) ROMA 

Seguito rapporti giudiziari pari numero ed oggetto di questo Reparto

Si trasmette una relazione di servizio inerente dichiarazioni confidenziali rilasciate da Andrea FERRARIS, fidanzato della signorina Natalina ORLANDI, sorella maggiore di Emanuela, ad ufficiale di questo Reparto, circa un episodio avvenuto cinque anni orsono tra la Natalina stessa e lo zio Mario Meneguzzi”.

Purtroppo si tratta solo della mezza pagina superiore dell’asserito rapporto giudiziario, manca quindi il nome di chi lo ha redatto e inviato al magistrato Domenico Sica.

Noto inoltre che tra i tre cognomi citati quello di  Meneguzzi è il solo che non è stato scritto tutto in lettere maiuscole. Ma questa potrebbe essere solo la distrazione del carabinere che ha battuto a macchina il rapporto, come del resto avvenuto nei rapporti dei carabineri da me citati in un articolo riguardante la ventilata sepoltura di Emanuela nei sotterranei di Castel S. Angelo. Rapporti da me citati e da nessuno smentiti. 

In attesa degli accertamenti degli inquirenti, e sperando che il documento non sia autentico perché altrimenti le conseguenze sarebbero devastanti, dobbiamo comunque rilevare alcune cose che su alcuni particolari cambiano la narrativa dominante: 

1) – il carteggio Sica/Casaroli/monsignor Serna Alzate/e ritorno NON risulta sia mai stato trasmesso da Domenico Sica ai suoi successori nell’inchiesta Orlandi, vale a dire ai magistrati Ilario Martella, Giovanni Malerba e Adele Rando. Sica dunque o lo ha fatto sparire o lo ha trattenuto. Perché?

E’ evidente il desiderio del Vaticano di non alimentare le malelingue, in modo da proteggere l’immagine degli Orlandi e la loro pace familiare. Ercole Orlandi, padre di Natalina ed Emanuela, oltre che di Pietro, Federica e Maria Cristina, era pur sempre il postino del Papa e con la sua famiglia abitava all’interno del Vaticano. 

Tale desiderio di massima discrezione può essere stato recepito da Sica. Che dopo l’errore marchiano di Giuio Gangi pur continuando a sospettare di Mario Meneguzzi non poteva più sperare di arrivare a dimostrarne l’eventuale colevolezza. Tanto valeva chiudere a chiave da qualche parte quelle carte.

2) – Lo stesso carteggio Sica/Casaroli/monsignor Serna Alzate/e ritorno il Vaticano NON lo ha messo tra le varie carte consegnate alle autorità italiane quando ha risposto alle rogatorie. Risposte da me pubblicate nei miei libri e articoli. 

Il carteggio è stato cioè trattenuto nella Segreteria di Stato. Evidentemente per proteggere gli Orlandi e la loro pace familiare tenendoli al riparo da quanto esploso a scoppio ritardato in questi giorni grazie al fatto che il carteggio è stato fatto filtrare, a quanto mi risulta, da Piazzale Clodio. 

3) – Raul Bonarelli, sovrastante della Vigilanza Vaticana (poi confluita nella Gendarmeria), il giorno prima di essere interrogato come testimone dal magistrato Adele Rando, cioè il 13 ottobre 1993, riceve dal Vaticano una  telefonata con la quale gli viene detto “ti passo il capo”.

Il quale capo gli raccomanda di non dire  “che le cose della faccenda Orlandi sono andate alla Segreteria di Stato”. Il capo probabilmente era Camillo Cibin, responsabile della Gendarmeria, e il suo intervento è stato sugegrito da “Sua eccellenza Bertani”, vale a dire monsignor Luigi Bertani. 

Si è sempre pensato e scritto, l’ho fatto anch’io, che a Bonarelli venisse autorevolmente “consigliata” l’omertà totale per nascondere chissà quale responsabilità o colpa d’Oltretevere nella scomparsa di Emanuela. 

Oggi si può più serenemente e realisticamente pensare che non si voleva saltasse fuori il carteggio citato. E che non si voleva saltasse fuori perché si voleva invece proteggere la famiglia Orlandi. 

