Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti Rea spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il Caso di Ferdinando Carretta.

Il mistero del “collezionista di ossa” della Magliana.

Il Milena Quaglini.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Marco Sconforti.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Stefano Masala.

Il mistero di Luca Orioli Marirosa Andreotta.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.

 

 

LA GIUSTIZIA

SECONDA PARTE



 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Antonio Giangrande:  Il moralismo fasciocomunistoide ipocrita e giustizialista tende a stratificare di norme l’ordinamento giuridico dello Stato senza soluzione di continuità, nonostante cambino i Governi. L’eccesso di norme liberticide mi porta a pensare al colesterolo. Tanto più si accumula sulle pareti delle arterie, tanto aumenta il rischio di coronaropatie.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini e donne senza vergogna.

Antonio Giangrande: Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Antonio Giangrande: Il Civil Law, ossia il nostro Diritto, è l’evoluzione dell’intelletto umano ed ha radici antiche, a differenza del Common Law dei paesi anglosassoni fondato sull’orientamento politico momentaneo.

Il Diritto Romano, e la sua evoluzione, che noi applichiamo nei nostri tribunali contemporanei non è di destra, né di centro, né di sinistra. L’odierno diritto, ancora oggi, non prende come esempio l’ideologia socialfasciocomunista, né l’ideologia liberale. Esso non prende spunto dall’Islam o dal Cristianesimo o qualunque altra confessione religiosa.

Il nostro Diritto è Neutro.

Il nostro Diritto si affida, ove non previsto, al comportamento esemplare del buon padre di famiglia.

E un Buon Padre di Famiglia non vorrebbe mai che si uccidesse un suo figlio: eppure si promuove l’aborto.

E un Buon Padre di Famiglia vorrebbe avere dei nipoti, eppure si incoraggia l’omosessualità.

E un Buon Padre di Famiglia vorrebbe difendere l’inviolabilità della sua famiglia, della sua casa e delle sue proprietà, eppure si agevola l’invasione dei clandestini.

E un Buon Padre di Famiglia vorrebbe che la Legge venisse interpretata ed applicata per soli fini di Giustizia ed Equità e non per vendetta, per interesse privato o per scopi politici.

Mi spiace. Io sono un evoluto Buon Padre di Famiglia.

Estratto dell’articolo di Ilvo Diamanti per “la Repubblica” venerdì 1 dicembre 2023.

Lo straniero fa di nuovo paura. È quanto emerge dal recente sondaggio di Demos-Fondazione Unipolis per l’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza. Dopo alcuni anni di “quiete”, durante i quali la percezione degli immigrati si era “sdrammatizzata”, nell’ultimo anno il clima d’opinione è nuovamente cambiato. 

E nel 2023 la quota di persone che, in Italia, ritiene gli immigrati “un pericolo per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone” è risalita in misura rilevante. Raggiungendo il 46%. Si tratta del dato più alto dal 2007. Quando aveva toccato il 51%. Per scendere, o meglio: cadere, al 26% nel 2012-2013. In seguito, il grado di preoccupazione è risalito al 43%, tra il 2017 e il 2018. Per calare vistosamente in seguito […]

Livelli abbastanza elevati (35%) si osservano anche quando gli immigrati vengono valutati come “un pericolo per la nostra cultura, identità e religione”. Mentre la preoccupazione appare molto più limitata in rapporto “all’occupazione”. Questa differenza riflette un atteggiamento “consapevole”. In quanto è, ormai, evidente che nelle aziende il “lavoro manuale” è svolto, in molti casi, da “stranieri”. Spesso, immigrati. 

Fra le ragioni che spiegano le variazioni degli ultimi vent’anni appare importante il peso che questo tema ha avuto nelle campagne elettorali. Il 2008 e il 2018, infatti, coincidono con le elezioni politiche e legislative. Quando, nelle Regioni del Nord, nel 2008, la Lega ottiene fra il 18% e il 22% Mentre nel 2018 sale sensibilmente, e si avvicina al 30%. […] 

Utilizzando come “principale”, anche se non unico, argomento nelle campagne elettorali, la presenza degli stranieri. Gli immigrati, sempre più numerosi, che mettono in pericolo la nostra sicurezza. La nostra identità. In seguito, però, questo sentimento si alleggerisce.

Anzitutto, perché diventa chiaro come gli immigrati siano utili, talora essenziali, per il nostro sistema produttivo. In secondo luogo, perché altri motivi compongono il profilo delle nostre paure. Come è stato dimostrato, nel corso degli anni, dalle ricerche condotte da Demos con Unipolis. Le crisi economiche, il virus, le guerre, infatti, hanno lasciato sullo sfondo l’immigrazione, ridimensionata anche dai media. Nell’ultimo anno, però, gli immigrati sono tornati sulla scena delle nostre paure. 

Di certo non ci troviamo di fronte a un’invasione. Peraltro, i principali flussi migratori non provengono dall’Africa. Ma dall’Est Europa, spinti dalle guerre. E da una domanda crescente di figure professionali, che in Italia non trova risposta adeguata. In particolare, l’assistenza alle famiglie e agli anziani. 

[…] 

L’attenzione dei media, in tal senso, è comunque cresciuta, come attesta il Rapporto annuale dell’Associazione Carta di Roma, che verrà pubblicato nelle prossime settimane. Per effetto di eventi tragici, come il naufragio avvenuto a Cutro, lo scorso febbraio, nel quale morirono circa 100 persone. E per le iniziative, conseguenti, avviate dal governo, anzitutto dal ministro Matteo Piantedosi.

Tuttavia, fra i diversi motivi che generano le nostre paure, tracciati dal recente Rapporto dell’Osservatorio Europeo sulla sicurezza di Demos-Unipolis (che verrà presentato il prossimo 6 dicembre, anche sul sito di Repubblica ), l’immigrazione conta in modo — relativamente — limitato. Infatti, solo il 6% degli italiani lo considera il primo problema che incombe. Metà rispetto a quanti indicano come prioritario il tema della qualità dei servizi. E oltre 6 volte in meno dei “problemi economici”, che preoccupano il 39% del campione. 

Inoltre, il grado di inquietudine non è “trasversale”, ma coinvolge soprattutto le fasce di popolazione più esposte, sul piano professionale. Come i disoccupati e gli operai. E le persone con minor grado di istruzione. Mentre preoccupa molto meno i più giovani e gli studenti. 

Le differenze più significative, com’era prevedibile, emergono quando si osserva l’orientamento politico degli intervistati. Rispetto ai temi dell’ordine pubblico e dell’identità, infatti, il grado di preoccupazione cresce soprattutto fra gli elettori di Centro Destra. E raggiunge i valori massimi nella base della Lega. Parallelamente, scende, in misura rilevante, fra chi vota per i partiti di Centro Sinistra e del M5s. […]

Gli stranieri, dunque, fanno ancora paura. Ma, in questi tempi, le paure cambiano spesso. Così siamo in attesa della prossima paura. Nei prossimi giorni…

Il panpenalismo riduce al minimo lo Stato sociale. In nome della sicurezza sono aumentate le categorie dei “nemici” da punire. Alberto Scerbo (ordinario Filosofia del diritto presso Università degli studi “Magna Graecia” di Catanzaro) e Orlando Sapia (avvocato, segretario Camera Penale “Alfredo Cantàfora” di Catanzaro). Il Dubbio il 30 novembre 2023

Negli ultimi decenni si è realizzato un’accentuazione delle istanze repressive all’insegna di una legislazione “emergenziale” senza fine.

Si sono andate sviluppando le dinamiche tipiche del «populismo penale» che hanno prodotto un aumento delle fattispecie delittuose e degli edittali di pena, la creazione di tecniche legislative di normazione che comportano l’anticipazione della soglia punitiva e di circuiti di esecuzione penale differenziata. Uno sguardo rapido, a titolo di esempio, ai più recenti interventi può essere utile. Nel 2017 la riforma c. d. Orlando, L. n. 103/ 2017, ha aumentato le pene per il furto in abitazione e con strappo, per la rapina e per l’estorsione.

In seguito, il decreto c. d. Salvini, D. L. n. 113 del 2018, ha disposto un importante aumento delle pene previste per il reato di cui all’art. 633 c. p. “Invasioni di terreni ed edifici” e ha reintrodotto i reati di mendicità e blocco stradale.

Sempre nel medesimo solco, sono le previsioni relative alla misura di prevenzione del Daspo Urbano, introdotto dal decreto c. d. Minniti D. L. n. 14/ 2017 e poi ampliato dal decreto Salvini, ovverosia esecutivi di differente colore realizzano la medesima politica.

Nel 2022, sempre con decretazione d’urgenza, è stato introdotto l’art. 633 bis c. p. che punisce l’invasione di terreni o edifici in occasione dei rave party. Successivamente, a seguito della tragedia di Cutro, si è avuta l’emanazione del D. L. n. 20/ 2023, c. d. decreto Cutro, che ha inasprito le pene per il reato di immigrazione clandestina e introdotto il delitto di “Morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”, punito con la reclusione da venti a trenta anni. È del mese di settembre l’emanazione del D. L. n. 123/ 2023, c. d. Decreto Caivano, che contiene norme finalizzate ad ampliare l’applicazione delle misure cautelari nei confronti dei minori.

Infine, recentissimo è un comunicato stampa, n. 59, del consiglio dei Ministri, nel quale si dà notizia dell’approvazione di tre disegni di legge che introdurranno, qualora diverranno legge, nuove norme in materia di sicurezza.

Spicca la modifica della normativa relativa al differimento della pena per donne incinte e madri di bambini fino a un anno di età, così da rendere tale rinvio facoltativo anziché obbligatorio, come è attualmente. Tale norma, pensata nei riguardi di alcune decine di donne di etnia Rom e dei bambini al seguito, rischia di confinare all’interno del mondo penitenziario le madri ed i loro neonati.

Tra le altre novità, oltre ad aumenti di pena per varie fattispecie di reato, si segnala la creazione del reato di “rivolta in istituto penitenziario”, art. 415 bis c. p., che probabilmente realizzerà un’anticipazione della soglia punitiva, così da colpire anche condotte non concretamente offensive. La previsione normativa dimostra come il Legislatore non tenga in alcuna considerazione il fatto che, laddove vi sono state rivolte nelle carceri ciò è avvenuto per le condizioni di estrema sofferenza subite dalla popolazione detenuta e causate dal cronico problema del sovraffollamento carcerario valso allo Stato italiano alcune condanne dinanzi alla Cedu.

In sostanza, la parola d’ordine della sicurezza pubblica ha soppiantato il modello penalistico di matrice illuministica costituzionalmente orientato. Ha prodotto la frantumazione del principio di proporzionalità della pena, ha rinforzato gli istituti, più fluidi, della prevenzione a detrimento della tipicità legale.

Le categorie di “nemici” non sono più solamente i mafiosi e i terroristi, ma, a seconda delle circostanze, i rom, i rumeni, i migranti, i sex offenders, i giovani frequentatori di rave party, in generale tutti coloro che appartengono al mondo degli “ esclusi, cioè dei non meritevoli, dei marginali, dei nuovi barbari”.

Compare lo spettro del novecentesco diritto penale d’autore (Täterstrafrecht), in cui la colpevolizzazione, il giudizio e la pena non riguardano più ciò che si è fatto, ma solamente ciò che si è.

La continua implementazione del sistema penale a garanzia della presunta sicurezza della comunità evidenzia una crisi di legittimazione dello Stato, che ha rinunciato alle sue funzioni sociali ed economiche. Lo Stato minimo nei contenuti sociali, diviene massimo nell’esercizio del potere punitivo.

Un tempo dei giuristi: la via del Codice civile cinese e le vie della seta. Storia di InsideChina su Il Giornale sabato 9 settembre 2023.  

È stato scritto che, nei rapporti con la Cina, si potrebbe riconoscere un tempo degli ambasciatori, uno dei pellegrini, dei mercanti, dei missionari, dei navigatori; ci si può chiedere se non sia, quello presente, un ‘tempo dei giuristi’, e se questa qualificazione non possa riferirsi allo straordinario sviluppo in Cina di un tale gruppo professionale. Io non sono un sinologo. Sono uno studioso del diritto romano attento alla dinamica del sistema di questo diritto di cui la codificazione di Giustiniano e dei suoi giuristi è stata una tappa fondamentale che lo ha offerto ai secoli seguenti fino a noi; fino ai codici che usiamo.

Nel 1988 passava da Roma il collega Huang Feng, che era stato a Milano a un Congresso su Beccaria, di cui aveva tradotto e pubblicato a Pechino la famosa opera Dei delitti e delle pene. Con lui organizzammo per il seguente febbraio un ‘Incontro di studi’ con il collega Jiang Ping, Rettore della Università della Cina di Scienze Politiche e Giurisprudenza-CUPL di Pechino (Università creata nel 1952 dal Ministero della Giustizia); membro della Commissione permanente dell’ANP e Vice-Presidente della Commissione giuridica di essa; autore di una manuale di Istituzioni di diritto romano, materia che aveva studiato a Mosca, Terza Roma, agli inizi degli anni ’50.

Al CNR, in quell’‘Incontro di studi a cui il Presidente della Repubblica, il professor Francesco Cossiga, aveva inviato un argomentato telegramma di sostegno, Jiang Ping richiamò l’attenzione sul diritto romano come “patrimonio comune dell’umanità”, sulla terminologia giuridica e sui problemi di traduzione di essa e ci accordammo per sviluppare un programma di traduzione di fonti del diritto romano dal latino al cinese, secondo quanto egli richiedeva. Nel quadro del programma. A dicembre arrivò a Roma la prima studiosa e mi portò in omaggio una traduzione in cinese delle Institutiones di Giustiniano compiuta a Pechino (Zhang Qitai, Pechino, 1988). Questo libro confermava l’interesse della cultura giuridica cinese alle fonti romane antiche.

Non è questa la sede in cui posso richiamare ciò che abbiamo realizzato insieme, usando l’italiano e il cinese come lingue di lavoro, ma non esito a porre al primo posto la formazione di oltre 70 dottori di ricerca, ora professori nelle Università cinesi, e le decine di congressi, primo fra i quali quello su “Diritto romano. Diritto cinese. Codificazione del diritto civile”, Pechino 1994 (serie che è giunta al VI Congresso nel 2018, specificatamente attento a: “Un sistema per i codici civili del XXI secolo”) (cfr. S. Schipani, Le vie dei Codici civili, Jovene, Napoli, 2003).

Altrettanto rilevante è stato il fondamento metodologico: voler tradurre dal latino al cinese, come richiesto, era espressione di una impostazione attenta ai termini-concetti, alle categorie ordinanti e alla necessità di comprensione di essi “dal principio” degli stessi e del sistema, di cui la dimensione tempo è, come scrisse il giurista Gaio e fu posto alla base dei codici di Giustiniano e dei suoi giuristi (D. 1,2,1), “parte essenziale di ogni cosa”, fondante e che dà forma a ciò che ne segue; base solo comprendendo pienamente la quale si può aggiornarla, modificarla, arricchirla.

Roma era stata fondata tracciando un solco lungo il quale vennero costruite le mura; il solco e le mura non potevano essere scavalcati, ma il solco veniva interrotto dove venivano aperte le porte. Dalle porte iniziavano le vie che collegavano i romani con il territorio, con altri uomini e con altri popoli e, rispettivamente, lungo le quali giungevano altri uomini e popoli con tutti i quali Roma era aperta alla accoglienza, aveva “molti diritti comuni”.

A Roma erano giunti dalla Cina nel I sec. a.C. anche i fili sottili della seta, ed erano stati molto apprezzati; lungo la loro via, pare che una delegazione romana già nel 284-285 d.C. abbia recato doni all’imperatore Wu. Da allora, lungo le vie della seta tanti furono i fili di una relazione che vennero raccolti e allacciati. Centrale quello della “iustitia” dell’Imperatore della quale il Gran Khan chiese notizie a Marco Polo; quello dell’“amicizia”, secondo il titolo del primo libro in cinese di Matteo Ricci, che a Roma aveva anche iniziato studi di diritto romano, e certo sapeva come l’“amicizia” fosse, per Roma, anche quella con altri popoli che, appunto, diventavano “amici”. Ora, una copia della preziosa riproduzione del Pandectarum Codex Florentinus (2 vol., Firenze, 1988) è conservata nella Biblioteca della Corte Suprema della Cina.

In questo tempo, che il già ricordato collega Jiang Ping ha qualificato del «risorgere dello spirito del diritto romano in Cina», i codici sono un sostegno lungo le vie che percorriamo «comparando tutti» i risultati della tradizione-esperienza anteriore, per cercare insieme, ciò che è «migliore e più produttivo di uguaglianza» per gli uomini, secondo il criterio guida dei codici giustinianei, fondativo di un comune sistema dinamico e aperto. Del Codice civile cinese 2020, subito si coglie che esso regola “i rapporti personali e patrimoniali tra persone” (art. 2), ponendo i primi al primo posto, sulla scia di Institutiones 1,2,12, e dedicando, innovativamente, ai diritti della personalità il centrale Libro 4. Esso pone poi come regole generali, la libera volontà, l’equità e la buona fede (art. 6-8); dedica il primo articolo in materia di cose, alla “conservazione delle risorse e alla protezione dell’ambiente ecologico” (art. 9). E non può non essere notata la sincronia del ruolo ordinante di esso con la “sconfitta della povertà”, annunciata in Cina negli stessi mesi in cui il codice veniva approvato. Questo nuovo Codice civile cinese costituisce un importante contributo, una via che si incontra e si fa tutt’uno con quelle di Roma e quelle della seta per lo sviluppo di un dialogo che deve crescere.

Sandro Schipani Professore emerito, “Sapienza” Università di Roma

Si va in galera con troppa facilità, e la politica si vende l’anima per un piatto di lenticchie. Ci sono norme che andrebbero trattate con cura, ma la faciloneria diventa la regola. Tiziana Maiolo su Il Dubbio il 15 agosto 2023

Invece di allargare il perimetro delle carceri, estendendolo anche alle caserme, perché non pensare di restringere quelle mura? E di pensare concretamente alla prigione solo come ultima spiaggia per ricucire quello strappo del patto sociale che è la commissione di un reato? Ci sono tanti modi per ridurre quell’affollamento che produce, prima ancora che disagio, soprattutto solitudine e abbandono. Si potrebbe pensare a un indulto, e sono vent’anni che non se ne parla. Ammesso che questa maggioranza sia in grado di una svolta culturale, soprattutto per il partito di Giorgia Meloni, che non pare più avere in sé quelle contraddizioni che nel 2003, quando fu votato l’ ” indultino”, attraversavano Alleanza Nazionale, in cui molti parlamentari come Enzo Fragalà, Sergio Cola e Altero Matteoli erano favorevoli anche all’amnistia.

Ma il primo motivo per cui le carceri italiane sono sempre stracolme è che si arresta troppo e con troppa facilità. L’articolo 274 del codice di procedura penale che prevede le tre ipotesi di pericolo di fuga, di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato come condizione per la custodia cautelare, non è stato scritto con la stessa superficialità con cui viene applicato. Spesso appiccicando un bel reato associativo per rendere necessarie le manette. Sono norme che andrebbero trattate con cura, ma la faciloneria sembra troppo spesso la regola. Se consideriamo che, secondo i dati del Garante delle persone private della libertà Mauro Palma, almeno 8.000 persone sono in carcere in attesa del primo giudizio, e che altre 7.000 attendono il secondo o il terzo grado, perché queste 15.000 persone devono stare recluse? Siamo proprio sicuri, visto che sono tutti innocenti secondo la Costituzione, che siano tutti così socialmente pericolosi? E’ una questione di mentalità, o meglio di cultura, di pubblici ministeri, ma troppo spesso anche di giudici. Troppe ordinanze abbiamo letto, che erano solo una ricopiatura delle richieste del pm, che a sua volta si ispirava, fino alle virgole, alla relazione della polizia giudiziaria.

Il ministro Carlo Nordio potrebbe cominciare a mettere il naso lì dentro, alle modalità per cui, nella fase delle indagini preliminari, si senta così tanto la necessità di stringere i polsi dell’indagato. Se a questo aggiungiamo il dato statistico per cui il 75% delle prescrizioni del reato avviene proprio in questa fase processuale, vediamo come lo sbattere qualcuno in galera con così tanta superficialità sia diventato quasi l’unico metodo per condurre le indagini, fino a lasciarle morire, spesso, di scadenza dei termini.

Ma c’è qualcosa di ancor maggiormente tragico nella disattenzione permanente della politica nei confronti delle carceri. Salvo risveglio brusco nelle estati dei suicidi. La popolazione in detenzione è molto cambiata negli ultimi anni, ci racconta Rita Bernardini, la presidente di Nessuno tocchi Caino che il ministro farebbe bene ad assumere velocemente al vertice dell’ufficio del Garante per i diritti dei detenuti. Ci sono tanti ragazzi tra i 18 e i 25 anni, i “giovani adulti”, con problemi psichici e di tossicodipendenza. Tenerli chiusi nelle carceri italiane è soprattutto un delitto, una condanna a morte. Sono loro, e le donne, le persone più a rischio. Non solo a rischio suicidio, ma proprio per il pericolo di vedere la propria vita frantumarsi, involversi in un giorno dopo giorno che a un certo punto passa dalla disperazione all’indifferenza.

Questi ragazzi vanno tolti immediatamente dal carcere, qualunque cosa abbiano fatto, di qualunque reato siano accusati o condannati. E’ vero che l’Italia è molto carente sul piano dell’assistenza sociale. Ma ci sono tanti “Don” con le loro strutture di aiuto, e ci sono anche tanti bravi sindaci e assessori pieni di capacità e voglia di fare. Date a tutti costoro risorse e aiuti, e anche alle famiglie, nei casi in cui sia possibile reinserire qualcuno in custodia domiciliare. Questo è lo spirito riformatore che ci aspettiamo da un ministro liberale, anche se capiamo le buone intenzioni nel discorso sul reperimento delle caserme in disuso, anche per differenziare il tipo di detenzione. Lo capiamo, ma ne sappiamo anche misurare le difficoltà di reperimento fondi, tempi di realizzazione del progetto e necessità di assunzione e formazione di nuovo personale. E intanto, quanti suicidi e quante vite buttate mentre il ministro si arma di cazzuola per cominciare a ristrutturare?

E infine. Se c’è stato qualcosa di buono fatto dal premier Conte e il guardasigilli Bonafede è stato quel provvedimento che gli stolti ancora oggi chiamano “svuota- carceri”, dando disvalore al concetto, e che ha invece probabilmente salvato molte vite umane nei giorni dell’epidemia da covid. Il merito maggiore di quella sospensione di pena per i detenuti più anziani e malati va ai giudici di sorveglianza, che quel provvedimento avevano sollecitato. Tutto sparito ormai, compreso l’aumento del numero di videochiamate con la famiglia concesso ai detenuti nello stesso periodo. Ma perché?

Se a tutto ciò si aggiungesse una più frequente applicazione della norma sull’alternativa al carcere a chi deve scontare una pena, o un fine pena, inferiore a tre anni ( sono circa 6.000 detenuti), ecco che magicamente il problema dell’affollamento sarebbe risolto. Ma c’è una vera volontà politica? L’Italia è già stata ripetutamente condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni disumane delle sue carceri. Gli ultimi due Presidente della repubblica, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, oltre allo stesso Papa, hanno rivolto al Parlamento appelli accorati. Ma nulla cambia mai, chiunque governi e chiunque sia all’opposizione. Possibile che, rispetto alla civiltà di un Paese che dipende anche dalle condizioni delle proprie carceri, prevalga sempre quel piatto di lenticchie del calcolo elettorale?

 Rapporto sulle carceri: il proibizionismo riempie le prigioni italiane. Gloria Ferrari su L'Indipendente il 29 Giugno 2023

“Il 34 per cento dei detenuti entra in carcere per possesso di droga. Quasi il doppio della media dei Paesi dell’Unione europea (18 per cento)”. È solo uno dei dati emersi dalla nuova edizione del Libro bianco, un rapporto indipendente sul modo in cui il Testo Unico sugli stupefacenti impatta sul sistema penale, sui servizi, sulla salute delle persone che usano sostanze e sulla società, realizzato da associazioni e sindacati.

Il documento, che non a caso quest’anno è intitolato La traversata del deserto – a evidenziare la difficile situazione politica italiana su argomenti come questo – ha canalizzato la sua attenzione principalmente sul tema delle presenze in carcere per effetto della legge sulle droghe. I dati dicono che 9.961 (il 26,1%) dei 38.125 ingressi in carcere nel 2022 sono stati causati dall’art.73 del Testo unico. Di che si tratta?

Nel nostro ordinamento giuridico la detenzione di sostanze stupefacenti è sanzionata dal DPR n.309/1990, Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza. Questo, al suo interno, contiene due articoli particolarmente rilevanti quando si parla di droghe e galera: il 73, per il caso di detenzione ai fini di spaccio e il 75, per il caso di detenzione al fine di utilizzo personale. Il primo, in particolare, recita così: “Chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’articolo 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’articolo 14, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000”.

Il risultato è che, alla fine, oltre un quarto dei detenuti entra in carcere per possesso di sostanze, il 34% è dietro le sbarre per il solo art. 73 del Testo unico e quasi la metà di chi finisce in cella usa droghe.

In altre parole, senza detenuti per art. 73 o tossicodipendenti non si avrebbe sovraffollamento nelle carceri, come evidenziato dalle simulazioni prodotte.

Per non parlare dei processi, che subirebbero una netta diminuzione. I dati, fermi al 2021, dicono che le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione dell’articolo 73 e 74 sono rispettivamente 186.517 e 45.142, e che 7 procedimenti su 10 terminano con una condanna. 

Al momento, sotto il comando dell’attuale Governo, l’atteggiamento proibizionistico non sembra poter essere abbandonato. In concomitanza con l’uscita del Libro Bianco, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni interveniva all’evento organizzato in occasione della Giornata mondiale contro le droghe, tenutasi il 26 Giugno scorso, ribadendo a gran voce che «le droghe fanno male tutte, senza distinzioni». E che, per lo stesso motivo, vanno punite tutte in egual modo. Di tutt’altro avviso il leader di +Europa, Riccardo Magi, per cui «davanti a una così grande questione sociale, contano i dati di realtà. Il proibizionismo ha fallito. Ha riempito le carceri di detenuti per violazione della legge sulle droghe, ma i consumi continuano ad aumentare».

Lo scorso ottobre lo stesso CESCR, il Comitato delle Nazioni Unite incaricato di sovrintendere all’attuazione del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali aveva criticato le politiche italiane sulle droghe, definendole in contrasto con le norme internazionali che tutelano i diritti umani. Dopo essersi riunito negli scorsi giorni per esaminare la condotta di diversi Paesi tra cui l’Italia, il Comitato si è infatti detto “preoccupato per l’approccio italiano che punisce il consumo di droghe e per l’insufficiente disponibilità di programmi di riduzione del danno”, raccomandando così alla nostra nazione non solo di “migliorare la disponibilità, l’accessibilità e la qualità di questi ultimi” ma anche di “rivedere le politiche e le leggi sulle droghe per allinearle alle norme e alle migliori pratiche internazionali in materia di diritti umani”. [di Gloria Ferrari]

I dati del libro bianco. Record di tossicodipendenti in carcere: mai così tanti dal 2006. In aumento del 10%, mai così tanti dal 2006. Il 34% dei detenuti ristretto per violazione della legge sulle droghe. Leonardo Fiorentini su L'Unità il 27 Giugno 2023

Quasi metà delle persone che entrano nelle carceri italiane è classificato come “tossicodipendente”, secondo i criteri del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Il 30% dei detenuti in carcere al 31/12/2022 erano persone che usano droghe, con una definizione meno stigmatizzante e preferibile da usare. Si tratta non solo di un aumento del 10% rispetto all’anno precedente, ma soprattutto del record di presenze in carcere di persone con problemi di uso di sostanze dal 2006 ad oggi.

È questo il dato più eclatante e allarmante proveniente dalla nuova edizione del Libro Bianco sulle droghe presentato ieri alla Camera e promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, CGIL, CNCA, Associazione Luca Coscioni, ARCI, LILA e Legacoopsociali. Non era necessario il titolo – “La traversata del deserto” – per intuire quali siano le prospettive per le politiche sulle droghe nel nostro paese al tempo del duo Meloni-Mantovano. Il Governo ha del resto dato buona prova di sé, organizzando nel pomeriggio una kermesse (vedi l’Unità del 25 giugno) ad uso e consumo delle proprie lobby, imbarazzante dal punto di vista politico e scientifico.

Se Mantovano&c. hanno trasformato la giornata mondiale contro l’abuso di droghe e il narcotraffico nella giornata contro la cannabis, la Società Civile ha voluto celebrare invece la mobilitazione internazionale di “Support! Don’t Punish”, che chiede politiche sulle droghe rispettose dei diritti umani e delle evidenze scientifiche e che quest’anno ha coinvolto oltre 275 città in circa 100 paesi. Lo ha fatto anche con una contestazione dentro e fuori l’evento governativo, consegnando fra l’altro il Libro Bianco a Meloni e Mantovano. Prima ancora ha presentato per l’ennesima volta i dati sul disastro generato dalla legge sulle droghe in Italia. Per l’esattezza per la quattordicesima volta per buona pace di chi, come Meloni, accusa gli altri di “non essersene mai occupati”.

I dati pubblicati sono la conferma di quanto si dice ormai da troppo tempo: un quarto delle persone che entrano in carcere lo fanno per una singola norma penale, quella dell’art. 75, ovvero detenzione a fini di spaccio, in larga parte per fatti di lieve entità. Il 34% dei detenuti italiani a fine 2022 era ristretto a causa della legge sulle droghe, che è quasi il doppio della media europea. La media mondiale si aggira intorno al 22%. Di fronte a questa enormità, che mette a dura prova il nostro sistema della sicurezza, della giustizia e dell’esecuzione penale, dovrebbe essere impossibile non porsi interrogativi. È evidente in tutte le nostre piazze il completo fallimento delle politiche repressive nel disincentivare la domanda e arginare l’offerta di droghe.

Invece il Governo tira dritto con il paraocchi: “le droghe fanno male tutte, non esistono distinzioni, chi dice una cosa diversa dice una menzogna” ha detto Meloni. L’impressione è che l’obiettivo sia da un lato quello di mettere al centro della criminalizzazione e dello stigma – usando le solite tecniche narrative – la sostanza più usata e con meno rischi (anche di alcol e tabacco), dall’altro di gestire dal centro ingressi in comunità, finanziamenti ed accreditamenti, dirottando fondi e tagliando fuori le Regioni.

Intanto, la prima novità c’è stata. Per la prima sono stati negati dei dati ai curatori del Libro Bianco: il Dipartimento Antidroga ha infatti deciso di non concedere il dato sul numero di procedimenti in corso per droghe che nel 2021 erano addirittura 231.659. Un diniego incomprensibile quanto risibile, ma che rende bene l’idea del nuovo corso. Tornando ai dati va sottolineato l’aumento della criminalizzazione dei minori nel corso del 2022. Sono stati 1126 i minori denunciati per spaccio: si tratta di un aumento del 15%, il 75% lo è stato per derivati della cannabis. Sono stati circa il triplo, 3526, i segnalati al Prefetto per mero consumo, quasi tutti per cannabis (98%): l’aumento sul 2021 è del 33%. Non sappiamo se e come sia collegato a “Scuole Sicure” e ai controlli antidroga con i cani nelle scuole.

Di certo la clava della sanzione penale e amministrativa si sta abbattendo sui giovani. L’altra certezza è che è il metodo peggiore per intervenire. A proposito di repressione del consumo, è ormai da tre anni che oltre 30.000 persone l’anno sono oggetto di segnalazione. Il 38% di queste finisce con una sanzione amministrativa (ritiro della patente, del passaporto, del porto d’armi o del permesso di soggiorno turistico, anche senza aver messo in atto comportamenti pericolosi). La repressione colpisce principalmente la cannabis (75,4%), poi cocaina (18,1%) ed infine eroina (4,2%). Le altre sostanze sono quasi irrilevanti. Dal 1990 oltre un milione di italiani, perlopiù giovani, sono state segnalate per possesso di derivati della cannabis.

Il volume, liberamente scaricabile da fuoriluogo.it e presto disponibile in libreria, presenta anche un interessante focus sulla questione della riforma del fatto di lieve entità per droghe e un approfondimento sulle proposte di uscita dal carcere per le persone che usano droghe. Oltre a questo, nella parte internazionale, contiene un’analisi della posizione dell’Italia nel dibattito internazionale, sul rispetto dei Diritti Umani nelle politiche sulle droghe e una revisione critica del rapporto dell’INCB sulla cannabis recentemente pubblicato. È un fondamentale strumento per conoscere e farsi un’idea di come le leggi sulle droghe influiscono sulla società italiana e sulla necessità oramai improcrastinabile di una loro riforma. Ma prima bisogna togliersi il paraocchi.

Leonardo Fiorentini Segretario Forum droghe 27 Giugno 2023

Carceri piene di piccoli spacciatori: perché è dannoso aumentare le pene. Fratelli d’Italia propone di aumentare le pene fino a cinque anni di carcere anche nei casi di “lieve entità”. Ma il problema è opposto: in Italia il 32 per cento dei detenuti finisce in cella per reati legati alle droghe, contribuendo al sovraffollamento carcerario. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 19 aprile 2023

Arriva l’ennesima proposta di legge volta ad inasprire le pene. Questa volta è per la detenzione o spaccio nei casi di “lieve entità”. Secondo la deputata Augusta Montaruli di Fratelli D’Italia, prima firmataria, è importante perché attualmente, la pena prevista va da sei mesi a quattro anni, e la multa da euro 1.032 a euro 10.329, renderebbe impossibile applicare la misura cautelare in carcere.

Eppure, dai recenti studi di Forum droghe, emerge l’esatto contrario: spesso capita che a queste persone, portate in carcere, quando viene loro riconosciuta la lieve entità del reato, non possono ottenere una custodia fuori dal carcere. Sono persone ai margini che hanno difficoltà ad avere un domicilio adeguato e una volta entrati nel sistema carcerario hanno difficoltà a uscirne.

POLITICA

Stretta di Fratelli d’Italia sulle droghe: fino a 5 anni di carcere per “lieve entità”

Quindi ancora una volta, la parola d’ordine è “più carcere”. Eppure, e questo va dato atto, c’è Andrea Delmastro di Fratelli D’Italia che ha riconosciuto il grave sovraffollamento dovuto da causa di un’alta percentuale di tossicodipendenti che in carcere non ci dovrebbero proprio stare. Ma la proposta di legge della deputata del suo stesso partito, è volta invece a far riempire le patrie galere, mirando ad alzare fino a 5 anni la pena massima per chi è responsabile di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope se il fatto è, appunto, di “lieve entità”. Come se l’attuale testo unico sulle droghe fosse “lassista”.

Nei fatti, il problema è l’opposto: in Italia il 32 per cento delle persone nelle nostre carceri è lì per aver violato la legge sulle droghe, mentre la media europea è del 18 per cento. La nostra è una normativa già produttrice di carcere e in particolar modo repressiva. Abbiamo già pene significativamente alte.

La legge sulle droghe è il principale veicolo di ingresso in carcere 

Ci viene in aiuto il libro bianco sulle droghe promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali con l’adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgil, Gruppo Abele, Itardd e Itanpud. Ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, Giornata mondiale sulle Droghe, nell’ambito della campagna internazionale di mobilitazione “Support! don’t Punish” che chiede politiche sulle droghe rispettose dei diritti umani e delle evidenze scientifiche. Si apprende, dati in mano, che la legge sulle droghe è il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri. Basti pensare che senza detenuti per art. 73 (spaccio) o senza detenuti dichiarati “tossicodipendenti” non si avrebbe alcun problema di sovraffollamento nelle carceri italiane. La legislazione sulle droghe e l’uso che ne viene fatto sono quindi decisivi nella determinazione dei saldi della repressione penale: come dimostrato in questi anni la decarcerizzazione passa attraverso la decriminalizzazione delle condotte legate alla circolazione delle sostanze stupefacenti così come le politiche di tolleranza zero e di controllo sociale coattivo si fondano sulla loro criminalizzazione.

I 10.350 dei 36.539 ingressi in carcere nel 2021 sono causati da imputazioni o condanne sulla base dell’art. 73 del Testo unico. Non è vero quindi che “gli spacciatori non vanno in carcere”: sono invece il 28,3% degli ingressi totali molti dei quali vi restano, come dimostrano i dati seguenti. Sono lontani gli effetti della sentenza Torreggiani della Cedu e dell’adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta. Sostanzialmente stabile la percentuale dei presenti per droghe è il 34,88% del totale (nel 2021 era il 35,04%). È una percentuale quasi doppia rispetto alla media europea (18%) e mondiale  21,65%) e che supera anche quella della Russia (28,6%). Sui 54.134 detenuti in carcere al 31 dicembre 2021 si registra un leggero calo dei presenti a causa del solo art. 73 del Testo unico (spaccio): sono 11.885. In aumento quelli in associazione con l’art. 74 (associazione per traffico illecito di droghe) 5.971. Aumentano anche i detenuti esclusivamente per l’art. 74, che superano per la prima volta quota mille: sono 1.028.

I detenuti tossicodipendenti sono il 35,85 per cento

Si confermano drammatici i dati sugli ingressi e le presenze di detenuti definiti “tossicodipendenti”: lo sono il 35,85% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31/ 12/ 2021 erano presenti nelle carceri italiane 15.244 detenuti “certificati”, il 28,16% del totale più di 1000 in più rispetto all’anno precedente. Si tratta del record percentuale, oltre i livelli della Fini-Giovanardi ( 27,57% nel 2007), alimentato dall’aumento degli ingressi in carcere di persone che usano sostanze. E poi c’è il problema dei tribunali ingolfati. Le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione dell’articolo 73 e 74 sono rispettivamente 186.517 e 45.142. In totale 231.659 fascicoli per droghe intasano i tribunali italiani, dato che si mantiene ai massimi da 16 anni a questa parte, probabilmente anche per il rallentamento dovuto alla pandemia.

In sostanza, bastano solo i dati sulle carceri per comprendere che la vera emergenza è l’elevato numero di persone detenute nelle carceri italiane per una legge molto punitiva e che invece dovrebbero essere curate nel circuito dei servizi di cura. Viene colpito il consumatore, mentre i rappresentanti della criminalità organizzata rappresentano una minoranza. In carcere ci finiscono i piccoli spacciatori e la proposta di legge avanzata dalla deputata di Fratelli D’Italia non fa che aumentare il problema.

La proposta di legge di Riccardo Magi (+Europa) che punta alla depenalizzazione 

Dal 2020, invece, è rimasta nel cassetto la proposta di legge avanzata da Riccardo Magi, deputato di Più Europa, la quale punta a depenalizzare il possesso di droghe leggere. Ridurre le pene e rafforzare l'attenuante della lieve entità, che diventerebbe una fattispecie autonoma. A ciò aggiunge la decriminalizzazione di coltivazione ed uso personale. Cosa che sta avvenendo in Germania con la riforma che apre la strada alla legalizzazione basata sull’autoproduzione, allargata alla forma associata sul modello dei “Cannabis Social Club”, peraltro già presenti in forma più o meno legale in vari stati europei, a partire dalla Spagna e poi integrati nella legge approvata dall’Uruguay di Mujica nel 2013. Nei “Cannabis Social Club”, con massimo 500 membri, sarà possibile “acquistare” la propria quota di coltivazione ( massimo 25 grammi, 50 in un mese). “Vogliamo combattere il mercato nero e ridurre i crimini legati alla droga” ha detto il ministro della Salute del governo rosso verde tedesco Karl Lauterbach, con un progetto che prevede la “distribuzione controllata di cannabis agli adulti entro limiti chiari”.

In una prima fase, sarà introdotto il provvedimento per decriminalizzare il possesso e la coltivazione per suo personale fino a 3 piante di cannabis e la possibilità di apertura dei cosiddetti “Cannabis Social Club”, ovvero associazioni senza scopo di lucro in cui potere acquistare la cannabis coltivata in forma associata. Poi in autunno verrà presentato un ulteriore progetto di legge che prevederà la sperimentazione di un sistema di licenze commerciali, volto a testare in specifici territori una forma di legalizzazione più ampia che preveda anche una regolamentazione legale di produzione, distribuzione e vendita a scopo di lucro. Da noi, invece, si pensa all’inasprimento della pena. Carcere, sempre e solo carcere.

Impazza la cultura autoritaria. Reato di anoressia e di omicidio nautico: quando il diritto penale diventa terreno di pascolo della politica. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 2 Aprile 2023

La formidabile capacità di sintesi della lingua latina ci ha consegnato, tra le tante rimaste nei secoli patrimonio del nostro linguaggio e del nostro pensiero, la locuzione “extrema ratio”. Il vocabolario Treccani ne esplicita il significato costringendosi ad impiegare alcune righe: «Espressione latina, spesso ripetuta con il sign. di “ultima soluzione, estremo rimedio”, a cui si ricorre quando non vi siano altre vie d’uscita, e che può quindi spesso essere la soluzione più dolorosa o più violenta».

Dunque la soluzione da rifuggire, ed alla quale ricorrere solo in via estrema, quando davvero si è giunti alla constatazione che non è possibile individuarne, per quel problema, una diversa. Nel pensiero liberale, è fondamentale l’idea che la sanzione penale sia appunto la “extrema ratio”, di fronte a comportamenti che attentano all’ordine sociale ed alle regole del buon vivere comune; i quali comportamenti debbono essere affrontati e sanzionati sì, ma non necessariamente ed anzi non preferibilmente con lo strumento del diritto penale. L’esatto contrario, dunque, di quanto si è invece da tempo radicato -dobbiamo ormai riconoscerlo- nella cultura e nel modo di pensare assolutamente prevalenti nel nostro Paese. Qui davvero non si colgono differenze sostanziali di storie e culture politiche, di destra o di sinistra che siano, ad eccezione -appunto- di quelle riserve di autentica cultura liberale che in tanti rivendicano, ma in pochissimi praticano.

Di fronte a fatti che colpiscono la pubblica opinione, cioè a comportamenti riprovevoli che allarmano, indignano e turbano la civile convivenza, la politica di ogni colore risponde in un solo modo: introducendo nuove figure di reato, o aggravando progressivamente l’entità delle pene per quelli che già esistono. Parlo qui di alcune chicche imperdibili solo per stare alla cronaca, ma non c’è nulla di nuovo, è storia uguale a sé stessa da almeno un trentennio, senza alcuna distinzione di colore politico. Dunque, alcuni parlamentari oggi in carica propongono di introdurre, per dire, il reato di istigazione alla anoressia.

L’esile confine tra gogna e cronaca: “Il processo mediatico” secondo Camaiora e Stampanoni Bassi

Poche settimane fa, altri hanno proposto la introduzione del reato di omicidio colposo nautico. Mentre da ieri si affaccia, a furor di parti offese, l’idea di istituire una mirabolante Procura nazionale anti-stragi, qualunque cosa ciò questo possa mai significare. Ricordo una strepitosa vignetta di un leggendario giornale satirico che furoreggiava alla fine degli anni ‘70, Il Male. Con autentica preveggenza il fantastico fumetto rappresentava un magistrato che si era imposto l’obiettivo di immaginare alcune decine di possibili nuovi reati da contestare ai movimenti politici extraparlamentari, tra i quali, in un crescente delirio punizionista ed esaurita ogni altra plausibile ipotesi, finiva per proporre quelli di “accensione, compressione, scoppio e scarico”, di “sonnolenza molesta” e, in un meraviglioso finale, il grandioso reato di “torto marcio”. Siamo ad un passo, la satira politica di un tempo è diventata cronaca della realtà.

La matrice di questi grotteschi spropositi è sempre la stessa: la cronaca racconta fatti che colpiscono la pubblica opinione, i social amplificano il dolore purtroppo inestinguibile delle vittime, sale la “sete di giustizia”, e parte la proposta del nuovo reato. L’omicidio colposo nautico immagino segua alle cronache di quell’orrendo incidente in un lago italiano, dove due dissennati tedeschi ubriachi alla guida di notte di un potente motoscafo, hanno maciullato una coppia di poveri ragazzi. Si tratta, leggi vigenti alla mano, di un omicidio colposo plurimo e pluri-aggravato, Dio solo sa perché occorrerebbe ora prevedere l’omicidio colposo nautico, e chissà se, alla prossima sciagura -per dire- causata da un trattore, non dovremo attenderci la introduzione dell’omicidio colposo agricolo.

Ancora più misterioso è il percorso logico che ha alimentato l’idea del reato di istigazione alla anoressia. Credo si faccia riferimento a quelle notizie che ogni tanto leggiamo, che ci parlano della diffusione di modelli comportamentali alimentari (per ragioni sportive, o di outfit modaiolo, o di qualche altra idiozia analoga) che indurrebbero soggetti più deboli a precipitare ineluttabilmente in gravi patologie del comportamento alimentare. Già immagino pool di procuratori della Repubblica impegnati a ricostruire impalpabili nessi causali tra un video di un qualche fanatico influencer e l’anoressia denunziata dai genitori di qualche povera ragazza.

Ci sarebbe da ridere, ma invece la questione è seria, molto seria. Siamo ormai precipitati in un gorgo di cultura autoritaria, dove il diritto penale è diventato terreno di pascolo privilegiato della politica, della ricerca del consenso, e della illusoria ossessione retributiva del dolore delle vittime attraverso la inutile, dissennata moltiplicazione delle figure di reato o della entità delle pene. Questo Paese ha un bisogno disperato di conoscenza e comprensione del pensiero liberale, e ancor più di leader politici in grado di diffonderle in modo credibile ed autorevole.

Gian Domenico Caiazza. Presidente Unione CamerePenali Italiane

Tutti i nuovi reati che la destra vuole introdurre. Istigazione all’anoressia, divieto di maternità surrogata all’estero e molto altro: ecco come vuole allungare il codice penale chi sostiene il governo Meloni.

CARLO CANEPA il 28 marzo 2023 su pagellapolitica.it.

A quasi sei mesi dal suo insediamento il governo di Giorgia Meloni ha già introdotto due nuovi reati. Dalla fine di ottobre chi organizza o promuove un rave party rischia dai tre ai sei anni di carcere e una multa da mille a 10 mila euro, in base al nuovo articolo 633-bis del codice penale. Di recente il decreto “Cutro”, ora all’esame del Senato, ha introdotto il nuovo reato chiamato “morte o lesioni come conseguenza di delitti in materia di immigrazione clandestina”, con pene dai 10 ai 30 anni di carcere.

Nei prossimi mesi la lista dei nuovi reati potrà ancora allungarsi viste le numerose proposte di legge presentate in Parlamento da deputati e senatori che sostengono il governo Meloni.

Contro l’istigazione all’anoressia

Il 27 marzo alcuni senatori di Fratelli d’Italia hanno presentato un disegno di legge contro «l’istigazione ai disturbi del comportamento alimentare», come l’anoressia. Il testo non è ancora disponibile, ma il suo primo firmatario Alberto Balboni ha spiegato che la proposta è introdurre all’articolo 580 bis del codice penale il reato di «istigazione all’anoressia», con multe fino a 150 mila euro e una reclusione fino a quattro anni. Un testo simile è stato depositato a ottobre 2022 alla Camera dalla deputata della Lega Arianna Lazzarini, e altre proposte simili sono state presentate nelle due precedenti legislature, anche da esponenti del Partito democratico. 

Contro le occupazioni e l’omicidio nautico

Lo stesso Balboni ha firmato altre due proposte per introdurre altrettanti nuovi reati nel codice penale. In una ha chiesto di creare il reato di «occupazione abusiva di privato domicilio o dimora», all’articolo 633-ter del codice penale, con una pena fino a cinque anni di detenzione (un progetto simile è stato avanzato dalla Lega alla Camera). In un’altra ha invece proposto di estendere le pene previste per il reato di omicidio stradale (art. 589 bis del codice penale) a quello nautico. In breve, chiunque è alla guida di un’imbarcazione e causa la morte di un’altra persona è punito con la reclusione da due a sette anni, che aumenta fino a un massimo di 12 anni se il conducente è in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Questo disegno di legge è già stato approvato dal Senato il 21 febbraio, con 140 voti favorevoli su 143 votanti, e ora è all’esame della Camera per l’approvazione definitiva.

Contro la maternità surrogata all’estero

In questa legislatura sono già stati presentati in Parlamento sei disegni di legge per estendere il divieto di fare ricorso alla gestazione per altri (o maternità surrogata) all’estero. Due testi sono stati depositati dalla Lega, due da Fratelli d’Italia, uno da Forza Italia e uno da Noi moderati, ossia tutti e quattro gli schieramenti che supportano il governo. In Italia la gestazione per altri è vietata dalla legge n. 40 del 2004, che all’articolo 12, comma 6, stabilisce che «chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600 mila a un milione di euro». L’obiettivo dei partiti della maggioranza è impedire il ricorso a questa pratica fuori dai confini italiani, nei Paesi dove è invece consentita.

Contro i cellulari in carcere

In Senato due esponenti di Fratelli d’Italia hanno firmato un testo per introdurre il nuovo articolo 391-quater del codice penale e punire con sei mesi di carcere chi già si trova in un istituto penitenziario e viene scoperto in possesso di un cellulare o di «altri dispositivi idonei ad effettuare comunicazioni». La pena è aumentata se si dimostra che il detenuto sia riuscito a mantenere rapporti con le organizzazioni criminali grazie all’uso del cellulare.

Contro chi imbratta i vetri dei quadri

La Lega, con un disegno di legge a prima firma del senatore Claudio Borghi, ha chiesto di punire con la reclusione fino a un anno e con una multa di 15 mila euro chi «imbratta» le teche e i vetri dei quadri nei musei. L’obiettivo dichiarato di Borghi è scoraggiare le azioni degli ambientalisti che vogliono attirare l’attenzione sulla lotta contro i cambiamenti climatici gettando vernice sui quadri protetti da una teca o da un vetro. 

Due deputate della Lega hanno invece proposto di introdurre nel codice penale il nuovo articolo 711-bis e di punire con l’arresto fino a un mese e con una multa fino a mille euro chi acquista merce contraffatta. Il venditore rischia invece fino a tre anni di carcere.

Contro chi truffa gli anziani

Almeno tre proposte della maggioranza chiedono poi di tutelare di più gli anziani da truffe e tentativi di circonvenzione. Per esempio il deputato di Fratelli d’Italia Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri, vuole introdurre l’articolo 640-bis nel codice penale e punire con sei anni di reclusione e una multa fino a 10 mila euro il nuovo reato di ​​«truffa ai danni di soggetti minori o anziani». Una ventina di compagni di partito di Cirielli hanno proposto di introdurre tra gli atti persecutori puniti dal codice penale anche quelli di «bullismo e cyberbullismo».

Contro la linea di Nordio

La volontà di molti esponenti della maggioranza di allungare il codice penale si scontra con quanto professato in passato dall’attuale ministro della Giustizia Carlo Nordio. Durante la formazione del governo, Nordio ha per esempio dichiarato che «la velocizzazione della giustizia transita attraverso una forte depenalizzazione, quindi una riduzione dei reati». Bisogna «eliminare questo pregiudizio che la sicurezza e la buona amministrazione siano tutelati dalle leggi penali: questo non è vero», aveva ribadito il ministro. 

Non è detto che tutte le proposte per introdurre nuovi reati arriveranno fino in fondo in Parlamento, anzi. Nella scorsa legislatura solo l’1 per cento delle proposte fatte dai parlamentari è diventata legge.

La moltiplicazione dei reati: istigazione a disturbi alimentari. VITALBA AZZOLLINI Il Domani il 30 marzo 2023 • 12:13

Il nuovo reato solleva alcuni dubbi. L’istigatore potrebbe essere chi a propria volta soffra di disturbi alimentari, e necessiterebbe di un approccio medico, più che penale, oltre al fatto di poter risultare non imputabile, in quanto non pienamente capace di intendere.

Inoltre, l’istigazione a condotte che causano disturbi alimentari è già sanzionabile in base alle norme attuali. 

Continua la moltiplicazione delle fattispecie penali. Dopo l’introduzione del reato di rave party, il decreto Cutro, con il “reato universale” di chi causi morte o lesione mentre fa entrare in Italia immigrati irregolari in Italia, la proposta per rendere “reato universale” pure la gestazione per altri, un nuovo disegno di legge sanziona l’istigazione a condotte alimentari idonee a indurre disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia e altri). Come per i reati citati, anche per questo sorgono diversi dubbi.

IL DISEGNO DI LEGGE

Il recente disegno di legge è solo l’ultimo di una lunga serie in tema di disturbi del comportamento alimentare, poiché ricalca quasi alla lettera numerose altre proposte presentate nel corso degli anni, ma sempre sfociate nel nulla. A partire da quella di Beatrice Lorenzin, allora deputata del Pd, nel novembre 2008, fino ad arrivare a quella di Arianna Lazzarini, deputata della Lega, nell’ottobre 2022.

La nuova proposta introduce nel codice penale l’art. 580-bis, in base al quale chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, determini o rafforzi l'altrui proposito di ricorrere a condotte alimentari idonee a rafforzare o provocare disturbi del comportamento alimentare, e ne agevoli l'esecuzione, è punito con la reclusione fino a due anni e la sanzione amministrativa da euro 20mila a 60mila.

Se il reato viene commesso nei confronti di una persona in minorata difesa o di una persona minore di 14 anni o ancora su di una persona priva della capacità di intendere e di volere, si prevede l'applicazione della pena della reclusione fino a quattro anni e la sanzione amministrativa da euro 40mila a 150mila.

Negli altri articoli del disegno di legge si prevede l’istituzionalizzazione della giornata contro i disturbi alimentari, già ricordata ogni15 marzo con la giornata del Fiocchetto Lilla, un piano di interventi statali allo scopo di prevenire e curare tali disturbi e una relazione annuale del ministro della Salute alle camere con aggiornamenti sullo stato delle conoscenze e delle nuove acquisizioni scientifiche sulle malattie sociali.

Nella relazione di accompagnamento al disegno di legge – firmatario Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia - si spiega come «attualmente nel nostro paese siano 3.000.000 i soggetti affetti da questi disturbi, circa il 5 per cento della popolazione italiana, di cui il 96,4 per cento sono donne. Ogni anno i disturbi alimentari provocano la morte di 4.000 giovani, collocandosi come seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali, e dopo la pandemia si è registrato un aumento del 40 per cento dei casi». Questo è il motivo per cui si reputa di intervenire normativamente.

CRITICHE ALL’INIZIATIVA DI LEGGE

Sull’iniziativa di legge possono svolgersi alcune considerazioni. Innanzitutto, l’ambito di estensione. È vero che essa consentirà di perseguire i gestori di siti, blog e chat che diffondono comportamenti alimentari nocivi per la salute.

Tuttavia, essendo imputabile chiunque, con qualsiasi mezzo, istighi a pratiche idonee a provocare disturbi del comportamento alimentare, potranno essere incriminate ad esempio anche persone che siano a propria volta affette dai medesimi disturbi, dei quali esse non sempre sono coscienti.

Può trattarsi di ragazzi e ragazze che, al di là di qualunque strumento virtuale e organizzato, nella comunicazione quotidiana trasmettano messaggi che rischiano di portare i propri coetanei a disturbi alimentari, senza avere piena consapevolezza delle conseguenze che tali messaggi possono avere. La distorta percezione della realtà, del significato delle proprie condotte e delle loro eventuali ripercussioni, in termini giuridici può tradursi in una incapacità di intendere in modo pieno. 2

Dunque, l’approccio penalistico onnicomprensivo, da un lato, potrebbe colpire persone che necessiterebbero, invece, di un approccio medico su svariati piani, più che sanzionatorio; dall’altro, potrebbe portare ad escludere l’imputabilità dell’autore del reato, se a propria volta affetto dai disturbi in questione, anche perché il concetto di infermità recepito dal codice penale è molto ampio e, quindi, potrebbero esservi soggetti incapaci di intendere, nonostante non siano malati in senso stretto (Cass. pen. n. 19532/2003).

In secondo luogo, va considerato che i disturbi del comportamento alimentare non sono mai frutto di un’unica condotta, quella che si vorrebbe sanzionare.

Come spiegava la relazione di accompagnamento al disegno di legge sullo stesso tema, presentato nel 2014, si tratta di patologie «risultanti dalla complessa interazione di fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici e psichiatrici. Alcuni insistono sull’influenza negativa che possono avere un eccesso di pressione e di aspettative da parte dei familiari o, al contrario, sull’assenza di riconoscimento e di attenzione (…). Altri sottolineano l’importanza di traumi vissuti durante l’infanzia, come le violenze e gli abusi sessuali, fisici o psicologici. Altri ancora condannano l’impatto che potrebbero avere alcuni messaggi veicolati dalla società: uno dei motivi per cui alcune ragazze inizierebbero a sottoporsi a diete eccessive sarebbe la necessità di corrispondere a determinati canoni estetici che premiano la magrezza, anche nei suoi eccessi».

Di tutto questo la nuova fattispecie penale sembra non tenere conto, prendendo di mira l’ultimo atto, quello dell’istigazione. Ma il medesimo atto di incitamento potrebbe avere un maggiore o minore impatto a seconda della situazione psicologica della persona cui è diretto. Situazione della quale l’autore della condotta, peraltro, potrebbe non avere contezza.

Individuare quale fattore induca il disturbo alimentare potrebbe essere non agevole, rendendo ardua la precisa valutazione della portata lesiva della condotta istigatrice considerata dalla nuova norma. Peraltro, è difficile tracciare la linea tra una condotta che può essere idonea a indurre un disturbo alimentare, passibile di essere sanzionata, e una condotta che non lo è.

Certe diete, a volte sbilanciate o estreme, pubblicizzate su social network lo sono? Le foto del prima e del dopo un percorso di personal training? Il principio di tassatività della norma penale richiederebbe maggiore precisione.

Infine, benché non vi sia nel nostro ordinamento il reato di istigazione all’anoressia, chi mette in pratica tale condotta è già oggi sanzionabile con l’applicazione di norme vigenti. La condotta, infatti, può ricadere in altri illeciti previsti dal codice penale. Spesso l’anoressia porta a sintomi depressivi che si manifestano anche con intenti di suicidio, e la malattia può evolversi in un lento lasciarsi morire.

Pertanto, chi induce all’anoressia potrebbe essere denunciato per istigazione a tale atto (art. 580 c.p.). Se non conduce alla morte, l’anoressia provoca lesioni (che possono essere gravi o gravissime), pure queste perseguibili penalmente (art. 583, cc. 1 e 2, c.p.). Dunque, anche se il nuovo reato non fosse introdotto, la condotta sarebbe comunque punibile, come la è stata finora.

Si potrebbe obiettare che la recente proposta di legge mira a focalizzare l’attenzione pubblica sui disturbi del comportamento alimentare, dei quali forse non si parla come servirebbe. Ma uno strumento normativo non può avere l’intento di “sensibilizzare” l’opinione pubblica.

Né serve una norma di legge per definire un piano di azione, ad esempio con iniziative di educazione sanitaria ed alimentare verso la popolazione e una formazione del personale sanitario e degli insegnanti, al fine di arrivare a diagnosi precoci dei disturbi alimentari, anche in un’ottica di prevenzione. Si tratta di interventi che possono essere disposti senza l’introduzione di un nuovo reato.

Un’ultima considerazione. Appena arrivato a via Arenula, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si era detto a favore di «una forte depenalizzazione, quindi una riduzione dei reati». Quale coerenza ci sia fra le affermazioni fatte da Nordio solo pochi mesi e l’inclinazione della maggioranza di governo a introdurre sempre nuovi reati non è dato saperlo. VITALBA AZZOLLINI

L’Imputazione Coatta.

Il Secondo Grado.

La Critica alle Sentenze.

Icone artistiche.

Il Condono.

La Voce degli innocenti.

Quando lo Stato diventa nemico.

Giustizia carogna.

Giustizia razzista.

Il fondo rimborso spese legali.

I Diritti Umani.

I Numeri.

Le Pezze a Colori.

La Ricusazione.

La Credibilità.

I Tagli.

I tempi biblici dei processi.

Il sondaggio.

L’Imputazione Coatta.

La decisione del gip. Cos’è l’imputazione coatta: il caso Delmastro e l’attacco del ministero della Giustizia. "È necessaria una riforma radicale che attui pienamente il sistema accusatorio". Redazione Web su L'Unità il 7 Luglio 2023

Il ministero della Giustizia sostiene che il caso dell’imputazione coatta del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro “dimostra, come nei confronti di qualsiasi altro indagato, l’irrazionalità del nostro sistema”. Le parole filtrate dal dicastero citate dall’Ansa rappresentano l’ultimo step della tensione sempre più alta tra il governo e la magistratura. Il gip di Roma Emanuela Attura ha disposto ieri l’imputazione coatta per il sottosegretario alla Giustizia sostenendo la sussistenza sia dell’elemento oggettivo che di quello soggettivo del reato.

Il caso è quello di Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto al 41bis al centro dell’attenzione mediatica per mesi dopo un lunghissimo sciopero della fame, e delle dichiarazioni in aula di Giovanni Donzelli. La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura non è stata accolta. Secondo la Procura Delmastro, nel parlare con Donzelli dei colloqui in carcere di Cospito, non aveva commesso reato perché Delmastro non conosceva la natura di quegli atti. Per il gip, al contrario, il sottosegretario non poteva ignorare la segretezza di quel contenuto anche perché avvocato penalista. L’accusa è di rivelazione del segreto d’ufficio.

L’imputazione coatta viene disposta con un’ordinanza del giudice. Non si tratta di un rinvio a giudizio, in senso tecnico. La procura che aveva chiesto l’archiviazione tuttavia chiede il rinvio a giudizio per gli indagati. Il nuovo gup viene nominato a stretto giro di tempo e fissa un’udienza preliminare. L’accusa sostiene le ragioni del rinvio mentre le difese possono chiedere il patteggiamento, il rito abbreviato o l’assoluzione. Decide il nuovo giudice. La prassi fa seguire spesso all’imputazione un processo. La Procura chiedendo l’archiviazione aveva evidenziato ”l’esistenza oggettiva della violazione del segreto amministrativo” aggiungendo però come non ci fossero prove sull’elemento soggettivo, ovvero che Delmastro fosse consapevole dell’esistenza del segreto e che quindi sapesse di commettere un reato.

Dal ministero filtrano dichiarazioni durissime. “Nel processo che ne segue l’accusa non farà altro che insistere nella richiesta di proscioglimento in coerenza con la richiesta di archiviazione. Laddove, al contrario, chiederà una condanna non farà altro che contraddire se stesso. Nel processo accusatorio il Pubblico Ministero, che non è né deve essere soggetto al potere esecutivo ed è assolutamente indipendente, è il monopolista dell’azione penale e quindi razionalmente non può essere smentito da un giudice sulla base di elementi cui l’accusatore stesso non crede. La grandissima parte delle imputazioni coatte si conclude, infatti, con assoluzioni dopo processi lunghi e dolorosi quanto inutili, con grande spreco di risorse umane ed economiche anche per le necessarie attività difensive. Per questo è necessaria una riforma radicale che attui pienamente il sistema accusatorio”.

Palazzo Chigi aveva fatto trapelare ieri in una nota informale un attacco alla decisione del gip e anche all’inchiesta che riguarda la ministra del Turismo Daniela Santanchè che avrebbe appreso dai media di essere iscritta nel registro degli indagati. “Non è consueto che la parte pubblica chieda l’archiviazione e il gip imponga che si avvii il giudizio. In un procedimento in cui gli atti sono secretati è fuori legge che si apprenda di essere indagati dai giornali. Quando questo interessa due esponenti del governo – si legge nella nota del ministero della Giustizia – è lecito domandarsi se una fascia della magistratura abbia scelto di svolgere un ruolo attivo di opposizione e abbia deciso anzitempo di inaugurare la campagna elettorale per le europee“. Dal ministero definiscono “urgente” la riforma dell’iscrizione del registro degli indagati e dell’informazione garanzia, precisano oggi dal ministero fonti interne in relazione al caso Santanchè. Le stesse fonti “manifestano, ancora una volta, lo sconcerto e il disagio per l’ennesima comunicazione a mezzo stampa di un atto che dovrebbe rimanere riservato. La riforma proposta mira ad eliminare questa anomalia tutelando l’onore di ogni cittadino presunto innocente sino a condanna definitiva”.

Il commento di Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione camere penali: “L’imputazione coatta disposta dal gip contro la volontà del pubblico ministero è da sempre una delle norme più irrazionali e insensate del nostro codice di procedura penale per le ragioni che sono state ben espresse dal Ministero. Ma è una norma che esiste dalla fine degli Anni Ottanta. Ce ne accorgiamo solo ora? Meglio tardi che mai. Speriamo se ne traggano le conseguenze”. Redazione Web 7 Luglio 2023

Il Secondo Grado.

Cortese e Saguto, l'uno-due della Cassazione che manda al tappeto il senso comune. La Suprema Corte ha rinviato a nuovi processi la zarina dei beni confiscati condannata a 8 anni e il superpoliziotto assolto per il caso Shalabayeva. Minando ancora di più la credibilità del sistema giudiziario.  Enrico Bellavia su L'Espresso il 21 ottobre 2023.

Con un formidabile uno-due, la Cassazione ha rinviato ad altrettanti nuovi processi il verdetto sulla giudice Silvana Saguto, zarina dei beni confiscati, condannata in appello per corruzione e tentata concussione e per Renato Cortese, il superpoliziotto, assolto in secondo grado dall’incredibile accusa di sequestro di persona di Alma Shalabayeva e della figlia Alua, che gli era costata la poltrona da questore di Palermo.

Le due vicende non hanno punti in comune se non la tragica parabola giudiziaria che nello stanco protrarsi di vicende, un tempo clamorose, allontana l’idea di una certezza del diritto che corrisponda a una opinione diffusa. Si sa che il giudizio non deve essere in alcun modo popolare, ma quando sembra fare a pugni con la logica e una sensibilità prevalente, occorrerà un surplus di dottrina per spiegare come si è potuti arrivare a questo punto.

Nel caso di Saguto, si trattava, in soldoni, di risparmiare all’ormai ex magistrata l’onta di una lunga carcerazione, dopo la radiazione dall’ordine di giudiziario. Così, tra prescrizioni e colpi di scure definitivi nel merito, sembra proprio che all’appello bis si andrà quantomeno a dimezzare, se non a ridurre a un terzo, la condanna a 8 anni e 10 mesi che l’avrebbe lasciata in cella a lungo. Per adesso, l’esecuzione della pena nella parte confermata, decisa dai giudici di Caltanissetta, la conduce in cella dalla clinica in cui era ricoverata. Secondo i magistrati di Caltanissetta dovrà attendere da detenuta la rideterminazione della pena che al momento, nonostante la “grazia” parziale della Cassazione, eccede i quattro anni. La battaglia legale sul punto è appena cominciata.

Ma, al di là del destino dell’ennesima star dell’antimafia spettacolo - precipitata dagli altari di confische milionarie che avevano fatto della sezione misure di prevenzione di Palermo la prima industria della città alla polvere di sacchi della spesa e soldi dirottati a casa della magistrata - resta un danno, incalcolabile, fatto al sistema della lotta ai patrimoni mafiosi. Perché alcuni di quelli che hanno perso tutto nei procedimenti avviati e conclusi da Saguto sono vere vittime di un sistema che si è fatto sbrigativo e sommario per calcolo e interesse.

In nome di questi, altri che non hanno alcun titolo per dirsi innocenti, però, invocano revisioni non solo dei propri processi ma dell’intero impianto della legge che li ha resi possibili. E si tratta della legge che porta il nome postumo di Pio La Torre, il segretario regionale del Pci ucciso nel 1982, che periodicamente i governi di destra di turno, questo compreso, tentano di riformare. Ecco, la vicenda Saguto - incarichi a gogo a una ristretta cerchia di amministratori giudiziari amici, o necessari per conseguire altri scopi, privilegi e prebende, soldi a ripianare i conti di una cerchia familiare irresponsabilmente dispendiosa - dà fiato alle trombe dei revisionisti mascherati da garantisti.

Tutt’altra storia quella di Renato Cortese, il cacciatore di latitanti che stanò dopo otto anni di caccia Bernardo Provenzano, ammanettandolo a conclusione della più longeva fuga nella storia di Cosa nostra. Considerato uno dei più brillanti investigatori italiani, votato a una carriera che lo avrebbe portato ai vertici della polizia, resta imbrigliato, ostaggio, di una vicenda surreale. Per i giudici di appello che lo hanno assolto, si tratta di un «romanzo senza prove». Per quelli di primo grado che gli hanno affibbiato addosso l’etichetta di rapitore, di «alto tradimento».

In sintesi: nel maggio del 2013 gli uomini della squadra mobile di Roma diretta allora da Cortese, insieme con personale della Digos fanno irruzione in una villa di Casal Palocco a Roma per arrestare il latitante kazako Muktar Ablyazov, ricercato dall’Interpol con l’accusa di aver svuotato la banca del suo Paese. Ablyazov, ricco e potente, è passato da lì ma fiutando aria di manette, è riparato in Francia dove verrà arrestato qualche settimana dopo. Si definisce un dissidente costretto alla fuga, dopo essere transitato dal comodo ruolo di oligarca, arricchitosi all’ombra della fine del blocco sovietico, a ministro dell’Economia, sodale dell’allora presidente. Con il quale però è entrato in rotta per ragioni di mazzette. Nel tempo a volerlo interrogare sono le procure di mezzo mondo, Stati Uniti compresi per certi affari che portano fino a Trump.

Nella villa di Casal Palocco con altri parenti e i domestici ci sono la moglie e la figlia di Ablyazov, Alma Shalabayeva e la figlia Alua. La signora esibisce un passaporto falso rilasciato dalla Repubblica Centroafricana, la procura di Roma, certifica che il titolo per stare in Italia è falso, la signora non chiede asilo e non rivela mai la propria identità. La rappresentanza diplomatica kazaka chiede che venga trasferita nel suo vero Paese d’origine. L’ufficio immigrazione, dopo la convalida del trattenimento presso il Cie da parte di un giudice di pace, procede alla consegna della donna e della figlia ai kazaki.

Questo il fatto. Già dalla sera del rimpatrio, la narrazione diverrà la seguente: l’Italia per compiacenza verso un governo amico di Vladimir Putin, ha consentito la consegna a un regime illiberale di una donna e di una bambina che rischiano la vita. Il tempo politico è quello delle larghe intese. Al governo di Enrico Letta siede da ministro dell’Interno Angelino Alfano, enfant prodige del nuovo centro destra e delfino berlusconiano designato.

Parte una tempesta, dal Pd ai radicali, fino ai Cinquestelle, diretta a colpire il ministro che però fa dimettere il suo capo di gabinetto, scaricando la polizia. Mancato il bersaglio grosso, nella rete di una vicenda mai provata, la consegna illegale ai kazaki per compiacenza, restano solo i poliziotti.

Il più noto dei quali è Cortese. Poco importa che i suoi uomini abbiano partecipato solo all’irruzione, che il poliziotto abbia solo eseguito il blitz e la perquisizione e il resto sia il risultato della procedura prevista dalla legge sull’immigrazione. La tempesta mediatica dura tre mesi, durante i quali Ablyazov finirà in cella con un blitz delle teste di cuoio francesi, in attesa di estradizione, e la moglie, mai arrestata nel suo Paese, tornerà in Italia con il suo vero passaporto. Incassando, quel che sembra il vero fatturato di Ablyazov: dipingersi universalmente come un perseguitato, insieme con la famiglia.

Cortese da indagato, come gli altri colleghi coinvolti, proseguirà nel suo percorso, fino a diventare questore di Palermo quando, condannato a Perugia in primo grado a 5 anni, il doppio di quanto richiesto dall’accusa, dovrà dimettersi e restare a bagnomaria. Soltanto quest’anno, dopo l’assoluzione di appello, è arrivata la nomina a prefetto ma senza incarichi di prima linea. Adesso dovrà sottoporsi a un nuovo giudizio a Firenze. Nonostante mai, in nessun passaggio dei processi, sia solo comparsa l’ombra di una prova della volontà di rapire la Shalabayeva e la figlia e consegnarla ai kazaki. Nonostante i giudici del tribunale non abbiano mai voluto ascoltare i pm di Roma che certificarono il falso passaporto. Nonostante fosse stato proprio Cortese a indicare ad uno dei componenti del nutrito stuolo di avvocati della donna il pm a cui rivolgersi per far valere le ragioni della sua assistita ed evitare il rimpatrio.

Così, se la decisione della Cassazione su Saguto inevitabilmente evoca lo spettro della benevolenza, parzialmente “corretta” da Caltanissetta, su Cortese il fantasma è opposto. Perché questa, invece, è la storia di uno straordinario corto circuito per i media, per la politica e per la magistratura, complici i regolamenti dei conti consumati a distanza tra uffici giudiziari, sulla pelle degli imputati. In un caso e nell’altro, però, l’uno due della Cassazione, manda al tappeto il senso comune.

Bocconi amari. Caso MPS, Sansa e Tidei: un tris di delusioni e il flop dei giustizialisti. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 13 Ottobre 2023 

La settimana che sta terminando è stata molto avara di soddisfazioni per i giustizialisti in servizio permanente effettivo di casa nostra. Il primo boccone amaro che hanno dovuto ingoiare è stata l’assoluzione definitiva dei vertici di banca Monte Paschi di Siena, fra cui l’ex presidente Giuseppe Mussari e l’ex dg Antonio Vigni. I due manager, insieme ad altri dirigenti della banca toscana, di Nomura e di Deutsche Bank, erano stati condannati in primo grado a pene fino a quasi 8 anni per l’accusa di irregolarità contabili in operazioni effettuate circa i fondi Alexandria e Santorini. Gli illeciti, in particolare, sarebbero stati commessi tra il 2008 ed il 2012 per coprire le perdite causate l’anno prima con l’acquisizione di banca Antonveneta. Le indagini, inizialmente condotte dalla Procura Siena, erano poi proseguite a Milano dove il fascicolo era state spacchettato in diversi filoni. Nel 2019, dunque, il tribunale di Milano aveva condannato tutti gli imputati. Nel 2022, però, la Corte d’appello aveva annullato la sentenza e, questa settimana, è arrivata la conferma da parte della Cassazione. La Procura generale di piazza Cavour aveva chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso ritenendo che non si potesse affermare che i fondi Alexandria e Santorini fossero stati architettati con l’unico scopo di “ottenere un illecito vantaggio contabile”. Il procedimento Mps aveva occupato per anni le prime pagine dei giornali che avevano sposato, come accade spesso, senza se e senza ma le tesi della Procura.

Ieri, invece, quattro persone sono state rinviate a giudizio dal gup di Civitavecchia in relazione al procedimento per corruzione da cui è nato poi il caso di revenge porn che vede vittima il sindaco di Santa Marinella Pietro Tidei. L’inchiesta per corruzione, avviata proprio dopo la denuncia di Tidei, ha portato al rinvio a giudizio di Fabio Quartieri, Giuseppe Salomone, Fabrizio Fronti e Roberto Angeletti all’epoca dei fatti consigliere comunale. ‘’Tutti rinviati a giudizio. La giustizia è lenta ma arriva sempre’’, ha commentato ieri Tidei su Facebook aggiungendo che ‘’il Comune di Santa Marinella si è costituito parte civile contro gli imputati Quartieri, Angeletti, Fronti e Salomone accusati di corruzione. Il giudice ha valutato che gli elementi acquisiti durante le indagini consentono di formulare una ragionevole previsione di condanna, ed ha pertanto disposto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati. La denuncia presentata dal sindaco Tidei volta a smascherare un tentativo illecito e corruttivo di condizionare la vita amministrativa del Comune ha trovato quindi risconto. Si attende fiduciosi il dibattimento”. Anche Tidei in queste settimane era stato oggetto di una violentissima campagna mediatica.

Il ‘contrappasso’ giustizialista, invece, ha colpito Ferruccio Sansa, ex giornalista del Fatto, il giornale manettaro per antonomasia. Sansa, trombato alle elezioni per la presidente della Regione Liguria, l’altro giorno invocava le dimissioni per il vicepresidente Alessandro Piana, trascinato a sua insaputa in una indagine per droga e prostituzione. Bene, Sansa è rimasto coinvolto in queste settimane in storia quanto mai torbida di cui ha dato ieri notizia La Verità.

La moglie, l’avvocata Maria Valeria Valerio, sarebbe indagata con la pesante accusa di circonvenzione d’incapace ai danni di una anziana perpetua che aveva la disponibilità di diversi immobili. Tramite delle scritture private si sarebbe inserita nella gestione dei beni dell’anziana, poi deceduta, divenendo beneficiaria di alcune polizze vita. Un giro vorticoso di soldi che non è sfuggito alla Procura che ha deciso di bloccargli i conti. L’Ordine degli avvocati del capoluogo ligure ne ha quindi disposto la sospensione cautelare dall’esercizio della professione fino al prossimo mese di febbraio. Ovviamente nessuno chiederà a Sansa di dimettersi, ci mancherebbe altro, però un po’ di prudenza non guasterebbe. Paolo Pandolfini

Vite umane distrutte per anni. Lucano, Monte Paschi, Napoletano e la funzione salvifica del secondo grado, sipario sulle vere sciagure giudiziarie. È bene che tutti sappiano quanto l’istituto dell’appello sia costantemente nel mirino di coloro -magistratura in primo luogo- vorrebbero ridurne drasticamente l’agibilità, in nome di una malintesa idea di efficientismo giudiziario. Gian Domenico Caiazza su Il Riformista il 14 Ottobre 2023

Come in una sorta di tempesta perfetta, in 24 ore si sono concentrate tre clamorose assoluzioni in processi ad altissimo tasso mediatico.

Nel noto processo Monte Paschi, assolti, con tutti gli altri imputati, Mussari e Vigni (7 anni la condanna in primo grado per falso in bilancio ed altro); assolto l’ex Direttore del Sole 24 ore Roberto Napoletano (2 anni e sei mesi in primo grado per aggiotaggio ed altro); assolto da tutti i reati più gravi Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace (13 anni e due mesi in primo grado con accuse tremende ed infamanti di associazione criminale per lucrare sulla immigrazione, ridotti ora ad un anno e due mesi con pena sospesa, per un abuso che è più che altro un illecito amministrativo). Ovviamente, ogni processo fa storia a sé, ma è davvero difficile evitare di interrogarsi sul filo conduttore comune di questi esiti giudiziari così clamorosi.

