Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

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ANNO 2023

LA GIUSTIZIA

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE
 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

LA GIUSTIZIA

INDICE PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Una presa per il culo.

Gli altri Cucchi.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Un processo mediatico.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Senza Giustizia.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Qual è la Verità.

SOLITA ABUSOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Gli incapaci.

Parliamo di Bibbiano.

Scomparsi.

Nelle more del divorzio.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Mai dire legalità. Uno Stato liberticida: La moltiplicazione dei reati.

Giustizia ingiusta.

L’Istituto dell’Insabbiamento.

L’UPP: l’Ufficio per il Processo.

Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari.

Le indagini investigative difensive.

I Criminologi.

I Verbali riassuntivi.

Le False Confessioni estorte.

Il Patteggiamento.

La Prescrizione.

I Passacarte.

Figli di “Trojan”.

Le Mie Prigioni.

Il 41 bis.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA GIUSTIZIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Diffamazione.

Riservatezza e fughe di notizie.

Il tribunale dei media.

Ingiustizia. Il caso Tangentopoli - Mani Pulite spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Il Caso Eni-Nigeria spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Consip spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Monte Paschi di Siena spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso David Rossi spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Chico Forti spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Giulio Regeni spiegato bene.

Ingiustizia. Il caso Mario Biondo spiegato bene.

Piccoli casi d’Ingiustizia.

Casi d’ingiustizia: Enzo Tortora.

Casi d’ingiustizia: Mario Oliverio.

Casi d’ingiustizia: Marco Carrai.

Casi d’ingiustizia: Paola Navone.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITA MANETTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

I Giustizialisti.

I Garantisti. 


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Comandano loro.

Toghe Politiche.

Magistratopoli.

Palamaragate.

Gli Impuniti.


 

INDICE SESTA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Mistero di Marta Russo.

Il mistero di Luigi Tenco.

Il Caso di Marco Bergamo, il mostro di Bolzano.

Il caso di Gianfranco Stevanin. 

Il caso di Annamaria Franzoni 

Il caso Bebawi. 

Il delitto di Garlasco

Il Caso di Pietro Maso.

Il mistero di Melania Rea.

Il mistero Caprotti.

Il caso della strage di Novi Ligure.

Il caso di Donato «Denis» Bergamini.

Il caso Serena Mollicone.

Il Caso Unabomber.

Il caso Pantani.

Il Caso Emanuela Orlandi.

Il mistero di Simonetta Cesaroni.

Il caso della strage di Erba.

Il caso di Laura Ziliani.

Il caso Benno Neumair.

Il Caso di Denise Pipitone.


 

INDICE SETTIMA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il caso della saponificatrice di Correggio.

Il caso di Augusto De Megni.

Il mistero di Isabella Noventa.

Il caso di Pier Paolo Minguzzi.

Il Caso di Daniel Radosavljevic.

Il mistero di Maria Cristina Janssen.

Il Caso di Sana Cheema.

Il Mistero di Saman Abbas.

Il caso di Cristina Mazzotti.

Il caso di Antonella Falcidia.

Il caso di Alessandra Matteuzzi.

Il caso di Andrea Mirabile.

Il caso di Giulia e Alessia Pisanu.

Il mistero di Gabriel Luiz Dias Da Silva.

Il caso di Paolo Stasi.

Il mistero di Giulio Giaccio.

Il mistero di Maria Basso.

Il mistero di Polina Kochelenko.

Il mistero di Alice Neri.

Il mistero di Augusta e Carmela.

Il mistero di Elena e Luana.

Il mistero di Yana Malayko.

Il caso di Luigia Borrelli.

Il caso di Francesca Di Dio e Nino Calabrò.

Il caso di Christian Zoda e Sandra Quarta.

Il caso di Massimiliano Lucietti e Maurizio Gionta.

Il mistero di Davide Piampiano.

Il mistero di Volpe 132.

Il mistero di Giuseppina Arena.

Il Caso di Teodosio Losito.

Il mistero di Michelle Baldassarre.

Il mistero di Danilo Salvatore Lucente Pipitone.

Il Caso Gucci.

Il mistero di «Gigi Bici».

Il caso di Elena Ceste.

Il caso di Libero De Rienzo.

La storia di Livio Giordano.

Il Caso di Alice Schembri.

Il caso di Rosa Alfieri.

Il mistero di Marina Di Modica.

Il Caso di Maurizio Minghella.

Il caso di Luca Delfino.

Il caso di Donato Bilancia.

Il caso di Michele Profeta.

Il caso di Roberto Succo.

Il caso di Pamela Mastropietro.

Il caso di Luca Attanasio.

Il giallo di Ciccio e Tore.

Il giallo di Natale Naser Bathijari.

Il giallo di Francesco Vitale.

Il mistero di Antonio Calò e Caterina Martucci.

Il caso di Luca Varani.

Il caso Panzeri.

Il mistero di Stefano Gonella.

Il caso di Tiziana Cantone.

Il mistero di Gilda Ammendola.

Il caso di Enrico Zenatti.

Il mistero di Simona Pozzi.

Il caso di Paolo Calissano.

Il caso di Michele Coscia.

Il caso di Ponticelli.

Il caso di Alfonso De Martino, infermiere satanico.

Il caso di Sonya Caleffi, la serial killer di Lecco.

Il caso di Rosa Bronzo, la serial killer di Vallo della Lucania.

Il mistero di Marcello Vinci.

Il mistero di Ivan Ciullo.

Il mistero di Francesco D'Alessio.

Il caso di Davide Cesare «Dax».

Il caso di Tranquillo Allevi, detto Tino.

Il caso Shalabayeva.

Il Caso di Giuseppe Pedrazzini.

Il Caso di Massimo Bochicchio.

Il giallo di Grazia Prisco.

Il caso di Diletta Miatello.

Il Caso Percoco.

Il giallo di Lorenzo Pucillo.

Il Giallo di Vincenzo Scupola.

Il caso di Vincenzo Mosa.

Il Caso di Alessandro Leon Asoli.

Il caso di Santa Scorese.

Il mistero di Greta Spreafico.

Il Caso di Stefano Dal Corso.

Il mistero di Rkia Hannaoui.

Il mistero di Stefania Rota.

Il Mistero di Andrea La Rosa.

Il Caso Valentina Tarallo.

Il caso di Vittoria Nicolotti e Rosa Vercesi.

Il caso di Terry Broome.

Il caso di Giampaolo Turazza e Vilma Vezzaro.

Il Mistero di Giada Calanchini.

Il Caso di Cinzia Santulli.

Il Mistero di Marzia Capezzuti.

Il Mistero di Davide Calvia.

Il Giallo di Lorenzo Pucillo. 

Il caso di Manuel De Palo.

Il caso di Michele Bonetto.  

Il mistero di Liliana Resinovich.

Il Mistero del Cinema Eros.

Il mistero di Sissy Trovato Mazza.

I delitti di Alleghe.

Il massacro del Circeo.

Il mistero del mostro di Bargagli.

Il mistero del Mostro di Firenze.

Il Caso di Alberica Filo della Torre.

Il mistero di Giulia Tramontano.

Il mistero di Alvise Nicolis Di Robilant.

Il mistero di Maria Donata e Antonio. 

Il caso di Sibora Gagani.

Il mistero di Franca Demichela.

Il mistero di Stefano Masala.

Il mistero di Luca Orioli Marirosa Andreotta.

Il caso di Emanuele Scieri.

Il caso di Carol Maltesi.


 

INDICE OTTAVA PARTE


 

I SOLITI MISTERI ITALIANI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il mistero di Pierina Paganelli.

L’omicidio Donegani.

Il mistero di Mario Bozzoli.

Il mistero di Fabio Friggi.

Il giallo della morte di Patrizia Nettis.

La vicenda di Gianmarco “Gimmy” Pozzi.

La vicenda di Elisa Claps.

Il mistero delle Stragi.

Il Mistero di Ustica.

Il caso di Piazza della Loggia.

Il Mistero di piazza Fontana.

Il mistero Mattei.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

I nomi dimenticati.


 

LA GIUSTIZIA

PRIMA PARTE


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY. (Ho scritto un saggio dedicato)

Stefano Cucchi.

Stefano Dal Corso.

Taissir Sakka.

Federico Aldrovandi.

Simone Di Gregorio.

La Polizia di Verona.

Oussama Ben Rebha.

Hasib Omerovic.

Stefano Cucchi.

Omicidio Cucchi, la Corte di Cassazione: reati prescritti per i carabinieri Mandolini e Tedesco.  Redazione Roma su Il Corriere della Sera martedì 31 ottobre 2023.

Il sostituto procuratore generale della Cassazione Antonietta Picardi aveva chiesto durante il processo di dichiarare invece l'inammissibilità dei ricorsi 

La Corte di Cassazione, con la sentenza pronunciata martedì sera, ha dichiarato prescritto il reato di falso contestato al maresciallo Roberto Mandolini e al carabiniere Francesco Tedesco nell'ambito del processo per la morte di Stefano Cucchi. 

I giudici della prima sezione penale hanno annullato senza rinvio perché il reato è estinto per prescrizione la sentenza di Appello bis che aveva condannato a tre anni e sei mesi Mandolini, all'epoca dei fatti comandante della stazione Appia, e a due anni e quattro mesi a Tedesco, il militare che con le sue dichiarazioni ha fatto riaprire le indagini sulla morte di Cucchi. 

Ilaria Cucchi: «Mandolini. Colpevole e salvato dalla prescrizione»

«Roberto Mandolini. Colpevole e salvato dalla prescrizione»: questo il commento apparso su Facebook, poco dopo la sentenza, e scritto da Ilaria Cucchi che non era in aula («Non ce la faccio più», aveva detto), postando una foto di Mandolini. All'appello bis Mandolini fu condannato con l'accusa di avere falsificato il verbale d'arresto di Cucchi. 

Il procuratore generale, Antonietta Picardi, sempre nella giornata di martedì, aveva chiesto di dichiarare non ammissibili i ricorsi.

Il processo d'appello

Per i due imputati la Cassazione aveva disposto un secondo processo d'appello il 4 aprile scorso, giorno in cui ha reso definitive le sentenze a 13 e 12 anni per militari dell'Arma, Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, accusati di omicidio preterintenzionale in quanto ritenuti gli autori materiali del pestaggio di Cucchi avvenuto il 15 ottobre del 2009 nella caserma dove era stato portato dopo il fermo effettuato durante un controllo in cui fu trovato in possesso di sostanze stupefacenti. Il giovane venne picchiato, preso a calci e pugni. Mandolini e Tedesco erano accusati di avere falsamente attestato, nel verbale di arresto di Cucchi, la rinuncia da parte del giovane romano alla nomina del difensore di fiducia. Nelle motivazioni con cui gli «ermellini» avevano disposto un nuovo processo di appello si affermava che gli imputati avevano «soprattutto omesso di menzionare quanto realmente accaduto durante il tentativo fallito di effettuare i rilievi

fotosegnaletici» a Cucchi e in particolare avevano taciuto sulla «partecipazione del Di Bernardo e del D'Alessandro alle operazioni di arresto».

Colpevole e prescritto, l’Arma tolga la divisa a Roberto Mandolini. ILARIA CUCCHI su Il Domani il 31 ottobre 2023

Dopo la sentenza della Cassazione che sancisce la prescrizione per il depistaggio, la sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, ripercorre su Domani il calvario giudiziario e la battaglia per la verità. E spiega come si è arrivati alla decisione di oggi

Roberto Mandolini, il comandante del manipolo di carabinieri che hanno arrestato Stefano Cucchi il 15 ottobre del 2009, oggi è stato riconosciuto responsabile dei reati commessi ma dichiarato prescritto. Due di quei carabinieri pestarono a morte mio fratello. Il terzo, Tedesco, intervenne e lo chiamò inutilmente.

Mandolini li protesse, depistando, cancellando, scrivendo e deponendo il falso. Il suo comportamento fece sì che venissero processati altri al posto di quegli assassini: gli agenti di Polizia penitenziaria che presero in custodia Stefano in Tribunale, dopo un’udienza di convalida dove nessuno, tranne la cancelliera, si accorse di quel corpo magro che denunciava i segni di una feroce violenza che gli era stata inflitta.

Mandolini testimoniò, sorridente, il falso che resistette per sette lunghissimi anni durante un processo che venne poi definito dal pm Musarò “kafkiano”. I colpevoli vi recitarono la parte dei testimoni mentre gli innocenti venivano accusati ingiustamente. Grazie a questi comportamenti il signor Mandolini si è guadagnato, passo dopo passo, la prescrizione salvifica. Fu aiutato, certo, dai suoi superiori e coperto anch’egli.

14 anni di processi. 16 gradi di giudizio e oltre 160 udienze.

Una maratona di dolore e umiliazioni per i miei genitori che vi si sono ammalati. Mia madre e morta. Mio padre si è gravemente ammalato divorato dai sensi di colpa per aver avuto fiducia nello Stato che aveva in custodia la vita del figlio. Per aver dilapidato tutto il nostro patrimonio famigliare presente e futuro nella disperata ricerca della verità per ridare dignità al corpo martoriato di suo figlio. E tutto questo senza aver mai smesso di insultare, offendere e dileggiare Stefano e tutti noi. Lo sta facendo anche in questi giorni.

«Chi trascende ad atti disonesti e ingiuriosi, mosso da una meschinità non meno riprovevole della malvagità e dalla sicurezza di farla franca», ha una definizione che leggo sul dizionario: Vigliacco.

Mandolini è tutto questo. Un vigliacco.

Mandolini scrive sui social che io non sarei degna di ricoprire il ruolo che ho oggi.

Detto da lui è per me una medaglia.

Ora mi aspetto che l’Arma gli tolga quella divisa che sporca.

ILARIA CUCCHI. Senatrice, attivista per i diritti umani, ha fatto una campagna per indagare sulla morte del fratello, Stefano Cucchi

Stefano dal Corso.

Marisa Dal Corso, la sorella del detenuto sardo morto in cella: «Abbiamo diritto alla verità». Andrea Pasqualetto su Il Corriere della Sera il 20 ottobre 2023.

Oristano, la parente: «Sono certa che non si suicidò». Il racconto: «Un testimone dice che fu aggredito e poi venne inscenata l’impiccagione. E ci sono molte stranezze»

«Sono convinta che mio fratello non si sia suicidato. Per varie ragioni: perché non è mai stato depresso, per la dinamica dei fatti e perché ci sono dei testimoni che raccontano un’altra verità e il loro racconto mi sembra molto credibile». Marisa Dal Corso come Ilaria Cucchi. Lei, con l’avvocata Armida Decina che l’assiste, e la battaglia per il fratello Stefano, trovato senza vita il 12 ottobre del 2022 nel carcere di Oristano. La magistratura archiviò il caso per suicidio: si sarebbe impiccato nella sua cella. Marisa non ha mai creduto a questa fine, ha fatto così la sua inchiesta e alla fine ha ottenuto la riapertura del caso da parte della procura di Oristano che al momento indaga contro ignoti.

Qual è quest’altra verità?

«Il giorno prima di morire Stefano ha avuto una brutta discussione con alcuni operatori del carcere. Voleva difendere un detenuto al quale venivano negate le cure. Gli operatori hanno chiuso la porta e qualcuno ha sentito le sue urla».

Questo il giorno prima però.

«Il giorno dopo hanno udito altri lamenti: aveva dei dolori e gli impedivano di parlare con lo psicologo. Voleva anche telefonare a me e a sua figlia ma gliel’hanno negato. Diceva “fatemi chiamare mia sorella e mia figlia”. Ma io non l’ho proprio sentito. E dopo l’hanno trovato morto».

Cosa intende per operatori, agenti di polizia penitenziaria?

«Non voglio dire cosa intendo per operatori ma naturalmente si tratta di chi ha in mano le chiavi delle celle».

Come arriva a questa ricostruzione e come può esserne sicura?

«Io ho una sola certezza, che mio fratello non si è suicidato. Ci arrivo attraverso due testimoni che non si conoscono fra di loro e che hanno sentito quelle urla. Secondo uno di questi Stefano sarebbe stato aggredito e poi avrebbero inscenato l’impiccagione. Mi ha detto di andare avanti, di chiedere l’autopsia. I racconti dei due coincidono. Ma al di là di queste testimonianze ci sono altre stranezze».

Cioè?

«Sei mesi dopo la morte ho ricevuto un libro, che era indirizzato a lui. All’indice erano sottolineati e cerchiati due capitoli, La morte e La confessione. Io l’ho interpretato come un segnale: qualcuno mi spingeva a cercare la verità, come se ci fossero delle persone che potevano parlare, confessare qualcosa. E infatti poi abbiamo trovato i testimoni».

Solo questo?

«No, c’è dell’altro. Il nostro medico legale ritiene che le lesioni sul collo siano compatibili con lo strangolamento. Il corpo sarebbe stato poi trovato con una gamba sul letto e una fuori, una posizione innaturale per un suicida. La grata delle finestra dove si sarebbe appeso con un cappio di stoffa ricavata dal lenzuolo era un po’ troppo bassa. E il taglierino usato per il lenzuolo non l’abbiamo mai potuto vedere. Mi sembra che ci siano abbastanza stranezze per tornare a indagare sul caso, non crede?».

Cosa chiedete agli inquirenti?

«Il primo passo è l’autopsia. Anche questa decisione presa a suo tempo di non cercare le cause della morte mi ha lasciato perplessa: come mai non è mai stata fatto questo esame?».

Da quant’era in carcere suo fratello?

«Ha fatto quindici anni di detenzione, seppure intervallati, entrava e usciva per periodi anche lunghi. Era dentro soprattutto per cose di droga... è diventato tossicodipendente in carcere, a Rebibbia».

Aveva dei sogni?

«Stefano si era preso diversi attestati, quello alberghiero, quello di giardiniere... Aveva dei progetti anche perché si stava avvicinando la libertà e non vedeva l’ora di aprirsi un ristorante, era entusiasta e guardava al futuro. Nelle ultime lettere diceva di non inviare più la posta al carcere di Oristano perché stava per tornare a Rebibbia, dove avrebbe scontato gli ultimi mesi. Pensi che due giorni prima della morte la psicologa aveva fatto una relazione nella quale l’aveva descritto reattivo, simpatico, scherzoso. Insomma, Stefano non voleva morire ma rinascere». 

In un audio le prove. Stefano Dal Corso, un “nuovo caso Cucchi” in Sardegna: riaperta l’indagine sul detenuto morto in carcere. Redazione su L'Unità il 20 Ottobre 2023

Si riapre l’indagine sulla morte di Stefano Dal Corso, il detenuto romano di 42 anni trovato senza vita il 12 ottobre 2022 nella sua cella del carcere Massama di Oristano, in Sardegna, impiccato ad una finestra.

Perché a un anno di distanza dalla tragedia ci sono audio e testimonianze che potrebbero aiutare finalmente a capire cosa è successo quel giorno nel penitenziario sardo, nella cella numero otto.
Una inchiesta sbrigativamente chiusa dai magistrati sardi, che avevano archiviato tutto come un suicidio senza neanche disporre l’autopsia sulla salma di Stefano.

Di diverso avviso la sorella del 24enne, Marisa Dal Corso, così come l’avvocato Armida Decina: loro, come racconta oggi Repubblica, pensano che quanto accaduto a Stefano in carcere sia un “nuovo caso Cucchi”.
Così gli stessi magistrati che avevano archiviato la prima indagine, ne hanno aperto una seconda: il fascicolo è contro ignoti e senza ipotesi di reato.

Eppure vi sarebbero più persone che hanno parlato di pestaggi, punti di sutura, lividi e strangolamenti. In particolare una telefonata ricevuta da Marisa Dal Corso da parte di una persona “ben informata” sui fatti accaduti all’interno del carcere: “Tu devi andare avanti. Devi fargli fare l’autopsia, assolutamente. Gliela devi far fare!”.

Stefano, a cui mancavano poche settimane prima della ritrovata libertà, col progetto di tornare a vivere assieme alla compagna e alla figlia, sarebbe stato aggredito e poi strangolato “con un lenzuolo”, rivela la fonte alla sorella. Dopo “è stata inscenata l’impiccagione”, spiega ancora la persona che ha parlato al telefono con Marisa, un testimone al quale va garantito l’anonimato per proteggerlo.
Non è l’unica “arma” in mano ai familiari. L’avvocato Decina parla di testimonianze contrastanti, acquisite in ritardo o mai raccolte, così come di guasti alle telecamere di sicurezza del reparto di infermeria del penitenziario. C’è poi il cappio del suicidio, ricavato dal lenzuolo di un letto che tuttavia era perfettamente rifatto, con un taglierino che l’avvocata Decina non ha mai potuto vedere, oltre al al problema principale della prima indagine, ovvero l’autopsia mai effettuata.

Sulla vicenda di Stefano Dal Corso il deputato di Italia Viva Roberto Giachetti ha presentato un’interrogazione al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Redazione - 20 Ottobre 2023

Stefano Dal Corso: l’ombra di un nuovo omicidio di polizia frettolosamente archiviato.  Roberto Demaio su L'Indipendente il 23 Ottobre 2023

L’ombra di un nuovo caso di omicidio in carcere da parte di uomini dello Stato si allunga sul caso di Stefano Dal Corso, detenuto romano morto nel carcere di Oristano il 12 ottobre 2022. L’accusa è pesantissima: alcuni agenti lo avrebbero massacrato di botte e poi avrebbero inscenato un suicidio appendendolo con un lenzuolo al collo nella sua cella. Il caso venne rapidamente archiviato come suicidio, ma a riportarlo alla luce è stata la sorella del detenuto deceduto che, in una conferenza stampa svoltasi venerdì alla Camera dei Deputati (supportata dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”), ha reso note le testimonianze di alcuni detenuti che parlano di notte e strangolamento ai danni di Dal Corso. Un caso inquietante anche per il fatto che dal carcere sarebbero scomparsi fascicoli e reperti medici, mentre tutte le telecamere a circuito chiuso che potevano riprendere la cella e l’ambulatorio medico dove è stato certificato il decesso risultarono contemporaneamente “guaste”.

«Voglio le prove. Mio fratello ha sofferto nella sua vita, ma non si è ucciso». Sono queste le parole di Marisa Dal Corso, sorella di Stefano Dal Corso. La donna, affiancata dal deputato Roberto Giacchetti e dall’esponente radicale Rita Bernardini, ha presentato una interrogazione parlamentare al ministro Nordio. È l’avvocato di famiglia Armida Decina a denunciare che le prove fornite sono insufficienti: fascicolo vuoto, foto incomplete, telecamere di sicurezza del reparto di infermeria guaste e richieste di autopsia che sono sempre state respinte dalla Procura. Il caso era stato archiviato come suicidio per impiccagione ma, dopo la continua lotta dei famigliari e le nuove dichiarazioni di altri detenuti e di un testimone anonimo che parla di strangolamento, è stata aperta una nuova inchiesta.

«Il fascicolo che mi hanno presentato era vuoto. Non c’erano i video delle telecamere e le foto mostravano il corpo di Stefano vestito. Impossibile appurare se ci fossero segni di percosse», afferma l’avvocato. Non solo: «Non è mai stata eseguita autopsia su quel corpo». Altre prove sono arrivate dal medico legale della famiglia, che ritiene che le lesioni al collo di Stefano siano più compatibili con lo strangolamento piuttosto che con una impiccagione. Il corpo è attualmente conservato in una cella frigorifera e, dopo che anche il garante dei detenuti in Sardegna ha scritto al procuratore di Oristano per chiedere l’autopsia, non rimane che aspettare ulteriori risultati.

A tutto questo si aggiunge la testimonianza del carcerato posizionato nella cella davanti a quella di Stefano, che parla esplicitamente di un pestaggio avvenuto la sera prima. Secondo il racconto, Stefano sarebbe intervenuto per difendere il detenuto che, diabetico, chiedeva dei medicinali che gli sarebbero stati negati. «Le urla di dolore di Stefano si sentivano per tutta la sezione dove era recluso», aggiunge la sorella, citando la testimonianza. C’è anche un file audio che raccoglie le testimonianze di altri carcerati: «Alcuni detenuti hanno assistito ad un passaggio che noi riteniamo fondamentale. Dopo la lite con altri detenuti, avvenuta l’11 ottobre, ci raccontano i testimoni in un file audio, le guardie entrarono in cella e dalla cella provenivano grida di dolore». Ma non ci sono solo le parole dei detenuti: Marisa è stata contattata anche da un’altra persona che sotto anonimato conferma la tesi del pestaggio: «Sicuramente ha preso qualche punto… Comunque alla fine l’ha strangolato e hanno fatto come se si fosse suicidato. Tu devi andare avanti. Devi fargli fare l’autopsia, assolutamente. Gliela devi far fare!». Infine c’è un libro, consegnato anonimamente alla casa della sorella da due finti fattorini Amazon. Si chiama “Fateci uscire da qui” e presentava due capitoli evidenziati: “La morte” e “la confessione”.

Marisa Dal Corso ha poi concluso, spiegando perché le testimonianze e l’interrogazione sono state trattate ora: «Le testimonianze che abbiamo avuto dai detenuti sono molto diverse dalle relazioni che sono state fatte sulla morte di Stefano finora. La mia personale idea è stata sempre la stessa: che mio fratello non è morto per mano sua. Oggi siamo venuti in Parlamento perché dopo un anno sono venuta a conoscenza di quello che realmente è accaduto in carcere, ho dovuto tacere per tutelare gli altri detenuti che esplicitamente hanno detto di avere paura. Ho sperato fino all’ultimo nell’autorizzazione all’autopsia senza dover ricorrere a queste testimonianze ma purtroppo le cose sono andate diversamente… ecco perché siamo qui». Da qui l’interrogazione di Giachetti, che ha dichiarato che «il caso non può essere liquidato in quattro e quattro otto» e che è necessario fare luce sulla questione. [di Roberto Demaio]

Taissir Sakka.

Estratto dell'articolo di Valentina Lanzilli per corriere.it venerdì 20 ottobre 2023.

Sei carabinieri del Nucleo Radiomobile di Modena sono indagati per la morte di Taissir Sakka, il 30enne tunisino trovato cadavere domenica mattina nel parcheggio del cinema Filmstudio 7B in via dell’Abate, vicino alla stazione dei treni.

[…] cinque militari dovranno rispondere di lesioni ai danni del fratello della vittima, Mohamed, che aveva sporto denuncia dopo i fatti, mentre il sesto indagato dovrà rispondere di morte come conseguenza di altro reato.

[...] è stato proprio il fratello della vittima ad indicare i militari in pattuglia quella notte come responsabili del decesso del 30enne, da qui l’apertura delle indagini come atto dovuto. […]

Il suo corpo era riverso a terra, tra due auto parcheggiate, con una profonda ferita alla testa. Poche ore dopo i fatti i Carabinieri in una breve nota avevano spiegato che «i sanitari del 118 si apprestavano a soccorrere un uomo senza fissa dimora constatandone il decesso. In corso accertamenti per ricostruire l’esatta dinamica di una possibile caduta accidentale. La persona la sera prima era stata controllata in stato di ubriachezza in un locale della provincia». Una versione che non aveva mai convinto parenti e amici della vittima.

taissir Sakka.

Tutto era iniziato sabato sera quando Taissir e Mohamed erano rimasti coinvolti in una violenta lite fuori dal circolo Arci di Ravarino, in provincia di Modena. Ad affrontarsi un gruppo di ragazzi residenti in zona e i due fratelli tunisini, come aveva raccontato il responsabile del circolo ArciLuciano Salvi.

Una lite che aveva richiesto l’intervento dei Carabinieri, che avevano controllato Taissir e lo avevano accompagnato in caserma, in stato di ebbrezza, dove il ragazzo era stato trattenuto per circa 40 minuti. Quello che è accaduto da quel momento alla mattina dopo è tutto da ricostruire. Fondamentale saranno le risposte che arriveranno dall’esame autoptico in corso in queste ore. […]

Morto nel posteggio, carabinieri nei guai. Il tunisino era finito in una rissa. Un militare indagato per il decesso, coinvolti altri cinque. Patricia Tagliaferri il 21 Ottobre 2023 su Il Giornale.

C'è un buco di diverse ore da sabato notte, quando Taissir Sakka, 30 anni, tunisino, è stato portato in caserma dopo una notte «brava» di violente liti e alcool, e domenica mattina quando è stato ritrovato morto nel parcheggio di un cinema vicino alla stazione di Modena. In un primo momento i carabinieri avevano diffuso una nota in cui si parlava di accertamenti finalizzati a ricostruire l'esatta dinamica di una possibile caduta accidentale, ma il fratello del giovane non ha mai creduto a questa tesi e ha presentato una denuncia ipotizzando un'aggressione, in seguito alla quale sei militari dell'Arma sono stati iscritti nel registro degli indagati. Ad uno il pm contesta i reati di minacce aggravate e di morte come conseguenza di altro reato. Gli altri cinque militari, invece, sono accusati di lesioni. Ieri il magistrato ha affidato l'incarico per eseguire l'autopsia sul corpo della vittima, che aveva un profondo taglio alla testa. L'esito dell'esame autoptico sarà determinante per stabilire l'esatta causa della morte, escludendo o meno una causa violenta. Nel frattempo l'iscrizione dei carabinieri nel registro degli indagati è un atto dovuto per consentire loro di difendersi.

Di certo si sa che sabato sera i militari era intervenuti al circolo Arci di Ravarino per sedare una lite scoppiata all'esterno del locale tra Taissir e suo fratello Mohamed e un altro gruppo di giovani. I carabinieri intervenuti hanno trovato i due in stato di ubriachezza, li hanno identificati e portati in caserma a Modena per denunciarli. Tassir era noto alle forze dell'ordine per diversi precedenti. È ancora un mistero come sia finto nel parcheggio di via dell'Abate. È stato trascinato da qualcuno? E come si è procurato quella ferita letale? Il fratello non crede all'ipotesi della caduta accidentale ed ha presentato una dettagliata denuncia in cui fornisce la sua versione. Ma gli investigatori stanno ancora cercando riscontri alle sue affermazioni, anche dalle telecamere di sorveglianza della zona. Nella speranza di trovare qualche immagine che chiarisca se davvero il tunisino è stato ucciso ed eventualmente da chi. Mohamed ha puntato il dito contro i carabinieri di pattuglia intervenuti sabato sera per placare gli animi. Ma dopo le 23, quando il giovane è stato portato in caserma, non è chiaro cosa sia accaduto. Sarà necessario attendere l'esito dell'autopsia per avere qualche risposta. I sindacati dell'Arma sono intervenuti a difesa dei militari tirati in ballo: «Atto dovuto e garantista quello adottato dalla Procura di Modena», dice in una nota l'Usmia Carabinieri. «Massima fiducia nella magistratura. L'avviso di garanzia permetterà ai militari di valutare la perizia medico legale e dimostrare la loro innocenza», gli fa eco il Nuovo sindacato carabinieri.

Federico Aldrovandi.

Ferrara, Federico Aldrovandi moriva 18 anni fa durante un controllo di polizia, il padre: «Che orrore, tu ucciso da uomini in divisa come me». Davide Soattin su Il Corriere della Sera lunedì 25 settembre 2023.

La dedica commovente sui social: «Chi ti uccise, ora reintegrato, per me non sarà mai e poi mai un poliziotto» 

Diciotto anni fa - il 25 settembre 2005 - moriva Federico Aldrovandi, 18enne ferrarese ucciso durante un controllo di polizia nei pressi di via Ippodromo, a Ferrara.

La colluttazione con gli agenti

 Il giovane, di rientro dopo una serata trascorsa a Bologna, si fece lasciare dagli amici in un parco vicino a casa dove, poco prima dell'alba, andò incontro al proprio tragico destino. È in quel frangente che una pattuglia con a bordo due poliziotti lo fermò per un controllo. Di lì a poco nacque una colluttazione, risolta con l'intervento di altri due colleghi in divisa, chiamati a rinforzo. Per il 18enne fu la fine. Poco dopo le 6 di mattina arrivò sul posto l'ambulanza, con i sanitari intervenuti che dichiararono di aver trovato il ragazzo «riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena»: tentarono il tutto per tutto per salvargli la vita, ma poco dopo non poterono fare altro che accertarne la morte per «arresto cardio-respiratorio e trauma cranico-facciale». 

Quattro poliziotti condannati

Sul luogo della tragedia vennero ritrovati due manganelli in dotazione alle forze dell'ordine spezzati. Inizialmente, secondo le prime versioni ufficiali, a uccidere Federico Aldrovandi fu un malore, ma le 54 tra lesioni ed ecchimosi rinvenute sul cadavere convinsero i genitori a spingersi più in là e a cercare la verità. Così, a marzo 2006, i nomi dei quattro agenti (Monica Segatto, Paolo Forlani, Enzo Pontani e Luca Polastri) intervenuti quella mattina in via Ippodromo vennero iscritti al registro degli indagati con l'accusa di omicidio colposo, mentre il loro rinvio a giudizio arrivò a gennaio 2007. Nel luglio 2009 poi, dopo un lungo e tormentato percorso giudiziario, grazie anche al lavoro dell'avvocato Fabio Anselmo, le condanne, confermate in Appello e dalla Cassazione: tre anni e mezzo di carcere a tutti e quattro per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi, pena ridotta a 6 mesi per via dell'indulto. 

La dedica del padre

Al termine di quei sei mesi, i poliziotti - inizialmente sospesi dal servizio - vennero tutti reintegrati. «Caro Federico, ogni anno a quest'ora il mio respiro inevitabilmente si affievolisce e i ricordi tristi di un'alba inspiegabilmente assassina, continuano a tormentarmi. Sono trascorsi diciotto anni da quell'assurda domenica mattina, di quel 25 settembre 2005. In pratica, il tempo che tu hai vissuto su questa terra», scrive il padre, Lino Aldrovandi, in un lungo intervento notturno su Facebook in occasione del 18esimo anniversario dell'uccisione del figlio. «Sono stati anni molto difficili quelli a seguire, che hanno cambiato la vita a me, a Patrizia e a Stefano. Amaramente dico che forse non siamo più gli stessi. Quel 25 settembre alla nostra famiglia accadde l'irreparabile. E mai a nessuna famiglia dovrebbe accadere». 

«Chissà che orrore hai provato, figlio mio»

«Ai miei occhi di padre, ormai vecchio e stanco, condannato a sopravvivere con un dolore e una pena che non avrà mai fine, chi ti uccise (4 poliziotti), tra l'altro reintegrato dopo aver scontato la pena (quale pena?) nella stessa polizia, alla luce dei fatti ricostruiti processualmente, per me non sarà mai e poi mai un poliziotto», continua, lui che era un agente della municipale, con un padre carabiniere. «A volte mi domando, quale terrore e quale orrore possa aver provato Federico quella maledetta mattina, con lui a domandarsi, mentre la sua vita svaniva: `sto chiedendo aiuto papà a uomini in divisa simile alla tua e a quella del nonno, di cui parlavate un gran bene, ma non mi stanno ascoltando». «La tua Federico fu un'uccisione, senza se e senza ma. E tale rimarrà per sempre», conclude Lino Aldrovandi.

Simone Di Gregorio.

Il caso. Chi è Simone Di Gregorio, il 35enne che ha perso la vita dopo essere stato colpito dal taser: aperta un’inchiesta e disposta l’autopsia. È accaduto in provincia di Chieti. L'uomo era andato in escandescenza in strada. Il decesso in seguito ai soccorsi. I sanitari gli avrebbero fatto delle iniezioni per sedarlo. La Procura ha avviato le indagini e chiesto l'esame autoptico sulla salma. Redazione Web su L'Unità il 14 Agosto 2023

Aperto un fascicolo d’inchiesta per la morte di un ragazzo durante il trasporto in ospedale a San Giovanni Teatino, in provincia di Chieti. Si tratta di Simone Di Gregorio, 35 anni del posto. Il sostituto procuratore della Repubblica del tribunale di Chieti, Marika Ponziani, ha disposto l’autopsia per il ragazzo. L’esame è necessario per accertare le cause del decesso e verificare se il giovane ha assunto sostanze che potrebbe aver alterano il suo stato psico-fisico.

Chi è Simone Di Gregorio colpito dal taser e poi morto

Il fatto è accaduto ieri nel tardo pomeriggio. Il giovane si è spogliato lungo corso Vittorio Emanuele II, a San Giovanni Teatino, in pieno centro storico e, dopo essersi accanito contro un veicolo, si è diretto lungo il tracciato ferroviario, nudo e in stato di agitazione. Sui binari, il 35enne è stato raggiunto dai carabinieri della locale stazione che, per contenerlo, avrebbero usato una pistola elettrica.

I soccorsi e il decesso: aperto un fascicolo

Il giovane è stato immobilizzato e soccorso dal personale del 118, sopraggiunto con l’ambulanza. I sanitari gli avrebbero somministrato dei medicinali per tranquillizzarlo e stabilizzarlo, ma dopo un pò il 35enne ha perso i sensi ed è morto prima di raggiungere l’ospedale. A quanto si apprende dagli accertamenti sarebbe emerso che l’uomo “compiva atti di autolesionismo“. Redazione Web 14 Agosto 2023

Garante detenuti, inaccettabile che per 'calmare' si arrivi a morte. La morte di Simone Di Gregorio, colpito da taser mentre girava nudo per strada: il farmaco per calmarlo e il decesso in ambulanza. Redazione su Il Riformista il 14 Agosto 2023 

Dominica 13 agosto: un uomo gira nudo nei pressi dei binari ferroviari in corso Vittorio Emanuele II, a San Giovanni Teatino, piccolo comune in provincia di Chieti. Sembra in stato di alterazione psicofisica, attraversa correndo i binari e i presenti, preoccupati, sollecitano l’intervento dei carabinieri. I militari, una volta intervenuti, provano a bloccarlo, utilizzando il taser, la pistola a impulsi elettrici, ma non ottengono l’effetto sperato. L’uomo, che secondo quanto appreso soffriva di disturbi psichici ed era in cura in un centro di igiene mentale, sfugge alla loro presa e continua a correre, colpendo a testate (stando ad alcune testimonianze) alcune auto parcheggiate. Una volta bloccato, viene richiesto l’intervento del 118 che arriva con una ambulanza sul posto e gli somministra un medicinale per calmarlo. Dopodiché i sanitari lo fanno entrare in ambulanza e si dirigono verso l’ospedale di Chieti. Qui,

Simone Di Gregorio, 35enne originario di Pescara ma residente con la famiglia a San Giovanni Teatino, arriva privo di vita.

Questi i fatti al momento noti su un decesso che vedrà adesso le indagini della procura di Chieti far luce su quanto accaduto, su un intervento per calmare un uomo in stato di alterazione e finito nel peggiore dei modi.

Il sostituto procuratore della Repubblica di Chieti, Marika Ponziani ha aperto un fascicolo a carico di ignoti in cui si ipotizza il reato di omicidio colposo. L’uomo ha continuato a dare in escandescenze, secondo alcuni testimoni tirando colpi contro una vettura anche dopo l’intervento dei carabinieri, sollecitati dai presenti perché temevano che il 35enne, che continuava a girare nudo a ridosso dei binari, potesse compiere un gesto estremo o comunque rimanere coinvolto in un incidente.

Secondo una prima, parziale, ricostruzione, sarebbe emerso che “l’uomo compiva atti di autolesionismo. Il sindaco di San Giovanni Teatino, Giorgio Di Clemente, si è limitato a dire che “al momento queste sono solo supposizioni. C’è massimo riserbo e le indagini stanno andando avanti”. Sarà l’autopsia a chiarire le cause del decesso del 35enne avvenuto per arresto cardiaco del 35enne. Un arresto cardiaco dovuto all’utilizzo del taser, al medicinale somministrato dal 118 o ad altre cause: questo dovrà essere cristallizzato. Da accertare anche se al momento del fatto l’uomo avesse assunto medicinali o possa aver agito sotto l’effetto di altre sostanze oppure in preda ad una crisi.

Inevitabili quanto premature le polemiche sull’utilizzo del taser. “Il taser in genere se utilizzato correttamente non è pericoloso“, ha dichiarato Franco Romeo, professore di Cardiologia ed ex presidente della Società italiana di Cardiologia. “L’arresto cardiaco – aggiunge – può essere una risposta a una situazione di particolare fragilità e stress, ma dagli studi fatti, su un milione e mezzo di persone colpite con taser certificati, non si sono ravvisati rischi seri per la salute di nessuno, ne’ tanto meno, episodi di arresto cardiaco”. “L’intensità del raggio laser è importante ma di breve intensità proprio per non mettere a rischio la vita di chi lo subisce e non comportare problemi cardiaci – continua – Nel caso in cui la persona abbia impiantato un defibrillatore o un pacemaker, l’uso del taser può ‘starare’ il device, ma in ogni caso, non è qualcosa che provoca la morte”.

Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario generale Fsp Polizia di Stato Valter Mazzetti che in una nota chiede che “la drammatica notizia del 35enne morto a Chieti non può e non deve essere usata per riaprire polemiche inutili e dannose per la sicurezza di tutti, a proposito di uno strumento importante per cui chi fa questo lavoro si è battuto per anni, e che finalmente abbiamo cominciato ad avere con un ritardo che ci vede in una situazione quasi ridicola rispetto ad altri corpi di Polizia nel panorama internazionale”.

Garante detenuti, inaccettabile che per ‘calmare’ si arrivi a morte

“Non è accettabile che l’operazione per ricondurre alla calma una persona in evidente stato di agitazione e, quindi, di difficoltà soggettiva, si concluda con la sua morte”. Lo afferma in una nota Mauro Palma, il Garante Nazionale dei detenuti intervenendo sulla vicenda dell’uomo che è morto ieri a San Giovanni Teatino, in provincia di Chieti, dopo essere stato fermato col taser dalle forze dell’ordine e sedato in ambulanza dal 118.”Sarà l’indagine – si legge ancora nella nota – a chiarire meglio circostanze e cause del decesso e per questo attendiamo con fiducia quanto la magistratura accerterà”. “La ormai sedimentata collaborazione del Garante nazionale con le diverse forze dell’ordine, centrata soprattutto sulla formazione, obbliga a una riflessione comune sullo sviluppo sempre più positivo della professionalità di chi opera in contesti spesso difficile e sul coordinamento delle azioni con gli attori dei servizi sanitari di urgenza”, conclude la nota.

La Polizia di Verona.

Estratto dell'articolo di ansa.it il 6 giugno 2023.

Questa mattina personale della Polizia di Stato di Verona ha eseguito una ordinanza di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa dal gip del Tribunale di Verona a carico di un ispettore e quattro agenti per presunti atti di violenza avvenuti nel periodo ricompreso tra il luglio 2022 e il marzo 2023, nei confronti di persone sottoposte, a vario titolo, alla loro custodia. 

Calci, pugni ed umiliazioni contro stranieri o senzatetto, persone in stato di fermo costrette a subire la violenza degli agenti di polizia. Queste le azioni, secondo il gip, nei confronti di chi veniva fermato e portato negli uffici per l'identificazione. 

 In uno dei casi di violenza che hanno portato agli arresti di cinque agenti della questura di Verona, due poliziotti sono accusati non solo di aver picchiato una persona sottoposta a fermo di identificazione, ma anche di averla costretto a urinare nella stanza fermati.

Lo scrive il Gip di Verona nell'ordinanza nei confronti degli indagati sottolineando che gli stessi l'hanno poi l'hanno spinta in un angolo facendola cadere a terra e usandola "come uno straccio per pulire il pavimento". 

In un caso un agente sferrò uno schiaffo al volo di uno dei fermati, si legge nell'ordinanza, così "vigoroso da fargli perdere i sensi per alcuni minuti". "Stai zitto, altrimenti entro dentro e vedi cosa ti faccio", una delle frasi con cui gli agenti si rivolgevano ai fermati. 

In alcuni casi, poi, oltre alle botte e agli insulti razzisti e xenofobi, gli agenti infierivano utilizzando anche lo spray al peperoncino. "Ti spruzzo nel c...o", minacciava l'ispettore arrestato davanti ai colleghi.

"I soprusi, le vessazioni e le prevaricazioni poste in essere dagli indagati risultano aver coinvolto, in misura pressocché esclusiva - scrive il gip, Livia Magri -, soggetti di nazionalità straniera, senza fissa dimora, ovvero affetti da gravi dipendenze da alcol o stupefacenti, dunque soggetti particolarmente 'deboli'". 

"È innegabile che tutti gli indagati, con le condotte sopra descritte abbiano tradito la propria funzione, comprimendo i diritti e le libertà di soggetti sottoposti alla loro autorità offendendone la stessa dignità di persone, creando essi stessi disordine e compromettendo la pubblica sicurezza, commettendo reati piuttosto che prevenirli, in ciò evidentemente profittando della qualifica ricoperta, anche compiendo falsi ideologici in atti pubblici con preoccupante disinvoltura".

[…]

Ai cinque indagati, oltre al reato di tortura, sono stati contestati, a diverso titolo, anche quelli di lesioni, falso, omissioni di atti d'ufficio, peculato e abuso d'ufficio. 

I destinatari delle misure cautelari erano già stati trasferiti ad altri incarichi all'indomani della chiusura delle attività di indagine e quindi da alcuni mesi. Negli sviluppi dei successivi accertamenti giudiziari, il Questore della provincia di Verona, Roberto Massucci, ha disposto la rimozione dagli incarichi di altro personale che, pur non avendo preso parte a episodi di violenza, si presume possa non aver impedito o comunque non aver denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi. 

L'inchiesta è partita grazie ad una intercettazione telefonica, compiuta nell'ambito di un'altra indagine, in cui un agente si vantava di aver "messo al suo posto" una persona fermata dandogli due schiaffi.

"Raccontava alla fidanzata, inframezzando il narrato con risate e commenti divertiti, il pestaggio ai danni di una delle vittime". È quanto emerge dall'ordinanza di arresto emessa dal Gip. Nel documento vengono riportate alcuni stralci dei suoi dialoghi con la fidanzata, quando le raccontava delle violenze nei confronti di alcune persone che aveva fermato: "m... che pigna che gli ho dato". E ancora: "ho detto vabbè, oggi le devi prendere anche da me!". 

In un'altra conversazione aggiungeva: "gli ho fatto una presa io, gli ho calciato fuori e poi l'abbiamo portato dentro insieme, no, e vabbè gli abbiano tirato due, tre schiaffi a testa, no, ma così, giusto per...".

In un altro dei sette casi documentati sino al marzo di quest'anno, uno straniero si sarebbe preso un manrovescio per aver compiuto un atto osceno mentre si trovava nella stanza degli interrogatori. E' quanto riferiscono fonti investigative sugli episodi che hanno portato stamane agli arresti di cinque poliziotti sottoposti ai domiciliari. 

"Si è trattato di una indagine svolta completamente dall'interno e durata diversi mesi per accertare in modo chiaro e trasparente comportamenti non legittimi": lo sottolinea all'ANSA il questore di Verona, Roberto Massucci, dopo i cinque arresti scattati oggi nei confronti di cinque poliziotti per le violenze avvenute il luglio 2022 e il marzo 2023 nei locali della Questura. […]

VERONA, CINQUE POLIZIOTTI ARRESTATI PER TORTURA E PESTAGGI IN QUESTURA. Estratto da tg24.sky.it il 6 giugno 2023.

Cinque poliziotti sono stati arrestati a Verona con l'accusa di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto e omissione di atti di ufficio e falso ideologico in atto pubblico. Un ispettore e quattro agenti sono finite ai domiciliari. 

[…] avrebbero in diverse occasioni pestato persone fermate per strada nel corso di controlli, per poi truccare i verbali in modo tale da allontanare responsabilità e sospetti. Non si tratta di un caso isolato: oltre ai cinque arrestati, ci sono una decina di poliziotti indagati. […]

[…] Il capo della polizia, Vittorio Pisani, ha commentato quanto accaduto: "Affrontiamo questo caso con dignità e compostezza". E ancora: "Ringrazio la procura della Repubblica di Verona per la fiducia accordata alla Polizia di Stato nel delegare alla locale Squadra Mobile le indagini riguardanti gli operatori appartenenti alla stessa questura. La levatura morale della nostra amministrazione ci consente di affrontare questo momento con la dignità e la compostezza di sempre".

(ANSA il 6 giugno 2023) - L'inchiesta della Procura sui casi di tortura e violenza avvenuti a partire dal luglio 2022 nella questura scaligera è partita grazie ad una intercettazione telefonica, compiuta nell'ambito di un'altra indagine, in cui un agente si vantava di aver "messo al suo posto" una persona fermata dandogli due schiaffi. 

In un altro dei sette casi documentati sino al marzo di quest'anno, uno straniero si sarebbe preso un manrovescio per aver compiuto un atto osceno mentre si trovava nella stanza degli interrogatori. E' quanto riferiscono fonti investigative sugli episodi che hanno portato stamane agli arresti di cinque poliziotti sottoposti ai domiciliari. Le stesse fonti sottolineano quanto la stessa Polizia si sia spesa per individuare al suo interno i responsabili dei fatti.

L'indagine, si rileva, "non è nata da pressioni dell'opinione pubblica o da filmati postati in rete. Un segnale positivo - viene sottolineato - sulla presenza di un sistema che anche dall'interno consente di intercettare (e non nascondere) episodi di derive illegali". Secondo quanto si è appreso, oltre ai poliziotti autori delle violenze, sono stati trasferiti e sottoposti ad indagine anche coloro i quali potevano sapere e non hanno fatto nulla per impedire o denunciare gli abusi. In un terzo episodio, secondo quanto trapelato, gli agenti avrebbero usato contro il fermato dello spray al peperoncino sul viso. La questura sottolinea che si tratta di sette casi isolati, che sono stati documentati attraverso intercettazioni audio e video all'interno degli stessi uffici di polizia

 Dentro la questura di Verona si tortura: arrestati 5 poliziotti. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 6 giugno 2023.

A Verona, il giudice per le indagini preliminari (gip) ha disposto cinque arresti domiciliari per altrettanti poliziotti, accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, peculato, rifiuto ed omissione di atti di ufficio e, infine, falso ideologico in atto pubblico. I poliziotti, un ispettore e quattro agenti, si sarebbero resi protagonisti di atti gravemente lesivi della dignità umana nei confronti di diverse persone sottoposte ad accertamenti nella questura di Verona tra luglio 2022 e marzo 2023. Le misure cautelari sono state disposte a seguito delle indagini delegate dalla Procura alla stessa Polizia di Stato di Verona, conclusesi a marzo. Negli ultimi tre mesi, i cinque poliziotti sono stati trasferiti dalla Squadra mobile “ad altri incarichi”. Stesso destino per un altra decina di agenti che, stando alle recenti indagini, non avrebbero impedito o comunque denunciato i presunti abusi commessi dai colleghi. Uno scenario che, se confermato a processo, aggiungerebbe un nuovo tassello agli episodi di tortura e di successiva omertà tra le forze dell’ordine.

Violenze in questura nascoste da verbali truccati e generale accondiscendenza. Questo l’oggetto delle indagini condotte per otto mesi dalla Squadra Mobile di Verona, che hanno portato il gip a disporre cinque misure cautelari (arresti domiciliari) in vista del processo. Nell’ordinanza si legge che due dei cinque poliziotti sono accusati di aver picchiato una persona sottoposta a fermo di identificazione, costretta poi a urinare nella stanza. A questo punto gli agenti l’avrebbero spinta in un angolo facendola cadere a terra e usandola “come uno straccio per pulire il pavimento”. L’ordinanza del gip di Verona segue di qualche settimana la pubblicazione del Rapporto 2022-2023 sulla situazione dei diritti umani nel mondo. Relativamente all’Italia, l’indagine di Amnesty International si apre con una certa preoccupazione nei confronti della tortura, uno dei temi affrontato da L’Indipendente nel Monthly Report di gennaio. Il divieto di trattamenti degradanti è stato recepito dal nostro Paese sia mediante la ratifica di accordi internazionali, come la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), sia attraverso la legge n. 110 del 2017. Ciononostante, la pratica non è stata debellata. “A novembre, 105 agenti penitenziari e altri funzionari sono stati processati con l’accusa di molteplici reati, tra cui la tortura, per la repressione violenta di una protesta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, nell’aprile 2020″, scrive Amnesty, citando anche il caso di Hasib Omerovic precipitato giù dalla finestra della sua casa in circostanze ancora non chiare, durante un’ispezione di polizia non autorizzata. [di Salvatore Toscano]

«È crollato a terra svenuto. Che pigna che gli ho dato»: le intercettazioni choc dei poliziotti arrestati a Verona. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 07 giugno 2023 

Tutto è partito dalla telefonata di uno degli agenti i fermati con la fidanzata. «L’ho portato dentro la cella — si vantava l’agente —, ho preso lo spray urticante e gliel’ho spruzzato tutto quanto sulla faccia» 

La confessione del primo pestaggio — che per i magistrati inquirenti rientra nel reato di «tortura» — i suoi colleghi della Squadra mobile l’hanno raccolta quasi in diretta dall’agente Alessandro Migliore, 25 anni ancora da compiere, intercettato la sera del 22 agosto scorso. Il poliziotto parla con la fidanzata Nicole, e le racconta quello che è successo con un italiano fermato la notte precedente. «Ha iniziato a rompere il cazzo... Vi spacco sbirri di merda di qua e di là — dice Migliore —. Allora ha dato una capocciata al vetro... Il collega apre la porta e “vieni un attimo fuori... adesso ti faccio vedere io quante capocciate alla porta fai”... Boom boom boom boom... E io ridevo come un pazzo». 

Poi quasi si vanta di essere entrato in azione: «Amò, lui stava dentro l’acquario (la stanza dei fermati con una parete a vetro, ndr), gli ho lasciato la porta aperta in modo tale che uscisse perché io so che c’è la telecamera dentro... Amò, mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là... È svenuto... Minchia che pigna che gli ho dato...».

Nell’atto d’accusa si sostiene che poi Migliore ha «istigato» un altro poliziotto a tiragli un calcio alla schiena. Dei cinque episodi per i quali si ipotizza la tortura, questo è l’unico contro un italiano; gli altri sono cittadini stranieri, e secondo il giudice i poliziotti indagati contavano sul loro silenzio. Senza calcolare, però, che i loro telefoni erano finiti sotto controllo nell’ambito di un’altra indagine, su una perquisizione di cinque mesi prima fin troppo benevola (praticamente mancata, secondo gli inquirenti) nei confronti di un gruppo di albanesi sospettati di tentato omicidio e detenzione di armi. 

Parenti del gestore di una discoteca frequentata dal gruppo di poliziotti «ballerini», che una volta compreso di chi si trattasse si sono fermati. L’ha raccontato l’albanese in un’altra intercettazione: «Io ero sporco in casa, i poliziotti... Il giovane Alessandro... Io avevo due fucili, un silenziatore e due pistole! Sa cos’ha fatto il poliziotto? Ha detto: “La perquisizione è finita, negativo!”».

Da lì i controlli su Migliore, l’ascolto del primo pestaggio e la decisione dei colleghi guidati dal questore Roberto Massucci — d’accordo con la Procura — di non fermarsi a una denuncia nei confronti dell’agente, bensì di aumentare il numero di microspie e telecamere in questura, alla ricerca di riscontri su quello ed altri episodi, per costruire un’indagine che svelasse l’eventuale marciume in nome della trasparenza. Aprendo uno spaccato di altre «torture» documentate quasi in diretta. Come quella nei confronti di un rumeno fermato e accompagnato in questura il 14 ottobre, addebitata a Migliore e un altro poliziotto; è sempre «il giovane» a raccontare alla fidanzata l’indomani: «Ha iniziato a sbroccare... Vabbè, gli abbiamo tirato due tre schiaffi a testa ma così, giusto per... Allora si è buttato a terra, gli stavo per dare un calcio, però... L’ho messo in piedi... Ho fatto sinistro destro, pam pam... Il collega fa “no, grande Ale”... Si è spento, l’ho portato dentro la cella, ho preso lo spray e gliel’ho spruzzato tutto sulla faccia».

Per i magistrati, l’uso dello spray urticante anche su soggetti ridotti all’impotenza, e dunque contro le regole, è «indicativo della volontà d infliggere ulteriore, gratuita sofferenza a un soggetto già percosso con violenza»; così come gli insulti «con parole di discriminazione razziale» nei confronti degli stranieri sono il sintomo di un «pessimo comportamento, inutilmente aggressivo e violento». Riassunto nei capi d’accusa che descrivono, a proposito di un altro episodio, il particolare di un fermato «spinto nella direzione di una stanza dove aveva urinato (sebbene secondo la sua testimonianza avesse solo fatto finta, ndr) e premuto al suolo bagnato, di fatto impiegando la sua persona come uno straccio per pulire il pavimento».

In attesa di ascoltare le versioni difensive, nel catalogo delle accuse rientrano anche le percosse nei confronti di un «tunisino di merda, figlio di puttana» che il 21 ottobre era finito a terra per i calci ricevuti, e si è sentito orinare addosso da un poliziotto che diceva «so io come svegliarlo». L’uomo ha raccontato di essere stato picchiato e umiliato in un tunnel della questura, di cui — ancora una volta — hanno parlato gli agenti inquisiti e intercettati, un mese più tardi. La notte del 17 novembre un assistente capo che non figura tra i cinque arrestati, parlando con un collega non identificato avverte: «Volevo dirti, e questo vale per tutti... Evitate di alzare le mani nell’acquario... Perché non si sa per quale motivo sono andati a vedere le registrazioni... Magari questi iniziano a controllare e cagare il cazzo... Quindi se dovete dare qualche schiaffo, nei corridoi...». Un altro interviene: «Abbiamo sempre fatto nel tunnel».

In realtà la settimana precedente erano state registrate le immagini e gli audio di un’altra aggressione di un cittadino africano che stava dando in escandescenze, affrontato da due degli arrestati: l’assistente capo Roberto Da Rold che «lo spinge dentro facendogli sbattere la parte posteriore della testa sulla panca in cemento», e l’ispettore Filippo Failla Rifici che, dopo essere stato ripetutamente toccato dal fermato nonostante le intimazioni a non farlo, «gli dà uno schiaffo al volto per poi buttarlo a terra dove lo colpisce con degli schiaffi».

Estratto dell’articolo di Giacomo Amadori e Simone Di Meo per “La Verità” il 12 maggio 2023. 

[…] Il nuovo capo della Polizia è Vittorio Pisani […] La carriera in polizia di Pisani inizia a 20 anni quando ottiene il premio «Luigi Calabresi» quale miglior allievo vicecommissario. A Napoli arriva nel 1991, a 24 anni. Giovanissimo funzionario, inizia a farsi le ossa nella sezione Omicidi della Squadra mobile. Il capoluogo campano è sconquassato dalla guerra di camorra tra l’Alleanza di Secondigliano e il clan Mazzarella.

È il tempo delle autobombe e degli attentati coi kalashnikov in pieno centro. Uno dopo l’altro, killer e padrini finiscono nella rete di questo taciturno e giovane segugio che arriva dalla Calabria. Prima di passare al Servizio centrale operativo a Roma, fa in tempo a stringere le manette ai polsi di Pietro Licciardi, Giuseppe Lo Russo e Gaetano Bocchetti: tutti e tre ai vertici della Cupola napoletana. 

Allo Sco arriva invece con l’obiettivo di catturare uno dei leader della Sacra Corona Unita, Raffaele Prudentino. Lo prenderà sei mesi dopo in Grecia. Nel 2004 torna a Napoli con i gradi di capo della Mobile. Dopo qualche mese, scoppia la faida di Scampia, un tribale conflitto tra i figli del boss Ciruzzo ’o milionario e un gruppo di «scissionisti»: quasi 70 morti ammazzati in un anno. E il lavoro della Mobile è fondamentale per ricostruire ruoli e responsabilità di quella mattanza.

Tanto che, nel giro di qualche tempo, Pisani può rivendicare di aver decapitato quasi da solo il cartello dei secondiglianesi. Finiscono in galera Raffaele Amato, Paolo Di Mauro, Domenico Pagano, Giuseppe Dell’Aquila, Vincenzo Licciardi ed Edoardo Contini. Nel 2010 riesce ad arrestare Antonio Iovine, primula rossa dei Casalesi. Nel 2011 una sgangherata inchiesta della Dda partenopea lo travolge col sospetto di aver favorito un informatore, Salvatore Lo Russo, soprannominato dai nemici Totore ’o capitone per il suo essere viscido e sgusciante. Pisani viene allontanato dalla città in forza di un divieto di dimora firmato dal gip su richiesta della Procura.

Ritorna in silenzio allo Sco mentre quasi tutti i cronisti di giudiziaria e di nera fanno i cecchini con le pallottole gentilmente offerte da Lo Russo. Potrebbe chiudersi nel cono d’ombra, il super poliziotto. Invece no. Da indagato, Pisani piomba a Casapesenna e stana da un bunker sotterraneo l’altro grande super ricercato della camorra casertana, l’imprendibile Michele Zagaria. 

Pisani viene rinviato a giudizio, e qualcuno – sui giornaloni – maliziosamente ricorda quando, in una intervista, l’ex capo della Mobile disse che non c’erano motivi per dare la scorta a Roberto Saviano, santino dell’antimafia militante di sinistra. Per Pisani, le minacce della camorra allo scrittore non esistevano. Il processo «Megaride» è però un disastro per la pubblica accusa e per i suoi tifosi.

Lo Russo mente platealmente, si contraddice. Pisani smonta le ricostruzioni dei pm. E viene assolto in primo grado e in appello. ’O capitone stavolta non riesce a scivolare via dalla rete: finisce sott’inchiesta e condannato per calunnia. Arriva il momento dei risarcimenti. Pisani sbarca al ministero dell’Interno e poi all’Aisi, il servizio segreto interno. Diventa dirigente generale della polizia di Stato e, nel febbraio 2023, ad appena 55 anni, ottiene la nomina a prefetto.

Al suo posto, come vicedirettore dell’Aisi, il capo Mario Parente e il direttore del Dis, Elisabetta Belloni, spingerebbero oggi per una soluzione interna con un possibile profilo già individuato. Pisani prende il posto dell’attuale capo Lamberto Giannini. Quest’ultimo, appena cinquantanovenne e grande esperto di terrorismo (lui e Franco Gabrielli hanno contribuito a smantellare le nuove Br) prenderà il posto di prefetto di Roma. Lo stesso ricoperto a suo tempo dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La cerimonia di passaggio di consegne dovrebbe avvenire lunedì 22 maggio. […]

Estratto dell'articolo di Andrea Priante per corriere.it il 7 giugno 2023.

I «poliziotti ballerini», li  aveva soprannominati un collega, dopo che il gruppetto di agenti aveva finto di non vedere delle irregolarità nel corso di una perquisizione. La decisione di chiudere un occhio era stata presa solo perché, nel mirino dell’ispezione, era finito il fratello del buttafuori che li faceva entrare in un locale senza pagare e saltando la fila. 

L’agente si arrabbia con i colleghi, senza sapere di essere intercettato: «Cioè, dobbiamo fare attenzione guagliò! Soprattutto con il periodo storico che stiamo (...) Tutti e dieci che andate a ballare gratis (...) Salta la fila, parcheggia dentro... e dai! Le cose si sanno... Ma a ballare uno ci va. Solo che si prende il portafoglio e paga... Non è più la polizia degli anni Settanta!».

Un po’ sbruffoni, un po’ furbetti. Ma, soprattutto, violenti. Gli agenti della sezione Volanti di Verona finiti nei guai, sono tutti poliziotti di provata esperienza. Alcuni hanno vent’anni di carriera alle spalle. 

A leggere l’ordinanza con la quale il gip Livia Magri ha disposto gli arresti domiciliari per cinque di loro, il più spregiudicato sembra essere l’agente di polizia giudiziaria Alessandro Migliore che, coi suoi 25 anni non ancora compiuti, è anche il più giovane tra gli indagati. 

Originario di Torre del Greco (Napoli) risulta risiedere in uno degli appartamenti che il ministero mette a disposizione degli agenti. Tatuaggi ben in vista, orecchini, fisico scolpito, esperto di boxe e di una tecnica di combattimento insegnata alle forze di difesa israeliane, il krav maga. […]

Migliore viene descritto dal gip come  un giovane che «tortura con sadico godimento» anche perché «manifesta chiara soddisfazione nel rievocare le violenze commesse», che assume saltuariamente droghe e arriva a rubare le biciclette che trova incustodite lungo la strada. Anche lui fa parte del gruppetto dei «poliziotti ballerini»: ha concorso a depistare la perquisizione- osserva il gip - solo per ricambiare il «trattamento di favore nel parcheggio di una discoteca o all’interno del locale, e garantirsi analogo trattamento per il futuro». 

Eppure, è proprio Alessandro Migliore che, con una buona dose di boria, finisce per inguaiare se stesso e i colleghi, vantandosi delle loro «imprese» con la sua fidanzata. Il 22 agosto, con il telefono sotto controllo, la chiama raccontandole di aver fermato un giostraio e che questo ha sbattuto volontariamente la testa contro il vetro.

A quel punto, le spiega, è intervenuto un altro poliziotto «bello grosso», che «apre la porta. «Tu hai dato una capocciata al vetro - gli fa - e adesso ti faccio vedere io quante capocciate alla porta. Bom! bom! bom! E io ridevo come un pazzo». Ma il giostraio insiste, insulta gli agenti e a quel punto Migliore lascia aperta la stanza di sicurezza («l’acquario», lo chiamano) «in modo tale che uscisse, perché io so che là dentro c’è la telecamera... Appena è uscito (...) ho caricato una stecca, amò, bam! Lui chiude gli occhi e va di sasso per terra... È svenuto... Hai presente il ko?». A quel punto arriva un collega: «Boom! Gli ha dato un calcio nella schiena (...) L’ha tartassato di mazzate». La fidanzata sembra divertita: «Minchia, li menate proprio, eh». E lui: «Mamma mia».

[…]

Dalle carte dell’indagine emerge che alcuni poliziotti tenevano per sé piccole somme di denaro trovate nelle tasche delle persone fermate. Ma anche droga. Il solito Migliore spiega alla fidanzata di aver portato in questura un marocchino («Gli ho tirato una secca, un pugno») e perquisendolo «è saltato fuori un pezzettino di fumo», un grammo di hashish. «Indovina chi ce l’ha? Sììì!». La ragazza gli chiede: «Dai fammi provare» e per il gip è la conferma che l’agente si è tenuto la droga per uso personale. 

Sempre Migliore, stavolta racconta di «due barboni in un bar», uno dei quali viene caricato sulla vettura di servizio per essere condotto in questura. «Ha iniziato a sbroccare (...) Allora io gli ho fatto una presa, gli ho calciato fuori e poi l’abbiamo portato dentro insieme. No, vabbé, gli abbiamo tirato due-tre schiaffi a testa, ma così, giusto per...». 

[…]

Dopo aver fermato un altro senzatetto, vengono intercettate le conversazioni tra due degli agenti arrestati: il 35enne Filippo Failla Rifici e il 45enne bellunese Roberto Da Rold. «Maledetto marocchino di m...» sbotta Rifici, accusando il vagabondo di un gesto inconsulto. Un collega gli chiede: «Com’è che Roberto (Da Rold, ndr) non l’ha ammazzato?», e proprio Da Rold suggerisce: «Lo buttiamo là, nella casa abbandonata, prende una scarpata...». Failla Rifici lo incalza: «Mi raccomando Roby: quelle che non gli hai dato prima, dagliele dopo (...) Gli è andata pure bene che non gli ho fatto la doccia col secchio d’acqua». Infine, di nuovo Da Rold: «Io adesso ho imparato a dare le cinquine più piano». 

[…] Dalle carte, emerge anche come Alessandro Migliore si ritenesse ormai al di sopra della legge. «Una pessima personalità» lo definisce il gip, commentando le conversazioni nelle quali spiega alla fidanzata che sta rubando una bicicletta e proprio non si capacita di come il proprietario potesse averla lasciata incustodita. Lei  risponde che gliene regalerà una a Natale, ma il poliziotto replica che non ne ha bisogno, perché lui, le bici, «è solito rubarle».

Verona, torture e umiliazioni in questura. I pm: «Metodi condivisi e consolidati». Giovanni Bianconi, inviato a Verona su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2023

Ora gli inquirenti puntano a svelare eventuali responsabilità ai livelli superiori. 

Che l’indagine sulle «torture» alla Questura di Verona non sia circoscritta ai cinque ordini d’arresto eseguiti martedì mattina, s’intuisce dal numero degli altri poliziotti indagati, già appartenenti al reparto Volanti e rimossi a fini precauzionali nei mesi scorsi.

Per ora sono diciassette, la maggioranza dei quali sotto inchiesta per omessa denuncia sebbene la Procura stia valutando anche ipotesi più gravi, come il concorso in tortura. Già contestata a un’agente donna, e dunque contando anche i cinque finiti ai domiciliari, sono almeno sei gli inquisiti per questo reato. Ma è un numero che potrebbe crescere, dando consistenza ancora maggiore a un’indagine che volutamente i pubblici ministeri e la Squadra mobile non hanno frettolosamente circoscritto ai primi episodi accertati.

Il «sistema»

L’obiettivo era e resta comprendere quale fosse il grado di compromissione e copertura nel presidio di sicurezza trasformatosi — in un suo segmento, da capire quanto grande — in un luogo di soprusi e illegalità; e smantellare definitivamente quello che la giudice Livia Magri ha definito «un vero e proprio modus operandi consolidato e condiviso da numerosi operanti all’interno dell’Ufficio Volanti della Questura».

Dunque l’indagine è destinata ad allargarsi per accertare altre eventuali responsabilità, anche a livelli superiori rispetto a quelli già colpiti e individuati. Pur nella consapevolezza, da parte degli stessi inquirenti, che i ricambi decisi nei mesi scorsi ai vertici della Questura e del Reparto finito sotto la lente d’ingrandimento, abbiano già costituto una efficace risposta a possibili sottovalutazioni. Come invece potrebbe essere accaduto in occasione di un precedente che, alla luce dello scandalo emerso ora, poteva rappresentare un campanello d’allarme che forse non è suonato abbastanza. Agli atti di questa inchiesta, infatti, sono stati acquisiti quelli di un altro procedimento aperto oltre un anno fa, a febbraio 2022, nei confronti di un assistente capo e un agente scelto dello stesso Nucleo Volanti per lesioni e tortura nei confronti di tre nordafricani fermati e poi denunciati a piede libero per resistenza. Due di loro (uno dei quali giudicato guaribile in tre giorni) presentarono denuncia ai carabinieri. Il procedimento risulta tuttora in corso, i due poliziotti sono stati sospesi senza ulteriori conseguenze. Stavolta, dopo l’intercettazione di agosto 2022 in cui l’agente Alessandro Migliore confessava il primo pestaggio alla fidanzata, s’è deciso di procedere in un altro modo. L’indagine è durata fino a dicembre, quando gli episodi documentati erano già sette e gli stessi inquisiti s’erano resi conto di essere finiti nel mirino.

Gli altri accusati

Il 17 novembre un assistente capo raccomandava di non «alzare le mani nell’acquario», cioè nella sala fermati, perché due colleghi della Mobile erano andati a guardare le registrazioni; e, poco dopo, i cinque arrestati furono trasferiti all’Ufficio passaporti. A quel punto si sono interrotte le intercettazioni, gli investigatori hanno tirato i fili dell’inchiesta e a marzo la Procura ha presentato le richieste di misure cautelari al gip, che le ha concesse il 26 maggio. Indicando ulteriori posizioni da approfondire e lasciando in sospeso la decisione sulle richieste di misure interdittive.

Per esempio nei confronti di una agente donna che la sera del 9 novembre era in servizio sulla Volante Milano insieme all’assistente capo Roberto Da Rold, il più anziano dei cinque arrestati. Insieme portarono in questura uno dei «torturati», per un’identificazione di cui non ci fu bisogno perché l’africano risultava già fotosegnalato. L’uomo, chiuso nell’acquario, diede in escandescenze, si denudò rivolgendo frasi offensive nei confronti dei poliziotti, e per tutta risposta subì le percosse e le spruzzate di spray urticante. Nelle immagini video-registrate, accusa il gip, si vede l’uomo che «chiede insistentemente di andare in bagno» e la poliziotta «gli risponde di urinare verso l’alto così che l’urina possa finirgli sulla testa»; poi l’uomo viene accompagnato in bagno e la donna «gli mostra lo spray minacciando di usarlo». Più tardi lei stessa dirà in un’intercettazione di averglielo spruzzato in faccia, ma nella relazione di servizio non ne fece cenno.

Abuso di autorità

Quella sera, di fronte al fermato che saltellava nell’acquario, i poliziotti «paragonavano il suo atteggiamento a quello di una scimmia», con frasi di scherno che nella ricostruzione del giudice ricordano quanto accaduto in un’altra occasione, quando un tunisino rimase «vittima di un trattamento inumano e degradante nel momento in cui uno degli operanti, mentre lui si trovava a terra nel “tunnel”, gli urinava addosso per “svegliarlo”». E il gip sottolinea che «quest’atto denigratorio e sminuente ha certamente incontrato l’approvazione e suscitato l’ilarità degli altri poliziotti presenti, tant’è che nessuno ha dato il minimo segnale di disappunto». Quella notte, di fronte al tunisino a terra «apparentemente privo di sensi» per i calci ricevuti da uno degli arrestati, c’era pure un assistente capo indagato, insieme ad altri tre poliziotti, per «abuso di autorità contro arrestati o detenuti». Anche queste posizioni saranno rivalutate dagli inquirenti, che hanno già un’idea di come «l’abuso dei poteri connessi alla funzione o al servizio» svolto dai poliziotti sotto accusa, «non soltanto abbia consentito agli indagati di cogliere più facilmente le opportunità di commissione di illeciti, ma abbia altresì costituto una sorta di “paravento” al riparo del quale schermare le proprie responsabilità».

Verona, una vittima già nel 2018: "Picchiato e circondato mentre i poliziotti ridevano: vedi abusi di potere qui?" Giuliano Foschini, Fabio Tonacci su La Repubblica l'8 Giugno 2023

Quando martedì ha letto dei cinque arresti tra i poliziotti della questura di Verona, il trentunenne curdo-turco Ugur Bilkay si è seduto, ha alzato gli occhi per incrociare quelli di sua moglie, ed è crollato in un pianto di gioia. Perché quel posto, quegli agenti, quel metodo violento e intimidatorio, Bilkay ha avuto la sventura di conoscerli già un pomeriggio di aprile di 5 anni fa.

Due dei poliziotti accusati a Verona erano già sotto inchiesta per tortura, ma vennero lasciati in servizio. Giuliano Foschini e Fabio Tonacci su La Repubblica l'8 Giugno 2023

Su 104 uomini delle Volanti della Questura è coinvolto uno su 5: ecco la rete di complicità che coprì le violenze degli agenti

Assistente capo Michele Tubaldo. E agente scelto Davide Cracco. Finora i loro nomi sono stati citati poco e niente nelle cronache dello scandalo della questura di Verona. Ma la storia di questi due poliziotti racconta perché le torture e le sevizie nei confronti degli "ultimi" della città non siano solo il comportamento deviato di cinque mele marce, quanto piuttosto il sintomo di un metodo.

Estratto dell’articolo di Nicola Fierro per “la Repubblica” il 7 giugno 2023.

Nicolae Daju, 56 anni, romeno, è una delle persone trascinate come stracci sull’urina delle celle della Questura. Vive a Verona da 3 anni, era venuto in Italia per cercare lavoro, ma la strada l’ha risucchiato nel suo gorgo di solitudine ed emarginazione. Ora tira a campare, dorme sulle panchine del parco davanti al cimitero monumentale, e ogni giorno si cimenta nell’impresa di mettere insieme un pranzo e una cena. […] 

Cos’è successo il 14 ottobre dell’anno scorso?

«Mi trovavo al bar Primo Kilometro, in zona Fiera. Ero con un amico, stavamo bevendo una birra e un caffè. Improvvisamente è arrivata una macchina della polizia, sono scesi due agenti, sono venuti subito da noi. E ci hanno chiesto i documenti». 

E lei cos’ha fatto?

«Gli ho detto che non stavamo facendo niente di male ma, alla fine, gli ho dato la mia carta d’identità. Non è bastato, mi hanno detto di salire in macchina».

Quindi l’hanno caricata nella volante?

«Sì, ma prima di farmi entrare all’interno mi hanno spruzzato in faccia lo spray urticante». 

Si era opposto in qualche modo?

«Ma no, senza motivo. Non avevo fatto niente». 

E una volta in Questura?

«Uno dei due poliziotti (dalla descrizione si capisce che parla di Alessandro Migliore, ndr) mi ha afferrato i capelli e trascinato di peso, fino a rinchiudermi dentro una cella con una parete trasparente». 

Lei ha reagito in qualche modo?

«No, perché avevo paura. Come si può reagire in quelle condizioni?». 

È vero che lei è una delle persone trascinate nell’urina a terra?

«Sì, è vero».

Cos’è accaduto precisamente?

«Avevo bisogno di andare al bagno, con urgenza. Ho cercato di attirare l’attenzione di un poliziotto gesticolando attraverso la parete trasparente». 

Cosa chiedeva?

«Di andare al toilette». 

Cosa le hanno risposto?

«Mi hanno detto che non era possibile andare al bagno e che avrei dovuto farla a terra». 

Ha fatto così?

«Certo, mi sono messo in un angolo e ho fatto pipì. Purtroppo mi hanno punito per questo».

Cosa intende dire?

«Appena ho finito di urinare un poliziotto (l’assistente capo Loris Colpini, ndr) è entrato dentro come una furia. Mi ha spruzzato in faccia lo spray urticante ancora una volta e poi mi ha trascinato a terra sopra la pozza di urina». […]

Cinque poliziotti in arresto. Nella questura di Verona torturavano i fermati. Pestaggi furiosi, spray urticante, degradazioni immonde e insulti razzisti. I fatti sono tutti da accertare ma attenti anche a una preventiva assoluzione delle forze dell’ordine per proteggerne devianze e illegalità. Iuri Maria Prado su L'Unità il 7 Giugno 2023

Due opposti errori devono rigorosamente essere evitati nel commentare le notizie arrivate ieri da Verona: far finta che si tratti di episodi eccezionali, reclamando una giustizia inflessibile che mette tutto a posto o, al contrario, liquidare la cosa al rango di una brutta faccenda che però non deve stupire perché purtroppo si sa che certi abusi possono capitare.

