Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

TERZA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il Caso di Ferdinando Carretta.

Il mistero del “collezionista di ossa” della Magliana.

Il Milena Quaglini.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Marco Sconforti.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Stefano Masala.

Il mistero di Luca Orioli Marirosa Andreotta.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.

 

 

LA GIUSTIZIA

TERZA PARTE



 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione. La crisi del sistema giustizia nelle diffamazioni. Se la certezza del diritto dipende da chi denuncia. Paolo Pandolfini su Il Riformista l'11 Agosto 2023 

Da tempo ormai le decisioni giudiziarie in tema di diffamazione stanno creano grande disorientamento. Se paragonare l’allora presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati ad Adolf Hitler non è ‘antigiuridico’, criticare in maniera ironica, come fece Maurizio Costanzo, il giudice che non aveva disposto una misura restrittiva per l’ex fidanzato di Jessica Notaro, poi sfregiata da costui con l’acido, ha determinato la condanna del conduttore televisivo oltre al pagamento di una maxi provvisionale di 40mila euro.

Si è creata, in altre parole, una giurisprudenza quanto mai imprevedibile che rende difficilissimo ricondurre ad un ordine sistematico tali decisioni giudiziarie. E non è certamente un bel segnale. La discrezionalità del giudicante in questo ambito è massima e ciò determina, inevitabilmente, la crisi del sistema giustizia. Solo al giudice, ed alla sua valutazione e sensibilità, compete infatti acclarare se una dichiarazione rientri nell’alveo della libertà di espressione, della critica o della satira, o invece è idonea a ledere i diritti della personalità altrui, come l’onore e la reputazione. I criteri per assicurare, almeno sulla carta, una certa uniformità negli importi risarcitori da liquidare al danneggiato comunque ci sarebbero.

Al primo posto, in ordine di importanza, vi è la natura del fatto falsamente attribuito alle parti lese. Segue quindi l’intensità dell’elemento psicologico dell’autore ed il mezzo di comunicazione utilizzato per commettere la diffamazione e la sua diffusività sul territorio. Infine, vi è il rilievo attribuito dai responsabili al pezzo contenente le notizie diffamatorie all’interno della pubblicazione in cui lo stesso è riportato e l’eventuale eco suscitata dalle notizie diffamatorie.

Una analisi di circa settecento sentenze depositate negli anni 2015/2020 presso il Tribunale di Roma è stata pubblicata su Diritto dell’informazione e dell’informatica, periodico edito da Giuffrè, da parte dei professori di diritto privato comparato Pieremilio Sammarco e Vincenzo Zeno-Zencovich. I due docenti hanno acquisito, dopo essere state previamente anonimizzate nella identità delle persone fisiche attrici e convenute, queste pronunce dalla banca dati del Tribunale della Capitale. In taluni casi però la notorietà delle parti ha reso tale misura superflua. Sono invece rimaste identificate le persone giuridiche.

Il dato che balza subito all’occhio riguarda l’accoglimento: solo in tre casi su dieci. Delle oltre quattrocento sentenze di rigetto, poi, tutte decidono nel merito negando l’illecito. Vi sono poche decisioni su questioni preliminari, tipicamente per la competenza territoriale, ovvero di inammissibilità del giudizio oppure sulla sua estinzione.

Nel caso si tratti di magistrati, ed è questo l’aspetto che non può non suscitare sorpresa, la domanda viene accolta in ben sette casi su dieci. Esattamente il contrario, dunque tre accoglimenti su dieci, quando il denunciante appartiene ad una qualsiasi altra categoria professionale (giornalista, politico, professore, imprenditore, ecc.). Per quanto concerne invece gli importi, la media è di circa ventimila euro, esattamente il doppio per le toghe. Difficile non pensare, considerato il differente esito processuale, all’esistenza di una “giustizia domestica” fra i magistrati per questo genere di cause: il giudice che decide sulla denuncia per diffamazione del collega sa che quest’ultimo un domani potrà fare altrettanto. Un magistrato, ex Pm di Mani pulite, nel quinquennio in questione è riuscito ad imbastire oltre venti cause ottenendo un risarcimento complessivo di quasi seicentomila euro. Il convenuto è quasi sempre un mezzo di comunicazione di massa, quotidiano o programma televisivo, che poi corrisponde l’importo liquidato in quanto debitore di ultima istanza, anche rispetto ai propri giornalisti. 

La ricerca si è soffermata anche sulla presenza di non poche decisioni in cui la contesa ha riguardato persone fisiche, generate da offese diffuse attraverso i social media. Si tratta di un fenomeno in grande aumento nell’ultimo periodo. Tenendo conto delle regole sulla competenza territoriale, e quindi che i procedimenti analizzati hanno riguardato per la maggior parte vicende in cui l’editore aveva sede nella Capitale, i dati forniti da Sammarco e Zeno-Zencovich sono meramente indicativi in quanto non riportano gli importi liquidati da altri Tribunali, sede della persona giuridica convenuta, ovvero dove uno dei convenuti è residente, ovvero ancora del luogo di residenza dell’attore. Sarebbe interessante una analisi di queste decisioni sull’interno territorio nazionale. “In estrema sintesi si può affermare che tutto è rimesso all’apprezzamento discrezionale del giudice: è molto difficile, se non impossibile, stabilire in linea di massima come potrà concludersi una causa risarcitoria per diffamazione”, sottolinea sconsolato il professor Sammarco, ricordano che in molti casi scatta anche la condanna alle spese. Della serie, oltre il danno la beffa. Altro dunque che certezza del diritto: in questo caso siamo veramente nell’ambito della cabala. Paolo Pandolfini

Qualcuno sanzionerà quei magistrati che abusano dei social? Non esiste ancora un codice che regolamenti l’uso del web da parte delle toghe. Pierantonio Zanettin (Forza Italia): «Non sono cittadini come gli altri, devono avere misura». Giovanni Maria Jacobazzi su Il Dubbio il 10 maggio 2023.

«Il magistrato non è un cittadino come tutti gli altri: il suo ruolo gli impone di non lasciarsi andare a commenti e giudizi sconvenienti che possano comprometterne la terzietà ed imparzialità», afferma il senatore Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in Commissione giustizia a Palazzo Madama, a proposito dell'ennesima polemica che ha riguardato una toga che si era lasciata prendere la mano, postando sul proprio profilo Facebook commenti molto duri nei confronti di alcune parlamentari, considerate “peggiori di Wanna Marchi”. Una di esse, la deputata dem Laura Pinotti, era stata anche additata come “guerrafondaia”.

Questi post erano quindi finiti sul tavolo della Procura generale che aveva deciso di aprirgli un procedimento disciplinare. La toga, che nel frattempo aveva chiuso il proprio profilo, si era allora scusata, riconoscendo “l’inopportunità dei toni dei post pubblicati senza una particolare riflessione”. Giustificazione che non era stata comunque ritenuta sufficiente. Zanettin, quando era componente laico del Consiglio superiore durante la consiliatura 2014-18, chiese l'apertura di una pratica per individuare delle linee guida volte a garantire che la comunicazione sui social da parte dei magistrati avvenisse nel rispetto dei principi deontologici e con forme e modalità da non arrecare pregiudizio alla credibilità della funzione.

«Ricordo bene, chiesi l’apertura di questa pratica nell’estate del 2017. Poi terminò la consiliatura e non seppi più nulla. L’anno scorso ho scoperto che la pratica era rimasta inevasa per anni e che il Csm aveva deciso di archiviarla ritenendo che non ci fossero provvedimenti da prendere. Mi auguro adesso che il rinnovato Csm, sotto la guida di Fabio Pinelli, la riprenda, fissando dei paletti», aggiunge Zanettin, sottolineando che «non si può sempre invocare come giustificazione il diritto alla libertà di espressione».

L’utilizzo dei socialnetwork da parte di personaggi pubblici, soprattutto se questi personaggi sono dei magistrati, rimane un tema sempre attuale. In Italia, poi, da tempo i social sono diventati l'unico mezzo con cui le persone si informano su ciò che accade. Le ultime ricerche annotano che circa 15 milioni di italiani si informano esclusivamente sui social, non ricordando l'ultima volta che hanno letto un giornale. In un simile scenario è fondamentale pertanto che i personaggi pubblici diano informazioni corrette, non diventando dei divulgatori di fake news o lasciandosi andare a commenti e giudizi sfavorevoli.

Le pagine social di alcuni magistrati hanno avuto ultimamente una crescita esponenziale di follower. L'ex consigliere del Csm Sebastiano Ardita, ad esempio, ha un pagina Fb con oltre 100mila follower. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, la cui pagina è gestita dal giornalista Antonio Nicaso, coautore di alcuni suoi libri, supera addirittura i 300mila follower. Numeri importanti che dimostrato come i magistrati occupino uno spazio sempre più rilevante nel dibattito pubblico.

Tanto per fare un confronto, il presidente del Senato Ignazio La Russa, non arriva a 100mila follower. Per la cronaca, comunque, tutti i magistrati finiti fino ad oggi sotto disciplinare per un post “sopra le righe”, sono sempre stati assolti per “scarsa rilevanza” del fatto.

Responsabilizzare i pm sulle “fughe di notizie”: la giusta risposta di Nordio. Tutelare davvero il segreto d’indagine: il ministro ha inserito l’obiettivo tra le priorità del proprio disegno riformatore. Ed è opportuno che punti a chiarire i ruoli, piuttosto che prolungare (a danno della difesa) i termini di inaccessibilità degli atti. Alessandro Parrotta su Il Dubbio il 9 maggio 2023.

Uno degli interventi di riforma prefigurati recentemente dal ministro Nordio, che compongono un complessivo disegno di revisione di tutti quei meccanismi processuali nei quali quotidianamente si calpestano il diritto di difesa e la presunzione di non colpevolezza, concerne la proposta di estendere quanto più possibile il momento temporale di vigenza del segreto di indagine, ovvero di inasprire le sanzioni del divieto di pubblicazione degli atti (coperti o non più da segreto di indagine).

Tutto ciò a seguito della presa d’atto di come la fase più delicata dell’intero procedimento penale, quella delle indagini, sia ormai alla mercé di tutti, contribuendo tale anticipazione delle risultanze investigative a minare alla radice i diritti e le garanzie difensive della persona sottoposta a indagini. Problema ulteriormente e drammaticamente acuito dall’ormai inarrestabile fenomeno della massmediatizzazione della giustizia penale, che ha trasformato la (legittima) domanda di informazione sulla giustizia da parte dell’opinione pubblica (pur sempre amministrata in nome del popolo) in un bisogno ossessivo e compulsivo di celebrare il processo penale nei salotti televisivi, con l’ausilio di esperti ed elementi di prova che in quei salotti non dovrebbero in alcun modo circolare (stralci di intercettazioni, copie di richieste di misure cautelari e ordinanze applicative, decreti di perquisizione, verbali di “sit” o di interrogatori etc...).

Attualmente, infatti, il Codice di rito, unitamente alla disciplina sostanziale, prevedono, il segreto e il contestuale divieto di pubblicazione degli atti di indagine compiuti dagli inquirenti (pm o ufficiali di polizia giudiziaria) fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari (obbligo di segreto e divieto di pubblicazione sono eventualmente prorogabili dal pubblico ministero in caso di necessità). Ugualmente e in via più generale – anche caduto il segreto di indagine sui singoli atti – si pone comunque il divieto di pubblicazione degli atti, eccetto alcuni, finché non siano concluse le indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare, così come è sempre vietata la pubblicazione degli stralci e dei contenuti delle intercettazioni.

L’apparato sanzionatorio di tale complessa disciplina si divide a seconda che sia violato il (solo) divieto di pubblicazione ovvero (anche) quest’ultimo unitamente alla diffusione di notizie inerenti atti coperti da segreto di indagine.

Nel primo caso, infatti, l’ordinamento sanziona a mero titolo contravvenzionale (con una minaccia di pena del tutto irrisoria) la diffusione di atti o documenti di un procedimento penale dei quali sia vietata la pubblicazione, oltre alla possibilità di commettere un illecito disciplinare (che andrebbe perseguito dall’organo titolare del relativo potere disciplinare). Nel secondo caso, si prevede la punibilità per il delitto di rivelazione di segreto d’ufficio per i pubblici ufficiali che rivelino notizie dell’ufficio che debbano rimanere segrete. Una disciplina – nel complesso – apparentemente esaustiva ma che, tuttavia, ha da sempre mostrato (soprattutto sul fronte della pubblicazione degli atti coperti da segreto di indagine) tutte le sue criticità e lacune in materia di efficacia preventiva, prima, e sanzionatoria, poi, delle condotte vietate.

Da qui si inserisce l’idea del ministro Nordio – al di là di alcune proposte, apprezzabili nel loro intento ma foriere di riserve (come quella che vorrebbe estendere anche oltre la fase delle indagini l’obbligo di segretezza fino al dibattimento, potenzialmente controproducente per le stesse difese e parti private, ovvero quella che vorrebbe dare nuova linfa al divieto di pubblicazione degli atti, potenzialmente pregiudicando il diritto di cronaca) – di introdurre, sulla falsariga dei procedimenti amministrativi, un “responsabile del segreto” per ciascuno dei segmenti di sviluppo delle attività investigative e di indagine.

Una proposta – come la maggior parte di quelle sino ad ora avanzate dal guardasigilli – che, prima ancora dei fini meccanismi di diritto sottesi, richiama una riflessione sulle derive che la giustizia penale ha assunto in Italia. La ratio, infatti, non può che trovare piena condivisione da parte di chi – come chi scrive – avvocato penalista, si trova quotidianamente a dover raccontare ai propri assistiti che la legge, di per sé sola, non può tutto quando chi quella legge deve applicare si dimostra accondiscendente ad altri valori o principi ritenuti maggiormente meritevoli di tutela.

L’intento della proposta del ministro Nordio – al netto delle riflessioni “operative” che necessariamente si imporranno, per capire le modalità del controllo da parte di questo responsabile del segreto (per evitare che lo stesso possa essere sanzionato a mero titolo di responsabilità di posizione), i suoi poteri e i suoi doveri – si inserisce, dunque, nella univoca e quanto mai necessaria prospettiva di riequilibrare il sistema di valori che, per Costituzione, deve governare il processo penale: primo e solenne tra tutti, la presunzione di non colpevolezza, che dev’essere garantita – a maggior ragione – sin dalle primissime battute di inizio di un’indagine penale, con una decisa selezione di quanto può o non può essere divulgato o pubblicato.

La storia della Colonna infame: la gogna spiegata da Manzoni. Il diritto e la giustizia piegati alla ragione politica, la frettolosa condanna di un colpevole purchessia: il saggio racconta l’eterna foga populista che travolge tutto e tutti in tempi di crisi. Filippo La Porta su L'Unità il 3 Novembre 2023

“La storia della colonna infame” di Manzoni è, nella modernità, la critica più radicale del complottismo, e poi dell’intolleranza, del giustizialismo, dell’isteria popolare, della superstizione. Il male nasce, in questo caso, dall’ “usanza antica, e mai abbastanza screditata, di ripetere senza esaminare”.

Nata all’interno di Fermo e Lucia (1823), sotto l’influenza di Walter Scott (ma con una diffidenza verso il romanzesco, verso l’invenzione, che non abbandonerà mai lo scrittore milanese), la Colonna infame acquista poi la fisionomia di un vero e proprio saggio storico posto in appendice ai Promessi sposi (1842). Ma meglio sarebbe considerarlo una anticipazione dell’“odierno racconto-inchiesta di ambiente giudiziario” (Sciascia). Ne esce ora una nuova edizione Einaudi, con denso saggio introduttivo di Adriano Prosperi.

Ispirato in parte alle Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, che aveva citato la vicenda, il libro racconta il processo a due presunti untori a Milano durante l’epidemia di peste del 1630. I due erano il commissario di sanità Guglielmo Piazza, accusato da una “donnicciola” del popolo e da una sua amica di lasciare con le mani dei segni gialli sui muri, e il barbiere Giangiacomo Mora (da lui vergognosamente coinvolto con la vana speranza di salvarsi: è la eterna storia del pentitismo), che si diceva stessa preparando un unguento curativo.

Entrambi torturati, confessarono quello che non avevano fatto e che volevano sentirsi dire i giudici, proprio come nei processi staliniani, nelle grandi “purghe” degli anni 30 del secolo scorso. I giudizi che nel 1630 condannarono i due (falsi) untori a “supplizi atrocissimi” ritennero di aver fatto cosa così memorabile che al posto della casa demolita di uno dei due sventurati, il Mora (in zona della Vetra, oggi via Mora) si ergesse una colonna.

Il testo si precisa via via e al “tono emozionato di denuncia” si sostituisce una cronaca asciutta, basata rigorosamente sugli atti processuali. In particolare Manzoni mostra di rifiutare il diritto quando sacrifica pretestuosamente la giustizia in nome della ragion di stato, come osserva Ermanno Paccagnini, che ha rivisto questa edizione, tenendo conto delle osservazioni di Salvatore Silvano Nigro.

Ma qual è il vero bersaglio polemico del libello? Certo la paranoia collettiva – è uno straordinario saggio di psicologia delle masse -, la voglia di capri espiatori su cui scaricare ansie e paure, dunque il popolo visto come animale feroce (il “Grosso animale” di Platone), e proprio nella sua componente femminile, la più fragile. Ma soprattutto i giudici, “burocrati del male” che quella voglia accolgono per quieto vivere, per calmare cioè la rabbia popolare.

Assai più di Verri Manzoni sottolinea la responsabilità dei magistrati, i quali per trovare colpevoli i due innocenti sventurati, “per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com’ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, de’ quali non potevano ignorar l’ingiustizia.”

Il libello venne condannato da Croce per il suo moralismo e storicismo: la Storia infatti, secondo il filosofo, va studiata e non giudicata. E dopo di lui Fausto Nicolini, per il quale i giudici si limitarono ad applicare le leggi e poi i rei erano probabilmente colpevoli, con parecchi precedenti (argomento questo pericolosissimo!). A loro obietta giustamente Sciascia che invece abbiamo il dovere di giudicare il male del passato poiché sempre si ripropone nel presente. Difendendo ad oltranza proprio il “moralismo” di Manzoni, più prepotente delle sue credenze religiose. “Il fascismo c’è sempre”, chiosa Sciascia.

Prosperi ci aiuta a ricostruire i moventi del saggio manzoniano, lo stupore di fronte alla “diceria degli untori in mezzo alla popolazione milanese del 1630”, tale da provocare una epidemia mentale, uno scenario irreale, da incubo. Lo incorpora in Fermo e Lucia, superando i suoi pregiudizi verso la invenzione romanzesca, perché sa che il romanzo è un genere popolare che arriva a tutti, e che dunque ciò ne aumenta la “pubblica utilità”. Si trattava per lui di un delirio collettivo, di un improvviso “accecamento delle menti”, che ogni volta si ripete nella Storia – in quel momento pensava anche al Terrore della rivoluzione francese – e che mette in pericolo la convivenza umana.

Anche il Terrore giacobino infatti, sfociato in dispotismo e stragi, si era nutrito di complottismo. E i suoi tribunali popolari ricordano il tribunale della Colonna infame. Affiora qui la posizione moderata, certamente non reazionaria, dello scrittore, timoroso che la ribellione al potere producesse un disordine tale, “che la stessa popolazione soggetta ne abbia a patire più che per quel governo medesimo” (stava citando san Tommaso). Di qui la sua avversione allo spettro del ‘48, un sistema che vuole raggiungere “una giustizia nuova, inaudita, portentosa, in ciò che pretende come in ciò che promette”.

Insomma una critica della politica come palingenesi umana, come trionfale uscita dalla preistoria, che proprio perciò non si arresta di fonte a qualsiasi mezzo. La riflessione sulla Grande Rivoluzione, accaduta in Francia, non si interruppe mai: ad esempio, pur respinto dai suoi esiti cupi e violenti (come Tocqueville) dovette difenderla contro Rosmini in quanto esprimeva almeno “una tendenza di riforma giusta e legale”. Costante dei suoi studi storici era l’indagine “sulla verità umana delle sofferenze dei vinti e degli oppressi”.

E, come annota Prosperi, Manzoni si conferma “il grande narratore delle pene di perseguitati, di contadini analfabeti alle prese con le prepotenze di nobili, con la viltà di un parroco dimentico del suo ministero…”. Siamo lontani dalle ingiuste accuse di paternalismo che volle rivolgergli Gramsci.

La introduzione conclude poi sulle imbarazzanti analogie con la storia dell’epidemia del Covid nel nostro paese: resistenza a riconoscere la realtà dell’epidemia e diffusione di teorie del complotto (ricordando che tra gli accusati di complottare per asservire l’umanità coi finti vaccini c’era Soros, filantropo e banchiere ungherese, naturalizzato americano, ebreo, definito dalla Meloni nel 1919 “un usuraio”, almeno così leggo in Rete).

Infine, una notazione personale. Rileggendo la Colonna infame mi sono sentito orgoglioso di essere italiano! Rivendico un patriottismo culturale. Siamo il paese dei Beccaria, dei Verri e dei Manzoni. L’opera manzoniana si è inspiegabilmente ricoperta di nobile polvere – fissata una volta per tutte in quell’unico ritratto senile che ne abbiamo – specie a causa degli studi e obblighi scolastici. Ma è lì che dobbiamo tornare quando il diritto si separa dalla giustizia. Filippo La Porta 3 Novembre 2023

Il Paese dei processi in piazza. Fabrizio Corona è il risultato della voglia di gogna che c’è in Italia: dove l’ipotesi accusatoria è già condanna. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 21 Ottobre 2023

Se ci sono calciatori ludopatici, spiace per loro naturalmente; come per qualunque ludopatico, aggiungo. Né mi parrebbe giusto trascurare il dramma degli alcolisti, dei tossicodipendenti, insomma di tutte le storie di solitudine, disagio, difficoltà nell’affrontare la vita. Ma nessuna persona dotata di un po’ di buon senso sarà in grado di individuare una sola buona ragione che possa giustificare questo circo osceno che è stato messo su in questi giorni intorno a questa storia dei calciatori scommettitori. Tanto più che nulla è emerso che abbia a che fare con il regolare svolgimento delle partite, al momento: dunque di cosa stiamo così freneticamente parlando? Ma è molto semplice: gogna, gogna, gogna.

Ormai la gogna, il processo sommario, il godimento incontenibile della messa all’indice riempie le nostre giornate, incendia i social, alimenta il mondo della informazione pubblica e privata. C’è un signore che promette anticipazioni, si accredita come depositario di verità esplosive, opera in una non chiara sincronia con chi le indagini deve farle di mestiere, promette mirabolanti impennate dell’audience a chi lo inviterà nelle sue trasmissioni, a prezzi tutt’altro che scontati, e tutti se lo contendono eccitati. Fa qualche nome, ne lascia intendere altri, sa ma dirà a puntate, un po’ alla volta s’intende, qui e là distrattamente ritratta, tanto che importa; e nel contempo rivendica l’incremento verticale del valore del proprio sito.

Non ha remore, non ha freni, nessuno glieli pone neppure quando dice di madri che lo chiamano cento volte scongiurandolo di non sputtanare il figlio, ma lui purtroppo, seppure con dispiacere, proprio non potrà tacere. Per deontologia professionale, si intende, è il giornalismo, bellezza.

Lo racconta, se ne compiace, e tutti dietro ad investigare su chi sarà quella povera madre, ma soprattutto chi sia il figlio da crocefiggere. Dobbiamo stupirci di questa indecenza, di questa oscenità? Non possiamo.

Sappiamo bene dove è nata, di cosa si è alimentata, come ha fatto a diventare normalità. Siamo il Paese dei processi in piazza, della gogna come strumento di lotta politica, della irrisione e della messa all’indice di diritti fondamentali quali la presunzione di innocenza, il diritto alla riservatezza (delle indagini, delle conversazioni private). Siamo il Paese dove ciò che conta per distruggere una persona è l’ipotesi accusatoria, non la sentenza; dove i Pubblici accusatori sono le star, e i giudici dei superflui comprimari, probabilmente collusi o imbelli se assolvono. Siamo il Paese che ha promosso con lode gli inquirenti e i giudici di Enzo Tortora. Siamo il Paese che si inebria per le indagini con 400 arresti, e non si interessa degli esiti finali di quelle indagini. Siamo il paese dove può esistere, senza che si batta ciglio, un quotidiano che arriva a presentare candidati ad elezioni amministrative con la dicitura “indagato per corruzione, prosciolto”. E ora dovremmo scandalizzarci per Fabrizio Corona? Questo si semina, questo si raccoglie.

Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

Vite distrutte e una costante gogna mediatica: gli errori e la spettacolarizzazione della giustizia. Abbiamo chiesto ad alcuni dei ragazzi che hanno partecipato alla scuola di formazione politica “Meritare l’Europa” di scrivere gli articolo che vorrebbero leggere più spesso sui quotidiani. Uno sguardo al mondo degli under 35. Marzia Amaranto su Il Riformista il 17 Ottobre 2023 

“Io sono innocente. Spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi”. È proprio con queste drammatiche parole pronunciate da Enzo Tortora che voglio portare l’attenzione del lettore sul dramma degli errori giudiziari, che per chi è appassionato di numeri nel solo anno 2022, conta ben 547 persone detenute ingiustamente in carcere in Italia, salvo poi rivelarsi innocenti e costare allo Stato italiano, quasi un miliardo di euro di risarcimenti a favore delle vittime di ingiusta detenzione e di errori giudiziari. Ebbene l’errore giudiziario rappresenta un dramma per le vittime che lo subiscono e per i loro familiari che vengono risucchiati in un labirinto senza fine, trovandosi coinvolti in vicende giudiziarie di cui sono totalmente all’oscuro.

Ma effettivamente sono tanti e troppi i casi celebri di malagiustizia, non solo a livello mediatico, le vittime accertate da Rocco Scotellaro, a Enzo Tortora, a Daniele Barillà, sino ai giorni nostri Raffaele Sollecito, Amanda Knox e Michele Padovano. Tuttavia ai casi eclatanti si accostano gli ancora più numerosi casi di cui in alcun modo si parla. Ed effettivamente perché così tanti innocenti finiscono in carcere subendo errori giudiziari? È indubbia la divergenza tra il fatto storico e l’accertamento processuale, dovuto all’alterazione del quadro probatorio e dunque alla ricostruzione del fatto. Purtuttavia ci sono addirittura casi in cui il giudice è conscio della falla processuale, ma non può porvi rimedio, dovendo decidere sulla base della verità processuale, ossia delle risultanti processuali e non delle proprie convinzioni.

Tutto questo fa sì che la sentenza consacri una verità processuale difforme dalla verità storica, con conseguenze ingiuste.

Ebbene il drammatico fenomeno della malagiustizia rappresenta una vera piaga sociale, al più non mancano gli errori giudiziari ai danni di persone fragili che data la particolare condizione di vita, non riescono a godere di un’adeguata difesa. E proprio per superare la situazione il più delle volte causata dalla particolare complessità della ricostruzione probatoria, è ammessa la revisione delle sentenze di condanna, quale mezzo straordinario di impugnazione, in ottica di favor rei.

Scuole di formazione politica: un momento, per i giovani, in cui unirsi per raccogliere il testimone e proporre idee

Attacco terroristico in Kosovo, quando il ritorno alla normalità?

Ma tra i danni da ristorare non ci sono solo la sofferenza e il dolore come conseguenza dell’ingiusta privazione della libertà e della condanna stessa, bensì anche il danno biologico alla salute, dovuto alla lesione dell’integrità psicofisica della persona. Il dato certo e inconfutabile è che l’esistenza di coloro i quali subiscono un errore giudiziario rimane stravolta.

Nessun tipo di ristoro economico può mai davvero risarcire le ripercussioni sulla vita personale della vittima e dei suoi familiari, le relazioni, i progetti, gli interessi compromessi. Per non dimenticare poi la difficoltà di “ricominciare a vivere” e ricostruire una vita sociale, una reputazione, una vita lavorativa, una vita sentimentale. Il tutto aggravato dall’ingiuria mediatica, pressoché sempre “giustizialista” di cui il Nostro Paese è affetto da sempre, con spettacolarizzazione dei giudizi penali. Non si riesce a comprendere perché a prevalere non sia il garantismo proprio dello stato di diritto.

Un processo drammatico amministrato in nome del popolo mediatico, mediante la scarna conoscenza dell’attività dibattimentale fatta dagli show televisivi.

In questo scenario il ruolo dei mass media è quello di fungere come cassa di risonanza, utilizzata per piegare il consenso o il dissenso sociale, falsando con effetti notevoli la stessa gestione del processo da parte degli operatori “tecnici”. La “spettacolarizzazione” dei processi penali costituisce una vera preoccupazione nel drammatico “mondo” degli errori giudiziari. La costante ricerca di maggiore consenso che crea la “verità mediatica” alternativa a quella processuale. A tal proposito la Corte europea dei diritti dell’uomo ha ammesso che la violenta campagna mediatica nuoce ai processi, privando così gli imputati delle garanzie procedurali e diffondendo un “diffuso desiderio” di condanna, sfocando nell’inevitabile errore. Troppo spesso l’arresto crea clamore, mentre la “correzione” dell’errore resta in silenzio, ignorata.

E allora la rete web viene in “soccorso” con la diffusione di associazioni di cittadini destinate alle vittime degli errori giudiziari, un evidente segno che il problema merita di essere affrontato in maniera strutturale. Una delle più note e che offre sostegno gratuito è l’AIVM (Associazione Italiana Vittime di Malagiustizia), nata per volontà del commercialista Caizzone, vittima per oltre 20 anni di un vortice giudiziario dai tratti surreali, prima che fosse dichiarato innocente.

L’AIVM si avvale di professionisti quali psicologi, sociologi, medici e avvocati i quali offrono sostegno alle persone che ritengono di aver subito un torto penale, civile, amministrativo e tributario. La maggior parte di chi si rivolge a queste associazioni sono persone che non hanno disponibilità economiche per garantirsi un’adeguata difesa. Persone disperate che hanno perso tutto e non hanno neppure le minime conoscenze tecnico giuridiche per comprendere la situazione reale. Compito di queste associazioni è fornire un appoggio morale oltre che riappropriarsi della dignità.

Ma è ormai improrogabile e necessario un intervento a livello istituzionale che sia concreto, nella spinosa problematica degli errori in ambito giudiziario e con più idonee oltre che adeguate garanzie di tutela. Dovrebbe essere cura delle Istituzioni, la previsione di una giusta ricollocazione in ambito lavorativo, oltre che un adeguato supporto psicologico per tutto il tempo necessario al pieno recupero. E infine non meno importante l’incentivo alla nascita di associazioni speculari all’AIVM che siano radicate su tutto il territorio nazionale e in modo capillare, atte allo scopo di supportare le vittime di errori giudiziari e malagiustizia. Marzia Amaranto

L'interrogazione parlamentare. Processo mediatico, così i giudici aggirano il divieto. Nordio risponde all’interrogazione di Costa sulla norma sulla presunzione di innocenza e ammette: “Violazioni a cui non sono seguite azioni disciplinari”. Angela Stella su L'Unità il 14 Settembre 2023 

“Il monitoraggio al quale lei, collega, fa riferimento è già ovviamente iniziato. Sono state anche già iniziate alcune azioni disciplinari: una su segnalazione del nostro Ispettorato e tre su esercizio della procura generale della Corte di Cassazione, per violazione di quest’ultima norma”. Lo ha detto ieri alla Camera il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, rispondendo ad un’interrogazione del responsabile giustizia di Azione Enrico Costa sullo stato di attuazione della normativa in materia di tutela della presunzione di innocenza.

Il deputato ha segnalato che a suo parere ci sono violazioni rispetto alla legge: dal mancato rispetto del divieto di assegnare ai procedimenti penali denominazioni lesive della presunzione di innocenza alla violazione della norma che impone al procuratore della Repubblica di mantenere i rapporti con gli organi di informazione esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, tramite conferenze stampa, alla norma che stabilisce che la determinazione di procedere a conferenze stampa sia assunta con atto motivato in ordine alle specifiche ragioni di pubblico interesse che la giustificano; “enormi violazioni si sono palesate, inoltre, in merito alla diffusione di informazioni sui procedimenti penali da parte delle forze di polizia”.

Costa ha ricordato che il Governo si è impegnato a prevedere che l’ispettorato generale del Ministero effettui un monitoraggio degli atti motivati dei procuratori della Repubblica in ordine alla sussistenza dell’interesse pubblico che giustifica l’autorizzazione a conferenze stampa e comunicati degli organi inquirenti. Quindi ha chiesto “quale sia lo stato di attuazione della normativa”, “se sia stato effettuato il monitoraggio” e se “siano state avviate azioni disciplinari nonché se, anche sulla base degli esiti del monitoraggio, intenda avvalersi della facoltà di adottare, entro il 14 dicembre 2023, un decreto legislativo recante correttivi e integrazioni al decreto legislativo” prevedendo persino il divieto di pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare.

La risposta del Guardasigilli non è stata altrettanto dettagliata perché il monitoraggio è iniziato da poco. Purtroppo, forse indirizzato dai magistrati fuori del Ministero, non ha fatto alcun accenno riguardo ai correttivi al divieto di pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare: “È un discorso un po’ difficile da fare dal punto di vista tecnico, però vorrei ricordare che ancora oggi il nostro codice di procedura penale è estremamente ambiguo sul fatto che alcune comunicazioni perdano la loro segretezza, ma ciononostante non siano pubblicabili. In realtà la giurisprudenza, come sapete, ha interpretato questa norma nel senso che una volta che un atto non ha più segreto anche se non è pubblicabile, quantomeno può essere divulgato”.

Nordio ha ammesso che “ci sono state effettivamente delle violazioni di questa norma a suo tempo e non sono state esercitate azioni disciplinari, in questo momento noi stiamo monitorando con grande attenzione queste eventuali violazioni così come stiamo predisponendo eventuali correttivi per correggere le ambiguità di questa normativa, e ci riserviamo di dare dei dati ulteriori e più specifici magari durante il prossimo colloquio”. Costa nella sua replica ha detto: “Avremmo voluto una puntuale affermazione in ordine all’inserimento e all’introduzione, in questo decreto correttivo, di una modifica dell’articolo 114 del codice di procedura penale, nel senso che non si può pubblicare testualmente l’ordinanza di custodia cautelare. Perché, cosa succede? Succede che, da un lato, la legge sulla presunzione di innocenza impedisce al procuratore della Repubblica di parlare dell’indagine, salvo che ci siano questioni di interesse pubblico. Cosa fanno il procuratore della Repubblica o il PM? Nella propria richiesta cautelare infilano tutto quello che vorrebbero dire, ma non possono dire. Poi, l’ordinanza di custodia cautelare viene emanata e viene pubblicata su tutti i giornali: quello che è uscito dalla porta rientra dalla finestra”. Angela Stella il 14 Settembre 2023

Se fosse successo oggi: Gabriella Bisi. Redazione su L'Identità il 30 Agosto 2023 

di ELISABETTA ALDROVANDI

Architetto, giovane e vedova: era particolare la condizione di Gabriella Bisi, milanese di nascita, che lavorava nell’azienda del padre. Nonostante studiasse ancora, si era sposata giovanissima con un uomo che un destino nefasto le portò via un terribile giorno del 1978, in un incidente stradale. Ma la vita doveva andare avanti, e Gabriella cercò di mettere una toppa su quel dolore indelebile, anche godendo del mare e del sole della riviera ligure, dove andava in vacanza ogni anno, nella sua casa di Rapallo.

Così fece anche sabato primo agosto 1987, quando vi si recò per passare qualche giorno con alcune amiche milanesi. Ma la sera del suo arrivo Gabriella aveva programmi speciali: uscire a cena con il suo amante Mauro Gandini, imprenditore alberghiero di Santa Margherita Ligure, e passare la notte insieme, come raccontato da Gabriella a un’amica il mattino successivo, quando si fece accompagnare da Gandini nella villa di costei a San Lorenzo in Costa. Gabriella passò poi la giornata con le amiche, ricevendo due telefonate da Gandini, in cui l’uomo annullava il loro appuntamento serale poiché doveva uscire con la moglie.

Libera da impegni, la sera del 2 agosto, Gabriella decise di andare a cena con le amiche, ma prima volle tornare a casa sua a Rapallo per cambiarsi. Un’amica si offrì di accompagnarla, ma lei rifiutò dicendo che avrebbe fatto l’auto stop (cosa assai insolita), anche se prima si fece una doccia e si cambiò d’abito, per poi uscire diretta a casa sua verso le 19. Quella, fu l’ultima volta che Gabriella venne vista viva. La sera non si presentò al ristorante. Verso le 22 un’amica le telefonò a casa ma non rispose nessuno. Il giorno dopo Gandini cercò di rassicurarla, dicendole che Gabriella era andata a Corniglia da altri amici. Le amiche, tuttavia, non credettero a questa risposta, perché Gabriella Bisi era solita avvertire dei suoi spostamenti. Passavano i giorni e della donna nessuna traccia: il 6 agosto venne dato l’allarme per la scomparsa. Lo stesso Gandini e un’amica di Gabriella, Silvia Albini, si recarono a Corniglia dove scoprirono che non era attesa da nessuno. Le perquisizioni della polizia nella casa di Rapallo trovarono la porta chiusa non a chiave, una finestra aperta, due milioni di lire in contanti, una sveglia impostata per le 8.10, del caffè non finito: indizi che fecero pensare a una certa fretta da parte di Gabriella, probabilmente sopravvenuta, che le aveva scombinato impegni precedentemente programmati.

Giovedì 13 agosto 1987, poco più di dieci giorni dalla scomparsa, una telefonata anonima alla polizia rivelò il luogo del cadavere di Gabriella: rinvenuto il corpo, fu facile constatare che la donna era stata strangolata lì tra la sera del 2 e la mattina del 3 agosto. Dopo di che, l’assassino aveva cercato di liberarsi del corpo, tentando di bruciarlo. L’attenzione degli investigatori si concentrò subito su Gandini. L’imprenditore non nascose la relazione che lo univa alla vittima ma fu anche in grado di fornire un alibi di ferro per la serata di domenica: era a una festa in una villa di amici proprio a Santa Margherita, alla presenza di almeno venti invitati che testimoniarono in suo favore. Non trovando altri possibili indiziati e moventi, data la vita cristallina della vittima, il caso venne definitivamente archiviato il 15 agosto 1990, restando irrisolto. Una storia, quella di Gabriella Bisi, che se trasferita ai giorni nostri avrebbe avuto molte più possibilità di soluzione: basti pensare alle tracce che sarebbero state lasciate da un cellulare, alle registrazioni della video camere di sorveglianza lungo le strade, al fatto di poter essere rintracciati più facilmente proprio grazie ai dispositivi mobili. L’impossibilità o l’estrema difficoltà di individuare il colpevole di un reato dipende, a volte, anche dall’epoca in cui è stato commesso. E questo, purtroppo, è uno di quei casi.

 Si vomita fango. La cronaca giudiziaria italiana: caccia alle scandalose assoluzioni (e mai condanne) senza leggere le sentenze. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 5 Agosto 2023 

Da alcune settimane due sentenze del Tribunale di Roma in materia di violenza sessuale (collegio di sole donne) sono diventate, nei media e sui social, motivo di scandalo. Secondo questa indistinta cagnara di parole in libertà, le giudici avrebbero assolto gli imputati in un caso perché il palpeggiamento sarebbe “durato solo dieci secondi”, ed in un secondo caso perché la vittima era “una complessata” in ragione del suo fisico non esattamente longilineo.

Ho letto con attenzione le due sentenze e – ovviamente – non ho trovato traccia in esse né dell’uno, né dell’altro sproposito. Si tratta di due sentenze molto articolate, molto dettagliate nella ricostruzione della prova, tecnicamente molto ben scritte. Condivisibili o meno è altro discorso, ci penserà la Corte di Appello a stabilirlo.

Nel caso dei “dieci secondi” la sentenza, nella ricostruzione minuziosa della prova dibattimentale, si limita a riportare tra virgolette null’altro che le testuali parole della denunziante. Il Tribunale riconosce senza esitazioni la piena credibilità del racconto della ragazza e la oggettiva sussistenza di una condotta materiale di violenza sessuale. Ciò che la sentenza non ritiene sufficientemente provata è la volontà del bidello di compiere non uno scherzo di pessimo gusto – come da lui sostenuto – ma un atto di “concupiscenza sessuale”, come si suole dire in giuridichese.

E tanto afferma sulla base (oltre che di consolidata giurisprudenza della Suprema Corte) di numerosi elementi circostanziali ricostruiti dai testimoni (abituale comportamento del bidello, accadimento del fatto in luogo pubblico ed in presenza di decine di persone, modalità del “sollevamento da terra” della ragazza etc). Tra queste articolate ragioni, ovviamente, rientra anche la natura “fugace” del toccamento, da sempre in giurisprudenza potenzialmente sintomatico di una assenza di volontà concupiscente.

Nell’altra sentenza, invece, leggiamo una impietosa ricostruzione di testimonianze di colleghi e colleghe di lavoro che letteralmente demoliscono la versione fornita dalla parte offesa, indicata anzi come essa esplicitamente attratta sessualmente dall’imputato. Una debacle processuale della querelante, quasi a giustificare la quale il Collegio azzarda una qualche spiegazione (“probabilmente mossa dai complessi di natura psicologica sul proprio aspetto fisico”); forse – azzardo – per salvarla da conseguenze più severe (trasmissione degli atti alla Procura per calunnia), non certo per motivare l’assoluzione!

Morale della favola? Questo è il livello e la qualità della cronaca giudiziaria nel nostro Paese, alla famelica caccia di scandalose assoluzioni (mai di scandalose condanne), per aizzare indignazione, viralità sui social, kermesse forcaiole, numero di lettori e di like, senza sentire non dirò il dovere, ma almeno il decoroso bisogno di leggere un rigo delle sentenze sulle quali si vomita fango.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

La giustizia di Abele non è la gogna di Caino. E il processo non può trasformarsi nella pena. Lo schierarsi pregiudiziale a favore della vittima e contro il reo rende fragile la ricerca di un equilibrio tra garantismo e giustizialismo. Alberto Cisterna su Il Dubbio il 30 luglio 2023

In un pregevole intervento su Avvenire di ieri il filosofo Eugenio Mazzarella argomenta da par suo sulla necessità di superare la contrapposizione, irriducibile al momento, tra posizioni giustizialiste e posizioni garantiste e per farlo suggerisce di muovere dalla pietas che deve sempre volgere lo sguardo e assicurare ristoro ad Abele, alla vittima innocente. Non c’è dubbio che, dopo decenni di ingiusto oblio, le vittime dei reati abbiano assunto un ruolo mediatico e politico di grande rilievo nel dibattito pubblico sulla giustizia. Questa centralità stenta, ancora, a conquistarsi pari spazio e dignità nelle anguste rime del processo, ma è indubbio che la voce delle vittime e dei loro sfortunati congiunti abbia assunto un peso notevole nel dibattito pubblico sui temi della giustizia. Al punto da dare a volte l’impressione - con accurate interviste “preventive” e addolorate esortazioni mediatiche in prossimità delle aule di giustizia - di voler condizionare l’esito dei processi o di volerlo sconfessare se contrario alle proprie convinzioni e aspettative.

Le sconvenienti prese di posizione sulla recente assoluzione di un imputato di violenza sessuale da parte di stimati giudici del Tribunale di Roma sono solo l’ultima rappresentazione che alla vittima e alle associazioni che intendono rappresentarla sia stata assegnata una posizione pubblica di assoluto rilievo. Il peso di queste incursioni mediatiche, la blanda efficacia delle norme sulla tutela della presunzione di innocenza, lo schierarsi pregiudiziale di tanti media a favore della vittima e contro il reo sono tutti elementi che rendono fragile, se non impossibile la ricerca di un punto di equilibrio tra garantismo e giustizialismo. Anche perché un dibattito quasi sempre annegato in un mare di polemiche non consente quel giusto distacco dalle cose che è il presupposto per una valutazione serena e per una ponderazione ragionevole dei fatti. Eppure, etimologicamente finanche, il processo è appunto un divenire, un percorso dinamico governato da regole. Tre gradi di giudizio, anzi quasi quattro, sono la dimostrazione evidente della profonda convinzione che attraversa la stessa Costituzione secondo cui la giurisdizione sia perennemente esposta al rischio dell’errore, all’alta probabilità dell’abbaglio, alla frequenza della svista. C’è, alla base dei principi che reggono il nostro processo penale, una sorta di insanabile e incomprimibile scetticismo verso la capacità del giudice di pervenire a una conclusione euristicamente validata, a un risultato convincente e rassicurante. Lo scorrere dei gradi di giudizio è nient’altro che il metodo che ci siamo dati per giungere alla meno provvisoria e parziale delle verità, certi che solo il pluralismo delle decisioni, il policentrismo delle corti e dei tribunali possa almeno in parte rassicurarci sulla colpevolezza o sull’innocenza.

In altri sistemi, negli Usa in primo luogo, vige la regola che la saggezza della giuria, la sua matrice popolare e non professionale, possano rappresentare la migliore soluzione al problema complesso e incerto della responsabilità dell’imputato; al punto tale che l’appello è una mera, rarissima eventualità. La battaglia tra giustizialismo e garantismo in quel paese praticamente non esiste nella ciclica virulenza con cui si consuma in Italia e per la semplice ragione che un unico grado di giudizio esaurisce la partita e quel che i giurati hanno deciso è percepito come l’unica verità praticabile e possibile. Una follia e basterebbe per tutti ricordarsi del caso di O. J. Simpson. Ma lì va bene così, anche se percentuali altissime di accusati patteggiano la pena proprio per il timore di finire sotto le grinfie di giurie manipolabili e prive di ogni competenza giuridica. È un costo che quel sistema paga. A noi è toccato in sorte di vedere processi che partono con dozzine di arresti, pompose conferenze stampa che coniano verdetti mediaticamente promulgati a distanza addirittura di ore dai fatti e che si concludono con assoluzioni a distanza di anni nell’imbarazzato silenzio di quei media che pure li avevano enfatizzati e sostenuti in principio. Da questo punto di vista la contrapposizione tra chi ritiene di doversi fideisticamente affidare all’accusa e ai suoi coreuti (giustizialismo) e chi, invece, considera doveroso proteggere l’imputato dal linciaggio mediatico sino alla condanna definitiva ( garantismo) è non solo irriducibile, ma addirittura indispensabile e vitale.

Lo scontro è solo in apparenza processuale, perché invero ha alla base una precisa visione del mondo e una precisa etica pubblica che separa nettamente chi ripone affidamento sui sospetti, sulle accuse, sulle ipotesi investigative – spesso perché danno conferma alla propria visione antropologica dei rapporti umani e alla propria percezione della stessa interiorità negativa degli uomini - e chi, invece, laicamente considera non il peccato, ma l’errore la più grave minaccia alla retta conoscenza dell’uomo e delle sue condotte. Si è giustizialisti o garantisti in forza di una precisa concezione assiologica dell'uomo e del mondo, della sua caducità o della sua incomprimibile dignità e ricchezza.

Il sangue di Abele pretende giustizia, è vero. Senza dimenticare tuttavia che «la via dell’inganno nasce stretta, ma troverà sempre chi sia disposto ad allargarla, diciamo che l’inganno, ripetendo la voce popolare, è come il mangiare e il grattarsi, tutto sta a cominciare» ( José Saramago, Caino, Feltrinelli 2010).

Dagospia mercoledì 9 agosto 2023. FANCULO LA LEGGE: I PISCHELLI CERCANO VENDETTA - COS'HANNO IN COMUNE LE MORTI DI MICHELLE CAUSO (A ROMA), SOFIA CASTELLI (A MILANO), GIUSEPPE TURCO (A CASAL DI PRINCIPE) E CHRIS ABOM (A NEGRAR)? GLI AMICI DELLE VITTIME VOGLIONO ERGERSI A GIUDICI, GIURIA E BOIA - IL RAID NELL'APPARTAMENTO DEL GIOVANE CHE HA UCCISO MICHELLE CAUSO, QUELLO A CASA DI DAVIDE BEGALLI ACCUSATO DI AVER INVESTITO IL 13ENNE ABOM, LA PROTESTA DEGLI AMICI DI SOFIA CASTELLI SOTTO LA CASERMA DOVE ERA RINCHIUSO ZAKARIA ATQAUOI, REO CONFESSO DELL'OMICIDIO DELLA 20ENNE ("CE LO DEVONO LASCIARE QUA DUE MINUTI") E L'ASSALTO ALL'AMBULANZA DOVE ERA A BORDO C'ERA A BORDO ANASS SAAUD, ACCUSATO DELLA MORTE DI GIUSEPPE TURCO...

Ascanio Moccia per Dagospia mercoledì 9 agosto 2023.  

Cos'hanno in comune le morti di Michelle Causo (a Roma), Sofia Castelli (a Milano), Giuseppe Turco (a Casal di Principe) e Chris Abom (a Negrar)? Il fatto che gli amici delle vittime pensano di potersi ergere a giudici, giuria e boia. I pischelli hanno fame di vendetta.  

Durante un corteo nel quartiere di Primavalle, in memoria della 17enne Michelle Causo accoltellata a morte per mano di un coetaneo, un gruppo di ragazzi ha fatto irruzione nella casa dell'assassino, devastando tutto.

A Milano, un gruppo di persone si è presentato davanti alla caserma dove era rinchiuso Zakaria Atqauoi, reo confesso dell'omicidio dell'ex compagna Sofia Castelli, per esprimere la loro rabbia contro il killer: "Ce lo devono lasciare qua due minuti, na bastano due, e poi vediamo...”. 

Non sempre si tratta di azioni motivate dalla rabbia o dalla vendetta: lo scorso 31 Luglio, una banda di ragazzi ha accerchiato e preso d'assalto l'ambulanza dove c'era a bordo Anass Saaud, il presunto killer di Giuseppe Turco, 17enne ucciso a Casal di Principe.

In questo caso, il sospetto è che l'incursione fosse finalizzata a un tentativo (poi fallito) di evasione: il giovane avrebbe ingerito candeggina per poter essere trasportato fuori dal carcere per le cure, non prima di aver comunicato la sua uscita ad amici e parenti, probabilmente tramite cellulari, illecitamente in possesso di altri detenuti. 

Altro caso di cronaca, altro assalto rabbioso. Davide Begalli, il 39enne veronese accusato di aver investito e ucciso il 13enne Chris Abom e di non essersi fermato a soccorrerlo, ha denunciato di aver subìto una “spedizione punitiva” da parte di amici e parenti del ragazzo. Una cosa è certa. I teenager non hanno ben chiara la differenza tra "vendetta" e "giustizia". Sarà l'effetto perverso delle serie tv, dei "cattivi maestri" come i trapper criminali, della pessima educazione in famiglia o dell'ignoranza civica, fatto sta che si diffonde l'idea di poter agire impunemente, in barba alla legge. 

Estratto dell'articolo di Laura Tedesco per corrieredelveneto.corriere.it mercoledì 9 agosto 2023.

«Erano una trentina, tutti neri, la maggior parte con il volto travisato da bandane e t-shirt. Lanciavano sassi contro la porta d’ingresso, la prendevano a calci, pugni e bastonate. Urlavano “Vieni fuori che ti ammazziamo, dopo la morte di Chris non abbiamo più niente da perdere”». 

Pomeriggio di «vero terrore, è stata una scena allucinante» per il veronese Davide Begalli, che poco dopo le 18 di martedì si è ritrovato bersaglio di una autentica «spedizione punitiva, con insulti e minacce di morte» nella casa della compagna dove sta scontando i domiciliari: artigiano edile del comune di Negrar in Valpolicella, 39 anni da compiere a Ferragosto, Begalli è il «pirata» della strada arrestato per la morte di Chris Obeng Abom, calciatore 13enne di origini ghanesi travolto alle 21.34 di lunedì 31 luglio dalla Renault Espace dell’artigiano, che non ha prestato soccorso. 

[...]

Proprio lunedì mattina Begalli aveva appena ottenuto dal gip di poter scontare l’arresto nell’abitazione della compagna, che risiede sempre a Negrar: ed è proprio a casa della donna che alle 18.10 «improvvisamente siamo stati raggiunti da un manipolo di almeno trenta uomini, tutti neri e con il volto camuffato da magliette e bandane, che gridavano “vieni fuori, ti uccidiamo”». 

A raccogliere il racconto di Begalli (che essendo in arresto non può comunicare con l’esterno fatta eccezione per il suo legale) è l’avvocato Massimo Dal Ben: «In quel momento il mio assistito si trovava nella casa della compagna insieme al figlio minorenne della donna, è stato un autentico raid punitivo, gridavano di volerlo uccidere, Begalli e il ragazzo hanno cercato in ogni modo di bloccare la porta dall’interno per impedire a quelle persone di buttarla giù. Il mio cliente adesso ha la spalla dolorante, alla fine quegli uomini se ne sono andati sentendo che Begalli stava chiamando i carabinieri».  

[...]

Sull’episodio stanno ora indagando polizia locale e carabinieri, giunti dopo la chiamata d’allarme di Begalli: a portarlo in arresto e nel mirino della «gogna mediatica» è stato negli ultimi giorni un dramma, quello costato la vita al povero Chris, che ha sconvolto l’opinione pubblica, soprattutto perché il ragazzino «si sarebbe potuto salvare se l’allarme fosse stato dato immediatamente» hanno denunciato i medici dell’ospedale di Borgo Trento dove Chris è giunto oltre due ore dopo l’incidente, quando già versava in condizioni disperate per un doppio arresto cardiaco.

«Quell’uomo che l’ha investito ce l’ha lasciato morire come un cane» sono esplosi di dolore i genitori del 13enne: soltanto alle 23.30, due ore dopo essere stato travolto da Begalli mentre camminava sul ciglio della strada provinciale per Negrar rientrando a casa dopo un allenamento di calcio, il povero Chris riverso a terra è stato visto da due passanti che hanno subito chiamato il 118. [...] 

All’arrivo dei militari, l’Espace del 39enne mostrava ancora i pesanti segni dell’incidente costato la vita a Chris la sera prima: metà parabrezza sfondato, uno specchietto divelto, il fanalino distrutto, addirittura tracce di sangue e di capelli del 13enne. «Devo ancora capire come sia potuto succedere - ha cercato di spiegare Begalli 48 ore fa al gip, rendendo spontanee dichiarazioni -. Non mi sono assolutamente reso conto di aver investito una persona, mi sono fermato due volte quella sera, sia dopo l’impatto che nel tragitto di ritorno, non ho visto nulla. Prima del colpo mi ero abbassato un attimo per cambiare stazione radio [...]». 

Secondo la gip Carola Musio che ne ha ordinato l’arresto Begalli invece «non poteva non rendersi conto di aver investito una persona, ha dimostrato un totale spregio della vita umana» e deve restare ai domiciliari perché se, nonostante il sequestro dell’auto e il ritiro della patente, dovesse «rimettersi alla guida, potrebbe commettere altri fatti allarmanti al volante». [...]

Estratto dell’articolo di Pierpaolo Lio per il “Corriere della Sera – Edizione Milano” il 30 luglio 2023.  

«È lui. Ma no, fra’, ti dico che è lui. Non lo riconosci quella me..a? È lui, è lui. Fidati. C’ha pure il codino alto». Un volto sbircia per un istante dalle finestre al primo piano della caserma dei carabinieri di Cologno Monzese. […] è Zakaria Atqauoi, 23enne italo-marocchino. Prende coraggio. Torna ad affacciarsi. 

[…] ogni tanto gira il capo, a guardare quella piccola folla di giovanissimi arrabbiati. Sono gli amici di Sofia Castelli, la 20enne uccisa all’alba da quel ragazzo che li affronta a distanza. Sono ormai da ore che presidiano gli ingressi, che avrebbero voglia di vendetta. «Ma va che arrogante. Ce lo devono lasciare qua due minuti, na bastano due, e poi vediamo...».

Zakaria ha ucciso Sofia nella casa in cui era stato accolto, come uno di famiglia. Ha accoltellato la studentessa ventenne, la sua ex, colpendola alla gola e in altre parti del corpo con un coltello preso dalla cucina che conosceva. Tra i due c’era stata una relazione stretta, […] Pare che il giovane di Vimodrone — che orbitava però più che altro ai palazzoni del quartiere Stella di Cologno —, difeso dall’avvocato Marie Louise Mozzarini, fosse in possesso di un mazzo di chiavi dell’appartamento della ragazza in corso Roma.  

Di sicuro all’alba di ieri, quando la vittima era tornata da poco da una nottata al «The Beach», locale milanese di via Corelli, è riuscito a introdursi all’interno, e l’ha aggredita in camera da letto, mentre dormiva. In casa c’era anche l’amica con cui Sofia Castelli aveva passato la serata, che però non si sarebbe accorta di nulla, fino all’arrivo delle forze dell’ordine.

Dopo l’aggressione, è stato il ragazzo stesso a confessare il delitto[…] A indagare sono i carabinieri, coordinati dal pm di Monza Emma Gambardella, che hanno trattenuto in caserma il giovane fino a sera in stato di fermo, prima di trasferirlo in carcere. […] 

Gli inquirenti stanno valutando l’eventuale aggravante della premeditazione del gesto. Ieri Atqaoui ha risposto alle domande del magistrato. «Posso dire soltanto che ho trovato un giovane molto provato e disorientato, che ha avuto un atteggiamento collaborativo con le forze dell’ordine», ha detto l’avvocato Mozzarini. Un ritratto diverso da quello che ne danno molti amici di Sofia, che raccontano di un tipo che aveva «problemi con tutti», che campava di espedienti, con un atteggiamento da spaccone. 

Estratto da lastampa.it il 29 luglio 2023.

Una spedizione punitiva per vendicare Michelle . Un gruppo di adolescente amici delal vittima è entrato in casa del 17enne accusato dell'omicidio della coetanea e hanno distrutto tutto, uralndo minacce. In tutto circa 15 i ragazzi che sono stati poi identificati per l'incursione […] Mentre era in corso la manifestazione per ricordare la ragazza, un gruppo di cento persone si è materializzato sotto casa dell'assassino, […]

(ANSA il 31 luglio 2023) - Un inquietante episodio ha coinvolto il 20enne di origini marocchine Anass Saaud, presunto killer del 17enne di Villa Literno (Caserta) Giuseppe Turco - ucciso a coltellate il 28 giugno scorso a Casal di Principe - la cui ambulanza è stata circondata da un gruppo di persone male intenzionate mentre stava per entrare al pronto soccorso dell'ospedale di Aversa, e solo l'intervento della polizia penitenziaria ha evitato il peggio. 

A denunciare l'episodio Donato Capece, segretario generale del Sappe (sindacato di polizia penitenziaria), che ipotizza che dietro l'accerchiamento del mezzo di soccorso vi sia un tentativo di evasione. "Lo scorso 29 luglio - spiega Capece - il personale di Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove il 20enne è recluso dal giorno del delitto, era impegnato nel ricovero urgente del detenuto, naturalizzato italiano di origini marocchine. 

Il giovane era scortato dal personale del nucleo operativo Traduzioni e Piantonamenti, che ha dovuto fronteggiare con professionalità e senso del dovere una emergenza che lascia molti interrogativi. La scorta si è infatti accorta che all'arrivo al pronto soccorso del presidio sanitario aversano, l'autoambulanza veniva circondata da un folto numero di persone (10-15) che aspettavano il detenuto. A questo punto, non conoscendo le possibili conseguenze che potevano evolvere anche per una questione di sicurezza pubblica, il capo scorta della Polizia Penitenziaria, sentito il comando, disponeva un repentino rientro in Istituto". "

Tutto lascia pensare - aggiunge Capece - ad una simulazione di malessere del detenuto che ha dichiarato in carcere di aver ingerito candeggina per poter uscire dall'istituto: probabilmente veniva comunicato a parenti e amici o a male intenzionati l'uscita di quest'ultimo all'esterno a mezzo di un cellulare in possesso di altri detenuti occultati illecitamente. Al riguardo ci sono accertamenti in corso. L'episodio è emblematico per comprendere i rischi derivanti dai facili ricoveri cosiddetti a vista nonché dal pericolo dell'utilizzo illecito dei cellulari nell'ambito Penitenziario. Cmq - conclude Capece - va un plauso ai poliziotti".

Francesco Bellomo, Vittorio Feltri: perseguitato e infamato ingiustamente. Vittorio Feltri Libero Quotidiano il 26 luglio 2023

È notizia di pochi giorni fa (ovviamente ignorata dai media) che l’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo è stato archiviato anche a Torino. I magistrati del capoluogo piemontese hanno evidenziato, per l’ennesima volta, la “regolarità” del contratto tanto discusso e la piena liceità delle sue relazioni. Definito “porco” in diretta televisiva, attaccato da giornalisti e opinionisti che lo hanno considerato fin dal principio reo oltre ogni ragionevole dubbio dei reati contestatigli, bersaglio di ogni genere di insulto, infamato in maniera crudele, deriso, beffeggiato, disonorato, argomento di cronaca giudiziaria quotidiano per mesi e mesi, addirittura anni, e sempre con toni assolutamente colpevolistici e spietati, il brillante magistrato è stato definitivamente prosciolto da ogni accusa, senza mai essere neppure rinviato a giudizio. Ed è stato assolto non da un tribunale, bensì da sei procure distribuite da Nord a Sud. Anzi, specifico che il tribunale di Milano, la cui serietà è arcinota, già agli albori di questa faccenda, provvide ad archiviare il procedimento, dal momento che era evidente che Bellomo, accusato di avere imposto un dress-code agli studenti, sia maschi sia femmine, i quali partecipavano ai suoi corsi in magistratura, non si fosse macchiato di alcun crimine.

Il magistrato è stato poi dichiarato innocente dai tribunali di Bari, Piacenza, Roma, Bergamo, Torino. I giudici, insomma, hanno in maniera incontrovertibile appurato che Francesco Bellomo è – lo ripetiamo – innocente. E se non è colpevole, allora egli è vittima. Dunque, egli è stato perseguitato, ingiustamente screditato, colpito, massacrato dalla stampa, divorato da questi personaggetti tristi che popolano i talk-show e che pretendono di insegnarci la morale, pur non possedendone una. Quello che Bellomo ha patito è stata una iniquità. Lo ha riabilitato e rinfrancato proprio quella Giustizia cui egli stesso si è votato dedicandole la propria intera esistenza e la propria carriera. Bellomo fu un pubblico ministero giovanissimo, il più fresco d’Italia.

Questa vicenda dovrebbe essere conclusa, eppure Bellomo attende ancora di essere reintegrato nel suo ruolo, ossia quello di consigliere di Stato, che gli fu indebitamente tolto anni fa a causa dei procedimenti in corso. Cosa stiamo aspettando a restituire a Cesare quel che è di Cesare? Insomma, non soltanto abbiamo tormentato questo giudice, quest’uomo, dai cui corsi di diritto sono usciti decine e decine di magistrati che operano all’interno dei nostri palazzi di Giustizia, ma lo abbiamo anche privato del suo mestiere, che era la sua vita, e non glielo abbiamo mai più restituito. Il tutto senza giustificazione, come hanno dimostrato gli esiti dei vari processi.

Mi domando: in uno Stato di diritto è ammissibile che accada un fatto del genere? Io ritengo che tutto questo non si sarebbe mai dovuto verificare, o che, quantomeno, una volta emersa l’innocenza di Bellomo, questi avrebbe dovuto immediatamente riavere il suo posto all’interno del Consiglio di Stato. Cosa che ancora non si è realizzata, purtroppo.

Questo vuole essere un appello al nostro ministro della Giustizia, Carlo Nordio, anch’egli ex magistrato, affinché le istituzioni si sensibilizzino nei confronti dell’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo, processato e assolto da ben sei procure, il quale meriterebbe quindi che il suo status quo ante venisse ripristinato subito.

Nessuno può rendere a Bellomo gli anni che gli sono stati portati via, insieme a parte della salute e dei soldi persi, dilapidati in spese legali che egli non avrebbe dovuto sostenere, però possiamo riconsegnargli le sue funzioni. Sarebbe il minimo che gli dobbiamo. Colgo l’occasione per esprimere la mia stima nei confronti di quei giudici che lavorano nei nostri tribunali con zelo, impegno, passione, rispondendo, tra mille difficoltà, alla domanda di giustizia che proviene dai cittadini. Non condivido affatto l’idea che la magistratura sia marcia, politicizzata, ostile, impegnata a triturare le persone. E la questione Bellomo ne è dimostrazione. La giustizia non agisce seguendo schizofrenici parametri di tipo moralistico che oggi sembrano dominare più che mai la società, bensì applicando la legge, che ha una sua razionalità. 

Estratto dell’articolo di Giuseppe Legato per “la Stampa” giovedì 27 luglio 2023.

Nessuna violenza privata e nemmeno minaccia. Sta per cadere anche l'ultimo procedimento penale rimasto in capo all'ex giudice del Consiglio di Stato Francesco Bellomo balzato agli onori delle cronache per il dress code (e non solo) imposto alle allieve del suo corso di preparazione all'esame in magistratura e destituito dalla stessa «per condotte incompatibili – ha stabilito il Tar nell'aprile 2022 (pende pronuncia del Consiglio di Stato) – con il rispetto dell'obbligo in capo a un magistrato». 

Il pubblico ministero di Torino Paola Stupino ha chiesto l'archiviazione nei giorni scorsi «poiché non si ravvede – si legge agli atti – alcuna fattispecie di reato per la quale si debba procedere» accogliendo - anche le memorie difensive prodotte dal legale di Bellomo, Claudio Strata.

Le altre accuse – stalking e violenza privata su tre allieve - sono cadute rispettivamente a Piacenza, Brescia e Bergamo. Restava Torino dove gli atti erano confluiti – da Massa – perché la potenziale persone offesa, sostituto procuratore negli uffici giudiziari toscani che non aveva presentato querela formale – era emigrata da due anni nell'ufficio del capoluogo piemontese. 

L'inchiesta, nata dalla più ampia indagine di Bergamo, si basava su un assunto articolato. La dottoressa Alessia I. ricercatrice a tempo determinato (un anno, dall'ottobre 2015) della srl Diritto e Scienza (nella quale Bellomo era direttore scientifico) legata fino ad allora da una relazione sentimentale al professore da lei stessa troncata, non avrebbe rispettato i suoi adempimenti. Avrebbe così ricevuto prima un messaggio di Bellomo che prefigurava una causa civile se non avesse ripreso la collaborazione seguita da una vera e propria diffida della srl con relativa «azione di adempimento».

Per il gup di Bergamo, primo incaricato di vagliare l'ipotesi di reato, i due fatti erano correlati nella misura in cui «alla prospettazione di azioni civili da parte di Bellomo seguivano citazioni in giudizio della società "Diritto e Scienza" segno questo dell'evidenza, della concreta capacità dell'imputato di influire sulla gestione amministrativa della stessa srl». Insomma: «erano finalizzati a un ricongiungimento» sentimentale con l'indagato. 

Tentata violenza privata insomma Il magistrato di Torino – nel chiedere un'archiviazione di fatto nel merito e non solo per improcedibilità vista l'assenza di querela della parte offesa – «non condivide – scrive - questi assunti». 

[…] Bellomo adesso attende l'esito del ricorso al Consiglio di Stato presentato (questa volta da legale Angelo Clarizia) contro la pronuncia del Tar che lo ha espulso dal mondo delle toghe. […] Classe 1970, originario di Bari, Bellomo è un ex giudice del Consiglio di Stato Vincitore di cinque concorsi in magistratura (tre ordinaria, Tar e Consiglio di Stato), caso unico nella storia italiana.

Direttore della scuola di formazione giuridica avanzata "Diritto e Scienza", nel 2017 è stato denunciato da alcune studentesse che lo accusavano di imporre un dress code provocante in cambio di borse di studio. Nel 2018 è stato espulso dalla magistratura con una votazione quasi unanime del Csm. In passato è stato anche arrestato con l'accusa di maltrattamenti ed estorsione aggravata.

Caso «dress code», cade l’ultima accusa all’ex giudice Bellomo. Il gip di Torino archivia l’ipotesi di tentata violenza privata. GIOVANNI LONGO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 28 Luglio 2023

Da Bari a Milano; da Roma a Piacenza; da Bergamo a Torino. L’ex consigliere di Stato Francesco Bellomo è uscito immacolato dal giro d’Italia tra uffici giudiziari. L’ultima pendenza, quella relativa a una presunta tentata violenza privata ai danni di una ricercatrice della scuola Diritto e Scienza, fucina di aspiranti magistrati, si è chiusa con un’archiviazione disposta dal gip del Tribunale di Torino. Accolta una motivata richiesta avanzata dalla Procura piemontese che, come anticipato ieri da La Stampa, anziché limitarsi a constatare l’improcedibilità dell’azione penale in ragione dell’assenza di querela della (presunta) persona offesa (una delle modifiche previste dalla tanto discussa riforma Cartabia, ma questa è un’altra storia), è entrata nel merito delle ipotesi di reato ritenendole, appunto, inconsistenti.

Ancora una volta, dunque, come già accaduto da quando lo scandalo, da mediatico, è entrato di prepotenza nei Palazzi di Giustizia, le accuse a suo carico praticamente si sono smontate senza neanche mai entrare in aula. Insomma, al clamore mediatico provocato dal «dress code» imposto dal magistrato barese alle sue ex borsiste, al netto delle valutazioni sulla opportunità di certi comportamenti sul piano morale, non è corrisposta alcuna violazione del codice penale. Lo dicono più magistrati.

Quanto alla vicenda torinese, tutto ruotava intorno ad alcuni messaggi che Bellomo aveva inviato a una ricercatrice della scuola in cui si prefigurava -questa l’originaria impostazione accusatoria - una causa civile se la ricercatrice non avesse ripreso la collaborazione con la scuola che ha formato decine di magistrati. Il fascicolo sulla paventata «azione di adempimento» era arrivato a Torino proveniente da Bergamo per competenza territoriale, ultima tappa del giro d’Italia tra sedi giudiziarie, ma (anche) per la Procura torinese quei messaggi, con ogni probabilità inopportuni, non posso avere una valenza intimidatoria.

E pensare che Bellomo, assistito a Torino dall’avvocato Claudio Strata e a Bari dagli avvocati Beniamino Migliucci e Gianluca D'Oria, finì ai domiciliari per ipotesi, stalking e violenza privata, entrambe ritenute insussistenti ma che comunque gli sono costate la destituzione dalla magistratura. Un altro tassello che si aggiunge alla lunga lista di sentenze di «non luogo a procedere» o decreti di archiviazione pronunciati dalla magistratura, dunque prima di un dibattimento che non c’è mai stato. Nel mirino, all’inizio, c’era la «richiesta» di Bellomo rivolta a borsiste e corsiste di indossare minigonne e tacchi a spillo. C’erano anche prove di coraggio, persino test sui fidanzati delle borsiste e monitoraggio dei profili social. Con tanto di contratto firmato da chi aspirava a diventare magistrato. Per Bellomo, prima l’archiviazione a Milano nel 2018, poi il proscioglimento a Piacenza, quindi accuse che cadono anche a Bari, Bergamo e ora anche Torino. Oltre alle vicende che riguardavano il suo rapporto con le donne, inoltre, Bellomo è stato anche accusato di calunnia e minaccia nei confronti dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte, nella sua veste di presidente della commissione disciplinare chiamata a pronunciarsi sul magistrato barese nel 2017. Neanche a dirlo, anche quel procedimento penale si è chiuso, questa volta a Roma, con una archiviazione.

E allora, cosa resta dell’intera vicenda? Al momento solo la «condanna» disciplinare costata la destituzione dalla magistratura, anche se ormai da tempo Bellomo ha ripreso a insegnare nella sua scuola per formare altri aspiranti magistrati in vista del concorso. Ma sulla rimozione pende un ricorso di Bellomo: i suoi ex colleghi del Consiglio di Stato dovranno decidere se il magistrato barese ha il diritto oppure no di rientrare nei ranghi.  

Intanto, sul suo profilo facebook (con un cognome diverso), l’ex giudice commenta l’archiviazione torinese: «La prima volta che andai sui giornali e in televisione (TG3) avevo 14 anni e fu per gli scacchi, poi per qualche indagine criminale. Mai avrei pensato che ci sarei finito molto più spesso per un contratto e che da lì - dopo aver segnato una performance probabilmente imbattibile come pubblico accusatore - mi sarei ritrovato dall’altro lato. Dove però - quando ho sentito qualche assurdità - ho fatto la stessa identica cosa con lo stesso identico esito».

Le “sentenze choc” che non piacciono all’opinione pubblica. Dall’omicidio di Carol Maltesi al bidello prosciolto dall’accusa di molestie. Assoluzione uguale vergogna: l’assurda equazione che da anni distorce il senso del processo penale. Guido Stampanoni Bassi su Il Dubbio il 19 luglio 2023

Capita ormai con regolarità, per lo più nell’ambito di vicende di cronaca particolarmente sentite, che sentenze che si discostino – magari anche solo leggermente – dalle aspettative dell’opinione pubblica vengano definite «choc» o «vergognose».

Il fenomeno non è nuovo e, negli ultimi anni, si trovano decine di casi: sentenze magari impeccabili da un punto di vista giuridico, che vengono però trasmesse all’opinione pubblica come inaccettabili.

Uno dei casi più noti degli ultimi anni è quello della strage di Viareggio, con riferimento alla quale la pronuncia della Cassazione – laddove ha escluso l’aggravante delle norme antinfortunistiche ( con conseguente prescrizione di alcuni reati) – ha suscitato grandi polemiche al grido di «Viareggio senza colpevoli». Oppure pensiamo alla sentenza che, nel processo sulla strage di Rigopiano, ha assolto 25 dei 30 imputati. Anche qui solito copione: «Rigopiano, strage senza colpevoli» con ministri che hanno twittato: «Questa non è “giustizia”, questa è una vergogna».

Complice una narrazione giornalistica che spesso alimenta aspettative di condanna – facendo circolare il messaggio secondo cui gli indagati devono certamente essere colpevoli – ogni provvedimento che osi poi discostarsi da tale narrazione finisce con lo scatenare polemiche. Il semplice fatto che vi possano essere delle assoluzioni non viene tollerato.

Celebre, ancora, la vicenda dell’uomo assolto a Brescia per aver ucciso la moglie in preda a un “delirio di gelosia”. Anche in quel caso, aspre

polemiche nei confronti dei giudici accusati di aver derubricato un femminicidio in un effetto collaterale da malattia mentale e di aver fatto tornare il nostro paese ad una situazione peggiore di quando esisteva il delitto d’onore.

Eppure, il presidente della Corte – il magistrato che ha recentemente condannato Davigo – aveva scritto una cosa tanto elementare, quanto illuminante: non si vuole riservare all’imputato un salvacondotto, ma semplicemente applicare un elementare principio di civiltà giuridica, quello della funzione rieducativa della pena, secondo cui non può esservi punizione laddove l’infermità mentale abbia obnubilato la capacità di comprendere il significato del proprio comportamento.

In questi giorni oggetto di critiche sono state due pronunce molto diverse tra loro: quella del bidello accusato di aver toccato i glutei di una studentessa e quella dell’omicidio di Carol Maltesi.

Sebbene gli esiti siano stati diametralmente opposti ( assoluzione nel primo grado e condanna a 30 anni nel secondo), il trattamento è stato il medesimo: vergogna. La colpa? Sempre la stessa: essersi discostati dalle aspettative dell’opinione pubblica, la quale si aspettava ( anzi, pretendeva) una condanna nel primo grado e l’ergastolo nel secondo.

Nel primo caso, le polemiche sono state alimentate da quella che è a tutti gli effetti una fake news, ossia quella secondo cui la palpata breve – sotto i 10 secondi – non sarebbero reato. La sentenza non ha mai affermato tale principio, avendo assolto l’imputato perché non vi era prova del fatto che lo stesso avesse effettivamente sfiorato volontariamente la studentessa. La possibilità che un Tribunale, in presenza di dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, possa assolverlo ha mandato in cortocircuito il circo mediatico- giudiziario, facendo passare un messaggio esattamente opposto a quello su cui si fonda il nostro processo: ossia quello secondo cui, nel dubbio, il Tribunale deve (e non può) assolvere.

Infine, nella vicenda di Carol Maltesi, la Corte è stata accusata di aver emesso una sentenza “vergognosa” che “offende le donne”. Leggendo le motivazioni, ci si accorge però che sulle aggravanti che tanto hanno fatto discutere (premeditazione, futili motivi e crudeltà), la Corte ha richiamato principi affermati dalla Cassazione. Per quanto possa lasciare l’amaro in bocca, si deve accettare l’idea che esistano concetti che non hanno, sul piano giuridico, lo stesso significato che hanno nella vita di tutti i giorni.

Pensiamo alla aggravante della crudeltà, su cui i giudici, dopo aver ricordato che una certa quota di crudeltà è inevitabilmente insita in qualunque delitto cruento (quale omicidio volontario non è crudele?) e che la prova della crudeltà non può essere ricavata dalle condotte successive sul cadavere, ha applicato i principi secondo cui è crudele, da un punto di vista tecnico- giuridico, quel comportamento eccedente rispetto alla normalità, che sia finalizzato a determinare sofferenze aggiuntive alla vittima. Per quanto certe decisioni possano essere difficili da accettare, occorre tenere a mente che i Tribunali sono chiamati ad applicare le leggi e non a soddisfare le aspettative dell’opinione pubblica.

La morbosità dei media. Il culto discreto per Stefano Nazzi: la cronaca nera lontana dalla spettacolarizzazione. Il giornalista ricostruisce casi noti e meno noti al grande pubblico in un podcast premiato agli Italian Awards. Sobrietà e precisione. Un piccolo cult. Antonio Lamorte su L'Unità il 30 Giugno 2023

Michelle Causo racconta: “Mi ha accoltellata e lasciata in un carrello. Avevo diciassette anni e una vita davanti”. E raccontano anche Giulia Tramontano, Diana Pifferi, Elisa Claps, Yara Gambirasio, Denise Pipitone e via dicendo. Le vittime che parlano su TikTok. Deepfake, intelligenza artificiale al servizio della morbosità, soltanto l’ultimo step dell’attenzione pornograf*ca che pubblico e media dedicano alla cronaca nera. Altro che Truman Capote, altre che Emmanuel Carrère. E il giornalismo cavalca, la televisione specula. Non si butta via niente dei dettagli più insignificanti purché raccapriccianti, di vite spezzate da violenze efferate, della quotidianità marginale dei mostri che devono diventare sempre più mostri.

C’è un’altra audience che più silenziosa ascolta, che pur appassionandosi alla cronaca nera, ai casi snocciolati giorno per giorno come fossero feuilleton, presta un’attenzione meno macabra e più accurata. Stefano Nazzi ha vinto con Indagini de Il Post il premio dell’anno nella categoria True Crime agli Italian Podcast Awards. Giornalista di cronaca, ha collaborato per anni con importanti testate nazionali, seguito casi di enorme risonanza mediatica e vicende meno note al grande pubblico. Ha appena pubblicato Il volto del male per Mondadori. È diventato un piccolo cult.

Nazzi ripercorre casi noti e meno conosciuti. Ricostruisce le indagini, i processi, gli errori giudiziari, i riflessi sui media e l’influenza dei media, le reazioni della società. Storie diventate familiari agli italiani, che ne hanno dettato sensibilità e percezioni. Non ammicca, non aggiunge particolari succosi utili soltanto alla spettacolarizzazione. Precisione, sobrietà. Un lungo apprendistato. “Nei giornali in cui ho lavorato ho imparato come si scriveva – ha raccontato a Il Libraio – , ma anche come non si scriveva. Ho imparato come non volevo più scrivere. Quindi ho abbandonato, man mano che andavo avanti con gli anni, tutta una serie di linguaggi, di espressioni, di aggettivazioni, di frasi fatte, che adesso mi viene abbastanza naturale tralasciare”.

Nessuno stratagemma per aggiungere sensazionalismo all’emotività già ispirata dai fatti, dalle carte giudiziarie. Nazzi non dà mai per scontato che la gente sappia cosa sia un incidente probatorio o un rito abbreviato. Spiega, corre il rischio di risultare noioso. Contestualizza. Indagini, da marzo 2022, racconta quello che sono le scale mobili per Potenza e cosa hanno significato le scale mobili per Potenza. Spiega cosa si intende per “stato crepuscolare orientato”. Non c’è moralismo, non si improvvisano tribunali. Nessuna traccia degli aspetti più morbosi che hanno fatto giudicare la cronaca nera una specie di giornalismo di serie B, gli stessi che hanno alimentato una religione dozzinale, tempestata di domande e opinionismo spicciolo.

Il critico letterario Matteo Marchesini ha scritto che oggi “quasi tutti siamo delle tricoteuses della nera, che ci raggiunge con una potenza e capillarità inaudite. Non per caso è dilagata a partire dagli anni 90, col crollo delle grandi narrazioni ideologiche e la drastica diminuzione della vita attiva, militante: le semplificazioni del giallo, che non finisce mai di complicare paradossalmente le cose per aggiungere una puntata in più, sono diventate la nostra Weltanschauung (e alcuni magistrati ne hanno preso atto)”. E anche i grandi giornali: ma esiste un altro modo, nonostante i commenti sulle pagine social seguitissime che tramite deepfake e intelligenza artificiale fanno parlare vittime trucidate risultano entusiasti, molto empatici, di utenti che sembrano sinceramente coinvolti.

Antonio Lamorte 30 Giugno 2023

L'assassino di Giulia. Alessandro Impagnatiello, il mostro e la gogna dei carabinieri per mostrarlo come un trofeo. Dieci lunghi minuti è rimasto Alessandro fermo nelle sua auto bloccata davanti al garage dalle forze dell’ordine, assediato dai giornalisti che gli urlavano ”vuoi dire qualcosa?”, bersagliato dai flash e dalle telecamere. Passerella indegna. Tiziana Maiolo su L'Unità il 4 Giugno 2023

No, la gogna non si fa. Non c’è bisogno di ricordare Enzo Tortora, perché il paragone sarebbe offensivo nei confronti di chi è diventato suo malgrado il simbolo dell’ingiustizia italiana. Ma quello che è stato inflitto l’altra sera a Alessandro Impagnatiello, assassino e reo confesso, ricorda troppo l’arresto di Massimo Bossetti, che si è sempre dichiarato innocente, e che fu braccato come un animaletto impaurito ed esibito come trofeo di caccia dalle forze dell’ordine.