La prima osservazione che si impone riguarda la salvifica funzione del secondo grado di giudizio. È bene che tutti sappiano quanto l’istituto dell’appello sia costantemente nel mirino di coloro -magistratura in primo luogo- vorrebbero ridurne drasticamente l’agibilità, in nome di una malintesa idea di efficientismo giudiziario. Qui parliamo di vite umane distrutte e infine tirate via per i capelli dal gorgo della disperazione. Giù le mani dal diritto di impugnazione delle sentenze. Poi, vi è da ragionare seriamente sul progressivo incremento della autonomia valutativa del giudice man mano che ci si allontana dalla micidiale forza inerziale delle indagini del PM. È il grande tema della “indipendenza interna” del giudice (dal PM, per capirci). Quella doverosa indipendenza di giudizio (o terzietà, fate voi) assai impalpabile fino alla udienza preliminare (eppure il GIP/GUP avrebbe proprio il compito di controllare le indagini e l’esercizio dell’azione penale, stroncando nella culla le accuse infondate), cresce in modo drastico nel progredire dei gradi di giudizio, ma non sufficientemente nel primo grado quando il processo è ad alta intensità mediatico-politica, come queste ultime vicende -e tante altre analoghe- inequivocabilmente confermano.

Solo quando il condizionamento mediatico si va spegnendo, e l’impatto della sconfitta dell’Accusa risulta stemperato dal decorso del tempo e dunque più facilmente tollerabile dal sistema, il giudizio riacquista la sua naturale indipendenza; e giudica i fatti per quello che sono e significano nella realtà. Infine, la carne viva di chi ha subito la pena intollerabile del processo e della gogna, gli imputati innocenti ed i loro cari, costretti a vivere la vergogna di accuse infondate, ed il linciaggio di moralisti senza scrupoli e di una informazione che, diciamocelo, si nutre innanzitutto di queste sciagure giudiziarie, contribuendo in modo decisivo ad inscenarle. Ma non illudetevi: le tricoteuses nostrane non hanno alcuna intenzione di riporre i loro ferri nel cesto.

Gian Domenico Caiazza Presidente Unione CamerePenali Italiane

La Critica alle Sentenze.

«Arresti negati? Penso anche a chi è in carcere preventivo e poi è assolto». Parla l’ex magistrato Massimo Brandimarte: «La patologia risiede nell’alto numero di assoluzioni finali di soggetti già sottoposti a carcerazione preventiva. Un rigetto non significa che l’inchiesta è finita, ma anche andrà avanti senza la stretta necessità di privare qualcuno della libertà». Valentina Stella Il Dubbio il 30 ottobre 2023

Stampa e parte della magistratura in questo giorni non hanno affatto preso bene la decisione del gip di Milano che ha che ha “osato” rigettare la richiesta di arresto avanzata dalla Dda per 140 persone. Ne parliamo con l'ex magistrato Massimo Brandimarte che ci dice: «L’esigenza di arrestare preventivamente qualcuno, non si costruisce su teorie, ma su elementi di fatto, gravi ed evidenti. E’ la legge».

Il gip Perna non ha convalidato 140 arresti chiesti dalla DDA. C'è stata una rivolta mediatica e in una parte della magistratura. E' così anormale negare gli arresti?

Un GIP che respinge una richiesta di misure cautelari restrittive non è affatto un evento eccezionale, nel sistema di garanzie costituzionali. E’ fisiologia processuale. La patologia sta, al contrario, nell’alto numero di assoluzioni finali di soggetti già sottoposti a carcerazione preventiva. Un rigetto non significa che l’inchiesta è finita, ma che andrà avanti, per il momento, senza la stretta necessità di privare qualcuno della libertà. In generale, vale sempre la regola secondo cui l’affermazione della responsabilità penale e, prima ancora, l’esigenza di arrestare preventivamente qualcuno, non si costruisce su teorie, ma su elementi di fatto, gravi ed evidenti. E’ la legge. Poi, stiamo nel campo delle valutazioni ed ognuna di esse merita rispetto.

Il gip ora è sotto la mira della stampa che lo accusa di aver fatto quasi un favore alla mafia ma l'Anm tace. Dovrebbero invece prendere le sua difese?

Ogni giudice indipendente decide secondo scienza e coscienza. E’ una premessa logica ed istituzionale inderogabile. Ovviamente le critiche, da parte dell’opinione pubblica, sono sempre ammesse, visto che la Giustizia è amministrata in nome del Popolo. Ma, quando sono disgiunte dall’approfondimento storico e dalla conoscenza del sistema, finiscono per scadere nel pregiudizio e producono rumore, turbando la serenità di chi è chiamato a giudicare eventualmente in seconda battuta. La legittima preoccupazione nei confronti del fenomeno mafioso, come di qualunque altro evento criminale, non dovrebbe prevalere, emotivamente, sulla forza del diritto, quasi sacrificandola. La magistratura tutta resta un baluardo della legalità. Nessun timore, nessuna paura. Se dovessero servire interventi correttivi sul provvedimento già preso, ci sarà sempre una magistratura a riesaminare. Funziona così. Dunque, non mi pare indispensabile una presa di posizione pubblica di bandiera da parte della magistratura associata su un episodio processuale di natura fisiologica, al di là del clamore suscitato dal numero elevato di soggetti coinvolti nell’indagine.

Crede che i gip in Italia subiscano pressioni dalle procure per assecondare le loro richieste o i copia e incolla avvengono solo per mancanza di tempo?

La responsabilità di chi dispone del potere di richiedere l’arresto, cioè la magistratura requirente, non è pari a quella di chi, invece, dispone del potere diretto di arrestare, cioè la magistratura giudicante, soprattutto il gip. Il nuovo codice accusatorio ( all’americana) ha tolto il potere di arresto diretto al P. M., il quale, forse per una sorta di compensazione psicologica, ha iniziato ad esercitare il potere di richiesta più di quanto non esercitasse, una volta, il potere di arresto diretto. La realtà è che il P. M. appartiene ad un ufficio strutturato gerarchicamente e spesso procede in team. Il gip, invece, è colui che deve decidere da solo ed in solitudine, su richieste talvolta pressanti della procura, sostenute dagli organi di polizia, con uno sbilanciamento di forze evidente.

La separazione delle carriere potrebbe liberare i giudici da questa morsa?

Il coraggio morale e giuridico di chi ha il potere di richiedere un arresto non può essere pari a quello di chi deve disporlo, visto che la responsabilità finale e complessiva ricadrà su quest’ultimo. A quest’ultimo, perciò, deve essere riconosciuto, con dignità ed onestà intellettuale, il maggior peso che grava sulle sue spalle. Disporre un arresto, chiunque sia il destinatario, non è mai soltanto un esercizio di giurisprudenza, ma è sempre anche un momento di coinvolgimento di sensibilità umana. Chi si allontanasse da questa verità, perderebbe i contatti con la realtà quotidiana. Conta poco la mia opinione sull’annosa questione della separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. Di leggi tese a modificare il sistema processuale, in senso garantistico, se ne son fatte. Il problema resterà sempre quello della loro soggettiva interpretazione, all’interno di una normativa, che, per compromesso, finisce per affidare alla magistratura margini di discrezionalità valutativa maggiori di quanto dovuti. Diceva il ministro francese Tayellerand ai suoi funzionari: “Surtout pas trop de zèle”. Basterebbe questo!

Strage di Bologna? Criticare le sentenze è costituzionale: il passato lo dimostra. Pieremilio Sammarco, Professore Ordinario di Diritto Comparato, su Libero Quotidiano il 10 agosto 202310 agosto 2023

Le recenti dichiarazioni rese dal responsabile della comunicazione della Regione Lazio a proposito delle sue riserve sulla colpevolezza di Fioravanti, Mambro e Ciavardini quali autori della strage di Bologna, induce a riflettere sulla possibilità di criticare le sentenze ancorché definitive. È evidente che qualora vengano levate critiche in modo sistematico e senza alcun fondato motivo verso le decisioni emesse dall’autorità giudiziaria si crea una delegittimazione dell’istituzione che inficia l’intero sistema ordinamentale. Ma, al di là di queste condotte, quando le sentenze prendono in considerazione fatti storici controversi che hanno attraversato la storia del nostro paese e che hanno acceso per anni un dibattito pubblico, l’espressione della propria opinione circa la fondatezza dell’accertamento giudiziario, ivi incluso il procedimento rituale con il quale si è arrivati alla sentenza definitiva, costituisce una facoltà che rientra nell’ambito del costituzionalmente consentito.

Si pensi a vicende come l’assassinio di Aldo Moro, del commissario Calabresi, la strage di Ustica, di Erba, o l’omicidio di Chiara Poggi, di Meredith Kercher, o la morte di Davide Rossi, o la squalifica del corridore Alex Schwazer, o l’attentato a Papa Wojtyla: tutte le sentenze, sebbene definitive, hanno lati oscuri e incertezze e sono oggetto di continui approfondimenti, dibattiti, diretti a generare il dubbio sull’esito corretto o completo degli accertamenti giudiziari. Ciò rappresenta l’esercizio della libertà di espressione che peraltro costituisce anche un controllo sull’operato di un pubblico potere, soggetto, come tutti gli altri, a valutazioni critiche e giudizi, purché essi siano fondati su argomentazioni solide, logiche, documentabili ed espresse senza alcun intento denigratorio verso l’autorità giudiziaria. Se resa in questo modo, la critica contribuisce ad arricchire il dibattito pubblico e non può essere interpretata come un attacco alla magistratura ed alla sua indipendenza, o peggio ancora, percepita come lesa maestà. 

Del resto, perfino la magistratura, attraverso le sue varie componenti associative, ha riconosciuto tali principi. Si pensi al recente caso della condanna giudiziaria dell’allora Sindaco di Riace amato dalla sinistra, Mimmo Lucano, che ha generato aspre critiche alla sentenza, perfino prima ancora che venissero depositate le motivazioni: la magistratura nelle sue componenti associative ha avallato le disapprovazioni da più parti mosse; ad esempio, un alto esponente di Magistratura Democratica pubblicava sul quotidiano il manifesto un articolo dal titolo «Criticare la sentenza non è lesa maestà» nel quale si legge: «la soggezione delle attività giudiziarie alla critica dell’opinione pubblica rappresenta una delle principali garanzie di controllo sul funzionamento della giustizia.

Ma vi è di più. A quanti, specie all’interno della magistratura, oppongono preconcette chiusure verso la critica pubblica ai provvedimenti giudiziari, occorrerebbe replicare ribaltando l’argomento dell’attacco alla indipendenza del giudiziario, evocato spesso in occasioni simili: ricordando, più in particolare, che il controllo dell’opinione pubblica sulle attività giudiziarie è un fattore essenziale non soltanto di responsabilizzazione democratica per i cittadini, ma anche di educazione dei giudici ad un costume di indipendenza». Magistratura Indipendente diffondeva un comunicato in cui si legge: «nello stato di diritto la magistratura rende conto all’opinione pubblica delle sue decisioni attraverso le motivazioni, che possono essere lette da tutti, criticate, e, ovviamente, impugnate, ma che devono essere il punto di partenza di ogni discussione».  Pieremilio Sammarco

Il caso de Angelis. Ecco perché la giustizia non è uguale per tutti. Iuri Maria Prado su L'Unità l'8 Agosto 2023

“Quante condanne ho visto, più criminali del crimine” (Montaigne)

Ci sono molti punti di vista dai quali osservare l’evoluzione del discorso pubblico di questi giorni a proposito della strage di Bologna: un discorso che era cominciato stortignaccolo già prima delle polemiche che lo avrebbero rinvigorito – si fa per dire – sulla scorta delle dichiarazioni innocentiste di un amministratore di destra, quel Marcello de Angelis secondo cui Fioravanti, Mambro e Ciavardini, condannati per la strage, a suo giudizio “non c’entrano nulla” con l’attentato del 2 agosto del 1980.

E tra i tanti punti di vista (quello sociologico, quello storico, quello elettoral-rissaiolo, quello del corazziere quirinalizio, quello talmudico-giudiziario) sceglieremmo quelli desueti: il punto di vista da questa postazione un po’ strana che è lo Stato di diritto; e poi il punto di vista democratico.

Dal punto di vista dello Stato di diritto la legge è un fatto, ed è un fatto la sentenza che – bene o male, secondo il giudizio di ciascuno – la applica. La giustizia non è un fatto: è un valore. Un valore per definizione mutevole, appunto secondo il criterio di ciascuno. Per questo dietro alle spalle del giudice è scritto il fatto: “La legge è uguale per tutti”; e non il valore, cioè “La giustizia è uguale per tutti”. Perché non esiste una giustizia uguale per tutti, e se pretendesse di esistere non sarebbe giustizia ma arbitrio.

Ora, lo Stato di diritto obbliga al rispetto delle leggi e delle sentenze per il fatto che esse sono emesse: non per il fatto che esse sono giuste, perché ciò che è giusto per uno non è giusto per un altro. E quel rispetto non risiede nell’omaggio alla giustizia della legge o della sentenza, né tanto meno nell’obbligo di omaggiarle. Risiede nel dovere di riconoscere quel fatto (la legge, la sentenza) e di rispettarne il contenuto in questo solo senso: nel senso che non va travisato, non certo nel senso che va condiviso.

La sentenza che condannasse il delitto di omicidio commesso da un comunista non sarebbe – se non diventando un atto arbitrario – una sentenza anticomunista; e non sarebbe un sovversivo comunista chi denunciasse che non debbono esistere sentenze anticomuniste: sarebbe un ordinario osservatore dal punto di vista dello Stato di diritto, almeno sino a che l’ordinamento non preveda il delitto di omicidio comunista.

E semmai lo prevedesse (eccoci al secondo punto di vista, l’altrettanto desueto punto di vista democratico) quell’ordinamento cesserebbe di essere, giustappunto, democratico.

Uno può essere spinto al nocumento altrui, o comunque rendersene responsabile, in quanto fascista, comunista, ecologista, liberista, familista, sovranista, monarchico, gnostico, eretico, deista, ateista: ma lo Stato democratico lo condanna per il nocumento che arreca agli altri, non per i suoi convincimenti né per la sua condizione o predilezione politico-religiosa.

Né ancora in uno Stato democratico esiste un’autorità con il potere di richiamare chicchessia al dovere di “rispettare” una sentenza in quel senso democraticamente vietato: e cioè nel senso di ritenerla giusta e indiscutibile, perché “Spetta non soltanto ai giureconsulti ma agli uomini tutti affermare in coscienza se non ritengano che lo spirito della legge in quell’occasione sia stato alterato” (Voltaire). E pericolosamente, invece, molto pericolosamente, lo Stato democratico destituisce sé stesso quando qualcuno si lascia andare o è istigato ad assumere quell’autorità, trasformando il proprio ufficio istituzionale in un sacerdozio che non ha nulla a che fare con la legge uguale per tutti, questo “fatto” che obbliga tutti e che bisogna rispettare nella misura in cui (e solo in questa misura) obbliga tutti: e prende piuttosto a maneggiare, “anti” qualcosa o “pro” qualcos’altro, la giustizia, questo “valore” in nome del quale l’umanità si è macchiata dei delitti più atroci e le società umane si sono involute nei più terribili autoritarismi. Iuri Maria Prado 8 Agosto 2023 

Icone artistiche.

Simboli, figure, allegorie. Le forme della giustizia nell’arte. Al Museo Correr di Venezia la mostra “Imago Iustistiae. Capolavori attraverso i secoli” che resterà aperta al pubblico fino al prossimo 3 settembre. Francesca Spasiano su Il Dubbio il 21 giugno 2023

La giustizia contemporanea ha la forma di una telecamera di sorveglianza scavata nel marmo. La vede così Ai Weiwei, l’artista cinese dissidente che ha realizzato la sua Surveillance Camera dopo aver passato 81 giorni in prigione, confinato in una località segreta. La sua opera è una delle tre che la Fondazione Berengo ha prestato al Museo Correr di Venezia per la mostra “Imago Iustistiae. Capolavori attraverso i secoli” a cura di Marina Mattei, che resterà aperta al pubblico fino al 3 settembre 2023.

Quello di Ai Weiwei è il punto di arrivo: con lui l’occhio bendato della Giustizia non è più simbolo di imparzialità, come non lo era neanche in origine. Nella storia dell’arte la benda è arrivata solo dopo la bilancia e la spada, e non per sottolineare una virtù: la giustizia che non fa distinzioni è «un’elucubrazione umanistica assai recente», secondo lo storico dell’arte Erwin Panofsky. Prima del 1500 invece la benda è segno di sfiducia e disaffezione, una giustizia cieca per rabbia che “non guarda in faccia nessuno”, come scrive Edgar Lee Masters nell’Antologia di Spoon River.

Niente a che vedere con La Giustizia di Giorgio Vasari, dipinta dall’artista durante il soggiorno veneziano di metà ‘500. C’è una donna che si volta di spalle, forse in segno di imparzialità. Alla sua sinistra ci sono due magistrati romani con i fasci littori che personificano la giustizia militare, alla destra un’immagine incoronata, Salomone o Traiano. In questo caso la giustizia sfila come virtù sotto gli occhi di chi visita, ma nella mostra di Venezia l’iconografia attraversa i secoli cambiando forma, supporto e significato.

Le sei sezioni che compongono l’allestimento percorrono la rappresentazione della giustizia nell’arte dagli albori della civiltà fino all’età moderna. Si parte da reperti archeologici, monete e medaglie. Si passa alle opere su carta, legno, tela e tavola. Ci sono i lavori di Guercino - con la sua tela Allegorie della Giustizia e della Pace -, Andrea Del Sarto, Matini, Nani, Reni, Sansorvino, Maccari e un bulino di Raffaello. Da personificazione e allegoria della stessa città di Venezia, la Giustizia lascia il posto ai simboli che la rendono unica e riconoscibile. Per prima la bilancia, il più antico degli attributi, che risale al cerimoniale della dea egizia Maat: la “pesatura del cuore” o “pesatura dell’anima” a cui veniva sottoposto il defunto prima di poter accedere all’aldilà. Perfetta espressione di equilibrio e armonia, la bilancia sta solitamente nella mano sinistra. Nella destra invece la Giustizia impugna la spada: è il potere del giudizio, il mezzo per comminare la pena. Entrambi i simboli tornano ne La Giustizia Corporativa, un grande altorilievo realizzato da Arturo Martini nel 1937 per il Palazzo di Giustizia di Milano e qui riproposto in dimensioni ridotte. Si tratta di una figura ieratica, una Giustizia che «non guarda nessuno e vede tutto, mentre l’umanità sogna e lavora, medita e s’affanna, lotta ed ama, attorno al tronco su cui ella è seduta, dell’albero della scienza, del bene e del male», dice Riccardo Bacchelli nel 1937. Già per Aulo Gellio, giurista e scrittore latino del II secolo d.C, la giustizia è una giovane donna dall’aspetto solenne e severo, «vergine poiché incorruttibile, volitiva poiché non conosce cedimenti, austera poiché non lascia spazio a preghiere o lusinghe, temibile poiché nemica implacabile con chi sceglie di non rispettarla».

Ma espressione della giustizia sono anche i luoghi costruiti per praticarla e amministrarla, gli schemi decorativi che ricorrono nel tempo per celebrarla, e le azioni volte al raggiungimento del suo scopo. È il caso della sezione V, dove la figura di Cesare Beccaria riassume l’attività di intellettuali, giuristi e letterati che si sono battuti per l’abolizione della pena di morte. Il percorso della mostra inizia dalla sala della Biblioteca Pisani del Museo Correr, le cui pareti sono interamente rivestite da librerie in radica di olmo e ospitano pregiate edizioni storiche. E si chiude “con una serie di scene che mostrano atti e protagonisti di Giustizia, immortalati come eroi e santi”.

L’antico diventa contemporaneo con l’opera dell’artista belga Koen Vanmechelen, che con Socrates Temptation scolpisce nel marmo le tribolazioni del filosofo greco, affiancato da un Ibis: l’uccello venerato come simbolo del dio Thot, divinità del Sapere nell’Antico Egitto.

In Cardiac Arrest, l’artista sudafricano Kendell Geers arrangia in forma di cuore dei manganelli di vetro, duplicati al centro della figura per formare delle croci: sono simboli fragili e potenti, violenti e protettivi. In cerca di equilibrio, come lo è da sempre la Giustizia, che si trasforma nei secoli ma non smette di cercare l’armonia. «Per chi è accusato è meglio muoversi che star fermi, perché quello che sta fermo può trovarsi su una bilancia ed essere pesato con tutti i suoi peccati», scrive Kafka ne Il processo. Alla Giustizia, invece, spetta il trono.

Il Condono.

Condono è proprio quello che è: la concessione di un bel regalo. Storia di Paolo Fallai Corriere della Sera il 25 luglio 2023.

L’uso delle parole non è mai neutro. Alcune vengono penalizzate perché il significato che hanno assunto è considerato offensivo. Altre vengono in qualche modo oscurate, sostituite da perifrasi, perché la nuova definizione appare più elegante o moderna, oppure perché la loro chiarezza potrebbe essere considerata in qualche modo eccessiva. Pensiamo all’evoluzione da spazzino a «operatore ecologico». Il record è «provvisorio». Una delle locuzioni più interessanti da questo punto di vista è «lavoro interinale». Nobile origine per una espressione perfetta, altisonante e vagamente oscura, che deriva dall’espressione latina «ad interim». Sì, la stessa che usiamo quando, ad esempio, si dimette un ministro del governo (qualche volta succede) e il presidente del consiglio in attesa della nomina del successore, assume le deleghe e le sue competenze «ad interim». Che vuol dire semplicemente “provvisorio”. Ma vedete l’effetto che fa «lavoro interinale» in confronto a «lavoro provvisorio». Sempre di lavoro precario si tratta, ma vuoi mettere? Sempre da un verbo latino. Quindi ricapitolando, molte parole hanno una origine oscura, una etimologia incerta e sono figlie di quella fabbrica continuamente al lavoro che è ogni lingua. Quella che esaminiamo questa settimana, condono, ha invece un’origine semplicissima che esaurisce il suo significato. Deriva infatti da «condonare», composto da «con-» e «donare». Il significato non potrebbe essere più chiaro: «concedere un dono», fare un regalo, omaggiare. Con una definizione più precisa: liberare dall’obbligo di scontare una pena, di pagare una sanzione, di restituire un debito. Ridurre una pena. Per questo uno dei significati più importanti di questa parola è proprio giudiziario. L’articolo 174 del Codice Penale recita: «L’indulto o la grazia condona, in tutto o in parte, la pena inflitta, o la commuta in un’altra specie di pena stabilita dalla legge. Non estingue le pene accessorie, salvo che il decreto disponga diversamente, e neppure gli altri effetti penali della condanna». Mentre la grazia è decisa dal Presidente della Repubblica e riguarda un singolo individuo, l’indulto è un atto che riguarda tutti i condannati. È un provvedimento di clemenza adottato dal Parlamento con una maggioranza di due terzi. Ridurre i debiti, soprattutto fiscali. Ma il condono entra nel linguaggio corrente del nostro tempo soprattutto quando è associato alle tasse. Di condoni fiscali è piena la storia, come vedremo, e quella italiana non fa eccezione. Si tratta di un provvedimento approvato dal Parlamento che consente ai contribuenti che hanno un debito col Fisco di sanare la propria posizione pagando una cifra che viene stabilita. Sarebbe un provvedimento straordinario, ma bisognerebbe intendersi su cosa significa straordinario, vista la ordinaria regolarità con cui è stato adottato e che costringe anche noi a ritornare su questa parola. Una precisazione da brividi. È quella che definisce il condono «tombale»: viene usata quando a un contribuente è concesso di sanare completamente la sua posizione tributaria, ovvero regolarizzare in modo definitivo il suo rapporto con il fisco. Ma anche per il condono la preoccupazione di adottare locuzioni meno impegnative e possibilmente meno chiare, ha impegnato la fantasia e la creatività dei promotori. Un precedente imperiale. Il 9 agosto dell’anno 117, Adriano venne nominato imperatore alla morte del predecessore Traiano, che lo aveva opportunamente adottato, nominandolo di fatto successore. Adriano arrivò a Roma solo nel luglio del 118. Per ingraziarsi i sudditi condonò tutti i debiti per tasse non pagate. Condonò totalmente per l’Italia e in parte per le Province la tassa d’omaggio al nuovo imperatore (detta «aureum coronarium»). Per molti studiosi si tratta del più grande condono della storia. Il disastro edilizio. Esiste poi un terzo elemento che ha accompagnato la nostra storia recente: il condono edilizio. Questo provvedimento adottato dal Parlamento, permette al cittadino di sanare irregolarità nella costruzione o nella ristrutturazione di un edificio, pagando una cifra a sanatoria. Spesso evitando in questo modo le conseguenze della costruzione abusiva che secondo la legge arrivano fino alla sua demolizione. Uno per decennio. Secondo una ricostruzione pubblicata dal Corriere della Sera nel 2005, si conta un condono edilizio per decennio. «Si è cominciato nel 1973, governo di Mariano Rumor. Per replicare nel 1985, governo di Bettino Craxi. Una nuova sanatoria edilizia è stata poi fatta nel 1994, governo di Silvio Berlusconi. E si è quindi arrivati nel 2003 al quarto condono in trent’ anni, targato ancora Berlusconi». Il caso emblematico di Roma. Per avere un’idea dell’impatto sociale di questi condoni, riprendiamo alcune cifre sulla situazione nella Capitale pubblicate sempre sul Corriere della Sera nel luglio 2018 in un articolo del collega Andrea Arzilli, sono numeri che non hanno bisogno di spiegazioni. «Trentotto anni per smaltire l’ultimo condono. L’ultimo romano, che ha approfittato della legge 326 del 2003 per mettere in regola veranda o garage, si vedrà rilasciare il permesso in sanatoria nel 2056: a conti fatti dovrà pazientare in tutto 53 anni. Da nonno a nipote, insomma. Tutto questo se l’Ufficio condoni prosegue all’attuale velocità per lo smaltimento di pratiche (dal valore di un miliardo). Le domande arrivate in 33 anni al Comune sono 599.793 - record italiano dopo i tre condoni nazionali del 1985 (legge n. 74), del 1994 (n. 724) e del 2003 (n. 326). E al momento ne restano 190 mila in fase (permanente) di istruttoria: gli uffici riescono a lavorare appena 5 mila domande l’anno». Scriveva Giuseppe Prezzolini nel 1921. Nel suo «Codice della vita italiana» alcuni dei primi articoli sembrano eterni. Articolo 1: « I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi». Articolo 10: « L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono». Articolo 16: «L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno». Conclusione divagante. Vittima dei nuovi sbalzi climatici e delle antiche tradizioni estive, anche questa rubrica si «condona» alcune puntate agostane. Tornerà, come ogni condono che si rispetti, prestissimo: a settembre.

La Voce degli innocenti.

I Numeri.

Le Testimonianze.

I Numeri.

Il reato che fa flop: su 5.418 processi solo 27 condanne. Stefano Zurlo il 19 Maggio 2023 su Il Giornale.

I dati sono impressionanti: "Nel 2017, 6.500 procedimenti finiti in nulla salvo che in 57 casi. Il 97% di assoluzioni". L'Anci: "Bisogna intervenire". Ma il Carroccio adesso frena. 

I numeri non mentono. Nel 2017 in Italia sono stati avviati 6500 procedimenti per abuso d'ufficio. Ma solo 57 volte si è arrivati a una condanna definitiva. Una percentuale bassissima. Il dossier presentato ieri dall'ex ministro Enrico Costa in parlamento parla con le tabelle più che con i discorsi. L'abuso d'ufficio insomma non funziona e provoca danni maggiori di quelli che vorrebbe risolvere: migliaia di faldoni aperti dalle procure del Paese, ingenti spese legali, anni di attesa e poi quasi sempre la scoperta della non colpevolezza. Ma il prezzo che l'Italia paga è troppo alto: la cosiddetta paralisi della firma, anzitutto, che blocca delibere e atti amministrativi di cui nessuno si vuole prendere la responsabilità nel timore di denunce e indagini; poi le inchieste lentissime che tengono gli indagati nel limbo per periodi interminabili, costringendoli a pagare gli avvocati prima di arrivare ad una conclusione che, il 97 per cento delle volte, è di assoluzione.

Costa non ha dubbi, mostra le famigerate tabelle che certificano il fallimento dell'articolo 323 del codice penale e presenta una proposta di legge per abolire il reato che azzoppa i sindaci ma non tutela le legalità.

Le cifre sono appunto imbarazzanti: migliaia di procedimenti avviati ogni anno per arrivare a un pugno di condanne o patteggiamenti. E dunque il deputato di Azione chiede di eliminare dal nostro codice l'illecito penale sostituendolo con una sanzione amministrativa. Il tutto mentre in Commissione giustizia alla Camera si susseguono le audizioni degli esperti. L'idea prevalente è che si andrà ad una rimodulazione, questo il termine usato, del reato perché Giulia Bongiorno e la Lega non ne vogliono sapere di una eventuale cancellazione, dunque il Governo sta cercando una difficile mediazione fra le diverse anime della maggioranza, quella più sensibile alle garanzie e l'altra, più attenta alle pene.

Le opposizioni fanno la loro parte e lanciano l'allarme. «Dalle audizioni tenute in Commissione giustizia - affermano le deputate 5 Stelle Valentina D'Orso e Carla Giuliano - emerge che le proposte di legge del centrodestra non risolverebbero il problema della paura della firma ma al contrario colpirebbero la tutela della legalità e minerebbero i principi di rango costituzionale di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione».

Dall'altra parte il vicepresidente dell'Anci Stefano Locatelli lancia una sorta di appello perché in un modo o nell'altro si intervenga per dare uno scudo ai primi cittadini: «Oggi i sindaci sono sovraesposti, bisogna intervenire in questo settore come su altri. Solo in questo modo si potrà migliorare l'azione istituzionale e amministrativa dei primi cittadini e restituire agibilità, certezza e dignità ad un ruolo che negli anni è stato esposto ad imputazioni penali troppo spesso infondate».

Si ritorna dunque al dossier e alla fabbrica dei processi, dell'ansia e delle assoluzioni. I meccanismi vanno rivisti anche se l'ennesima riforma, in mancanza di un intervento drastico, potrebbe rivelarsi non risolutiva.

Nel 2021 si sono iniziati 5418 procedimenti, ma ancora una volta al filtro dell'udienza preliminare c'è stata la decimazione: 4465 si sono chiusi nella stanza del gup o sono finiti su un binario morto attraverso il rito abbreviato per «cause diverse dalla prescrizione», come precisato dal Ministero della giustizia.

Alla fine nello stesso anno si contano 27 condanne - nove davanti al gip e diciotto in dibattimento - e 35 patteggiamenti. Ha senso esercitare l'azione penale più di cinquemila volte per portare a casa risultati così modesti? O meglio, il gioco vale i pesi che carica sulle spalle degli amministratori? «Sull'abuso - spiega il vicepremier Matteo Salvini - stiamo lavorando con Nordio. Entro maggio la revisione arriverà in consiglio dei ministri». Il reato verrà alleggerito e circoscritto, chissà se basterà.

I numeri della vergogna. Quanto ci costano gli errori giudiziari: 547 errori e detenzioni ingiuste nel 2022 per 37 milioni di euro di risarcimenti. Angela Stella su L'Unità il 23 Maggio 2023

Resi noti da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di Errorigiudiziari.com, le nuove cifre sulle ingiuste detenzioni e errori giudiziari relativi al 2022, attraverso l’elaborazione dei dati acquisiti dal Ministero dell’Economia e della Giustizia. I “numeri della vergogna”, scrivono i due giornalisti, sono i seguenti: le vittime sia di ingiusta detenzione che di errori giudiziari dal 1991 al 31 dicembre 2022 sono stati 30.778: in media, poco più di 961 l’anno.

“Il tutto per una spesa complessiva dello Stato gigantesca, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri: 932 milioni 937 mila euro e spiccioli, per una media di poco inferiore ai 29 milioni e 200 mila euro l’anno”. Rispetto al 2022 sono stati 547 i casi tra ingiuste detenzioni ed errori giudiziari (-25 rispetto all’anno precedente). In notevole crescita, invece, la spesa complessiva per indennizzi e risarcimenti: poco meno di 37 milioni e 330 mila euro, oltre 11 milioni e mezzo in più rispetto al 2021.

L’associazione mette in evidenza che nel 2022 i casi di ingiusta detenzione sono stati 539, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 27 milioni 378 mila euro. Rispetto all’anno precedente, si assiste a un leggero calo dei casi di innocenti finiti in manette (-26), a fronte di una spesa che è aumentata invece di quasi 3 milioni di euro. Continua dunque la flessione già notata negli ultimi due anni. Ma, si sostiene, “è obiettivamente difficile immaginare che si tratti esclusivamente di un processo virtuoso del sistema”.

Assai più probabile per Lattanzi e Maimone, anzitutto, è “che la pandemia continui a far sentire i suoi effetti sull’attività giudiziaria a tutti i livelli, dunque anche sul lavoro delle Corti d’appello incaricate di smaltire le istanze di riparazione per ingiusta detenzione”. Tuttavia “un discreto peso su questa tendenza al calo dei casi lo ha soprattutto quella tendenza restrittiva secondo cui lo Stato respinge la stragrande maggioranza delle domande presentate o tende comunque a liquidare importi sempre molto vicini ai minimi di legge”.

Infine, per quanto concerne le statistiche sugli errori giudiziari veri e propri, ossia quelli definiti, grazie a revisione, dopo che vi era stata una condanna definitiva, il presupposto di partenza dev’essere che la contabilità degli errori giudiziari parte in Italia dal 1991, per arrivare anch’essa fino al 31 dicembre 2022: il totale è di 222, con una media che sfiora i 7 l’anno. La spesa in risarcimenti è salita a 76.255.214 euro (pari a una media appena inferiore ai 2 milioni e 460 mila euro l’anno). Se invece consideriamo soltanto il 2022, da gennaio a dicembre gli errori giudiziari sono stati in tutto 8: uno in più rispetto all’anno precedente. Angela Stella

Il rapporto di errorigiudiziari.com: spesi più di 37 milioni in risarcimenti e indennizzi. Valentina Stella su Il Dubbio il 23 maggio 2023

Nel 2022 ci sono stati ben 547 casi tra ingiuste detenzioni ed errori giudiziari (-25 rispetto all’anno precedente). In notevole crescita, invece, la spesa complessiva per indennizzi e risarcimenti: poco meno di 37 milioni e 330 mila euro, oltre 11 milioni e mezzo in più rispetto al 2021. Sono queste le cifre aggiornate fornite da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, fondatori di Errorigiudiziari.com, attraverso l’elaborazione dei dati acquisiti dal ministero dell’Economia e della Giustizia.

I due giornalisti li definiscono i “numeri della vergogna” soprattutto se li guardiamo in maniera complessiva dal 1991 al 31 dicembre 2022, durante i quali i casi sono stati 30.778: in media, poco più di 961 l’anno. Il tutto per una spesa complessiva dello Stato gigantesca, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri: 932 milioni 937 mila euro e spiccioli, per una media di poco inferiore ai 29 milioni e 200 mila euro l’anno.

Ma vediamo nel dettaglio i dati relativi allo scorso anno rispetto a quante persone sono state arrestate salvo poi essere assolte con sentenza definitiva (ingiusta detenzione) e quante quelle condannate e in seguito riconosciute innocenti dopo la revisione del processo (errore giudiziario). Si legge nel report di Errorigiudiziari.com che nel 2022 i casi di ingiusta detenzione sono stati 539, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 27 milioni 378 mila euro. Rispetto all’anno precedente, si assiste a un leggero calo dei casi di innocenti finiti in manette (-26), a fronte di una spesa che è aumentata invece di quasi 3 milioni di euro. Continua dunque la flessione già notata negli ultimi due anni.

«Ma è obiettivamente difficile - commentano Maimone e Lattanzi - immaginare che si tratti esclusivamente di un processo virtuoso del sistema. Assai più probabile, anzitutto, che la pandemia continui a far sentire i suoi effetti sull’attività giudiziaria a tutti i livelli, dunque anche sul lavoro delle Corti d’Appello incaricate di smaltire le istanze di riparazione per ingiusta detenzione. Tuttavia un discreto peso su questa tendenza al calo dei casi lo ha soprattutto quella tendenza restrittiva (che abbiamo più volte segnalato) secondo cui lo Stato respinge la stragrande maggioranza delle domande presentate o tende comunque a liquidare importi sempre molto vicini ai minimi di legge».

Tra le ragioni per cui lo Stato respinge le domande troviamo: avvalersi della facoltà di non rispondere, nonostante sia un diritto riconosciuto per legge all’indagato, può essere un esempio di colpa grave che elimina il diritto all’indennizzo; avere frequentazioni poco raccomandabili; non essere stati pienamente collaborativi. Per quanto riguarda le statistiche sugli errori giudiziari veri e propri da gennaio a dicembre 2022 essi sono stati in tutto otto: uno in più rispetto all’anno precedente.

Per il secondo anno consecutivo il dato complessivo relativo agli errori giudiziari resta sotto la soglia psicologica di 10. Un occhio infine alla spesa totale in risarcimenti per errori giudiziari. Il 2022 ha visto schizzare clamorosamente questa voce di spesa: 9 milioni e 951 mila euro, oltre 7 volte in più rispetto allo scorso anno. Ma a questo proposito è corretto ricordare che i criteri di elaborazione dei risarcimenti sono molto più discrezionali e variabili rispetto a quelli fissati invece dalla legge per l’ingiusta detenzione. Come si calcola effettivamente il risarcimento per ingiusta detenzione? In realtà tale domanda non è di per sé corretta. Ce lo spiega senza l’associazione di Maimone e Lattanzi: «In caso di ingiusta detenzione, infatti, lo Stato stabilisce che nei confronti di chi l’ha subita debba essere versato un indennizzo – che tecnicamente è cosa diversa dal risarcimento – perché il danno è stato frutto di una legittima attività dell’autorità giudiziaria. Ecco perché, a differenza del risarcimento, viene determinato in base a calcoli precisi, sulla base di parametri di riferimento e con un tetto massimo».

Anzitutto, per quantificare l’importo da corrispondere in caso di ingiusta detenzione, la Corte d’Appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza o il decreto di archiviazione tiene conto di due criteri fondamentali: quantitativo, che si basa cioè sulla durata della custodia cautelare ingiustamente sofferta; qualitativo, che si fonda sulla valutazione caso per caso delle conseguenze negative derivate dalla privazione della libertà personale (per esempio i danni per la reputazione causati dalla pubblicazione sui media della notizia dell’arresto). «Il limite massimo di un indennizzo per ingiusta detenzione è fissato in 516.450,90 euro (tutti i tentativi di alzare questo tetto finora sono falliti)». In pratica ogni giorno di ingiusta detenzione vale 235,82 euro. L’ammontare di un singolo giorno trascorso agli arresti domiciliari viene invece fissato di solito nella metà: 117,91 euro.

E' il fenomeno più sottovalutato. Tre innocenti arrestati o condannati ogni giorno: gli errori giudiziari e i risarcimenti beffa dello Stato. Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone su Il Riformista il 11 Maggio 2023 

Quando avrete finito di leggere questo articolo, dalle casse dell’Erario saranno usciti circa cinquecento euro per risarcimenti alle vittime di errori giudiziari. Al ritmo di 55 euro al minuto, lo Stato cerca di arginare il fenomeno dei propri cittadini arrestati o condannati da innocenti, versando loro somme di denaro il più delle volte risibili, sempre e comunque inadeguate per riparare la tragedia personale che hanno vissuto.

Il fenomeno degli errori giudiziari è il più sottovalutato, misconosciuto e trascurato problema della giustizia in Italia. Negli ultimi trent’anni ha colpito 30.231 persone, l’equivalente di un “tutto esaurito” in uno stadio di calcio di serie A come quello del Torino. Alla media di 975 casi l’anno, tutti gli anni, da un trentennio. Significa tre innocenti arrestati o condannati (e per questo risarciti dallo Stato) ogni giorno. Uno ogni otto ore.

Con tutto quello che ne consegue sia per le vittime dirette di questo scempio – sotto forma di perdita del lavoro, della reputazione, della dignità, degli affetti – sia per i familiari, condannati loro malgrado a subire l’ingiustizia. A fronte di questa emergenza, lo Stato sembra assistere imperterrito anche a un argomento che dovrebbe interessarlo ancor più direttamente, toccandolo nel portafoglio. Dal 1991 al 2021 dalle casse dell’Erario sono usciti poco meno di novecento milioni di euro in indennizzi e risarcimenti, circa 29 milioni di euro l’anno.

E il tassametro dell’ingiustizia continua a correre allo stesso ritmo. I magistrati obiettano: “Gli errori giudiziari veri e propri ogni dodici mesi si contano sulle dita di una mano”. È vero, i condannati con sentenza definitiva – e in seguito assolti dopo un processo di revisione (gli errori giudiziari in senso tecnico) -, sono in media sette all’anno. Ma poi c’è la cosiddetta “ingiusta detenzione”, che riguarda tutti quelli finiti in custodia cautelare salvo poi essere riconosciuti innocenti, e sono tanti, e sono troppi, citando Enzo Tortora. Costituiscono più del 99 per cento di quegli oltre trentamila di cui sopra. E riesce difficile non considerarli vittime di errori giudiziari solo perché non rientrano nella definizione di un codice. Un numero enorme di loro si è ritrovato con un’ordinanza di custodia cautelare sul groppone per colpa di sciatteria o superficialità investigativa, errori di interpretazione di intercettazioni, scambi di persona, dimenticanze e negligenze di ogni tipo. Se ne volete un campionario, non avete altro che da sfogliare le pagine di errorigiudiziari.com, l’archivio web che noi stessi abbiamo fondato ormai quasi vent’anni fa e che costituisce una casistica unica in Italia con i suoi oltre 870 casi di innocenti in manette.

Non tutti sono stati risarciti. Ogni anno solo il 25 per cento del totale delle istanze di riparazione per ingiusta detenzione viene accolto. Tutto il resto è respinto. Sulla base di un comma del codice di procedura penale la cui interpretazione è stata resa sempre più restrittiva, e anche in omaggio alla necessità per lo Stato di arginare la colossale spesa in risarcimenti.

Così, chi si vede respingere la domanda e sfumare i 235 euro e spiccioli per ciascun giorno di custodia cautelare in carcere (la metà in caso di domiciliari), finisce nell’esercito degli “innocenti invisibili” insieme con coloro che, usciti da una vicenda spesso lunga, non ne vogliono più sapere di aule giudiziarie e rinunciano a chiedere un indennizzo; e insieme a quelli che, avendo già speso somme altissime per difendersi, non hanno più risorse per permettersi di continuare il percorso che li porterebbe a un risarcimento. Se consideriamo tutti questi, arriveremmo ad almeno cinquantacinquemila innocenti, più o meno i residenti di una città come Trapani.

Finire arrestato o condannato da innocente può capitare a tutti. È successo al pastore sardo Melchiorre Contena, accusato di sequestro di persona e di omicidio di un imprenditore milanese. Scontò tutti e trenta gli anni di reclusione che gli erano stati inflitti: i giudici avevano dato credito alle dichiarazioni di un uomo che aveva 35 denunce sulle spalle per falsa testimonianza, simulazione di reato e furto. Contena entrò in carcere a 38 anni, ne uscì quando ne aveva 69 nel 2007. È il caso più grave mai registrato in Italia.

Secondo, ma solo per lunghezza della detenzione, fu quello di Giuseppe Gulotta. Con un interrogatorio violento fu costretto a confessare di aver partecipato all’omicidio di due carabinieri ad Alcamo Marina, vicino a Trapani. Era il gennaio 1976. Condannato all’ergastolo, ha ritrovato la libertà solo dopo aver scontato 22 anni di carcere. È stato scagionato, con un processo di revisione, grazie alle dichiarazioni di un carabiniere presente il giorno dell’arresto.

E poi c’è la surreale vicenda di Angelo Massaro, che ha passato 21 anni in una cella con l’accusa di omicidio per colpa di una consonante. In un’intercettazione una “S” diventa “T”, la parola “muers”, in dialetto tarantino oggetto ingombrante, diventa “muert”, cadavere. Un delitto mai dimostrato: mancavano il corpo, l’arma e il movente. Uno dei più gravi errori giudiziari italiani di sempre, raccontato nel recente docufilm “Peso Morto”, che abbiamo scritto e prodotto.

In cella con Massaro c’era un altro uomo accusato da innocente (dallo stesso pm) di un duplice omicidio, Domenico Morrone. Malgrado avesse un alibi confermato da più persone, fu condannato in base a testimonianze di persone che avevano motivi di rancore nei suoi confronti. Scontò 5.475 giorni in carcere, 15 anni. Fu scagionato completamente solo grazie alle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia.

Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone

Quarantacinquemila arresti nel 2022, uno su tre in carcere: azioni disciplinari verso i magistrati? Una sola, archiviata. Angela Stella su L'Unità il 26 Maggio 2023 

Nell’anno 2022 sono state emesse 81.568 misure cautelari personali coercitive; di queste, 24.654 in carcere, oltre 500 in più rispetto al 2021 (erano 24.126). Diminuiscono invece i domiciliari senza braccialetto elettronico: nel 2022 sono stati 16.507 rispetto ai 18.036 del 2021. Ma crescono quelli con braccialetto: 3.357 nel 2022 rispetto ai 2.808 del 2021. Pertanto una misura cautelare coercitiva su tre emesse è quella carceraria (32%), mentre una misura cautelare coercitiva su quattro è quella degli arresti domiciliari (25%). Complessivamente sono state circa 45 mila le persone messe in custodia cautelare nel 2022.

Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nelle 51 pagine della Relazione del Governo sullo stato di applicazione delle misure cautelari personali in Italia. La percentuale di risposta dei Tribunali (sezioni GIP e sezioni dibattimentali) interessati al monitoraggio dei dati dell’anno 2022 è stata dell’80%, con la precisazione che hanno risposto quasi tutti i 29 Tribunali distrettuali; i dati degli uffici non rispondenti sono stati stimati. Sette distretti, congiuntamente considerati, detengano più della metà del totale nazionale delle misure emesse. E sono: Roma (12%), Milano (10,6%), Napoli (9,5%), Torino (7,6%), Bologna (7,5%), Firenze (5,8%), Bari (5,8%). Un altro dato interessante mostra come i 3/4 circa delle misure vengano emessi dalle sezioni GIP, mentre solo il restante 1/4 venga emesso delle sezioni Dibattimentali. In particolare, per ciò che riguarda l’utilizzo della custodia cautelare in carcere, la differenza appare molto significativa: il GIP utilizza la misura carceraria con frequenza quasi doppia (34,7%) rispetto al giudice dibattimentale (17,6%.). Purtroppo, come sempre, seppur sollecitato, manca il dato percentuale rispetto alle richieste dei pubblici ministeri di misure cautelari e l’accoglimento da parte dei gip. Ad un certo punto si legge anche che rispetto alle misure coercitive emesse “9 misure su 10 sono state emesse in un procedimento che ha avuto poi come esito la sentenza di condanna”. Ma attenzione: quelli sono i definiti nel 2022 che hanno avuto misure nel 2022. Sono per la maggior parte patteggiamenti, direttissime e immediati. E gli altri? Che destino hanno avuto negli anni successivi?

Il secondo capitolo della Relazione è dedicato alla riparazione per ingiusta detenzione. I distretti più significativi quanto ad entità numerica di richieste sono quelli di Napoli, Reggio Calabria, Catanzaro e Roma. Nel 2022 su 1.180 domande per ottenere la riparazione per ingiusta detenzione, ne sono state respinte il 52% ed accolte 556 (irrevocabili 482). Record di accoglimenti nel distretto di Reggio Calabria (103). “Finalmente il ministero della Giustizia ha reso noti i dati ufficiali delle ordinanze di custodia cautelare emesse nel 2022 e delle somme sborsate dal Mef per le ingiuste detenzioni”, ha commentato il responsabile giustizia di Azione, l’onorevole Enrico Costa che li aveva sollecitati più volte. “Quanto ai pagamenti, lo Stato nel solo 2022 ha pagato 539 casi per un totale di 27.378.085 euro, di cui oltre 10 milioni solo nel distretto di Reggio Calabria”. Nella relazione c’è poi scritto che “il riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione – così come, del resto, del diritto alla riparazione dell’errore giudiziario di cui all’art. 643 c.p.p. – non possa essere ritenuto, di per sé, indice di sussistenza di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati che abbiano richiesto, applicato e confermato il provvedimento restrittivo risultato ingiusto”. “Nel 2022 – chiede sarcasticamente Costa – quante iniziative disciplinari per emissione di provvedimenti restrittivi della libertà personale con negligenza grave e inescusabile? 1 (una). Esito? Non doversi procedere”, critica alla fine il parlamentare. Angela Stella

Indennizzi e risarcimenti: quanto vale ogni giorno di galera ingiusta. Angela Stella su L'Unità l'11 Giugno 2023

Il diritto per un’equa riparazione per la custodia cautelare subita ingiustamente è stato introdotto con il codice di procedura penale del 1988 ed è in adempimento di un preciso obbligo posto dalla Convenzione dei diritti dell’uomo (cfr. art 5, comma 5, C.E.D.U.). La materia è regolata dagli articoli 314 e 315 del cpp, modificati nel tempo da quattro sentenze della Corte Costituzionale. Ma come si calcola effettivamente il risarcimento per ingiusta detenzione? Ce lo spiega senza l’associazione di Maimone e Lattanzi, Errorigiudiziari.com.

In realtà, domandarsi come si calcola il risarcimento, nel caso dell’ingiusta detenzione, non è di per sé corretto. “In caso di ingiusta detenzione, infatti, lo Stato stabilisce che nei confronti di chi l’ha subita debba essere versato un indennizzo – che tecnicamente è cosa diversa dal risarcimento – perché il danno è stato frutto di una legittima attività dell’autorità giudiziaria. Ecco perché, a differenza del risarcimento, viene determinato in base a calcoli precisi, sulla base di parametri di riferimento e con un tetto massimo”.

Anzitutto, per quantificare l’importo da corrispondere in caso di ingiusta detenzione, la Corte d’Appello nel cui distretto è stata pronunciata la sentenza o il decreto di archiviazione tiene conto di due criteri fondamentali: quantitativo, che si basa cioè sulla durata della custodia cautelare ingiustamente sofferta; qualitativo, che si fonda sulla valutazione caso per caso delle conseguenze negative derivate dalla privazione della libertà personale (per esempio i danni per la reputazione causati dalla pubblicazione sui media della notizia dell’arresto). “Il limite massimo di un indennizzo per ingiusta detenzione è fissato in 516.450,90 euro (tutti i tentativi di alzare questo tetto finora sono falliti)”. In pratica ogni giorno di ingiusta detenzione vale 235,82 euro. L’ammontare di un singolo giorno trascorso agli arresti domiciliari viene invece fissato di solito nella metà: 117,91 euro.

Rimanendo nell’ambito degli assolti, ricordiamo che a gennaio dello scorso anno l’ex Ministro della Giustizia Marta Cartabia di concerto con l’ex Ministro dell’economia e delle finanze Daniele Franco emanarono un decreto che definisce finalmente i criteri e le modalità di erogazione del Fondo per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti. L’iniziativa è nata su impulso dell’onorevole di Azione Enrico Costa.

Si legge nel decreto che i soggetti che vi possono accedere sono quelli destinatari di una sentenza di assoluzione definitiva pronunciata perché il fatto non sussiste, perché non ha commesso il fatto, perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, escluso il caso in cui quest’ultima pronuncia sia intervenuta a seguito della depenalizzazione dei fatti oggetto dell’imputazione.

Il rimborso è riconosciuto nel limite massimo di 10.500 euro, ripartito in tre quote annuali, a partire dall’anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile. Il richiedente può presentare istanza di accesso al fondo esclusivamente tramite apposita piattaforma telematica accessibile dal sito giustizia.it.

Angela Stella 11 Giugno 2023

Il crac della giustizia. Innocenti in carcere, ogni anno mille detenuti vittime di malagiustizia. Quarant’anni fa l’arresto del celebre giornalista e presentatore. Un caso di “macelleria giudiziaria” che però ha insegnato ben poco se ogni anno, negli ultimi trenta, circa mille cittadini in Italia sono stati riconosciuti come vittime di malagiustizia. Angela Stella su L'Unità l'11 Giugno 2023

Quando si parla di Enzo Tortora si è soliti ricordare la sua vicenda processuale come un errore giudiziario. In realtà, tecnicamente, il noto presentatore ha subìto una ingiusta detenzione (è il caso di una persona privata della libertà personale salvo poi essere assolta con sentenza definitiva) ma non è stato vittima di un errore giudiziario (persona condannata con sentenza passata in giudicato e in seguito riconosciuta innocente dopo la revisione del processo).

Fatta questa premessa di ordine tecnico è chiaro che quella vicenda, che Giorgio Bocca definì “il più grande esempio di macelleria giudiziaria del nostro Paese”, possa naturalmente appellarsi con errore/orrore giudiziario perché si trattò di un processo che non sarebbe mai dovuto iniziare. Né Tortora né i suoi eredi ottennero mai un indennizzo per i giorni trascorsi tra carcere (210) e arresti domiciliari (61).

I NUMERI

Purtroppo Tortora è uno dei tanti finiti in carcere ingiustamente. Come evidenzia il sito dell’associazione Errorigiudiziari.com, fondata dai giornalisti Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, tra ingiuste detenzioni e errori giudiziari in senso stretto “dal 1991 al 31 dicembre 2022 i casi sono stati 30.778: in media, poco più di 961 l’anno. Il tutto per una spesa complessiva dello Stato gigantesca, tra indennizzi e risarcimenti veri e propri: 932 milioni 937 mila euro e spiccioli, per una media di poco inferiore ai 29 milioni e 200 mila euro l’anno”. L’associazione mette in evidenza che nel 2022 i casi di ingiusta detenzione sono stati 539, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 27 milioni 378 mila euro.

Rispetto all’anno precedente, si assiste a un leggero calo dei casi di innocenti finiti in manette (-26), a fronte di una spesa che è aumentata invece di quasi 3 milioni di euro. Continua dunque la flessione già notata negli ultimi due anni. Ma, si sostiene, “è obiettivamente difficile immaginare che si tratti esclusivamente di un processo virtuoso del sistema”. Assai più probabile per Lattanzi e Maimone, anzitutto, è “che la pandemia continui a far sentire i suoi effetti sull’attività giudiziaria a tutti i livelli, dunque anche sul lavoro delle Corti d’appello incaricate di smaltire le istanze di riparazione per ingiusta detenzione”.

Tuttavia “un discreto peso su questa tendenza al calo dei casi lo ha soprattutto quella tendenza restrittiva secondo cui lo Stato respinge la stragrande maggioranza delle domande presentate o tende comunque a liquidare importi sempre molto vicini ai minimi di legge”. Nel 2022 per quanto concerne gli errori giudiziari da gennaio a dicembre sono stati in tutto 8: uno in più rispetto all’anno precedente.

LE STORIE

Ricordiamo alcune delle vicende più emblematiche, alcune tratte proprio dall’archivio di Errorigiudiziari.com. Giuseppe Gulotta ha trascorso 22 anni, ossia 8030 giorni, in carcere da innocente. Il suo è forse il più grande errore giudiziario della storia italiana. Tutto ha inizio il 27 gennaio 1976 quando due carabinieri – Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta – vengono trucidati mentre dormono nella caserma di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Giuseppe aveva poco più di diciotto anni, lavorava come muratore e non immaginava la tragedia che di lì a poco lo avrebbe travolto.

Uno dei principali indiziati per l’omicidio fa il suo nome. L’uomo fu posto in stato di fermo e, in assenza di un avvocato, venne sottoposto a torture e sevizie al punto da confessare un reato che non aveva commesso. Quando giunse finalmente davanti al magistrato, ritrattò la confessione ma ormai era troppo tardi. Nessuno gli credette. Dopo ben 8 processi, che ora lo assolsero ora lo condannarono, gli fu comminato l’ergastolo nel 1990. Ventidue anni dopo, il 13 febbraio 2012, Giuseppe, assistito dai legali Pardo Cellini e Baldassare Lauria, è stato assolto con formula piena, dopo la revisione del processo. I giudici hanno stabilito che la confessione venne estorta e gli venne riconosciuto un risarcimento di sei milioni e mezzo di euro.

Fu possibile riaprire caso grazie ad un ex brigadiere che raccontò come effettivamente erano andati i fatti: l’uomo che aveva accusato ingiustamente Gulotta subito dopo l’arresto venne portato presso una casermetta di campagna e sottoposto a torture terribili. Bendato, fu costretto a ingerire enormi quantitativi di acqua e sale, con l’ausilio di un imbuto mentre lo stesso veniva schiacciato fra due piani di legno. Subì anche scariche elettriche. Dopo arrivò la chiamata in correità per Gulotta.

Poi c’è Angelo Massaro, arrestato il 15 maggio del 1996 e accusato ingiustamente dell’omicidio del suo miglior amico, ha passato 21 anni in carcere. L’uomo finisce nel drammatico buio delle carceri a causa di una intercettazione telefonica trascritta male e interpretata peggio (una “t” al posto di una “s”): parlando con sua moglie, diceva che sarebbe rientrato tardi perché doveva trasportare “umuors”, che in dialetto tarantino fa riferimento ad un oggetto ingombrante, un “peso morto”, nel caso specifico un attrezzo per lavorare la terra.

Nella trascrizione diventerà “umuort”, il morto. E da quel momento resterà schiacciato da una mala giustizia. Quando è entrato in carcere aveva 29 anni, si era sposato da poco e aveva un bambino appena nato. Solo grazie alla revisione del processo è tornato un uomo libero. Ha fatto richiesta di risarcimento. Oggi la sua storia si può vedere raccontata nel documentario Peso morto (regia di Francesco Del Grosso, produzione esecutiva di Black Rock Film).

E che dire dell’incredibile storia di Giovanni De Luise, incensurato, condannato per uno scambio di persona? Nel 2004, il giovane napoletano, 22 anni, viene condannato in via definitiva a 22 anni di prigione come killer di Massimo Marino, mentre si stava svolgendo una faida a Scampia tra vari gruppi camorristici. Nonostante diversi pentiti abbiano detto che non era stato lui, non gli fu concessa la revisione in quanto le dichiarazioni dei pentiti erano “de relato”: i due cioè non avevano partecipato in prima persona all’omicidio. La svolta avvenne nel 2013 quando il vero assassino confessò il delitto. Ha fatto richiesta di risarcimento.

Luigi Vittorio Colitti non era neanche maggiorenne quando fu accusato di aver aiutato il nonno a uccidere il vicino di casa. Ha passato in carcere 14 mesi e sostenuto due processi, prima di essere prosciolto definitivamente. Per i mesi trascorsi ingiustamente carcere ha sviluppato, come ha accertato una perizia medica, “un disturbo post traumatico da stress di grado severo, attualmente in fase cronica”. Nonostante questo si è visto negare un risarcimento di 500 mila euro per l’ingiusta detenzione subita.

Raffaele Sollecito aveva 23 anni quando per lui si sono aperte le porte del carcere: era il 6 novembre 2007 e vi è rimasto fino al 3 ottobre 2011. Mancava una settimana alla laurea e invece la sua vita fu stravolta in un attimo: sbattuto in prima pagina insieme alla sua fidanzatina dell’epoca, Amanda Knox, venne dipinto come il mostro che aveva sgozzato la studentessa inglese Meredith Kercher per un gioco erotico finito male. Sei mesi di isolamento, quattro anni di carcere, cinque gradi di giudizio per determinare la sua completa estraneità ai fatti. Il 27 marzo 2015 la Corte di Cassazione lo assolve definitivamente “per non aver commesso il fatto”. Anche a Sollecito è stato negato il risarcimento perché secondo i giudici sarebbe stato lui ad indurre in errore gli investigatori.

Diego Olivieri, imprenditore di pellami, finisce in carcere incastrato dalle dichiarazioni di un pentito che lo accusa di narcotraffico in collaborazione con la mafia. Passa 12 mesi in cella al regime del 41 bis in attesa di giudizio, nella sezione di massima sicurezza con gli ergastolani. Dopo 5 anni, assolto con formula piena in tre diversi processi “perché il fatto non sussiste”. La Corte d’Appello di Roma ha respinto la richiesta di indennizzo, non ravvisando alcuna colpa grave nell’emissione del provvedimento cautelare. L’uomo si è rivolto alla Cedu.

Non possiamo dimenticare la storia di Daniele Barillà, condannato ingiustamente a 15 anni di carcere. Ha trascorso 7 anni e mezzo dietro le sbarre da innocente. La sua unica colpa è stata di avere una macchina identica a quella di un trafficante di cocaina che i carabinieri stavano pedinando. Barillà era finito in prigione nell’ambito dell’operazione “Pantera”, avvenuta nel febbraio del ‘92, in cui erano stati sequestrati 288 chili di cocaina, condotta dai carabinieri del Ros di Genova. Barillà fu arrestato mentre, alla guida di una Fiat Tipo rossa, viaggiava dietro una Fiat Uno di un boss milanese, sulla quale si trovavano 50 chili di cocaina che doveva essere trasportata a Nova Milanese. Ha ottenuto un risarcimento di circa 3 milioni di euro.

Più recente la storia di Marco Sorbara, Consigliere regionale della Valle d’Aosta, arrestato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa solo perché conosceva un presunto ndranghetista che è calabrese come lui. Quattro anni di processi, con oltre due anni e mezzo di custodia cautelare (214 giorni in carcere, di cui 45 in isolamento, e 695 ai domiciliari), prima di vedere acclarata la sua innocenza. Ha fatto richiesta di risarcimento. All’ultimo Salone internazionale del Libro di Torino ha riprodotto la cella dove ha trascorso l’isolamento, facendo trascorrere, a chi era interessato alla sua storia, 5 minuti all’interno senza telefonino per immaginare lontanamente cosa avesse passato.

Anthony Fusi Mantegazza, 23 anni, è stato assolto a marzo di quest’anno dall’accusa di aver stuprato, insieme ad un amico, una giovane sul treno della linea ferroviaria Milano-Varese la sera del 3 dicembre 2021. Ha trascorso in carcere 457 giorni da innocente.

Il tunisino Mohammed Nasreddine finisce in carcere con l’accusa di aver aggredito un connazionale in un centro d’accoglienza per impossessarsi di un telefonino. Ma il vero responsabile non era lui. 330 giorni in carcere risarciti con 75 mila euro.

Soprattutto i tifosi juventini ricorderanno la storia di Michele Padovano. Con i bianconeri vinse anche una Champions League. Nel maggio 2006 venne arrestato con l’accusa di essere un trafficante di droga. Nell’ottobre 2011 il pubblico ministero chiese per Padovano 24 anni di carcere: il successivo dicembre il tribunale lo condannò in primo grado alla pena di 8 anni e 8 mesi di reclusione, ridotti a 6 anni e 8 mesi in appello. La Cassazione annullò con rinvio. E poi è stato assolto definitivamente nell’appello bis quest’anno. È stato in carcere da innocente 90 giorni, 270 ai domiciliari.

Potremmo continuare a riempire pagine e pagine ma concludiamo con una domanda: naturalmente, perfezione pretenderebbe che l’errore giudiziario o l’ingiusta detenzione non si verificassero mai. Ciò molto probabilmente è umanamente e obiettivamente impossibile. Ma fin dove esso è fisiologico e poi comincia a divenire patologico? Qual è il confine entro cui si mantengono applicate le garanzie costituzionali? Da che punto in poi si trasforma in una stortura del sistema? Francesco Carnelutti, insigne giurista e accademico, una volta disse: “La sentenza di assoluzione è la confessione di un errore giudiziario”. Molti magistrati non la penseranno così. Angela Stella 11 Giugno 2023

Assuefatti all’errore. Il caso Zuncheddu racconta la giustizia italiana più di un’enciclopedia. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 2 Dicembre 2023

L’allevatore sardo ha passato in carcere più di trent’anni per crimini che non ha commesso, a causa di accuse improbabili e di testimonianze quanto meno fragili. Oggi ancora non sappiamo se sia davvero innocente, ma nessuno dovrebbe essere condannato senza prove, eppure succede

Ora che la vicenda di Beniamino Zuncheddu pare procedere verso una soluzione di tardiva salvezza vale la pena di farne una ricognizione. Perché ora se ne parla sulla scorta degli ultimi sviluppi giudiziari del caso, ma sono antichi i fatti che dall’inizio lo contrassegnavano in modo tanto evidente quanto trascurato.

Zuncheddu era stato condannato alla pena dell’ergastolo, e ha passato in carcere più di trent’anni, per essere stato riconosciuto responsabile dell’omicidio di tre persone e del tentato omicidio di un’altra, nel 1991, in un ovile sulle montagne di Sinnai (Cagliari).

Se non appariva proprio un altro caso Tortora è perché le prove contro questo pastore sardo erano anche più inconsistenti rispetto al ciarpame che l’accusa pubblica raccolse contro il conduttore televisivo, il «cinico mercante di morte» rammostrato in manette sulla scena piena di fotografi e giornalisti sapientemente organizzata dagli inquisitori.

Dopo molti anni (decenni) saltava fuori qualcosa che avrebbe dato speranza alle prospettive di revisione del processo, e cioè che la testimonianza dell’unico testimone (un sopravvissuto alla mattanza) sulla base della quale Zuncheddu era condannato sarebbe risultata improbabile. Ma la verosimile ingiustizia di questo caso era appunto evidente – o almeno se ne aveva grave indizio – ben prima delle scoperte (ci arriviamo immediatamente) che poi avrebbero militato per la revisione del processo e per un possibile annientamento della condanna.

Quella testimonianza, infatti, che era l’unica “prova” acquisita per appioppare l’ergastolo all’imputato, si era sviluppata in modo assai strano: con il presunto testimone oculare dell’eccidio che aveva in un primo momento riferito di non poter riconoscere l’assassino, perché aveva il viso mascherato da una calza, e poi, dopo più di un mese, riferiva invece di poterlo riconoscere e di averlo identificato in una certa fotografia. Già così – si ammetterà – la faccenda appariva di molto fragile portata probatoria; e già così – si ammetterà ancora – quella testimonianza era esposta a qualche legittimo dubbio di attendibilità.

Di fatto, la vicenda raccontava che in Italia è possibile rinchiudere qualcuno in prigione per tutta la vita perché qualcun altro dice di averlo riconosciuto dopo aver dichiarato, settimane prima, di non potere dir nulla circa l’identità dell’assassino perché questi aveva una calza sul viso ed era dunque irriconoscibile. Una giustizia abbastanza avventata, diciamo.

Solo che non bastava, e veniamo appunto alle successive emergenze (in realtà ormai risalenti a qualche anno addietro), che ulteriormente e forse definitivamente parevano destituire di credibilità quell’unica prova, quel percorso testimoniale già in origine ambiguo e auto-contraddittorio. Si trattava di questo: del fatto che il presunto testimone oculare avrebbe riconosciuto l’imputato in una fotografia che un poliziotto gli aveva fatto vedere “prima”, e in particolare nell’intervallo di tempo tra le sue dichiarazioni iniziali (quelle secondo cui non poteva riconoscere l’assassino, che aveva il viso mascherato dalla calza) e quelle successive, secondo cui sarebbe stato in grado di riconoscere l’autore del delitto. Un intervallo di tempo di trenta o quaranta giorni durante il quale il testimone era stato in commerci colloquiali con la polizia e, in particolare, con il poliziotto che, appunto, prima che fosse nuovamente ascoltato dai magistrati, aveva mostrato al testimone la fotografia di Zuncheddu.

La difesa ha argomentato che il poliziotto potrebbe aver fatto pressioni sul testimone: ma se pure questo non fosse stato cambierebbe poco, perché a compromettere l’affidabilità del presunto riconoscimento bastava quel fatto, il fatto che la fotografia fosse stata offerta diciamo così privatamente all’esame del teste.

Ma bastava? No, non bastava ancora. Perché emergeva ulteriormente che il testimone, che era sottoposto a intercettazione, in un colloquio con la moglie, appena successivo a un incontro con i magistrati, si lasciava andare a preoccupate considerazioni circa i dubbi degli inquirenti sull’attendibilità del riconoscimento e sul fatto che quella fotografia gli fosse stata messa sotto il naso già precedentemente, al di fuori e in violazione di ogni regola di indagine e processuale. Con la moglie – altro dettaglio emergente da quel dialogo – a sua volta preoccupata che il marito potesse aver detto qualcosa che desse materia buona per la revisione del processo. E per finire: il presunto testimone oculare che, messo alle strette da questi nuovi intendimenti della giustizia, non chiamava un amico, un parente o, come si immagina naturale per chiunque, il proprio avvocato ma, vedi la combinazione, il poliziotto con il quale aveva avuto occasione di intrattenersi nei giorni della sua resipiscenza e che gli aveva mostrato la fotografia di Beniamino Zuncheddu.

Non sappiamo se è innocente, come lui ha sempre sostenuto e come la sua difesa insisteva e insiste a voler dimostrare. Sappiamo che nessuno dovrebbe essere condannato senza prove, o in base a prove false, a stare in prigione neppure un giorno: figuriamoci tutta la vita. E sappiamo che invece può succedere. Sappiamo che invece succede.

 Magistratura, lo scandalo è la malagiustizia: non le pagelle alle toghe. Libero Quotidiano il 02 dicembre 2023

Beniamino Zuncheddu, libero da pochi giorni, che voto avrebbe dato al magistrato che gli ha fatto passare 32 anni di carcere, per errore? La Corte di Appello di Roma, tre anni fa, aveva riconosciuto come legittima la richiesta dell’avvocato di Zuncheddu di procedere a una revisione del processo che lo aveva visto colpevole per l’uccisione di tre pastori in Sardegna. Anche per questi tre anni di ritardata liberazione il voto per i magistrati competenti potrebbe non essere altissimo. Parliamo di voti ai giudici non a caso. In questi giorni si è dato il via libera alla cosiddetta “pagella” del magistrato.

La norma, contenuta nella riforma Cartabia, richiedeva un decreto attuativo per diventare operativa. Quindi voti per tutti? Sì e no. La prima valutazione la potremo avere tra quattro anni, tanto è il tempo previsto dalla legge per compilare il primo giudizio. Palla lunga e attesa certa. Ma l’urgenza c’è tutta. Nel 2022, lo Stato ha dovuto pagare 27 milioni di euro per risarcire 539 casi di ingiusta detenzione. Mentre, per gli errori giudiziari dal 1991 al 2022, il costo totale per lo Stato è stato di oltre 76 milioni di euro.

ERRORI GIUDIZIARI

È come se ogni anno lo Stato pagasse un biglietto da circa 2,5 milioni di euro per gli errori giudiziari. Un biglietto molto scontato (i danni provocati per le sentenze sbagliate sono di molto più onerosi e comunque pagati in media dopo tre anni dal diritto acquisito), ma pur sempre indicatore di un problema serio, che riguarda l’efficienza e la credibilità del sistema giudiziario. E nello specifico la mancata valutazione dei magistrati che sbagliano. Usando i dati ufficiali del Ministero della Giustizia l’Aivm stima che negli ultimi anni ci siano stati 700mila procedimenti che hanno violato le normative esistenti.

Nel tempo della meritocrazia invocata ed esibita perché i magistrati dovrebbero essere sottratti a una valutazione rigorosa sulla loro efficienza e sulla qualità dell’amministrazione della giustizia? Scontata l’ostilità dell’Associazione Nazionale Magistrati (Anm), che sembra trascurare il fatto che un terzo dei detenuti italiani è in attesa di giudizio, quindi innocenti a norma di Costituzione. Negli ultimi 25 anni oltre 26mila italiani hanno subito un periodo di ingiusta detenzione. Più di mille all’anno.

DURATA DEI PROCESSI

Da anni la Banca Mondiale e il Consiglio d’Europa mostrano dati impressionanti per l’Italia e ci dicono che tribunali inefficienti sono fra i fattori principali che rendono difficile fare impresa in Italia. Nell’ultima edizione del Rapporto della Banca Mondiale l’Italia si colloca al 122esimo posto su 190 paesi per la categoria “Tempo e costi delle controversie”. Il problema sono i tempi. Il Rapporto redatto dal Consiglio d’Europa ribadisce due cose molto chiare: la prima riguarda la durata media dei processi: 2.656 giorni peri tre gradi di giudizio, ossia sette anni e tre mesi. In Francia e Spagna i processi durano la metà (poco più di tre anni), in Germania circa un terzo (2 anni e 4 mesi). In Europa siamo all’ultimo posto dopo la Grecia. Per chiudere una causa civile, dunque, possono volerci in media fino a 15 anni. Responsabilità dei magistrati, della loro capacità di giudizio, della loro quantità di lavoro, o della organizzazione degli uffici giudiziari?

L’esperienza ci dice che ci sia di tutto un po’. Certamente non ci si può stupire se la malagiustizia (e le lentezze del sistema giudiziario) sia considerata una delle ragioni principali per cui l’Italia non viene ritenuto un Paese dove investire (o almeno non investirne quanto si potrebbe). Il principale ostacolo, rilevato dal 69% degli intervistati di una recente indagine Ey, è l’incertezza regolatoria, seguita per il 65% del campione da un eccessivo rischio di contenzioso per le imprese. Antonio Mastrapasqua Ex presidente dell’Inps

Le Testimonianze.

Il caso a Palermo. Assolto ma “dimenticato” per due anni ai domiciliari perché l’avvocato era morto: farà causa allo Stato. Carmine Di Niro su L'Unità l'1 Giugno 2023 

Era stato assolto, eppure è rimasto per quasi due anni agli arresti domiciliari senza saperlo. Il motivo? L’avvocato che lo aveva assistito era deceduto.

È la storia che vede protagonista un 49enne sottoposto a misura cautelare il 25 settembre 2020 a Giardinello, in provincia di Palermo, per stalking. Il 19 maggio dell’anno seguente l’uomo viene assolto in primo grado per incapacità di intendere e volere e viene disposta la misura di sicurezza del ricovero in una struttura assistita, ma quel provvedimento non viene mai eseguito, anche dopo la conferma della sentenza in Appello il 20 ottobre 2021

Il 49enne, con qualche problema mentale, è rimasto ai domiciliari perché senza una difesa concreta ed effettiva a causa della morte dell’avvocato che lo aveva assistito in quella causa.

Sono stati i carabinieri, spiega l’Ansa che racconta la vicenda, a richiedere la nomina di un difensore di ufficio per cercare di aiutarlo, viste le condizioni disagiate in cui viveva il 49enne. Ad assisterlo quindi sono arrivati gli avvocati Rocco Chinnici, Luigi Varotta e Francesco Foraci.

“Ci siamo attivati per aiutare questa persona, dopo aver cercato di comprendere per quale titolo si trovasse sottoposto ancora sottoposto alla misura dei domiciliari – dicono i legali – Si tratta di una vicenda umana che evidenzia quanto sia importante il ruolo del difensore nel processo. Abbiamo ricostruito l’iter della posizione giuridica del soggetto con la collaborazione delle cancellerie e il pm ha immediatamente disposto la scarcerazione perché non vi era più alcun titolo che potesse giustificare il regime coercitivo al quale era sottoposto. L’uomo è tornato in libertà il 29 maggio quando in realtà doveva essere scarcerato il 19 maggio 2021. Si tratta di una detenzione di due anni sine titulo, e stiamo valutando le azioni giudiziarie da intraprendere nei confronti del Ministero della Giustizia per il risarcimento dei danni subiti“. Carmine Di Niro 1 Giugno 2023

Open to meraviglia, vi spiego perché non parlerò del mio processo. Matteo Renzi su Il Riformista il 12 Maggio 2023 

Anche oggi mi presenterò in Tribunale, a Firenze, nell’ambito del “processo Open”. Cinque anni fa le prime indagini, quattro anni fa gli scandalosi sequestri show che furono poi annullati dalla Cassazione, tre anni fa il mio avviso di garanzia, due anni fa la richiesta di rinvio a giudizio, un anno fa l’inizio dell’udienza preliminare.

E io come sempre, come ogni cittadino, vado in Tribunale cancellando gli impegni politici per una inchiesta nata da un pregiudizio ideologico che sarà ricordato come uno dei tanti flop, più grave di altri per la straordinaria eco mediatica iniziale, anche se da quando la Cassazione ha demolito l’indagine dei PM nessuno ne parla più. Debbo ai lettori una spiegazione sul perché Il Riformista non seguirà questa udienza preliminare, né questo processo.

Lo scandalo Open non è quello degli organizzatori della Leopolda ma quello di una indagine così assurda da aver visto cinque sentenze di annullamento della Cassazione ancora prima dell’udienza preliminare. Cinque! Credo sia un record. Ma questo giornale non è il luogo della mia difesa. Mi difendo da solo: “Il Mostro” è stato un best seller, non ho mai rifiutato di rispondere ai giornalisti, ho denunciato i magistrati che ritenevo responsabili perché chi è stato Presidente del Consiglio ha l’obbligo di rispettare le istituzioni. E se ritiene che qualcuno sia in malafede ha il dovere di denunciarlo, non il diritto di farlo.

Il Riformista parlerà invece degli altri errori giudiziari, come abbiamo fatto anche ieri: quelli che riguardano i cittadini comuni, quelli di cui non parla nessuno. Il Riformista darà spazio ai magistrati bravi, quelli che devono far carriera indipendentemente dalla propria corrente. Il Riformista ospiterà il dibattito sul futuro della giustizia perché è un nodo nevralgico per la credibilità delle istituzioni ma anche per la tenuta della nostra economia.

Citando lo straordinario discorso di Enzo Tortora, io so di essere innocente e spero che lo siano anche i magistrati che mi indagano ingiustamente. Ma questo giornale non può servire per regolare i miei conti o per proclamare la mia sete di verità. Questo giornale è per tutti quelli che credono che la patria del Beccaria non possa essere affidata alla rabbia dei travagliati giustizialisti del nostro tempo, persone che vivono di rancore, odio, invidia sociale.