I fatti – tutti da accertare, ovviamente – riguardano cinque poliziotti, arrestati ieri, che si sarebbero resi responsabili di inenarrabili e gratuite violenze ai danni di persone sottoposte alle loro “cure”: delicatezze come l’uso di spray urticante, i pestaggi furiosi, le degradazioni più immonde (si riferisce di un poveretto adoperato a mo’ di strofinaccio per asciugare un lago di urina), il tutto con un buon corredo di sane ingiurie e insulti razzisti (“tunisino di merda”, “figlio di puttana”, e via di questo passo) nei confronti delle vittime di quelle inammissibili sopraffazioni.

L’avvertenza non inutile è che bisognerebbe andarci cauti già se ci fosse il processo che ancora non c’è, perché anche i presunti responsabili di questi delitti sono degli innocenti fino a prova contraria: e figurarsi ora che siamo solo alle indagini. Ma il fatto che quelle violenze siano anche solo per ipotesi commesse da funzionari di pubblica sicurezza obbliga tutti a un supplemento di urgentissima attenzione, soprattutto in un clima generale che sgradevolmente tira in senso opposto e cioè a una specie di preventiva assoluzione che per tutelare “le forze dell’ordine” insorge a proteggerne le devianze e le illegalità.

E purtroppo non basta. Perché la notizia secondo cui quei presunti e tanti abusi riguarderebbero, pressoché sempre e con una sola eccezione, immigrati ed emarginati, ebbene aggrava ulteriormente una vicenda che, se trovasse conferma, sarebbe già abbastanza allarmante. E anche qui occorre non cadere in nessuno dei due errori di cui si diceva all’inizio: e cioè affettare indignazione fingendo di non sapere che proprio nei confronti di quei soggetti – immigrati, emarginati, disturbati di mente – più spesso si consumano simili violenze; oppure – peggio, e non si dica che non si assiste sistematicamente allo scatto di quest’altro meccanismo – fare spallucce perché d’accordo che sono brutte cose, d’accordo che non devono succedere, d’accordo che chi sbaglia deve pagare, ma è pur sempre una multiforme canaglia (il clandestino, il drogato, magari la transessuale) quella di cui stiamo parlando, e nella tutela dei diritti bisognerà pur ricordare che prima vengono gli italiani.

Il fatto che gli accertamenti siano partiti dall’interno – e cioè dalle stesse forze dell’ordine – dovrebbe tranquillizzare quelli abituati a denunciare le cospirazioni degli amici dei criminali che infangano l’immagine di chi, per uno stipendio da fame, rischia la vita per difendere la gente perbene. Ma c’è da temere che non basti, e che anche questa volta le retoriche sicuritarie saranno adibite alla solita funzione: celebrare la specchiatezza e la probità delle forze dell’ordine non perché ci si crede davvero o perché qualcuno davvero le contesta (chi mai, infatti?), ma perché vien buono a tagliare corto se ogni tanto capita di assistere a qualche eccesso. Anche se non è ogni tanto. E a maggior ragione se la pelle su cui si eccede ha quel colore diverso.

DI Iuri Maria Prado 7 Giugno 2023

Le testimonianze delle vittime. “Niente bagno, l’ho fatta lì e mi hanno usato come straccio”, l’orrore di una delle vittime dei poliziotti arrestati a Verona.  Redazione Web su L'Unità il 7 Giugno 2023

“Dovevo andare in bagno e alla fine mi hanno detto di farla lì, in un angolo. È quello che ho fatto, ma dopo una delle guardie mi ha buttato a terra e mi premeva la faccia sul pavimento bagnato, per farmelo pulire…”. E’ questo uno dei drammatici racconti di una delle vittime dei poliziotti arrestati per le torture che infliggevano a senzatetto alcolisti e immigrati. Nicolae è un senzatetto rumeno di 56 anni. Ha vissuto sulla sua pelle quell’orrore come le altre vittime, tutte persone più deboli su cui si sarebbero accaniti gli agenti, come ricostruiscono le carte del Gip con i capi d’accusa dei magistrati contro 5 poliziotti del Nucleo Volanti della Questura di Verona.

Gli agenti sono stati arrestati e posti ai domiciliari con l’accusa di tortura, lesioni, falso, omissioni di atti d’ufficio, peculato e abuso d’ufficio. Per i magistrati, l’uso dello spray urticante anche su soggetti ridotti all’impotenza, e dunque contro le regole, è “indicativo della volontà d’ infliggere ulteriore, gratuita sofferenza a un soggetto già percosso con violenza”, come riportato dal Corriere della Sera. E poi gli insulti “con parole di discriminazione razziale” nei confronti degli stranieri sono il sintomo di un “pessimo comportamento, inutilmente aggressivo e violento”.

E poi c’è il drammatico episodio che riguarda il 56enne, riportato ancora nell’ ordinanza del Gip. Un fermato “spinto nella direzione di una stanza dove aveva urinato e premuto al suolo bagnato, di fatto impiegando la sua persona come uno straccio per pulire il pavimento”. Un orrore che Nicolae ha vissuto il 14 ottobre 2022 e che l’uomo ha ricostruito intervistato dal Corriere. “Ero al bar con un mio amico – racconta – e all’improvviso ci vediamo venire incontro due agenti: uno grande e grosso, l’altro piccolino. Mi chiedono i documenti e subito mi ordinano di salire in auto con loro. Abbiamo percorso cinquanta metri, hanno fermato la macchina e mi hanno picchiato. Così, senza motivo…”.

Nicolae vive in strada, nei pressi della stazione ferroviaria di Verona. Tutta la sua vita è racchiusa in uno zaino da trekking che si porta sempre sulle spalle. Ha raccontato che quel giorno, una vota portato in Questura è stato aggredito ripetutamente dagli agenti. “Mi davano pugni, e poi con il manganello sulla schiena”. È accaduto anche un fatto singolare: “Uno di loro aveva uno spray in mano: me l’ha spruzzato sul viso e sono svenuto. Credo fosse un narcotico o qualcosa del genere”. Tempo dopo Nicolae ha raccontato tutto alla Procura. La sua testimonianza è finita nell’ordinanza con la quale il gip ha stabilito gli arresti, compresa l’umiliazione di essere trattato come uno straccio e le percosse subite.

Gli agenti quella sera avevano fatto scattare contro di lui una denuncia per ubriachezza molesta e una violazione amministrativa perché si era rifiutato di firmare il verbale (falso) che avevano stilato. “Mi picchiavano, mi spruzzavano dello spray urticante, mi insultavano. E ancora non so perché lo facessero, non lo capisco…”.

DI Redazione Web 7 Giugno 2023

Estratto dell’articolo di Niccolò Zancan per la Stampa l'8 giugno 2023.

Via Lavello, Verona.

Periferia Nord. «Ricordo tutto di quella sera. La sera dell'arresto. Ricordo che Mohamed aveva bevuto, era agitato e stavamo litigando. Ricordo che la bambina piangeva e i poliziotti sono entrati in casa, ci hanno rubato 2 mila euro. Tutti i risparmi che avevamo. E poi l'hanno preso di forza e l'hanno portato via». 

Due mila euro, il telefono, due gratta e vinci. Ecco il bottino. Il verbale di perquisizione è stato falsificato. 

Intanto Mohamed D., 30 anni, decoratore originario di Sfax, a Verona da 6 anni, è stato portato in questura per il solito trattamento. Che inizia con una frase pronunciata dall'agente Federico Tomaselli a bordo della volante: «Tunisino di merda, figlio di puttana, cosa fai qua?». Preso a calci nel tunnel della questura, svegliato con il getto d'urina di un poliziotto, buttato a faccia in giù nella sala arrestati. Agonizzate, in preda a convulsioni.

«Non riuscivo a respirare», dice adesso Mohamed D. «Gli agenti ridevano e mi puntavano la torcia negli occhi. Poi se ne sono andati. E quando io mi sono ripreso, quando sono andato a parlargli al vetro che separa la stanza degli arrestati, quando ho detto che volevo chiamare il mio avvocato, uno di loro mi ha detto. "Stai zitto, altrimenti entro dentro e vedi cosa ti faccio"». Metodo Verona? «Questo non posso dirlo», premette l'avvocato Simone Bergamini, che difende proprio Mohamed D. «Ma posso affermare che la notizia dell'arresto di quei poliziotti non ci ha colti di sorpresa.

Avevamo gli occhi ben puntati su questo genere di fenomeno.

Stavamo raccogliendo testimonianze. Altri miei clienti mi hanno riferito di essere stati pestati e maltrattati. Presto chiederò un incontro in procura per riferire i fatti». Certo: non era tutta la questura. E certo: sono stati gli stessi poliziotti della Squadra Mobile a portare alla luce le violenze dei colleghi delle Squadra Volanti. Ma sono in tutto 27 gli agenti finiti nelle indagini, non solo i cinque agli arresti domiciliari. Ventisette poliziotti e poliziotte che a Verona infierivano su persone che non erano nemmeno in grado di difendersi. Così la domanda, adesso, è questa: da quanto andava avanti? Quante sono le vittime che non hanno denunciato?

(...)

Estratto da lastampa.it l'8 giugno 2023.

Emergono le prime foto dalle telecamere di sorveglianza dei pestaggi compiuti da alcun agenti di polizia a Verona. Vi sono i pestaggi in questura di Mattia Tacchi e di Nicolae Daju, per cui il pm configura il reato di tortura, e di Adil Tantaoui, con l'accusa di lesioni. 

In alcune immagini, il poliziotto costringe a urinare un uomo, e poi lo costringe a «essere utilizzato come uno straccio per pavimenti sulla sua stessa urina». In altre l’agente Alessandro Migliore gli spruzza uno spray al peperoncino sul viso, in maniera che sembra gratuita.

Il che genera un comportamento quasi impazzito del detenuto, evidentemente per il bruciore agli occhi. Si tratta di immagini tratte dalle intercettazioni video effettuate per mesi dalla squadra mobile nell'acquario, la sala dove venivano condotte le persone fermate durante i controlli. 

Il procedimento giudiziario che ha fatto finire agli arresti domiciliari due giorni fa cinque poliziotti delle Volanti di Verona rappresenta la prosecuzione di un'altra indagine per tortura aperta nel febbraio del 2022 a carico di un assistente capo e un agente scelto dello stesso reparto, attualmente sospesi.

Tre nordafricani vennero picchiati nell'ormai famigerato “acquario”, la stanza con un vetro in plexiglass in cui venivano condotte le persone fermate durante i controlli per strada. Furono denunciati a piede libero per resistenza. 

Due delle tre vittime a loro volta denunciarono a Carabinieri le presunte lesioni e le torture subite. Dopo la conclusione delle intercettazioni […] la Procura ha presentato al Gip le richieste di misure cautelari, concesse il 26 maggio. Si indicavano ulteriori posizioni da approfondire. È il caso di una agente donna che la sera del 9 novembre scorso era in servizio con uno degli arrestati.

Insieme portarono in Questura un africano per l'identificazione. L'uomo chiuso nell'acquario, diede in escandescenze, si denudò rivolgendo frasi offensive ai poliziotti. Venne percosso e gli fu spruzzato in faccia dello spray urticante. Nelle immagini […] lo si vede chiedere all'agente donna di andare in bagno e lei che gli risponde «di urinare verso l'alto così che l'urina possa finirgli in testa». […]

Estratto dell'articolo di Niccolò Zancan per “la Stampa” l'11 giugno 2023.  

Signor Adil Tantaoui, cosa ricorda del giorno delle torture?

«Ricordo tutto. Erano le otto di mattina del 26 ottobre. Io e mia moglie Elena vivevamo allora in una casa abbandonata, vicino al Bar Bauli, in via Perlar a Verona. Mi ero svegliato presto, stavo camminando nel parco che c'è lì davanti. Un ragazzo italiano mi ha chiesto una sigaretta, ma io non l'avevo. Lui ha preso un bastone e mi ha colpito sulla testa». 

Chi ha chiamato la polizia?

«Sono stato io. Mi usciva il sangue, ero incredulo. Io quella persona non l'avevo mai vista prima in vita mia. Ho chiamato la polizia per chiedere aiuto. Non pensavo che sarebbe finita così». 

[…] Adil Tantaoui ha 37 anni, ha lavorato come cameraman e come magazziniere. Vive in Italia da sette anni, è sposato con una donna italiana. È incensurato. […]

Cosa è successo quando è arrivata la polizia?

«Hanno lasciato stare il ragazzo italiano, ma hanno portato via me. Non mi hanno chiesto neanche i documenti, non hanno voluto sapere niente. Un dottore del 118 mi aveva appena medicato la testa. Gli agenti mi hanno caricato in auto e subito uno dei due, quello pelato, ha iniziato a insultarmi: "Arabo di merda! Marocchino te ne devi andare di qua!». 

[…]

È stato picchiato nel tunnel del parcheggio?

«Mi hanno preso a calci nelle gambe. E poi mi hanno strappato dalla testa le medicazioni. Ma il peggio è stato dopo».

Cosa è successo?

«Stavo male. Mi hanno tolto tutti i vestiti e mi hanno buttato per terra nella stanza degli arrestati in mutande. Senza mangiare, senza niente. Tutto il giorno e tutta la notte. Sono svenuto».

Sempre in mutande?

«No. A un certo punto un altro poliziotto, uno che non avevo mai visto, mi ha portato i jeans e la maglietta». 

Cosa è successo il giorno dopo?

«Mi hanno caricato su un'altra auto della polizia, questo volta erano due agenti gentili, una donna e un vecchio. E con loro ho fatto il viaggio fino al Cpr di Torino». 

Il Centro per le espulsioni di Torino. Ma lei essendo sposato con una donna italiana non può essere espulso. Lo sapeva?

«Questo l'ho scoperto dopo, grazie ai miei avvocati. Sono stato per 35 giorni chiuso lì dentro. È proprio un carcere. Ti tolgono il telefono. La gente impazzisce. Il cibo è tremendo. È un casino. E poi ti danno delle pastiglie per calmarti e molti le prendono, ma io mi sono rifiutato».

Come ha fatto a non perdere la testa?

«Io l'avevo persa. Ero molto triste. Quando al giorno numero 35 la polizia è venuta a prendermi al cancello, io non sapevo il motivo. Ero preoccupato. Pensavo fosse per il mio permesso di soggiorno».  

Era per l'inchiesta sui pestaggi nella questura di Verona? 

«Sì. Ho spiegato tutto. Prima a Torino, poi una seconda volta a Verona». 

[…]

 Lo rifarebbe? Richiamerebbe la polizia?

 «Forse no. Non lo so. Non mi aspettavo un trattamento del genere». 

 Estratto dell’articolo di Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera” l'8 giugno 2023.

Che l’indagine sulle «torture» alla Questura di Verona non sia circoscritta ai cinque ordini d’arresto eseguiti martedì mattina, s’intuisce dal numero degli altri poliziotti indagati, già appartenenti al reparto Volanti e rimossi a fini precauzionali nei mesi scorsi.  Per ora sono diciassette, la maggioranza dei quali sotto inchiesta per omessa denuncia sebbene la Procura stia valutando anche ipotesi più gravi, come il concorso in tortura. Già contestata a un’agente donna, e dunque contando anche i cinque finiti ai domiciliari, sono almeno sei gli inquisiti per questo reato. Ma è un numero che potrebbe crescere […]. 

[…] Dunque l’indagine è destinata ad allargarsi per accertare altre eventuali responsabilità, anche a livelli superiori rispetto a quelli già colpiti e individuati. Pur nella consapevolezza […] che i ricambi decisi nei mesi scorsi ai vertici della Questura e del Reparto finito sotto la lente d’ingrandimento, seguiti a un’ispezione ordinata dal Dipartimento che aveva messo in luce molte carenze e disfunzioni a livello organizzativo e gestionale, abbiano comunque costituto una risposta a possibili sottovalutazioni.

[…] a marzo la Procura ha presentato le richieste di misure cautelari al gip, che le ha concesse il 26 maggio. Indicando ulteriori posizioni da approfondire e lasciando in sospeso la decisione sulle richieste di misure interdittive. 

Per esempio nei confronti di una agente donna che la sera del 9 novembre era in servizio sulla Volante Milano insieme all’assistente capo Roberto Da Rold, il più anziano dei cinque arrestati. 

Insieme portarono in questura uno dei «torturati», per un’identificazione di cui non ci fu bisogno perché l’africano risultava già fotosegnalato. L’uomo, chiuso nell’acquario, diede in escandescenze, si denudò rivolgendo frasi offensive nei confronti dei poliziotti, e per tutta risposta subì le percosse e le spruzzate di spray urticante.

Nelle immagini video-registrate, accusa il gip, si vede l’uomo che «chiede insistentemente di andare in bagno» e la poliziotta «gli risponde di urinare verso l’alto così che l’urina possa finirgli sulla testa»; poi l’uomo viene accompagnato in bagno e la donna «gli mostra lo spray minacciando di usarlo». Più tardi lei stessa dirà in un’intercettazione di averglielo spruzzato in faccia, ma nella relazione di servizio non ne fece cenno. 

[…] Quella sera, di fronte al fermato che saltellava nell’acquario, i poliziotti «paragonavano il suo atteggiamento a quello di una scimmia», con frasi di scherno che nella ricostruzione del giudice ricordano quanto accaduto in un’altra occasione, quando un tunisino rimase «vittima di un trattamento inumano e degradante nel momento in cui uno degli operanti, mentre lui si trovava a terra nel “tunnel”, gli urinava addosso per “svegliarlo”». 

E il gip sottolinea che «quest’atto denigratorio e sminuente ha certamente incontrato l’approvazione e suscitato l’ilarità degli altri poliziotti presenti, tant’è che nessuno ha dato il minimo segnale di disappunto». 

Quella notte, di fronte al tunisino a terra «apparentemente privo di sensi» per i calci ricevuti da uno degli arrestati, c’era pure un assistente capo indagato, insieme ad altri tre poliziotti, per «abuso di autorità contro arrestati o detenuti». Anche queste posizioni saranno rivalutate dagli inquirenti, per i quali «l’abuso dei poteri connessi alla funzione» ha costituto «una sorta di “paravento” al riparo del quale schermare le proprie responsabilità».

Estratto dell’articolo di Andrea Priante per il “Corriere della Sera” l'8 giugno 2023.  

Un giovane poliziotto che «tortura con sadico godimento» anche perché «manifesta chiara soddisfazione nel rievocare le violenze commesse». Che assume saltuariamente droghe leggere e arriva a rubare le bici che trova incustodite lungo la strada o uno zainetto che poi regala alla fidanzata. 

È il ritratto […] di Alessandro Migliore, uno dei cinque agenti della sezione Volanti della questura scaligera finiti ai domiciliari nell’ambito delle indagini per le torture inferte a stranieri e non, sbandati e senzatetto che venivano fermati di notte lungo le strade della città veneta. L’agente di polizia giudiziaria, coi suoi 25 anni non ancora compiuti, è anche il più giovane tra gli indagati. Originario di Torre del Greco (Napoli), abita in uno degli appartamenti della caserma. 

[...] 

È proprio Migliore che, con una buona dose di boria, finisce per inguaiare se stesso e i colleghi vantandosi con la fidanzata delle loro «imprese».

Sue le intercettazioni più compromettenti, come quando le racconta — dopo il fermo di un giostraio — di aver lasciato aperta la stanza di sicurezza della questura «in modo tale che uscisse, perché io so che là dentro c’è la telecamera... 

Appena è uscito (...) ho caricato una stecca, amò, bam! Lui chiude gli occhi e va di sasso per terra... È svenuto... Hai presente il ko?».  Poi, l’intervento di un collega: «Gli ha dato un calcio nella schiena (...) L’ha tartassato di mazzate». E la fidanzata? Sembra divertita: «Minchia, li menate proprio, eh». 

In un’altra conversazione le racconta di essersi intascato un grammo di hashish trovato nelle tasche di un uomo, mentre in precedenza la chiama per dirle che sta rubando una bici e proprio non si capacita di come il proprietario possa averla lasciata incustodita. Per il gip, Migliore mostra «una spiccata propensione criminosa e una spregiudicata modalità di azione, non contenibile in alcuna maniera se non tramite la sottoposizione a misura cautelare». Quanto basta per spedirlo ai domiciliari.

Le foto choc delle violenze nella Questura di Verona: gli indagati scherzavano su Cucchi e parlavano con i pizzini. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera l'8 Giugno 2023. 

Gli agenti temevano le intercettazioni. Le minacce con lo spray e le battute su Cucchi

La sera del 9 novembre scorso, mentre le telecamere della Questura riprendevano le violenze sul fermato Amiri Tororo (che nel cosiddetto «acquario» dava in escandescenze e insultava i poliziotti), i microfoni registravano le frasi pronunciate dagli agenti ora accusati di tortura e altri reati.

«Maledetto marocchino di merda...».

«Com’è che Roberto (uno degli arrestati, ndr) non l’ha ammazzato?».

«Sì che l’ammazza (ride)». 

Interviene Roberto: «Lo buttiamo là alla casa abbandonata, prende una scarpata nei coglioni!».

«Mi raccomando Roby, quelle che non gli hai dato prima dagliele dopo».

«Gli è andata pure bene che non gli ho fatto la doccia col secchio d’acqua (ride)». 

E poco dopo ancora Roberto spiega: «Io adesso ho imparato a dare le cinquine più piano». 

Tra i presenti c’era un’agente donna — anche lei indagata per il reato di tortura, della quale i pubblici ministeri hanno chiesto l’intedizione dall’impiego — che rideva e insultava il fermato minacciandolo con lo spray urticante: «Giuro che ti spruzzo adesso», «Dai raga, vi prego, un’altra spruzzata!», «Tagliatelo se ti fa male il cazzo». 

Per i pm rappresentano la prova di una «palese adesione e non irrilevante contributo concorsuale alla commissione dell’azione delittuosa, oltreché l’accanimento mostrato nei confronti della persona offesa». 

Sono ulteriori dettagli dell’inchiesta che ha condotto cinque poliziotti del Reparto Volanti agli arresti domiciliari, e all’iscrizione di altri 17 nel registro degli indagati; per loro pendono le richieste di misure interdittive sulle quali dovrà pronunciarsi il giudice, probabilmente dopo gli interrogatori previsti per la prossima settimana. 

I nuovi particolari emergono dagli atti allegati all’inchiesta, insieme ai fotogrammi dei filmati degli impianti di sorveglianza interni alla Questura, ora a disposizione degli avvocati difensori. 

Un insieme di indizi da cui si deduce, secondo la Procura e il gip, che gli inquisiti «hanno inteso l’appartenenza alla Polizia di Stato come occasione per tenere condotte illecite», insieme alla «consuetudine nell’utilizzo ingiustificato di violenza fisica su soggetti sottoposti a controllo o fermo». 

Dall’estate 2022 e fino a dicembre, la Squadra mobile veronese ha indagato sui loro colleghi raccogliendo le prove delle violenze e degli altri reati contestati, primo fra tutti la falsificazione dei verbali. Ma nell’ultima fase degli accertamenti, i poliziotti sotto osservazione si sono accorti di avere gli occhi addosso.

Provando a prendere precauzioni, per rendere più difficile il lavoro degli investigatori. 

Hanno cominciato a cercare telecamere e microspie nelle stanze in cui s’incontravano, a volte salendo su seggiole e scrivanie per vedere se fossero nascosti nei lampadari; tutto documentato nelle informative della Mobile. Come l’incontro in Questura del 5 dicembre tra l’assistente capo Loris Colpini (uno degli arrestati) e il vice-ispettore Giuseppe Tortora, indagato: «Quest’ultimo, evidentemente temendo di essere intercettato, prende un foglietto e dopo aver manoscritto qualcosa lo mostra al Colpini, il quale commenta chiedendogli contezza circa il contenuto di quanto appena letto. A questo punto Tortora riprende il foglietto, lo strappa e lo getta nel cestino sito nel corridoio, quindi fa cenno al Colpini di seguirlo e i due escono dall’ufficio». Forse temendo ciò che sarebbe stato scoperto. 

Un mese prima alcuni agenti commentavano il cattivo stato di salute di un fermato facendo riferimenti scherzosi a Stefano Cucchi. 

L’8 novembre, altri tre sono stati registrati mentre «parlano del fatto che l’ex dirigente dell’Ufficio Volanti, nonostante i vari problemi che coinvolgono gli operatori del Nucleo, dei quali lei era a conoscenza, è stata trasferita al momento giusto senza alcuna ripercussione». In un’intercettazione del 27 novembre è citato un sovrintendente (ora indagato) che «nonostante il periodo in cui il loro Ufficio è attenzionato, ha picchiato un soggetto e ne ha denunciati altri due».

Quell'odio mal celato e gratuito verso le Forze dell'Ordine.  Andrea Soglio su Panorama su il 7 Giugno 2023

L'inchiesta sulle violenze di 5 agenti di Polizia a Verona ha ridato voce a chi, da sempre, non sopporta poliziotti, carabinieri e agenti di ogni tipo

«Fatti di una gravità enorme». Le parole del Ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, sottolineano la gravità di quanto emerso dall’inchiesta sulle azioni di 5 agenti di Polizia che sarebbero responsabili di violenze ingiustificate ed ingiustificabili contro alcuni extracomunitari e senzatetto (7 gli episodi contestati). Nell’inchiesta sono finiti altri 17 colleghi che avrebbero saputo delle aggressioni ma non avrebbero denunciato come dovuto. Quando è una persona in divisa a macchiarsi di episodi di violenza e di atti criminali è giusto pretendere la maggior severità e fermezza possibile. Chiunque indossi una divisa, chiunque rappresenti lo Stato e le sue regole ha molto più degli altri il dovere di rispettarle per primo, proprio in nome di quella divisa indossata che non si può sporcare e soprattutto non si deve «smacchiare» in qualche modo. Chi ha sbagliato paghi, e salato. Questo però non deve sfociare nell’esagerazione, anzi, nella generalizzazione. Da ieri, da quando le prime notizie dell’inchiesta di Verona hanno cominciato a circolare in rete è partito forte, più forte che mai, il tam tam di chi ha una concezione molto chiara sugli uomini e le donne di Polizia, carabinieri, Guardai di Finanza e quant’altro. Chi ha una divisa è a prescindere di tutto un violento, un fascista, un essere pericoloso, dal manganello facile, voglioso di picchiare, sparare e magari anche uccidere. Persone che odiano, cattive e da attaccare ogni qual volta emerge un caso che confermi questa loro folle teoria. C’è come una sorta di antipatia mal nascosta verso le forze dell’ordine ed i militari. Solo così si spiegano certi commenti sui social e persino certi titoli di giornale. Un quotidiano oggi apriva con queste parole: «A Verona i criminali sono i poliziotti». Capito? Capita l’uguaglianza? Poliziotto= Criminale. Un odio talmente presente e profondo da non far capire a queste persone che l’inchiesta è partita proprio da altri poliziotti, perbene, che non hanno provato a difendersi nascondendo la polvere sotto il tappeto, ma hanno portato il marcio alla luce del sole nel rispetto della loro divisa e della loro onestà. Sono decine di migliaia gli uomini delle Forze dell’ordine; saranno 400 quelli alla Questura di Verona. Definirli tutti criminali per le azioni di 5, ed il silenzio di 17, è misero.

Corsi brevi e zero psicologi: ecco le scuole per i poliziotti. NELLO TROCCHIA su Il Domani l'11 giugno 2023

Il corpo della polizia di stato è scosso da uno dei più gravi scandali degli ultimi anni, forse il più eclatante dalla notte di depistaggi e orrori della Diaz di Genova, quando gli agenti, anno 2001, entrarono e massacrarono di botte inermi manifestanti prima di fabbricare false prove.

Una notte di barbarie che ha avuto una coda lunga con i capi di allora promossi nonostante le evidenti responsabilità e quella lacerante ferita che ha segnato per sempre la nostra democrazia.

A distanza di oltre due decenni ora arriva il caso Verona, con protagonista Alessandro Migliore, il picchiatore. Chi li forma i poliziotti? Sono tutti civili quelli assunti? Chi si occupa della loro salute mentale? Qual è il modello gestionale dei commissariati?

Il corpo della polizia di stato è scosso da uno dei più gravi scandali degli ultimi anni. Forse è il più eclatante, dopo la notte degli orrori e i successivi depistaggi della scuola Diaz a Genova. Era il 2001 e gli agenti entrarono e massacrarono di botte i manifestanti inermi, per poi fabbricare prove false. Quella notte di barbarie ha avuto poi una lunga coda: i capi di allora sono stati promossi, nonostante le evidenti responsabilità, aprendo una ferita lacerante che ha segnato per sempre la nostra democrazia.

Gli scandali non hanno riguardato solo la polizia di stato, ma quasi tutte le forze dell’ordine. Solo per citare gli esempi più noti, c’è il caso di Stefano Cucchi, morto di botte e abbandono mentre era nelle mani dei carabinieri. Quello di Federico Aldrovandi, deceduto durante un controllo della polizia. E il pestaggio dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere da parte della polizia penitenziaria. Ora, il devastante caso di Verona. Il protagonista si chiama Alessandro Migliore, il picchiatore, un bandito in divisa che favoriva i criminali e annichiliva i poveri cristi con spray, schiaffi e angherie varie. Con lui c’erano quattro sodali, altri 17 a coprire e qualcun altro che non è stato ancora identificato. Era un sodalizio, un clan e un blocco di potere che si era insediato in quel presidio di legalità che dovrebbe essere una questura.

«Quanti ne ho arrestati di colleghi, anche di altre forze dell’ordine. Non ho mai coperto nessuno, non ho mai tollerato esagerazioni anche quando siamo stati sfidati. Ricordo la sera in cui un mafioso spaccò la faccia a uno dei nostri: contro di lui non abbiamo alzato nemmeno un dito, e lo stesso atteggiamento lo abbiamo avuto anche con gli altri. Questa storia ci indigna, questi non sono nostri colleghi. Sono gentaglia», dice chi ha passato trent’anni in polizia inseguendo malacarne e criminali.

Non c’è solo rabbia nella sua analisi, ma anche questioni aperte da approfondire. Domani ha parlato con poliziotti, funzionari ed esperti per capire dove può nascere la devianza, dove si può correggere un sistema che è fatto di elevate professionalità, di coraggio e impegno quotidiano. Risposte che non sono comunque sufficienti per capire Verona e quella degenerazione.

Abbiamo però cercato di rispondere a una serie di domande: chi forma i poliziotti? Esiste la diffusione di una cultura anti-violenza e del rispetto delle regole? Gli assunti sono tutti civili? Chi si occupa della loro salute mentale? Qual è il modello gestionale dei commissariati? È possibile riconoscere oggi chi non è adeguato a ricoprire un ruolo così sensibile?

LA RISERVA MILITARE

In polizia si entra per concorso pubblico, e i concorsi sono differenti: c’è quello per agente semplice, quello per ispettore e commissario. Il superamento delle prove rappresenta solo il primo step per il definitivo ingresso nella polizia di Stato. Successivamente, tutti sono obbligati a frequentare un corso, la vera e propria scuola di formazione che cambia, con programmi e durata, in base alla posizione che si andrà a ricoprire.

Nei concorsi e anche nelle scuole di polizia ci sono criticità che sono emerse in questi anni. Il concorso per agente prevede una prova d’esame scritta, una di efficienza fisica e i successivi accertamenti di idoneità psicofisica e attitudinale. Se ad esempio si legge con attenzione l’ultimo bando, emanato lo scorso novembre per 1.188 posti di allievo agente della polizia di stato, si scopre un dettaglio che è presente in ogni concorso: c’è un’aliquota riservata per gli ex militari di leva volontaria.

«Nessuno stigma, ma il problema c’è e riguarda la quota che per legge è riservata a chi proviene dall’esercito», dice un dirigente della polizia di Stato. In pratica, nel 2000 (governo D’Alema), con il completamento dell’iter della legge delega, si sospese la leva obbligatoria per passare a quella volontaria. Da allora è stata attribuita una percentuale importante delle assunzioni nelle forze dell’ordine a chi proviene dall’esperienza militare volontaria. E qual è il problema?

Ce lo spiega uno dei massimi esperti di sociologia della sicurezza, Maurizio Fiasco. Per quasi tre decenni è stato professore nelle scuole di formazione e aggiornamento della polizia. Tra i frequentatori del suo corso dirigenziale ha avuto anche il futuro capo della polizia Franco Gabrielli: «È vero, nell’anno 2001, era il migliore in assoluto di quel corso», ricorda Fiasco, che però – dall’avvento di Matteo Salvini al ministero dell’Interno – non ha più svolto docenze.

«Si è passati da una leva obbligatoria, che costruiva un contatto e un rapporto diretto tra l’esercito e la società, a una ferma volontaria che alimenta invece estraneità e settarismo. Con un ulteriore grave limite: la leva volontaria non consente un effettivo accesso alla carriera.

È un impiego a termine, che si offre a quanti incontrano maggiori difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro. Così, l’assunzione facilitata in tutte le organizzazioni delle forze di polizia, sia statali sia locali, si presenta come uno sbocco privilegiato. Un salto all’indietro rispetto alla riforma del 1981 che ha smilitarizzato l’ex corpo delle guardie di pubblica sicurezza», dice Fiasco.

Il problema è che sono due mondi molto diversi tra loro. «L’esperienza militare è maturata sui teatri di guerra, in lunghi giorni vissuti guardandosi dalla minaccia dall’esterno, su una coesione di gruppo separato che avverte un “noi soldati” contrapposto agli “altri”, tra i quali si annidano i nemici. Ne deriva peraltro una sofferenza, che ingenera una visione (anche se non mancano esempi di sostegno sociale alle popolazioni) da guarnigione in caserma: è distante anni luce dall’identità civile di servizio al cittadino, che è invece il cardine del servizio nella polizia di Stato», sottolinea Fiasco.

IL VOTO MIGLIORE

Ci sono persino concorsi riservati unicamente a militari in servizio e congedati, ed è uno di questi quello a cui ha partecipato Alessandro Migliore. Era un bando di concorso, pubblicato nel 2018 e che si è svolto nel 2019, alla ricerca di 654 allievi agenti della polizia di Stato.

All’epoca Migliore aveva 21 anni e rientrava nei requisiti previsti. A quel concorso potevano partecipare «i volontari in ferma prefissata di un anno e in servizio almeno da sei mesi continuativi». Migliore, finita l’esperienza militare, si è buttato in polizia e ha partecipato al concorso. Domani ha visionato il punteggio della prova scritta – 9,585 – che è stato il lasciapassare verso la divisa.

Ma la provenienza militare non basta in alcun modo per spiegare il caso Verona: altri indagati provenivano da concorsi riservati ai civili e non avevano trascorsi nell’esercito. Come Filippo Failla Rifici che, dopo aver vinto il concorso, ha sostenuto 18 mesi di corso di formazione nella scuola ispettori di Nettuno. Prima, ha dovuto affrontare sia una prova scritta sia una orale, superando entrambe brillantemente con questi voti: sette e 7,30.

Rifici, che ha anche due lauree alle spalle, e Migliore sono ora indagati per tortura. Per loro è stato disposta la misura degli arresti domiciliari, dopo che sono stati protagonisti di abusi di potere, tra schiaffi e urina, modello Arancia meccanica.

I CORSI RIDOTTI

Va ribadito che migliaia di ex militari svolgono con professionalità il loro mestiere, nonostante l’approccio cambi completamente da esercito a polizia. Proprio la formazione dovrebbe rivestire un ruolo decisivo, in ragione di questo circuito differente di origine. Ma negli ultimi anni è stata sempre più ridotta in termini di intensità e durata per la solita ragione che guida tutte le scelte: l’organico insufficiente al quale si aggiunge un’età media sempre più alta, intorno ai 47 anni.

«I concorsi dedicati, quelli con le aliquote, spalancano le porte a chi arriva da un’esperienza nell’esercito e, in considerazione dell’approccio differente, avremmo dovuto in questi anni aumentare la formazione. Invece, è stata ridotta considerevolmente. Lo si è fatto per dare maggiore impulso agli ingressi, visto il perenne problema di organico, ma non è la strada giusta», dice Fiasco.

Uno degli ultimi corsi di formazione per allievi, anche a causa della pandemia, ha avuto la durata di 8 mesi, quattro mesi in meno di quelli che abitualmente, negli anni passati, venivano svolti dai futuri poliziotti. Le scuole per agenti sono sette, sparse su tutto il territorio nazionale. «L’allievo agente dovrà, al più presto, avere coscienza che l’appartenente alla polizia di Stato deve mantenere un costante autocontrollo, una dirittura morale e uno spiccato senso del dovere, che non dovranno vacillare in nessuna situazione», recita un vademecum per l’allievo del ministero dell’Interno.

La prima parte del corso è teorica, la seconda pratica con l’agente che svolge un periodo di prova, prima della definitiva assegnazione. I futuri poliziotti studiano materie giuridiche, di polizia giudiziaria amministrativa; le regole tecniche ed esperienziali che caratterizzano il bagaglio dell’operatore; con approfondimenti legati al completamento della formazione.

Un alto dirigente ci mostra la sua scrivania coperta da manuali, appunti, libri utilizzati in decine di corsi svolti e incontri con i futuri agenti. Su un manoscritto si legge «qualità personali dell’investigatore» e più sotto: «Mai innamorarsi di una sola tesi». Rivendica l’importanza di quest’attività di formazione e il livello di attenzione a ogni aspetto, riconoscendo che la riduzione di tempo rappresenta un evidente passo indietro.

LA VITA IN REPARTO

Il viaggio di un poliziotto, dopo aver superato il concorso, aver frequentato la scuola e la fase di agente in prova, trova finalmente il suo capolinea nel commissariato dove viene trasferito. Il periodo di aggiornamento continua, ma anche quello di valutazione.

«È anomala l’assenza di responsabilità, almeno per il momento, di superiori nella vicenda Verona, visto che noi siamo sottoposti ogni anno a un giudizio», racconta un poliziotto a Domani.

Ogni dodici mesi, infatti, i superiori devono redigere un rapporto informativo per l’anno trascorso, nel quale devono fare una valutazione dettagliata dell’agente. Una sezione è riservata alla competenza professionale, un’altra alla capacità di risoluzione, la terza a quella organizzativa e, da ultimo, viene valutata la qualità dell’attività svolta. «Bastava spostarli prima, i dirigenti hanno una chiara colpa, non hanno vigilato», continua l’agente.

Ed è qui che nasce un ulteriore quesito: cosa succede quando un superiore scopre un agente esagitato? «Le soluzioni sono due e sono legate anche alla personalità del dirigente: denunciarlo, così da avviare un’indagine giudiziaria, oppure trasferire il poliziotto in un altro reparto. Quando ho agito spostando da una sezione all’altra l’agente non sono mancate rimostranze delle sigle sindacali, un altro interlocutore da gestire in queste vicende. In altre occasioni ho denunciato e seguito personalmente il caso, fino all’arresto e alla destituzione», dice un questore di lungo corso.

Sugli equilibri interni e sul peso delle sigle sindacali le opinioni sono diverse. Un poliziotto la pensa diversamente: «Ma quale peso, siamo diventati più militari rispetto agli anni Ottanta e Novanta. Oggi i dirigenti hanno tutte le possibilità di trasferire e spostare, il peso sindacale si è totalmente ridotto», dice l’agente.

Il reparto volanti, quello che vede coinvolti i poliziotti di Verona, se non è inserito pienamente nella macchina organizzativa rischia di diventare un mondo a parte di sceriffi di strada.

Oltre i quattro, conquistati dall’ex militare guida Migliore, ci sono altri 17 che rischiano l’interdizione. Sono tutti con poca esperienza e sono accusati di aver coperto violenze e abusi. «Bisogna ripensare i modelli organizzativi, la carriera deve essere incentivata quando rendi un servizio efficace ai cittadini, non solo quando catturi i ladri. Bisogna ripensare i criteri in base ai quali disporre gli avanzamenti di carriera. Chi struttura un commissariato efficiente, stabilisce legami di fiducia con il territorio, fa aumentare le denunce, attiva un moderno sistema di prevenzione, paradossalmente è penalizzato nella carriera. E dunque è questo il modello di valutazione da cambiare», conclude Fiasco.

LA PAURA DELLO PSICOLOGO

C’è un altro aspetto, trascurato e ignorato dal dibattito pubblico: chi aiuta il poliziotto? E cosa succede se chiede aiuto? Quando scopre un cadavere massacrato di coltellate chi lo assiste?

«Dovremmo essere sottoposti a visite psicologiche costanti e periodiche, bisogna uscire dalla logica dei Robocop ed entrare nella modernità», dice Roberto Massimo, segretario nazionale dell’Usip, Uil polizia.

«Oggi se un poliziotto chiede il supporto psicologico deve informare il superiore. Quando si entra in un percorso di terapia, nella maggior parte dei casi, ti vengono sottratti la pistola e il tesserino, in attesa dell’esito dei consulti. Noi chiediamo psicologi esterni, che non siano dell’amministrazione, e una vigilanza sanitaria frequente. Perché non ne possiamo più di lavorare in queste condizioni con suicidi in costante aumento».

Tutto questo non cancella Verona e nemmeno lo spiega. Ma aiuta ad avere qualche strumento in più per evitare che casi simili si ripetano in futuro.

NELLO TROCCHIA. È inviato di Domani. Ha realizzato lo scoop internazionale sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere prima con un'inchiesta giornalistica e poi pubblicando i video delle violenze, alla storia ha dedicato un libro Pestaggio di stato. Ha firmato inchieste e copertine per “il Fatto Quotidiano” e “l’Espresso”. Ha lavorato in tv realizzando inchieste e reportage per Rai 2 (Nemo) e La7 (Piazzapulita). Ha scritto qualche libro, tra gli altri, Federalismo Criminale (2009); La Peste (con Tommaso Sodano, 2010); Casamonica (2019) dal quale ha tratto un documentario per Nove e Il coraggio delle cicatrici (con Maria Luisa Iavarone). Ha ricevuto il premio Paolo Borsellino, il premio Articolo21 per la libertà di informazione, il premio Giancarlo Siani. È un giornalista perché, da ragazzo, vide un documentario su Giancarlo Siani, cronista campano ucciso dalla camorra, e decise di fare questo mestiere. Ha due amori, la famiglia e il Napoli.

Poliziotti violenti, Amnesty: «Giorgia Meloni vuole azzerare il reato di tortura. Ci saranno mille Verona impunite». La denuncia del portavoce italiano Riccardo Noury: «C’è un clima in atto che fomenta un accanimento verso le persone più vulnerabili». Simone Alliva su L'Espresso il 7 Giugno 2023

«Sembra di essere tornati alla caserma di Bolzaneto, 22 anni fa» dice a L’Espresso Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia mentre commenta il caso dell'indagine sulle violenze compiute da alcuni poliziotti di Verona. Fotogrammi dell’orrore che a leggere le carte sulla vicenda di Verona ritornano: il sangue misto alla pipì. I racconti e le immagini di quei ragazzi messi nudi contro il muro in piedi, gambe divaricate, per ore. O delle ragazze umiliate e minacciate di stupro. Gli ordini: «Canta faccetta nera», «viva il Duce» e ancora gli urli della ragazza a cui fu strappato il piercing dal naso. Il reato di tortura all’epoca non c’era. Approvato solo nel 2017, oggi la destra al Governo vuole abolirlo. «C’è un clima», ripete Noury, «oggi chi è sempre stato contrario al reato di tortura è al governo».

Riccardo Noury: il caso della donna trans pestata dalla polizia locale di Milano, quello del carabinieri che prende a calci in testa un uomo arrestato e adesso Verona. Questi episodi cosa ci dicono?

«Che c’è accanimento nei confronti delle persone con vulnerabilità, in molti di questi casi c’è un’aggravante di odio razziale e questo rende il tutto ancora più inaccettabile. Si tratta in uno squilibrio di forze tra chi è indifeso e chi si ripara dietro una divisa, contando su un certo clima politico».

In che senso “un clima politico”?

«Non parlo soltanto di un certo atteggiamento nei confronti di persone vulnerabili, ma di un tentativo scivoloso di porre al centro del dibattito politico il tema del reato di tortura. Ne parla il ministro della Giustizia Carlo Nordio, ad esempio, ci sono proposte di legge di Fratelli d’Italia che dichiarano di voler “migliorare” la legge, in realtà la vogliono cancellare. Succede con l’aborto, succede con il reato di tortura. Questa è l’aria che si respira nei palazzi a Roma ed è qualcosa che scende nelle strade e nelle città».  

Come ricordava lei, in una lettera indirizzata a un sindacato autonomo di polizia prima del voto, Giorgia Meloni prometteva che una volta al Governo la destra avrebbe abolito il reato di tortura. Il disegno di Fdi vuole definire la tortura come un aggravante e non un reato riferibile in particolare modo ai pubblici ufficiali.

«Ci abbiamo messo 29 anni ad avere una legge che non è perfetta e rischiamo che in 29 giorni questa legge venga cancellata. La legge italiana prevede la tortura come reato comune, ma aggravato se commesso dal pubblico ufficiale, questo elemento già all’epoca era problematico. Ma, sa, all’epoca le associazioni per i diritti umani si sono detti: prendiamo questo testo anche se non è perfetto, ma non ci sono condizioni politiche. Adesso si vuole fare un passo indietro. Ufficialmente per adattare il testo italiano alla normativa internazionale mentre in realtà ha un intento neanche troppo mascherato di acuire». 

Quali sono i rischi?

«Se si modifica il testo bisogna chiedersi cosa ne è dei processi in corso, se cambia la fattispecie è evidente che c’è un problema. Questa narrazione sulle modifiche e sulle migliorie nasconde altro. Quelli che per quasi 30 anni, dall’1989 al 2017, erano contrari al reato di tortura ora sono al Governo e hanno la maggioranza». 

Ma non si potrebbe intervenire prima. Fare un lavoro di prevenzione?

«Il reato di tortura introdotto nel 2017 pecca anche di elementi sulla prevenzione. La tortura è uno dei più gravi crimini internazionali, non è tollerabile servirebbero delle condanne forti, unanime da chi è al potere in questo Paese. Il Presidente del Senato ha rilasciato ieri una dichiarazione cauta, va bene. Ma non basta una dichiarazione isolata. Non bisogna tentennare. Il che vuol dire che questo Governo deve porre fine anche ai tentativi di azzerare il reato di tortura. Altrimenti ci saranno mille Verona e non saranno punite». 

Oussama Ben Rebha.

Annegati dopo l’intervento della polizia: Padova chiede la verità. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 28 gennaio 2023.

Il 10 gennaio scorso Oussama Ben Rebha, tunisino di 23 anni, è morto annegato nelle acque del Brenta, a Padova, a seguito di un controllo effettuato dalla polizia. Le dinamiche di quanto accaduto non sono ancora chiare: da un lato, gli agenti sostengono che il ragazzo, una volta fermato, abbia aggredito uno di loro e abbia tentato la fuga. Dall’altro un’amica di Oussama, che questi avrebbe videochiamato durante l’aggressione, dichiara di aver visto i poliziotti picchiarlo e gettarlo nel fiume. Ciò che è certo è che non si tratta di un fatto isolato: in almeno altri due casi, infatti, due giovani stranieri hanno perso la vita annegando a seguito di un intervento della polizia. Nella giornata di oggi, a Padova, si è svolta una manifestazione alla quale hanno aderito numerose associazioni e realtà attive a livello nazionale in materia di tutela dei diritti e della cooperazione sociale, per chiedere che le istituzioni facciano giustizia sulla morte di Oussama come su quella di tanti altri stranieri.

È la notte tra il 25 e il 26 aprile 2021 quando Fares Shgater, tunisino di 25 anni, muore annegato nel Fosso Reale di Livorno: secondo la stampa locale, agenti e militari avrebbero cercato per alcune ore il suo corpo senza calarsi in acqua. Numerosi ragazzi tunisini, ritrovatisi il pomeriggio successivo sul luogo del ritrovamento del suo corpo, hanno raccontato alla stampa le violenze subite in varie occasioni dalle forze dell’ordine: qualcuno riporta persino di essere stato gettato in acqua dagli agenti di polizia. «Noi tunisini abbiamo sempre paura dei controlli, paura della polizia, paura di essere rimpatriati per un qualsiasi motivo, dopo tutto quello che abbiamo passato per arrivare qua» denunciava un amico di Fares. Qualche settimana dopo è toccato a Padova a Khadim Khole, 24 anni, nato in Italia ma originario del Senegal. I poliziotti che lo inseguivano – il ragazzo aveva rubato 100 euro da un supermercato – raccontano di averlo visto togliersi le scarpe e la maglietta e buttarsi nel Brenta, dove poco dopo è stato ritrovato il suo cadavere.

Ora, nello stesso punto in cui è annegato Khadim, la stessa sorte è toccata a Oussama. Nonostante le circostanze nelle quali il ragazzo ha perso la vita siano poco chiare, l’autopsia sul suo corpo è stata disposta a ben una settimana di distanza dal ritrovamento del suo cadavere. Due settimane dopo, la PM non aveva ancora richiesto di visionare le immagini delle videocamere.

Il Coordinamento Antirazzista Italiano, realtà nata a seguito dell’omicidio di Alika Ogochukwu (il venditore ambulante nigeriano disabile ucciso la scorsa estate dal fidanzato di una donna cui aveva rivolto la parola, in pieno giorno e nell’indifferenza dei presenti), ha perciò convocato per la giornata di oggi 28 gennaio, a Padova, la manifestazione nazionale Verità e giustizia per Oussama, per “rompere il muro di silenzio e sostenere la famiglia di Oussama Ben Rebha”. “Il caso di Oussama”, scrive il Coordinamento nel comunicato stampa, “cittadino tunisino sprovvisto di titolo di soggiorno, morto annegato nel Brenta in seguito ad un inseguimento da parte delle forze dell’ordine, ci racconta di un Paese dove l’ingiustizia, la marginalità sociale e il razzismo istituzionale producono morte“. Sono numerose le realtà che hanno aderito all’iniziativa: tra queste, Non una di meno, ADL COBAS, Potere al popolo, Spazio di mutuo soccorso Milano, Giovani Palestinesi, Rifondazione comunista e Mediterranea Saving Humans. “Si può annegare nel Mediterraneo a causa della barriera eretta dalla Fortezza Europa, ma anche nel cuore di questo ‘continente della democrazia’, in un fiume o in un fosso, come è accaduto a Fares Shgater, Khadim Khole, Oussama Ben Rebha” scrive Mediterranea sul proprio sito. L’intento delle associazioni è denunciare “la pratica di profilazione razziale”, definita “violenta e discriminatoria”, messa in atto dalle forze di polizia nei confronti delle persone che siano giunte in Italia a seguito delle migrazioni.[di Valeria Casolaro]

Il cadavere è stato trovato stamattina. Muore nel fiume Brenta scappando dalla polizia: “L’hanno picchiato”, ma la Questura di Padova nega. Carmine Di Niro su Il Riformista l’11 Gennaio 2023

C’è altro dietro la morte del ragazzo di 25 anni che nel pomeriggio di ieri, 10 gennaio, è annegato nel fiume Brenta a Padova? Secondo quanto raccontata da una sua amica, Assia, ad alcune televisioni locali, l’amico stava sì sfuggendo ad un controllo della polizia, ma perché gli agenti lo avrebbero picchiato.

La ragazza avrebbe ricevuto una videochiamata da parte dell’amico durante il controllo degli agenti, nel corso del quale a detta della giovane “si vede benissimo che lo stavano picchiando”. “Adesso vedremo come muoverci, perché non è giusto“, ha aggiunto l’amica del 25enne, il cui corpo è stato recuperato questa mattina dei vigili del fuoco che già ieri avevano iniziato a perlustrare il fiume con l’ausilio dei sommozzatori, mentre la polizia aveva fatto alzare un elicottero del Reparto Volo.

Una versione, quella della condotta violenta degli agenti, respinta dalla Questura euganea. “La Questura afferma – sottolinea una nota della polizia di Stato di Padova – che al momento le dichiarazioni non trovano alcun riscontro. Ad ogni buon conto ogni approfondimento investigativo sulla vicenda sarà valutato dall’autorità giudiziaria“. Una fonte della questura ha spiegato all’Ansa che “le dichiarazioni non corrispondono alla ricostruzione della donna e i fatti sono corroborati dalla testimonianza di terzi che non fanno parte della polizia“. Gli investigatori quindi attendono l’esito degli accertamenti che disporrà la Procura “per poi agire – precisa la fonte – con una denuncia contro chi ha fatto tali affermazioni“.

Secondo la ricostruzione ‘ufficiale’ della polizia, tutto sarebbe iniziato nel pomeriggio di ieri quando una volante del commissariato Stanga, in un servizio di prevenzione, aveva deciso di controllare quattro stranieri che stavano transitando lungo una strada che corre parallela all’argine del fiume Brenta. Alla vista degli agenti, due stranieri erano fuggiti, mentre gli altri due erano sati stati bloccati.

In questo frangente il 25enne poi morto annegato nel Brenta avrebbe reagito violentemente, aggredendo e ferendo un agente, riuscendo così a divincolarsi e a tuffarsi nel fiume, benché rincorso dagli investigatori, salvo poi morire per annegamento.

La vittima per ora non è stata identificata: sui suoi vestiti gli agenti non hanno trovato alcun documento e anche il telefono reperito sembra non aver offerto informazioni utili in questo senso. Si dovrà dunque procedere con l’esame delle impronte digitali, sempre che siano presenti nel database della polizia di Stato.

L’Ansa ricorda oggi che sempre a Padova, ormai due anni fa, c’era stata una vicenda simile. Un giovane di origini africane era morto il 4 giugno 2021 dopo essersi gettato nelle acque del fiume Brenta per sfuggire alla polizia. Il ragazzo era stato sorpreso a rubare in un supermercato nella zona di Altichiero, quartiere a nord della città euganea. Era stato notato dalla security interna al negozio infilare del cibo dentro a uno zaino ed era fuggito. La polizia, giunta sul posto, lo aveva inseguito, ma il giovane si era buttato nel fiume Brenta, all’altezza di Vigodarzere: il suo cadavere venne ritrovato in zona poco dopo.

Carmine Di Niro. Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia

Hasib Omerovic.

L'interrogatorio in Procura. “Calci e pugni, poi mi hanno buttato giù”, il racconto di Hasib Omerovic. Angela Stella su Il Riformista l’8 Febbraio 2023

Hasib Omerovic, giovane sordomuto di etnia rom precipitato lo scorso 25 luglio dalla finestra della sua camera nel suo appartamento a Primavalle, giovedì 2 febbraio è stato convocato dalla Procura di Roma, e ascoltato dal Procuratore della Repubblica di Roma, Michele Prestipino e dal Sostituto Procuratore Stefano Luciani. Con loro due interpreti della lingua dei segni. Questo è stato possibile perché martedì 31 gennaio il giovane è stato dimesso dal Policlinico “Agostino Gemelli” dopo più di sei mesi di degenza.

Dopo essere stato ricoverato in pericolo di vita presso il reparto di terapia intensiva del nosocomio, gradualmente e dopo numerosi interventi, ha visto migliorare le sue condizioni fisiche per essere alla fine trasferito presso il reparto di riabilitazione ad alta intensità. Lo rendono noto in un comunicato i suoi legali Susanna Zorzi e Arturo Salerni, il parlamentare di +Europa Riccardo Magi, l’Associazione 21 luglio.

I fatti

Attualmente Hasib, che non ha riportato danni cerebrali, è in buone condizioni fisiche, deambula autonomamente e si è ricongiunto con il proprio nucleo familiare presso l’alloggio di edilizia residenziale pubblica nella periferia est della Capitale. Nei prossimi mesi continuerà presso strutture specialistiche una terapia riabilitativa che interesserà le due braccia, gravemente compromesse dall’evento traumatico. In questi mesi, ad eccezioni dei giorni successivi al fatto, Hasib ha sempre mantenuto vivi i ricordi di quanto avvenuto la mattina del 25 luglio, quando gli agenti della Polizia di Stato hanno fatto irruzione nella propria abitazione senza un mandato di perquisizione.

Ma cosa ha riferito nel corso dell’interrogatorio durato 3 ore? “Ha ricostruito nel dettaglio – si legge sempre nel comunicato stampa – quanto avvenuto il 25 luglio presso la propria abitazione, confermando quanto riportato nell’esposto promosso dai propri genitori all’indomani della vicenda. Ha affermato: di essere stato aggredito e picchiato dagli agenti con calci, pugni e oggetti contundenti; ha riconosciuto un agente come protagonista della brutale aggressione; ha dichiarato di essere stato legato ai polsi da un cavo elettrico e, in alcuni momenti di essere stato incappucciato. Infine ha confermato di essere stato afferrato per poi essere scaraventato dalla finestra dell’appartamento di via Gerolamo Aleandro”. Abbiamo chiesto all’avvocato Salerni se a spingerlo fuori dalla finestra sia stato Andrea Pellegrini ma ci ha risposto che non può dire nulla oltre quello che è scritto nel comunicato.

Andrea Pellegrini il 22 dicembre è stato raggiunto da una ordinanza di misura cautelare agli arresti domiciliari con l’accusa di tortura e falso ideologico commesso da Pubblico Ufficiale in atti pubblici. Lui nel suo interrogatorio di garanzia ha negato tutte le accuse e ha riferito che quando Hasib sarebbe caduto dalla finestra il poliziotto più vicino, pur stando in un’altra stanza, era Fabrizio Ferrari, l’agente che ha collaborato con gli inquirenti, sostenendo che l’ordine di servizio era falso e accusando il collega dei maltrattamenti verso il giovane rom.

Le due versioni

Ma la versione di Ferrari, riportata nell’ordinanza del gip, nella sua parte finale, non combacia con quella di Hasib. Secondo Ferrari, Pellegrini avrebbe costretto Hasib a sedere su una sedia, avrebbe strappato un filo della corrente del ventilatore “per legare i polsi di Omerovic brandendo” ancora una volta “all’indirizzo dell’uomo il coltello da cucina, minacciandolo, urlando al suo indirizzo la seguente frase ‘se lo rifai, te lo ficco nel c…” e “lo colpiva nuovamente con uno schiaffo e continuava ad urlare nei suoi confronti, dicendogli ripetutamente ‘non lo fare più’”. Mentre accadeva questo Hasib “è rimasto immobile a guardarlo terrorizzato”.

Pellegrini e l’altro collega presente nella stanza sarebbero usciti. E con gli altri due avrebbero parlato con la sorella di Hasib. Ad un certo punto avrebbero sentito il rumore di una tapparella che si alzava, uno dei quattro agenti si sarebbe diretto verso la stanza e avrebbe visto Hasib scavalcare il davanzale e perdere l’equilibrio. Invece Hasib in merito a questo punto sostiene altro: ossia di essere stato gettato dalla finestra da un agente. Per questo le indagini della Procura di Roma continuano: ha acquisito lo scorso dicembre materiale elettronico e informatico degli agenti coinvolti.

Il prossimo interrogatorio interesserà la sorella di Hasib, Sonita Omerovic per la quale è stato disposto l’incidente probatorio. Il comunicato si conclude dicendo che “la famiglia Omerovic, fiduciosa nel lavoro svolto dal Procura di Roma, attende con serenità il compimento delle indagini, nella ferma convinzione che la verità che sta emergendo dal lavoro investigativo, potrà finalmente consentire di individuare le dovute responsabilità”.

Angela Stella

Estratto dell'articolo di Edoardo Rizzo per “la Stampa” il 23 Dicembre 2022.

[…] La mattina del 25 luglio Andrea Pellegrini e un altro collega, entrambi in borghese - ha riferito il testimone - si erano presentati al loro comando chiedendo informazioni su dove rintracciare l'abitazione di Hasib Omerovic, oggetto secondo i due agenti di diverse segnalazioni nel quartiere per molestie sulle donne. Segnalazioni di cui la polizia locale non sapeva nulla. 

Lo stesso testimone avrebbe inoltre «riferito di aver ricevuto nel pomeriggio di quello stesso giorno una telefonata da Pellegrini che stranamente lo ragguagliava del fatto che l'accertamento era finito male, facendo riferimento in particolare al fatto che "la persona si era buttata di sotto una volta che loro erano giù nel cortile"», un passaggio singolare che denota secondo i magistrati «l'intento di fornire una giustificazione non richiesta».

Tanto più che di questa telefonata nei tabulati non c'è traccia. Analisi accurate e lavoro certosino fanno emergere tutto il malessere e il disagio determinato dalla vicenda: «Ho provato vergogna per non essere intervenuto», ha confessato il poliziotto che ha collaborato alle indagini dopo aver inizialmente sottoscritto la relazione di servizio non rispondente al vero perché «Pellegrini è pur sempre un suo superiore». 

Disagio emerge anche dai messaggi in chat tra una ispettrice del commissariato Primavalle e un ispettore della Mobile: «Indagate bene: le cose non stanno come hanno scritto gli operanti», segnala lei. «In caso di dubbi scrivi e parati il culo che poi l'onda di merda semmai arriva sommerge tutti...», le suggerisce lui su WhatsApp.  […]

Estratto dell’articolo Andra Ossino per “la Repubblica” il 23 Dicembre 2022.

[…] Cinquant' anni, due figli piccoli e una compagna. La sua immagine social racconta la passione per la fotografia, per i viaggi e l'interesse per la musica, per Vasco e Ligabue. Su Facebook in passato ha pubblicato un'immagine del congresso di Forza Nuova del 2014, con le bandiere dei gruppi ultranazionalisti polacchi in bella vista. […] Il suo collega, che per un paio di mesi ha tenuto la bocca cucita, poi ha vuotato il sacco: «È aduso a comportamenti aggressivi nell'espletamento delle attività di servizio», dice ricordando di quando «si era persino vantato di aver malmenato un pedofilo in occasione di un arresto». 

Anche il compagno di macchina è intimidito «conoscendolo come un soggetto del quale non sono prevedibili i comportamenti e le reazioni». Le carte raccontano di un passato tra le fila della squadra mobile di Roma e di un primo procedimento disciplinare «per aver divulgato notizie riservate relative a un'indagine».

Un fattaccio per cui si è ritrovato a lavorare in periferia, in un commissariato di frontiera, a Primavalle. Nel 1998 è anche stato arrestato in Florida dopo aver improvvisato un furto in un supermercato. È così l'assistente capo Pellegrini, «un soggetto che non controlla i propri impulsi e che non si ferma davanti a situazione problematiche». Uno che si «vanta di svolgere lavori da investigatore privato installando gps e seguendo persone». «È pericoloso», crede il giudice che ha disposto gli arresti domiciliari. Può fare ancora del male […]

Poliziotto arrestato per il volo del rom dalla finestra. L'accusa: tortura. Storia di Redazione romana su Avvenire il 22 dicembre 2022.

Lo ha legato ad una sedia. Lo ha preso a schiaffi, insultato, minacciato con un coltello. Terrorizzandolo al punto che saltare dalla finestra è sembrato ad Hasib Omerovic l'unica scelta per trovare la via di fuga. È quanto messo in atto dall'agente di polizia Andrea Pellegrini, finito ai domiciliari per la pesantissima accusa di tortura per quanto compiuto il 25 luglio scorso in un appartamento del quartiere Primavalle di Roma. Per lui l'accusa anche di avere scritto il falso, in concorso con altri, nella nota di servizio sull'attività svolta. Nei confronti di quattro agenti, finiti nel registro degli indagati e oggi perquisiti, anche l'accusa di depistaggio. Una indagine svolta dagli uomini della Squadra Mobile della Polizia di Stato con tempestività.

La perquisizione del luglio scorso era stata attuata dopo che su alcuni profili Fb erano comparsi post in cui si accusava Omerovic di avere molestato alcune ragazze del quartiere. Una ispezione, compiuta da almeno quattro agenti, che si è però trasformata in tutt'altro, con una aggressione sia fisica che psicologica che ha portato il 36 enne, affetto da sordomutismo, a lanciarsi disperato dalla finestra. Per quel drammatico volo Hasib, dopo cinque mesi, è tutt'ora ricoverato al policlinico Gemelli: polifratturato, ha già subito diversi interventi chirurgici.

L'indagine della Procura di Roma, coordinata dall'aggiunto Michele Prestipino, ha ricostruito quanto avvenuto quel pomeriggio di luglio in uno dei quartieri popolari dell'area ovest della Capitale. L'agente, a cui è contestato anche il reato di falso in concorso con altri due colleghi per quanto scritto nella nota di servizio dopo i fatti, è entrato «all'interno dell'abitazione, immediatamente e senza alcun apparente motivo» ha colpito Omerovic «con due schiaffi nella zona compresa tra il collo e il viso, contestualmente rivolgendo al suo indirizzo, con fare decisamente alterato, la seguente frase: «Non ti azzardare mai più a fare quelle cose, a scattare foto a quella ragazzina» e dopo avere impugnato «un coltello da cucina e lo brandiva all'indirizzo» dell'uomo.

Pellegrini ha poi sfondato la porta della stanza da letto di Omerovic, sebbene quest'ultimo «si fosse prontamente attivato per consegnare le chiavi». Una volta dentro la stanza ha costretto il giovane a

sedere su una sedia e dopo avere strappato il filo elettrico dal ventilatore «lo utilizzava per legare i polsi di Omerovic brandendo» ancora una volta «all'indirizzo dell'uomo il coltello da cucina, minacciandolo, urlando al suo indirizzo la seguente frase "se lo rifai, te lo ficco nel c."» e «lo colpiva nuovamente con uno schiaffo e continuava ad urlare nei suoi confronti, dicendogli ripetutamente "non lo fare più"».

Per il gip «gli accadimenti sono indubbiamente di entità grave, commessi in spregio della funzione pubblica svolta, nonché violando fondamentali regole di rispetto della dignità umana. I ripetuti atti di violenza e minaccia appaiono del tutto gratuiti. Pellegrini - aggiunge il gip - non ha avuto alcuna remora di fronte ad un ragazzo sordomuto e una ragazza con disabilità cognitiva (Sonita, la sorella di Hasib ndr) compiendo ripetuti atti violenti, sia sulle persone che sulle cose e gravemente minatori, così da denotare pervicacia e incapacità di autocontrollo».

Nell'ordinanza il giudice scrive, inoltre, che «seppur l'intervento presso l'abitazione di via Gerolamo Aleandro possa ritenersi (inizialmente) legittimo, in quanto finalizzato, in un'ottica preventiva da parte degli agenti di polizia, all'attività di identificazione di Omerovic, sebbene solo per via di alcune notizie apparse su Facebook che lo davano come "molestatore" di ragazze del quartiere, questa attività è stata svolta con modalità del tutto anomale, e, quantomeno da un certo momento in poi, strumentalizzata con conseguente violazione dei doveri e abuso e travalicamento della funzione in particolare da parte dell'assistente capo Pellegrini».

Il giudice lo definisce come un intervento «punitivo» perché «l'attività di identificazione è divenuta semplicemente un pretesto e che integrano, almeno nella valutazione di questa sede, il delitto di tortura». Violenze e minacce «compiute in danno di una persona inerme attraverso un'irruenza minatoria ben visibile ad Hasib, evidentemente anche mimica, in occasione di un'identificazione che, sotto il profilo delle modalità esecutive, appare anomala e ha assunto essa stessa, nella dinamica, caratteri "autoritari" e, al contempo, mortificanti per la persona, come desumibile dalla esposizione dei documenti in bella mostra e in perfetto ordine sul tavolo del salone dell'abitazione dell'individuo da identificare».

Hasib Omerovic: gli schiaffi, le mani legate e le minacce con il coltello. «Che te frega se muore?». Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 22 dicembre 2022.

Il racconto dell’agente pentito: «Ho provato a farlo smettere»

«Che te frega se more?». Così si sentì rispondere l’agente Fabrizio Ferrari dall’assistente capo Andrea Pellegrini, accusato di tortura nei confronti di Hasib Omerovic, volato dalla finestra del suo appartamento di Primavalle e finito in coma all’ospedale. Tornati in ufficio, Pellegrini notò l’agente «piuttosto agitato per quanto era accaduto», e gli chiese «se avesse paura di qualcosa»; Ferrari gli confidò di temere per la vita del disabile ricoverato dopo il loro intervento e l’assistente capo si lasciò andare a quella frase. Che riecheggia sinistramente il «magari morisse» pronunciato da uno dei carabinieri coinvolti nel caso di Stefano Cucchi dopo il suo arresto e i primi malori. 

Le prime bugie

Altri particolari, invece, ricordano una vicenda ancora più lontana nel tempo come la fine dell’anarchico Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano all’indomani della strage di piazza Fontana, nel dicembre 1969. All’epoca dissero che s’era gettato di sotto dopo aver saputo di essere accusato della bomba; stavolta è un funzionario della polizia locale a riferire la versione di Pellegrini, recatosi a casa di Omerovic sospettato di molestie sessuali: «È successo che ci ha aperto la porta la sorella, abbiamo visto che presentava dei segni sul volto e abbiamo pensato che anche lei fosse vittima delle violenze del fratello. Una volta che eravamo giù nel cortile la persona si è buttata dalla finestra». Una ricostruzione falsa con la quale, secondo la Procura, l’assistente capo ha fin da subito cercato di nascondere le proprie responsabilità. Tuttavia è proprio il racconto dell’agente Ferrari a costituire — insieme ai riscontri — l’architrave dell’accusa di tortura, rafforzato dai riscontri che hanno spinto il giudice a ordinare l’arresto di Pellegrini.

A seguito delle segnalazioni via facebook sulle sue presunte molestie, l’agente e l’assistente capo — componenti della pattuglia «Primavalle 12» — giunsero a casa di Omerovic insieme all’equipaggio della «Primavalle 6». Dopo aver suonato alla porta sentirono «urla e un frastuono provenire dall’interno», finché Hasib aprì. Loro entrarono subito e Ferrari vide «Pellegrini scagliarsi improvvisamente contro Omerovic, colpendolo con due schiaffi tra il collo e il volto che lasciavano attonito Hasib, e con fare alterato gli diceva frasi del tipo “non ti azzardare più a fare quelle cose, a scattare foto a quella ragazzina”».

Ferrari e uno degli altri due poliziotti allontanarono Hasib «cercando di tranquillizzarlo» e chiedendogli i documenti, ma poco dopo Pellegrini tornò con un coltello da cucina trovato su un tavolo della sala e gli urlò contro: «Che ci fai con questo?». La caduta nel vuoto

Il sordomuto Omerovic provò a rispondere a gesti, mentre l’assistente capo continuava ad aggirarsi per l’appartamento, e davanti a una porta sbarrata la sfondò con un calcio gridando: «Ce l’ho le chiavi!». Entrati dentro, Pellegrini fece mettere a sedere Hasib, dopodiché strappò «il filo della corrente di un ventilatore, staccandolo dalla presa ».

A quel punto Ferrari «avendone intuito le intenzioni», si avvicinò all’assistente capo «mettendogli una mano sul braccio e rappresentandogli che non vi fosse bisogno di proseguire oltre nella sua condotta». Pellegrini lo rassicurò: «Tranquillo, non faccio niente». Ma subito dopo vide che «si era avvicinato a Omerovic, gli aveva legato le mani col filo della corrente e aveva brandito il medesimo coltello che prima si trovava sul tavolo gridando: “Se lo rifai te lo ficco nel cu..”».

Di fronte a questa scena l’agente se ne andò dalla collega rimasta nell’altra stanza, ma uscendo «udiva il rumore di un altro schiaffo e sentiva Pellegrini gridare ripetutamente “Non lo fare mai più”». Poi l’assistente capo tornò insieme all’altro poliziotto della «Primavalle 6», e mentre tutti e quattro si trovavano con la sorella di Omerovic, sentirono «il rumore di una tapparella che velocemente si alzava». Ferrari corse verso quella stanza e vide Hasib «intento a scavalcare il davanzale della finestra». Gli gridò «Fermo, che cazzo fai!», ma lo vide «precipitare nel vuoto poiché, con ogni probabilità aveva perso l’equilbrio... Ho avuto l’impressione che Omerovic non volesse buttarsi di sotto, ma volesse scappare». La firma per paura

Una fuga finita prima nel cortile dello stabile e poi all’ospedale. In commissariato, dove Pellegrini cercava di tranquillizzare l’angosciato Ferrari invitandolo a infischiarsene della sorte di Omerovic, i quattro poliziotti sottoscrissero una relazione di servizio di tutt’altro tenore che ora gli è valsa l’accusa di falso. Ferrari ha raccontato che a scriverla fu l’assistente capo, e lui la firmò consapevole «che non riportasse affatto il fedele svolgimento dei fatti, ma temendo, in caso contrario, possibili reazioni dello stesso Pellegrini nei suoi confronti».

Tra i riscontri al racconto dell’agente «pentito», il principale è la relazione della polizia scientifica sulla foto scattata da Pellegrini a Omerovic seduto nella stanza, dalla quale sono emersi i segni sui polsi a conferma che furono legati col filo elettrico. Foto che l’assistente capo pensava servissero a scagionare i poliziotti quando, a settembre, la storia di Hasib precipitato dalla finestra fu denunciata pubblicamente. Come risulta dal messaggio wathsapp che inviò a Ferrari il 14 settembre: «Tra poco vado in ufficio a fare una relazione al Dirigente e alla Squadra Mobile dove allego tutte le foto live, dove si evince che ogni cattiveria detta è un falso creato per qualche scopo politico».

Altri quattro agenti indagati. Caso Omerovic, poliziotto arrestato con l’accusa di tortura: “Schiaffi, minacce con un coltello e falso”. Antonio Lamorte su Il Riformista il 22 Dicembre 2022

Si chiama Andrea Pellegrini l’agente di Polizia raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare di arresti domiciliari per la vicenda di Hasib Omerovic, il ragazzo precipitato dalla finestra del suo appartamento a Roma, lo scorso luglio, durante una perquisizione delle forze dell’ordine. L’accusa è di tortura e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici. Secondo l’ordinanza l’agente Pellegrini avrebbe causato al ragazzo “un verificabile trauma psichico, in virtù del quale precipitava nel vuoto dopo aver scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga per sottrarsi alle condotte violente e minacciose in atto nei suoi confronti“, con “abuso dei poteri e in violazione della funzione, nel corso dell’attività volta all’identificazione” e con “il compimento di plurime e gravi condotte di violenza e minaccia”. Altri quattro avvisi di garanzia sono stati notificati nei confronti di altri quattro poliziotti indagati con le accuse, a vario titolo, di falso ideologico commesso da Pubblico Ufficiale in atti pubblici e depistaggio.

La vicenda si era consumata lo scorso luglio, in un blitz della polizia nell’abitazione dell’uomo, 36enne disabile, sordo muto dalla nascita, a Primavalle. Al civico 24 di via Girolamo Aleandro. I poliziotti sarebbero intervenuti presso l’abitazione per “procedere – si legge negli atti – alla sua identificazione”. Di quell’operazione era rimasta una foto sconvolgente: Omerovic steso sull’asfalto, ricoperto di tracce di sangue, inerme. La cartella clinica avrebbe riportato fratture alla testa, alle costole e allo sterno, lussazione dell’omero e traumi a milza, fegato, rene, ferite al torace. Ancora oggi Omerovic per quella caduta, per quella vicenda, è ricoverato in ospedale.

Agghiacciante la ricostruzione – certo non una sentenza, chiariamo, ancora tutta da confermare – che emerge dall’ordinanza del giudice per le indagini preliminari Enzo Damizia. Secondo quanto riportato anche nei primissimi giorni successivi all’esplosione del caso, l’operazione sarebbe scattata per delle voci che sui gruppi Facebook del quartiere accusavano Omerovic di aver molestato delle ragazze in strada. Per alcuni il 36enne sarebbe arrivato a scattare delle foto ad alcune giovani. Gli agenti sarebbero arrivati preso l’appartamento per una perquisizione che sarebbe stata legittima ma non nelle modalità, perché secondo il Gip svolta “con modalità del tutto anomale, e, quantomeno da un certo momento in poi, strumentalizzata con conseguente violazione dei doveri e abuso e travalicamento della funzione in particolare da parte dell’assistente capo Pellegrini”.

La Stampa scrive che la porta della camera di Omerovic sarebbe stata sfondata, nonostante il ragazzo avesse consegnato le chiavi. “Pellegrini non ha avuto alcuna remora di fronte ad un ragazzo sordomuto e una ragazza con disabilità cognitiva (la sorella di Omerovic, ndr) compiendo ripetuti atti violenti, sia sulla persone che sulle cose e gravemente minatori, così da denotare pervicacia e incapacità di autocontrollo“. Le accuse parlano di “due schiaffi nella zona compresa tra collo e viso” e delle mani legate col filo del ventilatore. Dopo aver brandito un coltello che si trovava sul tavolo la minaccia urlata: “Se lo rifai te lo ficco nel cu**!”.

Per Il Corriere della Sera una volta tornato in ufficio al collega Fabrizio Ferrari, presente alla perquisizione e che avrebbe provato a frenarlo secondo quanto emerso, avrebbe chiesto: “Che ti frega se muore?”. Sempre Pellegrini avrebbe scritto una relazione che sarebbe però stata firmata dagli altri poliziotti, cui ora vengono contestate le accuse di falso e depistaggio. “Tra poco vado in ufficio a fare una relazione al Dirigente e alla Squadra Mobile dove allego tutte le foto live, dove si evince che ogni cattiveria detta è un falso creato per qualche scopo politico“, avrebbe scritto in un messaggio Pellegrini a Ferrari. La misura è stata notificata dalla Squadra Mobile. Secondo La Stampa il poliziotto agli arresti avrebbe diversi precedenti e sarebbe stato destinatario in passato di sanzioni e richiami scritti. Nei confronti degli agenti sono in corso attività di perquisizione.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Indagati a Roma altri due poliziotti del commissariato di Primavalle. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Gennaio 2023.