I carabinieri l’hanno rifatto, e non va bene. Dieci lunghi minuti è rimasto Alessandro fermo nelle sua auto bloccata davanti al garage dalle forze dell’ordine, assediato dai giornalisti che gli urlavano ”vuoi dire qualcosa?”, bersagliato dai flash e dalle telecamere. Indegna passerella. Potevano far sgomberare e non l’hanno fatto. L’hanno lasciato lì, mezzo incappucciato con le mani sul volante, preda di ogni indecente curiosità.

Volete che vi diciamo bravi perché avete risolto il caso? Era vostro dovere. E il Caino che avevate tra le mani lo dovevate rispettare. Il pezzo più difficile da scrivere. Perché quel barman fighetto che lavora da Armani, che viene chiamato “lurido” dai colleghi e poi ammazza la compagna e il bambino, è quello che noi donne vorremmo strozzare con le nostre mani. Una vera pena di morte da applicare direttamente e subito. Poi però c’è il mondo con le sue regole, e la giustizia che deve applicarle. Parrebbe sfortunato (ma non lo è) Alessandro l’assassino, a ritrovarsi dentro un mondo ostile fatto tutto di donne.

Sembra la nemesi, pronta a colpire uno che le donne non le ama, che forse le teme, ma che non gli piacciono davvero. Il fatto che lui paia voler lasciare sempre una traccia di sé nel loro corpo è lì a dimostrarlo. Ne incontra una a vent’anni circa e lei è subito incinta. Sta con Giulia e lei porta avanti una gravidanza fino a oltre il settimo mese, prima che lui tolga la vita a tutti e due, a lei e al bambino. La tradisce con un’altra, ed ecco ancora una gravidanza, che lei decide di interrompere. Tre donne e le loro scelte. E lui pare solo uno che si esibisce ma non decide.

“Un mostro”, lo definisce la madre, che non riesce neanche a tenere in vita quel cordone ombelicale che tutto capisce e perdona. E poi gli cascano addosso tre magistrati, tutte donne, le due pm, procuratore aggiunto Letizia Mannella e Alessia Menegazzo, e poi la gip Angela Minerva. E tutte fanno giustizia, con immediate differenze di giudizio e la prefigurazione di uno scontro processuale, che si giocherà tutto sulla premeditazione del delitto. E’ possibile che tutte queste donne, prima di tutto la sorella e la mamma di Giulia, la ragazza assassinata con il suo bambino (ora più che mai “suo” e di nessun altro), e poi l’”altra” che ha saputo essere solidale con la rivale d’amore, e poi queste tre magistrate e anche la madre del “mostro”, siano le più titolate all’odio, almeno in un angolino dei propri sentimenti.

Pure non sono loro ad andare sopra le righe, a uscire dalle regole della società civile. Anche quando nella conferenza stampa la pm Alessia Menegazzo sottolinea con forza la (controversa) questione della premeditazione, e Letizia Mannella si rivolge alle donne invitandole a non accettare mai l’ultimo appuntamento, quello del “chiarimento”. E poi anche nell’ordinanza della gip Angela Minerva, la quale accetta la spiegazione di Alessandro e della sua condizione di stress per una situazione -la doppia vita sentimentale e la disistima dei colleghi che ne erano a conoscenza- e non ne fa oggetto di giudizio moralistico, ma si attiene freddamente alla norma e alla giurisprudenza. Tutto questo mostra il clima di rispetto.

Il rispetto delle regole e il rispetto della persona. Ancora una volta ci troviamo al cospetto di un Caino. Di un trentenne destinato a passare dai locali alla moda della Milano più scintillante a una possibile condanna all’ergastolo. In mezzo ci saranno i processi, naturalmente. Per ora c’è una piena ammissione dell’omicidio, che prelude in genere a una condanna. Che non significa soltanto la cella e il carcere, ma la vita, i prossimi venticinque-ventisei anni. Questo va rispettato. Tutte queste donne lo hanno fatto. Ma non possiamo apprezzare il trattamento da preda che gli hanno riservato i carabinieri con la gogna mediatica dell’altra sera. Questo non si fa.

Tiziana Maiolo 4 Giugno 2023

«Anche oggi il “tribunale del popolo” non assolve e condanna l’indagato alla pena della vergogna».Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna-

Parla Vittorio Manes: «Il saggio di Manzoni è un'opera straordinaria per molte ragione, ed è un "classico" perché ha come nota caratterizzante la inesauribile attualità e persistenza dei temi e dei problemi trattati». Gennaro Grimolizzi Il Dubbio l'8 maggio 2023

A distanza di circa duecento anni, la “Storia della Colonna infame” di Alessandro Manzoni continua a essere attuale. Errori da parte di chi giudica, abusi e pregiudizi si sono verificati anche dopo il capolavoro manzoniano, fino ai nostri giorni. Cambiano le epoche, ma alcuni strumenti per stritolare la dignità umana esistono ancora. Ne abbiamo parlato con Vittorio Manes, avvocato e ordinario di Diritto penale presso l’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, autore del libro “Giustizia mediatica. Gli effetti perversi sui diritti fondamentali e sul giusto processo” (Il Mulino).

Professor Manes, due secoli fa Alessandro Manzoni, nella “Storia della Colonna infame”, affrontò il tema dell’errore giudiziario e dell’abuso di potere. La storia insegna tanto o niente?

Il saggio di Manzoni è un’opera straordinaria per molte ragioni, ed è un “classico” perché ha come nota caratterizzante la inesauribile attualità e persistenza dei temi e dei problemi trattati: anzitutto, il rischio sempre vivo che un innocente sia condannato, come appunto capitò in sorte ai due protagonisti, Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, accusati di essere “untori” all’epoca della peste del 1630 e per questo ingiustamente sottoposti a tortura e quindi condannati a morte. La storia insegna tanto, ma purtroppo non ha memoria.

A cosa si riferisce?

La storia insegna tanto perché tutta l’evoluzione del diritto penale, sostanziale e processuale, non è altro se non la sedimentazione secolare di errori giudiziari, null’altro che una “trama secolare di disavventure”, parafrasando Borges. Da questi “errori” e “disavventure”, e dall’urgenza di evitare il loro ripetersi, sono stati progressivamente generati i principi e le garanzie in materia penale, prima fra tutte la garanzia primordiale della presunzione di innocenza. Diritti e garanzie sono “antidoti” generati da errori (giudiziari), come recita il titolo di un fortunato saggio di Alan Dershowitz, “Rights from wrongs”. Però, purtroppo, la storia non ha memoria, o meglio, nessuna esperienza della memoria è davvero in grado di sterilizzare il ripetersi di errori giudiziari, che restano tristemente attuali, per le più disparate ragioni, come mette bene in luce una preziosa recente ricerca guidata dal professor Luca Luparia, (“L’errore giudiziario”, Milano, 2021, ndr), “un viaggio al termine della giustizia” alla ricerca di “anticorpi per la condanna dell’innocente”. Questa ricerca deve ancora compiere molti passi avanti, anche nei sistemi di democrazia matura, come testimonia dolorosamente l’attività dell’Innocence project negli Usa sulle più disparate “wrongful convictions”. Del resto, lo stesso Manzoni ammoniva che «la menzogna, l’abuso del potere, la violazione delle leggi e delle regole più note e ricevute, l’adoprar doppio peso e doppia misura…non furor purtroppo particolari a un epoca», ma sono esperienze tristemente vive in ogni tempo e in ogni luogo.

Manzoni mise in guardia i suoi lettori sui danni che può provocare la giustizia ingiusta con il “sacrificio” di persone innocenti anche per compiacere la folla. Una situazione che si è verificata anche nei giorni nostri?

Credo sia difficile negare l’influenza che l’opinione pubblica esercita sul giudizio, anche se non ci sono rilevazione empiriche che possano dimostrarlo. Oggi come ieri, i giudici che non seguano, con la loro decisione, un diffuso pregiudizio colpevolista, possono avvertire «il timor di mancare a un’aspettativa generale, di parer meno abili se scoprivano degl’innocenti, di voltar contro di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle», proprio come scriveva Manzoni. Del resto, quando si crea un determinato “orizzonte di attesa” nel pubblico, il rischio è che chi giudica si senta chiamato non a giudicare bensì a “dire da che parte sta”, se sta dalla parte dell’opinione pubblica, o se sta dalla parte di imputati che la vox populi considera già colpevoli. E questo rischia di contaminare, di fatto, l’imparzialità del giudicante. Quanto più forte e massiva è questa influenza, tanto più coraggio serve per assolvere, perché la decisione di assoluzione inevitabilmente delude le aspettative delle presunte vittime, con le quali l’opinione pubblica tende ad identificarsi: le parti civili, infatti, non chiedono giustizia, ma chiedono condanna.

Dalla colonna infame alla gogna e alla giustizia mediatica. È cambiato lo strumento per spettacolarizzare certi metodi e per presentare all’opinione pubblica il “mostro”?

È cambiato, e molto, assumendo dimensioni ben più pervasive e contundenti, vista la enorme capacità diffusiva che l’informazione on line e i mass media oggi hanno, anche nel martellante rimpallo con i social network e con i mezzi più informali di veicolazione delle notizie nell’universo apocrifo dell’infosfera. Di fatto, se una vicenda penale entra nel circuito mediatico, un semplice “indagato” viene colpito da una “lettera scarlatta” che lo perseguiterà per sempre, una sorta di “pena della vergogna” (shame sanction) che implica la degradazione pubblica dell’individuo, e che non sarà mai cancellata anche dopo una eventuale sentenza di assoluzione, visto che la perpetuazione della “esposizione pubblica”, la public exposure che ha sostituito la gogna medievale, sarà di regola assicurata dalla conservazione della notizia nello sconfinato campo dell’infosfera, con buona pace del diritto all’oblio.

Il tribunale mediatico non assolve mai?

Il tribunale mediatico non assolve mai, o mai davvero del tutto. Nella pubblica opinione resta insinuato il “sospetto”, perché, come si dice,“if there’s smoke there’s fire”, e nel migliore dei casi residua un giudizio morale negativo o un “etichettamento” negativo anche solo per essere stato coinvolto e travolto dallo scandalo, a prescindere dall’esito del processo. Aveva ragione Sciascia: tutto è non cadere nell’ingranaggio, ma «per come va l’innocenza, tutti potremmo cadere nell’ingranaggio».

Quali sono gli strumenti e i soggetti in grado di attenuare – per non dire neutralizzare - la forza dirompente della giustizia mediatica?

Non ci sono strumenti risolutivi, purtroppo. Ma la deontologia di ogni operatore può fare molto, sia sul versante giudiziario, e in specie degli organi inquirenti e degli operatori di polizia giudiziaria, sia sul versante dell’informazione. La neutralità nel presentare la notizia, l’attenzione alla presunzione di innocenza nel dar spazio anche alla versione della difesa, il rispetto per la dignità della persona, nel non divulgare dati sensibili dell’indagato-imputato come dei terzi “coinvolti”, sono tutti accorgimenti che possono ridurre l’impatto del problema. Ma è un problema culturale, e andrebbe affrontato anzitutto su quel piano: con una massiva campagna di “educazione civica”, sin dalle scuole superiori, che sappia spiegare e trasmettere i valori della civiltà del diritto, le ragioni alla base dei principi e delle garanzie costituzionali in materia di giustizia, spiegate anche attraverso quelle terribili esperienze di ingiustizia che Manzoni, nel suo fulminante saggio, ha consegnato a noi tutti ed alla storia.

Benno Neumair, parte il processo contro «Chi l'ha visto?» e la conduttrice Sciarelli. Chiara Currò Dossi su Il Corriere della Sera il 28 Aprile 2023 

Un servizio del programma sosteneva come gli avvocati avessero consigliato al loro assistito di mentire sui tempi del delitto: autori e conduttrice in aula il 9 maggio. Omicidi in famiglia, il sondaggio: «Evitabile uno su due» 

Inizierà il 9 maggio, davanti alla giudice Julia Dorfmann, il processo per diffamazione aggravata a carico degli autori di un servizio televisivo trasmesso il 10 marzo 2021 su Chi l’ha visto?: il giornalista Giovanni Loreto Carbone e la responsabile del programma, Federica Sciarelli. A denunciarli erano stati gli avvocati di Benno Neumair, Flavio Moccia e Angelo Polo. Nodo del contendere il non detto della frase: «Nei vari interrogatori, sicuramente su consiglio degli avvocati, Benno restringe sempre di più l’intervallo di tempo tra lo strangolamento del padre e l’arrivo in casa della madre». Gli avvocati gli avrebbero cioè suggerito di mentire, per nascondere il fatto che il secondo delitto sarebbe stato premeditato. La Procura aveva chiesto l’archiviazione, ma il gip aveva disposto l’imputazione coatta.

Il sondaggio

Intanto sono stati diffusi i dati di un sondaggio diffuso da Astat, l’istituto di statistica provinciale. Per quasi la metà degli altoatesini (il 47%) i parenticidi sarebbero evitabili, almeno in alcuni casi. Per uno su tre (il 33%), il rischio di macchiarsi di questo tipo di crimine aumenta nei casi di persone affette da disturbi mentali. Ma quanto, nello stigmatizzarli, abbiano influito gli organi di informazione, nel riportare l’andamento del processo Neumair, uno su quattro (il 26%) non se la sente di dare un’opinione: «Non eravamo presenti in aula». Sono queste le conclusioni alle quali è arrivato l’Astat in un panel (un procedimento di raccolta continuativa di informazioni statistiche su un campione di popolazione) realizzato a marzo per sondare l’opinione della popolazione rispetto al caso Neumair. Non c’è dubbio sul fatto che il duplice omicidio di Laura Perselli e Peter Neumair, strangolati il 4 gennaio 2021 dal figlio Benno (condannato in primo grado all’ergastolo), sia stato uno dei principali argomenti di discussione degli ultimi due anni. Così come sul fatto che abbia trovato ampio spazio sugli organi di informazione, locali e nazionali. Quanto questo abbia influito sull’opinione pubblica, in termini di stigma sui disturbi mentali, è diventato argomento di studio tra gli addetti ai lavori.

I sentimenti suscitati dal delitto Neumair

 I primi a muoversi erano stati gli esperti del Servizio di psichiatria dell’Azienda sanitaria (Asl), che avevano elaborato un questionario online (ancora disponibile) del quale il primario, Andreas Conca, aveva detto di aver «informato e coinvolto» la famiglia Neumair: circostanza smentita a stretto giro di boa. Di qui la (caldeggiata) entrata in scena dell’Astat che, come si legge in testa alla pubblicazione, «ha risposto a un’esigenza di ricerca del Servizio psichiatrico». Le domande sono diverse sia nel numero (6 per l’Astat, 27 per l’Asl) che nel contenuto. Il quadro che emerge è sfaccettato. Il principale sentimento suscitato dal delitto Neumair è di rabbia (54%), seguito da disgusto (22%), sorpresa (14%), indifferenza (11%) e paura (6%). Sul fatto che i parenticidi possano essere evitati, l’opinione è «letteralmente» divisa a metà, spiegano gli esperti Astat: il 47% degli intervistati lo ritiene possibile, il 53% che sia difficile dare una risposta o preferisce non darla. Parallelamente, la metà degli intervistati ritiene sia possibile individuare dei segnali premonitori (per l’8% spesso, per il 44% talvolta), ma c’è un’alta percentuale (21%) di «non so», ovvero «di chi lascia tale giudizio agli esperti del settore». 

Malattia mentale ed episodi criminali

Rispetto a un possibile legame tra malattia mentale e aumentato rischio di episodi criminali, oltre la metà (51%) sospende il giudizio, mentre uno su tre (33%) sostiene che ci sia. Per quel che riguarda il quotidiano, due persone su tre sarebbero disposte ad avere una persona con disturbi mentali come collega di lavoro (71%), come vicino di casa (70%) o come amico (68%), ma solo una su tre (33%) a viverci insieme. E poi c’è il ruolo dei media. L’Astat ha chiesto di valutare «il modo di riportare l’andamento del processo»: il 33% degli intervistati li ritiene affidabili, il 41% sensazionalistici e il 26% dichiara di non poterlo sapere, in quanto non presente in aula (e quindi impossibilitato a confrontare quanto riportato e quanto accaduto). Conca, invece, aveva insistito sull’affidabilità delle notizie (da «insufficiente» a «ottima»), sulla loro quantità, sull’utilizzo dei termini psichiatrici e sul grado di manipolazione «ponendo l’accento su possibili aspetti negativi correlati a disturbi mentali (ad esempio la pericolosità sociale)». Dando l’impressione, come aveva scritto l’allora presidente dell’Ordine dei giornalisti, Lissi Mair, «che la manipolazione fosse già data per scontata. Lo scopo reale della ricerca sembra essere quello di dire che il malato mentale non è pericoloso, ma che se lo si pensa la colpa è di chi fa informazione».

Da Sara Scazzi a Elisa Claps: quando la cronaca nera (di Puglia e Basilicata) diventa fiction. Davide Grittani su Il Corriere della Sera il 26 aprile 2023

Diverse le pellicole ispirate ai fatti di cronaca pugliesi e lucane girate negli ultimi tempi. Tra le altre il delitto di "Avetrana - Qui non è Hollywood" e "Ti mangio il Cuore", entrambe firmate da Pippo Mezzapesa 

Dall'alto, le riprese ispirate al delitto di Avetrana, a quello di Elisa Claps, sotto Elodie in "Ti mangio il cuore" e "Colpo di Ferragosto"

Toh, la cronaca. Chi non muore si rivede. Rieccola, in una forma così smagliante come non succedeva dagli anni Ottanta. Quando non dettava solo la scaletta dei tiggì, ma come un pendolo scandiva la vita del Paese. Dopo aver subito le umiliazioni di fiction, fantasy, gialli (che avrebbero dovuto riabilitare un genere, mentre l’effetto ottenuto è stato abituarci alla mediocrità) e docufilm, la cronaca sembra essersi ripresa giornali e palinsesti, «il mostro che nulla concede» – come la chiamava Ennio Flaiano – ma che riempie le nostre vite col racconto di ciò che ci vergogniamo di ammettere di essere diventati. E come spesso succede basta il termometro del rione per misurare la febbre della piazza, ovvero potrebbe bastare l’osservazione delle sole produzioni Made in Puglia per commentare il cambio di storytelling del Paese.

Le produzioni «made in Puglia»

Solo negli ultimi due anni si registrano una dozzina tra produzioni, progetti in attesa di approvazione e trattamenti al vaglio di finanziatori. Dal successo del film «Ti mangio il cuore» di Pippo Mezzapesa (basato sulla storia dell’impossibile relazione sentimentale tra esponenti di clan rivali nella faida di Monte Sant’Angelo, che deve il titolo alle cronache di nera redatte per trent’anni da Gianni Rinaldi sulla Gazzetta del Mezzogiorno) alla serie «Avetrana – Qui non è Hollywood», firmata dallo stesso regista (incentrata sul delitto di Sarah Scazzi, il cui principale merito autoriale è stato riproporre la profonda ignoranza in cui è covata quella tragedia), da «Sei donne – Il mistero di Leila» diretta da Vincenzo Marra (mistery di Ivan Cotroneo e Monica Rametta, prodotto da Ibc Movie con Rai Fiction, realizzato con risorse del Prr Puglia Fesr-Fse 2014/20) a «Per Elisa» di Marco Pontecorvo (tre episodi prodotti da Fast Film e Cosmopolitan, prossimamente su Rai Uno, ispirati al delitto di Elisa Claps e alla pavidità culturale di una comunità che ha preferito favorire per decenni l’impunità del pluriomicida Danilo Restivo). Questo solo per rievocare il recente passato, perché per l’immediato futuro sarebbero al vaglio progetti che riguardano alcuni tra gli episodi più controversi avvenuti in Puglia dal 1990 a oggi.

I progetti per il delitto di Nadia Roccia

Potrebbe diventare fiction (il progetto è al vaglio di una importante produzione internazionale) anche il delitto avvenuto a Castelluccio dei Sauri il 14 marzo 1998, quando la studentessa Nadia Roccia fu attirata in trappola e uccisa dalle compagne di classe Anna Maria Botticelli e Mariena Sica: un caso che sconvolse l’Italia perché tutte le protagoniste erano donne, legate dal macabro rondò di esistenze – la cronaca dell’epoca mitizzò l’eventuale coinvolgimento di pratiche sataniche – in cui solitudine, noia paesana e follia bastano (e avanzano) per giustificare anche l’abisso. Così come potrebbe diventare fiction anche il barbaro assassinio di Antonio Perrucci Ciannamea, un ragazzo di Cerignola rapito il 7 novembre 1999 e ritrovato incaprettato 13 giorni dopo in un pozzo nelle campagne alla periferia della città ofantina: l’intenzione era quella di estorcere del denaro alla famiglia, ma poi la situazione è sfuggita di mano ad Angelo Caputo, al figlio Leonardo e al loro complice Damiano Russo (della condanna dei quali, in appello, si occupò l’ex magistrato e oggi presidente della Regione, Michele Emiliano). Sembrerebbe più avanzato lo stato dei lavori per la realizzazione di una serie tratta dalla testimonianza di tre vedove famiglie del rione Tamburi di Taranto, le prime a denunciare la connessione tra il cancro che ne aveva ucciso i mariti (2003, tutti operai all’ex Ilva) e l’esposizione alle polveri respirate nello stabilimento. Dalle prime indiscrezione trapelate la firma sarebbe quella di un regista italiano molto impegnato nel sociale, per una co-produzione Lucky Red e Rai Fiction: cinque puntate molto intense e sofferte, in cui la necessità di sfamare una famiglia sarebbe stata posta sullo stesso piatto (della bilancia, fatale ma vero) della vita, sul filo di un equilibrio così precario eppure così incontrovertibile, soprattutto per Taranto. 

Non si tratta di una serie, ma di un possibile lungometraggio, il trattamento in stesura molto avanzata – per una regia a quattro mani – che avrebbe l’obiettivo di raccontare il cosiddetto «Colpo di ferragosto»: quello che si consumò nel caveau dell’allora Banca di Roma a Foggia (14 Agosto 1997), quando furono ripulite 300 cassette di sicurezza per un bottino di 40 miliardi di vecchie lire (quasi 20 milioni di euro di oggi), uno dei più consistenti mai messi a segno nella storia d’Italia, con una lunga serie di basisti e «menti raffinatissime» nessuna delle quali realmente individuata. Perché interessa così tanto un colpo in banca? Perché il 7 luglio 2016 (quasi vent’anni dopo), facendo dei lavori in strada, fu scoperto il tunnel lungo 30 metri che dalla superficie stradale portava alle viscere della banca: sulla scia de Lo spietato (girato a Foggia, perlopiù nel quartiere fieristico), l’idea sarebbe quella di un’unica ambientazione in cui allestire una sorta de La casa di carta in salsa pugliese.

Insomma, la cronaca è tornata a prendersi i palinsesti delle nostre vite. Quando succede, solitamente, è sempre per lo stesso motivo. Perché quello che accade là fuori, dentro le nostre giornate, è diventato talmente noioso che il passato finisce per interessare molto più del presente.

Gli omicidi di Benno Neumair e il problema del male. Aldo Grasso CorriereTv su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023

Crime investigation, il canale 119 di Sky, ha trasmesso un documentario sul caso di Benno Neumair: il ragazzo che ha ucciso i due genitori. C’è già stata una sentenza della Corte d’Assise ce ha stabilito l’ergastolo. Se ne sono occupate molte trasmissioni tv, perché ci torniamo sopra? Perché la ricostruzione meticolosa che la televisione fa con casi come questo ci porta sempre a un’unica domanda essenziale: ma il male è dentro o è anche fuori?

Benno è un ragazzo che si porta dietro delle turbe fin da giovanissimo che poi a poco a poco crescono, esplodono fino a uccidere i propri genitori, oppure c’è anche qualcosa di esterno, che condiziona la vita di questo ragazzo e che fa sì che queste turbe esplodano? Non chiediamo alla televisione di risolvere questo enigma fondamentale, però ogni volta che vediamo casi come questo è un enigma che viene fuori. Non abbiamo risposte ma soltanto domande che si ripetono. (Aldo Grasso)

"Ecco come un'inchiesta diventa un caso mediatico". Claudio Brachino - già direttore di Videonews Mediaset e Sport Mediaset sarà tra i super ospiti della masterclass di The Newsroom Academy di video giornalismo investigativo diretta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale e InsideOver -spiega quali sono i meccanismi per cui un'inchiesta ottiene grande risonanza nei media e cosa questo significhi per il giornalismo. Martina Piumatti il 3 Aprile 2023 su Il Giornale.

Possono fuorviare le indagini. Condannare innocenti e assolvere colpevoli. Rovinare vite e contribuire a clamorosi errori giudiziari. Ma, a volte, i media sono decisivi per dare voce alle “tante storie che aspettano” e per dissotterrare le “tante verità che devono ancora essere trovate”. Ne abbiamo parlato con Claudio Brachino, già direttore di Videonews Mediaset e Sport Mediaset, attualmente direttore de Il Settimanale, editorialista de Il Giornale, tra i super ospiti della masterclass in videogiornalismo investigativo di The Newsroom Academy.

In che modo il giornalista d’inchiesta può aiutare ad arrivare alla verità senza invadere il campo di chi indaga?

Un'inchiesta giornalistica seria va per la sua strada e basta. Risponde ai suoi stessi codici di verità e di onestà. Poi, certo, anche i tradizionali codici deontologici rimangono presenti, anche se certe volte, per certi temi, si può andare in un territorio delicato. Si può, insomma, spingere purché il mezzo, come si dice, non prenda il sopravvento sul fine. Il rapporto con le autorità va mantenuto soprattutto nel caso in cui la rivelazione, anche parziale, di alcune notizie, possa compromettere delle indagini o il successo di un'intera operazione, come ad esempio la cattura di un importante boss mafioso.

Mi fai qualche esempio in cui i media hanno contribuito a svolte importanti nelle indagini?

Il giornalismo d'inchiesta italiano raramente ha risolto dei casi importanti. Sono tantissimi i grandi misteri della storia repubblicana rimasti irrisolti: Ustica, Moro, Pasolini, Borsellino, solo per dirne alcuni. Spesso, poi, le verità giornalistiche non corrispondono a quelle giudiziarie, molte volte insoddisfacenti. Eppure, sono proprio i magistrati a riaprire i casi, nella storia di Emanuela Orlandi addirittura il Vaticano. Certo, battere il tasto su un storia, non farla dimenticare dai media e dall'opinione pubblica, continuare a scavare, crea le condizioni per arrivare alle cosiddette verità nascoste. Un caso clamoroso in cui le verità nascoste sono finite in un libro, specificamente di Nuzzi, è stato quello dell'epistolario di Ratzinger (che forse si è dimesso anche per questo). Però, più che un'inchiesta contro il potere, è stato uno scoop, una password rivelata da un complotto interno, senza togliere alcun merito ovviamente all'autore.

Accendere i riflettori serve per mantenere alta l’attenzione, ma ha i suoi rischi.

Accendere i riflettori, anche per i motivi già enunciati, è sempre un merito. È il sale della democrazia, è il sale del giornalismo in una democrazia. La comunicazione, anche il suo eccesso, è sempre la vittoria illuministica della luce sul buio, sul mistero, sull'occulto in senso tecnico. Il rischio della spettacolarizzazione certo esiste, vouyerismo, processi paralleli, morbosità, narrazioni incontrollate. Un marasma da cui si esce sempre seguendo le elementari, ma essenziali, regole del buon giornalismo.

Claudio Brachino è tra i super ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri la masterclass

L’interesse del pubblico per certe storie, però, precede o comunque alimenta la spettacolarizzazione dei media. Perché, e come, un caso diventa mediatico?

Come nei romanzi d'appendice dell'Ottocento un caso diventa mediatico per la natura del tema, per la tipologia dei personaggi e per la capacità narrativa di cogliere l'orizzonte d'attesa sociologico dell'opinione pubblica, anche se la realtà offre intrighi superiori a qualsiasi mente. Poi, oggi i media sono tanti e si rincorrono ampliandosi a vicenda, dalla tv ai giornali, ai social. Ma non è vero che fuori dai media c'è il nulla. Ci sono tante storie che aspettano, tante verità che devono ancora essere trovate.

Vi spiego perché il delitto perfetto non esiste”. Martina Piumatti il 7 Aprile 2023 su Inside Over

Dall’omicidio di Serena Mollicone e Meredith Kercher al delitto di Cogne, al caso del serial killer Bilancia, a quello di Liliana Resinovich. Spesso è proprio chi per primo analizza i reperti e la scena del crimine a condizionare inevitabilmente indagini e verdetti. Ma se l’investigazione scientifica è decisiva per ricostruire i fatti e incastrare i colpevoli, a volte può anche indirizzare verso clamorosi errori giudiziari. Luciano Garofano – già comandante dei RIS di Parma, presidente dell’Accademia Italiana di Scienze forensi, consulente di serie televisive (“R.I.S.-Delitti imperfetti”) e di programmi tv (“L’altra metà del crimine”, La7d, “Quarto Grado”, Rete4), tra i super ospiti della masterclass in giornalismo investigativo di The Newsroom Academy – ci ha spiegato perché non esiste il delitto perfetto, ma solo “l’indagine imperfetta” in grado di comprometterne la soluzione.

Lei si è occupato dei più importanti, e più mediatici, casi di cronaca nera. In quali, l’investigazione scientifica è stata la chiave per la risoluzione?

Sicuramente molti, ma tra i più noti l’omicidio di Samuele Lorenzi, il delitto di Cogne, e il caso Bilancia. Perché in entrambi è grazie a tecniche analitiche abbastanza sofisticate per l’epoca che si è arrivati a una soluzione. Nel caso di Donato Bilancia, con l’individuazione di un serial killer atipico, esterno a qualsiasi schema del cosiddetto profiling. Quello di Samuele Lorenzi, invece, è un difficile omicidio avvenuto all’interno delle mura domestiche che soltanto l’utilizzo della Bpa, la Bloodstain pattern analysis, cioè la scienza che studia la forma, la dimensione e la distribuzione delle macchie di sangue, ha consentito di individuare il colpevole.

C’è un caso in particolare, dove secondo lei c’è stato un errore clamoroso e dove c’è margine per ulteriori analisi scientifiche in grado di riscrivere la verità?

Ce ne sono tantissimi, alcuni, purtroppo, ancora oggi. Vedo commettere errori soprattutto nelle fasi iniziali, quando intervengono la prima pattuglia delle forze dell’ordine o i soccorritori. Basti pensare al caso di Liliana Resinovich. L’avvocato del marito Sebastiano mi ha incaricato di rivedere tutti gli atti e mi sono accorto che gli indumenti esterni, a differenza di quelli intimi, della signora Resinovich non erano stati analizzati. E questo, con tutto il rispetto che posso avere per gli inquirenti, è un errore, perché sugli indumenti più esterni ci possono essere le tracce di chi l’ha aggredita, di chi l’ha portata fin lì, di chi ha passato con lei gli ultimi istanti.

Luciano Garofano è tra i super ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi. Scopri il programma e tutti gli ospiti della masterclass

Anche nei grandi casi del passato non sono mancati errori grossolani di procedura.

Lì ancora di più, perché allora le conoscenze erano meno radicate. Pensi, per esempio, all’omicidio di Serena Mollicone: sono stati fatti tanti sbagli che, come nei casi analoghi, si pagano perché l’alterazione dei reperti e la contaminazione diffusa sono state tali da non aver consentito, poi, di dare un senso alle analisi. Altro caso eclatante è l’omicidio di Meredith Kercher, dove alcune tracce non sono state analizzate opportunamente, perché le attività di sopralluogo e di repertamento non avevano rispettato i protocolli e le buone pratiche di attività di laboratorio.

Esiste un delitto perfetto o c’è sempre il dettaglio trascurato che tradisce il colpevole?

Assolutamente no, non esiste. E oggi più che mai. Pensiamo alla quantità di tracce, dirette e indirette, che lasciamo di noi stessi, sia attraverso i telefoni che i vari dispositivi informatici o le autovetture munite quasi sempre di GPS e quant’altro. E se il delitto perfetto non esiste, dobbiamo concludere che allora esiste un’indagine imperfetta. Spesso la mancanza di tempestività, la non osservanza dei protocolli, la fretta di concludere e arrivare a una soluzione e il concentrarsi su un’unica pista senza fare tutte le verifiche portano a degli sbagli imperdonabili. Che, poi, si traducono in errori giudiziari.

Qual è la traccia per eccellenza che incastra il colpevole di un delitto?

Oggi l’errore è più difficile, perché l’informazione è tale, sia attraverso i social che le serie tv o i libri, che anche il delinquente improvvisato è sempre ben informato. Indubbiamente, le tracce biologiche sono quelle che sfuggono di più perché sono invisibili, ma anche se si provvede a lavarle, possono essere comunque evidenziate, come per esempio quelle ematiche con il luminol. Sono proprio le tracce biologiche, che più delle altre, conducono ancora a un’individuazione certa del colpevole.

Un cold case del passato che le tecniche di investigazioni scientifica di oggi avrebbero risolto?

Sono tantissimi. Bisognerebbe mettersi lì e controllare con grande pazienza solamente una cosa: tutti quei cold case che hanno ancora dei reperti o delle tracce non ancora analizzate e, quindi, tutte potenzialmente utili per riaprire quei casi, questo perché il Dna una volta secco si conserva. Così, potremmo anche riaffrontare casi di trenta o quarant’anni fa.

Dalla celebre serie “R.I.S.-Delitti imperfetti” alle trasmissioni dedicate, l’analisi scientifica della scena del crimine continua ad avere successo in tv, e non solo. Perché questo aspetto, in apparenza tecnico e da addetti ai lavori, affascina così tanto?

Perché ha costituito un’alternativa al contrasto del crimine. A un certo punto abbiamo preso coscienza che in laboratorio, con delle tecniche più o meno sofisticate, potevamo dare delle risposte fino a quel momento impensabili. La stessa cosa è accaduta con i reperti informatici. Tutto questo affascina perché attraverso delle tracce impercettibili è possibile ricostruire qualcosa che sembrava apparentemente impossibile da rilevare. Poi, lo scienziato che si mette lì al microscopio e che con grande pazienza scopre una tecnica in grado di dare una soluzione..beh ha un fascino incredibile. Ed è lo stesso motivo per cui vorrei fare in eterno questo mestiere.

"Dalle indagini al processo: dove può arrivare il potere dei media". Martina Piumatti il 27 Marzo 2023 su Il Giornale.

La pressione esercitata dai media può indirizzare le indagini e condizionare i verdetti dei processi. Gianluca Zanella, ospite della nuova masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi, ci spiega come e perché

La pressione esercitata dai media può indirizzare le indagini, anticipare svolte e colpi di scena, arrivando, a volte, persino a condizionare i verdetti dei processi. Di questo e del ruolo decisivo, nel bene e nel male, del giornalista d’inchiesta ne abbiamo parlato con Gianluca Zanella, giornalista, editor e agente letterario, che, dopo aver diretto il corso di giornalismo investigativo di The Newsroom Academy nell’autunno scorso, sarà tra gli ospiti della nuova masterclass, tenuta da Alessandro Politi e organizzata da Il Giornale.it e InsideOver.

Nei grandi casi di cronaca nera che potere hanno i media di condizionare l’attività degli investigatori?

"Il potere dei media è immenso e, fin troppo spesso, sottovalutato dagli stessi giornalisti. Con un articolo si può davvero rovinare la vita alle persone. Mi è capitato diverse volte di dover fare i conti con me stesso prima di parlare di qualcuno – anche se deceduto – in un mio articolo. E quando lo faccio, è perché ho verificato attentamente quello che vado a scrivere e sarei pronto a difendere il mio lavoro a testa alta. Venendo alla risposta: il potere dei media è talmente forte da poter, in alcuni casi, condizionare anche lo svolgimento delle indagini. Quando un caso di cronaca nera sale agli onori delle cronache – per i motivi più disparati – si innesca un meccanismo tanto umano quanto perverso: la necessità di trovare un colpevole presto e subito".

Mi fai qualche esempio eclatante in cui è successo, in negativo.

"Di casi, in Italia, ne abbiamo purtroppo molti. Mi sto occupando del delitto di Garlasco da diversi mesi e sono fermamente convinto che qui si tratti di uno di quei casi in cui i media hanno influenzato negativamente non tanto le indagini, quanto l'andamento del processo".

Cos’è che accende i riflettori su un caso e non su un altro?

Quale sia il meccanismo non lo so. Posso fare delle ipotesi. Intanto credo di poter dire che a colpire l'immaginario collettivo sono principalmente gli episodi di sangue. Più l'omicidio è efferato, più l'attenzione del pubblico è garantita. Se ci sono dei minori coinvolti l'attenzione poi sale alle stelle (pensiamo al delitto di Cogne, a Novi Ligure, a Yara Gambirasio, alla strage di Erba). Panem et circenses dicevano i latini. Questo per dire che il pubblico ha bisogno di intrattenimento. E più un caso di cronaca nera è sconvolgente, più l'intrattenimento - brutto dirlo, ma è così - è garantito".

Cosa, invece, può spegnere l'attenzione dei media?

"Una confessione. Non credo ci sia molto altro".

Gianluca Zanella è tra gli ospiti della masterclass di videogiornalismo di inchiesta di Alessandro Politi.

Scopri il programma e gli altri ospiti della masterclass

Quali dettagli nella “versione ufficiale” di una storia fanno capire che c’è qualcosa che non torna, e che per il giornalista c’è margine per scavare?

"I dettagli escono fuori non per magia, ma per uno studio attento, lungo e rigoroso della documentazione disponibile. È questo, a mio avviso, il primo passo necessario. Ancor prima di andare a intervistare i protagonisti delle vicende, bisogna studiare le carte. Altrimenti come puoi sperare di farli cadere in contraddizione? Per venire al margine d'azione concesso a un giornalista, se si rispettano le regole del gioco (e deontologiche) è comunque molto ampio. Se non si rispettano le regole è sconfinato, ma poi se ne pagano le conseguenze".

Per fare il giornalista investigativo bisogna un po’ essere attratti da quello che non torna, da quei “pezzi” di una storia che non sono al loro posto. Quindi, giornalista d’inchiesta si nasce o no?

"Credo ci voglia un piglio innato, quindi sì, per certi aspetti ci si nasce. Di certo non basta il piglio, ci vuole tanta forza di volontà, tanta convinzione e la consapevolezza che non sempre c'è un risultato garantito alla fine del lavoro. A volte non c'è nemmeno la fine del lavoro!".

Tu hai già tenuto un corso di giornalismo investigativo organizzato da The Newsroom Academy. Perché è il posto giusto per cominciare davvero a fare questo mestiere?

"Corsi come quello che ho tenuto nel 2022 e come quello che partirà presto sotto la guida del bravo Alessandro Politi sono utili non solamente a fornire gli strumenti di base per capire come muoversi sul campo e come non incappare in problemi di natura legale; corsi come quelli della Newsroom Academy consentono agli iscritti di entrare in contatto con un parterre di ospiti di altissimo livello che altrimenti difficilmente avrebbero potuto avvicinare in altro modo. E il fatto che poi ci sia la possibilità di iniziare una collaborazione, beh, non è assolutamente una cosa scontata".

Giusto proteggere i giudici di Cospito. Ma la scorta serve anche al gup che ha assolto a Rigopiano...

C’era davvero bisogno, per giustificare questa richiesta, di indicare i nomi di chi, in questi mesi, ha legittimamente e in modo del tutto pacifico sostenuto la richiesta di revoca del 41bis per l’anarchico in sciopero della fame? Davì su Il Dubbio il 28 febbraio

I consiglieri togati di Magistratura Indipendente, la corrente di “destra” dell’Anm, hanno chiesto al governo di proteggere tutti i magistrati che “nelle diverse funzioni e sedi si sono occupati della vicenda Cospito”. Richiesta giusta, giustissima. In tempi non troppo distanti questo paese ha visto scorrere troppo sangue. Sangue di togati e non.

Dunque, bene così. Ci viene un solo dubbio: davvero per giustificare questa richiesta c’era bisogno di indicare i nomi di chi, in questi mesi, ha legittimamente e in modo del tutto pacifico sostenuto la richiesta di revoca del 41bis dell’anarchico Alfredo Cospito? Davvero c’era bisogno di additare il suo avvocato difensore sottolineando le di lui frasi a difesa del suo cliente?

E davvero c’era bisogno di far riferimento a Luigi Manconi, “colpevole” di aver osato criticare la sentenza con cui la Cassazione ha respinto il ricorso di Cospito contro il 41bis? “Leggeremo le motivazioni della sentenza ma fin da ora posso dire che siamo di fronte ad un verdetto iniquo”, ha scritto Manconi nell’esercizio del suo legittimo diritto di espressione. Un diritto costituzionale che i consiglieri del Csm conoscono senz’altro.

Perché il rischio è quello di ricreare involontariamente il fronte dei buoni e quello dei cattivi, e riproporre schemi manichei che dilaniano la società civile e dividono le coscienze. E questo sì sarebbe molto, molto pericoloso.

P.s. Siamo inoltre certi che i consiglieri di Mi chiederanno protezione anche per quel giudice che qualche giorno fa ha assolto 25 dei 30 imputati della tragedia di Rigopiano, e che per questo è stato pesantemente minacciato.

Marcello Basilico, consigliere togato del Consiglio Superiore della Magistratura. Il consigliere togato: «Nel nuovo corso della magistratura, la funzione delle correnti non svanisce: la priorità è battersi in difesa dei colleghi che decidono senza lasciarsi condizionare dall'opinione pubblica». Errico Novi su Il Dubbio l’1 marzo 2023

«Siamo chiamati a molte sfide. Tra le più urgenti c’è la tutela di tutti i giudici, che decidono secondo coscienza e senza lasciarsi condizionare dal sentire comune, dalle aspettative dell’opinione pubblica». Marcello Basilico è una figura di rilievo nel panorama della magistratura associata e istituzionale: presidente della sezione Lavoro al Tribunale di Genova, ora togato al Csm, è esponente di Area, corrente progressista delle toghe, e ha fatto parte del direttivo Anm. Sa bene che il nuovo corso di Palazzo dei Marescialli, di cui fa parte, sarà impegnativo, non foss’altro per gli sguardi severi con cui è osservato. Il che non vuol dire che le correnti, nel Consiglio superiore, debbano essere messe al bando: «Possono esserci diverse idee, nella magistratura, sul nuovo modello di giudice, ed è utile che possano confrontarsi. Che affrontino, innanzitutto, il nodo delle reazioni suscitate a volte dalle sentenze dentro e fuori le aule di tribunale».

Partiamo dal rapporto fra voi magistrati e il vostro ormai ex collega Nordio: può essere condizionato dai giudizi spesso severi che l’attuale ministro esprimeva quando era in toga, soprattutto su Csm e Anm?

No, non credo che il passato di Nordio possa incidere sui giudizi relativi alla sua attuale azione da ministro. Penso davvero di poterlo affermare a nome della gran parte dei colleghi. D’altronde in passato abbiamo visto figure che hanno rivestito cariche nell’ambito della giustizia e che hanno rivelato inclinazioni assai diverse da quanto si potesse immaginare, soprattutto riguardo alla capacità di rappresentare l’ordine giudiziario.

E lei dice che i vecchi contrasti fra Nordio e i vertici della magistratura non faranno innalzare la tensione sulle riforme, per esempio sulla separazione delle carriere?

Direi proprio di no. Anche perché, a maggior ragione se parliamo di riforme costituzionali, eventuali critiche della magistratura non potrebbero appuntarsi solo specificamente sul ministro: entrerebbero in gioco l’intero governo, il Parlamento. Basti pensare a quanto accadde all’epoca della Bicamerale, quando il conflitto fra l’ordine giudiziario e la politica fu aspro e certo non si concentrò sulla sola figura del ministro. Si può fare anche l’esempio della riforma Cartabia: un conto è stata la proposta della guardasigilli, altro è il punto di caduta a cui ha condotto il dibattito parlamentare e che abbiamo appunto criticato.

Ora che le cosiddette degenerazioni del correntismo vanno archiviate, servono ancora le correnti, al Csm?

Intanto c’è un nuovo modello di magistrato da definire in base alle riforme da poco introdotte, alle aspettative che ne derivano in termini di efficacia della risposta di giustizia. Ma pesa anche una società mutata da cui emerge la richiesta di nuove tutele, recepite e segnalate al Parlamento dalla Corte costituzionale. Rispetto a tutto questo è importante eccome che la magistratura si confronti al proprio interno, tra le sue varie componenti. Pensiamo soltanto alla invadenza presente e futura della tecnologia nella giustizia, agli algoritmi e alle sollecitazioni della cosiddetta predittività. E poi c’è una questione ancora più delicata delle altre.

Quale?

A volte manca, nella politica, la consapevolezza che il magistrato deve sapersi distaccare dalle aspettative dell’opinione pubblica.

Cioè la politica “tifa” per la sentenza del processo mediatico anziché per i giudici veri?

Noi come magistrati ci misuriamo di continuo con la complessità, e siamo chiamati a dare risposte complesse. Il punto è che non sempre la società moderna è pronta ad accettarle. È necessario che a tutti i livelli istituzionali si sia disposti a rispettare la decisione di un giudice anche quando non coincide con quella che il sentire comune sollecitava.

E far passare questo messaggio è una sfida per le correnti?

Certamente compito della magistratura associata è far comprendere che le risposte di giustizia, nella loro complessità, non possono assomigliare a un tweet, a un lapidario messaggio sui social.

Magistratura indipendente, in una nota diffusa poche ore fa, chiede tutela per tutti i giudici che si occupano del caso Cospito. Non sarebbe giusto invocarla anche per il giudice aggredito a Rigopiano mentre leggeva la sentenza?

Condivido in pieno l’idea che tutti i magistrati esposti in vario modo a forme di reazione incontrollata da parte dell’opinione pubblica meritino lo stesso grado di tutela. E credo che il discorso valga a maggior ragione quando si tratta di un giudice monocratico, come a Pescara. Il magistrato non decide per il popolo ma in nome del popolo, e lo fa in base alla propria coscienza e agli elementi acquisiti nel processo. Sono questi i suoi riferimenti, non un’aspettativa pubblica di condanna o assoluzione. Poi, a verificare se la sua pronuncia è corretta o sbagliata, potranno essere i successivi gradi di giudizio. Ma sarebbe bello se, sul rispetto di questa idea basilare, tutti gli organi dello Stato facessero quadrato.

Si riferisce anche al tweet diffuso da Matteo Salvini dopo la sentenza su Rigopiano?

Semplicemente, mi aspetto che le istituzioni dello Stato, di qualsiasi grado, si conformino all’unisono a questi principi. In tempi recenti o meno recenti ci sono stati diversi esempi di distrazione.

Caso Sinatra: è giusto, intanto, che nella miriade di chiacchiere intercorse fra magistrati, debba essere incolpata proprio una pm donna che si sfoga per aver subito una molestia, considerato che quelle conversazioni tra lei e Luca Palamara avrebbero dovuto restare segrete, sul piano processuale?

Premessa: mi astengo da qualsiasi commento sulla sentenza disciplinare in questione. Faccio parte dello stesso Csm che l’ha emessa e comunque non ho elementi per stabilire se si tratta di un decisione giusta o sbagliata. Riguardo l’imponderabile meccanismo che finisce per far emergere una certa notizia criminis fra tante condotte, va detto che questa è una dinamica inevitabile, e che ad essere determinante è il comportamento portato, seppur in modo casuale, in evidenza.

Cosa risponde a chi considera paradossale che proprio dalla magistratura sembra arrivare, con la sentenza sulla dottoressa Sinatra, un segnale dissuasivo per tutte le donne che denunciano molestie o violenze di genere?

Si deve ricordare, innanzitutto, che nel caso specifico la molestia non era stata denunciata. E che dunque la vicenda va ricondotta ai suoi connotati effettivi. Anche nel senso di segnalare come non si sia trattato di una molestia consumata all’interno del rapporto di lavoro, cioè tra un procuratore e una sua sostituta: lo dico perché nell’opinione pubblica sembra essere passata un’idea diversa. Detto questo, è inevitabile, su un piano generale e astratto, che una persona vittima di una molestia o di una violenza sia chiamata a rispondere nel momento in cui commette a propria volta un’azione illecita non scriminata dalla legge. In altre parole, un illecito va perseguito comunque, ma certamente la storia di quel fatto rileva rispetto all’entità della sanzione, cioè sul piano delle attenuanti. Nella violenza di genere, è indispensabile tutelare la vittima in modo che sia restituita alla dignità della propria esistenza, ma non nel senso di giustificare eventuali comportamenti illeciti successivi.

Il caso e la gogna. Caso Soumahoro e l’editorialismo inquirente. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 27 Gennaio 2023

C’è un solo motivo per cui a destra e a manca si son rivoltati come vipere calpestate quando qualcuno ha denunciato che era la componente classista e razzista – e questa più che quella – a mobilitare la piazza del linciaggio contro Aboubakar Soumahoro. E il motivo è molto semplicemente questo: perché era così; perché era vero. E perché la vicenda scopriva un disturbo della nostra società, del nostro giornalismo, della nostra giustizia, e insomma del nostro generale tenore civile, ben più profondo rispetto a quello esploso intorno al caso del “talentuoso ivoriano”, per usare una delle definizioni dell’editorialismo inquirente che ha guidato la campagna.

Se non fosse stato così, se non fosse stato vero, se non fosse stata quella componente a motivare in modo magari subdolo ma effettivo quell’aggressione, e se la cosa non avesse implicazioni ben più vaste e significative, il fronte razzial-giustizialista avrebbe trattato quella denuncia come si fa con una gratuita boutade, e soprattutto non avrebbe fatto ricorso al più classico degli espedienti difensivi in argomento: vale a dire la raccolta delle prove a sostegno della pretesa equanimità e neutralità delle requisitorie contro il balordo che cianciava di diritti dei deboli mentre il suo clan familiare affamava i migranti e i lavoratori e ci faceva pure i soldi. Quali prove? Voilà: il fatto che ad accusarlo fossero anche – anzi soprattutto! – persone con il suo stesso tono di epidermide. I braccianti neri che lui stesso avrebbe dovuto rappresentare e difendere.

I migranti di cui avrebbe dovuto occuparsi. Infine (questa è l’ultima puntata) la giornalista nera – quella sì una brava persona, perché non si infila populistici stivali fangosi e non ha parenti con le borse di lusso – che ha fatto un’onorata carriera in Rai dopo un’infanzia migrante di lavori umili: e che ora – lo vedi, tu che blateri di razzismo? – rimprovera a Soumahoro di aver tradito la causa e di aver semmai pregiudicato, altro che difeso, le ragioni degli ultimi della società. Un armamentario probatorio e di giustificazione che assomiglia come una goccia d’acqua a quello dell’antisemita che non è tale perché ha tanti amici ebrei, o chiama al convegno neonazista l’ebreo che sottoscrive il manifesto contro la multinazionale giudaica. O, per star più vicini, è la stessa riprova di non razzismo offerta dal partito politico il cui senatore dà di “orango” a una ministra di colore, il cui capo annuncia le ruspe contro la “zingaraccia”, il cui candidato alla presidenza della regione vagheggia di difesa della “razza bianca”: ma senza nessun razzismo, appunto, com’è comprovato dal fatto che hanno candidato e portato in parlamento un nero.

Solo che dare di razzista a certa destra in questo Paese ancora si può, anzi è quasi facile, mentre se quel pregiudizio lambisce gli intendimenti e produce gli automatismi di un milieu non etichettabile, e investe la natura intima di un atteggiamento diffuso, allora non si può più. Perché il razzismo in Italia non c’è, salvo quello protocollare a braccio teso o a rosario agitato. Perché dare addosso a reti e a giornali unificati a un parlamentare che non ha ripudiato la moglie griffata, e non vive in una baracca ma si è pure preso l’appartamento, e non rinuncia allo stipendio pur avendo una suocera trafficona, è quel che ordinariamente si fa con qualsiasi politico accusato di incoerenza. E lo confermano anche tanti neri perbene, signori miei.

Iuri Maria Prado

La gogna non è giustizia, per nessun reato. Ridurre le intercettazioni a uno scontro tra manettari e simpatizzanti dei delinquenti è la mortificazione della civiltà sociale e giuridica. Pier Luigi del Viscovo il 20 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Ridurre le intercettazioni a uno scontro tra manettari e simpatizzanti dei delinquenti è la mortificazione della civiltà sociale e giuridica. La gogna sulla pubblica piazza non è l'atto finale della giustizia, ma solo l'appagamento della peggiore anima popolare. D'accordo che la folla ha sete di nemici su cui scaricare le paturnie, ma dopo trent'anni la misura può ritenersi anche colma. Tanto più che la vagheggiata superiorità morale politicamente colorata non è stata trovata. Ci sono solo e dovunque onesti e disonesti, i secondi a loro volta ripartiti tra chi ha facoltà di approfittarsi e chi invece non è riuscito a entrare nel giro, o non ancora.

In punto di civiltà giuridica, non essendo in discussione la persecuzione del crimine, il dibattito è sulla scelta del bene da privilegiare. Da un lato, massimizzare la capacità di intercettare e combattere i piani criminosi. Dall'altro, proteggere la riservatezza, su fatti non attinenti all'indagine, di chi non è indagato. Qualsiasi opzione comporta una perdita.

La soluzione che stiamo ascoltando è di quelle dettate dagli appetiti del popolo. Il mafioso o il terrorista sono talmente esecrabili da valere la rovina della vita di un povero cristo e l'umiliazione dei suoi familiari. Viceversa, gli altri reati non meriterebbero tale sacrificio. Quali reati? E se poi ci scappa il morto o la violenza? Dal campo, magistrati e forze dell'ordine fanno notare che alcuni reati pubblicamente ritenuti minori, come la corruzione, possono essere essenziali per contrastare mafie e terrorismo. Insomma, cercare la soluzione al dilemma nella classificazione dei reati non pare la via migliore.

Allora c'è chi sostiene che non vadano limitate le intercettazioni bensì la loro diffusione. Vero, ma come? Questa strada porta dritta alla libertà di stampa: apriti cielo! No, se una cosa esiste può finire sui giornali. Se non oggi, domani. Anche perché il processo è pubblico. Ricapitolando: le intercettazioni sono necessarie, va bene, ma dentro ci sono frasi e persone estranee all'indagine e se finiscono negli atti processuali poi diventano pubbliche, non va bene. È da questo percorso che deve uscire la soluzione. Filtrare frasi e dichiarazioni per eliminare e cancellare quelle non pertinenti? Facile a dirsi. La tecnologia e l'intelligenza artificiale possono aiutare? Forse sì. Ecco, di questo si dovrebbe ragionare con un pubblico civile. La sfida tra giustizialisti e presunti favoreggiatori no, è solo umiliante. Per chi la agita e per chi la segue.

Da Garlasco, alla Brembate di Yara, fino ad Avetrana: in paese c'è un reality del dolore. Stefania Parmeggiani su La Repubblica il 4 gennaio 2023.

Il 13 agosto del 2007 una chiamata al 118 dà il via al giallo sulla morte di Chiara Poggi. Nella foto, le troupe televisive di fronte alla villetta dell’omicidio

Garlasco è tornata in prima serata. Così altre cittadine teatro di crimini. Ma l’invasione mediatica innesca scenari imprevisti, anche economici. Come spiega lo scrittore Piergiorgio Pulixi 

Un anno nerissimo. O meglio, ad alto consumo di cronaca nera. Nel 2022 molti vecchi delitti sono tornati sotto i riflettori: una docuserie su Yara Gambirasio (e, ora, la nuova nuova indagine per depistaggio sul Dna di Massimo Bossetti in cui è coinvolta la pm del caso Letizia Ruggeri), un’altra serie in preparazione da Avetrana sull’omicidio di Sarah Scazzi, un’ondata di servizi su Erba, quando gli avvocati di Rosa e Olindo hanno annunciato di volere presentare istanza di revisione del processo ("Io e Rosa siamo stati incastrati. Si doveva approfondire la pista dello spaccio" ha dichiarato Olindo Romano dal carcere) e anche su Garlasco dopo che Alberto Stasi, ad agosto, a quindici anni dall’omicidio dell’ex fidanzata Chiara Poggi, ha ribadito a favore di telecamere la sua innocenza. Di questi delitti sappiamo tutto, o almeno così crediamo perché da tempo ascoltiamo le dichiarazioni di avvocati, criminologi e testimoni più o meno attendibili. Ma alla fine, di cosa ci parlano veramente? Delle vittime e dei loro assassini o della nostra attrazione morbosa per la cronaca nera? E soprattutto, quando i delitti vengono trasformati in reality show del dolore, che ripercussioni ci sono sulle cittadine divenute teatro del crimine?

A riflettere su queste domande è Piergiorgio Pulixi, autore di noir che ha ambientato La settima luna, il suo ultimo romanzo con protagonista l’investigatore Vito Strega, tra la Sardegna e le terre paludose del Ticino. Pura fiction? Non proprio perché se tutto è inventato, dalla trama alle vittime, di vero ci sono Garlasco e i suoi fantasmi.

Pulixi, perché coinvolgere in un thriller la città dove un omicidio è stato realmente commesso?

Al di là del genere, della trama e dei personaggi, cerco sempre di inoculare nei miei romanzi un virus di realtà, un’analisi e una critica sociale. In questo caso volevo raccontare il fenomeno dell’industria necrofila dello spettacolo”.

Ovvero?

Quando avvengono dei delitti in Italia, soprattutto nelle piccole province - penso a Cogne, Erba, Garlasco, Perugia e così via… - i media, soprattutto televisivi, danno vita a un assedio quasi militare. Le troupe stazionano fuori dalle caserme, dai tribunali, dalle case delle vittime e inizia lo choc che se va bene si protrae per mesi e se va male addirittura per anni. Ma cosa accade dopo? Cosa accade a una città che è stata invasa mediaticamente quando le telecamere si spengono? Come convivono gli abitanti con l’aura del delitto, con i fantasmi, i pregiudizi, l’anima improvvisamente oscura di una cittadina che fino a quel momento era stata sonnolenta, quasi noiosa? E poi volevo raccontare anche un altro aspetto, brutto ma reale”.

Dica.

I casi mediatici innescano un’economia parallela, soprattutto nel settore dell’ospitalità. Ci sono bar, ristoranti, alberghi che hanno impulso da una improvvisa notorietà del luogo, ma quando questi omicidi perdono di attrazione l’economia collassa. E a quel punto le organizzazioni criminali - in particolare in Lombardia, nella zona della Lomellina, l’ndrangheta - vanno a caccia di questi esercizi commerciali in difficoltà, li rilevano, iniettano tanta liquidità e li utilizzano come delle lavatrici di denaro sporco”.

È successo a Garlasco?

E' testimoniato da verità processuali incontrovertibili”.

Non è un rischio concreto ogni volta che una realtà diventa marginale rispetto al mercato?

Certo, ma a me interessava il doppio meccanismo: dal crimine al crimine, un percorso circolare, quasi junghiano”.

Quello che accaduto a Garlasco sarà successo anche in altri luoghi. Perché allora ha scelto per il suo romanzo proprio Garlasco?

Perché ha fatto scuola: l’industria dello spettacolo, il fast food della violenza servita in prima serata ha raggiunto lo stato dell’arte perfetto. Si è creata una drammaturgia con i plastici del luogo del delitto, con i vari esperti che facevano il processo in tv prima ancora che le indagini fossero chiuse”.

Con quali conseguenze?

Meccanismi del genere sono pericolosi dal punto di vista della democrazia. Se una trasmissione televisiva insiste continuamente su un delitto e ne propina una tesi, lo spettatore ne sarà condizionato. E se poi lo chiamano come giudice popolare in Corte d’Assise? Riuscirà a spogliarsi dei pregiudizi? Poi c’è un’altra questione che su Garlasco ha avuto un peso determinante: quando tu ti getti con tanta prepotenza su un caso, costringi gli inquirenti a ballare al ritmo della televisione e spesso la fretta induce all’errore”.

La puntata delle Iene di agosto su Garlasco con il ritorno in tv di Stasi 

Quando ha avuto per la prima volta sentore che stesse accadendo qualcosa del genere?

Con il delitto di Cogne. C’era una casa, una vittima e una presunta assassina. Io ero un ragazzo, osservavo quel macabro spettacolo televisivo, attratto come tutti dal delitto della camera chiusa, ma iniziai a pormi delle domande: dov’era il rispetto per le vittime? Non c’era più garbo, tutto veniva utilizzato per fare più audience e lo si avvertiva nitidamente”.

Si era perso quello che nel giornalismo è una condizione indispensabile, la continenza.

Una delle cose più trash è che a mettere in scena questi spettacoli spesso non sono giornalisti, ma conduttori televisivi, persone che si mettono a revisionare casi senza competenza e senza deontologia”.

Ha scelto Garlasco perché era un caso da manuale, ma una volta sul posto cosa ha trovato?

La normalità. Come se le persone volessero dimenticare. Poi, improvvisamente, un mese prima che il libro uscisse, si è tornati a parlare di Garlasco per uno speciale delle Jene, l’intervista a Stasi. E allora di nuovo, il pesce più grande ha mangiato il pesce più piccolo. In questo caso il pesce più grande è il delitto che si è mangiato letteralmente una città”.

Non tutti cercano la normalità, c’è anche chi fa a gara per rilasciare interviste.

E' un gioco di ruolo, ognuno cerca una parte da recitare. Non tutti però sono attori e non tutti vogliono fare parte di questa tragedia o commedia del dolore. Un evento così dirompente attira personaggi di qualsiasi genere anche all’interno delle forze dell’ordine. C’è chi vorrebbe lavorare a bocce ferme, senza pressioni, e chi invece ama le telecamere, l’attenzione”.

Come fa uno scrittore a non ricadere nello stesso meccanismo nel momento in cui sceglie di mettere al centro della scena Garlasco?

Raccontando le dinamiche. Ho scelto due personaggi, un magistrato e una giornalista televisiva, che rappresentano il mondo della legge e quello dei media. Come lavorano sul nuovo delitto? I media cominciano a chiamare questa ragazza l’angelo di Garlasco e quindi a soffiare su tizzoni che sembravano spenti e in realtà erano accesi. Il pubblico magistero sfrutta il caso per avere più popolarità”.

Dunque, mettendo in scena i vizi umani?

Esattamente. Sono convinto che il delitto sia il sassolino che si lancia su una superficie di acqua, i cerchi concentrici che si dipanano sono comunque delittuosi, anche se sono perpetrati da altri, nel mio romanzo dai media e da questo pm che fa indagini un po’ spericolate. Poi ci sono i protagonisti come Vito Strega e gli altri della squadra che provano empatia nei confronti della vittima e sono mossi dal desiderio di giustizia. Ho quindi cercato di rappresentare tutta la commedia umana nel bene e nel male”.

Quali sono gli elementi che trasformano un delitto in un eterno giallo, oggetto di crime serie in televisione ma anche su YouTube?

Intanto il profilo della vittima: più è la ragazza della porta accanto e ha una immagine illibata, più assomiglia a Laura Palmer di Twin Peaks meglio è, così scatta subito l’empatia. Poi il rapporto sentimentale o di sangue tra vittima e potenziale assassino perché, se questo c’è, parla direttamente alle viscere del pubblico. C’è anche un aspetto morboso per cui più un delitto è cruento meglio è per la drammaturgia. E infine il mistero: se è molto complesso non ci faccio solo una puntata, ma una serie di podcast”.

Quanto conta che il delitto avvenga in provincia?

Molto. Nella grande metropoli il delitto viene presto oscurato da altri problemi e poi le piccole cittadine hanno qualcosa di idilliaco, come i villaggi di Agatha Cristie. Quando l’ordine viene sovvertito, si scatenano suspence e paura. Se non ti puoi fidare neppure del tuo vicino di casa, di chi ti puoi fidare?”.

Nel romanzo c’è un altro virus di realtà: l’inquinamento ambientale.

Per uno scrittore è quasi un obbligo morale parlare di inquinamento e cambiamenti climatici. Stiamo andando tutti incontro a una grande tragedia, il vero noir è questo mentre i delitti mediatici sono armi di distrazione di massa. Garlasco, Cogne, Perugia, Erba inoculano la paura del mostro, che in realtà è statisticamente irrilevante e distolgono l’attenzione da problemi ben più reali come la corruzione, le infiltrazioni criminali, i reati ambientali e il cambiamento climatico”.

Sul Venerdì del 30 dicembre 2022

I processi tv come reality show: quando la giustizia è tradita. su Il Corriere della Sera il 23 Dicembre 2022.

Il caso di Denise Pipitone, scomparsa quando aveva solo tre anni e mai più ritrovata, ha infiammato tantissimi programmi, generando preoccupanti fenomeni da un punto di vista comunicativo

«A chi dobbiamo dare ragione, al Tribunale o alla Televisione?»: è una domanda che ci siamo posti più volte assistendo agli interminabili processi paralleli che i programmi televisivi si arrogano il diritto di istruire, con il rischio di influenzare indagini e creando un pericoloso corto circuito mediatico-giudiziario. È dell’altro ieri la notizia che Maria Angioni, l’ex pm che indagò sulla scomparsa di Denise Pipitone, la piccola sparita a Mazara del Vallo nel 2004, è stata condannata a un anno di reclusione, pena sospesa, dal giudice monocratico di Marsala. Era imputata di false informazioni al pubblico ministero. Non è nostro compito entrare nei dettagli di un processo; è interessante, però, notare che ad Angioni si contestava l’apparizione in numerose trasmissioni televisive: «Era proprio il magistrato – si legge nella requisitoria del pubblico ministero Roberto Piscitello – a far assumere alla vicenda i connotati di un giallo, la cui mancata positiva soluzione riferiva essere dipesa da errori, da depistaggi, da interessi particolari di questa o quella consorteria criminale e soprattutto dalla infedeltà dell’organo di polizia che aveva condotto quelle indagini (senza dire sotto la sua direzione): il commissariato di Mazara del Vallo».

Il caso di Denise Pipitone, scomparsa quando aveva solo tre anni e mai più ritrovata, ha infiammato tantissimi programmi, generando preoccupanti fenomeni da un punto di vista comunicativo, quali la serializzazione della tragedia, la riduzione del caso a reality show. Se poi a sfruttare l’esposizione televisiva c’è anche un magistrato, che era stato titolare del fascicolo, con accuse e informazioni ritenute devianti, il rapporto fra media e giustizia rischia di deflagrare. La sede dei processi è il Tribunale non la Televisione. Ora temo un programma con Maria Angioni protagonista.

"La sinistra giudiziaria usa i brogliacci per far fuori i nemici". Felice Manti il 21 Dicembre 2022 su Il Giornale.

L'ex pm Palamara evocato dal Guardasigilli: "La civiltà giuridica è calpestata, da lui parole di speranza"

«Avete visto a Bruxelles? Il caso insegna, non esce nessuna notizia estranea all'inchiesta. Non come da noi...». Luca Palamara è in macchina, la telefonata con Il Giornale dura poco, giusto il tempo di riaprire i cassetti della memoria e l'ex pm tirato in ballo dal Guardasigilli Carlo Nordio snocciola il suo punto di vista sulla vicenda delle intercettazioni che lo riguardano: «La pubblicazione indebita di una serie di intercettazioni coperte dal segreto che non riguardavano l'indagine penale è servita soltanto a cecchinare chi la pensava diversamente, facendo saltare una nomina e dando alla sinistra giudiziaria un ruolo nel Csm».

Nomi Palamara non ne fa, e non ce n'è bisogno. La vicenda è quella dell'ex procuratore della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio. La pubblicazione di alcune conversazioni tra lui e Palamara valsero per entrambi l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio - ipotesi di reato contestata dalla Procura di Perugia, competente sulla Capitale - dalla quale Fuzio e Palamara sono stati entrambi prosciolti lo scorso 6 dicembre perché quello che si erano detti il 3 aprile 2019 Csm non era coperto da segreto d'ufficio, in quanto ancora non secretato dal Csm.

Intanto Fuzio si è dimesso, al suo posto è arrivato Giovanni Salvi che l'altro giorno ha criticato il ministero della Giustizia e il governo per la vicenda delle intercettazioni degli 007 in mano a Palazzo Chigi. Coincidenze? «Con i miei legali e grazie al prezioso supporto dei consulenti tecnici informatici - dice Palamara al Giornale e poi alle agenzie di stampa - da tempo stiamo raccogliendo tutta la documentazione per dimostrare tutto ciò che è realmente accaduto dal 7 al 22 maggio 2019 in concomitanza con la nomina del procuratore di Roma. Quella indebita rivelazione ebbe la conseguenza di rinforzare la componente della sinistra giudiziaria a scapito delle altre. Il tempo è galantuomo la battaglia per la verità continua».

Che la vicenda Palamara sia servita a dimostrare il marcio nel sistema delle correnti è evidente, come dimostra anche il successo dei libri Il Sistema e Lobby&Logge scritti con Alessandro Sallusti, che oggi una parte della magistratura si ribelli a qualsiasi riforma delle intercettazioni dimostra come le dinamiche non siano cambiate poi molto. «La mia vicenda fu la dimostrazione plastica di come le intercettazioni furono usate come regolamento di conti interno alle correnti, qualcuno si dimise e il posto tornò alla sinistra giudiziaria come due anni prima. Oggi il clamore sulle intercettazioni e gli strepiti di una parte della stampa e della magistratura sul fatto che non si possano utilizzare per mafia e corruzione è strumentale - dice ancora Palamara - perché nessuno ha mai detto di voler indebolire l'attività di indagine ma semplicemente di mettere un argine all'utilizzo indebito. Mi riferisco tanto per fare un esempio a quello che sulla base delle esperienze da me vissute accade quando in virtù di rapporti privilegiati i soliti giornalisti ricevono dai soliti pubblici ufficiali materiale riservato non per informare ma per sfregiare questo o quel nemico politico così strumentalizzando il processo e trasformandolo in una clava. Non è un problema personale ma di civiltà giuridica - conclude - per questo le parole di Nordio sono un messaggio di speranza per tutti quelli che vogliono battersi per una giustizia giusta».

"Porcherie anche nel caso Palamara". Nordio tranchant sulle intercettazioni. L’analisi tagliente del ministro della Giustizia in commissione al Senato: “Le intercettazioni del trojan sono state selezionate, pilotate e diffuse secondo gli interessi di chi le diffondeva”. Massimo Balsamo il 20 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Le riforme annunciate sono state bocciate dall’Anm, ma Carlo Nordio tira dritto. Il ministro della Giustizia ha le idee chiare sul percorso liberale da seguire e, intervenuto in commissione al Senato, non ha lesinato stoccate. Riflettori accesi sulla disciplina delle intercettazioni, sin qui utilizzate come metodo di delegittimazione personale e politica. Il Guardasigilli non ha utilizzato troppi giri di parole: le intercettazioni devono essere solo uno strumento per la ricerca della prova, non la prova in sé.

L’analisi di Nordio

"Questa porcheria è continuata anche dopo la legge Orlando basta vedere il sistema Palamara, cosa è uscito che non aveva niente a che fare con l'indagine e cosa non è uscito", l’opinione del titolare della Giustizia nel suo intervento a Palazzo Madama. Nordio ha poi posto un quesito provocatorio: “Credete che tutte le intercettazioni del trojan di Palamara siano state trascritte nella forma della perizia?”. Lui non ha titubanze: “Sono state selezionate, pilotate e diffuse secondo gli interessi di chi le diffondeva, e non sono ancora tutte state rese pubbliche”.

Nordio si è poi soffermato sull’emendamento del governo inserito nella manovra che riguarda le intercettazioni preventive legate alle attività di intelligence: “È un equivoco che l'emendamento nella legge di bilancio sulle intercettazioni preventive sia rivoluzionario, è esattamente la stessa cosa, ha solo aumentato le garanzie, e trasferito un piccolo capitolo di spesa". Il ministero ne era a conoscenza, ha ribadito, e ha dato parere favorevole.

Abuso d’ufficio e codice degli appalti

Uno dei dossier più roventi riguarda l’abuso d’ufficio, Nordio ha ribadito ancora una volta la posizione del governo sul tema. Il ministro ha sottolineato di aver ascoltato attentamente le richieste dell’Anci:“È intenzione mia e del governo rivedere completamente i reati contro la pubblica amministrazione che ispirano la cosiddetta paura della firma. Le opzioni riguardano essenzialmente l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze, si può andare dall'abrogazione di uno o di entrambi i reati fino a una rimodulazione integrale degli stessi. Questo sarà oggetto di confronto e di dibattito in Parlamento”. La strada è tracciata.

L’ex magistrato ha ribadito la sua posizione sulla separazione delle carriere – “non faccio un passo indietro” – ma ha anche spiegato che si tratta di un problema divisivo che richiede una revisione costituzionale, un cammino piuttosto lungo. “Oggi non è la priorità”, ha chiosato. Poi, ancora, il codice degli appalti, a stretto giro di posta oggetto di discussione:“Una semplificazione normativa, se fatta bene, non significa né un regalo alle mafie né alcuna forma di impunità per la corruzione. Significa semplificare le procedure e individuare le competenze”, il monito di Nordio.

"Io magistrato rovinato dai colleghi". Luca Fazzo su Il Giornale il 22 Dicembre 2022.

Intercettazioni a strascico e assoluzione impugnata. "Ora so di cosa sono capaci"

«Faccio il magistrato da più di trent'anni - dice Andrea Padalino - e non avevo capito di cosa fossero capaci alcuni miei colleghi. Facevo il mio dovere, rispettavo e applicavo la legge, davo per ovvio che tutti lo facessero. Le lamentele, le denunce di abusi, le ho sempre guardate con un po' di sufficienza. Invece adesso è toccata a me. E ho scoperto di cosa sono capaci quando hanno deciso di distruggerti». Pochi giorni fa il processo a Padalino è finito. In niente. Era stato assolto con formula piena in primo grado, la Procura di Milano ha fatto appello, in aula la Procura generale ha annunciato: il ricorso è ritirato. Nessuna delle accuse ha mezza prova a sostegno. L'assoluzione diventa definitiva. Padalino ora chiederà di tornare a Torino, dove per le sue indagini sulle violenze anti-Tav era finito sotto scorta. E dove i suoi stessi colleghi lo hanno preso di mira, indagando su di lui per storie inesistenti di abusi e favori. Gli abusi, quelli veri, erano dall'altra parte.

Quelli dei pm che indagavano su Padalino senza averne il diritto e la competenza. E quelli di chi per distruggerlo ha usato l'arma di cui in queste settimane si parla di più sul fronte della giustizia: le intercettazioni. Andavano a strascico, i pm di Torino. Quando il nome di Padalino compariva in una intercettazione, immediatamente la carta finiva ai giornali. La peggiore? «Quando hanno scoperto che avevo chiesto a un carabiniere che passava davanti alla scuola dove avevo iscritto mia figlia alla prima elementare se poteva chiedere in che sezione l'avevano messa. Nessuna pretesa, nessuna pressione.

Qualcuno l'ha fatta arrivare ai giornali. Mia figlia a sei anni ha iniziato la scuola col marchio addosso della raccomandata, della figlia del giudice maneggione. Non si sono fermati neanche davanti a una bambina». Lo stillicidio delle intercettazioni va avanti per anni. «Le intercettazioni - dice Padalino - servono, sono uno strumento fondamentale per le indagini. Ma io ho toccato con mano qualcosa di ben diverso: le intercettazioni fatte per massacrarti non solo con l'inchiesta ma anche a mezzo stampa. E quanto più l'indagine non arriva a nulla, quanto più non riescono a trovare niente di rilevante contro di te, tanto più scelgono di distruggerti mediaticamente grazie al filo diretto tra magistrati e giornali. Vieni additato al pubblico ludibrio sapendo che contro il giudizio della gente non esiste appello possibile». Il sistema è sempre quello: brogliacci senza tracce di reato che vengono inseriti comunque negli atti, e transitano da un atto all'altro fino a diventare di pubblico dominio. «Non sono - dice ancora Padalino - incidenti di percorso, sono operazioni pianificate per distruggere la reputazione delle persone utilizzando fatti privati, ricostruiti con spezzoni di frasi trascritte in qualche modo e interpretate a comodo». Appena il suo nome era comparso nelle intercettazioni, prima ancora di iniziare a indagare su di lui la procura di Torino avrebbe dovuto fermarsi, inviando tutti gli atti a Milano. Ha continuato a farlo col sistema consueto: indagava sui presunti complici, e intanto raccoglieva carte sul collega nel mirino. Sulla porta del suo ufficio nel tribunale di Vercelli, il giorno della assoluzione definitiva Padalino ha affisso un messaggio: «Grazie a chi mi ha aiutato a resistere in questa tempesta». Tra i messaggi di affetto che gli sono arrivati subito dopo, quello di una sua vecchia compagna di scuola, figlia di uno dei più importanti magistrati italiani del Dopoguerra.

Fine dell’incubo per Davide Nalin: «La gogna è pena senza appello». Chiusa dopo 5 anni la vicenda giudiziaria del magistrato coinvolto nel caso Bellomo: «Sono finito nel tritacarne mediatico, ma continuo ad avere fiducia nella giustizia». Gennaro Grimolizzi su Il Dubbio il 21 dicembre, 2022

Cinque anni fa, nel dicembre 2017, gli organi di stampa dedicarono ampio risalto al caso del giurista Francesco Bellomo. L’ex consigliere di Stato venne accusato di stalking e violenza privata ai danni di tre borsiste che frequentavano i corsi della scuola per magistrati “Diritto e scienza”. Bellomo fu sottoposto agli arresti domiciliari (si veda anche Il Dubbio del 30 settembre scorso).

Tutto ebbe origine da un’inchiesta della procura di Bari: dal capoluogo pugliese si volle far luce su alcuni aspetti dei corsi diretti da Bellomo, il quale era solito chiedere alle aspiranti magistrate, presenti alle sue lezioni, di rispettare un codice di comportamento ed un dress code.

Nel tritacarne mediatico finì pure il magistrato Davide Nalin, da qualche mese di nuovo in servizio presso la Procura di Venezia. Nalin è stato allievo di Bellomo. Le indagini e le accuse che l’hanno riguardato hanno provocato clamore mediato, indignazione, attenzione morbosa da parte di alcuni media. Sono state poi smontate pezzo per pezzo in tutte le sedi giudiziarie.

La vicenda giudiziaria di Davide Nalin è stata scandita da varie tappe. La prima di queste si è aperta davanti al Csm, dove su richiesta della procura generale della Corte di Cassazione il magistrato venne sospeso dallo stipendio e dalle funzioni. Contemporaneamente, il magistrato padovano venne accusato dalla procura della Repubblica di Piacenza per aver concorso con Bellomo nel reato di atti persecutori e lesioni psichiche dolose in danno di una ex borsista - un unicum, fanno sapere i suoi difensori, nella storia della giurisprudenza italiana - e dalla procura di Bari (il processo poco dopo è stato trasferito per incompetenza territoriale a Bergamo) per aver concorso nel reato di maltrattamenti in danno di altre quattro ex borsiste.

In tutte le vicende giudiziarie, comprese quelle più intricate e dolorose, viene scritta sempre la parola fine. Non fa eccezione quella che ha riguardato Nalin, sempre assolto con formula piena dalle accuse con sentenze passate in giudicato.

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con sentenza n. 36994 del 2022, hanno confermato la sentenza di proscioglimento della sezione disciplinare del Csm del febbraio 2022. I giudici di piazza Cavour hanno chiarito che a carico di Nalin non vi è nessun addebito. Ma, soprattutto, il famoso contratto che veniva presentato all’inizio dei corsi della scuola Bellomo non conteneva alcuna pattuizione illecita, era stato liberamente sottoscritto dalle borsiste, e il “timore reverenziale” che alcune di loro adducevano non poteva essere ricondotto ad un abuso della qualità di magistrato.

Le Sezioni Unite si sono spinte oltre, pronunciandosi sull’altro addebito mosso: quello riguardante la partecipazione alla gestione di una scuola privata, attività non consentita ai magistrati ordinari, diversamente da quanto è previsto per i magistrati amministrativi. La Cassazione ha annullato la sanzione comminata originariamente dal Consiglio superiore della magistratura (sei mesi di sospensione dalle funzioni). Palazzo dei Marescialli dovrà pronunciarsi in diversa composizione.

Nalin adesso cerca di voltare pagina. «A distanza di cinque anni dall’inizio di questa vicenda – dice al Dubbio - che mi ha travolto, devastando la mia vita personale e professionale e quella della mia famiglia, la pronuncia delle Sezioni Unite torna a farmi vedere la luce. La sofferenza, i costi, in termini anche umani, sono incalcolabili, ma non ho mai smesso di credere in quelle “verità e giustizia” su cui ho giurato solennemente il giorno in cui entrai in magistratura».

Il magistrato fa i conti con un grande rammarico ed una assenza importante. «La sentenza, emessa il 25 ottobre scorso - commenta amareggiato -, è stata pubblicata, seppur nei termini di legge, solo la scorsa settimana, due giorni dopo la scomparsa di mio padre. Saperne l’esito, avrebbe sollevato la sua pena di questi ultimi anni, in cui ha sempre combattuto accanto a me, accompagnandomi a tutti i concorsi che abbiamo vinto assieme e a tutti i processi. Dedico a lui questo e tutte le conquiste che verranno».

Davide Nalin non perde la fiducia nella giustizia. «Il mio approccio – aggiunge - non è tecnicamente cambiato, perché l’applicazione del diritto deve prescindere dalle vicissitudini personali del magistrato. Posso, però, dire che dietro un fascicolo ho sempre visto un essere umano e che, oggi, ancor più, so quanto sia fondamentale non lasciarsi influenzare dal pregiudizio e dal clamore dei processi mediatici, che possono compromettere la neutralità del giudizio e hanno effetti devastanti sulla vita di una persona, sulla sua dignità, fino a decretarne la morte civile e sociale. La gogna mediatica è una pena che non conosce appello».

Ecco come non sbattere il mostro in prima pagina. Negli ultimi mesi è tornato di grande attualità il tema della giustizia spettacolo e, più in generale, del rapporto fra processo penale e informazione. Michele Partipilo su La Gazzetta del Mezzogiorno il 20 Dicembre 2022

Negli ultimi mesi è tornato di grande attualità il tema della giustizia spettacolo e, più in generale, del rapporto fra processo penale e informazione. Un peso l’ha avuto la cosiddetta «riforma Cartabia», soprattutto attraverso la nuova normativa sulla presunzione di innocenza. Ma un peso l’hanno avuto anche le «normali» vicende giudiziarie, trasformate però dai media in casi eccezionali e, troppo spesso, spettacolari. Sicché si spiega l’ondata di pubblicazioni su un campo già arato in passato a partire dal fondamentale (e citatissimo) Processo penale e informazione del prof. Glauco Giostra.