Questo giornale non si occupa del processo Open perché parla di tutto il resto. E chissà che il ministro Nordio non ci regali una riforma capace di farci tornare a credere in una giustizia giusta. Magari dalle vergognose indagini fiorentine nascerà una nuova consapevolezza nella magistratura italiana. Siamo pronti a farci sorprendere: Open to Meraviglia. Matteo Renzi

"C'è chi devasta la vita delle persone". L’intoccabile casta dei magistrati, sbagliano spesso e non pagano mai: “Ogni giorno tre innocenti in carcere”. Francesca Sabella su Il Riformista l’8 Febbraio 2023

Chi sbaglia, paga. Funziona così per chiunque eserciti una professione, è così per tutti tranne che per i magistrati. Gli intoccabili. Sbagliano? Certo. E anche tanto. Ma non pagano. E lo ha ricordato e detto bene Davide Faraone, deputato di Azione-Italia Viva, a Omnibus, La7. “Chiunque di noi, nello svolgimento della propria attività, quando sbaglia, paga. Non capisco perché questo non debba valere anche per i magistrati – ha affermato Faraone – Ogni anno mille persone, cioè tre al giorno, finiscono ingiustamente in carcere. A volte si suicidano perché non hanno la possibilità di far valere le loro ragioni. Per un uso distorto della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi, molto spesso accade anche che una persona assolta sul piano penale subisca la confisca dei suoi beni – continua – La stragrande maggioranza dei magistrati fa benissimo il proprio lavoro ma c’è una piccola minoranza che, in collusione con certi settori dell’informazione e della politica, devasta la vita delle persone. E oltre ai detenuti innocenti, quegli errori li paghiamo noi tutti perché le ingiuste detenzioni costano ogni anno ai cittadini 870 milioni di euro. Questi soldi – conclude il deputato – dovrebbero pagarli i magistrati che sbagliano, non i cittadini con le loro tasse”.

Già… dovrebbero. In un mondo ideale se sbagli, paghi e in base al tuo sbaglio magari si decide se è il caso di continuare a svolgere quel lavoro. Un manager che fa fallire un’azienda o crea un grosso danno, si dimette. Per i magistrati non funziona così. Ma oggi il diritto in che modo regola la responsabilità dei magistrati? Oggi la legge dice che chi ha subìto un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia, può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali.

In sostanza, non può citare direttamente il magistrato, ma lo Stato che se poi risarcirà effettivamente il cittadino si dovrà rifare obbligatoriamente sul magistrato. Il magistrato, però, il cui comportamento, atto o provvedimento rileva in giudizio non può essere chiamato in causa ma può intervenire in ogni fase e grado del procedimento, ai sensi di quanto disposto dal secondo comma dell’art. 105 del codice di procedura civile. Tutto chiaro no? Il magistrato sbaglia? Non importa. Intoccabile. Di recente, il nostro Paese ha avuto l’occasione di cambiare questa assurdità con il Referendum Giustizia Giusta che si è arenato poi su una spiaggia di indifferenza e inesatta comunicazione, senza contare la levata di scudi dei magistrati che per un attimo hanno tremato.

Ebbene, se il sì al Referendum avesse trionfato il lavoro del magistrato sarebbe stato equiparato a tutte le altre professioni: i funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici. I magistrati, invece, non potendo essere chiamati a rispondere direttamente dei danni causati nell’esercizio delle funzioni, sono beneficiari di un privilegio immotivato rispetto agli altri pubblici funzionari e anche ai comuni cittadini. Inoltre, osservando le statistiche è evidente che qualcosa in questo sistema giudiziario non funziona come dovrebbe: dal 2010 al 2021 si contano 129 pronunzie tra i tribunali e la Cassazione, ma solo 8 condanne, di cui 3 nei tribunali e 5 in Cassazione, contro lo Stato (l’1,4%).

In tribunale, su 62 sentenze, ci sono state solo 3 condanne, in appello 11 sentenze e “zero” condanne, in Cassazione 23 sentenze e 5 condanne. Tra i distretti nei quali si iscrivono più cause spicca Perugia con 136 richieste in 11 anni, ma solo 6 sentenze emesse, di cui nessuna di condanna. Quindi il risultato è 136 a zero. Nessuna responsabilità mai riconosciuta, in ben 11 anni, in quel distretto. Capite? Non pagano mai. È una giustizia giusta, questa?

Francesca Sabella. Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.

Franco Coppi, la denuncia: "Strane cose nei palazzi di giustizia". Libero Quotidiano il 06 maggio 2023

"Nei palazzi di giustizia succedono cose stravaganti...": l'avvocato Franco Coppi si è raccontato in una lunga e intima intervista al Corriere della Sera. E parlando dell'ultima baruffa avuta con un magistrato, ha detto: "Un collega mi ha chiesto di affiancarlo in Cassazione per un processo che sembrava straperso. Quando ha cominciato a parlare, il presidente della sezione si è subito mostrato insofferente. Lo ha redarguito, gli ha detto che aveva già depositato 100 pagine. 'Non vorrà ripetere tutto daccapo', è sbuffato dichiarandosi seccato. Così il collega si è avvilito e in pratica ha rinunciato a parlare". Poi è toccato a lui: "Quando ho preso la parola mi ha detto: avvocato, io oggi ho 34 processi, la prego di fare in fretta. Gli ho risposto: beato lei che ne ha 34, io ne ho solo uno e non intendo rinunciare a una sola parola. Secondo me ha pensato: questo mi fa un esposto e alla fine sa cosa ha fatto? Ha annullato la sentenza con rinvio". 

Qualcosa da dire, però, ce l'ha avuta anche sugli avvocati: "Non ci facciamo mancare nulla neanche noi. Le ho già raccontato del collega che fece un’arringa accorata contro la richiesta di ergastolo per il suo assistito?", ha chiesto alla giornalista del Corsera. Il riferimento è al legale che disse "il poveretto deve già sopportare di vivere senza i suoi genitori". "Ricordo ancora bene la faccia del presidente quando lo interruppe (ride). Gli disse: avvocato, ma i genitori li ha ammazzati lui! E quello: vabbè, sempre orfano è. Inarrivabile", ha raccontato ancora Coppi. 

Tra i problemi più urgenti della giustizia italiana c'è, secondo lui, "la lunghezza abnorme dei processi; 7-9 anni di media è un tempo mostruoso". Ma non è tutto: "Poi ho la sensazione di una certa trasandatezza nel sistema Giustizia, come se ci fossimo tutti quanti un po’ abbassati di livello". Parlando del caso Avetrana e di Sabrina Misseri, l'avvocato 84enne ha confessato: "Prima ci scrivevamo una lettera a settimana, adesso all’improvviso tace. So che è in crisi e questo mi amareggia e mi preoccupa. Sono convintissimo dell’innocenza sua e di sua madre. Abbiamo fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo superato il primo controllo di ammissibilità. Ma i tempi sono lunghi. Lascerò il caso in eredità al mio studio...".

Un pensiero infine per l'avvocato Ghedini: "Povero Ghedini, era una persona perbene ed era diventato un amico; lui voleva molto bene a Berlusconi. Il suo cane mi riempie le giornate. Gli parlo, so che mi capisce. A Villa Borghese siamo diventati molto popolari". 

L’avvocato Franco Coppi: «Sabrina Misseri mi scriveva una lettera a settimana. Mi fermano al parco per chiedermi consigli legali». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 5 maggio 2023.  

L’avvocato Franco Coppi: «Il cane che mi regalò Ghedini mi riempie le giornate. Tornando indietro forse farei il pittore» 

È sabato pomeriggio e l’avvocato Franco Coppi stavolta non riceve a «casa sua», cioè in Cassazione. L’appuntamento è nel suo studio.

Nell’ascensore qualcuno ha scritto «Viva Lazio», se n’è accorto? «Figurarsi se un romanista come me non se ne accorge. Penso di far cambiare tutto, non basta cancellare la scritta per lavare l’offesa». Ride.

Ci ricorda la sua età?

«Ottantaquattro anni, nato a ottobre, Scorpione».

Ma lei è tipo da oroscopo?

«Eccerto! Solo che trovo inutile preoccuparsi prima di come andrà una giornata, e allora lo leggo il giorno dopo per sapere se ci ha azzeccato».

L’ultima baruffa con un magistrato?

«Una cosa recente. Un collega mi ha chiesto di affiancarlo in Cassazione per un processo che sembrava stra-perso. Quando ha cominciato a parlare, il presidente della sezione si è subito mostrato insofferente. Lo ha redarguito, gli ha detto che aveva già depositato 100 pagine. “Non vorrà ripetere tutto daccapo”, e sbuffato dichiarandosi seccato. Così il collega si è avvilito e in pratica ha rinunciato a parlare».

Ma poi è toccato a lei...

«Quando ho preso la parola mi ha detto: avvocato, io oggi ho 34 processi, la prego di fare in fretta. Gli ho risposto: beato lei che ne ha 34, io ne ho solo uno e non intendo rinunciare a una sola parola. Secondo me ha pensato: questo mi fa un esposto e alla fine sa cosa ha fatto? Ha annullato la sentenza con rinvio. Nei palazzi di giustizia succedono cose stravaganti...».

A quale aneddoto sta pensando?

«A una scenetta vissuta in Cassazione. Era un processo per reati sessuali. La presidente fa un appello alle parti; vi prego di usare toni soft, chiede, e di non impiegare parole che facciano riferimento a parti corporali. Mi sono chiesto: e cosa racconto se non posso parlare del corpo? Così quando è toccato a me ho detto: presidente, io mi adeguo, parlerò di problemi di dietro. C’è stato un momento di gelo, ho pensato: adesso mi accusa di oltraggio, e invece stava cercando di capire che cosa volessi dire, e quando l’ha capito ha esultato: bravo avvocato, bravo!».

Anche sugli avvocati ci sarebbe molto da dire...

«Vero. Non ci facciamo mancare nulla neanche noi. Le ho già raccontato del collega che fece un’arringa accorata contro la richiesta di ergastolo per il suo assistito?».

Quello che disse «il poveretto deve già sopportare di vivere senza i suoi genitori»?

«Proprio lui. Ricordo ancora bene la faccia del presidente quando lo interruppe (ride). Gli disse: avvocato, ma i genitori li ha ammazzati lui! E quello: vabbé, sempre orfano è. Inarrivabile...».

Ora un argomento serio. Qual è il problema più grave della giustizia, secondo lei?

«Fosse soltanto uno... Certamente la cosa che più salta agli occhi è la lunghezza abnorme dei processi; 7-9 anni di media è un tempo mostruoso. So che diventando vecchi si diventa laudator temporis acti ma quand’ero giovane andavo in udienza e sapevo che il processo avrebbe avuto una durata accettabile. Oggi capita che il pubblico ministero discuta a gennaio e la difesa a dicembre. Fissano udienze dopo un anno... E poi ho la sensazione di una certa trasandatezza, nel sistema Giustizia, come se ci fossimo tutti quanti un po’ abbassati di livello. E sa un’altra cosa?».

Cosa?

«È inutile parlare di separazione delle carriere. L’unica separazione utile è fra persone capaci e intelligenti e chi non lo è. Io penso che un modo per velocizzare tutto potrebbe essere una cosa che farà storcere il naso a molti colleghi, lo so già».

Che sarebbe?

«Restituire al giudice del dibattimento la conoscenza degli atti. Oggi esiste quest’idea sacra che il giudice debba arrivare vergine al dibattimento. Ma se uno è perbene e onesto intellettualmente può leggere gli atti e farsi un’idea prima del processo e poi, in aula, può anche cambiarla sentendo le parti».

Il caso Avetrana è sempre il suo cruccio? Ha ancora contatti con Sabrina Misseri?

«Prima ci scrivevamo una lettera a settimana, adesso all’improvviso tace. So che è in crisi e questo mi amareggia e mi preoccupa. Sono convintissimo dell’innocenza sua e di sua madre. Abbiamo fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo superato il primo controllo di ammissibilità. Ma i tempi sono lunghi. Lascerò il caso in eredità al mio studio...».

Non le crede nessuno se dice che vuole ritirarsi.

«Non è quello. Io mi emoziono ancora come il primo giorno all’idea che uno bussi al mio studio per chiedermi aiuto. Ma le ho già detto quanti anni ho... Faccia un po’ lei».

Sta parlando della morte?

«Beh, l’età non aiuta a tenere lontano il pensiero. Vero è che Andreotti sosteneva che i processi allungano la vita...».

In che senso?

«Diceva che i magistrati contavano sul fatto che lui morisse prima della sentenza, così avrebbero pronunciato estinto il reato per morte del reo. E allora lui se n’era fatto una questione di puntiglio: non muoio finché non finisce il processo, e così è stato».

E il cane che le regalò l’avvocato Ghedini?

«Povero Ghedini, era una persona perbene ed era diventato un amico; lui voleva molto bene a Berlusconi. Il suo cane mi riempie le giornate. Gli parlo, so che mi capisce. A Villa Borghese siamo diventati molto popolari».

Vi fermano per autografi?

«Non proprio. Ma ci conoscono, ci fermano. L’altro giorno un tizio mi ha detto: avvoca’, ho menato mi’ moglie, 20 giorni de prognosi salvo complicazioni. È grave? E io: beh, ha una certa gravità. Risposta: se me serve posso passà? Non l’ho più visto... La moglie l’avrà perdonato».

Se tornasse indietro rifarebbe l’avvocato?

«Io ho fatto l’avvocato per sbaglio. Ho scelto il penale perché mi sembrava meno avvocatura, non c’era da impicciarsi di società, cambiali e cose del genere. Ho cominciato 60 anni fa e all’epoca il cuore del processo era la Corte d’Assise, cioè l’uomo, con le sue passioni e i suoi sentimenti».

Ma non ha risposto: rifarebbe l’avvocato?

«Forse farei il pittore, che è la mia vecchia passione. Anche se devo dire che se veramente avessi avuto dentro il fuoco dell’arte me ne sarei fregato dell’avvocatura. Mentre studiavo Giurisprudenza andavo all’accademia e vivevo in mezzo ad aspiranti pittori come me, e le assicuro che una cena fra pittori mancati è esaltante».

Vi sentivate intellettuali?

«Più che altro ci divertivamo. In una serata tu potevi distruggere nientemeno che Michelangelo: “appena passabile come scultore eh... ma come pittore non me ne parlare”. Salvavi Raffaello, magari. Ma Picasso: “chi è Picasso? Chi lo conosce?” Forse non era la mia strada... Non so più chi ha detto che passiamo tutta la vita a diventare quello che siamo, io sono un avvocato. E va bene così».

Cronache private. La giustizia, come la verità, è in mano a uomini imperfetti. Valentina Parasecolo su L'Inkiesta il 10 Maggio 2023.

Il caso Rambaldi, un’indagine parallela a quella delle forze dell’ordine, l’interesse a intermittenza della stampa e segreti impronunciabili. L’Italia giovane e bella degli anni Sessanta vorrebbe lasciarsi alle spalle un passato che rimane in agguato nel buio nel primo romanzo di Valentina Parasecolo

Era passato quasi un anno dal giorno in cui Sergio era stato ucciso e seppellito sotto la sabbia di una spiaggia lacustre. Giovanni pensava a lui ogni giorno, mai gli era successo con una vittima delle storie che aveva coperto.

Caso Rambaldi. La Cassazione ha accolto il ricorso dei legali di Sacchi, riconoscendo l’insufficienza delle motivazioni contenute nel mandato di cattura. Nel capo di imputazione il giudice istruttore Curzio Monaldi ha combinato un pasticcio perché i «sufficienti indizi di colpevolezza» alla base della propria decisione non erano affatto elencati. Una svista non da poco, che getta il sospetto dell’inadeguatezza su questo magistrato silenzioso, che pure da mesi lavora a testa bassa sull’omicidio del piccolo Sergio.

Giovanni gettò il mozzicone di sigaretta a terra e scosse la testa, pensando allo sbaglio grossolano di Monaldi. Sempre di più quella storia gli appariva come una sequenza di istinti, irrazionalità, scelte emotive ed errori.

Se n’era convinto a forza di coprire omicidi e scandali. Diversamente dall’idea che hanno molti lettori, di giornali e di libri, diversamente da quello che lui stesso aveva pensato per tutta la vita, il male quasi mai è il frutto di un’attenta elaborazione, il piano di un’intelligenza malevola. E quasi mai la soluzione della giustizia, l’equilibrio finale del bene, è una conquista logica e lineare fondata su una causalità perfetta.

La citrullaggine, la leggerezza, talvolta l’inerzia del conformismo muovono il mondo anche nei suoi fatti più crudeli. Lo aveva sentito dire anche all’osteria a Ferso… «Quasi sempre i fattacci avvengono per stupidità!» Il tentativo di ricondurli alla ragione, attraverso i tribunali, non doveva far credere che a prevalere fosse sempre il limpido procedere del senno. La giustizia, come la verità, era in mano comunque a uomini imperfetti.

Era sabato notte. Chi non aveva il turno o la moglie a casa scendeva alla fiaschetteria. La fiaschetteria era a pochi passi da piazza Duse, il salotto silenzioso dell’alta borghesia, alla quale – nella redazione – appartenevano solo il direttore e pochi altri, quasi tutti legati all’editore. Il locale, bohémien e un filo chiassoso, era tollerato dai residenti solo perché si trovava ai margini del quartiere. E poi si lasciava frequentare da qualche intellettuale, comprese alcune firme prestigiose della Pagina e di Tempi moderni, la cui sede da qualche anno dava sui giardini di via Palestro.

L’aria fresca di un’estate pronta a concedere un po’ di ferie spingeva i giornalisti più audaci a concludere la giornata facendo serata alla Sala Venezia o al Basso. Giovanni non si sentiva affatto audace, voleva solo un amaro e poi camminare lentamente verso casa. Con un bicchiere pieno in mano si accomodò quindi su una sedia isolata rispetto al resto dei tavoli festanti, all’aperto, fuori dalla fiaschetteria.

Molina gli si avvicinò: «Hai letto la breve di domani su Rambaldi?»

«Sì, era tua? Non c’era la firma.»

«Sì, giusto due righe per aggiornare…» Milano, pochi mesi dopo la strage di piazza Fontana, era un susseguirsi di scioperi e proteste. Poco spazio per la nera nazionale, anche nel rotocalco. «Che disastro Monaldi… Allierini, il pubblico ministero, è certo che il delitto sia a sfondo sessuale.» Stavano scadendo i termini di carcerazione anche per Lauri e per Madia. «Vedrai… Se non trovano buone prove quelli tornano in libertà e magari ci restano.» Lo diceva con una punta di amarezza, come a lasciar intendere che del caso in fondo gli importasse davvero.

«Secondo te ci rimandano a Ferso?»

«No, no. Almeno non per ora. Non interessa…» fece lui guardando verso l’arco della Società Buonarroti, colonne d’Ercole del quartiere.

Stavano arrivando due giovani donne, studentesse universitarie amiche di Molina.

Il giornalista respirò a pieni polmoni come a voler accogliere il profumo di quel momento, per ricordarlo. Con una figlia ormai alle medie, una separazione in corso e un patrimonio di citazioni da migliaia di libri letti, pareva navigato e insieme refrattario a coinvolgimenti emotivi troppo intensi: dava l’idea di saper bene cosa volesse dire godersela.

«Tu, caro Pitorsi, come diceva Giovanni Verga, “hai avvelenato la festa della giovinezza esagerando e complicando i piaceri dell’amore”, e così ti prendi i dolori che ne sono il risultato. Ma hai quanto? Venticinque anni?…»

«Trenta. Quasi.»

«E allora fai ancora festa, che a forza di far festa ti passa la voglia di avvelenarla!»

Giovanni quella voglia l’aveva vista svanire negli ultimi anni; si era appena rinvigorita dopo l’estate trascorsa a Ferso. Gli pareva di poter essere finalmente lineare. Ma com’era finita? Con la certezza che Dora andasse solo dimenticata, che fosse persa per sempre.

Quindi, per quanto lo riguardava, ogni giro di danza sarebbe stato solo accidentale. Non erano più i tempi dei corteggiamenti, dei complimenti, degli amoreggiamenti operosamente ricercati. Quelli dai quali poi scappare in modo rocambolesco o vigliacco. Non erano più i tempi in cui si potevano avere insieme una promessa sposa a casa, un’amante al lavoro e una di cui innamorarsi in Maremma. Non ne aveva più la forza, anche se non aveva neppure trent’anni. […]

Che carine che erano le studentesse… Una, Barbara – sì, forse si chiamava Barbara –, cercava di coinvolgere Giovanni con fare sinceramente incuriosito: «Quando hai iniziato a fare il fotografo?», «Ti piace?», «Qual è il tuo scatto migliore?» Era un accidente, Barbara? Un accenno di amore non cercato che gli stava di nuovo piombando addosso? Giovanni voleva lasciarsi andare ma, men- tre rispondeva alla raffica di piccole domande col suo solito stile laconico, sentiva addosso lo sguardo di Imma.

Se fai un’altra festa di lacrime questa volta la paghi. Non voleva rischiare di incrociare il suo volto, lo evitava come fosse quello della Medusa. Eppure, se le avesse dato le spalle avrebbe provato il fastidio di una coltellata invisibile, alla schiena.

Pensando di poter vincere l’aria da sortilegio che la donna aveva portato davanti alla fiaschetteria, Giovanni prese per mano Barbara e, tenendo nell’altra l’ultimo drink, si avviò verso il parco come per sottrarsi allo sguar- do altrui. Era l’unico sforzo che era disposto a fare per accogliere il nuovo incontro.

«Dove vivi?»

«A Porta Ticinese.»

Stava dalla parte opposta rispetto a casa sua, ma ora che l’aveva allontanata dall’amica e dal gruppo provava un senso di colpa a lasciarla sola nella notte milanese.

«Ti accompagno io… Ma andiamo piano che, come vedi, so’ zoppo…»

«Che ti è successo?»

Avrebbe dovuto raccontarle dell’incidente da tombarolo, ma non aveva voglia di addentrarsi in storie bizzarre con una sconosciuta: «Incidente sul lavoro, durante un servizio.»

Lei lo guardava incuriosita: nella misteriosa e frettolosa ritrosia ad approfondire c’era il principio di una fascinazione. La ragazza studiava Lettere, veniva da Novara, le piaceva disegnare. «Perché non sei fidanzato?»

Quello che Giovanni non aveva chiaro era che la festa della giovinezza l’avvelenano anche le ragazze quando invece di tirarsi indietro di fronte a una possibile complicazione cedono rovinosamente alla sua seduzione. Per questo quando lui rispose: «Barbara, sono un disgraziato», credendo di destare con la franchezza una qualche saggia ritrosia, quella replicò altrettanto francamente: «Be’, a me piacciono i disgraziati.»

E lui se ne stupì, come ogni volta. […]

Da “Cronache private” di Valentina Parasecolo, Marsilio, 496 pagine, 21 euro.

L'orrore giudiziario. Il caso Tortora non ha insegnato nulla, il libro della figlia Gaia: tre errori al giorno e i giudici promossi. Annalisa De Simone su Il Riformista il 5 Maggio 2023 

È un libro di cui si è discusso, ma di cui mi auguro si parli ancora tanto, quello di Gaia Tortora: ‘Testa alta, e avanti’ (Mondadori). La storia della sua famiglia si apre con lei a quattordici anni, il giorno dell’esame di terza media, lei che cammina verso scuola ancora ignara di come le forze dell’ordine abbiano fatto irruzione all’hotel Plaza e arrestato suo padre. Nonostante un collasso cardiaco, Enzo Tortora verrà trattenuto in caserma fino a mezzogiorno.

Ammanettato e scortato da due agenti, sarà poi fatto uscire di fronte alla folla di giornalisti e condotto, nel susseguirsi dei flash, su un’auto d’ordinanza ferma sul lato opposto della strada. Direzione: Regina Coeli. Fino al giorno in cui non verranno concessi gli arresti domiciliari per motivi di salute, nel gennaio del ’84, Tortora viene interrogato due volte, ma i pm Di Pietro e Di Persia non si convincono della sua innocenza. In più, man mano che varie testimonianze smontano le accuse di Pandico e Barra, a emergere saranno nuove dichiarazioni a carico dell’imputato. Nel 1984, grazie anche alla legge Cossiga e all’introduzione di sconti di pena per chiunque collabori con la giustizia, i pentiti arrivano a essere addirittura undici. Suo amaro commento: “La Nazione del pentitismo”.

L’esergo scelto da Gaia Tortora è tratto da “Il corpo in cui sono nata” di Guadalupe Nettel: “Il terremoto portò via con sé anche gli ultimi resti della mia ingenuità e della mia innocenza”. Un terremoto figurato, il suo, non per questo uno strappo meno violento. Raccontare il dolore della bambina, prima, e della donna, poi, consente di inquadrare la vicenda sotto due diversi punti di vista, utili entrambi a capire: c’è il piano emotivo di chi sente, la quattordicenne, e allora si rinchiude nel silenzio o indossa un sorriso di circostanza, e c’è quello logico di chi pensa, l’adulta che disseppellisce i ricordi, e che ne trae una speranza. Per questo è un libro pieno di luce, il suo, nonostante il dolore, per quell’augurio di un principio di civiltà che Tortora invoca. Una giustizia che sia giusta. Il dolore resta, certo. Negli anni perde giri, decelera, ma è sempre pronto a tornare e a battere: “Allora l’organo-dolore si risveglia, comincia a pulsare. Il male che sento è identico a quello di allora”.

Ogni giorno tre innocenti finiscono in carcere per errore, più di mille cittadini l’anno. Lo sappiamo: titoli di giornale che additano i presunti colpevoli, seguiti, nemmeno sempre, da trafiletti nelle ultime pagine a segnalare l’errore. A volte quando va bene, troppo flebile rispetto al chiasso, dal silenzio si solleva una voce, come quella che all’epoca fu, insieme con Pannella, di Enzo Biagi: “Si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento”. Siamo al punto in cui, nel memoir, il passo si allunga dalla storia intima a quella collettiva. Fino a un monito: “Mi disgusta che lo Stato non si sia fatto in alcun modo carico di questo tragico errore giudiziario, così come che i giudici che l’hanno perseguitato non solo sono stati assolti in tutte le sedi deputate al loro giudizio, ma sono addirittura stati promossi”.

Nel peso di un dolore destinato a resistere e a rinnovarsi, ciò che colpisce è la misura con cui Tortora dà corpo alla speranza. Consapevole di quanto in ambito giudiziario sia difficile far sempre coincidere le due verità, quella storica e quella processuale, il suo augurio è che si intervenga per riformare un quadro ampiamente perfettibile, ma con l’aggiunta di una postilla: “Non per questo, io credo, possiamo permetterci di buttare tutto il sistema giù dalla torre”. Se il dolore non ha misura, il ragionamento sì, deve averne. D’altronde, ogni volta che si dirada la nebbia delle contrapposizioni ideologiche, da dietro la coltre a emergere è la stessa smania di semplificare. Ma così come non si contrappone alla categoria “magistrati” chi mette in guardia dalla furia del giustizialismo, in egual modo semplifica chi fa del garantismo una religione.

L’assoluto è di per sé riduttivo, non contestualizza e non articola e semmai, al contrario di qualsiasi logica, adatta l’assunto alle sue conclusioni. Quando Enzo Tortora, “instancabile nonostante il corpo affaticato”, promuove nel ‘87 il referendum radicale sulla responsabilità dei magistrati – che vede il trionfo del “sì” con l’80,5 per cento delle preferenze – non si scaglia contro un sistema, ma a favore di una libertà. Il rispetto del diritto da parte di tutti, nessuno escluso. È questo il lascito che sua figlia trasporta sulle pagine, mentre il dolore diventa una testimonianza, l’idea che la propria storia appartenga agli altri. Piccoli passi verso l’affermazione di un principio di umanità: lì dove la morale comune non può che coincidere con quella “politica”, lì dove a differenza di come la pensano i giacobini, un fine ultimo dell’agire umano non deve esistere, perché un bene supremo a cui sacrificare ogni cosa, e perfino una vita, non è ammissibile, perché il fine non giustifica il mezzo e perché dare battaglia non è mai giustizia, è giusto semmai un processo che risulti tale. Senza buttare giù il sistema dalla torre, ma con convinzione – è la solitudine che Federico Caffè addita al riformista, il quale: “preferisce il poco al tutto, e il realizzabile all’utopico”. A piccoli passi, nel gradualismo pragmatico della trasformazione. Ma pur sempre, come titola Tortora, a testa alta. Annalisa De Simone

Le prove di forza della magistratura. Perché Enzo Tortora non è stato un errore giudiziario: il modus operandi dei pm attuale anche oggi. Gian Domenico Caiazza  su Il Riformista il 5 Maggio 2023 

Il caso Tortora non fu un errore giudiziario, evento deprecabile ma in qualche modo drammaticamente fisiologico nella dinamica del processo penale. Fu invece la difesa strenua e spregiudicata di una gravissima negligenza originaria, e con essa una tracotante prova di forza della magistratura italiana.

La Procura di Napoli, infatti, si era fatta bastare il laconico inserimento di “Tortora Enzo, fedelissimo su Milano” nell’elenco redatto dal principale collaboratore di giustizia dell’inchiesta, un tizio gravato da precedenti per gravi fatti di calunnia, per arrestare il più popolare presentatore televisivo del momento. Arresto che non fu preceduto da nessuna – ripeto: nessuna – verifica dell’accusa: non una indagine bancaria, non un pedinamento, non una intercettazione: nulla. Subito le manette all’Hotel Plaza, in diretta televisiva pressoché planetaria.

Quando la difesa riuscì a ricostruire, dal buio del proprio incredulo sgomento, la storia della richiesta alla trasmissione “Portobello” di restituzione dei centrini da tavolo realizzati da un detenuto, boriosamente “patrocinata” da quello squilibrato, e dunque il movente psichiatrico della calunnia, in quel preciso momento nasce il caso Tortora, tuttora il più indecente scandalo giudiziario della storia repubblicana. Una Procura della Repubblica così espostasi a livello mediatico non poteva ammettere quell’incredibile azzardo accusatorio, ammissione che avrebbe demolito (come d’altronde era giusto che fosse) l’intera inchiesta. Entrava in gioco la credibilità, la intangibilità e alla fine dei conti il potere di una corporazione del tutto indisponibile a mettersi in discussione, che infatti si strinse tetragona in difesa dei propri colleghi partenopei.

L’innocenza di Enzo Tortora avrebbe significato la “colpevolezza” della Procura di Napoli e la perdita di credibilità della intera magistratura italiana: inconcepibile, qui da noi. Ed ecco che, come d’incanto, si moltiplicano i pentiti disposti ad accusare Enzo, una quindicina tutti ospitati nella accogliente Caserma Pastrengo, liberi di concordare le proprie accuse, in speranzosa aspettativa -diranno molti anni dopo- di più favorevoli trattamenti detentivi. Ecco che il ritrovamento del nome e del numero di telefono del commerciante casertano Enzo Tortòna (perché anche il Fato ci mette del suo) nell’ agendina dell’amante di un boss della camorra resterà per molte settimane la “prova regina” (scriverà la stampa, portavoce spudorata di quella Procura) dell’affiliazione criminale di Tortora, che disperatamente chiedeva di verificare subito di chi altro potesse essere quel numero (senza prefisso!).

Ecco l’accorrere eccitato e frenetico di “testimoni” a caccia di una insperata e formidabile visibilità. Di qui la condanna annunciata, e uno scandalo interrotto solo da un collegio di Giudici di Appello straordinariamente coraggiosi, non disposti ad avallare ulteriormente una simile indecenza, poi seguiti dalla Cassazione. Ma non bastarono quelle due sentenze, e nemmeno la coraggiosa presa di posizione – che pochi ricordano – di Magistratura Democratica, che all’indomani della incredibile archiviazione della pratica disciplinare solo formalmente aperta a carico di quegli inquirenti, con una clamorosa conferenza stampa a Napoli prese le distanze con una tale forza da farne conseguire la crisi della Giunta di ANM allora in carica. Non solo nessuna censura disciplinare fu sollevata, ma anzi solennemente il CSM promosse con encomio (sissignore: con encomio) tutti i protagonisti di quella vergogna. Ecco perché quella di Enzo Tortora non è affatto la storia di un errore giudiziario: è invece la più impietosa rappresentazione di quale potere immenso e incontrastabile sia capace di esprimere in questo Paese la corporazione della Magistratura, soprattutto quella inquirente. Non una brutta pagina del passato, ma un monito dolorosamente attuale.

Gian Domenico Caiazza, Presidente Unione CamerePenali Italiane

Quando lo Stato diventa nemico.

Antonio Giangrande: Il nostro cavallo di battaglia è l’istituzione del difensore civico giudiziario che possa operare con i poteri giudiziari, contro gli abusi e le omissioni dei magistrati e degli avvocati e degli apparati ministeriali a tutela dei cittadini. Sposiamo la causa e divulghiamo l’iniziativa concreta.

(ANSA il 10 giugno 2023) Dopo dieci condanne non andrà in carcere. Lo ha deciso il tribunale di Termini Imerese, giudice Claudia Camilleri, accogliendo la tesi dell'avvocato Francesco Paolo Sanfilippo difensore del termitano M. L., di 48 anni. Il tribunale ha rigettato l'istanza del pubblico ministero che ha chiesto la revoca del beneficio della sospensione condizionale della pena. L'uomo, pluripregiudicato, è stato condannato con sentenza del 4 aprile 2022 dal tribunale di Termini Imerese, in composizione monocratica, a un anno di reclusione con il beneficio della pena sospesa, per reati commessi nel 2015.

Il giudice monocratico di allora, gli aveva concesso il beneficio nonostante l'uomo già ne avesse usufruito e nonostante avesse una lunga serie di precedenti condanne per detenzione di stupefacenti, furti, rapina , invasione di edifici. La procura ha proposto la revoca del beneficio e quindi ha chiesto di eseguire la pena di un anno di reclusione, visto che negli ultimi cinque anni l'uomo ha riportato un'altra sentenza definitiva di condanna a tre anni e dieci mesi di reclusione.

L'avvocato difensore, alla luce di un precedente della Cassazione del 2015, ha sottolineato prima un vizio procedimentale sostenendo che il pm anziché proporre incidente d'esecuzione avrebbe dovuto impugnare nei termini la sentenza con l'atto di appello. Inoltre la sentenza relativa la condanna di tre anni e dieci mesi di reclusione era divenuta definitiva prima della sentenza della quale si chiedeva la revoca della pena sospesa. 

"In base al complesso meccanismo che disciplina le sequenze temporali tra le sentenze definitive nei casi di revoca del beneficio, la richiesta del pm non poteva essere accolta come ha confermato il giudice - afferma il legale - Sono molto soddisfatto dell'epilogo del procedimento, visto peraltro che il mio assistito già da tempo, per sua fortuna, ha cambiato stile di vita e da alcuni mesi ha finalmente trovato una seria e stabile occupazione lavorativa che sarà importantissima per il suo reinserimento sociale. Una carcerazione avrebbe inevitabilmente compromesso o comunque ritardato questo suo percorso di ravvedimento".

L’Iniquità. (ANSA il 10 febbraio 2023) - Nel 2006 fece un taccheggio per 5 euro e 20 centesimi in un supermercato di Firenze, rubò per un po' di cibo. Ora, 17 anni dopo, un uomo di 55 anni, senza fissa dimora, finisce in carcere a Bologna per espiare una condanna definitiva a 2 mesi.

 La vicenda viene ricostruita stamani da Carlino e Nazione. A suo tempo, era il novembre del 2006, l'uomo venne bloccato e poi denunciato per il tentato furto di pochi alimenti che vennero pure recuperati. Gli venne riconosciuta l'attenuante della lieve entità, la procura di Firenze chiese il rinvio a giudizio, ci furono i processi con la condanna, anche in appello, a 2 mesi.

Quando la sentenza è diventata definitiva, nessuno però ha chiesto per lui una misura alternativa alla detenzione in carcere, richiesta che di solito fa il difensore, un legale d'ufficio in caso non ci sia l'avvocato di fiducia.

 Due giorni fa i carabinieri hanno rintracciato il 55enne in una struttura di accoglienza per senza fissa dimora a Bologna e lo hanno portato al carcere di Dozza.

Cedu, troppi i casi e le decisioni ancora in attesa di esecuzione. Il Consiglio d’Europa “bacchetta” tutti i Paesi del Vecchio Continente: «Il rispetto delle sentenze è essenziale per lo Stato di diritto». In Italia 49 vicende “attenzionate”. Monica Russo su Il Dubbio il 7 aprile 2023

«Il rispetto delle sentenze dei tribunali è essenziale per lo Stato di diritto. Nel corso degli anni, i nostri Stati membri hanno compiuto progressi costanti nell'attuazione pratica delle sentenze della Corte europea, ma ora la Corte si occupa di un numero sempre maggiore di casi di crescente complessità. In tutta Europa, la convenzione sui diritti umani ha progressivamente cambiato in meglio la vita delle persone. Affinché questo impatto positivo continui, i nostri Stati membri devono dimostrare la volontà politica di attuare le sentenze in modo completo e coerente». A dirlo è il segretario generale del Consiglio d'Europa Marija Pejcinovic Buric, che ha esortato gli Stati membri a mostrare una maggiore volontà politica di attuare le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo e a migliorare la loro capacità di farlo.

Secondo l'ultimo rapporto annuale del Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa sull'esecuzione delle sentenze della Cedu, nel 2022 sono stati trasferiti 1.459 nuovi casi dalla Corte europea al Comitato dei ministri, che ne supervisiona l'attuazione da parte degli Stati membri.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2022 il Comitato dei Ministri ha ricevuto dalla Corte europea 49 cause contro il nostro Paese per la supervisione della loro esecuzione, dieci in meno rispetto al 2021, mentre nel 2020 erano 28. Al 31 dicembre 2022, l'Italia aveva 187 cause pendenti ( contro le 170 del 2021 e le 184 del 2020), di cui 23 cause principali classificate con procedura rafforzata ( le stesse del 2021 e del 2020) e 35 cause principali classificate con procedura standard.

Dei principali casi sottoposti a procedura rafforzata, 13 sono pendenti da cinque anni o più. Allo stesso modo, 15 dei principali casi sottoposti a procedura standard sono pendenti da cinque anni o più ( rispetto ai 16 nel 2021 e ai 15 nel 2020). Il carico pendente include in particolare casi o gruppi di casi riguardanti questioni relative all'irriducibilità delle pene detentive a vita in assenza di cooperazione con le autorità giudiziarie, la mancata reazione delle autorità all'inquinamento atmosferico a scapito della salute della popolazione circostante, l'inefficace e ritardata gestione delle denunce di violenza domestica e il rispetto del diritto di visita dei genitori. Tra le nuove violazioni rilevate dalla Corte nel 2022, una di esse riguardava la detenzione di persone con problemi di salute mentale nelle carceri ordinarie e la mancanza di una capacità sufficiente negli istituti specializzati per ospitarle.

Nel corso del 2022, il Comitato dei Ministri ha esaminato e adottato decisioni in relazione a sei principali cause o gruppi di cause con procedura rafforzata. Il Comitato ha chiuso 32 casi, inclusi due casi principali sotto supervisione rafforzata e due casi principali sotto supervisione standard. Anche l'arretrato delle cause amministrative è stato ridotto. Più in generale, è stata migliorata l'efficacia del rimedio risarcitorio per procedimenti irragionevolmente lunghi (Legge Pinto) in quanto sono state garantite le risorse di bilancio necessarie e sono stati accelerati i procedimenti. In particolare, è stato possibile chiudere un gruppo di cause in procedura rafforzata riguardanti diverse carenze nel rimedio risarcitorio disponibile dal 2001 per le vittime di procedimenti giudiziari eccessivamente lunghi. Un caso di primo piano in rito ordinario è stato archiviato a seguito di una sentenza della Corte Costituzionale italiana che ha dichiarato incostituzionale l'automatica attribuzione, alla nascita o all'atto dell'adozione, del cognome del padre. Un altro caso di primo piano, sul principio ne bis in idem, è stato archiviato sulla base dell'incorporazione da parte dei tribunali interni della pertinente giurisprudenza della Corte europea. Inoltre, 12 casi ripetuti sono stati archiviati perché non erano necessarie o possibili ulteriori misure individuali.

Le autorità hanno presentato un piano d'azione, 27 relazioni d'azione e 22 comunicazioni. I primi piani d'azione/ relazioni d'azione erano attesi in relazione a tre casi/ gruppi principali nonostante la scadenza del termine prorogato a tale riguardo. Si attendevano piani d'azione/rapporti d'azione aggiornati o comunicazioni contenenti ulteriori informazioni in relazione a 18 casi/ gruppi principali, in cui il termine fissato dal Comitato dei Ministri a tale riguardo è scaduto (cinque casi/ gruppi) o il feedback è stato inviato dal Dej prima del 1° gennaio 2022 (13 casi/ gruppi).

Nel 2022, infine, si è registrato l'integrale pagamento dell'equa soddisfazione concessa dal Tribunale in 23 cause, mentre si attendeva la conferma dell'integrale pagamento e/ o degli interessi moratori in 31 cause per le quali il termine indicato nella sentenza della Corte è decorso da più di sei mesi.

La lunga torsione del processo penale è il più vistoso disallineamento dell’ordinamento dello Stato. È stata una silente eversione che ha lasciato sempre (o quasi) intatta la forma - sia chiaro, quella è sempre stata apparentemente rispettata - ma che ha favorito il proliferare nelle prassi, nella costituzione delle carriere, nelle interlocuzioni del Deep State tra magistratura inquirente ed enti governativi della sicurezza che contraddice qualsivoglia separazione dei poteri e rappresenta la più potente minaccia all'autonomia della politica. Alberto Cisterna (magistrato) su Il Dubbio il 2 aprile 2023

La torsione del processo penale verso obiettivi securitari rappresenta, probabilmente, uno dei più vistosi disallineamenti dello ordinamento dello Stato rispetto ai principi enunciati dalla Costituzione. In verità, tutto il modo con cui si sono concretamente costruite le relazioni tra giudice e pubblico ministero, si sono intrecciati i rapporti tra procure della Repubblica e polizia giudiziaria, si sono alterate le correlazioni tra la pena e la sua espiazione, si sono allineati le interlocuzioni tra stampa e magistratura si colloca ai margini, se non fuori dal perimetro della Carta fondamentale e di tutti gli statuti internazionali di garanzia. Si è costruita una sorta di regime franco, di condizione anomica che nessuna legge riesce davvero a riportare all’ordine, di ginepraio che nessun intervento riesce a dipanare.

E’ stata una silente eversione, o almeno un’elusione, che ha lasciato sempre (o quasi) intatta la forma - sia chiaro, quella è sempre stata apparentemente rispettata - ma che ha favorito il proliferare di un sottobosco nelle prassi, nella costruzione delle carriere, nelle interlocuzioni del deep state tra magistratura inquirente ed enti governativi della sicurezza che contraddice qualsivoglia separazione dei poteri e rappresenta, a ogni effetto, la più potente minaccia all’autonomia della politica e alla sua indipendenza dagli altri poteri della Repubblica. Una provocazione? Sicuro, ma necessaria visti i decenni in cui si è sempre recitato il mantra di una cittadella delle toghe assediata dalla politica e minacciata nelle sue guarentigie. Ma o la riflessione collettiva ribalta i piani d’analisi e tenta almeno di percorrere sentieri perigliosi e inesplorati, o altrimenti ci si arrende alla constatazione che la spada di Brenno è sulla bilancia e, quindi, “vae victis”. Guarda caso: una spada e una bilancia, la metafora millenaria della giustizia, scolpita in ogni anfratto giudiziario dell’occidente.

Nei giorni scorsi, prima, Giorgio Spangher e, poi, Giovanni Fiandaca hanno da par loro analizzato sulle pagine del Dubbio i contorcimenti del processo e del diritto penale che da circa quaranta anni affliggono la giustizia italiana, in nome di perenni stati d’eccezione, rendendola un Moloch aggressivo e, talvolta, pericoloso. Luciano Violante, in un’intervista di un paio d’anni or sono, ha ricapitolato efficacemente i termini politici e istituzionali di questa condizione accusando il potere giudiziario di essere divenuto un «potere di governo». Una frase che pesa come un macigno e che, quindi, merita ancora oggi alcune ulteriori considerazioni: ogni riflessione sul processo penale, e in generale sugli statuti di irrogazione delle sanzioni (misure di prevenzione e misure interdittive antimafia incluse) non dovrebbe prescindere dalla considerazione che proprio la giurisdizione – e non certo da sola - ha elaborato negli anni una propria Weltanschauung, una propria precisa visione e rappresentazione del mondo, che vive e si nutre di interviste, di libri, di convegni, di relazioni ufficiali, di un’immane pubblicistica, di serie televisive di successo; tutto questo plesso culturale e ideologico - nelle declinazioni ben evidenziate da Spangher e Fiandaca) - vive e si espande in modo del tutto autosufficiente, ossia senza la necessità che la politica abbia saputo far altro che assecondarne la traiettoria e assoggettarvisi; sino a idolatrare i medesimi totem e ad ammiccare ai sommi sacerdoti officianti i riti di quella ideologia. questo sedime ha generato una precisa antropologia criminale, ha agevolato la lettura della stessa storia repubblicana, ha spalancato la strada a una interpretazione delle relazioni politiche, sociali, finanziarie sostanzialmente totalitaria, ossia poco o per nulla incline a tollerare obiezioni o eccezioni e a marchiare il dissenso come una sorta di eresia o di strisciante collaborazionismo con il nemico.

Tutto questo è stato ricapitolato dal compianto Filippo Sgubbi in un pamphlet di ineguagliabile nitore: «Il diritto penale totale» (Il Mulino, 2019); un caposaldo esegetico alla cui lettura occorre necessariamente rinviare. una cultura egemone, quindi, esattamente nel senso gramsciano del termine, provvista di una straordinaria capacità espansiva e in grado di aggredire e metabolizzare qualunque declinazione della vita pubblica dall’economia alla scuola, dal lavoro allo sport, dalla sanità all’arte, dalla politica alla agricoltura, indicati tutti come potenziali o reali luoghi del contagio mafioso da sottoporre a controllo; per giungere a stigmatizzare finanche i capisaldi della cultura nazionale con le polemiche durissime che ancora lambiscono la figura di Leonardo Sciascia dopo il profetico articolo sui professionisti dell’antimafia. partita dagli angusti anfratti della mafia e da una lettura regionalistica, se non localistica, di quella drammatica realtà, la decodifica del mondo è divenuta la Stele di Rosetta con cui poter decifrare le oscure trame delle organizzazioni criminali e della politica, interpretare il reticolo dei poteri occulti, rileggere la stessa storia del paese nei suoi paurosi e, spesso, colpevoli vuoti di verità.

Non esiste settore della vita della nazione che possa e, quindi, non debba nel ministero sacerdotale che discende dal “controllo di legalità” – sottrarsi al crivello dell’indagine penale; l’inquisitio generalis è prima che un modello d’indagine onnivoro, un paradigma culturale, una vocazione intellettuale che muove e sollecita settori cospicui della giustizia penale e, si badi bene, il più delle volte in assoluta buona fede; ovvero nell’assoluta convinzione che occorra bonificare, se non purificare, la società dai mali che l’affliggono e che, per attendere a questo compito immane, sia necessario «sorvegliare e punire», prendendo a prestito la famosa endiadi di Foucault. né è estranea al consolidarsi - anzi alla stessa originaria, rapida legittimazione di questa impostazione - la mera trasposizione dal versante della denuncia politica a quello giudiziario della “questione morale” additata da Enrico Berlinguer nella celebre intervista rilasciata ad Alfredo Reichlin, sull’Unità, il 7 dicembre 1980; se è vero, come era vero, che i «partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia», la condivisione dell’analisi imponeva una coerente chiamata alle armi della magistratura, già impegnata contro terrorismo e mafia in quegli anni, per dare risposta al grido di dolore della parte migliore del paese. questa cultura interventista è divenuta la precondizione, lo strumento della precomprensione delle prove e degli indizi e del loro peso dimostrativo, la forza trainante che giustifica finanche le opzioni più discutibili e controverse, come quella sull’ergastolo ostativo che ha a proprio fondamento non la realtà concreta del trattamento penitenziario, ma l’affermazione totalitaria di un modello antropologico sottratto a qualunque discussione e imposto come indefettibile; nessuno è davvero in grado di poter affermare che solo il pentimento attesti l’abbandono di un’organizzazione criminale, almeno che questa prova non sia sostituita da un sintagma inespugnabile, dalla presunzione invincibile che non esista la mafia, ma esista la mafiosità come stimmate incancellabili dell’anima.

E così, dopo le sanguinose battaglie per abbandonare la visione ottocentesca e del primo novecento della mafia come mero atteggiamento interiore, per sconfiggere la visione antropologica di Giuseppe Pitrè («Usi, costumi, usanze e pregiudizi del popolo siciliano», 1889), il pendolo della storia è tornato indietro e non mancano provvedimenti di irrogazione del regime speciale di 41-bis o di applicazione della sorveglianza speciale o di applicazione di un’interdittiva antimafia in cui non spiri, nell’ideologia e nell’impostazione sociologica che li giustifica, la convinzione, condivisa con Pitrè, che «anche senza conoscere la persona di cui si serve ed a cui si affida, il solo muover degli occhi e delle labbra, mezza parola basta perché egli si faccia intendere, e possa andar sicuro della riparazione dell’offesa o, per lo meno, della rivincita». suggestioni, deduzioni, stereotipi, massime d’esperienza, decodifiche unilaterali sono il sostrato profondo, il collante ideologico delle torsioni che Spangher e Fiandaca hanno, non da ora, sempre denunciato e stigmatizzato, con l’aggiunta che una cultura giudiziaria così sedimentata corre il rischio della sclerosi o dell’ischemia, ossia il pericolo di perdere di vista le attuali e moderne connotazioni dell’avversario e di smarrirne la prossemica criminale; in fondo le celebrazioni, gli anniversari, le commemorazioni si atteggiano quasi sempre a rievocazioni prive di un aggiornamento di quei capoversi interpretativi della realtà che pur sono stati indispensabili prima del 1982 per dare ingresso al reato di associazione mafiosa nel codice penale.

Le parole del senatore Scarpinato nel dibattito sulla fiducia, ma anche passaggi non secondari dell’intervento del presidente Meloni sulla mafia, si muovono nell’alveo di stereotipi culturali consolidati, ma non riqualificati; e, quindi, privi di concreti e riscontrabili elementi di verifica che sono indispensabili al fine essenziale di stabilire quale sia l’opzione strategica migliore per rintracciare un nemico scomparso da almeno un decennio dagli orizzonti delle indagini penali. L’ortodossia e il conformismo culturale sono, al momento, la minaccia più grave nel contrasto ai fenomeni criminali organizzati di qualunque spese; la dilatazione del doppio binario (pena/misure di prevenzione) verso fattispecie sideralmente lontane dalla mafia (persino lo stalking), non rappresenta la dimostrazione dell’espansione inevitabile di uno strumentario ritenuto efficiente, quanto la prova della preoccupante incapacità di procedere a elaborazioni alternative, alla costruzione di modelli di investigazione che sappiano davvero leggere il moderno poliformismo della minaccia criminale per poterlo intercettare in modo non velleitario; in fondo la debacle giudiziaria di “Mafia Capitale” dovrebbe pararsi a monito; rapidamente riposta nello scantinato della storia giudiziaria per la sua ingombrante e imbarazzante miscellanea di modelli sociologici inadeguati, presupposizioni sfocate e scoppiettanti campagne mediatiche, si dovrebbe - invece - ergere a riprova dell’insufficienza dei canoni interpretativi applicati e dell’inadeguatezza di approcci meramente e meccanicamente trasposti in un punto di caduta lontano dal loro perimetro di elaborazione. e, giunti a questo punto, la parabola espositiva volge necessariamente al termine, ma si non può chiudere senza evocare gli scenari melmosi e mefitici, i miasmi del potere raccontati da “Il Sistema”; in quelle pagine (e nelle molte, molte altre non scritte e che mai si scriveranno) v’è il riflesso che quell’egemonia ha esercitato sulla costruzione delle carriere in magistratura, v’è la prova del triangolo d’oro tra pubblici ministeri disinvolti/polizia giudiziaria compiacente/giornalisti embedded nel carrozzone giudiziario; v’è la dimostrazione che un approccio al contrasto alla criminalità, concepito in modo geniale e profetico e a costo della vita, si sia trasformato in uno strumento di potere anzi, come diceva Violante, di governo della società, in una clava da far roteare sulle teste più o meno coronate dell’establishment e non solo.

Le paradis perdu... Le garanzie processuali tra logiche autoritarie e istanze efficientiste. Giorgio Spangher su Il Dubbio il 27 marzo 2023

Gli attori della giurisdizione, ispirati da una logica che potremmo definire, a volte, proprietaria della stessa, nella volontà di gestire i percorsi processuali, dettano l'agenda delle riforme mascherate da esigenze di funzionalità degli uffici

Giorgio Spangher (EMERITO DI PROCEDURA PENALE ALLA SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA)

Credo sia difficile delineare – anche solo parzialmente – la direttrice lungo la quale si è venuto evolvendo il sistema della giustizia penale, anche se lo si volesse limitare al processo penale. Ciò non significa che, seppure con i riferiti limiti, qualche riflessione non possa essere sviluppata. È dato acquisito che la bonifica del codice di procedura penale avviata dalla Corte costituzionale si sia in qualche modo arenata con il dispiegarsi del fenomeno terroristico di matrice domestica. In quel tempo è chiaramente emersa la consapevolezza che significativi risultati in termine di accertamento di responsabilità potevano ottenersi non tanto con l’inasprimento delle pene e la creazione di nuove ipotesi criminose (o di aggravamento circostanziato di quelle esistenti) quanto attraverso lo strumento del processo. È la c.d. stagione dell’emergenza, alla quale deve riconoscersi (o attribuirsi) il fatto di essere stata l’incubatrice delle modifiche sostanziali, ma soprattutto processuali, relativamente ai reati di criminalità organizzata. Nascono e si sviluppano in questa stagione – dello stragismo e del terrorismo – le espressioni “lotta”, “contrasto” e “fenomeni criminali”.

Inevitabilmente il processo subisce una “torsione” finalistica. Certamente vengono ridefinite le ipotesi delittuose, man mano che i fatti criminali evidenziano significative manifestazioni fattuali, ma è il processo, rimodulato nei suoi sviluppi e nei suoi strumenti, ad assumere rilievo. È inevitabile che la tenuta democratica del Paese, e la stessa tenuta delle istituzioni, siano messe a dura prova da una criminalità così strutturata se anche lo Stato, la magistratura, gli organi investigativi, l’intelligence, operando in sinergia, non affrontano con la legalità (le leggi del Parlamento) le diffuse e radicate questioni criminali che rischiano di minare la stessa sopravvivenza del Paese. È inevitabile che, fermi i confini invalidabili tracciati dalla Corte costituzionale, spetti al Parlamento affrontare l’emergenza con leggi che mettono in tensione princìpi e garanzie. Democrazia e diritti, processo e criminalità. Su questo elemento, in qualche modo fisiologico del rapporto tra criminalità e giustizia penale si è inserito, spesso molto al di là del dato “fisiologico”, un elemento finalistico: l’azione di lotta e di contrasto, tesa non già al solo accertamento, ma per così dire finalizzata a piegare il processo al risultato di argine, non già al reato, ma al fenomeno, in una dimensione che, collegando i due elementi oggettivo e soggettivo, altera la natura e l’essenza del processo penale, strumento di verifica di responsabilità e di esistenza del fatto delittuoso. Certo il processo, nato per verificare fatti isolati, spesso oggetto di semplice accertamento di responsabilità, si deve misurare con la struttura del reato che trascende l’individuo per collocarlo nella dimensione associativa, nonché nell’espansione territoriale dei fatti che supera gli ambiti ristretti delle competenze storicamente ritagliate per una diversa tipologia di reati. Tutto ciò non poteva lasciare indifferente la politica, il parlamento, la legge.

Della predisposizione di questo strumentario, votato all’acquisizione di questo arsenale (ancorché non sacro ma egualmente funzionale) si è impadronita la politica, una larga parte della politica, mossa da esigenze securitarie, definite anche sovraniste e populiste, in quanto originate e alimentate dal cortocircuito tra politica (parte della società) e popolo (parte di esso) che lo ha progressivamente esteso e ne fa fatto una prospettazione sempre più ampia. In altri termini, il meccanismo ha progressivamente contagiato larghi settori della fenomenologia criminale, in una dimensione non rispettosa del principio di proporzionalità. Non sono mancate lungo questo percorso che ha attraversato la fine e l’inizio di questo secolo anche delle controspinte, evidenziatesi da interventi sulla Costituzione (art. 111 Cost.), sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte costituzionale, con varietà di effetti che non hanno alterato, tuttavia, il non marginale retrogusto di sapore autoritario della nostra legislazione e della sua interpretazione giurisprudenziale. È facile attribuire a queste situazioni – vere o comunque di non agevole quantificazione - la responsabilità di una progressiva attenuazione delle garanzie processuali dell’imputato, accentuata dallo spostamento del baricentro del processo nella fase investigativa delle indagini preliminari e da un progressivo rafforzamento del ruolo della polizia giudiziaria e del pubblico ministero non adeguatamente bilanciato da un significativo potere di controllo e di garanzia del giudice delle indagini preliminari che troppo spesso asseconda la procura avallandone acriticamente le iniziative. Sarebbe, tuttavia, riduttivo in contesti così complessi, attribuire solo a questo elemento la matrice del progressivo indebolimento dell’impianto garantista, al di là del vulnus di sistema determinato dalle notissime decisioni della Corte costituzionale del 1992, figlie della ricordata stagione. In altri termini, non sono solo le spinte e le propensioni riferite a incidere sul sistema delle garanzie, ma altre visioni della funzione delle regole finiscono per intaccare erodendole quelle forme consolidate di tutela dei diritti non solo individuali, ma che pur sotto questa dimensione incidono su aspetti di garanzia più ampi. Il riferimento è alle istanze sempre più accentuate tese alla semplificazione, all’economicità, alla compressione temporale, alla dimensione sostanzialistica, alla smaterializzazione in una dimensione ispirata ad una logica di funzionalità della macchina giudiziaria.

Gli attori della giurisdizione, ispirati da una logica che potremmo definire, a volte, proprietaria della stessa, nella volontà di gestire i percorsi processuali, dettano l’agenda delle riforme mascherate da esigenze di funzionalità degli uffici attraverso azioni organizzative che non sono mai solo tali, essendovi sottese scelte processuali valoriali; governata dalla giurisprudenza c.d. creativa, finiscono per modellare il processo in termini di efficienza, pur nell’affermata esigenza, ritenuta però in qualche modo subvalente, delle garanzie. Invero, non è un elemento inedito al quale sono funzionali istituti come le sanatorie, la mera irregolarità, il raggiungimento dello scopo, gli oneri a carico delle parti private, la natura ordinatoria dei termini, la sanzione di inammissibilità.

Sono tutte occasioni per adeguare il rito, come – ecco il riferimento al virus – nel caso dell’emergenza epidemiologica, colta come occasione per adeguare i comportamenti alle mutate situazioni ambientali, per poi trasformare le eccezioni, destinate alla temporaneità, in regole permanenti. Al rispetto formale delle regole, si affianca una interpretazione meno rigorosa, sfocata che tende a fare del giudice il codificatore delle regole attraverso la prassi e i comportamenti formalmente non irrituali spesso delineati attraverso correzioni attuate anche con la softlaw (normativa secondaria). La logica si attua anche attraverso percorsi processuali acognitivi e induzioni a comportamenti che pongono alternative da “soave inquisizione” suggerendo adesioni vantaggiose a fronte di incerti esiti processuali. La logica dell’accertamento investigativo, del resto, non si innesta in una fase a forte connotazione garantista, come era alle origini del modello accusatorio, ma in un percorso ibrido con accentuati recuperi del materiale d’accusa e da marcati interventi del giudicante. C’è sicuramente diversità tra una consapevole – ancorché agevolata – accettazione delle proprie responsabilità, alla quale non è estranea anche una funzione rieducativa, ed una scelta indotta da molteplici fattori condizionanti (economici, sociali), oltre a quelli più strettamente processuali.

Inevitabilmente, l’accentuazione dell’autoritarismo favorisce logiche ispirate a deformare il processo dei suoi connotati storici per collocarlo in una dimensione efficientista, spesso ispirata ad altri modelli processuali dalle cui impostazioni siamo lontano per la forte diversità dei contesti storici, politici e strutturali di quelle giurisdizioni. Entro questa tenaglia – da un lato pulsioni autoritarie e dall’altro propensioni efficientiste, anche variamente combinate tra loro - si snatura il senso “classico” e “storico” del processo penale che spesso smarrisce la propria essenza. Per un verso, in relazione alle emergenze criminali (o presunte tali) si accentuano le spinte repressive; dall’altro, per la criminalità a medio-bassa intensità si pregiudica la sua natura sostanziale-qualitativa che le è propria, considerati i valori in gioco, per approdare a una burocratico-quantitativa di impostazione quasi aziendalista che dovrebbe esserle estranea sempre considerati i beni coinvolti.

Quel sostituto procuratore che valuta “un tanto al chilo”. Ecco un caso indicativo di come ormai l'udienza di Appello sia stata svalutata sacrificando il principio dell'oralità e, a quanto pare, anche della specificità della trattazione dei motivi d'Appello. Il Dubbio il 23 marzo 2023

Buonasera,

sono l'Avv. Ottavio De Stefani del foro di Roma e volevo segnalare un pessimo episodio di gestione dei procedimenti da parte di singoli magistrati della Procura Generale presso la Corte d'Appello di Roma che, sempre a mio parere, è molto indicativo di come ormai l'udienza di Appello sia stata svalutata sacrificando il principio dell'oralità e, a quanto pare, anche della specificità della trattazione dei motivi d'Appello.

In data odierna (22 marzo 2023, ndr) ricevevo sul mio indirizzo pec le conclusioni scritte del Sostituto Procuratore Generale relativamente al mio procedimento che verrà trattato (cartolarmente) all'udienza del 30 marzo p.v.. Tali conclusioni oltre ad essere oltremodo ridotte e assolutamente estranee ai motivi di appello da me addotti, andrebbero ad applicarsi "in blocco" a ben cinque procedimenti previsti per la medesima udienza con tanto di numeri di r.g. e nomi degli imputati ben in vista. In pratica è stata presa una conclusione buona "per tutte le stagioni" in quanto del tutto a-specifica, a-tecnica ed anonima, applicandola a più procedimenti (evidentemente ammessi al grado successivo di giudizio) che tra loro non hanno nulla in comune avendo ognuno sicuramente motivi diversi e richieste diverse. Si lamenta così un esercizio del tutto sbrigativo ed impersonale dell'attività del Sostituto Procuratore Generale che tra l'altro nelle richieste in questione conclude per la conferma della sentenza impugnata, qualunque essa sia non essendo questa singolarmente identificata né è dato sapere se fosse a conoscenza del contenuto della stessa, ovvero "la declaratoria di estinzione del reato ove si valuti l'avvenuto decorso dei relativi termini tenuto conto di eventuali periodi di sospensione".

Le richieste sopra citate sono talmente incongruenti tra loro, infatti il mio assistito non rientra in alcun modo nel secondo gruppo essendo stato arrestato e giudicato per questo procedimento nell'anno 2022, che è più che difficile sostenere che vi sia stato effettivo studio della questione e analisi dei motivi della difesa; sembra quasi che si sia operato al buio per sbrigare la questione e consumare il minor tempo e impegno possibile nell'esercitare le proprie funzioni. Ritengo che il danneggiato principale sia il sistema giustizia in senso sostanziale e soprattutto l'imputato, il cui processo merita un'analisi personalizzata delle sue ragioni che possono pure essere confutate in giudizio ma comunque meritano almeno l'attenzione del requirente e non formulazioni di conclusioni valide "un tanto al chilo", tanto più nel mio caso in cui si trattava di soggetto detenuto.

Saluti,

Avv. Ottavio De Stefani

«Indagato, affidati al giudice e non dovrai pagare l’avvocato». La clamorosa vicenda a Roma, raccontata dal blog “Terzultimafermata” su Il Dubbio il 19 febbraio 2023

Indagato, affidati al giudice e non dovrai pagare l’avvocato». A segnalare la clamorosa storia è l’avvocato Riccardo Radi, sul blog “Terzultimafermata”. «Alle volte si pensa di aver visto tutto ma proprio tutto e si scopre che c’è sempre qualcosa che ti può sorprendere.

Al tribunale di Roma c’è un Gip che tra gli avvisi riportati nell’avviso di fissazione dell’udienza ha pensato bene di inserire anche questa frase: “avvisa la persona indagata che è suo diritto non partecipare all’udienza come sopra fissata, è doveroso per legge per il giudice in relazione alla stessa, ove non dia mandato ad un Difensore di fiducia, nominare e citare per l’udienza (come viene fatto con il presente atto) un Difensore d’ufficio che per legge (art. 31 disp. Att. c.p.p.) ha diritto di chiedere una retribuzione alla persona indagata che ha difeso e per la quale sia comparso all’udienza sopra indicata.

La persona indagata che, come suo diritto, non voglia comparire all’udienza e voglia limitarsi ad attendere la decisione del Giudice senza trovarsi nella condizione di dover retribuire il Difensore d’ufficio, contatti quindi il Difensore come sopra nominatole e lo inviti espressamente e formalmente, a mezzo Posta Elettronica Certificata o racc. A.R. o in altro documentato modo, a non comparire all’udienza fissata ed in generale a non svolgere alcuna attività difensiva”.

E dunque oltre agli avvisi di rito abbiamo l’avviso assai irrituale di tener lontano il difensore dal procedimento e – si badi bene – il giudice consiglia non solo di farlo ma anche di “documentarlo” che male non fa.

Della serie: il difensore ti chiede solo soldi … lassalo perde, poi non dire che non ti avevo avvisato».

A reagire è l’Associazione nazionale difensori d’ufficio, con un comunicato con il quale ha espresso «massimo disappunto e profonda preoccupazione per tale abominio giuridico che, di fatto, ritiene trascurabile e non necessaria la difesa tecnica nel procedimento penale. Tanto al fine di ribadire la fondamentale importanza della figura del Difensore d’Ufficio, ultimo baluardo del giusto processo e garante dei diritti dei cittadini»

Errori, amnesie e “dritte” fuori luogo del giudice che vuol tagliare noi avvocati. Sui social non si placa l’indignazione per l’avviso con cui un magistrato del Tribunale di Roma elargisce (cattivi) consigli agli indagati su come sottrarsi al pagamento del difensore d’ufficio. Ma qui un autorevole rappresentante della Camera penale capitolina mette a nudo tutte le amnesie della toga che ha firmato il documento. Giuseppe Belcastro su Il Dubbio

Alcuni giorni addietro, il tam tam dei social si concentra su un singolare avviso che un giudice del Tribunale di Roma ha formulato nel dare notizia a un indagato della fissazione di una udienza camerale. Conviene intanto evitare equivoci e darne contezza integrale:

(Il giudice) avvisa le persone indagate che se è loro diritto non partecipare all’udienza come sopra fissata, è doveroso per legge per il Giudice, in relazione alla stessa, ove non diano mandato ad un Difensore di fiducia, nominare loro e citare per l’udienza (come viene fatto con il presente atto) un difensore d’ufficio che per legge (art. 31 disp. att. c.p.p.) ha diritto di chiedere una retribuzione alla persona indagata che ha difeso e per la quale sia comparso nell’udienza sopra indicata. La persona indagata che, come suo diritto, non voglia comparire all’udienza e voglia limitarsi ad attendere la decisione del Giudice senza trovarsi nella condizione di dover retribuire il Difensore d’ufficio, contatti quindi il Difensore d’ufficio come sopra nominatole e lo inviti espressamente e formalmente, a mezzo Posta Elettronica Certificata o racc. A.R. o in altro documentato modo, a non comparire all’udienza fissata ed in generale a non svolgere alcuna attività difensiva”.

La notizia – è sin troppo evidente – ha dignità per esser commentata, tanto che, nel volgere di poche ore, lo fanno tutti. Tranne l’associazione dei panettieri (non è mia, ma di un’amica).

Come spesso accade nelle cose mediatiche, il circo si autoalimenta, dando anche la stura ad un gioco massimalista a chi la dice più grossa, a chi si indigna di più, a chi propone mezzi cruenti di repressione (ma di cosa?) e persino a chi rivendica nervosamente la primazia temporale della diffusione, lamentando che non gliene si dia credito (ingrati che sono gli avvocati!).

Insomma, a riflessioni più o meno attente, ma ragionate, se ne affiancano di anacronistiche, che se ti azzardi a non condividerle sei un cameriere in livrea, un servo della gleba planetaria. Qualche giorno è passato da quando la notizia è uscita, ma la polemica non si placa (quella buona e quella cialtrona); può essere allora utile provare a dire un paio di cose. Anzi tre.

Primo.

Non si dice a un indagato che è suo diritto non partecipare all’udienza. Gli si dice semmai, all’opposto, che è suo diritto (e non dovere) farlo: nel sistema utilitarista della giustizia penale (e dell’agire umano) il diritto di fare una cosa implica il suo contrario e solo se intendi polarizzare l’attenzione sull’assenza inverti la logica dell’argomento. Un po’ alla Nanni Moretti.

Secondo.

Il difensore d’ufficio che si ha l’obbligo di nominare – anche se, sembra di capire, un po’ di malavoglia – ha diritto ad essere retribuito non solo se partecipa all’udienza alla quale non lo si vorrebbe, ma pure se “soltanto” esamina il caso, vede il fascicolo, colloquia con il cliente. Avvertirlo nei termini usati, dunque, servirà solo ad accrescere la possibilità di lasciare il giudice da solo in aula a decidere, non ad altro.

Terzo.

Non sta bene dire all’indagato che può limitarsi ad attendere la decisione del giudice senza spiegargli che, in un sistema accusatorio, il tasso di correttezza di quella decisione è sempre direttamente proporzionale al conflitto dialettico tra accusa e difesa (sì, sempre: anche quando il difensore dice sciocchezze). Facciamoglielo allora completo quest’avviso.

E siccome una cosa tira l’altra, dico pure la quarta.

Se è vero che l’avviso accende (e meno male) il red alert posizionato sulla Toga, perché invade uno spazio sacro tra l’avvocato e l’assistito, come pure quello posizionato nella tasca dell’indagato, che non vorrà spender quattrini per un difensore di ufficio che assimila ancora a quello consegnato alla storia dai luoghi comuni, è vero pure che di scene pietose in aula, ad opera di difensori d’ufficio improvvisati e arrivati a piazzale Clodio di passaggio provenendo direttamente da via Lepanto, ne abbiamo viste tutti; con buona pace degli sforzi profusi dall’Unione delle Camere Penali Italiane e dalla Camera Penale di Roma per la formazione.

Ecco, invece di indignarci e gridare soltanto, proviamo a capire le ragioni culturali di un avviso così. Poi, se proprio ne abbiamo voglia, proclamiamo l’astensione a oltranza.

LA REPLICA DEL GIUDICE DOPO LA DENUNCIA DI DUE AVVOCATI. «Non ho mai negato il diritto di difesa a quei legali: potevo solo rinviare l’udienza... ». L’intervento del giudice Toblò al Dubbio: «Non essendo titolare del fascicolo, mi era precluso qualsiasi provvedimento che potesse orientare l’esito della causa» Simone Tablò (giudice del tribunale di Roma) su Il Dubbio il 5 marzo 2023

Spettabile Redazione, con riferimento all’articolo apparso sul Dubbio in data 16 maggio 2022, dal titolo “Così il tribunale ci ha negato il diritto di difesa in presenza”, desidero precisare quanto segue.

Premetto che sono venuto a conoscenza dello scritto in esame qualche tempo fa, ma solo oggi ho trovato il tempo di scrivere. Mi scuso, quindi, per la mancanza di tempestività.

Il giudice in questione sono io. Ciò posto, segnalo, anzitutto, che non ero titolare della causa alla quale si fa riferimento nell’articolo, ma ero in mera sostituzione, atteso che il ruolo apparteneva ad un magistrato temporaneamente applicato al Ministero, da quanto mi risulta. Di tale circostanza i difensori erano - o avrebbero dovuto essere ben consapevoli, essendo stato espressamente indicato nei miei provvedimenti.

Non essendo, dunque, titolare del fascicolo, mi era precluso qualsiasi provvedimento che potesse orientare l’esito della causa. Anche di questo i difensori erano - o avrebbero dovuto essere - a conoscenza. In ogni caso, ricordo di avere rappresentato la mia qualità di mero sostituto.

Ne deriva l’assoluta inutilità di una trattazione in presenza, dal momento che il mio provvedimento - ancorché la questione da esaminare potesse rivestire una particolare delicatezza non sarebbe stato diverso da un semplice rinvio per i medesimi incombenti, come ho effettivamente disposto. Mi sfugge, quindi, la ragione per la quale avrei dovuto scomodare gli avvocati costringendoli a recarsi in tribunale, dal momento che non avrei potuto agire diversamente da come ho agito.

Per completezza aggiungo che, in precedenza, sempre in relazione a procedimenti nei quali ero mero sostituto, avendo rinviato per i medesmi incombenti alla presenza dei difensori, la grandissima parte di questi ultimi si sono lamentati - oggettivamente a ragione - dell’assoluta inutilità di procedere ad una trattazione in presenza per ottenere un mero rinvio.

Il tutto, poi, senza considerare che, sulla scia delle misure dirette a contenere il rischio pandemico, le indicazioni dei capi degli uffici giudiziari sconsigliavano - a quell’epoca - la presenza degli operatori del diritto (avvocati, magistrati, personale amministrativo) ove non strettamente necessario.

Per inciso, voglio anche sottolineare che le cause a me assegnate vengono tutte trattate in presenza, proprio in quanto ritengo che la trattazione cartolare non sia rispondente alle esigenze di una difesa adeguata. Di più. Gli avvocati che hanno sollevato il rilievo di cui all’articolo de Il Dubbio, hanno chiesto al sottoscritto di assegnare il procedimento ad altro giudice.

Non mi permetto di esprimere valutazioni su tale istanza, ma ritengo, ad occhio, che ogni avvocato sappia perfettamente che l’assegnazione dei procedimenti sia prerogativa del capo dell’ufficio o, quanto meno, della sezione.

Ora, al di là delle doverose delucidazioni da me fornite, ciò che mi ha più colpito non sono stati i rilievi, ma le modalità con le quali la vicenda è stata rappresentata. Ho sbagliato tante volte, anche come giudice, e mi sono sempre assunto la responsabilità dei miei errori. Sono, tuttavia, costretto a rilevare che nessuno si è curato di interpellarmi per verificare se vi fossero dei motivi alla base del mio agire. L’impressione - non voglio accusare nessuno - è che vi sia una vaga tendenza al “sensazionalismo”, forse un po’ figlia dei nostri tempi.

Ritengo, però, che sia doveroso sempre instaurare un contraddittorio, anche elementare, soprattutto se l’articolo proviene da un giornale che del rispetto del contraddittorio e delle ragioni di tutte le parti fa la propria bandiera.

Personalmente, nel mio lavoro non ho mai chiuso la bocca a nessuno e ho sempre cercato, prima di tutto, di ascoltare ciò che i difensori dicevano, dato che il significato proprio del termine “udienza” è proprio questo: “luogo in cui si ascolta”.

Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti che si dovessero rendere necessari. Con il massimo rispetto.

«Il pm non cerchi più le prove a favore dell’indagato...» L’avvocato Giuseppe Benedetto, presidente della Fondazione Einaudi: «Io non ho mai visto un pubblico ministero che ti interrompe per dirti che ha fatto delle indagini e integra la tesi difensiva». Gennaro Grimolizzi su Il dubbio il 17 febbraio 2023.

L’avvocato Giuseppe Benedetto è autore del libro “Non diamoci del tu. La separazione delle carriere” (ed. Rubbettino, pp. 134, euro 16). Il presidente della “Fondazione Einaudi” pone all’attenzione dei lettori un tema di strettissima attualità, al centro dell’agenda politica, e da sempre oggetto di un’attenta analisi da parte di Carlo Nordio, che firma la prefazione, ben prima che l’ex magistrato diventasse ministro della Giustizia. «Le idee sulla separazione delle carriere del ministro Nordio – dice al Dubbio Giuseppe Benedetto -, al di là di quanto scrive nel mio libro, sono nette e chiare da sempre. Una riforma di questo genere, però, passa più che dal governo dal Parlamento. Il timore del pantano parlamentare, comunque, è forte».

Avvocato Benedetto, il suo libro è un manifesto a sostegno della separazione delle carriere?

È una deduzione logica e cronologica. Cronologica perché facciamo una ricostruzione storica della vicenda. Partiamo dal Codice di procedura penale riformato nel 1989 e dalla susseguente riforma costituzionale di dieci anni dopo. Nel libro si sostiene che sono state due riforme che hanno introdotto cambiamenti profondi nel nostro sistema processuale e costituzionale, ma mancano dell’ultimo tassello: il giudice terzo.

Questo non è effettivamente terzo se non c’è una reale separazione della magistratura inquirente da quella giudicante. È un passaggio non di poco conto. La deduzione logica si basa sul fatto che abbiamo cercato di dimostrare alcune tesi non con argomenti da politique politicienne, ma con argomenti politici nel migliore senso del termine, perché la politica alta ci appartiene, anche come Fondazione Einaudi. Ma, soprattutto, con argomenti che evidenziano che il sistema odierno non regge e ci pone al di fuori dalle liberal- democrazie occidentali, sia quelle europee che quelle anglosassoni.

Il Parlamento si sta muovendo. Alla Camera sono state presentate delle proposte di legge per separare giudici e pm. Il Terzo Polo, la Lega e Forza Italia vanno nella stessa direzione. Al momento è assente su questo fronte Fratelli d’Italia. Il legislatore è più determinato rispetto al passato? Il traguardo della separazione è alla portata?

Non me la sento di dire che il traguardo è alla portata. Sarei troppo ottimista. Lo stesso presidente della Commissione Affari Costituzionali ha detto martedì che, se tutto va ve bene, ci vorrebbero almeno due anni e mezzo. In politica due anni e mezzo sono due vite e mezza. Il fatto, però, che ci si muova è positivo. Io ho paura del pantano parlamentare, ma ovviamente bisognerà passare dal Parlamento. Ci potrebbe però essere una alternativa.

A cosa si riferisce?

Il Parlamento potrebbe tenere conto di alcune indicazioni della Fondazione Einaudi: una rapida Assemblea Costituente per rivedere complessivamente la seconda parte della Costituzione. Potrebbe esserci in questo caso una riforma complessiva della giustizia. Siccome si è avviato l’iter parlamentare, mi hanno già chiesto in Parlamento di intervenire in audizione. Porterò le tesi della Fondazione Einaudi. Spero che anche Fratelli d’Italia e il Pd possano fare una riflessione sul tema. Dei quattro progetti presentati sulla separazione delle carriere tre sono esattamente la riproduzione di quello che la Fondazione Einaudi e l’Unione Camere penali hanno presentato sei anni fa, raccogliendo oltre 60mila firme. È un disegno di legge costituzionale, come ricorda l’avvocato Migliucci, nell’introduzione al mio libro. L’altra proposta di Forza Italia si discosta di poco da quanto suggeriamo. Spero che non si avviino varie forme di ostruzionismo da parte di potenti forze politiche e della società presenti nel nostro paese.