L’appartamento in cui Hasib sarebbe stato torturato è stato posto di nuovo sotto sequestro. I poliziotti sono accusati di depistaggio per aver "modificato lo stato dei luoghi" della casa.

L’elenco dei poliziotti indagati nell’inchiesta della Procura di Roma su quanto accaduto nella tarda mattinata del 25 luglio scorso ad Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto precipitato dalla finestra dell’appartamento in cui viveva con la sua famiglia e che ora è stato nuovamente posto sotto sequestro, si allarga con una nuova iscrizione nel registro degli indagati . Oltre ai quattro agenti della Polizia di Stato in servizio nel commissariato di Primavalle, che in quel momento si trovavano all’interno dell’abitazione per un controllo immotivato, sono stati indagati dal pm Stefano Luciani altri due poliziotti dello stesso distretto: la vice dirigente Laura Buia (in seguito rimossa) ed Alessandro Calogero. 

Entrambi gli appartenenti della Polizia di Stato sono chiamati a rispondere dalle accuse di depistaggio, perché come riportato nel capo d’imputazione “in concorso con altri appartenenti alla Polizia di Stato, al fine di sviare le indagini in merito alle cause per le quali Omerovic precipitava nel vuoto dalla finestra della sua stanza da letto, modificavano artificiosamente lo stato dei luoghi dell’appartamento sito in via Gerolamo Aleandro, prima del sopralluogo” eseguito dagli investigatori della Polizia Scientifica. Inoltre l’ex vice dirigente del commissariato Laura Buia ed il collega Alessandro Calogero vengono accusati di “aver affermato il falso in sede di sommarie informazioni testimoniali rese al pubblico ministero, in merito alla continuativa presenza presso lo stabile di via Gerolamo Aleandro di personale del XIV distretto di Primavalle in attesa dell’intervento della polizia scientifica, nonché in relazione alle condizioni dell’appartamento dove abitavano gli Omerovic“.

Il pm Stefano Luciani della Procura di Roma ha disposto per questi motivi un nuovo sequestro dell’abitazione al piano rialzato del civico 24/M si legge nel decreto “al fine di rilevare eventuali tracce biologiche (in particolare ematiche) e impronte papillari lasciate all’interno dell’immobile” dagli indagati.

Redazione CdG 1947

Da ansa.it il 23 dicembre 2022.

"È una vicenda grave, il primo sentimento è di rammarico per quello che è successo e la vicinanza alla famiglia: speriamo si possa riprendere. Ci sono anche serenità e orgoglio per aver fatto quello che bisognava fare, per esserci messi a disposizione della procura in indagini affidate alla squadra mobile che ha ricostruito il quadro che ha portato al provvedimento". 

Lo ha detto il capo della Polizia Lamberto Giannini sul caso di Hasib Omerovic, nel corso dello scambio di auguri con la stampa. Poi, ha aggiunto Giannini, "c'è cautela: ogni ricostruzione investigativa deve essere sottoposta al vaglio di un giudice e aspettiamo con serenità le decisioni. Avevo detto fin dall'inizio - ha ricordato - che ci sarebbe stato il massimo impegno e trasparenza.

Parliamo di un ufficio importante, quello di Primavalle, continueremo con la massima serenità a collaborare con la magistratura". "Parliamo - ha proseguito il capo della Polizia - di un episodio, poi ci sono tutti gli episodi di ben diverso tenore che riguardano le forze dell'ordine e sono tutti i giorni sotto occhi dei cittadini. Bisogna affrontare i problemi con serenità e trasparenza e c'è sempre la presunzione di non colpevolezza. Spero che la cittadinanza dia per scontata la nostra trasparenza: faremo di tutto perché questo atteggiamento sia percepito sempre ". 

Una relazione di servizio da redigere per "pararsi il c.. dall'onda di m...che quando arriva sommerge tutti". È quanto afferma in un messaggio chat, citato nell'ordinanza cautelare, un ispettore, in servizio presso la Squadra Mobile ad una collega ispettrice del commissariato Primavalle, in relazione alla vicenda di Hasib Omerovic, il 36enne precipitato il 25 luglio scorso dalla sua abitazione nel corso di una perquisizione delle forze dell'ordine a Roma. 

Nel documento del gip si afferma che i due ispettori poco prima del messaggio inviato via WhatsApp avevano avuto un colloquio telefonico durante il quale l'agente ha raccomandato il collega "'di svolgere in modo accurato le indagini poiché le cose non stanno come hanno scritto gli operanti' sottolineando anche l'insussistenza di valide ragioni che potessero giustificare, nel caso di specie, un accesso all'interno di una privata abitazione nei termini descritti". 

Oltre all'arresto per tortura dell'agente Andrea Pellegrini, altri quattro poliziotti sono finiti nel registro degli indagati per le accuse di falso e depistaggio in relazione all'annotazione di servizio scritta dopo i fatti di via Gerolamo Aleandro nel quartiere Primavalle.

 Intanto l'agente che ha collaborato ha detto: "Ho provato un senso di vergogna" per non essere intervenuto e fermare quanto stava accadendo. E' la giustificazione che l'agente che ha collaborato alle indagini sulla vicenda di Hasib Omerovic, ha fornito agli inquirenti sul fatto di non avere informato immediatamente i suoi superiori su quanto avvenuto nell'appartamento di Primavalle.

Nell'ordinanza il gip della Capitale scrive che il poliziotto, testimone oculare, "ha riferito di essersi limitato a confidare alcune cose (la porta sfondata a un collega e gli schiaffi a un altro) e di essersi in qualche modo determinato a sottoscrivere la relazione di servizio, il cui contenuto non era corrispondente a quanto avvenuto, perché Pellegrini è pur sempre un suo superiore, di cui in qualche modo subiva il 'peso' e gli atteggiamenti, e che soltanto quando la pressione delle notizie di stampa sulla vicenda si era fatta insostenibile aveva finalmente sentito l'esigenza di recarsi dal dirigente per 'riferire le cose come erano andate perché in queste situazioni è inutile cercare di nasconderle'".

All'arresto dell'agente Andrea Pellegrini, da ieri ai domiciliari, si è arrivati grazie al lavoro svolto in modo tempestivo dagli uomini della Squadra Mobile della Questura, coordinati dal procuratore aggiunto Michele Prestipino. Nei prossimi giorni l'indagato verrà ascoltato dal gip nell'ambito dell'interrogatorio di garanzia.

"Hasib sta meglio, ha iniziato a respirare da solo, mangia autonomamente e fa qualche passo. Non ha una coscienza piena e non gli è stato fatto riferimento all'accaduto. I familiari non fanno nessun accenno quando vanno a trovarlo". A riferirlo è Carlo Stasolla, dell'associazione 21 luglio, parlando di Omerovic, l'uomo precipitato da un palazzo a Roma per cui è stato arrestato per tortura un poliziotto. "E' nel reparto riabilitazione ad alta intensità del Gemelli - ha detto ancora - Siamo comunque ben lontani dalla possibilità di una sua testimonianza".

Hasib Omerovic, nelle foto del poliziotto le violenze prima della caduta dal balcone. Giovanni Bianconi su Il Corriere della Sera il 22 Dicembre 2022

Lo stesso assistente capo arrestato per la «tortura» inflitta al giovane disabile lo aveva ripreso col cellulare

Le immagini dei polsi di Hasib Omerovic, nella seconda immagine si vedono dei segni

Due fotografie scattate dallo stesso assistente capo Andrea Pellegrini, arrestato per la presunta “tortura” inflitta al disabile Hasib Omerovic, costituiscono per la Procura di Roma uno «straordinario riscontro» al racconto dell’agente Fabrizio Ferrari sul quale si basa l’accusa degli inquirenti. 

Si tratta di due immagini di Omerovic riprese rispettivamente alle 12,16 e alle 12,21 del 25 luglio scorso - giorno dell’intervento delle due pattuglie del commissariato di Primavalle conclusosi con il volo dalla finestra di Hasib, finito in coma all’ospedale - che secondo l’interpretazione del pubblico ministero (condivisa dal giudice delle indagini preliminari) confermano che a Omerovic furono stati legati i polsi con il filo elettrico di un ventilatore strappato dalla presa della corrente.

Nella prima foto, quella delle 12,16, si vede Hasib subito dopo l’arrivo dei poliziotti, mentre mostra loro i documenti d’identità; sul suo polso sinistro non compaiono segni particolari. Nella seconda invece, scattata cinque minuti più tardi, Hasib è seduto in un’altra stanza, e sul polso sinistro si vedono i segni di un’apparente escoriazione, sia pur lieve. Ai tecnici della Polizia scientifica il pm Stefano Luciani ha chiesto di accertare se quell’immagine fosse compatibile con lesioni o legature fatte con un filo della corrente. 

La risposta è contenuta nella relazione in cui si si legge che esaminando la foto scattata alle 12,21 si nota «sulla superficie superiore dell’avambraccio sinistro - III inferiore… un’area discromica-iperemica ove si osservano delle sfumate impronte che potrebbero verosimilmente essere ricondotte a dei ‘solchi’ a decorso trasversale». In termini meno tecnici si tratterebbe di irritazioni cutanee dovute a «compressioni» che, per quanto desumibile dalla foto, «permettono di ipotizzare una possibile compatibilità con un mezzo contundente a scarsa capacità escoriativa che può essere individuato in un laccio o un filo o una corda». 

Quanto basta per confermare, in questa fase dell’indagine, il racconto dell’agente Ferrari sul comportamento del suo superiore Pellegrini. Secondo il giudice che ha ordinato gli arresti domiciliari per l’assistente capo, si tratta di un’ulteriore conferma «circa il fatto che l’azione costrittiva ad opera del Pellegrini fosse stata effettuata in un momento successivo a quello dell’identificazione, e precisamente allorquando il Pellegrini, dopo aver sfondato la porta, aveva costretto l’Omerovic a sedersi sulla sedia all’interno della sua stanza da letto e gli aveva legato i polsi». È uno dei particolari decisivi a far scattare l’ipotesi del reato di tortura.

Hasib Omerovic, Andrea Pellegrini e i suoi guai nella polizia: l'attrazione per l'estrema destra, l'arresto negli Usa, il richiamo scritto.  Fulvio Fiano e Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 22 Dicembre 2022

L'assistente capo ora ai domiciliari, in forza fino a settembre al commissariato Primavalle, ha ricevuto numerosi provvedimenti disciplinari per il suo comportamento. Il trasferimento dalla Squadra mobile per fuga di notizie

Un richiamo scritto, una sorta di rimprovero ufficiale rimasto nella sua scheda personale. Un trasferimento dalla Squadra mobile, la sezione investigativa della polizia, per aver divulgato notizie riservate in merito a un'indagine. E non sembra ai giornalisti. E ancora: numerosi provvedimenti disciplinari, collegati ai suoi comportamenti in servizio. Sono solo alcune delle annotazioni che gli investigatori della Mobile hanno messo insieme per descrivere la personalità dell'assistente capo della polizia Andrea Pellegrini, romano, 50 anni, ora ai domiciliari accusato di tortura nei confronti di Hasib Omerovic, il rom sordomuto di 36 volato da una finestra del suo appartamento a Primavalle il 25 luglio scorso durante un controllo degli agenti. 

Ma ad accompagnare i momenti più recenti della carriera di Pellegrini, descritto dai colleghi come un «duro», dagli atteggiamenti «maneschi», c'è anche una vicinanza ai movimenti di estrema destra, sembra a Forza Nuova in particolare, così come un arresto per furto in un supermercato in Florida, il primo settembre 1998, per il quale il 50enne è stato arrestato dalla polizia americana ed è uscito dal carcere solo in seguito al pagamento di una cauzione. Non è chiaro come sia andata a finire la sua vicenda giudiziaria negli Stati Uniti, che comunque non gli ha impedito almeno fino a qualche mese fa di proseguire la sua carriera nella polizia italiana. 

Non una novità per chi indaga sull'aggressione a Omerovic, visto che proprio il gip Ezio Damizia nella sua ordinanza ha citato alcuni episodi della vita non proprio tranquilla in divisa di Pellegrini, finita agli atti dell'inchiesta sulla base dei resoconti proprio della Squadra mobile. In particolare il giudice spiega che nei confronti del rom disabile, il sottufficiale 50enne che ora rischia una condanna fino a dieci anni di carcere e anche il licenziamento, «non ha avuto alcuna remora di fronte a un ragazzo sordomuto e a una ragazza con disabilità cognitiva compiendo ripetuti atti violenti, sia sulla persona sia sulle cose, e gravemente minatori, così da denotare pervicacia e incapacità di autocontrollo».

Inoltre secondo il suo collega indagato (Ferrari) il 50enne è «aduso a comportamenti aggressivi nell'espletamento delle attività di servizio e in alcuni episodi si è perfino vantato con un collega di aver "malmenato un pedofilo in occasione di un arresto"». Ferrari ha anche detto di essersi sentito «intimorito» dal collega perché lo conosce «come un soggetto del quale non sono prevedibili i comportamenti e le reazioni». Sempre lui ha detto che il collega «si è ventato di svolgere lavori da investigatore privato al di fuori delle attività d'ufficio, installando gps e seguendo le persone» e ha descritto anche «vari episodi di intemperanze» di Pellegrini.

Edoardo Izzo Grazia Longo per “la Stampa” il 22 dicembre 2022.

Senza «alcun apparente motivo» il poliziotto Andrea Pellegrini è entrato a casa di Hasib Omerovic, il trentaseienne sordomuto volato giù dal terzo piano della sua abitazione, il 25 luglio scorso, nel corso di una perquisizione, gli ha mollato «due schiaffi nella zona compresa tra il collo e il viso», lo ha «obbligato a sedersi su una sedia e gli ha legato i polsi con il filo del ventilatore». 

E poi «gli ha brandito contro il coltello da cucina, minacciandolo, urlando al suo indirizzo la seguente frase "se lo rifai, te lo ficco nel c"» e «lo colpiva nuovamente con uno schiaffo e continuava ad urlare nei suoi confronti, dicendogli ripetutamente "non lo fare più"». Un sacco di botte insomma, anzi di più «torture».

Che hanno provocato nel sordomuto «un verificabile trauma psichico, in virtù del quale precipitava nel vuoto dopo aver scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga per sottrarsi alle condotte violente e minacciose in atto nei suoi confronti». 

Il film dell'orrore è raccontato nelle 61 pagine dell'ordinanza con cui il gip Ezio Damizia, su richiesta del pm Stefano Luciani e dell'aggiunto Michele Prestipino, ha disposto gli arresti domiciliari per il poliziotto Andrea Pellegrini accusato di tortura e di falso. Quest' ultimo reato è stato contestato anche ad altri quattro agenti indagati per avere attestato il falso nell'annotazione di servizio redatta dopo l'attività eseguita. 

Il caso era stato denunciato dal deputato radicale Riccardo Magi, le indagini sono state svolte, in tempi rapidi, dai poliziotti della Squadra mobile di Roma. Hasib Omerovic è vivo per miracolo. E ora Andrea Pellegrini è indiziato di aver agito «con abuso dei poteri e in violazione della funzione, nel corso dell'attività volta all'identificazione» di Omerovic e con «il compimento di plurime e gravi condotte di violenza e minaccia». All'origine della perquisizione la notizia, pubblicata il giorno prima su Facebook, che accusava Hasib di aver molestato una ragazzina scattandole alcune foto per strada.

Il poliziotto arrestato lo ha redarguito con la seguente frase: "Non ti azzardare mai più a fare quelle cose, a scattare foto a quella ragazzina" poi ha sfondato la porta della stanza da letto di Omerovic, sebbene quest' ultimo si fosse prontamente attivato per consegnare le chiavi». Il gip ribadisce l'illegalità della perquisizione: «Seppur l'intervento presso l'abitazione di via Gerolamo Aleandro possa ritenersi (inizialmente) legittimo, in quanto finalizzato, in un'ottica preventiva da parte degli agenti di polizia, all'attività di identificazione di Hasib Omerovic, sebbene solo per via di alcune notizie apparse su Facebook peraltro soltanto il pomeriggio precedente, che lo davano come "molestatore" di ragazze del quartiere, questa attività è stata svolta con modalità del tutto anomale, e, quantomeno da un certo momento in poi, strumentalizzata con conseguente violazione dei doveri e abuso e travalicamento della funzione in particolare da parte dell'assistente capo Pellegrini».

E ancora: «Gli accadimenti sono indubbiamente di entità grave, commessi in spregio della funzione pubblica svolta. Pellegrini non ha avuto alcuna remora di fronte ad un ragazzo sordomuto e una ragazza con disabilità cognitiva (la sorella di Omerovic, ndr) compiendo ripetuti atti violenti, sia sulla persona che sulle cose e gravemente minatori, così da denotare pervicacia e incapacità di autocontrollo». Pellegrini, peraltro, secondo quanto emerge dall'ordinanza, in passato aveva avuto sanzioni in diversi procedimenti disciplinari, «uno dei quali, terminato con richiamo scritto» ed era stato trasferito dalla Squadra Mobile.

«In uno dei procedimenti disciplinari aveva subito una sanzione pecuniaria dopo essere stato arrestato in Florida per furto in un supermercato e rilasciato dopo il pagamento di una cauzione». Dalle dichiarazioni di un collega inoltre, «risulta che Pellegrini è aduso a comportamenti aggressivi nell'espletamento delle attività di servizio e che, in alcuni episodi, si era persino vantato con il collega di aver "malmenato un pedofilo in occasione di un arresto"». 

Il collega ha inoltre evidenziato «l'atteggiamento tenuto da Pellegrini nei suoi confronti, volto a influenzarlo nel caso avesse avuto intenzione di riferire qualcosa circa l'accaduto, dicendogli che sarebbe stato meglio non riferire in merito allo sfondamento della porta». L'aver, infine, scattato fotografie di Omerovic «che si trovava a torso nudo nella propria abitazione sia durante l'identificazione sia soprattutto allorché è costretto a rimanere seduto assume senz' altro un effetto degradante, perché lesivo della dignità della persona».

In tale quadro, secondo il gip si innestano le «condotte violente e minatorie poste in essere da Pellegrini in danno di Omerovic, che hanno verosimilmente assunto i tratti di un intervento "punitivo" perché quella stessa attività di identificazione è divenuta semplicemente un pretesto e che integrano, almeno nella valutazione di questa sede, il delitto di tortura». La Questura di Roma in una nota precisa che «il procedimento penale versa nella fase delle indagini preliminari e per gli indagati vige il principio della presunzione di innocenza».

Caso Omerovic, poliziotto arrestato per torture al disabile “caduto” dalla finestra. Valeria Casolaro su L'Indipendente il 22 dicembre 2022.

Hasib Omerovic non avrebbe tentato il suicidio, ma si sarebbe gettato dalla finestra della sua stanza, a 9 metri da terra, per sfuggire alle violenze degli agenti che avevano fatto irruzione in casa sua. Per quei fatti Andrea Pellegrini, agente di polizia del commissariato di Primavalle (Roma), è stato accusato di tortura, oltre che di falso in concorso con altri due agenti per aver rilasciato dichiarazioni false nell’annotazione di servizio a seguito dei fatti. Il gip di Roma ha disposto nei suoi confronti un’ordinanza di misura cautelare di arresti domiciliari.

La vicenda risale a quest’estate: il 25 luglio Hasib Omerovic, 36enne sordomuto, “cadeva” dalla finestra della propria camera durante un sopralluogo delle forze dell’ordine. I fatti hanno avuto luogo nel quartiere di Primavalle, periferia nord-ovest di Roma. Sul momento gli agenti avevano parlato di un sopralluogo tranquillo: erano intervenuti a seguito delle lamentele di alcuni residenti riguardanti presunte molestie ai danni di una ragazzina del quartiere, al quale Omerovic avrebbe scattato delle foto (accuse mai confermate). Poi, mentre erano sul punto di lasciare la casa, avrebbero sentito la tapparella della finestra alzarsi, la stessa dalla quale Omerovic si sarebbe gettato. La sorella dell’uomo, presente in casa al momento dei fatti, aveva tuttavia sin da subito riportato una versione alquanto diversa, parlando di un violento pestaggio eseguito dagli agenti ai danni del fratello prima che questi fosse lanciato dalla finestra.

A distanza di cinque mesi dai fatti, il quadro descritto nell’ordinanza del gip di Roma sembra confermare quanto affermato dalla donna. Fondamentale per le indagini è stato il racconto di Fabrizio Ferrari, altro agente presente sulla scena. Pellegrini, insieme agli altri agenti, avrebbe infatti fatto irruzione nell’abitazione di Omerovic intimandogli di non azzardarsi mai più «a scattare foto a quella ragazzina» e tirandogli «due schiaffi nella zona compresa tra il collo e il viso», impugnando poi «un coltello da cucina» e brandendolo contro l’uomo. In seguito avrebbe sfondato la porta della stanza di Omerovic, nonostante questi «si fosse prontamente attivato per consegnare le chiavi», lo avrebbe costretto a sedersi legandogli i polsi con il filo elettrico del ventilatore e, continuando a minacciarlo con il coltello, avrebbe aggiunto «Se lo rifai, te lo ficco nel c…», continuando nel mentre a schiaffeggiarlo. Una volta rientrato in caserma, Pellegrini si sarebbe avrebbe rivolto ad un collega la domanda «Che te frega se muore?».

Quanto avvenuto, riporta il gip, avrebbe causato a Omerovic «un verificabile trauma psichico, in virtù del quale precipitava nel vuoto dopo aver scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga per sottrarsi alle condotte violente e minacciose in atto nei suoi confronti», oltre a costituire «plurime e gravi condotte di violenza e minaccia». I fatti sono «indubbiamente di entità grave, commessi in spregio della funzione pubblica svolta, nonché violando fondamentali regole di rispetto della dignità umana», oltre che «del tutto gratuiti». Alle misure cautelari nei confronti di Pellegrini si aggiungono poi altri quattro avvisi di garanzia, notificati ad altrettanti poliziotti indagati, accusati a vario titolo di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici e depistaggio. A seguito di quanto avvenuto, infatti, i poliziotti hanno redatto una reazione di servizio che raccontava ben altra storia.

Mentre la vicenda assume contorni più netti e sempre più inquietanti, appare come certo il dato dell’approccio garantista messo in atto a favore degli agenti i quali, nonostante le pesanti accuse e le indagini a loro carico, in questi mesi non sono mai stati sospesi dal servizio né hanno subito alcun procedimento disciplinare per via del “segreto investigativo” che copre le indagini preliminari. [di Valeria Casolaro]

Abusi in divisa. Ecco come la “gang” dei poliziotti a Roma ha torturato Hasib e depistato le indagini. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 22 Dicembre 2022

Su disposizione della Procura della Repubblica di Roma, la Squadra Mobile della Questura di Roma ha dato esecuzione a un’ordinanza di applicazione della misura cautelare degli arresti domiciliari emessa dal G.I.P. Ezio Damizia nei confronti di un appartenente alla Polizia di Stato, l’ispettore capo Andrea Pellegrini in servizio al Distretto di P.S. Primavalle, ritenuto gravemente indiziato di tortura ai danni del giovane di origini serbe Hasib Omerovic, precipitato lo scorso 25 luglio, durante un controllo di polizia, dalla finestra dell’appartamento in cui abitava con la famiglia nel citato quartiere della Capitale. Il poliziotto è anche accusato di falso ideologico commesso da Pubblico Ufficiale in atti pubblici.

Per capire come si è arrivati alle conclusioni investigative che hanno portato all’arresto dell’agente Pellegrini occorre fissare l’attenzione su alcuni particolari, perché nel corso delle indagini sono emerse numerose menzogne e falsificazioni da parte dei tre agenti ( Fabrizio Ferrari, Alessandro Sincuranza, e Mariarosa) intervenuti quel giorno, e forse anche da altri, per proteggere un loro superiore, cioè l’ispettore capo Andrea Pellegrini, un poliziotto che in passato era già stato allontanato dalla Squadra Mobile d ella Questura di Roma e trasferito per aver divulgato notizie segrete, il quale peraltro in passato era stato arrestato in Florida mentre rubava in un supermercato. Due dei poliziotti indagati hanno già avuto un faccia a faccia con gli investigatori. Fabrizio Ferrari ha spontaneamente chiesto e ottenuto di essere ascoltato per chiarire l’accaduto, per riassumere quei venti minuti trascorsi al civico 24 di via Girolamo Aleandro. Mariarosa invece, una poliziotta con appena tre mesi di servizio, ha scelto di rimanere in silenzio, e di avvalersi della facoltà di non rispondere.

In un prima relazione i quattro agenti del commissariato di Primavalle lo scorso 25 luglio avevano riferito di essere intervenuti per l’identificazione di un cittadino bosniaco, Hasib Omerovic, il quale dopo il controllo di polizia si sarebbe lanciato dalla finestra dell’abitazione cadendo nel cortile interno del palazzo della periferia romana. Ma le indagini della Squadra Mobile di Roma coordinata dalla Procura hanno effettuato una ricostruzione dei fatti accaduti tra le case popolari di Primavalle, che smentisce e stravolge la versione degli agenti, accertando che un poliziotto (cioè il Pellegrini) ha legato, picchiato e minacciato con un coltello un ragazzo sordo, mentre altri tre suoi colleghi tentavano maldestramente di occultare le sue torture, considerato che le cose si sono complicate enormemente allorquando la loro vittima si è gettata dalla finestra della sua stanza: “percepita come unica via” di salvezza, scrive il giudice per le indagini preliminari.

Èstato difficile per gli investigatori della Squadra Mobile separare la verità dalla menzogna, perché in questa indagine hanno dovuto affrontare dei colleghi che si smentiscono a vicenda, poliziotti convocati in procura per un confronto, ispettori della Polizia che suggeriscono ai colleghi della Squadra Mobile di “far svolgere bene bene le indagini perché le cose non stanno come hanno scritto gli operanti”, salvo davanti al pm ritrattare il tutto, ed altri poliziotti che consigliavano di stilare una relazione di servizio “per pararsi il culo dall’ondata di me..a che quando arriva sommerge tutti“.

Le cinque menzogne dei poliziotti

La prima menzogna è venuta alla luce immediatamente: la comunicazione con la quale gli agenti raccontavano i fatti accaduti a partire dalle 12.29 del 25 luglio era falsa. Infatti in via Girolamo Aleandro non si è trattato di un controllo di routine, una normale identificazione, bensì secondo secondo i pm, il poliziotto Andrea Pellegrini ha effettuato una spedizione “punitiva” con metodi violenti un ragazzo su cui giravano voci di quartiere in merito al fatto che molestasse ragazze. Ma la “spedizione” è sfuggita di mano.

I poliziotti indagati per nascondere la verità di quanto era accaduto hanno quindi raccontato una seconda menzogna, redatta in una relazione di servizio in cui si sosteneva che Hasib si era agitato quando i poliziotti hanno chiesto alla sorella disabile come si fosse procurata i lividi sulle braccia e lei, spaventata secondo gli agenti indagati, “negava che gli fossero stati provocati da qualche familiare“. Tutto falso. In realtà Hasib era letteralmente terrorizzato perché l’ agente Pellegrini, brandiva coltelli, lo minacciava, e strappava cavi elettrici per legarlo. E successivamente lo ha torturato. Ed al povero ragazzo la finestra è sembrata l’unica via di salvezza dalle torture.

La terzo menzogna ruota intorno a una porta chiusa a chiave. Non corrisponde a verità che Hasib si era rifiutato di aprirla, infatti stava prendendo la chiave allorquando il poliziotto Pellegrini con un calcio l’ ha sfondata.

Quarta menzogna degli indagati. gli orari non coincidono: i poliziotti indagati sostengono di essere intervenuti alle ore 12,29 allorquando la prima chiamata di emergenza al 118 con richiesta di ambulanza è stata effettuata alle ore 12,26.

Quinta menzogna: il poliziotto Pellegrini non ha fotografato Hasib durante il controllo, come ha sostenuto, per dimostrare la regolarità dell’operazione eseguita. “L’aver scattato fotografie di Omerovic  che si trova a torso nudo nella propria abitazione sia durante l’identificazione sia soprattutto allorché è costretto a rimanere seduto assume senz’altro un effetto degradante, perché lesivo della dignità della persona. Traspare – si legge nell’ordinanza di custodia cautelare – l’intento di Pellegrini di infliggere sofferenze gratuite a Omerovic“.

I poliziotti indagati sono accusati di: “Omettendo di indicare“, “attestavano falsamente”,  falsa rappresentazione della realtà circa lo svolgimento delle operazioni compiute dagli appartenenti alla polizia di stato”.

Le motivazioni scritte dai magistrati nei loro atti hanno una valenza ben chiara. Parlano di fatti “commessi in spregio della funzione pubblica svolta, nonché violando fondamentali regole di rispetto della dignità umana”. Fatti per i quali da 5 mesi un uomo di 36 anni, è stato operato ben 10 volte prima di uscire dal coma in cui versava, ed ora giace ricoverato in ospedale, su un letto da cui probabilmente non potrà più alzarsi. Oltre ai quattro poliziotti coinvolti nell’inchiesta, anche altri loro colleghi erano a conoscenza di quanto accaduto quella mattina del 25 luglio: un quinto agente è indagato per depistaggio. La circostanza emerge dall’ordinanza del gip a carico dell’assistente capo Andrea Pellegrini, che ricostruisce nel dettaglio anche le fasi successive all’irruzione dell’appartamento di via Gerolamo Aleandro. 

Va riconosciuto che nei giorni successivi all’emersione del caso il Dipartimento di pubblica sicurezza aveva disposto la rimozione immediata del dirigente e della vice dirigente del commissariato Primavalle, Andrea Sarnari (che si trovava in ferie nei giorni in cui è avvenuto l’episodio) e Laura Buia. Entrambi non risultano fra gli indagati.

Ma un altro episodio getta un’ulteriore ombra sul clima nel commissariato Primavalle. L’ispettore della Squadra mobile, sezione Criminalità organizzata, Daniele Centamori, ha riferito infatti che il 5 settembre nel corso delle indagini avviate dalla stessa polizia ebbe una conversazione telefonica con l’ispettrice superiore Roberta Passalia (non indagata) la quale poco prima lo aveva contattato via whatsapp e gli aveva chiesto di poterlo incontrare. Nella conversazione che ne nacque la Passalia chiese al Centamori se fosse a conoscenza di un intervento condotto circa un mese prima dagli agenti di Primavalle in cui un soggetto volò dalla finestra, raccomandandosi poi di far svolgere “bene bene le indagini perché le cose non stanno come hanno scritto gli operanti“, indicandogli i nomi dell’ispettore capo Pellegrini e dell’agente Federico Ferrari.

Secondo Centamori, Passalia gli sottolineò anche l’insussistenza di valide ragioni che avessero potuto giustificare l’irruzione in quella abitazione. Passalia ha successivamente smentito questa versione, spiegando di aver solo formulato un invito a far bene le indagini come si fa da prassi, ma nel confronto tra i due disposto nel corso delle indagini l’ispettrice non è apparsa convincente. Tanto che in un messaggio di risposta, Centamori le consigliava di redigere un ordine di servizio dettagliato per evitare di essere coinvolta nelle inevitabili conseguenze del caso.

Quanto al dirigente del commissariato Andrea Sarnari, il 12 settembre trasmise una nota alla Squadra mobile in cui evidenziava che si erano presentatati spontaneamente da lui gli agenti Ferrari e Alessandro Sicuranza, i quali gli riferivano che appena entrati nell’abitazione di Omerovic, l’ispettore Pellegrini, lo aveva colpito con due schiaffi e che aveva sfondato la porta di una camera da letto. Senza riferire al resto dei comportamenti finiti nelle contestazioni all’assistente capo, i due sostenevano di aver provato a “sensibilizzare” il collega “a tenere un comportamento più consono al suo ruolo”, specificando di non aver riferito immediatamente questi fatti “per non danneggiare il superiore“. 

Ad incastrare il poliziotto Ferrari sono state proprie le foto da lui scattate col cellulare nei vari momenti dell’irruzione dalle quale si evincono i segni sui polsi di Omerovic riconducibili secondo una perizia medica alla stretta col filo della lampada. Quelle foto Ferrari le aveva inviate anche alla vicedirigente Buia, sostenendo di averle scattate per attestare “la regolarità delle operazioni compiute“. Quegli stessi scatti sarebbero stati mostrati ad altri colleghi. E d’altra parte la fama dell’ispettore Pellegrini, “aduso a comportamenti aggressivi nelle sue attività di servizio”, era tale che lo stesso assistente capo se ne vantava dicendo in passato di “aver malmenato un pedofilo in occasione di un arresto” e di “svolgere lavori da investigatore privato al di fuori dell’ufficio, installando Gps e seguendo le persone“. Tutti racconti dai quali proprio il compagno di pattuglia Ferrari inizialmente si è sentito intimorito, salvo poi decidere di collaborare alle indagini.

Va riconosciuto che per ricostruire quanto avvenuto nell’appartamento di via Gerolamo Aleandro, a Primavalle, è stato fondamentale il racconto fornito agli uomini della Squadra Mobile da Fabrizio Ferrari, che pentitosi ha collaborato alle indagini : “Ho provato un senso di vergogna” per non essere intervenuto e fermare quanto stava accadendo, ha raccontato ai colleghi che lo hanno ascoltato per ore. Nell’ordinanza il gip scrive che il poliziotto ha riferito di essersi limitato a confidare alcune cose (la porta sfondata a un collega e gli schiaffi a un altro) e di essersi in qualche modo determinato a sottoscrivere la relazione di servizio, il cui contenuto non era corrispondente a quanto avvenuto, perché Pellegrini, che verrà sentito dal gip martedì prossimo, era pur sempre un suo superiore, di cui in qualche modo “subiva il peso e gli atteggiamenti”.

Contestualmente alla misura cautelare sono stati notificati quattro avvisi di garanzia ai quattro poliziotti indagati, a vario titolo, di falso ideologico commesso da Pubblico Ufficiale in atti pubblici e depistaggio, e nei cui confronti sono state effettuate attività di perquisizione.

Le indagini sono state condotte tempestivamente dalla Squadra Mobile di Roma della Polizia di Stato sotto le costanti direttive del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del pm Stefano Luciani della Procura della Repubblica di Roma. Redazione CdG 1947

La Procura di Roma contesta falso e tentato omicidio. “Hasib Omerovic picchiato e buttato per i piedi dalla finestra”: le accuse ai poliziotti indagati. Antonio Lamorte su Il Riformista l’11 Novembre 2022.

Hasib Omerovic sarebbe stato picchiato, minacciato dai poliziotti intervenuti in casa sua a Roma, preso per i piedi e buttato dalla finestra della camera da letto della sua abitazione. Questo è quanto si legge nella ricostruzione del pm della Procura della Capitale. Quattro gli agenti indagati cui sono contestati il tentato omicidio e il falso. La vicenda era esplosa lo scorso luglio: un blitz della polizia nell’abitazione dell’uomo, disabile, a Primavalle.

I fatti risalgono al25 luglio. Primavalle, periferia di Roma, civico 24 di via Girolamo Aleandro. I poliziotti sarebbero intervenuti presso l’abitazione per “procedere – si legge negli atti – alla sua identificazione”. Di quell’operazione era rimasta una foto sconvolgente: di Omerovic steso sull’asfalto, con tracce di sangue, inerme. La cartella clinica avrebbe riportato fratture alla testa, alle costole e allo sterno, lussazione dell’omero e traumi a milza, fegato, rene, ferite al torace. Cos’era successo in quella casa?

Grottesca la pista che farebbe risalire i motivi dell’operazione a voci che circolavano su Facebook: su gruppi del quartiere si sarebbe parlato di Omerovic come di un uomo che molestava le ragazze in strada – Repubblica scrive forse anche una nipote di uno degli indagati. Si legge altro, come visto, nella relazione di servizio. Repubblica chiarisce nella sua ricostruzione, con anticipazioni dalla Procura, che le accuse sono ovviamente da provare e il movente da trovare.

Il falso contestato dall’accusa si riferisce alla relazione di servizio nella quale si legge che il giovane si sarebbe improvvisamente lanciato “nel vuoto dalla finestra della camera da letto, omettendo anche di indicare che lo stesso era stato percosso, minacciato e che era stata sfondata la porta di una stanza interna dell’appartamento”. L’unica testimone dell’operazione è Sonita, sorella 32enne dell’uomo, affetta da ritardo mentale. Aveva raccontato di aver visto tre agenti picchiare Hasib Omerovic con un manico di scopa nella sua camera da letto.

L’avvocato della famiglia Arturo Salerni aveva inoltre spiegato che i vestiti riconsegnati alla famiglia non erano quelli che l’uomo indossava al momento della caduta dall’appartamento. “L’ospedale – aveva detto il legale – ha consegnato un pantaloncino marrone e un paio di scarpe blu mentre Hasib indossava un pantalone nero arrotolato sulle ginocchia e scarpe diverse da quelle restituite”. La madre del 36enne in conferenza stampa diceva che “anche ora che abbiamo cambiato casa continuiamo ad avere paura, anche per i nostri figli. Vogliamo verità e giustizia per Hasib, deve venire fuori”. Secondo la linea difensiva l’uomo si sarebbe gettato improvvisamente dalla finestra dopo aver alzato la tapparella. La famiglia dell’uomo sostiene che quella serranda era rotta da tempo e che non era possibile aprirla se non forzandola.

I quattro agenti indagati sono tutti in servizio al commissariato di Primavalle. Due di loro hanno già avuto un faccia a faccia con gli investigatori, uno lo ha espressamente richiesto. Quello che al momento sembra accertato è che gli agenti non avevano un mandato di perquisizione quando hanno bussato alla porta del 36enne. Ritrovati anche un termosifone divelto e una porta con la serratura spaccata. Hasib Omerovic al momento si trova ancora in ospedale al Gemelli: è uscito dal coma ma è ancora in gravi condizioni.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

Ilaria Sacchettoni per corriere.it il 13 settembre 2022.

Per la perquisizione di Hasib Omerovich, il rom precipitato dalla finestra di una abitazione a Primavalle a fine luglio, gli agenti non avevano ricevuto alcun mandato di perquisizione della Procura. 

Gli uomini della polizia intervenuti dopo una chiamata al suo domicilio erano privi del provvedimento firmato dai magistrati che avrebbe dovuto aprire le porte della casa dove il giovane viveva con una sorella, anche lei disabile. 

Omerovich, ancora ricoverato in condizioni gravi in ospedale, non risulta infatti indagato per vicende penali. Nel frattempo, i magistrati Michele Prestipino e Stefano Luciani, che procedono per concorso in tentato omicidio, hanno ascoltato già i vicini di casa dell’uomo sordomuto per appurare i dettagli. 

La Procura si sta muovendo con rapidità, e a breve saranno ascoltati i quattro agenti intervenuti. Nel frattempo il rappresentante dei Radicali Riccardo Magi ha presentato una interrogazione al ministero dell’Interno per conoscere la procedura applicata dai poliziotti in questo caso.

Giallo di Primavalle, otto punti da chiarire. «Hasib piange se ricorda quel pomeriggio con gli agenti». Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 13 Settembre 2022.

L'inchiesta sui motivi del controllo della polizia al rom disabile e sulle ferite sulla schiena. Il ruolo dei vertici del commissariato Primavalle e cosa c’è scritto nelle relazioni di servizio acquisite dalla Mobile? Presto sarà sentita la sorella testimone dell’incidente

Otto punti oscuri per capire cosa sia successo ad Hasib Omerovic, ancora ricoverato nel reparto di Traumatologia del Policlinico Gemelli, dopo aver passato più di un mese in Rianimazione. «Adesso piange non appena i parenti cercano di fargli ricordare quel tragico pomeriggio nella casa di Primavalle», racconta l’avvocata Susanna Zorzi, che assiste la famiglia del 36enne caduto dalla finestra del suo appartamento durante un controllo della polizia. Presto potrebbe essere sentita Sonita, la sorella di Hasib, testimone diretta della caduta del fratello. Potrebbe essere interrogata in audizione protetta con l’assistenza di psicologi. «Ha 30 anni ma è come se ne avesse cinque: non sa mentire, racconta quello che ha visto», dice Zorzi.

L’ispezione

I dubbi su quanto accaduto in via Gerolamo Aleandri cominciano dal motivo stesso, ancora non chiarito, del controllo a domicilio effettuato da quattro poliziotti nel pomeriggio del 25 luglio scorso. Un’iniziativa autonoma, si ritiene, perché i superiori degli agenti non sarebbero stati avvertiti e nemmeno la Questura.

Il post su Facebook

Fra le ipotesi, non confermate da San Vitale, c’è quella di un’operazione preventiva in quanto Omerovic era stato citato in un messaggio sul social di quartiere nel quale veniva indicato come molestatore di ragazze. Un’accusa che non trova riscontri, come anche appare singolare che sia bastato questo per effettuare un controllo di polizia in casa senza convocare in commissariato il diretto interessato.

I soccorsi

Dopo la caduta, accanto ad Hasib compaiono altri agenti, questa volta in divisa, insieme con il 118. Non è chiaro tuttavia a cosa abbiano portato le loro indagini iniziate anch’esse il 25 luglio: sapevano che erano coinvolti dei colleghi in quanto accaduto?

I ritardi

E questo porta direttamente a un altro dubbio: perché bisogna attendere il 12 settembre per sapere quello che è successo in via Aleandri? La famiglia ha presentato un esposto in Procura il 10 agosto; l’8 settembre Riccardo Magi, leader di +Europa, un’interrogazione alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Perché però i testimoni sono stati sentiti solo negli ultimi due giorni?

Le botte

Fra i reperti sequestrati in casa Omerovic un bastone spezzato e un lenzuolo insanguinato. Il 36enne aveva anche ferite alla schiena indipendenti dalla caduta. Secondo la sorella Sonita, anche lei disabile e testimone dell’accaduto, sarebbe stato picchiato dai poliziotti. Ma per alcuni vicini veniva malmenato anche in casa.

Le ferite

Nonostante la gravità delle ferite riportate dal 36enne (in codice rosso al Gemelli e poi in coma per oltre un mese) ai parenti di Hasib viene spiegato che «si è rotto soltanto un braccio». Ma la realtà in ospedale è molto diversa.

La relazione degli agenti

Proprio ieri gli investigatori della Squadra mobile hanno acquisito la relazione di servizio dei quattro agenti. Un documento importante per capire se nel rapporto sia stato scritto tutto quello che è successo in via Aleandri oppure se sia stato omesso qualcosa.

Il ruolo dei funzionari

Ma i superiori dei quattro poliziotti sapevano? Hanno autorizzato il controllo in casa Omerovic o ne hanno preso atto solo dopo che la vicenda si era conclusa drammaticamente? Per questo anche i vertici del commissariato Primavalle potrebbero essere sentiti in Procura nei prossimi giorni.

Hasib Omerovic, caccia al testimone che ha scattato la foto al corpo precipitato. Giulio De Santis su Il Corriere della Sera il 23 Settembre 2022.  

Per il disabile caduto al suolo durante una perquisizione il pm aspetta di sentire la persona che per prima ha visto il 36enne. Quattro poliziotti sono indagati 

Caccia della procura al testimone che ha fotografato Hasib Omerovic, steso in strada e avvolto in una pozza di sangue nei minuti successivi alla caduta dal primo piano della sua casa popolare di via Girolamo Aleandro, Primavalle. La versione del testimone potrebbe essere fondamentale per capire se la mattina del 25 luglio del 2022 Omerovic – 36 anni, sordo muto, di etnia rom - si è buttato in un tentativo di suicidio, come sostengono i quattro poliziotti indagati per tentato omicidio e falso. Oppure se il ragazzo è stato spinto giù dal balcone dagli agenti, come invece afferma la sorella 30enne di Hasib, anche lei affetta da un ritardo cognitivo, in casa al momento del dramma. 

Soprattutto il procuratore aggiunto Michele Prestipino e il pm Stefano Luciani sperano che il testimone, un vicino di casa, abbia altre foto utili a ricostruire i momenti drammatici della caduta. L’immagine, divenuta emblematica delle condizioni di Omerovic dopo il volo, non è ancora stata acquisita dalla procura. La foto è stata girata alla stampa dai familiari del ragazzo, che, a loro volta, l’hanno ricevuta dal vicino. Gli inquirenti non procederanno ad alcuna consulenza sulla natura delle lesioni riscontrate sul giovane. Motivo: sarebbe impossibile a distanza di quasi due mesi dalla caduta distinguere le ferite dovute all’impatto al suolo con altri tipi di lesioni. Come quelle per esempio causate da un pestaggio. Va ricordato che i medici nella stesura della cartella clinica non hanno rilevato la presenza di ferite o lividi dovuti a percosse. Considerazione, in ogni modo, non risolutiva sul perché della caduta viste le condizioni di Omerovic dopo l’impatto. 

Il controllo dei poliziotti, come è scritto nel verbale redatto dopo l’intervento, è stato svolto per via delle voci di quartiere secondo cui l’uomo avrebbe molestato delle donne. Proprio per questo la procura verificherà se amiche o parenti degli agenti siano tra coloro che Omerovic avrebbe molestato. Sempre se le molestie siano avvenute, perché potrebbe essersi trattato di fraintendimenti nati dalle complicate condizioni di Hasib. Infine l’ultima ombra su cui la procura intende fare luce è la ragione della presentazione della denuncia a quattordici giorni di distanza dalla tragedia. Un buco temporale enorme. I familiari di Hasib hanno affermato di essere stati in commissariato più volte per avere risposte su quanto accaduto a Omerovic. E non avendone ricevuto alcuna spiegazione, hanno deciso di procedere a una denuncia, sentendosi con le spalle al muro.

Estratto dall’articolo di Michela Allegri e Alessia Marani per “Il Messaggero” il 13 settembre 2022.

È caduto dalla finestra della sua camera, un volo di 9 metri da una casa popolare nel quartiere di Primavalle, a Roma. Quattro agenti di polizia in borghese avevano appena suonato alla porta chiedendogli i documenti. Quel giorno, il 25 luglio, Hasib Omerovic, 36 anni, sordomuto di etnia rom, era da solo con la sorella, pure lei disabile. Le sue condizioni sono gravissime - è in stato di coma vigile al policlinico Gemelli - e la denuncia fatta dai familiari è agghiacciante: la madre Fatima, il padre e la sorella sedicenne, sostengono che Hasib sia stato picchiato dai poliziotti (tra i quali c'era una donna) e poi sia stato buttato di sotto. 

È tutto scritto in un esposto presentato in procura, dove il pm Stefano Luciani ha aperto un fascicolo per concorso in tentato omicidio delegando le indagini alla Squadra mobile. Nel documento viene ipotizzato anche un motivo per quel controllo a sorpresa, fatto a casa Omerovic e su cui ora la Procura indaga per capire se l'accesso sia stato concordato con dei superiori e registrato.

Nei giorni precedenti, infatti, era comparso su Facebook un post in cui una donna sosteneva che Hasib avesse fatto delle avances a delle ragazzine: «Fate attenzione a questa specie di essere perché importuna tutte le ragazze, bisogna prendere provvedimenti». Il post era stato rimosso, ma gli Omerovic, assistiti dall'avvocato Arturo Salerni e dell'associazione 21 Luglio, hanno fatto in tempo a fotografarlo e a depositarlo agli inquirenti. 

Poco tempo dopo, una delle sorelle di Hasib sarebbe stata contattata dal proprietario di un bar di zona: «Hasib ha importunato alcune delle ragazze, qualcuno lo vuole mandare all'ospedale», le avrebbe detto. Il giorno successivo, il controllo dei poliziotti.

Sul caso, il deputato di +Europa Riccardo Magi ha presentato un'interrogazione parlamentare, raccontando la storia durante una conferenza stampa alla Camera. In casa sono state trovate tracce di sangue: gli inquirenti, il 12 agosto, hanno sequestrato una coperta macchiata e il manico di una scopa, spezzato a metà. 

È stata una vicina ad avvisare i genitori di Hasib. «Al telefono mi ha passato un poliziotto, che mi ha detto che mio figlio era caduto e si era rotto un braccio - ha raccontato Fatima - Non posso dimenticare quel 25 luglio: quando siamo arrivati al pronto soccorso ci hanno detto di aspettare 48 ore per sapere se Hasib sarebbe sopravvissuto». 

La sorella del giovane, Sonita, sotto choc, ha raccontato alla famiglia che gli agenti avevano prima picchiato il fratello con un bastone, per poi afferrarlo per i piedi e buttarlo giù. I poliziotti avrebbero suonato alla porta mentre i genitori e un'altra sorella erano dal meccanico. Nella sala c'è un termosifone divelto dal muro, al quale, secondo il racconto dell'unica testimone, Hasib si sarebbe aggrappato. […]

In questi giorni gli investigatori hanno sentito alcuni testimoni, compresa una vicina che ha chiamato i soccorsi. Gli aspetti da sciogliere sono diversi. Uno su tutti: non è chiaro a che titolo gli agenti abbiano agito e se l'intervento sia stato registrato. In una relazione alla Procura hanno ripercorso quei minuti. 

Al vaglio anche le dichiarazioni dei vicini, che hanno detto di avere sentito quasi ogni sera i lamenti di Hasib provenire da quella casa, e di avere visto più volte i familiari malmenarlo. La finestra della camera del giovane, inoltre, aveva i vetri rotti: erano stati distrutti una ventina di giorni prima, durante una lite.

Di quanto accaduto l'unica testimone è la sorella di Hasib, che avrebbe, però, un ritardo cognitivo elevato. Un'altra ipotesi è che il ragazzo, non capendo cosa volessero gli agenti in borghese, davanti a dei modi bruschi, possa essere stato colto da una crisi di panico fino a sporgersi dalla finestra che, pur essendo l'appartamento al piano rialzato, su quel lato ha un affaccio molto alto. […]

Estratto dall'articolo di Camilla Mozzetti per “Il Messaggero” il 16 settembre 2022.

«Abbiamo seguito tutte le procedure previste per un intervento di identificazione, siamo entrati in casa, c'era un uomo e una donna, ma non c'è stato tempo di fare nulla». La voce calma, lo sguardo fermo. In t-shirt e jeans - scarpe da ginnastica d'ordinanza - risponde così Andrea, proprio di fronte al commissariato Primavalle.

Lui è uno degli agenti che il 25 luglio scorso ha preso parte al controllo in via Gerolamo Aleandro a seguito del quale Hasib Omerovic, il rom di origini bosniache 36enne e sordomuto dalla nascita, è caduto dalla finestra (ora che si è risvegliato dal coma la sua testimonianza potrebbe risultare decisiva). «Si è buttato» dice subito l'agente, finito indagato con (al momento) altri tre colleghi. 

Senza enfasi, senza che il tono della sua voce cambi minimamente: è un poliziotto, anche navigato. Di quelli che conoscono il lavoro di strada a prescindere poi dall'insegnamento che la strada può avergli lasciato. E aggiunge, con uno sguardo che non divaga, di avere in mano le prove necessarie per dimostrarlo.

«Foto e video dell'intervento, sì», tutti confluiti in un dossier ad hoc che racconta cosa è accaduto in quell'appartamento popolare e che «quando verranno richiesti - aggiunge l'agente - saranno forniti e messi agli atti». In quelle immagini sono descritti i 45 minuti, secondo più secondo meno, di un caso su cui la Procura di Roma ha aperto un'inchiesta per tentato omicidio e falso in atto pubblico dopo che i genitori di Hasib hanno presentato un esposto con un'accusa chiara: «Nostro figlio non è caduto, è stato spinto di sotto». […] 

Ma lui, l'agente che accetta di parlare, rimanda indietro l'accusa: «Siamo entrati, in casa c'erano un uomo e una donna, abbiamo chiesto i documenti, la procedura era regolare e prima di intervenire abbiamo fatto un passaggio con la polizia locale per capire se queste persone fossero state già identificate ma non è risultato nulla».

Nessuno era andato a cercare gli Omerovic fino al 25 luglio. E allora perché proprio quel controllo in una rovente mattinata d'estate? «Per quel post su Facebook e per alcune segnalazioni arrivate in commissariato», spiega l'agente a cui tuttavia non sono seguite denunce formali. E non è questo un aspetto di poco conto perché a chi ha autorizzato il controllo, ovvero la vice-dirigente del commissariato Primavalle (ascoltata come persona non informata sui fatti insieme ad altri agenti non indagati), è stato contestato l'ordine illegittimo. Non si comanda una verifica per il solo sentito dire. 

Tuttavia, l'agente insieme ad un collega arrivano in via Gerolamo Aleandro, scendono le scalette che conducono al portone. Si fanno aprire e salgono una mezza rampa di scale. Come poi si leggerà nel rapporto di servizio, bussano alla porta. Difficile credere che un sordomuto come Hasib abbia sentito e dunque abbia aperto. Ma loro, stando anche al racconto che faranno ai superiori, entrano e come spesso accade - per precauzione - vengono abbassate le tapparelle della camera dove si trovano. 

Non si può mai sapere che piega possa prendere un controllo, seppur apparentemente banale, ma ad ora non si può ancora decretare che quell'atto non sia in realtà servito ad altro. «Non c'è stato il tempo di identificarli», conclude l'agente dicendo che non può proseguire oltre e che comunque saranno quei filmati e quelle foto a parlare. […]

Estratto dall’articolo di Valeria Di Corrado e Alessia Marani per “Il Messaggero” il 18 settembre 2022.

Uno degli agenti che è entrato a casa della famiglia Omerovic, nel quartiere romano di Primavalle, era conosciuto dai suoi colleghi per i modi poco ortodossi utilizzati nelle perquisizioni. Il sospetto degli inquirenti è che sia stato proprio lui a forzare la mano la mattina del 25 luglio, quando, insieme agli altri tre poliziotti della pattuglia (due uomini e una donna), si è recato nell'appartamento di via Gerolamo Aleandro, ufficialmente per identificare il 36enne sordomuto che alcuni residenti avevano accusato via social di molestare le ragazze e i minori della zona. 

 La situazione all'interno dell'abitazione, però, sarebbe degenerata e Hasib Omerovic è precipitato dalla finestra dalla sua camera da letto nel cortile condominiale, facendo un volo di 9 metri dal quale è sopravvissuto per miracolo, ma riportando danni probabilmente permanenti.

La posizione processuale più delicata, nell'inchiesta della Procura di Roma per tentato omicidio e falso, è proprio quella del poliziotto chiacchierato tra i colleghi per i suoi modi bruschi. Una quindicina di anni fa era in forze alla Squadra Mobile capitolina. Poi venne trasferito al commissariato di Primavalle, una sorta di diminutio per la carriera. 

Non è mai stato oggetto di procedimenti disciplinari, ma ci sarebbe un episodio che avrebbe infastidito il questore dell'epoca. Durante una conferenza stampa venne fotografato con vistosi tatuaggi sul corpo, che avrebbero potuto renderlo identificabile nel corso di indagini sotto copertura. Un corpo muscoloso il suo, ancora adesso scolpito dalle ore di allenamento in palestra.

All'epoca il poliziotto partecipò a una maxi operazione della Sezione reati contro i minori, Fiori nel fango, che smantellò una rete di pedofili che, dietro regalie, adescava bimbi rom nei campi nomadi della Capitale. Si trattava di facoltosi professionisti a cui i bambini venivano procacciati. Gli investigatori della Squadra Mobile, ora delegati dalla Procura a fare luce sulla vicenda di Hasib, stanno cercando di risalire anche ad eventuali pregressi rapporti tra gli Omerovic e gli agenti indagati tali da creare un pregiudizio verso la famiglia rom. 

I genitori del 36enne, arrivati in Italia negli anni 90 dopo la guerra in Bosnia, erano stati prima nel campo rom di Tor di Valle, quindi in quello di Tor de' Cenci, poi a La Barbuta, a Ciampino. Tre anni fa, finalmente, l'assegnazione dell'alloggio popolare di Primavalle. […]

Sulla vicenda di Hasib ci sono ancora molti punti oscuri da chiarire. Nell'esposto depositato in Procura da Fatima, la madre di Hasib, sono allegate le fotografie della porta della camera del ragazzo. La serratura è scardinata. Gli Omerovic sostengono di averla ritrovata a terra, segno che qualcuno ha sfondato la porta. Forse Hasib, spaventato dai modi irruenti, si era chiuso dentro per sfuggire al controllo. Un'altra immagine riguarda un perno di sostegno del termosifone parzialmente divelto dal muro: Hasib potrebbe averlo danneggiato salendoci sopra per raggiungere la finestra. Oppure è la conseguenza di una colluttazione come sostengono i familiari. valore probatorio.

Estratto dall'articolo di Edoardo Izzo e Grazia Longo per “La Stampa” il 16 settembre 2022.

La sorella disabile di Hasib Omerovic, il sordomuto Rom di 36 anni caduto dalla finestra di casa il 25 luglio scorso a Primavalle, periferia di Roma, durante un controllo della polizia, accusa i poliziotti di averlo spinto giù? Loro si difendono sostenendo di non essere stati neppure nell'abitazione al momento del volo. «Eravamo già sulla porta per uscire», hanno rivelato ad alcuni colleghi. 

Tant'è che nella loro relazione di servizio hanno definito il drammatico episodio come un «tentato suicidio» e non come una fuga del giovane per paura del loro intervento, né tantomeno come l'epilogo di un loro gesto violento. «Siamo andati a casa sua perché su Facebook era stato accusato di molestie sessuali. Ma non stava scappando da noi, non lo abbiamo picchiato. E neppure lo abbiamo buttato giù. Ha cercato di uccidersi». […] 

È stata disposta una perizia sulla caduta di Hasib dalla finestra: sarà riprodotto il volo del disabile per accertare, in base ai punti di impatto con il suolo e alle ferite riportate, se è stato gettato giù o se si è lanciato volontariamente. 

Altre verifiche verranno poi effettuate sugli abiti indossati da Hasib la mattina del 25 luglio, sulla scopa spezzata ritrovata nella sua camera da letto e sul lenzuolo sporco di sangue. L'obiettivo è quello di accertare la presenza di impronte digitali e di Dna dei quattro poliziotti accusati di averlo picchiato a sangue prima di buttarlo giù dalla finestra.

I magistrati punteranno inoltre, in sede di interrogatorio, ad appurare perché i quattro poliziotti hanno scattato fotografie ad Hasib con i loro telefonini. Immagini che sono state poi esibite ai colleghi. Cosa volevano dimostrare con quegli scatti? Servivano forse a dimostrare che Hasib non aveva lesioni? E perché, inoltre, gli agenti non hanno abbandonato l'appartamento non appena si sono accorti che i due fratelli disabili erano soli in casa? […]

Caso Primavalle, rimossi dirigente e vice dirigente del commissariato dopo il ferimento di Hasib. Rinaldo Frignani su Il Corriere della Sera il 16 Settembre 2022.

La decisione è stata presa dal Dipartimento della pubblica sicurezza dopo gli sviluppi della vicenda legata alla caduta del rom disabile dalla finestra di casa il 25 luglio scorso. I quattro poliziotti coinvolti potrebbero essere sentiti entro breve

Cadono le prime teste per la vicenda del ferimento di Hasib Omerovic, il rom disabile di 36 anni volato dalla finestra della sua abitazione a Primavalle lo scorso 25 luglio durante un controllo della polizia. Il Dipartimento di pubblica sicurezza ha disposto la rimozione immediata del dirigente e della vice dirigente del commissariato di quartiere, Andrea Sarnari (in ferie nei giorni in cui è avvenuto l’episodio) e Laura Buia. Entrambi non risultano fra gli indagati.

Fra le motivazione che avrebbero portato i vertici della polizia a prendere provvedimenti così duri anche la necessità di riorganizzare l’ufficio, uno di quelli storici della Capitale, e anche riportare un clima di serenità fra gli agenti, molto provati dalle notizie degli ultimi giorni che li hanno tirati in ballo per la storia di Omerovic. Il nuovo dirigente del commissariato, già convocato dalla Questura nella Capitale, è Roberto Ricciardi, proveniente da Viterbo.

I quattro agenti coinvolti nel controllo durante il quale il 36enne è caduto dalla finestra in circostanze ancora da chiarire, con la Procura che ha aperto un’inchiesta per tentato omicidio e falso in concorso, appartengono proprio alla squadra di polizia giudiziaria del commissariato. Si tratta di tre giovani e di una loro collega graduata, che potrebbero essere sentiti entro breve dai pm e dalla Squadra mobile per chiarire cosa sia successo quel pomeriggio di quasi due mesi fa, in un’operazione seguita a un post apparso sul gruppo «Primavalle» su Facebook da parte di una donna che aveva asserito di essere stata molestata con la figlia da Hasib in mezzo alla strada, e che aveva sollecitato provvedimenti immediati contro di lui.

Dopo le dure accuse soprattutto di Sonita Omerovic, la sorella 30enne di Hasib, affetta da gravi problemi psichici e presente quel giorno nell’appartamento al primo piano di Gerolamo Aleandro quando gli agenti si sono presentati - secondo la sua versione dei fatti il fratello è stato picchiato e poi buttato di sotto -, hanno replicato alcuni poliziotti coinvolti spiegando di non trovarsi più in casa quando il 36enne ha deciso di lanciarsi dalla finestra da solo e anzi di averlo poi soccorso anche con un’ambulanza dell’Ares 118.

Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 21 settembre 2022.

Per la Procura più di qualcosa non quadra nella versione fornita dai quattro poliziotti indagati per la caduta di Hasib Omerovic dalla finestra della sua camera da letto a Primavalle lo scorso 25 luglio. «Abbiamo suonato alla porta dell'appartamento - hanno raccontato gli agenti nella loro relazione di servizio in possesso dei pm di piazzale Clodio -, ci è stato aperto, ma lui come ci ha visto è fuggito nella sua stanza, ha alzato la serranda e si è lanciato di sotto».

È questa, in ordine cronologico, la prima ricostruzione di quanto sarebbe accaduto nello stabile di via Gerolamo Aleandro, ma nei giorni scorsi sulla stampa sono emerse altre due ricostruzioni fatte dagli stessi indagati, tutte da verificare: in una Hasib si sarebbe buttato dopo essere stato identificato, in un'altra dopo che gli agenti erano usciti dall'appartamento. Ancora da stabilire comunque se il gesto del 36enne sia stato fatto per tentare il suicidio da circa otto metri di altezza o per sfuggire ai poliziotti perché spaventato.

In tutti i casi la drammatica conclusione di un'operazione che per gli investigatori era stata organizzata per identificare il 36enne disabile in relazione a presunte molestie a ragazze di Primavalle. Sonita, la sorella della vittima, affetta da gravi disturbi psichici, ha invece raccontato di botte, calci, pugni, foto scattate dagli agenti al fratello, «poi afferrato per i piedi e buttato di sotto». Insomma, una storia completamente diversa. 

Proprio «voci di quartiere», avrebbero spiegato i poliziotti, sarebbero stati alla base degli accertamenti a casa Omerovic.

Come quella - non è chiaro se sia nella relazione degli agenti - contenuta nel post su Facebook scritto da Paola Camacci, madre di una delle giovani che avrebbero subìto le attenzioni di Hasib, con foto e invito a «prendere provvedimenti» contro di lui. La donna sarebbe stata già sentita come il barista Paolo Soldani, l'unico - secondo quanto riferito dai genitori della vittima - a mettere in guardia la famiglia su quello che stava per accadere.

La versione dei poliziotti è tuttora al vaglio della Procura, con l'aggiunto Michele Prestipino e il pm Stefano Luciani, che fin dai primi giorni dopo il 10 agosto, data della presentazione dell'esposto da parte degli Omerovic, hanno avviato accertamenti per ricostruire l'accaduto, passando da un fascicolo modello 45 senza ipotesi di reato a quello per tentato omicidio e falso nei confronti dei poliziotti.

 I pm rimangono in attesa dei risultati delle analisi mediche sulle ferite sul corpo di Hasib, per capire se siano state provocate solo dalla caduta o anche da percosse, e degli esami svolti dalla Scientifica nell'appartamento al primo piano allora occupato con diritto dalla sua famiglia, che ora però vive in macchina alla Garbatella, parcheggiata davanti al Dipartimento al Patrimonio del Comune dove ha chiesto un altro alloggio.

Alessandro D'Amato per open.online il 14 settembre 2022.  

C’è una relazione di servizio sull’attività della polizia quel 25 luglio a Primavalle nella vicenda di Hasib Omerovic. I pm l’hanno acquisita agli atti nell’indagine ancora senza indagati sulla caduta del disabile dalla finestra durante una perquisizione. Che si è svolta senza mandato. E a breve potrebbero partire le prime iscrizioni nel registro degli indagati. Anche come atto dovuto. 

Intanto circola un’ipotesi sul perché i poliziotti hanno bussato alla porta del 36 enne disabile di etnia Rom in via Gerolamo Aleandro. Dove viveva in un alloggio assegnato dal Comune di Roma insieme alla sorella Sonita e alla madre. Tutto sarebbe partito da un post sul gruppo Facebook del quartiere. In cui lo si accusava di aver importunato alcune ragazze nel parco. Una diceria senza alcuna denuncia specifica. Si parla anche di segnalazioni ai vigili per aver ammassato materiali ferrosi in una cantina. Ma la Polizia Locale smentisce. 

La perquisizione senza mandato

Di certo c’è che quanto avvenuto nell’appartamento con vista su via Pietro Bembo non è legato ad una attività delegata dall’autorità giudiziaria. I pubblici ministeri Michele Prestipino e Stefano Luciani e il procuratore Francesco Lo Voi dovranno adesso chiarire se si sia trattato di una iniziativa coordinata da un funzionario. 

O di una decisione presa dai quattro agenti in borghese che quel giorno sono entrati nell’appartamento, a loro dire, per chiedere i documenti del 36enne, sordomuto dalla nascita, che ora si trova in coma al policlinico Gemelli con varie fratture dopo essere precipitato per circa 9 metri. Le condizioni del ferito sono intanto in leggero miglioramento. Non è più in pericolo di vita ma resta un quadro clinico complesso alla luce dei tre interventi chirurgici a cui è stato sottoposto.

Fatima Omerovic, la madre di Hasib, ha raccontato che lei, l’altra sorella Erika e il marito erano fuori casa per portare l’auto dal meccanico. Sonita ha invece detto alla madre che il figlio «è stato picchiato, preso a calci, pugni, a bastonate. Poi i poliziotti l’hanno preso per i piedi e lanciato dalla finestra. Mi ha fatto vedere il manico della scopa spezzato e con cui ha visto che l’hanno percosso. 

La porta della camera da letto era sfondata, il termosifone divelto dal muro». Il 26 luglio la famiglia si è presentata al commissariato di Primavalle per avere spiegazioni. Qui, secondo la denuncia riportata oggi dal Fatto Quotidiano, un agente (“Andrea”) li avrebbe informati delle accuse nei confronti del figlio riguardo le presunte molestie. E ha raccontato che una volta entrati in casa gli agenti gli hanno chiesto i documenti.

La tapparella

Sempre nella denuncia si sostiene che l’agente avrebbe detto ai parenti che Hasib è rimasto tranquillo durante l’attività in casa. Tanto è vero che alcuni di loro gli hanno scattato fotografie con il telefono cellulare. Mentre loro erano a parlare con la sorella, hanno sentito tirare su la tapparella della camera da letto. 

Da lì Hasib si sarebbe gettato nel vuoto. L’agente ha assicurato che la polizia scientifica aveva già effettuato i rilievi del caso. Una circostanza smentita dalla famiglia. Sequestrati intanto alcuni oggetti trovati nell’appartamento: lenzuola macchiate di sangue, il bastone spezzato di una scopa. I familiari hanno anche messo a disposizioni degli inquirenti foto in cui è visibile un termosifone parzialmente staccato dal muro e tracce di sangue intorno alla porta della stanza in cui Omerovic si sarebbe rifugiato per paura.

Il post su Facebook

Il Fatto racconta anche in un articolo a firma di Vincenzo Bisbiglia le accuse nei confronti di Hasib. Per i vicini era “il sordomuto con il carrello” e viene descritto come fondamentalmente innocuo. Ma nel quartiere su di lui si diceva anche altro. «Da mesi si diceva che importuna le bambine nel parco, ma non ci ho mai creduto – ha detto al quotidiano Alessia, 35 anni, che vive nella scala affianco –. A me non ha mai dato fastidio, parlavamo a gesti, era simpatico». 

Nel gruppo Facebook di quartiere un post lo accusava apertamente: «Salve a tutti fate attenzione a questa specie di essere perché importuna tutte le ragazze. Bisogna prendere provvedimenti». Una testimonianza anonima sostiene che Omerovic avrebbe «dato fastidio alla ragazzina sbagliata».

«8-10 agenti, alcuni in borghese»

Mentre altri puntano il dito sull’attività di recupero di materiali ferrosi dai rifiuti. «Ammassava la roba in cantina, nel palazzo sono iniziati a girare scarafaggi e topi. Lo abbiamo rimproverato, ma lui continuava. Ci sono anche le segnalazioni ai vigili». Anche qui, nessun riscontro. Complessivamente nella zona dello stabile, secondo quanto riferito da alcuni testimoni ai legali, sarebbero stati presenti tra gli otto e i dieci agenti, alcuni in borghese. 

Le forze dell’ordine hanno allertato i soccorsi dopo avere assistito l’uomo a terra. Gli uomini della Squadra Mobile, a cui sono state delegate le indagini, hanno già ascoltato i vicini di casa degli Omerovic. Tra i testimoni anche una vicina che avrebbe visto il ragazzo precipitare. «A un certo punto ho visto Hasib cadere dalla finestra. A terra si lamentava, i poliziotti erano già lì e lo hanno soccorso», ha spiegato una testimone. Il reato ipotizzato nel fascicolo è tentato omicidio.

Finestre e morti accidentali. Questa volta a Roma. Franco Corleone su L'Espresso il 13 Settembre 2022. 

Il 25 luglio, classica giornata di cadute, un giovane (ormai si dice così) di 36 anni, sordomuto e di famiglia Roma, precipita dalla finestra di casa sua ed è tuttora in coma all’Ospedale Gemelli.

Come si usa dire di fronte alle tragedie del Bel Paese, occorre fare luce.

La storia è semplice. Nei giorni precedenti sulla pagina di facebook di Primavalle il malcapitato viene additato come molestatore delle ragazze del quartiere e come bersaglio di una lezione.

Il commissariato di zona, allertato e sensibile alle sollecitazioni securitarie, si reca nella abitazione della famiglia rom che da tre anni abita in una casa popolare regolarmente assegnata per un controllo, in assenza di mandato di perquisizione e di denuncia per reati o atti verificati.

Nell’abitazione oltre Hasib vi è solo la sorella portatrice di un grave deficit e i quattro poliziotti (tre uomini e una donna) chiedono i documenti che vengono prontamente esibiti.

Non si sa che succede dopo. Certamente timore e paura spingono l’uomo a rifugiarsi nella sua stanza e a chiudersi a chiave. I poliziotti allora buttano giù la porta e di fronte alla resistenza di Hasib che  si aggrappa al calorifero, usano maniere forti fino a divellere il calorifero stesso.

Alla conclusione di questa inutile ed eccessiva prova di forza il ragazzo precipita dall’altezza di nove metri, con diverse fratture e ferite.

Un incredibile silenzio ha coperto questa allucinante storia che ricorda le vicende di Aldrovandi a Ferrara e di Cucchi a Roma.

L’omertà è stata rotta dal deputato Riccardo Magi e finalmente bisognerà rispondere alla richiesta disperata di verità della madre.

Una congiura di tanti elementi: l’emarginazione, l’integrazione difficile dei diversi, lo stigma, la debolezza dell’handicap, la richiesta di giustizia sommaria e l’uso della violenza da parte delle forze dell’ordine.

Lo stato di diritto e la democrazia sono state colpite. La ministra La Morgese il Capo della Polizia devono rispondere immediatamente al parlamento e alla società civile turbata e preoccupata.

Quel silenzio che puzza di omertà nel caso di Hasib Omerovic, volato dalla finestra. Franco Corleone su L'Espresso il 27 Settembre 2022.

Ci sono alcuni aspetti sconvolgenti nella vicenda dell’uomo precipitato durante una perquisizione della polizia nella sua casa. Perché le bocche cucite di troppi fanno tornare in mente il caso Aldrovandi

Il volo dalla finestra della sua abitazione di Hasib Omerovic il 25 luglio in pieno giorno a Primavalle, quartiere storico di Roma, presenta degli aspetti sconvolgenti che obbligano a considerazioni di vario segno, culturale, sociale, politico e istituzionale.

Colpisce il silenzio assoluto che è stato riservato a una tragedia, perché di questo si tratta, visto che il giovane, così viene definito anche se compirà il mese prossimo 37 anni, è stato a lungo in coma e ancora oggi giace in un letto del Policlinico Gemelli in gravi condizioni.

Infatti non si è trattata di una caduta accidentale ma avvenuta in stretta relazione con la presenza in casa di almeno quattro poliziotti per una perquisizione senza mandato e la risibile richiesta di documenti. Pare che la telefonata al 118 per chiamare una ambulanza sia stata effettuata da uno dei poliziotti ma ancora non si conosce il contenuto, neppure che cosa è stato detto agli infermieri e neanche come è stato registrato il ricovero.

Pare che tutto il quartiere fosse mobilitato per dare una lezione a un presunto molestatore di ragazze ed è davvero incomprensibile che nessuna reazione - su Facebook o su altri mezzi di comunicazione o nelle chiacchiere al bar il cui proprietario è stato intervistato da un importante quotidiano e sentito il 25 agosto nel commissariato coinvolto - si sia manifestata.

In Sicilia si definirebbe omertà. Sembra che la soddisfazione popolare per la solerzia della polizia si esprima con le bocche cucite. D’altronde la congiura è fondata su tanti elementi: l’emarginazione, l’integrazione difficile dei diversi e dei rom in particolare, lo stigma, il disprezzo per l’handicap. Hasib, rom e sordomuto, aveva assunto le sembianze del nemico perfetto.

Il pm Stefano Luciani è orientato a procedere per tentato omicidio ma anche per falso. Questa accusa, sostanzialmente di depistaggio, richiama alla memoria la vicenda Cucchi e quella di Federico Aldrovandi di cui il 25 settembre c’è stato l’anniversario della morte in seguito a un pestaggio immotivato, se non per l’odio verso un giovane (in questo caso davvero, aveva diciotto anni) etichettato come drogato. Anche in quella occasione la gestione della questura di Ferrara fu tutt’altro che limpida, ma ricca di ombre.

Più emergono squarci di luce più lo scenario si fa torbido. Domande inquietanti: perché Hasib non è stato chiamato in commissariato in condizioni efficaci per trasmettere un monito relativo alle sollecitazioni di alcune donne? È vero che uno dei poliziotti, animato da rabbia perché Hasib avrebbe molestato una sua nipote, si sarebbe distinto per farsi giustizia, una giustizia sommaria?

Giustamente il magistrato della procura di Roma si appresta a nominare un perito per cercare di scoprire le modalità della caduta: spinta da parte dei poliziotti, tentativo di fuga per paura o caduta per effetto di una dura colluttazione.

Purtroppo è passato molto tempo e alcuni elementi sono inquinati. C’è da augurarsi solo che non venga riesumata la formula del malore attivo, usata per spiegare la defenestrazione di Pino Pinelli, anarchico, dai locali della questura di Milano.

L’omertà è stata rotta per merito del deputato Riccardo Magi con una interrogazione alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, finora senza risposta. Un silenzio inquietante perché il Parlamento esiste e va rispettato. La società civile non può tollerare una collusione o una protezione dei violenti.

L’INDAGINE PER TENTATO OMICIDIO: I PM SENTIRANNO I POLIZIOTTI. La polizia e l’amico del boss, tutti i misteri sul caso Hasib. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA su Il Domani il 13 settembre 2022

Nel caso Hasib restano ancora molti punti oscuri. Per esempio, perché il 25 luglio scorso gli agenti di polizia sono entrati a casa del disabile sordomuto senza un mandato di perquisizione?

Dopo molto silenzi, durati un giorno intero, la procura ha fatto chiarezza su un dato ormai assodato: ha ammesso che non c’era alcun ordine dei pm per entrare a casa di Hasib. 

Come anticipato da Domani, già alcuni testimoni sono stati sentiti da chi indaga. In particolare la vicina di casa, che si trovava sul balcone e ha sentito il tonfo provocato della caduta di Hasib dalla finestra. Un’altra figura chiave di questa storia potrebbe essere il titolare di un bar di Primavalle, citato in un’indagine sulla ‘ndrangheta. 

GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA

L’INCHIESTA – IL PROBLEMA DELLA PROFILAZIONE IN ITALIA. Gli abusi delle forze dell’ordine su trans e afrodiscendenti. LUIGI MASTRODONATO su Il Domani il 13 settembre 2022

«Se non collabori ti frego e ti mando in Brasile. Puoi anche scappare perché qui non ti faccio più mettere piede». Sono le parole rivolte da un carabiniere a una persona trans brasiliana ricattata sessualmente, ed emerse dalle intercettazioni dell’inchiesta Odysseus.

Gli abusi di potere nei confronti delle persone straniere, tanto più se transessuali, sono un problema anche in Italia, dove vige un sistema collaudato di controlli, fermi frequenti, atteggiamenti aggressivi che troppo spesso sfociano nella violenza. Eppure la profilazione razziale e sessuale è ancora troppo poco indagata e assente dal dibattito pubblico.

Questo articolo è stato prodotto nell'ambito del progetto INGRiD – Intersecting Grounds of discrimination in Italy finanziato dalla Commissione europea. 

LUIGI MASTRODONATO. Giornalista freelance, classe 1990. Scrive di diritti umani, migrazioni, sociale: tematiche che lo hanno ispirato durante gli studi universitari in Scienze politiche, prima a Milano, poi a Bruxelles, con qualche mese di mezzo a Beirut.