Nel Pantheon dei testi mandati in libreria un posto di primissimo piano è occupato dal volume collettaneo Informazione e giustizia penale – Dalla cronaca giudiziaria al «processo mediatico» per i tipi dell’editore barese Cacucci, sempre attento al mutare dei venti e dei tempi. Il ponderoso testo (678 pagine, 65 euro) è curato dal prof. Nicola Triggiani dell’Università di Bari che si è avvalso di esperti di prim’ordine nelle singole questioni affrontate nell’ambito del vasto e quanto mai controverso tema generale. Citiamo a mo’ di esempio – ben sapendo di fare torto agli altri – la prof. Marina Castellaneta; la prof. Giulia Mantovani; il prof. Francesco Perchinunno; il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani; Renato Nitti; la professoressa Maria Vittoria dell’Anna e, perché no? Anche un giornalista: il collega Luigi Ferrarella del «Corriere della Sera».

Il volume risulta quanto mai interessante e non solo per lo studioso del diritto. Con linguaggio per una volta carico dei soli tecnicismi indispensabili affronta i mille aspetti presenti nel singolare rapporto fra l’amministrazione della giustizia e l’informazione giornalistica. Un rapporto quasi sempre conflittuale, ma che talvolta diventa «collaborativo» ed è forse in questi momenti che la società si avvantaggia al meglio del lavoro degli operatori del diritto quanto dei giornalisti.

Non è immaginabile che nelle attuali democrazie l’amministrazione della giustizia possa sfuggire al «controllo pubblico» esercitato dai giornalisti, in quanto «cani da guardia del sistema», in nome e per conto dei cittadini. Su questo sacrosanto principio nessuno degli autori nutre dubbi. Ciò che inquieta, che agita, che preoccupa e che alla fine richiede interventi è il modo sovrabbondante in cui l’informazione – anche a fini di intrattenimento e di spettacolo – si è impossessata delle vicende giudiziarie. Nel sistema mediatico l’attenzione è ormai concentrata per intero e molto spesso in maniera spasmodica sulla fase delle indagini, quella parte che una volta prendeva il nome di «cronaca nera» e che era ben distinta dalla confinante «cronaca giudiziaria», tanto da essere curata da giornalisti diversi con diverse sensibilità e competenze.

Questo delle competenze dei giornalisti è uno dei nervi scoperti della questione che i vari autori – ciascuno per la sua parte – non esitano a mettere in evidenza. E poiché il rilievo è comune a tutti i giuristi che affrontano il tema, sarebbe opportuno che l’Ordine intervenisse per migliorare la cultura professionale in materia di diritto e processo penali. Così come sarebbe utile una più puntuale applicazione delle norme deontologiche che i giornalisti dovrebbero rispettare. Ne fa una disamina lo stesso prof. Triggiani nel suo saggio introduttivo. Ma spesso le notizie sul processo e del processo non sono veicolate da giornalisti, sempre più spesso sono utilizzate nei pomeriggi televisivi per produrre a costi modesti ore e ore di programmazione. E su questo la deontologia dei giornalisti non può intervenire.

L’aspetto che più preoccupa, tuttavia, è dato dal cosiddetto processo mediatico, richiamato anche nel titolo del volume. Quasi sempre in tv si allestiscono «tribunali» di «esperti» e giornalisti che analizzano, senza alcuna garanzia né dal punto delle procedure né dal punto di vista della fondatezza degli elementi proposti, l’avvio di un’indagine giudiziaria. I toni, nonostante le incertezze su cui si fonda la discussione, sono sempre perentori e trasmettono all’utente un giudizio che risulterà inappellabile e sul quale nulla potrà alcuna sentenza della magistratura, a prescindere che sia di condanna, di assoluzione o di proscioglimento. Anzi, se e quando qualcuno porrà attenzione alle risultanze del vero processo, se queste non saranno in linea con il verdetto televisivo nasceranno dubbi sull’operato della magistratura e, in qualche caso, s’innescherà un nuovo processo mediatico.

In tutto questo non si può dimenticare che ne va di mezzo la vita delle persone che, appena raggiunte da un avviso di garanzia – trasformato dai media in un avviso di condanna – finiscono in un tritacarne che non risparmierà nulla della loro vita e dei loro affetti. Senza contare le possibili influenze su chi nel processo vero è chiamato a giudicare, siano essi giudici popolari o professionali. In realtà ne vanno di mezzo tutte le garanzie apprestate dall’ordinamento affinché la giustizia sia amministrata nel modo più giusto: secoli di grandi e piccoli progressi del diritto calpestati e ignorati in nome degli ascolti e dei risparmi sulla programmazione. Non a caso in uno dei saggi si sottolinea come, concentrando tutta l’attenzione mediatica sulla fase iniziale delle indagini e trasformandola in un’anticipazione del giudizio e della pena si sia tornati al Medio Evo, quando c’era l’esposizione del presunto colpevole al pubblico ludibrio. Ma da allora la civiltà giuridica ha fatto passi enormi trasformando la società da luogo di soprusi a luogo di diritti. Si tratta ora di compiere ulteriori passi per creare una civiltà nei media.

Plotoni d’esecuzione mediatica, un libro per dire basta. Redazione su Il Riformista il 15 Dicembre 2022

Al Riformista lo diciamo da sempre: il giornalismo dei plotoni di esecuzione mediatico-giudiziaria sono il male assoluto. Bisogna usare cautela, verifica, dubbio e non pretendere di scrivere ogni giorno un romanzo criminale. “La Condanna mediatica”, un pamphlet uscito in questi giorni per Licosia editore, prova a mettere ordine. L’intreccio tra bene e male, potere e corruzione, ambizione e denaro sono la miscela ideale per una narrazione di successo. E perché una storia con questi ingredienti stia in piedi, è necessario che poggi su un colpevole. Il Mostro piace, tira sempre.

Il colpevole, il reo, l’imputato (e spesso anche il semplice indagato) è la figura di riferimento dello storytelling. E quando non c’è un colpevole vero, bisogna trovarne uno verosimile. Far ballare un’ombra: un sospettato sul quale gettare fango, magari sperando che qualcosa di illecito l’abbia commesso davvero. Il paese che ha condannato Enzo Tortora non ha ancora imparato niente da quella lezione. Il popolare conduttore televisivo venne messo nel tritacarne dell’informazione senza che nessuno, tra i professionisti dei giornali, realizzasse di essere caduto in una trappola.

La condanna mediatica arriva prima e va sempre oltre quella giudiziaria. Il “tribunale della stampa”, per non parlare di quello della rete, giudica con sentenza inappellabile e definitiva il Colpevole (che poi spesso si rivela innocente). Il sospettato diventa indiziato, e molto prima che vi sia una sentenza definitiva ecco che la campagna di demolizione della reputazione parte con le armi affilatissime dello shitstorming. Il malcapitato non riuscirà – se non dopo mille peripezie – a scrollarsi il fango di dosso. Mentre si cerca di declinare in legge il principio della presunzione di innocenza, tra le proteste del sindacato dei giornalisti, la crisi di vendite dell’editoria tramuta lo strumento di analisi dell’informazione in una lente che deforma la realtà: ogni giorno esige un suo mostro in prima pagina, un caso criminale che faccia moltiplicare i clic. L’innocenza non rileva. Interessa poco. Come le buone notizie, che non a caso nei film arrivano per ultime.

In questo volume, curato dal nostro collega del Riformista, Aldo Torchiaro, insieme al giornalista si occupano della questione quattro interlocutori che affrontano il prisma della character assassination secondo angolature e competenze diverse. Si confrontano l’avvocato Giorgio Varano, dell’Unione delle Camere Penali; la giornalista Valentina Angela Stella, che scrive per Il Riformista e per Il Dubbio; il civilista Salvatore Ferrara, esperto in questioni legate ai reati dell’informazione; il deputato Enrico Costa, già Viceministro della Giustizia nel governo Renzi, “padre” della legge sulla presunzione di innocenza.

Le loro considerazioni fanno da cornice al focus di un caso che secondo Torchiaro rappresenta oggi uno dei più eloquenti, nella sua semplicità: un cittadino incensurato, Antonio Velardo, che viene riconosciuto innocente dai tribunali e contemporaneamente colpevole dalla rete. Un caso rappresentativo della deriva che ha preso l’informazione: il giovane imprenditore è entrato e uscito in una inchiesta del Procuratore Gratteri, che lo ha scagionato. Ma rimane nel mirino dei sospetti e viene dipinto nelle inchieste giornalistiche con coloriture gratuite, farcite di stereotipi e di pregiudizi. Ed ecco che il libro diventa un manuale di fact-checking: esamina le accuse contro Velardo e punto per punto, le mette a confronto con la realtà.

L’avvocato Giorgio Varano lancia una serie di stimoli per il legislatore: “Un Garante dei diritti delle persone sottoposte ad indagini e processo sarebbe realmente quel soggetto “terzo” capace di tutelare i diritti di chi viene sottoposto ad un processo mediatico e di chi viene potenzialmente esposto allo stesso da atti della magistratura violativi dei principi declinati dalla direttiva europea e dalle norme nazionali, ma anche da tutta quella serie di “atti extraprocessuali” di cui vengono inondati i media e i social network. Al Garante dovrebbe essere dunque riconosciuta anche la legittimazione attiva nel richiedere al giudice la correzione dei provvedimenti, anche d’ufficio e non solo su segnalazione dell’interessato, e la possibilità di adire in via diretta l’Autorità garante per le comunicazioni, le cui competenze andrebbero ampliate”.

Professione indignati. Il Qatargate e l’eterno ritorno dello scoop populista e giudiziario. Cataldo Intrieri su L’Inkiesta il 16 Dicembre 2022.

Ad alcuni bastano le foto delle banconote sequestrate per gridare alla corruzione. Ma a un tribunale serve molto di più: capire chi ha dato i soldi a quale funzionario e soprattutto per fare che cosa. Senza queste risposte può essere una normale attività di lobbying o al massimo un traffico di influenze

Ogni volta che esplode un qualsiasi straccio di scandalo, fioriscono articoli densi di sdegno, reprimende e autodafé. Lo stesso vale anche per l’ultimo arrivato: il Qatargate. Pensate: un paese semidesertico di poco più di due milioni di abitanti che vuole papparsi il Parlamento europeo, 705 membri, senza contare assistenti e personale amministrativo, in rappresentanza di oltre quattrocento milioni di cittadini.

L’indignato speciale che dorme in ogni animo di benpensante “de sinistra” non va mai in vacanza, al massimo si appisola in attesa di potersi risvegliare al primo refolo. E che sollievo, vuoi mettere, liberarsi di certo estenuante garantismo per far sfogare il forcaiolo dentro di noi, per gridare vergogna (sempre agli altri) e per minacciare di costituirsi parte civile in un processo che ancora deve iniziare?

E poi diciamo la verità: cosa vuoi difendere di fronte alle foto di mazzette, debitamente impilate, alle intercettazioni dove il sapiente dispensatore di verbali si è preso la briga pure di tradurre il termine combine in intrallazzo, che suona meglio? Ma anche di fronte alle prime notizie di confessioni come si può reagire? In fondo sono tutte “voci di dentro”, beninteso, ma sono anche le uniche che abbiamo finora, e ci si arrangia con quelle.

Vogliamo mettere l’antropologia criminale che i volti, il tenore di vita, il sito Instagram degli inquisiti  suggeriscono come assolutamente sovrapponibile a quello di un qualsiasi elettore di destra? E invece è gente “de sinistra”. E addirittura, come nel caso di Antonio Panzeri, a sinistra della sinistra.

Il can can è sempre lo stesso, lo abbiamo visto già in altre inchieste, alcune coronate da successo, altre no, ma tutte accomunate dagli stessi iniziali toni trionfalistici. Il che dovrebbe far pensare che il garantismo, ancorché vigorosamente sputtanato (è il caso di dirlo) dal berlusconismo e dalla parentela di una prosperosa ragazza marocchina (guarda un po’ la coincidenza) col rais Mubarak, altro non è che un sano smagato scetticismo verso l’eterno ritorno del sempre uguale scoop giudiziario, uno dei pochi pilastri su cui si regge l’esangue stampa di casa nostra (sui giornali stranieri come il Financial Times e il Guardian di Qatar e Marocco non se ne trova traccia se non nelle pagine dedicate al mondiale).

Non si tratta di negare la realtà quanto di porsi allo stato delle cose qualche domanda e almeno un preoccupante interrogativo.

Innanzitutto, ferme restando le vivide immagini delle mazzette impilate, non è dato sapere a che cosa concretamente servissero i soldi in questione oltre ad arricchire gli indagati che li percepivano come mediatori di ulteriori illeciti favori che sarebbero dovuti essere concessi da parlamentari europei. al comprensibile e nobile moto d’indignazione, le foto dei pacchi di soldi servono a ben poco se non si individua il pubblico ufficiale quale utilizzatore finale e soprattutto la specifica attività legata alla sua funzione e oggetto della corruzione.

In Italia si tratterebbe si è no di “traffico di influenze illecite” (articolo 346 bis del codice penale) punito con pene assai modeste (fino a quattro anni e sei mesi). 

Un reato che non consentirebbe neanche le intercettazioni e che punisce l’intermediazione tra un privato che chiede e un pubblico ufficiale che dispone. Inoltre si tratta di un reato di difficile applicazione perché a mezza strada tra quello più grave di corruzione (i soldi dati al pubblico ufficiale) e una normale e lecita attività di lobbying

Qui subentra il secondo quesito: a chi erano destinati quei soldi e cosa si doveva ottenere dalle istituzioni europee? Ebbene, un altro mistero allo stato delle cose. Il Parlamento europeo è un’assemblea che non ha iniziativa legislativa (che è della assai più potente Commissione), ma è responsabile dell’adozione della legislazione dell’Unione insieme al Consiglio, l’organo che riunisce i ministri dei governi dei 27 Stati membro. Cioè può agire in concerto con il Consiglio e modificare norme europee, ma non può presentarle da sola.

Se, come leggiamo, con quei soldi così ben impilati, si doveva “modificare una percezione” verso un qualche illiberale paese arabo, piaccia o meno siamo nell’ambito di un’attività di lobby, opaca ed eticamente censurabile, ma nulla più di questo. Roba da indignati in servizio attivo, appunto.

Meriterebbe invece una più attenta riflessione la singolare modalità dell’indagine originata, a quanto leggiamo, da un’iniziativa dei servizi segreti belgi, che hanno agito senza dare notizia all’autorità giudiziaria, intercettando e perquisendo le abitazioni degli indagati senza alcuna preventiva autorizzazione prima di investire la magistratura ordinaria.

Il Belgio ha un’efficiente e dedicata agenzia specificamente destinata alla lotta contro la corruzione, l’OCRC (l’Ufficio centrale per la repressione della corruzione, una branca della polizia giudiziaria federale) sicché non è ozioso chiedersi come mai siano intervenuti i servizi e cosa cercassero per potere giustificare delle eccezioni così eclatanti allo Stato di diritto (capirei atti di terrorismo ma avrei difficoltà ad accettarlo, confesso, per una storia di lobbying prezzolato).

Appartengo a una generazione abituata a diffidare dei servizi segreti (per capirne i motivi suggerisco di rivedere su RaiPlay le puntate straordinarie de La Notte della repubblica di un giornalista vero, Sergio Zavoli). Il segreto non va bene con la trasparenza della democrazia. Soprattutto rilevo che un’indagine come questa, condotta da un giudice che è una via di mezzo tra Di Pietro e Carofiglio (e già questo…) ancor prima di individuare possibili colpevoli singoli, ha già buttato discredito sulle istituzioni europee, le stesse che hanno mantenuto salda l’Unione europea negli anni terribili della pandemia e oggi della guerra.

Si cerchino, ci mancherebbe, le responsabilità singole, si eviti cortesemente, per amore di scoop, vieto moralismo e rancore politico di fare l’ennesimo favore ai sovranismi nemici della democrazia. Non ce n’è bisogno, se non per i nemici dell’Europa libera. Si cessi di alimentare, una buona volta, il populismo demolitorio che poi ipocritamente si condanna quando ormai è troppo tardi.

Tangentopoli fu un colpo di Stato.

Gherardo Colombo.

Antonio Di Pietro.

Enzo Carra.

Gabriele Cagliari.

Giorgio Moroni.

Raul Gardini.

Tangentopoli fu un colpo di Stato.

«Verrà il giorno in cui i pm si arresteranno tra loro». La cupa profezia di Craxi. Ora che persino Davigo è stato condannato in primo grado, quelle parole tornano alla mente. Paola Sacchi su Il Dubbio il 22 giugno 2023

«Verrà il giorno in cui i magistrati si arresteranno tra di loro». Ora che Piercamillo Davigo, magistrato in pensione, è stato condannato in primo grado per rivelazione d’atti di ufficio, e il garantismo deve valere per tutti, quindi anche per lui dalle posizioni estreme sui politici, non può non risuonare in testa quella tagliente profezia di Bettino Craxi, nei giorni di Hammamet. Lo statista socialista, che aveva fatto esposti contro Davigo, per il quale usò parole durissime difendendosi da quelle altrettanto trancianti che l’esponente del pool di Mani pulite aveva usato per lui, quella cupa profezia la ripeteva spesso fin dal 1994, quando iniziò il suo esilio.

Quelle parole le diceva ai pochi ormai che lo andavano a trovare e gli stavano vicini, oltre alla sua famiglia, come l’ex capo dei giovani socialisti, Luca Josi, e pochi altri del suo stesso Psi. Giustificava solo Gianni De Michelis per non averlo lì con lui. Disse alla cronista: «Povero Gianni, lo capisco, lo hanno messo in croce sul piano giudiziario, però lui come può mi chiama sempre da una cabina telefonica».

Erano gli anni in cui lui diceva, preoccupandosi quasi più degli altri: «Attenzione, chi tocca i fili muore». E questo persino per riguardo dei pochi giornalisti, come la sottoscritta, che pur scrivendo allora per un giornale avversario, l’Unità, durante i periodi di ferie lo andava a trovare in forma privata per un libro-intervista sulla mancata unità a sinistra, I conti con Craxi (MaleEdizioni con prefazione di Stefania Craxi). Erano i giorni in cui già stavano emergendo le prime crepe nel pool milanese, Craxi aveva denunciato in uno dei suoi libretti clandestini, diffusi da Critica social”, dal titolo Giallo, grigio, turchino, la violazione allo stato di diritto che era stata fatta per la sua persona, il suo partito e la sua famiglia. E sperava che qualche verità emergesse dal processo di Brescia contro Di Pietro. Craxi non piangeva, lo fece platealmente in un’intervista a Carlotta Tagliarini, per la tv tedesca, solo per il suicidio di Sergio Moroni. Ma, quando lo incontravamo sul terrazzo dello Sheraton hotel si vedeva che i suoi occhi trattenevano dignitosamente e con fierezza le lacrime dell’amarezza per la sua fine. Per il fatto di essere stato trattato «peggio dei peggiori criminali, mentre io ho sempre servito solo il mio Paese e spero di averlo fatto bene». «Ma, non mi hanno neppure lasciato fare il pensionato», è scritto in uno degli appunti notturni di Hammamet, raccolti dallo storico Andrea Spiri, nel libro L’ultimo Craxi- Diari di Hammamet, per Baldini e Castoldi. Sempre Spiri nel libro

Io parlo e continuerò a parlare (Fondazione Craxi per Mondadori) ricorda le denunce ai colpi dati allo stato di diritto: «Giustizieri, protagonisti, forcaioli mostreranno tutta la corda della loro falsità». Craxi fu il primo a denunciare il perverso circuito mediatico- giudiziario. Lo stigmatizzò più esattamente così: «Clan politici, mediatici, giudiziari». Ma guardava lontano, non si fermava al suo personale calvario giudiziario, tragedia politica per un intero Paese, guardava al futuro dell’assetto tra i poteri, denunciava il colpo inferto al primato della politica da quell’uso politico della giustizia sotto il quale cadde un’intera, storica classe dirigente che aveva ricostruito il Paese nel dopoguerra, fatto importanti riforme e raggiunto successi, come i suoi, dalla scala mobile al nuovo Concordato, all’Italia nel G7. Il terremoto di quella che definì «la falsa rivoluzione» salvò solo gli ex Pci poi Pds e Ds e la sinistra della Dc. Dall’archivio della Fondazione Craxi, in suo schema autografo, riportato da Spiri in Nell’ultimo Craxi, emergono in modo spietatamente chirurgico tutti i nodi di quella stagione, alcuni dei quali ancora oggi irrisolti: «L’uso violento del potere giudiziario. Gli arresti illegali ( le modalità ingiustificate agli arresti), per esempio l’uso illegale delle manette. Gli incredibili Tribunali della Libertà. Il ruolo del Gip. Le detenzioni illegali. I trucchi adottati per allungare le detenzioni. Le discriminazioni negli arresti. La orologeria politica rispetto alle scadenze politiche. Il rapporto con il potere legislativo, con l’istituzione parlamentare. Esibizionismo logorroico. Politicismo nelle valutazioni e nella condotta».

Infine, uno dei punti più dolenti, ancora oggi alla ribalta: «Rapporto illegale e perverso con la stampa». Conclusione: «Violazioni sui diritti dell’uomo». Forse, Craxi aveva ben intuito con la sua profezia che un sistema politico, schiacciato e che aveva in parte avallato «la falsa rivoluzione», gioco forza, per contraccolpo, avrebbe prima o poi generato spinte e controspinte tra aree in lotta in quella stessa parte di magistratura allora dominante. «Verrà il giorno in cui i magistrati si arresteranno tra di loro». Craxi azzeccò anche la profezia su di sé: «Io parlo e continuerò a parlare» .

Estratto dell'articolo di Mattia Feltri per “La Stampa” il 22 giugno 2023. 

All'inizio del millennio, al Foglio, dove allora lavoravo, avevamo oltrepassato il centinaio di querele ricevuto dal Pool di Mani pulite. Poi assolti in blocco ma mica male come intimidazione […]. 

In una di esse […] Piercamillo Davigo aveva individuato una prova di dileggio in un banale refuso – mi uscì un "Pircamillo" – e lì si si consolidò il sospetto che il Dottor Sottile si stesse lasciando un po' prendere la mano, quanto a sottigliezze.

Ma ieri, dopo la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d'ufficio, sono stato contento di […] leggere anzi qualche articolo nel quale si osservava che l'onestà di Davigo rimane fuori discussione. 

Infatti non ho mai pensato che l'onestà delle persone sia misurabile coi codici e le sentenze […]. Altrimenti non avrebbe nessun senso i Miserabili, il capolavoro di Victor Hugo nel quale Jean Valjean è un pregiudicato latitante eppure sta moralmente tre spanne sopra a Javert, il poliziotto da cui è braccato, l'incorruttibile che pretende da sé il rigore preteso dagli altri poiché crede nella perfetta coincidenza fra legge e morale, ed è questa la sua condanna.

Tra l'altro Javert nel romanzo non ha nome, soltanto il cognome, come se fosse soltanto un ruolo, una maschera: Javert. E a distanza di tanti anni confermo il refuso: se avessi voluto irriderlo, non avrei scritto "Pircamillo", avrei scritto semplicemente Davigo.

Davigo, Colombo e Di Pietro? Giardinetti, trattori e processi: che brutta fine. Libero Quotidiano il 22 giugno 2023

Gherardo Colombo porta il cane a spasso nel centro di Milano e va in giro dicendo, nonostante abbia firmato quando era in servizio decine di richieste di custodia cautelare, che il carcere «non serve a nulla e rende la società pericolosa». Antonio Di Pietro, dopo aver gettato la toga alle ortiche ed essere stato candidato nel 1996 da Massimo D’Alema nel collegio blindato del Mugello, ha fondato e chiuso un partito, l’Italia dei valori. Adesso è su un trattore in Molise e prepara il terreno per la semina delle patate. Francesco Greco, pur sotto scorta anche quando andava in bagno, è riuscito nell’impresa di perdersi il telefono che i colleghi di Brescia gli avevano chiesto per verificare se si fosse scritto con il pg della Cassazione Giovanni Salvi a proposito della condotta del pm Paolo Storari. Per la cronaca anche Salvi si era perso il telefono nello stesso giorno. Nonostante questa distrazione, il sindaco di Roma, il piddino Roberto Gualtieri, lo ha nominato responsabile della legalità del Campidoglio. Davigo, il più famoso di tutti, ha cercato di far passare come massone il collega antimafia Sebastiano Ardita, con cui aveva scritto libri e fondato- addirittura- una corrente della magistratura italiana che solo il nome mette timore: Autonomia&indipendenza.

È una fine quanto mai impietosa quella degli idoli di Mani pulite che vollero fare la rivoluzione spalancando le porte al giustizialismo più becero e volgare. Per trent’anni, come le vecchie rock band che propongono sempre lo stesso repertorio, i magnifici pm di Mani pulite sono riusciti nell’impresa di monopolizzare tv e giornali per raccontare quella stagione eroica. Scomparsi da tempo i procuratori dell’epoca, Gerardo D’Ambrosio e Francesco Saverio Borrelli, Davigo, Di Pietro, Colombo e Greco, come un disco incantato, hanno descritto un’Italia dove si rubava su tutto. Sconfinata l’aneddotica. Chi potrà dimenticare gli interrogatori “multitasking” di Di Pietro? Per evitare che gli indagati comunicassero fra loro, anche tramite i loro avvocati, egli era solito convocarli tutti insieme in una stanza del Palazzo di giustizia di Milano dove erano presenti 11 postazioni con dei computer. Alla tastiera e al mouse personale delle Forze di polizia, carabinieri, finanzieri, vigili urbani. Un gioioso mix di divise al servizio di Tonino da Montenero di Bisaccia. Qui, come Garri Kasparov senza gli scacchi ma con la toga, si alternava di postazione in postazione interrogando i vari malcapitati, politici o membri di consigli di amministrazione di società sospettate di pagare le mazzette.

Questo stratagemma sarebbe servito ad impedire che venissero concordate le deposizioni. Una volta, come nei migliori film polizieschi degli anni ’70, Di Pietro prese invece dei faldoni, li fece riempire con carta di giornale per fare spessore e li posizionò sulla scrivania. Quando entrò l’imputato disse: «Queste sono le contestazioni alle quali deve rispondere. Da dove cominciamo? Ne prendo una caso?». Cosi facendo terrorizzò l’indagato che confessò tutto. La gente, ascoltandolo, rideva, ma non c’era nulla da ridere. Davigo, che venne eletto anche presidente dell’Associazione nazionale magistrati, non perdeva occasione per affermare che la magistratura italiana è la migliore del mondo occidentale e i magistrati italiani sono i più produttivi ed efficienti. «Citofonavamo e già cominciavano a confessare le tangenti», ripeteva Davigo.

Di quel periodo che ha cambiato la storia, però, nessuno tranne un paio di anni fa il giudice Guido Salvini, ha raccontato il “trucco” escogitato dal pool per evitare incidenti di percorso. Si trattava del fascicolo che in realtà non era tale ma era un “registro” che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano tra loro e vicende tra loro completamente diverse unificate solo dall’essere da gestite dal pool. Il numero con cui iscrivevano qualsiasi novità che riguardasse tangenti in tutti i settori della Pubblica amministrazione era sempre lo stesso, il 8655 del 1992, quello del Pio Albergo Trivulzio, un fascicolo estensibile a piacere, tra l’altro anche a vicende per cui la competenza territoriale dell’autorità giudiziaria di Milano non esisteva. Questo espediente dell’unico numero impediva la rotazione e consentiva di mantenere quell'unico gip iniziale, quello dell’indagine sul Trivulzio, Italo Ghitti, che evidentemente soddisfaceva le aspettative del pool. Un paio gli anni dopo, nel 1994, Ghitti divenne consigliere del Csm. «Un’elezione e un prestigioso incarico propiziati quasi esclusivamente dall’essere stato il “gip di Mani pulite” senza rivali». Adesso è calato il sipario. 

Le origini dello strapotere delle toghe rivelate in “La repubblica giudiziaria” di Ermes Antonucci. Molti credono che nasca col terremoto di Mani pulite, ma non è così. Frank Cimini su L'Unità il 6 Giugno 2023

Vale davvero la pena di leggere La Repubblica Giudiziaria. Una storia della magistratura italiana (Marsilio) frutto del lavoro di Ermes Antonucci soprattutto per un motivo spiegato nella controcopertina: “Molti credono che la preminenza della magistratura sulla politica sia stata innescata dal terremoto provocato da Mani pulite, ma solo un ingenuo può pensare che questa rottura sia avvenuta all’improvviso”.

“Lo strapotere della magistratura è il risultato del sommarsi di tensioni tra diverse faglie istituzionali” si spiega. Chi scrive queste poche righe per invogliare a leggere il libro di Antonucci aggiunge che tutto comincia con la madre di tutte le emergenze, quella rubricata con l’etichetta di terrorismo ma che fu in realtà un tentativo di rivoluzione fallito. Decine di migliaia di persone passate per le carceri rappresentarono un problema politico che la politica non volle affrontare direttamente delegando la questione della sovversione interna alla magistratura che ne approfittò per aumentare il proprio potere e per andare a riscuotere il credito acquisito nel 1992.

Le leggi premiali utilizzate per risolvere il problema furono pretese e ottenute dalla magistratura sempre storicamente interessata alle scorciatoie come poi andrà in epoca successiva con l’utilizzo smodato delle intercettazioni fino al trojan che continua a fare danni irreparabili ai diritti dei cittadini. Con le leggi premiali non vale più quello che un imputato ha fatto ma ciò che pensa delle sue azioni e soprattutto se fa l’autocritica agli altri.

La catena di Sant’Antonio delle chiamate di correo finirà per fare danni agli stessi politici in occasione della falsa rivoluzione di Mani pulite. Quando la politica si suicida abolendo l’immunità parlamentare sotto la forma dell’autorizzazione a procedere. E con quella scelta la politica non ha mai voluto fare i conti fino in fondo, salvo lamentarsi che la magistratura ha un potere eccessivo che esercita tuttora.

Con la differenza che in passato lo faceva soprattutto svolgendo indagini e ora, quando le conviene, lo fa evitando di compiere gli accertamenti che sarebbero doverosi secondo il codice. Basta ricordare il caso di Expo quando l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi ringraziò la procura di Milano per avere dimostrato responsabilità istituzionale.

E a questo proposito basta riportare il passaggio in cui nel libro si ricorda “il lungo percorso culturale, politico e ideologico di una istituzione divisa fra la fedeltà a valori comuni e visioni della giustizia contrastanti. In una accurata ricostruzione storica che svela luci e ombre di un ‘ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere’, la parabola di un sistema controverso, tra interessi personali e rappresentanza delle istanze collettive”. Frank Cimini 6 Giugno 2023

Ma la Repubblica giudiziaria nasce prima di tangentopoli. Nel suo libro, Antonucci spiega che il potere che hanno ora i magistrati, soprattutto che esercita funzioni requirenti, ha origini assai lontane. Giovanni Maria Jacobazzi su Il Dubbio il 15 giugno 2023

La Repubblica giudiziaria. Una storia della magistratura italiana (Marsilio, 288 pp. 19 euro) scritto dal giornalista del Foglio Ermes Antonucci è il primo libro sulla storia della magistratura nel periodo repubblicano. «Uno strumento utile per capire le varie tappe che hanno portato allo strapotere delle toghe», ricorda l'autore che si è cimentato in questa inedita ricerca storica». «La maggior parte delle persone pensa che la magistratura abbia sostituto la politica dopo Tangentopoli. Ma non è così. Il potere che hanno ora i magistrati, soprattutto chi esercita funzioni requirenti, ha origini lontane», prosegue Antonucci che ha suddiviso il suo libro in capitoli, uno per ogni decennio, dall'entrata in vigore della Costituzione, agli anni del terrorismo, alla P2, a Tangentopoli, alle picconate di Cossiga, al berlusconismo. Grande spazio nel libro hanno, ovviamente, le correnti delle toghe. Nate come centri di elaborazione culturale, le correnti, sulla carta delle associazioni di carattere privato, condizionano (vedasi il Palamaragate) in maniera profonda il Consiglio superiore della magistratura.

Va ricordato che in nessun altro Paese occidentale esistono, come in Italia, le correnti dei magistrati. «Il primo gruppo all'interno dell'Anm fu, nel 1957, Terzo potere ( Tp) che sostenne le domande di cambiamento dei magistrati più giovani contro la struttura gerarchica dell’ordinamento giudiziario e il sistema di carriera», sottolinea Antonucci. Per contrastare il progressismo di Tp, nel 1962 nacque Magistratura indipendente (Mi), la corrente conservatrice, poi in contrapposizione con Magistratura democratica (Md), nata nel 1964. Md fin da subito influenzerà il dibattito sulla giustizia dentro e fuori la magistratura. Di Md si ricorda la giurisprudenza alternativa, fondata su una visione marxista della giustizia come lotta di classe contro lo Stato borghese. I magistrati di Md ritenevano che il «diritto avesse natura discrezionale e che la decisione giudiziaria era un atto politico». L’interpretazione della norma doveva essere a favore della classe deboli Nel convegno 1971, Giovanni Palombarini, uno dei padri fondatori di Md, propose il diritto “diseguale' finalizzato proprio ad interpretare le norme per le classi subalterne.

Era necessario partecipare insieme ai lavoratori al processo di formazione della coscienza di classe, con l'obiettivo finale di rovesciare la struttura capitalistica «attraverso l'affermazione dell'egemonia proletaria nella società, la crisi dell'ideologia dominante e degli apparati repressivi». Negli anni successivi i collegamenti con i partiti della sinistra parlamentare ed extraparlamentare si fecero sempre più intensi, favoriti anche da un diverso atteggiamento del Pci nei confronti della magistratura a seguito di un ricambio generazionale. Il collegamento magistratura- politica era fondamentale nel quadro di una strategia unitaria «per sconfiggere il disegno reazionario e di ristrutturazione neocapitalista”. Una immagine rende bene il clima di quegli anni. Ed è quella durante i funerali di Ottorino Pesce, pm romano, toga di Md, morto d'infarto a gennaio del 1970. Al termine della cerimonia, militanti comunisti e magistrati di Md, fra lo sventolio delle bandiere rosse, decisero di salutare il feretro con il pugno chiuso.

Nel 1972 il segretario generale di Md Generoso Petrella venne eletto in Parlamento nel liste del Pci. Qualche anno più tardi toccò ad un altro esponente di punta di Md, Luciano Violante, essere eletto, aprendo così la strada delle toghe che dalle aule di giustizia andavano in Parlamento con il Pci- Ds- Pds- Pd.

Dopo le rivelazioni dell'ex Mani Pulite. “Di Pietro propose a Craxi un patto: lasciare la politica in cambio dell’uscita dall’inchiesta”, la rivelazione di Bobo Craxi. Aldo Torchiaro su il Riformista il 14 Aprile 2023

Bobo Craxi, ha letto le parole di Gherardo Colombo? “I politici che avessero accettato di collaborare e si fossero fatti da parte, rispetto alla vita pubblica, sarebbero usciti dalle indagini”, ha scritto nel libro che ha pubblicato con Enzo Carra. Siamo davanti alla prova generale di colpo di Stato? Il potere giudiziario ha tentato di sopraffare il potere politico e di sostituirvisi. È nelle carte. Il Procuratore Capo Francesco Saverio Borrelli a un certo punto uscì allo scoperto. Con un messaggio pubblico rivolto all’allora presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, fece sapere di essere pronto. “Sono a disposizione”. Mentre mettevano fuori gioco la classe politica, si candidavano a sostituirla.

Attuarono un golpe bianco, e neanche tanto bianco, se pensiamo al “tintinnar di manette”…

C’è stato un meccanismo preciso con cui il colpo di Stato ha provato ad avere successo: quando hanno provato ad attuare una “rivoluzione morale”, evocando la piazza, surriscaldando gli animi. Il sovvertimento può avvenire attraverso le armi, con la presa del potere militare. Oppure con la politica, come nelle rivoluzioni gentili. Oppure, ed è una via di mezzo, con l’arma giudiziaria. Una rivoluzione in parte armata e in parte gentile. Questo meccanismo si palesò ad un certo punto delle inchieste.

Quale fu la dinamica?

Fu un’escalation. La trattativa tra l’accusa e la difesa prima del processo, nella fase istruttoria, avvenne in un momento in cui la cupola giudiziaria si era arrogata poteri straordinari. Questo le ha consentito di parlare di politica con i politici, trascendendo dal ruolo naturale del giudice per ergersi a elemento regolatore dell’ordine istituzionale. In quella fase mio padre, Bettino Craxi, incontrò una serie di volte Antonio Di Pietro. In maniera assolutamente irrituale e informale.

Fu Di Pietro a chiedergli di incontrarlo?

Sì. In maniera del tutto extra legem.

Dove?

Mai al Palazzo di Giustizia, sempre in modo informale, discreto, in territorio neutro. Alla presenza dell’avvocato di mio padre, Nicolò Amato, senza altri testimoni; non vi sono eloquenti tracce verbali riprodotte nei processi a suo carico.

Quanti furono quegli incontri?

Furono una serie. Almeno tre. Tutti lontano da occhi indiscreti.

In quale fase dell’indagine di Mani Pulite avvennero?

Nel 1993, prima del processo Cusani.

Sa cosa si dissero? Suo padre gliene avrà parlato…

Certo, ne rimase particolarmente interdetto. Mi ricordo che tra le prime cose mi raccontò di un Di Pietro diverso da quello che si vedeva in pubblico, più accomodante, perfino mite. D’altronde i rumori su di lui si erano fatti assordanti.

Cosa gli chiese?

Di Pietro chiese a mio padre di restituire i denari illecitamente percepiti dal Psi, facendogli capire che se avesse collaborato con le indagini e fatto un passo indietro rispetto alla politica, il suo coinvolgimento nell’inchiesta penale sarebbe finito lì.

Cosa rispose suo padre?

Lo mandò a stendere. Per la procedura irrituale, inaccettabile. E per la premessa stessa, che lo offendeva: i finanziamenti illeciti non finirono mai nella disponibilità personale di mio padre. Non li aveva lui, non li aveva mai avuti. E dunque non poté che rifiutare quell’approccio, quell’apertura di trattativa.

Finanziamenti che pure vi furono, come disse lui stesso alla Camera, in quel discorso del 29 aprile ’93…

Non negó mai la conoscenza di finanziamenti illeciti. Né tantomeno si è mai negato il suo utilizzo nella maggioranza dei casi palese anzi palesissimo visto che un partito nazionale affrontava elezioni a rotta di collo, che le sue strutture territoriali erano ben evidenti ed altrettanto evidente il collateralismo politico. Un po’ più occulto era il finanziamento in direzione di partiti o movimenti politici esteri sovente in lotta per la libertà e la democrazia; pratica che continuo a considerare ancora molto nobile.

Fece delle ammissioni, rispetto ai reati contestati, in camera caritatis?

Craxi diede una serie di elementi di natura sistemica. Come poi fece in pubblico, parlando quell’ultima volta in Parlamento, chiarì come tutti i partiti avevano pattuito un finanziamento non lecito, al fine di tenersi in piedi. Lo ribadì anche a Di Pietro, che però aveva una missione unica: non quella di capire il fenomeno in generale, ma quella di recuperare quello che definiva “bottino”.

Dal rifiuto di arrendersi di suo padre nacque la necessità di arrestarlo, di metterlo a tacere con l’arma delle manette. Iniziò quella che Vittorio Feltri aveva chiamato “caccia al Cinghialone”, espressione di cui poi si è pentito.

Già, serviva un trofeo di caccia. E il trofeo più importante da esibire per le carriere di ciascuno degli attori. Questo accadde più tardi, quando si capì che mio padre non sarebbe stato al gioco. Quando rifiutò la resa. E allora inforcarono le armi, provando ad arrestarlo. Siamo dopo il 30 aprile 1993. Ci provò un Pm di Roma, Misiani. Ne incaricarono un ufficiale di polizia, il maggiore Francesco D’Agostino, che venne a fare delle incursioni anche ad Hammamet, senza riuscire a portare a casa il trofeo. Ed è poi finito sotto inchiesta a sua volta…

Torniamo al Di Pietro della trattativa. Era latore di una direttiva, era parte di una strategia?

Da parte della Procura di Milano ci fu una duplice tentazione. Quella di incidere sulla politica e sulle istituzioni, costituendo una barriera tra il vecchio e il nuovo, ma anche quella di trovare una onorevole via d’uscita per una inchiesta che si estendeva a macchia d’olio ogni giorno di più. A un certo punto fu chiaro agli inquirenti che se avessero applicato con metodo quella indagine a tutti, partiti, aziende, enti pubblici, si sarebbero dovute celebrare infinite serie di maxiprocessi.

E provarono a tirare una riga?

Provarono a offrire una sorta di indulto coperto per chi avesse accettato di cambiare vita, rinunciando alla politica. Lo hanno dovuto proporre a tanti, se non a tutti, se sono arrivati a parlarne perfino con Bettino Craxi.

C’è stato un precedente giudiziario?

C’è stato nell’ambito della stessa inchiesta Mani Pulite. Nella prima parte, dal 1992 all’inizio del 1993. La formula aveva funzionato con alcune delle aziende coinvolte, dove i manager si erano dimessi, avevano collaborato dando informazioni ed elementi e avevano accettato di ritirarsi e di non proseguire nelle rispettive carriere, o di andare a vivere per un periodo all’estero. Ci sono molti casi.

Ma chiedere la stessa cosa ad un politico eletto democraticamente, ad un rappresentante delle istituzioni è ben diverso…

Ed emerge oggi in tutta la sua gravità. Ma all’epoca a quei magistrati doveva sembrare normalissimo. La classe dirigente viene rimossa quando c’è una rivoluzione o quando arriva un esercito invasore. Quei giudici si comportarono così: come rivoluzionari di piazza o meglio, come un esercito armato che conquista la capitale, entra nei palazzi e spodesta con la forza chi guida le istituzioni.

La politica ha provato a resistere. Suo padre Bettino non si consegnò mai, da vivo.

Mio padre aveva un senso delle istituzioni che non gli consentiva di scendere a patti sulla tenuta democratica, sulla legittimità degli eletti. Denunciò da subito gli eccessi della barbarie giustizialista.

Il golpe riuscì, però, in parte.

Sul piano politico di fatto imposero un ricambio forzato di classe dirigente. Diedero all’avviso di garanzia la valenza della condanna, impallinando questo e quello fino a smontare il Parlamento e a distruggere cinque partiti. Quando costrinsero Scalfaro a sciogliere le Camere si capì che per un verso stavano vincendo loro.

E per altri versi?

Beh, dal punto di vista tecnico l’inchiesta Mani Pulite fu un fallimento. Non portò mai ad una conclusione chiara, accontentandosi di seminare il panico. Alcuni indagati si suicidarono. Altri se la cavarono con l’abiura. Alcuni processi sono durati dieci anni e oltre, portando anche a tante assoluzioni.

 Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Facciamo un gioco. Cosa avremmo detto se a guidare Mani pulite cinfosse stata una junta e non il pool? Iuri Maria Prado su L’Inkiesta il 14 Aprile 2023

I protagonisti di quell’epopea erano dei signori intabarrati di seta nera, le loro ambizioni erano acclamate dai girotondi e i giornalisti erano embedded. Ma le loro parole d’ordine erano una pericolosa compromissione dello stato di diritto

Facciamo un gioco. Siamo sempre negli anni ’90 del secolo scorso e siamo sempre in Italia. Solo che a convocare i giornali e le televisioni per contestare un provvedimento legislativo non sono quattro pubblici ministeri in toga, in un Palazzo di giustizia: ma quattro militari, in divisa, nel piazzale di una caserma. Fuori c’è la stessa folla, ma appunto non sta sotto al balcone della procura: sta oltre i cancelli di quella caserma, e urla a quei militari impettiti di far sognare il popolo onesto mettendo in prigione gli indagati finché non confessano. I giornalisti sono sempre embedded, ma in fureria anziché in cancelleria, e da lì quotidianamente riportano le gesta della junta che ripulisce la società di tutto il marciume che la soffoca. Quello ritratto a cavallo in una fotografia pubblicata dal magazine del primo quotidiano d’Italia non è un magistrato del cosiddetto Pool che coordina la cosiddetta inchiesta Mani Pulite, ma un colonnello, lo stesso che non davanti a un Tribunale, ma ancora davanti a una caserma, dice che se il presidente della Repubblica lo chiama per riporre in riga l’Italia corrotta lui si mette a disposizione.

Che cosa si sarebbe detto a proposito della vicenda in quello scenario trasfigurato? Che cosa si sarebbe detto se a rendersi protagonisti di quell’epopea non fossero stati dei signori intabarrati di seta nera, ma un manipolo di soldati in mimetica, con pistola alla cintola e con i girotondi che ne acclamavano le ambizioni? Si sarebbe detto probabilmente, e probabilmente con appropriatezza, che quella era una vicenda di pericolosa compromissione dello Stato di diritto, e chi avesse denunciato il clima eversivo di quel periodo non sarebbe passato per una specie di bestemmiatore.

Non fu mai in discussione, almeno da parte degli osservatori spassionati e giudiziosi, il lavoro per così dire curricolare di quei magistrati, insomma il fatto che i loro provvedimenti fossero buoni o cattivi, corretti o sbagliati, legittimi o no. Fu in discussione, almeno da parte dei pochi che lo denunciarono, il pubblico straripamento di quel corso giudiziario, il fatto che esso aberrasse in una pretesa moraleggiante e di riordino sociale che non compete alla magistratura e che alla magistratura non può essere consentito di esercitare.

Dire, come disse uno di quei pubblici accusatori, che il compito del magistrato è di «far rispettare la legge», significa fraintendere la funzione del potere giurisdizionale e, ciò che è peggio, significa istigare il pubblico a quel fraintendimento: perché a far rispettare la legge è comandato il poliziotto, o appunto il militare con funzioni di polizia, non il magistrato, il quale è chiamato al compito del tutto diverso di applicarla.

Disporsi al governo del Paese, come fece qualcuno, dopo aver diffidato i partiti politici dal candidare gente con gli scheletri negli armadi, significa credere che il potere di arrestare le persone costituisca un’arma diversissima, mentre è solo succedanea, rispetto al fucile imbracciato dal militare che reclama investitura civile.

E attenzione. Il fatto che i protagonisti di quella vicenda, e i tanti che ne celebravano il comportamento indebito, potessero essere in buona fede, se possibile aggraverebbe la loro responsabilità. Perché la loro presunzione di operare a fin di bene avrebbe reso più facile commettere il male che hanno fatto al Paese.

Estratto da ilfattoquotidiano.it il 6 aprile 2023.

Negli anni ’90 Draghi ha svenduto l’argenteria del nostro Paese”. Domenico De Masi, ospite de La Confessione di Peter Gomez, [...] ripercorre la storia dell’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale [...].

 [...] Dal punto di vista storico [...], secondo De Masi, “l’Iri era una bestemmia economica. Non solo molte aziende erano di Stato, non solo l’80% delle banche erano di Stato, ma c’era il più grande partito comunista d’Occidente. Quindi, l’Italia era un’eresia, non solo in Europa, ma in tutto l’Occidente”.

E cosa accadde quindi? Qui il sociologo colloca l’ex presidente del Consiglio Mario Draghi [...]. “Fu mandato un giovane economista, un brillantissimo italiano, che aveva studiato al Mit, si era specializzato lì, fior fiore del neoliberismo. – ha spiegato De Masi – Fu mandato lì dal ’91 al 2001.

Per dieci anni fu il segretario generale del ministero del Tesoro, poi presidente della Commissione per le privatizzazioni. Il 2 giugno del 1992 arrivò a Civitavecchia il Britannia della regina Elisabetta con sopra il fior fiore dei finanzieri mondiali. – ha proseguito lo studioso –Il nostro giovane segretario generale del Tesoro salì sullo yacht, fece un discorso bellissimo in cui in sintesi disse: ‘Avete l’argenteria del nostro Paese a vostra disposizione. Approfittatene‘.

L’astuzia di questo giovane, che io ammiro proprio per la sua astuzia quasi luciferina, è che fece fare la cosa più di destra, cioè le privatizzazioni, a quattro governi di sinistra: il governo Amato, due governi D’Alema, un governo Prodi”, ha concluso De Masi.

La vittima dimenticata del pool. Riccardo Misasi fu vittima del pool, così fu fatto fuori. Ilario Ammendolia su Il Riformista l’11 Aprile 2023

Il Riformista ha riportato a tutta pagina la notizia secondo cui la cosiddetta stagione di “Mani pulite” fu in realtà un golpe. A svelare ciò non sono gli archivi dei servizi segreti ma lo si deduce dalla prefazione dell’ex pm Gherardo Colombo al libro dell’on. Enzo Carra. La tesi mi sembra suggestiva e bisognerebbe trovare “prove” significative su tutto il territorio nazionale. Mi è capitato di riflettere su ciò che in quegli anni successe in Calabria ed in particolare sulla storia dell’uomo politico più importante di quel momento storico: l’on. Riccardo Misasi.

Un politico intelligente, brillante e potentissimo che occupò incarichi nazionali importanti come quello di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri; ministro alla Pubblica istruzione e sottosegretario alla Giustizia. Per oltre trenta anni Misasi fu parlamentare della Repubblica eletto in Calabria con vagonate di voti. Nelle elezioni del 1968 affrontò la “concorrenza” manciniana da sottosegretario alla Giustizia e sembra che proprio in quel periodo molti detenuti siano stati messi in libertà provvisoria. Potrebbe essere questa una cattiveria della stampa di estrema sinistra di allora o dei partiti concorrenti ma quello che è certo che le basi strategiche di quella campagna elettorale di Misasi furono appunto i tribunali disseminati in tutto il territorio calabrese nei quali il sottosegretario alla Giustizia incontrava magistrati, forze dell’ordine e capi elettori.

È superfluo aggiungere che molti tra quest’ultimi non erano proprio degli stinchi di santo. La storia corre veloce e i rapporti di forza cambiano radicalmente con l’arrivo della stagione di “mani pulite” tanto che nel giro di qualche mese avviene la trasfigurazione di Misasi che da uomo politico più potente della Calabria si trasforma in preda inseguita dai “segugi” e su cui le procure aprono un fuoco concentrico. Quello che era stato un intoccabile diventa un malfattore. Viene chiesta l’autorizzazione a procedere per associazione a delinquere di stampo mafioso, gli viene arrestato un figlio, viene indagato come capo del sistema delle tangenti in Calabria e addirittura indicato come mandante dell’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, on.Vico Ligato. Misasi è ancora parlamentare, la Camera con l’astensione del Pds nega l’autorizzazione ma è ormai un uomo braccato. Il 17 marzo del 1993 Misasi rilascia un’intervista al giornalista del Corriere della Sera Paolo Graldi che viene pubblicata col titolo “Don Riccardo in lacrime”.

Il “don” richiama quello di don Calò registrato all’anagrafe come Calogero Vizzini capo della mafia siciliana e non era stato affatto stato messo a caso. Molti magistrati, già alleati e subalterni al potere democristiano, assunsero su di loro il compito si seppellire il cadavere politico di don Riccardo che piange a dirotto e quelle lacrime non erano un segnale di umana debolezza ma di resa politica. Misasi conosceva molto quel mondo torbido già subalterno al potente ministro calabrese e affamato di potere che dominava nei tribunali e comprendeva che, anche se innocente, per sfuggire alle accuse che gli venivano mosse, le “lacrime” sarebbero state il viatico del “perdono”.

E perdono è stato! Doveva piangere ed ha pianto perché Lui sapeva meglio d’ogni altro di cosa sarebbe stato capace quel “potere” di cui era stato sicuro punto di riferimento. Così Misasi si allontanò dalla politica e dalla Calabria e per rendere plastico il suo disinteresse per le vicende calabresi scrisse un bel libro sulla storia di Orvieto. Non della Calabria e non di Cosenza ma di Orvieto. Un libro che oggi potrebbe apparire come un messaggio in bottiglia che venne subito “apprezzato” e recepito perché scritto con il linguaggio che i poteri utilizzano parlando fra di loro, soprattutto in Calabria. Misasi cede il posto che, nel bene e nel male, era frutto d’un consenso popolare che gli consentiva di essere protagonista sulla scena nazionale.

Ilario Ammendolia

I veri obiettivi e la regia internazionale. Tangentopoli fu eversione: partiti distrutti, beni svenduti. Fabrizio Cicchitto su Il Riformista l’11 Aprile 2023

Come ha già messo in evidenza Il Riformista con la sua prima pagina del 5 Aprile dedicata al sostanziale colpo di Stato avvenuto in Italia attraverso Mani Pulite, quasi tutte le vicende giudiziarie di maggior rilievo avvenute in Italia in questi 30 anni, hanno un forte rilievostorico-politico. In questo quadro è stato del tutto fuorviante e paradossale che da parte di Di Pietro, Colombo e Davigo ci sia stata la tendenza a ridurre in una sorta di grottesca partita a guardie e ladri sminuzzate in tante vicende processuali la storia di Mani Pulite del ‘92-’94 attraverso la quale proprio loro hanno addirittura provocato un totale rivolgimento del sistema politico italiano con la distruzione di ben 5 partiti fondamentali nella vita politica italiana.

Il fatto è che tutta la storia del finanziamento irregolare dei partiti non può essere banalizzata sotto la fattispecie della corruzione individuale come purtroppo ha fatto anche Luigi Zanda nella sua peraltro interessante intervista resa al Riformista. È avvenuto invece qualcosa di molto rilevante non appena fra l’89 e il ‘91 è finito il pericolo comunista. Allora in Italia i cosiddetti poteri forti, cioè quelli che detengono il potere finanziario e editoriale hanno valutato che i partiti non servivano più e anzi, poiché la Dc e il Psi erano i proprietari di fatto delle industrie a partecipazioni statali che invece dovevano essere smantellate e privatizzati a prezzi stracciati, allora proprio questi partiti (e quindi il loro leader Craxi, Andreotti, Forlani, andavano messi fuori gioco). Prima che l’operazione partisse, Cuccia fece, tramite Salvatore Ligresti, l’offerta a Craxi di prendere la guida della operazione neogollista, presidenzialista, antipartitocratica. Craxi rifiutò di svolgere questo ruolo, ritenendo che i partiti rimanevano un elemento essenziale per la democrazia italiana.

Allora, stando a quanto ha raccontato Massimo Pini, amico e biografo del leader socialista, quando Cuccia seppe che Craxi respingeva l’ipotesi di svolgere quel ruolo affermo’: “Peccato, era la sua ultima occasione”. Così nello spazio di un anno e mezzo Craxi da candidato a premier divenne “il cinghialone”, da braccare e sbranare. L’antipolitica, il populismo, l’antiparlamentarismo nascono da lì, altro che quegli untorelli dei grillini, arrivati molto dopo che molte cose erano già accadute. A quel punto dai poteri forti venne un input che arrivò ai magistrati di Milano, cuore del potere economico ai quattro giornali fondamentali, alle tv, in primo luogo quelle di Berlusconi che pensava così di mettersi al riparo: e infatti nel ‘92-’93 il Cavaliere non fu neanche sfiorato da un avviso di garanzia ma l’uragano è arrivato dopo, quando egli ha deciso di scendere in politica.

Non è che precedentemente fino ad allora magistrati e giornalisti non sapessero niente: fra l’altro dagli anni Cinquanta in poi don Sturzo ed Ernesto Rossi avevano riempito giornali e pubblicato libri in cui parlavano dei finanziamenti irregolari dei partiti. Né i magistrati né gran parte dei giornalisti accolsero allora quelle denunce perché, a monte di tutto il finanziamento irregolare dei partiti, c’era la divisione del mondo in due blocchi. Ora in Italia De Gasperi e Togliatti esclusero che lo scontro fra i partiti filo-occidentali e il Pci potesse finire con una guerra civile. Di conseguenza tutti sapevano come era combinato il finanziamento irregolare della Dc (a partire dalla Cia fino ai soldi provenienti dal “Quarto partito” di carattere confindustriale) e quella del Pci (a partire dal KGB, alle società di import-export alle cooperative rosse). Invece, finito il pericolo comunista, la musica cambiò totalmente. Ad opera del pool di Mani Pulite, dei quattro principali giornali, delle televisioni, la denuncia del finanziamento irregolare fu il grimaldello per far saltare il sistema politico e per realizzare l’operazione rivoluzionaria- eversiva di cui ha parlato Il Riformista qualche giorno fa.

A un certo punto si pensò anche, come risulta da una dichiarazione del procuratore generale Borrelli, che il presidente della Repubblica Scalfaro potesse dare ai magistrati anche una diretta investitura politica. Questa operazione però risultò impraticabile e allora il pool ebbe bisogno di un “braccio politico” identificato nel Pds e nella sinistra democristiana. All’interno del Pds i miglioristi sostenevano l’alleanza o addirittura l’unità socialista con il Psi per lanciare un’alternativa riformista. I “ragazzi di Berlinguer” che avevano la maggioranza del partito scartarono però quell’ipotesi sia perché essi erano stati allevati dallo stesso Berlinguer all’antisocialismo e all’anticraxismo sia perché essi erano terrorizzati dalla possibilità di finire che anch’essi sotto il tritacarne del pool visto che il Pci-Pds aveva il finanziamento più irregolare di tutti i partiti. Così, a quel punto, rivelatosi del tutto velleitario, il sogno di Occhetto di fuoriuscire da sinistra dal comunismo reale cavalcando l’ingraismo, in nome della Real Politik, sia pure con sfumature diverse, D’Alema e Veltroni fecero del Pds il “braccio politico” delle procure e dei poteri forti.

Il cosiddetto “governismo” del Pds e poi del Pd nasce da qui, da questa piena subalternità ad alcune procure e ad alcuni poteri, venendo ripagato con una totale impunità (limitata al nucleo ristretto del gruppo dirigente del vertice del partito, non certo da un inesistente neo liberismo). Così al centro Nord il circo mediatico giudiziario penetrò come un coltello nel burro delle imprese comprese le cooperative, dei partiti e delle loro correnti mentre a loro volta Fiat e Debenedetti contrattarono un compromesso fondato su lettere che contenevano parziali confessioni, profonde genuflessioni al pool (vedi le lettere di Romiti e di Debenedetti) ricambiate con il sostanziale salvataggio del sistema Fiat, di quello Mediobanca, di quello Cir, di una parte di quello Iri (Prodi) e di quello Eni (Bernabè), mentre interi settori industriali come l’edilizia e la farmaceutica e Gardini venivano massacrati.

Invece ben altra musica è stata suonata in Sicilia. Il fascicolo mafia-appalti messo insieme dal Ros di Mori, De Donno e altri (che per questo sono stati perseguitati nel corso di almeno 20 anni), qualora fosse stato tradotto in indagini giudiziarie del tipo di quelle svolte al Nord, avrebbe messo allo scoperto la versione siciliana di Tangentopoli diversa da quella esistente nel settentrione del Paese. Infatti, mentre al Nord il sistema di Tangentopoli riguardava questi soggetti: le imprese, comprese le cooperative, le istituzioni locali e nazionali, i partiti, in Sicilia il sistema aveva un altro soggetto, un convitato di pietra costituito dalla mafia. Ebbene, lì, prima la strage di Capaci e poi quella di Borsellino a via d’Amelio hanno avuto questo obiettivo di fondo: liquidare sul nascere una versione siciliana di Mani Pulite.

Tutto si è svolto con agghiacciante rapidità. Cosi non appena la mafia ha liquidato il principale pericolo rimasto su pizza dopo Falcone costituito da Paolo Borsellino, subito il procuratore Giammanco, con la controfirma di Scarpinato, ha archiviato le indagini sul filone mafia-appalti. Ovviamente, avendo questo retroterra, il processo Borsellino è stato depistato ad opera in primis del questore La Barbera, ma per ben altre ragioni di quelle citate nelle motivazioni del processo che parlano dell’obiettivo di un avanzamento di carriera. La Barbera non aveva problemi di carriera tant’è che lo ritroviamo qualche anno dopo al G8 di Genova come punta di diamante del capo della polizia De Gennaro. Come si vede, quindi, le cose presentano aspetti assai seri che vanno molto al di là delle mistificazioni orchestrate da alcuni gestori di talk show che concentrano la loro attenzione sul dito e non sulla luna. Fabrizio Cicchitto

Come nasce Mani Pulite. Tutte le tappe di Tangentopoli: dall’arresto di Mario Chiesa alle elezioni del ’94. Redazione su Il Riformista il 5 Aprile 2023

17 febbraio 1992 – Il giorno dell’arresto di Mario Chiesa, presidente della casa di cura Pio Albergo Trivulzio di Milano ed esponente del Partito socialista italiano. A breve ci sarebbero state le elezioni e il segretario del Psi Bettino Craxi nega l’esistenza di pratiche e condotte fraudolente all’interno del suo partito.

5 e 6 aprile 1992 – L’Italia va al voto. Alta l’astensione, in calo i democristiani, che restano comunque il primo partito, stabile il Psi. La rivelazione è la Lega, partito nascente che accusa il “governo ladro” di Roma. Gli avvisi di garanzia arrivano a Carlo Tognoli e a Paolo Pillitteri, ex sindaco e sindaco in quel momento di Milano, tutti e due socialisti. Il 12 maggio è il turno di Severino Citaristi, tesoriere della Dc. Il 16 maggio viene arrestato il segretario milanese Pds, Roberto Cappellini. L’inchiesta prende ufficialmente il nome di Mani Pulite.

23 maggio 1992 – Strage di Capaci, sono uccisi il giudice Giovanni Falcone con la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta.

25 maggio 1992 – Oscar Luigi Scalfaro eletto presidente della Repubblica.

28 giugno 1992 – Si insedia il governo Amato I: il 49esimo esecutivo della Repubblica Italiana e primo dell’XI legislatura.

23 agosto 1992 – Craxi comincia su l’Avanti! i corsivi contro Mani Pulite e preannuncia un dossier su Di Pietro.

2 settembre 1992 – Si uccide il parlamentare socialista Sergio Moroni, coinvolto nelle indagini. Uomo vicino a Craxi, prima del suicidio lascia una lettera a Napolitano che la legge in aula. Il segretario del Psi attacca la magistratura e la stampa. Il 15 dicembre Craxi riceve un avviso di garanzia, accusato per la tangente Enimont, che lo porta a dimettersi l’11 febbraio 1993.

5 marzo 1993 – Palazzo Chigi vara il Decreto Conso che prevede la depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti. Il capo dello Stato Luigi Scalfaro si rifiuta di firmare e il decreto viene ritirato.

21 aprile 1993 – Il governo Amato si dimette e una settimana dopo nasce l’esecutivo guidato da Carlo Azeglio Ciampi, il primo non politico alla guida dell’Italia repubblicana.

29 aprile 1993 – Il Parlamento vota contro l’autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi. Si scatenano proteste in tutta Italia. Rimane nella storia dei linciaggi, il lancio di monetine contro Craxi mentre esce dall’Hotel Raphael di Roma. Una delle pagine più buie.

20 luglio 1993 – Gabriele Cagliari, presidente Eni precedentemente arrestato, si suicida. Tre giorni dopo, venerdì 23, si toglie la vita anche Raul Gardini, presidente del gruppo Ferruzzi-Montedison, informato dal suo avvocato dell’avvio delle indagini su di lui. Vengono successivamente arrestati l’ad di Montedison Carlo Sama e il manager Sergio Cusani, consulente finanziario di Gardini accusato di falso in bilancio e di violazione alla legge sul finanziamento dei partiti.

17 dicembre 1993 – Nell’ambito del processo Cusani si tiene l’interrogatorio pubblico di Bettino Craxi e dell’ex presidente del Consiglio Arnaldo Forlani.

1994 Elezioni politiche – È la prima volta in cui il popolo italiano vota senza il simbolo della Democrazia Cristiana sulla scheda. La stessa tornata elettorale è caratterizzata dalla discesa in politica di Silvio Berlusconi annunciata il 26 gennaio di quell’anno.

La scalata della magistratura. Mani Pulite non fu una rivoluzione ma guerra civile: le verità di Facci. Paolo Liguori su Il Riformista il 6 Luglio 2022

Guerra dunque, non rivoluzione, quella di Mani Pulite. Nessuna rivoluzione. Perché tutto nel potere giudiziario è rimasto come prima, anzi tra i rapporti tra i poteri, secondo il racconto che ne ha fatto Palamara, sono diventati ancora più confusi e torbidi. Quanto è stato scritto, detto, spiegato sull’epopea di Mani Pulite e i suoi protagonisti? Moltissimo, anche troppo. Sembra niente, a leggere il libro di Filippo Facci dedicato al tema.

La Guerra dei Trent’anni” è il titolo e fa impressione per la scelta, il volume, la densità dei fatti narrati, la ridefinizione dei personaggi. Stiamo parlando di un’enciclopedia, di un lavoro monumentale, perfino sorprendente da parte di un giornalista, vista l’abitudine della categoria a scrivere instant-book, opere veloci, dedicate ad un singolo argomento, superficiali. In questo caso, si perdoni il paragone forte e irriverente, il contenuto ricorda più alcuni libri di Montanelli, che però scriveva in collaborazione con Gervaso e poi con Biazzi Vergani e Mario Cervi.

Filippo Facci, uno dei giornalisti più eclettici, ma apparentemente disordinati, ha fatto tutto da solo, anche per evidente mancanza di sodali. Ed ha scritto la sua Storia (di questo si tratta) con un lavoro  impressionante di ricostruzione di fatti, dettagli e persone. Non abbiate paura della mole di informazioni, vale la pena prendersi il tempo per leggere 7oo pagine scritte bene, anche per rendere omaggio all’autore che solo per le note divise per anno dal 1992, le fonti e l’indice dei nomi, pur con l’aiuto del computer non può averci messo meno di un mese. Come nella prima metà del ‘600 (1618-1648), una delle guerre più sanguinose si concluse con un riequilibrio precario dei poteri tra principi protestanti impero cattolico, così Mani Pulite viene definita da Facci una Guerra Civile tra i poteri dello Stato. Ma tanti cambiamenti significativi ci furono eccome: «la magistratura debordò e le Procure si attribuirono un ruolo di potere assoluto, l’informazione debordò e se ne attribuì un altro, l’opinione pubblica debordò di conseguenza».

Facci ha scandagliato tutte le crepe di quel terremoto, senza risparmiare nessuno, sulla base dell’archivio del proprio lavoro di giornalista e collaboratore dell’Avanti. E l’aspetto più interessante è proprio quello che riguarda l’informazione, qui descritta con una lapidaria e assolutamente vera citazione di Indro Montanelli: «Gli storici avranno un serio problema. Non potranno attingere da giornali e telegiornali, perché i cronisti durante Tangentopoli hanno seguito il vento che tirava, il soffio della piazza. Volevano il rogo e si sono macchiati di un’infame abdicazione di fronte al potere della folla».

Per chi, come me, ha vissuto nel fuoco delle polemiche quei primi anni, dalla direzione del Giorno, è una citazione da sottoscrivere senza riserve. E Facci ha il merito, con un lungo e certosino lavoro, di ricostruire una base di verità. Intanto, è l’unico, con una tesi inedita a mostrare come questa guerra di poteri inizia in Sicilia, prima che a Milano. E poi ripercorre la scalata delle Procure con minuziosa attenzione. Senza Facci, risulta poco spiegabile l’ascesa del modesto Palamara ai vertici di Csm e Anm.

Significativa la citazione di Piercamillo Davigo in una delle sue battute: «Con la Riforma, vi aspettavate Perry Mason e invece è spuntato Di Pietro». Di Pietro come simbolo ha funzionato per qualche anno, finché non si è schiantato in politica, ma intanto la Guerra dei Trent’anni continuava, proprio come quella reale: e gli Slovacchi e i Danesi e gli Svedesi e i Francesi. Gli episodi ricostruiti da Facci sono decine e affrontano la questione più interessante: il silenzio o, peggio, le menzogne interessate e servili dell’informazione. Per ogni episodio, potrete facilmente confrontare la ricostruzione di Facci con quanto credevate di conoscere e capirete.

Ma, tra tutti, un episodio vale la pena di citare, giudicato “minore” per il protagonista, ma per me gravissimo, perché si tratta di un suicidio e di una persona che ho conosciuto: Renato Amorese, segretario del Psi di Lodi. Fu accusato falsamente sui giornali di aver preso una tangente di 400 milioni, si trattava di tutt’altro e Di Pietro faceva pressione per costringerlo a coinvolgere l’architetto Claudio Dini. Lui non resse e si uccise.

Scrive Facci, in sintesi: «Pareva complicata, ma era semplice. Renato Amorese, pur da morto, era divenuto la chiave per tenere in galera Claudio Dini. La dinamica era raggelante: Di Pietro aveva dato la notizia (falsa) secondo la quale Amorese era un semplice teste e non indagato; venti giorni dopo aveva dato la notizia (falsa) del ritrovamento di 400 milioni nelle cassette, mentre nello stesso giorno i giornali davano la notizia (falsa) dell’apertura delle cassette che in realtà erano ancora sigillate. E quei soldi, neppure trovati, erano diventati la giustificazione di un suicidio. Le cassette di sicurezza di Amorese vennero aperte il 16 e il 23 luglio, ma i soldi non c’erano. La notizia non comparve sui giornali. Neanche sul Corriere della Sera, che pure aveva scritto in prima pagina il contrario». “Mani Pulite, vite spezzate”, titolò il Giorno, dopo il suicidio di Primo Moroni. Filippo Facci spiega bene anche il senso di quel titolo. Paolo Liguori

Tangentopoli fu un colpo di Stato fatto dai Pm. Piero Sansonetti su Il Riformista il 16 Febbraio 2022

Il 17 febbraio del 1992 – domani sono trent’anni – fu arrestato Mario Chiesa, socialista milanese, e iniziò la sconvolgente avventura di mani Pulite. Un piccolo gruppo di Pm, spalleggiati da un Gip, guidati dal Procuratore Francesco Saverio Borrelli, impiegarono circa un anno di lavoro per smantellare la prima Repubblica, frenare lo sviluppo economico del paese, annientare i vecchi partiti e i loro riferimenti sociali e acquistare un enorme potere, mettendo in scacco il Parlamento, il governo, l’opinione pubblica, sorretti dall’appoggio pieno e incondizionato di quasi tutti i giornali e le televisioni.

In un tempo piuttosto rapido furono eliminati prima i leader di secondo piano dei partiti, poi i loro massimi esponenti. L’obiettivo numero 1 era Bettino Craxi, perché lui era considerato, giustamente, il più robusto e indipendente dei capi della politica italiana.

Craxi aveva due difetti considerati imperdonabili: credeva nel socialismo democratico e credeva nell’autonomia della politica. Erano quelli i nemici. Il pool dei Pm agì velocemente e in appena due anni rase al suolo tutto l’impianto della democrazia italiana. Braccò Craxi, lo costrinse ad espatriare e poi fece in modo che morisse, in Tunisia, senza poter rientrare a curarsi in Italia. Ci furono migliaia di arresti, molti poi risultarono innocenti. Alcuni suicidi. Morti in carcere.

Il risultato? Lo vediamo oggi, la politica si è arresa senza condizioni. È nata la repubblica giudiziaria nella quale tutti viviamo e nella quale il potere delle Procure è praticamente assoluto. L’economia italiana, che era la più fiorente d’Europa e aveva portato l’Italia al quarto posto tra le potenze economiche del mondo, si è accartocciata su se stessa. Hanno pagato soprattutto i poveri. Sia in termini economici sia di perdita della libertà.

Oggi non sappiamo neppure se esiste la possibilità di reagire. E sappiamo che, certo, viviamo ancora in un regime democratico, ma che ha divorziato dallo stato di diritto.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Una rivoluzione che impose lo Stato etico. Da chi era composto il pool di Mani Pulite, i paladini del bene contro i politici corrotti. Tiziana Maiolo su Il Riformista il 16 Febbraio 2022

Francesco Saverio Borrelli – L’aristocratico feroce

L’unica volta in cui il Procuratore capo di Milano degli anni di mani Pulite si era veramente offeso, fu quando l’avevo descritto in un articolo come persona per bene ma scialba, una sorta di omino “in grigio”. Era prima di Tangentopoli e lui appariva così, in ufficio o alla prima della Scala. Ma aveva ragione a non riconoscersi in quella definizione, perché “dopo” si manifestò completamente diverso. E divenne colui che non arrossiva nel dire: «Ma in fin dei conti è proprio così scandaloso chiedersi se lo choc della carcerazione preventiva non abbia prodotto dei risultati positivi nella ricerca della verità?».

Se poi questo tipo di choc abbia lasciato sul campo morti e feriti, fa parte del gioco per cui il fine giustifica sempre il mezzo. E non si versa mai una lacrima per i 40 e più morti suicidi di Tangentopoli, così come il non consentire a Bettino Craxi di venire a curarsi e farsi operare a Milano, e lasciarlo morire esule. E poi assumere il ruolo di capo dell’opposizione politica al leader che non piace, Silvio Berlusconi. Prima consigliargli di non candidarsi in presenza di “scheletri nell’armadio”, e poi offrire se stesso al presidente Scalfaro per governare l’Italia “come servizio di complemento”. E infine passare dal vero corpo a corpo con il nemico di sempre con quel “resistere, resistere” gridato con il piglio del capopopolo nell’aula magna del Palazzo di giustizia, fino al melanconico addio politico della sconfitta, quando chiede «scusa per il disastro seguito a Mani Pulite. Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale».

Piercamillo Davigo – Sottile? Macché

Di sottile, colui che fu indebitamente definito “dottor sottile” (mentre era piuttosto uno bravo ad “aggiustare”) dai soliti giornalisti laudatores, non ha mai mostrato neppure l’ombra. Al contrario è sempre stato piuttosto muscolare nelle sue apparizioni pubbliche, manifestando senza timore la sua cultura da Santa Inquisizione, a disagio con le regole e le procedure. Cosa che ha dimostrato anche di recente. Era quello non di sinistra del pool, ma non meno politico degli altri.

Fin da quando parlò della necessità di “rivoltare l’Italia come un calzino” e poi stese il testo (pare sia stato proprio lui) di quella clamorosa protesta del gruppetto che andò in televisione a protestare contro un provvedimento del governo, il famoso “decreto Biondi” sulla custodia cautelare. Teorizzò il proprio diritto all’”obiezione di coscienza” quando “vengono toccati i fondamenti etici del mio mestiere”. In che cosa consiste la sua etica? Nel teorizzare che l’indagato A non esce dal carcere finché non denuncia B e C, i quali a loro volta devono denunciare altri. Tutti in galera. Ci dicono che arrestiamo troppo? La verità è che qui si scarcera troppo, disse un giorno. Può tornare a essere libero solo chi fa i nomi di altri, perché “diventa inaffidabile per il sistema del malaffare”. Sottile?

Gherardo Colombo – Fonzie tormentato

Proprio come Fonzie, non riesce a dire “ho sbagliato”. Nel suo percorso di oggi, che lo ha portato a capire l’inutilità del carcere e persino l’eccesso dell’intervento penale su problemi sociali o economici, c’è un abisso di vuoto di memoria su quel che lui stesso ha detto e fatto negli anni di Mani Pulite. Proprio sull’uso del carcere. Non riesce, come Fonzie, a dire più di “ho sb..”, anzi neanche quello. Fa fatica persino a riconoscere le palesi violazioni di legge, come quella, per esempio, sulla predeterminazione del giudice naturale e la competenza territoriale. Pure lo sapeva di essere fuori legge, quando, in una discussione con il suo amico Francesco Misiani, pm a Roma che gli contestava «..e poi non è che ogni volta possiamo fare finta che non esistano il codice e le regole sulla competenza..», rispondeva disinvoltamente «…se esiste una sola possibilità di arrivare in fondo a Tangentopoli, questa possibilità ce l’abbiamo noi».

E intanto il pool di Milano teneva in carcere l’ex ministro Clelio Darida e il presidente dell’Iri Franco Nobili, che saranno in seguito assolti, quando le inchieste in cui erano imputati saranno tornate all’alveo della competenza territoriale, cioè a Roma. Una certa spregiudicatezza Gherardo Colombo la ebbe ancora, in due diverse circostanze. Quando mandò i finanzieri in Parlamento per sequestrare i bilanci del Psi, grave sgrammaticatura istituzionale, come disse uno scandalizzato Giorgio Napolitano, cosa di cui il procuratore Borrelli fu costretto a scusarsi (lui sì). Non sapeva neanche che i bilanci dei partiti sono pubblici? E ancora quando –erano ormai passati tremila giorni da Tangentopoli e Mani pulite– tirò un vero siluro politico e affossò la Bicamerale presieduta da Massimo D’Alema con un’intervista sparata a tutta pagina dalla prima del Corriere, in cui denunciava “Le riforme ispirate dalla società del ricatto”. E raccontava la storia d’Italia come storia criminale. Le riforme morirono allora, mille giorni dopo Mani Pulite. Per mano di uno che oggi non crede più neanche nell’uso del diritto penale come soluzione dei problemi sociali.

Tiziana Parenti – L’intrusa

L’intrusa era l’ultima arrivata, veniva da Genova e pareva, a occhio, una di sinistra. Forse per quello fu accolta nel pool e le fu affidato il filone che avrebbe potuto (non necessariamente dovuto) portare al Pci-Pds. Nessuno aveva fatto i conti con la caparbietà di Tiziana Parenti. La sua storia nel gruppo di Mani Pulite comincia e finisce con un’informazione di garanzia che la giovane pm osò inviare all’amministratore del Pds, il senatore Marcello Stefanini. Quel che era parso normale finché si erano turbati i sonni dei dirigenti della Dc e del Psi, provocò il terremoto quando si arrivò a toccare il partito di D’Alema e Occhetto. Il partito gridò alla “strategia della tensione”.

Ma nel frattempo a Milano due pezzi da novanta come Maurizio Prada, tesoriere della Dc e Luigi Carnevale, che svolgeva lo stesso ruolo nel Pci, avevano rivelato con molta precisione il sistema della spartizione delle tangenti fra i tre principali partiti, Dc, Psi e Pci, sulle grandi opere. Come finì? Con il famoso intervento del procuratore D’Ambrosio in favore di Primo Greganti e con la cacciata di Tiziana Parenti dal pool in quanto “fuori linea”. L’anno dopo la pm entrò in politica, candidata in Forza Italia. E oggi svolge, felicemente, il ruolo di avvocato a Roma.

Francesco Greco – Il rivoluzionario pigro

Uno scritto in cui lo avevo definito “frivolo” ( l’introduzione al libretto di Giancarlo Lehner “Borrelli, autobiografia di un inquisitore”) aveva suscitato l’interesse di Bettino Craxi, che da Hammamet mi aveva mandato un messaggio, dicendosi interessato a capirne il significato. La prevista telefonata poi non ci fu, diversamente gli avrei spiegato che a mio parere Francesco Greco era semplicemente diventato magistrato un po’ per caso. Così ne parlava il suo (ex) amico Francesco Misiani: «Francesco, come molti di noi, invitava nei congressi all’abbattimento dello Stato borghese..». La toga indossata per caso, ma poi il mancato rivoluzionario, quello delle riunioni “del mercoledi” con Primo Moroni, il libraio più trasgressivo d’Italia, ha finito per prenderci gusto proprio con Mani Pulite, arrivando a definire quello il periodo “più bello della mia vita” .

Sarà anche stato bello, ma qualcosa di brutto ci fu, quando lui stese quella relazione di servizio con cui mandò il suo amico di Magistratura Democratica, il suo maestro e mentore Francesco Misiani davanti al plotone del Csm a farlo processare per incompatibilità ambientale a causa della sua amicizia con il procuratore di Roma Renato Squillante. È strano che questo magistrato per caso sia poi diventato lui stesso il capo della procura più famosa d’Italia. E che l’incendiario sia diventato più che pompiere. Con tutto quel che ne segue, fino all’inchiesta dei magistrati di Brescia sulla procura ormai la più disastrata d’Italia e lo stesso Greco in pensione con una finale di carriera non proprio brillante.

Gerardo D’Ambrosio – Soccorso rosso

Era stato per tutti noi cronisti giudiziari lo “zio Gerri”, il simpatico bonario giudice istruttore di Piazza Fontana e della morte di Pino Pinelli, inchiesta chiusa con qualche nostra delusione. Poi in Procura, nella veste di vice di Borrelli, divenne il militante difensore d’ufficio del Pci-Pds. Neppure lui negò a se stesso qualche stilla di cinismo, quando dopo il tragico suicidio di Sergio Moroni, che fece commuovere anche il presidente della Camera Giorgio Napolitano che nell’aula di Montecitorio aveva letto la sua lettera in lacrime, aveva commentato: «Si può morire anche di vergogna». Senza vergognarsi a sua volta. Neanche di continuare la carriera per due volte come senatore di quel partito che gli doveva tanto.

Fin da quando, nella sua veste di procuratore, aveva preso per mano l’imputato Primo Greganti, funzionario comunista tutto d’un pezzo, trovandogli prove a discarico meglio di qualunque difensore di fiducia. Aveva scoperto che Greganti, nella stessa giornata in cui aveva prelevato 621 milioni di lire dal conto svizzero Gabbietta, aveva anche acquistato una casa a Roma. «Ecco la prova -aveva detto- che il funzionario rubava per sé e non per il partito». Inchiesta chiusa. Ma due anni dopo, quando il ministro Mancuso, guardasigilli del governo Dini, manderà gli ispettori al pool di Milano, si scoprirà la relazione di un graduato della guardia di finanza che aveva rivelato come la Procura di Milano avesse rifiutato di ricevere un documento che attestava come il famoso rogito per l’acquisto della casa a Roma fosse stato stipulato in banca alle 9,30 del mattino, e non in seguito al prelievo nella banca svizzera. I 626 milioni avevano preso un’altra strada, quindi. Le casse del Pci-Pds? Del resto lo stesso D’Ambrosio aveva definito chiuse le inchieste di Tangentopoli con le responsabilità della Dc e del Psi. Tertium non datur, aveva detto, anche se non in latino.

Antonio Di Pietro – Il testimonial

Non è mai stato il Capo del pool Mani Pulite. Ne è stato l’esecutore e anche l’immagine, il Testimonial. Amato dagli italiani, anche con le sue debolezze che lo rendevano simile a tutti quelli che facevano i cortei intorno al Palazzo di giustizia gridando ”facci sognare”. E mentre lui, chiuso nel suo ufficio in ciabatte agitava le manette e gli imprenditori milanesi facevano la fila per farsi interrogare, diventare delatori e mandare in carcere gli altri per non finirci loro, i suoi colleghi si trastullavano vendendo all’opinione pubblica la sua immagine come figurina sacra. L’origine contadina con il trattore rosso e la mamma con il foulardino nero in testa facevano proprio sognare.

