Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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L’ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

ANNO 2023

L’AMBIENTE

TERZA PARTE


DI ANTONIO GIANGRANDE

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

AUSPICI, RICORDI ED ANNIVERSARI.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 

L’AMBIENTE

INDICE PRIMA PARTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

A Tutela delle Piante.

La Pulizia.

La Conservazione.

La Ristorazione.

Il Pomodoro.

L’Origine Controllata.

Made in Italy.

I Cibi che fanno bene e fanno male.

Gli Alimenti Alternativi.

Il Biologico.

Vegani e Vegetariani.

La Verdura.

Latte e Formaggi.

Il Pesce.

La Carne.

I Legumi.

Grano e suoi derivati: Pane, Pasta, Dolci.

La Polenta.

Cacao e Cioccolato.

Il Torrone.

Il Sughero.

Il Vino.

I Distillati.

L’Olio.

L’Acqua.


 


 

INDICE SECONDA PARTE


 

SOLITO ANIMALOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Le 9 scoperte più curiose del 2022.

A tutela degli animali. 

Il Patriarcato.

Il Matriarcato.

Le Razze Aliene.

Pesci e/o Mammiferi.

I Molluschi.

Polli e… Bio dei paesi tuoi.

Gli Uccelli.

I Primati.

I Lupi.

I Cani.

I Felini.

Le Mucche.

I Maiali.

Il Riccio.

I Topi.

Le Api.

I Cavalli.

Gli Orsi.


 

INDICE TERZA PARTE


 

IL SOLITO TERREMOTO E…(Ho scritto un saggio dedicato)

2022: eventi meteo estremi.

I Giorni della Merla.

La Siccità.

Le Valanghe.

Il Pantano delle Ricostruzioni interminabili.

Terremotati e… mazziati.

IL SOLITO AMBIENTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Buco nell’Ozono.

A tutela dell’ambiente.

Auto Elettriche.

Gli Inquinanti: i PFAS.

Gli Inquinatori.

Gli Inquinati.

L’Edilizia.

Non abbastanza verdi: il Greenwashing.

Le Vittime.

L’oro dai rifiuti.

Quelli che…i Pneumatici.

Quelli che…la Plastica.

Quelli che … il Fotovoltaico.

Quelli che…l’Eolico.

Quelli che…l’Idrogeno.

Quelli che …Il Nucleare.

Quelli che…il Petrolio.

Quelli che … il metanolo verde.

Quelli che …Il Gas.

Quelli che …Il BioGas.

Quelli che …Il Carbone.

Quelli che …l'estrazione mineraria.

Quelli che … l’Amianto.

Quelli che…l’Uranio.

Quelli che…le Terre Rare.

Gli Anti-gretini.

I Gretini.

I Nimbini. Quelli che…sempre no.

La Peronospora.

La Xylella.

 

TERZA PARTE


 

IL SOLITO TERREMOTO E…(Ho scritto un saggio dedicato)

Il 2022 è anno record per gli eventi meteo estremi: +55% in Italia. Cristina Nadotti su La Repubblica il 30 Dicembre 2022.

I dati del l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, in collaborazione con il gruppo Unipol, rilevano 310 fenomeni, che hanno causato 29 morti. Ciafani: "La prevenzione farebbe risparmiare il 75% delle risorse spese per riparare i danni"

Le piogge torrenziali che hanno provocato la frana di Ischia, o il Po in secca durante i lunghi mesi senza pioggia, sono soltanto i casi più eclatanti. Secondo l’Osservatorio Città Clima di Legambiente, realizzato in collaborazione con il gruppo Unipol, il 2022 ha visto un incremento del 55%, rispetto al 2021, di eventi estremi che hanno provocato danni e vittime.  I dati sintetizzati nella mappa del rischio climatico elaborata dall'associazione ambientalista con l’Osservatorio CittàClima rilevano 310 fenomeni estremi, che hanno causato 29 morti e avuto impatti drammatici sull'economia e l'ambiente da Nord a Sud. 

Nello specifico, la mappa conta 104 casi di allagamenti e alluvioni da piogge intense, 81 casi di danni da trombe d’aria e raffiche di vento, 29 da grandinate, 28 da siccità prolungata, 18 da mareggiate, 14 eventi con l’interessamento di infrastrutture, 13 esondazioni fluviali, 11 casi di frane causate da piogge intense, 8 casi di temperature estreme in città e 4 eventi con impatti sul patrimonio storico. Molti gli eventi che riguardano due o più categorie, ad esempio casi in cui esondazioni fluviali o allagamenti da piogge intense provocano danni anche alle infrastrutture. Nel 2022 sono aumentati, rispetto allo scorso anno, i danni da siccità, che passano da 6 nel 2021 a 28 nel 2022 (+367%), quelli provocati da grandinate da 14 nel 2021 a 29 nel 2022 (+107%), i danni da trombe d’aria e raffiche di vento, che passano da 46 nel 2021 a 81 nel 2022 (+76%), e allagamenti e alluvioni, da 88 nel 2021 a 104 nel 2022 (+19%).

 Il Nord l'area più colpita, Roma la città più vulnerabile

A livello territoriale, quest’anno il nord della Penisola è stata l’area più colpita, seguita dal sud e dal centro. A livello regionale, la Lombardia è la regione che registra più casi, ben 37, seguita dal Lazio e dalla Sicilia, con rispettivamente 33 e 31. Rilevanti anche i casi registrati in Toscana, 25, Campania, 23, Emilia-Romagna, 22, e Piemonte, 20, Veneto, 19, Puglia, 18. Tra le province, quella di Roma risulta quella più colpita con 23 eventi meteo-idro, seguita da Salerno con 11, Trapani con 9, Trento, Venezia, Genova e Messina con 8 casi. Tra le città, Roma (13) e Palermo (4).

 La mappa del rischio climatico in sintesi

I dati dell’Osservatorio Città Clima raccolti nella mappa online del rischio climatico contengono un focus sul progetto europeo LIFE+ AGreeNet che ha l’obiettivo di rendere le città della costa del Medio Adriatico più resilienti al cambiamento climatico attraverso vari interventi.

Focus siccità. Nel 2022 secondo i dati di Isac-Cnr, nei primi sette mesi dell’anno le piogge sono diminuite del 46% rispetto alla media degli ultimi trent’anni. Cruciale la prima parte dell’anno con cinque mesi consecutivi gravemente siccitosi, e un’anomalia, da gennaio a giugno, pari a - 44% di piogge, equivalente a circa 35 miliardi di metri cubi di acqua in meno del normale. In crescente difficoltà i fiumi, come il Po che al Ponte della Becca (PV) risultava con un livello idrometrico di -3 metri, e i grandi laghi con percentuali di riempimento dal 15% dell’Iseo, al 18% di quello di Como fino al 24% del Maggiore.

In autunno è peggiorata la situazione delle regioni del centro, soprattutto in Umbria e Lazio. Nel primo caso il deficit pluviometrico si è attestato sul 40%, il lago Trasimeno ha raggiunto un livello ben inferiore alla soglia critica, con -1,54 metri. Nel Lazio, il lago di Bracciano è sceso a -1,38 metri rispetto allo zero idrometrico. Gravi le conseguenze per l’agricoltura e per gli habitat naturali. L’11% delle aziende agricole si è ritrovata in una situazione talmente critica da portare alla cessazione dell’attività. In molte aree urbane si sono dovute imporre restrizioni all’uso dell’acqua.

La siccità ha causato la perdita di produzione di energia, in particolare da idroelettrico. Nonostante i dati di Terna1 relativi ad aprile abbiano evidenziato un record assoluto di energia prodotta da fonti rinnovabili, è mancato all’appello l’idroelettrico. La produzione di energia da questa fonte, infatti, segnava -41% per effetto delle scarse precipitazioni, che hanno portato per mesi i livelli di riempimento degli invasi prossimi ai valori minimi registrati negli ultimi 50 anni. A dicembre, il livello del Po è rimasto inferiore alla media degli ultimi 20 anni ed a preoccupare è soprattutto la situazione delle falde, con livelli tra il 35 ed il 50% in meno della media mensile.

Focus caldo e ondate di calore. Nell'anno che si sta chiudendo in Italia si sono registrate temperature eccezionali già da maggio con punte di 36,1 °C a Firenze, 35,6 °C a Grosseto, 34 °C a Pisa e 32,8 °C a Genova. Ma anche a Ustica con 33,4°C e Torino con 29,2°C. Il mese di giugno ha visto un’anomalia della temperatura media di +3,3°C se consideriamo l’Italia nel suo insieme, con punte di 41,2 °C a Guidonia Montecelio (RM), 40 °C a Prato, Firenze, Viterbo e Roma. A luglio record per le città lombarde: a Brescia e Cremona si sono registrati 39,5 °C, a Pavia 38,9 °C e a Milano 38,5 °C.

Ad agosto i termometri hanno segnato tra i 40 e i 45 °C a Palermo, Catania e Reggio Calabria, mentre a Bari si è arrivati a 39 °C. Questi livelli di caldo eccezionale, prolungati per settimane e mesi in gran parte del Paese, hanno portato a gravi conseguenze sulla salute umana. L’ondata di calore che ha impattato più duramente è stata quella della seconda metà di luglio, con un aumento di mortalità che ha raggiunto, stando ai dati di Ministero della Salute e Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, il 36% in tutte le aree del Paese, ma in particolare in alcune città del nord. Tra le città maggiormente colpite Torino che ha visto un eccesso di mortalità pari a +70%, a cui segue Campobasso (+69%), poi Bari (+60%), Bolzano (+59%), Milano e Genova (+49%), Viterbo (+48%), Firenze (+43%), Catania (+42%). Solo nel 2022 sono stati oltre 2.300 i decessi in Italia dovuti alle ondate di calore, secondo le analisi di Ministero della Salute e Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio, in crescita rispetto ai 1.472 del 2021 e ai 685 del 20202.

I disastri climatici del 2022

I casi più rilevanti del 2022 – In questo bilancio “clima 2022” Legambiente ricorda alcuni casi rilevanti: il 3 luglio il distacco di una grossa porzione dalla calotta sommitale del ghiacciaio della Marmolada, 11 le vittime e 8 i feriti. Tra il 27 e il 28 luglio in Val Camonica è caduta in poche ore la stessa quantità di pioggia caduta sulla provincia di Brescia nei sette mesi precedenti. Le intense piogge hanno provocato anche delle frane che hanno colpito la Val di Fassa, in Trentino, il 5 agosto. Ad agosto a Scilla (RC), il litorale è stato investito da un’imponente massa d'acqua che ha invaso le strade. Occorre, in questo caso, evidenziare il legame con la cementificazione avvenuta negli anni e al tombamento del torrente Liurni.

Il 18 agosto raffiche di vento a oltre 110 km/h hanno colpito la provincia di Massa Carrara. Quattro persone sono rimaste ferite in un camping a Marina di Massa a causa della caduta di alberi e in tutto il territorio si sono contate fino a 7mila persone senza corrente. L’evento alluvionale che ha segnato il 2022 è quello che ha colpito il 15 e 16 settembre le Marche, 13 i morti. Tra fine settembre e inizio ottobre Trapani per tre volte è stata colpita da violenti temporali ed è finita sott’acqua. Tragedia a Ischia il 26 novembre, a Casamicciola Terme (NA) dove le piogge intense hanno provocato una frana ed un'alluvione, con 12 vittime registrate. Record di pioggia, con 126mm caduti in 6 ore. Il 22 novembre, una mareggiata di forte intensità ha colpito Jesolo (VE), mentre il 3 dicembre in provincia di Messina sono stati registrati diversi danni provocati da piogge intense e frane.

Le richieste di Legambiente al governo

Per Legambiente i dati del bilancio dell’Osservatorio CittàClima indicano ancora una volta l’urgenza per l’Italia di un deciso cambio di passo nella lotta alla crisi climatica, attraverso politiche più ambiziose e interventi concreti non più rimandabili. Tra le azioni urgenti da mettere in campo, secondo l'associazione, l’approvazione in tempi rapidi del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici aggiornato e pubblicato nei giorni scorsi sul sito del Mase, e che ora dovrà essere oggetto di consultazione pubblica secondo quanto previsto dalla procedura di Valutazione Ambientale Strategica.

La fotografia scattata dal nostro Osservatorio CittàClima – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – ci restituisce un quadro preoccupante di un anno difficilissimo, concluso con le notizie sulle temperature primaverili di fine dicembre in Italia, sulla tempesta artica che ha colpito il Nord America, causando decine di morti, e sull’ ondata di freddo in Giappone. Nella lotta alla crisi climatica il nostro Paese è ancora in grave ritardo, rincorre le emergenze senza una strategia di prevenzione, che farebbe risparmiare il 75% delle risorse spese per riparare i danni. Al Governo Meloni, al posto di nuovi investimenti sul gas, chiediamo cinque azioni urgenti da mettere al centro dell’agenda dei primi mesi del 2023".

Giorni della merla: perché si chiamano così, le origini e la storia.  Redazione su Il Corriere della Sera il 29 Gennaio 2023.

La tradizione dei Giorni della Merla vuole che gli ultimi giorni di gennaio e i primi di febbraio siano considerati i più freddi dell’anno

Il momento più gelido di tutto l'anno. I «Giorni della Merla» sono per tradizione i più freddi (ce lo ricordano dalle scuole elementari), ma non ci sono conferme scientifiche di questa credenza popolare. Alcuni sostengono che combacino con gli ultimi tre giorni di gennaio (29, 30 e 31), altri invece spostano la terna all’inizio del nuovo mese (30, 31 gennaio e primo febbraio).

Le origini dei Giorni della Merla in una leggenda

Secondo una leggenda, la cui origine si perde nel tempo, una merla si vantava di avere delle belle piume bianche, come la neve. A darle fastidio, un freddo gennaio, che si prendeva gioco di lei, non appena usciva a cercare il cibo per affrontare la gelida stagione. La merla, furiosa, decise di chiedere tre giorni in prestito a febbraio (all’epoca gennaio durava 28 giorni) per far abbattere sulla Terra un’ondata di freddo e gelo. E così, con l’arrivo della bufera, l’animale cercò riparo in un caminetto. Si salvò dal gelido gennaio, sporcandosi — però — le piume. Da allora gennaio ha 31 giorni e i merli le piume nere.

Se sono freddi, ci aspetta una primavera bella e calda

Un’altra credenza accompagna questo periodo: se i «Giorni della Merla» sono freddi, si dice che la primavera sarà bella e calda; se sono caldi, arriverà in ritardo. Una credenza che ricorda la tradizione made in Usa del giorno della marmotta (2 febbraio): negli Stati Uniti si osserva il rifugio dell’animale. Se questa emerge e non riesce a vedere la sua ombra perché il tempo è nuvoloso, l’inverno finirà presto; se invece vede la sua ombra perché è una bella giornata, l’inverno continuerà per altre sei settimane). 

Tra cannoni e nobildonne, lungo il fiume Po

Altre due versioni della leggenda sono spiegate da Sebastiano Pauli nel suo Modi di dire toscani ricercati nella loro origine del 1740. Si riferiscono a un periodo in cui le temperature rigide ghiacciavano la superficie del fiume Po rendendolo percorribile. Secondo la prima versione, la merla sarebbe un pesante cannone di ghisa che - grazie al freddo di fine gennaio - è stato trascinato da una riva all'altra del fiume camminandoci sopra. La quarta leggenda invece narra della nobildonna De Merli, che ha attraversato il Po per raggiungere il marito che si trovava oltre la sponda opposta. A Lodi nei «Giorni della Merla» due cori si chiamano dai lati opposti del fiume Adda.

Fenomeni Estremi.

Il Climatizzatore.

Il Dissalatore.

L’Ideologia.

Il Meteorologo.

Il cambiamento climatico e l’economia.

Le Alluvioni.

La Siccità.

Fenomeni estremi.

Antonio Giangrande: Catastrofi naturali e salute. Fatalismo e prevenzione.

La demagogia degli scienziati e la sicurezza impossibile.

Prevenzione. Costi e burocrazia: la protezione irrealizzabile.

Antonio Giangrande: Razzismo e Disastri Ambientali.

Disastri Ambientali e Dissesti idrogeologici: morte e distruzione.

Alluvioni, Allagamenti, Smottamenti, Frane.

Per i media prezzolati e razzisti.

Al Nord Italia: Eventi e danni naturali imprevedibili dovuti al cambiamento climatico in conseguenza del riscaldamento globale e causati da Vortici di Bassa Pressione dovuti all'alta Pressione perenne del Sud Italia con i suoi 30 gradi anche ad ottobre.

Al Sud Italia: Disastri meritati dovuti a causa dell'abusivismo; degli incendi dolosi e del disboscamento; dell'incuria e dell'abbandono delle opere pubbliche di contenimento e prevenzione.

“Per fortuna il maltempo si è spostato al sud”: la gaffe del TG5. Da Redazione di Cefalù Web 13 novembre 2014. Elena Guarnieri, presentatrice del TG5 ieri sera si è resa protagonista di una brutta gaffe parlando di maltempo. La giornalista in diretta durante l’edizione serale del popolare tg della rete ammiraglia di Mediaset, parlando della perturbazione che imperversa su tutta la penisola ha affermato: “Il peggio sembra essere passato, la perturbazione si è spostata al Sud“. Forte lo sdegno dei telespettatori soprattutto del meridione che condannano con fermezza l’imperdonabile gaffe.

Inchiesta del Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Nelle tv salottiere e sui giornali gli “Esperti” si cimentano a dare le loro opinioni. "Ormai abbiamo osservato che ogni 4 o 5 anni c'è un sisma che colpisce la dorsale appenninica. Eppure gli amministratori non fanno prevenzione. Il risultato è che l'Italia è arretrata come il Medio Oriente: in un paese avanzato una scossa di magnitudo 6 non provoca crolli e vittime". Mario Tozzi, geologo e noto divulgatore scientifico in tv, non usa giri di parole contro la politica che a sette anni dal tragico terremoto dell'Aquila non ha fatto quasi nulla per prevenire il disastro di questo 24 agosto 2016 ad Amatrice e dintorni.

Scrive Maurizio Ribechini il 25 agosto 2016: “Un interessante studio su questo circa un anno e mezzo fa è stato effettuato dal "Consiglio Nazionale degli Ingegneri", il quale con una precisa valutazione dei costi economici, ha calcolato che, fino al novembre 2014, ammontavano a più di 120 miliardi di euro gli stanziamenti dello Stato per i terremoti verificatisi in Italia negli ultimi 50 anni: da quello siciliano del Belice nel 1968, all’ultimo del maggio 2012 in Emilia Romagna, passando per quello del Friuli del 1976, quello dell'Irpinia del 1980, il primo avvenuto in Umbria e Marche del 1997, quello del Molise del 2002 e quello dell'Aquila nel 2009. Per una spesa media annua di circa 2,5 miliardi di euro. Cifre ancora più elevate sono quelle che fornivano, ormai quattro anni fa (quindi senza considerare i costi del sisma del 2012 in Emilia) Silvio Casucci e Paolo Liberatore nel saggio dal titolo "Una valutazione economica dei danni causati dai disastri naturali", dove hanno stimato un costo di ben 147 miliardi di euro, per una spesa media annua di 3,6 miliardi. Tale stima arrivava da un dossier sul rischio sismico redatto dal Dipartimento della Protezione Civile che recitava "i terremoti che hanno colpito la Penisola hanno causato danni economici valutati per gli ultimi quaranta anni in circa 135 miliardi di euro (a prezzi 2005), che sono stati impiegati per il ripristino e la ricostruzione post-evento. A ciò si devono aggiungere le conseguenze non traducibili in valore economico sul patrimonio storico, artistico, monumentale". Attualizzando tale valore al 2012, si otteneva un totale complessivo pari a circa 147 miliardi. Ma appunto tale cifra non considerava i costi della ricostruzione in Emilia. Se vogliamo contare anche questi, possiamo prendere dei dati ufficiali diffusi dalla Regione Emilia Romagna nel maggio 2015, che parlavano di 1 miliardo e 770 mila euro di contributi concessi. Ecco pertanto che la somma complessiva dei costi per i terremoti lievita a circa 149 miliardi complessivi. Ma quanto sarebbe costato mettere in sicurezza il territorio? L’ex capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, nei mesi scorsi aveva dichiarato che per mettere in sicurezza tutto il nostro paese occorrerebbero tra i 20 e i 25 miliardi di euro. Mentre proprio ieri, l’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha dichiarato: "Nel 2012 presentai un piano da 40 miliardi per la prevenzione, oltre all'assicurazione obbligatoria per il rischio sismico. Non se ne fece nulla, ma quegli interventi sono la grande opera di cui abbiamo bisogno". Numerose altre stime tecniche ed economiche parlano tutte di cifre che oscillano appunto fra i 25 e i 40 miliardi di euro. Ovvero fra circa 1/3 e 1/4 di quanto abbiamo speso in 50 anni per ricostruire dopo i terremoti.”

Detto questo gli esperti omettono di dire che il costo della prevenzione va quasi tutto a carico del privato, salvo quella minima parte a carico del pubblico, secondo la sua pertinenza, mentre la ricostruzione, con tutte le sue deficienze, è tutta a carico del pubblico. Bene. Si dimenticano i cosiddetti esperti che i cittadini italiani non sono come i profughi, ospitati negli alberghi a 5 stelle e con vitto gratis. I cittadini italiani hanno bisogno di un tetto sulla testa, anche abusivo e prevedibilmente pericolante. Abusivo, stante l’incapacità degli amministratori locali di prevedere un Piano Urbanistico Generale. I soldi son pochi e non ci sono per lussi, burocrati e prevenzione. L'alternativa al tetto insicuro sono le arcate dei ponti. Spesso i cittadini italiani, se non ci fossero i morti a corredo, sarebbero contenti dei terremoti, in quanto gioverebbero della ricostruzione delle loro vecchie case. Lo stesso vale per le alluvioni ed altri eventi naturali.

Ed ancora in tema di prevenzione non bisogna dimenticare poi gli esperti sanitari che ci propinano consigli sulla prevenzione delle malattie, specie tumori ed infarti. Impossibile da seguire. E non stiamo parlando delle vecchie ed annose liste di attesa o dell'impedimento al ricorso del pronto soccorso ormai solo aperto ai casi pre-morte.

Il 21 gennaio 2016 è entrato in vigore il cosiddetto “decreto Lorenzin” sull’appropriatezza delle prescrizioni approvato il 9 dicembre 2015. Il decreto che porterà alla stretta sulle prescrizioni di visite mediche ed esami a rischio di inappropriatezza ed il giro di vite riguarderà oltre 200 prestazioni di specialistica ambulatoriale, scrive Rai News. E' stato infatti pubblicato in Gazzetta ufficiale il 20 gennaio il decreto "Condizioni di erogabilità e indicazioni di appropriatezza prescrittiva delle prestazioni di assistenza ambulatoriale erogabili nell'ambito del Servizio sanitario nazionale". Si tratta di prestazioni di Odontoiatria, Genetica, Radiologia diagnostica, Esami di laboratorio, Dermatologia allergologica, Medicina nucleare. Il decreto Enti locali da cui scaturisce il DM appropriatezza, prevede che le 203 prestazioni se prescritte AL DI FUORI DELLE CONDIZIONI DI EROGABILITA' contemplate dal DM saranno poste A TOTALE CARICO DEL PAZIENTE. Esempio. "Ai fini dell’applicazione delle condizioni di erogabilità nella prescrizione delle prestazioni di radiologia diagnostica di cui al presente decreto, per la definizione del «sospetto oncologico» di cui all’allegato 1, note n. 32, 34, 36, 38 e 40 devono essere considerati i seguenti fattori: 1) anamnesi positiva per tumori; 2) perdita di peso; 3) assenza di miglioramento con la terapia dopo 4-6 settimane; 4) età sopra 50 e sotto 18 anni; 5) dolore ingravescente, continuo anche a riposo e con persistenza notturna. Altro esempio. L'esame del colesterolo totale: le condizioni di erogabilità dell'esame a carico del Ssn prevedono che sia da eseguire come screening in tutti i soggetti di età superiore a 40 anni e nei soggetti con fattori di rischio cardiovascolare o familiarità per dislipidemia o eventi cardiovascolari precoci. Ma in assenza di valori elevati, modifiche dello stile di vita o interventi terapeutici, si precisa, l'esame è da ripete a distanza di 5 anni. Per quanto riguarda poi le condizioni di erogabilità delle prestazioni odontoiatriche, si valuteranno le condizioni di "vulnerabilità sanitaria" (condizioni sanitarie che rendono indispensabili le cure odontoiatriche) o di "vulnerabilità sociale" (ovvero di svantaggio sociale ed economico). Anche per l'erogazione delle dentiere sono previsti gli stessi criteri. Secondo Costantino Troise, segretario del maggiore dei sindacati dei medici dirigenti, l'Anaao-Assomed, "da oggi, per sapere come curare, i medici dovranno leggere la gazzetta ufficiale e non più i testi scientifici".

E dulcis in fundo ci sono gli esperti dei sinistri stradali. Quelli che dicono è sempre colpa dell'insobrietà, della disattenzione e della velocità dell’autista. Questi signori probabilmente non conoscono le cause dei sinistri:

riconducibili al conduttore (inabilità alla guida permanente o temporanea);

riconducibili al mezzo (malfunzionamento delle componenti tecniche per tutti i veicoli o bloccaggio del motore per le moto);

riconducibili alla strada (sconnessione o ostacoli improvvisi o non segnalati);

riconducibili ad eventi atmosferici che limitano visibilità o aderenza.

In conclusione la prevenzione spesso e volentieri è impossibile attuarla per l’imprevedibilità degli eventi, ma ancor di più per i costi e per la burocrazia esosa ed assillante ed è inutile che in tv gli esperti ce la menano sulla prevenzione: la realtà la impedisce.

Dr Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

LO DICE LA SCIENZA. I dati smentiscono gli eco-catastrofisti: disastri naturali in calo. La ricerca di due studiosi italiani: il riscaldamento globale non è correlato all’aumento dei disastri naturali. I casi e i morti si riducono. Redazione Nicolaporro.it il 16 Agosto 2023

Nell’articolo pubblicato sulla rivista Environmental Harzards di Taylor & Francis, due studiosi italiani, Gianluca Alimonti dell’Istituto nazionale di fisica nucleare e della Statale di Milano e Luigi Mariani, professore all’Università di Brescia, hanno riportato una scoperta interessante. A loro dire, le catastrofi naturali e le relative vittime sono in diminuzione negli ultimi vent’anni. Inoltre, pare che l’innalzamento delle temperature non influenzi direttamente l’incidenza di tali disastri.

Gli autori, come racconta Alessandro Rico sulla Verità, hanno analizzato l’Emergency events database, un accurato censimento di frane, smottamenti, alluvioni, cicloni e altre calamità, istituito nel 1988 dal Center for research on the epidemiology of disasters (Cred) della Cattolica di Lovanio. Attraverso questa analisi, hanno notato un andamento che potrebbe essere controintuitivo per molti: i disastri hanno iniziato ad aumentare intorno alla metà del secolo XX, sono cresciuti velocemente dagli anni Settanta e hanno raggiunto un picco negli anni Novanta. Dopodiché, nonostante le previsioni di organizzazioni come l’ONU, le catastrofi hanno iniziato a diminuire nel periodo 2002-2022, così come le vittime.

La spiegazione? Non è che fino agli anni Cinquanta il mondo fosse un posto sereno; era semplicemente più difficile rilevare un evento e inserirlo in un database. Negli anni, sono state sviluppate tecnologie avanzate e i meccanismi di segnalazione sono stati perfezionati. Questo, naturalmente, ha contribuito all’apparente aumento della frequenza dei disastri nel corso degli ultimi cinquant’anni. E che dire delle vittime? Anche il loro numero è diminuito per motivi simili: nonostante ci siano ancora molte misure di prevenzione da prendere e, in particolare in Italia, la manutenzione del territorio viene spesso trascurata, siamo diventati più efficienti nel gestire le emergenze e nel proteggerci dai pericoli della natura.

Ma quello che è ancora più interessante è che, negli ultimi venti anni, la tendenza è alla diminuzione, non all’aumento delle catastrofi. Questo risultato, come evidenziato da Alimonti e Mariani, è in netto contrasto con le previsioni di due organismi delle Nazioni Unite (Fao e Undrr), che prevedono un aumento dei disastri naturali.

E il cambiamento climatico? Nonostante la percezione diffusa, sembra che l’innalzamento delle temperature medie non abbia un impatto direttamente proporzionale sull’aumento dei disastri naturali. Al contrario, fenomeni naturali come terremoti, eruzioni vulcaniche e sussulti del pianeta, che non sono influenzati dal clima, registrano un andamento simile agli eventi legati alle emissioni di CO2.

Estratto dell’articolo di Chiara Comai per “La Stampa” martedì 15 agosto 2023.

Luca Mercalli, presidente della società meteorologa italiana, si sarebbe potuto evitare quanto accaduto a Bardonecchia?

«Un episodio come quello che abbiamo visto non aveva tempi di preavviso. Io avevo parcheggiato l'auto accanto al fiume proprio la sera prima, anche se fossi stato sul posto non avrei potuto farci nulla. Non c'erano segni premonitori, il fiume me l'avrebbe portata via. Il temporale era lontano da Bardonecchia, era in alto sulla montagna, verso il confine con la Francia» […]

 Quali sono le cause dell'esondazione?

«È una questione meteorologica e geologica insieme. Le montagne della Val Susa hanno terreni estremamente friabili e instabili. Quando ci sono delle piogge anche modeste, come in questo caso, si creano delle vere e proprie colate di fango. Domenica sera sono scesi 30 mm di acqua, che non è tantissima, ma in un breve periodo di tempo. A valle è arrivato un flusso di roccia e detriti, che pesa 2mila litri al metro cubo, il doppio dell'acqua. Per questo ha un maggiore potere distruttivo ed è poi in grado di portare via le macchine, come è successo».

Come mai non è scattata l'allerta?

«Esisteva la previsione di temporali la sera e questo è già sufficiente. L'allerta deve essere motivata da intensità ed estensione. In questo caso, il temporale si estendeva per 500 metri, era modesto. Le stazioni meteorologiche hanno registrato una pioggia da 3 mm. Anche se poi nell'epicentro ne sono venuti giù 20 mm, non sono tanti. Il problema non è stato il temporale di per sé, ma la combinazione con un territorio predisposto a questi rischi». 

È l'ennesimo effetto del cambiamento climatico?

«In questo caso no. O almeno, in minima parte. In Val Susa ci sono sempre stati episodi di questo genere, è nella sua conformazione. I cambiamenti climatici recenti possono però aumentare le condizioni che favoriscono questi fenomeni. D'altronde, gli effetti dell'emergenza clima non si esprimono ovunque allo stesso modo» […]

Quindi era già successo un episodio simile.

«Sì. L'ultima volta era il 7 agosto 2009, ma ci sono altri casi precedenti. Certo che oggi fa impressione, perché siamo in un periodo in cui la città è completamente piena di persone in vacanza». 

È possibile in qualche modo prevenire queste esondazioni?

«Il torrente è già costeggiato da briglie, cioè traverse di cemento che servono per rallentare il flusso d'acqua. Purtroppo in questi casi la violenza è tale per cui anche opere di contenimento cedono. Forse però sarebbe stato peggio se non ci fossero state». 

Le fotografie e i video dell'esondazione fanno paura. Come non farsi prendere dall'ecoansia?

«Bisogna trasformare l'ansia in attenzione. L'ansia non serve a nulla, serve essere attenti e informati. Ovunque c'è un livello di rischio meteorologico un po' più elevato rispetto al passato, non solo in montagna. È giusto esserne consapevoli, non farsi prendere dal panico, e rimanere aggiornati. Ci basta il telefono, ce l'abbiamo tutti».

Eppure, lei stesso ha detto che l'esondazione non si poteva prevedere.

«È vero, in questo caso specifico non si poteva fare molto. Però se fosse capitato a me, che conosco questi fenomeni ed ero lì 24 ore prima, magari al primo boato avrei avuto quei 10 secondi di anticipo rispetto a chi non sapeva cosa stesse succedendo. È importante essere informati e attenti, sapendo però che non tutto si può prevedere con anticipo. Giusto guardare le previsioni meteo e tenerne conto nel momento in cui si pianifica un'uscita. Ricordiamoci però che non si può controllare tutto. Che esistono diverse categorie di rischio, come quando si va in strada. L'ansia non evita che un ubriaco in macchina ti possa investire. Ma se l'ansia viene trasformata in attenzione, magari può salvarti la vita».

Violento nubifragio a Bardonecchia, esonda il torrente Merdovine: circa 60 sfollati. Nuova allerta: "Restate a casa". Il torrente Merdovine è esondato a Bardonecchia a seguito di un violento nubifragio. Il Comune ha invitato i cittadini a restare a casa. Jacopo Romeo su Notizie.it il 14 Agosto 2023

L‘Alta Val di Susa è stata colpita da un violento nubifragio nella serata di ieri. le forti piogge hanno causato l’esondazione del torrente Merdovine e del torrente Frejus e una colata di fango e detriti è arrivata fino al centro abitato di Bardonecchia. Cinque persone risultavano disperse ma sono poi state ritrovate. Gli sfollati sono circa una sessantina.

Nubifragio a Bardonecchia, esonda il Merdovine: decine di sfollati

Nella tarda serata di ieri hanno iniziato a circolare online tantissimi video amatoriali in cui si vede la colata di fango e detriti arrivare fra le strade di Bardonecchia (Torino). Il centro abitato del paese situato in Alta Val di Susa è stato ricoperto, almeno in parte, dall’acqua che ha causato tantissimi danni. A causare la piena del torrente Merdovine sarebbe stata una frana staccatosi in alta quota in montagna: al momento risultano esserci cinque dispersi, oltre a centoventi sfollati. Questo particolare evento si chiama “debris flow” e consiste nel movimento verso valle di un’importante massa d’acqua accompagnata da detriti.

Per quanto riguarda i dispersi, le cinque persone segnalate sono poi state ritrovate dopo alcune ore di ricerche. È stato, invece, riferito che alcune auto sono state trascinate anche per 10 chilometri dall’abitato di Bardonecchia.

Il disastro durante la festa: intervengono i vigili del fuoco

A peggiorare la situazione, ci sarebbe anche il fatto che questo disatro è avvenuto proprio la sera della festa di san Ippolito, quando per le strade di Bardonecchia solitamente si radunano tantissime persone. I vigili del fuoco sono stati subissati di telefonate e richieste di intervento: la colata ha interessato anche la zona di un hotel e del commissariato di polizia di Bardonecchia.

La reazione del Comune e del Governo al nubifragio a Bardonecchia

Nel primo pomeriggio di lunedì 14 agosto, il bilancio aggiornato a seguito del nubifragio e dell’inondazione che hanno colpito Bardonecchia, è di circa sessanta sfollati. Intere frazioni, inoltre, sono senza acqua e senza luce. Saltate, poi, anche le linee telefoniche rendendo le comunicazioni con le zona interessate dal disastro estremamente complesse.

“Tecnici e soccorritori sono da ieri sera al lavoro, senza sosta, per ripristinare i gravi danni causati dalla frana che ha colpito a Bardonecchia. Al momento non risultato dispersi e ci momento ancora una sessantina di persone sfollate”. A dichiararlo è stato il sindaco di Bardonecchia, Chiara Rossetti.

Il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, invece, ha detto: “Sono in stretto contatto con il presidente della Regione Alberto Cirio che mi ha assicurato di aver già sentito il Governo tramite il ministro Tajani. Ringrazio quanti si sono adoperati e si stanno adoperando senza sosta e i numerosi residenti e turisti che in queste ore stanno offrendo la loro collaborazione”.

Sul dramma che ha colpito Bardonecchia, è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. “Dai dati raccolti è emerso che nell’area erano già stati finanziati interventi di consolidamento e monitoraggio. Sulla base dei dati messi a disposizione dal progetto ReNDiS, infatti, nel territorio del comune di Bardonecchia risultano realizzati lavori di mitigazione del rischio idrogeologico per oltre 5,5 milioni di euro. È tuttavia un territorio con elevata pericolosità ed essendo prevista altra pioggia sarà necessario la messa in allerta della popolazione”, ha spiegato.

“Resta sotto costante monitoraggio la situazione a Bardonecchia, in Piemonte, dopo la alluvione che ha colpito l’abitato, con fanghi e detriti. Nessuna vittima, per fortuna, e alcune decine di persone sfollate. La Protezione civile e i vigili del fuoco stanno lavorando senza tregua, con la collaborazione delle Forze dell’ordine, mentre si resta in allerta per il possibile ritorno del maltempo nelle prossime ore. Inutile assicurare che il governo nazionale, per quanto di sua competenza, farà la propria parte per rimuovere le cause strutturali che hanno determinato la calamità”, ha precisato, invece, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci.

Il Comune ai cittadini: “Restate a casa”. I residenti temono il fenomeno dello sciacallaggio

Mentre si dà il via alla conta dei danni nella zona, il meteo continua a destare timori tra gli esperti. Proprio per questo motivo, il Comune ha invitato i cittadini a rimanere in casa in attesa che gli interventi di ripristino e di messa in sicurezza giungano a compimento.

La situazione della viabilità è molto complessa dato che decine di strade sono state rese impraticabili dal maltempo. Il Comune, quindi, ha esortato i cittadini a non usare l’auto “se non in caso di necessità”.

“Oggi possibilità di temporali anche forti in sviluppo a ridosso dei rilievi o in arrivo dalla Francia con successivo transito sulle pianure”, si legge nel bollettino dell’Agenzia regionale protezione ambiente (Arpa). “Ancora instabilità in serata e nella notte per l’ingresso di aria più fresca in quota. Allerta gialla per rischio idrogeologico su buona parte della regione fino alla notte odierna”.

In attesa che la situazione si risolva, a preoccupare i residenti di Bardonecchia non è solo il maltempo ma anche gli sciacalli. Per questo motivo, carabinieri e gendarmi francesi stanno pattugliando le strade in modo tale da impedire saccheggi a case e strutture momentaneamente evacuate.

I grandi roghi che hanno aiutato a dare forma alla civiltà. Da Nerone alle Hawaii, storia degli incendi che hanno devastato il mondo: la caccia ai ‘terroristi dei roghi’. Erasmo D'Angelis su Il Riformista il 17 Agosto 2023 

Era la calda notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 a.C. quando, dalla zona delle botteghe artigiane, sul lato del Circo Massimo, l’incendio trasformò la città eterna in un enorme falò. Fu spento solo dopo nove giorni, con migliaia di morti carbonizzati ritrovati soprattutto nei tre rioni popolari andati in fumo: Circo Massimo, Palatino e Suburra. “La catastrofe più grave e spaventosa che si sia mai abbattuta su Roma…attraverso le botteghe che contenevano merci combustibili, rafforzato e sospinto dal vento si diffuse impetuoso nelle zone pianeggianti, salì nelle parti alte, poi tornò a scendere in basso, distruggendo ogni cosa”, scrive Tacito negli Annali.

La cronaca racconta ancora roghi spaventosi come le 36 ore di fuoco che hanno appena incenerito l’isola hawaiana di Maui, il peggior incendio negli Stati Uniti dal 1918 finora con 93 morti, migliaia di edifici in cenere e una catastrofe ambientale che ricorda altre grandi città del mondo polverizzate da furiosi incendi come Costantinopoli che vide l’inferno per ben cinque volte tra il 406 e il 1204, Londra dei roghi del 1212 con il The Great Fire of Southwark e 3.000 morti e del 1666, Boston devastata nel 1872, Chicago nel 1871 con 17.000 edifici bruciati, nel 1906 San Francisco con 25.000 case bruciate con 3.000 arsi vivi, Tokyo nel 1923, Texas City nel 1947.

Ma l’incendio più celebre, non solo dell’antichità, resterà per sempre legato al nome di Nerone che per i senatori suoi acerrimi nemici lo avrebbe fatto appiccare per la sua follia e per liberare spazi urbani alla megalomania di progetti come la gigantesca Domus Aurea. Vero o falso, l’unica certezza nell’allora più grande metropoli con un milione di abitanti, erano gli innumerevoli inneschi: torce, lampade, bracieri e fuochi accesi in ogni casa con spazi interni dove ammassavano legna e fieno per i cavalli. Anche una piccola fiamma diventava incontrollabile, e i romani antichi hanno dovuto fronteggiare almeno un vasto incendio in media ogni 10 anni. Alle fiamme urbane si aggiungevano poi i colossali roghi di foreste e boschi appiccati per aprire radure e pianure per campi agricoli e urbs, e che sfuggivano di mano, portando Cicerone nel 58 a.C. a denunciare la distruzione “della foresta madre dell’Appennino”.

Ma arrivò il giorno in cui, stufi di esorcizzare le fiamme ogni 23 agosto nelle cerimonie della Volcanalia supplicando il dio Vulcanus, nel 289 a.C., istituirono i primi servizi di vigilanza e soccorso con milizie di schiavi, che nel 22 a.C. Augusto riorganizzò nel primo corpo dei vigili antincendio della storia: la Militia Vigilum Regime o Cohortes Vigilum, il cui motto Ubi Dolor Ibi Vigiles è nell’effige dei nostri eroici Vigili del Fuoco. Contava sette Coorti con 7.000 liberti, gli schiavi liberati e inquadrati militarmente e riconoscibili dalle tuniche giallo-marrone e dall’elmo di cuoio, che pattugliavano le strade pronti a intervenire con secchi, scale, asce, ramponi, zappe, seghe e coperte bagnate per soffocare sul nascere le fiamme. E utilizzavano anche tubi di cuoio collegati ai siphones, le prime pompe antincendio capaci di un getto d‘acqua fino a venti metri di distanza.

Crollato l’Imperium, l’Italia divenne per un millennio terra di conquista e un inferno di fuochi e fiamme. L’antincendio ritornò solo con le Gilde medievali, le Pie Società di Mutuo Soccorso frutto di patti tra mercanti e artigiani, ma soprattutto con il primo Corpo della Guardia del Fuoco istituito nella Firenze del 1344 che impegnava muratori, fabbri, falegnami e volontari in 4 squadre organizzate nei 4 quartieri cittadini. E dopo oltre tre secoli di incendi furiosi per le fiamme che sfuggivano anche al controllo di contadini, pastori, carbonai e legnaioli, nel 1664 furono promulgate in Toscana le prime norme che vietavano di “cocere braci o carboni” nei boschi, e l’Opera del Duomo di Firenze, proprietaria delle foreste del Casentino, concesse ai suoi guardaboschi di portare “armi offensive e difensive contro chi abbrucia” come pugnali, sciabole, picche e alabarde. Il Granduca di Toscana autorizzò anche l’uso dell’archibugio a ruota. Nemmeno la Serenissima di Venezia scherzava col fuoco, e condannava chi bruciava o segava alberi senza permesso a “Sette anni in galera, a vogar il remo con ferri ai piedi”, e nel 1676 aggiunse le sue Guardie del Fuoco composte dai facchini veneziani. Il re del Piemonte Vittorio Amedeo di Savoia nel 1630 istituì la “Reale Compagnia dei Brentatori” con 150 carpentieri, falegnami e muratori.

Roma lo fece nel 1738, attivando i Focaroli che erano muratori e falegnami. E nel 1809, Napoleone re d’Italia riorganizzando il “Corpo delle Gardepompes” in tutto l’Impero, fece nascere i primi “Corpi Pompieri” comunali di Firenze, Roma, Milano, Napoli e Torino.

Ma solo il 27 febbraio del 1939, con il Regio Decreto 3333, fu istituito il “Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco” con 94 “corpi” provinciali, poi smilitarizzato dalla legge 469 del 13 maggio 1961, e riorganizzato e inserito con la legge 225 del 24 febbraio 1992 nel Servizio Nazionale della Protezione Civile e poi nel Dipartimento guidato oggi da Fabrizio Curcio di cui i Vigili del Fuoco sono la principale componente operativa con circa 30.000 operatori, coordinati dal Prefetto Laura Lega. Sono loro sulla prima linea del fuoco, e li abbiamo visti lanciarsi anche contro le fiamme di questa estate superorganizzati, ma anche stremati, feriti e ustionati gravi dopo spericolati spegnimenti da terra per salvare vite umane e beni e aree verdi, supportati dalle acrobazie dei Canadair con lanci da 6.000 litri d’acqua fuori in 12 secondi.

Ma la cronaca di questi anni ci racconta come passiamo dal paradiso all’inferno in un attimo fatale, totalmente indifesi e nella totale sottovalutazione degli enormi rischi che corriamo negli anni più roventi della storia dell’Umanità. Supertecnologici e iperconnessi, continuiamo a trasportare il “paradosso di Nerone”: se è sempre chiarissima la matrice colposa e dolosa e patologica dell’innesco, restano quasi sempre senza volto gli incendiari, sia i piromani con seri disturbi mentali che i distratti o i criminali del fuoco. Perché, al tempo di satelliti spia e di telecamere spioni, di droni e geo-localizzazioni, non si becca quasi mai uno che appicca il fuoco? E per quale maledizione le fiamme devono essere alimentate anche dalla complicità di chi deve sorvegliare e prevenire e colpire, e non lo fa?

Dal 1980 ad oggi sono stati ridotti in cenere oltre 4 milioni di ettari di boschi, foreste, macchia mediterranea, vegetazione, con una media di 106.894 ettari all’anno. Non per autocombustione o fenomeni naturali come un fulmine che può capitare ma incide per circa l’1% ma, al 99% dei casi per crimini contronatura di chi è pronto a uccidere, a mandare in fumo ecosistemi secolari e ad aumentare anche i dissesti geo-idrologici perché un incendio brucia persino le radici degli alberi, rendendo sterile il suolo e aumentando lo scorrimento dell’acqua e lo smottamento di terreni.

I terroristi dei roghi, chiamiamoli così perché così è, con il loro sadismo hanno triplicato gli attacchi negli ultimi anni più tropicali, appiccando in media dal 2020 quasi due incendi al giorno. I dati satellitari dell’European Forest fire Information System mostrano le nostre aree sempre più vaste andare in fumo, e ci seguono Spagna, Grecia, Portogallo e Francia. Abbiamo alle spalle i picchi del 2017 con 160 mila ettari in fumo per 8.000 roghi, il 2021 con 110 mila ettari, il 2022 con 5.207 incendi, e dall’inizio del 2023 già oltre 59.000 ettari inceneriti, con l’aggiunta delle discariche di Bellolampo a Palermo e di Ciampino a Roma con nubi nere alla diossina sulle aree urbane.

Le cause? Un impunito ventaglio di resti non spenti di barbecue, lancio dalle auto di fiammiferi e cicche di sigarette ancora accesi, ripulitura col fuoco di incolti e scarpate stradali e ferroviarie, rinnovazione del pascolo con bruciatura di stoppie, macchinari agricoli che producono fiamme libere e scintille, lanci di petardi e razzi, lucrare su bonifiche e rimboschimenti, ritorsioni della criminalità per vendette, regolamento di conti personali tra confinanti, reazione ai vincoli sulle aree protette. E si moltiplicano gli inneschi multipli posizionati nei punti più irraggiungibili dalle squadre di soccorso ma ben conosciuti da chi appicca il fuoco quanto soffiano i venti più forti. E in un ettaro di superficie in cenere perdono la vita in media anche 400 animali selvatici tra rettili e mammiferi e 300 uccelli. È un problema anche di fronte alla ritrovata ricchezza di biodiversità della penisola con il clamoroso quasi raddoppio della nostra superficie verde rispetto all’immediato dopoguerra. Oggi alberi e vegetazione occupano un terzo della penisola, per l’esattezza 11.778.249 ettari sui 30.133.800. Incredibile, se pensiamo che solo 80 anni fa erano 5 milioni, e nel Settecento ancora meno, dopo deforestazioni amazzoniche medievali e rinascimentali.

Ma se l’Italia degli incendi è altro caso da manuale del farsi male da soli, la Sicilia martire dei roghi, dove dal 2018 sono andati in fumo oltre 200.000 ettari di superfici verdi, è la case history mondiale. Può schierare un esercito di 22.226 uomini tra dipendenti regionali, delle aziende Foreste Demaniali e gli stagionali. È quasi la metà dei 47.313 forestali italiani – in Lombardia sono 416, in Toscana 449, in Veneto 578  -, cinque volte più dei Ranger canadesi che però sorvegliano 400.000 km2 di boschi a fronte dei 3.400 dell’isola, e se in Canada c’è un sorvegliante ogni 95 km2, la Sicilia ne avrebbe uno ogni 0,136 km. Non dovrebbe permettere nemmeno l’accensione di un cerino, ma assiste impreparata all’assalto degli incendiari. Perché delle 125 torrette antincendio solo il 60% è presidiato, ma non di notte e le telecamere e foto-trappole non individuano colpevoli? Perché la manutenzione boschiva parte sempre in ritardo e strade, autostrade e ferrovie arrivano in piena estate con erba secca e alte sterpaglie ai lati? Perché i mezzi antincendio sono in gran parte obsoleti non arrivano le nuove 120 autobotti acquistate nel 2022? Come mai i piani antincendio comunali restano nei cassetti e non parte la centrale operativa?

Ma è l’Italia intera che potrebbe applicare la legge 353/2000 che stabilisce divieti e limitazioni allo sfruttamento economico dei terreni percorsi dal fuoco, e non lo fa. Il 44% dei comuni colpiti da incendi, rileva l’Arma dei Carabinieri, non ha né adottato né aggiornato il “Catasto Incendi” per censire i suoli percorsi dal fuoco. Questa “dimenticanza” guardacaso impedisce di censire i terreni da sottoporre a vincolo. Mentre la Commissione parlamentare bicamerale sulle ecomafie ha accertato oltre 250 incendi di discariche di rifiuti legali o abusive in tre anni, e la Direzione nazionale antimafia ha accertato che “si brucia per coprire altri reati” come rifiuti illegalmente stoccati. Insomma, il Nerone di turno incombe ancora.

Erasmo D'Angelis

Estratto dell’articolo di Lorena Loiacono e Angelo Paura per “il Messaggero” lunedì 14 agosto 2023

«Qui abbiamo bisogno di aiuto, dove sono i funzionari della contea? Nessuno qui ha internet e ho appena scoperto che non possiamo bere l'acqua». Josh Masslon è uno delle migliaia di sopravvissuti agli incendi di Maui che hanno devastato l'isola delle Hawaii uccidendo quasi cento persone e raso al suolo intere comunità. 

[…] Nelle zone attorno alla città che fu la capitale del Regno delle Hawaii non resta nulla, e si continuano a cercare tra le aree deserte almeno 1.000 dispersi secondo quanto annunciato dal governatore Josh Green, cercando di identificare i corpi con il Dna, visto che i cadaveri sono irriconoscibili.

I roghi che hanno colpito Maui e Big Island sono i peggiori dal 1918 negli Stati Uniti. Quelli che hanno lasciato più morti, anche se le stime dicono che i numeri saliranno in modo notevole nei prossimi giorni. 

Infatti per ora è stato perlustrato solo il 3% dell'area coinvolta. Ma le ricerche non saranno solo su terra, visto che centinaia di persone sono dovute scappare in mare per evitare le fiamme e il fumo che tra martedì e mercoledì hanno avvolto una delle aree più turistiche di Maui, a pochi chilometri dalla spettacolare spiaggia di Kaanapali. 

Una giovane donna ha raccontato di essere rimasta in acqua per oltre sei ore, tornando di tanto in tanto verso la riva per scaldarsi ed evitare l'ipotermia, prima di essere salvata dalla U.S. Coast Guard. E poi ci sono i vivi, le persone rimaste, i residenti. Si dorme nei parchi, nelle case degli amici che sono rimaste intatte. Si cerca in modo disperato benzina, una rete per poter connettersi a internet e restare informati, cibo visto che ci sono enormi parti della regione ovest dell'isola senza elettricità e i frigo e i fornelli non funzionano.

[…]  La devastazione della rete elettrica ha anche causato il malfunzionamento delle sirene di allarme, in tutto 80 quelle che si contano sull'isola, che non hanno funzionato e non hanno inviato in tempo ai residenti e ai turisti i messaggi di allerta. Intanto c'è una mobilitazione internazionale per inviare aiuti e denaro per la ricostruzione che potrebbe costare oltre 5 miliardi di dollari, secondo le stime degli ufficiali. 

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, non esclude di fare visita a Maui. «Stiamo esaminando» la possibilità, ha detto ai giornalisti che lo hanno fermato mentre era in bici vicino alla sua casa di Rehoboth Beach, Delaware, dove sta trascorrendo il fine settimana. Biden ha dichiarato i roghi di Maui un disastro e in questo modo ha sbloccato milioni di dollari di fondi federali che serviranno per ricostruire l'isola. 

[…]  Ma ci sono anche le polemiche da parte dei cittadini delle Hawaii. Sì, perché si cominciano a vedere turisti che fanno il bagno e giocano sulle spiagge hawaiane, proprio come se nulla fosse accaduto. E si divertono sotto gli occhi della popolazione locale che, appena pochi giorni fa, in quelle acque e su quelle spiagge, ha visto morire decine di persone, amici e famigliari.

Di quelle immagini apocalittiche, che hanno fatto il giro del mondo, sembra non esserci più traccia, almeno non negli occhi dei turisti che ora sono lì a godersi la loro vacanza. «Le stesse acque in cui la nostra gente è appena morta tre giorni fa - commenta ai microfoni della Bbc una donna, originaria dell'isola di Maui - sono le stesse acque in cui, dal giorno successivo, questi visitatori stavano nuotando. Questo la dice lunga su dove si trovano, ora, il loro cuore e la loro mente e dove, invece, sono il nostro cuore e la nostra mente». «In questo momento esistono due Hawaii: le Hawaii in cui viviamo noi e le Hawaii in cui vivono loro - commentano altri abitanti ancora sotto choc - nessun hawaiano avrebbe mai nuotato, fatto snorkeling e surf in circostanze così tragiche». E ancora, sempre ai microfoni della Bbc, c'è chi aggiunge: «Nessuno può divertirsi nella tragedia e continuare la propria vita come se niente fosse».

Dichiarato stato di emergenza. Disastro Hawaii, i morti salgono a 53 ma il bilancio finale sarà “tragico e orribile”: incendi aggravati dalla siccità estrema. Redazione su L'Unità l'11 Agosto 2023 

Un bilancio sempre più grave e una situazione sempre più difficile. Le Hawaii, l’arcipelago statunitense nel Pacifico, da mercoledì fanno i conti con i roghi che stanno devastando in particolare l’isola di Maui, che conta su una popolazione di quasi 170mila persone ed è la seconda più grande delle Hawaii.

Il bilancio delle vittime ad oggi è di 53 persone trovate senza vita, ma potrebbe aumentare ulteriormente poiché il fuoco impedisce alle squadre di soccorso di raggiungere alcune zone.

Lo sceriffo della contea di Maui, John Pelletier, ha spiegato durante una conferenza stampa in cui sono stati forniti tutti gli aggiornamenti che il bilancio delle vittime sta crescendo e che alla fine sarà “tragico e orribile“

La situazione più grave è certamente quella della città di Lahaina, quasi 13mila abitanti, che nell’Ottocento fu per alcuni anni la capitale dell’allora Regno delle Hawaii. Qui le fiamme hanno distrutto praticamente l’intero centro abitato: “Lahaina, con poche rare eccezioni, è ridotta in cenere“, ha confermato il governatore delle Hawaii, il democratico Josh Green. 

Un incendio divampato già da martedì e che, alimentato dalla forte siccità e dai venti dell’uragano Dora, ha colto di sorpresa in particolare l’isola di Maui. Qui ha ridotto in cenere ettari di vegetazione arida e ha poi travolto case, negozi, uffici: le fiamme si sono propagate con tale rapidità che almeno una decina di persone hanno cercato scampo gettandosi nell’Oceano Pacifico, dove sono state tratte in salvo dalla Guardia Costiera.

Il problema più grave al momento è che nessuno degli incendi divampati sull’isola di Maui è stato ancora completamente contenuto. L’incendio di Lahaina è contenuto all’80%, quello di Pulehu, nell’area di Kihei, è stato contenuto al 70% e c’è un terzo grande rogo ancora da valutare, hanno fatto sapere i vigili del fuoco impegnati nella difficile missione. 

Il presidente americano Joe Biden ha dichiarato lo stato di emergenza alle Hawaii e ha ordinato di sbloccare aiuti federali. Soldi che saranno fondamentali non solo per la ricostruzione ma anche per fornire la prima assistenza agli sfollati. I roghi hanno lasciato “migliaia” di persone senza casa, ha detto giovedì il governatore dello Stato americano. “Avremo bisogno di ospitare migliaia di persone“, ha dichiarato Josh Green, annunciando che le autorità stavano “inizialmente cercando 2.000 camere” per soddisfare le esigenze e stavano contattando gli alberghi dell’arcipelago. Green ha anche fatto appello alla generosità dei privati in grado di ospitare gli sfollati nelle loro case.

Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha riferito su Twitter che “gli italiani sull’arcipelago sono circa 60 e li stiamo rintracciando”, ma “le autorità Usa ci hanno confermato che tra le vittime non ci sono connazionali”. Redazione - 11 Agosto 2023

Estratto dell’articolo di Massimo Gaggi per “il Corriere della Sera” sabato 12 agosto 2023.

«Quando ho sentito suonare le sirene d’allarme era già troppo tardi: fiamme ovunque. Sono scappato correndo lungo strade intasate da auto in fuga: bloccate negli ingorghi. Ho corso per ore e ore con mio fratello Eduardo. Tutta la notte e la mattina dopo, perché le fiamme continuavano ad avanzare, ci inseguivano». 

Nel drammatico racconto di Marlon Vasquez, un cuoco di 31 anni arrivato nell’isola di Maui dal Guatemala all’inizio del 2022, ci sono due indizi su gravità e responsabilità di quello che, probabilmente, a ricerche completate, risulterà il più devastante incendio americano del secolo.

Fin qui il macabro primato spetta al Camp Fire che nel 2018 causò 85 vittime e spazzò via la cittadina californiana di Paradise. Ieri sera il bilancio del rogo che nell’isola di Maui ha distrutto Lahaina, l’antica capitale del regno delle Hawaii, era salito a 55 morti, ma le autorità avvertono che ci sono ancora centinaia di dispersi e che le vittime conteggiate sono solo quelle trovate nelle strade o bruciate nelle loro auto: 

nessuno è ancora entrato in ciò che resta degli edifici, in attesa che arrivino le squadre specializzate della Fema, la protezione civile Usa, addestrate e attrezzate per disastri di questo tipo.

[…] «Sembra una città bombardata a tappeto», commenta il governatore delle Hawaii, Josh Green, per il quale «i mutamenti climatici sono qui e stanno colpendo le nostre isole». Si discuterà a lungo dell’impatto del global warming: le fiamme sono state favorite dalla vegetazione rinsecchita da un lungo periodo di siccità e da venti insolitamente potenti, portati da un uragano in transito a qualche centinaio di chilometri di distanza. 

Ma la tragedia sembra essere figlia anche della trasformazione di Maui in mecca turistica, col conseguente abbandono dell’agricoltura: le piantagioni di canna da zucchero e ananas sostituite da prati di sterpaglie che nella stagione secca prendono facilmente fuoco.

Le autorità dell’isola dovranno difendersi però soprattutto dall’accusa di non aver dato l’allarme per tempo: quello che dice Marlon — sirene attivate soltanto quando le fiamme erano già ovunque — è confermato da molti altri racconti. 

A causa del rischio di uragani e tsunami le Hawaii hanno sofisticati sistemi di sorveglianza: stavolta pare non siano stati usati in modo adeguato. In alcune zone le sirene non sono state nemmeno attivate. Gli allarmi mandati via cellulare forse non sono nemmeno arrivati: il fuoco ha distrutto i ripetitori e la rete elettrica. […]

Estratto dell’articolo di Matteo Castellucci per “il Corriere della Sera” sabato 12 agosto 2023.

Si sono viste «scene da Pompei». A Maui, nelle Hawaii divorate dalle fiamme, nessuno se lo aspettava. Chi si trovava a Lahaina, l’antica capitale ridotta in cenere, è rimasto «in trappola». La chef Rosalinda Mariotti, originaria di Perugia, si è trasferita a Kihei otto anni fa dopo aver vissuto nell’Oregon. Racconta «una disgrazia così grande per un’isola così piccola». 

Com’è la situazione ora?

«Bruttissima. Il numero dei morti aumenta, momento dopo momento. Conosco persone che cercano ancora i familiari: c’è una lista nei posti di accoglienza, tutti pieni. Hanno dovuto mandare via i turisti e quelli che sono arrivati sono rimasti in aeroporto». 

Erano arrivate segnalazioni dalle autorità?

«A Lahaina non sapevano, non hanno ricevuto informazioni. Il vento e il fuoco hanno interrotto le linee elettriche, è piuttosto normale che capiti, ma lì non è più arrivato il segnale, la tv, niente. Non si era mai vista una cosa del genere. Nessuno si aspettava che un uragano così lontano facesse questi danni, nessuno era preparato. Ci sono dieci caserme, cento pompieri in tutta l’isola: non abbastanza».

Che racconti arrivano?

«La strada che collega Lahaina era piena di macchine quel giorno: non esiste più. Molti sono rimasti intrappolati, perché non avevano abbastanza benzina, l’unico altro percorso, verso Nord, è tortuoso, sono ore di auto. 

Molti che si sono buttati in acqua non ce l’hanno fatta: il mare era grosso con venti fino a 130 chilometri orari, le barche sono esplose. Le fiamme sembravano lontane, ma in due minuti ti trovavano». […]

Maui, cenere e polemiche. "Tutti gli allarmi fuori uso". Già 80 vittime accertate ma molti ancora dispersi La denuncia: "Nessuna sirena, solo passaparola". Valeria Robecco il 13 Agosto 2023 su Il Giornale.

Cenere e devastazione. È questo lo scenario che domina quello che una volta era considerato uno dei paradisi del pianeta, letteralmente polverizzato dalla furia del fuoco. Il bilancio degli incendi che hanno colpito l'isola di Maui, alle Hawaii, è salito ad almeno 80 morti, come hanno reso noto le autorità della Contea, numero che lo rende il peggior disastro naturale di sempre nella storia del 50º stato americano, superando le 61 vittime dello tsunami del 1960. E si tratta comunque di una conta provvisoria e destinata a crescere, come prevede «senza alcun dubbio» il governatore Josh Green. Ci sono infatti un migliaio di dispersi e i soccorritori non hanno ancora controllato l'interno delle case, dove molti potrebbero essere rimasti intrappolati, né terminato le ricerche in mare, dove diversi abitanti si sono gettati per sfuggire alle fiamme.

Almeno 1.418 persone sono ospitate in rifugi di emergenza, e quasi 15 mila turisti hanno lasciato l'isola, dove le autorità sconsigliano «i viaggi non essenziali». I residenti sopravvissuti, invece, cominciano a tornare a Lahaina, un tempo capitale del Regno delle Hawaii, trovando la storica cittadina praticamente rasa al suolo. E col passare delle ore stanno aumentando le polemiche sui ritardi del sistema di allerta e sulla gestione dell'emergenza da parte del governo, tanto che la procuratrice generale dello stato, Anne Lopez, ha aperto un'inchiesta per «capire le decisioni prese prima e durante gli incendi», promettendo di rendere pubbliche le conclusioni. «Abbiamo sottovalutato la letalità e la rapidità del fuoco», ha ammesso da parte sua la deputata delle Hawaii Jill Tokuda, sottolineando: «Dobbiamo assicurarci di fare meglio». Maui ha subito numerose interruzioni di corrente durante le ore più drammatiche, e il numero di emergenza 911 ha smesso di funzionare in alcune parti dell'isola, mentre le sirene degli allarmi antincendio non sono state attivate. «Non potevamo contare che sul passaparola», ha denunciato William Harry, uno dei residenti nelle aree colpite. Gli abitanti di Lahaina hanno raccontato di non aver sentito alcuna sirena e aver capito il pericolo solo quando hanno visto le fiamme. Come Thomas Leonard, postino in pensione di 70 anni, che non si è reso conto dell'incendio finché non ha sentito odore di fumo.

Intanto la Fema, l'agenzia federale Usa per la protezione civile, stima che saranno necessari 5,5 miliardi di dollari per la ricostruzione, con oltre 2.200 immobili che sono stati danneggiati o distrutti. I pochi che hanno avuto la fortuna di ritrovare l'abitazione intatta, invece, non la vogliono più lasciare temendo gli sciacalli, nonostante il rischio che sia insicura e con acqua contaminata. Per aiutare gli abitanti è partita una gara di solidarietà, e il fondatore di Amazon Jeff Bezos e la sua fidanzata Lauren Sánchez hanno già annunciato che doneranno 100 milioni di dollari. «Jeff e io abbiamo il cuore spezzato per quello che sta succedendo a Maui - ha scritto Sánchez su Instagram - Stiamo creando un Fondo e dedicando 100 milioni per aiutarla a rimettersi in piedi ora e nei prossimi anni». Al momento degli incendi, a Maui c'erano anche 60 italiani, e il ministro degli Esteri Antonio Tajani venerdì ha spiegato su X: «Li stiamo rintracciando. Le autorità statunitensi ci hanno confermato che tra le vittime non ci sono connazionali». Tra di loro, chi continua a cercare amici e conoscenti di cui non ha notizie, chi aspetta di fare ritorno nella propria casa per vedere cosa ne è rimasto. E tra i turisti, il 48enne Emanuele Gallozzi, manager di un'azienda digitale a Milano in vacanza alle Hawaii con la fidanzata, spiega che lui si trova ad Honolulu, ma «il dolore e l'apprensione per quanto accaduto coinvolgono l'intero arcipelago, così come la mobilitazione per i soccorsi».

In sei mesi il clima costa 200 miliardi. Redazione su L'Identità il 5 Agosto 2023 

di CLAUDIA MARI

194 miliardi di dollari.

Questa la stima dell’ammontare delle perdite causate dai disastri naturali a livello globale, calcolate nel primo semestre del 2023. Questi sono i dati che emergono dal report Global Catastrophe Recap: Fist Half of 2023 diffuso da Aon. Si tratta di una cifra che supera la media del primo semestre del XXI secolo, che è pari a 128 miliardi di dollari, e si attesta come la maggiore dal 2011 e la quinta più alta mai registrata. In particolar modo, in questa prima parte dell’anno, a far salire la cifra sono stati i terremoti in Turchia e in Siria che hanno registrato perdite economiche pari a circa 91 milioni di dollari.

Un disastro naturale costoso di vite umane ma anche di denaro, tanto da diventare il disastro globale più letale dal 2010 e il più costoso nella storia moderna per i due Paesi. Un evento catastrofico che ha causato perdite nell’area EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa) senza precedenti, ovvero pari a 111 miliardi di dollari. Un record, considerando che la cifra più alta era stata (per il primo semestre) quella stabilita nel 1990 quando erano stati calcolati danni per 71 miliardi di dollari. Terremoti a parte, anche se davvero costosi, a far alzare la soglia delle perdite a livello globale sono state le tempeste collettive gravi (SCS) che si sono abbattute sugli Stati Uniti. Nella prima metà dell’anno, l’attività di SCS negli Stati Uniti è stata responsabile di almeno 13 eventi individuali da un miliardo di dollari e di 35 miliardi di dollari di perdite assicurate totali preliminari, stabilendo un nuovo record per il primo semestre.

Dall’Asia, alle Americhe, passando per l’Europa, le catastrofi naturali hanno colpito anche il vecchio continente, facendo registrare, anche qui, grosse perdite. In Italia, soprattutto, non possiamo non ricordare l’alluvione che ha colpito a maggio l’Emilia-Romagna “Nei primi mesi dell’anno si sono verificati anche nel nostro Paese eventi climatici estremi dalle conseguenze molto severe”, ha commentato Pietro Toffanello, amministratore delegato di Aon Reinsurance Italia. Tofanello, poi, riporta anche i dati riguardanti la nostra penisola, per nulla rassicuranti: “Da uno studio realizzato dal Disaster Risk Management Knowledge Centre del Joint Research Centre della Commissione europea (Vulnerability to Disasters in Europe. A 30-year analysis of the vulnerability of European countries. Risk Data Hub – October 11, 2022) è emerso come l’Italia sia tra i paesi più vulnerabili alle catastrofi naturali in Europa, con la Calabria tra le regioni più fragili dello Stivale” dice.

“Diventa quindi sempre più urgente avviare una stretta collaborazione tra i diversi soggetti coinvolti, dalle istituzioni al comparto assicurativo, per la salvaguardia ambientale e sociale del nostro Paese e di quelli più fragili, attraverso iniziative per la tutela dei territori” conclude.

I piccoli cicloni. Che cosa sono le Supercelle, il fenomeno temporalesco tipico degli Usa che si è abbattuto sul Nord Italia. Piccoli cicloni tipici della Tornado Alley, si sono diffuse anche nell'area del Mediterraneo a causa dei cambiamenti climatici. Redazione Web su L'Unità il 26 Luglio 2023

Sono piccoli cicloni, fenomeni tipici delle pianure degli Stati Uniti. Si sono diffusi dalla fine degli anni Novanta anche nell’area del Mediterraneo a causa dei cambiamenti climatici. Gli esperti hanno parlato proprio di supercelle a proposito dei violenti nubifragi che si sono abbattuti nei giorni scorsi nel Nord Italia, soprattutto in Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Ben tre supercelle si sono create ieri a su Milano, Verona e Venezia.

Le supercelle temporalesche durano poco tempo. Quando si stanno formando il cielo si oscura in pochi minuti. Sono imprevedibili e intense, in grado di arrecare gravi danni a infrastrutture e coltivazioni. Al loro interno si creano una corrente ascensionale in rotazione dove convivono masse d’aria calda e fredda e nubi a muro. I venti che salgono in quota ruotano in senso orario. Rispetto ai normali temporali, il vento tende a intensificarsi. Al loro interno si forma una zona di bassa pressione definita mesociclone. L’aria che entra dal basso alimenta il temporale e il moto con tagli di vento.

Il fenomeno può spostarsi a velocità che arrivano anche a 150 chilometri orari su una superficie anche di 60 chilometri – un singolo temporale ha di solito la larghezza di un chilometro. Possono essere alti fino a dieci chilometri. Le raffiche di vento che scaricano sono definite in gergo downburst: correnti discendenti che escono dal sistema con moto orizzontale.

Le supercelle sono ricorrenti soprattutto nella Tornado Alley, l’area che si trova tra i fiumi Mississippi, Ohio e Missouri. Sono state decodificate dagli scienziati americani Horace R. Byers e Roscoe R. Brahams. Si differenziano in High Precipitations (HP) e Low Precipitations (LP) a seconda della quantità di precipitazioni che scaricano a terra. Possono formare dei tornado o intensi temporali capaci di scaricare a terra grandi volumi di pioggia e grandine anche di grandi dimensioni in un piccolo lasso di tempo – la media va dai 15 ai 30 minuti – prima di spostarsi.

Sono imprevedibili, avvertiti dal cielo che si oscura o da richiami di aria calda o da un rafforzarsi del vento. Nel caso delle violente precipitazioni che hanno colpito il Nord Italia: gli anticicloni Cerbero e Caronte hanno fatto accumulare così tanto calore e umidità nei bassi strati sulla Pianura Padana che al primo contatto con aria fredda le supercelle hanno scatenato copiosi nubifragi con grandine e trombe d’aria. Così come successo nei giorni scorsi le perturbazioni sono così potenti da far cadere o sradicare alberi, allagare strade e sottopassaggi, danneggiare edifici e infrastrutture, distruggere coltivazioni.

Come ha spiegato a Repubblica Marcello Miglietta, dirigente di ricerca dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, nella pianura Padana il fenomeno si è scatenato con grande potenza per il sussistere di tre condizioni specifiche: il vento caldo secco che scende dagli Appennini si scontra con l’aria più fredda del Nord e quella più calda umida in arrivo dal mare Adriatico. Se negli ultimi anni si è verificato più spesso è per le ondate di calore e l’aumento delle temperature del mare che portano alla formazione di più energia.

Redazione Web 26 Luglio 2023

Fuoco, ghiaccio e vento: l'Italia spaccata in due. Soltanto 1500 chilometri dividono Palermo da Milano, ma gli scenari sono completamente diversi. Da una parte il caldo africano e gli incendi hanno messo in ginocchio la Sicilia occidentale, dall'altra Milano, investita questa notte da un nubifragio. Gabriele Cappi e Emanuele Fragasso il 25 Luglio 2023 su Il Giornale.

Guardando le foto e i video sembra di essere in due punti diversi del mondo: da una parte Palermo che oggi ha toccato punte di 48 gradi, dall'altra Milano, che nella notte è stata investita da un potente nubifragio. Soltanto 1500 chilometri dividono le due città, ma la differenza è abissale.

Palermo più calda del Sahara

Nelle ultime 72 ore il capoluogo della Sicilia è stato investito da un tremendo aumento delle temperature. Un assist vincente e irrinunciabile per i piromani che hanno appiccato diversi incendi in alcune zone verdi della Sicilia occidentale. Le prime fiamme sono state viste a Monreale, all'altezza dell'abbeveratoio e del cimitero comunale. In poche ore quello che era un piccolo focolaio si è ampliato, per merito anche dello scirocco. Dopo non molto l'intero monte Caputo, polmone verde della cittadina normanna e di Palermo era in fiamme.

In città l'aria è irrespirabile, nelle zone di Palermo più vicine alla discarica di Bellolampo e a Monte Pellegrino c'è una continua e insistente puzza di bruciato. I molti turisti che in questa stagione visitano Palermo sono rimasti terrorizzati. "Siamo venuti fin qui dall'Irlanda - confessa a ilGiornale.it una turista - per ammirare le meraviglie della città araba-normanna e per fare qualche bagno nella suggestiva Mondello e nella Riserva naturale di Capogallo. Alla fine però siamo rimasti chiusi in casa per due giorni. Mai in vita nostra abbiamo visto una scena simile. ieri sera (24 luglio n.d.r) sembrava di essere all'inferno. Alloggiamo vicino Mondello e abbiamo visto tutta la montagna infuocata sembrava un vulcano".

L'emergenza non si è fermata soltanto a Palermo e alle sue province più vicine. Nelle ultime ore anche la provincia di Trapani è stata data alle fiamme dai piromani. A San Vito Lo Capo - paese che in questo periodo si riempie di turisti per le sue acqua cristalline - sono stati appiccati più incendi in diversi punti strategici, così che le fiamme potessero diffondersi con più facilità. Migliai di turisti hanno passato la notte chiusi in casa con le fiamme a poche centinaia di metri dalle loro abitazioni. Oltre 400 persone sono state evacuate e mandate nel Teatro comunale. "Scene da film horror - dice un turista sanvitese a ilGiornale.it - ero uscito con la barca per ritirare le reti e dopo poco tempo davanti a me ho visto l'inferno. L'acqua era diventata rossa perchè rifletteva le fiamme, sembrava di stare sullo Stige".

Milano dilaniata dal nubifragio

Se Palermo brucia Milano e la Lombardia sono alle prese con bombe d’acqua, vento, grandine e alberi sradicati. Il capoluogo lombardo si è risvegliato in uno scenario da campo di battaglia. Le strade, i cortili, i garage invasi da acqua frasche e detriti. Strade bloccate da alberi caduti e giardini pubblici inagibili. Tutto frutto del breve ma violento nubifragio che si è abbattuto su Milano e zona settentrionale della Brianza intorno alle quattro di notte. I vigili del fuoco stanno lavorando ininterrottamente per provare a riportare la normalità e rimuovere alberi e rottami che mandano in tilt le arterie della città.

Nessuna zona è stata risparmiata, da via Pacini zona Lambrate, passando per Bande Nere fino al parco Sempione lo scenario è il medesimo. Tronchi rovesciati e immense pozzanghere guadate da sparute moto che riescono a sgusciare il traffico completamente bloccato. Disagi per i passeggeri dei mezzi pubblici ammassati alle banchine aspettando bus e tram che non passeranno. Alberi e rami caduti hanno infatti tranciato cavi aerei dei mezzi. L’Atm, tramite i suoi canali ufficiali, ha informato che ci sono ritardi e cancellazioni per autobus, tram e filobus.

Il sindaco Beppe Sala, in un video pubblicato sul suo profilo Instagram, ha fatto il punto della situazione, dichiarando: “Abbiamo vissuto una notte insonne. Solo per dare un'idea, il vento in città ha superato i 100 chilometri all'ora, dalle quattro del mattino siamo al lavoro con i tecnici del comune sono personalmente al lavoro per coordinare le attività allo scopo di limitare i danni derivanti dal nubifragio che ha colpito la nostra città. Da subito vigili del fuoco, protezione civile e agenti sono intervenuti a fronte delle centinaia di richieste. Ora, se le metropolitane funzionano regolarmente e discreto è il servizio dei bus, è estremamente problematica la situazione per tram e filobus". Milano, quindi, riparte con un meteo che sembra, per ora, dare un po' di respiro alla città e la provincia.

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per “Il Foglio” lunedì 31 luglio 2023.

Al Festival di Giffoni, dedicato ai giovani, una bella ragazza con tono accorato e sincero si dice affetta da ecoansia, esordisce così, […] poi piange al microfono, dice che la terra brucia, che la sua Sicilia brucia, che sente di non avere un futuro, che non vuole avere figli, che non sa niente del clima ma non capisce come si possa pensare a un orizzonte di dieci, quindici anni, e piange ancora, rivolta al ministro dell’energia Pichetto Fratin, alla platea commossa, e infine gli domanda se non abbia anche lui paura del futuro per i suoi figli e per i suoi nipoti.

Il ministro che fa? Piange anche lui, parla del dubbio che sarebbe la sua forza, chissà, esita, gigioneggia, forse la ragazza ha ragione, s’intende a visionare il clip, anche lui ha paura per figli e nipoti, anche lui ha ecoansia, e s’interrompe, la voce si incrina, poi la recita collettiva, il coro tragico di Giffoni, finisce su un tono di demoniaca stupidità collettiva, di emozionalismo sensazionalista. 

Che vergogna, che profondissima vergogna. Ci sarebbe da fare una class action contro l’Onu, l’ebollizione di quel Guterres, contro chi nasconde gli incendiari sotto lo scirocco, contro i giornali di merda, contro le tv di merda, contro un’atmosfera demenziale e criminale di incitazione alla paura, contro gli influencer dell’apocalisse, contro chi trasforma luglio nell’inferno dantesco […]

[…] mentre professoroni e premi Nobel che dissentono vengono presi per mattocchi, e si fa l’elogio della “maestà del potere che ridenomina le cose”, le imbruttisce, le rende idolatricamente testimoni del fallimento del mondo, e intanto l’anticiclone africano se ne va, torna il sogno delle Azzorre, fa meno caldo, come sempre avviene e è avvenuto al passaggio dal solleone alla prima rottura dei tempi, l’uomo c’entra niente, meno di zero, è una canna che ha smesso di pensare (come direbbe un orripilato Pascal) e la CO2 che è in natura e sparacchia le sue cartucce climatiche come le pare diventa un mostro spielbergiano, un ritrovato commerciale green che mette ecoansia, cresce una generazione di frustrati del clima, si diffonde la nevrosi o sindrome di Greta Thunberg.

Ministro Fratin […] Che fa, si mette anche lei sulla scia dei guru del green washing, di quell’apparato tecnico-scientifico universale che è molto peggio del complesso militare-industriale? Alla ragazza doveva rispondere che comprendeva i suoi sentimenti, ma a ciglio asciutto, perché ci vedeva il riflesso di un idolo dei nostri tempi, l’opinione, la fuffa, la chiacchiera, e che forse avrebbe dovuto pensare alla storia, all’Ucraina, ai pericoli veri che corre l’Europa, doveva farsi un’iniezione di spirito cosacco, reggere botta come fanno gli eroi, dissipare la paura con uno sforzo di conoscenza, altro che questo insopportabile chiagni e fotti […]

Ci sono tante cose su cui piangere, compresi gli incendiari, e tanti fenomeni climatici allarmanti da arginare con la cura del territorio, il riparo di sempre dall’acqua e dai fenomeni elettrici, invece di piangere su un incubo collettivo, su un pensiero dominante obbligatorio, su una palese manifestazione di sostituzione stupida della menzogna alla realtà. 

Si tiri su, caro ministro. La sua colpa è inesistente. Se c’è, è la colpa di compiacere l’ecoansia per figli e nipoti che se la caveranno senza di noi, senza il pettegolezzo climatico ossessivo, senza Crisanti, senza incendiari annidati al limite dei boschi e delle redazioni di giornale.

Ecco la Compagnia di giro dell’eco-ansia. Fabio Dragoni l'1 Agosto 2023 su Culturaidentita.it

Giorgia Vasaperna piange perché ha l’ansia. Anzi l’eco-ansia. Giorgia fa l’attrice. Durante il Giffoni Film Festival scoppia in lacrime. Vedere la sua Sicilia in fiamme le crea un’ansia insostenibile per il suo futuro. È un circo che non finisce mai di stupirci, come fa notare la brava Allegra Bonomi su twitter. La capitana Carola Rackete sperona la motovedetta della finanza ma sotto processo finisce Salvini. La sardina Santori in consiglio comunale a Bologna è angosciato dalle oche. Soumahoro deputato si presenta con gli stivali a Montecitorio. Ma qualcuno nella sua famiglia faceva affari con l’immigrazione incassando 62 milioni in 15 anni su 23 progetti. Patrick Zaki non spiccica una parola di italiano e fa di tutto per non stringere la mano al Presidente del Consiglio Giorgia Meloni che più di ogni altro si è ovviamente speso per liberarlo. Patrick si è subito dichiarato pronto a scendere in politica. Chissà con chi. Ci mancherebbe cose che ci stanno. A destra non ne sentiranno la mancanza. Infine l’attrice che piange e che fa giustamente l’influencer. E che pubblicizza un orribile rossetto nero. Qualche maligno fa giustamente notare che l’eco-ansia per l’anidride carbonica emessa nei viaggi necessari a far viaggiare il prodotto da lei reclamizzato, durante quelle pubblicità non traspariva. Così come non traspare nessuna eco-ansia per l’anidride carbonica emessa ogni volta che dal suo blog parte una mail. Il bravo Carlo Cambi si mette a fare di conto: “Chissà se qualcuno le ha mai spiegato che gestire un blog inquina. Giocare coi telefonini inquina di più che allevare le vacche. Ogni giorno si inviano nel mondo 350 miliardi di mail. Ognuna di queste pesa 20 grammi in termini di CO2 emessa. Moltiplica tutto per 365. Ottieni l’inquinamento totale dell’Europa e te ne avanza”. Il ministro Pichetto Fratin a sua volta si commuove davanti all’attrice. Rimane da capire se fosse serio o pure lui stesse recitando. Avrebbe forse dovuto abbracciarla e rincuorarla: “non saranno le scoregge delle vacche a cancellare un pianeta con oltre 4 miliardi di anni di età. Qualcosa cancellerà il pianeta. Ma non quelle scoregge”. Fabio Dragoni

Ci mancava solo la fascioansia. Francesco Maria Del Vigo il 6 Agosto 2023 su Il Giornale.

Le parole sono lo spirito dei tempi, il termometro che segna la temperatura di ebollizione della nostra società. E, in questo caso, la metafora meteorologica è più che mai pertinente. Il termine più in voga al momento è «ecoansia». Ne parlano tutti, dai giovani lacrimevoli a favor di telecamera alla stampa col sopracciglio perennemente inarcato, fino al presidente della Repubblica. L'ecoansia va talmente di moda che, alla mutua del sanitariamente corretto, è l'unica malattia che tutti si autodiagnosticano e millantano di avere. Perché «la profonda sensazione di disagio e di paura che si prova al pensiero ricorrente di possibili disastri legati al riscaldamento globale e ai suoi effetti ambientali» (Treccani dixit) è ormai un fiore all'occhiello del mondo radical, una pochette variopinta da imbustare nel taschino della mimetica degli ambientalisti militanti.

Ma, siccome pure la politica è tracimata nella medicina, noi, sommessamente, ci avventuriamo nella definizione di una nuova preoccupazione che vediamo agitarsi financo più spesso dello sopraccitate paturnie: la fascioansia. Cioè il timore irrazionale dell'arrivo di regimi morti e sepolti da più di settant'anni, timore - in alcuni casi - elevato a motivo della propria esistenza sociale. Pensateci bene: è ovunque e, ancora più dell'ecoansia, non ha alcun motivo d'esistere: perché, almeno dalle nostre parti, la democrazia gode di ottima salute.