Pochi giorni fa lei ha sostenuto che il pm deve sostenere l'accusa nel nostro sistema processuale non ricercare le prove a favore dell'indagato. Una proposta concreta, ben più di una provocazione, per mettere mano al nostro sistema giudiziario?

È una provocazione. Io non ho mai visto un pubblico ministero che ti interrompe per dirti che ha fatto delle indagini e integra la tesi difensiva. Se poi vogliamo passare dal momento empirico alla teoria, questo è un retaggio classico del sistema inquisitorio. Con il sistema accusatorio le cose vanno diversamente. Dunque, non giriamo attorno al problema. La mia provocazione è stata fatta alla luce del sole, alla presenza del sottosegretario alla Giustizia Ostellari, il quale ha apprezzato la mia proposta, dando incarico agli uffici preposti per una serie di approfondimenti. A partire dai casi di pm che hanno agito per ricercare prove a sostegno dell’indagato.

Nel suo libro lei dimostra un amore profondo per la toga. Quanto è cambiata la professione forense negli ultimi vent'anni?

La professione forense è completamente cambiata già rispetto a pochi anni fa. Possiamo fare un semplice esempio, prendendo in considerazione la fase antecedente al Covid e quella successiva alla pandemia. Nel post Covid ho difficoltà a relazionarmi con i sistemi informatici che oggi reggono anche il penale. Ma questo è solo un aspetto. I giovani che si avviano alla professione sono favoriti su questo fronte. È come quando la mia generazione ha iniziato la professione con il nuovo Codice di procedura penale. Ai colleghi che si affacciano alla professione consiglio di utilizzare il “metodo laico”, quello del dubbio. Leonardo Sciascia, lo scrivo pure nel mio libro, lo richiama chiaramente.

INGIUSTIZIA – Quelle vittime sempre dimenticate. Redazione su L’Identità il 15 Febbraio 2023.

DI ELISABETTA ALDROVANDI

Il Festival di Sanremo è finito. E, polemiche a parte, che hanno occupato la scena più degli artisti e delle canzoni, è passato sotto tono il monologo di Francesca Fagnani, dedicato ai giovani detenuti e alla necessità di adottare strumenti che prevengano e impediscano di avviarsi verso la strada della criminalità. Un intervento pregevole. E pienamente condivisibile. Un giovane che inizia a delinquere difficilmente ha la possibilità di raddrizzarsi uscendo dal tunnel dell’illegalità, che spesso lo porta, in un’escalation inesorabile, a commettere reati sempre più gravi. D’altronde, siamo affetti da una specie di imprinting sociale e culturale, prettamente italiano: non si è brave persone se non si prova pietà e comprensione per i detenuti, i quali vanno capiti, aiutati, sostenuti, perché sì, avranno anche sbagliato, però uno Stato di diritto deve garantire massima tutela e rispetto della dignità a tutti, pure a chi ha commesso crimini efferati. Giusto. Tuttavia, non può passare inosservato che manca un tassello. Quello dell’attenzione alle vittime. Se c’è uno stupratore, da qualche parte ci sarà una donna violentata. Se c’è un assassino, da qualche parte ci sarà una persona uccisa. Eppure, l’attenzione mediatica e la curiosità, a volte morbosa, è rivolta soltanto per l’autore del reato. La sofferenza della vittima interessa per il lasso di tempo necessario e sufficiente a suscitare empatia e sdegno per quanto ha subito, dopo di che lo sguardo si trasferisce su chi è stato capace di tanta crudeltà ed efferatezza. E lì, si scatenano indagini psicologiche, deduzioni basate più su sensazioni emotive che sul raziocinio, perché noi italiani siamo tutti allenatori della nazionale di calcio, virologi o investigatori, a seconda delle circostanze, capaci di elevarci a opinionisti tuttologi senza la benché minima base di cognizione di causa sull’argomento trattato. Piacciono i criminali perché piace il male, piace addentrarsi nelle pieghe più oscure e marce dell’animo umano, per vivere per interposta persona ciò che non si sarebbe mai capaci di fare, ma che se fatto da altri rende quell’altro un essere tanto spregevole quanto irresistibile. Questa fascinazione, invece, non appartiene alla vittima, perché il suo dolore pone di fronte all’impotenza consolatoria, e perché, sotto sotto, se una donna è stata violentata o un anziano truffato, in qualche modo è complice del reato subìto: chissà com’era vestita al momento dell’aggressione, tutti sanno che non bisogna dare fiducia a sconosciuti che chiedono soldi. Si è tutti più intelligenti, fino a quando la disgrazia non piomba addosso con la sua portata devastatrice. Sarebbe un compito doveroso, invece, riequilibrare i ruoli: smetterla di considerare chi commette reati come il frutto bacato di una società ingiusta, che si ritrova quasi costretto a violare la legge perché più sfortunato degli altri. E iniziare a dare il giusto peso a ciò che sembra dimenticato: il libero arbitrio. Perché, a fronte di milioni di persone che nascono e vivono in realtà disagiate, moltissimi sono coloro che decidono di vivere nel rispetto della legge. Adeguarsi alle regole sociali, così come violarle, è una scelta. Responsabilizzare appieno l’autore di un reato è fondamentale non solo per prevenire la criminalità, ma per determinare la giusta pena e dare piena attuazione alla funzione rieducativa della pena. Finché si cercheranno giustificazioni esterne, sarà assai difficile che chi delinque prenda piena coscienza del disvalore di quanto fatto, e assai facile che finisca col sentirsi vittima di quella società in cui egli stesso ha, per primo, prodotto vittime. Che restano confinate nel dimenticatoio, perché dopo un po’ il dolore inconsolabile stanca. E la ricerca di giustizia viene scambiata per desiderio di vendetta.

Se proprio la Giustizia è ingiusta. Redazione su L’Identità l’8 Febbraio 2023

DI ELISABETTA ALDROVANDI

Quando si parla di “mala Giustizia”, il pensiero corre a casi in cui si viene accusati di un reato e poi prosciolti, o quando si è rinviati a giudizio, processati e assolti. La giustizia, in realtà, non funziona male se indaga sull’accertamento di un reato, e la persona sottoposta alle indagini si difende, anche pagando l’assistenza legale.

Funziona male se adotta erroneamente provvedimenti che limitano la libertà personale, o se condanna in via definitiva per un reato che, solo in sèguito a revisione, si scopre non essere stato commesso, o non costituire un illecito penale, o per gli altri motivi in base ai quali si può essere assolti in base alla legge. Si tratta di errori che costano a chi li subisce e a chi li commette. Lo Stato, infatti, paga per riparare a questi sbagli. E i soldi provengono dalle nostre tasse.

Quante sono le persone vittime di ingiusta detenzione? Nel periodo tra il 1992 e il 31 dicembre 2021, si sono registrati 30.017 casi, ossia, mediamente, circa 1000 persone poste in custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari all’anno. Il tutto, per una spesa superiore a 819 milioni e 272 mila euro, con una media di 27 milioni e 309.240 all’anno. A questi, vanno aggiunti quelli condannati erroneamente: anche in questo caso, i numeri sono impietosi. Dal 1991 al 31 dicembre 2021 sono state 30.231 le persone condannate per sbaglio, con una spesa per lo Stato di 895 milioni 308.275 euro, ossia 28 milioni e 880 mila euro all’anno. Nel 2021, complice la pandemia che ha sollecitato provvedimenti di scarcerazione per evitare il sovraffollamento carcerario, c’è stata una considerevole flessione di questi numeri, e gli indennizzi sono diminuiti di circa tre milioni di euro rispetto alla media. Ma si tratta comunque di cifre molto alte, che fanno a pugni con il generalizzato senso di ingiustizia che pervade la numerosa platea delle vittime di reato. Come è possibile sbagliare così spesso nelle condanne e al contempo condonare pene anche gravi a pericolosi criminali? È raro, infatti, che una persona vittima di un furto in casa o di un’aggressione, per non parlare dei familiari delle vittime di omicidio, dichiari soddisfazione in merito alla sentenza di condanna inflitta al colpevole. E questo, perché si ritiene la pena sproporzionata per difetto rispetto alla gravità del fatto commesso, perché non si ottiene nessun risarcimento, e perché in fase processuale e di esecuzione della pena il condannato può beneficiare di tutta una serie di riti alternativi e sconti che, a volte, vanificano la pena prevista dal codice penale. Il contrasto, dunque, tra i molteplici casi di mala giustizia, e gli altrettanto numerosi casi di una giustizia incapace di garantire un’effettiva riabilitazione e un concreto reinserimento post condanna, rende il quadro di un sistema giudiziario caratterizzato da elementi disfunzionali che richiedono correttivi urgenti e adeguati. Innanzitutto, servono maggiori risorse e investimenti, in termini di assunzione e formazione di personale, di acquisto di apparecchiature e strumenti efficienti, e di predisposizione di strutture in cui la giustizia possa essere esercitata nel rispetto dell’elevata funzione che le compete. Celebrare udienze in tribunali fatiscenti, svolgere il proprio lavoro in uffici vetusti coi muri scrostati o trattenere i detenuti in celle troppo piccole e senza acqua calda sconfessa il messaggio più importante: ossia, che per lo Stato il corretto esercizio della giustizia, dalla fase della denuncia a quella processuale per finire con l’esecuzione della condanna, sia un aspetto fondamentale di una società civile. Perché la forma è sostanza. Anche quando ci si deve difendere da un’accusa o scontare una pena, o si deve far valere un diritto.

Giustizia carogna.

Antonio Giangrande. DELITTI DI STATO ED OMERTA’ MEDIATICA.

Quando la Legge e l’Ordine Pubblico diventano violenza gratuita e reato impunito del Potere.

Così scrive il dr Antonio Giangrande, sociologo storico e scrittore che sul tema ha scritto dei saggi pubblicati su Amazon.it.

C’è violenza e violenza. C’è la violenza agevolata, come quella degli stalkers, fenomeno che sui media si fa un gran parlare. Stalkers che sono lasciati liberi di uccidere, in quanto, pur in presenza di denunce specifiche, non vengono arrestati, se non dopo aver ucciso coniuge e figli. C’è la violenza fisica che ti lede il corpo. C’è quella psicologica che ti devasta la mente, come per esempio l’essere vittima di concorsi pubblici od esami di abilitazione truccati o il considerare le tasse come “pizzo” o tangente allo Stato.

O come per esempio c’è la violenza su Silvio Berlusconi: un vero e proprio ricatto…. anzi è un’estorsione “mafiosa” a detta di Berlusconi. Libero di fare la campagna elettorale, ma fino a un certo punto: se nei suoi interventi pubblici Berlusconi tornerà a prendersela con i magistrati (come fa con regolarità da vent'anni a questa parte) potrà venirgli revocato l'affido ai servizi sociali e scatterebbero gli arresti domiciliari. Antonio Lamanna, come racconta la stampa, nell'udienza di giovedì 10 marzo 2014, ha sottolineato che se il Cavaliere dovesse diffamare i singoli giudici l'affidamento potrebbe essere revocato. Un bavaglio a Berlusconi: se dovesse parlare male della magistratura, verrà sbattuto agli arresti domiciliari. Lamanna, nel corso dell'udienza, ha portato in aula un articolo del Corriere della Sera dello scorso 7 marzo 2014, in cui veniva riportato che Berlusconi avrebbe detto, in vista delle decisione del Tribunale di Sorveglianza: "Sono qui a dipendere da una mafia di giudici". Dunque Lamanna ha commentato: "Noi non siamo né angeli vendicatori né angeli custodi, ma siamo qui per far applicare la legge", e successivamente ha ribadito al Cavaliere la minaccia (abbassare i toni, oppure addio ai servizi).

O come per esempio c’è la violenza su Anna Maria Franzoni. Quattordici anni dopo l'omicidio del figlio Samuele Lorenzi in Annamaria Franzoni ci sono ancora condizioni di pericolosità sociale e la donna ha bisogno di una psicoterapia di supporto. Sapete perché: perché si dichiara innocente. E se lo fosse davvero? In questa Italia, se condannati da innocenti, bisogna subire e tacere. Questo è il sunto della perizia psichiatrica redatta dal professor Augusto Balloni, esperto incaricato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna di valutare ancora una volta la personalità della donna per decidere sulla richiesta di detenzione domiciliare. La perizia ha circa 80 pagine ed è il frutto di una decina di incontri in oltre due mesi con le conclusioni, depositate prima di Pasqua 2014. Secondo quanto rivelato dalla trasmissione “Quarto grado”, la perizia sostiene che Franzoni, che sta scontando una condanna a 16 anni (e non a 30 anni, così come previsto per un omicidio efferato), è socialmente pericolosa: soffre di un "disturbo di adattamento" per "preoccupazione, facilità al pianto, problemi di interazione con il sistema carcerario" perché continua a proclamarsi innocente.

Poi c’è la violenza fisica. Tutti a lavarsi la bocca con il termine legalità. Mai nessuno ad indicare i responsabili delle malefatte se trattasi dei poteri forti. Così si muore nelle “celle zero” italiane. Dai pestaggi ai suicidi sospetti. Le foto incredibili. Di questo parla Antonio Crispino nel suo articolo su “Il Corriere della Sera” del 5 febbraio 2014.

Per quando questa inchiesta sarà tolta dal sito del Corriere (più o meno 48 ore), in carcere sarà morta un’altra persona. Sono 2230 decessi in poco più di un decennio. Quasi un morto ogni due giorni. Morte naturale, arresto cardio-circolatorio, suicidio. Queste le cause più comuni. Quelle scritte sulle carte. Poi ci sarebbero i casi di pestaggio, di malasanità in carcere, di detenuti malati e non curati, abbandonati, le istigazioni al suicidio, le violenze sessuali, le impiccagioni a pochi giorni dalla scarcerazione o dopo un diverbio con il personale carcerario. Sono le ombre del sistema. La versione ufficiale è che il carcere è “trasparente”, sono tutte fantasie, storie metropolitane. «I detenuti, ormai, l’hanno presa come una moda quella di denunciare violenze». Parola di Donato Capece, leader del Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria). Per essere credibili bisogna portare le prove, le testimonianze. In che modo? «Il carcere è un mondo a parte, un sistema chiuso dove si viene a sapere quello che io voglio che si sappia e dove le carte si possono sistemare a piacimento. Il sistema tende a proteggere se stesso» sintetizza Andrea Fruncillo, ex agente penitenziario di Asti. Lo avevamo incontrato già qualche anno fa. Grazie anche alla sua denuncia (caso più unico che raro) venne alla luce il sistema di pestaggio organizzato all’interno del carcere dove prestava servizio. In primo grado non si trovò nessun responsabile. In secondo grado sono arrivate le condanne. E’ una lotta impari, una fatica di Sisifo. «Anche lì dove riusciamo faticosamente a reperire delle prove finisce quasi sempre con una prescrizione» spiega l’avvocato Simona Filippi. È uno gli avvocati di Antigone, l’associazione che si occupa dei diritti dei detenuti. Carte alla mano, ci mostra come i reati per cui si procede sono attinenti alle sole lesioni. I tempi di prescrizione sono facilmente raggiungibili rispetto a un reato di tortura. Se fosse introdotto nel nostro ordinamento. Ad oggi, infatti, questo reato non esiste. Come praticamente non esistono condanne passate in giudicato. Esistono, invece, foto e documenti agghiaccianti che pochi dubbi lascerebbero sulla natura della morte del detenuto. Ma tutto è interpretabile e la scriminante è sempre dietro l’angolo. Lo avevamo testato anche noi, nel 2012, dopo l’aggressione ricevuta da parte del comandante degli agenti penitenziari di Poggioreale che minacciò: «Se non spegni questa telecamera te la spacco in testa... I detenuti li trattiamo anche peggio, lo puoi anche scrivere». Anche in quel caso chiedevamo di presunti casi di violenza. Tante scuse per l’accaduto, la richiesta - cortese - di non denunciare da parte della direttrice e promesse di azioni disciplinari da parte del Dap. Nulla di concreto. Anzi. Sul sito della polizia penitenziaria il comandante viene descritto come un ‘martire della battaglia’, in puro stile corporativo, provocato da giornalisti in cerca di scoop. «Nessuna prova». Qualche foto gira su internet per la pervicacia di genitori che chiedono giustizia: sono i casi di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi (la mamma ha venduto tutto quello che aveva per pagare avvocati e periti. Ultimamente ha messo in vendita il proprio rene per poter pagare il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo. La battaglia legale va avanti da 10 anni) o Federico Perna. Gli altri non li conosce nessuno. Come Manuel Eliantonio, Carlo Saturno, Bohli Kaies, Raffaele Montella, Aldo Tavola, Stefano Guidotti, Antonino Vadalà, Mauro Fedele, Gregorio Durante, Giuseppe Rotundo e troppi altri. Raccogliamo tutto quello che si può documentare. Lo mostriamo, in una miscellanea di orrore e terrore, al garante dei detenuti della Lombardia Donato Giordano, la regione con il più alto numero di carcerati. «E’ una follia, se è vero come è vero quello che ho visto siamo messi peggio del nazismo». Eppure casi di pestaggio sulla sua scrivania non sono mai arrivati. Nemmeno uno. Invece da mesi ci arrivano via posta segnalazioni dal carcere di Opera. «Fate luce sulla cella 24», ci scrivono. Cos’è la cella 24? «Solo una cella come tante altre dove mettono drogati e alcolizzati. Il direttore del carcere mi ha detto che è vuota per evitare che si facciano male. Indagherò» ci fa sapere il garante Giordano. In tutta Italia la cella 24 ha tanti nomi. Ogni detenuto, a seconda della provenienza geografica, la apostrofa in modo diverso, ma il senso è quello: cella 0, cella interrata, cella frigorifera, cella nera, cella estiva/invernale… Ogni termine ha una spiegazione. Incontriamo un poliziotto di Poggioreale per chiedergli del sovraffollamento ma il discorso vira inevitabilmente sull’esistenza della “cella zero”, la cella dove verrebbero portati i detenuti da punire. Non sa di essere ripreso. Spaventa la normalità con la quale afferma cose di una certa gravità: «Poggioreale è stato scenario di tante cose violente, dentro Poggioreale si è sparato, ci sono stati i morti, sono girate pistole… fino a quando non c’è stata la svolta autoritaria delle forze dell’ordine. Nella gestione di una popolazione del genere, permetti che c’è anche il momento di tensione, che si superano dei limiti, da ambo le parti e si interviene in questo modo? Penso che è naturale… E’ un po’ come lo schiaffo del padre in famiglia, no?». La denuncia che il garante si aspetta sulla scrivania dovrebbe partire da un detenuto pestato che si trova all’interno del carcere e convive con altri detenuti che non vogliono problemi. La stessa denuncia prima di essere spedita passerebbe tra le mani del sistema carcerario. Dopodiché il detenuto dovrebbe continuare a convivere con i suoi presunti carnefici, ogni giorno. Il tutto partendo dal presupposto che un detenuto, per definizione, ha una credibilità pari allo zero e una possibilità di documentare quello che dice praticamene nulla. «Anche se viene trasferito dopo la denuncia, il detenuto sa che le prende lo stesso. Tra di noi arrivava la voce di chi aveva fatto l’infame e si trovava ugualmente il modo di punirlo. Chi sa sta zitto, anche i medici. Ad Asti dicevamo noi al medico cosa scrivere sulla cartella clinica dopo un pestaggio. Ovviamente nei casi in cui lo portavamo da un medico. Ci sono tanti bravi agenti che fanno solo il loro dovere ma seppure assistessero ai pestaggi non potrebbero parlare. Sarebbero mandati in missione in chissà quale carcere sperduto d’Italia, gli negherebbero le licenze, i permessi, farebbero problemi con le ferie, verrebbero discriminati... Insomma il carcere è un mondo con le sue regole» ricostruisce così la sua esperienza, Fruncillo. «Ci aveva provato Carlo Saturno a denunciare le violenze subite nel carcere minorile di Bari» ricorda Laura Baccaro autrice con Francesco Morelli del dossier “Morire di carcere” pubblicato su Ristretti Orizzonti. E’ stato sfortunato. Era l’unico testimone ed è morto impiccato una settimana prima dell’udienza in cui doveva deporre. Il processo si è chiuso per mancanza di prove.

Katiuscia Favero. Anche lei aveva denunciato: un medico e due infermieri dell’Opg di Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova. La avrebbero violentata ripetutamente. «Dopo la denuncia viene trovata impiccata a un albero in un recinto accessibile solo al personale medico-infermieristico. Sfortunata anche lei. Perché spariscono anche le perizie ginecologiche effettuate dopo la denuncia». Caso chiuso. Nel 2008 verranno assolti sia il medico che gli infermieri denunciati da Katiuscia, per mancanza di prove. Cristian De Cupis diceva che alcuni agenti della Polfer di Roma lo avevano picchiato durante l’arresto. Denuncia tutto al Pronto soccorso. Muore prima ancora che gli convalidino l’arresto. Aveva 36 anni. Manuel Eliantonio viene fermato all’uscita di una discoteca. Aveva fumato, usato droghe. Gliene trovano alcune in tasca e lui scappa. L’agente lo rincorre e lo porta nella caserma della Polizia stradale di Carcare, provincia di Savona poi in carcere. Ufficialmente muore per «arresto cardiaco» ma il giorno prima aveva scritto alla mamma: «Mi ammazzano di botte, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li sputo, se non li prendo mi ricattano». Anche qui, nessuna prova. Nessuna prova e nessuna testimonianza neppure per Bohli Kaies. E’ uno spacciatore tunisino morto per «arresto cardiocircolatorio». La perizia disposta dal procuratore di Sanremo precisa: «Avvenuta per asfissia violenta da inibizione dell’espansione della gabbia toracica». In pratica: soffocato. Così il procuratore Roberto Cavallone decide di indagare i tre carabinieri che procedettero all’arresto. Dirà: «E’ una morte della quale lo Stato italiano deve farsi carico. Chi ha visto si faccia avanti e i tre militari raccontino come è andata». Non si saprà mai come è andata nemmeno per Rachid Chalbi. Trovato morto in cella per “suicidio”. Qualche giorno prima era stato punito con il trasferimento nel penitenziario di Macomer. Quando i parenti si recano all’obitorio notano ecchimosi sul volto e sul petto. I parenti si chiedono: «Nonostante la richiesta del consolato e dei legali l’autopsia non è stata eseguita. Perché?».

Qui si parla di morti che hanno commesso il reato di farsa. Ossia: colpevoli di essere innocenti. Di chi è stato arrestato è poi in caserma picchiato fine a morirne, se ne parla come eccezione. Ma nessuno parla di chi subisce violenza o muore durante le fasi dell’arresto.

Foto e filmati, raccolti e rilanciati sul web, compongono una moviola con pochi margini d’interpretazione: colpi di manganello contro persone a terra, calci, quel terribile gesto di salire con gli scarponi sull’addome di una ragazza rannicchiata sull’asfalto con il suo ragazzo che le sta sopra per proteggerla.

E poi loro. “Quello che è successo a Magherini ripropone tragedie che sembrano richiamare situazioni simili e comportamenti analoghi a quelli già visti come nel caso di Aldrovandi e di Ferulli. Si teme l’abuso di Stato. Una persona che grida aiuto e una persona in divisa sopra di lui che effettua la cosiddetta azione di contenimento, un termine pudico e ipocrita.” Questo ha detto duramente il senatore Manconi, che parla di evidenze documentate (un video ripreso dall’alto) dei comportamenti illegali da parte delle forze dell’ordine.

PRESADIRETTA ha raccontato nell’ignavia generale le storie dei meno conosciuti: Michele Ferrulli, morto a Milano durante un fermo di polizia mentre ballava per strada con gli amici, Riccardo Rasman, rimasto ucciso durante un’irruzione della polizia nel suo appartamento dopo essere stato legato e incaprettato col fil di ferro, Stefano Brunetti, morto il giorno dopo essere stato arrestato col corpo devastato dai lividi. A PRESADIRETTA hanno fatto ascoltare i racconti scioccanti dei “sopravvissuti” come Paolo Scaroni, in coma per due mesi dopo le percosse subite durante le cariche della polizia contro gli ultras del Brescia, Luigi Morneghini, sfigurato dai calci in faccia di due agenti fuori servizio e delle altre vittime che ad oggi aspettano ancora giustizia. Ma quante sono invece le storie di chi non ha avuto il coraggio di denunciare e si è tenuto le botte, le umiliazioni pur di non mettersi contro le forze dell’ordine e dello Stato? Noi pensiamo di vivere in un Paese democratico dove i diritti della persona sono inviolabili, è veramente così? “Morti di Stato” è un racconto di Riccardo Iacona e Giulia Bosetti. Morti di Stato”, l’inchiesta giornalistica che non fa sconti.

Ottima la prima per la nuova serie di “Presadiretta” di Riccardo Iacona, scrive Filippo Vendemmiati su Articolo 21 del 7 gennaio 2014. “Morti di Stato” una puntata dura e senza sconti a cui si vorrebbe ne seguisse subito un’altra, fatta anche di risposte, smentite, precisazioni. Ma difficilmente sarà. Chi scrive conosce bene il lungo travaglio che ha preceduto e ha partorito questa trasmissione. Come spesso fino ad ora è accaduto, “i coinvolti” preferiranno tacere, eludere, rispondere non con le parole, ma semmai con “gli avvertimenti giudiziari” dei loro avvocati. Perché qui sta la prima e paradossale differenza: l’inchiesta giornalistica, quella vera, quella che nonostante tutto dunque non è morta, ha un nome e un cognome, un responsabile che si firma e si assume ogni responsabilità; il reato penale commesso dallo Stato è coperto dall’anonimato, da una divisa e da un casco, da omissioni complicità.. Per questo tanto tenace e insuperabile è il muro che si oppone all’introduzione del codice identificativo sulle divise e del reato di tortura, da 25 anni inadempienti nonostante il protocollo firmato davanti alla Convenzione dell’Onu. Ma c’è un duplice reato di tortura: il primo è quello delle vittime non di incidenti o di colluttazioni avvenute sulla strada, bensì di violenze gratuite avvenute durante un fermo, un controllo, in manette o nel chiuso delle caserme o delle carceri; il secondo è quello dei familiari delle vittime, costrette ad un terribile e doloroso percorso per ottenere scampoli di una giustizia che non ce la fa ad essere normale. Anche chi condannato in via definitiva per reati compiuti con modalità gravissime, sancite da motivazioni trancianti contenute in tre sentenze, come nel caso dell’omicidio di Federico Aldrovandi, ha diritto ad indossare ancora la divisa, quasi che un quarto silenzioso grado di giudizio garantisse chi di quella stessa divisa abusa e con quella divisa infanga il giuramento fatto davanti alla Costituzione.. Non solo e tanto di “mele marce” si è occupata questa puntata di Presadiretta, ma di un sistema malato che queste mele alleva , copre e difende., secondo il principio non nuovo che dalla polizia non si decade, ma semmai si viene promossi. Grazie a Presadiretta e a Raitre di avercelo raccontato con tanta efficacia, nel nome delle vittime note e ignote, per una volta non ignorate.

Le Forze dell’Ordine usano delle tecniche apposite di bloccaggio delle persone esagitate che li si vuol portare alla calma o all’esser arrestate. Di questo parla la Relazione della 360 SYSTEM della Polizia di Stato.

Primo contatto. La pressione come strumento per apprestare la difesa, l’armonia del movimento e la elasticità, non irrigidirsi in situazioni di stress, aumento del carattere e dell’aggressività quando sottoposti ad attacchi.

Ammanettare l’avversario. Come eseguire una corretta e veloce procedura di bloccaggio a terra e successivo ammanettamento in situazione di uno contro uno, tecniche per portare a terra l’avversario in sicurezza e controllo dell’avversario a terra.

Probabilmente, come tutte le cose italiane, il corso non è frequentato e quindi ogni agente adopera una sua propria tecnica personale, spesso, letale e che per forza di cose passa per buona ed efficace.

La versione ufficiale pareva chiara. Riccardo Magherini, 40 anni, figlio dell’ex stella del Palermo Guido Magherini, è morto due mesi fa a Firenze, qualche istante dopo essere stato arrestato a causa di un arresto cardiaco, scrive nel suo articolo Alessandro Bisconti su “Sicilia Informazioni” del 27 aprile 2014. Vagava seminudo e in stato di shock in Borgo San Frediano a Firenze. Aveva appena sfondato la porta di una pizzeria, portando via il cellulare a un pizzaiolo. Chiedeva aiuto, diceva di essere inseguito da qualcuno che voleva ucciderlo. Poi è entrato nell’auto di una ragazza mentre lei scappava. Quindi sono arrivati i carabinieri che dopo averlo immobilizzato, hanno chiamato il 118, visto lo stato di agitazione di Magherini. Dieci minuti dopo è arrivato il medico che ha trovato l’uomo in arresto cardiaco. Un’ora più tardi Magherini è morto in ospedale. Adesso il fratello di Riccardo Magherini accompagnato dal suo legale e dal senatore del PD Luigi Manconi hanno presentato in Senato le immagini inedite del corpo dell’uomo, sulla morte del quale chiedono che sia fatta chiarezza, sospettando un abuso di polizia simile ad altri che hanno funestato le cronache recenti. Ci sono però numerose testimonianze (e un video) che raccontano di un uomo preso a calci a lungo, in particolare calci al fianco e all’addome, mentre era sdraiato a terra e di soccorsi chiamati quando ormai non reagiva più. “Per una quarantina di minuti Riccardo è stato steso a terra immobilizzato dai carabinieri con un ginocchio sulla schiena. Era ammanettato ed è stato percosso e intanto Riccardo urlava: ‘Sto morendo, sto morendo’” ha raccontato un testimone alla trasmissione Chi l’ha visto, ma in tanti sostengono questa ricostruzione. I video e le foto sono appena stati presentati in Senato. Il papà Guido, 62 anni, ha disputato tre stagioni con la maglia del Palermo, nella seconda metà degli anni Settanta, diventando presto un semi-idolo (18 gol). Lui, Riccardo, ha provato a seguire le orme del padre. Inizio promettente, con la vittoria del torneo di Viareggio in maglia viola, da protagonista. Era considerato una promessa del calcio fiorentino. Poi si è perso per strada. Tante delusioni, anche nella vita. Fino alla separazione, recente, con la moglie e all’ultima, folle, serata.

Morì d’infarto durante l’ arresto il cinquantunenne milanese Michele Ferulli, deceduto la sera del 30 giugno 2011, dopo esser stato percosso da alcuni agenti di polizia che lo stavano ammanettando. E’ quanto emerge dalla perizia redatta dal tecnico incaricato dai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano, Fabio Carlo Marangoni, che ha potuto visionare ben 4 filmati di quei tragici momenti. Gli uomini delle forze dell’ordine, intervenuti dopo una segnalazione per schiamazzi notturni in via Varsavia, nel capoluogo lombardo, stavano procedendo al fermo della vittima, e secondo la relazione peritale uno di loro “percuoteva ripetutamente sulla spalla e sulla scapola destra” l’individuo in procinto di essere arrestato. Ferulli venne colto, forse per la concitazione, da un arresto cardiaco che gli sarebbe risultato fatale. Nel procedimento giudiziario in corso risultano imputati i quattro poliziotti intervenuti sul posto durante quella serata maledetta. Per loro l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Stando a quanto risulta dal lavoro depositato da Marangoni, per ben 2 volte Ferulli invocò esplicitamente aiuto.

L’abominevole morte di Luigi Marinelli è l’articolo di Alessandro Litta Modignani su “Notizie Radicali” del 15 ottobre 2012. Sempre più spesso sentiamo nominare Cucchi, Aldrovandi, Bianzino, Uva.... Nomi diventati tristemente familiari, evocatori di arbitrio, brutalità, violenza, morte, denegata giustizia. Il muro dell’omertà e del silenzio poco alla volta si rompe, le famiglie coraggiose non si rassegnano al dolore della perdita, facebook e internet fanno il resto, obbligando la carta stampata ad adeguarsi e a rispettare il dovere di cronaca. Così, uno dopo l’altro, altri nomi e altre vicende emergono dall’oscurità e assurgono alla dignità di “casi”. La lista si allunga, nuovi nomi si aggiungono, con le loro storie di ordinaria follia. Alla presentazione del libro-denuncia di Luca Pietrafesa “Chi ha ucciso Stefano Cucchi?” (Reality Book, 180 pagine) tenuta nei giorni scorsi nella sede del Partito radicale a Roma, ha finalmente trovato la forza interiore di parlare l’avv. Vittorio Marinelli, che con voce rotta dall’emozione ha raccontato la morte abominevole, letteralmente “assurda” di suo fratello Luigi. Luigi Marinelli era schizofrenico, con invalidità riconosciuta al 100%. Si sottoponeva di buon grado alle terapie che lo tenevano sotto controllo, dopo un passato burrascoso che lo aveva portato in un paio di ospedali psichiatrico-giudiziari. Spendaccione, disturbato, invadente fino alle soglie della molestia, divideva la sua vita fra gli amici, la sua band e qualche spinello. Era completamente incapace di amministrarsi. Ricevuta in eredità dal padre una certa somma, la madre e i fratelli gliela passavano a rate, per evitare che la sperperasse tutta e subito. Rimasto senza soldi, la mattina del 5 settembre 2011 Luigi va dalla madre, esige il denaro rimanente; si altera, dà in escandescenze, minaccia, le strappa la cornetta dalle mani – ma non ha mai messo le mani addosso a sua madre, mai, neppure una sola volta nel corso della sua infelice esistenza. Messa alle strette, la madre chiama Luisa (la fidanzata di Luigi, anch’ella schizofrenica) chiama l’altro figlio Vittorio, chiama la polizia e quest’ultima decisione si rivelerà fatale. Arrivano due volanti - poi diventeranno addirittura tre o quattro - trovano Luigi che straparla come suo solito semi-sdraiato sulla poltrona, esausto ma in fin dei conti calmo. Gli agenti chiamano il 118 per richiedere un ricovero coatto. Arriva Vittorio, mette pace in famiglia, madre e figlio si riconciliano, Luigi riceve in assegno il denaro che gli appartiene e fa per andarsene. Ma la polizia ha bloccato la porta e non lo lascia uscire, dapprima con le buone poi, di fronte alle crescenti rimostranze, con l’uso della forza. Luigi è massiccio, obeso, tre poliziotti non bastano, ne arriva un quarto enorme e forzuto. Costui blocca lo sventurato contro il muro, lo piega a terra, lo schiaccia con un ginocchio sul dorso, gli torce le braccia dietro la schiena e lo ammanetta, mentre Vittorio invita invano gli agenti a calmarsi e a desistere. “Non fate così, lo ammazzate...!” dice lui, “Si allontani!” sbraitano quelli. Vittorio vede il fratello diventare cianotico, si accorge che non riesce a respirare, lo guarda mentre viene a mancare. Allontanato a forza, telefona per chiedere aiuto al 118 ma dopo due o tre minuti sono i poliziotti a richiamarlo. Luigi ormai non respira più ma ha le braccia sempre bloccate dietro alla schiena: le chiavi delle manette.... non si trovano! La porta di casa è bloccata, non si sa da dove passare, un agente riesce finalmente a trovare la porta di servizio, scende alle auto ma le chiavi ancora non saltano fuori. “Gli faccia la respirazione bocca a bocca!” gridano gli agenti in preda nel panico (Luigi è bavoso e sdentato, a loro fa schifo, poverini). Liberano infine le braccia ma ormai non c’è più niente da fare. Il volto di Luigi è nero. E’ morto. Arriva l’ambulanza, gli infermieri si trovano davanti a un cadavere ma, presi da parte e adeguatamente istruiti, vengono convinti dagli agenti a portare via il corpo per tentare (o meglio: per fingere) la rianimazione. Il resto di questa storia presenta il solito squallido corollario di omertà, ipocrisia, menzogne, mistificazioni. Gli agenti si inventano di avere ricevuto calci e pugni per giustificare l’ammanettamento, il magistrato di turno avalla la tesi della “collutazione”. L’autopsia riscontra la frattura di ben 12 costole e la presenza di sangue nell’addome, la Tac rivela di distacco del bacino, evidenti conseguenze dello schiacciamento del corpo. Le analisi tossicologiche indicano una presenza di sostanze stupefacenti del tutto insignificante. A marzo il pm chiede l’archiviazione sostenendo che la causa della morte è stata una crisi cardiaca. La famiglia presenta opposizione. Qual è stata la causa della crisi cardiaca? Perché è stato immobilizzato? Era forse in stato d’arresto? In questo caso, per quale reato? Le varie versioni degli agenti, mutate a più riprese, sono in patente contraddizione. “Gli venivano subito tolte le manette” è scritto spudoratamente nel verbale, mentre in verità gli sono state tenute per almeno 10 minuti, forse un quarto d’ora. L’ultima volante dei Carabinieri, sopraggiunta sul posto, descrive nel verbale “un uomo riverso a terra ancora ammanettato”. Ma quando Vittorio Marinelli fa notare al magistrato che questa è evidentemente la “causa prima efficiente” dell’arresto cardiaco, si sente rispondere dal leguleio che “la sua è un’inferenza”. Resta il fatto che prima di essere ammanettato Luigi Marinelli era vivo, dopo è morto. Queste sono le cosiddette forze del cosiddetto ordine, questa è la magistratura dell’Italia di oggi. Tornano alla mente le parole pronunciate da Marco Pannella in una conferenza stampa di un paio di anni fa: “Presidente Napolitano, tu sei il Capo di uno Stato di merda”.

Ferrara, via dell’Ippodromo. All’alba del 25 settembre 2005 muore a seguito di un controllo di polizia Federico Aldrovandi, 18 anni, scrive “Zic” il 15 febbario 2014. Dopo due anni di coperture e reticenze, durante i quali le versioni ufficiali sposavano la tesi della morte per overdose e dell’innocenza dei tutori dell’ordine, il 20 ottobre 2007 è iniziato il processo a quattro agenti, a novembre 2008 il “colpo di scena”, agli atti del processo una foto che mostrerebbe inequivocabilmente come causa di morte sia un ematoma cardiaco causato da una pressione sul torace, escludendo ogni altra ipotesi. Su questa immagine è acceso il dibattito, nelle ultime udienze della fase istruttoria, tra i periti chiamati a deporre dai legali dalla famiglia e quelli della difesa. Infine, il 6 luglio 2009, la condanna degli agenti. Il giudice: «Ucciso senza una ragione», imputati condannati a 3 anni e mezzo per eccesso colposo in omicidio colposo. Nel nostro speciale i resoconti di tutte le udienze. Altri agenti condannati nell’ambito del processo-bis, per i depistaggi dei primi giorni di indagine; una poliziotto condannato anche nel processo-ter. Il 9 ottobre 2010 il Viminale risarcisce alla famiglia due milioni di euro, una cifra che nel 2014 la Corte dei conti chiederà che venga pagata dai poliziotti. L’10 giugno 2011 si chiude il processo d’appello con la conferma delle condanne. Durissima la requisitoria della pg: “In quattro contro un’inerme, una situazione abnorme”. Gli agenti fanno ricorso in Cassazione che il 21 giugno 2012 rigetta, le condanne sono definitive (ma c’è l’indulto). Pg: “Schegge impazzite in preda al delirio”. A marzo 2013 provocazione del Coisp, un sindacatino di polizia che strappa il proprio quarto d’ora di notorietà manifestando sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia Moretti. La città in piazza: “Lo scatto d’orgoglio”, A inizio 2013 poliziotti in carcere per scontare i 6 mesi di pena residua, Lino Aldrovandi a Zeroincondotta: “Non voglio nemmeno pensare che non li licenzino”, ma un anno dopo stanno per tornare in servizio. Il 15 febbraio 2014 manifestano in cinquemila: “Via la divisa”.

Antonio Giangrande: Editoriale. Parliamo un po’ della Giustizia italiana. La Giustizia dei paradossi.

Le maldicenze dicono che gli italiani sono un popolo di corrotti e corruttori e, tuttavia, scelgono di essere giustizialisti e di stare dalla parte dei Magistrati.

L’Opinione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Sui media la Giustizia ha sempre un posto in primo piano nella loro personale scaletta, ma non sempre sono sinceri.

Parliamo del premier Matteo Renzi che, in occasione del 25 aprile 2016, celebra la "liberazione" dai pm con una lunga intervista a Repubblica. Il nocciolo del suo pensiero è tutto raccolto in poche frasi: "I politici che rubano fanno schifo. E vanno trovati, giudicati e condannati. Dire che tutti sono colpevoli significa dire che nessuno è colpevole. Esattamente l'opposto di ciò che serve all'Italia. Voglio nomi e cognomi dei colpevoli. Una politica forte non ha paura di una magistratura forte. È finito il tempo della subalternità. Il politico onesto rispetta il magistrato e aspetta la sentenza. Tutto il resto è noia, avrebbe detto Califano. Adesso la priorità è che si velocizzino i tempi della giustizia".

Poi, invece, si legge che sono stati denunciati i pm del caso Renzi: "Omesse indagini sulle spese pazze". Depositata l'accusa contro i pm che hanno archiviato il caso delle spese di Renzi: "Non hanno voluto indagare", scrive Giuseppe De Lorenzo, Martedì 05/01/2016, su “Il Giornale”.

Parliamo del Ministro della Giustizia Andrea Orlando che parla, tra le altre cose, di riforma della Prescrizione. Andrea Orlando. Primo guardasigilli non laureato che nel 2010 gli è stata ritirata patente per guida in stato di ebbrezza, scrive Federico Altea su “Elzeviro” il 27 febbraio 2014. Quaranticinquenne, non ha mai toccato la giustizia in incarichi pubblici, ma è stato nominato responsabile in materia in seno alla direzione del partito di cui fa parte, nominato da Bersani di cui è fedele compagno nella corrente nei Giovani turchi. In un'intervista al Foglio si disse favorevole al carcere duro. Non è di un politico "esperto" né di un tecnico intrallazzato che il dicastero della giustizia ha bisogno, ma di un giurista serio che conosca e riformi completamente il sistema penale e civile e restringa il più possibile la facoltà dei giudici di interpretare a loro piacimento il sistema giuridico. Una persona che abbia le competenze per riformare il sistema penitenziario. Andrea Orlando, sempre parlando di competenze in ambito di Giustizia o giuridiche in senso lato, non solo non ha la laurea in giurisprudenza, ma non ha ottenuto un diploma di laurea di alcun genere. Nella storia della Repubblica italiana è la prima volta che il Ministero della Giustizia viene affidato ad un non laureato. Tutti i trentatré predecessori di Orlando, infatti, erano laureati e ben ventisette guardasigilli erano laureati giurisprudenza. Da questo c’è da desumere che possa pendere dalle labbra degli esperti e tecnici interessati.

Parliamo delle toghe. Diceva Piero Calamandrei: “L’avvocato farà bene, se gli sta a cuore la sua causa, a non darsi l’aria di insegnare ai giudici quel diritto, di cui la buona creanza impone di considerarli maestri”. “I magistrati - diceva ancora Calamandrei - sono come i maiali. Se ne tocchi, uno gridano tutti. Non puoi metterti contro la magistratura, è sempre stato così, è una corporazione". Il giudice rappresenta il funzionario dello Stato, vincitore di concorso all’italiana, cui è attribuito impropriamente il Potere dello iuris dicere. Ossia di porre la parola fine ad una controversia, di attribuire ad uno dei contendenti il bene della vita conteso nel processo giurisdizionale, di iniziare e/o far finire i giorni della vita di un cittadino in una struttura penitenziaria. Il giudice è per sé stesso “un’Autorità”: ossia un Pubblico Ufficiale. L’avvocato, invece, non lo è. La considerazione è così banale, tanto è ovvia. L’avvocato è solo un esercente un servizio di pubblica necessità, divenuto tale in virtù di un criticato esame di abilitazione.

Il processo non può essere mai giusto, come definito in Costituzione, se nulla si può fare contro un magistrato ingiusto giudicato e giustificato dai colleghi, ovvero se in udienza penale l’avvocato si scontra contro le tesi dell’inquirente/requirente collega del giudicante.

La magistratura in Italia: ordine o potere? Secondo la classica tripartizione operata dal Montesquieu, i poteri dello Stato si suddividono in Potere legislativo spettante al Parlamento, Potere esecutivo spettante al Governo e Potere giudiziario spettante alla Magistratura. Questo al tempo della rivoluzione francese. Poi il diritto, per fortuna, si è evoluto. In Italia la Magistratura non può in nessun caso esercitare un potere dello Stato (Potere, nel vero senso della parola), infatti per poter parlare tecnicamente di Potere, e quindi di imperium, è necessario che esso derivi dal popolo o, come accadeva nei secoli passati, da Dio. Nelle moderne democrazie occidentali il concetto di potere è strettamente legato a quello di imperium proveniente dalla volontà popolare, quindi è del tutto pacifico affermare che gli unici organi – seppur con tutte le loro derivazioni – ad essere legittimati ad esercitare un Potere sono soltanto il Parlamento (potere legislativo) ed il Governo (potere esecutivo). In effetti l’art. 1 della Costituzione, nei principi fondamentali, recita: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Per rendere chiaro il concetto è sufficiente comprendere che nel momento in cui il Parlamento ed il Governo esercitano i propri poteri, lo fanno “in nome” e “per conto” del popolo da cui ne deriva l’investitura, quindi la Magistratura non può essere in alcun modo considerata un potere – in senso stretto – dello Stato; essa è solo un Ordine legittimato ad esercitare – “in nome” del popolo e non anche per conto di questo – la funzione giurisdizionale nei soli spazi delineati dalla Costituzione e, soprattutto, nel fedele rispetto della legge approvata dai soli organi deputati ad adottarla, quindi dal Parlamento e dal Governo, seppur quest’ultimo nei soli casi tassativamente previsti dalla Carta costituzionale. A dimostrazione di quanto premesso, la nostra Costituzione – della quale i giudici si dichiarano spesso i soli difensori – parla, non a caso, di Ordine Giudiziario e non di Potere. Difatti il Titolo Quarto della Carta costituzionale riporta scritto a chiare lettere, nella Sezione Prima, “Ordinamento giurisdizionale”, e non Potere; e a fugare ogni dubbio ci pensa l’art. 104 Cost.: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere…”. Di questo, però, la sinistra politica non se ne capacita, continuando ad usare il termine Potere riferito alla magistratura, smentendo i loro stessi padri costituenti. Se fino alla fine degli anni Ottanta, quando vi erano veri politici a rappresentare il popolo, questo tipo di discussione non era neppure immaginabile, a partire dal 1992 – vale a dire da quando è iniziato un periodo di cronica debolezza della politica, ovvero quando la politica ha usato l’arma giudiziaria per arrivare al potere – la Magistratura ha cercato (come quasi sempre è accaduto nella Storia) di sostituirsi alla politica arrivando addirittura ad esercitare, talune volte anche esplicitamente, alcune prerogative tipiche del Parlamento e del Governo: un vero colpo di Stato. Non possiamo dimenticarci quando un gruppo di magistrati – durante il cosiddetto periodo di “mani pulite” – si presentò davanti alle telecamere per contrastare l’entrata in vigore di un legittimo – anche se discutibile – Decreto che depenalizzava il finanziamento illecito ai partiti (il cosiddetto Decreto Conso), violentando in tal modo sia il principio di autodeterminazione delle Camere che l’esercizio della sovranità popolare. E che dire della crociata classista, giacobina e corporativa racchiusa nelle parole “resistere, resistere, resistere…”! E poi i magistrati con la Costituzione tra le braccia al fine di ergersi ad unici difensori della stessa contro presunti attacchi da parte della politica. E che dire, poi, di alcune sentenze della Corte di Cassazione? Nascondendosi dietro l’importantissima funzione nomofilattica, la Suprema Corte spesso stravolge sia l’intenzione del Legislatore che il senso e la portata delle leggi stesse, se non addirittura inventarsi nuove norme, come per esempio "il concorso esterno nell'associazione mafiosa": un reato che non esiste tra le leggi. Per non parlare, poi, della mancata applicazione della legge, come quella della rimessione del processo in altri fori per legittimo sospetto di parzialità. Spesso la Magistratura si difende affermando di non svolgere nessuna attività politica, ma si smentisce perché all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura ci sono delle vere e proprie correnti. Ma le correnti non sono tipiche dei partiti politici? E poi, per quale motivo gli organi rappresentativi dell’associazione nazionale magistrati vanno di frequente in televisione per combattere la crociata contro un qualsiasi progetto di riforma della giustizia che investa anche l’ordine giudiziario? E perché, questi stessi, i più animosi tra le toghe, inducono i politici a loro vicini ad adottare leggi giustizialiste ad uso e consumo della corporazione? Ma i magistrati non sono tenuti soltanto ad applicare le leggi dello Stato? Per quale ragione alcuni magistrati, pur mantenendosi saldamente attaccati alla poltrona di pubblico ministero o di organo giudicante, scelgono di fare politica, arrivando addirittura a candidarsi alle elezioni senza avere neppure la delicatezza di dimettersi dalle funzioni giudiziarie?

Parliamo infine delle vittime della malagiustizia. Si parla poco, ma comunque se ne parla, inascoltati, del problema degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni, così come della lungaggine dei processi. Così come si discute poco, ma si discute, inascoltati, del problema dei risarcimenti del danno e degli indennizzi, pian piano negati. Delle vittime della malagiustizia si parla di un ammontare di 5 milioni dal 1945. Ogni anno in Italia 7 mila persone arrestate e poi giudicate innocenti. Almeno a guardare i numeri del ministero della Giustizia. Dal 1992 il Tesoro ha pagato 630 milioni di euro per indennizzare quasi 25 mila vittime di ingiusta detenzione, 36 milioni li ha versati nel 2015 e altri 11 nei primi tre mesi del 2016. Queste vittime della malagiustizia li vedi, come forsennati, a raccontare perpetuamente sui social network, inascoltati, le loro misere storie. Sono tanti, come detto 5 milioni negli ultimi 60 anni. Poi ci sono i parenti e gli affini da aggiungere a loro. Un numero smisurato: da plebiscito. Solo che poi si constata che in effetti nulla cambia, anzi si evolve, con ipocrisia e demagogia, al peggio, spinti dai media giustizialisti che incutono timore con delle parole d’ordine: “Insicurezza ed impunità. Tutti dentro e si butta la chiave”. Allora vien da chiedersi con un intercalare che rende l’idea: “Ma queste vittime dell’ingiustizia a chi cazzo votano, se vogliono avere ristoro? Sarebbe il colmo se votassero, da masochisti, proprio i politici giustizialisti che nelle piazze gridano: onestà, onestà, onestà…consapevoli di essere italiani, o che votassero i politici giustizialisti che, proni e timorosi, si offrono ai magistrati. Quei magistrati che ingiustamente hanno condannato o hanno arrestato le vittime innocenti, spinti dalla folla inneggiante e plaudente, disinformata dai media amici delle toghe! Sarebbe altresì il colmo se le vittime innocenti votassero quei politici che stando al potere non hanno saputo nemmeno salvare se stessi dall’ingiusta gogna.

Se così fosse, allora, cioè, si fosse dato un voto sbagliato a destra, così come a sinistra, con questo editoriale di che stiamo parlando?

Cultura della legalità e incultura della giustizia. A che serve tutta la retorica sulla promozione della legalità se le istituzioni e gli stessi cittadini non sono educati al senso di giustizia?

Michele Finizio su Basilicata24.it il 23 Maggio 2023

Si spendono fiumi di parole sulla legalità, ossia sul rispetto della legge e delle regole della buona convivenza civile. Le istituzioni e la politica, secondo questo continuo vociare, dovrebbero essere baluardo della legalità.  Sarebbe il dettato normativo, ossia la Legge, a definire i confini di ciò che è legale e di ciò che non lo è. Diamo tutto per buono. Tuttavia c’è un problema: la Giustizia. Sappiamo che non sempre ciò che la legge dello Stato definisce legale, è giusto. E sappiamo perciò che esiste una differenza tra legalità e giustizia. Se il concetto di giustizia non ha un valore assoluto, ma è mutevole nel tempo e nello spazio anche in relazione al modello di società e alla cultura che lo informa, anche il concetto di legalità risente di una rappresentazione socialmente e culturalmente costruita. Dunque che significa educare alla legalità? Che significa promuovere la cultura della legalità? Fondamentalmente dovrebbe voler dire educare le persone al rispetto per i diritti degli altri e ai valori che ci consentono di agire secondo bontà, verità e giustizia.

E questo potrebbe essere un compito della famiglia, della scuola e di tutte le agenzie educative informali. Ma educare con la parola non basta, occorre l’esempio degli insegnanti, dei genitori, di tutti coloro che hanno un peso educativo nei confronti dei bambini e degli adolescenti.

In seguito però saranno i protagonisti della vita pubblica, vale a dire coloro che hanno un ruolo nelle istituzioni, soprattutto nelle istituzioni politiche e giudiziarie, a dare l’esempio. E dovranno darlo soprattutto quando salgono sui pulpiti della “promozione della cultura della legalità”.  E qui molte volte casca l’asino. Può un politico con ruoli istituzionali parlare di legalità se egli stesso è protagonista di vicende illegali? Se egli stesso manipola concorsi pubblici, raccomanda incapaci nei posti chiave, accumula consenso con metodi molto discutibili? Può un magistrato parlare di legalità se egli stesso non applica la legge? Se egli stesso manipola fascicoli giudiziari o favorisce qualcuno a danno di qualcun altro? Non direi. Tuttavia il problema non riguarda soltanto i singoli esponenti delle istituzioni, quanto le istituzioni nella loro funzione generale. La credibilità è un requisito fondamentale. Può un sistema giudiziario fondato sulla casta, che agisce nel quadro di reciproche coperture tra giudici, pubblici ministeri, avvocati, cancellieri, essere credibile e affidabile? Può un sistema politico fondato sull’autoreferenzialità, continuamente esposto a fenomeni corruttivi, ossessionato dal consenso a tutti i costi, essere credibile? Può essere credibile un sistema politico che usa le emergenze, i bisogni, la disperazione della gente come se fossero il bancomat del consenso? Può educarmi alla legalità una pubblica amministrazione che mi costringe a strade tortuose e “illegali” affinché io possa affermare un mio diritto?

Ecco, questa storia della legalità e della cultura della legalità forse ha un po’ stancato. Troppo esposta a lunghi periodi di retorica inconcludente. Il vero nodo invece è il senso di giustizia, formare le coscienze al senso di giustizia potrebbe essere la strada che ci libera dal pantano della retorica sulla legalità. La cultura della giustizia: giustizia sociale, giustizia del bene, giustizia implicita nei valori della solidarietà, del rispetto dei diritti degli altri e che – ripeto – ci aiutano ad agire secondo bontà, verità e a rendere appunto giustizia.

Falcone e Borsellino amavano la giustizia, non solo nel senso scontato di rispetto della legge, ma nel significato profondo che la distingue dal male. La mafia è ingiusta perché compie azioni che nulla hanno a che fare con il bene, con il rispetto dei diritti degli altri. Perché rappresenta una cultura del male, perché è un sistema predatorio totalizzante, perché uccide, minaccia e si fa Stato. E’ una piovra che mette il sonnifero alla vita democratica. Questi due grandi magistrati nel loro lavoro sono stati spesso frenati, ostacolati, criticati dal sistema politico e giudiziario, grazie anche all’uso strumentale del principio di legalità. Falcone e Borsellino dovevano fermare l’ingiustizia mafiosa e aprire spazi enormi per l’affermazione della Giustizia, non solo quella giudiziaria, ma quella implicita nell’origine della parola latina iustum, che significa “giusto”. La loro intima passione, senza la quale non avrebbero fatto quello che hanno fatto, era quella di rendere giustizia, nel quadro di una virtù squisitamente sociale. Le norme, le procedure, le gerarchie di allora rappresentavano la legalità e quella legalità non sempre ha aiutato i due magistrati. Quella legalità nel tempo e grazie a loro è cambiata, perché la legalità è relativa. Il punto è che la nozione di giustizia è stata estromessa, almeno in teoria, dal campo della “scienza del diritto”. Si continua a non capire che esiste una questione della giustizia isolata, allontanata, dalla sfera giuridica.

La giustizia, rendere giustizia, essere giusti, lottare contro le ingiustizie piccole e grandi, combattere il male per affermare il bene, rispettare i diritti delle persone, sono questi i principi laici che andrebbero radicati in tutte le istituzioni politiche, giudiziarie, culturali. E’ l’unico modo per ricordare degnamente Falcone e Borsellino, i ragazzi della scorta e tutti i morti per la giustizia. Chiunque abbia letto le storie, le biografie di questi uomini e donne, chiunque abbia ascoltato le loro parole nei momenti più drammatici, sa che non erano banalmente tutori e difensori della legalità, ma erano difensori e promotori di giustizia, erano dei giusti. Ecco, promuovere la cultura dei giusti, di coloro che agiscono per rendere giustizia, è prioritario in questi tempi di sonnambulismo sociale e di ipocrisia delle istituzioni.

Normale ingiustizia. Il caso Tortora non è una anomalia, ma il vero volto della giustizia italiana. Carmelo Palma e Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 19 Aprile 2023.

Al di là delle strumentalizzazioni politiche, la vicenda del celebre conduttore televisivo non è da considerarsi un’eccezione, ma il sintomo delle problematiche storiche del sistema giudiziario di questo paese 

Il cosiddetto “caso Tortora” non è mai stato famigerato per quel che fu, cioè il trionfo di un’idea e di una pratica della giurisdizione tutt’altro che minoritarie e desuete, ma per quel che non fu mai: l’episodica e tuttavia correggibile aberrazione di un corso giudiziario altrimenti retto e consono a un’amministrazione dopotutto sana.

L’assoluzione di Tortora e il quasi unanime riconoscimento della sua innocenza – non senza che in primo grado al “cinico mercante di morte” si appioppassero dieci anni di galera – fu salutato, dopo un vero sabba colpevolista, come un benefico ritorno alla normalità, dopo un momento di increscioso, ma circoscritto, impazzimento del sistema.

Invece, il “caso Tortora” riguardava ed esprimeva proprio la normalità quotidiana della giustizia italiana e della tanto celebrata cultura della giurisdizione che sarebbe posta a garantirne l’affidabilità.

La macellazione civile e processuale di quella “persona perbene” era e continua a essere deplorata appunto perché sacrificava un “gentiluomo”, e la giustizia che infieriva su di lui ha sempre rappresentato e continua a rappresentare nella narrativa corrente la manifestazione di una specie di cattiveria ingiustificata, il raptus imprevedibile in un comportamento solitamente a modo.

La realtà è che il caso Tortora discende come un frutto perfettamente naturale dai lombi della giustizia italiana, ma la versione accreditata – comoda innanzitutto per quella giustizia – è che quella vicenda denunciasse tutt’al più la generazione di una stortura, un’escrescenza malformata recisa infine, per quanto tardivamente, con il riconoscimento dell’innocenza del malcapitato.

Ed è, questa, una versione su cui si accomoda anche certa schiatta “liberale”, l’interfaccia del galantuomismo che ripesca il caso Tortora a dimostrazione del fatto che, insomma, certi abusi bisogna denunciarli, fermo restando che però, sempre insomma, garantismo mica vuol dire farsi prendere in giro dalle zingare che si fanno ingravidare per scampare il gabbio, e perché, insomma al quadrato, certi abusi sono abusi se riguardano le persone perbene, quale Tortora era e fu riconosciuto e non se riguardano le persone permale, i presunti ladri di una “razza” di ladri, i presunti mafiosi con la faccia da mafiosi, i presunti assassini di cui non può presumersi, se non per compromissione o complicità, altra disposizione che al sangue e al delitto.

Il caso Tortora è così diventato a destra la scriminante di un garantismo razzista e classista, la sacra icona periodica del retequattrismo collettivo e del giustizialismo a geometria variabile.

Ma il “vero” caso Tortora è indigesto, per così dire, a destra e a manca, proprio perché esso rappresentò il profilo genuino e duraturo, non quello provvisoriamente trasfigurato dal male, della giustizia di questo Paese.

Un profilo sostanzialmente unitario e trasversale alle destre e alle sinistre pro tempore, tutte convinte che il sistema penale adempia a una specifica funzione sociale e sia, come la guerra, la prosecuzione della politica con altri mezzi. E quindi debba rispettare una logica di guerra: degli amici e dei nemici, dei buoni e dei cattivi.

Il “liberale” che oggi rievoca il caso Tortora mentre abbuona ai propri ranghi l’evocazione della ruspa e il precetto meloniano “garantisti nel processo e giustizialisti nella pena” non fa altro che reiterare quella contraffazione, con Enzo Tortora ucciso da un tragico errore anziché in esecuzione del protocollo del rastrellamento e inquisitorio ben rivendicato prima, durante e dopo il suo sacrificio dalla giustizia di questo Paese.

La grandezza di Leonardo Sciascia? Trasformare le vittime anonime della giustizia in carne viva e sangue...

"Ispezioni della terribilità. Leonardo Sciascia e la Giustizia". E' il bellissimo libro curato da Lorenzo Zilletti e Salvatore Scuto. Gaetano Pecorella Il Dubbio il 13 aprile 2023

Questo straordinario libro - Ispezioni della terribilità. Leonardo Sciascia e la giustizia a cura di Lorenzo Zilletti e Salvatore Scuto - è sul pensiero di Leonardo Sciascia, ma va al di là di Leonardo Sciascia: è un libro sul dolore umano che sempre si collega all’amministrazione della giustizia, e, più in generale, all’esercizio del potere. E’ un libro sulla responsabilità di decidere sulla sorte di un uomo; sui collaboratori sempre creduti, perché «il far nome di sodali, di complici è sempre stato dai giudici inteso come un passar dalla loro parte» ; sulla pena di morte e su un “piccolo” giudice che ebbe la forza di opporsi, in epoca fascista, alla sua applicazione, come scrive Insolera, sul rapporto tra Verità e Potere, sul potere giudiziario privo di responsabilità; sulle miserie del sistema giudiziario, e sul “terribile” e pur “necessario” mestiere del giudicare; è, infine, un libro sull’errore giudiziario che si riassume nelle parole di Sciascia: «Per come va l’ingranaggio, potrebbero essere tutti innocenti».

A ben vedere tutto ciò non ha in sé nulla di nuovo, per lo meno a partire da Voltaire e dall’illuminismo, da Beccaria e dai fratelli Verri. Allora qual è, qual è stata, la grandezza di Sciascia che emerge dalle pagine delle “Ispezioni della terribilità”? La risposta che mi sento di dare è che Sciascia ha trasformato le parole dei giuristi in carne e sangue di coloro che sono stati vittime della ferocia dei giudici.

Il volume nasce dal felice incontro tra l’Associazione amici di Leonardo Sciascia e l’Unione delle camere penali, impegnate tra il settembre del 2020 e il giugno 2021 in una serie di Letture ‘sciasciane’. Si parte dall’assunto che il volto feroce della giustizia non appartiene ad epoche remote, ma è realtà presente.

«Terrificante è sempre stata l’amministrazione della giustizia». Il passaggio è tratto da «La strega e il capitano», in cui Sciascia ricostruisce scrupolosamente la condanna al rogo di Caterina Medici (nel 1617 a Milano) fantesca nella casa del senatore Luigi Melzi, considerata responsabile dei suoi strani dolori di stomaco e per questo bruciata. La rievoca Salvatore Scuto ponendo la eterna questione del «rapporto tra il senso assoluto della giustizia e la realizzazione che di essa fanno le leggi».

L’idea base del volume è questa: Sciascia è insieme “testo” e “pretesto”. Testo perché si commentano frasi sulla giustizia penale tolte dai suoi lavori di narrativa, frasi di efficacia straordinaria per la loro forza comunicativa. Pretesto, perché parlare di Sciascia è parlare di giustizia, quella intesa come potere, come macchina violenta che chiunque può stritolare nei suoi ingranaggi, con gli interventi di penalisti, di costituzionalisti, di intellettuali d’altra cultura e infine di avvocati.

Paolo Borgna ragiona su una frase de il “Contesto”, romanzo sull’errore del giudicare, in cui un personaggio dice: “Sì, ero innocente. Ma che vuol dire essere innocente, quando si cade nell’ingranaggio? Nientevuol dire, glielo assicuro”.

Sciascia, per Vincenzo Maiello, ha il merito di introdurre nel lessico civile vocaboli e concetti che identificano un paradigma di giustizia penale conforme allo Stato di diritto, costruito sulla inviolabilità dei diritti umani.

Paolo Ferrua muove dall’affermazione di Sciascia: «Il potere di giudicare i propri simili non può e non deve essere vissuto come potere», per poi ricostruire la lenta, ma costante distruzione del processo accusatorio da parte dei giudici per riacquisire tutto quel potere che era stato sostituito dalla logica della ragione e dalla dialettica.

Emanuele Fragasso ricorda, a conclusione del suo intervento, le parole con cui si chiude “Porte aperte”: «sono parole di incoraggiamento verso l’uomo, a condizione che questi sia risoluto a combattere per la sua libertà e per l’umanità che è presente in ogni uomo».

Ogni intervento meriterebbe di essere ricordato ben più ampiamente di quanto si è fatto sin ora: tuttavia, ognuno di essi è talmente ricco di riflessioni, di citazioni di Sciascia, di osservazioni giuridiche e non giuridiche, che appare un’opera impossibile.

In chiusura vorrei toccare un aspetto di Sciascia che mi ha particolarmente colpito. Gli scritti contenuti in questo libro danno anche un quadro delle contraddizioni, forse irrisolvibili, che animano il mondo della giustizia. Sciascia ha investigato, ma la realtà è talmente complessa che alcune domande sono rimaste senza risposta, perché nel difendere un principio si finisce per oscurarne, o sottovalutarne un altro. Anche in questo sta la grandezza di Sciascia: non ci ha presentato una soluzione di tutti i problemi, un mondo della giustizia perfetto, nel quale si trova sempre una risposta giusta. Sciascia ha lasciato, a chi lo avrebbe letto, una eredità di grandi dubbi, di nodi inestricabili: ne cito un paio.

Il rapporto tra la giustizia e il popolo. Sciascia ha scritto che il popolo deve vigilare su come i giudici amministrano il loro potere; ha individuato però nella ricerca del consenso popolare gli eccessi di non pochi magistrati. Ciò è accaduto in passato, e accade oggi: “mani pulite” ha reso le Procure dei soggetti politici, ha creato un consenso popolare dando ai magistrati un ruolo di “difensori dell’onestà”, a prescindere dalla colpevolezza degli imputati.

Il rapporto tra giustizia e legge scritta. Sciascia censura quei giudici che si fanno essi stessi creatori del diritto piegando le norme ai propri fini. Nello stesso tempo, però, descrive il giudice di Porte aperte come un uomo che ha forzato la legge per non applicarla, visto che in quel caso prevedeva la pena di morte. In quali casi il giudice può piegare la legge alla sua coscienza?

Infine, un’ultima domanda: c’è un mezzo per avere una giustizia meno crudele, o la giustizia per governare non può essere diversa da ciò che è? Sciascia non lo dice, ma con la sua lotta per il diritto ha testimoniato che conta soltanto continuare a credere che sia possibile.

Errori giudiziari e controversi indennizzi per l'ingiusta detenzione.

Raffaele Sollecito e Giuseppe Gulotta. Quando la giustizia è strabica, permalosa e vendicativa.

Di Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande ha scritto i libri che parlano della malagiustizia e della ingiustizia, in generale, e del delitto di Perugia, in particolare.

Giustizia carogna, scrive Fabrizio Boschi il 31 gennaio 2017 su "Il Giornale”. Nel febbraio 2012 ci provò un deputato di Forza Italia, Daniele Galli: presentò una proposta di legge per obbligare lo Stato a rifondere le spese legali del cittadino che viene imputato in un processo penale e ne esce assolto con formula piena. Non venne mai nemmeno discussa. Eppure affrontava una delle peggiori ingiustizie italiane.

Raffaele Sollecito, in seguito alla sua definitiva assoluzione, ha deciso di chiedere solo l’indennizzo per ingiusta detenzione, scartando l’idea di chiedere anche il risarcimento danni per responsabilità civile dei magistrati, consigliato dalla magnanimità ed accondiscendenza dei suoi legali verso i magistrati di Perugia.

"Nelle prossime settimane valuteremo eventuali istanze relative all'ingiusta detenzione". Lo ha detto uno dei legali di Raffaele Sollecito all’Agi il 30 marzo 2015, Giulia Bongiorno, spiegando che eventuali azioni di "risarcimento e responsabilità civile non saranno alimentati da sentimenti di vendetta che non sono presenti nell'animo di Sollecito". Quanto alla responsabilità civile dei magistrati inquirenti, "quello della responsabilità civile dei magistrati è un istituto serio che non va esercitato con spirito di vendetta – ha aggiunto il legale - e allo stato non ci sono iniziative di questo genere".

Ciononostante la bontà d’animo di Raffaele Sollecito viene presa a pesci in faccia.

Raffaele Sollecito non deve essere risarcito per i quasi quattro anni di ingiusta detenzione subiti dopo essere stato coinvolto nell’indagine l’omicidio di Meredith Kercher, delitto per il quale è stato definitivamente assolto insieme ad Amanda Knox. A stabilirlo è stata la Corte d’appello di Firenze l’11 febbraio 2017 che ha respinto la richiesta di indennizzo ritenendo che il giovane abbia «concorso a causarla» rendendo «in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere». Il giovane arrestato assieme ad Amanda Knox e poi assolto per l’omicidio a Perugia di Meredith Kercher, aveva chiesto 516mila euro di indennizzo per i 4 anni dietro le sbarre.

Alla richiesta di risarcimento si erano opposti la procura generale di Firenze e il ministero delle Finanze. Nella richiesta di risarcimento i legali di Sollecito avevano richiamato la motivazione della sentenza della Cassazione nelle pagine in cui venivano criticate le indagini secondo la Suprema Corte mal condotte dagli inquirenti e dalla procura di Perugia. In primo grado, nel 2009, Raffaele Sollecito e l’americana Amanda Knox erano stati condannati dalla Corte d’Assise di Perugia a 25 anni e 26 anni di carcere per omicidio. Nel 2011 vennero poi assolti e scarcerati dalla Corte d’Assise d’appello dal reato di omicidio (alla Knox fu confermata la condanna a tre anni per calunnia). Nel 2013 la Corte di Cassazione annullò poi l’assoluzione e rinviò gli atti alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze che condannò (2014) Sollecito a 25 anni e Knox a 28 anni e 6 mesi. Infine, il 27 marzo 2015, il verdetto assolutorio della Cassazione.

Prima dei commenti ci sono i numeri. Sconcertanti, scrive Alessandro Fulloni il 31 12 2016 su "Il Corriere della Sera”. Il dato complessivo lascia senza parole. Il risarcimento complessivo versato alle vittime della «mala-giustizia» ammonta a 630 milioni di euro. Indennizzi previsti dall’istituto della riparazione per ingiusta detenzione, introdotto con il codice di procedura penale del 1988, ma i primi pagamenti – spiegano dal Ministero – sono avvenuti solo nel 1991 e contabilizzati l’anno successivo: in 24 anni, dunque, circa 24 mila persone sono state vittima di errore giudiziario o di ingiusta detenzione. L’errore giudiziario vero e proprio è il caso in cui un presunto colpevole, magari condannato in giudicato, viene finalmente scagionato dalle accuse perché viene identificato il vero autore del reato. Situazioni che sono circa il 10 per cento del totale. Il resto è alla voce di chi in carcere non dovrebbe starci: custodie cautelari oltre i termini, per accuse che magari decadono davanti al Gip o al Riesame. In questo caso sono previsti indennizzi, richiesti «automaticamente» - usiamo questo termine perché la prassi è divenuta inevitabile - dagli avvocati che si accorgono dell’ingiusta detenzione. Il Guardasigilli ha fissato una tabella, per questi risarcimenti: 270 euro per ogni giorno ingiustamente trascorso in gattabuia e 135 ai domiciliari. Indennizzi comunque in calo: se nel 2015 lo Stato ha versato 37 milioni di euro, nel 2011 sono stati 47. Mentre nel 2004 furono 56. Ridimensionamento - in linea con una sorta di «spendig review» - che viene dall’orientamento della Cassazione che applica in maniera restrittiva un codicillo per cui se l’imputato ha in qualche modo concorso all’esito della sentenza a lui sfavorevole - poniamo facendo scena muta all’interrogatorio - non viene rimborsato. In termini assoluti e relativi, gli errori giudiziari si concentrano soprattutto a Napoli: 144 casi nel 2015 con 3,7 milioni di euro di indennizzi. A Roma 106 casi (2 milioni). Bari: 105 casi (3,4 milioni). Palermo: 80 casi (2,4 milioni). La situazione pare migliorare al Nord: per Torino e Milano rispettivamente 26 e 52 casi per 500 mila e 995 mila euro di indennizzi. Alla detenzione si accompagna il processo, che può durare anni. Quando l’errore subito viene accertato, la vita ormai è cambiata per sempre. C’è chi riesce a rialzarsi, magari realizzando un obiettivo rimasto per tanto tempo inespresso. E chi resta imbrigliato nell’abbandono dei familiari, nella perdita del lavoro, nella necessità di tirare a campare con la pensione.

Carceri "Negli ultimi 50 anni incarcerati 4 milioni di innocenti". Decine di innocenti rinchiusi per anni. Errori giudiziari che segnano le vite di migliaia di persone e costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali, scrive Romina Rosolia il 29 settembre 2015 su "La Repubblica". False rivelazioni, indagini sbagliate, scambi di persona. E' così che decine di innocenti, dopo essere stati condannati al carcere, diventano vittime di ingiusta detenzione. Errori giudiziari che non solo segnano pesantemente e profondamente le loro vite, trascorse - ingiustamente - dietro le sbarre, ma che costano caro allo Stato. Eccone un breve resoconto pubblicato da Ristretti Orizzonti, che ha reso nota una ricerca dell'Eurispes e dell'Unione delle Camere penali italiane. Quanto spende l'Italia per gli errori dei giudici? La legge prevede che vengano risarciti anche tutti quei cittadini che sono stati ingiustamente detenuti, anche solo nella fase di custodia cautelare, e poi assolti magari con formula piena. Solo nel 2014 sono state accolte 995 domande di risarcimento per 35,2 milioni di euro, con un incremento del 41,3% dei pagamenti rispetto al 2013. Dal 1991 al 2012, lo Stato ha dovuto spendere 580 milioni di euro per 23.226 cittadini ingiustamente detenuti negli ultimi 15 anni. In pole position nel 2014, tra le città con un maggior numero di risarcimenti, c'è Catanzaro (146 casi), seguita da Napoli (143 casi). Errori in buona fede che però non diminuiscono. Eurispes e Unione delle Camere penali italiane, analizzando sentenze e scarcerazioni degli ultimi 50 anni, hanno rilevato che sarebbero 4 milioni gli italiani dichiarati colpevoli, arrestati e rilasciati dopo tempi più o meno lunghi, perché innocenti. Errori non in malafede nella stragrande maggioranza dei casi, che però non accennano a diminuire, anzi sono in costante aumento. Sui casi di mala giustizia c'è un osservatorio on line, che dà conto degli errori giudiziari. Mentre sulla pagina del Ministero dell'Economia e delle Finanze si trovano tutte le procedure per la chiesta di indennizzo da ingiusta detenzione. Gli errori più eclatanti. Il caso Tortora è l'emblema degli errori giudiziari italiani. Fino ai condannati per la strage di via D'Amelio: sette uomini ritenuti tra gli autori dell'attentato che costò la vita al giudice Paolo Borsellino e alle cinque persone della scorta il 19 luglio 1992. Queste stesse persone sono state liberate dopo periodi di carcerazione durati tra i 15 e i 18 anni, trascorsi in regime di 41 bis. Il 13 febbraio scorso, la Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto un altro grave sbaglio: è innocente anche Giuseppe Gulotta, che ha trascorso 21 anni, 2 mesi e 15 giorni in carcere per l'omicidio di due carabinieri nella caserma di Alcamo Marina (Trapani), nel 1976. Trent'anni dopo, un ex brigadiere che aveva assistito alle torture cui Gulotta era stato sottoposto per indurlo a confessare, ha raccontato com'era andata davvero. Altri casi paradossali. Nel 2005, Maria Columbu, 40 anni, sarda, invalida, madre di quattro bambini, venne condannata con l'accusa di eversione per dei messaggi goliardici diffusi in rete, nei quali insegnava anche a costruire "un'atomica fatta in casa". Nel 2010 fu assolta con formula piena. Per l'ultimo giudice, quelle istruzioni terroristiche erano "risibili" e "ridicole". Tra gli ultimi casi, la carcerazione e la successiva liberazione, nel caso Yara Gambirasio, del cittadino marocchino Mohamed Fikri, accusato e subito scagionato per l'omicidio della ragazza. Sono fin troppo frequenti i casi in cui si accusa un innocente? Perché la verità viene fuori così tardi? Perché non viene creduto chi è innocente? A volte si ritiene valida - con ostinazione - un'unica pista, oppure la verità viene messa troppe volte in dubbio. Forse, ampliare lo spettro d'indagine potrebbe rilevare e far emergere molto altro.

Ma veniamo al caso "Sollecito".

