Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

QUINTA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il Caso di Ferdinando Carretta.

Il mistero del “collezionista di ossa” della Magliana.

Il Milena Quaglini.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Marco Sconforti.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Stefano Masala.

Il mistero di Luca Orioli Marirosa Andreotta.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.


 

LA GIUSTIZIA

QUINTA PARTE



 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Giudicandi, ingiudicati.

L’Organizzazione.

Speculatori.

Concorsi truccati.

La Corte di Cassazione.

I PM.

Il CSM.

Giudici di Pace.

Giudici e Stampa amica.

La separazione delle carriere.

I Carrieristi.

La sinistra giudiziaria.

Giudicandi, ingiudicati.

Il rimpianto delle toghe. La nostalgia del Pm Spataro per gli anni di piombo…L’epoca buia del terrorismo segnò l’avvento dello strapotere della magistratura, che dagli anni 70 entrò sempre più a gamba tesa (vedi Mani Pulite) sugli equilibri della nostra democrazia. Francesco Petrelli su L'Unità il 29 Novembre 2023

Ha ricordato con nostalgia, il dott. Spataro, i tempi del terrorismo allorquando magistratura e politica, assieme, scrivevano le leggi. Si trattava allora di una terribile emergenza, di una pagina buia della nostra democrazia che secondo molti commentatori ed analisti, lasciò una traccia indelebile negli equilibri politici ed istituzionali del Paese, alterati proprio nel fondamentale rapporto fra quei due diversi poteri.

Il sentir evocare quella drammatica stagione solo come un momento favorevole per la storia dei rapporti fra politica e magistratura lascia per questo piuttosto perplessi.

Sono molti, infatti, a rammentare come fu, proprio in quei terribili anni, che al di là degli esiti di quei rapporti di cui il dott. Spataro ha ricordato le virtù, ebbe a consumarsi quel sovvertimento negli equilibri fra i poteri che avrebbe segnato il definitivo debordare del potere giudiziario e – complici anche la lotta alla mafia e Mani pulite – l’inizio di quella che è stata non a caso definita, la Repubblica giudiziaria.

Una democrazia condizionata da una presenza costante della magistratura associata e delle Procure nelle politiche giudiziarie del Paese, resa succube da un potere di interdizione sulle riforme in materia e caratterizzata da un debordante assetto del Consiglio Superiore della Magistratura, autoassegnatosi competenze e virtù neppure immaginate nel disegno del costituente.

Ma se questo squilibrio è purtroppo serio, grave e reale, non è affatto serio il confronto che ne segue. Sono infatti oramai più di trenta anni che si assiste a una deriva insopportabile nella quale le parti in causa, politica e magistratura, vanno sviluppando in un tragico siparietto, a scapito del Paese, il loro irrisolto dialogo conflittuale privo di alcuna concreta prospettiva.

Un conflitto solo apparente che in realtà giova a entrambi i contendenti interessati solo a mantenere le loro posizioni e a conservare intatto il loro status quo. E appare ancor più triste, per questa ragione, assistere a queste improvvide grida di “al lupo al lupo” da parte di una politica che non è stata mai capace di colmare quel vuoto di competenza, di prestigio e di quel minimo di autostima necessari al riequilibrio delle forze.

Inutile denunciare complotti se non si ha neppure il coraggio di portare a termine una riforma semplice e coerente con la costituzione come la separazione delle carriere. Se non si ha neppure la forza di operare quella seria e minima riforma ordinamentale che metta fine al presidio dei magistrati all’interno del Ministero della Giustizia, dove si scrivono quelle stesse leggi che i giudici e i pubblici ministeri dovrebbero invece soltanto applicare.

Salvo che questo compito non venga assegnato a Commissioni ministeriali nelle quali la presenza dei magistrati è sempre quella di tre parti ad una. Perché è lì in questi gangli di potere che si annida il vero problema.

Si tratta di quella stessa politica che rimanda da trent’anni quelle piccole ma radicali riforme della giustizia e dell’ordinamento giurisdizionale che sole avrebbero potuto restituire un assetto maturo a questa nostra democrazia, in perpetuo altalenante fra l’attacco ai soli tutori della legalità e le rampanti prodezze del partito dei giudici, e restituire soprattutto ai cittadini un processo equo e giusto ed una giustizia degna di questo nome. Francesco Petrelli 29 Novembre 2023

I due giustizialismi. La politica italiana è sottomessa ai Pm, la riforma della giustizia è impossibile. La destra cavalca un giustizialismo che produce moltissimi voti. La sinistra vede nell’alleanza con la magistratura l’unica possibilità di resistere e di sferrare dei colpi. Occorrerebbero degli statisti: ne avete visto qualcuno in giro? Piero Sansonetti su L'Unità il 29 Novembre 2023

Il ministro Crosetto ha sollevato un problema serio. Quello dell’uso della giustizia a fini politici da parte di settori molto potenti della magistratura. Si è aperta una polemica, naturalmente, per la semplice ragione che la magistratura – e specialmente la magistratura associata – gode di un forte sostegno di settori importanti della stampa, e con facilità stronca qualunque attacco mediatico.

Mi pare che Crosetto sia stato messo all’angolo anche dai suoi, che si sono fatti impaurire dai giornali. Quasi nessuno, però, immagina che Crosetto abbia “inventato”. È molto, molto probabile che Crosetto abbia detto esattamente la verità. Qual è il problema?

La politica italiana è bloccata da due opposti giustizialismi, che si combattono tra loro, ma alla fine entrambi operano a difesa dalla magistratura e determinano in questo modo la sottomissione della politica all’Anm (cioè all’associazione dei magistrati) e il dominio della magistratura sulla società e sulle classi dirigenti. Torno tra qualche riga sull’Anm, prima vorrei spiegare cosa sono i due giustizialismi.

C’è quello cosiddetto di sinistra, che è vicino alle correnti di sinistra delle Procure – sostenuto dai tre giornali con un maggior grado di dipendenza dalle Procure: Il Fatto, Repubblica e Il Domani – e che di solito usa l’arma giudiziaria per indebolire lo schieramento politico di destra e le classi dirigenti dell’economia e della finanza.

Poi c’è il giustizialismo di destra, non meno esteso, che chiede manette e ferocia verso le classi più deboli, soprattutto verso il sottoproletariato e il popolo degli immigrati. Ma anche verso i giovani, soprattutto se politicamente impegnati.

Tra questi due giustizialismi c’è una differenza. Il giustizialismo di destra è sempre molto attivo nella difesa delle classi dirigenti. Cioè è attivo nel campo garantista quando la magistratura picchia in alto. E si esprime in forme giustizialiste solo quando picchia in basso.

Il giustizialismo di sinistra invece è molto attivo nel sostenere l’attacco della magistratura (delle Procure) verso la politica, soprattutto di destra, ma non si scalda a difesa dei più deboli. Cioè difetta molto nella fase garantista. Specie quando è al governo.

Per spiegarci basta fare due esempi: il comportamento repressivo dei governi di sinistra verso i migranti (nel gergo politico si chiama “minnitismo” e non è molto meno duro del “salvinismo“), e la sostanziale indifferenza verso altre operazioni giustizialiste dei governi di destra.

Non c’è stata una rivolta di sinistra, negli ultimi mesi, per le norme incostituzionali contro i migranti, o contro le Ong. E nemmeno, recentemente (escluse poche eccezioni tra le quali quella dell’ex parlamentare Paolo Siani), quando il governo ha approvato un decreto che obbliga i magistrati a mandare in cella i neonati, insieme alle loro madri, in caso di recidiva (cioè: di sospetto di recidiva).

C’è stata la rivolta invece – a difesa della magistratura – quando Crosetto ha accusato una corrente di sinistra della magistratura. La fotografia che ne esce è questa: spallucce per un neonato in carcere, scandalo per Crosetto.

La ragione per la quale la destra passa per garantista e la sinistra no, sta esattamente nelle cose che ho scritto. La destra ha un suo “angolo” garantista, e si infiamma quando viene colpita. La sinistra non si infiamma mai.

I due giustizialismi sembrano contrapposti e nemici. In realtà sono affiancati e oggettivamente alleati. La forza della magistratura associata sta tutta lì. La magistratura associata sa giocare benissimo con questi due giustizialismi, li sa far funzionare, rendere complementari e li sa mettere in sinergia.

In questo modo ha costruito un muro invalicabile che perpetua il suo potere e le sue capacità di interdizione che annulla qualunque tentativo vero di riforma della giustizia. Protagonista assoluto di questo continuo manovrare dei rappresentanti delle Procure, che assicurano l’immobilità dei governi – e l’immediata caduta dei ministri della Giustizia che provano ad avviare delle riforme – è l’Anm, l’associazione dei magistrati.

Organismo potentissimo, poco conosciuto nell’opinione pubblica (lavora benissimo nell’ombra, adoperando a suo favore l’esposizione mediatica solo di alcuni dei suoi membri) e probabilmente assolutamente illegale. La Costituzione sostiene che il giudice deve essere indipendente, autonomo e deve rispondere solo alla legge.

Non si sa se la Costituzione si riferisse solo al giudice o anche al ben più potente Pm. I magistrati però hanno sempre sostenuto che l’autonomia riguarda anche il Pm, e che è sacra. Può un giudice essere autonomo e rispondere solo alla legge, se fa parte di una corrente politica della magistratura, e di un’associazione, assolutamente politica, come è l’Anm? E così facendo, che garanzie offre ai cittadini, agli indiziati, agli imputati?

Naturalmente nessuna, anche perché è proprio il magistrato a tradire sistematicamente, in questo modo, lo spirito costituzionale. L’unica speranza per l’imputato è che il giudice non sia della stessa corrente del Pm. E quindi? Quindi non è possibile nessun ottimismo. La magistratura ha ancora largamente in mano il timone. Comanda. Decide.

Condiziona la politica ed esercita un potere spropositato di sopraffazione nei confronti dei media e dei singoli cittadini. Anche per noi giornalisti, mettersi contro la magistratura, anche solo criticare, è una cosa spericolata: ci espone a un rischio enorme. Anche perché, di solito, le nostre organizzazioni di categoria ci difendono sempre se siamo attaccati dai politici, mai e poi mai se siamo attaccati, con vere e proprie intimidazioni, da parte dei magistrati.

C’è la speranza che i due giustizialismi si sciolgano? No. Perché la destra cavalca un giustizialismo che produce moltissimi voti. Che le permette di impadronirsi della pancia del paese. La sinistra, che oggi è molto debole, vede nell’alleanza con la magistratura l’unica possibilità di resistere e di sferrare dei colpi. Occorrerebbero degli statisti per rompere questo circolo vizioso. Appunto: degli statisti. Ne avete visto qualcuno in giro? Piero Sansonetti 29 Novembre 2023

All'interno della maggioranza. Nordio contro Mantovano, scontro tra magistrati prestati alla politica. La miccia è stata accesa dal complotto giudiziario evocato da Crosetto e non ancora spenta nonostante qualche precisazione/correzione dello stesso ministro. Claudia Fusani su Il Riformista il 29 Novembre 2023

Lo “scontro” questa volta è tra magistrati. E all’interno della stessa maggioranza, tra l’ex pm e attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio e il giudice attualmente prestato alla politica, anzi a palazzo Chigi, Alfredo Mantovano, la toga cattolica e moderata che Giorgia Meloni ha chiamato accanto a sé a palazzo Chigi come anticorpo da eventuali tempeste giudiziarie che, a onore del vero, non sono mai mancate negli ultimi trent’anni e hanno segnato, a torto o a ragione, le varie leadership che si sono succedute a palazzo Chigi. Lo scontro quindi stavolta avrebbe uno schema ben diverso, e lontano da quello “tradizionale” tra politica e magistratura. Chi vuole portarlo qui, lo fa perché spera di nascondere il resto. Che è politicamente più complicato visto che ha a che fare con la stabilità stessa della maggioranza. E visto che è figlio dell’oramai famosa intervista rilasciata domenica mattina dal ministro della Difesa Guido Crosetto al Corriere della sera. “L’unica cosa che questo governo può temere è un’opposizione di tipo giudiziario che la possa destabilizzare” ha detto il ministro, tra i più seri e affidabili dalla squadra di governo, non uno che parla a caso e tra i fedelissimi della premier Meloni.

Il “complotto giudiziario” evocato da Crosetto è la miccia accesa, non ancora spenta nonostante qualche precisazione/correzione dello stesso ministro, che tiene tutto questo insieme. Crosetto dovrà spiegare, come chiedono le opposizioni, di cosa parlava e a chi parlava in quell’intervista. Dove, però, non è chiaro. Curiosamente, infatti, la Commissione antimafia ha detto no alla sua audizione chiarificatrice richiesta da tutte le opposizioni, da Italia viva al Pd, da Sinistra e Verdi ai 5 Stelle. Era stato Crosetto ad indicare l’Antimafia e il Copasir come sedi più idonee per spiegare il suo pensiero. Chiara Colosimo (FdI), e amica di Giorgia Meloni, ieri ha riunito l’ufficio di presidenza (dove siede l’ex procuratore Cafiero de Raho, M5s) e all’unanimità è stato valutato che non è il luogo adatto. “E’ al di fuori della legge istitutiva della Commissione” ha spiegato Colosimo, “non sarò certo io a creare il precedente”. Quindi, dove andrà il ministro della Difesa a spiegare il suo sospetto che ha un vago sapore eversivo? Al Copasir? “Beh, bisogna vedere se lo chiamano, se il presidente Guerini lo chiama, di certo Crosetto non si presenta da solo” ha precisato il capogruppo Foti (FdI). La sensazione è che si cerchi di far passare la cosa senza ulteriori e scomodi approfondimenti.

Allo stesso modo ieri la maggioranza ha cercato di sminuire quanto accaduto lunedì mattina nel pre consiglio preparatorio del Consiglio dei ministri che nel pomeriggio avrebbe avuto all’ordine del giorno alcuni decreti legislativi della riforma Cartabia. Tra questi le “pagelle” che ogni quattro anni il Csm dovrà preparare sull’operato di ciascun magistrato. Mentre Antonello Mura, il capo del legislativo del ministro Nordio, spiegava il provvedimento delle valutazioni, si è alzata la voce del sottosegretario Mantovano. “Si potrebbe immaginare – ha ragionato il sottosegretario – di inserire un comma, un meccanismo di verifica dei magistrati…”. Quei test psicoattitudinali che per primo evocò l’allora premier Berlusconi nel 2003 (ministro della Giustizia era il leghista Roberto Castelli) salvo essere stoppato subito dal Presidente della Repubblica che allora era Carlo Azeglio Ciampi. A dir la verità ci riprovò qualche anno dopo anche il ministro 5 Stelle Alfonso Bonafede. Poi la cosa si è persa nel nulla dei social.

Alla proposta inaspettata di Mantovano, tecnico moderato con profilo molto istituzionale, il dottor Mura ha reagito con sorpresa e fermezza: “Non se ne parla, non sono in agenda, non è mai stato affrontato questo tema né a livello di maggioranza, né con la magistratura e meno che mai con la Presidenza della Repubblica”. La cosa sarebbe finita lì. “Si, se n’è parlato ma non c’è stata alcuna tensione in proposito, giusto un’idea di cui si parlerà in seguito, quando sarà il momento” la versione ufficiosa di palazzo Chigi. Via Arenula, dove ha sede il ministero della Giustizia, ha fato subito pervenire un messaggio forte e chiaro: “Il ministero ha stoppato la proposta”. Se è stato quindi impossibile, ieri, smentire i fatti, si è provato però ad annacquarli. “Una tempesta in un bicchier d’acqua”, una “montatura”, “una cosa detta così per dire”.

Anche a volerci credere, il punto è che uno come Mantovano non dice nulla per caso, figurarsi per errore e sa certamente come stare alla larga dalle “tempeste in un bicchier d’acqua”. Un po’ come Crosetto, insomma. E allora, torna la stessa domanda: perché il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con delega all’intelligence, l’anello di congiunzione tra Giorgia Meloni e la magistratura associata, ha messo sul tavolo all’improvviso e inatteso un tema così delicato e sensibile?

“Lunedì – spiega una fonte vicina al dossier ma non del ministero della Giustizia – abbiamo lasciato perdere i test alle toghe perché sembrava quasi fosse la risposta del governo alla minaccia che una parte della magistratura, quella di sinistra, ha esplicitato nelle ultime riunioni di corrente”. Il complotto di cui parla Crosetto nell’intervista al Corriere. Perché i due fedelissimi della premier, a distanza di poche ore uno dall’altro, hanno dato segnali così coincidenti e concordanti rispetto all’azione di una magistratura pronta ad entrare in scena col tempismo elettorale per colpire la maggioranza? Il ministro della Difesa porterebbe a supporto della sua denuncia alcune registrazioni realizzate durante le ultime due riunioni della corrente Area, quella a sinistra, a Palermo e a Napoli. Non basta per sostenere “l’opposizione giudiziaria”. Ci deve essere dell’altro. Urge una comunicazione al Parlamento ampia ed esaustiva.

Claudia Fusani. Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.

Estratto da affaritaliani.it martedì 28 novembre 2023.

Lo scontro tra la Destra e la magistratura ormai è iniziato e non si fermerà. Dopo le accuse di Crosetto su "manovre segrete delle toghe per far cadere Meloni", si è passati all'ipotesi di istituire nella magistratura dei test psico-attitudinali […] 

[…] quest'ultima proposta viene da lontano e a proporla per primo era stato Silvio Berlusconi. Ma a sorpresa a concordare con l'ipotesi del Cavaliere era stato proprio uno dei più importanti magistrati: Nicola Gratteri. L'attuale capo della Procura di Napoli in un'intervista del 2019 al Riformista si era espresso così.

"Berlusconi una volta ha detto una cosa giusta: bisognerebbe fare i test psico-attitudinali ai magistrati. Ci possono essere dei giudici […] che fanno militanza attiva", "che ne fanno un modo di ragionare e può accadere che uno perda di lucidità […]. […]È un lavoro molto logorante quindi una volta ogni 5 anni in forma anonima dovrebbero sottoporci a test".

Estratto dell’articolo di Lorenzo De Cicco per “la Repubblica” martedì 28 novembre 2023.

I test psico-attitudinali per entrare in magistratura erano un pallino di Silvio Berlusconi, che nel 2003 si spinse a dipingere i giudici come «disturbati mentalmente», affidando la pratica al Guardasigilli Roberto Castelli, salvo ingranare la retromarcia, su pressione del Colle. 

Ora è la destra di Giorgia Meloni a ritirare fuori l’idea dal cilindro. Effetto déjà vu, che allarma le toghe: «Era un’idea di Licio Gelli», ricorda il segretario dell’Anm, Salvatore Casciaro. La proposta, per ora solo discussa ieri nella riunione preparatoria del Cdm, è gettata lì come un tizzone nel braciere, proprio mentre si riaccende lo scontro fra governo e magistrati, innescato dalle parole del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha insinuato esista «un’opposizione giudiziaria» all’esecutivo.

Per adesso i test non sono stati messi nero su bianco in un provvedimento. Ma il ragionamento c’è stato, anche se non partiva dal ministro Carlo Nordio che […]  non sarebbe nemmeno stato messo a parte dell’uscita di Crosetto. 

Il Consiglio dei ministri comunque ha sfornato due provvedimenti a tema giustizia. Il principale, in attuazione della riforma Cartabia, prevede per i magistrati pagelle come a scuola: con una valutazione positiva nel “fascicolo” il giudice avrà uno scatto di carriera (e in busta paga); col voto negativo, nuovo esame dopo un anno. Rispetto alle proposte iniziali […] il testo è stato ammorbidito: un singolo svarione, non brucerà la carriera della toga.

Il ritornello delle toghe: nessuno ci può giudicare. Il presidente dell'Anm Santalucia insorge contro il governo: "Macché pagelle, non siamo scolari". E il Pd scende in campo. Felice Manti il 29 Novembre 2023 su Il Giornale.

«Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu». Come un disco rotto, l'Associazione nazionale magistrati frigna contro il via libera del governo alle «pagelle dei magistrati», previsto dalla riforma di Marta Cartabia. «Noi non ci scontriamo con nessuno ma la parola pagella è un termine veramente infelice per definire il controllo di professionalità, come se noi fossimo scolari di una scuola. È un sistema macchinoso che depotenzierà la capacità delle valutazioni periodiche di intercettare le vere cadute di professionalità dei magistrati, tutto il resto sono notizie false e infondate», lamenta ai microfoni di SkyTg24 il presidente del sindacato delle toghe Giuseppe Santalucia, contrarissimo persino ai test psico-attitudinali per i magistrati di berlusconiana memoria («sarebbe stato un eccesso dai confini della delega»), stoppati dagli uffici di Via Arenula per tenere il punto sui decreti legislativi. A pensar male si fa peccato, ma quando Santalucia dice che «i magistrati non sono eversori né fanno complotti contro il governo» come le accuse «oggettivamente inquietanti» del ministro della Difesa Guido Crosetto dei giorni scorsi farebbero pensare, fa timidamente capolino il dubbio che la stessa magistratura che «ogni giorno onora il giuramento alla Costituzione» sia affetta dal disturbo della rimozione, meccanismo psichico inconscio di autodifesa contro «desideri, pensieri o esperienze angoscianti per ridurne l'impatto disturbante sulla coscienza», dicono i manuali. Chi ha letto i libri di Luca Palamara o soltanto le recenti dichiarazioni delle toghe più ideologiche, sa di cosa parliamo: sono trent'anni che una parte minoritaria della magistratura tenta di condizionare la vita politica. «La strada maestra è la riforma», sentenzia la Lega.

Eppure il soccorso rosso ai pm è già partito: «Mi pare il governo dei complotti immaginari, dei nemici a tutti i costi, perché deve sempre essere colpa di qualcun altro», è l'affondo della leader Pd Elly Schlein, che ricalca l'idea già strombazzata da uno dei suoi predecessori Pierluigi Bersani («Strana l'idea che i giudici si riuniscano la sera per dare l'ordine di partire...»), ieri alla conferenza stampa insieme alla Schlein. «Se Crosetto ha notizie di reato informi le Procure, dobbiamo difendere la Repubblica, non minarne la credibilità», insiste il dem Francesco Boccia, mentre arriva la notizia che la commissione Antimafia non audirà il ministro della Difesa. «Pagelle e test per i magistrati? Misurare la qualità del lavoro dei giudici è difficilissimo, lasciamo i giudici liberi», sottolinea invece l'ex premier Giuseppe Conte, secondo cui «il rischio eversione aleggia più sul governo che sulla magistratura». Eppure tra il 2017 e il 2021, come scrive ieri il Sole24Ore, sono stati valutati 7.394 magistrati: solo in 24 hanno ricevuto voti non eccellenti. «Serve introdurre un criterio più rigoroso per la valutazione», ricorda il vicepresidente della Camera e parlamentare di Forza Italia, Giorgio Mulè. Favorevole anche il renziano Davide Faraone: «Chi si accinge a fare un mestiere impegnativo come il magistrato, deve essere pronto a manifestare il proprio equilibrio. Non c'è nulla di scandaloso», dice il presidente del gruppo Iv all'Identità.

Anche la vicenda della giudice «svuota Cpr» Iolanda Apostolico rischia di rinfocolare le polemiche tra toghe e politica. «Rendere la giurisprudenza uniforme vuol dire renderla, almeno tendenzialmente, prevedibile», ricorda il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli. «Ho chiesto al Guardasigilli Carlo Nordio con una interrogazione parlamentare se la condotta della giudice fosse conforme alle norme o se, con la partecipazione ad alcune manifestazioni, avesse assunto atteggiamenti di parte - dichiara all'Aria che tira su La7 il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri - l'altra sera Nordio cita l'obbligo di rigore e terzietà». Come dire che la vicenda non finirà qui.

Magistratura. I pm vogliono processare le opinioni sulla giustizia. Domenico Ferrara il 28 Novembre 2023 su Il Giornale.

L’Anm progetta di istituire una commissione per controllare il dibattito social sui temi che riguardano la magistratura

L’Anm vuole processare le opinioni. Eccola l’ultima pericolosa trovata del sindacato delle toghe che, per rispondere agli «attacchi alla giurisdizione» e alla «pesante denigrazione dei singoli magistrati che hanno adottato provvedimenti in materia di protezione internazionale» ha deciso di ricorrere alle commissioni di epurazione. Sì, avete capito bene. Bentornati nel 1944, con l’unica differenza che oggi non c’è un legame fascista da estirpare e punire ma nel mirino ci sono i cattivi narratori della malagiustizia. Ma badate bene: non parliamo della malagiustizia perpetrata dai giudici bensì quella ai loro danni. È tutta una questione di indipendenza e reputazione. Anche urgente, vista la celerità con la quale il Comitato direttivo centrale dell'Anm ha deliberato la convocazione dell’assemblea straordinaria, la quale ha redatto e approvato poi un documento unitario. Dal 21 al 26 ottobre, cinque giorni e una velocità che stupisce, specie se rapportata ai tempi della nostra giustizia. Ma quella è un’altra storia.

Che ha una roadmap ben precisa: va realizzato prima dell’estate. E qui la mente dei malpensanti potrebbe ipotizzare una sorta di risposta a orologeria in vista delle prossime elezioni europee.

Ma cosa ha stabilito l’Anm? Innanzitutto la volontà di proteggere a spada tratta i singoli magistrati perché si legge nel documento - «va respinto con forza il tentativo di spostare l’attenzione dal contenuto giuridico del provvedimento alla persona del giudice che lo ha emesso». Insomma, basta casi Apostolico per intenderci.

Ma qui arriva il bello. Quali saranno le azioni concrete? Intanto «un evento di rilievo» entro il mese di marzo da realizzarsi in contemporanea in tutti gli uffici giudiziari (dovranno seguire, sempre su base sezionale e sotto-sezionale entro l’estate, un ciclo di seminari di almeno tre incontri) con lo scopo di fare informazione «con taglio divulgativo sul ruolo costituzionale della magistratura».

E poi, dulcis in fundo, l’istituzione di una Commissione Centrale e di Commissioni Territoriali con il compito di monitorare il dibattito pubblico in materia di giustizia e di predisporre dei format a tema – da replicare negli uffici giudiziari del distretto –, individuando i possibili ospiti; e l’istituzione a livello centrale di una Commissione mista composta da magistrati ed esperti in social media che si occupi di seguire il dibattito pubblico in materia di giustizia e realizzi dei contenuti social volti a spiegare il ruolo costituzionale della magistratura e «a rendere comprensibili le questioni giuridiche concernenti temi che hanno suscitato particolare clamore».

Una sorta di Minculpop 2.0 molto social, un Grande Fratello che costantemente controlla che sui giornali, in tv, nelle piazze e nelle radio passino informazioni corrette sulla magistratura e sull’operato dei singoli magistrati. Se fossero già operative queste commissioni, quali sarebbero le sanzioni per quel ministro o quel giornalista che si permetta di divulgare un’informazione sul passato di una toga come nel caso di Iolanda Apostolico? Sarebbe una informazione a cui i cittadini avrebbero diritto di accedere o sarebbe un tentativo di delegittimare il lavoro, la coerenza e l’imparzialità della toga? Chiedere all’Anm per avere la risposta.

Giudici e giornalisti. Un esame per due. Nel 2019 Nicola Gratteri disse: "Ci possono essere dei magistrati che fanno militanza attiva, che hanno un modo loro di ragionare e può accadere che uno perda di lucidità". Alessandro Sallusti il 28 Novembre 2023 su Il Giornale.

Nel 2019 non un esponente politico del centrodestra, bensì il magistrato più famoso d'Italia, Nicola Gratteri, oggi osannato procuratore capo a Napoli, disse intervistato da Massimo Giannini a Radio Capital: «Ci possono essere dei magistrati che fanno militanza attiva, che hanno un modo loro di ragionare e può accadere che uno perda di lucidità. Detto che non condivido la maggior parte delle cose dette da Berlusconi, devo ammettere che una giusta la disse ed è quando sostenne che bisognerebbe fare i test psico-attitudinali ai magistrati perché il nostro è un lavoro molto logorante e quindi una volta ogni 5 anni in forma anonima dovrebbero sottoporci a test».

L'ipotesi del test psico-attitudinale, almeno per entrare in magistratura, ha fatto capolino per qualche ora ieri addirittura in una sede governativa, il preconsiglio dei ministri, e ovviamente ha fatto scattare il pandemonio. Eppure, come ha sostenuto Gratteri, non sarebbe né un insulto né una anomalia visto che da sempre l'equilibrio personale e professionale è periodicamente verificato per chi di lavoro maneggia le vite degli uomini come, per esempio, ufficiali e sottufficiali di tutte le forze dell'ordine (e altrettanto accade nel privato, tipo i piloti di aereo).

Ma si sa, i magistrati fanno storia a sé, intoccabili e immuni dalle debolezze umane per definizione, anche se poi accade che un innocente - il caso del pastore sardo Zuncheddu oggi alla ribalta - resti in carcere per trentadue anni. Ma fin qui parliamo di malagiustizia, di errori e appunto follie. Difficile però che un test scovi le toghe in malafede, quelle che, furbe come le volpi, si mimetizzano dietro codici e sacri principi per scopi politici. Che è poi il problema posto ieri l'altro dal ministro Crosetto sui «giudici che fanno opposizione». Io non so a che cosa si riferisse esattamente, ma so che il Sistema denunciato da Luca Palamara che ha inquinato la democrazia per oltre un decennio è ancora in piedi e operativo. E osservo che, mentre la magistratura ha fatto almeno finta di darsi una ripulita, i giornalisti che di quel sistema hanno fatto parte sono ancora tutti in prima pagina a difendere i loro eroi con una faccia di tolla incredibile, come se nulla fosse accaduto e non fossero stati beccati con le mani nella marmellata. Ecco, non so se prima o dopo che ai magistrati, ma un bel test psichiatrico sarebbe utile anche per equilibrare un po' la nostra categoria.

Come funzionano i test per i magistrati, in Germania. Mara Gergolet su Il Corriere della Sera mercoledì 29 novembre 2023.

In Germania ci sono test psico-attitudinali per i magistrati, ma il loro utilizzo è deciso dai diversi Land. Ecco come si svolgono le prove, e in che cosa consistono

In Germania ci sono i test psico-attitudinali per i magistrati?

È vero, in Germania ci sono o ci possono essere test attitudinali per i magistrati, come dicono esponenti della maggioranza di governo in Italia dopo che la proposta di introdurre simili test è stata posta sul tavolo del pre-consiglio dei ministri (ne parla anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio in questa intervista al Corriere ). Tuttavia, non sono nazionali, né obbligatori. Piuttosto, sono strumenti che i singoli Land e i singoli tribunali possono introdurre e usare per selezionare il proprio personale, oppure no.

Come funziona il meccanismo della giustizia in Germania?

Innanzitutto, bisogna sapere che la Giustizia in Germania funziona su base regionale. Ogni Land ha il suo sistema giudiziario indipendente, che comprende tribunali amministrativi, tribunali civili e penali, nonché le corti superiori. Ad esempio, ogni Land ha il suo Oberlandesgericht (Corte d’Appello Superiore: per restare alla cronaca, quello che ha deciso l’estradizione di Filippo Turetta) e il Landgericht (Tribunale di Distretto: quello che ne ha convalidato l’arresto). Esistono, ovviamente, anche istituzioni giudiziarie a livello federale, la più nota delle quali è la Corte Costituzionale Federale (Bundesverfassungsgericht), di cui si è molto parlato ultimamente perché ha definito incostituzionale il bilancio del governo tedesco.

Come funziona questo sistema dei test?

La Giustizia, in alcuni Land, ha mutuato un sistema che viene dal privato, gli Assessment center. Sono centri che hanno una tradizione in Germania, e che fin dagli anni Novanta sono usati — anche nell’università — per indirizzare gli studenti verso le carriere più idonee e promettenti. Superare, o anche solo partecipare alle prove di un Assessment center è - nel ricordo di molti partecipanti - un terribile stress. Anche perché comporta, se alla fine è prevista la creazione delle graduatorie, l’esclusione di molti partecipanti. Ci sono settori pubblici in cui gli Assessment center sono la prassi, per esempio nella polizia o nei servizi segreti.

In cosa consistono esattamente i test?

I test vengono annunciati pubblicamente sui siti dei ministeri della Giustizia regionali. Uno dei Land che li usa, per esempio, è il Nordreno Vestalia. Ecco come viene presentato: «Chi desidera lavorare nella giustizia non deve solo portare buoni voti, ma deve anche brillare con la propria personalità e le spesso citate “competenze soft”. Ciò include, ad esempio, una buona espressione e un’eccellente capacità di comunicazione, ma anche una gestione sicura delle situazioni stressanti. Fino a qualche tempo fa, nella selezione di giudici e pubblici ministeri, si guardava praticamente solo al voto di laurea. Tuttavia, sempre più tribunali desiderano ora conoscere meglio le loro candidate e i loro candidati e accertare se sono davvero adatti per il posto da occupare. Ecco dove entrano in gioco gli Assessment Center, e possono essere determinanti per far decollare la carriera nella giustizia o farla restare un sogno».

Come si svolgono le prove?

Sempre il sito del ministero della Giustizia del Nordreno Vestfalia: «Qui non conta il tuo rendimento accademico, ma il fatto che tu reagisca con sicurezza in situazioni sconosciute e dimostri sia la tua motivazione che le tue capacità in condizioni pratiche, e tutto sotto l’osservazione di una commissione di selezione composta da alti funzionari del rispettivo tribunale che ti osservano attentamente». In realtà, gli Assesment center sono stati introdotti soprattutto per le posizioni più elevate.

Quanto sono in realtà diffusi nella Giustizia?

Come si diceva, dipende dalle regioni, o per essere più precisi dai singoli tribunali regionali. Perché sono i tribunali che assumono il loro personale. Anche se non vengono creati dei veri Assessment center, alcune di queste prove - giochi di ruolo o brevi presentazioni - possono essere introdotte, in modo più informale, nei colloqui di lavoro. Per restare al Nordreno Vestfalia, bisogna affrontare un Assessment center per lavorare presso la Corte d’Appello di Hamm, la Corte d’Appello di Colonia o la Corte d’Appello di Düsseldorf.

Perché i test psico-attitudinali per i magistrati in Francia sono stati soppressi? Storia di Stefano Montefiori su Il Corriere della Sera mercoledì 29 novembre 2023.

I I test psicologici per i futuri magistrati sono previsti in Francia? Non più. I «test di attitudine e personalità» erano stati introdotti nel 2009 ma sono stati soppressi nel 2017.

Come mai erano stati introdotti? I test psicologici nell’ambito del concorso per entrare alla Scuola nazionale di magistratura sono stati instaurati sull’onda dell’emozione per il caso di Outreau, un piccolo paese nel nord della Francia dove 12 bambini furono per anni vittime di violenze sessuali, e dove 13 adulti innocenti passarono anni in carcere dopo condanne sbrigative, ingiustamente accusati da una delle persone realmente colpevoli. L’errore giudiziario fu tale che si decise di sottoporre gli aspiranti magistrati a test psicologici per individuare tendenze narcisistiche e smanie di protagonismo.

Come mai sono stati soppressi? I sindacati della magistratura li hanno sempre considerati inutili, demagogici e arbitrari: consistevano in 240 domande alle quali rispondere in tre ore e in un colloquio di mezz’ora con un magistrato e uno psicologo, con domande come «Si sente superiore?» oppure «Lei è un maniaco dell’ordine?». Dopo un rapporto negativo presentato a fine 2016 dal gruppo di lavoro della Scuola nazionale della magistratura, il decreto che istitutiva i test psicologici è stato abrogato dal Ministero della Giustizia il 10 maggio 2017, pochi giorni l’elezione di Emmanuel Macron a presidente della Repubblica.

L’Organizzazione.

Antonio Giangrande: Art. 104, comma 1, della Costituzione italiana cattocomunista.

La magistratura costituisce un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere. (.)

La magistratura per la destra è un Ordine (come acclarato palesemente), per la sinistra è un Potere (da loro dedotto dalla distinzione "da ogni altro potere").

Autonomia dei Magistrati: autogoverno con selezione e formazione per l’omologazione, nomine per la conformità e controllo interno per l’impunità. Affinchè, cane non mangi cane.

Indipendenza dei Magistrati: decisioni secondo equità e legalità, cioè secondo scienza e coscienza. Ossia: si decide come cazzo pare, tanto il collega conferma.

Antonio Giangrande: Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Da una parte, l’ideologia comunista si è adoperata con la corruzione culturale:

attraverso la televisione di Stato e similari;

con la propaganda ideologica continua dei giornalisti militanti di regime;

con insegnamenti ed indottrinamenti ideologici scolastici ed universitari frutto di una egemonia culturale.

Dall’altra parte, la depravazione culturale messa in opera dalle televisioni commerciali di Berlusconi, anticomuniste ed antimeridionaliste.

Infine con la perversione delle religioni, miranti ad avere il predominio delle masse per il proprio sostentamento.

Insomma. Lavaggio del cervello: dalla culla alla tomba.

Solo i comunisti potevano pensare una Costituzione, il cui principio portante fosse il Lavoro e non la Libertà. Libertà che la Carta pone solo come obbiettivo per poter esercitare alcuni diritti dalla stessa Costituzione elencati. Libertà come strumento e non come principio. Libertà meno importante addirittura dell’Uguaglianza. Questa ultima inserita, addirittura, come principio meno importante del Lavoro e della Solidarietà. Già. Per i comunisti “IL LAVORO RENDE LIBERI”. ARBEIT MACHT FREI (dal tedesco: “Il lavoro rende liberi”) era il motto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento. Una reminiscenza tratta da una ideologia totalitaria che proprio dal socialismo trae origine: il Nazismo. 

Antonio Giangrande: Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

ANM, a corto di argomenti, decide di raccontare qualche efficace bugia. Giustizia: signori magistrati, basta bugie sulla separazione delle carriere. Se va in porto la riforma della separazione delle carriere, il Pm finisce sotto il controllo dell’esecutivo, dice ANM. Falso! La norma in questione recita esattamente l’opposto. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 16 Settembre 2023 

Quando si è a corto di argomenti, ed hai tutte le evidenze contro, non ti resta che raccontare qualche efficace bugia. Se va in porto la riforma della separazione delle carriere, dice infatti ANM, il Pm finisce sotto il controllo dell’esecutivo. Falso. Ecco come reciterebbe l’art. 104 della Costituzione, come previsto dalla legge di iniziativa popolare dei penalisti italiani, fatta propria da tutte le proposte di legge ora in Parlamento: “L’ordine giudiziario è costituito dalla magistratura giudicante e dalla magistratura requirente ed è autonomo e indipendente da ogni potere”.

Come potrebbe mai una norma costituzionale, che blinda con tale inequivoca chiarezza l’indipendenza del Pm, trasformarsi nella sua stessa negazione, non dovete chiederlo a me, ma al Comitato Centrale di ANM ed agli struggenti appelli dei magistrati in pensione, guidati dagli indomabili ex Pm Caselli e Spataro.

D’altronde, cosa puoi aspettarti da chi continua a ripetere, con sprezzo del ridicolo, che il mondo intero invidia il modello italiano, e spasima per replicarlo? Il sistema a carriere separate, nelle sue varie possibili articolazioni, vige in Spagna, Germania, Svezia, Portogallo, Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Canada, Nuova Zelanda, India, Giappone, solo per citarne alcuni. Noi siamo in compagnia di Turchia, Bulgaria e Romania, con tutto il rispetto. Certo, c’è la Francia (con Pm alle dipendenze dell’esecutivo, però!), ma è l’eccezione che conferma la regola: è praticamente uno degli ultimi Paesi europei con sistema processuale inquisitorio, rispetto al quale l’ordinamento a carriera unica ha indubbiamente una sua precisa coerenza logica e sistematica.

In tutti i Paesi che ho nominato vige invece il sistema accusatorio, come il nostro (quindi, Ministro Nordio, cosa stiamo aspettando?). Dicono: in tutti quei Paesi il Pm è sottoposto al Ministro di Giustizia. Non in Portogallo, rispondo, e noi abbiamo scelto il modello portoghese, che funziona magnificamente: carriere separate, Pm indipendente. Cosa c’è che non piace del Portogallo, il baccalà? L’indipendenza esterna della magistratura sarebbe dunque garantita; è di quella interna che dobbiamo parlare. Ecco perché Giovanni Leone, noto estremista liberal radicale, si batté senza successo in Assemblea Costituente perché nel CSM ci fosse parità tra membri laici e togati (come ora proponiamo noi, nei due separati CSM, sollevando l’indignazione togata): “occorre eliminare il timore…che il CSM… possa trasformarsi in organo di casta, intorno al quale si coagulano interessi, intrighi, protezioni, preferenze, tali da costituire un pericolo per l’indipendenza dei singoli giudici…”.

Era la seduta pomeridiana del 14 novembre 1947: gli avessero dato retta, altro che Palamara-gate! Ma facciamo ancora in tempo, sempre che questa riforma la si voglia fare sul serio. Siamo pronti a discutere ed a confrontarci, ma basta con le bugie, signori magistrati. In servizio o in pensione che voi siate. Gian Domenico Caiazza

Ancora una riflessione sulla riforma. Giustizia, le imbarazzanti bugie raccontate dagli avversari della separazione delle carriere. Girano imbarazzanti bugie, raccontate dagli avversari della separazione delle carriere. Quella che il PM sarebbe dipendente dall’esecutivo è una grossolana mistificazione. Ora, però, va di moda l’opinione del Prof. Coppi. Vediamo qual è. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 21 Settembre 2023

Come abbiamo già avuto modo di spiegare la scorsa settimana, le imbarazzanti bugie raccontate dagli avversari della separazione delle carriere sono ormai sotto gli occhi di tutti. Le proposte di legge in discussione, tutte mutuate dalla legge di iniziativa popolare delle Camere Penali, hanno scelto e blindato nel nuovo art 104 della Costituzione il modello portoghese: carriere separate, PM indipendente dall’esecutivo.

Dunque l’argomento principe (“vogliono il PM alle dipendenze dell’esecutivo”) è una grossolana mistificazione, ormai davvero improponibile in un dibattito serio. Né più né meno di quella che raccontano circa il fatto che tutto il mondo guarderebbe con invidia al nostro modello ordinamentale a carriera unica: siamo infatti nella mesta compagnia di Turchia, Bulgaria e Romania, nonché della Francia, coerente però con il suo vetusto (ed ormai quasi unico in Europa) modello processuale inquisitorio. Ovunque vi sia un processo accusatorio, vi è separazione delle carriere: Portogallo, Spagna, Germania, Svezia, Inghilterra, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, India, e spero vi basti.

Quindi, il nuovo argomento ora in voga è l’opinione dissenziente del prof. Franco Coppi, avvocato insigne. Il quale non crede nella utilità di questa riforma, e ci mancherebbe pure che un avvocato non possa pensarla in questo modo. Ma non ci si avvede, ancora una volta, del clamoroso autogoal. Perché Franco Coppi, che è una persona seria e coerente, non nasconde un secondo suo pensiero, utile a comprendere con chiarezza il primo. Egli infatti non fa mistero di rimpiangere con nostalgia il processo inquisitorio, che invece noi (per fortuna, aggiungo io) ci siamo lasciati alle spalle grazie a Giuliano Vassalli dal 1988, e che la Costituzione ha definitivamente posto fuori dai propri confini nel 2000 grazie alla riforma dell’art. 111 sul giusto processo.

Quindi l’opinione del prof. Coppi conferma una ovvia evidenza: le carriere unificate sono coerenti con il processo inquisitorio, ma incompatibili con il sistema accusatorio. Che è esattamente ciò che sosteneva, su opposta sponda, Giovanni Falcone, secondo il quale in un sistema accusatorio il PM «non deve avere nessun tipo di parentela con il giudice e non essere, come invece oggi è, una sorta di para-giudice. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazioni e carriere unificate, giudici e PM siano in realtà indistinguibili gli uni dagli altri. Chi come me richiede che siano due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nelle carriere, viene bollato come un nemico dell’indipendenza del magistrato». Parole e pensieri puntualmente censurati dai crociati anti-separazione.

Come vedete, tutto quadra: processo inquisitorio, carriere unite; processo accusatorio, carriere separate. Una equazione implacabile, perfettamente illustrata da due autorevolissimi personaggi quali Franco Coppi e Giovanni Falcone. Chiaro? Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

Le "pagelle" ai magistrati sono solo un altro passo per controllare la Giustizia. La valutazione dei giudici, sulla base della tenuta delle decisioni nei gradi successivi, solleva la Cassazione dal peso dell’esame. Ma pone una questione di tenuta ed efficacia del sistema. Dario Raffone su L'Espresso il 13 settembre 2023 

Sono poche le cose che, in Italia, mantengono una costante presenza. Una di queste è l’inesausta proliferazione di riforme in tema di giustizia. Le cronache estive ci informano che sarebbe stato licenziato dalla commissione di esperti ministeriali la bozza del decreto delegato in tema di riforma dell’ordinamento giudiziario voluta dall’ex guardasigilli Marta Cartabia e coltivata anche da quello attuale. 

Apprendiamo così dell’introduzione di una sconvolgente novità: «Il fascicolo del magistrato», finalizzato alla valutazione e alla conferma nel ruolo dei singoli giudici. Valutazione basata sulla conferma o no, nei gradi superiori, dei provvedimenti emessi. Non è chiaro poi come dovrebbero essere valutati i magistrati della Cassazione. Che nella realtà delle migliaia di provvedimenti emessi ogni giorno dai magistrati ordinari nelle aule di giustizia ve ne possano essere alcuni frutto di inadeguatezze, superficialità, errori è cosa intuitivamente innegabile, se non altro per la legge dei grandi numeri. Allo stesso modo in cui ciò avviene per i provvedimenti di altri giudici, quali quelli amministrativi, unti dal crisma dell’intoccabilità a dispetto di ogni verifica, o anche, più in generale, per qualsiasi altra attività umana. 

L’occasione consente, però, di svolgere qualche rapida riflessione. Il nostro sistema, a differenza di quelli anglosassoni, non si basa sulla cogenza del precedente giudiziario in termini, sul cosiddetto stare decisis. Ciò è conseguenza del fatto che il giudice italiano non è, a differenza di altri, dotato di capacità legislativa. Dal momento che la realtà della vita quotidiana, non si presta, nella sua poliedricità, a essere rigidamente incasellata nelle astratte previsioni di legge, è necessaria una attività adeguatrice che implica una continua osmosi tra le giurisprudenze di merito e quella della Cassazione. Infatti, una giurisprudenza fatta di decisioni tutte e sempre coerenti con gli orientamenti della Cassazione impedirebbe a quest’ultima di cogliere i cambiamenti sociali in atto, di adeguarvisi e di svolgere la sua dinamica funzione uniformatrice del diritto nazionale. È evidente il rischio di interventi normativi che, pur se paludati da asserita moderazione (solo in casi gravi, ripetuti, ecc.), finiscono per essere delle norme manifesto, degli spauracchi che inducono alla quieta remissività, alla torsione di un’attività alquanto delicata, quale è quella del giudicare, in una pratica amministrativa standardizzata, da smaltire nel più breve tempo possibile. 

E, a proposito del tempo di definizione dei processi, è intuitivo che un conto è operare in grandi uffici dove i carichi sono sicuramente gestibili, come accade a esempio a Milano, e un conto è operare in ufficio di provincia, specialmente al Sud, come Napoli Nord, con bacino di utenza di un milione di abitanti e un carico di lavoro pari al  triplo per ogni singolo giudice.  E dove il rischio di ritardi sanzionabili è dietro l’angolo. 

Sono temi che implicherebbero decisioni vere, sgradite a molti, elettoralmente poco remunerative. Meglio, quindi, adagiarsi su manifestini propagandistici inutili. Anche perché, grazie ad un sapiente e consolidato utilizzo terroristico dello strumento delle sanzioni disciplinari, specie nei confronti delle giovani leve di magistrati (la maggioranza), l’addomesticamento è già, in atto. Complice anche l’Anm e i suoi mandatari del Csm che, da molti anni, sostengono i dettami dell’efficienza e del merito e che si stracciano oggi le vesti per riforme che sono, in fondo, conformi a un clima culturale del quale anche loro sono in parte responsabili. 

Dario Raffone è l'ex presidente del Tribunale delle imprese di Napoli

La scelta di Nordio di ‘infarcire’ la Commissione di magistrati non poteva non produrre tale risultato. Addio alla “pagella” dei Pm. Meglio essere amici delle toghe. L’annullamento (operato dalla Commissione voluta da Carlo Nordio) del fascicolo delle performance del magistrato introdotto con la riforma Cartabia è costato 141mila euro. La scoperta, nelle pieghe del bilancio, fatta dal parlamentare Enrico Costa. Ma dietro il sabotaggio ci sarebbe una strategia. Vediamo quale. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 12 Settembre 2023

La Commissione che ha ‘annichilito’ la riforma Cartabia che aveva introdotto il fascicolo delle performance del magistrato è costata 141mila euro. Lo ha scoperto ieri nelle pieghe del bilancio Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione, che era stato il firmatario dell’emendamento alla riforma voluta dall’ex presidente della Consulta che lo scorso anno aveva previsto tale istituto. Oltre il danno, dunque, la beffa.

Il fascicolo delle performance doveva servire, nelle intenzioni, a monitorare le attività dei singoli giudici o pm, i loro meriti, ma anche gli errori, con particolare attenzione alle inchieste poi finite in un buco nell’acqua, alle sentenze ribaltate e, soprattutto, agli arresti ingiusti. Essendo una fotografia molto precisa della carriera di ciascun magistrato, il fascicolo delle performance avrebbe poi consentito a chi è più bravo e a chi lavora silenziosamente senza essere organico alle correnti, di poter fare la carriera che merita. Purtroppo, trattandosi di una legge delega, era già previsto che il governo dovesse emanare i relativi decreti attuativi.

Ed ecco dunque scendere in campo la Commissione voluta da Carlo Nordio, lautamente pagata, composta da 28 membri, di cui 23 magistrati, 10 fuori ruolo, 5 professori universitari e solo 3 avvocati che ha annacquato la riforma proseguendo nello status quo caratterizzato dalla irresponsabilità togata. “La responsabilità civile è di fatto impossibile, un percorso che nessun si avvocato si azzarda a proporre al suo assistito”, ha affermato Costa, ricordando che dal 2010 ad oggi ci sono state solo otto condanne. “Stesso discorso – ha proseguito – per la responsabilità disciplinare: ogni anno della circa 1500 segnalazioni che pervengono, oltre il 90 percento sono archiviate de plano dal procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, senza che nessuno possa fare alcuna verifica. Sono archiviazioni che non hanno alcun vaglio. L’unico che può chiedere le copie di tali provvedimenti è il ministro della Giustizia ma non lo fa mai”.

Rimaneva, quindi, la responsabilità professionale, legata proprio alla carriera dei magistrati le cui valutazioni sono positive nel 99 percento dei casi, senza un meccanismo che ne raccolga le “gravi anomalie”. “La grave anomalia, per il sottoscritto anche una sola inchiesta con arresti e sbandierata ai quattro venti e terminata con l’assoluzione di tutti gli imputati, nei decreti attuativi invece è diventata ‘marcata preponderanza’ e quindi il magistrato dovrà sbagliare centinaia di inchieste o processi, oltre la metà dei suoi provvedimenti, prima di incappare in una penalizzazione sotto il profilo professionale”, ha puntualizzato Costa. Il fascicolo delle performance era stato fin dall’inizio boicottato dall’Associazione nazionale magistrati che, lo scorso anno, fece anche uno sciopero. “Le correnti dimostrarono chiaramente con tale iniziativa come temessero di perdere il controllo che detengono grazie a quel 99 percento di valutazioni di professionalità ‘automaticamente’ positive. Con il fascicolo tutta l’attività del magistrato sarebbe stata sotto gli occhi di chi deve fare la valutazione, non come oggi che gli atti vengono scelti a campione: così è più semplice distinguere chi lavora bene e chi lavora meno bene, premiando chi lo merita, anche se non è organico alle correnti”, ha quindi concluso Costa.

La scelta di Nordio di ‘infarcire’ la Commissione di magistrati non poteva non produrre tale risultato. Ma è l’intera attività del Ministero della giustizia ad essere ormai gestita dalle toghe in regime di monopolio. Anche la Commissione per la riforma del codice di procedura penale, insediatasi la scorsa settimana, è un monocolore togato: su circa 40 componenti, due terzi sono magistrati. È chiaro che con simili rapporti di forza è alquanto difficile porre in essere riforme che vadano a riequilibrare i rapporti fra accusa e difesa nel processo.

Dietro il ‘sabotaggio’ del fascicolo delle performance alcuni commentatori, però, vedono una precisa strategia. Il sospetto è che il Guardasigilli voglia ‘rallentare’ sulla riforma della giustizia, forse condizionato dalla premier che non ha intenzione di andare allo scontro con le toghe e quindi di mettersi contro l’Anm, contrarissima a qualsiasi riforma sulla giustizia, ad iniziare da quella sulla riforma della separazione delle carriere.

Come ricordato nei giorni scorsi sul Riformista, il problema principale sarebbe il referendum costituzionale. Anche se la riforma della separazione delle carriere, la cui discussione è in corso alla Camera, fosse approvata dal Parlamento, difficilmente il voto raggiungerebbe i due terzi sia alla Camera che al Senato. Numeri che il governo Meloni non ha, dovendo così ricorrere al referendum costituzionale dove non è previsto il quorum.

Visto che anche riforma del premierato prevederà, per gli stessi motivi, un referendum costituzionale, dalle parti di Fratelli d’Italia sarebbe partito il messaggio al numero uno di via Arenula di non insistere sulla riforma della giustizia. Meglio essere amici che nemici delle toghe. Paolo Pandolfini

Giustizia in mano alle toghe. Riforma della giustizia in stallo e in mano ai magistrati…Sulla separazione delle carriere audita solo l’Anm, nulla di fatto sulla prescrizione. Folla di toghe nella commissione ministeriale sul processo penale. Angela Stella su L'Unità il 7 Settembre 2023 

“Da parte dell’Anm c’è una netta contrarietà ai disegni di legge sulla separazione delle carriere”: ha esordito così il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia ieri in Commissione Affari Costituzionali della Camera durante la sua audizione in merito alle quattro proposte di legge – una di Iv, una di Azione, una di Forza Italia e una della Lega proprio sul tema. “Stiamo discutendo di separazione delle carriere a separazione già di fatto – e di diritto – esistente nel nostro sistema” perché “con la riforma Cartabia è consentito un solo passaggio da una carriera all’altra nel corso dell’intera vita professionale dei magistrati”, ha aggiunto Santalucia.

Il Presidente poi ha fatto un duro passaggio sulla previsione di due Csm separati, uno per i giudicanti e uno per i pubblici ministeri: “Sotto il profilo degli organi di autogoverno non capisco il senso all’interno di un disegno di legge che mira alla separazione delle carriere, dell’aggressione, se così posso dire, virgolettando, all’attuale assetto costituzionale del Consiglio Superiore che in un caso o nell’altro sarà fortemente cambiato, sia per composizione numerica sia che per modalità”. E poi la solita preoccupazione che la figura del pm si avvicini troppo alla figura del poliziotto. Ma potrebbe essere una falsa preoccupazione perché il pubblico ministero può essere anche un poliziotto allo stato puro, tuttavia non potrebbe fare nulla se il giudice non fosse d’accordo nell’arrestare, nel sequestrare, nell’adottare misure di prevenzione patrimoniale, per fare alcuni esempi.

Dopo l’Anm avrebbe dovuto parlare anche l’avvocatura – Ucpi, Ocf e Cnf – ma sono state rinviate alla prossima settimana. Ma di separazione delle carriere si parlerà probabilmente nel prossimo Comitato Direttivo Centrale dell’Anm che si riunirà questo fine settimana, anche se il tema non è ufficialmente nell’ordine del giorno. Sicuramente lunedì ci sarà un interessante e acceso dibattito organizzato sempre dall’Anm tra Gian Domenico Caiazza, leader dei penalisti, e Armando Spataro, magistrato ordinario in pensione, tra i circa cinquecento suoi ex colleghi pensionati che hanno firmato un documento per opporsi alla riforma della separazione delle carriere, che ha come spinta propulsiva proprio la proposta di legge di iniziativa popolare dell’Unione Camere penali.

Intanto dopo giorni di silenzio, criticato anche dagli altri gruppi associativi, è uscita la posizione ufficiale della corrente Magistratura Indipendente, considerata troppo vicina al Governo: “MI esprime grande preoccupazione per i contenuti dei vari disegni di legge in discussione dinanzi al Parlamento, che riproducono la proposta elaborata dalle Camere Penali, e che, dietro l’ingannevole etichetta della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, nascondono l’intenzione di assoggettare al potere politico tutti i magistrati, sia giudici che pubblici ministeri, eliminando le garanzie di indipendenza e di imparzialità previste dalle sagge menti che elaborarono la nostra Costituzione”.

Nessun passo avanti invece sulla prescrizione. Sempre ieri in commissione Giustizia alla Camera la Lega ha comunicato di aver depositato un proprio testo in materia di prescrizione. Quindi la Commissione giustizia di Montecitorio non ha adottato un testo base sul tema, che verrà presumibilmente definito nelle prossime settimane. Finora la commissione ha esaminato le proposte di legge presentate dal vicesegretario e deputato di Azione Enrico Costa, dal deputato di FI e vicepresidente della commissione Pietro Pittalis e dal presidente della II Commissione di Montecitorio e deputato di Fratelli d’Italia Ciro Maschio.

Sempre ieri il Ministero della Giustizia ha reso noto che oggi si insedia la “Commissione per la riforma del processo penale”, istituita da Carlo Nordio. “Entro un anno, il gruppo di lavoro dovrà sottoporre al Guardasigilli proposte di intervento normativo, per recuperare lo spirito originario del codice del professore Giuliano Vassalli e realizzare a pieno il modello di processo accusatorio”. In realtà la Commissione era stata istituita già a maggio e comprendeva 27 membri, di cui ben 19 magistrati, 5 avvocati e 3 professori.

Nel corso di questi mesi i membri sono stati portati a 41, di cui 29 magistrati e il resto penalisti e docenti. Insomma le riforme le continuano a fare i magistrati, come per la Commissione per i decreti attuativi per la riforma del Csm e dell’Ordinamento giudiziario, formata da 26 componenti: di questi solo tre sono avvocati, poi ci sono cinque professori universitari; il resto, quindi diciotto membri, sono tutti magistrati, di cui dieci fuori ruolo. DI Angela Stella 7 Settembre 2023

La riforma giustizia. Egemonia delle procure e subalternità della politica. Il politico e il legislatore ne sono fortemente persuasi: è il pm il detentore della verità, è che lui che sa estirpare il male e sanare le ingiustizie. Non c’è riforma senza la consapevolezza e denuncia di questa anomalia. Francesco Petrelli su L'Unità il 6 Settembre 2023

Il concetto di “egemonia” descrive bene la situazione venutasi a creare nel nostro Paese negli ultimi trenta anni, in quanto, al di fuori di ogni riforma ordinamentale e costituzionale, la figura del pubblico ministero ha assunto una posizione centrale, facendo sì che i titolari dell’azione penale assumessero un effettivo controllo della scena processuale, mediatica e politica.

Si deve in proposito parlare di egemonia e non di dominio, in quanto quel potere vasto ed incontrastato non è imposto con la forza nei confronti di coloro che le sono soggetti (i media, i giudici, la politica), e tanto meno avvertito come una qualche imposizione dall’intera società. Accade così che il parere espresso da un pubblico ministero non sia percepito come una opinione di parte, ma venga accolto come un’affermazione di inattaccabile verità destinata a prevalere su ogni altra voce.

Si tratta di una situazione tanto significativa ed estesa da essere colta anche da qualificate voci interne alla magistratura e che, proprio per tale ragione, appare suscettibile di produrre alterazioni tanto più gravi e profonde in quanto le stesse non si esauriscono nell’ambito delle dinamiche processuali, ma finiscono con incidere nel tessuto istituzionale e nella carne viva della nostra democrazia. Una egemonia, infatti, proprio in quanto tale, si risolve in una convinta condivisione valoriale ed è tanto più efficace e radicata in quanto non produce una pura e semplice soggezione, ma si risolve in quel riconoscimento spontaneo da parte di tutti gli altri soggetti coinvolti nelle dinamiche decisive per lo sviluppo del processo penale (dal legislatore al cronista giudiziario, al singolo elettore), di quella effettiva superiorità e capacità del pubblico ministero e della straordinaria efficacia della sua azione.

Non è infatti solo il pubblico ministero ad essere convinto di tale condizione di superiorità, ma ne è convinto lo stesso giudice e ne sono profondamente persuasi il politico ed il legislatore: è il pubblico ministero ad essere detentore della verità, è lui a saper distinguere il lecito dall’illecito, a saperne indicare i responsabili senza bisogno di alcun giudizio, è lui che sa distinguere le leggi buone da quelle cattive, è solo il pubblico ministero ad avere il potere e la capacità di estirpare il male. È infine il pubblico ministero, e non certo la politica, ad essere capace di sanare le ingiustizie della società.

Si tratta di una superiorità che si risolve di fatto in una disinvolta agibilità politica, in una presa immediata sull’opinione pubblica ed in una capacità di condizionamento degli iter legislativi: è sufficiente che alcuni pubblici ministeri o ex pubblici ministeri, all’esterno o all’interno del Parlamento, si dichiarino contrari ad un DDL per ottenere un ampio consenso da parte dei media e per determinarne così la neutralizzazione. Ed è allo stesso modo sufficiente che alcuni rappresentanti qualificati di quell’Ufficio esprimano i loro desiderata perché la politica se ne faccia immediatamente carico.

Si tratta di una condizione di privilegio che proprio in quanto non si risolve affatto in un atto di forza o nel puro “esercizio di un potere”, non può essere contrastata in alcun modo dagli altri poteri che restano inevitabilmente collocati in una perdurante posizione di subalternità. Occorre pertanto prendere atto con realismo della situazione di sbilanciamento culturale, istituzionale e politico che caratterizza la posizione della magistratura inquirente nel nostro Paese e del pericolo che essa costituisce per la complessiva tenuta della nostra democrazia. Perché la subalternità della politica è un pericolo per ogni democrazia.

È per questa ragione che ogni iniziativa riformatrice deve essere accompagnata da una più vasta campagna di denuncia di questa perseverante anomalia affinché raggiunga i più ampi settori della società, nella convinzione che solo una riforma radicale della giustizia potrà ricondurre il sistema penale ai suoi necessari equilibri all’interno ed all’esterno del processo. Una riforma che non solo è indispensabile per restituire la necessaria centralità alla figura del giudice, ma che costituisce altresì la premessa affinché finalmente la politica si sottragga a quella egemonia ed a quella insostenibile subalternità nella quale si è irresponsabilmente lasciata condurre. Se non si parte da qui, da questa presa di coscienza, per la giustizia, per la magistratura e per l’intero Paese non ci sarà alcuna speranza di rinnovamento.

Francesco Petrelli Direttore della Rivista UCPI “Diritto di Difesa” 6 Settembre 2023

Caiazza: «Il ministro ascolti i cittadini, non i veti dei pm in congedo». Separazione delle carriere, il leader dei penalisti: «Il governo rispetti le Camere. Siamo delusi da via Arenula». Valentina Stella su Il Dubbio il 23 agosto 2023

«Siamo magistrati in pensione, civilisti e penalisti, giudici e pubblici ministeri, che sentono il bisogno di intervenire contro l’annunciata riforma della separazione delle carriere»: questo l’incipit di una lettera-appello rivolta al ministro della Giustizia Carlo Nordio da parte di suoi ex colleghi in pensione – tra i quali Giovanni Salvi, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Armando Spataro – che a tre settimane dall’inizio delle audizioni sul tema a Montecitorio sono scesi in campo per “fare ostruzionismo” fuori dal Parlamento. A loro replica Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere penali.

Che ne pensa di questa iniziativa?

Con tutto il massimo rispetto per le circa 350 autorevoli firme che hanno sottoscritto l’appello, sono depositate in commissione Affari costituzionali alla Camera oltre 75mila mila sottoscrizioni di cittadini italiani favorevoli alla nostra proposta di riforma costituzionale della separazione delle carriere. Osservo poi che la maggior parte dei magistrati che si sono rivolti a Nordio sono ex pubblici ministeri.

Era quasi scontato.

E dovrebbe farci capire tutto: quello della separazione delle carriere è un tema che non la magistratura nella sua interezza ma quella requirente rifiuta. Occorrerebbe interrogarsi sulla ragione.

E qual è?

Il sistema a carriera unica consente un condizionamento da parte degli Uffici di Procura rispetto alla fase del giudizio straordinariamente più forte di come sarebbe se ci fossero carriere separate. Vorrei fare una terza considerazione.

Prego.

Questo appello al momento è quasi inutile perché il percorso di riforma è paralizzato. Era iniziato nel migliore dei modi con la scelta di alcuni gruppi di maggioranza e del Terzo polo di fare propria la nostra proposta, e di depositarla in commissione Affari costituzionali. Dopo di che c’è stato l’annuncio molto generico, da parte dell’Esecutivo, della volontà di inserire nel cronoprogramma sulla giustizia una iniziativa governativa in materia di separazione delle carriere. Che bisogno c’è di questo, se è già pronto il percorso parlamentare?

Che risposta si dà?

Dobbiamo immaginare che si abbia in testa un’idea di separazione delle carriere diversa dal testo sottoscritto da Forza Italia, Lega, Azione e Italia Viva.

A ciò si deve aggiungere che tra i parlamentari c’è malumore per il fatto che loro conducono istruttorie nelle commissioni su alcuni temi, ad esempio sulla prescrizione, e poi arriva l’iniziativa governativa sulla stessa materia. Il deputato Pittalis (FI) ci ha detto che occorre un miglior dialogo tra Esecutivo e Legislativo e maggior rispetto per i lavori delle commissioni parlamentari.

Più che mai se parliamo di una riforma costituzionale. Se è vero che a settembre ci saranno le audizioni sulla separazione delle carriere, non dobbiamo nascondere il fatto che quell’annuncio del governo ha paralizzato per mesi il percorso parlamentare. E non sappiamo cosa accadrà. Una cosa è discutere in commissione, altra è portare un testo in Aula. Stiamo assistendo a qualcosa di preoccupante: Nordio ha detto che adesso le priorità sono altre. Ma proprio perché la separazione delle carriere necessita di un lungo iter parlamentare si sarebbe dovuto iniziare da subito a discuterne nelle sedi competenti. Io ho un timore.

Che timore?

Che l’appello degli ex magistrati si coniughi con una scelta di fatto del governo o di rallentare il percorso o addirittura di scrivere una riforma diversa.

Una scelta coltivata a via Arenula?

Questo è un altro punto fondamentale. Nessuno sa chi starebbe lavorando a questo fantomatico testo governativo. Non ci risultano accademici coinvolti, né noi siamo stati interpellati. Rimangono i magistrati fuori ruolo del Legislativo e del Gabinetto del ministero. Possiamo mai accettare una eventualità del genere, ossia che siano loro a scrivere la riforma della separazione delle carriere?

A inizio anno Nordio ha posticipato l’entrata in vigore della riforma Cartabia per accogliere letteralmente “il grido di dolore delle Procure”. Poco tempo fa la magistratura antimafia si è lamentata di una sentenza della Cassazione sulla criminalità organizzata e il governo, con l’avallo del guardasigilli, ha varato un decreto d’urgenza per rimediarvi. In un quadro simile davvero si può pensare che Nordio abbia il coraggio di fare la separazione delle carriere?

La sua è una buona domanda, ma essendo retorica contiene già la risposta. Ed è la nostra grande preoccupazione. Al di là delle schermaglie irrilevanti, ad esempio sul concorso esterno, sugli atti di governo cruciali abbiamo visto un governo pronto appunrto ad accogliere, come ha detto il ministro, “il grido di dolore dei pm”. Mi auguro che adesso non siano pronti ad accogliere il grido di dolore anche delle Procure in pensione. Auspico invece che si accolga quello delle migliaia, anzi dei milioni di cittadini, che in questi trent'anni, anche attraverso i referendum, i favorevoli erano il 90 per cento benché non si sia raggiunto il quorum, hanno di fatto chiesto la separazione delle carriere. Noi sappiamo che questo tema è uno dei pochi di giustizia liberale davvero popolare. Ed è per questo motivo che è temuto.

Come replica a chi dice che, con la separazione e i due Csm, i pm avrebbero ancora più potere?

Bisogna smetterla di prendere in giro le persone. Questo non è un argomento serio. Chi ci garantisce dal pubblico ministero è il giudice. Il pm può essere anche un poliziotto allo stato puro, un appartenente ad uno squadrone della morte, cosa che comunque non avverrebbe, ma non potrebbe fare nulla perché se il giudice non è d’accordo non può arrestare, non può sequestrare, non può adottare misure di prevenzione patrimoniale.

L’Ucpi all’inizio ha investito molte speranze in Nordio. Adesso i vostri toni sono cambiati. Vi sta deludendo?

Non possiamo e non intendiamo nascondere tutta la nostra delusione. Noi abbiamo salutato l’elezione di Nordio con entusiasmo. Abbiamo addirittura ritenuto di orientare una nostra astensione in difesa del ministro perché abbiamo capito che le idee liberali sono minoritarie in questo governo. Adesso però stiamo raccogliendo uno schiaffo dietro l’altro: non c’è un solo provvedimento adottato di senso liberale. Siamo sempre pronti a ricrederci e ad essere di nuovo a fianco al guardasigilli, ma per concludere dico: un ministro liberale fa il ministro e accetta di farlo se ti fanno fare le riforme liberali. Può in nome della ragionevolezza scendere a qualche compromesso, ma se non realizza riforme liberali o le pretende o si dimette.

Molti i nomi noti che hanno firmato l’appello. Seperazione delle carriere, la carica dei 500 Pm contro la riforma Nordio: “Ma le firme si raccolgono nei condomini”. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 24 Agosto 2023

Cresce giorno dopo giorno il numero dei magistrati in pensione che ha deciso di sottoscrivere l’appello, indirizzato al ministro della Giustizia Carlo Nordio, contro la riforma della separazione delle carriere. Ieri erano circa 500, per la maggior parte pubblici ministeri. Tanti i nomi noti: Francesco Greco, Armando Spataro, Piercamillo Davigo, Giovanni Salvi, Marcello Maddalena, Nello Rossi.

Nell’appello, ripreso dal sito dell’Associazione nazionale magistrati, le ex toghe sostengono con toni a dir poco apocalittici che la separazione delle carriere “stravolgerebbe l’attuale architettura costituzionale che prevede non solo l’appartenenza di giudici e Pm ad un unico ordine giudiziario, indipendente da ogni altro potere, ma anche un unico Csm”. Inoltre, “i giudici guardano alla rispondenza agli atti e alla logica degli argomenti delle parti, e non certo alla posizione di chi li propone: se fosse fondato questo sospetto, anche il giudice dell’impugnazione non dovrebbe far parte della stessa carriera del giudice del precedente grado di giudizio”.

L’appello, va detto, rischia di essere inutile in quanto la riforma della separazione delle carriere, sottoscritta da Forza Italia, Lega, Azione e Italia Viva, è incagliata da mesi presso la Commissione affari costituzionali di Montecitorio dal momento che il governo ha deciso di inserire nel cronoprogramma sulla giustizia una propria iniziativa al riguardo.

Ad oggi non è però chiaro chi dovrebbe elaborare il testo governativo. Il sospetto da parte di tutti è che siano i diretti interessati: i magistrati fuori ruolo dell’Ufficio legislativo di via Arenula. Una beffa.

Il prossimo 6 settembre, comunque, sono in programma le audizioni in Commissione affari costituzionali. I primi ad essere auditi saranno il presidente del Consiglio nazionale forense Francesco Greco, il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia e il coordinatore dell’Ocf Mario Scialla.

Puntuale, ovviamente, la polemica politica.

Tommaso Calderone, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia a Montecitorio e firmatario della proposta sulla separazione delle carriere, considera l’appello un tentativo “per frenare la proposta di legge”. “Le firme – aggiunge – si raccolgono nei condomini, per fare togliere le biciclette dagli androni, non per fermare le primarie prerogative dei parlamentari. Per quanto mi riguarda il documento dei magistrati in pensione è tamquam non esset. Andremo avanti più spediti di prima”. “La separazione delle carriere è un punto fondamentale del programma di Forza Italia, una riforma fondamentale per avere, finalmente, una giustizia efficiente, giusta e trasparente. In quanto parlamentare devo rendere conto a decine di milioni di italiani che vogliono questa riforma”, ha aggiunto quindi Calderone.

Durissimo il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri (FI): “Il dibattito politico istituzionale italiano resta sempre sbilanciato. Per qualche giorno avremo ancora pagine intere sul libro del generale Vannacci, testo che non passerà certamente alla storia come “I promessi sposi” o “Il Gattopardo”, mentre è passato quasi sotto silenzio un testo, quello sì pericoloso, un atto di grave intimidazione nei confronti del Parlamento, sottoscritto da alcune centinaia di magistrati in pensione, che punta, come al solito, ad impedire al Parlamento di esprimersi sulla riforma della giustizia”. “In particolare – aggiunge – questi ex magistrati ordinano di non procedere alla annunciata riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: questa ulteriore aggressione alla sovranità del Parlamento sarà respinta. Questa riforma “s’ha da fare”. E non saranno i fogli d’ordine dei “padroni della verità” a bloccare il libero Parlamento italiano. Noi rispettiamo la legalità repubblicana e la sovranità delle istituzioni democratiche. Questo manifesto-appello rappresenta un atto grave, ben più inquietante di un ufficiale in cerca di improbabile gloria. Eppure, se ne parla troppo poco. Noi ne parleremo. Anche in Senato”.

Critiche all’appello sono arrivate invece dal consigliere del Csm Andrea Mirenda, favorevole alla separazione delle carriere con un Pm però opportunamente garantito nella sua indipendenza.

“I Pm da sempre monopolizzano la vita associativa dei magistrati, avendo più tempo a disposizione dei giudici in quanto non devono scrivere le sentenze”, sottolinea Mirenda, già giudice a Verona.

“I capi dell’Anm, infatti, sono quasi sempre dei Pm, pur essendo sulla carta molti meno dei giudici. Non è perché siano più intelligenti ma, ripeto, perché hanno solo più tempo”, continua Mirenda, ricordando che “molti dei firmatari, quasi tutti ‘correntizzati’, hanno anche ricoperto incarichi politici di primo piano: mi stupisco che ora gridino al pericolo di un Pm sottoposto all’esecutivo”.

Paolo Pandolfini

Volano “stracci” sul capo di Cascini, toga impunita. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 24 Agosto 2023 

Nel pomeriggio di ieri è circolata all’interno della mailing list degli iscritti all’ ANM, l’ associazione nazionale dei magistrati un commento del chiacchierato e discusso Giuseppe Cascini che testualmente scrive: “Scusate, ma al netto di tutte le tante cose non condivisibili di questa intervista, come si permette costui di dire che i pubblici ministeri hanno più tempo libero ? Da dove ha ricavato questa informazione ? Giuseppe Cascini”. 

A stretto giro è arrivata la risposta del consigliere Mirenda: ” Gentile dott. Cascini, fermo il mio convinto rispetto del principio “ libero fischio in libera piazza” di pertiniana memoria che La autorizza a dire e pensare di me ciò che vuole, vorrei solo chiarirLe che il mio pensiero in tema di separazione delle carriere è pubblicamente noto a tutti ( tranne a Lei) da almeno una decina di anni“

“Si rassereni, dunque, nessuno è stato turlupinato – continua Mirenda – men che meno chi mi ha eletto (con Sua buona pace), al netto dell’ irrilevanza del Mirenda-Pensiero sul punto, per elementari ragioni di diritto che, ne sono convinto, anche Lei potrà agevolmente comprendere“. 

La replica del consigliere Mirenda è molto sottile, ricordando a Cascini la squallida vicenda dei biglietti gratis richiesti per suo figlio per accedere tribuna autorità allo Stadio Olimpico di Roma, scrivendo: “E a questo punto butto anch’io il pallone (perché Lei di stadi se ne intende eccome…) nel suo campo: chissà se i suoi antichi elettori La voterebbero ancor dopo aver avuto contezza dei nefasti associativi e consiliari di cui Ella, con altro ancor più celebre collega radiosamente radiato (il riferimento è all’ ex presidente dell’ ANM Luca Palamara, n.d.r.) , è stato oscuro protagonista? Lascio a loro la riflessione. Stia bene e un abbraccio”.

F.to “Costui”

P.S. Le sia chiaro una volta per tutte che anche per me i PM lavorano sodo eccome ( mia moglie è PM e ben vedo i sacrifici che affronta tutti i giorni); ciò vale anche per i ben noti influencer faccendieri, in mille faccende affaccendati?

Ma cosa aveva irritato così tanto Cascini ? Un’intervista rilasciata ad un quotidiano dal consigliere Andrea Mirenda, membro togato del Consiglio superiore della magistratura, in cui aveva commentato la posizione dei “magistrati in pensione firmatari dell’appello contro la separazione delle carriere esercitano un loro diritto legittimo, tuttavia l’intervento ha tanto il sapore di interferenza nel bel mezzo dell’attività parlamentare, da parte di chi ancora si sente ‘superstar’. Da magistrato non lo ritengo un gesto elegante, ma ognuno fa ciò che ritiene”. commentando la notizia della lettera destinata al ministro di Giustizia Carlo Nordio,, sottoscritta da circa trecento magistrati in pensione (fra i quali Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Marcello Maddalena ed Armando Spataro), contrari all’annunciata riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri.

Chi è il magistrato Andrea Mirenda

Il giudice Andrea Mirenda è stato candidato ed eletto alle ultime elezioni per la componente togata del Consiglio superiore della magistratura. Potrebbe sembrare uno scherzo del destino ma è accaduto. Mirenda, magistrato di sorveglianza a Verona e fautore da sempre del sorteggio per la scelta dei togati di Palazzo dei Marescialli, è stato a sua volta sorteggiato dall’Ufficio elettorale presso la Corte di Cassazione. La riforma Cartabia, aveva previsto infatti che se non si fosse raggiunto un numero di predeterminato di candidati in ogni singolo collegio, sarebbe stato necessario provvedere alla selezione dei magistrati mancanti tramite il sorteggio. La candidatura di Mirenda è stata certamente senza alcun dubbio la più “anti sistema” che ci possa essere.  Vale quindi la pena ricordare la sua storia. 

Dopo essere stato per anni un esponente di primo piano della “sinistra giudiziaria” di Magistratura democratica, Mirenda si è scontrato con la dirigenza della corrente non condividendone scelte e modi di agire, che sono stati poi raccontati nei libri da Luca Palamara ed Alessandro Sallusti. Quando ancora nessuno conosceva l’hotel Champagne, albergo romano dove nel maggio del 2019 Palamara e alcuni politici e magistrati si incontrano per discutere di incarichi, ad iniziare da quello di procuratore di Roma, Mirenda fece un gesto a dir poco rivoluzionario: rinunciare al suo incarico di presidente di sezione presso il tribunale di Verona per andare all’ufficio di sorveglianza. “È emerso ciò che molti sapevano ma che pochi avevano avuto il coraggio di denunciare pubblicamente negli ultimi trenta anni”, dichiarò Mirenda all’indomani dello scoppio del Palamaragate e della pubblicazione delle chat che i magistrati scambiavano con il ras indiscusso delle nomine al Csm, per pietire ed avere un posto. Quando esplose lo scandalo, Mirenda, che non aveva mai avuto il cellulare di Luca Palamara, si era anche offerto di difenderlo davanti alla sezione disciplinare del Csm. In quel momento Palamara  non aveva trovato alcun collega disposto ad assisterlo venendo considerato come un reietto da una lunga corte di magistrati smemorati o ingrati, prima di affidarsi a Stefano Guizzi. 

Dopo aver chiesto, insieme ad altri colleghi, lo scioglimento del Csm, Mirenda iniziò una battaglia di verità proprio sulle chat, utilizzate a corrente alternata al Csm: per alcuni era una clava, per altri un carezza al cuore. Nel mirino del giudice veronese era finito l’ex procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, autore della criticatissima circolare che escludeva l’illecito per il magistrato che si fosse autoraccomandato con Palamara per un incarico. Praticamente quello che era successo proprio a Salvi che, secondo il racconto di Palamara, aveva organizzato un incontro su un roof garden di un prestigioso albergo romano per perorare la sua nomina a pg della Cassazione.

Salvi aveva smentito, mentre Palamara aveva confermato tutto, ricordando persino anche le pietanze di quel giorno. Durissimo, poi, sulla riforma Cartabia. Mutuando le parole del capo dello Stato Sergio Mattarella che parlò di “modestia etica” a proposito delle vicende dello Champagne, Mirenda definì l’elaborato voluto della Guardasigilli frutto della “modestia riformista”, essendo un testo che non incideva sul potere delle correnti, aumentato il potere del Csm per la scelta dei capi degli uffici.