Ma facciamo solo qualche numero, attingendo dal mondo culturale di riferimento della galassia progressista e dei salottini radical chic. Dal primo giugno a ieri, 5 agosto, su Repubblica il termine fascista è stato utilizzato 102 volte, fascismo 90, fascisti 50; sulla Stampa rispettivamente 54 volte, 53 e 30; sul Domani 41 volte, 35 e 25. Per non parlare degli innumerevoli allarmi lanciati quotidianamente da decine di esponenti del Partito Democratico, di Sinistra Italiana, del mondo dei centri sociali e dell'antagonismo, degli attori, degli scrittori e dei cantanti engagé e ovviamente dell'Anpi che, a differenza degli altri, nell'antifascismo in assenza di fascismo ha dichiaratamente il suo core business. E poi centinaia di eventi, libri, conferenze e manifestazioni. Il ritorno delle squadracce nere è un'ansia talmente insopprimibile che i più audaci agguantano forchettone e coltello e si attovagliano per una pastasciutta antifascista: secondo l'istituto Cervi sono addirittura 220 all'anno. Dal partigiano al parmigiano.

Ditemi voi se non è un'emergenza questa, se non merita anch'essa - la fascioansia - una voce nel dizionario delle ossessioni che agitano come un elettrostimolatore le nevrosi della nostra società? Perché si staranno sciogliendo i ghiacci ma, ancor di più, si è liquefatto il buonsenso e purtroppo non è ancora in commercio un ansiolitico che plachi i timori di dittature inesistenti.

Chi appicca un incendio in Italia resta impunito. I roghi degli ultimi 15 anni hanno distrutto 850 mila ettari di verde: una superficie grande come L’Umbria. Ma i condannati sono pochissimi. E quasi tutti i responsabili sfuggono alla legge. Paolo Biondani su L'Espresso il 7 Settembre 2023  

Boschi di Cantalice, provincia di Rieti, 23 agosto. I carabinieri forestali sono in emergenza. Nel pomeriggio è scoppiato un incendio di «chiara matrice dolosa», che sta diventando sempre più ampio e pericoloso. Queste verdi terre dell’Alto Lazio sono già state colpite in passato da più roghi, ripetuti nel tempo. La zona è sorvegliata dai militari, che hanno anche nascosto foto-trappole nei punti di passaggio. Prima di sera un uomo di 55 anni viene sorpreso mentre sta appiccando altre fiamme sul ciglio della strada, vicino a cumuli di foglie e legna secca. Ha l’accendino ancora in mano, quando viene arrestato in flagranza di reato. I Vigili del Fuoco riescono a spegnere l’incendio solo a tarda notte, dopo ore di lavoro tra rovi e tronchi carbonizzati. A quel punto si scopre che l’arrestato era già stato denunciato dai carabinieri più volte, in questi anni, come presunto responsabile di precedenti «incendi boschivi». Eppure non si è fatto problemi a riaccendere il fuoco tra le querce secolari dei Monti Reatini. 

«Casi del genere purtroppo sono l’assoluta normalità: la lotta contro gli incendi in Italia non funziona, le sanzioni penali vengono minacciate, ma non eseguite, se non in pochissimi casi, per cui non spaventano nessuno», commenta l’avvocato Stefano Deliperi, l’esperto di diritto ambientale che da anni difende il territorio italiano con il Gruppo d’Intervento Giuridico (Grig). «Prima di tutto, i responsabili degli incendi devono essere scoperti, identificati e denunciati. Ma le indagini sono molto difficili, anche perché il fuoco si accende in un istante e brucia tutto, compresi i possibili indizi. Nei rari casi in cui gli inquirenti sono talmente bravi da trovare prove certe, poi bisogna fare i processi, con tre gradi di giudizio, e arrivare a una condanna definitiva prima della scadenza dei termini di prescrizione: in Italia, per i reati ambientali, è un’impresa quasi impossibile. Quindi i condannati sono pochissimi. E molti dei colpevoli riconosciuti, sotto i quattro anni di pena teorica, restano fuori dal carcere, in affidamento ai servizi sociali. Finisce davvero in prigione solo chi subisce condanne più severe, ma con i vari benefici di legge spesso ci resta per pochi mesi. Non ricordo nessuna condanna definitiva a più di sei anni per un incendio boschivo». 

La crisi generale della giustizia italiana, dunque, garantisce una quasi totale impunità anche per chi brucia i polmoni verdi della nazione. I dati raccolti da L’Espresso confermano che i detenuti per il reato di incendio boschivo sono pochissimi, in rapporto all’enormità delle aree distrutte dal fuoco. Quest’anno, dal primo gennaio al 23 agosto, in Italia sono bruciati 64 mila ettari di verde. In tutte le carceri, alla data del 21 agosto scorso, c'erano 23 accusati di incendio boschivo: 20 condannati (almeno in primo grado), 3 arrestati in attesa di giudizio, secondo i dati ufficiali del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. 

Quasi tutte le indagini per questo reato vengono condotte dai carabinieri, che dal 2016 hanno assorbito anche l’ex Corpo Forestale: nel corso del 2022 i militari dell'Arma hanno effettuano 31 arresti per incendi boschivi. A fine anno (31 dicembre 2022), però, restavano in cella solo 18 detenuti, tutti già condannati (almeno in tribunale). Questo significa che quasi metà degli arrestati sono tornati liberi poco dopo il fermo, in attesa di un processo futuro, o addirittura hanno già espiato per intero una pena ridotta, grazie al patteggiamento o altri benefici processuali. 

Da notare che queste cifre riguardano il nuovo, grave reato di «incendio boschivo» (articolo 423 bis), introdotto nel gennaio 2022 dal governo Draghi (mentre l’attuale esecutivo ha annunciato solo qualche ritocco, ben pubblicizzato) in risposta alla catastrofe dell’anno precedente. Nel 2021 in Italia sono stati inceneriti oltre 169 mila ettari di verde: lo 0,5 per cento del territorio nazionale. Gli incendi più gravi hanno devastato la Sicilia (con roghi in oltre il 60 per cento dei comuni) e la Calabria (con 235 centri colpiti). Nello stesso anno, secondo una ricerca di Legambiente, si sono contati solo 16 arresti con l’accusa di aver bruciato boschi (che rientrava ancora nel reato generico di incendio). 

Di qui, la stretta normativa: un nuovo reato punito con pene più severe, da 4 a 10 anni di reclusione, con via libera alle intercettazioni e indagini più approfondite. Già nel 2022, come si è visto, gli arresti sono raddoppiati. Ma le fiamme hanno continuato a devastare altri 68 mila ettari di boschi e campagne. Nei primi otto mesi di quest’anno ne sono già bruciati quasi altrettanti. E le regioni più colpite, ancora una volta, sono la Sicilia, dove si concentra il 72 per cento delle aree incendiate nel 2023, e la Calabria, con il 17 per cento del totale. 

Negli ultimi 15 anni, in Italia, il fuoco ha distrutto più di 850 mila ettari di verde, una superficie equivalente all’intera Umbria. Per misurare il livello d’impunità, si può ipotizzare che ogni incendiario riesca a bruciare dieci ettari di boschi (una media aritmetica ricavabili dai dati); a conti fatti, il rischio di arresto si concretizza per una quota minima di colpevoli: meno di uno su mille. 

Secondo uno studio dell’Ispra, meno del 2 per cento dei roghi è dovuto a cause naturali, come fulmini o eruzioni. Ancora più rari sono i casi di veri piromani, coartati da patologie psichiche. Quindi c’è un problema gigantesco di criminalità ambientale. I carabinieri forestali continuano ogni giorno a fare indagini e controlli, con oltre 800 stazioni sparse sull’intero territorio nazionale, e con le nuove norme riescono a identificare molti più indagati: nel 2022 il numero delle persone denunciate alla magistratura per il reato di incendio boschivo è salito a 570. Poi però iniziano i procedimenti giudiziari, lentissimi e cavillosi. Molti roghi vanno classificati come colposi, almeno secondo le difese, cioè non volontari, ma provocati da imprudenza, negligenza, disattenzione: la sigaretta accesa, la grigliata spenta male, il falò nei campi dopo la potatura, che in periodi di siccità hanno comunque effetti disastrosi. Gli incendi dolosi, cioè volontari, sono circa la metà del totale: tra il 40 e il 60 per cento, secondo le stime degli esperti. Ma molti casi, almeno stando alle versioni degli accusati, ricordano i delitti preterintenzionali: il contadino o il pastore volevano bruciare solo un’area limitata, per fare spazio alle coltivazioni o al bestiame, ma il fuoco è andato oltre le intenzioni, diventando incontrollabile. In casi come questi, è difficile che il giudice di turno imponga il carcere. A rischiare l’arresto, quindi, sono soprattutto gli incendiari di stampo criminale che agiscono per interesse, speculazione, vendetta, minaccia, intimidazione di stampo mafioso. I professionisti dei roghi, quelli che è più difficile identificare. 

In questa situazione, l’avvocato Deliperi continua da anni a documentare casi plateali di «recidiva specifica», in particolare in Sardegna, una delle regioni più danneggiate. Il 2 agosto scorso, nella zona di Oristano, viene arrestato per un rogo R. A., 66 anni: ora è accusato di essere l’autore di almeno sei incendi. Nell’estate 2021 è finito in carcere G. F., 53 anni, algherese: secondo la procura di Sassari, ha tentato per otto volte di bruciare la pineta sulle dune di Maria Pia, anche mentre la spiaggia era affollata di bagnanti. Resta per ora insuperato il record di un muratore di 44 anni, L. L., che fu arrestato in flagranza nei boschi di leccio del Linas, con il cerino in mano, e condannato a quattro anni dal tribunale di Cagliari: era sospettato di essere l’autore di ben 63 incendi. 

Ma allora, se nemmeno il rischio della galera basta a fermare i roghi, dobbiamo rassegnarci a un’Italia in fiamme? Secondo l’esperto del Grig, un rimedio rapido ed efficace ci sarebbe: «Un Daspo ambientale. È una misura amministrativa, prevista fin dal 1989 contro le violenze negli stadi e dal 2018 anche contro il degrado urbano, che permette al questore di tenere lontane alcune persone da certi luoghi. La Corte costituzionale, nel 2002, ha stabilito che è una misura di prevenzione, quindi non è necessario provare in un processo la commissione di un reato, purché esistano fondati sospetti. Gli incendiari sono legati a un contesto, dove distruggono natura, abitazioni, attività lavorative: bisogna allontanarli dal territorio minacciato per un congruo periodo di tempo. Basterebbe un provvedimento simile al vecchio “foglio di via”. Gli attentati all’ambiente, e al patrimonio culturale, dovrebbero essere un campo privilegiato per l’adozione di nuove misure di prevenzione».

L’estate d’inferno della Sicilia. Gli incendi, l’incuria e il crimine. Gli aeroporti chiusi e al collasso, i turisti in trappola nell’isola. I blackout, l’acqua che manca. Lasciando solo l’ombra della dignità. E lo scioglimento del patto sociale. Il racconto della scrittrice catanese. Elvira Seminara su L'Espresso il 31 Luglio 2023

Altro che letteratura. Innanzitutto la pietra scotta. Mentre cammini ti brucia le suole con cinica e sorda lentezza, e ti soffia addosso dai muri, in faccia, un fiato caldo malefico che esala dai capitelli, dai fregi barocchi, dai puttini sotto le zanzare, e tutto arde e crepita, feroce e incurante, in un silenzio strano, rotto adesso da un urlo confuso, forse richiesta d’aiuto o un lampo di euforia, perché siamo in centro – piazza Duomo, Catania, 44 gradi – e solo qualche tedesco e un gruppetto di americani, riusciti fortunosamente ad arrivare, hanno l’ardire di uscire in strada rischiando un colpo di sole.

O forse no. Sono rimasti prigionieri qui, per questo imprecano con gli occhi spersi. Intrappolati, perché l’aeroporto di Catania è ancora chiuso per l’incendio, quello di Palermo è minacciato dalle fiamme che assediano l’hinterland della città, e per raggiungere quello di Trapani ci vogliono più di 5 ore in bus, a parte le file nel sole che frigge.

Altro che letteratura. Dimenticate i sogni che la pietra nera nutre e raddensa secondo il gran catanese Vitaliano Brancati, e le gaie scorribande in queste vie di Goliarda Sapienza, e le estati riarse ma vive delle lande verghiane, qua siamo nell’anno 2023 dell’Epocalisse, e questo è il regno della lava, la pietra che scotta di più, perché serba il calore a lungo e lo rilascia sadicamente piano.

Lui sì l’ha detto benissimo, Tomasi di Lampedusa: «Nevica fuoco come sulle città maledette della Bibbia». Le sirene delle ambulanze fanno da esatta colonna sonora, assieme a quelle, farneticanti, degli antifurto di case e auto impazzite per il tilt. Mentre colonne di fumo, e nuvole nere, si alzano e mischiano in cielo.

L’estate che sciolse ogni cosa, nel fortunato romanzo di Tiffany McDaniel, in effetti era opera di un demonio. Dev’esserci, in tutto questo, lo zoccolo del diavolo, se, come dicono amministratori pubblici e portavoce delle aziende di luce e acqua, il calore ha bruciato come per maleficio i cavi elettrici nel sottosuolo e dunque inibito la diffusione idrica.

Tant’è: i superstiti in piazza si lavano la testa e i piedi nella fontana dell’Amenano, che appunto scorre occulto sotto terra, ma è un labilissimo rito propiziatorio. I più audaci – tre ragazzi, qualche giorno fa – si sono immersi nudi alla fonte, generando scandalo e anatemi, rafforzati dal fatto, evidente, che il fanciullo in marmo dell’Amenano ha una foglia sulle pudenda, e l’esempio doveva dissuaderli. O no?

Frammenti e scaglie di narrazioni sciolte. O liquefatte. La città scorre e si apre come un portale sinistro e vertiginoso, dove l’horror, come nei migliori romanzi, non si vede. Lo spavento è dietro le porte chiuse. Nascosto dai muri roventi. Tra le famiglie barricate in casa, dove da giorni sono muti i frigoriferi, i ventilatori, i condizionatori, e non puoi nemmeno caricare il cellulare o il computer, perché manca la luce o arriva a tratti. Dove non puoi, a 40 gradi, nemmeno farti la doccia: manca anche l’acqua. L’angoscia sale dietro le saracinesche chiuse degli alimentari, bar e ristoranti dove non puoi esercitare senza acqua e/o frigorifero, tra le sale dei parrucchieri e i lidi. Mentre i cantieri vengono sospesi, e gli animali e i campi crepano di arsura.

Ecco: conta fino a 45 gradi, togli elettricità e acqua e vedi cosa resta. L’ombra della dignità. Lo scioglimento del patto sociale. Frantumazione della sicurezza.

Tutto questo, ti dici, l’ho già visto. Le risse in strada per inezie, gli ospedali presi d’assalto e con gli impianti a rischio, i roghi lungo le autostrade. I boschi in fiamme, la spazzatura a mucchi. Un déjà-vu. Questi paesaggi li conosciamo, li abbiamo percorsi tra film di fantascienza e climate fiction. Perché la letteratura è spia, avvertimento e premonizione. Solo che te ne accorgi sempre dopo, quando è tardi.

Questa città che arde dentro un Paese che annaspa, straziato dai tornado e dal fuoco, fra l’incoscienza e il delirio di supercelle e downburst, quest’inferno diffuso dove la guerra è un serial che non finisce mai e l’intelligenza artificiale fa più paura dell’atomica, c’era già immaginata, impaginata, nei romanzi di Vandermeer, in quel mondo di oltranza e ultimità dove tutto è labile e indistinto, perché non siamo più i padroni dell’universo e ci occorre una nuova lingua per intenderci – umani, tecnocreature, animali e mutanti, soggetti transgenici. Lui, Vandermeer, lo chiama New Weird, ma la sua Area X, cui è dedicata la sua trilogia, è uno spazio prossimo, contiguo, e ci riguarda tutti.

Ha torto Amitav Ghosh quando dice che l’umanità crede alla letteratura, più che alle teorie e agli allarmi, perché rende visibile l’invisibile trasformando le idee in storie. Noi non crediamo nella letteratura come non crediamo agli scienziati, agli studiosi e agli attivisti che ci spiegano ogni giorno da anni come e perché stiamo uccidendo il pianeta, tra prove e test e documenti.

Alla fine, questo enorme sasso abbrustolito che è la terra, orbitante in moto convulso nel cielo, non finirà la sua storia. Non si avvicina la fine del mondo, tranquilli. Sarà solo la fine – annunciata, autopromossa – del nostro breve e sciagurato soggiorno sulla terra.

Ci sopravviveranno gli androidi, che avranno un rapporto più intelligente e accorto col pianeta, e alcuni animali, come ad esempio la mia tartaruga, che mentre scrivo immerge la testa nella ciotola d’acqua del gatto, inclinandola con le zampine in un prodigio di grazia atletica. Ma chiudo subito il pezzo, la lampada sfarfalla, ed è buio.

Estratto dell'articolo di Valeria Di Corrado per "Il Messaggero" mercoledì 26 luglio 2023.

Una vera e propria «industria del fuoco» si nasconde dietro gli incendi che devastano boschi e campagne in Italia. Vili, armati di un fiammifero, approfittano delle temperature torride che fanno propagare più velocemente le fiamme. […] La Sicilia è tra le regioni più colpite dai roghi estivi: già nel 2021 ce n'erano stati 8.133, con una media di 135 al giorno solo a luglio e agosto. In quell'anno l'isola ha potuto vantare il triste primato nazionale di avere la maggiore superficie coperta dal fuoco, ben 87.000 ettari. Oltre il 77% degli incendi verificatisi nel periodo compreso tra il 2010 e il 2020 è stato di natura dolosa.

Nel piano della Regione Siciliana sull'antincendio boschivo relativo al 2020 si parla chiaramente dell'«industria del fuoco», ossia delle fiamme appiccate volontariamente «per creare posti di lavoro: nelle attività di avvistamento (dei roghi, ndr), di estinzione e nelle attività successive di ricostituzione». «Il ricorso a mano d'opera precaria e poco qualificata, con una finalizzazione spesso più assistenziale che produttiva, ha talvolta indotto l'insorgenza di un ciclo vizioso, dove l'incendio volontario da parte di operai stagionali può costituire lo strumento per mantenere o motivare occasioni di impiego - si legge nel piano Aib della Sicilia - Anche gli incendi appiccati come protesta contro la mancata assunzione o come estrema forma di dissenso contro la minacciata chiusura di cantieri rientrano in questa logica, in cui il bosco assume ruolo di "ostaggio"».

Tra le altre motivazioni che spingono ad appiccare il fuoco c'è anche la volontà di eliminare i boschi per accaparrarsi terreni da coltivare o destinare al pascolo, in modo da intercettare i redditizi contributi comunitari, o la volontà di trasformare aree rurali in aree edificabili. È stato pure ipotizzato un collegamento tra i roghi e il business del fotovoltaico. Ci sono inoltre agricoltori che, per pulire il terreno in vista della semina, bruciano stoppie e cespugli, ma poi perdono il controllo delle fiamme. […]

Ma gli incendi sono spesso legati anche al ciclo dei rifiuti, su cui le mafie nostrane allungano i loro tentacoli. C'è chi li stocca in siti abusivi (per lo più capannoni dismessi in campagna) e poi dà fuoco per poterli smaltire, generando roghi più estesi. […] E poi ci sono incendi che divampano negli impianti di trattamento regolarmente autorizzati a causa di «condotte negligenti di sovra stoccaggio, miscelazione di rifiuti potenzialmente infiammabili, non corretto utilizzo di impiantistica di trattamento meccanico». […] Chissà se, al termine dell'inchiesta della Procura, si accerterà che cause simili hanno generato l'incendio divampato lunedì scorso nei pressi della quarta vasca della discarica di Bellolampo, a Palermo.

Nell'ultima relazione della Direzione nazionale antimafia (primo semestre del 2022), in relazione alla criminalità organizzata pugliese, si legge: «Il fenomeno dei danneggiamenti mediante incendi continua a manifestarsi in tutto il territorio regionale con riferimento soprattutto al settore agricolo. Tali aggressioni sarebbero presumibilmente mirate sia all'assicurarsi un "servizio di protezione" imposto alle strutture produttive, sia alla gestione di aziende particolarmente appetibili per le possibilità di riciclaggio, che per gli introiti derivanti dai finanziamenti pubblici di cui potrebbero godere».

Estratto da tgcom24.mediaset.it mercoledì 9 agosto 2023.

Continua l'emergenza incendi in Calabria, dove un bambino di 10 anni è stato sorpreso da un drone ad appiccare il fuoco nelle campagne di Zungri (Vibo Valentia). A pubblicare le immagini sui social è stato il presidente della Regione, Roberto Occhiuto. 

Il baby piromane, una volta capito di essere stato "beccato", corre verso il nonno sopraggiunto alla guida di un trattore su un terreno agricolo. Poi si vede l'uomo imprecare contro il drone. "Si può chiedere a un bambino di 10 anni di appiccare il fuoco? La Calabria non è questa", commenta Occhiuto. [...]

Estratto dell'articolo di Cristiana Mangani per “il Messaggero” giovedì 27 luglio 2023.

[…] Cosa si accende in una "mente infuocata" quando decide di entrare in azione? «Prima di ragionare sull'argomento - spiega il tenente colonnello Renato Sciunnach del Nucleo informativo antincendio boschivo dei Carabinieri - bisogna fare una distinzione tra piromane e incendiario. La prima è una patologia, la seconda un crimine. Il piromane non agisce così frequentemente. Cosa diversa è chi commette un crimine[…]».

[…]le unità speciali dell'Fbi, […] hanno individuato quattro possibili profili di incendiari e oltre 110 motivazioni che riguardano l'analisi delle cause. […] Gli esperti sono tutti concordi nel dire che, nel caso dei piromani patologici, c'è un forte rischio di emulazione. Per questo - considera il tenente colonnello - «bisogna trattare l'argomento con particolare cautela». «Quello che è già stato accertato con evidenza - speifica - è che, alla base, del raptus incendiario ritornano spesso l'alcolismo e la forte emarginazione sociale». L'età media di chi brucia si aggira tra i 30-40 anni, e coinvolge sia uomini che donne.

Le ricerche hanno individuato diversi profili criminali, a cominciare dal vandalo che è generalmente un giovane sui sedici anni, di origine modesta che si riunisce in "branco" per trovare il coraggio, e ha tra gli obiettivi preferiti le scuole, i giardini e i parchi giochi. C'è, poi, chi appicca il fuoco per vendetta, con l'intenzione di distruggere un bosco, una automobile come forma di risarcimento personale per una presunta ingiustizia subita. Si tratta di un reato tipicamente femminile. Spesso prima di colpire si cerca il coraggio nell'alcol.

L'identikit di chi ama bruciare - secondo i criminologi - è quello di una persona solitaria, che presenta tratti antisociali, un passato di ribellioni adolescenziali, di violenze su animali di piccola taglia. A questi si aggiunge il quarto profilo che riguarda l'incendiario per profitto: in genere un pregiudicato che agisce per proprio interesse o su commissione. «Il più delle volte - spiega l'esperto - si muove in ambito locale per questioni legate al rinnovo del pascolo, al bracconaggio e, in alcuni casi, anche per ritorsioni nello spaccio di droga o per la prostituzione».  […]

Il dramma. Chi è Chiara Rossetti la 16enne colpita e uccisa da un albero nel Bresciano: voleva diventare una cuoca. L'arbusto è stato spezzato dai forti venti che da giorni stanno colpendo la Lombardia. La giovane stava dormendo in tenda, si trovava in un campo scout: il dolore di un'intera comunità. Redazione Web su L'Unità il 25 Luglio 2023

Stava dormendo nella sua tenda quando le feroci raffiche di vento hanno spezzato un albero che l’ha colpita uccidendola. Chiara Rossetti, 16 anni, stava frequentando un campo scout. Si trovava con gli amici a Valle Camonica, località boschiva in provincia di Brescia. La giovane era originaria di Como e andava a scuola presso il Centro di Formazione Professionale di Monte Olimpino, indirizzo cucina: la 16enne aveva un sogno, quello diventare cuoca. Un sogno spezzato dai temporali che da giorni stanno flagellando la Lombardia. Danni e disagi causati in tutte le province, in particolare nel Milanese, in Brianza e nel Pavese.

Chi era Chiara Rossetti la 16enne colpita e uccisa da un albero

Sulla vicenda la Procura di Brescia potrebbe aprire un’inchiesta. Gli inquirenti sono in attesa del rapporto redatto dagli operatori del Soccorso alpino. Ma chi era Chiara Rossetti, la 16enne colpita e uccisa da un albero? La giovane appena un mese fa aveva festeggiato il compleanno. A raccontare chi era è stato il Cardinale Oscar Cantoni, Vescovo di Como: “Partecipo a nome di tutta la comunità al dolore della famiglia di Chiara a cui siamo vicini. È un dolore enorme. Bisogna stare vicini ai ragazzi e ai genitori che conoscono. La nostra è una testimonianza forte della Chiesa per le persone coinvolte. È il momento delle lacrime e del silenzio“. Questo il post di cordoglio pubblicato sui social dalla sua scuola, il Cfp: “Ciao dolce Chiara, resterai per sempre ‘qui’ con noi dove ti abbiamo conosciuta e apprezzata per la tua disponibilità e la tua motivazione. Il tuo C.F.P., incredulo e smarrito“.

Ha commentato Ilario Sabbadini, Sindaco di Corteno Golgi: “Non c’era allerta arancione e neppure rossa. Il maltempo è stato molto più forte di quello che era stato previsto. Abbiamo molti campi e Corteno Golgi è molto gettonato come paese per gli scout. Ne abbiamo ancora oggi che proseguono le attività. In quasi tutti i casi questi campi scout sono su terreni privati e anche in questo caso il campo era stato allestito in un’area privata Molti ragazzi non si sono accorti subito della tragedia. Lo hanno saputo solamente dopo, quando è uscita la notizia. Ora gli amici di Chiara sono con un gruppo di psicologi per ricevere un sostegno in queste ore difficili“.

Redazione Web 25 Luglio 2023

Auto sotto gli alberi caduti, quale assicurazione serve e come ottenere il rimborso. Quale assicurazione serve per essere tutelati in caso di auto sotto gli alberi caduti? Tutti i dettagli su come ottenere il rimborso. Ilaria Minucci su Notizie.it Pubblicato il 25 Luglio 2023

Cosa si deve fare nel caso in cui la propria auto dovesse finire sotto gli alberi e quale assicurazione serve per essere tutelati in caso di danni e ricevere un adeguato rimborso? La violenta ondata di maltempo che ha colpito regioni come la Lombardia e il Veneto sta provocando svarianti incidenti che culmina nella distruzione di vetture a causa della caduta di alberi. Tutti i dettagli su come gli automobilisti possono tutelarsi con polizze che coprono i danni provocati da eventi naturali.

Auto sotto gli alberi, quale assicurazione serve

Quando si tratta di assicurazioni per auto, c’è l’imbarazzo della scelta. Eppure, nell’enorme vastità dell’offerta che caratterizza il settore, è buona norma aggiungere alla RC – obbligatoria per legge – anche gli eventi naturali. Nello specifico, la dicitura della polizza a cui fare attenzione è spesso indicata come “garanzia per gli eventi naturali”. In questo modo, ci si può mettere al riparo dai danni causati da situazioni di maltempo analoghe a quelle che, nelle ultime ore, stanno devastando vaste aree della Lombardia e del Veneto.

L’obiettivo di queste polizze assicurative consiste nell’evitare che il proprietario della vettura debba affrontare un eccessivo esborso di denaro nel caso in cui il mezzo dovesse essere danneggiato da caduta di alberi, grandine, tempeste, alluvioni, frane o anche uragani.

In un simile scenario, però, bisogna fare attenzione all’importo della franchigia. Esistono casi in cui può essere abbastanza alto da coprire interamente il danno come, ad esempio, nel caso di parabrezza distrutto dalla grandine.

Esclusa l’RC obbligatoria, ogni tipologia di assicurazione presenta caratteristiche differenti e dipende dalla compagnia di riferimento. Per questo motivo, bisogna verificare attentamente quali eventi naturali sono inclusi nella polizza che si intende stipulare. La caduta degli alberi, infatti, potrebbe essere compresa oppure non prevista.

Costi, rimborso, differenze tra polizze e limitazioni

Nel caso in cui si dovesse essere vittima di un evento naturale, in prima battuta sarà necessario denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine e informare la propria assicurazione per accertare il danno mediante un perito. Per quanto concerne l’ufficialità dell’evento natura, questa è riconosciuta dai bollettini meteorologici e deve essere confermata da più di un proprietario.

È importante, poi, scattare fotografie prima e durante le operazioni svolte per liberare il veicolo dall’albero in modo tale da raccogliere documentazione sui dati riportati. Può essere determinante, ancora, raccogliere i nomi di eventuali testimoni.

Data la varietà del mercato delle assicurazioni, la polizza di eventi naturali da aggiungere all’RC auto obbligatoria può avere un costo annuale che spazia dai 40 ai 100 euro. Inoltre, anche se la legge non pone limiti alle auto per le quali può essere stipulata una simile polizza, le compagnie hanno l’abitudine di non assicurare auto troppo vecchie o, comunque, che non abbiano più di dieci anni.

La differenza tra ciclone, uragano, tifone, tornado e tromba d'aria. Chiara Degl'Innocenti su Panorama il 23 Luglio 2023.

Le perturbazioni climatiche che colpiscono la Terra, analogie e divergenze tra le difinizioni.

Spesso parlando (ma anche scrivendo) i nomi comuni delle tempeste vengono confusi. Invece prendono una denominazione diversa secondo il luogo in cui si originano e quanto sono violente.

Il ciclone Il ciclone tropicale prende il nome secondo la regione in cui si verifica e colpisce il continente indiano dopo essersi formato nell'omonimo oceano. Il ciclone consiste infatti in una perturbazione a carattere rotatorio che raggiunge centinaia di chilometri ed è caratterizzata da venti molto intensi e violenti che partono da una velocità di 119 km orari uniti a forti precipitazioni.

Il tifone Il tifone è il nome che più comunemente si usa per le perturbazioni tropicali dell'oceano Pacifico nordoccidentale, soprattutto nella regione delle Filippine e del Mar Cinese. Se un tifone arriva a 241 chilometri orari viene chiamato "supertifone".

L'uragano L'uragano riguarda invece perturbazioni tropicali ma che colpiscono i Caraibi e gli Stati Uniti meridionali (oceani Atlantico e Pacifico nordorientale). Il nome deriva dallo spagnolo huracán, adattamento di una voce indigena delle Antille per il dio caraibico delle tempeste. Se i venti di un uragano raggiungono la velocità di 179 chilometri orari, la tempesta diventa "uragano intenso". Gli ultimi in ordine cronologico sono stati Irma e Harvey.

Il tornado Il tornado, invece, è un fenomeno circoscritto e simile alle trombe d'aria. Un vortice che può avere un'ampiezza di 300 metri e si sposta in linea retta coprendo un percorso di circa 30 chilometri con una velocità di 600 chilometri orari.

La tromba d'aria Secondo quanto si legge sul sito di 3bmeteo le espressioni "tornado" e "tromba d'aria" sono sinonimi. È sbagliato quindi pensare che un tornado sia una tromba d'aria molto più forte. La consuetudine porta in Italia a chiamare fenomeni del genere come trombe d'aria, mentre in altre parti del mondo (come negli Stati Uniti) si preferisce usare l'espressione tornado (twister in inglese).

Cosa devo fare se grandina, arriva un tornado o mi trovo in mezzo ai fulmini? Le risposte degli esperti. Storia di Paolo Virtuani su Il Corriere della Sera sabato 22 luglio 2023. 

Grandine come palle da tennis, fulmini che cadono ovunque, trombe d’aria, alluvioni improvvise: molti non sanno come comportarsi in caso di eventi estremi che possono mettere a rischio la sicurezza della persone. La Protezione civile ha preparato una serie di consigli su come affrontare le situazioni di emergenza meteorologiche.

Temporali

I temporali possono scoppiare all’improvviso, anche se pochi minuti prima era sereno. Ora esistono siti e app specializzati che mostrano in tempo reale l’evolversi della situazione meteorologica nel punto in cui ci si trova. La stessa Protezione civile ha una piattaforma radar che evidenzia in tutta Italia (e anche nei Paesi vicini) in modo puntiforme le zone in cui sono in atto temporali e precipitazioni che, specie in estate, è difficile prevedere in anticipo l’esatta localizzazione. Comunque anche prima di uscire per un’escursione si possono consultare i bollettini delle previsioni per considerare l’evoluzione nell’arco della giornata. Se si vedono solo i lampi in cielo, specie al tramonto o di notte, il temporale può essere anche a decine di chilometri di distanza. Ma se si sentono anche i tuoni, significa che il temporale è a pochi chilometri, se non più vicino. In questo caso è consigliato trovare per tempo un luogo riparato. Non posteggiare sotto gli alberi: possono essere sradicarti o possono cadere grossi rami. Non usare l’ascensore che si può bloccare per un blackout.

Fulmini

Le montagne sono il luogo più a rischio, ma c’è pericolo anche in qualsiasi luogo all’aperto, specialmente quelli ampi come un prato o un campo da calcio. La presenza dell’acqua aumenta il rischio: quindi non rimanere in spiaggia o vicino a uno specchio d’acqua (mare, lago, piscina) durante un temporale. Cercare riparo in un luogo chiuso, anche in auto (che è isolata dalle ruote, ma con portiere e finestrini chiusi). Stare lontani da pali della luce, alberi, tralicci, specie se sono isolati: i fulmini si scaricano di preferenza sugli oggetti più alti della zona. Se non è possibile trovare un riparo (anche un anfratto, senza toccare le pareti) e si è in luogo aperto, tenere i piedi uniti rendendo minimo il contatto con il suolo per ridurre l’intensità della corrente in grado di attraversare il corpo. Per lo stesso motivo, evitare di sedersi o sdraiarsi per terra: l’ideale sarebbe accovacciarsi con i piedi uniti tenendo le gambe con le braccia all’altezza delle ginocchia. Il metallo di per sé non attira i fulmini, ma è un buon conduttore di elettricità (come l’acqua): tenere orologi, orecchini o anelli non è un pericolo, ma non avvicinarsi a reti o recinzioni metalliche. Se si è in montagna, scendere prima possibile di quota, evitando vette o creste, tenersi alla larga dalle ferrate con funi e chiodi di metallo. Se si è in gruppo, distanziarsi di almeno 10 metri l’uno dell’altro. Vicino ai corsi d’acqua: uscire immediatamente, non rifugiarsi sotto gli ombrelloni, abbandonare le canne da pesca. In tenda: non toccare le strutture metalliche e le pareti della tenda. In casa: meglio staccare gli apparecchi elettrici, stare lontani da porte e finestre.

Grandine

Ripararsi in una struttura protetta, in particolare se i chicchi sono di dimensioni notevoli (sopra i 3-4 centimetri di diametro) che, se si viene colpiti, possono provocare ferite specie alla testa. In strada fare attenzione al percorso, che può essere reso molto scivoloso. Di solito le grandinate sono di breve durata, difficilmente superano i 10 minuti, ma anche in questo breve lasso di tempo possono provocare danni importanti.

Trombe d’aria/tornado

Il consiglio più semplice è: allontanarsi il prima possibile dal percorso del fenomeno. Non sempre però è possibile, perciò cercare un riparo e soprattutto non sostare all’aperto. I venti scatenati da una tromba d’aria sono fortissimi e possono far scoperchiare le coperture in lamiera dei tetti, scagliare con violenza sassi, tegole, fioriere anche pesanti, sradicare alberi, divellere pali e antenne, far cascare le linee elettriche. Per sollevare un’auto da terra serve un evento con una velocità del vento di almeno 178 chilometri all’ora. In casa chiudere porte e finestre, soprattutto stare lontani da queste ultime che possono esplodere lanciando schegge di vetro, portarsi nei piani alti (ma non all’ultimo che può risentire di danni ai tetti), far entrare in casa gli animali domestici, chiudere gas e luce.

Alluvioni lampo

Forti precipitazioni possono far gonfiare in pochi minuti anche torrenti in secca e trasformarli in bombe d’acqua. Lo si è visto a maggio in Emilia-Romagna e nel settembre scorso nelle Marche. In casa le aree più pericolose sono le cantine, i piani seminterrati e i piani terra; all’aperto i sottopassi, i tratti vicini agli argini e ai ponti, le strade con forte pendenza. Se si decide di scappare in auto, valutare bene il percorso per evitare di attraversare corsi d’acqua che si possono gonfiare all’improvviso ma anche zone allagate che possono far perdere aderenza all’auto. In montagna o in collina fare molta attenzione alle frane.

Il Climatizzatore.

Cambio d’aria. Quell’estate del 1902 in cui fu inventato il condizionatore. Alessandro Vanoli su L'Inkiesta l'1 Luglio 2023

Come spiega Alessandro Vanoli nel suo libro uscito per Il Mulino, in una tipografia di Brooklyn fu inventato il prototipo del climatizzatore. Non per evitare il caldo, ma per proteggere la carta dagli sbalzi di umidità

Era il 17 luglio 1902 quando l’ingegnere statunitense Willis Haviland Carrier presentò il primo moderno sistema di condizionatore. Si trattava di un ingombrante apparecchio pieno di congegni che gestivano il passaggio di gas «refrigeranti» dallo stato liquido a quello aeriforme, azione che portava a un abbassamento della loro temperatura e, di riflesso, a una refrigerazione dell’ambiente circostante e alla deumidificazione. E il primo utilizzo del macchinario avvenne in una tipografia di Brooklyn per proteggere la carta dagli sbalzi di umidità.

Nel 1906 Carrier brevettava il suo «Apparatus for Treating Air»: un apparecchio che garantiva il raffreddamento dell’aria sfruttando l’espansione di gas refrigeranti, convogliati in un circuito idraulico dotato di compressori e ventole nel quale essi passavano più volte dallo stato liquido a quello aeriforme. Un processo che implicava due unità collegate tra loro: una «esterna», dove il gas scorreva allo stato liquido, e una «interna», dove tornava aeriforme.

Erano progetti pensati e sviluppati per grandi spazi industriali, ma ci volle pochissimo perché i nuovi condizionatori cominciassero a diffondersi da quell’ambito a teatri, cinema e uffici, anche se per molto tempo rimasero ingombranti e pericolosi. I gas usati, dall’ammoniaca al clorometano, erano infatti tossici, e un’accidentale fuoriuscita poteva risultare fatale. Per questo motivo, nel 1931 furono sostituiti da nuovi composti chimici noti col nome commerciale di «freon», innocui per l’uomo, ma non per l’ambiente, in particolare per l’ozono atmosferico, tanto che oggi sono in gran parte vietati, a favore di gas con minor impatto ambientale.

Nel 1931, sempre negli Stati Uniti, gli ingegneri H.H. Schultz e J.Q. Sherman svilupparono un condizionatore di dimensioni «domestiche», da collocare sui davanzali delle finestre. Poi, nel 1939, con l’americana Packard fu la volta delle automobili e degli altri mezzi di trasporto. Ma fu solo dopo la Seconda guerra mondiale, con quella nuova visione di prosperità che stava avanzando ovunque, che l’aria condizionata trovò davvero la sua strada.

Tra le tante cose, si apriva la possibilità di progettare edifici completamente nuovi, che non tenessero cioè conto dell’aerazione naturale. Uno su tutti, il Pentagono, risalente agli anni Quaranta. Oppure grattacieli di nuova generazione, in grado di mantenere la stessa temperatura indipendentemente dall’altezza. Nel 1945 la rivista «Life» pubblicava un articolo di quattro pagine intitolato L’aria condizionata, dopo la guerra sarà abbastanza economica da entrare nelle case private. Era vero: quello che fino alla metà del Novecento era rimasto comunque un lusso, adesso stava per invadere il mercato.

Di tutto il mondo, furono proprio gli Stati Uniti ad assistere alla prima vera proliferazione dell’aria condizionata nelle abitazioni. La tecnologia originariamente concepita come strumento per migliorare la produttività industriale divenne rapidamente una necessità per le case americane. Oggi è più probabile che una famiglia statunitense abbia l’aria condizionata centralizzata o unità finestra piuttosto che una sala da pranzo, un garage o persino una lavastoviglie. E soprattutto oggi i soli Stati Uniti consumano aria condizionata più di tutte le altre nazioni del mondo messe assieme. Giusto per dare una misura di quello che di fatto è un enorme problema, nel 2016 gli Stati Uniti hanno utilizzato circa 616 terawatt ore (TWh) di elettricità per il condizionamento dell’aria, mentre tutta l’Unione Europea con una popolazione una volta e mezza più grande, ha utilizzato solo 152 TWh per lo stesso scopo. 

Da “Estate – Promessa e nostalgia” di Alessandro Vanoli (Il Mulino), 240 pagine, 17,10 euro

Il Dissalatore.

Siccità, ora la sfida sono i dissalatori. Usare l'acqua di mare costa molto meno, ma l'Italia la snobba. Maria Sorbi il 29 Marzo 2023 su Il Giornale.

Dissalare un metro cubo di acqua del mare costa 2-3 euro al massimo. Trasportare l'acqua dove non c'è costa invece tra i 12 e i 15 euro al metro cubo. Perché, allora, con il secondo anno di emergenza siccità alla porte, non si costruiscono gli impianti per dissalare? Burocrazia, tanta, troppa burocrazia. E un decreto Salva mari che impone cavilli che finora nessuno ha voluto sbrogliare.

Tra le sfide che il super commissario anti siccità dovrà affrontare ci sarà anche questa. Il tema dei costi/benefici della dissalazione dell'acqua marina è tra i punti che la cabina di regia sta affrontando in vista del Consiglio dei ministri della prossima settimana. Ovviamente, se mai si deciderà di investire negli impianti, non si può pensare a un risultato immediato che risolva tutto entro l'estate, ma - tra costruzione e collaudi - ci vorranno almeno cinque anni. «Vero è che se non si comincia non si finisce» sprona Alessandro Marangoni, alla guida di Althesys, società di consulenza che sviluppa strategie per la gestione idrica.

A tifare per la via dei dissalatori anche il presidente del Veneto Luca Zaia e il sindaco di Genova Marco Bucci. I soldi ci sono. Il Pnrr prevede 4,3 miliardi di stanziamento alla voce «Sicurezza dell'approvvigionameto e gestione sostenibile delle risorse idriche» e un impianto di medie dimensione costa circa 15 milioni.

«Ci sono ancora dei punti su cui lavorare per valutare costi e benefici - spiega Marangoni - E cioè come gestire i residui, la cosiddetta salamoia (che non è dannosa ma che non può essere dispersa in mare in un unico punto) e come ottimizzare i consumi energetici. La cabina di regia si confronterà anche su questo, ma direi che per il resto tutto il progetto sta in piedi». Al momento in Italia viene dissalato solo lo 0,1% dell'acqua ma sotto gli occhi abbiamo due esempi che dicono come il piano per dolcificare l'acqua non sia un miraggio: l'acquedotto pugliese a Taranto che produrrà acqua potabile per 385mila persone e sarà il più grande d'Italia. E Barcellona, che utilizza principalmente acqua dissalata e ha evitato di dover deviare il corso del fiume per soddisfare le esigenze della città.

Seppur convinti dell'utilità dei dissalatori, i tecnici sono ben consapevoli che, per preservare l'acqua, prima occorra sistemare la rete idrica Italiana. Innanzitutto a livello amministrativo, per evitare paradossi per cui un unico fiume venga «gestito» da dieci società diverse. Poi per rimodernizzare la rete idrica, fare in modo che gli invasi accolgano più dell'11% dell'acqua piovana. E ancora le dighe: vanno ripulite dai detriti, messe a norma. Addirittura 100 su oltre 500 vanno collaudate.

Il tempo è pochissimo. La cabina degli esperti e dei ministri dovrà prima di tutto pensare agli interventi più urgenti in vista dell'estate e poi dovrà pianificare, senza rinviare anche quest'anno.

Taranto, un dissalatore contro la siccità: «Progetto che è motivo di orgoglio». Oggi l'incontro fra i presidenti di Confindustria Taranto e Acquedotto pugliese. REDAZIONE ONLINE il 28 Marzo 2023 su La Gazzetta del Mezzogiorno.

«In un momento storico in cui centrale è la crisi climatica e l’acqua diventa inevitabile protagonista nel dibattito economico e politico, e a pochi giorni dalla conclusione della conferenza delle Nazioni Unite sull'acqua a New York (in cui Aqp era presente come unico Acquedotto italiano), la realizzazione di un progetto di così grande impatto per il territorio Ionico e pugliese non può che costituire motivo di soddisfazione e di orgoglio».

Lo sottolinea il presidente di Confindustria Taranto Salvatore Toma dopo un incontro con il presidente di Acquedotto Pugliese, Domenico Laforgia, in merito al progetto per la realizzazione in agro di Taranto, sulle sorgenti del fiume Tara, di un dissalatore ad osmosi inversa, il primo impianto continentale ad uso civile del Paese.

L’entrata in esercizio delle opere è prevista per la metà del 2026. L’impianto, che prevede un investimento di circa 100 milioni di euro, beneficerà dei fondi Pnrr e avrà una potenzialità di 55.400 mq al giorno, «costituendo di fatto - aggiunge Toma - una fonte autonoma di approvvigionamento che andrà a ridurre il prelievo dell’acqua dai pozzi, migliorando lo stato delle falde».

Toma e Laforgia hanno parlato del progetto, che andrà a gara nei prossimi giorni, in occasione di una visita istituzionale alla sede dell’Aqp del vertice degli industriali tarantini, accompagnato dal direttore Mario Mantovani. 

Servono i dissalatori contro la siccità, ma non si fanno e non se ne parla. Sergio Barlocchetti su Panorama il 22 Giugno 2023

L'acqua è una risorsa sempre più preziosa e rara. Servirebbero strutture di cui siamo leader mondiali tecnologicamente parlando ma continuiamo a non voler vedere le cose

Il periodo di siccità appena vissuto dall'anno scorso a questa primavera ha riacceso l’interesse verso i dissalatori per l’acqua marina. Del resto con oltre settemila chilometri di coste, con la tecnologia che esportiamo in tutto il mondo, specialmente in quello arabo, logica vorrebbe che come Malta anche l’Italia avesse almeno qualche impianto pronto per i momenti più complicati. In realtà non è così semplice e anche il processo che permette di ripulire l’acqua marina e renderla dolce fino a essere potabile risente del costo dell’energia necessaria per far funzionare gli impianti stessi. Tanto che, facendo due conti in modo meno approssimativo possibile, è probabile che un metro cubo di acqua, quindi mille litri, arriverebbe a costare tre o quattro euro contro poco più di un euro (1,1 circa) che è il costo oggi in una città come Milano. Ma abbondantemente sotto i 10-13 euro al metro cubo dell’acqua che viene trasportata con le autocisterne fino sulle isole italiane del sud. Qui come sempre casca l’asino: se per ottenere mille litri potabili servono da uno a otto chilowatt di energia a seconda della tecnologia utilizzata (l’osmosi inversa o la meno efficiente distillazione), ma anche delle condizioni climatiche ed energetiche del luogo di trattamento, se l’energia arriva dal nucleare o dall’eolico è un conto, meglio ancora se proviene dal nucleare, ma se si tratta di centrali termo-elettriche tanto varrebbe investire il denaro necessario per creare in fretta gli impianti di desalinizzazione (300-400 milioni a sito), per sistemare una rete idrica che perde il 40% dell’acqua trasportata, anche se ci vorrebbe più tempo. C’è poi un’altra questione non di poco conto: il trattamento di microfiltraggio implica la produzione di scorie e queste non possono essere semplicemente ributtate in mare, quindi servirebbe altra energia per trattarle e smaltirle. I dissalatori sono comunque inseriti tra le priorità per l’emergenza idrica nazionale, poiché è evidente che comunque sarebbe poco prudente non disporne soprattutto dove esistono periodi nei quali le reti di taluni comuni ricevono picchi di consumo, come per esempio le città del sud o isole nel periodo estivo. Una breve ricerca sul web mostra che la società Suez, che nel mondo ha progettato oltre undicimila impianti, oggi ne sta realizzando uno all’isola d’Elba che sarà inaugurato l’anno prossimo, con una capacità di 80 litri al secondo. E non c’è soltanto l’acqua di mare, poiché a ben guardare si possono anche trattare le acque reflue, allontanando quindi gli impianti dalle coste. Dunque realizzare alcuni impianti e tenerli in funzione al minimo della capacità per poterne disporre in caso di emergenza idrica dovrà diventare anche in Italia parte di una strategia alla quale purtroppo, a partire dal gas, non eravamo abituati. E le piccole dimensioni del nostro Paese consentirebbero di creare impianti relativamente ridotti, ovvero per un fabbisogno tipico di 60.000 metri cubi al giorno di una città medio grande, contro i 500.000 o 600.000 che aziende italiane come Fisia hanno creato in Medioriente. La memoria digitale di internet ci ricorda che comuni italiani come Andora, nel ponente ligure, nel 2022 hanno avuto gravi problemi di approvvigionamento nonostante si trovino sulla costa. Attualmente in Italia sono attive una dozzina di centrali che forniscono meno di 300 milioni di metri cubi al giorno, nulla se paragonato al volume di acqua desalinizzata prodotta in nazioni come la Spagna, con oltre due miliardi di metri cubi d’acqua potabilizzata da 768 centrali. La morale è facilmente intuibile: servono dissalatori per le zone critiche, siano tali per posizione geografica o per vocazione turistica, ma non ne servono di giganteschi, quanto di piccoli-medi impianti posizionati in modo strategico più vicino possibile al luogo del prelievo, sia esso fatto a fini sanitari o per l’irrigazione. La domanda da porsi però è un’altra: faremo anche per i dissalatori le stesse scene all’italiana che abbiamo fatto per i termovalorizzatori e i rigassificatori, fino a volerne decidere il colore? Sono aperte le scommesse.

Dissalatori, cosa sono e come funzionano. Francesca Catino su Panorama il 16 Giugno 2023.

La desalinizzazione delle acque marine e oceaniche si sta affermando come una delle vie per affrontare la crisi idrica a livello mondiale

La grave ondata di siccità che si sta abbattendo sul pianeta ha reso la crisi idrica più concreta che mai, ridando forza al dibattito sul perché non si usino i dissalatori dal momento che il 70% della superficie terrestre è coperta dagli oceani? Concettualmente, “dissalazione” significa che si prende l'acqua del mare, si toglie il sale e si ottiene l’acqua dolce (o potabile). E dal momento che la tecnologia esiste ed è avanzata come non lo è mai stata prima, perché esiste il problema della mancanza dell’acqua? Attualmente ci sono due soluzioni, la prima è la distillazione e la seconda è l’osmosi inversa.

DISTILLAZIONE La “distillazione” consiste nel far bollire l’acqua salata per far evaporare le molecole d’acqua (perché il sale rimane e non evapora). Il vapore ottenuto viene raccolto e poi trasformato nuovamente in liquido tramite la condensazione. Per ottenere il risultato voluto da questo processo c’è bisogno di 8kWh per produrre 1 metro cubo d’acqua dolce. Si tratta di molta energia e, dunque, togliere il sale dall’acqua di mare è un processo energivoro. OSMOSI INVERSA La seconda tecnica, “l’osmosi inversa”, è quella più utilizzata nonché la più efficiente: l’acqua salata viene spinta ad alta pressione verso una membrana cosiddetta semipermanente che fa passare le molecole d’acqua ma non quelle dei sali. Non si tratta di un processo spontaneo ma dev’essere forzato. Per forzarlo c’è bisogno di energia e in questo caso il fabbisogno energetico si aggira tra 1,5 kWh e 4 kWh per produrre 1 m cubo di acqua. Dati energetici notevolmente diversi rispetto alla tecnica della distillazione tramite l’ebollizione (come descritto nel primo processo di "distillazione").

PERCHÈ GLI IMPIANTI DI DISSALAZIONE SONO UNA DELLE MIGLIORI ALTERNATIVE Uno dei punti nodali del dibattito intorno alla carenza idrica in Italia è che ogni anno si perde il 40% d'acqua dagli acquedotti. Finanziare una grande opera di ammodernamento della rete idrica può essere una soluzione, ma si scontra con le tempistiche lunghe di un intervento che copra tutte le criticità. Molto meno tempo servirebbe per la costruzione degli impianti di dissalazione. La dissalazione dell’acqua salata tramite il processo di osmosi inversa non è una soluzione in una situazione ordinaria, ma bensì è una soluzione di emergenza: una soluzione estrema perché le condizioni sono estreme. Ma secondo gli esperti sarebbe saggio considerare la soluzione della dissalazione non solo come un costo ma come un vero e proprio investimento. Perché i dissalatori, oltre ad offrire un’alternativa rapida alle problematiche idriche del pianeta, danno una soluzione continua e duratura nel tempo.

QUANTO COSTA DISSALARE L’ACQUA? I costi di distillazione nell’osmosi inversa, si attestano intorno a 1 dollaro per ogni metro cubo. In realtà il costo dipende direttamente dal costo dell’energia ed è una variabile non fissa. Nel 2022, ad esempio, il costo dell’energia è schizzato alle stelle e anche desalinizzare l’acqua salata ha avuto un costo lievitato. Secondo le stime più recenti ad oggi saremmo tra i 2 e i 3 euro per metro cubo di acqua.

IL RUOLO DELL'ITALIA NEL SETTORE DEGLI IMPIANTI DI DISSALAZIONE L'Italia ha una tradizione nella costruzione, fornitura e gestione di impianti di dissalazione. In Oman, a Salalah, c’é un impianto di osmosi inversa in grado di  produrre circa 113.000 metri cubi al giorno di acqua potabile, in Arabia Saudita, a Shoaiba, ce n’é un altro che produce 250.000 metri cubi al giorno di acqua dolce, riuscendo a fornire acqua potabile ad oltre 1 milione di persone. A Dubai c’é un impianto enorme: 636.000 metri cubi d’acqua potabile al giorno. Anche in Qatar, a Doha, ce n’é uno che produce circa 340.000 metri cubi d’acqua, sempre al giorno. Tutti gli impianti elencati sono stati realizzati dall'industria italiana. Ad oggi nel mondo ci sono circa 20.000 impianti di dissalazione. Ma in Italia solo il 4% dell’acqua che utilizziamo viene da questi impianti. A differenza, ad esempio, della Spagna, dove la percentuale sale fino al 56%.

I PROBLEMI LEGATI ALLE POLITICHE AMBIENTALI Nel processo di distillazione per osmosi inversa, oltre all’acqua dolce, si ottiene un prodotto di scarto: la “salamoia”, una sostanza considerata tecnicamente come scoria perché è costituita da sale e tracce di metalli. Di conseguenza, le problematiche legate allo smaltimento di tale sostanza sono diverse e sempre più studiate dagli esperti. Se nel mare viene gettato un eccesso di sale, l’equilibrio idro salino locale potrebbe avere un grosso impatto negativo nei confronti di piante e animali. Per far fronte a questa problematica, oggi gli impianti di dissalazione vengono costruiti in zone dove questo materiale di scarto viene rilasciato nei pressi di forti correnti marine o oceaniche in modo da facilitare la miscelazione con il resto degli oceani. In Italia ci sono forti limitazioni dovute alle politiche ambientali e ai rischi associati alla produzione delle scorie di distillazione. Nel giugno 2022 è entrata in vigore la legge “Salvamare” secondo la quale la costruzione di nuovi impianti come quello di distillazione, è ammissibile solo in situazioni di comprovata carenza idrica e in assenza di alternative.

L'Ideologia.

Il Bestiario, il Caldigno. Giovanni Zola il 20 Luglio 2023 su Il Giornale.

Il Caldigno è un animale leggendario, sostenitore del cambiamento climatico, che si riconosce dall’odore di propaganda

Il Caldigno è un animale leggendario, sostenitore del cambiamento climatico, che si riconosce dall’odore di propaganda.

Il Caldigno è un essere mitologico che, al fine di raggiungere l’obiettivo di un rivoluzionario e irrealistico cambiamento economico, lavora da diversi decenni sul concetto di “cambiamento ambientale” utilizzando tecniche di manipolazione della realtà e di propaganda comunicativa. Il Caldigno ha messo in agenda l’abbattimento dell’effetto serra nei prossimi anni (2030-2050) in un progetto di medio-lungo termine. Per questo si è avvalso di una giovane attivista come Greta Thunberg, capace di irretire i giovani che dovranno accompagnare con convinzione il grande Green Deal. Per comprendere la falsità del messaggio della antipatica ragazzina svedese costruita a tavolino dal Caldigno, basti pensare che quest’anno ha dovuto cancellare un suo Tweet del 2018 in cui aveva scritto con tono da tragedia classica: “Un importante scienziato del clima avverte che il cambiamento climatico spazzerà via l’intera umanità se non smettiamo di utilizzare i combustibili fossili nei prossimi cinque anni”. L’ha detto la scienza.

Il Caldigno cerca di convincere del “cambiamento climatico” anche un pubblico più adulto utilizzando i “professionisti dell’informazione”, quelli che senza vergogna fanno a gara per spararla sempre più grossa fino a ricoprirsi di ridicolo. Così il Caldigno detta ai suoi cercando di drammatizzare il nulla: “L'alterazione termica nelle diverse zone urbane incide sulla vivibilità. E con l'incremento atteso in termini di intensità, frequenza e durata delle ondate di calore, il fenomeno è destinato ad aumentare con conseguenze per la nostra salute”, oppure: “Ridurre l'impronta dell'uomo sul pianeta, frenando il trend in crescita del riscaldamento globale, e progettare città più resilienti, in grado già nell'immediato di sostenere ondate di calore così frequenti e intense, scongiurando dunque danni alle popolazioni, in particolare nelle metropoli”. Nessun “professionista dell’informazione” ha il coraggio di fare una ricerca sulle punte di calore del secolo scorso che smentirebbero un’altra volta la scienza.

Il Caldigno europeo si crede al centro del mondo e ha la presunzione di cambiare il clima nei prossimi trenta, quaranta anni. Tutta l’Unione Europea nel 2021 ha prodotto il 7,3% della Co2 contro il 92,7% del resto del mondo che non ha nessuna intenzione di ridurre le proprie emissioni e infatti – che cosa strana - non deve affrontare nessuna emergenza climatica.

Meteo e riscaldamento globale, "perché i meteorologi sbagliano". Fausto Gnesotto su Libero Quotidiano il 20 luglio 2023

Come paletnologo che si deve avvalere scientificamente della palinologia connessa ai carotaggi pollinici dei geologi per poter ricostruire l’ambiente climatico dei siti oggetto dei miei scavi archeologici, devo stigmatizzare il fatto che tutt’oggi il tema dell’emergenza climatica viene affrontato su basi fuorvianti. Infatti ne parlano i meteorologi, che ne avrebbero competenza solo per gli avvenimenti dal 1800 in poi, e non i geologi, che sono i soli veri “storici” del clima.

Così si ignora il fatto “storico” che il clima muta periodicamente ogni 400 anni circa. Per esempio, dopo l’optimum climatico romano-imperiale, nell’Alto Medioevo dal ”400 all’800 circa si ebbe un raffreddamento (che favorì la Peste di Giustiniano), sostituito da un innalzamento della temperatura nel Pieno Medioevo: esso permise la Rivoluzione agricola del Mille, le coltivazioni in Groenlandia (“Terra Verde”!), oggi impossibili, e mostrò ai Vichinghi le viti selvatiche nel Labrador.

A questo picco climatico subentrò, dal 1300, la “Piccola Glaciazione” (Peste del Boccaccio), che si protrasse per i soliti 400 anni fino al 1680 circa, allorché le temperature aumentarono di nuovo e progressivamente fino ad oggi: ma il 1680 è di ben cento anni precedente alla Rivoluzione Industriale e a qualsivoglia emanazione antropica di CO2! Purtroppo i climatologi dell’Ipcc (che dettano legge) sono dei meteorologi che possono conoscere le temperature solo dal 1800 in poi, mentre gli unici scienziati idonei a tracciare una storia del clima sono i geologi che, coi loro carotaggi pollinici, riescono a ricostruire gli ambiti vegetali (e quindi il clima) del passato tramite la palinologia.

Rispetto alla ricostruzione della “Storia del Clima”, la differenza tra geologi e meteorologi è la stessa che intercorre tra storici (del passato) e giornalisti (del presente): per cui, mi chiedo, faremmo noi trattare la storia politica dai giornalisti piuttosto che dagli storici? (Con tutto il dovuto rispetto perla funzione dei giornalisti...). Per lo stesso motivo, la Storia del Clima va affidata ai geologi e non ai meteorologi! Concludendo, il clima cambia ogni 400 anni per cause astronomico-solari e non umane, e il caldo di oggi aumenterà ancora per circa 80 anni, in barba ad ogni nostro tentativo di contrastarlo con azioni comportanti un inutile danno economico e sociale. Fausto Gnesotto. Professore Università di Trieste

Mattarella striglia i negazionisti: "Il cambiamento del clima è palese. Italia in ritardo sulla prevenzione". Il presidente della Repubblica chiede di accelerare per non perdere i fondi europei: "Un eventuale insuccesso non sarebbe una sconfitta dell’esecutivo, ma del Paese intero". E sulla riforma della giustizia invita i magistrati a smetterla con gli sconfinamenti: "Tengano conto che le leggi le delibera il Parlamento". Massimiliano Scafi il 28 Luglio 2023 su Il Giornale.

E insomma, ne stiamo ancora qui a parlare? Incendi, frane, nubifragi, caldo record, l’alito di Caronte, aeroporti bloccati, isole abbandonate. Sergio Mattarella guarda la tv ed è stupito, anche un po’ irritato, perché tuttora c’è qualcuno che pensa che non stia succedendo nulla di strano. Finiamola con i negazionisti. «L’Italia sta vivendo eventi terribili, legati palesemente alle conseguenze del cambiamento climatico. Di fronte alle drammatiche immagini in arrivo da nord, centro e sud, tante discussioni sulla fondatezza dei rischi e sul livello di allarme appaiono sorprendenti». Che aspettiamo ad agire? «Siamo in ritardo», dice il capo dello Stato. Dobbiamo «incrementare l’impegno per la salvaguardia dell’ambiente per contenere gli effetti dirompenti nel tempo».

E in ritardo siamo pure sul Pnrr. Il presidente, che già da mesi chiede di accelerare per non perdere altri soldi europei, non vuole entrare in polemiche politiche e non accusa Palazzo Chigi. «Non si tratta di una questione del governo o dei due precedenti spiega sotto gli stucchi della Sala del Bronzino, ricevendo la stampa per la cerimonia del Ventaglio - ma dell’Italia. Tutti dobbiamo esserne responsabili, tutti dobbiamo recare apporti costruttivi e nessuno deve restare estraneo». Duecento e rotti miliardi, e quando ci ricapita. L’occasione è troppo grossa, «decisiva per il nostro futuro», per farsela sfuggire di mano. «Un eventuale insuccesso non sarebbe una sconfitta dell’esecutivo, ma del Paese intero. Così sarebbe visto anche all’estero». E visto che il ballo c’è l’interesse nazionale, ecco che tornano buone le parole di Alcide De Gasperi. «Invito tutti a mettersi alla stanga».

Dunque, che ognuno faccia la sua parte, maggioranza e opposizione, guardando al bene comune e non all’utile di bottega. La regola vale per il clima, per il Pnrr e pure per i difficili, nervosi rapporti tra politica e magistratura, tornati tempestosi dopo la presentazione della legge Nordio. «Ciascuno svolga il proprio mestiere e cerchi di svolgerlo bene. I piani non vanno confusi, i poteri della Repubblica restino separati nella logica della collaborazione istituzionale». Basta sconfinamenti. I giudici, autonomi e indipendenti, la smettano di interferire sulla riforma e «tengano conto che le leggi le delibera il Parlamento». E i partiti «rispettino la funzione dei magistrati nel giudicare, soltanto a loro questo compito è riservato dalla Costituzione».

Ancora. Per Mattarella certe «sovrapposizioni», come le commissioni d’inchiesta sul Covid e sul caso di Emanuela Orlandi, sono impraticabili, fuori dalla Carta. Infatti, sostiene, non spetta a Palazzo Madama e a Montecitorio frugare e indagare nel lavoro politico di governi precedenti. Non è il loro ruolo. «Non esiste una giustizia costituzionale politica, non esiste un contropotere giudiziario del Parlamento usato parallelamente, o peggio, in conflitto con l’azione della magistratura. Così come non sono le Camere a poter valutare se norme di legge approvate siano o meno conformi alla Costituzione». Quel compito, lo dice l’articolo 134, è «destinato in maniera esclusiva» alla Consulta.

Collaborazione e non rissa, ecco la chiave quirinalizia per il progresso del Paese. Questo spirito servirebbe pure per la gestione degli sbarchi. «L’informazione ci ha fornito immagini recenti di morte in mare che feriscono le nostre coscienze». Mattarella è inorridito da scafisti e trafficanti, «non è possibile che nell’animo umano ci sia tanto cinismo», applaude il governo «per l’evento importante sui flussi migratori», e chiede «soluzioni internazionali condivise», perché non possiamo tenere botta da soli.

In questo scenario, conclude il capo dello Stato, i giornalisti diventano fondamentali. Sono innanzitutto l’antidoto ai negazionismi e alle fake news in quanto «certificatori della corrispondenza tra i fatti e la loro rappresentazione». E, tra social, internet selvaggio e trolls, sono baluardo della democrazia: aPortatori di notizie verificate, devono essere messi al riparo da intimidazioni e tentativi di controllo».

Gli studiosi. “Non parlate di maltempo: è cambiamento climatico”: l’appello di 100 scienziati italiani a giornalisti e media. A firmare il testo anche il Premio Nobel Giorgio Parisi: "Omettere queste informazioni condanna le persone al senso di impotenza, proprio nel momento storico in cui è ancora possibile costruire un futuro migliore". Redazione Web su L'Unità il 27 Luglio 2023

“Giornalisti, parlate del cambiamento climatico, e delle sue soluzioni. Omettere queste informazioni condanna le persone al senso di impotenza, proprio nel momento storico in cui è ancora possibile costruire un futuro migliore”. Attacca così l’appello di 100 scienziati e studiosi italiani ai media, ai giornalisti, al settore dell’informazione che nei giorni scorsi ha raccontato, riportato, descritto, ricostruito i fenomeni atmosferici che hanno spaccato l’Italia in due: al nord nubifragi, al sud caldo estremo e incendi. Un Paese che fa i conti con gli effetti del cambiamento climatico, troppo spesso definito come maltempo, una definizione quantomeno imprecisa, come fa notare il testo, se non deleteria ai fini della stessa informazione e della società.

“I media italiani parlano ancora troppo spesso di ‘maltempo’ invece che di cambiamento climatico. Quando ne parlano, spesso omettono le cause e le relative soluzioni. È come se nella primavera del 2020 i telegiornali avessero parlato solo di ricoverati o morti per problemi respiratori senza parlare della loro causa, cioè del virus SARS-CoV-2, o della soluzione, i vaccini”. L’appello è stato sottoscritto tra gli altri dal Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, Antonello Pasini, Nicola Armaroli, Stefano Caserini, Enrico Giovannini, Luca Mercalli, Telmo Pievani.

I firmatari spiegano anche come “nel suo ultimo rapporto, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (Ipcc) è chiarissimo su quali siano le cause principali del cambiamento climatico: le emissioni di gas serra prodotte dall’utilizzo di combustibili fossili. Ed è altrettanto chiaro su quali siano le soluzioni prioritarie: la rapida eliminazione dell’uso di carbone, petrolio e gas, e la decarbonizzazione attraverso le energie rinnovabili”.

“Non parlare delle cause dei sempre più frequenti e intensi eventi estremi che interessano il nostro pianeta e non spiegare le soluzioni per una risposta efficace rischia di alimentare l’inazione, la rassegnazione o la negazione della realtà, traducendosi in un aumento dei rischi per le nostre famiglie e le nostre comunità, specialmente quelle più svantaggiate. Per queste ragioni – conclude il documento -, invitiamo tutti i media italiani a spiegare chiaramente quali sono le cause della crisi climatica e le sue soluzioni, per dare a tutti e a tutte gli strumenti per comprendere profondamente i fenomeni in corso, sentirsi parte della soluzione e costruire una maggiore fiducia nel futuro“.

Redazione Web 27 Luglio 2023

Pesce fuor d’acqua. L’uomo ha iniziato a nuotare nel bel mezzo del deserto. Bonnie Tsui su L'Inkiesta il 28 Luglio 2023

Su un altopiano del Sahara ci sono pittografie neolitiche raffiguranti alcuni uomini in una serie di pose subacquee. Oggi in quel territorio ci sono dune di sabbia e pareti di roccia. Lo racconta Bonnie Tsui in “Perché nuotiamo” (66thand2nd)

Le prime testimonianze accertate di attività natatorie si trovano nel bel mezzo del deserto. Da qualche parte in Egitto, non distante dal confine libico, sull’altopiano remoto e roccioso del Gilf Kebir nel Sahara, si vedono dei nuotatori che procedono a rana lungo le pareti di una roccia. La Caverna dei Nuotatori, scoperta dall’esploratore ungherese László Almásy nel 1933, custodisce una collezione di pittografie neolitiche raffiguranti alcuni uomini in una serie di pose subacquee. Gli archeologi fanno risalire l’opera ad almeno diecimila anni fa. All’epoca della scoperta di Almásy, l’idea che il Sahara non fosse sempre stato un deserto era piuttosto radicale.

Le ipotesi di un cambiamento climatico a cui imputare il passaggio da un ambiente temperato a un deserto brullo, oltremodo arido, erano talmente innovative che l’editore di Sahara sconosciuto, libro di Almásy del 1934, si vide obbligato a inserire delle note in cui prendeva le distanze dalle posizioni sostenute nel volume. Ma i dipinti convinsero Almásy stesso che, un tempo, l’acqua doveva essere stata un elemento naturale presente proprio nelle immediate vicinanze della grotta, che i nuotatori stessi fossero gli autori dei disegni e che un lago lambisse i loro piedi mentre lavoravano.

Dove oggi c’è un mare di sabbia, un tempo c’era una distesa d’acqua. Mentre uno dei due ambienti era vita liquida, l’altro appariva come la sua antitesi riarsa, granulosa, ma i due in realtà erano connessi, rifletté lo scienziato. Naturalmente, Almásy aveva ragione.

Decenni più tardi, gli archeologi avrebbero scoperto fondali lacustri ormai prosciugati poco distanti dalla grotta, spoglie di un’èra in cui il Sahara era verdeggiante. La sua soluzione al mistero di quei nuotatori nel deserto avrebbe trovato conferma anche grazie al cospicuo numero di prove geografiche indicanti la presenza di un paesaggio un tempo punteggiato di laghi preistorici, nonché alla straordinaria scoperta di ossa di ippopotamo insieme ai resti di tante altre specie acquatiche, comprese tartarughe giganti, pesci e mitili. Quel periodo divenne poi noto col nome di Sahara verde o periodo umido africano.

Non molto tempo fa, su un vecchio numero di «National Geographic», ho letto di un paleontologo di nome Paul Sereno che aveva ulteriormente corroborato l’intuizione di Almásy. Nell’autunno del 2000, Sereno era sulle tracce di ossa di dinosauro in un’altra zona del Sahara, al confine sud, nel Niger ancora poco battuto e soggetto a conflitti. In pieno deserto, a circa 200 chilometri dalla maggiore città del paese, Agadez, uno dei fotografi della spedizione s’inerpicò su per un remoto gruppo di dune e s’imbatté per caso in un ricco giacimento di scheletri. Ma in quel caso le ossa non appartenevano né a dinosauri né a ippopotami.

Le dune di sabbia spazzate dal vento restituirono quelli che a tutti gli effetti erano centinaia di resti umani, inframezzati da scarti di ceramiche preistoriche risalenti ad almeno diecimila anni prima. Alcuni frammenti erano solcati da linee ondulate; altri dipinti con la tecnica del puntinismo. Il luogo di sepoltura, ribattezzato dagli scienziati Gobero, nome Tuareg della zona, era il più grande e più antico cimitero dell’Età della Pietra rinvenuto fino a quel momento. A quanto pare, il Sahara verde un tempo era stato il luogo più adatto a ospitare i nuotatori della preistoria. 

Da “Perché nuotiamo” (66thand2nd), di Bonnie Tsui, pp. 304, 18€

"Se non ti sta bene...": la lezione di Giambruno al ministro tedesco. E la sinistra impazzisce. Karl Lauterbach ha dichiarato che il turismo italiano non avrà futuro a causa del caldo. La replica del giornalista e marito della Meloni: "Stai nella Foresta Nera, stai bene, no?". Ma la sinistra lo usa per attaccare il premier. Francesca Galici il 27 Luglio 2023 su Il Giornale.

Nei giorni scorsi hanno fatto discutere le dichiarazioni del ministro della Sanità tedesco, Karl Lauterbach, che in queste settimane è in vacanza in Italia da dove si è lamentato dell'eccessivo caldo del nostro Paese, spiegando che "in Italia il turismo non ha futuro, fa troppo caldo. Usate le chiese come celle frigorifere". E visitando Bologna, città dalla storia e dall'arte senza paragoni nel mondo, il ministro ha detto: "L’ondata di caldo qui è spettacolare. Se le cose continuano così, queste destinazioni di vacanza non avranno futuro a lungo termine. Il cambiamento climatico sta distruggendo l’Europa meridionale. Un’era volge al termine". Alle parole di Lauterbach ha risposto Andrea Giambruno, giornalista Mediaset di lungo corso, nonché compagno di Giorgia Meloni.

Il ministro tedesco choc: "In Italia il turismo non ha futuro. Le chiese come celle frigorifere"

Karl Lauterbach sembra davvero convinto delle sue affermazioni e, come sempre accade nel nostro Paese non mancano i soliti che, invece di replicare al nostro chiedendogli se pensa che la Germania sia davvero migliore rispetto all'Italia, gli danno ragione. Il ministro del Turismo, Daniela Santanché ha replicato con garbo al collega del governo tedesco, sottolineando come moltissimi dei suoi connazionali scelgano da sempre il nostro Paese e che il cambiamento climatico non riguarda solo l'Europa meridionale ma l'intero Vecchio Continente.

Dal ministro tedesco è arrivato un attacco screditante all'Italia e per ragioni che non sono ancora ben chiare Lauterbach ha forse tentato di mettere in cattiva luce il nostro Paese per agevolare qualche altra destinazione turistica, magari in Germania. "Se non ti sta bene stai a casa tua. Stai nella Foresta Nera, stai bene, no?", ha detto Andrea Giambruno al ministro nel corso del programma su Rete Quattro Diario del giorno da lui condotto. Non sono mancate per questo critiche al giornalista da parte di diversi esponenti politici rossi e della stampa amica della sinistra, perché la posizione di Andrea Giambruno è comoda per lo schieramento di opposizione, che utilizza i legami personali del giornalista per attaccare Giorgia Meloni, sua compagna nonché madre di sua figlia. Ancora una volta, la sinistra del nostro Paese si dimostra priva di qual si voglia pudore e capacità politica, sfruttando la famiglia del premier per tentare di indebolirla politicamente.

Una bordata verso Lauterbach è arrivata anche da Matteo Renzi, che nella sua newsletter ha dichiarato: "Ha detto che in Italia il turismo è destinato a scomparire e che le chiese dovrebbero diventare dei luoghi di ristoro per chi ha caldo. Non so se il caldo farà male al turismo italiano, sono certo che il caldo abbia già fatto male al ministro tedesco". Non pago della stilettata, l'ex premier ha concluso: "Quando leggo certi commenti superficiali e finalizzati a fare notizia non mi preoccupo per la tenuta del nostro patrimonio culturale, ma per la qualità della loro sanità".

Nicola Porro, clima e incendi? "Ecco l'articolo che in Italia hanno censurato". Libero Quotidiano l'01 agosto 2023

La questione clima e incendi in Italia sta dividendo l'opinione pubblica. Se da una parte c'è chi pensa che all'origine dei roghi ci sia proprio il riscaldamento globale, dall'altra invece c'è chi pensa che l'aumento degli incendi non c'entri nulla col cambiamento climatico. A tal proposito sul sito di Nicola Porro si fa riferimento a un articolo del Wall Street Journal che qui da noi sarebbe stato "censurato": "Secondo voi qualcuno lo ha fatto leggere qui in Italia?". 

L'autore dell'articolo, Bjorn Lomborg, presidente del Copenhagen Consensus, ha scritto: "Per più di due decenni, i satelliti hanno registrato incendi sulla superficie del pianeta. I dati sono inequivocabili: dall’inizio degli anni 2000, quando il 3% della terra del mondo ha preso fuoco, l’area bruciata ogni anno ha registrato una tendenza al ribasso". E ancora: "Nel 2022, l’ultimo anno per il quale esistono dati completi, il mondo ha toccato un nuovo minimo storico del 2,2% di superficie bruciata“. Dunque, sarebbe sbagliato sostenere che il riscaldamento globale stia incidendo sull'aumento degli incendi su scala mondiale, come invece spesso si legge sui giornali.

"Prendi gli incendi canadesi quest’estate. Sebbene i dati completi non siano disponibili per il 2023, il monitoraggio globale fino al 29 luglio da parte del 'Global Wildfire Information System' mostra che nelle Americhe è stata bruciata più terra del solito - continua Lomborg nel pezzo -. Ma gran parte del resto del mondo ha visto una combustione inferiore: l’Africa e soprattutto l’Europa“. Pur non sottovalutando la questione incendi, quindi, per l'esperto è importante evitare di alimentare un allarmismo ingiustificato. 

Negazionisti climatici? Mi faccia il piacere. Michel Dessì il 28 Luglio 2023 su Il Giornale.

In questa puntata ci occupiamo degli attacchi "sinistri" sul negazionismo climatico. Siamo stati a Palombara Sabina, in occasione della Festa dei Patrioti, e abbiamo raccolto le voci di alcuni parlamentari e militanti sul tema

Cosa accade tra le stanze damascate dei palazzi della politica? Cosa si sussurrano i deputati tra un caffè e l'altro? A Roma non ci sono segreti, soprattutto a La Buvette. Un podcast settimanale per raccontare tutti i retroscena della politica. Gli accordi, i tradimenti e le giravolte dei leader fino ai più piccoli dei parlamentari pronti a tutto pur di non perdere il privilegio, la poltrona. Il potere. Ognuno gioca la propria partita, ma non tutti riescono a vincerla. A salvarsi saranno davvero in pochi, soprattutto dopo il taglio delle poltrone. Il gioco preferito? Fare fuori "l'altro". Il parlamento è il nuovo Squid Game.

Ci risiamo! La sinistra attacca su un nuovo fronte: quello climatico. Per loro la grandine “killer” al nord e gli incendi boschivi al sud sono responsabilità del governo Meloni. Sì, avete capito bene! Per loro, per i sinistri, a destra sono tutti “negazionisti climatici”. Proprio così. Non vi sembra assurdo? Lo sapete, noi de La Buvette vogliamo vederci chiaro e così, approfittando della “Festa dei Patrioti” di Palombara Sabina (giunta ormai alla decima edizione), siamo andati a chiedere a politici e militanti se realmente sono dei “negazionisti climatici”.

“Non vedo per quale ragione si debba dire che la destra non riconosce il problema del clima” - ci dice apparentemente scocciato il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia Tommaso Foti - “diamo delle risposte diverse. Purtroppo la grandine distrugge”. Ma siete preoccupati per quello che sta avvenendo? “Beh, ovvio è una situazione (che comunque ha altri precedenti) che preoccupa”. E alla sinistra che vi accusa di essere negazionisti cosa rispondente? “Loro che accusino, noi prendiamo i voti”.

Ma l’onorevole Paolo Trancassini ha le idee ben chiare e ribatte alla sinistra: “Non c’è la capacità di misurarsi con la politica! Noi abbiamo attraversato tre governi e noi facevamo sempre massima attenzione ai provvedimenti. Quando dicevamo di “no” dovevamo motivare il perché e, soprattutto, presentare una proposta alternativa. È questo quello che fa la politica”. Insomma, tutte accuse buttate lì per fare confusione. E forse, Trancassini, non ha tutti i torti.

Dopo il fascismo ora spunta il negazionismo. Inspiegabilmente legati. Nonostante gli interventi di Giorgia Meloni a favore di telecamera dove si dice preoccupata da quello che sta accadendo. Insomma, ogni scusa sembra buona per attaccare. Giusto, ma se lo facessero sui temi veri ne acquisterebbero di credibilità e di consenso. “Noi siamo continuamente insultati e additati come se fossimo completamente fuori tema ma invece sono loro ad esserlo, il Pd e il Movimento 5stelle”.

E i militanti intenti a preparare una amatriciana italica cosa dicono? “A noi fa paura quella grandine, nessuno qui nega il cambiamento climatico”. Beh, vorrei ben vedere. Un fatto è certo ed è innegabile: il caldo dà alla testa.

"Troppo allarmismo sul clima". Gli italiani smontano gli eco terroristi. Il Rapporto Ital Communications-Censis "Disinformazione e fake news in Italia" lo conferma: per un italiano su tre c'è un catastrofismo smisurato sul tema. Massimo Balsamo il 26 Luglio 2023 su Il Giornale.

Per un italiano su tre il catastrofismo sul riscaldamento globale è eccessivo. Questo quanto emerso nel Rapporto Ital Communications-Censis "Disinformazione e fake news in Italia". Di cambiamento climatico si parla tanto e in modo confuso, alimentando cattiva informazione e negazionismo: entrando nel dettaglio dei numeri, il 34,7 per cento degli italiani è convinto che ci sia un allarmismo esagerato. Per il 25,5 per cento, invece, l’alluvione di quest’anno rappresenta la risposta più efficace a chi sostiene che si sta progressivamente andando verso la desertificazione. Il 16,2 per cento è invece convinto che il climate change non esista; la percentuale tocca il 18,3 per cento tra gli anziani e il 18,2 per cento tra i meno scolarizzati.

Cruciani in tackle: "La caccia alle streghe, il nuovo dogma del cambiamento climatico".

Riflettori accesi anche sulla sostenibilità economica della transizione ecologica. Il Rapporto segnala che secondo il 33,4 per cento degli italiani richiederebbe sforzi e investimenti che in questa fase non ci possiamo permettere e che ci costringerebbero a fare un passo indietro negli standard di vita di benessere e qualità della vita ormai acquisiti. Come riportato da TgCom24, la percentuale tocca il 51,5 per cento tra chi ha al massimo la licenza media, il 36,6 per cento tra gli over 64 anni e il 37,8 per cento tra le donne.

Censis, i dati sull'AI

Il Rapporto Ital Communications-Censis ha poi affrontato il dossier AI ed emerge un dato con forza: per tre italiani su quattro (75,1 per cento) con l'upgrading tecnologico verso l'Intelligenza Artificiale sarà sempre più difficile controllare la qualità dell'informazione. Per il 58,9 per cento, invece, l’AI può diventare uno strumento a supporto dei professionisti della comunicazione. E ancora, l’85,8 ha manifestato il timore di farsi trovare impreparato di fronte al cambiamento tecnologico

Informazione e fonti

Il Rapporto Ital Communications-Censis "Disinformazione e fake news in Italia. Il sistema dell'informazione alla prova dell'Intelligenza Artificiale" conferma che circa 47 milioni di italiani – il 93,3 per cento del totale – si informa abitualmente almeno su una delle fonti disponibili. Nel dettaglio, l'83,5% usa anche il web e il 74,1% sui media tradizionali. Sono 3 milioni e 300 mila gli italiani che rinunciando ad avere un’informazione puntuale su ciò che accade. I restanti 700 mila italiani non si informano affatto.

Il 64,3 per cento punta su un mix di fonti informative, tradizionali e online, il 9,9 per cento si affida unicamente ai media tradizionali mentre il 19,2 per cento alle fonti online. Da segnaalare il fenomeno delle echo chambre – social, blog, forum e così via: sono esposti tutti quelli che frequentano il web e soprattutto i più giovani, tra i quali il 69,1% utilizza la messaggistica istantanea e il 76,6% i social media per informarsi. Per più di un italiano su due – il 56,7 per cento – è legittimo rivolgersi alle fonti informali di cui ci si fida di più a causa del disordine informativo che caratterizza il panorama attuale dell’informazione.

Clima, Pietro Senaldi: i veri negazionisti sono loro, pericolo per la democrazia. Pietro Senaldi su Libero Quotidiano il 27 luglio 2023

La strategia del negazionismo. L’opposizione non sa più come contrastare il governo e ogni giorno se ne inventa uno diverso. Ieri, copyright di Sandro Ruoto lo, portavoce di Elly Schlein, è stata la volta del negazionismo sociale, del quale il centrodestra si renderebbe colpevole perché non approva la mozione di Pd e M5S per l’introduzione del salario minimo. Ben arrivato e si metta in coda, dietro al negazionismo climatico, che sarebbe poi l’atteggiamento di coloro che non negano nulla, ma solo dubitano che le ricette progressiste per contrastare l’innalzamento delle temperature siano efficaci o non producano magari più danni che benefici.