Un altro caso Cucchi: Hasib in coma dopo la visita degli agenti di polizia. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA su Il Domani il 12 settembre 2022

Sul caso di Hasib, il disabile precipitato dalla finestra dopo un controllo della polizia, si sa solo che la procura indaga per tentato omicidio. Il dato è scritto nell’atto del 12 agosto con cui il pm Stefano Luciani ordina il sequestro del bastone della scopa e del lenzuolo macchiato di sangue.

Oggetti necessari per capire la dinamica dei fatti e menzionati nella denuncia presentata dalla famiglia di Hasib il 10 agosto, quindici giorni dopo la caduta dell’uomo dal secondo piano della sua abitazione durante la “visita” degli agenti del commissariato. In procura e in questura nessuno vuole parlare, confermare o aggiungere altro.

Cosa è accaduto, dunque, ad Hasib il 25 luglio 2022? Si è buttato dalla finestra, è caduto, è stato spinto? Nessuna certezza, ancora molti punti oscuri. Di certo gli inquirenti, risulta a Domani, hanno già sentito un testimone chiave, una vicina di casa dell’uomo.

Luca Monaco e Fabio Tonacci per la Repubblica il 12 settembre 2022

Fine luglio, un quartiere di Primavalle, le case popolari. Un uomo di etnia rom, sordo, vola dalla finestra della sua abitazione al primo piano durante un controllo della polizia. Sono nove metri di caduta. L'uomo, che si chiama Hasib Omerovich e ha 36 anni, dopo l'impatto va in coma. 

Viene portato in ospedale. Ed è ancora in stato di coma vigile. Nell'abitazione ci sono tracce di sangue e la sorella, che ha assistito a tutto, è sotto shock. Che storia è questa che la madre del ragazzo, il suo avvocato, il rappresentante dell'associazione 21 Luglio che tutela le minoranze rom e il deputato di +Europa Riccardo Magi raccontano nel dettaglio in una conferenza stampa alla Camera? 

La famiglia Omerovich vive da tre anni in un alloggio popolare regolarmente assegnato. Hasib è un uomo problematico. E' disabile e nel quartiere girano strane voci su di lui. Giusto prima della visita della polizia a casa sua avvenuta il 25 luglio, sulla pagina facebook del quartiere è apparso un post con la sua foto e il seguente commento a corredo: "Fate attenzione a questa specie di essere perché importuna tutte le ragazze, bisogna prendere provvedimenti".

Al post segue un tentativo di avvicinamento. La sorella di Hasib, S., anche lei disabile, viene chiamata dal proprietario di un bar della zona, il quale l'avverte che "Hasib ha importunato alcune delle ragazze del quartiere" e che "qualcuno lo vuole mandare all'ospedale". Il barista le chiede di vedersi l'indomani al bar insieme con il fratello, ma l'incontro non ci sarà. 

Esattamente ventiquattro ore dopo, riferisce la famiglia di Hasib, quattro poliziotti in borghese, probabilmente del Commissariato Aurelio o del Primavalle, si presentano presso la casa mentre i genitori non ci sono, perché sono andati dal meccanico, insieme con la sorella più piccola. 

Nell'appartamento ci sono Hasib e S., la sorella disabile. "Hanno suonato, ho aperto la porta...una donna con degli uomini vestiti normalmente sono entrati in casa. La donna ha chiuso la serrranda della finestra del salone, hanno chiesto i documenti a mio fratello, hanno fatto le foto, lo hanno picchiato col bastone. Hasib è caduto e a hanno iniziato a dargli i calci. E' scappato in camera e si è chiuso", ricorda la ragazza. 

Fin qui la ricostruzione è chiara. Poi diventa ingarbugliata. La ragazza dice che Hasib corre in camera sua e chiude a chiave la porta. La porta viene abbattuta dagli agenti in borghese. Dopodiché, il 36 enne cade dalla finestra.

"Loro gli hanno dato calci e pugni, lo hanno preso dai piedi e lo hanno buttato giù", è la versione della sorella. Nella stanza ci sono macchie di sangue sulla coperta del letto, un manico di scopa spezzato che S. sostiene essere stato usato dagli agenti per pestare Hasib e il termosifone sotto la finestra divelto dagli appoggi che lo tengono muro. "Perché mio fratello si era avvinghiato lì, i poliziotti lo tiravano", racconta. Dopo la caduta, Hasib è stato soccorso dagli agenti in borghese a cui si sono aggiunti poliziotti in divisa appena arrivati sul posto. 

Il resoconto di quanto avvenuto è contenuto in un esposto alla procura di Roma che ha aperto un'inchiesta contro ignoti per tentato omicidio in concorso. Il pm è Stefano Luciani, che ha disposto il sequestro del manico di scopa e delle lenzuola macchiate di sangue. Le indagini sono affidate alla Squadra Mobile di Roma. Il deputato Riccardo Magi ha presentato un'interrogazione parlamentare rivolta alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese. "Ci sono degli aspetti da chiarire", dice Magi. "Perché è stato fatto l'intervento a casa Omerovich? C'è un ordine di servizio? La ministra intende prendere provvedimenti disciplinari?" 

Disabile in coma, la mamma di Hasib: "I poliziotti l'hanno massacrato di botte, preso per i piedi e buttato giù dalla finestra come spazzatura". Luca Monaco e Fabio Tonacci su La Repubblica il 12 settembre 2022

La famiglia Omerovich, la madre Fatima con il marito Mehmed Alija, un commerciante di 56 anni, e la figlia 16enne Erika  

Il 37enne che il 25 luglio scorso è volato giù dalla finestra della sua camera da letto dopo un controllo di polizia nell'appartamento popolare che si trova nell'estrema periferia Nord della città, e che il Comune di Roma aveva assegnato regolarmente agli Omerovich nel 2019 con il programma di superamento dei campi rom

"Adesso abbiamo paura anche ad andare all'ospedale a trovare nostro figlio, Hasib amava la vita, non si sarebbe mai buttato da solo dalla finestra. Vogliamo sapere cosa è successo". Scorre la galleria delle immagini sul cellulare e si commuove Fatima Omerovic, davanti all'immagine del figlio che balla sorridente in casa. Perché "Hasib amava la musica, il cinema, anche se non poteva sentire. Era incensurato, non ha mai fatto del male a nessuno".

Parla nella redazione della cronaca di Roma di Repubblica la madre di Hasib, il 37enne che il 25 luglio scorso è volato giù dalla finestra della sua camera da letto dopo un controllo di polizia nell'appartamento popolare a Primavalle, estrema periferia Nord della città, e che il Comune di Roma aveva assegnato regolarmente agli Omerovich nel 2019 con il programma di superamento dei campi rom.

Accanto a Fatima ci sono il marito Mehmed Alija, un commerciante di 56 anni, la figlia 16enne Erika, l'avvocato Arturo Salerni, il deputato di +Europa Riccardo Magi e Carlo Stasolla, il rappresentante dell'associazione 21 Luglio che tutela le minoranze rom. 

Partiamo dall'inizio, dove eravate il 25 luglio scorso.

Fatima: "Io, mio marito e mia figlia Erika siamo usciti di casa alle 10,30 per andare a portare la macchina dal meccanico. In casa c'erano solo Hasib che badava alla sorella Sonita che ha 32 anni, ma è affetta da un ritardo mentale. Alle 13,15 ci ha chiamati la vicina di casa e ci ha detto di correre perché Hasib aveva avuto un problema. Poi ci ha passato gli agenti, loro ci hanno detto che Hasib era caduto ed era stato portato in ospedale con un braccio rotto. Così siamo corsi al palazzo".

Cosa avete visto?

Erika: "Appena siamo arrivati abbiamo incontrato due poliziotti in borghese all'ingresso del palazzo, quando siamo arrivati alla porta di casa abbiamo visto una poliziotta che stava uscendo dall'appartamento per ultima, aveva ancora i guanti in lattice. Ci hanno detto che erano entrati in casa per controllare i documenti di Hasib, che la porta della sua camera era già aperta e che lui si era buttato. Ma Hasib non ha mai tentato gesti del genere in vita sua". 

Quando avete capito che quella versione non quadrava?

Fatima: "Appena sono entrata in casa mia figlia Sonita mi è corsa incontro e mi ha abbracciata. Mi ha portata in camera da letto e mi ha detto che mio figlio era stato picchiato, preso a calci, pugni, a bastonate e che poi i poliziotti l'avevano preso per i piedi e lanciato dalla finestra. Mi ha fatto vedere il manico della scopa spezzato e con cui ha visto che l'hanno percosso. La porta della camera da letto era sfondata, il termosifone divelto dal muro".

Come si sono svolti i fatti, secondo la vostra versione?

Erika: "Mia sorella mi ha ricostruito tutto, mimando ogni cosa. Mi ha detto che avevano suonato dei poliziotti, che mio fratello aveva aperto la porta di casa e che loro sono entrati, erano quattro, in borghese. Tre uomini hanno chiesto i documenti ad Hasib e l'hanno portato in camera da letto, mentre mia sorella è rimasta in salone con la poliziotta donna, che ha abbassato la tapparella, l'ha fatta sedere sul divano e le ha detto di stare buona li".

Poi cosa è successo?

Erika: "Sonita ricorda che a un certo punto si sono sentiti degli strilli, la poliziotta si è alzata dal salone per andare a vedere cosa stesse succedendo e mia sorella l'ha seguita. Ha visto quei tre che pestavano Hasib. Lui era in terra e loro lo prendevano a calci, pugni, a bastonate con manico di scopa. Poi ha visto che l'hanno preso per i piedi e l'hanno buttato giù dalla finestra". 

Come sta adesso suo figlio?

Fatima: "Lo hanno portato al Gemelli, gli hanno fatto giù due interventi di chirurgia maxillo facciale. È vivo per miracolo. Ha avuto una emorragia interna ed è politraumatizzato".

Si dice che nel quartiere ce l'avessero con lui perché molestava le ragazze e che qualcuno avesse pubblicato perfino un post su Facebook scrivendo che bisognava dargli una lezione.

Erika: "Noi di questa cosa non sapevamo nulla, nessuno nel palazzo ci aveva mai riferito una cosa del genere. Solo il 27 o il 28 ci hanno girato il post che una residente aveva pubblicato sul gruppo di quartiere 'Primavalle', ha scritto che mio fratello meritava una lezione. Il giorno prima, il titolare del bar sotto casa mi aveva fermata e mi aveva chiesto se il 25, alle 21 avessi potuto portare mio fratello al bar e fare da traduttrice, perché giravano delle brutte voci su di lui. Mi ha detto che dava fastidio alle donne e che bisognava chiarire la faccenda prima che le cose si fossero complicate. Mi ha detto: "Mi dispiace se poi lo mandano all'ospedale"".

L'ha rivisto quest'uomo?

Erika: "Si il 25 quando sono andata a dirgli quello che era successo mi ha risposto: "Putroppo abbiamo fatto tardi, hanno fatto il lavoro sporco".

Il giorno stesso siete andati in ospedale?

Fatima: "Quando siamo andati al Gemelli il medico ci ha ricevuti e ci ha detto che la situazione era molto grave, che mio figlio era in coma e che bisognava aspettare 48 ore per capire se sarebbe sopravvissuto".

Avete ripreso i suoi effetti personali.

Erika: "Si. Ci hanno consegnato un sacchetto con dei vestiti, che però non sono i suoi. Lui quel giorno indossava dei pantaloni i lunghi di una tuta arrotolati fino alle ginocchia e delle scarpe nere. Loro ci hanno dato dei pantaloncini corti marroni e delle scarpe nere ma con la striscia bianca. Sono abiti diversi, sporchi anche quelli".

Siete andati a chiedere spiegazioni alla polizia?

MehmedAlija: "Siamo andati al commissariato di Primavalle, non ci hanno mai ricevuto negli uffici. Abbiamo parlato con due agenti nel cortile, che ci hanno detto solo che avevano fatto loro l'intervento in casa per identificare mio figlio, perché c'erano state delle segnalazioni e volevano fare delle verifiche. Ho chiesto loro se avessero un mandato di perquisizione o delle denunce, mi hanno risposto espressamente di no. Senza spiegare null'altro". 

Quando vi siete accorti delle tracce di sangue in camera?

Fatima: "Il 27 è venuta a casa mia sorella, abbiamo messo a posto la stanza di mio figlio. Abbiamo preso le lenzuola per fare il bucato e ci siamo accorte che erano intrise di sangue".

Perché avete deciso di denunciare pubblicamente l'accaduto a quasi un mese di distanza?

Fatima: "Perché dopo quello che è successo abbiamo paura di vivere a Primavalle. Chiediamo al Comune di assegnarci una casa in un altro quartiere, per noi lì e diventato troppo pericoloso. Tanto che ci siamo già trasferiti a casa di alcuni parenti. Adesso vogliamo sapere la verità, vogliamo giustia per nostro figlio". 

Estratto dall'articolo di Giuseppe Scarpa e Andrea Ossino per “la Repubblica” il 14 settembre 2022.  

"Alle 12,29, al momento dell'accesso all'abitazione Hasib è scappato dalla finestra lanciandosi dal primo piano". Ecco la primissima verità della polizia. La versione, esplicitata in una prima relazione prodotta dagli agenti del commissariato Primavalle e ora confluita nel fascicolo di indagine per tentato omicidio in concorso aperto dalla procura di Roma, respinge al mittente ogni responsabilità. 

Secondo il documento riservato, Hasib, il 36enne di origini rom che il 25 luglio scorso è volato giù dalla finestra della camera da letto mentre era in corso una identificazione, eseguita di iniziativa, senza un mandato da parte dei pm, "si è lanciato dalla finestra cadendo nel cortile interno del palazzo, dove poi è stato soccorso dal 118 che lo ha trasferito al policlinico Gemelli". Non solo.

La versione ora all'esame della procura prosegue: "Era molesto sebbene sordomuto e al commissariato sono arrivate segnalazioni che lo riguardano, in quanto disturba le donne". 

Al momento i magistrati indagano nei confronti di ignoti per tentato omicidio in concorso. Ma presto potrebbero essere iscritti nel registro degli indagati i nomi degli agenti che hanno eseguito l'intervento in via Gerolamo Aleandro, alla periferia Nord di Roma.

Secondo la famiglia, in casa, al momento dell'ingresso della polizia, c'erano solo Hasib e la sorella Sonita, una 32enne con un ritardo mentale. Sonita ha raccontato di aver visto gli agenti picchiare il fratello e poi tirarlo giù dalla finestra. Stando agli elementi ritrovati in casa, diversi interrogativi non hanno ancora una risposta. 

La 32enne assicura di aver visto tre agenti picchiare Hasib con un manico di scopa nella sua camera da letto: il padre Mehmedalija, la madre Fatima e la sorella 16enne Erika, che in quel momento erano dal meccanico, tornati a casa hanno trovato le lenzuola sporche di sangue e un manico di scopa spezzato. Entrambi gli oggetti sono stati sequestrati dal pm. 

Il braccio rotto

Alle 13,15 la 16enne riceve una telefonata dalla vicina di casa, Francesca. "Tornate a casa, c'è un problema con Hasib", riferisce. A quel punto uno degli agenti presenti le prende il telefono, si qualifica come poliziotto, e dice: "Hasib è ferito, sta bene, si trova in ospedale". La famiglia Omerovic si precipita a casa, alle 13,30 è davanti al portone. Trovano quattro agenti in borghese che spiegano: "Hasib sta bene, ha solo un braccio rotto. E' stato portato con l'ambulanza al Gemelli". In realtà Hasib è già in coma. […]

Chi apre agli agenti

Quando Mehmedalija va a chiedere spiegazioni al commissariato un agente gli dice informalmente: "Abbiamo suonato, la porta è stata aperta da Hasib, lui era molto tranquillo e si è fatto scattare delle foto mentre ci consegnava i documenti". Però Hasib è sordo, non poteva sentire il campanello. È stata invece Sonita ad aprire la porta. […] 

Secondo la famiglia, però, la serranda della camera di Hasib era rotta da tempo, non si apriva se non forzandola. Quando rientrano a casa dopo la caduta, la trovano spalancata. La porta della camera da letto è scardinata, come un termosifone divelto dalla parete.

"Hasib aveva molestato la nipotina di un poliziotto: poi la spedizione punitiva", la pista shock della procura. Luca Monaco, Giuseppe Scarpa su La Repubblica il 17 Settembre 2022. 

L'inchiesta sul disabile caduto dalla finestra: l'ingresso da sceriffi dei quattro agenti a casa del rom sarebbe collegato a un fatto privato. Rimossi i vertici del commissariato

Un ingresso muscolare a casa di Hasib Omerovic lo scorso 25 luglio. Un intervento energico. Forse per intimorire, che poi degenera nel peggiore dei modi. Il 36enne si terrorizza e si butta giù dalla finestra. Il motivo di un ingresso da "sceriffi", a casa del rom, sarebbe collegato a un fatto privato. La nipotina di uno dei quattro poliziotti entrati nell'appartamento in via Gerolamo Aleandro sarebbe stata importunata nel quartiere di Primavalle, periferia nord di Roma, da una persona.

Estratto dall’articolo di Luca Monaco, Giuseppe Scarpa per roma.repubblica.it il 17 settembre 2022.

Un ingresso muscolare a casa di Hasib Omerovic lo scorso 25 luglio. Un intervento energico. Forse per intimorire, che poi degenera nel peggiore dei modi. Il 36enne si terrorizza e si butta giù dalla finestra. Il motivo di un ingresso da "sceriffi", a casa del rom, sarebbe collegato a un fatto privato. La nipotina di uno dei quattro poliziotti entrati nell'appartamento in via Gerolamo Aleandro sarebbe stata importunata nel quartiere di Primavalle, periferia nord di Roma, da una persona. 

Forse proprio da Omerovic? È la domanda che quel giorno ronza nella testa dei quattro agenti. Questa è una pista su cui lavora la procura di Roma e che spiegherebbe anche un atteggiamento particolarmente severo dei poliziotti di fronte al 36enne.

Anche perché sul conto di Omerovic, a Primavalle, iniziano a girare parecchie voci, per nulla positive. Si dice che sia un "molestatore di ragazzine". Niente di provato. Ma il chiacchiericcio circola sempre con maggiore insistenza e induce i poliziotti a voler verificarne l'autenticità prima che qualcuno possa passare alle maniere forti e aggredire il 36enne sulla base di meri pettegolezzi di quartiere. 

L'identificazione, in questo senso, diventa un mezzo per muovere una prima indagine embrionale. Una prima verifica. L'atteggiamento degli agenti però, di fronte all'uomo, è particolarmente intransigente perché uno di loro forse sarebbe coinvolto in prima persona. Il motivo? La sua nipotina è stata disturbata da Omerovic. Il pm Stefano Luciani, che indaga per tentato omicidio e falso, lavora a questa ipotesi. Una pista su cui sono impegnati gli agenti della squadra mobile.

Dalla loro gli agenti hanno delle immagini già recapitate ai magistrati e che proverebbero come il 36enne abbia invece fatto tutto da solo. La prima foto scattata ad Hasib da un investigatore di lungo corso, forse il più esperto dei quattro, mostra il ragazzo seduto, in perfetta salute, con lo sguardo comunicativo e senza alcun segno in volto. […] 

La prima istantanea giocherebbe un ruolo determinante se messa a sistema con la seconda immagine, scattata solo due minuti più tardi e che mostra il 36enne sdraiato in terra dopo la caduta, sul retro del palazzo.

Tra il primo e il secondo scatto, stando agli orari registrati sul cellulare, intercorrerebbero solo due minuti, non di più: è il tempo che si impiega a uscire dall'appartamento e poi a fare il giro dello stabile, percorrendo una seconda rampa di scale, fino al ballatoio sul quale Hasib ha rischiato di morire. […]

Estratto dall'articolo di Andrea Ossino per “la Repubblica - Edizione Roma” il 19 settembre 2022.

La fotografia del corpo di Hasib Omerovic disteso sull'asfalto, dopo essere precipitato dalla finestra della sua camera da letto, non è l'unica istantanea scattata quel giorno. Ci sono alcune fotografie che raccontano ciò che è accaduto in quella casa al primo piano di via al civico 24 di via Girolamo Aleandro, tra il lotti popolari di Primavalle: sono immagini che mal si coniugano con la tesi dei poliziotti, secondo cui Hasib si sarebbe improvvisamente lanciato dalla finestra. 

Piuttosto sembrano confermare il racconto di Sonita, la sorella della vittima, una ragazza che potrebbe non essere ritenuta attendibile per la sua disabilità. A supporto della versione di Sonita ci sono le immagini finite sulla scrivania del pm Stefano Luciani che indaga per falso e tentato omicidio. 

Il sospetto è che si sia trattato di un intervento muscolare, di una spedizione organizzata dagli agenti per intimorire il trentaseienne, nella convinzione che potesse aver infastidito una parente, forse la nipote, di uno dei quattro poliziotti coinvolti. […]

La sequenza di fotografie sono a supporto del racconto della sorella di Hasib. La ragazza dice di aver aperto la porta, «una donna con degli uomini vestiti normalmente sono entrati in casa, la donna ha chiuso la serranda della finestra del salone, hanno chiesto i documenti di Hasib» . Ed effettivamente, dicono i parenti del ragazzo mostrando la prima foto, «sul tavolo del salone abbiamo ritrovato in bell'ordine una serie di documenti e altri effetti personali di Hasib».

«Hanno fatto le foto, lo hanno picchiato con il bastone», continua il racconto che Sonita ripete da quel giorno come un mantra. La seconda immagine mostra infatti «il bastone di una scopa spezzato all'interno della camera da letto». «Hasib è caduto e hanno iniziato a dargli i calci, è scappato in camera e si è chiuso in camera loro hanno rotto la porta, gli hanno dato pugni e calci», prosegue la ragazza rendendo altre tre foto sospette. 

La prima ritrae «la serratura della porta d'ingresso della camera di Hasib: è completamente divelta ed è stata rinvenuta smontata, a terra, dietro a un secchio della camera". I segni sullo stipite mostrano con ogni evidenza che la porta è stata sfondata, mentre la seconda e la terza foto, quelle che ritraggono i resti di un ventilatore adagiati per terra e «la tubatura esterna del termosifone della camera da letto di Hasib sradicata dal muro», sembrano elementi caratteristici di una colluttazione. […]

E poi ci sono tutti gli altri elementi, le altre foto, le macchie che sporcano di sangue il ponte di Brooklyn e lo skateboard stampati sulla felpa grigia indossata da Hasib, le macchie ematiche sulle lenzuola verdi e le immagini che certificano l'unica verità: Hasib disteso sull'asfalto, dopo un volo di 9 metri. «Lo hanno preso dai piedi e lo hanno buttato giù», dice Sonita. Una dichiarazione che ha portato la procura a ipotizzare il reato di tentato omicidio.

Estratto dall'articolo di Rinaldo Frignani per il “Corriere della Sera - Edizione Roma” il 19 settembre 2022.

Il sospetto che almeno un agente che doveva essere di riposo, appartenente a uffici diversi dalla polizia giudiziaria del commissariato Primavalle, delegati a compiere indagini rispetto ai colleghi incaricati del pattugliamento del territorio, si trovasse invece nel pomeriggio del 25 luglio scorso nell’appartamento di via Gerolamo Aleandro, solo a poche centinaia di metri dal distretto, da dove Hasib Omerovic è volato dalla finestra della camera da letto.

Una nuova ipotesi si affaccia sul caso del ferimento del 36enne rom, sordomuto dalla nascita, tuttora in prognosi riservata al Policlinico Gemelli: non è più in pericolo di vita e potrebbe essere interrogato da chi indaga quando i medici daranno l’ok sulla base delle sue condizioni di salute.  

Lo stesso sarà fatto, in audizione protetta, con la sorella di 31 anni, affetta da gravi problemi psichici, unica testimone diretta dell’irruzione in casa da parte di 4 poliziotti in borghese, come raccontato nell’esposto presentato in procura il 10 agosto scorso dai genitori. […]

Grazia Longo per “La Stampa” il 14 settembre 2022.  

C'è una testimone del volo dalla finestra di Hasib Omerovic. Si tratta della vicina di casa del quarto piano, C. G., brasiliana che parla benissimo l'italiano e che lavora come mediatrice culturale.

Che cosa ha visto esattamente la mattina del 25 luglio scorso?

«Stavo annaffiando le piante sul balcone e quindi guardavo verso il basso: all'improvviso ho visto Hasib cadere giù. Non riuscivo a credere ai miei occhi eppure l'ho visto proprio mentre precipitava dalla finestra». 

È riuscita a capire se lo avevano spinto o se si era buttato lui di sua iniziativa?

«No, sinceramente non ho potuto rendermi conto di questo. Dall'alto, dal punto in cui mi trovavo io, non sono riuscita a distinguere se la caduta fosse spontanea o indotta da qualcun altro».

Ma lo ha visto cadere di spalle o con il viso rivolto verso di lei?

«Sinceramente questo non lo ricordo. Ero troppo scioccata, ancora adesso al ricordo mi tremano le gambe». 

E dopo, ha notato qualcuno vicino al corpo del giovane?

«Sì, dopo un po' sono arrivati i poliziotti nel cortile». 

Che cosa facevano?

«Cercavano di aiutarlo. Hasib aveva provato a spostarsi, si è trascinato fin quasi alla ringhiera ma poi non ce l'ha fatta più a muoversi e i poliziotti gli stavano prestando i primi soccorsi in attesa dell'ambulanza». 

Lei era sola in casa?

«No, c'era anche mio figlio. Ma stava dormendo quindi lui non ha visto niente».

Prima di assistere al volo dalla finestra, ha sentito provenire urla o lamenti dall'appartamento di Hasib? Ha udito richieste di aiuto?

«No, non ho sentito nulla anche perché lui abita al piano terreno-piano rialzato e io al quarto. Hasib è sordo ma comunica, oltre che con i gesti, con dei suoni gutturali. La sorella disabile che era in casa con lui, Sonita, parla, ma ripeto io non ho sentito alcun trambusto quella mattina. Solo la scena a cui ho assistito con i miei occhi». 

Ha comunicato questi particolari alla polizia?

«Sì, sono stata interrogata e ho detto tutto quello che ho visto e che so. Spero proprio che si chiarisca quello che è accaduto con quei quattro poliziotti. Certo, però è un peccato che i due fratelli disabili fossero soli in casa. Io mi domando: ma com'è possibile che, in assenza dei loro genitori, non ci fosse con loro un educatore, un assistente sociale? La loro madre, Fatima, mi aveva detto che erano seguiti da un assistente sociale ma io non ho mai visto nessuno. E credo non sia giusto perché persone con questi handicap non possono essere abbandonate in un quartiere popolare com'è Primavalle. Perché altrimenti va a finire che al degrado si aggiunge degrado».

Un post su Facebook segnalava che Hasib molestava donne e ragazzine del quartiere. Era a conoscenza di episodi del genere?

«Sapevo che girava questa voce, ma io personalmente non ho mai visto Hasib dare fastidio a qualcuno. Girava sempre con un passeggino vecchio per recuperare oggetti dai cassonetti della spazzatura, salutava a modo suo quando lo incrociavo per strada, ma non so dire se le voci sulle presunte molestie corrispondano alla realtà». 

La famiglia di Hasib si era integrata nel palazzo?

«Non credo ci fossero pregiudizi nei loro confronti, ma non so fino a che punto fossero inseriti nel tessuto sociale locale. Stavano molto per conto loro e spesso litigavano forte tra di loro, tanto che qualcuno chiamava la polizia per sedare le liti. Siamo di fronte a una vicenda molto triste. Non solo perché c'è un giovane disabile in coma in ospedale e perché non si sa se sia stato lanciato giù di proposito o se si sia buttato lui per scappare, ma perché il tutto è avvenuto in un quartiere difficile. In un'area della città con mille problemi di cui però non interessa niente a nessuno. Oggi qui è pieno di giornalisti, ma di solito siamo abbandonati a noi stessi».

Il blitz scattato per un'accusa web di molestie. La "squadretta speciale" al pm: "Sua la reazione violenta. Il tentativo di salvarlo". Stefano Vladovich il 14 Settembre 2022 su Il Giornale.

La finestra chiusa nonostante l'afa. I vetri infranti a terra, lo scotch sull'infisso al mezzanino di una palazzina popolare. E poi loro, i quattro agenti di polizia, tre uomini e una donna, della «speciale» di Primavalle, intervenuti dopo una segnalazione su un omone che si aggira tra i cassonetti a spaventare le donne. E adesso accusati di tentato omicidio.

Cosa è accaduto il 25 luglio nell'appartamento assegnato agli Omerovic in via Gerolamo Aleandro 24 lo vogliono capire gli stessi poliziotti del commissariato locale e della questura di Roma. Niente mandato, nessuna denuncia scritta, eppure gli elementi raccolti suggeriscono il blitz in casa di Hasib, 36 anni, sordomuto dalla nascita, con una sorella più piccola disabile, con importanti ritardi mentali. I quattro si sarebbero giustificati spiegando che in alcuni casi si può intervenire anche senza un mandato della Procura. Quali? Il sospetto di armi e droga. Di certo l'uomo, incensurato, che versa in condizioni gravissime all'ospedale Agostino Gemelli da 50 giorni, non aveva fatto mai male a nessuno, tanto meno era uno spacciatore. Lo raccontano gli abitanti del quartiere che lo vedevano tutti i giorni rovistare nella spazzatura. Ma tutto questo gli agenti non lo sanno. Le segnalazioni arrivate, anche attraverso i social, parlano di un personaggio inquietante.

A far scattare l'allarme un episodio accaduto il giorno prima. È domenica pomeriggio, una donna, Paola Camacci, cammina con la figlia quando vede Hasib che fotografa la ragazza. «Gli ho detto: Guarda che ti ho fotografato pure io - racconta -, ma lui ci ha seguito fino all'androne del nostro palazzo, siamo morte di paura». È così che nasce il post, ora rimosso, con l'immagine di Hasib che urla accanto a un passeggino colmo di rifiuti. Bisogna prendere provvedimenti» concludeva la chat. «Ma io non ho sporto nessuna denuncia» chiarisce la donna. Ai poliziotti, però, basta. La «squadretta» della polizia, agenti abituati ad agire in borghese per combattere lo spaccio di droga in una zona ad alto rischio, interviene il giorno dopo.

«Come tutti i sordomuti Hasib emette suoni gutturali quando cerca di farsi capire - spiega un uomo -, a qualcuno faceva paura, specialmente la sera. Ma era innocuo». Gli agenti decidono di fare la perquisizione. Non è chiaro se di questo ne fosse a conoscenza il dirigente del commissariato, fatto sta che i quattro bussano alla porta degli Omerovic, una famiglia di etnia rom trasferita da un campo sosta in un'abitazione assegnata dal comune di Roma. La madre di Hasib, Fatima Sejdovic, non c'è. Il padre nemmeno. Disoccupati, i quattro vivono con le pensioni di invalidità dei figli e, a detta dei vicini, non hanno faticato a inserirsi nel tessuto sociale di Primavalle. Una famiglia, comunque, ai margini. I dirimpettai delle palazzine di via Pietro Bembo raccontano che Hasib veniva spesso picchiato dai genitori.

I quattro entrano, cosa succede esattamente è riportato nell'informativa che la polizia ha già inviato ai pm Michele Prestipino e Stefano Luciani che hanno aperto un fascicolo per tentato omicidio. Porte e finestre chiuse, nessuno sente quello che dicono i quattro al 36enne. A un certo punto nell'appartamento scoppia il finimondo. Il manico di una scopa spezzato, la porta della camera sfondata, un termosifone divelto e poi tracce di sangue: è la scena fotografata dai legali degli Omerovic. La sorella che mima il gesto del fratello che si aggrappa al calorifero. È Hasib ad afferrare la scopa e a scagliarla contro i poliziotti o viceversa? Secondo i quattro la situazione sfugge di mano per la reazione dell'uomo. Ma tutti gli indagati sostengono con fermezza che non l'hanno gettato loro dalla finestra. «Abbiamo cercato di salvarlo» mettono a verbale.

Giù dal balcone, Hasib in coma. "Quei 4 agenti senza mandato". Inchiesta sulla perquisizione a casa di Omerovic. La teste: "Ho visto i poliziotti in cortile". La Cucchi: "Chiarezza". Tiziana Paolocci il 14 Settembre 2022 su Il Giornale.

«Hasib era a terra, la schiena coperta di sangue. Si batteva le mani sulle gambe, come per far capire che era stato preso per i piedi...». Gli abitanti di via Gerolamo Aleandri, nel quartiere di Primavalle, a Roma, hanno impressa negli occhi la scena che si sono trovati davanti il pomeriggio del 25 luglio, quando Hasib Omerovic, 36 anni, sordomuto di etnia rom, senza parlare aveva detto abbastanza.

L'uomo era finito nel reparto di rianimazione del Gemelli piombando giù per otto metri dal primo piano, dopo un controllo effettuato nella casa popolare assegnata a genitori e sorelle (una disabile come lui) da parte di quattro poliziotti. Quattro agenti, che non avevano ricevuto però alcun mandato di perquisizione da parte della Procura. Lo svelano le indagini che i pm di piazzale Clodio stanno conducendo insieme alla squadra mobile. Il fascicolo, per ora contro ignoti, è aperto per tentato omicidio, mentre il capo della polizia Lamberto Giannini ha fatto sapere che «segue in prima persona» le indagini.

Sarà da chiarire se si sia trattato di una perquisizione coordinata da un funzionario o di una decisione presa dai poliziotti, che saranno ascoltati presto. Ma la vicenda riporta alla mente le agghiaccianti immagini di Stefano Cucchi. Hasib, invece, si è salvato, dopo essere rimasto ricoverato nella rianimazione del Policlinico Gemelli fino al 27 agosto scorso. I familiari del disabile, assistiti dall'avvocata Susanna Zorzi, vogliono chiarezza. «Non mi fermerò fino a quando non saprò la verità» dichiara la mamma, Fatima Sejdovic - ora abbiamo paura, ci sentiamo seguiti e minacciati».

A trovare il 36enne, a una ventina di metri da dove era caduto, era stato il 118. Ma la sorella Sonita, presente al momento della perquisizione, aveva subito puntato il dito contro i quattro agenti in borghese. «Hanno chiesto i documenti di mio fratello, hanno fatto le foto, lo hanno picchiato con un bastone - ha raccontato Sonita -. Hasib è caduto e hanno iniziato a dargli calci. È scappato in camera: loro hanno rotto la porta, gli hanno dato calci e pugni, poi lo hanno preso per i piedi e lo hanno buttato giù».

Ora si attendono i rilievi sul manico di scopa spezzato e su un lenzuolo macchiato di sangue già sequestrati. I familiari hanno anche messo a disposizioni della Procura foto in cui è visibile un termosifone parzialmente staccato dal muro e sangue intorno alla porta della stanza in cui Hasib si sarebbe rifugiato.

Secondo il legale della famiglia Omerovic a portare la polizia nell'abitazione di via Aleandri sarebbe stato un post, poi sparito, sulla pagina Fb di quartiere, in cui si accusava Hasib di molestie. Nel post una sua foto e l'avvertimento a fare attenzione «a questa specie di essere che importuna le ragazze». E una minaccia: «Bisogna prendere provvedimenti». Per questo i poliziotti di Primavalle si sarebbero presentati per identificare il soggetto e forse prevenire violenze di genere. «È un ragazzo buono dicono in via Aleandri spesso qualcuno qui gli regala cose da mangiare. Temiamo che venisse maltrattato, costretto a raccogliere oggetti nei cassonetti. Di notte lo abbiamo sentito lamentarsi». «Quel giorno l'ho visto attaccato a quella ringhiera - spiega Loredana, una testimone - c'era anche una donna che gli agenti chiamavano dottoressa. A lui dicevano non ti muovere, ma lui si voleva alzare. Si è alzato, è arrivato fino a qui (indica pochi metri più avanti) poi si è accasciato. Penso al dolore che poteva provare, era tutto rotto, aveva gli occhi di fuori». Hasib è ancora grave in ospedale. Nella zona dello stabile sarebbero stati presenti 8-10 agenti, alcuni in borghese. Presto potrebbero arrivare i primi indagati.

«Mi auguro che venga fatta chiarezza a 360 gradi senza fare sconti a nessuno», ha commentato Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, candidata al Senato con l'alleanza Sinistra Italiana-Verdi. L'eurodeputato di S&D, Massimiliano Smeriglio ha annunciato che presenterà un'interrogazione al Parlamento europeo e Loredana De Petris, di Leu al Senato.

Hasib giù dal balcone: tutti i punti da chiarire e l'ipotesi depistaggio. Fascicolo per ora contro ignoti: gli indagati salgono a 8, i pm pronti a sentire gli agenti. Stefano Vladovich il 15 Settembre 2022 su Il Giornale.

Quaranta giorni di silenzio, poi l'inchiesta. Nel blitz in casa Omerovic, a Primavalle, i punti che non tornano ai magistrati sono molti. A cominciare dal post su Fb che avrebbe mosso la «squadretta» della polizia giudiziaria. La donna che il 24 luglio l'ha messo in rete nel gruppo di quartiere viene ascoltata 9 giorni fa dalla squadra mobile romana, ben 42 giorni dopo il fatto.

Eppure la sua testimonianza è fondamentale per chiarire il motivo che spinge la polizia a interrogare un possibile molestatore, senza mandato della Procura e senza denuncia scritta e orale. Dunque senza i requisiti necessari, la flagranza di reato o il sospetto di armi e droga, per intervenire. La relazione di servizio è stata fatta in un secondo momento? E perché arriva alla «mobile» solo dopo che scoppia il caso? Oltre ai quattro agenti in borghese, chi c'era nell'appartamento al piano rialzato di via Gerolamo Aleandro 24? I poliziotti si presentano da un disabile, sordomuto, senza alcun sostegno. Il dirigente del commissariato sapeva quello che faceva la «speciale»? Gli indagati per tentato omicidio, intanto, salgono a otto e non si esclude che si possa procedere anche per falso e depistaggio. Sul posto, dopo il volo di otto metri e mezzo di Hasib, i residenti vedono altri poliziotti, tutti in divisa. La versione che riportano ai genitori, Mehmedalija Omerovic e sua moglie Fatima Sejdic, quando rientrano con la figlia Erika, parla di un accertamento in quanto il figlio avrebbe molestato delle donne nel quartiere. «Improvvisamente sentiamo aprire le tapparelle della camera da letto e vediamo Hasib gettarsi dalla finestra» spiega loro un poliziotto di Primavalle, tale Andrea. Forse questo è l'unico punto certo. Il 36enne si sarebbe gettato nel cortile interno, che non è però allo stesso livello del piano stradale, per fuggire. Il perché lo mima a gesti la sorella Sonita, una donna di 30 anni che ha però gravi disturbi psichiatrici: le botte. Hasib potrebbe aver reagito male all'irruzione degli agenti, anche se la polizia racconta al padre che il figlio era calmo e con tranquillità avrebbe consegnato loro i documenti. Ma il sangue a terra e sul letto, il termosifone divelto nel tentativo di sottrarsi alle guardie, la porta sfondata dicono il contrario. Cioè che la mattina del 25 luglio in quell'appartamento la situazione deve essere sfuggita di mano ai poliziotti. Ma ancora non si può escludere del tutto che a spingere l'uomo di sotto siano stati gli agenti.

Il manico della scopa spezzato in due: l'ha scagliato Hasib per difendersi o è stato usato per picchiarlo? Oppure, terza ipotesi, a romperlo è stato il padre del disabile, visto che i dirimpettai di via Pietro Bembo raccontano che il giovane veniva picchiato dagli stessi genitori? L'intervento fin troppo tempestivo alle case popolari.

Gli agenti conoscevano già il soggetto, probabilmente era stato già attenzionato tanto che basta un post sui social di quartiere per farli arrivare all'indirizzo giusto. «Non ho fatto nessuna denuncia in polizia» ribadisce Paola Camacci. La donna, spaventata da Hasib, scrive in rete di «fare attenzione a questa specie di essere perché importuna tutte le ragazze». Dalla foto di Hasib alla comparsa degli agenti in casa è un attimo. Sull'esposto i genitori insistono: «Hasib non avrebbe potuto aprire perché non sente. E anche se la sorella gli avesse fatto capire che suonava qualcuno alla porta, gli abbiamo sempre raccomandato di non aprire a nessuno».

Disabile vola giù dalla finestra durante una perquisizione: «Pestato dagli agenti». Il tragico episodio è stato denunciato alla Camera da Riccardo Magi: gli agenti avrebbero fatto irruzione in borghese, senza un mandato. Il 37enne di origini rom ora è in coma, i pm indagano per tentato omicidio. Valentina Stella su Il Dubbio il 13 settembre 2022.

Un uomo sordomuto in coma, un volo dal balcone, dei poliziotti sulla scena, e tanti punti da chiarire. È questa la sintesi della drammatica vicenda del giovane di etnia rom Hasib Omerovic, disabile di 37 anni, precipitato il 25 luglio dalla finestra di un appartamento di uno stabile di edilizia popolare a Primavalle nel corso di un presunto controllo delle forze dell’ordine. La storia è stata resa nota oggi durante una conferenza stampa convocata dall’onorevole Riccardo Magi, Presidente di +Europa, alla Camera dei deputati. Con lui erano presenti Fatima Sejdovic, la madre della vittima, Carlo Stasolla, portavoce di Associazione 21 luglio, e gli avvocati della famiglia Susanna Zorzi e Arturo Salerni.

«Questa è una vicenda tragica – ha esordito il parlamentare radicale -, resa ancora più sconvolgente dalla mancanza di chiarezza e verità in cui è avvolta. La famiglia ha deciso di renderla nota affinché l’attenzione pubblica aiuti a sapere la verità». Magi ha presentato una interrogazione a risposta scritta rivolta al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, non potendosi utilizzare lo strumento dell’interpellanza urgente essendo sciolte le Camere. Nell’atto di sindacato ispettivo è riassunto l’esposto presentato dalla famiglia alla Procura della Repubblica di Roma, grazie alla testimonianza della sorella di Hasib, presente quel giorno in casa: «Il 25 luglio mattina H., sordomuto, si trovava nella sua abitazione a Roma con sua sorella S., disabile, mentre i genitori e la sorella E. erano fuori casa, quando presso l’abitazione si recano quattro agenti della Polizia in borghese; il giorno precedente, la sorella E. era stata avvicinata dal proprietario di un bar della zona che le aveva riferito che stava girando su Facebook un post “perché H. ha importunato alcune ragazze del quartiere e lo vogliono mandare all’ospedale”, chiedendo di vedersi anche con H. il giorno dopo per parlarne; il post sarebbe stato rimosso, ma i familiari sono in possesso di uno screenshot allegato agli atti; il testo, accompagnato dalla foto del ragazzo, recitava: “FATE ATTENZIONE a questa specie di essere, perché importuna tutte le ragazze bisogna prendere provvedimenti”».

Il giorno della tragedia alle 13.12, prosegue l’interrogazione, «la sorella E. riceveva una telefonata della vicina che li invitava a tornare immediatamente a casa e che passava il cellulare a un agente, il quale li avvisava che H. era ferito e si trovava all’ospedale; rientrati a casa, alcuni agenti in borghese li rassicuravano circa le condizioni del figlio, che “aveva solo un braccio rotto”; in realtà H. era ricoverato al Gemelli in rianimazione con prognosi riservata; tuttora è polifratturato, ha subito un intervento chirurgico al volto e si trova in uno stato di coma vigile, tanto che non è gli è possibile comunicare». Sempre secondo quanto riportato nell’esposto, «nei giorni successivi un agente del commissariato di Primavalle avrebbe riferito informalmente ai familiari che H. avrebbe “infastidito molestandole alcune ragazze del quartiere”, per cui gli agenti si sarebbero recati nella sua abitazione per chiedere l’esibizione dei documenti; secondo il racconto dell’agente, H. sarebbe rimasto tranquillo, tanto che gli stessi gli avevano scattato delle foto, ma mentre stavano andando via, avrebbero sentito alzare la tapparella della finestra della camera da dove H. si sarebbe buttato».

La sorella S., unica testimone oculare della vicenda, pur essendo affetta da disabilità, ha raccontato «in modo chiaro sia ai genitori che all’amministratore di sostegno: “ho sentito suonare e ho aperto la porta… una donna con degli uomini vestiti normalmente sono entrati in casa.La donna ha chiuso la serranda della finestra del salone… hanno chiesto i documenti di H. Hanno fatto le foto… lo hanno picchiato con il bastone, H. è caduto e hanno iniziato a dargli i calci… è scappato in camera e si è chiuso… loro hanno rotto la porta… loro gli hanno dato pugni e calci… lo hanno preso dai piedi e lo hanno buttato giù”». Nell’esposto i familiari riferiscono, allegando le foto, che «la serratura della porta di ingresso della camera di H. è completamente divelta, la tubatura esterna del termosifone sradicata dal muro, il rinvenimento del bastone di una scopa spezzato e di sangue sul lenzuolo».

Durante la conferenza stampa a domanda di un giornalista, l’avvocato Salerni ha escluso, in base alle testimonianze raccolte, che il volo dalla finestra sia stato preceduto da una spedizione punitiva del quartiere contro Hasib. E allora, se c’erano solo i poliziotti, perché sono entrati a casa di Hasib? Avevano un mandato? Hasib è stato prima picchiato e poi lanciato dalla finestra dagli agenti? Forse hanno pensato che essendo l’appartamento a piano terra, anche la finestra non avesse un vuoto di 9 metri sotto? C’è un verbale della perquisizione? Sono stati effettuati dei rilievi da parte della polizia giudiziaria? Queste sono alcune delle domande a cui dovrà rispondere il pubblico ministero Stefano Luciani, che ha disposto il sequestro del manico di scopa e delle lenzuola macchiate di sangue. Le indagini sono affidate alla Squadra Mobile di Roma. Si indaga per tentato omicidio in concorso.

Per tutto questo l’onorevole Magi chiede alla ministra «se sia a conoscenza della vicenda riportata in premessa e se, al di là dei profili di competenza dell’autorità giudiziaria, non ritenga di avviare con la massima urgenza un’indagine interna per fare luce sugli obiettivi e le modalità dell’intervento della polizia di Stato e su eventuali violazioni anche disciplinari poste in essere, se vi sia un rapporto di servizio sull’intervento e quale sia il contenuto dello stesso».Stasolla ha annunciato di aver lanciato con l’Associazione 21 luglio due appelli: «Uno al Comune di Roma per una nuova abitazione per la famiglia di Hasib. Era stata loro regolarmente assegnata ma se ne sono dovuti andare per il clima che c’è intorno. E un altro al Capo della Polizia Lamberto Giannini affinché si adoperi a far luce sulla vicenda». La madre di Hasib ha concluso: «Voglio sapere la verità e voglio giustizia per mio figlio. Ha 37 anni e non ha precedenti. So che non ha fatto male a nessuno».

Caso Hasib Omerovic, la procura: “Agenti in casa senza mandato”. Nuovi dettagli sul tragico episodio a Primavalle denunciato alla Camera. Gli agenti coinvolti saranno sentiti nell'ambito dell'indagine per tentato omicidio. Cucchi: «Attendiamo risposte». Valentina Stella su Il Dubbio il 14 settembre 2022.

Nessun mandato di perquisizione da parte della Procura di Roma. È quanto emerge, secondo l’Ansa, dai primi accertamenti svolti nell’ambito dell’indagine sul caso di Hasib Omerovic, il sordomuto di etnia rom precipitato dalla finestra del suo appartamento a Roma lo scorso 25 luglio mentre in casa sua si trovavano quattro agenti in borghese della Polizia di Stato.

Sarebbe stato il post apparso sulla pagina Facebook di quartiere in cui si accusava direttamente l’uomo di molestare le donne a spingere la Polizia ad effettuare un controllo nell’abitazione di Hasib. Un controllo «preventivo», come avviene spesso in casi analoghi. Proprio il giorno prima della vicenda sul social network era comparso un post – poi cancellato – con la foto di Omerovic e l’avvertimento di fare attenzione «a questa specie di essere che importuna le ragazze». Seguito da una minaccia: «bisogna prendere provvedimenti». Un post, secondo quanto si apprende, che non è sfuggito ai poliziotti del commissariato Primavalle che infatti il giorno dopo si sono presentati in quattro, tre uomini e una donna, a casa di Omerovic e hanno bussato alla porta. Un controllo per identificare il soggetto ma soprattutto un’iniziativa, viene sottolineato all’Ansa, per prevenire eventuali violenze visto che spesso, in passato, proprio il mancato intervento in anticipo è sfociato in violenze e femminicidi. La necessità di agire tempestivamente, anche in assenza di denuncia, sarebbe dunque la motivazione che ha portato i poliziotti a casa dell’uomo. Ora chi indaga sull’accaduto dovrà chiarire se sia trattata di una perquisizione di iniziativa coordinata da un funzionario o di una decisione presa dagli agenti che verranno sentiti nei prossimi giorni dagli inquirenti. Questo significa che sono stati quindi identificati: un primo passo avanti rispetto all’opacità che avvolge tale caso, balzato alla cronaca nazionale grazie all’iniziativa del parlamentare radicale Riccardo Magi, Presidente di +Europa, e al presidente dell’Associazione 21 luglio Carlo Stasolla.

Gli uomini della Squadra mobile della capitale, a cui la Procura di Roma ha delegato le indagini, hanno ascoltato intanto i vicini di casa della famiglia Omerovic. L’intenzione è quella di muoversi velocemente sia per rispondere alla domanda di verità della famiglia del 37enne, che resta in ospedale in coma vigile senza possibilità di fornire la sua versione, ma anche a tutela dei poliziotti, per i quali vale come per tutti la presunzione di innocenza, ça va sans dire. Per ora i magistrati Stefano Luciani, che ricordiamo essere stato il pm  del processo sul cosiddetto depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio, e Michele Prestipino procedono per tentato omicidio in concorso contro ignoti. Bisogna capire se Hasib è stato lanciato dagli agenti o se si è buttato per sfuggire ad un pestaggio. La famiglia Omerovic esclude categoricamente un tentativo di suicidio. Tutto dipenderà da quanto saranno ritenute credibili le dichiarazioni della sorella di Hasib che era in casa con lui al momento dei fatti: anch’ella disabile (psicofisica), è l’unica testimone oculare dei tragici fatti di quel giorno. Poi saranno importanti anche le voci dei vicini. Nel quartiere popolare di Primavalle le persone, i testimoni, chi sa qualcosa hanno paura di parlare ma come ci ha detto l’avvocato Arturo Salerni, che assiste la famiglia Omerovic insieme alla collega Susanna Zorzi, «alcune collaborazioni ci sono state. Domani chiederemo anche noi di essere ascoltati dalla Procura. Ma ci preme soprattutto che il Ministro dell’Interno Lamorgese dia subito una risposta all’interrogazione fatta dall’onorevole Riccardo Magi».

Sulla vicenda è arrivato anche il breve commento di Ilaria Cucchi dal suo profilo twitter: «Chiediamo che sia fatta piena luce sui gravissimi fatti avvenuti il 25 luglio nella casa di Hasib Omerici-Sejdovic alla presenza delle forze dell’ordine. Io terrò gli occhi bene aperti su tutte le violazioni dei diritti umani». Non poteva mancare quello di Luigi Manconi, Presidente dell’associazione A buon diritto: «La prima condanna per l’omicidio di Stefano Cucchi è arrivata dopo 10 anni, quella per la morte di Giuseppe Uva e di molti altri non c’è mai stata. Quanto tempo ci vorrà per la verità su Hasib Omerovic? E com’è possibile che oggi, in Italia, nella città di Roma, ci vogliano 50 giorni per apprendere un simile fatto?». Noi aggiungiamo: come mai si muore o si rischia di morire nelle mani dello Stato? Ricordiamo alcuni nomi, grazie proprio alle storie raccolte da A buon diritto: «Andrea Soldi, 45 anni, nell’agosto 2015 viene sottoposto contro la sua volontà a un violento Tso a seguito del quale perde la vita. Stefano Cucchi muore il 22 ottobre 2009 dopo aver attraversato undici luoghi delle istituzioni e non essere stato tutelato in nessuno di questi. Federico Aldrovandi, 18 anni, muore all’alba del 25 settembre 2005 a Ferrara sotto i colpi infertigli da quattro agenti di polizia. Nella notte tra il 14 e il 15 giugno 2008 Giuseppe Uva muore a Varese dopo una notte passata nella caserma dei carabinieri».

E' sordomuto dalla nascita, la madre: "Famiglia devastata, costretti ad andare via". La storia di Hasib, la gogna sui social e il volo dalla finestra dopo il pestaggio della “polizia”: è in coma, “lo hanno buttato giù”. Ciro Cuozzo su Il Riformista il 12 Settembre 2022 

Chiedono giustizia per Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto dalla nascita in coma vigile da 50 giorni all’ospedale Gemelli di Roma dopo essere precipitato dalla finestra di casa, da una altezza di circa otto metri in seguito a un violento pestaggio avvenuto il 25 luglio scorso ad opera di quattro persone qualificatesi come agenti di polizia, ma su quest’ultimo aspetto va fatta chiarezza. La vicenda di Hasib è stata denunciata oggi, lunedì 12 settembre, in una conferenza stampa alla Camera dei Deputati organizzata dal deputato Riccardo Magi (+Europa) e da Carlo Stasolla, portavoce dell’associazione 21 luglio, e alla quale hanno partecipato la madre di Hasib, Fatima Sejdovic e gli avvocati della famiglia, Arturo Salerni e Susanna Zorzi.

La famiglia del 36enne, di origine rom, composta dai genitori e da quattro figli, di cui due minori e due disabili adulti, da circa tre anni è fuoriuscita dall’insediamento di provenienza per fare ingresso in un’abitazione dell’edilizia residenziale pubblica in zona Primavalle, a Roma. E’ qui che il 25 luglio scorso è avvenuta la brutale aggressione in casa, prima del volo dalla finestra di Hasib, ricoverato coma in ospedale.

Il 5 agosto scorso la madre e il padre di Hasib hanno depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Roma (che ha aperto un fascicolo contro ignoti per tentato omicidio in concorso) nel quale vengono riportati i fatti che sarebbero accaduti nei giorni precedenti. Tutto sarebbe nato da un post pubblicato su Facebook in un gruppo di quartiere (e successivamente cancellato) nel quale viene messo in cattiva luce il 36enne. “Fate attenzione a questa specie di essere perché importuna tutte le ragazze, bisogna prendere provvedimenti” c’è scritto nel commento alla foto dello stesso Hasib.

Dopo la pubblicazione del post (poi rimossa) viene contattata la sorella di Hasib, anche lei disabile. A cercarla è il proprietario di un bar della zona che avverte la donna sulle voci che stanno girando nel quartiere sul fratello e sull’intenzione di alcune persone di volerlo “mandare in ospedale.

Il 25 luglio, pochi giorni dopo quel post, Hasib e la sorella, da soli in casa, ricevono la visita di quattro persone che, senza mandato, si qualificano come agenti della polizia. Entrano in casa e dopo aver controllato i documenti del 36enne, inizia – stando alla testimonianza della sorella – la brutale aggressione. Hasib viene picchiato con un bastone e poi preso a calci e pugni. Prova a rifugiarsi nella sua camera ma le quattro persone – una donna e tre uomini – sfondano la porta e continuano a picchiarlo. L’esposto riporta inoltre che, quando i presunti agenti escono dall’abitazione, il corpo di Hasib giace insanguinato sull’asfalto, dopo essere precipitato dalla finestra della sua camera da un’altezza di circa 8 metri, andando a impattare sul manto del cemento sottostante. Secondo la testimonianza della sorella, Hasib sarebbe stato presi “per i piedi e buttato giù” dagli agenti.

All’interno dell’abitazione sarebbero stati successivamente rinvenuti il manico di una scopa spaccato in due e numerose macchie di sangue su vestiti e lenzuola. La porta della camera di Hasib sarebbe risultata sfondata. Portato in ospedale a causa dei numerosi traumi, il 36enne è da 50 giorni in gravissime condizioni. Dopo i primi giorni in cui era in pericolo di vita, adesso è in coma vigile.

“Voglio conoscere la verità di quanto accaduto in quei drammatici minuti dentro la mia abitazione», ha dichiarato Fatima Sejdovic, madre di Hasib che quel giorno era fuori casa con il marito e i due figli piccoli per sbrigare alcune commissioni. “Mio figlio ora è in coma, la vita della mia famiglia irrimediabilmente devastata. Ci siamo dovuti allontanare dalla nostra casa – racconta la donna – perché abbiamo paura e attendiamo dal Comune di Roma una nuova collocazione. Come madre non cesserò di fare di tutto per conoscere la verità su quanto accaduto a mio figlio e agire di conseguenza”.

Il deputato Riccardo Magi ha presentato un’interrogazione al Ministero dell’Interno guidato da Luciana Lamorgese: “Di fronte a questa tragedia e alla dinamica ancora non chiarita che la rende ancora più sconvolgente la famiglia di Hasib chiede e merita risposte chiare e in tempi brevi. La madre ha deciso di mostrare l’immagine scioccante del proprio figlio che giace sull’asfalto dopo essere precipitato, nella speranza che l’attenzione pubblica possa aiutarla ad ottenere verità. Le istituzioni democratiche tutte hanno il dovere e insieme il bisogno della stessa verità”.

“Non è chiaro il motivo per cui la polizia sia entrata nell’abitazione e abbia richiesto” ad Hasib “i documenti né perché gli siano state fatte delle fotografie. I familiari non sono a conoscenza di eventuali verbali a suo carico né di alcuna attività di indagine specifica svolta dalla PG (rilievi, fotografie), né al loro arrivo sul posto né successivamente” aggiunge Magi che chiede alla ministra Lamorgese se sia “a conoscenza della vicenda e se, al di là dei profili di competenza dell’ autorità giudiziaria, non ritenga di avviare con la massima urgenza un’indagine interna per fare luce sugli obiettivi e le modalità dell’intervento della polizia di stato e su eventuali violazioni anche disciplinari poste in essere, se vi sia un rapporto di servizio sull’intervento e quale sia il contenuto dello stesso”-

Carlo Stasolla, portavoce di Associazione 21 luglio, organizzazione che segue e supporta la famiglia anche sotto il profilo legale ha dichiarato: “Su questa vicenda, dai profili ancora poco chiari, importante sarà che il lavoro della Magistratura faccia il suo corso senza interferenze e pressioni e che le istituzioni democratiche garantiscano alla madre di Hasib il raggiungimento della verità alla quale ha diritto. Su questo, come Associazione 21 luglio, presteremo la massima attenzione”.

La stessa associazione 21 luglio sul proprio sito ha lanciato un appello con raccolta firme indirizzate al Capo della Polizia Lamberto Giannini, per chiedere, per quanto è nelle sue competenze, di aiutare per fare luce su quanto accaduto la mattina del 25 luglio nell’appartamento di Primavalle dove viveva Hasib. 

Ciro Cuozzo. Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.

Il caso del 36enne sordomuto. Hasib, il blitz in casa senza mandato e il volo dalla finestra. La vicina: “I poliziotti erano già lì”. Redazione su Il Riformista il 13 Settembre 2022 

Non c’era nessun mandato di perquisizione nei confronti di Hasib Omerovic, il 36enne sordomuto, di etnia rom, aggredito in casa da alcuni poliziotti e poi precipitato dalla finestra per circa otto metri. E’ quanto emerge dai primi accertamenti della procura di Roma svolti nell’ambito dell’indagine sul tentato omicidio dell’uomo che si trova da 50 giorni in coma all’ospedale Gemelli di Roma. Adesso occorrerà chiarire se si sia trattato di una perquisizione di iniziativa, coordinata da un funzionario, o di una decisione autonoma presa dagli agenti entrati in azione nell’abitazione di via Gerolamo Aleandro in zona Primavalle. Erano almeno quattro i poliziotti che lo scorso 25 luglio hanno visita ad Hasib e presto verranno sentiti dagli inquirenti.

Ad oggi, dopo l’esposto in procura presentato a inizio agosto dai legali della famiglia, gli avvocati della famiglia di origine bosniaca, Arturo Salerni e Susanna Zorzi, sono due i testimoni oculari del blitz a sorpresa degli agenti. Oltre alla sorella Sonita, che ha dei problemi di sviluppo mentale e che ha materialmente aperto la porta di casa ai poliziotti nella tarda mattinata del 25 luglio scorso, c’è anche la vicina di casa, la prima a telefonare alla sorella maggiore di Hasib, quel giorno fuori casa con i genitori. Al telefono spiega che Hasib è caduto dalla finestra. Un incidente, un incidente. Poi gli passa al telefono un poliziotto che dice di stare tranquilli, si è solo rotto un braccio ed ora è al pronto soccorso.

La stessa vicina, che chiede l’anonimato, ha raccontato a Corriere e Repubblica: “Stavo innaffiando le piante sul balcone, a un certo punto ho visto Hasib cadere dalla finestra. A terra si lamentava, i poliziotti erano già lì e lo hanno soccorso“. La donna lavora come mediatrice culturale e vive insieme al figlio: “Ho ancora i brividi, ho raccontato tutto alla polizia – spiega dall’uscio del suo appartamento – dopo la caduta ho visto Hasib in terra e i poliziotti che cercavano di aiutarlo. Prima non ho sentito urla, richieste di aiuto o rumori provenire dall’abitazione degli Omerovic”. Poi ha aggiunto: “La mamma di Hasib mi aveva raccontato che lui e la sorella anche lei disabile sono seguiti da un assistente sociale, ma io qua non l’ho mai visto. Persone così dovrebbero essere aiutate veramente, non abbandonate in una casa popolare a Primavalle”.

Intanto la famiglia Omerovic, così come anticipato ieri da Fatima Sejdovic, madre di Hasib, ha chiesto di essere spostata dalla zona di Primavalle, periferia nord-ovest di Roma, perché “ha paura”. “Alla luce di quanto emerso per ragioni di sicurezza – afferma il penalista Salerni – la famiglia ha chiesto di essere allontanata da quella zona”.

"Ci vogliano 50 giorni per apprendere un simile fatto?" Hasib Omerovic, i quattro punti oscuri e le rassicurazioni dei poliziotti dopo la caduta dalla finestra. Angela Stella su Il Riformista il 14 Settembre 2022 

Comincia a squarciarsi il velo di opacità che avvolge la vicenda di Hasib Omerovic, il sordomuto di etnia rom precipitato dalla finestra del suo appartamento di Primavalle a Roma lo scorso 25 luglio mentre in casa sua si trovavano quattro agenti in borghese della Polizia di Stato. Proprio ieri, ossia il giorno dopo la conferenza stampa convocata alla Camera dei Deputati dall’onorevole Riccardo Magi, Presidente di +Europa, per sollevare pubblicamente il caso, sono emersi i primi dettagli sulla dinamica dei fatti. A quanto appreso dall’Ansa non ci sarebbe stato alcun mandato di perquisizione in mano agli agenti che quel giorno hanno bussato alla porta dell’appartamento della famiglia Omerovic.

Inoltre sarebbe stato il post apparso sulla pagina Facebook di quartiere in cui si accusava direttamente l’uomo di 37 anni di molestare le donne a spingere la Polizia ad effettuare un controllo nell’abitazione di Hasib. Un controllo «preventivo», come avviene spesso in casi analoghi. Proprio il giorno prima della vicenda su Facebook era comparso un post – poi cancellato – con la foto di Omerovic e l’avvertimento di fare attenzione «a questa specie di essere che importuna le ragazze». Seguito da una minaccia: «bisogna prendere provvedimenti». Un post, secondo quanto appreso sempre dall’Ansa, che non è sfuggito ai poliziotti del commissariato Primavalle che infatti il giorno dopo si sono presentati in quattro, tre uomini e una donna, a casa di Omerovic e hanno bussato alla porta. Un controllo per identificare il soggetto ma soprattutto un’iniziativa per prevenire eventuali violenze visto che spesso, in passato, proprio il mancato intervento in anticipo è sfociato in violenze e femminicidi. La necessità di agire tempestivamente, anche in assenza di denuncia, sarebbe dunque la motivazione che ha portato i poliziotti a casa dell’uomo.

E però come è volato dalla finestra il povero Hasib che resta ancora in coma vigile, senza dunque poter fornire la sua versione dei fatti? È caduto nel vuoto per sfuggire ad un pestaggio o lo hanno preso per i piedi gli agenti e lo hanno buttato giù, come riferito da sua sorella? Domande a cui dovranno rispondere per adesso i pm assegnati al caso, Stefano Luciani e Michele Prestipino. Gli inquirenti hanno già sentito dei vicini di casa e si apprestano a raccogliere le dichiarazioni dei quattro agenti che erano in quella casa quella mattina. Sono stati dunque identificati ma si continua per il momento a procedere per tentato omicidio in concorso contro ignoti. Non si esclude a breve una loro iscrizione nel registro degli indagati, anche solo come atto dovuto. Sarebbe stata acquisita dagli investigatori anche la relazione di servizio sull’attività di quel giorno. Restano tuttavia diversi punti oscuri su questa terribile storia.

Il primo che non torna è il seguente: secondo la famiglia Omerovic un agente di nome Andrea del Commissariato Primavalle avrebbe detto loro informalmente che Hasib avrebbe loro aperto la porta dell’appartamento. Ma come avrebbe fatto a sentire il campanello se è sordo? Proprio a causa della sua condizione, la famiglia gli ha insegnato a non aprire a nessuno per qualsiasi ragione neppure se un parente gli avesse fatto capire che c’era qualcuno alla porta di ingresso, soprattutto in assenza dei genitori e della sorella Erika, proprio come accaduto quel 25 luglio.

Secondo: perché fare delle foto (fatte vedere alla famiglia dallo stesso agente Andrea) ad Hasib mentre consegnava i documenti agli agenti?

Terzo: perché improvvisamente il ragazzo si sarebbe dovuto lanciare in un vuoto di circa 9 metri? Quarto: perché una volta che la famiglia è arrivata sul posto, gli agenti avrebbero tentato di rassicurarli riferendogli che il figlio «aveva solo un braccio rotto»? Comunque «sembra che si stiano attivando rapidamente delle verifiche sia da parte della polizia che da parte della magistratura» commenta al Riformista l’onorevole Riccardo Magi che aggiunge: «quello che fa accapponare la pelle è pensare che se non ci fosse stata la conferenza stampa alla Camera non ci sarebbe stata tale rapidità nell’accertamento dei fatti. L’attenzione pubblica in casi come questi serve sempre, quindi». In conclusione Magi chiede alla Lamorgese di rispondere quanto prima al suo atto di sindacato ispettivo: «vorrei fare un sollecito al Ministro dell’Interno affinché quanto prima dia seguito alla mia interrogazione e un appello trasversale a tutti i partiti perché sottoscrivano quella interrogazione per chiedere una verità non solo in sede giudiziaria ma anche dal punto di vista del Governo attraverso una indagine interna.

Con la famiglia di Hasib, le istituzioni democratiche tutte hanno il dovere e insieme il bisogno della stessa verità». Intanto sono già migliaia le firme raccolte dall’Associazione 21 luglio per chiedere «Verità per Hasib» come ci racconta il portavoce Carlo Stasolla: «parrebbe che quanto detto nell’esposto stia trovando una conferma. Chiaramente attendiamo ulteriori riscontri. Ad oggi sembra esserci la certezza che la polizia fosse sul posto e che non ci fosse un mandato. Sembra quindi che l’operazione trasparenza annunciata dal capo della Polizia Lamberto Giannini stia dando i suoi frutti. A tal proposito il nostro appello ha raccolto già migliaia di firme e siamo cautamente soddisfatti che questa coltre di opacità si stia piano piano diradando». Sulla vicenda è arrivato anche il breve commento di Ilaria Cucchi dal suo profilo twitter: «Chiediamo che sia fatta piena luce sui gravissimi fatti avvenuti il 25 luglio nella casa di Hasib Omerici-Sejdovic alla presenza delle forze dell’ordine. Io terrò gli occhi bene aperti su tutte le violazioni dei diritti umani». Non poteva mancare quello di Luigi Manconi, Presidente dell’associazione A buon diritto: «La prima condanna per l’omicidio di Stefano Cucchi è arrivata dopo 10 anni, quella per la morte di Giuseppe Uva e di molti altri non c’è mai stata. Quanto tempo ci vorrà per la verità su Hasib Omerovic? E com’è possibile che oggi, in Italia, nella città di Roma, ci vogliano 50 giorni per apprendere un simile fatto?». Angela Stella 

(ANSA il 29 settembre 2022) Hasib Omerovic, il ragazzo caduto dalla finestra del suo appartamento mentre erano in corso controlli di polizia, è uscito dal coma ma è ancora in gravi condizioni. Lo ha annunciato il portavoce dell'Associazione 21 Luglio durante una conferenza stampa in corso alla Camera. "È fortemente sedato e mostra deboli e intermittenti segni di interazione - ha detto -. Secondo i medici non è possibile stabilire quanto e quali interventi dovrà subire. I tempi saranno estremamente lunghi".

 L'immobile dal quale è caduto Hasib Omerovic è stato sequestrato dalla procura. Lo ha annunciato l'avvocato della famiglia, Arturo Salerni, durante una conferenza stampa in cui vengono illustrate alcune novità sul caso del ragazzo tuttora in coma dopo la caduta dalla finestra mentre c'era un controllo di polizia in casa.

 "I vestiti che l'ospedale ha consegnato alla famiglia di Hasib Omerovic sono diversi da quelli che il ragazzo indossava al momento dalla caduta dalla finestra del suo appartamento". La annuncia l'avvocato della famiglia, Arturo Salerni, durante una conferenza stampa alla Camera. I legali hanno mostrato le foto degli indumenti restituiti dal Gemelli alla famiglia, evidenziando la differenza con quelli indossati da Omerovic nella foto in cui è sanguinante a terra. "L'ospedale - ha detto il legale - ha consegnato un pantaloncino marrone e un paio di scarpe blu mentre Hasib indossava un pantalone nero arrotolato sulle ginocchia e scarpe diverse da quelle restituite".

Hasib, è stato tentato omicidio: il mistero dei vestiti spariti della foto. Angela Stella su Il Riformista il 30 Settembre 2022 

“Il fatto che dopo 25 giorni Lamorgese non abbia risposto alla interrogazione che ho presentato è una grave mancanza di rispetto istituzionale nei confronti del Parlamento e dei cittadini. Ne presenterò un’altra al nuovo Ministro dell’Interno”: così l’onorevole di +Europa Riccardo Magi, appena rieletto alla Camera, ha aperto ieri una nuova conferenza stampa convocata a Montecitorio per aggiornare sulle ultime novità del caso di Hasib, il 37enne di origini rom precipitato in circostanze ancora da chiarire il 25 luglio scorso dalla sua abitazione a Roma nel corso di una perquisizione delle forze dell’ordine.

“L’oggetto dell’atto di sindacato ispettivo – ha proseguito il parlamentare – riguarda aspetti amministrativi della vicenda: sono state fatte indagini interne? Sono scattati procedimenti disciplinari? Sappiamo che al commissariato di Primavalle c’è stato un avvicendamento: perché l’opinione pubblica deve saperlo da fonti ufficiose e non dagli organi preposti? Faccio un ulteriore appello alla Lamorgese affinché risponda all’interrogazione. Non si tratterebbe affatto di una interferenza col delicato lavoro che sta svolgendo la magistratura ”. L’incontro con la stampa, il secondo dopo quello del 12 settembre, è servito anche a far emergere altri punti oscuri della vicenda: che fine hanno fatto i vestiti di Hasib?

L’ospedale Gemelli due giorni dopo l’accaduto ha restituito in una busta bianca degli indumenti e scarpe diversi da quelli indossati dall’uomo il giorno della caduta, ha spiegato l’avvocato della famiglia Arturo Salerni. Hasib indossava un pantalone nero arrotolato alle ginocchia, mentre alla madre è tornato indietro un pantalone corto marrone. I vestiti restituiti non sono comunque di Hasib: c’è stato uno scambio involontario da parte del personale sanitario? Certo – è strano – hanno fatto notare i convocatori: pure se fossero di un’altra persona, anch’ella indossava solo pantaloni e scarpe? Il secondo punto da dirimere riguarda la ormai tragicamente famosa foto di Hasib dopo la ‘caduta’: chi l’ha scattata mentre il ragazzo era in terra, e che giro ha fatto quella immagine prima di arrivare alla famiglia? L’avvocato ha spiegato che è arrivata alla famiglia da una vicina che però non l’ha scattata. Bisognerà ricostruire la catena di condivisione.

“Il fascicolo non è più contro ignoti. Ci sono degli indagati per tentato omicidio, non so quanti”, ha raccontato Salerni che ha aggiunto: “sono stati sentiti nei giorni scorsi il padre, la madre, la sorella. Hanno parlato per diverse ore e approfondito diversi aspetti. Da parte nostra c’è apprezzamento per come sta lavorando la Procura”. Gli avvocati hanno costruito una mappa della casa e dei danni registrati in casa: i segni dei calci sulla porta della stanza di Hasib, il termosifone divelto, il manico di scopa rotto, le lenzuola sporche di sangue. L’immobile poi è stato sequestrato dalla procura. Sempre a quest’ultima sono stati fatti presenti i punti oscuri sollevati in conferenza stampa. Agli investigatori è stato consegnato anche un video girato il 26 luglio dai familiari al commissariato di Primavalle, dove si vedono degli agenti che informalmente avevano detto alla famiglia di essere intervenuti e che Hasib si sarebbe lanciato da solo.

Intanto Hasib non sta ancora bene: è uscito dal coma ma si trova ancora in uno stato di minima coscienza, rimane sedato per contrastare i dolori e il forte stato di agitazione. È ancora tracheotomizzato per la respirazione e i medici non si sbilanciano sul futuro: non si sa se dovrà subire ulteriori interventi né di che tipo sarà il recupero. Insomma appare improbabile o almeno lontana la sua testimonianza sui fatti. Infine il portavoce dell’Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, ha denunciato la “freddezza” del Comune di Roma nei confronti della vicenda: “l’amministrazione capitolina non ha manifestato nessuna vicinanza alla famiglia né privatamente né pubblicamente. Persino per avere un nuovo alloggio per la famiglia di Hasib abbiamo dovuto fare un presidio a piazza del Campidoglio per fare pressing”. “Abbiamo paura ma vogliamo verità e giustizia per Hasib”, ha ripetuto la madre di Hasib, Fatima. Angela Stella

L'agente: "Tranquilli si è solo rotto un braccio" ma è in fin di vita. Hasib come Pinelli? La polizia ha gettato dalla finestra un ragazzo rom sordomuto? Piero Sansonetti su Il Riformista il 13 Settembre 2022 

È un nuovo caso Pinelli? Un nuovo caso Cucchi? – per citare i precedenti più celebri. Forse sì. La storia che hanno raccontato ieri in una conferenza stampa a Montecitorio i genitori di Hasib Omerovic è una storia da brividi e nella quale le responsabilità della polizia sembrano comunque evidenti e gravissime. C’è stata una incursione in casa di un libero cittadino, ci sono state quasi certamente molte botte e poi – forse – c’è stata addirittura la sua defenestrazione. Pazzesco.

La vittima si chiama Hasib Omerovic, ha 36 anni, nessun precedente, è sordomuto dalla nascita. La sua è una famiglia rom, e non si può certo escludere che il secolare e radicatissimo pregiudizio verso i rom possa aver avuto un ruolo in questa vicenda orrenda. Hasib ora è in coma in un lettino dell’Ospedale Gemelli, a Monte Mario. Braccia rotte, ferite ovunque, grave trauma cranico, fratture varie, ed è in questo stato da 50 giorni.

La mamma di Hasib, Fatima Sejdovic, ieri ha raccontato la storia di suo figlio insieme a Riccardo Magi, deputato radicale, a due avvocati (Susanna Zorzi e Arturo Salerni) e a Carlo Stasolla (esponente di una associazione che si occupa soprattutto della difesa del popolo rom). Il racconto, a occhio, è assolutamente incredibile. Però gli avvocati e Stasolla hanno verificato molti particolari, e tutti i particolari convergono e accreditano il racconto della madre di Hasib. Non risulta nessuna contraddizione e ci sono molti riscontri. E su questa base gli avvocati il 10 agosto hanno presentato un esposto in procura e la procura ha aperto un fascicolo per tentato omicidio in concorso.

Di questa inchiesta però non si è saputo nulla. In genere la procura di Roma non è impenetrabile per i giornalisti. Se c’è un traffico di influenze, dopo un paio d’ore lo sai. Se buttano un rom dalla finestra è diverso. Scatta il riserbo. Non risulta che sia stata aperta nessuna indagine interna dalla Questura di Roma né dai vertici della polizia. Magi ha presentato una interrogazione alla ministra.

Ecco che cosa è successo. Il giorno è il 25 luglio. I genitori di Hasib sono usciti di casa insieme alla sorella maggiore intorno alle 10 e mezzo del mattino. Hasib è stato lasciato a fare compagnia alla sorella più piccola, Sonita, che ha dei problemi di sviluppo mentale e i genitori preferiscono non lasciarla sola a casa. Hasib non sente e non parla dalla nascita, ma è un ragazzo intelligente, è capace di badare alla sorella. Hasib non sa che da qualche tempo, nel quartiere di Primavalle, dove abita – nella periferia nord ovest di Roma, vicino a Monte Mario – girano delle brutte voci su di lui. 

In una pagina Facebook sulla quale scrivono i cittadini di Primavalle è apparso un post molto allarmante: “Hashib ha importunato alcune ragazze e vogliono mandarlo all’ospedale”. E poi un post ancora più terribile: “Fate attenzione a questa specie di essere, perché importuna le ragazze, bisogna prendere provvedimenti”. E vicino ai post una foto di Hasib accanto a un cassonetto.