Potere che sarebbe stato tolto se si fosse scelta la rotazione dei vertici. Critica la posizione di Mirenda, poi, contro la decisione dell’Anm di scioperare contro tale riforma. “Uno sciopero di facciata”, secondo il magistrato. E critico anche contro i conflitti d’interessi. Il primo rappresentato dal professor Massimo Luciani, difensore del Csm e nominato dalla ministra della Giustizia presidente della Commissione che doveva riformare l’organo di autogoverno delle toghe: “Siamo davvero certi della sua terzietà e indipendenza?”.

Il secondo rappresentato dall’attuale presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia, ex capo ufficio legislativo del Ministero della giustizia: “È come se Sergio Marchionne fosse stato nominato capo del Film”. Mirenda è stato anche fra i firmatari di alcuni referendum sulla giustizia promossi dai Radicali e dalla Lega. Ad esempio quello sulla separazione delle carriere fra pm e giudici e sull’abolizione della legge Severino: “Adesso è sufficiente un buffetto di una Procura per destabilizzare il quadro politico. Penso ad Antonio Bassolino, 17 azioni giudiziarie finite nel nulla”, ricordò. Redazione CdG 1947

La lettera al Guardasigilli. Il partito dei Pm vuole sovvertire lo Stato di diritto e si scaglia contro la riforma della giustizia: “Non s’ha da fare!” Tra i trecentoventi magistrati che intervengono a gamba tesa ci sono i nomi più celebri dei Pm che negli ultimi anni hanno tenuto le prime pagine dei giornali e i primi piani in Tv. Piero Sansonetti su L'Unità il 20 Agosto 2023

Un gruppo di circa 320 magistrati in pensione ha scritto una lettera al ministro Nordio per chiedere che sia bloccata la riforma della giustizia. Gli ex magistrati pretendono che dalla riforma sia espunta la proposta di legge costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, cioè quel provvedimento, garantista, che renderebbe finalmente operante l’articolo 111 della Costituzione restituendo ai cittadini il pieno diritto alla difesa, che oggi è sospeso.

L’articolo 111 prevede che le sentenze siano decise da un giudice “terzo e imparziale”. Il terzo vuol dire distinto sia dalla difesa sia dall’accusa. Chiaro che se invece è un collega o della difesa o della accusa non è terzo. Può essere anche imparziale ma terzo non è. Tra i trecentoventi magistrati ci sono i nomi più celebri dei Pm che negli ultimi anni hanno tenuto le prime pagine dei giornali e i primi piani in Tv. I vecchi magistrati del Pool di Milano, Davigo e Colombo, l’ex Procuratore di Milano Greco, e poi Caselli, Petralia, Spataro e persino l’ex procuratore generale della cassazione Giovanni Salvi. Intervengono a gamba tesa sull’attività legislativa.

È loro diritto? In quanto ex magistrati, e dunque privati cittadini, è loro diritto. Però chiunque abbia una certa dimestichezza con la politica capisce che questa lettera è l’atto formale di fondazione di un partito vero e proprio che si pone l’obiettivo di imporre e guidare la politica della giustizia e la definizione dei limiti dello Stato di diritto. Questo partito esiste da tempo, e ha il suo centro propulsore nell’Anm (l’associazione nazionale dei magistrati, struttura sindacale, anticostituzionale ma sopportata dalle istituzioni, che da anni svolge un ruolo politico molto attivo) ma non si era mai dichiarato e presentato al pubblico in forma così solenne. I firmatari della lettera, almeno i più famosi, sono quasi tutti Pm, perché – questo è noto – sono i Pm, e non i giudici, la spina dorsale del partito dei magistrati.

Così come è noto che questo partito, che oggi esce allo scoperto, dispone di molti strumenti politici dal momento che controlla quasi tutta l’informazione giudiziaria e la direzione di molti giornali (a partire dal Fatto Quotidiano che ne è l’organo ufficioso) e una parte consistente del Parlamento, istituzione nella quale dispone anche di un vero e proprio gruppo parlamentare, cioè i 5 Stelle, e di pezzi consistenti di diversi altri gruppi. Il nuovo partito, guidato dai Pm in pensione, nella sua lettera, contesta l’ipotesi della separazione delle carriere tra Pm e giudici con questi quattro argomenti.

1) Si perderebbe la cultura comune della magistratura, e cioè l’amore per l’accertamento della verità.

2) L’Italia perderebbe una sua peculiarità assoluta.

3) la separazione delle carriere intaccherebbe l’autonomia dell’ordine giudiziario;

4) la separazione dei Csm provocherebbe danni, inasprendo il ruolo del Pm: perché oggi il Pm non è giudicato per il numero di condanne che ha ottenuto.

Vediamo bene questi quattro punti. Sull’amore per la verità c’è molto da discutere. Il 40 per cento delle persone messe sotto processo dai Pm, e trascinate per anni nel fango delle inchieste, risulta innocente. Così come risulta innocente circa un quarto delle persone messe in custodia cautelare, spesso per molti mesi (qualcuno anche per anni). Ci sarà pure amore per la verità, ma allora le cifre dicono che c’è poca professionalità.

Sulla peculiarità, non c’è molto da discutere. “Peculiarità italiana” vuol dire semplicemente che nel mondo occidentale e democratico solo da noi non c’è la separazione. Non è una bella peculiarità. Così come non è bella la peculiarità determinata dal fatto che siamo l’unico paese senza salario minimo. È la stessa cosa: semplicemente siamo i peggiori.

Terza questione. L’autonomia dell’ordine giudiziario non verrà in nessun modo messa in discussione. Giudici e Pm resterebbero autonomi. Anzi, più autonomi. Perché sarebbero indipendenti anche gli uni dagli altri. Ai Pm verrebbe a mancare quella consuetudine, o anche amicizia e complicità, soprattutto coi colleghi Gip, che conferisce loro un enorme potere nella fase delle indagini, e che spesso permette loro di incarcerare persone innocenti o di tenerle per anni a processo pur in assenza di prove. Non perderebbe autonomia nessuno, perderebbero il loro strapotere i Pm. (I quali peraltro perdono autonomia e indipendenza, violando così la Costituzione, quando si costituiscono in correnti e poi in associazione politica; penso all’Anm. L’associazione politica viola la norma costituzionale che impone ai Pm di rispondere solo alla legge).

Infine c’è l’obiezione dei Pm che non sono giudicati dal Csm sulla base delle condanne che hanno ottenuto. Vero. Spesso Pm che hanno ottenuto pochissime condanne in rapporto agli avvisi di garanzia, o agli arresti, o anche ai rinvii a giudizio dei quali sono stati promotori, ottengono ottime promozioni. Ma questo non è un bene. È un modo per spostare la giustizia fuori dal processo. Io ti afferro e ti rovino. Se poi tra dieci anni ti assolvono, poco male, io la pena te l’ho già inflitta.

Il partito dei Pm, con questa lettera, rende esplicita la sua idea politica. Quella di costruire una forma di democrazia che abbia un pilastro centrale nella magistratura e un potere, quello giudiziario, sovraordinato rispetto agli altri, scassando così il vecchio stato liberale e la struttura dello Stato di diritto. Per fare questo bisogna impedire che ai Pm sia tolto il potere politico, attraverso la separazione delle carriere. È legittima la loro opinione. Sarebbe interessante sapere se esiste ancora una componente trasversale della politica, saldamente democratica, in grado di opporsi e di far fallire questo disegno. Io non sono sicuro che esista.

Piero Sansonetti 20 Agosto 2023

Giustizia, l'appello di 300 magistrati in pensione a Nordio: «Separare le carriere di giudici e pm stravolge la Costituzione». Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera il 20 agosto 2023 

Tra i firmatari della lettera destinata al Guardasigilli anche Francesco Greco e Piercamillo Davigo, oltre alle toghe della stessa generazione del ministro. «Forse l'intento del governo è controllare l'azione del pubblico ministero» 

Nei riquadri da sinistra: Greco, Davigo, Colombo, Salvi, Spataro

«Siamo magistrati in pensione civilisti e penalisti, giudici e pubblici ministeri, che sentono il bisogno di intervenire contro l’annunciata riforma della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri». Sono trecento (320 già solo in tre giorni di firme), non sono (più) giovani, e se saranno forti lo si vedrà a seconda di quanto impatto avrà l’appello che stanno lanciando dalla pensione. Sì, perché questa è la «Generazione Nordio» che scrive a Nordio, sono tutti (come il ministro della Giustizia) magistrati in pensione, toghe già da tempo a riposo, e che dunque ritengono disinteressato il proprio punto di vista nutrito da assai differenti orientamenti culturali, posizioni associative, pregressi incarichi, e a volte persino accesi passati confronti.

I promotori (tra i quali il giudice Luigi Caiazzo e il pm Gianluigi Fontana) raccolgono ad esempio l’adesione della prima donna presidente di sezione della Cassazione, Gabriella Luccioli; del civilista presidente aggiunto di Cassazione ed ex commissario Consob, Renato Rordorf, o sempre in Cassazione del procuratore generale Giovanni Salvi; di due capi del Dipartimento delle carceri, Giovanni Tamburino e Dino Petralia; dei magistrati che scoprirono la loggia P2, Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Ex pm di Mani pulite, oggi ai ferri corti sul caso Amara, firmano invece all’unisono l’ex procuratore di Milano Francesco Greco e Piercamillo Davigo; i già procuratori di Torino agli opposti dal punto di vista associativo, Marcello Maddalena e Armando Spataro, ex componenti Csm come Vittorio Borraccetti; il giurista di Cassazione Aniello Nappi, e l’ex avvocato generale Nello Rossi; un leggendario presidente di Corti d’Assise come Camillo Passerini; la civilista Elena Riva Crugnola; il procuratore genovese del ponte Morandi, Francesco Cozzi, il pm antimafia milanese Alberto Nobili, o i presidente della Corti d’Appello di Milano e Napoli, Vincenzo Salafia e Giuseppe De Carolis.

Dopo aver ricordato che nella quotidianità delle aule «dalle riforme Castelli e Cartabia già sono stati praticamente eliminati i passaggi da una carriera all’altra», i firmatari additano che l’annunciata riforma, in Parlamento dal 6 settembre, «stravolgerebbe l’attuale architettura costituzionale che prevede non solo l’appartenenza di giudici e pm ad un unico ordine giudiziario, indipendente da ogni altro potere, ma anche un unico Csm». 

A chi sostiene che ciò «darebbe un vantaggio al pm rispetto al difensore», ribattono che «i giudici guardano alla rispondenza agli atti e alla logica degli argomenti delle parti, e non certo alla posizione di chi li propone: se fosse fondato questo sospetto, anche il giudice dell’impugnazione non dovrebbe far parte della stessa carriera del giudice del precedente grado di giudizio. Per contro, è essenziale che il pm abbia in comune con il giudice la stessa formazione e cultura della giurisdizione, godendo anche della stessa indipendenza, perché la sua azione deve mirare all’accertamento della verità, e deve poter essere rivolta nei confronti di chiunque, senza alcun timore. Oggi il pm, proprio perché organo di giustizia, è obbligato a cercare anche le prove favorevoli all’indagato e non di rado chiede l’assoluzione: avverrebbe lo stesso con un pm formato nella logica dell’accusa e del tutto separato dalla cultura del giudice? Ci sorprende che i fautori delle carriere separate non vedano i pericoli». A meno che, teme la «Generazione Nordio», «il vero intento sia quello di consentire al governo di controllare l’azione del pubblico ministero».

La magistratura si considera padrona della giurisdizione nel silenzio della politica. Le toghe non mancano di individuare prassi e letture normative creative ritenendo di farsi interprete degli obiettivi di funzionalità del Sistema per l'accertamento dei reati. Giorgio Spangher su Il Dubbio il 17 agosto 2023

Anche in questi primi giorni di agosto non sono mancate le occasioni di riflessione e confronto in materia di giustizia penale. Tra queste, tre sembrano suscettibili di qualche riflessione di ampio respiro. La prima si ricollega al decreto- legge numero 105 con il quale il Governo ha esteso la disciplina speciale delle intercettazioni dei reati di criminalità organizzata ad ulteriori fattispecie di reato, nonché alle situazioni aggravate dal metodo mafioso e terroristico, la seconda alla sentenza della Corte Costituzionale ( 170/ 2023) relativa al conflitto di attribuzioni tra il Senato della Repubblica e la Procura fiorentina relativamente al sequestro di conversazioni disposte sullo smartphone di un imprenditore che aveva colloquiato con un componente del Senato.

Pur trattandosi di situazioni differenziate è possibile una riflessione comune. Invero l’intervento di urgenza che ha motivato il recente decreto ha origine dalla segnalazione da parte della Procura Nazionale Antimafia legata ad una interpretazione, peraltro consolidata, della giurisprudenza di Cassazione, assunta anche a Sezioni Unite. Il riferimento, più specificatamente, si indirizza alle possibili valutazioni sulla natura soggettiva o oggettiva dell’aggravante di cui all’art. 7 dl 152/ 1992, trasfusa nell’art 416 bis 1 cp, con il conseguente timore che una interpretazione rigorosa dell’attività posta in essere dal partecipe possa determinare l’invalidità delle relative decisioni maturate in sede di merito.

Al di là di altre situazioni nella dinamica di Governo ( Ministro della Giustizia, Presidenza del Consiglio), la politica ha immediatamente dato corso a queste richieste di intervento, a prescindere dal fatto che la modifica possa cogliere nel segno. Già in precedenza, a fronte di interpretazioni rigorose della Cassazione (vedasi le Sezioni Unite Cavallo) il legislatore era immediatamente intervenuto adeguando la disciplina dell’art. 270 cpp ( utilizzazione delle intercettazioni disposte in altri procedimenti) ma altri esempi, anche meno recenti, potrebbero essere fatti (vedi vicende Carnevale: timbro a secco e dei termini). Pur sottolineando che i riferimenti sono spesso legati direttamente o indirettamente – si pensi, ad esempio, alla ostilità sulla riforma dell’abuso di ufficio, considerato quale reato spia - al fenomeno della criminalità organizzata va sottolineato come la classe politica dia alle sollecitazioni delle procure una risposta immediata.

Di tutt’altro segno, anzi opposto, è quello legato alla sentenza della Corte Costituzionale con la quale i giudici della Consulta hanno affermato che le comunicazioni WhatsApp non sono documenti - come ritenuto costantemente dalla giurisprudenza - ma corrispondenza, con tutte le conseguenze che ciò determina sia per i membri del Parlamento ma anche per tutti gli imputati.

Ora, è sicuramente corretto affermare che ai sensi della Costituzione spetta alla magistratura l’interpretazione della legge. È altresì noto che la magistratura si consideri proprietaria della giurisdizione, sicché non manca di individuare prassi e letture normative, in modalità creativa, ritenendo di farsi interprete degli obiettivi di funzionalità del sistema per un più sicuro accertamento dei reati. Molto spesso le letture confliggono con quanto è corrispondente alla legge secondo la ricostruzione che ne fa la dottrina, anche in linea con le previsioni costituzionali e sovranazionali. Dinanzi a questa situazione, a più riprese evidenziata nei commenti alle decisioni del supremo collegio, la politica resta del tutto silente. Solo a seguito delle decisioni della Corte Costituzionale ( ultimo caso è quello riferito), della Corte di Giustizia ( come nel caso dei tabulati ancorché relative ad altri Stati) o della Cedu il legislatore è costretto ad intervenire correggendo in qualche modo la normativa, ovvero la giurisprudenza ( sempre, peraltro, con interpretazioni restrittive) deve adeguarsi. Il problema è costituito dal fatto che “medio tempore” ( quasi sempre decenni, nel caso dei tabulati un ventennio e mancano ancora le garanzie sulla geolocalizzazione) gli imputati sono privati di un altro standing di garanzia perché come è noto il nostro sistema mette nelle mani dei magistrati l’accesso a due di questi strumenti di garanzia e per il ricorso alla Cedu è necessario esaurire interamente il percorso giudiziario.  La politica così attenta alle ragioni di accertamento dovrebbe dimostrare una maggiore sensibilità per il rispetto delle garanzie imposte dalla Costituzione e dalla disciplina internazionale sovraordinata.

La terza riflessione è suggerita dall’intervento di Edmondo Bruti Liberati su questo giornale, dove viene affrontato l’argomento dell’etica pubblica, dell’informazione giudiziaria e della giustizia penale. La questione del rapporto tra responsabilità penale e responsabilità politica è complessa e richiederebbe un'analisi molto articolata della realtà storica, sociale culturale, religiosa e politica di un Paese, anche perché tutto ciò condiziona fortemente i temi di cui si parla: coesione sociale e condivisione del sistema istituzionale. Del resto, gli stessi riferimenti ad altri Stati da parte di Bruti Liberati, in primis gli Stati Uniti, sembrano datati ( il fenomeno del trumpismo segnerà fortemente la storia di quel Paese) e non trasferibili alle situazioni italiane della stampa, che risente di impostazioni ideologiche se non addirittura partitiche ( non vedo premi Pulitzer tra i nostri giornalisti) - e della politica ( le modalità della convalida della elezione di George W. Bush contro Al Gore, del tutto improponibili nelle dinamiche italiane). Venendo non senza molte semplificazioni al nostro Paese, deve affermarsi che, considerata la sua struttura sociale e culturale, frutto della sua evoluzione storica e la sua conseguente articolazione politica, il tema della eticità è stato da tempo ritenuto marginale essendo stato sostituito dalla contrapposizione partitica destinata ad alterare gli equilibri politici tra le forze in campo, soprattutto tra quelle di maggioranza e di Governo (stante la collocazione internazionale del nostro Paese). Il riferimento va anche alle commissioni di indagine parlamentare ( Telekom Serbia, sistemi bancari…).

Sotto questo aspetto la questione si è sempre più spostata alle implicazioni delle vicende giudiziarie che hanno rappresentato il tema privilegiato del riferito scontro politico. Sono state poche in questi anni le dimissioni, i passi indietro di vari esponenti per ragioni etiche, morali e di opportunità. Quasi tutti gli episodi significativi che si possono ricordare ( dal caso Montesi Piccioni con la fine del doroteismo all’interno alla Dc, fino alla vicenda dello scandalo Lockheed con le dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone) sono stati contrassegnati da vicende giudiziarie. La stessa “questione morale” sollecitata da Berlinguer ha condotto al fenomeno di Mani pulite e al crollo della Prima repubblica; del resto, è significativa in tal senso l’eliminazione dalla Costituzione della autorizzazione a procedere e tutta la legislazione sull’incandidabilità condizionata da giudizi di responsabilità accertati in sede penale.

È conseguentemente evidente che l’iniziativa giudiziaria abbia un forte rilievo e che l’abbia per il suo solo avvio a prescindere da quelli che potranno essere gli esiti processuali, i quali, ancorché favorevoli a indagato e imputato, avranno determinato effetti irreversibili ( come tanti episodi hanno dimostrato). La riferita forte contrapposizione politica, alla quale la stampa e la magistratura non sono del tutto estranee, non consente di superare facilmente il problema che indubbiamente deve trovare nella classe politica un suo maggiore senso di responsabilità, nella magistratura un senso misurato di comportamenti di attività rispetto ai diritti, nella legislazione la predisposizione di strumenti di garanzia il cui significato va trasfuso all’opinione pubblica, così da chiarire meglio il senso delle iniziative giudiziarie alla luce del principio costituzionale di considerazione di innocenza.

Il continuo svilimento del ruolo degli avvocati indebolisce i diritti di tutti. La prospettiva è quella di renderci degli impiegatucci del sistema giudiziario. In ossequio alle esigenze di produttività si è oramai disponibili a mettere in discussione la tenuta dei principi fondamentali, primo fra tutti il diritto di difesa. Socrate Toselli, avvocato, su Il Dubbio il 16 agosto 2023

Quando si parla di crisi dell’avvocatura, si pensa generalmente all’aspetto reddituale, ma non è questo il profilo di cui intendo parlare. È normale che determinate professioni oggi rendano di meno, o di più, che in passato. Viviamo peraltro in un tempo in cui il mondo corre sempre più velocemente e saranno molte le occupazioni che nel giro di qualche anno addirittura non esisteranno più. Si tratta di processi per molti versi irreversibili.

Quello che però mi è intollerabile è la crisi della funzione dell’avvocato, costituzionalmente intesa, ed il suo ruolo sempre più residuale nell’ambito del processo. Io mi occupo di diritto civile e devo registrare che questa tendenza, di progressivo annichilimento del nostro ruolo, assume sembianze sempre più decise e chiaramente percepibili, quantomeno nei suoi effetti più immediati. Ma procediamo con ordine.

In occasione dell’emergenza dovuta alla diffusione del Covid 19, al deposito telematico degli atti si è aggiunta la trattazione telematica dell’udienza, ossia lo svolgimento della stessa, appunto, mediante l’inoltro telematico di note scritte. Tale sistema, istituzionalizzato per effetto della riforma Cartabia, ha sensibilmente ridotto, fino quasi ad eliminare del tutto, qualsiasi spazio di confronto diretto sia tra le parti che tra queste e il giudice.

Non solo. Il principio del contraddittorio, a cui viene pacificamente accordato rilievo costituzionale, è stato ritenuto recessivo proprio in ordine al momento più significativo del processo, ossia l’udienza. La trattazione cartolare, infatti, fa sì che normalmente ciascuna parte formuli le proprie istanze e deduzioni al buio, ossia non conoscendo il contenuto delle note avversarie, pertanto non potendo replicarvi, venendo a delinearsi un sistema che potremmo definire di contraddittorio semipieno.

Ciò rileva anche nel senso di ridurre le possibilità di definizione bonaria e depotenziare lo sforzo conciliativo del giudice, che ovviamente non può prescindere da un contatto diretto con le parti. Difficile che questa possano essere aiutate a mettersi d’accordo dal giudice quando oramai è ben possibile che la causa giunga al termine senza che il giudice le abbia mai incontrate. Per quel che interessa in questa sede, inoltre, è indubbio che la riduzione di spazi di confronto dialettico comporti uno svilimento del ruolo dell'avvocato.

È di questi giorni l’introduzione, in esecuzione della riforma Cartabia, dei limiti dimensionali degli atti giudiziari. Nulla di particolarmente nuovo sotto il sole, dato che ci invitano continuamente a scrivere il meno possibile, a limitare le nostre note di trattazione alle sole istanze e conclusioni. È paradossale, peraltro, che molto spesso tale invito ci viene rivolto attraverso provvedimenti di cinque o sei pagine. Cinque o sei pagine per dirci che dobbiamo scrivere tutto in una. Ora tale invito ci perviene direttamente dal legislatore.

Di più: l’art. 46 delle disposizioni attuative al cpc prevede inoltre che il ministro della Giustizia definisca con decreto “gli schemi informatici degli atti giudiziari con la strutturazione dei campi necessari per l’inserimento delle informazioni nei registri del processo”. Il che lascia intravedere un futuro non troppo lontano in cui compileremo dei moduli forniti dal ministero, stando attenti a fare entrare tutte le parole negli appositi spazi a tal fine concessi, il tutto nell’ambito di un processo attento sempre di più alla forma e sempre di meno alla sostanza.

Anche in relazione a tale ultimo profilo, non dico nulla di nuovo. È sotto gli occhi di tutti l’aumento di cause di inammissibilità o improcedibilità, molto spesso anche di creazione giurisprudenziale al fine di utilizzarle come scorciatoie per evitare la fatica di entrare nel merito delle questioni. Il giudice è sempre di meno giudice del fatto e sempre di più controllore del procedimento. Non è un caso che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con la nota sentenza del 28.10.2021, abbia bacchettato l’eccessivo formalismo della Cassazione, i cui criteri attribuiscono un peso sproporzionato alla forma a scapito della sostanza. Appare, del resto, di immediata percezione il paradosso di un sistema in cui il ricorso per Cassazione deve essere autosufficiente (ossia contenere la chiara indicazione ed esaustiva esplicazione degli elementi necessari a deciderlo) ma, allo stesso tempo, rischi di essere dichiarato inammissibile perché troppo lungo e prolisso. Ma non c’è da stupirsi, se basta una mancata attestazione di conformità (quando tale conformità nessuno abbia disconosciuto) per vedere apposto al ricorso il timbro della improcedibilità.

Le questioni di diritto sono relegate in secondo piano. Quello che assume rilievo decisivo è come e dove notificare a mezzo pec, come attestare quel che si è notificato, come depositare quello che si è fatto ed attestato. In un sistema in cui sono oramai queste le cose da cui usualmente dipenda l’esito di un giudizio, non c'è da sorprendersi se lo spazio per il confronto dialettico, per il contraddittorio e, dunque, per il nostro ruolo di avvocati vada riducendosi. La prospettiva è quella di renderci degli impiegatucci del sistema giudiziario, forse un sostanziale prolungamento del c.d. ufficio del processo, in ossequio alle esigenze della produttività.

Il problema non è che in questo modo il lavoro degli avvocati divenga meno affascinante. Di questo, dobbiamo trovare la forza di farcene una ragione. Il problema è che la principale funzione degli avvocati è la tutela dei diritti individuali. E perciò che lo svilimento del ruolo degli avvocati non può che indebolire questa tutela; divenendo allora un problema che riguarda tutti, non solo gli avvocati.

La storia del liberalismo giuridico, ossia dall’idea per cui esistono diritti che appartengono all’uomo per natura e che pertanto nessuna autorità (quand’anche espressione delle più ampie maggioranze) può mettere in discussione, è anche storia di un’avvocatura forte e consapevole del proprio ruolo. Francois Furet ha definito la Rivoluzione francese come “rivoluzione degli avvocati”, che condurrà alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1789, quei diritti e quelle libertà che precedono il potere politico e che nessun potere politico, dunque, può legittimamente violare. Ancora oggi, non a caso, l’art. 1 del codice deontologico forense prevede che “l’avvocato, nell’esercizio del suo ministero, vigila sulla conformità delle leggi ai principi della Costituzione e dell’Ordinamento dell’Unione Europea e sul rispetto dei medesimi principi, nonché di quelli della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, a tutela e nell’interesse della parte assistita”.

La nostra è una professione liberale che risponde ad una importante funzione sociale, il cui svolgimento non sempre si sposa appieno con le esigenze di produttività del sistema giudiziario, in ossequio alle quali si è oramai disponibili a mettere in discussione la tenuta dei principi fondamentali, primo fra tutti il diritto di difesa. In nome del quale dovremmo trovare il modo di ostacolare questo tentativo di ridurre il processo a mera sequenza di passaggi procedimentali, magari con l’obiettivo finale di sostituirci con un algoritmo.

La produttività del sistema ne trarrà probabilmente giovamento. Avremo giudizi rapidi, anche se dagli esiti del tutto sconnessi dalla responsabilità umana. Giudizi che di fatto non saranno più tali e dove si potrà finalmente fare a meno di noi avvocati, che potremo resistere a questa deriva solo riscoprendo l’essenza della nostra irriducibile condizione, che in fondo è semplicemente quella di uomini che difendono altri uomini.

Solo la magistratura può fermare il quarto potere delle procure. Quando la Cassazione, in via definitiva, fa a pezzi una sentenza di merito e stabilisce che i fatti addirittura non sussistevano, gli uffici che hanno indagato saranno pure responsabili di colpa grave se non persino di dolo? Giuliano Cazzola su Il Dubbio il 6 agosto 2023

Per riformare la giustizia in Italia non ci sarebbe molto da fare, anche se fino ad ora (?) è risultata una missione impossibile: riportare nell’alveo della Costituzione, Il settore deviato della magistratura delle procure ovvero della magistratura inquirente perché quella giudicante è certamente più equilibrata - anche se arriva con troppo ritardo - come si vede osservando le sentenze che demoliscono i teoremi delle procure. Ma questa “terziarietà” deve essere garantita dalla separazione delle carriere. “Solo l’ordine giudiziario e solo a mezzo di un processo può dichiarare un accusato colpevole. Questo principio - ha scritto Sabino Cassese - è stato travolto in Italia dall’affermazione di quello che può chiamarsi un vero e proprio quarto potere, le procure”. Secondo il giurista, quindi, i pm non si limitano a costruire l’accusa, ma giudicano prima del processo. Vogliamo approfondire come avviene quest’ abuso di potere? Ce lo spiega Luciano Violante, una personalità al di sopra di ogni sospetto, in una intervista al Foglio sulla finzione dell’obbligatorietà dell’azione penale, che a suo avviso “offre ai magistrati la possibilità di concentrarsi su reati evanescenti per concentrarsi più sulle persone da indagare che sui reati da dimostrare”. “Si usa un’ipotesi di reato non ben limitata - ha proseguito l’ex presidente della Camera - si apre un’indagine sulla persona, si cerca tutto ciò che in una persona possa essere considerato rilevante dal punto di vista della morale oltre che del penale e si usa il circo mediatico per dare legittimità alla propria azione”. Non a caso le misure proposte da Carlo Nordio riguardano essenzialmente la condotta delle procure e tendono a colpire quegli abusi evidenti che esulano dall’esigenza di “fare giustizia”.

Nessun ufficio giudiziario ha mai indagato sul traffico di veline tra le procure e i cronisti giudiziari, perché è un passaggio fondamentale dello sputtanamento pre-giudiziale che è di per sé una condanna che dura per l’intero calvario dell’iter processuale. Basta leggere un ordine di custodia preventiva che di solito consiste nella descrizione di un teorema, di tanto in tanto corredata dalla citazione tra virgolette di una frase carpita da un’intercettazione telefonica, il cui contenuto diventa una prova di reato, a prescindere dal contesto in cui è stata detta.

C’è poi la vicenda del concorso esterno in associazione mafiosa, un reato che non si potrebbe abolire per legge perché nessuna legge lo ha mai previsto e che come ha scritto Filippo Sgubbi “l’imputato potrà apprendere solo dal dispositivo della sentenza - e quindi ex post - se la propria condotta rientra o meno in tale figura”, perché la giurisprudenza - che dovrebbe limitarsi a decidere sul caso concreto - è divenuta, impropriamente, non solo fonte del diritto, ma persino creatrice della norma, al posto e in sostituzione del potere legislativo. Eppure, appena Carlo Nordio ha sfiorato incautamente questa perversione giuridica si è assistito ad un fuggi fuggi disordinato e trasversale, perché tutti i partiti temono il potere delle procure, maligne e vendicative. Perché non si prova a seguire un’altra strada?

Piercamillo Davigo era solito invitare la politica a fare pulizia in casa propria prima dell’intervento della magistratura perché - sosteneva a ragione - i comportamenti illeciti che avvengono nel proprio ambiente sono noti. La stessa cosa potrebbe dirsi anche nel caso della magistratura inquirente. I magistrati sono dove esistono dei problemi, dove i loro colleghi costruiscono di proposito indagini che non hanno fondamento, dove arrestano una persona poi vanno alla ricerca di un reato da poter applicare. Era così difficile rendersi conto del fatto che la ‘‘ trattativa Stato Mafia’’ era una bufala, fondata su di un pregiudizio ideologico, per affermare il quale non c’è mai bisogno di prove? Siamo sempre lì, a quanto scriveva Pier Paolo Pasolini: “Io so, ma non ho le prove”.

Che ci siano collusioni tra pezzi di Stato e la malavita, che ci siano infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici sono cose risapute, ma non possono essere date per certa in ogni caso. È stato Davigo a proclamare in tv la sua dottrina: “Un innocente è solo un colpevole che l’ha fatta franca”. E ancora: “Non è più semplice mandare un ufficiale di polizia giudiziaria sotto copertura a partecipare a una gara d’appalto e quando qualcuno la vincerà, dicendo “tu questa gara non la devi vincere” lo arresta così facciamo prima?”.

Se un sostituto procuratore perseguita un rivale in amore, commette un reato perseguibile d’ufficio. Che differenza c’è con una procura che usa i poteri illimitati di cui dispone per realizzare un disegno politico? Si dirà: come si può provare una siffatta linea di condotta? Ma quando la Suprema Corte di Cassazione, in via definitiva, fa a pezzi una sentenza di merito e stabilisce che i fatti addirittura non sussistevano, gli uffici che hanno indagato saranno pure responsabili di colpa grave se non persino di dolo?

Come in politica, anche nell’ordine giudiziario (divenuto illegittimamente un potere) le cose si sanno. La stessa magistratura potrebbe “fare pulizia’’ al proprio interno, se, in questi casi montati ad arte e sconfessati, la Cassazione trasmettesse gli atti alla Procura generale per l’avvio dell’azione disciplinare o per indagare su di un eventuale reato. Il caso ENI è un esempio di manipolazione delle prove su cui indaga la stessa magistratura. Ma è una eccezione che confermala regola dell’impunità.

Il caso degli uffici giudiziari senza dirigenti. Giustizia, uffici senza capo (né coda): il Csm ha accumulato un arretrato di nomine di dirigenti. Sono senza un capo uffici giudiziari di primo piano, come il tribunale di Milano e quello di Bologna. E lo stesso dicasi per le Procure di Napoli, Firenze e Torino. Napoli, per chi non lo sapesse, è la Procura più grande d’Europa con oltre cento sostituti. Una riflessione è d’obbligo. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 30 Giugno 2023 

In Italia ci sono uffici giudiziari senza un capo da quasi cinque anni. Non perché non ci siano candidati, anzi, quelli non mancano, ma perché il Consiglio superiore della magistratura è riuscito, non è chiaro in che modo, ad accumulare un arretrato senza precedenti nelle procedure di nomina dei dirigenti.

Il tribunale di Lecce, ufficio giudiziario che ha attualmente in carico procedimenti penali molto delicati nei confronti di magistrati accusati di aver preso tangenti per aggiustare dei processi, ad esempio, è senza il presidente dal 4 febbraio del 2019. Praticamente, da prima ancora che esplodesse il Palamaragate. In questi anni, per essere chiari, Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati, è stato rimosso dalla magistratura e ha chiuso il suo contenzioso con la Procura di Perugia, mentre il Csm non è riuscito a fare questa nomina. Nomina che non è stata neppure esaminata in Commissione per gli incarichi direttivi. Le vacanze, fra direttivi e semidirettivi, sarebbero tantissime. Una stima per difetto parla di 200 posti. Un numero enorme.

Sono senza un capo uffici giudiziari di primo piano, come il tribunale di Milano e quello di Bologna. E lo stesso dicasi per le Procure di Napoli, Firenze e Torino. Napoli, per chi non lo sapesse, è la Procura più grande d’Europa con oltre cento sostituti. Le Corti d’appello della Sicilia, tranne Palermo, sono tutte senza un capo, essendo vacanti i posti di procuratore generale di Messina, Catania e Caltanissetta. Essendo l’attuale consiliatura in carica da appena quattro mesi, nel mirino è finita la gestione di David Ermini (Pd) il quale, però, da quando ha terminato il mandato di vice presidente si è tenuto alla larga da fornire quanto meno una spiegazione sul punto. L’attuale Csm, che ha allora ereditato questo arretrato monstre, sta cercando di correre ai ripari. Un compito non semplice il Consiglio sta svolgendo lavorando a ritmo serrato, anche considerando che ogni settimana che passa, fisiologicamente vanno in pensione per raggiunti limiti di età dei procuratori e dei presidenti di tribunale e quindi si creano nuove scoperture che vanno a sommarsi a quelle già in essere.

Poi ci sono le centinaia di conferme quadriennali. Dopo quattro anni dall’assunzione dell’incarico direttivo o semi direttivo, il magistrato è soggetto a valutazione per la conferma. E sono altre pratiche da evadere. La prossima settimana, la presidente della Quinta commissione, quella che si occupa proprio delle nomine, la togata Maria Luisa Mazzola, ha convocato i lavori tutti i giorni, dal lunedì al giovedì compreso. Giovedì la convocazione è alle 8 del mattino, orario alquanto insolito per i ritmi della Capitale ma che è indicativo dell’impegno profuso.

Una riflessione è d’obbligo. Come potrà la Commissione bocciare dei magistrati che stanno reggendo da anni l’ufficio giudiziario a cui aspirano? Il tribunale di Milano è retto in sede vacante da un anno e mezzo, a detta di tutti in maniera egregia, da Fabio Roia, candidato a diventarne titolare. Come potrà giustificare il Csm una sua eventuale bocciatura dopo che lo ha tenuto tutto questo tempo in qualità di facente funzioni? Le pratiche degli incarichi direttivi sono ad alto rischio di contenzioso amministrativo. Non si tratta della semplice autorizzazione per tenere una lezione all’università. Vanno analizzati i curricula dei vari aspiranti, con pareri di centinaia di pagine dove sintetizzare l’attività svolta in decenni di carriera.

La scelta non è mai facile. Emblematico il caso della Procura di Torino, composta da sei procuratori aggiunti, due procuratori delegati europei, 56 sostituti e ben 62 vice procuratori onorari.

Per il posto di procuratore le domande inizialmente erano una decina e tutte di magistrati dalle eccellenti qualità professionali: oltre all’attuale facente funzione, Enrica Gabetta, hanno fatto domanda gli aggiunti Patrizia Caputo, Marco Gianoglio e Cesare Parodi. Poi ci sono gli esterni: il procuratore di Cuneo, Onelio Dodero, quello di Bologna, Giuseppe Amato, quello di Alessandria Enrico Cieri, quello di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri. Inoltre, Paolo Guido, procuratore aggiunto di Palermo, Luca Tescaroli, procuratore aggiunto di Firenze, Maurizio Romanelli e Alessandra Dolci, entrambi aggiunti a Milano. Un bel grattacapo per Pinelli che dovrà far ricorso alla sua proverbiale efficienza veneta. Paolo Pandolfini

Gerarchizzazione sempre più spinta. Il caso Zuccaro e la scelta del vicario: le Procure sempre più simili alle caserme, il dissenso del capo non è contemplato. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 29 Giugno 2023

Le Procure della Repubblica sono sempre più simili alle caserme: uno, il procuratore, comanda, e gli altri, i sostituti, obbediscono in silenzio. Nonostante la Costituzione preveda che i magistrati si dividano fra loro soltanto per funzioni, da un lato i giudici e dall’altro i pm, la realtà offerta dagli uffici giudiziari italiani è quella di una gerarchizzazione sempre più spinta. Un caso alquanto ‘originale’ è quello della Procura di Catania, retta da Carmelo Zuccaro, diventato famoso negli anni scorsi per aver chiesto l’archiviazione dell’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini dall’accusa di sequestro di persona per la vicenda della nave Gregoretti.

Zuccaro, magistrato molto stimato dall’ex pg della Cassazione Giovanni Salvi, all’inizio del mese ha diramato un interpello per l’incarico di vicario, “il collaboratore più diretto del procuratore nella gestione dell’apparato organizzativo della Procura e di sostituzione dello stesso nei casi di assenza o impedimento”. Sulla carta, salvo che il diretto interessato avesse rifiutato, la scelta sarebbe dovuta cadere obbligatoriamente sul pm più anziano.

Dopo aver esaminato le varie candidature che “annoverano esperienze professionali di elevato spessore e contrassegnati da risultati eccellenti sia nel campo dei reati di competenza distrettuale che in quello dei reati della Procura ordinaria”, Zuccaro è giunto alla conclusione che questo profilo non però è “dirimente per la designazione del vicario”. Ciò che va considerato, invece, è il contributo che “i candidati hanno offerto sinora per la predisposizione del progetto organizzativo e soprattutto per la sua concreta attuazione e la gestione della complessa macchina organizzativa dell’Ufficio”.

Sotto questo profilo, è stata la conclusione di Zuccaro, è “opportuno evidenziare che rispetto agli altri candidati le indicazioni fornite dalla dottoressa Agata Santonocito non solo sono state più frequenti e costanti, oltre che spontaneamente offerte, ma sono state anche improntate ad una più sentita condivisione delle strategie di fondo perseguite nelle scelte organizzative adottate dallo scrivente”. In pratica, “anche quando tali interventi erano intesi ad apportare delle modifiche alle soluzioni da me progettate (suggerimenti che non ho mai mancato di apprezzare e di prendere in considerazione) essi non si ponevano in contrasto con le finalità perseguite, mentre nel caso degli altri candidati che da maggior tempo rispetto alla dottoressa Santonocito hanno assunto le funzioni semidirettive presso questa Procura le soluzioni proposte si muovevano frequentemente in una direzione divergente rispetto a tali finalità”. Tradotto in altri termini, il dissenso del capo non è contemplato a Catania.

Il provvedimento di Zuccaro, in vigore da questa settimana, non può non far riflettere. In caso di contrasto sull’esercizio dell’azione penale, ad esempio, cosa succede a Catania? Il procuratore toglie l’indagine al pm e lo mette a fare le fotocopie? Zuccaro, ovviamente, questo non lo scrive, limitandosi a ribadire che “tali circostanze appaiono determinanti per la scelta del Vicario, il cui ruolo è quello di aiutare più da vicino il procuratore nella gestione organizzativa dell’Ufficio e, quando necessario, di sostituirlo e non quello di modificare nella sostanza le scelte adottate, essendo questa responsabilità demandata a chi viene incaricato dall’Organo istituzionalmente competente della titolarità dell’Ufficio”.

Lasciando per un momento la ‘procura-caserma’ di Catania, è di ieri la richiesta di patteggiamento a quattro mesi di prigione da parte dell’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, nell’ambito del procedimento di Perugia che lo vede accusato per avere messo a disposizione di due imprenditori “le sue funzioni e i suoi poteri” in cambio di alcune utilità, come soggiorni a Capri e a Roma. La richiesta di patteggiamento, formalizzata da parte degli avvocati Benedetto Buratti e Roberto Rampioni, è arrivata dopo la riqualificazione dell’accusa da corruzione a traffico di influenze illecite.

Una decisione che va in continuazione con quella che, il 30 maggio scorso, ha portato Palamara a patteggiare una condanna a un anno, pena sospesa, nel filone principale dell’inchiesta. Ha scelto di procedere con il rito ordinario, invece, la difesa dell’imprenditore Federico Aureli, che avrebbe dato a Palamara le utilità e per il quale la Procura guidata da Raffaele Cantone ha chiesto il rinvio a giudizio. La decisione del gup dovrebbe arrivare il 19 settembre prossimo. “Pur non riconoscendo nessuna responsabilità abbiamo deciso di chiudere anche questa parte di processi in coerenza con la conclusione definitiva di tutta la vicenda processuale“ hanno dichiarato i difensori di Palamara. “Abbiamo sempre sostenuto che il comportamento di Federico Aureli è stato improntato sulla correttezza e il rispetto della legge” hanno spiegato invece gli avvocati Romolo Reboa e Roberta Verginelli. Paolo Pandolfini

Speculatori.

Così i giudici amministrativi hanno trovato il modo di garantirsi ricchi incarichi extra. Sergio Rizzo su L'Espresso il 3 Agosto 2023

Gli arbitrati erano stati aboliti. Dal 2020 sono tornati con un altro nome, ma sempre molto remunerativi per i magistrati di Tar e Consiglio di Stato. Gli unici per cui l’incompatibilità tra funzione pubblica e privata non vale. E in caso di conflitto d’interessi, decidono le parti

Dopo settimane di travaglio, riunioni infinite, bozze ed emendamenti, ecco trovata la soluzione. Saranno le parti in lite a decretare l’eventuale incompatibilità del giudice. E ora a Palazzo Spada tutti (o quasi) potranno tornare a sognare il mondo dorato che sembrava perduto. Per mesi il dubbio aveva tormentato il Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, che sarebbe poi il Csm dei magistrati dei Tar e del Consiglio di Stato. Il dubbio, ora fugato, era quello di non poter garantire a tutte le toghe pari opportunità per ottenere gli incarichi profumati previsti dalla legge sugli appalti. Così profumati da superare talvolta di slancio lo stesso stipendio di magistrato amministrativo.

Il problema? Sempre quello che aleggia da anni su consiglieri di Stato e giudici dei Tar: l’incompatibilità fra funzione pubblica e incarichi privati. Perché ai magistrati amministrativi, come a quelli contabili, per ragioni difficilmente comprensibili è consentito ciò che a tutti i loro colleghi ordinari è severamente precluso. Dall’insegnamento agli incarichi nella giustizia sportiva, fino agli arbitrati. E questo è il punto.

Una volta si chiamavano proprio così: arbitrati. Era un sistema per aggirare, sulla carta, le lungaggini della giustizia ordinaria in materia di appalti. Quando l’impresa e il committente pubblico litigavano, non si andava in tribunale ma davanti a un collegio arbitrale presieduto di solito, per designazione comune delle due parti, da un consigliere di Stato o da un giudice del Tar. Il lavoro, ovviamente, non era gratis, ma gli arbitri incassavano laute prebende. Quasi sempre dai contribuenti, perché pur essendo un funzionario pubblico l’arbitro supremo, lo Stato soccombeva nel 95 per cento delle cause di questo tipo. Nelle tasche dei magistrati finivano milioni e la cosa aveva preso una piega tanto scandalosa che nella seconda metà degli anni Duemila la pratica venne mandata in pensione grazie a un sussulto di etica collettiva.

Ma troppi interessi erano stati mortificati. È bastato così aspettare che quel sussulto si affievolisse e gli arbitrati sono risorti dalle ceneri sotto diversa forma. Adesso si chiamano Collegi Consultivi Tecnici. In sigla, Cct: come i buoni del Tesoro di un tempo. E in effetti un poco gli assomigliano. Li inventa il secondo governo di Giuseppe Conte durante la pandemia, con la scusa che bisogna velocizzare gli appalti pubblici frenati anche dalle troppe liti fra imprese e stazioni appaltanti. Il Collegio Consultivo Tecnico agisce preventivamente: ha il compito di mettere tutti d’accordo prima che la lite scoppi. Una specie di arbitrato, però con qualche differenza non trascurabile.

Intanto il Collegio non è facoltativo, ma obbligatorio per ogni appalto sopra la soglia europea dei 5 milioni. Poi non si occupa come un collegio arbitrale di una specifica controversia, ma dura quanto l’appalto. Anni. E ogni anno si paga. I tariffari sono complicatissimi, ma c’è chi si è preso la briga di fare qualche stima. Per un lavoro da 50 milioni si può arrivare anche a 750 mila euro, mentre un appalto di importo dieci volte maggiore garantirebbe al Cct un introito prossimo ai 2 milioni e mezzo. E siccome il presidente ha diritto a un compenso maggiorato del 10 per cento e il presidente è per regola il magistrato amministrativo, a lui spetterebbe una somma non lontana da un milioncino di euro. Oltre allo stipendio, naturalmente. Scusate se è poco.

Qui passano in secondo piano alcuni ovvi principi, come quello che il funzionario pubblico non dovrebbe avere compensi da imprese private. Tanto più se fa il giudice. Ma non basta. Perché seguendo il percorso di questa curiosa invenzione che farà spendere un sacco di soldi alle imprese e ai contribuenti arricchendo privatamente giudici già pagati dal pubblico per giudicare, è impossibile non individuare un oggettivo conflitto d’interessi.

A capo dell’ufficio legislativo di Conte che nel 2020 partorisce la norma che consegnerà ai magistrati amministrativi la guida dei Cct c’è un magistrato amministrativo: Ermanno de Francisco, consigliere di Stato. La legge dice che i Cct sono per una fase d’emergenza e quindi dovrebbero durare solo fino all’anno seguente. Ma piacciono così tanto che vengono prorogati. E intanto la stesura del regolamento viene affidata sempre al Consiglio di Stato, nelle capaci mani di Carlo Deodato: attuale segretario generale della presidenza del Consiglio. Il gradimento dei Cct, tuttavia, sale ancora. E sale al punto che il nuovo codice degli appalti felicemente vidimato dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini li eleva a obbligo perenne per tutti gli appalti sopra la soglia Ue. Articolo 215. Autore della norma ancora il Consiglio di Stato, sotto la guida del magistrato Luigi Carbone.

Se la cantano e se la suonano. E ben presto cominciano a fioccare gli incarichi. Con la particolarità che chi li assegna è il Consiglio di Presidenza, composto da giudici che a loro volta se li vedranno assegnare. Prima del suo prematuro decesso il presidente del Consiglio di Stato Franco Frattini se ne becca tre. Subito dopo la sua morte uno di questi, l’appalto per il nuovo tunnel del Colle di Tenda affidato dall’Anas a Edilmaco, viene trasferito come fosse un lascito ereditario al successore Luigi Maruotti. Il quale ha già giudicato «troppo penalizzanti», pensate un po’, i paletti che nel frattempo erano stati piantati.

La resurrezione degli arbitrati non è andata giù a tutti, nel piccolo Csm di Palazzo Spada. Qualche membro laico ha storto il naso, e ci sono anche magistrati apertamente contrari, come Silvana Bini e l’ex segretario generale Oberdan Forlenza. Ma sono voci isolate.

C’è però, sull’altro versante, un problema ben più grosso. Per tacitare polemiche peggiori, si è deciso infatti di escludere dai Cct chi ha giudicato controversie riguardanti almeno una delle parti in causa. Molto al di sotto del minimo sindacale, anche se in questo modo sarebbero tagliati fuori molti dei magistrati delle sezioni competenti per gli appalti. E si poteva «penalizzarli», il termine è di Maruotti, per quel semplice fatto? Sarebbe un’ingiustizia. Si incarica quindi una commissione interna di trovare la via d’uscita.

E il 5 luglio la cosa è fatta. Ogni volta che sorgerà un dubbio d’incompatibilità la segreteria del Consiglio di Stato manderà una lettera all’impresa e alla stazione appaltante con l’elenco delle cause che il magistrato ha giudicato nei due anni precedenti e i relativi esiti. Se entro un mese nessuno solleverà obiezioni l’incarico di presidente del Cct si intenderà approvato. L’uovo di Colombo, per lorsignori; una mostruosità giuridica, per la logica, il diritto e il conflitto d’interessi. Immaginate uno dei due a ricusare un magistrato che magari loro stessi hanno scelto?

Ps: il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ex magistrato che viene considerato tutto d’un pezzo, non ha proprio niente da dire su tutto ciò?

Concorsi truccati.

Al di sotto della legge. Mario Giordano su Panorama il 27 Marzo 2023.

Gli aspiranti magistrati che barano alla prova d’esame (complici, gli stessi esaminatori). O gli «orrori» scritti ai concorsi. Poi uno perde fiducia nella giustizia...

Al di sotto della legge. Panorama il 27 Marzo 2023

Al di sotto della legge (Di lunedì 27 marzo 2023) Gli aspiranti magistrati che barano alla prova d’esame (complici, gli stessi esaminatori). O gli «orrori» scritti ai concorsi. Poi uno perde fiducia nella giustizia... Li ha traditi un errore banale. Hanno mandato la mail a un indirizzo sbagliato. E così s’è scoperto che stavano cercando di truccare il concorso per diventare magistrati. Uno dei commissari, Francesco Astone, professore a Messina, è ora indagato con l’accusa di abuso d’ufficio. Secondo la Procura di Roma era pronto ad agevolare la promozione di un candidato. Lo avrebbe riconosciuto da un segno particolare sulla prova d’esame. Le mail che si stavano scambiando dovevano, per l’appunto, definire il segno. E il resto dell’accordo. Non è la prima volta che succede, purtroppo. Qualche tempo fa il sostituto procuratore di Napoli, Clotilde Renna, era molto preoccupata per una sua pupilla. In effetti quest’ultima aveva ...

La Corte di Cassazione.

Corte serrata. La caparbia volontà delle prime otto giudici italiane in un mondo di maschi. Eliana Di Caro su L’Inkiesta il 7 Marzo 2023

Graziana Calcagno, Emilia Capelli, Raffaella d’Antonio, Giulia De Marco, Letizia De Martino, Annunziata Izzo, Ada Lepore, Gabriella Luccioli sono le «temerarie» vincitrici del primo concorso che, nel 1963, aprì le porte della magistratura alle donne

Giulia De Marco nasce a Cosenza il 21 febbraio 1940 in una famiglia della buona borghesia calabrese: il papà è dirigente della Cassa di Risparmio di Calabria, la mamma è casalinga «ma per modo di dire, perché in realtà era molto interessata alla politica: diventò segretaria femminile della nostra sezione della Dc. Da bambina ho fatto con lei la campagna elettorale del ’48 cantando O biancofiore simbolo d’amore, l’inno dei democristiani di allora». Completano il quadro due fratelli e una sorella, lei è la più piccola. Dopo le elementari dalle suore canossiane, Giulia frequenta la scuola pubblica, incluso il liceo classico Bernardino Telesio, e poi sceglie la facoltà di Giurisprudenza, nonostante i professori insistano perché si iscriva a Matematica. «In famiglia mio fratello Nicola, di sedici anni più grande, era magistrato, due fratelli di mia madre erano avvocati… si respirava quest’aria.

Nel ’58 la facoltà di Legge mi offriva la possibilità di diventare avvocato, notaio, consulente d’azienda, eppure il mio sogno rimaneva quello di fare il magistrato per via di una sensazione che scaturiva dai rapporti con i miei amici: mi consideravano una persona in grado di mettere pace, di risolvere le cose, insomma mi vedevano come “un giudice”. Ma all’epoca non si pensava assolutamente che nel giro di quattro o cinque anni sarebbe successo quel che poi è accaduto», spiega, riferendosi alla legge del ’63.

Una volta laureata, Giulia De Marco non frequenta alcuna scuola di preparazione al concorso: «Ce n’erano una a Napoli e una a Roma. Mi sono preparata da sola, a Cosenza: al mattino insegnavo in un paesino vicino – un anno ad Acri, un anno a Bisignano – poi tornavo a casa e studiavo». I ricordi si riaffacciano: la grande aula a Roma in cui si svolgono le prove scritte e sono disposti da una parte gli uomini, dall’altra le donne; la sensazione spiacevole per l’approfondita perquisizione delle poliziotte; la tensione di giornate estremamente stancanti. «Conoscevo gli argomenti e non ho avuto difficoltà a scrivere quello che sapevo. Non avevo idea, però, se bastasse o meno. Ho saputo di essere stata ammessa agli orali perché mi è arrivata una copia di un giornale, credo “L’Osservatore giudiziario”, in cui si diceva “Questa copia è riservata agli ammessi del concorso”, dopodiché mi sono attivata e ho telefonato al ministero: può sembrare una boutade e invece è andata così, mi hanno detto: “Le arriverà la data in cui dovrà sostenere gli orali”… che poi andarono bene, in tutta tranquillità».

Sui comportamenti dei colleghi, e sul clima che si genera anche rispetto al suo essere donna, Giulia De Marco distingue tra i più anziani («ci trattavano un po’ come figlie ribelli, diciamo così») e i coetanei («erano preoccupati: loro sì che ci conoscevano bene, sapevano come eravamo determinate e studiose»). Per gli avvocati, aggiunge, «eravamo un’incognita. In quella fase i giornali avevano cominciato, apparentemente prendendo le distanze, a riportare brani dei discorsi dei Padri costituenti.

Non so se l’opinione pubblica, e quindi anche gli avvocati, potessero essere influenzati da esponenti come Giuseppe Codacci Pisanelli o Giovanni Leone. In quelle citazioni c’era chi faceva riferimento al ciclo mestruale, chi alle teorie di Charcot sull’isteria femminile, chi aveva dichiarato che manchiamo di forza, di equilibrio, che siamo soggette alle emozioni e quindi non avremmo potuto essere raziocinanti ed equilibrate. Gli avvocati si chiedevano “Chi sono, queste? Che faranno? Come lo faranno?”».

Qualche effetto le dichiarazioni dei Padri costituenti lo producono se Giulia De Marco viene esclusa da un collegio per un processo per stupro. O se, di fronte all’idea che sia lei a riassumere le deposizioni e a dettarle al cancelliere di udienza, un avvocato si rivolge al presidente chiedendogli di procedere in prima persona: «Mi sono sempre domandata se lo avesse fatto anche in altre occasioni con i miei colleghi giovani, o se il problema era che se ne occupasse una donna. Il presidente liquidò la cosa: “stia tranquillo, io controllo”. Ad ogni modo, ho sempre avuto l’abitudine di comprendere le ragioni dell’altro, noi donne eravamo una novità, io ero lì da un mese, capisco che potessero essere un po’ disorientati: l’avvocato in questione era anziano, lavorava da quarant’anni, noi avevamo 25 anni e l’aspetto di ragazzine. Alcuni atteggiamenti bisognava capirli senza viverli come una deminutio, questa è stata la mia regola. Parlare di discriminazione senza capire l’incultura che c’era stata fino a quel momento, è sbagliato: oggi si può parlare di discriminazione, allora non era insensibilità, era incultura».

L’occasione per dimostrare l’infondatezza del pensiero di alcuni Costituenti arriva presto, quando Giulia De Marco chiede al Csm, in vista del matrimonio, il trasferimento a Brindisi, una sede non facile, con un Tribunale senza presidente perché sospeso per un procedimento disciplinare.

La giovane magistrata, dopo pochi mesi, è in attesa del primo figlio e il giudice facente funzione di presidente preferisce ignorare la cosa non sapendo come gestirla. «Il periodo feriale [cioè quello della sospensione dei termini processuali, in cui gli uffici sono a ranghi ridotti, N.d.R.] andava dal 15 luglio al 15 settembre; i giudici più giovani per prassi lavoravano in quei mesi, i più faticosi. Avevo 27 anni e, pur essendo incinta, il presidente non ritenne di concedermi le ferie, in un’estate caldissima, viaggiando in treno tutti i giorni (vivevo a Bari) e contemporaneamente studiando per l’esame di aggiunto. Detti prova di resistenza e forza d’animo: tutto quello che alcuni dei nostri Padri costituenti pensavano non avessimo»

Da “Magistrate finalmente – Le prime giudici d’Italia”, di Eliana Di Caro, Il Mulino, 168 pagine, 15 euro

La piramide della giustizia: maggioranza femminile, ma poche arrivano al vertice. GIULIA MERLO su Il Domani l’08 marzo 2023

Il 61 per cento delle laureate in materie giuridiche è donna. Tuttavia, sia in magistratura che nell’avvocatura, le donne che hanno raggiunto ruoli gestionali o di comando sono ancora poche. E un reddito uguale a quello maschile è ancora lontano

Il mondo della giustizia è tra quelli che ancora stentano a colmare la distanza tra uomini e donne nei ruoli di vertice.

In Italia, è uno dei settori che ha accolto in ritardo la sua componente femminile. Oggi, la tendenza è opposta: secondo i dati del Miur del 2021, sul totale di 277.871 laureati in materie giuridiche, le donne sono 171.322, pari al 61,6 per cento. Nelle posizioni di vertice, però, i numeri continuano a rimanere bassi.

LA MAGISTRATURA

Le prime otto magistrate sono entrate in ruolo nel 1965, dopo l’apertura del concorso anche a loro nel 1963, diciassette anni dopo la conquista del diritto di voto.

Secondo i dati 2022 del Csm, su un totale di 9576 magistrati, le donne sono circa il 55 per cento, con una età media di 49 anni, più bassa rispetto ai 52 anni degli uomini. Il flusso di donne che sceglie questa professione è in aumento, con il 71 per cento dei tirocinanti di sesso femminile.

La proporzione si inverte specularmente, però, quando si analizzano i dati sugli incarichi direttivi e semidirettivi. 

Dei 379 capi degli uffici giudiziari le donne sono meno di un terzo: 111 contro 268 uomini, che rappresentano il 71 per cento circa.

Tra i semidirettivi, invece, il rapporto inizia ad equivalersi, con le donne che arrivano al 46 per cento su 690 posti complessivi.

La piramide vale anche per gli uffici. Tra gli uffici giudicanti il numero di donne con incarichi direttivi è più alta rispetto alle procure. In Corte di Cassazione è di 13 su 31, pari al 29,5 per cento. Tra queste 13, oggi, c’è anche il primo presidente appena nominato, Margherita Cassano.

Gli incarichi direttivi a donne nelle procure generali e nelle procure della repubblica sono del 14 per cento e del 17 per cento. Una sola donna, invece, ha un incarico direttivo nella procura generale di Cassazione.

L’AVVOCATURA

Anche nell’avvocatura la piramide rimane ben salda. La crisi ha colpito soprattutto la componente femminile e, secondo il rapporto Censis 2022 sull’avvocatura, sono state 6000 le cancellazioni di avvocate dall’albo (il 69 per cento).

Su un totale di 241 mila iscritti a cassa forense, il 47,7 per cento è di donne. Il numero dei neo-iscritti è stato di 7.103, il 57,3 per cento dei quali donne.

Tra i valori che più evidentemente continuano a mostrare il divario di genere, però, c’è il reddito. Secondo i dati del 2020, il reddito medio di un uomo è di 50.933 euro, mentre una donna guadagna meno della metà, con una media di 23.576 euro.

Anche per quanto riguarda la rappresentanza istituzionale, le donne continuano ad essere una minoranza.

Attualmente guida il Consiglio nazionale forense - l’organo di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura - l’avvocata Maria Masi e ha come vice un’altra donna, Patrizia Corona, e la segretaria Rosa Capria. Nella consiliatura uscente, le donne sono 9 su 32.

Anche a livello ordinistico, pur non esistendo dati aggiornati alle ultime elezioni, il numero delle presidenti donne rimane una minoranza e lo stesso vale anche per le associazioni più rappresentative.

CORTE COSTITUZIONALE

Un caso a parte è quello della Corte costituzionale. Istituita nel 1956, la Consulta è rimasta lungamente un organo a composizione esclusivamente maschile, sebbene non esistessero preclusioni formali. I titoli per accedervi – magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria e amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni di esercizio – però hanno escluso per molto tempo le donne, visto il ritardo con cui le carriere femminili nella giustizia hanno intrapreso il loro corso.

La prima donna a mettervi piede è stata l’avvocata Fernanda Contri, per nomina presidenziale nel 1996. Dei 119 giudici che ne hanno fatto parte, nella storia della Consulta solo 7 sono state donne: Contri, Maria Rita Saulle, Marta Cartabia, Daria De Pretis, Silvana Sciarra, Emanuela Navarretta e Maria Rosaria San Giorgio.

Attualmente i membri donna sono quattro, con Silvana Sciarra presidente e Daria De Pretis vicepresidente. La prima presidente della Corte è stata Marta Cartabia, quarantaduesima presidente dopo un lungo elenco di uomini.

IL CSM

Anche il Consiglio superiore della magistratura è rimasto a lungo precluso alle donne. Insediatosi nel 1959, in attuazione della Costituzione, il Csm visto accedere le prime donne nel 1981 con Cecilia Assanti e Ombretta Fumagalli Carulli, entrambe laiche elette dal parlamento.

Per l’arrivo della prima consigliera togata donna, invece, bisognerà aspettare la consiliatura successiva, del 1986, con Elena Paciotti di Magistratura democratica.

Oggi al Csm siedono quattro consigliere laiche, tutte in quota centrodestra, e sei togate a cui si aggiunge Cassano, membro di diritto come primo presidente della Cassazione.

Ogni donna in più in cima alle gerarchie di avvocatura, magistratura e istituzioni è ancora una conquista e un segnale non scontato nel mondo della giustizia, che così tardi le ha accolte. Con il loro esempio, una nuova generazione di giovani giuriste, avvocate e magistrate avrà la certezza che nulla è più - esplicitamente o implicitamente - precluso.

GIULIA MERLO. Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

Margherita Cassano è stata nominata presidente della Corte di Cassazione: è la prima donna in Italia ad avere. questo incarico. Il Post il 15 Febbraio 2023.

Margherita Cassano, attuale presidente aggiunta della Corte di Cassazione, è stata nominata presidente dello stesso tribunale: è la prima donna ad avere questo incarico in Italia e sostituirà l’attuale presidente Pietro Curzio. La sua nomina è stata votata martedì, all’unanimità, dalla Commissione per gli incarichi direttivi del Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno della magistratura presieduto dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Dovrà essere confermata mercoledì 1° marzo con una seconda votazione in cui sarà presente lo stesso Mattarella e che è considerata una formalità.

La Corte di Cassazione, che ha sede a Roma, è l’organo supremo della giustizia italiana e rappresenta il terzo e ultimo grado di giudizio in un processo. È divisa in sezioni, e a differenza del Tribunale di primo grado e della Corte d’appello, che si occupano sia della ricostruzione che della valutazione del fatto, la Corte di Cassazione valuta che le norme siano state interpretate e applicate correttamente.

Cassano, che ha 67 anni ed è toscana, era stata anche la prima donna nella storia italiana ad assumere la carica di presidente aggiunto della Corte di Cassazione. È entrata in magistratura nel 1980: nel tempo è stata Sostituto procuratore della Procura di Firenze e nella stessa città prima componente della Direzione distrettuale antimafia e poi presidente della Corte d’appello. Alla Corte di Cassazione, prima di diventarne presidente aggiunta nel 2020, era stata magistrata di appello, consigliera, componente delle Sezioni unite penali e vicedirettrice del CED, il Centro elettronico di documentazione, struttura che si occupa della gestione informatica dei processi e degli archivi della Corte.

Estratto da ansa.it l’1 marzo 2023.

 Per la prima volta il Csm ha nominato una donna presidente della Cassazione.

Si tratta di Margherita Cassano, in passato presidente della Corte d'appello di Firenze e attualmente "vice" del presidente uscente della Suprema Corte, Pietro Curzio, a cui subentra.

 "Il ruolo del magistrato non è solo fatto di abilità tecnica ma di umanità, capacità di ascolto, di rispetto profondo degli altri e di comprendere le tragedie umane che si nascondono dietro i singoli casi portati alla nostra attenzione", ha detto Cassano, collegandosi, subito dopo la nomina del Csm, con il Palazzo di Giustizia di Firenze dove si tiene la cerimonia del premio intitolato a Tindari Baglione, già procuratore generale nel capoluogo toscano per molti anni.

Cassano ha così ricordato Tindari Baglione e fatto "gli auguri ai cinque studenti che hanno ricevuto il premio".

 La nomina è stata decisa all'unanimità dal plenum del Csm, presieduto dal capo dello Stato Sergio Mattarella. Fiorentina, ma di origine lucane, figlia di un alto magistrato, Cassano ha 67 anni ed è entrata nell'ordine giudiziario nel 1980, a 25 anni. E' stata anche consigliera del Csm dal 1998 al 2002. [...]

Margherita Cassano, la prima donna nella storia candidata a guidare la Corte di Cassazione. Redazione CdG 1947 e Alessia Di Bella su Il Corriere del Giorno il 15 Febbraio 2023.

Oggi la quinta commissione (incarichi direttivi) del Csm ha votato all'unanimità la proposta della sua nomina a presidente della Suprema Corte al posto di Pietro Curzio, attuale presidente eletto due anni fa, che sta per andare in pensione

Nata a Firenze, famiglia di origine lucana, il padre di San Mauro Forte, la madre di Grassano due piccoli paesi in provincia di Matera. Suo padre Pietro Cassano, anche lui magistrato famoso a Firenze per aver presieduto tanti processi negli anni di piombo, tra cui la condanna a Renato Curcio il fondatore della Brigate Rosse , Margherita Cassano è entrata in magistratura nel 1980: dal 1981 al 1998 è stata pubblico ministero a Firenze, dove  ha seguito per la Dda, inchieste su associazioni di stampo mafioso e traffico internazionale di stupefacenti. Dal 1998 è stata togata di Magistratura Indipendente al Csm per quattro anni.

E’ stata componente delle Sezioni Unite della Cassazione, ma anche della prima sezione penale dove è stata relatrice della sentenza di condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa dell’ex senatore Marcello Dell’Utri (Forza Italia) .  Dal gennaio 2016 fino al luglio 2020 ha presieduto la Corte d’appello di Firenze dove è rimasta , quando è stata nominata presidente aggiunto della Cassazione. 

Presidente della Corte d’Appello di Firenze dal 2015 ed allieva del Procuratore Nazionale Antimafia Pier Luigi Vigna, la Cassano ha ricoperto anche il ruolo di presidenza della Prima sezione penale della Cassazione, che si occupa di omicidi e violenze gravi, ed è stata consigliere al Csm ed alla Direzione Distrettuale Antimafia.

Margherita Cassano commentò con queste parole la sua elezione all’unanimità due anni fa come presidente aggiunta della Corte di Cassazione: “Verrà il giorno in cui una nomina come la mia non sarà più una notizia, e allora sì, per davvero, quello sarà un gran giorno per tutte le donne“. Ed oggi la quinta commissione (incarichi direttivi) del Csm ha votato all’unanimità la proposta del relatore, il togato indipendente Andrea Mirenda, della sua nomina a presidente della Suprema Corte al posto di Pietro Curzio, attuale presidente eletto due anni fa, che sta per andare in pensione. I due concorrenti per la guida della Cassazione erano solo due: oltre a Cassano, infatti, aveva presentato domanda Giorgio Fidelbo, presidente di sezione in Cassazione.

Il voto finale avverrà con la seduta del plenum del Csm del prossimo primo marzo, presieduta dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella.  Dopo l’elezione nel 2019 di Marta Cartabia prima donna a diventare Presidente della Corte Costituzionale, diventata in seguito ministro Guardasigilli , e di Giorgia Meloni, prima donna Presidente del Consiglio nel 2022, questa volta è il turno del cosiddetto “Palazzaccio” di piazza Cavour. Dal prossimo primo marzo sarà la Cassano diventerà il giudice più alto in grado d’Italia. entrando di diritto a far parte dell’organo di autogoverno delle toghe, il Csm. E tutto questo, conquistato senza le “quote rosa”. Tutto a pieno merito. Redazione CdG 1947

Prima donna in Cassazione ma difende la casta in toga. Margherita Cassano nuova presidente della Corte. Ha una certezza: le carriere non vanno separate. Anna Maria Greco il 2 Marzo 2023 su Il Giornale.

Non è ancora venuto il momento in cui la nomina di una donna ai vertici non faccia notizia, come auspica la stessa Margherita Cassano e ora che lei ha infranto un tabù diventando Primo presidente della Cassazione, si ricorda che ne aveva collezionati altri di record, diventando nel 2020 la prima vicepresidente. «La Costituzione è il nostro faro - dice -. I valori che afferma, a partire dal rispetto di pari dignità delle persone, non dobbiamo darli per scontati». Si vede avanzare, in modo inarrestabile, l'onda rosa che vede ora Giorgia Meloni prima donna capo del governo, prima Maria Elisabetta Casellati che è stata seconda carica dello Stato come presidente del Senato e Marta Cartabia che è stata prima presidente della Corte costituzionale e poi Guardasigilli, fino a Elly Schlein che ha appena preso le redini del Pd. Quel «soffitto di cristallo» della parità di genere l'hanno sfondato tutte insieme. Lei, senza esaltazione ma con misura. «Continuo a fare il mio dovere, come ho cercato sempre di fare, con i piedi saldamente ancorati a terra, pensando che abbiamo di fronte dei cittadini a cui fornire risposte», diceva a chi le chiedeva come si preparava alla nomina. Ora la premier Meloni le fa le congratulazioni, con un tweet di «buon lavoro!». In serata anche il presidente Silvio Berlusconi si è congratulato, augurando alla Cassano buon lavoro. Il ministro per le Riforme Casellati spiega: «È un'altra tappa importantissima nel lungo e faticoso cammino dell'emancipazione femminile»

Il plenum del Csm sceglie all'unanimità la svolta femminile nella Suprema corte e il Capo dello Stato Sergio Mattarella, che lo presiede, sottolinea che solo per merito Cassano è arrivata fin lì, con un «eccellente profilo professionale», niente quote rosa: «Sappiamo tutti che è la prima donna chiamata a ricoprire questo ruolo così importante ma questo aspetto non ha influito sulla sua nomina». La sua formidabile carriera è il punto d'arrivo, aggiunge, di un percorso iniziato 60 anni fa con la legge che ha aperto le porte alle donne in magistratura. Oggi sono 4.952, il 55% del totale. Fiorentina di origini lucane, 67 anni, figlia di un magistrato che ha combattuto il terrorismo, della corrente moderata Magistratura indipendente, Cassano è stata giudice e anche pm e della separazione delle carriere non vuol sentir parlare. Lo dice senza peli sulla lingua a Repubblica, proprio mentre le arrivano gli auguri del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha presieduto il comitato per il referendum per le carriere separate e ora l'ha nel programma. «La sensibilità sulla formazione della prova è fondamentale per impostare indagini complete anche con la ricerca di elementi favorevoli alla persona accusata», dice lei serafica. A proposito del calo di fiducia nelle toghe, aggiunge che la magistratura «non vive di applausi, ma della corretta applicazione delle regole proprie di uno stato di diritto». La toga l'indossa a 25 anni e alla procura di Firenze si fa subito notare, poi spazia nelle indagini da droga a omicidi, sequestri di persona, infortuni sul lavoro, reati finanziari, contro la Pa e contro la libertà sessuale. Negli anni 90 è alla Direzione distrettuale antimafia di Firenze con Pier Luigi Vigna; nel 98 tra i togati del Csm e per 4 anni nella Sezione disciplinare; nel 2003 approda in Cassazione, Prima sezione penale, che presiederà; nel 2016 ritorna a Firenze come presidente della Corte d'appello e dà impulso ad informatizzazione, recupero dell'arretrato e riduzione dei tempi dei processi. Nel 2020 è presidente aggiunto della Cassazione e in 3 anni eccola al primo posto, con il ritorno al Csm. Il vicepresidente di Palazzo de' Marescialli Fabio Pinelli vede nella nomina unanime un effetto di quella «linea di coesione» nel Csm auspicata da Mattarella e il suo predecessore Pietro Curzio si dice «onorato di passare il testimone a Margherita».

La nomina storica. Margherita Cassano presidente della Cassazione: sarà la prima donna a guidare la Corte. Antonio Lamorte su Il Riformista il 14 Febbraio 2023

Per la prima volta nella storia una donna arriva alla guida della Corte di Cassazione. È Margherita Cassano, al momento presidente aggiunto della Suprema Corte, indicata dal Consiglio Superiore della Magistratura appena insediato e guidato dal vicepresidente Fabio Pinelli. Superato l’altro concorrente Giorgio Fidelbo, presidente di sezione in Cassazione. Il voto previsto il prossimo mercoledì primo marzo, con il plenum presieduto dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarà in buona sostanza una formalità.

Dopo l’elezione nel 2019 della prima donna a Presidente della Corte Costituzionale, l’ex ministra Marta Cartabia, e nel 2022 della prima donna Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è il turno del cosiddetto “Palazzaccio”. Al momento inoltre a capo della Consulta c’è un’altra donna, Silvana Sciarra. A indicare Cassano come successore dell’attuale primo presidente Pietro Curzio, che andrà in pensione il prossimo 5 marzo, è stata la Commissione per gli incarichi direttivi, che ha votato all’unanimità la proposta del relatore, il togato indipendente Andrea Mirenda. A far pendere il piatto della bilancia, come riporta l’Ansa, al termine di un’approfondita audizione dei due candidati dalla parte di Cassano è stato il ruolo di “numero due” della Cassazione che ricopre dal 2020.

Cassano è fiorentina di origine lucana, 67 anni, in magistratura dal 1980, è esponente di Magistratura Indipendente. Poteva vantare già prima di oggi un altro primato: l’esser stata la prima donna ad accedere ai vertici della Suprema Corte. Ha iniziato alla procura della Repubblica di Firenze, dove si è occupata anche di questioni relative alle tossicodipendenze e al traffico di droga. A Firenze ha lavorato con assiduità con il procuratore Pier Luigi Vigna. Dal 1982 è stata componente del gruppo specializzato nelle indagini in materia di stupefacenti e di criminalità organizzata. Dal 1991 al 1998 è stata assegnata della Direzione distrettuale antimafia di Firenze.

Dal 2003 è approdata alla Corte di Cassazione, dove è stata anche presidente della prima sezione penale, ruolo in cui si è occupata di reati di omicidio e violenze. Dal 2016 ha presieduto la Corte d’appello di Firenze dove è rimasta circa quattro anni. Dal prossimo primo marzo sarà la giudice più alto in grado d’Italia. Entrerà di diritto a far parte dell’organo di autogoverno delle toghe, il Csm.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Eletta all'unanimità, subentra a Curzio, in pensione tra pochi giorni. Chi è Margherita Cassano, prima donna presidente della Corte di Cassazione: la carriera e lo scontro Csm-Consiglio di Stato. Redazione su Il Riformista l’1 Marzo 2023

E’ la prima donna a guidare la Corte di Cassazione. Margherita Cassano, come ampiamente previsto da diverse settimane, è stata eletta al vertice della giurisdizione ordinaria. La sua nomina è stata decisa all’unanimità dal plenum del Csm, presieduto dal Capo dello Stato Sergio Mattarella. Già presidente aggiunto della Suprema Corte, Cassano ha avuto la meglio nelle scorse settimane sull’altro concorrente, Giorgio Fidelbo, presidente di sezione di Cassazione, e subentra al presidente uscente Pietro Curzio, che andrà in pensione il prossimo 5 marzo. Sia Cassano che Curzio vennero eletti oltre un anno fa al termine di uno scontro tra il Csm e il Consiglio di Stato.

Dopo l’elezione nel 2019 della prima donna a Presidente della Corte Costituzionale, l’ex ministra Marta Cartabia, e nel 2022 della prima donna Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è il turno della Corte di Cassazione.

Cassano. 67 anni, vive a Firenze ma è di origini lucane. Figlia d’arte, è entrata nell’ordine giudiziario nel 1980 all’età di 25 anni. “Passo il testimone ad una presidente come Margherita Cassano di cui sono testimone privilegiato delle sue qualità” ha fatto sapere il primo presidente uscente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio. Della stessa presidente Cassano “ho avuto cognizione piena della lealtà e della generosità sul piano umano, con un grandissimo senso dell’Istituzione e delle ricadute umane che il nostro lavoro comporta”, ha aggiunto il presidente Curzio. “Oggi è un giorno importante per la Corte di Cassazione, per la magistratura e per l’intero Paese: sono onorato di passare il testimone a Margherita”, ha concluso.

Congratulazioni, al termine della votazione, anche dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Sappiamo tutti che si tratta della prima donna chiamata a ricoprire questo ruolo, questo non ha influito, desidero, però sottolinearlo, ricordando che 5 giorni fa ricorrevano i 60 anni dalla legge che ha immesso le donne in magistratura”. Il Capo dello Stato auspica celerità nelle nomine dei dirigenti: “La tempestività oggi dimostrata dal Consiglio possa costantemente caratterizzare il mandato consiliare appena iniziato così da assicurare la dovuta celerità alle nomine dei dirigenti”.

Felicitazioni anche dal ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Congratulazioni a Margherita Cassano, prima donna ai vertici della Corte di Cassazione. La sua nomina a primo presidente della Suprema Corte è il traguardo di un percorso iniziato 60 anni fa, con l’ingresso delle prime donne in magistratura e rappresenta un ulteriore fondamentale passo in avanti verso l’effettiva parità di genere”. Cassano “sarà un punto di riferimento per le giovani che sempre più numerose superano il concorso, per prestare un essenziale servizio alla Repubblica” aggiunge il Guardasigilli.

CHI E’ LA NUOVA PRESIDENTE DELLA CASSAZIONE – Classe 1955, Margherita Cassano è entrata in magistratura nel 1980 e ha ricoperto le funzioni di sostituto procuratore presso la Procura di Firenze, componente della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, componente del Csm dal 1998 al 2002 eletta con Magistratura Indipendente, magistrato di appello destinato alla Corte di Cassazione, vice direttrice del CED – il Centro elettronico documentazione – della Corte di Cassazione, oltre che componente delle Sezioni unite penali della Corte di Cassazione. Dal 2016 ha presieduto la Corte d’appello di Firenze fino al 2020 e infine Presidente aggiunto della Suprema Corte negli ultimi anni . È autrice di numerose pubblicazioni (monografie, saggi, trattati, commentari, articoli, rassegne), in materia di diritto penale e procedura penale, settori in cui ha tenuto numerose relazioni a convegni e seminari.”Ha un eccellente profilo professionale – ha sottolineato il Presidente della Repubblica – Alle sue doti e attitudini di elevato livello unisce l’attività di studio e ricerca”. “Sono certo – ha aggiunto Mattarella complimentandosi con il Csm per la celerità della decisione – che il suo contributo sarà prezioso anche per il Csm, di cui conosce bene i meccanismi, avendo fatto parte di questo Consiglio tra il 1998 e il 2022”.

I PM.

De Pasquale? Promosso, ira sugli avvocati «Ma nei consigli giudiziari comandano le toghe». Il pm è a processo per aver nascosto prove alle difese di Eni, ma il giudizio su di lui è eccellente. La Lumia: «A noi avvocati riservato solo il diritto di tribuna». Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 5 maggio 2023

Il Consiglio superiore della magistratura e i Consigli giudiziari, le sue propaggini nei distretti di Corte d'appello, riescono ad essere “obiettivi” quando si tratta di effettuare le valutazioni di professionalità delle toghe? Non si placano a distanza di giorni le polemiche circa il giudizio positivo che è stato dato al procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale, nonostante nel processo Eni Nigeria avesse omesso di depositare alcune prove a favore degli imputati, poi tutti assolti. Fatti per i quali il magistrato è ora a processo a Brescia. Alcuni giornali sono arrivati a tirare in ballo il presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, “reo” di non essersi opposto. Sul punto l'avvocato Nino La Lumia è intervenuto questa settimana ricordando che il «ruolo degli avvocati all’interno del Consiglio giudiziario consiste esclusivamente in un diritto di tribuna, senza alcuna opportunità di partecipazione alle discussioni e alle decisioni». Si tratta di un sistema, ha aggiunto, «da modificare e per questo siamo fiduciosi che l’attuazione della legge delega riferita alla riforma dell’ordinamento giudiziario possa conferire la doverosa rilevanza agli interventi dell’avvocatura». In attesa che la riforma vada in porto, risulta però evidente come gli stessi presìdi che sono stati preordinati dalla Costituzione per garantire l’autonomia ed indipendenza della magistratura da ogni altro potere, in realtà costituiscono gli strumenti mediante i quali condotte abusive ed eticamente spregiudicate riescono ad imporsi, riuscendo ad influire indebitamente sul potere più critico dello Stato.