E dietro anche a quello scientifico, applicato a chi si permetteva di chiedere quali effetti collaterali avesse il vaccino anti-Covid, visto che tutti i medicinali ne hanno, e che ha fatto arrabbiare la comunità ebraica, che con qualche ragione sosteneva che tirare in ballo il negazionismo per etichettare e squalificare chi non la pensa come i progressisti ha la conseguenza di banalizzare il negazionismo vero di chi sostiene che l’Olocausto non ci sia mai stato. Attenzione, qui la questione è doppia, politica e giuridica. Dare del negazionista all’avversario significa considerarlo indegno del dibattito pubblico, non volerne ascoltare le ragioni, affermare a contrario e con violenza di essere sempre nel giusto e soprattutto bollare come criminale chi non condivide il pensiero progressista. Dal 2016 infatti, anche se limitatamente a chi nega la Shoah, i genocidi e i crimini contro l’umanità, il negazionismo in Italia è un reato e per questo la sinistra ne vuole ampliare i confini oltre i limiti storici imposti dalla legge, come dimostra la proposta del verde Bonelli, che vorrebbe fosse considerato un criminale chiunque ha un’opinione diversa dalla sua in materia ambientale. È la prova che il negazionismo è contagioso, ma ancora di più lo è l’accusa che la sinistra fa agli altri di esserlo.

SCARSITÀ DI ARGOMENTI

Si diceva che questa è una strategia politica, della cui efficacia è lecito dubitare, ma non è un caso che sia nata nell’area dem. Essa non solo tradisce l’attuale mancanza d’argomenti forti da parte dell’opposizione, capace solo di dare del brutto e del cattivo a chi l’ha battuta ma filosoficamente testimonia la natura dirigista e autoritaria della sinistra dove, gratta gratta, l’impronta stalinista riaffiora sempre. Sarebbe illusorio pensare che il dispotismo intellettuale dei progressisti scaturisca solo dalla loro convinzione di essere sempre nel bene e nel giusto. Questo è un atteggiamento, un abito mentale non spontaneo ma studiato a tavolino: si vuol mettere fuori gioco l’altro per coprire le proprie debolezze e perché quella talebana è da sempre la legge politica pietra angolare della sinistra. Cucinare una verità, darla in pasto ai compagni e lucrarci sopra, è così dal tempo di Lenin e della Fattoria degli Animali di Orwell. Ma poi, cosa c’è di più negazionista del negare all’avversario il diritto a un pensiero diverso? La strategia negazionista è un pericolo per la democrazia. Lo abbiamo visto con il Green Pass, che negava ai sani il diritto costituzionale al lavoro in nome di un totem che siamo stati l’unica nazione al mondo a erigere. 

Lo stiamo vedendo con il clima, dove fior di scienziati vengono trattati da ciarlatani solo perché affermano che non si sa quanto l’attività dell’uomo incida sul surriscaldamento del pianeta o perché si chiedono se i sacrifici che l’Europa vuole imporre, specie ai cittadini più poveri, valgano la candela, visto che l’aria non ha confini e che il resto del mondo inquina cento volte più di noi. E forse lo vedremo anche con il salario minimo e, certamente, poi con l’utero in affitto: chilo combatterà verrà tacciato di negazionismo dell’infanzia o della famiglia. 

QUANTE BALLE

Per fortuna le tragedie della sinistra finiscono sempre in farsa e tale sta diventando anche questa menata del negazionismo perpetuo. Perché alla fine dei conti, sono i progressisti i veri negazionisti, dell’evidenza ancora più che della realtà. L’ultimo esempio è quello della reazione al voto in Spagna. Il Partito Popolare ha aumentato del 50% i seggi e il centrodestra nel suo complesso è cresciuto ma siccome l’ultradestra di Vox è calata, la sinistra nostrana canta vittoria. Ma anche l’invenzione del negazionismo sociale come accusa a chi si oppone al salario minimo, altro non è che un modo per buttarla in vacca. $ uno scandalo a cui porre rimedio che in Italia ci siano contratti orari da 5 euro e tre milioni e mezzo di lavoratori mal pagati, ma è una balla cosmica sostenere che basterebbe l’introduzione della proposta piddina e grillina per risolvere i problemi della povertà. Per non parlare del negazionismo sui soldi del Pnrr che non sarebbero mai arrivati e che invece ci sono o sui figli delle coppie omosessuali che non hanno il diritto di essere ritirati all’asilo dal genitore non biologico, quando sono i nonni e le baby sitter ad andare a prendere almeno il 50% dei bambini. E così il negazionismo, da arma politica per demonizzare il centrodestra, sta rapidamente diventando per il Pd e affini una proiezione di se stessi.

Urlando contro il cielo. Purtroppo stiamo scrivendo una pagina della commedia italiana più vicina ai film dei Vanzina che non al Goldoni, sprazzi di vera comicità che rasentano il ridicolo. Augusto Minzolini il 26 Luglio 2023 su Il Giornale.

Purtroppo, dico purtroppo rispetto alle devastazioni provocate dal maltempo messe in relazione al dibattito sul cambiamento climatico, stiamo scrivendo una pagina della commedia italiana più vicina ai film dei Vanzina che non al Goldoni, sprazzi di vera comicità che rasentano il ridicolo. Parafrasando Karl Marx, il dramma che si trasforma in farsa. Che senso ha, ad esempio, il rimprovero di Elly Schlein al governo per non aver fatto nulla sul clima in 9 mesi? Una banalità. Come se l'Italia potesse risolvere da sola in tre stagioni un problema planetario. E al solito una questione di dimensioni epocali viene trattata come una polemica da cortile di casa nostra, corredata del solito impianto ideologico che è l'abito naturale di ogni discussione che si svolga nel paese dei Guelfi e dei Ghibellini.

Il rebus del momento è se il cambiamento climatico ha cause antropiche, cioè è stato determinato dalle attività dell'uomo, o se invece il caldo torrido oltre i quaranta gradi nell'Italia meridionale - e di contro il tornado, l'orco demonio, con il vento a 150 chilometri orari nell'Italia settentrionale - siano fenomeni ciclici nella meteorologia che nel tempo si sono sempre presentati. Sull'argomento, la comunità scientifica è divisa e ancor di più lo è la politica con i media al seguito. Si stanno riproponendo più o meno i comportamenti che hanno accompagnato il Covid. Nessuno ha la verità in tasca, come pure nessuno coltiva il minimo dubbio su ciò che asserisce. È una guerra di religione con fedi contrapposte.

In realtà neppure il tema è ben posto, perché anche se fosse tutta colpa dell'uomo, il nostro Paese e neppure la grande Europa potrebbero far molto, perché i grandi inquinatori sono le economie emergenti, tipo l'India o la Cina, o ancora gli Stati Uniti. E visto che l'inquinamento, il monossido di carbonio e tutto il resto superano i confini, anche se fermassimo da un momento all'altro la nostra economia, la nostra condizione non cambierebbe di un fico secco. Diventeremmo solo molto, molto più poveri. Con il paradosso di favorire la Cina, cioè il Paese che produce più carbonio al mondo, ma nel contempo anche quello che più investe in green economy (ha quasi il monopolio dei pannelli solari).

Questo non significa che non si debba perseguire una politica ambientalista contro l'inquinamento, sarebbe da folli: salvaguardare il pianeta è un obiettivo primario per tutti. Solo che, come in ogni cosa, bisogna muoversi con realismo e pragmatismo nella consapevolezza che è un problema che non possiamo risolvere da soli. Quello che, invece, possiamo - e dobbiamo - fare è creare strutture e organizzare i nostri territori in modo che simili fenomeni creino il minor danno possibile e non mettano a repentaglio la vita di qualcuno. E nel frattempo tentare di convincere i Paesi più inquinanti che forse sarebbe il caso di cambiare politica e modello di sviluppo: la Cina oggi produce all'incirca il 27% del monossido di carbonio globale; basterebbe che arrivasse a produrne il doppio di quello che introducono ora nell'atmosfera tutti i 27 Paesi europei (il 6,4%). Sarebbe un gran passo. Questo per dire ai tanti «gretini» di turno e ai grilli parlanti del momento che il problema non è a Roma, ma a Pechino. Insomma, si imporrebbe a tutti un po' di serietà quando si parla di caldo o di uragani. A meno che qualcuno non pensi di fermare i nubifragi gridando «no rain, no rain» come a Woodstock.

Reato di negazionismo climatico? In galera pure gli amici di Bonelli. Franco Battaglia su Nicolaporro.it il 24 Luglio 2023

Se non esistesse bisognerebbe inventarlo. Parlo di Angelo Bonelli, un angelo anche di fatto: non appena apre bocca ci mette subito di buon umore, e di questi bellicosi tempi la cosa è salvifica. L’ultima volta che l’ha aperta, Bonelli profferiva il seguente monito: «Presento una proposta di legge per introdurre il reato di negazionismo climatico, perché i negazionisti climatici fanno più danni della grandine, della siccità e delle alluvioni messe insieme».

La strana logica di Bonelli

Seguire la ferrea logica di solo questa frase è uno spasso. Cerchiamo di seguirla, anche se lo sforzo è notevole. E, al momento, non domandiamoci cosa negazionismo climatico significhi, un’occasione di altro spasso alla quale arrivo fra poco. A uno guidato anche solo dalla pur imperfetta logica Aristotelica verrebbe da dire che un danno è di solito la conseguenza di un’azione, mentre il complesso sistema di neuroni di alcuni ambientalisti fa loro dedurre che il solo fatto di negare una cosa – che secondo i medesimi sarebbe verità incontrovertibile – per ciò stesso si producono danni.

Ora, divertiamoci a negare le verità veramente più incontrovertibili: Roma non è la capitale d’Italia, 2+2 non fa quattro, la Terra non è tonda ma è un cubo. Come queste mie appena enunciate negazioni possano costituire un danno è un mistero che sicuramente il Bonelli saprà motivare in una sua apposita proposta di legge mirata a sbatterci in galera.

Bonelli e il negazionismo climatico

Ad ogni buon conto io mi auguro veramente che il colpo di genio si materializzi e una proposta di legge sul negazionismo climatico sia sbroccolata. Per varie ragioni. Primo – la ragione più importante – è perché non vogliamo essere privati del buonumore che l’onorevole trasmette in modo così spontaneo e generoso. Anche se, a dire il vero, con quello che gli paghiamo di stipendio potremmo pretendere di più.

Un’altra ragione è che non vorrei perdermi lo spettacolo di vedere ammanettati tutti i compagni di partito dell’onorevole. I quali da decenni lamentano che «non ci sono più le quattro stagioni», che è come sostenere che non ci sono i cambiamenti climatici: in galera! Il loro avvocato s’azzeccagarbuglierà sostenendo che parlavano delle omonime pizze, magari convincerà la Corte, e otterrà per essi l’assoluzione.

Le mezze stagioni? Ci sono

Qualcuno, a dire il vero, lamenta che «non ci sono più le mezze stagioni». Senonché, il servizio meteorologico dell’aeroporto di Milano-Linate, registrava nel 2022 le seguenti temperature massime: nel mese di gennaio oscillazioni tra 3 e 16 gradi, e nel mese di luglio oscillazioni tra 31 e 37 gradi, con ciò provando che le due stagioni estreme esistono; invece si registrarono temperature massime oscillanti tra 10 e 25 gradi in aprile e tra 19 e 25 gradi in ottobre, con ciò provando che esistono anche le mezze stagioni. Alla fine, anche quei compagni di partito di Bonelli che negano le mezze stagioni verrebbero sbattuti in galera dalla legge del loro stesso presidente.

Chi è il negazionista climatico

Mi si informa che per negazionista climatico il deputato intende «colui che nega che il cambiamento sia colpa dell’uomo e s’incaponisce che è cosa naturale». Insomma, il negazionista climatico del Nostro non nega né il clima né il cambiamento. Anzi, prende per buoni tutti i dati climatici che gli vengono offerti dai non-negazionisti, ma proprio tutti. Solo che mentre questi ultimi interpretano quei dati affermando che essi sono quel che sono per colpa dell’uomo, i negazionisti del Bonelli interpretano quei dati affermando che quei dati sono quel che sono perché la Natura è quel che è. Insomma, Bonelli vorrebbe sanzionare chi non interpreta i dati come li interpreta lui. Cosicché se un giorno egli si convincesse d’essere Napoleone, noi potremmo attenderci un disegno di legge che istituisce il reato di negare quel convincimento.

A ulteriore sostegno della necessità di mettere in galera i “suoi” negazionisti, Bonelli produce i chicchi di grandine “grossi come palle da tennis”, piovuti pochi giorni fa nel Triveneto e attribuiti alla sola esistenza dei negazionisti. Un rapido calcolo consente di stimare in 300 grammi la massa di quei chicchi. E una rapida ricerca in internet ci informa che i chicchi di grandine più grandi mai registrati (con massa fino a oltre un chilogrammo) piovvero nel Bangladesh nell’aprile 1986 e in Svizzera nell’agosto del 1927.

Da Pecoraro Scanio alla grandine

Per meglio motivare la proposta di legge, Bonelli potrebbe dire che la colpa dei negazionisti sarebbe che essi inducono i responsabili politici ad evitare la transizione energetica. E qui non capisco le preoccupazioni dell’onorevole, giacché, di tutta evidenza, i responsabili politici se ne stanno bellamente impipando dei negazionisti, come il Pacchetto per il clima 20-20-20 approvato dalla Ue nel 2008 e il più recente Green new deal, inequivocabilmente attestano. A questo proposito, visto che ci siamo, non possiamo non osservare che, in ordine alla transizione energetica, a fronte di una domanda elettrica nazionale di meno di 35 GW, l’Italia ha già installato 40 GW di impianti eolici e fotovoltaici, grazie alle leggi volute nel 2007 da un precedente Presidente Verde, che allora era ministro: Alfonso Pecoraro Scanio. Epperò, quei 40 GW non hanno evitato né le siccità, né le alluvioni, entrambe temute da Bonelli. E non hanno evitato i chicchi di grandine. Suona un qualche campanello in proposito?

Per ultimo, ma non ultimo. Angelo Bonelli è in politica da, praticamente, sempre. Ci auguriamo che codesta promessa legge l’abbia già pronta (sennò non si capisce cosa egli abbia fatto finora), e ne attendiamo il deposito nei prossimi giorni. Diversamente, azzardiamo un limite: Natale. Se entro Natale avremo la legge, la commenteremo, e se a Natale nulla sarà ancora pervenuto, ne chiederemo conto al nostro amico. Moriamo dalla voglia di leggere il testo, perché non si dica mai che egli parli a vanvera.

Franco Battaglia, 24 luglio 2023

Caldo Record ma non raccontateci bugie sui blackout e sui malori. Sergio Barlocchetti su Panorama il 17 Luglio 2023

Altro che afa killer, allarmi blackout, catastrofi imminenti, la rete elettrica italiana funziona e non ci lascerà senza condizionatore 

Frenate l’allarmismo, amplifica il disagio. Nel mese di giugno ha piovuto a sufficienza, il gas per produrre energia elettrica non manca, fa caldo ma gli italiani hanno imparato ad andare in vacanza anche in luglio. Altro che afa killer, allarmi blackout, catastrofi imminenti, la rete elettrica italiana funziona bene e stando ai numeri pubblicati sul sito web di Terna, seppure ci sia un incremento non dovrebbero verificarsi crisi energetiche. Qui trovate l’andamento giornaliero: Preventivo Consuntivo. Magari qualche interruzione locale e temporanea notturna nei quartieri cittadini più popolati, ma nulla che metta in crisi il cibo conservato nei congelatori. Perché ormai se una testata spara il suo titolone le altre fanno il coro, spesso senza neppure chiedersi se sia vero oppure no e soprattutto quanto. Così il caldo diventa infodemia e tutto appare più critico di come in realtà sia. Termometri a parte, che registrano temperature alte confermate dai meteorologi – con tanto di inizio e fine del periodo - ormai le battute spiritose sui social la fanno da padrone. Il meme più cliccato: «non è davvero estate finché la tv non ha trasmesso il servizio sugli effetti del caldo sugli anziani». Prendiamola con filosofia, di vero c’è che più condizionatori d’aria sono accesi in minor spazio, più caldo farà all’esterno per via del calore che emettono per raffrescare i locali. Qualche attempato ricorderà come nelle metropoli italiane, non appena scattava l’esodo di agosto, ricompariva la brezza e la temperatura tornava a valori estivi ma non certo critici, con l’asfalto che non si scioglieva più, salvando i motociclisti dall’affondamento dei cavalletti. Di vero c’è anche che localmente si potrebbero verificare dei record di temperatura, ma a fare di un’estate una stagione rovente (come quella del 2003), sono anche la continuità dell’esposizione e l’umidità relativa, così come per la percezione contano stile di vita (in zona torrida ha sempre imperato la siesta nelle ore più calde), l’alimentazione (serve acqua, quindi frutta, niente bibite gasate, il gas con il calore si espande e neppure ghiacciate, la reazione ci porterà a sudare immediatamente), e si possono ancora usare rimedi di una volta, come tenere i piedi a bagno in modo che il sangue circolando ci raffreddi, oppure quello di usare grandi tende da sole esterne che non permettano ai vetri delle finestre di diventare piastre radianti che riscaldano gli ambienti. Insomma, più del caldo, spesso a renderlo insopportabile è quanto della calura si parla, riparla, discute, ribadisce. E poi quanti errori facciamo nel vestirci – mai troppo attillato, pensate agli arabi – o nel lavarci – niente docce fredde da sudati. Fateci caso, le creature viventi che meglio sopportano alte temperature sono molto lente, rallentano metabolismo e movimenti. Perché gli effetti del caldo eccessivo esistono eccome e se riconosciuti in tempo possono aiutarci ad affrontare la situazione ovunque ci troviamo. Il caldo estremo se non mitigato porta a un aumento della disidratazione ma anche della perdita di concentrazione (pensiamo alla conduzione di mezzi di trasporto), riduce la memoria a breve termine (aumentano i lapsus e le dimenticanze), rallenta la percezione dello spazio circostante (si arriva a cambiare postura e strizzare gli occhi limitando il campo visivo). Un piccolo aiuto arriva dall’aviazione, settore nel quale i piloti imparano a usare l’indice Humidex, ovvero la correlazione degli effetti psicofisici di temperatura e umidità. Si tratta di un grafico di origini canadesi riferibile a chi è in buona salute; quindi, in caso siate persone particolarmente fragili per anzianità o salute, sarà necessario considerarvi meno tolleranti alla scala dei colori, ma rende bene l’idea di come ci si senta.  

Estratto dell’articolo di Elena Dusi per "la Repubblica" il 18 luglio 2023.

In Europa abbiamo Caronte, il traghettatore delle anime. L’ondata di caldo che già ieri ci sembrava insopportabile, con picchi di 43° al Sud, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) si intensificherà ulteriormente. Raggiungerà il culmine domani, ma si tratterrà con noi fino ad agosto, seminando record di temperatura lungo la strada. 

«Nuovi massimi previsti» avverte la Wmo, trasportandoci col pensiero al picco europeo registrato l’11 agosto 2021: 48,8° vicino Siracusa. Per oggi in 20 città italiane su 27 è previsto il bollino rosso. Ieri erano 17 e domani saranno 23. Altro che traghettatore, insomma. La macchia rossa di Caronte che nelle mappe meteorologiche ricopre l’Europa tra Spagna e Turchia ha un che di obeso e ristagnante.

È una bolla di caldo che risale dal Sahara, si piazza sul Mediterraneo e tratta l’Europa come fosse una provincia dell’Africa, con temperature fino a 10° oltre la media. Provoca caldo, ma anche incendi. […] 

Può sembrare paradossale, visto che domenica la Cina ha registrato il suo record di caldo per questo periodo dell’anno: 52,2°. Ma l’afa (accompagnata dagli incendi) e le tempeste (accompagnate dalle alluvioni) sono le due facce della stessa medaglia, che in sincronia stanno martellando Asia, America ed Europa. […] 

L’aria del deserto, che sia il Sahara, quello del Messico, del Gobi o della penisola arabica, col riscaldamento globale si espande verso nord. Probabilmente le nostri estati d’ora in poi saranno così, al netto di qualche variazione annuale».

Oggi nelle mappe Caronte ha la forma di una lingua rossa che dall’Africa si protende verso il Sud Europa, ingoiandolo. «Dipende dal monsone africano» spiega Bernardo Gozzini, direttore del Consorzio Lamma di Firenze (il Laboratorio di monitoraggio e modellistica ambientale gestito da Regione Toscana e Cnr). «Da vari anni la cella climatica tropicale, che comprende il Sahara, tende ad espandersi verso nord, inglobando l’Europa meridionale. 

Porta con sé anticicloni statici, che perdurano a lungo e non sono accompagnati da venti rinfrescanti. Le temperature si mantengono sopra ai 20 gradi anche di notte, rendendo l’afa ancora più fastidiosa e impedendoci di dormire». Uno studio pubblicato sulla rivista Plos nel 2019, d’altra parte, prevedeva che il clima di Marrakesh si sarebbe presto trasferito a Madrid. 

Ecco, ora l’Africa è arrivata. «Adesso ci lamentiamo» commenta amareggiato Gozzini. […]

Estratto dell’articolo di Matteo Pucciarelli per "la Repubblica" il 18 luglio 2023.

Negare il problema, come primissima opzione, deresponsabilizzando singoli e collettività. Isolare un dato parziale e circostanziato e costruirci sopra una narrazione che smonti l’urgente necessità di un cambiamento. Infine evocare presunti burattinai dietro alla “minaccia” del riscaldamento globale, pazienza se molto spesso è proprio la bolla negazionista quella ad essere finanziata dal mondo dei combustibili fossili.

Il discorso pubblico della destra — italiana, europea, americana — segue da anni lo stesso identico filone e anche in questi giorni di temperature fuori controllo lo schema non cambia. «D’estate fa caldo, non c’è nessun motivo di creare allarmismo — dice Claudio Borghi, parlamentare della Lega — alcuni ghiacciai si sciolgono, ma questo rientra nella storia del mondo». 

Ecco, se il consenso scientifico attorno all’emergenza climatica e alle sue cause (cioè le emissioni sempre crescenti di gas serra e ad altri fattori riconducibili alle attività umane) si attesta attorno al 98% delle pubblicazioni, quel restante 2% trova nel mondo conservatore mondiale un fedele e anche astuto megafono. 

Perché non ci sono solo personaggi come ad esempio Lucio Malan, capogruppo al Senato di FdI e in passato promotore di convegni dal titolo tipo “Non c’è un’emergenza climatica”, che sembrano voler negare l’evidenza e quindi vengono presi poco sul serio. Ce ne sono tanti altri che invece utilizzano il fortunatissimo oppositivo: non nego che ci sia un problema ma, sulla falsariga del “non sono razzista ma”. […] 

Così non a caso Francesco Giubilei, campioncino nostrano del pensiero conservatore, twitta picchi di calore degli anni passati aggiungendo «basta toni apocalittici sul cambiamento climatico», quest’ultima un’espressione coniata oltre 20 anni fa da Frank Luntz, stratega comunicativo dei repubblicani Usa, molto più morbida e rassicurante di “riscaldamento globale”.

Sempre non a caso Carlo Fidanza, big meloniano a Bruxelles, dice che «i cambiamenti climatici ci sono sempre stati nel corso dei millenni e vanno affrontati senza toni apocalittici. La transizione ecologica è un obiettivo condiviso, che noi mettiamo in pratica a tutti i livelli di governo nei quali siamo impegnati. 

Sono le modalità dettate da Bruxelles che non ci convincono: target irrealistici da raggiungere in tempi troppo ravvicinati; nessun rispetto del principio di neutralità tecnologica: l’elettrico tutto e subito e l’ostilità al biocarburante condannano intere filiere industriali; mancanza di reciprocità e nuova dipendenza dalla Cina. A queste condizioni la transizione green diventa insostenibile». […]

No, è una manovra delle élite contro il popolo. I nomi tirati in ballo sono sempre gli stessi, buoni anche per le teorie complottiste su pandemia, sostituzione etnica, euro: da Bill Gates a George Soros (il banchiere ebreo, anzi mondialista…). […]

Record in tutta Italia. Mercoledì di fuoco: ma perché questo caldo? Il Mediterraneo è uno dei “laboratori” degli effetti del riscaldamento globale. Il mitologico anticiclone delle Azzorre che dall’oceano Atlantico settentrionale si piazzava fermo e stabile sulla penisola, contrastando e annullando il molto rovente “anticiclone Africano” è stato spazzato via dal competitor africano Caronte. Erasmo D'Angelis su Il Riformista il 19 Luglio 2023 

Sotto la stabile canicola tropicale che staziona sopra di noi ormai da settimane, quanti ricordano e rimpiangono una delle poche granitiche certezze che dagli anni Sessanta del Novecento trasmetteva agli italiani “Che tempo fa”, i cinque minuti prima del Telegiornale delle 20 sull’unico canale Rai di allora, che portava in casa la “previsione del tempo” per domani o al massimo per dopodomani. Parole e volto pacato e professionale del mitico colonnello dell’Aeronautica Edmondo Bernacca, il primo meteorologo della tivù che fece entrare la parola “meteorologia”, all’epoca ramo della scienza militare, nelle case degli italiani.Da interprete dei fatti del cielo, spiegava i meccanismi più complessi con le sue carte del tempo, costruendo un quadro chiaro dell’evoluzione.

Certo, una grossa mano al colonnello la dava l’altrettanto mitico “anticiclone delle Azzorre”, un fenomeno all’epoca talmente oscuro per i telespettatori che si adattava perfettamente alla descrizione che il giovane Giacomo Leopardi, nel più curioso dei suoi libri, lo strabiliante “Saggio sopra gli errori popolari degli antichi”, faceva del vento, l’inspiegabile “soffio” dei primitivi: “Guardando intorno, non vedeasi cosa che cagionasse quel soffio. Questo fenomeno inconcepibile colpì gli uomini primitivi. Essi si prostrarono stupefatti, e adorarono il Nume sconosciuto che passava invisibile sopra le loro teste”.

Dell’invisibile anticiclone gli italiani impararono in fretta che sarebbe arrivato puntuale tra la terza e la quarta settimana di giugno, quando l’alta pressione iniziava a scaldare, e dalle Azzorre avrebbe reso le nostre estati decisamente le più gradevoli e invidiate, accompagnate dai suoi venti rinfrescanti e da temperature poco oltre i 30°C al Nord e qualcosina in più al Centro-sud ma solo nelle canoniche due settimane più calde dell’anno, tra l’ultima di luglio e la prima di agosto. L’estate aveva una sua tempistica e i gradi di temperatura scontati, ufficialmente si concludeva a fine agosto con qualche temporale ma a settembre iniziava il secondo tempo estivo con valori di temperatura tra i 24 e i 28C°.

Non c’era internet, l’alfabetizzazione era in corso e le mappe meteorologiche atmosferiche erano top secret. Ma gli italiani erano sempre rassicurati non solo dai governi a guida democristiana ma anche dal puntualissimo ritorno del mitologico “anticiclone delle Azzorre” che dall’oceano Atlantico settentrionale si piazzava fermo e stabile sulla penisola, contrastando e annullando il molto rovente “anticiclone Africano”.

Un impareggiabile ruolo di regolatore climatico dell’atmosfera lo aveva e continua ad averlo il Mediterraneo. Già, non tutti i mari sono uguali, e il Nostrum faceva sempre la differenza climatica. L’amato Mediterraneus, il mare “in mezzo alle terre” addolciva il clima dell’Italia rendendolo il più invidiabile del mondo perché era mitigato dalla massa d’acqua marina mediterranea con temperatura media superficiale intorno ai 12 gradi, che contribuiva a regalarci estati secche più o meno calde a seconda della zona ma ben ventilate, e inverni freddi e piovosi ma con temperature decisamente accettabili e confortevoli.

L’inverno mediterraneo, ricorda Fernand Braudel in Memorie del Mediterraneo: “Ha la sua dolcezza; nelle pianure più basse nevica raramente; a volte si hanno giornate serene e soleggiate senza che per forza soffi il mistral o la bora; il mare stesso offre una calma inattesa, e le barche a remi possono avventurarsi al largo per breve tempo; in fondo, questa stagione delle tempeste è anche il tempo delle piogge benefiche. I contadini di Aristofane possono rallegrarsi, chiacchierare, bere, stare in ozio mentre Zeus, con grandi rovesci d’acqua, “feconda la terra”.

L’assetto geologico del Mare Nostrum si è del resto delineato 5 milioni di anni fa come un larghissimo lago più che un grande mare, ed è in effetti un vastissimo specchio d’acqua semichiuso che comunica con l’Atlantico dallo Stretto di Gibilterra, e con l’Oceano Indiano attraverso il Mar Rosso dal canale artificiale di Suez, ed ha scambi di acque con il Mar Nero attraverso lo Stretto dei Dardanelli e il Mar di Marmara dallo Stretto del Bosforo. L’intero bacino ha una superficie di 2.505.000 km2, una larghezza di quasi 4.000 km e la lunghezza costiera di 46.000 km. Bagna 21 paesi di 3 continenti – Africa, Asia ed Europa – dove vivono circa 450 milioni di persone, e si divide in ulteriori mari: Ligure, di Sardegna, di Sicilia, Tirreno, Ionio, Adriatico, poi l’Egeo, i bacini dei mari di Alborán, delle Baleari, la Gran Sirte, il mar di Levante. Da area marina di transizione, fa da confine climatico tra le aree tropicali e quelle delle medie latitudini, e attenua l’escursione termica con la sua azione termoregolatrice.

I climatologi indicano da sempre il clima mediterraneo come “clima temperato”, il più gradevole e finora il più prevedibile, il clima dolce e leggendario, con le sue acque meno fredde degli altri mari e che riescono a trattenere il calore estivo rilasciandolo durante il periodo invernale. L’essere ad una media latitudine e avere un clima incomparabile con altre aree lungo la stessa posizione è il privilegio oggi messo in discussione. Il Mediterraneo, infatti, è uno dei “laboratori” degli effetti del riscaldamento globale, tra i principali hotspot nel mondo.

La nuova configurazione atmosferica con la nuova configurazione climatica con i livelli di emissioni di gas serra e di deforestazione, ha fatto riscrivere da tre decenni i capitoli della meteorologia italiana. L’amato e molto atteso anticiclone resta sempre più sull’Atlantico e l’alta pressione non esercita più il suo effetto-cuscinetto sulla nostra penisola favorendo, soprattutto d’inverno, condizioni di tempo stabile e soleggiato e scongiurando d’estate con le masse d’aria temperate le ondate di calore eccessive, e tenendo quindi il clima in equilibrio perfetto mitigando sia le basse pressioni del Nord Europa sia quelle troppo calde dell’Africa.

La nostra estate è quindi radicalmente cambiata con l’alternarsi di mesi roventi per l’aria calda africana che trova ampi spazi di penetrazione e punta sull’Europa avendo come primo bersaglio l’Italia, rendendo il caldo un altro fenomeno estremizzato. In più con il carico di calore e dell’elevato tasso di umidità dell’attraversamento del Mediterraneo, che si scarica con temporali violentissimi e tempeste di vento.

Da circa tre decenni è accaduto un cambio scena, qualcosa che ricorda un po’ le veloci battute tra Sean Connery e Catherine Zeta Jones in Entrapment: “Come faccio a sapere che ci sarai?” chiede lei. “Se ti dico che ci sarò, ci sarò. E sono sempre puntuale” risponde lui. “Sempre?” richiede lei. “Sempre. Se ritardo, vuol dire che sono morto”. E infatti è andata proprio così. L’anticiclone era da un po’ che non stava tanto bene, fiaccato e bloccato e ora è come se fosse morto.

La scomparsa del nostro Nume tutelare che metteva kappaò il competitor africano ha aperto ampi spazi atmosferici a cicloni come quest’ultimo chiamato “Caronte” che creerà guai a non finire. Il clima cambiato fa sì che l’anticiclone africano dal nome altrettanto mitologico di Caronte riesca a stazionare come una bolla di caldo che dal Sahara è statica e persistente sul Mediterraneo Africano, spingendo le temperature anche oltre i 10° sopra la media, con le nostre città da bollino rosso per picchi di 42-43 gradi non solo al Sud, che si intensificheranno nei prossimi giorni, e con quella di oggi che sarà la giornata peggiore, ma si continuerà così per tutto agosto.

Il Copernicus Climate Change Service dell’UE segnala ormai da anni ogni anno come l’anno più caldo, e se il 2023 sta battendo ogni record come il più caldo di tutti, il bacino del Mediterraneo è l’area dove il riscaldamento climatico corre a una velocità del 20% superiore alla media globale, con la temperatura pre-industriale già superata da range locali di aumento da 1,2 a 3 gradi, e con alcune variabili climatiche ormai compromesse. È uno dei punti di maggior fragilità climatica del globo. La fortuna del mare stabilizzatore del clima vede quasi invertire la sua funzione e si è trasformato piuttosto in “propulsore” di catastrofi per quanto calore ed energia e umidità accumula in atmosfera. E la Protezione Civile è già allertata in alcune nostre regioni del Nord dove da giovedì sono previsti temporali anche intensi, ed è mobilitata al centro-sud per prevenire gli incendi che al 99% sono innescati non dal caldo ma da criminali piromani o da disattenzioni altrettanto criminali.

Le previsioni di impatto nella regione mediterranea sono piuttosto preoccupanti, con due principali fenomeni. Il primo prevede siccità e crolli di rese agricole con circa 250 milioni di persone che si sposteranno con migrazioni prima della metà del secolo; il secondo vede le aree costiere condizionate dal rapido innalzamento del livello del mare, tra 80 centimetri e fino a 1 metro entro fine secolo e a 20 centimetri nei prossimi decenni, sufficienti a salinizzare le acque di falda della maggior delle terre agricole di pianura e a destabilizzare le aree costiere, con emergenze e crolli di economie locali. Problemi da affrontare con politiche di difese e adattamento. E nel caldo africano conviene farci un pensierino.

Erasmo D'Angelis

Dare la colpa agli ecologisti: la nuova frontiera del negazionismo climatico. L'ultima accusa arriva dal Canada, dove si insinua che gli incendi siano stati appiccati dagli attivisti per richiamare l'attenzione. Ma non è l'unico caso ed è un segnale del livello del dibattito. Diletta Bellotti su L'Espresso il 6 Settembre 2023  

Ecco che la maggior parte di noi è tornata a lavoro, alcuni con un certo amaro in bocca. È un peccato che ci sia stato un ciclone proprio là dove avevi prenotato le vacanze, è anche un peccato pensare a quante persone in Italia non  possano permettersi le ferie, ma questa è un’altra storia. O forse no. Ci ripetiamo spesso che non si affronterà l’apocalisse climatica accumulando bottiglie d’acqua e cibo in scatola in cantina. Tuttavia alcuni di noi lo faranno comunque. Altri dicono che quest’apocalisse è troppo lenta, soprattutto è troppo costosa: hanno voglia di assistere alla fine per poi poter ricostruire da capo. O, quantomeno, non hanno voglia di lavorare fino all’ultimo giorno della loro vita. 

Il fatto che ci sia un incendio incastrato nel panorama da cartolina adesso è semplicemente un dettaglio trascurabile, qualcosa che risveglia solo l’istinto di riprendere con il cellulare: non smuove nessuno spirito di sopravvivenza, né immediato, né lungimirante. 

Qualche giorno fa in treno una persona seduta accanto a me raccontava di come la tromba d’aria che ha colpito Milano per lei sia stata un grande fortuna perché le ha distrutto la macchina e ora l’ufficio gliene ha data una nuova e più bella. Un bel colpo di fortuna, senza dubbio. 

Nel frattempo i negazionisti climatici online insinuano il dolo per gli incendi in Canada di agosto, accesi, secondo la loro tesi, dagli ecologisti per sensibilizzare su i cambiamenti climatici. Si pone dunque una nuova interessante frontiera del negazionismo climatico, particolarmente fantasioso e illogico: gli attivisti climatici sono vigilantes, giustizieri di un mondo in fiamme in cui il diritto ambientale arriva troppo lento e dove il fine giustifica i mezzi. Alludono che è legittimo incendiare il Pianeta pur di farci prestare attenzione, che poi, nell’economia dell'attenzione, quanto vale davvero? In un mondo di content creators, chi lo assorbe poi questo contenuto? Chi, e con che strumenti, lo elabora? E, in fondo, come biasimare il web se pullula di negazionisti quando ne invitiamo ancora a bizzeffe alla tv nazionale? Sono oggettivamente più rappresentati loro che il 99% della comunità scientifica. Dunque è tutto in linea, sensato. 

Su questo tema ricordo una discussione abbastanza accesa con un illustre giornalista italiano il quale, infuriato, equiparava la proposta di non invitare negazionisti in Tv alla censura. Oltre alla posizione, sicuramente discutibile, ho trovato molto interessante come una persona che occupa una posizione di potere all’interno della trasmissione di saperi non sappia definire cosa sia la censura. Pericoloso oltre che imbarazzante. Forse è ignaro della strutturale piramidale della nostra società e dei meccanismi che portano una persona, anziché un’altra, a parlare pubblicamente? Ignora chi effettivamente è nella posizione di mentire, liberamente e con una certa arroganza, in tv? Dall’altra parte varie testate nazionali sono passate dal negare apertamente la crisi climatica e sbeffeggiare goliardicamente chi lotta per contrastarla, ad un nuova ossessione-clickbait-bollettino-di-collasso. Che l’informazione ritrovi il suo impegno civico non è più una questione meramente democratica, ma vitale. Anche se, di questi tempi soprattutto, sono quasi sinonimi. 

I nuovi negazionisti. Le brigate caldo e le fantasiose marmellate reazionarie della destra italiana. Mario Lavia su L'Inkiesta il 20 Luglio 2023

Opinionisti di destra accusano la sinistra mondiale di ordire un piano per farci credere che le temperature alte siano colpa del climate change. Un complotto ordito da Biden e dalla Banca Mondiale per vendere auto elettriche

Verrebbe da pensare, leggendo certi articoli, che questo clima torrido sia un’invenzione della sinistra. Sulla Verità Francesco Borgonovo ha spiegato che esistono le «Brigate caldo» (non ha specificato se siano nipoti di quelle rosse ma forse lo pensa) colpevoli di instillare nell’opinione pubblica l’idea che in questi giorni stia facendo un caldo tremendo, superiore alla media secondo tutte le rilevazioni scientifiche e le sensazioni degli esseri umani di tutto il pianeta. 

È una conseguenza del riscaldamento globale? Probabile. Possibile. Si discute. Mentre si boccheggia. Ma Borgonovo, e non solo lui, non discute: attacca. La verità è che le Brigate caldo per lui stanno orchestrando una campagna terroristica – soffiano sul fuoco, è il caso di dire – al fine di propagandare la necessità di interventi radicali in grado di bloccare le conseguenze del climate change, interventi finanziati ovviamente da oscuri potentati finanziari e oligarchie di ricconi che vogliono prendersi il mondo. Siamo insomma al negazionismo climatico parallelo al negazionismo storico. 

Lo dice bene lo stesso Borgonovo: «Chi esprime dubbi va subito punito: colpirne uno per educarne cento (eh? -ndr). All’uopo è stata creata la categoria del “negazionista climatico”, figura che costituisce una variazione sul tema “fascista”». È proprio così: per questa nuova destra non esistono processi storici, evoluzioni scientifiche, movimenti globali indotti dai nuovi percorsi del progresso, ci sono solo gli interessi di super ricchi all’ombra della Sinistra Mondiale, qualunque cosa voglia dire. Non si fa menzione degli ebrei ma il vecchio Soros non ci starebbe male. 

Le solite marmellate reazionarie. Siccome «le affermazioni sul caldo record sono false», la sinistra non provi a toglierci il piacere di queste belle sudate, di queste improvvise crisi respiratorie, di questa magnifica sete, di queste notti insonni. E di blocchi di ghiaccio che si staccano al Polo Nord, e di fenomeni tropicali di trombe d’aria e alberi sradicati. 

Seguono poi nel pezzo borgonoviano molte righe per spiegare che si tratta di un complotto, è tutto un affare ordito in primis da Joe Biden via Banca Mondiale per fare un mare di soldi con le auto elettriche, le case green e via dicendo, questo è il vero e unico obiettivo dei neo pluto-giudaici-massonici, «come – dulcis in fundo – nella migliore tradizione sinistrorsa». Non c’è nessun motivo per essere nervosi, dicono i destrorsi, non fa poi tutto ’sto caldo: è come quando lo scrittore napoletano Giuseppe Marotta scriveva con ironia che «a Milano non fa freddo», ma lui era un autore spiritoso, non il vicedirettore di un giornale. 

Comunque, svelato il Piano della nuova Spectre, alias “Brigate caldo”, l’aria resta comunque molto calda, pur con l’avvertenza – qui in effetti si può ragionare – che non siamo proprio sull’orlo di un’apocalisse (lo ha fatto notare anche il meteorologo di La7 Paolo Sottocorona), si comprende come addirittura cocente sia il clima che avvolge questa destra politico-intellettuale che non dorme la notte con l’incubo dei cavalli dei bolscevichi che si abbeverano alle fontane di piazza San Pietro, di questi democratici americani che pretendono di guidare il mondo, di questi scienziati prezzolati dal Capitale e dalle multinazionali per avallare teorie catastrofiste laddove invece tutto va bene madama la Marchesa.

Dormono male i negazionisti in queste notti già così sudaticce nelle quali bisognerà inevitabilmente soffrire aspettando il momento che sotto la porta sbuchi una riga di sole che annunci il nuovo giorno che però sarà angoscioso come gli altri. Ma non fa poi tanto caldo, no no, è tutta una roba della sinistra mondiale. E vai col condizionatore a palla.

 Estratto dell’articolo di Alessandro Gonzato per “Libero quotidiano” giovedì 20 luglio 2023.

Colonnello Giuliacci, ogni estate «non faceva così caldo da cinquant’anni», poi da settanta, ottanta, ormai per certi giornali e tg è sempre «l’estate più calda di sempre». Stavolta hanno indovinato? «No. Giugno è stato sotto la media, è piovuto tanto. Quindi anche se luglio, e non lo diventerà, sarà il più caldo di sempre e fosse così anche agosto, facendo la media dei tre mesi non verrebbe fuori assolutamente l’estate più calda di sempre». 

Ma se tutti o quasi dicono «caldo record»: 40 gradi qua, 45 là...

«Se davvero fossero stati i valori reali e costanti sarebbe stata una strage di anziani, un’ecatombe. Al Nord invece siamo arrivati a 35, a Firenze e Perugia 36-37. L’unica città del centro in cui in queste ore potremmo arrivare effettivamente a 40 è Roma. Discorso a parte per certe zone della Sardegna e della Sicilia. Me lo lasci dire: ormai siamo allo stupidario meteorologico». 

Ha 82 anni e ancora il fuoco sacro del lavoro, Mario Giuliacci, una vita nell’Aeronautica Militare, prima a capo del centro meteorologico dell’aeroporto Milano-Linate, colonnello laureato in Fisica alla Sapienza di Roma, professore universitario, poi nel ’92 fondatore del centro Epson Meteo. Oggi cura il sito meteogiuliacci.it, per tredici anni è stato il volto delle previsioni del tempo di Mediaset, poi affiancato dal figlio, Andrea, che ne ha seguito le orme. […]

Parla dello stupidario?

«Sì. Mi spiega cosa significa “tempesta di caldo”?». 

 Ce lo dica lei.

«Non vuol dire niente. È stata poi diffusa una bufala incredibile...». 

Quale?

«“Arrivano i 50 gradi su mezza Europa: Italia, Francia, Spagna!” Ma io dico: sarebbe la fine del mondo!». 

 E com’è nata questa bufala?

«Parte da un rapporto dell’Agenzia spaziale europea che il 13 luglio, attenzione, ha effettivamente rilevato temperature superficiali di 47-48 gradi nelle ore centrali, ma si tratta appunto di temperature prese al suolo, che non c’entrano niente con quelle dell’aria, altrimenti sarebbe stato da titolare sì sulla fine del mondo. La temperatura va misurata a 2 metri d’altezza, all’ombra, distante almeno 5 metri dalle case e se possibile sopra a un prato. Se uno mette la mano sull’asfalto di gradi ne sente anche 60, 70, ma quella non è meteorologia». […]

Altre espressioni tratte dallo stupidario?

«“Manifestazioni temporalesche”: cos’è, scendono in piazza i temporali? “Cielo coperto con nubi alte e stratificate”: ma chissenefrega se sono alte, di’ che è nuvoloso. “Tempo variabile”: lei cosa capisce? “Tempo incerto”: ma come fa un meteorologo a dire “tempo incerto”, ma scusa che mestiere fai?». […] 

Torniamo agli allarmi di questi giorni.

«Rischiano di spaventare gli anziani: leggono e sentono in tivù che ci sono 45-50 gradi e pensano “così vado al creatore”. […]  molti media non hanno più rispetto per il pubblico. Terrorizzano e non pensano alle conseguenze. È la meteorologia urlata. Sviliscono la professione. Ai miei collaboratori ripeto sempre: “Se dite caldo record vi licenzio”». 

È corretto parlare di «emergenza caldo»?

«Sopra i 34-35 gradi si entra nel disagio psicofisico, riguarda soprattutto gli anziani. Ma ripeto: se ci ricordiamo di bere, perché a una certa età lo stimolo della sete è minore, e quando usciamo mettiamo un cappello non c’è tutto questo pericolo. Ecco, ribadisco, non è il caso di uscire nella fascia centrale del giorno». 

“Caronte”, “Cerbero”, il caldo estivo ha nomi spaventosi...

«L’anticiclone africano è sempre lo stesso. È come se io Mario vado a Roma e mi chiamano Giuseppe. Si sono inventati anche questo: tutto fa scena ormai. Io non potrei mai adattarmi a questa moda, ne andrebbe della mia professionalità e della mia credibilità. Per fare il meteorologo devi essere laureato in fisica con specializzazione in fisica dell’atmosfera. E quali media hanno i fisici? Pochissimi. A Canale5 per esempio, il sito Meteo.it, poi il mio... Mi lasci aggiungere una cosa...».

Prego.

«“Ondata di caldo del secolo”... Ma quale? Allora, ripeto: non c’è nulla di eccezionale al centro-Nord, mentre al Sud, in Sicilia e in Sardegna il numero di località che da qui al 26 agosto supereranno i 40 gradi potrebbe essere il più elevato di sempre, questo sì. L’anno scorso 13 città, quest’anno potrebbero essere 20, ma il “record” al massimo sarà quello lì». […]

«Il caldo? Tutta colpa dei danni che facciamo alla Terra», parla il geologo Mario Tozzi. «Fuffa ideologica anima i negazionisti del clima». ENRICA SIMONETTI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 19 Luglio 2023.  

«Il grande caldo è colpa di quello che facciamo alla Terra! Altro che negazionismo...». Il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi è un fiume in piena, se gli si chiede un commento su quanti affermano che «giorni di solleone come questi sono sempre esistiti». Non può nemmeno sentir nominare chi parli in questo modo: «Voi siete giornalisti e vi piace creare il dibattito, ma i negazionisti lasciano il tempo che trovano, io credo che sia fuffa ideologica e basta».

Infatti, chiacchiere contro dati scientifici?

«Ognuno può avere la propria percezione individuale e ricordare giornate caldissime del passato, ma la verità si fa con i risultati della ricerca scientifica e io mi rifaccio sempre agli studi: siamo il Paese che lo scorso anno ha registrato 61mila vittime per il caldo e stiamo qui a dividerci su sensazioni di cialtroni e imbroglioni? L'emergenza clima si basa sul numero di giornate calde. Faccio un esempio semplice: io negli anni Sessanta avrò vissuto al massimo una decina di giorni con la temperatura oltre i 32 gradi, tra l'altro spesso in Puglia perché la mia famiglia ha anche origini barlettane; mio figlio ventenne ne ha vissute una ventina; oggi ne abbiamo una trentina. E i numeri ci dicono che saliranno ancora (cito sempre i maggiori risultati di evidenze scientifiche di altissimo livello). Bisogna muoversi e fare qualcosa al più presto»...

Estratto dell'articolo di Matteo Pucciarelli per repubblica.it il 19 luglio 2023.

[…] Passano le stagioni politiche, passa la crisi del momento e in prima fila a suonare il controcanto al cosiddetto mainstream ci sono sempre loro, con pochissime defezioni di volta in volta. Che sia la battaglia contro l'euro, che siano le teorie contro l'immigrazione, che siano i dubbi contro i vaccini e la gestione della pandemia, che sia le denuncia contro il politicamente corretto e la "teoria gender", che sia una certa sensibilità alle ragioni della Russia, che sia infine l'irrisione attorno all'emergenza ambientale, i protagonisti della propaganda "antisistema" non se ne perdono una. 

Tutti più o meno posizionati nell'area sovranista di destra, con qualche aggancio nel mondo liberista o di "sinistra" incarnato dal neocomunista Marco Rizzo.

[…]  Sul riscaldamento climatico su giornali, televisioni e social è tutto un darsi di gomito: ha sempre fatto caldo d'estate, punto. Rizzo ci ha messo un pizzico di fantasia in più allegando una prima pagina della Domenica del Corriere del 1952, donna in cucina e marito su una sedia morto dal caldo col ventaglio. «Anche 71 anni fa in Italia in estate faceva caldo - scrive su Twitter - Ma a nessuno veniva in mente di obbligarti a rottamare la tua auto né a seguire bizzarre mode volute dalla finanza e dalle multinazionali».

Le riflessioni di Paolo Del Debbio sulla Verità vengono titolate con un sobrio "così si smontano le balle degli ecoimbecilli", l'ineffabile neofascista Francesca Totolo si trasforma in cabarettista: «La siccità dovuta al cambiamento climatico di origine antropica colpì anche i Maya: troppe puzzette dei chihuahua». 

E poi: Nicola Porro, Vittorio Feltri, Daniele Capezzone, Francesco Storace, Claudio Borghi, solo per citare i più attivi. Gli antisistema che conducono trasmissioni in tv e stanno al governo indicano la rotta del momento e il popolo dei nickname va dietro a ruota, per combattere «il fanatismo ultra-ecologista», citando le parole di Giorgia Meloni al comizio dell'estrema destra spagnola di Vox, pochi giorni fa.

[…] Un report dal titolo ‘Deny, Deceive, Delay’ ha mostrato come da quando Elon Musk ha acquisito Twitter sono aumentati i post fuorvianti sui cambiamenti climatici. Un po' perché il fondatore di Tesla ha riaperto il social a chi era stato bannato perché spacciava false notizie, un po' perché deve essere cambiato qualche algoritmo: Marc Morano, uno dei più attivi negazionisti climatici americani sui social, in un’intervista del dicembre 2022 ammise che «il mio account Twitter e molti altri che si oppongono alla visione climatica del “consenso” hanno tutti aumentato notevolmente la visibilità da quando Musk ha preso il controllo di Twitter. Qualunque cosa Musk stia modificando, spero che continui così».

Conquistare Twitter è fondamentale: ci passano molto tempo politici, giornalisti, studiosi, personaggi famosi. Il mondo che orienta il dibattito pubblico. E guarda caso in occasione di eventi pubblici internazionali dove gli Stati sono chiamati a prendere decisioni sulla questione ambientali, decine di migliaia di account aumentano la propria produzione di contenuti contro la "truffa climatica". Con ad esempio il capogruppo di Fdi al Senato Lucio Malan che "copia" tweet anti-ambiente di colleghi polacchi. 

Eppure il nodo che spiega queste connessioni nazionali e internazionali è eminentemente politico, considerato che ad esempio Steve Bannon – ideologo di Donald Trump, pensatore corteggiato da Matteo Salvini e Meloni – con il suo Breitbart news promosse il negazionismo climatico, oltre che suprematismo bianco, razzismo e misoginia. […]

L'Europa sconfessa i talebani dell'ambiente: via libera ai biocarburanti. Sergio Barlocchetti su Panorama il 19 Luglio 2023.

Bruxelles rimette nella lista dei combustibili ecologici anche i biocarburanti neutrali come gli efuel voluti dai tedeschi. Può rinascere l'Euro 7

L’Unione Europea ricomprende i biocarburanti tra i combustibili ecologici. Un piccolo passo ma importante, in quanto fino a ieri venivano accettati come ecologici soltanto gli e-fuel, cioè quelli sintetici. La votazione favorevole si è svolta presso ITRE, la Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia del Parlamento europeo, che così approva anche la definizione di che cosa sia un carburante CO2 neutro. Questa è stata inserita anche nella bozza del regolamento Euro 7 che sarà votato tra due mesi in commissione Ambiente. Il passo è importante anche perché obbliga la Commissione europea a prendere in considerazione in seno a tutte le discussioni che potrannno emergere per la trattativa sul futuro del motore endotermico in Europa. Con questa votazione ITRE ha stabilito che i carburanti “CO2 neutri" sono combustibili rinnovabili o sintetici come definiti dalla Direttiva CE 2018/2001, inclusi biogas, biocarburanti, combustibile ottenuti da biomasse, rinnovabili allo stato liquido o gassoso per il trasporto di origine non biologica o un carburante a base di carbonio riciclato. Tradotto: si tratta di sostanze per le quali le emissioni di anidride carbonica sono considerate nulle perché questa è tipica della composizione chimica del carburante stesso ed è di origine biogenica, oppure è stata evitata la sua immissione in atmosfera. Insomma, un artificio che però amplia le possibilità di tenere in vita motori endotermici per sempre dando vita a una vera neutralità tecnologica, contrariamente a quanto volevano gli eco-talebani della Commissione capitanati dal vicepresidente Timmermans, riaprendo la possibilità che i parametri per la nuova normativa Euro 7 diventino raggiungibili e perseguibili da parte dei costruttori. La bozza pubblicata da ITRE vede inoltre la proposta di rinvio fino al 2028 dell’entrata in vigore del nuovo standard, mantenendo anche i parametri dell’attuale Euro 6 per i mezzi pesanti. Dopo tanta ideologia, una ventata di buon senso, forse sospinta dall’aver aperto gli occhi, o dalla consapevolezza della maggioranza Ursula di avere pochissime possibilità di essere rieletta.

Caldo record fino a 50°C? I meteorologi smontano la bufala gonfiata dai media. Perucchietti su L'Indipendente il 19 Luglio 2023

È innegabile che le giornate di luglio appena trascorse siano state torride in tutta Europa. Eppure, sembra che, archiviato il Covid, con la guerra nucleare in stallo, ora il caldo venga utilizzato come nuovo spauracchio per terrorizzare le persone e alimentare la corsa ai click con l’ennesima emergenza mediatica. Come per le varianti del virus, ora la staffetta passa per i nomi degli anticicloni, altrettanto spaventosi, tratti dalle fiamme mitologiche dell’inferno, portatori di temperature roventi: Cerbero, Caronte, ecc. Dai TG ai quotidiani, si sente infatti parlare di “Caldo record”, “Bolla di fuoco”, “Tempesta di caldo”, “Settimana di fuoco”, ovunque. Campeggiano grafici del Mediterraneo completamente rossi, se non addirittura neri, e si utilizzano con disinvoltura parole come “estremo” e “fatale”. Vengono annunciate temperatura fino ai 50°c. e oltre in tutta l’Europa meridionale, ma si tratta di una bufala totale, come avvalorato dai dati reali e spiegato anche da due dei principali metereologi italiani.

Capofila di questa tendenza allarmista è la Repubblica che, il 18 luglio, sbatte il mostro in prima pagina, titolando: Caldo record, il Pianeta in ginocchio. Segue una lunga serie di articoli ricchi di raccomandazioni volte a «Ridurre l’impronta dell’uomo sul pianeta, frenando il trend in crescita del riscaldamento globale, e progettare città più “resilienti”». “Caldo record, allarme globale”, scrive ancora La Repubblica, mentre AdnKronos ci tiene a precisare che questa è “La settimana più rovente nella storia del pianeta”. Ma è davvero così?

Le temperature di molte città italiane inviterebbero a riconsiderare l’allarme. A Milano il 16 luglio la temperatura era di 29 gradi, un valore che non si discosta molto da quello registrato negli anni precedenti. Nel 2020, nel 2019, nel 2013 e nel 2006 le temperature erano state simili o addirittura superiori. A Milano, nel lontano 1995, la temperatura media toccò addirittura i 31 gradi. Questi dati dimostrano che la situazione attuale non è così eccezionale come alcuni vogliono far credere. Lo stesso discorso vale per altre città italiane. Anche a Venezia le temperature registrate quest’anno sono simili a quelle degli anni precedenti, e addirittura nel 2010 sono state ancora più elevate. Questi esempi dimostrano che le temperature attuali non sono fuori dall’ordinario, contrariamente a quanto alcuni tentano di far passare. 

Certo, le osservazioni delle temperature su alcune singole città possono ingannare in un senso o in un altro. Ma a venire in soccorso del buonsenso sono stati anche alcuni tra i meteorologi più in vista d’Italia.

La puntata di Agorà Estate del 17 luglio su RaiTre ha contribuito a gettare luce su questa questione. Il conduttore Lorenzo Lo Basso ha definito la giornata in questione come la “più calda del secolo”, ma il capitano del servizio meteorologico dell’Aeronautica militare, Stefania De Angelis, ha mantenuto un tono moderato e ha sottolineato che ondate di calore come questa sono già state sperimentate in passato. 

È stata poi la volta del meteorologo de La7, Paolo Sottocorona, che con ironia ha smentito gli annunci troppo allarmistici: «E anche oggi non abbiamo raggiunto i 47 gradi», ha esordito in diretta, prima di aggiungere: «I giornali stranieri parlano di caldo infernale in Italia? Questo dipende dal fatto che leggono i giornali italiani, altrimenti non scriverebbero sciocchezze di questo genere. Il caldo salirà un po’ fino a mercoledì e giovedì uguale ma non penso ai livelli che vengono minacciati, perché quelle non sono notizie, ma minacce».

Dichiarazioni che evidentemente non sono piaciute ai padroni del discorsi mediatico. La sua vena polemica lo ha fatto passare nientemeno che per un “negazionista del cambiamento climatico” e ha dovuto difendersi in un’intervista a La Repubblica, spiegando che «La crisi del clima è grave. Ma non serve sparare temperature esagerate», rincarando la dose: «Chi inventa nomi come Caronte e preannuncia che arriveremo a 47 gradi sapendo che non è vero, solo per avere più clic al proprio sito, andrebbe denunciato per procurato allarme».

Un altro esperto che ha contribuito alla discussione è il celebre colonnello Mario Giuliacci, probabilmente il più famoso meteorologo italiano con un’esperienza pluridecennale, nonché docente di Fisica dell’atmosfera. Secondo Giuliacci, le previsioni di temperature di 50 gradi centigradi in Italia sono infondate e si basano su un errore di interpretazione di un’immagine satellitare dell’Esa. L’immagine mostrava temperature di 46-48 gradi al suolo, ma si riferiva alla temperatura del suolo stesso e non dell’aria a 2 metri di altezza, che è quella comunemente considerata nelle misurazioni meteorologiche «e che è almeno 10 gradi più bassa di quella del suolo». Le temperature dell’aria saranno alte, ma non raggiungeranno livelli così estremi come quelli riportati in alcuni resoconti sensazionalistici. Per Giuliacci non esiste neppure alcuna tempesta di caldo in arrivo: «Anche questa è una bufala», dovuta a «un errore nella comprensione dei dati Esa», ha spiegato il colonnello. [di Enrica Perucchietti]

Estratto dell'articolo di Elena Dusi per repubblica.it il 18 luglio 2023.

“E anche oggi non abbiamo raggiunto i 47 gradi”. Paolo Sottocorona, meteorologo de La7, da vari giorni inizia così la sua finestra sulle previsioni del tempo, smentendo gli annunci troppo allarmistici. La sua vena polemica però lo ha fatto passare per un negazionista del cambiamento climatico. 

Anche lei come alcuni politici della maggioranza pensa che questo caldo sia normale, visto che è estate?

“Non penso che sia normale. Penso che l’auto su cui ci troviamo stia sbandando e occorra intervenire al più presto. Ma non sopporto le esagerazioni. In Italia abbiamo registrato ieri 40 gradi, e solo in alcune zone. Chi inventa nomi come Caronte e preannuncia che arriveremo a 47 gradi sapendo che non è vero, solo per avere più clic al proprio sito, andrebbe denunciato per procurato allarme”. 

Lei ha detto che i giornali scrivono sciocchezze, ma il caldo di questi giorni non è una sciocchezza.

“Proprio perché non è una sciocchezza andrebbe trattato con equilibrio. Oggi viviamo in un mondo in cui tutto è urlato, ma non si possono esporre le persone a messaggi terroristici. Molti italiani sono anziani, una buona quota non ha l’aria condizionata. Sapere che domani ci saranno 47 gradi genera ansia. E’ come se io scendessi in strada urlando che sta per arrivare un terremoto”.

Non sono solo i giornali a scrivere sciocchezze. L’annuncio dei 47 gradi arriva dai meteorologi.

“Dai siti di meteorologia che mettono in giro nomi spaventosi come Caronte e che vivono dei clic delle persone angosciate. E’ da quando sono entrato in Aeronautica, nel 1972, che si parla di istituire un ordine dei meteorologi, ma non si è mai fatto nulla. Perché se io prescrivo una cura medica giustamente mi arrestano, ma nessuno fa nulla di fronte a previsioni meteo così sparate? La mia è una crociata contro le esagerazioni”.

Ma così non finisce per passare per negazionista?

“Non lo sono mai stato. Da 50 anni tutti i giorni osservo il tempo. Il cambiamento è sotto agli occhi di tutti”. 

Non di tutti. Sembra di essere tornati ai tempi del Covid che è solo un’invenzione. Un’ala della destra – politici e giornalisti – ripete che fa caldo perché è estate. 

[...] Cosa la colpisce?

“L’irregolarità del clima. In Italia in media cadono 900-1000 millimetri di pioggia all’anno. Prima erano distribuiti: cento a gennaio, duecento a febbraio, ecc. Oggi non piove per sei mesi, poi vengono giù 500 millimetri tutti insieme. Un’alluvione come quella in Emilia non è una novità in assoluto. Ne sono capitate anche in passato, ma lo facevano una volta ogni cento anni. Ora la frequenza dei fenomeni estremi sta aumentando. La pioggia distrugge tutto, scorre veloce verso il mare e dopo pochi giorni siamo già in una situazione di siccità. Siccità e alluvioni non sono due fenomeni contraddittori. Per la natura del nuovo clima, li vedremo spesso presentarsi l’uno accanto all’altro, se non facciamo come i romani che costruivano le cisterne”. 

[...] 

Un motivo in più per sostenere Greta, che chiede di intervenire subito?

“Sì ma Greta ha un’età in cui è lecito non essere realistici. Noi no. Non puoi fermare tutti gli aerei da un giorno all’altro. La transizione energetica va fatta con intelligenza e pragmatismo, un passo alla volta”. 

Sono parole pericolosamente vicine a quelle del ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che dice sì alla transizione, ma a tempo debito, senza spendere troppo, senza stravolgere l’economia.

“D’accordo, ci vorrà tempo, ma qualcosa prima o poi andrà fatto. Noi sembriamo quel tizio che cade dal grattacielo e dice: sono ancora al 30esimo piano, vedi che non è poi così grave”. 

Lei si definirebbe un ambientalista?

“Mangio poca carne e vivo senz’aria condizionata. Uso la macchina il meno possibile e taglio tutti gli sprechi. Non serve che mille italiani rinuncino a tutto. E’ più utile che 60 milioni di italiani risparmino il 10%. E se poi il mondo dovesse tornare al medioevo, mi consolo pensando che so pur sempre andare a cavallo e in barca a vela”. 

E’ sicuro che non raggiungeremo i 47 gradi?

“Può darsi che in qualche località italiana si tocchi un picco per breve tempo. Ma non in modo diffuso, non c’è alcun dato a sostenere una previsione del genere. Almeno non ancora”.

Meteo, Paolo Sottocorona: "Basta sciocchezze, si angoscia la gente". Libero Quotidiano il 20 luglio 2023

Da quando in diretta, nella striscia di L’Aria che tira (La7) dedicata alle previsioni, il meteorologo Paolo Sottocorona ha definito «sciocchezze» le tesi allarmistiche dei giornali italiani sul caldo anomalo, è diventato suo malgrado simbolo di «negazionismo climatico». Invece, ha solo detto la verità. «Combatto, si fa per dire, da tempo contro le modalità con cui sono stati presentati in alcuni casi questi fenomeni climatici. Non nego affatto i cambiamenti, sono 50 anni che li conosco be ne».

Allora cosa la turba?

«La forma, visto che sono abituato a discutere della sostanza. Da almeno 3 settimane si parla di “Italia a 47 gradi”, di “ondata rovente” e “onda di calore”, quando siamo solo nel periodo statisticamente più caldo dell’anno».

Quindi l'emergenza non c’è?

«L’emergenza c’è. Ed è quella che riguarda non tanto i fenomeni estremi quanto la loro frequenza. Le possibilità che si verifichino stanno diventando più strette. È quello ciò di cui dobbiamo preoccuparci. Le faccio una domanda io...».

Prego...

«Se l’anno prossimo dovesse essere normalissimo dal punto di vista meteorologico, non ci sarebbe cambiamento climatico? C’è eccome. Sembra che sia diventato indispensabile iperbolizzare, fare allarmismo, diffondere quello che chiamo “terrorismo termico”...».

Cosa?

«Sì, è terrorismo termico, una cosa che dovrebbe essere perseguibile al pari del procurato allarme. In Italia il numero di persone vulnerabili e indifese è enorme. Ci sono centinaia di migliaia di famiglie che non hanno aria condizionata, se viene ripetuto loro di continuo che “ci sono 47 gradi” si angosciano, magari si ammalano, certamente si svegliano al mattino percependo i famosi 47 gradi anche se fuori ce ne sono 26».

Ma quando parla di «terroristi termici» a chi si riferisce? Ai giornalisti?

«Non voglio gettare croci. La stampa svolge il suo ruolo rilanciando teorie che sente altrove, magari vestendole in un certo modo per fare clic e generare introiti. Ma da qualcuno quelle teorie deve pur prenderle. Ci sono colleghi “veri” che non si sono mai sbilanciati con certe dichiarazioni».

E quelli “finti”?

«Parlano senza avere nessun titolo. Che a sua volta non significa per forza non avere competenze. Conosco appassionati di meteorologia che non hanno titoli ma capiscono la portata degli eventi e non si sognerebbero mai ora di dire che “in Italia fanno 47 gradi”».

Ma allora quest'ondata di calore c’è o non c’è?

«Siamo in una fase calda che fino a oggi non è stata così estrema. Significativa, ma non estrema. I 40 gradi sono stati toccati ma senza che nessuno si sia posto la domanda principale: dove, quando e per quanto. Se una temperatura massima di 47 gradi viene rilevata per un minuto in qualche posto nell’entroterra della Sardegna si può parlare di caldo estremo in tutta Italia? No, ma non significa minimizzare, anche perché di fenomeni preoccupanti ce ne sono anche se non fanno notizia».

Ad esempio?

«Le temperature medie sono state superate un po’ ovunque, anche di 4 o 5 gradi, ma non avendo superato la soglia dei 40 non fanno notizia e invece sono aspetti molto seri. Il clima è un sistema. Un grado in media in più e rischia di impazzire».

Meteo, delirio-Luca Mercalli: morti di caldo... a nostra insaputa. Alessandro Gonzato su Libero Quotidiano il 20 luglio 2023.

Il climatologo Luca Mercalli ha il sense of rùmor. Fa confusione. «Molti pensano che a giugno abbia fatto fresco», dice alla Stampa, «invece è stato tra i più caldi in 220 anni, dati del Cnr. Solo che», attenzione, «è stato molto nuvoloso e nessuno si è accorto di questo caldo». Crepavamo a nostra insaputa. Forse è la meteodietrologia, una nuova scienza. Mercalli- tra gli ospiti preferiti di Fazio a Che tempo che fa (caldo mortale, ovviamente) - dal 2021 è coordinatore del comitato tecnico-scientifico di Europa Verde, il partito di Bonelli che ieri nel giro di due ore ha detto: «Sui cambiamenti climatici non ci sono toni apocalittici, la questione non va affrontata in termini politici, sono d’accordo, ma allora bisogna dare seguito a quello che dicono gli scienziati». Mercalli, ad esempio. Non va affrontata in termini politici? Bene, questo è Bonelli due ore dopo: «Per contrastare l’egoismo dell’Internazionale del negazionismo climatico, lavoriamo a un’alleanza eco-sociale per il clima e la democrazia. L’Internazionale del negazionismo è guidata dall’Italia con a capo la premier Meloni e i suoi alleati-supporter Gasparri, Salvini e Malan». Bonelli, poche idee e ben confuse.

VISIONI

Repubblica invece ha una certezza: “Afa, allarme globale. Nel Sud Europa il clima del Sahara”. La famosa afa del Sahara, che ha tanti problemi ma non quello dell’umidità. Nel Sahara c’è anche un’escursione termica notevole. A Repubblica per il gran caldo forse vedono la Fata Morgana, allucinazioni, come nel Deserto del Mojave, in California - nella Valle della Morte dov’è stata scattata la foto che accompagna l’articolo di Michele Serra sulla versione online del quotidiano contro «le destre sorde al grido d’allarme sul clima», foto di un bambino biondo che posa sorridente a fianco di un termometro che segna 56 gradi, nella Valle della Morte, appunto, e se si chiama così (da sempre) un motivo c’è. È l’effetto Michele Serra. Che va avanti: «Per chi bada al proprio metro quadrato, e ritiene che tutto il resto non lo riguardi, Greta non può che essere una scocciatrice isterica, una femmina poi (...)», ed è per questo che viene criticata dalle destre, è chiaro. Non perché tra le imprese di Greta c’è il tweet in cui nel 2018 aveva scritto: «Un importante scienziato del clima avverte che il cambiamento climatico spazzerà via l’intera umanità se non smetteremo di usare i combustibili fossili nei prossimi cinque anni», e 5 anni dopo Greta ha cancellato il tweet.

Repubblica in un altro pezzo scrive che «il consenso scientifico attorno all’emergenza climatica e alle sue cause, cioè le emissioni sempre crescenti di gas serra e altri fattori riconducibili alle attività umane, si attesta attorno al 98% delle pubblicazioni» mentre «quel restante 2% trova nel mondo conservatore mondiale un fedele e anche astuto megafono», ed è una statistica che Repubblica riporta sempre astutamente senza mai citare il campione, quali sono gli esperti attendibili e quali no, il criterio di scelta. Niente: il 98%. Repubblica ieri era il bollettino dell’apocalisse, “caldo record, il Pianeta in ginocchio”, titolava in prima pagina ma oggi si può fare di più. 

Per gli analisti del clima in servizio terroristico permanente la temperatura è esplosa dal 2003, e quell’estate ha fatto un gran caldo in effetti, ma è un vecchio articolo di Repubblica a ricordarci che «nell’estate dell’82 le temperature in Europa erano insolitamente elevate. In Sardegna il 25 giugno la stazione meteorologica di Capo San Lorenzo rilevò 46,2 gradi, il valore più alto registrato in quei giorni dalle stazioni meteorologiche dell’Aeronautica Militare. A Roma come a Napoli si arrivò invece a poco meno di 38 gradi, mentre in Sicilia si toccarono i 45 gradi dalle parti di Catania». Sulla Stampa irrompe l’esperto Daniele Cat Berro: «In città il caldo si sente di più». Grazie. Ricordiamo quella collega che anni fa al tg consigliò ai senza fissa dimora di non uscire di casa, ma per il freddo. Sui giornali che danno dei «negazionisti» ai politici delle «destre» campeggiano titoli da fine del mondo: “Bolle di calore e tempeste di pioggia, il mondo sconvolto dall’emergenza meteo”, “un patto per l’ambiente o sarà la catastrofe”.

RIECCO LE VIROSTAR

Rispuntano i virologi. Altro titolo: “Virus, con il caldo estremo i contagi corrono”. Come-come? Sì. “Cosa rischiamo con temperature sopra i 40 gradi? Parlano i virologi Pregliasco e Maga: «Adenovirus ed enterovirus possono metterci in scacco»”. Chi nega il gran caldo di questi giorni beato lui. Chi però non scrive che nell’87 a Napoli ci sono stati 39 gradi, più di 40 a Cosenza nel ‘73 e quasi 38 a Milano nel ’47 fa del meteo un’arma politica, e non sono le destre. Meglio seguire i consigli degli esperti, va là: «5 porzioni di frutta e verdura al giorno» (cinque, non di meno), acqua a tutto spiano e «niente sport nelle ore più calde». E noi che avevamo prenotato il campo da tennis a mezzogiorno. Poi eravamo già pronti per il brasato con la polenta. 

Estratto dell’articolo di Giuliano Ferrara per il Foglio il 18 luglio 2023.

La chiacchiera sul caldo ha un effetto moltiplicatore smisurato. A Roma c’è afa e siamo sui 40 e oltre, il che non impedisce alla città di vivere come si può, con qualche accorgimento e legioni di visitatori e graffitari impegnati con il Colosseo, ma a Wimbledon ieri si stava benone, in giacchetta sportiva, mica male anche Amburgo, fresco delizioso in Engadina. 

Rilevare il carattere non apocalittico del caldo, per quanto fastidioso e in alcuni casi o latitudini pericoloso, diventa un’attività antisociale, un censurabile bastiancontrarismo, prossimamente un reato penale di concorso esterno in negazionismo climatico. Ricominciamo con Cerbero, Caronte, l’Inferno del New York Times (ieri a New York 29 gradi). Qui non si volle approfittare, per quanto riguarda l’Italia, di un maggio freddo, di un giugno fresco e di una prima settimana di luglio abbastanza gradevole. Siamo negazionisti responsabili. Speravamo nel fair play, in ritorno.

L’estate scorsa dalla fine del mese mariano si era cominciato a combattere il riscaldamento locale e si è finito a settembre. La chiacchiera ci ha estenuati senza pietà. Avremmo potuto vendicarci, in questi mesi recenti, non l’abbiamo fatto. Ora che il caldo afoso è tornato alla grande, come accade di regola in questo periodo della stagione estiva, si ricomincia con i numeri, le misurazioni di record belluini, le previsioni parascientifiche, le calotte polari in via di scioglimento; e si dimentica che la siccità doveva essere annuale, pluriennale, invece è durata il giusto, poi è piovuto, poi è nevicato, e il giro ripartirà.

C’è una notizia per gli affermazionisti irresponsabili: a metà agosto si romperanno i tempi, l’aria comincerà a rinfrescarsi, le giornate poi si accorceranno, le notti non saranno più, come si dice ora, tropicali finché l’autunno si porterà via la chiacchiera del caldo e a novembre comincerà il brusio dell’assetto idrogeologico da salvaguardare. 

E’ da pensare che il clima e il meteo, compresa la fila per i tassì e l’immondizia sotto il solleone, compresa l’acrimonia verso il turismo di massa di cui più o meno facciamo tutti parte anche senza dispendio di ombrellini e piedi nella fontana, sono strilli ideologici elevati contro i domani che cantano, idee correnti, idee ricevute, luoghi comuni su cui si arenano le vecchie passioni ideologiche. Che vita sarebbe senza potersi dividere in schiere contrapposte, senza mettere in gioco il futuro, di cui tutti parlano perché nessuno ne sa alcunché.  

(...)

Il mondo poi va ripulito, disinquinato, emendato di qualche sua follia contaminante con strumenti tecnologici e di mercato, sennò decresce e sono guai seri; sulle leve della transizione energetica, anche per ragioni ecopolitiche, nessuno ha seri dubbi, ma la chiacchiera sul caldo che fa umanitario e di sinistra, che legittima in anticipo la rivolta dei posteri contro di noi, e ci fa la vita amara, colpevole, ansiogena, e più calda ancora, ce la potremmo risparmiare. Sobrietà, signor Caronte.

Rampini smonta i talebani del clima: "La lotta deve partire in Cina non a Roma". Luca De Lellis su Il Tempo il 18 luglio 2023

Il caldo torrido dell’ultima settimana italiana infiamma anche il dibattito pubblico.  E, persino in questo contesto, è sbocciata la polemica tra chi si disinteressa del cambiamento climatico e chi invece individua nelle temperature abbondantemente sopra i 40 gradi un grosso campanello d’allarme. Tanto che anche il Times, quotidiano britannico, ha titolato Roma “the infernal city”. Federico Rampini, durante la puntata di Controcorrente in onda su Rete 4 martedì 18 luglio, ha cercato di riportare nella realtà i talebani del clima: “Tutto l’emisfero Nord, nel momento d’estate, conosce dei picchi di temperatura molto elevati, anche se ci sono zone come l’Inghilterra che costituiscono un’eccezione”, ha esordito l’editorialista da New York per il Corriere della Sera. Che poi ha proseguito: “Qui in America si parla anche del caldo di Roma, ma tra tante altre cose”.

L’ospite della conduttrice Veronica Gentili ha poi svelato un retroscena “sulla relazione tra Cina e Stati Uniti”, che sulla “lotta al cambiamento climatico stanno cercando di trovare una linea comune nonostante i pessimi rapporti e i litigi continui su tutto”. Tutto ciò scaturisce però da un presupposto non trascurabile, e cioè “c’è la consapevolezza che quella lotta lì deve partire in Cina, non a Roma”. Il perché è presto detto: “La Cina emette ormai più CO2 di Stati Uniti e Unione Europea sommate insieme”.

Secondo Rampini il contributo dell’Italia e, in generale, dell’Europa nella lotta al cambiamento climatico può essere solo marginale. “Le decisioni che invece prende Pechino sul tema hanno un impatto notevole”. E come si affronta il dibattito in Cina? “Diversamente rispetto a noi e agli Stati Uniti, che sono molto simili”, perché lì “l’approccio è pragmatico”. Da diverso tempo, spiega il giornalista, “le autorità governative hanno abbracciato l’idea che il cambiamento climatico sia provocato prevalentemente dall’attività umana”. E poi “la Cina investe molto nelle energie rinnovabili, tra le quali include il nucleare come prima risorsa, ma sono grandi fruitori anche dell’energia rilevata dai pannelli solari”. Però, conclude Rampini, in Cina “sanno benissimo che le rinnovabili da sole a oggi non bastano e quindi continuano ad aprire centrali a carbone, perché credono che bisogna continuare a produrre per adattarsi al caldo e banalmente avere l’aria condizionata negli ospedali”.

Estratto dell'articolo di Elena Dusi per "la Repubblica" l'11 luglio 2023.

La crisi climatica ha un prezzo, e oggi lo stiamo già pagando. Il conto economico, stima l’Unione europea, ha raggiunto i 145 miliardi negli ultimi dieci anni. Tanto ci sono costati secondo Eurostat i danni degli eventi meteorologici estremi fino alla fine del 2022 (per l’Emilia Romagna c’è una fattura a parte). Il prezzo in termini di salute invece è stato pubblicato ieri su Nature Medicine . Parla di 61.672 vite perse in Europa nell’estate 2022 (dal 30 maggio al 4 settembre) per il caldo.

Il maggior numero di vittime — 18mila — si è contato in Italia. […] L’analisi di Nature , elaborata con i dati Eurostat dall’Istituto per la salute globale ISGlobal di Barcellona, trova riscontro nell’esperienza dei medici. 

«In reparto abbiamo in media cento letti occupati. La scorsa estate abbiamo viaggiato costantemente a livelli di 160-170» ricorda Salvatore Badalamenti, direttore del Centro di medicina interna dell’Irccs Humanitas di Rozzano[…] A proposito di afa, l’estate 2022 ha picchiato duro: 2,33° in più a giugno rispetto alla media degli ultimi trent’anni, 3,56° a luglio e 2,67° ad agosto.

 «Ci preoccupiamo del limite di un grado e mezzo di riscaldamento climatico da non superare. La verità è che ormai andiamo per i tre» ammette Antonello Pasini, fisico e climatologo del Cnr. «Fino a qualche anno fa gli anticicloni provenienti dall’Africa erano sconosciuti alle nostre latitudini. Oggi arrivano fino alle Alpi, stabilendosi sull’Italia per giorni. È come se il clima dell’Africa si fosse trasferito da noi».

[…] Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale il pianeta, reduce dall’aver registrato il giugno più caldo, la settimana scorsa ha toccato anche il record dei sette giorni più caldi di sempre. […]

L’Italia delle 18mila vittime, che a maggio ha visto affondare l’Emilia Romagna sotto a 4,5 miliardi di metri cubi di acqua, oggi si ritrova dunque immersa in una nuova ondata di caldo. «Ce la porteremo avanti una decina di giorni, con l’eccezione di qualche temporale al Nord» prevede Carlo Cacciamani, fisico dell’atmosfera e direttore dell’agenzia governativa ItaliaMeteo. «Secondo i modelli anche il resto dell’estate sarà piuttosto calda. Tra alluvioni e ondate di calore, non capisco cos’altro ci debba accadere per renderci consapevoli del problema».

Tutti gli ultimi 8 anni, in effetti, rientrano nella lista degli 8 anni più caldi del pianeta. «È come se avessimo un mazzo di carte in cui un tempo c’era un solo asso di bastoni» fa l’esempio Cacciamani. «Ora, con il cambiamento climatico, gli assi di bastoni, che corrispondono agli eventi meteorologici estremi, si sono moltiplicati. Le probabilità di estrarne uno dal mazzo, e di esserne colpiti ben bene, sono molto aumentate».

Evidentemente però 61mila morti e 145 miliardi non sono ancora sufficienti. La premier Giorgia Meloni ha detto chiaramente una settimana fa che la difesa dell’ambiente non può costringerci a «smantellare la nostra economia e le nostre imprese». Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo ha ribadito ieri: «La transizione ecologica costa, e il problema è chi paga». La realtà però è che il conto è già nelle nostre mani. […]

Il Meteorologo.

Oggi piove? Il business milionario dietro le app del meteo (con i loro allarmismi per fare traffico). Le previsioni del tempo in Rete hanno un giro d’affari ricchissimo: i ricavi pubblicitari crescono a gran velocità e si moltiplicano i siti che attirano visitatori anche con contenuti enfatici ed eccessivi. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 10 Maggio 2023.

Anche il meteo va di fretta, di questi tempi. Si consuma a ogni ora del giorno e della notte. Corre al ritmo dei social network. Vive di frasi a effetto e concetti semplificati. Perché tutto, o quasi, passa sul web e il successo si misura in clic. E siccome il pubblico è in continuo aumento, il business delle previsioni in Rete macina ricavi e profitti a un ritmo mai conosciuto prima. In Italia il mercato è dominato da due marchi: ilmeteo.it e 3Bmeteo. Entrambi i siti crescono a gran velocità grazie alle app installate su milioni di smartphone. Poi ci sono i ricchi contratti siglati con giornali, radio, televisioni e anche con molte aziende che hanno bisogno di sapere che tempo farà per programmare la loro attività: turismo, trasporti, energia.

Qualche numero aiuta a comprendere le dimensioni del fenomeno. Il Meteo.it, fondato venti anni fa da Antonio Sanò, a tutt’oggi presidente e unico azionista, nel 2021 ha incassato poco meno di 14 milioni con utili di 6,6 milioni. L’anno scorso, per cui non sono ancora disponibili dati ufficiali, i ricavi sono diminuiti di pochi punti percentuali, ma i margini di guadagno restano altissimi. Al lordo delle tasse, la redditività sul fatturato supera il 60 per cento, per un’azienda che conta su soli 14 dipendenti a tempo pieno e si affida in gran parte a service esterni. Anche 3Bmeteo gode di ottima salute. Il sito gestito da una società con sede e uffici nella Bergamasca, a Ponte San Pietro, vanta un giro d’affari che supera gli 8 milioni mentre i profitti si aggirano intorno ai 2 milioni. Le tre “b” della ragione sociale fanno riferimento alle iniziali dei fondatori: Massimo Bettinelli, azionista di maggioranza, Sergio Brivio e Lorenzo Badellino, che ha lasciato il gruppo.

La pubblicità è di gran lunga la fonte principale di ricavi per le due aziende, che da tempo hanno conquistato le prime posizioni nella graduatoria nazionale dei siti di informazione più visitati. Il traffico sul web conosce ovviamente alti e bassi in base al periodo dell’anno. Aumenta alla vigilia dei week end, delle vacanze estive e invernali oppure dei ponti festivi come quello, recente, del 25 aprile. Nel mese di agosto, per dire, ilmeteo.it arriva a 30 milioni di visitatori (utenti unici), più di qualunque altro sito di informazione. A febbraio, ultimo dato disponibile (fonte Audiweb), siamo intorno ai 23 milioni, mentre 3Bmeteo insegue a quota 12,6 milioni.

Sin dai tempi lontanissimi dei primi meteorologi sui canali Rai, da Edmondo Bernacca a Guido Caroselli, le previsioni del tempo hanno conquistato un’audience televisiva di milioni di affezionati spettatori. Col passare degli anni il format si è evoluto fino a siti internet come ilmeteo.it che offre anche contenuti extra, in aggiunta alle consuete informazioni su temperature, piogge e perturbazioni in arrivo. Si va delle news di cronaca fino agli aggiornamenti sul traffico e la qualità dell’aria.