I rischi della difesa, scrive Ugo Ruffolo il 12 febbraio 2017 su"Quotidiano.net". La decisione sembra salomonica: Sollecito, assolto per il rotto della cuffia, viene liberato ma non risarcito per la ingiusta pregressa detenzione. Quattro anni, per i quali chiede 500.000 euro. Sollecito dovrebbe ringraziare il cielo di essere libero e non forzare la mano, per non fare impazzire i colpevolisti. Ma Salomone non abita nei codici. I quali sarebbero un sistema binario. O tutto, o niente. Se sei assolto, non importa come, la ingiusta detenzione ti deve essere risarcita. C’è però l’articolo 314 del c.p.c., il quale prevede una sorta di concorso di colpa del danneggiato, che neutralizzerebbe la sua pretesa al risarcimento. Come dire: se sei assolto, ma per difenderti hai mentito o ti sei contraddetto, allora sei tu ad aver depistato polizia e giudici, o ad aver complicato il loro lavoro. Se ti hanno prima condannato e poi assolto, e dunque se hai fatto quattro anni di carcere ingiustamente, la colpa è anche tua; e questo ti impedirebbe di chiedere il risarcimento (come dire: un po’ te la sei voluta). Sembrerebbe giusto, almeno in linea di principio. Ma sorge il problema che, assolto in penale l’imputato, in sede civile viene processata la sua linea difensiva, ai fini di accordargli o meno risarcimento da ingiusta detenzione. In altri termini ciascuno è libero di difendersi come crede, anche depistando o mentendo (potrebbe essere talora funzionale alla difesa nel caso concreto). Ma chi sceglie questa linea si espone al rischio di vedersi poi rifiutato il risarcimento. È quanto obbietta a Sollecito l’ordinanza della Corte d’Appello, ricostruendo quella storia processuale come costellata di depistaggi, imprecisioni, contraddizioni e menzogne. Che talora Sollecito aveva ammesso, giustificandosi con l’essere stato, al tempo, “confuso”. I suoi avvocati annunciano ricorso in Cassazione, per contestare come erronea quella ricostruzione processuale. Dovrebbero avere, credo, scarsa possibilità di vittoria. Salomone, così, rientrerebbe dalla finestra ed i colpevolisti eviterebbero di impazzire. Ma quel che turba, è un processo che si riavvolta su se stesso, cannibalizzandosi: processo del processo del processo (e anche, processo nel processo nel processo). Come riflesso fra due specchi all’infinito.

Sollecito, no ai risarcimenti. Non è abbastanza innocente. La Corte d'appello di Firenze nega 500mila euro per 4 anni di cella: «Troppi silenzi e menzogne», scrive Annalisa Chirico, Domenica 12/02/2017, su "Il Giornale". Per la giustizia italiana puoi essere innocente e, a un tempo, colpevole. La Corte d'appello di Firenze ha rigettato la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata da Raffaele Sollecito. Il dispositivo, pubblicato dal sito web finoaprovacontraria.it, s'inserisce nel solco della cosiddetta giurisprudenza sul concorso di colpa. In sostanza, il cittadino che, ancorché assolto, abbia contribuito con dolo o colpa grave a indurre in errore inquirenti e magistrati, vede ridimensionato il proprio diritto a ottenere un risarcimento per la detenzione ingiustamente inflitta. Nel caso di Sollecito, quattro anni di carcere e un'assoluzione definitiva, questo diritto si annulla, si polverizza, nessun risarcimento, non un euro, niente. Per i giudici della terza sezione penale, «le dichiarazioni contraddittorie o false e i successivi mancati chiarimenti» da parte del giovane laureatosi ingegnere dietro le sbarre avrebbero contribuito all'applicazione e al mantenimento della misura cautelare. Ma quali sarebbero le dichiarazioni «menzognere»? «Io non mi sono mai sottratto agli interrogatori - commenta al Giornale il protagonista, suo malgrado, dell'ennesimo colpo di scena in un'odissea giudiziaria durata quasi dieci anni Ho letto la decisione, sono sbigottito. Avverto l'eco della sentenza di condanna, forse sono affezionati agli errori giudiziari». Sollecito è scosso, non se l'aspettava. «Credevo di aver vissuto le pagine più nere della giustizia italiana. Devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata». Nelle ore successive al ritrovamento del cadavere di Meredith Kercher, la studentessa inglese barbaramente uccisa nell'appartamento di via della Pergola nel 2007, Sollecito risponde alle domande di chi indaga, cerca di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti suoi e di Amanda, la ragazza americana che frequenta da una settimana, prova a fissare gli orari di ingresso e uscita dal suo appartamento perugino, se Amanda si sia mai assentata nel corso della notte, se il padre gli abbia telefonato dalla Puglia verso l'ora di cena o prima di andare a dormire, Raffaele non si sottrae ma fatica a ricordare con esattezza, si contraddice, giustifica l'imprecisione ammettendo di aver fumato qualche canna come fanno gli universitari di mezzo mondo, nel corso dell'interrogatorio di garanzia dinanzi al gip dichiara: «Ho detto delle cazzate perché io ero agitato, ero spaventato e avevo paura. Posso dire che io non ricordo esattamente quando Amanda è uscita, se è uscita non ricordo». Ma c'è di più. Nell'ordinanza di 12 pagine, si legge che il silenzio mantenuto dall'indagato dopo l'interrogatorio di garanzia Sollecito fu tenuto per sei mesi in isolamento avrebbe contribuito a indurre in errore i giudici. In altre parole, l'esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, frutto di una valutazione della difesa in via prudenziale, diventa indizio di un'innocenza a metà: Sollecito è ancora sotto processo. Per spazzare via ogni dubbio, si afferma che la stessa sentenza di assoluzione emessa dalla Cassazione avrebbe rinvenuto «un elemento di forte sospetto a carico del Sollecito» a causa delle dichiarazioni contraddittorie. Non vi è traccia invece delle censure espresse dai supremi giudici sull'operato dei pm: «clamorose défaillance o amnesie investigative e colpevoli omissioni di attività di indagine», scrivono gli ermellini. Per l'omicidio della Kercher un cittadino ivoriano sconta una condanna definitiva a sedici anni di carcere. Ormai la cultura del sospetto ha inghiottito quella del diritto, è la stessa che fa dire candidamente al presidente dell'Anm Davigo che pure gli innocenti sono colpevoli.

Innocenti di serie B, scrive Claudio Romiti il 14 febbraio 2017 su “L’Opinione. Destando un certo scalpore, soprattutto tra quei cittadini avvertiti che credono in una visione garantista della giustizia, la Corte d’Appello di Firenze ha negato qualunque risarcimento a Raffaele Sollecito per l’ingiusta detenzione. Quattro interminabili anni passati dietro le sbarre che, per una persona vittima di una ricostruzione dei fatti a dir poco surreale, devono essere sembrati un inferno. Così come un inferno, che in alcuni aspetti continua a sussistere per il giovane ingegnere informatico pugliese, è stato il lunghissimo iter processuale, fortemente inquinato da un forte pregiudizio mediatico che ancora oggi fa sentire i suoi effetti presso una parte dell’opinione pubblica disposta a bersi qualunque pozione colpevolista. In estrema sintesi i giudici di Firenze hanno stabilito, bontà loro, che il comportamento iniziale del Sollecito, considerato eccessivamente ambiguo e, in alcuni casi, menzognero, avrebbe indotto gli inquirenti perugini in errore, convincendo questi ultimi - aggiungo io - a mettere in piedi un castello di accuse fondato sul nulla, visto che nella stanza del delitto non furono ritrovate tracce dei due fidanzatini dell’epoca, contrariamente alle decine e decine di evidenze schiaccianti a carico di Rudy Guede. Quest’ultimo, considerato ancora oggi da molti analfabeti funzionali di questo disgraziato Paese solo un capro espiatorio dell’atroce delitto di Perugia, vittima dei soliti poteri forti capitanati dalla Cia, fino a coinvolgere la longa manus di Donald Trump, il quale in passato si era interessato del caso.

Sta di fatto che Raffaele Sollecito, pur essendo scampato ad uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia italiana, viene considerato oggi, negandogli alcun risarcimento, un innocente dimezzato. Un mezzo colpevole che avrebbe cagionato le sue disgrazie per non aver fornito in modo chiaro le ragioni della sua innocenza. Tant’è che persino il silenzio mantenuto dall’imputato dopo l’interrogatorio di garanzia, come sottolinea Annalisa Chirico sul “Il Giornale”, avrebbe indotto i giudici nell’errore. “In altre parole - commenta la stessa Chirico - l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, frutto di una valutazione della difesa in via prudenziale, diventa indizio di una innocenza a metà”. E se la decisione di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande degli inquirenti viene valutata in questo modo, ciò significa che nelle nostre aule giudiziarie ancora aleggia quell’idea molto medievale dell’inversione della prova. In un evoluto sistema giudiziario, al contrario, spetta sempre all’accusa dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza di qualunque imputato. E se questo non accade, proprio perché siamo tutti innocenti fino a prova contraria, le conseguenze fisiche, morali e finanziarie di una accusa caduta nel nulla non possono ricadere sulla testa di chi l’ha pesantemente subìta. Da questo punto di vista, dopo l’annuncio del ricorso in Cassazione presentato dall’avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, dobbiamo sempre sperare, al pari del mugnaio di Potsdam, che ci sia sempre un giudice a Berlino.

Ma quale è il comportamento contestato a Raffaele Sollecito?

Si legge il 11 Febbraio 2017 su “Il Tempo”. "Credevo di aver vissuto le pagine più nere della Giustizia Italiana, ma nonostante la Cassazione mi ha dichiarato innocente, devo prendere atto che la mia durissima detenzione sarebbe giustificata. Ripeto, la Cassazione aveva sottolineato l'esistenza di gravissime omissioni in questo processo e di defaillance investigative". Così Sollecito - assolto dall'accusa di aver partecipato all'omicidio di Meredith Kercher - commenta sul suo profilo Facebook. "Riprendono in toto la sentenza di condanna di Firenze, piena di errori fattuali ingiustificabili - scrive ancora Sollecito - Adesso questi giudici non tengono minimamente conto di sentenze in cui è acclarato il clima di violenza durante gli interrogatori. Non mi sono mai sottratto ad un interrogatorio e dire che non mi hanno ascoltato è soltanto una scusa, visto che ho fatto mille dichiarazioni spontanee". Per l'avvocato di Sollecito, Giulia Bongiorno, la decisione della Corte d'appello di Firenze «si caratterizza per una serie consistente di errori. Basterebbe pensare che esclude il diritto al risarcimento sulla base delle dichiarazioni che avrebbe reso Sollecito e dimentica che esistono delle sentenze in cui è stato attestato che addirittura, nell'ambito della questura, furono fatte pressioni e violenze alla Knox e Sollecito proprio nel momento in cui rendevano queste dichiarazioni». «Non c'è un solo cenno sulla situazione in questura - aggiunge il legale - Inoltre, l'ordinanza dimentica che le dichiarazioni non possono in nessun modo aver inciso sull'ingiusta detenzione perché non sono state citate come decisive nei provvedimenti restrittivi in cui si faceva invece riferimento ad altri elementi. Infine, in sede di dibattimentale, Sollecito non ha reso alcun esame quindi non si vede come le sue dichiarazioni possano aver causato il diniego di libertà in quella fase. È una sentenza - conclude il legale - che verrà immediatamente impugnata in Cassazione».

Insomma, la Corte di Appello di Firenze, volutamente e corporativamente non ha tenuto conto del clima di violenza e coercizione psicologica che sollecito ha subito nelle fasi in cui gli si contesta un atteggiamento omissivo e non collaborativo.

In ogni modo. Se a Firenze a Sollecito si contesta un comportamento in cui abbia «concorso a causarla» (l'illegittima detenzione), rendendo «in particolare nelle fasi iniziali delle indagini, dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere», come se non fosse nel suo sacrosanto diritto di difesa farlo, ancor più motivato, plausibile e condivisibile sarebbe stato il diniego alla richiesta dell'indennizzo di fronte ad una vera e propria confessione.

Invece si dimostra che in Italia chi esercita impropriamente un potere, pur essendo solo un Ordine Giudiziario, ha sempre l'ultima parola per rivalersi da fallimenti pregressi.

Giuseppe Gulotta, risarcito con 6,5 milioni di euro dopo 22 anni in carcere da innocente. Il muratore di Certaldo (Firenze) è stato condannato nel 1976 per duplice omicidio e assolto nel 2012. La Corte d'appello di Reggio Calabria ha riconosciuto l'indennizzo. L'avvocato aveva chiesto 56 milioni di euro, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 14 aprile 2016. Sei milioni e mezzo di euro di risarcimento per aver trascorso 22 anni in carcere da innocente. La corte d’appello di Reggio Calabria ha stabilito l’indennizzo per Giuseppe Gulotta, il muratore di Certaldo (Firenze) accusato di aver ucciso due carabinieri e poi assolto nel 2012. La richiesta di Gulotta, attraverso il legale Pardo Cellini, ammontava a 56 milioni di euro. “Stiamo valutando un ricorso in Cassazione”, ha spiegato l’avvocato. “Se da un lato siamo soddisfatti perché con la decisione dei giudici di Reggio Calabria finisce questo lungo percorso, dall’altro non ci soddisfa che sia stato riconosciuto un indennizzo e non un risarcimento”. “Per trentasei anni sono stato un assassino”, aveva raccontato in un libro del 2013 lo stesso Gulotta, “dopo che mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera. Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere”. Nel 1976, a 18 anni, Gulotta fu condannato per il duplice omicidio di Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, avvenuto nella caserma Alkmar di Alcamo Marina, in provincia di Trapani.

In carcere in Toscana da innocente, crea una fondazione per le vittime degli errori giudiziari. Giuseppe Gulotta fu condannato per l'omicidio di due carabinieri. Dopo 40 anni ha ricevuto i 6,5 milioni di indennizzo dallo Stato, scrive Franca Selvatici il 17 gennaio 2017 su "La Repubblica". È arrivato finalmente l'indennizzo dello Stato per Giuseppe Gulotta e per la sua vita devastata da un tragico errore giudiziario. In tutto 6 milioni e mezzo di euro, che dopo anni di carcere, di disperazione e di difficoltà economiche permetteranno all'ex ergastolano, accusato ingiustamente dell'atroce esecuzione di due giovani carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, trucidati il 26 gennaio 1976 nella piccola caserma di Alcamo Marina, di assicurare un po' di agiatezza alla moglie Michela e ai figli e di aiutare chi, come lui, è finito in carcere innocente. Giuseppe Gulotta, nato il 7 agosto 1957, aveva poco più di 18 anni quando finì nel "tritacarne di Stato". Chiamato in causa con altri da un giovane che, dopo essere stato trovato in possesso di armi, fu torturato, costretto a ingoiare acqua, sale e olio di ricino e a subire scosse elettriche ai testicoli, anche lui fu incatenato, circondato da "un branco di lupi", picchiato, insultato, umiliato e torturato, finché - come ha raccontato nel libro Alkamar scritto con Nicola Biondo e pubblicato da Chiarelette - "sporco di sangue, lacrime, bava e pipì" - non ha firmato una confessione che, seppure ritrattata il giorno successivo, gli ha distrutto la vita. Il 13 febbraio 1976 fu arrestato e dopo ben nove processi il 19 settembre 1990 fu condannato definitivamente all'ergastolo. Scarcerato nel 1978 per decorrenza dei termini della custodia cautelare, era stato allontanato dalla Sicilia. I genitori lo mandarono in Toscana, a Certaldo, e qui - fra un processo e l'altro - Giuseppe ha conosciuto Michela, sua moglie, che gli ha dato la forza di resistere nei 15 anni trascorsi in carcere. Nel 2005 ha ottenuto la semilibertà. Sarebbe comunque rimasto un "mostro" assassino se nel 2007 un ex carabiniere non avesse deciso di raccontare le torture a cui aveva assistito. Da allora Giuseppe - assistito dagli avvocati Baldassarre Lauria e Pardo Cellini - ha intrapreso l'impervio percorso della revisione del processo. Il 13 febbraio 2016 - esattamente 40 anni dopo il suo arresto - è stato riconosciuto innocente e assolto con formula piena dalla corte di appello di Reggio Calabria. Quattro anni più tardi, il 12 aprile 2016, dopo altre estenuanti battaglie gli è stato definitivamente riconosciuto l'indennizzo di 6 milioni e mezzo a titolo di riparazione dell'errore giudiziario. Anche gli altri tre giovani condannati come lui sono usciti assolti dal processo di revisione, incluso Giovanni Mandalà, morto in carcere disperato nel 1998. Per i suoi familiari lo Stato si appresta a versare un indennizzo record, il più alto mai riconosciuto in Italia: 6 milioni e 600 mila euro.

Ecco come la giustizia in Italia sia strabica. A Firenze il silenzio vale il diniego all’indennizzo; a Reggio Calabria una confessione di colpevolezza vale una elargizione del medesimo.

Giustizia razzista.

Carceri piene di meridionali: indole criminale o povertà? Antigone ha affrontato un argomento delicato: l'associazione tra le regioni meridionali e la criminalità. Analizzando con profondità questi dati ,evidenzia la necessità di considerare i fattori socio-economici prima di trarre conclusioni affrettate. Damiano Aliprandi su Il Dubbio il 31 agosto 2023

Calabresi, campani, pugliesi e siciliani sono dei criminali per indole? L'Associazione Antigone ha affrontato una interessante argomentazione partendo dal dato che – se visto superficialmente – suggerisce che le persone del Sud siano più inclini al crimine rispetto ai cittadini delle altre regioni italiane. Tuttavia, un'analisi più approfondita di questi dati rivela un quadro più complesso e sottolinea l'importanza di considerare fattori socio-economici e contestuali prima di trarre conclusioni affrettate.

La riflessione dell'Associazione Antigone parte dal seguente dato: al 30 giugno 2023, il 45,2% delle persone detenute in Italia proviene dalle regioni di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Questo dato sembrerebbe suggerire una maggiore propensione al crimine in queste aree. Eppure fa emergere che il carcere è spesso un riflesso dell'emarginazione sociale, della povertà e di altri fattori strutturali. Un punto chiave per contestualizzare i dati carcerari è la correlazione tra povertà e tasso di criminalità. Secondo il ministero dell'Economia e delle Finanze, nel 2020 Calabria, Campania, Puglia e Sicilia si trovavano tra gli ultimi sei posti in termini di reddito medio. Questo legame tra bassi redditi e criminalità è un tema ampiamente riconosciuto dagli esperti di criminologia.

È quindi fondamentale capire che il carcere non riflette solo l'attività criminale in senso stretto. È un luogo in cui si concentrano le conseguenze dell'emarginazione sociale, delle disuguaglianze e della mancanza di opportunità. Molti detenuti provengono da contesti di svantaggio socio-economico, e la loro presenza in carcere è spesso la risultante di una serie di fattori, tra cui mancanza di accesso all'istruzione, disoccupazione e limitate opportunità di riscatto sociale. L'analisi dell'Associazione Antigone sottolinea giustamente che la questione meridionale è prima di tutto una questione sociale. Le politiche mirate al miglioramento del welfare e delle opportunità di lavoro sono essenziali per affrontare le radici della criminalità. Una visione più approfondita del quadro complessivo rivela che calabresi, campani, pugliesi e siciliani non sono necessariamente più inclini al crimine, ma spesso affrontano sfide socio-economiche più grandi rispetto ad altre regioni.

La riflessione dell'Associazione Antigone, che suggerisce un'associazione tra le regioni meridionali e la criminalità, richiede una valutazione critica dei dati e del contesto circostante. La detenzione in carcere è un riflesso complesso di fattori sociali ed economici, e attribuire una predisposizione al crimine a specifiche regioni non tiene conto della natura multifattoriale del problema. È fondamentale affrontare la questione del carcere e della criminalità con una prospettiva più ampia che includa il contesto socio-economico e la necessità di politiche volte al miglioramento delle condizioni di vita e delle opportunità nelle regioni emarginate.

Una analisi che fa il paio con l’ultima relazione al Parlamento da parte del Garante nazionale delle persone private della libertà. Alla presentazione a Montecitorio, il presidente Mauro Palma, evidenziando la tendenza all'aumento del numero di individui detenuti per pene estremamente lievi, ha messo in luce un punto critico: il mancato accesso a misure alternative alla detenzione nei confronti di questi ristretti. Questo problema sembra essere associato a una marginalità sociale che dovrebbe essere affrontata con soluzioni più mirate. Invece di mandare persone con pene brevi in carcere, sarebbe stato necessario trovare risposte che riducessero l'esposizione al rischio di recidiva. La relazione del Garante ha sottolineato come la povertà sia uno dei principali fattori che contribuiscono all'assenza di accesso a misure di comunità e di alternative alla detenzione.

La "questione giovanile". Stupri a Caivano e Palermo: per salvare il Sud meno retorica e musei antimafia. Violenze, bullismo, aggressioni: la gioventù sotto il Garigliano risente di politiche educative fallimentari, di cui il giustizialismo è il perfetto simbolo. Alberto Cisterna su L'Unità il 29 Agosto 2023

C’è nei fatti orribili di Palermo e Caivano qualcosa che si colloca oltre l’evidenza di un rapporto sempre più malato e deteriorato tra adolescenza e sessualità. È chiaro che questa è la chiave di interpretazione più diretta, e anche più semplice, per comprendere l’aggressione in branco di vittime inermi.

Tuttavia la giungla dei social, l’affievolimento delle relazioni parentali (con genitori, talvolta, ancora più dispersi e disorientagli dei figli nella costruzione di stabili punti di riferimento emotivi e sentimentali) non può bastare per spiegare perché anche il Sud d’Italia sia sempre più di frequente attraversato da fenomeni di aggressione a sfondo sessuale da parte di gang di ragazzini alla ricerca di crude conferme delle proprie devianze educative. Il Mezzogiorno del paese, soprattutto le regioni un tempo largamente controllate dalla criminalità mafiosa, necessitano urgentemente di un potente intervento pubblico che prenda in esame proprio la formazione delle giovani generazioni, i loro destini educativi e lavorativi.

In gran parte la “questione giovanile” al Sud può dirsi archiviata e dichiarata fallita dal clamoroso, incessante esodo dei ragazzi verso i poli universitari e le sedi lavorative del Nord e, in modo massiccio, del resto d’Europa. Ad andar via da due decenni ormai sono i giovani di tutte le classi sociali, alla disperata ricerca di un futuro che al Sud promette solo assistenzialismo, clientelismo, redditi di cittadinanza e bassa qualità dell’istruzione e del lavoro.

È una sfida, ripetesi in gran parte persa e di cui sono un doloroso riscontro il crollo dei mercati immobiliari nelle città meridionali, la rarefazione delle iscrizioni universitarie disseminate (per ragioni clientelari) in un pulviscolo di micro facoltà con un numero di docenti sproporzionato rispetto a quello degli studenti, il fallimento dei bonus immobiliari che solo l’insipienza di un ceto politico accecato dal giustizialismo ha potuto dirottare verso gli immobili “regolari” dei ricchi potentati, anziché verso la bonifica delle tante Beirut dell’incompiute dell’abusivismo edilizio. Un territorio devastato in cui, per la prima volta, la cronaca giudiziaria è cronaca di giustizia minorile.

Una svolta probabilmente inattesa per fronteggiare la quale si assiste ancora alla riedizione della patetica politica di allontanare bambini e ragazzi dalle famiglie in odor di mafia, mentre nelle nuove banlieue, assediate dallo spaccio a tappeto delle droghe, le genie si contaminano, i rampolli dei boss bullizzano e violentano insieme ai figli del nuovo proletariato assistito e marginalizzato. Palermo e Caivano, come le risse di strada a Catania o a Reggio Calabria, gli scontri coltello alla mano nei vicoli di Bari o di Napoli ci consegnano un quadro imprevisto e in parte incontrollabile con gli strumenti oggi a disposizione dello Stato.

Avviata alla vittoria la battaglia contro le mafie – messe all’angolo da una repressione capillare e senza tregua – le istituzioni scoprono tragicamente che l’assistenzialismo demagogico ha solo inseminato e fatto da volano a una generazione di adolescenti e di ragazzi vocati alla violenza, disincantati verso la scuola, privi di fiducia per l’avvenire che predano la società e danno la caccia ai più deboli, spesso fragili coetanee, se non bambine. Come agnelli in mezzo ai lupi i più esili soccombono, scompaiono, fuggono quando possono, abbandonando le macerie di una società che ha smarrito ogni condiviso progetto sociale, ogni prospettiva di crescita collettiva per affidarsi a una primordiale legge della giungla.

I predatori si aggirano nelle strade, nelle scuole, nei bar abbandonati a sé stessi, capaci di commettere ogni genere di gesto violento, ogni tipo di sopraffazione. C’è l’urgenza di una profonda riconversione anche degli apparati di polizia e giudiziari dello Stato nel Mezzogiorno d’Italia. Commissioni parlamentari e regionali, comitati, associazioni e tutto il variegato mondo che si occupa (e solo talvolta si preoccupa) della condizione giovanile al Sud pongano attenzione al rafforzamento delle istituzioni incaricate di prevenire e anche reprimere le devianze giovanili e lo Stato (con il suo ormai vacillante e sbrindellato Pnrr) destini fondi veri a questo scopo.

Si lascino pure marcire i beni di mafia (simulacri di macerie di cui la società spesso non sa che farsi, con il rischio di alimentare il solito assistenzialismo antimafia di una certa politica che dispensa stipendi e sistemazioni per quieto vivere) e si destinino quei fondi al rafforzamento delle politiche educative e scolastiche al Sud. Il Mezzogiorno non ha bisogno di retorici musei delle mafie, ma di gesti concreti che tentino almeno di evitare un’ecatombe generazionale. Forse si sono strappati i figli alle grinfie insanguinate delle cosche per lasciarli soccombere nella disperazione delle gang.

Alberto Cisterna 29 Agosto 2023

Non solo Caivano. Dal Nord al Sud: ecco i fortini dei clan che devono cadere. Periferie di Palermo, Torino, Foggia e pure Aosta: le zone dove le forze dell'ordine non entrano sono note ma adesso si promette un giro di vite Il ruolo delle mafie, delle baby gang e dei trapper. Massimo Malpica l'1 Settembre 2023 su Il Giornale.

Dal Nord al Sud, da Est a Ovest. Non c'è solo Caivano tra le zone franche alle quali Giorgia Meloni ha dichiarato guerra. Ogni angolo del Bel Paese ha le sue piazze di spaccio, i suoi angoli dove fervono attività illecite alla luce del sole, le sue strade dove si muore ammazzati nonostante lo Stato. Su tutto, ovviamente, c'è spesso il cappello delle mafie italiane - sia quando giocano in casa sia quando proiettano i propri interessi in territori un tempo vergini, come prova la crescente presenza della ndrangheta in Valle d'Aosta e delle organizzazioni criminali straniere. Del tutto intenzionate a mantenere questi pezzi di Italia fuori dalla portata delle forze dell'ordine e della legge.

Luoghi dove tutto è gestito in proprio da chi si è assicurato il controllo del territorio. Come accade nella borgata di Ciaculli, periferia Sud-Est di Palermo, famosa per il suo pregiato mandarino tardivo. Qui lo Stato è assente, in tutti i sensi: un singolo autobus collega il quartiere alla città. La mafia invece qui è stata di casa da tempi remoti: è del 1963 la «strage di Ciaculli», quando un'Alfa Romeo Giulietta ripiena di tritolo esplose uccidendo sette carabinieri. Anche se ora la borgata ospita il «giardino della memoria», dedicato alle vittime di mafia, appena un anno fa un blitz antimafia ha rivelato che qui le cosche si occupavano di governare tutto: oltre a spacciare droga, infatti, vendevano mascherine (rubate) durante l'emergenza Covid, imponevano la propria intermediazione ben retribuita nelle compravendite immobiliari del quartiere, e rivendevano anche l'acqua agli agricoltori della Conca d'oro per irrigare i campi, naturalmente dopo averla rubata agli acquedotti pubblici.

Anche la «quarta mafia», la «società foggiana» in forte ascesa, sa controllare il «proprio» territorio. Se il capoluogo è insanguinato da anni dagli omicidi della guerra tra clan, le sue piazze di spaccio sono spesso inaccessibili e «invisibili» per lo Stato. Pochi mesi fa, solo il lavoro di due agenti sotto copertura ha permesso di scoprire le decine di locali blindatissimi dedicati allo smercio degli stupefacenti nella vicina San Severo. Dove la droga veniva venduta in quartieri dai nomi eloquenti come «Fort Apache» - anche in «coffee-shop» dove i clienti potevano consumarla in loco, senza alcun timore che le forze dell'ordine potessero interrompere la «festa». Che, ovviamente, continua indisturbata altrove. Il tutto per non citare i «ghetti dei migranti» nella Daunia, vittime del caporalato e stipati in queste baraccopoli dove, parola della Dia, «è persistente una situazione di diffusa illegalità, caratterizzata da una costante commissione di delitti di varia natura, talvolta di estrema gravità».

E non c'è solo il Sud, non c'è solo la mafia. Anche la Dia ha sollevato l'allarme per le baby gang, per i comportamenti criminali messi in atto da ragazzi che spesso imitano i comportamenti dei boss e agiscono convinti che il branco garantisca l'impunità, come anche la storia di Caivano conferma. Di zone così, però, ce ne sono ovunque. Anche a Nord, a Torino, Borgo Vittoria. Quartiere settentrionale segnato da risse, furti e appunto dalle violenze delle baby gang, che anche l'ultima relazione della Dia indica come particolarmente attive «in Lombardia e Piemonte». Qui abitano, in un gruppo di case popolari considerate «off limits» per la polizia, anche alcuni dei minori arrestati per aver lanciato, a gennaio scorso, una bici elettrica su Mauro Glorioso, ragazzo palermitano finito in coma per quell'aggressione, e che non hanno mai nemmeno chiesto scusa per il folle gesto.

Ma sono tanti altri i luoghi dove lo Stato è ancora assente. Se davvero non devono esistere zone franche, come dice la premier, in queste aree la legalità dovrà rimettere piede. Per fermare gli orrori e l'omertà di Caivano, ma anche le gang di salvadoregni, di aspiranti baby-camorristi, di trapper italiani, lo spaccio e gli agguati a colpi di pistola in pieno giorno, in Sicilia come in Brianza, e gli affari di una ndrangheta sempre più radicata in tutto il Paese.

La Giustizia Riparativa.

Cos’è la giustizia riparativa applicata per la prima volta in Italia per Davide Fontana, il killer di Carol Maltesi. Redazione su L'Unità il 22 Settembre 2023

Per la prima volta in Italia potrebbe venire applica in Italia la giustizia riparativa per un caso di omicidio. Ad essere ammesso, con la richiesta accolta dalla corte d’Assise di Busto Arsizio, è il bancario e foodblogger Davide Fontana, il 44enne condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio di Carol Maltesi, giovane mamma 26enne ammazzata e poi fatta a pezzi a Rescaldina, nel Milanese, l’11 gennaio 2022, con i resti dispersi e ritrovati mesi dopo tra le montagne di Borno (Brescia).

La giustizia riparativa non è però una alternativa all’iter penale né incide sul piano civilistico, non è uno sconto di pena nei confronti del condannato: si tratta di un percorso che permetterà a Fontana di lavorare e seguire un percorso di aiuto psicologico per comprendere quanto fatto e “riparare” appunto davanti alle parti offese e soprattutto alla società.

La scelta della corte d’Assise ha scatenato polemiche. Sia la Procura che le parti civili, ovvero i genitori e l’ex marito di Carol Maltesi, si erano opposte. “Il mio assistito e tutti i famigliari di Carol Maltesi non vogliono in alcun modo incontrare Davide Fontana”, ha spiegato l’avvocato di parte civile Manuela Scalia, che assiste Fabio Maltesi, padre di Carol. Il parere della vittima (o dei suoi familiari) però non è vincolante, il giudice lo acquisisce ma poi deve valutare due condizioni di legge per dare il suo via libera alla richiesta: “che lo svolgimento di un programma di giustizia riparativa possa essere utile alla risoluzione delle questioni derivanti dal fatto per cui si procede”, e “che non comporti un pericolo concreto per gli interessati e per l’accertamento dei fatti”.

Come spiega il Corriere della Sera, al momento non è certo che Fontana possa effettivamente vedersi applicata la misura: per ora è stata autorizzata dai giudici di Busto Arsizio solamente la sottoposizione della sua richiesta a uno dei centri previsti dalla legge e finanziati in Lombardia dalla Regione. Il giudice, di fronte alla richiesta della persona interessata, anche se non condannata in via definitiva o ancora in attesa di processo, può solo decidere se questa può essere inviata a uno dei Centri previsti dalla legge: saranno poi i mediatori specializzati di queste strutture a valutare se il programma di “recupero” è fattibile e quale contenuto si debba provare.

L’istituto della giustizia riparativa è stato introdotto nel 2021 dalla riforma della giustizia firmata dall’ex Guardasigilli Marta Cartabia ed è entrato in vigore lo scorso 30 giugno, anche se in realtà forme di giustizia “riparative” sono già sperimentate in Italia da diversi anni.

La legge non pone preclusioni sul tipo o sulla gravità di reato commesso ma in generale, soprattutto per i piccoli reati, l’istituto più comune è quello della mediazione attraverso l’incontro diretto tra autore del reato e vittima (o suoi familiari). Non sarà il caso di Davide Fontana e i familiari di Carol Maltesi, che hanno già fatto sapere di non essere intenzionati ad incontrare il bancario condannato a 30 anni di reclusione.

La giustizia riparativa non si limita, come già accennato, ad una mediazione con le sole parte offese (come possono esseri i familiari di Carol Maltesi) ma anche con la “società”. In questo concetto rientrano per esempio, spiega il Corriere della Sera, anche le persone che conoscevano la vittima, associazioni rappresentative degli interessi colpiti dal reato, anche rappresentanti di enti pubblici e autorità o “chiunque vi abbia interesse”, spiega la legge introdotta dall’ex ministro della Giustizia Cartabia.

La finalità è infatti quella di far sì che il reo riconosca l’impatto che il male commesso ha avuto non solo sulla vittima ma sulla collettività, impegnandosi in visibili forme di riparazione a favore di quest’ultima. Redazione - 22 Settembre 2023

Il fondo rimborso spese legali.

Imputati assolti, raddoppiato il fondo rimborso spese legali. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 28 Gennaio 2023

Equitalia Giustizia procederà all’istruttoria delle istanze individuate dal Ministero e visualizzate nella Sezione “Gestione istanze imputati assolti” del portale LGS-Liquidazione Spese di Giustizia, per verificare la correttezza e la regolarità della documentazione

Quasi raddoppiato il fondo per il rimborso delle spese legali agli imputati assolti in via definitiva con formula piena. Con la legge di bilancio 2023 (art. 1, comma 862/b, L. 29 dicembre 2022, n. 197), la dotazione passa da 8 a 15 milioni di euro. Sarà Equitalia Giustizia Spa a gestire l’istruttoria delle istanze di rimborso presentate dagli imputati nei processi penali in cui sono intervenute sentenze irrevocabili di assoluzione perché il fatto non sussiste, perché l’imputato non lo ha commesso o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato.

È quanto prevede una convenzione prevista dal Decreto Interministeriale Giustizia-Mef del 20 dicembre 2021 e firmata per il Ministero dal Capo di Gabinetto, Alberto Rizzo, e per Equitalia Giustizia dall’Amministratore Delegato, Paolo Bernardini.

In attuazione dell’accordo, Equitalia Giustizia procederà all’istruttoria delle istanze individuate dal Ministero e visualizzate nella Sezione “Gestione istanze imputati assolti” del portale LGS-Liquidazione Spese di Giustizia, per verificare la correttezza e la regolarità della documentazione. La convenzione ha carattere sperimentale, con facoltà di rinegoziazione nel secondo semestre del 2024, alla luce della consistenza delle istanze pervenute nel biennio 2022-2023.

Un’altra convenzione tra Ministero della Giustizia ed Equitalia regola il primo popolamento dell’Albo dei gestori della crisi d’impresa, soggetti incaricati dall’autorità giudiziaria delle funzioni di controllo delle procedure previste dal Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza.  Ad Equitalia Giustizia Spa sarà affidata la valutazione delle domande di iscrizione, processando le istanze pervenute tramite il portale “Albo dei gestori della crisi d’impresa”. La scadenza della convenzione è fissata al 30 settembre 2023. Redazione CdG 1947

I Diritti Umani.

Obbligo fondamentale. Nessuno Stato può esimersi dal rispettare e garantire i diritti umani per tutti i cittadini. Louis Henkin su L’Inkiesta il 23 Gennaio 2023.

In “Diritti dell’uomo” (Treccani), Louis Henkin spiega che quell’insieme di principi morali a capo del il rapporto tra le persone e la società non sono una questione di carità o di amore e non possono dipendere dall’arbitrio di un singolo governo: spettano a ciascun individuo, indipendentemente da razza, sesso, convinzioni politiche o religiose

L’espressione “diritti umani” viene talvolta usata colloquialmente per designare in modo generico i principi di “giustizia” o i valori connessi alla “società buona”. Talvolta, il termine è usato come sinonimo di “democrazia”. A rigore, tuttavia, l’idea dei diritti umani non è sinonimo di tali valori, anche se presenta importanti affinità con essi. In senso proprio, essa afferma che ogni essere umano ha certi specifici “diritti” o legittime rivendicazioni nei confronti della società in cui vive.

La società deve rispettare e tutelare la vita dell’individuo, la sua integrità fisica e la sua proprietà, oltre a determinate libertà e immunità e ad altri diritti civili o politici. La società deve anche perseguire la soddisfazione dei bisogni fondamentali degli individui e la realizzazione di altri diritti economici e sociali. Le nazioni del mondo si sono formalmente impegnate al rispetto dei diritti umani con la Carta delle Nazioni Unite, e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, adottata dall’Assemblea generale dell’Onu nel dicembre del 1948, presenta un catalogo autoritativo delle libertà, delle immunità e dei diritti riconosciuti come diritti umani nella seconda metà del xx secolo.

I diritti umani derivano da alcuni principi condivisi relativi ai diritti e alle obbligazioni morali tra gli individui; la società è tenuta a garantire che tali diritti siano rispettati e goduti effettivamente dai cittadini, e che siano inoltre rispettati e applicati dai governi e dai funzionari dello Stato. Il fatto che i diritti umani assurgano al rango di diritti significa che essi non sono una questione di carità o di amore, e non possono dipendere dall’arbitrio dello Stato o del governo; essi spettano a ciascun individuo, e ciascun individuo li ha, “di diritto”.

La loro natura giuridica impone alla società di approntare leggi e istituzioni, o altri strumenti affinché gli individui possano effettivamente esercitarli. Il fatto che si tratti di diritti umani, a sua volta, comporta che essi riguardano ogni essere umano in quanto tale, indipendentemente da qualsiasi altra sua qualità o caratteristica, quali la razza, il colore, il sesso, la lingua, le convinzioni politiche, religiose o di altro tipo, la nazionalità o l’estrazione sociale, la ricchezza personale, la nascita, la cittadinanza, e via dicendo (anche se uno Stato è tenuto a garantire alcuni di questi diritti solo ai suoi cittadini, ad esempio il diritto di libero accesso al paese o il diritto di voto). Infine, il fatto che questi diritti siano qualificati come diritti umani implica che si tratta di diritti universali, che devono essere riconosciuti all’individuo in ogni società indipendentemente dalla maggiore o minore disponibilità di risorse, dal livello di sviluppo politico, sociale o economico, dal sistema politico o economico, dalla confessione religiosa o dalle convinzioni ideologiche (anche se la capacità di uno Stato di realizzare i diritti economici e sociali può essere condizionata dalla disponibilità delle risorse).

Secondo la concezione dominante, l’obbligo della società di rispettare e garantire i diritti umani non ha carattere assoluto. I diritti umani sono prima facie diritti, e la maggior parte dei diritti, se non tutti, devono piegarsi di fronte al diritto concorrente degli altri individui, o, spesso, alle esigenze o all’interesse comune della società. I diritti umani però non si piegano facilmente alle esigenze del bene comune e alla volontà della maggioranza; alcuni di essi sono fondamentali e possono essere compressi solo dinanzi a imprescindibili ragioni di interesse pubblico.

Uno Stato può prendere dei provvedimenti in deroga al suo obbligo di rispettare e garantire la maggior parte dei diritti (ma non tutti) solo quando un’emergenza pubblica minacci la vita della nazione, e nei limiti strettamente necessari. Nella teoria politica moderna, l’idea dei diritti è in contrasto con alcune concezioni di stampo utilitaristico, secondo le quali il principio guida di una buona società è la realizzazione del massimo benessere per il maggior numero di persone o la massimizzazione della felicità.

L’idea dei diritti umani è stata messa in discussione in particolar modo dai sostenitori del comunitarismo e da alcune correnti del socialismo, secondo le quali l’enfasi data ai diritti umani si rivela egoistica e atomistica, favorisce la divisione sociale ed è contraria alla democrazia e al benessere generale.

L’idea dei diritti umani contrasta anche con alcuni elementi presenti nelle religioni tradizionali, per le quali si tratta di un’idea laica e antropocentrica, e per alcuni suoi contenuti (la libertà religiosa, o l’eguaglianza tra uomo e donna) incompatibile con le loro leggi. Secondo l’ideologia dei diritti umani, tuttavia, il rispetto di ogni individuo rappresenta una condizione essenziale per una comunità fondata sul diritto e pienamente realizzata: ogni singolo individuo ha un suo preciso valore, e non può perdere la propria individualità in nome di un’astratta felicità complessiva o di un altrettanto astratto bene comune.

Sia che una società accetti lo Stato liberale e la libertà di iniziativa economica, sia che aderisca a una qualche forma di socialismo o a un’altra ideologia di stampo comunitario (laica o teocratica), la sua scelta ideologica non la esime dall’obbligo fondamentale di rispettare e garantire a ciascun individuo quelle libertà e quei diritti che sono indispensabili per una vita dignitosa.

Non esiste una giustificazione filosofica universalmente condivisa dell’idea di diritti umani. Nel XVII e nel XVIII secolo, molti sostenitori dei diritti umani li considerano come diritti “naturali”, inerenti all’essere umano in quanto tale. Altri, invece, accettano l’idea di diritti umani in quanto rispecchia le concezioni morali condivise dalla nostra epoca.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo afferma che «il riconoscimento dell’intrinseca dignità e dei diritti eguali e inalienabili di ogni membro del genere umano è il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo». Naturalmente, la particolare giustificazione filosofica da cui trae origine l’idea dei diritti ne ha modellato il contenuto. Il giusnaturalismo è stato associato a certe concezioni aventi a oggetto le caratteristiche minime dello “Stato liberale”, secondo le quali esso ha il compito di tutelare il diritto “negativo” di ogni individuo alla vita, alla libertà e alla proprietà. Questi diritti fondamentali hanno trovato una più precisa espressione e un ulteriore ampliamento a seguito dello sviluppo delle idee liberali e democratiche, e della crescente diffusione dei governi parlamentari e del suffragio universale.

L’idea dei diritti si è inoltre arricchita di nuove dimensioni con l’aggiunta di diritti “positivi” a determinati benefici economici e sociali, in risposta ai processi di modernizzazione, industrializzazione e urbanizzazione, all’avvento del Welfare State e al crescente richiamo esercitato da varie forme di socialismo. Il contenuto dei diritti venne ampliato e istituzionalmente definito dopo la seconda guerra mondiale.

La Dichiarazione universale, che proclama i diritti ritenuti essenziali alla “dignità umana”, include sia diritti civili e politici sia diritti economici e sociali (i primi vengono abitualmente definiti quali diritti “negativi”, benché alcuni di essi richiedano anche un’organizzazione globale e misure concrete da parte della società: ad esempio, per realizzare un’equa amministrazione della giustizia penale o un sistema politico democratico. I diritti economici e sociali, viceversa, sono considerati generalmente come diritti “positivi”, ma secondo la definizione corrente essi includono anche diritti “negativi”, quali la libertà di scegliere il proprio lavoro o di costituire associazioni sindacali). La Dichiarazione elenca i seguenti diritti: il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della persona; la libertà dalla schiavitù e dalla servitù; dalla tortura e da trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti; il diritto a essere riconosciuto come persona di fronte alla legge; all’eguaglianza di fronte alla legge e all’eguale protezione di ogni individuo da parte della legge; il diritto a una tutela giuridica in caso di violazione dei diritti fondamentali; il diritto a non subire arresto, detenzione ed esilio arbitrari; il diritto a un processo pubblico ed equo per gli imputati di un reato, il diritto alla difesa, alla presunzione d’innocenza, e a non essere condannati in base a leggi penali retroattive; il diritto alla riservatezza, ossia la libertà da ingerenze arbitrarie nella sfera privata (famiglia, corrispondenza, casa ecc.) e alla tutela giuridica contro tali ingerenze; la libertà di movimento e di residenza all’interno di un paese e il diritto di poter uscire da qualsiasi nazione e quello di tornare nel proprio paese d’origine; il diritto d’asilo; il diritto ad avere una nazionalità, a non esserne arbitrariamente privati e a cambiarla; il diritto di sposarsi e di formare una famiglia; il diritto all’eguaglianza tra uomo e donna nel matrimonio e nello scioglimento del matrimonio; il diritto alla proprietà e a non esserne arbitrariamente privati; alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; alla libertà di opinione, di espressione, di associazione (e non associazione). La Dichiarazione afferma inoltre che la volontà del popolo deve essere il fondamento dell’autorità del governo e che ogni persona ha diritto a prendere parte al governo e ad avere eguale accesso ai pubblici uffici.

La Dichiarazione comprende al suo interno anche diritti economici e sociali: il diritto alla sicurezza sociale; il diritto al lavoro, alla libera scelta di un impiego e alla tutela contro la disoccupazione; il diritto a una retribuzione equa e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto; il diritto di associazione sindacale; il diritto al riposo e al tempo libero; il diritto a un tenore di vita atto a garantire la salute e il benessere dell’individuo e della sua famiglia inclusi alimenti, vestiario, abitazione e assistenza medica; il diritto all’istruzione, che a livello elementare deve essere gratuita e obbligatoria; il diritto di partecipare liberamente alla vita culturale. I diritti elencati dalla Dichiarazione non sono soggetti a distinzione di «razza, colore, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, religiose e di altro tipo, nazionalità e origine sociale, proprietà, nascita o altra condizione personale» (art. 2). Ogni individuo ha diritto a un «ordine sociale e internazionale» in cui questi diritti e queste libertà possano essere realizzati (art. 28). La Dichiarazione non specifica eventuali limitazioni di tali diritti. L’articolo 29, tuttavia, afferma che ciascun individuo «ha dei doveri nei confronti della comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità».

Inoltre, aggiunge: “Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto solo a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della moralità, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica».

Da “Diritti dell’uomo” (Treccani), di Louis Henkin, 280 pagine, 13 euro

I numeri (e le preoccupazioni) sullo stato della giustizia.

Sabino Cassese su Il Corriere della Sera il 26 Gennaio 2023.

Occorre porre rapidamente rimedio alle principali disfunzioni. E l’ordine giudiziario non sarà veramente indipendente finché occuperà i vertici del ministero, perché indipendenza comporta separatezza dal potere esecutivo

Se i problemi della giustizia continuano ad essere trattati come ai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini (e dei Neri e dei Bianchi), non vi sono vie di uscita. Vediamo quali sono i problemi, uno per uno, e quale giudizio dare sulla situazione e sulle proposte.

1) Lo stato della giustizia.

Al termine del terzo trimestre dell’anno scorso, erano pendenti complessivamente 4 milioni e 400 mila cause civili e penali. La situazione dell’arretrato è migliorata nell’ultimo decennio, ma è egualmente grave: è da maglia nera nell’area del Consiglio d’Europa, secondo i dati della Commissione europea per l’efficienza della giustizia. Perché un giudizio di primo grado, civile o penale, venga concluso è necessario, in media, un tempo tre volte superiore a quello europeo; in appello il tempo è sei volte superiore per un giudizio civile e dieci volte superiore per un giudizio penale; in Cassazione è nove volte superiore per un giudizio civile e due volte superiore per un giudizio penale. Se questi sono i dati, si può dire che la giustizia non abbia bisogno di una riforma profonda?

2) L’opera della ministra Marta Cartabia.

Ha avviato e realizzato la creazione dell’ufficio per il processo, ha avviato, con due apposite deleghe, seguite dai decreti delegati, la riforma dei processi civili e penali, ha affrontato la questione della separazione delle carriere, delle porte girevoli tra politica e magistratura, dell’ordinamento giudiziario e dell’elezione del Csm. Si è discusso a lungo, animatamente e con ingiustificato allarmismo, nei giorni scorsi, della questione dell’ampliamento dei processi a querela di parte per i reati minori. E si è rilevato che non dovevano esservi inclusi i reati contro la persona e il patrimonio, quando aggravati dal metodo mafioso (un problema, peraltro, che già si poneva per qualsiasi reato procedibile a querela da quando esiste l’aggravante mafiosa, cioè dagli anni Novanta). Il governo in carica ha preparato un correttivo, esteso a un altro problema che addirittura esiste dal 1930 e che riguarda tutti reati procedibili a querela: non si può eseguire un arresto in flagranza se è assente o irreperibile la vittima e non può quindi essere presentata una querela. Si può negare che mai era stato fatto tanto, nella direzione giusta, in così poco tempo, e che il giudizio positivo sull’intero disegno di riforma — assai esteso — non può esser diminuito dalla correzione operata, limitata ad aspetti molto circoscritti e peraltro prevista dalla stessa legge di delega, che dava al governo il potere di correggere i decreti delegati?

3) La disciplina delle intercettazioni.

I dati del Ministero della Giustizia dicono che nel 2021 sono state 95 mila, tre volte quelle che si fanno in Francia e più di trenta volte quelle che si fanno nel Regno Unito, due Paesi che hanno ora più di 8 milioni di abitanti rispetto all’Italia (ma meno infiltrazioni mafiose di quelle del nostro Paese). Il costo annuale, in Italia, è di 200 milioni, e ogni Procura faceva fino a ieri per conto suo, tanto che un decreto interministeriale del 6 ottobre dell’anno scorso ha dovuto definire in maniera uniforme prestazioni, obblighi dei fornitori, garanzie di durata, comunicazioni amministrative, procedure di fatturazione, controlli e monitoraggio. Sulle intercettazioni la questione è se debbano essere uno strumento generale o (come oggi avviene) limitato a taluni reati particolarmente gravi; se possano essere estese a procedimenti penali o persone diverse da quelle per cui le intercettazioni sono autorizzate dal giudice; se debbano coinvolgere anche i reati connessi; se e in quali limiti debbano essere rese pubbliche. Alcuni limiti sono stati disposti due anni fa con la riforma del ministro Orlando, ma sembrano insufficienti. Lo dimostra la pubblicità data a una conversazione intercettata in Veneto qualche giorno fa, tra persone non indagate. Come si può negare che il rispetto della libertà e della vita privata delle persone richieda norme più stringenti, limitate strettamente a particolari reati, alle sole persone indagate e con rigido rispetto della riservatezza, come dispone espressamente anche la Costituzione? Tanto più che le intercettazioni non possono esser considerate mezzo esclusivo di prova e che la pubblicità che in modi diversi finiscono per avere inquina il dibattito pubblico e si presta ad usi politici di parte.

4) La giustizia nello spazio pubblico.

Rispetto all’immagine tradizionale del magistrato appartato, silenzioso, che parla con le sentenze, rispettato nella società, l’attuale immagine pubblica del magistrato (quale si evince dal comportamento di quelli più chiassosi) è molto diversa: loquace, battagliero, onnipresente, sindacalizzato, circondato da crescente sfiducia. Il pubblico ha l’impressione che la magistratura costituisca un corpo che prende parte alla politica dei partiti, quindi non imparziale: vede magistrati in servizio attivo impegnati nella preparazione delle leggi, ai vertici del corpo esecutivo della giustizia (il ministero), operanti in regioni ed enti locali con funzioni amministrative. E tutto questo mentre più di 4 milioni di controversie attendono un giudizio. Qualche volta, il magistrato-procuratore appare come un giustiziere pronto a comprimere quelle libertà di cui dovrebbe essere il difensore istituzionale. La stessa circostanza che la giustizia sia divenuta uno dei principali problemi politico-partitici segnala un’anomalia del sistema, perché dalla giustizia ci si aspetta un passo diverso rispetto a quello della politica, in quanto essa è legittimata dal diritto, non dal voto. Si ha, quindi, l’impressione che i magistrati che stanno sulla ribalta stiano facendo un danno a sé stessi, al proprio ruolo e alla categoria alla quale appartengono, perdendo autorevolezza, apparendo meno imparziali e distruggendo quell’immagine di terzietà e quel patrimonio di fiducia che la magistratura deve assolutamente conservare.

5) Che cosa è urgente fare.

Se questa è la situazione della giustizia, occorre porre rapidamente rimedio alle principali disfunzioni. L’ordine giudiziario non sarà veramente indipendente finché occuperà i vertici del ministero, perché indipendenza comporta separatezza dal potere esecutivo. In secondo luogo, una giustizia che arriva in ritardo — generando nel processo penale elevati tassi di prescrizione dei reati — è necessariamente ingiusta e quindi occorre misurare la performance e aumentare la produttività, anche attraverso la digitalizzazione su cui ha puntato la recente riforma, ciò che si può fare senza interferire con la piena indipendenza. In terzo luogo, occorre creare un archivio e un osservatorio delle migliori pratiche (che vi sono e sono facilmente identificabili), perché tutti vi si ispirino. Infine, ci si dovrebbe rendere conto che magistrati combattenti, anche negli studi televisivi e sui giornali, finiscono per essere (o per essere considerati) magistrati di parte.

La Costituzione si preoccupa di assicurare l’indipendenza dell’ordine giudiziario da invasioni esterne. È accaduto il contrario: l’affermarsi di magistrati combattenti, organizzati in associazioni che ritengono l’ordine giudiziario un corpo separato dotato di autogoverno, salvo partecipare all’attività legislativa e amministrativa, e quindi scavalcare la separazione dei poteri, ha finito per creare una politicizzazione endogena del corpo.

Le Pezze a Colori.

Giustizia, si dica no alle «pezze a colore». Purtroppo nel linguaggio popolare siamo già «alle pezze». L’esempio del bravo sarto di Bitonto. Michele Mirabella su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 Gennaio 2023

Ah! Il destino delle parole! Ve n’è di quelle predestinate a soccorrere gli uomini facitori di Storia: parole maiuscole e fatali che sembrano progettate nella evoluzione semantica per essere pronunciate, scritte, lette per tracciare solchi, disegnare confini, lanciare proclami, fondare imperi, appiccare rivoluzioni. Vi sono parole minuscole, poi, nate per essere coccolate nel

domestico, balbettate in cucina, mercanteggiate nei tinelli, pronunciate nella intimità del quotidiano. Parole e nomi che andrebbero lasciati in pace. “Pezza” è una di questi e, con le sue varianti come il vernacolare “pezza a colore”, si rivela preziosa nel lessico esplicito ed efficace del popolo. Il mio amico Filippo Tatulli, uomo retto e cordiale, mastro sartore di Bitonto, era un bravo tagliatore come tutti i veri sarti hanno da essere e cucitore e rifinitore provetto. Le impalcature dei suoi pantaloni e delle sue giacche e con tasche grandi e minuscole e “comode” di spalle e ascelle erano un capolavoro di accuratezza: tutte le cuciture e le imbottiture erano firmate da una mano abile e instancabile che sapeva armonizzare impunture e crini, sete e garze di sostegno con le stoffe che egli stesso sapeva scegliere e consigliare. Con delicatezza di costumi e naturalezza colloquiale di eufemismi sapeva abilmente rendere veniali difetti organici e forme goffe o imperfette del corpo del committente.

Era ammirevole la sua dimestichezza con la lingua dei suoi colleghi albionici: la contaminazione tra il suo bitontino e l’inglese di

Bond Street era irresistibile soprattutto quando accompagnava, con dimostrativi dialettali, termini inglesi: “cuss Prinz of Galles è perfetto per voi”. Il fatto che si rivolgesse a me, poco più che adolescente con il “voi” fece sorridere mio padre con compunto rispetto. Solo davanti al rammendo, al rinaccio o alla riparazione, Mastro Filippo si asteneva categoricamente e si ritraeva rispettoso di un’altra arte, anzi di un artigianato umile: quello della “pezza a colore”. Mastro Filippo non si sarebbe mai compromesso con il “mettere le pezze” che era, ed è, altro mestiere, rispettabile, s’intende, ma altro, rispetto al suo. Che riposi in pace nel paradiso dei sarti. Ma la “pezza” non ci lascia requie e ci sorprende nella cronaca non solo spicciola, nella cronaca autorevole della politica. Da tempo! Ricordo niente meno che l’allora presidente del Consiglio dei ministri, Cavaliere Berlusconi, nel discorso di commiato che aveva tenuto prima di sorteggiare una delle sue nove ville per recarsi in ferie, affermò che, quanto al problema della Giustizia in Italia, bisognava “metterci una pezza”. Credo che si ostini ancora su questa linea politica di tipo molto artigianale. Il picaresco linguaggio popolare commenterebbe: “Siamo alle pezze”.

Mastro Filippo si asteneva e il premier pensava al rinaccio, al rammendo, alla toppa, insomma. Vediamo cosa può aver voluto dire.

La parola “pezza”, umile finché si vuole, ha, tuttavia, una storia antica. Già dal latino parlato preleviamo il calco celtico “pettìa” che stava per pezzo di tessuto in genere. Nel medioevo lo troviamo usato nel significato odierno di pezzo di tessuto, o altro, usato per riparare qualcosa di rotto da cui nasce il modo di dire dei politici rudi e sbrigativi “mettere una pezza” che vuol dire aggiustare alla meno peggio con la variante “rappezzare”. Metafora trattativista. Almeno che non si voglia alludere alle pezze d’appoggio, francesismo commercialistico che significava documento giustificativo. Non credo che in politichese figuri questo atteggiamento etico: sotto sotto, in un inconscio artigianale, forse si allude alle “pezze da piedi” che erano le spregevoli sostitute delle calze dei soldati negli eserciti poveri o dei poveri eserciti di mendicanti. Pare che certi rappresentanti italiani nel consesso europeo, tentino di sfuggire le aule di tribunale, ma spero che non pretendano di farla franca e di avvilire l’immagine del nostro Paese con l’uso di un’altra pezza: quella “a colore”.

È espressione idiomatica conosciuta in tutto il meridione: “pezza a colore”. Un modo truffaldino da cui rifuggiva l’onesto artigiano Filippo di simulare, imbrogliare, di trovare un sotterfugio per camuffare piuttosto che per riparare. Le “pezze a colore” sono dei trucchi volgari per nascondere le malefatte o sbrigarsela dopo una gaffe. La nostra generazione ha conosciuto l’arte umile e paziente delle rammendatrici che trovavano fili di lana, scampoli tessili, pezze, appunto, somiglianti nel colore e nella trama al tessuto delle nostre giacche, esemplari unici, per coprire la magagna, la consunzione o lo strappo, ma quella era abilità sopraffina. Però al di fuori della sartoria, mettere pezze non sta bene, non serve, alla lunga, non paga.

Alcuni sarti erano pronti e abilissimi a rivoltarti la giacca quando un verso era allo stremo, ma quelli onesti come Mastro Filippo

avrebbero sfuggito la metafora: “Rivoltare la giacchetta” era impensabile per lui. Era stato, ed era, socialista. Quando ha lasciato il suo banco, le sue forbici e le sue oneste pezze di stoffa era ancora convinto che i politici, soprattutto i socialisti, dovessero essere onesti. Sempre.

La Ricusazione.

L'odissea di una ragazza per una casa presa in affitto. Giudice ricusato che viene giudicato dal proprio collega di Tribunale: è giustizia questa? La rubrica “Giustizia in-civile” di Andrea Viola, avvocato e consigliere comunale. Perché una Giustizia civile che funziona, non solo aiuta il cittadino a sentirsi tutelato e protetto, ma crea le condizioni basilari per il funzionamento di ogni comparto economico-produttivo. Andrea Viola su Il Riformista il 25 Giugno 2023

 La Rubrica Giustizia in-Civile continua a suscitare numerose segnalazioni ed è sempre più evidente la grande voglia, da parte dei cittadini, di intervenire e far sentire la propria voce e le proprie esperienze dirette. Dopo l’ultimo articolo sono state tante le email di giovani mamme con segnalazioni di vario genere legate anche alla questione e gestione dei Servizi sociali riguardo soprattutto i minori che vengono coinvolti spesso nelle separazioni e divorzi.

Un settore molto articolato e complesso che affronteremo appositamente.

Il caso che oggi affronteremo riguarda una semplice causa civile ordinaria che ha avuto ed ha risvolti molto particolari sino a toccare comportamenti “anomali” del Giudice. Veniamo a noi. Una ragazza da molto tempo abita in un immobile preso in affitto. Ha sempre pagato a chi si professava proprietario.

Dopo svariati anni, un terzo soggetto afferma di essere il vero proprietario dell’immobile. Dopo le prime diatribe informali il presunto nuovo proprietario chiama in causa la ragazza in affitto chiedendo che l’immobile fosse liberato poiché occupato senza titolo e chiedendo i relativi danni. La difesa della ragazza chiede una apposita CTU (consulenza tecnica d’ufficio) al fine di vagliare la reale documentazione, essendo non certa la reale proprietà dell’immobile.

Il tutto anche in considerazione della documentazione che la ragazza deposita. Dopo alcune udienze e dopo le richieste istruttorie sopra richiamate il Giudice decide di non accogliere la CTU.

Quindi niente perizia per verificare la documentazione e nessuna possibilità di reale difesa. A questo punto la difesa della ragazza fa apposita istanza per insistere sull’ammissione della CTU. Nulla.

A questo punto si apre una questione più spinosa e delicata. Il Giudice in questione era stata ricusata dall’intero Consiglio dell’Ordine per questioni accadute all’intero del Foro. Alcune circostanze non rendevano sereno il rapporto di lavoro fra avvocati di detto foro e il Giudice in questione. Insomma una brutta vicenda finita su vari giornali. Per detti motivi la difesa della ragazza, vista la poca serenità del Giudice, chiedeva la ricusazione per ragioni di evidente incompatibilità ambientale ed aggiungeva altre varie motivazioni in diritto.

Senza dilungarci troppo sulle questione prettamente giuridiche e tecniche, la causa veniva sospesa in attesa del giudizio sulla ricusazione.

Domanda: Secondo Voi chi decide su ricusazione del Giudice in Tribunale?

Risposta semplice: gli stessi Giudici dello stesso Tribunale. Esito abbastanza scontato. Ma qui arriva il bello. Il Giudice per difendersi e scrivere le proprie memorie si sente legittimata a cercare liberamente in altri fascicoli di cause non sue. Ossia, entra negli atti di cause affidate ad altri Giudici e cerca, non si capisce come, documenti o fatti che possano essere usati a sua difesa. Nel merito richiama una presunta diversità di comportamento dell’avvocato della ragazza, il quale avrebbe chiesto in altro giudizio simile la semplice astensione di un altro Giudice e non la ricusazione come accaduto con la causa principale.

Insomma, roba da cinema e degna di Paesi non certi governati dal diritto. Capite bene che questo fatto ha suscitato molta preoccupazione e una marea di domande che sono state poi fatte al CSM. E anche qui il solito problema. Da chi è composto il CSM? Un cane che si morde la coda senza però una fine. Ma non è finita, mentre si cercheranno di capire gli esiti degli esposti al CSM la causa va avanti con un ulteriore recente colpo di scena.

Dal nulla la controparte chiede che le varie cause fatte contro inquilini simili alla ragazza vengano riunite. Cause che erano in fasi diverse e giuridicamente diverse. Bene, secondo voi a chi è stata affidata la scelta per l’eventuale riunione della causa oggetto di ricusazione e quella che originariamente era affidata ad altro Giudice? (quella per cui il Giudice ricusato si era sentita legittimata a rovistare).

E si sempre lo stesso Giudice. Quindi, riepilogando il tutto. Un Giudice ricusato che viene giudicato dal proprio collega di Tribunale e che per giunta si attribuisce anche la riunione di altro fascicolo illegittimamente già visionato.

Ecco, ora serenamente la ragazza dovrebbe aspettare la decisione. E’ giustizia questa? Si può lavorare in queste condizioni? Come si può rimanere tranquilli davanti a certi comportamenti? Questo un caso reale che un cittadino sta affrontando e che al momento ancora non ha avuto una fine. E intanto il tempo passa, le spese aumentano e l’incertezza e la fiducia verso la giustizia scende.

Andrea Viola. Andrea Viola, Avvocato, Consigliere Comunale Golfo Aranci, Coordinatore Regionale Sardegna Italia Viva; Conduttore Rubrica Vivacemente Italia su Radio Leopolda

La Credibilità.

Correggiamo la storia distorta dalle indagini di mafia e di Tangentopoli. La sentenza della Cassazione sulla Trattativa segna la fine della pretesa della magistratura di essere protagonista nelle vicende sociali e politiche. Giuseppe Gargani su Il Dubbio il 7 maggio 2023

La recente sentenza sulla trattativa tra lo Stato e la mafia non ha avuto un adeguato commento dalla grande stampa eppure si tratta di una decisione della Cassazione eclatante e fondamentale per la storia civile, politica e umana del nostro Paese.

È una sentenza che non può soltanto essere pubblicata nel Massimario e dare lustro a magistrati che hanno dimostrato la loro serena indipendenza come prevista dall’art. 104 della Costituzione, ma deve avere conseguenze nella valutazione attenta da parte della cultura giuridica e del mondo giudiziario. Come è noto la Cassazione ha stabilito che il fatto “trattativa” non è stato commesso e non costituisce reato; e quando un “fatto” non è reato e non è stato compiuto il processo penale non ha consistenza.

Viene da dar ragione a chi si pone la domanda perché è stato intentato un processo lungo venti anni che ha costruito una storia che non esiste. La magistratura non può inquinare le vicende della storia con cronache non vere che incidono fortemente sul tessuto sociale e sulla convivenza dei cittadini.

Perché è iniziato questo processo e tanti altri che hanno avuto meno clamore e che hanno interessato leader politici come Nicola Mancino e Calogero Mannino, campioni assoluti più di tanti altri della legalità repubblicana, come tanti esponenti dell’amministrazione dello Stato, delle forze di polizia, della struttura intima dello Stato?! È una domanda che ogni cittadino si pone.

Al di là di sospetti particolari e specifici la risposta ingenua che possiamo dare è che una certa magistratura voleva essere protagonista nello scrivere la storia del nostro Paese, nel far diventare protagonista fuori misura l’antimafia nella sua dissennata esasperazione di ritenere che tutto il mondo è mafia e che la politica è inquietante deviando dai fondamentali canoni della ricerca della prova e della razionalità delle decisioni.

La sentenza dunque segna la fine della pretesa della magistratura essere protagonista nelle vicende sociali e politiche, capace di far trionfare il bene sul male e di esprimere un modello etico di riferimento completo e complessivo di tutta la società, come tutore della moralità. Questa fase è iniziata negli anni 90 con le indagini giudiziarie di Tangentopoli e con le indagini giudiziarie nei confronti di Andreotti, Mannino del giudice Carnevale che non dobbiamo dimenticare, che hanno portato a sentenze clamorose di assoluzione perché il fatto non è stato riscontrato, con valutazioni severe, contenute nelle sentenze che bisognerebbe ogni tanto rileggere, nei confronti dei pubblici ministeri.

In una di queste sentenze della Cassazione è stato scritto che le modalità di indagine giudiziaria utilizzate per quel processo debbono essere di monito per “come non si deve fare un processo”! Ho scritto varie volte che tutte le formule di condanna o di assoluzione restano coerenti nell’ambito del processo penale escluso quella del “fatto che non esiste” o del fatto che non è stato compiuto, che dà una responsabilità in più a chi ha iniziato l’azione penale e non si è reso conto che non c’era il “fatto” o che il fatto non era reato e non è stato compiuto.

Come non rendersi conto di questo?! Se si vuole riformare il ruolo del magistrato e adeguarlo ai tempi si deve ancor più esaltare la sua indipendenza che non si può non collegare a una responsabilità.

La indipendenza non determina irresponsabilità e una esasperata “autonomia” porta alla chiusura e alla “casta” incontrollata. L’autonomia, bisogna ormai riconoscerlo, è un istituto dell’aciern regime che i costituenti mutuarono perché dovevano prevedere una vera e propria separatezza della magistratura rispetto al governo e alle altre istituzioni segnare una forte discontinuità rispetto al regime fascista! Il costituzionalismo moderno non può non porsi questo problema, che riconosco è molto arduo e complesso, ma è un problema che ha bisogno di essere risolto.

La riforma della magistratura è soprattutto di natura costituzionale ed è la premessa per le altre riforme che sono state indicate dal ministro Nordio che portano alla distinzione istituzionale tra pm e giudice, a una composizione diversa del Csm, per evitare che vi sia la prevalenza del giudiziario sul Parlamento, sul governo e quindi sulla politica.

Si deve sviluppare un grande dibattito su queste questioni, perché la magistratura vuol conservare inopinatamente il suo anomalo potere, la sua funzione di supplenza e questo non è coerente con la nostra Costituzione.

Nell’ultimo numero della rivista Questione giustizia, organo ufficiale della corrente magistratura democratica, il direttore scrive: “In moltissimi casi della vita sociale ed economica – scrive Nello Rossi – è il giudiziario ad intervenire in esclusiva, o almeno in prima battuta, nella ricerca di soluzioni di problemi inediti talora incancreniti dalla paralisi e dall'inerzia della politica… e quindi c’è bisogno di una magistratura che assolva un incisivo ruolo di garanzia dei diritti individuali e della dignità delle persone… all'affermazione di diritti dolorosi come quelli relativi al fine vita; alle soluzioni offerte sul terreno dell'eguaglianza di genere; alla protezione di diritti umani fondamentali come nel caso dei migranti; alle azioni a tutela dei risparmiatori e delle finanze pubbliche in contesti finanziari sempre più complicati e vorticosi; agli interventi sulla condizione dei lavoratori marginali, come i rider o i lavoratori della logistica… il magistrato non può pensare di essere un semplice passacarte, un freddo tutore dell'ordinamento giudiziario, ma deve rivendicare il suo ruolo speciale nella società, anche a costo di allargare il perimetro delle proprie prerogative… La Costituzione non indica più una direttrice di marcia univoca nel cui solco il giudiziario possa identificare una sua funzione unitaria, storica…!” Questo scritto è in coerenza con quanto scritto nel lontano 1983 sulla stessa rivista che io ho ricordato molte volte in questi anni, dal pubblico ministero Gherardo Colombo.

La mancanza di una profonda, incisiva e penetrante opposizione politica da parte degli apparati cui lo svolgimento di questa funzione spetta istituzionalmente e costituzionalmente, ha indotto come conseguenza un fenomeno che riguarda direttamente la magistratura. Il controllo giurisdizionale, tradizionalmente e istituzionalmente diretto alla composizione dei conflitti e all'accertamento di comportamenti devianti di singoli, si è via via trasformato per una molteplice serie di motivi, che hanno complessivamente portato al risultato di modificarne la natura...”

È stata devoluta alla magistratura una serie di compiti che non sono suoi propri e che investono più la funzione politica che non quella giurisdizionale. In tema di terrorismo, ad esempio, tutto il complesso fenomeno, di chiarissima natura politica, è stato affrontato a livello giudiziario e risolto - per quanto si è potuto attraverso strumenti utilizzati dalla magistratura.

Quello del terrorismo è uno dei tanti settori nei quali si è verificata l'imposizione alla magistratura di un'attività di supplenza da parte di altri apparati dello Stato… non mancano altri campi, più o meno estesi e più o meno evidenti, in cui sono state scaricate sulla magistratura responsabilità che spetterebbero, in linea di principio, ad altri organi o settori dello Stato. Ciò ha portato necessariamente l'ordine giudiziario ad invadere, perché richiesto, sfere di intervento istituzionalmente riservate ad altri. È successo, inoltre, che gli spazi lasciati liberi dalla mancanza o dalla più o meno grave insufficienza della opposizione politica siano stati essi pure, ed essi pure necessariamente, occupati dall'intervento giudiziario”.

È molto significativo come vi sia una costante in parti della magistratura di costruire un protagonismo istituzionale fuori dal dettato della Costituzione, ed è incomprensibile questa ostinazione di costruire una magistratura – politica. So bene che la colpa è della politica ma è la classe dirigente non solo la politica che deve avere consapevolezza e allarmarsi. L’evoluzione del ruolo della funzione della magistratura non può avvenire in queste forme perché costituirebbe un vulnus per la democrazia.

La distinzione dei poteri non è superata perché dall’epoca di Montesquieu sono passati tanti anni, ma è l’anima dello stato di diritto, dell’equilibrio tra i poteri perché nessuno deve prevalere sull’altro e ogni potere deve essere fedele alle sue rigorose competenze.

La sentenza della Cassazione vogliamo sperare chiude questo lungo periodo di “supplenza”, ristabilisce la consistenza dei fatti e cancella una distorta e mendace cronaca di tutti questi anni per la quale abbiamo patito tutti e hanno patito i personaggi che hanno avuto un ruolo importante nel nostro Paese opposto a quello che le sciagurate iniziative giudiziarie hanno voluto indicare. È arrivato davvero il momento di correggere la storia distorta che le indagini di Tangentopoli e quelle contro la mafia hanno fittiziamente costruito, e ristabilire un rapporto virtuoso tra la società e le istituzioni, tra la società e la politica.

Mele marce tra le toghe. Il Csm resta muto sui casi della Puglia. Domenico Ferrara il 7 Maggio 2023 su Il Giornale.

Chissà se qualcuno avrà sussurrato all'orecchio del vice presidente del Csm Fabio Pinelli per dirgli che alla procura di Bari c'è un problema non da poco. 

Chissà se qualcuno avrà sussurrato all'orecchio del vice presidente del Csm Fabio Pinelli per dirgli che alla procura di Bari c'è un problema non da poco. Anzi, due. Con nomi precisi: Michele Ruggiero e Alessandro Donato Pesce, sostituti procuratori della Repubblica ancora in servizio nonostante una condanna definitiva in Cassazione per violenza privata rispettivamente a sei mesi e a quattro mesi di reclusione. Dal 30 gennaio, giorno della sentenza, al Csm nessuno ha mosso un dito per aprire un procedimento disciplinare, tanto che i due continuano a esercitare le loro funzioni come se nulla fosse. L'altro ieri, il tour del nuovo vicepresidente del Csm ha fatto tappa in Puglia, proprio a Bari, precisamente alla Corte d'Appello. Ed è inverosimile credere che nessuno gli abbia posto la questione. «È il momento di riportare il Csm alle sue funzioni costituzionali, cioè quelle di amministrazione della giurisdizione e di garanzia dell'autonomia dell'indipendenza della magistratura». Oltre a ciò, esiste però da tempo anche un problema di credibilità. E sapere che due toghe - condannate per violenza su alcuni testi - continuino a condurre indagini su altre non è sicuramente un buon viatico per migliorare la credibilità del sistema giudiziario. Le condotte illecite di Ruggiero e Pesce risalgono a quando entrambi lavoravano alla procura di Trani, altra città in cui, l'altro ieri, si è recato Pinelli. Che, dalla corte d'Appello della cittadina pugliese, ha dichiarato: «Sono qui per un abbraccio a chi sul territorio ha vissuto un periodo difficilissimo. Qui c'è stata una rigenerazione, ed uscire dalla situazione in cui si trovava Trani è il segnale migliore che potessimo ricevere (...). I magistrati tornino ad essere un riferimento fondamentale nel sistema Paese, così che il cittadino torni a credere nella magistratura e nella giustizia». Sintomatico che lo abbia detto proprio a Trani, la cui procura, fino a poco tempo fa, si poteva considerare senza timore di smentite la più chiacchierata. Lì è stato capo della procura Carlo Maria Capristo, rinviato a giudizio pochi mesi fa per corruzione in atti giudiziari. Lì l'ex presidente del Tribunale Filippo Bortone è stato indagato per falso e truffa ai danni dello Stato. Lì gli ex pm Antonio Savasta e Luigi Scimè insieme all'ex gip Michele Nardi sono imputati e accusati di aver pilotato sentenze e azioni giudiziarie. Lì sono state svolte inchieste flop, alcune delle quali hanno portato all'arresto di persone innocenti, come Luigi Riserbato, ex sindaco di Trani, inquisito e poi, dopo otto anni di inferno, assolto per non aver commesso il fatto. Insomma, ci vogliono dei segnali per cambiare l'opinione che i cittadini hanno della magistratura.

 Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per il “Corriere della Sera” il 3 maggio 2023.

Nell’intestardirsi a sottovalutare le prove su Vincenzo Armanna e Piero Amara potenzialmente favorevoli alle difese nel processo Eni-Nigeria, nel contempo valorizzando invece quelle che potevano ad esempio riverberarsi sul presidente dei giudici Marco Tremolada, ad avviso del CG-Consiglio Giudiziario di Milano il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale è stato non imparziale. 

Ma questa sua condotta (mai tenuta all’oscuro del suo capo Francesco Greco) è stata — valuta il Consiglio Giudiziario — un caso isolato in una prestigiosa carriera. E si è verificata solo in quel processo complesso, anche per le frizioni col pm Paolo Storari che informalmente aveva additato a lui e ai capi quelle prove diversamente valutate, sicché si può ritenere nel complesso che non abbia intaccato in De Pasquale i requisiti di imparzialità ed equilibrio richiesti dalla legge: così il CG ieri ha argomentato in 13 sì, 1 no e 2 astenuti l’ok al primo quadriennio 2017/2021 del 65enne vice della Procura, e quindi il parere positivo alla sua conferma per altri 4 anni sino al 2025.

Per allora è improbabile siano scongelati l’iter del procedimento disciplinare e dell’incompatibilità ambientale che Procura Generale di Cassazione e Csm hanno sospeso in attesa dell’esito definitivo (dunque tra almeno 2/3 anni) del processo penale bresciano a De Pasquale per rifiuto d’atti d’ufficio. […] L’Ordine degli Avvocati non ha svolto osservazioni, ma «apprezzamenti per l’attenzione di De Pasquale alle esigenze dei legali».

De Pasquale, il giudice nasconde le prove? Ma non paga. Filippo Facci su Libero Quotidiano il 05 maggio 2023

L’Intelligenza Artificiale andrebbe definitivamente testata sottoponendole il caso del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale, caso incomprensibile alle menti umane normo dotate ma perlomeno capace di sollevare spruzzate di buon umore che rasentano l’umanissima risata. Non è chiaro peraltro dove questa Intelligenza artificiale potrebbe recuperare i file di memoria trentennale che consentirebbero di farsi un quadro d’insieme del personaggio: dunque, nell’attesa, tocca procedere col caro vecchio archivio miseramente umano. Intanto la notizia, perché ce n’è una: Fabio De Pasquale è stato «assolto» dal Consiglio giudiziario di Milano per il caso «Vincenzo Armanna-Piero Amara» (processo Eni-Nigeria) secondo il quale il magistrato non avrebbe minimamente considerato le prove favorevoli alle difese, nel contempo valorizzando invece quelle che potevano riverberarsi sul presidente dei giudici Marco Tremolada.