«È chiaro che un sistema basato sulla composizione del Csm (e anche dei Consigli giudiziari sul territorio) in forza di elezione della componente togata da parte di magistrati fra i magistrati (ma anche di laici eletti dal Parlamento e, cioè, dalla politica)», si presti a profili di criticità, ricorda l’avvocato Stefano Cavanna, ex componente del Csm nella scorsa consiliatura. «L’assunzione delle decisioni del Csm da parte del Plenum, una sorta di “parlamentino”, ingenera il rischio della cosiddetta degenerazione correntizia, nel caso in cui le associazioni dei magistrati, che hanno svolto e svolgono un’importante ruolo di discussione e confronto sulle tematiche della magistratura, assumano le caratteristiche di veri e propri partiti dei magistrati aventi quale scopo il mero perseguimento di interessi di gruppi di gestione di potere, spesso ricoprendo il ruolo di soggetto o oggetto di profferte da parte di altri poteri quale quello politico», aggiunge Cavanna. In altre parole, in assenza di correttivi non facili da individuare ed attuare, si rischia di assistere ad un fenomeno che si può definire semplicemente come il passaggio dell’autogoverno della magistratura dall’autonomia ed indipendenza di un potere dello Stato (investita peraltro della più alta funzione di custode della Legge nell’esercizio della giurisdizione), ad una autoreferenzialità ripiegata su interessi, nella migliore delle ipotesi, di categoria e, nella peggiore, estranei e privatistici ed politici. D’altro canto, questo fenomeno, non è esclusivamente italiano, posto che in molte democrazie liberali fondate sul principio montesquieiano della separazione dei poteri si assiste a situazioni analoghe vere o presunte che siano ma comunque dibattute nelle loro cause ed effetti.

Si pensi ai casi più clamorosi della Polonia, ove, in violazione della rule of law e della separazione dei poteri, una legge ha disposto l’elezione della totalità dei membri del Csm polacco da parte del Parlamento, adducendo quale “giustificazione” la necessità di porre rimedio al controllo dell’organo di autogoverno da parte delle correnti dei magistrati; altro caso riguarda lo scioglimento nel 2022, da parte del presidente della Repubblica della Tunisia, del locale Csm, “accusato” di essere controllato da correnti vicine al radicalismo islamico e di avere, quindi, influito concretamente sull’esercizio della giurisdizione in relazione a processi di terrorismo aventi ad oggetto attentati contro cittadini europei, da intendersi, quindi, lo scioglimento quale primo atto della riforma della giustizia.

In altri Paesi europei (Bulgaria e Romania per esempio) si assiste invece a discussioni sugli stessi temi, anche se non così estreme, pur avendo il Parlamento di Sofia recentemente emanato una legge in forza della quale viene vietato in radice l’associazionismo fra magistrati. Risulta del tutto evidente come il tema sia molto delicato, avendo a che fare con il fondamento dello Stato democratico liberale. Conseguentemente ogni soluzione astrattamente concepibile rischia di implicare effetti diretti o collaterali incidenti sugli assetti costituzionali. Come riportato ieri su questo giornale, è ora in discussione la proposta del senatore di Forza Italia Pierantonio Zanettin di introdurre il sorteggio temperato fra i magistrati per la designazione dei membri togati del Csm. “Temperato” nel senso di prevedere elezioni solo per definire i candidati da sorteggiare, ovvero prevedere il sorteggio a monte dei candidati, per poi procedere alla designazione mediante elezione fra questi. Il tutto per tentare di eliminare o ridurre fortemente il potere delle correnti. Chissà se sarà la volta buona.

«I procuratori? Sono monarchi assoluti», al Csm ora è polemica. Il plenum “assolve” Pignatone per l’avocazione del fascicolo a Fava (che voleva arrestare Amara) ma si divide sui superpoteri assegnati ai capi degli uffici inquirenti. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 30 marzo 2023

«Il procuratore della Repubblica? Un monarca assoluto». Parola del giudice Andrea Mirenda, attuale consigliere del Consiglio superiore della magistratura, intervenuto ieri in Plenum durante il dibattito sulla delibera relativa alla “presa d’atto” della revoca del fascicolo sull'avvocato Piero Amara assegnato all'allora pm romano Stefano Rocco Fava. «Il tessuto normativo non lascia spazi», ha aggiunto Mirenda, domandandosi quanto resti di quel «feticcio dell'unità culturale della giurisdizione su cui si fonda l'orientamento di chi è contrario alla separazione alla carriere.

I magistrati giudicanti si distinguono solo per funzioni mentre i pm devono fare i conti con la “gerarchizzazione” delle procure», ha quindi ricordato il togato, facendo riferimento ai poteri, ad iniziare da quello di revoca del fascicolo in caso di dissenso, che le norme sull'ordinamento giudiziario del 2006, per nulla intaccate dalla recente riforma Cartabia, attribuiscono ai procuratori della Repubblica.

Una considerazione, proprio perché fatta da un magistrato, che vale più delle tante discussioni che da anni affrontano il tema della separazione delle carriere e del ruolo del pm. Con sei astensioni, l’indipendente Mirenda, i togati Mimma Miele (Magistratura democratica) e Bernadette Nicotra (Magistratura indipendente), i laici Rosanna Natoli e Felice Giuffrè, entrambi di FdI, e Claudia Eccher (Lega), la delibera è stata comunque approvata. Soddisfatta la relatrice della pratica, la togata Maria Vittoria Marchianò (Mi).

La “presa d’atto” riguardava il provvedimento con il quale Giuseppe Pignatone, ex procuratore della Repubblica di Roma, a marzo del 2019, aveva revocato l’assegnazione a Fava del procedimento che vedeva indagato, tra gli altri, il noto avvocato siciliano Piero Amara. Nei confronti di quest'ultimo Fava aveva predisposto una misura cautelare personale ed una richiesta di sequestro di 25milioni di euro che l’indagato aveva illecitamente sottratto all’Eni di cui era il legale esterno.

Nel dibattito, oltre a Mirenda, sono intervenuti alcuni consiglieri. Miele ha evidenziato che non si capisce in che termini l’iniziativa di Pignatone era compatibile con i provvedimenti organizzativi dell’ufficio, i colleghi Tullio Morello (Area) e Roberto Fontana (indipendente) hanno invece ribadito che la legge, pur non condivisibile, consente al procuratore di revocare il procedimento anche per questioni di merito. «La legge è questa e deve essere applicata perché non si può essere obiettori di coscienza», ha aggiunto Morello.

Un argomento ripreso anche dal laico Ernesto Carbone (Iv). Per chi in questi anni ha seguito tale vicenda, ciò che è ampiamente emerso dalla discussione, così come dalla stessa proposta di delibera, è la sicura e certa circostanza che il Csm non abbia sottoposto all’esame di “congruità”, come prescritto dalla circolare, il provvedimento di revoca.

Il Plenum non si è posto neppure nella condizione di farlo poiché non ha mai acquisito gli atti del procedimento e neppure le richieste cautelari che erano state approntate da Fava e a cui Pignatone si era rifiutato di apporre il visto. Per fare un esempio, è come se il giudice d’appello avesse deciso senza acquisire né gli atti né la sentenza emessa nel primo grado.

Sul punto la stessa Marchianò alla fine della discussione ha affermato che il dissenso cadeva su aspetti «marginali», mentre, al contrario, il dissenso cadeva sulla misura richiesta per ben dieci indagati e, tra questi, anche Amara. Per la cronaca i fatti contestati ad Amara da Fava erano stati successivamente oggetto di provvedimenti cautelari da parte di altre Procure. Inoltre né nella delibera della Commissione né nella discussione al Plenum si è fatto il minimo riferimento alla circostanza che il fratello di Pignatone fosse in rapporti economici e professionali proprio con l’avvocato Amara, come riportato da Fava nelle sue osservazioni.

La discussione, si è saputo solo ieri, è avvenuta ad anni di distanza perché la Procura di Roma aveva opposto il segreto sul fascicolo fino alla scorsa estate. «Il tema della revoca dell’assegnazione è ovviamente molto delicato», ha dichiarato al termine del dibattito Fontana.

Il Plenum, sempre ieri, ha poi deliberato l’avvio dell’iter della nuova circolare sui criteri organizzativi delle procure, prevedendo una serie d’incontri con i procuratori e con i sostituti per costruire la nuova circolare “Procure” con ampio confronto. «Uno dei punti specificamente individuati come oggetto di particolare approfondimento sarà quello sulla revoca delle assegnazioni», ha precisato Fontana.

Il Csm conferma: il potere è in mano solo ai procuratori. Il caso Pignatone-Fava, “risolto” dopo 4 anni, rivela la vera natura del ruolo di capo in procura. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 29 marzo 2023

Il Consiglio superiore della magistratura, con una delibera che verrà votata in Plenum questa mattina, torna nuovamente sui poteri del procuratore della Repubblica. L’occasione è offerta dalla revoca all’allora pm romano Stefano Rocco Fava, ora giudice a Latina, del fascicolo sull’avvocato esterno dell’Eni Piero Amara, noto alle cronache per aver rivelato l’esistenza della loggia Ungheria, accusato di autoriciclaggio.

Giuseppe Pignatone, il procuratore dell’epoca, non condividendo la scelta di Fava di richiedere per Amara la custodia cautelare, prima negò il visto e poi decise di revocargli il fascicolo per assegnarlo ad un altro magistrato. Per il Csm la scelta di Pignatone fu corretta e per motivarla esordisce ricordando che «il procuratore della Repubblica, quale titolare esclusivo dell’azione penale, la esercita personalmente o mediante assegnazione a uno o più magistrati dell’ufficio».

«L’assegnazione – prosegue può riguardare la trattazione di uno o più procedimenti ovvero il compimento di singoli atti di essi; con l’atto di assegnazione per la trattazione di un procedimento, il procuratore della Repubblica può stabilire i criteri ai quali il magistrato deve attenersi nell’esercizio della relativa attività». Dopo questa premessa, il Csm passa in rassegna la norma che dispone la revoca del fascicolo, l'articolo 2 del decreto legislativo 106 del 2006, in particolare quando «il magistrato non si attiene ai principi e criteri definiti in via generale o con l’assegnazione, ovvero insorge tra il magistrato ed il procuratore della Repubblica un contrasto circa le modalità di esercizio».

La disposizione prevede che prima di procedere alla revoca il procuratore della Repubblica sente il procuratore aggiunto, cura «la massima interlocuzione possibile con il magistrato assegnatario, ed esperisce ogni idonea azione volta ad individuare soluzioni condivise». Entro dieci giorni dalla comunicazione della revoca, infine, il magistrato può presentare osservazioni scritte al procuratore della Repubblica, che nei successivi 5 giorni le trasmette, unitamente all’atto di revoca ed ad eventuali proprie controdeduzioni, al Csm per le verifiche. Tralasciando ogni commento sul fatto che il Csm ha impiegato quattro anni per rispondere alle osservazioni di Fava, mai ascoltato a Palazzo dei Marescialli nonostante lo avesse chiesto, ciò che stride in questa vicenda è l’assenza di una motivazione “congrua” alla base del provvedimento di revoca.

Il Csm a tal riguardo sottolinea che le osservazioni di Fava non colgono nel segno, evidenziando la (diversa) valutazione di merito fatta propria dal procuratore in ordine alla gravità indiziaria ed alle esigenze cautelari. In soccorso del ragionamento del Csm vi è una sentenza delle Sezioni unite della Cassazione del 2009 secondo la quale la legge sull'ordinamento giudiziario del 2006 si contraddistingue «per l'accentuazione del ruolo di “capo” del procuratore della Repubblica, sia sul versante organizzativo sia su quello della gestione dei procedimenti e dei rapporti con i sostituti, e, dall'altro, per la corrispondente, parziale, compressione dell'autonomia dei singoli magistrati dell'ufficio».

Il procuratore, in altri termini, determina «i criteri generali di organizzazione dell'ufficio e di assegnazione dei procedimenti», stabilisce di volta in volta «gli specifici criteri ai quali il magistrato assegnatario deve attenersi nell'esercizio delle attività conseguenti all'atto di assegnazione del procedimento», revoca l'assegnazione del fascicolo «in caso di inosservanza dei principi e dei criteri definiti in via generale o con l'assegnazione, e in caso di ' contrasto' circa le modalità di esercizio delle relative attività».

Quanto sopra «trova razionale giustificazione nella finalità del corretto perseguimento di linee uniformi di indirizzo e di condotta dell'ufficio di procura, rispetto a quella che ben può dirsi intrinsecamente la più rilevante delle attività affidate all'organo dell'investigazione e dell'accusa». In uno scenario del genere, considerata quindi l'ampia discrezionalità nella gestione degli affari, non sarebbe il caso che il procuratore fosse eletto dai cittadini come accade in altri Stati?

Il CSM.

(ANSA il 23 marzo 2023) - Per il ruolo di procuratore di Siena la Commissione per gli incarichi direttivi del Csm ha proposto all'unanimità la nomina di Andrea Boni, attualmente capo dei pm di Urbino. Se, come tutto lascia pensare, il plenum darà il suo via libera, per Boni si tratterà di un ritorno alla procura di Siena, dove da sostituto procuratore si è occupato di una delle inchieste sulla morte 10 anni fa di David Rossi, l'allora capo della comunicazione del Monte dei Paschi.

Estratto dell'articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 23 marzo 2023.

La legge è chiara, eppure a eluderla – continuando a rinviare le decisioni – è proprio il «Consiglio superiore della magistratura», che da lungo tempo, in molti casi persino da 3 anni, tiene in freezer le conferme o non conferme nei loro ruoli dirigenziali di oltre 40 capi e vicecapi di Procure, Tribunali, Corti d’Appello: cioè di pm e giudici che, per essere o congedati dopo i primi 4 anni di dirigenza o lasciati al timone per altri 4 anni, prima dovrebbero appunto vedere il Csm valutare il loro iniziale quadriennio sulla base dei pareri dei locali Consigli Giudiziari.

E invece, nel silente galleggiare di queste pratiche al Csm, e pur in presenza in molti casi di pareri negativi dei vari Consigli Giudiziari sui primi 4 anni di dirigenza (pareri noti anche ai colleghi o agli avvocati), per paradosso queste toghe continuano a fare i procuratori della Repubblica, i presidenti di Tribunali o di Corti d’Appello, i procuratori aggiunti e i presidenti di sezione sin quasi già a completare il secondo quadriennio.

 Un (non dichiarato) «frigorifero» che, eludendo la procedura prevista dalla legge del 2006, finisce per svuotarla di qualunque efficacia e senso logico.

[…] in almeno venti casi l’ancora attesa conferma o meno riguarda dirigenti di Procure, di Tribunali e Corti d’Appello che hanno esaurito il loro iniziale quadriennio addirittura nel 2020 o prima, l’altra ventina nel 2021.

 […] Molti hanno procedimenti disciplinari o penali in corso, sicché si intuisce che in passato i continui rinvii siano stati il modo del Csm (nelle dinamiche tra correnti togate e membri laici nominati dal Parlamento) per allontanare da sé l’amaro calice del dover affrontare valutazioni autonome.

Ma il risultato è surreale: capi che fanno in tempo a finire l’intero mandato prima che il Csm magari dica, a babbo morto, che 4 anni prima avrebbero dovuto essere deposti dalla guida dei loro uffici.

E il Csm fa lavorare due magistrati condannati per minacce ai testimoni. I pm Ruggiero e Pesce, all’epoca alla Procura di Trani, giudicati colpevoli con sentenza confermata anche dalla Cassazione. Domenico Ferrara il 17 Marzo 2023 su Il Giornale.

AAA cercasi Csm. Come è possibile che due magistrati condannati in via definitiva in Cassazione per tentata violenza privata ai danni di alcuni testimoni siano ancora in servizio e continuino a lavorare come se nulla fosse e senza all'orizzonte lo straccio di una sanzione? La domanda, per quanto possa sembrare assurda, è lecita e prende ancor più vigore dopo la notizia del rinvio a giudizio per corruzione in atti giudiziari di Carlo Maria Capristo, magistrato ora in pensione nonché ex procuratore di Taranto e di Trani. Già, perché Capristo per anni ha guidato quella che si può definire senza timore di smentita una delle procure più anomale e illegali della storia della Repubblica. Infatti, è lì che lavoravano i due pm in questione, Michele Ruggiero e Alessandro Donato Pesce, entrambi condannati rispettivamente a 6 mesi e 4 mesi di reclusione per aver minacciato e indotto alcune persone informate sui fatti nel secondo filone dell'inchiesta sul Sistema Trani a rilasciare false dichiarazioni, con frasi e metodi illeciti. «Stai attento a quello che dici», «io le cose le so già e tene andrai in carcere pure tu», «ti sto sottoponendo a questa specie di chiacchierata interrogatorio che verrà tutta fono registrata per darti la possibilità di salvarti», «tu mo ti puoi alzare, te ne vai e poi ci vedremo tra un mesetto però in una diversa posizione, tu dietro le sbarre e io da un'altra parte...». Queste alcune delle minacce che avrebbero convinto un testimone a firmare un verbale di sommarie informazioni poi posto alla base di una richiesta di arresto. E poi ancora ecco altre frasi pronunciate da Ruggiero e Pesce: «Tua moglie lo sa cosa hai fatto? Che tu fai così?»; «Dal carcere c'è una visuale sul mare stupenda e secondo me a lei col problema che c'ha le fa pure bene... è la fase della vita nella quale bisogna un attimo rilassarsi, cominciare un po' a pregare, a farsi un esame di coscienza... pensare ai nipotini»; «Possiamo impegnarci per farla stare con il caldo che fa al fresco...», «Anche la sola indagine a tuo carico ti creerebbe un casino di problemi per la laurea, per il tuo futuro». Altri due testimoni, stando alle indagini, sarebbero stati costretti «con modalità intimidatorie e violenze verbali» a dichiarare di essere a conoscenza di alcuni episodi di consegna di tangenti. A uno di loro il pm Ruggiero avrebbe contestato «un atteggiamento omertoso e mafioso», minacciando «che se avesse dichiarato il falso avrebbe rischiato fino a quattro anni di carcere». Un altro testimone, che sin dall'inizio aveva avvisato gli inquirenti di avere problemi cardiaci, ha poi accusato un attacco di cuore. Tra le altre cose, Ruggiero avrebbe minacciato un testimone di arrestarlo se non avesse rivelato i dettagli di una presunta tangentopoli al Comune di Trani, trattenendolo in Questura per sette ore e facendolo scortare in bagno da due agenti. A febbraio la Cassazione ha confermato la condanna della Corte di Appello di Lecce del 18 giugno '21 sia per Ruggiero sia per Pesce. A oggi, i due risultano essere sostituti procuratori della Repubblica ordinari a Bari dove svolgono le indagini relative ai procedimenti che gli vengono assegnati dal Procuratore e dove esercitano in piena autonomia l'azione penale. E c'è da sperare almeno che lo facciano senza intimidire e minacciare nessuno.

Il Csm “assolve” la magistrata anti green pass e anti-tamponi. Si chiude la pratica relativa alla richiesta della magistrata fiorentina Susanna Zanda, la giudice che ha condannato Matteo Renzi a pesanti risarcimenti. Giovanni Maria Jacobazzi su Il Dubbio il 17 marzo 2023

Si dovrebbe essere chiusa senza alcun seguito la pratica relativa alla richiesta di chiarimenti sul green pass da parte della magistrata fiorentina Susanna Zanda.

La giudice, ultimamente nota alle cronache per aver respinto alcuni ricorsi presentati in sede di civile da Matteo Renzi per delle diffamazioni, condannandolo poi al pagamento di importanti risarcimenti nei confronti delle controparti, a marzo dello scorso anno aveva sottoposto il quesito al Consiglio superiore della magistratura.

Il motivo riguardava l’ipotesi di essere sanzionata disciplinarmente in caso fosse entrata nel palazzo di giustizia senza il green pass, reso obbligatorio dal governo Draghi a settembre del 2021. La magistrata, premesso che l'emergenza sanitaria scadeva il 31 marzo di quell’anno, mentre per gli over 50 il termine per il green pass era quello del 15 luglio successivo, riteneva che in “assenza di allarme virale” dovesse comunque essere esplicitato dal Csm se per accedere in tribunale bisognasse avere ancora il Qr code ministeriale.

Il supergreen pass tende ad indurre gli over 50 all'inoculo di un trattamento genico sperimentale, che si era già acclarato avere un'efficacia immunizzane 'negativa', come confermato dagli ultimi dati Aifa”, ricordava la giudice, richiamandosi a plurime pronunce giudiziarie circa l'illegittima originaria della dichiarazione dello stato di emergenza. In altri termini, si potevano svolgere “i propri doveri istituzionali senza doversi sottoporre a trattamenti sanitari o parasanitari degradanti per la persona, invasivi e dannosi come i tamponi oro-faringei o i cd vaccini ad Mnra”.

La degradazione della persona del lavoratore a merce di supermercato, potrebbe essere giudicato lesivo della dignità della persona, integrando un comportamento illecito della parte datoriale”, puntualizzava la magistrata fiorentina. Anzi, l'ostacolo all'accesso al luogo di lavoro avrebbe leso “il prestigio della magistratura”.

Lo strumento del green pass - aveva quindi aggiunto - potrebbe essere giudicato come uno strumento eversivo, rispetto non solo alle norme positive della Costituzione (…) perciò verrebbe legittimato il diritto/dovere di disobbedienza civile”. L'inoperosità del lavoratore avrebbe poi potuto integrare una “massima forma di mobbing”, senza dimenticare “i danni collegati all'aspetto fisico, al senso di inutilità sociale che si prova stando parcheggiati in casa, alla sofferenza interiore”.

Il quesito della toga era anche “per tutti i magistrati che non si sono legittimamente vaccinati con sieri sperimentali e non intendono continuare a sottoporsi alla misura invasiva del tampone”, ritenuto una “tortura”.

Il plenum del Csm smentito dal Consiglio di Stato, annullata la nomina del presidente del tribunale di Palermo. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 10 Marzo 2023

Il consiglio di Stato ha confermato la sentenza con cui il Tar del Lazio aveva accolto il ricorso del candidato sconfitto, Piergiorgio Morosini, che sosteneva che la scelta fosse illegale. Adesso il nuovo consiglio del Csm dovrà procedere a una nuova nomina

Con la decisione n. 2527/23 pubblicata oggi, la Settima Sezione del Consiglio di Stato ha confermato la sentenza del Tar per il Lazio 19 settembre 2022 n. 11915, annullando il provvedimento con cui il CSM aveva conferito al Dott. Antonio Balsamo l’incarico direttivo di presidente del Tribunale ordinario di Palermo, in accoglimento del ricorso proposto da altro magistrato aspirante all’incarico (Dott. Piergiorgio Morosini).  Secondo Morosini, il Presidente poi nominato Antonio Balsamo non avrebbe avuto i requisiti richiesti per ottenere quella nomina direttiva e quindi non poteva essere nominato alla presidenza del Tribunale di Palermo. Nel suo ricorso Morosini aveva scritto di essere entrato in magistratura nel giugno 1993 e di avere prestato servizio dall’ottobre 1994 presso il Tribunale di Palermo con competenza in diritti reali, successioni e locazioni. Dal maggio 1995 era stato assegnato alla sesta sezione penale con funzione di giudice del dibattimento penale collegiale e monocratico, nonché di giudice del riesame. Successivamente dal marzo 2002 ha svolto le funzioni di gip sempre a Palermo e dal 2008 è andato al Massimario della Cassazione. Dal 2014 al 2018 è stato componente del Csm. E dal 2018 è tornato a svolgere la funzione di gip a Palermo.

Secondo il Tar del Lazio, Presidente Antonino Savo Amodio, estensore Francesca Petrucciani,  il ricorso di Morosini contro Balsamo doveva “essere accolto, con annullamento dell’atto impugnato ed assorbimento dell’ultima doglianza relativa ai tempi della deliberazione, dovendo il Csm rideterminarsi ai fini dell’attribuzione dell’incarico direttivo per cui è causa“. A questo punto, il Presidente del Tribunale Antonio Balsamo aveva fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la decisione del Tar del Lazio.

Il Consiglio di Stato ha confermato oggi la sentenza con cui il Tar del Lazio, lo scorso 19 settembre, aveva accolto il ricorso del candidato sconfitto, Piergiorgio Morosini , che sosteneva che la scelta del Csm fosse illegale. Balsamo che era sostituto procuratore generale in Cassazione, non aveva maturato i cinque anni dal passaggio alle funzioni requirenti necessari per un nuovo passaggio alla funzione giudicante.

Sulla nomina il precedente plenum di palazzo dei Marescialli si era diviso – 12 consiglieri contro 12 – e la candidatura di Balsamo era prevalsa solo perchè più anziano. Sia il Tar che il Consiglio di Stato hanno ritenuto la tesi illegittima e ora il Csm dovrà procedere a una nuova nomina. Durante il plenum sono state esposte diverse posizioni in merito alla costituzione in giudizio dell’organo di autogoverno della magistratura.

In particolare il consigliere togato (oggi ex) Nino Di Matteo , favorevole alla costituzione in giudizio del Consiglio, aveva ricordato che “in quei cinque anni il dottore Balsamo ha fatto il giudice. Ha presieduto la corte d’Assise di Caltanissetta nei processi Capaci bis e Borsellino quater. Per cinque giorni la settimana, a volte per quattro giorni a settimana, ha fatto il presidente di corte d’Assise, dalle nove del mattino alle venti di sera, perché questi sono gli orari e questi sono gli impegni di un presidente di corte d’Assise a Caltanissetta in quel tipo di processo”.

La decisione dei giudici di Palazzo Spada ha invece chiarito oggi che il Dott. Balsamo non poteva concorrere al posto di presidente del tribunale di Palermo, perché, al momento della presentazione della propria candidatura, non aveva ancora maturato il periodo minimo di funzioni requirenti prescritto dalla normativa.

Redazione CdG 1947

Il discorso al Csm. Mattarella scarica Nordio e difende il partito dei Pm. Piero Sansonetti su Il Riformista il 25 Gennaio 2023

Il Presidente Mattarella ieri ha presieduto l’ultima riunione di un Csm che sicuramente è stato il peggiore Csm della storia repubblicana. Travolto dagli scandali, dalla faziosità, dalle satrapie, dalle correnti, dalla totale assenza di indipendenza e dal trionfo dell’omertà corporativa. Basta dire che su 16 magistrati che ne facevano parte, più di un terzo era stato costretto alle dimissioni perché travolto dagli scandali, e un altro terzo aveva evitato le dimissioni, con arroganza, pur travolto da analoghi scandali. E poi le nomine abusive, le raccomandazioni, i dossier nascosti, le autoassoluzioni. Una vera e propria vergogna per le istituzioni e per la democrazia.

Il Presidente Mattarella, nel discorso di commiato, ha preferito tacere su tutto ciò. E cioè sul fatto che questo Csm ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che la magistratura non è in grado di autogovernarsi, e che l’autogoverno produce solo sopraffazioni e rischio per i cittadini. Non solo il Presidente Mattarella ha preferito tacere su tutto ciò. Ma l’unico accenno che ha fatto ai problemi della magistratura italiana è stato quello sulla necessità di difendere l’autonomia della magistratura. Autonomia? Ma come è possibile parlare di autonomia quando addirittura negli ultimi mesi abbiamo assistito al passaggio diretto di alcuni altissimi magistrati dal proprio incarico a un seggio in Parlamento col partito dei 5 Stelle? Autonomia da cosa? Diciamolo: autonomia dal diritto.

Forse la cosa più grave è che questo discorso di Mattarella è stato tenuto nei giorni nei quali il partito dei Pm e i suoi giornali (in particolare Il Fatto e Repubblica) hanno scagliato attacchi feroci contro il ministro della Giustizia, colpevole di aver parlato di riforme e di avere manifestato l’intenzione di riportare in Italia lo Stato di diritto. In queste condizioni voi pensate che sia possibile riformare la giustizia?

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Eletto alla terza votazione. Fabio Pinelli nuovo vicepresidente del Csm: eletto il candidato di Salvini. Redazione su Il Riformista il 25 Gennaio 2023

Cerchiamo di essere credibili, trasparenti, mai obliqui nell’interesse del Paese”, ha dichiarato Fabio Pinelli nella sua prima dichiarazione al plenum da vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (Csm). L’avvocato penalista del foro di Padova è stato eletto alla terza votazione con 17 voti contro i 13 espressi per Roberto Romboli (quota Pd) e una scheda bianca. Pinelli era il candidato della Lega, era stato eletto membro laico del Csm la scorsa settimana.

A pochi minuti dall’elezione il messaggio di Sergio Mattarella, il Presidente della Repubblica che presiede l’organo di autogoverno della magistratura italiana. “Auguri al vicepresidente neo eletto, certo che saprà affrontare con senso istituzionale e con spirito collaborativo le funzioni rilevanti cui è chiamato. Sono certo che il Consiglio, con la sua conduzione, affronterà con obiettività e concretezza anche le questioni più complesse che di volta in volta gli saranno sottoposte”, ha detto il Capo dello Stato.

Desidero ricordare anche qui – ha aggiunto il Capo dello Stato – il ruolo di questo Consiglio, organo di garanzia che la Costituzione colloca a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. A lei, signor vicepresidente, spetta il compito di favorire la coesione dell’attività del Consiglio. L’adozione di delibere condivise, ne rende più efficace ed autorevole il percorso”. E rivolto allo stesso Pinelli: “Con la sua elezione è divenuto il punto di riferimento e di raccordo di tutti i componenti del Consiglio, che devono sentirsi da lei rappresentanti, ascoltati e garantiti nell’esercizio delle loro funzioni”.

Pinelli si è detto “onorato dell’incarico e del ruolo che mi avete riconosciuto. Una grande emozione. Una gravosissima responsabilità” ha definito la sua nomina nella dichiarazione al plenum dopo l’elezione. “Orienterò ogni mio comportamento nell’interesse del Paese con la guida e il faro del presidente della Repubblica”.

Pinelli, laureato all’Università degli studi di Milano in Giurisprudenza e iscritto all’Albo degli Avvocati di Padova dal 1997 e a quello Speciale degli Avvocati ammessi al patrocinio dinanzi alla Corte Suprema di Cassazione e alle altre Giurisdizioni Superiori dal 2010, ha portato avanti la sua attività specialmente nell’ambito del diritto penale dell’economia. Fino alla nomina al Csm è stato professore a contratto presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e titolare dell’insegnamento di “Diritto penale dell’ambiente, del lavoro e della sicurezza informatica (Internet e privacy).

Le dichiarazioni del neo presidente. La denuncia di Pinelli: il Csm andava al disastro e pensavano a Palamara…Paolo Comi su Il Riformista il 9 Febbraio 2023

È uno sfascio, sinceramente non trovo altre parole”. Lo afferma al Riformista Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia al Senato ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura, commentando le parole di Fabio Pinelli, neo presidente dell’Organo di autogoverno delle toghe, che ieri in apertura di Plenum ha “stigmatizzato” i ritardi accumulati dal Consiglio uscente.

La mia consiliatura, presieduta da Giovanni Legnini, aveva terminato il mandato senza particolari ritardi. In quella di David Ermini, invece, ci sarebbero pratiche inevase risalenti addirittura al 2018: mi pare a dir poco sorprendente”, ha aggiunto Zanettin. Ed infatti i dati forniti da Pinelli fanno a cazzotti con la narrazione di questi anni secondo cui il Consiglio uscente aveva rappresentato una cesura con il “laido” sistema di Luca Palamara, come scrisse tempo addietro in un articolo l’ex pm Giancarlo Caselli. In pratica, ha puntualizzato Pinelli, “considerando i procedimenti ancora pendenti relativi a vacanze del 2018 o 2019 – rispetto alle quali sono intervenute vicende patologiche – sono da conferire, con un ritardo purtroppo divenuto fisiologico, numerosi incarichi vacanti dal 2021 – 35 direttivi e 56 semidirettivi – e la sostanziale totalità di quelli resisi vacanti nel 2022 – 81 direttivi e 91 semidirettivi”.

Esaminiamo oggi, secondo il criterio cronologico ormai imposto dalla legge oltre che dalla circolare interna, le vacanze intervenute a settembre 2021. Non possiamo esserne soddisfatti e dobbiamo modificare questi ritmi”, ha aggiunto Pinelli, annunciando che nei prossimi mesi il Csm lavorerà senza sosta tutte le settimane per mettere una toppa. Nel mare magnum dell’arretrato ci sono anche le pratiche relative alle conferme degli incarichi direttivi o semidirettivi per i quali il primo quadriennio è scaduto dal 2015 al 2020; oltre 100 in cui il quadriennio è scaduto nel 2021; circa 240 in cui il quadriennio è finito nel 2022 e già 46 nel 2023, per un totale di 295 procedimenti da definire.

I ritardi investono anche l’approvazione dei progetti organizzativi degli uffici giudiziari. “Quelli relativi al triennio 2020/2022 non sono stati ancora valutati se non in parte: il Consiglio ha deliberato su 77 progetti organizzativi su un totale di 199; su 58 tabelle di organizzazione degli uffici giudicanti, mentre ne rimangono da esaminare 167”, ha quindi concluso Pinelli. Davanti a questi numeri la domanda spontanea è cosa avrà allora fatto il Csm in questi anni. Sicuramente ha concentrato gli sforzi nel procedimento nei confronti di Palamara e di tutti coloro che erano nelle sue chat. Il Palamaragate, esploso nel 2019, ha rappresentato, ormai è evidente, un regolamento di conti fra le correnti della magistratura conclusosi proprio con la cacciata di Palamara e con dure condanne disciplinari nei confronti delle toghe che avevano avuto rapporti con lui.

La sezione disciplinare del Csm, ad ottobre del 2020, al termine di un “turbo processo” in piena pandemia, aveva emesso a carico di Palamara il provvedimento più severo e questo nonostante ci fosse nel collegio Piercamillo Davigo che in quel procedimento era giudice, testimone e persona offesa. L’ex pm di Mani pulite alla luce delle successive rivelazioni dell’indagine sulla Loggia Ungheria, aveva celebrato il processo essendo a conoscenza delle rivelazioni dell’avvocato Piero Amara, il principale teste d’accusa alla Procura di Perugia contro Palamara. Cacciato Palamara, per mesi, il Csm ha dunque provveduto a fare tabula rasa di quella stagione. Con le conseguenze del caso.

Il presidente della Repubblica ha voluto aprire un nuovo capitolo, possiamo e vogliamo affermare che la fase dell’emergenza è chiusa. E vorremmo che fosse finito il tempo delle dispute polemiche, del dibattito pubblico e delle misure straordinarie d’urgenza”, ha proseguito allora Pinelli. “Vorremmo – ha aggiunto – che il Consiglio, che ci è stato consegnato indubbiamente ammaccato dalle vicissitudini intercorse, tornasse all’esercizio fisiologico delle proprie funzioni, con un rinnovato impegno di correttezza, trasparenza, fedeltà al proprio mandato costituzionale, per ricostituire quel tessuto di lealtà istituzionale e di legittimazione democratica che in alcuni momenti è sembrato lacerarsi”. Non resta che attendere le prossime settimane per vedere se ci sarà questo cambio di passo. Paolo Comi

Si autoassolve e se ne va il peggior Csm di sempre. Paolo Comi su Il Riformista il 25 Gennaio 2023

A lei, signor presidente, e gliela dico con vera emozione, una sola parola: grazie”. “Desidero ringraziare il vice presidente David Ermini per avere responsabilmente assolto il ruolo assegnatogli”. Con i ringraziamenti reciproci da parte del capo dello Stato e del suo numero due a Palazzo dei Marescialli, si è conclusa ieri mattina al Quirinale la consiliatura peggiore della “storia della Repubblica”, come non perde occasione di ricordare il leader di Italia Viva Matteo Renzi che, nel 2018, aveva caldeggiato proprio la nomina di Ermini.

Il passaggio di consegne fra i consiglieri uscenti e quelli entranti ha offerto comunque ad Ermini l’occasione per togliersi più di un sassolino dalle scarpe. Dopo aver sottolineato “amarezza personale per attacchi spesso gratuiti”, l’ormai ex vice presidente del Csm ha rivendicato con orgoglio di aver “salvaguardato la dignità di una istituzione, senza cedere alle pressioni di campagne mediatiche anche violente e pretestuose e alle ripetute richieste, non sempre disinteressate, di scioglimento anticipato, che in assenza di riforme si sarebbe rivelato inutile oltre che traumatico e funesto per la credibilità dell’organo e dell’intera magistratura”. Senza mai pronunciare lo scandalo Palamara, e dunque il suk delle nomine e degli incarichi, Ermini si è limitato ad affermare che sul Csm si è abbattuta “l’onda lunga di degenerazioni e miserie etiche, in realtà risalenti nel tempo”. “L’istituzione ha retto, ha riacquistato gradualmente quella serenità che ha permesso di svolgere fino alla fine i propri compiti”, ha quindi aggiunto Ermini.

La narrazione dell’ex responsabile giustizia dei Pd stride, però, con la cruda realtà dei fatti. La riforma tanto attesa del Csm by Marta Cartabia ha avuto l’effetto di rafforzare a dismisura il potere delle correnti che, invece, si voleva limitare. Su 20 componenti togati neo eletti, ben 19 sono espressione di gruppi dell’Associazione nazionale magistrati. Le decine di toghe indipendenti che si erano candidate sono rimaste tutte al palo. Sui “compiti” svolti, poi, è sufficiente segnale l’aumento esponenziale del contenzioso con situazioni incresciose. Vedasi la nomina di Michele Prestipino a procuratore di Roma, più volte reiterata, e più volte bocciata dal giudice amministrativo in tutte le sedi.

Per conoscere il successore di Ermini bisognerà attendere questa mattina. Dopo la verifica dei titoli è previsto il voto del Plenum a piazza Indipendenza. In pole il professore ‘emerito’ Roberto Romboli eletto in quota Pd. Grande movimento da parte di Matteo Salvini per far eleggere l’avvocato padovano Fabio Pinelli. Quest’ultimo, difensore fra l’altro della regione Veneto e dell’ex spin doctor della Lega Luca Morisi, può contare anche su un ’sponsor’ importante: l’ex magistrato ed ex presidente della Camera dei Ds Luciano Violante. Poche possibilità, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, per i quattro laici eletti in quota Fratelli d’Italia. Le previsioni dell’ultima ora dicono che, come nella volta scorsa, saranno determinanti i voti dei capi di Corte, il presidente della Cassazione Pietro Curzio ed il procuratore generale Luigi Salvato. Paolo Comi

Mattarella licenzia il Csm di scandali e omertà e benedice quello nuovo. Massimiliano Scafi il 25 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il capo dello Stato allude a Palamara: "Si chiude una consiliatura segnata da gravi episodi". E invoca "trasparenza" per garantire "autonomia"

Ma insomma, dice sconsolato a un certo punto Sergio Mattarella, non avete proprio dato un bello spettacolo. Lo strapotere delle correnti, le contaminazioni con la politica, le strane manovre, il caso Palamara: in questi anni l'istituzione ha barcollato assai. «Si chiude una consiliatura complessa, segnata da gravi episodi che l'hanno colpita». E comunque, in qualche maniera, adesso è andata. «Il Consiglio superiore ha cercato di superare le profonde tensioni prodotte da quelle vicende, per assicurare il corretto funzionamento degli uffici giudiziari». Giudizio sospeso quindi: il capo dello Stato apprezza il tentativo, perché Palazzo dei Marescialli «ha cercato» di ricomporre i frantumi, tuttavia si astiene dal valutare i risultati. E per il futuro avverte: attenzione, soltanto «attraverso l'esercizio trasparente» si può «garantire l'indipendenza e l'autonomia».

Oggi il presidente guiderà la prima riunione del nuovo Csm. Intanto accoglie al Quirinale il parlamentino uscente e lo congeda con toni più agri che dolci. «La magistratura - spiega - ha nei valori costituzionali, nel suo ambito e nella sua storia le risorse per affrontare le difficoltà e per assicurare con autorevolezza e credibilità il rispetto della legalità indispensabile per la vita è la crescita civile della società». Ha dunque tutte le carte a disposizione per lavorare per i cittadini e non per se stessa o per qualche altro potere. Peccato che non sempre ci si muova, appunto, con l'autorevolezza e con la credibilità richieste.

La separazione delle carriere? La distinzione dei ruoli tra giudici e pubblici ministeri? Le intercettazioni? Mattarella, che è presidente pure del Csm, non entra nel merito delle riforme in cantiere e si tiene ben alla larga dalle polemiche politiche connesse. In passato ha attaccato «i protagonismi» dei singoli e censurato le inchieste spericolate, stavolta il capo dello Stato pronuncia un discorso più felpato e unitario. Però, citando la Carta, rammenta quali siano la lettera e lo spirito del mandato. «I compiti che la Costituzione e la legge affidano al Consiglio superiore sono volti ad assicurare l'indipendenza della magistratura, pilastro della nostra democrazia». Impossibile perciò pensare di smontare l'architrave dell'autonomia. La Repubblica prevede la separazione dei poteri.

Però, aggiunge, il Csm deve fare il Csm, e cioè sorvegliare. «Attraverso l'esercizio trasparente ed efficiente dell'autogoverno deve garantire nel modo migliore l'autonomia e l'indipendenza della giurisdizione; e deve assicurare agli uffici il miglior livello di professionalità dei magistrati». I quali peraltro «svolgono con impegno e dedizione la loro attività anche in condizioni ambientali complesse e talvolta insidiose».

Tanti ringraziamenti al vicepresidente uscente, Davide Ermini, che «ha dimostrato capacità e senso delle istituzioni nel condurre i lavori del Consiglio superiore durante il suo percorso, anche nei momenti più difficili». Particolarmente «proficua l'azione durante la pandemia e la diffusione organizzativa su tutto il territorio nazionale». Ora tocca ad altri e, visto il momento, le aspettative del Colle sono alte. «Sono certo che il nuovo Csm saprà svolgere le sue funzioni nel quadro di corretti rapporti istituzionali, nel supremo interesse della Repubblica». Nel passato recente non sempre è successo.

La triste fine del Consiglio dei veleni. "È stata una consiliatura complessa", dice il capo dello Stato Sergio Mattarella, usando un bizantinismo linguistico scovato nel dizionario della Prima Repubblica. Felice Manti il 25 Gennaio 2023 su Il Giornale.

«È stata una consiliatura complessa», dice il capo dello Stato Sergio Mattarella, usando un bizantinismo linguistico scovato nel dizionario della Prima Repubblica. La verità è che al commiato del peggior Csm degli ultimi anni il più felice era lui: un po' come quando un ospite indesiderato se ne va, sempre troppo tardi. Di questo organo di autogoverno della magistratura se ne parlerà a lungo, sui libri di storia e nelle aule giudiziarie. Non solo per i cinque mesi di prorogatio forzata, né per il silenzioso braccio di ferro con il Quirinale sull'applicazione della riforma Cartabia, quanto per l'uso spregiudicato di alcune inchieste. È stato il Csm degli «imbarazzanti silenzi» e delle «inescusabili omissioni», per usare le durissime le parole del gup di Roma Nicolò Marino, che ha chiesto alla Procura della Capitale di indagare sugli ormai ex consiglieri Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra, come si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il 15 dicembre scorso è stata prosciolta la segretaria di Piercamillo Davigo, Marcella Contrafatto per i verbali milanesi del caso Eni-Amara incautamente passati di mano, in modo carbonaro, in spregio a qualsiasi garanzia. Per tacere dei veleni tra gli ex amici Davigo e Sebastiano Ardita o dell'uso strumentale di intercettazioni, considerate illegittime e inutilizzabili penalmente ma tornate improvvisamente buone per mettere alla porta magistrati scomodi e spiarne persino i legali.

«Sono convinto che oggi sia stata scritta la pagina finale del festival della ipocrisia e che i procedimenti giudiziari in corso e quelli che verranno intentati nei confronti di alcuni consiglieri uscenti meglio riusciranno a disvelare lo spaccato di questo quadriennio. Il tempo è galantuomo», si lascia sfuggire l'ex leader Anm Luca Palamara.

Chissà se il vicepresidente uscente David Ermini, nel suo discorso di commiato, avrà ripensato alle cene che hanno preceduto la sua elezione, oppure ai voltafaccia riservati a quei consiglieri che con lui avevano iniziato il percorso consiliare e che poi sono stati costretti a dimettersi per vanificare la nomina alla Procura di Roma di Marcello Viola (oggi fortunatamente a Milano). E chissà se l'ex renziano avrà ripensato a quei verbali della Loggia Ungheria finiti nel cestino, o a quei cellulari spariti prima della famigerata congiura di Palazzo raccontata magnificamente da un giudice in una sentenza della Repubblica italiana. In passato i veleni di Palazzo de' Marescialli furono fatali a Giovanni Falcone, vittima della sinistra giudiziaria prima ancora che della mafia, vedi il pizzino via Unità del togato rosso Alessandro Pizzorusso. Oggi gli emuli di quella scuola forcaiola tornano a popolare le aule del Csm, ma di Falcone (per fortuna o purtroppo) ci sono rimaste solo pallide imitazioni.

Dopo l'ultimo Plenum. Mattarella sfratta il Csm: fate gli scatoloni e smammate. Paolo Comi su Il Riformista il 21 Gennaio 2023

Non tornate più, è meglio”. È quanto avrebbero, informalmente, fatto sapere dal Quirinale questa settimana agli attuali componenti del Consiglio superiore della magistratura. Terminato il Plenum di mercoledì, dove si è consumato l’ennesimo strappo sulla nomina del procuratore aggiunto di Roma Stefano Pesci, dal Quirinale sarebbe arrivato il messaggio di svuotare gli uffici quanto prima e non mettere più piede a Roma. Un ‘suggerimento’ che ha spiazzato un po’ tutti. I consiglieri, infatti, erano impegnati a scrivere i discorsi per l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Il giorno dopo la solenne cerimonia in Cassazione, prevista per il 26 gennaio, i componenti del Csm in rappresentanza dell’Organo di autogoverno della magistratura si sarebbero infatti dovuti recare presso le varie Corti d’appello. Dal Quirinale devono aver pensato che, dopo tutto quello che era successo in questi anni, far tenere loro le prolusioni sarebbe stato veramente troppo.

Meglio dunque accelerare con il rinnovo del Consiglio e mandare via i componenti del Csm “più screditato della storia della Repubblica”, come ricorda sempre l’ex premier Matteo Renzi. A parte il Palamaragate, che questo Csm si fosse caratterizzato per decisioni quanto mai ‘singolari’, disattendendo regole e disposizioni normative di ogni genere, lo si era capito fin da subito. Dopo poche settimane dall’insediamento, molti mesi prima che esplodesse lo scandalo delle nomine, il Csm aveva dato il meglio di sé con la pratica del giudice di Parma Luca Agostini. Il magistrato aveva fatto domanda per essere trasferito, con il medesimo incarico, al tribunale di Milano e il Csm, il 20 giugno 2018, aveva deliberato il trasferimento. La toga doveva prendere servizio nella nuova sede il 30 gennaio dell’anno successivo, così da permettergli di terminare i processi.

Il 20 novembre del 2018, però, Agostini aveva chiesto di revocare il trasferimento per ragioni “personali” e di “servizio”. “Mi ero determinato a chiedere il trasferimento a Milano perché a quell’epoca la mia compagna da pochi mesi aveva superato l’abilitazione professionale di avvocato e aveva instaurato un rapporto di collaborazione lavorativa con uno studio di quella città”, aveva esordito Agostini. “Il mio trasferimento a Milano – aveva aggiunto – era funzionale all’instaurazione nella metropoli lombarda della convivenza con la mia compagna, a quell’epoca non ancora iniziata. Sennonché, l’occupazione lavorativa della mia compagna è venuta meno nelle more della procedura di trasferimento e da qualche settimana ha iniziato una collaborazione presso uno studio legale di Reggio Emilia”. Il trasferimento, in altre parole, sarebbe stato foriero di “conseguenze assolutamente deleterie” per la vita personale. Agostini aveva poi ricordato che si era occupato e si stava occupando di processi importanti, che aveva maturato esperienza, e che vi sarebbero stati problemi per sostituirlo. Il consigliere togato Michele Ciambellini, giudice di grande esperienza, circolare alla mano aveva fatto presente che la revoca è un istituto solo per “gravi e imprevedibili circostante sopravvenute relative al lavoro del convivente”.

Convivenza che Agostini non aveva in “alcun modo documentato”. Il togato faceva presente che la distanza intercorrente tra Milano e Parma non giustificava il ricorso ad un istituto eccezionale come la revoca (le due città sono collegate con treni ad alta velocità che impiegano circa 45 minuti, ndr). Ciambellini, poi, aveva precisato che il Tribunale di Parma era sostanzialmente a pieno organico, mentre a Milano la scopertura era all’epoca del 10 percento e in caso di scorrimento della graduatoria, al posto di Agostini, sarebbe stato destinato un magistrato che prestava servizio a Brescia dove la scopertura era quasi del 20 percento.

Sarebbe paradossale, in presenza di un ripensamento del magistrato, far valere una situazione per nulla eccezionale al fine di assecondare ragioni personali che di per sé non giustificano la revoca”, aveva puntualizzato il togato del Csm, rispedendo al mittente la giustificazione di Agostini di essere a conoscenza dei processi: chi lo avrebbe sostituito era il giudice a latere e, come tale, pienamente a consapevole del contenuto degli atti. Il Csm, comunque, era pronto a farlo rimanere a Parma per il tempo necessario per la conclusione anche l’ultimo processo che aveva iniziato. Come se non bastasse, infine, il posto di Agostini era stato già assegnato dalla stesso Csm. In caso di revoca bisognava mandare via il magistrato appena destinato a Parma, determinando ’tensioni’ fra i giudici dell’ufficio. Il Csm ‘screditato’, davanti ad una quadro del genere, cosa avrà mai deciso? La revoca del trasferimento di Agostini, of course. Paolo Comi

Il giallo dei titoli per gli eletti al Csm. Tre in bilico e il professor Romboli non ha i requisiti per palazzo dei Marescialli. Felice Manti il 21 Gennaio 2023 su Il Giornale.

«La commissione verifica titoli del Csm avrà una serie di gatte da pelare mica da ridere, alla luce di una interpretazione sulla sussistenza dei requisiti che si annuncia laboriosa», sorride al telefono il parlamentare di Forza Italia Pietro Pittalis. Come conferma uno dei legali che aveva presentato domanda al Parlamento per essere scelto come membro laico, e che al Csm è di casa, dopo le indiscrezioni di stampa circolate in questi giorni la posizione di almeno tre membri laici appena eletti dal Parlamento rischia di mettere in imbarazzo Fdi e Pd. Con sfumature diverse. Perché se è vero quello che scrive La Stampa sui curricula di Daniela Bianchini e Rosanna Natoli, alla loro iscrizione all'albo da almeno quindici anni come prevede la legge non corrisponderebbe un altrettanto duraturo «esercizio effettivo» della professione forense. «Devi dimostrarlo con un'autocertificazione che la riforma Cartabia ha richiesto», spiega un esperto della legge istitutiva del Csm (la 195 del 1958). Perfino l'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, a causa del suo mandato da Guardasigilli, è stato costretto a rinunciare alla nomina al Csm perché di anni «effettivi» non ne aveva abbastanza.

Ma quello dei curricula «autocertificati» sembra un problema veniale rispetto al vero vulnus, quello che riguarda il candidato espressione del Pd Roberto Romboli. Perché stando a una interpretazione letterale delle regole, l'allievo della toga rossa Alessandro Pizzorusso non è più «ordinario» ma è un «docente esterno» (così si legge sul sito dell'Università di Pisa) e dunque non ha i requisiti, visto che non è neanche iscritto all'albo degli avvocati come le sue due colleghe a Palazzo de' Marescialli.

«Sarà dirimente capire chi farà parte della commissione (per legge due togati e un laico, ndr.) per vedere come andrà a finire», ci dice un ex membro togato del Csm. Come a malignare che se a decidere fosse chiamato una toga di Area o di Md sarebbe più tenera con Romboli perché... d'area. Perché chi scrive che per Romboli vale il precedente di Annibale Marini sbaglia, perché è vero che fu eletto al Csm anche se era in pensione dall'Università, ma dimentica che rimase ordinario in virtù di apposita delibera del Consiglio di Facoltà e soprattutto era anche un avvocato. Cosa che Romboli non è. E questo complica - e di molto - i piani di entrambi gli schieramenti sulla scelta del prossimo vicepresidente.FMan

Giudici di Pace.

Queste le cose che succedono tutti i giorni. Il nuovo ruolo del Giudice di Pace con la riforma Cartabia e il caso delle due donne costrette a pagare le spese condominiali senza vivere l’edificio. Andrea Viola su Il Riformista il 6 Agosto 2023 

Nel ringraziarvi per le tante email ricevute e le tante segnalazioni arrivate è il momento di affrontare alcune tematiche poco conosciute. La Giustizia Civile o spesso in-civile, come abbiamo detto in alcuni articoli precedenti, ha il suo sbocco non solo nei vari Tribunali ma anche presso i cosiddetti Giudici di Pace.

Il Giudice di pace è un magistrato onorario, ossia non togato (che non ha fatto il concorso pubblico per magistrato). L’art. 106 della Costituzione Italiana che disciplina le condizioni per l’accesso alla funzione giurisdizionale dello Stato, prevede che i magistrati siano nominati per concorso, ma al comma 2 consente alla legge sull’ordinamento giudiziario di istituire magistrati onorari, cui sono attribuite le funzioni di giudici singoli.

La legge 21 novembre 1991 n. 374 ha istituito fra i magistrati onorari, l’ufficio del giudice di pace, per l’esercizio della giurisdizione in materia civile e penale, secondo le previsioni dettate dalla stessa legge. La funzione attribuita al giudice di pace è dunque solo quella giudicante, e non quella requirente. I giudici onorari di pace non sono più nominati con decreto del Presidente della Repubblica, ma con decreto del Ministero della Giustizia.

Il Csm delibera ad anni alterni entro il 31 marzo il numero di posti vacanti da assegnare e disciplina le modalità di formulazione del bando e il termine per la presentazione delle domande.

Al fine di ridurre il contenzioso davanti al Tribunale, la riforma Cartabia ha modificato l’art. 7 c.p.c. incrementando i limiti della competenza per valore del giudice di pace.

Pertanto, dal 1 marzo 2023, la competenza del giudice di pace passa da 5.000 a 10.000 euro per le liti relative a beni mobili e da 20.000 a 25.000 euro per le controversie in materia di risarcimento dei danni da circolazione di veicoli e natanti.

Si tratta tuttavia di un incremento che subirà una ulteriore modifica a partire dal 31 ottobre 2025 con  il disegno di riforma della magistratura onoraria (art. 27-28 dlgs n. 116/2017) che ha previsto la cognizione del Giudice di Pace per le liti su beni mobili fino al valore di 30.000 euro e per i danni da circolazione fino a 50.000 euro.

Inoltre verranno attribuite ex novo al Giudice di Pace: la competenza su una vasta area di liti riguardanti diritti reali e comunione, nonché sulle controversie condominiali; l’obbligo di decidere secondo equità le liti di valore non eccedente i 2500 euro (anziché i millecento previsti dalla normativa vigente); le competenze e funzioni di Giudice dell’esecuzione nel procedimento di espropriazione di beni mobili; competenze specifiche in materia tavolare e in taluni riti camerali (quali, ad es. quelli relativi all’apposizione di sigilli).

La riforma Cartabia oltre a modificare la competenza ha anche previsto delle modifiche procedurali, modellate sulla base del procedimento semplificato di cui agli art. 281 decies ss. Cpc. In particolare:

1. L’atto introduttivo non è più un atto di citazione ma un ricorso che deve contenere l’indicazione del giudice, delle parti e il suo oggetto. Può essere formulato oralmente davanti al Giudice di Pace il quale dovrà curarne la verbalizzazione.

2. Il giudice designato per la trattazione entro 5 giorni dovrà emettere decreto di fissazione di udienza ed indicare i termini di costituzione del convenuto (che dovrà intervenire non oltre 10 giorni prima dell’udienza).

3. Il ricorrente dovrà notificare al convenuto il ricorso e il decreto di fissazione di udienza con almeno 40 (o 60 se all’estero) giorni liberi di anticipo rispetto la data di udienza e depositare il ricorso e il decreto notificati ai fini della costituzione in giudizio.

4. La costituzione del convenuto avverrà tramite deposito della comparsa di costituzione e risposta entro il termine di 10 giorni prima dell’udienza.

5. La trattazione ed istruzione della causa, che potrà essere effettuata solo a seguito di tentativo di conciliazione non riuscito, segue il procedimento di cui all’art. 281 duodecies commi 2,3 e 4 cpc. (non è però ammesso il passaggio da rito semplificato a rito ordinario).

6. La fase decisoria segue quanto previsto dall’art. 281 sexies c.p.c. il giudice, quindi, fatte precisare le conclusioni, inviterà le parti a discutere oralmente la causa nella stessa udienza e potrà pronunciare immediatamente sentenza dando lettura del dispositivo e delle concise ragioni in fatto e diritto a sostegno della decisione, oppure potrà riservarsi di depositarla entro il termine di 15 giorni.

La maggiore novità tuttavia riguarda l’apertura del procedimento davanti al giudice di pace alle forme del processo telematico che entrerà in vigore per i procedimenti instaurati dopo il 30 giugno 2023.

Questo ovviamente solo per il settore civile. Il Giudice di Pace ha anche competenze nel Settore penale per determinati reati ma a noi in questo contesto non interessa.

Bene, come abbiamo visto il Giudice di Pace, spesso un avvocato che svolge la propria professione in altro Foro, ha tante competenze e molto vicine alle esigenze quotidiane del cittadino.

Le modalità di trattazione delle cause sono un pochino più snelle ma vanno incontro a problemi di altra natura, spesso di potenziali conflitti d’interesse soprattutto in realtà territoriali molto piccole.

Un caso recente ha visto due signore proporre opposizione a un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo per questioni di spese condominiali.

Bene le due signore (mamma e figlia) opponevano due cose basilari, una non era mai stata condomina e l’altra aveva venduto da tempo.

Su questo presupposto oggettivo si chiedeva la revoca dell’esecutività del decreto ingiuntivo. Ossia che venisse messo subito all’incasso nelle forme dell’esecuzione coatta.

Il Giudice di Pace non provvedeva mai lasciando al Ricorrente la possibilità di poterlo azionare. Il tutto nonostante per legge avesse dovuto provvedere alla prima udienza. Nulla.

Per farla breve, nonostante l’evidenza dei fatti il Giudice alla signora non Condomina riconosceva l’estraneità dalla causa ma compensava le spese di lite. Motivazione? Realmente inesistente. Insomma, oltre al danno la beffa. Si potrebbe fare appello.

Ma secondo Voi può sobbarcarsi altre spese una signora che ha già avuto difficoltà a fare il primo grado? Queste le cose che succedono tutti i giorni.

Andrea Viola. Andrea Viola, Avvocato, Consigliere Comunale Golfo Aranci, Coordinatore Regionale Sardegna Italia Viva; Conduttore Rubrica Vivacemente Italia su Radio Leopolda

Giudici e Stampa amica.

Estratto dell’articolo di Ugo Magri per “la Stampa” il 16 giugno 2023.

Il caso ha voluto che Sergio Mattarella intervenisse sulla giustizia proprio mentre il governo si apprestava a metterci mano […] Per cui s'è avuta quasi la sensazione che il presidente volesse rammentare i confini entro cui la riforma targata Carlo Nordio dovrà contenersi, se vorrà ottenere un via libera dal Quirinale. 

Ma […] non è andata così: l'incontro con i giovani magistrati tirocinanti era fissato da tempo, così com'era scritto in anticipo il discorso presidenziale rivolto alle future toghe che contiene una sfilza di raccomandazioni tra cui quella (più volte ripetuta) a comportarsi in modo irreprensibile e riservato, per esempio senza esagerare coi social.

Quanto al perimetro tracciato dal presidente, sarebbe una forzatura considerarlo un altolà indirizzato al Parlamento o al governo, alla maggioranza o all'opposizione. L'unico monito, se tale possiamo considerarlo, riguarda il rispetto della Carta costituzionale, a cominciare dall'articolo 104 che riconosce autonomia e indipendenza all'ordine giudiziario. I magistrati sono soggetti, rammenta Mattarella, «soltanto alla legge».

Il che comporta due conseguenze […] La prima: giudici e pubblici ministeri non debbono sentire sul collo il fiato della politica. Il loro compito è applicare le norme per quel che c'è scritto, senza piegarsi ai potenti di turno e tantomeno agli umori delle piazze. L'altra conseguenza, citata dal presidente, è che nessuno deve sentirsi al di sopra della legge, tantomeno un magistrato. Forte e chiaro è il no di Mattarella alla cosiddetta «giustizia creativa», secondo cui in assenza di norme chiare tocca al giudice supplire dando sfogo a «impropri desideri di originalità».

Altrettanto fermo è il richiamo […] al senso di responsabilità cui ogni operatore di giustizia dovrebbe attenersi rifuggendo sempre dalle «tesi precostituite», vale a dire dai classici teoremi giudiziari, e ancor di più dall'«accanimento» contro gli imputati per tigna o per partito preso. L'accusa deve poter reggere nei vari gradi di giudizio. […] Nella sintesi che […] raccomanda, il magistrato non sarà mai un giustiziere solitario, ma nemmeno un braccio armato al servizio di qualcuno.

Le origini dello strapotere delle toghe rivelate in “La repubblica giudiziaria” di Ermes Antonucci. Molti credono che nasca col terremoto di Mani pulite, ma non è così. Frank Cimini su L'Unità il 6 Giugno 2023

Vale davvero la pena di leggere La Repubblica Giudiziaria. Una storia della magistratura italiana (Marsilio) frutto del lavoro di Ermes Antonucci soprattutto per un motivo spiegato nella controcopertina: “Molti credono che la preminenza della magistratura sulla politica sia stata innescata dal terremoto provocato da Mani pulite, ma solo un ingenuo può pensare che questa rottura sia avvenuta all’improvviso”.

“Lo strapotere della magistratura è il risultato del sommarsi di tensioni tra diverse faglie istituzionali” si spiega. Chi scrive queste poche righe per invogliare a leggere il libro di Antonucci aggiunge che tutto comincia con la madre di tutte le emergenze, quella rubricata con l’etichetta di terrorismo ma che fu in realtà un tentativo di rivoluzione fallito. Decine di migliaia di persone passate per le carceri rappresentarono un problema politico che la politica non volle affrontare direttamente delegando la questione della sovversione interna alla magistratura che ne approfittò per aumentare il proprio potere e per andare a riscuotere il credito acquisito nel 1992.

Le leggi premiali utilizzate per risolvere il problema furono pretese e ottenute dalla magistratura sempre storicamente interessata alle scorciatoie come poi andrà in epoca successiva con l’utilizzo smodato delle intercettazioni fino al trojan che continua a fare danni irreparabili ai diritti dei cittadini. Con le leggi premiali non vale più quello che un imputato ha fatto ma ciò che pensa delle sue azioni e soprattutto se fa l’autocritica agli altri.

La catena di Sant’Antonio delle chiamate di correo finirà per fare danni agli stessi politici in occasione della falsa rivoluzione di Mani pulite. Quando la politica si suicida abolendo l’immunità parlamentare sotto la forma dell’autorizzazione a procedere. E con quella scelta la politica non ha mai voluto fare i conti fino in fondo, salvo lamentarsi che la magistratura ha un potere eccessivo che esercita tuttora.

Con la differenza che in passato lo faceva soprattutto svolgendo indagini e ora, quando le conviene, lo fa evitando di compiere gli accertamenti che sarebbero doverosi secondo il codice. Basta ricordare il caso di Expo quando l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi ringraziò la procura di Milano per avere dimostrato responsabilità istituzionale.

E a questo proposito basta riportare il passaggio in cui nel libro si ricorda “il lungo percorso culturale, politico e ideologico di una istituzione divisa fra la fedeltà a valori comuni e visioni della giustizia contrastanti. In una accurata ricostruzione storica che svela luci e ombre di un ‘ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere’, la parabola di un sistema controverso, tra interessi personali e rappresentanza delle istanze collettive”. Frank Cimini 6 Giugno 2023

Ma la Repubblica giudiziaria nasce prima di tangentopoli. Nel suo libro, Antonucci spiega che il potere che hanno ora i magistrati, soprattutto che esercita funzioni requirenti, ha origini assai lontane. Giovanni Maria Jacobazzi su Il Dubbio il 15 giugno 2023

La Repubblica giudiziaria. Una storia della magistratura italiana (Marsilio, 288 pp. 19 euro) scritto dal giornalista del Foglio Ermes Antonucci è il primo libro sulla storia della magistratura nel periodo repubblicano. «Uno strumento utile per capire le varie tappe che hanno portato allo strapotere delle toghe», ricorda l'autore che si è cimentato in questa inedita ricerca storica». «La maggior parte delle persone pensa che la magistratura abbia sostituto la politica dopo Tangentopoli. Ma non è così. Il potere che hanno ora i magistrati, soprattutto chi esercita funzioni requirenti, ha origini lontane», prosegue Antonucci che ha suddiviso il suo libro in capitoli, uno per ogni decennio, dall'entrata in vigore della Costituzione, agli anni del terrorismo, alla P2, a Tangentopoli, alle picconate di Cossiga, al berlusconismo. Grande spazio nel libro hanno, ovviamente, le correnti delle toghe. Nate come centri di elaborazione culturale, le correnti, sulla carta delle associazioni di carattere privato, condizionano (vedasi il Palamaragate) in maniera profonda il Consiglio superiore della magistratura.

Va ricordato che in nessun altro Paese occidentale esistono, come in Italia, le correnti dei magistrati. «Il primo gruppo all'interno dell'Anm fu, nel 1957, Terzo potere ( Tp) che sostenne le domande di cambiamento dei magistrati più giovani contro la struttura gerarchica dell’ordinamento giudiziario e il sistema di carriera», sottolinea Antonucci. Per contrastare il progressismo di Tp, nel 1962 nacque Magistratura indipendente (Mi), la corrente conservatrice, poi in contrapposizione con Magistratura democratica (Md), nata nel 1964. Md fin da subito influenzerà il dibattito sulla giustizia dentro e fuori la magistratura. Di Md si ricorda la giurisprudenza alternativa, fondata su una visione marxista della giustizia come lotta di classe contro lo Stato borghese. I magistrati di Md ritenevano che il «diritto avesse natura discrezionale e che la decisione giudiziaria era un atto politico». L’interpretazione della norma doveva essere a favore della classe deboli Nel convegno 1971, Giovanni Palombarini, uno dei padri fondatori di Md, propose il diritto “diseguale' finalizzato proprio ad interpretare le norme per le classi subalterne.

Era necessario partecipare insieme ai lavoratori al processo di formazione della coscienza di classe, con l'obiettivo finale di rovesciare la struttura capitalistica «attraverso l'affermazione dell'egemonia proletaria nella società, la crisi dell'ideologia dominante e degli apparati repressivi». Negli anni successivi i collegamenti con i partiti della sinistra parlamentare ed extraparlamentare si fecero sempre più intensi, favoriti anche da un diverso atteggiamento del Pci nei confronti della magistratura a seguito di un ricambio generazionale. Il collegamento magistratura- politica era fondamentale nel quadro di una strategia unitaria «per sconfiggere il disegno reazionario e di ristrutturazione neocapitalista”. Una immagine rende bene il clima di quegli anni. Ed è quella durante i funerali di Ottorino Pesce, pm romano, toga di Md, morto d'infarto a gennaio del 1970. Al termine della cerimonia, militanti comunisti e magistrati di Md, fra lo sventolio delle bandiere rosse, decisero di salutare il feretro con il pugno chiuso.

Nel 1972 il segretario generale di Md Generoso Petrella venne eletto in Parlamento nel liste del Pci. Qualche anno più tardi toccò ad un altro esponente di punta di Md, Luciano Violante, essere eletto, aprendo così la strada delle toghe che dalle aule di giustizia andavano in Parlamento con il Pci- Ds- Pds- Pd.

I tentativi di cambiare la giustizia...L’urlo del deputato Cafiero de Raho: l’ex procuratore si è accorto che la politica conta meno delle toghe…Tiziana Maiolo su Il Riformista il 4 Aprile 2023

Tutta la vita in lotta contro le cosche, da procuratore capo di Reggio Calabria e poi al vertice nazionale dell’Antimafia, Federico Cafiero de Raho, entrato in Parlamento con il Movimento cinque stelle, si rende conto di quanto poco potere gestisca la politica rispetto alle toghe. Tenta la sua zampata negli stessi giorni in cui tra il ministro Nordio e gli organismi dell’avvocatura nonché della magistratura si aprono e chiudono tavoli a velocità vertiginosa sulle riforme.

Vertici da cui l’ex procuratore antimafia è escluso, e gli pare quasi un affronto. Si fa intervistare dal quotidiano di famiglia, lancia una sorta di urlo disperato contro la riforma del codice degli appalti, uno dei provvedimenti più sensati del governo Meloni, che lui, come ampiamente prevedibile, boccia come “aiuto alla mafia”. Senza neppure farsi sfiorare dal dubbio che siano le troppe leggi e le troppe burocrazie a produrre corruzione e camarille. Come dicevano gli antichi? “Corruptissima re pubblica plurimae leges”. Ma non è per questo provvedimento del governo che il deputato Cafiero de Raho si spinge fino a dichiarare che “stiamo scivolando verso una dittatura” e che “vogliono a piccoli passi trasformare ogni illegalità nella regola”.

Quel che indigna l’ex magistrato sono proprio quei “piccoli passi” verso le riforme del diritto e della procedura penale che sono in discussione in questi giorni, dopo la proclamazione da parte dell’Unione delle Camere penali di uno sciopero di tre giorni e di una grande manifestazione nazionale a Roma il 21 aprile. Gli avvocati sono pronti a scendere in piazza contro una sorta di immobilismo sulle riforme da parte di Governo e Parlamento, che si sono già sbilanciati al contrario proprio su “controriforme”, come il decreto sui rave party e sull’ergastolo ostativo. Il deputato Cafiero, pur lamentando la delusione per quel senso di inutilità che spesso si avverte in Parlamento quando non si riesce a fare arrivare in porto una proposta di legge o ad avere ascolto con interpellanze e interrogazioni, il che purtroppo è abbastanza usuale, rappresenta però perfettamente la filosofia delle toghe, che detestano ogni forma di cambiamento riformatore.

Prendiamo per esempio il problema della lunghezza dei processi, che in Italia sono eterni in maniera finora non superabile. Se pare irricevibile alle toghe il criterio dell’improcedibilità della legge Cartabia, non va bene neanche il ritorno alla prescrizione per come era nel processo tradizionale, cioè prima dell’intervento del ministro Bonafede. Il quale, in sintonia con Cafiero, ne aveva disposto l’eternità per legge. Sul punto addirittura viene introdotto un argomento di populismo giudiziario con l’uso di un termine veramente poco elegante sulla bocca di un uomo di legge: il “cavillo”. Cioè, non il ricorso alla legge, ma a un trucco, quello strumento spregevole cui ricorrerebbero gli avvocati, quelli astuti e imbroglioni, sempre al servizio “dell’imputato ricco e potente”, per sfuggire alla giustizia. Ah, che smemorato, l’ex magistrato “antimafia”, che proprio non ricorda come il 75 per cento delle prescrizioni cadano durante la fase delle indagini preliminari, quella in cui il dominus assoluto è il pubblico ministero.

Naturalmente non va bene neppure mettere mano alle fattispecie dell’abuso d’ufficio e del traffico di influenze. Il primo perché nei fatti non esiste già più (e bisognerebbe raccontarlo ai sindaci di tutti i partiti che sono andati in processione dal ministro Nordio supplicandolo di riformare la norma), il secondo perché ce lo chiede l’Europa. Anche in questo caso senza considerare la differenza tra ordinamenti su quei principi fondamentali come la separazione delle carriere o la discrezionalità dell’azione penale, da cui poi discendono le diverse modalità di applicazione di ogni norma del diritto penale o processuale. L’urgenza di queste e altre riforme sul processo penale è evidente a tutti, e del resto lo stesso Carlo Nordio e la maggioranza che lo rappresenta avevano presentato in campagna elettorale un programma di riforme di matrice liberale. A partire dalla separazione delle carriere, unico provvedimento in grado di stabilire l’effettiva parità processuale tra accusa e difesa. Nonostante nei giorni scorsi qualche spiffero di Palazzo, di quelli che in genere qualche fondamento lo hanno, avesse fatto temere un rinvio senza data di quella riforma, nella prima commissione della Camera, quella degli affari costituzionali, tre proposte sono già incardinate e sono iniziate le audizioni.

Sono progetti che ricalcano nei contenuti quella di iniziativa popolare presentata dall’Unione Camere Penali, e sono state presentate da parlamentari di maggioranza come Forza Italia e la Lega e di opposizione come Italia Viva e Azione, ma non di Fratelli d’Italia. Cioè del partito della premier Giorgia Meloni ma anche di Carlo Nordio. Se la separazione delle carriere, insieme a un temperamento dell’obbligatorietà dell’azione penale, siano ancora all’ordine del giorno nel programma di governo, o se invece sia vero che la stessa premier abbia imposto un freno al proprio guardasigilli, lo si vedrà già nella giornata di oggi 4 aprile. Perché al tavolo con i rappresentanti del governo siederanno gli organismi degli avvocati ma anche l’Associazione nazionale magistrati.

E lì si capirà se nel cronoprogramma di riforme che il guardasigilli ha già annunciato per il mese di giugno –abuso d’ufficio e traffico di influenze, prescrizione, misure cautelari, impugnazioni delle assoluzioni, intercettazioni e giustizia minorile– saranno o meno inserite le modifiche costituzionali della separazione carriere e obbligatorietà dell’azione penale. A quel tavolo non siederà in nessuna veste, né di magistrato né di deputato, Federico Cafiero de Raho. Ma saranno agguerriti i rappresentanti delle toghe con la loro ossessione del pm sottoposto all’esecutivo, ipotesi di cui nessuno ha mai parlato. Ma anche gli avvocati, che non hanno ancora disdetto i tre giorni di sciopero né la manifestazione nazionale del 21 aprile. Hic Rodus, hic salta, ministro Nordio.

 Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Divisione dei poteri. La polemica sulle intercettazioni e i limiti dell’indipendenza della magistratura. Giuliano Cazzola su L’Inkiesta il 26 Gennaio 2023

Fin dove può spingersi l’azione penale di alcune procure che costruiscono impianti accusatori e teoremi spericolati troppe volte smentiti dalle Corti per mancanza di prove?

Sergio Mattarella, nel suo ruolo di Capo dello Stato e di presidente del Consiglio superiore della magistratura, ha presenziato al cambio della guardia dell’organo di autogoverno dei giudici, ribadendo con forza e nettezza un principio sancito dalla Costituzione e riconosciuto da tutti gli ordinamenti liberali nell’ambito della divisione dei poteri di uno Stato di diritto. «L’indipendenza della magistratura – ha affermato il Capo dello Stato – è un pilastro della democrazia». 

In un Paese normale sarebbe sembrata una frase di rito, tanto scontata da passare inosservata. Da noi le parole di Mattarella sono finite nel contesto del dibattito politico in corso e utilizzate (non osiamo dire strumentalizzate) da quanti vedono nelle intenzioni del governo e nelle dichiarazioni del ministro Carlo Nordio sulle intercettazioni (e dintorni) un attacco all’indipendenza della magistratura. 

Del resto, i «professionisti del bene» (copyright Alessandro Barbano) non si fanno scrupoli a portare l’acqua al proprio mulino.

Quando il procuratore di Palermo Maurizio Di Lucia – dopo la cattura di Matteo Messina Denaro – ha voluto sottolineare il ruolo determinante delle intercettazioni telefoniche per individuare e arrestare il boss superlatitante (a domicilio), la sua considerazione è stata presa e usata in chiave polemica contro le dichiarazioni del ministro Nordio in merito all’intenzione del governo di regolare diversamente la relativa disciplina, in modo da evitare gli abusi perpetrati attraverso il circuito mediatico-giudiziario nella diffusione «selezionata e pilotata» delle intercettazioni, diventate – sono parole del ministro – «strumento micidiale di delegittimazione personale e spesso politica».

Così, come spesso succede nel nostro Paese, è scoppiata una polemica tra sordi, ognuno dei quali ha continuato a svolgere il proprio discorso senza curarsi di quanto dice l’altro.

Il Circo Barnum degli avversari del governo e in particolare di Nordio hanno accusato il ministro di voler disarmare i «professionisti del bene»nella lotta alla mafia, nonostante il titolare di via Arenula, dopo qualche parola di troppo, abbia riconfermato la necessità dell’uso di quella sofisticata tecnologia nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, insistendo però sugli abusi e sulle malversazioni ai danni di persone che nulla avevano da spartire con le inchieste, ma che erano divenute vittime della gogna mediatico-giudiziaria, manovrata dalle procure al fine di demolire presso l’opinione pubblica l’indagato o la personalità presa di mira.

Ma se l’abuso delle intercettazioni fosse solo un corollario, uno strumento, una manifestazione delle anomalie di alcuni settori della giustizia annidati nelle procure? Ha senso accanirsi sul coltello con cui vengono squartate le vittime, anziché dare la caccia a Jack lo Squartatore?

Mattarella è anche presidente del Consiglio supremo di difesa. Le Forze Armate sono al servizio della Repubblica. Questa è la formula utilizzata dalla legge per esprimere, nella forma più alta e profonda, il legame indissolubile che esiste fra le Forze Armate e l’Italia, le sue Istituzioni, il suo popolo, in base a quanto sancisce l’articolo 52 della Costituzione: «L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica». 

Ma se si scoprisse che alcuni comandi dell’Esercito (o magari dei Carabinieri), preoccupati di un certo andamento della politica, dell’economia e delle tensioni sociali, convinti della incapacità della classe politica a governare il Paese, cospirassero per sovvertire le istituzioni (magari senza arrivare a provarci), come reagirebbe il Capo dello Stato? Mutatis mutandis, fino dove può spingersi «l’indipendenza della magistratura»?

In Italia è stato consentito alle procure di smontare e rimontare il sistema politico della Prima Repubblica e di condizionare quello sorto, inatteso, dalle macerie. Quando Nordio invita il Parlamento a non farsi intimorire dalle procure mette il dito nella piaga della Seconda Repubblica, che ha tenuto sotto tiro le forze politiche, una parte delle quali è affetta da una grave sindrome di Stoccolma nei confronti della magistratura inquirente. 

In breve come è possibile definire l’esercizio dell’azione penale quando essa si sviluppa all’interno di un teorema precostituito in base al quale le istituzioni dello Stato sono colluse con la criminalità organizzata? Le indagini e la raccolta delle prove, in questa visione, servono solo per confermare le tesi del teorema, che rappresenta la verità storica immanente anche quando non si è in grado dimostrarla nei processi.

Troppe volte abbiamo sentito attribuire condanne sul piano storico, ritenute inequivocabili e sempre meritevoli di ulteriori approfondimenti (si pensi alla trattativa tra Stato e mafia o al ruolo di Berlusconi nelle bombe del 1993) anche quando le Corti smentivano con sentenze passate in giudicato gli impianti accusatori. 

Alla fine, come ha scritto Sabino Cassese, le procure «oggi sono diventate il quarto potere dello Stato». E si avvalgono di un armamento molto più incisivo di quello di cui disponevano i marinai dell’Aurora quando presero d’assalto il Palazzo d’Inverno. Le procure possono disporre della libertà delle persone che è più importante della loro stessa vita. E da questa trappola non si esce né con la separazione delle carriere né con la revisione delle intercettazioni (tutte misure utili, comunque). 

Questi settori della magistratura inquirente sono consapevoli del potere d’interdizione di una corporazione, rinchiusa nell’usbergo di un’indipendenza che «è un pilastro della democrazia». 

First strike. La crociata preventiva contro Nordio serve solo a sancire l’intoccabilità della corporazione giornalistico-giudiziaria. Francesco Cundari su L’Inkiesta il 25 Gennaio 2023.

Da dieci giorni, giornalisti, magistrati ed ex magistrati denunciano le affermazioni gravissime e intollerabili e inaccettabili del ministro, tirando per i capelli dichiarazioni che più anodine e garbate non si potrebbero pronunciare. E lo fanno per un solo motivo: riaffermare un principio di assoluta insindacabilità del loro operato

Su Carlo Nordio, come ministro della Giustizia, come giurista, come magistrato e come politico, si possono avere naturalmente le opinioni più varie. Personalmente, io non lo definirei nemmeno un garantista. Sul caso Diciotti, ad esempio, dichiarò che come pm lui non avrebbe nemmeno indagato Matteo Salvini, perché le sue decisioni rientravano nella «discrezionalità politica». Dichiarazione che a me pare una definizione abbastanza precisa di cosa sia l’esatto contrario del garantismo: stabilire cioè che i diritti inalienabili di questa o quella categoria di persone – nel caso specifico, dei migranti soccorsi dall’incrociatore italiano dopo un naufragio – possano essere compressi, ignorati o cancellati a discrezione del potere politico.