Di recente anche la crescente instabilità del tempo, effetto in parte dei cambiamenti climatici, ha contribuito ad alimentare un interesse nuovo, e diverso, per il meteo. «Il pubblico è diventato più esigente, la qualità delle previsioni che ci viene richiesta è molto superiore rispetto al passato», commenta Emanuele Colli, un ex manager di Google da quattro anni amministratore delegato de ilMeteo.it. «Adesso però - dice Colli - la tecnologia ci permette di elaborare un’enorme quantità di dati e di conseguenza siamo in grado di fornire informazioni di gran lunga più precise».

La domanda crescente traina anche l’offerta. E sul web si moltiplicano i siti, a volte improvvisati, che vanno a caccia di clic con l’esca del meteo. Di fatto, però, il mondo delle previsioni del tempo si divide in due. Da una parte ci sono gli enti che non hanno bisogno di pubblicità per far quadrare i conti, perché vivono di finanziamenti pubblici o di contributi privati. Tra questi, il sito più conosciuto e seguito è quello del servizio meteorologico dell’Aeronautica militare che, tra l’altro offre i suoi servizi meteo anche alle reti Rai.

L’altra metà del campo è presidiata da vere e proprie aziende che hanno trasformato le previsioni meteo in un business. Campione mondiale di questa categoria è The Weather Channell, un marchio che vale per due. C’è la pay-tv via cavo americana, controllata dal finanziere Byron Allen, che trasmette news sul tempo 24 ore su 24. E poi l’omonimo sito, una vera multinazionale del meteo seguita in ogni angolo del globo. E non può essere altrimenti, visto che le previsioni offerte da Google, quelle che viaggiano in automatico sui nostri smartphone, sono in realtà fornite proprio da The Weather Channel, che fa capo al colosso dell’informatica Ibm.

Il mercato italiano è per forza di cose molto più ristretto, come pure la torta pubblicitaria da dividere tra i vari siti. Qui la partita si gioca anche ricorrendo a un vocabolario enfatico, a titoli ammiccanti, a volte allarmisti, con l’obiettivo di moltiplicare i clic e quindi anche gli introiti pubblicitari. Insomma, il meteo come uno show, per guadagnare di più.

«Ma non è così», protesta Massimo Bettinelli di 3Bmeteo. «A differenza di altri - continua - noi abbiamo una quindicina di meteorologi certificati tra i nostri dipendenti, facciamo anche attività di divulgazione senza scopo di lucro e, soprattutto, non pubblichiamo contenuti diversi dalle previsioni meteo, tipo le news di cronaca».

Su quest’ultimo aspetto arriva la replica de ilmeteo.it. «Le notizie occupano uno spazio marginale tra i contenuti del nostro sito. Il pubblico ci sceglie perché le previsioni meteo sono accurate», afferma Colli, l’amministratore delegato dell’azienda leader di mercato. «La meteorologia è una scienza molto complicata e dobbiamo scrivere in modo semplice per farci capire da tutti», spiega il manager.

E allora fate largo «all’Italia sott’acqua», alle «sciabolate artiche», all’«anticiclone Lucifero che brucerà la Penisola». È il meteo del terzo millennio, un business che corre sul web.

Il mestiere del meteorologo. Siccità e alluvioni: cosa sta accadendo al clima? Andrea Galliano su Linkiesta il 9 Giugno 2023

Luca Mercalli spiega che si tratta di due fenomeni che hanno origine nella stessa causa: il riscaldamento climatico. «L’Italia è un territorio strautilizzato. Strade, case, fabbriche. C’è una quantità di infrastrutturazione edilizia che aumenta la vulnerabilità. Ma ciò è la conseguenza di scelte prese negli ultimi 70 anni»

Tratto da Morning Future

Sembra contraddittorio parlare di siccità davanti alle alluvioni che hanno sconvolto Emilia Romagna e Marche nelle scorse settimane. Ma si tratta di due fenomeni che hanno origine nella stessa causa: il riscaldamento climatico. Le alluvioni «sono un processo geomorfologico inevitabile nella storia del Pianeta. Ci sono sempre state e sempre ci saranno. In più il cambiamento climatico le sta rendendo più frequenti e più intense», spiega il meteorologo Luca Mercalli. «Ora tutto il Po ha ripreso una piovosità che ci porta fuori dalla siccità. Però bisogna vedere quanto quest’acqua sarà penetrata nei suoli perché ci sono 17 mesi di siccità da saturare».

Ma come spieghiamo le alluvioni di maggio?

Maggio è un mese piovoso come novembre. Nella pluviometria media della Pianura Padana, i mesi più piovosi sono maggio, novembre e ottobre. L’autunno e la primavera sono più o meno a pari merito. Quindi non è strano che a maggio piova. È strano che la pioggia sia stata di questa intensità e abbia causato un disastro. Nel Nord Italia maggio non è un mese siccitoso, anzi è uno dei mesi più piovosi dell’anno. Per fortuna, perché è quello che dovrebbe fornire l’acqua che poi serve per l’estate successiva. La situazione è molto complicata perché la siccità precedente si è estinta con un altro evento estremo. Purtroppo ha piovuto in modo eccessivo e violento.

Quando saranno finite le inondazioni, tornerà il fenomeno opposto della siccità e sarà una caratteristica dell’estate?

Impossibile dirlo. Non si possono fare previsioni a lungo termine di questa portata. Intanto adesso di acqua ne è arrivata più o meno su tutto il bacino del Po. Ora tutto il Po ha ripreso una piovosità che ci porta fuori dalla siccità. Però bisogna vedere quanto quest’acqua sarà penetrata nei suoli perché ci sono 17 mesi di siccità da saturare. Le piogge violente sono passate rapidamente sul territorio facendo danni, ma non è detto che le falde profonde siano già state alimentate. Aspetti che si vedranno dopo.

Cosa potrebbe accadere?

Le misure di precisione verranno fatte sui pozzi campione e si vedrà. Perché la maggior parte dell’acqua è andata a mare. La siccità verrà via via colmata nei prossimi mesi. Poi come andrà la stagione non possiamo saperlo adesso. Le previsioni di precisione durano 10 giorni. Si esaurirà questa fase di pioggia e di fresco, le temperature si alzeranno e fino a fine maggio proseguirà la primavera. Il primo giugno inizierà l’estate meteorologica e si vedrà. Se non pioverà più e le temperature saranno fuori media, può tornare la siccità. Meno intensa di prima perché un po’ di acqua ha caricato i suoli. Ma se non dovesse più piovere fino ad agosto, la siccità tornerebbe a essere un problema. Invece se ci dovessero essere altre piogge, speriamo regolari e non violente, distribuite più o meno nei mesi successivi, allora la siccità pian piano si dovrebbe spegnere completamente e ricaricheremo le falde.

Cosa si può fare per evitare inondazioni e siccità?

Niente. Con una portata di eventi di questo genere è illusorio pensare di poterli evitare. Questa parola va tolta dal vocabolario delle alluvioni poiché sono un processo geomorfologico inevitabile nella storia del Pianeta. Ci sono sempre state e sempre ci saranno. In più il cambiamento climatico le sta rendendo più frequenti e più intense. Si possono alleviare i danni, ma non evitare. In Romagna in soli 15 giorni sono caduti 300 litri di acqua per metro quadrato. Due episodi record: il 2 e il 17 maggio. L’alluvione di inizio mese ha creato i primi allagamenti e ha imbevuto i suoli dell’Appennino, la seconda ha trovato i terreni già saturi e ha portato una quantità di acqua fuori dalle statistiche storiche. Se una collina frana, frana. Punto. Non si può fermare con le mani o con opere di contenimento. Si può fare un muretto, ma se viene giù l’intera collina (con le strade sopra) non c’è nulla da fare. E lo stesso vale per l’acqua: se arriva tutta insieme, da qualche parte dovrà andare.

Per ridurre i danni quali sono le mosse più opportune?

Possiamo solo agire dal punto di vista della prevenzione con la formazione delle persone per evitare di perdere la vita. Ci vorrebbe una corretta formazione di protezione civile o come fanno i giapponesi con i terremoti: esercitazioni e informazioni su cosa fare quando ci sono le allerte. L’unica speranza è evitare i morti, ma tutto il resto non si può cambiare. Le onde di piena su questi piccoli fiumi hanno raggiunto i 15 metri di altezza. Cosa si può fare? Qualsiasi operazione anche di manutenzione del territorio forse le avrebbe portate a 14 metri, ma non sarebbe cambiato nulla. E gli argini diventano una falsa sicurezza. Nella teoria idraulica è una cosa nota da cento anni. L’argine serve fino a un certo punto, ma contro l’evento eccezionale non serve più. Da qualche parte cede. Costruire la casa sotto l’argine non pone le persone al sicuro.

Il problema è che la politica, a livello nazionale e locale, non ha agito?

Sono stufo di sentire tutti esperti con una ricetta e con dei motti che semplificano, tipo “è successo perché non hanno pulito i fiumi” oppure “è successo perché non hanno dato l’allarme”. Un’alluvione è un fenomeno complesso ed emergenziale. Perciò produce una parte di eventi imprevedibili. C’era l’allerta rossa, ma non posso prevedere il punto esatto dove scoppierà un argine. Perché se lo sapessi lo riparerei la sera prima. Come nel terremoto non posso sapere con precisione come cadrà una casa. All’interno del fenomeno parossistico si creano un’infinità di situazioni locali che non sono prevedibili. È prevedibile solo lo stato di allerta generale perché purtroppo è un fenomeno di dimensioni colossali. E già tanto, rispetto a 50 anni fa, poter dare l’allerta. All’epoca avremmo avuto forse 100 morti, anziché 14. Poi c’è il problema della gestione del territorio a livello decennale. La cementificazione. L’Italia è un territorio strautilizzato. Strade, case, fabbriche. C’è una quantità di infrastrutturazione edilizia che aumenta la vulnerabilità. Ma ciò è la conseguenza di scelte prese negli ultimi 70 anni.

Invece cosa si può fare nei confronti del cambiamento climatico?

Il cambiamento climatico è un fenomeno globale. L’unica cosa che si può fare, predicato da 30 anni dalle Nazioni Unite, è ridurre la causa che fa aumentare la temperatura e, di conseguenza, i fenomeni estremi. Cioè la famosa riduzione delle emissioni di gas effetto serra. Questo lo dice l’accordo di Parigi, firmato nel 2015: più abbassiamo la quantità di Co2 che buttiamo in atmosfera, più riusciamo a limitare l’aumento della temperatura. L’accordo prevede anche due percorsi. Quello più prudente dovrebbe consentire di ridurre il danno climatico tenendo la temperatura sotto i due gradi di aumento a fine secolo. Oppure, se non si fa nulla, l’incremento sarà di 5 gradi. Se riduciamo la temperatura, ridurremo in futuro la frequenza di questi nuovi eventi estremi. Ma lo devono fare tutti. Non possiamo farlo solo noi in Italia. Anche la Cina, gli Stati Uniti e la Russia. E questo al momento non sta avvenendo. António Guterres, il segretario generale Onu, ha detto che ogni frazione di grado conta. Ma il clima sta cambiando senza alcuna forma di prevenzione, anzi la guerra in Ucraina sta facendo aumentare le emissioni. Al momento non abbiamo una strategia di mitigazione climatica e in futuro dovremmo aspettarci sempre più eventi estremi.

I giovani attivi nel settore ambientale vent’anni fa guardavano a Greenpeace, Legambiente e al Wwf. Ora a Fridays for Future, Extinction Rebellion e Ultima Generazione. Cosa è cambiato e quanto possono incidere i giovani?

I giovani fanno bene ad attirare l’attenzione su questo problema perché purtroppo saranno i bersagli dei danni del futuro. Chi ha vent’anni vedrà il peggio nella seconda parte del secolo. Però non basta scendere in piazza e fare lo sciopero del clima perché la politica internazionale cambi. Poi sono tre anni che ci sono queste azioni da quando si è formato il movimento dei ragazzi dopo le iniziative di Greta Thunberg. Ma non è che sia servito a qualcosa. Anzi, a gran parte della società sono addirittura diventati antipatici. Non mi sembra che ci sia questa grande empatia. Forse il problema è il numero: non sono abbastanza. Non tutti i giovani sono sensibilizzati e molti purtroppo sono indifferenti.

Il cambiamento climatico e l’economia.

Il cambiamento climatico è un disastro anche per l’economia: questo è il conto miliardario per le aziende. I danni al sistema produttivo per effetto di incendi, alluvioni e siccità sono in aumento. Cemento, acciaio e microchip i settori più esposti. Ma anche l’agricoltura e i trasporti via fiume. E s’impennano i costi per le assicurazioni. Vittorio Malagutti su L'Espresso il 7 Giugno 2023

A Panama, la siccità estrema ha costretto le autorità che gestiscono il Canale a imporre nuove regole al passaggio delle navi. Non c’è acqua a sufficienza e i portacontainer più grandi dovranno limitare il carico per non toccare il fondo. Di sicuro, quindi, aumenteranno i costi di trasporto e, di conseguenza, anche i prezzi delle merci per aziende e consumatori finali.

Nel sudest dell’Asia, dalle Filippine al Vietnam fino al confine con l’India, l’ennesima ondata di caldo anomalo minaccia la salute pubblica, soprattutto dei più poveri, e rallenta la produzione delle fabbriche al servizio dei grandi gruppi occidentali. Dall’altra parte del mondo, in Spagna, le piogge torrenziali della seconda metà di maggio hanno messo fine a una siccità lunga più di due anni con temperature che già ad aprile avevano raggiunto i 40 gradi in Andalusia. L’agricoltura soffre ed è a rischio soprattutto la coltura delle olive, di cui il Paese iberico è di gran lunga il maggior produttore europeo con un giro d’affari miliardario.

Nei giorni in cui in Italia si contano i danni della catastrofica alluvione in Romagna, le cronache dal resto del mondo confermano che eventi climatici estremi si ripetono con una frequenza sempre maggiore. Per fortuna si riduce, come confermano tutte le statistiche, il bilancio delle perdite in termini di vite umane. È in continuo aumento, invece, il costo dei disastri per l’economia.

Secondo un report del gruppo assicurativo Swiss Re, entro il 2050 il riscaldamento globale potrebbe tagliare ogni anno del 14 per cento il Pil del mondo, cioè all’incirca 23 mila miliardi di dollari. Gli investimenti necessari per contenere gli effetti del rialzo delle temperature - calcola l’Ocse - sarebbero invece pari a circa 7 mila miliardi annui nell’arco del prossimo trentennio. Una somma di gran lunga inferiore, quindi, ai costi del cambiamento climatico. 

Questi numeri fanno apparire ancor più surreali gli argomenti di una parte del mondo politico, a destra come a sinistra, che accusa di estremismo ambientalista chi chiede interventi drastici e immediati per ridurre le emissioni di CO2, causa principale del global warming. Bisogna fare presto, allora, non solo perché entro alcuni decenni la frequenza e l’intensità degli eventi estremi renderà inabilitabili ampie aree del pianeta. L’evidenza dei fatti dimostra che un rischio climatico crescente pesa fin da adesso sul sistema produttivo. E con l’andar del tempo il prezzo da pagare per molte aziende, nei più diversi settori di attività, potrebbe diventare così elevato da mandarle fuori mercato.

Per farsi un’idea dei danni provocati dal rapido alternarsi di siccità e alluvioni basta scorrere le cronache che riguardano il Reno, fondamentale via di trasporto al centro dell’Europa, un fiume che garantisce le risorse idriche indispensabili al funzionamento di innumerevoli fabbriche disseminate lungo il suo corso. Nel 2018, una fase di magra eccezionale innescò un calo dell’1,5 per cento della produzione manifatturiera nell’intera Germania. In quell’anno gli stabilimenti del colosso chimico Basf, che prelevano dal Reno l’acqua necessaria al raffreddamento degli impianti, furono costretti a rallentare la produzione. All’epoca gli analisti calcolarono che i danni per il gruppo tedesco in termini di minori profitti superarono i 250 milioni di euro. Nell’estate del 2021 fu invece l’alluvione a mettere in crisi il sistema di trasporto delle merci per 760 chilometri tra Svizzera, Germania e Olanda. Tempo dodici mesi e la situazione si ribaltò. In agosto del 2022, causa caldo e siccità, il livello del grande fiume si è abbassato a tal punto da paralizzare le catene di forniture di decine di grandi aziende.

I ripetuti episodi di siccità, a volte seguiti da piogge alluvionali, creano grandi difficoltà non solo all’agricoltura, ma ad interi settori produttivi. Cementifici e acciaierie, per esempio, non possono funzionare senza aver accesso a risorse idriche abbondanti e continue. È stato calcolato che negli Stati Uniti l’acqua utilizzata in un anno per la produzione di cemento equivale al consumo domestico di 145 milioni di cittadini. L’oro blu è indispensabile anche per industrie leggere come quella dei semiconduttori. Gli impianti che producono questi materiali, indispensabili per tutti i dispositivi che richiedono un chip per funzionare, dagli smartphone ai computer fino alle automobili, consumano grandi quantitativi d’acqua. Una risorsa, quest’ultima, che negli ultimi anni è diventata sempre più scarsa nel sudovest degli Stati Uniti. In quest’area si trova una delle massime concentrazioni al mondo di aziende produttrici di semiconduttori, seconda solo all’Estremo Oriente, dalla Cina a Taiwan. E così, anche colossi come Intel hanno dovuto fare i conti con la siccità che negli ultimi anni ha ridotto ai minimi termini le riserve d’acqua di stati come l’Arizona. La mancanza di piogge ha creato gravi problemi anche al gruppo Taiwan Semiconductor Manufacturing, che è il più grande produttore al mondo di semiconduttori per conto terzi. Nel 2021 l’isola di fronte alla Cina era stata risparmiata dai tifoni che ogni anno garantiscono abbondanti risorse idriche al paese. E così, per non fermare l’attività, l’azienda taiwanese è stata costretta a rifornirsi tramite cisterne con maggiori costi per decine di milioni di euro.

La variabile clima, quindi, ha un peso sempre maggiore sui conti delle imprese. Non per niente per le società quotate in Borsa è ormai prassi comune inserire anche i rischi legati ai fenomeni estremi, tipo alluvioni o siccità prolungate, tra quelli che vanno comunicati agli azionisti. Di conseguenza cambia anche il business delle compagnie di assicurazioni, costrette a far fronte all’incremento dei risarcimenti legati a quelli che vengono definiti «sinistri catastrofali». Secondo uno studio del gruppo assicurativo britannico Aon, il costo totale dei danni legati a disastri naturali l’anno scorso ha toccato i 313 miliardi di dollari, per quasi un terzo (95,5 miliardi) legati all’uragano Ian che ha devastato la Florida e Cuba. La siccità in Europa pesa invece per circa 22 miliardi. Più della metà di quei 313 miliardi di danni non erano coperti da polizze. Le assicurazioni hanno perciò dovuto far fronte a risarcimenti per 132 miliardi di dollari, una somma di gran lunga più elevata rispetto alle media dei venti anni precedenti, che si aggira attorno a 80 miliardi. L’aumento dei sinistri catastrofali si è fatto sentire anche sui conti delle Generali, la più grande compagnia italiana. I disastri naturali hanno pesato sul bilancio 2022 per 673 milioni di euro, contro i 493 milioni del 2021. E quest’anno la sola alluvione di maggio in Romagna potrebbe causare oltre 100 milioni di risarcimenti. A pagare, alla fine, saranno i clienti, che vedranno aumentare il costo delle polizze. Un altro effetto indiretto del cambiamento climatico.

Frane e alluvioni minacciano milioni di abitazioni: quasi tutta Italia è a rischio. Da Alessandria a Messina, da Sarno alla Romagna, trent’anni di disastri hanno colpito in ogni regione causando oltre 1.600 vittime e 320 mila sfollati. Ma la cementificazione continua, anche lungo i fiumi e nelle aree più pericolose: ecco le mappe di rischio. Paolo Biondani su L'Espresso il 30 Maggio 2023

Un’emergenza cronica, uno stato di pericolo permanente, che minaccia quasi tutti i Comuni italiani. Le disastrose alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna in questo mese di maggio non si possono considerare una fatalità imprevedibile, né un problema straordinario di un singolo territorio. Metà della regione è classificata da anni, ufficialmente, tra le «aree a rischio» di inondazioni, crolli e smottamenti. E per estendere l’allarme all’intero territorio nazionale basta elencare alcune delle «migliaia di località» italiane che, solo negli ultimi trent’anni, sono state colpite dalle alluvioni e dalle frane più rovinose. 

Una lista da non dimenticare: Alessandria (1994), Sarno e Quindici (1998), Nord del Piemonte e Valle d’Aosta (2000), Valcanale in Friuli (2003), Cavallerizzo di Cerzeto (2005), Messina (2009), Borca di Cadore (2009), Montaguto (2010), Val di Vara, Cinque Terre e Lunigiana (2011), Alta Val d’Isarco (2012), Genova (2011 e 2014), San Vito di Cadore (2015), Madonna del Monte (2019), Chiesa in Valmalenco (2020), Senigallia (2014 e 2022), Ischia (2022), Emilia-Romagna (2023).

L’Italia, per natura, ha un territorio ad alto rischio di alluvioni, smottamenti (con più di un quarto del totale delle frane censite in Europa), terremoti, erosioni costiere, eruzioni vulcaniche. Nel 2022 l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) ha registrato casi di dissesto idrogeologico nel 93,9 per cento dei Comuni italiani. Il problema, avvertono gli esperti, è aggravato dagli effetti catastrofici del cambiamento climatico. Ma anche dalla cementificazione del suolo, che continua ininterrotta da più di mezzo secolo: solo nel 2021 sono stati cancellati più di 69 chilometri quadrati di campagne, prati, boschi, sponde dei fiumi e coste dei mari.

In Italia, in media, spariscono ogni giorno 19 ettari di verde: più di due metri quadrati al secondo. È tutta terra fertile – in grado di assorbire l’acqua, depurarla e regalare vita a piante e animali – che viene ricoperta da una crosta morta di cemento e asfalto: uno strato impermeabile che cancella le difese naturali e favorisce il dissesto.

Oggi più di due milioni e 400 mila italiani vivono in case con «pericolo elevato» di inondazioni. Sommando le zone a «rischio medio», la popolazione esposta alle alluvioni sale a 6,8 milioni. Le frane più gravi minacciano 565 mila abitazioni, con più di un milione e 300 mila residenti.

Territorio fragile, edilizia sregolata, interessi privati, politica incapace o complice: una miscela che è all’origine di troppe tragedie nazionali. In Italia, dal 1971 al 2021, frane e alluvioni hanno provocato 1.630 morti accertati, 48 dispersi, oltre 320 mila senzatetto. Nonostante questi dati, la cementificazione non si ferma neppure sui terreni già classificati come pericolosi. 

Le foto aeree raccolte dall’Ispra documentano che in cinque anni, dal 2017 al 2021, sono stati costruiti appartamenti, strade, parcheggi, capannoni e supermercati in più di 1.313 ettari di «aree franose», sparsi in tutte le Regioni. Circa un terzo di questa massa di fabbricati è stata realizzata su terreni a rischio «elevato» o «molto elevato»: al primo posto, nella classifica dell’azzardo edilizio, c’è la Campania. Le altre regioni con il maggior numero di residenti in aree minacciate da frane e alluvioni sono Emilia, Toscana, Veneto, Lombardia e Liguria.

Un rapporto del Wwf pubblicato nel 2022 denuncia che molte amministrazioni locali autorizzano interventi edilizi anche vicino ai fiumi, proprio dove dovrebbero sfogarsi le ondate di piena: «Negli ultimi 50 anni, circa duemila chilometri quadrati di aree naturali di esondazione hanno subito varie forme di urbanizzazione», segnala l’organizzazione ambientalista: «Cemento e asfalto oggi ostruiscono dal 3 al 25 per cento di tutte le sponde dei corsi d’acqua».

I dati dell’Ispra documentano che, solo nel 2021, sono diventati artificiali 361 ettari di suolo a «elevata pericolosità» per le alluvioni. In Liguria risulta cementificato il 23 per cento dei terreni a massimo rischio di straripamento di fiumi e torrenti. Il problema è grave anche in altre regioni, dal Trentino al Veneto, dal Lazio alla Sicilia, dove è a rischio circa un decimo del territorio occupato da attività umane. 

Le prime norme contro il dissesto furono approvate dopo la storica alluvione del Polesine, che nel novembre 1951 causò oltre 100 vittime e 180 mila sfollati. Nei successivi trent’anni sono state approvate dieci leggi speciali, poi seguite da molte altre, varate sempre dopo ulteriori disastri. Dal 2007 una direttiva europea ha imposto di adottare piani territoriali coordinati contro le alluvioni. E dal 2030, se il governo non cambierà idea, anche l’Italia dovrebbe applicare le norme europee che puntano a ridurre il consumo di suolo, fino ad azzerarlo. Intanto, però, si continua a cementificare.

Al ritmo attuale, entro il 2030 in Italia spariranno altri 570 chilometri quadrati di terreni verdi: la miglior difesa naturale, gratuita e rinnovabile contro i disastri.

Le Alluvioni.

Il Gleno.

Diga del Gleno, cent’anni di silenzio. Un disastro rimasto senza risposte. Storia di Marco Birolini e Francesco Riccardi su Avvenire il 30 novembre 2023.

(Marco Birolini) «Le case non c’erano più. Ma non c’era nessuno che gridava o piangeva. Stavano lì, atterriti». Il disastro del Gleno è una storia raccontata nel silenzio. Quello che calò sulla Val di Scalve e sulla Val Camonica dopo il crollo della diga, ben descritto dalle parole della signora Francesca, tra i pochi sopravvissuti di quel tragico 1° dicembre 1923. Ma anche quello che mai si è incrinato nei 99 anni successivi. Tranne sporadiche commemorazioni, la catastrofe è sempre rimasta ai margini della storia italiana. I morti furono 356, ma è impossibile dire se la cifra sia esatta. Ci sono stime che parlano di almeno 500 vittime. Alcuni cadaveri non si trovarono mai, altri erano già sepolti e si mischiarono ai vivi: la furia delle acque, 22 mila metri cubi al secondo lanciati verso il fondovalle (la piena del Po non va oltre i 13 mila), spazzò via persino i cimiteri.

La notte precedente almeno una ventina di neonati vennero alla luce, ma non fecero a tempo ad essere registrati all’anagrafe. Tutte le vittime, ufficiali e no, hanno però un destino comune: sono state dimenticate. Nei giorni dopo la sciagura, in Val di Scalve arrivò persino re Vittorio Emanuele III, accompagnato da Gabriele D’Annunzio. Se ne parlò a lungo sui giornali, si fece un processo con 300 testimoni. Ma poi il disastro scivolò nell’oblio. Il rudere della diga troneggia severo sulla Val di Scalve, dove ancora oggi dividono il tempo in “prima” e “dopo” il Gleno. Ma altrove se ne è perso il ricordo. Un po’ perché all’epoca non c’era la televisione ad amplificare il dramma, un po’ per quel carattere ruvido e schivo di bergamaschi e bresciani, che un minuto dopo essersi asciugati le ultime lacrime si rimboccarono le maniche per ricostruire. Ma c’è forse anche altro, sul fondo di quel lago torbido che è la memoria collettiva italiana. Un incubo rimosso, fatto di verità non dette, interessi di parte, persino fake news ante litteram, come il corpo di quella madre accanto al figlio, ripescati però in punti diversi e accostati a beneficio di obiettivo. Un’immagine buona per commuovere, ma anche per distrarre l’opinione pubblica dalle cause del disastro.

Per onorare i morti, ma anche per tentare di capire, tocca partire dall’inizio. Il 1° dicembre 1923 piove. La diga è stata riempita da un mese con 4 milioni di metri cubi d’acqua che serviranno a produrre energia elettrica, di cui il sistema industriale del Nord Italia è sempre più assetato. Virgilio Viganò l’ha voluta costruire per alimentare i suoi cotonifici. In origine il progetto prevedeva una struttura classica, a gravità, poi in corso d’opera si passa al sistema ad archi, che contiene la spinta idraulica basandosi sulla contrapposizione di forze fisiche. Nessuno però lo comunica al genio civile di Bergamo, che se ne accorge durante un sopralluogo. Parte la segnalazione al ministero dei Lavori pubblici, che risponde con una diffida: la ditta Viganò presenti subito i disegni della variazione. Detto fatto, è tutto a posto. Anche il collaudo non rileva criticità.

Alle 7.15 qualcuno ha l’impressione di sentire un boato. La diga crolla, in pochi istanti l’acqua raggiunge il paesino di Bueggio e lo spazza via. Il maresciallo dei carabinieri di Vilminore, Virgilio Morcelin, distante poco più di un chilometro in linea d’aria, guarda e vede che la centrale, la chiesa e il camposanto sono scomparsi.

Alle 7,30 l’ondata, che arriva a toccare anche 25 metri di altezza, si abbatte sul piccolo borgo di Dezzo, cancellandolo. La piena prosegue travolgendo ogni cosa, fino a investire Corna di Darfo, in Valcamonica. Infine, dopo 45 minuti, si sfogherà nel lago d’Iseo: il livello si alzerà di 6 centimetri in meno di due ore. Un pescatore dirà che il Sebino era lievitato addirittura di 55 centimetri, distruggendogli le reti. Ma era una menzogna per intascare un risarcimento non dovuto. Capitolo doloroso, questo del ristoro dei danni. I gruppi industriali ottennero una buona fetta della somma, insieme a sgravi fiscali per la ricostruzione. Alla gente comune restarono le briciole. Con il prezzo vergognoso dato alla vita di un bambino di 6 anni: 1700 euro attuali, secondo quanto ricostruito dall’avvocato Benedetto Maria Bonomo, che ne scrive nel libro La tragedia della diga del Gleno (Mursia), riportando la testimonianza di Concetta Reali, storica ostetrica di Darfo: «I sussidi furono distribuiti in fretta e furia, non certo con equità. La povera gente aveva da pensare ai propri tristi casi, i trafficoni ebbero buon gioco a farne man bassa».

Vizio antico, lucrare sulle grandi sciagure italiane. Come da tradizione, anche quella del Gleno rimase senza colpevoli. In primo grado furono condannati il proprietario Virgilio Viganò e l’ingegnere capo Giovan Battista Santangelo: 3 anni e 4 mesi ciascuno. In appello però Santangelo viene assolto per insufficienza di prove, Viganò muore prima della sentenza. Per la giustizia italiana, dunque, non ci sono colpevoli. A 100 anni di distanza non si è ancora capito il perché del crollo. Gli studi dell’Università di Bergamo (da cui è nato il libro A partire da quel che resta, Franco Angeli) hanno evidenziato cause idrauliche. Nel convegno organizzato per il centenario, l’ingegner Marco Pilotti ha spiegato: «La tecnica costruttiva degli archi è molto razionale. Però i contrafforti sono slegati: se uno collassa gli altri non lo sostengono e anzi cadono a loro volta. Sotto quello crollato c’erano evidenti trafilamenti di acqua, che spingendo da dietro alleggerirono la struttura creando una sottopressione». Una porzione, insomma, sarebbe “scivolata”. A ciò si aggiunga la scarsa omogeneità del materiale utilizzato durante la costruzione, per di più di qualità non eccelsa. Durante il processo diversi testimoni riferirono dubbi e dicerie sul colosso dai piedi d’argilla. La vox populi, però, si levò tardiva. «Non mi è mai capitato, prima del disastro, di sentire persone che accennassero alla cattiva costruzione della diga del Gleno poscia franata» disse in aula il maresciallo Morcelin.

L’avvocato Bonomo, che studiò a fondo disastro e processo (legatissimo alla Val di Scalve, è stato anche sindaco di Colere), porta avanti con convinzione una tesi “eretica”: «A provocare il crollo è stata una bomba messa nel condotto di scarico, probabilmente azionata dagli anarchici della Valcamonica. Una versione scomoda sia per gli ambienti di sinistra, che per il fascismo: il Duce non voleva far passare l’idea che il regime non fosse in grado di garantire la sicurezza. Forse l’attentato mirava soltanto a svuotare il bacino, ma la diga aveva chiaramente dei difetti ed è crollata. Furono usati, secondo le perizie, 50 chili dei 70 rubati in zona nei giorni precedenti». Un gesto punitivo verso i fascisti della valle, dunque, che sarebbe andato oltre le intenzioni, innescando sensi di colpa negli stessi “sovversivi”. Di qui reticenze e versioni di comodo portate avanti negli anni, con malcelato fastidio verso l’ipotesi dell’attentato. La tesi della bomba emerse durante il processo perché su di essa poggiava la strategia della difesa, che in questo modo puntava a discolpare la proprietà. Il gioco delle parti, certo, supportato però da una perizia firmata dal generale Ottorino Cugini, generale del genio del II Corpo d’armata.

«Leggende», taglia corto l’ingegner Pilati. Anche peggio, secondo lo storico del fascismo Mimmo Franzinelli: «Ipotesi strumentali e insultanti, la costruzione della diga fu accompagnata da tangenti e omissioni. E il regime nascose la verità perché voleva far vedere che in Italia tutto funzionava bene». Ma Bonomo ha calato l’asso. Da buon avvocato ha scovato la carta che mancava, cioè la perizia affidata dal tribunale a due esperti di fiducia (uno era il generale Aldo Monteguti), che constatano come, ad esempio, la passerella di accesso alla galleria sia tranciata di netto. Questo indizio, come altre tracce, «non escludono, ma anzi possono indurre a concludere che uno scoppio di materia esplosiva siavi stato».

Paola, senza più madre e fratelli, a nove anni scopre cosa significa diventare una «scampata​»

(Francesco Riccardi) È un sabato mattina piovoso il 1° dicembre 1923 a Corna camuna, frazione di Darfo. Paola Dellasera ha nove anni e sua madre le ha chiesto di passare dal macellaio, nella parte alta del paese, prima di andare a scuola. Non fa in tempo ad entrare nella bottega che un vento forte la scuote e alcune persone la trascinano di corsa ancora un po’ più in alto. C’è un rumore fortissimo, sovrasta persino le urla di chi dice che «il fiume ha distrutto il ponte, l’acqua travolge tutto». Sono pochi minuti prima delle 7,30 e ancora non si sa che a cedere è stata la diga del Gleno, più in alto in Val di Scalve. Minuti che trasformano la piccola Paola in una sopravvissuta, «ie hcampacc», è scampata dicono di lei, che scopre solo in quel momento il significato di quella parola. La sua casa, infatti, quasi non si riconosce più dov’era. L’acqua e il fango hanno travolto e ucciso sua madre Caterina di 40 anni, due sorelle di 6 e 2 anni e il fratello di 5. Si salva solo il padre Giovanni, 41 anni, che era già fuori a lavorare. Tutto il resto – affetti, casa, beni, vestiti e fotografie – è cancellato. Intorno a dove viveva una famiglia semplice, serena, ora ci sono i cadaveri che affiorano, il fango e le macerie, quelle fisiche e quelle nell’anima. Ci sono le vittime da riconoscere: 104 solo a Corna. «Ma cosa vuol dire ri-conoscere un membro della tua famiglia, certo che lo conosci», pensa la bambina che fatica a realizzare di aver perso quasi l’intera famiglia.

E perduto, per noi, sarebbe anche il ricordo – perché negli “scampati” prevale il pudore del dolore e in genere evitano di parlare del “Grande disastro” – se non fosse, in questo caso, per la volontà di uno dei figli di Paola Dellasera, Francesco Zeziola, che ha raccolto in un libro (I sopravvissuti, gli invisibili della tragedia, Valgrigna edizioni) i frammenti di racconto quasi “strappati” alla madre durante la vita. Un’esistenza, quella di Paola, profondamente segnata dalla tragedia, rimasta costantemente sottopelle, e nel cuore, quasi nascosta. Un lutto probabilmente impossibile da elaborare, se non alla maniera dei contadini bergamaschi e bresciani di inizio secolo scorso: pensare a lavorare, andare avanti senza lamentarsi, in un misto di fede e rassegnazione. «Il disastro del Gleno, di cui parlo raramente, mi ha reso combattiva, dura, intransigente, poco propensa a comprendere chi prova dolore per motivi futili, perché io so cos’è il dolore vero», dice Paola di sé.

Dal giorno dopo la tragedia passeranno in tanti in quelle terre colpite: il vescovo, il Re e perfino il poeta D’Annunzio. In paese ci si organizzerà per ospitare gli hcampacc e saranno soprattutto le suore a «dare un’educazione ai bambini rimasti a vivere nel dolore». Si farà anche il processo ai fratelli Viganò, i proprietari della fabbrica tessile per la quale vollero realizzare la diga, malprogettata e peggio costruita. Il padre di Paola andrà alla prima udienza con un fucile «per copà i Viganò», che saranno sì condannati ma a pene lievi, così come “leggeri” saranno i risarcimenti stabiliti dai giudici.

Poi la vita tornerà a prendere il sopravvento: il padre di Paola, impossibilitato a lavorare e insieme educare una figlia da solo, sposerà la sorella della moglie, nasceranno altri fratelli-cugini, lei si sposerà a sua volta e avrà ben sette figli. Ma la tragedia la accompagnerà ancora. Una figlia, infatti, morirà di malattia a un anno, un’altra a 7 anni per un tumore cerebrale e il penultimo a 4 anni sarà investito da un’automobile. «Il destino, tra il 1923 e il 1953 mi ha tolto sette membri della mia famiglia: madre, tre fratelli e tre figli», dice Paola, morta nel 1994. «Non ho mai perso la fede. Anche se per me è incomprensibile tutto questo dolore».

Il Vajont.

Nel cimitero del Vajont, 60 anni dopo. «Mio padre diceva: muoriamo insieme». Storia di Pino Ciociola su Avvenire sabato 7 ottobre 2023.

Si comincia dal cimitero. «Sì, se si vuol capire cosa ha provocato la diga», dice Micaela Coletti, presidente del “Comitato per i sopravvissuti del Vajont”, e usa il passato prossimo. Dal cimitero perché «qualcuno vede quella diga come qualcosa d’eccezionale - continua -, ma è solo una cassa da morto, definiamola per quella che è». Si comincia. “Cimitero monumentale vittime del Vajont”, a Fortogna, frazione di Longarone: 1.910 lapidi, a terra fra erba ben curata e verde intenso, ciascuna col nome di chi morì la notte del 9 ottobre 1963 (il più piccolo aveva ventuno giorni). Però i corpi o i resti riconosciuti furono solo 726 e i morti di quella tragedia probabilmente superarono i 2mila. Alcuni riposano ancora sotto ghiaia e terra, a valle. Nel cimitero stamane ci sono sette od otto persone e silenzio assoluto.

Cosa resta sessant’anni dopo? «Assolutamente niente», risponde Micaela. «E questo senso di essere presa in giro continua». Lei aveva dodici anni. «Quella bambina è sempre qui - dice, sottovoce, nel cimitero -, continua ad avere dodici anni, a chiedere un abbraccio della mamma, una carezza, un abbraccio del papà». La voce le s’incrina per un istante, quella notte perse tutti, non le rimase più nessuno: «Vorrei tornare a casa mia, non la ho più da sessant’anni e la casa non è solo l’appartamento in cui si vive». Si ferma. Poi, sempre sotto voce: «Fu trovato e riconosciuto papà, solo perché aveva i documenti addosso. Mia mamma, mia nonna, mia sorella tredicenne, non vennero trovate o riconosciute, non lo so». Non ha mai capito come fece a salvarsi: la ritrovarono a mezzo chilometro da casa, seppellita, fuori dal fango e dalla terra solo una mano e un piede. Nove ottobre 1963, le 22 e 39, cinquanta milioni di metri cubi d’acqua s’impennano verso il cielo, scavalcano la diga, si spezzano in tre onde, la più grande punta a valle, schianta l’aria con la potenza di un’atomica e la pelle di chi è in strada, piomba a terra scavando un cratere profondo quaranta metri. Un inferno senza fuoco.

Il boato era stato improvviso, il mostro d’acqua l’avevano creato 270 milioni di metri cubi di terra franati dal monte Toc e piombati, in un minuto, nel bacino creato artificialmente della diga, un lago da quasi 170 milioni di metri cubi d’acqua. Tutti sapevano da un pezzo che sarebbe accaduto, che il Toc si muove e sbriciola, che quel prodigio avveniristico di tecnologia non doveva essere costruito qui. Lo sapeva anche la Sade, poi acquistata dall’Enel, che la diga l’aveva voluta, costruita ed era molto, molto potente: i collaudi prima li faceva, riempiendo e svuotando il bacino (scuotendo e stressando le pareti del Toc) e dopo chiedeva l’autorizzazione per farli. Del resto in ballo c’erano troppi soldi e prestigio internazionale, per lasciar perdere il megaprogetto del “Grande Vajont”. Meglio nascondere i dati e ipotizzare scenari approssimativi, però rassicuranti.

Eppure già dal 1960 il monte cedeva, frana più volte e il 4 novembre si alza un’onda anomala di dieci metri. Poca (si fa per dire) roba rispetto al fronte che rischia di crollare, scoperto l’anno prima da Edoardo Semenza, geologo (figlio del progettista della diga, Carlo Semenza). Però era davvero un prodigio, quasi 267 metri, lunga 190, inaugurata nel 1961: sessant’anni dopo, la diga è qui, appena scalfita dal tempo. Longarone, il paese a valle, venne invece spazzato via. Il più grande, non l’unico. Andiamo avanti, di nuovo in macchina, ma prima d’andare sulla diga, la superiamo su una piccola strada ai piedi del monte Toc, che lo costeggia e il “buco” lasciato dalla frana si vede bene ancora oggi, lungo un paio di chilometri. «Cosa provo quando lo vedo? A dir la verità, niente», spiega Micaela. I ricordi sono nitidi. «Mio papà lavorava in diga, sapeva bene cosa doveva succedere - racconta -. Qualche sera prima, avevo sentito mia madre e mio padre che discutevano e mia mamma diceva “è arrivato il momento di mandar via di casa i bambini”. Mi sono impietrita, ho sentito un gran dolore e pensato “ma cosa abbiamo combinato, che la mamma vuol mandarci via di casa?!”».

Micaela adesso va tutta d’un fiato: «Mio papà le risponde, “è inutile mandarli a Belluno, venisse giù la diga, morire a Longarone o a Belluno è lo stesso, meglio morire tutti insieme”». Per arrivare alla diga non serve il navigatore, cartelli che indicano come raggiungerla ce ne sono un bel po’. Maestosa e questo pomeriggio piena di visitatori, si fatica a trovare parcheggio. Micaela non ha voglia neppure di scendere dalla macchina: «Di tutto questo resta solo un dolore privato e non dovrebbe essere così o la storia non cambierà mai». E in sessant’anni non sembra essere troppo cambiata. Lo ripete: «Venire qui dopo essere stati al cimitero, fa vedere questa diga con un altro occhio e fa riuscire a capire i danni che ha portato...».

A proposito. La “Commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro del Vajont” consegnò la sua relazione finale il 15 luglio 1965: «L’esperienza del passato deve servire per il futuro» si legge all’ultima pagina.

Si comincia dal cimitero. Sì.

Ecco il documentario choc e due libri per non dimenticare. Storia di Lucia Bellaspiga su Avvenire sabato 7 ottobre 2023.

Vajont è la fine del mondo. Vajont è il misfatto compiuto da più complici in una micidiale catena di spregiudicatezze. Vajont è indimenticabile. Eppure i giovani non possono ricordare e spesso non sanno. Per ciò è un dovere civile, in questo anniversario a 60 anni dal più grave disastro della storia d'Europa, riguardare il crudo documentario Vajont '63 - Il coraggio di sopravvivere, prodotto da Venicefilm (www.venicefilm.it) raccogliendo uno straordinario materiale filmato di repertorio, in gran parte inedito: «Abbiamo ritrovato i video girati dai vigili del fuoco la notte stessa della strage alla luce livida delle torce e nella desolazione del giorno seguente, quando al sorgere del sole ci si rese conto davvero che sulla terra era precipitato l’inferno», spiega il produttore Alessandro Centenaro.

Per oltre due ore scorrono immagini rimaste sepolte per decenni nei sotterranei dei Palazzi romani: superstiti che si aggirano come fantasmi su un suolo identico a quello lunare nel punto in cui fino al 9 ottobre alle 22.39 c’erano la loro casa e la loro famiglia; cadaveri che galleggiano nel lago creato dalla frana, incagliati tra tronchi, macerie e oggetti di vita quotidiana; soccorritori che tirano in barca i corpi nudi con lacci passati attorno al collo e li allineano sulla riva; sopravvissuti che cercano i loro cari tra mucchi di salme, il riconoscimento reso difficile dallo stato dei corpi; ruspe che scavano fosse comuni in cui calare al più presto file innumerevoli di bare. Sui coperchi di ciascuna è inchiodata la foto della persona che vi è chiusa, così come è stata recuperata, l’espressione congelata nel terrore...

Il tutto inframmezzato dalle testimonianze, anche queste inedite, di chi allora era ragazzo e ancora oggi vive di incubi. La gente era in casa, molti già a letto, altri al bar a vedere alla tivù la finale di Coppa campioni. Di colpo un vento innaturale e sotto, crescente, un rombo mai sentito, non descrivibile. «La nonna ha urlato: è la fine del mondo, scappa, scappa», racconta Gervasia Mazzucco, allora bambina. L’impatto ebbe la potenza di due volte la atomica di Hiroshima, «il vento, prima ancora dell’acqua, aveva spogliato le persone», dice il vigile del fuoco Giulio Erinacea, «li trovavamo nudi. Ho visto una culla con un piccino nudo, sembrava Gesù Bambino, l’ho preso per un braccetto e una gambetta e l’ho passato fuori. Lì accanto c’era sua madre, sposetta giovane». Dosolina D’Incà girava «in tondo a imbuto, speravo solo che finisse in fretta». Renzo Bristot ansima mentre ricorda: «Finito tutto, nel buio assoluto qualcuno doveva andare a capire cosa fosse successo, andai io che avevo 18 anni. C’era una signora con il ventre sfondato da una trave, e fuori il feto. Io ho avuto una paura tremenda». Angelo Baraldo, ex capitano del 6° Reggimento Alpini: «Dopo i primi giorni i soldati non volevano più venire, vomitavano, non mangiavano». Qualcuno si tolse la vita, molti dovettero curarsi.

Tra i libri appena usciti, il volume Mai più Vajont 1963/2023 (ed. Fuori Scena)​ scritto da Paolo Di Stefano e Riccardo Iacona non solo ricostruisce ciò che avvenne dopo il 9 ottobre del 1963, ma per la prima volta riunisce i reportage di tutte le grandi firme del giornalismo che dal giorno dopo la tragedia raccontarono ciò che videro e provarono a ricostruire i fatti. Sono pezzi spesso memorabili e rimasti famosi, nel bene e nel male (quasi tutti gli inviati in un primo momento parlarono di fatalità anziché di colpevolezza). Ma il libro riporta anche la lunga battaglia giudiziaria, le strumentalizzazioni politiche, l’indifferenza fino al disprezzo per la gente comune, le connivenze tra funzionari pubblici e gruppi industriali. Impressiona leggere il destino (umano e giudiziario) che toccò infine ai protagonisti: solo Alberico Biadene della Sade sarà condannato al carcere, 5 anni, di cui 3 condonati. Mentre l'ingegner Mario Pancini, fuggito in Svizzera per non essere arrestato, sarà travolto dal rimorso e si toglierà la vita il giorno prima dell'inizio del processo: «Colpa o non colpa, ci sono duemila morti», non faceva che ripetere. Di grande impatto il confronto che il volume propone (non dichiaratamente) mettendo in fila i vari reportage: da quel "Nessuno ne ha colpa, nessuno poteva prevedere" di Giorgio Bocca su Il Giorno dell'11 ottobre 1963 o da quel "Noi non abbiamo competenza tecnica che ci consenta di giudicare, non possiamo escludere a priori che ci siano delle responsabilità" perseverato da Indro Montanelli sul Corriere della Sera ancora il 3 novembre del 1963, si va a sbattere contro l'arrabbiato incipit di Tina Merlin sull'Unità, "E' stato un genocidio. Un genocidio da gridare ad alta voce a tutti", scrive l'unica che aveva capito tutto da prima che accadesse. "Oggi tuttavia non si può soltanto piangere. E' tempo di imparare qualcosa", conclude la giornalista, ma anche in questo auspicio il suo nome è Cassandra.

Il volume Vajont senza fine, edito da Baldini-Castoldi con prefazione di Marco Paolini, ripropone invece gli articolo di Mario Passi, giornalista dell'Unità scomparso nel 2019. In una sorta di passaggio del testimone ricevuto dalla Merlin, Passi non fa sconti e ripercorre le mistificazioni e le coperture prima e dopo la tragedia, ma soprattutto le infinite tappe di un processo che è il monumento all'ingiustizia. "In prigione nel carcere della sua città, Venezia, ci finirà solo Biadene. Un detenuto modello... uscirà in anticipo per buona condotta". Intanto che l'iter giudiziario del Vajont consuma i decenni, in Val di Stava, Trentino, "crollano le colline della miniera di Prestavel, 180mila metri cubi di fango uccidono 268 fra valligiani e turisti. La lezione non è servita" (siamo nel 1985). Nel 1992 si chiude anche il processo per Stava: condanna per dieci imputati, "nessuno ha scontato un solo giorno di carcere".

"La diga del Vajont svettava intatta ma Longarone non esisteva più". L'allora comandante di una delle compagnie mandate in soccorso ci racconta gli effetti della frana avvenuta sessant'anni fa. Matteo Sacchi l'8 Ottobre 2023 su Il Giornale.

La diga del Vajont progettata dal 1926 al 1959 dall'ingegnere Carlo Semenza e costruita tra il 1957 e il 1960 è stata uno dei capolavori ingegneristici dell'Italia del boom. Molto presto, attorno all'invaso iniziarono a presentarsi gravi problemi di stabilità, localizzati sul versante del Monte Toc. A nulla servirono le ripetute denunce della situazione fatte da molti abitanti e le avvisaglie di frana (come quella del 4 novembre 1960). Si pensò di riuscire a tenere sotto controllo il fenomeno, ci si fidò degli studi fatti su modelli in scala. Fu così che nella notte del 9 ottobre 1963 una frana proiettò oltre la diga (che resistette) un'enorme onda che uccise 1910 persone. Nel 2008 l'Unesco lo ha incluso tra i cinque più gravi disastri di ambientali di natura antropica: «Un classico esempio di quello che succede quando gli ingegneri e i geologi si rivelano incapaci di cogliere la natura del problema che stanno cercando di affrontare». Subito dopo il disastro, in un panorama devastato, gli effetti dell'onda furono paragonabili allo spostamento d'aria di un ordigno atomico, si mossero verso le località colpite i primi soccorsi. Pompieri, alpini, artiglieri di montagna andarono verso il luogo del disastro, senza avere l'idea di cosa si sarebbero trovati davanti. Gian Paolo Agosto, classe 1932 e Generale della riserva, all'epoca della tragedia era comandante della 41esima batteria obici 105/14 del gruppo «Agordo» alle dipendenze del comando del 6° Reggimento di Artiglieria da Montagna - Brigata Alpina Cadore di Belluno. Nel mese di ottobre del 1963, la sua principale preoccupazione come giovane comandante era che era stata preannunciata una possibile esercitazione di allarme Nato. Quando alle due di notte, tra il 9 e il 10 ottobre, squillò il suo telefono di casa si immaginò che stesse per partire l'esercitazione. Invece stava per entrare in un incubo. Lo abbiamo raggiunto - con l'aiuto di Igor Piani, vicecaporedattore di Rivista Militare e del Generale Stefano Fregona - e ci siamo fatti raccontare da lui cosa successe. Di quegli eventi ha vergato anche una memoria per i suoi nipoti, in modo che non dimentichino.

Generale Agosto, quindi arrivò questa telefonata notturna..

«Raggiunsi subito dopo la telefonata la mia batteria, ero Capitano di ispezione e chiesi all'ufficiale di picchetto di mostrarmi il messaggio in codice Nato che ordinava l'esercitazione... Rispose che non era arrivato alcun messaggio in codice ma una telefonata del Comando brigata che ordinava di allarmare tutti i reparti. Ho telefonato subito al Comando brigata. L'ufficiale di servizio disse che era crollata la diga del Vajont con la distruzione di Longarone».

A quel punto?

«Ordino agli artiglieri di riportare nei magazzini gli obici, le armi individuali e tutto il superfluo. Ci dotiamo soltanto di zainetti di sanità, picconi, badili, corde, teli vari e partiamo in autocolonna e raggiungiamo il comando di Reggimento. Lì vengo informato che la mia batteria alle ore 12 deve dare il cambio agli alpini del battaglione Pieve di Cadore che operano nella zona dalle prime ore del mattino ed erano stati i primi ad arrivare. Impartisco le istruzioni che posso, l'ambiente in cui si andava ad operare era totalmente sconosciuto».

Cosa avete trovato?

«Siamo arrivati con gli automezzi alla frazione di Faè, poi abbiamo percorso a piedi la statale piena di fango e di macerie, poi abbiamo utilizzato la scarpata ferroviaria e il ponte ferroviario sul torrente Maè rimasto integro, a quel punto ricevo l'ordine di dare il cambio agli alpini che operano nell'area di Pirago, una frazione sopraelevata di Longarone... Arrivato sul colle, la scena che si presenta ai miei occhi è apocalittica e incomprensibile: il paese distrutto e la diga è intatta. È rimasto in piedi solo il campanile che svetta sulla distesa di sabbia e ghiaia. Iniziamo subito la ricerca dei feriti, improbabili, e dei corpi senza vita. Al ritrovamento delle prime salme gruppi di fotografi e giornalisti si accalcano attorno a noi. Col passare dei giorni poi questi ritrovamenti diventarono tristemente abituali... Quel primo giorno la notte ci sorprese in quell'immenso cimitero a cercare ancora quei poveri corpi. La valle era solcata dai fasci luminosi delle fotoelettriche...».

Un esperienza tremenda. C'è qualche episodio che le è rimasto particolarmente nella memoria?

«All'inizio delle ricerche un soldato vide sporgere dal fango la mano di una donna con la fede nuziale. Sconforto, impotenza e un nugolo di fotografi che si accalca su quella mano. Poi l'ansa del torrente Maé... Parte dell'onda aveva depositato il suo carico di morte e di macerie in un immenso groviglio di travature delle case distrutte. Ho mandato lì ad intervenire un ufficiale e trenta artiglieri... Quando sono risaliti ho visto le loro espressioni... Hanno dovuto ricomporre corpi, a volte trovavano solo arti. Ho istituito una turnazione per salvaguardarli, erano giovani di leva. La mia preoccupazione era farli dormire, mangiare, salvaguardare spazi minimi di normalità».

Vi muovevate in un contesto in cui ogni traccia di vita normale era stata annichilita o snaturata...

«Un giorno, mentre si scavava tra la sabbia e la ghiaia, gli artiglieri individuarono un baule chiuso a chiave. Dopo averlo liberato dai detriti viene aperto, conteneva il corredo nuziale di una giovane del paese, nel fare l'inventario degli oggetti viene trovato un rotolino di buoni postali fermati da un elastico: erano i risparmi per le nozze. Chiamo i carabinieri e consegniamo tutto».

Mi tremano un po' i polsi a chiederlo. Tra le vittime ci furono anche molti bambini.

«Mentre degli artiglieri stavano scavando fra la sabbia e la ghiaia videro affiorare dei capelli, abbandonarono il piccone per procedere, molto più delicatamente, con le mani. Affiorò il volto di una bambina. Liberata dai detriti, la troviamo ancora nel suo lettino. Era sotto le coperte, schiacciata dal peso dell'onda e delle macerie. Continuando a scavare si è capito che era un letto a castello. Sotto di lei c'era sua sorella».

Non deve essere stato facile nemmeno con i superstiti.

«Dopo tre o quattro giorni arrivano dall'estero i primi emigranti. In molti erano partiti da Longarone in cerca di lavoro. Vagavano esterrefatti in quella landa di ghiaia per cercare la loro casa natia. Nell'area di Pirago le case erano state falciate dall'onda e queste erano riconoscibili essenzialmente dalle piastrelle del piano terreno rimaste in parte integre e parzialmente visibili. Diversi parenti mi chiedevano l'aiuto di un soldato per staccare una piastrella del pavimento, a ricordo dei loro cari. Ottenuta la piastrella la ripongono nella borsa o sotto alla giacca e si allontanano piangendo».

Immagino che sia una cosa che non si possa dimenticare, nemmeno a distanza di tanti anni.

«Resta tutto. I dettagli sono indimenticabili. Io poi avevo una responsabilità come comandante anche rispetto all'incolumità dei giovani che comandavo. Tutelare quei ragazzi era una cosa che mi preoccupava sempre».

Immagino che niente del vostro addestramento vi avesse preparato ad una cosa del genere.

«Era tutto una improvvisazione, un rispondere alla necessità immediata. Eravamo in mezzo ad un disastro, abbiamo dovuto adottare sul momento una serie di accorgimenti. Dei ventenni buttati in mezzo ai cadaveri... ai corpi straziati. Una delle cose di cui sono veramente contento è che nessuno dei coraggiosi e bravi ragazzi che comandavo si sia fatto male. Ma cosa sia stato è riassunto bene in una poesia di Carla Sarto che ci ha visto operare all'epoca: Vi vedevo la sera/ Tornare/ sul camion di fango/ di fango voi stessi/ gli occhi fissi nel vuoto,/ nel nulla».

 Un viaggio all'interno della memoria collettiva e nelle viscere industriali del disastro annunciato. "Il saldatore del Vajont" di Antonio G. Bortoluzzi ci racconta le radici e le lunghissime conseguenze di una tragedia che interroga, tanti anni dopo, non solo i responsabili, ma tutti noi che viviamo di "tecnica". Matteo Sacchi il 7 Ottobre 2023 su Il Giornale. 

Alle 22 e 39 del 9 ottobre 1963, sessant'anni fa, all'improvviso cede. Il lento movimento degli strati di roccia e fango del Monte Toc smette di essere centimetrico. Una massa enorme, 270 milioni di metri cubi di terra e roccia, una massa che per la mente umana - abituata a pensare in termini di chili e tonnellate - è incommensurabile, scivola dentro l'invaso della diga del Vajont.

La diga è un capolavoro di tecnologia, è l'orgoglio di chi l'ha progettata ma anche di tutti quelli che ci hanno lavorato. A doppio arco, alta 261 metri - è ancora oggi l'ottava diga più alta del mondo - è un capolavoro in calcestruzzo. Lo è talmente che reggerà all'urto quando, in circa 20 secondi, la frana arriva a valle, alla folle velocità di 110 km orari, generando una scossa sismica e riempiendo il bacino artificiale. Si creano allora tre onde. Una si dirige verso l'alto, lambisce le abitazioni di Casso, ricade sulla frana e va a scavare il bacino del laghetto di Massalezza. Un'altra punta verso le sponde del lago e distrugge alcune località nel comune di Erto e Casso. La terza (di circa 50 milioni di metri cubi di acqua) colpisce la diga, che rimase intatta ad eccezione del coronamento percorso dalla strada di circonvallazione che conduceva al versante sinistro del Vajont. La diga regge ad una forza venti volte più alta di quella per cui è stata progettata. Ma il risultato è che l'acqua si impenna verso l'alto e poi precipita nella stretta valle sottostante.

I 25 milioni di metri cubi d'acqua che riescono a scavalcare l'arco sradicano tutto quello che c'è nel greto sassoso della valle del Piave. Formano un muro solido in movimento che si riversa su Longarone, causando la quasi completa distruzione della cittadina (si salvarono solo il municipio e le case poste a nord di esso) e dei borghi limitrofi. È una strage: i dati ufficiali parlano di 1.910 vittime, ma non è mai stato possibile determinarne con certezza il numero. Perché? È stato stimato che l'onda d'urto dovuta all'inondazione - ma non esistono parole esatte per descrivere quel mostro liquido - fosse addirittura il doppio di quella generata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. Molte delle vittime che si trovavano all'aperto sono state polverizzate. Di loro non si è trovato nulla.

Una tragedia annunciata, lo avevano fatto gli articoli di Tina Merlin che erano rimasti inascoltati. La frana del Monte Toc fu sottovalutata, era meglio credere nella speranza, resistente come il cemento, del boom economico e dell'energia infinita.

Dopo non restava che affrontare l'inaffrontabile, che non si può raccontare meglio di come fece Giampaolo Pansa che raggiunse la zona come inviato de La Stampa: «Scrivo da un paese che non esiste più: spazzato in pochi istanti da una gigantesca valanga d'acqua, massi e terra piombata dalla diga del Vajont. Circa tremila persone vengono date per morte o per disperse senza speranza; sino a questa sera erano stati recuperati cinquecentotrenta cadaveri. I feriti ricoverati a Belluno, ad Auronzo ed a Pieve sono quasi duecento. Un tratto dell'alta valle del Piave lungo circa cinque chilometri ha cambiato volto e oggi ricorda allucinanti paesaggi lunari. Due strade statali e una ferrovia sono state distrutte; pascoli, campi e boschi sono stati ricoperti di pietre e fango. È una tragedia di proporzioni immani».

Una ferita che è incancellabile per gli abitanti della zona, impressa nella memoria collettiva. Per capire quanto, basta leggere Il saldatore del Vajont (pagg. 130, euro 15) di Antonio G. Bortoluzzi e pubblicato da Marsilio. Bortoluzzi non fa un racconto enfatico, anzi, narra quasi per sottrazione. Accompagna il lettore come nelle visite guidate, che si possono fare attraverso la centrale nella grotta di Soverzene, le gallerie, il corpo della diga, il coronamento, la frana del Monte Toc... Ma ogni luogo si collega ad un ricordo, ad una narrazione fattagli dagli abitanti della zona, dai parenti. E così la disgrazia gigantesca, così grande che si fa fatica a comprenderla, viene ricondotta ad i suoi frammenti più piccoli, e terribilmente umani. C'è il ricordo ad esempio dello zio dell'autore, al tempo giovane militare del gruppo Lanzo dell'artiglieria di montagna. Finisce a scavare cadaveri in un paesaggio irriconoscibile. Ma non è la cosa più terribile, un giorno deve accompagnare un'emigrante tornata in Paese. Sa tutto dei morti e dei feriti ma vuol vedere cosa resta di casa sua. Vaga accompagnata dal giovane soldato. Non riconosce niente. Cerca di orientarsi con le cime dei monti, quelle non le ha toccate nessuno. Poi si ferma, guarda una porzione di pavimento che emerge dal fango. Mormora: «La mé cusína». Poi si inginocchia esausta, svuotata.

È solo una delle tante storie che emerge dal libro, un libro che si muove sempre nell'ottica di chi conosce il cemento, la saldatura, il cantiere. Nell'ottica di chi guarda la grandiosità indistruttibile dell'opera umana ma contemporaneamente ne vede tutti i limiti e la fallibilità. Perché il Vajont dovrebbe essere un monito, ma poi basta leggere la cronaca, dai ponti alle strade alle zone sismiche e il monito non pare sia arrivato. Per usare le parole di Bortoluzzi: «Il Vajont è qualcosa che riguarda il mondo e noi che nel mondo agiamo... Nell'era della tecnica si è reso immaginabile, progettabile e realizzabile un lago artificiale grandissimo a monte di una piccola diga, in una stretta e sperduta forra... Ma se poi riesci a fare quella cosa, vuol dire che sai immaginare l'inimmaginabile, e allora devi figurarti anche il resto, quello che potrebbe accadere, per salvare le vite umane».

Il saldatore del Vajont racconta questa tremenda tensione, tra ciò che possiamo fare e ciò che terribilmente facciamo, anche solo guardando basso e limitandoci a lavorare. Ne esce una narrazione ben riassunta nella frase finale: «Non è sempre vero che tutto scorre: qui si respira una specie di eternità immobile che preme sulle spalle e si adagia sul cuore».

Ma mai dimenticare. Vajont, una ferita di cemento: 60 anni dopo la tragedia: “Come Pompei dopo l’eruzione”. Erasmo D'Angelis su Il Riformista il 7 Ottobre 2023

Un silenzio spettrale sovrasta l’insopportabile ferita di cemento che provocò la strage che sconvolse il mondo la notte del 9 ottobre del 1963. A vederla oggi, la diga a doppio arco, costruita nella fragile morfologia della valle del torrente Vajont ai confini tra Veneto e Friuli, è terribilmente imponente. È sempre lì, alta 261,60 metri, lunga 190 e larga 130, con lo spessore alla base di 22,11 metri e alla sommità di 3,40. Una sfida ingegneristica di altri tempi certo, ma una sfida arrogante, cieca e famelica contro la Natura che non perdona.

Non c’è più il lago artificiale, il bacino idrico da 168 milioni di m3 che era appena stato riempito dall’acqua del torrente ed era già pronto a ricevere anche quella dei bacini artificiali del Cadore, per convogliare i flussi verso la centrale idroelettrica di Soverzene e permettere alla società costruttrice Sade e poi a Enel e Montedison di gestire il rifornimento energetico al Nord e soprattutto per il nuovo petrolchimico di Marghera. Oggi, alla fine dei suoi 14 km di corso dalla vetta del Col Nudo, il Vajont va a sfociare nel Piave qualche chilometro più in là, davanti a Longarone e Castellavazzo. Ma la diga è sempre piena, colma di terra e rocce e materiali trascinati dalla frana-killer. E il possente manufatto da 360.000 metri cubi di calcestruzzo, sostiene la montagna che lo sovrasta che non a caso porta il nome beffardo e premonitore di Monte Toc. In zona la parola Toc vale “marcio”, “in bilico”, “pericolante”. Più giù, nella stretta valle di fronte a Longarone, a Fortogna, ti accoglie la tristezza infinita del Memorial dedicato alle 1.910 vittime, tra cui 487 bambini, ma con tanti corpi mai più ritrovati. È Monumento Nazionale dal 2003.

Lo sbarramento artificiale che doveva essere il più ardito e più grande del mondo, da sessant’anni è invece solo il simbolo internazionale delle catastrofi impossibili da spacciare come “incidenti”, è la medaglia del disonore con colpe e colpevoli accertati e che racconta la strage ampiamente annunciata e dovuta aalla tenace sottovalutazione dei rischi idrogeologici e alla totale incoscienza nel corso dei lavori e nella gestione. L’Onu l’ha inserita nella classifica mondiale dei disastri procurati dall’uomo che dovevano e potevano essere evitati, tra i peggiori esempi di malagestione del territorio e di una diga contronatura pianificata nel posto sbagliato per biechi interessi economici e tirata su con connivenze accertate nell’amministrazione dello Stato e nelle aziende di Statoz Una impressionante catena di omissioni, irresponsabilità, truffe ed errori fatali scatenarono la fine del mondo nella maledetta serata del 9 ottobre del 1963.

Erano le 22.39 di un mercoledì di coppa, le televisioni nelle case erano poche ma i circoli e i bar erano pieni per la sfida Real Madrid-Glasgow Rangers. La mostruosa frana di roccia si era però distaccata definitivamente e, in una ventina di secondi, mezzo Monte Toc piombò nel sottostante bacino idrico con un fronte di almeno 270 milioni di metri cubi ad una velocità da 70-90 km all’ora. All’impatto con l’acqua, l’enorme collasso di frana velocissimo e compatto sollevò un’onda terrificante da 50 milioni di metri cubi d’acqua alta 70 metri sopra l’arco della diga, proiettandola contro il cielo. Quell’onda scavalcò l’arco della diga e balzò nella gola e con un rombo mostruoso la massa d’acqua si abbatté sulle case come un colpo di maglio. Si divise in tre direzioni: una parte fu catapultata verso le abitazioni di Erto e Casso, un’altra a distruggere alcune frazioni e la più grande con un fronte di oltre un chilometro e 25 milioni di metri cubi di acqua e detriti  ad una pressione immensa rase al suolo la stretta valle sottostante con Longarone e Pirago, Maè, Villanova, Rivalta, Frasèin, Col delle Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzana, San Martino, Faè  e la parte bassa di Erto. Nessuno ebbe il tempo di reagire.

È stata la strage prevedibile, prevista, annunciata e denunciata dalla coraggiosa Tina Merlin, la giornalista de “l’Unità” che diede battaglia alla società di costruzioni Sade, definita “uno Stato nello Stato”. Nell’Italia geologicamente molto giovane, la più esposta a rischi idrogeologici, si scoprì che la commissione di collaudo della diga era a libro paga dei costruttori, che furono messi alla porta quei geologi che mostravano le rocce fessurate accertando il lento inarrestabile scivolamento della frana dal versante settentrionale del Monte Toc. Uno di loro, Leopold Müller, il geologo fondatore della scuola geologica di Salisburgo, fatti anche i carotaggi stratimetrici, espresse forti dubbi sulla tenuta della montagna e della diga, come i due geologi Edoardo Semenza, figlio del progettista della diga, e Franco Giudici. Eppure, nel settembre del 1959, iniziarono le prove di invaso. Ma nel novembre del 1960 una prima grande frana da 700 mila metri cubi precipitò dentro l’invaso generando un’onda di 10 metri che impattò contro il muro interno. Fecero finta di nulla e proseguirono le prove di invaso anche se la pressione di spinta riattivava i movimenti franosi.

La Sade aveva costruito la catastrofe perfetta ingaggiando consulenti ministeriali e professionisti compiacenti, che confutavano la verità incombente. Doveva correre chiudendo un occhio perché scadeva il termine per la conclusione dei lavori, pena la perdita dei contributi statali del 45% e la mancata vendita dell’impianto all’Enel appena nata. Invece di fermarsi, accelerarono. Nell’aprile del 1963 ci fu la terza e ultima prova d’invaso proprio mentre si intensificavano i fenomeni tellurico-tettonici che imposero ai comuni prospicienti la chiusura della strada che portava al bacino. Gli alberi li vedevano tutti, erano piegati in posizione quasi orizzontale. Ma niente. Solo il giorno prima della strage, l’8 ottobre, di fronte ai primi crolli provarono con lo svaso. Troppo tardi.

La scena davanti ai primi soccorritori, all’alba del 10 ottobre, fu quella di Pompei dopo l’eruzione. La coraggiosa Tina Merlin, era stata denunciata per “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”, ma fu assolta dal Tribunale di Milano. Però, quando provò a pubblicare il suo libro sul Vajont “Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe”, non trovò un editore fino al 1983. Gli atti del lungo processo portarono alle condanne dei responsabili e un imputato al suicidio. E solo 37 anni dopo, il 27 luglio del 2000, i corresponsabili del disastro – Stato, Enel e Montedison – chiusero tutti i contenziosi accollandosi per un terzo ciascuno 900 miliardi di  vecchie lire di oneri e danni con risarcimenti riconosciuti ai comuni danneggiati.

La strage rallentò da allora anche la costruzione delle nostre dighe, cambiando la percezione della sicurezza degli sbarramenti anche se il manufatto non crollò. Sono oggi 531 le grandi dighe italiane. Nuove norme e obblighi di legge garantiscono la loro massima sicurezza, le tecniche costruttive sono dipendenti dalle analisi geologiche, dell’orografia e della morfologia dei luoghi vallivi, dell’idrologia, della tipologia dei terreni e delle rocce e delle caratteristiche dei corpi fluviali. L’attività di vigilanza dello Stato è attuata fin dalla loro localizzazione e progettazione.

Ma mai dimenticare. E saranno molte e molto affollate le iniziative per il sessantesimo della strage, a partire dal progetto teatrale di Marco Paolini e Gabriele Vacis “Vajonts23” che sarà messo in scena lunedì in contemporanea in cento luoghi d’Italia. Erasmo D'Angelis 

60 anni dalla tragedia. Disastro del Vajont, oltre 2mila vite spezzate via da 50mila metri cubi d’acqua. Alle 22 e 39 il Monte Toc franò nel bacino artificiale nuovo di zecca: su Longarone si abbatterono 50 milioni di metri cubi d’acqua. Una catastrofe figlia del connubio tra affari e politica. David Romoli su L'Unità il 7 Ottobre 2023

Il monte, quello che alle 22,39 del 9 ottobre 1963 franò nel bacino artificiale creato da una ciclopica diga sul torrente Vajont, si chiama Toc. In dialetto friulano vuol dire Marcio: gli abitanti della valle sapevano da sempre, senza aspettare accademici e scienziati, quanto infido fosse il sottosuolo di quel monte. La frana provocò tre ondate: due lambirono Etro, con Casso uno dei due paesi ai lati della diga, provocando danni limitati.

La terza fu un’onda apocalittica di circa 50 milioni di metri cubi d’acqua che superò la diga e si abbattè su Longarone, a valle. Le vittime stimate furono 1910, tra cui 487 bambini, più 1300 dispersi. Un conto preciso però non fu possibile. L’onda d’urto dovuta allo spostamento d’aria fu il doppio di quella provocata dall’atomica su Hiroshima. Parecchie vittime furono letteralmente polverizzate. La diga invece resse ed è ancora lì, gelido monumento a una tragedia provocata dalla rapacità di una grande azienda, dalla corruzione del potere politico, dall’asservimento degli scienziati, dalla complicità di un giornalismo che continuò a negare, per il tramite di penne d’oro come Indro Montanelli, Giorgio Bocca e Dino Buzzati, dalla vanità di ingegneri come il capo progettista Carlo Semenza, allora il più importante costruttore di dighe in Italia, e il geologo Giorgio Del Piaz, il luminare che aveva garantito la sicurezza della grandissima opera. Insistettero anche contro ogni evidenza.

Si erano affezionati al progetto: la diga a doppio arco più alta del mondo, il gioiello dell’Italia del boom. Ancora oggi è l’ottava diga più alta, la sesta nella classifica di quelle a doppio arco. Se l’era immaginata, già dal 1940, Giuseppe Volpe, conte di Misurata, proprietario e presidente della Sade, Società Adriatica di Elettricità. Oggi quel nome non dice niente, all’epoca era il potentissimo gigante nella produzione di energia elettrica, la definivano “uno Stato nello Stato”. Volpe sapeva bene come muoversi nei rapporti col potere politico. Era stato un pezzo grosso del regime, ministro delle Finanze, governatore della Tripolitania, per quasi un decennio presidente di Confindustria. All’indomani del 25 luglio si scoprì antifascista, tentò la fuga in Svizzera, fu arrestato e subito liberato per intercessione diretta del maresciallo Rodolfo Graziani.

La Sade aveva chiesto l’autorizzazione per l’immensa opera già il 22 giugno 1940 senza ricevere risposta. Nel caos seguito all’8 settembre riuscì a ottenere la sospirata autorizzazione dal Consiglio superiore dei lavori pubblici anche in assenza del numero legale. Cominciava male, proseguì peggio. I lavori iniziarono nel 1956. I terreni necessari furono acquistati dai valligiani per quattro soldi, molto al di sotto del valore di mercato. La Sade, spalleggiata dalla Dc al governo, aveva uno strumento di ricatto potentissimo: in caso di rifiuto di vendere poteva far espropriare i terreni in nome della “pubblica utilità”. Acquistò a 18 lire l’ettaro contro un prezzo medio che stava tra le 100 e le 150 lire. La giovane cronista da Belluno dell’Unità, Tina Merlin, ex partigiana, iniziò a seguire la vicenda proprio per raccontare, nel silenzio generale, la rapina della Sade. Presto si accorse che c’era di molto peggio.

Il Monte “Marcio” era marcio davvero: smottamenti, boati, scosse sismiche terrorizzavano la popolazione di Etro e denunciavano la minaccia in agguato. La Sade costruì una nuova strada verso Etro e la Valcellina, in sostituzione di quella precedente destinata a finire sommersa dal bacino artificiale. Fu necessario scavare molte gallerie, adoperare mine in quantità e la già precaria stabilità nel Toc ne risentì subito. Consultato dalla Sade il geologo austriaco Leopold Muller concluse che la situazione era molto più a rischio di quanto non ammettessero i pezzi grossi dell’accademia come Dal Piaz e il geofisico Pietro Caloi. I segnali di movimento tellurico si moltiplicarono: una frana provocò la prima vittima. Tina Merlin denunciò il rischio sull’Unità: la denunciarono per aver diffuso “notizie false e tendenziose”. Al momento del processo la Corte avrebbe impiegato solo pochi minuti per assolverla.

Il 4 novembre 1960 la “notizia falsa e tendenziosa” si materializzò in una nuova frana che stavolta piombò nel bacino. Precipitarono 700mila mq di terra. Provocarono un’onda altissima ma che non fece vittime. Due tecnici, tra cui Edoardo Semenza, il figlio del progettista della diga, furono incaricati di ulteriori accertamenti: scoprirono che la situazione era molto più grave di quanto non avesse stabilito lo stesso Muller. L’austriaco richiamato andò a quel punto oltre: avvertì che la frana in corso non poteva più essere frenata. Si poteva solo provare a gestirla. La Sade andò avanti lo stesso e anche di corsa. La spinta verso la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che avrebbe portato all’assorbimento dell’azienda nell’Enel, era nell’aria. Bisognava concludere i lavori e arrivare al collaudo in tempo per strappare un risarcimento miliardario, in aggiunta ai cospicui sovvenzionamenti statali dei quali Sade già godeva.

I tecnici dell’azienda stabilirono che la costruzione di una galleria di sorpasso sarebbe probabilmente bastata a mettere in sicurezza la diga anche a fronte della frana che era a quel punto certa. Era solo questione del quando, non più del se. Sade incaricò anche il direttore dell’Istituto di Idraulica di Padova, Augusto Ghetti, di costruire un modello in scala della diga, realizzato a Nove, vicino Vittorio Veneto, per testare la minaccia. Poi però fornirono materiale ghiaioso molto diverso da quello del Monte Toc e furono quei test addomesticati a essere presentati ai rappresentanti del governo, peraltro più che compiacente.

I test di Nove dissero però chiaramente che l’invaso non avrebbe dovuto superare i 700 metri, altrimenti in caso di frana il rischio di “conseguenze dannose” sarebbe stato inevitabile. Fino a minacciare conseguenze “manifestamente impressionanti” con l’invaso a massima capienza, 722,5 metri. Sade, nel marzo 1963, decise comunque di portare l’invaso a 715 metri per poi svasare, molto lentamente, in modo da controllare l’accelerazione della frana. In realtà la diga era ormai dell’Enel, dopo la nazionalizzazione del dicembre 1962, ma i dirigenti di Sade erano passati tutti in forze all’ente nazionale, continuavano a gestire la situazione e in ballo c’era sempre il risarcimento, le cui dimensioni dipendevano dai tempi del collaudo.

Il 9 ottobre, quando la montagna cedette, lo svaso era ancora in corso, il bacino colmo d’acqua. La frana e l’ondata che ne conseguì spazzarono via Longarone e colpirono alcuni comuni adiacenti. Il giorno dopo Indro Montanelli scrisse parole di fuoco: non contro i dirigenti della Sade-Enel ma contro la giornalista dell’Unità che aveva tentato invano, con articoli su articoli, di evitare la tragedia: “Sciacalli che il Partito comunista ha sguinzagliato, mestatori, fomentatori d’odio”. Anche Giorgio Bocca, arrivato a Etro subito dopo la catastrofe, scrisse che “questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura”.

Bocca però, anni dopo, ebbe il buon gusto di scusarsi. Montanelli no. Si giustificò affermando che aveva ritenuto opportuno aspettare il processo prima di lanciare accuse. Il processo si concluse, due settimane prima che scattasse la prescrizione, con l’accertamento della responsabilità umana e due condanne, per un funzionario di Enel-Sade e per uno del ministero dei Lavori pubblici: 5 anni al primo, 3 anni e 8 mesi al secondo, entrambi con un condono di 3 anni.

Nei giorni seguenti la tragedia Tina Merlin fu intervistata da una tv francese, in Italia però fu però proibito trasmetterla. Raccontò la vicenda in un libro che nessuno volle pubblicare fino al 1983. Per l’occasione la giornalista scrisse una nuova Introduzione: “Resterà un monumento a vergogna perenne della scienza e della politica. Un connubio che legava strettissimamente quasi tutti gli accademici illustri al potere economico che a sua volta si serviva del potere politico”. David Romoli 7 Ottobre 2023

La tragedia del Vajont. La tragedia del Vajont denunciata anni prima da Tina Merlin su L’Unità. “Tutto è stato fatto dalla natura”, assicurava la firma del Giorno. “La diga è stata costruita a regola d’arte”, diceva la firma del Corriere. Ma solo Merlin, giornalista dell’Unità, aveva denunciato il pericolo: era tutta colpa dell’uomo. Redazione Web su L'Unità il 7 Ottobre 2023

Pubblichiamo qui di seguito uno stralcio de “Il racconto del Vajont”, l’orazione civile che l’attore e regista Marco Paolini ha dedicato al disastro nel 1993.

1. Longarone non c’è più

Io il 10 ottobre andavo in seconda elementare. Mi sveglio. Mattina sette e mezzo. Mia mamma piange. (…) Mi ricordo il giornale radio: «Longarone non c’è più». Longarone? Non avevamo mica dei parenti noi a Longar… Aspetta, no, a­spetta… Ma certo, ero un bambino ma io Longarone me la ri­cordavo… Eh sì che me la ricordavo: per me all’epoca Longarone era una stazione sulla ferrovia delle vacanze. Perché noi andavamo in vacanza sempre nello stesso posto e quindi io le stazioni le avevo imparate a memoria. Andare in su, venir in giù, sempre la stessa strada, le stazio­ni le sapevo tutte… Guarda, diobono, a scendere le stazioni si chiamavano:

Calalzo di Cadore…

Tutun-tutun-tutun… poi c’era Sottocastello, che c’è un’altra diga, ma il treno fermava nianca…

Tutun-tutun-tutun… poi c’era Perarolo…

Tutun-tutun… Ospitale…

Tutun-tutun… Termine…

Tutun-tutun…. Castellavazzo…

Tutun-tutun… Longaroneeeeeee

Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto ciò è definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c’erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa, nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto è stato fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente. E ci vogliono queste sciagure per capirlo!… Non uno di noi moscerini vivo, se davvero la natura si decidesse a muoverci guerra…

Belle parole, potenti… Bellissime! Eh, non sono mica mie… Queste sono le parole di uno dei giornalisti più importanti della nostra Repubblica: Giorgio Bocca, su «Il Giorno», venerdì 11 ottobre 1963. Mica solo lui. Gli inviati speciali sul luogo della sciagura sono i giornalisti più importanti del paese. Arrivano la notte stessa, quasi mattina, spaventati come formiche sotto la diga, perché non è mica facile anche solo arrivarci, non è facile anche solo capir dove sei… È solo fango qua… Non sanno neanche più dove mettere i piedi, perché gli tiran sassi, anche, ai giornalisti...«Via de qua! State pestando la mia casa!»…«Via coi piedi che gh’èi morti a cavar su…» E in mezzo a questi si­gnori ce n’è uno di Belluno, e la diga è là, sul confine tra il Ve­neto e il Friuli, allora per questo signore è diverso… La storia, lui che è di Belluno, la sente più degli altri. E scrive, ispirato, sul suo giornale:

Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bic­chiere alto centinaia di metri, e giù, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature mane che non potevano difendersi. E non è che si sia rot­to il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.

Dino Buzzati, è lui lo scrittore, sul «Corriere della Sera», venerdì 11 ottobre 1963. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Era ed è Come sarebbe «era ed è»? Sì, per forza. Perché la diga del Vajont non era crollata co­me pareva al primo momento. No, figurati! Era là, ben salda. Come ha detto Buzzati.

2. Se vuoi diventar grande, leggi, libri

L’estate del 1964 il tratto di ferrovia che passava per Lon­garone era risistemato. E così noi abbiamo ricominciato ad andare in vacanza sem­pre nello stesso posto… Fino a diciassette anni, finché non mi sono divincolato dal giogo fatale delle vacanze di famiglia, io sono andato in vacanza sempre nello stesso posto. E allora vai, in treno, col naso incollato sul finestrino…

Tutun-tutun… Perché nel ‘64, noi, la macchina non ce l’a­vevamo…

Tutun-tutun… E poi vuoi mettere il treno? Il treno è tran­quillo, rilassante, lui va e tu ti abbandoni, chiacchieri, leggi, guardi… Il treno non ha pretese di visione totale, non ha certezze assolute…

Tutun-tutun… Il treno ha una visione laterale della vita: se sbagli lato, sei fregato…

Tutun-tutun… Con il naso incollato al finestrino…

«È questa la valle?»

«No, ‘spetta…»

Tutun-tutun…

«È questa la valle?»

«No, ‘spetta…»

Tutun-tutun…

«È questa la valle?»

«No, ‘spetta…»

«Ma quando arriva?»

«Longaroneeeee!»