E già par di sentire la replica: tanto il Consiglio giudiziario non conta un tubo. Ma infatti è qui la prima prova che l’Intelligenza artificiale dovrebbe affrontare: spiegare la funzione dei Consigli giudiziari nella giustizia italiana, dare un senso a questi micro-Csm di provincia che esprimono «pareri» che in pratica si rivelano soltanto delle pagelline e affabili carezze tra colleghi. Il secondo mistero che l’IA dovrebbe porsi è come mai la notizia della «assoluzione» di De Pasquale sia stata miseramente bruciata dal Corriere della Sera di ieri: un misero colonnino a pagina 21 scritto dal povero Luigi Ferrarella.

LA CONFERMA - Forse l’ha pensato anche il Corriere, che il Consiglio giudiziario non conta un tubo; e forse l’ha pensato anche l’Ordine degli avvocati di Milano, che secondo il Consiglio giudiziario non ha svolto osservazioni ma «apprezzamenti per l’attenzione di De Pasquale alle e qualcosa vorrà dire.

Comunque sia, c’è un dettaglio: Fabio De Pasquale (col collega Sergio Spadaro) verrà comunque processato a Brescia per la stessa questione, dicasi «rifiuto d’atti d’ufficio» in relazione appunto al processo Eni-Nigeria. La procura di Brescia aveva iscritto i due magistrati nel registro degli indagati nel marzo del 2021 e aveva sostenuto che De Pasquale e Spadaro avessero deliberatamente deciso di non depositare alcune prove ritenute favorevoli agli imputati: tanto che anche nelle motivazioni della sentenza che aveva assolto gli amministratori Eni (Paolo Scaroni e Claudio Descalzi) si definiva come «incomprensibile la scelta del pubblico ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che reca straordinari elementi a favore degli imputati».

Questo «documento» peraltro era un video: non è che ci fosse troppo da interpretare.

Ma torniamo al nostro extra-mondo chiamato Consiglio giudiziario di Milano. E leggiamo: «Ad avviso del Consiglio, il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale è stato non imparziale. Ma questa sua condotta (mai tenuta all’oscuro del suo capo Francesco Greco) è stata un caso isolato in una prestigiosa carriera».

E qui, al Palazzaccio, le risate rischiano seriamente di sgretolare i cornicioni. Quanto è successo, insomma, «si può ritenere che non abbia intaccato in De Pasquale i requisiti di imparzialità ed equilibrio richiesti dalla legge». Ecco i limiti dell’Intelligenza Artificiale: non sa, non ricorda, non ride. Comunque il consiglio ha votato 13 sì, un no e due 2 astenuti e ha dato parere positivo alla sua conferma per altri quattro anni sino al 2025: per quella data è possibile che il processo bresciano e il procedimento disciplinare non abbiano neppure avuto inizio, e il Consiglio giudiziario, per ora, non vuole perciò spingersi oltre o esprimersi su un a faccenduola come il «pool esteri» che l’ex capo della Procura Francesco Greco aveva creato apposta per De Pasquale. Altre uscite di De Pasquale vengono definite come una «uscita infelice di un carattere aspro». 

Fine: con l’Intelligenza artificiale, di fronte a Fabio De Pasquale, arresa alle espressioni «prestigiosa carriera» nonché «imparzialità ed equilibrio».

Senza che sia a conoscenza delle ragioni per cui il magistrato non ebbe mai particolare stima da parte del Pool di Mani pulite. Senza poter ricordare l’accusa d’aver indotto al suicidio Gabriele CaglIari (1993) rimangiandosi la promessa di una scarcerazione che il manager attendeva da mesi, quando ossia fu prosciolto da un indagine ministeriale in cui pure gli ispettori annotarono che «Il dott. De Pasquale, con espressioni non consone, ha tenuto dei comportamenti certamente discutibili (...) soprattutto per avere promesso a un indagato che era in carcere da oltre centotrenta giorni, di età avanzata e in condizione di grave prostrazione psichica, che avrebbe espresso parere favorevole (...) e di avere invece assunto una posizione negativa senza però interrogare nuovamente lo stesso indagato, impedendogli, così, di fatto, di potersi ulteriormente difendere. È mancato quel massimo di prudenza, misura e serietà che deve sempre richiedersi quando si esercita il potere di incidere sulla libertà altrui».

I FONDI NERI - Cagliari si poi ammazzò soffocandosi con un sacchetto di plastica. L’Intelligenza Artificiale non sa che De Pasquale mise d’accordo l’intero Parlamento come capitò a margine di un’inchiesta sui fondi neri Assolombarda, stesso periodo: l’intero emiciclo- sinistre e forcaioli compresi - respinsero le richieste di autorizzazione a procedere per Altissimo e Sterpa (liberali) e per Del Pennino e Pellicanò (repubblicani) chieste da un De Pasquale il cui intento fu giudicato «persecutorio» dall’intero arco costituzionale.

L’Intelligenza Artificiale dovrebbe anche apprendere che De Pasquale fu pure il pm della chiassosa indagine sul regista Giorgio Strehler (il pm chiese la pena massima, ma Strehler fu assolto con formula piena) e che lo fu anche di un’altra chiassosissima indagine sui fondi Cee, roba con percentuali di assoluzione mostruose.

Presunta legittimità. Il problema della giustizia italiana non è nelle (poche o molte) mele marce tra i togati. Iuri Maria Prado su L'Inkiesta il 4 Maggio 2023

Le storture della magistratura non sono dovute al numero di mariuoli tra i suoi rappresentanti, ma al fatto che un potere giudiziario deviato si sia ormai costituito in una realtà eversiva assolta da qualsiasi controllo

Non si correggono in modo efficace, e in realtà in nessun modo, le storture della giurisdizione di questo Paese se si continua a credere e a far credere che esse si producano episodicamente per responsabilità di qualche arbitrio individuale, insomma per la presenza dei pochi frutti marci che basta individuare e rimuovere per restituire al bigoncio giudiziario l’incontaminazione naturale.

Per quest’idea, il problema della giustizia italiana ammonta al numero di mariuoli togati che tocca registrare, e il problema si risolve appunto prevenendo quando si può e sanzionando quando si deve quei fenomeni di singolare malversazione.

Ma non sta nella presenza né nel lavorìo di quelle personali scostumatezze il problema della nostra giustizia, che è invece costituzionale e non pesca affatto nell’occasionale bacino di illecito in cui effettivamente può sguazzare qualche rappresentante del potere giudiziario.

Il problema è altrove: è nella ormai avvenuta costituzione della magistratura in una agenzia di potere deviato, una realtà assolta da qualsiasi controllo e ormai stabilmente interposta tra i poteri legittimi che essa sottopone alla propria interferenza, alla propria minaccia, al proprio ricatto, in buona sostanza al proprio tentativo di sostituirvisi nell’ostentazione delle braccia allargate davanti alle inefficienze e ai ritardi del sistema democratico e rappresentativo.

Il fatto che questo costituzionalizzarsi del carattere sostanzialmente eversivo del potere giudiziario non coinvolga gli intendimenti della maggioranza dei magistrati non dice proprio nulla, giusto come non prova niente la circostanza che le finalità golpiste siano estranee al reggimento assoldato per attuarle.

È nel profilo presunto legittimo del potere giudiziario il problema della giustizia italiana: non nello sfregio di qualche arbitrio impomatato, facile da giustificare e anzi capace di nobilitarlo come una cicatrice sulla purezza di un viso incolpevole.

È nella pretesa legittimità del potere giudiziario deviato il disastro della giustizia di questo Paese: non nelle deviazioni da mattinale.

 

Tracolla la fiducia nelle toghe. "Ora gli italiani hanno paura". Francesco Curridori il 24 Gennaio 2023 su Il Giornale.

I sondaggisti: dal 2010 ad oggi consenso dimezzato. E nel Paese cresce la richiesta di riformare i processi

Lo scontro politico divampa attorno al tema della giustizia e le varie forze politiche si dividono di nuovo tra garantisti e manettari. I sondaggisti, invece, sono concordi su un dato incontrovertibile: gli italiani non credono più nella magistratura.

«Nel 1998, a cinque anni dalla morte di Falcone e Borsellino, la fiducia nella magistratura era all'88%, nel 2010 scende al 66% e nel 2022 tracolla al 33%», afferma Carlo Buttaroni, fondatore dell'Istituto Tecné. «Vent'anni fa il giudizio era eccellente, ma poi è andato scendendo e si è passati da un 70% a circa il 40%. La gente ha più paura», gli ha eco Renato Mannheimer. Non si discosta molto da queste percentuali neppure Antonio Noto: «Nel 1993, durante Tangentopoli, - dice - la fiducia era al 77%, mentre oggi di ferma al 43%». Una conferma del tonfo del sentiment degli italiani per quanto riguarda il nostro sistema giudiziario arriva anche da Alessandro Amadori: «Nel 2010 il consenso era intorno al 60%, mentre oggi - rivela - si è praticamente dimezzato». A riportare in auge il tema della giustizia, in queste settimane, non sono state solo le prese di posizione del ministro Carlo Nordio, ma anche la cattura di Matteo Messina Denaro che ha portato ad accrescere la fiducia nei confronti delle forze dell'ordine. Ma non solo. «Il giudizio cambia quando si parla dei magistrati esposti nella lotta alla criminalità organizzata perché vengono visti come degli eroi. E, anzi, si ha l'idea che la macchina della giustizia sia contro di loro», spiega Buttaroni. Sulle intercettazioni, invece, gli italiani si dividono: «C'è una larga prevalenza di cittadini che le ritiene necessarie per quanto riguarda i reati di mafia, terrorismo e corruzione, ma sottolinea il fondatore di Tecné - una grandissima maggioranza pensa che vi sia un abuso». Secondo Maurizio Pessato di Swg, su questo tema c'è ancora tanta confusione e «una larga parte dell'opinione pubblica non capisce su cosa si sta discutendo». Dagli esperti, poi, arriva un monito chiaro: la giustizia è percepita come importante nella misura in cui vengono perseguiti i reati e se i processi sono rapidi. «Insomma, la riforma del Csm non premia e non punisce nessuna forza politica», sintetizza Amadori. Detto ciò, la riforma della giustizia, da sempre una bandiera di Forza Italia, viene vista da tutti come necessaria. «Se all'inizio sembrava che servisse solo a Berlusconi, ora nel Paese è cresciuta l'esigenza di riformare la giustizia», spiega Buttaroni, convinto che questa battaglia contribuisce in maniera determinante a rafforzare la credibilità di Forza Italia: «Alla lunga, può valere uno o due punti percentuali». Il centrosinistra, al contrario, appare «come se parlasse una lingua che i cittadini sono capiscono e - aggiunge Buttaroni - sembra arroccato alla difesa di una corporazione». Anche il ministro Nordio sembra godere di una notevole stima degli italiani. «La sua immagine è sempre stata buona, partiva da un buon capitale di consenso perché come pm aveva operato bene. Al momento, ha un consenso superiore al 40%», dice Amadori. In linea generale, l'impressione è che il governo abbia ancora il consenso di chi l'ha votato e potrebbe trarre vantaggio da un'eventuale legge di riforma complessiva del sistema giudiziario. «Chi riuscirà a portare a casa una riforma che migliori l'efficienza della giustizia e l'agibilità dei magistrati che lottano contro la criminalità otterrà sicuramente un consenso che si misurerà nell'arco di mesi o anni perché contribuirà a migliorare il sistema Paese», profetizza Buttaroni. Un'opinione condivisa anche da Pessato che dice: «Quando si concludono delle riforme c'è sempre un aspetto positivo perché il governo dimostra di aver fatto qualcosa, ma ammonisce - la giustizia è un tema spinoso e le baruffe non aiutano. Anzi, non fanno bene soprattutto al governo».

"La fiducia nei giudici è crollata". "Ma i pm anti-mafia sono eroi". Per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo chiesto ai sondaggisti Renato Mannheimer e Carlo Buttaroni cosa pensano gli italiani della magistratura italiana. Francesco Curridori il 24 Gennaio 2023 su Il Giornale.

Il tema giustizia torna ad alimentare lo scontro politico. Per la rubrica Il bianco e il nero abbiamo chiesto ai sondaggisti Renato Mannheimer e Carlo Buttaroni cosa ne pensano gli italiani.

Che giudizio danno gli italiani della magistratura?

Mannheimer: “Vent’anni fa era un giudizio eccellente ed era stimata da tutti, poi è andata scendendo e, adesso, gli italiani non hanno grande fiducia nella magistratura. Si è passati da un 70% a circa il 40% di oggi e la gente ha più paura. Detto ciò, questo non è un giudizio sull’intera magistratura che, per la maggior parte, è composta di persone eccellenti, ma è il sentiment generale del Paese”.

Buttaroni: “In questo momento non è un tema molto sentito. Quando si parla del funzionamento della giustizia i giudizi non sono più positivi. Nel 1998, a cinque anni dalla morte di Falcone e Borsellino, la fiducia nella magistratura era all'88%, nel 2010 scende al 66% e nel 2022 tracolla al 33%. Il giudizio cambia quando si parla dei magistrati esposti nella lotta alla criminalità organizzata perché vengono visti come degli eroi. E, anzi, si ha l’idea che la macchina della giustizia sia contro di loro”.

Dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, qual è la percezione sulle intercettazioni?

Mannheimer: “Non saprei dirlo, di certo è cresciuta la stima nei confronti delle forze di polizia. Le intercettazioni sono un tema complicato e non so se la gente ha colto la vera problematica, ma non ho rilevazioni successive alla cattura”.

Buttaroni: “C’è una larga prevalenza di cittadini che ritiene che le intercettazioni siano necessarie per quanto riguarda i reati di mafia, terrorismo e corruzione, ma una grandissima maggioranza pensa che vi sia un abuso”.

Il ministro Carlo Nordio gode di un buon gradimento tra gli italiani?

Mannheimer: “Sostanzialmente gode di un buon gradimento, come tutto il governo”.

Buttaroni: “Sì, gode di un 44% di consenso. È uno dei giudizi più alti tra i ministri”.

Nello scontro tra magistratura e politica, chi ne esce peggio?

Mannheimer: “Il popolo italiano perché sarebbe necessario un funzionamento armonioso sia della magistratura sia della politica. Così, invece, chi ci va di mezzo sono gli italiani”.

Buttaroni: “Dipende su quale piano si gioca lo scontro. Sull’efficienza della macchina giudiziaria parte in vantaggio la politica perché c’è la percezione che la giustizia non funzioni, soprattutto per quanto riguarda la delinquenza diffusa. Alcuni singoli magistrati, invece, ribadisco godono di una certa stima”.

Tutto questo dibattito attorno alla giustizia, quali forze politiche premia e quali penalizza?

Mannheimer: “La maggior parte dell’elettorato di ciascuna forza politica sia convinto di aver ragione e il dibattito sulla giustizia non sposta voti”.

Buttaroni: “In questo momento il centrosinistra è fuori dal dibattito che interessa ai cittadini ed è come se parlasse una lingua che i cittadini sono capiscono, mentre il centrodestra, dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, ha incassato un premio di credibilità. Poi, il centrodestra è anche l’area politica che più di tutte ha insistito in questi anni per una riforma della giustizia, dalla separazione delle carriere in poi. Il centrosinistra, invece, è sembrato arroccato alla difesa di una corporazione”.

I Tagli.

Taglia…Taglia, si rimane con le pezze al culo.

Nel 1996, agli inizi del mio praticantato forese avevo chiaro il mio futuro. Potevo districarmi a pochi chilometri di distanza da casa mia presso giudici di Pace, Tribunali monocratici e collegiali e Tar con minime spese tra:

Ricorsi in opposizione a sanzioni amministrative,

Ricorsi su sinistri stradali,

Cause di ogni sorta.

Tutti gli avvocati lavoravano, anche quelli col gratuito patrocinio, e tutti potevano chiedere giustizia.

Poi hanno deciso che la giustizia era lenta ed onerosa.

Hanno dato la colpa al numero eccessivo di avvocati forieri di litigiosità. Hanno limitato l’accesso all’avvocatura: tutto come prima.

Hanno dato la colpa all’eccessive cause. Hanno elevato gli importi delle iscrizioni a ruolo, hanno eliminato molte competenze, hanno riformato la risarcibilità dei sinistri stradali e inserito la figura del mediatore: tutto come prima.

Hanno dato la colpa a troppe sedi decentrate dei Tribunali e giudici di Pace. Hanno tagliato le sedi dei Tribunali e dei Giudici di Pace: tutto come prima.

Hanno detto che vi erano pochi operatori giudiziari. Hanno inserito l’ufficio del processo: tutto come prima

Hanno dato la colpa al gratuito patrocinio. Hanno limitato l’accesso con norme farraginose e ostacolato il pagamento agli avvocati, che, di conseguenza, vi hanno rinunciato: tutto come prima.

Oggi ci troviamo con i supposti stessi problemi di lentezza, ma con rinuncia alle cause e con meno avvocati.

Che la cura sia stata peggio della malattia dispensata da medicastri improvvisati?

Gli esodati della giustizia: l'avvocato è un lusso per 3 milioni di famiglie. Maria Sorbi il 19 Novembre 2023 su Il Giornale.

Troppo ricchi per il patrocinio gratuito ma troppo poveri per pagare le parcelle. Allo studio una norma per estendere il beneficio: "Almeno uno su 5 rinuncia al tribunale"

Fanno fatica a tirare la fine del mese, rimandano l’apparecchio dei denti per i figli, non vanno in vacanza. Figuriamoci se si possono permettere le parcelle dell’avvocato. Le famiglie che traballano e campano con un’entrata mensile di 1.100 euro sono 3 milioni e tra queste almeno 600mila rischiano di dover rinunciare a difendersi, anche quando hanno subìto un torto grave. Sono troppo ricchi per poter accedere al patrocinio gratuito (che viene concesso a chi ha un reddito lordo di 12.838 euro) ma troppo poveri per permettersi un’azione legale, o almeno per anticiparne le spese vive che - in cause con risarcimenti fra i 52mila e i 260mila euro - possono arrivare a 5mila euro, tra bolli, perizie e notifiche.

Tra gli esodati della giustizia ci sono persone che hanno avuto infortuni gravi sul lavoro ma che non osano intentare una causa contro il capo, pazienti vittime di errori medici che non hanno i mezzi per andar contro i big della sanità o delle assicurazioni, famiglie che trovano più conveniente tacere e convivere con avvilimento e torti subiti. Perché la giustizia diventa un lusso e quel diritto a difendersi, definito «inviolabile» nella Costituzione, resta lettera morta.

Per dare una risposta a questa «zona grigia» della giustizia, è in corso d’opera una modifica sulla legge, innanzitutto per rivedere i parametri del patrocinio gratuito e rendere i tribunali realmente «uguali per tutti». A promuovere il nuovo provvedimento è Chiara Tacchi, studio Tacchi & Tosini di Gallarate, autrice del libro «La giustizia degli ultimi», che ha già preso contatti con la Commissione giustizia in Parlamento. Ad appoggiarla è anche l’associazione degli avvocati Pro Bono, presieduta da Giovanni Carotenuto, che già da tempo si sta occupando di importare la cultura dell’avvocatura pro bono in Italia, a supporto dei fragili: «Abbiamo già redatto le linee guida per la gestione del pro bono in team misti di avvocati e giuristi d’impresa e ci rifacciamo al modello anglosassone dove gli studi legali che si prestano all’assistenza legale senza parcella sono molti». In Italia ce ne sono una cinquantina e si spera aumentino perché nessuno rimanga senza giustizia. Al momento lo Stato rimborsa con 20 milioni di euro gli avvocati che prestano patrocinio gratuito ma si ipotizza anche di rivedere questa cifra per poter ampliare la buona pratica. Di questo e altri aspetti si discuterà il 22 novembre a Milano in occasione della sesta edizione dell’Italy Pro bono day.

«È intollerabile pensare ci siano persone che non si sentano legittimate a difendere i propri diritti. Vogliamo che la difesa sia accessibile e inclusiva» spiega Chiara Tacchi. L’occasione per avviare la riflessione che presto si tradurrà in legge è la presentazione del suo libro a Book city (Milano): una raccolta di casi seguiti in questi anni che testimoniano quanto la vita di una persona possa stabilizzarsi e cambiare se viene appagato il suo diritto alla giustizia. Un elemento fondamentale perché in Italia l’accesso al pro bono funzioni è il volontariato.

Le associazioni vicine alle famiglie in difficoltà (o potenziale difficoltà), se ben preparate, possono essere il tramite giusto per mettere in contatto clienti e avvocati e promuovere la cultura di una giustizia realmente accessibile.

«L’emergenza dei diritti riguarda non più solo gli ultimi, ma i penultimi - sostiene Alessandro Pezzoni, servizio Grave emarginazione di Caritas - Sono quelle famiglie a cui basta un problema di lavoro per crollare. Metterle in grado di far fronte a un’ingiustizia è garanzia di equità sociale». E di democrazia.

Il decreto del Guardasigilli. La legge ascondo Nordio: se sei povero non puoi difenderti. Il ministro impone nuovi limiti di lunghezza degli atti: ottantamila caratteri per cause inferiori a 500mila euro. Al di sopra, uno fa quello che gli pare. Iuri Maria Prado su L'Unità il 17 Agosto 2023

Con un decreto dell’altro giorno il ministro Nordio ha emesso un regolamento che stabilisce fino a che punto e in quale misura i cittadini possono far valere i propri diritti per iscritto: massimo ottantamila caratteri, ma proprio quando si tratta di inquadrare la causa, insomma all’inizio, quando bisogna spiegare al giudice di che cosa si tratta.

Per le fasi successive del processo, penitenza a scalare, cinquantamila, diecimila. E cara grazia. Dove mai possa reperirsi un argomento decente per considerare giustificata e costituzionale una simile follia, che calpesta la libertà del cittadino di difendersi a proprio giudizio, senza un giudice o un ministro con il potere di sorvegliarne le eventuali verbosità, è un mistero. E ad attenuare il carattere smaccatamente autoritario e dirigista della misura non sta certo la previsione che consente di spiegare al giudice che lo spazio non basta, e ne occorre di più perché la faccenda è complessa: che in pratica è l’implorazione con cui il suddito chiede al sovrano di potersi difendere compiutamente, e quello valuta, vede un po’ come gli gira, chissà che non si tratti di qualcuno che pensa di poter annoiare il tribunale con troppe pagine su inutili fregnacce.

Ma il gioiello eminente nel castone di questa giustizia a frasi predeterminate è quest’altro: che quel contingentamento del diritto di difendersi e di esporre le proprie ragioni mica è indiscriminato, nossignori, vale solo per le cause di valore inferiore ai cinquecentomila euro. Al di sopra, uno fa quello che gli pare, sbatte sul tavolo del giudice diecimila pagine di fesserie in colletto bianco e quello zitto, perché la tutela di un dritto milionario non vorrai davvero restringerla agli ottantamila caratteri. L’idea che un’ingiustizia enorme, bisognosa di un contrasto difensivo abbondante, possa riferirsi anche a un caso apparentemente minuto, non sfiora i redattori di questi spropositi normativi.

Se un pensionato deve difendere dalla predazione illegittima di una multinazionale il proprio diritto su un orto di qualche metro quadrato, di poche migliaia di euro di valore, è giusto che si becchi il bavaglio di Stato, che scriva poco e non rompa le scatole. Se invece la causa è “ricca”, liberi tutti. Il fatto che poi queste limitazioni riguardino non solo le difese dei cittadini, ma anche gli atti dei magistrati, insomma le sentenze, non è segno di equanimità legislativa ma: è solo l’altra faccia di un’idea di giurisdizione “a punti”, a slide, a crocette; l’idea che la giustizia, per essere efficiente, debba ridursi a un’attività compilativa di formulari, uno, due, ics, la giustizia-totocalcio nell’attesa che l’intelligenza artificiale consenta al magistrato di dedicarsi alle cose importanti, cioè gli stipendi e le ferie e i convegni contro la politica corrotta, altro che queste balle dei diritti dei cittadini.

Non cito neppure, anche se non è un dettaglio, il palese svilimento che questa bella novità rappresenta per il ruolo dell’avvocato, ridotto a un questuante da educare ai riti della giustizia a difesa calmierata. Lasciamo perdere questo profilo della questione, che pure c’è. Quel che allarma è il ricasco, appunto, sulle libertà e sui diritti del cittadino, che se non ha cause a sei zeri da far valere è esposto al riduttore ministeriale che gli taglia la richiesta di giustizia, e buonanotte al principio costituzionale secondo cui la difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del processo. Diventa un diritto a numeratore di caratteri, diciamo.

Iuri Maria Prado 17 Agosto 2023

Dagospia il 25 Gennaio 2023. NON SORPRENDIAMOCI DELLA LENTEZZA DELLA GIUSTIZIA ITALIANA: I TRIBUNALI STANNO CON LE PEZZE AL CULO! 

Estratto da ilrestodelcarlino.it il 25 Gennaio 2023.

E ’l’Italia delle grandi contraddizioni. Si discute dei grandi temi della Giustizia, delle riforme […] e poi vengono a galla situazioni paradossali come quella di Bologna. Manca personale e nessuno può rispondere al telefono quindi è costretto, a giorni fissi, a doverlo fare il presidente del Tribunale di sorveglianza.

Attenzione, questo è un organismo fondamentale: vigila sugli istituti penitenziari e valuta le richieste di misure alternative e le richieste di permessi dei detenuti. […] Se a scuola manca un professore si manda un supplente. Possibile che sia così difficile rimpiazzare qualche impiegato? […]

Il presidente facente funzione, Manuela Mirandola, ha fatto di necessità virtù. Risponderà al telefono ogni mercoledì dalle 11,30 alle 12,30. Un’ora, dunque, "salvo impedimenti", avverte la nota del Tribunale. […] Anche la direttrice amministrativa, Romana Quaranta, si trasforma in centralinista: ogni lunedì dalle 9,30 alle 12,30. […]

I tempi biblici dei processi.

Magistratura. Ci costano 800 milioni di risarcimenti per le loro lungaggini. Luca Fazzo il 23 Settembre 2023 su Il Giornale.

C'erano rimasti in cinquemila, fregati dal fallimento dei Viaggi del Ventaglio, marchio storico delle vacanze tuttocompreso, andato gambe all'aria nel lontano 2010: gente che aveva già pagato albergo e club, e che non era riuscita neanche a decollare. E i soldi? I malcapitati avevano provato senza grandi speranze a chiederli al curatore fallimentare. Invece li riavranno: ma dallo Stato. Il motivo? A tredici anni di distanza dal crac, la procedura fallimentare di alcune società della galassia è ancora aperta, per altre si è chiusa nei mesi scorsi: tredici anni di durata. Certo, procedura complicata, tragicamente rallentata dall'assassinio del giudice delegato Fernando Ciampi nel 2005. Ma tredici anni sono comunque una infinità. Così i creditori hanno fatto causa allo Stato, in massa, sommergendo di decreti ingiuntivi il ministero della Giustizia, come prevede la legge sulla «irragionevole durata dei processi», la cosiddetta legge Pinto. E stanno ottenendo a spese della collettività i soldi che la macchina della giustizia non è stata in grado di recuperare in un tempo decente.

Il «caso del Ventaglio» da mesi toglie i sonni all'Avvocatura dello Stato di Milano, chiamata a fronteggiare i ricorsi in massa dei vacanzieri, organizzati da avvocati specialisti: i ricorsi arrivano per blocchi, in ordine alfabetico. Quasi sempre non resta che pagare, perché ogni ricorso costa allo Stato altre valanghe di quattrini. Il paradosso è che se la procedura fallimentare si fosse chiusa nei tempi previsti dalla legge, probabilmente i vacanzieri non avrebbero visto un euro, perché i loro crediti sarebbero finiti in coda alla lista. Invece è andata a finire che il risarcimento lo hanno avuto dalla collettività.

Un caso eccezionale? Purtroppo no. Anzi. La lentezza cronica della giustizia italiana dissangua implacabilmente, ogni anno, le casse del ministero di via Arenula. A ogni inizio di anno, dal ministero vengono già inviate alle corti d'appello i soldi destinati ai risarcimenti - considerati ineluttabili - causati dai processi lumaca. Il numero degli italiani che fanno causa allo Stato per venire indennizzati per l'attesa infinita di una sentenza è impressionante. Bastino, ad esempio, i dati della Corte d'appello di Milano, che pure è tra le più veloci del paese. Negli ultimi tre anni sono stati emesse 1.892 decreti ingiuntivi (il record nel 2021, con 837 decreti) che hanno costretto lo Stato a versare quasi 13,8 milioni di euro, cui vanno aggiunti 1,3 milioni di spese legali.

Se si confrontano i dati milanesi con quelli nazionali, c'è da mettersi le mani nei capelli. Nello stesso triennio 2020/2022 il totale nazionale dei risarcimenti è di 266.861.606 euro, una voragine nei conti pubblici. Dal ministero non viene fornito il dato diviso per territorio, ma è di pubblico dominio che le situazioni più incredibili sono concentrate nel Mezzogiorno, ma comunque, ognuna per la sua parte, tutte le sedi giudiziarie d'Italia contribuiscono - sforando di anni il limite della «ragionevole durata» - al disastro contabile che un addetto ai lavori definisce «l'ecobonus della giustizia». Il totale complessivo a partire dal 2015 assomma alla cifra astronomica di 781.481.594 euro, in continua crescita. Di questo passo, il traguardo del miliardo di euro è a portata di mano.

Si parla di giustizia civile, quella che a più riprese è finita nel mirino dell'Europa, e i cui tempi lunghi sono da sempre considerati un grosso ostacolo agli investimenti stranieri nel nostro paese. I magistrati dicono da sempre che i termini della legge Pinto sono troppo stretti, e che per esempio i sei anni di durata di una procedura fallimentare sono - in casi appena un po' complessi - impraticabili. Ma sta di fatto che a gonfiare il totale dei risarcimenti fino a ridosso degli ottocento milioni di euro contribuiscono cause di ogni genere, di cui solo una parte può giustificare tempi lunghi. Di riforme se ne sono annunciate a ripetizione, l'ultima che affidava al cosiddetto «ufficio del processo» l'accelerazione dei tempi non sta dando i risultati sperati. E il test di produttività per i magistrati continua a essere un'utopia.

La storia di un genitore malato. Uno sfratto, un calvario: tempi biblici, escamotage e sgomberi coatti, così i prezzi delle case aumentano. La nuova rubrica “Giustizia in-civile” di Andrea Viola, avvocato e consigliere comunale. Perché una Giustizia civile che funziona, non solo aiuta il cittadino a sentirsi tutelato e protetto, ma crea le condizioni basilari per il funzionamento di ogni comparto economico-produttivo. Andrea Viola su Il Riformista l'11 Giugno 2023 

Nel ringraziarvi per tutte le segnalazioni ricevute e nel constatare che anche l’ultimo articolo, sulle problematiche relative alla Magistratura Onoraria, ha suscitato grande dibattito e interesse è utile oggi affrontare un tema sempre più attuale e concreto, ossia la procedura di sfratto.

Per capire l’entità del problema è doveroso ricordare qualche numero fornito dal Ministero dell’Interno.

Dal 2002 al 2021 su tutta la penisola, sono stati eseguiti con l’ufficiale giudiziario 519.243 sfratti. Un dato che se comparato ai casi già dichiarati esecutivi (ossia da mettere in esecuzione) è molto preoccupante. Sono, infatti, 1.091.065 gli sfratti esecutivi: 29.068 (2,66%) per necessità del locatore, 150.687 (13,81%) per finita locazione e la stragrande maggioranza, 911.310 (83,52%), per morosità e altro. In generale le richieste di esecuzione, in 20 anni, superano quota 2 milioni.

Numeri enormi che incidono pesantemente sulla tenuta socio-economica del nostro Paese. Da una parte i giusti interessi e la tutela dei diritti dei proprietari di casa e dall’altra la tutela di chi ha necessità di una abitazione. In mezzo però la necessità di una giustizia che sia rapida ed incisiva su temi fondamentali come questi per cui si discute.

I tempi e soprattutto la procedura per ottenere uno sfratto non sono del tutto veloci e pratici.

Per prima cosa esistono due grandi temi, ossia l’occupazione di un immobile senza alcun titolo ed occupazione di un immobile con regolare contratto. A seconda dei casi le procedure sono diverse. Accade spesso che nella pratica molti cittadini diano in locazione un immobile senza un regolare contratto registrato o addirittura senza alcun contratto.

Le conseguenze pratiche sono molteplici e senza entrare troppo nei vari tecnicismi è utile evidenziare che un’eventuale sfratto per morosità o cessata locazione può essere fatto con la procedura apposita e più snella solo nel caso in cui ci sia un regolare contratto di locazione.

Diversamente dovrà essere intrapresa una causa ordinaria con tempi e costi più gravosi. Il tutto con i vari risvolti che ogni causa specifica può avere. Ma fermiamoci ad un caso concreto recentemente accaduto. Un proprietario di un immobile si rivolge al proprio avvocato perché vuole ottenere lo sfratto per morosità persistente da parte di colui che ha preso la casa in locazione. Bene, prima cosa da fare è preparare un atto denominato: intimazione di sfratto per morosità.

Nel caso in esame, il proprietario cercava di ottenere un pagamento dei canoni già ampiamente scaduti attraverso un semplice decreto ingiuntivo. Non voleva sfrattare l’inquilino ma ottenere almeno un titolo esecutivo per i canoni scaduti. Il tutto anche perché la persona in locazione otteneva agevolazioni pubbliche proprio per avere la possibilità di pagare i canoni di locazione. Purtroppo, però i soldi non venivano utilizzati per il reale scopo e il proprietario non riceveva mai il proprio affitto. Bene, la richiesta di decreto ingiuntivo veniva fatta nel gennaio 2021.

Di solito la procedura per ottenere il decreto è di poche settimane. Nel caso di specie il cittadino otteneva il provvedimento solo a giugno 2021 dopo numerosi solleciti anche al CSM. Per metterlo in esecuzione ci vollero ovviamente altri mesi ma purtroppo senza alcuna possibilità di reale incisività. Anche perché nel frattempo la persona in affitto aveva ben nascosto il proprio eventuale capitale aggredibile.

A questo punto, persi soldi a settembre 2021 il proprietario di casa decide di passare almeno allo sfratto. E quindi altre spese e altro iter per ottenere almeno la liberazione del proprio appartamento. E qui inizia l’iter e la cosiddetta farsa. Alla prima udienza fissata a novembre l’inquilino cosa fa? Chiede il fantomatico termine di grazia, ossia la possibilità prevista dalla legge di sanare il debito entro un termine di 90 giorni. Ossia, quasi sempre una colossale presa in giro. Ed, infatti, nella successiva udienza del marzo 2022 l’inquilino neanche si presentava e ovviamente non aveva saldato il debito.

E da qui inizia la fase dell’esecuzione, o meglio la vera tribolazione. Dopo tutta la fase per ottenere il provvedimento esecutivo si inizia l’iter più problematico, ossia quello dello sgombero coatto. Perché è sempre più raro che l’inquilino vada via spontaneamente dall’immobile, soprattutto se questo ha bambini a suo carico. Per di più, questo tema meriterà altri approfondimenti, esiste l’ulteriore carenza di organico degli Ufficiali Giudiziari, ossia coloro che hanno il compito di mettere in esecuzione lo sfratto. Nel caso che stiamo raccontando venivano fatti vari tentativi ma l’inquilino si faceva trovare con il bambino e con problemi di salute.

Insomma, per farla breve, alla fine solo grazie all’intervento dei Servizi Sociali del Comune si è riusciti a sgomberare l’appartamento dopo tre anni. Questo sicuramente non è il caso peggiore ma nella fattispecie il proprietario di casa aveva una esigenza impellente, la propria salute. Infatti, il proprietario aveva appena scoperto di aver una malattia incurabile e voleva a tutti i costi risolvere ogni questione per lasciare alla propria unica figlia ogni cosa risolta.

Questa cara persona ci ha lasciato qualche giorno fa e poco prima per fortuna era riuscita a risolvere la questione giudiziale. Ecco immaginatevi quanti risvolti può avere una giustizia in-civile, non solo interessi economici ma anche semplicemente umani e di buon senso. Il tutto ben ricordando che se poi gli affitti delle case aumentano a dismisura un motivo deve essere anche ricercato in questa poca efficienza da parte del sistema giudiziario.

Andrea Viola, Avvocato, Consigliere Comunale Golfo Aranci, Coordinatore Regionale Sardegna Italia Viva; Conduttore Rubrica Vivacemente Italia su Radio Leopolda

Tempi che non funzionano. Giustizia in-civile, il viaggio nei Tribunali italiani tra costi, disagi e danni causati ai cittadini.

La nuova rubrica “Giustizia in-civile” di Andrea Viola, avvocato e consigliere comunale. Perché una Giustizia civile che funziona, non solo aiuta il cittadino a sentirsi tutelato e protetto, ma crea le condizioni basilari per il funzionamento di ogni comparto economico-produttivo. Andrea Viola su Il Riformista il 28 Maggio 2023 

Inizieremo oggi una rubrica settimanale che ci vedrà in viaggio per i Tribunali italiani e nello specifico nel settore civile. Un mondo, forse poco conosciuto, che è però fondamentale per il sistema socio-economico del nostro Paese. Una Giustizia civile che funziona, non solo aiuta il cittadino a sentirsi tutelato e protetto, ma crea le condizioni basilari per il funzionamento di ogni comparto economico-produttivo.

Di conseguenza anche chi vuole investire in Italia guarderà principalmente i dati e l’efficienza dei nostri Tribunali. Racconteremo, altresì, la Geografia Giudiziaria dell’Italia e la sua evoluzione (o involuzione, lo scopriremo nel racconto) degli ultimi anni con la cancellazione di 220 Sedi Distaccate dei Tribunali avvenuta con la Riforma del 2012.

Una Geografia Giudiziaria che ha sempre disegnato e raffigurato anche le nostre abitudini e i nostri modi di vivere. Anche su questo faremo appositi interventi. Naturalmente il settore della giustizia civile prevede non solo la competenza dei Tribunali ma anche dei Giudici di Pace, altro grande argomento che si affronterà. Insomma, mettetevi comodi per iniziare un percorso insieme verso la realtà quotidiana di chi gravita per un motivo o per un altro nei meandri della Giustizia Civile Italiana. Naturalmente sono ben accette le vostre segnalazioni a: avvandreaviola@tiscali.it

Prima di raccontarvi uno dei tanti casi di giustizia in-civile è doveroso rammentare che anche il semplice accesso ad una causa ha delle preventive spese cosiddette vive, ossia necessarie per iscrivere la vertenza a ruolo presso il Tribunale. I costi, oltre alla normale parcella dell’Avvocato, stabilita da dei parametri Ministeriali, sono aumentati proporzionalmente negli anni.

Con l’ultimo aumento del 2022, ad esempio il costo fisso per incardinare una semplice causa ordinaria di valore da 26 a 52 mila euro è di 518 euro per il solo acquisto del cosiddetto “contributo unificato” oltre a 27 euro di semplice marca da bollo.

Per l’appello di una causa sempre di detto valore il contributo unificato arriva a 777 euro. Per arrivare in Cassazione ci vogliono 1.036 euro. Anche in questo caso, ci sono tabelle e scaglioni che influiscono sui costi. Dati che servono a far riflettere su come il semplice accesso alla Giustizia non sia del tutto economico e agevole.

Tanti aspetti che vedremo di volta in volta. Ora passiamo ad un caso concreto ed emblematico. Un cittadino che vede leso un proprio diritto ha diversi mezzi per tutelarsi. Una volta consultato un Avvocato si apriranno varie ipotesi. Nel caso di specie un cittadino si è rivolto al Tribunale perché lamentava di essere stato spogliato violentemente e clandestinamente del suo possesso su un bene immobile. In questo caso si può azionare una causa denominata “cautelare”, ossia con un rito semplificato e che dovrebbe essere più veloce.

La causa che raccontiamo veniva iscritta a gennaio 2020. Veniva assegnata ad un Giudice il quale fissava per la comparizione delle parti l’udienza a settembre 2020. Nelle more il Giudice veniva sostituito ad aprile da altro Giudice. Per l’udienza di settembre 2020 la controparte si costituiva regolarmente. L’udienza veniva trattata tramite note scritte e non in presenza.

Il Giudice non si accorgeva della regolare costituzione della controparte, la quale asseriva che il ricorrente non aveva mai avuto il possesso della porzione di terreno oggetto di causa, è disponeva la reintegra nel possesso del ricorrente sul falso presupposto della contumacia della parte convenuta.

A seguito di ciò, la parte convenuta proponeva apposita e formale istanza al Giudice per l’evidente errore. Il Giudice, invece di prenderne atto, fissava udienza da remoto lasciando in essere la reintegra nel possesso. Nonostante le prove allegate e l’evidente errore, il Giudice confermava reintegra e fissava nuova udienza ad aprile 2021 per l’escussione dei sommari informatori.

I sommari informatori delle parti venivano sentiti non dal Giudice titolare della causa ma dal G.O.T, ossia un Giudice Onorario (di solito un Avvocato di altro foro e di cui ci occuperemo più avanti)

Dopo altri rinvii, la causa ritornava al Giudice precedente per altre udienze non necessarie.A gennaio 2023, dopo ben tre anni, la causa cambiava nuovamente Giudice per arrivare a sentenza a fine marzo.

Naturalmente l’ultimo Giudice non conoscendo la causa, non avendo mai sentito direttamente i testimoni e non avendo lui istruito le prove ha emanato un provvedimento completamente falsato.

Per questo motivo la parte convenuta ha proposto reclamo, e seppur i termini anche per questa procedura dovrebbero essere veloci, l’udienza ad oggi non è stata ancora fissata. Ecco questo il primo esempio di giustizia in-civile. Oltre tre anni per un “primo grado” di una causa cautelare che nella norma dovrebbe essere risolta in pochi mesi. Da ciò si possono capire i disagi, i danni causati ai cittadini e tutte le conseguenze che una causa non trattata con celerità e soprattutto secondo il codice di rito comporta. Alla prossima settimana.

Andrea Viola. Andrea Viola, Avvocato, Consigliere Comunale Golfo Aranci, Coordinatore Regionale Sardegna Italia Viva; Conduttore Rubrica Vivacemente Italia su Radio Leopolda

Il nutricidio di 'Ciccio': ecco l'ultimo (assurdo) giallo nel modenese. Il caso della nutria "Ciccio" è ancora aperto, e noi ci domandiamo se sia davvero il caso di scriverne oppure no. Davide Bartoccini il 9 maggio 2023 su su Il Giornale.

Nell’anniversario dell’assassinio di Aldo Moro, mentre i vertici dello Stato depongono corone di fiori alla memoria in Via Caetani, a pochi passi alla storica sede del Partito comunista in Via delle Botteghe oscure, io leggo di nutrie. Uno, due, tre articoli con titoli da cronaca nera, e poi foto delle radiografie del roditore spirato, i post social dell'opinione pubblica che si divide, gli animalisti che gridano allo scandalo sulla scia del caso orsa JJ4 che è "innocente" e quindi già paragonata a Dreyfus. (Sebbene qui ci sia poco da scherzare, perché un morto c'è stato davvero).

Così leggo. Eccome. Mi immagino lettore di quotidiani per informazione e non mestiere. Mi rendo complice e mi appassiono al caso irrisolto della nutria “Ciccio”, freddata con due colpi di pistola in luglio, mentre si aggirava nel modenese. Due colpi di pistola per Ciccio la nutria. Un’esecuzione in piena regola, un fatto efferato ragion per cui il caso non va chiuso. Allora immagino la scientifica con le tute bianche e le mascherine che fa rilevazioni; e un ispettore ribelle, c'è sempre un ispettore ribelle alla Rocco Schiavone, che non da retta ai superiori, che osserva crucciato il bosco con le mani che affondano in un trench rigorosamente color glauco, la tendenza di questa primavera secondo gli armocromisti del potere. Con la sigaretta in bocca e un monito per i fotografi e la stampa, dice loro: “Ma quando avete trovato tutto questo tempo da perdere?”.

Poco defilato, poggiato a un pino, c’è anche un prete che non si fa mai gli affari suoi e si sente Hercule Poirot. Forse aveva legami con lo Ior, forse ha già un’idea dei mandanti del nutricidio di Ciccio: il Mossad? I servizi segreti francesi, i servizi deviati? Sapeva qualcosa dell’affaire Mattei? Era collegata alla sparizione di Mauro De Mauro che si dice avesse scoperto qualcosa sull'assassinio di Pasolini? Quando abbiamo trovato tutto questo tempo da perdere in Italia. Chissà quando, il momento preciso in cui qualcosa si è incrinato e tutto è scivolato verso il punto basso dal quale sto battendo anche io su questi tasti. Chissà. Intanto la Divisione investigazioni generali e operazioni speciali di Milano, più nota semplicemente con l'acronimo di Digos, avrà chiuso il suo fascicolo sulle rose distrutte dal cantante Blanco sul palco del festival di Sanremo? Chissà se qualcuno oggi ha posato una rosa dove hanno trovato morto il giovane giornalista Peppino Impastato, il 9 maggio di quarantacinque anni fa.

Mettendo da parte per un istante l'ironia, il cinismo, la delusione per i tempi e per la cattiveria degli uomini, che non sono né meglio né peggio delle bestie, per non rifilare al lettore l'ennesima frase fatta. Dovremmo dire in vero che il contribuente si augura sempre che lo Stato sia impegnato notte e giorno nel mantenimento dello status quo che garantisce prosperità e benessere nella placida garanzia delle pubblica sicurezza. Sperando, sempre, che ci sia una scala di priorità ben ponderata. Qualcosa che è ben diverso dal semplice benaltrismo col quale vengono bollati certi pensieri. In assenza di altre più impellenti e più gravose priorità, occuparsi dell'identificazione di uno squilibrato che gira armato e spara due colpi di pistola di ridotto calibro ad un animale indifeso com'è una povera nutria, può essere quindi concepibile. Del resto non si può oggettivamente dare torto a quanto affermano gli emissari dell'associazione animalista Lav: "Chiediamo al pubblico ministero di svolgere accurate indagini per identificare il colpevole di questa morte. Non è tollerabile che chi si macchia di maltrattamento o addirittura uccisione di un animale mite e inoffensivo come una nutria rimanga impunito". In un mondo privo di incombenze sarebbe più che giusto.

Se nel Modenese dunque, a Castelnuovo Rangone per essere precisi, non ci sono abbastanza investigazioni e casi irrisolti da consentire ulteriori indagini sul nutriticidio, ben venga. Vuol dire che è un habitat tranquillo, almeno per l’uomo. Perché complice del giornalismo in caduta libera sì, ma almeno con un poco di morale spicciola. Perché del resto come sosteneva Indro Montanelli, noi cinici "siamo tutti moralisti, e spietati per giunta". 

Estratto dell’articolo di Claudia Osmetti per “Libero quotidiano” il 9 maggio 2023.

Evidentemente al tribunale di Modena hanno risolto qualsivoglia problema di giustizia. I processi lumaca, gli arretrati da sfoltire, i faldoni pendenti, i tempi infiniti per una sentenza, la carenza di personale. Va tutto liscio come l’olio, a Modena. Tutto spedito. Al punto che adesso parte (anzi, ri-parte) il procedimento per la morte di Ciccio, una nutria che è stata ritrovata agonizzante (e poi, appunto, è morta) dentro un parco di Castelnuovo Ragone, nella provincia.

Faceva parte di una colonia che doveva essere solo sterilizzata e, invece, qualche delinquente le ha sparato dei pallini con una pistola ad aria compressa. E uno è finito nel collo, un altro è finito nella scatola cranica e lei, Ciccio, è finita al camposanto «in condizioni gravissime e in preda a problemi neurologici che le impedivano di nuotare e di mangiare» (prima, però, è passata per le aule del palazzo di giustizia e per il tavolo di un qualche studio medico-legale che le ha fatto una radiografia, sennò col piffero che i pallini saltavano fuori). […] 

Brutta storia, crudele, di quelle che ti fan vergognare perché la bestia, alla fine, è l’uomo: ma con tutto quel che succede al giorno d’oggi, signora mia. Eppure no. Altolà. Contrordine del gip: sulla-morte-di-Ciccio-si-va-fino-in-fondo. Costi quel che costi (e quando di mezzo ci sono corti, perizie e avvocati conta sempre parecchio: però non è neanche una questione di portafoglio, è il principio che conta).

A ricorrere contro l’archiviazione è la Lav, la Lega anti-vivisezione, che pure fa un lavoro nobilissimo perché difendere gli animali mica è uno scherzo: si è trattato di «un atto umano intollerabile per il quale avevamo depositato una denuncia di uccisione con l’aggravante del maltrattamento». Adesso resta solo da indagare. Con quel faldone aperto e i poliziotti della questura che dovranno scartabellare pagine e pagine di tabulati telefonici e ore e ore di filmati delle telecamere di video-sorveglianza della zona: «Non importa con quale strumenti, ma si deve capire chi è stato», continua la Lav. Giustizia per Ciccio, insomma. 

[…] Però, allora, giustizia pure per tutti gli altri: per chi sono anni che attende un pronunciamento in una causa civile, per chi si è sentito dire col colpo di martelletto udienza-rinviata-al-2025, per chi magari è in gattabuia aspettando di provare la sua innocenza. […]

I tempi biblici dei processi, la grande ingiustizia della nostra giustizia. La legge è uguale per tutti, sta scritto nei luoghi in cui si esercita la presunta giustizia, ma la legge diviene fortemente diseguale se per la sua applicazione occorre un tempo irragionevole. Salvatore Rossi su La Gazzetta del Mezzogiorno l’8 Gennaio 2023.

La lunghezza spropositata dei procedimenti nelle aule giudiziarie italiane è una piaga che ci tormenta da decenni. Un giudizio penale o una causa civile che durano anni e anni sono la prima ragione d’ingiustizia in quello che dovrebbe essere il sistema di giustizia a cui i cittadini si rivolgono.

La legge è uguale per tutti, sta scritto nei luoghi in cui si esercita la presunta giustizia, ma la legge diviene fortemente diseguale se per la sua applicazione occorre un tempo irragionevole, perché da ciò alcuni beneficiano: chi deve risarcire un danno, o chi spera nella prescrizione di un reato che ha commesso; altri ci perdono: chi aspetta un risarcimento, o chi vede frustrato il suo desiderio che i crimini vengano puniti.

Tuttavia non vi sono conseguenze negative solo per l’etica pubblica e la convivenza civile: ve ne sono di nefaste anche per l’economia, dunque per il benessere materiale dei cittadini. Negli scorsi trent’anni molti studi empirici in tutto il mondo hanno dimostrato in modo inoppugnabile come l’efficienza della macchina per la produzione di giustizia in un paese ne possa favorire lo sviluppo economico, meglio garantendovi ad esempio i diritti di proprietà e la tutela dei contratti. Allora è più agevole il finanziamento delle imprese, queste sono più inclini a fare investimenti, il paese ha una più alta capacità di competere con altri sistemi nazionali, è più spiccata l’attrattività per investitori esteri.

Come si misura l’efficienza della giustizia? Non è per niente facile.

Ragionando da economisti, occorre innanzitutto distinguere l’offerta dalla domanda. Concentriamo la nostra analisi sulla giustizia civile, di immediata rilevanza ai fini dello sviluppo economico. L’indicatore quantitativo principe dell’offerta di giustizia, cioè della funzionalità dei tribunali, è appunto la durata dei processi. La domanda di giustizia, ovvero la litigiosità della cittadinanza, può essere misurata dal numero di nuovi processi iniziati nell’arco di tempo prescelto, di solito un anno. Una ricerca recente di economisti della Banca d’Italia (Cugno, Giacomelli, Malgieri, Mocetti, Palumbo) mette in fila questi e molti altri dati, ormai disponibili, ma li corregge per tenere conto della complessità della materia trattata: un processo su una intricatissima vicenda che coinvolge due grandi società multinazionali è diverso da una lite di condominio ed è naturale che implichi ad esempio durate diverse.

Emerge la conferma di un fatto drammatico, notorio ma che si tende a dimenticare: se l’Italia nel suo complesso è agli ultimi posti al mondo quanto a efficienza della giustizia, il Sud d’Italia sprofonda letteralmente. Nel periodo 2015-2019 la durata media dei processi civili ordinari, corretta per tener conto della loro diversa complessità, è stata di 700 giorni nel Centro-Nord, di 1.100 nel Sud. Non sono dati da paese avanzato. La litigiosità al Sud è pure maggiore che al Centro-Nord: in quegli anni sono stati iscritti nei tribunali del Sud quasi 40 nuovi procedimenti l’anno per 1.000 abitanti, contro i 29 del Centro-Nord (dati pure corretti).

Sempre nella ricerca citata vengono stimati il numero di giudici e il numero di impiegati amministrativi dei tribunali, ponendoli in rapporto al numero corretto di nuovi procedimenti. Sorpresa delle sorprese: al Sud i rapporti sono entrambi maggiori che al Centro-Nord (con la sola eccezione, pensate un po’?, della Puglia, che risulta essere sguarnita di magistrati rispetto al resto d’Italia).

Se ne deduce, pur riconoscendo qualche recente progresso, che l’organizzazione della «fabbrica» della giustizia in Italia, e ancor più al Sud, è ancora intrinsecamente inefficiente, nel senso che – a parità di costi – i servizi prodotti sono da noi di quantità e qualità inferiore ad altri paesi. Quali le cause? La irrazionalità della rete degli uffici (troppo frammentata e squilibrata geograficamente), la disorganizzazione interna di questi, il tuttora scarso uso delle tecnologie digitali, la bassa produttività media dei giudici.

L’alta litigiosità italiana, e quella altissima del Sud, può avere cause antropologico-culturali, attinenti alla dotazione di «capitale sociale». Ma vi possono essere altre spiegazioni, empiricamente verificate in numerosi studi.

Ad esempio, il calcolo opportunistico: anziché pagare un creditore mi faccio chiamare in giudizio, l’inefficienza del sistema farà sì che alla fine il creditore, stremato dall’attesa, accetterà una transazione e mi farà uno sconto. Oppure, l’alto numero di avvocati e gli incentivi perversi insiti nella struttura dei loro compensi, legati al tempo più che al risultato. Oppure ancora, l’inquinamento normativo: norme mal scritte e continuamente cambiate. Infine, le erratiche oscillazioni della giurisprudenza, soprattutto di quella della Corte di cassazione.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza impegna il nostro paese a ridurre del 40 per cento la durata dei processi civili entro il 2026. È il minimo che si possa desiderare. Occorre attuare il Piano pienamente e col puntuale rispetto dei tempi, puntando anche a un riequilibrio territoriale.

Perché la giustizia italiana è lenta e malfunzionante? Raffaele De Luca su L'Indipendente il 23 Gennaio 2023.

In Italia le condizioni carcerarie, ormai da tempo, non sono delle migliori: dal sovraffollamento all’interno delle strutture ai tanti suicidi commessi, i problemi che caratterizzano gli istituti penitenziari del nostro Paese sono diversi. Se da un lato, però, gli stessi meritano di essere analizzati nel dettaglio così da comprendere l’entità del fenomeno, dall’altro per capire quali sono le criticità di fondo che contribuiscono a creare tali condizioni c’è bisogno di effettuare un’analisi approfondita delle falle del nostro sistema giudiziario e legislativo. È evidente, infatti, che buona parte dei problemi relativi alle condizioni carcerarie siano anche a monte, essendo diverse le criticità che caratterizzano da un lato i palazzi di giustizia e dall’altro l’ordinamento giuridico in termini di configurazione di determinate azioni in fattispecie di reato, che la legge espressamente punisce con sanzioni di tipo penale come appunto la detenzione.

I punti critici del sistema giudiziario

Per quanto concerne le problematiche che caratterizzano il sistema giudiziario, innanzitutto non si può non citare un rapporto della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (CEPEJ), pubblicato lo scorso 5 ottobre 2022 e contenente dati e analisi sul funzionamento dei sistemi giudiziari di 44 Stati europei e di 3 Stati non situati in Europa (Israele, Kazakistan e Marocco), con il fine di misurare l’efficienza e la qualità degli stessi. Ebbene, dal rapporto emerge un sistema giudiziario pieno zeppo di punti critici per l’Italia, che tra un basso numero di magistrati, un alto numero di avvocati ed un elevato numero di giorni necessari per far sì che la giustizia faccia il suo corso non gode di certo di una situazione idilliaca. “L’Italia è caratterizzata da un elevato numero di avvocati”, si legge nel rapporto, in cui viene precisato che il nostro è il “Paese con il maggior numero di avvocati in valore assoluto (235.964, pari al 18% del numero totale di avvocati negli Stati e negli enti del Consiglio d’Europa)” e che il numero di avvocati ogni 100.000 abitanti è “quasi tre volte superiore” alla media dei paesi del Consiglio d’Europa. Nonostante ciò, però, “il numero di giudici ogni 100.000 abitanti (12) è inferiore alla media dei paesi del Consiglio d’Europa, così come il numero del personale giudiziario (36) e il numero dei pubblici ministeri (4)”, mentre i giudici di pace non vengono conteggiati non essendo considerati come dei “giudici professionisti”: una scelta del resto comprensibile, trattandosi di magistrati onorari che esercitano la professione a titolo temporaneo e che si occupano di un numero limitato di casi (i fatti lievi e di semplice valutazione). Volendo farsi un’idea più precisa della differenza tra i numeri italiani e quelli di altri paesi europei, però, bisogna specificare che i giudici italiani sono precisamente 11,9 ogni 100.000 abitanti e che molti paesi hanno numeri superiori di oltre 2 o 3 volte: in Germania, ad esempio, vi sono 25 giudici ogni 100.000 abitanti, mentre in Grecia ce ne sono 36 ed in Croazia 40,7. I pubblici ministeri, invece, in Italia sono esattamente 3,8 ogni 100.000 abitanti: un numero basso se paragonato a quello della Grecia (7 ogni 100.000 abitanti) o della Finlandia (7 ogni 100.000 abitanti) ed irrisorio se confrontato con quelli di nazioni come l’Ungheria (19 ogni 100.000 abitanti) o la Lituania (23 ogni 100.000 abitanti).

Insomma, il succo del discorso è il seguente: in Italia ci sono molti avvocati ma pochi giudici, e la logica conseguenza è che i tempi della giustizia risultano essere alquanto lenti. Per arrivare all’emissione di una sentenza di primo grado nelle cause penali, infatti, nel nostro Paese bisogna attendere mediamente 498 giorni, mentre per le sentenze di secondo grado i giorni che passano sono 1.167 e per quelle di terzo grado 237. Numeri evidentemente non positivi per il Belpaese, che si pone così largamente al di sopra dello standard europeo: mediamente, infatti, in Europa servono 149 giorni per l’emanazione di una sentenza penale di primo grado, 121 giorni per quella di una sentenza di secondo grado e 120 giorni per l’emissione di una sentenza di terzo grado. Non sarà un caso, dunque, se all’interno del rapporto si legge che “anche se la durata complessiva dei procedimenti è diminuita costantemente dal 2012 al 2018”, il problema principale relativo alla “efficienza giudiziaria in Italia rimane l’eccessiva lunghezza dei procedimenti”. Certo, bisogna tenere conto del fatto che nel 2020 (l’anno al quale sono aggiornati i dati del rapporto) a causa della pandemia e della chiusura temporanea dei tribunali la loro efficienza “si è indebolita rispetto agli anni precedenti”, motivo per cui la situazione dovrebbe “migliorare una volta che l’emergenza sanitaria si sarà stabilizzata”. Tuttavia ciò non significa ovviamente che la situazione relativa alla lentezza dei processi non possa dirsi preoccupante, visto che anche negli anni precedenti (in cui appunto non vi era l’attenuante della pandemia) seppur la situazione fosse in progressivo miglioramento l’Italia si poneva al di sotto della media europea: nel 2018, infatti, in Europa bisognava aspettare mediamente 122 giorni per le sentenze penali di primo grado, 104 per quelle di secondo grado e 114 per quelle di terzo grado, mentre nel nostro Paese dovevano rispettivamente passare 361, 850 e 156 giorni.

Volendo infine comprendere in che modo i procedimenti arretrati impattino sul sistema giudiziario italiano, bisogna rifarsi alla relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2021 a firma del primo presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio. Secondo quanto sottolineato all’interno del rapporto, infatti, “a livello nazionale, in tutti gli uffici giudiziari giudicanti e requirenti, il numero dei procedimenti penali nei confronti di autori noti pendenti al 30 giugno 2021 era di 2.540.674 unità”: un numero che inevitabilmente incide sulla lentezza dei processi, essendo evidentemente elevato nonostante una lieve inversione di tendenza. Il numero, infatti, è “in decremento (-3,8 %) rispetto alle 2.640.616 unità del 30 giugno 2020”, il che conferma una “costante, seppure lieve, flessione delle pendenze che negli ultimi tre anni sono diminuite di circa 130.000 procedimenti (-5% circa) anche grazie alla riduzione delle nuove iscrizioni che, al di là del periodo di maggiore virulenza della pandemia (2020) che ha indubbiamente inciso sulle attività criminali, sono comunque stabilmente in calo”. Del resto, a quanto pare il miglioramento non si può certo attribuire ad una migliore produttività dei processi, intendendo con tale termine il numero di procedimenti definiti, il cui valore assoluto è “sostanzialmente stabile nell’ultimo biennio (oltre 2.300.000 procedimenti all’anno)”.

L’eccessivo utilizzo della custodia cautelare

Tra i problemi derivanti dal basso numero di magistrati, oltre che la lentezza dei processi c’è con ogni probabilità anche quello dell’eccessivo utilizzo della custodia cautelare. Nel fornire alcune indicazioni sul modo in cui gli Stati membri dovrebbero garantire i diritti procedurali degli indagati e degli imputati soggetti a custodia cautelare nonché migliorare le condizioni di detenzione, la Commissione europea ha infatti recentemente riportato una serie di dati da cui emerge che il ricorso alla custodia cautelare – che dovrebbe essere una “misura di ultima istanza” – viene effettuato in maniera massiccia in Italia. Relativamente alla “percentuale di detenuti in custodia cautelare sul totale della popolazione carceraria”, infatti, stando ai dati del 31 gennaio 2021 il nostro Paese si colloca tra i 7 Stati membri in cui “si registra un tasso molto elevato”, grazie ad una percentuale di detenuti che non stanno scontando una pena definitiva pari al 31,5% della popolazione carceraria.

Il Belpaese, però, si distingue in senso negativo anche per quanto concerne la durata media della custodia cautelare, essendo inserito tra i paesi in cui la misura viene applicata per più tempo. Mediamente infatti – stando ai dati relativi al 2020 – in Italia la custodia cautelare dura 6,5 mesi, il che fa sì che solo la Slovenia (12,9 mesi), l’Ungheria (12,3 mesi), la Grecia (11,5 mesi) ed il Portogallo (11 mesi) si pongano al di sopra del nostro paese, mentre la Bulgaria (6,5 mesi) è quinta a pari merito con il Belpaese. Certo, va precisato che mancano i numeri di alcuni Stati membri non avendo determinati paesi “fornito cifre in merito”, ma essendo appunto questi i dati a disposizione ci si deve rifare per forza di cose a tale analisi per farsi un’idea sulla durata della custodia cautelare in Italia. Ben consapevoli che la classifica potrebbe essere diversa se venissero aggiunti i numeri dei paesi mancanti, ad oggi bisogna dunque prendere atto del fatto che il Belpaese si collochi tra gli Stati membri messi peggio. Ad ogni modo, però, il fatto che in Italia i tempi siano più lunghi di quelli di molti altri paesi lo si può dedurre anche dal rapporto SPACE del Consiglio d’Europa, secondo cui la durata media della detenzione per coloro che non stanno scontando una pena definitiva nel 2020 era di 4,5 mesi in tutti i paesi dello stesso. Un dato che lascia poche giustificazioni all’Italia ed ai suoi 6,5 mesi, essendo il numero dei paesi rappresentati molto più elevato di quelli appartenenti all’Unione europea: il Consiglio d’Europa, infatti, è un’organizzazione internazionale estranea all’Unione europea e di cui fanno parte in totale 46 Stati, tra cui anche i 27 dell’UE.

Le problematiche legate alle fattispecie di reato

Una volta analizzati i problemi legati al sistema giudiziario, bisogna porre la lente di ingrandimento sulle criticità tipiche del sistema legislativo in ottica fattispecie di reato, che la legge espressamente punisce con sanzioni di tipo penale quali appunto la detenzione in carcere. Tra le tante fattispecie di reato esistenti in Italia, ve ne sono alcune che contribuiscono in maniera importante al riempimento delle carceri, tra le quali troviamo però sia condotte lesive o violente che altre non violente. Come riportato dal Ministero della Giustizia, infatti, nella top 3 dei reati che hanno causato la detenzione nel 2021 troviamo i reati contro il patrimonio (come il furto) che hanno prodotto 31.009 detenuti, contro la persona (come l’omicidio) che ne hanno generati 23.611 e quelli in materia di stupefacenti (come lo spaccio) responsabili di 18.942 detenuti. Proprio questi ultimi meritano di essere analizzati nel dettaglio, contribuendo ad incrementare in maniera importante il numero dei presenti in carcere pur non trattandosi spesso di condotte particolarmente allarmanti dal punto di vista sociale. Il Testo Unico sugli stupefacenti (D.P.R n.309 del 1990) fa infatti sì che circa il “30% dei detenuti entri in carcere per detenzione o piccolo spaccio”: a sottolinearlo è l’ultima edizione del Libro Bianco sulle droghe, un rapporto indipendente sugli effetti del Testo Unico, definito come il “principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri”.

Nello specifico, al suo interno si legge che “10.350 dei 36.539 ingressi in carcere nel 2021 sono causati da imputazioni o condanne sulla base dell’art. 73 del Testo Unico” – il quale punisce la produzione, il traffico e la detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope – e che tali numeri costituiscono precisamente il “28,3% degli ingressi in carcere”. Molte delle persone che ogni anno entrano negli istituti penitenziari per la violazione dell’art. 73, inoltre, a quanto pare vi restano, visto che la percentuale dei presenti per droghe è pari al 34,88% del totale. Certo, “sui 54.134 detenuti in carcere al 31 dicembre 2021 si registra un leggero calo dei presenti a causa del solo art. 73 del Testo Unico (spaccio)”, il quale determina 11.885 presenze, mentre sono “in aumento quelli in associazione con l’art. 74 (associazione per traffico illecito di droghe)” così come coloro che sono detenuti “esclusivamente per l’art. 74”: rispettivamente 5.971 e 1.028 persone. Nonostante ciò, però, l’impatto dell’art. 73 è comunque indubbio: basti pensare che “senza detenuti per art. 73 (spaccio) o senza detenuti dichiarati ‘tossicodipendenti’ non si avrebbe alcun problema di sovraffollamento nelle carceri italiane”. Proprio i dati sugli ingressi e sulle presenze di questi ultimi, infatti, “si confermano drammatici”, visto che ad essere definito tossicodipendente è il “35,85% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31/12/2021 erano presenti nelle carceri italiane 15.244 detenuti ‘certificati'”: si tratta del “28,16% del totale”, cifra che rappresenta uno storico “record percentuale”. Da menzionare, infine, le conseguenze sulla giustizia del Testo Unico sugli stupefacenti, con le persone coinvolte in procedimenti penali pendenti per violazione dell’art. 73 e 74 che “sono rispettivamente 186.517 e 45.142”. “In totale 231.659 fascicoli per droghe intasano i tribunali italiani”, viene dunque precisato nel rapporto, in cui viene specificato altresì che – probabilmente anche per il rallentamento dovuto alla pandemia – tale dato “si mantiene ai massimi da 16 anni a questa parte”.

I profili di illegalità del sistema penitenziario

Detto ciò, le condizioni carcerarie in Italia non solo come accennato non sono delle migliori, ma sembrano anche essere dubbie dal punto di vista giuridico. A tal proposito, innanzitutto non si può non citare la cosiddetta “sentenza Torreggiani” con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) – un organo giurisdizionale internazionale – nel 2013 aveva condannato il Belpaese proprio a causa del sovraffollamento delle carceri. La sentenza, arrivata in seguito a sette ricorsi depositati da altrettanti detenuti dei penitenziari di Busto Arsizio e di Piacenza ed aventi ad oggetto le pessime condizioni con cui lamentavano di aver fatto i conti in carcere, aveva infatti non solo riconosciuto loro il diritto al risarcimento per i danni morali ma aveva anche giudicato incompatibile la situazione carceraria italiana con l’art. 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (che vieta la tortura e le pene o i trattamenti inumani o degradanti). Oltre a ritenere sostanzialmente inaccettabili le condizioni carcerarie dei ricorrenti, la Corte aveva infatti constatato che il sovraffollamento carcerario in Italia non riguardasse “esclusivamente i casi dei ricorrenti”, definendolo come un problema di carattere “strutturale e sistemico”.

A quanto pare, però, a distanza di quasi 10 anni dalla sentenza le condizioni carcerarie continuano ad essere estremamente critiche: basterà ricordare che – come sottolineato nell’ultimo rapporto dell’associazione Antigone sulle condizioni di detenzione – a fine Marzo 2021 i detenuti nelle nostre carceri erano 54.609. “Il tasso di affollamento ufficiale medio era del 107,4%”, afferma in tal senso Antigone, sottolineando però che “entrambi questi aggettivi, ufficiale e medio, vanno tenuti ben presenti”. Da un lato, infatti, l’associazione precisa che “nei fatti, a causa di piccoli o grandi lavori di manutenzione, la capienza reale degli istituti è spesso inferiore a quella ufficiale”, e dall’altro specifica che “in alcune regioni il tasso di affollamento medio è decisamente più alto (Puglia: 134,5%, Lombardia: 129,9%) mentre alcuni istituti presentano tassi di affollamento analoghi a quelli che si registravano al tempo della condanna dell’Italia da parte della CEDU”. Per rendere l’idea, “a fine marzo l’affollamento a Varese era del 164%, a Bergamo e a Busto Arsizio del 165%”, mentre “a Brescia ‘Canton Monbello’ addirittura del 185%”.

Come se non bastasse, però, le condizioni carcerarie non solo sembrano essere tuttora in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, ma anche con la nostra stessa Costituzione. Quest’ultima, infatti, all’art. 27 sancisce non solo che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità” ma anche che esse “devono tendere alla rieducazione del condannato”. Un fine che però risulta difficilmente perseguibile in virtù degli attuali dati, dai quali oltre al sovraffollamento emergono anche 57 suicidi verificatisi tra i detenuti e che potrebbero in parte essere una conseguenza dei disagi e delle problematiche a cui gli stessi sono sottoposti. Antigone fa sapere – in virtù delle visite effettuate in 96 istituti penitenziari nel 2021 – che tra le altre cose in diverse strutture ci sono ancora delle celle non dotate di doccia, di un riscaldamento adeguato e di acqua calda, mentre in più di un terzo delle carceri i detenuti non hanno accesso settimanalmente alla palestra o al campo sportivo e nel 17% degli istituti visitati ci sono sezioni che non hanno spazi per la socialità. Considerando che, come sottolineato da Antigone, la capacità della detenzione di influire positivamente sul percorso trattamentale della persona “dipende anche dalle caratteristiche degli spazi comuni”, non si può non porre l’attenzione sul fatto che tali ambienti sembrino poco adatti alla rieducazione, cui le pene dovrebbero tendere secondo la Costituzione. Del resto, però, il fatto che le pene non assolvano appieno a tale compito pare essere dimostrato anche dal numero di carcerazioni precedenti: al 31 dicembre 2021, in Italia solo il 38% dei detenuti era alla prima carcerazione, mentre il restante 62% in carcere c’era già stato almeno una volta. Numeri, questi ultimi, che mostrano chiaramente una diffusa tendenza a commettere nuovi reati da parte dei detenuti. [di Raffaele De Luca]

Il Sondaggio.

Il sondaggio sulla giustizia? Tutto da cambiare: cosa pensano gli italiani. Arnaldo Ferrari Nasi su Libero Quotidiano il 19 dicembre 2022

Il tema della giustizia è unificante per il centrodestra, da quando il centrodestra esiste. Il tema della giustizia è altrettanto sentito dai cittadini, al di là del fatto che votino partiti di centrodestra o di centrosinistra; al di là che al governo del Paese vi sia il centrodestra o il centrosinistra, ovvero che la questione sia o non sia al centro del dibattito politico e che, quindi, sia o non sia ripresa ed amplificata dai media.

Lo si comprende bene, anche, quando due campioni - ciascuno di 1.000 intervistati, statisticamente identici, rappresentativi degli italiani adulti - interrogati in momenti e contesti diversi, alla stessa domanda, sulla necessità di attuare una significativa riforma della giustizia in Italia, danno esattamente la stessa risposta. A gennaio di quest'anno, ovvero con Mario Draghi al governo; il tema del Pnrr e della futura ripresa al centro dell'agenda; la guerra in Ucraina non scoppiata; il prezzo dell'energia non impazzito; ecco, in quella situazione l'81% degli intervistati rispondeva di essere d'accordo con l'affermazione: «Il sistema della giustizia ha bisogno di una profonda riforma per farlo funzionare meglio di ora». Oggi, alla stessa domanda, risponde la stessa percentuale di persone: l'80% - solo che al governo ora c'è Giorgia Meloni e di riordino della giustizia se ne parla eccome. Ma non solo: anche di finanziaria, di immigrazione, di famiglia ed altri temi, quasi tutti diversi di quelli trattati ad inizio anno.

Con percentuali medie di questo livello, parliamo di quattro italiani su cinque, non si colgono certo grandi differenze nei diversi sottogruppi, sia sociali che politici; vale comunque la pena sottolineare che la questione non è marcatamente di centrodestra, visto l'84% dell'elettorato del Pd, l'83% di Sinistra Italiana/Verdi e, come ci si poteva aspettare, il 91% del Terzo Polo.

Più in generale, il problema pare essere che gli italiani hanno sempre avuto poca fiducia nel sistema giudiziario italiano. Per lo meno, questo rileva AnalisiPolitica da quando, oltre quindici anni fa, ha iniziato la propria attività. Riportiamo qui solo alcuni dati, rilevati ad intervalli di circa cinque anni, per dimostrare come l'indice di fiducia, al di là di alcune momentanee variazioni, sia rimasto costantemente sotto la metà. Di più, da un regolare 47% rilevato nel 2007, 2013, 2017, negli ultimi anni si è constatato un certo calo, che proprio in questi giorni è sceso al valore del 39%. Otto punti percentuali non sono pochi, quando si valutano tematiche così importanti nel vissuto delle persone, sulle quali le opinioni sono chiare e solide, ovvero poco suscettibili alla variabilità dovuta alle contingenze. Questo dato ha un nome ed un cognome, ha un tratto distintivo, ed è, purtroppo, più sociale che politico: sono i giovani, che dal 49% del 2017 passano al 35% di quest' anno; e il Sud, che dal 50% passa al 34%. Le due anime più fragili del Paese.

Daniela Fassini per “Avvenire” il 15 Dicembre 2022. 

Potrebbe essere solo un appunto personale oppure, più in generale, un'indicazione per la Chiesa e per il suo impegno "sociale". Certo è che quello che ha scritto la Procura di Modena nella richiesta di archiviazione della vicenda legata alle minacce ricevute da don Mattia Ferrari, il cappellano di "Mediterranea saving humans", è destinato a far rumore. 

Gli attacchi al sacerdote, ai giornalisti e a chi si occupa di salvare i migranti dal mare e di denunciare per davvero il traffico indisturbato che avviene nel Mediterraneo condotti da un personaggio conosciuto come il "portavoce della mafia libica" sono considerati irrilevanti e degni di archiviazione in quanto le minacce (per il pm semplicemente «le frasi») indirizzate al cappellano e agli altri bersagli non «presentano profili di rilievo penale». Una posizione che, al di là del merito della questione, lascia perplessi i legali che difendono don Mattia. E chiunque scorra le carte.

Don Mattia è da tempo sotto "radiosorveglianza" decisa dal Comitato provinciale per la sicurezza dei cittadini, proprio sulla base di quelle minacce. Una decisione che per la Procura non avrebbe senso in quanto il sacerdote non sarebbe nel mirino di nessuna mafia libica. Le «frasi» scagliategli contro sarebbero «prive di rilevanza penale da chiunque esse provengano».

Nel testo in cui propone l'archiviazione il pm non cita mai l'account dal quale sono arrivate e che, come attestano inchieste giornalistiche e atti parlamentari, sarebbe invece «un portavoce della mafia libica legato ai servizi segreti di diversi Paesi». 

Quell'account infatti, sottolineano le fonti vicine a chi subisce minacce, pubblica continuamente materiale per conto della mafia libica e periodicamente anche foto "top secret" di velivoli militari europei e di apparati italiani.

Don Mattia, oltre a essere cappellano della Ong "Mediterranea Saving Humans", è molto impegnato in un'azione pastorale e umanitaria a difesa delle persone migranti, in particolare di quelle che vengono soccorse nel Mediterraneo. Una missione, come si sa, tipicamente diffusa tra chi, all'interno della Chiesa, si occupa degli ultimi e dei più fragili. Ed è proprio per questo suo impegno che si sono accesi su di lui riflettori anche assai ostili. In particolare da parte del già citato account Twitter da cui, appunto, sono partite tutte le minacce.

A leggere la richiesta di archiviazione depositata a Modena è come se il magistrato avesse in un certo senso negato l'esistenza del legame tra l'account da cui sono partite le minacce e la mafia libica. E questo nonostante che un viceministro dell'Interno, l'allora in carica Carlo Sibilia, rispondendo a interrogazioni parlamentari avesse sottolineato la realtà e la gravità del fatto.

Ma c'è di più. A preoccupare i legali che difendono don Ferrari, ci sarebbe una sorta di "appunto" rivolto all'operato umanitario del sacerdote e non solo a quello. Nel documento della Procura si sottolinea, infatti, che «se il prete esercita in questo modo, diverso dal magistero tradizionale », deve in un certo senso aspettarsi reazione contrarie e fra queste di essere bersagliato.

Nello specifico, in un passaggio del testo, il pubblico ministero si mostra indulgente con chi usa i social network per aggredire e calunniare, suggerendo che l'esposizione sui social network naturalmente provoca reazioni, specie se «come già evidenziato chi porta il suo impegno umanitario (e latamente politico) sul terreno dei social o comunque del pubblico palco - ben diverso dagli ambiti tradizionali - riservati e silenziosi - di estrinsecazione del mandato pastorale - e lo faccia propalando le sue opere con toni legittimamente decisi e netti».

Per il pm, insomma, un sacerdote che prende posizione accanto ai poveri e agli ultimi non è abbastanza "discreto" ed è troppo "pubblico" e anche un po', seppure in senso lato, "politico" e deve aspettarsi e, in fondo, subire reazioni. In altre parole, chi si occupa di diritti umani e si dedica all'impegno umanitario non deve sorprendersi se poi finisce nel mirino, anche se è un prete.