È dunque più che legittimo nutrire più di un dubbio circa le intenzioni del ministro riguardo alla riforma della giustizia e delle intercettazioni. Tanto più considerando l’estrema vaghezza e le non poche contraddizioni con cui la maggioranza – e lo stesso ministro – ha finora presentato le sue proposte. Del resto, non è un modo di procedere che il governo abbia seguito soltanto sulla giustizia.

Tutto questo, e cioè l’ennesimo tentativo di avviare una riforma della giustizia che verosimilmente finirà nel nulla, o in un compromesso talmente lasco da non produrre alcun effetto pratico, perdonatemi, ma è cosa che proprio non riesce ad appassionarmi. Saranno più di quindici anni che io e pochi altri – pochi nel senso che siamo in pochi a farlo sempre, e non a seconda di chi sia la vittima di turno – denunciamo gli abusi nella diffusione delle intercettazioni e delle carte giudiziarie in generale da parte di magistrati e giornalisti. Questa volta, pertanto, avevo deciso di passare la mano, evitando di occuparmene. Infatti non è del merito della questione che vorrei parlare. La presunta riforma, le ragioni di Nordio e quelle dei suoi critici: quello è il dito.

La luna è il fuoco di sbarramento che si è levato da procure, redazioni e studi televisivi. La novità – si fa per dire – è la veemenza e la virulenza con cui da tutti i giornali e le tv del paese si ripete, nell’ordine, che non è mai esistito in Italia alcun problema di violazione della privacy e abuso nella diffusione di intercettazioni; che non sono mai state diffuse intercettazioni penalmente irrilevanti; che quando sono state diffuse intercettazioni penalmente irrilevanti avevano comunque un rilevantissimo interesse pubblico (avete capito bene: non è mai accaduto ed è accaduto per un valido motivo, nello stesso discorso, nello stesso articolo, a volte anche nella stessa frase) e che il vero motivo per cui il ministro e la politica in generale se ne vogliono occupare è il desiderio di fare un favore alla mafia.

Da dieci giorni giornalisti, magistrati ed ex magistrati denunciano le affermazioni gravissime e intollerabili e inaccettabili del ministro Nordio, tirando per i capelli dichiarazioni che più anodine e garbate non si potrebbero pronunciare. E lo fanno per segnare un confine, per tracciare un solco, per riaffermare un principio di assoluta insindacabilità del loro operato. E tutto questo, per giunta, nel momento in cui fanno a gara nel dare praticamente del mafioso al ministro della Giustizia, salvo poi indignarsi a reti unificate perché quello si permette di rispondere e di difendersi, peraltro con parole assai più misurate dei suoi accusatori.

Non ho nessuna simpatia per Nordio, penso che lo scontro sulla giustizia finirà con l’ennesima retromarcia del governo e non mi strapperò i capelli per questo. Ma la prova di forza offerta dalla corporazione giornalistico-giudiziaria (e dai soliti movimenti, partiti e politici di complemento) dimostra come dagli anni di Tangentopoli a oggi non sia cambiato nulla. Ed è al tempo stesso una delle ragioni principali per cui non è cambiato nulla, non solo nel campo della giustizia.

Contro Nordio la vera opposizione. Quella fatta con il solito mix di giudici e stampa amica. Federico Novella su Panorama il 19 Gennaio 2023.

La polemica di parte della magistratura contro lo stop agli abusi voluti dal Guardasigilli è l'ennesima riprova della stortura costituzionale esistente in Italia dove tutto è modificabile, tranne la giustizia

Si dice che una vera opposizione a questo governo non ci sia affatto, perché il Partito Democratico è troppo occupato a chiedersi che ne sarà di lui. In realtà la vera opposizione, che supplisce a quella parlamentare, cresce fuori dalle istituzioni, passa per certi comparti dell’informazione e della magistratura uniti come un sol uomo. E agisce nel campo di gioco cruciale della giustizia.

A dimostrazione che la vera opposizione porta questi vessilli, basta studiarsi la reazione scomposta alle parole del Ministro Nordio sulle intercettazioni. In senato a relazionare sullo stato della giustizia, il Ministro Nordio ha semplicemente detto che sulla riforma delle intercettazioni “andremo avanti sino in fondo, non vacilleremo e non esiteremo. La rivoluzione copernicana sull'abuso delle intercettazioni è un punto fermo del nostro programma”. E’ una posizione già espressa da Nordio, quella che punta ad intervenire sugli eccessi selvaggi di uno strumento utile, ma di cui troppo spesso si abusa, con la complicità di giornali compiacenti e politicamente orientati. Ma nella traduzione che se n’è fatta, sembra quasi che Nordio voglia radere al suolo le intercettazioni. Tanto è bastato a “La Repubblica” per titolare a caratteri cubitali, e con una certa disinvoltura: “Nordio, schiaffo all’Antimafia”. Sottotitolo: “Il Guardasigilli sfida i magistrati che lottano contro le cosche”: il modo più veloce per strumentalizzare la cattura di Messina Denaro in chiave antigovernativa. Il “Fatto Quotidiano” , fedele alla sua linea manettara, titola: “Riforma di impunità: la Costituzione è sotto attacco”. E giù a ricalcare lo stesso concetto, quello di un ministro della giustizia che vorrebbe mettere a piede libero corrotti e corruttori. Come abbiamo visto, Nordio si è limitato a ribadire una linea di pensiero di fondo, così riassumibile: nelle indagini di mafia e terrorismo le intercettazioni sono indispensabili, ma “altra cosa sono quelle giudiziarie che coinvolgono persone che non sono né imputate né indagate e che attraverso un meccanismo perverso e pilotato finiscono sui giornali e offendono cittadini che non sono minimamente coinvolti nelle indagini”. Insomma, ancora una volta Nordio precisa che la necessità di condurre indagini spedite non può travolgere, nella foga giustizialista, cittadini innocenti. Parole quasi scontate, che però nella miseria dell’oggi sono diventate scomode. E fu così che l’ex pm trevigiano oggi Guardasigilli divenne il ministro più coraggioso del governo, per aver saputo dire e ripetere concetti che negli altri paesi sarebbero delle banalità. E per aver saputo sfidare la vera opposizione. Un muro di gomma che sulla giustizia rema in una sola direzione: la conservazione dello status quo, con tutte le storture che ne derivano

L’avviso a Meloni arriva da destra: giudici contro la riforma”. Edoardo Sirignano su L’Identità il 24 Gennaio 2023

Luca Palamara, nato a Roma il 22 aprile 1969, ex magistrato, ex membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm. Si presenterà alle elezioni politiche del 25 settembre con il suo partito “Oltre il sistema” di chiara impronta garantista. “Troppi distinguo sulla riforma della giustizia. Parte della maggioranza non vuole inimicarsi qualche corrente della magistratura”. A dirlo l’ex togato e autore del best seller “Lobby & Logge” Luca Palamara.

Il caso di Matteo Messina Denaro riapre il dibattito sulle intercettazioni. Quale la sua idea?

C’è una polemica strumentale. Non mi pare che Nordio, o altri che siano intervenuti sul tema, abbiano messo in discussione le intercettazioni che servono al processo come, d’altronde, avvenuto in occasione della cattura di Matteo Messina Denaro. Lo Stato, i magistrati e le forze dell’ordine, in questo caso, hanno dimostrato il massimo livello di professionalità. Guai a toccare queste situazioni, su cui infatti non c’è stato alcun dibattito. Ci sono, invece, intercettazioni che non c’entrano niente con i processi e la cui pubblicazione serve ad altro come, ad esempio, sputtanare il nemico di turno sui giornali amici. Su tale aspetto penso sia giusto intervenire per riscrivere le regole della democrazia e garantire un vivere civile. Non c’è bisogno di ricorrere all’insulto o peggio dare dell’incompetente a un ministro come fatto da Carofiglio, ieri, in un’intervista su Repubblica.

Palamara, intanto, continua a far discutere. Travaglio, ad esempio, ricorda una sua dichiarazione su Nordio?

Mi spiace aver urtato la suscettibilità di Travaglio, richiamando un suo editoriale rispetto al quale aveva dimostrato grande onestà intellettuale sul tema delle intercettazioni. L’ho fatto da uomo libero. Mi auguro che altrettanto possa fare lui, senza ricorrere alle offese personali. Oggi prendo atto che ha cambiato idea chiamandomi “Ciccio”, rievocando una mia chat servita recentemente ad una esponente della sinistra giudiziaria del Csm per giustiziare il Procuratore di Terni solo perché ritenuto mio amico. Il tempo è galantuomo. Saprà rimettere a posto le cose. Quanto a magistrati coinvolti in vicende giudiziarie devo pensare che nemmeno il direttore de “Il Fatto Quotidiano” legga attentamente il suo giornale.

Il Trojan, a suo parere, in quali casi dovrebbe essere utilizzato?

Il trojan è un prezioso strumento nei reati di mafia e terrorismo e indubbiamente può esserlo per tutti i reati spia, corruzione inclusa. Come tutti gli strumenti innovativi, però, deve essere maneggiato con cura, soprattutto quando incide su diritti costituzionalmente tutelati. Quando ciò non avviene nascono quelle porcherie che il ministro Nordio si propone di eliminare. Il problema, quindi, non è lo strumento in sé, ma al contrario l’illecito utilizzo che di questo strumento può essere fatto, come recenti vicende chiaramente e plasticamente insegnano.

Nordio ha la possibilità di riformare davvero la giustizia?

Al momento mi sembrano esserci troppi distinguo sulla riforma della giustizia ed il timore di una parte della maggioranza di non inimicarsi qualche corrente della magistratura. Così diventa più difficile. Detto ciò, da quello che posso intuire non mi sembra intenzione di Nordio quella di fermarsi.

C’è qualcuno che lo sta ostacolando all’interno della maggioranza?

Più che ostacoli i soliti spauracchi. Sullo sfondo molti sherpa, che millantando conoscenze all’interno della magistratura, mettono in guardia il governo su possibili ed imminenti iniziative giudiziarie. Da qui la parola d’ordine: lasciamo stare, non facciamo riforme che possono agitare la parte più rumorosa della magistratura. Temo, comunque, che questa volta l’operazione non riesca perché non solo gli addetti ai lavori, ma anche molti cittadini, iniziano a capire e ad avvertite disagio verso tante storture che quotidianamente emergono.

Qualcuno dice che vuole proporre una Cartabia 2.0. È davvero così?

Come dice qualcuno, lo scopriremo solo vivendo.

Quali devono essere le priorità su cui intervenire, soprattutto per quanto concerne la magistratura?

È indubbio che la priorità debba riguardare il tema dei tempi certi nella definizione dei processi, della uniformità dei giudizi e ovviamente anche della necessità di creare strutture che possano rendere più funzionale il lavoro dei magistrati. Allo stesso tempo dopo 75 anni dall’entrata in vigore della nostra Costituzione, penso sia giusto affrontare tematiche di livello ordinamentale, tra cui la separazione delle carriere, la composizione del Csm e rivedere la correntocrazia esistente all’interno della magistratura. Si tratta di tematiche sulle quali è giusto svolgere una riflessione a tutto tondo, uscendo fuori dalla logica di contrapposizione tra politica e magistratura.

L’ultimo presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra, in una recente intervista pubblicata su queste colonne, ha fatto intendere un collegamento tra massoneria, magistratura e criminalità organizzata soprattutto nella terra di Cosa Nostra. Ha qualcosa ha a che vedere con le logge descritte nel suo libro?

Direi che il racconto di Morra si innesta alla perfezione sul mondo invisibile che tenta di penetrare il mondo delle istituzioni e che è ben raffigurato anche da una vicenda che dopo averla appresa mi ha molto turbato e sulla quale mi auguro possano accendersi i riflettori.

Quale?

Parlo della sparizione dei files su Matteo Messina Denaro contenuti nei dispositivi nella disponibilità di un finanziere Carlo Pulici, allontanato dalla Procura di Palermo nel 2015 e dei quali ancora oggi non si ha nessuna traccia.

La separazione delle carriere.

Non tardano ad arrivare le reazioni. Giustizia, Anm: “Separazione carriere è un pericolo per la democrazia, attenzione alle comparazioni con altri Paesi”. Redazione su Il Riformista il 14 Luglio 2023 

“Fare dell’azione penale un’azione discrezionale, e poi certamente prima o poi sotto il controllo politico, la vediamo una cosa pericolosa per la democrazia”. Così a ‘Radio Anch’io’ il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, secondo il quale “la separazione delle carriere è una riforma che apre ad altre, perché dalla separazione dovrebbe poi seguire la discrezionalità dell’azione penale.

Un pm separato dalla giurisdizione e quindi fuori da quei meccanismi di compensazione e di controllo che prevede la Costituzione, lo lasceremo da solo o ci sarà qualcun altro che ambirà al controllo sull’azione penale? E quello non potrà che essere il controllo politico”.

“Non si può – ha aggiunto Santalucia – fare comparazione con altri Paesi trasportando modelli istituzionali da un Paese all’altro, perciò bisogna stare molto attenti. In Italia bisogna tenere conto di una tradizione e di un modo di in cui sono impostate le relazioni politico istituzionali”.

Costa (Az-Iv): parole Santalucia pericolo democrazia – “Pericolo per la democrazia un giudice terzo e imparziale distinto da chi rappresenta l’accusa? Ho presentato una proposta sulla separazione delle carriere ed è offensivo la si definisca così. Il capo del sindacato magistrati che dice queste cose è un pericolo per la democrazia”. Così, in un tweet Enrico Costa

La riforma giustizia. “Seperazione carriere? È la madre di tutti i mali”: parla l’Accademico dei Lincei Tullio Padovani. «È irrinunciabile, porterebbe alla discrezionalità dell’azione penale e al controllo dell’operato dei pm. Nordio sbaglia su Delmastro e l’abolizione dell’abuso d’ufficio è una follia, ma l’Anm si muove come un partito». Angela Stella su L'Unità il 15 Luglio 2023 

Questione giustizia: il professore avvocato Tullio Padovani, Accademico dei Lincei, dice la sua sulle ultime vicende.

C’è uno scontro tra politica e magistratura?

Questo scontro dura da più trent’anni, lo scontro inizia molto prima di Mani Pulite. Si prepara agli inizi degli anni ‘70. Durante questi decenni ci sono stati momenti anche di stasi ma se non si rimuovano le cause è destinato a durare.

Quali sono le cause?

Derivano dal fatto che la funzione del pm, e in generale della magistratura, ha nel corso del tempo assunto un ruolo e una funzione ipertrofica rispetto alla concezione di uno Stato di Diritto equilibrato. Hanno cioè un ruolo dominante. Già anni fa dicevo provocatoriamente: L’articolo 1 della Costituzione (‘L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione’) va riletto così: L’Italia è una Repubblica giudiziaria, fondata sull’esercizio dell’azione penale. La sovranità appartiene ai pubblici ministeri, che la esercitano in modo discrezionale. Questo non vuol dire che i giudici governino in tutto e per tutto, ma in certe situazioni si atteggiano a decisori di ultima istanza.

Secondo Lei Nordio, con le sue esternazioni pubbliche più da editorialista che da Ministro, è un problema per Giorgia Meloni?

Non saprei. Meloni lo ha scelto, lo ha voluto, lui non sorprende nessuno con quello che dice. Nordio fa bene a riaffermare la linea politica della giustizia che ha fin dall’inizio espresso. Certo, talvolta può essere impolitico dire determinate cose in certi momenti. In tutto questo Nordio mi sembra un po’ isolato.

Come giudica le parole usate dalla premier sul caso Santanché (neanche un avviso di garanzia determina automaticamente le dimissioni)?

Sono cose vecchie. Ce lo diciamo da decenni. I discorsi sono sempre gli stessi. Invece di lamentarvi, avete il potere, risolvete il problema! L’avviso di garanzia non è stato proclamato sul Monte Sinai, quindi si può disciplinare in modo più corretto, così come la disciplina sulla pubblicazione degli atti. Non giudico la vicenda in particolare, ma sul tavolo ci sono le solite questioni.

Dal punto di vista dell’opportunità politica dovrebbe dimettersi se ricevesse l’avviso di garanzia?

Ma neanche per sogno in linea di principio. Tutto ruota intorno all’esercizio dell’azione penale in Italia che è sottratto ad un vaglio preliminare di legalità. Come inizia l’azione penale? Basta che ci sia una denuncia su cui occorre svolgere le indagini. Il moto giudiziario all’inizio può essere sollecitato anche da elementi labili e poi alla fine, dopo molto tempo, quando il danno ormai è fatto, si vede che non c’era nulla di penalmente rilevante. Non puoi essere condannato se ti arriva un avviso di garanzia. Inoltre è sbagliato e assurdo che l’informazione di garanzia possa essere pubblicata. Si tratta di un problema che mi sono trovato a trattare in una commissione, nominata dal Ministro Martelli, già agli inizi degli anni ’90. Vi facevano parte, tra gli altri, anche Glauco Giostra e Giorgio Lattanzi e discutevamo di questo, ossia della segretezza degli atti di indagine. Esattamente 30 anni fa elaborammo un progetto di riforma – avevamo rilevato che il meccanismo del codice prevede la tutela delle indagini ma non dell’indagato – contro il quale si scatenarono campagne giornalistiche durissime che hanno indotto il ministro a disconoscere l’elaborato. Siamo fermi, siamo in un universo immobile, siamo fuori della storia.

E sul caso Delmastro e l’imputazione coatta?

Mi permetto di dissentire da Nordio. Questo sistema certamente è in antitesi col sistema accusatorio ma il fatto è che noi abbiamo un sistema costituzionale che non è ispirato all’accusatorio. In particolare noi abbiamo un sistema costituzionale che prescrive con l’articolo 112 l’obbligatorietà dell’azione penale. E allora quando il pm chiede di archiviare il controllo di legalità chi lo dovrebbe fare? Il controllo del gip è un istituto costituzionalmente necessario. Il problema sta nel 112: lo dobbiamo mantenere così? È il velame in realtà dietro al quale si cela l’arbitrarietà. Se il pm va avanti e tiene una persona sulla graticola per anni con indagini che portano a perquisizioni e sequestri e poi finiscono in un non nulla, lui non risponde di nulla perché sostiene di essere obbligato ad esercitare l’azione penale. Possibili che non si vedano le cose più ovvie? Discutiamo veramente della responsabilità dei magistrati che devono render conto di ciò che fanno, anche in relazione alla progressione di carriera.

Secondo lei l’Anm ha il diritto di intervenire nella discussione pubblica o la giudica una interferenza?

Io la giudico una pesantissima e inqualificabile interferenza. L’Anm ha un compito assimilabile mutatis mutandis a quello di un “organismo sindacale”, per lavorare, ad esempio, per la tutela degli stipendi, per i problemi intra-categoriali. Quando si pretende di scendere in campo con quella forza associativa, si diventa un partito politico di maggioranza in termini qualitativi, di potere.

Come giudica il primo pacchetto di riforme targato Nordio?

L’abolizione dell’abuso di ufficio è una scelta assurda, improponibile. Si verrà a creare un buco nel quale si insinua un potere sottratto ad ogni controllo di legalità. In altri termini: quando c’è discrezionalità amministrativa non c’è sindacato del giudice penale. Ma se questo comportamento non si esprime nelle forme dell’atto viziato da una illegittimità censurabile non lo sarà neanche rispetto al Tar. Quindi in sostanza il pubblico ufficiale è il titolare esclusivo di una potestà di cui non deve rendere conto a nessuno. Saremmo quindi in uno Stato premoderno, molto più vicino al sistema feudale che non a quello dello Stato di Diritto. Per quanto concerne il collegiale per le misure cautelari rappresenta senza dubbi maggiori garanzie ma non lo si può prevedere per tutti i reati.

Ora si parla di rivedere il concorso esterno. Giusto aprire un dibattito?

Che il concorso eventuale nel reato associativo sia concepibile è il sistema che ce lo dice, solo che giustamente ha di per sé connotati di indeterminatezza. Da qui tutte quelle incertezze giurisprudenziali che lo rendono evanescente. Il problema comunque andrebbe innanzitutto affrontato sul piano del concorso in generale ma anche su questo sono decenni che ne discutiamo.

Secondo lei il Governo e il Parlamento avranno la forza e i numeri per portare a casa la separazione delle carriere?

È la battaglia finale, è irrinunciabile. Se il pm viene separato dall’ordine giudiziario non è più la stessa cosa: la separazione di conseguenza porterebbe alla discrezionalità dell’azione penale, al controllo dell’operato del pm. I tre punti che costituiscono la riforma della giustizia: discrezionalità, responsabilità, separazione. Sulla possibilità che questa riforma venga approvata mi chiedo: la forza casomai ce l’hanno ma come la eserciteranno? Nessuno mi garantisce che la soluzione sia razionale.

Si sa che d’estate le carceri sono forni bollenti. E continuano i suicidi. Non crede che ci sia un disinteresse generale nei confronti delle carceri?

Non interessa niente a nessuno. Si ammazzino pure, sarà uno di meno. E seppure la gente lo viene a sapere fa spallucce. Se l’obiettivo fosse quello di far emergere il problema, sollevare l’opinione pubblica questi eventi sarebbero denunciati dalle stesse autorità per dire ai cittadini ‘vedete in che situazione siamo?’. Il Governo dovrebbe essere il primo a rendere trasparente la situazione, invece bisogna accendere Radio Radicale o leggere quei pochi giornali che ne parlano. Quando entri in una grande azienda, trovi un grande cartello nel quale sono indicati gli infortuni sul lavoro in un determinato periodo per far vedere qual è l’andamento. E ogni morte diviene motivo di allarme per tutti. Quindi è un cartello monitorio. La stessa cosa dovrebbe esserci all’ingresso di Via Arenula per i suicidi perché sono indici di una grave crisi da denunciare sulla pubblica piazza e che deve sollecitare interventi drastici. Non possiamo avere la morte per pena, perché abbiamo abolito la pena di morte.

Qualcuno non vuole Rita Bernardini, presidente di Nessuno Tocchi Caino, come membro del Collegio del Garante dei diritti dei detenuti.

Sicuramente qualcuno non la vuole perché Rita avrebbe una linea che non farebbe piacere quasi a nessuno. Rita quel frammento di potere lo ha speso a servizio delle carceri. Per questo è unica ed è una eccezione in questo Paese. Ma la regola non ama le eccezioni e quindi meglio che lei resti fuori con mille pretesti.

Angela Stella 15 Luglio 2023

Separazione delle carriere: è davvero giunto il momento? Il tanto atteso riassetto delle carriere dei magistrati verrà discusso in una riunione di governo prima della pausa estiva, ma sul tema c’è già l’alzata di scudi del “partito delle toghe”. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 15 Luglio 2023

Forse è la volta buona. La tanto attesa separazione delle carriere dei magistrati verrà «discussa in una riunione di governo prima della pausa estiva». Lo ha affermato ieri il ministro della Giustizia Carlo Nordio. «Spero che si inizi nel più breve tempo possibile. Sarebbe molto bello poter procedere con le riforme abbreviate della legge ordinaria, ma dal mio punto di vista per la separazione delle carriere occorre una revisione costituzionale», ha però puntualizzato Nordio, raffreddando inevitabilmente gli animi di coloro che si aspettavano un provvedimento approvato in tempi celeri dopo anni di interminabili discussioni.

La riforma della Costituzione prevede, infatti, procedure quanto mai lunghe e complesse. Ogni modifica della Carta deve essere votata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi e deve essere poi approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Il tema, dunque, è quanto mai delicato. Secondo diversi giuristi già adesso si potrebbero separare le carriere dei magistrati senza dover andare così ad incidere sulla Costituzione. A supporto di tale orientamento vi è il comma 2 dell’articolo 101: «I giudici (e non i pm) sono soggetti solo alla legge».

Una norma a garanzia dei cittadini inserita dal Costituente per evitare che i giudici nella loro attività potessero subire condizionamenti da soggetti esterni. Problemi, però, potrebbero venire dal comma 3 dell’articolo 107: «I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni». Sposando una interpretazione ‘estensiva’, si potrebbe comunque intendere tale precetto come una disposizione di tipo amministrativo, finalizzata a dare pari dignità fra tutti i magistrati, in particolar modo per quanto concerne lo stipendio (a parità di anzianità di servizio, non cambia l’emolumento del procuratore e del sostituto).

Ma che non si siano preclusioni nella Carta ad una separazione delle carriere magistrati emerge chiaramente, fanno notare, dal comma 2 dell’articolo 111: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Lo ‘scrupolo’ di Nordio, in altre parole, sarebbe eccessivo. Per stroncare ogni tentativo di riforma, l’Associazione nazionale magistrati, da sempre contraria alla separazione delle carriere, è già pronta a giocare la carta dell’unicità della giurisdizione.

I fautori della carriera unica ripetono che il pm, essendo un magistrato, svolge accertamenti anche a favore dell’imputato. Per dimostrare ciò, citano l’articolo 358 del codice di procedura penale: «Il pm svolge accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini». L’esperienza insegna il contrario dal momento che tale disposizione è puntualmente disapplicata nella prassi, anche perché non prevede alcuna sanzione nei confronti del pm inadempiente, quello che indaga a «senso unico».

Oltre all’asserita incostituzionalità, l’Anm spinge sullo spauracchio del condizionamento politico. Se ci fosse la separazione delle carriere, il pm finirebbe sotto il controllo dell’esecutivo, con conseguenti abusi di ogni tipo, dando così per scontato che, inserito in un diverso assetto ordinamentale, egli commetterebbe illeciti di ogni genere.

L’Italia, è bene ricordarlo, è l’unico Paese nel mondo occidentale dove pur con un processo penale di tipo accusatorio il pm e giudice fanno la stessa carriera. «Sapete qual è la vera separazione delle carriere che voglio? Quella tra magistrati bravi che devono andare avanti e che meritano rispettano e magistrati ideologici che non possono fare danni al nostro Paese», ha dichiarato Matteo Renzi. «Io lotto perché ci sia il merito dentro la magistratura. E se devo pagare un prezzo personale, lo pago a testa alta. Ma non chiedetemi di diventare un codardo o un ipocrita. Non lo sono mai stato fino ad oggi, non inizierò adesso», ha quindi aggiunto Renzi, spiazzando un po’ tutti.

Paolo Pandolfini

Battaglie riformiste: la riforma della giustizia. Il prezzo della libertà che paga chi prova a riformare sul serio il mondo della giustizia. L’editoriale di Matteo Renzi. La riforma della giustizia è necessaria. La vera separazione delle carriere che serve non è tra Pm e giudici ma tra giudici bravi e giudici incapaci. Questo serve e per questo noi del Riformista lottiamo: garantire un giudice imparziale ai cittadini e non premiare chi sbaglia per incapacità o per ideologia, Matteo Renzi su Il Riformista il 15 Luglio 2023 

Quando ci avviciniamo a riformare in modo serio il mondo della giustizia accade qualcosa che manda tutto all’aria. Che sia un caso oppure no, non sappiamo. E forse neanche importa ai fini del nostro ragionamento.

Ma sta succedendo anche adesso. E proprio quando sembrava che questo Governo avesse le carte in regola per provarci – a cominciare da un galantuomo come Ministro – improvvisamente tutto sembra bloccato.

Prima dei casi Santanchè, La Russa, Del Mastro la partita sembrava avviata nella direzione giusta.

Ma tra quando il Governo ha approvato la riforma in Consiglio dei Ministri e quando la trasmetterà al Parlamento l’esecutivo si è frantumato. Mantovano contro Nordio sul concorso esterno in uno scontro tra i magistrati che siedono al tavolo più importante di Palazzo Chigi. La Lega contro Fratelli d’Italia: Salvini fiuta l’occasione di recuperare la china nei sondaggi e vede in difficoltà l’alleato senior. Per questo gli ex padani attaccano gli ex missini sapendo che entrambi hanno un passato non propriamente garantista. Ma se la partita Lega contro Fratelli d’Italia ci sta, la vera sorpresa è Forza Italia contro… Forza Italia. Eh già perché la timidezza di Tajani sui temi della giustizia non nasce solo dal suo carattere accomodante: nasce soprattutto dalla paura di disturbare il manovratore, cioè la Premier, paura che dalle parti di Forza Italia è diventata ormai la bussola per qualsiasi decisione politica.

Vado controcorrente: per me la riforma serve oggi più che mai. Non mi interessa discutere di singoli temi, pur importanti. L’abuso d’ufficio, la carcerazione preventiva, le intercettazioni, il traffico di influenza, la tipizzazione del concorso esterno. Tutte scelte rilevanti, per carità, ma secondarie rispetto al vero problema. Che è uno soltanto: garantire un giudice imparziale ai cittadini e non premiare chi sbaglia per incapacità o per ideologia.

La vera separazione delle carriere che serve non è tra Pm e giudici ma tra giudici bravi e giudici incapaci.

Questo serve e per questo noi del Riformista lottiamo.

Lo facciamo anche a costo di sacrifici personali. Ieri ho ricevuto l’ennesima condanna alle spese da parte della solita giudice NoVax e No WiFi: la dottoressa Zanda, casualmente di Firenze. Diffamato sui media e insultato in tribunale da una dottoressa che parla di sieri, campi elettromagnetici, complotti internazionali con la credibilità di chi per prima non rispetta le leggi decidendo di considerare il greenpass eversivo e il tampone “una tortura”.

Condannato da una giudice che non rispetta le leggi. Non è magnifico?

Se pensano di fermarmi così significa che non mi conoscono.

Chi non ha paura sa che questo è il prezzo della libertà.

E alla libertà io non rinuncerò mai.

Matteo Renzi

I Carrieristi.

Altro che carriere, separiamo i carrieristi dalle toghe perbene. Alberto Cisterna su Il Riformista il 27 Dicembre 2022

L’anno che sta per chiudersi vede nubi addensarsi all’orizzonte. Un cielo cupo, segnato dall’attesa delle vere prime mosse del governo Meloni sul versante giustizia. Sinora si è praticamente scherzato. Tolto di mezzo un decreto rave di dubbia fattura e di ancor più dubbia efficacia e una semplificazione delle procedure di intercettazione di competenza dell’intelligence, ci sono solo dichiarazioni e annunci. Questa volta la pattuglia ministeriale di via Arenula vanta elementi di primo piano.

Carlo Nordio, malgrado il fuoco preventivo che lo ha investito, sta riempendo, una ad una, le caselle-chiave del dicastero (dal Legislativo al Dipartimento penitenziario) con gente di qualità e il pacchetto delle riforme non è prevedibile sortisca la fine di altre iniziative di precedenti governi finite sotto le randellate della Consulta. L’ultima bocciatura, di rilievo tra gli addetti ai lavori e poco nota ai più, è stata quella che dichiarava incostituzionale la norma del governo Renzi che centralizzava la comunicazione delle notizie di reato presso gli organi di vertice delle forze di polizia.

Gli avversari saggiano le reazioni altrui, cercano vie di dialogo più o meno visibili, intrecciano relazioni in vista del primo, importante appuntamento ossia l’elezione dei 10 componenti laici del Csm. Sembra passata un’era dallo scandalo Palamara; pandemia e guerra hanno segnato un solco nella vita collettiva. A tre anni quasi dall’inizio dell’emergenza pandemica, dopo svariati interventi del governo Draghi dalla prescrizione all’ordinamento giudiziario, dal processo civile alle indagini penali e su molte altre cose ancora, il nuovo governo è atteso a una prova complicata: innanzitutto deve portare a casa i risultati del Pnrr sul versante giustizia il che esige la massima collaborazione e un grande sacrificio delle toghe per smaltire gli arretrati e poi vuole mettere mano a una profonda riforma dell’assetto della giurisdizione che rischia di trovare barricate sulla propria strada da parte di settori non marginali della magistratura italiana. Il ministro Nordio lo ha ben capito che la via è stretta e non ha mancato di tenere la barra dritta su entrambi i fronti.

In verità perché sia possibile ipotizzare l’esito di questi progetti sarebbe necessaria una precisa rappresentazione dello stato, come dire, emotivo e psicologico della gran parte delle toghe italiane in questo difficile passaggio della società italiana. Rappresentazione che manca per colpa di una polarizzazione della pubblica opinione sul tema giustizia tanto fallace, quanto a dire il vero strumentale in favore di interessi poco commendevoli. La stragrande maggioranza dei magistrati italiani è totalmente estranea, nella quotidianità della propria opera (anzi del proprio servizio), alle preoccupazioni che agitano in questi giorni i fronti contrapposti. E’ chiaro da tempo – e l’affaire Palamara lo ha reso solo evidente ai più – che una ristretta cerchia di toghe ha tutto l’interesse a una contrapposizione al calor bianco con la politica, talvolta addirittura con le Istituzioni.

E’ in gioco non l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, ma più prosaicamente un sistema di relazioni di potere che ha collocato un pugno di toghe al centro delle interlocuzioni con la politica, l’economia, le imprese, la stampa. Basterebbe scorrere in modo ravvicinato, laico e non elegiaco, carriere e successivi pensionamenti, nomine e cooptazioni elettorali, assunzioni familiari e collaborazioni giornalistiche, per cogliere almeno la superficie di quel Deep State in cui si è incistata una parte della magistratura italiana, ordinaria, contabile e amministrativa sia chiaro. Una élite, esigua ma potente, dell’intero pianeta giudiziario italiano è esondata dalla funzione costituzionalmente prevista per ergersi a soggetto quanto meno cooperante nell’esercizio del potere. Se questa realtà non viene percepita ancora, è chiaro che questo accade per l’interesse che v’è a coinvolgere l’intero corpo giurisdizionale nell’agone che si profila. Sia chiaro, questo non significa che tutti i progetti di riforma di cui si discute abbiano l’aura della legittimità costituzionale o siano ispirati tutti da nobili intenti.

Il tema vero è tentare di raggiungere una ragionevole mediazione tra le impellenti urgenze di una corporazione che, anche in ragione del Pnrr, si sente ancor più investita di responsabilità e vuole dare una risposta positiva alle legittime attese del paese e una politica che intende ricollocare la giurisdizione in un ambito meglio confacente all’originaria struttura costituzionale. Perché sia chiaro quella del cosiddetto “controllo di legalità” è una post verità che nulla ha a che vedere con la Costituzione repubblicana. I padri costituenti, massacrati e perseguitati dal fascismo e dalle sue fedeli toghe, avevano scarsa fiducia dei magistrati e li volevano certo autonomi, ma sicuramente separati da ogni altro potere e incapaci di ingerirsi nei gangli della società.

La presenza dei laici nel Csm, e la scelta tra essi del vicepresidente, doveva essere soprattutto lo strumento con cui il Parlamento vigilava per impedire abusi e deviazioni delle toghe e ha ragione il presidente Santalucia quando denuncia che questa missione non è stata sempre portata a termine tra le mura di Palazzo dei marescialli in questi decenni. L’unica vera separazione di cui la magistratura ha bisogno non è quella delle carriere, ma quella dei carrieristi dalle tantissime persone perbene e qui la cosa si complica di molto. Alberto Cisterna

La sinistra giudiziaria.

Giustizia e politica: quei leader alla sbarra da Craxi a Trump passando per il Cav...

Silvio Berlusconi, Bettino Craxi e Donald Trump

Con un po' di approssimazione si può dire che l'epicentri del terremoto che ha destabilizzato il rapporto tra politica e magistratura è rintracciabile nel nostro paese con l'inchiesta di Mani Pulite che, nel 1992, spazzò via i partiti della Prima Repubblica.  Daniele Zaccaria su Il Dubbio il 19 giugno 2023

È da oltre trent’anni che il romanzo della politica si intreccia senza soluzione di continuità con quello della giustizia, un conflitto quasi “ontologico” che ha visto decine di leader, capi di Stato e di governo finire alla sbarra a ogni latitudine. L’azione dei giudici non sempre si è rivelata immune da faziosità e pregiudizio, a volte ha ribaltato gli esiti elettorali e favorito improvvisi cambi di regime, in altri casi è stata chiaramente persecutoria guidata dall’idea che la magistratura possa in qualche modo sostituirsi alla stessa politica, sospinta dal giustizialismo dell’opinione pubblica e dalla grancassa dei processi mediatici.

L’ultimo a finire nel mirino è stato l’ex presidente Usa Donald Trump, incriminato nei giorni scorsi dalla procura di Miami con l’accusa di aver trafugato documenti top secret dagli uffici della Casa Bianca, messo in stato di arresto per diverse ore dal procuratore Jack Smith che pare seriamente intenzionato a sbatterlo in prigione. «È un sicario mandato da Joe Biden, è un complotto», ha tuonato il tycoon come al solito esagerando e passando la misura. Ma che il suo accusatore sia un simpatizzante dem (la moglie regista è un’amica di Michelle Obama e donatrice del partito) è un fatto accertato e a suo modo destabilizzante visto che Trump è anche il capo dell’opposizione repubblicana e rischia di non poter partecipare alle presidenziali del prossimo anno.

Ma al di là delle storie personali, degli accanimenti o degli interessi di parte, la rotta di collisione continua tra toghe ed eletti sembra di natura sistemica, il frutto di una “rivoluzione culturale” avvenuta negli ultimi decenni che ha allargato in modo significativo il perimetro di azione della magistratura.

Oggi un intero governo può tranquillamente finire sotto inchiesta per “strage colposa” come è accaduto all’ex premier Giuseppe Conte e all’ex ministro Speranza accusati dalla procura di Bergamo addirittura per le vittime della pandemia di Covid. Va da sé che l’inchiesta è stata archiviata ma il solo fatto di pensare a un’incriminazione del genere mostra l’idea estensiva che le procure hanno oggi del proprio potere.

Con un po’ di approssimazione si può dire che l’epicentro di quel terremoto e cambio di paradigma fu proprio la nostra piccola Italia con l’inchiesta di Mani Pulite che, nel 1992, spazzò via la prima repubblica, proiettando procuratori e sostituti sulla ribalta mediatica e mettendo all’angolo l’intera classe politica, sepolta sotto le macerie dei partiti. L’onda d’urto di quella stagione ha dato luogo a una vera e propria saga giudiziaria con lo scontro senza esclusione di colpi tra Silvio Berlusconi e i pm, una guerra che si è disputata lungo 36 processi penali, con una sola condanna ai danni Cavaliere, recentemente scomparso.

Che i vecchi equilibri si siano spezzati in parallelo con la dissoluzione del socialismo reale e del mondo diviso in blocchi non è stata certo una coincidenza: la fine dell’Unione sovietica ha “stappato” energie dormienti, innescando nuovi rapporti di potere, mentre l’azione dei giudici si smarcava progressivamente dalla ragion di Stato e dalle logiche deterrenti della Guerra Fredda. Italia, Francia, Stati Uniti, Argentina, Brasile, Perù, Israele, Corea del sud, Pakistan, Sudafrica, sono solo alcune delle nazioni che hanno visto incriminare e spesso condannare ex presidenti e capi di governo nell’ultimo trentennio.

Prendiamo un paese simile al nostro per tradizioni e cultura, la Francia. E iniziamo con un evento traumatico: il suicidio dell’ex primo ministro socialista Pierre Beregoy, finito al centro dall’affaire Pechiney-Triangle (uno scandalo finanziario di insider trading), che si toglie la vita il primo maggio del 1993 sparandosi alla testa con una pistola che aveva sottratto a un agente della sua scorta.

Beregoy si era sempre dichiarato innocente, entrò in depressione denunciando l’accanimento nei suoi confronti, in particolare del giudice Thierry Jean-Pierre che qualche anno dopo si farà eleggere all’europarlamento per il centrodestra. È invece dichiaratamente di gauche, al punto da essersi candidata alle presidenziali per i Verdi nel 2012, l’ex magistrata Eva Joli, titolare dell’inchiesta che ha raggiunto l’ex presidente Jacques Chirac accusato e poi condannato per abuso d’ufficio, reati che avrebbe commesso nel periodo in cui è stato sindaco di Parigi, distribuendo posti chiave agli amici di partito. Dopo il maresciallo Pétain, processato per collaborazionismo, Chirac è stato il primo ex Capo di Stato francese a subire un verdetto di condanna.

Un filone che si è allungato nelle inchieste su un altro ex inquilino dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy, condannato in primo grado nel 2012 a tre anni di prigione per corruzione e traffico di influenze per aver promesso una nomina a un magistrato in cambio di informazioni su un altro filone di indagine che lo riguarda; l’inchiesta condotta dalla Procura nazionale per i reati finanziari con metodi «da spioni» per citare il ministro della giustizia Dupond-Moretti ha visto le accese proteste della difesa che ha denunciato le intercettazioni illegali delle conversazioni telefoniche tra Sarkozy e il suo avvocato e le perquisizioni selvagge all’interno degli studi.

Il paese democratico che in assoluto ha visto più ex presidenti subire una condanna è la corea del sud, almeno cinque dall’inizio degli anni 90, mentre un sesto, Roh Moo- hyun, si è tolto la vita lanciandosi nel vuoto prima che iniziasse il processo. Tutti con pene oltre i 20 anni come ad esempio Park Geun- hye, prima presidente donna del Paese finita alla sbarra per corruzione e abuso di potere, e poi generalmente graziati dal presidente successivo.

Un altro caso emblematico in cui il conflitto sta investendo la natura stessa delle istituzioni, è quello che riguarda il premier israeliano Benjamin Netanyahu, accusato dai giudici di Tel Aviv di corruzione, frode e abuso di fiducia, processi ancora in corso. Ritornato al potere lo scorso anno Netanyahu sta provando a imporre a colpi di maggioranza una riforma della giustizia che di fatto terrebbe al guinzaglio l’odiata Corte suprema a cui vuole togliere il diritto di veto sulle leggi e l’autonomia delle nomine. L’operazione è talmente flagrante che ha scatenato la protesta di milioni di israeliani scesi in piazza per difendere l’indipendenza dell’alta Corte dall’esecutivo. E che dire del Brasile, autentica fucina di guerre politico- giudiziarie, in cui l’attuale presidente Inacio Lula da Silva ha trascorso un anno e mezzo dietro le sbarre di una prigione federale per delle accuse che si sono rivelate false?

Le quattro sentenze di condanna a carico di Lula emesse nel 2017 dal Tribunale di Curitiba sono state annullate nel 2021 dal Supremo Tribunale Federale. Il giudice che lo aveva incastrato è quel Sergio Moro che venne poi nominato ministro di giustizia dal successore di Lula e suo peggior nemico, Jair Bolsonaro. Lo stesso che aveva ammesso di essersi ispirato al pool milanese di Mani Pulite, in particolare al suo grande amico Pier Camillo Davigo.

Prima di Lula la scure si era abbattuta sulla presidente Dilma Rousseff che nel 2015 ha subito un procedimento di impeachment in seguito all’accusa di aver di aver truccato i dati sul deficit di bilancio annuale dello Stato, accusa che due anni dopo, quando si era già dimessa e la sua carriera politica era finita, si è rivelata infondata Ora invece tocca a Bolsonaro difendersi dalle toghe: appena rientrato in patria dopo un “esilio” americano di due mesi dovrà affrontare le accuse di aver aizzato gli assalti ai palazzi del governo compiuti dai suoi seguaci a Brasilia lo scorso 10 gennaio. Avanti il prossimo

"La sinistra giudiziaria usa i brogliacci per far fuori i nemici". Felice Manti il 21 Dicembre 2022 su Il Giornale.

L'ex pm Palamara evocato dal Guardasigilli: "La civiltà giuridica è calpestata, da lui parole di speranza"

«Avete visto a Bruxelles? Il caso insegna, non esce nessuna notizia estranea all'inchiesta. Non come da noi...». Luca Palamara è in macchina, la telefonata con Il Giornale dura poco, giusto il tempo di riaprire i cassetti della memoria e l'ex pm tirato in ballo dal Guardasigilli Carlo Nordio snocciola il suo punto di vista sulla vicenda delle intercettazioni che lo riguardano: «La pubblicazione indebita di una serie di intercettazioni coperte dal segreto che non riguardavano l'indagine penale è servita soltanto a cecchinare chi la pensava diversamente, facendo saltare una nomina e dando alla sinistra giudiziaria un ruolo nel Csm».

Nomi Palamara non ne fa, e non ce n'è bisogno. La vicenda è quella dell'ex procuratore della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio. La pubblicazione di alcune conversazioni tra lui e Palamara valsero per entrambi l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio - ipotesi di reato contestata dalla Procura di Perugia, competente sulla Capitale - dalla quale Fuzio e Palamara sono stati entrambi prosciolti lo scorso 6 dicembre perché quello che si erano detti il 3 aprile 2019 Csm non era coperto da segreto d'ufficio, in quanto ancora non secretato dal Csm.

Intanto Fuzio si è dimesso, al suo posto è arrivato Giovanni Salvi che l'altro giorno ha criticato il ministero della Giustizia e il governo per la vicenda delle intercettazioni degli 007 in mano a Palazzo Chigi. Coincidenze? «Con i miei legali e grazie al prezioso supporto dei consulenti tecnici informatici - dice Palamara al Giornale e poi alle agenzie di stampa - da tempo stiamo raccogliendo tutta la documentazione per dimostrare tutto ciò che è realmente accaduto dal 7 al 22 maggio 2019 in concomitanza con la nomina del procuratore di Roma. Quella indebita rivelazione ebbe la conseguenza di rinforzare la componente della sinistra giudiziaria a scapito delle altre. Il tempo è galantuomo la battaglia per la verità continua».

Che la vicenda Palamara sia servita a dimostrare il marcio nel sistema delle correnti è evidente, come dimostra anche il successo dei libri Il Sistema e Lobby&Logge scritti con Alessandro Sallusti, che oggi una parte della magistratura si ribelli a qualsiasi riforma delle intercettazioni dimostra come le dinamiche non siano cambiate poi molto. «La mia vicenda fu la dimostrazione plastica di come le intercettazioni furono usate come regolamento di conti interno alle correnti, qualcuno si dimise e il posto tornò alla sinistra giudiziaria come due anni prima. Oggi il clamore sulle intercettazioni e gli strepiti di una parte della stampa e della magistratura sul fatto che non si possano utilizzare per mafia e corruzione è strumentale - dice ancora Palamara - perché nessuno ha mai detto di voler indebolire l'attività di indagine ma semplicemente di mettere un argine all'utilizzo indebito. Mi riferisco tanto per fare un esempio a quello che sulla base delle esperienze da me vissute accade quando in virtù di rapporti privilegiati i soliti giornalisti ricevono dai soliti pubblici ufficiali materiale riservato non per informare ma per sfregiare questo o quel nemico politico così strumentalizzando il processo e trasformandolo in una clava. Non è un problema personale ma di civiltà giuridica - conclude - per questo le parole di Nordio sono un messaggio di speranza per tutti quelli che vogliono battersi per una giustizia giusta».

"Porcherie anche nel caso Palamara". Nordio tranchant sulle intercettazioni. L’analisi tagliente del ministro della Giustizia in commissione al Senato: “Le intercettazioni del trojan sono state selezionate, pilotate e diffuse secondo gli interessi di chi le diffondeva”. Massimo Balsamo il 20 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Le riforme annunciate sono state bocciate dall’Anm, ma Carlo Nordio tira dritto. Il ministro della Giustizia ha le idee chiare sul percorso liberale da seguire e, intervenuto in commissione al Senato, non ha lesinato stoccate. Riflettori accesi sulla disciplina delle intercettazioni, sin qui utilizzate come metodo di delegittimazione personale e politica. Il Guardasigilli non ha utilizzato troppi giri di parole: le intercettazioni devono essere solo uno strumento per la ricerca della prova, non la prova in sé.

L’analisi di Nordio

"Questa porcheria è continuata anche dopo la legge Orlando basta vedere il sistema Palamara, cosa è uscito che non aveva niente a che fare con l'indagine e cosa non è uscito", l’opinione del titolare della Giustizia nel suo intervento a Palazzo Madama. Nordio ha poi posto un quesito provocatorio: “Credete che tutte le intercettazioni del trojan di Palamara siano state trascritte nella forma della perizia?”. Lui non ha titubanze: “Sono state selezionate, pilotate e diffuse secondo gli interessi di chi le diffondeva, e non sono ancora tutte state rese pubbliche”.

Nordio si è poi soffermato sull’emendamento del governo inserito nella manovra che riguarda le intercettazioni preventive legate alle attività di intelligence: “È un equivoco che l'emendamento nella legge di bilancio sulle intercettazioni preventive sia rivoluzionario, è esattamente la stessa cosa, ha solo aumentato le garanzie, e trasferito un piccolo capitolo di spesa". Il ministero ne era a conoscenza, ha ribadito, e ha dato parere favorevole.

Abuso d’ufficio e codice degli appalti

Uno dei dossier più roventi riguarda l’abuso d’ufficio, Nordio ha ribadito ancora una volta la posizione del governo sul tema. Il ministro ha sottolineato di aver ascoltato attentamente le richieste dell’Anci:“È intenzione mia e del governo rivedere completamente i reati contro la pubblica amministrazione che ispirano la cosiddetta paura della firma. Le opzioni riguardano essenzialmente l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze, si può andare dall'abrogazione di uno o di entrambi i reati fino a una rimodulazione integrale degli stessi. Questo sarà oggetto di confronto e di dibattito in Parlamento”. La strada è tracciata.

L’ex magistrato ha ribadito la sua posizione sulla separazione delle carriere – “non faccio un passo indietro” – ma ha anche spiegato che si tratta di un problema divisivo che richiede una revisione costituzionale, un cammino piuttosto lungo. “Oggi non è la priorità”, ha chiosato. Poi, ancora, il codice degli appalti, a stretto giro di posta oggetto di discussione:“Una semplificazione normativa, se fatta bene, non significa né un regalo alle mafie né alcuna forma di impunità per la corruzione. Significa semplificare le procedure e individuare le competenze”, il monito di Nordio.

Nordio non conosce nemmeno le leggi che vuole smantellare. EMILIANO FITTIPALDI su Il Domani il 22 dicembre 2022

Nordio due giorni fa, in una bizzarra audizione alla commissione al Senato, ha protestato di nuovo contro l’uso osceno che viene fatto delle captazioni in Italia.

Nordio, come un novello Orsini, non sembra conoscere bene la materia di cui discetta: come spiega il decreto legge del 30 aprile 2020 e il codice penale, l’entrata in vigore della legge Orlando si applica «ai procedimenti penali iscritti successivamente successive al 31 agosto 2020».

Peccato che le investigazioni su Palamara siano del lontano maggio 2019, e che la gestione delle intercettazioni sia stata dunque regolata dalla normativa precedente.

Emiliano Fittipaldi per “Domani” il 23 dicembre 2022.

Qualche giorno fa il giornalista Antonio Talia ha inchiodato Alessandro Orsini alla sua ennesima gaffe, evidenziando come l’ospite preferito di Bianca Berlinguer avesse citato un inesistente giornalista del New York Times, tal William J. Ampio, in un video in cui discettava della guerra tra Russia e Ucraina. Il commentatore aveva infatti usato il traduttore automatico, che ha modificato il cognome originale del reporter (Broad) nell’italianissimo “Ampio”. «Se Orsini non ha gli strumenti cognitivi per capire l’errore nella traduzione automatica di un articolo» s’interrogava Talia «come potrà riuscire a decifrare e poi spiegare il contenuto dell’articolo stesso?».

Ora, identico dubbio si pone per il nuovo ministro della Giustizia Carlo Nordio, noto soprattutto per la ferrea volontà di mettere mano alla riforma delle intercettazioni. L’ex magistrato 75enne, voluto sulla poltrona di Via Arenula da Giorgia Meloni in persona, prima ha scritto il demenziale decreto legge sui rave. Poi due giorni fa, in una bizzarra audizione alla commissione al Senato, ha protestato di nuovo contro l’uso osceno che viene fatto delle captazioni in Italia. 

Attaccando la normativa vigente e facendo, finalmente, un esempio concreto: «La porcheria è continuata anche dopo la legge Orlando. Basta vedere l’inchiesta sul sistema Palamara. Cosa è uscito su cose che non avevano a che fare sulle indagini e, aggiungo, cosa non è uscito. Sono state selezionate, pilotate, diffuse secondo gli interessi di chi le diffondeva».

Nordio, come un novello Orsini, non sembra conoscere bene la materia di cui discetta: come spiega il decreto legge del 30 aprile 2020 e il codice penale, l’entrata in vigore della legge Orlando si applica «ai procedimenti penali iscritti successivamente successive al 31 agosto 2020». Peccato che le investigazioni su Palamara siano del lontano maggio 2019, e che la gestione delle intercettazioni sia stata dunque regolata dalla normativa precedente. Ormai superata. 

Se abusi ci sono stati, dunque, non riguardano mancanze o vulnus del decreto Orlando. Che sembra invece aver funzionato abbastanza bene: tutto è perfettibile, ma è un fatto che negli ultimi due anni le violazioni della privacy si sono fortunatamente ridotte ai minimi.

L’intemerata di Nordio ha ricevuto subito gli applausi di Palamara, of course, e di Forza Italia, da sempre fautore dell’impunità massima per corrotti e corruttori. L’anno prossimo il ministro dovrebbe proporre l’ennesima riforma-bavaglio. Si spera che prima di presentarla studi meglio le norme esistenti, evitando scivoloni che sembrano suggerire, piuttosto che un impeto riformista mosso da un sincero garantismo, un furore ideologico e pericoloso per la già disastrata giustizia italiana.

Per attaccare Nordio Fittipaldi confonde Viminale e via Arenula. Il vicedirettore del “Domani” ha preso una cantonata: le divulgazioni pilotate di cui parla il ministro della Giustizia trovano la propria disciplina direttamente nell’articolo 326 del codice penale, “rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio”, e non nel decreto Orlando. Giovanni M. Jacobazzi su Il Dubbio il 23 dicembre 2022

Emiliano Fittipaldi, vicedirettore del Domani, quotidiano che annovera molti giornalisti d'inchiesta, in un articolo apparso ieri dal titolo “il Ministro della Giustizia non conosce la giustizia” sostiene che i riferimenti fatti da Carlo Nordio alle indebite divulgazioni delle intercettazioni captate nell’inchiesta di Perugia sull’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara sarebbero erronei. Ciò in quanto il decreto Orlando «si applica ai procedimenti penali iscritti successivamente al 31 agosto 2020» laddove l’indagine perugina nei confronti di Palamara è del maggio 2019.

Secondo Fittipaldi, poi, Nordio avrebbe anche «scritto il demenziale decreto legge sul rave». Ci permettiamo di far osservare a Fittipaldi che il decreto sul rave è uscito dalle stanze del Viminale e non da quelle di via Arenula e che, per quanto riguarda il presunto errore sul decreto Orlando, le intercettazioni dell’inchiesta di Perugia sono state pubblicate dal Corriere, da Repubblica e dal Messaggero, a partire dal 29 maggio 2019 e a ritmo quotidiano, laddove non erano state depositate ai difensori e risultano pervenute al Consiglio superiore della magistratura soltanto il 3 giugno successivo.

Dovrebbe essere quindi facile comprendere che le divulgazioni pilotate di cui parla Nordio trovano la propria disciplina direttamente nell’articolo 326 del codice penale, “rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio”, e non nel decreto Orlando che prevede un complesso meccanismo di segretezza per le intercettazioni lecitamente depositate ritenute non rilevanti.

La differenza, che non pare sia stata colta dal vicedirettore del quotidiano di Carlo De Benedetti, non è solo nella rilevanza penale della condotta di coloro che hanno, il 28 maggio 2019 o prima, consegnato a ben tre organi di informazioni trascrizioni di intercettazioni quando queste erano ancora in corso presso l’autorità giudiziaria di Perugia, ma anche nella “finalità” da costoro perseguita. "Finalità” che non era certo quella di accertare i reati per i quali si procedeva, vale a dire la presunta e fumosa corruzione di Palamara, bensì quella di impedire che venisse nominato Marcello Viola procuratore della Repubblica di Roma.

Ci auguriamo che queste ovvie considerazioni costituiscano per il futuro una più solida premessa per comprendere la gravità di ciò che è successo, giustamente evidenziata da Nordio.

ALESSANDRO SALLUSTI per Libero Quotidiano il 19 dicembre 2022.

Siccome la mamma dei bugiardi, come quella dei cretini, è sempre incinta, in queste ore l'associazione più screditata e impunita d'Italia, quella dei magistrati, vuole farci credere che, se passasse la riforma della giustizia che ha in testa il ministro Carlo Nordio, in Italia non si potrebbe fare un'inchiesta come quella che ha scorperchiato lo scandalo del Qatargate. 

Un'inchiesta che, a quanto si sa, ha fatto largo uso di intercettazioni telefoniche. Ma chi l'ha detto che il Guardasigilli vuol ridurre l'uso delle intercettazioni? Semmai, Nordio vuole limitare l'utilizzo delle intercettazioni, che è cosa diversa e allineerebbe la giustizia italiana a quella belga. 

Fateci caso: da giorni i quotidiani pubblicano paginate sul più grande scandalo che abbia mai coinvolto i vertici dell'Unione Europea ma ancora non abbiamo letto una sola delle migliaia di intercettazioni eseguite.

Questo per due motivi. Il primo è che, come sostiene Nordio, le intercettazioni non sono una prova ma uno strumento di indagine; nel senso che, se io al telefono dico di aver ucciso Tizio, bisogna che Tizio sia trovato morto e si provi la mia colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio. Il secondo motivo attiene all'etica, e purtroppo quella della magistratura italiana è ridotta ai minimi termini. 

Nessun magistrato belga si permetterebbe mai di diffondere ai giornali, e neppure di allegare agli atti giudiziari, intercettazioni il cui contenuto ha a che fare con la vita privata degli imputati ma non con i capi di accusa. Nei corridoi dei palazzi di Bruxelles si dice che, se ciò avvenisse- la divulgazione di fatti privati -, ci sarebbe da divertirsi perché, come in tutte le storie di potere, sesso e intrighi familiari giocano un ruolo fondamentale. Ma in quel Paese i magistrati non vogliono divertirsi bensì applicare la giustizia e dare alla caccia ai cattivi.

 Per cui chi prova a fermare Nordio lo fa solo per mantenere un vantaggio illegale, ma soprattutto immorale, nel raggiungere obiettivi politici tramite l'uso improprio delle intercettazioni, che in Italia sono diventate la droga della giustizia che spesso maschera l'incapacità investigativa di una generazione di magistrati cresciuta pensando che origliare sia l'unico modo per applicare la legge. Cosa di cui, per capirci, sono convinti pure Putin e gli ayatollah iraniani.

I magistrati sono diventati potere autonomo: un’anomalia che Nordio può riequilibrare. Il ministro ha l’esperienza per valutare questa deviazione della quale si discute da troppi anni. Giuseppe Gargani su Il Dubbio il

17 dicembre, 2022

L’intervento del ministro Nordio alla Commissione Giustizia del Senato contiene un programma completo di riforma della giustizia: lo aspettavamo da anni, e non avremmo mai potuto immaginare che fosse un ex pm di un governo di destra a pronunciarlo!

Si tratta di un programma coordinato che si riferisce al complessivo campo della giustizia, alla organizzazione degli uffici giudiziari a quello delle carceri, e dunque meraviglia che tanti magistrati e tanti commentatori faziosi o schierati si siano soffermati solo su aspetti che suscitano facilmente polemiche perché riguardano il rapporto tra la politica e la giustizia e soprattutto il potere che i magistrati hanno acquisito e non sono disposti a rinunziare. La Costituzione ha disciplinato la magistratura come “ordine autonomo” e i magistrati sono diventati “potere autonomo”.

Si tratta di una constatazione che altera il rapporto tra i poteri dello Stato e che deve essere la premessa per qualunque riforma della giustizia.

In una democrazia così articolata come quella che abbiamo costruito in questi anni, un equilibrio dei poteri non può essere garantito con una magistratura autonoma, “separatista” svincolata dai sistemi di controllo che la Costituzione prevede per ogni istituzione, ma da una magistratura capace di esaltare la sua indipendenza insieme ad una responsabilità istituzionale. Questo il vero problema e questa la grande sfida.

Il ministro ha la consapevolezza e l’esperienza personale per valutare questa deviazione della quale si discute da oltre trent’anni, e propone profonde modifiche per ridare la giusta e equilibrata indipendenza all’ordine giudiziario, necessaria per l’ordine democratico del paese. È un tentativo ardito e difficile, ma ha garantito il suo impegno e la sua permanenza al Ministero.

Naturalmente questo programma, che mi auguro sia di tutto il governo e non solo del Ministro, va discusso e verificato nel Parlamento con il contributo di chi è interessato al bene della magistratura e all’efficacia di una giustizia che rispetti il cittadino e la società civile. Assistiamo invece a polemiche smodate, a insulti al Ministro, all’ironia sulla sua consolidata professionalità!

L’Associazione dei magistrati in prima linea mostra avversione e rifiuta con tutte le sue componenti l’impianto riformatore, confermando che le correnti, che prima erano vivaci e valide per discutere e approfondire le problematiche complesse della giustizia ora sono, come è opinione diffusa, organizzate solo per dividere potere e incarichi.

Il vasto programma di riforma enunciato da Nordio è utile dunque per organizzare una magistratura credibile e accettata dai cittadini e per determinare una giustizia unitaria e efficiente, ma è osteggiato dalle oligarchie interne alla magistratura e dalla politica che vuol essere di supporto.

Veniamo da una legislatura che ha fatto strage dell’ordinamento soprattutto penale deturpandolo. utilizzare il rancore sociale per inventare reati e inasprire le pene in maniera non proporzionale, come pure è stato fatto all’inizio della legislatura, è stata la preoccupazione costante del movimento cinque stelle con la complicità del PD e della lega, dei tradizionali giustizialisti che hanno avvelenato il clima di questo paese e la convivenza civile.

Dobbiamo quindi constatare che da Tangentopoli in poi per la prima volta ci troviamo di fronte ad un Ministro che fa un’analisi realista della situazione e indica rimedi.

È doveroso dare la massima fiducia al Ministro e sperare che il programma venga davvero realizzato.

Il programma, come ho detto, spazia dalla giustizia civile già riformata dal precedente governo, all’integrazione dei processi di innovazione e di trasformazione digitale, con la consapevolezza che il progresso degli strumenti tecnologici di analisi è necessario per garantire i servizi giudiziari ai cittadini; allo sviluppo della funzione statistica che consente un continuo monitoraggio del sistema; alla previsione di una particolare riforma delle carceri per garantire dignità ai detenuti.

È forte la consapevolezza di ottenere queste riforme entro il prossimo anno anche per assecondare l’attuazione del Pnrr. Il Ministero della giustizia ha un rapporto del tutto particolare con la magistratura che è indipendente, ma ha pur sempre il dovere di regolare l’“organizzazione giudiziaria” e intervenire legislativamente sulle patologie che si determinano e che si sono determinate negli ultimi anni in misura ragguardevole.

Di conseguenza tutto questo non può essere fatto contro “l’Associazione” e contro il CSM, ma l’Associazione e il CSM non possono mettere in campo pregiudiziali e rifiutare il confronto.

Da sempre, anche per una mia diretta esperienza, i magistrati non accettano nessuna riforma, come se sul campo della giustizia andasse tutto bene, con il presupposto ripetuto come un mantra che ogni riforma “attenta all’autonomia e alla indipendenza”. Ma ora che la situazione è diventata grave, per convincimento di tutti, come non rendersi conto che vi sono patologie e distorsioni che non possono non essere “curate”. Le principali sono quelle di sempre che il Ministro ha elencato, e siccome sono state trascurate sono diventate vistose.

Per brevità di spazio elenchiamo le più importanti. La Costituzione stabilisce che il processo deve avvenire con un contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, con un giudice terzo, al di sopra delle parti; l’imputato non deve essere considerato colpevole fino alla decisione del giudice; l’obbligatorietà dell’azione penale deve servire per l’uguaglianza del cittadino e quindi non presuppone una discrezionalità del pm che ormai è legata alla iniziativa personale del singolo magistrato; l’azione penale non può essere appesantita da un uso smodato delle intercettazioni che dovrebbero essere un mezzo per la ricerca della prova e non diventare di per sé prova; la deformazione dell’informazione di garanzia determina un processo mediatico che intacca le libertà del cittadino soprattutto se fatte su persone non indagate delegittimandole; l’azione penale iniziata con assoluta discrezionalità senza alcun controllo che è un’assoluta eccezione rispetto agli ordinamenti giudiziari dei paesi a democrazie avanzata; la distinzione dei “mestieri”, tenuto conto che il pm ha un compito distinto e diverso dal giudice e fa un mestiere diverso, come ci ha detto ripetutamente un magistrato di grande livello come Falcone.

Questi criteri fondamentali sono disattesi e quindi è in crisi il rapporto tra i poteri dello Stato tant’è che il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto al Parlamento di fare leggi in modo da “garantire l’equilibrio delle decisioni” e ai magistrati, di “conoscere i limiti della propria funzione“ che non è quella etica per fare vincere il bene sul male ma è quella di reprimere l’illegalità; di “rifiutare il consenso“ nell’attività giudiziaria, di recuperare il “principio di imparzialità, “ di rifiutare il protagonismo, di garantire la riservatezza nei riguardi dei processi per non “apparire di parte“ forzando i dati della realtà!

Questo il monito del Capo dello Stato, e il programma di Nordio risponde a quelle domande, per cui è auspicio di tutti che vi sia da parte dei magistrati illuminati, che pur vi sono, la volontà di un confronto non pregiudiziale né di rifiuto, ma di aiuto a trovare soluzioni adeguate nell’interesse della giustizia e per la tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini.

Influenze democratiche.

Toghe Rosse.

Toghe e sabotaggi.

Influenze democratiche.

Antonio Giangrande: la Magistratura? Ordine al servizio dello Stato, non Potere dello Stato.

La separazione tra i poteri dello Stato (esecutivo, legislativo, giudiziario)? Solo nella Francia di Montesquieu (esecutivo, legislativo, giudiziario) e nella mente dei comunisti, da usare come clava contro I Governi avversi.

Cosa dice la Costituzione.

Art. 1. L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Cos'è la sovranità popolare e come si esercita?

Al Popolo è riservata l'effettiva capacità, votando, di decidere in prima persona o tramite rappresentanti eletti sulle questioni politiche di fondo: secondo la formula (sviluppata dal francese Burdeau) della democrazia governante, è il popolo stesso ad assumersi così la responsabilità del proprio destino.

Che cosa vuol dire che la sovranità appartiene al popolo?

Con esso, conformemente all'etimologia del termine democrazia (dal greco antico δῆμος, dêmos, "popolo" e -κρατία, -kratía, "potere"), si intende che la sovranità, cioè il potere di comandare e di compiere le scelte politiche che riguardano la comunità, appartiene al popolo.

Come i cittadini esercitano la sovranità?

Non ci sono alternative; infatti la sovranità si esercita attraverso la delega (Parlamento e di conseguenza Governo), oppure attraverso lo strumento diretto del referendum o con una serie di strumenti giuridici (es. l'iniziativa di legge) che sfociano pur sempre nella delega, perché se una legge non viene discussa da un Parlamento, non entra in vigore.

Art. 104. La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere.

In ambito concettuale-letterale prevale il termine Ordine o Potere?

E’ chiaro il senso letterale dell’articolo. Si stabilisce che la Magistratura è un Ordine, autonomo ed indipendente dagli altri Poteri, ma non elevato al pari di essi.

Magistratura come Potere?

Roberta D’Onofrio, giudice Tribunale di Campobasso, l’1/07/2020 su unicost.eu

SOMMARIO: 1. La magistratura nel dibattito dell’Assemblea Costituente. – 2. La magistratura come “potere”?. – 3. La magistratura come “servizio”.

1- La magistratura nel dibattito dell’Assemblea Costituente

La terminologia costituzionale per definire la magistratura varia secondo i punti di vista adottati di volta in volta.

La magistratura è disciplinata nel  Titolo V della Costituzione. Nel primo comma dell’art. 101 la funzione è definita come giustizia; nel secondo comma dell’art. 101 -nella sua stesura iniziale- si faceva riferimento ai magistrati e non alla magistratura, perché andava tutelata l’indipendenza dei singoli. Per l’art. 102 sono i magistrati ordinari, “istituiti e regolati dalla norme sull’ordinamento giudiziario”, ad esercitare la funzione giurisdizionale. Nell’art. 104 la magistratura, composta dai magistrati ordinari, costituisce un “ordine”. Per l’art.107, primo comma, i magistrati (quelli ordinari) sono inamovibili, mentre per l’ultimo comma il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite dall’ordinamento giudiziario. Si prevede, poi che l’autorità giudiziaria dispone direttamente della forza pubblica ai sensi dell’art. 109.

Ebbene, il Costituente ha utilizzato una terminologia ed un lessico tanto vari che sostenere il superamento della qualifica della magistratura come “ordine”, stabilito nel primo comma dell’art. 104, avrebbe bisogno di qualche ulteriore elemento di sostegno.

Nella sua relazione l’on. Ruini, che presiedeva la sottocommissione della Costituente che si occupò della stesura del Titolo IV, non ebbe dubbi: “la magistratura è autonoma e indipendente. Non è soltanto un ordine; è sostanzialmente un potere dello Stato, anche se non si adopera questo termine, neppure per gli altri poteri, ad evitare gli equivoci e gli inconvenienti cui può dare luogo una ripartizione teorica, ove sia interpretata meccanicamente”.

A proposito dell’art. 107 si era discusso, in seno all’Assemblea Costituente, se alla magistratura requirente andasse estesa la disciplina di quella giudicante.

C’era stato chi (l’on. Bettiol) avesse rilevato che il pubblico ministero “in tutti i regimi liberali … è considerato come organo del potere esecutivo”. Sulla stessa scia si era posto l’on. Leone, il quale aveva proposto di modificare l’ultimo comma nel senso di stabilire che “Il pubblico ministero è organo del potere esecutivo. Un particolare corpo di polizia giudiziaria è posto alla sua esclusiva dipendenza”; ma successivamente l’on. Leone rinunciò alla proposta, aderendo all’idea di lasciare alla legge ordinaria la disciplina relativa al pubblico ministero.

Mentre nel concetto di “ordine” rientrano tutti i magistrati ordinari, al pubblico ministero non sono applicabili le norme sui giudici. Ancora l’on. Leone rilevò che “Tale formula (l’emendamento che si stava discutendo) esprime questa nostra opinione: che, essendosi creato l’ordine giudiziario, nel seno di questo ordine occorre una gerarchia di funzioni. Così la Corte di cassazione è la competenza più alta rispetto agli organi inferiori di merito; ma in questa gerarchia non devono giocare i gradi come per gli impiegati dello Stato … Occorre soprattutto esprimere questo desiderio e questa aspirazione: che in seno alla magistratura non si discuta di gerarchia di gradi …, ma che vi sia diversità di funzioni, cioè di attribuzioni di organi, che possono essere maggiori o minori, ma esprimono maggiore o minore ampiezza di giurisdizione, non di grado”.

Che questo principio inserito nel terzo comma dell’art. 107, secondo l’on. Leone, non andasse esteso al pubblico ministero, è confermato dalla sua proposta di rimettersi alla disciplina della legge ordinaria, come poi previsto nel quarto comma dell’art. 107.

Si è così arrivati oggi al d.lgs. 20 febbraio 2006 n. 106.

2. La magistratura come “potere” ?

L’articolo 101 della Costituzione sembra escludere che si possa considerare la magistratura come  un “potere” secondo lo versione ormai tradizionale: infatti, intesa come corpo che esercita la giurisdizione, rimane soggetta soltanto alla legge come è confermato dal secondo comma dell’art. 101 della Costituzione.

E, allora, come la magistratura possa ritenersi indipendente dal “potere” legislativo?

Siffatta imprecisione, pertanto, dovrebbe orientare a non enfatizzare il tenore letterale del primo comma dell’art. 104 della Costituzione, laddove la magistratura è definita come “ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere”, così da indurre i commentatori a ritenere che anche la magistratura sia concepita dal Costituente come “potere” dello Stato.

La nozione di potere ha da sempre richiamato l’interesse dei cultori di diverse discipline, filosofi compresi. Andrebbe seguita, almeno in questa sede, la nozione positiva desumibile dalla struttura dello Stato che si ricava dalla Costituzione: la nozione di “potere” legittima a compiere scelte di fondo, ad individuare i fini da perseguire e i mezzi da utilizzare. Il popolo, anche se sovrano, per la sua struttura diffusa non è in grado di predisporre ed attuare direttamente programmi operativi, sicché ne delega il compito ai suoi rappresentanti.

Pertanto il potere primigenio -facente capo al popolo- non viene esercitato direttamente, ma passa al rappresentante scelto attraverso elezioni periodiche: in via diretta al Parlamento che provvede attraverso le leggi; in via indiretta al Governo che compie le scelte entro i limiti fissati dalle leggi.

Mentre il Parlamento deriva il suo potere direttamente dal popolo, al Governo perviene attraverso la volontà parlamentare.

La giurisdizione può essere definita “potere”?

Al giudice non è richiesta né consentita una scelta di opportunità tra diverse soluzioni, ma l’applicazione delle norme nei casi che gli sono sottoposti attraverso l’interpretazione della legge.

Interpretazione che è caratterizzata dalla c.d. “discrezionalità tecnica” e, cioè, è condizionata dalla scelta tecnico-giuridica influenzata dalla preparazione e dallo spessore culturale del singolo magistrato, nonché inevitabilmente dal suo profilo umano, dal suo modo di vedere la realtà e le cose, dalla sua sensibilità.

Per questo la qualifica di magistrato non deriva da una investitura, diretta o indiretta, da parte del titolare della sovranità, ma dal superamento di prove tecniche.

E Salvatore Satta, in spregio ai positivisti cultori dell’assoluta certezza del diritto, lanciava lo slogan: la forza del diritto è quella di essere un’opinione.

Opinione, aggiungo, che si forma sulla base del bagaglio tecnico e culturale in possesso del singolo magistrato.

3- La magistratura come “servizio”

La valutazione dell’ “in se” della funzione giurisdizionale porta a propendere per la definizione più appropriata della stessa come finalizzata a svolgere un “servizio”. 

Per servizio, accompagnato dall’aggettivo pubblico, si intende in genere l’attività di natura imprenditoriale che, per gli interessi generali che soddisfa, è regolata dal diritto pubblico e svolta da soggetti pubblici o da privati, ma sempre in base ad un rapporto di diritto pubblico.

Non è detto, però, che solo questi possano essere definiti servizi; infatti vi possono rientrare senza dubbio anche quelle attività, che ugualmente non richiedono valutazioni di opportunità e -anche quando sono discrezionali- lo sono solo nella scelta delle soluzioni tecniche.

Il giudice svolge un servizio predisposto nell’interesse delle parti tra le quali è insorta una contestazione, decidendo caso per caso -senza effetti per chi non vi ha partecipato- dopo avere individuato la legge applicabile attraverso un’indagine di natura tecnica.

Come per certi servizi pubblici è consentito che siano svolti da privati, così il giudice, a certe condizioni, può essere sostituito da arbitri la cui decisione si inserisce nel sistema complessivo della giustizia. Se si fosse di fronte ad un vero potere, questa sostituzione sarebbe difficilmente giustificabile.

Quella del giudice di merito nella valutazione dei fatti, che sono provati, si può chiamare discrezionalità, purché sia chiaro che non possa essere esercitata secondo criteri di opportunità: il giudice deve ricostruirli nella configurazione coerente con gli elementi emersi nel processo e ne deve dare contezza attraverso la motivazione.

Quanto all’attività interpretativa, poi, una volta che la Corte di Cassazione abbia enunciato il principio di diritto, non ci dovrebbero essere questioni ulteriori, perché il principio enunciato in riferimento al caso concreto deve essere declinato dal giudice sempre allo stesso modo, nel pieno rispetto del principio di uguaglianza.

Succede, invece, che della stessa norma la Corte di Cassazione dia interpretazioni diverse.

Alcuni costituzionalisti, chiamati a discuterne, pur concordando sul mancato rispetto del principio di uguaglianza, hanno concluso che -per come è strutturato il procedimento- non sia possibile portare la questione davanti alla Corte Costituzionale.

Inoltre, secondo alcuni commentatori, lo sconfinamento della giurisdizione si spiegherebbe, e si giustificherebbe anche, con l’insufficienza della politica attuale che spesso non in grado di assolvere ai propri compiti; in questa evenienza la magistratura sarebbe costretta ad intervenire per risolvere problemi che altrimenti rimarrebbero insoluti. Sarebbe l’applicazione di una specie di legge di vasi giuridici intercomunicanti: quando viene meno la pressione di uno (la politica), interviene automaticamente la compensazione dall’altra (la giurisdizione).

A ben vedere, però, siffatta evenienza rappresenta una forte anomalia, atteso che la stessa ragione fondante la giurisdizione è costituita dalla soggezione del giudice unicamente alla legge e dall’obbligo di fornire interpretazioni sempre costituzionalmente orientate, laddove non sia proprio strettamente indispensabile investire la Corte Costituzionale.

Ebbene, per segnare il confine fra attività interpretativa legittima e corretta gestione del “servizio” giustizia, la soluzione non può essere -nell’attuale contesto storico- che quella di individuare nel Valori e nei Principi fondamentali disegnati nella Carta costituzionale gli sbarramenti invalicabili dell’esercizio della discrezionalità tecnica spettante al magistrato, ovunque egli stia svolgendo le sue funzioni ed esercitando le sue prerogative: ciò sia nell’esercizio della giurisdizione quale giudice di merito o di legittimità, sia nello svolgimento di attività amministrative come fuori ruolo che nelle prerogative di componente del C.S.M..

La concezione della magistratura come “servizio” pubblico va fondata sul rispetto dei valori della Costituzione (solidarietà, uguaglianza formale e sostanziale, libertà e centralità della persona, buona amministrazione, rispetto delle minoranze e delle peculiarità territoriali), riconoscendo in questi valori i propri limiti e confini invalicabili.

In questo modo si può restituire dignità alla delicata funzione riconosciuta dall’ordinamento agli  interpreti e garanti dell’inviolabilità dei diritti.

La magistratura in Italia: ordine o potere? Considerazioni giuridico-costituzionali di un giovane avvocato

Quanto della famosa separazione tra i poteri dello Stato (esecutivo, legislativo, giudiziario) operata da Montesquieu – e alla base delle moderne democrazie – è stata accolta nella nostra Costituzione ? E, soprattutto, cosa accade quando si è in presenza di una “cronica” debolezza del potere esecutivo e legislativo ? A cura di Redazione Diritto su fanpage.it il 15 febbraio 2013

Questo articolo è a cura dell’Avvocato Giuseppe Palma del Foro  di Brindisi. Appassionato di storia e di diritto, ha sinora  pubblicato  numerose  opere di saggistica a carattere storico – giuridico..

La magistratura in Italia: ordine o potere?

Considerazioni giuridico – costituzionali di un giovane avvocato.

Secondo la classica tripartizione operata dal Montesquieu, i poteri dello Stato si suddividono in Potere legislativo spettante al Parlamento, Potere esecutivo spettante  al Governo e Potere giudiziario spettante alla Magistratura.

Se il pensiero del filosofo francese poteva andar bene in un periodo in cui tutti e tre i poteri erano concentrati – nell’ottica del dispotismo assoluto – nelle mani del re, nel corso dei due secoli successivi la situazione ha avuto uno sviluppo differente.

A mio modesto parere, la Magistratura non può in nessun caso esercitare un potere – in senso stretto – dello Stato, infatti per poter parlare tecnicamente di potere, e quindi di imperium, è necessario che esso derivi dal popolo o, come accadeva nei secoli passati, da Dio.

Nelle moderne democrazie occidentali il concetto di potere è strettamente legato a quello di imperium proveniente dalla volontà popolare, quindi è del tutto pacifico affermare che gli unici organi – seppur con tutte le loro derivazioni – ad essere legittimati ad esercitare un Potere sono soltanto il Parlamento (potere legislativo) ed il Governo (potere esecutivo).

Per rendere maggiormente masticabile questo meccanismo, è sufficiente comprendere che nel momento in cui il Parlamento ed il Governo esercitano i propri poteri, lo fanno “in nome” e “per conto” del popolo da cui ne deriva l’investitura, quindi la Magistratura non può essere in alcun modo considerata un potere – in senso stretto – dello Stato; essa è solo un Ordine legittimato ad esercitare – “in nome” del popolo e non anche per conto di questo – la funzione giurisdizionale nei soli spazi delineati dalla Costituzione e, soprattutto, nel fedele rispetto della legge approvata dai soli organi deputati ad adottarla, quindi dal Parlamento e dal Governo, seppur quest’ultimo nei soli casi tassativamente previsti dalla Carta costituzionale.