Quando il treno arrivava in stazione, per un minuto la ve­devi: la diga bianca in mezzo alle montagne nere. E ti monta­ van dentro due sentimenti: il sentimento delle mamme e il sentimento dei papà. Il sentimento delle mamme si chiamava: «Povera Longa­ron, povera Longaron, povera Longarone». Era un sentimen­to per fondamenta: fondamenta senza muri che venivano su in mezzo alla ghiaia del Piave che aveva riempito tutta la valle, e a noi bambini avevano spiegato che sotto quei sassi c’;erano ancora i morti, perché non li avevano trovati tutti. E allora io avevo questo sentimento disciplinato a nome «Povera Longa­ron, povera Longaron, povera Longarone».

Però io, bambino, non potevo fare a meno di avere anche un altro sentimento: quello dei papà, per la diga. Perché era rimasta su. E io, bambino, pensavo: «Ma insomma… la monta­gna è cascata, ma la diga ha tenuto! Il suo dovere l’ha fatto. Se fosse cascata la diga, sarebbe andata peggio, no?». E allora un po’di consolazione ti resta dentro. Con questa consolazione qua si diventa grandi. Anche per­ché poi i maschi… Guardali, a una certa età dello sviluppo, noi maschi, tutti, davanti a una diga, tutti là: impiantati. Come davanti a una portaerei, là! Guardaci, noi maschi, a una certa età dello sviluppo, davanti a una portaerei… Sempre tutti là: impiantati! E non c’entra niente che poi da grande diventi an­che pacifista, e magari fai l’obiettore di coscienza. Non c’en­tra niente. E che a un certo stadio dello sviluppo, se vedi la portaerei, qualcosa dentro lo senti… E che si intuisce che là dentro c’è qualcosa, no? E cosa c’è? C’è il segreto del progresso. (…)

E come fai a crescere? Leggi libri! Questo mi dicevano sempre: «Vuoi venire grande presto? Leggi libri». Ogni viaggio in treno un libro: I ragazzi della via Pal, Bello! Letto. Altro viaggio: Ventimila leghe sotto i mari. Bello! Letto. Altro viaggio, altro libro. I pirati della Malesia, Le tigri di Mompracem, Sandokan. Bello! (…)

Un anno, alla stazione di Calalzo, suona la campanella, ar­riva il treno. (…) avevo letto tutti i libri che mi ero portato… «E adesso, per il viaggio di ritorno, come faccio?» Edicola della stazione. Giallo Mon­dadori: mai piaciuti. Urania: già letto. Sulla pelle viva. Come si costruisce una catastrofe. Il caso del Vajont. Vajont? Mi interessa? Non c’è altro… «E in partenza dal pri­mo binario…» Dai, dai, compra il libro, parte il treno… Tu­tuntutun… Leggi il libro… Sulla pelle viva…

Tutun-tutun… Come si costruisce una catastrofe… Tutun-tu­tun…

Tutun-tutun… Come si costruisce una catastrofe? Ma non han­no costruito una diga?

Tutun-tutun… E la diga non era costruita bene? A regola d’arte?

Tutun-tutun… La diga del Vajont era ed è un capolavoro…

Tutun-tutun… Nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa è una sciagura pulita, gli uo­mini non ci hanno messo le mani…

Tutun-tutun… Tutto fatto dalla natura che non è buona e non è cattiva, ma indifferente…

«Longaroneeee!».

3. Tina Merlin: a volo d’angelo

Ma la diga non era costruita bene, a regola d’arte? Come si costruisce a regola d’arte… che cosa? Una diga o una catastrofe? Ma chi è che ha scritto ‘sto libro? Tina Merlin. E chi è Tina Merlin? È Giorgio Bocca? È Dino Buzzati? Chi è Tina Merlin, eh? Leggi il risvolto di copertina, che te lo dice. Giusto. Allora, ‘spetta, fame veder… «Tina Merlin, nata a Trichiana (Belluno) nel 1926. Morta nel ‘91. Ha svolto attività giornalistica dal 1951 lavorando per trent’anni all’“Unità”». Ah! Eh, eh, eh!… Capìo tutto. Eh, dai… Per piacere!

«L’Unità» negli anni Sessanta non era un quotidiano, era un bollettino di partito! E in Val del Piave vendeva sette copie: sei copie per gli iscritti al Pci, una copia per l’osteria di Piero Corona, che aveva fatto la resistenza e quindi la comprava. Dopo la nascondeva sempre sotto il «Gazzettino», ma il suo dovere intanto lo faceva ogni giorno. «Corrispondente locale dell’“Unità”» Ma fammi un piacer… E non è finita. Senti cosa dice ancora il risvolto di coperti­na: «Ha partecipato alla resistenza come staffetta partigiana nel bel­lunese». Allora ho capito tutto sul serio! Perché io sapevo tutto dei partigiani, fin da piccolo… Per­ché mi hanno tirato su bene a me. Io lo sapevo che i partigia­ni durante la guerra stavano in montagna, sulle malghe, in gruppo. Eh, ciò, per forza… Perché in montagna da soli, di notte… Fa paura…

Però ci vuole qualcuno che faccia il collegamento tra una squadra e l’altra, tra una malga e l’altra… E chi ci mandi? Una donna, no? (…)

Eccolo là il libro della Merlin. Ecco che cos’è: non è un’altra storia, è la stessa storia ma da un altro punto di vista. Non il punto di vista degli specialisti, delle formiche… Niente a che vedere con quelli che arrivano dopo la tragedia, spaventati, e non sanno neanche dove mettere i piedi perché gli tirano i sassi. No, questo è il punto di vista del falco. Prospettiva a volo d’angelo. Sguardo di chi le cose invece le ha viste da prima. Dall’alto. Da sopra. E infatti la Tina non ti racconta la storia della «Povera Lon­garon, povera Longaron, povera Longarone» che è stata rasa al suolo, cancellata. Naturalmente, giustamente, è diventata protagonista della tragedia. La Tina Merlin non ti racconta tanto quella storia lì. No.

Lei non parla dei protagonisti: parla dei comprimari. Tina racconta la storia di altri due paesi. Due paesi che non sono stati distrutti, ma solo lesionati. Quindi ce li siamo dimenticati. Anche perché da sotto la diga, dalla stazione di Longarone, quei due paesi mica si vedevano.

ci stavano sopra, sulla sponda del lago dietro alla diga, dalla parte friulana del Vajont. E poi sono due paesi che non puoi neanche metterli sui libri di scuola, perché hanno un nome così sconveniente eh non si può nemmeno chiamarli in pubblico senza commettere turpiloquio: Erto e Casso. A scelta nell’ordine.

Redazione Web 7 Ottobre 2023

Vajont, la (vera) storia del disastro del 9 ottobre 1963. Pur ricorrendo ad artifici narrativi e a storie romanzate, Vajont è una pellicola che restituisce con fedeltà l'orrore della tragica notte dell'ottobre 1963. Erika Pomella il 4 Ottobre 2023 su Il Giornale. 

Diretto da Renzo Martinelli e uscito nell'ottobre del 2001, Vajont è il lungometraggio che va in onda questa sera alle 21.30 su La7. Come si intuisce facilmente dal titolo, il film ripercorre la terribile tragedia che ha avuto luogo il 9 ottobre 1963, quando una frana del Monte Toc si riversò nel bacino artificiale dalla diga, creando tre onde anomale che si riversarono sui comuni e i paesi limitrofi, portando alla morte di circa duemila persone.

Vajont, la trama

Il film di Renzo Martinelli ha l'ambizione di portare su schermo tutti i passaggi e le scelte ambigue o apertamente errate che portarono a una delle più grandi tragedie della storia italiana. La pellicola si apre nel 1959, nella valle del Vajont, dove l'omonima diga è a un passo dal completamento. Carlo Semenza (Michel Serrault), Alberico Biadene (Daniel Auteuil) e Mario Mancini (Leo Gullotta) sono i responsabili del progetto, con l'ambizione a rendere il bacino del Vajont la punta di diamante della SADE, la Società Adriatica di Elettricità e fiore all'occhiello di tutto il paese. Tina Merlin (Laura Morante) è una giornalista dell'Unità che già da tempo denuncia il lavoro della SADE, che reputa un covo di corruzione ed egoismo. Ben presto i timori di coloro che si erano detti contrari alla costruzione della diga si materializzano: nella vicina diga di Pontesei crolla un pezzo di montagna, creando un'onda che miete una vittima. Mentre alla SADE affidano una nuova perizia a Edoardo Semenza (Jean-Christophe Brétigniere), erede di Carlo e allievo del massimo esperto delle Dolomiti Giorgio Dal Piaz (Philippe Leroy), sul monte Toc cominciano ad apparire i primi segnali di allarme: il monte su cui poggia la diga non sembra abbastanza robusto da sorreggere il peso e la forza dell'energia elettrica. Sarà proprio Giorgio Dal Piaz a minimizzare i problemi che Edoardo Semenza cerca di portare all'attenzione di tutti. Quei problemi che, sempre inascoltati, porteranno al disastro del 1963, quando quasi duemila persone persero la vita.

La vera, tragica storia dietro al film

Era il 1957 quando venne aperto ufficialmente il cantiere per quella che doveva essere la diga più grande d'Europa, capace di creare non solo energia elettrica per tutta l'Italia, ma anche di dare lavoro, futuro e sostentamento economico tanto a chi era interno al progetto, quanto alle persone che avrebbero vissuto lungo il perimetro del bacino artificiale che si sarebbe creato. La società che si occupa del progetto - che verrà poi inaugurato nel 1959 - è la SADE, un'azienda privata che sembra interessata solo al profitto e alla "popolarità" e che sembra prendere sottogamba le numerose problematiche legate alla natura del luogo. Il monte su cui viene costruito un versante della diga è il Monte Toc, un nome che non è dato a caso.

Nel dialetto friulano, infatti, "Toc" è un epiteto che serve a indicare qualcosa di marcio, di guasto. E sarà proprio dal Monte Toc, situato tra i comuni di Erto e Casso che, come scrive Rai Cultura, si stacca una frana di alcuni milioni di metri cubi che, precipitando nel bacino artificiale sottostante, portò alla formazione di tre onde anomale, dove acqua, sassi, fango e terra si mescolarono, diventando pressoché letali. Infatti, secondo i dati riportati dal Messaggero Veneto, quando la frana cadde nel bacino sollevò in ottanta secondi un'onda che si sollevò dall'invaso e si abbatté sui comuni limitrofi con una potenza che è stata equiparata a quella delle esplosioni atomiche avvenute su Hiroshima e Nagasaki. Questo fece sì che di alcune vittime non rimasero altro che abiti: chi si trovava all'esterno nel momento dell'impatto venne letteralmente polverizzato. Ed è anche per questo motivo che il numero ufficiale delle vittime, che conta 1910 morti, non è considerato del tutto affidabile. La tragedia del Vajont è una pagina nerissima della storia d'Italia, resa ancora più tragica dalla consapevolezza che si sarebbe potuta evitare. Lo ha sottolineato anche Guglielmo Cornaviera, presidente del comitato dei superstiti che disse: "Il Vajont non può essere definito uno scandalo perché tecnicamente si trattò di una serie di scandali, piccoli e grandi, protrattisi anche dopo il disastro."

La storia della diga del Vajont, infatti, è costellata da incidenti e allarmi che vennero sempre sottovalutati e spesso ignorati per paura di perdere credito e denaro. Sul sito di Erto e Casso, ad esempio, si legge che già nel 1960 ci fu una frana che portò settecentomila metri cubi di terra e detriti nel bacino sottostante che causarono un'onda molto alta che, per fortuna, non costò la vita a nessun abitante del luogo. Ma la frana e l'onda che ne seguì fu l'ennesima conferma al terrore dei cittadini, che ormai convivevano tra boati e sismi e sentivano che il luogo non era più sicuro. Sempre nel 1960 e, più in particolare, nel mese di novembre, sul Monte Toc si aprì una frattura, che sarebbe poi stata quella che avrebbe portato alla terribile frana di tre anni più tardi. I responsabili della SADE continuarono a sottostimare i pericoli derivanti da questi incidenti e cercarono di nascondere a chi di dovere la situazione davvero pericolosa in cui imperversava la valle del Vajont. Nonostante si fosse cercato di "gestire" l'instabilità del luogo, anche con l'ideazione di un tunnel by-pass che avrebbe dovuto frenare qualsiasi caduta, la situazione era così disperata che solo due giorni prima del disastro venne diramata un'ordinanza da parte di Enel, in cui si chiedeva alla popolazione di evacuare le zone e i centri abitati che sorgevano in prossimità della diga e, più nello specifico, di coloro che si trovavano ai piedi del Monte Toc. Alle 22.39 del 9 ottobre 1963, infine, una frana di circa due chilometri cadde nel lago, sollevando una massa di 48 milioni di metri cubi. Nel 2013, in occasione del cinquantesimo anniversario della tragedia, l'allora presidente del Senato, Pietro Grasso, offrì le scuse del governo e dello Stato per una strage di innocenti che si sarebbe potuta evitare. In un servizio riportato da Rai News, Grasso dice:"Sono venuto fin qui per inchinarmi davanti alle vittime, ai superstiti e chiedere scusa da parte dello Stato con umiltà e commozione. Ma anche per cercare, ove possibile, di riparare."

Vajont: troppi errori, uno spettacolo di Marco Paolini. Redazione su L'Identità l'1 Ottobre 2023 

Più del corpo, ci sarà la mente di un artista, l'”attore Marco Paolini” in Vajonts. La gestualità scarna delle azioni, che sembrano quasi scatti d’ira. I jeans e la maglietta, le polacchine ai piedi, la barba di due giorni di sempre. Un teatro di pancia, recitato con la logica dei fatti e la scenografia essenziale. Così Il racconto del Vajont è diventato uno dei monologhi più famosi e apprezzati del teatro di narrazione a vocazione civile. E lui, Marco Paolini, continua a dimenarsi in mezzo a quei numeri e a quelle testimonianze postume che avrebbero potuto salvare un piccolo paese di montagna. In piedi, davanti a migliaia di persone, centinaia di volte, dal 9 ottobre 1997, da quando ha portato in scena assieme a Gabriele Vacis per la prima volta il fantasmagorico racconto della tragedia in diretta nazionale sulla Rai. Tre ore filate, senza pubblicità, per ripercorrere una notte buia della storia d’Italia e dire a voce alta i nomi dei colpevoli.

Eppure non sono bastate tutte le repliche. Non sono bastati nemmeno i venticinque milioni di metri cubi di acqua che hanno scavalcato la diga. Ovvero la metà di quei cinquanta che alle 22.39 si sono sollevati dal lago artificiale dopo la frana del Monte Toc (“Non si poteva sapere a quale ora di quale giorno della settimana l’ultimo filo d’erba che la teneva su si sarebbe rotto, ma si capiva che era questione di poco”). Quattro minuti: il tempo di rimbalzare da una parte all’altra del bacino, scavalcare il muro di cemento più alto d’Europa e piombare su Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Spazzarli via, insieme a duemila vite. Non è bastata quell’enorme ecatombe annunciata a scongiurare successivi errori umani e responsabilità di calamità definite “naturali” per prassi linguistica, o per omertà. Ustica, il Petrolchimico, l’Aquila, Amatrice. Di Vajont ce ne sono stati, e ce ne saranno ancora. Per questo, a 60 anni dalla tragedia, l’opera teatrale acquisterà una “s”. Saranno i VajontS quelli che andranno in scena il prossimo 9 ottobre in contemporanea in tutta Italia. A dare il La sarà il Piccolo di Milano, dove Paolini reciterà in collegamento con altri 136 teatri. L’idea è quella di un canovaccio mobile, da piegare, annodare, stendere o riavvolgere a seconda dei vari allestimenti. Sarà una staffetta corale, con il testimone della storia da passarsi l’un l’altro, dal Trentino alla Sicilia. Per l’occasione, dietro a 20 narratori e 200 coristi, si staglierà un muro di cemento coperto di nomi e numeri.

“Serve riflettere sugli errori, più che sulle colpe” ragiona Paolini, che coordinerà tutti gli eventi. “C’è una complessità di storie da sondare. Le situazioni di fragilità idrogeologica dell’Italia, e le nuove problematiche legate alla siccità a cui la crisi climatica ci espone, richiedono anche al teatro e all’arte di occupare un ruolo civile. È questo il senso del coro che abbiamo messo in campo. Non vogliamo dare indicazioni politiche, o risposte tecniche, ma fare prevenzione civile, laddove la politica non ci riesce”.

E poi: difficile definirlo spettacolo. Quello di Paolini non è solo recitazione. E forse nemmeno una “orazione”, come dicono in molti. Il suo racconto del Vajont è un grido di rabbia, acceso dalla speranza e soffocato dal dolore. Una preghiera laica, per tutto quello che in passato è stato negato alla verità, e tutto ciò che in futuro verrà liquidato, ancora una volta, come errore.

Lo  spettacolo a Torino, al Teatro Gobetti, in prima nazionale dal 5 al 9 ottobre. Il 9 ottobre in contemporanea in 136 teatri in tutta Italia.

Estratto dell'articolo di Michela Nicolussi Moro per il “Corriere della Sera” il 18 Settembre 2023

Piero Ruzzante, lei è uno storico con una lunga carriera di politico, parlamentare e consigliere regionale alle spalle. Di libri, approfondimenti, trasmissioni e spettacoli teatrali sulla tragedia del Vajont, di cui il 9 ottobre 2023 si celebrerà il sessantesimo anniversario, ne sono stati prodotti tanti. 

Cos’ha di diverso «L’acqua non ha memoria» (Utet editore), che esce il 19 settembre e che lei ha scritto con Antonio Martini e presentato in anteprima a Pordenonelegge?

«Il libro rivela notizie finora rimaste segrete, perché costruito su 61 scatoloni di carte processuali, interrogatori dei carabinieri e della magistratura da me raccolti e studiati per quattro anni».

Dove ha trovato questi documenti inediti?

«Per caso, durante una visita all’Ateneo Veneto di Venezia, al quale li aveva regalati l’avvocato Alessandro Brass, padre del regista Tinto e all’epoca legale della Sade, l’ente gestore della diga poi crollata. Si tratta della documentazione esibita dalla difesa al processo che seguì il disastro (l’inchiesta fu aperta tre giorni dopo il crollo, ndr), responsabile di 1910 vittime. […]». 

E cosa è emerso?

«Sono venute fuori notizie clamorose sul prima e sul dopo disastro, che dimostrano come i rapporti di dipendenza tra gli scienziati e il potere siano rimasti inalterati, nonostante tutto. Tutti sapevano, gli operai del cantiere fecero perfino sciopero, ma vennero messi a tacere con un’indennità di 500 lire. 

La gente di Longarone, di Casso ed Erto continuavano a dire che sarebbe venuto giù tutto, i movimenti della roccia erano aumentati nell’ultima settimana. E il 4 settembre, quando il territorio fu scosso da un forte terremoto, un operaio smise di andare al lavoro, dicendo: la vita è più importante delle quattro lire che prendo».

Eppure Sade ha tirato dritto.

«Sì, al punto che il 9 ottobre 1963, giorno della tragedia, i tecnici di Sade furono convocati sulla diga, per gli ultimi controlli. E in nottata un carabiniere, Rinaldo Aste, venne buttato giù dal letto e costretto a organizzare un posto di blocco sulla strada verso Erto. Gli dissero: devi andare là perché la Sade teme che ci sia un’ondatina d’acqua. 

Sapevano che la frana del monte Toc stava per crollare. Aste obbedì, mentre scappava è rimasto colpito alla schiena da una cascata d’acqua e fango ma si è salvato aggrappandosi alla roccia. In quel momento, girandosi, vide la grande ondata travolgere tutto, anche Longarone, dove la moglie e i figli moriranno».

Uno degli episodi più clamorosi che lei racconta riguarda Lorenzo Rizzato, negli anni Sessanta tecnico di Ingegneria idraulica all’Università di Padova.

«Sì, lavorava con il professor Augusto Ghetti, che nel 1961 aveva condotto un esperimento a Nove, sopra il lago Morto, per valutare con un modellino gli effetti di un’eventuale frana sulla diga del Vajont. 

Si rende conto che l’invaso non avrebbe retto e che Longarone era in pericolo. Ma nessuno disse niente e allora Rizzato consegnò copia dei documenti relativi alla simulazione a Franco Busetto, deputato del Pci, che presentò un’interrogazione parlamentare, denunciando il grave pericolo.

Il giorno dopo, il 14 ottobre 1963, il tecnico allora 32enne venne arrestato e tenuto in carcere una settimana, prima di essere assolto per insussistenza di prove. Ma poiché la Sade finanziava Ingegneria Idraulica con 2,2 milioni di lire, Rizzato fu prima sospeso e trasferito dall’Ateneo, che per quattro anni gli ridusse lo stipendio di un terzo, e poi licenziato». […]

Alluvioni periodiche.

Estratto dell’articolo di Giulia Arnaldi e Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera” il 18 maggio 2023.

Erano 21 i corsi d’acqua esondati alla mezzanotte di ieri, devastando circa 35 Comuni. Le criticità di alcuni tra questi fiumiciattoli e torrentelli che stanno mettendo in ginocchio la Romagna erano state già elencate in un dossier del Wwf, presentato poco prima della pandemia. 

Ecco il Lamone, per esempio, il caso che forse meglio descrive il disastro in corso. In quindici giorni è esondato due volte, sommergendo mezza Faenza: la prima è stata nella notte tra il 2 e il 3 maggio. Per i tecnici era un problema di «sormonto»: vale a dire che con l’alveo troppo pieno, l’acqua, all’altezza della vicina Bagnacavallo poco più a monte, era andata sopra l’argine — innalzato un secolo fa tenendo conto delle piene di allora, mai più viste sino a questo maggio — sbriciolandolo progressivamente. 

[…]

Ora Andrea Agapito, biologo, responsabile del settore «Acque» del Wwf e curatore del dossier, dice che «la vicenda del Lamone spiega bene ciò che sta accadendo in Romagna: lungo il suo corso sono progressivamente spariti, e lo denunciammo già nel 2007, i “boschi ripariali”, quella vegetazione golenale che ha un decisivo “effetto spugna”: frena l’acqua straripata, l’assorbe e la restituisce in tempi di siccità». Se adesso queste difese naturali non ci sono più è perché «stiamo sempre più irreggimentando i fiumi, gli alvei sono stati canalizzati, le aree di esondazione naturale sono state occupate da abitati e coltivazioni».

Poi c’è un’altra questione: quelli esondati — tipo l’Idice, 78 chilometri di lunghezza, o il Sillaro, 66 — sono tutti fiumiciattoli piccoli e «la loro modesta portata, in un suolo già saturo per l’alluvione di inizio maggio — spiega Mauro Rossi, geologo dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr — si è di colpo ingrossata per via delle precipitazioni intense delle ultime 48 ore». 

[…] 

Tutto va inquadrato in uno scenario che vede «una frequenza sempre maggiore di eventi estremi — riassume il presidente del Consiglio nazionale dei geologi Francesco Violo — che impatta in un territorio urbanizzato negli ultimi anni in maniera molto intensiva, con alte percentuali di consumo di suolo». «Bombe d’acqua» e piogge prolungate «amplificano le difficoltà anche in questa parte dell’Italia dove la manutenzione si fa».

Semmai «i parametri dei calcoli idraulici svolti nel passato per le opere di difesa non sono più idonei». La soluzione? «Aggiornare il modo di progettare, adattarsi alle condizioni nuove, con piani per interventi strutturali e con presidi territoriali in grado di monitorare il territorio intervenendo con tempestività».

Maltempo in Toscana, 7 morti e due dispersi. Giani: «Stato di calamità. Non uscite di casa». Allerta rossa in Veneto. su Il Messaggero il 4 Novembre 2023

1 giorno fa

Saltano i collegamenti per Ischia e Procida

Mare agitato e vento forte di ponente stanno provocando la sospensione di molti collegamenti marittimi da e per le isole di Ischia e Procida. Le condizioni meteo marine avverse hanno causato sin da stanotte la cancellazione di corse per le due isole del golfo di Napoli sia dei traghetti che degli aliscafi; stop totale dunque ai collegamenti veloci dai porti di Forio, Casamicciola e Marina Grande di Procida e sospesi anche diversi collegamenti effettuati dalle navi dalle due isole per Porta di Massa e Pozzuoli. Probabile che la regolarità dei servizi marittimi resti incerta per il resto della giornata: considerate le previsioni meteorologiche, ai passeggeri viene consigliato dunque consultare siti e call center delle compagnie marittimi prima di mettersi in viaggio.

1 giorno fa

Trovata l'auto di due dispersi vicino Firenze

«A Vinci la situazione è drammatica, ci sono strade con tante frane e smottamenti. Risultano due persone disperse: abbiamo trovato la macchina, nei pressi di un torrente, ma non le persone». Lo ha dichiarato il sindaco di Vinci (Firenze) Giuseppe Torchia. «La protezione civile e i vigili del fuoco stanno lavorando per capire cosa è successo e cercare di rintracciare queste persone», ha aggiunto.

1 giorno fa

Tre persone risultano disperse in provincia di Firenze

Tre persone risultano disperse in provincia di Firenze a seguito dell'ondata di maltempo. Lo rende noto la Protezione civile della Città metropolitana. Due persone, si spiega, risultano disperse a Vinci, una a Campi Bisenzio.

1 giorno fa

Toscana: 1.000 interventi e 40.000 sono senza luce

Sono stati finora oltre mille gli interventi a causa del maltempo a Campi Bisenzio, Cerreto Guidi, Carmignano, Prato, Montemurlo, Quarrata, province di Pisa e Livorno. Lo rende noto il governatore toscano Eugenio Giani. Enel, spiega inotre, «sta intervenendo sulle circa 40.000 utenze ancora senza corrente anche con gruppi elettrogeni». Riguardo agli ospedali allagati «risolti i problemi di accesso all'ospedale di Pontedera, in via di risoluzione all'ospedale di Borgo San Lorenzo e al Pronto Soccorso di Prato».

1 giorno fa

Toscana: 3 morti e 3 dispersi

«Al momento la situazione è in via di miglioramento. Il bilancio tragico è di tre deceduti e abbiamo ancora tre dispersi: due coniugi a Lamporecchio (Pistoia), che percorrevano un ponte risultato poi crollato, e i sommozzatori dei vigili del fuoco stanno facendo le ricerche, e una persona a Campi Bisenzio (Firenze) che si è allontanata con la sua auto ed è data per dispersa». Lo ha riferito il direttore operativo per il coordinamento delle emergenze della Protezione civile Luigi D'Angelo a Sky Tg24 sulla situazione maltempo. «In tre ore sono caduti 200 millimetri di pioggia in una striscia dalla costa di Livorno verso il Mugello», ha continuato.

1 giorno fa

Il sindaco di Prato: siamo sotto choc

«Il sopralluogo in città è stato uno shock. Una botta nello stomaco, un dolore che ti fa venire da piangere. Ma dopo una serata e una notte di devastazione ci tireremo su le maniche per pulire, sistemare e riportare alla normalità la nostra città». Così il sindaco di Prato Matteo Biffoni sui social. 

«La Regione Toscana ha chiesto lo stato di calamità nazionale e il presidente Eugenio Giani ha già firmato lo stato di emergenza regionale - aggiunge Biffoni -. Per questo, raccomandiamo a tutti, prima di sistemare, pulire i danni alle proprie abitazioni o spostare le proprie auto, di fare fotografie per certificare i danni. Il sistema di protezione civile resta attivo e a disposizione della cittadinanza». 

1 giorno fa

La piena del fiume Arno è attesa a Firenze dopo le ore 12

La piena del fiume Arno è attesa a Firenze dopo le ore 12 «con un colmo di piena a cavallo del primo livello di guardia». Lo rende noto il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani.

1 giorno fa

Allagamenti ed esondazioni anche al Mugello

In Mugello, in località Sagginale, nel Comune di Borgo San Lorenzo (Firenze), la Sieve, che defluisce a sfioro dell'argine, non riesce più a ricevere le acque provenienti dalle fognature, il fiume sta uscendo dai tombini invadendo una piazzetta vicino all'argine e il livello sta salendo avvicinandosi alla strada provinciale. A Barberino di Mugello criticità diffuse sul reticolo idrogeologico secondario. Problemi con la situazione del torrente Stura, ed è in corso un'evacuazione preventiva nelle aree centrali del paese limitrofe al corso d'acqua. «Tutto il sistema regionale sta dando il massimo in queste ore difficili - sottolinea il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani sui social -. In corso centinaia di interventi di soccorso con squadre da tutta la Toscana».

1 giorno fa

Maltempo, allarme anche in Romagna

Allarme per il maltempo anche sul versante romagno dell'appennino già devastato da alluvioni e frane nello scorso maggio: attenzione alle vallate di Lamone, Senio e Santerno.

A Firenzuola (FI), alle 21.30 di ieri sera il livello idrometrico del Santerno ha superato la soglia rossa raggiungendo un picco massimo di 6 metri e 19 centimetri. Il sindaco di Borgo Tossignano, Mauro Ghini, ha lanciato un appello su Facebook: "State lontani dai corsi d'acqua"

1 giorno fa

Il governatore Giani: "Dichiarato lo stato di emergenza,situazione molto grave"

Facendo il punto della situazione sull'ondata di maltempo il presidente Regione Toscana Eugenio Giani spiega sui social che «tra Vernio e Vaiano», nel Pratese, «il convoglio bloccato con 150 passeggeri a bordo sono stati evacuati e hanno trovato supporto presso il palazzo comunale di Vaiano». Sempre nel Pratese, «a Carmignano l'esondazione del torrente Furba ha comportato a Seano un importante allagamento.

Ad ora la situazione è leggermente migliorata. A Montemurlo esondato torrente Bagnolo numerosi allagamenti anche nella zona sud di Montemurlo. Frane importanti tra San Quirico, Sassetta e sul Montalbano. A Prato sono chiusi tutti i ponti a causa esondazione Bisenzio in zona Santa Lucia. Aperta la cassa d'espansione dell'Ombrone e frane varie. Allagamento in vari reparti dell'ospedale Santo Stefano di Prato in via di risoluzione». «Chiusa ancora l'Autostrada tra e Prato ovest e Pistoia per allagamento della carreggiata - aggiunge -. A Campi Bisenzio (Firenze) vi è stata una rottura arginale della marina in zona villa Montalvo con tracimazione del Bisenzio al ponte della Rocca da entrambi i lati. In questo momento il livello del Bisenzio sta calando».

Nel Fiorentino, «a Stabbia, nel Comune di Cerreto Guidi, e a Campi Bisenzio ci sono zone difficilmente raggiungibili con zone ancora senza elettricità e connessione e ci sono squadre sul posto che stanno intervenendo». E ancora, «a Pistoia vari allagamenti nei comuni della provincia a causa di esondazioni di torrenti: Pistoia, Agliana, Quarrata e Serravalle Pistoiese colpiti da allagamenti a causa degli affluenti dell'Ombrone. A Lamporecchio, Larciano e Monsummano Terme situazione di vari allagamenti. Frane sul San Baronto.A Quarrata la situazione particolarmente più complessa dove parte del centro abitato è allagato, c'è una squadra che sta intervenendo. Evacuazioni sono in corso», «l'acqua si sta ritirando ma stiano portando in salvo tutte le persone.». Nel Pisano, «a Calcinaia 30 famiglie evacuate, 6 famiglie a San Miniato. A Pontedera l'allagamento più importante che ha colpito anche l'accesso dell'ospedale di Pontedera. La situazione è in via di risoluzione. Situazione di smottamento diffusi in tutta la provincia di Pisa con chiusura di strade provinciali e comunali. Aperto l'ingresso allo svincolo tra Pontedera e Ponsacco». Giani rileva «allagamenti diffusi e frane anche nelle altre province, migliaia ancora le utenze senza corrente elettrica. Tantissime squadre sul posto di operatori che stanno cercando di seguire ogni criticità con la massima attenzione».

1 giorno fa

Un'altra persona annegata a Montemurlo: il bilancio sale a tre vittime

«Purtroppo è stata trovata morta un'altra persona a Montemurlo. Le vittime salgono a 3». Così il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani sui social. Secondo quanto si apprende è una donna di 84 anni, morta a seguito di un malore, la terza vittima del maltempo che ha colpito la Toscana ieri sera. L'anziana si sarebbe sentita male mentre stava spalando acqua dalla sua abitazione a Montemurlo, tra i comuni del Pratese più colpiti. Sempre a Montemurlo, nella frazione di Bagnolo, è morto un uomo di 85 anni, trovato riverso in acqua, in una stanza completamente allagata della sua abitazione.

1 giorno fa

A Vaiano treno bloccato con 200 persone

Un treno regionale è rimasto bloccato per il maltempo alla stazione di Vaiano (Prato) in Alta Valle del Bisenzio. Il convoglio arriva da Bologna. A bordo ci sono circa 200 persone che il sindaco con la protezione civile stanno portando in Comune dove ricoverarli per la notte.

1 giorno fa

Giani: "I morti causati dal maltempo sono due"

«Abbiamo appena mandato dei gommoni a Seano, Quarrata e Campi Bisenzio, zone in questo momento difficilmente raggiungibili in altro modo per provvedere al sopralluogo di prima urgenza, inoltre abbiamo chiesto alla Protezione Civile Nazionale elicotteri per il trasporto urgente di persone in codice rosso. Purtroppo ci sono due morti, uno nel comune di Montemurlo (Prato) e uno nel comune di Rosignano (Livorno)». Lo scrive sui social il governatore della Toscana Eugenio Giani.

1 giorno fa

Attesa piena dell'Arno, il picco domani

Gli esperti della Regione Toscana si attendono nelle prossime ore una forte piena del fiume Arno, con transito del picco a Pisa domani, venerdì, a mezzanotte. È quanto si apprende riguardo alle previsioni disponibili mentre il maltempo, con temporali continui, si è attestato sull'asse Livorno-Mugello. Nel bacino del fiume Sieve, massimo affluente dell'Arno, i livelli sono in crescita con superamento delle soglie di riferimento in Mugello e raggiungimento del massimo degli ultimi decenni sulle soglie a valle. Situazione da attenzionare per il rischio idrogeologico che può produrre dissesti repentini.

1 giorno fa

Giani: «Ho dichiarato lo stato di emergenza regionale»

«Ho dichiarato lo stato di emergenza regionale e sono già in contatto con il governo per quello nazionale. La situazione è davvero molto grave». Così il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani sui social.

1 giorno fa

Bisenzio esonda anche a Prato e allaga ospedale

È esondato anche a Prato questi minuti il fiume Bisenzio a Santa Lucia , quartiere di Prato. Il fiume ha portato via le auto parcheggiate. Forti criticità anche nella città. Oltre alla chiusura di tutti i sottopassi, l'acqua è entrata all'interno dell'ospedale Santo Stefano, allagando i sotterranei e una parte del piano terra. Inoltre risulta chiuso il piazzale della stazione centrale, anch'esso allagato. La situazione è di emergenza.

1 giorno fa

Montemurlo, uomo di 85 anni trovato morto nella casa allagata

Un uomo di 85 anni è stato trovato morto questa sera nella sua abitazione al piano terra di una casa a Montemurlo, nella frazione di Bagnolo, in via Riva. L'uomo era riverso in acqua, nella stanza completamente allagata. Sul posto sono intervenuti anche i carabinieri. I soccorritori ipotizzano che l'anziano non sia riuscito a raggiungere i piani alti e sia annegato ma solo un esame più approfondito chiarirà le cause del decesso, che potrebbero anche essere legate ad un malore sovvenuto nell'emergenza.

1 giorno fa

Livorno: evacuate famiglie nei pressi del Rio Ardenza e Rio Maggiore

A Livorno i livelli del Rio Ardenza e del Rio Maggiore sono in calo, con le piogge attualmente in diminuzione. Sono state evacuate famiglie nella zona Stillo, via sant'Alò (sul rio Ardenza) e a Quercianella, con il supporto del volontariato, e a Quercianella in zona via Pascoli. Permangono alcune chiusure dei ponti su ardenza e maggiore ad opera della polizia municipale. Lo fa sapere il Comune di Livorno.

1 giorno fa

A Vinci allagamenti, smottamenti e alberi caduti

Per il maltempo la situazione è «molto critica» sul territorio di Vinci (Firenze) con allagamenti, smottamenti e alberi caduti. Al momento si segnalano chiuse la strada di mercatale, la strada di via di San Pantaleo. Le squadre della protezione civile stanno operando insieme agli operai del Comune, polizia municipale e carabinieri.

1 giorno fa

Un disperso per il maltempo in Veneto. Frane nel Bellunese

C'è un uomo disperso in Veneto a causa dell'ondata di maltempo che si sta abbattendo nella regione. Lo cofermano fonti della Regione. Si tratta di un vigile del fuoco che, fuori servizio, stava aiutando il padre a sistemare dei sacchi di sabbia lunga la sponda di un torrente, nel bellunese. L'uomo sarebbe scivolato, finendo nel corso d'acqua ingrossato dalle piogge, nella zona tra Puos d'Alpago e Bastia (Belluno). Sono in corso le sue ricerche da parte dei pompieri, ma le precipitazioni stanno ostacolando le operazioni.

Sempre nell'area bellunese sono segnalate alcune frane di fango e altro materiale a Cima Gogna, nei pressi di Auronzo, mentre gli effetti del vento, cresciuto di intensità in serata, si stanno facendo nel trevigiano, in particolare a Gaiarine, dove sono stati scoperchati i tetti dia di alcune case.

1 giorno fa

Treni, sospesa la circolazione fra Bologna e Firenza sulla linea convenzionale: Intercity e Regionali in ritardo. Voli cancellati a Firenze Peretola e Pisa

Difficoltà nella zona di Firenze anche per il traffico ferroviario: Trenitalia rende noto che nella linea convenzionale Bologna - Firenze è sospesa la circolazione tra Vaiano e Prato dalle 20.05 per avverse condizioni meteo. I treni Intercity e Regionali possono subire ritardi. Problemi anche negli aeroporti di Firenze Peretola e Pisa dove è stata cancellata una quindicina di voli. 

1 giorno fa

Giani: non andate in strada, state ai piani alti

«Le immagini sono chiare, non scendete in strada. Non circolate con l'auto, chi può raggiunga i piani alti delle case». Lo scrive il presidente della Toscana Eugenio Giani sui social illustrando l'alluvione in corso a Campi Bisenzio (Firenze) dove il fiume è uscito dagli argini col maltempo. Giani ha postato dei video girati dai balconi. In uno si vede una strada, anche ampia, in cui l'acqua solleva le auto in sosta e le porta via. 

1 giorno fa

Il fiume Bisenzio esonda a Campi (Firenze). Auto trascinate via dalla corrente

Il fiume Bisenzio ha esondato stasera in due punti nell'abitato di Campi Bisenzio (Firenze), a Ponte alla Rocca, nel centro storico, e a Ponte a Capalle. Lo si apprende dallo staff del sindaco Andrea Tagliaferri che ha firmato ordinanza di chiusura delle scuole e di interruzione delle attività e, secondo quanto riferito, ha invitato i cittadini a recarsi ai piani alti degli edifici. Il fiume ha superato i livelli di guardia nei due punti ed esce lentamente all'esterno.

1 giorno fa

Il fiume Enza a rischio esondazione nel Reggiano

Allerta meteo col fiato sospeso nel Reggiano, tra val d'Enza e Appennino. Poco fa è stato riaperto d'urgenza il Coc a Canossa per monitorare il torrente Enza che alle 18.45 ha superato il livello di guardia a Cedogno (così come a Selvanizza ha oltrepassato la soglia 3), al confine fra reggiano e parmense. Carabinieri e polizia locale dalle 21 sono in presidio alla traversa di Cerezzola di Canossa, sulla Sp513R - importante arteria di collegamento tra Appennino Reggiano, val d'Enza e provincia di Parma - che potrebbe essere chiusa da un momento all'altro per il rischio esondazione dell'Enza. A mezzanotte è prevista una riunione sul posto tra il coordinamento prefettizio e il sindaco Luca Bolondi. Niente tregua neppure in Appennino dove il fiume Secchia ha gonfiato la propria portata d'acqua, oscillando per tutta la giornata sopra e sotto la soglia di rischio. Preallarme a Lugo di Baiso, già mesi fa interessato da un'alluvione che ha causato frane e smottamenti danneggiando attività commerciali e abitazioni. Alle 19 sono dovuti intervenire carabinieri e tecnici di Anas sulla ex Ss63 a Collagna di Ventasso dove un corso d'acqua nei pressi dell'acquedotto della Gabellina, si è riversato in strada come una cascata, allagando tutta la carreggiata dove sono finiti anche diversi detriti. Piccoli smottamenti anche a Villa Minozzo, Busana e Valico del Cerreto. Chiusa la Gatta-Pianello lungo il Secchia e sbarrati i collegamenti che da Civago portano ai rifugi San Leonardo e dell'Abetina Reale raggiungibili solo con mezzi fuoristrada; qui il Dolo ha inondato due ponti sulle forestali. Allagate anche le strade per Monteorsaro, Morsiano e Pianvallese. Blackout in diverse zone e abitazioni della montagna; saltata la cabina elettrica della seggiovia di Febbio e nel comune di Toano dove un albero è caduto su alcuni tralicci. Disagi anche per le telecomunicazioni a causa del forte vento che ha raggiunto raffiche fino a 119 km/h a Ramiseto

1 giorno fa

Interventi dei vigili del fuoco su litorale a nord di Roma

I vigili del fuoco di Civitavecchia sono intervenuti nel tardo pomeriggio a Santa Marinella, litorale nord di Roma, per mettere in sicurezza un albero di alto fusto, pericolante, causa le avverse condizioni meteo. L'albero minacciava di cadere sulla sede stradale di via Santa Maria della visitazione. I vigili del fuoco lo hanno abbattuto e potato. Ci sono volute oltre due ore per la completa rimozione dei rami e del fusto. In più sono stati molti gli interventi, a causa del forte vento, per la messa in sicurezza di cartelloni pubblicitari, insegne e cornicioni pericolanti. Intanto, sul litorale romano, comincia a prendere forza l'attesa forte mareggiata che, tra la notte e domani, vedrà toccare punte di onda fino ad oltre tre metri. Sotto osservazione in particolare i tratti di costa di Ostia, Focene e Fregene, da tempo alle prese con il fenomeno dell'erosione. 

1 giorno fa

Friuli-Venezia Giulia, raffiche di vento a 130 km/h

Alberi caduti, allagamenti e disagi alla viabilità: sono alcuni effetti dell'ondata di maltempo che si sta abbattendo in queste ore sul Friuli Venezia Giulia, dove è in vigore un'allerta meteo rossa. Le raffiche massime registrate di vento da sud-est - spiega la Protezione civile - sono state di 130 km orari sul monte Matajur, di 97 sul monte Rest, 93 a Lignano Sabbiadoro, 85 sul monte Lussari. I cumulati massimi di pioggia nelle ultime 12 ore sono stati raggiunti sulle Prealpi Giulie (con picchi fino a 96 millimetri ad Uccea) e sulle Prealpi Carniche (con fino a 88 millimetri sul Piancavallo). Nel pomeriggio, quando si sono intensificate le piogge, si sono verificate cadute d'alberi a Monteprato, dove è stata coinvolta la linea elettrica, a Cergneu e a San Vito al Tagliamento. Allagamenti sono stati invece segnalati a Lignano e Vivaro. A Valvasone Arzene si è verificata l'erosione dell'argine destro del Tagliamento in prossimità del ponte della Delizia. È poi stata emessa un'ordinanza comunale di chiusura del tratto di strada tra Fusea e Cazzaso Nuovo per movimento franoso. Alle 18 non è ancora stato aperto il servizio di piena del Tagliamento e a Venzone il livello rimane al di sotto del livello di guardia. Alle 16.45 è stato invece aperto il servizio di piena del Livenza. I corsi d'acqua del bacino dell'Isonzo alle 18 risultano tutti inferiori alla soglia di attenzione. A causa del maltempo, il Nue112 ha ricevuto dall'inizio dell'allerta 73 chiamate relative a guasti elettrici e caduta di alberi. La sala operativa regionale oggi ha ricevuto oltre 800 chiamate: dall'inizio dell'allerta sono stati impegnati più di 900 volontari con 250 automezzi.

1 giorno fa

Tre famiglie evacuate a Montignoso (Massa Carrara). Scuole chiuse a Pistoia

Tre famiglie sono state evacuate dalle loro case a Montignoso (Massa Carrara) per il maltempo. Il sindaco Gianni Lorenzetti spiega che si tratta di otto persone, fra cui anziani e minori. Sempre a Montignoso, una frana ha interrtotto la strada SP1 a Corsanico. Domani mattina i tecnici della Provincia effettueranno un sopralluogo per valutare la situazione e pianificare le operazioni di ripristino. Disagi alla viabilità per il maltempo nel pomeriggio anche tra Pontremoli e Aulla. La viabilità della SS62 della Cisa nel tratto di competenza del Comune di Aulla è stata ripristinata dopo l'intervento di Anas. Sempre ad Aulla, ufficio tecnico e protezione civile stanno verificando diverse piante che si sono pericolosamente inclinate a causa del forte vento delle ultime ore. Sotto osservazione i livelli del fiume Magra, con attualmente le idrovore di Aulla in funzione sul fiume. Domani scuole chiuse a Pistoia. Il sindaco di Pistoia Alessandro Tomasi ha firmato l'ordinanza. Chiuse anche le scuole di Quarrata, Agliana, Montale, Serravalle Pistoiese.

1 giorno fa

Allerta per il lago di Como

Stato d'allerta in provincia di Lecco per il livello del Lago del Como, versante lecchese, dovuto all'ondata di maltempo che imperversa ormai da giorni su tutto il territorio. I livelli di tutto il lago sono regolati dalla diga di Olginate (Lecco) e nelle prossime ore potrebbero registrarsi esondazioni nel settore nord della provincia, nella zona di Colico (Lecco) dove il fiume Adda e altri torrenti si gettano nel lago, e a valle di Olginate dove, dopo l'omonimo bacino, ricomincia il corso del fiume Adda. A nord la zona è quella a confine con le province di Como e Sondrio, a sud le acque scorrono verso i confini con le province di Bergamo e Monza e Brianza. I sindaci dei comuni di queste zone hanno chiuso per precauzione la strada alzaia, che costeggia il fiume e viene percorsa da molti escursionisti a piedi, di corsa o in bicicletta. In ogni caso, per il momento non si registrano situazioni critiche.

1 giorno fa

Temporale a Livorno, 100 mm di pioggia in'ora

Un forte temporale staziona nella zona di valle Benedetta e Castellaccio nel comune di Livorno. «Il livello dei rii dopo la pioggia si è subito alzato tantissimo. Ci sono alcuni rii che sono al limite, perché ha fatto in un'ora e mezzo oltre 100 mm», scrive su Facebook il sindaco di Livorno, Luca Salvetti. «Partono i banditori e avvertono le persone di stare lontano dai corsi d'acqua e di spostarsi a piani alti delle case», aggiunge Salvetti.

1 giorno fa

Esonda torrente nel Pratese, fiumi superano i livelli

In provincia di Prato è esondato il torrente Furba, nel paese di Seano, ed è in corso assistenza alla popolazione da parte dei vigili del fuoco. Tra i fiumi, il Bisenzio dentro Prato ha superato il primo livello, lo Stella a Quarrata ha superato il primo livello, il Marina a Calenzano ha quasi raggiunto il secondo. Disagi sul Tora ad Acciaiolo oltre il livello. Il sindaco di Vernio Giovanni Morganti ha firmato un'ordinanza per la chiusura domani di tutte le scuole e informa che «si sono verificati alcuni allagamenti e il protrarsi dell'allerta arancione non garantisce una situazione di normalità per domattina».

1 giorno fa

Chiusa per una frana la statale 45 nel Piacentino

La statale 45 della Val Trebbia è chiusa, tra Corte Brugnatella e Bobbio, in provincia di Piacenza, per la caduta di massi sulla carreggiata. Le squadre dell'Anas sono a lavoro per cercare di renderla praticabile. Situazioni di difficoltà sono segnalate in molte zone dell'Appennino emiliano. A Collagna, nel Reggiano, i carabinieri sono intervenuti sulla statale 63 perché, a causa delle piogge, si è riversato sulla strada una specie di torrente. Al momento la strada rimane percorribile, seppur invasa da acqua e detriti.

Maltempo in Italia, devastanti gli effetti della tempesta Ciaran. Le prime regioni italiane a essere colpite sono quelle del Nord, seguite dalle zone del centro tirrenico. In Veneto e Friuli-Venezia Giulia l'allerta è rossa, arancione in altre nove regioni. Il governatore Luca Zaia ha riunito l'unità di crisi. Venti fino a 130 km all'ora e temporali intensi: per questo sono state chiuse le scuole nella regione partendo dalle province più esposte. A Belluno e Verona stop alle lezioni, alunni a casa anche in 42 Comuni del Trevigiano su 95. A Verona inoltre si tiene d'occhio il livello dell'Adige: potrebbe essere riaperta la galleria che fa defluire parte della massa d'acqua nel Lago di Garda. Anche il Friuli-Venezia Giulia corre ai ripari contro Ciaran: Da oggi a mezzogiorno alla mezzanotte di domani Udine ha chiuso parchi e giardini pubblici, impianti sportivi, musei, biblioteche, cimiteri. Anche Trieste ha chiuso i giardini. Tra le due regioni in allerta rossa Trenitalia ha sospeso la circolazione dei treni sulle tratte Portogruaro-Casarsa e Portogruaro-Trieste, e anche l'Azienda di trasporto del Veneto orientale ha sospeso tutti i collegamenti bus verso il Friuli. Allerta arancione in Trentino. Sotto osservazione ci sono i corsi d'acqua e i versanti per possibili eventi franosi; in arrivo temperature più basse e vento. Stesso "colore" in Emilia-Romagna, dove si attendono forti temporali in particolare nelle aree montane centro-orientali. Il Levante Ligure si conferma arancione e preoccupa il mare: Sono previste onde fino a sei metri. A Milano c'è preoccupazione per una nuova esondazione del Seveso. Intanto piove intensamente e la raccomandazione ai cittadini è non sostare sotto alberi e impalcature, oltre a mettere in sicurezza i vasi sui balconi. Anche la Toscana prosegue con l'allerta arancione, mentre il governatore Eugenio Giani parla di «ulteriore peggioramento nelle prossime ore». A Viareggio domani saranno chiuse scuole e pinete e stop alle lezioni nella provincia di Massa Carrara. Nel Lazio è allerta gialla, mentre il Sud corre ai ripari, chiudendo le scuole domani a Napoli, Caserta, Benevento e Salerno. Per tutta la giornata di domani a Taranto sarà vietato poi l'accesso alle aree alberate di giardini, parchi, ville e cimiteri cittadini.

24 ore fa

Schlein: "Al governo c'è chi continua a negare l'emergenza climatica"

«Purtroppo un altro evento climatico estremo si abbatte sulla Toscana e sul Veneto. Grande vicinanza alle popolazioni colpite e alle famiglie dei morti che purtroppo ci sono stati. Però al governo c'è chi continua a negare l'emergenza climatica e blocca le rinnovabili e non investe ancora a sufficienza sulla prevenzione del dissesto». Lo dice la segretaria del Pd Elly Schlein a Radio 24.

24 ore fa

Toscana, salgono a 6 i dispersi

Salgono a sei i dispersi per il maltempo in Toscana. Ai tre nel Fiorentino di cui ha dato notizia la Protezione civile della Metrocittà si aggiunge una quarta persona a Campi Bisenzio di cui danno notizia i carabinieri mentre i vigili del fuoco informano che sono in atto ricerche di due persone disperse nel Pistoiese, a Lamporecchio.

23 ore fa

È salito a 5 il numero delle vittime

È salito a 5 il numero delle vittime dell’alluvione in Toscana. Lo rende noto il governatore regionale Eugenio Giani.

23 ore fa

Campi Bisenzio, gente sui tetti

A Campi Bisenzio, comune del Fiorentino dove si registra la situazione più grave per l'ondata di maltempo che ha colpito la Toscana e dove ieri è esondato in due punti il Bisenzio, la notte scorsa la gente si è accampata sui tetti delle abitazioni per mettersi in salvo e chiedere aiuto. Dall'alba poi si sono levati gli elicotteri della Protezione civile per monitorare la situazione e i vigili del fuoco hanno iniziato a evacuare le famiglie dalle case inondate dall'acqua. La pioggia al momento è cessata: a non dare tregua ora è il forte vento.

23 ore fa

Chiuso il parco di Monza

Il sindaco di Monza, Paolo Pilotto, «con un'ordinanza contingibile e urgente» ha disposto la chiusura del Parco di Monza, dove il fiume Lambro è già esondato in qualche punto tra cui il “ponte delle catene” e la “valle dei sospiri”. Il picco di piena del Lambro a Monza è previsto intorno alle 12. Mentre la Protezione Civile di Monza è in costante contatto con le altre autorità per monitorare il livello del Lambro, la situazione resta di allerta e al momento non vengono segnalate criticità di rilievo.

23 ore fa

Meloni: cordoglio per le vittime in Toscana

«Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni segue con apprensione l'evoluzione degli eventi calamitosi che hanno colpito in particolare la Toscana ed esprime il profondo cordoglio per le vittime, suo personale e del Governo tutto. Il Presidente Meloni si mantiene in costante contatto con il ministro Nello Musumeci, con il capo della Protezione Civile Fabrizio Curcio, con il presidente della Regione Eugenio Giani e con le autorità competenti». È quanto si legge in una nota di palazzo Chigi.

23 ore fa

Toscana, 4 dispersi (non 6)

Sono quattro le persone disperse in Toscana a causa del maltempo. Tre sono stati segnalati dalla Protezione civile della Città metropolitana di Firenze: due a Vinci e uno a Campi Bisenzio. Una quarta persona dispersa viene segnalata dai carabinieri sempre nel Fiorentino, ancora a Campi Bisenzio, la zona dove si registrano le criticità maggiori. In un primo momento era stata aggiunta al computo una coppia di Lamporecchio (Pistoia): si tratta degli stessi coniugi di Vinci, secondo quanto si è appreso, che sarebbero dispersi dopo il crollo di un ponte.

23 ore fa

Emergenza a Milano, alberi caduti

Sono numerosi gli interventi dei vigili del fuoco a causa del maltempo che sta interessando l'intero Sannio. A creare maggiori problemi, al momento, sono stati gli alberi caduti sulle strade cittadine di Benevento e che in alcuni casi hanno travolto e abbattuto anche fili elettrici. In città gli alberi sono caduti in particolare via Pacevecchia e via Monte delle Guardie dove un grosso pino ha ostruito totalmente la carreggiata ed ha provocato un'interruzione elettrica in tutta la zona. Scuole chiuse a Benevento e in numerosi centri della provincia dopo che, nel pomeriggio di ieri, la protezione civile aveva diramato il bollettino di allerta.

23 ore fa

Il sindaco di Campi Bisenzio: situazione critica

«Ci sono due dispersi, erano tre questa notte e adesso sono due. La situazione è ancora molto critica, abbiamo tutte le squadre al lavoro, ci sono molte strade allagate e molte persone chiedono di essere evacuate. Siamo ancora a metà dell'emergenza», «ma non riusciamo ancora a raggiungere tutte le persone in difficoltà a causa della presenza dell'acqua. Così il sindaco di Campi Bisenzio (Firenze) Andrea Tagliaferri.

22 ore fa

Ritrovato vivo un disperso

È stato ritrovato vivo uno dei dispersi per il maltempo in Toscana. Lo rendono noto i carabinieri spiegando che si tratta di un 72enne per il quale le ricerche erano scattate a Campi Bisenzio. Sempre a Campi risulta dispersa un'altra persona mentre i due dispersi per i quali sono scattate le ricerche a Lamporecchio (Pistoia) e la cui auto è stata poi ritrovata rovesciata in un torrente a Vinci sono una coppia di coniugi.

22 ore fa

Giani: oggi in cdm stato di calamità nazionale per la Toscana

«Ho parlato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni pochi minuti fa, si stanno attivando per portare nel Consiglio dei Ministri che inizia alle 11 lo stato di calamità nazionale». Così il governatore toscano Eugenio Giani, parlando del maltempo in un video sui social: «Questo è conseguente allo stato di emergenza che ho dichiarato ieri». Nella notte «con le autorità di governo ci siamo sentiti, abbiamo avuto collaborazione. In questo momento stiamo tutti insieme lavorando, con la Protezione Civile a livello regionale e gli aiuti che vengono da» quella nazionale «per poter provvedere al sostegno della popolazione colpita».

21 ore fa

Meloni: da Schlein assurde accuse, usa tragedie per attacchi politici

«In queste ore drammatiche per la Toscana e l'Italia tutta, leggo da parte di Elly Schlein assurde accuse nei confronti del Governo in tema di cambiamenti climatici ed energie rinnovabili. L'opposizione ha tutto il diritto di criticare l'operato dell'Esecutivo, ma adoperare calamità e tragedie per fare attacchi politici strumentali e infondati è un comportamento che reputo sconsiderato. Rinnovo il mio pensiero alle popolazioni colpite e a tutti gli operatori impegnati nei soccorsi. Il Governo è al vostro fianco». Così, la premier Meloni su facebook replica alla leader del Pd Elly Schlein.

21 ore fa

Trovato morto un uomo disperso

È stata trovata morta una delle due persone disperse tra i comuni di Lamporecchio (Pistoia) e Vinci (Firenze). A darne notizia la prefettura di Firenze. Secondo quanto spiegato la vittima è un uomo. Proseguono le ricerche della moglie.

21 ore fa

Peggioramento il pomeriggio

Oltre ai danni «c'è anche una viabilità molto fragile, quindi chiedo ai pratesi di uscire di casa solo per questioni importanti. Evitare tutto quello che non è strettamente necessario, se c'è da andare a fare la spesa si rimandi. Si attende purtroppo un peggioramento del meteo per il pomeriggio». Lo ha detto il sindaco di Prato Matteo Biffoni parlando coi giornalisti nella sede della protezione civile comunale.

21 ore fa

Mattarella chiama Giani: piena solidarietà

«Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mi ha appena chiamato per esprimere la sua piena solidarietà e gli auguri di buon lavoro. Gli ho manifestato la mia forte preoccupazione per una situazione davvero tragica. Grazie Presidente Mattarella per la sua vicinanza che mai è mancata!» Lo comunica il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani.

17 ore fa

Chiuse 13 strade statali nel centro nord

In allerta fin dai giorni scorsi per l'emergenza meteo annunciata nel Centro Nord d'Italia con il ciclone Ciaran, le centrali operative Anas (Polo Infrastrutture del Gruppo Fs Italiane) in attività H24, in queste ore di massima criticità, stanno svolgendo un continuo scambio informativo con le Prefetture, le Protezioni civili regionali e Nazionale, i Vigili del Fuoco, le Forze di Polizia e le Amministrazioni comunali. Tutte le squadre Anas sul territorio sono state mobilitate per gli interventi di sicurezza e viabilità. Ecco il quadro aggiornato per quanto riguarda le strade e le autostrade di competenza: In Veneto permane la chiusura della strada statale 51 «Alemagna» a Fadalto, in provincia di Treviso, e della statale 52 «Carnica» tra Cimagogna e Auronzo di Cadore, in provincia di Belluno, per frana e caduta massi. Sulla strada statale 14 «della Venezia Giulia, a causa della piena del fiume, è stato chiuso in mattinata in via precauzionale, su allerta della Protezione Civile, il ponte sul fiume Tagliamento, nei pressi del confine con il Friuli-Venezia Giulia. Il tratto viene presidiato dal personale Anas al fine di monitorare il livello del fiume e per la gestione della viabilità

16 ore fa

Toscana, trovata morta la donna dispersa

Trovata morta anche la donna di 65 anni dispersa tra Lamporecchio, nel Pistoiese, e Vinci, nel Fiorentino. Col marito era stata travolta dall'acqua mentre attraversava in auto un piccolo ponte a Lamporecchio. Lo si apprende dai carabinieri. Dunque i dispersi scendono a due.

16 ore fa

In Toscana da ieri 16mila chiamate al 112

«I nostri operatori del Nue 112 da stanotte stanno dando il massimo per affrontare l'emergenza e prendersi cura di tutti rispondendo a 15.971 chiamate da ieri! Grazie di cuore!». Lo segnala su Facebook il presidente della Toscana Eugenio Giani.

15 ore fa

Prisco: 150 persone in salvo nell'area di Prato

«Nelle ultime ore sono oltre 150 le persone tratte in salvo nella sola area intorno a Prato»: lo sottolinea il sottosegretario all'Interno Emanuele Prisco parlando del maltempo che ha investito la Toscana. Dove - spiega in una nota - sono impegnati 554 vigili del fuoco con quattro elicotteri. «Sono vicino alle popolazioni coinvolte, in particolare in Toscana, dove si sono visti gli effetti più devastanti delle incessanti piogge delle scorse ore» ha affermato ancora Prisco. Il quale ringrazia i soccorritori «che su tutto il territorio nazionale stanno intervenendo senza risparmio»

15 ore fa

Toscana, trovata morta la donna dispersa

La donna, Teresa Perone, secondo quanto appreso, è stata trovata in una zona non lontana dove in precedenza era stato rinvenuto il marito. Da quanto appreso sembra che quando l'auto dei due coniugi è stata travolta dalle acque del torrente Fosso di Greppiano i due stessero parlando al telefono con la figlia.

13 ore fa

Salgono a 7 i morti, due dispersi

Salgono a 7 i morti accertati per il maltempo in Toscana mentre due uomini risultano ancora dispersi a Campi Bisenzio (Firenze) e Prato. L'ultima vittima è un uomo di 73 anni, il cui corpo è stato rinvenuto nel pomeriggio di oggi a Prato, in via di Cantagallo. Sul posto per i rilievi si è recata la polizia. L'anziano, secondo quanto si è appreso, sarebbe morto folgorato.

13 ore fa

Piena Arno a Pisa sotto al primo livello di guardia

«La situazione a Marina di Pisa è in miglioramento con l'acqua che è rientrata e sono presenti alcuni ristagni. Nei luoghi allagati della Toscana ulteriore arrivo di idrovore e squadre. La piena dell'Arno sta transitando a Pisa sotto al primo livello di guardia». Lo scrive sui social il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani.

11 ore fa

In Toscana 1.500 interventi dei vigili del fuoco

Nelle ultime dodici ore 617 vigili del fuoco, al lavoro con 143 automezzi, hanno svolto 1.500 interventi per il maltempo e la conseguente alluvione che ha colpito alcune province della Toscana, in particolar modo le province di Firenze, Pisa e successivamente anche quelle di Prato, Pistoia e Livorno. Il Centro Operativo Nazionale di Roma, regia di ogni emergenza, ha potenziato il dispositivo di soccorso locale mobilitando risorse anche da fuori regione con moduli di contrasto al rischio acquatico, sommozzatori e 4 mezzi anfibi provenienti dal Lazio, Piemonte, Umbria, Calabria, Campania, Marche, Basilicata, Lombardia e Puglia. Attualmente 213 vigili del fuoco sono al lavoro nella provincia di Firenze, 158 in quella di Pisa, 104 a Pistoia e 142 nella provincia di Prato. Dei 1.500 interventi svolti, più di 140 le operazioni di soccorso a persone in difficoltà.

Alvei sporchi, cemento e 2mila invasi mai fatti. L'inerzia sul maltempo costa 7 miliardi l'anno. Agricoltura flagellata, danni a edifici e infrastrutture: le piogge continuano a presentare il conto. Il progetto sulla raccolta delle acque è del 2017, ma non è stato completato. L'esperto: "Incapaci di programmare". Maria Sorbi il 17 Maggio 2023 su Il Giornale.

Due giorni di pioggia battente si trasformano in alluvione, torrenti in secca fino a un mese fa di colpo travolgono paesi interi. Il maltempo non è più ordinario ma sempre più spesso catastrofico. Tanto che ci costa 7 miliardi di euro all'anno. La stima è dell'ex capo della Protezione Civile Angelo Borrelli e, a detta dei tecnici, è addirittura al ribasso se si calcolano i danni alle persone, alle case, ai ponti, alle infrastrutture, all'agricoltura e tutte le voci che non finiscono nella richiesta di rimborsi ufficiali.

Giusto per dare una proporzione: in questa tranche di maltempo in Emilia Romagna si calcolano 300 milioni di euro di danni subiti solo dalle attività agricole e dalle infrastrutture. Sott'acqua sono finiti ettari di terreno coltivato a kiwi, susine, pere e mele ma anche cereali, vivai, ortaggi, allevamenti, macchinari di lavorazione ed edifici agricoli. Per l'alluvione di Senigallia dello scorso settembre sono stati stanziati 96 milioni di euro. La frana di Ischia è costata 2 milioni. E via di questo passo.

Contando che, solo nel 2022, in Italia ci sono stati 104 allagamenti, 81 trombe d'aria e raffiche di vento, 18 mareggiate, 13 esondazioni fluviali, 11 casi di frane causate da piogge intense, 8 casi di temperature estreme in città, il conto è presto fatto.

Non solo. C'è un costo nel costo. Quello dell'acqua perduta. L'acqua che ha spazzato via le auto e allagato i campi è la stessa che avrebbe potuto salvare città e agricoltori dal rischio siccità di questa estate. La soluzione sta ancora una volta negli invasi, parola chiave per mitigare i pericoli di siccità e alluvioni.

«Se ci fossero stati gli invasi, gran parte dell'acqua caduta in questi giorni in Emilia Romagna sarebbe stata raccolta e avrebbe limitato i danni - spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico di Coldiretti - Lo studio, firmato dall'associazione nazionale bonifiche, c'è dal 2017 ma è stato realizzato solo in parte. E pensare che se fossero stati pronti due invasi in fase di costruzione, vicino a uno dei torrenti romagnoli esondati, parte di questo disastro sarebbe stato evitato». Il piano Anbi prevede 2mila piccoli e medi invasi disseminati in tutta Italia, spesso in corrispondenza di cave già esistenti. Un progetto da 20 miliardi in 20 anni, pensato ben prima dell'opportunità dei fondi del Pnrr ma mai realizzato.

Detto questo, anche interventi di ordinaria amministrazione avrebbero reso meno disastrosa la portata dell'acqua. «Paghiamo il prezzo di un eccesso di cementificazione - aggiunge Bazzana - di una mancata pulizia dell'alveo dei fiumi. I fondali non vengono dragati e molto spesso manca la pulizia sotto i ponti. Si accumulano legnami e foglie e tutto questo impedisce all'acqua di defluire e ai terreni di poterla assorbire». Se un campo viene sommerso d'acqua marcisce, soprattutto se l'acqua che di solito arriva in 5 o 6 mesi arriva in 48 ore.

«Il problema in cui incappiamo da sempre - sostiene Francesco Ballio, professore di Ingegneria per l'Ambiente e il territorio al Politecnico di Milano - è l'incapacità di programmare a lunga scadenza. Quando arrivano dei soldi, c'è la corsa per spenderli tutti in una volta e non ne rimangono per impostare il monitoraggio e la manutenzione delle opere. Non ripetiamo lo stesso errore con il Pnrr: per la prima volta abbiamo la possibilità di pianificare investimenti su scala nazionale, non è un'occasione da sprecare».

La grande minaccia. Report Rai PUNTATA DEL 23-06-2023

di Luca Chianca

collaborazione Alessia Marzi

Tra il 16 e il 17 maggio scorso sulla fascia dell'Appennino romagnolo sono caduti fino a 250 mm d'acqua, su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. 

In 62 anni, non aveva mai piovuto così tanto da inondare tutta la pianura romagnola. E le strade in collina sono sprofondate sotto l'impeto dell'acqua. A 20 giorni dall'alluvione Report è andata in quelle zone per capire cosa sia realmente successo e cosa ci aspetterà negli anni futuri. Ormai a causa del cambiamento climatico dobbiamo abituarci a vivere queste stagioni, caratterizzate da eventi estremi. Ma i segnali sono sotto i nostri occhi da fin troppo tempo. Lunghi periodi di siccità si alternano a violenti nubifragi. 

LA GRANDE MINACCIA di Luca Chianca Collaborazione Alessia Marzi Immagini di Alfredo Farina, Davide Fonda, Giovanni De Faveri Ricerca immagini Eva Georganopoulou e Paola Gottardi

DANIELE VALBONESI - SINDACO SANTA SOFIA (FC) Qui c'è un altro cratere. Questo sembra ci sia stata una bomba. É una zona che da sempre è fragile a livello geologico però nessuno ricorda cose di questo tipo

LUCA CHIANCA Sembra un terremoto qua

DANIELE VALBONESI - SINDACO SANTA SOFIA (FC) Sembra un terremoto sì, qui sì

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO In soli due giorni, tra il 16 e il 17 maggio scorso sulla fascia dell'appennino romagnolo sono caduti fino a 250 millimetri d'acqua. La pioggia ha trovato un terreno ancora impregnato e molle per via della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni, in quest’area non ha mai piovuto così tanto. L’acqua ha strappato il terreno dalle colline, facendo crollare le strade sui cui erano appoggiate. E la valanga d'acqua e fango è scesa fino in pianura, facendo esondare i fiumi dai canali, inondando strade e case

LUCA CHIANCA L'ha sollevata in quel caso l'acqua

DANIELE VALBONESI - SINDACO SANTA SOFIA (FC) O forse quella è l'unica che non ha ceduto? Punto interrogativo?

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO In tutta la Romagna si sono contate oltre 800 nuove frane, ma di censite, prima dell'alluvione, in questa Regione se ne contavano già circa 80mila. Questa è la strada per arrivare a Predappio alta, dove si susseguono decine di smottamenti.

CRISTIAN FAGNOLI – PROPRIETARIO RISTORANTE LA PINETA Io ho il ristorante qui, i miei genitori dal ‘67

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Arriviamo al ristorante la Pineta, sopra Predappio. Anche qui è sprofondata la strada di fronte il parcheggio delle auto.

CRISTIAN FAGNOLI – PROPRIETARIO RISTORANTE LA PINETA Parcheggiavano, era tutto un parcheggio. Qui c'era la stradina che si imbucava con questa

LUCA CHIANCA Quindi è venuto giù tutto

CRISTIAN FAGNOLI – PROPRIETARIO RISTORANTE LA PINETA Tutto, è andato giù tutto. La siepe era al pari di quella là

LUCA CHIANCA Questa siepe stava lì sopra?

CRISTIAN FAGNOLI – PROPRIETARIO RISTORANTE LA PINETA Questa era la siepe a filo con quella là, arrivava qui. Tutto uguale. Alta uguale

LUCA CHIANCA Anche gli alberi son scesi?

CRISTIAN FAGNOLI – PROPRIETARIO RISTORANTE LA PINETA Anche gli alberi tutto.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Poco più avanti troviamo Ivan Mugnai, ha perso la sua casa perché il monte è franato alle sue spalle spostando tutto il terreno intorno.

IVAN MUGNAI Era tutto piano, questo terreno era al piano del marciapiede

LUCA CHIANCA Cioè ha scavato sotto la casa?

IVAN MUGNAI Ha scavato sotto la casa. Noi abitanti della zona puliamo i fossi, c'arrangiamo come possiamo perché qui non viene nessuno, chi deve pulire i fossi viene una volta ogni 20 anni.

PAOLA BONORA - GEOGRAFA - GIÀ PROFESSORESSA UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Non sono state più mantenute le canalette che difendevano le strade che fermavano l'afflusso dell'acqua e invece adesso questo afflusso dell'acqua penetra in profondità e quindi appesantisce il terreno e lo fa smottare. Lei pensi che addirittura nel passato attorno ad ogni campo c’erano delle canalette che bloccavano il flusso delle acque, dello scorrimento delle acque

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L'abbandono dell'Appennino spiega a monte cosa è poi sia successo a valle. Un'onda di acqua, fango e alberi partita dalle montagne ha investito tutto il territorio, perché i torrenti, costretti dentro piccoli canali, con poca manutenzione, non hanno retto all'urto.

PIERO CAVALCOLI – URBANISTA - DIRIGENTE PIANIFICAZIONE TERRITORIALE PROVINCIA DI BOLOGNA 1987-2004 Cioè la forza e la quantità d'acqua che è scesa insieme al materiale vegetale che viene però dalle colline si è fermato in tutti i ponti, in tutte le curve e l'acqua

LUCA CHIANCA Ha fatto da diga e l’acqua è uscita fuori

PIERO CAVALCOLI - URBANISTA- DIRIGENTE PIANIFICAZIONE TERRITORIALE PROVINCIA DI BOLOGNA 1987-2004 E l'acqua è uscita, quindi nel 90% dei casi abbiamo un problema di sormonto e non di rottura degli argini.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ed è quello che è successo anche a Predappio, dove il torrente che attraversa il paese ha distrutto più di un ponte, riprendendosi, ai lati, lo spazio che l'uomo gli aveva tolto.

ROBERTO CANALI - SINDACO DI PREDAPPIO (FC) Perché considerate che qui l'alveo fluviale era un terzo circa, c’era della terra sopra perché probabilmente negli anni erano stati portati, ammassati dei terreni che poi alla prova dei fatti quando il fiume ha detto “sul serio” si è riportato sullo stesso posto dove era prima.

LUCA CHIANCA FUORICAMPO Proprio per questo la Regione aveva progettato 23 casse di espansione per raccogliere l’acqua in eccesso, la Regione ne ha finite solo 13. Il sistema è semplice: vengono costruiti degli enormi invasi intorno al fiume e in caso di esondazioni si fanno confluire le acque al loro interno, evitando che un'enorme quantità d'acqua se ne vada indisturbata verso la pianura. Qui siamo a Tebano sopra Faenza lungo il fiume Senio.

CLAUDIO SANTANDREA Questa qua su doveva essere anche cassa di espansione

LUCA CHIANCA Che non è mai stata fatta

CLAUDIO SANTANDREA Che non è mai stata fatta, non so le motivazioni, comunque

LUCA CHIANCA E questa non è finita

CLAUDIO SANTANDREA Questa non è finita

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Questa cassa d'espansione doveva essere molto più larga. Fortunatamente un po' d'acqua è entrata comunque perché alla prima alluvione dei primi di maggio è venuto giù l'argine in questo punto.

LUCA CHIANCA Da quanti anni che sta così?

CLAUDIO SANTANDREA Che sta così sono 6-7 anni. E se fosse stata in funzione con tutte queste qua, non glielo so dire se avesse fatto i danni che ha fatto giù

LUCA CHIANCA Sicuramente meno

CLAUDIO SANTANDREA Sicuramente meno

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Accanto c'è un'altra cassa di espansione finita ma con l'acqua pulita perché a quanto pare non è ancora stata collegata al fiume.

CLAUDIO SANTANDREA Quando è venuta la seconda era già piena quella lì

LUCA CHIANCA Nessuno l'ha svuotata nel frattempo

CLAUDIO SANTANDREA No, perché se non ci sono i canali per cavar l'acqua

LUCA CHIANCA Rimane lì, diventa un lago

CLAUDIO SANTANDREA Se non la caviamo con il secchio

LUCA CHIANCA La vedo dura

LUCA CHIANCA A Tebano perché non è stata finita quella cassa di espansione?

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE C'è un progetto sul quale il Presidente ha già fatto il decreto di esproprio perché da cava deve diventare cassa e quindi l'iter amministrativo è in corso

LUCA CHIANCA Son tanti anni che è così, tanti, tanti..

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Ma guardi io son qui da 3 anni e l'iter l'abbiamo ereditato e lo stiamo mandando avanti

LUCA CHIANCA Però così tanto tempo per risolvere questi contenziosi?

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Ma anche se avessimo affidato la gara rispetto all'evento la cassa non sarebbe stata terminata.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Intorno alle due casse di espansione, che di fatto non erano in funzione, sono arrivati migliaia di metri cubi di fango che hanno invaso tutti i frutteti della zona compromettendo il raccolto per i prossimi anni. IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Se i fiumi son puliti l'acqua scorre senza problemi, al ponte di Felisio, che è un ponte…

LUCA CHIANCA E qui non son stati mai puliti?

IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Mai puliti.

LUCA CHIANCA Mai?

IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Mai.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ivano Gagliani dopo la prima alluvione dei primi di maggio scrive alla Regione perché era caduto un albero nell'alveo del fiume che scorre a fianco al suo campo di Kiwi.

IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Io ho mandato un'email in Regione, gli ho detto guardate che c'è un albero caduto quello lì. Il 16 è tornata l'acqua, l’albero è ancora lì di traverso, ha fatto da diga, ha deviato… si vede bene il corso del fiume dove è andato a finire è là… questo è il mio kiwi

LUCA CHIANCA Questo era tutto un campo di kiwi?

IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Tutto fino a laggiù.

LUCA CHIANCA Quanto ha perso probabilmente?

IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Per me, 250mila euro tra rifare tutto l'impianto e 3-4 anni di mancata produzione perché che il kiwi ritorni così ci vogliono 3-4 anni no?

LUCA CHIANCA Quando ha scritto in Regione l'email che le hanno risposto?

IVANO GAGLIANI – AGRICOLTORE DI KIWI Han risposto a lei? A me no. IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Non dubito che abbia fatto questa segnalazione, sicuramente l’ha fatto, ma questo evento qua non ci ha consentito in tempi così ravvicinati sicuramente di intervenire sulla pulizia. Tra l’evento del 2, del 3, la cosa principale che abbiamo fatto all’interno anche di tutti comitato della sicurezza è chiedere a tutti gli enti gestori di fare la pulizia sotto i rilevati stradali e ferroviari. Può darsi, che questo come dire non siamo arrivati in tempo

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La Regione dovrebbe occuparsi della manutenzione dei fiumi anche se in alcuni casi ha delegato ai Comuni i singoli interventi, come nel caso di Faenza fortemente colpita dall'esondazione del fiume Lamone. Ma si tratta di un lavoro inutile se non viene fatto da tutti i Comuni contemporaneamente.

MASSIMO ISOLA – SINDACO DI FAENZA (RA) Noi a novembre abbiamo pulito la parte di Lamone con 400 tonnellate di materiale portato fuori, questo LUCA CHIANCA Però nel tratto del Comune. A monte?

MASSIMO ISOLA – SINDACO DI FAENZA (RA) Io non so quello che succede nei Comuni precedenti al mio, è questo che dico. O facciamo un percorso dalla sorgente alla foce oppure il lavoro che fa ciascun singolo comune è inadeguato è insufficiente perché il fiume non conosce confini amministrativi.

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE È evidente che in un evento di questo genere emergono come dire

LUCA CHIANCA Tutte le contraddizioni

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Ma anche come la frammentazione normativa non ci aiuta in questi ambiti qua. Difesa del suolo Ministero dell'ambiente, pianificazione e programmazione autorità di bacino che pianifica e programma il piano gestione e rischio alluvione, noi diventiamo l'ente attuatore se però il piano viene finanziato. Capisce che è complicato

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Ed è proprio all'autorità di bacino del Po che deve scrivere i progetti per contrastare questi fenomeni che il governo ha tolto 6 milioni di euro prima dell'alluvione. Eppure è l'ente che ha uno sguardo completo su tutto il bacino Padano, che va dal Piemonte fino al delta in Romagna

LUCA CHIANCA I 6 milioni che vi hanno tolto servono per che cosa?

ALESSANDRO BRATTI - SEGRETARIO GENERALE AUTORITÀ DI BACINO DISTRETTUALE FIUME PO Oltre che per pagare le spese di consumo di luce e gas anche per dare, come è capitato nel passato qualche incarico di progettazione che per noi è assolutamente importante.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Tra questi c'era anche un progetto indirizzato alle aree colpite dall'alluvione note da anni come zone fragili dal punto di vista del dissesto idrogeologico.

ALESSANDRO BRATTI - SEGRETARIO GENERALE AUTORITÀ DI BACINO DISTRETTUALE FIUME PO Il progetto eh, non le opere, arriverà sui 2 milioni e mezzo- tre, che sono finanziamenti che noi abbiamo sulla parte straordinaria che però non posso spendere prima di luglio, se li avessi avuti prima li avrei spesi dal primo gennaio.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Progetti di messa in sicurezza e trasformazione del territorio che in questa zona sono iniziati ben 2000 anni fa, a partire dai romani. Paludi che nei secoli sono diventate terre coltivabili grazie all'azione dell'uomo.

ALESSANDRO BRATTI - SEGRETARIO GENERALE AUTORITÀ DI BACINO DISTRETTUALE FIUME PO La gestione del territorio dal dopoguerra ad oggi è stata una gestione molto improntata alla massima produttività in agricoltura e una fortissima urbanizzazione che sicuramente ha dato ricchezza. Oggi quel tipo di sviluppo lì in queste aree qua a mio parere non regge più.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO In Emilia-Romagna dal dopoguerra ad oggi, ben tre generazioni hanno assistito alla cementificazione di suolo che è passato da 500 chilometri quadrati a quasi 2000 chilometri quadrati

PIERO CAVALCOLI - URBANISTA- DIRIGENTE PIANIFICAZIONE TERRITORIALE PROVINCIA DI BOLOGNA 198 -2004 Quindi quello che abbiamo prodotto noi come generazione di cui siamo responsabili è aver impermeabilizzato 3 volte quello che appunto dai tempi dei romani ad oggi avevamo costruito, questo è un dato spaventoso.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO In Provincia di Ravenna, secondo l'Ispra, il suolo consumato tra il 2017 e il 2021 è stato di ben 331 ettari, 83 ettari l'anno, il doppio degli anni precedenti. Questa è la stessa area fotografata dall'Ispra nel 2006, nel 2020 e infine nel 2022. Nel Comune di Forlì invece nel 2021 il consumo di suolo si è attestato al 16%, più del doppio della media nazionale. Questa è un'area agricola a Forlì nel 2003, nel 2018 e poi nel 2022. Solo nell'ultimo anno l'Emilia-Romagna è la terza regione italiana per cementificazione

PAOLA BONORA - GEOGRAFA - GIÀ PROFESSORESSA UNIVERSITÀ DI BOLOGNA Se vogliamo fare un paragone più della metà dell’intera superficie della Valle D'Aosta.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il territorio urbano collassa sotto il fango arrivato dalle montagne perché l'acqua trova fin troppi terreni impermeabilizzati su cui scorre sempre più veloce

SALVATORE FIORENTINO Qui non si poteva uscire perché l'acqua era a quest'altezza qui LUCA CHIANCA Accanto c'è stata una delle prime vittime

SALVATORE FIORENTINO Lì, è morta lì FINA RUGGIA Lui per salvare l'animale non ce l'ha fatta e il fango e l'acqua se l'è portata via.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Uno dei punti più al sicuro di Forlì è stato il palazzetto dello sport dove una sessantina di volontari si sono organizzati per dare i primi aiuti alle famiglie del quartiere.

LUCA CHIANCA Chi è che coordinava tutto?

STEFANO VALMORI - COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE ROMITI - FORLÌ No, lo spirito santo, coordinava tutto il buon senso di dare una mano in questo territorio, non so come abbiam fatto

LUCA CHIANCA La protezione civile c'era o non c'era?

STEFANO VALMORI - COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE ROMITI - FORLÌ La Protezione civile è arrivata successivamente

LUCA CHIANCA Quanto tempo dopo?

STEFANO VALMORI - COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE ROMITI - FORLÌ 6-7 giorni dopo.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO A Forlì dopo oltre 20 giorni dall'alluvione, la situazione è ancora questa.

LORETTA POGGI – COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE FORO BOARIO SAN BENEDETTO - FORLÌ Questa è la devastazione. Questa è la casa di mia figlia, c'è rimasto solamente quel pezzo lì. Camera da letto non c'è più niente, studio non c'è più niente.

LUCA CHIANCA Riuscite a riutilizzarle queste cose o sono andate?

LORETTA POGGI – COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE FORO BOARIO SAN BENEDETTO - FORLÌ No, qui è in attesa di...

LUCA CHIANCA Di portarle via

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Loretta Poggi è la coordinatrice dei cittadini del suo quartiere e durante l'alluvione come tanti volontari è stata costretta a gestire l'emergenza.

LUCA CHIANCA Qui la protezione civile non è venuta proprio?

LORETTA POGGI – COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE FORO BOARIO SAN BENEDETTO - FORLÌ Erano tutti talmente secondo me volenterosi di fare ma senza una guida, un'indicazione, perché non puoi chiedere a me dove sono le fogne, io onestamente, ti dico lì c'è una fogna, però come è strutturato il sistema fognario io onestamente non lo so.

LUCA CHIANCA Cioè la protezione civile veniva qua e chiedeva a voi dov'erano le fogne?

