Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ITALIA ALLO SPECCHIO

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

ANNO 2023

IL GOVERNO

QUINTA PARTE


 

DI ANTONIO GIANGRANDE


 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO


 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2023, consequenziale a quello del 2022. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.


 

IL GOVERNO


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.


 

L’AMMINISTRAZIONE


 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

IL COGLIONAVIRUS.

SANITA’: ROBA NOSTRA. UN’INCHIESTA DA NON FARE. I MARCUCCI.


 

L’ACCOGLIENZA


 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.


 

GLI STATISTI


 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.


 

I PARTITI


 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.


 

LA GIUSTIZIA


 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

BOLOGNA: UNA STRAGE PARTIGIANA.


 

LA MAFIOSITA’


 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.


 

LA CULTURA ED I MEDIA


 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.


 

LO SPETTACOLO E LO SPORT


 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.


 

LA SOCIETA’


 

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

ELISABETTA E LA CORTE DEGLI SCANDALI.

MEGLIO UN GIORNO DA LEONI O CENTO DA AGNELLI?


 

L’AMBIENTE


 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.


 

IL TERRITORIO


 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE E LA VAL D’AOSTA.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA SARDEGNA.

SOLITE MARCHE.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.


 

LE RELIGIONI


 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.


 

FEMMINE E LGBTI


 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.


 


 

IL GOVERNO

INDICE PRIMA PARTE


 


 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

LA POVERTA’

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE. (Ho scritto un saggio dedicato)

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Storia d’Italia.


 

INDICE SECONDA PARTE


 

LA SOLITA ITALIOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

L’Italianità.

Gli Antifascisti.

Italiani scommettitori.

Italioti Retrogradi.

Gli Arraffoni.


 

INDICE TERZA PARTE


 

SOLITA LADRONIA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Italioti corrotti e corruttori.

La Questione Morale.

Tangentopoli Italiana.

Tangentopoli Europea.


 

INDICE QUARTA PARTE


 

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’. (Ho scritto un saggio dedicato)

Il Potere.

La Geopolitica.

Nazi-fascismo e Comunismo: Economia pianificata.

I Conservatori.

Il Capitalismo.

Il Sovranismo.

Il Riformismo.

I Liberali.

I Popolari.

L’Opinionismo.

Il Populismo.

Il Complottismo.

Politica e magistratura, uno scontro lungo 30 anni.

Una Costituzione Catto-Comunista.

Democrazia: La Dittatura delle minoranze.

Democrazia: Il potere oscuro ed occulto. I Burocrati. Il Partito dello Stato: Deep State e Spoils system

Il Presidenzialismo.

L’astensionismo.

I Brogli.

Lo Stato di Emergenza.

Quelli che…la Prima Repubblica.

Quelli che…la Seconda Repubblica.

Trasformisti e Voltagabbana.

Le Commissioni Parlamentari.

La Credibilità.

I Sondaggisti.

Il finanziamento pubblico.

I redditi dei politici.

I Privilegiati.

I Portavoce.

Servi di…

Un Popolo di Spie.


 

INDICE QUINTA PARTE


 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Resistenza Morale.

Gli Appalti Pubblici.

La Normativa Antimafia.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Impuniti.

Ignoranti e Magistrati.

ESAME DI AVVOCATO. LOBBY FORENSE, ABILITAZIONE TRUCCATA. (Ho scritto un saggio dedicato)

Ignoranti ed avvocati.  

SOLITO SPRECOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Sprechi Vari.

Le Multe UE.

Le Auto: blu e grigie.

Le Regioni.

L’Alitalia.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

L’Oro.

La Ricchezza.

I Ricconi alle nostre spalle.

I Bonus.

La Partita Iva.

Quelli che…Evasori Fiscali: Il Pizzo di Stato.

Il POS.

Il Patto di Stabilità.

Il MES.

Il PNRR.

Il ricatto del gas.

La Telefonia.

Bancopoli.
 


 

IL GOVERNO

QUINTA PARTE


 

SOLITA APPALTOPOLI. (Ho scritto un saggio dedicato)

La Resistenza.

Il Nuovo codice degli appalti.

La Resistenza.

Estratto dell’articolo di Edoardo Izzo per lastampa.it il 18 aprile 2023.

Trentanove indagati, 24 misure cautelari di cui 12 a carico di militari dell'Aeronautica. È la maxi operazione della procura di Velletri che ipotizza un giro di tangenti per un volume d'affari in relazione ad appalti per infrastrutture della forza armata del valore complessivo di circa 3 milioni di euro. 