A dimostrazione di quanto premesso, la nostra Costituzione – della quale i giudici si dichiarano spesso i soli scudieri – parla, non a caso, di Ordine Giudiziario e non di potere. Se si legge il Titolo Quarto della Carta costituzionale è scritto a chiare lettere, nella Sezione Prima, “Ordinamento giurisdizionale”, e non Potere; e a fugare ogni dubbio ci pensa l’art. 104 Cost. : <<La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…>>.  Fatti chiaramente salvi i principi di autonomia e indipendenza contro i quali nessuno mai si sognerebbe di scrivere neppure un rigo, osservi il lettore che la Costituzione parla – addirittura in maniera esplicita– solo di Ordine, guardandosi bene dall’usare il termine potere.

Se fino alla fine degli anni Ottanta questo tipo di discussione non era neppure immaginabile, a partire dal 1992 – vale a dire da quando è iniziato un periodo di cronica debolezza della politica – la Magistratura ha cercato (come quasi sempre è accaduto nella Storia) di sostituirsi alla politica arrivando addirittura ad esercitare, talune volte anche esplicitamente, alcune prerogative tipiche del Parlamento e del Governo. E mi riferisco, ad esempio, a quando un gruppo di magistrati – durante il cosiddetto periodo di “mani pulite” – si presentò davanti alle telecamere per contrastare l’entrata in vigore di un legittimo – anche se discutibile – Decreto che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti (il cosiddetto Decreto Conso), violentando in tal modo sia il principio di autodeterminazione delle Camere che l’esercizio della sovranità popolare. E che dire della crociata classista e giacobina racchiusa nelle parole <<resistere, resistere, resistere…>>! Alla “faccia” della Costituzione e del principio della separazione dei poteri!

Non me ne voglia nessuno, ma quando si ha intenzione di difendere la Costituzione bisogna sempre farlo in buona fede e con imparzialità, e non solo quando risulta utile al fine di tutelare gli interessi corporativi di una categoria.

Mai la Magistratura deve sentirsi legittimata a sostituirsi alla politica; anche di fronte a periodi di debolezza di quest’ultima, la Magistratura non deve mai indossare una veste che non sia quella che le ha ricamato su misura la Costituzione e, allo stesso tempo, mai la politica deve utilizzare la giustizia per i propri scopi. Atteggiamenti differenti hanno prodotto e continueranno a produrre gravissimi danni allo Stato di Diritto ed ai principi di libertà e democrazia.

A tal proposito, se non ricordo male nel 2010, vidi sulla prima pagina dei giornali alcuni magistrati con la Costituzione tra le braccia al fine di ergersi ad unici difensori della stessa contro presunti attacchi da parte della politica. Ne rimasi basito! Se si vuole difendere la Costituzione, e lo si vuole fare per davvero, la si deve prima rispettare… anche a costo di perdere determinate posizioni privilegiate. Riprendendo per un attimo quanto ho scritto pocanzi su quel gruppetto di magistrati che circa vent’anni fa andò in televisione per contrastare alcune legittime e sovrane decisioni del potere legislativo e di quello esecutivo, non ricordo di aver visto all’epoca giudici togati talmente affezionati alla Costituzione – come invece lo sono adesso – a tal punto da tenerne una copia tra le braccia con l’intento di difenderla…

E che dire, per esempio, di alcune sentenze della Corte di Cassazione?! Nascondendosi dietro l’importantissima funzione nomofilattica, la Suprema Corte spesso stravolge sia l’intenzione del Legislatore che il senso e la portata delle leggi stesse. Tutte queste deformazioni, se vogliamo continuare a vivere in uno Stato di Diritto, devono al più presto cessare!

Spesso la Magistratura si difende affermando di non svolgere nessuna attività politica,  ma allora perché all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura si sono formate delle vere e proprie correnti? Ma le correnti non sono tipiche dei partiti politici? Per quale motivo gli organi rappresentativi dell’associazione nazionale magistrati vanno di frequente in televisione per combattere la crociata contro un qualsiasi progetto di riforma della giustizia che investa anche l’ordine giudiziario? Ma i magistrati non sono tenuti soltanto ad applicare le leggi dello Stato? Per quale ragione alcuni magistrati, pur mantenendosi saldamente attaccati alla poltrona di pubblico ministero o di organo giudicante, scelgono di fare politica arrivando addirittura a candidarsi alle elezioni senza avere neppure la delicatezza di dimettersi dalle funzioni giudiziarie? Perché assistiamo a tutto questo? Preferisco che sia il lettore, nella meravigliosa solitudine del proprio libero pensiero, a darsi una risposta.

Al momento mi è sufficiente trovare consolazione nel sapere che esiste una maggioranza di magistrati – e vi posso garantire che sono tantissimi – che svolgono onestamente il loro lavoro con professionalità, preparazione e serietà, senza alcuna mira o ambizione che non sia quella nobile e disinteressata di essere al fianco di tutti gli operatori del diritto – seppur ciascuno nel rispetto del proprio ruolo – per garantire ai cittadini l’unica cosa che conta per davvero: la Giustizia! Avv. Giuseppe Palma

Meloni da Dubai: «Nessuno scontro con le toghe, ma una parte di esse ci contrasta». La risposta di Magistratura democratica: «L'aggressione politico-mediatica che ci ha investito non ha alcuna giustificazione ma vorrebbe costringerci a rendere conto di una libertà, quella di associarsi e di riunirsi, prevista dalla Costituzione». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 2 dicembre 2023

«Una piccola parte della magistratura va fuori dalle righe e contrasta le misure del governo». L’ha detto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, da Dubai a margine della Cop28 sul clima, che lascerà domani per dirigersi in Serbia e incontrare il presidente Alexander Vucic prima di far ritorno a Roma.

La presidente del Consiglio poi glissa sul rinvio a giudizio per il sottosegretario Andrea Delmastro Delle Vedove. «Alcuni magistrati ritengono che debba essere rinviato a giudizio, il pm che il caso dovesse essere archiviato, a questo punto è il caso di aspettare una sentenza passata in giudicato prima di dichiararlo colpevole», dice Meloni prima di entrare nel vivo delle polemiche seguite alle dichiarazioni del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha parlato di una «opposizione giudiziaria».

L’inquilina di palazzo Chigi rivendica che «il governo ha lavorato per rafforzare la magistratura» e dice che non c’è «nessuno scontro tra politica e toghe». «Per chi viene da destra lo Stato è sempre un punto di riferimento, questo non vuol dire che non si debbano regolare delle cose che in alcuni ambiti abbiano dei problemi», conclude. 

Alle parole di Meloni risponde, con una nota, Magistratura democratica, il sindacato contro cui ha puntato il dito Crosetto. «Negli ultimi giorni Magistratura democratica è stata oggetto di gravi attacchi da parte di esponenti di primo piano del governo e dei media – si legge nella nota delle toghe - è stata accusata di avere coltivato 'scopi cospirativi' e di voler svolgere un ruolo di 'opposizione giudiziaria'. Md respinge con fermezza tali accuse». E ancora: «L'aggressione politico-mediatica che ci ha investito non ha dunque alcuna giustificazione ma vorrebbe costringerci a rendere conto di una libertà, quella di associarsi e di riunirsi, prevista dalla Costituzione».

Guido Crosetto, "in Aula ho visto qualcosa di strano". Libero Quotidiano il 2 dicembre 2023

In aula alla Camera per "processare" Guido Crosetto "c'era poca gente. Ringrazio Schlein e Conte per la loro presenza. Hanno dimostrato che era vera la loro attenzione, mi è dispiaciuto che tanti di quelli che in questi giorni avevano detto che era grave non ci fossero questa mattina", le parole del ministro della Difesa una volta uscito da Montecitorio. L'atteggiamento delle opposizioni in Aula, sottolinea, è stato "strano, dovevano essere contenti. Sono venuto oggi, ho detto che volevo andare in commissione e non mi hanno voluto, ho detto che tornerò anche in Aula. Più di così? Posso passare il pranzo di Natale a casa di tutti...".

E' piuttosto amara l'ironia di Crosetto, protagonista dell'interpellanza chiesta da +Europa dopo l'intervista al Corriere della Sera in cui domenica scorsa aveva evocato possibili "manovre giudiziarie" contro il governo di Giorgia Meloni. "Ho sessant'anni e non sono mai stato sfiorato da nulla, non ho paura di nulla", rivendica davanti ai deputati il fondatore di Fratelli d'Italia. Orgoglioso della sua "libertà" di esprimere giudizi sul dibattito politico che coinvolge i magistrati e sulle posizioni espresse da alcuni di essi. "Forse ho sbagliato a non farlo di più, a non riprendere un ruolo politico, ne parleremo molto più diffusamente nella riunione che faremo prossimamente", ha affermato ancora, garantendo la sua disponibilità a una informativa come quella richiesta dalle opposizioni: "Se volete che venga verrò mille volte in Parlamento". 

Crosetto denuncia di essere vittima di attacchi concentrici: "In questi giorni - afferma nel suo intervento a Montecitorio - è stato messo su un plotone di esecuzione ad personam: trasmissioni, insulti, interpretazioni malevole delle mie parole. Stia tranquillo l'onorevole Della Vedova, quando ho elementi per denunciare vado a denunciare, in questo caso era una cosa molto più semplice: una riflessione da fare in questo luogo. Poi parleremo anche di altri numeri che non sono quelli dello scontro fra politica e magistratura: di 30.778 innocenti finiti in manette negli ultimi vent'anni, tutti sconosciuti; parleremo delle scarse dotazioni che hanno i magistrati per fare il loro lavoro".

Sulle sue dichiarazioni è in atto un "tentativo di mistificazione", sostiene il ministro. "Rileggo in italiano: 'A me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura'. Ho mai detto incontri segreti? Cospirazioni?". Per Crosetto a muoverlo è solo la preoccupazione "da cittadino" per parole che giudica "gravissime. Io - spiega - ho trovato alcuni magistrati - ho sentito esponenti di Area (una delle correnti della magistratura associata, ndr) - che vedono nel governo un attacco alla magistratura, quasi che non voglia farla lavorare. C'è chi ha detto che il ruolo della magistratura deve essere quello di riequilibrare la volontà popolare. Ma chi ha responsabilità deve essere terzo: pensate se questa frase la avesse pronunciata un generale o un prefetto". 

L'esponente di Fratelli d'Italia rivendica di non aver "mai attaccato la magistratura" nel suo complesso ma aggiunge: "Prima o poi questo scontro tra politica e magistratura dovrà finire". Poi rassicura: "Non penso che possa esistere una riforma della giustizia che vada contro la magistratura. Non penso e l'ho sentito anche in molti interventi di Area dire che si possa pensare 'a un conflitto permanente tra la magistratura e la politica'". 

Toghe senza freni: manette a 30.778 innocenti. Il titolare della Difesa riferisce sulle frasi relative alle manovre dei giudici: "Mistificate". Camera semivuota. Fabrizio De Feo il 2 Dicembre 2023 su Il Giornale.

«Non pensavo che qualcuno potesse contestare un ministro che viene a rispondere a una interpellanza». Guido Crosetto, febbricitante, parla nell'Aula semivuota di Montecitorio. Nel mirino delle opposizioni c'è l'allarme lanciato dal ministro della Difesa sulle possibili inchieste ai danni del governo. «Mi hanno chiesto di essere presente in Antimafia? Certo. Me lo ha chiesto il Copasir e io certo. Ho dato la disponibilità a venire alla Camera? Certo. Sono venuto a rispondere con 39 di febbre. Però mi è stata chiesta una cosa (era stato il Pd a richiederla ndr) a cui ho detto no. Di sostituire l'informativa sul Medio Oriente di mercoledì che è fondamentale e importante».

L'aula non è certo gremita. Sono una trentina i deputati presenti a Montecitorio: tra questi i leader di M5S e Pd, Giuseppe Conte ed Elly Schlein, mentre c'è l'assenza pressoché totale di Alleanza Verdi Sinistra che pure aveva tuonato nei giorni precedenti. «In questi giorni è stato messo su un plotone di esecuzione ad personam: trasmissioni, insulti, interpretazioni malevole delle mie parole. Onorevole Della Vedova, sono profondamente colpito dal tentativo di mistificazione delle mie parole. Che anche lei, che conosco da decenni, sta cercando di mettere in piedi». Un botta e risposta al vetriolo che poi si stempererà più tardi con un caffè condiviso dai due alla buvette.

Crosetto mette il dito nella piaga: «Parliamo di numeri. Ad esempio, dei 30.778 innocenti in manette negli ultimi 20 anni, disconosciuti, non importanti...Possiamo parlare di tutto se volete». Il vero caso è questo.

«Non ho nessun problema a confrontarmi su frasi che io non trovo gravi. Non ho attaccato e non attaccherò mai le toghe - spiega - Non ho detto che a me raccontano di incontri segreti, di cospirazioni. Do lettura di alcuni interventi pubblici che reputo gravissimi in cui qualcuno ha parlato di una magistratura che deve avere una fisiologica funzione antimaggioritaria a tutela dei diritti». Crosetto, insomma, non nasconde la convinzione che in Italia sia pressoché impossibile aprire un dibattito sereno sul rapporto tra politica e magistratura. «C'è chi ha detto che il ruolo della magistratura deve essere quello di riequilibrare la volontà popolare. Ma chi ha responsabilità deve essere terzo: pensate se questa frase la avesse pronunciata un generale o un prefetto. Ho ricevuto messaggi che mi dicono sei un pazzo, che coraggio, farai la fine di Craxi, sarai un obiettivo. Ma non mi sono posto il tema della mia tranquillità personale, ho posto il tema di riflettere su un argomento», «forse ho sbagliato in questo ultimo anno a non riprendere una parte di quel ruolo politico che il ruolo di ministro della Difesa mi ha impedito di fare per senso delle istituzioni».

In serata il ministro non nasconde una certa amarezza per alcune reazioni della magistratura. «In Parlamento ho auspicato una riflessione serena. Per tutta risposta, alcuni magistrati mi attaccano, dimostrando di non avere nemmeno colto il senso del mio discorso» spiega. «Ve lo confesso: sono molto turbato da questa aggressione gratuita e ingiustificata al ministro della Difesa, in un momento così delicato. Ad esempio la replica tanto arrogante e offensiva quanto gratuita del segretario di Md, che fa finta di non capire e stravolge il mio pensiero, non può essere liquidata in modo così sbrigativo».

Nessun passo indietro. Opposizione giudiziaria, Crosetto non fa dietrofront: “Toghe politicizzate”. IL MINISTRO IN AULA riferisce fatti noti e contrattacca, la giustizia super partes è nell’interesse di tutti. Davide Faraone (Iv) rilancia: avanti con riforme di Nordio. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 2 Dicembre 2023

GUIDO CROSETTO – MINISTRO DELLA DIFESA

«Il governo può essere messo a rischio da una forma di opposizione giudiziaria»: sulle parole del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, sulle quali si è ricamato a lungo, il titolare del dicastero di via XX Settembre ha riferito in aula ieri. E se è stato Benedetto Della Vedova di PiùEuropa, un garantista che viene dalle fila del partito radicale, ad aver richiesto l’audizione urgente del Ministro, c’è da immaginare che volesse andare a vederne le carte più per consonanza che per scetticismo. Perché il tema della magistratura associata che opera per correnti politicizzate è notorio. E l’opposizione giudiziaria un fatto storicamente accertato e difficilmente contestabile: c’è anche un manuale che illustra le istruzioni per l’uso politico della giustizia.

Lo ha scritto il capo della magistratura associata, Luca Palamara, nel momento in cui l’ha lasciata. Nel suo bestseller “Il Sistema” ha dettagliato come funziona il bilancino del contropotere giudiziario: con quali accordi interni, per quali vie sotterranee, attraverso quali canali la magistratura associata decida chi mettere nel proprio mirino. Il come, il perché viene dopo. Con l’installazione di decine di trappole, di telecamere, di captatori sui telefonini del politico-target: alla fine qualcosa deve venire fuori, l’obiettivo deve essere raggiunto. Colpito e possibilmente, affondato. Basta l’apertura di un’indagine, e non la sua conclusione, a segnare il cammino di una maggioranza di governo, a silurare l’esperienza di un politico. Ecco che le avvertenze di Crosetto, più che destare preoccupazione, suonano sin troppo scontate all’orecchio dei garantisti. E chi sperava di far risuonare nell’Aula di Montecitorio le circostanze precise di una qualche trama, è rimasto deluso.

«C’è un tentativo di mistificazione delle mie parole: le rileggo in italiano come lo saprebbe interpretare un qualunque bambino delle elementari: ‘a me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni’ Ho detto che a me raccontano di incontri segreti, di cospirazioni? No». E Crosetto è andato avanti per diradare ogni polverone: «Io non attaccherò mai la magistratura e quando c’è stata la necessità di rivolgermi a un magistrato per denunciare dei fatti gravi l’ho fatto e se vi ricordate quest’estate anche lì da solo. Se vi ricordate questa estate abbiamo discusso del caso dossier, che è ancora in corso e che mi auguro arriverà alla fine, che parte da una mia denuncia coraggiosa, ai magistrati. C’erano cose di cui sono stato informato da denunciare? Mi sono affidato alla magistratura, perché io ho totale fiducia nella magistratura». D’altronde, è ancora il pensiero del ministro Crosetto, «Non penso che possa esistere una riforma della giustizia che vada contro la magistratura».

E difatti: «Non si può pensare a un conflitto permanente tra la magistratura e la politica», ha ribadito. Tuttavia, se richiesto, Crosetto si è detto pronto a «portare in aula decine di frasi che mi preoccupano». E poi ha incalzato: «Ho sollevato un problema perché non ho paura di nulla, sono pronto a venire altre mille volte in Parlamento. Qualcuno ha detto che ho detto queste cose perché temo le inchieste. No, in 60 anni non sono mai stato sfiorato da nulla». Racconta di aver ricevuto numerosi attestati di solidarietà: «In questi giorni ho ricevuto dei messaggi: ‘sei un pazzo’, ‘che coraggio’, ‘farai la fine di Craxi‘, ‘ti sei reso un obiettivo’… Sono illazioni, non sarò un obiettivo per nessuno”. Poi entra nel cuore della questione: “Io mi chiedo: il ruolo della magistratura è quello di riequilibrare la volontà popolare? E’ possibile che in questo Paese non si possa fare una riforma della giustizia? Sarà un caso che dal ’92 – De Mita ’92, D’Alema nel ’97 – ci sia stato un sommovimento che ha bloccato ogni tipo di riforma? Io non penso che si possa fare una riforma della giustizia contro la magistratura. Io penso che chi ha responsabilità deve essere terzo».

Crosetto si concede anche una battuta: «Voi mi avete tirato per i capelli che non ho a parlare di questo in un giorno in cui non sto bene, ma non mi sottraggo… Non mi sottraggo, perché ritengo un tema fondamentale non quello della magistratura contro il governo, ma quello di ridefinire gli ambiti in cui costituzionalmente ogni organo dello Stato deve esercitare il suo ruolo e potere…». Nessun passo indietro, dunque, ma anche una fotografia che inquadra lo stallo in cui versa la riforma della giustizia. E su questo punto i garantisti hanno fatto sentire la loro voce. «Le parole del ministro Crosetto sono da sottoscrivere punto per punto», ha detto Davide Faraone, capogruppo di Italia Viva alla Camera. «La domanda però resta la stessa: perché Giorgia Meloni non fa partire le riforme, anche per dare sostanza alle proposte di Crosetto e del guardasigilli Nordio? Il tema degli innocenti stritolati nella macchina della giustizia è sempre più pressante: il governo ha intenzione di muoversi concretamente? Accogliamo con soddisfazione la disponibilità reiterata anche oggi dal titolare della Difesa, di tornare presto in Aula per consentire un dibattito ampio aperto a tutti i gruppi. Servono proposte di legge da votare in fretta, non tesi da convegno», conclude.

Della Vedova non è soddisfatto, alla fine replica: «Non ha risposto nel merito». Crosetto e Della Vedova si rivedono fuori dall’Aula, alla buvette. Hanno tutti e due la gola secca e davanti a loro, in fila, c’è Elly Schlein. Il deputato di PiùEuropa torna a stuzzicare il ministro, chiedendogli conto anche delle presunte interferenze sulla magistratura del sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, denunciate dal quotidiano ‘Il Domani’. «Hai chiamato in causa me ma in realtà volevi Mantovano», scherza Crosetto, congedandosi. Il clima torna disteso. Ma la questione dell’opposizione giudiziaria rimane, ed è drammaticamente grave, quali che siano gli obiettivi del momento a Palazzo Chigi.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

«La magistratura? A me fecero una porcata. E Nordio è troppo timido». Giacomo Puletti su Il Dubbio il 2 dicembre 2023

Clemente Mastella, che della guerra tra politica e magistratura fu vittima, parla oggi di una politica «troppo timida» e di un ministro Nordio «poco deciso». «Manca coraggio - dice - io subii una veraporcata».

Mastella, la guerra dei trent’anni tra magistratura e politica non è ancora finita?

Diciamo che ci sono ancora dei filamenti di quel periodo. Ma attenzione, non è corretto parlare di guerra tra magistrati e politica, ma tra alcuni magistrati e alcune parti della politica. Una guerra che di certo continua ancora oggi, perché non appena si affaccia all’orizzonte un tentativo parlamentare o governativo che sembra toccare l’autonomia dei magistrati scattano elementi che creano tensioni, difficoltà, incutono paura. Tentativi, chiariamo bene, che non toccherebbero minimamente l’autonomia della magistratura perché nessuno vuole mettere il potere giudiziario in subordine rispetto al potere esecutivo. Sarebbe incostituzionale e nessuno ci pensa.

Eppure alcuni tentativi in passato ci sono stati, e non appena qualcuno attacca una parte della magistratura, vedi il ministro Crosetto, si scatena il finimondo…

È come una partita di calcio. C’è una squadra che attacca, cioè la politica, e una squadra che difende, cioè la magistratura. Se il difensore comincia a tirare calci al centravanti quello si prende paura e smette di attaccare, per paura di prendere un calcio più forte, magari nelle parti basse. Il dato sconfortante è che la politica è fatta di partiti che hanno sempre tifato per la magistratura così da ottenere lo scalpo del partito avversario, non capendo che prima o poi viene preso lo scalpo di tutti. Da questo punto di vista è importante che non si faccia una battaglia singola. I curiazi soccombono sempre.

Lei ha combattuto per anni una battaglia da solo contro tutti: cosa ricorda di quel periodo?

La mia vicenda è quella di uno che era espressione del governo di centrosinistra e sono stato fottuto ugualmente. Quello che mi hanno fatto è stato di una brutalità incredibile. Mio figlio è stato per due anni sotto gogna mediatica perché un finto pentito diceva di avergli regalato una macchina quando ero ministro, e lui chiedeva di essere ascoltato e non lo ascoltavano. Ho subito umiliazioni incredibili. Alcune di quei magistrati hanno fatto pure carriera.

D’altronde anche i magistrati del caso Tortora hanno fatto carriera: ci sono altri episodi dei quali ancora non si dà una ragione?

Sono finito sotto processo a Napoli per concussione a Bassolino per una serie di nomine. Ebbene, Bassolino non è stato mai chiamato, non gli hanno mai chiesto se Mastella l’aveva concusso e per cosa. È come se a una donna stuprata non le viene chiesto chi l’ha stuprata. L’ho dovuto chiamare io a testimoniare anni dopo. Un pm dell’epoca disse che se avessero chiamato Bassolino e lui avesse detto di non essere stato concusso sarebbe finito il processo a Mastella. É stata una barbarie indicibile. Per fortuna c’è stato un giudice a Berlino, ma dopo 11 anni. Facevo il ministro, non l’usciere. Chi mi ridà la mia dignità? Andreotti mi disse «a me perlomeno hanno salvato la famiglia, a te neppure quella». Ero arrivato a 100 anni di galera. A mia moglie hanno dato una misura che non si dà nemmeno ai mafiosi. Non poteva muoversi, andare da sua madre, nulla. E questa gente ha fatto carriera.

Oggi però si parla di riforme, da quella sulle intercettazioni alla separazione delle carriere: andranno a buon fine?

Penso che il ministro Nordio si debba decidere. Sta facendo solo annunci da un anno, ad esempio sull’abuso d’ufficio. Ha una maggioranza granitica, io con la mia maggioranza sterile ho fatto l’indulto. Si dovrebbe abolire l’abuso d’ufficio, mettere mano alla legge Severino, poi concentrarsi su altro. La separazione delle carriere è più complicata, ma se si annuncia e poi non si realizza si finisce per perdere credibilità. L’abolizione dell’abuso d’ufficio è una richiesta bipartisan che arriva da tutti i sindaci.

Eppure sulla separazione delle carriere Forza Italia si è impuntata, paragonandola a premierato e Autonomia: c’è il rischio di uno strappo in maggioranza?

Se la devono vedere tra di loro. Le riforme si fanno tra maggioranza e opposizione o con spicchi di maggioranza in cui uno va avanti e l’altro retrocede. Ma la separazione delle carriere è ancora più importante del premierato, perché la giustizia tocca direttamente la vita dei cittadini.

Pensa che Nordio si senta un po’ tirato per la giacchetta dai partiti?

Nordio si trova in questa situazione imbarazzante per cui alcuni politici non si fidano di lui in quanto ex magistrato e alcuni magistrati non si fidano di lui perché passato alla politica. Ma come si dice dalle mie parti “scurdammoce ‘ o passato”. In base ai numeri della sua maggioranza deve portare avanti certe cose. Forza Italia si indigna, ma per cosa? Si vedono forse i risultati di questa indignazione? È il cittadino che deve indignarsi per una giustizia che funziona male, nonostante una marea di magistrati seri e preparati.

Crede che le correnti indeboliscano o rafforzino la magistratura?

Le correnti nella magistratura sono come le correnti della DC. Cioè si dividono nella discussione quotidiana ma poi, di fronte agli attacchi della politica, si uniscono. Ma chiariamo che io sono favorevole al dialogo tra politica e magistratura. Nonostante le botte che ho subito e le recriminazioni sul piano umano e di politica giudiziaria, visto che mi hanno fatto una porcata e spero che il Padreterno li giudicherà.

Cosa manca al ministro Nordio e alla politica per non farsi mettere i piedi in testa dalla magistratura?

Manca coraggio. C’è sempre timidezza. Mentre la magistratura, appena la si tocca, attacca sparata contro la politica, quest’ultima è timida. Immaginate se i protagonisti della vicenda Palamara fossero stati tutti dei politici: sarebbero stati arrestati tutti. Invece quanti sono stati arrestati per quei fatti? A qualcuno forse è stato contestato il traffico d’influenze?

C’è molto dibattito sulla questione intercettazioni: che ne pensa?

Penso che la discussione sia fuorviante. Tranne qualche imbecille, nessuno pensa che bisogna diminuire le intercettazioni contro la mafia. Ma bisogna avere il coraggio di dire che ci sono intercettazioni fatte oltre l’ordine costituzionale. A me hanno intercettato i figli, la scorta, di tutto, e non avete idee di cosa hanno combinato. A un certo punto scambiarono lo stipendio che prendevo da parlamentare europeo come un tesoretto all’estero, solo perché lo mettevo in una banca olandese.

Cosa direbbe oggi ai magistrati di allora?

Li ringrazio, perché mi hanno fatto finire nei libri di storia.

 Procuratore Antimafia chiama, governo esegue. La finta guerra tra politica e magistratura: grave squilibrio democratico. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 2 Dicembre 2023

È sorprendente come la politica italiana si ostini ad immaginare ciclicamente implausibili complotti orditi dalla magistratura, e si rifiuti di cogliere e risolvere, invece, la vera patologia che da un trentennio affligge il nostro Paese. Immaginare riunioni carbonare di magistrati, o di correnti della magistratura, impegnate a pianificare assalti al governo inviso, serve solo a ridurre a caricatura un problema invece serissimo.

Il potere giudiziario ha consolidato un peso anomalo, che condiziona il libero e pieno esercizio di quelli legislativo ed esecutivo. Naturalmente, questo è accaduto per lo stratificarsi di complesse ragioni storiche, sociali e -certamente- anche politiche, che non è questo il luogo per ripercorrere. Siamo però tutti in grado di individuare almeno due anomalie che hanno reso possibile questo grave squilibrio democratico, e dunque siamo -o meglio, saremmo- in grado di intervenire seriamente, se solo lo volessimo, invece di cianciare di complotti.

La prima è quella della totale irresponsabilità del potere giudiziario. Mentre il potere legislativo risponde agli elettori e l’esecutivo al Parlamento, il potere giudiziario non risponde mai dei propri atti a nessuno. Nessuna responsabilità civile (legge storicamente e statisticamente disapplicata), nessuna responsabilità professionale (99,7% di promozioni). E appena ti azzardi ad immaginare qualche rimedio, come il fascicolo personale ed il vaglio delle performance, si scatena l’inferno. E subito il potere politico, mentre finge di ringhiare favoleggiando ridicoli complotti, si precipita, mansueto, a sterilizzare la riforma (il controllo, diversamente da quanto previsto dalla Cartabia, sarà ora “a campione”!).

La seconda anomalia, di dimensioni planetarie (siamo l’unico Paese al mondo a farlo), è l’esercito di magistrati fuori ruolo presso l’esecutivo, con un buon centinaio al Ministero di Giustizia, tutti nei posti chiave dove si fa la politica giudiziaria, o nella più moderata delle ipotesi si impedisce che venga fatta, quando sgradita alla casta. Dunque il potere giudiziario invade diffusamente l’esecutivo, condizionandolo in nome della “competenza tecnica”, mentre se ti azzardi ad ipotizzare una riforma del Csm che preveda una percentuale solo paritaria di membri laici (se ne parlò a lungo nella Costituente), ti saltano alla giugulare in nome della indipendenza violata della magistratura.

Ed ancora una volta, il mansueto governo si premura di sterilizzare quei pochi ma efficaci interventi previsti dalla riforma Cartabia, affidando la riscrittura delle norme sui fuori ruolo ad una commissione composta per i due terzi… da fuori ruolo! Morale della (triste) favola: non è in corso nessuno scontro tra politica e magistratura. Sono scenette per i gonzi, in favore di telecamera. La politica giudiziaria è saldamente nelle mani del potere giudiziario, per espressa e giuliva volontà politica (anche) di questo governo. E, quando non basta, il Procuratore nazionale Antimafia chiama, ed il governo esegue.

Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

Magistratura contro governo, è tutto scritto nei documenti ufficiali. Fausto Carioti su Libero Quotidiano il 28 novembre 2023

A suo modo la diagnosi di Magistratura Democratica, la corrente di sinistra dei magistrati, è semplice: l’Italia ha un problema chiamato «maggioritarismo», che in sostanza è la pretesa della maggioranza di legiferare e governare autonomamente, forte della legittimazione elettorale. Ed è un problema perché i valori di chi ha vinto le elezioni deviano dalla Costituzione o sono addirittura «parafascisti», come ha spiegato il giurista ed ex giudice Luigi Ferrajoli al congresso di Md. La terapia sono loro, i magistrati. O meglio: «la magistratura e la sua fisiologica costituzionale funzione anti-maggioritaria a tutela dei diritti fondamentali», come ha detto due mesi fa Stefano Musolino, segretario di Md, al congresso di Area, la lista cui appartiene la sua corrente. Congresso dedicato proprio al «ruolo della giurisdizione all’epoca del maggioritarismo». È una vecchia convinzione, quella per cui la magistratura ordinaria, anziché applicare le leggi o sollevare questione di costituzionalità se le ritiene in contraddizione con la Carta, debba opporsi ad esse e a chi le ha varate. Già nella mozione con cui nacque Md, nel 1964, si legge che «il Costituente ha contrapposto il potere legislativo e il potere esecutivo da un lato e il potere giudiziario dall’altro, attribuendo quindi a quest’ultimo una posizione di formale e sostanziale autonomia». L’idea che il magistrato sia autonomo solo se si «contrappone» è rimasta, e la vittoria del destra-centro alle elezioni l’ha rafforzata.

LE RADICI NEGLI ANNI ’70

A Napoli, nel congresso di Md che si è svolto dal 9 all’11 novembre, Ferrajoli ha denunciato «la stretta alleanza tra le destre liberiste e le destre sovraniste e parafasciste», che in Italia è caratterizzata dalla «disumanità nei confronti dei ceti più deboli». Il «ruolo di Md», ha spiegato, deve essere allora «la critica e la garanzia dei diritti di fronte alle politiche illiberali e antisociali e, insieme, alle manomissioni della Costituzione promosse dalla destra». Del resto Ferrajoli, che oggi è professore emerito di Filosofia del diritto, fu uno degli autori del “libretto giallo» scritto in occasione del congresso di Md del 1971, nel quale si proponeva, «attraverso il collegamento organico con il movimento di classe, una cultura giuridico-politica alternativa all’ideologia tradizionale del diritto e della giustizia borghese». 

Magistratura democratica ha una rivista, Questione Giustizia. Nell’ultimo numero l’editoriale di Rita Sanlorenzo, magistrato di Cassazione ed ex segretaria di Md, si conclude con un appello a fare muro dinanzi a governo e maggioranza: «Le più recenti prese di posizione della giurisdizione contro gli aspetti della legislazione che più macroscopicamente risultano in rotta di collisione con la nostra Costituzione e con la normativa eurounitaria lasciano ben intendere che, lungi dal seguire i venti della propaganda e dall’arrendersi al sentire della maggioranza, i giuristi ben sanno che cosa si richiede loro, tanto più in questi tempi così difficili». Chiaro il riferimento a Iolanda Apostolico e a suoi colleghi di Catania, che si sono rifiutati di applicare il “decreto Cutro”. 

Il modello di magistrato che applica le leggi o le rinvia alla Consulta è ritenuto inaccettabile. La «funzione di garanzia» delle toghe, ha spiegato a marzo su Questione Giustizia l’ex giudice Nello Rossi, direttore della rivista, «non può essere assunta da un magistrato burocrate e richiede che l’interprete attinga nel compiere le sue scelte a valori indicati nella carta costituzionale e nelle carte dei diritti che si sono venute affermando». Il «burocrate» in toga è chi applica le leggi, «l’interprete» è colui che le osserva con la lente delle proprie convinzioni, arrivando a scelte come quelle della giudice Apostolico. Il «ruolo di garanzia dei diritti e della dignità delle persone e delle molte minoranze» spetta infatti ai magistrati. Ad esempio, spiega Rossi, per «l’affermazione di diritti dolorosi come quelli relativi al fine vita», ma anche per l’eguaglianza di genere, per la protezione dei diritti dei migranti e così via. Un programma di resistenza e supplenza a governo e parlamento. E il fatto che sia tutelato dalla libertà d’espressione non toglie che Guido Crosetto e i suoi colleghi abbiamo ottimi motivi per vedere dietro a questo profluvio di proclami il dispiegarsi di un’opposizione non parlamentare. 

I magistrati fanno politica invece dell'unica cosa che serve davvero: una giustizia che funzioni. Andrea Soglio su Panorama lunedì 27 novembre 2023

I magistrati fanno politica invece dell'unica cosa che serve davvero: una giustizia che funzioni Le ennesime polemiche tra politica e magistratura hanno stufato i cittadini che chiedono e meritano una cosa ben diversa Dopo che da ieri siamo nel pieno dell’ennesimo braccio di ferro tra politica e magistratura stamane ho fatto una ricerca nell’archivio storico di Panorama. Il primo pezzo che tratta la questione è del 1987 e a leggerlo si scopre (a parte cambiare i nomi dei protagonisti di allora su entrambi gli schieramenti) quanto sia attuale. Quindi il messaggio che arriva dal profondo del cuore è semplice: basta, smettetela. Lo sappiamo, gli italiani lo sanno benissimo che c’è una parte della magistratura che fa politica stando fuori dal palazzo. Sono decenni che la cosa è evidente; da Tangentopoli ad oggi ce n’è per tutti i gusti: inchieste cosa è evidente; da Tangentopoli ad oggi ce nè per tutti i gusti: inchieste contro presidenti del Consiglio, ministri, familiari al momento giusto, iscrizioni nel registro degli indagati arrivate casualmente a certe redazioni prima che all’indagato stesso, così, giusto per fare un po’ di rumore. Quindi la cosa non ci stupisce, ci stanca soltanto. La Costituzione stabilisce che il nostro Paese sia basato sull’equilibrio tra tre poteri: esecutivo (Governo), legislativo (Parlamento) e giudiziario (magistratura). Un equilibrio dove ognuno ha il 33,3% delle azioni di una società ma dove, è nella natura delle cose, c’è sempre chi vuole anche fosse solo un briciolo di più, il 34% o 35%. Quello che però non va bene è che Parlamento e Governo sono di fatto rappresentazione della volontà democratica e popolare attraverso il voto mentre la magistratura è una corporazione a se, senza legami diretti con i cittadini e che, unica, si giudica da sola. Questa è l’anomalia, la stranezza. Ma, davvero, non se ne può più di queste polemiche inutili. Inutili poi per due motivi. Il primo è che la soluzione è a portata di mano: si faccia una seria riforma della giustizia che metta fine a questo equivoco e malessere interno al nostro ordinamento. Sarebbe quindi il caso che, oltre a denunciare i tentativi di «golpe» delle toghe, chi è al governo ed in Parlamento si applichi sul tema. C’è poi un’altra cosa che stride in tutto questo. La gente non ne può più di vedere che la magistratura si occupi di mali «esterni» al proprio settore di impiego mentre la giustizia italiana ha problemi strutturali enormi. Ad oggi, ad esempio, in alcuni tribunali si stanno discutendo ricorsi presentati 6 o 7 anni fa. È giustizia quella che tiene in attesa persone e vite per così tanto tempo? È degno di un paese civile tutto questo? Gli italiani, noi, meritiamo di più, per primo dai magistrati. È l’unica cosa che interessa davvero.

Stasera Italia, Facci smaschera la magistratura: “Lotta per il proprio potere contro la politica”. Il tempo il 27 novembre 2023

L’intervista del ministro Guido Crosetto al Corriere della Sera e il tema della giustizia sono al centro della puntata del 27 novembre di Stasera Italia, talk show di Rete4 che vede Nicola Porro alla conduzione. Per commentare le parole del titolare della Difesa viene interpellato Filippo Facci, giornalista di Libero: “Il Ministro Crosetto ha detto che teme un'azione della Magistratura, non ha detto che ci sarà, temere un’azione della magistratura nei confronti di un governo in Italia è un pensiero legittimo, quanto più di ovvio ci sia, questo alla luce della storia del nostro Paese. Ogni amministrazione, ogni governo, anche di sinistra, dovrebbe avere quasi come ragione sociale l’incrociare le dita e temere che non ci sia un’azione di un singolo magistrato, non dell’intera magistratura. Un singolo indipendente anche dall’azione dell’Anm, che ricordiamolo non è un partito politico, ma è come se lo fosse, perché un sindacato, unico, che esprime una posizione ovviamente politica praticamente su qualsiasi cosa, dalla guerra in Ucraina alle questioni che la riguardano". 

Non è – specifica ancora Facci - particolarmente un’azione della magistratura contro il governo Meloni, è un’azione della magistratura, ritenuta un potere e non un ordine, contro il potere politico, che dovrebbe avere il primato, ma in Italia non è così. C’è un condizionamento scritto nella Costituzione per il quale è la politica rispetto alla magistratura a venire in secondo piano, quindi questo condizionamento è possibile. Nel 2000 la magistratura fece anche ricorsi alla Corte Costituzionale quando c’era il governo D’Alema, che diede il colpo più forte mai tirato alla magistratura, sull’ex articolo 11 della Costituzione”. “E’ un potere non elettivo che davanti a qualsiasi governo, magari alcuni in particolare, vuole ergersi a status in qualsiasi condizione politica, è più sensibile ad alcuni colori politici che ad altri, ma in linea di massima la magistratura lotta per il proprio potere, che non ha eguali per come è configurato strutturalmente. Non è così in nessun Paese del mondo, vuole rimanere tale”, le parole con cui il giornalista vuole smascherare le toghe.

Il decreto approvato dal Cdm. Pagelle magistrati, come funziona la valutazione di professionalità e le gravi anomalie. Redazione su Il Riformista il 27 Novembre 2023

Due i decreti legislativi sulla giustizia approvati dal Consiglio dei Ministri. Dopo aver escluso l’ipotesi test psico-attitudinali, l’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha dato il via libera a due provvedimenti: il primo riguardante le ‘disposizioni sul riordino della disciplina del collocamento fuori ruolo dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili’. Il secondo relativo alle ‘disposizioni in materia di riforma ordinamentale della magistratura’ e in particolare sulle valutazioni di professionalità, le cosiddette pagelle per giudicare il lavoro dei magistrati.

Fino ad ora – si sottolinea nel decreto legislativo – si raccoglieva ogni quattro anni la documentazione utile per la valutazione del magistrato; ora il fascicolo viene alimentato costantemente e si specifica cosa deve necessariamente essere contenuto, ampliando le fonti di conoscenza ad ogni elemento suscettibile di interesse per la valutazione. In tema di valutazioni di professionalità si prevede che il periodo trascorso fuori ruolo o in aspettativa per lo svolgimento di incarichi elettivi o di Governo (anche presso gli enti locali) non è utile alla maturazione del quadriennio, e quindi il magistrato che assuma tali incarichi vedrà di fatto sospesa la propria progressione in carriera ed economica.

Viene inoltre dato maggiore rilievo, rispetto al passato, alla sussistenza di gravi anomalie concernenti l’esito degli affari nelle successive fasi e gradi del procedimento e del giudizio, e dunque al rigetto delle richieste formulate dal magistrato requirente o alla riforma dei provvedimenti del magistrato giudicante che siano dovuti a motivi particolarmente gravi o che siano particolarmente numerosi. (Si stabiliscono quali sono le gravi anomalie: devono essere particolarmente gravi o particolarmente numerose).

Snellito inoltre il procedimento per la valutazione prevedendo la predisposizione, da parte del Csm, di moduli standard estremamente semplificati e l’acquisizione del parere del consiglio dell’ordine degli avvocati. Si è introdotta, in caso di valutazione positiva, l’espressione di un giudizio solo sulla capacità organizzativa del magistrato (le voci di valutazione di un magistrato sono tante: indipendenza, imparzialità, produttività, laboriosità, ecc. Solo sulla capacità di “organizzare il lavoro” – voce che viene esminata al momento di concorrere per incarichi direttivi e semi-direttivi – la valutazione viene espressa secondo una scala di giudizio, da discreto a ottimo. Il giudizio non riguarda gli aspetti più strettamente correlati allo svolgimento del lavoro). In caso di valutazione non positiva o negativa, sono state ridotte le ipotesi di dispensa dal servizio, prevedendo comunque penalizzazioni economiche e di carriera per il magistrato. (Attualmente dopo una valutazione negativa, per non essere escluso dalla magistratura occorreva per il magistrato avere obbligatoriamente una valutazione positiva. Con la riforma, ora può esserci anche una valutazione non-positiva (che è diversa da negativa): in questo caso il magistrato rimane in magistratura, è rivalutato dopo un anno e perde aumento di stipendio e progressione di carriera. Ma c’è più tempo per recuperare, sul presupposto che da negativo il magistrato è già passato a non-positivo).

Magistrati fuori ruolo: le nuove disposizioni

L’altro decreto legislativo riguarda le disposizioni per il riordino della disciplina del collocamento fuori ruolo dei magistrati ordinari, amministrativi e contabili. Sono precisati alcuni requisiti di anzianità per il collocamento fuori ruolo e per un nuovo collocamento fuori ruolo: nel dettaglio non si può essere collocati fuori ruolo prima del decorso di dieci anni di effettivo esercizio della giurisdizione e, fatti salvi incarichi presso istituzioni di particolare rilievo, sono necessari tre anni di esercizio della funzione giurisdizionale prima di un nuovo collocamento fuori ruolo se il primo incarico fuori ruolo ha avuto una durata superiore a cinque anni.

Viene codificato il principio della necessaria sussistenza di un interesse dell’amministrazione di appartenenza per consentire l’incarico fuori ruolo. Viene ridotto il numero massimo di magistrati collocati fuori ruolo: 180 per la magistratura ordinaria, comprendo in tale numero anche quelli che secondo la normativa previgente non erano considerati nel numero massimo dei magistrati fuori ruolo. Viene posto il principio che il numero di magistrati fuori ruolo presso organi diversi dal Ministero della Giustizia, degli esteri, Csm e organi costituzionali non può essere superiore a 40. Viene precisato che la disciplina non si applica agli incarichi elettivi e di governo, il cui periodo non si considera ai fini del computo del termine massimo di permanenza fuori ruolo. Il decreto legislativo si compone di 17 articoli. Nel Consiglio dei ministri di oggi non si è parlato dell’ipotesi – emersa questa mattina nel pre-Consiglio – di inserire test psico-attitudinali per le toghe.

Crosetto: «Gruppi di magistrati contro il governo». Paola Di Caro su Il Corriere della Sera il 26 novembre 2023

Il ministro della Difesa: temo attacchi da qui alle Europee. Le polemiche della Lega? Ogni partito cerca visibilità. Sul conflitto israelo-palestinese l’Italia media dall’inizio, senza ambiguità

È appena tornato da una visita a Gerusalemme dove ha incontrato il suo omologo israeliano Yoav Gallant e segue da vicino e con preoccupazione l’evoluzione della fragile tregua che di ora in ora sembra o funzionare o bloccarsi. Ma ci spera Guido Crosetto, ministro della Difesa: «La pausa umanitaria e la liberazione degli ostaggi sarebbero la vittoria di un ampio fronte di Nazioni, fra le quali l’Italia, che vi ha avuto un ruolo di spicco. La scelta di discernere tra Hamas e popolo palestinese, l’impegno che abbiamo immediatamente preso per offrire aiuti umanitari — e siamo stati i primi, dopo essere stati gli unici, fra gli Stati occidentali, a farlo già per la Siria — ci permette di godere del riconoscimento internazionale di essere un Paese capace di saper discernere ed essere terzo, quando è giusto esserlo. Ci dà credibilità, possibilità di operare e anche maggiore sicurezza interna. Un grande risultato: non per il governo, ma per il Paese».

L’Anm: «Ministro fuorviante, la magistratura non fa opposizione ai partiti»

Crosetto parla a tutto campo. Sul caso Lollobrigida (che difende), sulla preoccupazione per la realizzazione delle opere del Pnrr, fino a lanciare una sorta di clamoroso allarme: «Questo governo può essere messo a rischio solo da una fazione antagonista che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria. Non mi sorprenderebbe, da qui alle Europee, che si apra una stagione di attacchi su tale fronte».

Partiamo da Israele: cosa sta facendo l’Italia?

«Abbiamo inviato moltissimi aiuti, sia in medicinali che strutturali, a partire da una nave ospedale, lo stato maggiore sta già preparando un ospedale da campo anche su terra, da installare al sud di Gaza, in territorio palestinese. Questo significa avere un rapporto equilibrato con entrambe le parti in causa. E va avanti fin dall’inizio un’incessante operazione di mediazione, anche grazie ai rapporti che intratteniamo con Israele e con i Paesi arabi. Come con il Qatar che ha avuto un ruolo importante in questa trattativa sugli ostaggi».

Che le ha detto il ministro della Difesa di Israele?

«Lo choc del 7 ottobre è per loro una ferita apertissima: non c’è più nessuno, in quel Paese, che si senta al sicuro, perché pensano che, ai loro confini, c’è chi voglia solo distruggerli. Quindi vogliono risolvere il problema di Hamas una volta per sempre».

In Italia l’opinione pubblica ha molti dubbi sulla risposta israeliana e c’è forte solidarietà ai civili palestinesi. Come tenere assieme sostegno ad Israele con questo?

«Il governo interpreta un sentimento diffuso quando dice che siamo per due popoli, due Stati. In modo chiaro e non ambiguo. Sappiamo bene che Hamas utilizza i civili come scudi umani per proteggere — sotto asili, scuole, ospedali, case — basi da cui si muovono armi e missili. Ma ad Israele diciamo che le Nazioni democratiche che si riconoscono nel diritto, Nazioni come la loro, non possono agire con i metodi che da quel diritto sono fuori, hanno un compito di protezione dei civili che sempre ci si deve porre, anche se purtroppo il nemico non lo fa».

Conte vi ha accusato di codardia. È deluso?

«Il male della politica italiana è l’attacco a prescindere, per interesse di parte. Ho 60 anni e conosco questa debolezza così come conosco l’attitudine di Conte a cambiare idea a seconda del ruolo che ricopre. Non mi stupisce».

Si divide anche la maggioranza: la Lega ha giudicato inopportuno il comportamento del ministro Lollobrigida. Lei?

«Lo scendere da un treno che portava due ore di ritardo, fermo, come lui stesso ha spiegato, e assieme ad altre persone, non mi sembra un privilegio. Trovo surreali queste polemiche».

E perché la Lega le fa?

«Perché ci sono le Europee, e tutti i partiti hanno necessità di mantenere spazi di visibilità. Il partito di maggioranza è sempre quello che subisce di più: quando era FI, con Berlusconi, ne ha dovuti inghiottire tanti di bocconi amari... Ora tocca a noi».

Sul Pnrr invece l’Italia ha ottenuto una promozione: d’ora in poi si aspetta la strada tutta in discesa?

«Le dico cosa ho scritto a Fitto in un messaggio subito dopo l’approvazione: sei stato molto bravo, non ne avevo dubbi, ma adesso la mia preoccupazione è se il tessuto burocratico, industriale, privato sarà davvero in grado di tradurre in opere i piani. Più quello privato, mi preoccupa, in verità».

Si riferisce alle aziende che hanno vinto gli appalti?

«Io dico che, per le opere pubbliche e industriali, mi auguro che le aziende, soprattutto la più grande del settore, che ha vinto moltissime gare sia in grado, cioè abbia la capacità tecniche, organizzative e finanziarie di realizzarle davvero, nei tempi previsti».

È questo il più grande pericolo per la continuità di questo governo?

«L’unico grande pericolo è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria».

Ma cosa intende?

«A me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a “fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni”. Siccome ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese, mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle Europee...».

Complotto dei magistrati contro il governo: Crosetto ascoltato dall’Antimafia. Dopo le dichiarazioni che hanno scatenato forti polemiche, il Ministro della Difesa sarà ascoltato dalla Commissione. Crosetto ha anche dato disponibilità per confrontarsi con l'Associazione Nazionale Magistrati. Redazione Web su L'Unità il 27 Novembre 2023

Lo scontro tra la politica e la magistratura torna a scaldarsi. Il complotto dei magistrati contro il governo, evocato dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, è finito all’Antimafia. Secondo quanto riportato da La Repubblica, il Partito Democratico ha chiesto alla presidente della Commissione Chiara Colosimo di fissare un’audizione con il Ministro. La data sarà scelta domani. Lo stesso Crosetto ha sempre dato la propria disponibilità anche per riferire in Parlamento e dinanzi al Copasir.

Complotto dei magistrati contro il governo: Crosetto ascoltato dall’Antimafia

A proposito, secondo quanto riportato dall’Ansa, al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica non è arrivata nessuna comunicazione e nessuna richiesta di audizione. Il caso è esploso dopo un’intervista rilasciata da Crosetto a Il Corriere della Sera. Nel rispondere a una domanda, il Ministro ha parlato di alcune riunioni svolte da una delle correnti della magistratura, nelle quali si sarebbe deciso di, “fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni“.

Intanto Crosetto ha dato la sua disponibilità per confrontarsi con l’Associazione Nazionale Magistrati (Anm): “Se interessati, incontrerei molto volentieri il Presidente dell’associazione Magistrati Santalucia ed il suo direttivo per chiarire loro le mie parole e le motivazioni. Così capiranno che alla base c’è solo un enorme rispetto per le istituzioni. Tutte. Magistratura in primis”. Parole giunte dopo le forti critiche rivolte al Ministro dallo stesso Santalucia che aveva dichiarato:

Guido Crosetto e il complotto della magistratura contro il governo: l’Anm

“Non è più l’Anm a essere accusata di interferenza, ma la magistratura nell’esercizio delle sue funzioni. Dopo l’indagine sulla ministra Santanchè e dopo la notizia che un gip ha esercitato una prerogativa del codice è stata una nota di Palazzo Chigi di non meglio precisate fonti governative che ha accusato una parte della magistratura di schierarsi faziosamente nello scontro politico. Un’accusa pesantissima che colpisce al cuore la magistratura. Un attacco ancora più insidioso perché lasciato a fonti anonime di Chigi. Quello con la politica è uno scontro che stiamo subendo e che si è innalzato senza che noi si sia fatto nulla“.

La nota di Crosetto

“Mi stupisco dello stupore suscitato dalla mia intervista. Leggo commenti indignati di alcuni magistrati, come il presidente dell’Anm Santalucia, che dice che loro ‘non fanno opposizione politica’, o dell’opposizione che sostiene che ‘minaccio’ i giudici. Curioso e surreale. Intanto perché tutto ho fatto, tranne che minacciare o delegittimare qualcuno. Ma poi, davvero, dopo i casi Tortora, Mannino, Mori e la storia di centinaia di persone dal 94 ad oggi, si può nascondere come si è comportata, nella storia italiana, una parte (non certo tutta, ripeto) della magistratura? Penso proprio di no. Veramente dopo quanto ha raccontato (non e mai smentito) Palamara, qualcuno si stupisce di un mio passaggio, peraltro incidentale, in una lunga intervista che verteva su altro?

Crosetto e la magistratura: audizione in Parlamento e al Copasir

Ho fatto quel passaggio non superficialmente, non a cuor leggero, con l’amarezza di chi crede nelle istituzioni ed ha fiducia nella stragrande maggioranza della magistratura e che quindi si sente indignato qualora fosse vero quanto gli è stato riferito. Tra l’altro, mi sono premurato anche di comunicare anche ad altri le notizie che mi erano state riferite (da persone credibili) e che ritenevo gravi, ove e se confermate. Ho visto che alcuni parlamentari, come Della Vedova, mi invitano anche a riferire in Parlamento. Lo farò con estremo piacere, se sarà possibile farlo in commissione Antimafia o Copasir, per la necessità di riservatezza e di verifica delle notizie che ho ricevuto Redazione Web 27 Novembre 2023

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” – Estratti lunedì 27 novembre 2023

I politici di questo tempo scordarello, anche quelli che si ritengono di scarpe grosse e cervello fino, adorano lanciare allarmi generici quasi quanto abbandonarsi a grossolane semplificazioni. In realtà la storia delle contorte vicende italiane non parte da Atreju e il ministro Crosetto, che pure non risulta appassionato di fantasy, dovrebbe sapere che il grave e annoso conflitto fra politica e magistratura è questione un tantino più complicata di come l’ha messa giù lui – «ne abbiamo viste di tutti i colori» – parlando di «opposizione giudiziaria» a partire da un convegno cui era presente il suo collega Nordio. 

Perché a nessuno piace apparire superbi e ancora meno saputelli, ma già dai primi anni ’80 il presidente del Consiglio Bettino Craxi, disturbato da scandali e indagini a ripetizione, ebbe i suoi guai con i giudici, tanto da indire un referendum, perso; e poi li ebbero i governi a guida Dc, sul caso Cirillo, la camorra e dintorni; e quindi il presidente della Repubblica Cossiga, in fase picconatoria, che se la prese con i «giudici ragazzini », uno dei quali era Rosario Livatino, assassinato dalla Stidda a 38 anni, la cui camicia intrisa di sangue è stata esposta all’inizio dell’anno in varie sedi istituzionali anche per l’impegno benemerito dell’altro suo collega, il sottosegretario ed ex magistrato Alfredo Mantovano.

(...)

E insomma (...) scontato l’indubbio protagonismo delle Procure, qualcosina avrà pure a che fare con la crisi di rappresentanza e il deficit di credibilità del ceto politico. 

E qui di nuovo dispiace che suoni saccente, ma attribuire all’ordine giudiziario la caduta dei governi di centrodestra è approfittarsene troppo della mancanza di memoria, che è già una disgrazia per conto suo. 

Per cui il primo Berlusconi ebbe sì una bella botta da Di Pietro (cui peraltro qualche mese prima aveva offerto il Viminale!), ma intervennero ulteriori fattori a mandarlo a picco.

Il secondo si dimise a causa di elezioni perse e impicci fra alleati, il terzo per la fine della legislatura, il quarto perché in Europa ci ridevano dietro e stavano per saltare i conti dello Stato. 

Il Cavaliere, che certo non era un santo, dovette battagliare assai, ma aveva più fantasia e anche più coraggio. In vent’anni disse il peggio dei giudici, toghe rosse, giustizia a orologeria, colpo di stato, infiltrati, giacobini, brigatisti, dittatura, eversione, persecuzione; una volta sostenne che per scegliere quel lavoro dovevano essere «mentalmente disturbati », avere delle «turbe psichiche»; ma visto che ci siamo, è pur vero che incontrando gli alti gradi della Suprema Corte prima dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2010 non seppe resistere: «Ma come siete belli con quegli ermellini addosso!». 

Ciò detto, se si deve pensare a un governo affossato dalla magistratura, il pensiero corre al Prodi bis e alle esplicite dimissioni, in questo senso, del Guardasigilli Mastella dopo l’arresto ai domiciliari della moglie. Così, sommariamente e con inevitabili lacune, si sarebbe provato a sintetizzare le vicende della «fazione antagonista», asettico preziosismo crosettiano. Altra faccenda è se c’è qualche scandalo ad alto impatto che già bolle nel pentolone delle indagini. Qualche altro ministro evasore, qualche ulteriore figliolo sconsiderato, qualche affaraccio, qualche storiaccia. Di solito il potere non fa diventare più buoni.

Quei magistrati “engagé” ormai sembrano un partito. La mozione di Area Dg è un programma politico: le toghe “progressiste” si dicono pronte a uscire dalle aule dei tribunali. Davide Varì su Il Dubbio il 3 ottobre 2023

«Dobbiamo uscire dalle aule dei tribunali e partecipare al dibattito pubblico per spiegare ai cittadini che il drastico ridimensionamento del controllo giudiziario prima di ogni altra cosa colpisce l'effettività dei loro diritti». E poi: «Dobbiamo farlo, possiamo farlo e sappiamo farlo, perché siamo in possesso delle chiavi di lettura necessarie per capire la direzione che si sta prendendo e le conseguenze negative che ne verranno, mettendo in campo le nostre migliori risorse». E, dulcis in fundo: «Toccherà a noi tenere accesa la luce quando il buio si farà più fitto».

Qualcuno, leggendo queste frasi, potrebbe pensare che si tratti di parole rubate al programma di un nuovo partito, di un nuovo movimento, insomma, di un soggetto in cerca di consensi su quella che un tempo si sarebbe chiamata una “piattaforma politica”.

Niente di tutto questo: quelli che avete appena letto sono alcuni estratti - in effetti c’è molto altro - della “mozione conclusiva” dell'ultimo congresso di Area Dg, la corrente progressista dei magistrati italiani che si è riunita qualche giorno fa a Palermo alla presenza, pensate un po’, di Elly Schlein e Giuseppe Conte, ovvero i due maggiori leader dell’opposizione che sono andati a rendere il “doveroso omaggio” alla corrente di “sinistra” delle toghe.

Intendiamoci, il dibattito offerto da Area Dg, soprattutto in tempi di aridità e pochezza politica, è stato di assoluto livello. È chiaro che Area è uno dei pochi “soggetti” che ha ancora una lettura complessa, articolata e (in una parola) politica della realtà. È questa la sua forza ma forse è anche il suo limite.

E però ci chiediamo: davvero il compito dei magistrati è quello di uscire dalle aule dei tribunali per partecipare al dibattito pubblico? E ancora: è legittimo che un’associazione di magistrati cerchi il consenso dei cittadini su battaglie politiche così definite e così critiche nei confronti di una maggioranza eletta dal popolo sovrano?

Intendiamoci, qui non si tratta di discutere la qualità e il valore delle loro battaglie, qui si discute della legittimità delle toghe di condurre queste battaglie senza che questo rappresenti un graffio nel nostro fragile equilibrio tra poteri, un sfilacciamento e uno strappo nel tessuto della magistratura italiana, vista non più (o non solo) come garante della giurisdizione ma come “istituzione engagé”.

Se è infatti vero che la costituzione garantisce libertà di espressione per ogni persona, è altrettanto vero, però, che difficilmente un magistrato così “politicizzato” che un giorno si ritroverà a giudicare un cittadino (e magari un cittadino impegnato in politica), oppure a “istruire” un processo, potrà apparire davvero imparziale e libero da preconcetti.

E qui torniamo alla questione della giudice di Catania che non ha convalidato il fermo dei 3 migranti tunisini. Il Giornale ha scovato un paio di sbandate anti-salviniane postate “ingenuamente” su Facebook. Un precedente che oggi pesa come un macigno sulla legittima decisione di quella magistrata.

Insomma, è evidente che “uscire dalle aule dei tribunali" - anche virtualmente - come invoca il documento di Area non è mai una buona idea. Anche perché in quello slogan sembra di risentire l’eco dei versi di Majakovskij, ricordate? “Non rinchiuderti, Partito, nelle tue stanze”. Ma era il 1924 e quel partito era il Pcus…

I problemi della giustizia in Italia. La magistratura è politicizzata, ha ragione Sabino Cassese. Alberto Cisterna su Il Riformista l’8 Febbraio 2023

L’articolo di Sabino Cassese di pochi giorni or sono (“Qualche numero”, Il Corriere della sera, 27 gennaio) contiene un’analisi in larga misura condivisibile dello stato della giustizia nel nostro Paese. Tra cifre snocciolate e proposte mirate per porre rimedio alla crisi profonda del servizio giustizia, l’illustre studioso non manca di elevare il livello del confronto su un piano che, a oggi, è rimasto latente, quasi nascosto nell’antagonismo pur aspro delle tifoserie. Resta, infatti, sempre in ombra quali siano i veri connotati, per così dire, l’identità, il nome e cognome degli epigoni dei due fronti che si danno battaglia.

Cassese ne offre una descrizione a spanne, ma che certo contiene una buona dose di verità: «Rispetto all’immagine tradizionale del magistrato appartato, silenzioso, che parla con le sentenze, rispettato nella società, l’attuale immagine pubblica del magistrato (quale si evince dal comportamento di quelli più chiassosi) è molto diversa: loquace, battagliero, onnipresente, sindacalizzato, circondato da crescente sfiducia». Non ci sono i nomi, ma insomma tutti hanno presente all’incirca di chi si stia parlando; sono le vittime collaterali della riforma di legge posta a tutela della presunzione d’innocenza che ha praticamente ammutolito i procuratori e costretto i più riottosi a prendere a sportellate leggi, ministri, ex ministri, dispensando pagelle e opinioni a ruota libera, per continuare ad avere un qualche strapuntino mediatico. La legge tutela la presunzione d’innocenza dei cittadini, ma non sanziona le sgrammaticature mediatiche a largo raggio.

Sin qui, in verità, si potrebbe dire nulla di nuovo. Il problema è noto e di non facile soluzione poiché occorre mediare tra il riserbo e la continenza pretesi dalla funzione giudiziaria – in applicazione del precetto costituzionale che impone a qualunque pubblico dipendente “disciplina e onore” (articolo 54 Costituzione) – e la libertà di manifestazione del pensiero che compete ai magistrati come a qualunque altro cittadino. Persino prefigurare norme disciplinari è complesso in questa materia in cui la partecipazione al dibattito civile su temi generali costituisce anche esercizio del dovere di ciascun lavoratore di concorrere «al progresso materiale o spirituale della società».

Questo non vuole dire che la toga di turno possa prendere a randellate qualunque malcapitato reo, ai suoi occhi, di attentare all’autonomia o all’indipendenza della magistratura sol perché pretende la separazione delle carriere o vuole limitate le intercettazioni o critica l’ergastolo ostativo. Insomma, ci vuole un punto di equilibrio che, al momento, la corporazione non sa imporsi e la politica non sa neppure dove cercare. Avrà ecceduto il ministro Nordio nell’affermare che alcuni procuratori condizionano l’agenda parlamentare, ma non si può stare a braccia conserte nel sentire dispensati quarti di nobiltà antimafia o patenti di incompetenza, se non peggio, da questo o quel magistrato, in servizio o in quiescenza.

Cassese ha presente il problema e ha ben diritto di inserirlo tra i “numeri” che minano l’efficienza e la credibilità del sistema giudiziario di cui ha detto il vicepresidente del Csm nel suo discorso di insediamento ricordando il martire Rosario Livatino. Eppure, nell’analisi di Cassese, c’è un punto di evidente novità, messo in chiusura delle proprie considerazioni, quasi fosse banalmente cascato tra le righe di una riflessione che sembrava complessivamente scivolare su altri versanti: «L’affermarsi di magistrati combattenti, organizzati in associazioni che ritengono l’ordine giudiziario un corpo separato dotato di autogoverno, salvo partecipare all’attività legislativa e amministrativa, e quindi scavalcare la separazione dei poteri, ha finito per creare una politicizzazione endogena del corpo».

Il tema della «politicizzazione endogena» è scottante, urticante, provocatorio. Un calcio negli stinchi. Ma è anche un invito ad affondare il bisturi in una postura ideologica della magistratura italiana che appare ormai acquisita, consustanziale, divenuta congenita in settori non marginali delle toghe. Lenin, Bakunin, Marcuse, come noto, si sono impegnati a lungo nel cogliere limiti e prospettive della cosiddetta “aristocrazia operaia” ossia di quel gruppo di lavoratori che, per un motivo o per l’altro, si trovano ai vertici del proletariato, godendo così di una situazione di superiorità e di privilegio rispetto agli altri. La categoria politica potrebbe servire a gettare una luce, almeno in parte, sulla condizione politica, istituzionale, persino psicologica della magistratura italiana.

Concepita dai padri della Costituzione come un insieme di operai, come una classe di funzionari senza gerarchia e senza subordinazione, addetti paritariamente alla giurisdizione (articolo 107:«I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni»), la magistratura ha finito per ricevere e farsi dare un assetto ordinamentale che troppe volte collide con il progetto di una “isocrazia” di eguali, ciascuno dei quali esercita la funzione in piena autonomia e indipendenza e senza controlli esterni. Il problema, soprattutto dalla riforma del 2006 in poi, è particolarmente avvertito negli uffici di Procura che, come noto, censiscono al proprio interno molti tra i «più chiassosi» di cui parla Cassese e ove i condizionamenti sono innegabili e vanno dalle indagini che attingono al potere economico e politico alle prescrizioni d’impiego della polizia giudiziaria, dalla destinazione dei fascicoli più delicati alla costituzione, dopo il 1993, delle oligarchie che si occupano di mafia e terrorismo nei più importanti uffici del paese.

Una realtà complessa, competitiva, a volte opaca, malmostosa come dimostrano anche vicende recenti e non solo. E’ evidente che la materiale separazione delle carriere che già connota la magistratura italiana dal 2006 a oggi, in cui i passaggi di funzioni da requirente a giudicante e viceversa sono pochissimi, abbia portato al formarsi di una “aristocrazia operaia” che ha una propria ideologia e che ha generato la propensione politica endogena di cui parla Cassese. L’esercizio dell’azione penale – a stento e in minima parte circoscritto dalla riforma Cartabia – è uno strumento politico per sua definizione, tant’è che in molte democrazie liberali il pubblico ministero ricade comunque nel perimetro della responsabilità dell’esecutivo o è addirittura elettivo.

Decenni di sostanziale discrezionalità nell’individuazione delle indagini da svolgere e dei soggetti da sottoporre a investigazioni ha impresso nel codice genetico del potere inquirente stimmate di «politicizzazione» che è difficile rimuovere. A questa discrezionalità di fatto si è associata l’elaborazione, inevitabile e conseguenziale, di politiche criminali che rendono ancora più autorevole e sofisticato l’intervento della «aristocrazia operaia» su questi temi con una capacità di annichilire la gran parte degli oppositori adoperando argomentazioni non certo banali o marginali. Il lungo scontro, ad esempio, tra il Ros dei Carabinieri e alcune Procure in anni passati ha radici profonde in questa disparità di sensibilità e di vedute, in questa insofferenza delle toghe verso progetti investigativi elaborati nelle strutture di élite delle forze di polizia e non negoziati con i procuratori che intravedevano, nell’affermarsi di queste inedite progettualità inquirenti, il rischio di essere retrocessi a meri «avvocati della polizia».

Una stratificazione e una costruzione sapienziale quella dei magistrati inquirenti, edificata su una cultura politica e tecnica di livello, che ha generato una “egemonia” difficile da contendere, soprattutto da parte di una politica in gran parte inadeguata e sprovvista di una visione così complessiva e globale del sistema repressivo e giudiziale. Ecco, perché, “in cauda venenum” le parole conclusive di Cassese dischiudono le praterie di una dibattito che, a oggi, manca di una compiuta riflessione e che, certo, non può esaurirsi in poche righe. Tuttavia è necessario comprendere che malamente si accusa questa parte di magistratura militante e combattente di essere prevenuta, accanita, inaffidabile istituzionalmente.

Certo ci sarà e, soprattutto, ci sarà pure stato un manipolo di farabutti, ma la questione appare molto più radicale e affonda nel tessuto connettivo più profondo che caratterizza la magistratura inquirente italiana. Lasciata per anni, anzi voluta dalla politica, alla guida delle politiche criminali non poteva che adoperare l’azione penale nel senso più congruente rispetto ai risultati che doveva conseguire trasformandosi in tal modo – naturalmente e senza nessun preordinata scalata golpista – in un’aristocrazia ideologica e di potere capace di resistere a ogni rivoluzione e vocazionalmente refrattaria a ogni mutamento.  Alberto Cisterna

Magistrati indipendenti dal Parlamento? Permettetemi di dubitare. Le toghe devono seguire la legge come il prete il vangelo, ma spesso l’Anm decide di dare “consigli” alle Camere. Giuseppe Benedetto, presidente Fondazione Einaudi, su Il Dubbio il 31 gennaio 2023.

Siamo tutti contenti e soddisfatti quando ripetiamo il mantra “la magistratura deve essere indipendente”. Ma poi è forse il caso di chiedersi: indipendente da chi e da cosa? Indipendente dall’esecutivo (cioè da governo)? Benissimo, siamo tutti d’accordo. Per carità. Tuteliamo le vestali del diritto, anche se ci permettiamo sommessamente di osservare che in tanti Stati democratici, vedi la Francia per tutti, la pubblica accusa è alle dirette dipendenze del governo. Ma in Italia questo nessuno lo vuole!

La questione si complica un po' quando la magistratura militante interpreta l’indipendenza come indipendenza dal Parlamento. E lì non solo chi si richiama alle liberal-democrazie dei Paesi occidentali non può essere d’accordo, ma occorre denunciare la pericolosa deriva eversiva che ne conseguirebbe rispetto ai principi costituzionali.

Il Parlamento è il luogo sacro (direbbe Einaudi) dove in una democrazia si estrinseca il volere del cittadino-elettore. Se vi fosse un corpo dello Stato che potesse agire al di fuori della volontà popolare, quello sarebbe fuorilegge. Volontà popolare che si esprime attraverso gli atti del Parlamento, cioè le leggi. Dunque, ogni corpo dello Stato, compresa la magistratura, deve osservare le leggi del Parlamento. In caso contrario, verrebbe meno lo Stato di diritto.

L’art. 101 della Costituzione dispone che “i giudici sono soggetti soltanto alle legge” e l’art. 112 sancisce l’obbligatorietà dell’azione penale. Ne deriva, ovviamente, che il Ministro della Giustizia non possa impartire direttive. Allo stesso tempo, però, ne consegue che il giudice e il pubblico ministero debbano osservare la legge come il prete segue gli insegnamenti del vangelo. Dovrebbero essere ispirati da una fedeltà assoluta verso la legge, sacra verrebbe da dire. Non è altro che un corollario del principio di divisione dei poteri: il legislativo produce le norme e il giudiziario le applica. È agevole dedurre che più il giudice si allontana dalla lettera della legge e maggiori sono i pericoli di sentenze discrezionali, ispirate più dai sentimenti e dalle opinioni personali piuttosto che dai sacri principi del diritto.

Qui giungiamo alle principali contraddizioni dei nostri tempi. La “discrezionalità giudiziaria” regna imperante, come sanno tutti coloro che entrano nelle aule dei tribunali. La Corte di Cassazione riscrive le leggi con poteri creativi e i pubblici ministeri scelgono autonomamente quali reati perseguire in via prioritaria. In tutto ciò, a fronte di una politica corresponsabile, trionfano le norme penali indeterminate, come il traffico illecito di influenze. Un reato talmente generico che ogni procura d’Italia lo riempie del significato che più le aggrada.

Dunque, a differenza di quel che pensavano i nostri Costituenti, taluni magistrati italiani non si sentono affatto soggetti alla legge. Chi parla di “lettera della legge” oggigiorno è qualificato come un temibile nostalgico del passato. Invece, come ricordato da Andrea Davola nella postfazione al mio libro “Non diamoci del tu”, la tradizione italiana del diritto pianta le sue radici nel positivismo giuridico, che trova il suo principio ispiratore proprio nell’interpretazione letterale.

Conosciamo bene il sistema anglosassone fondato sul giusnaturalismo, dove le sentenze non sono una rigida applicazione delle norme, ma sono frutto delle sensibilità politico-culturale del singolo magistrato. Ma i nostri esimi pm fanno finta di ignorare che ivi il rappresentante della pubblica accusa non solo è sotto lo stretto controllo dell’esecutivo, ma addirittura nel caso degli USA spesso viene direttamente eletto dai cittadini. Di fronte ad una prospettiva del genere alcuni pubblici ministeri minaccerebbero di darsi fuoco nella pubblica piazza, accompagnati dal coro delle prefiche del giustizialismo militante.

Ma non è finita qui, purtroppo. Alla luce di una discrezionalità giudiziaria senza alcun indirizzo del Parlamento, la ANM ha pensato bene di poter iniziare a commentare e contestare le leggi sotto il profilo strettamente politico.

Se il Parlamento intende introdurre dei criteri seri di valutazione del magistrato, la ANM pensa bene di scioperare. Se la maggioranza parlamentare ritiene che vi sia un problema di indiscriminata pubblicazione delle intercettazioni, taluni pm non esitano a mostrare la loro contrarietà. Ma a che titolo lo fanno? Sono soggetti alla legge, o adesso vorrebbero anche scriverle? Chissà cosa penserebbe Montesquieu...

Antonio Giangrande: Come la legislazione si conforma alla volontà ed agli interessi dei magistrati.

Un’inchiesta svolta in virtù del diritto di critica storica e tratta dai saggi di Antonio Giangrande “Impunitopoli. Legulei ed impunità” e “Tutto su Messina. Quello che non si osa dire”.

Marito giudice e moglie avvocato nello stesso tribunale: consentito o no? Si chiede Massimiliano Annetta il 25 gennaio 2017 su “Il Dubbio”. Ha destato notevole scalpore la strana vicenda che si sta consumando tra Firenze e Genova e che vede protagonisti due medici, marito e moglie in via di separazione, e un sostituto procuratore della Repubblica, il tutto sullo sfondo di un procedimento penale per il reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo il medico, il pm che per due volte aveva chiesto per lui l’archiviazione, ma poi, improvvisamente, aveva cambiato idea e chiesto addirittura gli arresti domiciliari – sia l’amante della moglie. Il tutto sarebbe corredato da filmati degni di una spy story.

Ebbene, devo confessare che questa vicenda non mi interessa troppo. Innanzitutto per una ragione etica, ché io sono garantista con tutti; i processi sui giornali non mi piacciono e, fatto salvo il sacrosanto diritto del pubblico ministero di difendersi, saranno i magistrati genovesi (competenti a giudicare i loro colleghi toscani) e il Csm a valutare i fatti. Ma pure per una ragione estetica, ché l’intera vicenda mi ricorda certe commediacce sexy degli anni settanta e, a differenza di Quentin Tarantino, non sono un cultore di quel genere cinematografico.

Ben più interessante, e foriero di sorprese, trovo, di contro, l’intero tema della incompatibilità di sede dei magistrati per i loro rapporti di parentela o affinità. La prima particolarità sta nel fatto che l’intera materia è regolata dall’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, che la prevede solo per i rapporti con esercenti la professione forense, insomma gli avvocati. Ne discende che, per chi non veste la toga, di incompatibilità non ne sono previste, e quindi può capitare, anzi capita, ad esempio, che il pm d’assalto e il cronista sempre ben informato sulle sue inchieste intrattengano rapporti di cordialità non solo professionale. Ma tant’è.

Senonché, pure per i rapporti fra avvocati e magistrati la normativa è quantomeno lacunosa, poiché l’articolo 18 del regio decreto 30.1.1941 n. 12, che regola la materia, nella sua formulazione originale prevedeva l’incompatibilità di sede solo per “i magistrati giudicanti e requirenti delle corti di appello e dei tribunali […] nei quali i loro parenti fino al secondo grado o gli affini in primo grado sono iscritti negli albi professionali di avvocato o di procuratore”. Insomma, in origine, e per decenni, si riteneva ben più condizionante un nipote di una moglie, e del resto non c’è da sorprendersi, la norma ha settantasei anni e li dimostra tutti; infatti, all’epoca dell’emanazione della disciplina dell’ordinamento giudiziario le donne non erano ammesse al concorso in magistratura ed era molto limitato pure l’esercizio da parte loro della professione forense.

Vabbe’, vien da dire, ci avrà pensato il Csm a valorizzare la positiva evoluzione del ruolo della donna nella società, ed in particolare, per quanto interessa, nel campo della magistratura e in quello dell’avvocatura. E qui cominciano le soprese, perché il Cxm con la circolare 6750 del 1985 che pur disciplinava ex novo la materia di cui all’articolo 18 dell’ordinamento giudiziario, ribadiva che dovesse essere “escluso che il rapporto di coniugio possa dar luogo a un’incompatibilità ai sensi dell’art. 18, atteso che la disciplina di tale rapporto non può ricavarsi analogicamente da quella degli affini”. Insomma, per l’organo di governo autonomo (e non di autogoverno come si suol dire, il che fa tutta la differenza del mondo) della magistratura, un cognato è un problema, una moglie no, nonostante nel 1985 di donne magistrato e avvocato fortunatamente ce ne fossero eccome. Ma si sa, la cosiddetta giurisprudenza creativa, magari in malam partem, va bene per i reati degli altri, molto meno per le incompatibilità proprie.

Della questione però si avvede il legislatore, che, finalmente dopo ben sessantacinque anni, con il decreto legislativo 109 del 2006, si accorge che la situazione non è più quella del ‘41 e prevede tra le cause di incompatibilità pure il coniuge e il convivente che esercitano la professione di avvocato. Insomma, ora il divieto c’è, anzi no. Perché a leggere la circolare del Csm 12940 del 2007, successivamente modificata nel 2009, si prende atto della modifica normativa, ma ci si guarda bene dal definire quello previsto dal novellato articolo 18 come un divieto tout court, bensì lo si interpreta come una incompatibilità da accertare in concreto, caso per caso, e solo laddove sussista una lesione all’immagine di corretto e imparziale esercizio della funzione giurisdizionale da parte del magistrato e, in generale, dell’ufficio di appartenenza. In definitiva la norma c’è, ma la si sottopone, immancabilmente, al giudizio dei propri pari. E se, ché i costumi sociali nel frattempo si sono evoluti, non c’è “coniugio o convivenza”, ma ben nota frequentazione sentimentale? Silenzio di tomba: come detto, l’addictio in malam partem la si riserva agli altri. Del resto, che il Csm sia particolarmente indulgente con i magistrati lo ha ricordato qualche giorno fa pure il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, dinanzi al Plenum di Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare come “il 99% dei magistrati” abbia “una valutazione positiva (in riferimento al sistema di valutazione delle toghe, ndr). Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa”.

Insomma, può capitare, e capita, ad esempio, che l’imputato si ritrovi, a patrocinare la parte civile nel suo processo, il fidanzato o la fidanzata del pm requirente.

E ancora, sempre ad esempio, può capitare, e capita, che l’imputato che debba affrontare un processo si imbatta nella bacheca malandrina di un qualche social network che gli fa apprendere che il magistrato requirente che ne chiede la condanna o quello giudicante che lo giudicherà intrattengano amichevoli frequentazioni con l’avvocato Tizio o con l’avvocata Caia. Innovative forme di pubblicità verrebbe da dire.

Quel che è certo, a giudicare dalle rivendicazioni del sindacato dei magistrati, è che le sempre evocate “autonomia e indipendenza” vengono, evidentemente, messe in pericolo dal tetto dell’età pensionabile fissato a settant’anni anziché a settantacinque, ma non da una disciplina, che dovrebbe essere tesa preservare l’immagine di corretto ed imparziale esercizio della funzione giurisdizionale, che fa acqua da tutte le parti.

Al fin della licenza, resto persuaso che quel tale che diceva che i magistrati sono “geneticamente modificati” dicesse una inesattezza. No, non sono geneticamente modificati, semmai sono “corporativamente modificati”, secondo l’acuta definizione del mio amico Valerio Spigarelli. E questo è un peccato perché in magistratura c’è un sacco di gente che non solo è stimabile, ma è anche piena di senso civico, di coraggio e di serietà e che è la prima ad essere lesa da certe vicende più o meno boccaccesche. Ma c’è una seconda parte lesa, alla quale noi avvocati – ma, a ben vedere, noi cittadini – teniamo ancora di più, che è la credibilità della giurisdizione, che deve essere limpida, altrimenti sovviene la sgradevole sensazione di nuotare in uno stagno.