Ma proprio le sue debolezze e una sentenza in cui era stato parte lesa ma che le aveva rese palesi e lui era descritto come un avventuriero (e contro cui lui non fece appello) e il timore fondato di una brutta fine nel procedimento disciplinare aperto al Csm, ne determinarono l’uscita dalla magistratura. E la caduta del personaggio, non sanata dal successivo suo ingresso in politica come ministro e come fondatore del movimento moralistico “Italia dei valori”. La vera storia di Di Pietro è finita con la “sentenza Maddalo”.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Sentire dai protagonisti come andarono i fatti. Mani Pulite e il ricatto ai politici: i magistrati a chi proposero quel patto scellerato? Tiziana Maiolo su Il Riformista il 6 Aprile 2023

Nessuno sarebbe andato in carcere, a partire dal 1992, se il mondo della Prima Repubblica avesse accettato il ricatto degli uomini di Mani Pulite: resa incondizionata, consegna delle armi e uscita dai processi. La rivelazione sconvolgente di Gherardo Colombo, uno degli uomini che nel luglio del 1992 avrebbero avanzato la proposta ai leader dei partiti di governo di allora, parla oggi di un progetto politico mai realizzato che avrebbe cambiato il corso della storia.

Lo avevamo già intuito dalla dichiarazione di Saverio Borrelli, quando, dopo la quarta vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, aveva detto candidamente: “Non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per cascare poi in quello attuale”. L’ammissione del fatto che Mani Pulite era stata un’operazione politica e solo politica. Niente moralizzazione, niente obbligo dell’azione penale. Ma oggi Gherardo Colombo non solo conferma, ma aggiunge qualcosa di più drammatico. Un ricatto che equivale a un moto rivoluzionario. Qualcosa di violento e immorale come un push, preparato da toghe anziché da divise militari. Questa sarebbe stata l’attività di Mani Pulite. Tanto che, qualora si fosse arrivati a un accordo, la proposta del 1992 di cui parla Gherardo Colombo avrebbe comportato la rinuncia da parte dei pm all’obbligatorietà dell’azione penale in cambio di una trasformazione della politica nell’esercito dei “pentiti” e il riconoscimento del nuovo assetto di potere, quello giudiziario. La dittatura delle toghe. Sarebbe stata questa dunque la “soluzione politica” per uscire in modo indolore da Tangentopoli, lo “scambio tra ricostruzione dei fatti ed estromissione dal processo”.

Non c’è motivo di dubitare della sincerità di Gherardo Colombo, che sta vivendo il successo della sua terza vita, dopo quella di magistrato garantista di sinistra e poi quella della passione per le manette fino alla scoperta dell’inutilità del carcere. Se quel che dice oggi corrisponde alla realtà dei fatti, vuol dire che c’è stato da parte del pool di Milano un tentativo segreto di avvelenare i pozzi. Cioè che fin da subito, da prima ancora che i leader politici del tempo, il segretario della Dc Arnaldo Forlani e del Psi Bettino Craxi ricevessero un’informazione di garanzia, i pubblici ministeri non avevano a cuore il trionfo della giustizia, ma solo la presa del potere.

E proprio perché lo dice una persona molto stimata come Gherardo Colombo, e se la proposta ci fu, vorremmo sapere non solo da chi, ma anche a chi il pactum sceleris fu avanzato. Perché tutti gli accadimenti di quell’anno sono stati distillati e centellinati in ogni angolatura, in ogni sospiro, per trent’anni in libri e giornali. E ripensandoci, e con angoscia, vien da dubitare che se l’accordo non ci fu è solo perché provvidero gli uomini di Totò Riina a portare altrove l’attenzione del mondo politico. Così l’omicidio di Salvo Lima del 12 marzo precede di appena un mese le elezioni politiche del 5 aprile che segneranno il primo segnale politico dell’influsso di tangentopoli sul pentapartito di governo. E poi tutto quel che seguì, con le dimissioni del Presidente Cossiga e subito dopo l’assassinio di Giovanni Falcone. E poi in sequenza la prima informazione di garanzia al tesoriere della Dc Severino Citaristi e la sorte di Bettino Craxi con la sua invettiva in Parlamento mentre si votava la fiducia a un governo che non sarà presieduto da lui perché nel frattempo la sua immagine dalle parti del palazzo di giustizia di Milano non era del tutto cristallina.

Da una parte c’erano le bombe di Cosa Nostra, dall’altra i siluri di Mani Pulite. Questo era il 1992. Con Scalfaro alla Presidenza della repubblica al posto di Cossiga, due giorni dopo la strage di Capaci, e anche questo fu un cambiamento storico, e non certo positivo. Mentre a commento dei primi tre suicidi di Tangentopoli il procuratore aggiunto di Milano Gherardo D’Ambrosio diceva “A volte si muore anche di vergogna”. Ma il patto, almeno in quell’anno, non ci fu. E loro andavano avanti. E ci vorrebbe una sorta di grande Csm della storia per sentire da Gherardo Colombo come andarono i fatti e quali fossero le loro intenzioni. Per esempio, la domanda pare legittima: volevano solo un ricambio di classe politica, mandando semplicemente un D’Alema al governo (cosa poi accaduta negli anni successivi), come pensano alcuni, o volevano invece fare loro direttamente le valigie e prendere l’aereo per Palazzo Chigi? Non l’aveva del resto detto lo stesso procuratore Borrelli “se il Presidente ci chiama” siamo a disposizione?

Ma questo della resa della politica, della consegna delle armi, resterà sempre un tarlo nella mente del gruppo dei magistrati coraggiosi. Lo dimostra tutto il loro modo di procedere, lo sprezzo con cui trattavano i politici negli interrogatori, le minacce, il tono ricattatorio, l’uso del carcere preventivo. Orpelli non indispensabili nelle normali procedure della giustizia. Importanti invece nel clima di vera guerra che il Pool aveva dichiarato. I primi ad arrendersi furono comunque gli imprenditori. Non solo Romiti e De Benedetti, che evitarono il carcere con trattative condotte nei principali studi legali italiani, che diedero ai magistrati niente di più che piccole mance, una paginetta di modeste ammissioni di colpevolezza in cambio dell’impunità. Ma anche gli altri, quanto meno a partire dal 1993, quando il Presidente di Assolombarda Ennio Presutti indisse l’assemblea generale degli industriali, con la presenza dei Moratti, dei Pirelli e i Tronchetti Provera ma anche dei tanti Brambilla esasperati, e disse “Occorre chiudere con tangentopoli” e infine “Dobbiamo rassegnarci”, e fu l’inizio della resa.

Anche il mondo della politica ci provò. Ma l’interlocutore – era ormai nato il circo mediatico giudiziario – pareva insaziabile, assetato del sangue di partiti ormai in ginocchio. Due ministri per bene come Giovanni Conso e Alfredo Biondi furono uno dopo l’altro messi alla berlina come delinquenti. E intanto gli uomini del pool, quelli che contavano davvero, mandavano avanti un Tonino Di Pietro tutto elegante in abito fumo di Londra e cravatta berlusconiana a piccoli pois, a presentare una vera proposta di legge in quella cornice da “liberté égalité jet privé” che è sempre stato l’incontro promosso ogni anno dallo Studio Ambrosetti a Cernobbio sul lago di Como. Era la solita proposta capestro per umiliare la politica e l’imprenditore Berlusconi – si era ormai nel 1994 – l’unico del mondo industriale a non essersi mai piegato, mentre la Confindustria di Luigi Abete aveva dato subito il proprio consenso.

Il ceto politico seppe allora ribellarsi, il mondo era cambiato e nessuno, compreso il Presidente Scalfaro, accettò quello stravolgimento della Costituzione che si sarebbe avverato se l’ordine giudiziario si fosse impadronito del potere legislativo. Velenoso fu in quei giorni il pm Gherardo Colombo, mentre molti politici avevano accusato la proposta dei magistrati di voler creare un mondo di ”pentiti”. “Non vorrei – aveva sibilato – che chiamare delatore chi fa il suo dovere svelando la corruzione sottintendesse la convinzione che rubare ai cittadini non è così grave”. Ipse dixit. Ieri come oggi.

Tiziana Maiolo. Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.

Colombo ha avuto grande onestà intellettuale". Mani Pulite, il racconto di Giulio Di Donato: “Sconti ai politici, a me fu chiesto di convincere Craxi a consegnarsi”. Aldo Torchiaro su Il riformista l’8 Aprile 2023

Le rivelazioni che Gherardo Colombo, ex pm del pool Mani Pulite, ha fatto a Enzo Carra fanno discutere. Alcuni magistrati avrebbero offerto un salvacondotto ai loro inquisiti, a cui avrebbero promesso l’immunità penale in cambio di informazioni e di qualcosa di più: della promessa di “uscire dalla vita pubblica”. Da Gherardo Colombo, che d’altronde lo ha scritto nero su bianco, nessuna smentita. Arrivano invece le conferme. I protagonisti di quegli anni iniziano a parlare, a ricordare le irricevibili proposte che alcuni magistrati gli formulavano. «Pentitevi e saltate un turno dalla politica, avrete la fedina penale pulita»: Giulio Di Donato, a lungo parlamentare socialista e oggi presidente dell’associazione Socialismo Oggi, conferma nella sostanza quella che definisce “una prassi, una offerta regolare”.

E sottoscrive le parole di Gherardo Colombo, «cui va dato atto di una grande onestà intellettuale. Ha capito gli errori e anche gli orrori di una inchiesta che ha sommerso di fango la storia del Paese, e ha iniziato a scavare nel fango per rimettere qualche cosa a posto». Di Donato, napoletano, è stato l’ultimo vice segretario del Psi di Bettino Craxi, dal 1990 al 1992. Ed in quanto tale è rientrato in una trentina di procedimenti per un totale di 44 capi di imputazione. A Milano lo chiamarono in causa per una questione di sponsorizzazioni al Festival de L’Avanti. «Mi dissero che lo sapevano, che io non ne sapevo niente. Ma che da vice segretario del partito avevo delle responsabilità. E giù ore a interrogarmi, certe sere fi no allo sfi nimento». I modi sono quelli che solo l’eloquenza di Antonio Di Pietro ha saputo restituire fedelmente: “Io a quello lo sfascio”, disse di Silvio Berlusconi. I primi arrestati confessavano, denunciavano il denunciabile. Poi il clima cambiò, e mutò lo scenario.

Prima c’era Di Pietro che martellava, mentre agli altri pm, come dirà Francesco Greco, «competeva un lavoro di ricostruzione successivo agli interrogatori… ma la situazione si è modifi cata nel corso del 1994 quando le collaborazioni diminuirono fi no a cessare. Fu lo stesso Di Pietro a dire che non arrivava più acqua al suo mulino, la tecnica investigativa cambiò». A quelli che consegnavano la propria carriera politica, annunciando pubblicamente di uscire dalle istituzioni, dai partiti, dalla pubblica amministrazione “almeno provvisoriamente”, come scrive Colombo, si iniziavano a fare sconti anche molto importanti. Perdonando alla fi ne anche tutto. Giulio Di Donato rievoca quegli anni e un episodio in particolare. Finisce un interrogatorio – siamo nel 1994 – e gli sequestrano il passaporto. Così, per fargli capire che non può lasciare il Paese, sospeso in quel limbo tra attesa di giudizio e attesa di giustizia in cui vengono messi a rosolare, ogni anno, mezzo milione di italiani.

Poi successe una cosa strana: l’allora Pm di Milano, Francesco Greco, mi fece chiamare in via informale. Disse ai miei legali di voler fare una chiacchierata amichevole con me. Ero a Napoli, presi il treno con i miei legali, Greco mi incontrò nel suo ufficio senza più usare i toni dei due anni precedenti. Un pacchetto di sigarette aperto sul tavolo richiama la sua attenzione: erano Gitanes senza filtro”. Che strano, proprio le sigarette abituali di Di Donato. Una coincidenza. E quando l’ex numero due di Craxi si siede, voilà, dal primo cassetto del Pm Greco ecco che salta fuori il passaporto di Di Donato. “Eccolo, glielo volevo riconsegnare io stesso”, gli dice il magistrato. Quanta premura. E gli allunga l’accendino. Si parla di politica, di famiglia. “Pensa di fare un viaggio, adesso che può?”, gli chiede l’inquirente. E l’esponente socialista: “Non so ancora, non ci ho pensato. E a dire la verità non ricordavo neanche di non avere il passaporto”.

Allora mi permetta di darle un suggerimento”, incalza Greco. “Perché non va ad Hammamet a trovare Bettino Craxi? Lei ci parla, gli fa capire che faremo un giusto processo, che la cosa migliore è farsi vedere in aula, e se lo convince a tornare in Italia gliene saremo tutti grati”. Non serviva aggiungere altro. Di Donato ha intuito il senso, l’obiettivo delle cortesie riservategli. E ha capito che i magistrati hanno nel mirino Bettino Craxi, “il Cinghialone”. Vogliono il trofeo di caccia da esporre. Varrebbe oro, quel trofeo. Di Donato quel viaggio lo farà, andando a salutare il leader socialista in esilio, ma si guarderà bene dal farsi messaggero delle Procure.

Né rivedrà quel Pm, al ritorno. «Una cosa però me la faccia aggiungere: c’era un disegno politico ben preciso, nell’operazione Mani Pulite. Non è vero che si voleva colpire tutta la politica. Si voleva colpire il Pentapartito, che rappresentava il nodo di potere stabile del nostro sistema politico. Si indagarono con particolare pervicacia quelli vicini a Forlani e a Andreotti, nella Dc, risparmiando quasi del tutto la sinistra democristiana. Si indagò con il microscopio fi n nelle piccole federazioni provinciali del Psi. Da noi misero a soqquadro tutto, ripetutamente». Un capitolo a parte riguarda Berlusconi. «Le Procure guardavano con simpatia a Berlusconi che ne ossequiava il lavoro con i suoi inviati di Mediaset a documentare il lavoro febbrile al Palazzo di giustizia di Milano. Nel 1994, quando entra lui in politica, sconfi ggendo Occhetto, ecco che le Procure dirigono tutte le indagini su di lui. All’improvviso. Dimostrando una regìa politica che dirigeva senza esitazioni le sue armi sul nemico di volta in volta da abbattere».

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Tangentopoli fu un colpo di Stato, la rivelazione del Pm Colombo del pool di Mani Pulite. Piero Sansonetti su Il Riformista il 5 Aprile 2023

Gherardo Colombo, l’ex Pm che è stato nei primi anni novanta uno dei cinque grandi protagonisti dell‘inchiesta “Mani Pulite” – quella che rase al suolo la prima Repubblica – ha scritto una introduzione al libro di Enzo Carra (uscito postumo in libreria in questi giorni) nella quale ci svela un aspetto finora sconosciuto di quella stagione. Sconosciuto e sconvolgente. Ci dice che nel luglio del 1992, quando le indagini erano ancora alle prime battute, fu suggerito ai politici di confessare i propri delitti e di uscire dalla vita pubblica in cambio dell’impunità.

Colombo dice esattamente che se i politici avessero accettato le condizioni dei Pm, in cambio non avrebbero avuto “a che fare con la giustizia penale”. In pratica fu proposta una trattativa segreta Stato-Tangentopoli . Ovviamente del tutto illegale. Dal punto di vista del codice penale, se Colombo racconta il vero, il pool commise un reato piuttosto serio. Violò l’articolo 338 che punisce severamente la “minaccia a corpo politico”. Nella sua ricostruzione dei fatti, Colombo non parta di singoli politici, o di imputati: parla di “politica”, al singolare, cioè si riferisce esattamente del “soggetto collettivo” al quale, evidentemente, fu proposta la trattativa con la minaccia del carcere. L’articolo 338 del codice penale prevede pene fino a sette anni di reclusione. Ovviamente i reati sono caduti in prescrizione, però resta la ferita allo Stato.

Se davvero la procura di Milano chiese a quella che allora era la classe dirigente, legittimamente eletta, di farsi da parte, minacciando altrimenti l’arresto e il carcere, compì un atto che è difficile non considerare un vero e proprio colpo di Stato. Non in senso metaforico, simbolico: nel senso pieno e letterale della parola. L’accordo non ci fu. La politica si dimostrò migliore della magistratura. Il ricatto non funzionò. E però la Storia ci dice che il disegno politico della Procura di Milano – sempre se è vero quello che dice il dottor Colombo – fu comunque portato avanti, con gli arresti sistematici, con l’aggiramento del Gip, con i mandati di cattura a rate, col sistema delle delazioni ottenute in cambio di scarcerazioni o con nuovi mandati di cattura, con una lunga scia di suicidi. Ed eliminò dalla scena tutta la classe politica di governo, più o meno come succedeva spesso in America Latina.

Naturalmente dal punto di vista strettamente politico, le ammissioni di Colombo non cambiano niente. La prima repubblica è morta sotto le picconate della procura di Milano e poi di altre procure. Nessuno la risusciterà. La democrazia cristiana non esiste più, non esiste più il vecchio e glorioso partito socialista, non esiste il Psdi, né il Pri, né i il partito liberale. Però è importante ricostruire quegli avvenimenti. Sapere che almeno una parte della magistratura si mosse violando in modo clamoroso la legalità. Ed è importante accertare come nella storia della repubblica c’è stata una rottura determinata non dal normale svolgimento democratico ma da un Putsch.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Il tentato golpe nel 1992. Cosa ha rivelato Gherardo Colombo su Tangentopoli, il ricatto dei Pm ai politici. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 5 Aprile 2023

Un tentato golpe nel 1992 tentò di rovesciare la democrazia. A denunciarlo oggi è Enzo Carra. Sì, perché Enzo Carra parla. Parla ancora. A tutti. L’oscenità delle manette con cui lo volevano umiliare non lo ha messo a tacere. È morto lo scorso 2 febbraio, l’ultimo portavoce della Democrazia Cristiana. Ma poco prima di morire ha affidato all’amico Vincenzo Scotti, patron della Link Campus e della casa editrice Eurilink, un testo. Un manoscritto denso di rivelazioni, informazioni, ricostruzioni. Un memoriale inestimabile, soprattutto perché costruisce un terreno di confronto con la controparte – i magistrati della Procura di Milano – che ci permette di leggere anche i disegni dei Pm senza più tanti filtri. Senza infingimenti.

L’Ultima Repubblica – è il titolo che ha dato Carra – ricorda tutto, con una lucidità puntuale. E per puntellare il suo racconto di quel periodo di legalità sospesa ha invitato a dialogare uno dei suoi accusatori. Una figura sui generis: quella di Gherardo Colombo. Integrato nel gruppo di punta e dunque tra i Pm più direttamente coinvolti nel clamoroso arresto di Carra, Colombo è stato anche tra i pochi protagonisti di quegli anni a saperli rileggere con sguardo critico. Fu senz’altro sua una delle firme che condussero dietro le sbarre l’allora portavoce di Arnaldo Forlani, appunto Enzo Carra, a nome del pool milanese di Mani Pulite il 19 febbraio 1993. Bisognava celebrare il primo anniversario di Tangentopoli. Ci voleva più di un brindisi. Un brindisi “col botto”. Fu allora che la storia di quell’inchiesta assunse i contorni di qualcosa d’altro. Di più oscuro. Ed è lo stesso Gherardo Colombo a rivelarlo. A scriverlo. Rispondendo al dialogo con Carra, l’ex Pm rievoca gli eventi di quei giorni di Mani Pulite, gli errori e gli eccessi.

Quello in epigrafe: quando il colto, acuto, placido Carra venne arrestato (e ammanettato, come se fosse socialmente pericoloso e aggressivo) per essere mostrato come un trofeo di caccia davanti allo sguardo famelico delle telecamere. Un arresto insostenibile, gratuito. Come quello di molte altre vittime di quella furia giacobina. Che si può meglio interpretare con una dichiarazione disarmante di Gherardo Colombo, che nella sua introduzione squarcia il velo sul segreto dell’operazione Mani Pulite: “Eppure non una persona sarebbe andata in carcere se, come suggerito nel luglio 1992, ben prima (data la rapidità dell’evolversi di quegli eventi) della nomina di Martinazzoli, la politica avesse scelto di seguire la strada dello scambio tra ricostruzione dei fatti ed estromissione dal processo. Chi avesse raccontato, restituito e temporaneamente abdicato alla vita pubblica non avrebbe più avuto a che fare con la giustizia penale”. Lette queste parole, abbiamo chiuso gli occhi e inspirato. Poi abbiamo riletto: e sì, è tutto vero. A pagina 13 del libro di Enzo Carra il giornalista fa dire a Colombo come funzionava il meccanismo del golpe. Lo spinge ad un controinterrogatorio gentile che lo porta ad ammettere.

Veniamo a sapere che il meccanismo dello scambio – come lo definisce lo stesso Colombo – funzionava con il do ut des tra due poteri: gli eletti che avessero ricostruito notizie eventualmente possedute e avessero fatto oltre alla delazione anche un’abiura, disconoscendo il proprio mandato democratico e accettando di dimettersi “temporaneamente” (sic) nelle mani del potere giudiziario, avrebbero ricevuto dai Pm di Mani Pulite un salvacondotto capace di farli attraversare indenni l’Acheronte di Tangentopoli. Nessun problema avrebbero più avuto con la giustizia coloro i quali avessero accettato di “abdicare” alla vita pubblica. E che cos’è, la vita pubblica, se non la partecipazione democratica, il confronto elettorale, il dibattito culturale che secondo la Costituzione viene organizzato con il mezzo principale di quei pilastri della democrazia che sono i partiti? I sospetti tratteggiati nei discorsi di Bettino Craxi e nelle lettere di alcuni dei condannati a morte dal pool parlano chiaro. “Non mi è estranea la convinzione che forze oscure coltivino disegni che nulla hanno a che fare con il rinnovamento e la pulizia”, scriveva Sergio Moroni all’allora presidente della Camera, Giorgio Napolitano, prima di spararsi.

Ne L’Ultima Repubblica quei fantasmi prendono forma, assumono le sembianze umane di quel pool che abbiamo imparato a conoscere bene. Come a dover aderire a un disegno sinistro, i Pm provano a buttare giù un sistema, un architrave democratico composto di partiti. Di scuole politiche. Colombo prova poi, nel testo, a rifiutare la responsabilità della storia: “I partiti sono morti da soli”, glossa a pagina 13. Poi ci torna a pagina 17: “Abbiamo pensato che la fine dei partiti italiani, avvenuta tra il 1993 e il 1994, sia stata una condanna della storia e non dei tribunali. Abbiamo pensato che la cancellazione del nostro quadro politico, creatura della guerra fredda, fosse la conseguenza positiva dello spegnersi di un lungo dopoguerra. Sì, certo, c’era stata anche la Grande Inchiesta a rendere impresentabili partiti corrotti o addirittura covi di personaggi dediti a pratiche previste come reati dalla legge italiana. ‘Finalmente ce ne siamo liberati’, gli italiani salutarono così l’insperato addio dei partiti”. Ci sarebbe da fare un’analisi filologica attenta, su tutto il passaggio di Colombo: “la politica”, sempre tra virgolette, a sminuirla.

La cancellazione del quadro politico definita solo come “positiva”. La Grande Inchiesta con le iniziali maiuscole, a sottolinearne la sacralità. Torniamo a Carra: il talento giornalistico, il fiuto politico, l’umanità profonda dell’ultimo portavoce della prima repubblica – da qui L’Ultima Repubblica – tornano a far parlare i suoi amici, riuniti per un ennesimo saluto fatto di idee e di rinnovate intese. Al primo evento di presentazione del libro, ospitato lunedì scorso dalla Lumsa a Roma, a moderare c’erano i due più grandi confidenti di Carra, i giornalisti Paolo Franchi e Stefano Folli. Riformista il primo, repubblicano il secondo. Sono loro a rievocare gli anni in cui il potere politico dovette cedere l’egemonia al potere giudiziario. Davanti agli occhi lucidi del giovane Giorgio Carra, che ha assistito suo padre nel portare a termine questo suo memoriale, sfilano i ricordi di un pezzo di storia. Vincenzo Scotti “quasi commuove”, come chiosa Franchi.

In prima fila, Mario Segni e Luigi Zanda. Dietro di loro c’è Flavia Piccoli Nardelli, appena nominata a capo dell’Associazione delle istituzioni culturali italiane, accanto a Michele Anzaldi (Iv). Uomini e donne che hanno contribuito con senso dello stato a costruire quell’ossatura della democrazia, i partiti politici, le istituzioni democratiche, che qualcuno forse avrebbe preferito vedere morte. “I corpi intermedi… esisteranno ancora i corpi intermedi?”, si chiede Gherardo Colombo a pagina 18 dell’introduzione. “Chissà che non si arrivi a una forma assai più diretta di democrazia o all’affermazione di una forma di dittatura della massa, sulla falsariga di quel che accadeva ai tempi di Ponzio Pilato”. Per ora, il potere è nelle mani degli elettori. Il pool non colpisce più. E non c’è più Enzo Carra, ma rimangono le sue parole a illuminarci: il golpe armato di toga e maglietto ha disarcionato una classe dirigente e l’ha provata a sostituire con populisti e giustizialisti. Prenderne atto è essenziale per farsi gli anticorpi.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Gherardo Colombo.

Gherardo Colombo: «Da ragazzino mi bocciarono due volte. Agli inizi della mia carriera giravo con un revolver». Luca Mastrantonio su il Corriere della Sera il 23 febbraio 2023

L’ex magistrato, 76 anni: «Prima di Mani Pulite ero un milanista accanito, poi mi sono calmato»

Nel salotto della casa milanese di Gherardo Colombo, un golden retriever (Luce) ci osserva dal divano, la testa poggiata sul bracciolo coperto da un lindo fazzoletto bianco. Colombo ha l’aria di aver finito da poco un esercizio di fatica domestica (un rubinetto da sistemare). L’occasione del nostro incontro è l’uscita del nuovo libro Anti Costituzione. Come abbiamo riscritto (in peggio) i principi della nostra società (Garzanti).

Lei è classe 1946, brianzolo, mamma casalinga, papà medico. Primo ricordo?

«La scossa di corrente elettrica, per le dita in una presa elettrica. Da lì sono venuti i capelli ricci... (ride). Ero piccolo e sperimentavo. I miei non si arrabbiavano, erano accoglienti».

A scuola come andava?

«Bocciato in seconda media e quarta ginnasio, ho recuperato l’anno in entrambe le occasioni. Avevo difficoltà a entrare in relazione con gli altri. Ero obeso... Finalmente al liceo ho capito che la libertà passa per lo studio. Poi scelsi Giurisprudenza...».

Si immaginava già giudice?

«Mio padre faceva il medico generico, girava di giorno e di notte, curava, faceva partorire. Volevo essere utile come lo era lui, e a mio parere verificare il rispetto delle regole lo era. A differenza del medico non avrei dovuto mettere le mani sulle persone. L’alternativa era Fisica, mi piace capire il perché dei fenomeni».

Nella Giustizia ha individuato qualche legge fisica?

«Non è una legge fisica, ma poco ci manca. L’importanza dell’ambiente nelle scelte che le persone fanno anche nel campo della trasgressione. Sa, la storia in cui l’imputato è davanti al giudice, chiuso nel posto degli imputati e dice: “Signor giudice, se lei fosse nato dove sono nato io e io dove è nato lei, qui ci starebbe lei e io sarei lì”. Una regola che soffre poche eccezioni».

Ci sono ambienti in cui uno sceglie di stare. La P2. Cosa ricorda di quando nel 1981 con Giuliano Turone scopriste le liste di Licio Gelli?

«Stupore e indignazione. C’erano i capi dei servizi segreti, c’era chi aveva inquinato le indagini sulle stragi, ministri, imprenditori, giornalisti, magistrati, la catena di comando del Corriere della Sera ... C’erano buste sigillate che contenevano inquietanti notizie di reato...».

Quale fu la prima reazione?

«Preoccupazione, che i servizi segreti potessero venire a riprendersi le carte. Fotocopiare 5 mila fogli era impossibile, allora incominciammo a selezionare, fotocopiarne le più importanti, descriverle accuratamente, nasconderle in un fascicolo che riguardava altre indagini».

Lei agli inizi della sua carriera girava armato.

«Qualche volta mi capitava di portare la pistola. Il 19 marzo 1980 venne ucciso Guido Galli, con cui lavoravo. E nei gironi immediatamente precedenti erano stati ammazzati altri due giudici. Prima linea rivendicò l’omicidio di Guido. Alcuni colleghi scapparono nei Paesi di origine. Io sono rimasto, ma per una settimana ho dormito fuori casa, finché la mia moglie di allora mi ha aiutato a riprendermi. Ma ogni volta che mi fermavo con la moto ad un semaforo e qualcuno attraversava dietro, mi aspettavo il colpo. Nonostante le armi non mi siano mai piaciute mi sono obbligato ad andare in armeria, ma a comperare una pistola non ce l’ho fatta. Ci ho sono tornato un’altra volta, niente. Alla terza volta mi sono costretto ed ho preso un revolver».

Cos’ha provato?

«Quando mi sembrava d’essere più esposto dava una sensazione di sicurezza. Ma è irrazionale. Un antidoto, un’esorcizzazione della paura e basta. L’anno dopo, scoperta la P2, m’hanno assegnato la scorta, e l’arma l’ho messa in cassaforte, in ufficio. Dimessomi dalla magistratura nel 2007, l’ho consegnata in Questura chiedendo venisse distrutta. Non volevo che qualcuno usasse contro qualcun altro l’arma che era stata mia».

Molto cauto. Lei si è mai sentito tradito da qualcuno?

«Durante Mani Pulite avevamo scoperto un grande giro di corruzione nella Guardia di finanza di Milano, un corpo con cui avevo lavorato tanto e bene. Un imprenditore, interrogato, coinvolse un colonnello con cui avevo lavorato e di cui mi fidavo, temevo potesse fare un gesto estremo. La lettera che Sergio Moroni aveva scritto decidendo di suicidarsi mi aveva colpito profondamente, per cui ho disposto che, una volta arrestato, il colonnello venisse portato subito da me per l’interrogatorio, per evitare che potesse compiere atti insani, precisando che lo avrei atteso fino al giorno dopo. Arrivò alle 4 di notte e mentre aspettavamo il suo avvocato mi chiese: “Dottore mi dice lei cosa fare? Patteggio la pena? Dico che sono innocente o confesso? Mi dica lei...” Mi sono stupito, pensavo fosse disperato, non era nemmeno imbarazzato».

Lei non si arrabbia mai?

«Con le parole reagisco al momento, se percepisco un’ingiustizia. Ma conto fino a dieci e non vado oltre. Comunque mi arrabbio».

L’ultima volta?

«L’altro giorno, attraversavo sulle strisce pedonali con Luce, un’auto quasi ci ha investito. Che caspita!»

Ha urlato «che caspita»?

«Purtroppo a volte mi scappa anche qualche parola “turpe”».

Difficile immaginarla.

«Allo stadio, fino agli anni '90, ero un tifoso accanito del Milan».

Smise durante Mani Pulite?

«È che allo stadio qualche volta mi lasciavo coinvolgere, e magari dietro di me qualcuno non la prendeva bene».

È restato tifoso?

«Sì, ormai all’acqua di rose. Mi ha fatto ricordare che quando interrogammo Adriano Galliani, ad del Milan, sul caso di Lentini, per il possibile falso in bilancio, lui a un certo punto, vedendo che eravamo Davigo, Di Pietro ed io disse: “Addirittura in tre per questa vicenda?”. E Davigo: “Sa, l’indagine l’ha fatta Colombo, ma siccome è milanista non ci fidiamo tanto”. Era ovviamente una battuta, ma Piercamillo non sa resistere».

Nel 2022, a 30 anni da Mani Pulite, ha fatto un incontro pubblico con Sergio Cusani, che fu condannato.

«Ci conoscevamo anche prima della vicenda. Ci vediamo con una certa frequenza, ci sentiamo spesso».

Sente più Cusani dei suoi ex colleghi del pool?

«Sicuramente. Con una certa costanza vedo e sento Piercamillo Davigo, abbiamo un rapporto di amicizia. Però sento più frequentemente Sergio Cusani, del quale pure sono amico».

Un colpevole redento le dà più soddisfazione?

«Non è questione di soddisfazione, è questione del riconoscersi, di riconoscere le persone, distinguere le persone dai loro atti. E magari considerare, cosa che vale particolarmente per Sergio, il percorso che hanno fatto».

Antonio Di Pietro.

Antonio Di Pietro, Vittorio Feltri: "I 3 cadaveri dietro al muro. Diede la notizia a me..." Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 12 agosto 2023

Ho conosciuto Antonio Di Pietro nel 1983: io ero direttore di “Bergamo Oggi”, lui era Sostituto Procuratore nella mia città. Di Pietro è sempre stato un personaggio. Di origini molisane, è nato a Montenero di Bisaccia, ha modi abbastanza burini ed è arrivato alla magistratura dopo una disparata serie di lavori: è stato operaio in una segheria, lucidatore in un’azienda metalmeccanica in Germania. Infine, dopo la laurea in Giurisprudenza, è stato commissario di Polizia e poi responsabile di un distretto alla Questura di Milano. Insomma, Di Pietro è arrivato a Palazzo di giustizia a forza di braccia, facendo uno a uno tutti gli scalini. Forse per questo, in un ambiente snob come quello delle toghe, i colleghi lo detestavano, sostenevano che fosse inadeguato. Ma si sbagliavano. Mi sono detto: «Io divento suo amico».

Lui era stato abbandonato da tutti e in me aveva trovato una sponda, un giornalista che lo prendeva in considerazione, così ha cominciato a darmi notizie interessanti. Ricordo un fatto di cronaca eclatante, a quarant’anni di distanza ancora se lo ricordano tutti: il caso del mostro di Leffe, un piccolo Comune bergamasco della Val Seriana. Un bancario del paese, Giovanni Bergamaschi, aveva ucciso la suocera, la moglie e la figlia.

La suocera, Annunciata Brignoli, l’aveva ammazzata nel 1978 e l’aveva sepolta sul Monte Croce, mentre tre anni dopo era toccato alla moglie Giannina Pezzoli e alla figlia Aurora di quattro anni, che poi l’uomo aveva murato dietro una parete eretta appositamente nel sottoscala di casa. Bergamaschi se n’era poi andato in Germania e per anni aveva inviato a casa cartoline falsificando la firma della moglie e della figlia, lasciando intendere che tutta la famiglia era emigrata e viveva là felicemente.

GLI OMICIDI - I tre omicidi furono scoperti solo il 13 febbraio del 1984: nel paese si parlava della vicenda, ma la popolazione era sospettosa, Annunciata Brignoli non si vedeva più da anni, era difficile ricostruire i fatti. Di Pietro seguì il caso e andò a perquisire la villetta della famiglia scomparsa: c’erano tracce di sangue sulla scala ma si accorse che le gocce si interrompevano nel sottoscala, che era stato murato. Notò subito che la parete era stata tirata su malamente, di fretta. Bussò e sentì che dietro suonava il vuoto. Gli agenti sfondarono a picconate la parete e trovarono due sacchi dell’immondizia, dentro i quali si trovavano i corpi della moglie e della figlia di Bergamaschi.

Di Pietro diede la notizia solo a me. Mandai un cronista a Leffe, ma al tempo in provincia non si era abituati a trattare fatti di questo rilievo, così quando tornò scrisse un pezzo, me lo portò e io mi accorsi che era un articolo breve, nel quale non dava valore alla vicenda: gli tirai dietro la mia Lettera 22 e mi misi a riscrivere di mio pugno la storia. Facemmo un titolone in prima pagina e il giorno successivo andammo in Val Seriana con i tir pieni di giornali, in edicola non se ne trovava più una copia: Bergamo è piccola, se capita qualche cosa nei paesi è come se succedesse in città e la provincia vibra subito per i fatti di sangue, perché le persone si conoscono o sanno per sentito dire, una notizia del genere chi non la legge?

Due settimane dopo mi chiamò Gian Antonio Stella, che era stato mio collega al Corriere della Sera: mi diede la notizia che stavano arrestando Bergamaschi a Roma, alla stazione Termini, mentre si recava a trovare il fratello, docente universitario. Lo scongiurai di scrivermi trenta righe, dovetti insistere perché lui lavorava ancora per il Corriere. Alla fine produsse le trenta righe che volevo e io le pubblicai: di nuovo fui l’unico a Bergamo ad aver pubblicato l’avvenuto arresto e, con mio sommo godimento, L’Eco di Bergamo bucò la notizia. Di nuovo vendemmo tutto il vendibile. Mi telefonò il direttore dell’Eco, monsignor Andrea Spada, e mi disse: «Te Vittorio, quando te ne vai fora da i bal? Te me fe diventà mat». Non ne poteva più di avermi al giornale concorrente.

Bergamaschi ammise tutto, fece ritrovare il corpo della suocera che aveva seppellito in montagna, confessò di aver ucciso la moglie perché lei aveva sospetti sulla morte della madre e di aver ucciso anche la figlia perché sarebbe stata testimone. Poi si era trasferito in Germania Est, dove era rimasto per oltre due anni. «Quel caso resta l’emblema delle indagini tradizionali», racconterà poi Di Pietro, «Oggi dominano gli algoritmi, allora invece era fondamentale l’intuito. Fu quella la chiave di tutto». L’ex bancario scontò dieci anni in un manicomio giudiziario, come persona «incapace di intendere e di volere».

La mia strada incrociò di nuovo quella di Di Pietro quando lui stava lavorando nel pool di Mani Pulite, era stato traferito alla Procura di Milano e io ero direttore dell’Indipendente. Mi fece chiamare da comuni amici di Bergamo e disse che avrebbe voluto rilasciarmi un’intervista. Mi precipitai al quarto piano del palazzo di Giustizia, era il 5 giugno del 1992: Tonino era già un eroe popolare, l’angelo sterminatore di Tangentopoli, un “marchio” il cui valore venne valutato, secondo Gavino Sanna, al tempo uno dei massimi esperti pubblicitari, dieci miliardi di lire.

TANGENTOPOLI - Di Pietro era adorato dall’opinione pubblica, tra scritte sui muri (“Forza Di Pietro”, “Signore, dacci un Di Pietro”), striscioni (“Di Pietro sei meglio di Pelé”) e poesie di Alda Merini (“Conosce benissimo Di Pietro/ le cose vinte dalla nostra Italia”). Era adorato pure dai giornalisti della cronaca giudiziaria milanese, che gli affibbiarono decine di soprannomi: “Belva”, “Zanzone”, “Padrepio”, “La Madonna”, “Dio”, “L’Onnipotente”.

Indro Montanelli diceva che Di Pietro era “uomo della provvidenza” e questa mansione il magistrato la svolgeva con gusto. Quando lo incontrai nel suo ufficio di via Freguglia, il pm lavorava in una stanza ingombra di faldoni, con una luce triste, da film neorealista. Viveva lì dieci, dodici ore al giorno. Davanti al suo tavolo c’erano due sedie, una era occupata da una pila di documenti. Mi sedetti. Mi raccontò come aveva preso l’avvio il procedimento: «Nulla di romanzesco», mi disse, «da due anni studiavo il fenomeno, diciamo che ero abbastanza preparato in materia di tangenti. E quando mi è capitata fra le mani una querela per diffamazione sporta da Chiesa, è partita la macchina. Un passo dopo l’altro siamo andati lontano». Si lasciò andare sulle sue impressioni: «Mandare un uomo in carcere provoca sempre angoscia, a me ne provoca molta. Quando sono ricorso alle manette è stato perché esisteva il rischio effettivo di inquinamento delle prove, mai per spettacolizzare l’indagine».

Da quel momento ebbi da Di Pietro tutte le notizie su Tangentopoli, navigammo sulla marea di sdegno che inondò quei due anni. L’inchiesta infuriava, mezza Milano tremava, tutti i politici italiani tremavano. Quel magistrato inviso ai colleghi era riuscito a fare in tre mesi ciò che a loro non era riuscito in quarant’anni. Alla fine litigammo perché aveva eseguito indagini su tutti i partiti e le uniche infruttuose erano state quelle sul Partito Comunista. «Ho seguito la tangente fin sul portone di Botteghe Oscure», si giustificò il magistrato, ma per me non bastava. Alcuni, fin troppi, di coloro che furono risucchiati dalle indagini non ressero alla pressione, oppure si videro senza scampo, e si uccisero. Ho sempre avuto l’impressione che a Di Pietro non importasse nulla, nonostante una volta abbia detto che la morte di Raul Gardini sia stata per lui una sconfitta terribile e che lo avrebbe potuto salvare. Raccontò infatti che la sera prima del suicidio i carabinieri lo chiamarono a casa, a Curno, per chiedergli se dovessero arrestarlo: «Dottore, che facciamo, lo prendiamo?».

Tonino però aveva dato la sua parola agli avvocati dell’imprenditore che non avrebbe fatto scattare le manette, a patto che Gardini la mattina seguente si fosse presentato in Procura spontaneamente. Quindi ai militari rispose di lasciar perdere. «Se l’avessi fatto arrestare subito», racconta Di Pietro, «sarebbe ancora qui con noi». Di Pietro si disse convinto che quello del finanziere fosse stato un «suicidio d’istinto, un moto d’impeto, non preordinato». Io sono invece dell’idea che Gardini non premette il grilletto all’improvviso, ma dopo aver covato il proposito per almeno 36 ore. Di Pietro avrà certamente fatto il suo mestiere secondo coscienza, ma al tempo si usava la galera come scorciatoia per arrivare in fretta a una confessione. Si rivelò un sistema spesso efficace. Ma la coercizione, in persone che non sono delinquenti abituati a passare attraverso le porte del carcere, può provocare disastri. E infatti ne ha provocati. 

Enzo Carra.

Quell’ “accanimento funerario” di Travaglio contro Enzo Carra...Carra è stato un esemplare di doppiogiochista, reticente, falso testimone o piuttosto la vittima di chissà quali altri doppi giochi, reticenze e false testimonianze giocate magari all’interno del suo stesso partito? Francesco Damato su Il Dubbio il 6 febbraio 2023

In un prevedibile e perciò puntuale accanimento persino funerario – trattandosi di un morto – al Fatto Quotidiano non hanno gradito la generosità o l’ignoranza, o entrambe, di quanti scrivendo nei giorni scorsi di Enzo Carra, l’ex portavoce di Arnaldo Forlani alla segreteria della Dc, hanno scambiato per assoluzione la riabilitazione da lui ottenuta dal tribunale di sorveglianza di Roma il 26 marzo del 2004, una ventina d’anni fa..

Essa, in effetti, non annullò né capovolse la condanna definitiva ricevuta da Carra per false dichiarazioni nel 1995, a conferma della condanna in appello, dell’anno prima, a un anno e 4 mesi correttiva dei due anni comminatigli in primo grado, nel 1993, con la sospensione condizionale della pena. La riabilitazione si limitò a cancellare completamente dal casellario giudiziale gli effetti della condanna, a fargli riacquistare le capacità perdute e ad ottenere l’estinzione delle pene accessorie. Già nel 2001, del resto, Enzo era stato eletto deputato nelle liste della Margherita, confermato nel 2006, rieletto nel 2008 nelle liste del Pd, dove la Margherita di Francesco Rutelli era confluita.

Come ho già ricordato scrivendone dopo la morte, Enzo – nel frattempo uscito dal Pd per collocarsi più propriamente al centro con l’omonima Unione di ex o post-democristiani praticamente offertasi alle improvvise ambizioni politiche dell’allora presidente “tecnico” del Consiglio Mario Monti – sarebbe stato probabilmente rieletto ancora se non fosse incorso nel veto opposto dal senatore a vita alla candidatura di chiunque avesse avuto pendenze giudiziarie negli anni di Tangentopoli, anche se riabilitato. Enzo si aspettava una difesa di Pier Ferdinando Casini che mancò. O non avvenne con la convinzione, la forza e soprattutto il risultato ch’egli si aspettava.

Oltre a contestare il Carra “assolto” e “innocente” di troppi articoli scritti in sua memoria, al Fatto Quotidiano hanno voluto riassumerne almeno il primo processo: quello al quale l’imputato fu portato con gli schiavettoni ai polsi contestati persino da Antonio Di Pietro, che lo prelevò personalmente dalla gabbia per portarselo accanto a mani libere. «Nel 1993 – ha raccontato testualmente il giornale ancora convinto, temo per altri passaggi del pezzo, della opportunità di quegli schiavettoni – Graziano Moro, manager dc dell’Eni, racconta a Di Pietro che il suo amico Carra, portavoce del segretario Forlani, gli ha raccontato una stecca di 5 miliardi della maxitangente Enimont alla Dc. Di Pietro lo sente come teste. Lui nega sotto giuramento. Di Pietro lo mette a confronto con Moro, che arricchisce il racconto con altri dettagli. Carra nega ancora. Davigo gli ricorda l’obbligo di dire la verità. Carra si contraddice, cambiando due o tre versioni. L’articolo 371 del codice penale, voluto da Falcone e approvato nel 1992 solo dopo la sua morte, prevede l’arresto in flagranza dei falsi testimoni. Carra viene arrestato e processato per direttissima».

Sembra di capire, insomma, che Carra fosse stato arrestato e persino portato con gli schiavettoni al processo, attraversando così i corridoi del tribunale di Milano, anche per onorare la memoria di Falcone, trucidato l’anno prima con la moglie e quasi tutta la scorta a Capaci. Poiché non dispongo – lo confesso senza vergogna o disagio – degli archivi del Fatto Quotidiano e della memoria specialistica di quanti vi scrivono, mi sono limitato a navigare per qualche minuto in internet ed ho trovato di quella vicenda giudiziaria una cronaca dell’insospettabile Repubblica. Che faceva parte del giro dei giornali di cui l’amico Piero Sansonetti, allora all’Unità, ha onestamente raccontato che si scambiavano informazioni e titoli su Mani pulite per uscire all’unisono a favore degli inquirenti e contro gli imputati.

Ecco il racconto di Repubblica: «Processo in tempi rapidi per l’ex portavoce di Arnaldo Forlani. Enzo Carra, l’unico imputato di Tangentopoli arrestato con l’accusa di aver mentito davanti al pubblico ministero (il dottor Di Pietro), entrerà in aula giovedì mattina. L’udienza, per direttissima, è stata fissata davanti alla prima sezione penale e, quasi certamente, sfileranno testimoni d’accusa d’eccezione, come i democristiani Graziano Moro, ex presidente dell’Eni Ambiente, e Maurizio Prada, “raccoglitore” delle mazzette per lo Scudocrociato a Milano da più di dieci anni. L’arresto di Carra era scattato quando Moro era insorto: “Voi lo sapevate benissimo, delle tangenti per l‘affare Enimont”, aveva detto al forlaniano doc. Ma se quel “voi” indicasse la corrente o la Dc nazionale, non si è mai appreso con certezza. Gli avvocati di Carra, che è in carcere da oltre dieci giorni, hanno annunciato che rinunceranno a chiedere “i termini a difesa” per consentire l’immediata celebrazione del processo». 

Da questa cronaca giudiziaria, ripeto, dell’insospettabile Repubblica non risulta il Carra del Fatto Quotidiano che si procura l’arresto con non so quante versioni delle rivelazioni attribuitegli da Graziano Moro, peraltro collega di partito. Nei cui riguardi, peraltro, nella sentenza d’appello si riconosce al pur condannato Carra “un raro senso della dignità” non avendo mai rinnegato, anzi confermando sentimenti di amicizia. Vi sembra questo Carra del 1993 un esemplare di doppiogiochista, reticente, falso testimone? O non piuttosto la vittima di chissà quali altri doppi giochi, reticenze e false testimonianze giocate magari all’interno del suo stesso partito?

La guerra di Travaglio non finisce mai: si accanisce su Carra. Il direttore del "Fatto" più manettaro dei pm. Nessuna pietà per l'ex dc persino da morto. Marco Gervasoni su Il Giornale il 5 febbraio 2023

Leo Longanesi amava dire che in Italia le rivoluzioni cominciamo in piazza ma finiscono a tavola ma forse l'animo degli italiani non è così benevolo come credeva il grande romagnolo. Al contrario, essi tendono a non dimenticare e a riprodurre quasi in eterno le loro piccole guerre civili. Niente pietà, anche per i vecchi protagonisti che, quando defungono, continuano a essere trattati senza alcuna misericordia e soprattutto senza alcuna distanza. Forse la premessa è troppo aulica per parlare di Marco Travaglio ma calza a pennello per il suo ricordo di Enzo Carra, il giornalista ed ex parlamentare scomparso il 2 febbraio, pubblicato sul Fatto quotidiano di ieri.

Per Travaglio, come per la «signora» di Loredana Berté in una famosa canzone di Ivano Fossati, «la guerra non è mai finita». Anzi, i nemici, i corrotti, spuntano da ogni dove e dopo trent'anni siamo punto daccapo perché la rivoluzione giudiziaria non è andata fino in fondo, la ghigliottina non ha lavorato abbastanza e i «contro rivoluzionari» hanno rialzato la testa. Per questo, non bisogna avere pietà alcuna, né verso i reduci vivi, né tanto meno per i morti. Così Carra, giornalista, portavoce di Forlani, arrestato da Di Pietro nel 1993 e esposto in manette, può ben essere definito una delle tante vittime di Tangentopoli. E non solo per quel trattamento da gogna. Come ricorda Gherardo Colombo, autore della introduzione all'ultimo libro di Carra, Ultima repubblica (Eurilink University press) le cui bozze sono state consegnate pochi giorni prima della morte, il pool di Mani pulite poteva evitare di incarcerarlo. Colombo, pubblico ministero di quel gruppo, negli anni successivi era diventato amico di colui che aveva fatto arrestare. E oggi, su quella vicenda di Tangentopoli, ha uno sguardo lucido. «Anche la magistratura (meglio, qualche magistrato)», scrive Colombo, «anche inconsapevolmente ha dato allora una mano a scaricare sulla sua categoria responsabilità non sue», cioè è stato tentato di svolgere un ruolo politico. Ma Travaglio, no, resta tetragono nelle sue certezze di allora e inneggia ancora e sempre al Di Pietro, alle manette, contro un Carra defunto, che per lui resterà in eterno corrotto. Carra ebbe una seconda vita: fu parlamentare della Margherita e poi del Pd. Ma per Travaglio questo non fu un merito; anzi, lascia intendere, fu piuttosto un premio elargito tra politici conniventi. E quindi niente, ecco cancellata tutta la vita successiva all'arresto, ecco Carra fotografato in eterno con gli schiavettoni, con le manette, che per Travaglio era giusto si stringessero ai suoi polsi. Non serve che Carra sia stato un fine giornalista, prima e dopo l'arresto, se abbia scritto dei libri, se sia stato in definitiva una persona, resta il simbolo della santità della rivoluzione giudiziaria: il politico ai ceppi, il massimo dell'orgasmo. Capirà il lettore che quando noi garantisti parliamo di «manettari», non è quindi un linguaggio figurato. Colpisce un altro aspetto nel ritratto al veleno di Travaglio, un termine che appare alla fine, l'evocazione della «giustizia di classe». Carra, spiega il direttore del Fatto quotidiano, si meritava le catene perché in catene finiscono anche i normali arrestati, i poveracci. Invece di essere coerente, e di scrivere che gli schiavettoni erano e sono umilianti, e quindi chiederne un uso moderato, Travaglio lancia il suo slogan: manette per tutti, che siate tossici o politici, imprenditori o clandestini, finanzieri o ladruncoli da strada. Tutti in manette, tutti in galera, come da tormentone di Giorgio Bracardi. In galera anche i defunti e, non potendoli più tenere in cella, almeno incarcerare la loro memoria.

Enzo Carra e la toccante celebrazione del suo funerale. Il racconto di Anzaldi. Di Michele Anzaldi il 05/02/2023 su Cultura/formiche.net.

I morti non fanno la guerra”, come dice il proverbio, ma in questo caso verrebbe da dire che hanno trasmesso dei valori. Lettera di Michele Anzaldi sui funerali di Enzo Carra

Mortui non mordent” (un uomo morto non fa più la guerra). Mai come in quest’occasione si è rivelato appropriato il proverbio latino. Oggi, sul Giornale di Augusto Minzolini, Marco Gervasoni risponde al fondo infamante – non dimentichiamo la tempistica – pubblicato ieri dal Fatto quotidiano giornata dei funerali di Enzo Carra.

Tralasciando gli aspetti umani e il rispetto del dolore dei suoi cari e delle persone amiche, per capirne l’inappropriatezza e infondatezza invito a leggere Gervasoni. O forse sarebbe meglio leggere l’ultimo libro scritto da Carra (l’ok alla pubblicazione è stato dato dal letto dell’ospedale Gemelli), uscito proprio in queste ore col il titolo “Ultima Repubblica”, edito da Eurilink University Press.

A dimostrazione di come è stata superata e rivalutata la vicenda rievocata in maniera inutilmente polemica da Travaglio, il libro si apre con un dialogo tra Carra e proprio uno dei magistrati del pool di Mani pulite, Gherardo Colombo, conseguenza di un rapporto che si è creato e consolidato dopo la il dibattito nato anche dalla famosa foto degli schiavettoni.

Ma lasciando da parte queste risposte giornalistiche, rimane il dolore per la perdita inaspettata di Carra.

E allora vorrei pubblicamente fare i complimenti alla moglie, la signora Olga, e al figlio Giorgio per il toccante funerale che si è svolto nonostante la situazione: la moglie costretta su una sedia a rotelle per la frattura di femore e anca, ricoverata a Torino e giunta a Roma di notte appena in tempo per l’ultimo saluto; il figlio colpito non solo dal dolore ma anche dalla burocrazia funeraria. La bellissima chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, progettata da Lorenzo Bernini, grazie alla pianta ellittica ha trasmesso ai tanti partecipanti la sensazione di vicinanza o addirittura di una riunione di redazione, come le tante presenziate da Carra nella sua lunga carriera giornalistica. Un ringraziamento al parroco Alessandro Manaresi, che nell’erudirci sulla bellezza della chiesa museo e dell’eccezionalità di celebrare un funerale in quel luogo, ha spiegato che ciò era possibile perché era il luogo abituale di incontro e di confronto tra lui ed Enzo.

Una celebrazione bella e toccante, che a causa della grande partecipazione ha dovuto limitare gli interventi solo a tre. Il primo fatto dal giornalista Francesco Giorgino, in rappresentanza dei numerosi allievi giornalisti cresciuti in redazione con Enzo. Il secondo in rappresentanza dei colleghi giornalisti fatto da Paolo Franchi. L’ultimo, il più toccante, dell’artista, cantautore, poeta, intellettuale e tanto altro David Riondino, che letteralmente ha rapito tutti recitando una poesia di Antonio Machado, Retrato, da “Campos de Castilla”.

Poesia molto bella e toccante che nella parte finale dice: “Al mio lavoro adempio con i miei soldi, pago l’abito che mi copre e la dimora che abito, il pane che mi nutre e il letto dove giaccio. E quando giungerà il dì dell’ultimo viaggio, e salperà la nave che non ritorna mai, mi troverete a bordo leggero di bagaglio, quasi svestito, come i figli del mare”.

Caro Giorgio, devi essere orgoglioso di tuo padre e dell’ultimo saluto che sei riuscito a organizzare.

Anzi mi permetto di proporti, alla luce di certe miserie, di rendere pubblico il “Libro delle Condoglianze”. Non avevo mai visto una partecipazione così ampia di grandi giornalisti, direttori, opinionisti, editorialisti di sinistra e di destra, politici, rappresentanti delle più alte istituzioni e belle e oneste persone normali.

È stato veramente un bel funerale, tutti in semi cerchio intorno a quell’inaspettata bara. “I morti non fanno la guerra”, come dice il proverbio, ma in questo caso verrebbe da dire che hanno trasmesso dei valori.

Sul carro di Carra – Il Fatto Quotidiano Pubblicato il 4 Febbraio 2023 

La scomparsa di Enzo Carra a 79 anni e i coccodrilli della stampa italiana che lo dipinge come un martire della malagiustizia, addirittura un “assolto”, sono un’ottima cartina al tornasole del “Paese di Sottosopra” (Giorgio Bocca). Nel 1993 Graziano Moro, manager dc dell’Eni, racconta a Di Pietro che il suo amico Carra, portavoce del segretario Forlani, gli ha raccontato una stecca di 5 miliardi della maxitangente Enimont alla Dc. Di Pietro lo sente come teste. Lui nega sotto giuramento. Di Pietro lo mette a confronto con Moro, che arricchisce il racconto con altri dettagli. Carra nega ancora. Davigo gli ricorda l’obbligo di dire la verità. Carra si contraddice, cambiando due o tre versioni. L’articolo 371 bis del Codice penale, voluto da Falcone e approvato nel 1992 solo dopo la sua morte, prevede l’arresto in flagranza dei falsi testimoni. Carra viene arrestato e processato per direttissima.

Il mattino dell’udienza viene tradotto dal carcere al tribunale in fila con altri 50 detenuti, tutti ammanettati e legati a una catena: i famosi “schiavettoni”, previsti dalla legge (voluta tre mesi prima dai socialisti) per evitare evasioni. L’aula è gremita e i carabinieri lo sistemano nella gabbia degli imputati. Di Pietro e Davigo lo fanno uscire e sedere accanto agli avvocati. Carra stringe la mano a Di Pietro e a Moro. Ma la sua foto in manette scatena la bagarre in Parlamento con urla e strepiti contro gli aguzzini di Mani Pulite: le manette si addicono agli imputati comuni, non ai signori. L’indomani alcuni detenuti del carcere di Asti scrivono alla Stampa: “Siamo tutti ladri di galline, eppure in tutti i trasferimenti veniamo incatenati ben stretti, per farci male, e restiamo incatenati in treno, in ospedale, al gabinetto, sempre. Anche noi appariamo in catene sui giornali prima di essere processati, ma nessuno ha mai aperto un dibattito su di noi. Oggi ci siamo domandati quali differenze esistano fra noi e il signor Carra. Al quale, in ogni caso, esprimiamo solidarietà”. Carra viene condannato a 2 anni per false dichiarazioni al pm, poi ridotti in appello a 1 anno e 4 mesi per lo sconto del rito abbreviato e confermati in Cassazione. Il Tribunale ritiene che, avendo depistato le indagini sulla più grande tangente mai vista in Europa, “furono quantomai opportuni il suo arresto, la direttissima e la pena non confinata ai minimi di legge”. I giudici d’appello censurano il suo “poco apprezzabile sentimento di omertà”. Nel 1995 destra, centro e sinistra cancellano la legge Falcone sull’arresto dei falsi testimoni. Carra, che da incensurato non era deputato, lo diventa da pregiudicato nel 2001 con la Margherita. E, oggi come trent’anni fa, la legge uguale per tutti fa scandalo: meglio la vecchia, lurida giustizia di classe. Sorgente: Sul carro di Carra – Il Fatto Quotidiano

Estratto dell'articolo di Alberto Giannoni per “il Giornale” il 7 febbraio 2023.

Giorgio Carra, giornalista, 39 anni, 5 giorni fa è scomparso suo padre Enzo, portavoce Dc alla fine degli anni Ottanta.

«Sono stordito. Nell’ultimo anno aveva avuto problemi, ma niente faceva presagire un precipizio così rapido» […]

 Com’era Enzo Carra privato?

«[…] Colto, era abbonato a due teatri, leggeva sempre. Quando ha avuto la crisi, gli avevo portato lo zainetto con i-pad e cellulare per leggere. Era una biblioteca vivente. Amava la politica e conservava molte amicizie. Gli chiedevano consigli, la politica per lui era visione».

Che idee aveva?

«Era e restava un giornalista, notista politico del Tempo, poi portavoce Dc, non deputato, quello dopo, con la Margherita, nel 2011. Era profondamente credente, ma aveva idee molto moderne».

 La foto del suo arresto in catene è rimasta nella storia.

«Avevo 9 anni. Quella foto è l’emblema di come non devono andare le cose. Poche settimane prima era stato arrestato Riina, che se la rideva, non certo con quegli schiavettoni a favore di camera».

 E poche settimane fa Messina Denaro, senza manette. «È civiltà» è stato detto.

«Giusto. E Carra invece sì. Un giornalista, messo alla gogna per uno show, a mio avviso per far sì che si capisse chi comandava, chi aveva il potere in quel momento. Era il simbolo della politica vinta dal pool. Ed era uno che non poteva dire niente, se non inventandoselo. Accusato da qualcuno che al momento dell’accusa è stato liberato. Trattato come una bestia».

Ne parlava?

«Tranquillamente, sì, si era tolto qualche sassolino ma non era capace di rancori. Una consolazione ora è che sia morto dopo aver visto, anche se solo on line, il suo ultimo libro, L’Ultima repubblica. Il cartaceo è uscito il giorno della morte.

L’introduzione è un dialogo con Gherardo Colombo, del pool, che si era pentito di alcune cose. Sono diventati amici, una delle ultime telefonate che ha ricevuto era sua».

 Era un episodio chiuso.

«Il 99% delle persone ha capito. E che il Capo dello Stato abbia usato quelle parole dice tutto. Era tornato a fare il giornalista, aveva intervistato Madre Teresa. L’ultima cosa che voglio è che resti inchiodato a quella foto».

 Il giustizialismo […] C’è ancora.

«Ha avuto seguito, pensi a Grillo, e al suo fedelissimo che si è distinto anche stavolta, non lo cito neanche, è stato l’unico».

 Marco Travaglio?

«Non scendo su certi livelli. Non l’ha mai fatto mio padre e non lo farò nemmeno io» [...]

 Estratto dell'articolo di Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 7 febbraio 2023.

Ecce Carra, ecce homo. Perché non si vorrebbe esagerare, né farla troppo complicata, però riguardandosi la foto di Enzo Carra trascinato con le catene ai polsi al Palazzo di Giustizia di Milano fra due ali di giornalisti, fotografi e telecamere, ecco, solo ora si capisce come in epoca post-moderna certe icone paiono destinate a sostituire le figure di un immaginario religioso che nella loro potenza simbolica, così come nella concretezza, non sono affatto lontane da un contesto religioso ravvivato dai tanti Cristi ritratti con le mani.

 Enzo Carra, che ieri se n’è andato a 79 anni, era certamente un credente, ma siccome nel ricordo resta un uomo simpatico e spiritoso, ci avrebbe fatto su una risata. Eppure, nel ricordare quella sequenza di flash ha scritto: “In quel momento ho capito perfettamente di essere un simbolo; io ero la Dc trascinata in catene e processata”.

Era il marzo del 1993, poco prima che venisse giù tutto. Fu una passerella tanto orchestrata quanto avvilente. Ammutolito dai giornalisti che gli chiedevano se quegli arcaici schiavettoni gli facevano sanguinare i polsi, il portavoce del segretario della Dc Forlani fu trainato nella gabbia degli imputati. Quando in aula s’intensificò la bolgia, Di Pietro platealmente ebbe l’intuito di accompagnarlo in prima fila, vicino agli avvocati, ma l’immagine destinata a rimanere impressa restò per sempre quella di Carra ammanettato con un carabiniere a destra e uno a sinistra.

 (…)

 E davvero qui dispiace inchiodare Carra a quelle foto che sanno di vergogna e martirio. Anche perché da esse Enzo ebbe poi la fortuna di trarre sapienza e coraggio per rifarsi una vita (fu condannato non per corruzione ma per falsa testimonianza), pure come senatore della Margherita e imprescindibile conoscitore della Prima e della Seconda Repubblica. Ma come accade per i simboli, l’immaginario non fa sconti, nemmeno dopo la morte. Così vale ricordare che la scena delle manette suscitò le più contraddittorie emozioni: «Anche la Gestapo» disse Forlani; non moltissimi protestarono, fra cui Boato, Biondi, Anna Finocchiaro; Occhetto si disse turbato; il ministro della Giustizia Conso fu drastico: «È stata tradita la giustizia, l’episodio disonora il Paese».

Dei telegiornali il Tg1, il Tg3 e il Tg4 censurarono le immagini, il Tg2 coprì il volto e i ferri, il Tg5, ammiraglia Mediaset, fece vedere tutto. Ma “la gente” non dovette disapprovare gli schiavettoni ai polsi di Carra se, secondo un sondaggio, 63 milanesi su cento li giudicarono “una cosa giusta”. Tacquero, come chi acconsente, leghisti, missini e repubblicani. Fu in quell’occasione che il professor Miglio, padre putativo del modello presidenzial- federalista portato avanti dall’odierna maggioranza di governo, affermò: «Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola». Da lassù, Enzo saprà compatirlo, o almeno speriamo.

(ADNKRONOS il 2 Febbraio 2023) - È morto nella notte a Roma Enzo Carra, giornalista, portavoce della Dc tra il 1989 e il 1992, poi deputato prima della Margherita e poi del Pd. Era ricoverato da una settimana nel reparto di Terapia intensiva del Policlinico Gemelli a causa di una crisi respiratoria. Avrebbe compiuto 80 anni il prossimo 8 agosto.

Da www.cinquantamila.it - la storia raccontata da Giorgio Dell'Arti

Enzo Carra, nato a Roma l’8 agosto 1943. Politico. Giornalista. Leader teodem. Eletto deputato con la Margherita nel 2001, l’Ulivo nel 2006 e il Partito democratico nel 2008, passato all’Udc il 14 gennio 2010. Non è stato ricandidato per le elezioni politiche di febbraio 2013 «Casini nel darmi la notizia della mia esclusione l’ha motivata con il no di Monti il quale non ha ammesso eccezioni al codice etico, ma la mia condanna di vent’anni or sono per false o reticenti dichiarazioni al pm riguardava vicende della Dc alle quali ero totalmente estraneo».

Nel 1993, da portavoce dell’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani, fu chiamato a testimoniare sulla tangente Enimont alla Democrazia cristiana (vedi Sergio Cusani): accusato per «dichiarazioni reticenti» dal pubblico ministero Antonio Di Pietro, processato per direttissima e tradotto in aula con schiavettoni e catene, la drammatica immagine fece il giro del mondo e suscitò i primi dubbi su certi metodi del pool Mani Pulite.

 • «Ti chiedevano una cosa, gli rispondevi che non ne sapevi nulla, ma loro volevano comunque che tu accusassi qualcuno. Io mi rifiutai di partecipare a questo gioco al massacro e pagai a caro prezzo, anche se tutti i condannati per Enimont, da Cusani a Severino Citaristi, confermarono che non ne sapevo nulla. Vissi quel dramma come la prova della mia vita. E se riuscii a superarla fu perché, anche grazie alla violenza che mi fu riservata, il clima nel Paese cominciò a migliorare e i garantisti trovarono finalmente spazio sui media».

È favorevole a una riforma della giustizia: «In Italia si è creato un corto circuito che è dato dall’assenza di immunità, dal fatto che non si possono sospendere i processi per le alte cariche e che i magistrati hanno l’obbligo dell’azione penale. Questo è un problema obiettivo, che rende debole la politica rispetto alla magistratura. Discutiamone».

 • «Da portavoce di Arnaldo Forlani entrava in Transatlantico chiedendo: "Ahò, che gli faccio dì oggi ad Arnaldo?". Mitico» (Luca Telese) [Grn 19/10/2007].

«Di amici politici vedo solo Enzo Carra, di razza e surreale» (Carlo Degli Esposti, produttore televisivo).

 • «Con Tremonti è tra i miei clienti più esigenti. Chiede tagli pettinabili e pratici» (Riccardo Balestra, parrucchiere).

Addio al portavoce Dc. Chi era Enzo Carra, il forlaniano ridotto in schiavettoni. Paolo Guzzanti su Il Riformista il 3 Febbraio 2023

Ciò che gli avevano messo ai polsi, a Enzo Carra, quel giorno di marzo del 1993 in piena Tangentopoli per esporlo alla gogna dei giornalisti, erano gli schiavettoni, non le manette. Attrezzi del genere usato sulle navi negriere: due pezzi di ferro con anelli per tenere i polsi legati da una catena. Un oggetto che si poteva usare per i briganti dell’Aspromonte, i celebri mafiosi.

E invece si trattava di un innocente catturato dal gruppo dei procuratori di “Mani Pulite”, nome originario dell’operazione “Clean hands”.

Più tardi, quando Enzo Carra e Antonio di Pietro si incontrarono, il famoso procuratore negò di avere chiesto per lui l’uso di questo strumento medievale che aveva come unico scopo quello di umiliare e rendere l’imputato penoso, ridicolo, e certamente colpevole di fronte a un’opinione pubblica e un giornalismo incline al linciaggio in un’epoca assetata di simboli carcerari. Mancavano soltanto le palle al piede con la catena e il pigiama a strisce degli ergastolani.

E onestamente non è vero affatto che a quei tempi un fremito d’indignazione spingesse tutti i giornali e i giornalisti ad aver cura o almeno rispetto dei diritti dell’accusato sottoposto alle umiliazioni più cocenti non perché fosse certamente colpevole, ma perché l’ideologia del gruppo di magistrati precedeva l’umiliazione simbolica della politica e dei politici, anzi aprendo la strada al vilipendio sistematico delle istituzioni attraverso il vilipendio dei singoli imputati. Enzo Carra era innocente, fu riconosciuto innocente, nessun indizio e nessuna prova, ma gli fu detto che non era in questione la sua innocenza ma il suo ruolo politico. L’umiliazione degli imputati politici era stata già usata con successo nei processi staliniani e poi in quelli nazisti, in cui si faceva largo uso di abiti e strumenti di detenzione che mettessero in ridicolo l’accusato. Così, quando Enzo Carra fu arrestato ed esposto ai fotografi con una messinscena degna della polizia franchista in Spagna, veramente in pochi si indignarono, mentre i più risero o almeno sorrisero.

In fondo, il giornalista Enzo Carra faceva ridere messo ai ferri ed esposto in catene. Faceva ridere quell’uomo con la barba, vecchio giornalista passato alla politica dalla parte sbagliata: quella di Arnaldo Forlani e accusato a causa di quello schieramento. Secondo molti, dietro la disgrazia di Carra c’era stato il ritorno nella corsa al Quirinale di Giulio Andreotti, il quale però si trovò la porta sbarrata da Forlani e Craxi con cui prima aveva formato una sorta di triumvirato detto “Caf” dalle iniziali dei protagonisti. Ma il terzetto si era rotto, Andreotti era rimasto indietro e voleva tornare in prima linea a Forlani gli sbarrava la strada. E Enzo Carra era forlaniano.

Tutta la stampa liberal era schieratissima contro il Caf per avversione radicale contro Craxi che aveva finito con assorbire anche Andreotti. E quindi acciuffare un giornalista come Carra che era considerato un portavoce del “Coniglio mannaro” (nomignolo corrente per Arnaldo Forlani) e dunque un perfetto bersaglio per una operazione politica che troncasse gli eventuali progetti di Craxi. Più tardi Carra fu tra i fondatori della Margherita e poi partito unico fatto di democristiani e comunisti da cui però si scostò. Ma ai tempi di Forlani, Carra fu eletto deputato nelle file della Dc dove ebbe l’importantissimo ruolo di portavoce della segreteria del partito diventò dunque un uomo di peso rilevante.

Quale moto di indignazione volete che portasse un democristiano per di più “forlaniano” cioè aderente membro attivo del gruppo di Craxi Andreotti e Forlani. Oggi è tutto dimenticato. Restano solo gli schiavettoni contro i quali protestò anche Francesco Cossiga. Ma non dimentichiamo che più di metà del paese di fronte a quello spettacolo immondo si sentì rallegrata e mormorò: “Ben gli sta, forlaniano di merda”.

Paolo Guzzanti. Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.

Estratto dell'articolo di Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 3 Febbraio 2023.

Ecce Carra, ecce homo. Perché non si vorrebbe esagerare, né farla troppo complicata, però riguardandosi la foto di Enzo Carra trascinato con le catene ai polsi al Palazzo di Giustizia di Milano fra due ali di giornalisti, fotografi e telecamere, ecco, solo ora si capisce come in epoca post-moderna certe icone paiono destinate a sostituire le figure di un immaginario religioso che nella loro potenza simbolica, così come nella concretezza, non sono affatto lontane da un contesto religioso ravvivato dai tanti Cristi ritratti con le mani.

 Enzo Carra, che ieri se n’è andato a 79 anni, era certamente un credente, ma siccome nel ricordo resta un uomo simpatico e spiritoso, ci avrebbe fatto su una risata. Eppure, nel ricordare quella sequenza di flash ha scritto: “In quel momento ho capito perfettamente di essere un simbolo; io ero la Dc trascinata in catene e processata”.

Era il marzo del 1993, poco prima che venisse giù tutto. Fu una passerella tanto orchestrata quanto avvilente. Ammutolito dai giornalisti che gli chiedevano se quegli arcaici schiavettoni gli facevano sanguinare i polsi, il portavoce del segretario della Dc Forlani fu trainato nella gabbia degli imputati. Quando in aula s’intensificò la bolgia, Di Pietro platealmente ebbe l’intuito di accompagnarlo in prima fila, vicino agli avvocati, ma l’immagine destinata a rimanere impressa restò per sempre quella di Carra ammanettato con un carabiniere a destra e uno a sinistra.

 (…)

 E davvero qui dispiace inchiodare Carra a quelle foto che sanno di vergogna e martirio. Anche perché da esse Enzo ebbe poi la fortuna di trarre sapienza e coraggio per rifarsi una vita (fu condannato non per corruzione ma per falsa testimonianza), pure come senatore della Margherita e imprescindibile conoscitore della Prima e della Seconda Repubblica. Ma come accade per i simboli, l’immaginario non fa sconti, nemmeno dopo la morte. Così vale ricordare che la scena delle manette suscitò le più contraddittorie emozioni: «Anche la Gestapo» disse Forlani; non moltissimi protestarono, fra cui Boato, Biondi, Anna Finocchiaro; Occhetto si disse turbato; il ministro della Giustizia Conso fu drastico: «È stata tradita la giustizia, l’episodio disonora il Paese».

Dei telegiornali il Tg1, il Tg3 e il Tg4 censurarono le immagini, il Tg2 coprì il volto e i ferri, il Tg5, ammiraglia Mediaset, fece vedere tutto. Ma “la gente” non dovette disapprovare gli schiavettoni ai polsi di Carra se, secondo un sondaggio, 63 milanesi su cento li giudicarono “una cosa giusta”. Tacquero, come chi acconsente, leghisti, missini e repubblicani. Fu in quell’occasione che il professor Miglio, padre putativo del modello presidenzial- federalista portato avanti dall’odierna maggioranza di governo, affermò: «Il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola». Da lassù, Enzo saprà compatirlo, o almeno speriamo.

Enzo Carra, solo poco prima di morire ha visto la copertina del suo libro su «L'ultima Repubblica». Paolo Franchi  su Il Corriere della Sera il 2 Febbraio 2023

Da uomo della Prima Repubblica, ingiustamente additato a simbolo vivente delle nequizie della medesima, ha provato a ricostruire dall’interno i perché e i come della caduta dell’Antico Regime, rievocandone grandezze e miserie

Del suo ultimo desiderio non mi aveva mai parlato esplicitamente, Enzo Carra, nonostante fossimo amici più che fraterni. Ma ci giurerei su lo stesso. Sperava di vivere abbastanza a lungo – sto parlando di mesi, di settimane, di giorni – per vedere pubblicato il suo ultimo libro, e godersi il dibattito pubblico (lui lo avrebbe voluto impietoso e serrato) che avrebbe suscitato. Ci aveva lavorato per anni, scrivendo, correggendo, tagliando, e poi riscrivendo, ricorreggendo e ritagliando ancora. Poi, finalmente, si era convinto di aver portato a compimento il lavoro. 

In non so più quale convegno sui rapporti tra politica e magistratura aveva conosciuto Gherardo Colombo. Non posso dire che cosa l’ex Pm di Mani Pulite pensasse e pensi di Carra, l’ex portavoce di Arnaldo Forlani arrestato e trascinato in aula con gli schiavettoni ai polsi a dimostrazione che un’intera classe politica era stata sgominata dai magistrati: penso che ne abbia stima. Ma so per innumerevoli testimonianze dirette che, per Enzo, Colombo era stato una scoperta politica, intellettuale e soprattutto umana. Si erano visti e sentiti molte volte, in pubblico e in privato. E da questa frequentazione era nata l’idea di far precedere il testo del libro da un dialogo tra i due, fitto, ricco e, per quanto è soprattutto sereno. L’idea si è realizzata, l’ultimo desiderio di Carra no: Enzo ha fatto appena in tempo ieri, poche ore prima di andarsene, a farsi passare dal figlio Giorgio il cellulare per vedere la copertina del libro, che sta per arrivare in libreria, pubblicato da Eurilink, e ha per titolo «L’ultima Repubblica». È già qualcosa, ma l’autore avrebbe meritato di più. 

Non capita spesso (anzi, per essere più precisi, fin qui non è capitato mai) che un uomo della Prima Repubblica, a suo tempo sbrigativamente e del tutto ingiustamente additato a simbolo vivente delle nequizie della medesima, provi sulla scorta della sua esperienza non solo a ricostruire dall’interno i perché e i come della caduta dell’Antico Regime, rievocandone grandezze e miserie, ma pure i perché e i come del disastro cui il Nuovo ha consegnato, nel trentennio successivo, il Paese. Carra ci ha provato, secondo me con successo, restando uomo di parte anche quando la sua parte non c’era più, ma senza cedere per questo all’indulgenza e all’autoindulgenza: di questo, credo, gli va dato atto e merito. 

Carra è stato un giornalista raffinato e colto, i suoi primi passi nel mestiere li ha fatti occupandosi di cinema e di teatro, ma non è mai stato, come si dice, «prestato alla politica». La politica, quella interna come quella internazionale, sono stati da sempre, ben prima di entrarvi in primissima persona, e ben oltre il momento in cui la ha lasciata, o è stato costretto a lasciarla, il suo pane quotidiano. Della politica (quella vecchia e, sempre che sia mai esistita, quella nuova) conosceva a menadito la scena e i retroscena, i piani alti i piani bassi e pure i sottoscala, anche perché li aveva praticati tutti. Senza politica (politica fatta, non solo pensata) non sapeva stare, o almeno stava molto male. 

Finché gli fu possibile, appena gli si presentò l’occasione continuò a farla, prima nella Margherita, poi nel Pd e infine, per qualche tempo, nell’Udc. E coltivò pensiero politico senza disdegnare, anzi, la cosiddetta politique politicienne. Dei tempi antichi ricordo un verbo, «accarrarsi», coniato da noi giovani cronisti parlamentari che gli chiedevamo lumi sulle manovre interne alla Dc, e ne avevamo in cambio oscure metafore e dotte citazioni. Di tempi più recenti l’amicizia con Francesco Cossiga. Dei tempi nostri, la cena quasi settimanale con Olga e Gabriella. E un’infinità di interminabili telefonate, zeppe di chiacchiere giornalistiche, politiche e calcistiche (era un uomo di stadio come me, Enzo, ma tutto all’opposto di me di incrollabile fede laziale). Già mi mancano, e ancora più mi mancheranno nei giorni a venire.

Addio a Carra, vittima di Mani Pulite. Quelle manette come arma di tortura. Fu fatto sfilare in tribunale con gli schiavettoni ai polsi per un reato poi cancellato. Di Pietro voleva che accusasse Forlani. Stefano Zurlo il 3 Febbraio 2023 su Il Giornale.

Quell'immagine borbonica di un uomo sfilacciato è una delle foto simbolo di Mani pulite. L'icona di una stagione in cui le manette venivano prima della giustizia e la giustizia si misurava col metro del pentimento. È il 4 marzo 1993 e Enzo Carra, potente portavoce della ormai moribonda Dc, sfila con le manette ai polsi attraverso i grandi saloni del Palazzo di giustizia di Milano.

Antonio Di Pietro e il Pool gli contestano un reato cucito come un abito di sartoria su di lui: le false informazioni al pubblico ministero. Un illecito per cui dal 94 sarà impossibile arrestare.

Di Pietro l'ha interrogato come persona informata sui fatti, più o meno nel primo anniversario della rivoluzione giudiziaria cominciata il 17 febbraio 1992 con la cattura di Mario Chiesa, e gli ha chiesto spiegazioni su una tangente da 5 miliardi di lire incassata dal partito: il nome che tutti si aspettano è quello di Arnaldo Forlani, uno dei tre lati del Caf, il triangolo che comanda l'Italia.

Bettino Craxi in quel momento è già nel mirino della magistratura ambrosiana e viene bersagliato da avvisi di garanzia, uno dopo l'altro; Giulio Andreotti invece sembra schivare i colpi, che gli arriveranno da Palermo, e sul perché di quel galleggiamento girano nel Paese infinite leggende, tutte più o meno di matrice complottistica. Resta quell'obolo sostanzioso che potrebbe portare al segretario della Dc, ma Carra dice di non saperne nulla e finisce a San Vittore.

Il 4 marzo va in scena quello spettacolo avvilente: il prigioniero con i ferri, gli schiavettoni che diventeranno un'icona, fissati con una lunga catena stretta nelle mani di un carabiniere.

È tutto feroce, è tutto senza umanità, è tutto sproporzionato ma quella è la metrica di Mani pulite, forse all'apogeo in quei mesi.

«Prima dell'udienza - mi raccontó un giorno - mi tennero una mezz'ora in una stanza dei sotterranei, poi finalmente si decisero a spedirmi in aula. Stavano per mandarmi con le mani libere, ma ci fu una telefonata e mi misero gli schiavettoni».

Carra, che ieri è scomparso a 79 anni, riviveva quei giorni cupi cercando di descrivere tutti i dettagli, come fa un giornalista, e lui era nato con la penna in mano: dopo un esordio nella critica cinematografica, approda al Tempo dove rimane fino al 1987, firma di punta della cronaca politica; nell'89 diventa lo speaker del partito e dunque l'ombra del potere ma la caduta del Muro e l'esplosione di Tangentopoli mandano in pezzi quel mondo.

L'inverno 93 è quello decisivo: ormai il Pool è sulle tracce della tangente Enimont, la maxitangente che segnerà i suicidi di Gabriele Cagliari e Raul Gardini.

La procura di Milano è una catena di montaggio: arresto, confessione, scarcerazione. Detenzioni lampo, spesso, o addirittura nemmeno quelle: basta un avviso di garanzia per correre a vuotare il sacco con un effetto domino che coinvolge imprenditori e politici.

Però non sempre va così, anche se obiettivamente è difficile resistere alla pressione che spinge sempre nella stessa direzione: c'è chi contesta quei metodi, ma i provvedimenti sono spesso confermati dai giudizi nei gradi successivi.