Questo è l’antefatto. Il 25 luglio cinque o sei poliziotti, probabilmente verso mezzogiorno e mezzo, si presentano a casa di Hasib, suonano il campanello, lui non apre perché, ovviamente, non sente. Suonano ancora e alla fine la sorella si decide ad aprire la porta. Più tardi racconterà ai genitori che cosa è successo e che cosa ha visto. I poliziotti entrano in casa, senza mandato, spediti a compiere questa azione non si sa da chi, chiedono i documenti ad Hasib ma non dicono perché.

Hanno qualche problema a farsi capire, naturalmente, e forse si innervosiscono. Comunque Hasib gli dà i documenti che infatti i genitori, quando rincasano, troveranno sul tavolo disposti in bell’ordine. A questo punto non si sa cosa succede ma Sonita racconta che i poliziotti, che erano vestiti in borghese, chiudono la serranda del salotto, scattano alcune foto, fotografano Hasib seduto sul divano, e poi iniziano a picchiare. Hasib cade a terra, loro lo colpiscono a calci, lui, che è un ragazzo grosso e forte, si rialza, fugge in camera da letto e chiude a chiave la porta.

“Loro lo inseguono, buttano giù la porta gli danno ancora pugni e calci e poi lo gettano dalla finestra”. Il racconto della sorella appare credibile, perché in casa ci sono macchie di sangue, perché la scopa con la quale Sonita dice che hanno picchiato il fratello è spezzata in due, perché il termosifone è sradicato, e Sonita dice che il fratello si era attaccato al termosifone, forse per impedire di essere gettato giù. Hasib si è rotto in molti punti le braccia. Vuol dire che ragionevolmente è caduto a testa in giù. È improbabile che sia saltato dalla finestra a testa in giù.

A questo punto è l’una e dieci. Una vicina di casa telefona alla sorella grande di Hasib, che è in giro in città coi genitori, e l’avverte che Hasib è caduto dalla finestra. Un incidente, un incidente. Poi gli passa al telefono un poliziotto che dice di stare tranquilli, si è solo rotto un braccio ed ora è al pronto soccorso. I genitori tornano a casa. I poliziotti non ci sono più. I genitori ricostruiscono sulla base del racconto di Sonita, che è li, basita, attonita, scioccata. Vanno all’ospedale e scoprono che Hasib è in fin di vita.

Poi nei giorni successivi vanno al commissariato Primavalle, nessuno li riceve, ma alcuni poliziotti ammettono qualcosa. Sì – dicono -, siamo andati lì, c’è stata una colluttazione poi lui si è gettato dalla finestra del terzo piano. Nove metri di volo. Si è gettato non si sa perché, un po’ come mezzo secolo fa Pino Pinelli si gettò dalla finestra della questura di Milano.

Passano dieci giorni. Poi la famiglia di Hasib si rivolge a una avvocata amica, e lei presenta l’esposto. L’esposto arriva sul tavolo del Pm Stefano Luciani, noto per la sua scrupolosità. Luciani apre un fascicolo. Proprio ieri, dopo la conferenza stampa, si è saputo che Luciani è stato inviato a nuovo incarico, all’antimafia. Però sembra che lui abbia chiesto di poter continuare a seguire il caso Hasib. Speriamo.

Ora tralasciamo per un attimo la gravità di questa vicenda e il dolore di Hasib e della sua famiglia. Solo una domanda marginale. Come è possibile che su una vicenda del genere non si sia saputo niente? Come è possibile che a 50 giorni dall’episodio la polizia non abbia almeno fornito una sua versione dei fatti? Come è possibile che i giornali non siano stati informati? In questo paese può succedere che la polizia fa irruzione in casa di un sordomuto, lo picchia, forse addirittura – volontariamente o più probabilmente per errore – lo getta dalla finestra, o comunque non impedisce che questo ragazzo si getti dalla finestra in presenza di almeno quattro poliziotti in una stanzetta, come è possibile che nessuno sappia niente. La ministra sapeva? Era stata informata? Ora sa, se legge i giornali: intende riferire alla stampa nelle prossime ore? Provare a spiegare? Sarebbe il minimo del minimo del minimo del suo dovere.

Piero Sansonetti. Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.

Ilaria Sacchettoni per il “Corriere della Sera” il 15 settembre 2021.

I quattro agenti autori dell'iniziativa, una sorta di perquisizione non autorizzata. Più altri quattro, superiori dal punto di vista gerarchico. 

Sale a otto il numero dei poliziotti nel mirino dei magistrati per le ferite inferte a Hasib Omerovic, il 36enne rom con disabilità del quartiere romano di Primavalle, caduto dalla finestra della sua abitazione il 25 luglio scorso.

I quattro agenti (tre uomini e una donna) che hanno effettuato la perquisizione saranno sentiti a breve come indagati, poi saranno convocati gli altri. Le ipotesi di reato, formulate dai magistrati Michele Prestipino e Stefano Luciani sono concorso in tentato omicidio e falso. 

E se per i quattro protagonisti del sopralluogo in casa scatterebbe l'accusa di tentato omicidio - il bastone e le lenzuola sequestrati testimoniano un'azione violenta nei confronti di Hasib -, per gli altri quattro si aggiungerebbe un falso ideologico. Ad una prima verifica da parte della magistratura avrebbero mentito nella loro relazione sui fatti, coprendo, per così dire, l'iniziativa dei colleghi. 

Alla luce di questi pochi elementi il caso di Omerovic, come portato alla luce dal presidente di +Europa Riccardo Magi, si configurerebbe almeno altrettanto serio quanto il caso Cucchi. E, fatalità, con ingredienti assai simili (in quel caso vi fu un illecito, coperto con altri illeciti, i depistaggi). Quel che è certo è che gli agenti del commissariato di Primavalle dovranno fornire la propria versione nei prossimi giorni.

Ma gli accertamenti investigativi prendono in considerazione anche altri aspetti. A cominciare dai partecipanti al gruppo Facebook «Primavalle», dove una residente e iscritta, Paola Camacci, aveva postato la foto di Omerovic definendolo «una specie di essere perché importuna tutte le ragazze», aggiungendo «bisogna prendere provvedimenti». A chi si rivolgeva? 

Non al commissariato Primavalle, dove non ha mai sporto denuncia, dopo aver raccontato di aver difeso la figlia dalle presunte molestie da parte di Hasib, che a sua volta avrebbe scattato foto alla ragazza e avrebbe poi seguito le due donne fino a casa; mentre il barista Paolo Soldani, che aveva avvertito la famiglia Omerovic di quel post, due giorni dopo il ferimento del 36enne si è lasciato andare a un enigmatico «mi dispiace, abbiamo fatto tardi». Cosa avrebbe potuto fare? Quel messaggio è sparito il 27 agosto scorso, proprio quando sono scattate le indagini.

«Hasib ha tentato di suicidarsi»: la versione dei poliziotti sul disabile caduto dalla finestra. Rinaldo Frignani e Ilaria Sacchettoni su Il Corriere della Sera il 16 Settembre 2022

Primavalle, la versione dei quattro agenti di Polizia. Test del Dna sui vestiti della vittima e dei poliziotti

Il pomeriggio del 25 luglio scorso la misteriosa caduta di Hasib Omerovic dalla finestra della sua camera da letto, al primo piano rialzato del palazzo di via Gerolamo Aleandro, fu catalogata con un’ipotesi di tentativo di suicidio. E come tale sarebbe stata trattata nei giorni successivi. Una versione dei fatti che i quattro agenti intervenuti nell’abitazione del 36enne disabile potrebbero ora ribadire fra qualche giorno nell’interrogatorio in Procura o negli uffici della Squadra mobile.

Una ricostruzione che stride decisamente con l’ipotesi di reato dei pm, quella di concorso in tentato omicidio e falso (quest’ultimo contestato solo ai loro superiori, per ora), che si basa sull’esposto presentato dalla famiglia Omerovic il 10 agosto scorso: contiene il racconto drammatico di quei momenti fatto dalla sorella di Hasib, Sonita, 30 anni, affetta da un grave ritardo psichico, e come ha spiegato l’avvocata dei genitori, Susanna Zorzi, proprio «per questo incapace di mentire, di inventare storie diverse da quelle che vede».

Di sicuro, come risulta dalla relazione dell’Ares 118, quel pomeriggio un’ambulanza è intervenuta in via Aleandro su richiesta della sala operativa del 113 in contatto con le pattuglie giunte sul posto per soccorrere Omerovic, assistito, secondo quanto riferito da alcuni testimoni, anche da personale in borghese vicino alla ringhiera del cortile dove era caduto.

Sulla dinamica il riserbo è massimo — per le indagini coordinate dalla Procura ma anche per l’intervento in prima persona del capo della polizia Lamberto Giannini —, però dalla versione del tentativo di suicidio con gli agenti già usciti dalla casa si può desumere che Omerovic si sarebbe lanciato al termine del controllo. Un altro punto poco chiaro, visto che per Sonita invece il fratello, picchiato dai poliziotti, si sarebbe barricato in camera e gli operatori avrebbero così rotto la serratura della porta: nell’esposto ci sono tre foto al riguardo. L’operazione per identificare il 36enne viene definita «di routine», in questo caso dopo il post di denuncia con foto di Hasib sul gruppo Facebook di quartiere «Primavalle» da parte di una residente, Paola Camacci, che interrogata a fine agosto avrebbe riferito di essere stata molestata con la figlia da Omerovic, che le avrebbe a sua volta fotografate e seguite fino a casa.

I pm ora vogliono scoprire: cosa ha spinto Hasib a lanciarsi da otto metri? Era impaurito? Oppure si è trattato davvero di un tentativo disperato di sfuggire a un’aggressione? E a chi si riferiva il barista Paolo Soldani, che aveva messo in guardia dopo il post la sorella minore di Hasib e dopo il ferimento, ha commentato con lei: «Abbiamo fatto tardi»?

Gli agenti saranno chiamati a rispondere proprio sulle modalità del controllo a due disabili lasciati da soli in casa, senza richiedere la presenza di familiari, personale medico o dei servizi sociali. L’esame del Dna sui vestiti di Hasib e su quelli dei poliziotti, come anche sul manico di scopa trovato spezzato, potrebbe chiarire di più della dinamica e delle responsabilità mentre non si esclude che nei prossimi giorni la Scientifica esegua prove tecniche con un manichino speciale per ricostruire la caduta di Omerovic. Il pm Stefano Luciani, titolare dell’inchiesta, ha affidato a un perito l’incarico di sciogliere tutti i dubbi sulla caduta del 36enne con una serie di quesiti, il primo dei quali chiede di fare chiarezza sulla dinamica e su eventuali spinte ricevute dall’uomo. Ferite e tumefazioni sul corpo possono documentare le circostanze relative alla caduta. Precipitato autonomamente? L’esperto incaricato dal magistrato dovrà sciogliere ogni quesito.

C’è poi l’argomento-fotografie. Le istantanee scattate in casa dai poliziotti ad Hasib, secondo il racconto di Sonita. A che titolo sono state fatte? Avrebbero dovuto, nelle intenzioni degli agenti del commissariato di Primavalle, documentare ferite pregresse? Non è chiaro, ma è certo che Luciani vuole sciogliere anche questo nodo. Per capire se si sia trattato di un altro abuso o meno da parte della pattuglia che non aveva nemmeno un mandato di perquisizione.

Fabrizio Caccia per il “Corriere della Sera” il 15 settembre 2021.

Paolo Soldani, 53 anni, «Er Barone», occhiali scuri e un gladio enorme tatuato sul braccio sinistro, viene omaggiato come un sindaco dagli avventori. Lui è il titolare del bar più grande di Primavalle (per questo si chiama «Er Barone»), dove l'estate scorsa - ricorda - per le suppletive alla Camera passava a fare campagna elettorale «anche l'ex magistrato Luca Palamara». Paolo «Er Barone» ha molte cose da dire sul caso di Hasib Omerovic. Erika, la sorella più piccola del rom precipitato dalla finestra il 25 luglio scorso durante un controllo della polizia, aveva preso un appuntamento proprio con lui per quella sera stessa, alle 21. 

È vero?

«Sì, dovevo andare a casa loro, in via Gerolamo Aleandro. Io conosco bene Erika, viene spesso al bar, è una ragazza brava, pulita, molto legata al fratello. Sarei dovuto andare giusto quella sera, proprio per parlare con Hasib e dirgli di farla finita una volta per tutte, di smetterla con i suoi atteggiamenti molesti verso le donne del quartiere. Lo so, Hasib è sordo ma Erika mi avrebbe aiutato col linguaggio dei segni». 

La tensione stava salendo.

«Perché gli episodi ormai si ripetevano: qualche sera prima, finito il karaoke qui da noi in piazza Capecelatro, tre ragazze erano rientrate impauritissime nel bar dicendo che Hasib le aveva importunate per strada. Lui aveva delle foto pornografiche sul cellulare e le mostrava alle donne che incontrava, qualche volta si toccava pure. Insomma era diventato un problema. E poi il giorno prima, il 24 luglio, c'era stato quel post...». 

Quello pubblicato sulla pagina Facebook del gruppo di Primavalle.

«Sì, il post di quella signora che chiedeva di prendere provvedimenti contro Hasib che aveva fotografato sua figlia col telefonino. Non si poteva più continuare così». 

Ma è vero che lei quel giorno avrebbe detto a Erika: «Mi dispiace se poi tuo fratello lo mandano in ospedale...». Era una minaccia? Qualcuno al bar progettava forse una spedizione?

«Ma andiamo! Io però conosco Primavalle. E allora prima che a un branco di quindicenni potesse venire l'idea di accoltellare Hasib per strada, rovinando così la vita a lui e a loro, il 24 luglio, la sera stessa del post, quando ho visto Erika al bar le ho detto: meglio se domani vengo a parlarci io. Così chiudiamo questa storia per sempre».

Eppure in via Aleandro i vicini difendono Hasib.

«Lasciamo stare. Perfino la sua famiglia si arrabbiava per i suoi comportamenti». 

Poi però il 25 mattina in quella casa ecco che ci va la polizia.

«Beh, quel post era girato, figuratevi se non l'avevano notato in commissariato». 

A proposito: è vero che lei quel giorno avrebbe detto sempre a Erika: «Purtroppo siamo arrivati tardi, hanno fatto il lavoro sporco».

«Ma chi? I poliziotti? Io non ho mai avuto un grande rapporto con le guardie , ma sono certo che gli agenti non l'hanno buttato di sotto, secondo me Hasib si è lanciato dalla finestra per sfuggirgli. Loro erano andati lì senza mandato, probabilmente per dirgli le stesse cose che avrei detto io. Un po' come facevano un tempo i poliziotti di quartiere. Ma lui si è buttato perché aveva la coscienza sporca. Come si dice: " Male non fare, paura non avere". Hasib è sordo, ma aveva capito benissimo perché i poliziotti erano lì».

Nel caso Hasib c’è un altro teste. È un funzionario dei vigili urbani. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA Il Domani il 15 settembre 2022

Nell’indagine su Hasib, precipitato dalla finestra della sua stanza il 25 luglio scorso durante la visita senza mandato e di iniziativa della polizia, ancora poche sono le certezze.

Dopo aver chiarito l’identità e il passato del barista che aveva messo in guardia la sorella di Hasib sulle voci infastidite del quartiere, Domani è in grado di raccontare in che modo gli agenti si sono messi sulle tracce del ragazzo disabile. Questione rilevante tanto da spingere chi indaga a sentire le persone coinvolte nello scambio di informazioni con gli agenti.

I poliziotti prima di recarsi nell’appartamento sono andati dai vigili urbani della zona, il comando è poco distante dalla casa di Hasib, un complesso di palazzine popolari a Primavalle, quartiere della periferia ovest di Roma. Sono andati dalla municipale a chiedere informazioni sul suo conto e anche per capire dove abitasse. Il funzionario è stato sentito da chi indaga. GIOVANNI TIZIAN E NELLO TROCCHIA

Il disabile caduto per 9 metri fuori dal coma ma ancora in gravi condizioni. Caso Hasib Omerovic, la versione del poliziotto della perquisizione: “Si è buttato da solo dalla finestra, c’è un video”. Antonio Lamorte su Il Riformista il  16 Settembre 2022 

Hasib Omerovic è sveglio, fuori dal coma, ma non riesce a parlare, comunica con gli occhi ed è alimentato con la flebo. Il disabile caduto dalla finestra di casa sua a Primavalle, Roma, durante una perquisizione di agenti della polizia, intervenuti senza mandato, è ricoverato al Policlinico Gemelli. È precipitato per nove metri. Quattro i poliziotti indagati al momento. L’accusa formulata dai pm è quella di concorso in tentato omicidio e falso, con quest’ultimo contestato solo ai superiori, mentre in un primo momento l’episodio venne catalogato con un’ipotesi di tentativo di suicidio.

E ci sarebbero foto e video che hanno ripreso l’intervento degli agenti e il cittadino bosniaco di etnia rom che si sarebbe buttato dalla finestra secondo quanto raccontato da uno degli indagati, che si chiama Andrea. “Abbiamo seguito tutte le procedure previste per un intervento di identificazione. Siamo entrati in casa, c’erano un uomo e una donna. Ma non c’è stato tempo di fare nulla”, ha detto secondo quanto riporta un articolo de Il Messaggero. “Prima di intervenire abbiamo fatto un passaggio con la polizia locale per capire se queste persone fossero state identificate. Ma non è risultato nulla”.

L’agente ha ribadito le segnalazioni – nessuna denuncia e infatti a chi ha autorizzato il controllo, la vice-dirigente del commissariato Primavalle, sarebbe stato contestato l’ordine illegittimo – che accusavano Omerovic di aver molestato donne e ragazze della zona. Oltre al post su Facebook, di una donna che interrogata a fine agosto ha riferito di essere stata molestata con la figlia per strada, anche altre presunte segnalazioni. Gli agenti però non avevano un mandato di perquisizione della Procura, questo è certo. Omerovic, 36 anni e sordo dalla nascita, non risulta indagato per vicende penali. La sorella, la 30enne Sonita, affetta da grave ritardo psichico, aveva raccontato alla madre che gli agenti avrebbero chiesto i documenti all’uomo, lo avrebbero fotografato, picchiato con calci, pugni e un bastone, lo avrebbero seguito in camera e lo avrebbero spinto dalla finestra. “Nostro figlio non è caduto, è stato spinto di sotto”, sostiene la famiglia.

Tutto questo è successo lo scorso 25 luglio. La vicenda è emersa solo pochi giorni fa. A inizio agosto la famiglia del 36enne ha presentato esposto sul caso. Secondo gli avvocati dei genitori dell’uomo, la giovane sorella sarebbe “incapace di mentire, di inventare storie diverse da quelle che vede” proprio per via del suo disagio psichico. L’agente che ha parlato ha però detto che Omerovic al momento della caduta non era stato ancora identificato. E a dimostrarlo sarebbe anche la testimonianza della signora Loredana, che abita nel palazzo di fronte a quello della tragedia e che ha assistito alla scena. “Mentre lui era a terra i poliziotti dal cortile chiedevano a una collega che era nell’appartamento di chiedere alla sorella come si chiamava”, ha detto la donna.

L’agente ha riferito che foto e video dell’intervento sono già confluiti in un dossier. I dubbi da chiarire sul caso, sul quale il riserbo resta massimo, restano però ancora tanti. Non si capisce per esempio come abbiano fatto Omerovic o la sorella ad aprire la porta, soli in casa, a sentire il campanello se entrambi sono sordi. Non si capisce perché sarebbero state abbassate le tapparelle della stanza in cui si trovavano. Ci sarebbero, nell’esposto presentato dalla famiglia, anche tre foto della serratura della porta della camera dove il 36enne si sarebbe barricato, rotta. Altre foto, secondo il racconto di Sonita, sarebbero state scattate dai poliziotti ad Hasib in casa.

Quel pomeriggio un’ambulanza è intervenuta in via Aleandro su richiesta della sala operativa del 113. Sul posto secondo alcuni testimoni anche degli agenti in borghese. I quattro poliziotti saranno chiamati a rispondere sulle modalità del controllo. Sui vestiti di Hasib e su quelli dei poliziotti sarà condotto l’esame del Dna. Il pm Stefano Luciani ha affidato a un perito l’incarico di sciogliere tutti i dubbi sulla vicenda con una serie di quesiti sulla dinamica dell’episodio, su ferite e tumefazioni sul corpo dell’uomo. Le lenzuola macchiate di sangue e il bastone spezzato di una scopa sarebbero stati sequestrati solo dopo il 12 agosto. Il 36enne non è più in pericolo di vita, è stato indotto al coma, sottoposto a diversi interventi chirurgici, ma le sue condizioni restano gravi. “Tra un paio di mesi dovrà passare in cura a un centro di riabilitazione. Abbiamo fatto domanda oggi. In una casa con le finestre alte non ci vuole andare più. Ha il terrore, la stessa paura che abbiamo noi”, ha detto il padre Mehmedalija a Repubblica.

Antonio Lamorte. Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.

(Tentata nda) Morte di Hasib, agenti indagati per tortura ma il Viminale non li sospende. Angela Stella su Il Riformista il 19 Novembre 2022

La Procura di Roma indaga anche per tortura sul caso di Hasib Omerovic, giovane sordomuto di etnia rom precipitato lo scorso 25 luglio dalla finestra della sua camera nel suo appartamento a Primavalle, mentre in casa si trovavano quattro agenti in borghese della Polizia. È quanto emerso ieri dalla risposta fornita dal sottosegretario all’Interno Nicola Molteni all’interpellanza urgente presentata dall’onorevole e presidente di +Europa Riccardo Magi, dopo che non aveva ricevuto riscontro alle due precedenti interrogazioni a risposta scritta.

Sulla base delle notizie acquisite dal Ministero della Giustizia” è stato avviato “un procedimento penale per i reati di false informazioni al pubblico ministero, falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in atti pubblici e tortura”, ha detto Molteni. Non ha citato il reato di tentato omicidio. Come mai? Comunque le cose stanno così: i pubblici ministeri Michele Prestipino e Stefano Luciani, sulla base della denuncia fatta dalla famiglia Omerovic, hanno inizialmente aperto un fascicolo per tentato omicidio; poi a seguito di successivi accertamenti effettuati nel prosieguo delle indagini, sono state formulate le ulteriori ipotesi di reato elencate nella risposta di Molteni tra cui quella grave di tortura. Dunque la posizione dei quattro poliziotti si aggrava ma, lo ribadiamo, la presunzione di innocenza vale anche per loro, a maggior ragione se le indagini non si sono ancora nemmeno concluse.

Ricordiamo che nell’atto di sindacato ispettivo Magi chiedeva al Ministero dell’Interno: se “sia stata disposta un’indagine interna e a quali risultati abbia condotto; se, in relazione alla gravità delle ipotesi di reato e agli atti illegittimi emersi dagli accertamenti, siano stati assunti dei provvedimenti cautelari nei confronti degli indagati e dei loro superiori”. A tal proposito Molteni ha detto: “Lo scorso settembre l’amministrazione ha adottato misure di carattere organizzativo e, in particolare, l’avvicendamento del dirigente del distretto, sostituito con un primo dirigente di PS, ritenuto particolarmente qualificato, e del funzionario addetto. Tali provvedimenti sono stati assunti rispettivamente con atto del capo della Polizia e del questore di Roma”.

Inoltre, in merito ai quattro agenti coinvolti uno è stato “assegnato ad un altro ufficio di pubblica sicurezza della capitale, mentre gli altri tre sono stati adibiti a servizi di vigilanza interna nell’ambito del quattordicesimo distretto”. Infine, poiché il procedimento è ancora coperto dal segreto investigativo, “non sono stati avviati procedimenti disciplinari nei confronti del personale interessato in attesa degli sviluppi del procedimento penale”. Magi nella sua replica ha sottolineato: “Da una parte ci sono le responsabilità penali, che sono individuali, e dall’altra c’è da tutelare quello che è un bene in qualche modo anche superiore, garantito dalla Costituzione, che è il bene della fiducia che i cittadini devono avere nei confronti delle istituzioni e – mi viene da dire – in modo particolare di quelle istituzioni che hanno il monopolio dell’uso della forza, quindi di tutti i corpi di polizia come in questo caso”. “I provvedimenti cautelari, quindi le eventuali sospensioni, vengono adottati, anche nell’attesa di una sentenza che riconosca una condanna in via definitiva e servono esattamente a tutelare l’amministrazione e l’istituzione”, ha concluso il deputato. Angela Stella

Hasib Omerovic, il poliziotto accusato di tortura: «Non gli ho legato i polsi». Fulvio Fiano su Il Corriere della Sera il 27 dicembre 2022

Andrea Pellegrini nell'interrogatorio davanti al gip nega di aver minacciato e torturato il 36enne rom caduto dalla finestra nel corso di un'irruzione di agenti in casa sua il 25 luglio 

«Non ho impugnato il coltello, tantomeno per minacciare Hasib Omerovic. E non gli ho legato i polsi con il filo elettrico. Avevo le manette, avrei usato quelle se avessi voluto.  Ferrari? dice cose non vere». In un’ora e mezzo di interrogatorio davanti al gip, l’assistente capo del commissariato Primavalle, Andrea Pellegrini, respinge le accuse che lo hanno portato ai domiciliari una settimana fa con l’accusa di aver torturato il 36enne rom sordomuto nel corso di una irruzione nel suo appartamento il 25 luglio scorso. Quanto alla caduta dalla finestra, «è avvenuta mentre con i colleghi eravamo già sulla porta di casa per uscire e non abbiamo fatto in tempo a fermarlo. Ferrari era quello più vicino a lui, seppur in un'altra stanza. Non so perché lo abbia fatto». Pellegrini sceglie la linea del «la mia parola contro la sua» in contrapposizione al compagno di pattuglia Fabrizio Ferrari che ne ha denunciato i presunti abusi. Contro di lui c’è anche un perizia medica che da alcune immagini fa risalire i segni sui polsi del 36enne al fatto che sia stato legato col cavo di un ventilatore. Ma di questa circostanza non ci sono prove fotografiche.

Pellegrini risponde poi anche di falso con i tre colleghi che lo affiancavano in quella che doveva essere la semplice identificazione di un soggetto sospettato di aver importunato alcune ragazzine del quartiere: «Nella relazione di servizio ho scritto la verità e gli altri colleghi la hanno firmata», ha sostenuto Pellegrini, assistito dagli avvocati Eugenio Pini e Remo Pannain. Un quinto poliziotto, l’ispettrice Roberta Passalia, risponde di false comunicazioni al pm per aver detto di non sapere nulla dell’accaduto dopo aver invece suggerito a un collega della squadra mobile di «fare bene le indagini, perché la verità non è quella raccontata dagli operanti». Nella sua difesa Pellegrini può contare anche sulla versione fornita dagli altri agenti ascoltati ieri, Maria Rosa Natale e Alessandro Sicuranza. Assistito dall’avvocato Marco Casalini, quest’ultimo ha sottolineato che «l’intervento a Primavalle si è svolto in piena legalità» e che nel corso della perquisizione «sono state rispettate tutte le regole e sono state commesse torture». «Sono umanamente dispiaciuto per quanto accaduto ad Omerovic — ha aggiunto — ma si è lanciato di sotto per sua iniziativa». Per Sicuranza e Natale la procura ha chiesto l’interdizione dal servizio e il gip si è riservato di decidere nei prossimi giorni.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Omertà…Omertà! La Nenia degli scribacchini.

Il reato ha una responsabilità personale.

Chiunque è innocente fino a prova contraria.

Non si può colpevolizzare qualcuno per una prova che non esiste o che manca per incapacità degli investigatori.

Le persone lavorano, studiano o riposano: non sono comari dedite a spettegolare o a fare domande in giro.

Il giornalista che criminalizza il singolo, o, addirittura, una comunità o una categoria, non fa informazione, ma fa diffamazione.

Se questi scribacchini sono spinti da odio territoriale o ideologico, la loro diffamazione è a sfondo razzista, specie se poi nascondono discriminatamente le malefatte dei loro compagni e compaesani.

Antonio Giangrande: Se questi son giornalisti… “Ma nessuno si fa troppe domande, giù nel Basso Salentino, tra Specchia e Alessano, belle ville di vacanza della swinging Puglia e terre riarse dei poveracci, masserie rifatte a bed and breakfast e pozzi sperduti nel buio. Come ad Avetrana, del resto, l’omertoso paese di Sarah Scazzi, che dista un’ora di strada da qui, ma meno d’un sospiro di silenzio da questa trama mostruosa, quest’altra, quasi in fotocopia, di un’altra ragazzina sepolta nei campi, di altre famiglie disfunzionali o malate, di familismi amorali che diventano delitto e complicità, perché la legge non varca l’orto di casa”. Goffredo Buccini 13 settembre 2017 Corriere della Sera.

Non aspettatevi, però, tutela della comunità da parte degli amministratori locali.

Specchia. Noemi Durini e Lucio Marzo. Un film già visto, come Sarah Scazzi.

Lucio Marzo, fidanzato di Noemi, ha confessato ed ha fatto trovare il corpo.

Per il delitto di Sarah Scazzi, Michele Misseri, reo confesso, anch’egli ha fatto trovare il corpo, ma non è stato condannato per l’omicidio.

Chi sarà condannato per il delitto di Noemi Durini?

A Specchia, come ad Avetrana, si aspettavano i giornalisti con le palle, ma son arrivati solo…i coglioni.

Antonio Giangrande: Popolo di Avetrana, se avete un po’ di dignità ed orgoglio, indignatevi e condividete questo post su quanto ha scritto contro gli avetranesi Nazareno Dinoi, amico dei magistrati e direttore de "La Voce di Manduria", un giornalino locale di un paese vicino ad Avetrana. Il "mandurese" diffama indistintamente tutti gli avetranesi, e non me ne spiego l'astio, e gli amministratori locali e la loro opposizione non sono capaci di difendere l’onore di Avetrana contro la gogna mediatica programmata sin dal 26 agosto 2010 e protratta da giornalisti da strapazzo sui giornali ed in tv.

“La triste fine di Sarah Scazzi ha dato improvvisa notorietà al piccolo paese di Avetrana altrimenti sconosciuto ai più. Ha portato luce su un paese in ombra infastidendo chi vi abita. Ed è anche sugli avetranesi che il caso Scazzi si è contraddistinto per un’altra peculiarità: l’omertà, il visto e non visto, il non ricordo, il forse, il lo so ma non ne sono sicuro, il meglio farsi gli affari propri. Un popolo onesto che di fronte alla richiesta di coraggio si è tirato indietro. Anche in questo caso parlano i numeri e i dati: gli investigatori hanno ascoltato poco più di duecento persone, per la maggioranza avetranesi, poche hanno detto di aver visto qualcosa, nessuno si è presentato spontaneamente per aiutare la giustizia con l’amaro risultato che resterà negli annali delle cronache giudiziarie: dodici di loro sono stati indagati per falsa testimonianza o addirittura per favoreggiamento. Un record in negativo con cui Avetrana e gli avetranesi dovranno fare i conti.”

Il giornalista, come lui si definisce, dovrebbe sapere che i conti si fanno alla fine. Per ora omette di contare i due imputati assolti dall'accusa di favoreggiamento...o questo per omertà o censura non si può dire?

Antonio Giangrande:

Processo Scazzi a Taranto…aspettando la Cassazione.

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Ne parliamo con il dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che ben conosce quel foro avendo esercitato la professione forense e dalla cui esperienza ne sono usciti dei libri.

«Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati».

Antonio Giangrande: è stato presentato il ricorso contro lo Stato italiano presso la Corte Europea dei Diritti Umani.

In Italia si rileva che la Corte di Cassazione, sistematicamente, rigetta ogni istanza di rimessione da chiunque sia presentata e qualunque ne sia la motivazione.

Inoltre qui si rileva che la Corte Costituzionale legittima per tutti i concorsi pubblici la violazione del principio della trasparenza. Trasparenza, da cui dedurre l’inosservanza delle norme sulla legalità, imparzialità e buon andamento (efficienza).

Antonio Giangrande: Lettera aperta a “Quarto Grado”.

Egregio Direttore di “Quarto Grado”, dr Gianluigi Nuzzi, ed illustre Comitato di Redazione e stimati autori.

Sono il Dr Antonio Giangrande, scrittore e cultore di sociologia storica. In tema di Giustizia per conoscere gli effetti della sua disfunzione ho scritto dei saggi pubblicati su Amazon.it: “Giustiziopoli. Ingiustizia contro i singoli”; “Malagiustiziopoli”. Malagiustizia contro la Comunità”. Per conoscere bene coloro che la disfunzione la provocano ho scritto “Impunitopoli. Magistrati ed Avvocati, quello che non si osa dire”. Per giunta per conoscere come questi rivestono la loro funzione ho scritto “Concorsopoli. Magistrati ed avvocati col trucco”. Naturalmente per ogni città ho rendicontato le conseguenze di tutti gli errori giudiziari. Errore giudiziario non è quello conclamato, ritenuto che si considera scleroticamente solo quello provocato da dolo o colpa grave. E questo con l’addebito di infrazione da parte dell’Europa. Né può essere considerato errore quello scaturito solo da ingiusta detenzione. E’ errore giudiziario ogni qualvolta vi è una novazione di giudizio in sede di reclamo, a prescindere se vi è stata detenzione o meno, o conclamato l’errore da parte dei colleghi magistrati. Quindi vi è errore quasi sempre.

Inoltre, cari emeriti signori, sono di Avetrana. In tal senso ho scritto un libro: “Tutto su Taranto, quello che non si osa dire” giusto per far sapere come si lavora presso gli uffici giudiziari locali. Taranto definito il Foro dell’Ingiustizia. Cosa più importante, però, è che ho scritto: “Sarah Scazzi. Il delitto di Avetrana. Il resoconto di un avetranese. Quello che non si osa dire”. Tutti hanno scribacchiato qualcosa su Sarah, magari in palese conflitto d’interesse, o come megafono dei magistrati tarantini, ma solo io conosco i protagonisti, il territorio e tutto quello che è successo sin dal primo giorno. Molto prima di coloro che come orde di barbari sono scesi in paese pensando di trovare in loco gente con l’anello al naso e così li hanno da sempre dipinti. Certo che magistrati e giornalisti cercano di tacitarmi in tutti i modi, specialmente a Taranto, dove certa stampa e certa tv è lo zerbino della magistratura. Come in tutta Italia, d’altronde. E per questo non sono conosciuto alla grande massa, ma sul web sono io a spopolare.

Detto questo, dal mio punto di vista di luminare dell’argomento Giustizia, generale e particolare, degli appunti ve li voglio sollevare sia dal punto giuridico (della legge) sia da punto della Prassi. Questo vale per voi, ma vale anche per tutti quei programmi salottieri che di giustizia ne sparlano e non ne parlano, influenzando i telespettatori o da questi sono condizionati per colpa degli ascolti. La domanda quindi è: manettari e forcaioli si è o si diventa guardando certi programmi approssimativi? Perché nessuno sdegno noto nella gente quando si parla di gente rinchiusa per anni in canili umani da innocente. E se capitasse agli ignavi?

Certo direttore Nuzzi, lei si vanta degli ascolti alti. Non è la quantità che fa un buon programma, ma la qualità degli utenti. Fare un programma di buon livello professionale, si pagherà sullo share, ma si guadagna in spessore culturale e di levatura giuridica. Al contrario è come se si parlasse di calcio con i tifosi al bar: tutti allenatori.

Il suo programma, come tutti del resto, lo trovo: sbilanciatissimo sull’accusa, approssimativo, superficiale, giustizialista ed ora anche confessionale. Idolatria di Geova da parte di Concetta e pubblicità gratuita per i suoi avvocati. Visibilità garantita anche come avvocati di Parolisi. Nulla di nuovo, insomma, rispetto alla conduzione di Salvo Sottile.

Nella puntata del 27 settembre 2013, in studio non è stato detto nulla di nuovo, né di utile, se non quello di rimarcare la colpevolezza delle donne di Michele Misseri. La confessione di Michele: sottigliezze. Fino al punto che Carmelo Abbate si è spinto a dire: «chi delle due donne mente?». Dando per scontato la loro colpevolezza. Dal punto di vista scandalistico e gossipparo, va bene, ma solo dalla bocca di un autentico esperto è uscita una cosa sensata, senza essere per forza un garantista.

Alessandro Meluzzi: «non si conosce ora, luogo, movente ed autori dell’omicidio!!!».

Ergo: da dove nasce la certezza di colpevolezza, anche se avallata da una sentenza, il cui giudizio era già stato prematuramente espresso dai giudici nel corso del dibattimento, sicuri di una mancata applicazione della loro ricusazione e della rimessione del processo?

E quello del dubbio scriminate, ma sottaciuto, vale per tutti i casi trattati in tv, appiattiti invece sull’idolatria dei magistrati. Anzi di più, anche di Geova.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS.

Antonio Giangrande è sui Social Network

Antonio Giangrande: Sarah Scazzi. Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Un Giorno in Pretura e lo scandalo delle motivazioni.

Una giustizia senza vergogna. Comunque la si pensi sulle responsabilità è giustappunto scandaloso permettere tutto ciò.

La puntualizzazione del dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande di Avetrana, ha seguito il caso sin dall’inizio e sulla vicenda ha scritto ben tre libri e pubblicato decine di video.

Roberta Petrelluzzi è la ideatrice, regista e conduttrice di “Un Giorno in Pretura”. Le telecamere del programma di Rai Tre sono state le uniche ammesse nell’Aula Alessandrini del Tribunale di Taranto per riprendere in diretta tutte le fasi del dibattimento sul processo del delitto di Sarah Scazzi. “Un Giorno in Pretura” aveva l’onere di distribuire le immagini agli altri media.

Roberta Petrelluzzi, nella sua peculiarità di testimone privilegiata, ha avuto modo di seguire con imparzialità il dibattimento di primo grado, non essendo parte nel processo.

Quindi le sue parole hanno una certa importanza se pronunciate da chi, con il suo lavoro, di dibattimenti penali ne ha visionati a migliaia.

Il 25 giugno 2016, al momento dei saluti per l’ultima puntata del ciclo di stagione della trasmissione televisiva “Un giorno in pretura”, Roberta Petrelluzzi, conduttrice del programma, ha speso delle splendide parole per Cosima Serrano e Sabrina Misseri, condannate all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi.

«Voglio richiamare la vostra attenzione su una vicenda che mi ha molto coinvolta e che mi sta molto a cuore: la storia di Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Le due donne sono state condannate in primo grado nell’aprile del 2013, e oggi sono in attesa della sentenza della Cassazione. Ci sono voluti più di 11 mesi dopo il primo grado per scrivere le motivazioni della sentenza, cosa che è avvenuta anche per il processo d’appello. Più di 11 mesi. È stata questa la ragione che una giovane ragazza e sua madre, che si dichiarano disperatamente innocenti, sono da cinque anni in carcere. E ancora non si può dire la parola “fine” per una vicenda giudiziaria relativa a un delitto fra i più mediatici dell’ultimo decennio, dando al termine “mediatico” tutta la valenza negativa che alcune volte merita.»

Omicidio di Sarah Scazzi, «turismo macabro finito, ma non dimentichiamo. La ferita rimane aperta». Cesare Bechis su Il Corriere della Sera il 26 Agosto 2023

Tredici anni fa l’omicidio della 15enne che sconvolse l’Italia.  Il sindaco di Avetrana, Antonio Iazzi: così siamo andati avanti

«La nostra comunità non ha dimenticato assolutamente quanto avvenuto tredici anni fa perché fu un fatto destabilizzante che suscitò clamore e scalpore e proiettò Avetrana alla ribalta nazionale. Però la nostra città va avanti e cerca di superare l’immagine legata al caso Scazzi, e devo dire che ci sta riuscendo».

 Il sindaco di Avetrana, Antonio Iazzi, eletto nel 2021, non ha vissuto da amministratore pubblico quei giorni del 2010, quel 26 agosto che vide la scomparsa e poi il ritrovamento del cadavere  di Sarah Scazzi.

Fu il fatto di cronaca più clamoroso per la cittadina che, suo malgrado, fu per un lungo periodo al centro dell’attenzione nazionale e internazionale. Accorse in via Deledda, dove avvenne l’omicidio della quindicenne, la stampa di tutto il mondo facendone una meta ossessiva per migliaia di curiosi che si affollavano di fronte alla casa di zio Michele Misseri. Il fenomeno poi scemò. «Il cosiddetto turismo macabro alla casa dell’orrore – dice ancora il sindaco – per fortuna non lo registriamo più. È durato quel che è durato come capita in questi casi, ma da anni è finito. D’altra parte la villetta è chiusa e disabitata, c’è ancora la rete di copertura del giardino, ma non c’è più quella forma di turismo dell’orrore. Non vediamo più nessuno che chiede dov’è via Deledda per soddisfare quel tipo di curiosità morbosa».

Dall’agosto del 2010 in poi Avetrana, a una quarantina di chilometri da Taranto, sembrò ferita. Quando veniva nominata per un qualsivoglia motivo, la si accomunava immediatamente e unicamente al caso Scazzi, sembrava un’eredità pesante da portare, ma l’effetto con il tempo s’è diluito.

«Il paese non ha dimenticato»

«Il paese – puntualizza Antonio Iazzi - non ha dimenticato ma i suoi abitanti e noi come amministrazione cerchiamo di ribaltare lo stereotipo. Può capitare che ancora qualcuno accomuni il paese a quella tragedia ma noi stiamo riuscendo a risollevare l’immagine della città. Il Comune realizza iniziative dando seguito a quanto fatto già dalle precedenti amministrazioni per far vedere la parte buona di Avetrana, per scrollarle di dosso la patina di un decennio fa. Il flusso turistico per la storia e le spiagge avetranesi non manca e ciò dimostra che il lavoro fatto sta funzionando. In sostanza l’effetto negativo è ormai superato anche se nella nostra comunità è rimasta la ferita».

S’è ridotta quasi a zero anche la curiosità per i protagonisti della vicenda che, ammettono gli abitanti, quasi non si vedono in giro. 

La storia

La vicenda prese avvio il 26 agosto 2010, alle ore 17,20. Quel pomeriggio la mamma di Sarah, Concetta Serrano Spagnolo, si presentò negli uffici della stazione dei carabinieri. Denunciò la scomparsa di sua figlia Sarah Scazzi la quale alle 14.30 era uscita da casa per andare da sua cugina Sabrina Misseri in via Deledda, 22, con la quale doveva andare al mare. Era vestita con pantaloncini e maglietta e aveva uno zaino. L’avevano cercata ma non avevano più sue notizie. Questa storia, che ha visto la condanna all’ergastolo per omicidio della cugina Sabrina e della zia Cosima Serrano, e dello zio Michele Misseri per occultamento di cadavere a otto anni, divenne centrale nei programmi televisivi, giornalistici e radiofonici italiani e non solo. È stata il soggetto di una serie tv firmata dal regista Pippo Mezzapesa e del libro “Sarah, la ragazza di Avetrana”, scritto da Flavia Piccinni, giornalista e scrittrice tarantina, e Carmine Gazzanni.

Quarantuno giorni dopo, il 6 ottobre, lo zio Michele indicò dov’era il corpo di Sarah: in un pozzo di contrada Mosca dove lui stesso, proprio il giorno della presunta scomparsa, lo aveva nascosto.

Omicidio Sarah Scazzi, i dubbi su Sabrina Misseri: "Succube di mio padre". È lento il destino di Sabrina Misseri, condannata all'ergastolo per l'omicidio di Sarah Scazzi, ma il cui ricorso dei legali è stato ritenuto ammissibile dalla Corte di Strasburgo: la sua storia. Angela Leucci il 25 Agosto 2023 su Il Giornale.

Tabella dei contenuti

 Sabrina Misseri e il delitto di Avetrana

 Una nuova prospettiva

 Il ruolo dei media

Il delitto di Avetrana resta uno dei casi giudiziari più importanti e discussi degli ultimi decenni. Da un lato per la giovanissima età della vittima, Sarah Scazzi, di appena 15 anni, che fu uccisa il 26 agosto 2010. Dall’altro per chi furono le persone condannate all’ergastolo per aver commesso l'omicidio: Sabrina Misseri e Cosima Serrano, rispettivamente cugina e zia della ragazzina. Il caso fu lungamente trattato da tv e stampa, cosa che contribuì alla polarizzazione dell’opinione pubblica.

“Ad Avetrana è successo qualcosa che difficilmente poi si è ripetuto: una sorta di tifoseria da stadio, secondo le persone per cui si parteggiava. La scena che rimane emblematica è l’arresto di Cosima, con le persone che inveivano, le sputavano contro, le buttavano addosso qualsiasi cosa. Una delle più brutte pagine del giornalismo e del telegiornalismo italiano”. Così si esprimeva a IlGiornale.it il giornalista Carmine Gazzanni, uno dei due autori del volume “Sarah - La ragazza di Avetrana”, da cui è stata tratta una docuserie nel 2021.

Molto è stato detto - e sarà detto - sui protagonisti di questa vicenda, dato che Sabrina Misseri, condannata in tre gradi di giudizio, ha presentato, attraverso i suoi legali, un ricorso alla Corte di Strasburgo, ritenuto ammissibile. La giovane, ormai donna, è detenuta nella casa circondariale di Taranto con la madre, ma rappresenta una costante nell’impegno degli avvocati che l’hanno seguita. A maggio 2023 il legale della Misseri, Franco Coppi, ha rilasciato al Corriere della Sera un’intervista in cui ha dichiarato: “Prima ci scrivevamo una lettera a settimana, adesso all’improvviso tace. So che è in crisi e questo mi amareggia e mi preoccupa. Sono convintissimo dell’innocenza sua e di sua madre. Abbiamo fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo superato il primo controllo di ammissibilità. Ma i tempi sono lunghi. Lascerò il caso in eredità al mio studio”.

Sabrina Misseri e il delitto di Avetrana 

Nel 2010 Sabrina Misseri aveva 22 anni. Era un’estetista e trascorreva le sue giornate ad Avetrana, nella villetta in cui viveva con la madre Cosima Serrano e il padre Michele Misseri. A poca distanza da quella villetta vivevano Concetta Serrano, sorella di Cosima, con la figlia Sarah Scazzi. Tra le tante circostanze narrate dopo la scomparsa della 15enne, c’è il fatto che la giovane Scazzi trascorresse una cospicua parte delle sue giornate con la cugina, in particolare nel periodo estivo, tanto più che il padre e il fratello vivevano a Milano e le mancavano molto.

Intervistata nel 2018 da Franca Leosini a Storie Maledette, Sabrina Misseri, che si è sempre professata innocente, ha definito Sarah Scazzi “la sorella che non ho mai avuto”. Quell’intervista riscosse all’epoca un grande interesse da parte del pubblico, sia per la condanna subita da Misseri, sia per il modo con cui la donna parlasse al presente di molte cose, compresa sua cugina Sarah. “Con la testa non riesco a distinguere il passato dal presente”, chiosò ancora l’intervistata.

Sabrina Misseri è un personaggio chiave nel delitto di Avetrana. Quel 26 agosto 2010 era infatti in attesa della cugina e di un’amica per andare al mare. Tuttavia all’arrivo dell’amica, Mariangela Spagnoletti, Sarah Scazzi non si vedeva ancora, mentre la Misseri apparve molto agitata: a processo venne affermato che, nonostante i pochi minuti di ritardo della cugina, Sabrina aveva già avanzato l'ipotesi di un rapimento. Solo il 29 settembre successivo, un mese dopo la scomparsa, il padre di Sabrina, Michele Misseri, consegnò agli inquirenti il cellulare della 15enne semibruciato, che disse aver trovato in campagna. Il 6 ottobre l’uomo, dopo un lungo interrogatorio, crollò e confessò il delitto, conducendo le forze dell’ordine nel luogo dell’occultamento del corpo, una campagna con un pozzo in contrada Mosca ad Avetrana. 

Michele Misseri, tuttavia, ritrattò più volte quella versione, finendo per puntare il dito e poi ritrarlo perfino nei confronti della moglie e della figlia. Queste furono quindi condannate al termine di un iter giudiziario indiziario, principalmente sulla base di alcune testimonianze - in primis quella della cliente Anna Pisanò, pronta in più occasioni a segnalare situazioni che per la sua estetista risultarono poi in qualche modo compromettenti - di un presunto movente e della localizzazione delle celle telefoniche.

Per quanto riguarda il movente, la vita privata di Sabrina Misseri venne scandagliata a processo: si parlò della sua infatuazione per un compaesano, un amico della sua cerchia, tale Ivano Russo, per il quale Leosini disse nella stessa intervista che Sabrina fosse “sentimentalmente genuflessa”: pare che Sabrina Misseri fosse al centro di alcune chiacchiere, ma al tempo stesso gli inquirenti, forti di alcune testimonianze in tal senso, le hanno attribuito una certa gelosia nei confronti della cugina, sebbene la donna abbia sempre negato che questi potessero essere moventi plausibili.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..."

Su Sabrina Misseri pesarono anche altre circostanze, tra cui il fatto che lei avesse telefonato al padre durante l’interrogatorio. “Con il tempo ho capito che ero succube di mio padre”, avrebbe confessato a Leosini nel 2018. Nella stessa intervista Sabrina spiegò di non riuscire a perdonare il padre, che dal carcere continua ad autoaccusarsi dell’omicidio, per quello che è stato fatto alla cugina Sarah. Per questo motivo, al tempo, non riusciva a rispondere alle missive che Michele Misseri le inviava. “Sopravvivo grazie alla mia coscienza, perché so di non aver fatto niente”, è stato uno dei commenti della Misseri.

La condanna in corte d’assise per concorso in omicidio giunse nel 2013: a Sabrina Misseri e Cosima Serrano fu comminato l’ergastolo, poi confermato in appello nel 2015 e quindi in Cassazione nel 2017. A Michele Misseri fu riconosciuto il concorso in occultamento di cadavere. Come riportato dalle motivazioni di Cassazione, Sarah Scazzi era stata uccisa con “un’asfissia acuta, primitiva, meccanica e violenta” per cui il collo era stato stretto in una cintura: uno “strangolamento sinergico” messo in atto dalle “uniche due persone presenti in casa”, ossia madre e figlia. Per gli ermellini, Sabrina Misseri aveva agito tra l’altro con "fredda pianificazione di una strategia finalizzata, attraverso comportamenti spregiudicati, obliqui e fuorvianti, al conseguimento dell’impunità”. In altre parole alla donna furono addebitati presunti depistaggi mediatici.

Una nuova prospettiva

Finora, nella casa circondariale in cui divide la cella con la madre, Sabrina Misseri si è occupata di varie mansioni, come per esempio la distribuzione dei pasti e alcuni lavori di sartoria. In particolare ha realizzato, con le altre detenute, sia bambole con fini solidali, sia mascherine durante la pandemia del Covid-19.

Nella primavera del 2022 la Corte di Strasburgo ha ritenuto ammissibile il ricorso per Sabrina Misseri e Cosima Serrano per “violazione dei diritti della difesa”. I legali delle due donne hanno sottolineato possibili o presunti errori di metodo.

“Non discuto - ha commentato a suo tempo il legale di Sabrina Misseri Nicola Marseglia - della buona fede, non mi sognerei nella maniera più assoluta di pensare a qualcosa di diverso che non siano errori metodologici. Quei testimoni che sono stati sentiti nella fase delle indagini preliminari in maniera abbastanza serrata, articolata e rigorosa alla fine contraddicono la ricostruzione ipotizzata, e allora inizia questo richiamo, questo recupero, questa rivisitazione delle prime e delle seconde dichiarazioni nella ricerca di un percorso finalmente lineare al prezzo di mettere sotto i piedi tutta una serie di dati”.

Il ruolo dei media

I media ebbero un ruolo nell’individuazione di Sabrina Misseri come colpevole del delitto e quindi condannata all’ergastolo? La presenza capillare nei contenitori tv della giovane donna all’epoca della scomparsa della cugina divise l’opinione pubblica a metà: a questo si accostò un racconto mediatico poco lusinghiero, quasi lombrosiano, ribaltato in parte nell’intervista di Leosini che fu quindi unica nel suo genere.

Come detto, nel 2020, ovvero nel decimo anniversario dell’omicidio, il giornalista Carmine Gazzanni scrisse con la collega Flavia Piccinni “Sarah - La ragazza di Avetrana”, un libro-inchiesta in cui il lavoro giornalistico ha il fine di analizzare non solo i fatti di quel 2010 ma anche l’iter processuale che ne seguì, e di farlo con estrema lucidità, senza “inquinamenti” pregiudiziali di tipo mediatico.

Sarah Scazzi diventa serie tv: "Ecco perché il true crime piace ai media"

Dal libro è stata successivamente tratta una docu-serie che vuole spingere a chiedersi se non ci fossero sulla figura e sul ruolo di Sabrina Misseri dei pregiudizi che influenzarono i processi: in altre parole, è possibile che la narrazione attraverso stampa e soprattutto tv non abbia contribuito a creare nell’opinione pubblica una sorta di “mostro”, la cui condanna potrebbe non essere supportata da prove così granitiche? È un dilemma sicuramente degno di nota, soprattutto in relazione alla testimonianza di un fioraio, che affermò dapprima di aver visto Cosima Serrano inseguire e costringere a entrare in auto Sarah Scazzi il pomeriggio della scomparsa, per poi aggiungere che il suo sarebbe stato solo un sogno. La docu-serie però non darà risposte agli interrogativi che solleva: lascia che lo spettatore, messo a parte di tutti i fatti di quei giorni, si faccia una propria idea indipendente ma sempre con alle spalle la certezza di una sentenza passata in giudicato.

Gazzanni e Piccinni hanno collaborato per la realizzazione della serie “Avetrana - Qui non è Hollywood”, della quale tuttavia non è stata annunciata ancora la data di uscita: al momento, la serie dovrebbe essere in post-produzione. Il regista dell’opera è Pippo Mezzapesa, coautore della sceneggiatura con Antonella Gaeta e Davide Serino. Sabrina Misseri sarà impersonata dall’attrice Giulia Perulli, mentre Sarah Scazzi sarà Federica Pala.

Da Sara Scazzi a Elisa Claps: quando la cronaca nera (di Puglia e Basilicata) diventa fiction. Davide Grittani su Il Corriere della Sera il 26 aprile 2023

Diverse le pellicole ispirate ai fatti di cronaca pugliesi e lucane girate negli ultimi tempi. Tra le altre il delitto di "Avetrana - Qui non è Hollywood" e "Ti mangio il Cuore", entrambe firmate da Pippo Mezzapesa 

Dall'alto, le riprese ispirate al delitto di Avetrana, a quello di Elisa Claps, sotto Elodie in "Ti mangio il cuore" e "Colpo di Ferragosto"

Toh, la cronaca. Chi non muore si rivede. Rieccola, in una forma così smagliante come non succedeva dagli anni Ottanta. Quando non dettava solo la scaletta dei tiggì, ma come un pendolo scandiva la vita del Paese. Dopo aver subito le umiliazioni di fiction, fantasy, gialli (che avrebbero dovuto riabilitare un genere, mentre l’effetto ottenuto è stato abituarci alla mediocrità) e docufilm, la cronaca sembra essersi ripresa giornali e palinsesti, «il mostro che nulla concede» – come la chiamava Ennio Flaiano – ma che riempie le nostre vite col racconto di ciò che ci vergogniamo di ammettere di essere diventati. E come spesso succede basta il termometro del rione per misurare la febbre della piazza, ovvero potrebbe bastare l’osservazione delle sole produzioni Made in Puglia per commentare il cambio di storytelling del Paese.

Le produzioni «made in Puglia»

Solo negli ultimi due anni si registrano una dozzina tra produzioni, progetti in attesa di approvazione e trattamenti al vaglio di finanziatori. Dal successo del film «Ti mangio il cuore» di Pippo Mezzapesa (basato sulla storia dell’impossibile relazione sentimentale tra esponenti di clan rivali nella faida di Monte Sant’Angelo, che deve il titolo alle cronache di nera redatte per trent’anni da Gianni Rinaldi sulla Gazzetta del Mezzogiorno) alla serie «Avetrana – Qui non è Hollywood», firmata dallo stesso regista (incentrata sul delitto di Sarah Scazzi, il cui principale merito autoriale è stato riproporre la profonda ignoranza in cui è covata quella tragedia), da «Sei donne – Il mistero di Leila» diretta da Vincenzo Marra (mistery di Ivan Cotroneo e Monica Rametta, prodotto da Ibc Movie con Rai Fiction, realizzato con risorse del Prr Puglia Fesr-Fse 2014/20) a «Per Elisa» di Marco Pontecorvo (tre episodi prodotti da Fast Film e Cosmopolitan, prossimamente su Rai Uno, ispirati al delitto di Elisa Claps e alla pavidità culturale di una comunità che ha preferito favorire per decenni l’impunità del pluriomicida Danilo Restivo). Questo solo per rievocare il recente passato, perché per l’immediato futuro sarebbero al vaglio progetti che riguardano alcuni tra gli episodi più controversi avvenuti in Puglia dal 1990 a oggi.

I progetti per il delitto di Nadia Roccia

Potrebbe diventare fiction (il progetto è al vaglio di una importante produzione internazionale) anche il delitto avvenuto a Castelluccio dei Sauri il 14 marzo 1998, quando la studentessa Nadia Roccia fu attirata in trappola e uccisa dalle compagne di classe Anna Maria Botticelli e Mariena Sica: un caso che sconvolse l’Italia perché tutte le protagoniste erano donne, legate dal macabro rondò di esistenze – la cronaca dell’epoca mitizzò l’eventuale coinvolgimento di pratiche sataniche – in cui solitudine, noia paesana e follia bastano (e avanzano) per giustificare anche l’abisso. Così come potrebbe diventare fiction anche il barbaro assassinio di Antonio Perrucci Ciannamea, un ragazzo di Cerignola rapito il 7 novembre 1999 e ritrovato incaprettato 13 giorni dopo in un pozzo nelle campagne alla periferia della città ofantina: l’intenzione era quella di estorcere del denaro alla famiglia, ma poi la situazione è sfuggita di mano ad Angelo Caputo, al figlio Leonardo e al loro complice Damiano Russo (della condanna dei quali, in appello, si occupò l’ex magistrato e oggi presidente della Regione, Michele Emiliano). Sembrerebbe più avanzato lo stato dei lavori per la realizzazione di una serie tratta dalla testimonianza di tre vedove famiglie del rione Tamburi di Taranto, le prime a denunciare la connessione tra il cancro che ne aveva ucciso i mariti (2003, tutti operai all’ex Ilva) e l’esposizione alle polveri respirate nello stabilimento. Dalle prime indiscrezione trapelate la firma sarebbe quella di un regista italiano molto impegnato nel sociale, per una co-produzione Lucky Red e Rai Fiction: cinque puntate molto intense e sofferte, in cui la necessità di sfamare una famiglia sarebbe stata posta sullo stesso piatto (della bilancia, fatale ma vero) della vita, sul filo di un equilibrio così precario eppure così incontrovertibile, soprattutto per Taranto. 

Non si tratta di una serie, ma di un possibile lungometraggio, il trattamento in stesura molto avanzata – per una regia a quattro mani – che avrebbe l’obiettivo di raccontare il cosiddetto «Colpo di ferragosto»: quello che si consumò nel caveau dell’allora Banca di Roma a Foggia (14 Agosto 1997), quando furono ripulite 300 cassette di sicurezza per un bottino di 40 miliardi di vecchie lire (quasi 20 milioni di euro di oggi), uno dei più consistenti mai messi a segno nella storia d’Italia, con una lunga serie di basisti e «menti raffinatissime» nessuna delle quali realmente individuata. Perché interessa così tanto un colpo in banca? Perché il 7 luglio 2016 (quasi vent’anni dopo), facendo dei lavori in strada, fu scoperto il tunnel lungo 30 metri che dalla superficie stradale portava alle viscere della banca: sulla scia de Lo spietato (girato a Foggia, perlopiù nel quartiere fieristico), l’idea sarebbe quella di un’unica ambientazione in cui allestire una sorta de La casa di carta in salsa pugliese.

Insomma, la cronaca è tornata a prendersi i palinsesti delle nostre vite. Quando succede, solitamente, è sempre per lo stesso motivo. Perché quello che accade là fuori, dentro le nostre giornate, è diventato talmente noioso che il passato finisce per interessare molto più del presente.

Antonio Giangrande. Tutta la verità su un processo:

che vede Michele Misseri condannato ad 8 anni per occultamento di cadavere, mentre da sempre si dichiara colpevole dell'omicidio di Sarah Scazzi;

che vede Cosima Serrano e Sabrina Misseri condannati all'ergastolo per un omicidio del quale si dichiarano innocenti;

dove la corda dello strangolamento si trasforma in cintura;

dove le pettegole (parole di Coppi) vengono credute;

dove i testimoni si intimidiscono (alla Spagnoletti: Sarah e Sabrina litigavano? Dì di sì);

dove i testimoni anticipano l'orario di uscita di Sarah: dalle ore 14.30 alle ore 14 circa, assecondando l'ipotesi accusatoria;

dove si fanno passare per fatti veri i sogni dei testimoni;

dove si induce Michele Misseri ad accusare la figlia Sabrina per l'ottenimento dello sconto di pena per entrambi.

Parla Concetta Serrano Spagnolo Scazzi, Claudio Scazzi, Valentina Misseri, Ivano Russo.

Marialucia Monticelli, inviata del programma “Chi l’ha visto?”, Maria Corbi, giornalista de “La Stampa”.

Walter Biscotti, Franco Coppi, Nicola Marseglia, Roberta Bruzzone.

Brani tratti dalla trasmissione “Tutta la Verità” trasmessa sull’emittente Nove il 26 aprile 2018

LA TRISTE STORIA DI SARAH SCAZZI. Il delitto di Avetrana

Gaia Vetrano l'1 Luglio 2023 su nxwss.com 

Saturdie Ep. 28 – La triste storia di Sarah Scazzi

Quanto spesso sentiamo parlare di femminicidi. Di delitti irrisolti o di morti violente, come quella di Sarah Scazzi.

Pochi casi lasciano così tanto il segno. Nella storia del nostro paese c’è quello di Yara, di cui vi abbiamo parlato la settimana scorsa. Ma i più recenti, come quello di Michelle. Eppure, non tutti conoscono la storia dietro il delitto di Avetrana. Un dramma familiare reso pubblico a causa di un finale tutt’altro che felice.

Non una storia normale, ma di gelosia e amori rubati.

Una storia esplosa grazie alla rilevanza mediatica che gli venne data dai social, come Facebook, e da un programma televisivo quale Chi l’ha visto?.

Immaginate un attimo di trovarvi seduti tra le sedie del pubblico del programma televisivo. Fuori non fa più molto caldo: è ottobre, ormai l’estate si è conclusa. Una stagione passata a discutere riguardo la scomparsa di una giovane pugliese, sparita il 26 agosto scorso.

Proiettato sul grande schermo c’è il volto di una madre. Fuori c’è il mondo, e i campi di Taranto. Ma anche la libertà e, forse, una figlia ancora viva.

La gente guarda la televisione e, oltre i muri, e le finestre, il male e le atrocità sono compresse in qualche luogo, dove una giovane è rinchiusa. Qui ci vuole giustizia.

Fortunatamente per voi è stato riservato un posto di tribuna a “Chi l’ha visto?”, programma che negli ultimi anni ha spopolato, grazie anche a casi del genere. È un po’ macabro – forse – stare lì a scrutare le sofferenze di una povera madre, ma si sa, all’essere umano hanno sempre intrigato queste vicende.

Forse perché stralciano quel velo di normalità che rende le nostre vite così banali. Forse perché, egoisticamente parlando, ci ritroviamo tutti a tirare un respiro di sollievo, e a ringraziare qualche Dio perché non fa capitare queste disgrazie proprio a noi. Oppure, perché provare solidarietà ci fa sentire più simili agli altri. Più umani.

Molti lo definiranno uno spettacolo osceno. L’ennesima dimostrazione di come il giornalismo italiano riesca a trarre da una tragedia materiale adatto a una prima pagina. Come se i familiari delle vittime non fossero persone, ma spugne da spremere per estrarre da loro fino all’ultima dichiarazione strappalacrime.

In realtà è solo il primo atto di un dramma che bloccherà l’Italia per settimane.

Sul grande schermo c’è Concetta Serrano, riconoscibile dai suoi capelli rossi. Fuori da Avetrana probabilmente non è mai uscita. E se l’ha fatto non è sicuramente per presentarsi a un programma televisivo che tratta la scomparsa di sua figlia.

Poi c’è la conduttrice, Federica Sciarelli. Una donna che sa come fare spettacolo. Sa come creare una sarabanda mediatica sopra cui si erge un solo nome.

Bastano poche parole per fare aumentare gli ascolti. Poche semplici parole.

È il 6 ottobre del 2010 quando Federica Sciarelli comunica in diretta televisiva del ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi.

Da quel momento Concetta Serrano è solo una madre che ha appena scoperto che il caso della scomparsa di sua figlia si è appena trasformato in un caso di omicidio. 

L’hanno presa

La cornice nel quale ha inizio la nostra storia è quella di un paese da dove, forse, chiunque vorrebbe scappare. Certo, non è necessario vivere in una metropoli per parlare e stare bene. In mezzo a settemila abitanti c’è un’alta probabilità di trovare qualcuno.

Non è un borgo tentacolare, una vecchia crocevia romana, con animo di fiera battagliera. Una piccola perla delle Murge pugliesi, dove si respira aria di mare. Molti degli abitanti seguono ormai la storia di Sarah da mesi.

È il 26 agosto quando Concetta Serrano denuncia la scomparsa di sua figlia.

La piccola Scazzi ha 15 anni. È iscritta al secondo anno del liceo alberghiero e avrebbe percorso, prima di sparire, un piccolo tratto di strada. Quello che separa casa sua, in via Corso Verdi, e quella della cugina Sabrina Misseri, in via Grazia Deledda.

Quest’ultima è la cugina dal lato materno, estetista ventiduenne. Rende attraenti tutte le dame di Avetrana. Questa vive con Cosima Serrano e Michele Misseri. La coppia, prima di tornare ad Avetrana, viveva in Germania. Cosima lavorava prima in un’azienda di gelati, poi di cioccolata. L’altro, invece, è stato muratore per un cimitero. Ora vivono in Italia con le due figlie, Sabrina e Valentina, che vive a Roma.

Cosima e Michele lavorano la terra, e si spaccano la schiena nel farlo.

Da quando si perdono le tracce di Sarah, la prima a parlare è proprio Sabrina. Dichiara di averla aspettata per andare assieme al mare insieme a un’amica, Mariangela Spagnoletti. Sono proprio le due che danno l’allarme perché, quando provano a chiamare la Scazzi, cade sempre la linea.

A detta della Spagnoletti, la Misseri avrebbe ripetuto, mentre aspettava invano l’arrivo della cugina, “L’hanno presa”. Ma chi? 

L’Italia di Sarah Scazzi

La pista del sequestro e del rapimento a sfondo sessuale sono le più battute. Avetrana è sotto shock, mentre in paese arriva un esercito di giornalisti, inviati, cameraman, truccatrici, fonici, direttori e chi più ne ha più ne metta. Da ogni parte d’Italia arrivano per raccontare il caso di fine estate.

La storia di un’adolescente biondina scomparsa nel nulla è perfetta. Sarah è scomparsa ma tutti conoscono il suo volto, perché le sue immagini vengono diffuse in tutte le reti televisive. Immortalata sul piccolo schermo.

Ma prima di quel 26 agosto, cosa si nascondeva dietro quel sorriso? Sarah era una giovane in grado di voler bene. Di avvolgere chi le sta vicino in una morsa di calore. Mamma Concetta è una donna austera, quasi impassibile. In grado di amare, ma incapace di dimostrarlo, se non con il rigore. È una donna di fede, una testimone di Geova.

Il padre e il fratello vivono e lavorano in Lombardia, e tornano solo per le vacanze. Così, ricerca l’amore paterno in suo zio, Michele, e tratta sua cugina Sabrina come se fosse sua sorella. Per i Misseri, Sarah è come una terza figlia.

La giovane passa tutti i giorni a casa degli zi. Con loro è più leggera, e nei confronti della istintiva Sabrina prova grande stima. Quest’ultima è reduce da una relazione di cinque anni, da cui porta ancora le cicatrici. Ma ora nel suo cuore c’è solo Ivano Russo.

Questo è un bel fusto, il carisma di chi ci sa fare con il passato da militare. Un cuoco che non ha intenzione alcuna di fidanzarsi. Non con Sabrina, che per lui ha perso la testa. Chissà cosa l’attrae, sarà forse l’erotismo provinciale?

La Misseri presenta Sarah ai suoi amici, introducendola in un giro di ventenni. Tutti più grandi della piccola Scazzi. Girano tra pub, nei locali. Chiacchiere, frustrazioni, voglia di estate.

La faccenda si fa complessa quando, tra Sabrina e Ivano, si mette in mezzo Sarah. Tra i due ci sono sguardi, occhiatine. La Scazzi si avvicina al ventisettenne chef. Tra i due non può che esservi amicizia, o almeno questo si ripete la Misseri.

Basta poco per ridurre in frantumi il rapporto tra due donne, e fidatevi se ne so qualcosa. Se di mezzo c’è la passione, o un carattere focoso come quello di Sabrina, le cose non sono affatto facili. Tutta Avetrana sa che ha un debole per Ivano, che lei scherzosamente paragona a un Dio.

Il paese è in fido: tutti spettegolano. Ma per la Misseri è l’unico luogo al mondo per far sbocciare il loro rapporto.

Il numero di SMS che i due si scambiano supera i quattromila. Lui è schivo, lei la definiremo una sottona.

Eppure, la pazienza premia. È agosto quando finalmente i due si appartano in auto. L’approccio sessuale c’è, ma qualcosa non funziona. Manca la chimica, Ivano non vuole completare il rapporto. Per Sabrina è una tragedia. Un rifiuto che provoca in lei un vortice di sconforto.

La piccola Misseri racconta a Sarah, in cerca di conforto, di quella tragica notte. Di come si senta adesso inadeguata, sbagliata. Si chiede perché le cose per lei non vadano per il verso giusto. Quando mai sarà fortunata in amore. Allora Sarah ne parla con il fratello Claudio, che guarda caso è proprio amico di Ivano. La questione della macchina diventa di dominio pubblico.

Tutta Avetrana viene nutrita da questa storia, anche a causa delle chiacchiere nate da Sarah. La Scazzi non è più la dolce cuginetta, ma pian piano le due cominciano a detestarsi. Sabrina di lei racconta in giro che si venda per due coccole a Ivano. L’altra scrive della Misseri nel suo diario, dandole della “stronza”.

Basta così poco per separare due donne.

Più di un dramma familiare

Ma ritorniamo alla famosa puntata di Chi l’ha visto.

La notizia della morte di Sarah sconvolge Avetrana.

Concetta viene definita la Sfinge, perché il suo sguardo non tradisce emozioni.

Michele Misseri, il 26 settembre, racconta di aver trovato il telefono di Sarah per i campi di Avetrana. Ogni barlume di dichiarazione viene intercettato dalle telecamere. Sabrina è sempre disposta a mostrarsi in camera. L’opinione pubblica comincia a dubitare della famiglia Misseri.

La stessa Concetta Serrano chiederà di indagare in casa degli zi. Strano che Michele abbia ritrovato il telefono, e strano che Sabrina sia così disponibile a rilasciare interviste.

Così gli inquirenti cospargono di cimici casa Misseri e l’auto di Michele. Riescono così a captare un monologo dello zio. Questo si trova in auto e, mentre ascolta la notizia del ritrovamento del corpo della Scazzi, comincia a parlare da solo. In poche parole, confesserà di essere stato lui ad averla uccisa.

Seguono nove ore di interrogatori prima che Michele confessi di aver commesso il delitto nel suo garage, prima di abbandonare il corpo in un pozzo in Contrada Mosca. Sarah sarebbe morta a causa di asfissia meccanica da costrizione, in gergo tecnico. In parole povere, Misseri l’avrebbe strozzata con una corda.

L’autopsia individua proprio un solco sulla parte posteriore del collo. Questa, tuttavia, è una delle poche certezze.

Misseri corona la prima confessione affermando di aver abusato del cadavere, ma il RIS non trova tracce di violenze sul corpo.

Dopo il primo interrogatorio, Michele fornirà sempre nuove versioni, zoppicanti e contraddittorie. In pochi giorni dà vita a dieci nuovi racconti. Ma il 15 ottobre tira finalmente in ballo Sabrina, che lo avrebbe aiutato nel delitto, tenendo ferma Sarah.

La piccola di casa Misseri viene subito arrestata per concorso in omicidio, mentre si moltiplicano le bugie raccontate dal padre per allungare le indagini. Alla fine, Michele accuserà sua figlia di aver ucciso la Scazzi. Lo avrebbe fatto per gelosia, perché la cuginetta era troppo vicina al bello Ivano. Lui avrebbe solamente occultato il cadavere.

Dopo questa decisiva confessione, lo zio ritratterà le sue posizioni, negando il coinvolgimento di Sabrina. Eppure, chiunque stenta a credere che quest’ultima non sia coinvolta.

Sulle dinamiche dell’omicidio, sugli spostamenti di Sarah da casa sua verso casa dei Misseri, si è detto tanto. Ma il nostro racconto non è ancora finito.

L’ultimo grande nome

C’è un’altra figura coinvolta. È il 26 maggio 2011, Sabrina è già stata arrestata. Con poca classe, i media commentano la sua figura e la sua storia. Eppure, basta poco perché si dimentichino di lei.

In manette e in prima pagina c’è proprio lei, Cosima Serrano. La mamma di Sabrina, moglie di Michele e zia di Sarah. Una donna ferma e che si spezza la schiena. Che le sue sofferenze le trasforma in certezze.

A incastrarla le analisi sulle celle telefoniche. Il cellulare di Cosima avrebbe effettuato una telefonata dal garage proprio il 26 agosto. Ci sarebbe anche una testimonianza in un fioraio che aveva visto Sarah strattonata dalla zia e trascinata di forza in macchina, dove ad aspettarla c’era proprio Sabrina.

Dichiarazione che venne poi ritrattata.

Il processo si apre nel 2012. Sul banco degli imputati e dei testimoni si schiera un catalogo umano ampio e vastissimo.

Sarah Sca sarebbe stata inseguita per strada e poi strangolata in casa. Sabrina avrebbe fatto finta di inviare dei messaggi alla cugina in cui la incitava a sbrigarsi, mentre il corpo veniva trasportato in garage. A Michele il compito di ripulire la scena.

La Cassazione conferma l’ergastolo a Sabrina e a Cosima, Michele sarà condannato per inquinamento delle prove e occultamento del cadavere. Anche Ivano sarà condannato, avrebbe mentito ai giudici sostenendo di non aver visto Sarah il giorno del delitto. In realtà, il giovane avrebbe visto entrambe le cugine, causando una lite furiosa tra le due.

Ivano avrebbe continuato poi a mentire durante gli interrogatori. Perché non dire la verità? Cosa avrebbe avuto da perdere?

Una vicenda quasi allucinante, dove la comunità gioca un ruolo fondamentale.

Tutt’oggi, Michele continua ad addossarsi la colpa. Forse per scagionare la moglie e la figlia, oppure per attirare l’attenzione su di sé.

Settemila anime che hanno visto, hanno spettegolato, hanno testimoniato, ma anche mentito. Dopo la condanna, ad Avetrana torna la pace. Ma nulla sarà come prima. Chissà se, arrivata la notte, qualcuno ancora ci pensa, alla storia di Sarah.

Scritto da Gaia Vetrano

GAIA VETRANO. 19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passioni e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

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Franco Coppi, la denuncia: "Strane cose nei palazzi di giustizia". Libero Quotidiano il 06 maggio 2023

"Nei palazzi di giustizia succedono cose stravaganti...": l'avvocato Franco Coppi si è raccontato in una lunga e intima intervista al Corriere della Sera. E parlando dell'ultima baruffa avuta con un magistrato, ha detto: "Un collega mi ha chiesto di affiancarlo in Cassazione per un processo che sembrava straperso. Quando ha cominciato a parlare, il presidente della sezione si è subito mostrato insofferente. Lo ha redarguito, gli ha detto che aveva già depositato 100 pagine. 'Non vorrà ripetere tutto daccapo', è sbuffato dichiarandosi seccato. Così il collega si è avvilito e in pratica ha rinunciato a parlare". Poi è toccato a lui: "Quando ho preso la parola mi ha detto: avvocato, io oggi ho 34 processi, la prego di fare in fretta. Gli ho risposto: beato lei che ne ha 34, io ne ho solo uno e non intendo rinunciare a una sola parola. Secondo me ha pensato: questo mi fa un esposto e alla fine sa cosa ha fatto? Ha annullato la sentenza con rinvio". 

Qualcosa da dire, però, ce l'ha avuta anche sugli avvocati: "Non ci facciamo mancare nulla neanche noi. Le ho già raccontato del collega che fece un’arringa accorata contro la richiesta di ergastolo per il suo assistito?", ha chiesto alla giornalista del Corsera. Il riferimento è al legale che disse "il poveretto deve già sopportare di vivere senza i suoi genitori". "Ricordo ancora bene la faccia del presidente quando lo interruppe (ride). Gli disse: avvocato, ma i genitori li ha ammazzati lui! E quello: vabbè, sempre orfano è. Inarrivabile", ha raccontato ancora Coppi. 

Tra i problemi più urgenti della giustizia italiana c'è, secondo lui, "la lunghezza abnorme dei processi; 7-9 anni di media è un tempo mostruoso". Ma non è tutto: "Poi ho la sensazione di una certa trasandatezza nel sistema Giustizia, come se ci fossimo tutti quanti un po’ abbassati di livello". Parlando del caso Avetrana e di Sabrina Misseri, l'avvocato 84enne ha confessato: "Prima ci scrivevamo una lettera a settimana, adesso all’improvviso tace. So che è in crisi e questo mi amareggia e mi preoccupa. Sono convintissimo dell’innocenza sua e di sua madre. Abbiamo fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo superato il primo controllo di ammissibilità. Ma i tempi sono lunghi. Lascerò il caso in eredità al mio studio...".