Saltando di palo in frasca, come si suo dire, mi imbatto in questa notizia.

Evidentemente quello che vale per gli avvocati non vale per gli stessi magistrati.

Uccise il figlio, condanna ridotta a 18 anni di reclusione per un 66enne barcellonese, scrive il 22 febbraio 2017 “24live.it”. Condanna ridotta a 18 anni per il 66enne muratore barcellonese Cosimo Crisafulli che nel maggio del 2015 uccise con un colpo di fucile il figlio Roberto, al termine di una lite verificatisi nella loro abitazione di via Statale Oreto. Nel giugno 2016 per l’uomo, nel giudizio del rito abbreviato davanti al Gup del tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, Salvatore Pugliese, era arrivata la condanna a 30 anni di reclusione. La Corte d’Assise d’Appello di Messina, che si è pronunciata ieri, presieduta dal giudice Maria Pina Lazzara, ha invece ridotto di 12 anni la condanna, sebbene il sostituto procuratore generale, Salvatore Scaramuzza, avesse richiesto la conferma della condanna emessa in primo grado. Decisiva per il 66enne la concessione delle attenuanti generiche ritenute equivalenti alle aggravanti, richieste già in primo grado dall’avvocato Fabio Catania, legale del 66enne Cosimo Crisafulli.

Cosa c’è di strano direte voi.

E già. Se prima si è parlato di incompatibilità tra magistrati e parenti avvocati, cosa si potrebbe dire di fronte ad un paradosso?

Leggo dal post pubblicato il 2 febbraio 2018 sul profilo facebook di Filippo Pansera, gestore di Messina Magazine, Tele time, Tv Spazio e Magazine Sicilia. “Nel 2016, la dottoressa Maria Pina Lazzara presidente della Corte d'Assise d'Appello di Messina, nonchè al vertice della locale Sezione di secondo grado minorile emetteva questa Sentenza riformando il giudizio di primo grado statuito dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto. L'accusa era rappresentata in seconde cure, dall'ex sostituto procuratore generale Salvatore Scaramuzza (oggi in pensione). La dottoressa Lazzara ed il dottor Scaramuzza... sono marito e moglie dunque per la presidente della Corte vi era una incompatibilità ex articolo 19 dell'Ordinamento Giudiziario. Invece come al solito, estese ugualmente il provvedimento giudiziario... che è dunque da intendersi nullo. Inoltre, malgrado il dottor Salvatore Scaramuzza sia andato in pensione, la dottoressa Lazzara è comunque incompatibile anche al giorno d'oggi nel 2018. Salvatore Scaramuzza e Maria Pina Lazzara infatti, hanno una figlia... Viviana... anch'essa magistrato che opera presso Barcellona Pozzo di Gotto in tabella 4 dal 2017. Sempre ex articolo 19 dell'Ordinamento Giudiziario, madre e figlia non possono esercitare nello stesso Distretto Giudiziario... come invece succede ora ed in costanza di violazione di Legge. A Voi..., il giudizio.”

Si rettifica un errore di persona. Maria Pina Lazzara non è moglie del dr Scaramuzza e Viviana Scaramuzza non è sua figlia. Nel saggio si è riportato un post di un direttore di un portale d’informazione. Un giornalista a cui spetta la verifica delle fonti.

Sarebbe interessante, però, sapere di quanti paradossi sono costellata i distretti giudiziari italiani.

Art. 19 dell’Ordinamento Giudiziario. (Incompatibilità di sede per rapporti di parentela o affinità con magistrati o ufficiali o agenti di polizia giudiziaria della stessa sede).

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al secondo grado, di coniugio o di convivenza, non possono far parte della stessa Corte o dello stesso Tribunale o dello stesso ufficio giudiziario.

La ricorrenza in concreto dell'incompatibilità di sede è verificata sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità sino al terzo grado, di coniugio o di convivenza, non possono mai fare parte dello stesso Tribunale o della stessa Corte organizzati in un'unica sezione ovvero di un Tribunale o di una Corte organizzati in un'unica sezione e delle rispettive Procure della Repubblica, salvo che uno dei due magistrati operi esclusivamente in sezione distaccata e l'altro in sede centrale.

I magistrati che hanno tra loro vincoli di parentela o di affinità fino al quarto grado incluso, ovvero di coniugio o di convivenza, non possono mai far parte dello stesso collegio giudicante nelle corti e nei tribunali.

I magistrati preposti alla direzione di uffici giudicanti o requirenti della stessa sede sono sempre in situazione di incompatibilità, salvo valutazione caso per caso per i Tribunali o le Corti organizzati con una pluralità di sezioni per ciascun settore di attività civile e penale. Sussiste, altresì, situazione di incompatibilità, da valutare sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, in quanto compatibili, se il magistrato dirigente dell'ufficio è in rapporto di parentela o affinità entro il terzo grado, o di coniugio o convivenza, con magistrato addetto al medesimo ufficio, tra il presidente del Tribunale del capoluogo di distretto ed i giudici addetti al locale Tribunale per i minorenni, tra il Presidente della Corte di appello o il Procuratore generale presso la Corte medesima ed un magistrato addetto, rispettivamente, ad un Tribunale o ad una Procura della Repubblica del distretto, ivi compresa la Procura presso il Tribunale per i minorenni.

I magistrati non possono appartenere ad uno stesso ufficio giudiziario ove i loro parenti fino al secondo grado, o gli affini in primo grado, svolgono attività di ufficiale o agente di polizia giudiziaria. La ricorrenza in concreto dell'incompatibilità è verificata sulla base dei criteri di cui all'articolo 18, secondo comma, per quanto compatibili.

Si sa che chi comanda detta legge e non vale la forza della legge, ma la legge del più forte.

I magistrati son marziani. A chi può venire in mente che al loro tavolo, a cena, lor signori, genitori e figli, disquisiscano dei fatti di causa approntati nel distretto giudiziario comune, o addirittura a decidere su requisitorie o giudizi appellati parentali?

A me non interessa solo l'aspetto dell'incompatibilità. A me interessa la propensione del DNA, di alcune persone rispetto ad altre, a giudicare o ad accusare, avendo scritto io anche: Concorsopoli.

«Ciao Melitta, hai saputo? Mio marito è stato nominato all'unanimità presidente della Corte d'Appello di Messina. Sono molto contenta, dillo anche a Franco (Tomasello, rettore dell'Università) e ricordagli del concorso di mio figlio. Ciao, ciao». Chi parla al telefono è la moglie del presidente della Corte d'appello di Messina, Nicolò Fazio, chi risponde è Melitta Grasso, moglie del rettore e dirigente dell'Università, il cui telefono è intercettato dalla Guardia di Finanza perché coinvolta in una storia di tangenti per appalti di milioni di euro per la vigilanza del Policlinico messinese. Ma non è la sola intercettazione. Ce ne sono tante altre, anche di magistrati messinesi, come quella del procuratore aggiunto Giuseppe Siciliano che raccomanda il proprio figlio. Inutile dire che tutti e due i figli, quello del presidente della Corte d'appello e quello del procuratore aggiunto, hanno vinto i concorsi banditi dall'ateneo. Posti unici, blindati, senza altri concorrenti. Francesco Siciliano è diventato così ricercatore in diritto amministrativo insieme a Vittoria Berlingò (i posti erano due e due i concorrenti), figlia del preside della facoltà di Giurisprudenza, mentre Francesco Siciliano è diventato ricercatore di diritto privato. Senza nessun problema perché non c'erano altri candidati, anche perché molti aspiranti, come ha accertato l'indagine, vengono minacciati perché non si presentino. Le intercettazioni sono adesso al vaglio della procura di Reggio Calabria che, per competenza, ha avviato un'inchiesta sulle raccomandazioni dei due magistrati messinesi, che si sarebbero dati da fare con il rettore Franco Tomasello per fare vincere i concorsi ai propri figli. Altri guai dunque per l'ateneo che, come ha raccontato «Repubblica» nei giorni scorsi, è stato investito da una bufera giudiziaria che ha travolto proprio il rettore, Franco Tomasello, che è stato rinviato a giudizio e sarà processato il 5 marzo prossimo insieme ad altri 23 tra docenti, ricercatori e funzionari a vario titolo imputati di concussione, abuso d' ufficio in concorso, falso, tentata truffa, maltrattamenti e peculato. In ballo, alcuni concorsi truccati e le pressioni fatte ad alcuni candidati a non presentarsi alle prove di associato. E in una altra indagine parallela è coinvolta anche la moglie del rettore, Melitta Grasso, dirigente universitaria, accusata di aver favorito, in cambio di «mazzette», una società che si era aggiudicata l'appalto, per quasi due milioni di euro, della vigilanza Policlinico di Messina. Un appalto che adesso costa appena 300 mila euro. L'inchiesta sull'ateneo messinese dunque è tutt'altro che conclusa ed ogni giorno che passa si scoprono altri imbrogli. Agli atti dell'inchiesta, avviata dopo la denuncia di un docente che non accettò di far svolgere concorsi truccati, ci sono molte intercettazioni della moglie del rettore. Convinta di non essere ascoltata, durante una perquisizione della Guardia di Finanza Melitta Grasso dice ad un suo collaboratore («Alberto») di fare sparire dall'ufficio documenti compromettenti. In una interrogazione del Pd al Senato, si chiede al ministro della Pubblica istruzione Mariastella Gelmini «se intende costituirsi parte civile a tutela dell'immagine degli atenei e inoltre se intenda sospendere cautelativamente il rettore di Messina». (Repubblica — 20 novembre 2008 pagina 20, sezione: cronaca).

Eppure è risaputo come si svolgono i concorsi in magistratura.

Roma, bigliettini negli slip al concorso magistrati. Bufera sulle perquisizioni intime. Nel mirino della polizia oltre 40 persone sospettate di aver occultato le tracce: cinque candidate espulse, scrive Roberto Damiani il 2 febbraio 2018 su “Quotidiano.net. Il concorso in magistratura iniziato il 20 gennaio a Roma per 320 posti (sono state presentate 13.968 domande) rischia di diventare una questione da intimissimi. Nel senso di slip. Perché attraverso le mutandine sono state espulse diverse candidate. Stando a ciò che trapela, i commissari d’esame hanno mandato a casa cinque candidate e c’era incertezza su una sesta. Tutte hanno avuto una perquisizione totale, cioè la polizia penitenziaria femminile ha fatto spogliare completamente le candidate perché sospettate di nascondere qualcosa. E su circa 40 controlli corporali totali, cinque o forse sei ragazze avevano foglietti con dei temi (non gli stessi poi usciti per la prova) negli slip. E per queste candidate, non c’è stata giustificazione che potesse tenere: sono state espulse immediatamente. La polemica delle perquisizioni fino a doversi abbassare le mutande è divampata per un post della candidata Cristiana Sani che denunciava l’offesa di doversi denudare: «Ero in fila per il bagno delle donne – ha scritto su Facebook la candidata – arrivano due poliziotte, le quali si avvicinano alla nostra fila e iniziano a perquisire una ad una le ragazze in fila. Me compresa. Io lì per lì non ho capito quello che stesse succedendo, non me lo aspettavo, visto che durante le due giornate precedenti non avevo avuto esperienze simili». «Capisco – continua Cristiana – che c’è un problema nel momento in cui una ragazza esce dal bagno piangendo. Tocca a me e loro mi dicono di mettermi nell’angolo (non del bagno, ma del corridoio, con loro due davanti che mi fanno da paravento) per la perquisizione. Non mi mettono le mani addosso, sono sincera. Mi fanno tirare su maglia e canotta, davanti e dietro. Mi fanno slacciare il reggiseno. Poi giù i pantaloni. Ma la cosa scioccante è stata quando mi hanno chiesto di tirare giù le mutande. Io mi stavo vergognando come la peggiore delle criminali e le ho tirate giù di mezzo millimetro. A quel punto mi hanno detto: ‘Dottoressa, avanti! Si cali le mutande. Ancora più giù, faccia quasi per togliersele e si giri. Cos’è? Ha il ciclo, che non se le vuole tirare giù?!’. Mi sono rifiutata, rivestita e tornata al mio posto ma ero allibita. Questa si chiama violenza». Nel forum del concorso, i candidati si scambiano opinioni, tutte abbastanza negative sull’esperienza in atto e contestano le perquisizioni ritenendole illegali. Ma nessuno sembra aver letto il regio decreto del 15/10/1925, n. 1860, all’art. 7 che regola i concorsi pubblici e tuttora in vigore: «... i concorrenti devono essere collocati ciascuno a un tavolo separato (...) È vietato ai concorrenti di portare seco appunti manoscritti o libri. Essi possono essere sottoposti a perquisizione personale prima del loro ingresso nella sala degli esami e durante gli esami». Sembra che le perquisizioni siano scattate solo nei confronti di chi frequentava troppo il bagno. Eppure quegli aspiranti magistrati espulsi avrebbero dovuto conoscere la regola d’oro: l’«assassino» torna sempre due volte sul luogo del delitto.

Ma non è lercio solo quel che appare. E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare. Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Ma come ci si può difendere da decisioni scellerate?

Le storture del sistema dovrebbero essere sanate dallo stesso sistema. Ma quando “Il Berlusconi” di turno si sente perseguitato dal maniaco giudiziario, non vi sono rimedi. Non è prevista la ricusazione del Pubblico Ministero che palesa il suo pregiudizio. Vi si permette la ricusazione del giudice per inimicizia solo se questi ha denunciato l’imputato e non viceversa. E’ consentita la ricusazione dei giudici solo per giudizi espliciti preventivi, come se non vi potessero essere intendimenti impliciti di colleganza con il PM. La rimessione per legittimo sospetto, poi, è un istituto mai applicato. Ci si tenta con la ricusazione, (escluso per il pm e solo se il giudice ti ha denunciato e non viceversa), o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione.

A Taranto per due magistrati su tre, dunque, Sebai non è credibile. Il tunisino è stato etichettato dalla pubblica accusa come un «mitomane» che vuole scagionare detenuti che ha conosciuto in carcere. Solo l’omicidio Lapiscopia, per il quale è stata chiesta la condanna, era ancora insoluto, quindi senza alcun condannato a scontare la pena. Il gup Valeria Ingenito nel corso dell’udienza ha respinto la richiesta di sospensione del processo e l’eccezione di legittimità costituzionale dell’art. 52 del Codice di procedura penale nella parte in cui prevede la facoltà e non obbligo di astensione del pubblico ministero. L'eccezione era stata sollevata dal legale di Sebai, Luciano Faraon. Secondo il difensore, i pm Montanaro e Petrocelli, che hanno chiesto l’assoluzione del tunisino per tre dei quattro omicidi confessati dall’imputato, "avrebbero dovuto astenersi per gravi ragioni di convenienza per evidenti situazioni di incompatibilità, esistente un grave conflitto d’interesse, visto che hanno sostenuto l’accusa di persone, ottenendone poi la condanna, che alla luce delle confessioni di Sebai risultano invece essere innocenti e quindi forieri di responsabilità per errore giudiziario". Non solo i pm erano incompatibili, ma incompatibile era anche il foro del giudizio, in quanto da quei procedimenti addivenivano responsabilità delle parti giudiziarie, che per competenza erano di fatto delegate al foro di Potenza. Nessuno ha presentato la ricusazione per tutti i magistrati, sia requirenti, sia giudicanti.

Comunque il presidente del Tribunale di Taranto Antonio Morelli, come è normale per quel Foro, ha respinto l'astensione dei giudici Cesarina Trunfio e Fulvia Misserini, rispettivamente presidente e giudice a latere della Corte d'Assise chiamata a giudicare gli imputati al processo per l'omicidio di Sarah Scazzi. I due magistrati si erano astenuti, rimettendo la decisione nelle mani del presidente del Tribunale dopo la diffusione di un video in cui erano “intercettate” mentre si interrogavano sulle strategie difensive che di lì a poco gli avvocati avrebbero adottato al processo. Secondo il presidente del Tribunale però dai dialoghi captati non si evince alcun pregiudizio da parte dei magistrati, non c'è espressione di opinione che incrini la capacità e serenità del giudizio e quindi non sussistono le condizioni che obbligano i due giudici togati ad astenersi dal trattare il processo. Il presidente del Tribunale di Taranto ha respinto l’astensione dei giudici dopo che era stata sollecitata dalle difese per un video fuori onda con frasi imbarazzanti dei giudici sulle strategie difensive delle imputate. E adesso si va avanti con il processo. Tocca all’arringa di Franco Coppi. Posti in piedi in aula. Tutti gli avvocati del circondario si sono dati appuntamento per sentire il principe del Foro. Coppi inizia spiegando il perché della loro richiesta di astensione: «L’avvocato De Jaco ed io abbiamo sollecitato l’astensione in relazione alle frasi note.

29 agosto 2011. La rimessione del processo per incompatibilità ambientale. «Le lettere scritte da Michele Misseri le abbiamo prodotte perchè‚ sono inquietanti non tanto per il fatto che lui continua ad accusarsi di essere lui l'assassino, ma proprio perchè mettono in luce questo clima avvelenato, in cui i protagonisti di questa inchiesta possono essere condizionati». Lo ha sottolineato alla stampa ed alle TV l’avv. Franco Coppi, legale di Sabrina Misseri riferendosi alle otto lettere scritte dal contadino di Avetrana e indirizzate in carcere alla moglie Cosima Serrano e alla figlia Sabrina, con le quali si scusa sostenendo di averle accusate ingiustamente. «Michele Misseri – aggiunge l’avv. Coppi – afferma che ci sono persone che lo incitano a sostenere la tesi della colpevolezza della figlia e della moglie quando lui afferma di essere l’unico colpevole e avanza accuse anche molto inquietanti. Si tratta di lettere scritte fino a 7-8 giorni fa». «Che garanzie abbiamo – ha fatto presente il difensore di Sabrina Misseri – che quando dovrà fare le sue dichiarazioni avrà tenuta nervosa e morale sufficiente per affrontare un dibattimento?». «La sera c'è qualcuno che si diverte a sputare addosso ad alcuni colleghi impegnati in questo processo. I familiari di questi avvocati non possono girare liberamente perchè c'è gente che li va ad accusare di avere dei genitori o dei mariti che hanno assunto la difesa di mostri, quali sarebbero ad esempio Sabrina e Cosima. Questo è il clima in cui siamo costretti a lavorare ed è il motivo per cui abbiamo chiesto un intervento della Corte di Cassazione». «E' bene – ha aggiunto l'avvocato Coppi – allontanarci materialmente da questi luoghi. Abbiamo avuto la fortuna di avere un giudice scrupoloso che ha valutato gli atti e ha emesso una ordinanza a nostro avviso impeccabile. La sede alternativa dovrebbe essere Potenza. Non è che il processo si vince o si perde oggi, ma questo è un passaggio che la difesa riteneva opportuno fare e saremmo stati dei cattivi difensori se per un motivo o per l'altro e per un malinteso senso di paura non avessimo adottato questa iniziativa». A volte però non c'è molto spazio per l'interpretazione. Il sostituto procuratore generale Gabriele Mazzotta è chiarissimo: «Una serie di indicatori consentono di individuare un'emotività ambientale tale da contribuire all'alterazione delle attività di acquisizione della prova». Mazzotta parla davanti alla prima sezione penale della Cassazione dove si sta discutendo la richiesta di rimessione del processo per l'omicidio di Sarah Scazzi: i difensori di Sabrina Misseri, Franco Coppi e Nicola Marseglia, chiedono di spostare tutto a Potenza perché il clima che si respira sull'asse Avetrana-Taranto «pregiudica la libera determinazione delle persone che partecipano al processo». Ed a sorpresa il sostituto pg che rappresenta la pubblica accusa sostiene le ragioni della difesa e chiede lui stesso che il caso venga trasferito a Potenza per legittima suspicione. A Taranto, in sostanza, non c'è la tranquillità necessaria per giudicare le indagate.

12 ottobre 2011. Il rigetto dell’istanza di rimessione. La prima sezione penale della Cassazione ha infatti respinto la richiesta di rimessione del processo per incompatibilità ambientale, con conseguente trasferimento di sede a Potenza, avanzata il 29 agosto 2011 dai difensori di Sabrina Misseri, gli avvocati Franco Coppi e Nicola Marseglia.

Eppure la stessa Corte ha reso illegittime tutte le ordinanze cautelari in carcere emesse dal Tribunale di Taranto.

Per quanto riguarda la Rimessione, la Cassazione penale, sez. I, 10 marzo 1997, n. 1952 (in Cass. pen., 1998, p. 2421), caso Pomicino: "l'istituto della rimessione del processo, come disciplinato dall'art. 45 c.p.p., può trovare applicazione soltanto quando si sia effettivamente determinata in un certo luogo una situazione obiettiva di tale rilevanza da coinvolgere l'ordine processuale - inteso come complesso di persone e mezzi apprestato dallo Stato per l'esercizio della giurisdizione -, sicché tale situazione, non potendo essere eliminata con il ricorso agli altri strumenti previsti dalla legge per i casi di alterazione del corso normale del processo - quali l'astensione o la ricusazione del giudice -, richiede necessariamente il trasferimento del processo ad altra sede giudiziaria … Consegue che non hanno rilevanza ai fini dell'applicazione dell'istituto vicende riguardanti singoli magistrati che hanno svolto funzioni giurisdizionali nel procedimento, non coinvolgenti l'organo giudiziario nel suo complesso".

Per quanto riguarda la Ricusazione: «Evidenziato che non può costituire motivo di ricusazione per incompatibilità la previa presentazione, da parte del ricusante, di una denuncia penale o la instaurazione di una causa civile nei confronti del giudice, in quanto entrambe le iniziative sono “fatto” riferibile solo alla parte e non al magistrato e non può ammettersi che sia rimessa alla iniziativa della parte la scelta di chi lo deve giudicare. (Cass. pen. Sez. V 10/01/2007, n. 8429).

In questo modo la pronuncia della Corte di Cassazione discrimina l’iniziativa della parte, degradandola rispetto alla presa di posizione del magistrato: la denuncia del cittadino non vale per la ricusazione, nonostante possa conseguire calunnia; la denuncia del magistrato vale astensione. Per la Cassazione per avere la ricusazione del singolo magistrato non astenuto si ha bisogno della denuncia del medesimo magistrato e non della parte. Analogicamente, la Cassazione afferma in modo implicito che per ottenere la rimessione dei processi per legittimo sospetto è indispensabile che ci sia una denuncia presentata da tutti i magistrati del Foro contro una sola parte. In questo caso, però, non si parlerebbe più di rimessione, ma di ricusazione generale. Seguendo questa logica nessuna istanza di rimessione sarà mai accolta.

Qui non si vuole criminalizzare una intera categoria. Basta, però, indicare a qualcuno che si ostina a difendere l’indifendibile che qualcosa bisogna fare. Anzi, prima di tutto, bisogna dire, specialmente sulla Rimessione dei processi.

Questa norma a vantaggio del cittadino è da sempre assolutamente disapplicata e non solo per Silvio Berlusconi. Prendiamo per esempio la norma sulla rimessione del processo prevista dall’art. 45 del codice di procedura penale. L'articolo 45 c.p.p. prevede che "in ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo ovvero la sicurezza o l'incolumità pubblica, o determinano motivi di legittimo sospetto, la Corte di Cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la Corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell'imputato, rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell'articolo 11".

Tale istituto si pone a garanzia del corretto svolgimento del processo, dell'imparzialità del giudice e della libera attività difensiva delle parti. Si differenzia dalla ricusazione disciplinata dall'art. 37 c.p.p. in quanto derogando al principio costituzionale del giudice naturale (quello del locus commissi delicti) e quindi assumendo il connotato dell'eccezionalità, necessita per poter essere eccepito o rilevato di gravi situazioni esterne al processo nelle sole ipotesi in cui queste non siano altrimenti eliminabili. Inoltre mentre per la domanda di ricusazione è competente il giudice superiore, per decidere sull'ammissibilità della rimessione lo è solo la Corte di Cassazione.

«L’ipotesi della rimessione, il trasferimento, cioè, del processo ad altra sede giudiziaria, deroga, infatti, alle regole ordinarie di competenza e allo stesso principio del giudice naturale (art. 25 della Costituzione) - spiega Edmondo Bruti Liberati, già Presidente dell’Associazione nazionale magistrati. - E pertanto già la Corte di Cassazione ha costantemente affermato che si tratta di un istituto che trova applicazione in casi del tutto eccezionali e che le norme sulla rimessione devono essere interpretate restrittivamente. La lettura delle riviste giuridiche, dei saggi in materia e dei codici commentati ci presenta una serie lunghissima di casi, in cui si fa riferimento alle più disparate situazioni di fatto per concludere che la ipotesi di rimessione è stata esclusa dalla Corte di cassazione. Pochissimi sono dunque fino al 1989 stati i casi di accoglimento: l’ordine di grandezza è di una dozzina in tutto. Il dato che si può fornire con precisione – ed è estremamente significativo – riguarda il periodo dopo il 1989, con il nuovo Codice di procedura penale: le istanze di rimessione accolte sono state due.»

I magistrati criticano chiunque tranne se stessi, scrive Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 28 gennaio 2018. I procuratori generali hanno inaugurato l'anno giudiziario con discorsi pieni di banalità e senza fare nessun mea culpa. "Abbiamo una giustizia che neppure in Burkina Faso". "La Banca Mondiale mette l'Italia alla casella numero 108 nella classifica sull'efficienza dei tribunali in rapporto ai bisogni dell'economia". "Se per far fallire un'azienda che non paga ci vogliono sette anni, è naturale che gli stranieri siano restii a investire nel nostro Paese". "Ultimamente abbiamo ridotto i tempi ma non si può dire che tre anni di media per arrivare a una sentenza in un processo civile sia un periodo congruo". "È imbarazzante che restino impuniti per il loro male operato e non subiscano rallentamenti di carriera magistrati che hanno messo sotto processo innocenti, costringendoli a rinunciare a incarichi importanti e danneggiando le aziende pubbliche che questi dirigevano, con grave nocumento per l'economia nazionale". "Non se ne può più di assistere allo spettacolo di pubblici ministeri che aprono inchieste a carico di politici sul nulla, rovinandone la carriera, e poi magari si candidano sfruttando la notorietà che l'indagine ha procurato loro". "La giustizia viene ancora strumentalizzata a fini politici". "In Italia esistono due pesi e due misure a seconda di chi è indagato o processato". "L'economia italiana è frenata da un numero spropositato di ricorsi accolti senza ragione". "Le vittime delle truffe bancarie non hanno avuto giustizia e i responsabili dei crack non sono stati adeguatamente perseguiti". "A questo giro elettorale qualcosa non torna, se Berlusconi non è candidabile in virtù di una legge entrata in vigore dopo il reato per cui è stato condannato".

Una pioggia di denunce contro i magistrati Ma sono sempre assolti. Più di mille esposti l'anno dai cittadini. E le toghe si auto-graziano: archiviati 9 casi su 10, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 29/01/2018, su "Il Giornale". Tra i motivi ci sono la lunghezza dei processi, i ritardi nel deposito dei provvedimenti, ma anche «errori» nelle sentenze. In generale, però, è il rapporto di fiducia tra i cittadini e chi è chiamato a decidere delle loro vite a essersi «deteriorato». Uno strappo che è all'origine, secondo il procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, «dell'aumento degli esposti» contro i magistrati soprattutto da parte dei privati. Il fenomeno è la spia di «una reattività che rischia di minare alla base la legittimazione della giurisdizione», spiega il Pg nella sua relazione sul 2017 che apre il nuovo anno giudiziario con un grido d'allarme: «Una giustizia che non ha credibilità non è in grado di assicurare la democrazia». Nell'ultimo anno sono pervenute alla Procura generale, che è titolare dell'azione disciplinare, 1.340 esposti contenenti possibili irregolarità nell'attività delle toghe, tra pm e giudicanti. Numeri in linea con l'anno precedente (1.363) e con l'ultimo quinquennio (la media è di 1.335 all'anno). A fronte della mole di segnalazioni, però, per la categoria che si autogoverna, che si auto esamina, che auto punisce e che, molto più spesso, si auto assolve, scatta quasi sempre l'archiviazione per il magistrato accusato: nel 2017 è successo per l'89,7% dei procedimenti definiti dalla Procura generale, era il 92% nel 2016. Di fatto solo il 7,3% si è concluso con la promozione di azioni disciplinari poi portate avanti dal Consiglio superiore della magistratura. Solo in due casi su mille e duecento archiviati, il ministero della Giustizia ha richiesto di esaminare gli atti per ulteriori verifiche. Insomma, nessun colpevole. Anzi, la colpa semmai, secondo Fuzio, è della politica, delle campagne denigratorie, dell'eccessivo carico di lavoro cui sono esposti i magistrati: «Questo incremento notevole di esposti di privati cittadini evidenzia una sfiducia che in parte, può essere la conseguenza dei difficili rapporti tra politica e giustizia, in parte, può essere l'effetto delle soventi delegittimazioni provenienti da parti o imputati eccellenti. Ma - ammette - può essere anche il sintomo che a fronte di una quantità abnorme di processi non sempre vi è una risposta qualitativamente adeguata». Il risultato è che nel 2017 sono state esercitate in totale 149 azioni disciplinari (erano 156 nel 2016), di cui 58 per iniziativa del ministro della Giustizia (in diminuzione del 22,7%) e 91 del Procuratore generale (in aumento quindi del 13,8%). Tra i procedimenti disciplinari definiti, il 65% si è concluso con la richiesta di giudizio che, una volta finita sul tavolo del Csm, si è trasformata in assoluzione nel 28% dei casi e nel 68% è sfociata nella censura, una delle sanzioni più lievi. Questo non significa, mette in guardia il procuratore, che tutte le condotte che non vengono punite allora siano opportune o consone per un magistrato, dall'utilizzo allegro di Facebook alla violazione del riserbo. E forse il Csm, sottolinea Fuzio, dovrebbe essere messo a conoscenza anche dei procedimenti archiviati, e tenerne conto quando si occupa delle «valutazioni di professionalità» dei togati. Che, guarda caso, nel 2017 sono state positive nel 99,5% dei casi.

Toghe Rosse.

Il sondaggio di Pagnoncelli, magistratura: italiani divisi, ma oltre il 50% vede fini politici. Storia di Nando Pagnoncelli su Il Corriere della Sera venerdì 1 dicembre 2023.

I l rapporto con la magistratura è tema complesso e centrale nella vita politica italiana almeno da trent’anni, da quando, con Tangentopoli, il sistema politico italiano fu sottoposto a una crisi drammatica e a una profonda trasformazione in cui i giudici ebbero un ruolo centrale, positivo (quando non palingenetico) per alcuni, negativo (quando non eversivo) per altri. Il conflitto politica/magistratura oggi torna al centro delle cronache, di nuovo con drammaticità, dopo l’intervista concessa su queste pagine dal ministro della Difesa Guido Crosetto. Il quale ha ventilato possibili rischi per il governo che verrebbero appunto da una fazione della magistratura decisa ad affossare l’attuale esecutivo.

La fiducia nella magistratura ha subito un pesante calo negli ultimi anni. Dalle punte più elevate del 2011 (forse l’anno più drammatico della nostra storia recente, con i cittadini che cercavano rassicurazioni da realtà esterne alla politica, che fossero il governo tecnico di Mario Monti o appunto la magistratura) quando l’indice di fiducia nel terzo potere dello Stato arriva al 67, fino al punto più basso nel 2021, ancora segnato dalla vicenda Palamara e dai coinvolgimenti di parte del Csm nello scandalo delle nomine pilotate, quando l’indice cala al 38. Più recentemente invece la fiducia cresce, sia pur di poco, salendo nel 2022 al 41 (probabilmente anche sull’onda del tema della restrizione alle intercettazioni, invisa a buona parte dei cittadini) fino al 45 di oggi (crescita forse proprio collegata alle polemiche di cui stiamo parlando).

Entrando nel merito delle affermazioni espresse dal ministro Crosetto, poco più di un quinto degli italiani (il 22%) condivide l’idea che ci sia un gruppo organizzato di magistrati che si oppone al governo, ma il 35% pensa che, sia pure in modo non organizzato, esistano magistrati che si pongono obiettivi politici. Insomma, l’idea che un qualche «inquinamento» politico sia presente nel potere giudiziario è maggioritaria. Solo il 13% infatti ne nega l’esistenza. E, sia pur con diversa intensità, è un’opinione condivisa trasversalmente sia nel centrodestra (in particolare tra gli elettori di FdI è maggioritaria l’idea dell’esistenza di un gruppo organizzato) sia tra le forze di opposizione (dove invece tende a prevalere l’idea che si tratti di atteggiamenti individuali).

Una delle critiche rivolte al ministro è stata che le accuse esposte sarebbero in realtà notizie di reato da non esporre in un’intervista, ma da sottoporre al Csm e al presidente della Repubblica, che lo presiede. Qui le opinioni si dividono: il 32% pensa che Crosetto abbia fatto bene a rendere pubbliche le sue preoccupazioni (opzione maggioritaria tra gli elettori del centrodestra), il 30% pensa il contrario (opzione prevalente tra gli elettori di opposizione).

Quanto alle dimensioni del consenso su questa polemica, l’elettorato di centrodestra tende maggiormente a ritenere che ci sia una condivisione, non solo nella propria area politica ma anche nell’insieme degli elettori, mentre il contrario avviene tra gli elettori di opposizione, che tendono di più a ritenere che si tratti di opinioni condivise solo dal ceto politico o al più degli elettori di centrodestra.

Nell’ultimo Consiglio dei ministri è stata approvata anche la cosiddetta dei magistrati. Una scelta che riscuote un certo consenso: la approva il 36% degli intervistati (maggioranza assoluta, naturalmente, tra gli elettori di centrodestra), il 26% invece la disapprova (ma tra gli elettori di opposizione lo fanno con forza solo gli elettori del Pd, gli altri tendono a dividersi). Molti (38%) non si esprimono, come d’altra parte avviene un po’ per tutte le domande di questo sondaggio.

Da ultimo abbiamo chiesto se questo scontro serva in qualche modo al Paese. Il 39% pensa di no, che si tratti di una polemica dannosa che aggiunge inutili tensioni in un momento già difficile (scelta maggioritaria tra gli elettori di centrosinistra); al contrario il 30% la pensa utile, al fine di arrivare una volta per tutte ad un chiarimento sull’esistenza di una magistratura politicizzata (opzione prevalente tra gli elettori di centrodestra). Anche su questo oltre il 30% non si esprime.

In sostanza la magistratura ha perso parte importante della fiducia dei cittadini, pur con qualche crescita recente, ed è diffusa l’idea che ci sia una presenza politicizzata (in forme organizzate o individuali). Ma l’intervento di Crosetto non convince, divide per «fazioni» politiche e tutto sommato non muove sentimenti profondi. Serve forse, questo sì, a rinsaldare l’elettorato di riferimento.

Delmastro, il sospetto di Chirico: "Strano doppio standard. Per anni...". Il Tempo il 29 novembre 2023

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove è stato rinviato a giudizio dal Gup di Roma Maddalena Cipriani. Delmastro dovrà rispondere davanti al giudice monocratico del tribunale penale di piazzale Clodio, di rivelazione di segreto d’ufficio per la vicenda di Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al 41 bis che per mesi protestò con lo sciopero della fame. Questo è stato il tema che ha acceso il dibattito a Stasera Italia, il programma di cultura e di attualità di Rete 4. Ospite in studio, Annalisa Chirico è intervenuta nel salotto di Nicola Porro e ha avanzato i suoi dubbi sul caso. 

"Noi abbiamo visto per anni stralci di atti, quelli sì, secretati, delle procure, che finivano sui quotidiani italiani. Io mi ricordo che la condanna avvenne per la famosa intercettazione e per anni non abbiamo mai visto una tale sensibilità", ha detto Annalisa Chirico, dopo aver preso la parola. "Che cosa mi vuoi dire?", l'ha incalzata il conduttore del programma. "Questa polemica su Delmastro, Donzelli...mi sembra di non vivere nel Paese in cui ho vissuto negli ultimi quarant'anni, è uno strano doppio standard", ha risposto. "Così come è censurabile il magistrato che dà il colpetto al politico, è censurabile anche il comportamento del politico (inteso come Angelo Bonelli esposto contro Demastro, Salvini, ecc.. n.d.a) che vive d'inchiesta per colpire l'opposizione. Non è normale che un parlamentare viva in Procura, è un malcostume", ha concluso la giornalista. 

Magistratura democratica, toghe rosse smascherate: ecco il loro programma. Paolo Ferrari Libero Quotidiano il 03 novembre 2023

A leggere il programma sulla locandina tutto sembra tranne che un congresso di magistrati. «Eco attivismo: il conflitto generazionale». «Femminismo intersezionale e trans -femminismo: il conflitto die sul genere». «Maternità surrogata: il conflitto tra una idea tradizionale ed una nuova famiglia».

E ancora. «Tavola rotonda tra esperti per comprendere e delineare i conflitti, per intuire come gestirli, per farli diventare strumento di sviluppo dei diritti piuttosto che luogo di sterile contesa». A seguire, «Ricordo di Michela Murgia: un’intellettuale che è riuscita a far saltare il confine tra letteratura, arte e impegno politico, e a fare della propria stessa vita, sino alla fine, un atto di libertà e di affermazione indefessa dei diritti umani e al tempo stesso un atto di ribellione al neo-patriarcato e una sfida permanente agli abusi del potere».

Sono solo alcuni dei temi che verranno trattati durante il prossimo congresso nazionale delle toghe rosse di Magistratura democratica in programma a Napoli dal 9 al 12 novembre. Temi, forse, maggiormente adatti ad essere affrontati in un dibattito in qualche centro sociale autogestito che non in una assise di magistrati della Repubblica. 

RELATORI 

E c’è da rimanere basiti nel leggere i nomi dei relatori che sono stati invitati dalle toghe di Magistratura democratica. Il primo a prendere la parola, dopo la relazione del segretario nazionale Stefano Musolino, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, sarà l’avvocato Giulio Giuli. Volto noto delle trasmissioni “de sinistra”, Giuli è il difensore degli imbrattatori di Ultima generazione che con le loro gesta a “salvaguardia” del clima stanno provocando danni per centinaia di migliaia di euro al patrimonio artistico nazionale. La semplice ripulitura del basamento del monumento equestre a Vittorio Emanuele in piazza Duomo a Milano, deturpato di vernice gialla la scorsa primavera, è costata circa 30mila euro, donati da uno sponsor dal momento che il comune di Milano, guidato dall'eco -ambientalista in monopattino Beppe Sala, si è ben guardato di chiedere i danni ai responsabili. Oltre ad imbrattare le opere d’arte, i fanciulli viziati ed annoiati di Ultima generazione si dilettano poi nei blocchi del traffico, causando disagi a non finire a chi, a differenza loro, deve andare a lavorare. Giuli ha rilasciato sul punto diverse interviste affermando che i veri criminali non sono questi scappati di casa mai i “politici”. A seguire, la docente universitaria e attivista femminista del movimento “Non Una di Meno” Enrica Rigo.

Il movimento, come si può leggere sul sito, si batte da sempre per contrastare ogni forma di “patriarcato" ed in queste settimane si sta dando da fare per organizzare manifestazioni contro Israele al fine di «normalizzare le relazioni del nostro Paese con lo Stato d’Israele: uno Stato fascista, imperialista, razzista». 

GALLERIA

La galleria degli ospiti prosegue con Nichi Vendola, ex parlamentare di Sinistra ecologia e libertà, gay, che è ricorso alla maternità surrogata in Canada. Per rimanere in tema gender, ecco l'avvocata Cathy La Torre, specializzata nel «diritto antidiscriminatorio», orgogliosamente lesbica ed attivista dei diritti Lgbtqia+ e delle famiglie queer.

L’unico intervento che ci ricorda che non è il Leoncavallo di Milano o lo Spin Time di Roma sarà quello di Francesco Vigorito, presidente del tribunale di Civitavecchia.

Nel novembre 2012 Vigorito, all’epoca componente del Consiglio superiore della magistratura, spedì a migliaia di magistrati una lettera scritta invece per i suoi di Md («Miei cari... »). Nella mail esprimeva «il dubbio» di aver commesso «un’ingiustizia troppo grossa» nominando per «qualche pressione interna» e in ossequio a logiche di «opportunità politica» la persona meno adatta alla presidenza di un tribunale. Ovviamente non successe nulla in quanto il Palamaragate sarebbe esploso solo sette anni dopo.

Non è dato sapere se siano stati invitati il ministro della Giustizia Carlo Nordio o il vice presidente del Csm Fabio Pinelli. I loro nomi non compaiono. Certamente non si può non rimanere esterrefatti che magistrati, chiamati poi a giudicare e ad emettere sentenze, organizzino un congresso per parlare di simili argomenti. È evidente il loro attivismo politico. Il sospetto è che le toghe rosse vogliano mettere le basi per una «giurisprudenza creativa» al fine di condizionare le prossime decisioni del governo.

Iolanda Apostolico insegna. Se così fosse sarebbe meglio che si togliessero la toga e si candidassero alle elezioni.

Continuo a combattere per la giustizia e la legalità. “Renzi ubriaco e bastonatore”, le Toghe Rosse mi attaccano perché ho preso carta e penna, ho fatto ricorso e ho vinto. Matteo Renzi su Il Riformista il 3 Ottobre 2023 

Nell’editoriale di prima pagina, Claudio Velardi pone una questione dopo aver assistito all’atto di omaggio deferente (leggasi: inchino) di Giuseppe Conte e Elly Schlein verso il congresso di Palermo della corrente della magistratura Area: come può la sinistra di questo Paese – facendo finta di credere che davvero Conte rappresenti la sinistra e Elly Schlein davvero rappresenti questo Paese – diventare così esplicitamente cinghia di trasmissione di Area, Md e di tutte le toghe rosse?

E in altra pagina Aldo Torchiaro scrive delle varie cinghie di trasmissione che legano il nuovo PD alle toghe rosse, alla CGIL, agli imbrattatori travestiti da ambientalisti eccetera.

Dunque: se cercate raffinate analisi politiche non leggete questo mio pezzo. Saltate la pagina, a più pari. Avete altri articoli più interessanti da consultare.

Qui infatti vorrei solo mettere in fila e raccontarvi qualche sensazione personale dopo aver visto il congresso di una delle più importanti correnti di magistrati attaccarmi in modo furioso, ad personam. Fa sempre un certo effetto quando una corrente di magistrati fa politica. Fa ancora più effetto quando quella corrente ti prende come bersaglio.

Io ormai ci ho fatto l’abitudine. Ma per le Istituzioni è un pessimo segnale.

Cosa avrei fatto di tanto strano? Sono stato accusato di reati inesistenti e anziché gridare al complotto, come va di moda, ho osato fare ricorsi sugli atti – illegittimi – dei miei accusatori.

E questi ricorsi sono stati accolti in Corte Costituzionale, Corte di Cassazione, tribunali vari. Intendiamoci: quelli di Area non hanno l’esclusiva sugli attacchi al mio modo di difendermi dai PM fiorentini.

Giornali come Il Fatto Quotidiano su carta e parlamentari come Carlo Calenda sui social hanno scritto che io uso Il Riformista “per bastonare i magistrati”: sarebbe intrigante soffermarci sulla curiosa identità di linguaggio tra il direttore de Il Fatto e il segretario di Azione. Ma qui non abbiamo tempo per occuparci di loro: de minimis non curat praetor.

Torniamo al punto: perché la corrente di Area mi attacca nel suo congresso?

Intanto partiamo dal linguaggio.

In una intervista a La Stampa il leader delle toghe rosse, Eugenio Albamonte, dice che “Renzi è ubriaco di maggioritarismo”. Ubriaco? Ubriaco. Ubriaco di che? Di maggioritarismo. Che poi era meglio ubriacarsi di Solaia o Masseto, nel dubbio.

Sinceramente non so se sia normale che un magistrato possa rivolgersi a un parlamentare dandogli dell’ubriaco.

Se un politico dicesse di un magistrato che è ubriaco, a qualunque ubriachezza si riferisse, sarebbe immediatamente posto sotto processo. Pensate che i PM di Potenza vogliono processarmi per diffamazione per aver detto che l’indagine su Tempa Rossa è stata uno “scandalo” e un “buco nell’acqua”. Siamo in un Paese in cui le opinioni dei parlamentari sono protette dall’articolo 68 della Costituzione ma ci sono alcuni magistrati – chissà se iscritti a qualche corrente – che decidono di processare un parlamentare “colpevole” di aver detto che l’inchiesta su Tempa Rossa che ha portato a interrogare quattro membri del Governo e a dimettersi un Ministro della Repubblica senza che vi fosse alcun reato da loro compiuto è stata “uno scandalo”.

Nel dubbio lo ripeto: il modo con il quale la procura di Potenza ha coinvolto nel 2016 il Governo della Repubblica nella vicenda Tempa Rossa è stato uno scandalo. E il fatto che la procura di Potenza provi a processare un parlamentare per averlo detto non è solo uno scandalo: è un atto eversivo e anticostituzionale. Ma di questo parleremo nei prossimi mesi, perché intendo investire il Senato del problema. Torniamo a noi. Anzi, agli ubriachi.

Renzi ubriaco di maggioritarismo. Può esprimersi così un magistrato, leader di una corrente? A quanto pare sì.

E io non ho niente contro chi si ubriaca. Grazie a Salvini ubriacarsi ha i suoi vantaggi: pare che sia l’unico modo per trovare un taxi in questo Paese, a giudicare dall’ennesimo annuncio del Ministro dei Trasporti. E per chi pensa meno a Salvini e più alla poesia – come me, del resto, inguaribile romantico – non possono che tornare in mente le celebri parole di Baudelaire: “Bisogna essere sempre ubriachi. Ecco tutto: questo è l’unico problema. Per non sentire l’orribile peso del Tempo che vi rompe le spalle e vi piega a terra, dovete ubriacarvi senza posa. Ma di che? Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare. Ma ubriacatevi”.

Dunque, caro Eugenio Albamonte, non mi offendo se lei mi considera ubriaco, ubriaco di maggioritarismo.

Mi domando di cosa sia ubriaco lei, cara la mia Toga Rossa, per dire le cose che dice.

Ad esempio quando afferma che io attacco i PM di Firenze colpevoli soltanto di fare il proprio lavoro.

Allora, andiamo con ordine.

Sono indagato da anni in un procedimento assurdo per finanziamento illecito ai partiti. Ancora non si è capito quale sarebbe il finanziamento illecito e soprattutto quale sarebbe il partito visto che i soldi sono andati a una fondazione. Fondazione della quale non facevo parte. E vabbè. Ho promesso ai lettori del Riformista che non avrei mai parlato dei contenuti clamorosi della barzelletta “indagine Open”. Rimango fedele all’impegno. Rimango sul generale.

Il PM che mi ha indagato è lo stesso che ha arrestato mio padre e mia madre: l’arresto è stato annullato dal Tribunale della Libertà, essendo un provvedimento del tutto spropositato. Ma nel frattempo ai miei genitori è stata rovinata la vita.

Il PM che mi ha indagato è lo stesso che ha indagato mia sorella e mio cognato. La nonna ancora resiste, a 103 anni senza avviso di garanzia. Al momento, almeno.

Il PM che mi ha indagato ha violato la Costituzione all’articolo 68 come statuito dalla sentenza 170/2023 della Corte Costituzionale.

Il PM che mi ha indagato ha sequestrato il telefonino ai miei amici più cari e ai finanziatori delle mie iniziative politiche: il provvedimento di sequestro è stato giudicato illegittimo dalla Corte di Cassazione ma intanto i magistrati e in molti casi i giornalisti hanno avuto accesso a tutte le informazioni private di decine di persone che si sentono giustamente violate nella loro intimità.

Il PM che mi ha indagato ha archiviato la mia denuncia contro per diffamazione contro un vicino di casa che ha detto il falso su di me e sui miei figli.

Il PM che mi ha indagato ha archiviato tutte le denunce contro le fughe di notizie sui documenti privati di casa mia che niente hanno a che vedere con le indagini penali che mi hanno riguardato.

Il PM che mi ha indagato mi ha definito “imputato principale” in Aula nonostante vi siano oltre venti imputati alcuni dei quali con accuse più gravi di quelle rivolte a me: davanti alla legge non siamo tutti uguali? Perché uno è imputato principale e gli altri imputati secondari?

Il PM che mi ha indagato ha mandato le carte che dovevano essere distrutte sulla base di una sentenza della Cassazione al Copasir mettendole a disposizione in modo illegittimo di un organismo parlamentare che non avrebbe dovuto vedere le stesse carte.

Il PM che mi ha indagato è lo stesso che dirigeva la procura quando quell’ufficio rifiutava di sgomberare un immobile occupato da una banda di criminali, immobile nel quale si sono consumati numerosi reati e dal quale è scomparsa una bambina di cinque anni.

Potrei continuare. Davanti a questa incredibile sequela di vergogna non ho “bastonato” nessuno.

Ma ho preso carta e penna e ho fatto ricorso. E ho vinto. E questa cosa manda fuori di testa i miei accusatori. Perché io non ho urlato e sbraitato: ho utilizzato la giustizia e difeso la legalità.

Quel PM è stato sconfitto in sede di Corte Costituzionale e in sede di Corte di Cassazione. Adesso dovrà affrontare un procedimento disciplinare e se c’è un giudice a Genova dovrà affrontare anche un procedimento penale nel capoluogo ligure.

Quando chiedo giustizia non sono ubriaco. Sono sobrio. E difendo la legalità. E difendo i giudici seri, a cominciare da quelli della Cassazione e della Corte Costituzionale. E in un Paese civile una corrente di magistrati non attacca un cittadino perché sta semplicemente difendendosi usando gli strumenti della giustizia. I magistrati dovrebbero garantire il diritto di quel cittadino perché questo prevede la giustizia. Quando l’attacco non è al singolo cittadino, ma al cittadino parlamentare allora siamo davanti all’ennesima aggressione politica, l’ennesima invasione di campo.

A Palermo le toghe rosse mi hanno attaccato. E non perché mi hanno detto che sono ubriaco, questa è stata la cosa più gentile. Mi hanno attaccato perché sto dimostrando di credere nella giustizia almeno quanto loro credono all’ideologia.

E ho dimostrato che potranno mostrificarmi quanto vogliono: non smetterò mai di combattere per una giustizia giusta.

Matteo Renzi (Firenze, 11 gennaio 1975) è un politico italiano e senatore

Ci rimette la magistratura, ci rimettono i cittadini onesti. La scomparsa di Kata, il mostro di Firenze e la reiterazione dell’errore: il pm Turco e le ispezioni di Nordio. Premessa: Turco ha indagato genitori, sorella, cognato, amici e finanziatori di Renzi. Zero condanne. Valeria Cereleoni su Il Riformista il 23 Giugno 2023 

Quando parliamo del procuratore facente funzione di capo della procura di Firenze, Luca Turco, noi del Riformista dobbiamo fare una premessa. Stiamo parlando del procuratore che ha con il direttore Matteo Renzi – e la sua famiglia – un lungo contenzioso. Turco ha chiesto l’arresto dei genitori di Renzi, arresto poi annullato dal tribunale del riesame. Turco ha indagato i genitori di Renzi, la sorella di Renzi, il cognato di Renzi, i colleghi parlamentari più vicini a Renzi, gli amici più stretti di Renzi, i finanziatori di Renzi. E naturalmente ha indagato anche Renzi, almeno due volte, persino per una conferenza ad Abu Dhabi poi ovviamente archiviando il tutto dopo venti mesi di indagine. Al momento in cui scriviamo sono oltre dieci i procedimenti diversi aperti da Turco sull’ex premier e per il momento siamo a zero condanne. Zero.

Ma noi ci occupiamo di Turco senza toccare le questioni legate al nostro direttore. Perché parlare sul Riformista della incredibile attenzione riservata al leader di Italia Viva sarebbe poco elegante.

Affrontiamo le due vicende dell’ultima settimana: il Mostro di Firenze e la sparizione della piccola Kata dall’ex hotel Astor. Si tratta di due vicende nelle quali la responsabilità dell’ufficio della procura di Firenze guidato pro tempore da Turco è talmente evidente da risultare imbarazzante.

Partiamo dalla prima. La vicenda degli otto duplici omicidi compiuti dal cd Mostro di Firenze fino a metà degli anni Ottanta ha trovato larga eco nei media di tutto il mondo. Gli avvocati di alcune delle vittime, rappresentati tra l’altro dall’avvocato Mazzeo del foro di Montecatini, hanno chiesto di accedere ad alcuni atti per compiere indagini difensive come consentito anche alle parti civili. Ma dopo numerose battaglie giudiziarie, il Procuratore Turco ha opposto il segreto, ignorando il fatto che il materiale su cui la procura di Firenze ha negato l’accesso alle famiglie delle vittime era già in possesso – chissà come, chissà perché – di alcuni giornalisti, tra i quali Stefano Brogioni, valido collega de “La Nazione” che ha pubblicato interi virgolettati del materiale negato (perché “segreto”) alle famiglie.

Nella vicenda mostro di Firenze/procura ci sono troppe cose che non tornano. Per questo l’avvocato Mazzeo ha deciso di chiedere a Nordio un’ispezione ministeriale. Trovate l’esposto integrale qui.

Nordio aveva già promosso un’ispezione ministeriale sull’attività della procura fiorentina intervenendo in un question time in Parlamento. Lo spunto era stato dato dalla decisione – invero clamorosa – del dottor Turco di non aderire alla ordinanza con cui la Corte di Cassazione aveva disposto la restituzione “senza trattenimento” del materiale sequestrato illegittimamente a Carrai nell’ambito della rocambolesca e sempre più inverosimile vicenda Open. Insomma la Cassazione aveva detto a Turco: hai sbagliato a prendere il telefonino di Carrai, è un atto illegittimo, restituiscilo e non trattenere niente del contenuto che hai estratto. E che ha fatto il procuratore fiorentino? Ha preso il materiale nel telefonino di Carrai e lo ha inviato al Copasir. Un atto talmente incredibile da apparire sovversivo come non può che essere l’atto di chi decide scientemente di non rispettare la pronuncia della Corte di Cassazione.

Non possiamo sapere a che punto sia l’approfondita indagine chiesta da Nordio: sappiamo che sono trascorsi diversi mesi e sarà interessante capire se e come il Ministro motiverà la non apertura del procedimento disciplinare. Perché si possono promettere tutte le riforme della giustizia del mondo, ma se un procuratore che sbaglia non paga mai, la credibilità dell’ufficio giudiziario da lui guidato è messa a dura prova.

Nel frattempo, dieci giorni fa un caso di cronaca ha colpito duramente la comunità fiorentina. Si tratta della scomparsa della piccola Kata, una bambina di cinque anni improvvisamente sparita dall’hotel occupato abusivamente in cui viveva con la sua famiglia nella totale illegalità. Il Comune aveva chiesto lo sgombero dell’occupazione nove mesi prima della sparizione di Kata. E otto mesi prima che un cittadino occupante abusivo della struttura volasse tecnicamente dalla finestra dopo uno scontro durissimo con altri occupanti. Può essere considerato normale nella città dell’Umanesimo tenere centinaia di persone nella totale illegalità e far finta di non vedere una situazione così grave che provoca tentati omicidi e sparizioni di minori? Ovviamente no.

Ma nonostante questo la Procura guidata da Turco, così solerte nell’arrestare settantenni incensurati per qualche decina di migliaia di euro di fatture false (tutte da provare peraltro), finge di non vedere – o non vede proprio, il che è quasi peggio – l’emergenza rappresentata dall’occupazione abusiva dell’ex Astor. E non solo lascia passare mesi prima di intervenire. Ma anche in presenza di un fatto enorme come la sparizione di una bambina di cinque anni lascia passare otto giorni prima di procedere allo sgombero dell’hotel. Ammettiamo pure che sia giustificabile (e non lo è) l’inerzia di nove mesi dalla prima denuncia.

Perché gli uomini e le donne di Turco non hanno firmato subito, il giorno stesso della sparizione, lo sgombero della struttura? Perché si è consentito di trascorrere una settimana senza intervenire rischiando di compromettere qualche pista o traccia utile per le indagini? Chi pagherà per tutto ciò? Ovviamente oggi la priorità è soltanto recuperare la piccola Kata sana e salva. Ma come potrà il Ministero giustificare l’azione tardiva della procura?

I flop di Luca Turco sono numerosi, dalla vicenda Menarini – Aleotti a quella Grandi Opere – Incalza ma quello che non è possibile giustificare è la reiterazione dell’errore. La vicenda del mostro di Firenze con la richiesta dell’avvocato Mazzeo di aprire una nuova ispezione ministeriale dimostra che la Procura del capoluogo toscano vive una fase di difficoltà inedita e complicatissima. In attesa di conoscere le determinazioni di Nordio e le relative scelte del CSM c’è solo da augurarsi che i tanti bravi magistrati, civili e penali, che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Novoli non risentano delle scelte ideologiche di una minoranza dei Pm, minoranza di Pm che tuttavia monopolizza la scena fiorentina. Dove un tempo lavoravano i Vigna e i Chelazzi oggi pullulano ispezioni scandali e ritardi. Ci rimette la magistratura, ci rimettono i cittadini onesti. Ci rimette Firenze. Valeria Cereleoni 

L’assoluzione di Uggetti chiude il cerchio. Procure, gogna mediatica e politica a rimorchio, il 2016 dei finti scandali: “Un arresto al giorno, leva Renzi di torno”. Valeria Cereleoni su Il Riformista il 22 Giugno 2023 

È stato il direttore del Foglio, Claudio Cerasa, a far notare la curiosa coincidenza con un tweet nella mattinata di ieri. La nuova assoluzione dell’ex sindaco di Lodi Uggetti non chiude soltanto la vicenda della piscina del comune lombardo: chiude soprattutto il cerchio dell’intrigo politico giudiziario che ha segnato l’ultimo anno del governo Renzi.

“Un arresto al giorno toglie Renzi di torno” titolò Libero il giorno dopo l’arresto di Uggetti. Ed è andata proprio così: arresti, indagini, processi hanno massacrato l’immagine di quel Governo ma la verità giudiziaria è una verità di assoluzioni e archiviazioni. Renzi è andato a casa, è vero. Ma gli arrestati sono stati assolti. Chi pagherà per questo scempio giudiziario e mediatico? Correva l’anno 2016 e il Paese si apprestava a votare, il 4 dicembre, un referendum costituzionale: da un lato tutti i partiti di opposizione, dalla destra moderata di Forza Italia a quella di Giorgia Meloni, insieme alla sinistra più estrema e alla minoranza del Pd, dall’altra il governo di Matteo Renzi.

In campo per il no, però, scese soprattutto il Partito della Conservazione per eccellenza. Il partito delle toghe. Supportato ovviamente da larga parte dei media. Partiti, Pm, giornali, tutti insieme nel fango, si potrebbe dire, riprendendo una celebre prima pagina de L’Espresso che raffigurava la candidata del Pd alla Presidenza della regione Liguria Raffaella Paita insieme a Matteo Renzi. Accusata di strage colposa, fu assolta poi in ogni grado di giudizio. Intanto però, la regione era andata alla destra di Giovanni Toti.

Era il 2015 e già l’ostilità delle procure verso quel riformista che aveva portato il Pd a toccare vette di consenso storiche si poteva percepire. La sua colpa era stata probabilmente quella di aver portato il partito da sinistra verso il centro, di aver attuato politiche liberali ma forse anche quella di aver provato a scalfire la casta dei giudici, con le ferie. Eh già. Fu così, dicendo che l’Italia è la patria del diritto e non delle ferie, che i magistrati lo presero di mira. Ma fu il 2016 l’anno in cui questa ostilità divenne lotta armata.

31 marzo. Il Ministro dello sviluppo economico Federica Guidi sceglie di dimettersi: a causa di un’intercettazione priva di qualsiasi rilevanza penale, in cui parla genericamente di un emendamento con il suo compagno, indagato. Inizia il solito schema. Gli ingredienti ci sono tutti: procure, gogna mediatica, politica a rimorchio. Intercettazioni spiattellate sui giornali. È il mix perfetto per colpire l’avversario, con le procure che dettano la linea e i giornali e la politica che le seguono proni con

l’obiettivo di mandare a casa il Governo. Peccato che quelle confidenze così gravi per la procura di Potenza, riguardassero in realtà una legge già nota e pubblica. Federica Guidi viene massacrata mediaticamente senza ricevere nemmeno un avviso di garanzia. Stava lavorando benissimo al Governo, aveva impostato il lavoro su Industria 4.0, era una colonna del governo. A casa, per una intercettazione. 4 maggio, Lodi. Il sindaco Uggetti viene arrestato con l’accusa di turbativa d’asta. È il titolo di apertura di tutti i giornali, tranne poche lodevoli eccezioni come Il Foglio.

Quello di Libero colpisce particolarmente perché centra il punto: “un arresto al giorno, leva Renzi di torno”. La politica si scatena, con il Movimento 5 stelle in testa. Grillo: il Pd a onda nella piscina di Lodi. E via dietro Alessandro Di Battista, Paola Taverna, Nicola Morra, Danilo Toninelli e naturalmente Luigi Di Maio che, anni dopo, si scuserà con Uggetti. Dopo 7 anni, l’ex sindaco viene assolto con formula piena, ma quel fango resta impresso nella memoria e soprattutto nella storia politica del Paese. Nell’estate 2016 inizia a muoversi la procura di Firenze: il Csm di Legnini e Palamara nomina come aggiunto il sostituto procuratore Luca Turco. E Turco inizia a indagare la famiglia di Renzi: nasce l’inchiesta ribattezzata Unicef dove pure l’Unicef non c’entra niente ma per mesi Renzi viene inspiegabilmente accostato a un presunto scandalo legato ai bambini africani.

Nell’autunno dello stesso anno scende in campo un esperto di flop giudiziari, il Pm Woodcock: dopo aver arrestato il renziano Ferrandino, poi assolto, Woodcock diventa protagonista del caso Consip. Napoli si occuperà degli appalti napoletani, Roma di quelli della capitale. L’indagine coinvolge imprenditori, giornalisti, politici, l’arma dei carabinieri. Viene ribattezzata la madre di tutti gli appalti ma in realtà gli unici soldi che girano sono quelli delle parcelle legali per un processo infinito dove in tanti saranno archiviati o assolti come recentemente accaduto al Generale Del Sette comandante generale dei Carabinieri.

E come dimenticare la storia di Banca Etruria, che forse più di tutte ha minato ii consenso dell’ex premier, ovviamente anche questa finita con plurime assoluzioni tra cui quelle di Pier Luigi Boschi, padre della ministra più attaccata mediaticamente in quel 2016. Che anno, quell’anno. L’assoluzione di Uggetti chiude il cerchio. Prima o poi qualcuno avrà il coraggio di dire la verità: c’è stato un massacro mediatico contro Renzi e il suo Governo, grazie a una alleanza tra alcune procure e alcune redazioni. Negarlo significa negare la realtà.

Valeria Cereleoni

Vanno a braccetto. Pd, il partito delle Procure. Come disse Caiazza: “Uffici dove si esercita il potere più forte ed incontrollato del Paese”. Paolo Pandolfini su Il Riformista l'11 Giugno 2023 

Il Partito democratico continua ad essere il partito di riferimento della maggior parte della Procure del Bel Paese. Pur avendo votato in maniera compatta nella scorsa legislatura, a febbraio 2022, per il conflitto di attribuzione relativamente all’indagine Open condotta dalla Procura di Firenze, un suo esponente di punta, l’avvocato Andrea Pertici, professore di diritto costituzionale all’Università di Pisa, da poco chiamato da Elly Schlein nella segreteria nazionale, ha difeso nei giorni scorsi l’operato dei pm fiorentini nell’udienza alla Consulta. Un corto circuito su cui ci sarebbe da scrivere per giorni.

Come disse però una volta il presidente dell’Unione delle camere penali, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, le Procure sono “uffici dove si esercita il potere più forte ed incontrollato del Paese”. Quando si tratta di nominare un procuratore, al Consiglio superiore della magistratura iniziano ad andare in fibrillazione mesi prima. Sulla nomina del capo della Procura di Roma, quella che secondo Giulio Andreotti vale almeno tre Ministeri, si consumò nel 2019 uno degli scontri più violenti che la storia della magistratura ricordi, con le dimissioni di ben cinque togati di Palazzo dei Marescialli e dell’allora procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio.

Il rapporto fra Pd e Procure è risalente nel tempo. Non si contano, infatti, i pm che, appesa la toga al chiodo, sono stati candidati negli anni nelle liste dei dem. Un nome fra tutti: l’ex procuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio, uno dei protagonisti della stagione di Mani pulite. La genesi di questo legame indissolubile risale al 1964 con la nascita di Magistratura democratica. Quell’anno a Bologna un gruppo di magistrati fortemente ideologizzati decise che era giunto il momento prendere posizione nel dibattito politico, stringendo un patto di ferro con l’allora Partito comunista. Un patto che ha condizionato e condiziona anche oggi l’attività della categoria.

“Magistratura democratica si autoproclama superiore dal punto vista etico: se sei collaterale al Pci-Pds-Pd sei un sincero democratico e un magistrato libero e indipendente, altrimenti sei un traditore dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e devi essere cacciato come infame”, disse l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara nel libro intervista “Il Sistema” con il direttore di Libero Alessandro Sallusti.

Il rapporto Pd-Procure è talmente stretto che il governatore della Regione Puglia, il pm barese Michele Emiliano, nel 2016 si candidò addirittura alla segreteria nazionale del Pd. C’è stato bisogno dell’intervento della Corte costituzionale per ricordargli che i magistrati, anche se fuori ruolo per incarichi politici, non possono prendere la tessera del partito e tanto meno candidarsi ai vertici dello stesso. Il caso Emiliano è, però, solo la punta dell’iceberg di un rapporto che non può non appannare il principio di terzietà ed indipendenza delle toghe.

Si è ricordato come gli ultimi tre procuratori nazionali antimafia, terminato il loro mandato, sono poi finiti in Parlamento, due di loro, Pietro Grasso e Franco Roberti, proprio con il Pd. Pietro Grasso, eletto poi presidente del Senato, iniziò la campagna elettorale che era ancora in servizio a via Giulia. Negli ultimi anni il rapporto si è accentuato. Uno degli stretti collaboratori del ministro della Giustizia Andrea Orlando, il sostituto procuratore generale Raffaele Piccirillo, era stato proposto nel 2018 come capolista per il Pd alla Camera nel collegio di Caserta. Candidatura poi sfumata e comunque mai smentita dal diretto interessato che l’anno dopo tornò al Ministero della giustizia, con l’incarico di capo di gabinetto, durante il governo giallorosso. Piccirillo è tutt’ora il rappresentante italiano presso il Greco, l’organo anti corruzione del Consiglio d’Europa che non perde occasione per bacchettare il governo italiano appena si azzarda a proporre una riforma che limiti lo strapotere dei pm.

Orlando, poi diventato ministro del Welfare, ha fatto nominare un altro magistrato, Bruno Giordano, a capo dell’Ispettorato del lavoro, incarico ricoperto fino al giorno prima dal generale dei carabinieri Leonardo Alestra. E come dimenticare, infine, l’ultimo capo di gabinetto di Orlando a via Arenula, Giovanni Melillo, prima nominato procuratore di Napoli ed ora procuratore nazionale antimafia. Insomma, essere vicini ad un politico dem porta bene. Paolo Pandolfini

"Toghe rosse contro la Meloni: la stessa manovra usata con Berlusconi". Il Pd è inconsistente e il ruolo di opposizione al governo Meloni viene di nuovo ricoperto dalla magistratura. Stavolta tocca alla Corte dei Conti. Francesco Curridori l'8 giugno 2023 su Il Giornale.

Il governo metta la fiducia sul decreto Pa? E la Corte dei conti indìce un’assemblea straordinaria in segno di protesta. “Una mossa che sarebbe stata letta come una prova di forza, che esclude ogni possibile discussione nel merito”, fanno trapelare all’Ansa i togati contabili.

"Non sono in gioco le funzioni della magistratura contabile ma la tutela dei cittadini", afferma l'Associazione dei magistrati della Corte dei Conti, commentando le norme inserite nel decreto legge Pa, una volta terminata l'assemblea straordinaria. Ma non solo. Viene ribadita "la netta contrarietà alle due norme che sottraggono al controllo concomitante della Corte dei conti i progetti del Piano nazione di ripresa e resilienza e prorogano l'esclusione della responsabilità amministrativa per condotte commissive gravemente colpose, tenute da soggetti sia pubblici che privati, riducendo di fatto la tutela della finanza pubblica". E ancora: "L'abolizione di controlli in itinere, su attività specificamente volte al rilancio dell'economia, significa indebolire i presidi di legalità, regolarità e correttezza dell'azione amministrativa". Un attacco in piena regola al governo che fa il paio con le parole del procuratore dell’Antimafia che, in un’intervista a La Stampa, ha avvertito: “Il Paese ha certo il dovere di impiegare al più presto quelle risorse, ma anche di farlo bene, evitando che esse si disperdano nei mille rivoli degli abusi e della corruzione ovvero finiscano nelle mani della criminalità mafiosa”.

Parole che hanno causato la ferma e dura replica del senatore azzurro Maurizio Gasparri che ha dichiarato: “la Procura Nazionale Antimafia si rivela una fucina di futuri esponenti politici della sinistra” e ha ricordato “che gli ultimi tre Procuratori nazionali si sono tutti candidati nelle file della sinistra", riferendosi a Piero Grasso, Franco Roberti e Federico Cafiero De Raho. E, poi, si è domandato: “Melillo si sta proponendo per essere il quarto della serie, per realizzare un poker di procuratori nazionali antimafia che passano direttamente dalla toga alla militanza politica con la sinistra?”.

Il disegno appare abbastanza chiaro e arcinoto: vista l’inconsistenza del Pd e le divisioni nel centrosinistra, il ruolo di opposizione al governo Meloni viene ricoperto dalla magistratura. Hanno provato a colpire FdI con l’inchiesta “lobby nera” e la Lega col "caso Metropol”. Entrambe le inchieste si sono rivelate un flop e, ora, entrano in scena i giudici della Corte dei conti. “Si sta insomma tentando contro Giorgia Meloni la stessa manovra tentata contro Berlusconi. Ma i tempi sono cambiati. E Giorgia giustamente tira dritto”, attacca la deputata meloniana Alessia Ambrosi parlando con ilgiornale.it e dicendosi convinta che “gli italiani non credono a tutte queste fandonie, come dimostrano chiaramente i sondaggi che danno Fratelli d’Italia a livelli stellari”.

La sua compagna di partito, Sara Kelany, membro della commissione Affari Costituzionali, però, getta acqua sul fuoco: "In realtà, la Corte dei conti non ha fatto alcun tipo di obiezione su questo provvedimento. Nel corso dell’audizione concessa all’opposizione dai presidenti delle Commissioni competenti, il presidente della Corte non ha fatto opposizione all’emendamento del governo. Si è dichiarato, com’è normale che fosse, in disaccordo su tutte le volte che viene compresso o eliminato uno dei modelli di esercizio del controllo contabile". Ma non solo. "Il presidente Carlino, però, ha ribadito che questo provvedimento non può essere ritenuto un bavaglio per la Corte dei Conti e ha ribadito che il controllo contabile non viene eliminato, ma viene garantito dalle forme di controllo ordinarie sia preventive sia successive", chiosa la deputata di Fratelli d’Italia.

Il "controllo concomitante". Revisione dei magistrati, le esperienze emblematiche di Albertini e Renzi. L’ex sindaco di Milano realizzò opere meravigliose senza neppure un avviso di garanzia coinvolgendo preventivamente le toghe. E ricordate come l’ex premier salvò l’Expo? Tiziana Maiolo su L'Unità il 7 Giugno 2023

Forse Giorgia Meloni avrebbe dovuto chiedere consiglio a Gabriele Albertini e Matteo Renzi sul problema del “controllo concomitante”, prima di osare contrapporsi a un intero plotone di toghe quale quello dei magistrati della Corte dei Conti. O forse è stato proprio per non incamminarsi su quel viottolo che l’avrebbe resa prigioniera della magistratura nel nome del principio bastardo del fine che giustifica il mezzo, che la premier si è sottratta.

La necessità di spendere nei tempi giusti e bene i 190 miliardi del Pnrr può valere il prezzo di rendersi ostaggio di una burocrazia togata impicciona e con la tendenza a tracimare per sottrarre al governo il potere di fare e di decidere? Giorgia Meloni ha risposto di no, costi quel che costi. Uno dei prezzi da pagare è quello di sentir scivolare nell’aria discorsi di avvertimento, perché “la legalità è a rischio”. Perché nell’aria ci son quelli per i quali è sempre 25 aprile, e bisogna liberarsi di questa “faccetta”, come disse quell’Ingegnere campione di volgarità. E poi ci sono anche quelli che non riescono a togliersi lo straccio di dosso.

Lo “straccio” è, nell’ironia dei corridoi dei palazzi di giustizia, la toga, croce e delizia della giustizia italiana. Federico Cafiero de Raho è uno di questi. Può finalmente parlare il linguaggio della politica in via ufficiale, da quando è diventato deputato. Ma è come se sedesse sempre sullo scranno più alto con un martelletto in mano. Così butta fuori parole di fuoco, sul famoso emendamento e sulla fiducia posta dal governo per la proroga di un anno dello scudo erariale e l’abolizione del “controllo concomitante” da parte della Corte dei Conti sulle spese del Pnrr.

“Rimuovendo gli argini dei controlli -dice l’ex procuratore antimafia-, il governo consente a mafie e corruzione di sguazzare nel fango dell’illegalità”. Ora, se è vero, marxianamente, che l’uomo è ciò che fa, lo è ancora di più, crocianamente, che la forma è sostanza. E l’equiparazione, sul piano penale, della corruzione alla mafia è la rappresentazione scenica dei comportamenti del fu Cafiero procuratore nazionale antimafia. Mentre l’immagine plastica del fango e ancora di più del gesto di “sguazzare”, che cosa rappresentano se non la proiezione della sub-cultura di chi ha espresso il concetto?

Ma è pur sempre una questione di potere. Che la politica ha da tempo perso e di cui le toghe si sono appropriate senza esser state invitate al banchetto. Per questo è sempre utile ripassare la storia, con i due esempi cui abbiamo accennato e che hanno visto come protagonisti due politici abili come Gabriele Albertini e Matteo Renzi e due procuratori di Milano, Saverio Borrelli e Edmondo Bruti Liberati. Due momenti storici diversi tra loro ma anche lontani dalla realtà politica di oggi. Pure affratellati dalla stessa necessità, quella di sviluppare opere importanti e di farlo in fretta. Sapendo di avere i fucili puntati addosso, con la consapevolezza di essere inermi davanti alla forza delle toghe. Costretti a trattare sul “controllo concomitante”, addirittura a sollecitarlo. Due storie parallele, tutte e due poi raccontate dai protagonisti nei loro libri.

L’imprenditore Gabriele Albertini diventa sindaco di Milano nel 1997, candidatura scelta personalmente dall’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, colui cui il procuratore capo Saverio Borrelli aveva consigliato di lasciar perdere le ambizioni politiche, se per caso avesse qualche “scheletro nell’armadio”. Il neo-primo cittadino ha l’ambizione di trasformare Milano, e ci riuscirà. Quattro depuratori, la centrale elettronica computerizzata per il controllo del traffico, restauro del teatro alla Scala, passante ferroviario, Polo di Rho della nuova Fiera, nuove otto stazioni di metro, 108 nuovi parcheggi. E la realizzazione del grande progetto della fibra ottica e il cablaggio di tutta Milano. Tutto ciò necessitava grandi investimenti e, secondo il programma politico di un liberale come Albertini, gare d’appalto che coinvolgessero il mondo dell’economia privata.

Serviva un alleato forte. Politico. Il sindaco portava addosso, come zavorra, due zaini pesanti, il fatto di essere un uomo di Confindustria e, peggio ancora, amico di Berlusconi. Aveva alle spalle gli anni di tangentopoli e dei trionfi del pool “mani pulite”. Gioca quindi d’astuzia, fa girare nei salotti giusti la voce di essere un ammiratore dei capitani coraggiosi che avevano sgominato i partiti corrotti della prima repubblica, e i pesci abboccarono. Arrivarono nel suo ufficio Borrelli, poi Davigo e infine Colombo, che gli chiese persino un posto di lavoro a Palazzo Marino. Risultato? Due mandati, quella meraviglia di lavori realizzati e neanche un’informazione di garanzia.

Il prezzo? Molto di più che “controllo concomitante”, anche perché la vera cogestione realizzata in quegli anni, fino al 2006, comportava addirittura la collaborazione con la Procura della repubblica, non con la magistratura contabile. Non erano noccioline i nove miliardi di euro investiti dal Comune, con l’aggiunta dei trenta di investimenti privati. Ma tutto andò liscio. A Palazzo Marino viene formato il gruppo di lavoro chiamato “Alì Babà” (Albertini è sempre stato molto spiritoso), formato da tre funzionari e tre magistrati. Inoltre il problema degli appalti e delle possibili degenerazioni fu affrontato con la stipula di “patti di integrità” che vincolavano coloro che avessero derogato all’impegno a non partecipare in seguito a nessun’altra gara nella zona di Milano. E poi due nuovi istituti, il Direttore generale alla legalità e l’Internal auditing, per valutare la correttezza economico-finanziaria di ogni atto.

Ne è valsa la pena? Sul piano dei risultati certamente si. Nel 1997 probabilmente non si poteva fare diversamente. Di certo però quei depuratori, quella fibra ottica di cui tutti i milanesi godono e si compiacciono, portano addosso le impronte di un rafforzamento della Repubblica Giudiziaria, nata ben prima di tangentopoli e tuttora viva e vivace, come dimostrano le parole arroganti di Cafiero de Raho. E di questo il garantista Albertini è ben conscio. Matteo Renzi si ritrova a Palazzo Chigi nel bel mezzo dei lavori preparatori di Expo 2015, il bando vinto dal sindaco di Milano Letizia Moratti, che era riuscita prevalere sulla concorrenza agguerrita di Smirne e della Turchia di Erdogan.

A Milano nel frattempo c’è stata la svolta a sinistra, e dopo Giuliano Pisapia il primo cittadino è Beppe Sala, un bravo manager, ma che non ha alle spalle l’esperienza conquistata nelle dure trattative sindacali di Gabriele Albertini. Non sa nulla di “Alì Babà” né dei “patti di integrità”. Il premier Renzi racconterà in seguito nel suo libro Il mostro che il sindaco, che era anche commissario alle opere di Expo, a un certo punto aveva persino minacciato di dimettersi. Le opere e gli uomini che le stavano realizzando erano braccati della magistratura e i provvedimenti cautelari fioccavano. Molti appalti erano ormai a rischio.

E’ in quel momento che interviene in salvataggio un vero uomo di potere. Un magistrato, ovviamente, e chi se no? Un Violante o uno come lui, immaginiamo. Colui che darà al presidente Renzi il consiglio giusto: va’ in procura. E lui andò. E salvò, con un semplice caffè bevuto in una saletta riservata all’aeroporto milanese di Linate con il procuratore capo della repubblica Edmondo Bruti Liberati, l’Expo 2015. Tutto legittimo, dice Renzi. Il suo comportamento certamente. E quello del presidente dell’Anac Raffaele Cantone e di una norma ad hoc, un decreto legge che consentì la prosecuzione dei lavori e che permise ad Anac di mandare avanti gli appalti nonostante le inchieste giudiziarie.

E che salvò da una crisi istituzionale, mentre Erdogan stava già scaldando i muscoli. Ma quel che successe da quel momento al palazzo di giustizia di Milano non è altrettanto limpido. Fu chiamato “moratoria” delle indagini, e il termine, usato in alcuni articoli da Frank Cimini sul blog “Giustiziami”, non fu mai smentito, nonostante la palese violazione del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. E forse bisognerebbe chiedere all’ex magistrato Alfredo Robledo, cui le indagini su Expo furono tolte dal suo superiore, e poi ai membri del Csm del tempo e anche a un ex Presidente della Repubblica, qualche retroscena su quel tipo di “controllo concomitante”, diverso da quello messo in scena da Albertini ma che portò, per altre vie, comunque al risultato.

DI Tiziana Maiolo 7 Giugno 2023

Le super carriere dei pm sui teoremi Stato-mafia. Felice Manti il 29 Aprile 2023 su Il Giornale. La figlia di Borsellino: processi più in tv che in aula. "Il Domani": Cairo sarà sentito sulla foto di Baiardo 

Passata la sentenza, affiorano i veleni. E colpiscono al cuore la magistratura siciliana. «Un Titanic», lo definisce sul Foglio il giudice milanese Guido Salvini. Dopo l'assoluzione annunciata decisa dalla Cassazione per tutti gli imputati nella presunta Trattativa Stato-Mafia, da Mario Mori a Giuseppe De Donno fino a Marcello Dell'Utri, nell'Isola si scatena la guerra. «Qualcuno ha costruito la sua carriera su questo processo, immeritatamente», dice a caldo Fiammetta Borsellino all'AdnKronos commentando il tramonto definitivo sulla suggestione di un famigerato accordo tra boss e Palazzo legato alle stragi in cui morirono suo padre Paolo e Giovanni Falcone.