Succede anche con lui: Carra viene condannato a 2 anni, poi ridotti a 1 anno e 4 mesi, pena confermata in cassazione. E peró quel fotogramma scioccante e umiliante segna un punto di non ritorno: molti Tg si rifiutano di trasmettere quella sequenza così umiliante e le standing ovation per le toghe si affievoliscono.

«Io - spiegava lui - mi rimisi in carreggiata solo grazie a un amico psichiatra e ricominciai a lavorare solo dopo due anni, grazie a Minoli».

Alla Rai, Carra confeziona alcune clamorose interviste: a Gheddafi e a Madre Teresa, forse l'ultima prima della sua morte. Ma il demone della politica lo riafferra di nuovo: sta con la Margherita e il centrosinistra nell'Italia bipolare e per tre legislature è parlamentare, colto e ironico, mai cinico, con quella ferita sempre pronta a riaprirsi.

Alla fine torna al suo primo amore: ci siamo incrociati l'ultima volta tre anni fa a Radio3, nel programma di Edoardo Camurri e Pietro Del Soldà Tutta l'umanità ne parla: in un gioco semiserio io impersonavo Craxi e lui Andreotti. Anche quella volta si rivelò rigoroso, come sempre.

Il mio amico Enzo Carra, vittima di quella sua grande passione politica. Dell’ex portavoce della Dc, morto a 79 anni, si continuerà a ricordare non tanto la lunga e apprezzata attività giornalistica, saggistica e politica, quanto quella maledetta foto in manette nel tribunale di Milano. Francesco Damato su Il Dubbio il 2 febbraio 2023.

Di Enzo Carra, del mio amico Enzo Carra, morto a 79 anni, temo che si continuerà sfortunatamente a ricordare non tanto la sua lunga e apprezzata attività giornalistica, saggistica e politica, quanto quella maledetta fotografia che negli anni terribili di Tangentopoli - o di Mani pulite, come i magistrati di Milano vollero chiamare le loro indagini sul finanziamento illegale dei partiti- lo riprese barbaramente in manette nei corridoi del tribunale ambrosiano mentre raggiungeva l’aula del suo processo.

Egli era stato accusato, e infine condannato, non di corruzione o simili ma di reticenza: per non avere detto della Dc e del suo segretario politico Arnaldo Forlani, di cui era portavoce, ciò che gli inquirenti si aspettavano. O -come lui poi mi raccontò- pretendevano che dicesse per stringere ancora di più al collo della Dc e di Forlani il cappio gemello di quello che stavano stringendo attorno al Psi e a Bettino Craxi. Del quale Forlani era amico ed alleato avendone favorito negli anni 80 la scalata a Palazzo Chigi, ed avendo collaborato con lui come vice presidente del Consiglio: veste nella quale, fra il 1983 e il 1987, il mio amico Arnaldo si trovò spesso, volente o nolente, a proteggerlo dagli agguati non tanto della forte e dichiarata opposizione comunista quanto dell’altrettanto forte ma non del tutto esplicita avversione dell’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che era salito anni prima al vertice del partito proponendosi come argine all’avanzata del pur alleato leader socialista, giunto ad un palmo da Palazzo Chigi già nel 1979, incaricato dal presidente socialista della Repubblica Sandro Pertini ma fermato dalla direzione della Dc all’ultimo momento con una votazione alla quale Forlani aveva partecipato astenendosi, cioè non approvando lo stop.

Proprio a Palazzo Chigi da vice presidente del Consiglio di Craxi, dopo un turno elettorale nel quale la Dc guidata da De Mita aveva perso in un colpo solo ben sei punti percentuali, Forlani chiamò Enzo Carra a fargli da portavoce. Nel dirimpettaio palazzo dell’Inps, in Piazza Colonna, affittato al Tempo, Enzo aveva seguito sino ad allora la politica con meticolosità e convinzioni moderate in linea con quella testata.

La lunga collaborazione con Forlani, tornato alla guida della Dc nel 1989, dopo averla già guidata fra il 1969 e il 1973, rafforzò in Enzo Carra la simpatia per lo scudo crociato, tanto da tentare l’elezione a deputato nelle sue liste a Roma, purtroppo inutilmente. Ma né la delusione per quella mancata elezione, né il coinvolgimento del partito nel terremoto giudiziario e politico di Tangentopoli, o -ripeto- Mani pulite, né il suo personale impatto con quella tragedia da imputato di reticenza, trattato con quegli schiavettoni ai polsi come un criminale peggio che comune, lo distolsero da quella che era ormai diventata una sua passione politica. Al contrario -sia detto a suo merito- la rafforzarono.

Una volta passati, davvero o a parole, dalla cosiddetta prima Repubblica alla seconda, Enzo non si lasciò scappare nessuna occasione per partecipare ai tentativi di salvaguardare la memoria della Dc e di raccoglierne valori e tradizioni nei movimenti dove ciò era possibile: per esempio, nella Margherita, dove alla fine confluirono i resti della Dc contrari o impossibilitati, secondo le circostanze, a intrufolarsi nel centrodestra berlusconiano. E Carra riuscì, nella sua ostinata passione diventata ormai militanza, anche ad essere finalmente e ripetutamente eletto deputato grazie anche alle nove leggi elettorali che risparmiavano ai candidati il pesantissimo onere di cercarsi i vecchi voti di preferenza della prima Repubblica. Egli segui la Margherita nel 2007 anche nella pur controversa confluenza nel Pd, nelle cui liste fu rieletto nel 2008 ma da cui tuttavia uscì per aderire all’Unione di Centro nel 2010.

La sua esperienza parlamentare sarebbe continuata anche dopo le elezioni del 2013 se, fra i candidati post-democristiani, chiamiamoli così, raccoltisi sostanzialmente attorno alle liste improvvisate da Mario Monti non fosse incorso nello sbarramento posto dallo stesso Monti contro chiunque avesse avuto pendenze giudiziarie risalenti a Tangentopoli. Il colpo fu durissimo per lui, pur riabilitato dal tribunale di sorveglianza di Roma nel 2004. Da quella delusione praticamente non si riprese più, prendendosela tuttavia più che con Monti, in pubbliche dichiarazioni, con Casini. Dal quale, nel ricordo della comune collaborazione avuta con Forlani nella penultima segreteria della Dc, prima di Martinazzoli, Enzo si aspettava una difesa a oltranza dalle forbici giustizialiste del presidente del Consiglio succeduto a Berlusconi nell’autunno del 2011.

Addio, Enzo, amico mio. O arrivederci, nella nostra comune fede religiosa, pur dopo le incomprensioni che non sono mancate fra di noi all’epoca, per esempio, della mia direzione al Giorno. Dove mi rimproveravi, a tuo modo, tra telefonate e bigliettini, di privilegiare nella linea politica i socialisti e Craxi rispetto ai democristiani e a Forlani. Del quale, a un certo punto, volli verificare personalmente gli umori scoprendo che non erano quelli del suo portavoce.

L’ultima intervista a Enzo Carra, il giornalista simbolo degli orrori di Mani Pulite. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 2 Febbraio 2023.

E’ morto oggi a Roma il giornalista ed ex deputato Enzo Carra. Arguto, brillante, coltissimo, è stato un maestro per i giornalisti che hanno avuto la fortuna di frequentarlo. Sempre gioviale, aveva per il suo lavoro e per il dovere della corretta informazione un rispetto rigoroso. Divenuto, suo malgrado, l’immagine di una delle pagine più buie dell’inchiesta ‘Mani pulite’, nel 1993 venne arrestato e trascinato in tribunale con gli schiavettoni ai polsi a favore di fotografi e cameramen, simbolo dei danni che può procurare il perverso circuito mediatico-giudiziario.

Enzo Carra ha raccontato la politica come giornalista per vent’anni, prima di diventarne un protagonista come portavoce della Dc e quindi come parlamentare di area centrista, eletto nel 2001 con la Margherita di Rutelli.

Quella di Carra, lucidissimo interprete della politica – inventò la comunicazione politica moderna, negli anni Ottanta – fu una carriera interrotta dalla brutalità di una inchiesta giudiziaria dissennata: gli vennero ascritte colpe di cui non era responsabile usando l’atroce sillogismo del “non poteva non sapere“. Ha pagato un prezzo altissimo sull’altare della condanna mediatica.

Riabilitato dalla giustizia nel 2004, faticherà a reinserirsi nel mondo dell’informazione, a parte una collaborazione con la Rai richiestagli da Giovanni Minoli. L’ultima intervista pubblica di Enzo Carra è stata con il Riformista Tv. A margine dell’intervista rivelò di aver scritto un memoriale sulle vicende misteriose e irrisolte della prima repubblica, viste da dietro le quinte della Democrazia Cristiana. Quel manoscritto è rimasto inedito: nessun editore lo ha voluto pubblicare.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

"Così il Pci ha approfittato di Tangentopoli..." Edoardo Sirignano il 25 Febbraio 2022 su Il Giornale.

Enzo Carra, protagonista dell'arresto più celebre di Mani Pulite, ribadisce come il giustizialismo di quel periodo storico servì a cancellare solo una parte di storia politica del nostro Paese.

“Il Partito Comunista approfittò di quel periodo per rigenerarsi”. A rivelarlo è Enzo Carra, già portavoce della Democrazia Cristiana e protagonista dell’arresto più celebre di Mani Pulite, a margine di un convegno sull’anniversario di Tangentopoli, che ribadisce come il giustizialismo di quel periodo, nei fatti, è servito a cancellare una parte di storia del nostro Paese.

Che ricordo ha di quegli anni?

“E’ stata una fase in un certo senso rivoluzionaria. Tutti quanti, politici, partiti, magistratura e giornalisti, avevano perso un po' la testa. Ciò non vuol dire impazzire, ma che alcuni credevano davvero nella possibilità di un processo rigeneratore. Altri, invece, inerti, mi riferisco ai politici, cercavano di frenare, ma quando uno corre come un ossesso è difficile stopparlo. C’è stato, quindi, uno scontro violento. E’ chiaro, però, che chi andava a piedi non poteva sconfiggere carrarmati possenti, come quelli di una certa magistratura”.

Non sono stati, quindi, tempi semplici?

“A trent’anni di distanza, avendola conosciuta bene quella stagione e sulla mia pelle, non come altri, posso dire che non è stata una passeggiata, né per una parte, né per l’altra. Insistere su quel periodo come se fosse ancora pagina a parte della storia italiana è un errore. Ancora non abbiamo, direbbe qualcuno più saggio di me, storicizzato quella stagione, frutto di difficoltà, paura, terrore, assassini e criminalità”.

Da cosa ritiene sia venuto fuori tutto ciò?

“Mani Pulite non è sbocciata come un fiore nel deserto o un veleno, ma è stata generata dalla grande paura, dal degrado che c’era stato in precedenza nel nostro paese e che in molti avevano ignorato”.

Chi è stato più penalizzato?

“Le parti politiche più colpite sono state quelle che avevano ancora qualche carta da spendere ed erano i socialisti, che avevano il problema Craxi e una certa parte della Dc”.

Possiamo, quindi, dire che i Ds allora furono risparmiati dai giudici?

“Ho rivisto tutte le carte. I Ds già avevano messo in conto l’esigenza di cambiare. Non erano più il partito comunista di un tempo. Non dimentichiamo che Mani Pulite avviene a ridosso della caduta del muro di Berlino, avvenimento di cui si sono accorti in pochi. Anzi tutti hanno finto che fosse successo niente per continuare un po'. Questo è stato il guaio. Tutto ciò, quindi, è stata una riscossa per il Partito Comunista che ha trovato una via d’uscita. Diciamo che ha approfittato di quel periodo per rigenerarsi”.

Quali sono state le conseguenze?

“L’Italia, quando è scomparsa la Dc, che metteva insieme la tradizione dei cattolici, ha perso un pezzo della sua storia”.

Una certa magistratura, però, ancora oggi tende a cancellare chi la pensa in modo diverso, come accaduto prima con Berlusconi, poi con Renzi, Salvini…

“Stiamo parlando di parti in conflitto tra loro. Non sempre la politica ha dimostrato di saper combattere ad armi pari con la magistratura. Un dibattito come quello dell’altro ieri al Senato che ha votato non per Renzi, ma a favore della politica, della democrazia, può essere la strada. Si tratta di un caso sintomatico di come spezzettando i problemi a volta la stessa politica sbaglia. Sul singolo episodio chi dice che il magistrato non possa aver ragione”.

Parla il portavoce della Dc al tempo di Mani pulite. Il dramma di Enzo Carra: “Mostrato in manette per dare un segnale di sottomissione alla politica ma ero innocente”. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 18 Febbraio 2022. 

Trent’anni dall’inizio di Mani Pulite. E poco meno da quando il terremoto giudiziario arrivò a Roma, travolgendo – con il colpo di cannone della maxi tangente Eni Montedison – anche il cuore della politica. Enzo Carra ne fu, suo malgrado, protagonista. Era il portavoce della Dc. Un professionista che di tangenti non ne aveva mai viste. Ma che fu prescelto dal pool della Procura di Milano per farne una vittima sacrificale sull’altare dei simboli. Era pur sempre il portavoce del partito che teneva le relazioni tra il mondo dei media e il partitone del potere, “non poteva non sapere”. Andava colpito, quasi per educarne cento.

All’epoca era il portavoce della Dc, come ci arrivò?

Ero giornalista da quando avevo 22 anni. La mia passione all’inizio era il cinema, la critica cinematografica. Fondai un giornale, Il Dramma.

Un nome profetico…

Sì, quello fu un dramma vero. Non solo mio, collettivo.

Torniamo a quando diventa giornalista politico.

Avevo ridato fiato alle pagine di politica del quotidiano Il Tempo, a Roma. Avevo reinventato la nota politica, rinnovando il modo di informare i lettori. A un certo punto Forlani, nel 1989, mi chiese di diventare portavoce della Dc, accettai. Era un momento vibrante, che sentivo carico di sfide.

Nell’ 89 cambiava il mondo.

E però molti tardavano ad accorgersene. Come pure fu per Tangentopoli. La politica era gerontocratica, non percepiva velocemente i cambiamenti in arrivo.

Come fu l’arrivo di Tangentopoli, con l’arresto di Mario Chiesa?

Nessuno fece caso. Sembravano questioni milanesi, secondarie. L’atteggiamento era “‘a da passà ‘a nottata”. Una sottovalutazione generale. E invece fu l’inizio di un passaggio da un’epoca a un’altra.

Viene in mente Gramsci: il vecchio tramonta ma il nuovo stenta a nascere.

E guardi che siamo ancora in quel guado. Tangentopoli fu l’abbattimento di una classe dirigente, senza un progetto vero di sostituzione. Uno sconquasso che ha creato il vuoto della politica che si vede anche oggi.

Veniamo a lei. Lambito dalle indagini sulla supposizione del “non poteva non sapere”. Scoppia lo scandalo della maxi tangente Eni Montedison e Di Pietro chiama a testimoniare tanti. Tra cui anche lei.

Esatto. Vado a Milano, Di Pietro mi interroga. Gli spiego che non so quasi nulla, tranne quel che leggo dai giornali. Il mio era un ruolo tecnico, da comunicatore. Mi dice: “Ma sa, andando al bagno in quei palazzi del potere uno le cose le viene a sapere”.

Lei non frequentava i bagni giusti, Carra. E come costruiscono l’imputazione su di lei?

Mi dà appuntamento al venerdì, tre giorni dopo. “Perché dobbiamo fare dei riscontri”. Al mio ritorno, venerdì, mi trovo davanti a una sceneggiatura, per quanto fantasiosa, già scritta. Un tipo mai visto, un faccendiere che doveva uscire di prigione, gli avrebbe detto di essersi riunito con me a Roma. E io gli avrei parlato della maxi tangente. Io lo guardo negli occhi, gli chiedo in quali circostanze. Quello farfuglia: nel suo ufficio a Roma, c’erano diverse segretarie… e alla fine della frase si mette a piangere. Doveva recitare la parte per uscire di galera, lo compatisco. Di Pietro sorride e mi stampa addosso l’accusa di aver mentito al Pm. Mi difendo ma non mi dà retta. Aveva bisogno di imputati freschi, e io che ero il portavoce del segretario Forlani ero succulento, per lui.

Poi come accadde che la fece comparire ammanettato con gli “schiavoni”?

Dovevo comparire davanti ai giudici, ero al pianterreno del Palazzo di Giustizia. Due Carabinieri si apprestavano ad accompagnarmi tenendomi per il braccio, poi arrivò una telefonata. Non seppi mai di chi. Li vedi consultarsi: era arrivato l’ordine di mettermi in ceppi. Dovevo comparire davanti al ‘muro’ delle telecamere e dei fotografi ammanettato, come simbolo della vittoria dei magistrati sulla politica. Ero molto colpito ma rimasi, per fortuna, lucido.

Quell’immagine suscitò per fortuna anche un sussulto di risposta, un minimo di sdegno.

E fu per il pool di Mani Pulite un segnale. Non potevano affondare le persone e umiliarle senza fine. Tornato in cella, vidi alla tv diverse dichiarazioni di tutti gli schieramenti che chiedevano più rispetto.

Un anno e quattro mesi, la condanna. Per “non aver sentito niente, andando al bagno”. Li ha perdonati?

Non ho né il potere del perdono, né la voglia di vendetta. Ciascuno di loro, del pool, ha dovuto rivedere le sue posizioni. Io no, non ho mai avuto niente di cui pentirmi. I bilanci, sa, si fanno alla fine.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

Trent’anni fa un’inchiesta sull’Eni distrusse i partiti, oggi colpisce la procura più importante d’Italia. Enzo Carra su tpi.it il 20 Settembre 2021. “I politici non riusciranno a cambiare la giustizia.” Non ha dubbi il vecchio cronista che negli anni di Mani Pulite batteva i corridoi della Procura di Milano a caccia di poveri cristi tramortiti dagli interrogatori del Pool e spulezzava quando quelli non gli rispondevano. Ha ragione Andrea Pamparana (Libero del 20 settembre), fin qui la politica ha fatto poco, in compenso il caso e la necessità hanno provveduto al resto. Il caso si chiama Eni. Sono state infatti due inchieste intitolate alla stessa multinazionale a innalzare prima la procura milanese a Sancta sanctorum del diritto e a quartier generale nella lotta alla corruzione in politica, per trasformarla adesso nel luogo dove si sta consumando un’incredibile vicenda che divide e annebbia gli eponimi di Mani Pulite. Prima viene la tangente Enimont, “la madre di tutte le tangenti”: una “provvista” di 140 miliardi di lire, oltre 70 milioni in euro, per partiti di governo e d’opposizione e per faccendieri sciolti e in pacchetti. La scoperta rappresenta il punto di svolta, definitivo, di Mani Pulite, il suo trionfo. Antonio Di Pietro e Francesco Greco sono i due sostituti che hanno lavorato su Enimont, ma il merito è di tutto il pool e il risultato è che le mura già pericolanti di un sistema politico figlio della Resistenza crollano tra le lacrime di pochi e la gioia di tanti. La Magistratura italiana ha sconfitto il malaffare politico. Corsi e ricorsi. Poco meno di trent’anni dopo, alla Procura di Milano torna a bussare l’Eni. È il processo Eni-Nigeria, ovviamente per corruzione. Se ne occupa Francesco Greco, il quale si avvale delle dichiarazioni di un dipendente dell’Eni e di un ex legale “esterno” – qualunque cosa voglia dire “esterno” – della nostra multinazionale, Pietro Amara. Questi, secondo il pm Paolo Storari è troppo importante per quel processo, la procura “lo tiene in palmo di mano” e quindi non si procede per appurare se ha detto o no la verità anche su altre questioni: affari, logge segrete, promozioni, insomma il paroliere italiano. Storari quindi decide di tirare le orecchie a Greco e, in modo quantomeno “irrituale”, muove le carte che giacciono in procura a Milano e le consegna a Davigo, che a quel tempo è ancora componente del Csm. Lui ne parla con alti rappresentanti delle Istituzioni, contando forse sulla loro collaborazione nella sua campagna contro Greco e comunque sul loro silenzio: ma come fai a tenere a lungo un segreto così a Roma? A far casino ci pensa la sua ex segretaria la quale, per impedire il pensionamento del suo capo, diffonde le carte ad alcuni giornali “amici”. Lo scandalo, si illude, potrebbe prolungare la permanenza di Davigo al Palazzo dei marescialli. E che scandalo, a tanti anni dalla P2 ecco a voi un’altra loggia, più piccola, esclusiva, ma potente, parola di Amara. La nuova loggia si chiama Ungheria, ma ha sede in Roma ed è responsabilità di Greco aver tenuto nascoste quelle preziose informazioni per tanto tempo. Eppure, lì per lì, niente: i giornali non pubblicano le carte della ex segretaria, chissà perché. Mesi dopo, però, uno di loro, Il Fatto quotidiano, ci ripensa ed esce. Nel consueto “c’era questo e c’era quello” di ogni rubrica mondana: tanti bei nomi. Prevedibilissimi, sembra la short list di un ricevimento per “pochi ma buoni” in un palazzo del potere. I fratelli di Amara. Certo però se trent’anni prima un’inchiesta targata Eni aveva distrutto i partiti, oggi un processo che assolve l’Eni colpisce duramente la procura più importante d’Italia e l’immagine della magistratura italiana. Perché Amara può aver raccontato qualche verità in mezzo a un sacco di balle, ma le querele tra Greco e Davigo, l’affanno televisivo di quest’ultimo e lo smarrimento dell’opinione pubblica restano, e pesano. Corsi e ricorsi.

ENZO CARRA. Enzo Carra è un giornalista e politico italiano. Redattore capo del mensile "Il Dramma" ha successivamente lavorato per molti anni al quotidiano romano "Il Tempo" e ha scritto per il cinema e la TV. Ha realizzato alcuni reportage per la TV, tra questi un ritratto di Gheddaffi e uno di Madre Teresa di Calcutta. Dal 2021 collabora con TPI

Gabriele Cagliari.

Il suicidio dell'ex presidente. Marco Travaglio è un contraffattore: Gabriele Cagliari non era in cella “perché rubava”. È un’impostazione volgarmente plebea e irrispettosa del dovere elementare di non stuprare i diritti e la memoria delle persone. Che bassezza. Iuri Maria Prado su L'Unità il 25 Luglio 2023

Le polemiche tra giornali costituiscono un genere classico, tuttavia frequentato molto da chi li scrive e molto poco da chi li legge. Roba noiosa e perlopiù, come si dice, autoreferenziale. A volte, però, non si tratta di “cicca cicca”, “non mi hai fatto niente faccia di serpente, non mi hai fatto male faccia di maiale”, e cioè della desolante tigna tra colleghi buona a riempire una colonna altrimenti vacua.

A volte c’è sostanza: di quale pasta, è un altro discorso. Ma c’è. Vedi, per esempio, un titolo di questo quotidiano nell’edizione di qualche giorno fa: “Gabriele Cagliari, mio padre, morto in cella perché non volle denunciare Craxi”. Che ti fa Marco Travaglio? Ieri, sul suo giornale (Il Fatto Quotidiano), smozzica quel titolo e, virgolettandolo, lo riporta così: “Gabriele Cagliari morto in cella perché non volle denunciare Craxi” (scompare quel “mio padre”, e cioè l’elemento che denunciava la fonte dell’affermazione: vale a dire il figlio di Cagliari, non il giornale, l’Unità, che semmai ne raccoglieva le dichiarazioni).

Il taglio da magliaro adempie a due scopi, entrambi vigliacchi. Il primo: lasciare intendere, appunto contro il vero, che l’affermazione fosse de l’Unità, mentre in realtà era del figlio intervistato. Il secondo: consentire all’articolista e contraffattore, cioè Travaglio stesso, di attenuare l’impatto della porcata immediatamente successiva, lì dove questo impudente si abbandona a scrivere che Gabriele Cagliari non è morto in carcere per quel motivo, ma “perché rubava”. Dire direttamente al figlio che il padre si è ammazzato perché era un ladro avrebbe fatto schifo lo stesso, ma almeno la sfrontatezza sarebbe stata piena: invece no, falta de huevos.

Che poi Gabriele Cagliari, raggiunto da tre ordini di custodia cautelare in carcere, due dei quali revocati (il terzo no: parere negativo del pm in partenza per le ferie), non fosse indagato per “furto”, è un dettaglio fastidiosamente incompatibile con la retorica macellaia di questo disinvolto violentatore della verità. Il quale, ne siamo certi, invocherebbe il diritto alla sintesi delle piazze del vaffanculo di cui è punto di riferimento fortissimo se qualcuno gli facesse osservare che Cagliari neppure se fosse stato condannato avrebbe meritato quella definizione, ladro: e figurarsi ricordare a Travaglio che Cagliari stava in galera e si ammazzava prima del processo, dunque quando le sue responsabilità (non per aver “rubato”) dovevano ancora essere accertate.

Il dramma è che piace un sacco questa impostazione volgarmente plebea, e irrispettosa del dovere elementare di non stuprare i diritti e la memoria delle persone. E il fatto che piaccia, che abbia tanto riscontro, racconta bene la bassezza di chi vi ricorre. Perché è ancora ammissibile ascoltare la plebe violenta, è ammissibile persino mischiarvisi: ma farsene forza, no, questo è imperdonabile.

Ed esattamente questo si fa quando si scrive che un uomo si è suicidato in carcere perché era un ladro: si stimolano le trippe della turba che reclama onestà sfilando sotto ai balconi delle procure della Repubblica, lì dove i pubblici ministeri lavorano di manette nell’attesa delle collaborazioni con il Fatto Quotidiano e delle vacanze sotto l’ombrellone con il direttore.

Iuri Maria Prado 25 Luglio 2023

30 anni dal suicidio. “Ecco perché Gabriele Cagliari si è tolto la vita”, la verità del figlio Stefano. «Dava fastidio ai suoi concorrenti di tutto il mondo, alle multinazionali del petrolio, a partire da quelle americane. Bisognava fermarlo, togliergli il potere che stava esercitando». Graziella Balestrieri su L'Unità il 20 Luglio 2023 

Il 20 Luglio del 1993 Gabriele Cagliari, allora presidente dell’Eni, si toglie la vita in carcere. Siamo all’inizio di Tangentopoli. Gabriele Cagliari ammette le sue colpe ma si rende conto che quella condizione a cui lui viene sottoposto e alla quale sono sottoposti gli altri detenuti non è una condizione umana. Scriverà in una delle sue numerose lettere che in carcere si è “come cani in un canile”. E allora un gesto estremo, calcolato, quando ormai capisce che la speranza gli viene tolta dall’atteggiamento dei magistrati.

Il figlio Stefano, dopo aver pubblicato nel 2018 il libro Storia mio padre (edito da Longanesi, curato da Costanza Rizzacasa d’Orsogna e con prefazione di Gherardo Colombo) continua a portare avanti una missione che per lui è un impegno civile, anche se dolorosissimo, sul sito gabrielecagliari.it, ricordando le numerose lettere di suo padre, i fatti, i personaggi e quel tempo di Tangentopoli che ancora rimane una ferita aperta per tutti nel nostro paese.

Tangentopoli. Che momento era quello in Italia?

L’Italia era in una situazione difficile dal punto di vista economico e finanziario. Nel 1992 i tedeschi ci avevano abbandonato e c’era stata la svalutazione della lira, il malcontento cominciava a crescere. La Lega Nord interpretava questo malcontento, era un fenomeno assolutamente nuovo, anche per l’uso aggressivo e finanche volgare del linguaggio nel discorso politico. Era un paese che si era abituato a vivere di mazzette, di favori, di tangenti, un sistema diffuso a tutti i livelli, mentre il grande mito di Tangentopoli è che solo il ceto politico ne fosse coinvolto.

Tangentopoli travolse sostanzialmente una buona parte della classe dirigente, anche di quella imprenditoriale non solo quella politica, con tutte le conseguenze che ci sono state successivamente, che devo dire un po’ stiamo ancora pagando. Era un’Italia in cui, come ho scritto in Storia di mio padre, tutti incitavano all’uso delle manette, come se mandare in galera i politici risolvesse il problema della corruzione nel paese. All’asilo i bambini si inseguivano urlando “in galera, in galera!”

Non più giustizia ma giustizialismo dunque?

Certo, a quel punto si è scatenato il giustizialismo.

Il suo libro parte da un sogno (suo padre che in realtà non si era suicidato ma era fuggito fuori dall’Italia e comunicava solo con lei). Fa ancora quel sogno dopo 30 anni?

No. Ho sognato spesso mio padre ma non più in quella situazione. In realtà alla fine chi voleva fuggire ero io, come se volessi nascondermi per non dover continuamente ritornare a quella situazione così dolorosa. Con il libro e le molte interviste non mi sono più nascosto e ora, quando sogno mio padre, sono in situazioni diciamo così di serena vita familiare.

Se dovesse raccontare suo padre a chi non ha vissuto quegli anni e a chi ignora completamente la sua vicenda che cosa direbbe?

Quello che posso dire è che era un uomo estremamente intelligente, estremamente generoso, molto corretto, molto ambizioso. E tutte queste sue qualità mi sono state manifestate in parte anche dopo la sua morte. Per esempio, sul sito gabrielecagliari.it continuiamo a caricare contenuti e ultimamente abbiamo caricato le lettere dei detenuti che lo avevano conosciuto in carcere: emerge la personalità di un uomo che aiutava tutti quelli che ne avevano bisogno, chi non aveva i soldi per l’avvocato, chi non aveva strumenti per difendersi. Ed è stato un uomo di una visione straordinaria dal punto di vista della politica industriale. All’Eni aveva fatto cose che nessuno aveva fatto prima e che per venticinque anni nessuno ha più fatto. In questi mesi in Europa sono in corso degli studi sulla sua presidenza da cui risulta che allora l’Eni era l’unica società petrolifera che si occupava di sviluppo sostenibile. Fu l’unica major che partecipò a Rio, alla conferenza del 1992, e che mise nel suo piano strategico la difesa dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile. Una società che era all’avanguardia nello studio delle tecnologie di difesa ambientale. Dopo di lui si è fermato tutto, è come se avessero cancellato lui e tutto quello che stava cercando di fare e che stava proponendo. Immagini: che cosa sarebbe stata l’Eni e l’Italia se quella politica fosse andata avanti? Ma era una politica che evidentemente dava un fastidio enorme alle grandi multinazionali del petrolio, che in quel momento negavano il problema dell’esaurimento delle risorse, negavano i problemi ambientali, negavano il riscaldamento climatico. Adesso questi temi sono quasi una moda, ma questo le fa capire che mio padre aveva una visione strategica lungimirante e unica. D’altronde quelle lettere che lui ha scritto, dove già descrive quello che sarebbe successo a causa di Tangentopoli vedono lontanissimo: tutto quello che lui ha scritto poi è successo.

In famiglia vi aspettavate che venisse arrestato?

Un po’ me l’aspettavo, perché avevo visto dei segnali sui giornali e diciamo che in quel periodo, ma diciamo non solo in quel periodo, c’era un filo diretto tra magistratura e determinati quotidiani. Il fatto che avevano cominciato a tirar fuori il suo nome voleva dire che c’era burrasca nell’aria. E anche papà se lo aspettava. L’ultima volta che ha visto suo nipote, mio figlio di tre anni, quando l’ha preso in braccio, il bambino ha cominciato ad urlare “in galera, in galera!”. Mesi prima erano telefonate continue, gente che voleva favori, perché in questo paese i favori erano all’ordine del giorno, mentre in quelle ultime settimane era calato il silenzio, tutti gli stavano alla larga.

Anche l’Eni lo ha abbandonato?

Il personale, i dipendenti, hanno amato mio padre come presidente, probabilmente come, se non più, di Enrico Mattei, perché mio padre era uno di loro, era cresciuto con loro, era un tecnico, era un uomo che conosceva tutti e che aveva qualità straordinarie. Il problema dell’Eni era quello di essere una società presente sui mercati mondiali, una società che non si poteva permettere di vedere il proprio nome infangato e su questo lui si è arroccato. Ha avuto questo tipo di atteggiamento: è riuscito, come ha scritto, a salvare il middle management e a far sì che tutte le responsabilità ricadessero su di lui, questo ha fatto sì che l’Eni non venisse coinvolta.

Nelle lettere suo padre descrive la condizione del carcere come quella di “cani in un canile”.

Il suo gesto è stato un gesto di denuncia della situazione carceraria. Ormai per sé aveva perso ogni speranza, visto l’atteggiamento dei magistrati nei suoi confronti, un atteggiamento che leggeva come un tentativo di annientarlo dal punto di visto umano, di farne un capro espiatorio. Chi restava fuori non si rendeva conto della condizione carceraria.

Resistette alla prigionia durante la Seconda guerra mondiale e non al carcere durante Tangentopoli. Perché mai secondo lei?

No, in realtà lo ha sostenuto benissimo, ma anche lì aveva una strategia: il suicidio, un gesto drammatico, ne ha fatto parte. Non solo quest’anno, ma ogni anno, ci sono decine e decine di suicidi in carcere, ma sui giornali non finisce niente. La notizia va sui giornali se il presidente dell’Eni si suicida in carcere, dopo quattro mesi e mezzo di detenzione, che lui ritiene ingiustificata. Il suo è stato un gesto di grande impatto, anche se mio padre non era un uomo da copertina come lo era Gardini, e questo gesto è stato capito non solo a San Vittore dove lo avevano conosciuto bene, ma anche nelle altre carceri e fuori dalle carceri.

La prefazione del suo libro è stata affidata a Gherardo Colombo.

Gherardo Colombo è uscito dalla magistratura e sostiene con forza che non è il sistema giudiziario che può risolvere i problemi della corruzione in Italia, come Tangentopoli ha dimostrato. Il mio libro non ha voluto essere di parte né essere “targato”, è un documento storico e come tale spero che sia letto. La partecipazione di Gherardo Colombo è stato un modo per mostrare il nostro tentativo di essere equilibrati.

I magistrati che allora si occuparono del caso di suo padre, anni dopo, visto il drammatico epilogo, si sono fatti sentire in un qualche modo?

No. Nulla.

Perché suo padre ha accettato quel sistema?

Mio padre ha ammesso di aver sbagliato, lo ha anche scritto. C’è una lettera che ha scritto a Scalfari da San Vittore, in cui dice che pagare i partiti era l’unico modo per poter lavorare tranquilli. Soffriva questo sistema, come più volte ha scritto, ma ne aveva bisogno perché altrimenti non avrebbe potuto fare quello che voleva fare. C’è un’intervista a Newsweek, che si trova tradotta nel sito, da cui si capisce che mio padre fuori dall’Italia, senza i vincoli della politica, si muoveva in modo completamente diverso. Già allora aveva strategie verso i paesi che oggi sono considerati emergenti che nessuna delle major petrolifere aveva. Offriva collaborazione: tecnologie in cambio di risorse, aveva un approccio che spiazzava tutti: evidentemente mio padre dava fastidio.

Sua moglie muore, suo fratello scopre di avere l’Aids, suo padre in carcere, che momento è stato quello per lei?

Avevo un bambino di 3 anni, la cosa più importante era andare avanti per lui. Ho avuto un momento di sconforto, forse di rabbia, solo quando abbiamo aperto quella lettera (una lettera dove Gabriele Cagliari annuncia il suo suicidio ma che chiede alla moglie di aprire solo al “suo ritorno”, ndr.) perché anche in quel caso aveva anteposto i suoi ideali alla famiglia. Anni dopo ho capito da tutto quello che è venuto fuori e dalle sue lettere che forse ci ha risparmiato tanti e tanti di quei problemi, di quelle delusioni, tante di quelle sofferenze che il metterlo sotto processo per decenni avrebbe significato.

Che sentimento ha provato nei confronti della magistratura di allora?

Hanno commesso degli errori tragici, sono stati degli ingenui, pensando di fare del bene hanno fatto invece molto male.

Ingenui è diverso da dire che erano “ambiziosi”, come li definiva suo padre.

Diciamo che sicuramente Di Pietro era molto ambizioso. Poi di quasi tutti si è visto di che pasta sono fatti. Perché uno dopo l’altro sono caduti, scivolando su bucce di banana varie, e hanno cominciato a litigare tra di loro. Degli illusi, perché pensavano di cambiare il paese, quando in realtà stavano usando in maniera strumentale il loro potere. Pensando di eliminare la corruzione in Italia, hanno invece favorito un peggioramento drammatico della situazione politica e hanno decapitato una parte del sistema imprenditoriale italiano.

Come mai non avete incontrato Martelli (ma solo sua zia, come viene scritto nel libro)?

Io quel giorno non ero a casa di mia madre. Il partito… il sistema politico era il principale responsabile di quello che stava succedendo (non solo il partito socialista ma tutti i partiti, compreso il partito comunista). Mio padre era un socialista e la nostra sensazione era che il partito lo avesse abbandonato. Io l’ho vissuta come se Bettino Craxi fosse fuggito abbandonando i suoi colonnelli. Martelli in quel momento era una figura piuttosto ambigua perché stava cercando di scalare a sua volta il partito socialista sostituendosi a Craxi. Il problema è che tutti quanti sono stati poi tirati dentro. Il problema non era più questo o quel partito, il problema era il sistema, almeno così veniva venduto a livello mediatico, e quel sistema politico è crollato, tanto è vero che al governo poi è salito un populista che di politico faceva finta di non avere niente.

Il comportamento della stampa?

Il comportamento della stampa fu vergognoso, sono stati senza pietà anche nei confronti di mio padre. Il loro problema era vendere e cavalcare l’inchiesta, lo hanno fatto tutti, a partire dalle reti di Berlusconi.

Di Pietro lo ha mai rincontrato?

L’ho visto a Napoli, in un autobus che ci portava da un aereo all’aeroporto, ma non ho avuto il coraggio di parlargli, non mi è sembrato proprio il caso. Eravamo uno di fronte all’altro: ci siamo guardati a lungo, ma in silenzio.

Nessuno dei magistrati di allora l’ha mai cercata?

Scusarsi sarebbe stato ammettere che hanno compiuto cose fuori dai binari dalla legalità, come scrive mio padre.

Suo padre che cosa si aspettava?

Durante gli interrogatori ha ammesso quello che pensava fosse utile ai magistrati, però nelle lettere scrive che i magistrati chiedevano informazioni su vicende che erano completamente avulse dai capi d’accusa, e non se la sentiva anche perché il giorno dopo qualunque cosa avesse detto sarebbe finita sui giornali. L’Eni che figura ci avrebbe fatto a livello internazionale? Che fine avrebbero fatto tutti i contratti che l’Eni aveva in piedi? Che fine avrebbero fatto gli accordi sul gas? In carcere mio padre ha difeso l’Eni e ha messo in evidenza quelle che sono le carenze drammatiche del sistema carcerario in Italia, anzi, la funzione anticostituzionale del sistema carcerario perché, se usi il carcere come tortura psicologica, è chiaro che siamo esattamente dalla parte opposta della rieducazione.

A chi dava fastidio suo padre?

Ho sempre pensato che il problema fosse che non ha voluto denunciare Craxi, ma ultimamente mi gira in testa un pensiero che mi spaventa. Mi sto rendendo conto che quest’uomo dava fastidio ai suoi concorrenti in tutto il mondo. Tutte le settimane Di Pietro era all’ambasciata americana, che cosa si dicevano non lo sapremo mai. Però se mio padre dava fastidio alle multinazionali del petrolio, a partire da quelle americane, allora bisognava fermarlo, togliergli il potere che stava esercitando.

Si sente che ce l’ha un po’ con Craxi…

Diciamo che è stato un grandissimo politico, straordinario, un uomo che tra l’altro stava cercando di ridare dignità politica all’Italia in campo internazionale, e forse per questo è stato punito, però umanamente si è comportato come un codardo. Quel discorso alla Camera – quando disse a tutti di guardarsi in faccia e che nessuno era escluso da quel sistema, e tutti quanti hanno fatto finta di niente – è stato probabilmente un errore, in quanto ha delegittimato la politica tout court. Fallito quel tentativo, capisci che il problema sei tu: e allora trasforma il processo in una denuncia! Non scappare, non andartene! Il suo era un ruolo politico fondamentale, ma è stato troppo umano, quando avrebbe dovuto comportarsi da politico. Mio padre non è stato umano altrimenti non si sarebbe ammazzato. Ma ha rispettato il suo ruolo. Craxi no.

Graziella Balestrieri 20 Luglio 2023

Sergio Moroni.

Estratto dell’articolo di Chiara Baldi per corriere.it il 19 maggio 2023. 

[…] Chiara Moroni, classe 1974, figlia di Sergio Moroni, deputato socialista che si tolse la vita nel settembre 1992 per aver ricevuto due avvisi di garanzia nell’inchiesta Mani Pulite, è originaria di Iseo, uno dei comuni della Bresciana in cui Fratelli d’Italia ha preso alle Politiche circa il 30%. La sua uscita di scena dalla politica italiana risale al 2013, quando il partito in cui militava da poco meno di tre anni – Futuro e Libertà (Fli), di Gianfranco Fini – non raggiunse il quorum. […] Oggi Moroni […] è una manager della multinazionale farmaceutica Bristol Myers Squibb e vive a New York […]

Moroni, suo papà si tolse la vita nel 1992 per aver ricevuto due avvisi di garanzia. Lei all'epoca stava per compiere diciott'anni. Prima di andarsene scrisse molte lettere, una anche a Giorgio Napolitano, all'epoca presidente della Camera. Sergio Moroni si professava innocente e scrisse che «quando la parola è flebile, non resta che il gesto». Sono trascorsi quasi 31 anni: quel gesto è servito?

«[…] Gran parte del mio impegno politico ha avuto l'obiettivo di tenere viva la sua memoria e quella del suo gesto. Che era un gesto politico. Non posso dire che sia servito perché dovrei dire che era giusto farlo e non potrei mai. Ma sono convinta che papà è riuscito a raggiungere l’obiettivo che si era dato di generare un dibattito, almeno in parte».

Cosa vuol dire che «in quel momento non è servito»?

«La violenza in quegli anni di Mani Pulite era talmente forte che nonostante il gesto di mio padre avesse avuto un impatto molto significativo, non fu abbastanza per cambiare le modalità con cui veniva gestita l’inchiesta. Cionondimeno, la lettera di papà è sempre stata al centro di un dibattito sul garantismo. Quindi in quel momento quel suo gesto non è servito abbastanza, perché avrebbe potuto - ed era quello che papà voleva - innescare una riflessione più seria e critica». 

[…] «[…] alla fine i media hanno contribuito molto a rendere l'inchiesta di Mani Pulite un'inchiesta di piazza». 

[…] E con Berlusconi che rapporto ha avuto? Lei uscì nel 2010 dal Popolo della Libertà per seguire la sfida interna al centrodestra lanciata da Fini.

«Non ci siamo mai più sentiti da allora. Io gli ho scritto un paio di volte […] ma non ho mai avuto risposta. Nei suoi confronti conservo una vicinanza affettiva perché, pur contestando una serie di questioni legate alla politica e alla modalità in cui lui ha fatto politica, mi ha dato anche un sacco di opportunità. Mi spiace molto vedere che non sta bene, gli auguro di guarire presto». 

Cosa imputa alla gestione berlusconiana del partito?

«Lui ha sempre fatto il "dopo di me il diluvio", quindi non capisco quale futuro possa avere Forza Italia visto che lui non ha mai permesso la costruzione di una successione. Berlusconi non ha mai avuto nessuna forma di democrazia interna al partito». 

Ora è in corso uno scontro tra donne in Forza Italia e una sorta di ricambio nei rapporti di forza interni...

«Non mi sorprende, ci sono sempre stati lì dentro, sia tra donne che tra uomini. La cosa che però mi fa sorridere e trovo interessante è che chi rimane vittima di questo ricambio gridi allo scandalo per il metodo che viene utilizzato, dimenticandosi che è lo stesso metodo di cui si era precedentemente agevolato». 

Lei era presente il giorno del «Che fai, mi cacci?» di Fini a Berlusconi. Cosa ricorda?

«(Ride) Ero seduta lì tra le prime file, mi ricordo molto bene ogni passaggio. Fu l'esempio plastico del fatto che Berlusconi ha un concetto proprietario del partito e questa non è un'opinione, ma un fatto. Lui è un imprenditore e così come le aziende sono sue, anche il partito lo è. Fini invece viene da una cultura politica in cui le leadership si costruiscono e poi si affermano. Che poi è la stessa cultura politica in cui è cresciuta e si è formata Giorgia Meloni». 

[…] Elly Schlein, segretaria del Pd. Le piace?

«[…] non penso che potrei votare il Pd oggi. Ma nella vicenda Schlein c'è una cosa che mi piace molto: il fatto che una outsider prende la tessera e vince il congresso del partito. Significa che il Pd è un partito scalabile […] Dopodiché io sono socialista riformista quindi io e Schlein non la pensiamo uguale quasi su niente […]». […]

Raul Gardini.

«Antonio Di Pietro è il primo a lasciare l'ufficio di Borrelli. È irriconoscibile. Cammina come un ubriaco, quasi appoggiandosi ai muri». Così scrive Goffredo Buccini sul Corriere della Sera del 24 luglio 1993, il giorno dopo il suicidio di Raul Gardini.

«Per me fu una sconfitta terribile - racconta oggi Antonio Di Pietro ad Aldo Cazzullo su “Il Corriere della Sera”  -. La morte di Gardini è il vero, grande rammarico che conservo della stagione di Mani pulite. Per due ragioni. La prima: quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior. La seconda ragione: io Gardini lo potevo salvare. La sera del 22, poco prima di mezzanotte, i carabinieri mi chiamarono a casa a Curno, per avvertirmi che Gardini era arrivato nella sua casa di piazza Belgioioso a Milano e mi dissero: "Dottore che facciamo, lo prendiamo?". Ma io avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in Procura con le sue gambe, il mattino dopo. E dissi di lasciar perdere. Se l'avessi fatto arrestare subito, sarebbe ancora qui con noi».

Ma proprio questo è il punto. Il «Moro di Venezia», il condottiero dell'Italia anni 80, il padrone della chimica non avrebbe retto l'umiliazione del carcere. E molte cose lasciano credere che non se la sarebbe cavata con un interrogatorio. Lei, Di Pietro, Gardini l'avrebbe mandato a San Vittore?

«Le rispondo con il cuore in mano: non lo so. Tutto sarebbe dipeso dalle sue parole: se mi raccontava frottole, o se diceva la verità. Altre volte mi era successo di arrestare un imprenditore e liberarlo in giornata, ad esempio Fabrizio Garampelli: mi sentii male mentre lo interrogavo - un attacco di angina -, e fu lui a portarmi in ospedale con il suo autista... Io comunque il 23 luglio 1993 ero preparato. Avevo predisposto tutto e allertato la mia squadretta, a Milano e a Roma. Lavoravo sia con i carabinieri, sia con i poliziotti, sia con la Guardia di Finanza, pronti a verificare quel che diceva l'interrogato. Se faceva il nome di qualcuno, prima che il suo avvocato potesse avvertirlo io gli mandavo le forze dell'ordine a casa. Sarebbe stata una giornata decisiva per Mani pulite. Purtroppo non è mai cominciata».

Partiamo dall'inizio. Il 20 luglio di vent'anni fa si suicida in carcere, con la testa in un sacchetto di plastica, Gabriele Cagliari, presidente dell'Eni.

«L'Eni aveva costituito con la Montedison di Gardini l'Enimont. Ma Gardini voleva comandare - è la ricostruzione di Di Pietro -. Quando diceva "la chimica sono io", ne era davvero convinto. E quando vide che i partiti non intendevano rinunciare alla mangiatoia della petrolchimica pubblica, mamma del sistema tangentizio, lui si impuntò: "Io vendo, ma il prezzo lo stabilisco io". Così Gardini chiese tremila miliardi, e ne mise sul piatto 150 per la maxitangente. Cagliari però non era in carcere per la nostra inchiesta, ma per l'inchiesta di De Pasquale su Eni-Sai. Non si possono paragonare i due suicidi, perché non si possono paragonare i due personaggi. Cagliari era un uomo che sputava nel piatto in cui aveva mangiato. Gardini era un uomo che disprezzava e comprava, e disprezzava quel che comprava. Il miliardo a Botteghe Oscure lo portò lui. Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all'ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito, se al secondo o al quarto piano: me lo sarei fatto dire da Gardini. Ma era ancora più importante stabilire chi avesse imboscato la maxitangente, probabilmente portando i soldi al sicuro nello Ior. Avevamo ricostruito la destinazione di circa metà del bottino; restavano da rintracciare 75 miliardi».

Chi li aveva presi?

«Qualcuno l'abbiamo trovato. Ad esempio Arnaldo Forlani: non era certo Severino Citaristi a gestire simili cifre. Non è vero che il segretario dc fu condannato perché non poteva non sapere, e lo stesso vale per Bettino Craxi, che fu condannato per i conti in Svizzera. Ma il grosso era finito allo Ior. Allora c'era il Caf».

Craxi. Forlani. E Giulio Andreotti.

 «Il vero capo la fa girare, ma non la tocca. Noi eravamo arrivati a Vito Ciancimino, che era in carcere, e a Salvo Lima, che era morto. A Palermo c'era già Giancarlo Caselli, tra le due Procure nacque una stretta collaborazione, ci vedevamo regolarmente e per non farci beccare l'appuntamento era a casa di Borrelli. Ingroia l'ho conosciuto là».

Torniamo a Gardini. E al 23 luglio 1993.

«Con Francesco Greco avevamo ottenuto l'arresto. Un gran lavoro di squadra. Io ero l'investigatore. Piercamillo Davigo era il tecnico che dava una veste giuridica alle malefatte che avevo scoperto: arrivavo nel suo ufficio, posavo i fascicoli sulla scrivania, e gli dicevo in dipietrese: "Ho trovato quindici reati di porcata. Ora tocca a te trovargli un nome". Gherardo Colombo, con la Guardia di Finanza, si occupava dei riscontri al mio lavoro di sfondamento, rintracciava i conti correnti, trovava il capello (sic) nell'uovo. Gli avvocati Giovanni Maria Flick e Marco De Luca vennero a trattare il rientro di Gardini, che non era ancora stato dichiarato latitante. Fissammo l'appuntamento per il 23, il mattino presto». «Avevamo stabilito presidi a Ravenna, Roma, a Milano e allertato le frontiere. E proprio da Milano, da piazza Belgioioso dove Gardini aveva casa, mi arriva la telefonata: ci siamo, lui è lì. In teoria avrei dovuto ordinare ai carabinieri di eseguire l'arresto. Gli avrei salvato la vita. Ma non volevo venir meno alla parola data. Così rispondo di limitarsi a sorvegliare con discrezione la casa. Il mattino del 23 prima delle 7 sono già a Palazzo di Giustizia. Alle 8 e un quarto mi telefona uno degli avvocati, credo De Luca, per avvertirmi che Gardini sta venendo da me, si sono appena sentiti. Ma poco dopo arriva la chiamata del 113: "Gardini si è sparato in testa". Credo di essere stato tra i primi a saperlo, prima anche dei suoi avvocati». «Mi precipito in piazza Belgioioso, in cinque minuti sono già lì. Entro di corsa. Io ho fatto il poliziotto, ne ho visti di cadaveri, ma quel mattino ero davvero sconvolto. Gardini era sul letto, l'accappatoio insanguinato, il buco nella tempia».

E la pistola?

«Sul comodino. Ma solo perché l'aveva raccolta il maggiordomo, dopo che era caduta per terra. Capii subito che sarebbe partito il giallo dell'omicidio, già se ne sentiva mormorare nei conciliaboli tra giornalisti e pure tra forze dell'ordine, e lo dissi fin dall'inizio: nessun film, è tutto fin troppo chiaro. Ovviamente in quella casa mi guardai attorno, cercai una lettera, un dettaglio rivelatore, qualcosa: nulla».

Scusi Di Pietro, ma spettava a lei indagare sulla morte di Gardini?

«Per carità, Borrelli affidò correttamente l'inchiesta al sostituto di turno, non ricordo neppure chi fosse, ma insomma un'idea me la sono fatta...».

Quale?

«Fu un suicidio d'istinto. Un moto d'impeto, non preordinato. Coerente con il personaggio, che era lucido, razionale, coraggioso. Con il pelo sullo stomaco; ma uomo vero. Si serviva di Tangentopoli, che in fondo però gli faceva schifo. La sua morte per me fu un colpo duro e anche un coitus interruptus».

Di Pietro, c'è di mezzo la vita di un uomo.

«Capisco, non volevo essere inopportuno. È che l'interrogatorio di Gardini sarebbe stato una svolta, per l'inchiesta e per la storia d'Italia. Tutte le altre volte che nei mesi successivi sono arrivato vicino alla verità, è sempre successo qualcosa, sono sempre riusciti a fermarmi. L'anno dopo, era il 4 ottobre, aspettavo le carte decisive dalla Svizzera, dal giudice Crochet di Ginevra: non sono mai arrivate. Poi mi bloccarono con i dossier, quando ero arrivato sulla soglia dell'istituto pontificio...».

Ancora i dossier?

«Vada a leggersi la relazione del Copasir relativa al 1995: contro di me lavoravano in tanti, dal capo della polizia Parisi a Craxi».

Lei in morte di Gardini disse: «Nessuno potrà più aprire bocca, non si potrà più dire che gli imputati si ammazzano perché li teniamo in carcere sperando che parlino».

«Può darsi che abbia detto davvero così. Erano giornate calde. Ma il punto lo riconfermo: non è vero, come si diceva già allora, che arrestavamo gli inquisiti per farli parlare. Quando arrestavamo qualcuno sapevamo già tutto, avevamo già trovato i soldi. E avevamo la fila di imprenditori disposti a parlare».

Altri capitani d'industria hanno avuto un trattamento diverso.

«Carlo De Benedetti e Cesare Romiti si assunsero le loro responsabilità. Di loro si occuparono la Procura di Roma e quella di Torino. Non ci furono favoritismi né persecuzioni. Purtroppo, nella vicenda di Gardini non ci furono neanche vincitori; quel giorno abbiamo perso tutti».

 Dopo 20 anni Di Pietro è senza: pudore: «Avrei potuto salvarlo». Mani Pulite riscritta per autoassolversi. L'ex pm: "Avrei dovuto arrestarlo e lui avrebbe parlato delle mazzette al Pci". La ferita brucia ancora. Vent'anni fa Antonio Di Pietro, allora l'invincibile Napoleone di Mani pulite, si fermò sulla porta di Botteghe Oscure e il filo delle tangenti rosse si spezzò con i suoi misteri, scrive Stefano Zurlo su “Il Giornale”. Per questo, forse per trovare una spiegazione che in realtà spiega solo in parte, l'ex pm racconta che il suicidio di Raul Gardini, avvenuto il 23 luglio '93 a Milano, fu un colpo mortale per quell'indagine. «La sua morte - racconta Di Pietro ad Aldo Cazzullo in un colloquio pubblicato ieri dal Corriere della Sera - fu per me un coitus interruptus». Il dipietrese s'imbarbarisce ancora di più al cospetto di chi non c'è più, ma non è questo il punto. È che l'ormai ex leader dell'Italia dei Valori si autoassolve a buon mercato e non analizza con la dovuta brutalità il fallimento di un'inchiesta che andò a sbattere contro tanti ostacoli. Compresa l'emarginazione del pm Tiziana Parenti, titolare di quel filone. E non s'infranse solo sulla tragedia di piazza Belgioioso. Di Pietro, come è nel suo stile, semplifica e fornisce un quadro in cui lui e il Pool non hanno alcuna responsabilità, diretta o indiretta, per quel fiasco. Tutto finì invece con quei colpi di pistola: «Quel 23 luglio Gardini avrebbe dovuto raccontarmi tutto: a chi aveva consegnato il miliardo di lire che aveva portato a Botteghe Oscure, sede del Pci; chi erano i giornalisti economici corrotti, oltre a quelli già rivelati da Sama; e chi erano i beneficiari del grosso della tangente Enimont, messo al sicuro nello Ior». E ancora, a proposito di quel miliardo su cui tanto si è polemizzato in questi anni, specifica: «Il suo autista Leo Porcari mi aveva raccontato di averlo lasciato all'ingresso del quartier generale comunista, ma non aveva saputo dirmi in quale ufficio era salito, se al secondo o al quarto piano: me lo sarei fatto dire da Gardini». Il messaggio che arriva è chiaro: lui ha fatto tutto quel che poteva per scoprire i destinatari di quel contributo illegale, sulla cui esistenza non c'è il minimo dubbio, ma quel 23 luglio cambiò la storia di Mani pulite e in qualche modo quella d'Italia e diventa una data spartiacque, come il 25 luglio 43. Vengono i brividi, ma questa ricostruzione non può essere accettata acriticamente e dovrebbero essere rivisti gli errori, e le incertezze dell'altrove insuperabile Pool sulla strada del vecchio Pci. Non si può scaricare su chi non c'è più la responsabilità di non aver scoperchiato quella Tangentopoli. Di Pietro invece se la cava così, rammaricandosi solo di non aver fatto ammanettare il signore della chimica italiana la sera prima, quando i carabinieri lo avvisarono che Gardini era a casa, in piazza Belgioioso. «M avevo dato la mia parola agli avvocati che lui sarebbe arrivato in procura con le sue gambe, il mattino dopo». Quello fatale. «E dissi di lasciar perdere. Se l'avessi fatto arrestare subito sarebbe ancora qui con noi. Io Gardini lo potevo salvare». La storia non si fa con i se. E quella delle tangenti rosse è finita prima ancora di cominciare.

Pomicino: il pm Di Pietro tentò di farmi incastrare Napolitano. L'ex ministro Cirino Pomicino: "Inventando una confessione, cercò di spingermi a denunciare una tangente all'attuale capo dello Stato, poi spiegò il trucco", scrive Paolo Bracalini su “Il Giornale”. E mentre la truccatrice gli passa la spazzola sulla giacca, prima di entrare nello studio tv di Agorà, 'o ministro ti sgancia la bomba: «Di Pietro mi chiese: "È vero che Giorgio Napolitano ha ricevuto soldi da lei?". Io risposi che non era vero, ma lui insisteva. "Guardi che c'è un testimone, un suo amico, che lo ha confessato". "Se l'ha detto, ha detto una sciocchezza, perché non è vero" risposi io. E infatti la confessione era finta, me lo rivelò lo stesso Di Pietro poco dopo, un tranello per farmi dire che Napolitano aveva preso una tangente. Ma si può gestire la giustizia con questi metodi? E badi bene che lì aveva trovato uno come me, ma normalmente la gente ci metteva due minuti a dire quel che volevano fargli dire". "In quegli anni le persone venivano arrestate, dicevano delle sciocchezze, ammettevano qualsiasi cosa e il pm li faceva subito uscire e procedeva col patteggiamento. Quando poi queste persone venivano chiamate a testimoniare nel processo, contro il politico che avevano accusato, potevano avvalersi della facoltà di non rispondere. E quindi restavano agli atti le confessioni false fatte a tu per tu col pubblico ministero», aveva già raccontato Pomicino in una lunga intervista video pubblicata sul suo blog paolocirinopomicino.it. La stessa tesi falsa, cioè che Napolitano, allora presidente della Camera, esponente Pds dell'ex area migliorista Pci, avesse ricevuto dei fondi, per sé e per la sua corrente, col tramite dell'ex ministro democristiano, Pomicino se la ritrovò davanti in un altro interrogatorio, stavolta a Napoli. «Il pm era il dottor Quatrano (nel 2001 partecipò ad un corteo no global e l'allora Guardasigilli Roberto Castelli promosse un'azione disciplinare). Mi fece incontrare una persona amica, agli arresti, anche lì per farmi dire che avevo dato a Napolitano e alla sua corrente delle risorse finanziaria». La ragione di quel passaggio di soldi a Napolitano, mai verificatosi ma da confermare a tutti i costi anche col tranello della finta confessione di un amico (uno dei trucchi dell'ex poliziotto Di Pietro, "altre volte dicevano che se parlavamo avremmo avuto un trattamento più mite"), per Cirino Pomicino è tutta politica: «Obiettivo del disegno complessivo era far fuori, dopo la Dc e il Psi, anche la componente amendoliana del Pci, quella più filo-occidentale, più aperta al centrosinistra. Tenga presente che a Milano fu arrestato Cervetti, anch'egli della componente migliorista di Giorgio Napolitano, e fu accusata anche Barbara Pollastrini. Entrambi poi scagionati da ogni accusa». I ricordi sono riemersi di colpo, richiamati dalle «corbellerie» dette da Di Pietro al Corriere a proposito del suicidio di Raul Gardini, vent'anni esatti fa (23 luglio 1993). «Sono allibito che il Corriere della Sera dia spazio alle ricostruzioni false raccontate da Di Pietro. Ho anche mandato un sms a De Bortoli, ma quel che gli ho scritto sono cose private. Di Pietro dice che Gardini si uccise con un moto d'impeto, e che lui avrebbe potuto salvarlo arrestandolo il giorno prima. Io credo che Gardini si sia ucciso per il motivo opposto», forse perché era chiaro che di lì a poche ore sarebbe stato arrestato. Anche Luigi Bisignani, l'«Uomo che sussurra ai potenti» (bestseller Chiarelettere con Paolo Madron), braccio destro di Gardini alla Ferruzzi, conferma questa lettura: «Raul Gardini si suicidò perché la procura aveva promesso che la sua confessione serviva per non andare in carcere, ma invece scoprì che l'avrebbero arrestato». Processo Enimont, la «madre di tutte le tangenti», l'epicentro del terremoto Tangentopoli. «La storia di quella cosiddetta maxitangente, che poi invece, come diceva Craxi, era una maxiballa, è ancora tutta da scrivere. - Pomicino lo spiega meglio - Alla politica andarono 15 o 20 miliardi, ma c'erano 500 miliardi in fondi neri. Dove sono finiti? A chi sono andati? E chi ha coperto queste persone in questi anni? In parte l'ho ricostruito, con documenti che ho, sui fondi Eni finiti a personaggi all'interno dell'Eni. Ma di questo non si parla mai, e invece si pubblicano false ricostruzioni della morte tragica di Gardini».

Ieri come oggi la farsa continua.

Dopo 5 anni arriva la sentenza di primo grado: l'ex-governatore dell'Abruzzo Ottaviano del Turco è stato condannato a 9 anni e 6 mesi di reclusione dal Tribunale collegiale di Pescara nell'inchiesta riguardo le presunti tangenti nella sanità abruzzese. L’ex ministro delle finanze ed ex segretario generale aggiunto della Cgil all’epoca di Luciano Lama è accusato di associazione per delinquere, corruzione, abuso, concussione, falso. Il pm aveva chiesto 12 anni. Secondo la Procura di Pescara l’allora governatore avrebbe intascato 5 milioni di euro da Vincenzo Maria Angelini, noto imprenditore della sanità privata, all’epoca titolare della casa di cura Villa Pini.

«E' un processo che è nato da una vicenda costruita dopo gli arresti, cioè senza prove - attacca l'ex governatore dell'Abruzzo intervistato al Giornale Radio Rai -. Hanno cercato disperatamente le prove per 4 anni e non le hanno trovate e hanno dovuto ricorrere a una specie di teorema e con il teorema hanno comminato condanne che non si usano più nemmeno per gli assassini, in  questo periodo. Io sono stato condannato esattamente a 20 anni di carcere come Enzo Tortora». E a Repubblica ha poi affidato un messaggio-shock: «Ho un tumore, ma voglio vivere per dimostrare la mia innocenza».

Lunedì 22 luglio 2013, giorno della sentenza, non si era fatto attendere il commento del legale di Del Turco, Giandomenico Caiazza, che ha dichiarato: «Lasciamo perdere se me lo aspettassi o no perchè questo richiederebbe ragionamenti un pò troppo impegnativi. Diciamo che è una sentenza che condanna un protagonista morale della vita politica istituzionale sindacale del nostro paese accusato di aver incassato sei milioni e 250 mila euro a titolo di corruzione dei quali non si è visto un solo euro. Quindi penso che sia un precedente assoluto nella storia giudiziaria perchè si possono non trovare i soldi ma si trovano le tracce dei soldi».

Nello specifico, Del Turco è accusato insieme all’ex capogruppo del Pd alla Regione Camillo Cesarone e a Lamberto Quarta, ex segretario generale dell’ufficio di presidenza della Regione, di aver intascato mazzette per 5 milioni e 800mila euro. Per questa vicenda fu arrestato il 14 luglio 2008 insieme ad altre nove persone, tra le quali assessori e consiglieri regionali. L’ex presidente finì in carcere a Sulmona (L'Aquila) per 28 giorni e trascorse altri due mesi agli arresti domiciliari. A seguito dell’arresto, Del Turco il 17 luglio 2008 si dimise dalla carica di presidente della Regione e con una lettera indirizzata all’allora segretario nazionale Walter Veltroni si autosospese dal Pd, di cui era uno dei 45 saggi fondatori nonchè membro della Direzione nazionale. Le dimissioni comportarono lo scioglimento del consiglio regionale e il ritorno anticipato alle urne per i cittadini abruzzesi.

Del Turco condannato senza prove. All'ex presidente dell'Abruzzo 9 anni e sei mesi per presunte tangenti nella sanità. Ma le accuse non hanno riscontri: nessuna traccia delle mazzette né dei passaggi di denaro, scrive Gian Marco Chiocci su “Il Giornale”. In dubio pro reo. Nel dubbio - dicevano i latini - decidi a favore dell'imputato. Duole dirlo, e non ce ne voglia il collegio giudicante del tribunale di Pescara, ma la locuzione dei padri del diritto sembra sfilacciarsi nel processo all'ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco. Processo che in assenza di prove certe s'è concluso come gli antichi si sarebbero ben guardati dal concluderlo: con la condanna del principale imputato e dei suoi presunti sodali. Qui non interessa riaprire il dibattito sulle sentenze da rispettare o sull'assenza o meno di un giudice a Berlino. Si tratta più semplicemente di capire se una persona - che su meri indizi è finita prima in cella e poi con la vita politica e personale distrutta - di fronte a un processo per certi versi surreale, contraddistintosi per la mancanza di riscontri documentali, possa beccarsi, o no, una condanna pesantissima a nove anni e sei mesi (non nove mesi, come ha detto erroneamente in aula il giudice). Noi crediamo di no. E vi spieghiamo perché. In cinque anni nessuno ha avuto il piacere di toccare con mano le «prove schiaccianti» a carico dell'ex governatore Pd di cui parlò, a poche ore dalle manette, l'allora procuratore capo Trifuoggi. Un solo euro fuori posto non è saltato fuori dai conti correnti dell'indagato eccellente, dei suoi familiari o degli amici più stretti, nemmeno dopo centinaia di rogatorie internazionali e proroghe d'indagini. E se non si sono trovati i soldi, nemmeno s'è trovata una traccia piccola piccola di quei soldi. Quanto alle famose case che Del Turco avrebbe acquistate coi denari delle tangenti (sei milioni di euro) si è dimostrato al centesimo esser state in realtà acquistate con mutui, oppure prima dei fatti contestati o ancora coi soldi delle liquidazioni o le vendite di pezzi di famiglia. Non c'è un'intercettazione sospetta. Non un accertamento schiacciante. Non è emerso niente di clamoroso al processo. Ma ciò non vuol dire che per i pm non ci sia «niente» posto che nella requisitoria finale i rappresentanti dell'accusa hanno spiegato come l'ex segretario della Cgil in passato avesse ricoperto i ruoli di presidente della commissione parlamentare Antimafia e di ministro dell'Economia, e dunque fosse a conoscenza dei «sistemi» criminali utilizzati per occultare i quattrini oltre confine. Come dire: ecco perché i soldi non si trovano (sic !). Per arrivare a un verdetto del genere i giudici, e in origine i magistrati di Pescara (ieri assolutamente sereni prima della sentenza, rinfrancati dalla presenza a sorpresa in aula del loro ex procuratore capo) hanno creduto alle parole del re delle cliniche abruzzesi, Vincenzo Maria Angelini, colpito dalla scure della giunta di centrosinistra che tagliava fondi alla sanità privata, per il quale i carabinieri sollecitarono (invano) l'arresto per tutta una serie di ragioni che sono poi emerse, e deflagrate, in un procedimento parallelo: quello aperto non a Pescara bensì a Chieti dove tal signore è sotto processo per bancarotta per aver distratto oltre 180 milioni di euro con operazioni spericolate, transazioni sospette, spese compulsive per milioni e milioni in opere d'arte e beni di lusso. Distrazioni, queste sì, riscontrate nel dettaglio dagli inquirenti teatini. Da qui il sospetto, rimasto tale, che il super teste possa avere utilizzato per sé (vedi Chieti) ciò che ha giurato (a Pescara) di avere passato ai politici. Nel «caso Del Turco» alla mancanza di riscontri si è supplito con le sole dichiarazioni dell'imprenditore, rivelatesi raramente precise e puntuali come dal dichiarante di turno pretendeva un certo Giovanni Falcone. Angelini sostiene che prelevava contanti solo per pagare i politici corrotti? Non è vero, prelevava di continuo ingenti somme anche prima, e pure dopo le manette (vedi inchiesta di Chieti). Angelini giura che andava a trovare Del Turco nella sua casa di Collelongo, uscendo al casello autostradale di Aiello Celano? Non è vero, come dimostrano i telepass, le testimonianze e le relazioni degli autisti, a quel casello l'auto della sua azienda usciva prima e dopo evidentemente anche per altri motivi. Angelini dice che ha incontrato Del Turco a casa il giorno x? Impossibile, quel giorno si festeggiava il santo patrono e in casa i numerosi vertici istituzionali non hanno memoria della gola profonda. Angelini porta la prova della tangente mostrando una fotografia sfocata dove non si riconosce la persona ritratta? In dibattimento la difesa ha fornito la prova che quella foto risalirebbe ad almeno un anno prima, e così cresce il giallo del taroccamento. Angelini corre a giustificarsi consegnando ai giudici il giaccone che indossava quando passò la mazzetta nel 2007, e di lì a poco la casa produttrice della giubba certifica che quel modello nel 2007 non esisteva proprio essendo stato prodotto a far data 2011. Questo per sintetizzare, e per dire che le prove portate da Angelini, che la difesa ribattezza «calunnie per vendetta», sono tutt'altro che granitiche come una sana certezza del diritto imporrebbe. Se per fatti di mafia si è arrivati a condannare senza prove ricorrendo alla convergenza del molteplice (il fatto diventa provato se lo dicono più pentiti) qui siamo decisamente oltre: basta uno, uno soltanto, e sei fregato. «Basta la parola», recitava lo spot di un celebre lassativo. Nel dubbio, d'ora in poi, il reo presunto è autorizzato a farsela sotto. Del Turco: "Ho un cancro, voglio vivere per provare la mia innocenza". «Da tre mesi so di avere un tumore, da due sono in chemioterapia. Domani andrò a Roma a chiedere al professor Mandelli di darmi cinque anni di vita, cinque anni per dimostrare la mia innocenza e riabilitare la giunta della Regione Abruzzo che ho guidato». A dichiararlo in una intervista a Repubblica è Ottaviano Del Turco, condannato a nove anni e sei mesi per presunte tangenti nella sanità privata abruzzese. «Mi hanno condannato senza una prova applicando in maniera feroce il teorema Angelini, oggi in Italia molti presidenti di corte sono ex pm che si portano dietro la cultura accusatoria. Il risultato, spaventoso, sono nove anni e sei mesi basati sulle parole di un bandito. Ho preso la stessa condanna di Tortora, e questo mi dà sgomento». Il Pd? «Ha così paura dei giudici che non è neppure capace di difendere un suo dirigente innocente», ha aggiunto Del Turco.

Raul Gardini, la vera storia del "Corsaro" tra scommesse azzardate e faide familiari. Luigi Bisignani su Il Tempo il 30 luglio 2023

Caro direttore, un popolo di santi, eroi, poeti e naviganti. Mai come in questi giorni queste parole sono state così calzanti nel sentire la narrazione di una certa stampa e Tv su Raul Gardini, in occasione dei 30 anni dalla morte del manager ravvenate. Non è stata da meno la Rai, con l’apologetico docufilm «Raul Gardini» - andato in onda il 23 luglio - nel rappresentare la vicenda umana e professionale del «Corsaro», così soprannominato per le sue scorribande in borsa. Un protagonista temerario e certamente con idee innovative, ma anche uno spericolato «gambler» con il gusto dell’azzardo che è riuscito a distruggere uno dei più grandi player agro-industriali al mondo nello spazio di pochi mesi.

Anche nella tv di Stato la vicenda viene fatta passare per una faida di famiglia, una sorta di Dynasty «acchiappa audience» che, peraltro, proprio sul terreno degli ascolti è stata un flop. Mentre il Gruppo Ferruzzi era in realtà il progetto di una vita del patriarca Serafino, lui sì visionario e all’avanguardia, che si era sempre tenuto ben lontano da politica e finanza e che aveva costruito un megapolo integrato con una filiera rigorosamente “homemade” di trasporti, logistica, stoccaggio. Solo per dare qualche numero, parliamo di circa 170 chiatte da 1.000 tonnellate per il trasporto fluviale, di una flotta di 16 navi per 752mila tonnellate di carico e di enormi stoccaggi in silos giganteschi alla foce del Mississippi. Tant’è che alla Borsa di Chicago, come si fa con i «grandi», quando entrava il cavalier Ferruzzi, veniva suonata la campanella. Il patrimonio di Serafino Ferruzzi è stata la migliore «dote» in mano a Gardini, utilizzata per l’acquisto non solo della Montedison, ma di tante altre realtà come Central Soia, Koipe, Carapelli ed anche per la celebrata avventura de Il Moro di Venezia.

Tornando al docufilm, bastano i primi minuti per capire la follia dello storytelling celebrativo a senso unico non appena, al bravo Bentivoglio/Gardini, mettono in bocca una falsità storica: gli fanno dire che non si sa chi sia più ricco tra suo padre Ivan e Serafino Ferruzzi. La verità è che da una parte abbiamo Ivan Gardini, un piccolo imprenditore che aveva come microcosmo Ferrara, una famiglia che coltivava pesche e, quale attività complementare, quella del «sabiunat», ovvero dragava il fiume per raccogliere la sabbia. Dall’altra parte abbiamo Serafino Ferruzzi, una leggenda che per orizzonte aveva il mondo intero e con una liquidità in tasca di migliaia di miliardi di lire. La «pietas» per il tragico destino di Gardini non deve però farci dimenticare la verità e dunque la sua distruttiva arroganza. E questa volta chi postula «ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità» resterà deluso perché un’altra verità sta emergendo da una domanda spontanea: perché, dopo tutto questo tempo, si continua a rappresentare epicamente la storia di Gardini, oramai smentita da carte e testimoni, come quella di un eroe senza macchia e peccato?

Le risposte possono essere molteplici: forse per evitare di parlare del ruolo nefasto e malefico di Mediobanca e di alcuni poteri forti che contribuirono in modo sostanziale a spolpare il gruppo Ferruzzi a beneficio della Fiat.

O, più semplicemente, per spostare l’attenzione nei giorni tragici di Mani Pulite su partiti come il Pci e personaggi finiti nel mirino della magistratura, come gli Agnelli, i De Benedetti e i Falck, sfruttando e approfittando, con un grimaldello perfetto quale era il carattere impetuoso di Gardini, delle divisioni nella famiglia di Ravenna. O, forse, anche per evitare di aprire uno squarcio in seno alla stessa Procura di Milano, che aveva bisogno di «crocifiggere» Sergio Cusani e i Ferruzzi per lavarsi la coscienza dai suicidi dei vari Castellari, Moroni, Cagliari e dello stesso Gardini, portando così avanti la tesi della corruzione nella vicenda Enimont. Ricostruzioni e verità giudiziarie che tuttavia non sempre collimano con le verità reali. Più che una corruzione sta diventando palese che si trattò dell’ennesimo sciagurato finanziamento illecito ai partiti - un habitus a quei tempi di tutti i grandi gruppi industriali - per mettere fine alla guerra personale che Gardini aveva dichiarato alla politica, lanciando in campo provocazioni di ogni genere.

Leggendaria fu quella di mandare sotto la casa del ministro dell’epoca delle partecipazioni statali, Carlo Fracanzani, truppe cammellate urlanti «la chimica sono io». Oppure, ed è un mio ricordo personale ancora vivo, quando accompagnai il dottor Gardini dal presidente Andreotti per perorare un beneficio fiscale osteggiato da parte della sinistra Dc e dal Pci. Gardini spiegò le sue ragioni in maniera entusiasmante ma uscendo, con un ghigno arrogante dei suoi, si congedò dicendo testualmente «Se non me lo accordate, io i soldi me li faccio dare dai francesi». Il Divo, allora, commentò sagacemente: «Questo è matto, che se li facesse dare dai francesi, cosa è venuto a fare». Enimont durò neanche due anni. Nel ‘90 Montedison cedette il settore «chimica» all’Eni anche perché tutto il mondo politico voleva Gardini fuori per favorire quello che veniva definito il partito degli appalti e degli appaltatori all’ombra del cane a sei zampe. Vennero pagati 2.800 miliardi di lire per costringere Gardini alla resa. Ma potevano essere anche di più, come sosteneva all’epoca l’imperituro Franco Bernabè, in forza all’Eni e incaricato di una valutazione, pur di cacciare il «Contadino».

Gardini, affogato nel suo ego, era rimasto quello spregiudicato giocatore di poker che Serafino mal sopportava. Spesso i geni sono incontenibili nelle loro pretese e gesta, ma comunque i fratelli Ferruzzi, Arturo, Alessandra e Franca gli accordarono fiducia, supporto e sostegno. Tuttavia, riguardo a Enimont, certamente la vicenda più mediatica, la famiglia ha sempre affermato che la decisione della vendita della quota della società a Eni fu presa dal solo Raul, in totale autonomia e comunicata solo a cose fatte ai familiari i quali, basiti di fronte a tanta prepotenza, gli chiesero invano spiegazioni, così come avvenne per l’acquisto a debito della Montedison, portando ovviamente in garanzia il patrimonio Ferruzzi. Gardini non si smentiva mai e aveva manie di grandezza, anche perché il suo sogno nascosto era quello di diventare il nuovo Gianni Agnelli.

Solo una volta è venuto meno a sé stesso, solleticato nell’ego ipertrofico da quel venditore di sogni di Silvio Berlusconi, che ben sapeva interpretare i suoi interlocutori. L’occasione fu l’acquisto della Standa, che Gardini aveva giurato di non vendere mai e invece... Berlusconi si recò in pellegrinaggio a Ravenna e, giunto sulla soglia d’ingresso della villa di Gardini, si inginocchiò in stile Wojtyla. Davanti a quel gesto, Gardini rimase esterrefatto e così Silvio cominciò ad incantarlo, rimarcando che loro due erano gli unici indipendenti: «Abbiamo figli giovani. Abbiamo tutti contro. Ci vogliono far litigare. Ci scatenano contro i loro giornali». E così si prese la Standa. La lucida follia di Gardini raggiunse il suo apice quando pretese di mettere come presidente della Ferruzzi Finanziaria, la cassaforte del Gruppo il giovane figlio Ivan, in un consiglio di amministrazione dove sedevano, tra gli altri, giganti come Giuseppe Garofano, Italo Trapasso, Renato Picco e Sergio Cragnotti. Un bravo ragazzo che, nonostante l’aiuto del comandante generale dei Carabinieri, non riuscì neanche ad essere ammesso nell’Arma.

La conseguenza per la gloriosa «Ferruzzi Finanziaria» è che quel Cda divenne una farsa come l’Enrico IV di Pirandello, dove ogni consigliere doveva leggere un foglio pre-compilato in modo che il rampollo, fatto re, non facesse brutta figura. Fu l’inizio della fine per Raul, che voleva cancellare la Ferruzzi per farla diventare la Gardini. Voleva condizionare e tenere sotto controllo ogni cosa, anche la vita dei suoi collaboratori. Non gli piaceva, ad esempio, la moglie di Sergio Cragnotti, la Signora Flora, che poi si è dimostrata una donna eccezionale. E così architettò di creare le condizioni per il loro divorzio. Aveva addirittura scelto la futura compagna di Cragnotti: l’attrice e modella Marisa Berenson, che peraltro non aveva mai conosciuto. Nel «Colosseo Ferruzzi», come un imperatore romano, Raul voleva avere potere di vita e di morte, anche in nome di tutti gli eredi, perfino dei piccoli in arrivo come il bimbo di Alessandra, la più tenace dei figli di Serafino, l’unica che aveva compreso la fatale deriva verso cui stava trascinando il Gruppo. La debolezza della famiglia sotto scacco di Gardini, portò ad un certo punto alla decisione di liquidare il Contadino con 500 miliardi di lire. E da lì a poco entrò maleficamente in campo la Mediobanca di Cuccia che non permise alla famiglia Ferruzzi di farsi assistere dalla Goldman Sachs di Claudio Costamagna - che al contrario apprezzava il piano di risanamento portato avanti da Arturo Ferruzzi e Carlo Sama per poterla così spingere nell’abisso. Decisamente una storia tristissima per il capitalismo italiano. Ed è struggente l’ultima frase della prima lunga “intervista-verità” che ha rilasciato poche settimane fa Alessandra Ferruzzi, ricordando anche Gardini. Due sole parole eloquenti: «Scusa papà».

Gardini, 30 anni fa la morte. L’avvocato che passò con lui le ultime ore: «Ecco perché si uccise». Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 23 luglio 2023.

Marco De Luca, l’avvocato che passò le ultime ore con l’imprenditore: «Nel suo volto una tristezza profonda». Oggi il 30mo anniversario della morte

Il 23 luglio di trent’anni fa Milano si svegliò con uno sparo. A palazzo Belgioioso, nel centro cittadino, veniva trovato il corpo senza vita di Raul Gardini. L’eco fu planetaria perché il personaggio era planetario: partendo dall’eredità del suocero Serafino Ferruzzi, Gardini aveva creato in dieci anni un gruppo agroindustriale e chimico, Ferruzzi-Montedison, di dimensioni mondiali, con oltre 90 mila dipendenti; e nel contempo aveva scalato, come armatore e velista, le vette della Coppa America.

La magistratura non ebbe dubbi: suicidio. E nessun dubbio ebbero i familiari, nonostante le ombre allungate sul caso da varie inchieste giornalistiche. Com’è possibile che la pistola, trovata dalla Scientifica, fosse sullo scrittoio anziché accanto a lui? «Qualcuno nel frattempo l’ha spostata», tagliò corto il pm. E l’assenza di polvere da sparo nelle mani di Gardini? «Sono state lavate al pronto soccorso». La strage di via Palestro di quattro giorni dopo attribuita alla mafia? «Nessun nesso».