4) – Alla luce di quanto emerso del carteggio citato, assume ben altro aspetto la risposta che avrebbe “lasciato le cose così come si trovavano” data da monsignor Giovanni Battista Re, assessore della Segreteria di Stato, a monsignor Savero Salerno quando questi gli propose di scandagliare le proprie vaste conoscenze, anche in campo finanziario, per cercare di capire cosa potesse essere successo a Emanuela.

Non di menefreghismo da coscienza sporca o di coda di paglia si tratterebbe, ma anche in questo caso di desiderio di evitare gravi problemi agli Orlandi.

Pietro Orlandi ha sempre preteso ad alta voce che il magistrato vaticano Alessandro Diddi verificasse tutte le chiacchiere, le voci e i pettegolezzi raccolti anche di recente, compresi quelli che si riferivano a bagordi sessuali di Papa Wojtyla e “alti prelati vaticani” oltre che alla pista inglese, tanto per cambiare fasulla anche quella, che tira in ballo l’arcivescovo di Canterbury. 

Per non dire delle pretese di aprire – come avvenuto – tombe nel cimitero Teutonico vaticano perché quacuno gli aveva riferito la chiacchiera che vi era sepolta Emanuela.

Pietro Orlandi sarà quindi sicuramente felice che gli inquirenti cerchino di vederci chiaro anche in quest’ultima “chiacchiera”  del rapporto giudiziario dei carabinieri datato 30 agosto 1983.

Estratto dell’articolo di Nina Fabrizio per “il Giorno” il 19 luglio 2023.

«La pista amical-familiare è statisticamente la più diffusa ma è l’unica che in questo caso non si è voluta prendere in considerazione». A parlare è Pino Nicotri, giornalista che al caso di Emanuela Orlandi ha dedicato ben 4 volumi e le cui indagini e valutazioni sono divenute ora anche una testimonianza raccolta dal promotore di giustizia vaticano, Alessandro Diddi, titolare dell’inchiesta vaticana voluta da papa Francesco a 40 anni di distanza dalla scomparsa della ragazza. ’Emanuela Orlandi, il rapimento che non c’è’ è il titolo del suo ultimo volume e già dice molto della pista accreditata da Nicotri.

Ne avete parlato con Diddi?

«Con Diddi […] non abbiamo parlato della cosiddetta pista dello zio, cioè riconducibile a Mario Meneguzzi, ma di altre ipotesi. Ad esempio quella legata alla partecipazione di Emanuela a un programma televisivo». 

Ci dica di più.

«Un mesetto prima di sparire Emanuela aveva partecipato alla trasmissione Tandem sulla Rai e io ho notato che era in prima fila, inquadrata spesso, è possibile che qualcuno della troupe avesse notato questa ragazza e la facesse inquadrare con una certa insistenza, da lì potrebbe essere nato qualche rapporto di conoscenza ma la cosa non è mai stata indagata. È importante invece perché ricostruendo anche le varie fasi del giorno della scomparsa il 22 giugno 1983, appare più plausibile che lei, su Corso Rinascimento, dopo aver perso l’autobus, si fosse fermata a parlare con qualcuno che conosceva». 

Quindi non un sequestro?

«Io non credo. […] Forse […] ha seguito qualcuno». 

Ipotesi che le sono valse anche una certa ostilità della famiglia.

«Io non ho mai insinuato nulla sulla moralità di Emanuela. […] Per esempio a scuola scrive un tema in cui parla degli amici che ti mollano. Spesso marinava la scuola. Forse Emanuela aveva un problema, un qualche problema che non la faceva stare bene».

Ma perché allora non indagare nel contesto a lei vicino?

«In realtà è quello che fece subito la titolare dell’inchiesta, la magistrata Margherita Gerunda, che seguì l’ipotesi dell’omicidio dopo una violenza ma fu spostata dalle indagini il 18 luglio. Lei mi disse che erano sempre stati convinti che fosse un normale caso di violenza sessuale e che però era una cosa molto brutta da dire alla famiglia così si prendevano