Da anni la figlia minore del giudice combatte perché qualcuno faccia luce sui tanti misteri che ancora avvolgono le indagini sulle stragi e se la prende, senza mai citarli, con i magistrati dell'accusa che sono stati ospiti in numerose trasmissioni televisive. «Ho trovato deontologicamente scorretto pubblicizzare mediaticamente un procedimento, con giornalisti complici di queste operazioni - aggiunge Fiammetta Borsellino - prima ancora che finisse l'iter giudiziario, che poi si è dimostrato un fallimento». Su Twitter il vicesegretario di Azione Enrico Costa passa ai raggi X i curriculum dei magistrati bocciati dalla sentenza: «Un Pm ha fondato un partito (Antonio Ingroia, ndr), un altro è stato eletto al Csm (Nino Di Matteo, ndr), così come il Gip (Piergiorgio Morosini, ndr) un altro è andato ai vertici del Dap (Roberto Tartaglia, ndr) e ora collabora con il governo. Un altro fa il senatore (Roberto Scarpinato, ndr)». A fare gli altri nomi ci pensa Maurizio Gasparri di Forza Italia: «Chissà cosa hanno da dire dopo la sentenza ulteriore della Cassazione Vittorio Teresi, Francesco Del Bene, Tartaglia, Scarpinato, Ingroia, Di Matteo ed altri, alcuni dei quali hanno creduto a personaggi come Vincenzo Scarantino. Noi cercheremo la verità che in alcune procure invece veniva sostituita da teoremi privi di fondamento. La storia non finisce. Comincia ora». Non a caso c'è anche chi tra i giornalisti ribalta completamente la narrazione, come fa Sigfrido Ranucci di Report: «Chi dice che la narrazione sulla Trattativa è stata inventata, citando la sentenza della Cassazione, dice una cazz...». Segno che alcune sentenze della Suprema Corte si possono criticare. Altre no, ma tant'è... Ma sul banco degli imputati non c'è più la politica ma la stessa magistratura. Quella che ha indagato oggi e quella di allora. «È arrivato il momento di concentrarsi sul nido di vipere di cui parlava Borsellino», dice all'Adnkronos l'avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia del giudice e marito di Lucia Borsellino. Che ricorda il delicatissimo fascicolo «mafia-appalti» forse frettolosamente archiviato il 13 luglio 1992 che fu al centro di un incontrò segreto proprio con Mori e De Donno prima che saltasse in aria, i possibili «recenti depistaggi sul tema del difficile periodo di Borsellino in quella procura retta da Pietro Giammanco». Bisogna ricordare anche che cinque giorni prima della strage di Via D'Amelio, Borsellino partecipò a un incontro alla Procura di Palermo proprio di quel dossier. «In quell'incontro il pm Guido Lo Forte nascose al giudice di avere firmato, appena il giorno prima, l'archiviazione dell'inchiesta». Cosa c'era davvero in quelle carte? La caduta del teorema riporta alla mente anche l'epitaffio pronunciato dalla Cassandra Luca Palamara, che nel suo libro Lobby&Logge aveva stigmatizzato definendolo «un intreccio di teoremi, complotti, depistaggi e veleni che una procura di Palermo fuori controllo stava usando come una clava, che ha travolto una classe politica e bruciato più di un magistrato». Ma chi pensa che la lotta ai fantasmi si fermarsi qui, si sbaglia. Ieri il Domani ha scosso il mondo dell'informazione scrivendo che l'editore del Corriere della Sera e di La7 Urbano Cairo potrebbe essere sentito dai pm di Firenze che indagano sulla famigerata foto che ritrarrebbe Silvio Berlusconi con il boss Giuseppe Graviano e con il generale dei carabinieri Francesco Delfino. Un'immagine di cui nessuno ammette l'esistenza ma di cui Massimo Giletti avrebbe parlato con il suo editore, sufficiente però per riaccendere i riflettori sulla presunta Trattativa smentita dalla Cassazione.

Augusto Minzolini il 29 Aprile 2023 su Il Giornale.

Nel giorno in cui una montagna di teorie e congetture sulle stragi di Stato si sono rivelate panna montata, in cui Marcello Dell'Utri e i tre ex-investigatori dei Ros Mori, Subranni e De Donno sono stati assolti dalla Cassazione, sarebbe opportuna una riflessione sui guai che ha provocato in questo paese la giustizia ideologica. Già perché solo l'ideologia può far prendere abbagli di queste proporzioni, che tengono sulla graticola le persone per anni e provocano danni di immagine incalcolabili. Alla fine di quei teoremi di cui la Cassazione ha fatto, si può ben dire, giustizia, è rimasto un pugno di mosche solo che sull'eco di quelle narrazioni ci sono altre procure pronte a ripartire, magari sulla base di dichiarazioni di personaggi più adatti per l'avanspettacolo che non per indagini serie vedi Baiardo.

Appunto, un conto è la giustizia, un altro è la giustizia ideologica usata per abbattere l'avversario politico, per liquidarlo, per sporcarne l'immagine e la storia. Operazioni che non costano niente, perché chi ha preso l'abbaglio - volontariamente o meno - non paga niente. Il punto, però, è che le vittime di queste inchieste fondate sui teoremi appartengono sempre ad un versante politico, quello del centro-destra, quello che non può contare sui pm «militanti» nella magistratura. Dispiace dirlo ma purtroppo è un dato di fatto: ieri, in un giorno solo, c'è stata l'assoluzione di Dell'Utri finito nel mirino per colpire Silvio Berlusconi, mentre è stata archiviata l'inchiesta sul caso Metropol, cioè sulle presunte tangenti russe alla Lega, in cui era stato messo in mezzo Gianluca Savoini per tirare in ballo Matteo Salvini. Quindi, solo fumo, e va bene così, ma quel fumo nel frattempo è servito per organizzare campagne mediatiche contro il Cavaliere e contro il leader della Lega in Italia e all'estero. E per sporcarne in qualche modo l'immagine perché, come canta Don Basilio nel Barbiere di Siviglia, «la calunnia è un venticello», qualcosa resterà. Un meccanismo, va detto, che ha condizionato in un modo o nell'altro più di una consultazione elettorale e, quindi, anche la nostra democrazia.

Del resto basta pensare a cosa è stato imbastito sul «caso Ruby», messo in piedi quando il Cav era al massimo della sua popolarità (basta guardare, visto che se ne è parlato in questi giorni, gli indici di gradimento raggiunti dall'allora Premier con il discorso di Onna del 25 aprile) proprio per colpirlo politicamente. Un calvario finito con un'assoluzione. Intanto, però, quella vicenda contribuì a far cadere il suo governo e ne ha logorato la figura. E solo ora gli avversari, anche i più accaniti, ne riconoscono i meriti. Addirittura l'altro giorno l'ex-presidente del parlamento Europeo, Martin Schulz, quello che ebbe uno scontro storico con il Cav, lo ha definito «un baluardo di ragionevolezza».

Già, l'onestà intellettuale arriva tardi, intanto però la giustizia ideologica i danni li ha già fatti. E non li hanno subiti solo le vittime. Perché governi che cadono per ragioni che esulano dal loro operato o leader politici silurati da inchieste che poi naufragano nelle aule dei tribunali, nel bilancio di un Paese rispondono al capitolo delle risorse sprecate e delle riforme abortite. In fondo la giustizia ideologica serve proprio a garantire lo «status quo». Non per nulla ancora oggi l'«incompiuta» per antonomasia è la riforma della giustizia.

"La verità è che Oltralpe la magistratura pende verso sinistra proprio come da noi". L’ex Guardasigilli Castelli: «Il diritto di asilo? Dissero che era solo per chi non ha ucciso. Invece...» Felice Manti il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

«C’era da aspettarselo, la magistratura francese è politicizzata, peggio di quella italiana...». Roberto Castelli è in campagna elettorale in Friuli, al telefono gli raccontiamo il verdetto della Cassazione francese che non ha estradato i dieci terroristi italiani esuli in Francia, chiudendo ormai definitivamente una storia che lui aveva iniziato quando si è seduto sulla poltrona di Guardasigilli in Via Arenula: «Il mio motto era: «Nessuno tocchi Caino? Ma io sto dalla parte di Abele...», ci dice subito. Il rammarico sui parenti delle vittime di quella stagione senza giustizia è pari alla rabbia per l’occasione sfumata di fare i conti con la Storia. «E non mi vengano a dire che c’entra la dottrina Mitterrand...

Ali no?

«Quando l’allora presidente francese Francois Mitterand decise di non concedere l’estradizione, precisò che il diritto di asilo non doveva essere esteso a chi si era macchiato di fatti di sangue. Ma fu bellamente ignorato...».

Ma non da lei...

«Feci una cosa semplicissima. Chiamai il mio collega Dominique Perben, con cui avevo un ottimo rapporto personale - e questo, mi creda, conta molto lui sposò la mia richiesta e stilammo un elenco di chi poteva essere estradato.

Venne fuori una lista di 13 persone, se non ricordo male».

E poi?

«Ci furono molte polemiche, intervenne persino l’Abbè Pier (eroe della Resistenza in Francia, fondatore delle comunità Emmaus e ispiratore della Dottrina, ndr) e tutto si incagliò».

Motivi politici o c’è dell’altro?

«Anche nella magistratura francese c’è una forte connotazione di sinistra, come in Italia. Sotto sotto, anche loro pensano che costoro non siano delinquenti ma combattenti».

Ha letto le motivazioni?

«Le trovo fragili dal punto di vista tecnico, speciose e offensive per il sistema giudiziario italiano, soprattutto rispetto all’iniquità del processo che avrebbero subito e al fatto che siano stati giudicati in contumacia. Si dimenticano di dire che sono scappati, si sono sottratti alla giustizia. Lo capisce anche un bimbo».

Come se ne esce?

«Dalla piaga dei magistrati di sinistra? Quando morirà la mia generazione...».

E per l’estradizione? È finita?

«La mia cultura giuridica costruita sul campo è ovviamente imperfetta, bisogna studiare bene le carte, ma credo di sì. A meno che non si trovi qualche cavillo, o si lavori sul mandato di cattura europea - che al tempo mio non c’era - o non c’è più niente da fare».

Pensa che il governo francese farà qualcosa?

«In Francia il presidente del Csm è il ministro della Giustizia, che ha poteri ben diversi dai nostri. Potrebbe esserci un’azione disciplinare se la sentenza fosse abnorme, ma non credo - visti i rapporti tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni - che il governo francese voglia imbarcarsi in questa operazione».

Il Guardasigilli Carlo Nordio è rammaricato...

«Ha ragione ad esserlo, ha fatto tutto il possibile».

La sinistra italiana festeggia. Perché c’è un’attrazione fatale per questi criminali?

«Guardi, sono abbastanza vecchio per ricordarmi bene la Storia. Le Br erano “compagni che sbagliano” ma sempre compagni. Sa quando il Pci cambiò davvero atteggiamento? Quando uccisero Guido Rossa».

Fu una stagione terribile...

«Ho visto katanga diventare terroristi, alcuni li ho conosciuti. Altri (sorride) sono diventati opinion leader come Adriano Sofri, direttori di giornali o parlamentari. Nasce tutto da lì, da quel substrato culturale permanente che nel Sessantotto partì proprio dalla Francia, contagiando anche i magistrati come da noi».

Un’ultima domanda. Si farà mai la riforma della giustizia? Quella che lei ideò è naufragata pochi giorni prima di entrare in vigore...

«La mia riforma dell’ordinamento giudiziario io l’ho fatta perché ero un incosciente... Era epocale perché agiva nella carne viva dentro la magistratura... Con la mia riforma, lo scriva, non ci sarebbe mai stato un caso Palamara.

Ecco perché nessuno la farà mai...».

Neanche Nordio?

«Quando ero ministro Nordio lavorò in una commissione alla riforma del codice penale che era molto interessante e sarebbe valida ancora adesso. Non so perché non se ne parla più...».

Magistratura. Il modello italiano. È solo una constatazione. La scoperta, o meglio, la presa d'atto di un fenomeno planetario. Augusto Minzolini il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

È solo una constatazione. La scoperta, o meglio, la presa d'atto di un fenomeno planetario. Si tratta del meccanismo che sovrintende alle lotte di potere nelle autocrazie, che si è diffuso anche nelle democrazie: la liquidazione dell'avversario politico per via giudiziaria, o, più in generale, lo scontro tra politica e giustizia. Ciò che sta avvenendo in Israele sulla testa di Benjamin Netanyahu, per fare un esempio, sta capitando in altri angoli del pianeta secondo uno schema che ha visto il nostro Paese fare scuola, dato che da noi è servito per spazzare via una classe dirigente (Tangentopoli) o azzoppare un premier (Berlusconi).

In realtà, nei regimi operazioni di potere di questo segno ci sono sempre state. L'ultima condanna ad Aleksej Navalny, il principale oppositore di Putin, ammonta a 9 anni per reati estremamente generici: una non ben precisata «frode». In Cina, invece, si usa sempre l'espediente giudiziario per liquidare gli oppositori di Xi, anche se i processi vengono resi noti solo a condanna eseguita. Nelle democrazie, invece, l'uso sempre più frequente della giustizia come arma politica rappresenta una novità.

Lula in Brasile è stato fatto fuori con un processo e ora con il suo ritorno, ironia della sorte, il suo avversario Jair Bolsonaro rischia la stessa fine. Donald Trump, che ora maledice il «deep State», rischia di non poter correre per la Casa Bianca perché è sotto processo: tant'è che paventa il proprio arresto come arma mediatica per radunare i suoi fedeli. Paradossale è poi ciò che sta avvenendo in India. Rahul Gandhi non potrà partecipare alle prossime elezioni per una condanna per diffamazione: in una manifestazione avrebbe usato parole troppo forti contro l'attuale presidente Modi. Insomma, gli hanno dato due anni, ma soprattutto gli hanno impedito di candidarsi per fare il mestiere di oppositore.

Questo moltiplicarsi di esempi non può non preoccupare, sempreché non si pensi che la politica di mezzo mondo sia popolata da malfattori: se in un regime è normale che gli avversari siano fatti fuori per via giudiziaria, in democrazia lo stesso meccanismo rischia di trasformarsi in una grave patologia. Inoltre colpisce che l'Italia sia dai tempi del Machiavelli un laboratorio per la politica. Negli altri Paesi spesso si ripetono stagioni che noi abbiamo vissuto qualche anno prima. Da noi, per dire l'ultima, un comico (Grillo) è arrivato al potere ben prima di Zelensky in Ucraina.

E anche per l'uso dello strumento giudiziario in politica abbiamo un copyright almeno per le democrazie di cui certo non si può andare fieri. Anzi, da noi è una costante. Dopo Berlusconi ci hanno provato anche con Renzi e con Salvini. Ecco perché l'internazionalizzazione del fenomeno richiederebbe una riflessione, visto che lo scontro tra i poteri è un'eventualità non remota. E il fatto che il più delle volte sia sempre la politica, cioè il potere legittimato dal voto popolare, a perdere la partita, fa sorgere dubbi pure sull'essenza stessa della parola democrazia. In Francia, dove anche Macron è oggetto di due indagini, si sono inventati il meccanismo per cui ogni iniziativa giudiziaria che riguardi il presidente (a parte reati connessi al suo ruolo) viene congelata fino alla fine del mandato proprio per mettere a riparo il voto popolare. È un'opzione che magari non convince tutti. Ma un istituto va trovato anche da noi specie se, come vorrebbe qualcuno, si arrivasse all'elezione diretta del premier o del capo dello Stato.

Estratto dell'articolo di Filippo Ceccarelli per "la Repubblica” il 28 gennaio 2023.

Sarebbe dunque la fine delle toghe rosse? Forse sì, forse ancora no, forse le toghe cambieranno presto i  colori sociali, forse le variazioni cromatiche sono destinate a sbandare dinanzi ai tornanti della storia, forse vi scivolano sopra, forse l’espressione “toghe rosse” è il frutto della grande semplificazione di questo tempo e al tempo stesso, forse, dell’inestricabile groviglio di poteri che si combattono in un paese che da sempre considera il diritto penale uno strumento di lotta politica...

 Quando le cose si fanno troppo complicate, vale la pena di aggrapparsi a fonti certe, per scoprire che nel 2008 il neologismo “toghe rosse” è entrato nel dizionario Treccani: “Membri dell’ordine giudiziario noti per la propensione nei confronti di formazioni politica della sinistra”. A frugare nella benemerita banca dati dell’Ansa se ne trova d’altra parte il primo uso nel 1989 […].

In ogni caso terminologia nata in ambienti missini, per la precisione messa in circolo da Francesco Storace, sul Secolo d’Italia, a sostegno del deputato Massimo Abbatangelo, non esattamente uno stinco di santo: «Stanno già tornando alla carica i cortigiani delle toghe rosse».

 […] Già settori reazionari (i progetti di revisione costituzionale della P2, per dire) puntavano all’abolizione dell’indipendenza dei Pm; già Craxi (disturbato da scandali a ripetizione) e i democristiani (sotto accusa per il caso Cirillo, snodo di servizi, Br e camorra) erano entrati in conflitto con la magistratura; già il Cossiga picconatore l’aveva sistematicamente attaccata, pure scagliandosi contro i “giudici ragazzini” […]. Eppure molto lascia pensare che anche dall’altra parte fossero maturati abusi, forzature, partigianerie […].

Una volta tornato a Palazzo Chigi, non parve vero a Berlusconi di impossessarsi dell’espressione, rilanciandola a martello contro la “dittatura”, l’“eversione”, la “persecuzione” delle toghe rosse a danni suoi e di certi suoi non specchiatissimi amici. Tutto era divenuto insidiosamente mediatico, dal che, mentre i partiti seguitavano ad arruolare magistrati secondo l’andazzo delle porte girevoli, la lunga guerra civile di cui oggi s’intravede e non s’intravede il termine, comunque s’arricchì d’una cascata di titoli, comitati, manifestazioni, intercettazioni, vittimismi, sondaggi, lungometraggi, cause, processi, minacce di commissioni parlamentari, strepiti e sghignazzi da talk show.

Difficile, in tutta onestà, sintetizzarla altrimenti; ancora di più trovarle un senso compiuto e addirittura una morale. A meno di non ricorrere alla Corte di Cassazione dove, nel 2015, hanno stabilito che “toga rossa” non è un’offesa, ma a volte il riconoscimento di “una coscienza tranquillamente fiera”.

Toghe e sabotaggi.

Migranti, i clandestini inventano scuse ridicole per non lasciare l'Italia. E i giudici stanno dalla loro parte. Il Tempo il 30 settembre 2023

Il tema dei migranti resta al centro del dibattito politico, all’indomani del vertice del Med9 a Malta in cui la premier italiana, Giorgia Meloni, ha trovato la sponda degli altri Paesi del Sud dell’Europa - in particolare del presidente francese Emmanuel Macron - sul delicato dossier in vista dei prossimi appuntamenti europei. Ma a tenere banco è la decisione dei giudici della Sezione Immigrazione del tribunale ordinario di Catania, che hanno accolto il ricorso di un migrante - un cittadino tunisino arrivato lo scorso 20 settembre a Lampedusa e poi trasferito nel nuovo centro di Pozzallo - non convalidando il provvedimento con il quale era stato disposto il suo trattenimento. Il tribunale ha quindi disposto il rilascio immediato. I giudici hanno rilevato alcune illegittimità nelle misure adottate, evidenziando che «il richiedente non può essere trattenuto al solo fine di esaminare la sua domanda» e che «il trattenimento deve considerarsi misura eccezionale e limitativa della libertà personale ex art. 13 della Costituzione». Inoltre, i giudici contestano che la cauzione di circa 5mila euro da pagare per non andare nel centro non sia «compatibile con gli articoli 8 e 9 della direttiva 2013/33» in termini di legittimità.

Subito il ministero dell’Interno ha deciso di impugnare il provvedimento: la fondatezza dei richiami giuridici in esso contenuti sarà quindi sottoposta al vaglio di altro giudice. Ma è soprattutto a livello politico che la decisione di Catania causa un piccolo terremoto. Tra i primi a contestare la scelta il leader della Lega, Matteo Salvini: «Sbarcato da 10 giorni, e ricorso subito accolto dal tribunale. Ma aveva l’avvocato sul barcone? Riforma della Giustizia, presto e bene», scrive sui suoi social, mentre molti esponenti della Lega fanno notare la velocità della decisione sul migrante, mentre lo stesso Salvini è a processo da anni. Da Forza Italia, il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, tuona: «Ci sarà una parola fine da un giudice al termine di questo dibattito. È chiaro che il problema dell’immigrazione è un problema enorme. Non c’è nessuno, nemmeno chi critica e chi fa polemica, che ha la bacchetta magica per risolverlo. Ma il nostro Paese deve prendere dei provvedimenti perché non può essere il luogo di arrivo e di permanenza di centinaia di migliaia oggi, e domani, perché no, di milioni di cittadini che scappano ad esempio dall’Africa da guerre, colpi di Stato, alluvioni, terremoti».

Per il capogruppo di FdI alla Camera, Tommaso Foti, la notizia «muove più sdegno che sorpresa. Occorre rilevare che, trattandosi di normativa promanante da un decreto legge, al giudice compete di rispettare il dettato costituzionale, segnatamente l’articolo 101». Per l’opposizione però la decisione «è la dimostrazione che il decreto voluto dal governo è semplicemente illegittimo e inapplicabile», come si sottolinea dal Pd, mentre per i 5Stelle è «l’ennesimo fallimento del governo». 

Migranti, “decreto illegittimo”. Il tribunale di Catania contro il governo, ecco il ricorso. Il Tempo il 30 settembre 2023

Il tribunale di Catania ha accolto il ricorso di un migrante, sbarcato a metà settembre a Lampedusa e poi portato nel nuovo centro di Pozzallo, giudicando il recente decreto del governo «illegittimo in più parti, alla luce del diritto comunitario e della Costituzione italiana». Nella Sezione Specializzata del Tribunale etneo, infatti, si sono tenute le prime udienze di convalida di richiedenti asilo trattenuti nel nuovo ’Centro per il Trattenimento dei Richiedenti Asilo’ di Pozzallo.

Subito il ministero dell’Interno ha deciso che impugnerà il provvedimento del Tribunale di Catania che ha negato la convalida del trattenimento di un migrante irregolare: la fondatezza dei richiami giuridici contenuti nel provvedimento sarà quindi sottoposta al vaglio di un altro giudice.

La procedura accelerata di frontiera, si osserva dal Viminale, è uno degli aspetti che, già contenuto nella direttiva europea 2013/33/Ue, trova oggi l’unanime consenso dei Paesi europei nell’ambito del costruendo nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo e che il Governo italiano ha disciplinato nel decreto Cutro. Peraltro relativamente a due dei provvedimenti di non convalida del trattenimento, si tratta di due cittadini tunisini destinatari di provvedimenti di espulsioni già eseguiti (ciò nonostante rientrati nel territorio italiano) che nel corso dell’udienza per la convalida hanno invocato in un caso la protezione per la necessità di «fuggire perché perseguitato per caratteristiche fisiche che i cercatori d’oro del suo Paese, secondo credenze locali, ritengono favorevoli delle loro attività (particolari linee della mano)», nell’altro «per dissidi con i familiari della sua ragazza i quali volevano ucciderlo ritenendolo responsabile del decesso di quest’ultima». Nuova battaglia giudiziaria in vista sui migranti.

La guerra dei giudici ai decreti sicurezza. "Sono illegittimi". E il Viminale protesta. "Faremo ricorso".

Massimo Malpica l'1 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Un siluro giudiziario contro il decreto sulle espulsioni accelerate

Ascolta ora: "La guerra dei giudici ai decreti sicurezza. "Sono illegittimi". E il Viminale protesta. "Faremo ricorso""

Un siluro giudiziario contro il decreto sulle espulsioni accelerate. A lanciarlo è il giudice civile di Catania che venerdì nell'udienza di convalida dei fermi per i richiedenti asilo trattenuti nel Centro inaugurato a Pozzallo ha deciso di non convalidare il trattenimento di quattro cittadini tunisini: per il magistrato la misura è illegittima nonostante il nuovo decreto varato dal governo. «La normativa interna incompatibile con quella dell'Unione va disapplicata dal giudice nazionale», scrive il magistrato, aggiungendo che «il provvedimento del questore non è corredato da idonea motivazione perché difetta ogni valutazione su base individuale delle esigenze di protezione manifestate, nonché della necessità e proporzionalità della misura in relazione alla possibilità di applicare misure meno coercitive». Ed è ancora la giudice a spiegare che, alla luce dell'art. 10 comma 3 della Costituzione italiana che garantisce comunque il diritto d'ingresso del richiedente asilo, debba «escludersi che la mera provenienza del richiedente asilo da Paese di origine sicuro possa automaticamente privare il suddetto richiedente del diritto a fare ingresso nel territorio italiano per richiedere protezione internazionale». Illegittimo, infine, chiedere la garanzia economica come sola alternativa alla detenzione. Esulta l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, che nella decisione vede «confermata la mancata coerenza ai principi statuiti dalla nostra Costituzione e dalla Direttiva Ue 2013» del decreto varato dal governo. Ed esulta anche l'opposizione, con Fratoianni (Avs) che vede la decisione come una conferma che il decreto «non solo è ingiusto, irragionevole ed inutile, ma è anche contro la legge», e il segretario di +Europa Riccardo Magi secondo il quale viene sancita «l'illegittimità delle decisioni del governo su tutta la linea».

Sull'altro fronte, il ministero dell'Interno avrebbe deciso di impugnare i provvedimenti del tribunale di Catania. Il dicastero, convinto della validità della norma, vuole dunque sottoporre al vaglio di un altro giudice la fondatezza dei richiami giuridici contenuti nelle decisioni, spiegano fonti del Viminale. Chiarendo che la procedura accelerata di frontiera è «già contenuta nella direttiva europea 2013/33/Ue» e «trova oggi l'unanime consenso dei Paesi europei nell'ambito del costruendo nuovo Patto per le migrazioni e l'asilo e che il governo italiano ha disciplinato nel decreto Cutro». Dal ministero si sottolinea inoltre che due dei provvedimenti di trattenimento non convalidati riguardano «due cittadini tunisini destinatari di provvedimenti di espulsioni già eseguiti (ciò nonostante rientrati nel territorio italiano)». Caustico Matteo Salvini. «Sbarcato da 10 giorni, e ricorso subito accolto dal Tribunale. Ma aveva l'avvocato sul barcone??? Riforma della giustizia, presto e bene», scrive il vicepremier e leader del Carroccio su Facebook. E Sara Kelany, responsabile immigrazione di Fdi, critica la decisione del giudice siciliano bollandola come «politica e ideologica», auspicando che le ordinanze vengano «impugnate dall'avvocatura dello Stato».

E mentre cresce la polemica per la decisione arrivata da Catania, il gip di Siracusa aggiunge carne al fuoco, scegliendo di scarcerare due uomini originari del Bangladesh, fermati nei giorni scorsi come scafisti e accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina: sarebbero stati, secondo le accuse, gli uomini al timone di una barca intercettata al largo della Sicilia con a bordo 28 stranieri, in gran parte loro connazionali. Ma i due si sono difesi spiegando al giudice di aver pagato per il viaggio e di essere stati costretti a fare gli scafisti dietro minacce di morte per i loro familiari, e hanno accusato il terzo arrestato, un egiziano, di essere il vero scafista. Una tesi che sembra ricalcare la storia di «Io capitano», il film di Matteo Garrone, e che ha convinto il gip che ha scarcerato entrambi lasciando in carcere il solo egiziano.

Le toghe rosse tornano alla "resistenza". Al congresso della corrente Area gli slogan dei pm di Tangentopoli agitati contro Meloni. Luca Fazzo l'1 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Un bel profumo di tempi andati, la nostalgia dolente dell'epoca in cui la magistratura incarnava la linea del Piave contro l'armata vincente del centrodestra. Nel congresso (che termina oggi a Palermo) della corrente di Area Democratica per la Giustizia, nome un po' prolisso per la vecchia, imperitura corrente delle «toghe rosse», a lanciare tra ieri e l'altro ieri il revival del «resistere, resistere» è il segretario uscente Eugenio Albamonte, pubblico ministero a Roma: che come spesso accade ai leader a fine mandato ci tiene a lasciare traccia di sé almeno nei ricordi e nelle emozioni. Così tuona dal palco e ancor prima tuona a mezzo stampa, con una intervista tellurica alla Stampa in cui per dire dell'Italia il peggio possibile accomuna il paese ad un elenco di presunte nazioni canaglia: l'Ungheria, la Polonia, l'America di Trump e (incredibilmente) Israele.

A sottilizzare, ci si potrebbe domandare se il rigore che il ministro della Difesa Guido Crosetto ha avuto nel far rientrare tra i ranghi il generale Vannacci, ricordandogli che un servitore dello Stato ha un diritto di parola limitato, verrà impiegato anche nei confronti di Albamonte. Che, anche nella forma, si permette inconsuete libertà di linguaggio: quando, per esempio, definisce Matteo Renzi «ubriaco di maggioritarismo». Ubriaco, testuale.

Il problema è che, davanti alla platea di Area, Albamonte è tutt'altro che solo. Le uscite finali del leader che attribuiscono al governo una deriva quasi golpista («norme insidiose per gli equilibri democratici definiti dalla Costituzione») vengono accolte dagli applausi. In attesa del successore di Albamonte - quasi sicuro Giovanni «Ciccio» Zaccaro, ex Csm - sarebbe da chiedersi se magistrati saggi ed esperti che fanno parte della storia di Area (dal procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo al suo pm Giovanni Ardituro) si riconoscano appieno nei furori di Albamonte. Ma lì, a Palermo, nel trecentesco palazzo di piazza Marina, la claque è tutta per il segretario uscente. Il palazzo, d'altronde, una volta era la sede del tribunale dell'Inquisizione.

Arriva Giuseppe Conte, arriva la Elly Schlein, entrambi affannati a proporsi alle «toghe rosse» come alfieri delle loro rivendicazioni. Ma, applausi di cortesia a parte, è chiaro che ad Area qualunque targa di partito sta stretta, l'ambizione è giocare in proprio, rivendicare un proprio ruolo autonomo e trainante nell'opposizione al governo. Un po' come i poteri forti dell'economia (ammesso che esistano davvero) si dice che auspichino un governo tecnico come alternativa credibile alla Meloni, così Area si candida a incarnare un immaginario paese della legalità contro un altrettanto immaginario governo dell'illegalità.

A ben vedere, però, l'attacco di Albamonte e dei suoi compagni alla deriva «maggioritarista» in corso nel paese è l'altra faccia della deriva «minoritarista» di Area: in minoranza tra colleghi sempre più disincantati, in minoranza dentro il Consiglio superiore della magistratura, la corrente oggi - per bocca del suo leader - si lamenta del fatto che nel Csm consiglieri moderati sia in toga che laici facciano blocco. Che è quanto accadeva un tempo sul versante opposto, quando le nomine volute da Magistratura democratica venivano approvate con i voti decisivi dei politici di nomina comunista e diessina. Ma allora andava tutto bene.

Oggi per Area sono nel mirino del governo la Costituzione, la Corte Costituzionale, persino il presidente della Repubblica. Nei piani del centrodestra, a partire dalla separazione delle carriere, per Albamonte c'è «una giustizia forte con i deboli e debole con i forti», asservita a un «governo che orienta le investigazioni verso stranieri, emarginati, avversari politici, e utilizza un metro più soft per i propri accoliti». Standing ovation, nel palazzo dell'Inquisizione.

Un cane sciolto, mai iscritta a correnti”. Chi è Iolanda Apostolico, la magistrata che sfida il governo sui migranti. Alessandra Ziniti su La Repubblica l'1 Ottobre 2023

Di certo non è una toga rossa. Ma ora gli strali del governo sono contro di lei. Salvini: “Subito una riforma della giustizia” 

Di lei in tribunale a Catania dicono: «Se c’è un cane sciolto qui, è Iolanda Apostolico». Mai iscritta a correnti della magistratura, lontana persino dal movimento di chi ne chiede lo scioglimento. Il suo lavoro e basta. Difficile trovare qualcosa che possa rivelare le sue idee e tanto meno qualificare una eventuale appartenenza politica.

La difesa della giudice di Catania Apostolico: “Io scafista in toga? Alla base dei miei atti solo motivi giuridici”. Alessandra Ziniti La Repubblica il 3 Ottobre 2023. 

La magistrata accusata dal governo: “Non mi lascio condizionare dalle mie idee”. Il marito lavora in tribunale: “Puntano a indebolire le sentenze” 

“Ma davvero mi hanno chiamato scafista in toga? Mi viene quasi da ridere”. Ieri mattina, al rientro in ufficio dopo un weekend di fuoco, Iolanda Apostolico si sfoga con una collega. Se la pressione su di lei non fosse così alta (e basterebbe l’intervento censorio della premier) scapperebbe anche da ridere. Ma la giudice che ha “osato” non convalidare il trattenimento dei primi richiedenti asilo sottoposti alla procedura accelerata di frontiera è finita sulla graticola. Accusata di aver firmato un provvedimento condizionata da un’appartenenza politica che non ha, come testimonia il fatto che in trent’anni di carriera non ha mai avuto una tessera di nessuna corrente della magistratura.

Chi è Iolanda Apostolico, la giudice che ha stoppato il decreto sui migranti: «Il mio provvedimento è impugnabile, non sta a me difenderlo». Lara Sirignano su Il Corriere della Sera di lunedì 2 ottobre 2023.

Da 20 anni a Catania, ai colleghi spiega la sua decisione: «La mia non è affatto una decisione politica, io ho preso le mie determinazioni solo sulla base del diritto» 

Il profilo Facebook è inaccessibile. Dopo le polemiche sul provvedimento col quale, di fatto sconfessando il cosiddetto decreto Cutro, non ha convalidato il fermo di tre migranti tunisini trattenuti nel cpr di Pozzallo, Iolanda Apostolico, giudice civile del tribunale di Catania, ha chiuso la sua pagina social. Cinquantanove anni, tre figli, originaria di Cassino, ma da 20 anni a Catania, ha dichiarato illegittimo il fermo disposto dal questore di Ragusa sostenendo che fosse contrario alle normative europee e alla Costituzione.

Chi è

Una esperienza nel penale da giudice del Riesame delle misure di prevenzione, mai iscritta alle correnti della magistratura, Apostolico è una giudice schiva, seria, apprezzata negli uffici giudiziari. Da tempo lavora nel Gruppo specializzato per i diritti della persona e della immigrazione della prima sezione civile del tribunale di Catania, presieduta da Massimo Maria Escher, con le colleghe Marisa Acagnino e Stefania Muratore. «La mia non è affatto una decisione politica, io ho preso le mie determinazioni solo sulla base del diritto», ha detto la giudice ai colleghi più stretti dopo le accuse di «sentenza ideologica» lanciate dal centrodestra nei giorni scorso.

Le parole della premier

Sulle parole della premier Meloni, che su Fb si è detta «basita davanti alla sentenza del giudice di Catania» e ha parlato di «motivazioni incredibili» Apostolico non vuole fare commenti e, appunto, domenica ha chiuso il profilo. 

La replica della giudice

«Non voglio entrare nella polemica, né nel merito della vicenda. Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo stare a difenderlo. Non rientra nei miei compiti. E poi non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale», dice la giudice Iolanda Apostolico. 

I quotidiani Libero e il Giornale sono riusciti a leggere alcuni suoi post prima della decisione di lasciare il social e hanno riportato che la magistrata seguirebbe su Facebook l’ong Open arms e avrebbe condiviso diverse campagne lanciate da Potere al Popolo contro la destra e una mozione di sfiducia contro il leader leghista Matteo Salvini nel 2018. Non ha chiuso il profilo Fb, invece il compagno Massimo Mingrino, catanese, funzionario al palazzo di giustizia di Catania che non fa mistero delle sue simpatie per le posizioni di Potere al Popolo e comunque non risparmia critiche alla politica sull’immigrazione anche di governi di centrosinistra. «Minniti, Salvini, Lamorgese - scriveva il 4 aprile del 2021 - Una sequenza senza interruzione. Istituzioni che lasciano crepare centinaia, migliaia di persone in mare, mentre le imbarcazioni della nostra Guardia Costiera languono nei porti (anche al Nic di Catania), spesso e volentieri con i motori accesi. Potrebbero salvare centinaia di vite ogni giorno...». 

E, dopo la mancata convalida del fermo di Carola Rackete, comandante della Sea Watch arrestata dopo aver forzato i blocco della Guardia Costiera a Lampedusa: «Bye bye Salvini, il giudice ha studiato le carte, ha verificato i fatti ed ha accertato che la legge non è stata violata. Se tu studiassi (si, vabbè...) ti risparmieresti questi fervorini mediatici che ti espongono - agli occhi delle persone consapevoli - solo al ridicolo... Carola è libera e noi, allegramente, brindiamo alla faccia Tua». Parole dure anche verso la procura di Catania diretta da Carmelo Zuccaro: «Vedete, per la Procura della Repubblica di Catania è l’ennesimo flop in materia di ONG ed organizzazioni connesse. C’è abituata. Il problema è che quello che sembra, non da oggi, l’obbiettivo di questa strampalata e superficiale azione giudiziaria - e cioè la delegittimazione vergognosa dell’operato delle ong nel Mediterraneo - è stato da tempo raggiunto. Grazie alla Procura di Catania le ong sono ormai praticamente scomparse dal Mediterraneo ed è venuta pertanto meno la loro preziosissima azione di salvataggio di vite umane e di monitoraggio di tutto ciò che avviene in quel mare. Questo è un danno enorme in termini di vite umane (e pensare che Zuccaro si spaccia per fervente cattolico...) e di consapevolezza ed informazione».

Non è la prima volta che la sezione migrazioni del tribunale di Catania finisce nell’occhio del ciclone: mesi fa, tra le polemiche, stroncò il cosiddetto decreto anti-sbarchi del ministero dell’Interno, condannando il Viminale e i dicasteri della Difesa e delle Infrastrutture al pagamento delle spese processuali dopo un ricorso della nave Ong tedesca Sos Humanity. L’imbarcazione si trovava nelle acque di Catania il 6 novembre del 2022. Oltre 140 profughi a bordo vennero fatti sbarcare subito, altri 35 rimasero sulla nave in forza della legge che vietava alla ong di restare in acque territoriali oltre il tempo necessario a prestare soccorso a chi avesse problemi di salute, alle donne e ai minori. Gli avvocati della Humanity fecero ricorso al tribunale civile di Catania a tutela di chi non era stato fatto sbarcare. E vinsero. «Dichiarammo Illegittimo il decreto perché contravveniva ai trattati internazionali sui soccorsi in mare e alle direttive europee», spiega Marisa Acagnino, giudice della sezione e collega della Apostolico. Acagino, criticata allora per la sua appartenenza a Md, la corrente di sinistra delle toghe, si schiera con la magistrata finita ora nell’occhio del ciclone. «Noi decidiamo secondo scienza e coscienza, e secondo la legge», dice. «La collega - spiega tornando sul decreto Cutro- ha disapplicato il provvedimento, tra l’altro, perché questo tipo di trattenimento si può fare in frontiera e in questo caso i migranti erano sbarcati a Lampedusa, poi erano transitati a Palermo e infine erano stati portati a Pozzallo, poi c’era il problema legato alla normativa europea e infine mancava il provvedimento della commissione apposita sulla manifesta infondatezza o inammissibilità della domanda di asilo».

«L’elenco dei Paesi sicuri, poi, — prosegue — è un elenco ministeriale che non vincola il giudice, è un atto amministrativo e per giurisprudenza costante i magistrati non sono vincolati». «Io sono orgogliosa di essere di Magistratura Democratica , - spiega- aderire a una corrente non significa che le proprie idee incidano sulle decisioni o che mi condizionino. Critichino nel merito i provvedimenti». «Non vedo nulla di anomalo nell’esprimere le proprie idee», conclude infine difendendo il diritto di Mingrino di esprimersi sui social. «Il Paese – dice - sarebbe peggio di quel che è se non difendessimo le nostre convinzioni».

A Catania. Chi è Iolanda Apostolico, la giudice che ha definito “illegittimi” i decreti migranti del governo Meloni. Mai iscritta a correnti della magistratura. "Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo stare a difenderlo. Non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale". Redazione Web su L'Unità il 2 Ottobre 2023 

La premier Giorgia Meloni ha attaccato direttamente la sentenza: in un post sui social ha detto di essere rimasta “basita davanti alla sentenza del giudice di Catania” e ha parlato di “motivazioni incredibili”. Il caso è quello del ricorso accolto di quattro migranti che erano sbarcati a Lampedusa e che erano stati trasferiti al nuovo centro di Pozzallo, in provincia di Ragusa. Il Tribunale aveva deciso la liberazione giudicando illegittimi sia il decreto Cutro che il decreto attuativo da poco approvato che introduceva la garanzia finanziaria di quasi 5mila euro per i migranti provenienti da Paesi “sicuri” mentre la loro domanda di protezione viene analizzata. “Non voglio entrare nella polemica, né nel merito della vicenda. Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo stare a difenderlo. Non rientra nei miei compiti. E poi non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale”, ha dichiarato all’Ansa.

Apostolico ha 59 anni, è originaria di Cassino, ha tre figli. Da vent’anni è a Catania, giudice civile del tribunale di Catania. Ha un’esperienza nel penale da giudice del Riesame delle misure di prevenzione. Non è mai stata iscritta alle correnti della magistratura. Da tempo lavora nel Gruppo specializzato per i diritti della persona e della immigrazione della prima sezione civile del tribunale di Catania, presieduta da Massimo Maria Escher, con le colleghe Marisa Acagnino e Stefania Muratore.

Dopo la sentenza ha chiuso il suo profilo Facebook, alcuni quotidiani come Libero e Il Giornale sono riusciti a sbirciare sulla sua pagina social e hanno scritto di presunte simpatie politiche. Ancora aperto invece il profilo del compagno Massimo Mingrino, funzionario al Palazzo di Giustizia di Catania che ha scritto in alcune occasione contro le politiche di immigrazione sia dei governi di centrosinistra che di questo di centrodestra, contro il segretario della Lega e ministro Matteo Salvini contro alcune decisioni della Procura di Catania diretta da Carmelo Zuccaro. Post che avevano a che fare con il fermo non convalidato di Carola Rackete e contro la guerra alle ong.

La giudice, nella prima parte del provvedimento, ha ricostruito la vicenda di un migrante tunisino di 31 anni sbarcato senza documenti a Lampedusa e trasferito a Pozzallo per la procedura di rimpatrio rapito. Era già stato destinatario di un provvedimento di espulsione dall’Italia e aveva chiesto “protezione internazionale a Pozzallo perché perseguitato per caratteristiche fisiche che i cercatori d’oro del suo Paese, secondo credenze locali, ritengono favorevoli nello svolgimento della loro attività (particolari linee della mano ecc.)”.

Per Apostolico non tenevano i presupposti per privare M. H. della libertà in attesa dell’esito della domanda di asilo secondo la direttiva Ue 33 del 2013 che impedisce la privazione della libertà “per il solo fatto che non può sovvenire alle proprie necessità … in secondo luogo che tale trattenimento abbia luogo senza adozione di una decisione motivata”. La stessa direttiva nella parte in cui prevede restrizioni alla libertà personale “non si applica nelle ipotesi di soccorso in mare nelle quali il diritto di ingresso deriva da norme interne e internazionali”.

Redazione Web il 2 Ottobre 2023

Iolanda Apostolico, toga e Rifondazione: chi è il giudice che libera i migranti. Paolo Ferrari su Libero Quotidiano il 02 ottobre 2023

«Schiva, equilibrata, non ha mai espresso posizioni che abbiano condizionato il suo lavoro in un tribunale particolarmente garantista sui diritti umani», ha scritto ieri Repubblica a proposito di Iolanda Apostolico, la giudice della sezione protezione internazionale del tribunale di Catania che la scorsa settimana non ha convalidato il trattenimento dei migranti nel centro richiedenti asilo di Pozzallo. Una decisione che rischia di mettere seriamente in discussione, stando ai rilievi della giudice, i recenti provvedimenti del governo sul contrasto all’immigrazione clandestina e lo stesso decreto Cutro.  

Il quotidiano del Gruppo Gedi, che ovviamente non ha nascosto la propria soddisfazione per l’accaduto, ha anche pubblicato una foto in bianco e nero della magistrata, fino a ieri mattina visibile sul suo profilo Fb. «Di certo non è una toga rossa desiderosa di riaccendere lo scontro tra magistratura e politica», prosegue l’articolo di Repubblica, facendo finta di ignorare che l’ordinanza della giudice, arrivata appena cinque giorni dopo l’inaugurazione della struttura a Pozzallo, una parte della quale – circa ottanta posti – destinata proprio ad ospitare le persone sottoposte alla procedura di frontiera accelerata, è una bomba lanciata sotto la sedia di Giorgia Meloni che si sta giocando molto della sua credibilità sul tema dei migranti.

CAMPAGNE ELETTORALI

Tornando invece alla magistrata, in servizio a Catania dal 2001, prima che il suo profilo Fb fosse oscurato ieri pomeriggio, vi si potevano leggere post molto lontani dallo stile “low profile” citato da Repubblica. Vi erano, infatti, condivisioni delle campagne elettorali di Potere al popolo, post contro politici del centrodestra, ed altri a favore di esponenti del Pd come l’allora senatore e sindaco dem della Capitale Ignazio Marino. La magistrata, sempre secondo Repubblica, non è iscritta ad alcuna corrente. Una fonte, però, ha riferito che in passato sarebbe stata vicina a Magistratura democratica, la corrente più politicizzata in assoluto e da sempre costola del Pci-Pds-Ds-Pd. 

Apostolico, poi, sarebbe anche legata a un funzionario del ministero della Giustizia che in passato è stato dirigente di Rifondazione comunista e che, fra l’altro, aveva espresso tutta la sua soddisfazione in una nota di partito quando venne nominato Giovanni Salvi, uno dei capi di Md, procuratore di Catania. Ovviamente siamo in democrazia e ci mancherebbe che qualcuno sindacasse le idee della magistrata e del suo compagno. Il tema su cui riflettere riguarda allora la composizione di queste sezioni che si occupano di protezione internazionale. Per una strana circostanza, la maggior parte di questi uffici sono diretti da magistrati di sinistra. 

CORRENTE DI SINISTRA

Sicuramente una coincidenza, ma è molto curioso che Magistratura democratica e le altre correnti della sinistra giudiziaria, che non fanno mistero di essere a favore dell’immigrazionismo più spinto, abbiamo monopolizzato tali sezioni specializzate. Il caso più eclatante è la sezione protezione internazionale del tribunale di Roma dove quasi tutti i giudici presenti sono vicini alla sinistra giudiziaria, anche con elementi di primo piano dell’associazionismo togato progressista a livello nazionale. Questa concentrazione di toghe rosse rischia dunque di spalancare le porte ad interpretazioni orientate verso una asserita tutela dei diritti senza se e senza ma degli immigrati con provvedimenti “pilota” che puntualmente balzano alle cronache proprio perché azzerano le norme del governo. Si tratta di sentenze sempre a favore del richiedente asilo che puntualmente l’Avvocatura dello Stato impugna per non vanificare l’operato delle Forze di polizia impegnate nel contrasto all’immigrazione clandestina. Il magistrato, recita la Costituzione, deve essere (ed apparire) terzo ed imparziale: destinare da parte del Consiglio superiore della magistratura toghe che contestano apertamente la politica del governo sull’immigrazione non può dunque non suscitare perplessità. 

Magistratura. La giudice pro migranti: applico la legge. Dal Csm firme anti premier. Felice Manti il 3 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Il sindacato delle toghe fa scudo alla Apostolico e alla sua decisione. La sottoscrizione avviata da dieci membri togati

Il Csm si schiera con la giudice del Tribunale di Catania che ha fatto a brandelli il decreto Cutro nel mirino del centrodestra. Iolanda Apostolico (nella foto) ha accolto il ricorso di un tunisino richiedente asilo, trattenuto nel centro di Ragusa, a suo dire in contrasto con la normativa comunitaria. Il magistrato è stato accusato di avere simpatie di sinistra per il tenore di alcune sue prese di posizione sui social. Una sensibilità, anzi una «faziosità ideologica» legata a movimenti come Potere al popolo che potrebbe averla condizionata. «Questione giuridica, non fatto personale», si difende lei. In serata arriva la raccolta firme sostenuta dalla maggioranza dei togati del Csm, che chiedono l'apertura di una pratica a tutela della giudice Apostolico, vittima di una «grave delegittimazione professionale» dopo gli «attacchi all'autonomia» venuti «persino» dalla premier Giorgia Meloni, che si era detta «basita» dalla sentenza.

Secondo il magistrato la normativa del 14 settembre che prevede una sorta di «garanzia finanziaria» di 5mila euro per evitare di essere trattenuti sarebbe «incompatibile con la normativa Ue sull'accoglienza» e «va disapplicata perché non prevede una valutazione su base individuale di chi chiede protezione internazionale», come stabilirebbero alcune recenti sentenze della Corte di giustizia Ue. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha già fatto sapere che il Viminale presenterà ricorso per far valutare la fondatezza dei richiami giuridici: «Dalla lettura convinti ci siano ragioni da sostenere». Intanto il centro di trattenimento per richiedenti asilo, aperto appena sette giorni fa nell'area industriale Modica-Pozzallo, si è già svuotato.

Al netto dei distinguo giuridici, la vicenda si è subito trasformata nell'ennesimo braccio di ferro tra la magistratura e la politica, proprio nelle settimane in cui si discute di riforma della giustizia e a 10 anni esatti dalla tragedia di Lampedusa dove morirono 386 disperati. La stessa Apostolico si schernisce: «Il provvedimento? Non devo stare a difenderlo, non rientra nei miei compiti». A farlo ci ha pensato anche l'Anm, il sindacato delle toghe, con «una posizione ferma e rigorosa a tutela della collega, persona perbene che ha lavorato nel rispetto delle leggi. Il rapporto tra potere esecutivo e giudiziario andrebbe improntato a ben altre modalità». Una risposta ai rilievi della premier e del vicepremier Matteo Salvini, che ha commentato le «gravi ma non sorprendenti notizie sul suo orientamento», chiedendo lumi al Guardasigilli Carlo Nordio. «Toni scomposti al di là della loro conclamata infondatezza - ribadisce l'Anm di Catania - lontanissimi da quelli che dovrebbero sempre informare una corretta dialettica tra poteri dello Stato». «La magistrata di sinistra che non fa rispettare un decreto del governo è una pessima servitrice dello Stato», incalza l'azzurro Flavio Tosi. «Davvero a Palazzo Chigi pensano che trovando ogni giorno un nemico potranno essere assolti?», si chiede Osvaldo Napoli di Azione. Di «ignobile linciaggio» parla Nicola Fratoianni (Verdi-Sinistra). «Nulla di personale nelle sue scelte, molta politica, come si evince sui suoi social contro i decreti Sicurezza di Salvini nel primo governo di Giuseppe Conte», sottolinea il vicepresidente Fdi della Camera Fabio Rampelli. Scende in campo anche la corrente delle toghe rosse più pasdaran come Area con l'ex segretario Eugenio Albamonte: «Si scava nella sua vita privata per capire quali siano i suoi orientamenti personali, comportamenti non degni di una democrazia». «No, sono indegne le indagini senza rispetto per la privacy che hanno rovinato molte vite, non i post in rete», replica l'azzurro Giorgio Mulè. La sensazione è che lo scontro con le toghe sia solo all'inizio.

Si “spacca” il Csm sulla giudice di Catania Iolanda Apostolico. Redazione CdG 1947  su Il Corriere del Giorno il 4 Ottobre 2023 

Una parte dei togati prevalentemente di sinistra, chiede di aprire una pratica a tutela del magistrato al centro delle polemiche. Magistratura indipendente però non firma: "La militanza politica non ci appartiene". Quello che dovrebbe capire ed applicare quando indossa la toga la giudice Apostolico...

Il Consiglio Superiore della magistratura si divide sul “caso” del giudice di Catania Iolanda Apostolico. Al centro, la richiesta depositata oggi di aprire una pratica a tutela della giudice che non ha convalidato il trattenimento di quattro migranti a Pozzallo, disapplicando il decreto Cutro, ritenendolo illegittimo. Istanza firmata da 13 consiglieri delle correnti di Area, Md ed Unicost, e dagli indipendenti Roberto Fontana e Andrea Mirenda ,  ma non dai membri togati di “Magistratura indipendente“. 

Dal testo finale sul quale era stata organizzata ieri una raccolta firme all’ultimo sono scomparsi i riferimenti diretti alle parole del premier Giorgia Meloni che si era dichiarata “basita” dalla decisione della giudice Apostolico mentre si parla “di dichiarazioni da parte di esponenti della maggioranza parlamentare e dell’Esecutivo che, per modi e contenuti, si traducono in autentici attacchi all’autonomia della magistratura” la solita lagna di quei magistrati-politicanti che si sentono degli “intoccabili” .

La “rimozione” delle parole del premier Meloni non è stato però sufficiente a convincere i consiglieri di Magistratura Indipendente la corrente notoriamente “moderata” dell’organo di autogoverno dei giudici. Si legge ancora nel documento un riferimento alla “grave delegittimazione professionale del giudice estensore dell’ordinanza” per la quale i magistrati firmatari hanno chiesto “con la massima urgenza” l’apertura di una pratica a tutela della Apostolico .

Molte delle accuse nei confronti della giudice di Catania sono conseguenti al suo dichiarato orientamento politico, che finché il suo profilo Facebook è stato visibile e, quindi, pubblico, era sotto gli occhi di tutti. C’era in bella mostra, come primo post della sua bacheca, una petizione del 2018 per chiedere ai parlamentari la sfiducia dell’allora ministro Matteo Salvini e c’erano diversi post in difesa di migranti e Ong. Chissà come mai… la giudice ha fatto scomparire il proprio profilo da Facebook ?!!! 

Salvini infatti sembra essere particolarmente inviso a tutta la famiglia di Apostolico, come dimostra quel “like” che lo stesso giudice, il 16 agosto 2018, aveva messo su un post di suo marito Massimo Mingrino impiegato del tribunale etneo, anche lui simpatizzante della sinistra rossa, attivista di Rifondazione Comunista e Potere al Popolo, il quale a differenza di sua moglie ha lasciato aperto il suo profilo. sul quale negli ultimi anni ha pubblicato post assai critici contro la politica in tema di immigrazione degli ultimi governi, senza per altro risparmiare quelli di sinistra. “Minniti, Salvini, Lamorgese, una sequenza senza interruzione – scriveva Mingrino nel 2021 – istituzioni che lasciano crepare migliaia di persone in mare mentre imbarcazioni della Guardia costiera languono nei porti spesso e volentieri con i motori accesi. Potrebbero salvare centinaia di vite ogni giorno”. 

Il marito della giudice Apostolico ha pubblicato anche una foto di una festa “multietnica“, che si tenne a Milena, in provincia di Caltanissetta, in quella che lui definisce “la nostra arretrata Sicilia”. All’interno della foto, compaiono alcuni ragazzi di colore che sembrano ballare e la didascalia di Mingrino è molto chiara: “Festa di piazza, si balla, si salta, tutti insieme… Allegria, energia, gioia… Fanculo Salvini“. Una didascalia colorita alla quale il giudice ha esternato il suo consenso. Una chiara manifestazione del suo orientamento politico, legittimo al di là di ogni contestazione, finché però non entra nelle aule di tribunale e si indossa la toga di giudice che dovrebbe essere in quella veste apolitico ed imparziale. 

La giudice di Catania  Iolanda Apostolico è evidentemente “schierata” in favore di quella sinistra radicale che appoggia con convinzione i movimenti no-borders e le Ong ed è per tale ragione che in molti considerano la sua una sentenza ideologica. Disapplicando il decreto Cutro ha di fatto rimesso in libertà quattro tunisini, dei quali due peraltro già con precedenti. Nessuno di loro ha il profilo del rifugiato, e quindi non si configura per loro la protezione internazionale. Una ragione in più a conferma del sospetto di una decisione “ideologica”, che però la Apolistico rigetta al mittente dichiarandosi convinta dell’inattaccabilità della sua decisione, che verrà  opposta dal Governo, per voce del Ministro dell’ Interno, che ha già annunciato il ricorso in Cassazione, che verrà depositato nei prossimi giorni. Redazione CdG 1947

"Tutela per Iolanda Apostolico". Atto formale: 13 toghe dichiarano guerra al governo. "Sui social le sue opinioni sul governo?": giudice di Catania, Violante ammutolisce la sinistra. Claudio Brigliadori su Libero Quotidiano il 04 ottobre 2023

Grida alla gogna mediatica, David Parenzo, poi però è il primo, a L’aria che tira su La7, a mandare in onda ripetutamente il volto “in borghese” di Iolanda Apostolico, il chiacchieratissimo giudice di Catania che la scorsa settimana ha deciso di “smontare” il decreto del governo liberando alcuni migranti irregolari che sarebbero dovuti finire nel centro di Pozzallo.

Una sentenza che ha «lasciato basita» Giorgia Meloni e che a fatto dire a Matteo Salvini che «i tribunali sono luoghi sacri, non della sinistra». La prima mattinata di lunedì è stata caldissima, con le dichiarazioni dei due leader e decine di reazioni “indignate” a sinistra.

Parenzo casca a fagiuolo e batte il ferro finché è caldo, tanto da far venire un sospetto: prendendo nettamente le difese della toga, e accusando il centrodestra di delegittimare la magistratura, ottiene esattamente l’effetto opposto dando ai telespettatori l’idea di un grosso “complottone”.

Dal suo punto di vista, un clamoroso autogol. Tra studio e collegamento si alternano voci assai schierate. Il rossissimo professor Luciano Canfora paragona Salvini a Mussolini e la giudice di Catania a Carola Rackete, e arriva a proporre il Premio Nobel per la Apostolico perché «in un regime autoritario c’è bisogno di un nemico».

La giornalista Claudia Fusani se la prende ovviamente sempre con Salvini: «Gravissimo che un leader politico prenda un magistrato e lo metta nel mirino». La più moderata è proprio una collega di partito di Meloni, la deputata di Fratelli d’Italia Ylenja Lucaselli: «Non è il magistrato a essere nel mirino, ma c’è una magistratura politicizzata e non lo scopriamo oggi. C’è da fare una riflessione». Intanto Parenzo continua a incitare la regia di La7: «Mostriamo la faccia della giudice». Inspiegabile, o forse no. 

Estratto dell’articolo di Lara Sirignano per il “Corriere della Sera” il 3 ottobre 2023.

[…] «Non voglio entrare nella polemica, né nel merito della vicenda. Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo essere io a difenderlo». È netta Iolanda Apostolico, giudice civile al tribunale di Catania, travolta dalle critiche del centrodestra, premier Meloni e ministro Salvini in testa, per non aver convalidato, di fatto così sconfessando il cosiddetto decreto Cutro, il trattenimento nel cpr di Ragusa di 4 tunisini richiedenti asilo. 

«Non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale», risponde, riferendosi alle critiche che le rivolgono Libero e Il Giornale , riusciti a leggere, prima della decisione di chiudere la pagina Facebook, suoi post che tradirebbero una simpatia per alcune campagne di Potere al Popolo, come una mozione di sfiducia contro il leader leghista Matteo Salvini.

Non ha smesso di usare il suo profilo social, invece, il compagno Massimo Mingrino, catanese, funzionario al palazzo di giustizia di Catania, che non risparmia critiche alla politica sull’immigrazione degli ultimi anni e che, dopo la mancata convalida del fermo di Carola Rackete, comandante della Sea Watch arrestata dopo aver forzato i blocco della guardia di finanza a Lampedusa, scriveva: «Bye bye Salvini, il giudice ha studiato le carte, ha verificato i fatti ed ha accertato che la legge non è stata violata. Se tu studiassi (si, vabbè...) ti risparmieresti questi fervorini mediatici». 

Tre figli, originaria di Cassino, ma da 20 anni a Catania, […] Apostolico è un giudice schivo, serio, molto apprezzato in tribunale. Da tempo lavora nel «Gruppo specializzato per i diritti della persona e della immigrazione» della prima sezione civile del tribunale di Catania […].

«La mia non è affatto una decisione politica, io ho preso le mie determinazioni sono sulla base del diritto», ha detto ai colleghi più stretti dopo le accuse di «sentenza ideologica» lanciate dal centrodestra. 

In sua difesa, si schierano l’Anm catanese, che giudica «irriguardosi» gli attacchi contro Apostolico, l’ex segretario di Area Eugenio Albamonte, secondo il quale «c’è una involuzione molto forte del governo attuale nel rispettare il ruolo della magistratura» e dieci togati del Csm che parlano di «attacchi all’autonomia dei giudici» e raccolgono le firme per l’apertura di una pratica a tutela. […]

Mattia Feltri per “La Stampa” - Estratti il 3 ottobre 2023.

La decisione del tribunale di Catania di disapplicare i decreti anti immigrazione del governo era stata ampiamente pronosticata, ed è stata ora ampiamente condivisa da vari costituzionalisti, ma una seria ragione per lamentarsi Giorgia Meloni l’ha in pieno. 

Il Giornale ha infatti svelato che il giudice in questione, Iolanda Apostolico, aveva condiviso sul suo profilo Facebook una petizione affinché Matteo Salvini (allora all’Interno) fosse sfiduciato, ed espresso battagliere posizioni pro migranti e contro la destra. Tutto legittimo, poiché viviamo in regime di libertà di opinione. 

Ma, come aveva detto il ministro Crosetto a proposito del generale Vannacci, esistono alcune categorie - magistratura, forze armate, forze dell’ordine che, per l’enormità dell’uso esclusivo della forza, anche di togliere la libertà, di cui sono per legge dotate - alle quali è richiesto non soltanto di essere ma di apparire imparziali. 

È uno scrupolo sottolineato non da Crosetto o da me, ma dalle Sezioni unite della Cassazione: “… impone al giudice non soltanto di essere esente da ogni parzialità, ma anche di essere al di sopra di ogni sospetto di parzialità”. Uno scrupolo che buona parte della magistratura ignora e da anni, e nonostante Piero Calamandrei - che piace tanto citare e altrettanto trascurare - fondasse l’indipendenza della magistratura nella sua imparzialità, e l’imparzialità, diceva, presuppone lontananza e solitudine.  

(...) I magistrati hanno perso la fiducia dei cittadini perché il loro enorme potere è, o quantomeno appare, un abuso di potere.

Basta con i magistrati «di parte», e con chi li difende ma poi critica Vannacci. Federico Novella su Panorama il 03 Ottobre 2023

Basta con i magistrati «di parte», e con chi li difende ma poi critica Vannacci Il caso di Catania dimostra come diverse toghe schierate politicamente possano giudicare politici ed i loro atti. Con buona pace del concetto di «super partes» Nel corso dell’ultima puntata di “Quarta Repubblica”, su Rete4, lo storico Angelo D’Orsi, riferendosi al giudice del tribunale di Catania che non ha convalidato il fermo dei migranti a Pozzallo, ha ripetuto con grande nonchalance un concetto che ormai in Italia viene dato per scontato: “Essere di sinistra non è una colpa”. Anche per una toga. Il fatto che un magistrato esprima liberamente opinioni politiche, anche schierandosi apertamente con toni tutt’altro che velati, è una tradizione tutta italiana che da Tangentopoli in poi è divenuta consuetudine. Il quotidiano “La Repubblica” parlava di tale magistrato come una toga “senza macchia né colore”, quando sui social network risulta che nel 2018 abbia condiviso una petizione per sfiduciare il ministro dell’interno Salvini

E abbia condiviso una petizione per sfiduciare il ministro dell’interno Salvini. E nel 2011 lo stesso magistrato scriveva: “Ricordiamoci che c’è qualcosa anche a sinistra di Vendola”. La libertà di pensiero è sacra, ma può un magistrato schierarsi politicamente su questioni nelle quali esercita il suo servizio? E’ lecito che nel nostro Paese esista una corrente storicamente progressista, Magistratura Democratica, che si è sempre ritenuta alla stregua di un partito politico in toga? Qua si scontrano due filosofie. Quella liberale del magistrato silente, che come la moglie di Cesare indossa la toga come divisa di servizio, che applica le leggi e non le contesta. E poi c’è la concezione “democratica” della magistratura, quella nata negli anni Sessanta ben riassunta dall’ex segretario di Md Livio Pepino: cioè quella secondo cui la Costituzione, “prima ancora che la fedeltà alla legge, comanda” per le toghe “la disobbedienza a ciò che legge non è. Disobbedienza al pasoliniano “palazzo”, disobbedienza ai potentati economici”. Questa idea della magistratura combattente che raddrizza i torti del mondo a colpi di sentenze, è una concezione pericolosa insinuatasi a tal punto nel vivere civile, che chi la contesta passa quasi per matto. E’ per questo che tolleriamo come niente fosse il moltiplicarsi delle “correnti” delle toghe, e le sottocorrenti in guerra tra loro, davanti e dietro i riflettori. Per non parlare dell’Anm, equiparato ormai a una Fiom tribunalizia. E la cosa curiosa è che nello stesso tempo, mentre a un magistrato viene garantita piena libertà di partigianeria, accade che la stessa libertà non venga accordata a un militare (leggasi Vannacci), o addirittura venga negata a un Ministro della Repubblica (leggasi Roccella), zittito a un pubblico dibattito poiché simbolo della difesa della famiglia tradizionale. Certe cose non si possono dire in quanto politicamente scorrette, ma contemporaneamente i magistrati, se vogliono, possono schierarsi apertamente nell’agone politico, esprimere giudizi su questo o quel ministro, e nessuno può permettersi di alzare il dito e dissentire. C’è qualcosa di storto che va raddrizzato, e non si tratta di censurare nessuno: ma perlomeno domandiamoci se in un Paese civile il comizio e la veste giurisdizionale possano accavallarsi così sfacciatamente. Fino al punto, e anche a questo ormai siamo abituati, che le toghe possano entrare e uscire dal parlamento per ritornare nelle aule di giustizia come niente fosse.

Iolanda Apostolico, la giudice sempre a sinistra: l'altra sentenza politica. Christian Campigli su Il Tempo il 05 ottobre 2023

Una diatriba lunga trenta, interminabili anni. Un arcigno confronto, quello tra politica e magistratura, divampato ai tempi di Tangentopoli, emerso in tutto il suo fragore durante i governi guidati da Silvio Berlusconi e tornato di strettissima attualità dopo il pronunciamento di Catania. Una sentenza, quella emessa dal giudice Iolanda Apostolico, che, di fatto, ha disapplicato il cosiddetto Decreto Cutro sull’immigrazione approvato lo scorso marzo ritenendo «illegittimo trattenere chi sta richiedendo asilo». Il togato ha stabilito che alcuni punti della norma fideiussione - provvedimento di trattenimento e procedure accelerate in frontiera – si porrebbero in contrasto con le leggi europee. Una scelta che ha sollevato un vespaio di polemiche. Basti pensare al premier, Giorgia Meloni, che si è definita «basita per una sentenza dalle motivazioni incredibili». In realtà, non è la prima volta nella quale Iolanda Apostolico si trova a doversi esprimere su vicende penali, condite da risvolti politici.

Basti pensare a quando, in veste di giudice a latere della Corte di Assise di Catania, l'11 dicembre del 2019, condannò a tredici anni di reclusione Guido Gianni. Una vicenda, quella dell'orefice siciliano, ancora oggi avvolta da numerosi interrogativi. Il 18 febbraio 2008, il gioielliere di Nicolosi, piccolo centro ad un passo dall'Etna, fu vittima di una rapina. Tre uomini assaltarono il suo negozio e aggredirono lui e la moglie. Gianni sparò e uccise due dei tre rapinatori. Secondo la tesi accusatoria, l'uomo avrebbe esploso i colpi alle spalle dei banditi e, per questo motivo, non gli venne riconosciuta la legittima difesa. Una decisione fortemente criticata dalla moglie del commerciante, che ha lanciato una petizione su Charge.org. «Ha difeso me, la sua vita, quella di un cliente e la nostra attività commerciale. Ed è per questo che ritengo che non possa pagare per la malvagità dei suoi assalitori». La Lega, sin dal primo momento, si è schierata dalla parte di Gianni. «Condannato, dopo una vita di lavoro, per aver reagito a una rapina a mano armata, difendendo la moglie dall'assalto dei rapinatori – ha sottolineato il leader del Carroccio, Matteo Salvini – Un'autentica follia. La difesa è sempre legittima».

Aspre critiche sono giunte anche dall'europarlamentare della Lega, Susanna Ceccardi. «Il giudice che ha rilasciato i migranti trattenuti a Pozzallo condivideva sui social le raccolte firme per sfiduciare Salvini e per comprare i biglietti aerei per i migranti irregolari in modo da farli venire direttamente in Italia. Lo stesso magistrato ha condannato l’orefice Guido Gianni per omicidio volontario, mentre la Lega conduceva una battaglia per la legittima difesa, molto osteggiata dalla sinistra. Ho incontrato Guido Gianni all’Ucciardone tempo fa ed è stato un momento di grande commozione. Abbiamo riflettuto sul fatto che al suo posto ci sarebbero potute essere molte altre persone perbene che avrebbero reagito alla stessa maniera, di fronte a una situazione così allucinante». 

Sentenze da piangere e magistrati co***oni: Feltri nauseato dallo scontro. Cicisbeo su Il Tempo il 05 ottobre 2023

Nella sentenza con cui il tribunale di Catania ha giudicato illegittimo il decreto del governo sulle espulsioni accelerate di quattro migranti ci sono alcuni passaggi quantomeno anomali (e bizzarri) per giustificare un simile provvedimento: uno dice di essere perseguitato dai cercatori d’oro del suo Paese per alcune caratteristiche fisiche che ha, cioè le linee della mano... Un altro per dissidi con i familiari della sua ragazza, un altro ancora per la mancanza di adeguate cure ospedaliere in Tunisia, l’ultimo per le minacce che avrebbe subito dai creditori. La giudice Apostolico ha però assicurato di aver deciso della sorte dei quattro stranieri sulla base di motivazioni «esclusivamente giuridiche», e non avremmo alcuna esitazione a crederle se nel recente passato non si fosse, diciamo così, un po' esposta politicamente promuovendo sulla sua bacheca Facebook una raccolta di firme per le dimissioni di Salvini dal Viminale, invocando una «sinistra più a sinistra di Nichi Vendola» e invitando a partecipare ad alcune manifestazioni di Rifondazione comunista. La libertà di pensiero è sacra anche per i magistrati, ma è altrettanto sacro il nostro diritto al dubbio su una sentenza che odora di politica come l’incenso odora di sacrestia, e in questo senso il cognome Apostolico fa anche pendant. In questi giorni tanti, a sinistra, hanno preso le difese della giudice in nome della separazione dei poteri, anch’essa ovviamente sacra in questa Repubblica, scrivendo che la premier Meloni ha travisato il contenuto della sentenza, in quanto la frase sui cercatori d’oro è semplicemente riportata tra le premesse del provvedimento e non viene ripresa nelle motivazioni (una distinzione, se mi è consentito, un po’ da Azzeccagarbugli). Non solo: si è fatto notare che la giudice non dichiara affatto la Tunisia Paese non sicuro, ma sottolinea che alla luce della Costituzione e delle norme europee «deve escludersi che la mera provenienza del richiedente asilo da Paese di origine sicuro possa automaticamente privare il richiedente del diritto a fare ingresso nel territorio italiano per richiedere protezione internazionale». Anche qui, ci si arrampica sugli specchi su una questione di lana caprina: se non è zuppa, è pan bagnato!

Su una cosa almeno la sinistra dovrebbe convenire: dichiarare un Paese non sicuro è compito che non spetta sicuramente alla magistratura. Invece il partito unificato delle procure mette in dubbio anche questo, e invito chi avesse ancora dubbi in proposito a leggere quello che ha scritto il tribunale di Firenze, che si è apertamente arrogato (carta canta) il diritto di dichiarare la Tunisia «Paese non sicuro». Lo ha fatto esaminando il caso di un altro migrante tunisino che pure, per giustificare la legittimità della sua richiesta di asilo, non si era dichiarato vittima di particolari persecuzioni, ma aveva posto attraverso i suoi legali una questione più complessiva: «La grave crisi socioeconomica, sanitaria, idrica e alimentare, nonché l’involuzione autoritaria e la crisi politica in atto sono tali da rendere obsoleta la valutazione di sicurezza compiuta a marzo dal governo italiano». Ma può un tribunale sindacare la valutazione di sicurezza di un Paese fatta dal governo? Avendo studiato un po’ di diritto costituzionale mi verrebbe di rispondere no, ma i giudici fiorentini non hanno questo scrupolo: scrivono infatti che non solo può, ma «deve». E che importa se l’Unione europea consente ai governi di stilare liste di Paesi sicuri autorizzando per tutti gli altri regole semplificate per il rimpatrio? «Il sacrificio dei diritti dei richiedenti asilo non esonera il giudice dal generale obbligo di verifica e motivazione in ordine ai profili di sicurezza del Paese». E qui arriva il paradosso: il tribunale di Firenze sostiene beffardamente che la «separazione dei poteri» resta fuori discussione, e che non ha alcuna velleità di invadere la sfera politica. Ma al giudice spetterebbe una «garanzia di legalità supplementare» in ossequio a norme internazionali e costituzionali «che prevalgono sui decreti del governo» (ma la Costituzione non limita forse il diritto d’asilo allo straniero a cui sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche?... forse ho letto male).

Quindi la magistratura, da Catania a Firenze, sta motu proprio costruendo una Costituzione materiale secondo cui sulla politica internazionale il parere dei giudici prevale sulle scelte del governo, in barba proprio alla separazione dei poteri di Montesquieu, sconfinando così nel campo dell’anarchia istituzionale, con un ordine dello Stato che si autoassegna il diritto non solo di non rispettare le leggi dello Stato, ma anche di imporre le sue scelte al governo. Ma non c’è da stupirsi, e sulla questione migratoria non possono che tornare alla mente le parole del procuratore capo di Viterbo Auriemma nella conversazione intercettata con l’allora presidente dell’Anm Palamara: «Mi dispiace dover dire che non vedo veramente dove Salvini stia sbagliando: illegittimamente si cerca di entrare in Italia e il ministro dell'Interno interviene perché questo non avvenga, e non capisco cosa c'entri la Procura di Agrigento. Sbaglio?». E la risposta di Palamara fu illuminante: «No, hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo». Un comandamento molto poco apostolico.

Caso Apostolico, l'ira dei colleghi. Una toga delle Marche accusa: "Io criticata per la condanna a Grillo, nessuno mi difese". Luca Fazzo il 5 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Un procedimento disciplinare nella storia di Iolanda Apostolico, la giudice catanese divenuta nuova icona della sinistra dopo il suo provvedimento a favore dei migranti e contro il governo Meloni, c'è stato, e risale a vent'anni fa: ma la vedeva come vittima, per la cerimonia di iniziazione che le venne riservata appena arrivata in Sicilia dai colleghi, probabilmente non indifferenti alla sua avvenenza, che finirono denunciati e sanzionati.

Per il resto, nessuno ha mai trovato nulla da ridire nè nelle sue sentenze nè nelle esternazioni - tutte politicamente ben indirizzate - sui social network. Eppure più si scava, e più le figure della Apostolico e di suo marito Massimo Mingrino appaiono lontane dalla immagine di ieratica imparzialità politica che le venne cucita su misura all'indomani della liberazione dei quattro tunisini fermati in base alla nuova legge.

Questo spiega anche la reazione che in una parte della magistratura si sta registrando alla campagna in difesa della Apostolico scattata immediatamente da parte delle correnti di sinistra e di centro, con anche la richiesta di un intervento «a tutela» della giudice da parte del Csm. La pratica «a tutela» è uno strumento simbolico, privo di conseguenze concrete, ma che ha il pregio di fare sapere al mondo che il Consiglio superiore sta dalla parte di un collega. Ma ci sono casi in cui la «tutela» non scatta. A denunciarlo, commentando sulla mailing list dell'Associazione nazionale magistrati la richiesta a favore della Apostolico, è il giudice marchigiano Anna Maria Gregori, che nel 2016 condannò Beppe Grillo per diffamazione: «Sono stata attaccata personalmente per una sentenza di condanna a Grillo che mi ha attaccato pesantemente su tutti i giornali, nessuna pratica a tutela. I colleghi non erano d'accordo a tutelarmi? Se qualcuno ha una risposta la ascolto con piacere, in tanti anni non l'ho mai avuta. Devo dedurre che non si tratta di tutela dell'indipendenza che dovrebbe essere applicata a tutti i magistrati e per gli attacchi di tutti i partiti». Se invece è la sinistra a infangare un magistrato, per il Csm non c'è problema: lo ricorda, in un messaggio sulla stessa mailing list, il giudice Giuseppe Bianco, citando il caso di Valeria Sanzari, procuratore aggiunto a Padova che nel giugno scorso ordinò di cancellare decine di trascrizioni illegali di adozioni gay disposte dal sindaco, e che venne ricoperta per questo di insulti: contro di lei ci fu persino un appello, «era contro la collega Sanzari - scrive Bianco - che aveva adottato per obbligo di legge dei provvedimenti non alla moda». Anche in quel caso il Csm rimase immobile.

Per la Apostolico, invece, il Csm è chiamato a scendere in campo, e i consiglieri moderati di Magistratura Indipendente che non hanno firmato la richiesta a favore della collega vengono sommersi di contumelie sulle chat delle toghe organizzate, accusati di condividere le «scomposte reazioni del presidente del Consiglio» al provvedimento della collega.

Quello che non è chiarissimo è se le correnti di sinistra ritengano legittimo non solo il provvedimento della Apostolico ma anche le sue esternazioni politiche di estrema sinistra. La giudice ha rapidamente chiuso il suo profilo social, ma a fare capire che aria tiri in casa resta la figura di suo marito Massimo, già esponente di Rifondazione Comunista. A Catania c'è chi ricorda ancora di averlo visto in corteo nel 2001, il giorno dopo la morte a Genova di Carlo Giuliani, reggere uno striscione dietro il quale si lanciavano slogan contro i «carabinieri assassini». In tempi più recenti ai combattivi post su Facebook Migrino continua ad accompagnare vibranti interventi pubblici, come quando accusò il sindaco di Catania addirittura di «trovare molto più conveniente mantenere interi quartieri nel degrado e far perpetuare i fenomeni dell'abbandono scolastico e della proliferazione della criminalità minorile». Il sindaco, ovviamente, era di destra. E intanto spunta una sentenza in cui la Apostolico si dimostrò inflessibile con un gioielliere siciliano che nel 2008 uccise un rapinatore: 12 anni senza attenuanti.

Il video di Salvini contro la giudice, dubbi su chi l’ha girato: qualcuno tra le file della polizia. GIULIA MERLO E MARTA SILVESTRE su Il Domani il 05 ottobre 2023

Il vicepremier pubblica un video del 2018 in cui si vede la giudice dell’ordinanza che ha disapplicato il decreto del governo, a un corteo al porto di Catania. L’Anm: «No allo screening della vita privata»

Nessun armistizio tra governo e magistratura. Ieri mattia, vicepremier Matteo Salvini ha lanciato un nuovo attacco alla giudice del tribunale di sorveglianza di Catania, che con la sua ordinanza non aveva convalidato il trattenimento di un migrante nel cpr come previsto dal decreto delegato.

Dopo aver rilanciato i contenuti della pagina Facebook della giudice risalenti al 2018 in cui sosteneva la Open Arms e averla accusata di aver preso una decisione politicamente orientata, Salvini ha rincarato la dose pubblicando sui suoi social un video, in cui la toga viene inquadrata durante un corteo antirazzista organizzato al porto di Catania. 

Uno zoom in avanti, un primissimo piano al volto di una donna che non partecipa ai cori dei manifestanti ma osserva in prima fila i poliziotti davanti a lei, poi i caschi della polizia che entrano nell'inquadratura. Il video, datato 25 agosto 2018 comincia così e a poca distanza dalle riprese c’è la nave Diciotti con 177 migranti a bordo trattenuti da giorni. «Mi sembra di vedere alcuni volti familiari….», è il messaggio di Salvini – che per il caso Diciotti non è finito a processo solo perché il Senato negò l’autorizzazione a procedere per lui –, con un riferimento chiaro alla giudice Iolanda Apostolico ma senza nominarla direttamente. 

Sotto il video, il primo dei commentatori a fare il nome è Anastasio Carrà: carabiniere in pensione, luogotenente siculo di Salvini che, nell’aprile del 2019, fu il primo sindaco della Lega sull’isola e che oggi è deputato. Nel suo commento, Carrà invita la giudice Apostolico a smentire la propria presenza al porto di Catania e chiede un’informativa urgente del ministro della Giustizia Carlo Nordio. In seguito al video, poi, tutti i massimi dirigenti della Lega hanno ripreso le parole del Capitano, attaccando Apostolico e chiedendo chiarimenti. 

Immediata è stata la risposta dell’Associazione nazionale magistrati. Il presidente Giuseppe Santalucia ha detto che «è su quello che un giudice ha scritto nel suo provvedimento che si misura la terzietà» e non con «lo screening sulla sua persona», «altrimenti la compressione dei diritti di un magistrato diventa impossibile da reggere».