Ad eseguire le misure cautelari i militari del comando compagnia carabinieri - polizia Militare A.M. - di Roma Ciampino che, questa mattina, si sono recati nelle province di Roma, Napoli, Caserta, Latina, Viterbo, Grosseto, Chieti e Ravenna per notificare la misura degli arresti nei confronti di 14 persone, 10 ordinanze di applicazione dell'obbligo di dimora e la notifica di ulteriori 15 avvisi di conclusione delle indagini preliminari ad altrettanti indagati. I destinatari delle misure, nel particolare, sono 12 militari dell'Aeronautica e 12 civili, titolari e dipendenti, di ditte operanti nel settore edile.

Con il provvedimento sono stati riconosciuti gravi indizi di colpevolezza a carico dei 39, indagati a vario titolo, per le ipotesi di turbata libertà degli incanti, frode nelle pubbliche forniture, corruzione per l’esercizio della funzione e falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, condotte commesse a Ciampino, Pratica di Mare, Vigna di Valle, Furbara, in provincia di Roma; Montecastrilli (TR), Borgo Piave (LT), Grazzanise (CE) e Somma Vesuviana (NA), nel periodo intercorso tra il mese di maggio 2017 ed il mese di gennaio 2021. 

L'esecuzione dell'ordinanza costituisce l'epilogo di una complessa attività investigativa che trae origine da una delega della procura di Velletri, tesa a verificare la condotta illecita di due militari, entrambi effettivi all'epoca dei fatti al 2° Reparto Genio A.M. di Ciampino (RM) e proprietari di una società edile privata, con quote di capitale pari all'85% e al 15%, con sede nel comune di Ciampino e attiva nel campo immobiliare (compravendita, permuta, ristrutturazione, costruzione, locazione, affitto, manutenzione di immobili).

I due, con incarichi di responsabilità nella gestione degli appalti per opere infrastrutturali della forza armata operavano, talvolta, anche quali delegati ad assumere l'incarico di direttore dei lavori e/o responsabile di cantiere. Gli accertamenti finanziari svolti sul conto degli stessi hanno permesso di stabilire come, tra uno dei due militari ed alcuni titolari di ditte edili legate da vincoli contrattuali con la forza armata, emergessero singolarità riguardo diversi movimenti di denaro meritevoli di ulteriori approfondimenti. 

L'attività investigativa conseguente ha indotto gli investigatori a monitorare altresì complessivi 49 appalti pertinenti a lavori in basi militari dell'Aeronautica, dislocate nelle regioni Lazio e Campania […] 

L'Aeronautica Militare al tempo, dopo le prime evidenze investigative e l'esecuzione dei primi atti, attraverso il Ca. S.M.A. protempore, avviava una propria inchiesta amministrativa interna nel periodo monitorato - dal maggio 2017 a gennaio 2021 - confluita nell'odierna documentazione probatoria, che confermava le irregolarità emerse in ordine alle citate procedure di assegnazione degli appalti.

Estratto dell’articolo di Luigi Ferrarella per corriere.it il 14 aprile 2023.

Lo scambio al casello dell’autostrada tra l’indagato e il suo inquirente: terza tranche di una tangente di 50.000 euro in contanti al maresciallo della Guardia di Finanza, in cambio del fatto che l’investigatore, in quel momento al servizio della Procura di Milano in una indagine su una grossa frode fiscale Iva, tenesse fuori dall’inchiesta le figlie dell’imprenditore e ridimensionasse gli elementi a carico dell’industriale facendo sì che nell’informativa al pm non gli venisse contestata anche l’associazione a delinquere.

[...] solo adesso che una condanna a 5 anni e a mezzo milione di confisca disvela l’arresto del 22 giugno scorso. E solo perché i 38 indagati della frode fiscale multimilionaria, nel ricevere dalla gip milanese Anna Magelli la proroga delle indagini, leggono tra i motivi anche l’esigenza di «verificare completezza e correttezza delle indagini compendiate nell’annotazione GdF 26 aprile 2022, dal momento che a seguito dell’arresto del maresciallo Nicola Costanzo, uno dei redattori dell’informativa finale, è emersa un’attività tesa a inquinare le risultanze probatorie».