LORETTA POGGI – COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE FORO BOARIO SAN BENEDETTO - FORLÌ Sì ROBERTO GRILLINI - VOLONTARIO All'inizio è stato un disastro, è tuttora un disastro. Anche a spalare i fanghi noi i primi giorni abbiamo iniziato buttar l’acqua con il fango nei tombini per liberare le case perché sennò…

LUCA CHIANCA Però si son tappate le fogne

ROBERTO GRILLINI –VOLONTARIO Il venerdì pomeriggio ci hanno detto non fatelo più, abbiamo detto cavolo abbiamo fatto una cavolata smettiamo, un'ora dopo giriamo strada c'era l'esercito e la protezione civile che buttava l'acqua e il fango nei tombini.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L’utilizzo delle fogne per scaricare i fanghi delle abitazioni a oltre un mese dalla tragedia è ancora un tema controverso.

DONNA Le fogne pubbliche qui sono libere o no?

LORETTA POGGI – COORDINATORE DEL COMITATO DI QUARTIERE FORO BOARIO - SAN BENEDETTO - FORLÌ No. DONNA E allora è appena passati due tre che hanno detto che da ieri sera le fogne ricevono e sono libere

LUCA CHIANCA Invece a lei risulta? DONNA Se viene di nuovo tipo nubifragio dell'altro giorno stiamo ad allagarci ancora. Quindi ancora le fogne non son sicure. Ok, buongiorno

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Nel frattempo, buona parte del fango liquido che raccolgono i camion coordinati dalla protezione civile scaricano tutto nel fiume, sia qui a Forlì che nel Comune di Faenza, il tutto autorizzato dalla Regione.

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Il fango liquido andava nelle fogne, attraverso

LUCA CHIANCA Abbiamo immagini di fango buttato liquido nel fiume

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Ma buttato con gli autospurghi?

LUCA CHIANCA Certo, davanti ai vigili urbani tra l'altro

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Si, si. Immagino che nella fase iniziale i quantitativi…

LUCA CHIANCA No,no 20 giorni dopo siamo andati, a bocce ferme come si dice

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE Non metto in dubbio

LUCA CHIANCA Quindi non si doveva fare quella roba lì?

IRENE PRIOLO VICEPRESIDENTE - ASSESSORE A TRANSIZIONE ECOLOGICA, CONTRASTO AL CAMBIAMENTO CLIMATICO, AMBIENTE, DIFESA DEL SUOLO E DELLA COSTA, PROTEZIONE CIVILE L'indicazione era quella di mandare i fanghi liquidi in fogna, però in accordo con i gestori, perchè non tutti diciamo gli impianti di depurazione potevano essere all’altezza dello smaltimento

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Non abbiamo ancora capito che l’evento alluvionale sarà la normalità. Ora la Regione Emilia-Romagna è la terza dopo Lombardia e Veneto, per incremento del suolo artificiale: 660 ettari in dodici mesi. Se è questa la storia bisognerà rivedere l’intero sistema, ripensarlo, a partire dalla manutenzione del territorio, fino al sistema di raccolta delle acque. Anche partendo dal semplice tombino, che non può essere piccolo come ce l’abbiamo adesso, deve essere allargato, e allargati anche i tubi. E poi bisogna fare attenzione che siano puliti i letti dei fiumi e dei torrenti, che non abbiano ingombri, che non venga rubato spazio al letto, perché poi il fiume in qualche modo il suo spazio se lo riprende, e magari va a prenderselo anche dove non era previsto. Poi ci sono troppe teste che dettano strategie diverse: il Ministero delle Finanze, Ministero dell'ambiente, poi c’è chi programma e pianifica nell’Autorità di Bacino, poi c’è la Regione che è l’ente attuatore. Infine mancano anche i soldi perché non è neppure una logica che tu sfili soldi a un’Agenzia che deve fare progettazione e prevenzione per la manutenzione di un territorio, li destini invece per coprire un’emergenza che magari si è creata perché non hai dato soldi prima per fare prevenzione. Cioè non puoi sfilare sei milioni di euro all’Agenzia che avrebbe dovuto pianificare e fare prevenzione con dei progetti idonei in Emilia-Romagna, destinati a Ischia dove c’è un’altra emergenza. Risparmiare su questo tipo di manutenzione, che significa anche fare prevenzione, poi che cosa succede alla fine, che c’è l’evento alluvionale che ti fa pagare con gli interessi quello che avevi risparmiato. I danni quantificati dalla Regione Emilia-Romagna sono 9 miliardi di euro, arriveranno 2,5 miliardi dal Pnrr per mettere in sicurezza l’intero territorio italiano dal punto di vista idrogeologico. Ecco, siamo certi che le amministrazioni avranno gli strumenti e le strutture idonee per gestirli?

Emergenza maltempo in Emilia-Romagna, in diretta: due morti, dispersi e migliaia di evacuati. Paolo Foschi e Redazione Online su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2023

Regione in ginocchio per gli straripamenti di fiumi e torrenti. Situazione drammatica in Romagna: un uomo morto a Forlì e un altro in una frazione di Cesena, si cerca la moglie. Previsioni di altra pioggia nelle prossime ore

È sempre più drammatica la situazione in Emilia Romagna per l'emergenza maltempo che ha colpito anche le regioni vicine. Nella notte ci sono state nuove esondazioni, l'acqua ha invaso strade e case in tantissimi centri: da Cesena a Faenza, da Riccione a Lugo. Le operazioni di soccorso sono difficili, gli abitanti sono invitati a salire ai piani alti delle abitazioni. Drammatico il bilancio con due vittime e una donna dispersa. Un uomo, che che era stato dato per disperso è stato poi trovato nella notte morto a Forlì, viveva al piano terra di una casa invasa dall'acqua del vicino fiume Montone. Un'altra vittima a Ronta di Cesena dove è stato trovato morto un 70enne: il corpo è stato recuperato dai vigili del fuoco. Risulta ancora dispersa la moglie. Migliaia le persone evacuate a seguito di strutture allagate e fiumi in piena o esondati che hanno rotto gli argini. A Cesena la gente a stata costretta a salire sui tetti, in attesa di essere portati in salvo dagli elicotteri. A Forlì il sindaco annuncia «la peggiore situazione mai vissuta». Scuole chiuse anche mercoledì 17 maggio, a Bologna e negli altri Comuni colpiti. Drammatica a situazione a Faenza, nel Ravennate, dove l'acqua è entrata nel centro abitato e molte persone sono state evacuate. Sempre nel Ravennate è esondato nella notte il fiume Santerno e ci sono state nuovi evacuati accolti nei centri allestiti. Riccione è praticamente sott'acqua. Nel Bolognese esonda anche il fiume Sillaro. Si moltiplicano intanto le foto e i messaggi sui social network di persone che a Faenza, nel Ravennate, nel Cesenate chiedono aiuto poiché le loro case sono invase dall'acqua. Tra cancellazioni e ritardi è interrotta in molti tratti la circolazione dei treni. Intanto continua a piovere: è stato calcolato che sono caduti 130 mm di pioggia in sole 24 ore.  le previsioni non promettono nulla di buono: su buona parte della regione Emilia-Romagna anche per oggi è stata emessa una nuova allerta meteo rossa per fiumi, frane e mareggiate.

Ore 0.12: è morto l'uomo disperso, l'annuncio del sindaco di Forlì

È stato trovato morto l'anziano che era stato dato per disperso vicino all'argine del fiume Montone: la notizia è stata data dal sindaco di Forlì ,Gian Luca Zattini. L'uomo di trovava nella propria casa che è stata sommersa dall'acqua, mentre la moglie era riuscita salire al piano superiore ed era stata tratta in salvo dai soccorritori.

Ore 0.17: Faenza, sui social si moltiplicano le richieste di aiuto

Si moltiplicano le foto e i messaggi sui social network di persone che a Faenza, nel Ravennate, chiedono aiuto poiché le loro case sono invase dall'acqua. «Aiuto, siamo a due gradini poi c'è il balcone, abbiamo due bambini», scrive Riccardo o ancora «via Pantoli 29, l'acqua sta salendo velocemente arrivando all'ultimo piano», dice Fabrizio. La città di Faenza è spettrale, per buona parte al buio e sommersa dall'acqua.

Ore 0.26: Faenza, aperto agli sfollati Palazzo del Podestà

«Abbiamo aperto Palazzo del Podestà. Chi sta lasciando le proprie abitazioni nel centro storico può recarsi lì. Tutte le forze disponibili sono al lavoro per effettuare i soccorsi». Così il sindaco di Faenza Massimo Isola dopo la grave inondazione che sta colpendo la città del Ravennate.

Ore 0.30: Senigallia, tranquilla la situazione del fiume

«L'onda di piena sta definitivamente passando sotto ponte Garibaldi, senza destare problemi. Lo stato del fiume al momento è tranquillo». Lo annuncia l'amministrazione comunale di Senigallia, poco dopo la mezzanotte. «Persistono alcuni problemi di smottamenti ed allagamenti provenienti dai terreni collinari - spiega il Comune -. Si invita pertanto la cittadinanza a prestare massima attenzione».

Ore 1.11: a Faenza persone sui tetti delle case in attesa dei soccorsi

È una notte di paura e di soccorsi a Faenza (Ravenna), una delle città più colpite dall'alluvione dopo l'esondazione del Lamone. In città ci sono persone che cercano aiuto dai tetti e sono in corso i soccorsi. In alcune strade l'acqua ha ormai superato i primi piani delle case. In molte zone della città non c'è la corrente elettrica e le linee telefoniche sono intasate. Il Comune ha aperto, nella centrale piazza del Popolo - completamente invasa dall'acqua - il Palazzo del Podestà, una struttura utilizzata solitamente per esposizioni e iniziative culturali, per accogliere le persone che abitano in centro e che sono state costrette a lasciare casa. Tutte le forze disponibili, fa sapere l'amministrazione comunale, sono al lavoro per i soccorsi.

Ore 1.18: il fiume Santerno esonda nel Ravennate

Anche il fiume Santerno è esondato: è successo tra Cà di Lugo e San Lorenzo, nel territorio comunale di Lugo (Ravenna). L'acqua si trova sulla strada provinciale in via Fiumazzo, in destra fiume. Sul posto sono presenti Polizia e Carabinieri. In via precauzionale era stato chiuso il ponte di Cà di Lugo ed erano state evacuate le abitazioni in prossimità e nei luoghi a rischio. Si stanno allestendo i palazzetti PalaSabin e PalaLumagni per accogliere le persone che devono abbandonare le case.

Ore 2.38: appello agli abitanti di Ponte Nuovo: salite ai piani alti

«Si chiede in via precauzionale di portarsi ai piani alti e seguire gli aggiornamenti di protezione civile su comune.ra.it e social del Comune e del sindaco». È il messaggio del Comune Di Ravenna rivolto agli abitanti di Ponte Nuovo. «Solo chi non può andare ai piani alti - si legge - si rechi al centro di accoglienza dell'Itis Baldini - ingresso via Cassino, Ravenna».

Ore 4.55: un morto anche nel Cesenate, dispersa la moglie

A Ronta di Cesena, in via Masiera Seconda, è stato trovato morto un uomo di 70 anni il cui corpo esanime è stato recuperato dai vigili del fuoco. Lo rende noto la prefettura di Forlì-Cesena. Risulta invece dispersa la moglie. Ancora non precisato - si legge sempre nella nota - il numero dei dispersi, sia sul territorio di Forlì che su quello di Cesena.

Ore 6.05: nella notte nuove esondazioni, molte strade chiuse

Nella notte i fiumi hanno continuato a uscire dagli argini e l'acqua invade diverse aree della Romagna. A Bagnacavallo (Ravenna) il Lamone: «La situazione degli allagamenti sta rapidamente peggiorando in buona parte del territorio a seguito della rottura dell'argine a Boncellino e delle criticità sulla rete scolante», avvisa il Comune, spiegando che molte strade non sono percorribili e che si stanno verificando esondazioni anche sul fiume Senio in località Cotignola. Sono stati allestiti punti di accoglienza e la raccomandazione è di rimanere ai piani alti. Allagamenti anche a Castel Bolognese, con il Senio in paese.

Ore 7.15: il punto del sindaco di Cesena «altre ore drammatiche»

Nel Cesenate, a causa delle forti piogge che si stanno abbattendo sul territorio «al momento stanno pervenendo segnalazioni di esondazioni puntuali" dei fiumi Pisciatello a Ponte Pietra e Macerone; Dismano nella zona di Pievesestina e Cesuola nella zona Rio Eremo». È quanto scrive sulla sua pagina Facebook il sindaco di Cesena, Enzo Lattuca. Inoltre, osserva, «continuano gli interventi di evacuazione da parte di Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Croce Rossa, sommozzatori e Soccorso alpino richiesti da famiglie interessate dall'allagamento parziale del piano terra della propria abitazione». Rivolgendosi alla cittadinanza, prosegue il primo cittadino cesenate, «ricordo la raccomandazione di tenervi lontani dai corsi d'acqua e abbandonare scantinati e piani terra. Il livello di piena del Savio previsto nelle prossime ore si stima più basso rispetto alla piena di ieri pomeriggio. Nelle prossime 6 ore - conclude - le precipitazioni saranno consistenti, pari a 30 millimetri».

Ore 7.30: a Bologna esonda il Ravone, il Comune «non muovetevi»

Il Comune di Bologna e della Città Metropolitana fa sapere che la «viabilità è compromessa in molte zone della città metropolitana. Invitiamo la popolazione ad effettuare solo spostamenti realmente urgenti». All'alba, a Bologna, come ha fatto sapere il Comune su Telegram, il torrente Ravone è esondato e «in modo rilevante»: poco prima delle 6 è stata annunciata la chiusura della strada. Segnalati anche smottamenti nella zona collinare della città con possibili strade chiuse su vari tratti. È stato quindi chiesto di non uscire di casa nella zona ovest e di limitare al massimo gli spostamenti in città e in area metropolitana. In particolare, poco dopo le 6, è stato raccomandato di salire al primo piano in via Montenero, via del Chiu', via della Ghisiliera e in tutte le vie adiacenti al torrente Ravone per rischio esondazione e di non recarsi nelle cantine e nei negozi. Ai residenti in zona via Felice Battaglia e via del Genio è stato chiesto di salire ai piani alti evitando cantine, garage e negozi.

Ore 7.45: il sindaco di Faenza: «nottata che non dimentcheremo»

«Abbiamo passato una nottata che non potremo mai più dimenticare. Un'alluvione che la storia della nostra città non aveva mai conosciuto. Qualcosa di inimmaginabile». Così il sindaco di Faenza, Massimo Isola. «Centinaia e centinaia di persone al lavoro da tutta la notte, stanno continuando a intervenire nelle aree allagate con un unico obiettivo: mettere in sicurezza tutte le persone ancora in difficoltà. Per questo motivo - aggiunge il primo cittadino - invito chiunque sia a conoscenza di parenti o amici al momento irrintracciabili a segnalarmelo tramite messaggio privato. Vi prego di indicare nome e cognome, indirizzo di residenza, composizione del nucleo familiare, numero di telefono cellulare e ogni altra informazione ritenuta utile. La collaborazione di tutti è fondamentale. Stiamo uniti».

Ore 7.45: le vittime nelle provincia di Forlì e Cesena

Le esondazioni nella serata di ieri a Forlì e Cesena lasciano purtroppo per strada due morti. Il primo in ordine di tempo a Forlì, nel quartiere Romiti che è andato sott'acqua. I vigili del fuoco hanno salvato una donna che chiedeva aiuto da un balcone di via Firenze, ma una volta entrati in casa per fare altrettanto con il marito lo hanno trovato senza vita, annegato. Il secondo a Ronta di Cesena in via Masera Seconda, un 70enne il cui corpo esanime è stato ritrovato dai Vigili del fuoco. Dispersa la moglie e con lei un numero ancora imprecisato di persone.

Ore 7.50: altri dispersi tra Forlì e Cesena

Almeno 4 persone risultano disperse nella provincia di Forlì-Cesena in seguito all'andata di maltempo che da ieri sta interessando il centro-Italia e che vede impegnati circa 600 vigili del fuoco. Secondo quanto si apprende dai soccorritori, una persona sarebbe dispersa a Cesena e tre a Forlì.

Emilia-Romagna, alluvione e maltempo in diretta | nove morti, ancora allagamenti in Romagna. Redazione Online su Il Corriere della Sera il 18 Maggio 2023

Ventuno fiumi tra Bologna e Rimini hanno rotto gli argini o sono esondati. Il governatore Bonaccini: «Ripareremo tutto, l'unica cosa irreparabile sono le nove persone che hanno perso la vita» 

Sempre più drammatico il bilancio dell'ondata di maltempo che ha invaso l'Emilia-Romagna: sono 9 i morti, decine i dispersi, migliaia gli sfollati. Sono 24 i Comuni allagati, tutti i fiumi della regione hanno tracimato. In 36 ore le precipitazioni di 6 mesi. È finita sott'acqua Faenza, una parte di Cesena e di Forlì e molti altri grandi centri abitati. In alcune zone, in pochi minuti l'acqua è salita, raggiungendo anche i primi piani delle case. Sommersi alcuni quartieri di Bologna. Stato d'emergenza anche a Rimini. Fermi i treni. Garantiti i servizi in asl e ospedali con i gruppi elettrogeni. La premier Giorgia Meloni ha assicurato la massima disponibilità ad aiutare le zone colpite. Lo strumento, come ha anticipato il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi arrivato a Bologna per incontrare la protezione civile che stava coordinando i soccorsi, potrebbe essere quello di un decreto legge. Previsto pure lo stop agli obblighi fiscali. «A pochi giorni dall'anniversario del sisma del 2012 - ha detto il presidente della Regione Stefano Bonaccini - questo, per noi, è come se fosse un nuovo terremoto». La segretaria del Pd Elly Schlein: bene stop ai tributi ma servono altre risorse. Piantedosi: «Priorità è salvare vite». Impegnati 700 vigili del fuoco, mobilitato il Battaglione San Marco. 

Ore 7.12: ancora allagamenti in Romagna

Nella notte nuovi allagamenti in Romagna, in particolare nella zona di Ravenna. La frattura fra Reda e Fossolo ha sovraccaricato il Canale emiliano-romagnolo e tutta la rete secondaria dei canali consortili, con l'acqua che ha invaso parti significative delle campagne: allagamenti a Russi, Godo, San Pancrazio e Villanova di Ravenna. Durante la notte il Comune di Ravenna è intervenuto, con il supporto della Polizia locale, informando i cittadini di Villanova, invitandoli ad andare ai piani alti, offrendo a chi fosse impossibilitato il primo piano della sede del centro civico o la sistemazione al Cinemacity. Evacuazioni in corso ancora anche a Castel Bolognese, sempre provincia di Ravenna, dove si è registrato un problema di assenza di acqua potabile. Il Comune ha distribuito l'acqua dove ha potuto e al palazzetto dello sport è arrivata un'autobotte.

Ore 7.22: ordine di evacuazione per aree in provincia di Ravenna

Ordine di evacuazione immediata a persone e aziende di ,Villanova di Ravenna Filetto e Roncalceci, per rischio di allagamenti provocati dalla rottura del Lamone tra Reda e Fossolo. Il Comune di Ravenna segnala alle persone che non possono andare da amici e parenti l'area di accoglienza allestita al Cinema City al Museo Classis di Classe. «Si sta procedendo ad inviare dei pullman nelle frazioni interessate. Passare parola. Limitare al massimo gli spostamenti», comunica l'amministrazione.

Terreni secchi, disboscamento, troppe case vicino agli alvei. Gli esperti: la pioggia record è stata uno choc. Giulia Arnaldi e Alessandro Fulloni su Il Corriere della Sera il 17 Maggio 2023

Sono 21 i corsi d’acqua tracimati e oltre 35 i Comuni invasi dall’acqua. Il geologo del Cnr: «Hanno ceduto i fiumi piccoli che risentono maggiormente delle precipitazioni intense ma di breve durata, non hanno attutito il colpo»

Erano 21 i corsi d’acqua esondati alla mezzanotte di ieri, devastando circa 35 Comuni. Le criticità di alcuni tra questi fiumiciattoli e torrentelli che stanno mettendo in ginocchio la Romagna erano state già elencate in un dossier del Wwf, presentato poco prima della pandemia. Ecco il Lamone, per esempio, il caso che forse meglio descrive il disastro in corso. In quindici giorni è esondato due volte, sommergendo mezza Faenza: la prima è stata nella notte tra il 2 e il 3 maggio. Per i tecnici era un problema di «sormonto»: vale a dire che con l’alveo troppo pieno, l’acqua, all’altezza della vicina Bagnacavallo poco più a monte, era andata sopra l’argine — innalzato un secolo fa tenendo conto delle piene di allora, mai più viste sino a questo maggio — sbriciolandolo progressivamente.

Con lavori senza sosta, dopo cinque giorni il punto devastato era stato risistemato. Ma martedì, stavolta nel centro cittadino, l’opera di difesa — adeguata nella scorsa estate — è stata nuovamente «sormontata»: case, attività commerciali, le coltivazioni vicine sono state di nuovo inondate.

Ora Andrea Agapito, biologo, responsabile del settore «Acque» del Wwf e curatore del dossier, dice che «la vicenda del Lamone spiega bene ciò che sta accadendo in Romagna: lungo il suo corso sono progressivamente spariti, e lo denunciammo già nel 2007, i “boschi ripariali”, quella vegetazione golenale che ha un decisivo “effetto spugna”: frena l’acqua straripata, l’assorbe e la restituisce in tempi di siccità».

Se adesso queste difese naturali non ci sono più è perché «stiamo sempre più irreggimentando i fiumi, gli alvei sono stati canalizzati, le aree di esondazione naturale sono state occupate da abitati e coltivazioni».

Poi c’è un’altra questione: quelli esondati — tipo l’Idice, 78 chilometri di lunghezza, o il Sillaro, 66 — sono tutti fiumiciattoli piccoli e «la loro modesta portata, in un suolo già saturo per l’alluvione di inizio maggio — spiega Mauro Rossi, geologo dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr — si è di colpo ingrossata per via delle precipitazioni intense delle ultime 48 ore».

Difficile dire se una maggiore presenza di bacini di laminazione — i «parcheggi temporanei» delle acque che straripano — avrebbe risparmiato l’alluvione alla Romagna. Sono «difese che non si possono costruire da tutte le parti, perché stravolgerebbero la realtà di questi piccoli centri. Se da un lato possono essere la soluzione dei problemi, dall’altro ne creerebbero altri, dalla modifica del paesaggio a un problema di evaporazione che può danneggiare le coltivazioni in caso di siccità. Va detto anche che il territorio tra colline e pianura è costituito da materiale che accetta poca acqua e dunque il riassorbimento è minimo».

Tutto va inquadrato in uno scenario che vede «una frequenza sempre maggiore di eventi estremi — riassume il presidente del Consiglio nazionale dei geologi Francesco Violo — che impatta in un territorio urbanizzato negli ultimi anni in maniera molto intensiva, con alte percentuali di consumo di suolo». «Bombe d’acqua» e piogge prolungate «amplificano le difficoltà anche in questa parte dell’Italia dove la manutenzione si fa». Semmai «i parametri dei calcoli idraulici svolti nel passato per le opere di difesa non sono più idonei». La soluzione? «Aggiornare il modo di progettare, adattarsi alle condizioni nuove, con piani per interventi strutturali e con presidi territoriali in grado di monitorare il territorio intervenendo con tempestività».

Maltempo Emilia Romagna, 9 morti, 10mila evacuati. Crollato un ponte. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 17 Maggio 2023

48 i comuni coinvolti dalle frane, 21 i fiumi e corsi d'acqua esondati. Bonaccini: "Infrastrutture quasi spazzate via". Musumeci: "50mila senza elettricità" Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si è recato in l’Emilia Romagna a bordo di un elicottero dei vigili del fuoco, sorvolando le zone più colpite dall’ondata di maltempo. Il premier Meloni convoca il Cdm su nuove misure. 48 i comuni coinvolti dalle frane, 21 i fiumi e corsi d'acqua esondati. Bonaccini: "Infrastrutture quasi spazzate via". Musumeci: "50mila senza elettricità"

di Alessandra Monti

Sono nove le vittime del maltempo in Emilia Romagna. In tarda mattinata sono stati ritrovati, dai sommozzatori dei carabinieri, i due corpi senza vita di un uomo e una donna, in via Padulli nel quartiere Cava a Forlì. Come fa sapere la prefettura le due vittime erano tra i dispersi segnalati nelle scorse ore.

Un uomo di circa 70 anni è stato recuperato stamattina presto senza vita dai vigili del fuoco a Ronta di Cesena, in via Masiera. La moglie risulta ancora dispersa. Già nella notte si era registrata a Forlì un’altra vittima del maltempo. Durante le operazioni di salvataggio di una famiglia, in via Firenze nel quartiere Romiti, colpito dall’esondazione del fiume Montone i carabinieri del Comando provinciale di Forli-Cesena hanno salvato una donna che chiedeva aiuto dal balcone dell’abitazione. I militari hanno poi fatto ingresso nell’edificio per mettere in salvo anche il marito, ma l’uomo era già privo di vita nel piano sottostante dell’abitazione allagato. 

Una vittima del maltempo anche in provincia di Ravenna. Tra Solarolo e Castel Bolognese è stata individuata una macchina sommersa dall’acqua. All’interno è stato avvistato un corpo ma l’auto non è ancora stata raggiunta. Lo ha confermato il prefetto di Ravenna Castrese De Rosa.

Un’altra vittima dell’alluvione, che ha colpito l’Emilia Romagna, si registra a Cesenatico. Il corpo, a quanto si apprende, è stato trovato sulla spiaggia, probabilmente portato dal mare. Dalle prime informazioni, si tratterebbe di una persona di origine tedesca. Lo stesso sindaco di Cesenatico, Matteo Gozzoli, in una diretta Facebook, ha sottolineato che il cadavere è stato trovato in spiaggia,”non sappiamo ancora le motivazioni, ci sono le indagini delle forze dell’ordine”. 

“Sono circa 5mila le persone evacuate“. Ad affermarlo Nello Musumeci, ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, parlando a ‘24 Mattino‘ su ‘Radio 24‘ dell’emergenza maltempo aggiungendo che potrebbero essere anche di più. Molte persone sono state evacuate “essenzialmente per precauzione – ha continuato – altre perché le loro case erano state o stavano per essere invase dall’acqua“.

In Emilia Romagna “la situazione è drammatica perché i Comuni investiti sono oltre 30, si stima almeno 35, il mare purtroppo non riceve anzi spinge; c’è un’esondazione violenta e continua a piovere. La prima emergenza in questo momento è salvare vite umane poi dovremo fare una valutazione dei danni”. Così il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto. 

“La situazione è apocalittica, speriamo di salvare le persone. Abbiamo acqua dappertutto, fiumi che hanno rotto argini, comuni inondati, è indescrivibile. La zona dove la situazione è più critica è quella di Faenza e tutta la bassa Romagna, Sant’Agata, Castel Bolognese, Solarolo, ma tutti i 18 Comuni della provincia sono inondati dall’acqua. Molti sono senza energia elettrica. Abbiamo tante persone ai piani alti o sui tetti che sono in attesa di essere salvate. Tante sono state già salvate”, ha dichiarato il prefetto di Ravenna Castrese De Rosa all’ agenzia Adnkronos facendo un punto sulla situazione nella provincia dopo l’ondata di maltempo delle ultime ore. “La situazione è critica ma i soccorsi sono arrivati da tutte le parti, i vigili del fuoco sono al lavoro – aggiunge – ora dobbiamo solo salvare le persone“.

“Interi quartieri sono sott’acqua: Romiti, Schiavonia, San Benedetto, Roncadello, Cava, centinaia di vie allagate – ha scritto in un post su Facebook il sindaco di Forlì Gian Luca Zattini – Migliaia di segnalazioni di soccorso. Chiuso il casello autostradale, la tangenziale, il ponte di Schiavonia e quello del Ronco. Interruzioni diffuse di corrente. La città è in ginocchio, devastata e dolorante. E’ la fine del mondo”.

“La situazione è molto critica, chiedo a tutti la massima collaborazione e di evitare di camminare lungo i torrenti”, ha affermato su Facebook il sindaco di Cesenatico Matteo Gozzoli. Il primo cittadino ha spiegato che “c’è stata una piena importante del Pisciatello, è stata disposta l’evacuazione volontaria delle case lungo il Pisciatello ed è stato individuato il polo scolastico Villa Marini come punto di raccolta delle famiglie“. 

“Prestate la massima attenzione”, sottolinea, in un post su Fb, Enzo Lattuca, sindaco di Cesena, aggiornando sulla situazione maltempo e avvisando che è probabile una nuova esondazione del fiume Savio. L’avviso alla cittadinanza è dunque di allontanarsi dagli argini e abbandonare i piani terra e gli scantinati.

“Nella zona ovest di Bologna chiediamo alla popolazione di non uscire di casa se non per casi di necessità“, sottolinea, in un post su Fb, il Comune di Bologna invitando la popolazione “a limitare al massimo gli spostamenti in città e in area metropolitana” e avvertendo di “smottamenti nella zona collinare della città con possibili strade chiuse su vari tratti”. Il Comune avvisa anche del “Torrente Ravone esondato in via Saffi e la strada chiusa”. Invita a salire ai piani alti in: via Montenero, via del Chiu’, via della Ghisiliera, in tutte le vie adiacenti al torrente Ravone per rischio esondazione e nella zona via Felice Battaglia e via del Genio.

A Molinella (Bologna) ha ceduto il ponte della Motta. “Data la caduta del ponte della Motta – fa sapere il Comune di Molinella – il sindaco sta predisponendo l’evacuazione immediata della frazione di San Martino in Argine. Il palazzetto dello Sport di Molinella, in viale della Libertà 21, è stato predisposto per l’accoglienza per le persone che non hanno sistemazioni alternative”. 

La situazione maltempo in Emilia Romagna è drammatica, fa sapere la Regione. Quattordici i fiumi esondati in più punti. “L’emergenza è tuttora nel pieno e la priorità è mettere in sicurezza tutta la popolazione coinvolta: è necessario seguire le indicazioni di autorità e sindaci, attivi già da ieri per evacuare le persone in pericolo. In crescita la stima degli evacuati, le operazioni sono in corso. Solo nelle prossime ore si potrà avere un quadro completo di danni e conseguenze. E del numero di persone evacuate”, spiega la Regione Emilia Romagna.

“La situazione continua a essere grave “, ha affermato, a SkyTg24, dal canto suo anche il vice capo Dipartimento della Protezione civile Titti Postiglione sottolineando che “le precipitazioni sono ancora in corso, dureranno diverse ore, continueranno a crescere i fiumi e registreremo ancora movimenti franosi“.

“La immediata evacuazione preventiva delle persone che occupano immobili al piano terra, nei pressi di qualunque fiume, è la prima cosa da fare”. E’ il messaggio del ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, in relazione in particolare alla situazione dell’Emilia Romagna. 

Sono 800 i vigili del fuoco al lavoro con 270 automezzi. In Emilia Romagna 600 vigili del fuoco sono impegnati nelle operazioni di soccorso con 200 automezzi, tra cui quattro mezzi anfibi e due elicotteri. Sono 450 gli interventi effettuati finora. Il Centro operativo nazionale dei vigili del fuoco, la regia di ogni emergenza nazionale, ha disposto l’invio in Emilia Romagna, in rinforzo al dispositivo locale, di 440 vigili del fuoco provenienti da Abruzzo, Liguria, Lombardia, Piemonte, Campania, Veneto, Calabria, Puglia, Basilicata, Molise, Umbria e Friuli Venezia Giulia. Nelle Marche 200 vigili del fuoco sono impegnati nelle operazioni di soccorso con 70 automezzi, più di 200 gli interventi svolti nelle ultime ventiquattr’ore. In supporto al dispositivo di soccorso locale sono stati inviati rinforzi in assetto alluvionale da Lazio e Toscana.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi è in partenza per l’Emilia Romagna. Il ministro, a bordo di un elicottero dei vigili del fuoco, sorvolerà le zone più colpite dall’ondata di maltempo. Subito dopo andrà al centro operativo regionale della protezione civile dell’Emilia Romagna e in prefettura a Bologna.

Toscana, Alto Mugello

In Alto Mugello, a causa del maltempo, alcune frazioni e centri abitati, per complessivi 500 abitanti, sono isolati sul versante romagnolo: Coniale, Bordignano, Piancaldoli (parzialmente raggiungibile, dove è stato operato un soccorso sanitario), Abeto e Lutirano. Lo riferisce la Città Metropolitana di Firenze. “Si tengono in ogni caso i contatti con la popolazione“, si fa sapere.

La viabilità è pesantemente interferita e alcune frane non sono nell’immediato ripristinabili. In azione gli operatori della Protezione civile e della Viabilità della Città Metropolitana di Firenze. 

Frane, località isolate e linea ferroviaria sospesa tra Borgo San Lorenzo (Firenze) e Faenza. “A seguito delle abbondanti precipitazioni che si stanno verificando nei comuni dell’Alto Mugello (207 mm di pioggia caduti nelle ultime 36 ore in loc Monte Faggiola) – evidenzia il bollettino – si registrano numerose frane che stanno comportando la chiusura di strade e l’isolamento di diversi centri abitati nei territori comunali di Firenzuola, Palazzuolo sul Senio e Marradi. In questi comuni è stata disposta dai sindaci la chiusura delle scuole”.

“Le principali viabilità interrotte sono la Sp 610 Montanara Imolese (Firenzuola), Sp 58 Piancaldoli (Firenzuola), la Sp 306 Casolana Riolese (Palazzuolo sul Senio), la Sp 29 Traversa di Lutirano (Marradi) e la Sp 20 Modiglianese (Marradi). Visto il rischio evolutivo si consiglia di evitare gli spostamenti nei comuni dell’Alto Mugello. La circolazione sulla linea ferroviaria Borgo San Lorenzo – Faenza è stata sospesa”. 

Dario Nardella, sindaco della Città Metropolitana di Firenze, scrive su Facebook: “Stiamo seguendo con attenzione la situazione dei comuni dell’Alto Mugello. Marradi, Firenzuola, Palazzuolo sul Senio sono isolati sul versante romagnolo per le frane. Si possono raggiungere solo da Firenze. Ho sentito il sindaco di Marradi per monitorare il problema delle frazioni isolate. La protezione civile della città metropolitana è allertata dall’inizio dell’emergenza. Previste ancora piogge per le prossime ore. Fare massima attenzione alla viabilità e alla segnaletica stradale in queste zone e tenersi costantemente informati tramite i canali della protezione civile e della Città metropolitana“. Redazione CdG 1947

Alluvione in Emilia Romagna: sale a 14 il numero delle vittime. Sale a 14 il conto delle vittime della catastrofica alluvione che sta colpendo l'Emilia Romagna in queste ore. Jacopo Romeo su Notizie.it il 18 Maggio 2023

L’Emilia Romagna è in ginocchio a causa dell’incredibile quantità di acqua che sta cadendo dal cielo sui suoi territori in queste ore. In totale sono esondati 21 fiumi, le strade e le case di diverse province sono totalmente allagate. Il bollettino preoccupa: almeno 9 morti accertate.

Sale a 14 il terribile bilancio delle vittime dell’alluvione in Emilia Romagna. Tra la nottata e la giornata di ieri, i vigili del fuoco e gli uomini della protezione civile hanno attestato la scomparsa di nove uomini e donne tra il Cesenatico e Forlì. Il cadavere di una donna di Ronta di Cesena è stato trascinato dalle acque del fiume Savio per 20 chilometri, fino alla spiaggia di Cesenatico, dove è stato trovato dai vigili del fuoco. Tutte le vittime sono persone che non sono riuscite a mettersi in salvo dalla propria casa improvvisamente allagata o che sono rimaste intrappolate all’interno della loro automobile.

Nel frattempo, cresce anche il numero degli sfollati: secondo le informazioni che arrivano sembra che la cifra delle persone che hanno dovuto abbandonare la propria abitazione sia cresciuto fino a circa 20 mila. I 600 vigili del fuoco, 300 dei quali sono arrivati in aiuto da altre regioni, hanno finora garantito più di 500 interventi con l’impiego di tantissimi mezzi.

Estratto dell’articolo di Marco Bettazzi per “la Repubblica” il 18 maggio 2023.

[…] Vittorio Tozzi, 75 anni, la prima vittima accertata dell’alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna, era un suo vicino di casa. Le vittime fino a questo momento sono nove, di cui una incerta perché sarebbe un anziano morto già martedì per un malore nella zona Ponte Vecchio di Cesena e arrivato in ospedale. 

Gli altri invece sono stati trascinati per chilometri dalla forza dell’acqua, sono morti nella loro auto e devono essere ancora identificati, oppure sono stati ritrovati nelle loro case o nei loro giardini.

Palma Maraldi, che tutti chiamavano Marinella, è stata ritrovata a una ventina di chilometri di distanza dalla casa di Ronta, una frazione di Cesena, dove col marito Sauro Manuzzi, 70 anni, gestiva un’azienda agricola. Si occupavano di erbe officinali ed erano usciti di casa per un ultimo controllo, quando sono stati travolti dalla piena del fiume Savio. Lui è stato ritrovato vivo, ma è morto attorno alle 23 di martedì sera.

Lei invece è stata ritrovata sulla spiaggia di Zadina, a Cesenatico. Era stata la figlia a segnalare che entrambi i genitori erano in difficoltà, come ha raccontato la Prefettura di Forlì-Cesena. […]

Salgono a 13 le vittime causate dall’ alluvione in Emilia Romagna. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 18 Maggio 2023

Nelle zone colpite sono stati 10mila gli sfollati e 34mila senza elettricità. Prorogata l'allerta rossa. Lunghe code sull'A1 per uno smottamento a Sasso Marconi. Sono 280 le frane e 400 le strade danneggiate. Papa Francesco: "Impressionante disastro". Le previsioni meteo: breve tregua, ma nel weekend torna la pioggia. L'esperto: "Incolpare il cambiamento climatico non ci assolve"

L’Emilia Romagna è devastata delle alluvioni che hanno sfigurato città e piccoli comuni, ora si temono nuovi smottamenti e frane. È di 5 morti e un disperso il bilancio di deceduti nel Ravennate, rinvenuti tra ieri e oggi nella zone alluvionate. Gli ultimi due oggi a Russi, una coppia di due agricoltori di 73 e 71 anni, marito e moglie, trovati senza vita nel loro appartamento completamente invaso dalle acque. Sarebbero stati schiacciati da un frigorifero che cercavano di spostare. Con le 8 vittime comunicate ieri dalla Regione, il bilancio sale quindi a 13.

Prosegue la corsa contro il tempo per soccorrere le persone rimaste intrappolate e mettere in sicurezza i paesi, le città e le strade inondate dalla piena dei fiumi. Al tempo stesso inizia la conta dei danni (enormi) con tante aziende rimaste sott’acqua, mentre permangono forti disagi per la circolazione, con numerosi treni deviati e cancellati. 

Il bilancio è drammatico: 10mila gli sfollati, non ancora definito il numero di eventuali dispersi, 42 i comuni coinvolti, 27mila persone prive di energia elettrica, 250 strade chiuse. “Un’emergenza che ci fa ricordare giustamente il terremoto: l’impegno del governo, fissando anche il consiglio dei ministri martedì, è anche per renderci conto degli impegni che prenderemo: il presidente ha già indicato i primi interventi anche di ordine finanziario ma credo che tutti si rendano conto della necessità di avere il controllo di quella che è l’emergenza, che va valutata comune per comune”, ha detto il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin facendo il punto a Bologna sull’emergenza maltempo. 

Musumeci: “20 milioni in più per prime spese”

Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci ha annunciato che ci saranno in più “20 milioni di euro per affrontare le prime spese. Il grosso delle risorse arriverà quando avremo una quadro dettagliato” aggiungendo “Dobbiamo convivere con il cambiamento climatico e chiederci quando accadrà“, puntando sulla prevenzione. Il cambiamento “impone all’uomo di adattarsi“.

18.500 utenti ancora senza elettricità

Nonostante le operazioni di ripristino siano tuttora rallentate dalle condizioni impervie e di difficile viabilità, i 700 tecnici Enel, tra personale interno e quello di imprese terze, messe in campo dall’Azienda E-distribuzione hanno riattivato la fornitura elettrica di oltre la metà dei 50.000 utenti disalimentati, registrati nella mattina di ieri. Alle ore 18:30 di oggi risultavano 18.500 clienti privi di energia elettrica

Settemila le richieste d’aiuto al 112, 1.500 gli uomini impegnati nelle attività’ di soccorso, 3000 gli interventi eseguiti. L’alluvione ha devastato intere città. Sono stati 23 i fiumi esondati e 280 le frane. Zolle di terra e alberi che cadono come birilli sulla strada, persone rifugiate sul tetto, anziani e bambini messi in salvo con i gommoni, strade trasformate in paludi. Gli alberi secolari lasciano solo un ciuffo verde visibile alle telecamere. La case sembrano barche rosse in mezzo alla melma. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. La realtà ha superato le peggiori previsioni: in alcune zone è caduta in 36 ore più pioggia della media dell’intero mese di maggio.  

Sommerse dall’ acqua Faenza, Cesena, Forlì, Lugo, Cervia, alcune zone del Ravennate oltre a comuni più piccoli e anche i portici della centrale via Saffi a Bologna sono stati inondati. Black out elettrici, linee telefoniche fuori uso, treni in tilt: l’angoscia alimentata dall’isolamento di intere aree. La Romagna è sommersa, annaspa ma si aggrappa a ogni ancora (1200 volontari, gommoni, elicotteri, 600 vigili del fuoco) per non affondare. Stivali di gomma, pantaloni al ginocchio e secchi in mano. Via l’acqua adesso come fu 11 anni fa per le macerie per una terra che vuole rialzarsi a ogni costo. 

La Ferrari dona un milione di euro

Ferrari dona un milione di euro a favore dell’Agenzia per la sicurezza territoriale e la Protezione Civile della Regione Emilia-Romagna, aderendo alla raccolta fondi regionale. I fondi saranno impiegati, con il coordinamento degli Enti territoriali, a favore della popolazione locale colpita in questi giorni dall’alluvione, con una particolare attenzione ai progetti di recupero ambientale e per la gestione del dissesto idrogeologico.

“Nei momenti di difficoltà il posto di Ferrari è sempre stato accanto alla propria comunità”, ha dichiarato Benedetto Vigna, CEO di Ferrari. “Abbiamo voluto dare una risposta concreta e immediata ai bisogni più urgenti della popolazione dell’Emilia-Romagna, provata da un grave disastro ambientale. Con il coordinamento delle Autorità locali, a cui va il nostro sentito ringraziamento per il loro instancabile lavoro in queste ore, questi aiuti potranno portare conforto e un segno tangibile della solidarietà di tutta la famiglia Ferrari“. 

Papa: “partecipazione al dramma di questo disastro“

Papa Francesco ha espresso “i suoi sentimenti di viva partecipazione per l’impressionante disastro che ha colpito l’Emilia Romagna”. In un telegramma di cordoglio per le vittime del violento nubifragio, inviato – a nome del Santo Padre – dal Sostituto per gli Affari Generali, monsignor Edgar Pena Parra, al cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo Metropolita di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il Pontefice “assicura fervide preghiere di suffragio per i defunti esprimendo cordoglio ai familiari”, “invoca da Dio conforto per i feriti e consolazione per quanti soffrono conseguenze per la grave calamita‘”.

Il Santo Padre ringrazia inoltre “tutti coloro che in queste ore di particolare difficoltà si stanno adoperando per portare soccorso e alleviare ogni sofferenza, come pure le comunità diocesane per la manifestazione di comunione e fraterna vicinanza alle popolazioni più provate“.  

A Ravenna allerta rossa dalla mezzanotte per 24 ore

Dalla mezzanotte di oggi per 24 ore, sarà attiva nel territorio del comune di Ravenna l’allerta meteo numero 64 emessa dall’Agenzia regionale di protezione civile e da Arpae Emilia-Romagna. L’allerta è rossa per criticità idraulica e arancione per criticità idrogeologica. Per la giornata di domani si prevede la propagazione delle piene già in atto nei tratti vallivi di tutti i corsi d’acqua del settore centro-orientale della regione, con occupazione delle golene e interessamento degli argini, in progressiva decrescita. 

La Guardia di Finanza partecipa ai soccorsi nei confronti delle popolazioni colpite dell’alluvione che ha

interessato l’Emilia Romagna. L’AW139 con equipaggio e Aerosoccorritori del Centro di Aviazione ha tratto in salvo 10 persone, tra cui un giovane in località Russi (RA) e 9 tra Forlì e Faenza in località Crociaro.

Torna percorribile tutta A14 in Emilia-Romagna

È stato riaperto anche l’ultimo tratto dell’autostrada A14. Grazie al lavoro ininterrotto della task force messa in campo da Autostrade per l’Italia è stato possibile ripristinare la circolazione nel tratto compreso tra il bivio con la Diramazione per Ravenna e Cesena Nord dove il traffico al momento transita su una corsia per senso di marcia in entrambe le direzioni.

Ancora treni e deviati e cancellati

Il 19 maggio proseguono per l’intera giornata la riduzione del numero di corse, le deviazioni e i rallentamenti per i treni Alta Velocità, Intercity e Regionali che percorrono la linea AV e la linea convenzionale fra Firenze e Bologna. Rallentamenti e cancellazioni si ripercuoteranno tuttavia su tutta la circolazione lungo la dorsale nord-sud, sull’asse Milano-Roma e Venezia-Roma. 

È ripresa la circolazione fra Bologna e Imola per il trasporto regionale, nelle prossime ore sarà riattivata anche la circolazione tra Imola e Faenza. Resta sospesa sulla direttrice Adriatica tra Faenza e Rimini e sulle linee Bologna-Ravenna, Ferrara-Ravenna-Rimini, Faenza-Ravenna, Faenza-Marradi.

Alcuni treni a lunga percorrenza da e per la Puglia seguiranno il percorso via Bologna-Firenze-Roma-Caserta-Foggia con un aumento dei tempi di percorrenza. È assicurata la circolazione degli treni Intercity notte, seppur con deviazioni di percorso che possono provocare maggiori tempi di viaggio fino a tre ore.

Redazione CdG 1947

«Ho freddo, vedo i mobili che girano per casa»: morire al telefono con la vicina per l’alluvione in Emilia-Romagna. Fabrizio Caccia su Il Corriere della Sera il 19 Maggio 2023

Ieri altri cinque senza vita. Dall’ex barbiere malato al pensionato che non voleva lasciare casa: voci e storie. 

Fino all’ultimo la vicina, Marina Giacometti, ha cercato di convincerlo a scappare, a lasciare la sua casa al piano terra di via Marzari, mentre lei si era già rifugiata dalla figlia Martina, su al primo piano. Ma il signor Giovanni Pavani, 75 anni, di Castel Bolognese, è stato irremovibile: «A questa casa ci sono affezionato, Marina, ho messo i sacchi di sabbia alle finestre, vedrai che basteranno. Non mi muovo di qui».

È morto al telefono con lei, la notte tra martedì e mercoledì, il signor Gianni. Quarantasette minuti di conversazione fino a quando la piena del Senio è arrivata e non gli ha dato scampo. Gli ultimi istanti, al telefono con la vicina, sono stati terribili: «Ho freddo, tanto freddo — ripeteva Gianni — L’acqua è entrata e sta salendo, vedo i mobili che girano per casa». L’ultima cosa che lei gli ha detto è stata: «Mettiti in piedi sul tavolo, intanto io chiamo i soccorsi, dai che ce la facciamo...». Ma poi la linea è caduta e il telefono è rimasto muto. Allora Marina ha capito. La mattina dopo il corpo del signor Pavani, pensionato, una vita passata a lavorare in una ditta imolese di mobili per ufficio, è stato ritrovato sotto due metri d’acqua.

Una morte orribile, come quella del signor Giovanni Sella, 89 anni, a Sant’Agata sul Santerno, sempre nel Ravennate. Lui per 50 anni è stato il barbiere del paese, ma poi tutto precipitò con la morte prematura del figlio Giorgio, malato di leucemia. Da quel momento, il signor Sella ha lasciato il lavoro e si è ammalato gravemente anche lui. L’altra notte, quando il Santerno è esondato, l’ex barbiere era a letto e non si poteva muovere, così la moglie, anche lei anziana, ha cercato disperatamente di sollevarlo per portarlo via da lì. Impossibile. Allora la donna ha chiamato i soccorsi, è salita al primo piano e quando è arrivato l’elicottero dei vigili del fuoco si è sbracciata per attirare l’attenzione. Quelli, con una manovra perfetta, l’hanno fatta uscire dalla finestra e lei subito ha detto ai pompieri che giù al piano terra c’era anche suo marito, ma ormai l’acqua del fiume aveva allagato tutto. Il corpo è stato recuperato il giorno dopo.

Cinque le nuove vittime comunicate ieri dalla Prefettura di Ravenna. Anche una coppia di coltivatori del comune di Russi: Delio e Dorotea Foschini, 73 e 71 anni, con un allevamento di quasi 3 mila maiali, che hanno perso la vita mercoledì sera dopo l’esondazione del fiume Lamone. Erano scesi nella cantina già allagata della loro abitazione per portare via della carne da un frigorifero, forse pensando di procurarsi così una scorta di viveri, in previsione di un isolamento forzato. Il medico legale ieri ha rinvenuto sui loro cadaveri tracce di folgorazione, dovute evidentemente al contatto dell’acqua con la presa del freezer. La potente scossa elettrica deve averli fatti svenire e l’acqua del fiume alla fine li ha sommersi. A dare l’allarme nel cuore della notte era stato il figlio Andrea, sulla pagina facebook del Comune: «Abbiamo i genitori isolati, il loro cellulare squilla dalle 19, ma non rispondono. Già chiesto intervento a vigili del fuoco e carabinieri, ma sono passate quasi 3 ore...».

La quinta vittima, in via di identificazione, sarebbe una signora di 95 anni con problemi di deambulazione che viveva da sola al piano terra di una casa a Sant’Agata sul Santerno. Purtroppo non si è fatto in tempo a salvarla. Il bilancio della giornata conta infine un disperso a Boncellino, frazione di Bagnacavallo e un altro allarme da Lugo, dove non si trova più un 70enne di origini magrebine, forse rimasto intrappolato anche lui dentro casa. La speranza però è che vada a finire come a Solarolo: nella macchina sprofondata nel fango, infatti, il proprietario, dato per morto due giorni fa, è stato trovato vivo e ieri lo ha potuto raccontare: «Ero andato in campagna per salvare i miei tre cani, due sono morti ma uno ce l’ha fatta».

Alluvione Emilia Romagna, allagate anche Cervia e Lugo. Trovata la quattordicesima vittima. Redazione CdG 1947 su Il Corriere del Giorno il 19 Maggio 2023   

L'Emilia Romagna è devastata delle alluvioni che hanno sfigurato città e piccoli comuni, ora si temono nuovi smottamenti e frane. Si aggrava il bilancio delle vittime dell'alluvione. I numeri parlano inoltre di 280 frane, 400 strade danneggiate, oltre 15 mila evacuati e 27 mila senza elettricità.

Si aggrava il bilancio delle vittime: al momento sono 14 con il ritrovamento di un uomo di 84 anni ritrovato poco fa senza vita nel fango nel cortile di casa a Faenza, in zona stazione: la notizia è stata data da Stefano Bonaccini presidente della Regione Emilia Romagna in una diretta televisiva su “Mattino 5″.  La quinta vittima, in via di identificazione, sarebbe una signora di 95 anni con problemi di deambulazione che viveva da sola al piano terra di una casa a Sant’Agata sul Santerno. Purtroppo non si è fatto in tempo a salvarla

Al  quarto giorno dell’alluvione che ha colpito la regione è ancora allerta meteo: torna la pioggia. Ieri sono state comunicate dalla Prefettura di Ravenna altre cinque persone decedute. Anche una coppia di coltivatori del comune di Russi: Delio e Dorotea Foschini, 73 e 71 anni, con un allevamento di quasi 3 mila maiali, che hanno perso la vita mercoledì sera dopo l’esondazione del fiume Lamone.

Erano scesi nella cantina già allagata della loro abitazione per portare via della carne da un frigorifero, forse pensando di procurarsi così una scorta di viveri, in previsione di un isolamento forzato. Il medico legale ieri ha rinvenuto sui loro cadaveri tracce di folgorazione, dovute evidentemente al contatto dell’acqua con la presa del freezer. La potente scossa elettrica deve averli fatti svenire e l’acqua del fiume alla fine li ha sommersi. A dare l’allarme nel cuore della notte era stato il figlio Andrea, sulla pagina Facebook del Comune: “Abbiamo i genitori isolati, il loro cellulare squilla dalle 19, ma non rispondono. Già chiesto intervento a vigili del fuoco e carabinieri, ma sono passate quasi 3 ore…“. 

Fino all’ultimo una sua vicina di casa, Marina Giacometti, ha cercato di convincerlo a scappare, a lasciare la sua casa al piano terra di via Marzari, mentre lei si era già rifugiata dalla figlia Martina, su al primo piano. Ma il signor Giovanni Pavani, 75 anni, di Castel Bolognese, è stato irremovibile: “A questa casa ci sono affezionato, Marina, ho messo i sacchi di sabbia alle finestre, vedrai che basteranno. Non mi muovo di qui“. È morto al telefono con lei, la notte tra martedì e mercoledì, dopo 47′ minuti di conversazione fino a quando la piena del Senio è arrivata e non gli ha dato scampo. Gli ultimi istanti, al telefono con la vicina, sono stati terribili: “Ho freddo, tanto freddo — ripeteva — L’acqua è entrata e sta salendo, vedo i mobili che girano per casa”. L’ultima cosa che lei gli ha detto è stata: “Mettiti in piedi sul tavolo, intanto io chiamo i soccorsi, dai che ce la facciamo…“. Poco dopo la linea è caduta e il telefono è rimasto muto. Allora la signora Giacometti ha capito. La mattina dopo il corpo del signor Pavani, pensionato, una vita passata a lavorare in una ditta imolese di mobili per ufficio, è stato ritrovato sotto due metri d’acqua, morto per non aver voluto lasciare la sua casa amata.

Al tempo stesso prosegue la corsa contro il tempo per soccorrere le persone rimaste intrappolate e mettere in sicurezza i paesi, le città e le strade inondate dalla piena dei fiumi. Inizia la conta dei danni enormi con tante aziende rimaste sott’acqua, mentre permangono forti disagi per la circolazione, con numerosi treni deviati e cancellati. 

Settemila le richieste d’aiuto al 112, 1.500 gli uomini impegnati nelle attività’ di soccorso, 3.000 gli interventi eseguiti. L’alluvione ha devastato intere città. Sono stati 23 i fiumi esondati e 280 le frane. Zolle di terra e alberi che cadono come birilli sulla strada, persone rifugiate sul tetto, anziani e bambini messi in salvo con i gommoni, strade trasformate in paludi. Gli alberi secolari lasciano solo un ciuffo verde visibile alle telecamere. La case sembrano barche rosse in mezzo alla melma. Immagini che hanno fatto il giro del mondo. La realtà ha superato le peggiori previsioni: in alcune zone è caduta in 36 ore più pioggia della media dell’intero mese di maggio. 

Nuove evacuazioni nella notte a Ravenna. “Evacuazione delle abitazioni di via Canalazzo, zona sottopasso Sant’Antonio, e della vicina via Canala”, ha avvisato il sindaco di Ravenna Michele de Pascale con un post su Facebook. “Dopo l’evacuazione delle abitazioni della via Canalazzo, prima del sottopasso Sant’Antonio delle 23.30, è stata disposta l’evacuazione anche dalle case al di là, in direzione nord, e di quelle prospicienti la vicina via Canala”, si legge ancora.

Il sindaco di Ravenna ha ricordato che “è obbligatorio lasciare l’abitazione, fino a cessata esigenza. Per chi non dispone di luoghi dove ripararsi, è stato istituito come punto di accoglienza il PalaCosta di Ravenna, piazza Caduti sul Lavoro 13“. Per chi non disponesse di luoghi dove ripararsi, è stato istituito come punto di accoglienza, presidiato da apposito personale e attrezzato per offrire vitto e alloggio, il museo Classis di Classe in via Classense 29. Continua intanto a preoccupare la situazione a Fornace Zarattini, frazione alle porte della città romagnola, evacuata già da ieri mattina e ora allagata. 

Il bilancio è drammatico: oltre 15mila gli sfollati, non definito il numero di eventuali dispersi, 42 i comuni coinvolti, 27mila persone prive di energia elettrica, 250 strade chiuse. “Un’emergenza che ci fa ricordare giustamente il terremoto: l’impegno del governo, fissando anche il consiglio dei ministri martedì, è anche per renderci conto degli impegni che prenderemo: il presidente ha già indicato i primi interventi anche di ordine finanziario ma credo che tutti si rendano conto della necessità di avere il controllo di quella che è l’emergenza, che va valutata comune per comune”, ha detto il ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin facendo il punto a Bologna sull’emergenza maltempo. 

Per i morti dalle alluvioni, aperti fascicoli in Procura a Ravenna

Sono stati aperti fascicoli in Procura a Ravenna per i morti nel territorio ravennate, causati dalle alluvioni, ieri a Russi erano stati trovati i corpi di marito e moglie, 73enne e 71enne, forse folgorati e poi sommersi dall’acqua mentre provavano a spostare un congelatore dal piano terra della loro abitazione. Anche a Sant’Agata sul Santerno un’anziana, non ancora identificata, è stata trovata morta nella sua abitazione.

Nello stesso comune un 89enne allettato è stato trovato esanime nel suo letto mentre la moglie è riuscita a salvarsi da una finestra grazie ai vigili del fuoco. Un 75enne che abitava da solo a Castel Bolognese è stato trovato senza vita nella sua abitazione: l’uomo aveva deciso di restare dentro nonostante l’arrivo dell’acqua. Infine a Boncellino di Bagnacavallo risulta un disperso. 

Le segnalazioni sui decessi sono confluiti in Procura in altrettanti fascicoli senza ipotesi di reato, tranne che per il caso del 75enne: qui si procede per omicidio colposo contro ignoti in quanto alcuni vicini hanno segnalato di avere invano richiesto aiuto perché preoccupati per la sorte dell’uomo. Questa mattina il rinvenimento del sesto cadavere in provincia, a Faenza.

Autostrada A14, riaperto il tratto tra Faenza e Forlì

Poco dopo le 6.30 sulla A14 Bologna-Taranto è stato riaperto il tratto compreso tra Faenza e Forlì in entrambe le direzioni. La chiusura si era resa necessaria per permettere alla task force di Aspi di proseguire nella notte e velocizzare il piano di attività per il ripristino dei danni causati dalle alluvioni.

Attualmente, per consentire il proseguimento degli interventi di ripristino, il traffico circola su una corsia per senso di marcia in entrambe le direzioni e si registrano 5 km di coda tra il bivio con la diramazione di Ravenna e Forlì verso Ancona. Redazione CdG 1947

Estratto dell'articolo di Francesco Bechis per “il Messaggero” il 18 maggio 2023.

Eppure i soldi ci sono. Sulla carta, ci sono. L'ennesima alluvione in Emilia-Romagna costringe di nuovo a fare i conti. E i conti dimostrano che contro il dissesto idrogeologico l'Italia può fare affidamento su una cassaforte di tutto rispetto. Otto miliardi di euro almeno le risorse nazionali. È la cifra stanziata dal piano "Italia sicura" del governo Renzi per intervenire in tempo contro alluvioni, frane e calamità naturali. Altri 2,5 miliardi di euro nel Pnrr, cui si aggiungono 6 miliardi destinati ai comuni, da spendere nel breve periodo: entro il 2026.

Negli anni però la cassaforte è rimasta (quasi) chiusa.  Diverse le cause. Burocrazia, inerzia politica, resistenze delle Regioni contro una gestione centralista e statale delle emergenze. Quelle Regioni che, si legge nell'ultimo rapporto sul dissesto idrogeologico della Corte dei Conti, hanno negli anni dimostrato dubbia «capacità progettuale» e «carenza di profili tecnici unitamente alla scarsa pianificazione del territorio». Memento per chi oggi chiede di inserire anche queste competenze nel mazzo dell'autonomia differenziata.

[…] Paese più esposto in Europa - in Italia nove comuni su dieci hanno località a rischio alluvione - non riesce a spendere i fondi contro il dissesto. Tant'è che le risorse stanziate da Italia Sicura sono rimaste quasi tutte nelle casse dello Stato, dirottate altrove. La struttura e i suoi tecnici? Dismessa dal giorno alla notte dal governo Conte, che di contro ha varato un suo piano, "ProteggItalia" e stanziato altri 3,1 miliardi. Anche questi rimasti in gran parte inutilizzati.

Né bastano a colmare il vuoto i miliardi del Pnrr che per i comuni fissa obiettivi tanto eterogenei quanto generici - alcuni devono essere centrati entro il 2023 - come «la messa in sicurezza del territorio, la sicurezza e l'adeguamento degli edifici, l'efficienza energetica e i sistemi di illuminazione pubblica». 

[…] Per mettere in sicurezza il Paese, questa la stima della struttura contro le emergenze messa in piedi da Renzi, servirebbero 30 miliardi di euro. Negli ultimi venti anni ne sono stati spesi circa 6. Con una media dei tempi di realizzazione per ogni opera di 4,7 anni. Un'eternità.

E infatti, svela l'ultimo rapporto di Rendis (Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo), la piattaforma che aggiorna di continuo gli interventi contro il dissesto idrogeologico, solo due cantieri su tre fra quelli che sono stati già finanziati è concluso. Su un totale complessivo di 6063 interventi finanziari, «circa il 66% (3.983) risulta concluso, l'11% (672) e in esecuzione, l'8% (509) e in fase di progettazione, mentre un 15% circa degli interventi (899) risulta da avviare o con dati non comunicati». […]

Alluvione in Emilia-Romagna, i sub trovano la 15esima vittima. «Rischi sanitari per gli abitanti». Alfio Sciacca su Il Corriere della Sera il 23 maggio 2023.

Allarme a Conselice per l’acqua stagnante: l’ipotesi di richiami vaccinali. L’ultimo corpo recuperato a Lugo sarebbe di un agricoltore di 68 anni

«L’acqua sale su dalle fogne e in casa non si respira. Dopo giorni in queste condizioni e senza nulla da mangiare siamo andati via. Ora ci ospitano dei parenti». L’abitazione di Vittoria Di Matteo, dove vive con il marito e tre figli, è in Via Aldo Moro, una delle strade trasformate in fiumi maleodoranti. Per una famiglia che decide di andar via ce ne sono centinaia che resistono, prigioniere in casa, aspettando che passi il canotto che distribuisce le buste bianche con dentro acqua e qualcosa da mangiare.

Da cinque giorni è questa la quotidianità di Conselice, diecimila abitanti, diventato l’epicentro di una nuova emergenza che si aggiunge a quella del fango e delle frane. In questo caso si tratta di rischi per la salute della popolazione, legati proprio a quell’acqua putrida che potrebbe trasformarsi in un rischio di infezione per i residenti e chi li assiste. Dopo aver camminato a lungo nell’acqua le tute e gli stivaloni degli uomini delle forze dell’ordine vengono spruzzati di disinfettanti. Mentre la sindaca, Paola Puca, lancia disperati appelli ai suoi concittadini. «Non camminate a piedi nudi nell’acqua — urla al megafono davanti al municipio — proteggete la pelle dal contatto con l’acqua con guanti e dispositivi di protezione individuale. Evitate che i bambini giochino nelle aree allagate». A dimostrazione della gravità della situazione ieri a Conselice sono arrivati sia la direttrice dell’Ausl di Ravenna sia la vicepresidente della Regione, con delega alla Protezione civile, Irene Priolo. Anche i vertici sanitari confermano potenziali pericoli per infezioni alla pelle o gastrointestinali. E stanno valutando anche delle vaccinazioni di profilassi.

Misure che confermano i potenziali rischi per il ristagno d’acqua lanciati dalla Società italiana di medicina ambientale (Sima). «Dopo un’alluvione — avverte il presidente Alessandro Miani — aumenta il rischio di infezioni, specie per anziani e bambini. Dall’epatite A alle infezioni batteriche dovute a escherichia coli o salmonella». L’acqua stagnante attira poi zanzare che «incrementano il rischio di trasmissione di altre malattie».

La sindaca di Conselice prevede che ci vorranno dieci giorni perché l’acqua riesca a defluire del tutto. Troppi per scongiurare potenziali rischi per la salute. Per questo il Comune, che ha già dato l’ordine di sgombero della case allagate, ipotizza anche il trasferimento «in bungalow o in un camping».

«La situazione è obiettivamente complessa — ammette l’assessore Priolo —. È dovuto alla morfologia del paese: una sorta di catino naturale dove l’acqua fatica ad andar via, parliamo di milioni di metri cubi. Per farla defluire bisogna immetterla nel canale Destra Reno, ma lo si deve fare con attenzione altrimenti si rischia di allagare un’altra porzione del territorio». Ed è proprio questo ad alimentare la tensione tra i cittadini che da giorni protestano davanti al Comune. «Per evitare il ristagno — spiega Priolo — con le idrovore si sta cercando di “circuitare” l’acqua. Non possiamo certo permetterci anche il rischio malattie». A sostenere la sindaca, che sta affrontando una situazione tesa e complicata, c’è una colonna mobile di Protezione civile della Toscana.

Sale intanto a 15 il bilancio delle vittime dell’alluvione. Nelle campagne di Lugo i sommozzatori dei carabinieri hanno recuperato un altro corpo. Si tratterebbe di un agricoltore di 68 anni di Fusignano di cui era stata segnalata la scomparsa il 17 maggio. Mentre la Procura di Ravenna ha aperto un fascicolo, contro ignoti, ipotizzando il reato di disastro colposo. Il tutto mentre su parte della regione permane anche per oggi l’allerta rossa e arancione.

Non chiamateli Angeli del Fango: i ragazzi del Paciugo dell’alluvione in Emilia Romagna. Antonio Lamorte su L'Unità il 23 Maggio 2023

Sono arrivati da tutta Italia. Sporchi di fango, badile in mano, quasi sempre giovani. E chi l’avrebbe mai detto? Questi giovani, questi ventenni di oggi, signora mia. E invece. Sono arrivati in migliaia per dare una mano alle zone dell’Emilia Romagna colpite dalla violentissima alluvione scoppiata nella notte tra il 16 e il 17 maggio che ha causato 14 vittime e un disperso e danni incalcolabili. Quasi sempre sono giovani o giovanissimi. E subito sono stati battezzati, come sempre in queste tragedie: “Angeli del Fango”. Loro preferiscono “Ragazzi del Paciugo”.

L’espressione “Angeli del Fango” risale al 1966, all’alluvione di Firenze del 4 novembre. La città fu invasa da 250 milioni di metri cubi d’acqua e 600mila metri cubi di fango. I volontari arrivarono da tutta Italia e dall’estero. Alcuni già vivevano a Firenze, altri ci arrivarono di proposito. Gli Angeli del Fango aiutarono i cittadini ma diedero un grande aiuto anche a recuperare e salvare l’enorme e inestimabile patrimonio artistico fiorentino. La Protezione Civile non era stata ancora istituita, la risposta dei volontari fu spontanea.

“È una bella immagine, sia della solidarietà sia del cambiamento”, ha ricordato al Giornale Radio di Radio 1 Pier Luigi Bersani, che in quell’autunno arrivò a Firenze come volontario. “Avevo quindici anni, arrivai giù dall’Appenino con un gruppo di ragazzi. Ho sentito improvvisamente un’aria nuova, si parlava di quello che doveva cambiare”. Allo stesso modo i ragazzi del Paciugo spalano, portano cibo e medicine, aiutano a mettere i sacchi per rinforzare argini di fiumi e canali. È una generazione di ragazzi tra l’altro molto sensibile ai temi ambientali.

“Ci siamo ritrovati in tanti tra gli amici con cui il sabato siamo in pizzeria o al cinema e abbiamo fatto la squadra”, ha detto una di loro a Il Corriere della Sera. “Con il mio gruppo abbiamo liberato un capannone dove c’erano oggetti di antiquariato. Erano ormai fradici e purtroppo li abbiamo dovuti buttare. Il proprietario, poverino, era disperato. Il mio babbo nel pomeriggio mi ha scritto un gran bel messaggio: ‘Sono molto fiero di te’. Mi ha commossa. Comunque lui non è ancora rientrato: uscito dal lavoro è andato ad aiutare dei nostri conoscenti che hanno ancora la casa allagata”.

Al quartiere San Mauro in Valle, a Cesena, è apparso uno striscione legato ai pali della segnaletica. “Non chiamateci angeli del fango ma chi burdel de paciug”. Paciugo in Romagna indica qualcosa di indistinto, una poltiglia indefinita, il fango in questo caso. Hanno scelto loro. Resta sempre grottesco leggere chi si stupisce di questa partecipazione. Più insopportabile della retorica degli Angeli del Fango è soltanto quella (anche giornalistica) di chi sottolinea come questi giovani – questi giovani d’oggi, signora mia, che fine faremo – abbiano dimostrato di non essere puntualmente una generazione di smidollati: è il giochino dei pigri e degli ignavi, prendersela con i giovani – perfino quando non sono attivisti di Ultima Generazione. Antonio Lamorte

Gli «angeli del fango» a Cesena, come nel ‘66. La generosità che emoziona. Storia di Beppe Severgnini su Il Corriere della Sera il 23 maggio 2023.

Un servizio televisivo da Cesena. Ragazze e ragazzi, con pale e secchi, portano via acqua e melma da un soggiorno. L’anziana padrona di casa, davanti alla telecamera, sembra felice. L’immagine mi ha commosso. E ho pensato: perché? Perché la generosità è emozionante, sempre. Perché a quella signora, più d’ogni cosa, importava non esser lasciata sola. Per quei ragazzi e ragazze qualcuno ha subito tirato fuori il nome «angeli del fango».

L’espressione venne usata per la prima volta sul Corriere il 10 novembre 1966 dal fiorentino Giovanni Grazzini, inviato nella sua città dopo la catastrofica esondazione del fiume Arno, avvenuta sei giorni prima. Dall’Italia e dall’estero molti giovani erano accorsi a Firenze per aiutare la popolazione e mettere in salvo libri e dipinti, che rischiavano di andare perduti. Ci risiamo. Il sorriso della nonna romagnola, felice di non esser sola, vale quello delle madonne sui quadri salvate dagli Uffizi, tanti anni fa. Cambia tutto, il cuore umano no.

Come cementificazione e ritardi della politica hanno favorito il disastro in Romagna. Salvatore Toscano su L'Indipendente il 18 maggio 2023.

La somma tra fenomeni meteorologici estremi e cattiva gestione del territorio dà un unico risultato: il disastro, come quello che in Emilia-Romagna ha provocato per ora 14 vittime. Lo scorso anno in Italia si sono verificati 310 eventi estremi, come siccità e alluvioni, segnando un aumento del 55% rispetto all’anno precedente; l’Emilia-Romagna è l’ottava regione europea in questa speciale classifica. Durante l’ultima alluvione sono caduti, nella fascia appenninica che va da Bologna a Cesena, 200 millimetri di pioggia, circa un quinto della quantità annuale. Per contenere l’acqua in eccesso dei fiumi ed evitarne la tracimazione, è stato messo a punto un sistema di stoccaggio temporaneo, chiamato “cassa di espansione”. Tuttavia, come evidenziato nel Monthly Report n.19, in Italia la messa in sicurezza del territorio procede a rilento. Nonostante gli studi e i progetti, in Romagna e dunque nella zona più colpita dalle ultime esondazioni non esiste nemmeno una cassa di espansione. 

Secondo l’ultimo bollettino rilasciato dall’Agenzia regionale prevenzione ambiente (ARPA), in Emilia-Romagna sono esondati 22 fiumi e 37 Comuni sono stati interessati da allagamenti, registrando 14 vittime e migliaia di sfollati. Si tratta dell’ennesimo evento meteorologico estremo, un fenomeno in crescita a causa dei cambiamenti climatici. Uno dei fiumi che ha rotto gli argini durante l’ultima alluvione è stato il Savio a Cesena. Nel 2020, è stata presentata una relazione idraulica nell’ambito della “messa in sicurezza di un tratto particolarmente a rischio dell’abitato di Cesena”. Nel documento vengono citate le casse di espansione e il loro “contributo fondamentale” per ridurre “i picchi di piena” del Savio. Nonostante il monito, la prima riunione relativa alla progettazione dell’opera si è tenuta soltanto due anni dopo.

Il consumo di suolo ha come conseguenza l’impermeabilizzazione del terreno che così non riesce più ad assorbire l’acqua. Un fenomeno alimentato anche dalla siccità, sempre più frequente nel nostro Paese. Come risultato, le piogge non riescono a penetrare nel suolo, allagando le città e lasciando a secco le falde acquifere. Nel 2017, la giunta di Stefano Bonaccini ha adottato, contro il consumo di suolo, una legge che si è rivelata essere vuota e dunque inutile, al punto da attrarre le critiche di geografi, architetti e associazioni ambientaliste. Nel triennio 2017-2020 ogni abitante ha perso oltre 3 mq di campagna, per un totale di quasi 1500 ettari complessivi. Su Altreconomia, il docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano Paolo Pileri ha dichiarato che si è continuato a costruire «nelle aree protette (più 2,1 ettari nel 2020-2021), nelle aree a pericolosità di frana (più 11,8 ettari nel 2020-2021), nelle aree a pericolosità idraulica dove l’Emilia-Romagna vanta un vero e proprio record essendo la prima Regione d’Italia per cementificazione in aree alluvionali». In generale, si tratta della terza regione più cementificata d’Italia: 8,9% di suolo impermeabilizzato contro il 7,1% nazionale.

In un rapporto del 2020, il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici ha dichiarato: «i dati disponibili sull’Italia in merito alle precipitazioni suggeriscono che le condizioni di rischio geologico, idrologico e idraulico risultino esacerbate in conseguenza di un aumento del numero degli eventi di precipitazione estrema (caratteristica attesa dagli studi di cambiamento climatico) e una crescente urbanizzazione del territorio che ha portato, da un lato, a un incremento dei deflussi e ad una riduzione della capacità di smaltimento da parte degli alvei (tombamenti, riduzione dell’estensione delle aree golenali, ecc.), dall’altro lato, a un aumento dell’esposizione al rischio». L’Italia resta l’unico tra i grandi Paesi europei a non disporre di un Piano di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, al di là dei progetti incompleti pubblicati dal governo Meloni. [di Salvatore Toscano]

Alluvione in Romagna: ora burocrazia e prefetti fermano i volontari del fango. Stefano Baudino su L'Indipendente il 29 maggio 2023.

Dopo la grande ondata di solidarietà che ha segnato le aree colpite dall’alluvione in Emilia-Romagna, negli ultimi giorni sono montati malumori e proteste. Ad innescarli, la decisione di Prefetti e Sindaci di fermare l’arrivo dei volontari – giunti a migliaia da ogni parte d’Italia – nelle zone interessate dalle inondazioni. La ragione è facilmente intuibile: l’emergenza è in fase calante e in loco sono operativi tecnici esperti con mezzi all’avanguardia, cui bisogna lasciare spazio. Molti volontari, però, protestano contro un approccio istituzionale oltremodo burocratico, che avrebbe inspiegabilmente rallentato il lavoro dei cittadini di buona volontà impegnati a dare una mano nel fango.

Tre giorni fa, il Prefetto di Ravenna ha diramato un comunicato: “Pur esprimendo il più sincero apprezzamento per il grande sentimento di solidarietà che sta animando tantissimi volontari ‘angeli del fango‘ che si stanno attivando per raggiungere le zone maggiormente colpite dall’alluvione, soprattutto nel fine settimana – si legge nella nota –, il Prefetto di Ravenna Castrese De Rosa e tutti i sindaci della provincia rivolgono un accorato appello a non mettersi in movimento in questi giorni nei quali sono ancora all’opera moltissimi uomini e mezzi della Protezione civile, che potrebbero essere, seppure involontariamente, intralciati nel loro operato, con conseguente pregiudizio del buon esito delle attività in corso e anche a tutela della loro incolumità e di quella degli altri”.

La Prefettura ha inoltre fatto riferimento alla viabilità provinciale, che sarebbe “seriamente compromessa dagli eventi alluvionali e non in grado di poter sopportare l’intenso volume di traffico che in questi giorni sta interessando tutte le arterie, in quanto numerosi mezzi di soccorso e d’opera sono impegnati nei lavori di ripristino delle rotture arginali e delle infrastrutture primarie e secondarie danneggiate”. I volontari sono dunque invitati ad aspettare e a rimanere indietro: “Tutte le istituzioni del Ravennate esprimono il loro più sentito ringraziamento a chiunque si stia attivando per dare una mano, sottolineando che ci sarà tempo e modo per tutti di offrire il proprio supporto nel momento e nelle modalità più opportuni”.

Enzo Lattuca, sindaco di Cesena – una delle città che ha vissuto la situazione peggiore durante l’alluvione -, segue a ruota: “Il vostro aiuto è stato fondamentale, ora però è importante che i mezzi di sgombero e di pulizia strade possano fare la loro parte, avendo le strade libere per poter lavorare in sicurezza. Rinnovo il mio appello e chiedo a chi ancora non si fosse messo in viaggio di non spostarsi, lasciando le aree più critiche il più possibile libere da mezzi e persone”. Due giorni fa, i cittadini che si sono registrati sul portale “Volontari Sos”, con il quale viene coordinato l’afflusso di persone zona per zona, si sono visti recapitare una mail il cui incipit è “non andare dove non c’è bisogno”. Uno dei coordinatori ha scritto che “Il Comune di Forlì” ha chiesto ai volontari di “limitare gli interventi sul campo” e ha aggiunto che “resteremo qui, in attesa, sapendo che tornerà il momento in cui verremo chiamati, ancora una volta, ad aiutare chi ne ha bisogno. Staremo fermi per poter correre ancora più forti quando saremo chiamati a farlo”. Sul campo, infatti, opera la Protezione civile nazionale – arrivata quasi una settimana dopo l’alluvione – che lavora con “ragni”, ruspe, bobcat e bulldozer.

Molte critiche per l’attuazione di queste scelte si sono sollevate dall’ambiente dei volontari. Lorenzo Zitignani di Plastic Free, in un video pubblicato sabato, ha detto: «Pare che il Prefetto abbia dichiarato che gli “Angeli del Fango” devono stare a casa, perché altrimenti intralciano il lavoro delle autorità competenti. Ma quale lavoro? Dove eravate prima?», si chiede il volontario. «Certo, ora qualcuno si è visto, ma fino a due giorni fa dove eravate? E qual è l’intralcio che noi arrechiamo? Perché non mi risulta che qualcuno si sia messo lì a dire “No, non potete passare, qua ci siamo noi”, anzi…». Il ragazzo svela: «Un addetto del comune mi chiama dicendomi che noi non abbiamo l’autorità per aiutare qualcheduno e che quindi dobbiamo passare la palla a loro e se vogliamo aiutare dobbiamo registrarci su una loro piattaforma. Gli chiedo allora da quanto è attiva e lui mi risponde “Da ieri”. Buongiorno! E i nove giorni prima dove eravate?».

Un’altra segnalazione arriva a L‘Indipendente da una volontaria residente a Lugo, Comune in Provincia di Ravenna. «Due giorni fa il Prefetto ha emanato un’ordinanza per porre fine al lavoro dei volontari usando il pretesto della sicurezza fisica delle persone coinvolte che, non essendo assicurate né esperte del mestiere, rischiavano di farsi male». Ciò ha portato i Comuni a «implementare un sistema di iscrizioni in modo che i volontari possano registrarsi presso vari sportelli della protezione civile in modo da ricevere copertura assicurativa», ma tale modalità, organizzata «in maniera disastrosa», avrebbe «introdotto una trafila burocratica infinita (fogli da compilare e firmare e lunghissime file davanti ai Comuni per potersi iscrivere)», comportando nei comuni della bassa Romagna, secondo la ragazza, un «rallentamento dei lavori, fino ad allora efficienti e veloci, dei volontari».

A Conselice, racconta ancora la volontaria, «la Protezione civile e i corpi di Stato» avrebbero «costretto i volontari a mettersi in fila ed iscriversi prima di cominciare i lavori»; a Sant’Agata, addirittura, sarebbero stati «mandati via tutti i volontari», mentre il Paese sarebbe stato «occupato da decine e decine di furgoni della protezione civile che non permettono a nessuno di entrare». Continua la giovane: «Tantissimi volontari che si erano messi a disposizione con delle pompe per far fuoriuscire l’acqua dai paesi, che fino a due giorni fa stavano funzionando egregiamente, sono stati mandati via e al posto loro sono state fatte arrivare delle ditte di spurghi a pagamento». La ragazza lancia allora una provocazione: «Forse i volontari stavano togliendo visibilità alle istituzioni, Protezione civile compresa? Forse, con il nostro contributo gratuito, stiamo togliendo lavoro e stipendio a ditte e imprese che ci vogliono mangiare sopra? Tutto il lavoro che è stato fatto in questi 10-15 giorni sarebbe stato impensabile da svolgere senza i volontari».

Probabilmente si tratta delle fisiologiche sfumature di una situazione estremamente complessa, in cui è difficile rintracciare verità universali. Certo è che, in uno spaccato di questo tipo, il collante tra istituzioni e cittadinanza (in particolare nelle sue frange più attive) non possa che essere quello della fiducia reciproca. Quando essa scricchiola, non è un buon segno. [di Stefano Baudino]

 L'ambiente dimenticato: otto miliardi non spesi e task force mai nate. Fabio Tonacci su La Repubblica il 19 Maggio 2023

Contro il dissesto idrogeologico per ora solo proclami dal centrodestra. "Il piano anti-cambiamenti climatici annunciato ma non finanziato".

Una riga e mezzo. "Programma straordinario di resilienza delle aree a rischio dissesto idrogeologico con interventi mirati". Quale programma straordinario? Non è specificato. Quali interventi mirati? Non vengono detti. Rimane tutto appeso alla fantasia dell'elettore che legge. Quella riga e mezzo è lo spazio dedicato all'Italia che frana, che esonda, che travolge, che crolla e che uccide, nelle diciassette pagine dell'accordo di governo della coalizione di centrodestra siglato durante la campagna elettorale. Si trova al capitolo dodici, diluita tra altri punti sotto al titolo: "L'ambiente, una priorità". I primi sette mesi a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni, però, dimostrano come le priorità in realtà siano altre. E neanche l'alluvione di Ischia del 26 novembre scorso (12 morti) ha portato il tema della fragilità del territorio lì dove dovrebbe stare, e dove i governi, non solo l'attuale, si rifiutano di mettere: al centro dell'agenda.

Lo spettro dell'unità di missione

Più vecchia degli allarmi degli ambientalisti e dei geologi c'è solo l'attitudine, tutta italiana, di racimolare miliardi di euro dal bilancio pubblico senza poi essere in grado di spenderli. Nelle casse dello Stato ci sono 8,4 miliardi di euro dedicati alla mitigazione del rischio idrogeologico che potrebbero essere utilizzati subito, ora, per argini, invasi, casse di laminazione, canalizzazioni e quant'altro serva ai bacini idrici del Paese, ma che dal 2018 sono intonsi. Transitano da un capitolo di spesa all'altro, da quando il governo giallo-verde di Giuseppe Conte, appena insediatosi, decise di cancellare Italia Sicura, la struttura di missione diretta da Erasmo D'Angelis e voluta dall'allora premier Renzi.

Il risultato è stata la paralisi per cinque anni: il Conte I e il Conte II, alla voce: "idee per salvare il territorio", non hanno scritto niente di significativo, gli 11 mila progetti catalogati e sistematizzati dalla struttura di missione (per realizzarli servono 33 miliardi di euro) sono rimasti un mesto elenco su un file excel. I miliardi trovati razionalizzando risorse interne non sono stati spesi. Alla fine il governo Draghi li ha messi nel Pnrr. E lì giacciono.

La rivogliono, ma senza fondi

Che però serva un soggetto per mettere a terra i progetti aiutando gli enti locali, evidentemente, è chiaro a tutti: a febbraio di quest'anno il Senato vota un ordine del giorno col quale chiede alla premier di ripristinare quel sistema. Lo approvano 130 senatori, di tutti gli schieramenti, si astengono 25 onorevoli del M5S. Il Senato dà due mesi di tempo al governo, che però passano nel silenzio. "Allora siamo riusciti a inserire un emendamento al dl Fitto sulle semplificazioni del Pnrr", dice la senatrice renziana Raffaella Paita. "Prevede la ricostituzione di un'unità di missione, però la maggioranza ne ha stravolto il senso, trasferendola al ministero dell'Ambiente, facendo così venire meno la trasversalità tra ministeri che facilitava l'attuazione delle opere".

Oltretutto, segnala Paita, non vi hanno messo su neanche un euro. E non sono indicate modalità operative. "È una scatola vuota, vittima dei veti incrociati tra ministri dell'Ambiente e della Protezione civile. La premier deve venire a riferire in Aula per spiegarci cosa succede".