Diversa la posizione del laico al Csm in quota Forza Italia, Enrico Aimi, che presiede la commissione che valuterà la richiesta di pratica a tutela della giudice, che definisce le immagini «eloquenti» e aggiunge che «l'autonomia e l'indipendenza non si limitino esclusivamente allo svolgimento delle funzioni, ma devono riguardare anche la proiezione esterna». Il togato indipendente Roberto Fontana, tra i promotori della pratica, ha invece detto che «spostare l'attenzione sulla vita del magistrato e le sue eventuali attività esterne è un tentativo di delegittimare l'attività giurisdizionale».

IL VIDEO

Il video, tuttavia, solleva qualche interrogativo. Le immagini condivise da Salvini sono inedite rispetto a quelle utilizzate nei giorni del 2018 e sono girate da un punto di vista privilegiato. L’inquadratura, infatti, è appena dietro il cordone della polizia in tenuta antisommossa, di fronte ai manifestanti. Da un altro video emerso nelle scorse ore si vede un uomo in borghese, appoggiato ad un agente, con in mano una telecamerina. 

«Come fa il ministro Salvini ad avere un video del genere e a usarlo come arma politica?», è il messaggio di  Luciano Cantone, parlamentare etneo del Movimento cinque stelle, «Non posso credere che Salvini utilizzi la polizia come propria milizia personale e che addirittura riceva imbeccate per affossare una giudice», ha scritto, annunciando che presenterà un’interrogazione parlamentare. 

GIULIA MERLO E MARTA SILVESTRE Mi occupo di giustizia e di politica. Vengo dal quotidiano il Dubbio, ho lavorato alla Stampa.it e al Fatto Quotidiano. Prima ho fatto l’avvocato.

La toga rossa che tifa per le Ong. Francesca Galici il 6 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Dopo il caso Catania, il giudice Minniti (militante di Area) dà lezioni di diritto sulla Tunisia

La Tunisia non può essere considerata un Paese sicuro e la Farnesina deve rivedere il proprio giudizio. È così che il collegio di giudici di Firenze, presieduto da Luca Minniti, ha annullato l'espulsione di un migrante tunisino a cui il Viminale aveva negato lo status di rifugiato. Un caso simile a quello di Catania destinato a far discutere, perché se Iolanda Apostolico, per tentare di allontanare le polemiche, è stata definita dai media di sinistra un «cane sciolto, mai iscritta a correnti», Minniti è stato recentemente candidato (nel 2021) da Area, corrente di sinistra, al Csm.

Sempre nel 2021, Luca Minniti è stato uno dei relatori di «Un mare di vergogna - L'inabissarsi dei diritti fondamentali», convegno organizzato da Magistratura democratica in collaborazione con A.S.G.I. (Associazione per gli Studi Giuridici sull'Immigrazione) a Reggio Calabria. Anzi, come si legge nella specifica presente sul sito di Radio Radicale, che ha caricato per intero il convegno, il giudice di Firenze è stato il moderatore della quarta sessione dal titolo: «Politiche di esternalizzazione, respingimenti, riammissioni informali: si va verso la fine del diritto d'asilo?». A quello stesso convegno, ma nella sessione precedente alla sua dal titolo «Le Ong e il soccorso in mare: la voce dei protagonisti», intervennero: Marco Bertotto, responsabile Affari Umanitari della Ong Medici Senza Frontiere; Sandro Metz, operatore sociale, animatore e sostenitore della Ong Mediterranea; Cecilia Strada, responsabile della Comunicazione della Ong ResQ People Saving People.

Nel suo intervento in quell'occasione, il giudice Minniti ha parlato delle «potenzialità di tutela giudiziaria» e ringraziato chi «osservando la legge, nell'ambito dell'accoglienza, svolge attività di sostegno all'integrazione dei migranti nel nostro Paese» e anche chi «nel momento più drammatico di sofferenza, il passaggio del Mediterraneo, oppure il passaggio delle frontiere nella rotta balcanica va a raccogliere materialmente i corpi di persone in difficoltà secondo la legge». Il riferimento, come spiegato dallo stesso nel suo intervento, era proprio alle Ong che avevano parlato poco prima, che lui sottolinea intervenire «secondo la legge». Non una precisazione secondaria, visti gli scontri che nel 2019 si sono aperti tra le Ong e l'allora ministro degll'Interno, Matteo Salvini.

E ancora, durante quel convegno, il giudice di Firenze ci ha tenuto a sottolineare che viene riconosciuto «il diritto alla protezione internazionale umanitaria alla maggioranza dei migranti sopravvissuti che arrivano nel territorio italiano» a dispetto «della vulgata populistica». I decreti Sicurezza sono stati dal giudice definiti come un «vento restrittivo» nell'ambito del riconoscimento dei diritti, superati i quali, ha proseguito, «si è tornati a una situazione di equilibrio».

Luca Minniti era già salito agli onori delle cronache, anche se come personaggio secondario, nel 2019, quando il giudice Luciana Breggia accolse il ricorso di un somalo per l'iscrizione all'anagrafe di Scandicci nonostante il decreto sicurezza di Salvini. «Invito questo giudice a candidarsi alle prossime elezioni per cambiare leggi che non condivide», disse l'allora ministro dell'Interno. Nel collegio che emanò quella sentenza, presieduto da Breggia, compariva anche Minniti. Invece, nel collegio presieduto da Minniti per il recente caso del tunisino compare Barbara Fabbrini, che risulta essere stata vicecapo di Gabinetto del ministero della Giustizia ai tempi di Andrea Orlando.

Ma questi sono solo una parte dei giudici che con le loro interpretazioni sfidano la legge e i governi, perché l'elenco completo è piuttosto lungo e articolato. Ci sono, per esempio, Luigi Patronaggio e Alessandra Vella, decisori nel processo a Carola Rackete. Per il magistrato Vella, per esempio, il comandante della Sea-Watch non commise mai alcun reato durante le fasi di salvataggio, nemmeno quando speronò la motovedetta della Guardia di finanza per accostare alla banchina del porto di Lampedusa. Quel fatto, scrisse Vella, «deve essere notevolmente ridimensionato nella sua portata offensiva». Iolanda Apostolico da Catania e Luca Minniti da Firenze sono solo gli ultimi di una schiera di giudici le cui sentenze prestano il fianco alle polemiche. Avere le proprie idee è un diritto di ogni essere umano ma un giudice non deve essere solo terzo e imparziale: deve anche apparire come tale.

"La giudice di Catania nel video con i dimostranti che insultavano gli agenti". Prima le petizioni contro Salvini condivise sui social, poi i mi piace alle campagne di "Potere al Popolo" e delle ong. Paolo Bracalini il 6 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Prima le petizioni contro Salvini condivise sui social, poi i mi piace alle campagne di «Potere al Popolo» e delle ong, quindi il like ad un post del marito che si concludeva con un sonoro «Fanculo Salvini». Ora la partecipazione ad un corteo dell'agosto 2018 (Salvini era al Viminale) a Catania con tanto di cori «animali» e «assassini» urlati in faccia ai poliziotti per chiedere lo sbarco dei migranti dalla nave Diciotti. Il video lo ha pubblicato il vicepremier Matteo Salvini sui social, però senza fare nomi, limitandosi ad un «mi sembra di vedere alcuni volti familiari». Ma subito è arrivata la conferma dell'identità di quel volto familiare tra gli urlatori: «Sono certo di riconoscere la magistrata di Catania Iolanda Apostolico, che in quel 25 agosto 2018 era sul molo del porto catanese durante la manifestazione dell'estrema sinistra. Mi può smentire?» scrive il deputato catanese della Lega Anastasio Carrà.

Apostolico rivela ai colleghi, secondo le ricostruzioni emerse nelle serata di ieri, che era presente in piazza per evitare contatti tra le forze dell'ordine e i manifestanti. Gli stessi che avrebbe definito per lo più cattolici. Quella donna è inequivocabilmente la giudice che il 29 settembre, con un suo provvedimento, ha sconfessato il decreto del governo non convalidando il trattenimento di tre tunisini nel centro di accoglienza di Pozzallo. Anzi, in quelle immagini si vede chiaramente anche il marito, Massimo Mingrino, funzionario del Tribunale di Catania ma soprattutto militante di Potere al Popolo e grande odiatore del centrodestra sul tema immigrazione. Il video è la conferma definitiva della partigianeria della giudice di Catania, e infatti anche a sinistra, dove pure si era provato a difendere la Apostolico, si alza bandiera bianca (a parte i Verdi che escogitano una improbabile accusa di «misoginia» per Salvini, e Conte che la butta in caciara sul governo che «non deve approfittare di singoli episodi per costruire nuovi nemici»).

Anche il leader di Iv Matteo Renzi trova «scandaloso» il video, «se vuoi fare politica, non fai il magistrato. I magistrati che partecipano a manifestazioni politiche, di parte fanno male innanzitutto ai propri colleghi» scrive l'ex premier. Critiche da Azione di Calenda: «La giudice di Catania è indifendibile». Salvini, che proprio oggi pomeriggio sarà nell'aula bunker dell'Ucciardone, a Palermo, per l'udienza del processo OpenArms (in caso di condanna, rischia fino a 15 anni) affida ad una nota della Lega il suo «sconcerto per quanto sta emergendo» sulla giudice catanese. La presenza del magistrato e del compagno, «a sua volta funzionario del Palazzo di Giustizia etneo, pubblicamente schierato contro la Lega e dalla parte dei manifestanti» è definita «circostanza che rafforza la sensazione di totale allineamento ideologico della coppia, perfino nel bel mezzo di una manifestazione con grida assassini e animali di fronte alla Polizia».

Tutto il centrodestra, dalla Lega ai moderati di Lupi, si mobilita per denunciare la faziosità della giudice e i rischi di una magistratura militante. Il tutto si traduce in un pressing sul ministro della Giustizia Carlo Nordio, per inviare gli ispettori a Catania. Alla Camera viene depositata una interrogazione firmata dai deputati Fdi Sara Kelany (responsabile immigrazione del partito), Francesco Filini e Tommaso Foti, dove si chiede a Nordio di «valutare la sussistenza dei presupposti per l'adozione di iniziative di carattere ispettivo» nei confronti di Iolanda Apostolico, le cui ordinanze «sembrano afflitte da un vizio di motivazione determinato da un'impostazione ideologica, che tradirebbe la violazione dei princìpi di terzietà e imparzialità».

Un'altra interrogazione, questa a firma della leghista Erika Stefani, chiama in causa ancora il Guardasigilli, chiedendo «quali misure intenda adottare» rispetto al giudice di Catania, poiché un magistrato «non solo deve essere imparziale, ma deve anche apparire imparziale». Il ministro della Giustizia nei giorni scorsi ha annunciato che il governo impugnerà i provvedimenti della Apostolico, in cui ha riscontrato «criticità» e «distonie di ordine tecnico che stiamo valutando assieme ai ministero degli Interni». Per ora non è previsto di riferire in Parlamento, come chiede la Lega, né l'invio degli ispettori a Catania. Sarebbe uno step successivo, che a questo punto, con anche la «prova video» della parzialità della giudice, politicamente può anche essere superfluo.

Urlavano "assassini" ai poliziotti. E nel video del 2018 spunta la toga pro migranti. Le petizioni per chiederne le dimissioni, il like al "vaffa" del marito e ora il video delle proteste durante il caso Diciotti. L'ossessione della giudice Apostolico per Salvini. Andrea Indini il 6 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Non c'è "solo" il profilo Facebook infarcito di petizioni anti Salvini, post pro immigrati e campagne a sostegno delle Ong. E non c'è nemmeno "soltanto" quel violentissimo like al "fanculo Salvini" postato (sempre su Facebook) dal marito Massimo Mingrino. Adesso spunta anche un video, datato 25 agosto 2018, che ritrae al porto di Catania un manipolo di manifestanti in protesta contro il governo. Urlano "Assassini!" e poi "Animali!" in faccia alle forze dell'ordine. E, nelle immagini che il vice premier Matteo Salvini ha condiviso questa mattina sui social, ad un certo punto spunta anche un "volto noto". Non partecipa agli schiamazzi sguaiati, agli attacchi forsennati, alle proteste. Però è in prima fila, davanti ai poliziotti in tenuta anti sommossa. Il deputato catanese della Lega, Anastasio Carrà, punta il dito: "Sono certo di riconoscere la giudice di Catania, Iolanda Apostolico. Mi può smentire?".

Riavvolgiamo il nastro un momento e torniamo all'estate del 2018. È l'anno del patto gialloverde e del Conte I. Al Viminale siede Salvini. Ha appena iniziato la guerra agli scafisti e all'immigrazione cladestina. Il primo braccio di ferro si consuma sulla nave della Guardia Costiera Diciotti che ha recuperato 190 immigrati. Il leader leghista vuole che anche gli altri Stati europei se ne facciano carico, che il peso dell'operazione non gravi, come al solito, solo sulle spalle dell'Italia, che l'Unione europea faccia la sua parte. Ma oltre i confini tutto tace. Per cinque giorni la nave resta ferma davanti a Lampedusa. Vengono fatti sbarcare solo tredici persone in gravi condizioni di salute. Il 20 agosto l'allora ministro dei Trasporti Danilo Toninelli la fa spostare a Catania ma Salvini non molla il colpo. Le proteste aumentano, la sinistra scende in piazza e invoca i porti aperti. Le scene sono quelle riprese dal video rilanciato da Salvini in mattinata. L'odio è palpabile in quelle urla: "Assassini!" e "Animali!". E lei non fa una piega. "La presenza di un magistrato tra le fila di estremisti di sinistra è garanzia della terzietà che un giudice deve assicurare?", si chiede oggi Ingrid Brisa, capogruppo in commissione Giustizia. Ai colleghi, una volta scoppiata la polemica, avrebbe detto che si trovava lì, tra le forze dell'ordine e i manifestanti, per evitare contatti tra le due parti, dopo che c'era già stato un primo scontro, e che la protesta era alimentata soprattutto da persone del mondo cattolico e, in misura minore, da esponenti della sinistra. Le urla contro gli agenti, però, sembrano suggerire lo stesso odio.

Cinque anni dopo. Salvini e la Apostolico di nuovo sui lati opposti della barricata. Lui di nuovo al governo, lei a mettere in discussione una legge appena approvata, quella che introduce la stretta sui migranti appena sbarcati e li assicura nei Cpr anziché lasciarli a zonzo per il Paese. La giudice si oppone: libera i primi quattro portati a Pozzallo e scrive nero su bianco che il decreto del governo viola sia la Costituzione sia la normativa europea. A guardare il cv della Apostolico non può che sorgere un sospetto. Il sospetto di parzialità. "Il video postato da Salvini - commenta il deputato di Fratelli d'Italia, Sara Kelany - prova l'impegno pubblico contro le politiche migratorie del governo di allora". Un impegno che non è mai venuto meno. Lo abbiamo ampiamente visto nei post condivisi su Facebook dalla Apostolico. Tanto che Fratelli d'Italia ha già depositato un'interrogazione al Guardasigilli Carlo Nordio. "Usare il potere giudiziario per piegare il diritto alla propria visione ideologica - conclude la Kelany - è molto grave e lede pesantemente il decoro della magistratura".

Purtroppo la gravità della situazione non viene avvertita da tutti quanti. Non la avvertono sicuramente all'Anm. Il presidente Giuseppe Santalucia parla di "screening della persona" e accusa di andare a "vedere chi è il giudice anziché guardare quello che ha scritto". Cosa per nulla vera visto che la linea politica espressa sui social riflette anche sulle sentenze prese nell'aula del tribunale. Nemmeno il consigliere del Csm, Roberto Fontana, tra i promotori della pratica a tutela della Apostolico, sembra capire la gravità delle posizioni della giudice di Catania. Tanto da arrivare ad accusare Salvini di "usare il video per delegittimare" e "confondere i piani". Un doppio tuffo carpiato degno di una magistratura che non ammette mai errori.

Scatta subito la difesa della magistratura. Anm invoca la privacy su un fatto pubblico. Il presidente del sindacato, Santalucia: "No agli screening al passato e alla vita privata". Ma c'è chi dissente. Aimi (Csm): "La giustizia deve anche apparire imparziale". Felice Manti il 6 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Ci mancava solo l'alibi della privacy a tormentare i rapporti tra magistratura e politica. Di fronte al video diffuso dal ministro Matteo Salvini in cui si vede il magistrato Iolanda Apostolico manifestare nel 2018 contro la polizia e i decreti sicurezza del primo governo di Giuseppe Conte, confermando così una critica ideologica già resa pubblica sui social con diversi like (poi cancellati), Anm e Csm anziché fare ammenda gridano allo scandalo.

Per il togato indipendente del Csm Roberto Fontana, uno dei consiglieri che ha raccolto le firme per la richiesta di una pratica a tutela della Apostolico, è tutto normale, anzi serve a confondere i piani: «Criticare una sentenza si può, scandagliare la vita delle persone e spostare l'attenzione sulla vita del magistrato delegittima tutti», scrive Fontana.

Per l'Anm non è lecito dubitare sulla indipendenza di giudizio della giudice, che con una sentenza ha svuotato il Cpr di Ragusa, definendo illegittimo il decreto del governo nella parte in cui obbliga un richiedente asilo pagare una «garanzia sanitaria» di 5mila euro per evitare di essere trattenuto nel Centro. Un provvedimento che peraltro ha già creato un «orientamento legislativo» contro il decreto del governo (vedi la sentenza dell'altro giorno della Procura di Firenze sulla Tunisia «Paese insicuro»), come conferma lo stesso Fontana, che si augura un pronunciamento della Corte di Cassazione «a confermarlo o smentirlo» quando verrà chiamata a farlo. «La compressione dei diritti di manifestazione del pensiero dei magistrati diventa impossibile da reggere, si valuti la terzietà sulla base dei provvedimenti, sennò non se ne esce», blatera il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia (nella foto) a SkyTg24, invitando «non fare screening al passato, alla vita privata o pubblica». «Non è un preoccupante screening, siamo di fronte a una manifestazione pubblica al porto di Catania e a post pubblici di insulti contro il ministro Salvini», è la controdeduzione di alcune fonti del Carroccio. È plausibile pensare che il sindacato delle toghe e una parte del Csm difenda il magistrato dai soliti «gravissimi e inaccettabili attacchi» che nascondono l'accusa di essere «prevenuta». «Ogni magistrato ha un orientamento politico che non si riflette sulla sua imparzialità», è il solito ragionamento del togato Csm Fontana, anche se la sua sentenza demolisce un decreto su presupposti giuridici fallaci, secondo il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e quello della Giustizia Carlo Nordio (tirato per la giacchetta dalla Lega con un'interrogazione sulla «impostazione ideologica» della Apostolico), proprio perché il decreto sarebbe stato scritto in osservanza con le stesse normative nazionali e comunitarie che secondo la Apostolico invece sarebbero state violate. Da qui le critiche nel merito di Viminale e Guardasigilli.

Peraltro, dentro il Csm ci sono anche sensibilità diverse, come fa capire il laico di Forza Italia Enrico Aimi, presidente della Prima commissione del Csm, proprio quella che si dovrà pronunciare sulla pratica a tutela della magistrata di Catania chiesta da 13 consiglieri togati di sinistra: «La giustizia non deve essere solo terza e imparziale, ma deve anche apparire tale. Le eloquenti immagini del giudice in prima fila a un'accesa manifestazione dai connotati politici esortano un richiamo ai principi che sovrintendono il nostro Ordinamento», è il ragionamento del consigliere, che così anticipa il suo orientamento «colpevolista».

A far riflettere è l'escamotage di invocare il diritto alla privacy delle toghe dopo aver distrutto quella delle migliaia di innocenti messi alla gogna con intercettazioni irrilevanti (su cui finalmente arriverà una stretta), tralasciando le inchieste sui politici fatte dal buco della serratura che hanno indugiato sulla dimensione privata. La privacy è un alibi che oggi sembra, per la magistratura, la peggiore delle nemesi possibili.

"Dossieraggio". L'assurda difesa della toga pro migranti. La giudice di Catania accusa il governo di centrodestra: "È in corso un'operazione di dossieraggio contro di me". Il Fatto Quotidiano rincara: "Puzza di dossier". William Zanellato il 6 Ottobre 2023 su Il Giornale.

Imparziale, estranea alla politica e, soprattutto, lontana dalle cosiddette “toghe rosse”. Il curriculum di Iolanda Apostolico, prontamente descritto dai giornali “progressisti”, si scontra con il muro della realtà, o meglio, dei social. Post anti-Salvini, provocazioni pro-migranti e infine un video, datato 25 agosto 2018, che ritrae la giudice di Catania insieme ad un gruppuscolo di manifestanti intenti a protestare selvaggiamente, sempre in chiave anti-governativa, sul caso della Guardia Costiera Diciotti. La difesa del magistrato nel mirino delle polemiche è un attacco, nemmeno velato, al governo di centrodestra. “È in corso un’operazione di dossieraggio”, spiega il giudice in un colloquio con la Stampa.

La giudice "imparziale"

L’accusa, senza tanti giri di parole, è rivolta al numero uno del Carroccio, Matteo Salvini. Lo scontro a distanza tra i due entra nel vivo solo nella mattinata di ieri. Il video pubblicato dal vicepremier Salvini è il casus belli perfetto.“25 agosto 2018, Catania, io ero vicepremier e ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla “assassini” e “animali” in faccia alla polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari".

Urlavano "assassini" ai poliziotti. E nel video del 2018 spunta la toga pro migranti

Il volto familiare è quello di Iolanda Apostolico, la magistrata di Catania che, come si vede perfettamente nel video, quel 25 agosto 2018 era sul molo del porto catanese. Il motivo? Protestare contro la politica anti-immigrazionista di Salvini, allora titolare del Viminale, e dell’intero governo giallo-verde. I cori dei manifestanti, tanto per usare un eufemismo, non erano dei più gentili. Prima gli insulti, “animali” e “assassini”, urlati in faccia ai poliziotti e poi le proteste per chiedere lo sbarco dei migranti della nave Diciotti.

L'accusa di dossieraggio

La giudice di Catania, la stessa che si oppone al decreto Cutro, è presente al corteo. Nessun movimento scomposto, nessuna protesta azzardata. In una parola: impassibile. Il curriculum creato ad hoc dalla sinistra della giudice imparziale, nel frattempo, è diventato cartastraccia. E l’auto difesa della giudice è una pezza peggiore del buco. Sulla manifestazione, spiega Apostolico su La Stampa, “non ho nulla da nascondere, né spiegazioni da dare”.

"La giudice di Catania nel video con i dimostranti che insultavano gli agenti"

“A meno che – lancia la provocazione – non si voglia tornare a magistrati che si rinchiudono nella torre d’avorio”. Il dado è tratto: il timore della giudice pro-migranti è che sia in corso “un’operazione di dossieraggio” contro di lei. Lo stesso refrain usato, questa mattina, da Il Fatto Quotidiano. “Chi ha passato a Salvini il video contro la giudice?”, recita il titolo di prima pagina del giornale diretto da Marco Travaglio. E ancora:“Puzza di dossier: il ministro sventola i frame su apostolico – afferma il sommario – ci sono schedature o è tutto casuale?”. Per riprendere e adattare la famosa frase di un noto film si potrebbe dire: “Sono i social, bellezza!”. William Zanellato

Iolanda Apostolico, nella folla che insulta i poliziotti spunta anche il marito. Libero Quotidiano il 05 ottobre 2023

C'è anche suo marito nel video in cui appare Iolanda Apostolico in mezzo alla folla anti-Salvini durante la manifestazione del 25 agosto 2018? A vedere questa immagine pare che sia lui.  Quel giorno, la giudice che non ha applicato il decreto Cutro impedendo così il trattenimento di tre migranti al Centro di Pozzallo, era tra i manifestanti che sul molo di Catania protestavano contro Matteo Salvini che all'epoca, da ministro dell'Interno, impediva lo sbarco della nave Diciotti. Il filmato è stato pubblicato dal vicepremier leghista sul suo profilo Twitter. E a stretto giro è arrivata la conferma del deputato catanese della Lega Anastasio Carrà, che in una nota sostiene che si tratta proprio della giudice di Catania: "Ha ragione il vicepremier e ministro Matteo Salvini: nel video che ha pubblicato questa mattina (5 ottobre, ndr) sui social ci sono volti noti. Sono certo di riconoscere la magistrata di Catania Iolanda Apostolico, che in quel 25 agosto 2018 era su uno molo del porto catanese durante la manifestazione dell’estrema sinistra". Carrà ricorda che "la folla gridava assassini e animali in faccia alla polizia per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti. Mi rivolgo pubblicamente alla dottoressa: mi può smentire?". 

Ora in un’altra immagine sembra spuntare anche il marito della giudice, Massimo Mingrino, funzionario amministrativo anche con funzioni di tutor del ministero della Giustizia, anche lui presente evidentemente alla manifestazione contro Salvini. Del resto basta scorrere il suo profilo Facebook per rendersi conto che non ha in simpatia il vicepremier leghista. Ecco infatti nella sua bacheca una copertina di Charlie Hebdo, il giornale satirico francese, con il ritratto di Marine Le Pen e di Salvini, chiamato affettuosamente le "tète de penis".

Di più. In un post di agosto 2018, Mingrino, condivide una foto che ritrae alcune persone di colore che ballano, accompagnata da queste parole: "Festa di piazza, si balla, si salta, tutti insieme. Allegria, energia, gioia. Fanc*** Salvini". Frase alla quale Iolanda Apostolico mette un "cuoricino". Evidentemente l'antipatia per Salvini è un "vizio di famiglia".

«C’era la giudice in quel corteo»: l’accusa di Salvini ad Apostolico, con un video, e la lite toghe-politica. Marco Cremonesi su Il Corriere della Sera giovedì 5 ottobre 2023.

La magistrata Apostolico del caso Catania. Salvini posta un video. L’Anm: è vita privata

La giornata inizia, alle 9.46, con un video postato da Matteo Salvini: «25 agosto 2018, Catania, io ero vicepremier e ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla “assassini” e “animali” in faccia alla polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari».

Il ministro dei Trasporti la lascia cadere così, non nomina i volti familiari. Ma il giallo dura non più di mezz’ora. Il deputato siciliano della Lega Anastasio Carrà, infatti, esce allo scoperto: «Ha ragione Salvini, nel video che ha pubblicato ci sono volti noti. Sono certo di riconoscere la magistrata di Catania Iolanda Apostolico, che in quel 25 agosto 2018 era su un molo del porto catanese». Poi, il parlamentare si «rivolge direttamente alla dottoressa: mi può smentire?». La magistrata nei giorni scorsi non aveva convalidato il trattenimento a Pozzallo di quattro migranti tunisini sbarcati a Lampedusa. Una decisione che aveva lasciato «basita» la premier Meloni. Mentre l’eurodeputata leghista Susanna Ceccardi sostiene che Apostolico era la giudice che nel 2008 condannò a 12 anni il gioielliere catanese Guido Gianni che uccise due rapinatori. Apostolico non ha commentato, mentre Salvini ha fatto sapere del suo «sconcerto». E il vicesegretario Andrea Crippa: «Se quella nel video è davvero la Apostolico va radiata». Così per tutto il giorno, raffiche di dichiarazioni leghiste che chiedono l’intervento di Nordio, a partire da Erika Stefani.

Il tutto, proprio alla vigilia di una nuova udienza del processo a Matteo Salvini per i fatti della nave Open arms. E proprio nel giorno in cui la stessa Open Arms viene bloccata nel porto di Marina di Carrara con 176 migranti: avrebbe contravvenuto al decreto Cutro che vieta i salvataggi multipli. L’Anm replica: «Valuteremo insieme alla diretta interessata se e come intervenire». Con il presidente Giuseppe Santalucia che invita a «valutare la terzietà dei giudici sulla base dei provvedimenti assunti e delle motivazioni poste alla base, e a non fare invece lo screening al passato, alla vita privata di un magistrato, scavando a ritroso per anni. Comunque — dice a La7 — non era una manifestazione contro il governo, invocava il ripensamento di Salvini, un atto umanitario. E partecipare alle manifestazioni è un diritto costituzionale».

Lo stesso Santalucia, poi, riflette: «A cinque anni di distanza si riprende non so bene come un video, quando questo magistrato non convalida il trattenimento dei migranti. Non so bene come spunti il video, se era già online o se appartiene alle forze di polizia come sembrerebbe dal modo in cui sono state effettuate le riprese, alle spalle delle forze dell’ordine che contengono il corteo. Questo mi sembra più grave». Dal Csm Roberto Fontana ritiene che «spostare l’attenzione sulla vita del magistrato è un modo per eludere il confronto sul merito del provvedimento». Il leader del M5S, Giuseppe Conte invita il governo a «non sferrare un attacco a un potere autonomo». Interviene il ministro Giuseppe Valditara: «Stupisce chi parla di irrilevanza della “vita privata” di un magistrato». Il ministro riassume con «la massima per cui un magistrato ha l’obbligo non solo di essere, ma anche di apparire indipendente». Da Noi moderati, Maurizio Lupi osserva che «come per il generale Vannacci, certi comportamenti sono inopportuni per chi ricopre ruoli e cariche pubbliche». E Matteo Renzi trova «scandaloso che un magistrato vada in piazza tra chi urla slogan vergognosi». Il Cdm, ieri, ha prorogato di 6 mesi lo stato di emergenza per «l’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti».

Iolanda Apostolico, la giudice sempre a sinistra: l'altra sentenza politica. Christian Campigli Il Tempo il 05 ottobre 2023

Una diatriba lunga trenta, interminabili anni. Un arcigno confronto, quello tra politica e magistratura, divampato ai tempi di Tangentopoli, emerso in tutto il suo fragore durante i governi guidati da Silvio Berlusconi e tornato di strettissima attualità dopo il pronunciamento di Catania. Una sentenza, quella emessa dal giudice Iolanda Apostolico, che, di fatto, ha disapplicato il cosiddetto Decreto Cutro sull’immigrazione approvato lo scorso marzo ritenendo «illegittimo trattenere chi sta richiedendo asilo». Il togato ha stabilito che alcuni punti della norma fideiussione - provvedimento di trattenimento e procedure accelerate in frontiera – si porrebbero in contrasto con le leggi europee. Una scelta che ha sollevato un vespaio di polemiche. Basti pensare al premier, Giorgia Meloni, che si è definita «basita per una sentenza dalle motivazioni incredibili». In realtà, non è la prima volta nella quale Iolanda Apostolico si trova a doversi esprimere su vicende penali, condite da risvolti politici.

Basti pensare a quando, in veste di giudice a latere della Corte di Assise di Catania, l'11 dicembre del 2019, condannò a tredici anni di reclusione Guido Gianni. Una vicenda, quella dell'orefice siciliano, ancora oggi avvolta da numerosi interrogativi. Il 18 febbraio 2008, il gioielliere di Nicolosi, piccolo centro ad un passo dall'Etna, fu vittima di una rapina. Tre uomini assaltarono il suo negozio e aggredirono lui e la moglie. Gianni sparò e uccise due dei tre rapinatori. Secondo la tesi accusatoria, l'uomo avrebbe esploso i colpi alle spalle dei banditi e, per questo motivo, non gli venne riconosciuta la legittima difesa. Una decisione fortemente criticata dalla moglie del commerciante, che ha lanciato una petizione su Charge.org. «Ha difeso me, la sua vita, quella di un cliente e la nostra attività commerciale. Ed è per questo che ritengo che non possa pagare per la malvagità dei suoi assalitori». La Lega, sin dal primo momento, si è schierata dalla parte di Gianni. «Condannato, dopo una vita di lavoro, per aver reagito a una rapina a mano armata, difendendo la moglie dall'assalto dei rapinatori – ha sottolineato il leader del Carroccio, Matteo Salvini – Un'autentica follia. La difesa è sempre legittima».

Aspre critiche sono giunte anche dall'europarlamentare della Lega, Susanna Ceccardi. «Il giudice che ha rilasciato i migranti trattenuti a Pozzallo condivideva sui social le raccolte firme per sfiduciare Salvini e per comprare i biglietti aerei per i migranti irregolari in modo da farli venire direttamente in Italia. Lo stesso magistrato ha condannato l’orefice Guido Gianni per omicidio volontario, mentre la Lega conduceva una battaglia per la legittima difesa, molto osteggiata dalla sinistra. Ho incontrato Guido Gianni all’Ucciardone tempo fa ed è stato un momento di grande commozione. Abbiamo riflettuto sul fatto che al suo posto ci sarebbero potute essere molte altre persone perbene che avrebbero reagito alla stessa maniera, di fronte a una situazione così allucinante».

Il pm anti-governo alla manifestazione pro-migranti? Salvini posta video e domanda. Serve una risposta. Andrea Soglio su Panorama il 05 Ottobre 2023

Salvini accusa il giudice di Catania che ha liberato i 4 tunisini dichiarando illegittimo il decreto legge migranti di aver preso parte ad una manifestazione del 2018 contro di lui e pro migranti. Fosse vero sarebbe gravissimo «Assassini, Assassini». Fa davvero impressione guardare il video della manifestazione avvenuta a Catania a favore dei migranti e contro l’allora Ministro dell’Interno, Matteo Salvini. Fa impressione vedere dei ragazzi insultare dei poliziotti, uomini dello Stato, va sempre ricordato. Ragazzi esagitati, invasati, davanti ai quali c’è una donna che è lì con loro. Non dice nulla, non urla ma nemmeno difende gli agenti in tenuta anti sommossa. Secondo il leader della lega che ha postato sui social quello che è rapidamente diventato «il video del giorno» quella donna sarebbe Iolanda

Apostolico, la giudice del Tribunale di Catania che ha rimesso in liberà pochi giorni fa 4 tunisini (due dei quali pregiudicati) dichiarando «illegittimo» l’ultimo decreto migranti approvato dal Consiglio dei Ministri. Salvini ha invitato il giudice a dirci se fosse effettivamente lei quella donna; al momento nessuna risposta, solo il silenzio. A guardare cosa condivideva, approvava e sosteneva sui suoi social (prontamente chiusi quando è scoppiata la polemica per la sua decisione ma che qualcuno è riuscito a sbirciare) verrebbe da confermare la tesi del leader leghista ma la conferma ufficiale solo la dottoressa Apostolico la può dare.

Non si può però evitare di considerare per buona la teoria e soprattutto analizzare la questione, di fondo: può un giudice partecipare ad una manifestazione di piazza su un tema ben preciso e poi occuparsi proprio di quel tema? Nel mondo dello sport, a qualsiasi livello, qualsiasi sport, qualsiasi latitudine, l’arbitro, il giudice dev’essere per prima cosa imparziale. Senza quello non potrebbe nemmeno definirsi tale. Ovvio che, essendo persone umane, abbiano delle idee personali, ci mancherebbe. Siamo certi che molti arbitri di Serie A di calcio abbiano anche loro una squadra del cuore. E nessuno può e deve impedirlo: tutti devono avere il diritto di opinione, di idee, del tifo. Quello che l’arbitro non può fare però è scendere in piazza con gli ultras di una squadra, in prima fila, ad urlare slogan contro la formazione rivale o la tifoseria avversaria. Verrebbe radiato immediatamente o quantomeno gli verrebbe impedito di occuparsi di partite della sua squadra del cuore o della rivale. Non sono regole complicate o pesanti, è semplice buon senso. A salvaguardia per primo dello sport e della credibilità degli arbitri. Ecco, se quella donna fosse proprio Iolanda Apostolico bene, dovrebbe essere sospesa ed in futuro tenuta lontana da emettere giudizi su questioni politiche o legate ai migranti. Questo per tutelare lei, le persone delle quali andrebbe ad occuparsi e la credibilità della giustizia, uno dei tre poteri su cui si sostiene il nostro paese. Non si può poi nemmeno tacere sulla reazione della Anm, Associazione Nazionale Magistrati: «No allo screening della vita privata» hanno detto le toghe. Saremmo anche d’accordo sul concetto in se, non fosse che proprio le toghe sono state nel passato più volte i primi a mettere il naso nella vita privata di decine e decine di persone, con dettagli irrilevanti dal punto di vista processuale ma sicuramente utili per rovinare reputazioni e vite. Potremmo fare mille esempi, ne scegliamo uno per rimanere in tema «salviniano». L’assistente e guru dei social, Luca Morisi, finì al centro di un’inchiesta legata alla droga. Quando la notizia uscì ci vennero forniti i dettagli della vita privata del giovane che nulla avevano a che fare con l’ipotetico spaccio: gusti sessuali e persino le posizioni preferite. La madre di tutti gli «screening» della vita privata.

Ben venga quindi una giustizia più umana e corretta, ma per farlo devono essere proprio certi giudici a cominciare.

La sinistra salvinista. Tommaso Cerno su L'Identità il 6 Ottobre 2023

Inutile stare qui a girarci intorno, se già la sentenza di Catania era “insana” non tanto per quel che scriveva dentro i fogli, che sarà sottoposto a altri giudici e potrà essere rovesciato con estrema facilità giuridica, ma perché subito è stata impugnata dalla politica e sguainata come una spada per farne uso diverso dal proprio, cioè uso parlamentare.

Poi è uscito il video della giudice Apostolico, in prima fila durante una manifestazione, di natura politica, contro lo stop agli sbarchi, dove si vede plasticamente che la sentenza che oggi sta fra le carte di un tribunale corrisponde in pieno alle idee personali del giudice, espresse invece in sede extragiudiziale, di lotta vera e propria contro un governo della Repubblica. Ora questo significa non solo che la sentenza puzza, ma che se anche fosse perfetta sul piano giuridico diventa attaccabile in virtù di questo contorno a dir poco imbarazzante per un membro della magistratura che si esprime su temi così delicati e connessi alla vita politica.

Ma significa soprattutto che la sinistra finisce per attaccare a parole il Matteo Salvini ministro delle Infrastrutture, che a differenza di un magistrato giudicante ha il sacrosanto diritto di fare politica e di esprimere un pensiero politico, saranno poi gli elettori a giudicare quanto questo sia opportuno o meno alle elezioni, ma finisce per fare proprio il gioco del Matteo Salvini leader della Lega, che alla fine ha stanato Pd e Si rovesciando l’esito del match.

Perché se attaccare una sentenza è sbagliato, a maggior ragione lo è difenderla di fronte a quanto avvenuto. Non c’è differenza, se non di prospettiva politica, fra i due atteggiamenti, il metodo è lo stesso. Si tratta di usare la giustizia per fare altro.

E questo non cambia se chi lo fa giudica bene o male quel magistrato, perché sempre di un giudizio politico si tratta. Lo stesso errore la sinistra l’ha fatto sulla tragedia di Mestre. E sempre facendo il gioco di quel ministro Matteo Salvini che nelle intenzioni vorrebbe criticare o mettere all’angolo. Perché quando il titolare delle Infrastrutture ha sfoggiato dubbi sulla sicurezza dei motori elettrici, sicuramente in modo precoce e non informato, la reazione è stata – come nel caso del giudice Apostolico – di segno uguale e contrario. E cioè un trionfo di citazioni scientifiche e numeri che dovrebbero, di fatto, dissipare ogni ombra sulla vicenda, che ancora non è nemmeno al vaglio dei tecnici, e asserire che la verità si trova nel campo progressista.

Peccato che questo metodo sia il metodo di Harry Potter. Poco importa che tu sia un Serpeverde o un Grifondoro, se la magia e quindi la sapienza che ne deriva, è di fatto affermata come una verità assoluta. La differenza vera fra i sistemi populisti e le democrature rispetto alla nostra, benché ammaccata democrazia liberale occidentale, è il metodo scientifico opposto al sapere rivelato. E il metodo scientifico non afferma alcuna verità assoluta, tanto meno prima di avere svolto le verifiche, ma si fonda sulla verità putativa, dimostrabile e documentabile in quel momento, grazie alle conoscenze e agli studi.

Pronto per essere rimesso in discussione di fronte a nuove prove, nuove scoperte. Ed è questa mutazione di sé che la sinistra dovrebbe realizzare per diventare alternativa al populismo di Salvini, perché facendo in questo modo altro non è che una sinistra salvinista. Che finirà per passare per quella che dice una cosa non perché essa ha un valore reale ma perché è il contrario di ciò che ha detto il Salvini di turno.

Il bell’esempio della Meloni: scatena la caccia alla magistrata. Additare il nemico, ossia il giudice e non la sua decisione, legittima ciascun cittadino a scagliarsi contro, a scandagliare le profondità melmose del web per scovare indizi di propensioni, orientamenti. Alberto Cisterna su L'Unità il 4 Ottobre 2023 

Certo avrà avuto ragione Francis Edward Smedley. Davvero, «tutto è permesso in amore e in guerra» (da Frank Fairleigh o scene dalla vita di un alunno privato, 1870) e ogni comportamento e ogni parola sono consentiti per vincere. Ma trasformare il duro dibattito in corso nel paese sulle misure antimmigrazione in una battaglia campale e in una quotidiana caccia al nemico – una volta la Francia, un’altra la Germania, un’altra ancora tutte e due insieme, poi l’Europa, ora un giudice di Catania e, con lei, l’intera magistratura – non rende un buon servigio al governo e a quella parte maggioritaria dell’elettorato che gli ha concesso ampia fiducia.

A prescindere dalle pericolose ricadute di politica estera di un tale atteggiamento, il dito aspramente puntato da un paio di giorni contro le tre decisioni assunte da un magistrato della Repubblica in Catania segna una cifra di durezza del confronto che non può essere giustificata. Si sono tirati in ballo like su Facebook, private prese di posizione del giudice, pareri e opinioni personali per bollare come parziale e politicamente orientate ordinanze che pochi hanno letto e ancor meno hanno comunque voglia di leggere per formarsi un’opinione indipendente e scevra da tossicità sull’accaduto.

Additato il nemico, ossia il giudice e non la sua decisione, la scorciatoia è pericolosa, ambigua, tagliente. Rischia di legittimare ciascun cittadino, qualsiasi parte processuale a dolersi della sentenza che lo riguarda, a scandagliare le profondità melmose del Web per scovare indizi di parzialità, propensioni, orientamenti. Delegittimare il giudice e non criticare la sentenza che ha pronunciato – anzi contestare il primo come argomento principe contro la seconda – sembrava appartenesse a retaggi che si pensava potessero essere superati soprattutto grazie al provvidenziale pensionamento o l’epurazione di un ceto di toghe propenso al protagonismo e alla pubblicità mediatica e disponibili, quindi, allo scontro frontale e personale con la politica. La magistratura italiana, nella sua stragrande maggioranza e quasi totalità, ha dismesso queste posture da tempo, anche aiutata dalla legge sulla presunzione di innocenza che ha finalmente contenuto la bulimia accusatoria di più d’uno.

Ora è la politica al suo massimo livello a riprendere le fila dell’attacco diretto, del discredito personale, del “colore dei calzini” con cui si voleva far beffe del giudice di un caso controverso che riguardava un altro presidente del Consiglio. Il fatto è che nella vicenda siciliana è esattamente il governo, il ministero dell’Interno a essere direttamente, in proprio verrebbe da dire, una parte dei procedimenti che hanno riguardato i tre immigrati il cui trattenimento non è stato convalidato. Era stato il questore di Ragusa a disporlo e il rilascio dei tre cittadini stranieri è stato a lui ordinato. Insomma l’autorità governativa, questa volta, non è il distaccato censore delle decisioni del giudice di Catania, ma è la diretta parte del procedimento anzi è quella, come dire, che ha perso la causa.

Ora se ogni cittadino italiano che si vede dar torto – come per forza capita in milioni di cause civili – scatenasse la caccia al giudice e lo attaccasse personalmente, ovviamente il processo diverrebbe un luogo ingestibile, la vita sociale piomberebbe in un disordine incontrollabile. Solo nelle dittature sudamericane i giudici stavano in udienza incappucciati e irriconoscibili; una democrazia matura rende visibili e noti i propri giudici perché la massima trasparenza e la massima responsabilità presieda le decisioni. Nessuno sostiene che il processo civile come quello penale non risenta delle convinzioni personali, delle oscillazioni ideologiche del giudice chiamato a pronunciarsi. Non vivono le toghe in una campana di vetro o in una torre di cristallo. L’unico limite invalicabile che i chierici hanno è quello di dar conto in modo accurato della propria decisione, articolando gli argomenti e rendendo chiare le interpretazioni. Una sentenza immotivata, prima ancora che nulla è un semplice atto di forza da punire in modo esemplare.

Ma leggendo le ordinanze della toga catanese (per chi voglia) non si coglie questa impressione. Valuterà la Cassazione la correttezza delle scelte se il ministero dell’Interno, come pare, presenterà un ricorso, ma i provvedimenti appaiono obiettivamente articolati, puntuali, densi di richiami a norme e precedenti di giurisprudenza costituzionale ed europea. Spieghi il “soccombente” alla pubblica opinione perché ritiene che si tratti di provvedimenti abnormi, illegittimi, che non rispettano la volontà sovrana del Parlamento. Non è proprio una lezione di stile per chi ha perso, per ora, in un’aula di tribunale appellarsi al giudizio del popolo per vedersi riconosciuto il torto subito, ma insomma passi.

Una reazione ci sta. L’abbordaggio alle opinioni e agli orientamenti del giudice è, invece, un’operazione non consentita perché sconfina dalla critica della decisione alla critica del decidente che, però, non ha detto una parola, non ha reso un commento, non ha criticato le autorità politiche del paese, non ha difeso in alcun modo il proprio operato appellandosi solo ai propri atti. Lo ha detto chiaramente il presidente dell’Anm in un’intervista di ieri: «Ci mancherebbe il governo, come qualsiasi altro soggetto, ha tutto il diritto di criticare. E può accadere che un provvedimento non sia ritenuto in linea con le norme».

La critica del dottor Santalucia è in filigrana, ma riluce, poiché reca implicita, ma evidente, l’obiezione che il governo non è un «qualsiasi altro soggetto» e non può scegliere questo crinale per dolersi dell’esito di un giudizio in cui era parte a tutti gli effetti. Non è un gesto d’amore verso il proprio elettorato, né un atto di guerra contro i trafficanti di uomini, per cui non è tutto consentito. Alberto Cisterna 4 Ottobre 2023

Il decreto illegittimo. Rifiutare la sentenza di Catania equivale a rifiutare lo Stato di Diritto. Il governo, a cominciare da chi lo capeggia, non rimprovera a quella giudice di aver male applicato il diritto che le consente di disapplicare un decreto illegittimo: ben diversamente, le contesta lo stesso potere di farlo. Iuri Maria Prado su L'Unità il 4 Ottobre 2023

Oltre che dell’esercito di famigli addetto a organizzare la claque nelle loro conferenze stampa e la quotidiana produzione di selfie, Giorgia Meloni e Matteo Salvini dispongono senz’altro di ottimi consiglieri giuridici: i quali potrebbero spiegare ai propri committenti che un giudice italiano non solo può, ma deve, disapplicare una norma nazionale quando ritiene che essa sbatta contro il diritto comunitario. Questo ha fatto la giudice catanese quando, con un’ordinanza dell’altro giorno, ha considerato illegittime le norme adoperate per privare della libertà personale alcuni migranti.

Ha sbagliato? Può darsi benissimo. Il decreto “o la borsa o la prigione” approvato dal governo, cioè la norma che legittima il taglieggiamento dei migranti e li manda al gabbio se non versano cinquemila euro, è rispettoso del sistema costituzionale ed europeo? Ma per carità: un’altra volta può darsi benissimo. Il “trattenimento”, cioè in buona sostanza l’arresto, era in realtà ordinato nel rispetto delle superiori norme dell’Unione che disciplinano la materia? Ancora: può anche darsi. Solo che non sta al presidente del consiglio stabilirlo, né a questo o quel ministro.

Ma non basta. Perché la realtà è che il governo, a cominciare da chi lo capeggia, non rimprovera a quella giudice di aver male applicato il diritto che le consente di disapplicare un decreto illegittimo: ben diversamente, le contesta lo stesso potere di farlo, e cioè si rivolta eversivamente contro lo Stato di diritto che non solo permette ma, si ripete, impone al giudice di non fare applicazione di una norma che cozza contro preminenti principi costituzional-comunitari.

La sciocchezza più ricorrente di questi giorni, propalata dalle truppe dei liberali per le manette, è che il decreto anti-immigrati quater (ma forse siamo oltre, al decies, al terdecies) sarebbe costituzionalmente impeccabile siccome l’ha firmato Mattarella. Questa scempiaggine è toccato sentirla non si sa più quante volte nelle ultime ore, ma i consiglieri giuridici di cui sopra potrebbero preparare una brochure semplice semplice per i gruppi parlamentari e per le redazioni di riferimento, un piccolo memorandum in cui si spiega sottovoce, senza che si sappia troppo in giro, che no, la firma del presidente della Repubblica è necessaria ma il fatto che essa sia apposta non significa per nulla che la norma sia legittima.

Non si rendono conto (se lo facessero consapevolmente sarebbe meno preoccupante) che in questo modo, e cioè contestando al giudice l’uso di un potere che egli non solo può, ma deve esercitare, si rendono responsabili di una specie di golpe endogeno. Fanno, a parti invertite, quello che fece il cosiddetto Pool di Milano nel comizio togato che contestava la presunta piega salva-ladri dell’attività di governo: solo che qui è anche più grave perché dai lombi dell’esecutivo viene il bel principio secondo cui la giustizia, nel decidere se privare qualcuno della libertà personale, non deve rifarsi al quadro di diritto applicabile ma agli inquadramenti usciti dall’ultimo consiglio dei ministri (almeno il manipulitismo chiedeva leggi per arrestare, non il diritto di arrestare contro la legge).

Il fatto, poi, che questa giudice si fosse a suo tempo lasciata andare a comportamenti inappropriati per un magistrato, con manifestazioni di militanza politicamente orientata, appartiene a tutt’altro piano di ragionamento. E dispiace che non se ne siano accorti alcuni garantisti impeccabili, questa volta andati fuori segno. Qui il punto è che si è contestato al giudice non già di aver emesso una decisione illegittima perché contraria al diritto, ma di aver emesso una decisione illegittima perché “antigovernativa”. Qui il punto è che non si vuole rimuovere la toga rossa per avere un giudice imparziale, ma per sostituirla con la toga bruna. Iuri Maria Prado 4 Ottobre 2023

Ai giudici licenza di apparire militanti politici, oltre che esserlo. Csm e Anm teorizzano un diritto alla militanza politica. Parafrasando Mattarella, non esiste e non può esistere un contropotere politico della magistratura. di Federico Punzi su Nicolaporro.it il 6 Ottobre 2023. 

Per la serie il mondo al contrario, nel nostro Paese abbiamo membri del Csm e un’Associazione nazionale magistrati che teorizzano il diritto dei giudici non solo ad essere, ma persino ad apparire parziali e politicizzati.

Il caso lo conoscete, è quello del giudice Iolanda Apostolico del Tribunale di Catania, che pochi giorni fa non ha convalidato il fermo di quattro migranti illegali (che ci auguriamo non compiano reati violenti), disapplicando un decreto del governo ritenuto in conflitto con la normativa Ue.

Giudice attivista

Peccato che il giudice Apostolico abbia espresso sui social le sue posizioni politiche comuniste e immigrazioniste, e firmato anche appelli e petizioni contro l’allora ministro dell’interno Matteo Salvini. Un magistrato militante vicino a forze politiche di estrema sinistra.

Come se non bastasse, ieri un deputato della Lega ha diffuso un video nel quale si vede la Apostolico partecipare ad una manifestazione del 2018 nel porto di Catania contro l’operato di Salvini nel caso della nave Diciotto. Il suo volto appare proprio davanti ai poliziotti mentre una piccola folla di esagitati, tra cui il marito (sic!), intona insulti all’indirizzo degli agenti e del governo (“assassini” e “animali”).

Protesta ovviamente legittima, ma discutibile la presenza del magistrato. Un video che obiettivamente cambia la sostanza, perché un conto è che un giudice esprima una posizione politica, e già non dovrebbe accadere, ma ancor più grave che si trasformi in attivista.

“Trovo scandaloso che un magistrato vada in piazza, per di più in mezzo a persone che urlano slogan vergognosi contro le forze dell’ordine. Se vuoi fare politica, non fai il magistrato“, ha postato Matteo Renzi su X.

Il paragone con Vannacci

Subito da sinistra hanno tirato in ballo il caso Vannacci: ma come, la destra ha difeso la libertà d’espressione del generale e si lamenta delle posizioni politiche del giudice Apostolico? Discorso che si potrebbe ribaltare: la sinistra voleva censurare Vannacci, buttarlo fuori dalle forze armate, e invece va tutto bene se un giudice scende in piazza contro un governo?

Pari e patta, dunque? Nemmeno per idea. Primo, come ha fatto notare Andrea Venanzoni, “quando nell’ordinamento militare saranno inserite le motivazioni sottese all’istituto della ricusazione, dettate dal venire meno del fondamentale requisito della terzietà (incidente direttamente su quell’atto tremendo che è il giudizio), questo potrà apparire un paragone anche solo vagamente sensato”.

Secondo, il giudice decide in piena autonomia e ha nelle sue mani la libertà dei cittadini, può sconvolgere in modo drammatico le loro vite, distruggerle in modo irreparabile. Peraltro, nel nostro Paese è anche “irresponsabile”, una distorsione del sistema per cui di fatto non viene mai chiamato a rispondere del suo operato.

Un generale in tempo di pace ha un potere nemmeno lontanamente paragonabile – e solo sui suoi sottoposti – e risponde sempre ad una rigorosa catena di comando. Tant’è che Vannacci è stato immediatamente rimosso dal suo incarico, nonostante non sia ancora emersa a suo carico alcuna violazione per la pubblicazione del suo libro, mentre il giudice Apostolico è al suo posto e anzi il Csm si è subito mosso a sua tutela.

Diritto alla militanza politica

Subito, manco a dirlo, è scattata la difesa a spada tratta della corporazione, con argomenti però lunari. Non solo tredici togati del Csm hanno depositato una richiesta di pratica a tutela del giudice catanese. Il consigliere Roberto Fontana, uno dei firmatari, sostiene che con il video si vogliono “confondere i piani”.

La giurisdizione si esprime attraverso i provvedimenti, che ovviamente possono essere criticati e impugnati sulla base di ragioni tecnico-giuridiche. Spostare l’attenzione sulla vita del magistrato e le sue eventuali attività esterne a quella giudiziaria, è un modo per eludere il confronto sul merito del provvedimento e un tentativo di delegittimare l’attività giurisdizionale.

Ancora più esplicito il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia:

Inviterei a valutare la terzietà dei giudici sulla base dei provvedimenti che vengono assunti e delle motivazione poste alla base, e a non fare invece lo screening al passato, alla vita privata di un magistrato. Altrimenti la compressione dei diritti di un magistrato diventa impossibile da reggere.

Qui Fontana e Santalucia arrivano addirittura a rivendicare il diritto del magistrato a esibire la sua parzialità, la sua militanza politica. Un’arroganza che rivela la sensazione di intoccabilità della categoria.

Eh no! I magistrati devono non solo essere ma anche apparire terzi e imparziali, altrimenti non esisterebbe l’istituto della ricusazione. Ed esternare le proprie posizioni politiche sui social, firmare appelli e petizioni, partecipare a manifestazioni, è vita pubblica, non privata, che nel caso di un giudice può e anzi deve essere sottoposta a screening.

L’imparzialità della decisione va tutelata anche attraverso l’irreprensibilità e la riservatezza dei comportamenti individuali, così da evitare il pericolo di apparire condizionabili o di parte. È un aspetto importante per ogni istituzione della Repubblica, particolarmente in questa stagione nella quale la preziosa moltiplicazione dei canali informativi presenta anche il rischio di trasmettere l’apparenza di realtà virtuali.

Di chi sono queste parole? Sono del presidente della Repubblica Sergio Mattarella non molti mesi fa, il 15 giugno scorso, parlando ai magistrati tirocinanti. Non scommetterei un centesimo di euro che il presidente Mattarella trovi il coraggio di ribadire questo concetto in queste ore, ma se ci credesse davvero, avrebbe pienamente senso farlo ora.

Parafrasando Mattarella in altra occasione, non esiste e non può esistere un contropotere politico della magistratura.

Il caso Guido Gianni

Che poi, la decisione più grave presa dal giudice Apostolico non è nemmeno la disapplicazione del decreto sui migranti, ma la condanna (che a questo punto ci sono molti elementi per ritenere ideologicamente motivata) del gioielliere Guido Gianni a 13 anni di carcere per legittima difesa, per aver difeso se stesso e la moglie da una banda di tre ladri che li minacciavano. Se n’è occupato Giuseppe Di Lorenzo su NicolaPorro.it: Guido Gianni libero subito!

Violante: "La giudice di Catania ha sbagliato a manifestare. Così non è più imparziale". L’ex presidente della Camera: “Un magistrato deve sempre essere figura terza. Schierarsi con chi è parte di un conflitto lede la funzione costituzionale. La difesa dei diritti dei più deboli si fa con le sentenze, non con i cortei". RAFFAELE MARMO su quotidiano.net il 7 ottobre 2023

“Un magistrato non può partecipare a manifestazioni conflittuali e pensare di essere ritenuto imparziale. La contraddizione, in termini di etica professionale, è palese". Luciano Violante, ex magistrato ed ex presidente della Camera, una vita a sinistra, è netto. 

Dunque, il caso Apostolico è di agevole definizione?

"Sgombriamo il campo da questioni che non c’entrano niente, come quella delle opinioni politiche del marito, che sono un fatto privato. O come quella relativa alla sentenza, della quale si occuperà la Cassazione. Arriviamo al punto. E il punto è quello che riguarda il comportamento dei magistrati e la loro partecipazione a manifestazioni di parte".

Perché non devono essere possibili?

"Una premessa. Fino ai primi del Novecento le leggi erano poche e chiare: il magistrato traeva la sua legittimazione dalla applicazione della legge. Era, si diceva, la bocca della legge. Dalla metà del secolo scorso tutti i sistemi ordinamentali si sono fortemente inflazionati, hanno perso coerenza, si sono articolati in diversi livelli intrecciati tra loro: livelli internazionali, europei, nazionali, regionali, sentenze delle Corti costituzionali. Parallelamente alle magistrature sono stati attribuiti grandi poteri discrezionali e grandi poteri di intervento nella vita e nella reputazione dei cittadini. Tutto questo ha reso spesso difficilmente definibile a priori la regola da applicare al caso concreto. E a questo punto la legittimazione del magistrato non sta più nell’essere la bocca della legge, ma nell’essere un soggetto che interpreta la legge in modo credibile. Dunque, io magistrato posso fare le migliori sentenze in assoluto, ma se mi schiero con chi è parte di un conflitto non sono più credibile e ledo la mia funzione costituzionale".

C’è chi sostiene che schierarsi con i più deboli, però, sia consono a un giudice.

"Ho letto anche questa posizione di una persona che stimo molto, come Armando Spataro, secondo cui si deve stare dalla parte dei più deboli. Si deve stare dalla parte dei diritti dei più deboli, come impone l’articolo 3 della Costituzione, con le sentenze, non con le manifestazioni. Non si può rivendicare indipendenza, e poi tenere comportamenti che la mettono in discussione".

La giudice di Catania ha obiettato che era lì per fare da mediatrice.

"Non mi pare fosse il suo compito".

I vertici dell’Anm, dal canto loro, parlano di screening sui giudici, mentre il Pd punta l’indice su come il video sia finito a Matteo Salvini.

"Può darsi che qualcuno abbia violato un segreto di ufficio rendendo inconsapevolmente ricettatore chi ha usato il video. Ma questa è una polemica deviante. Le società fortemente polarizzate, come la nostra, hanno bisogno di figure terze, che possano risolvere in modo credibile i conflitti. È una responsabilità ulteriore che grava sulle spalle della magistratura".

L’etica pubblica, dunque, impone obblighi specifici ai magistrati?

"Sì. C’è un punto di etica professionale che va chiarito: un magistrato, per il suo specifico ruolo costituzionale, ha doveri più stringenti di un qualsiasi altro funzionario pubblico. Da qui il dovere di non partecipare a manifestazioni conflittuali che possano mettere in discussione la sua credibilità come soggetto imparziale. Si possono manifestare in modo corretto, non conflittuale, le proprie opinioni".

Come?

"Con studi, articoli, interventi in sedi proprie; evitando sempre di essere e di apparire parte di un conflitto sociale o politico".

Quando un magistrato vuole fare politica, insomma, deve lasciare la toga. Ma può tornare a fare ugualmente il giudice, chiusa l’attività politica?

"Ho visto ottimi magistrati diventare ottimi dirigenti politici. Alfredo Mantovano è stato un ottimo magistrato, è stato un ottimo sottosegretario all’Interno, è tornato a fare il magistrato in modo eccellente e oggi sta a Palazzo Chigi. Quelli di Salvatore Senese e di Pier Luigi Onorato, di altra parte politica, sono altri casi esemplari".

Il problema di fondo è che i rapporti complessivi tra politica e magistratura restano controversi e conflittuali.

"Ho letto che quel magistrato, con quella sentenza, sarebbe colpevole di essersi mosso contro gli eletti dal popolo. Ma tutta la storia delle libertà nelle democrazie, dalla rivoluzione americana in poi, si fonda sui limiti che la giurisdizione pone al potere politico e sulla rivolta del potere politico che non vuole limiti. Anche oggi in Paesi vicini a noi, si tenta di condizionare il funzionamento delle Corti Costituzionali. Questa strada porta al caos o alla riduzione delle libertà. Serve un atteggiamento responsabile, persuadente e non conflittuale. Le istituzioni si devono rispettare reciprocamente perché i cittadini possano rispettarle. Questo è lo sforzo da fare da parte di tutti".

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per “il Foglio” venerdì 6 ottobre 2023. 

Spiace sostenere il senatore Matteo Salvini […]. Ma la dottoressa Iolanda Apostolico, Catania, non è un cittadino come gli altri, non gode degli stessi diritti di tutti, ha una toga sulle spalle, emette provvedimenti che vincolano e impegnano lo stato di diritto. 

Da ragazzo, in un paese più povero ma non infelice, conoscevo un magistrato, il padre di un amico di scuola divenuto insigne storico, che la sera stava sempre e rigorosamente a casa, salvo eccezioni famigliari contenute, e ascoltava l’“Italiana” di Mendelssohn.

Sbirciò cinque minuti di Italia-Germania 4 a 3, ma non di più, mentre noi incasinavamo di urla la stanza della televisione nel suo appartamento. Lo ammiravo. Era una persona consapevole più che dei suoi diritti dei suoi doveri. 

Una casta è una casta. Non è obbligata a portare il codino, ma se porta la toga il riserbo è essenziale, decisivo. L’imparzialità nella vita pubblica, anche di fronte a enormità come la crociata salviniana dei porti chiusi e delle “zecche comuniste”, gli consentirà di decidere in fatto di legge con autentica credibilità.

[…] Il linciaggio è comunque e sempre una vergogna, si parli della Apostolico di Davigo di Palamara o di Squillante, è uno sport barbaro dal quale è doveroso astenersi. Nota per Salvini: si può finire per avere torto anche quando si abbia ragione, e Twitter è lì per confermarlo. 

Ma in questo caso la ragione ci dice incontrovertibile che un’ordinanza su un migrante e il suo trattenimento, quale ne sia la legittimità giuridica, non deve in nessun caso essere confusa e compromessa da un comportamento militante, Potere al popolo, e dalla manifestazione pubblica, magari anche sbracata, di un orientamento che appartiene o deve appartenere, nel caso dei togati, al foro interiore cosiddetto. Una casta è una casta legittima solo in questo caso.

[…] Ci sono limiti importanti per chi ha le mani in pasta con la libertà personale, sia nella direzione della carcerazione sia in quella della liberazione dal fermo di polizia. Sono cose così ovvie che non si vorrebbe fossero rappresentate dal solo senatore Salvini. Che ai miei occhi non togati, dunque liberi di stravedere, ha torto anche quando ha ragione, ma senza esagerare.

Sarina Biraghi per “La Verità" venerdì 6 ottobre 2023.   

Più vicino alle posizioni del governo, forse per i suoi frequenti rapporti con i tribunali, il leader di Italia viva, Matteo Renzi: «Le mie posizioni sull’immigrazione sono diametralmente distanti da quelle di Salvini. Trovo però scandaloso che un magistrato vada in piazza, per di più in mezzo a persone che urlano slogan vergognosi contro le forze dell’ordine. Se vuoi fare politica, non fai il magistrato. Quella giudice ha sbagliato e ha danneggiato la credibilità dell’intera magistratura». […]

Estratto dell’articolo di Liana Milella per repubblica.it venerdì 6 ottobre 2023. 

Stavolta, al Csm, non c’è tutela che tenga per Iolanda Apostolico. A palazzo dei Marescialli, egemonizzato dal centrodestra della politica e delle toghe, in un Consiglio presieduto dall’avvocato leghista Fabio Pinelli, la giudice rischia il trasferimento d’ufficio. 

Ma su di lei il Csm si spacca due volte in 48 ore. I laici filogovernativi assieme a Italia viva la “condannano” prim’ancora di averla sentita […]. Dopo che la destra delle toghe di Magistratura indipendente due giorni fa aveva negato la “tutela” chiesta per lei da 13 colleghi dopo l’attacco della premier Giorgia Meloni.

[…] Al Csm il “processo” per Apostolico è già scritto. Lo formalizza addirittura, con una sorta di condanna in anticipo, il presidente della prima commissione che si occupa dei trasferimenti d’ufficio. Enrico Aimi, ex senatore di Forza Italia, di professione avvocato, stavolta veste i panni dell’accusa e chiede che «i giudici siano come la moglie di Cesare». 

Proprio mentre il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia ricorda che «si criticano i provvedimenti non sulla base di un video di cinque anni prima preso dal cassetto, che allora non ha creato scandalo, e che semmai andava valutato in quel momento e non oggi».

Aimi la pensa all’opposto perché «l’autonomia e l’indipendenza del magistrato deve riguardare anche la sua proiezione esterna e la toga non deve essere solo terza e imparziale, ma deve anche apparire tale». 

Apostolico insomma è già stata condannata. E a pensarla come Aimi è Ernesto Carbone, il laico di Iv, che cita «l’interpretazione granitica della Cassazione che impone di escludere anche il sospetto dell’imparzialità». Insomma, dice Carbone, «se hai manifestato sotto la nave Diciotti, devi astenerti sui migranti». Così la pensa Matteo Renzi: «Scandaloso che un magistrato vada in piazza».

Ma è certo che al Csm la battaglia sarà durissima. Perché, almeno in prima commissione, la destra potrebbe perdere sul trasferimento d’ufficio, visto che il centrosinistra può contare su tre togati (Abenavoli di Area, Miele di Md, Forziati di Unicost) e il laico Papa di M5S, a fronte del forzista Aimi e di Paolini di Mi. 

Ma anche perché prima si dovrà discutere della pratica a tutela chiesta dall’indipendente Roberto Fontana e firmata da 12 colleghi. […] Lo scontro sarà durissimo, e visti i numeri alla fine potrebbe vincere chi la pensa come Salvini.

Estratto dell’articolo di Felice Manti per “il Giornale” venerdì 6 ottobre 2023.   

Ci mancava solo l’alibi della privacy a tormentare i rapporti tra magistratura e politica. Di fronte al video diffuso dal ministro Matteo Salvini […] Anm e Csm anziché fare ammenda gridano allo scandalo.

Per il togato indipendente del Csm Roberto Fontana, uno dei consiglieri che ha raccolto le firme per la richiesta di una pratica a tutela della Apostolico, è tutto normale, anzi serve a confondere i piani: «Criticare una sentenza si può, scandagliare la vita delle persone e spostare l’attenzione sulla vita del magistrato delegittima tutti», scrive Fontana.

Per l’Anm non è lecito dubitare sulla indipendenza di giudizio della giudice, che con una sentenza ha svuotato il Cpr di Ragusa, definendo illegittimo il decreto del governo nella parte in cui obbliga un richiedente asilo pagare una «garanzia sanitaria» di 5mila euro per evitare di essere trattenuto nel Centro.

Un provvedimento che peraltro ha già creato un «orientamento legislativo» contro il decreto del governo (vedi la sentenza dell’altro giorno della Procura di Firenze sulla Tunisia «Paese insicuro»), come conferma lo stesso Fontana, che si augura un pronunciamento della Corte di Cassazione «a confermarlo o smentirlo» quando verrà chiamata a farlo. 

«La compressione dei diritti di manifestazione del pensiero dei magistrati diventa impossibile da reggere, si valuti la terzietà sulla base dei provvedimenti, sennò non se ne esce», blatera il presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia […] a SkyTg24, invitando «non fare screening al passato, alla vita privata o pubblica». […] È plausibile pensare che il sindacato delle toghe e una parte del Csm difenda il magistrato dai soliti «gravissimi e inaccettabili attacchi» che nascondono l’accusa di essere «prevenuta».

«Ogni magistrato ha un orientamento politico che non si riflette sulla sua imparzialità», è il solito ragionamento del togato Csm Fontana, anche se la sua sentenza demolisce un decreto su presupposti giuridici fallaci, secondo il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e quello della Giustizia Carlo Nordio [...], proprio perché il decreto sarebbe stato scritto in osservanza con le stesse normative nazionali e comunitarie che secondo la Apostolico invece sarebbero state violate. 

Da qui le critiche nel merito di Viminale e Guardasigilli. Peraltro, dentro il Csm ci sono anche sensibilità diverse, come fa capire il laico di Forza Italia Enrico Aimi, presidente della Prima commissione del Csm, proprio quella che si dovrà pronunciare sulla pratica a tutela della magistrata di Catania chiesta da 13 consiglieri togati di sinistra: «La giustizia non deve essere solo terza e imparziale, ma deve anche apparire tale. Le eloquenti immagini del giudice in prima fila a un’accesa manifestazione dai connotati politici esortano un richiamo ai principi che sovrintendono il nostro Ordinamento», è il ragionamento del consigliere, che così anticipa il suo orientamento «colpevolista».

A far riflettere è l’escamotage di invocare il diritto alla privacy delle toghe dopo aver di strutto quella delle migliaia di innocenti messi alla gogna con intercettazioni irrilevanti (su cui finalmente arriverà una stretta), tralasciando le inchieste sui politici fatte dal buco della serratura che hanno indugiato sulla dimensione privata. La privacy è un alibi che oggi sembra, per la magistratura, la peggiore delle ne mesi possibili.

Estratto dell’articolo di Marco Travaglio per “il Fatto quotidiano” venerdì 6 ottobre 2023. 

Fa quasi ridere, in un Paese governato da chi non riconosce neppure la Costituzione e il Codice penale, ricordare a un giudice una questione di opportunità. Ma al posto della giudice Iolanda Apostolico, quando il marito attivista politico il 25 agosto 2018 scese in piazza a Catania contro Salvini che negava lo sbarco alla nave Diciotti carica di migranti, noi saremmo rimasti a casa. 

Nessuna norma penale o deontologica le vietava di manifestare con tanti cittadini comuni, ma lei era ed è un giudice e la sua presenza accanto a chi insultava il ministro dell'Interno poteva far dubitare non della sua imparzialità e indipendenza (che sono fatti interiori), ma della sua immagine di giudice imparziale e indipendente.

[…] Ciò premesso, la sua partecipazione (peraltro silenziosa) a un vecchio corteo non inficia minimamente la sua ordinanza che nega il trattenimento di tre migranti mandando in bestia il governo. 

Governo in cui siede, al ministero della Giustizia, un ex magistrato che, quando indossava la toga, andava a cena con Cesare Previti, imputato (e poi condannato) per corruzione di giudici in cambio di sentenze comprate: bell'esempio d'imparzialità e indipendenza.

[…] Ma ora un fatto gravissimo dovrebbe allarmare tutti e mettere il resto in secondo piano: l'angolatura di ripresa del video della giudice in piazza coincide […] con quella di un uomo armato di videocamera in mezzo alle forze di polizia (un agente in borghese?). 

Il fatto che sia saltato fuori a tempo di record in mano al vicepremier e ministro Salvini, si spiega in soli due modi: o un poliziotto, con occhio di lince e memoria di ferro, si è ricordato di quel filmato di cinque anni fa e ha avvisato Salvini; oppure in qualche ufficio di polizia o di servizi si schedano i partecipanti illustrialle manifestazioni e, quando il politico di turno domanda "abbiamo niente contro la Apostolico?” c'è chi sa dove pescare in tempo reale.

Non sarebbe la prima volta: l’archivio segreto e illecito di Pio Pompa, analista del Sismi del gen. Pollari, trovato nel 2006 in un ufficio riservato di via Nazionale 230, raccoglieva schedature di magistrati, giornalisti e politici sgraditi a B. e alla sua banda. Pompa è morto ma, se Salvini non rivelerà subito chi gli ha passato quel video, saremo autorizzati a pensare che abbia già un degno successore. E ad avere paura.

Estratto dell’articolo di Giovanni Tizian e Nello Trocchia per editorialedomani.it venerdì 6 ottobre 2023. 

«Se fosse confermato che il video pubblicato da Salvini è materiale proveniente dagli uffici della polizia di Stato ci troveremmo di fronte a un caso di rilevante gravita». È uno dei passaggi dell’esposto presentato alla magistratura dai deputati Angelo Bonelli e Filiberto Zaratti, gruppo alleanza Verdi-Sinistra, che chiedono alla procura della repubblica di Roma di indagare e valutare l’eventuale violazione dell’articolo 326 che punisce la rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio.

I deputati nell’esposto, che Domani ha potuto leggere in anteprima, si chiedono se esista o meno una banca dati in grado di catalogare i cittadini, anche incensurati, che partecipano alle manifestazioni e chi ha accesso a questi dati. Ora i magistrati, guidati dal procuratore Franco Lo Voi, dovranno aprire un fascicolo oppure inviare gli atti ai colleghi catanesi. 

A questo punto i pm potrebbero chiedere alla polizia di effettuare verifiche interne e sentire i testimoni coinvolti in questa vicenda a partire da Matteo Salvini e dal leghista catanese, l’ex carabiniere Anastasio Carrà.

[…] Non è certo semplice gestire la situazione innescata dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini con la pubblicazione di un video inedito della manifestazione a Catania dell’agosto 2018 contro lo stesso Salvini all’epoca ministro dell’Interno che bloccava le navi cariche di migranti lasciandole in mezzo al mare e vietando lo sbarco nei porti. 

In quelle immagini compare il volto della giudice Iolanda Apostolico, ai tempi lavorava alla misure di prevenzione, oggi è la nemica numero uno del governo dopo aver bocciato i decreti immigrazione attraverso una serie di ordinanze che hanno liberato i migranti tunisini dai Centri di permanenza. Chi ha ripreso con lo zoom il volto della giudice e chi l’ha ritirato fuori a tempo debito quando serviva a colpire la firmataria delle sentenze che hanno messo in difficoltà l’esecutivo?

Ambienti leghisti, naturalmente, escludono provenga dalla polizia, alcuni sono certi che sia stato qualche leghista locale a farle. Di certo se così fosse sarebbe curioso perché è l’unico civile nel quadrante blindato dalle camionette inaccessibile persino alla stampa. 

[…] Resta un mistero chi le ha girate, cioè la provenienza delle immagini finite sui social del leader leghista. Uno dei primi sospettati è stato un uomo calvo dietro i poliziotti in tenuta antisommossa e che è certamente un poliziotto perché in un frame di uno dei video di quella giornata, trasmessi da Gedi, sale addirittura sul paraurti della camionetta per riprendere le cariche in corso. Nessuno giornalista potrebbe farlo, verrebbe immediatamente fatto scendere. Ha uno zaino blue ed è quasi poggiato sulla spalla di uno degli agenti. Quindi ecco la prima certezza: lui è il poliziotto deputato a riprendere i momenti della protesta così da analizzarli in un secondo momento.

È l’unico a riprendere nella zona presidiata da tutti i lati dalle camionette, che avevano così formato una sorta di zona rossa. Tanto che l’emittente Local Team, sempre in prima linea durante i cortei, quella sera ha fatto riprese solo da lontano, quasi dall’alto che permettono comunque di individuare il tizio calvo incollato agli agenti con casco e manganelli. Non c’erano giornalisti, nessun’altra telecamera. Ma se anche non fosse lui l’autore, può essere stato solo qualcuno autorizzato a stare lì nell’area di sicurezza. Lo confermano anche altri giornalisti presenti quel giorno. A questo si aggiunge che il video è inedito, non c’è traccia sul web e sui social prima della diffusione sui social da parte di Salvini. 

L’unico modo per risolvere il giallo è una verifica interna alla polizia. Quello che trapela da alcune fonti che Domani ha consultato è che non c’è certezza che le immagini siano state girate e diffuse da agenti in servizio e che comunque una verifica ufficiale non partirà se non per impulso della magistratura. In realtà se il ministero dell’Interno volesse potrebbe avviare una verifica a prescindere dalla procura e nel caso sanzionare la manina che ha trasmesso il video. 

Tuttavia, sempre le stesse fonti qualificate, spiegano che «non si esclude che sia in corso una verifica informale […]. […]

Il fumo negli occhi della sinistra sulla Apostolico. Conta più da chi arriva il video che il video stesso. Andrea Soglio su Panorama il 6 Ottobre 2023

Il fumo negli occhi della sinistra sulla Apostolico. Conta più da chi arriva il video che il video stesso La sinistra attacca sull'origine del filmato che mostra la giudice di Catania mentre manifesta contro la Polizia e Salvini. Il punto resta però un altro: può giudicare un giudice di parte e militante? La strategia è chiara e soprattutto vecchia come il mondo: quando sei in difficoltà la cosa migliore da fare è distrarre, cercare un altro argomento di polemica per sviare l’attenzione. E’ quello che una certa parte della magistratura ed una certa parte della sinistra stanno cercando di fare oggi, da quando è stato diffuso il video che riprende Iolanda Apostolico, il giudice del Tribunale di Catania, in prima fila ad una manifestazione con chi contestava con violenza verbale la Polizia, l’allora Ministro dell’Interno, Salvini e si schierava pro migranti.

Sul fatto che la presenza del giudice sia non solo “poco opportuna” ma in qualche maniera non regolare lo dice l’articolo 1 del codice etico dei magistrati in cui è presente nelle tre righe del testo complessivo una parola che dice tutto: imparzialità. Nessuno vieta a nessuno di partecipare ad una manifestazione ma se un giudice scende in piazza, in bella vista, in prima fila, allora è chiaro che l’imparzialità richiesta e pretesa viene meno. E sono anche previste sospensioni o pene di vario genere per chi non rispetta queste norme. Aspettiamo con fiducia di vedere le decisioni dei superiori della Apostolico ma non ci facciamo grosse illusioni, visto il passato. La Lega ne ha chiesto le dimissioni; dargli torto su questo è davvero difficile. Ma a farci sorridere solo le dichiarazioni dell’Anm e ad esempio del leader dei Verdi italiani, Bonelli, che si sono concentrate su un altro punto: chi ha dato il video a Salvini? In realtà dietro a questa domanda che oggi è anche titolo di un quotidiano c’è un sospetto ben preciso. Il video sarebbe stato realizzato da agenti della Digos, che fanno riprese ormai da anni ad ogni manifestazione per motivi di ordine pubblico, e da questi, da uno di questi, girato alla Lega. La “manina” quindi sarebbe dello Stato… con la teoria dello screening sociale, del complotto, del regime fascista etc etc etc. La manifestazione a Catania pro migranti in cui il coro più gettonato era “Assassini” rivolto agli agenti di Polizia era pubblico; quella scena potrebbe essere stata ripresa da un passante, un turista, un portuale, un sostenitore delle Ong, da chiunque e poi messo in rete, condiviso, da chiunque. Scoprire quindi chi lo abbia fatto arrivare al leader della Lega è semplicemente impossibile. E poi, soprattutto, non conta, non c’entra nulla con il nocciolo della questione che era ed è un altro: può un giudice di parte giudicare in maniera imparziale? Se una persona sceglie di scendere in piazza e davanti a tutti all’aria aperta decide di metterci la faccia per questa o quella battaglia se ne deve assumere tutte le responsabilità ben sapendo ormai che nel mondo digitale ognuno di noi ogni telefonino è una telecamera è memoria storica digitale ognuno di noi, ogni telefonino è una telecamera, è memoria storica, incancellabile, inarrestabile. Fa ridere vedere la sinistra difendere la “privacy” dei manifestanti. La stessa sinistra che tanto per fare un esempio fece circolare tempo fa il video del saluto romano fatto ad un funerale dal Romano La Russa, fratello del Presidente del Senato. Un video che scatenò polemiche (ci fu pure un’inchiesta della Procura sulla punibilità del gesto, manco fosse la Var del calcio) e nessuno allora chiese la provenienza delle immagini, nessuno parlo di screening di piazza. Ciascuno può fare la sua parte scatenando nuovi tormentoni o alzando polveroni di ogni tipo. Ma dal punto non ci spostiamo e la domanda resterà sempre la stessa finché non avrà risposta: può un giudice dichiaratamente e pubblicamente di parte continuare a giudicare?

Csm, Anm e la richiesta di tutela per i “compagni” con la toga sulle spalle. Antonello de Gennaro il 6 Ottobre 2023 su Il Correre del Giorno.

La giudice Iolanda Apostolico ha preferito decidere, disapplicando una Legge, che secondo lei è da ritenersi anticostituzionale, contestando di fatto il principio che alla