[...] in un’altra Procura, Brescia, dove i pm Claudia Moregola e Paolo Savio stavano interessandosi ai contatti tra l’imprenditore Giuseppe Bellini (uno dei 38 indagati del pm milanese Maurizio Ascione) e appunto il maresciallo della GdF di Gorgonzola che indagava su Bellini.

Pedinamento e intercettazioni fanno comprendere ai pm di Brescia come il finanziere si sia accordato per due rate da 15.000 euro già consegnate, e per una tranche finale da 20.000 euro, a fronte delle quali l’imprenditore «comprava» comunque l’impegno futuro dell’investigatore a non denunciare anche le due figlie; a risparmiargli nell’informativa al pm l’imputazione di associazione a delinquere; e anzi a contestargli gli addebiti fiscali in un modo da lasciare spazio alla sua difesa tecnica. [….]

 L’ufficio milanese della Procura europea antifrode (i pm Sergio Spadaro, Gaetano Ruta, Giordano Baggio) muta l’accusa in «corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio»: reato per il quale alla vigilia di Pasqua il Tribunale di Brescia condanna il finanziere in rito abbreviato (dunque già con la riduzione di un terzo) a 5 anni di reclusione, e alla confisca non solo dei 50.000 euro “prezzo” del reato, ma anche di beni stimati 473.000 euro, ritenendoli sproporzionati ai suoi redditi legali. [...]

Estratto dell'articolo di Ilaria Sacchettoni per corriere.it il 14 febbraio 2023.

Sei patteggiamenti e la richiesta di un giudizio abbreviato per Giovanna Boda. Più un rinvio al 30 maggio per altri 9 imputati. Si conclude così con una decisione del gup l’inchiesta che svelò un giro di tangenti al ministero dell’Istruzione.

 Giovanna Boda, la dirigente pubblica che il 14 aprile 2021, all’apice dello sconforto, si gettò dal terzo piano per l’imbarazzo di alcune rivelazioni quali l’inchiesta per corruzione che la vedeva coinvolta, ora è una signora alle prese con grossi problemi di salute […]

 Accusata di aver sottomesso «la propria funzione e i suoi poteri» all’imprenditore Federico Bianchi di Castelbianco, ex presidente della agenzia «Dire» per denaro — 3 milioni 200mila euro circa — è stata ammessa al processo con rito abbreviato.

Secondo il capo d’imputazione favorì Bianchi in più occasioni: assegnandogli appalti frazionati («al fine di rimanere sotto soglia»); anticipandogli (via sms) «la bozza del bando per il finanziamento di progetti scolastici per il contrasto alla povertà educativa»; intervenendo su una funzionaria affinché lo aggiornasse con una serie di informazioni a lui utili.

L’inchiesta del pm Carlo Villani, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo, ha coinvolto altre 13 persone fra imprenditori e collaboratori della dirigente. […]

Estratto dell'articolo di Giulio De Santis per il “Corriere della Sera – ed. Roma” l’1 febbraio 2023.

Novecento euro di rimborso ottenuto dal ministero degli Esteri per un buffet all’ambasciata italiana in Ecuador. È quanto chiesto dall’ex ambasciatore Filippo Marco Tornetta, 67 anni, con fattura. Falsa. Almeno secondo l’accusa, in quanto come fornitrice del servizio mirato alla preparazione dei pasti nella documentazione è indicata una società specializzata nel ramo delle pulizie.

 Il rilievo è contenuto nei capi d’imputazione contestati all’ex diplomatico, che ora ha patteggiato una pena di due anni per truffa e peculato. Contestazione quest’ultima avanzata per aver dichiarato di aver rottamato un’Alfa Romeo di proprietà del ministero degli Esteri, quando, in realtà, l’ambasciatore l’auto l’ha ceduta al prezzo di 2.654 euro intascando i soldi della vendita. [...] Le irregolarità risalgono invece al biennio 2019-2020.

Lungo l’elenco dei rimborsi per circa 22mila euro ottenuti per spese mai sostenute.

Denaro inviato da Roma per promuovere l’immagine del nostro Paese in Ecuador. Le fatture false riguardano soprattutto banchetti che non si sarebbero mai svolti. Nella nostra sede diplomatica a Quito si sarebbe tenuto un «catering personalizado en eventos embajada d’Italia» contabilizzato sul libro cassa al costo di 787 euro. A organizzarlo la società Mas Rapida, come scritto da Tornetta. [...]