Anzi, forse, proprio perché è un prete. Come se essere sacerdote significasse dire Messa, amministrare i sacramenti e stare in silenzio. « La richiesta d'archiviazione è molto grave perché suggerisce che le condotte di minaccia e diffamazione online non debbano essere perseguite, ma siano coperte da una sorta di impunità », sottolinea l'avvocato di don Mattia, Francesca Cancellaro, dello studio legale Gamberini e associati.

E annuncia: « Noi sappiamo, invece, quanto sia pericolosa questa opacità e quanto intimidatori possano essere i messaggi che vengono veicolati. Per questo presenteremo opposizione alla richiesta di archiviazione: per chiedere al Gip che finalmente si indaghi su questi preoccupanti episodi, consentendo a don Mattia di esprimersi liberamente in sostegno delle persone migranti e del dovere di soccorrerle».

Paolo Frosina per ilfattoquotidiano.it il 9 giugno 2023.

Ha lasciato nei cassetti fascicoli delicatissimi per stalking, sequestro di persona e – in più casi – violenze sessuali su minori, dimenticandoli per nove, dieci o addirittura 17 anni, “oltre ogni ragionevole termine di durata delle indagini preliminari”. Così i reati sono tutti caduti in prescrizione, “arrecando un indebito vantaggio” agli indagati e “un ingiusto danno” alle presunte vittime. 

Con queste accuse la Procura generale della Cassazione ha sottoposto (di nuovo) a processo disciplinare Alessia Sinatra, pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo e a lungo membro del pool dedicato ai reati contro le fasce deboli. Sinatra è nota a livello nazionale per aver subito una molestia sessuale dall’ex procuratore capo di Firenze, Giuseppe Creazzo: invece di denunciarlo, però, per “vendicarsi” si era rivolta in privato al capo della sua corrente, Luca Palamara, chiedendogli di boicottare la corsa del collega “porco” al vertice della Procura di Roma.

Per questo, a febbraio scorso, il Consiglio superiore della magistratura le ha inflitto la sanzione simbolica della censura. Criticando la decisione, il suo avvocato aveva parlato di “grave arretramento nella difesa delle vittime di abusi”. Pochissimo tempo dopo, la pm torna davanti alla Sezione disciplinare di palazzo dei Marescialli per rispondere di violazione dei “doveri di diligenza e laboriosità”, violazione di legge “determinata da negligenza inescusabile” e “grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all’esercizio delle funzioni” proprio in relazione a procedimenti per abusi. 

Gli episodi contestati sono sei, di cui uno coperto da omissis. Il primo, il più grave, riguarda una segnalazione di violenze in famiglia ai danni di tre fratellini, arrivata sulla scrivania di Sinatra nel lontanissimo giugno 2003 e firmata dal “Gruppo operativo interistituzionale contro l’abuso e il maltrattamento all’infanzia” del Comune di Palermo. I minori coinvolti, sentiti nei mesi successivi, raccontano gli abusi con “dichiarazioni univoche e coincidenti“, “ritenute dal consulente (una psicologa infantile, ndr) nel complesso attendibili”. Eppure la pm non iscrive notizie di reato e si dimentica il fascicolo per ben sette anni, fino al 5 novembre 2010, quando iscrive l’ipotesi di atti sessuali con minorenni.

Ma “impropriamente” l’accusa resta a carico di ignoti, “nonostante la completa identificazione” dello zio e della zia, “soggetti indicati dalle vittime quali autori degli abusi, sin dal 9 ottobre 2003”. La vicenda però è ancora lontanissima dal concludersi: da quel momento passano “ulteriori dieci anni“, trascorsi i quali Sinatra “si limitava a richiedere l’archiviazione in data 26 maggio 2020, dopo più di 16 anni di totale inerzia investigativa, nonostante la assoluta rilevanza dei fatti denunciati in danno di minori in condizioni di grave disagio”, scrive il pg della Cassazione.

A quel punto la prescrizione dei presunti abusi è scattata da tempo e il gip può soltanto archiviare. Ma lo fa con motivazioni durissime: “Dagli atti emergono fatti di inaudita gravità, sussumibili quantomeno nell’ipotesi aggravata di cui all’articolo 609-quinquies del codice penale (corruzione di minorenne, ndr) e comunque assolutamente meritevoli di ulteriori approfondimenti“, scrive. E invece – rimarca – le testimonianze dei fratellini “non potranno mai più trovare sfogo in un processo penale per essere state di fatto “archiviate” dalla Procura”, poiché il fascicolo è stato “trasmesso a questo ufficio dopo 17 anni di totale inattività, quando il tempo ha ormai “cancellato” il reato ma non certo il dolore di quei ragazzini“.

Su segnalazione del presidente della sezione gip, allora, il procuratore capo trasmette gli atti a Caltanissetta, dove la pm finisce imputata per rifiuto di atti d’ufficio e chiede di essere giudicata con rito abbreviato. Il gip nisseno archivia anche in questo caso l’accusa per prescrizione, ma scrive che la collega “ha deliberatamente, e senza alcuna plausibile giustificazione, deciso di “lasciare in disparte” la pratica, accettando tutti i conseguenti rischi, tra cui quello che, nelle more, il reato si prescrivesse”.

La sentenza non è stata impugnata ed è diventata definitiva lo scorso 14 aprile. Per giustificare l’incredibile ritardo, Sinatra nel 2020 inviava all’allora procuratore Franco Lo Voi una relazione in cui affermava di aver valutato le dichiarazioni dei minori come inattendibili, dimenticandosi poi di chiedere l’archiviazione a causa dell’eccessivo carico di lavoro, e che, ad ogni modo, si era trattato di un episodio isolato nell’arco della sua lunga carriera.

A leggere l’atto di accusa della Cassazione, però, si scopre che le cose non stanno affatto così: la pm è incolpata di almeno quattro condotte analoghe. La prima: aver omesso per nove anni, dal 2011 al 2020, “qualsivoglia doveroso approfondimento” su una denuncia di stalking nei confronti di un padre pregiudicato, accusato di minacciare i figli di sei e 11 anni, nonostante i ripetuti solleciti. 

La seconda: aver chiesto soltanto il 30 novembre del 2020, “quando ormai il reato risultava già estinto per intervenuta prescrizione”, il rinvio a giudizio per un uomo imputato di violenza sulla nipote 14enne, reato segnalato dalla Questura il 18 ottobre del 2010, “nonostante la assoluta rilevanza dei fatti denunciati” e “le dichiarazioni rese dalla ragazza ritenute dal consulente nel complesso attendibili”.

La terza: non aver svolto “alcuna attività di indagine con conseguente scadenza dei termini massimi della misura cautelare” disposta nei confronti di un uomo imputato di violenza sessuale e sequestro di persona. L’ultima accusa, infine, è di aver omesso, per circa sei anni, “di adottare qualsivoglia determinazione” in merito a un fascicolo in cui un sacerdote era indagato per abusi sessuali e maltrattamenti nei confronti di un 13enne, nonostante le indagini avessero permesso “la ricostruzione in dettaglio degli accadimenti a riscontro di quanto denunciato dai genitori”. L’udienza disciplinare al Csm è stata fissata al 14 novembre.

Procedibilità a querela, ecco le 10 fake news sulla legge Cartabia. L’allarmismo, alimentato anche dagli addetti ai lavori, non favorisce la giusta informazione. Gian Luigi Gatta, Ordinario di Diritto penale, Università degli Studi di Milano, Vice presidente della Scuola Superiore della Magistratura, su Il Dubbio il 4 giugno 2023

Sei mesi dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia, non sono ancora cessate le polemiche sull’estensione del regime di procedibilità a querela ad alcuni reati contro la persona e contro il patrimonio, come le lesioni lievi, la violenza privata e il furto.

Toni ingiustificatamente allarmistici, anche da parte di addetti ai lavori, non contribuiscono a una corretta informazione.

Mettiamo in fila, allora, alcune verità nascoste.

Primo. Stiamo parlando di reati che, per quanto possano essere “odiosi” ( gran parte dei reati lo sono), non sono gravi. Per legge- delega, infatti, l’estensione della procedibilità a querela ha riguardato solo reati puniti con pena edittale detentiva non superiore nel minimo a due anni; lo stesso limite di pena che consente l’applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Qualche esempio. Pena minima per la violenza privata ( ad es., per chi impedisce ad altri di posteggiare l’auto in un parcheggio condominiale)? Quindici giorni di reclusione. Per le lesioni personali lievi? Sei mesi. Per il sequestro di persona semplice come quello di chi, sospettato di furto in un negozio, viene trattenuto per alcuni minuti in uno stanzino in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine)? Sei mesi.

Secondo. Di norma anche per quei reati la procedibilità d’ufficio resta ferma nelle ipotesi più gravi/ aggravate.

Terzo. La procedibilità d’ufficio è fatta salva quando la vittima è incapace per età o per infermità e non è pertanto nelle condizioni di scegliere, liberamente, se presentare querela o meno.

Quarto. La querela, specie quando è presentata personalmente non richiede particolari formalità, tanto è vero che la polizia giudiziaria si è già attrezzata modificando i propri verbali precompilati, facendo ora riferimento alla volontà di querelare, cioè di perseguire il reato.

Quinto. Checché ne dicano a Venezia ( è toccato leggere pure questo), la querela per furto può benissimo essere presentata anche da un turista straniero; se poi non dovesse partecipare al processo, una volta citato come testimone, non è vero che la mancata comparizione comporterebbe sempre la remissione tacita della querela, che è prevista solo in caso di mancata comparizione senza giustificato motivo: l’impossibilità di sostenere un viaggio molto lungo ben può integrarlo. Per non dire poi della possibilità di un esame testimoniale a distanza. Sesto. Nessun dato empirico viene portato per giustificare gli allarmi. Né è prova il fatto che il governo Meloni, che dispone di dati e informazioni del ministero dell’Interno e del ministero della Giustizia, non ha ravvisato la necessità e urgenza di intervenire a gennaio con un decreto- legge. È intervenuto sul tema della procedibilità sei mesi dopo l’entrata in vigore della riforma Cartabia con la legge 60/ 2023, pubblicata ieri. Una legge che integra la riforma Cartabia senza sconfessarla, anzi. Opportuni aggiustamenti, non possibili con lo strumento della legge delega Cartabia, prevedono ora la procedibilità d’ufficio in presenza delle aggravanti del metodo mafioso e della finalità di terrorismo, e danno al querelante 48 ore di tempo per presentare la querela, ai fini dell’arresto obbligatorio in flagranza. Si sono così risolti problemi che preesistevano alla riforma Cartabia.

Settimo. Ripristinare il regime di procedibilità d’ufficio non assicurerebbe una maggior tutela delle

vittime ed effettività del sistema. Quanti, dopo avere denunciato un furto, quando era procedibile d’ufficio, hanno poi avuto notizia di un seguito della loro denuncia? Non molti. Quante denunce per furto restano a carico di ignoti e archiviate? Moltissime. Non è meglio procedere solo quando vi è una manifestazione di volontà della persona offesa e smettere di procedere quando e se interviene un risarcimento del danno? O è meglio continuare ad affastellare verbali e fascicoli che polizia giudiziaria, pubblici ministeri e giudici non riescono a gestire e sono destinati in molti casi all’archiviazione, alla prescrizione o ad una declaratoria di non punibilità per particolare tenuità del fatto?

Ottavo. Gli allarmismi drogano il dibattito pubblico, rischiano di innescare reazioni populistico- repressive simboliche e ineffettive e, soprattutto, mettono in ombra l’obiettivo Pnrr più importante per la giustizia penale: la riduzione del 25% dei tempi medi del processo entro il 2026. La riforma Cartabia è intervenuta sulla procedibilità a querela perché questa misura promette effetti di riduzione del carico giudiziario sia per la diminuzione delle notizie di reato ( mancate querele), sia per la definizione anticipata dei procedimenti conseguente alla remissione della querela e/ o a condotte riparatorie. Il monitoraggio della Direzione Generale di Statistica del Ministero della Giustizia evidenzia nel 2022 una riduzione del disposition time, rispetto al 2019, del 20% in Cassazione, del 10% in appello e del 6% in primo grado. Segno tangibile che il lavoro di tutti gli attori coinvolti, in vista dell’entrata in vigore della riforma Cartabia ( si pensi anche solo alla prospettiva della improcedibilità in appello e in cassazione) sta già dando ottimi risultati. E’ su questa via che bisogna proseguire: non su quella di disfattistiche polemiche, che fanno solo male al Paese. Nono. Per mettere una pietra tombale sulle polemiche servirebbero dati. Quante scarcerazioni per reati resi procedibili a querela ci sono state, dopo l’entrata in vigore della riforma? Quali erano prima della riforma e quali sono i tassi di archiviazione/ prescrizione/ condanna per i reati stessi? Quante sono, ad oggi, le definizioni del procedimento per remissione della querela o per estinzione del reato per condotte riparatorie? Che incidenza hanno sul disposition time? Se vogliamo elevare il tono e la qualità del dibattito, dobbiamo spostare il discorso su questi e analoghi dati. Altrimenti la giustizia penale rischia di diventare argomento da bar.

Decimo. La legge delega Cartabia, compresa la parte sulla procedibilità a querela, è stata approvata dalla vasta e variegata maggioranza che sosteneva il governo Draghi. Mancava solo il voto di Fratelli d’Italia, allora all’opposizione. Ora, però, quel partito di maggioranza ha votato il “correttivo” Nordio ( la legge 60 del 2023) che non sconfessa affatto le scelte del Governo Draghi. Il Ministro e deputato di Fratelli d’Italia così scriveva, il 27 gennaio, nella relazione del disegno della legge poi approvata: «Si ritiene di confermare ( l’intervento realizzato con la riforma Cartabia, nda) in quanto, nell’ambito degli impegni assunti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza, è opportuno favorire tali effetti deflativi» . È proprio opportuno, e necessario.

Pestaggi a Viterbo, ecco perché pm e procuratore rischiano il processo. Il 29 giugno il gip di Perugia deciderà sul caso aperto dopo gli esposti dei familiari di Sharaf al Csm e alla Procura generale per rifiuto e omissioni di atti d'ufficio in seguito alle presunte violenze del 2018 al "Mammagialla". Damiano Aliprandi Il Dubbio il 25 maggio 2023

Dovranno affrontante l’udienza preliminare a seguito della richiesta di rinvio a giudizio per rifiuto di atto d’ufficio. Secondo la procura di Perugia, il procuratore capo Paolo Auriemma e la pm Eliana Dolce della procura di Viterbo avrebbero chiuso un occhio a seguito delle denunce e segnalazioni soprattutto da parte del garante regionale dei detenuti Stefano Anastasìa sui pestaggi avvenuti nel 2018 al carcere di Mammagialla. Su Il Dubbio abbiamo più volte ha riportato eventi tragici che si sarebbero verificati all’interno del carcere “duro” di Viterbo. Due storie su tutte. Quella di Hassan Sharaf, cittadino egiziano di 21 anni, che il 23 luglio del 2018 si è tolto la vita impiccandosi nella cella di isolamento dove si trovava da due ore. Il 9 settembre, neanche due mesi dopo, sarebbe tornato in libertà. Invece non ha retto la pressione di quel luogo. Il ragazzo, durante la visita di una delegazione del garante regionale dei detenuti, mostrò all'avvocata Simona Filippi alcuni segni rossi su entrambe le gambe e dei tagli sul petto che, secondo il suo racconto, gli sarebbero stati provocati da alcuni agenti di polizia che lo avrebbero picchiato il giorno prima. Il Garante Anastasia ha presentato un esposto sulla vicenda di Hassan, sottolineando che il ragazzo aveva riferito di avere «molta paura di morire».

L'altra vicenda emblematica è quella di Giuseppe De Felice che ha denunciato di essere stato massacrato di botte da dieci agenti con il volto coperto, che hanno utilizzato anche una mazza per picchiarlo. Portato in infermeria per qualche ora nessuna si è occupato di lui. Un racconto constatato ancora una volta dal Garante dei detenuti e dal consigliere regionale del Lazio di + Europa, Alessandro Capriccioli, e amplificato dalle parole della moglie del 31enne, che si è rivolta a Rita Bernardini del Partito Radicale. Racconto portato per la prima volta alla luce dalle pagine di questo giornale. Ma Giuseppe e Hassan erano solo la punta dell'iceberg di una violenza quotidiana e sistematica, secondo quanto emerge dalle numerose lettere arrivate nel 2018 ad Antigone. Tanto che il garante Stefano Anastasia non esitò a parlare del Mammagialla di Viterbo come di un carcere punito, in un Paese “dove il carcere punitivo non esiste”. A pensare che nel 2019, l’allora sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, in risposta a una interpellanza di Riccardo Magi di + Europa, rispose che la Procura stava compiendo accertamenti su tutti i casi elencati e ha sottolineato che l’allora ministro della Giustizia, dopo la pubblicazione dell’articolo de Il Dubbio sui presunti pestaggi, avrebbe subito attivato il Dap per effettuare l’ispezione necessaria previo il nulla osta dell’autorità giudiziaria. Ma essendoci una indagine in corso, ancora non era stato possibile. Da sottolineare che, per quanto riguarda il presunto pestaggio di Giuseppe De Felice, il pm di Viterbo Stefano D’Arma ha chiesto il rinvio a giudizio nel 2020.

Ma ritorniamo alla notizia odierna. Tutto parte quando il Pubblico ministero Gennaro Iannarone ha emesso una richiesta di rinvio a giudizio nei confronti di Paolo Auriemma ed Eliana Dolce, entrambi accusati di un reato previsto dall'articolo 328 del codice penale italiano. I due imputati, rispettivamente Procuratore e della Repubblica e Sostituto presso la Procura della Repubblica di Viterbo, sono stati indagati a seguito degli esposti dei familiari di Sharaf al Csm e alla Procura generale, da cui anche l’avocazione a Roma del procedimento principale sulla morte del ragazzo.

L'accusa mossa nei confronti di Paolo Auriemma riguarda il suo ruolo di pubblico ufficiale in qualità di Procuratore della Repubblica di Viterbo. L'imputazione specifica che, l’ 11 agosto 2018, Auriemma avrebbe indebitamente rifiutato l'iscrizione nel registro delle notizie di reato riguardanti una segnalazione presentata dal Garante. Nonostante emergessero specifiche notizie di reato, Auriemma avrebbe registrato il caso come “fatti non costituenti notizia di reato” solo il 20 settembre 2021, omettendo di compiere le necessarie indagini sulle presunte violenze subite dai detenuti presso la Casa di Reclusione Mammagialla di Viterbo.

Analogamente, Eliana Dolce, in qualità di Sostituto Procuratore presso la Procura della Repubblica di Viterbo, è accusata dello stesso reato. Secondo l'accusa, Dolce avrebbe indebitamente rifiutato di iscrivere nel registro delle notizie di reato le informazioni provenienti dalla denuncia presentata dal Garante per i detenuti del Lazio. Nonostante le specifiche notizie di reato emerse dalla denuncia, Dolce avrebbe mantenuto il procedimento registrato come ' fatti non costituenti notizia di reato' nel registro mod. 45 dall’ 11 agosto 2018 al 20 settembre 2021. Inoltre, Dolce è stata anche accusata di aver omesso di compiere le necessarie indagini sulle dichiarazioni dei detenuti riguardo alle presunte percosse e violenze subite, non presentando alcuna richiesta di archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari. Nel procedimento, la persona offesa risulta essere anche il ministero della Giustizia, il quale è stato citato per comparire con lo scopo di esercitare la facoltà di costituirsi parte civile per richiedere il risarcimento del danno. Le prove acquisite nel procedimento includono anche le comunicazioni di notizia di reato relative alla querela sporta dai famigliari di Hassan Sharaf, il ragazzo egiziano che presentò lividi di presunti pestaggi e che poi fu ritrovato suicida. Questa querela è stata presentata dall'avvocato di fiducia Michele Andreano del Foro di Roma e allegata agli atti del procedimento. Inoltre, come già detto, un altro elemento di prova rilevante è rappresentato dall'esposto presentato dal Garante delle persone private della libertà della regione Lazio. Tale esposto ha portato all'apertura del procedimento penale nei confronti di Paolo Auriemma ed Eliana Dolce, in quanto riportava le dichiarazioni di diversi detenuti della Casa di Reclusione Mammagialla di Viterbo che avevano denunciato di aver subito percosse e violenze. L'esposto del Garante dei detenuti costituisce quindi una testimonianza fondamentale per la prosecuzione del procedimento.

Ora i due imputati togati dovranno affrontare l’udienza preliminare fissata per il 29 giugno prossimo presso il Gip del Tribunale di Perugia. L'udienza preliminare rappresenta una fase fondamentale del processo penale, durante la quale il giudice valuterà le prove e gli argomenti presentati dalle parti coinvolte per decidere se rinviare il caso a giudizio o archiviarlo. Sarà quindi l'occasione in cui l'accusa e la difesa potranno esporre le proprie argomentazioni e fornire le prove a supporto delle rispettive posizioni.

"Almeno 35 toghe in fuga per evitare la disciplinare. Adesso il capo Anm lasci". Stefano Zurlo il 16 Aprile 2021 su il Giornale.

La corrente Articolo 101 contro Santalucia: "Insabbiati i nomi dei coinvolti nelle chat"

Accuse sempre più pesanti e alla fine una sola parola: dimissioni. Articolo 101, la lista che sta scombinando la geografia delle correnti, insiste: il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Giuseppe Santalucia deve lasciare l'incarico. I quattro componenti del comitato direttivo centrale - terminologia un po' vintage, ma quella è dell'Anm - hanno firmato nei giorni scorsi un documento durissimo. Una pagina senza sconti per denunciare il tentativo dei vertici dell'Anm di «insabbiare» le questioni drammatiche poste dal caso Palamara. Ora Maria Angioni, oggi giudice del lavoro ma a suo tempo il pm che cercò di far luce sulla scomparsa della piccola Denise, e Andrea Reale, gip a Ragusa, escono allo scoperto, rispondendo alle domande dell'Adnkronos.

«Basta con l'ipocrisia - attacca Reale - due anni fa il presidente della repubblica ci ha invitato a voltare pagina, ma qui si torna indietro. Ci sono magistrati che rivestono ancora ruoli apicali pur essendo direttamente coinvolti nei gravi fatti resi pubblici».

I fatti, naturalmente, sono quelli raccontati da Luca Palamara e Alessandro Sallusti nel libro Il sistema. La lottizzazione che arriva fin dentro il Csm e poi gli accordi e gli scambi di favori e poltrone fra le diverse correnti che penalizzano la competenza e premiano l'appartenenza alla cordata giusta.

Da mesi i quattro giudici di Articolo 101, che ci tiene a definirsi solo una lista in contrapposizione alle altre sigle storiche, chiedevano a Santalucia di bussare al gip di Perugia per recuperare le carte dell'intrigo. Ma l'Anm, questa è la critica acuminata, avrebbe temporeggiato inspiegabilmente a lungo e ha infine recuperato quei faldoni solo dopo molte insistenze. Anzi, come ha svelato al Giornale Giuliano Castiglia, membro del quartetto e gip a Palermo, qualcosa è arrivato ai magistrati di Articolo 101 coperto da omissis. Tagli decisi da Santalucia e non dal gip di Perugia che ha rimandato tutto senza sbianchettare nemmeno una sillaba.

«Il presidente Santalucia - rincara la dose Angioni - omissando quegli atti ha sbagliato. E quegli omissis riguardavano un fatto politicamente grave, cioè il fatto che molti magistrati coinvolti nelle chat di Palamara si stanno dimettendo per sottrarsi in questo modo al procedimento disciplinare interno. Questo tema non è mai stato portato al cdc, il nostro parlamentino. E il nostro parlamentino può bloccare le dimissioni». Invece, sarebbe in corso un vero e proprio esodo. «Sono almeno 35 - chiarisce Angioni che nei giorni scorsi ha ripercorso l'inchiesta su Denise al programma Ore14 di Rai2 - i colleghi che hanno lasciato l'Anm». A quanto pare, alla chetichella. .

Insomma, per i quattro - oltre a Castiglia, Angioni e Reale, Ida Moretti - ci sarebbe la volontà di insabbiare una storia che sta provocando sconcerto e sporca l'immagine dell'Anm. «Santalucia - riprende Reale - ha tradito la nostra fiducia. Per noi è difficile continuare in questo modo. Ma lo ha voluto lui».

La strada di una possibile ricomposizione pare sbarrata. E Articolo 101 va avanti per la sua strada. In particolare, come Castiglia ha spiegato al Giornale, il grimaldello per far saltare il correntismo dovrebbe essere l'introduzione del sorteggio per l'accesso al Csm. Un'eresia per gran parte dei leader storici dell'Anm. Ma i tempi cambiano. E oggi una minoranza agguerrita conduce una battaglia che solo qualche anno fa sarebbe stata impensabile, anzi lunare, nel mondo delle toghe.

L'insabbiamento di Magistratopoli. Magistratopoli, tutto insabbiato: paga solo Palamara, i Pm non ammettono le loro colpe. Alberto Cisterna su Il Riformista il 24 Settembre 2020

La parabola associativa di Luca Palamara si è conclusa con un voto plebiscitario. L’Assemblea plenaria delle toghe ha confermato l’espulsione del proprio ex presidente più illustre e famoso con 111 voti a favore e uno solo contro. Nulla di inatteso. In questi giorni la decapitazione associativa della toga era stata data come inevitabile e a nulla è, infatti, servito il discorso – dicono a braccio – con cui il dottor Palamara ha tentato di convincere i propri colleghi a ribaltare il voto. Un giudizio, quello invocato innanzi alla base associativa della magistratura italiana, che tuttavia in principio non doveva essere apparso come inutile o scontato all’ex presidente il quale, fino a un certo punto, avrà anche pensato che le toghe fossero disposte a riconoscere – addirittura collettivamente e pubblicamente – la condizione della magistratura italiana e delle carriere dentro di essa.

Non sapremo mai in quale momento questa speranza è svanita e quando si è fatta strada la lucida consapevolezza che nessuno avrebbe potuto fargli scampare la ghigliottina associativa. Non sapremo mai quando gli ultimi tentativi di chiamare alla conta i propri fedelissimi e proni clientes di un tempo (il voto assembleare era aperto a tutti i circa 9.000 iscritti all’Anm) sono andati incontro a un fallimento totale e quando il dottor Palamara si è reso conto del terribile vuoto e della sua completa solitudine tra le fila, prima in larga misura inneggianti e plaudenti, della magistratura italiana.

La parabola umana è identica a tante altre e per questo non sarebbe il caso di spargere troppe lacrime sul corpo nudo del re deposto. Se non fosse. Se non fosse per quel voto solitario e anonimo che, in una arena totalmente ostile, si è espresso contro quella espulsione in un rigurgito non sapremo mai, ancora una volta, se di amicizia o di riconoscenza o di semplice solidarietà umana. Un voto contro 111. Poco, troppo poco alla luce del vasto consenso che circondava Palamara prima di commettere l’errore di impicciarsi di una nomina pesante senza aver capito che aveva impugnato il coltello dalla parte della lama. Molto, tuttavia, se si pensa a ciò che quel voto porta con sé; se si ragiona sulla possibilità che tanti voltagabbana e tanti muti spettatori di questa vicenda hanno di identificarsi in quel singolo voto che li scagiona e ne alleggerisce le colpe. Un voto contro, dietro e dentro il quale ciascuno potrà cercare la propria giustificazione e rivestire la propria indulgente assoluzione.

Appare chiaro che il dottor Palamara non ci pensava proprio a portare sul banco degli imputati il sistema i cui riti ha officiato al massimo livello, sperava piuttosto che il sistema – seduto sullo scranno del giudice – l’avrebbe perdonato e si sarebbe mostrato indulgente. Si era illuso che il sistema ammettesse spudoratamente la propria esistenza e si consegnasse, così, alla furia riformatrice dei propri detrattori. Quindi è vero, a occhio e croce, che la toga espulsa non voleva e non vuole alcuna Norimberga o alcuna purga collettiva, la cornice resta forse più modesta: appellandosi al voto segreto dei propri pari c’era la speranza che i tanti anni di militanza e di esercizio massiccio del potere generassero un moto di vicinanza, se non di riconoscenza. Quanto bastava per una riabilitazione politica prima di un giudizio disciplinare ampiamente in salita e sin troppo scontato nei suoi esiti stando a quel che si legge ogni giorno. Perso il giudizio politico, compromesso quello disciplinare, resta l’ultima istanza del processo penale a Perugia.

Un circuito interamente in mano alle toghe italiane con i propri difetti, ma anche con i propri grandi meriti, per fortuna del dottor Palamara. I magistrati di Perugia hanno coraggiosamente scoperchiato il pentolone ribollente e putrido del carrierismo e degli agguati che troppe volte ne hanno macchiato le sorti. In aula non ci sarà il sistema, ma come nella caverna di Platone se ne scorgeranno le ombre. Poco, ma meglio di niente. Alberto Cisterna

Magistratopoli e i suoi scandali. Palamaragate, il Gip chiede ai Pm di Firenze di non insabbiare la fuga di notizie. Paolo Comi su Il Riformista il 3 Aprile 2021

Sussiste senza dubbio” il reato di rivelazione del segreto, gli autori sono stati dei “pubblici ufficiali” e la Procura deve compiere gli “opportuni approfondimenti investigativi” per individuare “i responsabili della indebita propalazione”. È quanto scrive Sara Farini, gip del Tribunale di Firenze, a proposito della fuga di notizie relativa all’indagine di Perugia, rispondendo a una nota dei pm della locale Procura. A distanza di quasi due anni dai fatti, dunque, siamo ancora a questo punto: da Erode a Pilato. I fatti sono stranoti.

Il 29 maggio 2019, Repubblica, Corriere e Messaggero pubblicarono la notizia dell’indagine della Procura umbra, gestione Luigi De Ficchy, a carico dell’ex zar delle nomine. “Corruzione al Csm: il mercato delle toghe”, scrisse Repubblica; “Una inchiesta per corruzione agita la corsa per la Procura di Roma”, il Corriere; “L’accusa al pm Palamara complica i giochi per la Procura di Roma”, il Messaggero. Gli articoli erano tutti molto dettagliati. Il pezzo di Repubblica, in particolare, riportava alcuni elementi che erano emersi grazie alle intercettazioni effettuate con il trojan inserito nel cellulare di Palamara. Ad esempio, i colloqui fra quest’ultimo e Cosimo Ferri, deputato allora del Pd ed esponente di spicco della corrente di destra delle toghe, Magistratura indipendente, relativi alla nomina del successore di Giuseppe Pignatone al vertice della Procura di Roma.

Il Corriere, invece, non era bene informato come Repubblica, limitandosi a scrivere che la Procura di Perugia aveva notiziato il Consiglio superiore delle magistratura dell’indagine nei confronti di Palamara, ricordando poi che l’ex presidente dell’Anm aveva fatto domanda per diventare aggiunto a Roma. Il giorno dopo, il 30 maggio, Palamara venne perquisito all’alba dal Gico della guardia di finanza. Insieme a lui erano indagati anche l’allora togato del Csm Luigi Spina e il pm romano Stefano Rocco Fava. Il Corriere in edicola quella mattina, recuperando il parziale buco del giorno prima, dava la notizia dei motivi della perquisizione, informando i lettori anche che Palamara negli ultimi mesi era stato costantemente “monitorato” duranti i suoi incontri notturni. Da allora Corriere e Repubblica iniziarono una campagna pancia a terra pubblicando per giorni stralci di intercettazioni ambientali che riguardano anche la sfera privata di Palamara, non trascurando i consiglieri del Csm che avevano partecipato al dopo cena all’hotel Champagne e che poi furono costretti alle dimissioni. Un romanzo a puntate.

Il risultato fu che la nomina del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, a procuratore di Roma, votata in Commissione per gli incarichi direttivi del Csm il precedente 23 marzo e pronta per andare in plenum in quei giorni, saltò, per poi essere definitivamente annullata nelle settimane successive. Vale la pena di ricordare che al Csm vennero, fino alla chiusura delle indagini di Perugia avvenuta il 20 aprile 2020, trasmessi pochissimi atti. Nonostante ciò, il 5 luglio 2019 il Corriere riportò alcuni passi degli interrogatori di Palamara avvenuti il 30 e il 31 maggio davanti ai pm di Perugia. E lo stesso fece Repubblica. Un filone investigativo, poi, finì in tempo reale sui giornali, con le dichiarazioni di alcuni imprenditori che avevano effettuati dei lavori edili, frutto di una presunta corruzione, per un’amica di Palamara. Gli imprenditori erano stati interrogati a giugno del 2019 mentre erano sottoposti ad intercettazione telefonica. Uno di loro verrà risentito a luglio, modificando la testimonianza in modo da renderla più aderente a quanto riportato dai giornali.

La Procura di Perugia ha sempre sottolineato che gli atti d’indagine non fossero “ostensibili” per il segreto istruttorio. Il 26 luglio 2019 il pm di Perugia Mario Formisano, titolare del fascicolo insieme alla collega Gemma Miliani, come riportato dalla Verità, affermerà che le fughe di notizie avevano “rovinato l’inchiesta”. Palamara, pur essendo la rivelazione del segreto procedibile d’ufficio, ha presentato lo scorso novembre un esposto alla Procura di Firenze, competente per i reati commessi dai magistrati umbri, chiedendo di svolgere accertamenti. Fra le richieste, il sequestro dei telefoni e l’acquisizione dei tabulati telefonici nei confronti dei “soggetti interessati” alla fuga di notizie: “giornalisti, operatori di polizia, ecc”.

Il gip Farini, con una nota del 27 gennaio scorso, ha respinto, come richiesto dalla Procura, le istanze di Palamara, evidenziando però che non risultano essere mai stati compiuti atti d’indagine per i soggetti “che possono essere venuti in contatto con le notizie segrete”. Da qui, dunque, l’invito alla Procura a “circoscrivere” la platea di questi soggetti e ad effettuare gli “opportuni approfondimenti investigativi”. La tempistica gioca, ovviamente, a favore degli autori della fuga di notizie: dopo due anni i tabulati vengono cancellati per legge dai gestori telefonici. Il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo, come si ricorderà, è attualmente sotto disciplinare al Csm per presunte molestie nei confronti della pm antimafia Alessia Sinatra. Paolo Comi

Accusò due ex procuratori di insabbiare le sue denunce, assolto Arnone. Gerlando Cardinale il 07 ottobre 2022 su agrigentonotizie.it.

Secondo il gup di Caltanissetta l'ex consigliere comunale non commise alcuna calunnia nei confronti dei magistrati Renato Di Natale e Luigi Patronaggio: scagionata dalle stessa accusa anche il suo legale Daniela Principato

Accusarono gli ex procuratori di Agrigento, Renato Di Natale, e Luigi Patronaggio di avere insabbiato alcune indagini, in particolare nei confronti di due poliziotti che avrebbero commesso degli abusi in occasione di una conferenza stampa che era stata indetta in uno studio legale: secondo il gup del tribunale di Caltanissetta, David Salvucci,  Giuseppe Arnone e l'avvocato Daniela Principato non commisero il reato di calunnia.

La vicenda per la quale sono finiti a processo scaturisce dal contenuto di un'istanza di avocazione, firmata il 31 ottobre del 2019 e indirizzata alla procura generale di Palermo, con cui Arnone e il suo legale lamentavano l'inattività della procura di Agrigento in relazione ad alcune querele presentate dall'ex consigliere comunale e accusavano l'ufficio di avere insabbiato le denunce a carico dei poliziotti Giovanni Giudice e Maria Volpe accusati da Arnone di avere commesso, 4 anni prima, alcuni abusi per impedirgli di svolgere una conferenza stampa nel suo studio legale.

Secondo i pm di Caltanissetta Dario Bonanno, Stefano Striino e Simona Russo gli imputati avevano accusato i due magistrati "falsamente con la consapevolezza della loro innocenza e al solo scopo di farli finire a processo". La pena richiesta nei confronti di Arnone era di 3 anni e 4 mesi di reclusione; 2 anni per l'avvocato Principato. Alla requisitoria dei pm ha replicato l'avvocato Giulia Gaipa, difensore dei due imputati. Il giudice ha, quindi, deciso l'assoluzione. 

Diritto e giustizia. I tanti gradi di giudizio e l’istituto dell’insabbiamento di Antonio Giangrande venerdì 18 luglio 2014

In Italia, spesso, ottenere giustizia è una chimera. In campo penale, per esempio, vige un istituto non previsto da alcuna norma, ma che, di fatto, è una vera consuetudine. In contrapposizione al giudizio perenne c’è l’Insabbiamento.

Rispetto al concorso esterno all’associazione mafiosa, un reato penale di stampo togato e non parlamentare, da affibbiare alla bisogna, si contrappone una norma non scritta in procedura penale: l’insabbiamento dei reati sconvenienti. A chi è privo di qualunque conoscenza di diritto, oltre che fattuale, spieghiamo bene come si forma l’insabbiamento e quanti gradi di giudizio ci sono in un sistema che, a livello scolastico, viene diviso nei fantomatici tre gradi di giudizio.

Partiamo col dire che l’insabbiamento è applicato su un fatto storico corrispondente ad un accadimento che il codice penale considera reato. Per il sistema non è importante la punizione del reato. E’ essenziale salvaguardare, non tanto la vittima, ma lo stesso soggetto amico, autore del reato. A fatto avvenuto la vittima incorre in svariate circostanze che qui si elencano e che danno modo a più individui di intervenire sull’esito finale della decisione iniziale. La vittima, che ha un interesse proprio leso, ha una crisi di coscienza, consapevole che la sua querela-denuncia può recare nocumento al responsabile, o a se stessa: per ritorsione o per l’inefficienza del sistema, con le sue lungaggini ed anomalie. Ciò le impedisce di proseguire.

Se si tratta di reato perseguibile d’ufficio, quindi attinente l’interesse pubblico, quasi sempre il pubblico ufficiale omette di presentare denuncia o referto, commettendo egli stesso un reato. Quando la denuncia o la querela la si vuol presentare, scatta il disincentivo della polizia giudiziaria. Ti mandano da un avvocato, che si deve pagare, o ti chiedono di ritornare in un secondo tempo. Se poi chiedi l’intervento urgente delle forze dell’ordine con il numero verde, ti diranno che non è loro competenza, o che non ci sono macchine, o di attendere in linea, o di aspettare che qualcuno arrivi.. Quando in caserma si redige l’atto, con motu proprio o tramite avvocato, scatta il consiglio del redigente di cercare di trovare un accordo e poi eventualmente tornare per la conferma.

Quando l’atto introduttivo al procedimento penale viene sottoscritto, spesso l’atto stanzia in caserma per giorni o mesi, se addirittura non viene smarrito o dimenticato.. Quando e se l’atto viene inviato alla procura presso il Tribunale, è un fascicolo come tanti altri depositato su un tavolo in attesa di essere valutato. Se e quando.. Se il contenuto è prolisso, non viene letto. Esso, molte volte, contiene il nome di un magistrato del foro. Non di rado il nome dello stesso Pubblico Ministero competente sul fascicolo. Il fascicolo è accompagnato, spesso, da una informativa sul denunciante, noto agli uffici per aver presentato una o più denunce. In questo caso, anche se fondate le denunce, le sole presentazioni dipingono l’autore come mitomane o pazzo.

Dopo mesi rimasto a macerare insieme a centinaia di suoi simili, del fascicolo si chiede l’archiviazione al Giudice per le Indagini Preliminari. Questo senza aver svolto indagini. Se invece vi è il faro mediatico, allora scatta la delega delle indagini e la comunicazione di garanzia alle varie vittime sacrificali. Per giustificare la loro esistenza, gli operatori, di qualcuno, comunque, ne chiedono il rinvio a giudizio, quantunque senza prove a carico. Tutti i fascicoli presenti sul tavolo del Giudice per l’Udienza Preliminare contengono le richieste del Pubblico Ministero: archiviazione o rinvio a giudizio. Sono tutte accolte, a prescindere. Quelle di archiviazione, poi, sono tutte accolte, senza conseguire calunnia per il denunciante, anche quelle contro i magistrati del foro. Se poi quelle contro i magistrati vengono inviate ai fori competenti a decidere, hanno anche loro la stessa sorte: archiviati!!

Il primo grado si apre con il tentativo di conciliazione con oneri per l’imputato e l’ammissione di responsabilità, anche quando la denuncia è infondata, altrimenti la condanna è già scritta da parte del giudice, collega del PM, salvo che non ci sia un intervento divino, (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. La difesa è inadeguata o priva di potere. Ci si tenta con la ricusazione o con la rimessione per legittimo sospetto che il giudice sia inadeguato, ma in questo caso la norma è stata sempre disapplicata dalle toghe della Cassazione. Il secondo grado si apre con la condanna già scritta, salvo che non ci sia un intervento divino, (o fortemente terrestre sul giudice), o salvo che non interviene la prescrizione per sanare l’insanabile. Le prove essenziali negate in primo grado, sono rinegate. In terzo grado vi è la Corte di Cassazione, competente solo sull’applicazione della legge. Spesso le sue sezioni emettono giudizi antitetici.

A mettere ordine ci sono le Sezioni Unite. Non di rado le Sezioni Unite emettono giudizi antitetici tra loro. Per dire, la certezza del diritto..Durante il processo se hai notato anomalie e se hai avuto il coraggio di denunciare gli abusi dei magistrati, ti sei scontrato con una dura realtà. I loro colleghi inquirenti hanno archiviato. Il CSM invece ti ha risposto con una frase standard: “Il CSM ha deliberato l’archiviazione non essendovi provvedimenti di competenza del Consiglio da adottare, trattandosi di censure ad attività giurisdizionale”. Quando il processo si crede che sia chiuso, allora scatta l’istanza al Presidente della Repubblica per la Grazia, ovvero l’istanza di revisione perchè vi è stato un errore giudiziario. Petizioni quasi sempre negate. Alla fine di tutto ciò, nulla è definitivo. Ci si rivolge alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che spesso rigetta. Alcune volte condanna l’Italia per denegata giustizia, ma solo se sei una persona con una difesa capace. Sai, nella Corte ci sono italiani. Per i miscredenti vi è un dato, rilevato dal foro di Milano tratto da un articolo di Stefania Prandi del “Il Fatto Quotidiano”. “Per le donne che subiscono violenza spesso non c’è giustizia e la responsabilità è anche della magistratura”. A lanciare l’accusa sono avvocate e operatrici della Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano che puntano il dito contro la Procura della Repubblica di Milano, “colpevole” di non prendere sul serio le denunce delle donne maltrattate. Secondo i dati su 1.545 denunce per maltrattamento in famiglia (articolo 572 del Codice penale) presentate da donne nel 2012 a Milano, dal Pubblico ministero sono arrivate 1.032 richieste di archiviazione; di queste 842 sono state accolte dal Giudice per le indagini preliminari. Il che significa che più della metà delle denunce sono cadute nel vuoto.

Una tendenza che si conferma costante nel tempo: nel 2011 su 1.470 denunce per maltrattamento ci sono state 1.070 richieste di archiviazione e 958 archiviazioni. Nel 2010 su 1.407 denunce, 542 sono state archiviate. «La tendenza è di archiviare, spesso de plano, cioè senza svolgere alcun atto di indagine, considerando le denunce manifestazioni di conflittualità familiare – spiega Francesca Garisto, avvocata Cadmi – Una definizione, questa, usata troppe volte in modo acritico, che occulta il fenomeno della violenza familiare e porta alla sottovalutazione della credibilità di chi denuncia i maltrattamenti subiti. Un atteggiamento grave da parte di una procura e di un tribunale importanti come quelli di Milano».

Entrando nel merito della “leggerezza” con cui vengono affrontati i casi di violenza, Garisto ricorda un episodio accaduto di recente: «Dopo una denuncia di violenza anche fisica subita da una donna da parte del marito, il pubblico ministero ha richiesto l’archiviazione de plano qualificandola come espressione di conflittualità familiare e giustificando la violenza fisica come possibile legittima difesa dell’uomo durante un litigio». Scarsa anche la presa in considerazione delle denunce per il reato di stalking (articolo 612 bis del codice penale). Su 945 denunce fatte nel 2012, per 512 è stata richiesta l’archiviazione e 536 sono state archiviate. Per il reato di stalking quel che impressiona è che le richieste di archiviazione e le archiviazioni sono aumentate, in proporzione, negli anni. In passato, infatti, la situazione era migliore: 360 richieste di archiviazione e 324 archiviazioni su 867 denunce nel 2011, 235 richieste di archiviazione e 202 archiviazioni su 783 denunce nel 2010. Come stupirsi, dunque, che ci sia poca fiducia nella giustizia da parte delle donne?

Manuela Ulivi, presidente Cadmi ricorda che soltanto il 30 per cento delle donne che subiscono violenza denuncia. Una percentuale bassa dovuta anche al fatto che molte, in attesa di separazione, non riescono ad andarsene di casa ma sono costrette a rimanere a vivere con il compagno o il marito che le maltrattata. Una scelta forzata dettata spesso dalla presenza dei figli: su 220 situazioni di violenza seguite dal Cadmi nel 2012, il 72 per cento (159) ha registrato la presenza di minori, per un totale di 259 bambini. Non ci dobbiamo stupire poi se la gente è ammazzata per strada o in casa. Chiediamoci quale fine ha fatto la denuncia presentata dalla vittima. Chiediamoci se chi ha insabbiato non debba essere considerato concorrente nel reato. Quando la giustizia è male amministrata, la gente non denuncia e quindi meno sono i processi, finanche ingiusti. Nonostante ciò vi è la prescrizione che per i più, spesso innocenti, è una manna dal cielo. In queste circostanze vien da dire: cosa hanno da fare i magistrati tanto da non aver tempo per i processi e comunque perché paghiamo le tasse, se non per mantenerli? 

A regime dovevano essere assunti 16mila giovani neolaureati. Ufficio del processo, il flop costoso della riforma Cartabia: arretrato-beffa, invece di diminuire sta aumentando. Paolo Pandolfini su Il Riformista l’1 Agosto 2023

Doveva essere la panacea per gli atavici problemi della giustizia italiana, ad iniziare dalla lentezza dei processi, ed invece si sta rivelando uno dei flop più clamorosi e costosi degli ultimi anni. Stiamo parlando dell’Ufficio del processo, la task force che avrebbe dovuto affiancare i giudici per agevolarli nella scrittura delle sentenze così da abbattere l’arretrato e permettere all’Italia di ottenere gli agognati fondi del Pnrr.

A regime dovevano essere assunti, con contratto a termine di tre anni ed uno stipendio netto di circa 1700 euro al mese, ben 16mila giovani neolaureati. Numeri mai raggiunti a causa di defezioni continue. Alla fine dell’anno scorso, ad esempio, i componenti dell’Ufficio del processo erano 11mila. Adesso sono poco più di 9mila. Ma il loro numero è destinato a scendere nei prossimi mesi.

Che l’Ufficio del processo non avrebbe funzionato lo ricorda l’ex componente laico del Consiglio superiore della magistratura Stefano Cavanna, avvocato d’impresa e molto vicino all’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. “Era il 2021 e fummo chiamati a via Arenula dove fu illustrato al Comitato paritetico sull’organizzazione degli uffici, di cui facevo parte come componente della Settima commissione del Csm, la soluzione che il Ministero aveva individuato per abbattere l’arretrato nei tribunali”, sottolinea Cavanna.

Il piano – prosegue – era incentrato sull’assunzione di questi 16mila neolaureati, non solo in giurisprudenza ma anche in economia, informatica e scienza politiche, che avrebbero dovuto aiutare i magistrati a ‘scrivere il fatto della sentenza’ e che avrebbero ‘drogato la macchina’ per tre anni e poi sarebbero stati mandati a casa”.

Io strabuzzai gli occhi, insieme agli altri presenti, e chiesi: ‘Scusate, non pensate che sia un po’ difficile che un neolaureato in economia (ricordando come ero io neo laureato in giurisprudenza con 110 e lode ma privo di qualsiasi idea concreta di cosa significasse lavorare) possa scrivere adeguatamente ‘il fatto di una sentenza’ considerando che la ricostruzione del fatto, come insegnavano i grandi avvocati, è certamente la parte centrale e più importante della decisione? E poi, chi formerà questi ragazzi per poi doverli licenziare dopo meno di tre anni? Non pensate che sarà difficoltoso il reclutamento nel Nord Italia dove già il fenomeno è presente drammaticamente per il personale amministrativo pur riferendoci a lavoro a tempo indeterminato?’ Chiesi poi se qualcuno avesse pensato al rischio di rivendicazioni sindacali, secondo me giuste, al termine del periodo di impiego previsto”, aggiunge Cavanna. “Non ci fu data alcuna risposta soddisfacente e l’Ufficio del processo passò anche se il Csm aveva espresso criticità al riguardo”, conclude laconicamente l’ex laico del Csm.

La conseguenza di quella scelta frettolosa ha costretto la settimana scorsa il ministro degli Affari europei Raffaele Fitto ad annunciare che il target della riduzione del 65 percento delle cause pendenti entro il 31 dicembre dell’anno prossimo, concordato con Bruxelles, sarà impossibile da raggiungere. Anzi, in ben 45 tribunali – fra cui i più importanti del Paese, Bologna, Milano, Roma, Napoli – l’arretrato invece di diminuire starebbe addirittura aumentando. Una beffa.

Eppure il Piano era chiaro: la lentezza processi, ritenuta “eccessiva”, deve “essere maggiormente contenuta con interventi di riforma processuale e ordinamentale”. “A questi fini – si poteva leggere nella nota inviata alla Commissione europea – è necessario potenziare le risorse umane e le dotazioni strumentali e tecnologiche dell’intero sistema giudiziario”.

Il “fattore tempo” doveva però essere affrontato tramite riforme tecnico-processuali, e quindi a costo zero. Le risorse stanziate per il comparto giustizia furono così destinate esclusivamente alla creazione dell’Ufficio per il processo da intendersi come “un team di personale qualificato di supporto, per agevolare il giudice nelle attività preparatorie del giudizio”, quali “ricerca, studio, monitoraggio, gestione del ruolo, preparazione di bozze di provvedimenti”. Niente di specifico venne dedicato, invece, alla digitalizzazione dei tribunali.

A distanza di due anni aver puntato tutto sull’Ufficio del processo si è rivelato allora fallimentare. L’attività del giudice ordinario, esame del fatto, applicazione del diritto, motivazione dei provvedimenti, non è quella del giudice della Corte costituzionale, da dove veniva la ministra Marta Cartabia, la prima fautrice dell’Ufficio del processo.

Alla Consulta il giudice può anche fare il supervisore dei suoi assistenti di studio a cui delegare tronconi della propria attività (a un componente dello staff l’istruttoria, a un altro la ricerca giuridica, a un altro ancora la scrittura della bozza del provvedimento) per poi compiere egli la sintesi finale. Nei tribunali è diverso. Anche perché i ritmi di lavoro non sono confrontabili.

L’ufficio del processo? Io preferisco chiamarlo ‘ufficio del paggetto’, dove i suoi componenti vanno a fare le fotocopie per i magistrati”, aveva detto lo scorso anno, quando era all’opposizione, Andrea Delmastro, attuale sottosegretario alla Giustizia e plenipotenziario di Giorgia Meloni a via Arenula.

Toccherà ora a Carlo Nordio riscrivere il Piano. Una nuova grana per il ministro della Giustizia di cui nessuno sentiva certamente il bisogno in questo momento. Paolo Pandolfini

Le scoperture sono circa del 40%. Dialogo con l’ufficio del processo: il bilancio resta negativo non per colpa dell’entusiasmo dei laureati. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 3 Agosto 2023 

Pubblichiamo integralmente la lettera ricevuta dal Coordinamento Nazionale Funzionari Ufficio per il Processo. Lettera alla quale rispondiamo volentieri.

L’altro Ieri sul vostro giornale abbiamo letto un articolo dal titolo ‘Ufficio del processo. Un flop costoso. Altro che fattore tempo’ che riporterebbe notizie non del tutto precise ed esatte su di noi funzionari addetti all’Ufficio per il processo che – ricordiamo – siamo stati assunti nell’ambito del progetto PNRR solo 1 anno e 5 mesi fa, con concorso pubblico per prova scritta e titoli (quindi funzionari con competenze professionali e curricula di rilievo).

Innanzitutto, non siamo mai stati – come erroneamente riportato sul ‘Riformista’ – 11.000 unità, in quanto finora sono stati reclutati 8.250 addetti UPP. Attualmente siamo rimasti meno di 6.000 funzionari in tutto il paese (in seguito a dimissioni dovute al passaggio di molti addetti presso altre amministrazioni per posizioni a tempo indeterminato). Nell’articolo si farebbe, inoltre, confusione anche sulla specifica attività lavorativa che svolgiamo a supporto dei magistrati. È necessario precisare che i Funzionari addetti UPP non scrivono le sentenze: questo è e rimane compito esclusivo dei magistrati. Noi siamo solo di ausilio nell’elaborazione di tutti quei provvedimenti necessari durante l’iter processuale, nella ricerca di precedenti giurisprudenziali, così snellendo l’enorme mole di lavoro gravante sui magistrati ed agevolando la fase decisoria, sia sul piano quantitativo che sul piano qualitativo; ed i colleghi con profilo non giuridico sono impegnati in preziosa attività di raccolta dati, elaborazione statistica sui flussi e monitoraggio. Il lavoro svolto da un anno e mezzo è stato apprezzato anche dai vertici dell’ANM, come dimostrano in numerosi comunicati, articoli ed interventi pubblici dei suoi componenti. Sorprende leggere che i risultati del nostro lavoro (ossia quelli incidenti sulla riduzione dell’arretrato) si pretende possano manifestarsi solo dopo 1 anno e 5 mesi. Qualsiasi persona esperta di dati vi direbbe che i benefici del nostro lavoro si vedranno nel medio e lungo periodo; ed in ogni caso i dati sviluppati dal Ministero e dai Distretti sono confortanti e con il segno positivo. Nonostante un futuro incerto, tutti quanti noi stiamo facendo dall’inizio, ossia dal mese di febbraio 2022, e continueremo a fare il nostro lavoro con dedizione, passione e tanta voglia di fare. Non ci fermeranno le inutili e infondate critiche di chi non vuole vederci, effettivamente, all’opera.

Da ultimo vi è da dire che abbiamo constatato con piacere come l’attuale Sottosegretario alla Giustizia, On. Delmastro (evidentemente dopo aver visto i dati positivi del nostro lavoro) ha risposto pochi giorni fa ad un’interrogazione parlamentare sull’Ufficio per il processo, apprezzando il nostro lavoro a tal punto da prospettare una nostra stabilizzazione. Nel ringraziarla per la sua attenzione rimaniamo a disposizione per qualsiasi ulteriore chiarimento le possa servire al fine di comprendere al meglio il ruolo, le mansioni e le finalità della nostra figura professionale al servizio della Giustizia.

Cordiali saluti,

il ‘Direttivo del Coordinamento nazionale Funzionari Ufficio per il processo’

Presidente Dott.ssa Lisa Caramanno

Consiglieri

Dott.ssa Daniela Acri

Dott. Gaetano Coccoli

Dott. Raffaele Pugliese

Dott.ssa Maria Santoro

Dott.ssa Olga Trombetti

Dott. Pierfrancesco Vanadia

Ringraziandovi per il contributo di conoscenza, mi permetto di sottolineare che nell’articolo in questione nessuno ha scritto che coloro che compongono l’ufficio del processo debbano scrivere le sentenze al posto del giudice. I compiti del “team di personale qualificato di supporto per agevolare il giudice nelle attività preparatorie del giudizio” sono stati ben specificati: “ricerca, studio, monitoraggio, gestione del ruolo, preparazione di bozze di provvedimenti”.

Fatta questa premessa e considerato che i primi addetti sono arrivati negli uffici giudiziari a febbraio dello scorso anno, il bilancio di questa esperienza non può però certamente essere positivo. Ovviamente non per colpa dei diretti interessati, per la maggior parte giovani laureati, preparati, e con molto entusiasmo.

Innanzitutto i numeri: rispetto alle previsioni iniziali, le scoperture sono circa del 40% con inevitabili ripercussioni sulla attività da svolgere.

E poi la temporaneità della struttura. Cosa accadrà quando essa sarà ridimensionata? Sicuramente un peggioramento delle performance del sistema giustizia che si vuole rendere invece virtuoso. Faccio infine mie le considerazioni del presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Ondei sull’ufficio del processo in occasione dell’ultima inaugurazione dell’Anno giudiziario: “Se non si vuole ‘appaltare’ la gestione della Giustizia a persone che non hanno superato il concorso per diventare magistrati non è possibile aspettarsi un aumento della produttività dei giudici superiore al 15/20 percento, limite oltre il quale il controllo del giudice sull’attività dell’addetto non può più garantire un livello sufficiente di qualità e farebbe assomigliare l’ufficio per il processo al cigno di Leda: bellissimo in apparenza ma chi c’è dentro è tutto da scoprire”.

Paolo Pandolfini

Come si diventa CTU? Consulente Tecnico d’Ufficio del Tribunale: come iscriversi all’albo. Da Consulenti-tecnici.it.

Come si diventa CTU, come si comincia la carriera di Consulente Tecnico d’Ufficio del tribunale? Quali sono i primi passi da fare per poter operare come CTU?

Consulente Tecnico ADMIN CT.It Maggio 21, 2020

Parliamo di:

1. Come si diventa CTU, come fare il Consulente Tecnico d’Ufficio del tribunale?

2. Chi può richiedere l’iscrizione albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio del tribunale?

3. Quali sono le modalità da seguire una volta saputo come diventare CTU?

4. Quanto costa diventare Consulente Tecnico D’ufficio del Tribunale?

5. Quanto guadagna un CTU?

Come si diventa CTU, come fare il Consulente Tecnico d’Ufficio del tribunale?

Quali sono i primi passi da fare per poter operare come CTU?

Prima di saper come fare il Consulente Tecnico d’Ufficio del tribunale e del giudice non si può considerare una professione a se stante anche se sempre più spesso molti professionisti si possono dedicarsi a tale attività in maniera prevalente.

Con l’aumentare della complessità della società e delle conoscenze scientifiche e tecniche è aumentata anche la necessità dei Giudici di avvalersi di competenze esterne non possedute da loro stessi che vengono dunque demandate ai Consulenti Tecnici o Periti. Di conseguenza sempre più spesso i professionisti già operanti in altri settori si interessano su come si diventa CTU per ampliare gli orizzonti della professione che già svolgono consapevoli che nel prossimo futuro è molto probabile che si registrerà un ulteriore crescita della richiesta di CTU in settori sempre più specialistici.

Per i CTU non è possibile essere iscritti ad un albo CTU di un Tribunale diverso rispetto a quello competente del proprio comune di residenza o del proprio domicilio professionale (non è neppure consentito essere iscritti in più albi CTU ndr).

Gli iscritti all’Albo dei Consulenti del Giudice sono obbligati a comunicare rapidamente all’ufficio competente la eventuale cessazione dell’attività professionale ed il cambiamento dell’indirizzo, della PEC e del numero telefonico.

Chi può richiedere l’iscrizione albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio del tribunale?

Quali sono i requisiti che deve possedere il CTU per iscriversi all’albo?  Quali Requisiti servono per l’iscrizione all’albo dei CTU?

Quest’ultima è la principale domanda che molti professionisti aspiranti Consulenti Tecnici d’Ufficio si chiedono per entrare a far parte del relativo Albo d’Iscrizione.

Ecco dunque come si diventa CTU e chi può iscriversi all’Albo dei Consulenti Tecnici d’Ufficio:

possesso di diploma o di laurea (anche se per talune consulenze molto specialistiche  può valere una comprovata esperienza);

chiunque abbia competenza specifica in un determinato ambito tecnico purché iscritto al relativo Collegio o Ordine Professionale da almeno tre anni;

il professionista che abbia la preparazione e i titoli idonei ad effettuare l’attività di consulente, tecnico che dovrà sostanzialmente autocertificare;

non è necessario certificare la competenza specifica del CTU con corsi o specializzati forense pur essendo fortemente consigliata per via della delicatezza del ruolo che si dovrà coprire.

Numerosi sono i corsi dedicati alla formazione per i CTU, ma pur non essendo un requisito cogente è bene sapere che il CTU ricopre il ruolo di pubblico ufficiale nell’ambito dello svolgimento dell’incarico ricevuto dal Giudice, con tutte le responsabilità civili e penali che ne conseguono.

Per quanto possa apparire complesso, il lavoro del CTU consente al professionista di esprimere e mettere in pratica le competenze tecniche acquisite nel tempo a cui è bene che affianchi anche competenze forensi e di diritto civile e penale ode evitare di incappare in sanzioni e/o richieste risarcitorie.

Tramite un corso su come diventare CTU, si può apprende il modus operandi, nonché si impara ad utilizzare gli strumenti del mestiere, tra cui ad esempio le procedure del Processo Civile Telematico, come si redigono i verbali delle operazioni peritali, come si redige un perizia corretta in veste di CTU, ecc.. (di tutto questo parleremo anche nel nostro blog e nel forum dedicato ai CTU). Conoscenze che prepareranno il ‘mezzo’ per utilizzare correttamente in ambito forense le capacità tecniche e le conoscenze professionali che già possiedi.

N.B.: Gli aspiranti CTU appartenenti a categorie non sono organizzate in ordini o collegi professionali, devono effettuare l’iscrizione all’albo dei Periti e degli Esperti tenuto dalla Camera di Commercio

Come si diventa CTU del Tribunale?

Quali sono le modalità da seguire una volta saputo come diventare CTU?

L’iscrizione nell’Albo dei Consulenti Tecnici o Periti del Giudice può essere richiesta mediante domanda da presentarsi al Presidente del Tribunale, nella cui circoscrizione risiede l’aspirante risiede o dove ha il domicilio professionale.

La domanda deve contenere la dichiarazione di iscrizione all’ordine professionale o alla Camera di Commercio, l’indicazione della Categoria e delle specialità prescelte.

È bene inserire anche una molto concisa descrizione delle attività svolte in cui si è specializzati, non più di una cinquantina di parole.

Per le categorie non previste dagli ordini professionali è necessaria la previa iscrizione nell’albo dei Periti e degli Esperti, tenuto dalla Camera di Commercio.

Il modello per l’iscrizione all’albo dei CTU è bene scaricarlo direttamente dal sito del Tribunale a cui si dovrà consegnare.

Per alcuni Tribunali è possibile che prevedano che la domanda per l’iscrizione all’albo dei CTU debba essere inoltrata online.

Al termine della procedura di iscrizione online, il candidato dovrà stampare la domanda generata dal programma, regolarizzandola con l’apposizione di una marca da bollo da € 16, provvedendo a depositarla in Tribunale presso l’Ufficio Volontaria Giurisdizione (la domanda va presentata unitamente a: fotocopia del documento di identità e del codice fiscale; curriculum vitae firmato con l’indicazione della propria mail/posta elettronica certificata PEC che è fondamentale; titoli e documenti vari per dimostrare la speciale competenza tecnica e l’esperienza professionale acquisita ndr).

Quanto costa diventare Consulente Tecnico D’ufficio del Tribunale?

In questa breve guida su come si diventa CTU, non poteva mancate l’argomento dei costi per diventare CTU.

Fortunatamente possiamo dire che l’iscrizione all’Albo dei CTU non prevede alcuna tassazione o quota d’iscrizione annuale, al contrario di quanto avviene per i Collegi ed Ordini professionali.

Per quanto riguarda gli aspetti economici essi sono relativi alla sola procedura di prima iscrizione dobbiamo che contemplano: una marca da bollo da 16,00 euro da allegare all’istanza di iscrizione, dopo di che, solo in caso di accoglimento della domanda di iscrizione all’albo dei CTO o dei PERITI, bisognerà effettuare il pagamento dell’importo di 168,00 euro da effettuarsi mediante bollettino postale sul c.c. n. 8003, intestato all’Agenzia delle Entrate- Centro Operativo di Pescara- tasse di concessione governative (il mancato pagamento della tassa preclude l’effettiva iscrizione all’albo dei consulenti tecnici ndr).

Quanto guadagna un CTU?

Essendo una opportunità di lavoro da affiancare alla propria professione è chiaro che l’argomento su quanto guadagna un CTU non può che interessare molti, tuttavia la risposta non è semplice e comunque è da considerarsi molto variabile in quanto il guadagno del CTU, oltre ad essere legato al numero di incarichi ricevuti è anche fortemente dipendente dal tipo di incarico che riceve, dal valore economico delle cause in cui è richiesto il suo parere tecnico e di conseguenza tutto di pende da quanto è bravo il CTU nello svolgimento della sua professione o comunque di come riesce ad interagire con i suoi committenti ovvero i Giudici.

Va anche detto che molti bravi CTU vengono spesso incaricati da parte dei committenti privati quali Consulente Tecnico di Parte esperto.

Periti e consulenti tecnici e iscrizione all'albo. Da Giustizia.it. Il consulente tecnico d’ufficio (C.T.U) è la figura professionale, prevista dall’ordinamento, dal quale il giudice o la parte può farsi assistere per il compimento di singoli atti o per tutto il processo.

In materia penale si dice consulente tecnico il consulente di parte, mentre l’esperto nominato dal giudice si dice perito.

Presso i tribunali è istituito l’albo dei consulenti tecnici in materia civile e quello dei periti in materia penale.

Ai CTU e ai periti spetta un compenso. La liquidazione è effettuata con decreto di pagamento, motivato, del magistrato che procede.

L’albo dei consulenti tecnici del giudice è istituito presso ogni tribunale.

Se il giudice ha bisogno di particolari accertamenti, può farsi assistere da esperti, consulenti tecnici in ambito civile e periti in ambito penale, iscritti all’albo.

L'albo è tenuto dal presidente del tribunale e tutte le decisioni relative all'ammissione all'albo sono prese da un comitato da lui presieduto e composto dal procuratore della Repubblica e da un professionista iscritto nell'albo professionale, designato dal Consiglio dell'ordine o dal collegio della categoria a cui appartiene chi richiede l'iscrizione.

Albo dei consulenti tecnici d’ufficio in materia civile

L’albo è tenuto dal presidente del tribunale e tutte le decisioni relative all'ammissione sono prese da un comitato da lui presieduto e composto dal procuratore della Repubblica e da un professionista iscritto nell'albo professionale, designato dal Consiglio dell'ordine o dal collegio della categoria a cui appartiene chi richiede l'iscrizione.

L’albo dei CTU è diviso in categorie e vi sono sempre comprese la categoria medico-chirurgica, industriale, commerciale, agricola, bancaria, assicurativa.

Ogni quattro anni il comitato procede ad una revisione dell’albo per eliminare i consulenti  per i quali è venuto meno uno dei requisiti previsti per l’iscrizione o è intervenuto un impedimento a esercitare l’ufficio.

Per ottenere l’iscrizione è necessario essere in possesso di una speciale competenza tecnica in una determinata materia, essere di condotta morale specchiata ed essere iscritti nelle rispettive associazioni professionali.

Non si può essere iscritti in più di un albo.

I giudici che hanno sede nella circoscrizione di un determinato tribunale devono normalmente affidare gli incarichi ai CTU iscritti nell’albo dello stesso tribunale.

Il giudice però, trattandosi di un ausilio tecnico per il quale è fondamentale il rapporto fiduciario, ha la facoltà di nominare anche esperti non compresi nell'albo del tribunale, o persona non iscritta in alcun albo, ma deve motivare la scelta.

Albo dei periti in materia penale

L’albo è tenuto dal presidente del tribunale e tutte le decisioni relative all'ammissione sono prese da un comitato da lui presieduto e composto dal procuratore della Repubblica, dal presidente del consiglio dell’ordine forense, dal presidente dell’ordine o del collegio a cui appartiene la categoria di esperti o da loro delegati. Il comitato decide sulle richieste di iscrizione e di cancellazione.

L’albo è diviso in categorie. Sono sempre previste le categorie di esperti in medicina legale, psichiatria, contabilità, ingegneria e relative specialità, infortunistica del traffico e della circolazione stradale, balistica, chimica, analisi e comparazione della grafia.

Il comitato provvede alla revisione dell’albo ogni due anni. A seguito della revisione vengono cancellati gli iscritti per i quali è venuto meno uno dei requisiti previsti per l’iscrizione (art. 69 norme att. cpp) o è sorto un impedimento a esercitare l’ufficio di perito.

PERITO FONICO TRASCRITTORE IN AMBITO FORENSE

Periti e consulenti tecnici 

(Norme att. coord. e trans. c.p.p. art. 69) 

Il nuovo Codice di Procedura Penale all’articolo 221 prevede che il Giudice nomini il perito scegliendolo tra iscritti negli appositi Albi o tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina. Dalla nuova normativa emerge l’esigenza che le indagini peritali vengano svolte da persone fornite di particolare competenze iscritte in Albi che ricalchino quelli dei consulenti tecnici, idonei a soddisfare il reperimento di esperti ai quali affidare gli incarichi. 

 Capo VI

Perizia

Art. 220. 

Oggetto della perizia.

1. La perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche.

2. Salvo quanto previsto ai fini dell'esecuzione della pena o della misura di sicurezza, non sono ammesse perizie per stabilire l'abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell'imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche.

 Art. 221. 

Nomina del perito.

1. Il giudice nomina il perito scegliendolo tra gli iscritti negli appositi albi o tra persone fornite di particolare competenza nella specifica disciplina. Quando la perizia è dichiarata nulla, il giudice cura, ove possibile, che il nuovo incarico sia affidato ad altro perito.

2. Il giudice affida l'espletamento della perizia a più persone quando le indagini e le valutazioni risultano di notevole complessità ovvero richiedono distinte conoscenze in differenti discipline.

3. Il perito ha l'obbligo di prestare il suo ufficio, salvo che ricorra uno dei motivi di astensione previsti dall'articolo 36.

 Art. 222. 

Incapacità e incompatibilità del perito.

1. Non può prestare ufficio di perito, a pena di nullità:

a) il minorenne, l'interdetto, l'inabilitato e chi è affetto da infermità di mente;

b) chi è interdetto anche temporaneamente dai pubblici uffici ovvero è interdetto o sospeso dall'esercizio di una professione o di un'arte ;

c) chi è sottoposto a misure di sicurezza personali o a misure di prevenzione;

d) chi non può essere assunto come testimone o ha facoltà di astenersi dal testimoniare o chi è chiamato a prestare ufficio di testimone o di interprete;

e) chi è stato nominato consulente tecnico nello stesso procedimento o in un procedimento connesso.

 Art. 223. 

Astensione e ricusazione del perito.

1. Quando esiste un motivo di astensione, il perito ha l'obbligo di dichiararlo.

2. Il perito può essere ricusato dalle parti nei casi previsti dall'articolo 36 a eccezione di quello previsto dal comma 1 lettera h) del medesimo articolo.

3. La dichiarazione di astensione o di ricusazione può essere presentata fino a che non siano esaurite le formalità di conferimento dell'incarico e, quando si tratti di motivi sopravvenuti ovvero conosciuti successivamente, prima che il perito abbia dato il proprio parere.

4. Sulla dichiarazione di astensione o di ricusazione decide, con ordinanza, il giudice che ha disposto la perizia.

5. Si osservano, in quanto applicabili, le norme sulla ricusazione del giudice.

 Art. 224. 

Provvedimenti del giudice.

1. Il giudice dispone anche di ufficio la perizia con ordinanza motivata, contenente la nomina del perito, la sommaria enunciazione dell'oggetto delle indagini, l'indicazione del giorno, dell'ora e del luogo fissati per la comparizione del perito.

2. Il giudice dispone la citazione del perito e dà gli opportuni provvedimenti per la comparizione delle persone sottoposte all'esame del perito. Adotta tutti gli altri provvedimenti che si rendono necessari per l'esecuzione delle operazioni peritali.

 Art. 224-bis. 

Provvedimenti del giudice per le perizie che richiedono il compimento di atti idonei ad incidere sulla libertà personale. (1)

1. Quando si procede per delitto non colposo, consumato o tentato, per il quale la legge stabilisce la pena dell’ergastolo o della reclusione nel massimo a tre anni e negli altri casi espressamente previsti dalla legge, se per l’esecuzione della perizia è necessario compiere atti idonei ad incidere sulla libertà personale, quali il prelievo di capelli, di peli o di mucosa del cavo orale su persone viventi ai fini della determinazione del profilo del DNA accertamenti medici, e non vi è il consenso della persona da sottoporre all’esame del perito, il giudice, anche d’ufficio, ne dispone con ordinanza motivata l’esecuzione coattiva, se essa risulta assolutamente indispensabile per la prova dei fatti.

2. Oltre a quanto disposto dall’articolo 224, l’ordinanza di cui al comma 1 contiene a pena di nullità:

a) le generalità della persona da sottoporre all’esame e quanto altro valga ad identificarla;

b) l’indicazione del reato per cui si procede, con la descrizione sommaria del fatto;

c) l’indicazione specifica del prelievo o dell’accertamento da effettuare e delle ragioni che lo rendono assolutamente indispensabile per la prova dei fatti;

d) l’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore o da persona di fiducia;

e) l’avviso che, in caso di mancata comparizione non dovuta a legittimo impedimento, potrà essere ordinato l’accompagnamento coattivo ai sensi del comma 6;

f) l’indicazione del luogo, del giorno, e dell’ora stabiliti per il compimento dell’atto e delle modalità di compimento.

3. L’ordinanza di cui al comma 1 è notificata all’interessato, all’imputato e al suo difensore nonché alla persona offesa almeno tre giorni prima di quello stabilito per l’esecuzione delle operazioni peritali.

4. Non possono in alcun modo essere disposte operazioni che contrastano con espressi divieti posti dalla legge o che possono mettere in pericolo la vita, l’integrità fisica o la salute della persona o del nascituro, ovvero che, secondo la scienza medica, possono provocare sofferenze di non lieve entità.

5. Le operazioni peritali sono comunque eseguite nel rispetto della dignità e del pudore di chi vi è sottoposto. In ogni caso, a parità di risultato, sono prescelte le tecniche meno invasive.

6. Qualora la persona invitata a presentarsi per i fini di cui al comma 1 non compare senza addurre un legittimo impedimento, il giudice può disporre che sia accompagnata, anche coattivamente, nel luogo, nel giorno e nell’ora stabiliti. Se, pur comparendo, rifiuta di prestare il proprio consenso agli accertamenti, il giudice dispone che siano eseguiti coattivamente. L’uso di mezzi di coercizione fisica è consentito per il solo tempo strettamente necessario all’esecuzione del prelievo o dell’accertamento. Si applicano le disposizioni dell’articolo 132, comma 2.

7. L’atto è nullo se la persona sottoposta al prelievo o agli accertamenti non è assistita dal difensore nominato.

 (1) Articolo inserito dall’art. 24 della L. 30 giugno 2009, n. 85

 Art. 225. 

Nomina del consulente tecnico.

1. Disposta la perizia, il pubblico ministero e le parti private hanno facoltà di nominare propri consulenti tecnici in numero non superiore, per ciascuna parte, a quello dei periti.

2. Le parti private, nei casi e alle condizioni previste dalla legge sul patrocinio statale dei non abbienti, hanno diritto di farsi assistere da un consulente tecnico a spese dello Stato.

3. Non può essere nominato consulente tecnico chi si trova nelle condizioni indicate nell'articolo 222 comma 1 lettere a), b), c), d).

 Art. 226.

Conferimento dell'incarico.

1. Il giudice, accertate le generalità del perito, gli chiede se si trova in una delle condizioni previste dagli articoli 222 e 223, lo avverte degli obblighi e delle responsabilità previste dalla legge penale e lo invita a rendere la seguente dichiarazione: «consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo nello svolgimento dell'incarico, mi impegno ad adempiere al mio ufficio senza altro scopo che quello di far conoscere la verità e a mantenere il segreto su tutte le operazioni peritali».

2. Il giudice formula quindi i quesiti, sentiti il perito, i consulenti tecnici, il pubblico ministero e i difensori presenti.

 Art. 227.

Relazione peritale.

1. Concluse le formalità di conferimento dell'incarico, il perito procede immediatamente ai necessari accertamenti e risponde ai quesiti con parere raccolto nel verbale.

2. Se, per la complessità dei quesiti, il perito non ritiene di poter dare immediata risposta, può chiedere un termine al giudice.

3. Quando non ritiene di concedere il termine, il giudice provvede alla sostituzione del perito; altrimenti fissa la data, non oltre novanta giorni, nella quale il perito stesso dovrà rispondere ai quesiti e dispone perché ne venga data comunicazione alle parti e ai consulenti tecnici.

4. Quando risultano necessari accertamenti di particolare complessità, il termine può essere prorogato dal giudice, su richiesta motivata del perito, anche più volte per periodi non superiori a trenta giorni. In ogni caso, il termine per la risposta ai quesiti, anche se prorogato, non può superare i sei mesi.

5. Qualora sia indispensabile illustrare con note scritte il parere, il perito può chiedere al giudice di essere autorizzato a presentare, nel termine stabilito a norma dei commi 3 e 4, relazione scritta.

 Art. 228.

Attività del perito.

1. Il perito procede alle operazioni necessarie per rispondere ai quesiti. A tal fine può essere autorizzato dal giudice a prendere visione degli atti, dei documenti e delle cose prodotti dalle parti dei quali la legge prevede l'acquisizione al fascicolo per il dibattimento.

2. Il perito può essere inoltre autorizzato ad assistere all'esame delle parti e all'assunzione di prove nonché a servirsi di ausiliari di sua fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti e valutazioni.

3. Qualora, ai fini dello svolgimento dell'incarico, il perito richieda notizie all'imputato, alla persona offesa o ad altre persone, gli elementi in tal modo acquisiti possono essere utilizzati solo ai fini dell'accertamento peritale.

4. Quando le operazioni peritali si svolgono senza la presenza del giudice e sorgono questioni relative ai poteri del perito e ai limiti dell'incarico, la decisione è rimessa al giudice, senza che ciò importi sospensione delle operazioni stesse.

 Art. 229.

Comunicazioni relative alle operazioni peritali.

1. Il perito indica il giorno, l'ora e il luogo in cui inizierà le operazioni peritali e il giudice ne fa dare atto nel verbale.

2. Della eventuale continuazione delle operazioni peritali il perito dà comunicazione senza formalità alle parti presenti.

 Art. 230.

Attività dei consulenti tecnici.