Un pensiero infine per l'avvocato Ghedini: "Povero Ghedini, era una persona perbene ed era diventato un amico; lui voleva molto bene a Berlusconi. Il suo cane mi riempie le giornate. Gli parlo, so che mi capisce. A Villa Borghese siamo diventati molto popolari". 

L’avvocato Franco Coppi: «Sabrina Misseri mi scriveva una lettera a settimana. Mi fermano al parco per chiedermi consigli legali». Giusi Fasano su Il Corriere della Sera il 5 maggio 2023.  

L’avvocato Franco Coppi: «Il cane che mi regalò Ghedini mi riempie le giornate. Tornando indietro forse farei il pittore» 

È sabato pomeriggio e l’avvocato Franco Coppi stavolta non riceve a «casa sua», cioè in Cassazione. L’appuntamento è nel suo studio.

Nell’ascensore qualcuno ha scritto «Viva Lazio», se n’è accorto? «Figurarsi se un romanista come me non se ne accorge. Penso di far cambiare tutto, non basta cancellare la scritta per lavare l’offesa». Ride.

Ci ricorda la sua età?

«Ottantaquattro anni, nato a ottobre, Scorpione».

Ma lei è tipo da oroscopo?

«Eccerto! Solo che trovo inutile preoccuparsi prima di come andrà una giornata, e allora lo leggo il giorno dopo per sapere se ci ha azzeccato».

L’ultima baruffa con un magistrato?

«Una cosa recente. Un collega mi ha chiesto di affiancarlo in Cassazione per un processo che sembrava stra-perso. Quando ha cominciato a parlare, il presidente della sezione si è subito mostrato insofferente. Lo ha redarguito, gli ha detto che aveva già depositato 100 pagine. “Non vorrà ripetere tutto daccapo”, e sbuffato dichiarandosi seccato. Così il collega si è avvilito e in pratica ha rinunciato a parlare».

Ma poi è toccato a lei...

«Quando ho preso la parola mi ha detto: avvocato, io oggi ho 34 processi, la prego di fare in fretta. Gli ho risposto: beato lei che ne ha 34, io ne ho solo uno e non intendo rinunciare a una sola parola. Secondo me ha pensato: questo mi fa un esposto e alla fine sa cosa ha fatto? Ha annullato la sentenza con rinvio. Nei palazzi di giustizia succedono cose stravaganti...».

A quale aneddoto sta pensando?

«A una scenetta vissuta in Cassazione. Era un processo per reati sessuali. La presidente fa un appello alle parti; vi prego di usare toni soft, chiede, e di non impiegare parole che facciano riferimento a parti corporali. Mi sono chiesto: e cosa racconto se non posso parlare del corpo? Così quando è toccato a me ho detto: presidente, io mi adeguo, parlerò di problemi di dietro. C’è stato un momento di gelo, ho pensato: adesso mi accusa di oltraggio, e invece stava cercando di capire che cosa volessi dire, e quando l’ha capito ha esultato: bravo avvocato, bravo!».

Anche sugli avvocati ci sarebbe molto da dire...

«Vero. Non ci facciamo mancare nulla neanche noi. Le ho già raccontato del collega che fece un’arringa accorata contro la richiesta di ergastolo per il suo assistito?».

Quello che disse «il poveretto deve già sopportare di vivere senza i suoi genitori»?

«Proprio lui. Ricordo ancora bene la faccia del presidente quando lo interruppe (ride). Gli disse: avvocato, ma i genitori li ha ammazzati lui! E quello: vabbé, sempre orfano è. Inarrivabile...».

Ora un argomento serio. Qual è il problema più grave della giustizia, secondo lei?

«Fosse soltanto uno... Certamente la cosa che più salta agli occhi è la lunghezza abnorme dei processi; 7-9 anni di media è un tempo mostruoso. So che diventando vecchi si diventa laudator temporis acti ma quand’ero giovane andavo in udienza e sapevo che il processo avrebbe avuto una durata accettabile. Oggi capita che il pubblico ministero discuta a gennaio e la difesa a dicembre. Fissano udienze dopo un anno... E poi ho la sensazione di una certa trasandatezza, nel sistema Giustizia, come se ci fossimo tutti quanti un po’ abbassati di livello. E sa un’altra cosa?».

Cosa?

«È inutile parlare di separazione delle carriere. L’unica separazione utile è fra persone capaci e intelligenti e chi non lo è. Io penso che un modo per velocizzare tutto potrebbe essere una cosa che farà storcere il naso a molti colleghi, lo so già».

Che sarebbe?

«Restituire al giudice del dibattimento la conoscenza degli atti. Oggi esiste quest’idea sacra che il giudice debba arrivare vergine al dibattimento. Ma se uno è perbene e onesto intellettualmente può leggere gli atti e farsi un’idea prima del processo e poi, in aula, può anche cambiarla sentendo le parti».

Il caso Avetrana è sempre il suo cruccio? Ha ancora contatti con Sabrina Misseri?

«Prima ci scrivevamo una lettera a settimana, adesso all’improvviso tace. So che è in crisi e questo mi amareggia e mi preoccupa. Sono convintissimo dell’innocenza sua e di sua madre. Abbiamo fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e abbiamo superato il primo controllo di ammissibilità. Ma i tempi sono lunghi. Lascerò il caso in eredità al mio studio...».

Non le crede nessuno se dice che vuole ritirarsi.

«Non è quello. Io mi emoziono ancora come il primo giorno all’idea che uno bussi al mio studio per chiedermi aiuto. Ma le ho già detto quanti anni ho... Faccia un po’ lei».

Sta parlando della morte?

«Beh, l’età non aiuta a tenere lontano il pensiero. Vero è che Andreotti sosteneva che i processi allungano la vita...».

In che senso?

«Diceva che i magistrati contavano sul fatto che lui morisse prima della sentenza, così avrebbero pronunciato estinto il reato per morte del reo. E allora lui se n’era fatto una questione di puntiglio: non muoio finché non finisce il processo, e così è stato».

E il cane che le regalò l’avvocato Ghedini?

«Povero Ghedini, era una persona perbene ed era diventato un amico; lui voleva molto bene a Berlusconi. Il suo cane mi riempie le giornate. Gli parlo, so che mi capisce. A Villa Borghese siamo diventati molto popolari».

Vi fermano per autografi?

«Non proprio. Ma ci conoscono, ci fermano. L’altro giorno un tizio mi ha detto: avvoca’, ho menato mi’ moglie, 20 giorni de prognosi salvo complicazioni. È grave? E io: beh, ha una certa gravità. Risposta: se me serve posso passà? Non l’ho più visto... La moglie l’avrà perdonato».

Se tornasse indietro rifarebbe l’avvocato?

«Io ho fatto l’avvocato per sbaglio. Ho scelto il penale perché mi sembrava meno avvocatura, non c’era da impicciarsi di società, cambiali e cose del genere. Ho cominciato 60 anni fa e all’epoca il cuore del processo era la Corte d’Assise, cioè l’uomo, con le sue passioni e i suoi sentimenti».

Ma non ha risposto: rifarebbe l’avvocato?

«Forse farei il pittore, che è la mia vecchia passione. Anche se devo dire che se veramente avessi avuto dentro il fuoco dell’arte me ne sarei fregato dell’avvocatura. Mentre studiavo Giurisprudenza andavo all’accademia e vivevo in mezzo ad aspiranti pittori come me, e le assicuro che una cena fra pittori mancati è esaltante».

Vi sentivate intellettuali?

«Più che altro ci divertivamo. In una serata tu potevi distruggere nientemeno che Michelangelo: “appena passabile come scultore eh... ma come pittore non me ne parlare”. Salvavi Raffaello, magari. Ma Picasso: “chi è Picasso? Chi lo conosce?” Forse non era la mia strada... Non so più chi ha detto che passiamo tutta la vita a diventare quello che siamo, io sono un avvocato. E va bene così».

Antonio Giangrande.  

Al Presidente del Consiglio Comunale di Avetrana

Per il sindaco di Avetrana e la Giunta Comunale

Per i consiglieri comunali

Avetrana lì 3 giugno 2015

Oggetto: Art. 47/49 Statuto di Avetrana. Richiesta di convocazione di un Consiglio Comunale monotematico attinente il Caso Sarah Scazzi per la ricerca di strumenti di tutela dell’immagine e della reputazione del paese e dei suoi cittadini di fronte alla gogna mediatica a cui è perennemente sottoposto.

Il sottoscritto Dr Antonio Giangrande, scrittore, nato ad Avetrana il 02/06/1963 ed ivi residente alla via Manzoni, 51, presidente nazionale della Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, direttore di Tele Web Italia e vice presidente della Associazione Pro Specchiarica, sodalizio di promozione del territorio, con sede legale in via Piave 127 ad Avetrana, tel 0999708396 cell. 3289163996,

premesso che

sin dal 26 agosto 2010, dal momento della scomparsa di Sarah Scazzi in Avetrana, i cittadini del paese sono oggetto di una gogna mediatica senza soluzione di continuità che non trova pari in nessun altro caso di cronaca nazionale ed internazionale. Da allora ho scritto 3 libri sul delitto, rendicontando giorno per giorno eventi avvenuti e commenti elargiti in tutta Italia. Per gli effetti ho verificato che di Avetrana si è fatta carne da macello. Se da una parte, per quanto riguarda i protagonisti della vicenda, il diritto di cronaca è tutelato dalla Costituzione italiana, quantunque per esso non vi è giustificazione quando per loro questo si travalica. E’ criminale, però, quando si coinvolgono in questa matassa tutti gli altri cittadini di Avetrana che nulla centrano con la vicenda. Eppure dal 26 agosto 2010 tutti gli avetranesi sono stati dipinti come retrogradi, omertosi e mafiosi. Chi riesce ad andare oltre i confini della “Cinfarosa” si accorge che Avetrana è conosciuta in tutto il mondo e certo non in toni lusinghieri. Tanto da far mortificare i suoi cittadini e far pagare loro fio per colpe non commesse. Non basta il mio prodigarmi a favore di Avetrana attraverso la pubblicazione dei miei libri o di video o di note stampa sui miei o altrui blog per ristabilire la verità. Io sono sempre un semplice cittadino che non fa testo e questo è un limite, oltretutto, chi mi segue, per come mi conosce, non pensa che io sia di Avetrana e ciò rende meno efficace la posizione da me assunta. D’altra parte, però, a difesa dei diritti di Avetrana si è notato una certa mancanza di iniziativa adeguata da parte dell’Amministrazione Comunale, tanto meno la minoranza ha adottato misure opportune di pungolo o di critica. Il tutto per mancanza di coraggio o di impreparazione comunicazionale. E per questo nei libri non ho mancato di rilevare l’ignavia atavica degli amministratori. Poco si è fatto e quel poco è risultato al di più dannoso. Se da una parte può essere considerato opportuno, con oneri per la comunità, costituirsi parte civile nei confronti di chi si addita prematuramente come responsabile e comunque non ha nulla da risarcire, intollerabile è che Pasquale Corleto, avvocato per il Comune di Avetrana, che dovrebbe tutelare l’immagine degli avetranesi, dica in pubblica udienza inopinatamente: «Avetrana è una città di gente che lavora e vi preannunzio per andare sempre più in fretta LA GENTE DI AVETRANA E’ COME MICHELE MISSERI. Se ad Avetrana non ci fosse stata gente sana, non avremmo potuto parlare della contestazione d'accusa di sequestro di persona». Io non sono come Michele Misseri. Io non mi accuso di essere un assassino!

Comunque, l’inadeguato contrasto da parte del Comune di Avetrana ha portato all’apice dell’ignominia.

In occasione della notifica dei 12 gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari fatti notificare a quanti, secondo l’accusa, erano a conoscenza di fatti e particolari riguardanti l’omicidio e hanno taciuto, o peggio detto il falso, dinanzi ai pubblici ministeri o alla corte d’assise, i media si sono sbragati.

Nel caso dell'omicidio di Sarah Scazzi, trattato molto spesso da “Quarto Grado” su “Rete 4” di Mediaset la redazione (guidata da Siria Magri) si è attestata su una linea prevalentemente conforme agli indirizzi investigativi della pubblica accusa, cioè della Procura della Repubblica di Taranto. Tanto che i suoi ospiti, quando sono lì a titolo di esperti (pseudo esperti di cosa?) o, addirittura, a rappresentare le parti civili, pare abbiano un feeling esclusivo con chi accusa, senza soluzione di continuità e senza paura di smentita. A confermare questo assioma è la puntata del 15 maggio 2015 di “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi ed Alessandra Viero e curato da Siria Magri.

A riprova della linea giustizialista del programma, lo stesso conduttore è impegnato a far passare Ivano come bugiardo, mentre il parterre è stato composto da:

Alessandro Meluzzi, notoriamente critico nei confronti dei magistrati che si sono occupati del processo, ma che sul caso trattato è stato stranamente silente o volutamente non interpellato;

Claudio Scazzi, fratello di Sarah;

Nicodemo Gentile, legale di parte civile della Mamma Concetta Serrano Spagnolo Scazzi.

Solita tiritera dalle parti private nel loro interesse e cautela di Claudio nel parlare di omertà in presenza di cose che effettivamente non si sanno.

Per il resto ospite è Grazia Longo, cronista de “La Stampa”, che si imbarca in accuse diffamatorie, infondate e senza senso: «…e purtroppo tutto questo è maturato in seno ad una famiglia ed anche ad un paese dove mentono tutti…qui raccontano tutti bugie».

Vada per i condannati; vada per gli imputati; vada per gli indagati; ma tutto il paese cosa c’entra?

Ospite fisso del programma è Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, che anche lui ha guizzi di idiozia: «Io penso che da tutto quello che ho sentito una cosa la posso dire con certezza: che se domani qualcuno volesse scrivere un testo sull’educazione civica, di certo non dovrebbe andare ad Avetrana, perché al di là della veridicità o meno della dichiarazione della ex compagna di Ivano, al di là della loro diatriba, è chiaro che qui c’è veramente quasi un capannello di ragazzi che nega, un’alleanza tra altri che si mettono d’accordo: mamma ha visto questo, mamma ha visto quest’altro. Ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile scalfire, scavalcare questo muro, veramente posto tra chi deve fare le indagini e la verità dei fatti? E’ difficilissimo. Cioè, la sicurezza, la nostra sicurezza è nelle mani di noi.»

Complimenti ad Abbate ed alla sua consistenza culturale e professionale che dimostra nelle sue affermazioni sclerotiche. Cosa ne sa, lui, dell'educazione civica di Avetrana?

Fino, poi, nel prosieguo, ad arrivare in studio, ad incalzare lo stesso Claudio, come a ritenere egli stesso di essere omertoso e reticente. Grazia Longo: «..però Claudio anche tu devi parlare, anche tu, scusa se mi permetto, dici delle cose e non dici. Io non ho capito niente di quello che hai detto. Tu sai qualcosa e non lo vuoi dire!»

Accuse proferite al fratello della vittima…assurdo! Tutto ciò detto di fronte a milioni di spettatori creduloni.

Si noti bene: nessun ospite è stato invitato per rappresentare le esigenze della difesa delle persone accusate o condannate o addirittura estranee ai fatti contestati.

Per questi motivi

SI CHIEDE ALLA SV VOSTRA

Non essendoci fin qui, colpevolmente, nessun provvedimento adottato per motu proprio, ossia d’ufficio, nonostante le segnalazioni verbali al presente ufficio di presidenza, al sindaco, al vice sindaco ed ad esponenti della minoranza, di convocare ai sensi dello Statuto del Comune di Avetrana, come previsto dagli artt. 24 comma 3, 29, 37, attraverso la presente richiesta di pubblico interesse inoltrata in virtù del dettato dello Statuto del Comune di Avetrana, ex art. 47, in qualità di presidente di una associazione ed ex art. 49 da semplice cittadino, un consiglio comunale monotematico per le motivazioni in oggetto, opportunamente pubblicizzato e partecipato. In tale sede si ricerchino e si adottino, finalmente all’unanimità ed in unione, adeguati e netti strumenti di tutela dell’onorabilità di Avetrana e dei suoi cittadini, come per esempio una denuncia per diffamazione a mezzo stampa e relativa azione civile contro i giornalisti ed al direttore del programma televisivo citati. Altresì aggiungersi una campagna stampa istituzionale, affinchè, a tale delibera adottata, sia data ampia rilevanza nazionale in modo tale che la querela non sia fine a se stessa ma attivi un clamore mediatico. In questo modo, dal dì di approvazione in poi, sia di monito a tutti e, finalmente, tutti si possano lavare la bocca prima di pronunciare qualsivoglia considerazione malevola sul nostro paese.

Comunque qualcosa va fatto, in quanto la misura è abbondantemente colma e con vostra responsabilità.

Mi è stato consigliato di soprassedere alla mia proposta, ovvia e normale in altri luoghi, ma forse considerata estemporanea ad Avetrana. Io non dispero, considerando, nonostante tutto, Avetrana un paese normale.

Con ossequi.

Dr Antonio Giangrande

NATURALMENTE: LETTERA MORTA

Giunta Municipale sotto la presidenza del Sindaco Avv. Mario DE MARCO e nelle persone dei Signori seguenti:

1) DE MARCO Mario Presidente

2) SCARCIGLIA Alessandro Assessore

3) MINO’ Antonio Assessore

4) TARANTINO Enzo Assessore

5) PETARRA Daniele Assessore

Consiglio Comunale

DE MARCO Mario

TARANTINO Enzo

PETARRA Daniele

BALDARI Antonio

MAGGIORE Vito

GIANGRANDE Pietro

DERINALDIS Cosimo

MANNA Cosima

SARACINO Francesco

CONTE Luigi

LANZO Antonio

MICELLI Emanuele

PETRACCA Rosaria

Antonio Giangrande: Quarto Grado. Nuzzi, Longo ed Abbate, Avetrana vi dice: vergogna!

Per il resto ospite è Grazia Longo, cronista de “La Stampa”, che si imbarca in accuse diffamatorie, infondate e senza senso: «…e purtroppo tutto questo è maturato in seno ad una famiglia ed anche ad un paese dove mentono tutti…qui raccontano tutti bugie».

Vada per i condannati; vada per gli imputati, ma tutto il paese cosa c’entra?

Ospite fisso del programma è Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, che anche lui ha guizzi di idiozia: «io penso che da tutto quello che ho sentito una cosa la posso dire con certezza: che se domani qualcuno volesse scrivere un testo sull’educazione civica, di certo non dovrebbe andare ad Avetrana, perché al di là della veridicità o meno della dichiarazione della ex compagna di Ivano, al di là della loro diatriba, è chiaro che qui c’è veramente quasi un capannello di ragazzi che nega, un’alleanza tra altri che si mettono d’accordo: mamma ha visto questo, mamma ha visto quest’altro. Ma ci rendiamo conto di quanto sia difficile scalfire, scavalcare questo muro, veramente posto tra chi deve fare le indagini e la verità dei fatti? E’ difficilissimo. Cioè, la sicurezza, la nostra sicurezza è nelle mani di noi.»

Complimenti ad Abbate ed alla sua consistenza culturale e professionale che dimostra nelle sue affermazioni sclerotiche. Cosa ne sa, lui, dell'educazione civica di Avetrana?

Fino, poi, nel prosieguo, ad arrivare in studio, ad incalzare lo stesso Claudio, come a ritenerlo egli stesso di essere omertoso e reticente. Grazia Longo: «..però Claudio anche tu devi parlare, anche tu, scusa se mi permetto, dici delle cose e non dici. Io non ho capito niente di quello che hai detto. Tu sai qualcosa e non lo vuoi dire!»

Accuse proferite al fratello della vittima…assurdo!

Antonio Giangrande: Sarah Scazzi. Il delitto di Avetrana. Processo ai Misseri. Quando la Giustizia non convince, ma la televisione sì.

Una farsa dove i media sono la pubblica accusa ed i loro spettatori sono i giudici popolari. La difesa è un optional assente.

Intervista al dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, autore avetranese che sulla vicenda ha scritto tre libri: sulla scomparsa, il ritrovamento, gli arresti ed il processo di primo grado; sull’appello; sui giudizi penali ai testimoni non conformi alla linea accusatoria.

Dr. Antonio Giangrande lei su quali basi può essere ritenuto un relatore attendibile della vicenda?

«Sono di Avetrana ed ho esercitato la professione forense nel foro di Taranto, finchè me lo hanno permesso, non essendo conforme, quindi conosco i luoghi e le persone al di là dell’aspetto processuale specifico. Nella mia peculiare situazione ho raccolto in testi ed in video tutto il materiale attinente la vicenda».

E quale idea si è fatto?

«Nonostante abbia consultato tutti gli atti processuali ed extraprocessuali difensivi ed accusatori, le sentenze, finanche quella definitiva, mi lasciano il dubbio, oltre che l’amaro in bocca».

L’amaro in bocca?

«Sì. Perché gli studenti che vogliono presentare una tesi scolastica o universitaria sulla vicenda di Sarah Scazzi, spesso mi chiedono il materiale video della requisitoria dell’accusa, non essendo interessati minimamente alle arringhe della difesa. Dico loro che tutto il materiale accusatorio e difensivo da me raccolto può essere consultato anche in testi e gratuitamente. Questi, pur non conoscendo la posizione della difesa delle parti in causa, mi rispondono: “Grazie, ma la vicenda mi è già ben chiara.” Capite? È chiara una vicenda sol perché si è seguita mediaticamente tramite i portavoce dei PM, o perché si è visionata la requisitoria accusatoria. Questo è per la vicenda di Sarah Scazzi, come lo è per tutti i grandi processi mediatici».

Lei che conosce tutto il materiale probatoria, cosa, invece, ha da aggiungere per completezza di informazione?

«Gli elementi giudiziari principali su cui basare un giudizio di logica sono:

Arma del delitto. Non vi è certezza. La difesa dice corda. L’accusa dice cintura.

Orario del delitto. Vi è contraddizione. L’orario incerto e non provato dell’accusa è prima delle 14.00 di quel giovedì 26 agosto 2010, basato su testimoni che si son contraddetti (il vicino, la coppietta, i genitori di Sarah e la badante) ed il consulente contestato; l’orario certo della difesa è circa le 14.30, provato da un testimone attendibile.

Movente del delitto. Non vi è certezza. Passionale da parte di Sabrina, per l’accusa, però senza riscontro o conferme degli amici ascoltati. Sessuale da parte di Michele, per la difesa, con il riscontro dei precedenti di Misseri con la cognata.

Gli elementi spuri. Il fantomatico furgone visto da Massari ed il fantastico sogno del fioraio Buccolieri. Il furgone non prova né l’omicidio, né il rapimento. Il Sogno non prova l’omicidio, ma solo il coinvolgimento di Cosima Serrano nell’eventuale rapimento di Sarah. Sogno che non è stato mai indicato come realtà. Solo la Pisanò ed i pubblici ministeri hanno ritenuto che quel sogno fosse realtà, nonostante vi sia stata immediata ritrattazione o puntualizzazione del Buccolieri, il cui procedimento penale per false dichiarazioni al Pubblico Ministero, sicuramente morirà di prescrizione, non arrivando a definire una verità assoluta sull’eventuale abbaglio accusatorio o sulla falsità della ritrattazione. Per aver sostenuto che era sogno molti parenti ed amici del Buccolieri sono finiti sotto la scure giudiziaria. Per questo non si capisce l’incaponimento di questi a sostenere una versione che l’accusa ritiene falsa, se effettivamente falsa non sia.

Le confessioni di rei ritenuti innocenti. Cosima ha sempre sostenuto la sua estraneità all’omicidio ed al fantomatico rapimento onirico. Anche per mancanza di tempo, ribadita da un testimone, perchè rientrata alle 13.30 circa dal lavoro in campagna. Sabrina ha sempre negato il suo coinvolgimento al delitto, confermate dagli sms alle Spagnoletti, e la sua gelosia per Ivano, confermando il suo affetto per Sarah. Michele ha confessato il delitto, con riscontro di fatti, facendo trovare prima il cellulare, poi il corpo e palesando la sua colpa nella prima telefonata genuina intercettata tra lui e la figlia Sabrina durante il suo arresto nella caserma di Taranto, in seguito del quale ha fatto ritrovare il corpo. Ha deviato sulla sua versione solo quando non era presente coscientemente a causa dei farmaci somministrati ed indotto dal carabiniere presente all’audizione, ovvero quando è stato indotto dal suo avvocato difensore, Daniele Galoppa, consigliato a Michele dal pubblico ministero Pietro Argentino, componente dell’accusa, ed indotto dalla consulente Roberta Bruzzone. Così come dichiarato dallo stesso Misseri. Bruzzone che nel processo ha rivestito le vesti di consulente di Michele Misseri, testimone dell’accusa e persona offesa (logicamente astiosa) nei confronti di Michele.

Testimoni fondamentali dell’accusa. L’unica super testimone: Anna Pisanò, sedicente amica di Sabrina Misseri. La sua testimonianza collide con tutte le altre versioni degli amici e parenti di Sabrina che sono stati ascoltati nel processo. Sarah la mattina dell’omicidio era felice? Per la Pisanò no, per gli altri sì. Sabrina era gelosa di Sarah per Ivano Russo? Per la Pisanò sì, per gli altri, no. Dopo la scomparsa vi sono elementi colpevolizzanti per Sabrina? Per la Pisanò, sì, per gli altri, no. Chi ha parlato per prima del sogno? La Pisanò che sospettava una relazione sentimentale tra sua figlia Vanessa e il fioraio, suo datore di lavoro. La Pisanò ha detto di tutto su tutto, anche contraddicendosi, come per la questione del sogno. La Pisanò, testimone e detective allo stesso modo ed allo stesso tempo. La Pisanò, con cui Sabrina non si confidava perché non la riteneva amica, in quanto considerata “pettegola”, si arrogava il merito di sapere tutto su Sabrina stessa. Franco Coppi, l’avv. di Sabrina, ebbe a dire nell’arringa di primo grado: “Sabrina ammette di essere colpevole. Sabrina con la casa invasa dai giornalisti ammette la sua responsabilità …con chi? Con la più pettegola delle donne di Avetrana, Con la Pisanò!”»

In sintesi ha raccontato i processi. Cosa ne deduce?

«Se già io che ho studiato, cercato, approfondito tutti gli elementi del processo. Ho conosciuto tutti i fatti exatraprocessuali che ne hanno minato la credibilità. Se già io conosco tutto ciò e ho dei dubbi sull’esito processuale, come fanno gli sbarbatelli che poco conoscono l’argomento a dire: “ho le idee chiare”?»

Si farà un docufiction sulla vicenda da parte di Mediaset…

«Già. Ma non sono io il consulente della regia o degli autori. Sicuramente si saranno avvalsi di qualcuno più autorevole ed attendibile di me… senza stereotipi, pregiudizi e superficialità. Sicuramente la redazione di Quarto Grado fornirà il suo apporto. Sicuramente si farà riferimento al fatto, come spesso dichiarato impunemente in quella trasmissione, che Avetrana è un paese omertoso…sol perché non sono stati tutti pettegoli…».

Antonio Giangrande: Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “ cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato da coglioni.

Antonio Giangrande: La sorte di Cosimo Cosma, presunto innocente

Parla di lui Antonio Giangrande, autore del libro “Sarah Scazzi, il delitto di Avetrana, il resoconto di un avetranese” e del sequel “La condanna e l’Appello”.

Avetrana, contrada Centonze. 7 aprile 2014. E’ morto Cosimo Cosma, 46 anni. Per i suoi parenti ed amici: il gigante buono. Un tumore repentino e violento in pochi mesi ha chiuso la sua breve vita e ha chiuso la bocca ai cattivi d’animo sempre in cerca del mostro da dileggiare. Nel necrologio i giornali fanno a gara a rinvangare quella condanna comminata dai giudici di Taranto. Condanna resa a tutti coloro che erano stati rinviati a giudizio, anzi di più, perché altri processi sono stati aperti a margine, specialmente per chi ha testimoniato contro la tesi accusatoria del tutti dentro. Se ne va da presunto innocente, come lui stesso si è sempre professato, e questo a noi basta. Dopo 11 mesi sono arrivate le motivazione della condanna e ciò ha impedito di presentare l’appello a quella condanna che a lui sembrava ingiusta, tramite il suo difensore, l’avv. Raffaele Missere. Se innocente, a lui tutto il nostro rispetto; se colpevole, a lui tutto il nostro perdono. Saranno altri giudici, forse più illuminati di quelli terreni, a doverlo ora giudicare. Funerali ad Avetrana, tumulazione ad Erchie. Forse, a torto o a ragione, per disprezzo dei suoi compaesani. Tutti i suoi familiari ed amici lo hanno accompagnato nel viaggio dove cala per sempre il sipario su uno dei nove imputati condannati dalla Corte di Assise di Taranto al processo di primo grado per l’omicidio della quindicenne di Avetrana Sarah Scazzi, strangolata e gettata in un pozzo nelle campagne del paese il 26 agosto 2010. Mimino, come lo chiamavano gli amici, che si era sempre proclamato innocente, venne arrestato insieme a Carmine Misseri il 23 febbraio 2011, ma il successivo 10 marzo il provvedimento restrittivo fu annullato dal Tribunale del Riesame. «Sono stato in carcere 16 giorni da innocente – furono le prime parole di Cosma, riferite dal suo legale Raffaele Missere, una volta tornato in libertà – ora sono felice, ma spero che finisca tutto al più presto. Mi devono spiegare perchè è accaduto tutto questo. Non avrei mai fatto quello che mi contestano, occultare il cadavere di una bambina. E' stata una esperienza terribile. Sono stato diversi giorni in isolamento senza televisioni, senza giornali. Spero che sia fatta giustizia». Cosma, con la sentenza emessa dalla Corte il 20 aprile 2013, era stato condannato a sei anni di reclusione perchè ritenuto colpevole di soppressione di cadavere. Reato che, secondo la tesi dell’accusa fatta propria dalla Corte, Cosma avrebbe commesso insieme a Carmine Misseri, fratello di Michele, allo stesso Michele, alla moglie e alla figlia di quest’ultimo, Cosima Serrano e Sabrina Misseri. Per la Procura della Repubblica di Taranto, Cosma aiutò lo zio Michele Misseri ad occultare il corpo di Sarah in un pozzo-cisterna in contrada Mosca, nelle campagne di Avetrana. Sul suo coinvolgimento nell’inchiesta giocarono un ruolo una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali che per gli inquirenti – tesi accolta poi dalla Corte di Assise di Taranto - avrebbero dimostrato la partecipazione di Cosma alla fase successiva al delitto. Cosimo Cosma si è sempre detto “innocente”. Non avrebbe mai aiutato suo zio ad occultare il corpo della piccola Sarah: «Andava a scuola con mio figlio, aveva la sua stessa età. Come avrei potuto fare una cosa del genere? Non sapevo neanche dov’era quel pozzo… la contrada Mosca sì, ci passo due volte all’anno… Mi hanno indagato per una telefonata, perché mio zio, quel giorno, mi cercò sul cellulare di mia moglie dopo aver trovato spento il mio». Ma a dimostrazione che Mimino osteggiasse i molestatori di bambine, nel novembre 2013 Cosma era incappato in un’altra disavventura giudiziaria: condannato ad un anno e quattro mesi perchè avrebbe partecipato, insieme a due parenti, ad una spedizione punitiva nei confronti di un uomo accusato di aver molestato la nipote di 16 anni. Ora che le motivazioni della sentenza Scazzi sono state depositate dopo 11 mesi, attendeva con il suo legale di ricorrere in appello per cercare di dimostrare di non aver aiutato lo zio a nascondere il corpo di Sarah. Troppo tardi, al cospetto del destino, troppo tardi per ristabilire dignità ed onore.

Avetrana, zio Michele scrive un'altra lettera: «Sono io il vero colpevole. Ho ucciso Sarah, liberate Sabrina e Cosima». Cesare Bechis su Il Corriere della Sera il 24 marzo 2023.

In una lettera inviata a Telenorba Michele Misseri sostiene di aver ucciso la nipote nel 2012

«Sono io il vero colpevole». Michele Misseri scrive una lettera a Telenorba e ancora una volta proclama la propria colpevolezza. E’ stato lui – sostiene ancora a distanza di oltre dodici anni - a uccidere nell’agosto del 2010 sua nipote Sarah Scazzi ad Avetrana. Sua figlia Sabrina e sua moglie Cosima Serrano sono estranee al delitto, sono innocenti. La verità processuale, confermata anche in Cassazione, ha detto tutt’altro. Lui è stato dichiarato colpevole di occultamento del cadavere di sua nipote gettandolo in un pozzo dove poi fu ritrovato, mentre autrici del delitto sono state dichiarate mamma e figlia. Ma lo zio di Avetrana - che nei giorni scorsi ha ottenuto uno sconto di pena -  insiste. 

Zio Michele: «Quando esco devo lottare per Sabrina e Cosima»

«Questa non è la sua prima lettera – commenta l’avvocato difensore Luca La Tanza – scrive spesso a molti, anche a me, anche a Sabrina e Cosima detenute a Taranto». Di questa detenzione dei famigliari Misseri è molto addolorato. «Io quando esco da qui – ha scritto nella lettera - non mi fermo perché devo lottare per mia figlia Sabrina e mia moglie Cosima, perché sono innocenti e tuttora io ho paura che mia figlia Sabrina la faccia finita per colpa mia». Torna al giorno del delitto e afferma che «Sabrina e Cosima non le hanno torto neanche un capello al povero angelo biondo. Non ha avuto giustizia vera e con gli innocenti non si fa giustizia». 

Il rapporto inesistente con moglie e figlia

Del suo rapporto con moglie e figlia, che ormai appare inesistente, si rende conto e non si dà pace. «Ho perso il conto di quante lettere ho scritto a Sabrina e Cosima senza una risposta e sto male – dice - io so cosa significa stare in carcere da innocente. Per me non è stato pesante perché sono colpevole». Ha anche ottenuto, per il buon comportamento e per le condiziono disagiate della cella in cui è recluso nel carcere di Lecce e riconosciute dal giudice di sorveglianza, altri 41 giorni di sconto di pena in aggiunta ai 45 giorni ogni sei mesi che sta maturando. La sua libertà dovrebbe scattare nella primavera del 2024.

Estratto dell'articolo di tgcom24.mediaset.it il 22 marzo 2023.

Michele Misseri, il 68enne contadino di Avetrana condannato in via definitiva a 8 anni di reclusione per la soppressione del cadavere della nipote Sarah Scazzi, ha ottenuto uno sconto della pena di 41 giorni in virtù del decreto "svuota carceri". [...]

 Per l'omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa e gettata in un pozzo il 26 agosto del 2010, stanno scontando l'ergastolo sua figlia Sabrina Misseri e sua moglie Cosima Serrano [...].

Il ricorso in base al decreto svuota carceri, presentato dal suo legale è stato accolto il 22 febbraio scorso dal magistrato di sorveglianza di Lecce. Due le motivazioni alla base del provvedimento: Michele Misseri, spiega la Gazzetta, vive in una cella in cui a disposizione di ciascun detenuto non ci sono neppure 3 metri quadrati e nella stessa non ci sono né la doccia né acqua calda.

La decisione si basa dunque sulle precarie condizioni di vivibilità nella struttura penitenziaria del capoluogo salentino [...] L'uomo concluderà di scontare la sua pena nella primavera del 2024.

Caso Scazzi: «Troppo degrado in cella», sconto di pena per Misseri. Accolto il reclamo del difensore: zio Michele uscirà dal carcere 41 giorni prima. Il contadino di Avetrana continua ad accusarsi dell’omicidio della nipote nonostante la condanna definitiva inflitta a moglie e figlia. MONICA ARCADIO su La Gazzetta del Mezzogiorno il 22 marzo 2023.

Michele Misseri – detenuto dal febbraio del 2017 dopo la sentenza della Corte di Cassazione che lo condannava in via definitiva per la soppressione del cadavere della nipote Sarah Scazzi – ha ottenuto uno sconto della pena di 41 giorni in virtù del decreto svuota carceri.

Un reclamo presentato da Michele Misseri, che proprio oggi compie 69 anni, attraverso il suo legale di fiducia Luca La Tanza. Il contadino di Avetrana che, a distanza di ormai quasi tredici anni dal delitto continua a ribadire di essere l’unico colpevole della morte di Sarah e l’assoluta estraneità della figlia Sabrina e della moglie Cosima, si trova nella casa circondariale di Lecce dove sta scontando un cumulo pene relativo alla soppressione del corpo della nipote, all’epoca 15enne, e alla diffamazione nei confronti del suo ex legale Daniele Galoppa e della ex consulente Roberta Bruzzone.

Il reclamo ai sensi della normativa svuota carceri, per colui che da tutti è conosciuto ormai come zio Michele, è stato accolto il 22 febbraio scorso dal magistrato di sorveglianza di Lecce Stefano Sernia. Quindici pagine di documento per snocciolare le motivazioni che portano a tale decisione basate sulle precarie condizioni di vivibilità nella struttura penitenziaria del capoluogo salentino, nel periodo che va dal 9 marzo 2017 fino alla fine del 2022.

Due le ragioni. Michele Misseri vive in una cella in cui a disposizione di ciascun detenuto non ci sono neppure 3 metri quadrati (quindi in una condizione non assolutamente adeguata perché secondo un articolo della Convenzione Europea dei Diritti dell’uomo lo spazio necessario per il rispetto dei diritti del detenuto non dovrebbe essere inferiore ai 4 metri quadrati) e nella stessa non ci sono né la doccia né acqua calda.

Un reclamo – quello avanzato dall’avvocato La Tanza – che arriva dopo l’istanza di misura alternativa al carcere chiesta e rigettata per il suo assistito, circa un anno fa. Misseri avrebbe potuto uscire dalla struttura penitenziaria e continuare a scontare la sua pena a casa con la possibilità di lavorare. Sembra che un imprenditore agricolo, all’epoca, fosse disposto a impiegarlo nella sua azienda. Il Tribunale di Sorveglianza rigettò per via dell’atteggiamento del contadino di Avetrana, fermo sulle sue posizioni nel continuare ad auto accusarsi dell’omicidio della nipote nonostante ormai condannate in via definitiva sia la figlia che la moglie e poi anche perché ritenuta inadeguata la sua abitazione, l’ormai nota villa degli orrori di via Deledda, in stato di degrado e abbandono.

Sono trascorsi quasi tredici anni dalla morte di Sarah.

Sabrina e Cosima sono in carcere a Taranto. Scontano l’ergastolo e da quando sono state arrestate non sono mai uscite, neppure per un permesso premio. Sono detenute modello. Continuano a dichiararsi innocenti, secondo alcune indiscrezioni. Ma secondo la prima sezione penale della Cassazione Sabrina Misseri, condannata il 21 febbraio 2017 definitivamente al carcere a vita, con la madre Cosima Serrano, non meritava sconti di pena. Nelle motivazioni del verdetto finale, la Corte Suprema sottolinea le «modalità commissive del delitto» e la «fredda pianificazione d’una strategia finalizzata, attraverso comportamenti spregiudicati, obliqui e fuorvianti, al conseguimento dell’impunità». Sabrina «strumentalizzando i media» deviò le investigazioni come «astuto e freddo motore propulsivo» verso «piste fasulle». A fronte di questi comportamenti, Sabrina non ha «meritevolezza» per la concessione delle attenuanti generiche richieste dai suoi difensori. Lo sconto di pena è stato negato dalla Cassazione anche per Cosima Serrano dato che, essendo una adulta matura, invece di intervenire a placare «l’aspro contrasto sorto» tra Sabina e Sarah, «si era resa direttamente protagonista del sequestro della giovane nipote partecipando, poi, materialmente alla fase commissiva del delitto».

Michele Misseri tra un anno uscirà, verosimilmente la prossima primavera. Pure lui un detenuto modello. Lavora, fa volontariato, ha frequentato corsi di pittura e di falegnameria. È sempre disponibile con tutti. Tutti lo chiamano zio Michele.

Oggi è il suo compleanno. Compie 69 anni. E lui continua a dire: «Sono stato io. Ho ucciso io Sarah».

41 giorni in meno e 472 euro come 'ristoro'. Michele Misseri rinchiuso “in una cella troppo piccola e senza acqua calda”, sconto di pena per lo zio di Sarah Scazzi. Redazione su Il Riformista il 22 Marzo 2023

Il neo 69enne contadino di Avetrana condannato in via definitiva a 8 anni di reclusione per la soppressione del cadavere della nipote Sarah Scazzi, la 15enne uccisa e gettata in una cisterna interrata nelle campagne della cittadina jonica il 26 agosto del 2010, ha ottenuto uno sconto della pena di 41 giorni e un risarcimento di 472 euro a titolo di “ristoro monetario” in virtù del decreto ‘svuota carceri’.

Misseri è detenuto nel carcere di Lecce dal 2017 a seguito della sentenza della Corte di Cassazione che lo ha condannato in via definitiva sta scontando la pena non solo per il reato principale ma anche per la diffamazione nei confronti dell’ex consulente Roberta Bruzzone e del suo ex avvocato Daniele Galoppa.

Da quando è divenuta definitiva la sentenza di condanna, Misseri ha ottenuto costantemente riduzioni di pena per ‘buona condotta’, arrivando già a uno sconto di quasi 500 giorni. Provvedimenti che sono giunti in accoglimento delle istanze presentate dal suo legale, l’avvocato Luca Latanza.

Il reclamo del suo difensore arriva dopo l’istanza di misura alternativa al carcere chiesta e rigettata per il suo assistito, circa un anno fa. Misseri sarebbe potuto uscire dalla struttura penitenziaria e continuare a scontare la sua pena a casa con la possibilità di lavorare. Sembra anche – come riporta il Corriere del Mezzogiorno – che un imprenditore agricolo, all’epoca, fosse disposto a impiegarlo nella sua azienda. Il Tribunale di Sorveglianza rigettò per via dell’atteggiamento del contadino di Avetrana, fermo sulle sue posizioni nel continuare ad auto accusarsi come unico responsabile dell’omicidio della nipote nonostante ormai condannate in via definitiva sia la figlia che la moglie e poi anche perché ritenuta inadeguata la sua abitazione, l’ormai nota villa degli orrori di via Deledda, in stato di degrado e abbandono.

Misseri oggi è costretto in una cella che non mette a disposizione di chi vi è rinchiuso il minimo di 4 metri quadrati indicati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. A Lecce ci sono scarsi tre metri, quindi condizioni precarie e non adeguate al rispetto dei diritti dei detenuti. Inoltre in questa cella non ci sono né acqua calda né doccia.

L’istanza di Michele Misseri è stata accolta dal giudice di sorveglianza del tribunale di Lecce, Stefano Sernia, lo scorso 22 febbraio. Misseri nel frattempo continua ad affermare di essere l’unico colpevole della morte di Sarah Scazzi e che sono del tutto estranee la moglie Cosima e la figlia Sabrina condannate all’ergastolo. Per l’omicidio di Sarah Scazzi infatti stanno scontando l’ergastolo sua figlia Sabrina Misseri e sua moglie Cosima Serrano, rispettivamente cugina e zia della 15enne uccisa.

Le due donne si trovano in carcere a Taranto e da quando sono state arrestate non sono mai uscite, neppure per un permesso premio. Sono detenute modello e continuano a dichiararsi innocenti. Secondo la prima sezione penale della Cassazione Sabrina Misseri però, condannata il 21 febbraio 2017 definitivamente al carcere a vita, con la madre Cosima Serrano, non meritava sconti di pena.

Nelle motivazioni del verdetto finale, la Corte Suprema sottolinea le “modalità commissive del delitto” e la “fredda pianificazione d’una strategia finalizzata, attraverso comportamenti spregiudicati, obliqui e fuorvianti, al conseguimento dell’impunità”. Sabrina “strumentalizzando i media” deviò le investigazioni come “astuto e freddo motore propulsivo” verso “piste fasulle”. A fronte di questi comportamenti, Sabrina non ha “meritevolezza” per la concessione delle attenuanti generiche richieste dai suoi difensori. Lo sconto di pena è stato negato dalla Cassazione anche per Cosima Serrano dato che, essendo una adulta matura, invece di intervenire a placare “l’aspro contrasto sorto” tra Sabina e Sarah, “si era resa direttamente protagonista del sequestro della giovane nipote partecipando, poi, materialmente alla fase commissiva del delitto”.

Michele Misseri tra un anno uscirà, verosimilmente la prossima primavera. Anche lui detenuto modello. Lavora, fa volontariato, ha frequentato corsi di pittura e di falegnameria. È sempre disponibile con tutti. Tutti lo chiamano zio Michele. Oggi è il suo compleanno. Compie 69 anni. E lui continua a dire: “Sono stato io. Ho ucciso io Sarah”.

Avetrana, le cose non dette. Carmen Gueye il 5 marzo 2023 su secolo-trentino.com

Avetrana, un paese lanciato verso l’estremità d’Italia, una provincia baciata dal dolce Ionio, circondata da piane a perdita d’occhio, assolate, coltivate, punteggiate da pozzi non censiti, che solo i proprietari conoscono.

Sarah Scazzi non nacque, però, in questa terra, ma in Lombardia, durante una trasferta della madre in visita al papà Giacomo, colà emigrato; la bambina tornò al sud verso i sette anni. Un colibrì, minuta, diafana, la quindicenne sparì il 26 agosto 2010, con il popolo ancora distratto dall’ultima coda delle vacanze. Forse, come tante coetanee, il paese le stava stretto: dicono sognasse di fare la barista in qualche città o all’estero, nel frattempo frequentava l’istituto alberghiero.

Che succede, dal 26 agosto al momento in cui il corpo della ragazzina verrà ritrovato? Lo abbiamo ascoltato mille volte e in varie salse. Analizzeremo i protagonisti della storia, gli aspetti del crimine e della storia processuale che più ci hanno colpito. Le fonti sono mediatiche, poiché è la narrazione che ci interessa.

Concetta Serrano Spagnolo. La mamma di Sarah ha due cognomi perché adottata dagli zii e poco aveva frequentato i veri genitori. Ragazza di famiglia, un giorno incontra Giacomo Scazzi e lo sposa. Ma Giacomo partirà per lavoro dopo la nascita del primogenito Claudio e Concetta, divenuta Testimone di Geova, resterà in compagnia della sua nuova religione e degli altri fedeli: ciò che, secondo molti, la renderà forte e poco incline a piegarsi al dolore dopo il dramma, convinta della prossima riunificazione con le anime dei defunti. L’abbiamo conosciuta sempre bella, dalla fiammeggiante chioma, sobria, ma incisiva nell’eloquio. Inviterà da subito a indagare sul nucleo familiare, se stessa compresa; apprenderà la sorte della figlia in modo fumoso e scoordinato, durante una diretta di “Chi l’ha visto?”

Quando ancora si pensa a una fuga e non alla tragedia, in attesa di sviluppi, Concetta ci mostra la stanza della fanciulla, emula di Avril Lavigne, di cui tiene i poster in camera; spuntano dei video della sua ultima gita a Roma con la cugina/sorella Sabrina, di una festicciola dove l’adolescente sorride e punta il dito verso la telecamera, o di lei che guarda come si fa una messa in piega, magari pensando, in alternativa, a una carriera da hair stylist. La madre spiega il tipo di educazione che impartisce: niente computer, per esempio. Tuttavia ci viene svelato che Sarah va a chattare in casa di amiche e, per qualche giorno, si puntano i fari su un fornaio di diversi anni più grande, che si giustifica affannosamente: appena saputa la vera età dell’interlocutrice, aveva cessato i rapporti, peraltro rimasti rigorosamente virtuali.

Concetta è contraria anche alle feste, a suo dire ormai solo espedienti per attività inappropriate, ma nulla può per frenare Sarah, sola come si ritrova nel fronteggiarne i primi ansiti di ribellione; mamma la definisce tremenda, permalosa, un po’ eccentrica, ritratto che emerge anche dai resoconti sulla condotta scolastica. Forse a quindici anni è normale essere irrequieti ma, se davvero la donna intendeva imporre a Sarah una condotta a briglie più tirate, perché la faceva praticamente vivere in casa degli zii e in compagnia delle cugine? Laggiù, l’atmosfera pareva essere più adattata ai “tempi moderni” e Concetta non poteva ignorare che la compagnia di ultraventenni comportava delle conseguenze, rischiando di farle perdere il controllo sulla ragazzina. Tuttavia Concetta ha sempre riferito di sentirsi tranquilla, perché aveva fiducia in Sabrina Misseri, unica “mentore” di Sarah, dopo il recente matrimonio della sorella Valentina.

Giacomo Scazzi. Il papà di Sarah fa una curiosa impressione, con le sue palesi difficoltà espressive, mentre la moglie ha evidentemente compiuto un percorso evolutivo; intervistato con difficoltà, in qualche modo afferma che, anche se abita in Lombardia, ciò non significa che sia separato da Concetta. Lo si vedrà poco, a parte in qualche udienza. I media hanno fatto trapelare che Giacomo avesse la fama di correre dietro alle gonne, in modo anche un po’ invasivo. Cosima, madre di Sabrina, nelle sue dichiarazioni spontanee alla Corte, affermerà che la loro famiglia non si è mai permessa di parlare male di Giacomo alla figlioletta, lasciando intendere che il resto del paese, invece, sussurrava cattiverie al riguardo. Sul punto, mamma Concetta avrebbe sostanzialmente risposto a Sarah in lacrime, toccata da questi pettegolezzi, che le doveva interessare solo il comportamento di Giacomo come padre e di non ascoltare il chiacchiericcio.

Claudio Scazzi. Il giovane, precocemente calvo e dall’aspetto “urban”, residente a San Vittore Olona, dove ha seguito il padre, è solito scendere al paese per una ventina di giorni ad agosto ed è già ripartito quando Sarah scompare. Simile alla madre nella parlata sciolta e di acute osservazioni, dopo la disgrazia allestirà una piccola mostra incentrata sull’amore della sorellina per gli animali, affermando, alla fine, che di lei non parlerà più.

Michele Misseri. Emigra con  la moglie in Germania circa nel 1979, dopo le nozze: una vita di sacrifici, una attitudine al lavoro mai messa in dubbio, forse un po’ succube della consorte, fama di puritano, anche un po’ timido. Dopo le note vicende viene dipinto come una sorta di Pacciani del sud, un primordiale contadino frustrato e incline ai raptus: pregiudizio di classe che si infila sempre nelle cronache criminali provinciali e rurali. L’unica immagine serena di lui che abbiamo visionato lo ritrae, elegante come tutti, al matrimonio della primogenita Valentina, mentre, fiero, la accompagna all’altare. Nello stesso video compare fugacemente Sarah, di rosso vestita. Serpeggia, da alcuni anni, un’ atroce diceria secondo cui il padre di Michele fosse violento, anche sessualmente, in famiglia: avallata da Michele stesso, ma da prendere con le molle.

Cosima Serrano in Misseri. Da ragazza molto somigliante a Sarah, precocemente invecchiata per la fatica e – detto a Franca Leosini – perché “ non voglio essere schiava della tinta” ( una frecciata a Concetta?), ci spiega che la loro famiglia è sempre stata normalissima; che tra lei e Michele erano corse incomprensioni negli ultimi tempi, come succede in molti nuclei familiari; di essere stata una madre di larghe vedute, e per nulla legata a costumi ancestrali visto che, d’altronde, la realtà odierna obbliga ad adeguarsi e – sempre da Leosini –  fa l’esempio del gran numero di ragazze madri ad Avetrana: piccola rivalsa di una donna fatta oggetto di insulti, sputi, e invocazioni al linciaggio da parte di una folla di compaesani, al momento dell’arresto. I leoni da tastiera avevano lasciato per un momento la postazione, per dar vita ad una scena rivoltante, che fa il paio con il turismo dell’orrore scatenatosi in particolare attorno a questo delitto. Cosima ribadisce lo smisurato affetto per la nipotina scomparsa, da sempre considerata una terza figlia e praticamente da lei cresciuta.

Sabrina Misseri. Ventiduenne al tempo, estetista con cabina in casa, viene descritta come “cocca di papà”. Pensiamo se non lo fosse stata, cosa di peggio avrebbe potuto accaderle. Sembra non fosse soddisfatta del suo sovrappeso e di un accenno di ipertricosi. Propensa a confidarsi con tutti, pagherà cara la sua sete di comunicazione. La giovane appare molto legata alla “comitiva” di amici, protettiva verso Sarah, probabilmente talora anche un po’ aggravata dalla responsabilità di averla sempre appresso; unica in famiglia, non aveva la patente, particolare che più avanti assumerà un suo rilievo. Provocata dalla Leosini, risponde che non intende aderire alla religione dia zia Concetta, la quale l’ha invitata a convertirsi per espiazione, e si rammarica che la mamma di Sarah possa ancora considerare colpevoli lei stessa e Cosima; anche se, come si vedrà, forse nel tempo le circostanze hanno portato Concetta ad altre considerazioni.

Ivano Russo. Il bello del paese, si è detto spesso: un brunetto dallo sguardo intenso e, osservando le famose foto con le cugine, dalla gradita villosità. Ventisette anni all’epoca dei fatti e, si immagina, alquanto conteso da nutrita compagnia femminile, in effetti viene attratto nell’orbita di Sabrina: agganciato Ivano, iniziano i problemi.

In questa storia la fanno da padrone gli sms, predecessori dei whatsapp, ovvero i messaggini, che i giovani di oggi ( e non solo loro) si scambiano a raffica: ricostruirli, nel fatto di specie e considerando alcune cancellazioni a opera degli interessati, intorbidirà la ricostruzione, già di per sé problematica, degli eventi.

Tuttavia l’episodio che più interessa è il famoso “rapporto mancato” del 21 giugno 2010 tra Ivano e Sabrina, su cui Franca Leosini infierirà con apprezzamenti sarcastici.

In effetti non è ancora chiaro se il coniugio carnale, appena iniziato, fosse stato interrotto perché, all’ultimo secondo, Sabrina aveva ammesso di non assumere anticoncezionali e lui non aveva dietro un preservativo; o per il timore del ragazzo che la partner potesse illudersi di avviare, con l’atto sessuale completo, una storia seria. Sabrina ha sempre disperatamente ribadito di non aver mai pronunciato la parola “amore”, e sfidato chiunque a trovarla in una delle migliaia di messaggi da lei scritti a Ivano stesso o ad altri, Né, in effetti, i testimoni anche più maliziosi hanno mai potuto affermarlo. La Misseri ha sempre parlato di attrazione fisica.

C’è però un altro aspetto che investe prepotentemente Ivano, anche solo di riflesso: Sarah era innamorata di lui? E lui, che sponda le offriva? Che la adolescente avesse preso la sua prima vera cotta per Ivano è normale: in qualità di chaperon, stava spesso in sua compagnia, ne ascoltava gli sfoghi; lui era belloccio e di esperienza, vista l’età, ma che abbia potuto anche solo farle balenare alla ragazzina un feed back, tendiamo a escluderlo, qualunque cosa lei avesse scritto nel suo famoso diario: che, ricordiamolo, da giovani rappresenta l’amico immaginario, il libro dei sogni, il “muro del pianto” (e delle malignità inespresse) delle menti acerbe e degli ormoni in rivolta.

Dopo i protagonisti, si passa ai comprimari che, talora, finiscono per assumere un rilievo smisurato a seconda della “sceneggiatura”.

Maria Ecaterina Pantir. Badante rumena dello zio/padre di Concetta ( l’uomo, che viveva con la figlia/nipote, morirà nel settembre successivo alla scomparsa di Sarah). La governante, proprio in agosto, aveva ricevuto la visita del fratello e pare che costui avesse anche dato una mano in lavoretti di riparazione e manutenzione. Subito nel mirino, il Pantir viene scagionato perché già ripartito prima della sparizione di Sarah, ma le Misseri vi avevano alluso, dunque Maria Ecaterina andrà ad aggiungersi alle parti civili contro di loro. E fosse solo questo. Dirà qualcosa di determinante per l’accusa, come vedremo: vendetta?

Mariangela Spagnoletti. Amica intima di Sabrina, molto coinvolta nel suo giro di “vasche” serali, e giri per pub e birrerie, è sulla scena, unica estranea al nucleo familiare, nell’arco di tempo fatale.

Anna Pisanò. Altrimenti detta “supertestimone”. Nelle cronache criminali, se ne trova spesso uno, che riferisce molte impressioni non avvalorate: sembra questo il caso. Testimone di Geova come Concetta, non si rivela altrettanto riservata, come da dettami del culto.

Giovanni Buccolieri, il fioraio che avrebbe sognato la scena del ratto di Sarah da parte di Cosima, per strada; sua dipendente era la figlia della Pisanò, Vanessa Cerra.

Alessio Pisello, amico di Sabrina, molto attivo nelle ricerche subito dopo la scomparsa di Sarah.

Valentina Misseri. Sorella maggiore di Sabrina, fresca sposa al momento della disgrazia, in quei giorni si trovava a Roma, dove abita. Ha sempre sostenuto che, per sfortuna si fosse trovata ad Avetrana, sarebbe finita “ nel tritacarne” a sua volta. Ha spiegato accuratamente che la logistica di casa Misseri escludeva una dinamica come quella descritta in sentenza.

I fatti

Sarebbe quantomeno consolante poter riferire di un crimine in termini di certezze, almeno in percentuale accettabile. Sarà che le vite sono complicate e il loro racconto le riflette, quando non le deforma; che la pistola fumante è rara; che i testimoni a volte si esaltano per il momento di celebrità: vuoi per questo, che per altro, la sentenza non ha offerto evidenze schiaccianti.

Interpelliamo per primo Claudio Scazzi, il quale ci fa sagacemente notare l’assurdità del ritrovamento del telefonino di Sarah ( privo di SIM e in parte bruciato) nei pressi del pozzo dove l’hanno gettata: perché non disfarsi di un oggetto incriminante? Dove era stato fino a quel momento? Dal 26 agosto fatidico alla “confessione” di zio Michele, che fece rinvenire il cadavere il 6 ottobre, nessuno si è preoccupato di perlustrare le proprietà dei Misseri, a iniziare dal villino di abitazione con annesso il fatidico garage o le campagne dove erano soliti lavorare; né di setacciare un territorio che, pur vasto, presenta il vantaggio di snodarsi in pianura, senza fratte o pendii, né tantomeno di valutare la tristemente nota presenza dei pozzi non censiti. Ce n’erano molti, si è detto. Vero: ma qui si parla dei terreni di una sola famiglia e non dovevano essere sterminati: alberi da frutto, pomodori, fagiolini, queste le principali colture cui si dedicavano Michele e Cosima, e lì si doveva andare insieme a loro, battendoli metro a metro. Concetta stessa aveva già direzionato le indagini verso l’ambito familiare, dunque…

Claudio Scazzi però è attenzionato dai media abbastanza da far sorgere delle domande, alcune forse un po’ oziose, altre ancora senza risposta. Qualcuno osserva che, saputo della scomparsa della sorella, il giovane non si è subito precipitato ad Avetrana per aiutare nelle ricerche: ma è ipotizzabile che, appena rientrato al lavoro, contasse su ( e sperasse in) una soluzione meno tragica, magari un rientro dopo una scappatella, pronto a dare una mano in ogni caso.

Più interessanti, invece, appaiono le riflessioni sul suo ruolo nella cerchia in cui erano coinvolti i giovani parenti, sorella compresa.

Sceso per le ferie di rito, anziché godersi il riposo e il divertimento, egli si infila subito nel chiacchericcio più hard (Sabrina dirà di lui “ Claudio non si fa mai i fatti suoi”). Se il teorema accusatorio si basa sulla feroce gelosia di Sabrina verso Sarah a causa di Ivano, è pur vero che esso è stato puntellato dall’idea che la piccola Scazzi avesse parlato in giro sul “due di picche” che Sabrina si era presa dal suo diletto in procinto di far l’amore: ma non sarebbe andata proprio così.

In realtà la giovinetta ne avrebbe accennato in casa; Claudio aveva saputo, filando a “sfottere” Russo sull’incidente erotico. Quindi non era Sarah la “colpevole” di aver diffuso il “pastiche”: giovanissima, non “si teneva” niente e si era confidata con il fratellone che per poco ancora avrebbe avuto vicino. La stessa Sabrina, poi, avrebbe avuto di che riflettere sulla propensione a raccontarsi senza freni. In ogni caso, notiamo che l’accusa ha un piano A e un piano B, due moventi intercambiabili o integrabili. Carmen Gueye

Sentiamo Concetta: molto presto si dichiara convinta della colpevolezza di Cosima e Sabrina; e seguendo, a suo dire, le confidenze di un’altra sorella, avrebbe affermato : “Mia sorella Emma mi parlò di una corda che aveva visto in bocca a un cane e le era sembrato strano, era come se il cane le volesse indicare qualcosa e mi disse di parlarne con i giornalisti. Dopo l’arresto di Sabrina, Emma non si è più fatta vedere“. Bari.repubblica.it.   

Dunque Emma Serrano prima appare solidale con Concetta, poi parrebbe prendere le distanze e schierarsi con Cosima. Ma che significa una corda in bocca a un cane che “ le indica” qualcosa? Qui si inizia a scivolare nell’immaginazione, quando l’accusa parlava  di omicidio a mezzo corda. Torniamo a Concetta che, in uno speciale dedicato al caso su TV 9, siamo ormai nel 2018, all’ascolto dell’interrogatorio di Mariangela Spagnoletti, trova che il PM sia pressante e la ragazza “pilotata”.

Ivano Russo che ne dice? Sfiorato dai sospetti, ha l’alibi della madre, anche se i due  fanno un po’ di confusione sugli orari; qualche sms, vivisezionato dagli inquirenti, potrebbe adombrare delle discrepanze, ma, a parte l’imbarazzante deposizione in aula sulla famigerata “ notte del rifiuto”, il ragazzo non viene più disturbato sul punto. Purtroppo il suo nuovo sodalizio sentimentale, da cui è nato un figlio, si rompe con strascichi astiosi e la sua ex, Virginia Coppola, avrebbe dichiarato che di quel 26 agosto Ivano non ha raccontato tutto, che era uscito nelle ore incriminate. La donna viene catalogata come una ex vendicativa e il capitolo Ivano potrebbe chiudersi un’altra volta. L’accusa per falsa testimonianza è caduta in prescrizione.

Cosa dunque sarebbe accaduto, quel giorno? Scremate le divagazioni di zio Michele, quando ormai la Procura è concentrata su moglie e figlia, apprendiamo che la versione definitiva disegna una certa scena, ovvero:

Sarah esce di casa alle quattordici, anche se Concetta inizialmente aveva parlato delle 14.30;

arriva dai Misseri, dove Michele se ne sta da qualche parte, ma non è chiaro dove ( la teoria del trattore che lo ha fatto infuriare è svanita e con essa anche la sua esatta posizione in quel frangente);

si scatena una lite furiosa tra le due padrone di casa e la povera Sarah ( motivo, la gelosia o la spiata su Sabrina e Ivano?);

la ragazzina, quaranta chili scarsi di leggerezza e gioventù, scappa lesta, ma le due Misseri prendono l’auto;

Cosima (peso oltre i cento chili, in piedi dalle tre e mezzo di notte dopo una giornata passata nei campi)  guida a tutto gas, la raggiunge, esce dall’auto, la rincorre, la afferra senza che alcuno senta nulla;

con le cattive, dopo un tragitto in cui come al solito nessuno vede niente, la riportano a casa, dove, in qualche maniera, con una cintura, la povera quindicenne viene strangolata a quattro mani;

a quel punto vengono chiamati i rinforzi, ovvero zio Michele, suo fratello Carmine e suo nipote Cosimo Cosma: i tre, senza fare una piega, anch’essi visti da nessuno, arrivano come fulmini. Non si sa bene come siano stati convocati: su eventuali risultanze di tabulati in merito ci hanno lasciato a bocca asciutta, come non sappiamo di dichiarazioni dei loro familiari;

si infila il corpo nel bagagliaio della Panda di Michele e via, tutti, a disfarsi del cadavere nel famoso pozzo di contrada Mosca. Poi, si suppone, ognuno sarebbe tornato tranquillo a casa propria, perché…

perché la Spagnoletti, arrivata per la gita al mare, circa tra le quattordici e trenta e le quattordici e quarantacinque, non ha visto nessuno, non cita terzi, non si accorge di alcuna agitazione.

Come si è arrivati a questo finale

Sulle prime, le dichiarazioni di Michele venivano prese sul serio, perfino l’assurda idea di uno stupro post mortem sul corpo di Sarah: non che non siano esistiti tristi figuri capaci di atti simili, ma si doveva quantomeno attendere l’autopsia. Cosima, ancora libera mentre va a trovare il marito in carcere, glielo ricorda, durante una intercettazione ambientale. Oggi si afferma che la decomposizione non avrebbe permesso tale accertamento, ma la versione iniziale lo affermava. In ogni casa l’obiezione finale è un’altra: Michele non poteva sapere che il cadavere sarebbe stato ritrovato dopo un mese e mezzo; per quel che poteva immaginare a bocce ferme, la scoperta avrebbe potuto verificarsi dopo un giorno o una settimana, e lui essere smentito, pertanto ritrattò la miserabile bugia architettata in chissà quali conciliaboli e con chi. Oppure aveva certezze su un ritrovamento tardivo?

Dopo aver verificato l’inattendibilità dello zio più famoso d’Italia, gli si offre, tuttavia, ancora abbastanza credito da seguire la sua lenta svolta verso le congiunte: ora diventa un incidente casalingo. Ossia, Sabrina e Sarah, mostrando un’ intelligenza vicina al minimo sindacale, avrebbero giocato a cavalluccio: con la Scazzi sopra, si sarebbe pensato. No, Sarah faceva il cavallo e Sabrina, di tripla consistenza, il cavaliere, che con una improvvisata briglia (la cintura, che ora fa capolino) per sbaglio l’avrebbe strozzata. Casomai fosse mai stato vero, Sarah avrebbe sì rischiato grosso, ma per il peso della cugina sul suo esile corpicino.

Altra giravolta di Michele: non giocavano, ma hanno litigato. Come lo sa? Si è visto arrivare in garage Cosima e Sabrina, cadavere in braccio, transitate per un passaggio interno, sempre chiuso ermeticamente fino a quella data, e in pochi secondi insieme avrebbero dato il via alla congiura per l’occultamento. DNA di Sarah? Nemmeno un po’.

Perplessità

La rincorsa di Cosima è attestata dal famoso sogno/visione/percezione del fioraio Giovanni Buccolieri, sul modello di quanto avviene nella cultura degli indios, che considerano i sogni realtà. L’uomo non avrebbe avuto di meglio da fare che dirlo alla sua dipendente Vanessa Cerra, che ovviamente sarebbe andata subito a “sbrodolare” la succosa confidenza alla madre Anna Pisanò.

Buccolieri però, a breve, ritratta tutto; in questo caso non viene creduto, e si becca una condanna a due anni e otto mesi per false dichiarazioni al pubblico ministero, ma non tornerà indietro: non era vero niente, solo una sua ipotesi, nel mare di supposizioni paesane che si incrociavano in quei giorni.

Anna Pisanò, a sua volta, non è stata certo lineare. Prima ha parlato di certi operai che stavano ristrutturando un edificio scolastico e fischiavano alle donne (anche a lei, precisa), quasi alludendo alla possibilità che tra loro si dovesse indagare; poi sterza di brutto, parlando della tristezza di Sarah la sera del 25 agosto, e di un suo malumore anche il 26, giorno in cui, vedi caso, la Pisanò si sottopose a trattamenti estetici da Sabrina (e Sarah era sempre lì), notando il suo pallore e le lacrime trattenute, perché bistrattata da Sabrina.

In realtà l’umore altalenante dei giovanissimi è la regola; e a meno che la Pisanò la sera non fosse stata al pub, parlerebbe de relato: il 26 nessuno, oltre lei, notò Sarah corrucciata.

Le amiche di Sabrina picchiano duro sulla sua infatuazione per Ivano ma, quanto a Sarah, ne riferiscono in modo non significativo: ogni giorno, specie tra giovani donne e ragazzine, si incrociano liti e rappacificazioni. L’indomani mattina Sarah era nuovamente dalla cugina, andò a comprare un prodotto in profumeria per lei, ed era vestita di nero; dopo il veloce pranzo a base di cotoletta, entusiasta alla prospettiva di andare al mare, provocando anche un po’ di disappunto in Concetta, mise il costume da bagno e si cambiò, indossando la famosa maglietta rosa come testimoniato anche da Concetta…

ma no. Un manutentore, che l’avrebbe notata per strada, parla di lei vestita di nero nel primo pomeriggio, e le parole di Concetta passano in secondo piano. Né conteranno di più riguardo all’orario: Concetta ha sostenuto che sua figlia era uscita alle quattordici e trenta, ma sul punto verrà ritenuta più affidabile la badante Maria Pantìr, che insiste con l’uscita alle quattordici. Né varrà più che tanto la testimonianza dei due fidanzati di passaggio, che hanno notato Sarah camminare sul marciapiede e propendono anch’essi per le quattordici e trenta.

E perché mai, nel correre dietro a Sarah, si sarebbe impegnata la stanca e pesante Cosima, unica a saper guidare, lasciando in auto l’imperturbabile Sabrina? Sarebbe stato del tutto logico che la più giovane si mettesse alla rincorsa e la patentata Cosima aspettasse in auto col motore acceso, pronta a ripartire.

Nel giro di circa venti minuti dunque Sabrina avrebbe:

ucciso Sarah insieme alla madre

chiamato il padre in garage

mentre Michele allarma mezza parentela per occultare il cadavere, mandato messaggi al telefonino della cugina e con lo stesso dispositivo, ora in suo possesso, risposto con uno squillo per far credere che la poveretta fosse ancora viva

scambiato altri messaggi con una cliente che nel frattempo l’aveva contattata

corso in strada dove l’attendeva la Spagnoletti

finto preoccupazione e dirottato tutti verso casa Scazzi, mentre Michele, incorporeo, si dileguava con la salma in auto insieme ai complici.

Sembrerebbe una macchinazione davvero fortunata, per un delitto d’impeto, che si suppone lasci l’assassino un minimo sconvolto nell’immediatezza: pochissimi minuti per decidere sul da farsi,  e un perfetto coordinamento di cinque persone, tra delitto, chiamata alla complicità, occultamento e pantomima con la Spagnoletti e la cliente.

Alcuni strascichi

“ …intercettato, Ivano dialoga con un amico, Alessio Pisello, e pronuncia una frase inquietante: «Qualcuno di noi ha parlato». Parlato di che cosa? Nella villetta al mare c’è forse un segreto da nascondere? Anche il 29 novembre, sempre intercettati, Ivano e i suoi amici discutono animatamente di quanto dovranno dire agli inquirenti, di che cosa vada corretto e di che cosa andrebbe nascosto” Panorama.it 27 novembre 2018 –  

Esisteva, in effetti,  questa villetta, di proprietà del nonno di Sarah, e pare che su certe feste che vi si svolgevano nessuno abbia raccontato la verità: Sarah c’era o no? Circolava droga? La ragazzina aveva visto qualcosa?

Per ora, è tutto: ergastolo per Cosima e Sabrina, otto anni per Michele, che ha ripreso a dichiararsi colpevole ed è stato anche condannato per la diffamazione nei confronti del suo primo avvocato Daniele Galoppa e la consulente Roberta Bruzzone. La criminologa in particolare, a suo dire, lo avrebbe convinto ad accusare la figlia, in quanto rassicurato sul fatto che avrebbe preso solo un paio d’anni di carcere….

Se solo Sabrina non fosse stata sentita da tutti, nei convulsi momenti in cui Sarah non arrivava, mentre proclamava sicura “ l’hanno presa, l’hanno presa”, forse non avrebbe attirato su di sé quell’attenzione. I suoi detrattori, vedendola così spesso in televisione, l’ hanno bollata impietosamente, additando il presenzialismo quale ovvia pertinenza caratteriale di un’assassina narcisista; se solo Cosima non avesse spintonato il marito dietro la porta del garage, per indurlo a non dire pericolose scemenze dinanzi ai giornalisti, gesto interpretato come volontà di insabbiare la verità…se, se solo Sarah fosse ancora qui.

Maria Lucia Monticelli, la giornalista che seguiva la vicenda per “Chi l’ha visto” ci regala a sua volta una visione: prima del ritrovamento del corpo aveva sognato la ragazzina che la avvolgeva in un abbraccio “dolente”: così  aveva intuito che lei non c’era più.

Se fosse stato tutto un brutto sogno. Carmen Gueye

Antonio Giangrande: I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

Confessione falsa estorta. Quando l’interrogato è costretto a confessare.

Quando la verità su cosa ci circonda ci è suggerita dalla fiction straniera.

Centinaia di migliaia di errori giudiziari, in minima parte riconosciuti. E grazie ad Alberto Matano alcuni dei quali portati alla conoscenza del grande pubblico, con il suo programma “Sono Innocente” su Rai tre.

L’inchiesta del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul delitto di Sarah Scazzi ha scritto un libro, così come ha scritto su tutti i principali delitti andati agli onori delle cronache, specialmente a Taranto. Saggi inseriti in un contesto di malagiustizia dove ci sono inseriti esempi di confessioni estorte e di cui si può parlare senza subire ritorsioni. Uno tra tutti: Giuseppe Gullotta. Questi libri fanno parte della collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” che si compone di decine di opere: saggi periodici di aggiornamento temporale; saggi tematici e saggi territoriali. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. “L’Italia del Trucco, l’Italia che Siamo”. Collana editoriale di decine di saggi autoprodotta da Antonio Giangrande su Amazon, Create Space, Lulu, Google Libri. ecc.

Quasi nessuno sa, ed i media colpevolisti hanno interesse a non farlo sapere, che vi è una vera e propria strategia per chiudere in fretta i casi illuminati dalle telecamere delle tv. Strategia, oggetto di studio americana, ignorata da molti avvocati nostrani e non accessibile alla totalità degli studiosi della materia.

Tecniche di interrogatorio consapevolmente torturanti. Manipolare, distorcere le parole, convincere che la confessione è una liberazione. Spingere un uomo a confessare il falso.

Come estorcere una confessione. HOW TO FORCE A CONFESSION:

Sfinimento psicologico per rendere vulnerabile il soggetto. MENTAL EXHAUSTION. La stanchezza. Molte ore di interrogatorio con la reiterata accusa di colpevolezza.

La promessa di una via d’uscita. THE PROMISE OF ESCAPE. Farlo sentire in trappola quando è stanco, esausto, in disagio, claustrofobia.

Offrire una ricompensa. OFFER A REWARD. Lo stato di disagio psicologico o bisogno fisico (fame, sete, freddo, caldo, andare al bagno) o per salvare una persona amata da un imminente pericolo di coinvolgimento o con la concessione a questa di uno sconto di pena.

Suggerire le parole per la confessione. FORCING LANGUAGE

Studio tratto da Bull. Stagione 1. Episodio 5: Vero o falso? Mandato in onda da Rai 2 Domenica 5 marzo 2017 ore 21,00.

Bull e la sua squadra prendono le difese del giovane Richard Fleer che ha confessato di avere ucciso la sua ricca fidanzata, messo sotto pressione dall'interrogatorio della Polizia...

NON CREDO CHE SARAH FU UCCISA DALLA CUGINA E DALLA ZIA". Alessandro Cucciolla il 24 gennaio 2023 su L’Opinione.it

Il 26 agosto 2010 Sarah Scazzi viene uccisa ad Avetrana, in provincia di Taranto, aveva solo quindici anni. Ad essere condannate all’ergastolo per l’omicidio, la cugina Sabrina e la zia Cosima. Lo zio Michele, che inizialmente si era accusato dell’omicidio, è stato condannato per “occultamento di cadavere”. Il Generale di Brigata, Luciano Garofano, è stato perito di parte della famiglia di Sarah Scazzi ed oggi, a distanza di tredici anni dall’omicidio, nutre ancora dubbi sulle responsabilità. Lo abbiamo intervistato.

Generale Luciano Garofano grazie di aver accettato il nostro invito a rilasciare questa intervista. Ritorniamo a parlare dell’uccisione della quindicenne Sarah Scazzi, avvenuto ad Avetrana il 26 agosto del 2010. Lei è stato il consulente tecnico della mamma di Sarah. Come sarebbe stata uccisa?

Guardi, la Cassazione ha confermato i due ergastoli a Cosima ed alla figlia Sabrina (zia e cugina della vittima, n.d.r.) ma personalmente nutro ancora dubbi sulla loro colpevolezza.

Questo suo dubbio è avallato dagli esami che ha potuto effettuare ed in particolare sulle modalità dell’omicidio.

Non concordo con la tesi accusatoria per la quale Sarah sarebbe stata uccisa con una cinta stretta attorno al collo. La morte è sopraggiunta per asfissia meccanica e potrebbe essere stata causata anche da uno strangolamento eseguito con le mani. Non mi risultano evidenze scientifiche certe che, sul piano medico legale, confermino la tesi dell’uso della cinta.

Sul luogo del delitto che elementi era riuscito ad ottenere?

Sono arrivato alla conclusione che Sara sia stata uccisa nel garage dell’abitazione dei Misseri.

L’elemento relativo alla cella di copertura dell’operatore telefonico che ha confermato la presenza dello stesso in quella abitazione non è stato un elemento decisivo?

È mio personale parere che talvolta si esageri nell’interpretare i dati desumibili dalle celle telefoniche che servono le aree di interesse investigativo: in altre parole non è tecnicamente possibile stabilire con certezza se il cellulare di Sarah fosse nel garage, nel giardino od in un altro luogo della casa.

Chi, secondo gli elementi da Lei riscontrati, l’autore o gli autori del delitto?

Rispetto la sentenza, ma non concordo sui due ergastoli comminati a Cosima e Sabrina. Ritengo quindi non loro le responsabili. Voglio ricordare, invece, la prima versione confessoria di Michele Misseri che aveva ammesso di essere stato lui ad uccidere la nipote, in una “reazione d’impeto” per il rifiuto della nipote ad alcune avance a sfondo sessuale.