 Il rimborso più dispendioso chiesto (e ottenuto) da Tornetta è stato di 11mila euro per un buffet a nome dell’ambasciata italiana allo Swiss Hotel di Quito. L’evento, come accertato dagli inquirenti, però non si è mai svolto. Un altro capo d’imputazione concerne l’accensione da parte di Tornetta - difeso dall’avvocato Cataldo Intrieri - di un conto corrente al Banco Solidario a Quito che il diplomatico ha fittiziamente intestato all’ambasciata.

Scopo dell’operazione: accreditare sul conto circa 12mila euro, che poi l’ambasciatore ha prelevato giustificando le riscossioni per eventi svolti in Ecuador. Il patteggiamento di ieri segue la condanna davanti alla Corte dei Conti, che ha stabilito un risarcimento di 16mila euro per il danno erariale legato alle spese ingiustificate dell’ex ambasciatore in Ecuador

Tangenti, l'architetto che ha detto no a un milione di euro e ha denunciato i corrotti. Andrea Priante su Il Corriere della Sera il 25 gennaio 2023.

L’architetto veneziano è «l’eroe» che si è ribellato al sistema: «Non mi lasciavano altra scelta che vendere i miei terreni a chi volevano loro. Ma io ho registrato tutto di nascosto»

«Ero esterrefatto dalle richieste fattemi dal primo cittadino». E il motivo è evidente: il sindaco Fragomeni e la banda di intrallazzatori che lo circondava «stavano in qualche maniera coartando la mia volontà». È l’ottobre del 2019 quando un architetto veneziano si presenta dai carabinieri e usa queste parole per denunciare la richiesta di una tangente che gli era arrivata dall’allora primo cittadino di Santa Maria di Sala, Nicola Fragomeni, e dal consigliere comunale Ugo Zamengo. 

La «resistenza  morale»

Per il gip di Venezia ha dimostrato «resistenza morale», e nei suoi confronti, il procuratore capo Bruno Cherchi usa parole di velluto: «Questa indagine è stata lunga e complessa - spiega il magistrato - gestita in maniera encomiabile, ed è nata perché un cittadino non ha accettato e ha mantenuto la “schiena diritta” contro un sistema che prevedeva richieste di denaro da parte di pubblici ufficiali. Ha dimostrato la forza di non cedere alla tentazione di avere dei vantaggi». A 53 anni, questo professionista si ritrova a indossare i panni - sempre piuttosto scomodi - dell’eroe: ha rinunciato a un milione di euro pur di non pagare una mazzetta ai due amministratori comunali. Ma grazie alla sua segnalazione i carabinieri hanno avviato la maxi-inchiesta che lunedì ha portato all’arresto di sei persone tra politici locali, imprenditori e professionisti. Il contributo dell’architetto veneziano emerge dall’ordinanza con la quale il gip ha spedito i sei indagati agli arresti domiciliari. Nella denuncia il 53enne scrive: «Nel 2015 io, mia madre e i miei fratelli abbiamo ereditato del patrimonio immobiliare. Tra i beni vi è un terreno di quasi due ettari nel comune di Santa Maria di Sala». Nel 2017 trova finalmente un acquirente disposto a pagare un milione e 100mila euro per l’acquisto dell’area, a patto che il Comune approvi «un progetto da me redatto su indicazione dell’acquirente» che prevede di realizzare su quel terreno «un’area commerciale e residenziale».

L'incontro

Qualche tempo dopo, spiega l’architetto, incontra Fragomeni: «Il sindaco mi riferiva che vi era un costo da sostenere “come onere aggiuntivo” di 10 euro al metro cubo. Pensavo si trattasse di oneri di urbanizzazione, ma mi diceva di no, che erano oneri per “la gestione della pratica”. All’epoca non ci diedi peso, ma oggi ho ben chiaro di cosa si trattava...». Infatti, dopo che per due anni la sua istanza non riceve risposte dal Comune, a luglio del 2019 gli arriva «una chiamata dal geometra Carlo Pajaro (il dirigente dell’Ufficio tecnico del Comune di Santa Maria di Sala, ndr) che mi invita in ufficio per parlare». Il tecnico gli chiede se l’acquirente è ancora interessato al suo terreno e, quando ottiene conferma, i due si salutano. L’incontro successivo avviene a ottobre. «Lui era da solo, mi ha detto che c’era una nuova proposta da 1,2 milioni di euro per l’acquisto del mio terreno e che mi sarei dovuto rivolgere all’architetto Marcello Carraro (pure lui tra gli arrestati, ndr)». Stando alla procura, le persone interessate all’area sono quelle che, in accordo col sindaco, sperano di costruirci sopra una casa di cura. Ovviamente, dopo aver vinto un appalto pubblico «pilotato». Il veneziano scopre però che Carraro pretende, per la sua opera di mediazione, il 3% del valore della compravendita. Ma il problema è un altro: gli scoccia tradire la parola data al precedente acquirente, anche se capisce che il Comune preme perché accetti la nuova proposta.