Le dighe di Musumeci

Dopo Ischia, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci rivela che è stato costituito un gruppo di lavoro interministeriale, affidato a lui stesso, per ricostruire il quadro degli interventi anti-dissesto in corso. "Dal 2019 al 2027 messi a disposizione 21 miliardi per la tutela del territorio". Quali risultati abbia portato il gruppo di lavoro interministeriale non è chiaro. Il giorno dopo l'alluvione che ha colpito Emilia e Marche, Musumeci si aggrappa a parole troppe volte già sentite e lancia promesse vaghe. "Cabina di regia sul dissesto", "step di interventi, a breve, medio e lungo termine", "lista delle maggiori criticità", "messa in sicurezza dell'Italia in dieci anni", e così via. Si fa concreto, invece, sulle dighe. "Serviranno decine di nuove dighe regionali: sono quarant'anni che non se ne fanno. Pensiamo a un sistema di raccolta d'acqua che possa assorbire 500 mm in 48 ore".

Il commissario (senza soldi)

Alle accuse d'inerzia, Palazzo Chigi risponde opponendo la fresca nomina di Nicola Dell'Acqua a commissario all'emergenza siccità. L'idea è di coinvolgerlo nella lotta al dissesto, pur avendo un incarico ridotto, che dura fino al 31 dicembre, rinnovabile di un anno. Una partita, questa del commissario, che all'interno del governo ha vinto il leader della Lega: il veneto Dell'Acqua, infatti, fa riferimento alla cabina di regia che è stata affidata al ministro Salvini. Finora appare come un'altra scatola vuota, senza risorse. "Intanto c'è un contenitore e sono fiducioso che verrà riempito", ragiona, con l'ottica del bicchiere mezzo pieno, Massimo Gargano, direttore dei Consorzi di Bonifica.

Alluvione Emilia-Romagna, i climatologi: "I temporali oggi sono eventi pericolosi. Impariamo a temerli come gli incendi"

Il piano climatico dimenticato

Il governo di "Ambiente, una priorità", dunque, fatica a finanziare l'oggetto dei suoi proclami. Nel programma elettorale, Giorgia Meloni scriveva "aggiornare e rendere operativo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici". È un piano cruciale, da sette anni fermo alla fase preliminare, che definisce la strategia per convivere con l'innalzamento della temperatura per i prossimi 30 anni, in agricoltura (si prevede una perdita di fatturato di 12,5 miliardi nel 2050), turismo (-52 miliardi con un innalzamento di 4 gradi), e così via. Il piano individua 361 azioni per attenuare l'impatto. A dicembre il governo ne pubblica una bozza aggiornata, lasciandolo in consultazione per due mesi al fine di raccogliere osservazioni. "Dopo febbraio non ne abbiamo saputo più niente", sostiene Stefano Ciafani, presidente di Legambiente. "Se ne sono dimenticati. E soprattutto, nella legge di bilancio non hanno stanziato niente per realizzarlo".

Estratto dell’articolo di Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera” il 19 maggio 2023. 

La pioggia eccezionale, certo. Ma c’è anche altro dietro il disastro che ha colpito la Romagna. C’è quella che una volta chiamavamo cementificazione e che da un po’ di tempo ha preso il nome di consumo di suolo.  Tecnicamente si tratta della perdita di una superfice originariamente agricola o naturale a causa della copertura artificiale del terreno. Qui una volta era tutta campagna, insomma. E da questo punto di vista, il territorio messo in ginocchio negli ultimi giorni non è messo per niente bene.

[…]  Secondo l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, l’Emilia-Romagna è la terza regione per incremento di suolo consumato tra il 2020 e il 2021, con 658 ettari. E anche per il totale di suolo consumato sempre nel 2021, con oltre 200.000 ettari. […] Nella classifica dei comuni […] al secondo posto c’è Ravenna, preceduta soltanto da Roma. […]

[…] Oltre che per consumo di suolo, la regione è terza anche per ricchezza procapite. Non solo. L’accelerazione nel numero di ettari cementificati del 2021 marcia di pari passo con il rimbalzo dell’economia regionale dopo la pandemia: nel 2021 l’Emilia-Romagna era uno delle cinque regioni già tornate sui livelli pre Covid. Segno che, in attesa di diventare davvero circolare, l’economia continua a procedere in modalità lineare, cioè bruciando nuove risorse, terreni compresi. 

L’Emilia-Romagna, tuttavia, è una delle poche regioni che sul consumo di suolo, in attesa di una regolamentazione nazionale, si è dotata di una propria legge regionale. Ed è qui che la questione diventa politica. 

[…] La legge risale al 2017 e dice che l’incremento annuale di superficie cementificata deve restare in ogni Comune al di sotto del 3%. Come sempre, però, ci sono delle eccezioni. Restano fuori dal calcolo le opere pubbliche, gli insediamenti strategici di rilievo regionale, gli ampliamenti delle attività produttive esistenti, i nuovi insediamenti residenziali collegati a interventi di rigenerazione urbana.

Abbastanza, insomma, per far salire l’Emilia-Romagna al terzo posto di questa classifica non proprio virtuosa. […] La legge è arrivata durante il primo mandato di Stefano Bonaccini […]. 

L’accelerazione del 2021, invece, quando vice presidente della Regione era Elly Schlein, oggi segretaria del Pd. 

[…] Due indizi che ieri hanno spinto Libero a titolare in prima pagina «Sott’acqua il modello Pd», e qualche parlamentare di centrodestra a mugugnare, ma nulla più […].

Estratto dell’articolo di Fabio Tonacci per “la Repubblica” il 19 maggio 2023.

[…] Più vecchia degli allarmi degli ambientalisti e dei geologi c’è solo l’attitudine […] di racimolare miliardi di euro dal bilancio pubblico senza poi essere in grado di spenderli. Nelle casse dello Stato ci sono 8,4 miliardi di euro dedicati alla mitigazione del rischio idrogeologico che potrebbero essere utilizzati subito, ora, per argini, invasi, casse di laminazione, canalizzazioni e quant’altro serva ai bacini idrici del Paese, ma che dal 2018 sono intonsi.

Transitano da un capitolo di spesa all’altro, da quando il governo giallo-verde di Giuseppe Conte, appena insediatosi, decise di cancellare Italia Sicura, la struttura di missione diretta da Erasmo D’Angelis e voluta dall’allora premier Renzi. Il risultato è stata la paralisi per cinque anni: il Conte I e il Conte II, alla voce: “idee per salvare il territorio”, non hanno scritto niente di significativo, gli 11 mila progetti catalogati e sistematizzati dalla struttura di missione (per realizzarli servono 33 miliardi di euro) sono rimasti un mesto elenco su un file excel. I miliardi trovati razionalizzando risorse interne non sono stati spesi. Alla fine il governo Draghi li ha messi nel Pnrr. E lì giacciono. 

[…] Che però serva un soggetto per mettere a terra i progetti aiutando gli enti locali, evidentemente, è chiaro a tutti: a febbraio di quest’anno il Senato vota un ordine del giorno col quale chiede alla premier di ripristinare quel sistema. Lo approvano 130 senatori, di tutti gli schieramenti, si astengono 25 onorevoli del M5S. Il Senato dà due mesi di tempo al governo, che però passano nel silenzio.

«Allora siamo riusciti a inserire un emendamento al dl Fitto sulle semplificazioni del Pnrr», dice la senatrice renziana Raffaella Paita. «Prevede la ricostituzione di un’unità di missione, però la maggioranza ne ha stravolto il senso, trasferendola al ministero dell’Ambiente, facendo così venire meno la trasversalità tra ministeri che facilitava l’attuazione delle opere ». Oltretutto […] non vi hanno messo su neanche un euro. E non sono indicate modalità operative. «È una scatola vuota, vittima dei veti incrociati tra ministri dell’Ambiente e della Protezione civile. La premier deve venire a riferire in Aula per spiegarci cosa succede».

[…] Dopo Ischia, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci rivela che è stato costituito un gruppo di lavoro interministeriale […] per ricostruire il quadro degli interventi anti-dissesto in corso. […] Quali risultati abbia portato […] non è chiaro. Il giorno dopo l’alluvione che ha colpito Emilia e Marche, Musumeci si aggrappa a parole troppe volte già sentite e lancia promesse vaghe. «Cabina di regia sul dissesto», «step di interventi, a breve, medio e lungo termine», «lista delle maggiori criticità», «messa in sicurezza dell’Italia in dieci anni», e così via. 

Si fa concreto, invece, sulle dighe. «Serviranno decine di nuove dighe regionali: sono quarant’anni che non se ne fanno. Pensiamo a un sistema di raccolta d’acqua che possa assorbire 500 mm in 48 ore».

[…]  Alle accuse d’inerzia, Palazzo Chigi risponde opponendo la fresca nomina di Nicola dell’Acqua a commissario all’emergenza siccità. L’idea è di coinvolgerlo nella lotta al dissesto, pur avendo un incarico ridotto, che dura fino al 31 dicembre, rinnovabile di un anno. Una partita, questa del commissario, che all’interno del governo ha vinto il leader della Lega: il veneto Dell’Acqua, infatti, fa riferimento alla cabina di regia che è stata affidata al ministro Salvini. Finora appare come un’altra scatola vuota, senza risorse. […]

Estratto dell’articolo di Michelangelo Colombo per startmag.it il 19 maggio 2023.

“Un Paese di paradossi. È tra i più piovosi d’Europa, ma riesce a immagazzinare appena il 4% dell’acqua, complici infrastrutture obsolete, perdite sulla rete, dighe bloccate o da sfangare. È anche tra i più fragili dal punto di vista idrogeologico

– con il 94% dei Comuni a rischio frane, alluvioni ed erosione e 8 milioni di persone che vivono in aree ad alta pericolosità

– ma incapace di spendere i fondi dedicati. Replicando all’infinito lo schema di sempre: frammentazione e burocrazia, che producono inconcludenza. E così, tra fondi nazionali ed europei, ci sono 21 miliardi di euro – il calcolo arriva dagli uffici del ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci (si veda l’intervista al Sole 24 Ore del 4 febbraio scorso)

– stanziati fino al 2030 per la messa in sicurezza del territorio, sparsi in mille rivoli. Senza controllo e senza regia. Senza neppure contezza di quanto sia stato speso sin qui: la ricognizione, non ancora conclusa, è affidata a un gruppo interministeriale nato dopo l’alluvione di Ischia”. 

È la fotografia del quotidiano Sole 24 Ore dell’Italia dopo le alluvioni che hanno colpito l’Emilia Romagna. […] 

L’Emilia Romagna è devastata delle alluvioni che hanno sfigurato città e piccoli comuni, ora si temono nuovi smottamenti e frane. […]

l bilancio è drammatico, secondo il punto dell’agenzia stampa Agi: 10mila gli sfollati, non definito il numero di eventuali dispersi, 42 i comuni coinvolti, 27mila persone prive di energia elettrica, 250 strade chiuse. […] 

Settemila le richieste d’aiuto al 112, 1.500 gli uomini impegnati nelle attività di soccorso, 3.000 gli interventi eseguiti. L’alluvione ha devastato intere città. Sono stati 23 i fiumi esondati e 280 le frane. […] Ci sono le casse d’espansione dei fiumi in Emilia-Romagna? Numeri e polemiche post alluvioni […]

Ma c’è anche un aspetto poco considerato finora: l’aspetto istituzionale con intoppi burocratici e scarsa efficienza nell’utilizzo delle risorse stanziate. La Corte dei conti – ricorda oggi il Sole 24 Ore – cita il rapporto Ispra 2020 relativo al progetto Rendis (Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo), che ha censito in vent’anni 6.063 interventi del ministero dell’Ambiente per 6,59 miliardi, a fronte di 7.811 proposte presentate dalle Regioni per un totale di 26,5 miliardi. 

In Emilia-Romagna il cambiamento climatico non c’entra. Parola del presidente dei geologi dell’Emilia-Romagna. In un altro documento diffuso due giorni fa, l’Istituto segnala l’Emilia Romagna come la più esposta al rischio alluvione, con le province di Ravenna e Ferrara in cima alla classifica.

Nel mirino, «la complessa ed estesa rete di collettori di bonifica e corsi d’acqua minori che si sviluppano su ampie aree morfologicamente depresse, di tratti arginati spesso lungo alvei stretti e pensili, di regimazioni e rettifiche in specie nei tratti di pianura». […] 

E’ dal censimento delle spesa effettiva e delle opere realizzate/incompiute che saltano fuori i numeri impressionanti, definitivi e vergognosi che inchiodano tutto il ceto politico dell’Italia lungo due lustri e 14 governi, ha rimarcato il Fatto Quotidiano:

“Sono monitorati da Ispra nel suo Repertorio Nazionale degli interventi per la difesa del suolo (RenDis): negli ultimi 20 anni in Italia sono stati finanziati 11.204 progetti impegnando 10,5 miliardi (e poi diremo perché 10 e non 7) ma ad oggi soltanto 4.800 interventi sono stati ultimati, con una spesa effettiva di 3,6 miliardi. 

Dal totale van tolti 1.800 ancora in fase di progettazione, 1.434 in fase di esecuzione, 208 revocati. Di ben 2.607 interventi poi non si hanno proprio notizie, i relativi dati “non sono disponibili” anche se cubano 2 miliardi di risorse.

Guardando alla sola Emilia-Romagna, dal 1999 al 2023 sono stati finanziati 529 progetti di messa in sicurezza con un impegno spesa di 561 milioni di euro, ma solo 368 sono stati ultimati spendendo: all’appello mancano 161 interventi che valgono 258 milioni, oltre la metà dei soldi destinati alla regione”.

Estratto dell’articolo di Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano” il 28 maggio 2023.

Non è una malattia infettiva, non è una malattia contagiosa, ma quando il batterio responsabile contamina una ferita, piccola o estesa che sia, rilascia le sue spore dentro di essa, le quali germinano e producono tossine che viaggiano veloci nei tessuti profondi, con affinità elettiva per i nervi, il midollo spinale e l’encefalo, dove, senza una terapia adeguata ed immediata, causano spasmi muscolari seguiti da paralisi e morte per soffocamento. 

Sto parlando del tetano, una patologia ormai rara grazie alla vaccinazione di massa già dall’età infantile, oggi però tornata alla ribalta nelle zone alluvionate dell’Emilia Romagna, dove da due giorni è iniziata la distribuzione del vaccino preventivo a tutta la popolazione a contatto con l’acqua stagnante ed impegnata nelle opere di pulizia e soccorso. 

[…] Essendo inoltre il batterio capace di resistere alle condizioni più impervie come il caldo, ed essendo molto resistente a quasi tutti i più forti antisettici, l’unico rimedio immediato in caso di abrasioni, ferite cutanee, punture di spine vegetali o metalliche, è quello di pulire immediatamente la zona colpita con l’acqua ossigenata, poiché essendo il bacillo in questione un essere anaerobico, cioè che vive solo in assenza di ossigeno (come nei tessuti lacerati delle ferite) lo stesso non sopravvive in presenza di ossigeno, quello appunto presente in maniera elevata nell’acqua ossigenata. 

Naturalmente il salvavita resta il vaccino antitetanico che va somministrato come prevenzione o immediatamente nei casi sospetti di ferite contaminate. Il clostridium tetani causa il tetano solo nelle persone non vaccinate, in quelle che non hanno fatto i richiami previsti o con immunità scaduta, ed il modo più comune di contrarlo sono appunto le ferite da punta (classica la puntura da spine di rose o chiodi arrugginiti ), da aghi non sterilizzati (body piercing o tatuazioni), dal taglio del cordone ombelicale con forbici non adeguatamente sterili, e più la sede di contatto è lontana dal sistema nervoso centrale, più lungo sarà il periodo di incubazione della malattia, e minori le speranze di guarigione. […] 

Il tetano è accompagnato anche da un corteo di sintomi di infezione, come la febbre, la sudorazione profusa, aritmie cardiache, irritabilità, spasmi muscolari e convulsioni, ma è difficile oggi assistere ad un paziente in queste condizioni, poiché la maggior parte delle persone che si recano in ospedale entro le 24/48 ore dall’evento traumatico, ricevono, oltre alla pulizia accurata della ferita, la vaccinazione antitetanica anche per i casi sospetti e non accertati, una terapia sicura con una efficacia che sfiora il 100%.  […] 

Estratto dell’articolo di Gianluca Brambilla per open.online il 28 maggio 2023.

Nelle province dell’Emilia-Romagna colpite dalle alluvioni il lavoro per tornare alla normalità continua senza sosta. Tra i problemi che gli abitanti della zona si trovano ad affrontare ce n’è uno a cui finora in pochi avevano pensato: le zanzare. 

Nei paesi che hanno visto intere strade sommerse dalla pioggia, ora l’acqua ha iniziato a ristagnare. Il risultato: dai canali sale un forte odore di fogna, dovuto probabilmente al carico di acque sporche, carcasse di animali, piante e via dicendo.

In passato, ricorda Il Messaggero, le aree del Delta del Po sono state il luogo di incubazione di microorganismi a cui le zanzare tigri fanno da vettori, per esempio il virus zika. E il rischio è che ora le acque reflue e stagnanti ricreino le condizioni ideali per la diffusione di malattie. […] 

Tra gli abitanti delle zone del Delta del Po è scattata la caccia ai repellenti. Ma la speranza dei cittadini è che venga messa in atto un’opera di disinfestazione vera e propria, in forma rafforzata rispetto agli scorsi anni. E a proposito di rischi sanitari post-alluvione, continua la corsa alle vaccinazioni contro il tetano. […] 

Va detto però che non tutti sembrano preoccupati dall’acqua stagnante e maleodorante. A Conselice, in provincia di Ravenna, ci sono ancora 500 persone che – nonostante l’ordinanza di evacuazione – hanno deciso di rimanere, incoraggiati dai livelli più bassi dell’acqua. L’ordinanza – racconta oggi il Corriere – istituisce di fatto una zona rossa a cui solo Vigili del fuoco e Protezione civile potrebbero accedere. 

Eppure, il via vai è continuo. «Dove dovrei andare? Qui ho tutta la mia vita – si giustifica Stefano Morando, residente di Conselice -. Non lascio tutto incustodito, possono fare tutte le ordinanze che vogliono». […]

Siccità, cambiamenti climatici e green economy: ecco qual è la verità. Francesco Curridori il 19 Maggio 2023 su Il Giornale.

Il metereologo Mario Giuliacci spiega che le alluvioni di questi giorni dipendono dalla grande siccità che ha colpito l'Italia negli ultimi anni, ma avverte che auto e case green non saranno la soluzione

"Il maltempo che abbiamo visto in questa prima parte di maggio andrà avanti fino al 27 del mese. Per tutto il week-end continuerà a piovere su tutta l’Emilia-Romagna. Pioverà anche la prossima settimana, ma saranno piogge deboli e non preoccupanti". Il metereologo Mario Giuliacci è convinto che in Emilia il peggio è passato, ma "c’è qualche preoccupazione per i prossimi giorni per il Piemonte, la Calabria e il Nord della Sardegna, mentre in giugno il grande protagonista dovrebbe essere l’anticiclone africano".

Perché questo maggio sembra un po’ come novembre…?

Noi siamo stati per due anni sotto siccità, a causa dei cambiamenti climatici. In Italia non si era mai verificata una siccità così lunga. Questo ha reso il suolo molto compatto e asciutto e, quindi, l’acqua non penetra e scivola via molto più rapidamente. Un terreno erboso, invece, consente di trattenere maggiormente l’acqua piovana. In Emilia Romagna, poi, ci sono stati venti in arrivo dai Balcani che erano perpendicolari all’Appennino romagnolo. Quando i venti incontrano una catena montuosa sono costretti a salire, ma salendo si raffreddano e condensano la loro notevole umidità. A Ferrara non ha piovuto perché non è a ridosso degli Appennini. Sono i torrenti appenninici che sono esondati in pianura. L’aria era molto fresca e, nello scorrere su un suolo molto caldo, diventa molto instabile e tende a dar luogo a piogge e temporali tanto più è fresca. Attualmente siamo 5-7 gradi al di sotto della media, una cosa mai vista”.

Anche per il futuro dobbiamo aspettarci eventi simili e un clima tropicale?

Certo. Nel futuro saranno più frequenti gli episodi di siccità che durerà anche 2-3 mesi. La causa sta nel fatto che la differenza di temperatura tra l’emisfero Nord e l’equatore si è ridotta di 7-8 gradi. Questo è il motivo per cui i ghiacci si stanno sciogliendo e il Polo Nord rischia seriamente di scomparire. In Italia la temperatura è aumentata di 3 gradi perché il Mediterraneo è un mare chiuso che non riesce a scambiare acque con l’Atlantico. Anche le masse d’aria fresca che entrano nel Mediterraneo, scorrendo su un mare molto caldo, tendono a dare molte piogge e ad assorbire molo più vapore degli anni passati. È tutta colpa del surriscaldamento globale”.

Che estate sarà?

"Avremo di nuovo un’estate di caldo record. L’estate del 2022 è stata la seconda estate più calda di sempre perché quella del 2003 detiene ancora il record, ma solo per un soffio. Negli ultimi 6 anni, eccezion fatta per il 2003, abbiamo avuto le estati più calde di sempre. È un trend climatico che, colpa o meno dell’uomo, non è destinato a cambiare".

Ma le case green, le auto green e misure simili possono effettivamente frenare il cambiamento climatico oppure comunque il fatto che Cina e India continuino a inquinare renderà vani gli sforzi dell’Ue?

"Questa è la comune preoccupazione. In Europa vogliamo fare i primi della classe, ma siamo 500 milioni e, anche se riuscissimo ad attuare la green economy entro il 2035, è ovvio che rimarranno anche 2-3 miliardi di persone del Sud-Est asiatico che vogliono prima finire di consumare il carbone. Serve solo per dare il buon esempio, ma poco servirà. Riusciremo a ridurre l’inquinamento di 1/6 e non basterà tanto è vero che, se si continuerà a immettere anidride carbonica nell’atmosfera, arriveremo a punto di non ritorno. Io sono piuttosto pessimista perché è difficile che Cina e India decidano di cessare l’uso del carbone. Noi, in futuro, useremo molta energia fotovoltaica, prodotta con i pannelli solari prodotti in Cina con le centrali a carbone. È un gran bel paradosso…".

Estratto dell'articolo di leggo.it il 24 maggio 2023

L'ondata di maltempo degli ultimi giorni e l'alluvione che ha provocato diversi miliardi di euro di danni in Emilia Romagna, nonché diverse vittime, hanno sconvolto il Paese. Come spesso accade in questi casi, torna di attualità il solito dibattito sui cambiamenti climatici, ma stavolta Vittorio Feltri, editorialista di Libero, è andato un po' oltre, attirandosi a sé l'orda di commenti social.

Sul suo profilo Twitter, Feltri ha postato un tweet che gli ha provocato diverse critiche: «Prima piangono disperati perché non piove, poi piangono disperati perché piove troppo e qualcuno annega. Ma si può sapere che cosa cavolo vogliono», scrive il giornalista. […]

Attaccano Feltri e non Chi non ha Fatto i lavori. Frida Gobbi su L'Identità il 25 Maggio 2023 

Tutti contro Vittorio Feltri, che non ha fatto altro che essere Vittorio Feltri e di fronte al disastro dell’Emilia-Romagna ha scritto un commento volutamente provocatorio. Cosa che fa da 60 anni, da quando è giornalista. Questo il suo post su Twitter: “Prima piangono disperati perché non piove, poi piangono disperati perché piove troppo e qualcuno annega. Ma si può sapere che cosa cavolo vogliono”. Parole – con chiaro riferimento anche a chi imputa tutto ai cambiamenti climatici – che hanno scatenato la reazione pavloviana degli utenti online. Ma che sono rimbalzate pure sui giornali, che ci hanno messo il carico, con titoli a effetto e dure condanne per il collega. L’Italia ora inveisce contro Feltri, che ha sempre detto quello che vuole, anche cose offensive, anziché esprimere tutta la rabbia possibile perché quel territorio è stato colpito così tragicamente sì per una grande alluvione. Ma anche e soprattutto – come si comincia a capire – per colpa di fondi non utilizzati, ritardi nei lavori, fiumi e territori non messi in sicurezza. Se l’Italia iniziasse a mostrare tutto il suo sdegno, il suo livore anche per queste cose, forse sarebbe un Paese di gran lunga migliore.

Estratto dell'articolo di Giusi Fasano per il “Corriere della Sera” il 26 maggio 2023.

Se fosse un palazzo sarebbe alto 25 piani e grande quanto un campo di calcio. Ma la quantità mostruosa di rifiuti post alluvione non ha le sembianze di nessun palazzo. È invece fatta di mille e mille cumuli di macerie. […] Si stima che nell’intera area finita sott’acqua o isolata dalle frane, entro la fine dell’emergenza saranno raccolte e smaltite più di 100 mila tonnellate di rifiuti, l’equivalente di dieci mesi di smaltimento ordinario.

Sono davanti alle case, ai condomini, alle aziende, ai capanni, ai garage. […] I sindaci hanno dato il permesso di «costruire» davanti alle loro proprietà — e sulla strada — montagnole di oggetti da buttare via, e dove l’acqua si è ritirata quelle montagnole sono diventate un necessario arredo urbano. Temporaneo, naturalmente. 

Il Gruppo Hera è la società che si occupa dello smaltimento e che in Emilia è attiva da Modena in giù (a esclusione della città di Forlì). Ha messo in campo fin dalle prime ore più di 250 mezzi e un migliaio di persone per un servizio di raccolta rifiuti h24, che però non è possibile smaltire tutti assieme perché gli impianti non sono in grado di lavorare con numeri così grandi. Quindi si tratta di toglierli dalle strade e dai cortili e portarli in un primo momento in piazzole di stoccaggio individuate dai singoli Comuni.

In mezzo a distese infinite di oggetti distrutti e sporchi che fino a dieci giorni fa erano parte della vita di migliaia di persone, si muovono i «ragni» che pescano manciate enormi di quel materiale e lo caricano su camion giganteschi. Destinazione discarica. […]. La Protezione civile vigila su ogni operazione, anche perché ci sono punti non abbastanza sicuri per far passare i mezzi di raccolta dei rifiuti […] 

A Forlì […] , la situazione è critica […] Adesso che l’acqua se n’è andata dalle strade e che gli abitanti hanno cominciato a svuotare case, garage e cantine, il problema sono diventate le voragini aperte nei punti in cui il sistema fognario non ha tenuto: la più grande è ai piedi di un condominio di 12 famiglie che è stato evacuato dai Vigili del fuoco. […] 

Perché l'Emilia Romagna è piena di frane dopo il maltempo. Linda Di Benedetto su Panorama il 25 Maggio 2023

 (Ansa) NEWS25 Maggio 2023 1000 quelle già avvenute in queste settimane; molte altre quelle potenziali. Per colpa, certo, della pioggia scesa in quantità impressionante, ma non solo...

In Emilia Romagna la situazione resta critica con 43 Comuni coinvolti dagli allagamenti; ma non sono solo le alluvioni a preoccupare. Un altro grosso problema è quello delle frane, quasi un migliaio quelle che si sono scatenate in questi giorni, di cui le più grandi, circa 305 sono concentrate in 54 comuni. Numeri che mostrano la fragilità di un territorio da sempre franoso e a rischio idrogeologico che non ha retto ad un fenomeno meteo così devastante. Ma cosa può essere fatto per mettere in sicurezza questi luoghi? «Il territorio dell’Emilia Romagna, o più in generale il territorio dell’Italia è caratterizzato da una pericolosità geologica diffusa dovuta alla sua formazione geologica “recente”. La sua naturale evoluzione geologica si manifesta con terremoti, frane, alluvioni ed eruzioni vulcaniche che spesso riempiono le cronache», commenta Antonello Fiore (Presidente nazionale della Società Italiana di Geologia Ambientale) Ci può spiegare il fenomeno delle frane? «Le frane sono un movimento di terra, detriti, roccia un versante che hanno ha fattori predisponenti e fattori scatenati. Tra i fattori predisponenti troviamo la forma delle colline e delle montagne, la natura geologica e l’assetto geologicostrutturale, la presenza di acqua nel sottosuolo la presenza o meno di vegetazione anche a seguito di un incendio. Tra i fattori scatenanti posso essere naturali come le precipitazioni, i cambiamenti delle condizioni delle acque nel sottosuolo idrologiche, un terremoto. Tra i fattori scatenanti posso essere anche antropici come tagli stradali, e rilevati stradali, scavi, costruzioni che appesantiscono i versanti, scavi per sottoservizi, perdite di acquedotti e fogne. Nel caso dell’Emilia Romagna, con oltre 80.000 frane censite, la natura argillosa dei terreni è un fattore predisponente e i due eventi eccezioni di maggio sono stati i fattori scatenerai avendo appesantito molto i versanti. Andrebbero costruite delle strutture di cemento armato per fermare le frane e soprattutto si dovrebbe evitare di costruire in luoghi predisposti a questo fenomeno». Quando questi pericoli diventano rischi? «Quando le evoluzioni naturali del territorio interferiscono con le infrastrutture e le aree urbanizzate. Mettere in sicurezza un territorio così esposto a frane e alluvioni non è per nulla facile, in molti casi gli interventi antropici hanno manomesso il reticolo idrografico creando situazioni di criticità. Sono presenti collettori di bonifica e corsi d’acqua minori che si sviluppano su ampie aree morfologicamente depresse, tratti di corsi d’’acqua arginati spesso lungo alvei stretti e pensili, cioè più alti rispetto ai territori circostanti. La prima cosa da fare è informare in maniera capillare la popolazione delle pericolosità geologiche che caratterizzano il territorio, anche con esercitazioni, in modo da trasmettere una consapevolezza per adottare un comportamento di autotutela. Poi è necessario rispettare la pianificazione di bacino con le prescrizioni dell’Autorità di Bacino e in fine individuare le criticità dando una scala di priorità. Su queste si deve intervenire con interventi strutturali definiti in base al tipo di criticità senza proporre soluzioni uguali per tutte e dove non è possibile risolvere le criticità con interventi strutturali si devono delocalizzare le infrastrutture e le case» Di che tipo di territorio parliamo? «Il territorio dell’Emilia Romagna è costituito per il 50% da zone montanocollinari e il restante 50% da pianure; le zone montano-collinari sono interessate dal pericolo frane e quelle di pianura dal pericolo alluvioni. Secondo i dati dell’ISPRA (2020-2021), consultabili sulla piattaforma online IDROGEO, per quanto riguarda la pericolosità per frane, il 14,6% del territorio dell’Emilia-Romagna è classificato a pericolosità elevata e molto elevata nei Piani di Assetto Idrogeologico. Sono 86.639 gli abitanti a rischio, residenti nelle aree a maggiore pericolosità per frane; sono a rischio frane oltre 39.660 famiglie, 53.013 edifici, 6.768 imprese e 1.097 beni culturali. Con riferimento al quadro della pericolosità e del rischio di alluvioni l’Emilia Romagna è tra le regioni il cui territorio ha un’alta di aree potenzialmente allagabile. In particolare, l’11,6% del territorio regionale, in cui risiede poco meno del 10% della popolazione, ricade in aree potenzialmente allagabili secondo uno scenario di pericolosità elevata; il 45,6% dell’intero territorio regionale, in cui risiede poco meno del 60% della popolazione, ricade in aree potenzialmente allagabili secondo uno scenario di pericolosità media» Cosa non è stato fatto e come si dovrà procedere? «Molto semplice si è pianificato non valutando con attenzione che la natura ha le sue dinamiche che non sempre queste dinamiche rispettano le nostre esigenze, si è realizzato in aree nelle quali sarebbe stato meglio non realizzare infrastrutture e magari lasciare terreni agricoli in modo che le inondazioni al massimo avrebbero fatto perdere un raccolto. Il consumo di suolo sta amplificando gli effetti al suolo della crisi climatica che sta interessando il Pianeta e in particolare il Paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, considerato dagli esperti particolarmente vulnerabile al cambiamento climatico. Dobbiamo essere in grado, e mi auguro che il Parlamento lo faccia con la guida del Governo, di superare i No ideologici e i SI ideologici. Ora c’è da pensare all’Emilia Romagna, alla sua popolazione e alla sua economia trainante per il Paese. Tutte le Regioni si devono sentire coinvolte in questa fase di riflessione: quello che è accaduto in Emilia Romagna poteva accadere in qualsiasi Regione in qualsiasi territorio. Dobbiamo superare le fasi commissariali e avviare da subito fasi programmatiche, con la certezza di obiettivi e azioni, alcune azioni dovranno dare risultati immediati e altre con risultati attesi a medio e lungo termine».

La Romagna degli scarriolanti: storia di una lunga lotta contro le paludi. Antonio Carioti su Il Corriere della Sera il 21 maggio 2023.

Parla lo storico Roberto Balzani: nel 1870 il terreno paludoso era pari a 141 mila ettari, oggi ne restano 16 mila. Uno sforzo cominciato con la legge Baccarini del 1882

Il centro di Ravenna è stato preservato fino a questo momento dall’alluvione grazie alla generosità degli agricoltori che hanno dato l’ok alla Prefettura: allagare i loro campi per far sì che l’acqua risparmiasse il centro della città.

Di seguito riportiamo l’intervista allo storico Roberto Balzani, che racconta come si presentava in passato l’area devastata oggi dall’alluvione e il lavoro di bonifica delle paludi che nell’ultimo secolo e mezzo ha interessato la zona.

«Secondo i dati di un’inchiesta effettuata nel 1870, all’epoca il terreno paludoso in Emilia-Romagna era pari a 141 mila ettari. Oggi la parte residua delle Valli di Comacchio occupa 16 mila ettari». Le statistiche, citate dallo storico Roberto Balzani, parlano chiaro. Nel corso degli anni il lavoro di bonifica è stato ingente e fruttuoso, anche se l’alluvione di questi giorni ha provocato danni a cui non sarà facile rimediare. Docente di Storia contemporanea all’Università di Bologna, sindaco di Forlì per il centrosinistra dal 2009 al 2014, Balzani ha studiato con grande attenzione le vicende economiche e sociali della Romagna.

Lo sforzo di bonifica comincia dunque con l’Unità d’Italia?

«In realtà la prima irreggimentazione dei corsi d’acqua avviene durante il periodo napoleonico, a partire dal 1807, con l’avvio di un canale artificiale destinato a fungere da scolmatore del fiume Reno per evitarne l’esondazione, all’epoca frequente. È il cosiddetto Cavo Napoleonico, completato poi nel corso del Novecento, che collega il Reno al Po e consente di regolarne il deflusso».

Quando riprendono le operazioni?

«Decisiva a tal proposito è la legge Baccarini del 1882, che prevede un forte intervento dello Stato anche per combattere la piaga della malaria. In seguito a quel provvedimento si procede alla bonifica dell’area paludosa situata a nord della Via Emilia, tra la costa e il Po. Basti pensare che all’epoca era occupata dalle acque la maggior parte della superficie del comune di Ravenna, che peraltro è il più esteso d’Italia dopo quello di Roma. L’iniziativa si deve ad Alfredo Baccarini, deputato romagnolo e ministro dei Lavori pubblici nel governo di Agostino Depretis».

Come si svolgevano i lavori?

«In modo tradizionale, per colmata. Si impiegavano operai agricoli, gli scarriolanti, che trasportavano la terra nella zona paludosa con le loro carriole per alzare il livello del terreno. Era un lavoro molto duro e faticoso. All’epoca venne avviata anche la trasformazione delle paludi in risaie, poi abbandonata quando divenne possibile importare riso dall’estero a buon mercato. Nel Novecento poi vennero impiegate le idrovore a vapore per drenare le acque».

Fino a quando prosegue l’opera di bonifica?

«Oltre la metà del Novecento. Il fascismo vara nel 1924 la legge Serpieri e predispone un programma per la “bonifica integrale”, che decreta lo svuotamento delle aree paludose e la loro messa a coltura nell’ambito della cosiddetta “battaglia del grano” per l’autosufficienza alimentare dell’Italia. Ma gli investimenti del regime si riducono molto in seguito alla grande crisi del 1929. Poi, dopo la Seconda guerra mondiale, subentra l’uso massiccio del Ddt che permette di combattere efficacemente la malaria».

 Un bucolico passato e la realtà odierna. Ambientalismo ideologico peggior nemico dell’ambiente, la soluzione sono più cantieri. Giovanni Toti (presidente regione Liguria) su Il Riformista il 21 Maggio 2023

Il peggior nemico dell’ambiente? L’ambientalismo ideologico, che troppo spesso, quando accadono tragedie come quella dell’Emilia Romagna, irrompe in modo sciacallesco nel dibattito politico, con il suo carico di ricette moralisteggianti.

La soluzione proposta, che soluzione non è, sembra più espiazione e punizione: l’uomo – cicala che troppo in passato ha costruito, prodotto, accresciuto i propri consumi, oggi deve ridurre le sue pretese, le proprie aspettative, la sua qualità di vita, la sua smania di benessere. Insomma, una sorta di “decrescita felice” in salsa verde. Io francamente credo che le soluzioni siano esattamente all’opposto: più cantieri.

Più argini, più interventi negli alvei dei fiumi (oggi praticamente vietati), più canali scolmatori, più regimentazione delle acque, piani di protezione civile più efficaci ed accurati utilizzando al meglio le nuove tecnologie, come i canali 5g, per fornire ai cittadini tutte le informazioni in tempo reale per valutare i rischi. In una parola, più infrastrutture, non meno infrastrutture. E lo stesso vale per gli interventi di lungo periodo, quelli per limitare il cambiamento climatico. Anche in questo caso la ricetta non può essere un fantasioso ritorno a un bucolico passato, ma semmai un gigantesco balzo in avanti: più ferrovie, più metropolitane, più trasporto marittimo e dunque porti più grandi ed efficienti, per limitare gli spostamenti su gomma.

E quando auto e camion diventano inevitabili, strade più scorrevoli, parcheggi di interscambio insomma tutti gli accorgimenti che possono ridurre i tempi di percorrenza e dunque l’inquinamento senza spostamento. Inutile dire che per investire su tutto questo servono economie forti, capacità di spesa, possibilità di investire in ricerca e sviluppo. Dunque serve produrre ricchezza, altro che decrescita e riduzione del Pil. Tutto questo non solo è possibile, ma in Liguria ad esempio lo stiamo facendo da anni. E, a onor del vero, molti Governi degli ultimi anni ci hanno accompagnato su questa strada.

Dopo le grandi alluvioni del 2014, fu il Governo Renzi a stanziare i fondi per la messa in sicurezza del fiume Bisagno nel cuore di Genova. E i cantieri, ancora oggi in corso, hanno ridotto di molto la pericolosità di quel corso d’acqua. Come? Con grandi opere: allargare e rafforzare il letto tombato del fiume, i canali scolmatori del Ferregiano, suo affluente, e del Bisagno stesso.

Nessuno pensò allora di poter far tornare la foce di quel corso d’acqua una grande palude come probabilmente era in origine, demolendo case, mezza fiera di Genova e molto altro che negli anni era stato edificato. Al contrario si è scelta la strada di nuove opere per proteggere l’esistente. Potrei dire lo stesso dopo le grandi mareggiate del 2018, quando il litorale della Liguria fu spazzato via, compresa la iconica strada che collega Santa Margherita a Portofino, perla del Mediterraneo. Allora fu in Governo Conte a garantire oltre 300 milioni di euro alla nostra Regione, con cui da allora rafforziamo dighe foranee, scogliere, spiagge, strade costiere, per ridurre i rischi in caso di una nuova tempesta di quelle proporzioni.

Ma, se volgiamo lo sguardo al futuro, anche la nuova diga del porto di Genova, gigantesca opera del Pnnr, che produce orrore in certo ambientalismo, è un’opera che mitigherà di molto l’impatto ambientale del nostro sistema logistico, facendo risparmiare giorni di navigazione alle grandi navi provenienti dall’oriente e oggi spesso dirette ai porti del nord Europa. Meno giorni di navigazione, meno inquinamento. Più spazio per i traghetti che corrono lungo la penisola, meno traffico sulle nostre strade. E potrei andare avanti a lungo. Questo vuol dire proteggere l’ambiente e al tempo stesso produrre ricchezza per i cittadini. La messa in sicurezza dell’Italia non passa da politiche penitenziali, ma coraggiose e moderne.

Giovanni Toti (presidente regione Liguria)

Quei giorni che hanno cambiato profondamente la storia politica della Liguria. L’alluvione di Genova nel 2014, la gogna, la sconfitta elettorale e la rinascita con i fondi di Italia sicura. Raffaella Paita su Il Riformista il 22 Maggio 2023 

Mi risuonano ancora nei timpani i suoni di quelle maledette giornate, 9-10 ottobre 2014. I giorni che hanno cambiato profondamente la mia vita e anche la storia politica di Genova e della Liguria. In quella giornata ero a Finale Ligure, avevo seguito costantemente i bollettini meteorologici che davano intorno alle 20 un miglioramento della situazione. Era già sera, quando l’incontro che stavo tenendo viene interrotto da una telefonata che mi annuncia che in un comune sopra Genova era in corso la fuoriuscita di un fiume: da lì inizia una serie incessante di mie telefonate e una corsa per raggiungere immediatamente Genova.

Durante il tragitto era chiaro ormai che il fiume Bisagno stava fuoriuscendo. Decido di arrivare comunque alla sala della protezione civile nonostante tutti mi sconsigliassero di farlo dal momento che la strada era già allagata. Raggiunta a fatica la sala, mi rendo conto che la situazione di Genova era così disastrosa che pochissimi altri erano riusciti ad arrivare alla centrale operativa. Ero sola, nessun altro membro della giunta era presente e, da sola, ho appreso la notizia che una persona aveva perso la vita.

Rimasi lì tutta la notte. La mattina dopo si sarebbe tenuta la conferenza stampa. E quella giornata avrebbe cambiato completamente il corso degli eventi. Sì, perché non ero solo l’assessore alla protezione civile della Liguria, nominata da appena tre mesi, ma ero anche la candidata alle elezioni primarie del centrosinistra, favorita per la vittoria. Da lì si scatena l’inferno. Provano ad attribuirmi la mancata allerta, quando era del tutto evidente che non fosse una mia prerogativa.

Descrivono come qualcosa di prevedibile quanto accaduto, quando era chiarissimo che si era trattato di un temporale autorigenerante, termine che torna anche nel caso dell’Emilia Romagna. In molti mi criticano per i mancati interventi in campo idrogeologico per il fiume Bisagno, nonostante tutti sapessero che avevo assunto il ruolo di assessore da soli tre mesi, ma soprattutto che gran parte dei lavori era bloccata dai ricorsi. Nessuno si sottrae al tiro al bersaglio: avversari politici interni al partito e anche esterni. Anche Edoardo Rixi, successivamente colpito da una vicenda giudiziaria legata alle spese pazze, poi assolto, chiese le mie dimissioni.

Proprio dall’aggressione mediatica, nasce la candidatura alternativa alle primarie di Sergio Cofferati, che batterò. Anche la magistratura si interessa alla vicenda: vengo prima ascoltata come persona informata dei fatti e successivamente indagata per omicidio colposo e disastro ambientale colposo, assieme alla dirigente della protezione civile.

L’avviso di garanzia mi arriva a ridosso della presentazione delle liste per le elezioni regionali. La scissione di Cofferati e la vicenda dell’alluvione sono le due cause che portano inevitabilmente alla sconfitta elettorale. Per la cronaca, io poi chiederò il rito abbreviato, e sarò assolta con sentenza passata in giudicato da tutte le accuse, e insieme a me verrà assolta anche la responsabile della protezione civile.

Sono stati cinque anni di calvario, in cui ho dovuto fronteggiare accuse pesanti: fermatevi a pensare a cosa vuol dire essere accusata di aver determinato con le sue mancanze la morte di un’altra persona. Anni in cui la mia famiglia, mio figlio era piccolo, ha pagato un prezzo durissimo. Anni in cui una persona solida come me ha avuto anche conseguenze fisiche.

Genova ha un fiume che scorre nel centro, il Bisagno, che aveva provocato molti morti, tombinato nel cuore della città, e i lavori per la risoluzione della pericolosità avevano una necessita di investimenti per realizzare il terzo lotto della copertura, bloccato dai ricorsi, e la realizzazione di uno scolmatore, capace di risolvere completamente il problema del rischio idraulico. La realizzazione di questi interventi era diventata dopo il 9 e il 10 di ottobre 2014 la mia ossessione quotidiana. Ho chiesto aiuto a tutti, al presidente Burlando, al comune di Genova: abbiamo soprattutto rivolto le nostre richieste alla struttura tecnica di missione Italia Sicura, quella grande idea che nasce proprio nel governo Renzi su proposta di Renzo Piano, e alla cui direzione c’era Erasmo D’Angelis.

Italia sicura ha finanziato per circa 500 milioni gli interventi di cui aveva bisogno Genova. Nel caso dello scolmatore mancava il progetto e ricordo la telefonata accorata a Pietro Salini, l’imprenditore che stava realizzando proprio a Genova il terzo valico dei Giovi. Chiesi a lui di realizzare gratuitamente il progetto del terzo lotto Bisagno, chiarendogli che questo avrebbe comportato l’impossibilità per la sua azienda di partecipare alla gara per la realizzazione dello scolmatore. Salini, che voglio pubblicamente ringraziare per quel gesto di generosità verso la città, disse immediatamente di sì. Grazie quindi a Italia Sicura e al progetto regalato alla città di Genova, si è potuto iniziare il lungo lavoro di messa in sicurezza, poi proseguito con l’amministrazione Toti, in continuità con l’amministrazione Burlando.

Quando sento dire che Italia Sicura non è servita, mi indigno: io sono la testimonianza vivente che quella struttura ha cambiato la vita di Genova e della sua popolazione. Raffaella Paita

Estratto dell’articolo di Maurizio Belpietro per “La Verità” il 22 maggio 2023.

Mi capita di rado di essere d’accordo con Romano Prodi, anzi a pensarci bene non mi capita mai. Però ieri, dopo aver letto un suo articolo sulla Stampa, per la prima volta non ho potuto che concordare con l’ex presidente del Consiglio. 

Infatti, nel suo intervento sull’alluvione in Emilia-Romagna non ha mai nominato il surriscaldamento globale. A differenza di Elly Schlein e della maggior parte degli esponenti della sinistra, colui che è considerato il padre nobile del Pd, ed è il solo che sia riuscito a tenere a bada per qualche tempo la variegata compagnia di giro dei compagni, ha evitato di accodarsi alla narrazione comoda dei cambiamenti climatici per spiegare che cosa sia successo nei giorni scorsi.

Mentre la segretaria sproloquia su cose impalpabili, parlando di economia sostenibile, di mutazioni globali e altre fesserie del genere rossoverde, Prodi ha scritto cose assai più sensate, andando alla radice del problema e facendo capire che se ci sono 14 morti e oltre 30.000 sfollati la colpa non è dell’inquinamento o di qualche altro fenomeno soprannaturale, ma di cose molto terrene, che non si sono fatte o che si sono fatte male.

[…] quelle che lui presenta come riflessioni amare e complesse, sono un atto d’accusa contro la classe dirigente del suo partito. L’ex premier, mentre nega di voler cercare i colpevoli, punta subito il dito sulle pochissime casse d’espansione, ovvero sulle sole opere utili a contenere la furia delle acque e dunque ad evitare morti e disastri. 

[…] Secondo Prodi, bisogna prendere atto della realtà. Il senso è chiaro: basta inseguire le farfalle ambientaliste, smettiamola di dare tutte le colpe al surriscaldamento: occorrono mille misure concrete, soprattutto a livello locale. E quali sono questi interventi? Tra di essi non si trova nessuno di quelli sollecitati dalla ex responsabile della transizione ecologica dell’Emilia-Romagna, vale a dire Elly Schlein.

Negli interventi urgenti indicati dall’ex presidente Ue, si parla di opere di contenimento delle acque (le casse di espansione che la Regione si è dimenticata di portare a compimento), di pulizia dei fiumi, di cura dei boschi, di ripristino dei fossati di scolo, di messa in sicurezza degli edifici a rischio, di eliminazione di quelli costruiti in luoghi proibiti. 

Si tratta insomma di una serie di provvedimenti che definirei di buon governo del territorio.

Nessuna soluzione miracolosa. Niente impegni per la riduzione delle emissioni a livello globale. Zero manifesti anti polluzioni o slogan ambientalisti da Ultima generazione. No, il Prodi che contesta dalla A alla Z le teorie pseudo ambientaliste della segreteria del Pd dice che serviranno molto tempo, molta spesa, molte regole ma, soprattutto, molto senso civico per poter evitare o per lo meno limitare in futuro le conseguenze di quelli che chiama eventi straordinari. […]

Estratto da open.online il 22 maggio 2023.

Ospite stasera del talk show In Onda insieme alla segretaria del Pd, Elly Schlein, il suo “predecessore” Achille Occhetto ha lasciato di stucco la giovane leader, così come i conduttori David Parenzo e Concita De Gregorio, con la sua spiegazione su cosa sia accaduto negli scorsi giorni in Emilia Romagna. 

«È stato il Signore che ha creato la terra», ha sostenuto Occhetto, «che da tempo vedeva questi ragazzi che con la vernice lanciavano allarmi ma erano inascoltati. E allora il Signore ha detto loro: “Ci penso io a fare capire chi non vi ascolta”. E ha fatto come quando mandó l’invasione delle cavallette. Così in tre giorni ha inviato la pioggia di sei mesi».

Muta la Schlein come la De Gregorio. Solo Parenzo ha balbettato: «Certo che sentire un famoso ateo come lei parlare di Dio…». 

(ANSA il 22 maggio 2023) Gli eventi meteorologici, climatici e idrici estremi hanno causato quasi 12.000 disastri dal 1970 al 2021 nel mondo, con oltre due milioni di vittime di cui il 90% nei paesi in via sviluppo e perdite economiche di circa 4.300 miliardi di dollari. Lo rende noto l'Organizzazione mondiale della meteorologia (Wmo), che fa capo all'Onu, precisando che i danni economici sono aumentati vertiginosamente, ma il miglioramento degli allarmi precoci e la gestione coordinata dei disastri hanno ridotto il tasso della perdita di vite umane nell'ultimo mezzo secolo. Obiettivo dell'Onu è garantire l'allarme precoce per tutti entro fine 2027.

Il Wmo ha aggiornato al 2021 il suo "Atlante della mortalità e delle perdite economiche dovute a condizioni meteorologiche, climatiche e idriche estreme", che prima andava dal 1970 al 2019, e viene illustrato oggi in occasione dell'apertura del Congresso meteorologico mondiale quadriennale, che dovrebbe approvare proprio l'accelerazione e il potenziamento dell'azione per garantire a ciascuno i servizi di allerta precoce. Nell'aggiornamento dell'Atlante, i decessi registrati per il 2020 e il 2021 sono 22.608 in totale e indicano "un'ulteriore diminuzione della mortalità rispetto alla media annuale del decennio precedente.

Le perdite economiche sono invece aumentate, la maggior parte delle quali attribuite alla categoria delle tempeste", spiega il Wmo. L'allerta precoce, spiega l'Organizzazione meteorologica mondiale, è "una misura di adattamento al clima comprovata ed efficace, che salva vite e fornisce un ritorno sull'investimento almeno dieci volte superiore". 

Tuttavia, ne dispone solo la metà dei paesi mentre c'è una copertura molto bassa nei piccoli Stati insulari in via di sviluppo (in particolare dell'area caraibica) e nei cosiddetti paesi meno sviluppati (la maggior parte in Africa e Asia) e in Africa. Il Congresso è il massimo organo decisionale del Wmo e riunisce i più alti rappresentanti delle agenzie delle Nazioni Unite, delle banche di sviluppo, dei governi e dei servizi meteorologici e idrologici nazionali responsabili dell'emissione di allerta precoce, che è una delle priorità strategiche che l'organismo punta ad approvare.

Alluvione, le 3 cose che non vi dicono i catastrofisti del clima. Nicola Porro il 18 Maggio 2023

Il giornale che oggi mi ha fatto godere come un riccio è senza dubbio il Foglio dove Giuliano Ferrara, Ermes Antonucci e Franco Prodi fanno un culo così ai fanatici climatisti.

Ferrara, in maniera colta ed intelligente, smaschera la gigantesca confusione che si fa tra meteorologia e climatologia. Sebbene siano due discipline correlate, queste differiscono per il periodo di tempo preso in considerazione. La meteorologia si concentra sull’analisi e sulla previsione delle condizioni atmosferiche a breve termine, che generalmente variano da poche ore ed è infatti spesso associata alle previsioni del tempo quotidiane che sentiamo nei bollettini meteorologici. D’altra parte, la climatologia si concentra sull’analisi dei dati meteorologici a lungo termine per identificare modelli, tendenze e variazioni climatiche su scala più ampia, generalmente su periodi di decenni, secoli o addirittura millenni. Dunque le proiezioni fatte basandosi sui fenomeni atmosferici di breve periodo sono tutte da dimostrare e, come è logico che sia, non costituiscono alcuna evidenza.

Franco Prodi, che è sempre andato contro tutti e tutti sostenendo che questa isteria climatista è un disastro, spiega poi che probabilmente qualche previsione meteorologica in più si sarebbe potuta fare. Meteorologia, non climatologica. Vale a dire che giorni o ore prima potevano esserci dei dati che, se rilevati ed analizzati, avrebbero potuto suggerire ciò che sarebbe successo in Emilia Romagna da lì a poco.

Alla questione della prevenzione si allaccia poi la terza punta di diamante del Foglio, ovvero Ermes Antonucci, che si occupa di tutti quei veti amministrativi che di fatto hanno impedito di predisporre strutture di prevenzione.

Ricapitolando, il Foglio in un giorno solo con Ferrara ha smontato la religione del climatismo, con Franco Prodi ha evidenziato che sul lato della prevenzione si poteva forse fare di più mentre Ermes Antonucci ha messo alla luce la follia per cui non si può toccare un fiume o costruire una diga. Nicola Porro, 18 Maggio 2023

Dietro il maltempo in Emilia Romagna ci sono ragioni scientifiche di cui nessuno parla. Sergio Barlocchetti su Panorama il 18 Maggio 2023.

Di certo, il cambiamento climatico è evidente, come gli errori della mala politica. Ma ci sono cose che bisogna considerare come l'inclinazione, la rotazione e l'orbita della Terra.

Levando ogni ipocrisia, pensare che creare una zona a traffico limitato o impedire la circolazione dei veicoli a motore endotermico possa cambiare un sistema complesso come il clima planetario è semplicemente folle. Sciagurato, invece, è ritardare nella progettazione di opere necessarie per mettere in sicurezza i nostri territori, come gli ultimi eventi meteorologici hanno dimostrato. Innanzi alla polemica politica e al derby tra ambientalisti (veri o finti) e realisti (moderati o negazionisti), pochi ancora ricordano che a scuola si studiavano gli effetti sul clima generati dalla rotazione, dall'inclinazione e dall'orbita della Terra attorno al sole, fenomeni che inevitabilmente fanno variare la quantità di energia solare ricevuta da una particolare regione del globo, a seconda della sua latitudine, dell'ora del giorno e del periodo dell'anno. Stiamo calmi, non è una teoria negazionista, ma anche minimi cambiamenti nell'angolo di inclinazione della Terra come nella forma della sua orbita attorno alla nostra stella causano cambiamenti nel clima in un arco di tempo compreso tra 10.000 e 100.000 anni. Come i cambiamenti giornalieri di luce, temperatura e calore sono causati dalla rotazione della Terra, i cambiamenti stagionali sono causati dall'inclinazione dell’asse terrestre. E questo sta a sua volta cambiando.

Lo dicono gli scienziati, i quali almeno su questo sono quasi tutti d’accordo: la rotazione, l'inclinazione e l'orbita della Terra continuano a cambiare anche oggi, ma non spiegano completamente l'attuale rapido cambiamento climatico in corso. I cambiamenti nell'insolazione provocano cicli di ere glaciali e questi modelli, chiamati anche cicli di Milankovitch, perché predetti dallo scienziato serbo Milutin Milankovitch all’inizio del ventesimo secolo, dimostrarono che i periodi glaciali si verificano durante i periodi di bassa insolazione estiva alle alte latitudini nell'emisfero settentrionale, il che aveva sempre consentito alle calotte glaciali di espandersi poiché non soggette a scioglimento di anno in anno. Successivamente, gli scienziati hanno dimostrato la validità della teoria studiando la cosiddetta documentazione geologica, specialmente quella conservata negli strati dei sedimenti e dei fossili nei bacini oceanici che preservano i cambiamenti chimici nell'oceano e nell'atmosfera durante i periodi glaciali e interglaciali. Tuttavia, gli studiosi non sono altrettanto concordi sul fatto che la rotazione, l'inclinazione e l'orbita della Terra non influiscano sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico, dividendosi tra “moderati” e “assolutisti delle colpe umane”. Del resto, la Terra è un sistema incredibilmente complesso al clima della quale concorrono fenomeni diretti e indiretti. Se per un lettore è facile intuire che l’aumento della temperatura acceleri lo scioglimento dei ghiacci, ben più complicato è comprendere, per esempio, che l’aumento o la diminuzione della quantità di luce solare che viene assorbita da diverse aree della superficie terrestre possa influenzare la temperatura media. Per esempio, se aumenta la copertura di neve e ghiaccio, specialmente alle alte latitudini, può aumentare il riflesso della luce solare, che a sua volta diminuisce la quantità di luce assorbita dalla superficie terrestre. E questo ha un impatto diretto anche sul ciclo dell’anidride carbonica che viene trasferita tra terreni, atmosfera e oceani. Con calcoli i cui risultati vengono troppe volte accolti per fede ambientalista e spacciati per verità assoluta, dimenticando il valore di qualsiasi approssimazione. Gli scienziati pensano che i cicli di Milankovitch siano sufficienti per spingere il clima da una fase fredda all'inizio di una fase calda, ma che non spieghino l'intero aumento della temperatura al quale assistiamo. E il motivo è logico: secondo questa teoria la Terra starebbe vivendo una fase di diminuzione della radiazione solare che la raggiunge e ciò porterebbe al suo raffreddamento, non al riscaldamento, quindi, qualche altro fattore deve influenzare il clima negli ultimi tempi. E siccome negli ultimi 30 anni grandi nazioni come Cina, India, Brasile e altre hanno visto uno sviluppo accentuato e con questo l’aumento delle emissioni di anidride carbonica, la causa è stata individuata nelle attività umane. E una volta che la Terra ha iniziato a riscaldarsi, la copertura di ghiaccio sugli oceani ha iniziato a sciogliersi e le acque dell'oceano si sono riscaldate. Il riscaldamento è stato quindi amplificato dai cambiamenti nella fisica, chimica e biologia dell'oceano stesso che hanno influenzato lo scambio di anidride carbonica tra acqua e atmosfera. Più anidride carbonica nell'atmosfera porta a un maggiore riscaldamento, e questo potrà essere ridotto soltanto quando i cicli di Milankovitch riporteranno il clima verso una decisa fase di raffreddamento. Antropocene, l’era in cui i poli si stanno spostando Qui entra in gioco un’altra teoria: il massiccio scioglimento dei ghiacciai a causa del riscaldamento globale ha causato lo spostamento nell'asse di rotazione terrestre dagli anni Novanta a oggi e questo determinerebbe gli effetti ai quali assistiamo oggi. Ovvero: i cambiamenti nel modo in cui la massa terrestre è distribuita attorno al pianeta provoca il movimento dell'asse, e quindi dei poli. Insomma, a far spostare i poli terrestri sarebbe la perdita di centinaia di miliardi di tonnellate di ghiaccio all'anno negli oceani. Con la conseguenza che questi si scaldano e alimentano il ciclo che abbiamo descritto. In particolare, gli scienziati hanno scoperto che la direzione della deriva polare si è spostata da sud a est nel e che la velocità media di deriva dal 1995 al 2020 è stata 17 volte più veloce rispetto al periodo 1981-1995. E che dal 1980 la posizione dei punti ideali che rappresentano i poli si è spostata di circa 4 metri. Il guru di questo studio è il professor Shanshan Deng dell'Institute of Geographic Sciences and Natural Resources Research presso l'Accademia cinese delle Scienze. La sua ricerca, pubblicata sulla rivista Geophysical Research Letters, ha mostrato che le perdite glaciali hanno causato la maggior parte dello spostamento, anche se non possono esserne l’unica ragione. E punta il dito sul prelievo di acqua sotterranea che viene poi scaricata in mare. Il suo collega Vincent Humphrey dell'Università di Zurigo afferma invece che le attività umane hanno ridistribuito enormi quantità di acqua in tutto il pianeta: "Questo cambiamento di massa è così grande che può cambiare l'asse della Terra. Tuttavia, oggi il movimento dell'asse terrestre non è abbastanza grande da influenzare la vita quotidiana, ma potrebbe cambiare la durata di un giorno di qualche millesimo di secondo”. Dagli Usa, il professor Jonathan Overpeck, dell'Università dell'Arizona, ha sempre sostenuto invece che i cambiamenti dell'asse terrestre hanno evidenziato “quanto reale e profondamente grande sia l'impatto che gli umani stanno avendo sul pianeta”, schierandosi tra chi vorrebbe battezzare l’oggi con una nuova epoca geologica, l'Antropocene. Su tutti c’è il parere degli astrofisici, i quali ricordano che mentre la Terra orbita attorno al Sole ne è anche attratta dalle forze gravitazionali, come accade anche con quelle generate dalla presenza della Luna e dei grandi pianeti del sistema solare, principalmente Giove e Saturno. Per lunghi periodi di tempo l'attrazione gravitazionale di altri corpi del nostro sistema solare cambia lentamente la rotazione, l'inclinazione e l'orbita della Terra. In un tempo compreso tra 100.000 e 400.000 anni cambieranno lentamente l'orbita terrestre rendendo la sua traiettoria più circolare oppure più ellittica. Con sconvolgimenti meteorologici e climatici. Inoltre, la variazione dell’inclinazione dell'asse terrestre rispetto al Sole cambia nel tempo, in circa 41.000 cicli annuali. Sono variazioni minime ma che modificano la quantità di luce solare ricevuta, assorbita e re-irradiata da diverse parti della Terra. A loro volta, i cambiamenti nell'insolazione durante questi lunghi periodi di tempo possono modificare i climi regionali e la durata e l'intensità delle stagioni. Ed ovviamente innanzi alle dimensioni e all’evoluzione del creato, affannarsi per quella della tecnologia delle automobili appare insignificante e ridicola.

Alluvione in Romagna, di chi è la colpa. Milena Gabanelli su Il Corriere della Sera il 12 Giugno 2023 

In Romagna dal 1 al 17 maggio sono caduti 5 miliardi di metri cubi d’acqua, con 32 mila sfollati, 15 morti, 8 miliardi i danni quantificati finora. I modelli climatici stabiliscono che un evento di questa portata si verifica ogni 200 anni. Ce ne sono stati due nel giro di 15 giorni. Vuol dire che la difesa del territorio andrà interamente riprogettata perché non sappiamo cosa ci attende. Nel mentre i romagnoli spalano e cercano di tornare a una normalità, ma non sanno quando ripartirà la ricostruzione perché il Commissario, che la deve gestire, ancora non c’è. L’area colpita vale 10 miliardi di export, 130 mila imprese, 443 mila occupati e 38 miliardi di valore aggiunto. Ma il disastro è solo la conseguenza di un fenomeno estremo o ci sono altre responsabilità? Vediamole una per una.

Il confronto improprio

Mentre la popolazione veniva evacuata con i gommoni, sui giornali e nei talk politici e opinionisti hanno subito fatto il paragone con l’alluvione a Vaia (Veneto) del 2018: «lì sono piovuti 700 mm d’acqua, in Romagna fra i 300 e i 600 mm, ma il Veneto non si è allagato perché aveva costruito i bacini di laminazione, mentre in Romagna solo in parte». Il primo a dire che i due eventi in comune hanno solo il fatto che non si era mai visto nulla di simile è stato proprio il presidente del Vento Zaia. A Vaia il temporale, durato 3 giorni, si è abbattuto in quota (con un uragano che ha distrutto 42 milioni di alberi) dove nascono i grandi fiumi in grado di accogliere molta acqua: il Piave, il Tagliamento e l’Adige, con un canale scolmatore che riversa nel Garda. In Romagna i 500 mm sono caduti in poche ore, in due eventi ravvicinati, sulle colline e su decine di torrenti e piccoli fiumi con difficoltà di deflusso in pianura e le onde dell’Adriatico alte 3 metri a fare da diga. E su un terreno che era diventato cemento dopo due anni di siccità. «Se tutte le vasche di contenimento in progettazione fossero state tutte operative avrebbero potuto limitare un po’ i danni, ma non trattenere quelle quantità» sostengono tutti i geologi e ingegneri idraulici sentiti. Ma quante casse erano operative? 

Le opere fatte e quelle da fare

Nella provincia di Forlì-Cesena: due casse sul Fiume Savio, otto sul Ronco; quattro vasche di laminazione nel punto di confluenza del Montone e del Rabbi; sul Montone quattro casse in progettazione e non ancora finanziate dallo Stato. In provincia di Ravenna: due casse sul Fiume Senio e su una il proprietario ha fatto ricorso. Delle 14 opere realizzate a 6 mancano i lavori che consentono la fuoruscita nei periodi di siccità, ma sono da considerare in questo caso tutte operative proprio perché in grado di accogliere acqua. Sempre in provincia di Ravenna, sul Lamone e Santerno, si sta cercando di capire dove farle perché sono aree completamente insediate e, sia le vasche che le casse, occupano spazi che vanno dai 10 ai 30 ettari. Vuol dire espropri di terreni, di attività e indennizzi. Considerando le incertezze dei profondi eventi climatici, chi decide cosa? La Regione programma, il ministero dell’Ambiente dà i soldi in base a criteri di priorità, poi l’attuazione passa in capo all’Agenzia Sicurezza Territoriale e Protezione Civile regionale che delega il suo ufficio provinciale che, a sua volta, deve avere l’ok dal Comune interessato. E qui dipende dagli interessi che ci sono in ballo e dal gradimento dei comitati. 

Sviluppo, abusi e condoni

La Romagna una volta era una palude, poi è stata bonificata e sulla ex palude si è costruito lo sviluppo. Dagli anni ‘40 in poi ogni metro quadrato si è trasformato in attività agricola, allevamenti, capannoni e abitazioni. Attorno un reticolo di canali e 26 torrenti che si riempiono quando piove e poi vanno in secca. L’ultima grande alluvione risale al 1939, quando esondò il fiume Senio. Nessuno se la ricorda più, e si è costruito anche dove non si doveva. Un esempio per tutti: proprio sul Senio, a Faenza, 20 anni fa al posto di un capannone che lavorava le pelli è sorto uno bel condominio con 45 garage interrati. A maggio a Faenza si sono rotti anche gli argini in muratura e nella «casa sul fiume» l’acqua è arrivata fino al primo piano. Il cemento è da sempre il motore dell’economia, sostenuto dai condoni sugli abusi. Il governo Berlusconi ne ha fatti ben due, nel 1994 e nel 2003. Nel 2018 il governo Conte 1 (M5S - Lega) vara un altro condono in una zona fragilissima, Ischia, che nel novembre 2022 subisce una frana devastante che provoca 12 vittime. Funziona così su tutto il territorio italiano e, quando si verifica un evento drammatico, la corsa è a scaricare le colpe su qualcun altro. «I disastri arrivano ormai a ritmo accelerato e tutti dovremmo aver capito che ben poco hanno di “naturale”, poiché la loro causa prima sta nell’incuria, nell’ignavia, nel disprezzo che i governi da decenni dimostrano per la stessa sopravvivenza fisica del fu giardino d’Europa e per l’incolumità dei suoi abitanti»: questo scriveva sul Corriere della Sera Antonio Cederna il 3 gennaio del 1973. 

La visione unitaria

Nel 1989, dopo tante alluvioni, finalmente una legge nazionale (la 183): il territorio viene diviso in 13 grandi bacini idrografici, ognuno con il proprio Piano, in modo da avere una visione unitaria dei corsi d’acqua e loro affluenti dalla sorgente alla foce. Controllo e interventi sono affidati alle Autorità di bacino, ministeri dei Lavori pubblici e Ambiente. Il principio è questo: la difesa del suolo è compito dello Stato ed è l’Autorità di bacino a stabilire quanta acqua si può prelevare per uso agricolo, quanto e dove cavare sabbia e ghiaia e dove non si può costruire. Alle Regioni resta la competenza per i loro fiumi interni. Contro la parte urbanistica hanno fatto ricorso tutte le Regioni. La Corte Costituzionale li ha respinti, ma la sentenza è stata totalmente ignorata. Come sappiamo nell’elezione di un presidente di Regione, Provincia e sindaco di un Comune non c’è arma più potente del piano urbanistico. 

Sui fiumi il federalismo non funziona

Negli anni ‘90 arriva la spinta federalista e nel 2001 — con la modifica del titolo V e successivo decreto del 2006 — Regioni, Province e Comuni si prendono la gestione del territorio e la dividono lungo i confini amministrativi. La legge del 1989 viene svuotata di poteri, insieme alla visione unitaria. Il risultato è che se una Regione, per evitare allagamenti, deve rompere un argine che sta su un confine, l’altra Regione si oppone perché ritiene che i suoi campi siano più utili di quelli della Regione adiacente. All’interno di una stessa Regione le competenze vengono poi a loro volta spezzettate. Quindi nel caso della Romagna, per esempio, l’ufficio della Provincia di Ravenna si occupa del tratto ravennate, quello di Forlì del tratto di Forlì, di quello che va verso Bologna l’ufficio di Bologna. Tutti questi uffici però sono inquadrati dentro l’Agenzia Sicurezza Territoriale e Protezione civile regionale che, essendosi sempre occupata di emergenza, fa fatica a fare anche prevenzione: non ha abbastanza geologi e ingegneri idraulici, e la figura del sorvegliante ambientale è stata abolita.

La sostanza del problema è che ogni Regione si preoccupa del suo territorio, fregandosene dei danni che può provocare alla Regione confinante.

Lo spezzatino

Quindi c’è un ente che si occupa del luogo dove scorre l’acqua, poi c’è l’Arpa che si occupa della qualità dell’acqua, ma a cui è stata affidata anche la competenza sulle concessioni di estrazione. In pratica se devo innaffiare i miei campi prendo l’acqua dal fiume nella quantità e nei tempi decisi da Arpa e non dall’Autorità di bacino, che ogni anno deve fare appelli (che nessuno ascolta) perché c’è troppo prelievo. Certo in Romagna gli uffici preposti hanno operato al massimo delle loro possibilità: la portata dell’evento è stata tale che di più non si poteva. La sostanza del problema è che ogni Regione si preoccupa del suo territorio, fregandosene dei danni che può provocare alla Regione confinante. In questo quadro di disonestà politica e culturale avvengono le tragedie evitabili e si amplificano quelle provocate dagli eventi estremi.

Non ci sono più i contadini a curare e manutenere il territorio; le terre le coltivano i terzisti e i fossi non li scava più nessuno.

Frane: cause e concause

La Pianura Padana è la zona d’Italia che più ha sofferto i due anni di siccità: il terreno troppo secco non ha assorbito e i temporali si sono scatenati sulle colline già naturalmente fragili perché argillose. Aperte 936 frane e ad oggi 31 frazioni sono isolate con 331 abitanti raggiungibili solo con mezzi pesanti. Non ci sono più i contadini a curare e manutenere il territorio; le terre le coltivano i terzisti e i fossi non li scava più nessuno. Un destino comune a tutte le aree montane e collinari italiane, dove i piccoli paesi si sono via via spopolati anche perché ha cominciato a chiudere la scuola, poi l’ufficio postale, l’ambulatorio e non arriva più il trasporto pubblico. In aggiunta la manutenzione alla rete di strade è diventata scarsa o inesistente da quando per legge (2014) le Province state svuotate di risorse. 

La legge sul consumo di suolo

Dopo Lombardia e Veneto Ispra mette l’Emilia-Romagna al terzo posto per consumo di suolo. Una legge nazionale sulla sua riduzione ancora non c’è. L’Emilia-Romagna si è fatta la sua (legge n° 24) e approvata a maggioranza nel 2017 ed è la prima a darsi un limite massimo del 3% della superfice urbanizzata. Se si va a leggere bene riguarda sostanzialmente gli insediamenti residenziali e prevede un periodo transitorio di 5 anni che diventano 6 grazie a un emendamento del consigliere leghista Pompignoli, sostenuto dai colleghi più cementiferi del Pd. Alla Camera il 30 maggio quattordici deputati della Lega presentano un emendamento dal titolo: «Disposizioni urgenti per la mitigazione del rischio alluvioni». La sostanza è questa: i presidenti delle Regioni e i sindaci possono autorizzare in via d’urgenza soggetti pubblici e privati a estrarre sedimenti, sabbia e ghiaia dal letto dei fiumi e torrenti fino al ripristino del livello storico (quale?) dell’alveo. Il nulla osta degli enti interessati deve pervenire entro 30 giorni, decorso il termine vale l’assenso. L’emendamento viene dichiarato inammissibile, ma probabilmente verrà ripresentato. Il professor Roberto Passino, fondatore dell’Istituto Ricerca sulle Acque del Cnr nonché segretario generale dell’Autorità di bacino del Po dal 1991 al 2002 e che ha lottato per anni contro i tentativi di corruzione da parte dei cavatori, dichiara: «Questa è un’attività rigidamente normata perché l’alveo dei fiumi, privi di ghiaia e sabbia a causa dei continui prelevamenti, aumenta la velocità dell’acqua e il pericolo. Ne emerge che lo scopo non sia quello di pensare alla sicurezza, ma quello di aumentare il potere delle Regioni». 

Il Commissario che non c’è

E ora c’è da ricostruire la Romagna. È evidente che non si potrà fare tutto negli stessi luoghi: la natura ha dimostrato che non può essere piegata alla volontà dell’uomo. Per fare queste operazioni ci vuole un Commissario e quello naturale sarebbe il Presidente della Regione Bonaccini, proprio perché il suo territorio lo conosce bene. Salvini è contrario, ma non spiega il perché. Alla luce di quanto ricostruito è complicato attribuirgli colpe che potevano evitare i danni. Sta di fatto che la Presidente del Consiglio ha messo la questione in stand by. Chiunque arrivi si farà la sua struttura, ad operare saranno i funzionari di Comuni, Province e Regione, che contemporaneamente rispondono ai loro sindaci e presidenti. Quindi si va alla duplicazione dei centri di responsabilità rallentando il processo. Suona come una cinica rivalsa politica mentre un’intera regione sta offrendo.

Che succede alle cassette di sicurezza delle banche in Emilia devastate dall'alluvione? Linda Di Benedetto su Panorama il 6 Giugno 2023

Diversi clienti in Emilia Romagna hanno scoperto che difficilmente verranno risarciti, soprattutto dei contanti nascosti e distrutti dall'alluvione: le loro banche non risponderanno dei danni causati dall’alluvione, trattandosi di un evento straordinario e quindi non coperto dall'assicurazione.

Mentre l'acqua si sta ritirando e lentamente si prova a tornare alla normalità dall'Emilia Romagna devastata dall'alluvione arrivano storie che forse per la prima volta diventano problemi reali. Le inondazioni non hanno riempito solo cantine, garage, taverne e case private ma anche aziende e attività di ogni tipo, comprese le banche. E sono molti gli istituti di credito che hanno cassette di sicurezza nascoste nei sotterranei dove l'acqua è entrata in molti casi danneggiando il loro prezioso contenuto. Ecco, diversi clienti hanno scoperto che difficilmente verranno risarciti, soprattutto dei contanti nascosti distrutti e trasformati in carta straccia e le le loro banche di tutta risposta hanno detto che non risponderanno dei danni causati dall’alluvione, trattandosi di un evento straordinario e quindi non coperto dall'assicurazione. Ma possono farlo? Lo abbiamo chiesto ad un legale

«La responsabilità delle banche incontra un limite nel c.d. “caso fortuito”, ossia l’evento straordinario ma non dimentichiamoci che in un territorio a rischio idrogeologico come l’Emilia Romagna non era poi così imprevedibile»- commenta l’avvocato Edoardo Amati Senior Associate presso Tonucci & Partners Quindi la banca non deve coprire i danni causati dall’allluvione? «Il cliente quando deposita beni presso la cassetta di sicurezza della propria banca stringe un rapporto contrattuale in base al quale l’istituto di credito si obbliga dietro il pagamento di un corrispettivo (sotto forma di canone) a mettere a disposizione del cliente un luogo dove custodire i suoi beni. Considerata la particolarità della fattispecie, il nostro ordinamento giuridico prevede una forma di responsabilità peculiare a carico della banca che, in base all’art. 1839 del codice civile, risponde verso il cliente per “l’idoneità e la custodia dei locali”, nonché per “l’integrità della cassetta”.La banca deve dunque garantire, non solo che i locali del deposito siano adeguatamente sorvegliati e attrezzati (ad esempio, con gli idonei sistemi di chiusura) per scongiurare l’accesso e la sottrazione dei beni depositati da parte di terzi, ma anche che gli stessi siano idonei alla custodia delle cose. Alla luce della precisione normativa appena richiamata, si può dunque affermare che, in termini generali, la banca risponda certamente per il furto, mentre molto più complesso è invece il tema dei disastri naturali, come da ultimo dei fenomeni alluvionali che hanno interessato la Romagna, e ciò proprio perché il fenomeno “alluvione” è ancora oggi considerato come un fenomeno “straordinario” ed “imprevedibile” e come tale rientrante nella nozione del caso fortuito e pertanto idoneo (astrattamente) ad escludere (ove debitamente provato) la responsabilità della banca ai sensi dell’articolo1839 c.c.». Ci sono dei precedenti? «Si basti pensare alla pronuncia della Corte di Cassazione del 1976, dove il tema dell’allagamento delle cassette di sicurezza bancarie acquisì per la prima volta risonanza nazionale a fronte dell’alluvione di Firenze verificatasi a seguito dell’esondazione del fiume Arno.In tale occasione, la Corte di Cassazione si pronunciò escludendo la responsabilità della banca verso i propri clienti in virtù del principio “vis cui resisti non potest”, un’espressione che nel diritto romano indicava l’insieme di circostanze estranee alla volontà del debitore e da lui non controllabili che determinavano la non punibilità dell’inadempimento.È dunque molto probabile che, anche in questo caso, le banche possano far leva su quel principio per sostenere di dover essere esonerate da eventuali responsabilità per perdita dei beni custoditi nelle cassette di sicurezza e rigettare le richieste di risarcimento che fissero avanzate in loro danno».

Cosa consiglia? «In queste condizioni, per tutti coloro che vorranno (comprensibilmente) avanzare eventuali iniziative risarcitorie, potrebbe essere importante, previo consulto con il proprio legale, la verifica delle condizioni contrattuali e normative applicabili e della polizza assicurativa stipulata dalla banca, di modo da accertarsi in concreto di eventuali elementi ove mai ivi rinvenibili che possano escludere che l’alluvione del maggio 2023 venga altrimenti qualificata come ‘caso fortuito’». C’è qualche elemento nuovo rispetto alla sentenza della cassazione a cui possono appellarsi? «Un fattore che potrebbe acquisire rilevanza è la conformazione territorio e la sua suscettibilità ad inondazioni, elemento che, ove adeguatamente dimostrato, potrebbe indurre l’autorità giudiziaria a ritenere il fenomeno inondazione come un rischio “prevedibile” da parte delle banche e come tale idoneo ad escludere il ricorrere del caso fortuito.Sotto questo profilo non può non considerarsi che l’Emilia-Romagna, per porzione di territorio potenzialmente allagabile e popolazione esposta a rischio di alluvione, ha valori nettamente superiori a quelli calcolati su scala nazionale e che province come Ravenna e Ferrara (entrambe colpite in modo particolare dall’alluvione di questi giorni), hanno la maggiore estensione di territorio inondabile, con punte rispettivamente dell’80% e di quasi il 100% in caso di scenario di pericolosità media da alluvioni. Non ci si può inoltre non domandare se, in un’epoca storica come quella attuale, in cui i fenomeni atmosferici gravi sono divenuti purtroppo una realtà sempre più costante anche alle nostre latitudini, ci sia ancora spazio per qualificare automaticamente un fenomeno atmosferico come quello che ha investito l’Emilia-Romagna come un dato straordinario e imprevedibile. Insomma, non si può escludere che la percezione di fenomeni come questi cambi nel corso del tempo anche sotto un profilo di prevedibilità. Del resto, ciò è quanto accaduto con la pandemia da SARS-CoV-2, un fenomeno che è stato  giustamente trattato come straordinario e imprevedibile nella sua prima manifestazione, ma che ha cessato di esserlo allorché lo stesso è (anche qui purtroppo) divenuto realtà quotidiana.Potrebbero dunque sussistere i presupposti per far sì che il cliente non resti del tutto sprovvisto di tutela di fronte alla scelta della banca di negare il risarcimento dei danni patiti a causa dell’alluvione.Resta in ogni caso l’auspicio che in una tragedia come questa il buonsenso prevalga e gli istituti di credito possano infine raggiungere intese con i propri correntisti che possano dirimere ogni controversia».

Pathos logorato. L’abuso di «perdere tutto» che livella le tragedie e impigrisce l’empatia. Maurizio Assalto su L'Inkiesta il 12 Giugno 2023 

Una narrazione giornalistica ripetitiva racconta l'alluvione in Emilia Romagna, omogeneizzando le storie e i vissuti individuali di chi ne è stato colpito

Più o meno, la scena è questa: Piemonte, novembre 1994, nella valle del Tanaro, sommersa dal fiume esondato dopo tre giorni di pioggia, un gommone a remi si avvicina al tetto di una cascina che affiora dall’acqua. A bordo, oltre al rematore, una giornalista del tg regionale accompagnata dall’operatore. Abbarbicati al tetto, gli abitanti della cascina in attesa che qualcuno li porti via (la troupe è stata più rapida dei soccorritori). La giornalista “gommone veloce” porge il microfono a una donna, e con il microfono la domanda assassina, che più che una domanda è una constatazione. Tono condolente (vagamente iettatorio), forte accento piemontese: «Eh… avete perso tutto, eh…?».

La risposta non la ricordo, non importa, a me piace immaginare che la poveretta abbia perso anche le staffe e sia esplosa: «Ma va…!».  (In ogni caso, voglio rassicurare: la giornalista è poi tornata alla base sana e salva, l’ho ancora vista per molti anni in televisione).

La scena mi è tornata in mente durante la recente alluvione in Emilia-Romagna, sull’onda del refrain ascoltato e letto in quei giorni drammatici: «hai/ha/avete/hanno perso tutto», ripetuto con enfatico, quasi compiaciuto accanimento (beninteso: compiaciuto per l’“originalità” dell’enfasi, non per il fatto enfatizzato). Fino a cristallizzarsi nella lugubre formula – generalmente preceduta dalle preposizioni a, di, per – «chi ha perso tutto».

«Il dramma di chi ha perso tutto». «La disperazione di chi ha perso tutto». «Il racconto di chi ha perso tutto». «La drammatica testimonianza di chi ha perso tutto». «Un pensiero per chi ha perso tutto». «Un sostegno concreto a chi ha perso tutto». «Una casa e un lavoro per chi ha perso tutto». «Gli psicologi assistono chi ha perso tutto». E si potrebbe continuare, perdendosi nella rete.

Se si imposta «chi ha perso tutto» come stringa di ricerca su Google, si ottiene un numero esorbitante di occorrenze: io ne ho trovate centosessanta mila martedì, 162 mila mercoledì, 163 mila giovedì, e così via. L’incremento si riduce di intensità a mano a mano che scende, con il livello dell’acqua, l’attenzione mediatica per la situazione nelle zone colpite; ma nel frattempo nell’immaginario linguistico si è consolidato il nuovo soggetto collettivo, la parola polirematica che si potrebbe scrivere con i trattini: «chi-ha-perso-tutto».

Centosessantamila e più occorrenze sono grazie al cielo (anzi, al cielo no: è dal cielo che è venuto il flagello) un numero molto superiore a quello di «chi-ha-perso-tutto». Senza poi considerare che non tutti quelli che hanno perso hanno perso davvero tutto: c’è chi ha perso il raccolto, la merce che aveva in negozio, quello che aveva in casa, la bici, il motorino, l’automobile; ma i muri sono rimasti in piedi, i risparmi in banca – piccoli o più consistenti – sono disponibili, unitamente ai fondi dell’intervento pubblico e della mobilitazione privata – per affrontare la ricostruzione che questa gente tenace saprà affrontare, e per fortuna le perdite umane sono state limitate.

Non si tratta di negare la realtà del disastro, ma di contrastare l’appiattimento di tutte le situazioni in una anonima categoria indifferenziata che fa torto alle tragedie maggiori che purtroppo ci sono.

Perché utilizzare indistintamente, invariabilmente, torpidamente, ritritamente una locuzione logorata dall’abuso fino a perdere anche l’originario pathos, e che in questa ripetizione anestetizzata meglio si presterebbe a caratterizzare un ludopatico compulsivo uscito spennato dal tavolo da gioco? Perché non parlare più propriamente di alluvionati, sfollati, evacuati, persone rimaste senza casa?