1. I consulenti tecnici possono assistere al conferimento dell'incarico al perito e presentare al giudice richieste, osservazioni e riserve, delle quali è fatta menzione nel verbale.

2. Essi possono partecipare alle operazioni peritali, proponendo al perito specifiche indagini e formulando osservazioni e riserve, delle quali deve darsi atto nella relazione.

3. Se sono nominati dopo l'esaurimento delle operazioni peritali, i consulenti tecnici possono esaminare le relazioni e richiedere al giudice di essere autorizzati a esaminare la persona, la cosa e il luogo oggetto della perizia.

4. La nomina dei consulenti tecnici e lo svolgimento della loro attività non può ritardare l'esecuzione della perizia e il compimento delle altre attività processuali.

 Art. 231. 

Sostituzione del perito.

1. Il perito può essere sostituito se non fornisce il proprio parere nel termine fissato o se la richiesta di proroga non è accolta ovvero se svolge negligentemente l'incarico affidatogli.

2. Il giudice, sentito il perito, provvede con ordinanza alla sua sostituzione, salvo che il ritardo o l'inadempimento sia dipeso da cause a lui non imputabili. Copia dell'ordinanza è trasmessa all'ordine o al collegio cui appartiene il perito.

3. Il perito sostituito, dopo essere stato citato a comparire per discolparsi, può essere condannato dal giudice al pagamento a favore della cassa delle ammende di una somma da euro 154 a euro 1.549.

4. Il perito è altresì sostituito quando è accolta la dichiarazione di astensione o di ricusazione.

5. Il perito sostituito deve mettere immediatamente a disposizione del giudice la documentazione e i risultati delle operazioni peritali già compiute.

 Art. 232.

Liquidazione del compenso al perito.

1. Il compenso al perito è liquidato con decreto del giudice che ha disposto la perizia, secondo le norme delle leggi speciali.

 Art. 233. 

Consulenza tecnica fuori dei casi di perizia.

1. Quando non è stata disposta perizia, ciascuna parte può nominare, in numero non superiore a due, propri consulenti tecnici. Questi possono esporre al giudice il proprio parere, anche presentando memorie a norma dell'articolo 121.

1-bis. Il giudice, a richiesta del difensore, può autorizzare il consulente tecnico di una parte privata ad esaminare le cose sequestrate nel luogo in cui esse si trovano, ad intervenire alle ispezioni, ovvero ad esaminare l'oggetto delle ispezioni alle quali il consulente non è intervenuto. Prima dell'esercizio dell'azione penale l'autorizzazione è disposta dal pubblico ministero a richiesta del difensore. Contro il decreto che respinge la richiesta il difensore può proporre opposizione al giudice, che provvede nelle forme di cui all'articolo 127.

1-ter. L'autorità giudiziaria impartisce le prescrizioni necessarie per la conservazione dello stato originario delle cose e dei luoghi e per il rispetto delle persone.

2. Qualora, successivamente alla nomina del consulente tecnico, sia disposta perizia, ai consulenti tecnici già nominati sono riconosciuti i diritti e le facoltà previsti dall'articolo 230, salvo il limite previsto dall'articolo 225 comma 1.

3. Si applica la disposizione dell'articolo 225 comma 3.

 TRASCRIZIONE REGISTRAZIONI

L’attività di trascrizione consiste nel trasformare/convertire un file audio in testo (spesso nota anche come “sbobinatura”) ed è l’attività principale svolta dal Perito Trascrittore.

Il trascrittore può lavorare a diversi procedimenti giudiziari, sia in ambito civile che penale sia per scopi extragiudiziari (ad esempio per la stesura di Verbali di Consigli); di norma viene richiesta la trascrizione di file audio, conversazioni provenienti da intercettazione telematica, ambientale o video.

Perizia di Trascrizionedalchecco.it/

Attività di perizia fonica di trascrizione forense di intercettazioni telefoniche e ambientali, registrazioni digitali o analogiche, interrogatori o testimonianze, file audio e sbobinature nastri per fini di giustizia, dibattimentali o come consulenza tecnica di parte, eventualmente per indagine difensiva.

Le perizie di trascrizione giudiziaria di file audio possono essere realizzate anche in caso di registrazioni con rumori, disturbi e fruscii che rendano difficile la comprensione del parlato, a patto in genere che il rapporto segnale/rumore non sia inferiore ai 10dB, soglia che conferisce attendibilità alla comprensione percettiva. In caso di rapporto segnale/rumore SNR inferiore ai 10 dB, la perizia di trascrizione non potrà essere considerata attendibile e in fase di analisi del caso e preventivo gratuito del costo si consiglierà al cliente di non procedere con l’attività o d’integrarla con un’attività di pulizia della registrazione da disturbi e fruscii se il segnale è comunque intellegibile.

Le trascrizioni di registrazioni – o fonotrascrizioni – vengono spesso richieste in casi di concorrenza sleale, violazione di patti di non concorrenza, dipendente infedele, coniuge infedele, licenziamenti per giusta causa o impugnabili, incidenti aerei o navali nei quali sono state campionate le tracce radio, etc…

Nel caso in cui venisse richiesta trascrizione audio registrato tramite cellulare o smartphone, sia ambientali sia di telefonate in particolare se a fini giudiziari, si suggerisce di eseguire un’acquisizione forense della registrazione dal telefonino prima di procedere alla trascrizione del file. La copia forense della sorgente della registrazione audio (telefonino, registratore digitale, analogico, pendrive USB, microspia o cimice con MicroSD, etc…) avvalora la perizia di trascrizione integrandola con la catena di conservazione dei reperti ed è utile in particolare quando la trascrizione verrà utilizzata come prova giudiziaria in Tribunale o Procura, ad esempio per sporgere denuncia o querela.

La verbalizzazione delle parole e delle frasi pronunciate nelle registrazioni da parte del perito trascrittore forense che opera per la Procura o il Tribunale ma anche per Avvocati, privati o Aziende può avvenire anche in caso di parlato dialettale o in lingua straniera (es. inglese, francese, rumeno, albanese, russo, tedesco, etc…). In tal caso verranno coinvolti nella trascrizione di registrazione in dialetto o lingua straniera collaboratori fidati periti trascrittori della zona d’interesse, esperti nei dialetti o nelle lingue da trascrivere, per poter conferire maggiore attendibilità al riconoscimento del parlato.

Se richiesto, verrà eseguita a pagamento da parte di periti fonici trascrizione giurata e asseverata in Tribunale dei file audio forniti con la registrazione da trascrivere, che si tratti di telefonata o intercettazione audio ambientale, previa verifica di fattibilità, costi e tempi di realizzazione. Le trascrizioni giurate e asseverate prevedono un’integrazione di costo che comprende il costo delle marche da bollo da apporre sulla perizia oltre al tempo necessario al professionista perito trascrittore per eseguire di persona il giuramento e l’asseverazione in Tribunale. Precisiamo che anche la perizia non asseverata contenente sbobinatura di registrazione è comunque utilizzabile in ambito giudiziario e legalmente utilizzabile in Tribunale in cause civili e penali.

Non viene utilizzato nessun tipo di trascrizione automatica o software di trascrizione e sbobinatura da parte del perito fonico trascrittore: il costo per la fonotrascrizione audio delle parole e delle frasi pronunciate viene utilizzato interamente per il personale esperto e i periti fonici che eseguono l’attività di sbobinamento del testo presente nelle conversazioni, nelle intercettazioni ambientali o telefoniche.

Al perito fonico forense può essere richiesta la trascrizione vocale di video e tracce audio contenute in filmati o registrazioni eseguite con videocamera o fotocamera, anche con videocamere di sorveglianza se è stata abilitata la registrazione audio ambientale. Per la trascrizione audio da video valgono le stesse condizioni e gli stessi prezzi di quella vocale da registrazione contenente registrazioni, intercettazioni telefoniche o ambientali. Anche in questo caso è consentito l’utilizzo delle trascrizioni in Procura o Tribunale, nel processo civile o penale, anche in via stragiudiziale.

Non è possibile stilare un listino prezzi e tariffe per l’attività di trascrizione forense di registrazione e digitalizzazione dei testi da parte del perito fonico trascrittore, anche se per fornire un costo di massima per le trascrizioni foniche, si può considerare per file audio di qualità media un prezzo di € 20 a cartella di 25 righe per 60 caratteri, considerando che in una registrazione audio di un’ora mediamente è possibile trascrivere il parlato riversandolo in una settantina di cartelle.

Per avere un preventivo gratuito di stima dei costi per le trascrizioni delle registrazioni suggeriamo di contattarci. Potete però farvi un’idea del costo di una perizia di trascrizione, considerando una spesa che oscilla tra € 15 ed € 30 + IVA al minuto, in base alla qualità della registrazione da convertire e sbobinare in testo scritto e al numero di voci parlanti nella conversazione, sia essa telefonica o ambientale.

Il costo minimo per la perizia trascrittiva senza asseverazione/giuramento in Tribunale è di € 800 + IVA, anche se per pochi minuti di audio. La perizia di trascrizione giurata e asseverata in Tribunale da parte del perito fonico forense ha un costo maggiore, come illustrato sopra, dovuto all’integrazione di € 400 + IVA oltre alle marche da bollo (€ 16,00 ogni 4 pagine, € 3,84 per la richiesta asseveramento ed € 0,62 per ogni eventuale allegato).

Nel caso in cui la qualità del parlato non fosse buona e quindi si dimostrasse necessario un filtraggio con pulizia della registrazione da disturbi o fruscii, oppure se nel file si sentono più di due voci parlanti o se le parole sono in dialetto o lingua straniera, il costo della trascrizione audio da parte del perito fonico trascrittore verrà integrato con il costo dell’attività di pulizia della traccia audio che verrà preventivato in base alla qualità del suono, al volume delle voci, le tariffe d’ingaggio di un nativo/esperto della lingua o del dialetto utilizzati nel parlato. Anche in questo caso, otterrete gratis da parte dell’esperto fonico un preventivo per la trascrizione, previo invio allo Studio della registrazione o di un campione significativo su cui eseguire una pre-analisi del suono, del rapporto segnale/rumore e del parlato.

Dea Center sas - Salice Salentino (Lecce) è un Istituto di formazione professionale accreditato dalla Regione Puglia con D.D. 210 del 28-03-2013.

Tecnico dei Servizi Giudiziari, Attestato di Qualifica Professionale.

Corso di formazione per l'acquisizione della certificazione di Tecnico dell'Analisi e Trascrizione di Segnali Fonici e di Gestione della Perizia di Trascrizione in Ambito Forense, svolto presso Dea Center sas (Organismo di Formazione Professionale riconosciuto da Regione Puglia e Provincia di Lecce).

Modulo di studio:

Stenotipia computerizzata

Diritto

Diritto Penale e Procedura Penale

Igiene e Sicurezza sul lavoro

Ragioneria

Psicologia

Comunicazione interpersonale

Trascrizione di segnali fonetici

Grammatica italiana

Linguistica Forense

Analisi linguistica del parlato

Criminologia

Semantica

Dialettologia italiana

Fonetica e Fonologia

Informatica

Stage.

 La figura del “Perito Fonico Forense”

Oggi l’utilizzo delle intercettazioni telefoniche ed ambientali è uno degli strumenti più efficaci a disposizione degli investigatori. Eppure, mentre si investono capitali nel miglioramento della tecnologia delle intercettazioni, nulla si fa per aumentare la professionalità di chi le intercettazioni le trascrive e le analizza, alla ricerca degli elementi di prova contenuti nei dialoghi registrati.

Non esiste infatti un albo dei periti fonici forensi e non esiste un percorso universitario atto a formare una figura professionale specifica dalle competenze certe. Inoltre i periti fonici, il cui operato è così importante per gli esiti dei processi, vengono sottopagati dallo Stato, con un compenso di circa 4 euro lordi l’ora.

Le trascrizioni delle intercettazioni: una terra senza regole e garanzie. Da filodiritto.com 8 Maggio 2020

Gran Bazar

L’uso delle intercettazioni nel campo delle indagini è lo strumento tecnico più diffuso di ricerca della prova. Molteplici sono le sentenze che si basano sugli esiti delle intercettazioni e delle perizie foniche. La magistratura, inquirente e giudicante, indica le intercettazioni quale strumento imprescindibile per la lotta alla criminalità organizzata, alla corruzione ed ai reati dei colletti bianchi.

Ma quali metodologie vengono seguite dai periti trascrittori, al fine di garantire la genuinità e la corrispondenza dell’elaborato alla realtà registrata? Alla domanda non c’è risposta, in quanto i Tribunali italiani procedono in ordine sparso senza una regola comune.

In primo luogo, si dovrebbe regolamentare la categoria dei periti o dei tecnici e le regole che governano la loro nomina.

Il secondo aspetto, forse più importante è l’assenza di protocolli scientifici da impiegare nelle aule di Tribunale per garantire una procedura di valutazione conforme ai risultati trascrittivi delle registrazioni sia nell’ambito di identificazione del parlatore e sia nell’ambito delle semplici trascrizioni di conversazioni.

La frequentazione delle aule del Tribunale di Roma ci porta ad affermare che si procede in ordine sparso in merito all’identificazione del parlatore, ci sono magistrati che nel conferire l’incarico peritale richiedono di utilizzare un preciso metodo ed altri, la maggioranza, lasciano piena libertà di scelta al Consulente o al Perito.

Gli errori giudiziari sono dietro l’angolo, quando si procede senza una base scientifica comprovata e senza accertarsi che la tecnica utilizzata sia replicabile a testata.

Senza voler fare strumentali polemiche si riportano due casi giudiziari: nell’estate del 2010 la Procura della Repubblica di Milano - DDA richiese ed ottenne 160 ordinanze di custodia cautelare, nell’inchiesta contro la ndrangheta “Infinito”.

Tra gli arrestati, anche l’ex direttore della Asl di Pavia e un assessore comunale al commercio. L’accusa è di aver versato 2.000 euro per l’acquisto di voti alle elezioni comunali di Pavia.

L’ordinanza di custodia cautelare si basa sulle intercettazioni telefoniche, la stampa riporta virgolettate le frasi captate, tra le quali: “ho comprato i due voti” e “rischiamo un po’ troppo”.

In realtà, le espressioni corrette risultanti da una nuova perizia trascrittiva, disposta in dibattimento, risulteranno essere: “ho contato i suoi voti” e “adesso chiamo Luca Tronconi”.

In buona sostanza, dallo stesso testo fonico sono derivate due “trascrizioni integrali” diametralmente opposte ai fini giudiziari.

La vicenda si conclude con la sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste, emessa dal Tribunale di Pavia del 12 ottobre 2011.

Negli Stati Uniti la celebre sentenza Daubert nel 1993 ha segnato uno spartiacque e da allora il Giudice "prima di accettare un lavoro peritale, deve accertare che la teoria o la tecnica utilizzata sia replicabile a testata, che la stessa teoria o tecnica sia stata pubblicata e accettata da ricercatori del settore e che l’errore potenziale venga chiaramente riportato e che la tecnica utilizzata sia accettata dalla comunità scientifica" Luciano Romito, La competenza linguistica nelle perizie di trascrizione e di identificazione del parlatore.

La comparazione fonetica necessita di un protocollo metodologico comune, il quale abbia una base di consenso larga e scientifica.

I Giudici e gli avvocati e in primis i periti fonici devono comprendere che la fonetica e la linguistica forense sono delle scienze da inserire nella criminalistica.

I periti fonici devono uniformarsi ai criteri scientifici e il Giudicante e gli avvocati devono pretendere ed esseri consapevoli della necessità di utilizzare parametri e regole univoche sui dati da estrapolare, sulle metodologie di estrapolazione delle misure, sulla statistica da utilizzare ed infine sulla formulazione delle risposte da fornire.

Tali raccomandazioni sarebbero ancora più impellenti per la Polizia Giudiziaria, un caso emblematico passato sotto silenzio riguarda le trascrizioni di una intercettazione ambientale operata, all’interno di un Bar di Messina, da alcuni ispettori della DIA.

Nel corso del processo, emerse che quanto trascritto non corrispondeva minimamente a quanto registrato nella bobina depositata in atti. I Giudici stabilirono che le trascrizioni non avrebbero dovuto essere effettuate data la cattiva qualità del sonoro, che non permetteva di verificare quanto registrato.

Anche nell’ambito delle semplici trascrizioni di conversazioni captate, la maggioranza dei giudici richiede la trascrizione direttamente in lingua italiana lasciando che l’incaricato effettui una doppia traduzione dialetto-italiano e orale-scritto ed una personale interpretazione dell’eloquio e quindi dei fatti.

Sono tanti gli innocenti che hanno visto la loro vita segnata dagli errori nelle individuazioni fonetiche o nelle trascrizioni delle intercettazioni, sono molteplici i casi accertati dal sito ErroriGiudiziari.com ove sono registrate circa 800 storie di vittime di mala giustizia.

Appare sempre più impellente, stante l’inerzia del Legislatore, che gli addetti ai lavori prendano coscienza della necessità di attrezzarsi culturalmente e scientificamente al fine di poter interpretare sia i dati che i risultati di una comparazione fonica o di qualunque altra analisi effettuata sulla voce in ambito forense.

Nell’ambito delle attività di studio ed analisi della Commissione di Linguistica e processo, della Camera penale di Roma, abbiamo redatto un questionario che stiamo diffondendo a tutti i trascrittori e periti del Tribunale di Roma.

Le risposte al questionario ci permetteranno di tracciare, per la prima volta in Italia, una statistica precisa sulle competenze e le metodologie utilizzate sul campo delle trascrizioni.

Al fine di redigere un protocollo scientifico per uniformare le metodiche trascrittive, onde eliminare gli errori che costano la libertà a centinaia di persone.

INTERCETTAZIONI di USKY EMILIA AUDINO.

Quando il perito è al soldo dei clan. La brutta storia delle trascrizioni infedeli su La Repubblica il 23 aprile 2013

Il delicato ruolo dei tecnici incaricati di riportare i colloqui delle persone indagate può alterare i risultati di un'inchiesta. Un danno ingente per l'economia della Giustizia. Le pressioni della criminalità sugli onorari non sempre all'altezza della professionalità richiesta

Per anni è stata una persona di fiducia della Procura di Palmi, Roberto Crocitta. Era il fidato perito trascrittore incaricato di ascoltare e poi trascrivere le intercettazioni dei procedimenti penali che riguardavano le cosche di 'Ndrangheta più note della Piana di Gioia Tauro: i Pesce, i Bellocco, i Gallico. Fino all'8 gennaio di quest'anno, data del suo arresto per favoreggiamento aggravato. Sul tavolo della Procura le indagini della polizia giudiziaria  che ha analizzato le trascrizioni di Crocitta, ora agli arresti domiciliari in attesa del processo, e le ha trovate  difformi dalle intercettazioni originali. E le diversità andavano tutte a vantaggio delle difese degli imputati per associazione mafiosa e reati connessi. Piccole e sapienti modifiche, come il cambio di una consonante, andavano a modificare il significato di una frase: "così li prendevamo tutti e due in una volta..."  diventava "così li prendevano tutti e due in una volta...". In questo modo veniva ostacolata la contestazione di un capo di imputazione grave. Il diavolo è nei particolari, si sa.

Cronaca giudiziaria di provincia o spia di un allarme più generale su certi risparmi nella giustizia? In questo caso si è arrivati a un arresto. Ma cosa succede quando chi deve controllare non controlla? Quale trafila fanno le intercettazioni prima di arrivare in tribunale come fonte di prova? Dopo aver parlato per anni di "intercettazioni sì e intercettazioni no", si può passare alla domanda successiva: chi le trascrive? quante volte le stesse intercettazioni vengono trascritte? e soprattutto come si controlla la fedeltà di un'intercettazione?

La domanda non è peregrina per diverse ragioni. La prima è che le intercettazioni telefoniche e ambientali, e quindi le loro trascrizioni, costituiscono le fondamenta di molti procedimenti penali, soprattutto in terra di clan, ma non solo. Una parola trascritta bene o trascritta male può ribaltare un'ipotesi d'accusa, può fare la differenza tra condanna o assoluzione. La seconda è che esistono diverse figure che hanno il compito istituzionale di trascrivere la stessa intercettazione, producendo anche trascrizioni difformi tra loro. E questo significa una cosa sola: il problema della fedeltà all'originale esiste, come ha valutato anche la Corte di Cassazione, seconda sezione penale, con la sentenza del 6 luglio 2011, prevedendo che il supporto fonico delle intercettazioni debba essere dato alla difesa prima del processo. Pena "l'illegittima compressione del diritto di difesa". La terza è che se le trascrizioni finiscono sulla stampa, è lecito chiedersi quale versione arrivi alla pubblicazione e come si possa vigilare sulla sua fedeltà. Anche in questo caso, le trascrizioni infedeli possono azzerare la credibilità pubblica di una persona.

Ecco come funziona: le intercettazioni, tutte necessariamente e preventivamente autorizzate dall'autorità giudiziaria, vengono trascritte in fase di indagine dalla polizia giudiziaria che poi le consegna ai magistrati competenti. In una seconda fase, preliminare al processo, le stesse intercettazioni vengono affidate dal giudice terzo a un perito che le trascrive per suo conto (CTU), mentre i pubblici ministeri e gli avvocati della difesa affidano, ciascuno, gli stessi supporti fonici originali ai propri periti di parte (CTP). In conclusione si avranno 4 versioni della stessa intercettazione.

Se allora l'atto della trascrizione non è una questione secondaria, chi sceglie i periti trascrittori e sulla base di quale criterio? In Italia non esiste una professione riconosciuta di perito trascrittore in ambito forense, non esiste un albo. Mentre i periti scelti in ambito forense per consulenze di vario genere, devono essere scelti dai magistrati all'interno dei diversi albi professionali, nel caso del perito che trascrive non è richiesta alcuna specifica preparazione. Questa lacuna che conseguenze ha? La prima è che il trattamento economico è a dir poco modesto.

Per il Testo Unico 115/2002 : "gli onorari sono commisurati al tempo impiegato e vengono determinati in base alle vacazioni. La vacazione (cioè l'unità di tempo) e? di due ore". L'onorario della vacazione e? di € 8,15. Ma la legge dice anche un'altra cosa: un giudice non può commissionare più di 4 vacazioni al giorno. In sintesi: lavorando 8 ore si prende in media 32 euro a giornata, cioè intorno ai 4 euro/l'ora lordi. Una miseria in rapporto alla delicatezza del compito. "Soprattutto se si immagina che il compenso è soggetto alla discrezionalità del magistrato che può decurtarne una parte e che i soldi arriveranno dalla Corte d'Appello anche dopo 2 o 3 anni dalla consegna del lavoro", racconta Francesco Cellini, perito trascrittore da oltre vent'anni. "Lo faccio perché ci credo", aggiunge un altro perito che ascolta le intercettazioni in inglese, francese e spagnolo per conto della Procura di Reggio Calabria, "ma economicamente è un suicidio".

E non è tanto una questione sindacale. Il punto è: quanto ci costa la possibilità di avere persone in ruoli chiave che siano facilmente corruttibili? Quanto ci costa in termini sociali oltre che economici? Secondo le indagini Roberto Crocitta sarebbe stato corrotto per una cifra inferiore ai 500 euro. Per carità, la corruzione è corruzione. Ma l'amministrazione della Giustizia non dovrebbe considerare che per quanto semplici, lavori delicati come questo, andrebbero retribuiti in modo congruo? Solo un compenso corrispondente alla responsabilità assunta, pensava il legislatore, mette al riparo da tentazioni di corruzione.

Estratto dell’articolo di Fulvio Fiano per il "Corriere della Sera" il 22 febbraio 2023.

La falla nell’ufficio intercettazioni della procura di Roma si allarga fino a contare sei indagati su un totale di quattordici funzionari (poliziotti, carabinieri e finanzieri) addetti all’ascolto delle conversazioni e sbobinatura dei brogliacci. La «talpa» dell’aspirante avvocata Camilla Marianera non era quindi la sola a far uscire informazioni riservate e, contando anche i cinque dipendenti di altri uffici giudiziari perquisiti e i due arresti (oltre alla 27enne, il suo fidanzato Jacopo De Vivo), ecco che il caso assume sempre più i contorni di un preoccupante sistema illecito.

[…] le indagini dei carabinieri del Nucleo investigativo si indirizzano ora su due fronti. Quello sui possibili legami tra i vari uffici coinvolti e quello sul numero di inchieste, recenti o meno recenti, nelle quali sono ravvisabili, almeno in teoria, gli effetti di quanto sta emergendo dal fascicolo dei pm […]

Sul primo punto, insieme ad alcuni indizi, è proprio il funzionamento di questi uffici a far ipotizzare che le richieste di Marianera arrivassero alla talpa con la triangolazione e la complicità di altri funzionari. Questi, nel loro ruolo, legittimavano, almeno formalmente, una procedura altrimenti illecita. Sullo stesso binario, ma con percorso inverso, avrebbero poi viaggiato le notizie che dall’ufficio intercettazioni arrivavano alla 27enne e da lei, tramite il fidanzato, ai soggetti interessati.

Questa accortezza spiegherebbe anche la difficoltà ad identificare finora il principale referente di Marianera nell’ufficio intercettazioni. E giustificherebbe le regalie da poche decine di euro che la stessa praticante era solita fare alle cancellerie della corte d’Appello, del tribunale di Sorveglianza e di quella per la convalida dei sequestri. […] Che il sistema fosse consolidato da almeno due anni (una decina di soggetti si sarebbero rivolti a Marianera tramite De Vivo) lo dicono poi anche alcune anomalie, emerse nel corso di altre indagini: intercettati che improvvisamente smettono di parlare, indagati sotto osservazione che senza motivo cambiano abitudini, microspie trovate a colpo sicuro da soggetti sotto inchiesta che fino a quel momento non sembravano averne sentore. Come se, appunto, qualcuno li avesse informati. […]

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per "la Repubblica - Edizione Roma" il 22 febbraio 2023.

Un’aspirante penalista arrestata insieme al suo fidanzato, cinque dipendenti del tribunale perquisiti e altri sei funzionari dell’ufficio intercettazioni interno alla procura indagati.

Il coinvolgimento di ben tredici persone finite al centro dell’inchiesta sulla fuga di notizie dalla cittadella giudiziaria di piazzale Clodio rivela una voragine nel sistema con cui gli investigatori proteggono le indagini più delicate […]

Già da tempo si sospettava che qualcosa non tornasse. Vecchie e nuove inchieste mostrano tratti anomali e sinistri. Indagati intercettati per mesi che improvvisamente smettono di parlare al telefono, persone pedinate che di colpo non incontrano più nessuno, feroci boss che sanno esattamente dove è piazzata una cimice davanti la loro abitazione e macchine fatte repentinamente bonificare. Ci sono aspetti oscuri che, alla luce dell’indagine sulla talpa in procura, adesso appaiono inquietanti.

Al momento l’enorme falla sulla segretezza è stata sigillata […] Il problema tuttavia non è ancora stato risolto. La talpa, o le talpe, sono ancora in circolazione e presumibilmente lavorano davanti allo stesso computer da cui estraevano informazioni per poi rivelarle agli indagati o a chi era disposto a pagare tra le 300 e le 700 euro, stando a quanto dice Camilla Marianera in un’intercettazione in cui spiega al cliente Luca Giampà, marito di Mafalda Casamonica, di riuscire ad avere notizie direttamente " dall’ufficio dove sbobinano le intercettazioni", dove "trovi la gente con le cuffie".

Il sistema di intercettazioni, in procura, è sostanzialmente dislocato in due diversi uffici.

[…] ci lavorano 14 persone. Sono poliziotti, carabinieri e finanzieri che poi si interfacciano con il personale amministrativo. Tra queste 14 persone 6 nomi sono finiti sul registro degli indagati, sospettati di aver rivelato segreti d’ufficio.

[…] Tra loro, probabilmente, c’è chi, secondo Marianera, sarebbe stato in grado di dirle se un indagato aveva un "gps sotto la macchina", o se era stato "predisposto ocp (servizio di pedinamento ndr) su via, sotto casa" o ancora se "c’ha il telefono sotto controllo".

Notizie importanti rivelate a una ragazza di 29 anni. Se una praticante che non aveva neanche superato l’esame da avvocato è riuscita ad ottenere informazioni così delicate, quanti criminali ben più strutturati saranno venuti a conoscenza di segreti d’indagine? Quanti procedimenti potrebbero essere state danneggiati da una talpa che è ancora in servizio? […]

Rinascita-Scott, denuncia shock di Gratteri: “Perito trascrittore beccato a parlare al bar con imputato ai domiciliari”. Colpo di scena al termine dell'udienza in aula bunker, il capo della Dda: "I periti hanno chiesto la proroga di 24 mesi per la mole di lavoro, ma poi hanno preso altri incarichi dagli avvocati del processo". Tutto filmato dalle telecamere o ricostruito dai post su Facebook. Antonio Capria il 29 Giugno 2021 su catanzaroinforma.it

Un perito incaricato di effettuare le trascrizioni nel processo Rinascita-Scott beccato a conversare al tavolino del bar di fronte all’aula bunker con un imputato agli arresti domiciliari. Tutto ripreso e registrato dalle telecamere di sorveglianza installate in tutta l’area. A denunciarlo il procuratore capo della distrettuale antimafia Nicola Gratteri, arrivato a sorpresa in aula al termine della lunga udienza di oggi.

Il procuratore chiede al collegio di intervenire, ed ecco il colpo di scena. In quasi un quarto d’ora di intervento ricostruisce l’enorme mole di lavoro affidata inizialmente a tre periti trascrittori, poi a cinque: “Il 14 settembre del 2020 nell’aula bunker di Roma abbiamo depositato un elenco di 535 pagine di richieste di intercettazioni telefoniche, di trascrizioni, e un secondo elenco di 83 pagine recanti i progressivi del processo Imponimento. Il 9 novembre 2020 il gup Paris ha conferito l’incarico a tre periti: Vercillo, Nardone, Puccio, per procedere alle trascrizioni di tutte le intercettazioni indicate nei due elenchi, e autorizzava la nomina di due ausiliari per ciascun perito. All’udienza del 3 dicembre 2020 ero presente e mi sono permesso di dire al gup Paris “non basteranno 10 periti”, ma non sono stato ascoltato. Un’intercettazione ambientale di un’ora ci si impiega un giorno per trascriverla”. Il 26 novembre i periti ricevono l’elenco, il 3 dicembre la procura avanza la richiesta di un terzo elenco di 55 pagine, l’8 gennaio con una per il collegio peritale chiede al gup una proroga di 24 mesi “in considerazione della gravità dell’incarico che doveva svolgere”, che il gup rifiuta, autorizzando 38 assistenti. 

Il 23 febbraio 2021 – ricostruisce Gratteri – producevamo un elenco riepilogativo delle trascrizioni secondo un ordine prioritario. In quello stesso giorno incarico veniva esteso da 3 a 5 periti, includendo la dottoressa Morabito e il dottore Scullari.   Il 1 giugno 2021 rileviamo che il collegio peritale non stava seguendo l’ordine che il tribunale aveva fissato su richiesta della procura”. Poi la rivelazione clamorosa: “Il primo giugno il pm (Annamaria Frustaci ndr) notava che il perito Nardone era seduto al tavolino del bar con il detenuto agli arresti domiciliari Mario Artusa in violazione delle prescrizioni afferenti al regime detentivo dell’Artusa. All’arrivo della dottoressa Frustaci il perito si sollevava di scatto e scappava, si allontanava velocemente mentre Artusa si dirigeva all’interno del bar. Fermato dal pm il perito non forniva alcuna giustificazione per questa conversazione con il detenuto. Un perito del tribunale era seduto al bar col detenuto, cioè con quello al quale doveva fare la trascrizione. Da alcuni accertamenti fatti dai rilievi di videosorveglianza emergeva questo episodio”.

Da altri accertamenti – ha aggiunto Gratteri – emergeva che i periti, dopo avere richiesto la proroga di ben 24 mesi per adempiere all’incarico, assumevano altri incarichi, sebbene in altri procedimenti, dai difensori degli stessi imputati cautelati nel processo Rinascita-Scott. Quindi, sono venuti qui i periti a dire che hanno bisogno di 24 mesi perché erano troppe le intercettazioni e non ce la facevano a trascriverle,  però assumono incarichi da avvocati che difendono imputati in questo processo”. 

Il 4 giugno del 2021 dalla consultazione di Facebook, la pg accertava un post pubblicato da tale Antonello Elia, in cui si notava una fotografia scattata all’interno dei corridoi della procura di Catanzaro. Il post recava il commento: “La collaborazione tra professionisti garantisce la giusta soluzione. Buon weekend”. La foto ritrae chiaramente Elia Antonio Francesco, l’avvocato De Nicolò Gigliotti Antonietta, difensore dell’imputato D’Urso Onofrio, Vercillo Walter, perito trascrittore delle intercettazioni incaricato dal Tribunale di Vibo Valentia. Ripercorrendo a ritroso, sempre nello stesso profilo Facebook, si potevano rilevare altri ulteriori post: 20 maggio 2021, si vedono in fotografia ci sono Elia Antonio Francesco Walter Vercillo recante ‘il lavoro è passione, impegno e tanti sacrifici, 25 anni di professione’. Il 2 aprile 2021 viene pubblicata una fotografia in cui si riconoscono Antonio Elia, l’avvocato Vincenzo Belvedere, difensori entrambi di Orazio Lo Bianco e Pietro Giamborino, imputati nel processo in corso di svolgimento, nonché nuovamente Walter Vercillo recante lo scritto ‘Grazie all’avvocato Enzo Belvedere per averci scelto come consulenti informatici forensi. Il successo si costruisce con obbiettivi e sacrifici’. Il 25 febbraio 2021 viene pubblicata una fotografia in cui si riconoscono Elia Antonio, Walter Vercillo all’interno dell’aula bunker di Lamezia Terme recante: ‘Passione e lavoro, consulenti forensi presso l’aula bunker di Lamezia Terme’. In quella data, da una relazione di servizio fatta dalla dottoressa Frustaci, si evince che Antonello Elia era presente in aula e si avvicinava alla stessa dottoressa per consegnarle un biglietto da visita dello studio Vercillo per eventuali consulenze di parte. Cioè quelli che non avevano tempo per fare le trascrizioni di Rinascita Scott”. 

Alla luce di quanto denunciato Gratteri ha quindi chiesto al Tribunale di Vibo “un’integrazione del collegio peritale, nominando 15-20 periti; di fissare un termine finale per l’esecuzione dell’incarico e il deposito della perizia trascritta e al contempo di istituire un termine mensile per i depositi parziali delle trascrizioni; di chiedere chiarimenti al collegio peritale”. Tra questi verificare con Nardoni quali fossero le ragioni del colloquio con il detenuto agli arresti domiciliari in violazione delle prescrizioni, verificare con Vercillo la natura degli incarichi ricevuti in altri procedimenti da difensori di imputati nel processo Rinascita-Scott, come si evince dai post su Facebook, per valutare se si tratti di procedimenti connessi o collegati a Rinascita-Scott. Gratteri ha chiesto di verificare anche per quale motivo i periti dopo aver chiesto una proroga di 24 mesi hanno accettato altri incarichi, e se i periti siano in grado di ottemperare al mandato ricevuto in tempi compatibili con i termini di custodia cautelare degli imputati. 

Il Tribunale collegiale presieduto da Brigida Cavasino ha affermato che aveva già in mente di aumentare il numero dei periti e il prossimo 5 luglio i periti saranno chiamati a chiarire le vicende che li riguardano. 

Prestazione occasionale - Cos'è una prestazione occasionale? Da Sumup.com.

Una prestazione occasionale consiste in una collaborazione saltuaria limitata nel tempo e nei guadagni che se ne possono trarre.

Una prestazione occasionale consiste in una fornitura di un servizio saltuaria che non supera i 30 giorni con lo stesso committente e i guadagni di 5.000 euro netti nello stesso anno solare.

Come si riconosce una prestazione occasionale?

Una prestazione si definisce occasionale se:

Non è abituale o continuativa

Non è professionale

Non è coordinata

Per rispettare il requisito dell'occasionalità, infatti, non è possibile che tu promuova la tua attività con un sito internet, come un e-commerce, o in altre forme.

Queste condizioni farebbero dedurre che si tratta di un'attività abituale, coordinata e continuativa.

Come si registra una prestazione occasionale?

Chi effettua una prestazione occasionale è tenuto ad emettere un'apposita ricevuta che contenga:

I dati delle due parti

Il numero del documento e la data di emissione

I guadagni percepiti

La ritenuta d'acconto

Il totale da pagare

Per tutte le prestazioni di importo maggiore di 77,47 euro è necessario allegare una marca da bollo di 2 euro che può essere assolta in via cartacea o virtuale.

Tutti gli anticipi sulle imposte ottenuti attraverso la ritenuta d'acconto possono essere rimborsati con la presentazione della dichiarazione dei redditi che attesta le entrate.

Nel caso in cui il committente sia estero, la ritenuta non va applicata perchè il soggetto estero non può essere sostituto d'imposta ma si incassano solo i compensi lordi.

Che succede se superi il limite?

Se superi uno dei limiti imposti per la natura della prestazione occasionale, sarà necessario registrarsi come professionista per continuare a lavorare aprendo partita IVA e una posizione alla Gestione Separata INPS.

Dovrai inoltre pagare i contributi della quota superiore alla soglia dei 5.000 euro.

Da questo momento in poi, essendo titolare di partita IVA, puoi emettere regolari fatture per certificare i servizi prestati o i beni venduti.

Se lavori con un'azienda questo si traduce in un contratto di collaborazione a progetto.

Prestazioni occasionali e Jobs Act

Il Jobs Act ha abolito i contratti a progetto e le collaborazioni occasionali, è possibile dunque scegliere solo due tipi di contratti:

Lavoro occasionale accessorio

Lavoro autonomo occasionale

Tutti i contratti precedentemente inquadrati come prestazioni occasionali o parasubordinati rientrano nelle relazioni di subordinazione se durano nel tempo, riguardano le caratteristiche del collaboratore che non può essere facilmente sostituito e vengono gestite dal committente.

 Apertura partita IVA e iscrizione Gestione separata INPS. Da aiti.org AITI - Associazione Italiana Traduttori e interpreti

Apertura partita IVA 

Come previsto dall’art.35 DPR 633/72 ai fini IVA i soggetti che intraprendono nel territorio dello Stato l’esercizio di un’impresa, arte o professione hanno l’obbligo di presentare entro 30 giorni una dichiarazione di inizio attività (modello AA9/12).

Il modello AA9/12 deve essere presentato in duplice esemplare direttamente (o tramite persona delegata) a un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate.

Il modello può anche essere inviato in unico esemplare a mezzo servizio postale, mediante raccomandata, allegando copia fotostatica di un documento di identificazione del dichiarante (le dichiarazioni si considerano presentate nel giorno in cui risultano spedite). Infine la comunicazione di inizio attività può essere trasmessa in via telematica direttamente dal contribuente o tramite i soggetti incaricati alla trasmissione telematica (Commercialista).

Prestare particolare attenzione al Quadro B se si intende aderire a un regime fiscale agevolato (es. regime forfetario) e al Quadro I se si intende manifestare la volontà di effettuare operazioni intracomunitarie al fine di ottenere l’inclusione nell’Archivio VIES.

Anche nell’ipotesi di un’eventuale variazione dei dati indicati nella dichiarazione iniziale o nel caso di cessazione dell’attività deve essere presentata, entro 30 giorni, un’apposita denuncia.

Il codice ATECO 2007 da indicare nel modello AA9/12 è il 743000 traduzione e interpretariato.

I liberi professionisti non devono essere iscritti alla CCIAA.

Istruzioni per il modello AA9/12.

Iscrizione Gestione Separata INPS

La L.335/95 (art.2 c.26) ha previsto l’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata Inps dei liberi professionisti privi di una Cassa di previdenza.

L’iscrizione deve essere effettuata o tramite consegna diretta del modulo GS-COD SC04 presso gli sportelli INPS oppure tramite invio per posta raccomandata o con invio telematico attraverso il sito www.inps.it. (previa iscrizione ai servizi online dell'INPS).

In generale, la base imponibile previdenziale è pari all’imponibile fiscale, così come risulta dalla dichiarazione dei redditi è quindi definita per differenza fra i compensi percepiti e le spese sostenute.

Per alcuni regimi agevolati, il calcolo dell'imponibile previdenziale può essere leggermente diverso.

Il contributo alla Gestione Separata è calcolato applicando alla base imponibile le aliquote vigenti nell’anno di riferimento (aliquote per il 2017: 25,72% per i soggetti privi di altra tutela previdenziale obbligatoria, 24% per i soggetti assicurati presso altre forme previdenziali obbligatorie o titolari di pensione).

Il contributo è interamente a carico del professionista, che tuttavia ha facoltà di addebitare al cliente in fattura, a titolo di rivalsa, un’aliquota pari al 4% dei compensi lordi. L’esercizio di tale facoltà ha rilevanza solo nei rapporti fra il professionista ed il cliente ed è del tutto ininfluente ai fini del versamento alla Gestione Separata, poiché a quest’ultimo dovrà provvedere sempre e comunque il professionista e per l’intero importo.

Il versamento del contributo avviene con lo stesso meccanismo di acconto e saldo e con le stesse scadenze previste dal fisco per i versamenti IRPEF.

 Modello di fattura per traduttori e interpreti. Da Sumup.com.

Se lavori come traduttore o interprete in modo continuativo e organizzato, la tua attività non ha i requisiti per qualificarsi come prestazione occasionale.

Devi dunque aprire partita IVA con il codice ATECO 743000 "traduzione e interpretariato" come libero professionista e alla Gestione Separata INPS poiché non esiste una cassa professionale per questa categoria di lavoratori.

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Tribunali – Procure – Pubbliche Amministrazioni – Consigli di Amministrazione – Case Circondariali – Ecc.

Tecnico dei Servizi Giudiziari (Tecnico dell’analisi e trascrizione di segnali fonici e di gestione della perizia di trascrizione in ambito forense).

TECNICI DEI SERVIZI GIUDIZIARI

funzione in un contesto di lavoro:

Questa figura possiede una strutturata conoscenza della disciplina normativa di settore, tale da consentire di esercitare funzioni ausiliarie del giudice e del pubblico ministero presso gli uffici giudiziari

competenze associate alla funzione:

I tecnici dei servizi giudiziari curano gli aspetti amministrativi ed esecutivi delle decisioni delle corti di giustizia; organizzano il materiale documentario e probatorio e documentano lo svolgimento dei processi, riportando a verbale testimonianze, interventi delle parti e decisioni.

sbocchi professionali:

cancelliere, segretario giudiziario, ufficiale giudiziario, vice cancelliere

Il perito trascrittore nelle intercettazioni giudiziarie

Di Michelangelo Di Stefano

Esperto in tecniche investigative e forensi avanzate

Pubblicato il 11/03/2014

 L’analisi peritale che riguarda la trascrizione di un reperto fonico giudiziario proveniente da intercettazioni telefoniche ed ambientali presupporrebbe, in astratto, una serie di conoscenze di base utili, se non indispensabili, al fine di poter rappresentare e descrivere al giudice, ed alle parti, le risultanze del quesito in precedenza formulato all’esperto.

Va da sé che il perito debba avere un bagaglio professionale più ampio e complesso rispetto all’ordinaria esperienza maturata nel settore delle investigazioni o, più nello specifico, quale “operatore addetto alle intercettazioni”, così da consentire a questi valutazioni più ampie rispetto alla prassi consuetudinaria, ove necessario documentando con considerazioni scientifiche il contenuto delle proprie argomentazioni.

L’operatore della polizia giudiziaria, infatti, svolge ordinariamente l’attività di intercettazione senza aver effettuato corsi di formazione dedicati alle operazioni di ascolto e trascrizione delle intercettazioni, salvo il requisito giuridico dello status quale Ufficiale di Polizia Giudiziaria, o Agente per i casi previsti in deroga dalla norma.[1]

Sommario

1. Le figure del perito e del consulente nel codice di procedura penale

2. Le difficoltà trascrittive

3. L’analisi etnolinguistica

4. La traduzione del reperto

5. La cognitive phonetics

6. L’affidamento d’incarico

7. Le competenze scientifiche del perito

1. Le figure del perito e del consulente nel codice di procedura penale

Ciò premesso, quantomeno in teoria,  un perito interessato alla trascrizione[2] , al fine di assolvere al compito affidato dal giudice attraverso il conferimento dell’incarico, dovrebbe avere conoscenza almeno parziale di alcune elementari nozioni di base che saranno descritte di seguito.

Competenza che, analogamente, dovrebbero avere i consulenti tecnici delle parti i quali, una volta disposta la perizia[5], potranno fornire un apporto scientifico utile al giudice per la formulazione dei quesiti.

Proprio questo ultimo aspetto, cioè il “quesito”, alle volte non trova analitico compendio nell’affidamento dell’incarico, in taluni casi conferito con il sintetico richiamo alla norma che prevede la “trascrizione integrale delle registrazioni”, senza considerare le tante criticità che caratterizzano, ad esempio, le intercettazioni tra presenti, quelle supportate dalla video ripresa, o le tantissime interazioni comunicative ricche di espressioni gergali e varietà dialettali.

Attività trascrittiva, questa, compendiata all’art. 268, comma 7 c.p.p. secondo  le forme, i modi e le garanzie previsti per l’espletamento delle perizie prevedendo, altresì, nel giudizio di appello alcune eccezionali ipotesi di nuovo ascolto delle intercettazioni, regolato dall’art. 603 c.p.p. .

Trascrizione che potrebbe essere conferita al perito anche in forma parziale senza che ciò implichi alcuna nullità.

Ed è qui che la scientificità della prova nel dibattimento vede il contraltare delle parti, allorquando ammessa la perizia nel dibattimento, è a queste concessa la facoltà di presentare, anche senza citazione, i propri consulenti.

 Sotto il profilo tecnico giuridico, l’esame dei periti e dei consulenti[14] avviene secondo le regole fissate per i testimoni[15], con la facoltà di consultare documenti, note scritte e pubblicazioni, che possono essere acquisite anche d’ufficio.

Netto distinguo riguarda la “formula di giuramento” del testimone rispetto a quella osservata dal perito, laddove il primo con la propria deposizione si impegna “a dire tutta la verità ed a non nascondere nulla di quanto a (personale) conoscenza”[16], mentre il secondo, con lo “svolgimento dell’incarico”, si impegna ad adempiere al proprio “ufficio senza altro scopo che quello di far conoscere la verità e a mantenere il  segreto su tutte le operazioni peritali”[17].

Negli ultimi anni, anche grazie alla maggiore fruibilità dei dati attraverso il processo di digitalizzazione, si è assistito ad un ricorso esponenziale delle intercettazioni  di comunicazioni e, da qui, l’esigenza del giudice di attingere sempre più frequentemente all’istituto ex art. 268, comma 7 c.p.p., con la consegna ai periti di una mole impressionante di reperti fonici da “sbobinare”[18].

Ciò ha determinato, gioco forza, la conseguente compressione di talune tematiche di approfondimento tecnico scientifiche che sarebbero demandabili a pochi esperti qualificati con esigenze temporali per l’evasione del quesito che mal si coniugherebbero, probabilmente,  con la scansione temporale del protocollo dibattimentale, così rimandando l’attività peritale ad una mera operazione “trascrittiva” di routine.

Criticità che alle volte ha determinato questioni dibattimentali a dir poco grottesche, con “periti” oberati di plichi contenenti i reperti, escussi in aula sul perché abbiano dimenticato decine di reperti fonici su una nave traghetto.[19]

Al conferimento dell’incarico conseguono, poi, gli accertamenti tecnici del perito che, solitamente, per la complessità del lavoro, si troverà  impossibilitato a dare al giudice una immediata risposta con la relazione peritale, chiedendo a questi un termine.[20]

A dette criticità si vanno poi ad aggiungere gli aspetti squisitamente venali, che concernono l’ “onorario commisurato al tempo” [21] ed al numero di “vacazioni” giornaliere  che il perito potrà prestare.[22]

2. Le difficoltà trascrittive

Solo sporadicamente è presente in questa fase una evidenza tecnico peritale all’attenzione del giudice, concernente la difficoltà trascrittiva, che potrebbe comprendere criticità foniche dovute alle problematiche acustiche di acquisizione e rilancio del reperto, fonetiche determinate dalla estrazione geolinguistica dei parlanti, sociolinguistiche concernenti l’interpretazione di tratti extralinguistici delle interazioni oggetto di disamina, soffermandosi il perito, piuttosto, sulla consistenza complessiva di reperti da esaminare, quantificata nel numero di “progressivi”[23] presenti per singolo RIT[24], spesso senza considerare, ancora, il “peso specifico” di ogni singolo reperto, cioè la sua durata temporale, la sua complessiva intellegibilità, la necessità di procedere ad una preliminare trascrizione letterale nella lingua parlata dai conversanti, ecc.

L’attività peritale segue, ancora,  con la frequente richiesta di poter nominare “ausiliari di  fiducia per lo svolgimento di attività materiali non implicanti apprezzamenti o valutazioni”[25], con la facoltà da parte dei consulenti tecnici di “partecipare alle operazioni peritali, proponendo al perito specifiche indagini e formulando osservazioni e riserve, delle quali deve dare atto nella relazione”[26] o, qualora nominati dopo l’esaurimento delle operazioni peritali, di “esaminare le relazioni e richiedere al giudice di essere autorizzati a esaminare la persona, la cosa e il luogo oggetto della perizia”.[27]

E’ questo uno degli aspetti maggiormente significativi nel contesto dell’attività trascrittivo-peritale ed inteso a descrivere le varie fasi operative nel corso della rappresentazione scritta di un  reperto fonico giudiziario, sia esso telefonico che ambientale.

Non saranno, in questa sede, ulteriormente sviscerate le competenze tecniche del perito[28] fonico[29] che, in determinati contesti potrà essere chiamato dal giudice a manipolare un reperto per migliorarne l’intellegibilità, o analizzare i profili biometrici al fine per identificare un parlatore[30], la cui disamina rientra in un contesto scientifico ancor più complesso,  soffermandoci piuttosto sui tanti aspetti che riguardano la trascrizione di  un parlato caratterizzato da etnolinguismi.

3. L’analisi etnolinguistica

I momenti di analisi andrebbero, ove possibile, integralmente distinti, partendo da una prima trascrizione dialettale del reperto, per poi procedere ad una traduzione letterale del testo, ancora corroborandone i contenuti con una descrizione esplicativa di tutte quelle espressioni gergali che, in un determinato contesto, assumono una significatività unica, e da ultimo,  fornire una complessiva interpretazione semantica del reperto nel suo complesso.

L’operatore, così come il perito,  deve essere abile[31] nel  trasferire, dal parlato allo scritto, quanto assunto dalle captazioni,  cercando  di non alterare il contenuto semantico della sintesi trascritta[32], ivi mantenendo un linguaggio asettico e poco burocratico.

E’ evidente che la trascrizione[33] e la successiva traduzione di reperti acquisiti da parlanti dialettofoni, ed ove sono presenti espressioni gergali[34], deve essere effettuata non semplicemente da operatori che hanno esperienza nello specifico settore investigativo,  ma che abbiano adeguata conoscenza etnolinguistica di quello specifico contesto geografico[35].

Si vedrà avanti, infatti, quanto siano importanti alcuni item linguistici[36] che caratterizzano la parlata di una determinata comunità linguistica[37].

Inoltre, la forma dialettale negli ambienti criminali, sostituendosi all’italiano standard, in una miscellanea tra status e funzione all’interno dell’interazione comunicativa, presupporrebbe la rappresentazione dell’enunciato attraverso una transcodifica asettica del segnale acustico all’attenzione della parte richiedente, e quindi cristallizzato  nella trascrizione attraverso la forma dialettofona originaria.

Necessariamente,  in una seconda fase dovrebbe essere effettuata la traduzione della stessa trascrizione vernacolare in italiano standard, interpretando, ove possibile,  i tanti aspetti gergali, le frequenti metafore del luogo, i detti e le espressioni proverbiali,  le parlate identificative di ristrette comunità linguistiche, nonchè i particolarissimi significati semantici di alcuni lessemi che, nel calabrese ad esempio, hanno origini etimologiche dal greco, latino, francese, tedesco, arabo e spagnolo[38].

Trattando le problematiche dialettofone secondo un approccio della sociologia del linguaggio, va operata una preliminare precisazione riguardo lo status come  potenziale (o  de jure) e la funzione come attuazione (o de facto) della lingua[39].

Si tratta di due concetti fortemente interrelati tra loro e che delineano, all’interno di un sistema linguistico,   i rapporti esistenti nel sistema con   i parlanti, anche in relazione alla collocazione di costoro all’interno della società,   ma “anche con l’organizzazione della vita sociale e l’articolazione socio-politica ed amministrativa di una comunità”[40], divenendo la risultante incrociata di un insieme di variabili e dimensioni sociali.

La cromaticità dei due concetti in esame, lo status e la funzione, se nel sistema linguistico generale trovano netta differenziazione, assumeranno diversa tonalità  con una  commistione dei ruoli qualora il modello sociolingiustico di riferimento sia il pianeta della criminalità organizzata.

Se per status si intende “ciò che con esso si può fare, dal punto di vista pratico, legale, culturale, economico, politico e sociale”  e per funzione, invece, “ciò che effettivamente con un certo sistema linguistico viene fatto, ciò a cui un sistema linguistico serve in una società”[41], è possibile osservare che nell’emisfero criminale, e ‘ndranghetistico in particolare, lo status di lingua ufficiale è assolto dal dialetto calabrese, che allo stesso tempo lì assolve anche alla funzione ufficiale[42], educazionale[43], tecnica[44] ed internazionale[45].

Quanto appena riassunto è di particolare importanza nel presente contesto di analisi in quanto parlare di “funzione tecnica” della lingua dialettale implica in un àmbito di studio giuridico e forense l’indispensabilità di cristallizzare il reperto fornito nella sua genuina intierezza semantica, difficilmente “traducibile” letteralmente nella lingua italiana, la cui trasposizione è da intendersi non tanto una traduzione letterale, quanto una interpretazione del trascrittore.

4. La traduzione del reperto

Alla luce di quanto appena riassunto, il compito degli interpreti e dei traduttori (perché in tal caso non si può parlare semplicemente di trascrittore), avranno il compito di comprendere il testo per poi renderlo -quale forma di interpretazione soggettiva- in italiano quale traduzione semantica.

Sotto il profilo della giurisprudenza, l’esigenza di distinguere in due momenti operativi la trascrizione di reperti fonici in forma dialettale trova riscontro, come compendiato tra l’altro in alcune pronunce della Suprema Corte[46], attraverso una prima “riproduzione integrale degli elementi fonetici raccolti nella registrazione”, ed una successiva fase di “vera e propria traduzione in lingua italiana”[47].

Detto obiettivo dovrà essere raggiunto attraverso una prodromica transcodifica asettica del segnale acustico, cioè di quanto “viene detto/fatto”[48] nella situazione comunicativa intercettata,  all’attenzione del P.M. per una successiva valutazione autonoma dell’A.G., abbinando poi l’interpretazione soggettiva abbinata alla traduzione semantica dei tratti dialettali e gergali nonché di trascrizione dei tratti soprasegmentali.[49]

Una corretta rappresentazione sarebbe quella dell’alfabeto fonetico internazionale IPA[50], che permette di rappresentare graficamente, per iscritto, la forma fonica di qualsiasi enunciato, in quanto i simboli fonetici dell’alfabeto consentono di  trascrivere consonanti, vocali e caratteristiche prosodiche come intensità, durata e altezza tonale.

Si tratta, in verità di uno strumento di compendio trascrittivo di solito inintellegibile ai giudici e quindi inutilizzabile se non è interpretata da un tecnico,[51] conseguentemente suggerendo all’operatore l’abbinamento al testo trascrittivo di note specificative di richiamo ove andrà annotato quell’aspetto prosodico utile a chiarificare il contesto.[52]

Per detta ragione, nelle pagine che seguono saranno richiamati alcuni esempi di pronuncia dialettale, trascrivendo letteralmente la parlata, senza fare ricorso alla rappresentazione fonetica IPA.

5. La cognitive phonetics    

Alla luce di quanto complessivamente esposto in queste pagine, particolarmente attagliate sono da ritenersi le “raccomandazioni” attraverso la cognitive phonetics di Helen Fracer[53]:

HELEN FRASER[54]

1. La trascrizione di materiale sonoro di bassa qualità non dev‘ essere affidata a chi ha, o potrebbe avere,  un interesse nell'interpretarne il contenuto.

2. Quando la trascrizione potrebbe essere contestata, la trascrizione deve essere affidata a persona con esperienze linguistiche fonetiche.

3. Quando vi sono dubbi su una particolare parola o frase della trascrizione, questi non possono essere risolti sulla base della sola analisi acustica ma richiedono di esaminare il contesto con attente analisi linguistiche fonetiche da parte di esperti.

4. In una trascrizione di materiale di bassa qualità il trascrittore deve indicare il livello di confidenza e le possibili interpretazioni alternative per ciascuna parte del trascritto.

5. Quando il livello di confidenza è molto basso, ad esempio quando la registrazione è sia di bassa qualità sia molto corta, o la parola contestata risulta isolata o anche se la qualità complessiva non è uniformemente bassa ma sono presenti inconsistenze nella registrazione, è opportuno dichiarare il materiale audio non trascrivibile.

6. Nessuna trascrizione dovrebbe essere presentata ad una giuria prima che la sua attendibilità sia stata controllata da un esperto adeguatamente qualificato nella fonetica e nella linguistica.

7. In generale l’indizio “trascrizione” di una registrazione di bassa qualità non è sufficiente a supportare da solo una condanna; si tratta di indizi che si usano solo insieme ad altre evidenze.

Così come assolutamente attagliato è il “decalogo” del “gruppo di lavoro presso la Polizia Scientifica”:

Decalogo[55]

Gruppo di lavoro presso la Polizia scientifica

1. I tempi necessari alla trascrizione sono in funzione della qualità del segnale,  oltre che alla durata dello stesso ( si  riportino i  dati sulla qualità).

2. Consegnare, con la trascrizione, una relazione che riguardi la qualità del segnale, le modalità utilizzate per l’eventuale trattamento dello stesso (es:filtraggio) e tutte le informazioni disponibili.

3. Trascrivere nella stessa lingua o dialetto che si ascolta, eventualmente fornendo una interpretazione in italiano.

4 . La lingua o dialetto deve essere nota al trascrittore.

5.  Dichiarare, nella relazione, le informazioni utilizzate per la trascrizione dei nomi.

6. Inserire una legenda con la descrizione della simbologia adottata per segnalare le principali caratteristiche sovra segmentali, tratti incomprensibili, dubbi ed altro.

7. Temporizzare accuratamente l’intera trascrizione,  con quantificazione delle pause e dei tratti incomprensibili. Segnalare e descrivere i fenomeni acustici ambientali.

8. Procedere alla trascrizione solo se la qualità del segnale supera i requisiti minimi di accettabilità.

9. Segnalare nella trascrizione quando sono presenti inconsistenze linguistiche nel messaggio.

10. Descrivere le procedure di trattamento del segnale (tra cui il filtraggio) per renderle esattamente riproducibili.

Gli approfondimenti fin qui trattati, in astratto best pratices alla base di qualsiasi perizia trascrittiva etno-linguistica risultante da una intercettazione, concernono tematiche demandate a tecnici qualificati, presupponendo adeguate risorse temporali per l’evasione del quesito; tempistiche che non sempre collimano con le esigenze di sintesi fissate dal dibattimento, gioco forza svilendo il compito peritale.

La necessità di una perizia sarebbe  quella di “svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche”[56], che vanno  ben oltre la  documentazione delle operazioni di intercettazione attraverso i c.d. “brogliacci” di ascolto e le relative “trascrizioni” a cura della p.g.

La relativa utilizzabilità di queste ultime nel dibattimento, si è già detto, secondo una parte della giurisprudenza, è consentita ai fini della pronuncia della sentenza, fermo il diritto delle parti di chiedere la trascrizione mediante perizia.

Dette trascrizioni della p.g.  debbono distinguersi dai c.d. brogliacci, consistenti nella sommaria trascrizione delle conversazioni intercettate, effettuata ai sensi dell’art. 268, comma 2 c.p.p. nei verbali delle operazioni, in nessun caso utilizzabili ai fini della decisione[57];  altro orientamento giurisprudenziale  prevede, al contrario,  l’ utilizzabilità anche dei soli brogliacci[58].

Come descritto, però, in queste pagine, il trascrittore ( sia esso un operatore della polizia giudiziaria o un perito) che analizza un reperto fonico dialettale – a prescindere dalle tante problematiche di disturbo, di interpretazione nella complicata interazione focalizzata “faccia a faccia”,  o della traduzione a cui andrà incontro – si troverà soventemente a dover investigare attraverso livelli di analisi sempre più ampi[59]; spesso confrontandosi con uno spettro di indagine sempre più complesso e caratterizzato da code swiching e miscellanee di varietà linguistiche, come nel caso della lingua standard della ‘ndrangheta che è il dialetto calabrese,  e reggino nel particolare.

Il trascrittore, dovrà, quindi, addentrarsi in  uno scenario complesso con cui dovrà ripetutamente confrontarsi,  partendo, ad esempio, dal fonema /k/, alla sillaba /ka/, al morfema “can-“, alla parola “cane”, al sintagma “il cane”, fino alla frase “il cane abbaia”, in un contesto etno-linguistico ove “cani”  significa generalmente “cane”, ma  dove “ccàni” è un deittico che significa certamente “qui”; e  dove, ancora, nell’analisi lessicale di uno specifico contesto comunicativo situazionale, l’inciso  “chìddu è nu cani ” potrà assumere una significatività semantica diversa rispetto alla descrizione dell’animale domestico, anche e, soprattutto,  laddove la comunità di parlanti sia adusa a frequenti richiami  gergali.

6. L’affidamento d’incarico

L’affidamento di un incarico peritale, come spesso avviene “intuitu personae” in ragione di pregressi rapporti fiduciari e per qualsivoglia meccanismo di scelta che non assuma quale parametro principale di riferimento quello della certificata competenza, potrebbe conseguentemente determinare l’evasione di un quesito peritale parziale, alle volte oggetto di criticità e pesanti distorsioni; cioè di un approfondimento non squisitamente tecnico scientifico o caratterizzato da “particolare competenza nella specifica disciplina”[60], ma genericamente pragmatico,  che si impernierebbe probabilmente sulla scorta di pregresse, forse ordinarie o residuali,  esperienze nel settore delle intercettazioni o, ancor peggio, delle semplici trascrizioni.

[…] Molti operatori della legge ritengono che trascrivere una conversazione sia un'opera di ordinaria amministrazione – rimarca Andrea  Paoloni – che chiunque abbia un po' di tempo e pazienza può svolgere facilmente; salvo poi stupirsi quando in Tribunale il contenuto della trascrizione viene contestato, l'ascolto in aula non chiarisce i dubbi sollevati dalle parti e i consulenti chiamati in soccorso non riescono a risolvere in modo definitivo il problema loro demandato.

Perché tanti dubbi di interpretazione?

Non esiste un mezzo sicuro che consenta di provare che il parlante ha pronunciato una determinata parola, ad esempio sbancato e non una molto simile, come sbiancato o stancato?

È vero che le conversazioni ambientali, quelle ottenute con la cimice, sono più difficile da trascrivere?

Si può con un opportuno filtraggio, trasformare un mormorio incomprensibile una voce chiara di così incerto significato?

Chiunque abbia provato a mettere su carta una lezione universitaria, registrata poggiando sulla cattedra, in bella evidenza, un registratore cassette, si è reso certamente conto di quanto sia faticoso, spesso impossibile, trasformare il parlato in un testo chiaro e comprensibile. Anche se la lezione è stata accuratamente preparata nell'esposizione sono frequenti i cambi d’argomento, i salti di livello sia stilistico sia linguistico; l’esposizione non procede sempre modo scorrevole, a causa della costruzione spontanea degli enunciati e questo si manifesta in false partenze, pause, esitazioni.

A volte l'oratore fa riferimento ad immagini, ad esempio una formula sulla lavagna, non presenti nella registrazione, per cui il discorso diventa completamente comprensibile solo utilizzando l’ informazione esterna al segnale.

Quando il contributo informativo esterno al segnale non è disponibile il segnale è destinato a non essere pienamente compreso.

Inoltre la comunicazione verbale è molto rapida e tende a favorire fenomeni di riduzione vocalica e consonantica rendendo inintelligibili alcune parole.

Mancano spesso chiari schemi enunciativi come quelli che caratterizzano la lingua scritta, sostituiti da costruzioni più libere che richiedono spesso l'applicazione di regole grammaticali diverse da quelle della grammatica tradizionale. Durante l'esposizione poi si possono verificare rumori di varia natura che possono mascherare più o meno completamente alcuni tratti di parlato.

Quando poi si passa dalla trascrizione di una lezione o di una conferenza alla trascrizione di un’intercettazione sorgono problemi assai maggiori, problemi che sono diversi, per vari aspetti, secondo che si tratti di conversazione telefonica o piuttosto di intercettazione ambientale.

Nel caso della conversazione telefonica gli interlocutori comunicano tra loro con il solo ausilio della voce e pertanto hanno cura di non fare riferimento ad oggetti invisibili, o se necessario fornirne una descrizione, hanno cura di pronunciare con attenzione nomi e toponimi, a regolare il volume della voce in modo che l’interlocutore (e di conseguenza il trascrittore) li possa sentire.

Nella registrazione ambientale tutto questo non avviene. Il parlante si rivolge ad una persona presente (e quindi può indicare cose e persone) e parla con il livello necessario a farsi capire dal suo interlocutore, non certo dal microfono [Paoloni 1996].

Quando difesa e accusa non concordano nella trascrizione in atti è difficile arrivare ad una soluzione.

Organizzare in aula un ascolto che abbia la pretesa di qualità è a nostro avviso un'impresa disperata per la pessima acustica alle aule di giustizia per la scarsa qualità degli apparati tecnici disponibili e la difficoltà di ottenere una sufficiente concentrazione degli astanti.

Far comprendere ai magistrati i limiti intrinseci di una trascrizione, perché riferisca in parte da quella di altri consulenti, perché dopo tanto tempo non si sia ancora giunti alla stesura definitiva è tutt'altro che semplice.

Una possibile soluzione è quella di predisporre un set di misure oggettive che, analogamente a quanto avviene per le impronte digitali, possa fornire un indicatore di quando la trascrizione è fattibile e quando non è possibile operare [Paoloni, Zavattaro 2009].

Bisogna anche ricordare agli operatori di giustizia che non è possibile ripristinare informazioni perdute: se il segnale è ridotto ad un semplice mormorio niente riuscirà a trasformarlo in una voce chiaramente intelligibile […]”[61].

7. Le competenze scientifiche del perito

Il perito, in buona sostanza, dovrebbe  o, più correttamente, deve avere una seppur minima cognizione scientifica così da poter operare un’ organizzazione, selezione ed una campionatura di tipo sistemico e tecnico del reperto fonico esaminato; un bagaglio tecnico che gli consenta di argomentare l’inciso “incomprensibile”, andando ben oltre il commento dell’operatore di polizia che sul brogliaccio aveva annotato “forti rumori” poi trascrivendo, con la postilla “fonetico”, una serie di logatomi privi di alcun significato.

Essere, cioè, in grado di esporre il significato di un fenomeno additivo o convolutivo di disturbo che ha compromesso in tutto od in parte l’intellegibilità del reperto, come quello generato dalla portante di una radio frequenza o dall’eccessiva amplificazione di un vettore di trasmissione GSM; ed essere in grado, ancora, di migliorare la comprensibilità del documento fonico analizzato, dando atto delle procedure seguite  per attenuarne i disturbi, dei s.w. e dei players utilizzati, delle bande di frequenza campionate o annullate.

Ed attento nel rilevare la presenza di frammenti fonici di rilievo investigativo, come ad esempio tra gli squilli di una telefonata, quando l’utente è in attesa di connettersi con il telefono chiamato:

Dovrebbe essere nelle condizioni, ancora, di rappresentare al giudice ed alle parti il perché di alcune distorsioni riguardanti la mancata, o erronea,  trascrizione da parte di terzi trascrittori di  alcuni frammenti del lessico tradotto, trascritto o interpretato, eventualmente rilevandone ipotesi dolose o colpose; quindi ben addentro non solo alle dinamiche di analisi della lingua,  ma anche in possesso di adeguata cognizione etno-linguistica di tipo forense.

Quindi poter argomentare, ad esempio, che ci/tro/la[62] e tri/to/lu[63], così come ho contato e ho comprato[64],  possono essere frammenti fonici grossolanamente confusi nell’ascolto di un reperto,  trattandosi di parole brevi aventi lo stesso numero di sillabe e recanti più punti di assonanza fonica.

Per altro verso dovrebbe essere pronto ad evidenziare che l’enunciazione di un parlato  avviene in uno spazio fonico virtuale ( seppur scientificamente calcolabile) che non consente scusanti interpretative, ed al cui riguardo non sarà possibile richiamare abbagli trascrittivi laddove sia assente la benché minima assonanza fonica, analogica, miraggio acustico[65] o pareidolia.

Ciò in quanto l’enunciato correttamente ascoltato in un normale contesto fonico, risulta essere formato da tanti “mattoni preconfezionati” che hanno costruito la complessiva forma fonica, cosicchè, ad esempio, “peppimazzafèrru”[67] ( pep/pi/maz/za/fer/ru),  difficilmente potrà essere, colposamente o negligentemente, confuso e trascritto con una minuscola parola bisillaba  non assonante come chìd/du[68]:

pep/pi/maz/za/fer/ru

chìd/du

Ed in tal caso il perito, rilevata la macroscopicità della distorsione,  dovrebbe essere altrettanto in grado, a domanda,  di effettuare uno screening più ampio delle intercettazioni erroneamente trascritte, così da rilevare se la ricorrenza dello stesso report sia stata sistematicamente  distorta, omessa, o mal interpretata, e da qui dedurre un quadro probabilistico e scientifico più definito.

Analisi più approfondita che l’ esperto dovrebbe essere in grado di documentare, eventualmente, anche attraverso una griglia sperimentale di ricerca[69],  campionando le difformità e le distorsioni di più ascoltatori, ad esempio attraverso il loro bagaglio culturale  e professionale, le loro pregresse esperienze di ascolto, la loro provenienza etnolinguistica, il loro stato emozionale, e così via.

Rappresentazioni tecniche che – lo vedremo diffusamente poco più avanti affrontando il dialetto reggino - dovranno trovare esplicitazione attraverso le tante espressioni gergali come quella, ad esempio,  ricorrente ogni qual volta le ‘ndrine,  ricevuta sotto banco la soffiata di un’operazione delle forze dell’ordine, segnaleranno agli altri sodali la previsione di una  “rrumuràta”[70].

Interpretazioni gergali che, conseguentemente, devono presupporre anche una conoscenza di base della criminalistica di contesto, così da poter dare “voce” semantica a logatomiapprentemente insignificanti come “i stàcchi”[71], “i nìgri”[72],  “i càstani”[73], “i tiradrittu”[74], “i ti màngiu”[75], “i manìgghja”[76] ed ancora “u ballerìnu”, “giù la maschera”[77], “nanu feroci”, “u pacciu”, “cavallino”[78], “u sciòrbu”, “i ficarèddi”, “Totò scupetta”, “ddù nasi”, “i paddèchi”[79], tutta una sfilza di nomignoli attraverso cui è possibile individuare  l’appartenenza criminale di un soggetto o la sua stessa identificazione non equivocabile,  ed ancora “’ncavallàtu”[80],  “tùfa”[81],  “a molla”[82] o, ad ultimo esempio “mismùzzu” e “mastròssu”, indicanti una serie di gerghi che non fanno certo parte dello slang usato dai  giovani reggini davanti un panino da Mc Donald.

Proiezioni etnografiche che serviranno all’esperto, una volta tradotto il lessico peritato, per spiegare al giudice che “quatràru” significa ragazzo in quanto si tratta di un’ espressione dialettale della provincia reggina,  con origine etimologica latina dalla parola quaternarius,  cioè bambino di quattro anni;

che “tamàrru” è un cafone, il cui termine deriva dallo spagnolo tammâr, significante mercante di datteri, zotico;

o che, attraverso il termine papariàri, il mafioso si rifà ad un’accezione spagnola, papelonàr, che significa appuntopavoneggiarsi;

e quando intimidisce una persona dandole un buffettùni, si tratterà allora di un ceffone, dal francese bufeton,  schiaffone;

così come il suo tipico atteggiarsi da spaccùni, che è proveniente dal tedesco  spachen, rivolto a  descrivere un soggetto gradasso.

Abilità del perito che troverà riscontro, da ultimo, rappresentando al giudice – a mò di esempio - l’esistenza di un’arma nel bel bezzo della situazione comunicativa, descrivendone i dettagli come se fosse stato presente in quella scena.

Un caso da manuale:

F:    Oh! Oh Peppe.

P:  Ah?

F:    Senti un attimo.

(File multimediale estrapolato dal perito)

P:  Dimmi?

F:    Senti …

(Il B. F. si allontana dalla cornetta telefonica, si avvicina alla fonte audio, esistente nell’ambiente, che trasmette musica, e quindi, in sovrapposizione all’audio, si sente un rumore metallico tipico del così detto scarrellamento di un’arma, atto che permette di armare una pistola semiautomatica n.d.r.).

P:   Che cos’è? Una musica...

F:    (ride) Hai sentito?

P:  No, non si sente.

F:    E aspetta.

P:  Aspetta un attimo che sento bene.

F:    Ferma un attimo … Ascolta! (ritorna al telefono) Hai ascoltato?

P:  Vai, vai.

(File multimediale estrapolato dal perito)

(Si percepisce nuovamente, ed in maniera più chiara,  il  rumore metallico tipico già fatto poco prima, ovvero quello dell’armare una pistola semiautomatica n.d.r.).

P:   Che musica era? Ah?

F:    Hai ascoltato? (ride) […].

Ultima precisazione concerne la disponibilità da parte del perito delle trascrizioni integrali o dei brogliacci di ascolto redatti dalla polizia giudiziaria, e la possibilità che gli stessi, una volta visionati e/o comparati,  possano essere  fuorvianti condizionando l’autonoma interpretazione trascrittiva peritale del reperto analizzato.[84]

Si tratta di distorsioni che, alle volte, potrebbero trovare giustificazione pragmatica nella necessità di alleggerire la mole di lavoro del perito attraverso speditive operazioni di “copia/incolla” dai files della P.G. e consistenti,  piuttosto che in una rivisitazione o in una trascrizione ex novo dei reperti già esitati dalla polizia giudiziaria,  nel mero “ricalco”trascrittivo, con la ridondanza di imperfezioni grammaticali e di punteggiatura.

Il risultato finale sarà, in tal caso, di scarsa qualità tecnico scientifica e di incerta valenza comparativa, determinando, da ultimo,  un inutile dispendio di economie processuali[85], a scapito delle complessive esigenze di accertamento della verità.

Per approfondimenti:

Documenti Illegali e Procedura di Distruzione dei Dati Personali Illecitamente Conseguiti, di Tabasco Giuseppe, Cedam, 2013.

(Altalex, 26 febbraio 2014. Articolo di Michelangelo Di Stefano)

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[1] In deroga alla norma il legislatore (D.L. 13 maggio 1991 n. 152, Modifiche alla disciplina delle intercettazioni di conversazioni o comunicazioni,Art. 13),  per i delitti di criminalità organizzata, ha conferito facoltà  al pubblico ministero ed agli ufficiali di polizia giudiziaria di farsi coadiuvare nelle operazioni di intercettazione da agenti di polizia giudiziaria.

[2] Ovvero quando è necessario svolgere indagini o o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche (cfr. art. 220 Cpp), anche con l’affidamento  peritale a più persone quando le indagini e le valutazioni  risultano di notevole complessità ovvero richiedono distinte conoscenze in diverse discipline (cfr. art. 221, comma 2 Cpp).

[3] Art. 226 Cpp, conferimento dell'incarico.1. Il giudice, accertate le generalità del perito, gli chiede se si trova in una delle condizioni previste dagli articoli 222 e 223, lo avverte degli obblighi e delle responsabilità previste dalla legge penale e lo invita a rendere la seguente dichiarazione: «consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo nello svolgimento dell'incarico, mi impegno ad adempiere al mio ufficio senza altro scopo che quello di far conoscere la verità e a mantenere il segreto su tutte le operazioni peritali».2. Il giudice formula quindi i quesiti, sentiti il perito, i consulenti tecnici, il pubblico ministero e i difensori presenti.

[4] Art. 220 Cpp, oggetto della perizia.1. La perizia è ammessa quando occorre svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, scientifiche o artistiche.2. Salvo quanto previsto ai fini dell'esecuzione della pena o della misura di sicurezza, non sono ammesse perizie per stabilire l'abitualità o la professionalità nel reato, la tendenza a delinquere, il carattere e la personalità dell'imputato e in genere le qualità psichiche indipendenti da cause patologiche.

[5] Art. 224 Cpp, provvedimenti del giudice.1. Il giudice dispone anche di ufficio la perizia con ordinanza motivata, contenente la nomina del perito, la sommaria enunciazione dell'oggetto delle indagini, l'indicazione del giorno, dell'ora e del luogo fissati per la comparizione del perito.2. Il giudice dispone la citazione del perito e dà gli opportuni provvedimenti per la comparizione delle persone sottoposte all'esame del perito. Adotta tutti gli altri provvedimenti che si rendono necessari per l'esecuzione delle operazioni peritali.

[6] Art. 226 Cpp, cit.

[7] A. Gaito, A. Bargi, Codice di Procedura Penale annotato con la giurisprudenza, UTET Giuridica editore, Torino (2007), pag. 820: “[…] in tema di intercettazione, captazione e registrazione di colloqui telefonici o tra presenti, ovvero di flussi di comunicazioni informatici o telematici, una volta concluso il subprocedimento di ascolto, selezione e acquisizione delle conversazioni e dei flussi con l’esecuzione delle conseguenti operazioni di trascrizione o di stampa, secondo le regole dettate dall’art. 268 c.p.p., on è consentito, salvo eccezionali ipotesi che, per quanto riguarda il giudizio di appello, sono regolate dal’art. 603 c.p.p., chiedere un nuovo ascolto delle conversazioni o una nuova presa di cognizione dei flussi informatici (Cass. Pen., Sez. U. 21.6.00, Primavera, CP, 2001, 69). La richiesta di ritrascrizione delle intercettazioni ambientali, prospettando un problema di reiterazione del mezzo istrutto