Il suicidio squassò il mondo della finanza e la famiglia. Da allora i Gardini e i Ferruzzi, già ai ferri corti per via del suo siluramento dalla guida del gruppo, non si parlano. Ma al di là delle vicende familiari, erano giorni neri per Gardini: la mattina del suicidio, dopo che quella settimana l’ex presidente dell’Eni Gabriele Cagliari si era tolto la vita in carcere, sapeva di dover essere arrestato su richiesta del pool Mani Pulite che lo accusava delle tangenti pagate ai politici per la joint venture Enimont. Il giorno prima, a palazzo Belgioioso, con Gardini c’erano il figlio Ivan, la moglie Idina, il dirigente Roberto Michetti e i suoi avvocati, Marco De Luca e Giovanni Maria Flick.

Avvocato De Luca, ci racconta l’ultimo giorno di Gardini?

«Il 22 luglio ero andato da lui nel pomeriggio per rivedere il possibile interrogatorio del giorno dopo, visto che doveva essere arrestato e ne avevo parlato con Di Pietro. E ciò anche alla luce delle dichiarazioni del manager Giuseppe Garofano, rispetto alle quali stavano uscendo delle anticipazioni di agenzia. Flick ed io restammo con lui quasi tutto il pomeriggio e la sera. Io me ne andai più o meno alle undici dopo che Idina era ripartita per Ravenna dicendo che sarebbe tornata la mattina successiva».

Come trovò Gardini?

«Mi sembrava un uomo molto provato, aveva nel volto una profonda tristezza».

Che cosa lo preoccupava?

«La sua prima preoccupazione riguardava la documentazione delle attività di Montedison di cui non disponeva ma che riteneva necessaria per difendersi dalle accuse. Essendo ormai fuori dal gruppo da un paio d’anni, da quando c’era stata la rottura in famiglia, non aveva quelle carte, in particolare sulla vicenda Enimont e sulle dazioni di denaro».

Doveva essere arrestato per le tangenti ai politici. Lei aveva trattato a lungo con Di Pietro, cosa aveva ottenuto?

«Io avrei voluto che Di Pietro sentisse Gardini per rendersi conto della sua posizione effettiva, di responsabilità nella fase decisionale, non però in quella esecutiva. Ma Di Pietro non volle. Alla fine riuscii a ottenere un arresto senza passaggio dal carcere. Gardini si sarebbe dovuto presentare il giorno 23 alle 11 di mattina in una qualche caserma della Guardia di Finanza, lì Di Pietro l’avrebbe interrogato a lungo, probabilmente fino a notte fonda, e Gardini sarebbe rimasto con noi fino a che il gip non avesse concesso i domiciliari. Il 24 poteva essere a casa».

(Ascolta qui i 5 episodi della serie podcast «Chiedi chi era Gardini», di Carlo Annese)

Gardini che cosa disse?

«Temeva che dall’interrogatorio di Garofano emergesse una realtà molto diversa da quella che pensava di rappresentare. Aveva paura cioè che gli gettassero la croce addosso».

La mattina dopo come andò?

«Dovevamo vederci alle 10 nel mio studio. Flick l’aveva cercato alle 7.30 per rinfrancarlo. Gli voleva offrire un caffè prima di venire da me. Ma non è riuscito a parlargli e quando è arrivato in piazza Belgioioso era già tutto successo».

Ha dei dubbi sul suicidio?

«Nessuno».

Che idea si è fatto sul movente?

«Io credo che l’abbia fatto per tutelare la sua famiglia e l’immagine. Non dobbiamo dimenticare che accanto alle vicende di Tangentopoli era maturato in quel momento il dissesto della Montedison che avrebbe potuto ripercuotersi su di lui e su molti altri con azioni riparatorie importanti dal punto di vista economico. Penso abbia considerato il fatto che senza di lui la sua famiglia sarebbe stata in qualche modo tutelata. In quegli anni Gardini era l’imprenditore per eccellenza in Italia. Il suo nome era straordinario, a Ravenna era considerato un re. Forse voleva evitare che le vicende di Tangentopoli potessero turbare tutto questo: lui e il suo mondo, nato accanto a Serafino Ferruzzi».

Se questo era il suo obiettivo l’ha raggiunto?

«Il suo ricordo, che condivido, è rimasto quello di un uomo di grandi capacità e vedute che ha portato molto onore a Ravenna e all’imprenditoria italiana. Quindi sì, credo abbia raggiunto l’obiettivo».

Trent'anni fa la scomparsa. Il ricordo di Gardini: Raul e Serafino gli inizi dell’avventura. “Voleva convincere i commissari europei sul bioetanolo ma aveva contro la lobby del petrolio”. Marco Fortis su Il Riformista il 18 Luglio 2023 

Sono trascorsi trent’anni dalla tragica morte di Raul Gardini, con cui ho avuto il piacere e l’onore di collaborare agli inizi della mia attività professionale. Gardini mi chiamò a Ravenna per dare vita all’Ufficio Studi del Gruppo Ferruzzi nel 1986. Fu per me una scelta non facile. Perché avrei dovuto abbandonare l’attività di condirettore della rivista “Materie Prime” di Nomisma che era stata co-fondata nel 1981 da me con il mio maestro accademico Alberto Quadrio Curzio, ma anche con il sostegno di Romano Prodi.

La rivista “Materie Prime” aveva diversi sponsor, tra cui il Gruppo Ferruzzi e si creò subito una sintonia ed una complementarità di competenze tra Gardini e me. Ciò fu determinante per la proposta che mi fece Gardini: lui imprenditore innovatore ed io economista con l’angolatura sulla economia reale ed internazionale. Per questo anche Quadrio Curzio, con cui collaboravo intensamente, mi incoraggiò nella mia decisione.

Così accettai, perché mi affascinavano le idee e i progetti che Gardini e suoi più stretti collaboratori stavano portando avanti e fui attratto dalla possibilità di lavorare in un grande gruppo industriale internazionale come la Ferruzzi, dove avrei comunque potuto continuare a fare ricerca economica ad alto livello, in parallelo con la mia attività universitaria, come poi è effettivamente successo fino ad oggi, prima con Ferruzzi-Montedison e poi con la Fondazione Edison.

Ricordare Gardini è, a mio avviso, molto importante. Non solo per tributare un omaggio alla memoria di un grande uomo. Ma anche per non perdere il “filo della storia”, di quella storia del nostro Paese e della sua economia i cui contorni spesso sembrano confondersi nel tempo. Per capire chi è stato Gardini occorre innanzitutto capire chi è stato prima di lui Serafino Ferruzzi, il fondatore del Gruppo, la cui figlia Idina era moglie di Gardini. Il “dottor” Ferruzzi fu, come Enrico Mattei nell’energia, un uomo di grande intraprendenza, capace di rendere l’Italia del Secondo Dopoguerra indipendente per i cereali e la soia dalle grandi multinazionali del settore. Ferruzzi sfidò le società di trading americane costruendo propri silos per i cereali sul Mississippi. Si diversificò geograficamente negli approvvigionamenti andando a comprare le materie prime agricole anche dalle cooperative argentine, si dotò di una propria flotta per trasportare le derrate in Italia, acquistò immensi possedimenti terrieri negli Stati Uniti e in Sudamerica. 

Divenne così importante ed autorevole nel mondo del commercio mondiale dei prodotti agricoli che quando egli arrivava alla Borsa dei cereali di Chicago le contrattazioni venivano temporaneamente interrotte per tributargli un deferente saluto. Prima di morire in un incidente aereo in una notte nebbiosa a Forlì mentre stava tornando a casa a Ravenna col suo jet, Serafino Ferruzzi aveva accumulato uno dei più importanti patrimoni d’Italia, stimato da Cesare Peruzzi in un articolo su “Il Mondo” del febbraio 1980 in circa 3 mila miliardi di lire, ed era riuscito a comprare dal cavalier Attilio Monti l’Eridania, la principale società italiana produttrice di zucchero. Furono così create le solide basi per lo sviluppo agro-industriale del Gruppo Ferruzzi che fu poi portato avanti dopo la sua scomparsa dal genero Raul Gardini.

La storia di Raul Gardini è certamente più nota di quella di Serafino Ferruzzi ma anch’essa è conosciuta solo in parte. Ed è probabilmente conosciuta più per le tragiche vicende finali di Enimont e le imprese veliche in Coppa America che non per il ruolo che Gardini ha avuto nell’industria italiana e mondiale. Ho avuto la fortuna di condividere con Gardini gli anni di lavoro che credo siano stati per lui i più belli: anni emozionanti e travolgenti, ma ancora sereni, diversamente da quelli successivi dell’avventura tormentata nella chimica, che gli avrebbe riservato fama ma anche tante amarezze. Un periodo, quello centrale degli anni ‘80, in cui Gardini era tutto proiettato verso il futuro ed era circondato da uomini fidati: dirigenti storici che aveva “ereditato” dal suocero Serafino ed altri emergenti, come Renato Picco, a capo dell’Eridania. La Ferruzzi a quell’epoca era veramente una grande squadra di manager preparati, chi a capo del trading, chi degli olii, chi dello zucchero, chi del calcestruzzo, chi delle navi, chi dei silos: tutti compatti attorno a Gardini. Una squadra che lo aiutò molto a muovere i suoi primi passi da leader, nel solco di Serafino. 

Inoltre, era entrato a far parte dei vertici anche Mauro De André, fratello del noto cantautore, che era diventato l’avvocato del Gruppo, della famiglia Ferruzzi e di Gardini. Un uomo di straordinaria professionalità, De André, un autentico baluardo per la Ferruzzi. Forse, se non fosse morto prematuramente, avrebbe saputo consigliare Gardini in taluni successivi momenti difficili della sua vita e la storia della Ferruzzi stessa sarebbe andata diversamente.

Lavoravo con Gardini nell’ufficio che egli aveva posto a piano terra nella sua casa, a Palazzo Prandi a Ravenna, in via Massimo d’Azeglio, assieme a Carlo Sama, suo più stretto assistente, con un mio giovane collaboratore e due segretarie. Tutti in un unico stanzone. Dietro l’ufficio, attraverso una serie di piccole porte comunicanti, si accedeva a una stanza privata di Gardini, dove lui amava leggere e riposarsi, circondato da suppellettili di caccia e di vela. Un’altra porta accedeva al giardino sul retro e a una piccola piscina. Un grande scalone portava al primo piano dove talvolta salivamo per il pranzo Gardini, Sama ed io, in compagnia della moglie di Raul, Idina, una donna straordinaria, semplice e molto religiosa, come la sorella Alessandra. Con Idina ho avuto la possibilità di rimanere sempre in contatto anche negli ultimi anni della sua vita, sia per dei consigli sia per organizzare eventi in memoria di Raul.

Il lavoro a Ravenna trascorreva tra Palazzo Prandi e il moderno edificio di vetro che ospitava le sedi della Italiana Oli e Risi e della Calcestruzzi. Con Gardini e Sama ci spostavamo a piedi per le vie della città da un ufficio all’altro. Nel week end cercavo spesso di rientrare a casa, in Piemonte. Viaggiavo tra Ravenna e il lago d’Orta a passo di lumaca con la mia vecchia Renault 4 bianca che raggiungeva appena i 90 all’ora e il lunedì mattina ripartivo alla volta della Romagna prima che albeggiasse, per poter arrivare in tempo in ufficio. Quando Gardini venne a sapere di questi miei faticosi spostamenti mi fece affidare una più confortevole e veloce Mercedes aziendale. 

Erano giorni febbrili, quelli del 1986. Gardini voleva convincere i Commissari europei a dar vita al progetto del bioetanolo, alcol da miscelare alla benzina ricavato dalle eccedenze cerealicole europee di quegli anni, che erano enormi e molto costose da mantenere. Ma aveva contro tutta la potente lobby dei petrolieri. Inoltre, Gardini voleva portare la soia in Italia: un altro progetto coraggioso. Da poco la Ferruzzi aveva preso il controllo del primo produttore di zucchero della Francia, la Béghin-Say, di cui Eridania deteneva già una importante partecipazione.

Una operazione difficilissima, quella di scalare un gruppo industriale francese, in cui però Gardini fu aiutato dallo straordinario lavoro di lobbying di un giovanissimo Sergio Cusani, che aveva rapporti consolidati col mondo saccarifero e finanziario transalpino. E ora, dopo quel successo, la Ferruzzi puntava a scalare la British Sugar, con l’appoggio dei bieticoltori inglesi ma con l’opposizione del governo britannico, che aveva più a cuore gli interessi coloniali dello zucchero di canna della Tate&Lyle. L’operazione British Sugar fu l’unica di quegli anni che Gardini non riuscì a portare a termine, forse per non aver tessuto lo stesso paziente lavoro diplomatico che caratterizzò la scalata vincente di Béghin-Say. La sconfitta di British Sugar fu però subito riscattata dall’introduzione della soia in Italia, che invece fu un enorme successo. Marco Fortis

Il ricordo dell'imprenditore scomparso 30 anni fa. Il ricordo di Gardini e lo sviluppo della Ferruzzi: “Era diventato l’interlocutore degli agricoltori italiani e francesi”. Marco Fortis su Il Riformista il 19 Luglio 2023 

In quei giorni passavo ore con Gardini in ufficio o in giardino ad ascoltare le sue idee e i suoi progetti sull’agricoltura, sull’ambiente e sull’Europa, mentre egli, instancabile, tracciava appunti e schemi su fogli e agendine, e discutevamo su come poter trasferire questa narrativa alle istituzioni europee, al mondo politico e all’opinione pubblica.

Buttammo giù praticamente insieme il primo working paper del gruppo Ferruzzi, “Una nuova agricoltura per vivere meglio”, del settembre 1986, che fu tradotto anche in inglese e francese, e fu presentato poco dopo ad un convegno a Bruxelles e ai vertici della Commissione europea. Il secondo working paper, “La soia. Una coltura alternativa per l’agricoltura italiana”, fu pubblicato nel dicembre 1986. Va ricordato che il Gruppo Ferruzzi favorì lo sviluppo della coltivazione della soia in Italia rendendo il nostro Paese primo produttore europeo di questa importante leguminosa che permette di fissare l’azoto nel terreno senza l’impiego di fertilizzanti e che quindi favorì una vera e propria rivoluzione della rotazione agraria. Anche per questo motivo l’Università di Bologna avrebbe poi conferito a Gardini la Laurea Honoris Causa in Agraria.

A quei tempi si volava in continuazione con i Falcon aziendali partendo dall’aeroporto di Forlì, diretti un po’ ovunque, a New York, Bruxelles, Amsterdam, Londra, Parigi e Reims, in quest’ultimo caso ospiti di George Garinois, leader dei bieticoltori francesi, che dopo la scalata di Béhin-Say divenne amico di Gardini e lo invitava spesso a cena nella sua fattoria dove venivano cucinati gustosi polli allo spiedo. Intorno al camino acceso, Gardini e Garinois mi coinvolgevano in interminabili discussioni fino a notte inoltrata sull’agricoltura, sull’Europa, sulle monete. Ero affascinato da questi uomini che rappresentavano ai miei occhi il tipo di capitalismo che avevo sempre giudicato migliore, quello dell’economia reale, dei grandi progetti per lo sviluppo, in contrapposizione a quello finanziario e del facile arricchimento. Talvolta rientravamo in aereo direttamente in Italia alla mattina, appena in tempo per aprire l’ufficio. Nei viaggi più brevi tra Ravenna, Venezia e Milano ci si spostava invece con il grande elicottero verde della Ferruzzi.

Gardini era un uomo affascinante ed emanava un notevole carisma. Loquace con gli amici, era di poche parole in pubblico, spesso rispondeva a monosillabi, ma aveva improvvise battute fulminanti, come mostra anche una celebre intervista televisiva rilasciata ad Enzo Biagi. Nei suoi viaggi all’estero era spesso accompagnato dalla figlia Eleonora. Ricordo che un giorno a New York, a margine di un appuntamento d’affari, anziché seguire la segretaria che ci accompagnava, irrompemmo di proposito nella enorme sala di trading di una importante società di investimento con un centinaio di operatori sbalorditi ed ammutoliti che interruppero il loro lavoro per ammirare il passaggio di Raul e di Eleonora, elegantissima in un abito azzurro.

I Ferruzzi e i Gardini erano ovviamente persone molto benestanti e al centro della cronaca ma anche semplici e aperte. Per questa ragione erano molto amati e rispettati dai ravennati. Inoltre, sapevano mettere sempre a loro agio anche giovani collaboratori come me da poco entrati a far parte del loro mondo. Ricordo che, da poco assunto, in occasione di una fiera agricola vicino a Birmingham, nel pieno della scalata a British Sugar, trascorsi quasi un intero pomeriggio con Alessandra Ferruzzi, che mi raccontò la vita di suo padre e tanti aneddoti della sua famiglia.

Oltre che con Gardini collaboravo molto anche con Sama, a cui Raul affidò le Relazioni esterne del Gruppo Ferruzzi. In quel periodo Carlo svolse un lavoro enorme per dare alla Ferruzzi una comunicazione di livello, fattore essenziale per far conoscere al mondo un gruppo fino a quel momento poco noto che però stava per entrare in Borsa, cosa che avvenne poco dopo con la holding Agricola Finanziaria. Un impegno, quello nella comunicazione, che poi valse a Sama anche la laurea ad honorem in sociologia da parte dell’Università di Urbino. Sama coordinò la prima campagna istituzionale della Ferruzzi con l’Agenzia Testa, con lo slogan “Ferruzzi Pianeta Terra”, e lavorò alla creazione del logo della Ferruzzi, con le sue tre foglioline verdi, ideato dalla Landor di San Francisco. Ricordo che in uno dei miei primi giorni di lavoro, raggiunsi direttamente in treno dal Piemonte Raul e Carlo a Torino presso l’Agenzia Testa per vedere l’evoluzione del progetto di immagine del Gruppo. C’era anche Alessandra Ferruzzi che Gardini coinvolgeva spesso nelle sue riflessioni strategiche perché riteneva molto preziosi i suoi pareri. Alessandra si era laureata con una tesi sul Chicago Board of Trade ed era molto competente sui temi dell’agricoltura e dell’agro-industria.

Sama fece anche realizzare da Fulvio Roiter uno splendido libro fotografico sulla Ferruzzi, le cui immagini sarebbero poi finite sui giornali e sulle riviste di tutto mondo a corredo delle interviste di Gardini, che andavano via via moltiplicandosi. Negli anni seguenti, assunto l’incarico di direttore delle relazioni esterne anche della Montedison, Sama ideò poi una delle campagne pubblicitarie più innovative di quell’epoca, consistente nella promozione di oggetti costruiti con le nuove plastiche biodegradabili del Gruppo, tra cui macchine fotografiche ed automobiline, distribuite in migliaia di esemplari con i numeri settimanali del periodico “Topolino”. Quei giocattoli, oltre trent’anni fa, furono i precursori degli odierni sacchetti ecologici della spesa in Mater-Bi. Nel 1990, Sama ed io avremmo poi lavorato insieme alla sponsorizzazione da parte della Ferruzzi del primo concerto dei Tre Tenori, José Carreras, Plácido Domingo e Luciano Pavarotti, che si esibirono in un memorabile concerto alle Terme di Caracalla, il 7 di luglio.

La Ferruzzi nella seconda metà degli anni ’80 era intanto diventata il più importante interlocutore diretto degli agricoltori italiani e francesi, ritirando la maggior parte dei loro raccolti di soia e barbabietola da zucchero, suscitando anche qualche gelosia tra le rappresentanze datoriali e sindacali italiane del settore. Memorabili furono le giornate della soia che la Ferruzzi organizzava presso la Torvis, una delle principali aziende agricole del Gruppo, oltre 4 mila ettari di terreni in provincia di Udine, con la partecipazione di migliaia di coltivatori e con in cielo le caratteristiche mongolfiere multicolori su cui spiccava il nuovo marchio del Gruppo. Nel corso di tali giornate venivano anche tenute importanti conferenze internazionali con la partecipazione di importanti personalità, tra cui il ministro dell’agricoltura Filippo Maria Pandolfi e il vicepresidente della Cee e commissario europeo all’agricoltura Frans Andriessen. In queste occasioni Gardini e Sama sovraintendevano personalmente tutta l’organizzazione degli eventi fino ai minimi particolari.

Quel mio dividermi tra l’Ufficio Studi e le relazioni esterne del Gruppo e tutti quei viaggi con Raul, Carlo e Alessandra Ferruzzi mi permisero di conoscere in breve tempo la immensa realtà della Ferruzzi, del suo know how, delle sue tecnologie, dei suoi siti produttivi e delle sue sedi nel mondo. In Italia Ferruzzi controllava Eridania, Italiana Olii e Risi e Carapelli; in Francia Béghin-Say, Lesieur e Ducros; in Spagna Koipe. La Ferruzzi aveva anche acquisito la divisione europea della statunitense Corn Product Corporation, che Gardini ridenominò Cerestar, così il Gruppo divenne il primo produttore europeo di amido e derivati con numerosi stabilimenti in diversi Paesi. Furono altresì comprate Central Soya negli Stati Uniti e Provimi, leader europea nei mangimi. La sede di Ferruzzi a Bruxelles divenne il più imponente ufficio di rappresentanza che un’impresa italiana avesse mai avuto nella capitale europea. Marco Fortis

Il terzo capitolo sulla scomparsa, 30 anni fa, dell'imprenditore. Raul Gardini e la scalata di Montedison che lo trasformò da “contadino” a “pirata” e “giocatore di poker”. Marco Fortis su Il Riformista il 20 Luglio 2023. 

Arrivò poi, nel 1987, la conquista di Montedison. L’acquisizione avvenne in modo quasi casuale, senza una strategia preordinata. Gardini riuscì ad inserirsi nella lotta tra Mediobanca e Mario Schimberni, il presidente di Montedison che aveva trasformato la società di Foro Buonaparte in una public company e aveva sfidato Enrico Cuccia sulla Bi-Invest dei Bonomi e su Fondiaria. Rastrellando titoli sul mercato, poco a poco Gardini accrebbe la sua quota in Montedison, peraltro comprando a un prezzo elevato le azioni di cui nel frattempo era entrato in possesso Carlo De Benedetti, nonché quelle di Gianni Varasi e di altri azionisti minori.

Alla fine, spiazzando lo stesso Cuccia, Gardini prese il controllo del gruppo chimico, pur appesantendo significativamente l’indebitamento della Ferruzzi, probabilmente animato anche dalla volontà di riuscire in una impresa completamente sua e non legata solo allo sviluppo dell’impero agro-industriale costruito dal suocero Serafino Ferruzzi.

A seguito della irruente scalata di Montedison, la stampa italiana, che in precedenza aveva soprannominato Gardini “il contadino”, prese anche ad indicarlo come “il pirata”. Alcuni media lo paragonarono ad un giocatore di poker che, con una impresa finanziaria eccessivamente spericolata, rischiava di mettere a repentaglio il patrimonio di famigliari fin troppo acquiescenti. E che con quella mossa, rischiava di scontrarsi irrimediabilmente anche con lo stesso Cuccia.

Sta di fatto che Montedison costituì un’autentica svolta per la Ferruzzi. Con grandi potenzialità ma anche con rischi enormi. Gardini si fidò inizialmente di Schimberni ma poi ruppe con lui quando capì che questi stava ulteriormente indebitando Montedison portando avanti in proprio progetti non condivisi. E fece piazza pulita di molti dei suoi uomini, mantenendo in squadra solo un professionista come Giuseppe Garofano e promuovendo gradatamente Italo Trapasso alla guida delle materie plastiche. Inoltre, Gardini chiamò Rita Levi Montalcini a far parte del Cda di Montedison. Liberatosi di Schimberni, si riavvicinò anche a Mediobanca perché aveva bisogno di Via Filodrammatici per rimettere ordine nei conti appesantiti del Gruppo.

È stato spesso enfatizzato che l’acquisizione della Montedison da parte della Ferruzzi sarebbe stata finalizzata all’obiettivo di esplorare un possibile legame tra agroindustria e chimica, un ponte che avrebbe potuto permettere di realizzare la “chimica verde”, altrimenti detta bioeconomia: vale a dire plastiche biodegradabili ottenute dal mais, carburanti ricavati dalle materie prime agricole come l’etanolo o il biodiesel, nuovi materiali, componenti e inchiostri biodegradabili. Frontiere che indubbiamente Gardini ha “focalizzato” con 35-40 anni di anticipo e che sono oggi più che mai di straordinaria attualità, nell’era di Greta Thunberg, delle nuove sfide che ci attendono con gli obiettivi ambiziosi della transizione ecologica e nel pieno del nuovo disordine globale innescato dalla pandemia e dall’aggressione russa all’Ucraina. Uno scenario che ha riproposto ad un Europa non sempre capace di programmare il proprio futuro la rude realtà di nuove improvvise “scarsità”, dal gas alle materie prime.

In realtà, il Gruppo Ferruzzi avrebbe potuto benissimo sviluppare la bioeconomia anche senza la Montedison. La visione della “chimica verde” di Gardini e del Gruppo Ferruzzi, infatti, era antecedente la presa di controllo del gruppo di Foro Buonaparte. E dentro la stessa Ferruzzi c’erano tecnologie d’avanguardia, come quelle dell’amido di Cerestar, che avrebbero potuto essere autonomamente indirizzate verso la bioeconomia con importanti prospettive di innovazione.

Il vero valore aggiunto per il nostro Paese dell’acquisizione di Montedison da parte del Gruppo Ferruzzi era invece potenzialmente un altro. Quello, cioè, di dare finalmente un azionariato stabile e un disegno industriale coerente alla società di Foro Buonaparte, dopo tanti anni tormentati di invadenze politiche e finanziarie, e di proiettarla sempre di più su scala internazionale. L’Italia avrebbe così potuto disporre non di una ma di ben due grandi multinazionali per competere sui mercati globali in settori strategici: la Ferruzzi nell’alimentare e la Montedison nella chimica. Senza contare che il nostro Paese avrebbe potuto averne in futuro anche una terza, cioè la Edison.

Furono Carlo Sama e Alessandra Ferruzzi a proporre a Gardini di ripristinare il vecchio marchio Edison e di ridenominare così le ex centrali elettriche di autoproduzione ex Edison ed ex Montecatini riunite nella Selm, che era in pieno sviluppo sotto la guida di un altro capace manager, Giancarlo Cimoli.

Invece Gardini, forse per eccessiva generosità verso il suo Paese, forse per troppa ambizione, si “incartò” nell’affare Enimont. Quando le massime istituzioni politiche italiane, i vertici dell’Eni e i manager chimici della stessa Montedison proposero a Gardini un progetto per mettere in comune le attività della chimica di base di Montedison e quelle di Enichem in unico gruppo industriale, cioè di creare quella che sarebbe poi diventata la futura joint venture Enimont, l’imprenditore ravennate fu molto combattuto sul da farsi.

Lo ricordo bene perché ne parlammo insieme tante volte in quelle settimane. Da un lato, infatti, Gardini vedeva la Montedison soprattutto proiettata nel mondo, esattamente come la Ferruzzi. Una Montedison tutta concentrata sulle sue società d’avanguardia come Himont (leader nel polipropilene), Ausimont (leader nel fluoro) ed Erbamont (leader negli antitumorali). Gardini avrebbe potuto vendere la chimica di base di Montedison che non gli interessava, quella dei fertilizzanti, delle fibre, della raffinazione, del pvc e del polistirene, rientrando così in parte anche dagli investimenti finanziari fatti per scalare Foro Bonaparte. Questa era pure l’idea degli eredi Ferruzzi e di Sama.

Ma, dall’altro lato, Gardini era anche un uomo attratto dalle sfide impossibili. I vertici dello Stato italiano, tra l’altro, lo invogliarono a creare l’Enimont promettendogli anche dei consistenti sgravi fiscali per favorire la fusione societaria e lo rassicurarono sul fatto che Enimont sarebbe stato un gruppo gestito con mentalità privata e senza intromissioni politiche. Perciò Gardini alla fine accettò e, senza saperlo, quello fu l’inizio del suo calvario personale così come di quello dei suoi parenti, che anche in quella partita rovente non gli fecero mai mancare il loro sostegno, mettendo seriamente a rischio il loro patrimonio.

La storia andò molto diversamente da come Gardini aveva immaginato. Infatti, nei mesi immediatamente successivi alla nascita di Enimont apparve subito evidente che la politica e i partiti, nonostante le promesse che gli erano state fatte, non intendevano mollare per nulla la presa sulla chimica di base, sugli appalti, sulle rendite clientelari e i relativi consensi collegati, intromettendosi di continuo negli affari interni di Enimont, incluse le nomine di alcuni manager. E, per di più, gli sgravi fiscali promessi alla Ferruzzi dai massimi vertici dello Stato italiano non decollavano, con continui rinvii politici dal carattere ricattatorio e stop and go del Parlamento sulla materia. L’Enimont, guidata da Lorenzo Necci e Sergio Cragnotti, era letteralmente impantanata e in quelle condizioni costituiva una emorragia che sul piano finanziario rischiava di dissanguare giorno dopo giorno la Ferruzzi-Montedison.

Gardini si sentì ingannato dalle istituzioni del suo Paese. E da uomo d’azione e di mercato quale era reagì cercando di scalare l’Enimont in modo ostile, con l’appoggio di investitori francesi, dando inizio ad una guerra all’ultimo sangue con lo Stato italiano. Il paradosso di queste dolorose vicende è che il gruppo Ferruzzi, così poco avvezzo ad avere a che fare con la politica italiana, alla fine fu coinvolto in quella che è stata definita la “madre di tutte le tangenti”. Marco Fortis

Il ricordo dell'imprenditore scomparso 30 anni fa. Gardini, l’acquisto a tutti i costi di Enimont, il fallimento e l’inchiesta Mani Pulite. Marco Fortis su Il Riformista il 21 Luglio 2023 

Messo all’angolo, Gardini alla fine decise di vendere all’ENI la quota in Enimont e si dimise polemicamente da tutte le cariche che ricopriva in Italia, nominando il giovanissimo figlio Ivan presidente del Gruppo. Furono giorni molto difficili quelli, sia per lui sia per Ivan. Ricordo che spesso la domenica pomeriggio partivo da Linate e li raggiungevo a Roma nella sede della Ferruzzi-Montedison presso l’Ara Coeli, dove c’erano anche alcune stanze per dormire. Lì lavoravamo insieme a discorsi e progetti e poi dopo cena si discuteva a lungo di possibili nuove strategie. Ma il morale di entrambi era molto basso.

È un peccato che molti dei ricordi storici che riguardano Raul Gardini imprenditore si riducano, oggi, alla vicenda di Enimont e ai drammatici episodi che ne seguirono. In altri Paesi un gruppo come la Ferruzzi-Montedison sarebbe stato giudicato un patrimonio nazionale da difendere e da valorizzare. Gli Stati Uniti, ad esempio, normalmente fanno così. Tanti tycoon dell’odierna economia americana sono partiti da poco più che dei garages o tramite avventurose start up. Ma, grazie ad un ambiente istituzionale, politico, finanziario e fiscale favorevole, hanno potuto creare delle multinazionali che oggi dominano i mercati mondiali e le filiere dell’innovazione tecnologica. In Germania i grandi gruppi industriali storici dell’auto, dell’elettromeccanica, della chimica e della farmaceutica sono sempre stati considerati dei patrimoni nazionali strategici così come lo sono in Francia le grandi imprese del lusso o della microelettronica, quelle dell’energia, della farmaceutica, della cosmetica o dell’auto.

Con la successiva disintegrazione del Gruppo Ferruzzi-Montedison, si è perduta invece una fetta importante della storia e del potenziale di sviluppo economico del nostro Paese. Si sono disperse tutte le avanguardie della nostra chimica, che sin dai tempi della Montecatini era leader nel mondo, e aveva vinto anche un premio Nobel con Giulio Natta. E si è anche disperso lo straordinario patrimonio commerciale e agroindustriale creato in quarant’anni di lavoro in tutto il mondo dal fondatore della Ferruzzi, Serafino Ferruzzi, e poi da Gardini.

La vicenda giudiziaria su Enimont, che coinvolse il Gruppo Ferruzzi-Montedison in Mani Pulite e vide il triste epilogo prima del suicidio di Gabriele Cagliari (le cui lettere dal carcere sono una delle più drammatiche testimonianze di quegli anni) e poi di quello di Raul Gardini (un uomo che probabilmente si sentiva troppo libero e orgoglioso per poter passare anche una sola notte in prigione), portò alla perdita del gruppo Ferruzzi-Montedison stesso da parte della famiglia Ferruzzi e alla sua progressiva vendita a pezzi, una volta passato sotto il controllo di Mediobanca.

Come tutti gli uomini, Gardini ha anche commesso alcuni errori. E uno dei più gravi è certamente stato proprio quello di intestardirsi a voler conquistare Enimont a tutti i costi. Per di più in un Paese come l’Italia, stretto tra vecchi presunti “salotti buoni” della finanza che certamente non gli erano amici e un sistema politico “invadente” come pochi altri in economia. Tra l’altro, per guadagnare rapidamente somme di denaro da mettere sul piatto della bilancia dello scontro Enimont, in quei giorni Gardini si lanciò anche in una spericolata speculazione finanziaria sulla soia al Chicago Board of Trade, mal consigliato da alcuni nuovi traders francesi ed americani che lui stesso aveva promosso ai vertici del trading Ferruzzi, in discontinuità con gli uomini fidati della vecchia scuola di Serafino. L’operazione andò molto male, minò il prestigio della Ferruzzi negli USA e costò alle casse del Gruppo e della stessa famiglia Ferruzzi, secondo le cronache e i resoconti giudiziari dell’epoca, non meno di 300 milioni di dollari o forse di più (la cifra esatta non si è mai saputa).

Un altro errore di Gardini, forse dettato dall’esito frustrante della stessa vicenda Enimont, fu quello di voler costringere a tutti costi gli eredi Ferruzzi a mettere in pratica un passaggio generazionale anticipato che lui riteneva innovativo ma che, di fatto, avrebbe praticamente privato i figli di Serafino delle loro legittime quote azionarie di controllo. I cognati fino a quel momento non gli avevano mai fatto mancare il loro più totale appoggio, nemmeno nei momenti più difficili. Ma il suo irrigidimento su quel progetto di successione portò ad una rottura con Arturo, Franca e Alessandra Ferruzzi e con Carlo Sama, che nel frattempo aveva sposato quest’ultima. Ciò indebolì notevolmente il Gruppo e lo espose, nel pieno delle indagini della magistratura, all’attacco di Mediobanca che, di fatto, portò poi alla espropriazione della Ferruzzi-Montedison da parte di quest’ultima. Separandosi dai Ferruzzi, Gardini perse anche quella squadra di fedeli manager che avevano sempre lavorato con lui, da Picco a Ceroni, da Venturi a Trapasso e tanti altri, che decisero di rimanere nel Gruppo con gli eredi di Serafino, non riuscendo a comprendere le ragioni di quella separazione.

Invano, negli ultimi giorni prima dell’escalation di Mani Pulite, Carlo Sama, che era sempre rimasto in rapporti con Gardini, cercò con pragmatismo di progettare con Goldman Sachs un disegno di riunificazione dei gruppi Ferruzzi, Gardini e Cragnotti che avrebbe consentito di affrontare meglio le difficoltà che si stavano profilando all’orizzonte. Ma ormai era tardi e l’ondata di arresti del pool del tribunale di Milano era in arrivo.

Vale la pena di ricordare che il Gruppo Ferruzzi-Montedison era all’epoca più o meno indebitato come altre importanti realtà industriali italiane, cioè come Fiat o il Gruppo De Benedetti, ma a differenza di queste era largamente in utile ed estremamente solido dal punto di vista industriale. A maggior ragione, quello che è accaduto in seguito è semplicemente assurdo dal punto di vista dell’interesse nazionale. Infatti, il sistema politico-istituzionale-finanziario italiano ha colpevolmente assecondato la dissoluzione di un patrimonio industriale unico al mondo, quello del Gruppo Ferruzzi-Montedison, che costituiva una delle poche realtà su scala globale che l’Italia abbia mai posseduto.

Benché avesse messo dei manager indubbiamente capaci a gestire le società ex-Ferruzzi-Montedison, come Enrico Bondi e Stefano Meloni, Mediobanca non sembrava avere un disegno industriale preciso per le realtà produttive di cui si era impossessata. Himont, leader mondiale nel polipropilene, fu venduta a gruppi stranieri. E, ironia della sorte, morto Enrico Cuccia nel giugno del 2000, la stessa Mediobanca che a suo tempo, approfittando dei giorni caotici di Mani Pulite, si era impadronita con un blitz dell’impero creato dai Ferruzzi e da Gardini, nell’estate del 2001 fu “scippata” della Ferruzzi-Montedison stessa, che nel frattempo era stata denominata Compart, con una OPA ostile guidata da Électricité de France e con il “tradimento” della vecchia e tradizionale alleata Fiat e di alcune banche italiane che appoggiarono quel colpo di mano contro via Filodrammatici.

Alla francese EdF, ovviamente, non interessava l’agro-industria dell’ex gruppo Ferruzzi, sicché successivamente Eridania Béghin-Say fu anch’essa venduta così come altre società chimiche residuali dell’ex Gruppo Montedison, mentre La Fondiaria sarebbe poi finita al Gruppo Ligresti. Ed è già tanto che EdF, un soggetto straniero, si sia poi dimostrata negli anni seguenti un azionista industriale valido per Edison, sostenendola sempre nei suoi investimenti in Italia e accompagnando i suoi manager fino ai successi recenti.

Ma il bilancio finale di tutte queste vicende per il nostro Paese è fallimentare. Perché con la fine di Ferruzzi e Montedison l’Italia ha perso per sempre la possibilità di essere protagonista in due settori strategici.

Marco Fortis

Il ricordo dell'imprenditore scomparso 30 anni fa. Gardini, la vela del Moro di Venezia e la Coppa America con l’amico Paul Cayard per dimenticare i tradimenti in politica. Marco Fortis su Il Riformista il 22 Luglio 2023

Negli ultimi anni della sua vita, le fatiche e le frustrazioni che Raul Gardini aveva accumulato in Italia furono temperate da una intensa attività di relazioni internazionali. Ma, soprattutto, i suoi giorni furono illuminati dai grandi successi nella vela del Moro di Venezia, con l’amico Paul Cayard al timone.

Sentendosi “tradito” dalla politica italiana e alla ricerca di nuovi stimoli, Gardini già prima del definitivo abbandono di Enimont si era sempre più concentrato sulle attività fuori dal nostro Paese, dove godeva di un grande prestigio. Fu chiamato da Michail Gorbačëv a progettare un immenso investimento agricolo ed agro-industriale in URSS nell’area di Stavropol. Sempre in quel periodo Gardini incontrò il presidente americano George Bush e numerosi ministri del governo statunitense. E tenne in America importanti conferenze, una delle quali all’Università di Harvard.

Uno dei riconoscimenti più significativi tributati a Gardini fuori dai nostri confini, fu senza dubbio l’invito che gli fece la Sorbona nel 1990 a tenere una conferenza nell’ambito delle iniziative della Cité della Réussite, onore riservato prima di lui solo ad un altro italiano, Gianni Agnelli. Allo scopo realizzammo anche il primo film di presentazione del Gruppo Ferruzzi-Montedison, che fu proiettato prima della conferenza e che è ancora oggi possibile vedere su Yutube. Fu, quello, un momento molto importante, con la presenza di tutti i membri delle famiglie Gardini e Ferruzzi, inclusa la anziana vedova di Serafino, signora Elisa, nonché dei principali manager del Gruppo.

Intanto, nei cantieri della Montedison di Tencara si stavano costruendo le avveniristiche imbarcazioni del Moro di Venezia, per partecipare alla sfida di Coppa America. La passione di Gardini per il mare, parallela a quella per la caccia, era di vecchia data, così come l’amicizia con il suo marinaio di fiducia ed intimo amico, Angelo Vianello.

Gardini aveva già armato molte barche nella sua vita, a cominciare da “Naso Blu” e “Orca 43” fino a “Naif”, e partecipato a tante regate. Aveva anche avuto altri “Mori”, da giovane. Infatti, per fare un salto di qualità ed entrare nel mondo dei maxi, già a fine anni ’70 Raul e Arturo Ferruzzi avevano chiesto al giovane progettista German Frers di disegnare quella che sarebbe diventata una delle più belle barche a vela da regata del Novecento.

Costruito dai cantieri Carlini in legno, quel grande sloop con un solo albero si sarebbe chiamato Il Moro di Venezia. Fu un regalo di Serafino Ferruzzi ai suoi figli. Questi a loro volta regalarono poi Il Moro a Gardini in seguito. Era una imbarcazione ammirata ed invidiata anche dal re di Spagna Juan Carlos di Borbone, che frequentava abitualmente Raul a Palma di Maiorca. Lo stesso Moro sarebbe poi stato protagonista di un’avventurosa Fastnet durante una furiosa tempesta nel 1979, quando Gardini e il resto dell’equipaggio riuscirono a portare a casa la pelle solo grazie al coraggio e alla forza di Vianello, che rimase per ore legato al timone.

Quel Moro fu il precursore dei Mori successivi, dal Moro di Venezia III che conquistò nel 1989 il mondiale maxi con al timone Paul Cayard fino a quelli che in seguito infiammarono la sfida delle sfide: la Coppa America. Una spedizione che Gardini concepì sin dall’inizio non solo come una impresa sportiva, capitanata dalla Compagnia della Vela di Venezia, sempre con Cayard al timone, ma anche come una sfida tecnologica che avrebbe reso Montedison, con i suoi materiali avanzati impiegati nella realizzazione dello scafo, ancor più famosa nel mondo. Tant’è che Italo Trapasso, che era a capo della chimica del Gruppo, fu nominato da Gardini Vicepresidente del Sindacato de “Il Moro di Venezia”.

Il primo Moro di Coppa America fu varato nel marzo 1990 a Venezia. Fu un evento fastoso con tutta la città e centinaia di ospiti illustri presenti; un avvenimento di rilevanza mondiale, trasmesso in TV, la cui regia fu affidata a Franco Zeffirelli, con musiche di Ennio Morricone. Madrina del varo fu la figlia più giovane di Gardini, Maria Speranza.

In quei mesi, avevo aiutato Gardini a curare i dettagli e i decori dei Magazzini del Sale, a Venezia, allestiti appositamente per la sfida alla Coppa America. E insieme lavorammo anche al Libro ufficiale della sfida del Moro di Venezia, che conteneva i bozzetti del leone simbolo del Moro e aveva una copertina lucida rosso carminio con il leone in rilievo.

Una sera a Palazzo Dario, dove abitava quando stava a Venezia, feci ascoltare a Gardini la canzone “Listen to the Lion” del grande cantante irlandese Van Morrison. Musica e testo gli piacquero molto e Gardini decise di inserirne le parole, che parlavano dei viaggi per mare dei vichinghi verso l’America, subito all’inizio della pubblicazione. La stessa canzone divenne uno dei motivi musicali ufficiali del Moro, le cui imprese venivano trasmesse tutti i giorni da Tele Montecarlo, con commentatori tecnici d’eccezione come Cino Ricci, già protagonista della precedente sfida italiana in Coppa America di “Azzurra”.

Nel 1992 il Moro di Venezia vinse la Louis Vuitton Cup battendo la Nuova Zelanda e si guadagnò così il diritto a disputare la finale di Coppa America a San Diego contro gli americani. Timonato da Paul Cayard, Il Moro eliminò in semifinale Francia e Giappone e in finale sconfisse i neozelandesi, divenendo così la prima imbarcazione di un paese non anglofono a poter ambire alla coppa in 141 anni di storia del trofeo. 

Nella sfida finale contro il defender, disputatasi sempre a San Diego, il Moro però fu sconfitto per 4-1 dall’imbarcazione americana del miliardario petroliere americano Bill Kock, “America Cube”, capitanata da Harry Buddy Melges. Fu una grande delusione ma era stata comunque una straordinaria avventura, che aveva fatto innamorare tutti gli italiani inchiodati davanti alla tv di uno sport come la vela e reso Gardini estremamente popolare.

La fase finale di quell’avventura era cominciata esattamente un anno prima, nell’estate del 1991, con il campionato mondiale degli scafi di Coppa America, disputatosi anch’esso a San Diego. Gardini volle che lo accompagnassi. Stavo in hotel a dormire ma vivevo praticamente tutto il resto della giornata con Raul a bordo del suo yacht. Per ingannare il tempo e anche per stemperare un po’ il nervosismo in attesa delle gare, scrivevamo appunti sui materiali avanzati e sulle tecnologie di Montedison impiegate sul Moro in vista della pubblicazione di un vero e proprio documento aziendale sull’argomento. Il marinaio Angelo talvolta preparava qualcosa da bere o da mangiare e si univa a noi, prendendoci in giro e dicendoci di smettere di lavorare.

Durante le regate salivano a bordo dello yacht d’appoggio diversi parenti ed ospiti e poi seguivamo tutti insieme con trepidazione le competizioni in mare aperto, con la nostra imbarcazione a motore ferma ma paurosamente ondeggiante nella marea lunga del Pacifico, mangiando di continuo banane per combattere il mal di mare e non sentire l’odore acre del carburante. Gardini di tanto in tanto prendeva un piccolo motoscafo e raggiungeva il Moro per trasferire a Cayard e compagni tutta la sua determinazione e il suo incoraggiamento.

Alla fine, il Moro vinse quel mondiale, dimostrandosi superiore come imbarcazione ed equipaggio a tutti gli altri contendenti. L’avvicinamento alla sfida di Coppa America era cominciato nel migliore dei modi. Ricordo molto bene Gardini e Cayard, durante la premiazione, raggianti, circondati da tutti i membri della squadra del Moro. E fu un’emozione da brivido quella sera, rientrando tardi in hotel, ascoltare sul lungomare di San Diego gli altoparlanti in festa che diffondevano ancora a tutto volume “Listen to the Lion”, con la voce di Van Morrison che ruggiva proprio come il nostro leone di Venezia. Marco Fortis

Decido io”, Raul Gardini trent’anni dopo. Filippo Tabacchi su L'Identità il 22 Luglio 2023 

“Decido io”, diceva e così fece anche quella mattina di trent’anni fa, alle 8:15 del mattino, quando una calda Milano aveva appena bevuto il caffè e stava ancora sonnecchiando. Si sparò alla tempia con la Walther PPK, la pistola di James Bond e in fondo lui un po’ Bond lo era stato, avventuriero e con una vita avventurosa, sempre impeccabile nel vestire, iconico sapendo di esserlo. Ma Bond non muore mai, Raul invece era morto per davvero. Il provinciale di Ravenna, Il Contadino, arrivato a Piazza Affari dopo scalate ostili, sempre all’ attacco, sempre davanti alle sue truppe, sempre in prima fila, sempre contro tutto e tutti anche quando non era così ma a lui serviva essere così, un carro armato, fermato da un colpo di 7.65 alla tempia, A Palazzo Belgioioso esattamente trenta, lunghissimi anni fa. Era già ricco, di una famiglia di campagna che aveva il proprio capitale nella terra emiliana, laboriosa e  poco godereccia, senza i lussi che la borghesia contadina fatica appunto a concedersi . Ma lui voleva di più, non voleva tutto, non gli bastava tutto, ma sempre di più e non si trattava solo di quattrini. Entrò giovane nel Gruppo Ferruzzi, una creatura strana creata da suo suocero Serafino, un genio con lo sguardo furbissimo e i baffetti bianchi che era partito vendendo per i paesini oli e sementi con la bicicletta ed era diventato il leader più grosso gruppo agroalimentare italiano e uno dei players mondiali, arrivando a possedere terre ed impianti anche negli USA. Ma Raul volava di più, voleva essere il, numero uno tra i numeri uno, primus e basta senza inter pares. Morto Serafino nel 79 in un disastro aereo, le figlie e il figlio di Ferruzzi gli diedero le deleghe operative del gruppo e lui scateno una tempesta, che sconvolse il cosicdetto salotto buono della finanza italiana , che non lo digerì mai e di cui lui non si sentiva parte parte ma sapeva che si sarebbe dovuto sedere con quelli che lui considerava degli elefanti invecchiati in una savana chiusa da sempre. Cercò l’ alleanza con  chi dava le carte , quel croupier e padrone del casinò che era il dominus di Via dei Filodrammatici ovvero Cuccia, vero padrone del capitalismo italiano, come l’ Innominato di manzoniana memoria il quale non rispondeva  a nessuno tranne che a se stesso. L’ accordo ci fu, poi si ruppe rovinosamente ,poi lo ottenne ancora e alla fine il giocattolo si ruppe. Acquisì Standa, La Fondiaria, Il Messaggero, migliaia di immobili, investimenti miliardari nello sport, scalò la Montedison contro il parere di tutti e allora il Vecchio si arrabbiò davvero senza battere ciglio. Immaginò di creare il più grande colosso agro alimentare industriale del mondo, partecipando alla creazione dell’ Enimont, una joint venture con l’ Eni come socia al 40% ed il restante 20% flottante in Borsa, ma pensava già da mesi come accaparrarsi la maggioranza assoluta. Decido io, la chimica sono io, disse a Padova. Ma il colosso pubblico – privato aveva le fondamenta di argilla e i partiti non si sarebbero fatti sfilare la chimica da sotto il culo e comincio un’ altra guerra che lo portò alla rovina, era una battaglia persa in partenza e Raul pensava che pagando , a carissimo prezzo, l’ avrebbe portata a casa anche stavolta. Il gruppo era carico di debiti e quando in piena Tangentopoli, il procuratore Borrelli disse un giorno ” abbiamo acceso un faro su Mediobanca”, il salotto buono capì subito e qualcuno cominciò davvero a preoccuparsi. Il faro non illuminò mai quella direzione e spostò la sua luce accecante sull’ anello debole del capitalismo italiano, il Gruppo Ferruzzi, la sua obesità di quattrini spesi e quella voragine di debiti con le banche. La famiglia gli tolse le deleghe, lui ricevette una cifra mostruosa pari 505 miliardi cash per togliersi dalla palle: era diventato ricco oltre ogni immaginazione ma aveva perso. La sconfitta fu bruciante e non si riprese mai. Tentò di distruggere la sua creatura ma non ci riuscì e una pallottola trent’ anni fa mise fine a quel sogno proibito, alla vita di quell’ imperatore ravennate che era ad un passo dal diventare un Dio ma che cadde come Icaro,  accecato non dal sole ma dalla sua stessa figura. Ci piace ricordarlo al timone del Moro di Venezia, il suo ultimo grande sogno, col suo berretto e i suoi abiti bianchi, quel miliardo di Winston fumate e spente e accese, una dietro l’ altra, quel sorriso da eterno ragazzo che ammaliò l’ Italia intera. La sua storia dovrebbe essere raccontata più approfonditamente, come forse, molto forse farà la docu fiction su Rai1 in onda stasera, ma il suo ricordo sarà impossibile da dimenticare, mai oblio ci sarà . Non abbiamo più visionari nel nostro paese ma solo personaggi che pensano a domattina e non ai prossimi dieci o venti anni. Amo il vento, diceva. Aveva ragione.

Personalmente sono dell’idea che la vita debba essere vissuta fino in fondo e non per finta, anche se talvolta c’è da farsi venire il mal di stomaco.» 

Raul Gardini moriva trent’anni fa: nascita e crollo di un impero che ha cambiato Ravenna. L’impatto sull’economia, i palazzi del centro, il Pala De André, lo scudetto del Messaggero volley. La mattina del giorno di Sant’Apollinare del 1993 la notizia del suicidio dell’imprenditore. La nautica, una delle grandi passioni dell’imprenditore Raul. CARLO RAGGI il 23 luglio 2023 su ilrestodelcarlino.it.

"Non ti dimenticheremo", una promessa, un impegno, di più, un imperativo, vergato centinaio di volte nei quadernetti sui tavolini dentro San Francesco, molti con calligrafia incerta, semplice, a testimoniare come Raul fosse sentito come uno di loro anche dalle classi sociali che nulla avevano a che spartire con il potere economico.

Lo disse bene Cristina Muti: "Abbiamo perso uno di noi, un fratello di tutti". Perché in realtà Raul Gardini, per i ravennati doc, era rimasto ‘il contadino’ di sempre, che giocava a carte, andava a caccia, aveva la passione per le barche e la velocità.

Anche quando le sue imprese a livello internazionale riempivano ogni sera i telegiornali, ogni mattina i quotidiani. Quando quella mattina del giorno di Sant’ Apollinare di 30 anni fa si diffuse la notizia che si era tolto la vita, a Milano, moltissimi ravennati accorsero a Marina, davanti al Gran Hotel, luogo di abituale dimora estiva per Idina, la moglie. Solo poche ore prima si erano salutati a Milano e l’appuntamento era per l’indomani e invece poco dopo le 8 arrivò la tragica notizia. Una moltitudine silenziosa, addolorata, incredula, peraltro già scossa da mesi, da quando quotidianamente l’impero Ferruzzi stava precipitando dalle stelle della finanza e dell’economia mondiale alla polvere dei ribassi borsistici e dell’inchiesta giudiziaria.

Una testimonianza sincera di solidarietà, una moltitudine che si ampliò a dismisura alla domenica, alla camera ardente in San Francesco e nel pomeriggio di lunedì 26 luglio quando si svolsero i funerali. Una testimonianza che voleva essere anche un riconoscimento per i traguardi raggiunti da Gardini negli undici anni in cui era rimasto alla guida del Gruppo Ferruzzi (fino al novembre 1990) e che enormi ricadute positive avevano avuto sull’economia ravennate e, quindi, sull’occupazione per moltissime persone: a Ravenna i dipendenti del Gruppo raggiunsero quota milleduecento. Che inevitabilmente adesso temevano per il futuro. Ripercorriamo, allora, in questo trentennale da quel tragico sparo (indotto in Raul dall’inaccettabile consapevolezza di essere in un vicolo cieco per il fatto che gli era impedito di accedere ai documenti societari per la propria difesa), gli anni della costruzione dell’impero, i cui confini andavano dall’Europa agli Usa all’Argentina.

Un impero le cui fondamenta venivano da lontano, dagli anni del dopoguerra: Serafino Ferruzzi, senza conoscere una parola di inglese, divenne uno dei più importanti imprenditori del commercio mondiale dei cereali, con base a New Orleans, città che gli conferì anche la cittadinanza onoraria. E quando negli anni Sessanta accolse il giovane Raul, fidanzato con la giovanissima figlia Idina, nelle file di quell’impero, ben pochi a Ravenna ne conoscevano l’estensione, la portata finanziaria. Furono scoperte dopo la tragica morte di Serafino, la notte del 10 dicembre 1979 quando l’aereo su cui stava rientrando da Londra si schiantò contro un mulino alle porte di Forlì, cinque le vittime.

Fu allora che la famiglia Ferruzzi consegnò lo scettro del comando a Raul. Il quale rivoluzionò la gestione puntando, con non poco azzardo, sulle mirabolanti azioni finanziarie e acquisizioni societarie per poter raggiungere comunque gli obiettivi che aveva in testa, obiettivi diversificati, dalla produzione e trading dei cereali al calcestruzzo, dallo zucchero all’olio di semi, e poi la chimica con la grande scommessa sul bioetanolo, ricavato dalla soja, "il carburante verde del futuro".

Per quanto Serafino amasse restare nell’ombra, così non fu per le iniziative, spesso clamorose, del Gruppo Ferruzzi guidato da Gardini. Iniziative anche benefiche e locali, come nel 1982 il lancio di una sottoscrizione a livello cittadino per l’acquisito della prima Tac per l’ospedale di Ravenna: entrò in funzione nel novembre ‘83. Mese dopo mese i ravennati si accorgevano che il volto della città stava cambiando, a cominciare dal cantiere a palazzo Prandi, in via D’Azeglio, che Gardini acquistò e fece ristrutturare per farne residenza e luogo di rappresentanza, un palazzo sempre più frequentato da nomi illustri della borghesia imprenditoriale italiana dell’epoca, da Agnelli a De Benedetti, da Romiti a Cefis: eravamo alla fine degli anni 80, quando Gardini iniziò la scalata alla Montedison.

Via D’Azeglio venne presto occupata dalle grosse auto di rappresentanza, Mercedes grigie o nere con i vetri fumé e l’antenna del radiotelefono (a Ravenna a disposizione dei manager se ne contava una trentina) condotte da autisti guardiaspalle armati addestrati alle tecniche antisequestro (che sfrecciavano nelle corsie riservate a bus e mezzi di soccorso). E non mancava la Ferrari F 40 di Carlo Sama, il cognato di Raul che nel frattempo era andato ad abitare nell’edificio ristrutturato in angolo a via Pasolini davanti a palazzo Prandi. Un altro cantiere già era spuntato in via Guerrini per la costruzione del ‘palazzo di vetro’ dove trovò sede la Calcestruzzi guidata da Lorenzo Panzavolta e a inizio 1990 in via Diaz fu la volta della ristrutturazione del palazzo che aveva ospitato prima l’Upim poi la Rinascente e che divenne la sede della Ferfin (Ferruzzi Finanziaria, la holding) un Gruppo che valeva 25mila miliardi di lire.

In quel tempo Gardini trasferì la residenza a villa Monaldina, un casolare di campagna appena ristrutturato, sulla strada per Punta Marina e lì atterrava con l’elicottero. Nel 1987 Raul Gardini acquisì la maggioranza delle azioni di Montedison e con essa si ritrovò in tasca l’allora primo quotidiano di Roma, il Messaggero che, passati due anni, nel dicembre ‘89 sbarcò a Ravenna con una frotta di giornalisti e una redazione in via Salara vicina a quella del Carlino. Seguì l’apertura di altre tre redazioni in Romagna. Tutte le edicole furono monopolizzate dal nome ‘Messaggero’ e lo stesso nome comparve sulle magliette dei pallavolisti ravennati.

Gli appassionati di volley non potranno mai dimenticare lo scudetto del Messaggero Volley Ravenna conquistato il 30 maggio 1991 al ‘Pala Mauro de Andrè’ il Palazzo dello sport e delle arti voluto da Raul (e da Sama) e che porta il nome del figlio del manager della Ferruzzi (a capo di Eridania), Giuseppe, costruito fra il 1988 e il 1990. L’espansione del Gruppo Ferruzzi indusse le banche collegate alle attività finanziarie delle centinaia di società controllate ad aprire sedi a Ravenna. Questo significò altra occupazione con ulteriori ricadute per gli esercizi commerciali di qualità e per bar e ristoranti. L’apice fu raggiunto nel 1990 con la nascita di Enimont, matrimonio fra Montesidon ed Eni, la più grande impresa pubblico - privata sul fronte della chimica a livello italiano.

"La chimica sono io" disse Raul, ma poi dovette cedere ai ricatti dei politici e alle imposizioni della famiglia.

Vendette le azioni Enimont possedute dal Gruppo con un ritorno di 2.805 miliardi di lire, poi a novembre ‘90 le dimissioni dal Gruppo e il 30 giugno ‘91 il divorzio dalla famiglia.

Gli rimase l’impresa nella Vuitton Cup - Coppa America a maggio ‘92 a San Diego e la grande festa in piazza del Popolo. A gennaio ‘93 ecco il coinvolgimento del Gruppo in Tangentopoli con l’arresto di Panzavolta. A luglio, il colpo di pistola.

Nel giro di pochi mesi il Gruppo Ferruzzi fu commissariato e smembrato, tutte le società lasciarono Ravenna, così anche le banche, Il Messaggero chiuse la redazione. Il velo calò, definitivamente, sull’impero evaporato.

Dagospia sabato 22 luglio 2023."LA GARANZIA DI GARDINI PER LA SCALATA A MONTEDISON FU L’IMPERO DI SERAFINO FERRUZZI" – IL RACCONTO DI SERGIO CUSANI, CONSULENTE FINANZIARIO DI RAUL, CHE FINI’ IN CARCERE LO STESSO GIORNO (23 LUGLIO 1993) IN CUI IL CAPITANO D’IMPRESA DI RAVENNA SI SUICIDO’ – "QUANDO GARDINI DIVENTO’ L’AZIONISTA PIÙ IMPORTANTE DI MONTEDISON, CHIESERO ALLA BANCA DUEMILA MILIARDI DI LIRE. OVVIAMENTE LASCIANDO IN GARANZIA LE AZIONI MONTEDISON. PER QUALSIASI ALTRA PERSONA AVREBBERO CHIAMATO LA NEURODELIRI, IN QUEL CASO LE BANCHE SAPEVANO BENISSIMO CHE C’ERANO PIÙ DI 1.200 MILIARDI DI LIQUIDITÀ LASCIATI DA SERAFINO FERRUZZI ALL’ESTERO..."

Trent’anni fa Raul Gardini si toglieva la vita con un colpo di pistola nella sua casa di Milano. Era il 23 luglio del 1993, un venerdì. Il capitano d’industria sentiva che gli inquirenti stavano arrivando a lui e si suicidò il giorno dei funerali di Gabriele Cagliari, il presidente dell’Eni a sua volta in carcere su richiesta dei magistrati di Mani Pulite. Anche Cagliari, disperato, aveva deciso di farla finita soffocandosi in cella. 

Quel giorno finiva a San Vittore anche Sergio Cusani, il consulente finanziario che collaborava da anni con la famiglia Ferruzzi. Gardini aveva potuto portare a termine la scalata della Montedison grazie alle garanzie economiche che l’impero creato dal nulla da Serafino Ferruzzi gli aveva messo a disposizione. Il ruolo di questo grande imprenditore è stato fondamentale.

Perché partendo da Ravenna aveva costruito una realtà dalle fondamenta solidissime, un gigante di grande affidabilità economica. Ferruzzi fu tra i primi a costruire un sistema logistico e di trasporto privato per gestire in autonomia tutta la filiera delle sue attività industriali. 

Estratto dell'articolo di Piero Fachin per “QN – Quotidiano Nazionale” sabato 22 luglio 2023. 

"Accidenti: abbiamo il 14%", disse Raul Gardini. Era lunedì, il 6 ottobre del 1986, Gardini era insieme a Carlo Sama e parlava al telefono con Umberto Maiocchi, il responsabile Borsa della Banca di Suez Milano a cui aveva affidato il compito di comprare, senza definire né il prezzo né la quantità, le azioni del colosso chimico. Di fatto dava avvio alla scalata non programmata, non studiata, non preparata.

La telefonata, quella telefonata che tanto cambiò di molte storie personali e di un pezzo della storia d’Italia, partiva dall’ufficio di Milano di un giovane manager. Partiva dall’ufficio di Sergio Cusani, proprio quel Sergio Cusani: il dirigente destinato a diventare l’uomo simbolo di Mani Pulite, il principale imputato del processo per la maxi-tangente Enimont, quello che tenne testa ad Antonio Di Pietro e a tutto il pool, il consulente condannato a 5 anni e 10 mesi scontati a San Vittore fino all’affidamento in prova, alla piena libertà, alla completa riabilitazione. L’uomo a cui tutti riconoscono tenacia e coerenza. "Ho le mie colpe, e le colpe restano", disse una volta davanti a una platea di magistrati. 

“Sta iniziando male - sostiene Cusani, con voce pacata ma decisa - perché io non voglio partire da questo. Io sono qui solo per ricordare Serafino Ferruzzi, uno dei più grandi imprenditori italiani". Perché senza di lui, senza Ferruzzi, nessuna cosa sarebbe andata come è andata: Gardini non avrebbe mai scalato Montedison e nemmeno Enimont sarebbe mai nata. Parla piano, Cusani. E misura le parole, una a una. Riannoda i pensieri, mette in fila i ricordi fino a commuoversi.

Serafino Ferruzzi, allora. Partiamo da lui, dall’imprenditore di Ravenna. Come vi siete conosciuti?

"Facevo apprendistato da Aldo Ravelli, uno dei più importanti commissionari della Borsa di Milano. Serafino veniva nello stabile dove lavoravo per incontrare un broker navale che aveva l’ufficio vicino a noi e che ci presentò Ferruzzi, che nessuno di noi conosceva". 

Prima impressione?

"Bella. Una persona gentile. Garbata. Un bel sorriso. Quei due occhietti con uno sguardo al laser. Soprattutto, una persona curiosa di quello che avveniva nel mondo della finanza. Iniziai ad andare a trovarlo il mercoledì nel suo bugigattolo alla Borsa Merci di Milano, e a dargli la mia opinione sui mercati finanziari". 

(...) 

Il primo incarico?

"Mi chiama dal Brasile e mi dice: ‘Ho sorvolato (aveva un Bombardier Learjet transoceanico) in Veneto la Torviscosa, una tenuta di 4.500 ettari. I sentieri interpoderali dell’azienda sono asfaltati! Mai vista una cosa così in vita mia in tutto il mondo. Costa 42,5 miliardi di lire, se la rivendessi frazionata ne prenderei minimo 90. Ma non la venderei mai’". 

Voleva comprarla?

"Ci sto arrivando: ‘Per domani mattina - mi disse - ti ho fissato un incontro con Enrico Cuccia a Mediobanca. Occupati tu della Torviscosa’. Io per tutta la notte studiai le carte che Ferruzzi mi aveva fatto avere, elaborai una scheda molto sintetica, una paginetta, con cui la mattina alle 11 mi presentai in banca. 

Cuccia mi disse: cosa ha preparato per me? Io gli diedi la scheda. Lui commentò: bene, sintetica e chiara. Dica al dottor Ferruzzi che domani avrà a disposizione 42,5 miliardi. Ma lei domani mi farà avere tutta la documentazione alla base di questa scheda. Se ci sarà qualcosa che non corrisponde non dovrà più farsi vedere in questa banca, sarà il portiere a non farla entrare". 

(...)

Chi era allora Ferruzzi per l’Italia?

"Uno sconosciuto. Anche se era ritenuto il maggior commerciante privato del mondo di prodotti cerealicoli. Alla borsa merci di Chicago quando entrava suonavano la campanella in segno di omaggio". 

Commerciante o industriale?

"Allora commerciava. Ma la sua logica era industriale".

Cosa vuol dire, nel concreto?

"Oggi si esternalizza tutto. A quei tempi, Serafino invece aveva un progetto diverso, allora all’avanguardia. Puntava su logistica, trasporti, silos di stoccaggio. Negli Usa alla foce del Mississippi aveva una enorme struttura di silos, 170 chiatte da mille tonnellate per il trasporto fluviale. Aveva una sua flotta di 16 navi per 752mila tonnellate di carico secco. Il più grande armatore privato d’Europa. Serafino voleva il totale controllo della filiera produttiva. Una visione quasi profetica: oggi, in un mondo di guerre e di tensioni, sta ritornando di grande attualità". 

(...)

L’ultima volta che lo ha visto?

"Due giorni prima della morte, l’8 dicembre del 1979 a Roma. E per la prima volta con lui c’era il genero, Raul Gardini. Avevo invitato in Italia il più grande produttore di caffè del mondo, un brasiliano di origine turca: Atallà".

Quanto valeva l’impero di Ferruzzi alla sua morte?

"Le stime dicono tre, quattromila miliardi di lire in proprietà. E in più 1.200 miliardi in liquidità, soprattutto all’estero dato che le sue grandi operazioni di trader internazionale erano estero su estero". 

Quando entrò in scena Gardini?

"A metà degli anni Ottanta la finanza italiana, e in particolare Mediobanca, premeva affinché il gruppo Ferruzzi – che aveva Gardini come leader assoluto nella gestione – entrasse nel cosiddetto ‘salotto buono’, con una partecipazione del 2 e 3% in Montedison. C’era pressione su Gardini, anche dai giornali. Ricorda i titoli?".

Li ricordi lei.

"Il Corsaro entra in Montedison. L’ora di Raul. Il pirata in azione. Insomma, lo tiravano da tutte le parti perché entrasse. Gardini venne a parlarne con me". 

E lei che gli disse?

"Raul, se devi entrare, tu rappresenti il gruppo Ferruzzi. Il mio consiglio è di distinguerti per ciò che rappresenti. Prendi il 4, 5 per cento. Primus inter pares". 

Come reagì?

"Mi fece una domanda: tu mi sai spiegare cosa c’è in Montedison? Fammi per favore una scheda, una fotografia della situazione. Io mi misi a lavorare due o tre giorni, gli feci una bella sintesi. Nella nota finale gli dissi: escluso il patrimonio immobiliare, comunque notevole, ha un valore molto superiore a quello di Borsa".

E arriviamo a quel lunedì del 1986, il 6 ottobre.

"Gardini venne da me verso le 11. Aveva appena dato incarico, un ordine aperto non circoscritto, di comprare azioni Montedison alla banca di Suez. Gli chiesi: che ordine hai dato, a che prezzo? Lui disse: ho detto di comprare tutto quello che viene. Poi alzò il telefono, e si mise a dire, con un mezzo sorriso che era anche un mezzo ghigno: "Accidenti". Gli chiesi: "Accidenti cosa?" E lui: "Abbiamo il 14%". Era diventato l’azionista più importante. E non penso assolutamente che i soci Ferruzzi ne fossero informati".

Fine della storia?

"Macché. Andava pagata l’operazione di acquisto. Subito mi attivai con Carlo Sama per fissare un incontro martedì mattina presto con Nerio Nesi, presidente della Banca nazionale del lavoro, con Raul Gardini e Carlo Sama. Chiesero alla banca duemila miliardi di lire. Ovviamente lasciando in garanzia le azioni Montedison". 

Ma se la stessa garanzia l’avessimo proposta lei o io?

(Cusani sorride)

"Ci avrebbero cacciato o avrebbero chiamato la neurodeliri perché ci ritenevano pazzi. Ma in quel caso l’impegno era preso da Raul per il gruppo Ferruzzi. Cioè, il patrimonio di Serafino Ferruzzi è stato la migliore garanzia per l’affare Montedison. Le banche sapevano benissimo quale fosse il patrimonio del Gruppo e che c’erano più di 1.200 miliardi di liquidità lasciati da Serafino Ferruzzi all’estero".

Estratto da Gente giovedì 27 luglio 2023.

Carlo Sama è stato per quasi due decenni al fianco di Raul Gardini, soprattutto in quegli anni 80 che hanno segnato la grande cavalcata del top manager della Ferruzzi, dalla conquista della Montedison alla scommessa di Enimont, dalla creazione di un grande gruppo industriale di portata internazionale alle sfide veliche in Coppa America con il Moro di Venezia. Gardini e Sama avevano sposato rispettivamente Idina e Alessandra, due delle figlie di Serafino Ferruzzi, il fondatore del gruppo (gli altri due figli erano Arturo e Franca). 

Le loro strade si erano separate nei primi anni 90, quando ci fu la rottura tra Raul e Idina da una parte e il resto della famiglia dall’altro. Di lì a poco, nel 1993, Gardini, travolto dall’inchiesta Mani pulite, si suicidò. Ora una docufiction, andata in onda domenica scorsa su Rai1, ripercorre parte di questa storia. Ma con una serie di errori e omissioni che Sama stesso, come testimone privilegiato, ha voluto ricostruire per Gente nell’articolo che segue. (u.b.) 

Estratti dell’articolo di Carlo Sama per Gente giovedì 27 luglio 2023.

Il docufilm su Raul Gardini è assai criticabile perché, anziché ricostruire la sua vera storia, fornisce di lui un’immagine quasi caricaturale. Il contrasto tra i dialoghi egocentrici, vanesi e logorroici del Raul Gardini fittizio inventato dalla sceneggiatura e le interviste contenute nello stesso docufilm al Gardini reale, uomo schivo e di poche parole, semplici ed efficaci, è abissale. Ne avranno avuta chiara evidenza sin da subito i telespettatori. 

La sceneggiatura, inoltre, anziché esplorare le ragioni che hanno prima portato allo straordinario successo mondiale e poi alla crisi del Gruppo Ferruzzi-Montedison e al suicidio di Gardini, si appiattisce sotto forma di una squallida telenovela sui presunti contrasti tra Gardini e gli altri membri della famiglia Ferruzzi: una sceneggiatura che appare evidentemente ispirata esclusivamente dalle testimonianze e dal risentimento, una sorta di vera e propria regia, di ex manager minori espulsi dal Gruppo Ferruzzi nonché degli stessi eredi Gardini.

Nonostante il docufilm contenga alcune testimonianze di notevole valore personale e storico (Muti, Zeffirelli, Cayard, Fortis), esso si riduce perciò nella sua parte sceneggiata e recitata al rango di un mero strumento di gossip di quart’ordine e di vendetta mediatica contro Alessandra (e il sottoscritto, in quanto suo marito), Arturo e Franca Ferruzzi, rei, secondo il docufilm, di “aver tradito” Gardini. Cosa mai avvenuta nella realtà. (…)

Immediatamente all’inizio del docufilm appare un quadro con scritto “Chi ha tradito Raul?” che introduce uno dei temi chiave poi ripetutamente ripreso nel corso del filmato: Gardini sarebbe stato tradito dalla famiglia Ferruzzi, la quale, secondo la sceneggiatura, gli avrebbe fatto mancare il proprio appoggio nei momenti decisivi della sua vita di leader del Gruppo. Si tratta di un falso storico grave, perché la famiglia Ferruzzi non ha mai fatto venir meno il suo totale sostegno a Raul (…) Riguardo a Enimont, va subito detto che la decisione della vendita della quota di Enimont in possesso di Montedison fu presa dallo stesso Gardini in totale autonomia e comunicata solo in seguito agli altri membri della famiglia Ferruzzi. 

In un solo caso Arturo Ferruzzi e le sorelle Alessandra e Franca hanno contestato Gardini: in occasione della sua inaccettabile proposta di redistribuzione immediata e totalmente arbitraria delle quote azionarie di controllo del Gruppo Ferruzzi-Montedison tra i figli di Arturo, Alessandra, Franca e Idina, cioè direttamente a favore delle terze generazioni, con grave pregiudizio patrimoniale per le seconde generazioni ancora viventi. È su questo unico aspetto controverso, sul quale Raul Gardini si impuntò in modo ostinato, che maturò la separazione tra la famiglia Gardini e gli altri figli di Serafino Ferruzzi.

(…) 

Dal docufilm emerge una contrapposizione netta tra la figura di Gardini, presentato come un genio assoluto degli affari, dell’industria e della finanza, e gli altri membri della famiglia Ferruzzi, fatti passare in modo irriverente per persone senza alcuna competenza professionale e conoscenza del mondo del business, nonché come figure pavide o perennemente dubbiose sulle scelte di Raul. Ciò è estremamente lesivo dell’immagine dei membri della famiglia, in particolare di Alessandra e Arturo Ferruzzi, più volte protagonisti negativi, impacciati o ridicoli, di scene del docufilm. In questi casi, la sceneggiatura rappresenta una distorsione dei fatti storici, strumentale e priva di fondamento. (…) 

In realtà, nella storia economica mondiale vi sono ben pochi casi in cui una famiglia (come quella dei Ferruzzi) ha messo a disposizione di un manager (come Gardini) un patrimonio così ingente dandogli pieni poteri su un lunghissimo arco temporale e sostenendolo sempre con coraggio anche in fasi complesse e finanziariamente sfidanti come la scalata di Montedison o le vicende di Enimont.

(…) È indubbio che Gardini sia stato un personaggio straordinario (…). È altrettanto indubbio, però, che Gardini aveva anche dei limiti, come tutti gli esseri umani, e che la sua opera come manager è anche costellata di alcuni errori decisivi che molto hanno pesato sul destino del Gruppo Ferruzzi e di cui il docufilm non parla affatto. Innanzitutto, dopo la scalata di Montedison, Gardini non si preoccupò minimamente di ridurre l’indebitamento della Ferruzzi.  (…) Gardini non si rivelò, in Montedison, un amministratore e un ristrutturatore efficace come lo era stato in Ferruzzi, dove i suoi manager storici erano di ben altro livello e lo avevano sempre supportato con successo. Tuttavia, ciò premesso, curiosamente e in modo assolutamente ridicolo, in alcune scene conclusive del docufilm è invece Gardini a rinfacciare agli ex famigliari di Ferruzzi di non aver venduto degli asset non strategici in epoca successiva in modo da ridurre l’indebitamento!

(…) 

In un’altra sequenza, di fronte all’opportunità di comprare o vendere la quota detenuta da Montedison in Enimont la sceneggiatura si immagina una riunione tra Gardini e i membri della famiglia Ferruzzi in cui questi ultimi vogliono vendere la quota e mettono in minoranza Raul che invece vorrebbe comprarla. Gardini si mostra adirato con i famigliari a cui rinfaccia che “era un rischio che si doveva correre”. Si tratta di una riunione in realtà mai avvenuta perché la decisione di uscire da Enimont fu presa direttamente da Gardini in totale autonomia e comunicata solo successivamente ai membri della famiglia. Non solo. A essi Gardini comunicò anche che intendeva dare le dimissioni da presidente del Gruppo e da tutte le cariche da egli ricoperte in Italia, in segno polemico verso il sistema politico italiano che lo aveva messo con le spalle al muro sulla vicenda Enimont. E i famigliari furono altresì informati che la presidenza del Gruppo sarebbe stata presa da suo figlio Ivan. (…) 

Maturò in seguito anche la decisione di Gardini di redistribuire le quote di controllo del Gruppo Ferruzzi detenute dai quattro figli di Serafino ancora viventi direttamente ai loro figli, mantenendo Ivan Gardini nel ruolo di presidente della Ferruzzi. Si trattò di un piano forzato, una proposta di esproprio a dir poco rocambolesca, che non poteva evidentemente trovare d’accordo Arturo, Alessandra e Franca. L’ostinazione di Gardini nel portare avanti a tutti i costi questo assurdo piano, senza lasciare ai parenti alcuna alternativa, generò la rottura con gli altri membri della famiglia. (…)

Un’altra grave distorsione della storia è rappresentata da come si raccontano le vicende del Moro di Venezia. (…) Nel docufilm gli sceneggiatori cercano di dimostrare che se il Moro non è riuscito a vincere la finale di Coppa America è per colpa dei membri della famiglia Ferruzzi che non avrebbero concesso a Gardini ulteriori finanziamenti per costruire una imbarcazione tecnologicamente più avanzata e all’altezza della sfida finale. Vi è addirittura una sequenza del tutto inventata in cui Gardini incontra Arturo Ferruzzi per chiedergli altre somme di denaro da investire nel Moro ma Arturo gliele nega a male parole. La Montedison ha invece profuso ogni energia per sostenere l’avventura di Gardini nell’America’s Cup: 160 miliardi di lire solo di sponsorizzazione, oltre a decine di milioni di dollari direttamente dal patrimonio degli eredi Ferruzzi. (…)

Invece gli sceneggiatori del docufilm sono riusciti a creare un falso storico, totalmente assurdo, secondo il quale Gardini fu lasciato finanziariamente solo ad affrontare la finalissima.

(…) Appare quindi evidente una volta di più che la sceneggiatura del docufilm è principalmente imperniata su una denigrazione reiterata della famiglia Ferruzzi, che avrebbe costantemente “tradito” la fiducia di Gardini.  (…) 

Infine, anche nelle vicende finali di Enimont e dell’inchiesta giudiziaria a esse collegata, il docufilm non perde l’occasione per far passare Gardini come una “vittima” che non ha potuto difendersi dalle accuse dei magistrati perché “già fuori dal gruppo”. Come se non avesse presa lui stesso, prima della separazione dai famigliari, la decisione di vendere Enimont.

 ...evidentemente male informata lei stessa dal marito, dichiara in un passaggio del docufilm che io e Sergio Cusani non avevamo dato a Gardini la documentazione per potersi difendere, cosa totalmente falsa perché eravamo regolarmente in contatto e l’abbiamo sempre supportato, offrendogli perfino la totale disponibilità per la copertura delle sue spese legali da parte del Gruppo.

(…) In definitiva. Il docufilm ha perso la grande occasione per raccontare il Gardini “vero”, l’imprenditore, il sognatore, il velista, coi suoi successi e i suoi errori, dipingendolo invece come un vincitore mancato per colpa di una inesistente e costante congiura dei famigliari ai suoi danni. Il docufilm, cioè, è riuscito nella vergognosa impresa di dipingere Arturo, Alessandra, Franca Ferruzzi e il sottoscritto, come i principali responsabili di un destino conclusosi male, quello di Raul Gardini, che è invece sempre stato esclusivamente, nel bene e nel male, nelle sue mani. Carlo Sama

Estratto dell'articolo di Carlo Annese e Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera – Sette” lunedì 28 agosto 2023

Sotto il pergolato di un antico palazzo del centro di Ravenna si ritrovano Eleonora, Ivan e Maria Speranza, figli di Raul Gardini. È la loro storica casa di famiglia. Dall’altra parte della strada, dietro un anonimo portone in legno, spuntano Carlo Sama e Alessandra Ferruzzi, marito e moglie, che un tempo abitavano qui stabilmente. 

Gardini-Ferruzzi, la dynasty romagnola, due nomi celebri di una città che grazie a loro è stata per un ventennio capitale mondiale dell’agroindustria e pure della vela. Fra i dirimpettai c’è solo una striscia d’asfalto, via Massimo d’Azeglio, ma è come se ci fosse un muro invalicabile. Perché questi parenti stretti non si parlano proprio. E non da ieri: sono trent’anni. 

Da quando cioè la mattina del 23 luglio del 1993 Raul Gardini decise con uno sparo di mettere la parola fine alla sua esistenza diventando per questa terra un po’ un mito. I Gardini videro delle responsabilità morali nei Ferruzzi per aver dato, due anni prima, il benservito al condottiero di mille battaglie che aveva fatto del loro gruppo industriale un impero di dimensioni mondiali.

E i Ferruzzi tacquero scuotendo la testa, come a dire, cari nipoti voi non sapete tutta la verità. Le famiglie rimasero ancorate alle loro posizioni, ciascuna con le proprie ragioni. Una fermezza assoluta. Nessun dialogo, nessun saluto, solo un interminabile silenzio. 

Carlo Sama, a lungo braccio destro di Gardini, poi diventato suo cognato e infine amministratore delegato del gruppo dopo il siluramento del grande capo, vive oggi fra il Sudamerica, dove ha terre e allevamenti, Montecarlo, Formentera e Ravenna, la città che lo ripudia considerandolo un traditore. 

(...) 

Dottor Sama, qual è dunque la sua verità?

(...) «Gardini fu certamente il più audace e genuino di quei tempi. E, forse, il tentativo di realizzare imprese industriali di grandi dimensioni l’ha portato in seguito su terreni troppo infidi e dannosi per lui stesso e per il gruppo Ferruzzi, la cui stabilità fu messa gravemente a rischio». 