E invece ecco la sinistra formula che tutti li inchioda alla loro sciagura, come lepidotteri trafitti dagli spilli nella teca di un entomologo. E riecco l’indefinito soggetto collettivo che periodicamente si ripresenta, portando sulla pelle i segni ora di un’alluvione, ora di un terremoto, ora di una frana o di una valanga (in questo sventurato Paese la malasorte non ha che l’imbarazzo della scelta).

Il “bello” (il bello? ma sì, il bello) è che questo indistinto soggetto collettivo non è per niente indistinto, ma è formato da uomini e donne, ognuno con la propria storia, che in realtà non amano rappresentarsi come «chi-ha-perso-tutto». Anche quando, nei titoli, i mezzi d’informazione glielo fanno dire; poi leggi l’articolo, o ascolti l’intervista in televisione, e «abbiamo perso la casa, le nostre cose e i ricordi di una vita», dichiara per esempio una signora, «ma almeno abbiamo salvato il negozio, da cui possiamo ripartire».

Benedetti titoli che vorrebbero sempre essere sintetici, economizzare sulle parole, e invece a volte ne impiegano più del dovuto. Perfino al presidente Mattarella in visita a Ravenna si è messo in bocca un «pensiero alle vittime e a chi ha perso tutto»: salvo che una simile banalità il Capo dello Stato si è ben guardato dal pronunciarla, come attestato dalla registrazione del suo intervento che in forma molto più articolata esprimeva «solidarietà a chi ha in questo momento il pensiero dell’abitazione devastata, [il pensiero] ai ricordi di una vita perduti, ai luoghi di lavoro commerciali, agricoli, professionali e industriali che sono inagibili».

Torniamo al 1994, valle del Tanaro: se quella volta, che non era certo la prima volta, la signora che «aveva perso tutto» avesse perso anche le staffe…

Tempo avverso. L’inaspettata pioggia del Concertone e la prevedibile siccità in Europa. Oscar di Montigny su L'Inkiesta il 5 Maggio 2023.

Due gocce cadute su Piazza San Giovanni in Laterano hanno suscitato tanto clamore sui giornali, forse perché gli ultimi otto anni sono stati i più caldi mai registrati finora?

«Servono praticamente più di tre ore per vedere salire sul palco il primo cantante per cui vale la pena stare sotto l’acqua», si legge sul sito del Corriere della Sera, in una galleria di foto e voti riferiti alle performance e agli artisti che il giorno precedente si erano susseguiti sul palco del Concertone di piazza San Giovanni in Laterano. Un palco, e un evento, dove la vera protagonista assoluta è stata la pioggia. E di fatti in più di una occasione i conduttori si sono rivolti alla folla degli spettatori con parole degne degli eroi. E di fatti molti articoli hanno focalizzato i propri titoli sulla sfida tra i trecentomila presenti e la pioggia battente. Il Sole 24 Ore, addirittura, scrive: «il tempo avverso non ha scoraggiato le migliaia di ragazzi che hanno raggiunto piazza San Giovanni a Roma». Il tempo avverso!

Secondo l’edizione di quest’anno del rapporto sullo stato europeo del clima (ESOTC) del Copernicus Climate Change Service (C3S*). A livello globale, gli ultimi otto anni sono stati i più caldi mai registrati, mentre negli ultimi decenni l’Europa si è riscaldata più velocemente di qualsiasi altro continente. L’anno scorso, l’Europa, ha vissuto la sua estate più calda e il secondo anno più caldo mai registrato.

Pubblicato il 20 aprile scorso, il rapporto ESOTC 2022, che fornisce una panoramica completa degli eventi climatici significativi del 2022 in Europa, nell’Artico e in tutto il mondo, collocando il clima nel 2022 in un contesto a lungo termine, mostra che la temperatura media per l’Europa negli ultimi 5 anni è stata di circa 2,2°C al di sopra dell’era preindustriale (1850-1900) e che il 2022 è stato il secondo anno più caldo mai registrato, con 0,9°C al di sopra del 1991 -2020 media.

La scorsa estate, che è stata la più calda mai registrata in Europa con 1,4°C sopra la media, insieme alle alte temperature ci ha fatto vivere diversi eventi estremi, tra cui intense ondate di caldo, condizioni di siccità e vasti incendi. «Il caldo estremo durante la tarda primavera e l’estate – si legge sul rapporto – ha provocato condizioni pericolose per la salute umana. In generale, l’Europa sta assistendo a una tendenza all’aumento del numero di giorni estivi con stress da caldo forte o molto forte, e nell’Europa meridionale lo stesso si osserva per lo stress da caldo estremo». C’è da aggiungere anche una tendenza alla diminuzione del numero di giorni senza stress da caldo. E, dunque, da chiedersi: quale sarà da qui in avanti il tempo veramente avverso?

Secondo uno studio pubblicato il 25 aprile su Nature Communication e condotto da un team di ricercatori del Regno Unito, i luoghi più a rischio ondate di calore non saranno solo quelli economicamente sviluppati come Germania, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, la regione della Cina intorno a Pechino, la Russia dell’estremo oriente, l’Argentina nordoccidentale e parte dell’Australia nordorientale. Lo studio include anche paesi in via di sviluppo come l’Afghanistan, il Guatemala, l’Honduras e la Papua Nuova Guinea, i quali hanno maggiori probabilità di non disporre di risorse adeguate a proteggere le persone.

Se ve ne fosse ancora bisogno, questo studio dimostra ancora una volta come negli ultimi decenni nel mondo si siano verificati periodi di caldo che non rientrano nell’intervallo di plausibilità statistica, ciò nonostante, le società potrebbero essere impreparate ad affrontare un’ondata di caldo estremo per non averne mai vissuta una, e dunque per questo particolarmente vulnerabili. 

Non dovrebbe esser difficile crederci, basti pensare al caso Catalogna che ha ritenuto necessario scalare le rassicurazioni del premier Pedro Sanchez, che pur ha incluso la siccità tra i temi che focalizzeranno il dibattito politico e territoriale spagnolo nei prossimi anni, affidandosi all’intervento divino invocato con una particolare processione per la pioggia. Per la cronaca, in Catalogna non piove da ben 32 mesi, in generale l’intera Spagna è messa a dura prova dal periodo di siccità peggiore degli ultimi 70 anni. Si pensi che già in aprile si sono registrate temperature record tra i 30 e i 40 gradi, in diverse zone del Paese.

L’alluvione, il clima e l’uomo. Domenico Pecile su L'Identità il 4 Maggio 2023. 

L’eccezionale sfuriata di maltempo che da diversi giorni insiste su buona parte dell’Italia (gravi disagi anche nel Salentino per le forti raffiche di vento) si è accanita particolarmente sull’Emilia Romagna con morti, comunità evacuate, crolli, esondazioni, allagamenti, viabilità interrotta in diversi punti. Le precipitazioni hanno raggiunto massimi storici mai registrati. La Regione è in ginocchio e per bocca del suo presidente, Stefano Bonaccini, ha già chiesto lo stato di calamità. Immediata la risposta del ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci. “Ho appena firmato il decreto – ha detto – per disporre la mobilitazione straordinaria della Protezione civile. Ho così accolto la richiesta del presidente della Regione a seguito degli eventi calamitosi che hanno colpito in particolare nelle ultime 48 ore le province di Bologna, Forlì-Cesena, Modena, Ravenna e Ferrara”. Anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha chiamato Bonaccino attorno alle 14 di ieri per fare il punto sull’alluvione e manifestare tutta la sua vicinanza. Ma anche il premier Giorgia Meloni è stato per tutta la giornata di ieri in costante contatto con le autorità. “Ho sentito al telefono la presidente del Consiglio che ringrazio per la vicinanza che ha espresso all’Emilia Romagna e alle comunità colpite”, ha commentato Bonaccini. Ma intanto, ora dopo ora, le notizie che rimbalzano dalle località più colpite si trasformano in un vero e proprio bollettino di guerra che pare destinato ad aggravarsi. Un anziano è morto ieri mattina travolto dalle acque del fiume Senio che era esondato a Castel Bolognese, in provincia di Ravenna. “E’ una situazione molto difficile, è crollato un pezzo di argine e abbiamo evacuato una frazione predisponendo il palazzetto per l’accoglienza”, è stato il commento del primo cittadino, Luca Della Godenza, che ha ordinato la chiusura delle scuole per precauzione. L’uomo deceduto, un ottantenne, era in sella alla sua bicicletta quando è stato investito dall’acqua. E un’altra vittima è stata segnalata a Fontanelice, in provincia di Bologna, dove è crollata una casa a causa di una frana: un uomo di 78 anni, che abitava nell’abitazione, è stato trovato morto. A tarda sera non risultavano altri dispersi nella zona del crollo. L’altra persona che in un primo momento si supponeva potesse trovarsi in casa assieme alla vittima era, infatti, da un’altra parte. E tra le zone più colpite e da cui sono pervenuti diversi sos è quella del ravennate. I vigili del fuoco hanno soccorso ieri mattina una signora rimasta intrappolata all’interno della sua vettura bloccata dalle acque del Sillario straripate a Conselice. Sempre nelle prime ore della mattina, il fiume Lamone ha esondato nei pressi della località Boncellino di Bagnacavallo dove sono state evacuate circa una decina di famiglie. Le attività di evacuazione hanno coinvolti complessivamente 400-500 residenti sparsi su tutto il territorio della provincia di Ravenna. Inoltre, nel pomeriggio di ieri si stava valutando se procedere all’evacuazione anche degli abitanti di Mezzano e Traversara. “Ringrazio tutti coloro che in questa difficile nottata – aveva riferito il prefetto Castrese De Rosa – hanno dedicato la loro opera e il loro impegno per garantire l’incolumità della cittadinanza in questo complicatissimo momento”. E in seguito all’esondazione del torrente Gaiana, nel Comune di Medicina (Bologna) i vigili del fuoco hanno provveduto a evacuare 25 persone rimaste bloccate nelle loro abitazioni di Spazzate Sassatelli e a Medicina. Ma molti sono stati anche gli interventi di soccorso in favore di automobilisti rimasti intrappolati e in grande pericolo di vita. Complessivamente già nel primo pomeriggio gli interventi dei vigili del fuoco erano stati circa 400. Intanto, sotto la spinta delle precipitazioni torrenziali, il livello del fiume Po si era alzato fino al pomeriggio di ieri di oltre 1,5 metri. Dal canto suo, Coldiretti segnala che “sono finiti sott’acqua seminativi, frutteti e vigne, con danni anche alle strutture e alla viabilità stradale e ferroviaria. La situazione più grave è sempre in Emilia Romagna dove si registrano fattorie assediate e bloccate dalla marea di fango, interi filari di ulivi sradicati dalla furia delle frane”. Gravi disagi anche sul fronte della viabilità. Chiuso un tratto della via Emilia, per l’esondazione del fiume Selio. A causa di frane e smottamenti, sulla strada statale 65 della Futà sono stati chiusi nel territorio di Loiano (Bologna) diversi tratti stradali- Per i mezzi superiori alle 3,5 tonnellate diretti in direzione Toscana è stata prevista l’inversione di marcia al km 83,1000 mentre per i veicoli in direzione Bologna inversione al km 72.000 nei pressi della rotatoria nel Comune di Loiano. Disagi si sono verificati anche lungo diversi tratti ferroviari con diversi ritardi. E purtroppo “permane l’allerta rossa fino alla mezzanotte di oggi (ma le precipitazioni dovrebbero esaurirsi a metà giornata) nelle aree centro orientali della regione, in particolare nel bolognese e in Romagna, a causa degli estesi allagamenti e delle criticità idrauliche e idrogeologiche. Sul resto della regione, allerta arancione sull’Appennino riminese; gialla nell’appennino tra Reggio e Modena, nella pianura modenese e nel ferrarese”, come ha comunicato la Regione Emilia Romagna. Nella fascia pedecollinare la pioggia caduta al suolo ha superato in varie stazioni oltre 200 millimetri, superando i livelli di allarme e i massimi storici mai registrati.

NORD A SECCO E AL SUD SI SPRECA. Redazione su L’Identità il 6 Aprile 2023

di GIORGIO BRESCIA

 Se il Nord è a secco, per la carenza idrica che quest’anno ha bloccato il via dell’irrigazione in Lombardia prevista per lo scorso weekend durante il quale decine di chilometri di rogge e fossi sono rimasti in asciutta, anche il Sud lamenta una nuova stagione i cui i territori evidenzieranno ancora una volta decine di opere idriche incompiute. Un ennesimo scandalo cui non riesce a star dietro la politica che, con il Governo attuale, si trova a fronteggiare un’emergenza ultradecennale – per gli impianti – e ormai prossima al giro di boa dei due anni per la carenza idrica in fiumi e laghi a causa del climate change.

L’Anbi la definisce un’Italia idricamente rovesciata. Al centro della quale c’è per esempio la diga di Montedoglio in Toscana, che, con i suoi 140 milioni di metri cubi d’acqua, rappresenta l’invaso più importante dell’Italia centrale. Ma la sua acqua non arriva alle coltivazioni del territorio. Perché? “Le condotte primarie ci sono, i laghetti di accumulo pure, ma ormai da anni mancano le reti per consegnare la risorsa alle aziende agricole che, causa siccità, fanno fatica a continuare a produrre ed a rimanere sul mercato – spiega Serena Stefani, presidente del Consorzio di bonifica 2 Alto Valdarno – . Ogni giorno dobbiamo confrontarci con la difficoltà di portare acqua all’agricoltura della Valdichiana Senese, Aretina e della Valtiberina dove insistono imprese sì competitive ma il cui sviluppo è rallentato o minato dall’assenza di risorsa idrica. Eppure, in questo territorio l’acqua non manca, perché la diga di Montedoglio rappresenta un “polmone” importante, ma è impossibile completare i distretti irrigui per la mancanza di risorse e di un adeguato supporto normativo”.

Il bubbone più grosso – lo scandalo storico – è rappresentato dagli impianti elencati nei fogli che il presidente di Anbi Francesco Vincenzi ci mostra. Una trentina di opere incompiute, un elenco datato 2017 sul quale Anbi non ha ricevuto notizie di particolari aggiornamenti positivi. I lavori a Pettorano sul Gizio in Abruzzo per il riordino dell’irrigazione sono iniziati nel 1978, 45 anni fa. Dopo 8 anni si sono fermati per sempre, a causa del mancato completamento del finanziamento.

LO STIVALE FA ACQUA

Lavori iniziati e interrotti un po’ ovunque, lungo lo Stivale, in particolare dall’Emilia alla Sicilia. Nel Lazio, il rifacimento del canale Dragoncello del Tevere è partito nel 2009 ma poi si è fermato per i tagli dei fondi da parte della Regione Lazio. Nel Molise, una vasca di espansione vicino Venafro avviata nei primi anni 2000 attende ancora i fondi per essere conclusa. In Campania, solo da pochi giorni si è messo mano, tra Regione Campania e fondi Pnrr per 200 milioni assicurati dal Mit, alla più grande diga del Mezzogiorno che interessa 20 Comuni del Beneventano, un invaso colmo d’acqua inutilizzabile finora per mancanza delle necessarie condutture. Ma il resto del territorio non ha più voce per i suoi Sos, se la Rete irrigua dell’Alento – l’opera dal più alto costo in regione, per 30 milioni circa – ha visto la sua prima pietra nel 1999 e lo stop lavori per mancanza fondi nel 2011. In Puglia regnano la difformità di lavori, i successivi mancati collaudi anche ad opere terminate, le contestazioni sui lavori dagli anni ’90 per l’opera sul torrente Scarafone. In Calabria, la diga sul Melito per 190 milioni è partita negli anni ’90. Da allora, è stato terminato solo il 10% dei lavori. In Sicilia, la diga di Pietrarossa, iniziata nel 1989 per circa 70 milioni, è completata al 95% ma ha visto lo stop al cantiere per il ritrovamento di un sito archeologico.

Il racconto potrebbe continuare, ma Vincenzi freme a dire la sua, guardando all’intero quadro del Paese: “Non solo è necessario realizzare nuovi bacini per trattenere le acque di pioggia sul territorio, perché bisogna efficientare la rete idraulica esistente, completando gli schemi idrici e ripulendo bacini, la cui capienza è complessivamente ridotta di oltre il 10% per la presenza di sedime sul fondale.

L’ANBI HA UN PIANO

Il Piano Anbi, a disposizione del Paese, prevede 858 interventi per un investimento di quasi 4 miliardi e 340 milioni, capaci di garantire oltre 21mila posti di lavoro. Ma va accompagnato dall’efficientamento e completamento dell’esistente. La proposta si articola in 729 progetti con manutenzioni straordinarie di reti idrauliche, ma altri 90 riguardano la pulizia di invasi esistenti, 45 dei quali ubicati nel Sud Italia. Stimiamo che il 10% della capacità complessiva di questi bacini sia inutilizzata a causa del sedime depositatosi negli anni sul fondale. Da qui, la necessità di asportare oltre 72 milioni di metri cubi di materiale, per un costo di quasi 291 milioni, con 1450 posti di lavoro previsti”.

Piani, stime e previsioni con un grande nemico, la burocrazia: “Ad ostare sulla strada della modernizzazione di una rete idraulica, ormai inadeguata ai cambiamenti climatici, non sono i finanziamenti ma soprattutto le lungaggini burocratiche, per le quali chiediamo un’accelerazione degli iter autorizzativi. Attualmente, infatti, per realizzare un’opera pubblica servono almeno 11 anni. E’ evidente che un tale lasso di tempo rende un’opera già inadeguata al momento dell’inaugurazione e di fronte alla velocità assunta dalla crisi climatica non possiamo certo permettercelo. Ne va della salvaguardia del territorio e della sua economia, nonché del futuro delle sue comunità”. Un quadro desolante quello che viene proposto, di fronte al quale, forse, non basterà solo il Commissario di governo per invertire la rotta.

PIOVE SUL BAGNATO. Angelo Vitolo su L’Identità il 29 Marzo 2023

Iniziata da solo una settimana, la primavera rischia di provocare gravi danni all’agricoltura del Centro Sud, che nelle ultime ore è diventato il teatro di una nuova ondata di freddo, vento e soprattutto grandine, in particolare tra Puglia, Calabria, Campania e Lazio. A risentire di più questo maltempo – denuncia Cia – Agricoltori italiani – sono state principalmente le colture in fiore e gli ortaggi di stagione. L’associazione, che sta completando una ricognizione sul territorio, teme che sia andato perduto almeno un 10% delle produzioni, considerando non aggredite da questa ondata di freddo e grandine le piantagioni mantenute in serra o sotto coperture. Ancora una volta sono i cambiamenti climatici a governare questa situazione, fin dall’inizio dell’anno caratterizzata da sbalzi forti e repentini delle temperature che stanno riportando il Paese a quelle della stagione invernale, con il corollario sempre più rischioso dell’assenza delle precipitazioni, delle piogge così attese tra il Piemonte e l’Emilia-Romagna, regioni ove da mesi impera la siccità.

A rischio, secondo le prime verifiche di Cia, sono gran parte delle coltivazioni che, negli anni scorsi, hanno rappresentato, tra la primavera e l’estate, il paniere della spesa per ortaggi e frutta di stagione. L’ultima grave grandinata, per esempio, ha colpito campi di carote e indivie a ridosso di tutto il territorio della Capitale fino al mare. Ad arginare i danni peggiori, in gran parte dei casi, le coperture utilizzate per proteggere distese di ortive proprio dagli eventi estremi di questa stagione. Sempre nel Lazio, nella zona dell’Agro Pontino, la brusca perturbazione ha interessato i frutteti in fiore, come quelli delle prugne. In Puglia, la grandine ha colpito principalmente pescheti, mandorleti e ciliegeti nell’Agro di Cerignola, dove la Cia e gli agricoltori locali sono già alla conta dei danni. Limitati, se il bilancio finale non sarà pesante, grazie alla buona combinazione tra grandine e pioggia che ha alleggerito l’impatto dell’ondata sui campi.

Passando alla Campania, una regione ove era già stata emanata una allerta meteo gialla fin da domenica, forti raffiche di vento hanno battuto la Penisola Sorrentino-Amalfitana e i Monti di Sarno e Picentini fino al Basso Cilento. Sono salvi oliveti e vigneti perché non ancora in fioritura, ma preoccupazioni emergono per i pescheti e i noccioleti già in fiore. Ora, con il ritorno della neve in alta quota, il prossimo pericolo potrebbe essere rappresentato dalle gelate tardive.

Rilevato l’intero quadro territoriale del Paese, Cia richiama l’attenzione sul climate change e sui suoi effetti. “I cambiamenti climatici e le relative calamità naturali, ultima la siccità – avverte – sono una sfida da affrontare in modo strutturale e corale tra istituzioni, enti, organizzazioni e mondo agricolo, superando l’approccio emergenziale e lavorando per tavoli e cabine di regia. In particolare, sono fondamentali il ruolo della ricerca scientifica e la necessità di nuove tecnologie per l’evoluzione assistita e, quindi, per piante più resistenti agli stress climatici”.

La richiesta, considerata l’ultima grandinata e l’affermarsi di una situazione climatica che continuerà con sbalzi di temperature e gravi fenomeni meteo a mettere a rischio i campi, è quella di agevolare e promuovere con convinzione l’automazione per la gestione integrata delle colture e la protezione attiva dalle calamità, insieme al contributo di idonei strumenti di gestione del rischio.

Estratto dell'articolo di repubblica.it il 28 marzo 2023

Un attacco social, diretto, per far emergere dubbi sulla raccolta fondi della Cascina Savino di Foggia. La giornalista Selvaggia Lucarelli non usa giri di parole nelle storie Instagram per criticare quello che è accaduto dopo la violenta grandinata di ieri, 28 marzo. Prima l'appello in lacrime dell'agricoltore sociale Giuseppe Savino, nel video su Facebook, poi l'ondata di solidarietà attraverso il crowdfunding che in poche ore ha raggiunto ben 2mila donazioni per un totale di oltre 28mila euro, sino alla sospensione per eccesso di offerte. "Ma cosa sapevate di questa storia quando avete donato i fondi?", scrive Lucarelli ai suoi follower.

Che aggiunge: "Due anni fa - ricordando la gelata notturna dell'8 aprile 2021 - la Cascina Savino aveva piantato migliaia di tulipani per riportare la bellezza nel loro territorio, certo, ma anche per avviare un'attività commerciale. Stesso copione: Savino piangeva. Nel frattempo moltissimi altri contadini e tante aziende avevano subito fatto ma poveri tulipani e basta".

Attraverso degli screenshot di testate giornalistiche locali, Selvaggia Lucarelli ricorda che furono raccolti 13mila euro: "Bei soldi, poi il maltempo e l'iniziativa boh. I soldi, boh. Io sulla stampa non trovo informazioni, magari mi manca qualcosa. Se per due anni su tre i tulipani vengono distrutti dal maltempo forse bisognerebbe valutare l'idea di una serra o di una assicurazione. E poi il buon Savino attinge da fondi ministeriali-regionali o fa tutto da solo? Questa è la sua unica attività? Ecco, a me piacciono le storie romantiche con lacrime e fiori, però l'empatia disinformata è peggio della grandine", conclude. […]

 Tulipani distrutti dalla grandine, Selvaggia Lucarelli contro le lacrime social del floricoltore: "Se chiedere aiuti è un'abitudine...". Daniele Leuzzi il 28 marzo 2023 su La Repubblica

"Ma cosa sapevate di questa storia quando avete donato i fondi?", scrive la giornalista ai suoi follower ricordando altre raccolte fondi di cui Savino si è reso protagonista: dopo lo sfogo social raccolti quasi 30mila euro

Un attacco social, diretto, per far emergere dubbi sulla raccolta fondi della Cascina Savino di Foggia. La giornalista Selvaggia Lucarelli non usa giri di parole nelle storie Instagram per criticare quello che è accaduto dopo la violenta grandinata di ieri, 28 marzo. Prima l'appello in lacrime dell'agricoltore sociale Giuseppe Savino, nel video su Facebook, poi l'ondata di solidarietà attraverso il crowdfunding che in poche ore ha raggiunto ben 2mila donazioni per un totale di oltre 28mila euro, sino alla sospensione per eccesso di offerte.

Selvaggia Lucarelli si confronta con l’agricoltore dei tulipani distrutti Giuseppe Savino: “Lei fa impresa, perché il rischio se lo devono accollare i donatori?” “Se chiedo aiuto che male c’è?”. Selvaggia Lucarelli su Il fatto Quotidiano il 29 marzo 2023

 Le sue lacrime e quello straziante grido di dolore “I tulipani non ci sono più è finito tutto”, con la grandine che si depositava sugli occhiali e sul suo campo di fiori, hanno straziato il web. Il video ha fatto il giro delle sette chiese, dei cento siti e dei mille giornali e, veloce come una grandinata, l’agricoltore foggiano Giuseppe Savino ha aperto una raccolta fondi. Nel giro di poche ore viene raggiunta la cifra che aveva stabilito come tetto massimo, ovvero 15.000 euro. Ma non chiude la raccolta- ai contadini le raccolte piacciono- la porta avanti fino a ieri stamattina. Raggiunge 30 000 euro circa. A quel punto qualcuno inizia a far notare che ha raddoppiato il suo obiettivo. E la blocca, ma intanto 30.000 euro sono stati raccolti. Ed è un raccolto niente male, specie dopo una grandinata.

Le tv lo chiamano, Savino è in diretta ad Agorà, a La vita in diretta, a Mattino 5, rilascia interviste ai giornali, la sua lagna in poche ore è in mondovisione. Ma iI suo campo di tulipani era gelato già nel 2021 e all’epoca aveva raccolto 13.000 euro. Chi lo conosce mi spiega che non è affatto un semplice contadino, ma un imprenditore sgamato, amico dell’ex ministro Martina, con molti agganci nella politica locale, in modo particolare Fdi, che ha alle spalle figure importanti della chiesa locale, che ha vinto bandi ottenuto fondi, che ha incarichi dal Ministero. Lo chiamo e gli faccio un po’ di domande.

Savino, intanto partiamo dalle cose più semplici. Lei ha il campo di tulipani da tre anni e sia nel 2021 che quest’anno il campo è stato danneggiato dal maltempo. Un’assicurazione non la può fare?

No, in Italia non si può fare l’assicurazione sui tulipani perché qui ce ne sono troppo pochi e non hanno dati statistici, ci sono troppi rischi. E comunque il valore dei nostri fiori per noi è quello di qualunque tulipano all’ingrosso, perché dentro quel nostro fiore c’è la bellezza di un campo, la possibilità di ascoltare la musica, di fare delle foto, l’aperitivo.

Ma il tulipano è sempre quello.

No, il nostro vale 10 euro perché paghi un’esperienza, quello all’ingrosso 10 centesimi.

Esiste la possibilità di fare delle serre di tulipani che si possono allestire e visitare, ce ne sono alcune…

Non le chiudo le persone nella plastica.

Perché la plastica è meno instagrammabile.

Esatto.

Ma una rete antigrandine, come hanno suggerito in tanti?

Ha senso se hai un impianto stabile, se devo fare una struttura che poi devo mettere e smontare sul campo di tulipani, allora l’impresa non vale la spesa.

Sembrerebbe valerla la spesa però, visto che i rischi del maltempo li conoscete, però se volete correre comunque il pericolo, allora la mia domanda è: perché il rischio di impresa poi ve lo devono coprire i donatori tramite raccolte fondi?

Perché i donatori sono le 3000 persone che avevano comprato i biglietti per vedere il mio campo di tulipani …che non vogliono il rimborso…

No, alcune non rivogliono i soldi indietro dei biglietti e ok, ma poi la raccolta era aperta a tutta Italia.

Utilizzo questo strumento della donazione per le persone che vogliono usufruire di quel campo e continuare ad avere questa esperienza di bellezza.

Rifaccio la domanda. Non vuole la serra perché è brutta, non vuole la rete perché costa troppo, ripeto: perché il rischio se lo devono accollare dei donatori?

Cambia il verbo “accollare”: io coltivo tulipani e la comunità mi incoraggia. Se chiedo aiuto alla comunità che c’è di male?

Male no, però lei fa impresa mica il benefattore. E a dire il vero non sembra passarsela così male da dover chiedere 43 000 mila euro in due anni.

Sai quanto costa il campo?

Mica è distrutto, per fortuna.

Non posso aprirlo e far pagare i biglietti, il 70% dei petali è distrutto.

Sì ma lei lavora tutto l’anno, perché poi pianta i girasoli d’estate, poi la lavanda, d’autunno le zucche e fa sempre pagare nuovi biglietti per fare le foto e per l’acquisto dei prodotti.

Ma pago tutto l’anno le persone che lavorano nei campi.

Assunte?

No, no, stagionali, pago 10 euro lordi l’ora. Poi ho i musicisti, gli artisti, la grafica e pago anche loro.

Se non apre il campo non li paga.

Senti, se stai a Milano seduta sulla scrivania che ne sai. Questo è un processo di innovazione sociale.

Ed è molto bello, però se lei apre una raccolta fondi poi si parla di soldi, perché quando chiedi soldi devi spiegare a cosa ti servono e se e hai davvero bisogno. Ha vinto bandi, avuto fondi pubblici?

No, cioè, sì, noi lavoriamo col ministero e con le regioni… ma quelli vanno alla mia cooperativa Vozzàp, magari vinciamo le gare, sì, ma è un’altra cosa rispetto all’attività agricola.

In che senso?

Cioè, nel senso, sono due progetti separati nelle economie, vazzàp fa innovazione sociale nel mondo dell’agricoltura.

Quindi Vozzàp e Cascina non hanno rapporti?

Vozzàp nasce dentro la Cascina perché gli spazi sono i miei.

Quanti soldi ha avuto tramite fondi e bandi?

30-40-50 000 euro, non lo so… di cosa dobbiamo parlare?

La seminatrice l’avete ottenuta tramite il psr (programma sviluppo rurale)?

Sì sono i fondi per le aziende agricole, quando i figli subentrano in agricoltura si fa.

E’ vero che hai un incarico ministeriale di rappresentante del commissario straordinario sisma del 2016 Lazio Umbria, Marche e Abruzzo?

Senti…io ho ricevuto un incarico per dare una mano alla parte agricola di questa cosa.

In che senso?

Sono stato chiamato perché mi occupo di innovazione sociale e penso di avere un po’ a che fare col mondo agricolo.

Quanto percepisce?

Se ti chiamano ti danno una fee di partecipazione.

Si parla di somme ingenti.

Lo sai tu, no?

No me lo dica lei.

Pochissimo.

Ma allora in cosa consiste il suo contributo?

La chiamata è a discrezione del commissario, io non so neppure chi sia tipo il che mi dovrebbe chiamare. Se mi chiama dice : su questa cosa qua come interverresti?

Ti hanno dato una mano i politici locali ad avere l’incarico?

No, le persone sanno cosa facciamo e ci chiamano.

Insomma tra bandi, fondi, incarichi ministeriali, terreni ereditati, guadagni dall’impresa e donazioni già nel 2021 lei ha bisogno di chiedere soldi alle persone?

Io ho dato una risposta alla comunità che mi chiedeva di aiutarmi.

L’ha fatto per se stesso e la sua impresa, quale risposta.

No Selvaggia, cerca di avere umiltà. Non conosci la nostra realtà

No, conosco quella delle raccolte fondi però. Per esempio, altra cosa strana: nel 2021 lei raccoglie 13 000 euro per donare i tulipani a ospedali e rsa. Poi i tulipani gelano per il maltempo. Che fine hanno fatto quei soldi? Perché secondo qualcuno un bel po’ lei se li è tenuti…

Vai su miei post passati e vedi la rendicontazione visiva dei fiori donati.

Rendicontazione visiva?

Sì, le foto. Li abbiamo mandati a ospedali in tutta Italia. Alla fine per spedire i tulipani abbiamo speso 14 000 euro.

Ci avete perfino rimesso! Mi può dare la rendicontazione e la lista degli ospedali?

Ci sono delle mail. Ti preparo le fatture (per ora non mi sono arrivate ndr)

Altra cosa: mi dicono persone che sono venute nei campi che spesso non fate scontrini.

Ce lo aveva già detto una giornalista venuta lì nel campo. Per legge le aziende agricole possono non emettere scontrini, siamo nel regime dei corrispettivi. Io comunico i corrispettivi.

Ah.

Senti, io nasco da un sacerdote che si chiama Don Michele De Paolis, secondo te potrei mai ingannare la comunità?

Non lo penso, ma volendo sì, certo.

No ma guarda, poi i contanti qui a Foggia è pericoloso averli, meglio il pos.

Un’ultima cosa. Ha detto che guadagna circa 20 000 euro per campo, nel programma Rai “Generazione bellezza”. La società Cascina dichiara circa 70.000. Se è vero come dice che lei ha chiesto di donare 30.000 euro perché quelli sono i danni per una grandinata che ha distrutto un pezzo di campo, come fa a guadagnare da questa attività?

(segue spiegazione confusa)…Come dire… ho costi per 30 000 euro… l’unico campo che è un investimento grande è quello dei tulipani…vedi quanto costa un bulbo di tulipano…

Ma allora se costa così tanto solo il campo di tulipani, come fate a campare? Tre soci, poi ci sono collaboratori saltuari, spese, costi. Dichiarate quando va bene 70 000 euro lordi.

Mah, ora, questa dichiarazione non me la ricordo….senti sì, la dichiarazione è quella. Boh questa cosa la vado a capire …Selvaggia, io ho scritto nella raccolta che le persone potevano sostenerci per il piantare il nuovo campo, non per i danni.

Non proprio… Senta, posso dirle una cosa: a me la narrazione del povero contadino non ha convinta. la trovo invece molto furbo.

Furbo non mi piace.

La furbizia, se fai impresa, non è un difetto.

Per me sì.

Va bene, allora la rendicontazione spese a proposito della donazione del 2021 me la manda?

Certo.

(oggi non è arrivato niente)

Il floricoltore e i tulipani distrutti dalla grandine: “L’uomo non ama davvero la sua terra”. Giuseppe Savino e l’ondata si solidarietà dopo il video del campo devastato: in neanche 24 ore raggiunti quasi 30mila euro. «In Italia non esistono assicurazioni per i campi di tulipani». CATERINA STAMIN su la Stampa il 28 Marzo 2023

«La bellezza cura, non c’è niente da fare». Neanche ventiquattro dopo aver girato un video con la voce singhiozzante, Giuseppe Savino torna a sorridere. Una grandinata improvvisa ha distrutto ieri il campo di tulipani a pochi chilometri di Foggia a cui lui ha dedicato tutta una vita. «Da quanto gestisco la Cascina Savino? Io sono nato qui - chiarisce -, guido un trattore da quando i miei piedi sono arrivati a toccare la frizione e il freno». Quel campo, coltivato dal padre, ora è passato nelle sue mani e in quelle di suo fratello Michele. Ma «sono centinaia i contadini virtuali che ci aiutano ogni giorno», confessa Giuseppe. Si tratta di tutte quelle persone che frequentano la Cascina o la visitano anche solo virtualmente. Persone che in quel campo di tulipani conservano ricordi indimenticabili. «In tanti hanno chiesto qui la mano alla propria ragazza - ricorda Giuseppe, senza nascondere l’emozione – e non mi dimenticherò mai della giovane nipotina che aveva appena preso la patente ed è corsa a prendere il nonno, 90enne, in un paese vicino per portarlo a vedere per la prima volta i tulipani». Per tutti loro, dopo la notizia della grandinata che si è abbattuta impetuosa distruggendo il campo dei Savino, è stato normale reagire tendendo la mano: in meno di 24 ore sono stati raccolti quasi 30mila euro, quanto basta per ricostruire il campo il prossimo anno.

Sta grandinando, i tulipani non ci sono più, è finita”. Giuseppe Savino, il floricoltore in lacrime, commuove la rete

Giuseppe, si aspettava questa ondata di solidarietà?

«Ci aspettavamo un bene restituito da parte delle persone».

Com’è nata l’idea di lanciare una raccolta fondi?

«Ho pubblicato il video raccontando quanto accaduto e poi mi sono mosso per rimborsare tutte le persone che avevano acquistato un biglietto per venire a visitare il campo e che ora non verranno più».

Quanti biglietti avevate venduto?

«Circa 3mila persone avevano acquistato il biglietto, siamo sui 30mila euro: si comprano online quattro tulipani da raccogliere in campo al costo di 10 euro. Poi si viene qui, noi diamo un kit composto di forbici e secchiello con cui le persone vanno a raccogliere i fiori, e raccontiamo la storia del campo e del nostro territorio. Le persone sanno che con quei 10 euro stanno sostenendo un progetto di sviluppo del territorio: nei nostri campi si trovano musicisti, poeti, artisti. Qui lavorano tantissimi ragazzi. Siamo in una terra che ha dato vita al caporalato e stiamo provando a dare un segnale di cambiamento».

Tante persone non volevano nemmeno il rimborso.

«No infatti, ma io non posso fatturare un fiore che non ho venduto. Durante il Covid, in lockdown, abbiamo fatto una raccolta fondi per mandare i tulipani negli ospedali e abbiamo deciso così di ripetere l’esperienza della raccolta fondi su GoFundMe. In pochissimo tempo abbiamo raggiunto la somma intera di quello che era il fabbisogno per coltivare un campo simile il prossimo anno: quasi 30mila euro. Così, a un certo punto, ho interrotto la raccolta fondi».

Perché questa scelta?

«Perché siamo in una terra difficile: ci sono persone che hanno subito insinuato che dietro questa raccolta fondi ci fosse l’inganno. L’inganno non c’è: se vuoi fare bene, non hai paura a chiedere alle persone di sostenerti. Così è stato».

Cosa risponde a chi invece le dice che poteva pensare ad assicurare il suo campo?

«Rispondo magari potessi. Ma sono domande da ignoranti: l’assicurazione sui tulipani non esiste. Se ci fosse l’avrei fatta subito. In Italia non ci sono campi a sufficienza per permette all’assicurazione di avere dei dati certi sulla coltivazione e, quindi, di stimare gli eventuali danni».

Da quanto gestisce la Cascina?

«Mio padre ha coltivato i terreni che adesso io e mio fratello stiamo conducendo per portare avanti la nostra "agricoltura della relazioni”: non coltiviamo più solo per produrre ma anche per accogliere. L’obiettivo è moltiplicare i campi di relazioni per aiutare altri giovani contadini in altri territori, cosicché, aprendo un campo di questo tipo, possano rimanere nella loro terra e dare lavoro ai giovani che possano sostenerli nella declinazione dei campi».

Ci sono momenti che porta nel cuore?

«Tanti si inginocchiano per chiedere la mano alla propria ragazza. Ma gli aneddoti sono tanti: mi ricordo di una giovane nipotina che aveva appena preso la patente ed è andata a prendere il nonno, 90enne, in un paese vicino per portarlo a vedere per la prima volta i tulipani. Oppure di quel ragazzo che ha porta la madre malata terminale nel campo ad ammirare la bellezza sulla sedie rotelle. Poi c’è stata la coppia di ballerini del teatro San Carlo di Napoli: lui ha accompagnato lei bendata nel campo di girasoli, sono saliti su una rotoballa e le ha tolto la benda. Ha iniziato a suonare un violino e lui si è inginocchiato. La bellezza cura, non c’è niente da fare».

È una bellezza messa a dura prova dagli effetti del cambiamento climatico.

«È una bellezza ferita perché l’uomo non ama completamente la terra. il cambiamento climatico è frutto di una mancanza di amore dell’uomo per la terra. Se ami non ammazzi, rispetti e custodisci. Noi non lo stiamo facendo».

La Siccità.

Afa, una delle parole più misteriose del vocabolario italiano: ecco perché. Massimo Arcangeli su Libero Quotidiano il 25 luglio 2023

«E se all’agosto, settembre o ottobre sopraggiunghino caldi e secchi grandi, si deono lasciar passar queste afe, e dopo la prima rinfrescatura di pioggi si vendemmi». Questo passo è contenuto in un testo di agronomia del Cinquecento, un Trattato della coltivazione delle viti, e del frutto che se ne può cavare (Opere, a cura di Alberto Bacchi Della Lega, Bologna, Romagnoli Dall’Acqua, 1902-1907, 4 voll., I, 1902, p. 465), opera del naturalista fiorentino Giovanvittorio Soderini, vissuto fra il 1527 e il 1597.

L’etimologia della parola afa, sbocciata nel Trecento, è fra le più misteriose dell’italiano e ha fatto letteralmente impazzire generazioni di linguisti e di glottologi. Franca Ageno ha fatto derivare il termine dal latino senechiano haphe, debitore del greco aphé (“tocco”, “presa”) per significare, come già lo stesso termine greco, la «polvere gialla di cui si cospargevano i lottatori dopo essersi unti, per potersi afferrare l’un l’altro; il passaggio da “polverio” ad “aria irrespirabile”, “aria calda”, “opprimente”, e per traslato “pesantezza”, “noia”, non è incomprensibile» (Afa, “Lingua nostra”, XX, 1959, p. 22). Più fascinosa l’ipotesi di Mario Alinei, che ha considerato afa una variante osco-umbra del latino ava. La connessione fra le due voci si spiegherebbe col fatto che in varie lingue e parlate europee alcuni vocaboli indicanti l’aria tremolante dal gran caldo prendono il nome di “vecchia”, da intendersi come la figura magica e ancestrale che governerebbe la natura e presiederebbe alle sue leggi.

C’è anche chi, con scarsa fortuna, ha pensato alla solita origine onomatopeica, come per tante parole della nostra lingua: da cuculo a bambino, da zuzzurellone a sciabordare, da titubare a tentennare. Quest’ultima discende dal latino tintinnare (“suonare”, “squillare”), il cui doppio tin (tin -tin) suggerisce l’idea di un balbettio, un dondolio, un traballio – giocati, in titubare, fra un ti e un tu (ti-tu) –: quelli dell’incertezza di chi è impacciato nel parlare o, oscillando da una posizione all’altra, dà l’impressione di essere in dubbio su un’azione da compiere, un passo da fare, una strada da prendere.

(ANSA giovedì 20 luglio 2023) Il 2022 è stato l'anno più caldo e meno piovoso in Italia dal 1961 (anno dal quale si hanno dati scientifici completi). La temperatura media ha superato di 0,58°C il precedente record assoluto del 2018 e di 1,0°C il valore del precedente anno 2021. Le precipitazioni hanno segnato un -22% rispetto alla media del periodo 1991-2020. Lo rivela il rapporto annuale "Clima in Italia nel 2022" di Ispra e Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente (Snpa).

Nel 2022 la temperatura media in Italia è stata di 1,23°C superiore rispetto alla media 1991-2020. Tutti i mesi dell'anno sono stati più caldi della media, a esclusione di marzo e aprile: anomalie superiori a 2°C si sono registrate a giugno (con il picco di +3,09°C) e nei mesi di luglio, ottobre e dicembre. L'anomalia più marcata in estate (+2,18°C), seguita dall'autunno (+1,38°C) e dall'inverno (+0,58°C). Il 2022 è stato l'anno meno piovoso dal 1961, segnando un -22% rispetto alla media climatologica 1991-2020, con precipitazioni inferiori alla norma (-39%) da gennaio a luglio.

Le anomalie sono state più marcate al Nord (-33%), seguite dal Centro (-15%) e dal Sud e Isole ( 13%). Su scala nazionale i mesi relativamente più secchi sono stati ottobre (-62%) e gennaio (-54%), mentre il mese relativamente più piovoso è stato agosto (+69%). Le prolungate condizioni di siccità, associate alle alte temperature, hanno determinato una forte riduzione della disponibilità naturale di acqua. Per l'Italia è stata stimata una disponibilità annua di 221,7 mm, circa 67 km3, che rappresenta il minimo storico dal 1951 a oggi. 

Si tratta di una riduzione di circa il 50% rispetto alla disponibilità annua media di risorsa idrica stimata per l'ultimo trentennio climatologico 1991-2020. L'inverno 2022 è stato caratterizzato da una copertura nevosa esigua rispetto agli ultimi decenni, e che si è fusa velocemente nei mesi primaverili ed estivi a causa delle alte temperature. Nel mese di maggio è stata stimata una superficie inferiore a 5.000 km2, paragonabile a una situazione tipica di fine giugno-luglio.

I ghiacciai alpini a partire dai primi giorni di giugno si sono ritrovati in gran parte scoperti da neve: la fusione glaciale 2022 nel settore nord-occidentale delle Alpi è stata quattro volte più intensa rispetto alla media degli ultimi 20 anni. Nel 2022 non sono mancati eventi meteorologici estremi, l'altra faccia del riscaldamento globale: l'alluvione del 15 settembre nelle Marche, 200 cm di acqua alta a fine novembre 2022 nell'Alto Adriatico, l'alluvione e la frana del 26 novembre a Ischia.

Antonio Giangrande: Antonio Giangrande: Fognature, depuratori, allacci e salassi.

Con questa mia, tratto di un posto, ma è riferito a tutto il territorio pugliese: imposizione dei siti di raccolta e smaltimento delle acque nere, con l’aggravante dello scarico a mare, ed imposizione di salassi per servizi non resi.

Più volte, inascoltato, ho parlato del depuratore-consortile di Manduria-Sava, viciniori alla frazione turistica di Avetrana, con il progetto dello scarico a mare delle acque reflue. L’ho fatto come portavoce dell’associazione “Pro Specchiarica” (zona di recapito della condotta sottomarina di scarico) e come presidente nazionale della “Associazione Contro Tutte le Mafie”. Il progetto sul depuratore e sullo scarico a mare fu avviato da Antonio Calò e proseguito da Francesco Saverio Massaro, Paolo Tommasino, Roberto Massafra. I governatori e le giunte regionali hanno autorizzato i depuratori e gli scarichi a mare, (quindi non solo quello consortile di Manduria-Sava posto a confine al territorio di Avetrana e sulla costa). I vari governatori sono stati Raffaele Fitto del centro destra e Nicola Vendola del centro sinistra. Entrambi gli schieramenti hanno preso per il culo (intercalare efficace) le cittadinanze locali, preferendo fare gli interessi dell’Acquedotto pugliese, loro ente foriero di interessi anche elettorali. Le popolazioni in rivolta, in particolare quelle di Avetrana, sono sobillate e fomentate da quei militanti politici che ad Avetrana hanno raccolto, prima e dopo l’adozione del progetto, i voti per Antonio Calò alle elezioni provinciali e per tutti i manduriani che volevano i voti di Avetrana. Il sindaco Luigi Conte, prima, e il sindaco Mario De Marco, dopo, nulla hanno fatto per fermare un obbrobrio al suo nascere. Conte ha pensato bene, invece, con i soldi pubblici, di avviare una causa contro Fitto per la riforma sanitaria. In più, quelli del centro destra e del centro sinistra, continuavano e continuano ed essere portatori di voti per Raffaele Fitto e per Nicola Vendola, o chi per loro futuri sostituti, e per gli schieramenti che li sostengono. Addirittura Pietro Brigante sostenitore dell’amministrazione Calò nulla ha fatto per rimediare allo scempio. Brigante, nativo di Avetrana e candidato sindaco proprio di Avetrana.

Ma oggi voglio parlare d’altro, sempre in riferimento all’acquedotto pugliese e al problema depurazione delle acque. In generale, però. Giusto per dire: come ci prendono per il culo (intercalare efficace).

Di questo come di tante altre manchevolezze degli ambientalisti petulanti e permalosi si parla nel saggio “Ambientopoli. Ambiente svenduto”. E’ da venti anni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti all’economia ed alla politica. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it.

L’acquedotto Pugliese ha fretta per l’inizio dei lavori del depuratore di Manduria e Sava e della relativa condotta sottomarina. L’ente idrico ricorda che i finanziamenti accordati dalla Regione Puglia per la realizzazione dell’opera già appaltata, sono fruibili entro il 31 dicembre del 2015. Quindi solo di speculazione si tratta: economica per l’AQP; politica per gli amministratori regionali in previsione delle elezioni regionali??

Si parla sempre di Depurazione e scarico in mare. Perché non si parla mai di Fitodepurazione? Perché non fornire agli operatori del settore significativi spunti di riflessione attorno ai vantaggi e alle opportunità reali della fitodepurazione? La fitodepurazione non è solo una tecnica naturale di rimozione degli inquinanti utilizzabile per i reflui di provenienza civile, industriale ed agricola: è, allo stesso tempo, strumento efficace di miglioramento e salvaguardia ambientale. Rappresenta, altresì, una risposta concreta ed economicamente interessante nella gestione delle acque di scarico di derivazione civile ed industriale. Invece no. Nulla si guadagnerebbe!

Ma andiamo avanti. Il Sindaco di Avetrana Mario De Marco con Ordinanza n. 7 del 15 aprile 2014 Prot. n. 2543, impone l’allaccio obbligatorio alla rete fognaria entro luglio 2014. Tutto il paese è nel panico per quanto riguarda le opere di allaccio, tenuto conto che la maggior parte sono vecchie case ed i collegamenti partono dalla parte posteriore delle abitazioni. Migliaia di euro di spesa. Il Sindaco è a posto. I cittadini, no!

Ma la beffa è che, per chi più onesto degli altri è stato pronto a contrarre il servizio, rispetto ad altri più riottosi o addirittura omittenti, dal 1° maggio 2014 gli sono addebitati in bolletta la quota fissa e variabile di fognatura e depurazione, per sé ed anche per i terremotati. Una mazzata. Peccato, però, che l’allaccio non c’è e non si sa quando ci sarà.

Quindi i depuratori si costruiscono con i finanziamenti regionali e il servizio si paga anche se non c’è? Mi chiedo dove si impara a fare impresa in questo modo. Vorrei sapere chi sono i docenti.

Svista, speculazione, o cosa? Ma intanto il sindaco Mario De Marco è a posto con la sua coscienza e la sua responsabilità amministrativa. Così come per il depuratore di Manduria, vale anche per il depuratore di Avetrana.

Imposizione dei siti di raccolta e smaltimento delle acque nere, con l’aggravante dello scarico a mare ed imposizione di salassi per servizi non resi. Spero che questo succeda solo ad Avetrana, perché se succede in tutta la Puglia (e a me risulta di sì), be’ stiamo proprio freschi e salassati!

Dr Antonio Giangrande

Presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie e di Tele Web Italia

Come si butta via l’acqua. Lo spreco di una risorsa naturale essenziale per la vita e lo sviluppo economico.

Diritto alla salute o idolatria naturista? Politica malsana o interessi economici? Disatteso fabbisogno di acqua o inquinamento delle acque superficiali? Tutto questo parlame coinvolge tutti i cittadini, mentre la magistratura sta a guardare…..

«Per secoli si sono sversate in falda sotterranea o nei canali di scolo le acque reflue di origine urbana, quando esse non erano riutilizzate. La natura auto depurava l’insano liquido. Poi con l’industrializzazione sono nati i problemi di inquinamento delle risorse idriche. E sono nati i depuratori ed il business del trattamento delle acque reflue. Oggi è una vergogna solo starne a parlare. Scegliere tra il riuso e lo spreco o l’inquinamento? Solo i mentecatti possono decidere di buttare a mare o in falda una risorsa naturale limitata! Solo i criminali scelgono di inquinare l’ambiente e impedire lo sviluppo economico!»

Questo denuncia il dr Antonio Giangrande, presidente della “Associazione Contro Tutte le Mafie” ed autore del libro “Ambientopoli” pubblicato su Amazon.

Si definisce trattamento delle acque reflue (o depurazione delle acque reflue) il processo di rimozione dei contaminanti da un'acqua reflua di origine urbana o industriale, ovvero di un effluente che è stato contaminato da inquinanti organici e/o inorganici. Le acque reflue non possono essere reimmesse nell'ambiente tal quali poiché i recapiti finali come il terreno, il mare, i fiumi ed i laghi non sono in grado di ricevere una quantità di sostanze inquinanti superiore alla propria capacità autodepurativa. Il trattamento di depurazione dei liquami urbani consiste in una successione di più fasi (o processi) durante i quali, dall'acqua reflua vengono rimosse le sostanze indesiderate, che vengono concentrate sotto forma di fanghi, dando luogo ad un effluente finale di qualità tale da risultare compatibile con la capacità autodepurativa del corpo ricettore (terreno, lago, fiume o mare mediante condotta sottomarina o in battigia) prescelto per lo sversamento, senza che questo ne possa subire danni (ad esempio dal punto di vista dell'ecosistema ad esso afferente). . Il ciclo depurativo è costituito da una combinazione di più processi di natura chimica, fisica e biologica. I fanghi provenienti dal ciclo di depurazione sono spesso contaminati con sostanze tossiche e pertanto devono subire anch'essi una serie di trattamenti necessari a renderli idonei allo smaltimento ad esempio in discariche speciali o al riutilizzo in agricoltura tal quale o previo compostaggio.

Il problema che ci si pone è: la depurazione è effettivamente eseguita? Le acque reflue depurate dove possono essere reimmesse? In grandi vasche o bacini per il riuso in agricoltura od industria, o smaltite inutilizzate in mare o nei fiumi o direttamente in falda? Quale è la valenza economica per tale decisione? Quale conseguenza ci può essere se la depurazione è dichiarata tale, ma non è invece effettuata?

L'acqua di riuso, costa di più dell'acqua primaria, sotterranea o superficiale, per questo è conveniente smaltire ed inquinare il mare o la falda con le acque che i gestori dicono essere depurate. Affermazioni infondate? No! Peggiora lo stato di salute del nostro mare. Imputato numero uno è la «mala depurazione»: 130 i campioni risultati inquinati dalla presenza di scarichi fognari non depurati - uno ogni 57 km di costa - sul totale delle 263 analisi microbiologiche effettuate dal laboratorio mobile di Goletta Verde, storica campagna di Legambiente, in quest'estate. Un dato in aumento rispetto all’anno precedente,quando era risultato inquinato 1 punto ogni 62km.

Su queste basi ultimamente è salita alla ribalta la presa di posizione con relative proteste di alcune località costiere. La popolazione non vuole lo scarico a mare. Ma come sempre nessuno li ascolta.

Ogni estate la bellezza incontaminata del nostro mare è messa a rischio dalla pessima gestione di depuratori e scarichi a mare da parte di istituzioni e amministrazioni pubbliche. Ed il turismo ne paga le conseguenze. E’ da qualche anno ormai che l’inizio della bella stagione ci pone l’inquietante dubbio di quale sarà il tratto di costa a chiazze marroni che dovremo evitare e, quel che è peggio, leggiamo distrattamente delle proteste del comitato di turno, quasi la cosa non riguardasse tutti noi. La situazione è molto delicata e non mette a rischio solo ambiente e salute, ma anche la possibilità di fare del nostro mare il principale volano di sviluppo del territorio. Le maggiori criticità riguardano i comuni di Manduria, Lizzano, Pulsano e il capoluogo Taranto ed è perciò facile capire come la situazione vada letta nel suo insieme, poiché finisce per riguardare tutta la litoranea orientale.

Oggi in Puglia il servizio di depurazione copre il 77% del fabbisogno totale, secondo i dati forniti dal Servizio di tutela delle acque della Regione e contenuti nel Piano di tutela delle acque. Numeri che evidenziano come poco meno di un milione di cittadini pugliesi scarica i propri reflui senza che questi vengano depurati. Sono 187 i depuratori che coprono il servizio su tutto il territorio regionale, ma su cui insistono ancora problemi di funzionamento, criticità e situazioni irrisolte che in alcuni casi rendono inefficace la depurazione dei reflui. Innanzitutto c’è la questione dei 13 impianti che scaricano in falda, con grave rischio di inquinamento delle acque sotterranee. Poi ci sono i depuratori che presentano problemi nel funzionamento e i cui scarichi risultano non conformi, come certificano i dati Arpa relativi al 2012. La causa di queste anomalie deriva dal cattivo funzionamento degli impianti, causato in alcuni casi anche all’ingresso nei depuratori di reflui particolari (scarti dell’industria casearia o olearia, industriali o un apporto eccessivo di acque di pioggia spesso legate alla incapacità dei tessuti urbani di drenare l’acqua). Un problema che riguarda il 39% degli impianti a livello regionale secondo i dati a disposizione dell’Acquedotto pugliese, ma che in alcune province arriva ad oltre l’80%, come nel caso dei depuratori della BAT. La Puglia, inoltre, come si evince dal dossier Mare Monstrum di Legambiente, è la quarta regione a livello nazionale per numero di illeciti legati all’inquinamento del mare riscontrati, con 261 infrazioni, pari al 10,1% sul totale, 328 fra le persone denunciate e arrestate e 156 sequestri.

Le norme violate sono quelle previste dal Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, Norme in materia ambientale e comunque il reato contestato è il getto pericoloso di cose. Ma non tutte le procure della Repubblica si muovono all’unisono.

Avetrana, Pulsano, Lizzano, Nardò, ecc. Il problema, però, come si evince, non è solo pugliese. Il riuso delle acque nessuno lo vuole. Eppure il fabbisogno di acqua cresce. Recentemente, con la crescita della sensibilità ambientale in tutto il pianeta, il tema del riutilizzo delle acque si sta diffondendo sempre più: anche l’Unione Europea si è spesso occupata di riutilizzo delle acque reflue, ma solo recentemente questo tema è entrato nel Piano di Azione volto ad individuare criteri e priorità per il finanziamento di nuovi progetti nel campo della gestione delle risorse idriche. Il riutilizzo in agricoltura delle acque usate è una pratica diffusa in molti paesi e sempre più spesso raccomandata dagli organismi internazionali che promuovono lo sviluppo sostenibile; tra i paesi che hanno la maggior esperienza nel settore è bene ricordare gli Stati Uniti e lo Stato di Israele.

La vicepresidente e assessore all'Assetto del Territorio della Regione Puglia, Angela Barbanente, ha diffuso questa nota sulla questione della depurazione in Puglia. «La mia opinione è che “la politica si manterrà chiacchierona, rincorrendo ora l’uno ora l’altro contestatore” sino a quando, in questo come in altri campi, mancherà di una visione chiara, condivisa, realizzabile. La visione che occorre perseguire, questa sì senza tentennamenti se si hanno a cuore la salvaguardia e il risanamento dell’ambiente, e quindi la salute dei cittadini, dovrebbe innanzitutto prevedere il massimo possibile riutilizzo delle acque depurate in agricoltura o per usi civili. Non è ammissibile, infatti, che nella Puglia sitibonda si butti in mare l’acqua depurata mentre nei paesi nordeuropei ricchi di acque superficiali si adottano ordinariamente reti duali per evitare di sprecare la risorsa! Inoltre, ove possibile e specialmente nelle aree turistiche, si dovrebbe fare ricorso a tecnologie di depurazione naturale quali il lagunaggio o la fitodepurazione.»

Non ha tutti i torti e sentiamo di sposare le sue parole. Nell'ultimo decennio sono state registrate annate particolarmente siccitose con una ridotta disponibilità di risorse idriche tradizionali. Le cause sono dovute in parte ai mutamenti meteo climatici ma anche al crescente peso demografico e turistico, ai maggiori fabbisogni connessi allo sviluppo economico industriale, agricolo (anche se in questi ultimi anni pare affermarsi un'inversione di tendenza complice la crisi economica) e civile. Ciò implica la necessità di avviare cambiamenti radicali nei comportamenti e nelle abitudini di cittadini e aziende finalizzati al risparmio idrico, di reperire nuove fonti di approvvigionamento e al contempo di incentivare in tutte le forme possibili il riuso delle acque depurate. Il riutilizzo delle acque reflue costituisce una fonte di approvvigionamento idrico alternativo ai prelievi da falda, e rappresenta una buona pratica di gestione sostenibile delle acque che consente di fronteggiare lo stato di crisi quali-quantitativa in cui versa la risorsa idrica. Infatti attraverso il riutilizzo si limita il prelievo delle acque sotterranee e superficiali e si riduce la riduzione dell'impatto degli scarichi sui corpi idrici recettori.

Questa lotta di civiltà ci deve coinvolgere tutti, senza tentennamenti ed ipocrisie, fino all’estremo gesto di non votare più i nostri partiti di riferimento con gli amministratori regionali che decidono contro gli interessi della collettività.

E passiamo oltre al fatto che i sindaci ci obbligano a contrarre in termini perentori il servizio di smaltimento delle acque con i gestori locali, che sono anche i gestori dei depuratori. I sindaci si mettono a posto per eventuali screzi legali. I cittadini pagano un oneroso tributo in termini di spese di allaccio e di smaltimento per un servizio che non si sa se e quando si attiverà. Un altro balzello che si dovrebbe invece chiamare “Pizzo”.

Dr Antonio Giangrande

La legge del fiume. Report Rai PUNTATA DEL 03/07/2023

di Luca Chianca

collaborazione Alessia Marzi

La guerra per l'acqua è già iniziata

Per oltre un anno il nostro grande fiume Po ha stretto la cinghia a causa delle mancate piogge. Poi, all'improvviso, sono arrivati i nubifragi che hanno messo in ginocchio il nord Italia. Nel resto del mondo non va meglio. Il cambiamento climatico sta colpendo tutti. Negli Stati Uniti, il Colorado River, uno dei fiumi più importanti al mondo, è sull'orlo del collasso a causa della siccità che lo ha colpito negli ultimi 20 anni. Nessuno sembra capirlo mentre le sue acque vengono contese da ben 6 Stati per continuare a sopravvivere nel bel mezzo di un deserto. Un viaggio esclusivo di Report tra il Nevada, l'Arizona e la California, seguendo il percorso di questo fiume maestoso che ha permesso, nei secoli, di abitare l'ovest più selvaggio.

LA LEGGE DEL FUIME di Luca Chianca collaborazione Alessia Marzi Immagini di Alfredo Farina Montaggio di Giorgio Vallati e Andrea Masella Ricerca immagini di Paola Gottardi

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Sono le 7 del mattino a Summerline, uno dei più caratteristici quartieri residenziali di Las Vegas. Davanti a noi, una pattuglia della polizia molto particolare.

LUCA CHIANCA Mentre i poliziotti tradizionali per risolvere un caso seguono la pista dei soldi, lei segue la pista dell'acqua?

SALVADOR POLANCO GAMEZ – UFFICIALE WATER PATROL - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Sì quando vediamo dell'acqua scorrere lungo la strada la seguiamo per trovare la fonte. LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Questa mattina ha trovato tre fuorilegge, i primi due avevano l'impianto che spruzzava acqua sul marciapiede mentre il terzo aveva due irrigatori rotti. SALVADOR POLANCO GAMEZ – UFFICIALE WATER PATROL - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Il che causa un forte deflusso. E come investigatori per lo spreco d'acqua, pattugliamo la strada chiedendo ai proprietari di riparare il danno, perché non possiamo sprecarla.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Quando Polanco Gamez arriva di fronte la casa responsabile dello spreco, filma la trasgressione, compila il verbale e infila nel terreno delle piccole bandierine gialle vicino all'impianto.

SALVADOR POLANCO GAMEZ – UFFICIALE WATER PATROL - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Contrassegniamo gli irrigatori in modo che il proprietario della casa possa sapere quali sono rotti.

SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Come si è arrivati allo stato di polizia dell'acqua? In seguito ad una crisi idrica. Un secolo fa, sette Stati si sono messi d'accordo per sfruttare le risorse idriche del fiume Colorado. 10 miliardi di metri cubi d'acqua l'anno ai quattro Paesi del nord del bacino, altrettanti a quelli del Sud, pensavano che fossero risorse inesauribili. Hanno sbagliato i calcoli. La scorsa estate, in seguito ad un periodo di siccità, c'è stata una crisi idrica e il livello dell'acqua del lago Mead e quello del lago Powell, che sono due bacini creati dall'uomo, è sceso a livelli da allarmare. Perché? Perché le turbine idroelettriche rischiavano di non pescare più l'acqua e non generare più corrente. Si è allarmato il governo federale e il Dipartimento dell'Interno ha intimato agli Stati di trovare un accordo. Nevada, California e Arizona hanno trovato un accordo per sottrarre meno acqua al fiume e il dipartimento dell'Interno ha stanziato 1miliardo e duecento milioni di dollari alle città e distretti idrici e alle tribù native per compensarli del minor uso di acqua. Ecco, però questo è un accordo che, diciamo temporaneo, arriva fino al 2026. Ha consentito a città come Phoenix e Los Angeles di poter continuare a rifornirsi di acqua. Ma dopo il 2026 cosa accadrà? Quello che sta avvenendo intorno al fiume Colorado è un piccolo esempio di quello che potrebbe accadere a livello mondiale. Il nostro Luca Chianca

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Città del peccato per molti, del vizio per altri, Las Vegas è sicuramente la capitale mondiale del gioco d'azzardo. Si trova nel bel mezzo del deserto del Mojave, anche se al centro della città la mancanza d'acqua non sembra proprio un problema. Poco distante dalla fontana del Bellagio, al secondo piano dell’albergo The Venetian c’è persino il gondoliere. Eppure, nulla sarebbe possibile senza questo enorme sbarramento che blocca le acque del Colorado River, dando vita al lago Mead, il più grande bacino artificiale di tutti gli Stati Uniti.

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 Il 90% dell'acqua di Las Vegas proviene dal lago Mead.

LUCA CHIANCA Senza questo lago Las Vegas muore?

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 Sì.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La diga di Hoover viene inaugurata nel lontano 1935, dopo soli 4 anni di lavori. Sono gli anni della grande depressione, ma l’american dream spinge i suoi abitanti alla conquista di nuovi territori verso l’ovest, nel bel mezzo del deserto.

MACK BRONSON - RAPPRESENTANTE RELAZIONI ESTERNE - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Cento anni fa, il governo federale convinse gli americani a venire in questi territori dell'ovest, California, Nevada e Arizona e l'intero fiume Colorado è diventato la linfa vitale di tutti coloro che vivono nel sud-ovest degli Stati Uniti.

LUCA CHIANCA L'acqua è connessa all'economia di questo posto?

MACK BRONSON - RAPPRESENTANTE RELAZIONI ESTERNE - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Senza acqua, qui non potresti avere nessuna economia, non ci sarebbero affari.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Oggi in questa vasta area tra il Nevada, l'Arizona e la California ci sono 40 milioni di abitanti che dipendono dall'acqua di questo fiume, il Colorado river che partendo dalle montagne rocciose scorre per oltre 2000 km, attraversando ben 5 Stati compreso il Messico. Nel corso dei millenni ha scolpito uno dei luoghi più affascinanti degli Stati Uniti, il gran Canyon. Oggi però questo grande fiume è sull'orlo del collasso a causa della siccità che lo ha colpito negli ultimi 20 anni al punto che a Las Vegas il comune finanzia la rimozione dell'erba dai giardini condominiali.

MACK BRONSON - RAPPRESENTANTE RELAZIONI ESTERNE - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Questa zona era completamente ricoperta di erba. L'erba è stata rimossa e ora stiamo realizzando un paesaggio efficiente dal punto di vista idrico. Che ci consentirà di risparmiare 4 milioni di litri d'acqua.

LUCA CHIANCA Ci mettete delle rocce al posto dell'erba?

MACK BRONSON - RAPPRESENTANTE RELAZIONI ESTERNE - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Sì e metteremo anche piante grasse che hanno bisogno di poca acqua e dell'erba artificiale.

LUCA CHIANCA Anche al centro di Las Vegas c’è l’erba di plastica ovunque e costretti dalla siccità depurano anche l’acqua che usano nelle abitazioni private, rimettendone ben un miliardo di litri al giorno dentro al Lago Mead attraverso questo canale.

LUCA CHIANCA Va bene l'uso corretto ma l'acqua è sempre meno e nel futuro sarà ancora di meno, come farete?

MACK BRONSON - RAPPRESENTANTE RELAZIONI ESTERNE - DISTRETTO IDRICO LAS VEGAS VALLEY Finché tutti conservano, avremo acqua per continuare a vedere la crescita.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO L’ossessione per la crescita però si scontra oggettivamente con la realtà. Nel lago Mead sono i segni bianchi sulla roccia a fissare l’asticella del pericolo del fenomeno siccitoso che ha colpito il Colorado River negli ultimi 20 anni.

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 L'acqua arrivava lì, vedi quel cespuglio, proprio lì? Arrivava lì.

LUCA CHIANCA Fino qui?

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 Sì tutto questo era sott'acqua. Tutte quelle isole che vedi erano sott'acqua.

LUCA CHIANCA È una situazione drammatica!

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 È molto drammatico, un chiaro esempio del cambiamento climatico e di come si sta manifestando.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Pat Mulroy ha guidato per 25 anni le politiche di gestione dell'acqua a Las Vegas. Nel '91 era già arrivata al punto di chiedere di fermare la costruzione di nuove case.

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 La politica aveva promesso ai costruttori più acqua di quella che c'era. Ma grazie al mio intervento abbiamo creato un’agenzia regionale che ottimizza le reali risorse a disposizione.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Dopo 25 anni dalla nascita dell'agenzia dell'acqua però si continua a costruire incessantemente in mezzo al deserto. Basta spostarci più a nord, a St. George nello Utah, per vedere nascere nuovi quartieri residenziali con al centro un'enorme piscina, utilizzando l'acqua del Virgin River, un affluente del Colorado.

RYAN COATES - DIRETTORE GWC CAPITAL - QUARTIERE DESERT COLOR - ST. GEORGE (UTAH) Il nostro primo residente si è trasferito qui nel 2019. Il bel clima, che abbiamo qui, ha attirato molte persone a St George o nello Utah in generale.

LUCA CHIANCA Oggi noi sappiamo molte cose sul cambiamento climatico. Per questa ragione è veramente difficile capire perché si continuano a costruire nuovi quartieri in mezzo al deserto.

ZACH RENSTROM - DIRETTORE GENERALE DISTRETTO IDRICO DI WASHINGTON (UTAH) Se tu vivessi qui capiresti. Io amo vivere nel deserto. Amo l'odore del deserto. E molte delle persone che vengono a trovarci, poi non tornano più a casa.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Zach Renstrom è il referente di contea per l’autorità dello Utah che qui si occupa dell’uso delle risorse idriche che fanno parte del bacino del Colorado river.

ZACH RENSTROM - DIRETTORE GENERALE DISTRETTO IDRICO DI WASHINGTON (UTAH) Nello stato dello Utah, siamo stati molto, molto bravi nell'utilizzo della nostra acqua. E così pensiamo di poterne usare ancora, mentre altri Stati hanno utilizzato più dell’acqua promessa, sono loro a dover apportare modifiche.

LUCA CHIANCA Lei fa riferimento all'uso che ne fa la California?

ZACH RENSTROM - DIRETTORE GENERALE DISTRETTO IDRICO DI WASHINGTON (UTAH) La California potrebbe fare un lavoro migliore, proprio come lo facciamo nello Utah.

LUCA CHIANCA Cosa ne pensa dello sviluppo di nuove aree residenziali a St. George, nello Utah?

TINA SHIELDS - MANAGER DISTRETTO IDRICO DI IMPERIAL (CALIFORNIA) Quelle aree hanno molti più rischi perché hanno scelto di costruire in zone che non hanno forti diritti idrici.

LUCA CHIANCA Quindi non dovrebbero costruire nuovi insediamenti?

TINA SHIELDS - MANAGER DISTRETTO IDRICO DI IMPERIAL (CALIFORNIA) Non ho detto questo, ma devi trovare un nuovo modo per farlo. Niente cantieri grandi e sicuramente piscine più piccole.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Difficile metterli d’accordo. Perché a seguito dei patti sottoscritti 100 anni fa, tra tutti gli Stati che sfruttano il Colorado, alla California va il più grande quantitativo d’acqua. Solo nella zona dell'Imperial Irrigation District, una delle zone agricole più produttive di tutti gli Stati Uniti al confine con il Messico, si usa 10 volte l'acqua utilizzata dall'intero Stato del Nevada.

TINA SHIELDS - MANAGER DISTRETTO IDRICO DI IMPERIAL (CALIFORNIA) Questo distretto agricolo è stato istituito 100 anni fa dai contadini. Il Nevada ha città nuove, nate dopo e quindi i loro diritti sull'acqua sono inferiori.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Quest'area della California era completamente desertica, e dove non sono riusciti a portare l'acqua lo è ancora, con tanto di tempeste di sabbia lungo le strade. Qui l'acqua del Colorado ce l'hanno portata con l'all-american canal, il più grande canale d'irrigazione al mondo lungo 123 km che ha reso fertile e abitabile questa terra.

LUCA CHIANCA Senza il Colorado river questa zona sarebbe solo un deserto.

TINA SHIELDS - MANAGER DISTRETTO IDRICO DI IMPERIAL (CALIFORNIA) Qui c’è anche un problema di sicurezza alimentare, non solo quello di avere una nuova casa con acqua, servizi igienici e docce, ma anche la possibilità di mangiare. Noi coltiviamo cibo per tutti.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Secondo Tina Shields l'Imperial Irrigation District, dà da mangiare al resto del paese. Sul territorio coltivano un po' di tutto ma sicuramente la fa da padrona l'erba medica per il foraggio del bestiame, che qui si trova in grandi quantità in questi allevamenti intensivi. Un settore che ha bisogno di milioni di litri d'acqua per produrre.

LUCA CHIANCA Come giudica la posizione della California?

PAT MULROY - DIRETTRICE GENERALE AUTORITÀ IDRICA SUD NEVADA 1991 - 2014 Sa di avere più diritti sulla carta, ma a chi importa se alla fine non c’è più acqua? I tuoi diritti li puoi incorniciare e appendere al muro. Se sei realista o fai parte della soluzione o giocherai alla roulette russa con tutti i colpi in canna.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO E dei limiti del sistema creato nell'Imperial Irrigation district ne è consapevole anche Bart Fisher un agricoltore californiano di Blythe, città al confine con l'Arizona.

BART FISHER – PROPRIETARIO AZIENDA AGRICOLA FISHER RANCH - BLYTHE (CALIFORNIA) Qui il fiume si trova a 10 km, mentre l'Imperial Valley è a 100 km, molto lontano dal Colorado. L'acqua che noi usiamo ritorna attraverso la falda al fiume, nell'Imperial Valley no, quando dai l'acqua in quel territorio si perde per sempre.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Come si perde buona parte dell'acqua del Colorado portata da questo canale nelle campagne a sud di Phoenix in Arizona in mezzo a questo deserto fatto di enormi cactus.

JACE MILLER – PROPRIETARIO AZIENDA AGRICOLA TRIPLE M FARMS - CASA GRANDE (ARIZONA) La gente dice: perché coltivi in un deserto? Beh, perché è il posto migliore per i raccolti c'è sempre il sole e fa molto caldo.

LUCA CHIANCA Sì, però nel deserto hai bisogno di una grande quantità di acqua.

JACE MILLER – PROPRIETARIO AZIENDA AGRICOLA TRIPLE M FARMS - CASA GRANDE (ARIZONA) Ma qui in Arizona la mia famiglia coltiva da oltre 100 anni.

 LUCA CHIANCA Capisco ma c'è anche il cambiamento climatico, 100 anni fa questo problema non c'era

JACE MILLER – PROPRIETARIO AZIENDA AGRICOLA TRIPLE M FARMS - CASA GRANDE (ARIZONA) Il clima è sempre cambiato.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La famiglia di Jace è alla quinta generazione in Arizona e anche qui, come in California, la maggior parte delle sue piantagioni è di erba medica, l'erba che consuma milioni di litri d'acqua per essere coltivata.

JACE MILLER – PROPRIETARIO AZIENDA AGRICOLA TRIPLE M FARMS - CASA GRANDE (ARIZONA) Questa è la mia erba medica che in 30 giorni sarà alta quasi un metro.

LUCA CHIANCA la California chiede che vi sia tagliata più acqua di quello che già prendete perché siete arrivati ultimi.

JACE MILLER – PROPRIETARIO AZIENDA AGRICOLA TRIPLE M FARMS - CASA GRANDE (ARIZONA) Ci sono altri sette stati in totale che usano l'acqua del Colorado e l'Arizona ha già subito il maggior numero di tagli. La California neanche uno.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO La perdita d'acqua si traduce in un conflitto permanente tra gli Stati che usano l'acqua del grande fiume. Ognuno difende il proprio territorio, in base a patti siglati ben 100 anni fa, da cui però i nativi, quelli che il fiume lo hanno conservato per migliaia di anni, sono stati esclusi.

NORA MC DOWELL – MEMBRO DELLA COMUNITÀ NATIVI AMERICANI - FORT MOJAVE (ARIZONA) Quei patti si rivolgevano solo ai bisogni degli Stati perché allora noi non avevamo diritti come popolo e quindi non potevamo avere voce in capitolo su ciò che stavano facendo all'acqua della nostra terra.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Nora McDowell è stata per più di 25 anni la presidentessa della tribù Fort Mojave, in Arizona. Il popolo del fiume, come ama definirlo, anche se per anni è stato tagliato fuori dagli accordi

NORA MC DOWELL – MEMBRO DELLA COMUNITÀ NATIVI AMERICANI - FORT MOJAVE (ARIZONA) Per uso agricolo prendiamo l'acqua direttamente dal fiume LUCA CHIANCA È fredda!

NORA MC DOWELL – MEMBRO DELLA COMUNITÀ NATIVI AMERICANI - FORT MOJAVE (ARIZONA) Sì, è fredda.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Il fiume in questa zona nel corso degli anni ha cambiato completamente aspetto.

NORA MC DOWELL – MEMBRO DELLA COMUNITÀ NATIVI AMERICANI - FORT MOJAVE (ARIZONA) C'erano isole e insenature, ed è lì che viveva la nostra gente e durante l'inverno andavamo a vivere sulle montagne intorno perché il fiume si alzava.

LUCA CHIANCA Ma qui dove siamo adesso?

NORA MC DOWELL – MEMBRO DELLA COMUNITÀ NATIVI AMERICANI - FORT MOJAVE (ARIZONA) Sì, c'era tutta acqua. Poi quando hanno creato la diga di Hoover è cambiato tutto. È arrivata la colonizzazione hanno trattato il fiume come una proprietà. E si sono dimenticati di noi.

LUCA CHIANCA Che cosa rappresenta per la vostra comunità il fiume?

NORA MC DOWELL – MEMBRO DELLA COMUNITÀ NATIVI AMERICANI - FORT MOJAVE (ARIZONA) È la nostra vita. È uno spirito vivente. È proprio come te e me.

LUCA CHIANCA FUORI CAMPO Quest'anno, per fortuna, è scesa in po' di neve sulle montagne rocciose, che ha ridato ossigeno al grande fiume, ma il trend negli ultimi 20 anni parla chiaramente di un bacino in difficoltà cronica

JOHN FLECK - AUTORE LIBRO “IGNORARE LA SCIENZA HA PROSCIUGATO IL FIUME COLORADO” - UNIVERSITÀ DEL NEW MEXICO Sì, possiamo immaginare che se le tendenze continuano, potremmo vedere il punto di non ritorno tra tre anni. LUCA CHIANCA Tre anni?

JOHN FLECK - AUTORE LIBRO “IGNORARE LA SCIENZA HA PROSCIUGATO IL FIUME COLORADO” - UNIVERSITÀ DEL NEW MEXICO Potremmo.

LUCA CHIANCA È un tempo molto piccolo!

JOHN FLECK - AUTORE LIBRO “IGNORARE LA SCIENZA HA PROSCIUGATO IL FIUME COLORADO” - UNIVERSITÀ DEL NEW MEXICO Sì.

LUCA CHIANCA Sarebbe la fine?

JOHN FLECK - AUTORE LIBRO “IGNORARE LA SCIENZA HA PROSCIUGATO IL FIUME COLORADO” - UNIVERSITÀ DEL NEW MEXICO No, le città non scomparirebbero del tutto, ma sarebbero radicalmente diverse con meno acqua.

LUCA CHIANCA Come andrà a finire questa battaglia tra i 7 stati?

JOHN FLECK - AUTORE LIBRO “IGNORARE LA SCIENZA HA PROSCIUGATO IL FIUME COLORADO” - UNIVERSITÀ DEL NEW MEXICO Se tutti continuano a pensare che sono sempre gli altri a doversi sacrificare il sistema crolla. Dobbiamo iniziare a condividere l'onere del cambiamento climatico riducendo tutti l'uso dell'acqua di questo fiume altrimenti sarà un disastro. SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO Il livello del lago Mead è sceso negli ultimi due decenni di 45 metri e vicino a quel punto di non ritorno, il deadpool, che significa che non si potrà più pompare acqua verso il Sud. Ci sono stati, come la California, che chiedono ad altri di risparmiare come l'Arizona, e di applicare la famosa legge del 1922. La legge del fiume è un insieme di provvedimenti di decreti giudiziari e di contratti che regolamenta lo sfruttamento del fiume e l'approvvigionamento, lo sfruttamento delle risorse idriche per servire 40 milioni di persone, tanti sono. è stato spinto oltre ogni limite. Gli amministratori più previdenti hanno cominciato a cambiare il volto alle proprie città, cercando di ottimizzare l'utilizzo dell'acqua. Ma per incidere più fortemente bisognerebbe agire sul distretto agricolo, dove vengono consumati milioni milioni e milioni di litri d'acqua per coltivare l'erba medica, per esempio, che è il cibo per il bestiame. Oppure incidere anche su quei costruttori famelici che continuano a sfornare ville con piscina in pieno deserto per riportare il livello del Colorado a quello che era una volta, occorrerebbero sei anni di inverni piovosi. Se questo non accadrà dopo il 2026, cosa succederà?

Quanta acqua sprechiamo mentre l'Onu dice al mondo intero di non farlo. Il 42% di quella che corre nella nostra rete non viene utilizzata perché si perde: quanta acqua sprechiamo anche in barba all'allarme Onu. Giampiero Casoni su Notizie.it il 22 Marzo 2023

 Più di centomila litri al secondo, ecco quanta acqua sprechiamo in Italia mentre l’Onu dice al mondo intero di non farlo perché l’emergenza siccità fa il paio con la disparità vorace delle risorse idriche. Esiste questo paradosso amaro della dispersione idrica in Italia che fa letteralmente a cazzotti con l’allarme mondiale sulla riduzione degli sprechi. Partiamo da un dato fornito oggi che è giornata totem sul tema: con l’acqua che in Italia abbiamo disperso nel 2022 43 milioni di persone ci avrebbero tirato avanti per 12 mesi.

Colpa solo della siccità oppure c’è altro?

Colpa solo della siccità che si sta riaffacciando specie al nord? Assolutamente no: una rete idrica marcia, un tasso di dispersione superiore al 40% ed il solito scaricabarile di responsabilità fra enti locali e distribuzione sono alla base di un fenomeno tutto nostro, visto che siamo i primi in Europa per consumi. L’Onu in queste ore ed in occasione della Giornata mondiale dell’acqua ha diffuso un report in cui mette l’evidenza come la carenza di acqua sta peggiorando con l’imminente rischio di una crisi globale. Per il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres il mondo sta “ciecamente camminando su una strada pericolosa con l’insostenibile uso di acqua, l’inquinamento e il surriscaldamento climatico che stanno drenando la linfa vitale dell’umanità”.

Quanta acqua sprechiamo in barba all’Onu

Ecco, e alla luce di questo allarme in Italia come siamo messi? Ne sprechiamo tantissima, troppa in un momento nel quale sulla terra due miliardi di persone non hanno l’accesso ad acqua potabile sicura mentre 3,6 miliardi non lo hanno a servizi sanitari affidabili. “La scarsità di acqua sta diventando endemica”. L’uso di acqua è aumentato a livello globale di circa l’1% ogni anno negli ultimi 40 anni e dovrebbe mantenere tassi di crescita simili fino al 2050. Da noi invece sprechiamo 104.000 litri di acqua al secondo. Conti alla mano sono 9 miliardi di litri al giorno per un 42% dell’acqua che scorre lungo i 500.000 km di rete di acquedotti. Il primo dato dunque è che l’Onu ha detto molto ma non tutto: il problema idrico non è solo terzomondista per chi non vi ha accesso ma anche primomondista per chi ce l’ha e la butta via.

Accesso razionato e rete idrica disastrosa

Tanto via che in Italia almeno una volta all’anno milioni di famiglie sono costrette a far fronte ad un accesso razionato all’acqua. Il Cnr è stato ancora più chiaro: il 70% della Sicilia è già a rischio desertificazione e con esso un quinto dell’intero territorio italiano. Cosa ci penalizza e finisce poi per andare a fare anche massa critica sul caro bollette? Codacons parla dei i dati “disastrosi della rete idrica colabrodo”. E Nelle regioni del Sud la rete disperde circa il 47% contro il 31% del Nord-Ovest. Quanto investiamo nel settore idrico? 56 euro annui per abitante, in crescita del 17% dal 2019 e del 70% dal 2012. È tanto? No, in rapporto ai risultati è zero.

La missione di Pechino. “C’è acqua sulla Luna, miliardi di tonnellate”: la conferma dalla sonda cinese. Antonio Lamorte su Il Riformista il 28 Marzo 2023