Penso quindi che in questo scenario la figlia Sabrina e la moglie Cosima siano state coinvolte marginalmente e forse solo successivamente abbiano avuto cognizione della morte stessa di Sarah.

Infine ritiene ci siano elementi che potrebbero essere utili per un eventuale richiesta di revisione del processo?

Non credo a questa possibilità. A mio avviso la vicenda è connotata da indizi troppo labili per permettere di proporre una revisione.

Claudio Santamaria contro Roberta Bruzzone: «Ha detto che abbiamo inventato l’aborto, una bestialità». Simona Marchetti su Il Corriere della Sera il 24 gennaio 2023.

Con un lungo post su Instagram, il noto attore, sposato con la giornalista Francesca Berra, ha raccontato dell’esistenza di un audio, in cui la criminologa e volto televisivo avrebbe espresso dei dubbi sulla perdita del bambino da parte della coppia

È incavolato nero Claudio Santamaria e il bersaglio della sua rabbia è la criminologa Roberta Bruzzone, volto noto di molti programmi televisivi, secondo la quale l’attore e la moglie, la giornalista Francesca Barra, avrebbero inventato la perdita del loro bambino nel 2019 (la coppia ha poi avuto una bambina di nome Atena). «Mi duole commentare simili bassezze, ma sono così incazzato che sento di doverlo fare», scrive non a caso Santamaria in un lungo post su Instagram, dove spiega quanto accaduto.

«Offende me e mia moglie»

«È stato condiviso un audio con alcune conversazioni private della criminologa Roberta Bruzzone che offende me e mia moglie @francescabarra1 (l’audio era più lungo di quello che ascoltate e riguardava anche me), sostenendo che abbiamo mentito sulla perdita del bambino: “ pare che la notizia l’abbia inventata”», prosegue lo sfogo social dell’attore, a corredo della foto della Bruzzone con il virgolettato in questione. «A me non interessa entrare nelle beghe legali fra lei e la società Emme Team che ha pubblicato anche questo audio insieme con altri nei confronti di altre persone…. e non mi interessa soffermarmi sui metodi discutibili con cui sta avvenendo tutto questo e nemmeno che un simile pensiero sia stato reso pubblico. Quello che mi sconvolge e mi fa rabbia è che una professionista che ha a che fare con i lutti, che dovrebbe essere sensibile nei confronti della morte e del dolore della perdita delle famiglie, possa averlo anche solo pensato», spiega ancora Santamaria che, comprensibilmente, è un vero fiume in piena.

«Rasenta la bestialità»

«Possiamo non stimare una persona, un collega, un vicino di casa, possiamo provare sentimenti avversi e antipatie, ma questo pensiero va oltre: rasenta la bestialità e il pettegolezzo più pericoloso e spero che le persone che coinvolgeranno la signora Bruzzone in contesti dove questo comportamento potrebbe essere incoerente con le storie che raccontate, ne terranno conto», sottolinea infatti l’attore, prima di rivelare la sofferenza vissuta dalla moglie e da tutta la famiglia per quell’aborto. «Mi sento di scrivere queste cose per me, per l’immenso e costante dolore che prova anche mia moglie per quella perdita che non avrei mai voluto farle rivivere pubblicamente e per il rispetto del dolore che abbiamo provato noi e i nostri figli e per chi vive questi drammi dovendo pure fare i conti con le schifezze partorite da una persona che ogni giorno viene invitata nei salotti televisivi e nelle vostre case giudicando fatti e persone», conclude Santamaria, che ha poi aggiunto altre Ig Story sull’argomento. Per ora la Bruzzone non ha replicato alle accuse dell’attore.

La criminologa Roberta Sacchi: “Io, presa di mira perchè non colpevolista sul delitto di Avetrana”. Cronaca Vera il 15 Gennaio 2023 su Fronte del Blog

A Cronaca Vera parla la criminologa Roberta Sacchi, che per i suoi dubbi sulla colpevolezza di Sabrina Misseri e Cosima Serrano nel delitto di Sarah Scazzi, venne violentemente attaccata sui social

L’autore del libro “Il delitto di Avetrana- Perché Sabrina Misseri e Cosima Serrano sono innocenti”, ovvero il giallista Rino Casazza, l’ha intervistata per il nostro settimanale

Roberta Sacchi, i suoi dubbi sul delitto di Avetrana sono oggi rilanciati dal libro di Rino Casazza. Clicca sulla copertina e vai all’inchiesta

Affermata psicologa forense e criminologa, Roberta Sacchi è divenuta un volto televisivo per la sua partecipazione a trasmissioni di true crime. Nel 2014 ha vissuto una spiacevole esperienza a causa dei reiterati, scomposti attacchi – addirittura con minacce di violenza fisica- sui propri profili social, mail e sul telefono a causa degli interventi sul piccolo schermo sul giallo di Avetrana.

L’esperta era stata presa di mira per aver espresso forti dubbi sulla responsabilità nell’omicidio di Sarah Scazzi di Sabrina Misseri e Cosima Serrano, poi condannate in via definitiva. Secondo il suo parere il delitto era da attribuirsi unicamente all’altro famigliare coinvolto in quel caso giudiziario, Michele Misseri.

L’incresciosa disavventura ha avuto un’appendice con un procedimento disciplinare a carico della Sacchi in relazione alla supposta incauta ipotesi da lei avanzata, con argomenti seri fondati sulle sue conoscenze professionali, che alla base del comportamento criminale di Michele Misseri potesse esserci un disturbo neurologico. L’azione disciplinare si è poi conclusa in modo a lei favorevole. Ma da allora, cautelativamente, ha evitato di pronunciarsi sulla vicenda della morte della giovane Scazzi in tv e sui social.

Le teorie della Sacchi tornano di attualità ora che, per iniziativa dei legali delle due donne, in carcere con la pena dell’ergastolo, è in discussione un ricorso presso la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che potrebbe portare a una revisione del processo, rimettendo in discussione la verità giudiziaria. Roberta Sacchi ha accettato di tornare a parlare con noi dell’argomento.

Ci vuoi raccontare che cosa ti è successo e qual è la tua posizione sul delitto di Avetrana?

Otto anni fa eravamo nel pieno dell’iter processuale per l’omicidio di Sarah Scazzi. Nei dibattiti televisivi io ero una dei pochi, se non l’unica, a rompere il compatto schieramento colpevolista nei confronti di Sabrina e Cosima, essendo convinta, come sono tutt’ora, che la povera Sarah sia stata uccisa dallo zio Michele – reo confesso ma non creduto dagli inquirenti e poi dai giudici – per reazione inconsulta al rifiuto di un approccio sessuale da parte della ragazzina.

Intendendomi particolarmente di psicologia del ricordo, sostenevo che uno dei principali elementi a favore della falsità della confessione dell’uomo, ovvero che fosse incapace di ricostruire in modo completo e preciso l’azione omicida, in realtà era circostanza nient’affatto insolita in autori di delitti similari. In un clima in cui l’opinione pubblica aveva il pollice verso nei confronti delle due imputate, questo ha scatenato contro di me l’avversione del popolo dei social con una valanga di commenti negativi preconcetti e contumelie. Eppure mi ero limitata a riferire il risultato di studi specifici su casi reali.

Cioè?

Quando una persona commette un omicidio d’impulso è, evidentemente, in stato di forte stress emotivo. Questo implica che non rammenti per filo e per segno gli atti compiuti, ma li ricordi a sprazzi. Questo è quello che è accaduto a Michele Misseri, anche a prescindere dalla questione se egli sia o meno affetto da una malattia psichiatrica, su cui non è stato mai compiuto un accertamento medico-specialistico. Tutto il caso di Avetrana, comunque, chiama in causa la problematica, ben conosciuta in psicologia, dell’alterazione involontaria dei ricordi.

Che cosa intendi?

La soluzione giudiziaria sul delitto di Sarah Scazzi si basa tutta su testimonianze, in particolare su quella, controversa, di un fioraio di Avetrana che avrebbe visto le condannate costringere la vittima a salire sulla loro auto per poi evidentemente ucciderla, se il fatto è reale. Però questo testimone ha sempre sostenuto – continua a farlo anche adesso – di aver visto l’episodio in sogno. Ciò gli è valsa un incriminazione per falso, sorte toccata a molte altre persone che hanno fornito deposizioni su circostanze decisive non collimanti con l’impianto accusatorio.

D’ altro canto alcune altre persone, risentite a distanza di tempo, hanno ritenuto di rettificare quanto inizialmente riferito rendendolo compatibile con la tesi dell’accusa. In realtà, come dimostrano gli studi sperimentali, la memoria umana non fotografa in modo obiettivo gli avvenimenti, ma li filtra attraverso la sensibilità e l’esperienza individuale. Ad esempio è acclarato che le donne abbiano una percezione dei colori molto più sofisticata, per cui ricordano meglio questo dettaglio.

Comunque, in generale, bisogna sempre tener conto che qualora si riscontrino inesattezze o discordanze nelle versioni dei testimoni, non significa che dietro ci sia malizia o dolo, ma ciò può avvenire in buona fede per la soggettività dei ricordi, in misura maggiore quanto più passa del tempo dal fatto ricordato.


 

Sarah Scazzi diventa serie tv: "Ecco perché il true crime piace ai media". Una nuova serie tv su Disney+ racconterà la storia di Sarah Scazzi. Carmine Gazzanni a IlGiornale.it: "L’opinione pubblica rischia di inquinare il raggiungimento della verità". Angela Leucci il 23 Dicembre 2022 su Il Giornale.

La storia di Sarah Scazzi torna in tv. E lo fa per una serie tv intitolata “Qui non è Hollywood” che approderà su Disney+. A firmarne la regia è il regista pugliese Pippo Mezzapesa, che ne ha curato la sceneggiatura con Antonella Gaeta e Davide Serino, in collaborazione con Flavia Piccinni e Carmine Gazzanni. Questi ultimi, a 10 anni dal delitto, realizzarono un libro-inchiesta, “Sarah - La ragazza di Avetrana”, dal quale lo scorso anno è andata in onda una docu-serie targata Sky.

Il caso Scazzi è una di quelle storie di cronaca nera che stanno presentando più di un’opera dedicata, mentre cresce l’attenzione internazionale per film, libri, podcast e serie tv a tema true crime. Talvolta queste opere subiscono pregiudizi preventivi, ma sono in realtà molto utili per non dimenticare e per aprire nuovi squarci su casi che rappresentano una ferita collettiva.

L’omicidio della giovane Sarah è uno di questi: quello che seguì alla sua morte fu un processo mediatico che portò alla condanna per omicidio della zia della vittima Cosima Serrano e della cugina Sabrina Misseri. Lo zio Michele Misseri fu condannato per occultamento di cadavere. Mentre la condanna di Michele sta per scadere, la giovane Sabrina condannata all’ergastolo, si è rivolta alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, che ha dichiarato ammissibile il ricorso e potrebbe pronunciarsi a suo favore e quindi aprire alla revisione del processo.

Così continuare a parlare del caso significa anche riempire quei vuoti lasciati aperti, provare a porsi nuovi interrogativi. Per esempio: la condanna di Sabrina è stata influenzata dall’opinione pubblica? Certo è che il caso Scazzi è stato trattato mediaticamente in un modo inedito fino a quel momento strorico. “Si è creato così un mix esplosivo tra racconto, inchiesta e prospettiva mediatica - racconta a IlGiornale.it Carmine Gazzanni - I personaggi, che in realtà erano persone, erano tagliati con l’accetta: Cosima veniva ritratta come la mente dell’assassinio, la ‘grassottella’ Sabrina era contrapposta all’angelica Sarah, mentre Michele Misseri veniva trattato come una sorta di seconda vittima”.

Gazzanni: un libro, una docu-serie e ora una serie. A proposito, il vostro è il solo libro sul caso Scazzi?

Non lo è. Ma è unico a suo modo, per via dello sguardo a 10 anni di distanza dal caso e quindi la possibilità di raccontare con lucidità e distacco la pressione mediatica di quel 2010. Analizzare dopo tanto tempo ci ha permesso di guardare tutto dall’esterno, sia per quanto riguarda gli aspetti dell’inchiesta sia per la dimensione mediatica e quanto questa abbia avuto influenze”.

In che senso?

In tv il caso Scazzi è stato il primo di una serie di storie di cronaca nera mediatiche: molto spesso chi parlava non aveva consapevolezza della documentazione relativa all’inchiesta e al processo. Si è creato così un mix esplosivo tra racconto, inchiesta e prospettiva mediatica. I personaggi, che in realtà erano persone, erano tagliati con l’accetta: Cosima veniva ritratta come la mente dell’assassinio, la ‘grassottella’ Sabrina era contrapposta all’angelica Sarah, mentre Michele Misseri veniva trattato come una sorta di seconda vittima. Eppure è lui che occulta il cadavere, ed è sempre lui che continua a professarsi colpevole”.

Perché è importante continuare a raccontare la storia di Sarah?

I casi di cronaca nera ti consentono di confrontarti con i sentimenti più abietti dell’essere umano. Ma a volte l’opinione pubblica rischia di inquinare il raggiungimento della verità, perché il racconto mediatico si concentra su dettagli banali o che non c’entrano nulla con la verità stessa”.

Cioè?

Prendiamo il caso di Benno Neumair. Di lui si disse che, dato che faceva palestra, avrebbe assunto anabolizzanti e questi avrebbero potuto incidere sull’assassinio dei suoi genitori Peter e Laura Perselli. È un copione che spesso si ripropone con i casi che assumono una dimensione totalizzante, in cui c’è l’esigenza di crearsi la notizia anche quando la notizia non c’è. L’importanza di continuare a raccontare il caso Scazzi è nel passaggio dal particolare all’universale: bisogna cioè riflettere sul racconto mediatico e sulla sua funzione, che dovrebbe essere quella di informare. E invece spesso si rischia di deformare il racconto, compromettendo potenzialmente l’inchiesta”.

"Vi racconto il caso Scazzi. E sentite cosa dice il fioraio..."

Quando si realizza un prodotto true crime, anche in termini di fiction, per la televisione o per il cinema si riesce sempre a restituire centralità alla vittima?

La centralità della vittima è un po’ quello che sempre manca nella cronaca nera. Il carnefice finisce per assumere un’attenzione maggiore. Prendiamo la serie Netflix su Dahmer: ti porta a chiedere come un essere umano apparentemente comune possa aver commesso tali atrocità. Per quanto riguarda la storia di Sarah, nel libro io e Flavia abbiamo cercato di ridare dignità alla vittima, ritraendola in tutte le sue sfaccettature: Sarah era un’adolescente con tutti i chiaroscuri che l’adolescenza porta con sé. Il fatto che sia stata ritratta bidimensionalmente ha portato ad annullare il suo ricordo, la sua presenza, la sua storia”.

Cosa rende un caso di cronaca “mediatico”?

Io e Flavia ci siamo posti tantissimo questa domanda e l’abbiamo posta a giornalisti e sociologi. Ci sono purtroppo tante altre ragazzine come Sarah che vengono assassinate, ma perché si è parlato per mesi di questo caso? La risposta degli esperti è stata: era il 26 agosto 2010 e non c’era nulla da raccontare, non c’era attività politica per riempire le pagine dei giornali e gli spazi televisivi, ma avevi un thriller salentino a costo zero, un racconto corale che costituiva un unicum. Per capire meglio, va fatto un confronto con Yara Gambirasio: Sarah e Yara erano due ragazzine, entrambe uccise nel 2010 a pochi mesi di distanza. Certo, il caso di Yara è unico per il modo in cui è stato rintracciato il colpevole, ma se si domandasse dove è avvenuto l’omicidio in pochi saprebbero rispondere, mentre il nome di Sarah è legato a quello di Avetrana”.

Quando avete girato “La ragazza di Avetrana” avete coinvolto moltissimo la famiglia di Sarah. Cosa ha dato questo in più alla docu-serie?

Dovevamo realizzare un documentario in cui fosse presente il racconto di Sarah e quindi era fondamentale la presenza e il coinvolgimento della famiglia, a partire dalla mamma Concetta e dal fratello Claudio. La docuserie ha avuto ottimi feedback in termini di critica e di ascolti, ma la sfida che ci siamo proposti era denunciare quanto possa incidere il racconto mediatico attraverso lo strumento televisivo stesso”.

Quentin Tarantino fu criticato per il ritratto di Sharon Tate in “C’era una volta a Hollywood”, ritratto che in realtà era fortemente femminista e aderente alla realtà. Voi avete ricevuto critiche aprioristiche?

Essere criticati a tutti i costi dipende da vari motivi. I casi di cronaca nera, quando si banalizzano o si semplificano troppo portano una divisione manichea tra bene e male: se parteggi per chi costituzionalmente è riconosciuto come il male rischi di attirarti addosso critiche, che però lasciano il tempo che trovano se il tuo lavoro giornalistico è corretto. Credo sia un problema giornalistico: il giornalista non deve accettare acriticamente delle verità solo perché sono state stabilite da un magistrato, ma ha il dovere di capire come sono andate le cose. Non si deve passare al setaccio solo la politica ma anche la magistratura”.

Secondo lei, come mai alcune storie vengono narrate diverse volte dalla tv, dal cinema e dai libri?

Per il loro cambio di prospettiva e al tempo stesso la consapevolezza che una storia possa essere foriera di insegnamenti che passano dal particolare all’universale trascendendo la storia in sé. Per esempio Nove trasmise, anni prima del nostro, un buon documentario con una grande attenzione sui buchi del caso Scazzi. Credo che raccontare o denunciare qualcosa che abbia una prospettiva più ampia rappresenti l’aspetto originale che porta a parlare in più modi della stessa storia, portando lo spettatore a porsi qualche domanda in più”.

Michele Misseri, nuova lettera su Sarah Scazzi. “Sono io il vero colpevole”. Giovanna Tedde su Il Sussidiario il 19.12.2022. - 

Michele Misseri torna ad autoaccusarsi dell’omicidio della nipote Sarah Scazzi, attraverso una nuova lettera in cui sottolinea la sua (ennesima) versione: “Sabrina e Cosima innocenti, io…”

Michele Misseri torna a parlare del caso Sarah Scazzi e delle sue presunte responsabilità nel delitto di Avetrana. L’uomo scrive una nuova lettera per sostenere, ancora una volta, l’innocenza di moglie e figlia condannate all’ergastolo in via definitiva per l’omicidio della nipote 15enne. Parole che ha rivolto, spiega il settimanale Giallo, in una missiva rivolta a Cristiano Barbarossa e Fulvio Benelli, autori del documentario Tutta la verità e inserita nel libro Il delitto di Avetrana, di Rino Casazza.

Zio Michele” Misseri, come è passato alle cronache, inizialmente aveva confessato di aver ucciso Sarah Scazzi e di aver gettato il corpo in un pozzo in contrada Mosca, per poi ritrattare e indicare la figlia Sabrina Misseri quale asssassina. La giovane, insieme alla madre Cosima Serrano, è stata riconosciuta responsabile della morte della minorenne ma ora, anni dopo la condanna e con alle spalle diverse altre lettere di autoaccusa, Michele Misseri ribadisce di essere “il vero colpevole” mai creduto dalla giustizia. A pesare in modo importante sul racconto di Michele Misseri, ritenuto non attendibile all’esito delle indagini, furono i continui dietrofront nella sua narrazione dei fatti di Avetrana. L’uomo oggi dice di aver riferito “tante bugie” e di temere per l’incolumità della figlia dietro le sbarre.

Michele Missseri, le sue dichiarazioni in nuova lettera sul delitto di Avetrana

La nuova lettera di Michele Misseri sul delitto di Avetrana non aggiunge molto a quanto già riferito dall’uomo dopo il rimbalzo di ritrattazioni sulle responsabilità nella morte di Sarah Scazzi. Dapprima dichiaratosi autore dell’omicidio, aveva poi accusato la figlia Sabrina Misseri di aver agito contro la cuginetta 15enne di fatto “incaricandolo” della sola fase di occultamento del cadavere della piccola (per cui è stato condannato a 8 anni di reclusione). Anche la moglie di Michele Misseri, Cosima Serrano, è in cella e sconta l’ergastolo in via definitiva, ma lui insiste e torna a scrivere di essere l’unico e vero colpevole del delitto.

Michele Misseri chi è/ Zio di Sarah Scazzi, le versioni e la condanna (Delitto di Avetrana)

Mi fa rabbia – scrive Michele Misseri in un passaggio della sua lettera riportato dal settimanale Giallo – che io faccio trovare tutto e mi credono innocente. I giudici hanno paura di dire che hanno sbagliato e hanno messo due innocenti in carcere”. Secondo la sua ennesima versione dei fatti, Michele Misseri si dipinge come “colpevole mai creduto” dalla giustizia italiana, un vero e proprio unicum nelle cronache recenti. La nipote Sarah Scazzi fu uccisa nell’agosto 2010 ad Avetrana (Taranto) secondo i giudici proprio da Sabrina e Cosima, rispettivamente cugina e zia della vittima, che si sarebbero poi servite dell’aiuto di Michele Misseri per disfarsi del corpo. Da tempo, le due donne di casa Misseri avrebbero smesso di parlare con lui e questo, secondo il racconto dell’uomo, anche davanti alle sue continue richieste di perdono per averle “trascinate” in questa storia.

Le versioni di Michele Misseri sull’omicidio di Sarah Scazzi

Michele Misseri sta per tornare libero dopo la condanna a 8 anni di reclusione per l’occultamento del corpo di Sarah Scazzi. Nel frattempo, riporta Giallo, torna a dirsi responsabile del delitto di Avetrana e dichiara di non ricordare il momento della confessione in cui avrebbe indicato la figlia Sabrina come esecutrice materiale dell’omicidio. “Ho paura che Sabrina la faccia finita per colpa mia”, ha scritto nella sua ennesima lettera dal carcere sostenendo di aver commesso il delitto in un contesto di forte tensione “per il maledetto trattore che non partiva“. Un resoconto a cui inquirenti e giudici non hanno dato credito dopo le molteplici versioni fornite da Michele Misseri sui fatti. Per la giustizia sarebbe responsabile della soppressione del cadavere di Sarah Scazzi. Il 6 ottobre 2010 la prima versione di Michele Misseri lo vede parlare proprio di quel trattore che lo avrebbe mandato su tutte le furie per un presunto malfunzionamento. Sarah Scazzi, arrivata a casa sua il 26 agosto per andare al mare con Sabrina, si reca in garage dove lui, alle prese con la sistemazione del mezzo agricolo, tenta un approccio sessuale. Rifiutato, aggredisce la nipote alle spalle e la strangola con una corda, poi porta il cadavere in campagna, lo spoglia e consuma un atto sessuale post mortem prima di gettarlo nel pozzo di contrada Mosca dove sarà ritrovato su sua indicazione.

Il 15 ottobre 2010 la nuova versione di Michele Misseri in cui, per la prima volta, accusa la figlia Sabrina: la nipote arriva a casa loro e Sabrina Misseri la porta con la forza in garage. L’obiettivo è dare una lezione alla 15enne perché non riveli le presunte attenzioni sessuali che riceve dallo zio Michele. Sabrina Misseri tiene ferma Sarah Scazzi e Michele Misseri la strangola. Lui, da solo, si disfa del corpo. Poche settimane più tardi e, nel novembre 2010, arriva un nuovo cambio di rotta: Michele Misseri dà una nuova ricostruzione del delitto di Avetrana sostenendo che Sabrina e Sarah stanno per andare al mare, ma litigano forse per la gelosia della figlia di Misseri nei confronti di un amico comune, Ivano Russo. La ragazza trascina la cuginetta in garage e la lite degenera: Sabrina Misseri strangola Sarah Scazzi con una cintura e poi sveglia suo padre, che dorme al piano superiore, affidandogli di fatto la fase atta ad occultare il cadavere. A fine novembre 2010, Michele Misseri cambia ancora registro: ritratta il presunto abuso sul cadavere e conferma le accuse a carico della figlia Sabrina, dichiarandosi responsabile della sola fase di occultamento. Dal febbraio 2011, e per tutto il processo, Michele Misseri si descriverà come solo colpevole dopo essere tornato ad autoaccusarsi dell’omicidio della nipote.

Franco Coppi. “Dopo condanne Sabrina Misseri e Cosima Serrano volevo mollare tutto…”- Silvana Palazzo su Il Sussidiario il 29.11.2022 

L’avvocato Franco Coppi rivela di aver pensato di mollare tutto dopo le condanne di Sabrina Misseri e Cosima Serrano per l’omicidio di Sarah Scazzi. Su riforma Cartabia e magistratura…

 Il pm Maria Sabina Calabretta parla con l'avvocato Franco Coppi (Foto: 2021, LaPresse)

Si è sentito smarrito, al punto tale da pensare di mollare tutto, la carriera di una vita. Franco Coppi, dopo la sentenza del processo di Avetrana per l’omicidio di Sarah Scazzi, celebrato nei confronti di Sabrina Misseri e della madre Cosima Serrano, ha sentito “assai forte la tentazione di abbandonare tutto ciò che fino a quel momento aveva costituito, con l’Università, la ragione della mia vita“. L’avvocato lo mette nero su bianco nel libro “Il delitto di Avetrana” in uscita. Il legale, che ha difeso anche Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi, parla a Il Giornale di “uno sconforto, uno smarrimento e quasi la paura dell’inutilità e della vanità dell’opera della difesa, mai prima provati tanto intensi e così forti da spingermi all’abbandono“, dovuto ad una “successione ininterrotta di errori, pregiudizi, falsità e di incomprensibili sentenze di condanna“.

L’avvocato continua a credere che Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano non abbiano ucciso Sarah Scazzi. “Sono così convinto dell’innocenza di queste due malcapitate che questo processo mi colpisce così dolorosamente per le pressioni mediatiche che hanno portato a una sentenza ingiusta, che non coglie la verità. È vero, la voglia di mandare tutto a quel Paese è stata molto forte“. Eppure, una revisione del processo non è all’orizzonte. “Per chiederla è necessario che ci siano nuovi fatti. Se qui non si fa avanti nessuno ad ammettere di aver detto il falso non è possibile. Abbiamo fatto ricorso alla Corte europea, ma è un discorso diverso dalla revisione“.

I DUBBI DI COPPI SU RIFORMA CARTABIA E MAGISTRATURA

Ma l’avvocato Franco Coppi nell’intervista a Il Giornale ha parlato anche della riforma Cartabia, su cui ha “molte perplessità“. Alla luce della sua esperienza, non crede che tale riforma “possa contare su contributi significativi alle storture della giustizia, anche perché sono così tante e tali che non si può pensare di risolverli con questo tipo di provvedimento“. Ciò che servirebbe, invece, per Coppi è una riforma dell’udienza preliminare, un istituto “fallito” che va sostituito, non ritoccato. Positivo il giudizio sull’attuale Guardasigilli Carlo Nordio: “È un magistrato di grandissima esperienza, so che affronterà il tema della giustizia con cognizione di causa. Posso solo augurargli buon lavoro“. Intanto si avvicina la nomina dei 10 membri laici del Csm da parte del Parlamento. “C’è da sperare che vengano scelte persone che siano in grado di assolvere al loro compito. Credo poco ai pronunciamenti astratti, voglio vederli all’opera“, afferma il legale. Infine, Franco Coppi non si sbilancia sul futuro della magistratura dopo i vari scandali: “Se penso a tutta una serie di magistrati che ho conosciuto sono ottimista, se penso a un’altra serie di magistrati sono pessimista“.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE. (Ho scritto un saggio dedicato)

Anticipazione da Telelombardia giovedì 14 settembre 2023.

“Finalmente mi viene concessa la possibilità di fare la ricognizione dei reperti. Un raggio di sole è riuscito a penetrare nell'oscurità di questo grande buio. Affermare ora, se ho ancora piena fiducia nella giustizia dopo tutti questi lunghi ingiusti anni trascorsi in carcere sottratto dall'amore quotidiano dei miei poveri familiari, preferisco rispondere con estrema sincerità quando vedrò il compiere dell'evolversi di tutto. Non mi faccio abbattere dall’ingiustizia, tengo viva la speranza di credere che la giustizia ancora esiste. 

Quello che più oggi spero, che quei campioni di DNA, non siano così davvero mal custoditi come si è sentito nel dire, ma che possano essere ancora utili attraverso indagini difensive con appositi macchinari più sofisticati rispetto al passato, dato che la scienza si è molto evoluta.

Nel mio caso trovo che sia tutto altamente vergognoso ed irrispettoso che a distanza di 9 anni dal mio disumano arresto ad oggi ancora rimango allo scuro sull'esistenza di questi reperti, sul loro stato di conservazione e di come attualmente si presentano. 

Non mi faccio abbattere dell'ingiustizia che sono costretto nel subirmi quotidianamente, ma tengo vivo dentro di me la speranza di credere che la giustizia ancora esiste. La mia speranza dopo la decisione della Cassazione è quella di vedere affrettare i tempi alle indagini, sperando che non diventino biblici come da sempre lo sono, auspicando che non sia il solito rimpallo di decisioni. Penso e credo che sia doveroso garantire anche alla difesa un riscontro oggettivo sulla verità dei fatti senza lasciare nulla di intentato e di incompleto. È un sacrosanto diritto della difesa che spetta a qualunque essere umano per consentire di potersi difendere.

Per cosa io possa pensare sul caso di Erba le rispondo con estrema sincerità. Due persone che per come attraverso i media si rappresentano, a mio giudizio mai e poi mai mi fanno pensare che sono gli autori di quella atroce mattanza. Un altro caso simile al mio sul riguardo della custodia dei reperti!!! 

Purtroppo quando si finisce in questo vortice aggressivo giudiziario spetta a te con tutte le tue forze attraverso le giuste cause poterti difendere. 

L'augurio che anche a loro posso dare è quello di riuscire nel disfare il nodo della matassa, che ancora oggi a distanza di anni li tengono ingiustamente imprigionati!!!

Ci tengo a ringraziare la mia amara famiglia, che mai mi ha lasciato solo un momento, manifestandomi presenza e vicinanza quotidiana alimentando il mio cuore della loro forza. A tutti voi familiari dico di non perdere MAI le speranze e di credere sempre in me perché tutto può veramente cambiare. Vi voglio bene”.

Estratto dell’articolo di Giuliana Ubbiali per corriere.it domenica 13 agosto 2023.

Dopo quasi quattro anni, tre no del presidente della Corte d’Assise e quattro di due Assise, cinque rinvii della Cassazione, si torna all’inizio. Al «visto si autorizza» con cui, il 27 novembre 2019 e una precisazione il 2 dicembre, il presidente dell’Assise Giovanni Petillo consentì agli avvocati di Massimo Bossetti di visionare i reperti e i campioni di Dna del processo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Il 18 ottobre 2018, il muratore di Mapello è stato condannato in via definitiva all’ergastolo, ma sul materiale la disputa non è chiusa.

La nuova sentenza della Cassazione

In dieci pagine (depositate di recente) la Cassazione spiega perché, il 19 maggio, ha annullato con rinvio l’ordinanza con cui l’Assise della presidente Donatella Nava respinse per la seconda volta la richiesta difensiva. Accogliendo in parte l’impugnazione degli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, ha riabilitato il provvedimento di Petillo. Non venne impugnato — è il ragionamento — quindi è «valido, vigente e intangibile». Va detto, però, che non fu notificato al pm Letizia Ruggeri.

Il presidente e la confisca

 Rimase sulla carta perché gli avvocati, il 30 aprile e il 10 giugno 2020, chiesero al presidente come e quando avrebbero potuto visionare il materiale, ma lui rispose che non era più competente perché nel frattempo, il 15 gennaio, aveva confiscato tutto su richiesta del pm  Ruggeri. Da lì si innescò la catena di ricorsi dei difensori. Per la Cassazione, però, il passaggio dal sequestro alla confisca non incide sulle richieste difensive. Da qui, il ritorno all’autorizzazione originaria. 

«Può solo vederli, ma non toccarli»

Quale è l’effetto sull’obiettivo di Bossetti di chiedere la revisione del processo? Per farlo, serve una novità rispetto alla verità cristallizzata con la sentenza definitiva. Ne manca di strada, ma dopo diversi no arriva un sì per quanto ben delimitato. L’Assise indicherà agli avvocati come accedere al materiale […]

«No nuove analisi, non c'è un quarto grado di giudizio»

La difesa impugnò le risposte del presidente sull’intervenuta incompetenza e la Cassazione rinviò la palla a Bergamo. L’Assise della presidente Nava respinse le richieste degli avvocati motivando che «la riproposizione di questioni già affrontate e risolte durante la fase della cognizione finisce per piegare lo strumento dell’incidente di esecuzione ad una funzione, non consentita, di quarto grado di giudizio con l’intento di censurare, una volta ancora, le valutazioni di merito e di legittimità già operate nel corso del processo e consacrate in un pronunciamento definitivo». 

«Alla difesa non basta»

I giudici supremi scrivono, però, che «la decisione impugnata è erronea, laddove si addentra in una valutazione di merito sulla possibilità di assentire nuove indagini scientifiche, prematura ed estranea al definitivo ambito di cognizione odierna; valutazione che deve intendersi conseguentemente caducata». Aggiungono come sia «chiaro che l’autorizzazione già in vigore, per il suo carattere circoscritto, non soddisfi le esigenze ultime dell’investigazione difensiva».

«Nuove analisi? Non ora»

Via libera anche alle analisi? No, per quanto il loro futuro «rimane impregiudicato». La Cassazione suggerisce, quasi: «Eventuali attività ulteriori (...) potranno essere, se del caso, assentite all’esito della ricognizione e sulla base del verbale che la documenterà, ove la difesa, dando impulso ad un procedimento esecutivo distinto da quello odierno, avanzi specifica e corrispondente richiesta». In quel caso, l’Assise verrà «chiamata a deliberare dopo aver valutato, alla luce della consistenza dei reperti, la concreta possibilità di nuovi accertamenti tecnici, e dopo aver valutato la loro non manifesta inutilità, secondo canoni di concretezza, specificità e astratta vantaggiosità». 

La verifica dei 54 campioni

Un altro capitolo ha ricevuto due no dell’Assise (presidente Patrizia Ingrascì). Riguarda la verifica dello stato di conservazione dei reperti, con 54 provette di Dna che dall’Istituto San Raffaele vennero trasferite all’ufficio corpi di reato. È anche oggetto di una denuncia di Bossetti per frode processuale, con il gip di Venezia che, archiviando le posizioni di Petillo e di una funzionaria, ha rimesso gli atti alla Procura per valutare l’operato del pm Ruggeri. E, su input della Procura di Bergamo, a Venezia dovrebbe esserci un fascicolo per calunnia.

Omicidio Yara: "Chi crede ancora che Bossetti sia innocente ha le idee confuse". Angela Leucci il 21 Luglio 2023 su Il Giornale.

Roberta Bruzzone e Laura Marinaro hanno scritto un libro molto esaustivo sulla vicenda criminale e giudiziaria relativa all'omicidio di Yara Gambirasio

La ricostruzione di un giallo ma senza mai perdere di vista la vittima. “Yara - Autopsia di un’indagine” di Roberta Bruzzone e Laura Marinaro è un libro che, come si evince dal titolo, parla dell’omicidio di Yara Gambirasio. Per tutte le pagine, la giovanissima vittima resta al centro di queste pagine che sono a lei dedicate. È stato scritto molto sulla vicenda, ma esiste in questo volume un innegabile punto di forza: raccontare le testimonianze così come sono avvenute in tribunale, tentare di spiegare il fenomeno per cui molte persone sono convinte oggi dell’innocenza di Massimo Giuseppe Bossetti - condannato in tre gradi di giudizio all’ergastolo - chiarire cosa abbia motivato la condanna allo stesso Bossetti.

Yara Gambirario scomparve nel pomeriggio del 26 novembre 2010 da Brembate di Sopra, dopo una breve visita nella palestra in cui era solita allenarsi. Nonostante le capillari ricerche, il suo corpo fu trovato il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d’Isola. Bossetti divenne indagato, imputato e condannato per via del suo Dna, rintracciato a seguito di una complessa ricerca genetica che seguì l’isolamento del profilo di Ignoto 1 su alcuni vestiti della ragazzina.

“Continuiamo a raccontare questa storia - spiega la criminologa Bruzzone a IlGiornale.it - perché ancora ci sono persone convinte che la vicenda giudiziaria abbia prodotto un errore, cosa che assolutamente non ha fatto. E ancora stiamo qui a discutere di reperti da riesaminare, ma in realtà la difesa non è mai riuscita a mettere in discussione le perizie sul Dna e ha avuto tutte le opportunità per farlo, perché 45 udienze di processo di primo grado, in larga parte dedicate al Dna, hanno ampiamente dimostrato che forse la difesa non aveva strumenti per mettere in discussione quella traccia. Abbiamo voluto raccontare questa storia attraverso le carte, attraverso i processi e attraverso anche le parole dette dai protagonisti di questa vicenda, per dare a chiunque ne abbia volontà l’opportunità di affidarsi a una fonte decisamente affidabile”.

Dottoressa Bruzzone, perché molte persone credono all’innocenza di Bossetti?

“Perché non hanno idea di quello di cui parlano, semplicemente, e si sono fatti convincere da una narrazione assolutamente priva di fondamento. Gli innocentisti sono soggetti che non posseggono strumenti culturali per affacciarsi a questo tipo di argomentazioni, che non conoscono nello specifico quello che il caso ha prodotto sia in termini di consulenze tecniche che di udienze processuali. Di conseguenza è facile convincerli di una narrazione completamente priva di fondamenti. Per credere all'innocenza di Bossetti bisogna avere poche idee molto confuse sul caso”.

Sotto il profilo criminologico, nel libro si spiega che Bossetti potrebbe rientrare tra i child molester situazionali, nella sottocategoria child molester regressivi. Di cosa si tratta?

“Si tratta di soggetti che non hanno un interesse sessuale esclusivo nei confronti dei minori, ma che conservano anche quella parte di fantasie che può emergere quando il soggetto affronta momenti di particolare criticità della sua vita normale, soprattutto quando affronta periodi di gravi problematiche a carico delle relazioni più significative. Perché io mi sono orientata in questa direzione? Perché Bossetti, proprio nella settimana in cui è maturato l’omicidio di Yara Gambirasio, aveva un problema, una criticità enorme con la moglie. Non si parlavano praticamente, c’era un problema molto serio. Circostanza confermata anche dalla moglie di Bossetti: proprio in quella settimana avevano interrotto qualunque tipo di comunicazione. Questo è certificato anche dai tabulati telefonici. Quella settimana Bossetti era particolarmente, diciamo, in difficoltà anche dal punto di vista emotivo. E a quel punto questa parte delle sue fantasie parafiliche è emersa prepotentemente”.

Avete dedicato molto spazio dettagliato a Yara Gambirasio e alla sua famiglia.

“Abbiamo voluto fortemente rimettere Yara al centro della narrazione. Sia lei, che la sua famiglia. Perché in questi anni Yara si è un po’ persa di vista, è stata fagocitata da Bossetti fondamentalmente, dai racconti su di lui, dall’attenzione su di lui. È per questo che il libro è dedicato a lei”.

Perché è stato fondamentale nelle indagini il Dna misto di vittima e aggressore e su quali indumenti è stato trovato?

“Il Dna è stato isolato in particolare sulle mutandine di Yara e sui leggings, è un profilo completo, con tutti gli indicatori, sia quelli sessuali che autosomici, e ha consentito l’individuazione di un profilo perfettamente comparabile in tutte le sue componenti. E questo non accade quasi mai dal punto di vista investigativo, perché c’era una sovrabbondanza di traccia riconducibile all’aggressore, ossia Massimo Giuseppe Bossetti. Questo ha consentito una profilazione genetica assolutamente affidabile e che infatti la difesa non è mai riuscita, neppure in maniera minimale, a scalfire”.

"Quel film non racconta di Yara, ecco gli errori che hanno condannato Bossetti"

La copertura mediatica, talvolta non esaustiva, di indagini e processi incide sulla polarizzazione dell’opinione pubblica?

“Sicuramente sì, perché alcune storie vengono raccontate in maniera parziale, giocoforza, perché chiaramente i tempi televisivi non sono gli stessi né dell’inchiesta né del processo, perciò è evidente che alcune informazioni, alcuni passaggi importanti spesso vengono in qualche modo diluiti nel racconto mediatico. E questo può far sì che qualcuno generi delle suggestioni in grado di manipolare l’opinione pubblica. Ma solitamente chi conosce i fatti, chi ha studiato approfonditamente le carte dell’inchiesta e le carte processuali, a queste suggestioni sfugge senza difficoltà”.

Una parte del libro si concentra su Marita Comi, moglie di Bossetti. Perché è importante questa figura ai fini dell’indagine e del processo?

“La figura di Marita Comi è sicuramente importante, noi l’abbiamo tratteggiata in base alle informazioni disponibili agli atti, perché ci hanno colpito alcune sue informazioni e anche alcuni suoi dubbi sul marito. Ricordo un’intercettazione in carcere, dopo l’arresto di Bossetti, in cui Marita pone domande degne di un pm incalzante. Ci è sembrata quindi una figura centrale, anche perché effettivamente la vita emotiva, psicologica, affettiva di Bossetti ruotava intorno a questa donna, che ci è parsa la figura più forte all’interno di quel nucleo famigliare. Quindi la crisi con Marita, purtroppo, ha creato, a nostro modo di vedere, i presupposti per il delitto Gambirasio”.

Caso Yara: Cassazione, la Corte d'Assise di Bergamo dovrà consentire alla difesa di Bossetti la ricognizione dei reperti. Redazione Bergamo online su Il Corriere della Sera il 19 Maggio 2023  

La suprema corte ha annullato l'ordinanza dei magistrati bergamaschi che avevano respinto la richiesta degli avvocati dall'uomo condannato per l'omicidio della ragazzina di Brembate Sopra

È stato accolto dalla Cassazione la richiesta della difesa di Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, di accedere ai reperti confiscati ai fini dello svolgimento di indagini difensive in vista dell'eventuale revisione del processo. La Cassazione l'ha accolta 

con rinvio per nuovo esame davanti alla Corte di Assise di Bergamo,  in tema di indagini difensive funzionali all'eventuale promovimento del giudizio di revisione. La Prima Sezione ha così annullato con rinvio l'ordinanza del 21 novembre 2022 della Corte d'assise di Bergamo, che, in sede di esecuzione, aveva detto di no alla richiesta degli avvocati di Bossetti.

Adesso, in seguito alla decisione emessa in Camera di Consiglio al termine di una discussione a porte chiuse, la Corte di Bergamo dovrà consentire alla difesa la ricognizione dei reperti, nei limiti già autorizzati in precedenti provvedimenti, stabilendo contestualmente le opportune cautele idonee a garantirne l'integrità. All'esito della ricognizione, se la difesa avanzerà nuova specifica richiesta, la Corte d'assise - spiegano fonti della Cassazione - dovrà valutare la concreta possibilità di nuovi accertamenti tecnici e la loro non manifesta inutilità.

IL TRAGICO DESTINO DI YARA GAMBIRASIO.

Fabio Virzì 24 giugno 2023 su nxwss.com 

Il 26 novembre 2010 non fu un giorno come gli altri. Tredici anni sono passati da quel tragico e piovoso venerdì in cui, nel piccolo comune di Brembate di Sopra, si consumò uno dei delitti più efferati della storia del nostro Paese. Perché sì, il caso di Yara Gambirasio ha tristemente legato gli italiani in una morsa di apprensione nei confronti della giovane tredicenne che mai, dall’allenamento, tornò a casa.

È difficile spiegare a chi non ha vissuto una tale tragedia in prima persona il sentimento di speranza che è stato in grado di unire milioni di connazionali dietro il piccolo schermo e che, presto, ha dovuto lasciare spazio ad un’atroce realtà. 

Di Yara, ad oggi, non se ne parla più come un tempo. L’attenzione si concentra sporadicamente intorno a possibili nuove piste che, dal nulla, hanno l’ambizione di svelare una verità spesso ritenuta manchevole. Quasi come fossero spinte da un moto di giustizia nei confronti di chi, come i genitori, una giustizia non l’ha avuta. 

Ma facciamo un passo indietro.

Gli antefatti

Yara Gambirasio è una sorridente ragazza di tredici anni, iscritta al terzo anno della scuola media “Maria Regina” di Bergamo. Residente a Brembate di Sopra, meno di ottomila anime, è lì che coltiva la sua passione nei confronti della ginnastica ritmica.

Destinata a diventare una promettente atleta, Yara si reca quasi ogni giorno presso la palestra del paese. E lo farà anche nel pomeriggio di quel maledetto 26 novembre. 

Qui rimarrà per poco più di un’ora, dalle 17:30 alle 18:40 circa, prima di entrare nella triste spirale del terrore che la porterà alla morte. Le sue tracce si perderanno infatti pochi minuti dopo l’uscita dal centro, senza che le guaste telecamere di sorveglianza riescano a catturarne un fotogramma. 

Il suo telefono, riveleranno gli inquirenti, registrerà differenti posizioni fino alle 18:55. Prima da Ponte San Pietro a Mapello – pochi chilometri distante – sino all’ultima ubicazione in via Ruggeri.

Un clamoroso tonfo

La stampa italiana mormora. Il caso di Yara è già diventato di natura nazionale e, anche ai telegiornali, non si parla d’altro. Più di 500 testimoni vengono ascoltati nei giorni successivi al rapimento, ma nessuno sarà in grado di fornire informazioni utili al caso. Bisognerà aspettare il 5 dicembre, più di una settimana, per imboccare quella che sembrava essere la strada giusta.

Invece, l’arresto di Mohamed Fikri si rivelerà un clamoroso buco nell’acqua. 

L’uomo è – al tempo dei fatti – un operaio ventiduenne, occupato presso il cantiere edile di Mapello. Proprio il luogo presso cui i cani molecolari hanno concentrato le battute degli ultimi giorni. 

Interrogato per via preliminare sul posto di lavoro, si sarebbe poi imbarcato il giorno dopo per raggiungere i familiari nel nativo Marocco.

E sarà proprio la nave il palcoscenico di un teatro del ridicolo. La Guardia Costiera arresta Fikri con l’accusa di aver rapito la piccola Yara.

Le prove a suo carico? Delle presunte intercettazioni telefoniche in arabo che, come scopriremo, sono state mal tradotte. “Allah mi perdoni, non l’ho uccisa io” è la prima delle due frasi ritenute valide dal gip Ezia Maccora per la sua incarcerazione. La stessa sarebbe poi stata seguita da un’altra invocazione sacra, “che Dio mi perdoni”.

Convalideranno il ferreo alibi di Fikri soltanto dopo diversi giorni in cella, la perdita del posto di lavoro e la gogna mediatica nata dai mass media, con l’ammissione – inoltre – di svariati errori di traduzione nelle frasi riportate.

L’imputato, nel tentativo di raggiungere telefonicamente la madre, avrebbe infatti pronunciato tutt’altro. “Allah, ti prego, fa che mi risponda” è infatti l’esortazione realmente proferita, seguita da un “che Dio mi protegga” con riguardo verso il viaggio che avrebbe dovuto affrontare.

Fikri, agli atti decretato innocente solo nel tardo 2013, verrà risarcito con soli novemila euro per i danni d’immagine riportati.

Yara: dal ritrovamento a “Ignoto 1”

Nel frattempo, esattamente tre mesi dopo e con l’ormai quasi certezza che non ci fosse alcuna speranza di rivederla in vita, gli inquirenti ritrovano il corpo di Yara. Un aeromodellista quarantottenne farà la tragica scoperta in un campo nei pressi di Chignolo d’Isola, a 10 chilometri dal luogo della scomparsa.

Gli esiti delle analisi riveleranno la presenza di un trauma cranico e di profonde ferite da arma da taglio. Il decesso sarebbe avvenuto a distanza di tempo, forse molto, a causa del freddo e delle lesioni. 

Il ventottesimo giorno di maggio sarà scelto per il funerale, celebrato dal vescovo di Bergamo e durante il quale una lettera del Presidente della Repubblica avrà modo di essere letta. Poi, per anni, il buio.

Una svolta decisiva nelle indagini si avrà tre anni dopo, il 16 giugno 2014, con l’arresto del muratore di Mapello Massimo Giuseppe Bossetti. Il suo DNA nucleare risulterà infatti quasi perfettamente sovrapponibile con quello di “Ignoto 1”, il sospettato di cui avevano individuato le cui tracce sugli indumenti di Yara. Sui suoi indumenti intimi, addirittura.

L’iter che ha portato all’identificazione del presunto omicida è stato lungo e tortuoso, come rivelato dagli inquirenti coinvolti. L’iniziale corrispondenza dell’aplotipo Y – ovvero la combinazione di più varianti alleliche lungo un cromosoma – aveva infatti portato le forze dell’ordine nella direzione di un abituale frequentatore dei locali notturni del posto, estraneo a Bossetti. 

Questi risultò sì all’oscuro dei fatti, ma fondamentale per una primaria risoluzione del caso.

Si riuscì infatti ad identificare in Giuseppe Guerinoni, autista deceduto una decina di anni prima, il padre naturale di Ignoto 1. Diverse confidenze di paese rivelarono la passione dell’uomo per le scappatelle extraconiugali, di cui una, in particolare, con Ester Arzuffi. 

La donna, tramite apposite analisi riguardanti l’allele 26, si rivelerà essere il profilo meglio compatibile con la madre dell’omicida.

Le accuse

Il patrimonio genetico di cui sopra verrà poi confrontato con quello di Bossetti, costretto all’etilometro nel corso di un normale controllo stradale, dando prova della effettiva sovrapponibilità. 

Tale pista, definita schiacciante dagli inquirenti, sarà valevole per decretare la colpevolezza del muratore. Inoltre, un presunto filmato ritraente il suo furgone nei pressi della palestra di Brembate lo inchioderebbe ulteriormente. 

Le riprese si riveleranno però un falso, create a regola d’arte dai RIS e dalla procura di Bergamo per esigenze di pubblicazione stampa. Al contempo, i legali di Bossetti contesteranno la mancanza di corrispondenza del DNA mitocondriale nelle tracce esaminate.

Quel poco che ne è stato rinvenuto nei pressi del corpo, infatti, non sarebbe risultato appartenente a Bossetti, suggerendo l’identità di un possibile altro individuo. Tale controversia verrà poi liquidata dai genetisti dell’accusa, che agli atti asseriranno fosse dovuta ad una probabile eteroplasmia della ragazza.

L’alibi promosso dai legali di Massimo Bossetti e dalla moglie, ovvero che egli si trovasse a casa la sera del delitto, non verrà ritenuto valido. Lo stesso si potrà dire per la motivazione sostenuta in merito al ritrovamento del DNA, dovuto – secondo il presunto colpevole – a dei frequenti episodi di epistassi in grado di macchiare con tracce ematiche gli attrezzi da lavoro.

A nulla serviranno le continue riluttanze dell’uomo nel confessare. O la continua insistenza dei suoi assistenti riguardo una non provata innocenza. La Procura sancirà la chiusura del caso il 26 febbraio 2015, indicando Massimo Giuseppe Bossetti come unico colpevole e condannandolo, un anno dopo, all’ergastolo tramite la Corte d’Assise.

“Ignoto 2”

Quel che però lascia attonita la nazione intera è lo strenuo pressing dei legali dell’uomo, in grado di convocare fino a 711 testimoni nel tentativo di provarne l’estraneità ai fatti. 

Qui inizierà a prender forma l’ipotesi dell’esistenza di un “Ignoto 2”, vero proprietario del patrimonio genetico mitocondriale, e di una ipotetica contaminazione delle analisi di laboratorio. Verrà contestata, inoltre, l’irripetibilità dei test del DNA.

Il processo d’Appello richiesto dalla difesa tutta comincerà nel 2017, precisamente il 30 giugno. In sede di tribunale verrà presentata la teoria dello spostamento del corpo, coadiuvata da una foto satellitare nella quale il corpo di Yara non risultava visibile, con successivo posizionamento delle tracce con l’obiettivo di incastrare Bossetti.

Prima i giudici di Brescia e, nel 2018, il terzo grado di Cassazione, negheranno tale possibilità, confermando la condanna all’ergastolo per il crimine commesso ed inserendolo in un contesto di avances a sfondo sessuale mosse nei confronti dell’adolescente.

La riapertura: la morte di Yara è forse una vendetta mafiosa?

Quanto teorizzato nel corso di quegli anni da Roberto Saviano, scrittore e giornalista, nei confronti di un possibile coinvolgimento della criminalità organizzata nella sparizione di Yara, non verrà mai preso in considerazione. Forse a causa di una ricostruzione troppo articolata.

Egli infatti ipotizzò che il gesto fosse una ritorsione della malavita nei confronti di Fulvio Gambirasio, padre della giovane nonché teste chiave di un processo nei confronti della famiglia dei Locatelli, coinvolta nel narcotraffico.

Questa, negli alti ranghi dell’impresa edile Lopav – dove peraltro Fulvio era impiegato -, era intestataria di appalti proprio nella zona di Mapello, dove si concentrarono le ricerche.

Il “caso Yara”, diventato presto “caso Bossetti” per via del vasto interesse mediatico che l’uomo riuscì a canalizzare nei suoi confronti, venne riaperto nel novembre 2019.

A motore di ciò vi fu una lettera indirizzata a Vittorio Feltri, direttore del quotidiano Libero, al quale Bossetti chiese sostegno. Dichiaratosi per l’ennesima volta innocente, l’accadimento desterà l’interesse del noto avvocato Carlo Taormina, che da cittadino privato farà istanza di riesame del patrimonio genetico.

La Corte d’Assise darà presto l’ok, consentendo ai difensori di entrare in possesso del materiale rimanente.

La prassi legale prima dell’effettiva possibilità di accedere al DNA si protrarrà fino al 2021, anno in cui, nel mese di giugno, le richieste verranno rigettate. I campioni biologici sarebbero infatti completamente esauriti, impedendo così ogni nuovo esame. 

Ai giorni nostri

Di questo fatto, citato presto in giudizio, risponderà la pm Letizia Ruggeri, indagata per frode processuale e depistaggio. La donna avrebbe richiesto, noncurante del danno che tale gesto potesse causare, lo spostamento delle 54 provette contenenti i pool genetici di vittima e accusato. L’errato modus operandi del trasferimento, durato circa due settimane ad una temperatura costante di -80°C, sarebbe stato decisivo nella degradazione dei campioni.

Arriviamo dunque ai giorni nostri, nel mese di maggio 2023. Qui, il giorno diciannove, la Prima Sezione della Cassazione ha accolto il ricorso presentato dagli avvocati difensori, autorizzando il rinvio per un nuovo esame degli elementi chiave del processo.

Ad oggi, però, tutto tace.

Conclusione

Diverse sono le ombre che questo caso, seppur a distanza di tredici anni, ancora cela. Altrettante, invece, le ambiguità che ancora caratterizzano la figura di Massimo Bossetti.

L’uomo fu infatti accusato, nell’ormai lontano 2014, di aver consultato siti web riguardanti la pornografia infantile, e alcune delle sue ricerche sembravano aver confermato ciò. E questo fu creduto fino al 2016, quando il suo consulente informatico di riferimento dimostrò l’inattendibilità delle accuse, confermando sì la visione di filmati dal carattere pornografico, ma nel pieno rispetto della legge e di quanto un normale motore di ricerca possa offrire.

Come non pensare, inoltre, alle tracce di polvere di calce trovate all’interno dei polmoni di Yara, in grado di suggerire una stretta vicinanza avuta nell’ultimo periodo trascorso in vita con chi, nel quotidiano, si occupava proprio di calce e mattoni.

Tutto parrebbe indirizzare a quel muratore, di ormai 53 anni, che da quasi due lustri si trova in carcere. Troppe sono le prove a suo carico.

Ma allora perché, ad oramai dieci anni di distanza, Massimo Giuseppe Bossetti non ha mai confessato?

Scritto da Fabio Virzì

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

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Lo stesso principio, si presume, valga per l'autore del contenuto.

LETTERA DI MASSIMO BOSSETTI A “ICEBERG – TELELOMBARDIA”. Da “Telelombardia” il 26 gennaio 2023.

Buongiorno dott. OLIVA,

 chi è quel pazzo che chiede insistentemente di poter ripetere l’esame del DNA se fosse coinvolto in un omicidio dove le proprie responsabilità gli si schiaccerebbero addosso come pietre tombali???

 E’ dal giorno del mio arresto, vergognoso e disumano, che chiesi con insistenza durante ore e ore di stressanti interrogatori di poter ripetere questo esame di un dato risultato essere monco e non certo sulla mia appartenenza.

Lo chiesi ripetutamente durante tutte le fasi processuali implorando, supplicando, chiedendolo in ginocchio fino alla sentenza, ma MAI e poi MAI, che venissi preso una sola volta in considerazione e concesso nel farlo, rispondendomi solo che il materiale in questione era stato tutto consumato nel corso delle varie consulenze e ritenuto pacificamente INESISTENTE!!

Ora URLO, perché dovermi negare un’evidenza quando TUTTI ne erano ben consapevoli sull’esistenza di questo DNA, dove pure gli stessi consulenti dell’accusa affermano che esiste in “Grande quantità e in Abbondanza” per essere ripetuto, essendo stato mantenuto protetto e garantito al San Raffaele?

Mi chiedo, perché doverlo asportare da dove era ben custodito in appositi congelatori, la quale garantivano l’efficacia e l’integrità del materiale ad una temperatura costante di meno 80 gradi, per poi essere trasferito all’ufficio Corpo di reato adagiandolo sopra uno scaffale in scatole di cartone ad una temperatura ambiente, pur nella consapevolezza che tale ufficio ne fosse sprovvisto di strutture idonee alla corretta conservazione, affinché, potesse restare idoneo e garantito per un’eventuale accertamento sull’esame se proprio non si avesse avuto nulla da temere???

A maggior ragione, decidendo di interrompere la catena del freddo, al fronte di un provvedimento emesso da un Giudice, che ne vieta sia la restituzione, sia  la distruzione di tutto il materiale in sequestro! NESSUNO avrebbe dovuto provocare la distruzione dei campioni in sequestro se non c’è un provvedimento emesso da un giudice che lo attesti!! Tutto questo assurdo atteggiamento, lo trovo inappropriato, inopportuno e imperdonabile!!

(ANSA il 29 Dicembre 2022) - Per uno dei legali di Massimo Bossetti, condannato all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne scomparsa da Brembate sopra il 26 novembre del 2010 e trovata uccisa in un campo a poco distanza tre mesi dopo, la decisione del gip di Venezia - che ha disposto la trasmissione degli atti perché indaghi sulla pm dei processo bergamasco Letizia Ruggeri, "i reperti sotto sequestro non possono essere distrutti senza provvedimento di autorizzazione di un giudice e qualcuno lo fa commette un reato". 

 "Da garantista come sono non posso che esserlo anche ora - afferma l'avvocato Claudio Salvagni -. Aspettiamo le decisioni del Pm di Venezia. Resta un dato oggettivo: i reperti sotto sequestro non possono essere distrutti senza provvedimento di autorizzazione di un giudice e qualcuno lo fa commette un reato". "Il gip - prosegue l'avvocato - ci ha detto col proprio provvedimento che purtroppo i 54 campioni di Dna utilizzati proprio per arrivare alla identificazione di Ignoto 1 e poi indispensabili per la condanna di Massimo Bossetti sono stati distrutti. Ora occorre individuare le responsabilità"

(ANSA il 29 Dicembre 2022) La trasmissione degli atti alla Procura perché proceda all'iscrizione nel Registro degli indagati del pm del caso Yara ,Letizia Ruggeri, che non era mai stata indagata, per il gip è l'unico "provvedimento adottabile" al termine dell'udienza di opposizione all'archiviazione per il presidente del Corte d'Assiste di Bergamo e di una cancelliera. 

Questo a fronte di una "denunzia querela e in un atto di opposizione" presentato dai legali di Bossetti Claudio Salvagni e Paolo Camporini "in buon parte indirizzati nei riguardi proprio" del pm che condusse le indagini e sostenne l'accusa nel processo a Bergamo che portò la condanna all'ergastolo di Bossetti. 

La trasmissione degli atti al pm di Venezia per procedere all'iscrizione serve per "permettere al pm una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell'opponente" che richiedono "un necessario approfondimento", sia al fine di permettere alla stessa un'adeguata difesa". Sono invece archiviate le posizioni del presidente della Core d'Assise Giovanni Petillo e della cancelleria della Corte d'assise di Bergamo.

(ANSA il 29 Dicembre 2022) Il Procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani resta "francamente sorpreso che dopo tre gradi di giudizio, dopo sette rigetti dei giudici di Bergamo sia all'analisi che alla verifica dello stato di conservazione dei reparti e dei campioni residui di dna" vi sia stata l'iscrizione nel Registro degli indagati del pm del caso Yara Letizia Ruggeri, disposta del gip di Venezia. 

Sorpreso, spiega il magistrato, che ha appreso la notizia da organi di stampa, che "si imputi ora al pm il depistaggio riguardo la conservazione delle provette dei residui organici", dopo che "nei tre gradi di giudizio era stata respinta la richiesta difensiva di una perizia sul Dna, dopo la definitività della sentenza sopravvenuta nell'ottobre 2018 che ha accertato la colpevolezza dell'autore dell'omicidio di Yara, e dopo che era passato più di un anno da tale definitività".

I 54 residui organici, erano "rimasti regolarmente crio-conservati in una cella frigorifera dell'istituto San Raffaele fino a novembre 2019, quindi oltre un anno dopo il passaggio in giudicato della sentenza della condanna, e solo successivamente confiscati come prevede il Codice di procedura", ricorda il capo della Procura orobica. 

"Il provvedimento di Venezia arriva dopo che per altre due volte la Corte d'Assise di Bergamo aveva negato ai difensori l'accesso a tali provette e dopo che la procura di Venezia aveva chiesto l'archiviazione della posizione del presidente della Corte d'Assise di Bergamo e di una cancelliera a seguito della denuncia per depistaggio, e dopo che la Corte d'Assise di Bergamo aveva disposto la trasmissione degli atti a Venezia per la valutazione delle accuse di illegalità che la difesa di Bossetti aveva avanzato nei confronti della Procura di Bergamo - conclude Chiappani -. Mi pare di capire che vi sia stata una specifica richiesta al gip di trasmissione atti alla Procura di Venezia da parte della difesa di Bossetti contro il pm Letizia Ruggeri.

E quindi il provvedimento del gip possa inserirsi nel quadro di questa nuova denuncia. Sono fiducioso che in sede di indagini emergerà la correttezza dei comportamenti tenuti dalla collega".

Yara Gambirasio, perché la pm è sotto indagine. II caso del Dna compromesso. Il Tempo il 29 dicembre 2022

Il gip di Venezia Alberto Scaramuzza ha iscritto nel registro degli indagati la pm di Bergamo Letizia Ruggeri, che ha condotto le indagini e l’accusa sul caso di Yara Gambirasio, con l’accusa di depistaggio. Nell’ordinanza, il gip specifica che Ruggeri non è mai stata iscritta nel registro degli indagati prima, ma che ora si richiede la sua iscrizione «al fine di permette al pm una compiuta valutazione» e un «necessario approfondimento» sulle sue azioni. L’accusa riguarda i campioni di Dna utilizzati nel processo per la morte della ragazzina per cui è stato condannato all’ergastolo Massimo Bossetti. Si tratta dei 54 campioni di Dna da cui è stato estratto il dna di Ignoto 1. Archiviate invece le posizioni di Giovanni Petillo, presidente della Prima sezione penale del tribunale di Bergamo, e di Epis Laura responsabile dell’ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo.

 «Il pm Letizia Ruggeri non poteva distruggere i reperti, questo è un fatto oggettivo, e se lo ha fatto ha commesso una cosa gravissima. Il gip di Venezia ha deciso che deve essere iscritta per depistaggio e io resto in attesa di quello che deciderà la procura veneta», afferma all’Adnkronos Claudio Salvagni difensore di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio della 13enne di Brembate dopo che il gip Alberto Scaramuzza ha ordinato la trasmissione degli atti al pm veneziano perché proceda all’iscrizione del magistrato che ha rappresentato la pubblica accusa nel processo di primo grado sull’omicidio di Yara Gambirasio. La questione su cui si è pronunciato il tribunale di Venezia (competente sui magistrati di Bergamo) riguarda le 54 provette contenenti la traccia biologica mista di vittima e carnefice, spostati dal frigorifero dell’ospedale San Raffaele di Milano all’ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo. Per Salvagni, quel cambio di destinazione, interrompendo la catena del freddo (i campioni erano conservati a 80 gradi sottozero) potrebbe aver deteriorato il Dna rendendo vano qualsiasi eventuale tentativo di nuove analisi.

Omicidio di Yara Gambirasio, indagata la pm: reperti del Dna di Bossetti e l’ipotesi del depistaggio. Giuliana Ubbiali su Il Corriere della Sera il 29 Dicembre 2022.

Venezia, la decisione del gip: Letizia Ruggeri indagata. La Procura di Bergamo: «Siamo fiduciosi che emergerà la correttezza dei comportamenti»

Il sigillo alla condanna di Massimo Bossetti è stato messo ormai quattro anni fa, nell’ottobre del 2018, con il verdetto della Cassazione. Ergastolo definitivo, per l’omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra, commesso il 26 novembre 2010. Il carpentiere di Mapello è in carcere (da tempo a Bollate) da 3.119 giorni e dovrà rimanerci. A meno che non trovi un valido motivo per chiedere la revisione del processo. Ed è nell’ambito della ricerca di un pertugio da parte dei suoi difensori, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, che ora verrà indagata la pm Letizia Ruggeri.

Sul caso della conservazione di 54 campioni di Dna, residui dell’indagine, dopo le sentenze di condanna, il gip di Venezia Alberto Scaramuzza ha trasmesso gli atti alla procura per iscriverla nel registro degli indagati, per frode processuale e depistaggio.

È il seguito dell’archiviazione, con le stesse ipotesi, per il presidente della Corte d’Assise di Bergamo Giovanni Petillo e della funzionaria dell’ufficio corpi di reato Laura Epis. Bossetti li denunciò, mettendo in dubbio la corretta conservazione del Dna nel passaggio dall’Istituto San Raffaele di Milano al tribunale di Bergamo. È da escludere che siano state mantenute le stesse condizioni termiche sotto zero. Opponendosi all’archiviazione dei due indagati, gli avvocati di Bossetti hanno chiamato in causa la pm Ruggeri: fu sua l’iniziativa di trasferire i campioni, a dicembre 2019, con la confisca avvenuta a gennaio.

Il gip ha deciso: «Posto che, a fronte di una denunzia-querela e di un atto di opposizione di parte offesa, in buona parte indirizzati nei riguardi proprio di comportamenti del pm Ruggeri Letizia, si impone la necessità di un’estensione soggettiva dell’iscrizione nei suoi confronti». Questo, si legge sempre nel provvedimento, «al fine di permettere al pm una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell’opponente, che, per come sopra elencate e precisate richiedono un necessario approfondimento, sia al fine di permettere alla stessa un’adeguata difesa».

Ragionando per ipotesi, un’eventuale sentenza sul Dna residuo mal conservato, inciderebbe sulla richiesta di revisione del processo? Tre Corti d’Assise hanno riconosciuto la validità delle analisi genetiche e respinto la richiesta difensiva di perizia, sette giudici di Bergamo, nei rimpalli con la Cassazione, hanno negato l’analisi e la verifica dei reperti e dei campioni confiscati. E per ottenere la revisione servono nuove prove. «La decisione del gip è importante perché significa riconoscere che i campioni di Dna sono buoni e non si possono distruggere», commenta Salvagni. Ha comunicato l’esito via mail a Bossetti, che ha avuto il permesso extra di telefonargli.

«Resto francamente sorpreso», reagisce il procuratore di Bergamo Antonio Chiappani richiamando la sentenza definitiva e i rigetti, e ricordando che i campioni residui erano «rimasti regolarmente crio conservati in una cella frigorifera dell’Istituto San Raffaele fino a novembre 2019, quindi oltre un anno dopo il passaggio in giudicato della condanna, e solo successivamente confiscati come prevede il codice di procedura».

C’è un’altra partita aperta «dopo che la Corte d’Assise di Bergamo aveva disposto la trasmissione degli atti a Venezia per la valutazione delle accuse di illegalità che la difesa di Bossetti aveva avanzato nei confronti della Procura di Bergamo — ricorda quindi Chiappani —. Sono fiducioso che in sede di indagini emergerà la correttezza dei comportamenti tenuti dalla collega».

Massimo Bossetti e il delitto di Yara, il procuratore: «Tre sentenze chiare. Nulla da nascondere». Storia di Giuliana Ubbiali su Il Corriere della Sera il 30 dicembre 2022.

Jeans, felpa e zainetto, il pm Letizia Ruggeri ieri mattina era al lavoro con un certo via vai di colleghi dal suo ufficio. Saluta con cortesia, ma non rilascia commenti sulla decisione del gip di Venezia di trasmettere gli atti alla Procura perché la indaghi, per frode processuale e depistaggio. Sollecitato dalle doglianze degli avvocati di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, quattro anni fa, il gip ha disposto che vengano valutate eventuali responsabilità sullo stato di conservazione di 54 provette di Dna trasferite dall’Istituto San Raffaele di Milano all’ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo.

Ruggeri non si esprime, parla per lei il procuratore di Bergamo Antonio Chiappani. Non sulla decisione di Venezia, più in generale sulla vicenda Bossetti e Dna. «Non riesco a capire che incidenza possano avere le 54 provette di materiale biologico residuo ma già ampiamente analizzato e consumato, a fronte di tre sentenze che hanno confermato la colpevolezza di Bossetti. E, in particolare, con le analisi del Ris di Parma avvalorate dai consulenti, utilizzando anche kit diversi, che hanno comprovato la presenza fino a 28 marcatori del Dna di Ignoto 1 sugli indumenti intimi di Yara. Ventotto quando, nel 2012, ne bastavano 21». Ignoto 1 venne ribattezzato Bossetti dopo tre anni e mezzo di indagini. «La comparazione dei due Dna non è stata messa in discussione», aggiunge il procuratore.

L’excursus del procuratore è per arrivare al punto: «Faccio queste precisazioni per dire che non vi era alcun interesse della Procura a nascondere le provette, già ampiamente analizzate oggetto di plurime udienze in Corte d’assise». Su quei 54 campioni si incrociano due fascicoli opposti. Uno, appunto, è quello che vedrà indagato il pm Ruggeri dopo l’archiviazione del presidente della Corte d’assise Giovanni Petillo, che firmò la confisca, e della funzionaria dell’ufficio Corpi di reato dove sono depositati reperti e campioni. Opponendosi all’archiviazione, gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini hanno indicato (presunte) responsabilità della Ruggeri sull’interruzione della catena del freddo nella custodia del Dna residuo. «Queste provette sono state crio conservate nei laboratori del San Raffaele dal 28 febbraio 2013 al 21 novembre 2019 — ripercorre Chiappani —, quando sono state trasferite in applicazione del quarto comma dell’articolo 262 del codice di procedura penale». Che recita: dopo la sentenza non più soggetta a impugnazione le cose sequestrate sono restituite a chi ne abbia diritto, salvo che sia disposta la confisca. Ruggeri chiede al tribunale di depositare reperti e Dna già a marzo 2019, poi la confisca il 2 dicembre, quando i carabinieri consegnano i campioni ritirati pochi giorni prima; il giudice la dispone il 15 gennaio 2020. «Mi chiedo quale norma imponga il mantenimento dei reperti di indagine all’infinito, dopo il passaggio in giudicato di una sentenza», dice Chiappani.

C’è un altro fascicolo — si presume — a Venezia, stavolta su richiesta del procuratore. Ci fu tensione in quell’udienza a porte chiuse, in Corte d’assise. Si discuteva della richiesta (respinta) degli avvocati di Bossetti di accedere al materiale confiscato. «Ho chiesto la trasmissione degli atti a Venezia a tutela della reputazione e della correttezza della Procura, perché si valutino le accuse indicate nella memoria della difesa di aver sottratto i 54 campioni. Erano al San Raffaele, come già emerso in udienza nel 2015. Gli atti sono stati trasmessi». C’è un dato «positivo», almeno: «Ho visto la vicinanza alla dottoressa da parte dei colleghi. Ma questa cosa capita in un momento di disagio per la grande assenza di personale, abbiamo 8 cancellieri per 16 pm, e dobbiamo preparare tutte le incombenze della riforma Cartabia»

Caso Yara, la pm Letizia Ruggeri indagata a Venezia: "Depistaggio sul Dna di Bossetti". Il caso dei 54 reperti di Dna 'rovinati'- a cura della redazione Milano su La Repubblica il 29 Dicembre 2022.

La vicenda riguarda la conservazione di reperti dell'inchiesta che ha portato all'ergastolo del muratore di Mapello. Il procuratore di Bergamo: "Sorpreso, ma emergerà la correttezza della collega"

Il gip di Venezia Alberto Scaramuzza ha disposto l'iscrizione nel registro degli indagati per frode processuale o depistaggio per la pm del caso Yara Gambirasio, Letizia Ruggeri.

La vicenda riguarda la conservazione di reperti dell'inchiesta che ha portato alla condanna all'ergastolo di Massimo Bossetti. La nuova inchiesta arriva 12 anni dopo la morte della tredicenne di Brembate di Sopra e a quattro dalla condanna definitiva all’ergastolo di Bossetti.

La questione su cui si è pronunciato il tribunale di Venezia (competente sui magistrati di Bergamo) riguarda 54 provette contenenti traccia biologica mista di vittima e carnefice, spostati dal frigorifero dell'ospedale San Raffaele di Milano all'ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo. Un trasferimento che è durato 12 giorni e che - secondo i difensori di Bossetti - interrompendo la catena del freddo (i campioni erano conservati a 80 gradi sottozero) potrebbe aver deteriorato il Dna rendendo vano qualsiasi eventuale tentativo di nuove analisi. 

"Il pm Letizia Ruggeri non poteva distruggere i reperti, questo è un fatto oggettivo, e se lo ha fatto ha commesso una cosa gravissima", commenta Claudio Salvagni, difensore di Bossetti insieme a Paolo Camporini. 

Caso Yara, la procura di Venezia e la nuova inchiesta

La decisione dell'iscrizione nel registro degli indagati di Letizia Ruggeri nasce da un procedimento a Venezia (competente sui magistrati di Bergamo) in cui la pm non era direttamente coinvolta. Indagati erano il presidente della corte d'Assise Giovanni Petillo e di una cancelleria della corte d'Assise di Bergamo, Laura Epis, le cui posizioni ora sono archiviate. La posizione di Petillo ed Epis è stata archiviata perché secondo il tribunale di Venezia né le verifiche né i testimoni hanno fatto emergere la prova che, da parte degli indagati, ci sia mai stata la volontà di distruggere o danneggiare quei campioni di Dna.

Ma nell'udienza di opposizione all'archiviazione dei due indagati i legali di Bossetti hanno presentato un atto di 70 pagine che sostanzialmente rivendica il fatto che quelle provette non potevano essere spostate e per farlo mette in fila una serie di date, a partire dal 27 novembre 2019 quando la difesa ottiene l'accesso ai campioni di Dna, ma non sa che il pm Ruggeri ha già chiesto di spostare le provette: il 21 novembre i campioni vengono tolti dal frigo e consegnati ai carabinieri di Bergamo. Raggiungeranno il tribunale il 2 dicembre 2019.

La trasmissione degli atti alla Procura perché proceda all'iscrizione nel registro degli indagati della pm Ruggeri, che non era mai stata indagata, per il gip è l'unico "provvedimento adottabile" a fronte di una "denunzia-querela e in un atto di opposizione in buon parte indirizzati nei riguardi proprio" della pm che condusse le indagini e sostenne l'accusa nel processo a Bergamo che portò la condanna all'ergastolo di Bossetti.

La trasmissione degli atti al pm di Venezia per procedere all'iscrizione serve per "permettere al pm una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell'opponente" che richiedono "un necessario approfondimento, sia al fine di permettere alla stessa un'adeguata difesa".

Caso Yara, il procuratore di Bergamo: "Sorpreso, dopo tre gradi di giudizio"

Il procuratore di Bergamo, Antonio Chiappani resta "francamente sorpreso che dopo tre gradi di giudizio, dopo sette rigetti dei giudici di Bergamo sia all'analisi che alla verifica dello stato di conservazione dei reperti e dei campioni residui di dna" vi sia stata l'iscrizione nel registro degli indagati di Letizia Ruggeri.

Sorpreso, spiega il magistrato, che ha appreso la notizia da organi di stampa, che "si imputi ora al pm il depistaggio riguardo la conservazione delle provette dei residui organici", dopo che "nei tre gradi di giudizio era stata respinta la richiesta difensiva di una perizia sul Dna, dopo la definitività della sentenza sopravvenuta nell'ottobre 2018 che ha accertato la colpevolezza dell'autore dell'omicidio di Yara, e dopo che era passato più di un anno da tale definitività".

I 54 residui organici, erano "rimasti regolarmente crio-conservati in una cella frigorifera dell'istituto San Raffaele fino a novembre 2019, quindi oltre un anno dopo il passaggio in giudicato della sentenza della condanna, e solo successivamente confiscati come prevede il Codice di procedura", ricorda il capo della procura di Bergamo.

"Il provvedimento di Venezia arriva dopo che per altre due volte la corte d'Assise di Bergamo aveva negato ai difensori l'accesso a tali provette e dopo che la procura di Venezia aveva chiesto l'archiviazione della posizione del presidente della corte d'Assise di Bergamo e di una cancelliera a seguito della denuncia per depistaggio, e dopo che la corte d'Assise di Bergamo aveva disposto la trasmissione degli atti a Venezia per la valutazione delle accuse di illegalità che la difesa di Bossetti aveva avanzato nei confronti della Procura di Bergamo - conclude Chiappani -. Mi pare di capire che vi sia stata una specifica richiesta al gip di trasmissione atti alla Procura di Venezia da parte della difesa di Bossetti contro il pm Letizia Ruggeri. E quindi il provvedimento del gip possa inserirsi nel quadro di questa nuova denuncia. Sono fiducioso che in sede di indagini emergerà la correttezza dei comportamenti tenuti dalla collega".