(...) Dopo la rottura della famiglia con Raul e Idina avevamo scoperto che i conti del gruppo Ferruzzi Montedison non erano in ordine». 

In che senso?

«C’era per esempio da sistemare la coda di una folle operazione internazionale speculativa sulla soia della fine degli Anni 80, che aveva prodotto per il nostro gruppo un’ingentissima perdita al Chicago Board of Trade, il più importante mercato di Borsa al mondo per le materie agricole. 

Fu un’operazione decisa da Gardini e da lui affidata al dirigente del gruppo Ferruzzi Montedison di Parigi, Roland Gagliardini, con la facoltà incondizionata di operare. Praticamente gli fu data carta bianca. Questa operazione speculativa costò ufficialmente al gruppo 100 miliardi di lire». 

Roberto Michetti, uno dei manager storici del gruppo, che rimase con Gardini fino alla fine, dice che «in realtà la perdita fu due tre volte superiore e la differenza finanziata con artifizi contabili». È così?

«Per noi era anche molto più alta. Denaro poi pagato attingendo in gran parte al patrimonio estero della famiglia Ferruzzi, l’eredità cioè lasciata da Serafino ai quattro figli dopo la sua tragica e prematura morte del 1979. Serafino operava in tutto il mondo ed era sicuramente l’imprenditore più globale che all’epoca ci fosse in Italia. 

(...)

Oltre al buco di Chicago, quali altre irregolarità trovò nei conti?

«Ce n’erano diverse. In quel momento restava ancora da far fronte alla Coppa America di vela, sulla quale Gardini aveva puntato molto. In base agli accordi, doveva costare alla Montedison circa 200 milioni di dollari e invece costò molto di più. All’esborso ufficiale della Montedison bisogna aggiungere il denaro prelevato sempre dal patrimonio di famiglia dei fratelli.

Ma poi ci sarebbe da ricordare la vendita praticamente fittizia di Fondiaria e altro ancora. Tutte operazioni che avevano drammaticamente appesantito le due holding familiari che controllavano il gruppo Ferruzzi e prosciugato il patrimonio liquido lasciato in eredità ai propri figli da Serafino. È a questo punto che Berlini si inventò il sistema di “back to back” utilizzando i fondi della Montedison». (Si tratta di depositi in banca fatti a garanzia di finanziamenti da erogare a determinati beneficiari, ndr). 

È il sistema utilizzato anche per pagare le tangenti ai politici?

«Già». 

Di fronte a questa situazione lei cosa fece?

«Ho cercato di porre le basi per una radicale ristrutturazione del gruppo. (...) 

Il progetto non fu mai realizzato, perché?

«Perché Mediobanca e i suoi alleati intervennero, dato che volevano ad ogni costo gestire la ristrutturazione del gruppo Ferruzzi, ma a modo loro. Nel giugno del 1993 decisero, quindi, con applicazione immediata, l’improvviso blocco di tutti i conti correnti, attivi e passivi, delle principali società del nostro gruppo. I fratelli Ferruzzi furono messi all’angolo e praticamente obbligati a firmare in esclusiva a Mediobanca il mandato di ristrutturazione del gruppo Ferruzzi.

Ma Mediobanca non ristrutturò nulla, il suo fu un piano di liquidazione del gruppo e un esproprio della famiglia Ferruzzi. Io mi impegnai così, insieme con mia moglie Alessandra Ferruzzi, per evitare il fallimento della Serafino Ferruzzi, già richiesto dalle banche, che avrebbe coinvolto e travolto non solo le famiglie dei fratelli Ferruzzi, ma anche la famiglia di Raul Gardini, che aveva preteso in pagamento della sua buonuscita e quella della moglie Idina Ferruzzi azionista con il 23% del gruppo Ferruzzi: 505 miliardi di lire. 

Insomma, con grande fatica abbiamo impedito il fallimento della Serafino Ferruzzi, che sarebbe stato un disastro economico, finanziario, ma soprattutto un disonore indelebile per un gruppo che era stato il primo al mondo nelle produzioni di soia, nel polipropilene, nelle penicilline, leader in Europa nello zucchero, nell’amido, negli olii eccetera... 30 mila dipendenti». 

(...) 

Com’è nata la supertangente Enimont, la cosiddetta madre di tutte le tangenti?

«Fu una tangente anomala, perché pagata dal gruppo Ferruzzi non per intrecciare rapporti d’affari con la politica ma per non averne più dopo aver ceduto Enimont ai partiti. Fu una specie di liquidazione una tantum, decisa da Raul Gardini un pomeriggio a casa sua, a Milano.

A quell’incontro erano presenti il vicepresidente della Banca Commerciale Italiana e custode giudiziario delle azioni Enimont sotto sequestro, deciso dal giudice Curtò, risultato poi corrotto dall’Eni, e il presidente della stessa Banca Commerciale Italiana. Valutarono che al sistema politico servivano almeno 100 miliardi di lire per tutti i costi annessi e connessi, commissioni agli intermediari comprese. 

L’obiettivo di Gardini, come disse lui stesso, era difendere il fatturato del Gruppo Ferruzzi Montedison, più di 30 mila miliardi di lire, rimasto alla famiglia Ferruzzi dopo la cessione di Enimont all’Eni. I rapporti con i rappresentanti della politica erano gestiti direttamente da lui in prima persona». 

Lui gestiva e gli altri comunque eseguivano, compreso lei. Fra i misteri di Mani Pulite c’è la tangente pagata a Botteghe Oscure. Ce lo svela?

«Io ricordo la famosa cena all’hotel Hassler di Roma con i vertici del Partito comunista, per discutere il tema della defiscalizzazione degli apporti Montedison in Enimont. Avevamo avuto vari incontri con Andreotti, De Mita e gli altri. E a quella cena Raul e io incontrammo Occhetto e D’Alema. Era finalizzata a verificare che il partito mantenesse l’impegno di trasformare il decreto in legge e che la defiscalizzazione ne fosse parte integrante». 

D’Alema disse che la cena fu in realtà un caffè e che non si parlò di soldi

«Berlini racconta che ha dato un miliardo di lire, consegnati da Gardini stesso a Botteghe Oscure. Io non so a chi li abbia poi portati. Ma certamente durante la cena emerse che se c’era un contributo da dare, Raul non si sarebbe sottratto».

La cena all’Hassler era propedeutica alla tangente?

«Uno più uno fa due. Questa operazione fu condotta personalmente da Gardini. A fare da tramite era stato comunque il manager Panzavolta, che aveva rapporti con quel partito». 

Perché si è suicidato Raul Gardini?

«Raul quel giorno avrebbe dovuto essere arrestato, come successe a me. Sulle vicende relative alla gestione del gruppo Ferruzzi Montedison, lui non diceva niente a nessuno in famiglia. Tant’è che la moglie Idina, così mi raccontò dopo, apprese per la prima volta da Raul dello stato reale del gruppo solo il giorno prima. Era a Ravenna e lo raggiunse a Milano il 22 di luglio, dopo che erano state diffuse notizie sul primo interrogatorio dell’ingegner Giuseppe Garofano – presidente di Montedison, subentrato a Gardini – che pareva stesse scaricando le responsabilità della gestione finale di Enimont su Raul». 

Idina apprese in quell’occasione delle tangenti?

«Anche delle tangenti. Dopo il suicidio Idina era venuta in viaggio con noi in Argentina, a Cuba, era spesso a casa mia a Roma. E poi siamo stati insieme in molte altre occasioni... Ricordo benissimo quando Raul ed io avevamo avuto una brevissima conversazione all’annuncio del suicidio in carcere a San Vittore, tre giorni prima di quello di Raul, dell’ingegner Gabriele Cagliari, ex presidente dell’Eni. Mi disse: “È morto da eroe”. Il tono di voce tradiva una potente emozione per questo tragico e drammatico gesto».

Quale fu la reazione di Idina?

«Mi raccontò che rimase senza parole e lo accusò di aver creato un sistema di tensione con i suoi fratelli e la famiglia, di averla in un certo senso ingannata». 

Gardini con il suo gesto ha voluto forse salvare la famiglia, dice l’avvocato De Luca che lo difendeva. In più era preoccupato perché lei e Sergio Cusani non gli davate i documenti per potersi difendere

«Non è vero. Ricordo che in un incontro con Raul proprio presso lo studio di De Luca, Raul mi chiese questi documenti che non aveva e io glieli feci consegnare immediatamente». 

Forse lui intendeva documenti di dettaglio, per sapere quanto era stato pagato e a chi, non crede?

«Noi gli avevamo dato quello che avevamo». 

È vero che nella primavera del 1993, dopo il clamoroso divorzio familiare, chiese a Gardini di tornare nel gruppo per cercare di rilanciarlo e gli offrì le dimissioni?

«Sì, è vero, ed era un progetto elaborato con Goldman Sachs. Si chiedeva a Gardini e a Sergio Cragnotti di entrare nel capitale sociale della holding di famiglia Serafino Ferruzzi con il loro patrimonio. Mi riferisco alle liquidazioni di entrambi che ammontavano più o meno a circa 700 miliardi di lire dell’epoca che avrebbero consentito una ricapitalizzazione a cascata del nostro sistema societario». 

E lui?

«Raul si prese 24 ore di tempo per decidere e mi disse che il giorno dopo avrebbe dovuto incontrare Luigi Fausti, il nuovo presidente della Banca Commerciale. Attraverso Fausti voleva vedere Cuccia e Maranghi di Mediobanca, probabilmente per anticipare loro del suo ritorno nel gruppo Ferruzzi. Venni a sapere successivamente che Fausti disse chiaramente a Gardini che Cuccia e Maranghi non desideravano incontrarlo. Sono certo che questo fu un durissimo colpo per Gardini». 

Sua moglie Alessandra, in una lettera pubblicata di recente, è stata molto dura con Raul. Scrive che non avrebbe potuto nulla senza suo padre Serafino. Non è un po’ eccessiva?

«Alessandra ha solo risposto al fuoco nemico, nel momento in cui si è detto che i Gardini erano più ricchi dei Ferruzzi che è falso... La verità è che alla fine Raul avrebbe voluto sostituirsi a Serafino. Guardi, c’è l’agendina sua personale che svela molti segreti. Il 7 ottobre 1990, scrive di suo pugno: “Decisione di chiudere, di essere Ferruzzi. Da ora in avanti per me e per i miei figli c’è solo da rimettere. Perché questo? Perché ora le cose si possono considerare come se fossero in ordine. Così come piaceva ai vecchi. Da questa posizione, per muovere verso un nuovo ordine ci vuole la gente e la voglia, e quindi l’età”. 

Molto prima che si concludesse la joint-venture Enimont stava quindi già lavorando a un progetto di ripartizione del capitale per numero di figli e voleva trasformare il Gruppo Ferruzzi in Gruppo Gardini. Così Gardini avrebbe fatto dimenticare Serafino Ferruzzi».

Lei non ha mai avuto la tentazione di sostituirsi a Gardini?

«Mai». 

Dopo trent’anni i Gardini e i Ferruzzi non si parlano ancora. E queste parole forse non aiutano. A quando la riconciliazione?

«È un mio grande desiderio. A questo punto, dopo tutto ciò che è accaduto di drammatico e doloroso, prego Dio che almeno i nostri figli – quelli di Alessandra e miei, di Arturo ed Emanuela, di Idina, di Raul, di Franca e Vittorio – che ormai sono tutti grandi e a loro volta sono diventati genitori, riescano finalmente a parlarsi tra di loro in modo franco, rispettoso, amorevole.

Anche per sapere e capire finalmente cosa sia davvero successo alla nostra famiglia e al nostro gruppo imprenditoriale creato dal loro nonno Serafino Ferruzzi. E aggiungo: carissimi ragazzi, è arrivato il momento di ricercare con coraggio la verità. Bisogna finirla con le velenose fandonie e i distruttivi rancori. È arrivato il momento che i cugini si ritrovino, si vogliano bene e tornino a essere uniti».

Carlo Sama: «Il suicidio di mio cognato Raul Gardini? Un sacrilegio. Ora coltivo soia in Sudamerica». La maxi tangente Enimont, la condanna, la nuova vita. «Raul era straordinario. Fu il primo a parlare di auto elettrica, biomasse, energie alternative. Era avanti su tutto», scrive Stefano Lorenzetto il 13 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". La sua nuova vita è costata a Carlo Sama un occhio della testa. Il destro. «In Paraguay ho avuto il distacco della retina mentre aprivo una strada nella tenuta di famiglia, dentro la più vasta foresta pluviale atlantica del pianeta posseduta da un privato. Sarebbe bastato farmela suturare là con il laser. Invece ho aspettato 20 giorni perché volevo ricoverarmi in una clinica europea. Risultato: 14 inutili interventi chirurgici fra Londra, Roma e Miami. Ed eccomi qua, orbo veggente come Gabriele D’Annunzio». Il protagonista del processo Enimont, inchiodato dal pm Antonio Di Pietro per aver pagato «la madre di tutte le tangenti» e riabilitato di recente dal tribunale di sorveglianza di Bologna, vive fra Montecarlo e il Sudamerica. «Nel bosco mi sono costruito una casa di legno su un albero, a 20 metri da terra, ma confesso che non ci ho ancora dormito. Ho paura dei giaguari: quelli s’arrampicano». Eppure nella sua Ravenna lo considerano l’amico del giaguaro che tradì il proprio mentore, il cognato Raul Gardini. «Il passato è storia. Fa parte di noi. Pensi al povero Ubaldo Lay: bravo attore, ma alla fine tutti se lo ricordano solo come il tenente Sheridan con l’impermeabile». L’accusa gli pesa, e ancor più adesso, a 25 anni dal colpo di pistola alla testa con cui il 23 luglio 1993 l’arrembante magnate del gruppo Ferruzzi-Montedison si uccise nel Palazzo Belgioioso di Milano. «Tra la mia famiglia e Gardini, scelsi la mia famiglia». Cioè la moglie Alessandra Ferruzzi, che, come i fratelli Franca e Arturo, non condivideva la successione decisa da Raul, marito della sorella Idina, la primogenita del fondatore Serafino Ferruzzi. Era il 1991. Gardini fu liquidato con 505 miliardi di lire. «Quello che nessuno sa, è che l’anno dopo ritornammo a parlarci».

Chi fece il primo passo?

«Io. Ci vedemmo in Svizzera. Ruppi il ghiaccio con una battuta: Raul, non ci divertiamo più se non stiamo insieme».

Stare insieme per fare che cosa?

«Avevamo il monopolio mondiale del polipropilene. Ma bisognava investire centinaia di miliardi in ricerca. La Shell era pronta. Avremmo riportato a casa i pozzi petroliferi in Adriatico. E la Edison. L’advisor dell’operazione era Romano Prodi, affiancato da Claudio Costamagna, attuale presidente della Cassa depositi e prestiti. Il principio era banale: rimettere tutto assieme. Dissi a Raul: facciamo un atto di compravendita della Ferruzzi per una lira, poi a bocce ferme sarai tu, da padre di famiglia, a valutarne il vero valore».

Come reagì?

«La proposta gli piacque molto. Ma non se ne fece nulla, perché commise un errore: cercò l’avallo di Mediobanca, cioè di Enrico Cuccia».

E che cosa accadde?

«Le azioni furono svalutate da 1.250 a 5 lire. La Ferruzzi fu oggetto di un trapianto d’organo, con le sue quote di mercato immesse in corpi malati. Sa di che parlo? Eravamo primi al mondo anche nelle proteine e nelle lecitine di soia, nelle penicilline; primi in Europa nello zucchero, negli amidi e derivati, nei semi oleosi, nei mangimi, negli oli di marca; primi in Italia nel calcestruzzo e nelle assicurazioni danni e secondi nell’elettricità».

Che uomo era Raul Gardini?

«Straordinario. Aveva una visione così chiara del mercato che si dimenticava dei tempi. Voleva che le cose fossero fatte per ieri. Fu il primo a parlare di auto elettrica, biomasse, energie alternative. Il mondo era il nostro giardino di casa. Fosse ancora vivo, oggi costringerebbe l’Italia a ridiscutere Maastricht, le quote, tutto».

Perché a 60 anni si uccise?

«Non certo per disonore: non aveva fatto nulla. Temeva di finire come Gabriele Cagliari, 134 giorni nel canile. Quando il presidente dell’Eni si suicidò in cella, Raul mi telefonò: “È morto da eroe”. Pensava solo a quello, all’arresto. Di Pietro lo teneva sulla graticola. Non si lavora una vita per finire in ginocchio da chi ti accusa. Mi hanno raccontato un’orribile storia di guerra sui topi».

Quale storia?

«I soldati catturavano una dozzina di topi e li tenevano a digiuno in gabbia. L’unico che sopravviveva, dopo aver divorato gli altri, veniva liberato perché desse la caccia ai suoi simili nelle trincee».

Gli innocenti non temono il carcere.

«Efrem Campese, capo della sicurezza di Montedison, gli aveva parlato di dieci buste gialle con l’intestazione “F” e di un colonnello della Finanza chiamato da Roma per recapitarle. I destinatari potevano essere Fiat o Ferruzzi. Si figuri se Raul ebbe dubbi. L’avviso di garanzia equivaleva a una condanna».

Lei ebbe 146 imputazioni, mi pare.

«Più o meno. Assolto da tutte, a parte il finanziamento illecito ai partiti e l’inevitabile falso in bilancio».

Fu arrestato il giorno del suicidio.

«Sì. Mi trovavo a Lugano. Telefonai a Palazzo Belgioioso. Rispose Renata Cervotti, la segretaria di Raul. Lo stavano soccorrendo. Non morì subito».

Aleggiano misteri sulla tragedia?

«No, fu tutto lineare. Il comandante che affonda con la sua nave».

Fu dunque un gesto eroico?

«Rispetto la sua decisione e non esprimo giudizi. Sarebbe fargli torto».

È vero che la vedova ha abbracciato la vita religiosa?

«Idina è una donna meravigliosa, come lo era il marito. Oggi non sta bene. La storia dei Ferruzzi non la conosce nessuno. Sono l’unico a poter dire d’aver visto la luna e l’altra faccia della luna. Serafino era un genio, ha segnato il secolo scorso. Il giorno in cui arrivò alla Borsa di Chicago, si fermarono per rispetto le contrattazioni: era entrato Mister Soia, il trader che faceva il mercato».

Ma che bisogno aveva Enimont di versare tangenti ai partiti?

«Nessuno. Si pagava perché non rompessero le balle. Non mi pareva un peccato. Magari una scemata. Ma la politica costa tanto, sa? Non trovo anormale aiutarla. Si doveva fare alla luce del sole».

Foraggiavate tutti?

«Nella migliore tradizione. Avevano stabilito le percentuali. I partiti dalle mani pulite? Qualcuno svolgeva il lavoro sporco anche per conto loro».

Severino Citaristi, tesoriere della Dc, mi raccontò di quando il segretario Arnaldo Forlani lo spedì da lei per ritirare una busta con dentro 2 miliardi e 850 milioni di lire in Cct, circostanza che poi mi fu confermata dallo stesso Forlani.

«In piazza del Gesù ci andai poche volte. E non chiesi mai nulla a Forlani».

Che mi dice della valigia con 1 miliardo di lire consegnata al Pci?

«Bisognerebbe poterlo chiedere a Raul. La portò lui alle Botteghe Oscure».

Centinaia di miliardi in Cct transitarono dallo Ior, la banca della Santa Sede.

«Sono assolutamente consapevole di questo. Ma non fui io a smistarli».

Però il vescovo Donato De Bonis, segretario dello Ior, celebrò le sue nozze nella parrocchia vaticana di Sant’Anna.

«Un caro amico. Aprì il fondo San Serafino per attività di beneficenza in onore del padre di mia moglie. Ogni anno ci versavo la mia gratifica natalizia».

Stefano Bartezzaghi, figlio del Bartezzaghi della «Settimana Enigmistica», la definì «vantaggiosamente inappariscente» e le imputò la «tendenza a strafare».

(Ride). «Giudichi lei. Ho interesse ad apparire sul Corriere della Sera?».

Di che cosa si occupa adesso?

«Mi sarebbe piaciuto cimentarmi nello sport, come mi aveva consigliato Bettino Craxi, magari alla presidenza del Coni. Invece sono rimasto fedele all’antico amore: la terra. Mi occupo di Agropeco, 12.000 ettari fra Paraguay e Brasile, vicino alle cascate dell’Iguazú, e di Las Cabezas, 18.000 ettari a Entre Rios, in Argentina. Produco dalla soia all’eucalipto. E allevo 12.000 capi di bestiame razza Hereford. Ho brevettato un mangime contenente il 5 per cento di stevia, un’erba dolcificante che funge da antibiotico naturale. In campagna rido da solo, come i matti».

Investe ancora nel nostro Paese?

«Beh, no, che domande! L’ultimo affare fu la cessione di un’immobile a Roma, diventato il J.K. Place luxury hotel».

Le restano l’Es Ram resort e il ristorante Chezz Gerdi, a Formentera. Tra gli ospiti, Veronica Lario con figli e nipoti, Piero Chiambretti, Paolo Bonolis, Raoul Bova.

«Chiuso il primo, venduto il secondo. Mai ospitato Bonolis. Però ci venivano Kate Moss e una figlia di Mick Jagger».

Silvio Berlusconi era suo amico.

«Lo è ancora, lo sarà sempre. Fu l’unico a telefonarmi il giorno dell’arresto. E pensare che avrebbe dovuto odiarmi: con Telemontecarlo gli fregavo la pubblicità».

Chi altro le è rimasto vicino?

«Luca Cordero di Montezemolo, Carlo Rossella, Luigi Bisignani. E Sergio Cusani. Il mese scorso si è fatto 400 chilometri, Milano-Bossolasco e ritorno, per stare mezz’ora con le stampelle al matrimonio di Francesco, il mio secondogenito».

Come vede l’Italia a trazione pentastellata-leghista?

«Tutto quello che porta al cambiamento, lo vedo bene. Pensi che Gardini già negli anni Ottanta voleva risolvere il problema degli immigrati. Fece predisporre da Marco Fortis, docente della Cattolica proveniente dalla Nomisma di Prodi, un progetto per rendere coltivabile la fascia mediterranea del Maghreb. Dall’Africa non sarebbe più partito nessuno. Se solo avessimo potuto continuare...». (Si commuove). «Il lavoro era il nostro gioco, la nostra vacanza. È stato commesso un sacrilegio».

Secondo lei i partiti si finanziano ancora in modo illecito?

«Mi pare di sì. Ma non ho i riscontri».

Allora da che cosa lo deduce?

«Dall’odore».

Estratto dell'articolo di Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera” il 30 giugno 2023.

I baffoni gli davano forza e fascino. Oggi, trent’anni dopo, fanno posto a una barbetta più sale che pepe di tre giorni. Ma la forza di Paul Cayard è oramai scritta nel libro mastro della vela: campione del mondo, coppe, trofei, encomi, un nome, una leggenda. Nel 1992 con il Moro di Venezia di Raul Gardini arrivò lì dove nessuna barca italiana era giunta prima di allora: la finalissima della Coppa America, l’Everest del mare, che si disputava in California nelle acque di San Diego. Furono i mesi in cui l’Italia, incollata alla tv a orari impossibili, si innamorò di lui, lo skipper americano voluto da Gardini alla guida delle regate ed eletto a super manager sportivo. 

Dopo il trionfo, però, la tragedia: la mattina del 23 luglio del 1993, giorno in cui doveva essere arrestato, Gardini si puntò l’arma alla tempia e schiacciò il grilletto. Cayard era con lui a Milano nelle stanze di palazzo Belgioioso, teatro del suicidio. E rieccolo in Italia, fra queste barche oceaniche approdate a Genova per la tappa finale dell’Ocean Race, il giro del mondo a vela. Nei giorni in cui il dibattito sulla figura di Gardini è stato riacceso da eventi, incontri e un paio di libri (Solferino pubblica «Di vento e di terra», il romanzo vero di una vita di sfide), Cayard ha deciso di parlare del suicidio: «Per ricordare colui che è stato per me come un padre e un grande amico».

Partiamo dalla fine, da quel colpo di pistola...

«Uno choc totale, non ci potevo credere, quella settimana ero stato con lui fino a due giorni prima, proprio a palazzo Belgioioso. Raul aveva letto del suicidio di Gabriele Cagliari e mi diceva che era una strana cosa, con quel sacchetto di plastica nella testa. Era molto preoccupato. Non voleva finire in carcere anche lui, secondo me perché lì non si sentiva più padrone della sua vita e lui non sopportava l’idea che fossero gli altri a decidergli il destino». 

In che senso è stato per lei un padre?

«Avevo 26 anni e non ero nessuno, ha creduto in me, mi ha aperto le porte di casa sua e mi ha aiutato molto. “Paolino — mi ha detto — tu vieni a vivere a Milano e io ti do tutto quello che ti serve”. E l’ha fatto, mi ha dato tutto, soprattutto la fiducia. Quando è morto avevo 33 anni e una professionalità tale che mi è bastata per il resto della vita».

Perché Gardini scelse proprio lei?

«Lui mi disse che a parlargli di me era stata Eleonora (primogenita di Raul, ndr ). Mi aveva visto vincere una regata in Sardegna, dove io ero in sostituzione. Raul ha voluto provarmi e ha deciso subito. Guarda questa foto — ci mostra una foto ingiallita — è quella della prima volta con lui sul Moro, questo sono io, questa è Eleonora di spalle, in bikini, eh, quello è Raul...». 

Com’è nata l’idea della Coppa America?

«Siamo a San Francisco per il mondiale Maxi del 1988, nello stesso albergo. Vinciamo la prima regata e la mattina dopo, a colazione, c’era anche il suo amico marinaio Angelo Vianello, mi dice: “Paolino, dobbiamo fare la Coppa America”. Io ho detto: “Raul, questa è brutta idea”. “Perché?” “Costa un sacco di soldi, perdi molto tempo e vince uno solo”. Il secondo giorno, altra vittoria e altra colazione insieme. “Paolino, pensaci”.

Dopo ogni vittoria me lo ripeteva. Alla fine delle cinque regate, tutte vinte e vinto il Mondiale, è stato impossibile dirgli di no. Ci ha portati tutti in Argentina e ha parlato delle sue idee grandiose». 

Il varo del Moro a Venezia con la regia di Zeffirelli, il cantiere Tencara con la tecnologia più avanzata e potente...non spendeva un po’ troppo?

«Potrebbe sembrare, sì, ma è vero anche che se tu dai l’impressione di essere vincente il gruppo è motivato e alla lunga questo ti ripaga delle spese, quel che è successo».

Pregi e difetti del grande capo?

«Era divertente, coraggioso, un grande motivatore, delegava molto e non avevi mai l’impressione che potesse dubitare di qualcuno, così tutti davano il massimo e si rimaneva uniti. Difetti? Non sapeva guidare, una volta siamo andati da Montezemolo a vedere una Ferrari, lui era al volante e passava dalla prima alla quarta e il contrario, la macchina strattonava e diceva: non ci sono più le Mercedes di una volta. 

Capito? Altro difetto? Fumava troppo, anche in aereo. Ricordo un viaggio in cui mi sono svegliato tossendo per il suo fumo. “Sai cosa Paolino, dovresti iniziare anche tu, in modo che hai un filtro naturale”. E non scherzava».

(…)

Estratto dell'articolo di Gian Antonio Stella per il “Corriere della Sera” il 23 giugno 2023.

«Una curiosità: quanto fuma?» «Più che posso». Seduto su uno scalino della Madonna della Salute, sigaretta serrata fra i denti, mani impegnate ad allacciarsi le scarpe, Raul Gardini fissò l’occhio buono sul cronista e rise. Schiacciò la sigaretta e ne accese un’altra. 

Faceva male ai polmoni? Chissenefrega. Era una sfida, una delle tante. Come la presentazione, quel giorno, a Venezia, in pompa magna, un caos di bandiere, gondole, ospiti di spicco, cestini di leccornie deluxe preparati dal consuocero Arrigo Cipriani, regia di Franco Zeffirelli, del bellissimo «Moro» col quale voleva andare a vincere la coppa America.

Sfida perduta. Come troppe altre di una vita conclusa la mattina di venerdì 23 luglio 1993, trent’anni fa, con un colpo alla tempia sparato con una pistola calibro 7,65 Walther Ppk, la stessa usata anni prima da Luigi Tenco. Scrisse il Corriere : «Lo aspettava il carcere. Ha preferito la morte». 

Tre giorni prima si era ammazzato il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari. Una settimana prima, come ricordò nel suo editoriale Paolo Mieli, si era costituito dopo sei mesi di latitanza l’ex presidente della Montedison Giuseppe Garofano, «raccontando ai magistrati i segreti dell’avventura chimica del gruppo Ferruzzi, con tutti i dettagli sui passi più spericolati e gli illeciti più incredibili per accantonare fondi da far affluire in parte nelle proprie casse segrete e in parte in quelle dei partiti di governo». Partiti che Gardini pagava e disprezzava.

«Io ho questa mentalità: quando sono in Brasile mi sento brasiliano, in Argentina argentino, negli Usa americano ed europeo in Europa», confidò a Enzo Biagi poche settimane prima di andarsene. Ultimo sospiro: «Non ci sono innocenti. I peccati sono collettivi». «Come uomo aveva sei marce. Il guaio è che troppo spesso teneva la sesta in curva», spiegò a l’Unità il celebre fiscalista e consigliere Montedison Victor Uckmar. E aggiunse: «Non vorrei che qualcuno ora se la pigliasse coi giudici, dimenticando chi è il responsabile primo di queste cose. Alludo ad una classe politica...» 

Trent’anni dopo, sul «Contadino» ribattezzato con quel nomignolo per l’appartenenza «alla razza terragna» da cui veniva anche se aveva passato la giovinezza «fra le pinete e le spiagge romagnole», esce un libro che ripercorre tutta l’irruenta avventura umana, economica, finanziaria, politica e marinara dell’imprenditore che alla morte del suocero

Serafino Ferruzzi, il re delle granaglie di cui aveva sposato la primogenita cattolicissima e riservatissima Idina, si ritrovò a 46 anni in pugno un’immensa ricchezza e in tre lustri scarsi, scommettendo spericolatamente su se stesso, le sue intuizioni, le sue ambizioni, riuscì a bruciare tutto. Compreso se stesso. 

Si intitola Di vento e di terra. Raul Gardini, il romanzo vero di una vita di sfide , è firmato dal nostro Andrea Pasqualetto e Lucio Trevisan, è edito da Solferino e in 320 pagine racconta due storie parallele che si incrociano e confondono l’una nell’altra.

Quella dell’imprenditore di enorme successo iniziale che a un certo punto «addenta un’azienda dopo l’altra (agroalimentare, agrochimica, energia, costruzioni e impiantistica, farmaceutica, grande distribuzione, editoria…) 

(...)

E quella del velista appassionato che si fissa su barche sempre più belle create da designer sempre più famosi con marinai sempre più competitivi rastrellati in giro per il pianeta senza rinunciare mai, però, ai consigli di un vecchio uomo di mare di Pellestrina, Angelo Vianello. «L’amico del silenzio, con il quale Raul sta bene anche tacendo». Quello cui chiede consiglio anche su cose che non hanno a che fare con la nautica, come l’improvvisa difficoltà del figlioletto Ivan colpito da un’inspiegabile difficoltà a camminare e in poche settimane rimesso in piedi. Quello che, «fiol de pescadori de laguna», si ritrovò una mattina presto davanti il re di Spagna Juan Carlos, curioso di salire a bordo per vedere il «Moro» e lo accolse così: «Siòr Re, ghe fasso un cafetin?» 

(...) 

Ma tutto intorno meritano d’esser raccontate tante storie che ricostruiscono un’epoca. 

L’acquisto a Venezia del «maledetto» Palazzo Dario per sfidare le leggende della bellissima dimora marcata nei secoli da suicidi, omicidi, sventure, morti violente... Lo sfizio di impossessarsi dell’arte del vetro comprando larga parte delle vetrerie di Murano. L’audizione alla Camera nel 1986 in cui avvertì il Parlamento: «L’Italia deve diventare autonoma sul piano energetico, altrimenti rimarremo sempre un Paese dipendente da altri.

(...) Ci vuole il coinvolgimento diretto dello Stato. Quello di cui sto parlando è un sogno, ma è un sogno realizzabile: vedere l’Italia produttrice di energia verde, grazie all’etanolo. Inquina meno ed è altamente redditizio a livello di rendimento...» Parlava (anche) pro domo sua, dato che aveva enormi quantità di cereali giacenti? Sicuro. C’era però, oltre agli interessi aziendali, qualcosa di più. Che merita forse, tanti anni dopo, qualche riflessione.

Così come meriterebbe un romanzo a parte il carteggio, lettera dopo lettera, ora note, che ricostruisce lo sfascio della Famiglia. Con Alessandra, la più giovane dei figli del vecchio Serafino, che inizia con parole apparentemente amichevoli a contestare la leadership del cognato Raul. E lui che, dopo un crescendo di reciproche tensioni, passa affiancato da Idina alle minacce a tutti i cognati: «Se abbraccerete definitivamente le teorie di Alessandra contro di me ed Idina sarà una rottura definitiva che vi costerà molto, molto cara». Come sia finita si sa. Trent’anni dopo, in famiglia, non si parlano ancora.

Raul Gardini, il corsaro della Borsa: tra scalate e declivi pericolosi. Raul Gardini ha incarnato il sogno del capitalismo italiano, le sue epiche scalate di Borsa lo hanno portato in cima, prima della tempesta Mani Pulite. Tommaso Giacomelli il 22 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Un trascinatore, un leader naturale e un uomo dalla visione illuminata. Raul Gardini non riusciva a fermarsi al presente, non metteva mai l'ancora, seguiva il flusso del mare, come quello del suo amato Adriatico, e si proiettava con energia instancabile verso obiettivi futuri, per i più imponderabili. Uno spirito da vero corsaro quello dell'imprenditore ravennate, classe 1933, che ebbe il suo momento di massimo fulgore negli anni '80, salendo agli onori della cronaca per le grandi scalate finanziarie dal sapore temerario, che lo proiettarono nelle stanze dei bottoni della politica italiana e tra il gotha degli industriali nostrani. Gardini era orgoglioso della sua origine romagnola, di essere nato in quella città che fu capitale dell'Impero romano d'Occidente prima e del Regno degli Ostrogoti poi, non dimenticando mai la bellezza delle cose semplici, dei profumi del mare e della terra, di quanto sia benefico il calore di una famiglia unita e l'importanza di una stretta di mano tra gentiluomini. Gardini ha vissuto la vita a modo suo, seguendo le sue regole, pagando a caro prezzo un orgoglio che lo ha spinto a togliersi la vita con un colpo di pistola la mattina del 23 luglio 1993, a Milano, nel suo appartamento di Palazzo Belgioioso. Nel mezzo, però, vale la pena raccontare la vicenda personale di un uomo che ha saputo stupire e scioccare, nel nome di un capitalismo rampante e senza freno come quello esploso in Italia nella seconda metà degli anni '80.

Alla guida della Ferruzzi

Nel 1948 Serafino Ferruzzi, romagnolo doc, fonda la sua azienda, la Ferruzzi, che in una prima fase commercializza legname e calce, poi diventa leader nel trattare le materie agricole. Negli anni '60 l'impresa ravennate si ritaglia spazio come primo importatore italiano di grano, soia, olio di semi e cemento, diventando uno dei principali operatori del settore in Europa e, di conseguenza, nel mondo. Raul Gardini nel 1957 sposa la figlia del patron della Ferruzzi, Idina, e quando il vecchio Serafino nel 1979 muore in un incidente aereo, la famiglia decide di affidare le deleghe operative del Gruppo proprio a Gardini. Quest'ultimo, a 46 anni, si ritrova investito del ruolo di capo di una realtà industriale, che lui guiderà a una vera rivoluzione d'assalto. Ravenna, dopo molti secoli, torna ad avere un imperatore, diverso da quelli del passato, ma animato dallo stesso spirito di conquista grazie a delle idee che hanno la forza di colpire il cuore delle persone. Lui è un visionario, ma concreto, non un sognatore, in più è animato dalla voglia di ottenere quello che desidera con un fare quasi da guascone. Alla gente piace, buca lo schermo e cattura le simpatie dei media. In breve tempo, Raul Gardini è un nome che fa strada all'interno della società italiana, arrivando ad avere una forte risonanza a livello nazionale. Tutti si accorgono di lui e nel frattempo il Gruppo Ferruzzi spicca il volo, passando dal trading all'industria, concentrando le proprie risorse nel business dello zucchero. Nel 1981 acquista la Eridania, prima azienda produttrice di idrato di carbonio in Italia, poi nel 1986 passa alla francese Béghin Say. A guidare Gardini in queste campagne finanziare c'è l'intuito e una capacità di prendere le decisioni in un breve lasso di tempo. In seguito alle numerose politiche di acquisizione, l'industriale ravennate capisce che ci sono tutte le carte in regola per entrare nell'alta finanza con un ruolo da protagonista assoluto.

La Borsa e il sogno di Raul Gardini

Dopo il lungo silenzio degli anni di piombo, nel 1985 l'Italia sembra essere rinata. Un'ondata di benessere cavalcato dal nascente rampantismo inebria gli italiani di una nuova euforia collettiva. L'arrivo dei fondi di investimento mobiliare fa quintuplicare gli incassi della Borsa, le quotazioni guadagnano il 20% a settimana e in un mese si ottengono qualcosa come 300 miliardi di lire. In questo scenario Raul Gardini mette la Ferruzzi finanziaria sul mercato, i soldi - dice lui - si trovano in Borsa e basta saperli prendere. Una scelta all'apparenza spregiudicata che si rivela quanto mai azzeccata, dato che in tre anni fa entrare nelle casse del Gruppo qualcosa come 3.000 miliardi di lire. Gli yuppies hanno un nuovo idolo da venerare, Milano diventa la capitale del sogno che passa attraverso le urla, gli strepitii e la frenesia imperante delle affollate sale di Piazza Affari. Il sogno nel cassetto di Gardini, però, è quello di riuscire a costituire un polo della chimica che si proponesse come baluardo dell'ecologia. Il suo più viscerale desiderio è quello di proporre sul mercato un carburante che avesse un legame con le materie agricole, il suo primo amore. A quel punto, il ravennate mette gli occhi sulla Montedison, grande gruppo industriale italiano attivo nella chimica e nell'agroalimentare.

La scalata a Montedison

Nel 1985 la Montedison è al centro di uno scontro molto violento tra gli azionisti, Gardini fiuta la situazione e intravede la possibilità di entrare in scena per diventare l'azionista di riferimento. Un'azione facile sulla carta, ma difficile da realizzare perché a guidare il gruppo industriale c'è un osso duro, Mario Schimberni. Quest'ultimo è un tipo riservato, enigmatico e impenetrabile, che non fuma e non beve, tanto che viene chiamato "l'uomo di ghiaccio". Schimberni è un manager di alto rango che ha come unico obiettivo quello di fare della Montedison la prima public company italiana. Nel frattempo Gemina, il salotto buono del capitalismo italiano, prende per la giacchetta Gardini cercando di spingerlo a tutti i costi a farne parte, ma lui non ne vuole sapere. Il ravennate è un romagnolo puro, un po' impulsivo, la partita per conquistare la Montedison la vuole giocare da solo. A lui la chimica serve per trasformare il prodotto agricolo e creare energia, per questo mettere le mani sulla quell'industria diventa di capitale importanza. Nessuno, però, immagina che il numero uno del Gruppo Ferruzzi ha in mente la più clamorosa operazione finanziaria del secondo dopoguerra.

La prima fase dell'assalto alla Montedison è rapida e si conclude quasi in un lampo: l'8 ottobre del 1986 Gardini convoca il suo agente di cambio e gli ordina di acquistare più azioni possibile della Montedison. In un paio d'ore la Ferruzzi sborsa 1.500 miliardi di lire; alla fine della giornata Gardini blocca l'OPA di Cuccia e De Benedetti, e ottiene il 10% del pacchetto azionario del Gruppo operante nella chimica. La seconda fase è intrisa di diplomazia, di tessitura di rapporti e di dolce seduzione verso quegli azionisti che possiedono pacchetti importanti della Montedison. L'11 marzo 1987 Gardini ha speso un complessivo di 2.000 miliardi di lire ma in cinque mesi ha ottenuto il 40% delle quote desiderate. A novembre dello stesso anno, Gardini si issa al comando della Montedison, subentrando a Schimberni non senza un'aspra disputa tra i due leader. In appena sette anni, il ravennate diventa il secondo industriale italiano, contro ogni pronostico.

Il fallimento di Enimont

Il progetto di Gardini è in continua evoluzione, un rincorrersi perpetuo di decisioni, vale a dire che ogni passo stimola il successivo. Quando si conquista un avamposto, bisogna andare avanti e procedere a passo spedito. Non c'è mai quiete nel suo spirito. Sul finire del 1987, Gardini è il presidente della Montedison ed è il leader privato della chimica in Italia. Alla sua porta bussa la controparte pubblica, l'ENI, che ha bisogno dell'appoggio del ravennate per sopravvivere e dar vita a un polo chimico in grado di competere coi grandi del settore. Gardini si convince che l'unione tra le due realtà si può fare, con l'obiettivo di entrare almeno nei primi dieci del mondo. In poco tempo nasce la Enimont, che alla Montedison costa la bellezza di 1.200 miliardi di lire di tasse. Una spesa enorme, ma la parte pubblica promette a Gardini delle garanzie sugli sgravi fiscali con dei decreti legge. L'accordo viene siglato alla maniera contadina, o dei sensali, tramite una stretta di mano tra il ravennate e Ciriaco De Mita, presidente del Consiglio. A fine 1988 la Enimont conta 55.000 dipendenti e 16.000 miliardi di lire di fatturato, con il 40% delle quote a ENI, l'altro 40% a Montedison e il restante 20% destinato al mercato azionario. La nuova realtà pubblica-privata è il leader mondiale della chimica, ma per Gardini arriverà presto la beffa.

La politica capisce che sta per perdere un ufficio acquisti da 15.000 miliardi di lire all'anno, così in Parlamento il decreto legge aspettato da Gardini viene bocciato per due volte fino a decadere definitivamente. Poi, dopo la caduta del Governo De Mita e il ritorno di Andreotti, grande oppositore dei Ferruzzi fin dai tempi di Serafino, si mette una pietra tombale sulla questione. La politica si dimostra per Gardini il più inaffidabile degli interlocutori, inoltre, le divergenti vedute imprenditoriali tra le due realtà, porta alla rottura della joint venture con Gardini che si appella alla violazione degli impegni. Si arriva al "patto del cowboy", con la Montedison che ricopre il ruolo della parte che fa il prezzo e l'ENI di quella che compra. Dopo un iniziale tentativo di scalata da parte di Gardini alla Enimont, stoppata dal guidice Curtò con il congelamento provvisorio delle sue quote da parte del Tribunale di Milano, alla fine di novembre 1990 l'industriale ravennate abbassa la testa e vende il suo 40% all'ENI per 2.805 miliardi di lire.

Il Moro di Venezia e la caduta

Dopo il fallimento di Enimont, la famiglia Ferruzzi - stanca di inseguire le imprese spericolate - si dissocia da Raul Gardini, luquidandolo da tutti i suoi incarichi pagando una cifra di 503 miliardi di lire in contanti. L'ultima romantica impresa del ravennate è quella del Moro di Venezia, l'innovativa barca a vela che affidata al geniale skipper americano, Paul Cayard, vince la Louis Vuitton Cup del 1992 battendo in finale New Zeland per 4 a 3 dopo una rimonta insperata. La barca italiana arriva, dunque, negli Stati Uniti, nella baia di San Diego, per contendere l'America's Cup all'imbarcazione statunitense America³. Purtroppo la sfida terminerà 4 a 1 a favore dei padroni di casa, mentre per il Moro di Venezia rimane il sogno di aver spinto la vela italiana fino a toccare quasi il cielo, anche se il boccone da digerire è amaro.

I trionfi in mare vengono oscurati dalle nubi di tempesta che si abbatono a Milano con le indagini di "Mani Pulite". Uno dopo l'altro politici e manager ricevono avvisi di garanzia o mandati di cattura. È un effetto domino che non risparmia nessuno e travolge tutti. Il pool di magistrati milanesi punta alla Enimont, l'inchiesta viene incuriosita da una falso in bilancio, tra il 1990 e 1991, di 150 miliardi di lire che sarebbe servito a Gardini, e alla Montedison, per corrompere funzionari di governo e uscire indenne dalla chiusura della joint venture. Al ravennate questa cifra non torna e decide di collaborare con la giustizia. Scosso da un mondo che stava crollando sotto ai suoi piedi, e impotente di fronte al flusso degli eventi, Raul Gardini la mattina del 23 luglio 1993 si spara alla testa con un colpo di pistola. Una scelta drammatica e di impeto, un ultimo atto di volontà per un uomo che ha sempre imposto la sua decisione. Con lui si chiude la pagina italiana di rampantismo e capitalismo sfrenato, del sogno della Borsa, delle luci e del divertimento. La sua morte apre un capitolo più cupo e torbido che ha condizionato il proseguo degli anni '90 fino a segnare persino i giorni nostri.

Eni-Nigeria, Storari: «I pm ignorarono le prove del processo». Storia di Luigi Ferrarella su Il Corriere della Sera martedì 3 ottobre 2023.

«Ma lei, signor presidente del Tribunale, in un suo processo lo vorrebbe sapere o no che c’è un rapporto di 50.000 dollari, qualunque sia il motivo, tra un dichiarante e il teste di riscontro? E che al Tribunale era stata amputata una chat nella parte in cui parlava appunto dei soldi?». Più il pm milanese Paolo Storari, in mattinata, riassume colloqui e mail con i colleghi sulle prove delle calunnie dell’ex dirigente e accusatore di Eni Vincenzo Armanna, che a suo avviso i pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro avrebbero dovuto depositare a giudici e imputati del processo Eni-Nigeria, e più a Brescia sale l’attesa che nel pomeriggio le «almeno 100 domande» annunciate dal controesame della loro difesa mettano in difficoltà Storari sul merito di quei fatti (con in mezzo spesso il procuratore Francesco Greco e sempre l’aggiunto Laura Pedio, «perché niente passava senza che tutti e tre lo sapessero vicendevolmente, la gestione era sempre a tre»). Tanto più che Storari racconta, ad esempio, come i colleghi avevano liquidato la sua scoperta che le chat del 2013, secondo Armanna comprovanti i depistaggi dei vertici Eni, Descalzi e Granata, fossero false visto che quelle utenze Vodafone non erano attive: «Ma De Pasquale, Greco e Pedio mi dissero “Eni ha rapporti con i servizi segreti che possono manipolare queste cose, non ci si può fidare di questi accertamenti”».

E sul presidente del processo milanese Marco Tremolada: «De Pasquale e Spadaro dissero con chiarezza, in riunione con Greco e Pedio, che era troppo appiattito sulle difese e andava fatto astenere». Così come «De Pasquale diceva che boicottavo il suo processo», e «Pedio che dovevamo fare squadra perché la Procura non poteva perdere quel processo e Eni non doveva uscirne bene». E invece, al momento del controesame, la difesa di De Pasquale gira al largo da tutti questi punti, e l’avvocato Massimo Dinoia fa solo due tipi di domande. Uno sulla possibile inutilizzabilità processuale delle chat di Armanna, trovate da Storari nell’intero suo telefono, e il pm risponde: «Se perquisisco per merci contraffatte e trovo un cadavere, non faccio finta di niente per formalismo. E comunque tutta questa prudenza De Pasquale non l’aveva quando con me in altre indagini setacciavamo allo stesso modo i telefoni e ottenevamo condanne».

Le altre domande, molte non ammesse pertinenti dal presidente del Tribunale Roberto Spanò, puntano sulla consegna dei verbali di Amara su «Loggia Ungheria» da Storari al consigliere Csm Davigo (l’uno assolto definitivo, l’altro condannato in primo grado). Dinoia ribatte a Spanò che sono «rilevanti per l’attendibilità del teste», Spanò lo richiama più volte, fino a dire «se continua devo toglierle la parola, sta facendo un controesame fuori dalle regole». Il 18 gennaio deporrà Tremolada. 

"De Pasquale fu chiaro: Eni non deve uscirne bene". La testimonianza del collega Storari contro la toga che promosse il processo sulle tangenti in Nigeria. Manuela Messina su Il Giornale il 4 Ottobre 2023

Il processo contro Eni si doveva vincere a tutti i costi, e per questo la procura di Milano era disposta a tutto. «L'atteggiamento era noi questo processo non lo possiamo perdere, Eni non deve uscirne bene. Per me questo era inaccettabile, perché io faccio il pm e voglio che su di me ci sia la massima trasparenza». Lo dice a chiare lettere, il pm Paolo Storari che ieri ha raccontato la sua verità nel processo «toga contro toga» al tribunale di Brescia, competente sui reati che riguardano i colleghi magistrati milanesi. Il magistrato sentito ieri come teste per tutta la giornata è il grande accusatore del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e dell'ex pm Sergio Spadaro, oggi in forze alla procura europea, che rispondono di rifiuto di atti d'ufficio. E le sue parole sono risuonate fortissime, anche perché hanno dipinto l'atmosfera presente nel terzo dipartimento guidato appunto da De Pasquale, chiamato scherzosamente dai colleghi «il dipartimento viaggi e vacanze, con pochi fascicoli», come ammette lo stesso pubblico ministero. Storari ha spiegato ieri che non solo indicò ai colleghi alcune prove potenzialmente favorevoli al cane a sei zampe - secondo il magistrato dalle intercettazioni telefoniche emergeva la falsità delle tesi di Armanna contro i vertici di Eni, accuse poi ritrattate - nel noto procedimento per corruzione internazionale, poi conclusosi con un'assoluzione collettiva. Ma mise a disposizione la sua esperienza da magistrato, spiegando ai colleghi che Vincenzo Armanna imputato e grande accusatore nel processo Eni-Nigeria - non era attendibile. Non bastò. Spiega Storari che nei suoi confronti la procura ebbe un «atteggiamento protettivo». Per il solo motivo che la sua deposizione era considerata cruciale nella tesi della procura. «Quando gli dissi nel suo ufficio che stava emergendo che Armanna e Amara erano due calunniatori sottolinea il magistrato - De Pasquale replicò che stavo creando un clima sfavorevole al processo, che lo volevo boicottare». È bene ricordare che Storari si era fatto un'idea di Armanna, avendolo incontrato nell'inchiesta sul cosiddetto falso complotto, di cui era titolare con l'aggiunta Laura Pedio. «Non avevo difficoltà di rapporti con De Pasquale - continua - ma vi è sempre stato un suo atteggiamento protettivo nei confronti di Armanna dichiarante». Sul finale, la sua deposizione è ancora più chiara. «Magari mi sbaglio ma ho avuto la sensazione che anche se gli avessi portato la pistola fumante» non venissi creduto, aggiunge il teste, e le risposte vaghe si infrangono su un presunto coinvolgimento dei «servizi segreti». Storari ha parlato delle divergenze sulla linea da tenere di fronte alle dichiarazioni rese da Piero Amara che aveva adombrato un presunto avvicinamento da parte dei legali di Eni, Paola Severino e Nerio Diodà, al giudice Marco Tremolada e che renderà testimonianza a gennaio. 

Processo Nigeria, Storari: «Mi venne detto che Eni doveva uscirne male». Brescia, la bomba del pm contro i magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, che avrebbero “omesso” alcune prove a favore degli indagati. Il Dubbio il 3 ottobre 2023

«Mi venne detto a chiare lettere che Eni non doveva uscire bene dal processo Nigeria». È una bomba quella che Paolo Storari - il pm di Milano ora testimone a Brescia nel processo contro i magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro -, lancia contro i suoi due colleghi. Entrambi sono accusati di rifiuto di atti di ufficio per non aver voluto depositare nel 2021 prove ritenute potenzialmente favorevoli agli indagati del processo per corruzione internazionale Eni-Nigeria, conclusosi con l'assoluzione degli imputati.

«Per me questo era inaccettabile», spiega Storari in aula. «Sono atteggiamenti che io non ho mai avuto in nessun processo. Qualcuno mi dirà che si fa così il pm, ma io non sono abituato, voglio che ci sia massima trasparenza su di me». Nel corso dell’esame e del controesame, Storari ribadisce inoltre la sensazione di una volontà da parte dei titolari dell’inchiesta - dell’allora procuratore capo Francesco Greco e dell’aggiunto Laura Pedio - di rallentare le indagini su Vincenzo Armanna, testimone nel processo Eni-Nigeria.

Un calunniatore, secondo Storari, ma non per i suoi colleghi che scelsero di non divulgare il contenuto delle chat di Armanna e ritenute sfavorevoli alla tesi della procura. Chat acquisite fuori dalla «legittimità procedurale», secondo la Procura allora guidata da Greco. E a tal proposito Storari precisa: «Ci si trincera dietro a un formalismo (cioè come si sono acquisite le chat, ndr), lo trovo vergognoso. Il tema è se hai degli elementi a favore tu li devi portare a conoscenza delle difese, comunque tu abbia preso» quel telefonino, scandisce il pm.

Ma che interesse poteva avere la Procura a portare a casa delle condanne così eccellenti? C’erano ragioni extra processuali a spingere gli inquirenti a forzare la mano? Sono questi i quesiti posti al testimone dal presidente del collegio Roberto Spanò. «Io ho parlato solo con Pedio (l’altra pm che svolgeva le indagini) e lei mi disse: “Paolo, dobbiamo fare squadra, la procura non può permettersi di perdere il processo”», racconta sempre Storari. «I fatti sono che la procura si è spesa molto. Io dicevo che se la procura fosse uscita dicendo di aver scoperto che Armanna era un calunniatore avremmo dato la sensazione di una procura indipendente e trasparente». E sulle possibili ragioni esterne che avrebbero potuto spingere i pm a forzare la mano, Storari aggiunge: «C’era il tema del terzo dipartimento (guidato da De Pasquale e di cui faceva parte lo stesso Storari assieme a Pedio, ndr) che suscitava un certo malumore perché si diceva che si occupasse di pochi fascicoli e veniva chiamato il “dipartimento viaggi-vacanze”».

Il testimone Storari racconta anche dei suoi rapporti con i colleghi, di come veniva considerato «corporativo» col presidente del collegio del processo Eni-Nogeria Marco Tremolada. E riferisce di una domanda «che avrebbe dovuto essere fatta ad Amara durante il processo sulle interferenze della difesa di Eni nei confronti dei magistrati milanesi». «Questo significava che Amara si sedeva e venivano infangati sul nulla coram populo il presidente della sezione, un avvocato milanese molto stimato e un ex ministro della Giustizia. Questo voleva dire minare i rapporti col Tribunale, si sa come funziona il processo mediatico». Non solo, «quando gli dissi nel suo ufficio che stava emergendo che Armanna e Amara erano due calunniatori, De Pasquale replicò che stavo creando un clima sfavorevole al processo, che lo volevo boicottare». Ma Storari dice di avere cercato e non trovato dei «riscontri» sulle «chiamate in correità» dei vertici di Eni da parte di Armanna e Armanna, una figura considerata cruciale a sostegno della tesi della procura. «C’è sempre stato un atteggiamento protettivo nei confronti di Armanna», insiste Storari, convinto che se anche avesse «portato la prova della pistola fumante, non sarei stato ascoltato».

La prossima udienza è stata fissata per il 18 gennaio 2024 quando testimonierà, tra gli altri, il giudice Marco Tremolada, che ha emesso il verdetto assolutorio su Eni-Nigeria. La corte presieduta dal giudice Roberto Spanò ha fissato udienze fino al 27 giugno quando potrebbe arrivare il verdetto.

Estratto dell'articolo di Giacomo Amadori per “La Verità” il 16 marzo 2023.

I vertici di Eni non hanno mai ordito complotti per far saltare il processo Eni-Nigeria, anzi erano vittime delle trame di una banda di faccendieri che poteva contare sul sostegno di alcuni organi di informazione. È quanto emerge dalle quattordici pagine con cui i magistrati milanesi Laura Pedio, Stefano Civardi e Monia Di Marco hanno richiesto il rinvio a giudizio per dodici imputati nel cosiddetto filone sul «depistaggio».

 […] All’inizio delle investigazioni per gli inquirenti i principali sospettati per il depistaggio erano i manager del Cane a sei zampe Claudio Descalzi e Claudio Granata, ma oggi, dopo sei anni, i magistrati fanno marcia indietro e ci fanno sapere che in realtà gli ispiratori erano l’avvocato siracusano Piero Amara, i suoi storici sodali Giuseppe Calafiore e Vincenzo Armanna, ex dirigente della compagnia petrolifera, oltre ad altri vecchi manager dell’Eni, mentre Descalzi e Granata erano le vittime.

[…] . Nell’istanza i reati contestati sono l’associazione per delinquere, la calunnia, l’induzione a rendere false dichiarazioni all’autorità giudiziaria, truffa, frode in commercio, l’impiego di denaro provento di reato e di illeciti amministrativi. Gli imputati, come detto, sono 12, oltre a tre società che non esistono più o sono in liquidazione, come l’Eni trading & shipping (Ets), la Napag Srl e la Napag limited, a cui, le ultime due, i proprietari, nel frattempo, hanno cambiato il nome.

 […]  l’1 marzo è stata firmata la richiesta di rinvio a giudizio. E così si è chiuso anche l’ultimo spezzone della mega inchiesta sull’Eni che ha caratterizzato gli ultimi anni della gestione a trazione progressista della Procura milanese, quando era capitanata da Francesco Greco, affiancato dai suoi più stretti collaboratori, gli aggiunti Laura Pedio e Fabio De Pasquale.

[…] Ad Amara vengono, infatti, contestati ben quattro reati. Lui e Armanna sono accusati di associazione per delinquere unitamente all’ex capo dell’ufficio legale dell’Eni Massimo Mantovani, agli ex avvocati interni dell’azienda Vincenzo Larocca e Michele Bianco e all’ex numero due di Eni Antonio Vella perché «si associavano fra di loro allo scopo di commettere più delitti». L’attività delittuosa sarebbe andata avanti dall’estate del 2014 fino al dicembre 2019 e quindi anche dopo l’inizio della presunta collaborazione di Amara, iniziata il 24 aprile 2018.

[…] Rispetto all’avviso di chiusura delle indagini, al capo F, c’è una grossa novità: la Procura contesta, a quattro anni di distanza, a Mantovani, all’imprenditore Francesco Mazzagatti e al collega nigeriano Omamofe Boyo, la truffa patita dall’Eni per il greggio trasportato in Italia dalla petroliera White moon nel maggio 2019, un carico oggetto di numerose denunce da parte dell’Eni a partire dal 13 giugno 2019 quando l’azienda ha segnalato alla Pedio che la nave era giunta in prossimità del porto di Milazzo con un petrolio acquistato dall’Eni che non era di provenienza irachena, come dichiarato dalla venditrice Oando (rappresentata da Boyo), ma di «qualità superiore e più pregiata» presumibilmente iraniana, oro nero sottoposto a embargo.

 L’Eni in data 15 luglio 2019 ha denunciato espressamente Amara e Mazzagatti in veste di titolari effettivi della Napag, fornitrice del greggio diverso da quello pattuito. Tale truffa non viene, però, contestata dalla Procura ad Amara né si hanno notizie di sequestri da costui subiti anche in relazioni alle ulteriori vicende contestate. Nel capo I viene contestato ad Amara, Mazzagatti e Cambareri l’incredibile acquisto di uno stabilimento petrolchimico iraniano. Infatti con il denaro truffato all’Eni, circa 26 milioni di euro, Amara e suoi complici hanno acquistato, attraverso una società di Singapore, il 60 per cento della Mehr petrochemical co., proprietaria della suddetta azienda, senza tirare fuori un solo euro e, ancora oggi, si stanno godendo i frutti di questa mirabolante operazione visto che la Procura di Milano e, prima ancora, quella di Roma non hanno mai sequestrato nulla all’avvocato siracusano.

[…] Nella richiesta di rinvio a giudizio c’è la conferma dei lauti pagamenti in contanti ad Amara da parte della Napag, emolumenti che sarebbero stati fatti arrivare dall’ex presidente della Ets Mantovani per far rendere al legale false dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Ricordiamo che Amara da febbraio 2018 fino ai primi di maggio dello stesso anno è stato detenuto a Regina Coeli e da maggio a luglio è stato agli arresti domiciliari su richiesta della Procura di Roma che in quel periodo lo interrogava insieme con i pm di Milano (proprio sul presunto complotto) e Messina. Quasi nello stesso periodo, tra maggio 2018 e gennaio 2019, i titolari della Napag, Mazzagatti e Giuseppe Cambareri, hanno consegnato 307.000 euro alla moglie di Amara, Sebastiana Bona, e al suo avvocato Francesco Montali.

Nelle sue informative la Guardia di finanza elenca anche i trasferimenti di cash in favore di Amara, per un totale di 774.000 euro, avvenuti da maggio 2015 ad aprile 2018, quindi anche nel periodo in cui Amara era ospite delle patrie galere. Per questo denaro nessuna accusa è stata rivolta ad Amara, alla moglie o a Montali e nessun provvedimento di sequestro risulta agli atti. Eppure secondo le Fiamme gialle Montali avrebbe svolto «un ruolo di collettore per le somme di denaro» e avrebbe aiutato il suo assistito a comunicare con l’esterno quando era agli arresti, anche concedendo «l’utilizzo del proprio smartphone e del proprio profilo Wickr “Balù”».

 […]

Ultimo dato che emerge dalla richiesta di rinvio a giudizio è il ruolo che avrebbero assunto nel depistaggio alcuni «organi di stampa», così genericamente definiti dai pubblici ministeri e non indicati per nome, forse per carità di patria. Per i pm gli imputati «strumentalizzavano alcuni organi di stampa, veicolando loro notizie al fine di dare risalto mediatico alle false accuse formulate» si legge nel documento.

 In un altro passaggio si fa riferimento in particolare «alle accuse calunniose formulate a Trani e Siracusa» rilanciate da alcuni media. Ma va detto che negli atti del procedimento sono evidenziati i rapporti di Armanna e Amara con alcuni inviati della carta stampata e della tv, in particolare del Fatto quotidiano e di Report. Tanto che la prima teorizzazione del Patto della Rinascente è stata fatta sul piccolo schermo.

 Ma ovviamente gli inquirenti non citano quelle comparsate nella contestazione di calunnia. Si tratta, infatti, di un reato che si può commettere solo accusando falsamente qualcuno di fronte all’autorità giudiziaria. Mentre per la diffamazione a mezzo stampa si procede su querela di parte.

Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 10 marzo 2023.

 Interrogatorio in gran segreto 10 giorni fa a Brescia come teste del giudice milanese Marco Tremolada: cioè del presidente del processo Eni-Nigeria […], nel febbraio-marzo 2021 lasciato all’oscuro che Vincenzo Armanna, imputato ma anche accusatore di Eni valorizzato dal procuratore aggiunto milanese Fabio De Pasquale, avesse falsificato sia le chat portate in Tribunale […], sia le chat portate alla Procura per far figurare che l’a.d. Eni Claudio Descalzi avesse inquinato il processo.

La sorpresa spunta dal deposito del verbale alla vigilia del processo bresciano a De Pasquale e al pm Sergio Spadaro, rinviati a giudizio lo scorso 18 gennaio per «rifiuto d’atto d’ufficio» […]. La difesa di De Pasquale e Spadaro è che le chat di Armanna fossero irrilevanti, e comunque non riversabili nel processo che era quasi finito: due trincee incrinate ora dalle risposte di Tremolada [...].

 «Benché fossimo a ridosso della conclusione», se la Procura «ci avesse chiesto di acquisire» le chat «che mi avete mostrato», specialmente il taglia e cuci di Armanna volto a occultare «il riferimento a una cospicua somma versata da Armanna» al suo teste Timi Aya, «sono sicuro che lo avremmo fatto, perché avrebbe certamente risolto il tema dell’attendibilità di Armanna, e non ci avrebbe richiesto uno sforzo motivazionale pari a quello che abbiamo compiuto per escluderla» al momento dell’assoluzione di tutti gli imputati il 17 marzo 2021.

In più «avremmo trasmesso gli atti per ipotesi di intralcio alla giustizia». […] E che l’attendibilità di Armanna fosse un nodo del processo, […] Tremolada lo fa dire proprio al De Pasquale del 2018: «Come si fa con i legali che lo chiedano per meglio programmare l’attività processuale, ricevetti De Pasquale, il quale mi segnalò la necessità di una trattazione prioritaria, sostenendo non sarebbe stata lunga» in quanto si trattava «solo di istruire i riscontri alle dichiarazioni di un collaboratore».

Luigi Ferrarella per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2023.

Gli affari da 304 milioni di Petroservice, negli anni in cui (fino a un mese prima della nomina nel 2014 di Claudio Descalzi a n.1 di Eni spa) era riconducibile alla moglie Magdalene Ingoba, «furono conclusi da altre società Eni, distinte da Eni spa, dotate di autonomia giuridica e propri organi gestori», senza che Descalzi potesse «averne contezza e visibilità»: la gip milanese Sofia Fioretta archivia così Descalzi sull’omesso conflitto di interessi.

E ritiene poi «un errore materiale» che i pm dopo 5 anni chiedano l’archiviazione ancora della corruzione in Congo nel 2013 anziché della già derubricata induzione indebita, patteggiata in 11 milioni di confisca nel 2021 da Eni per «minor danno reputazionale» e come «vittima trovatasi a operare in uno Stato dittatoriale». E proprio la riqualificazione — si spinge a dire la gip — avrebbe «non inverosimilmente ostacolato» le rogatorie milanesi del tutto ignorate da Montecarlo, «che non prevede l’induzione».

Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 9 febbraio 2023.

La moglie dell’attuale amministratore delegato Eni Claudio Descalzi, l‘imprenditrice e principessa congolese Marie Madeleine Ingoba, sino al 2014 controllava (tramite una catena di società facenti capo alla lussemburghese Cardon, posseduta in società con l’uomo d’affari anglo-monegasco Alexander Haly) aziende fornitrici di servizi logistici navali proprio a Eni per 55 milioni di dollari.

Ma ciò non è reato di «omessa dichiarazione di conflitto d’interesse» — motiva ora la Procura nella richiesta di archiviare Descalzi per la vicenda di cui nel 2018 il manager si era dichiarato ignaro — sia perché i rapporti commerciali della moglie erano non con Eni spa (teatro del potere deliberativo di Descalzi) ma con Eni Congo spa; sia perché Ingoba cedette le proprie quote ad Haly l’8 aprile 2014, un mese prima che Descalzi in Eni spa diventasse n.1, sicché il reato sarebbe comunque già prescritto.

 Ma soprattutto, scrive il pm Giovanni Polizzi con il visto dell’aggiunto Fabio De Pasquale, le rogatorie al Principato di Monaco sui conti di Haly (che vi si è opposto strenuamente) dal 2018 non hanno avuto risposta, «neppure parzialmente, evento assolutamente anomalo e senza precedenti nell’esperienza di questo Ufficio».

 Il procuratore Marcello Viola in un comunicato lima il giudizio in «evento con scarsissimi precedenti», ma la sostanza è la stessa che fonda la richiesta di archiviare anche l’altra accusa a 8 indagati […]: corruzione in Congo per «gli accordi illeciti» […], quando Eni nel 2015, in cambio del rinnovo di permessi petroliferi, sarebbe stata consapevole che dietro la società privata congolese Aogc, alla quale cedeva quote di giacimenti, vi fosse Denis Gorkana, n.1 dell’ente petrolifero statale e vicino al presidente Sassou Nguesso.  […]

"Sulle tangenti Eni accuse senza riscontro". Il gip demolisce la tesi della Procura di Milano. Il decreto di archiviazione sbugiarda i pm sulle rogatorie: l'ente è vittima. Luca Fazzo il 23 Febbraio 2023 su il Giornale.

Ci aveva provato, la Procura di Milano, a dare tutta la colpa della sua sconfitta al Principato di Monaco, che non si era degnato neanche di rispondere alle sue rogatorie. Un mese fa, annunciando di avere chiesto l'archiviazione dell'ultima indagine ancora aperta sulle tangenti che Eni avrebbe distribuito in giro per il mondo, la Procura aveva indicato nella mancata risposta dalle autorità monegasche la causa della impossibilità di portare a processo un'altra volta Claudio Descalzi, numero uno dell'ente di Stato, e altri sette indagati: stavolta per gli affari in Congo.

Ora arriva però il decreto di archiviazione firmato dal giudice preliminare Sofia Fioretta, che accoglie la richiesta firmata dal pm Giovanni Polizzi: ma va ben più in là, demolendo alle basi l'indagine coordinata dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale. «L'ipotesi accusatoria non risultava adeguatamente riscontrata», scrive il giudice. E aggiunge che l'accordo raggiunto l'anno scorso tra Procura e Eni per «declassare» il reato di corruzione stabiliva che «non vi era stato alcun accordo corruttivo alla pari tra l'ente e i pubblici ufficiali congolesi ma al contrario Eni - che si era trovata ad operare in uno Stato sostanzialmente dittatoriale, ancora sfornito di regole di concorrenza trasparenti, incentrato sulla figura del presidente e tenuto in pugno da un manipolo di luogotenenti dello stesso - era stata persona vittima e offesa». «Le persone poste nelle posizioni apicali di Eni in quel paese erano state indotte dai pubblici ufficiali congolesi a promettere loro utilità come tante altre compagnie petrolifere private di altri paesi».

Eni non colpevole ma vittima, dice il giudice. É vero che le rogatorie non hanno mai avuto risposta. Ma «non risulta che l'ufficio requirente abbia svolto ulteriori indagini». Due imputati, peraltro, non si capiva nemmeno di cosa fossero accusati: «il pm non ha indicato alcuna precisa condotta ipoteticamente ascrivibile agli indagati». Uno dei due si era dimesso dall'Eni già nel 2005, «non ha mai avuto rapporti con gli altri indagati ed è sempre stato completamente estraneo ai fatti in oggetto di contestazione». Eppure per cinque anni è rimasto indagato per corruzione.

Ancora più severa la giudice nel valutare il secondo capo d'accusa, dove Descalzi doveva rispondere di non avere reso noto un suo conflitto di interessi: la moglie era socia di una azienda che noleggiava aerei all'Eni in Congo. Anche qui la Procura nella richiesta di archiviazione aveva tirato in causa le rogatorie senza risposta. Ma il giudice spiega che le operazioni di affitto di aerei «sono state concluse da altre società del gruppo diverse da Eni spa, dotate di autonomia giuridica e di propri organi gestori (...) non sono mai transitate nel consiglio d'amministrazione di Eni spa o nelle deleghe dell'amministratore delegato». Inoltre «nessuna delle operazioni ha causato un danno a Eni spa». Ma non basta: «risulta per tabulas che all'epoca dei fatti in contestazione la società non era più riconducibile alla moglie» di Descalzi. Tutti elementi che potevano essere conosciuti dalla Procura prima ancora di iscrivere i vertici di Eni nel registro degli indagati, nel lontano 2017. Dopo cinque anni, i pm si sono arresi: ma, sostengono, solo perché il reato è prossimo alla prescrizione. Altrimenti forse avrebbero portato gli imputati a processo, salvo vederseli assolvere come negli filoni del caso Eni.

Qatargate, Fabio De Pasquale? Chi è il giudice imputato chiamato a indagare. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 26 gennaio 2023

La moglie e la figlia di Antonio Panzeri tornano libere. Da oggi, salvo clamorosi quanto improbabili colpi di scena, Maria Dolores Colleoni e Silvia Panzeri non saranno più sottoposte agli arresti domiciliari. Resta solo da capire aquali limitazioni, pur minori, dovranno continuare a sottostare. La misura dei domiciliari a Calusco d’Adda (Bergamo) - dov’erano stati trovati 17mila euro in contanti - gli era stata imposta il 10 dicembre con l’accusa di aver favorito le attività dell’ex eurodeputato Dem e Articolo 1, corruzione, riciclaggio e associazione a delinquere. La revoca degli arresti giunge dopo che la procura di Bruxelles ha rinunciato all’estradizione in Belgio di entrambe, provvedimento che ormai avrebbe potuto scongiurare soltanto la Cassazione.

La nota con cui la magistratura belga spiega di non avere più interesse alla consegna è stata girata dal presidente della Corte d’appello di Brescia Claudio Castelli ai due collegi che nelle scorse settimane avevano dato il via libera al trasferimento di Colleoni e figlia in un carcere di Bruxelles. La revoca dei domiciliari per Colleoni e figlia (alla quale sono stati congelati 200mila euro sul conto corrente) potrebbe essere collegata all’accordo di collaborazione firmato da Panzeri, diventato ufficialmente collaboratore di giustizia: nel carcere belga di Saint-Gilles (dove in virtù dell’accordo rimarrà al massimo un anno) sta fornendo informazioni sul Qatargate. Ma la revoca dei domiciliari potrebbe essere anche conseguenza della posizione, che si starebbe aggravando, della commercialista di Panzeri, Monica Rossana Bellini, la quale - accusata da Panzeri - avrebbe riciclato il denaro in Italia, e per questo è possibile che a Milano venga aperto un fronte a sé dell’inchiesta.

Ieri il procuratore federale belga Frederic Van Leeuw e il giudice istruttore Michel Claise, titolare dell’indagine sul mega scandalo di mazzette tra Belgio, Qatar e Marocco sono arrivati nel capoluogo lombardo per incontrare i vertici dell’ufficio e gli ufficiali della guardia di finanza: si lavora sui supporti informatici sequestrati alla famiglia Panzeri. Titolare dell’inchiesta sul fronte italiano del Qatargate è il giudice Fabio De Pasquale, procuratore aggiunto di Milano, recentemente rinviato a giudizio (assieme al collega Sergio Spadaro) per rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo sul caso Eni-Nigeria.

L’altra novità è che sarebbero coinvolte altre Ong oltre alla Fight Impunity di Panzeri. Sempre oggi, al palazzo di giustizia di Bruxelles, sono previste le udienze di Francesco Giorgi e Niccolò Figà-Talamanca. I due, ricordiamo, sono rispettivamente lo storico collaboratore di Panzeri e dell’eurodeputato Dem Andrea Cozzolino al quale di fatto è già stata tolta l’immunità parlamentare (ci ha rinunciato, ma a oggi non è indagato), e il presidente (auto-sospesosi a seguito dello scoppio dello scandalo) della Ong No Peace Without Justice, a oggi estranea all’inchiesta. Per Giorgi e Figà-Talamanca le accuse sono di associazione a delinquere, corruzione e riciclaggio. Giorgi è anche il compagno di Eva Kaili, la vicepresidente destituita del parlamento Ue, anche lei in carcere a Bruxelles, il cui avvocato ha dichiarato che presto potrebbero finire nell’inchiesta anche altri europarlamentari, tra cui altri italiani.

(ANSA il 18 gennaio 2023) - Il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm, ora alla procura europea, Sergio Spadaro sono stati rinviati a giudizio a Brescia. Nei loro confronti l'accusa è rifiuto di atti d'ufficio, in quanto, secondo l'ipotesi, non avrebbero depositato prove favorevoli agli imputati, poi tutti assolti definitivamente, del processo Eni-Nigeria. Lo ha deciso il gup bresciano Christian Colombo. Il dibattimento si aprirà il prossimo 16 maggio.

I pm De Pasquale e Spadaro della procura di Milano rinviati a giudizio a Brescia. Sono accusati di rifiuto di atti d’ufficio nell’inchiesta Eni-Nigeria. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 18 Gennaio 2023.

Il processo a carico dei due magistrati inizierà il prossimo 16 maggio. Secondo l'accusa della procura di Brescia i due pm milanesi non avevano messo a disposizione delle difese nel processo Eni-Nigeria elementi a loro favorevoli come chat whatsapp e video acquisiti in un altro fascicolo

Il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il sostituto procuratore Sergio Spadaro, in servizio attualmente alla procura europea, sono stati rinviati a giudizio dalla procura di Brescia. L’accusa nei loro confronti è quella di “rifiuti di atti d’ufficio“. A deciderlo è stato il Gup bresciano Christian Colombo che ha fissato il prossimo 16 maggio come data di apertura del processo a loro carico.

Secondo i pm Carlo Milanesi e Donato Greco della procura di Brescia che hanno condotto le indagini, i magistrati De Pasquale e Spadaro, titolari dell’inchiesta che aveva portato al processo Eni- Nigeria, non avrebbero depositato in dibattimento una serie di elementi di prova favorevoli agli imputati raccolti dal pm Paolo Storari che indagava su un fascicolo parallelo, quello del cosiddetto “Falso Complotto“. Gli imputati del processo Eni-Nigeria in seguito vennero tutti assolti.

I pm di Brescia hanno evidenziato nel loro intervento in aula come i due colleghi milanesi non avrebbero messo a disposizione “volontariamente alle difese elementi di prova a loro favorevoli” come chat Whatsapp e anche un video acquisiti nell’indagine sul “Falso Complotto“. In particolare viene contestato il mancato depositato delle vere chat del telefono di Vincenzo Armanna, dalle quali sarebbe emerso un suo rapporto patrimoniale di 50.000 dollari con il teste che doveva confermarne le accuse a Eni (il presunto 007 nigeriano “Victor“). L’accusa contestata è anche quella di aver taciuto su altri scambi di messaggi che avrebbero potuto far comprendere il ruolo di “depistatore” di Armanna e così come il mancato deposito della videoregistrazione rubata di un incontro con l’avvocato Piero Amara nel quale Armanna, due giorni prima di presentarsi in procura con le prime accuse ai vertici Eni, si diceva pronto a volerli fare coprire da “una valanga di…“. Redazione CdG 1947

Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 19 gennaio 2023.

«Se si possono sindacare con lo strumento penale le valutazioni che fa un pm in dibattimento, beh, non dico che siamo a livello di Erdogan in Turchia, però quasi», arriva a dire in udienza il pm che ottenne la prima condanna definitiva di Bettino Craxi, il primo (e sinora l’unico) ad averla ottenuta per Silvio Berlusconi: e al processo Eni-Nigeria nel 2021 il procuratore aggiunto milanese e capo del pool affari internazionali Fabio De Pasquale avrebbe nascosto al Tribunale prove favorevoli alle difese? Ma va là, le irride, ma quali «prove»?

Quelle che per il pm Paolo Storari attestavano la calunniosità dell’imputato dichiarante Vincenzo Armanna ai danni di Eni? «Le “cosiddette” prove di Storari…Un’accozzaglia di dati al limite del risibile, senza capo né coda», ironizza nei vari interrogatori, […]: e invoca l’allora condivisione del procuratore Francesco Greco e della vice Laura Pedio sul fatto che «comunque questo qualificare Armanna come calunniatore mi sembrasse una cosa superficiale», fino a contrattaccare che Storari gli avesse teso «una trappola […]».

Ma ieri il gup bresciano Christian Colombo rinvia a giudizio De Pasquale e il collega Sergio Spadaro (oggi pm della Procura Europea Antifrodi) per «rifiuto d’atto d’ufficio» proprio nel non aver voluto depositare nel febbraio marzo 2021 talune prove indicate via mail da Storari a Greco e Pedio il 18 gennaio e il 19 febbraio 2021, e da Greco inoltrate solo a metà febbraio ai due pm di Eni-Nigeria: dati che non giovavano alla traballante attendibilità di Armanna, allora molto valorizzato […].

A pesare sul rinvio a giudizio è stato l’opposto comportamento dei due pm in altri frangenti di loro “convenienza” processuale: come quando, per adombrare manovre su Armanna ordìte da Eni, depositarono quegli elementi per proclamata «simmetria» con le difese.

 Non fecero invece così con la scoperta di Storari delle falsificazioni da parte di Armanna di chat (alcune prodotte in Tribunale, altre al “Fatto Quotidiano” nel novembre 2020) volte a nascondere un rapporto di 50.000 dollari con il proprio teste 007 nigeriano «Victor», celare l’eterodirezione di un altro teste in una rogatoria del pm Pedio, e accreditare nel 2013 depistaggi di Descalzi e del vice Granata. […]

La decisione del gup - col nuovo criterio della legge Cartabia che pretende non più la sola sostenibilità in giudizio ma anche la ragionevole previsione di condanna – è arrivata nonostante l’accalorata autodifesa di De Pasquale […], di recente definito «luminoso esempio per i pm di tutto il mondo» da una lettera del presidente Drago Kos del gruppo anticorruzione Ocse, e destinatario dal procuratore milanese Marcello Viola di parere positivo alla conferma nel ruolo di vice. […]

Estratto dell’articolo di Alessandro Da Rold per “La Verità” il 19 gennaio 2023.

[…] Le due toghe […] rischiano dai 6 mesi ai 2 anni. Soprattutto potrebbero essere esposti al rischio di pagare milioni di euro di risarcimenti. Del resto, l'imputazione per corruzione si basava sull'ipotesi, poi ampiamente smentita, che intorno al giacimento nigeriano fosse transitata la tangente più grande della storia, pari a 1,3 miliardi.

[…] La sentenza di rinvio a giudizio non era così scontata. […] De Pasquale e Spadaro avevano chiesto a novembre […] di poter essere giudicati dopo l'entrata in vigore della riforma Cartabia. In questo modo avrebbero voluto da un lato evitare che si costituissero nuove parti civili (al momento l'unico che si è costituito nel procedimento è l'ex vice console in Nigeria, Gianfranco Falcioni), dall'altro far sì che il giudice per l'udienza preliminare prendesse una decisione a fronte di una «ragionevole previsione di condanna» e non più, come accadeva prima, a fronte soltanto di «elementi idonei» per una condanna.

[…] Come noto la Procura bresciana contesta a De Pasquale e Spadaro di non aver depositato prove verbali e documentali che gli erano state inviate dal sostituto procuratore Paolo Storari, documenti che avrebbero dimostrato subito «la falsità degli elementi forniti alla pubblica accusa da Armanna Vincenzo, che aveva assunto il ruolo di accusatore contro gli imputati del processo Eni Nigeria», tra cui l'ex presidente Paolo Scaroni e l'ex amministratore delegato Claudio Descalzi.

 Storari aveva inviato loro una mail il 19 febbraio 2021, invitando a mettere a disposizione del tribunale e delle difese i messaggi whatsapp del cellulare di Armanna, dove si poteva leggere che l'ex manager Eni aveva pagato 50.000 dollari a due testimoni del processo che avrebbero dovuto confermare di avere visto «gli italiani» imbarcare trolley pieni di denaro contante parte del prezzo della corruzione che sarebbe dovuta spettare a Eni.

Non solo. Un'altra prova non depositata da De Pasquale e Spadaro è una nota della società Vodafone contenuta in un'annotazione della Guardia di finanza del gennaio 2021, dove si poteva facilmente scoprire come le presunte chat tra Armanna e Descalzi e poi sempre del primo con Claudio Granata (il direttore Risorse umane di Eni) fossero «materialmente e ideologicamente false perché nel 2013 […] le utenze che non erano in uso ai due manager Eni e non avevano generato quel traffico».

 Ma soprattutto, i due pm non avevano depositato la videoregistrazione di un incontro avvenuto il 28 luglio 2014, in cui erano presenti Armanna, l'avvocato Piero Amara e altri, dove il primo aveva «espresso propositi ritorsivi nei confronti dei vertici dell'Eni, «perché la valanga di merda che io faccio arrivare in questo momento... con la valanga di merda che sta arrivando, vedrete che accelelererà», affermazioni - come hanno riportato gli avvocati di Falcioni, Gian Filippo Schiaffino e Pasquale Annichiaro - «da considerarsi inconciliabili con l'affidabilità di un dichiarante che due giorni dopo si presentò da De Pasquale per accusare i vertici Eni».

[…] Nella costituzione di parte civile, gli avvocati ricordano anche come i danni subiti da Falcioni siano stati infatti ingentissimi. Si riservano di stabilire la cifra del risarcimento. Ma in teoria potrebbero farlo anche gli altri imputati al processo, tra cui le stesse Eni e Shell.

 Anche se il Cane a sei zampe (che infatti non è costituito in giudizio) ha sempre ribadito di non cercare vendetta ma solo di voler conoscere la verità […]

Estratto dell’articolo di Alessandro Da Rold per “La Verità” il 20 Gennaio 2023.

Il rinvio a giudizio del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale non crea particolari contraccolpi in Procura di Milano. Il capo del settore corruzione internazionale è in attesa dell’inizio del processo a Brescia il 16 marzo (dovrà rispondere di omissione di atti d’ufficio sul processo Eni-Nigeria), ma allo stesso potrà continuare la sua indagine come assistente della magistratura belga sul Qatargate e sull’ex eurodeputato del Pd Antonio Panzeri.

Del resto, gli unici che potrebbero intervenire sulla sua posizione (sospensione o spostamento), per sgombrare i dubbi da una situazione più che mai particolare (condurre un’inchiesta per corruzione internazionale pur essendo a processo per aver nascosto prove alle difese), potrebbero essere il capo della Procura Marcello Viola (che potrebbe togliergli le inchieste più delicate), il Consiglio superiore della magistratura, il procuratore generale della Cassazione Luigi Salvato o il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

 Viola ha già fatto sapere quello che pensa di De Pasquale nel parere dello scorso 18 ottobre, quando diede «una valutazione ampiamente positiva in ordine della conferma» per altri 4 anni dopo i primi 4 da vice della Procura, «a seguito di verifica, in concreto, delle attitudini dimostrate nel quadriennio, dell’attività svolta e dell’effettiva positività del servizio reso».

Il Csm non c’è ancora, dal momento che non si sono ancora insediati i membri laici. Al ministero e alla Cassazione, al momento, tutto tace. Quindi, più che sul destino di De Pasquale (trattato con i guanti dai quotidiani come Repubblica che ieri non ha neppure riportato il rinvio a giudizio, ndr), potrebbe invece essere interessante capire che fine farà la mole di cause e denunce contro Vincenzo Armanna e Piero Amara dopo la decisione del gup bresciano Christian Colombo.

Ce ne sono un po’ in tutta Italia, da Perugia a Roma, Milano e Potenza. Oltre alle diverse cause civili per risarcimento danni ancora ferme, tra luglio e settembre del 2019, infatti, arrivò in Procura di Milano una pioggia di denunce contro Amara e Armanna. L’ex avvocato e l’ex manager di Eni furono accusati di calunnia per le dichiarazioni al processo Opl 245.

 A firmare le querele furono l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il direttore delle risorse umane Claudio Granata e l’avvocato Michele Bianco. Erano i mesi in cui le dichiarazioni di Armanna contro Descalzi e Scaroni venivano rilanciate in lungo e in largo sui quotidiani o in Rai, durante la trasmissione Report. Per di più a luglio il manager siciliano era stato ascoltato in udienza e aveva sostenuto, al solito, una lunga lista di falsità.

Allo stesso tempo Amara continuava con le sue dichiarazioni ai procuratori milanesi. E pensare che non aveva ancora fatto cenno alla famigerata loggia Ungheria, altra bufala che ha procurato al legale siciliano una nuova tornata di denunce e querele (anche queste ancora nei cassetti) dalla maggior parte dei presunti affiliati, tra cui l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti o l’attuale numero uno della Gdf Giuseppe Zafarana. […]

Il caso dei due magistrate. Processo Eni, mandiamo in pensione i Pm De Pasquale e Spadaro. Iuri Maria Prado su Il Riformista il 20 Gennaio 2023.

Il rinvio a giudizio dei magistrati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro per presunti imbrogli probatori nel processo Eni Nigeria non porta in realtà nulla di nuovo sulla scena di quell’inquietante pasticcio. Già prima, infatti, e proprio alla luce delle dichiarazioni degli imputati, la situazione era chiarissima: l’accusa pubblica aveva fatto una sapiente selezione delle prove da riversare in giudizio, accantonandone alcune. E quelle accantonate erano tali da mettere in dubbio, se non addirittura travolgere, la fondatezza dell’accusa.

Dal punto di vista del cittadino e da quello di chiunque sia stato o sia oggi sottoposto alle cure di giustizia non importa assolutamente nulla che le accuse rivolte ai due magistrati trovino riscontro in una sentenza di condanna penale, che non auguriamo nemmeno, e forse tanto meno, a chi è abituato a far sbattere la gente in galera: magari in virtù di prove, diciamo così, di discutibile affidabilità. In questo caso, infatti, il cittadino ha già ora tutto il diritto di sentirsi in dovere di diffidare di una giustizia nei cui ranghi milita chi addirittura rivendica la bontà del proprio operato, spiegando che quelle prove a favore degli imputati non erano state offerte all’istruttoria in quanto “non rilevanti”. Il cittadino ha ora il diritto, e a prescindere da come andrà il processo a carico di questi due eminenti togati, di tenere in sospetto una giustizia che si muove sulla scorta di un’accusa pubblica che rivendica di poter discrezionalmente decidere quanti documenti, e quali, far conoscere al giudice cui chiede di irrogare una sanzione penale. Il cittadino ha ora il diritto di domandarsi quante volte possa essere successo che una sentenza di condanna, l’applicazione di una pena detentiva, magari un suicidio in carcere, possano essere la conseguenza d’un giudizio basato su prove selezionate in quel modo.

Qui insomma non è in discussione ciò che quei due magistrati hanno fatto: è in discussione che avessero il potere, come loro sostengono, di farlo, o invece che nel farlo si siano resi responsabili di un illecito, come sostiene chi li rinvia a giudizio. Ma nei due casi la sfiducia, anzi la ripugnanza, per una giustizia in cui l’accusa pubblica procede, e rivendica di poter procedere, in questo modo, è identica: perché è una giustizia in cui qualcuno, mentre contribuisce ad amministrarla, dice non solo di averla amministrata in quel modo, ma di poterlo fare; perché è una giustizia cui qualcuno, appartenendovi, attribuisce il potere di incarcerare una persona all’esito di una trafila accusatoria organizzata arbitrariamente, in omaggio a un bouquet di prove assemblato a capriccio. Il cittadino ha il diritto di tornare con la mente ai bei tempi del Terrore giudiziario degli anni Novanta del secolo scorso, al suicidio di Gabriele Cagliari e alla condanna di Berlusconi, e non è colpa sua, non è colpa del cittadino se chi lavorava all’accusa in quei processi è chi oggi viene rinviato a giudizio per aver fatto quel tipo di governo del proprio potere. Che fosse lecito o no, non importa assolutamente nulla, anzi se dovesse essere considerato lecito sarebbe anche peggio. Il cittadino ha diritto a una giustizia diversa, con magistrati diversi, che abbiano una diversa concezione della giustizia e del proprio potere. E non hanno bisogno, i cittadini, di magistrati resi innocui dalla galera: ma dalla pensione.

Iuri Maria Prado

Eni-Nigeria, sui pm rinviati a giudizio la categoria fa finta di niente. Iuri Maria Prado su Libero Quotidiano il 20 gennaio 2023

Pare che la magistratura militante, quella perennemente accampata in televisione e prontissima alla requisitoria moraleggiante ogni qual volta si tratti di macchie che deturpano l’immagine della classe politica, dell’imprenditoria, delle professioni altrui, non abbia proprio nulla da dire quando una coppia di magistrati è rinviata a giudizio con l’accusa di aver taroccato le prove di un processo, anzi anche peggio, di avere sottratto al processo le prove che avrebbero destituito di fondamento l’accusa e arrecato elementi favorevoli alla difesa degli imputati. Di questo, infatti, sarebbero accusati Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, che nel processo Eni Nigeria avrebbero inguattato un video capace di svelare una possibile macchinazione ai danni degli accusati. Sicuramente quella magistratura resta in silenzio perché ha il culto della presunzione di innocenza, che dunque applica con equanimità ai propri affiliati come notoriamente fa per gli indagati sprovvisti di toga.

Tuttavia l’ipotesi che chi è dotato del potere di far imprigionare la gente sia lo stesso che costruisce l’accusa tenendo nel cassetto le prove dell’innocenza dovrebbe allarmare chiunque, specie quando i magistrati in questione non negano di aver negato al processo quei documenti ma argomentano invece che essi, a loro giudizio, sarebbero stati irrilevanti.

 E che un documento possa essere irrilevante può darsi benissimo: ma piacerebbe che ad accertarlo fosse il giudice che lo esamina, non il pubblico ministero che non glielo fa vedere. La magistratura televisiva, così oltranzista nella difesa delle pubbliche virtù quando spiega di poter alzare il dito contro le altrui malefatte senza attendere l’esito dei processi, evidentemente considera di nessun allarme l’ipotesi che dei cittadini siano accusati dalla discrezionalità giudiziaria che sfoglia il libro delle prove sottolineando quelle che fan comodo all’accusa e censurando le altre.

Consip, il generale Del Sette assolto in Appello. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 15 Giugno 2023  

"Il fatto non sussiste". La difesa dell'ex comandante generale dei carabinieri: "Sentenza restituisce giustizia e verità"

L’ex comandante generale dell’ Arma dei Carabinieri , generale Tullio Del Sette è stato assolto in Appello dalle accuse di rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento nell’ambito dell’inchiesta Consip. I giudici della Terza Sezione penale della Corte d’Appello di Roma, riformando la sentenza di primo grado che nel gennaio del 2021 lo aveva condannato a dieci mesi, ha assolto il generale con la formula “perché il fatto non sussiste“. 

“Grandissima soddisfazione per una sentenza che restituisce giustizia e verità a vantaggio di chi ha sempre servito lo Stato”, commenta l’avvocato Carlo Bonzano difensore, insieme all’ avvocato Fabio Lattanzi, del generale Del Sette.

”La decisione della Corte di Appello di Roma ha finalmente riconosciuto l’innocenza del generale Tullio Del Sette assolvendolo dall’ingiusta accusa di rivelazione d’ufficio e favoreggiamento. Una decisione giusta che ristabilisce la verità anche se purtroppo è arrivata dopo anni di logorante attesa che hanno segnato la vita di un’irreprensibile uomo delle istituzioni”, affermano i difensori del generale Del Sette, gli avvocati Lattanzi e Bonzano. Redazione CdG 1947

Il fatto non sussiste, "giustizia e verità" per l'ex comandante generale dei carabinieri. Tanta gogna per niente, assolto Tullio Del Sette: evapora l’inchiesta Consip. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 15 Giugno 2023 

È stato assolto dall’accusa di rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamo, perché il fatto non sussiste, l’ex comandante generale dei carabinieri Tullio Del Sette. I giudici della Terza Sezione penale della Corte d’Appello di Roma hanno riformato ieri la sentenza di primo grado che nel gennaio del 2021 aveva condannato il generale a dieci mesi di carcere.

‘’Grandissima soddisfazione per una sentenza che restituisce giustizia e verità a vantaggio di chi ha sempre servito lo Stato’’, ha commenta all’Adnkronos l’avvocato Carlo Bonzano difensore, insieme al collega Fabio Lattanzi, di Del Sette.

‘’La decisione della Corte di Appello di Roma ha finalmente riconosciuto l’innocenza del generale assolvendolo dall’ingiusta accusa di rivelazione d’ufficio e favoreggiamento. Una decisione giusta che ristabilisce la verità anche se purtroppo è arrivata dopo anni di logorante attesa che hanno segnato la vita di un irreprensibile uomo delle istituzioni’’, hanno aggiunto Lattanzi e Bonzano.

Del Sette, primo comandante generale nella plurisecolare storia della Benemerita ad essere condannato alla prigione, era accusato di aver rivelato all’allora presidente di Consip Luigi Ferrara di essere sotto indagine da parte del Noe dei carabinieri. I fatti risalivano al 2016 e a condurre l’inchiesta era il Pm napoletano Henry John Woodcock. La vicenda causò uno scontro violentissimo all’interno all’Arma, con i carabinieri del Noe che avrebbero voluto intercettare i vertici di viale Romania, condizionando anche alcune importanti nomine apicali.

Paolo Pandolfini

Bocchino inchioda Travaglio: "Mi hai chiamato per farti togliere le cause". Libero Quotidiano il 19 gennaio 2023

Scontro su Giuseppe Valentino, candidato di Fratelli d'Italia al Csm (candidatura poi ritirata), tra Italo Bocchino e Marco Travaglio da Lilli Gruber a Otto e mezzo, su La7, nell'ultima puntata del 18 gennaio. "Quando candidi al Csm come vicepresidente cioè come capo uno che è indagato per 'ndrangheta... Per me è un presunto innocente ma a me preoccupa la sua biografia. È un signore che risulta in contatti strettissimi con un certo Paolo Romeo, che non c'entra niente con l'amico di Bocchino, quello dello scandalo Consip". "Anche amico tuo...", ribatte Bocchino.

"Mai stato. Non l'ho mai conosciuto", precisa il direttore de Il Fatto quotidiano. "Qualche frequentazione l'hai avuta... Gli hai fatto un'intervista fatta da te", lo incalza Bocchino. "Non sono stato né intercettato né rinviato a giudizio per traffico di influenze come te e Romeo", attacca Travaglio. Quindi Bocchino lo inchioda: "Sono lo stesso che chiamasti per chiedermi la cortesia di farti togliere le cause che ti aveva fatto Romeo e che ti sarebbero costate molto. Ho ancora i tuoi messaggi di ringraziamento, Marco". "Ho pubblicato le sue precisazioni perché siamo giornalisti corretti". Comunque, taglia corto Travaglio, "è un neo fascista, reo confesso di aver ospitato Franco Freda durante la latitanza. Come fa il partito del presidente del Consiglio a proporre alla vicepresidenza del Csm uno che ha queste frequentazioni? È una questione di opportunità politica".

Il caso Consip. Barbarie contro Alfredo Romeo, l’abbaglio di Travaglio e soci. Davide Faraone su Il Riformista il 13 Gennaio 2023

Prima arrivano il fango, gli editoriali apocalittici, le prime pagine definitive. Poi però arrivano i processi, quelli nei tribunali, e infine, molto spesso, arrivano le assoluzioni. Quello che ho appena descritto è un copione fin troppo abusato. È il modus operandi tipico di un certo giornalismo giustizialista che insegue lo scandalo, spesso lo crea dal nulla, sbatte il mostro in prima pagina, calpesta interessi, storie e vite senza curarsi di aspettare la verità. E quando la verità arriva, sotto forma di sentenza, semplicemente fa finta di non vederla. Niente prime pagine, niente articoli e soprattutto niente scuse.

L’ultimo caso del genere riguarda la vicenda dell’imprenditore Alfredo Romeo e i “Trentamila euro al mese promessi al babbo di Renzi”. Ieri, dopo cinque anni di processo, per Romeo è arrivata l’assoluzione. La corruzione per “il più grande appalto d’Europa” altro non era che una balla. Anche questa volta, come decine di altre in passato, Travaglio e soci hanno preso un abbaglio. Ma ovviamente non troverete traccia di questa notizia sul Fatto. Perché purtroppo, per alcuni giornalisti, ciò che conta non sarà mai la verità, ma semplicemente fomentare l’opinione pubblica contro fantomatici “colpevoli” additati come tali senza aspettare i verdetti dei tribunali. Chiamatela pure retorica colpevolista della giustizia mediatica, se preferite. Per quanto mi riguarda la parola più esatta per definirla sarà sempre barbarie. Davide Faraone

"Via le denunce, facciamo intervista". Travaglio e il giornalismo “corretto”, il caso Consip e la richiesta a Bocchino per mediare con Romeo. Paolo Liguori su Il Riformista il 19 Gennaio 2023

Giornalisti corretti, siamo tutti giornalisti corretti. Allora sono io scorretto perché non capisco questa correttezza dov’è. Alfredo Romeo è stato assolto dopo un processo Consip, che doveva essere l’asta truccata del secolo, e invece è stato ‘assolto perché il fatto non sussiste’ e il Fatto Quotidiano – giornalisti corretti – ha pubblicato un trafiletto piccolo così che la Gruber non ha neppure letto, perché se l’avesse letto non direbbe “non ne fate un fatto personale” (tra Bocchino e Travaglio), perché non è un fatto personale, è un fatto preciso di giornalismo.

Travaglio aveva delle denunce da parte di Romeo che riteneva eccessive le ‘centodiecimila’ pagine del Fatto Quotidiano su una sua presunta violazione della legge. Presunta perché poi si è dimostrata falsa, e Travaglio ha chiesto a Bocchino: “Per piacere, puoi dire ad Alfredo Romeo di levare queste denunce? In cambio faremo un’intervista”, ma non perché ‘siamo giornalisti corretti’, perché temeva quello che c’è stato adesso, dopo l’assoluzione. Se fossero rimaste quelle cause e non fossero state serenamente tolte, sarebbe certamente sottoposto a dei danni.

Questo giornalismo corretto, a cui fa capo Travaglio, è un giornalismo di silenzio, di omertà. Non è solo Travaglio, non è un fatto personale – ha ragione la Gruber – è anche il Corriere della Sera, è anche Libero, sono tutti i giornali italiani, La Stampa, Repubblica. Tranne il Giornale che ha pubblicato un trafiletto in cui spiegava dell’assoluzione. La cosa incredibile è che tra giornalisti corretti c’è stato uno scambio di accuse sanguinose: il Corriere della Sera ha pubblicato i conti dell’editore di Libero (che potrebbe essere in futuro l’editore del Giornale, Angelucci), perché potrebbe diventare un suo concorrente.

Correttezza? Mi sembra un colpo alle gambe! E cos’è successo il giorno dopo su Libero? Che Sallusti ha detto: “Ah! Ci avete azzoppato. Volevate dare i nostri conti? Ora vi do io i vostri, quelli di Cairo”. Un’altra raffica, un’altra bordata in prima pagina. Quale giornalismo corretto, notizie in prima pagina di reati gravissimi. Vengono tutti assolti e nessuno pubblica più nulla. Non solo, ma si scopre che Travaglio se la prende con Bocchino perché Bocchino è colpevole di essersi fatto intermediario per chiedere ‘per piacere’ ad Alfredo Romeo di levare delle denunce sacrosante a Travaglio. Fatto personale? Giornalismo corretto? Mi sento molto scorretto. Paolo Liguori

Le pietre miliari del giornalismo mi sa che Montanelli mica te le ha insegnate tanto bene. Caso Consip, caro Marco Travaglio sei un giustizialista a mille carati ma le regole del giornalismo vanno rispettate. Piero Sansonetti su Il Riformista il 23 Gennaio 2023

No, Marco (Travaglio). Non te la devi prendere, Paolo (Liguori) è sempre così aggressivo. Ma sai, io lo conosco da ragazzo è sempre stato uno aggressivo. Invece ragioniamo. Ragioniamo noi, con calma. Io volevo dirti due, tre cosine. Facili eh, sul giornalismo. Non ti offendere ma è importante saperle perché tu fai bene, sei un bravo polemista. Ma insomma, sul giornalismo inciampi Marco, diciamo la verità. Le pietre miliari del giornalismo mi sa che Montanelli mica te le ha insegnate tanto bene. Perché poi quello era un maestro ma magari tu eri molto giovane, non lo so.

Qual è la notizia? Lo decide il direttore. Stabilisce: questo è un fatto non mi interessa, questo è un fatto mi interessa. Tu hai preso Consip e hai detto che era l’ira di Dio, ti ricordi? Aperture “Hanno arrestato Romeo”, “Il delitto”, “Prendetelo”, “L’appalto”, Il superappalto”, “I due miliardi e sette”, “L’hanno truccato”. Cento pagine gli hai dedicato, Marco.

Allora io adesso te lo dico sottovoce, in modo che non sentano in troppi, ma non è che poi quando si scopre che non era vero niente tu puoi far finta di nulla. Cento pagine non si nascondono, cento pagine di giornale tutte sul caso Consip con l’appalto truccato che non era vero. Quando il tribunale dice che non era vero. Marco, la notizia bisogna darla non c’è niente da fare. Così come ho sentito che tu hai detto: “No, io non ho mai avuto la prescrizione”. Io e te lo sappiamo, tu non hai mai avuto la prescrizione perché la Cassazione ti ha detto che non te la meritavi. Ricordi? Tu l’hai chiesta la prescrizione, no? No, perché “il ricorso è pretestuoso”. Una figuraccia. Non dire poi in televisione che non hai mai ricevuto la prescrizione, devi dire però che l’hai chiesta.

Queste sono tutte cose piccole, io non è che voglia darti la colpa di chissà che. Per fare bene il giornalismo bisogna cercare di avvicinarsi alla verità e alla realtà. Tu fai bene a fare polemiche e dire: “Ci sono due Stati, non hanno voluto prendere Messina Denaro”, chi è che non ha voluto prendere Messina Denaro? La procura di Palermo probabilmente, Scarpinato, Ingroia, Di Matteo, erano quelli che lo dovevano prendere.

Oggi per esempio ho visto Libero che fa un titolo “Arreestata la contabile del Pd”. Non hanno arrestato la contabile del Pd, hanno arrestato la commercialista di alcuni parlamentari che peraltro non sono del Pd. Bisogna secondo me tornare a quel vecchio giornalismo che faceva le polemiche però aveva un certo rispetto per la verità. E te lo dico amichevolmente perché poi tu mi stai simpatico, magari non ci credi ma mi stai simpatico. Lo sai perché? Perché sei l’unico giustizialista vero che fa il giustizialista sempre: c’è un piccolo spacciatore, uno che fa un furtarello, c’è un presidente del Consiglio, tu li vuoi mettere sempre tutti in prigione, di destra, di sinistra, non ti importa. Invece ci sono quelli che fanno i garantisti con gli amici loro e i travaglini con quelli che gli stanno antipatici. Io preferisco te, un giustizialista a mille carati. Però un minimo le regole del giornalismo vanno rispettate, sennò si fanno figuracce. Ciao Marco.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

La sentenza dopo carcere e gogna. Maxigara Consip da quasi 3 miliardi: Alfredo Romeo assolto “perché il fatto non sussiste”. Redazione su Il Riformista il 9 Gennaio 2023.

I giudici del tribunale di Roma hanno assolto l’imprenditore ed editore de Il Riformista Alfredo Romeo nell’inchiesta Consip relativa al filone della gara FM4, dal valore di oltre due miliardi e settecento milioni di euro, indetta dalla centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana nel 2014. Romeo era imputato per turbativa d’asta ed è stato assolto, perché “il fatto non sussiste”, dai giudici del tribunale capitolino presieduto dalla dottoressa Valentini.

Romeo era difeso dagli avvocati Giandomenico Caiazza ed Alfredo Sorge. Smentita anche in questo processo l’impostazione accusatoria della procura di Roma che aveva infondatamente contestato il reato di turbativa d’asta all’imprenditore napoletano pur in assenza di qualsivoglia elemento a carico. Accertata ancora una volta la correttezza dell’operato della società Romeo Gestioni nella gara FM4 come già acclarato in altri giudizi.

Romeo venne addirittura arrestato il primo marzo del 2017 e dopo oltre tre mesi di carcere a Regina Coeli e due agli arresti domiciliari, il tribunale del Riesame di Roma (dopo che la Cassazione aveva accolto l’istanza presentata dai legali di Romeo) dispose l’annullamento dell’ordinanza (perché non esistevano le esigenze cautelari) e la riabilitazione delle imprese dell’imprenditore napoletano.

I giudici hanno fatto cadere le accuse anche per gli altri 11 imputati tra cui l’imprenditore Ezio Bigotti, difeso in giudizio dall’avvocato Cesare Placanica.

Lo scorso novembre, in un altro filone dell’inchiesta Consip, Romeo è stato condannato a 2 anni e sei mesi con l’accusa di corruzione per aver favorito la sua società che è stata però assolta. La sentenza di primo grado è stata emessa dall’ottava sezione penale del Tribunale di Roma dopo una camera di consiglio durata oltre due ore. Condanna dimezzata rispetto alla richiesta della Procura capitolina che aveva chiesto una condanna a 4 anni e 10 mesi. L’accusa è passata da corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio alla corruzione per l’esercizio della funzione. Si tratta della tranche del procedimento che coinvolgeva anche l’ex dirigente della centrale unica di acquisti della Pubblica amministrazione, Marco Gasparri. Quest’ultimo ha accusato l’imprenditore di avere ricevuto da lui, dal 2012 al 2016, complessivamente 100mila euro in cambio di notizie e aiuti relativi ai bandi di gara in Consip. I giudici hanno escluso la responsabilità della società Romeo Gestioni e disposto un provvisionale per Consip di 150 mila euro. Per Romeo stabilità l’incapacità a contrarre con la pubblica amministrazione per un anno e la confisca di 100mila euro.

La Romeo Gestioni s.p.a. prende atto con estrema soddisfazione del dispositivo pronunciato oggi dal Collegio Penale del Tribunale di Roma, presieduto dalla dott.ssa Roja, con cui, a chiusura del procedimento Consip, avviato nel 2017, la società è stata completamente prosciolta da ogni ipotesi accusatoria perché, come chiarito dal Collegio espressamente nel detto dispositivo, l’illecito amministrativo contestato è risultato insussistente”. E’ quanto riporta una nota della Romeo Gestioni. “Per conseguenza, – prosegue la nota – il Tribunale ha disposto l’immediata restituzione alla società dell’intera somma di circa 3 milioni di euro versata nel 2017 per decisione del Gip del Tribunale di Roma”.

Abbiamo la certezza che nei gradi successivi sarà affermata senza alcuna riserva l’innocenza del nostro assistito anche in relazione alla residua ipotesi di reato per la quale ha subito la odierna condanna”. E’ quanto affermava lo scorso novembre l’avvocato Alfredo Sorge, difensore insieme a Caiazza, dell’imprenditore Alfredo Romeo. Difensori che “prendono atto del drastico ridimensionamento delle originarie accuse contestate e della piena assoluzione della società del gruppo Romeo”.

Cadono tutte le accuse, chissà cosa faranno i giustizialisti...Dopo 5 anni di gogna Romeo assolto: quale giornale ha il coraggio di scriverlo? Francesca Sabella su Il Riformista il 9 Gennaio 2023

Alfredo Romeo: assolto. Assolto perché il fatto non sussiste. Assolto perché non ha corrotto nessun funzionario per vincere una gara d’appalto. Alfredo Romeo (che ricordiamo essere anche editore di questo giornale) non è un corruttore. Parliamo dell’inchiesta Consip relativa al filone della gara FM4 (dal valore di oltre due miliardi e settecento milioni di euro), indetta dalla centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana nel 2014. Romeo era imputato per turbativa d’asta, poi l’assoluzione decisa dai giudici del tribunale capitolino presieduto dalla dottoressa Valentini. Questa è la notizia battuta già dalle maggiori agenzie di stampa. Superiamola. Già… assolto. Non è la prima volta che succede, sapete? Eppure, viene da interrogarsi e da chiedersi: cosa diranno ora gli specialisti del giustizialismo? Le penne taglienti che tanto inchiostro hanno sempre consumato per scrivere titoloni urlati e che mai hanno perso l’occasione per ricordare, ogni qual volta si nominava Alfredo Romeo, che era stato condannato, che era un corruttore, che era impelagato in non si sa quanti processi. Che è stato addirittura in carcere, sia a Poggioreale che a Regina Coeli, ma poi è stato sempre assolto.

Quest’ultima cosa è vera, per carità. Però è vera pure un’altra cosa: se il fatto non sussiste, il Fatto Quotidiano invece insiste. E colleziona brutte figure. Volete sapere come dà la notizia il giornale di Marco Travaglio? Così: “Consip, Romeo assolto dall’accusa di turbativa del maxi-appalto Fm4. Ma nell’altro filone è stato condannato per corruzione”. Ma. Ma il caso Consip è questo, non ce la fanno proprio a essere obiettivi. Eppure, che è stato assolto lo dicono i giudici mica lo diciamo noi per compiacere il nostro editore. Lo dice un Tribunale.

Parliamo del Fatto ma potremmo parlare di qualsiasi altro giornale. È largamente diffusa questa abitudine a riportare le notizie e subito dopo, nel titolo e non nel corpo dell’articolo, ricordare che Romeo è stato condannato. Badate bene, condannato ma mai in via definitiva, ed è bene ricordare pure che si è innocenti fino a prova contraria, che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio. Questo però, non lo scrive mai nessuno. Chissà perché. E non lo scrivono non perché a sventolare il baluardo sacro del garantismo siamo rimasti in tre, ma perché il vento del giustizialismo soffia forte e la tendenza a essere faziosi e imprecisi fa svolazzare più bandiere. Piace di più. E ora, una domanda: i titoloni cambieranno? Qualche settimana fa Romeo ha comprato l’Unità che tra poco avrà nuova vita e tornerà in edicola, come titolava Dagospia? “L’Unità torna in edicola. Lo ha deciso Alfredo Romeo, sempre più editore e sempre meno imprenditore delle pulizie. Per Romeo, condannato a due anni e mezzo per corruzione per i bandi Consip, questa è l’occasione per resettare i rapporti con la politica”.

Se lo dicono loro… Ma il punto è un altro. Ora ci si aspetta che il prossimo titolo avrà questo tono: “Domani torna in edicola l’Unità, acquistata da Alfredo Romeo assolto perché il fatto non sussiste nell’ambito dell’inchiesta Consip relativa al filone della gara FM4, dal valore di oltre due miliardi e settecento milioni di euro”. Se non altro per coerenza… Per non tradire il modus operandi nel dare le notizie. O no? Sono questi i titoli di giornale che da domani ci aspettiamo di leggere. E badate bene, non vuol dire fare la vittima ma vuol dire essere giusti. È giusto dire scrivere le vicende penali di un imprenditore ogni qual volta compra una forchetta? Sì? E allora scriviamole anche adesso. Ora che è stato assolto. Assoluzione. Siamo sicuri che nessuno titolerà: fine dell’incubo, fine del calvario di un uomo che è stato in carcere per poi essere assolto. Questo no, sarebbe troppo. Però un po’ di sana onestà intellettuale e di buon giornalismo, questo sì. Ce lo aspettiamo. “Ci vorrà pazienza ed io pazienza ne posseggo a tonnellate, a vagoni, a case”. Per dirlo, a proposito, con le parole di Gramsci…

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Dalla parte della giustizia, della verità e dei cittadini. Romeo assolto dopo 6 anni di gogna mediatica che è peggio del carcere e i procuratori fanno carriera. Paolo Liguori su Il Riformista il 10 Gennaio 2023

Quasi sei anni fa, nel marzo 2017, con un grande clamore sulla stampa venne lanciata la notizia ‘arrestato Alfredo Romeo’, aveva partecipato ad un appalto truccato, anzi, aveva organizzato un appalto truccato, il più grande del secolo, e poi la mazzetta corruttiva di cento milioni, che dico, centomila euro, e poi la cosa che interessava di più: una mazzetta mensile al padre di Renzi, Tiziano.

Ieri il tribunale di Roma ha assolto l’imprenditore Romeo e altre undici persone coinvolte perché, badate bene che sono cose importanti per la giustizia, il fatto non sussiste. Non c’è mai stato. Questa corruzione, questo appalto, non c’è mai stato. Un capitano famoso dei carabinieri indagava per conto della procura di Napoli e del pm Woodcock, poi i fascicoli passarono a Roma con il Trojan, con le intercettazioni. Furono coinvolte altre persone e Romeo fece sei mesi di carcere.

Voi dite, è capitato, poi l’hanno assolto beato lui, dopo sei anni. Non è così perché in questo periodo, in tutti questi anni c’è stata una gogna mediatica senza precedenti. Io ho qui la prima pagina del Riformista che titola giustamente ‘Caso Consip, non c’è più: assolto Romeo e Travaglio in lutto’. Sul Giornale c’è un trafiletto a pagina 9 che dà la stessa notizia, sugli altri quotidiani nulla o quasi.

Vi faccio vedere le pagine dei giornali che hanno seguito questo fatto, una cosa clamorosa, pagine e pagine per mesi: ‘Arrestato Romeo, tangenti a Consip e 30mila euro al mese promessi a babbo Renzi’, l’appalto del secolo era stato truccato, ‘Il più grande appalto d’Europa’ titola il Fatto Quotidiano. Voi direte vabbè, il Fatto Quotidiano non fa testo. Oggi Travaglio si taglia le vene per aver scritto quelle stupidaggini per mesi – ma non solo su questo caso -, però in realtà Repubblica, Il Mattino, Il Messaggero, tutti i giornali.

Perché non c’è solo l’arresto, non c’è solo la carcerazione preventiva senza prove come abbiamo visto adesso, inflitta per costringere l’imprenditore a confessare chissà che cosa. Non c’è solo il caso politico su Renzi e il padre – su Renzi non c’erano grandi rapporti con Romeo -, ma c’è anche la gogna mediatica che rovina o potrebbe rovinare un’azienda, la Romeo Gestioni, e una persona che comunque esce dopo sei mesi di carcere e deve ricostruirsi un nome, una credibilità e deve trovare delle persone che dicono ‘sì, Romeo però fu arrestato’. Sì però questa gogna mediatica è peggio del carcere, certo la privazione della libertà è una cosa grave, ma per un’impresa che ha un nome pubblico, che ha una facciata pubblica, che ha l’impegno sui lavori pubblici la gogna mediatica è come il carcere, è una privazione della propria libertà.

Allora chi risarcirà non Romeo ma tutte le persone che ci capitano? Perché questo è il tema della giustizia, una giustizia in cui si parte senza responsabilità. Le procure che fanno delle indagini e arrestano e che danno ai giornali dei titoli iperbolici, non tornano indietro. E poi quei procuratori fanno carriera. Vi potrei fare i nomi dei procuratori che si sono occupati di questo ma è quasi inutile perché in realtà l’assoluzione dice che un tribunale ha preso una decisione giusta. Però quei procuratori vi assicuro che fanno carriera, oppure puntano a fare carriera. Allora nessuno gli dice ‘signori avete fatto una cosa gravissima’. È come uno che ammazza un altro magari per un incidente, però poi gli resta. Ai magistrati non resta nulla. Hanno fatto questo e l’hanno fatto a ragion veduta, sono cambiate le ragioni, la cosa viene annullata e il fatto non sussiste. Non dovrebbero sussistere più nemmeno quei procuratori. Io direi ‘il fatto non sussiste e quei procuratori, quelle procure, quelle accuse, non dovrebbero esistere’.

Però questa è la versione nostra, la versione del Riformista, voi direte ‘è di parte’ perché Romeo è l’editore del Riformista, ma è di parte dalla parte di chi? Dalla parte della giustizia, della verità e dei cittadini. Paolo Liguori

Ma non era lo scandalo del secolo? Il caso Consip non esiste più, Romeo assolto: Travaglio a lutto. Piero Sansonetti su Il Riformista il 10 Gennaio 2023

Il Caso Consip si è concluso con un’assoluzione generale. Lo scandalo Consip non c’è più. Era una balla, una bolla di sapone. Con gioia di alcuni (tra i quali la signora verità) e lutto di altri. Tra un po’ vediamo chi. La famosa gara Fm4, con in palio appalti per quasi tre miliardi di euro, si svolse regolarmente, non ci fu alcuna turbativa d’asta. Il tribunale di Roma ha deciso così, al termine di un lunghissimo processo penale ed un estenuante e battente processo mediatico, ricco di gogne, accuse infondate, linciaggi morali. La Corte ha detto che il fatto – cioè la turbativa d’asta – non sussiste.

Il caso Consip era tutto lì: nell’ipotesi che quella gara ricchissima fosse stata truccata. Il processo e la campagna giornalistica costarono molto cari ad alcune aziende e ad alcune persone. In termini economici e persino in termini fisici. E produssero invece grossi vantaggi editoriali ad altri, e tanto lavoro – impegnativo, costoso, inutile – ad alcune Procure decise a non mollare l’osso fino alla fine. Benissimo. Ora sappiamo che il Caso Consip non esiste e non esisteva, e formuliamo l’augurio che a questo punto la giustizia si riscatti almeno un po’ chiudendo alla svelta tutti gli altri processi in corso – frammenti del processo principale, che era questo – che non stanno più in piedi perché si attorcigliano attorno a una ipotesi di reato del quale è stata solennemente stabilita la non esistenza.

Vi dicevamo che qualcuno fa festa e qualcuno è in lutto. In lutto sono alcuni settori di un paio di procure, che intorno al caso Consip avevano costruito castelli volanti di ipotesi – che ora non volano più – e un po’ di fama. Ma chi soprattutto è in lutto, in lutto stretto – mi dicono che ieri in redazione il clima fosse da funerale – sono gli amici del Fatto Quotidiano, che almeno dal 2016 battono con una costanza ammirevole sul caso Consip, e lo scandalo colossale di una gara da quasi tre miliardi – la più grande d’Europa – truccata da un gruppo di malintenzionati guidati dal perfido Romeo. Articoli, su articoli, su articoli, e accuse, su accuse, su accuse, e richieste di moralizzazione, di pulizia, di etica, e poi arringhe nelle varie Tv, e tonnellate di editoriali di Travaglio, e interviste censurate, e poi…

Il Fatto aveva preso di mira Romeo anche perché si era convinto, a torto, che Romeo fosse una specie di artiglio di Renzi. Il Fatto voleva il sangue di Renzi. In realtà Romeo e Renzi si conoscono appena e non hanno mai avuto rapporti o interessi comuni né in politica né tantomeno in affari. Semplicemente tanti anni fa Romeo – come ha fatto altre volte con altri esponenti politici – concesse un piccolo finanziamento per la campagna elettorale (primarie) di Renzi, che poi fu sconfitto da Bersani. Contributo elargito alla luce del sole, registrato, fatturato e vidimato. Succede, ai giornalisti, di prendere grandi abbagli. Ad alcuni succede di più, ad alcuni di meno. Pensate che ancora oggi ci sono dei giornalisti convinti che Conte – cioè il socio di governo di Salvini – possa diventare il capo della sinistra italiana…

E poi, però, c’è anche chi è in festa. Per esempio noi del Riformista, perché Romeo è il nostro editore, perché proprio per questo abbiamo studiato e conosciamo bene la vicenda Consip e sappiamo con certezza della sua innocenza – con certezza assoluta – perché conosciamo anche i danni gravissimi che Romeo ha subito da questa fantasmagorica azione penal-giornalistica, perché non ci siamo scordati che Alfredo è stato in prigione per sei mesi, ingiustamente, del tutto ingiustamente, e poi altri mesi ai domiciliari in una casa nella campagna in provincia di Caserta, e che ha ricevuto dei contraccolpi economici molto forti, e ingiusti anche quelli, e che sono state truccate le carte della competizione di questa nuova forma di capitalismo che è il capitalismo giudiziario. Il peggior capitalismo che si possa immaginare.

Ieri sera, dopo la proclamazione della sentenza, gli avvocati di Romeo, Gian Domenico Caiazza e Alfredo Sorge, hanno rilasciato una breve dichiarazione. Che trascrivo: “ Viene smentita anche in questo processo l’impostazione accusatoria che aveva infondatamente contestato il reato di turbativa d’asta all’avvocato Romeo pur in assenza di qualsivoglia elemento a carico e viene ancora una volta accertata la correttezza dell’operato della società Romeo Gestioni nella gara Fm4 come già acclarato in altri giudizi”. Hanno ragione gli avvocati. A me, personalmente, restano in testa alcune domande molto inquietanti.

Prima domanda: per quale ragione Alfredo Romeo è stato messo in mezzo in questa inchiesta, e trascinato in prigione (unico imputato, unico coinvolto nel racconto degli accusatori ad essere finito in prigione), quando a tutti gli inquirenti un poco avveduti era chiarissimo dal primo momento che non era colpevole di nulla, e a suo carico mai – in nessuno degli svariati processi aperti – è emerso uno straccio di prova? Forse è stato individuato lui come anello debole perché si sapeva che non ha mai fatto parte di nessuna cordata, di nessuna alleanza, di nessuna lobby, ha sempre agito e lavorato e concorso in solitudine e questo, evidentemente – tenendolo fuori dal sistema – lo rendeva più fragile di altri?

Seconda domanda: perché è stato tenuto chiuso in cella per sei mesi (finché non è intervenuta la Cassazione a imporre la scarcerazione)? Forse perché si sperava in quel modo di costringerlo a parlare, ad autoaccusarsi o ad accusare, e comunque a dare un po’ di sostanza ad una imputazione che camminava sull’acqua?

Terza domanda: Il famoso sistema-Romeo, del quale si parla in varie requisitorie di vari processi, evidentemente non esisteva. Benissimo. Del resto era evidente. Qualcuno ammetterà l’abbaglio?

Quarta domanda: nel frattempo sono state emanati provvedimenti e sentenze amministrative che penalizzano la Romeo gestioni per centinaia di milioni sulla base delle accuse penali poi rivelatesi false. Questo errore, pesantissimo, sarà riparato?

Vabbè, fermiamoci qui. E siccome siamo persone gentili e gioviali, e non ce la prendiamo mai, mandiamo anche un abbraccio a Marco Travaglio: non te la prendere, Marco, succede…

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Ma sui giornali solo trafiletti...Perché Alfredo Romeo è stato assolto, cosa vuol dire “il fatto non sussiste”. Francesca Sabella su Il Riformista il 10 Gennaio 2023

Il Tribunale ha accertato che non ho turbato la più grande asta d’Europa. Però oggi l’informazione che per anni ha guidato la gogna mediatica contro di me, tace e nasconde l’assoluzione. Questo è il problema del circo mediatico-giudiziario”. Chi parla è Alfredo Romeo. Alfredo Romeo è stato assolto. È stato assolto perché il fatto non sussiste. E badate bene, parliamo di una maxi inchiesta che aveva come oggetto una gara d’appalto tra le più importanti d’Europa. Parliamo di Consip. Parliamo di quasi tre miliardi di euro. Parliamo anche di un imprenditore finito nel tritacarne mediatico per più di cinque anni. Ah ed è finito anche in carcere per sei mesi. Però poi c’è stata l’assoluzione. Assolto Alfredo Romeo.

L’avete letto? Lo sapevate? No? Vi credo. Ieri ci siamo dati la buonanotte sperando nel buongiorno di una rassegna stampa giusta, veritiera, che dice la verità e nient’altro che la verità. È questo il dovere civico del giornalismo, di chi fa informazione. E invece niente… trafiletti. Piccoli trafiletti che davano la notizia con aria dimessa, si poteva quasi avvertire il dispiacere di chi scriveva due parole: Romeo assolto, poi qualche riga di contorno giusto per con le dichiarazioni degli avvocati di Romeo e niente di più. Ma come? Non avete niente da dire? Niente da aggiungere? Nessun commento? Dove sono finite le prime pagine? I titoloni in rosso e le foto in primo piano? Dove sono finite le insinuazioni, le sentenze, le allusioni, le sferzate? Sarà finito l’inchiostro… non c’è altra spiegazione.

O forse c’è. C’è che quando bisogna dire: la magistratura ha sbagliato, ha fatto una cazzata, ha distrutto un uomo, ha creato un caso che non c’era, ha cucito su un imprenditore un processo politico e mediatico, lo ha sbattuto in carcere salvo poi dire: tutto a posto, non è vero niente. Ecco c’è che quando c’è da dire questo nessuno lo dice. Perché vedete, è molto grave. È grave il silenzio, è grave che quando c’è da dire assoluzione lo si dice sommessamente, a bassa voce, lo si fa passare in sordina. È grave. Molto grave. È non lo è perché Alfredo Romeo è il nostro editore e noi chiaramente gli abbiamo dedicato la prima pagina perché eravamo contenti, perché la verità è venuta fuori e perché quando la magistratura sbaglia deve finire in prima pagina e si deve dire: tutto sbagliato. È grave perché fino a quando c’era da scrivere sentenze senza aspettare il processo e in barba al garantismo si è scritto, ora che la sentenza c’è le penne non scrivono più bene. Si perché ieri si scopre che non è che Romeo non ha commesso il fatto, il fatto non sussiste: Romeo è innocente. Era tutta un processo inesistente.

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Una campagna di linciaggio durata cinque anni. Silenzio di giornalisti farabutti sull’assoluzione di Romeo. Piero Sansonetti su Il Riformista l’11 Gennaio 2023

Era il 2 marzo del 2017. Il Fatto Quotidiano uscì con una prima pagina disegnata in modo speciale, per avere un titolo di apertura, in testata, molto più vistoso di tutti i suoi titoli abituali. Lo trascrivo: “Arrestato Romeo” (tutte maiuscole e in rosso), “Tangente Consip e 30 mila euro al mese promessi a babbo Renzi”. Ad accompagnare il titolo una foto di Tiziano Renzi, una foto di Romeo e la fotocopia di un foglietto (gentilmente fornito ai giornalisti del “Fatto” dai Pm, seppure in modo non previsto dalle leggi dello Stato). Poi le prime quattro pagine del giornale interamente dedicate alla vicenda, considerata evidentemente clamorosa.

In prima pagina c’è anche un titoletto “amichevole” riservato al ritratto di Romeo (“L’ex Pci di Napoli che paga i partiti e frequenta le celle”). E sempre in prima l’editoriale di Travaglio il quale rivendica al suo giornale il merito di avere anticipato tutto di due mesi, critica i “giornaloni” che non hanno seguito prontamente il Fatto, ribadisce un concetto da sempre coccolato (“gli unici giornalisti veri siamo noi del Fatto, perché siamo i soli a dare le notizie”) e infine spiega che gli investigatori hanno scoperto “i traffici dell’imprenditore Romeo per agguantare la fetta più grossa di una mega commessa Consip da 2,7 miliardi di euro”.

Nei giorni, nei mesi e negli anni successivi, il Fatto Quotidiano riserverà alla vicenda Consip – sempre mantenendo come stella polare la colpevolezza di Romeo – più o meno – calcolo a spanne – un centinaio di pagine. Sempre con titoli clamorosi. Avrebbero potuto anche diventare 102, le pagine, se Travaglio avesse deciso di pubblicare l’intervista che Marco Lillo fece allo stesso Romeo, un po’ più di un anno fa; ma Travaglio ebbe l’impressione che da quella intervista Romeo uscisse bene e non la pubblicò. I giornalisti veri, pare, fanno così: pubblicano tutto tranne le notizie o le informazioni che non gli piacciono. E su questa base impartiscono lezioni un po’ a tutti.

E così arriviamo a lunedì. Il tribunale di Roma ha stabilito che non era vero niente. Quell’asta da 2 miliardi e 700 milioni non fu truccata. Travaglio aveva scritto una balla, forse influenzato da un drappello di pubblici ministeri che avevano a loro volta preso un abbaglio, e avevano trascinato Romeo in prigione, quindici giorni in isolamento, solo in cella, senza tv, radio, libri, giornali – solo a guardare il muro – e poi altri sei mesi in cella coi compagni di prigione, e poi altri mesi ai domiciliari nella casa di campagna della madre, che morì pochi mesi dopo la fine della carcerazione del figlio. Senza contare i danni per le aziende che si calcolano in svariate centinaia di milioni. Di fronte a questa spaventosa frana della giustizia e del giornalismo, Marco Travaglio ha preferito chiudere un occhio. Voi, immagino, malevolmente penserete che il Fatto Quotidiano abbia offerto ai lettori la notizia in prima pagina, sull’assoluzione.

Sbagliate, amici: il Fatto ha dato la notizia solo a pagina 11 con il titolino più piccolo che si possa immaginare. È inutile che vi mettiate a ridere perché il Fatto ha compiuto esattamente la stessa scelta che hanno compiuto tutti quelli che di solito Travaglio chiama “i giornaloni”. Anche il Fatto è tra i “giornaloni”, stavolta, gli stessi che – tutti, senza esclusione alcuna – diedero la notizia dell’arresto di Romeo con titoloni a tutta pagina, in apertura, in prima. Repubblica? “Corruzione ad altissimo livello”. Questo era il titolo che campeggiava sotto la testata. E foto di Romeo. Editoriale di Repubblica? “I nuovi pilastri del malaffare”. Il Corriere della Sera, sempre in prima, grande titolo in testata e articolo del re dei giornalisti giudiziari, Giovanni Bianconi: “Così Romeo arrivò ai politici”.

Il nome di Romeo in quei giorni balzò all’attenzione di tutti gli italiani che non lo conoscevano. I Tg inondarono l’opinione pubblica. Dubbi sulla colpevolezza? Zero. Se uno è il nuovo pilastro del malaffare che dubbi vuoi avere? E se poi è un ex Pci pure meglio, no? Dicevi Romeo e intendevi l’imbroglione. Oggi però i cittadini italiani non sono stati informati che tutto quello che fu loro raccontato era falso. È stato dichiarato il silenzio stampa. Silenzio assoluto. Voi pensate che questa sia una cosa normale? Io no. Io penso che gran parte dei giornalisti italiani sia costituita da farabutti. E che il sistema informativo italiano sia uno dei peggiori – probabilmente il peggiore – del mondo occidentale.

 Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Continua il silenzio della stampa. L’assoluzione di Romeo è una frustata per Travaglio, centinaia di fake news su uno scandalo mai esistito…Piero Sansonetti su Il Riformista il 12 Gennaio 2023

Dalla redazione del Fatto Quotidiano ci arrivano notizie sempre più inquietanti. L’assoluzione di Romeo è stata come una frustata. Dicono che Travaglio abbia quasi smesso di parlare. Qualche monosillabo, gesti della mano. Dolore palpabile. I giudici hanno stabilito che lo scandalo Consip non è mai esistito. Anni e anni di lavoro e di fughe di notizie buttati al vento, maledizione! Quello che era stato definito il più grande scandalo del secolo non era uno scandalo. Non era niente.

Circa cento paginate dedicate dal “Fatto” alle malefatte di Alfredo Romeo, tutte smentite. Erano balle. Cosa è rimasto della geometrica potenza di quella gigantesca e meravigliosa costruzione giornalistico-giudiziaria? Solo i danni subiti da Romeo (qualche centinaio di milioni, sei mesi in cella, sei ai domiciliari con braccialetto, molti posti di lavoro perduti…) e questa è certo una bella soddisfazione, ma con il rischio persino che ora qualcuno sia costretto a risarcire. E comunque neppure questa soddisfazione può coprire la vergogna per quasi sei anni di fake proiettate con effetti speciali in tante prime pagine. Come si reagisce a questo disastro?

L’ordine di scuderia, da subito, è stato quello del silenzio. La notizia dell’assoluzione di Romeo deve essere nascosta in tutti i modi. Massimo una notizia piccola piccola in pagina interna, ma molto interna. Dicono che un redattore abbia fatto vedere al direttore la copia di quella prima pagina del 2017 con la notizia dell’arresto di Romeo data a caratteri cubitali, e che il redattore sia stato invitato, con un ringhio, a correre a fare merenda. Lui ha capito e si è adeguato. Ha preso un cornetto al bar.

Ma adesso, direte voi, sarà un bel problema contrastare gli altri giornali, che, giustamente, daranno grande spazio alla assoluzione di Romeo. No, non preoccupatevi: ormai gli altri giornali, da tempo, si sono travaglizzati, cioè sono passati agli ordini dell’Anm. Tacciono. Però, si capisce, il povero Travaglio non potrà andare a concionare a La7, perché a La7 lo tempesteranno di domande su Consip. Tranquilli, amici. Non succederà neanche questo. Anche a La7 è passato l’ordine del silenzio. Beh, potete obiettare, ma si può fare informazione così? Si vabbé, ancora siete rimasti a quella vecchia idea che in Italia ci sia l’informazione? Poveri cocchi…

 Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Estratto dell’articolo di Alessandro Da Rold per “La Verità” l’11 aprile 2023.

«La corte (d’appello, ndr) scopiazza pedissequamente anche nelle più evidenti castronerie rilevabili da qualsiasi soggetto di buon senso».

 Nella requisitoria del 31 marzo scorso, nel procedimento che vede sul banco degli imputati Alessandro Profumo e Fabrizio Viola (accusati di aggiotaggio e false comunicazioni per la contabilizzazione delle operazioni Santorini e Alexandria), il procuratore generale Massimo Gaballo ha deciso di attaccare frontalmente la corte di appello di Milano che aveva assolto nel 2022 gli ex vertici di Mps, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, dalle accuse di manipolazione del mercato, falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo all’autorità di vigilanza.

[…] Tra le righe della requisitoria […] vi sono numerose stilettate alla stessa Procura di Milano: «[...] castronerie rilevabili da qualsiasi soggetto di buon senso». Senza mai citarli, infatti, Gaballo si rivolge più di una volta a chi aveva condotto per primo le indagini su Mps, in particolare a chi aveva indagato (e poi chiesto di archiviare) sulla gestione Profumo e Viola dal 2013 al 2016.

 Nello specifico, il pg si riferisce ai pm Giordano Baggio (ora in servizio alla Procura europea), Stefano Civardi e Mauro Clerici, che nel 2021 furono indagati per omissione di atti di ufficio dalla Procura di Brescia. Eppure, la storia ha già fatto il suo corso. E tutti e tre sono stati archiviati lo scorso anno.

Perché le parole di Gaballo sembrano riportare di qualche anno indietro le lancette dell’ orologio? La risposta è semplice. Domani, mercoledì 12 aprile, è prevista l’udienza di opposizione alla richiesta di archiviazione dell’ex capo della Procura di Milano, Francesco Greco, accusato a sua volta di abuso d’ufficio.

All’epoca, Baggio, Civardi e Clerici furono indagati per aver avuto un approccio troppo morbido nei confronti di Profumo e Viola. Era il 2014 e Greco era il coordinatore del pool per i reati economici. Ma se i tre del pool economico sono già stati stralciati, ancora da verificare è la posizione di Greco.

 Nel 2020 fu per via del gip Guido Salvini se le indagini proseguirono. Di fronte a un’istanza di archiviazione sul caso, Salvini dispose una perizia che rilevò come, nel periodo 2012-2015, Profumo e Viola avevano occultato lo stato prefallimentare della loro banca. Da lì è ripartito tutto il procedimento […]. Ma dopo l’assoluzione di Mussari e Vigni, […] Gaballo ha voluto tornare, durante il suo intervento, alle precedenti indagini. Insomma, sembra aprirsi una nuova spaccatura dentro il tribunale.

Nella requisitoria di rara ferocia, infatti, il pg vorrebbe far emergere le responsabilità di Banca d’Italia e Consob ma, di fatto, indirettamente, parla anche della magistratura inquirente. Perché «tutte le autorità di controllo che si sono interessate di questo problema sono state estremamente prudenti nel valutare le contabilizzazioni, evitando posizioni nette che, nella loro prospettiva, avrebbero potuto avere un impatto letale sulla sopravvivenza di Mps e, quindi, dell’intero sistema bancario italiano ed europeo» ha ricordato il procuratore generale.

 In altri termini, secondo Gaballo, chi aveva il dovere di sorvegliare quanto stava accadendo dentro Mps in quegli anni, «ha sempre messo le mani avanti premettendo […] giudizi assolutamente pretestuosi dell’estrema complessità della materia, dell’assenza di principi contabili specifici per queste operazioni, e della discrezionalità tecnica nella redazione dei bilanci».

 […] Del resto, la tesi dell’accusa, che percorre in parallelo le posizioni di Giuseppe Bivona, del fondo Bluebell, […] è che grazie alla falsificazione dei bilanci, la banca riuscì di fatto a incassare denaro pubblico evitando una liquidazione coatta amministrativa, ma agendo fraudolentemente in danno ai soci e al mercato.

 Greco - ora consulente del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e già archiviato sul caso di Piero Amara e della loggia Ungheria - resta, quindi, appeso alla vicenda Mps e degli eventuali due anni di ritardo. […]

Il rinvio a giudizio. Inchiesta Mps, tutti gli interrogativi tra Procura e authority. Angelo De Mattia su Il Riformista il 25 Dicembre 2022

La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio di Alessandro Profumo, Fabrizio Viola e Massimo Tononi – in anni diversi, nell’ordine, presidente, amministratore delegato e presidente del Monte dei Paschi di Siena – insieme con un dirigente del Monte, Arturo Betunio. L’effetto-sorpresa della decisione è stato forte e diffuso. L’accusa a vario titolo è , in relazione ai crediti cosiddetti deteriorati, di false comunicazioni sociali, falso in prospetto e manipolazione del mercato.

Questo è il terzo filone delle contestazioni mosse a esponenti del Monte in dipendenza della crisi in cui l’Istituto venne a trovarsi dopo l’insensato, gravissimo acquisto dell’Antonveneta che poi portò alle dimissioni del vertice dell’epoca. Profumo e Viola hanno altresì fatto ricorso in appello contro la condanna in primo grado a sei anni (sempre del Tribunale di Milano) per l’appostazione contabile delle operazioni Santorini e Alessandria (l’altro filone). In precedenza, la Corte di Appello di Milano aveva, invece, assolto Giuseppe Mussari e Antonio Vigni, rispettivamente Presidente e Direttore generale all’epoca dell’acquisto della suddetta Banca, i quali in primo grado erano stati condannati a sette anni di reclusione. Le motivazioni dell’assoluzione, nelle richieste e nelle decisioni per Profumo e Viola, nonché per Tononi, sembrerebbero, invece, capovolte, per la parte in cui sarebbero mutuabili.

Una prima osservazione riguarda la competenza territoriale dell’Autorità giudiziaria milanese. Essa nacque perché Milano in tempi lontani era la sede dell’unica Borsa italiana e, poiché i presunti reati finanziari si manifestano per il tramite di operazioni o di comunicazioni ovvero impatti di Borsa, anche se commesso a Lampedusa, il presunto reato diventava di competenza di Milano. Ma oggi, la Borsa è nel capoluogo lombardo, ma pure ovunque, in relazione agli sviluppi della telematica e della digitalizzazione. Può allora rimanere questa impostazione? Non rischia di nuocere alla figura costituzionale del “ giudice naturale precostituito per legge”, per quel che attiene alla territorialità? Se, per ipotesi, gli sviluppi dell’integrazione dei mercati e delle infrastrutture relative portassero a una Borsa allocata, per l’Eurozona, per esempio solo a Parigi, succederebbe che, con questo criterio, l’ipotesi si configuri come reato commesso all’estero? Sarebbe ovviamente paradossale, inconcepibile.

Al di là di questa deduzione solo dialettica per rimanere nei ragionamenti che sono alla base della competenza in questione, l’argomento, finora mai sollevato come si dovrebbe, meriterebbe un’approfondita valutazione. Quanto alle misure adottate e proposte di cui si è detto, alcune di esse sono arrivate dopo la manifestazione di discordanti, reiterate posizioni di pm. rispetto a quelle del gip-gup. Comunque riguardano banchieri, Profumo e Viola, nonché, da ultimo in ordine di tempo, anche Tononi che furono pregati ripetutamente di assumere le rispettive cariche nel Monte. Lo fecero per spirito di servizio, e perché chiamati a una sfida per trarre il Monte dal pelago alla riva, ben potendo, per le loro qualità professionali e di esperienza, accettare offerte che venivano da altre parti sicuramente assai più importanti dal punto di vista economico e della gratificazione personale.

Comunque, sul settore esercitano la Vigilanza, la Bce – Banca d’Italia, la Consob e altre Authority. Allora si pone un problema cruciale: se le scritturazioni contabili e tutto quanto le precede e le segue sono compiuti in collegamento con i soggetti che controllano il sistema i quali, dunque, non hanno contestazioni da muovere, come si raccorda il ruolo dell’Autorità giudiziaria? È possibile che non solo gli esponenti coinvolti, ma i risparmiatori e gli investitori non raggiungano mai la certezza sui conti di un istituto di credito perché, dopo numerosi e capillari controlli delle competenti Autorità, può poi sopravvenire quello della Magistratura che rimette tutto in discussione? Certo, sussiste l’obbligatorietà dell’azione penale, ma, allora, il ruolo delle Authority finisce con l’essere ininfluente, tanto da non dovere essere neppure coinvolte – tranne che con singoli funzionari quali consulenti, ma qui sorge un’altra questione di potenziale conflitto di interesse – nell’ambito delle decisioni dell’Autorità giudiziaria? Non è necessario un adeguato approfondimento anche di questi aspetti?

Naturalmente, Profumo, Viola e Tononi (così è immaginabile per il predetto dirigente che è poco conosciuto) avranno fior di contro – argomentazioni di merito nei confronti delle accuse, ai diversi livelli e le faranno verosimilmente valere impiegando anche la loro non comune competenza tecnica. Ma, di questo passo, in casi che si spera non si ripetano come quello del Montepaschi ai tempi nel pieno delle difficoltà, come si può pensare che banchieri di livello siano disposti a dare una mano? Un confronto tra Magistratura e Authority appare comunque essenziale, al di là degli sviluppi delle vicende sinteticamente descritte che si ipotizza costituiranno un importante chiarimento della validità della posizione tecnica dei banchieri interessati. Angelo De Mattia

MPS, nelle indagini su David Rossi Genova salva i Pm di Siena. Sulla tragica scomparsa del giovane manager MPS pesano le scelte di chi doveva indagare bene e non lo ha fatto. Antonino Monteleone su Il Riformista il 24 Giugno 2023 

Nella vicenda David Rossi possiamo dire che la magistratura, a Siena, non ha sbagliato niente. Bisognerebbe andare in giro, ripetendo questa frase, per rallegrare l’umore dei passanti. Perché con difficoltà troverete qualcuno, là fuori, che anche conoscendo la vicenda senza troppi dettagli, possa esserne convinto. Ma è niente di più, niente di meno, ciò che viene fuori dalla decisione di archiviare anche l’ultima, residuale, ipotesi di reato a carico dei pubblici ministeri che coordinarono le indagini seguenti alla morte di David Rossi. Il Gip di Genova ha stabilito che non ci furono omissioni, né dolose né colpose, nelle ore immediatamente successive al terribile volo dalla finestra che costò la vita all’ex capo della comunicazione di Banca MPS.

Davanti alla commissione parlamentare era emerso come tre pubblici ministeri, accorsi sulla scena dell’evento, secondo la sintesi del PM di Genova «spostavano, manipolavano e rinvenivano oggetti prima che lo stato della stanza fosse documentato dalla polizia scientifica, senza redigere un verbale delle compiute e senza dare atto della presenza del personale di polizia giudiziaria che insieme a loro aveva operato». Lo stupore per quella che è sembrata a molti, innanzitutto ai membri della commissione, una grave alterazione dello stato dei luoghi, sarebbe dunque mal riposto. Il Gip di Genova ci tiene a sottolineare che, a differenza di quanto ipotizzato dal pubblico ministero – che ha chiesto l’archiviazione per mancanza dell’elemento soggettivo (la volontà di commettere il reato) per il reato di falso ideologico, e per l’intervenuta prescrizione dell’eventuale omissione di atti di ufficio – a suo giudizio non esisteva alcun obbligo specifico per i pubblici ministeri di verbalizzare ciò che avvenne dentro l’ufficio di David la sera del 6 marzo 2013 e spingendosi oltre afferma che «nemmeno si percepisce l’utilità che avrebbe avuto».

Siena non è l’America, e voi accaniti fruitori di serie tv americane come CSI levatevi dalla testa che si usi quel livello di precisione sulla scena del crimine anche in Italia. Dopo un evento, certamente non secondario visto che addirittura tre pubblici ministeri si precipitano sul posto, può succedere di tutto. La magistratura non ha offerto risposte convincenti. A dieci anni di distanza dalla morte di David Rossi bisogna guardare in faccia la realtà. Mi spiego meglio: se David Rossi è stato ucciso facendolo volare da una finestra che affacciava su vicolo di Monte Pio, non sono stati raccolti elementi utili a identificare gli autori. Non si è fatto abbastanza per identificare l’uomo che si vede chiaramente entrare nel vicolo col telefono in mano pochi minuti dopo che David aveva esalato l’ultimo respiro, che gira i tacchi e va via. Abbiamo solo la certezza, grazie al lavoro dell’ingegner Luca Scarselli, che quell’uomo si addentrò nel vicolo quel tanto che bastava per avere una visuale chiara del corpo di David. Ma possiamo dire di più: non si è fatto abbastanza nemmeno per accertare le ragioni plausibili di un gesto volontario. Un suicidio e nulla di più. Ovvero ciò che con ostinata convinzione hanno ripetuto i magistrati chiamati a testimoniare di fronte al Parlamento. L’ipotesi iniziale era di “induzione al suicidio”. Ci sono due fascicoli nei quali ci si aspetterebbe di trovare gli sviluppi di questa ipotesi che potrebbe trovare forza anche nelle recenti conclusioni del collegio di medici legali incaricato dalla commissione parlamentare d’inchiesta e guidato dal prof. Vittorio Fineschi: David Rossi fu picchiato nei novanta minuti precedenti alla sua morte. Perché le lesioni non appaiono compatibili con la dinamica della caduta.

Due giorni prima di morire David Rossi aveva chiesto all’amministratore delegato, Fabrizio Viola, di aprire un canale di comunicazione con la Procura di Siena. «Domani potrebbe già essere troppo tardi» è l’allarme di David. Fredda e piuttosto rigida la risposta di Viola «meglio che alzi il telefono» e chiami tu per prendere un appuntamento. David capisce di essersi spinto oltre e fa marcia indietro: «ripensandoci sembro pazzo a farmi tutti questi problemi, scusa la rottura». Fa impressione rileggere, a distanza di anni, ciò che proprio Fabrizio Viola mise a verbale: «L’unica cosa che Rossi mi aveva esternato con chiarezza, dopo la perquisizione a suo carico (del 19 febbraio 2013 nda), è l’idea che qualcuno lo avesse voluto incastrare a titolo personale, cioè non in quanto capo della comunicazione di BMPS, ma come David Rossi. In tal senso, infatti, interpreto il contenuto delle sue richieste (di parlare coi magistrati nda). «Mi sono immaginato che lui potesse essere una sorta di custode di documenti, tant’è che lui mi disse chissà che hanno trovato nei miei PC». Il contenuto di queste e-mail era a conoscenza di più persone all’interno della banca. La circostanza emerge con chiarezza nell’ambito del processo che la Procura di Siena aveva istruito (sic!) contro Antonella Tognazzi, vedova di David Rossi, e Davide Vecchi, all’epoca inviato del Fatto Quotidiano, per la divulgazione proprio delle e-mail di Fabrizio Viola. Un processo che secondo il Giudice di Siena Alessio Innocenti, non si sarebbe mai dovuto celebrare, e che ha rappresentato un unicum giudiziario: primo e unico processo per violazione della privacy in assenza della denuncia dell’interessato, che infatti nemmeno si costituì nel giudizio.

Ma quali atti investigativi si trovano nei fascicoli per esplorare le circostanze rivelate, ad appena due giorni dalla morte di David Rossi, da Fabrizio Viola? Ho rivolto la domanda all’avvocato Carmelo Miceli: «Nessuno. Non c’è un solo atto che vada in questa direzione. Bisogna osservare i resti mortali di David: Chi gli ha inflitto quelle lesioni? Per quale motivo fu aggredito? Dopo quelle lesioni David si è tolto la vita volontariamente o il suo volo è stato l’atto conclusivo di un’aggressione? La famiglia aspetta ancora una risposta».

Antonino Monteleone

(ANSA il 16 aprile 2023) -  Il colonnello Pasquale Aglieco, ex comandante provinciale dei Carabinieri di Siena, è stato fermato dalle autorità tunisine per un presunto falso in un atto. Secondo quanto si apprende Aglieco, indagato dalla procura di Genova per false dichiarazioni al pm nell'inchiesta sulla morte di David Rossi (Mps) e trasferitosi da qualche tempo ad Hammamet, è stato fermato dalla polizia tunisina per la presunta falsificazione di un atto in relazione alla pratica di immatricolazione di un'auto.

In qualità di legale che cura gli interessi del Generale Pasquale Aglieco in Italia, con riferimento alla notizia pubblicata tra sabato e la giornata odierna di domenica in Italia, con la quale si dava conto dell'arresto del mio assistito avvenuto ad Hammamet in Tunisia, desidero precisare che le motivazioni poste alla base del provvedimento cautelare personale è legato ad un reato minore che sarà trattato a breve dal Tribunale di Nebel, competente per territorio.

Il Generale Aglieco è difeso dall'Avv. Di Hammamet Rim Elmehri con la quale sono in costante contatto. 

La stessa mi ha confermato che la vicenda prende le mossa da una autocertificazione sullo stato civile, eseguita dal Generale Aglieco senza le forme prescritte e su una materia per la quale la legislazione tunisina la consente solo in determinate forme e con determinate limitazioni. 

Si confida in una rapida soluzione della vicenda, posto che, si ribadisce, la questione è trattata come una violazione minore e che in Italia assumerebbe i contorni di un illecito amministrativo.

Si precisa infine che l'attuale procedimento giudiziario di cui è parte il Generale Aglieco è del tutto estraneo alla vicenda giudiziaria che ha ad oggetto le indagini sulla morte del Dott. David Rossi, Capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena. 

Resto a disposizione per qualsivoglia ulteriore precisazione. 

Avv. Pierpaolo Ristori

Semaforo verde alla Commissione d’inchiesta parlamentare sulle cause della morte di David Rossi. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Marzo 2023

"Soddisfazione enorme per una votazione all'unanimità", il commento di Antonella Tognazzi, vedova di Rossi. Resta tuttavia la "delusione" per l'emendamento presentato dal Pd che chiedeva di definire in 18 mesi la durata dei lavori della Commissione, giustificando la richiesta con una questione di rispetto per la famiglia per arrivare alla verità in un tempo definito

La Camera dei deputati ha dato il via libera all’istituzione della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi, l’ex Capo della Comunicazione del Monte dei Paschi di Siena. L’istituzione della Commissione è stata approvata con 233 voti favorevoli e nessun contrario. Una commissione d’inchiesta monocamerale, composta da 20 deputati, che faccia luce – o almeno tenti di farla – e che per farlo prosegua il lavoro fatto da una analoga commissione della passata legislatura. 

Due archiviazioni come suicidio, una sentenza di primo grado che ha rigettato la richiesta di risarcimento nel processo civile intentato contro la banca, il lavoro di una Commissione parlamentare di inchiesta sul caso nella scorsa legislatura e una seconda Commissione che presto inizierà ad occuparsi della vicenda.

Sono trascorsi oltre dieci anni dalla morte di David Rossi, l’ex direttore della Comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato da una finestra della banca, e tanti restano ancora gli interrogativi. È la sera del 6 marzo 2013 quando David Rossi viene trovato a terra, ormai senza vita, in vicolo Monte Pio, la strada sulla quale si affacciava il suo ufficio di Rocca Salimbeni. Aveva detto alla moglie che stava tornando, invece purtroppo a casa non arriverà mai. La procura di Siena aprì un fascicolo per istigazione al suicidio, in modo da poter svolgere le indagini, ma gli accertamenti fin dall’inizio propendono per il gesto volontario. E infatti due inchieste vengono archiviate come suicidio. Una tesi respinta con forza dalla famiglia. Qualche giorno prima della morte, il 19 febbraio, la Guardia di Finanza, su ordine della Procura di Siena, aveva perquisito anche il suo ufficio nell’ambito di un’indagine sull’acquisizione della Banca Antonveneta che non lo vide mai indagato. Emergono dubbi. Che motivo aveva Rossi di uccidersi? La sua morte si intreccia con le vicende che attraversa all’epoca uno dei principali gruppi bancari italiani? Chi lo conosceva racconta di un David Rossi diverso nelle ultime settimane: cosa lo inquietava? Inchieste giornalistiche sollevano perplessità sulle indagini. E accendono i riflettori su diversi scenari come la vicenda di presunti festini nella zona di Siena.

Mentre sul fronte giudiziario il caso venne archiviato, in parlamento venne istituita una Commissione parlamentare di inchiesta guidata dall’ on. Zanettin (Forza Italia) per indagare, che ha lavorato intensamente tra audizioni e colpi di scena, disponendo una maxi perizia che se da un lato parla dell’ipotesi di un gesto «anticonservativo» dall’altro rilevò altre lesioni sul corpo non attribuibili alla caduta lasciando aperti altri interrogativi. Quelle ferite potrebbero essere frutto di una colluttazione prima del volo dalla finestra? Se soccorso prima, David Rossi poteva essere salvato?

Gli atti frutto del lavoro della Commissione vennero trasmessi alle procure competenti dando adito a nuovi fascicoli come quello aperto dalla procura di Genova sul sopralluogo dei magistrati della procura senese nell’ufficio del manager del MPS prima dell’intervento della polizia scientifica. Proprio nei giorni scorsi la procura di Genova ha chiesto l’archiviazione del procedimento per i tre inquirenti ritenendo che nella loro condotta non ci sia stato nessun dolo. Adesso, con il via libera arrivato oggi dalla Camera dei deputati, una seconda Commissione parlamentare di inchiesta tornerà ad occuparsi della morte del manager. Ed i magistrati non potranno oltremodo coprire o giustificare le nefandezze di un’inchiesta giudiziaria che fa acqua da tutte le parti, e di cui farebbero bene ad occuparsene la Procura Generale della Cassazione, l’, Ispettorato del Ministero di Giustizia e la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura.

Soddisfazione enorme per una votazione all’unanimità”, il commento di Antonella Tognazzi, vedova di Rossi. Resta tuttavia la “delusione” per l’emendamento presentato dal Pd che chiedeva di definire in 18 mesi la durata dei lavori della Commissione, giustificando la richiesta con una questione di rispetto per la famiglia per arrivare alla verità in un tempo definito. Il Pd “non si è mai rapportato con noi, non votò neppure la relazione finale (della Commissione di inchiesta istituita nella scorsa legislatura ndr) – sottolinea Tognazzi – Limitare a 18 mesi la durata della Commissione non avrebbe dato una possibilità in più alla famiglia, ma sembrava replicare la velocità con cui si decise all’epoca che quello di David era un suicidio”. “Delusione” quindi per questa presa di posizione del Pd “pur riconoscendo che c’è stato il voto finale favorevole”.

Dalla nuova Commissione di inchiesta “mi aspetto la stessa serietà e dedizione che ha dimostrato la precedente Commissione – ha concluso Tognazzi – Mi auguro siano tutti motivati a riprendere i lavori da dove erano stati interrotti e a continuare gli approfondimenti“. Anche sua figlia, Carolina Orlandi, ammette di essersi “emozionata come per la votazione della prima Commissione. Ancora una volta il parlamento all’unanimità chiede che si faccia chiarezza. Questo conferma ancora una volta quante lacune ancora siano da chiarire“.

Ieri sera ho avuto modo di fare un appello anche a due donne che in questo momento rappresentano il Paese, Giorgia Meloni e Elly Schlein – ricorda Orlandi che ieri ha lanciato un appello alla trasmissione ‘Le Iene‘ – Ci piacerebbe incontrarle insieme, sarebbe un’occasione anche per ricordare che non esistono maggioranza e opposizione di fronte alla giustizia. E che le famiglie come la nostra hanno anche il diritto di potersi prendere cura del proprio dolore, senza dover combattere più“ Redazione CdG 1947

David Rossi, perché un’altra commissione d’inchiesta? Il giallo del colonnello in fuga ad Hammamet. Claudio Bozza su Il Corriere della Sera il 23 Marzo 2023

A 10 anni dalla morte del manager Mps il Parlamento vara una nuova commissione, dopo quella della scorsa legislatura. Le variabili politiche e la spinta di Meloni. Intanto il carabiniere che accusò i pm non può essere interrogato: è in Tunisia

La Camera ha approvato all’unanimità l’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta per fare luce sulla morte di David Rossi, il capo comunicazione del Monte dei Paschi di Siena che il 6 marzo 2013 in cui David Rossi perse la vita precipitando dalla finestra del suo ufficio al terzo piano di Rocca Salimbeni. Dieci anni in cui si sono affastellate inchieste giudiziarie — due a distanza di anni che sono arrivate alla conclusione che si trattò di un suicidio —, consulenze tecniche e ricostruzioni di ogni genere che però non sono state sufficienti a tacitare dubbi e soprattutto l’ipotesi del complotto omicida.

Nel settembre scorso, dopo 14 mesi di audizioni infuocate dei protagonisti del periodo in cui la più antica banca del mondo crollò, una precedente commissione parlamentare d’inchiesta, promossa con forza da Fratelli d’Italia, si concluse con una relazione approvata faticosamente, anche perché il Pd decise di non partecipare al voto. La sintesi: quasi tutti gli elementi raccolti conducono al suicidio di Rossi, ma con alcuni dubbi. Il braccio di ferro (anche politico) per la ricerca della verità non si è fermato nemmeno dopo l’evidenza della maxi perizia dei carabinieri del Ris, che, su richiesta della commissione stessa, simularono la caduta dalla finestra con strumenti di ultima generazione in grado di ricreare alla perfezione le condizioni di quella notte: buio e pioggia inclusi. Le conclusioni del rapporto dei carabinieri smontarono i dubbi della famiglia di Rossi. E il comandante Schiavone affermò: «Rossi spinto da terzi? Non compatibile con le riprese del filmato».

Ma allora perché, anche davanti a queste evidenze, il Parlamento ha varato un’altra commissione d’inchiesta? Il via libera è arrivato all’unanimità, ma a taccuini chiusi più d’uno dei 20 membri che ne fanno parte confessa che sotto la cenere covano variabili politiche. Durante la precedente indagine parlamentare, il giallo di Rossi è tornato quotidianamente alla ribalta, diventando anche terreno di scontro politico e con una forte eco mediatica. Sia da destra che da sinistra, per motivi diversi, nessuno si è lasciato sfuggire l’occasione di intervenire. Da un lato si sono moltiplicati gli attacchi contro le toghe e verso la gestione della banca che fu storicamente legata alla sinistra; dall’altro lato c’è chi, come Matteo Renzi, ha puntato più volte il dito contro Antonino Nastasi, uno dei magistrati che lo accusano di finanziamento illecito ai partiti nell’inchiesta sulla Fondazione Open. Il pm è lo stesso che ha condotto l’inchiesta sul crollo di Mps e che seguì le indagini sulla morte di Rossi.

Pesanti accuse contro i magistrati inquirenti furono sollevate proprio durante le decine di audizioni della precedente commissione. A lanciarle non fu una figura di secondo piano, bensì il colonnello Pasquale Aglieco, ai tempi comandante provinciale dei carabinieri di Siena, il quale durante l’audizione denunciò: «Il pm Nastasi rispose al cellulare del manager Mps dopo la sua morte». Affermazioni che scatenarono una bufera e spinsero altri pm (quelli di Genova, competenti ad indagare sui colleghi di Firenze) ad aprire una terza inchiesta giudiziaria. L’indagine per appurare l’inquinamento della scena di un ipotetico crimine si è conclusa con una richiesta di archiviazione. E i magistrati dedicano un paragrafo proprio ad Aglieco, indagato per falsa testimonianza. Un altro giallo: il colonnello si è infatti trasferito ad Hammamet e per questo non è stato possibile interrogarlo.

Dicevamo delle variabili politiche. Durante l’ultima puntata de Le Iene, Carolina Orlandi, figlia di Antonella Tognazzi (moglie di David Rossi), ha lanciato un appello bipartisan a Giorgia Meloni ed Elly Schlein: «Abbiamo diritto a una indagine seria», chiedendo a entrambe di «non far spegnere i riflettori su una storia che è, sì, nostra, ma anche di tutto il Paese». Dalla premier l’apertura è stata massima: «Ringrazio Le Iene per aver mantenuto alta l’attenzione sul caso della morte di David Rossi — ha scritto sui social —. L’auspicio è che si possa fare piena luce sulla vicenda, per David e la sua famiglia». Dalla leader del Pd nessun intervento diretto. I dem hanno votato il via libera alla nuova commissione, ma permane scetticismo e un’impronta di forte cautela. Una linea, quest’ultima, che si legge chiara nelle parole del deputato del Pd Andrea Rossi: «Dobbiamo cercare la verità, non una verità — ha detto alla Camera il membro della commissione parlamentare —. Questo è un discrimine. Il lavoro prezioso di professionisti, di forze dell’ordine, ha comunque iniziato a mettere con chiarezza affermazioni inconfutabili».

Commissione d'inchiesta su David Rossi. Imbarazzo Pd: Schlein snobba l'appello della famiglia del manager. Felice Manti il 23 marzo 2023 su Il Giornale.

Silenzio e agonia. L'appello della figlia di David Rossi lanciato a Elly Schlein l'altra sera dai microfoni delle Iene è caduto nel vuoto. Come la richiesta di aiuto sussurrata dal manager Mps volato o spinto giù dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo di dieci anni fa, rimasto inascoltato per più di venti minuti. A conferma che il grumo di potere che ha goduto degli sperperi della banca rossa è intoccabile anche dalla Schlein, nonostante le roboanti promesse di discontinuità. Mentre la premier Giorgia Meloni con un tweet nella tarda serata di martedì ha rivendicato la volontà di fare luce sulla intricatissima vicenda e sui suoi contorni giudiziari, dalla leader Pd zero riscontri. Neanche una telefonata. E sì che la segretaria sapeva dell'appello di Carolina Orlandi, il suo entourage era stato ampiamente informato della vicenda. E invece niente. Silenzio colpevole.

A smuovere il Nazareno non è bastata neanche la coraggiosa denuncia dell'ex parlamentare Carmelo Miceli, che ha rivelato di aver chiesto a Enrico Letta di