La difesa di Bossetti: "La procura di Bergamo si arrampica sugli specchi"

"Il procuratore di Bergamo - attacca Salvagni - si arrampica sugli specchi: cita sentenze e il trascorrere degli anni che nulla hanno a che vedere con la destinazione dei reperti che possono essere distrutti solo se lo dispone la sentenza o il giudice dell'esecuzione, non certamente il pubblico ministero. Il procuratore cita la confisca dei reperti, ma si dimentica che è del 15 gennaio del 2020 mentre le provette sono state spostate il 2 dicembre del 2019, con ciò determinandone la distruzione, in epoca precedente la confisca". Ora quel trasferimento da Milano a Bergamo potrebbe costare caro al pm Ruggeri.

"Massimo Bossetti è in carcere senza aver mai esaminato la prova che lo tiene dietro le sbarre, nonostante la corte d'Assise di Bergamo ci avesse autorizzato a visionare i reperti. Questi sono i fatti", conclude Salvagni.

Estratto dell’articolo di Andrea Siravo per “la Stampa” il 30 dicembre 2022. 

Solo all'apparenza, un colpo di scena l'iscrizione nel registro degli indagati del pm del caso Yara Gambirasio ordinata dal gip di Venezia con le accuse di frode processuale e depistaggio. È lo stesso giudice a parlare di «unico provvedimento» da lui «adottabile» a fronte di una «denunzia-querela e in un atto di opposizione» presentato dagli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, legali di Massimo Bossetti.

Per loro la pm Letizia Ruggeri non avrebbe garantito una corretta conservazione dei 54 campioni di Dna rinvenuti sulla tredicenne di Brembate spostati nel novembre 2019 dal frigorifero dell'ospedale San Raffaele di Milano all'ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo. 

Un cambio di destinazione, che interrompendo la catena del freddo (i campioni erano conservati a 80 gradi sottozero), potrebbe - secondo la loro tesi - aver deteriorato il materiale genetico rendendo vano qualsiasi eventuale tentativo di nuove analisi. Tutto avvenuto oltre un anno dopo il passaggio in giudicato della sentenza che ha condannato all'ergastolo il muratore di Mapello come unico colpevole della morte di Yara, avvenuta il 26 novembre 2010.

[…] Spetterà […] al pm Ruggeri, ora, dimostrare di aver agito in maniera corretta. In sua difesa è già intervenuto il suo capo Antonio Chiappani, procuratore della Repubblica di Bergamo, rimasto «francamente sorpreso» dalla decisione del gip veneto. In particolar modo, dal fatto che «si imputi ora al pm il depistaggio», dopo che «nei tre gradi di giudizio era stata respinta la richiesta difensiva di una perizia sul Dna, dopo la definitività della sentenza sopravvenuta nell'ottobre 2018 che ha accertato la colpevolezza dell'autore dell'omicidio di Yara, e dopo che era passato più di un anno da tale definitività». […]

Estratto dell’articolo di Giuliana Ubbiali per il “Corriere della Sera” il 30 dicembre 2022. 

Il sigillo alla condanna di Massimo Bossetti è stato messo ormai quattro anni fa, nell'ottobre del 2018, con il verdetto della Cassazione. Ergastolo definitivo, per l'omicidio di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate Sopra, commesso il 26 novembre 2010. Il carpentiere di Mapello è in carcere (da tempo a Bollate) da 3.119 giorni e dovrà rimanerci. A meno che non trovi un valido motivo per chiedere la revisione del processo.

Ed è nell'ambito della ricerca di un pertugio da parte dei suoi difensori, Claudio Salvagni e Paolo Camporini, che ora verrà indagata la pm Letizia Ruggeri Sul caso della conservazione di 54 campioni di Dna, residui dell'indagine, dopo le sentenze di condanna, il gip di Venezia Alberto Scaramuzza ha trasmesso gli atti alla Procura per iscriverla nel registro degli indagati, per frode processuale e depistaggio. 

È il seguito dell'archiviazione, con le stesse ipotesi, per il presidente della Corte d'assise di Bergamo Giovanni Petillo e della funzionaria dell'ufficio corpi di reato Laura Epis. Bossetti li denunciò, mettendo in dubbio la corretta conservazione del Dna nel passaggio dall'Istituto San Raffaele di Milano al Tribunale di Bergamo. È da escludere che siano state mantenute le stesse condizioni termiche sotto zero. 

Opponendosi all'archiviazione dei due indagati, gli avvocati di Bossetti hanno chiamato in causa la pm Ruggeri: fu sua l'iniziativa di trasferire i campioni, a dicembre 2019, con la confisca avvenuta a gennaio. […] Ragionando per ipotesi, un'eventuale sentenza sul Dna residuo mal conservato, inciderebbe sulla richiesta di revisione del processo? 

Tre Corti d'assise hanno riconosciuto la validità delle analisi genetiche e respinto la richiesta difensiva di perizia, sette giudici di Bergamo, nei rimpalli con la Cassazione, hanno negato l'analisi e la verifica dei reperti e dei campioni confiscati. E per ottenere la revisione servono nuove prove. […] 

"Depistaggio sul dna di Bossetti". Ora il gip indaga il pm del caso Yara. La conservazione dei campioni di dna sul corpo di Yara Gambirasio al centro di un'indagine: stavolta si indaga sulla posizione del pm del caso Letizia Ruggeri. Angela Leucci il 29 Dicembre 2022 su Il Giornale.

Un’indagine volta ad attribuire eventuali responsabilità nella malaconservazione dei campioni di Dna sul corpo e i vestiti di Yara Gambirasio. Il gip di Venezia Alberto Scaramuzza ha chiesto l'iscrizione nel registro degli indagati del pm del caso, Letizia Ruggeri, in modo da valutare un eventuale depistaggio da parte del magistrato. L'iscrizione avviene a conclusione dell'udienza di opposizione all'archiviazione presentata dai legali di Massimo Bossetti del presidente della Corte d'assise di Bergamo e di una cancelliera. Frode processuale e depistaggio sono le accuse con cui il gip ha disposto l'iscrizione nel registro degli indagati per la Ruggeri.

I campioni

Erano 54 i campioni di dna rinvenuti su alcuni indumenti e sul corpo di Yara al suo ritrovamento mesi dopo la scomparsa e la morte. In questi campioni di Dna era contenuto il codice genetico di Ignoto 1: attraverso una ricerca di Dna senza precedenti, con un grande sforzo solidale da parte di persone che si sottoposero volontariamente al test, si risalì a Massimo Bossetti, successivamente condannato per l’omicidio della 13enne di Brembate di Sopra.

I reperti furono spostati dalle celle dell’ospedale San Raffaele di Milano all’ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo: secondo i legali di Bossetti, in testa Claudio Salvagni, il trasporto avrebbe interrotto la catena del freddo, rendendo i campioni inutilizzabili in vista di eventuali nuove analisi.

La difesa di Bossetti chiese l’accesso alle provette il 26 novembre 2019, dopo la conferma della condanna in Cassazione. Ma non sa che il 21 novembre dello stesso anno i campioni aveva già lasciato Milano per raggiungere Bergamo dodici giorni dopo, il 2 dicembre, su richiesta della stessa Ruggeri. Al vaglio ora quindi ci sarà la buona fede del pm.

Gli atti di Scaramuzza

Negli atti si chiede l’iscrizione nel registro degli indagati di Ruggeri, a seguito della querela e dell’atto di opposizione presentati da Bossetti, “in buona parte indirizzati nei riguardi proprio di comportamenti del pm Letizia Ruggeri si impone la necessità di un’estensione soggettiva dell'iscrizione nei suoi confronti”.

Yara e il killer "al di là di ogni ragionevole dubbio"

Il reato ipotizzato è frode in processo penale e depistaggio che è regolato dall’articolo 375 del codice penale e punito da 3 a 8 anni di carcere, e mira a colpire chi “immuta artificiosamente il corpo del reato ovvero lo stato dei luoghi, delle cose o delle persone connessi al reato”.

Quindi da un lato viene ordinata l’archiviazione delle posizioni di Giovanni Petillo e Laura Epis, presidente della Prima sezione penale del tribunale di Bergamo e funzionaria responsabile dell'Ufficio corpi di reato, precedentemente indagati per la conservazione dei campioni, e si vuole “permettere al pm (Ruggeri, ndr) una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell'opponente, che richiedono un necessario approfondimento, sia al fine di permettere alla stessa un’adeguata difesa”.

Bossetti, i Ris contro la pm "Dna nei reperti rovinati". Lo stupore della Ruggeri in Procura a Venezia: "Quel materiale non si poteva più utilizzare". Luca Fazzo il 31 Dicembre 2022 su Il Giornale.

«Io sono abbastanza meravigliata. La parte residuale che era rimasta in quelle provette erano quasi tutte muffe, rimasugli, materiale scadente...». Letizia Ruggeri, il pubblico ministero che ha dedicato anni di vita a scoprire l'assassino di Yara Gambirasio, ieri non parla, non commenta la notizia che la vede iscritta nel registri degli indagati per depistaggio e frode processuale. Per lei parlano però, negli atti dell'inchiesta, le dichiarazioni che ha fatto quando è stata convocata dalla Procura di Venezia che indagava in seguito alla denuncia dei legali di Massimo Bossetti: l'uomo che una sentenza ormai definitiva considera, aldilà di ogni ragionevole dubbio, l'assassino nel 2010 di Yara Gambirasio. E che dalla cella dove sconta l'ergastolo continua a protestare la propria innocenza.

L'accusa contro la Ruggeri ruota tutta intorno alle 54 provette con il Dna dell'assassino di Yara, «Ignoto 1», conservate a meno 80 gradi al San Raffaele di Milano e spostate nel 2019, su ordine della pm, in tribunale a Bergamo, a temperatura ambiente, nonostante i carabinieri avessero avvisato la Ruggeri che si sarebbe danneggiata la conservazione. Per i difensori, la Ruggeri fece apposta, per impedire nuove analisi, più moderne, che avrebbero potuto scagionare Bossetti. Così nella nuova inchiesta di Venezia tutto ruota intorno a una sola domanda: cosa c'era davvero, nelle provette conservate nell'ospedale milanese?

Qui le carte raccontano di due verità opposte, inconciliabili. Nel suo interrogatorio, quando si proclama «abbastanza meravigliata», la Ruggeri viene chiamata a replicare non alle tesi dei legali di Bossetti ma alle dichiarazioni di due uomini che hanno lavorato all'inchiesta al suo fianco: il comandante dei Ris Giampietro Lago e il genetista Giorgio Casari. Sono stati loro a mettere a verbale che nelle 54 provette c'era materiale più che sufficiente per sequenziare di nuovo il Dna, spazzando via ogni dubbio. Come dice alla Ruggeri il pm d'Ippolito: «Io le contesto che il professor Casari e il colonnello Lago hanno qui detto, da me interrogati, che l'esame era assolutamente ripetibile e che c'era del Dna sufficiente per poter effettuare una nuova comparazione e vedere se quel Dna era effettivamente oppure no il Dna di Bossetti. Hanno detto assolutamente sì", si sono espressi in termini di assoluta certezza». La Ruggeri risponde secca, «ho tutti i verbali del processo in cui è emersa una cosa completamente diversa, il materiale era inidoneo per qualsiasi altra comparazione». E conclude: «Il Dna di Bossetti, così bello, così limpido, di cui abbiamo parlato per tutte queste udienze, così inequivocabile, da quei reperti non verrà mai più fuori».

Sono, come si vede, due versioni opposte che arrivano da fronti in teoria alleati. In questa spaccatura si infila la difesa di Bossetti, che accusa la pm bergamasca di avere «con coscienza e volontà» fatto spostare le provette «con l'evidente finalità di sottrarrei i reperti alle indagini e di chiudere definitivamente la partita processuale». Ora, a cercare di fare luce, l'indagine veneziana.

Estratto dell’articolo di Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” il 30 dicembre 2022.

Letizia Ruggeri, il pm di Bergamo che ha lottato per trovare l'assassino di Yara Gambirasio, deve essere indagata per depistaggio in merito alla presunta e non corretta conservazione dei 54 campioni di Dna rinvenuti sul corpo della 13enne di Brembate e che la difesa di Massimo Bossetti chiede da tempo di potere analizzare. Lo ha stabilito il gip di Venezia Alberto Scaramuzza che ha ordinato la trasmissione degli atti al pm della procura veneta perché proceda all'iscrizione nell'apposito registro. 

Che ci fosse qualcosa di poco chiaro all'interno del processo contro Massimo Bossetti […] era abbastanza evidente. Soltanto chi si trincerava dietro un commento semplicistico […] poteva non vedere quante stranezze ha avuto questo procedimento penale.

Dapprima le celle telefoniche (il cellulare di Bossetti non è mai stato tracciato vicino alla palestra che è stato il luogo della scomparsa di Yara). In seguito le modifiche apportate al furgone che girava attorno alla palestra di Brembate «per motivi di comunicazione», venne detto in udienza, e reso simile a quello di Massimo Bossetti. Infine la prova regina, quella del Dna che non poteva essere ripetuta, ma presa apoditticamente come fatto e non come prova della Procura. 

Bossetti ha da subito detto che il Dna trovato sulla vittima Yara Gambirasio non fosse suo. A pag. 37 della trascrizione dell'interrogatorio del 6 agosto 2014 si legge: Bossetti: «Non riesco a capire come sia finito il mio Dna su quella povera ragazza... lo giuro... non ho mai fatto del male a nessuno io». Il pm Letizia Ruggeri così rispondeva «e anche tanto... lo sa che è anche tanto». Ma Bossetti replicava con enfasi: «Io vi sto dicendo la verità ... non ho mai fatto del male a nessuno... e non avrei anche nessun motivo». 

Soltanto in quel momento, ossia nella fase dell'interrogatorio per la convalida dell'arresto, il pm Ruggeri dichiarava che le tracce del Dna erano copiose ma improvvisamente quella importante ed unica prova trovata sugli slip della povera Yara Gambirasio si erano improvvisamente esaurite. Stessa cosa secondo la sentenza di primo grado dove, per mancanza di Dna, era impossibile effettuare il test in contraddittorio negandolo per esaurimento campioni.

A pag. 169 della sentenza di primo grado si legge: «Legittimamente, ad avviso di questa Corte, sono stati, poi, inseriti nel fascicolo del dibattimento gli accertamenti genetici del RIS in quanto il materiale genetico era stato consumato nel corso delle varie consulenze». Così anche la Cassazione, qualche anno più avanti, confermerà la mancanza di Dna; dato verificatosi adesso come falso. 

Insomma dal pubblico ministero Ruggeri ai giudici della corte di Assise di Brescia alla Cassazione, tutto ad affermare che il Dna trovato sugli slip di Yara sia esaurito per motivare l'impossibilità di fare, in contraddittorio con la difesa, una analisi comparata.

Tutto questo finché il Professor Casari dichiarava al compianto giornalista Gavino Sulas che nel suo reparto al San Raffaele era custodito una grande quantità di Dna ritrovata su Yara Gambirasio.

[…] Il 26 novembre 2019 (dopo la pronuncia della Cassazione) la difesa richiede l'accesso ai campioni di Dna e l'indomani ottiene l'autorizzazione, ma non sa che il pm Ruggeri ha già chiesto di spostare le provette: il 21 novembre i 54 campioni vengono tolti dal frigo e consegnati dal professore Giorgio Casari ai carabinieri di Bergamo, raggiungeranno il tribunale il 2 dicembre 2019, «12 giorni dopo» aver lasciato l'ospedale San Raffaele. Oggi quelle provette e quel dna sono inutilizzabili. C'è stata colpa del pm Ruggeri? Certamente nessuno più potrà sapere, in contraddittorio, se quel Dna ritrovato sugli slip di Yara Gambirasio sia di Massimo Bossetti. Con buona pace della Giustizia.

Gio. Ter. per “Libero quotidiano” il 30 dicembre 2022. 

Di seguito uno stralcio dell'interrogatorio, avvenuto in 10 marzo del 2021, al pm Letizia Ruggeri da parte del pm Adelchi D'Ippolito, dopo l'esposto denuncia degli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini, difensori di Massimo Bossetti, accusato e condannato per l'omicidio di Yara Gambirasio, sul comportamento del pm Ruggeri. 

Alla domanda sulla necessità di una comparazione in contraddittorio con la difesa della prova del Dna trovati la Ruggeri risponde: «La comparazione non va fatta in contraddittorio, perché comparazione si intende...è ripetibile». 

D'Ippolito: «Ed è stato ripetuto poi in contraddittorio?».

Ruggeri: «Beh, è stato fatto un processo, nel processo c'era la relazione del RIS, la relazione di Previderè. Non è stato... in fase di indagini no».

D'ippolito: «Ecco, non è stato ripetuto».

Ruggeri: «No, ma la comparazione è la lettura di una tabella».

D'Ippolito: «Guardi, quello che è la comparazione io forse lo so, che dice?».

Ruggeri: «Sì, però...».

 D'Ippolito: «Grazie, grazie. Allora io le faccio questa domanda: è stato ripetuto in contraddittorio questo accertamento nella fase delle indagini?».

Ruggeri: «Allora... Il Professor Previderè aveva il profilo di Ignoto 1, perché stava cercando... stava cercando il Dna della madre. Quindi aveva il profilo di Ignoto 1, aveva tutti i marcatori, quindi lui aveva... è una tabella con dei marcatori. E... poi gli sono stati dati i campioni della sostanza biologica prelevata a Bossetti e lui da questi campioni ha estratto il Dna, lui ha estratto.. che è un'operazione sempre ripetibile, perché basta prendergli un altro...» 

D'Ippolito: «Però non è stata ripetuta nella fase delle indagini».

Ruggeri: «Lui ha guardato... aveva...ha guardato il profilo di Ignoto 1...Non so, non riesco a capire la domanda...».

D'Ippolito: «No, lei, Dottoressa, deve avere la cortesia di rispondermi, perché se io... Lei mi sta dicendo "È un esame sempre ripetibile"».

Ruggeri: «Sì».

D'Ippolito: «Benissimo. Allora io le domando: è stato ripetuto nella fase delle indagini? Mi deve rispondere o sì, se è stato ripetuto, o no, se non è stato ripetuto».

Ruggeri: «Allora, l'abbiamo guardato tutti il profilo, cioè... quindi sì, è stato... è stato... loro l'hanno estratto il Dna dal.. e hanno guardato la tabella e hanno visto che era lo stesso. A quel punto io con questa relazione ho chiesto il... cioè dopo aver fatto altre cose ho chiesto il rinvio a giudizio. Non abbiamo fatto un altro accertamento, no, io l'avevo fatto fare a Previderè».

Poi il pubblico ministero D'Ippolito chiedeva come mai non sono state approfondite alcune indagini e la Ruggeri, a questa domanda, risponde: «...la stampa pressava».

Insomma, dal quadro emerge come non sia mai esistita la benché minima volontà da parte della dottoressa Ruggeri, nonostante la Cassazione più volte avesse ricercato la valutazione in contraddittorio con la difesa, di rendere possibile questo passaggio. 

Passaggio che viene ritenuto importante per la Procura di Venezia che ha chiesto il rinvio a giudizio per la titolare della indagine su Bossetti. Ed infine, perché sempre la Ruggeri ha chiesto il trasporto al tribunale di Bergamo uffici "corpi del reato" di campioni che dovevano stare in una cella frigorifera a meno ottanta gradi?

La pm del caso Yara sotto indagine: “Ipotesi depistaggio sul dna di Bossetti”. Clamorosa svolta: la vicenda riguarda la conservazione dei reperti dell’inchiesta che ha portato alla condanna all'ergastolo del muratore di Mapello. L’ordine di Letizia Ruggeri fu legittimo? Annalisa Costanzo su Il Dubbio il 29 dicembre 2022

Un'indagine dal doppio fine: quello per permettere al magistrato Letizia Ruggeri «una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell’opponente» e anche per «permettere alla stessa un’adeguata difesa». È quanto deciso dal gip di Venezia, Alberto Scaramuzza, che ha ordinato l'iscrizione nel registro degli indagati della pm che indagò sull'omicidio di Yara Gambirasio.

È proprio in relazione alla conservazione dei reperti di dna rinvenuti sul corpo e sui vestiti della 13enne di Brembate, trovata senza vita il 26 febbraio 2011 in un campo di Chignolo d'Isola, che adesso si dovranno muovere le indagini. Bisognerà infatti valutare se, come sostengono i difensori di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all'ergastolo per l'efferato omicidio, ci siano state o meno eventuali responsabilità nella malconservazione dei campioni di dna.

«Sono sempre garantista e lo sono anche in questa circostanza, vedremo», dice l'avvocato Claudio Salvagni, storico difensore di Bossetti, che la procura dopo una lunga indagine ha identificato essere “ignoto 1”, quello della traccia di dna rinvenuta sugli indumenti intimi di Yara. Il muratore di Mapello, però, da sempre si dichiara innocente e, per tramite dei suoi legali, ha chiesto più volte che venisse confrontata nuovamente la prova regina dell'accusa, ossia il dna di “ignoto 1”, con il suo. Una richiesta, questa, che il giudice dell'esecuzione ha autorizzato soltanto il 27 novembre 2019: tredici mesi dopo la condanna definitiva di Bossetti e cinque giorni prima che quei reperti biologici venissero distrutti.

Se il profilo genetico di “ignoto 1” sia davvero quello di Massimo Bossetti, come affermano i tre gradi di giudizio, o no, come lo stesso afferma, non si potrà mai più accertare. «Questi esami non potranno più essere fatti perché il dna è stato distrutto», dice con amarezza l'avvocato Salvagni, ricordando come i reperti biologici disposti in 54 provette siano stati «portati da una temperatura di meno 80 gradi ad una temperatura ambiente e così il materiale biologico si è in automatico distrutto. La gravità sta proprio in questo aver deliberatamente o meno distrutto quel Dna». In virtù di ciò, il pool difensivo di Bossetti, ipotizzando il reato di depistaggio, ha sporto denuncia nei confronti del presidente della Corte d’Assise, Giovanni Petillo e della dottoressa Laura Epis, funzionaria dell’ufficio corpi di reato. La procura di Venezia (competente sui magistrati di Bergamo) ha chiesto l'archiviazione.

«A seguito della richiesta di archiviazione - ripercorre l'avvocato Salvagni - abbiamo avuto accesso agli atti di indagini di Venezia e quando li abbiamo letti siamo saltati sulla sedia perché a nostro giudizio emerge chiarissima la responsabilità della dottoressa Ruggeri». Da qui l'opposizione, con un documento di 70 pagine e la decisione del gip: da un lato ha archiviato le posizioni per depistaggio doloso di Perillo e di Epis e dall'altro ha rimandato gli atti in procura per il reato di depistaggio nei confronti del pubblico ministero Ruggeri.

Nelle nuove indagini che la procura di Venezia dovrà compiere giocheranno un ruolo cruciale alcune date, tre in particolare. La prima, quella della Corte di Cassazione, che il 12 ottobre 2018 ha condannato in via definitiva Massimo Bossetti quale assassino di Yara Gambirasio. Cinque mesi dopo il pubblico ministero Ruggeri chiede al giudice di poter spostare tutti i reperti all'ufficio corpo di reato. Una richiesta accolta e autorizzata dal giudice nel settembre del 2019.

C'è ancora un'altra data importante: il 21 novembre 2019 quando i carabinieri di Bergamo procedono a spostare «fisicamente» tutti i reperti dell'omicidio Gambirasio, compreso i 54 campioni di dna, dal laboratorio San Raffaele di Milano, dove erano conservati ad una temperatura di -80 gradi, all'ufficio corpo di reato. «Quando i carabinieri li ritirano dal San Raffaele allertano il pubblico ministero che lo spostamento dei reperti da una temperatura ad un'altra li avrebbe distrutti - evidenzia Salvagni -, ma il pm fa procedere. I carabinieri però, per scrupolo, portano e conservano i campioni nei freezer della compagnia».

Nel frattempo la difesa di Bossetti, il 27 novembre 2019, ottiene l'autorizzazione del giudice ad analizzare il dna: «La dottoressa Ruggeri – evidenzia Salvagni - era a conoscenza che la difesa fosse stata autorizzata a procedere con l'analisi perché io stesso, sabato 30 novembre 2019, sono stato a Bergamo per notificare l'autorizzazione del giudice dell'esecuzione ad esaminare quei reperti. Lo sapevano». Cinque giorni dopo, il 2 dicembre, i reperti, compreso il dna che poteva togliere oltre ogni dubbio sul profilo genetico di “ignoto 1” e mettere la parola fine al caso, sono stati portati all'ufficio corpo di reato. «Fino al 2 dicembre erano in freezer correttamente custoditi e analizzabili» è il rammarico della difesa di Bossetti, che spera venga «certificata la distruzione dei reperti che - ricorda l'avvocato Salvagni - è un fatto illecito».

Le accuse sulla conservazione dei reperti. Yara Gambirasio, indagata la pm che seguì il caso: “Depistaggio sul Dna”. Elena Del Mastro su Il Riformista il 29 Dicembre 2022

Sul caso dell’omicidio di Yara Gambirasio si accende un nuovo faro. Ora si chiama in causa la pm Letizia Ruggeri che, dopo quattro anni di inchiesta e prelievi del Dna a tappeto, nel 2014 risolse il caso. Ruggeri deve essere indagata per depistaggio in merito alla presunta non corretta conservazione dei 54 campioni di Dna rinvenuti sul corpo della 13enne di Brembate e che la difesa di Massimo Bossetti chiede da tempo di potere analizzare. Lo ha stabilito il gip di Venezia Alberto Scaramuzza che ha ordinato la trasmissione degli atti al pm della procura veneta perché proceda all’iscrizione nell’apposito registro. Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo, con i suoi difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, aveva presentato una denuncia per frode processuale e depistaggio alla procura di Venezia. Il punto principale contestato è lo stato di conservazione dei 54 campioni di Dna residui trasferiti, dopo i tre gradi di giudizio, dal San Raffaele di Milano all’ufficio corpi di reato a Bergamo.

La nuova inchiesta arriva a 12 anni dalla morte della tredicenne di Brembate di Sopra e a quattro dalla condanna definitiva all’ergastolo di Bossetti. La trasmissione degli atti alla Procura perché proceda all’iscrizione nel registro degli indagati della pm del caso Yara, Ruggeri, che non era mai stata indagata, per il gip è l’unico “provvedimento adottabile” al termine dell’udienza di opposizione all’archiviazione per il presidente del Corte d’Assiste di Bergamo e di una cancelliera. Questo a fronte di una “denunzia-querela e in un atto di opposizione” presentato dai legali di Bossetti Claudio Salvagni e Paolo Camporini “in buon parte indirizzati nei riguardi proprio” della pm che condusse le indagini e sostenne l’accusa nel processo a Bergamo che portò la condanna all’ergastolo di Bossetti.

Il gip di Venezia Alberto Scaramuzza, archiviata la posizione del presidente della Corte d’Assise Giovanni Petillo e della funzionaria dell’ufficio corpi di reato Laura Epis indagati in un primo momento, ora trasmette gli atti alla procura di Venezia relativamente al pm Letizia Ruggeri, come anticipato dall’agenzia Adnkronos. Dunque il gip, archiviando gli altri due, trasmette gli atti alla Procura perché venga iscritta Ruggeri con la stessa ipotesi. Il gip scrive di “necessità di un’estensione soggettiva dell’iscrizione nei suoi confronti a mod 21 (notizie di reato ndr) in relazione all’unico reato attualmente iscritto”, sempre cioè la frode in processo e depistaggio. Questo “sia al fine di permettere al pm una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell’opponente” che “al fine di permettere alla stessa un’adeguata difesa”.

La questione riguarda le 54 provette contenenti la traccia biologica mista di vittima e carnefice, spostati dal frigorifero dell’ospedale San Raffaele di Milano all’ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo. Per i difensori di Bossetti, quel cambio di destinazione, interrompendo la catena del freddo (i campioni erano conservati a 80 gradi sottozero) potrebbe aver deteriorato il Dna rendendo vano qualsiasi eventuale tentativo di nuove analisi. Gli avvocati di Bossetti più volte hanno chiesto di poter accedere ed esaminare reperti dell’indagine e i campioni di Dna, e di conoscerne lo stato di conservazione. A inizio dicembre sono arrivati gli ultimi due no di due diverse Corti d’Assise.

Il procuratore di Bergamo Antonio Chiappani, ha commentato così la decisione anticipata proprio dall’AdnKronos: “Resto francamente sorpreso che dopo 3 gradi di giudizio, dopo 7 rigetti dei giudici di Bergamo sia all’analisi che alla verifica dello stato di conservazione dei reparti e dei campioni residui di dna, dopo che nei tre gradi di giudizio era stata respinta la richiesta difensiva di una perizia sul Dna, dopo la definitività della sentenza sopravvenuta nell’ottobre 2018 che ha accertato la colpevolezza dell’autore dell’omicidio di Yara, e dopo che era passato più di un anno da tale definitività, si imputi ora al pm il depistaggio in relazione alla conservazione delle provette dei residui organici, rimasti regolarmente crioconservati in una cella frigorifera dell’istituto San Raffaele fino a novembre 2019, quindi oltre un anno dopo il passaggio in giudicato della sentenza della condanna, e solo successivamente confiscati come prevede il codice di procedura” evidenzia. “Il provvedimento di Venezia arriva dopo che per altre due volte la corte d’Assise di Bergamo aveva negato ai difensori l’accesso a tali provette e dopo che la procura di Venezia aveva chiesto l’archiviazione della posizione del presidente della Corte d’Assise di Bergamo e di una cancelliera a seguito della denuncia per depistaggio” ricorda il procuratore Chiappani che si dice “fiducioso che in sede di indagini emergerà la correttezza dei comportamenti tenuti dalla collega“.

Elena Del Mastro. Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.

Il caso Bossetti. Perché è stata indagata Letizia Ruggeri, la Pm dell’omicidio di Yara Gambirasio. Aldo Torchiaro su Il Riformista il 30 Dicembre 2022

Depistaggio. L’accusa nei confronti di Letizia Ruggeri, la Pm di Bergamo che ha portato alla condanna di Massimo Bossetti, è grave e apre uno squarcio nella verità processuale del caso Gambirasio. Per l’omicidio della piccola Yara, 13 anni, scomparsa il 26 novembre 2010 e ritrovata assassinata il 26 febbraio 2011, il procedimento giudiziario si era concluso il 12 ottobre 2018 con la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Giuseppe Bossetti, muratore di Mapello, il cui movente sarebbe stato un’aggressione a sfondo sessuale.

Bossetti si è sempre dichiarato innocente e sulla verifica del Dna rinvenuto sul corpo della vittima non è mai stata fatta chiarezza. La difesa di Bossetti – con gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini –ha infatti contestato l’errata conservazione dei campioni del dna prelevati e le ragioni degli avvocati saranno oggetto di un procedimento apertosi ieri a carico della Pm, Ruggeri. Si tratta nello specifico della presunta non corretta conservazione dei 54 campioni di Dna che i legali chiedono da tempo di potere analizzare. Ieri la decisione assunta dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza che ha ordinato la trasmissione degli atti al pm della procura veneta perché proceda all’iscrizione nell’apposito registro.

A fronte di una denunzia-querela e di un atto di opposizione della difesa dell’uomo condannato in via definitiva all’ergastolo, “in buona parte indirizzati nei riguardi proprio di comportamenti del pm Letizia Ruggeri si impone – scrive il gip – la necessità di un’estensione soggettiva dell’iscrizione nei suoi confronti” in relazione al reato di frode in processo penale e depistaggio (articolo 375 del codice penale), reato punito con il carcere da 3 a 8 anni, per chi “immuta artificiosamente il corpo del reato ovvero lo stato dei luoghi, delle cose o delle persone connessi al reato” (comma 1). Una scelta che ha come finalità quella di “permettere al Pm una compiuta valutazione anche della sua posizione in relazione a tutte le doglianze dell’opponente, che richiedono un necessario approfondimento, sia al fine di permettere alla stessa un’adeguata difesa”, si legge nel dispositivo con cui il giudice veneto ordina l’archiviazione per Giovanni Petillo e Laura Epis, rispettivamente presidente della Prima sezione penale del tribunale di Bergamo e funzionaria responsabile dell’Ufficio corpi di reato.

La questione su cui si è pronunciata il tribunale di Venezia – competente sui magistrati di Bergamo – riguarda le provette contenenti la traccia biologica mista di vittima e carnefice, spostati dal frigorifero dell’ospedale San Raffaele di Milano all’ufficio Corpi di reato del tribunale di Bergamo. Per Claudio Salvagni, difensore di Bossetti, quel cambio di destinazione, interrompendo la catena del freddo (i campioni dovevano essere conservati a 80 gradi sottozero) potrebbe aver deteriorato il Dna rendendo vano qualsiasi eventuale tentativo di nuove analisi.

Nell’atto di quasi 70 pagine, di opposizione all’archiviazione, si mettono in fila più date a partire dal 26 novembre 2019 (dopo la pronuncia della Cassazione) quando la difesa richiese l’accesso ai campioni di Dna di cui ottenne all’indomani l’autorizzazione, senza sapere che il pm Ruggeri aveva già chiesto di spostare le provette: il 21 novembre i 54 campioni vengono tolti dal frigo e consegnati dal professore Giorgio Casari ai carabinieri di Bergamo, raggiungeranno il tribunale il 2 dicembre 2019, “12 giorni dopo” aver lasciato il San Raffaele.

Se per la procura di Venezia né le verifiche né i testimoni hanno fatto emergere la prova che non ci sia mai stata, da parte degli indagati Petillo ed Epis, la volontà di distruggere o danneggiare quei campioni, ora spetta al pm Ruggeri dimostrare la sua buonafede. Certamente la circostanza dello spostamento di materiali così sensibili in assenza delle dovute condizioni tecnico-sanitarie provocherebbe, se realmente avvenuta con le imperizie esposte dal denunciante, una lesione insanabile al diritto di difesa di Bossetti.

Aldo Torchiaro. Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Storia.

Rudy.

Patrick Lumumba.

Raffaele.

Amanda.

La Storia.

CASO KERCHER, IL DELITTO DI PERUGIA.

Gaia Vetrano 20 Maggio 2023 su nxwss.com 

Se provassimo a immaginare il luogo perfetto dove ambientare un romanzo giallo, forse Perugia non sarebbe il luogo perfetto. E Meredith Kercher non ne sarebbe la protagonista.

Nella placida cittadina umbra sembra non succedere mai nulla di strano. Calma e tranquilla. Una città ricca di arte, architettura e storia, famosa per una delle università più antiche in Italia, strade medievali strette, palazzi storici e chiese. Una gioia per gli occhi e soprattutto per il palato di coloro a cui piace il cioccolato.

In questo insolito scenario, al centro delle fiction di Don Matteo, un giorno di inizio autunno, due donne diventano le protagoniste di una storia che difficilmente il nostro paese dimenticherà. Un caso mediatico senza precedenti.

In via della Pergola, in una casa immersa nel verde, si trovano due donne, legate dalla complicità e dalla consapevolezza di trovarsi in un paese diverso da quello di origine. Un legame di solidarietà e aiuto reciproco. Sono Meredith Kercher, di Leeds, e Amanda Knox, di Seattle.

Le due prendono parte all’Erasmus, coronando il sogno di tanti di vedere l’Italia, e ora convivono a Perugia insieme ad altre due studentesse.

Meredith Kercher ha solo ventidue anni nel 2007.

Gli anni dell’università sono considerati da tutti come i più spensierati. Nonostante la mole di studio sia pesante, questa è ben sostenuta dalla gioia di vivere di quegli anni. Per molti sono considerati i più avvincenti ed emozionanti, in particolare se vissuti in un Paese straniero.

Quando uno studente cammina per le strade della propria città, è tanta la gioia, e poca la voglia di studiare. Con le proprie coinquiline si parla di uscite, di ex, di pettegolezzi e di ragazzi. Ma anche dei nuovi argomenti delle materie che state studiando. Di come alternate, pur sempre con difficoltà, la vita universitaria e quella sociale, destreggiandovi tra impegni sportivi e scadenze istituzionali.

Eppure, non tutto va per il verso giusto per le coinquiline di via della Pergola. 

La notte del 1° novembre del 2007, una donna chiama le Forze dell’Ordine dal suo appartamento di via Sperandio. Poco prima aveva ricevuto una telefonata anonima in cui le avevano detto di stare attenta al suo bagno, perché al suo interno qualcuno aveva inserito una bomba.

Ovviamente la Polizia si recherà subito sul luogo, non trovando però nessun ordigno. Ritorneranno a casa della donna anche la mattina successiva. I molteplici controlli che eseguiranno porteranno al ritrovamento di due telefoni, che appartengono a Meredith Kercher.

La signora abita infatti in una via limitrofa a quella dove abita quest’ultima. Quindi, intorno alle 13, la Polizia Postale vengono in via della Pergola per restituire alla legittima proprietaria i cellulari. Nel momento in cui arrivano, davanti alla portano trovano Amanda Knox ed Emanuele Sollecito. Nel caso in cui vi steste chiedendo chi siano: la prima è la seconda coinquilina di Meredith, l’altro è il suo fidanzato.

I due discutevano di aver rinvenuto una finestra della casa rotta, così raccontano di aver chiamato poco prima i Carabinieri per risolvere il problema. Nell’attesa, invitano la Polizia Postale ad entrare, dopo essere rimasti almeno trenta minuti abbracciati fuori dalla villetta. Un comportamento insolito che porterà gli inquirenti a chiedersi come mai abbiano deciso di introdursi nella casa proprio in quel momento.

Gli agenti della Postale entrano nell’abitazione e trovano la camera da letto di Meredith chiusa dall’interno. Per restituirle i telefoni sfondano la porta e trovano qualcosa che difficilmente dimenticheranno.

Purtroppo, basta poco per distruggere ogni aspettativa, per rendere gli anni più belli della propria vita un inferno. Una bocciatura inaspettata, sentirsi soli, la nostalgia per la propria casa. Oppure una tra le quarantasette coltellate che Meredith Kercher riceve la notte del 1° novembre del 2007 nel suo appartamento.

Il corpo di Meredith Kercher è quello di una giovane giunta ad agosto in Erasmus per concludere il suo percorso di laurea in Studi Europei e incominciare quello in Storia Moderna, Teorie Politiche e Storia del cinema. La Postale la ritrova nuda, avvolta in un piumone con un profondo taglio alla gola. Secondo i primi accertamenti, le altre tre coinquiline quella notte non avevano dormito in casa. La stessa vittima sarebbe tornata a casa dopo aver partecipato a una festa.

In fondo era una adolescente come le altre, che come tutti amava divertirsi e andare alle feste, come quella di Halloweem, dove la immortalano con mantello ad vampiro e rossetto rosso. Una foto che diventerà simbolo.

Una giovane metodica e talvolta riservata, dai lunghi capelli marroni e gli occhi scuri. La più piccola di quattro fratelli. È figlia di John Kercher, giornalista freelance britannico, e di Arline, donna anglo-indiana.

Il procuratore Giuliano Mignini si trova a coordinare l’indagine. Non sa che si trasformerà in uno dei casi più seguiti degli ultimi anni.

Da protocollo interviene immediatamente il medico legale, Luca Lalli. Secondo i primi risultati dell’autopsia, la morte sarebbe avvenuta a distanza di non più di 2-3 ore dall’ultimo pasto, a causa dell’emorragia carotidea o del successivo soffocamento causato dal sangue, il tutto in seguito a circa quarantasette coltellate. L’autopsia stabilisce l’ora della morte tra le 21:00 e mezzanotte circa. Per le coinquiline, Meredith avrebbe infatti cominciato a cenare presumibilmente per le 17.30/18 e avrebbe terminato entro le 19.

Inoltre, gli inquirenti ritrovano brandelli di tovagliolini di carta, usati probabilmente dal killer per pulirsi dal sangue. Conducono anche degli accertamenti sulla finestra della stanza della giovane, che si affaccia su un’ampia area verde.

Nel frattempo, la foto del corpo di Meredith Kercher coperto dal piumone, che lascia fuori solamente uno dei suoi piedi, gira su tutti i giornali del paese, diventando simbolo della vicenda. 

Uno dei misteri principali riguarda, appunto, le finestre. Non solo quella della stanza di Meredith, chiusa a chiave, ma anche quella della camera di Filomena Romanelli, altra coinquilina della casa, con il vetro spaccato dall’interno della camera. Mancano anche le carte di credito della Kercher e 300 euro.

Sulla base delle ferite di arma da taglio e dei dettagli che vi abbiamo fornito, ipotizzarono si trattasse di un omicidio compiuto da un ladro colto dalla ragazza mentre compieva un furto dentro quell’abitazione. Magari un possibile predatore sessuale. Eppure, gli inquirenti non sono del tutto convinti e sin da subito ci si chiede anche se si tratti di depistaggio.

Questo perché il vetro era rotto dall’interno. L’aggressore non è quindi entrato dall’esterno. Quindi la finestra era o una via di fuga oppure rappresentava un tentativo di dissuadere le indagini.

La coppia degli indiziati

Le indagini ripercorrono anche i tabulati telefonici, fino alla famosa telefonata compiuta da Raffaele Sollecito. Tramite questa dichiaravano alla polizia ci fosse una camera chiusa dall’interno. I due dubitavano fosse successo qualcosa, ma volevano comunque che qualcuno venisse a vedere.

Nel momento in cui Amanda Knox viene interrogata, non è inizialmente in grado di fornire una dichiarazione che sia in grado di dimostrare la sua innocenza. In particolare, afferma di essere stata presente quella sera e di aver visto qualcosa che potesse risultare sospetto, e fa riferimento e un uomo di colore. Il primo interrogatorio si verifica in assenza di un legale e sottopone la giovane a una forte pressione emotiva.

Su di lei si crea una morbosa attenzione. La chiamano Faccia d’Angelo o Foxy Noxy e viene definita come una giovanissima femme fatale in cerca di emozioni e da tanti definita come ossessionata dal sesso.

Difatti è una giovane estroversa, amante dei viaggi e appassionata di calcio e lingue. A Perugia studia per perfezionare il suo italiano mentre studia letteratura. Curt Knox, suo padre, è impiegato di Macy’s, la mamma Edda è insegnante di matematica.

Raffaele è un giovane studente pugliese di informatica. Il mondo lo conosce come il fidanzato della Knox, ma in realtà i due stanno insieme da solo sei giorni. Un ragazzo onesto, pacifico e dolce. La madre, separata dal marito, muore nel 2005. Suo padre Francesco è un medico ospedaliero specializzato in urologia e medicina legale, la sorella Vanessa è tenente dei Carabinieri. Fa uso sporadico di droghe e chi lo conosce racconta spesso del suo inquietante interesse per i coltelli.

Grazie anche a quanto risulta dalle prime autopsie, e di queste vi parleremo più avanti, il primo quadro indiziario comportò il fermo di tre persone: Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Patrick Dija Lumumba, proprietario del pub dove lavorava la prima. Quest’ultimo è un musicista di origini congolesi.

La chiamata in causa di Patrick costerà ad Amanda Knox anche una condanna per calunnia. Durante gli interrogatori la ragazza racconta di averlo visto sulla scena del crimine. Eppure, ricordiamo che inizialmente né lei né Sollecito vennero seguiti da alcun legale. In particolare, i due dichiareranno di aver subito dei soprusi da parte della polizia, e ciò ebbe grande rilevanza sul piano processuale.

Raffaele in particolare riferì di aver subito minacce di violenze. Emotivamente non è una situazione facile da sostenere per i due. Forse a posteriori il primo interrogatorio non venne condotto in maniera del tutto ortodossa.

Nonostante l’unione dei due, la prima versione dei fatti di Sollecito non combacia con quella della Knox. Questo, infatti, racconta di aver incominciato a guardare Naruto sul suo computer tra le 21:00 e le 21:30-22:00. Amanda l’avrebbe raggiunto per l’1. Andando avanti nelle indagini, Raffaele cambierà versione.

In particolare, Amanda si sarebbe vista con Patrick perché lui era interessato a conoscere Meredith. Così i due si sarebbero recati in via Pergola. La Knox sarebbe andata da Sollecito, non prima di rendersi effettivamente conto che Lumumba stesse provando ad avvicinare sessualmente la Kercher.

Infatti, a coinvolgere il congolese è stata l’errata traduzione di un messaggio inviatogli dalla Knox il giorno del delitto, «see you later», che nell’inglese degli Stati Uniti sta per «ci vediamo», interpretato erroneamente come «ci vediamo dopo», dunque come un appuntamento per la sera.

Eppure, il rapporto tra Amanda e Lumumba non era rosa e fiori. Lei era infatti stata licenziata perché ritenuta del tutto incompetente e incapace di gestire la clientela. Patrick possiede comunque un alibi che lo scagiona da ogni accusa: era in compagnia di un amico e cliente, un professore svizzero, che lo vide al bancone del suo pub.

Ciò che è certo è che vi fu molta fretta nell’arrestare i tre indiziati, perché probabilmente le indagini avrebbero avuto maggiore certezza nell’accertamento della loro colpevolezza se li avessero tenuti sotto controllo da lontano, magari con l’uso di microspie. 

Le dichiarazioni della Knox rimangono infatti delle ricostruzioni confuse, probabilmente dovute anche al consumo di marijuana fatto la sera prima.

Guede è realmente colpevole? Ricostruzione dei fatti e della scena del crimine

Le analisi tecniche individuano un quarto indiziato: è Rudy Guede. Giovane ivoriano, arriva in Italia a 5 anni con la madre, venditrice di libri, e il padre Roger, muratore. Con questo si trasferirà a Cantalupo di Bevagna e successivamente a Ponte San Giovanni, frazione di Perugia.

Dopo essere scappato definitivamente dalla famiglia, venne affidato nel 2004 a Paolo Caporali, imprenditore perugino, proprietario della Liomatic s.p.a. e patron di una squadra locale di basket. Gli verrà diagnosticata una forma di dissociazione (fuga psicogena, con tendenza alla rimozione e alla costruzione di personalità) e di sonnambulismo.

Rudy non porta orologio, dall’Halloween del 2007 il tempo ha imparato a misurarlo in carcere. Ladro esperto e scaltro, con precedenti di furto. Un ragazzo che non riesce a camminare da solo, questo dicono di lui. Timido e introverso.

Tv e giornali, nel frattempo, si preoccupano di scandagliare la vita privata dei tre principali indiziati. Anche la stampa americana comincia a interessarsi al caso, dato il coinvolgimento di Amanda, originaria di Seattle.

Knox e Sollecito sconteranno quattro anni di carcere preventivo, addirittura in isolamento contro la loro volontà. Gabriele resiste anche al cambio di cella, dal carcere di Perugia a quello di Terni. Fino alla fine del processo continuerà a sostenere di essere innocente e di non essersi trovato in quella casa. Questo nonostante le versioni riportate da lui e Amanda non coincidessero. 

Ma cosa è successo realmente quella notte?

Tra incongruenze e punti interrogativi ci è possibile ricostruire i fatti.

La notte di Halloween del 2007 Meredith Kercher e Rudy Guede si incontrano al Domus e si danno appuntamento per vedersi il giorno dopo. I due si erano conosciuti per la prima volta dentro un pub della città per guardare una finale di rugby.

Naturalmente, chi dopo aver fatto baldoria la notte delle streghe, torna a casa e va a dormire. Guede fa lo stesso, ma la mattina del 1° novembre si sveglia con un solo pensiero, quello di rivedere la Kercher. Va direttamente a cercarla a casa, ma il primo tentativo va a vuoto, perchè non trova nessuno.

Intorno alle 21 di sera, Rudy ritorna in via della Pergola. Lui vuole vedere Meredith, così incomincia a bussare. Mentre sta per andare via, sente dei passi: è proprio la Kercher, che sta tornando a casa dopo essere stata la sera fuori. Lei lo invita a entrare dentro, così i due si accomodano.

Si entra ora nella parte più complessa del nostro racconto.

I due parlano un po’, e Meredith racconta a Guede – così come questo dichiarerà – di avere dei sospetti riguardo l’onestà della sua coinquilina Amanda. La giovane è infatti convinta sia stata lei a rubarle trecento euro, ma non ne ha le prove. Ciò che traspare è un astio tra le due, che viene subito ipotizzato poi come possibile movente, soprattutto da parte del PM Mignimi.

Quando viene chiesto a Guede se abbia avuto o meno un rapporto sessuale con Meredith, nega che si sia verificato. Nonostante questo, vi è l’autopsia a dimostrare che la giovane abbia subito delle violenze prima della morte. Ed è proprio sul corpo di lei che vengo ritrovate le tracce del DNA di Rudy, soprattutto nella saliva.

A quel punto, stando sempre a quanto dichiarato da Guede, questo avrebbe chiesto di andare in bagno, dove sarebbe rimasto con le cuffie. Dopo aver all’incirca ascoltato tre brani, sente un urlo. A quel punto si alza e corre a vedere cosa è successo.

Uscito dal bagno avrebbe trovato la giovane a terra, con un giovane biondo, con indosso una cuffia bianca e una felpa Napapijri, chino sulla vittima. Disse che non lo riconobbe a causa della luce soffusa. In poco tempo questo sarebbe riuscito a scappare, non prima aver cercato di colpirlo. Guede non riuscì mai a identificare con sicurezza la presenza di Amanda e Raffaele nella scena del crimine.

Ma ci sono due cose strane da tenere a mente. La prima è la famosa chiamata che la vicina in via Sperandio riceve in cui le viene detto di avere una bomba nel bagno. Grazie a questa le Forse dell’Ordine ritrovano i telefoni di Meredith. Sembra quasi trattarsi di un tentativo di dare l’allarme, di portare l’attenzione verso quel delitto.

Inoltre, nella ricostruzione passata agli atti vi sono delle tempistiche che non combaciano. Stando alle dichiarazioni di Guede, la ferocia assassina che si sarebbe abbattuta su Meredith, sarebbe riuscita a infliggerle quarantasette coltellate in sei o sette minuti.

In particolare, la più profonda le viene impartita perché, probabilmente, trattenuta da un braccio. Proprio per questo motivo sulla scena del crimine vengono collocate più persone. Ed è per questo che nella sentenza si parla di concorso in omicidio.

Secondo quindi la ricostruzione, Meredith avrebbe provato a divincolarsi dalla stretta scontrandosi contro la lama che le stavano puntando addosso, ferendosi.

Questo ci porta a pensare si sia trattata di un’azione omicidiaria molto lunga, perché vi sono anche dei tentativi da parte della vittima di scappare. A dimostrare ciò le ecchimosi riportate sul braccio, sulle gambe e anche a livello vaginale.

Quindi, pensare che la giovane sia stata svestita, probabilmente violentata, si sia scontrata con i due o più aggressori e alla fine sia stata accoltellata in soli otto minuti è un po’ difficile.

Tutto ciò che si evince dall’autopsia porta a pensare che vi fossero più di due mani presenti in quella villa. Come vi saranno stati più di due coltelli, non essendovi alcuna prova che le ferite siano state riportate tutte dalla stessa arma.

Sull’aspetto sessuale della storia vi sono anche altri elementi da tenere in considerazione. Tra questi le foto che ritraggono Amanda mentre fa shopping di biancheria intima con Raffaele nelle giornate successive al delitto.

Senza dimenticare le immagini del bacio tra Sollecito e Knox, davanti la casa in via Pergola, quindi a pochi metri dalla scena del crimine, che vennero considerate come segno di disinteresse, freddezza e ossessioni erotiche “morbose”. Oppure la lista di ragazzi con cui Amanda era stata nel mese precedente a cui avrebbe potuto aver passato l’HIV da lei compilata in carcere, a causa di un falso positivo al test.

Proprio per questo motivo durante una delle prime fasi del processo, l’accusa avanzerà più volte la possibilità si fosse trattato di un gioco erotico finito male. Ricordiamo anche la passione di Sollecito per le armi da taglio e i coltelli.

Alla fine, Corte di Cassazione condannerà Knox e Sollecito 26 e 25 anni di reclusione con la sentenza di primo appello. Rudy Guede invece a 30 anni per concorso in omicidio e violenza sessuale il 16 dicembre 2010 (poi scontati a 16). Per gli altri due concorrenti, si è richiesto il processo d’appello.

Secondo gli atti, Knox, Sollecito e Guede si sarebbero visti in piazza Grimana e si sarebbero recati assieme a casa di Meredith, dove questa era appena rientrata dopo essere stata fuori. I quattro avrebbero passato la serata assieme. Lì Rudy avrebbe chiesto di andare al bagno e, uscito da questo, trovando una situazione carica di tensione sessuale, avrebbe cercato di soddisfare le proprie pulsioni con Meredith che era sola nella propria camera con la porta quantomeno socchiusa.

Meredith avrebbe rifiutato le avances di Rudy, il quale venne al contrario spalleggiato da Amanda e Raffaele. Secondo l’accusa per i due poteva trattarsi di un eccitante particolare che, pur non previsto, andava sperimentato.

A quel punto avrebbero infatti provato a soggiogarla con un coltello: probabilmente la Knox avrebbe usato uno da cucina mentre Sollecito una lama più piccola. Proprio sull’arma si creò in fase processuale una disputa importante. Delle due venne ritrovata solo la prima, su cui individuano tracce genetiche di Amanda e di Meredith. Eppure le perizie usate per il secondo appello negano la possibilità che questa fosse l’arma effettivamente usata.

In ogni caso, la situazione sarebbe degenerata a causa del dimenarsi della Kercher. La giovane sarebbe morta in una lunga agonia mentre i tre avrebbero provato a depistare la scena del crimine, rubandole innanzitutto i telefoni. Poi Guede sarebbe andato in una discoteca, mentre Knox e Sollecito a casa di quest’ultimo. La mattina seguente il tentativo di eliminare le tracce del delitto, rompendo anche la finestra dell’abitazione.

Nel corso degli anni, Guede cambierà versione riguardo la misteriosa figura china sul corpo di Meredith, affermando prima di essere sicuro fosse Sollecito, poi di essersi ricordato che in realtà fosse Amanda. Secondo il criminologo Carmelo Lavorino, la storia raccontata da Rudy sarebbe altamente contraddittoria e inattendibile, preparata come autogiustificazione dopo parecchio tempo.

Per quanto riguarda Sollecito, alcune sue tracce si trovavano sul gancetto del reggiseno della vittima, ma venne ipotissato si trattasse di una contaminasione accidentale.

Il 3 ottobre del 2011, Amanda Knox e Raffaele Sollecito saranno entrambi assolti dalle accuse di omicidio e violenza sessuale. Tutto questo portò all’esclusione della prova come falsa, facendo cadere le accuse a Sollecito.

Ciò che risulta probabile è che gli inquirenti abbiano cercato di fretta di trovare tre papabili colpevoli, ignorando alcuni elementi a loro difesa e concentrandosi principalmente su alcune incongruenze e sull’aspetto morboso e sessuale della vicenda. Una tale miscela di personaggi in un luogo così tranquillo lasciava poco spazio ai temporeggiamenti.

Il coinvolgimento degli USA

Il nostro paese avrebbe potuto scagionare Amanda e Raffaele proprio a causa delle pressioni a cui era sottoposto da parte degli Stati Uniti, che erano più che certi dell’innocenza della Knox, al punto da paragonare il processo per il delitto di Perugia alla caccia alle streghe di Salem.

Addirittura vi fu un tentativo da parte di qualche criminologo straniero di imporsi sulle indagini, rifiutando ad esempio la possibilità che il coltello da cucina fosse addirittura compatibile alle ferite riportate da Meredith.

Inoltre, in America l’elettroferesi risulta dare segnali positivi se riporta picchi sopra 150, mentre quelli sotto 50 sono ritenuti da scartare, e quelli presi in esame per l’accusa erano tutti sotto questo livello. Proprio per questo motivo rinnegano la possibilità che su quell’arma vi fosse il DNA di Amanda.

Oggi Raffaele Sollecito lavora come ingegnere informatico e ed elettronico in una propria impresa che si occupa della commemorazione dei defunti sul web e anche nell’ambito della progettazione di siti internet, videogames e droni. Vive in Italia e dal 2016 è opinionista fisso della nuova trasmissione Il giallo della settimana, spin-off di Quarto grado. Amanda Knox è giornalista freelance per un giornale di Seattle.

Ciò che a noi restano sono solamente dubbi e tanto rammarico riguardo la morte ingiustificata di una povera innocente.

Scritto da Gaia Vetrano.

GAIA VETRANO.19 anni. Studia Ingegneria Civile e Gestionale a Catania. Quando non è alle prese di derivate e integrali le piace scrivere e parlare delle sue passione e degli argomenti più svariati. Un giorno spera di lavorare nell’industria della moda.

Certe storie si raccontano solo di SaturDie, la rubrica crime di Nxwss.

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Rudy.

Rudy Guede: «Il carcere? Botte, pianti e quel suicidio in cella». Jacopo Storni su Il Corriere della Sera l'11 Giugno 2023.

Condannato per l’omicidio Kercher, è libero e vive a Viterbo: «Un giorno rientrai e vidi che il mio compagno si era impiccato. Ho scritto alla famiglia di Meredith, nessuna risposta. Se le mie mani sono macchiate di sangue è perché provai a salvarla» 

Rudy Guede, condannato a 16 anni per l’omicidio di Meredith Kercher, ora lavora in biblioteca e in un ristorante a Viterbo, dove si è trasferito dopo il carcere

Per la prima volta dopo 16 anni, tre settimane fa Rudy Guede ha rivisto da vicino la casa in via della Pergola dove fu uccisa Meredith Kercher. «Sono tornato a Perugia per andare a trovare un’amica, lei abita in zona piazza Grimana, stavamo passeggiando sulla terrazza che affaccia in via della Pergola, improvvisamente i miei occhi hanno visto quella casa». Chissà cosa ha pensato Rudy, in quel preciso istante. Glielo chiediamo, lui ci pensa, non dice nulla, pensa ancora, poi dice: «Ho rivisto dopo molti anni un luogo con ricordi molto brutti». Non può essere soltanto questo. Chiediamo di sviscerare quell’emozione. Lui tentenna: «Come un brivido». Cosa significa un brivido? «Come un senso di tristezza, sai, quello è un luogo difficile, è un luogo dove è nata la fase traumatica della mia vita, è il luogo che mi ha cambiato la vita, neanche mi ricordavo più di quella casa, quando l’ho intravista da quella terrazza, io e la mia amica ci siamo fermati». E cosa vi siete detti? `«Mah, niente, tristezza, ho pensato che è il luogo dove sono nate tante disavventure, è il luogo in cui ho cercato di soccorrere una ragazza che poi è morta».

Un uomo libero

È il luogo del crimine, il delitto di Perugia. Era la sera del 1° novembre 2007. Meredith era una studentessa inglese, fu trovata senza vita nella casa che condivideva con la studentessa americana Amanda Knox. Aveva la gola tagliata. Furono arrestati Amanda Knox e Raffaele Sollecito, poi assolti in Cassazione quasi dieci anni dopo. L’ivoriano Rudy Guede, dopo la scelta del rito abbreviato, è stato condannato a 16 di carcere per violenza sessuale e concorso in omicidio. È l’unico condannato ma lui, ancora oggi, si dichiara innocente. Dopo 13 anni in carcere, oggi è un uomo libero. Vuole spogliarsi dei pregiudizi degli altri. «La pena che dovevo scontare in nome della legge si è conclusa, ora mi resta quella segnata dal giudizio degli sconosciuti, dalle occhiate sghembe al mio passaggio».

Tre oggetti

Arriva a Pistoia per incontrare 400 studenti nella sala comunale, un incontro promosso dagli Istituti De Franceschi Pacinotti ed Einaudi insieme all’associazione Culturidea. Un incontro a cui partecipa anche l’avvocato Fausto Malucchi, prorettore dell’Università di Criminologia di Vibo Valentia. È nel suo studio a Pistoia che incontriamo Rudy. Arriva con una maglietta gialla che vuole togliersi perché sudata, si mette una camicia bianca. Porta con sé gli oggetti che lo rappresentano: un pallone da basket (lo sport del cuore), gli scacchi (ha imparato in prigione da autodidatta) e una macchina fotografica: «In carcere manca la profondità di spazi e sono diventato miope, adesso porto le lenti, solitamente porto gli occhiali ma stavolta non li ho indossati perché con gli occhiali sembro più brutto. Essere privato del mondo e della visuale su ampi spazi, ha fatto nascere in me la voglia di fotografare, per questo giro sempre con la macchina fotografica. Voglio catturare ogni istante della vita, soprattutto le persone». 

Ribaltare l’ombra negativa

Rudy vuole ribaltare l’ombra negativa che aleggia da anni su di lui. Ha scritto un libro proprio per questo, si intitola Il beneficio del dubbio , realizzato a quattro mani con Pierluigi Vito. Tredici anni di carcere, tra Perugia e Viterbo, lo hanno trasformato. Così dice. In carcere si è diplomato, poi laureato. Tredici anni di sofferenza e risalita. Sul corpo porta ancora i segni. Sull’avambraccio sinistro c’è una cicatrice. «Nei primi giorni di galera in Germania mi hanno tenuto isolato per tre giorni in una cella da solo, quando mi hanno fatto uscire ho chiesto una lametta da barba e mi sono tagliato, caddi per terra, venni soccorso». Dalla Germania, dove si era rifugiato dopo la morte di Meredith, viene trasferito in Italia. «Il momento più brutto è stato quando il mio compagno Roberto si è tolto la vita. Stavo rientrando in cella, ho aperto lo spioncino e ho visto che i suoi piedi penzolavano, si era impiccato con il mio scaldacollo, ho rivisto di nuovo la morte da vicino».

«Di notte sognavo di stare con i miei amici»

Una volta fu picchiato dai compagni di cella: «Mi imposero di pulire la stanza, dissi no, mi colpirono all’occhio sinistro». Mostra la cicatrice. Poi ricorda i momenti in cella a piangere, da solo. Gli chiediamo di descrivere uno di questi momenti. Lui resta vago: «Piangevo senza farmi vedere». Parla usando figure retoriche, succede spesso: «La solitudine per me è la signora mestizia dalle gelide mani pungenti». Ricorda gli incubi notturni: «Quante volte mi sono svegliato nel cuore della notte, ingannato dal sogno di essere libero, di stare coi miei amici, con la mia famiglia. In quei momenti l’unico modo di reagire era aggrapparmi a quelle ali che si chiamano ricordi e volare ai tempi dell’infanzia».

L’infanzia, poi via da Abidjan

Un’infanzia struggente. I primi 5 anni in Costa d’Avorio. La madre lo lascia in custodia alla nonna. «Mi teneva in braccio e mi leggeva il Vangelo». Il padre parte per l’Italia. Un’immagine: «Un giorno vidi mia madre piangere mentre guardava una foto, guardai anch’io quella foto e vidi mio padre in abito da sposo, accanto a lui un’altra donna vestita di bianco, la sposa, si chiamava Blanche». Un’altra immagine: «Eravamo nel quartiere Rouge di Abidjan, avevo 5 anni, stavo partendo con mia zia per raggiungere mio padre in Italia, mia madre mi strattonava per tenermi con sé, mia zia mi strattonava per portarmi via». Arriva in Italia piccolissimo. Cresce col padre che però non c’è quasi mai, la sua matrigna che però non è una madre. «Di fatto sono cresciuto senza nessuno, a 7 anni mi cucinavo da solo». L’adolescenza a Perugia, le liti col padre. Il basket come unico rifugio. E ancora un’immagine: «Avevo 15 anni, mi lasciarono a lungo in casa da solo, intervennero i servizi sociali, mio padre venne convocato all’ufficio minori della Questura, sbottò contro i poliziotti, disse loro che mi potevano tenere, a lui non interessavo, poi sbattè la porta e se ne andò». 

Metabolizzare la sofferenza

Mentre parla, Rudy non batte ciglio. Almeno così sembra, come fosse distaccato, ragiona con freddezza. «Ma no» dice lui «non è freddezza, è soltanto che sono riuscito a metabolizzare la mia sofferenza, in tutti questi anni ho parlato col mio dolore». In carcere dice di non essere stato seguito dagli psichiatri, neppure attualmente è seguito. «Ho avuto tante persone che mi sono state vicine». Durante l’ adolescenza viene affidato a una famiglia italiana per pochi mesi, poi trova casa presso la famiglia della maestra delle elementari, Ivana, che si affeziona a lui. «La mia vera famiglia sono loro». I suoi genitori biologici non li sente quasi mai. Rudy cresce e chiede amore. Il vuoto di affetto. Lo trova in Veronica, ragazza della Basilicata: «Avevo 19 anni, lei studiava architettura a Milano. Era bellissima, la incontrai all’uscita da una discoteca, ci scambiammo i numeri, il primo bacio sui Navigli. Ci lasciammo dopo due anni, io tornai a Perugia, la distanza era troppa».

Cosa accadde quella notte

Poi arriva quel novembre 2007, quella notte su cui tante volte Rudy è tornato. La sua versione è sempre la stessa. Era salito da Meredith, stavano per avere un rapporto sessuale, si fermarono per mancanza di preservativo, Rudy andò in bagno, accese l’Ipod, poi sentì delle grida, uscì dal bagno e si trovò di fronte Meredith ferita. Vide poi un uomo con un bisturi, Amanda Knox e una figura maschile sul vialetto di casa che dicevano: «Andiamo via che c’è un negro». Poi se ne andò. «La paura ha preso il sopravvento e sono scappato come un vigliacco lasciando Mez forse ancora viva. Di questo non finirò mai di pentirmi». Rudy dice che Meredith è sempre nella sua mente: «Non passa giorno che non le dedichi un pensiero. È un macigno nell’anima, sarà così finché vivrò. Ho scritto ai suoi familiari ma non mi hanno risposto. Vorrei dirgli di perdonarmi se non sono riuscito a fare tutto il possibile per salvarla. Farle visita al cimitero in Inghilterra? Meglio di no».

«Ho tentato di salvarla»

Chiediamo a Rudy quale immagine di Meredith porta con sé. «È difficile pensarla adesso». Insistiamo, un’immagine. Lui ripete: «Se le mie mani sono macchiate di sangue è perché ho tentato di salvarla». Ma questo continua a essere un punto non chiarito visto che lui stesso ha ammesso di essere fuggito. Oggi Rudy vive a Viterbo, è fidanzato. La mattina lavora alla biblioteca del centro studi criminologici. La sera cameriere in un ristorante. Durante il giorno non torna quasi mai a casa: «In casa soffoco, mi ricorda il carcere, resto fuori anche se piove».

I tatuaggi fatti dopo il carcere

Dopo il carcere si è fatto due tatuaggi. Sul braccio destro ci sono un’ala e un sole, simbolo di libertà. Sul pettorale sinistro c’è la scritta buddista Bodhisattva, l’essere vivente che aspira alla reincarnazione attraverso la compassione. Si è avvicinato al buddismo in prigione. «In cella ebbi la visione di un bambino e di un monaco buddista, disegnai il monaco, pochi giorni dopo stavo guardando un programma televisivo e c’era la storia di un monaco, incarcerato per 27 anni, aveva lo stesso volto di quello che avevo disegnato. In quel momento ho capito che la mia non era l’unica sofferenza al mondo». A volte Rudy s’immagina padre: «Però ho paura, per essere padre bisogna avere cura del proprio figlio e io, memore della mia infanzia, ho paura di non essere all’altezza».

Patrick Lumumba.

Amanda, Lumumba e il processo da rifare. "Lui non ne sapeva nulla". La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di Amanda Knox riguardo alla sentenza di condanna per il reato di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba. Nei prossimi mesi si rifarà il processo: "Una storia infinita". Rosa Scognamiglio il 21 Novembre 2023 su Il Giornale.

"L’imputata Amanda Knox nel 2013, all’indomani della conferma della sua condanna per il delitto di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba da parte della Corte di Cassazione ha introdotto un ricorso dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo contro la Repubblica Italiana per alcune violazioni della Convenzione dei Diritti dell’Uomo; ricorso deciso con sentenza del 2019 che lo accoglieva in parte. L’introduzione di tale ricorso non veniva comunicata a Patrick Lumumba né dalla ricorrente, né dal governo italiano, né -soprattutto ed è ciò che più conta- dalla Corte EDU, nonostante la convenzione disponga che, nell’interesse di una corretta amministrazione della giustizia, il presidente della Corte può invitare ogni persona interessata a presentare osservazioni per iscritto o a partecipare alle udienze. Orbene: il fatto che la Corte EDU non abbia comunicato alcunché in ordine alla pendenza di tale procedimento a Patrick Lumumba, parte offesa e danneggiata dal reato di calunnia, credo sia un fatto a dir poco clamoroso". Lo rivela alla redazione de ilGiornale.it l’avvocato Carlo Pacelli, legale di Patrick Lumumba dai tempi del processo per il delitto di Perugia.

All'epoca Lumumba passò 14 giorni in carcere dopo essere stato accusato ingiustamente da Amanda Knox dell’omicidio di Meredith Kercher. Accuse dalle quali fu poi scagionato e prosciolto. L’americana fu invece condannata a tre anni di reclusione per calunnia. Sentenza che gli avvocati di Knox, sulla scorta di un pronunciamento della Corte EDU, hanno successivamente impugnato. Lo scorso ottobre il ricorso è stato accolto dalla Cassazione e dunque, solo per il reato di calunnia, nel 2024 si celebrerà un nuovo processo.

Avvocato Pacelli, il processo per calunnia Knox-Lumumba è da rifare.

"Tecnicamente sì. La corte di Cassazione ha revocato le sentenze relative al reato di calunnia, passate in giudicato nel 2013, e ha deciso la riapertura del processo. Di fatto, siamo di fronte a un quarto grado di giurisdizione; questo significa che, nei gradi dei rimedi giurisdizionali, il vertice delle impugnazioni del sistema processuale nazionale è una Corte europea. Apparentemente una bella cosa ma nella sostanza bisogna tener presente che la Corte EDU è un giudice del fatto e del diritto mentre la Cassazione è giudice del solo diritto. Ora che il giudice di ultimo grado sia un giudice anche del fatto e quello di penultimo grado sia solo di puro diritto crea un’evidente e stridente antinomia. Adesso aspettiamo di conoscere le motivazioni di questo pronunciamento, ma direi che si possono già fare alcune considerazioni al riguardo".

Di che tipo?

"L’art. 628 bis cpp, introdotto alla fine del ’22 dalla riforma Cartabia, prevede un meccanismo per l’esecuzione delle decisioni della Corte EDU e per la rimozione degli effetti pregiudizievoli delle decisioni adottate dal giudice nazionale. Ora: a parte l’estrema genericità della locuzione 'effetti pregiudizievoli', bisogna sottolineare che l’unico sindacato

consentito alla Cassazione è quello di valutare se la violazione accertata, per natura e gravità, ha avuto una incidenza effettiva sulla condanna. Quindi in primo luogo la Cassazione diventa assimilabile ad un giudice di rinvio, anche se la Cassazione, nel nostro ordinamento, di solito i rinvii li fa e non li riceve. Il fatto che la Corte di Cassazione, che è la suprema corte di legittimità, con solo il cielo sopra di sé, subisca le decisioni della Corte edu, nei termini come formulati dall’art. 628 bis cpp, è quantomeno singolare. Dal mio punto di vista è indicativo di un cambiamento nel

nostro sistema giurisdizionale".

Perché?

"Con questo nuovo istituto la Corte di Cassazione non potendo sindacare la decisione della Corte EDU, si trasforma da organo supremo di puro diritto in un organo supremo a sovranità limitata. C’è poi un altro aspetto importante derivante da questa decisione di ottobre della Cassazione".

Ovvero?

"In sostanza si va a compromettere l’effettività del nostro diritto nazionale ed in particolare si mette in discussione il principio della certezza del diritto. Nel caso di specie tutte le Corti d’Assise in nome del popolo italiano ed anche tutte le sezioni della Corte Cassazione che si sono pronunciate sulla vicenda hanno sempre affermato, al di là di ogni ragionevole dubbio la colpevolezza della Knox in ordine al reato di calunnia; e la condanna è passata in giudicato sin dal 2013, ovvero addirittura da ben 10 anni. Se ora siamo sottoposti a questa sovranità europea con questo istituto di nuovo conio vuol dire che dal punto di vista nazionale c’è una riduzione giurisdizionale e si è intaccato il principio di sovranità. A questo punto c’è anche un problema di prestigio del nostro organo supremo di legittimità. Credo sia

un fatto che debba essere segnalato all’opinione pubblica, e di cui dovremmo discutere anche in sede scientifico-giuridica. C'è un problema evidente di interferenza di competenze delle due corti, a prescindere dal caso Knox-Lumumba".

Queste “interferenze” di cui parla ci sono state anche nel caso Knox-Lumumba?

"Sì perché, come le dicevo, si è arrivati a questo nuovo processo sulla scorta di una decisione della Corte edu favorevole ad Amanda Knox senza addirittura che Patrick abbia potuto partecipare al procedimento dinanzi alla Corte EDU per le ragioni sopra dette".

Potrebbe essere più preciso riguardo alle violazioni contestate da Knox?

"La Corte edu ha riscontrato violazioni procedurali e non sostanziali; specificamente la violazione del diritto di difesa, perché la notte del 5/6 novembre 2007 la signora Knox non era stata assistita da un legale né da un interprete all’altezza delle sue funzioni. Ma già su questo punto, le dirò, andrebbero fatti dei chiarimenti".

Cioè?

"La notte tra il 5 e il 6 novembre 2007, Amanda Knox andò in questura liberamente e vi restò volontariamente, non perché qualcuno l’avesse convocata, e rese dichiarazioni del tutto spontanee quale persona informata sui fatti. All’1,45 era lì, in questura, perché aspettava l’allora fidanzato Raffaele Sollecito e decise di dare il suo contributo alle indagini

rispondendo alle domande degli investigatori: la calunnia si consumò in quell’ora. Pertanto la Corte di Cassazione avrebbe dovuto valutare anche la gravità delle violazioni accertate dalla Corte edu e l’incidenza delle stesse in ordine alla condanna per il reato di conclamata calunnia. In ogni caso, l’aspetto più grave è che il mio assistito non sia stato informato del procedimento innanzi alla Corte EDU".

Che cosa altro può dirci in ordine a questo nuovo istituto introdotto dalla riforma Cartabia?

"Questo istituto, di nuovo conio, entrato in vigore alla fine del 2022 prevede che, sulla richiesta del condannato, la Corte di Cassazione decide in camera di consiglio, a norma dell’art. 611 cpp, vale a dire senza l’intervento dei difensori, senza discussione orale e senza pubblica udienza, ma solo ed esclusivamente sulla base di un contraddittorio meramente cartolare; un vero vulnus al principio dell’oralità del processo penale".

Ora cosa accadrà?

"Per Patrick la condanna di Amanda era una questione chiusa. Ormai vive all’estero e si è rifatto una vita. Ora accadrà che rivedremo Amanda Knox e Patrick Lumumba di nuovo in un’aula della Corte d’Assise di Appello di Firenze. L’unica cosa che Patrick può fare è confidare nella giustizia, come del resto ha sempre fatto. Il delitto di Perugia, con annessi e

connessi, ormai è una storia infinita, dai tempi processuali interminabili: l’unica cosa certa è che Patrick da innocente ha subito ben 14 giorni di carcerazione di cui qualcuno è certamente responsabile”.

Raffaele.

"Niente risarcimento". La Cassazione respinge il ricorso di Raffaele Sollecito. Aveva chiesto un risarcimento milionario per gli anni trascorsi in carcere prima di essere assolto ricorrendo sulla base della responsabilità civile dei magistrati. Giovanni Fiorentino il 12 Novembre 2023 su Il Giornale.

Si era più volte detto vittima di ingiustizia e aveva chiesto un risarcimento milionario (tenendo conto degli anni trascorsi in carcere prima dell'assoluzione dalle accuse) per gli errori che avrebbero commesso i giudici. Secondo la stampa umbra, Raffaele Sollecito non sarà tuttavia risarcito, perlomeno in attesa del pronunciamento della Corte europea dei diritti dell'uomo. Questo è il verdetto della Corte di Cassazione, che ha bocciato nelle scorse ore il ricorso inoltrato da Sollecito a Genova basandosi sulla responsabilità civile dei magistrati. Il motivo? La legge in questione risale ad otto anni fa e non può avere applicazione retroattiva. Condannato insieme ad Amanda Knox in primo grado nell'ambito dell'omicidio di Meredith Kercher, l'ingegnere trentanovenne ha trascorso quasi quattro anni dietro le sbarre prima di essere assolto in appello e scarcerato. Definitivamente scagionato, Sollecito (che si è sempre dichiarato estraneo ai fatti) aveva avanzato una richiesta risarcitoria per ingiusta detenzione al tribunale di Genova, in quanto secondo la legge non si può essere giudicati due volte dallo stesso magistrato.

E la Corte d’appello di Perugia aveva solo una sezione, quella della prima sentenza. Così il giudizio era stato assegnato alla Corte d’appello di Firenze e quella dei giudici fiorentini era stata l’ultima pronuncia nel merito, su questo caso. Qualora si contesti l’operato di un magistrato toscano, per competenza territoriale deve essere l’autorità giudiziaria genovese ad occuparsene. E la Suprema Corte ha a quanto pare respinto la richiesta del ricorrente in base alla norma del 2015 che ha modificato la legge Vassalli, quella sugli eventuali errori dei magistrati. La bocciatura non riguarda tanto le pretese risarcitorie, quanto la non retroattività della norma, che impedirebbe a Sollecito di utilizzare questa legge per far valere le sue ragioni. Un orientamento che la Cassazione ha a quanto pare confermato.

In tema di responsabilità civile dei magistrati, quando l'azione risarcitoria è fondata sull'adozione di un provvedimento, ed in particolare un provvedimento di custodia cautelare per il quale s