L'appuntamento

Non sapendo che fare, prende tempo. Pochi giorni dopo, però, Pajaro lo convoca: il sindaco vuole parlargli. L’appuntamento è per il mattino successivo, in una caffetteria di Santa Maria di Sala. «Avendo maturato la consapevolezza che qualcosa di strano stava per accadere, visto anche il luogo dell’incontro, ho deciso di presentarmi con un registratore nel mio marsupio». È la svolta: l’architetto registra tutto e consegna il nastro ai carabinieri. «Fragomeni mi ribadiva l’offerta della nuova ditta: un milione e 200mila euro, di cui 100mila dovevo riceverli in nero per poi versarli nelle mani di Pajaro, che sapeva che “tragitto fargli fare”». Eccola, la mazzetta. E in caso di rifiuto può pure dire addio al via libera preventivo chiesto al Comune: «Durante l’incontro si faceva chiaro riferimento che, senza il “loro assenso” il terreno avrebbe avuto un valore inferiore». Era lampante: «Per vendere il terreno non avevo altre vie se non quella di cederlo all’imprenditore indicatomi dal Comune». È con le spalle al muro. Eppure quest’uomo non ci pensa un attimo e nel pomeriggio si presenta in caserma per denunciare tutti. Ora sono scattati gli arresti. E chissà se, a distanza di cinque anni dalla sua richiesta, quel parere preventivo gli mai arrivato.

Il Nuovo codice degli appalti.

Tutte le verità non dette su Pnrr e nuovo codice degli appalti. FRANCESCO MERLONI E ALBERTO MASSERA su Il Domani l’08 aprile 2023

Le nuove norme sono fatte su misura per amministrazioni prive di competenze e in violazione dei principi di concorrenza Ue.

E le gare per i progetti del Pnrr saranno fatte in deroga anche alle nuove regole.

Le istituzioni europee potranno accettare una normativa italiana a regime che va così evidentemente in direzione contraria?

Alla fine, con l’approvazione del nuovo Codice dei contratti, è venuto al pettine il nodo dell’incapacità delle amministrazioni di attuare la gran parte degli interventi del Pnrr. Da cinquant’anni l’Europa emana direttive per l’armonizzazione delle legislazioni dei paesi membri in materia di contratti pubblici, direttive sempre più organiche approvate mediamente ogni dieci anni. Tutto ciò perché l’Europa è interessata alla creazione di un mercato unico aperto a tutte le imprese europee per gli appalti superiori alle soglie comunitarie, ma anche di un vero mercato concorrenziale, aperto e non condizionato da fatti corruttivi, in tutti i paesi membri, anche per gli appalti sotto soglia: e anche per questa categoria di contratti le istituzioni europee hanno costantemente preteso il rispetto dei fondamentali principi di non discriminazione, parità di trattamento e trasparenza.

Dal canto suo l’Italia ha continuamente adottato normative molto complesse, piene di disposizioni e vincoli, oscillando tra norme concorrenziali, lotta agli sprechi e alla corruzione (che hanno giustificato decenni di prevalenza del prezzo più basso come criterio di scelta delle offerte, assai poco adatto ad assicurare la qualità delle prestazioni); in un mercato caratterizzato da gravi deficienze strutturali, legate alla frammentazione, tanto della domanda pubblica - oltre 39mila stazioni appaltanti, prive di capacità amministrativa adeguata -, quanto nell’offerta privata, pochissimi grandi operatori in un mercato segnato da imprese piccole e tecnologicamente arretrate.

IL CODICE DEL 2016

Il secondo Codice dei contratti del 2016 aveva posto al centro, in piena attuazione delle direttive europee del 2014, due interventi di fondo: la riduzione della normativa vincolistica, con maggiore discrezionalità delle amministrazioni, compensata da una totale trasparenza; la ristrutturazione del mercato dal lato pubblico, con una forte attenzione alla qualificazione di un numero ristretto di stazioni appaltanti destinate a gestire tutto il contratto dalla programmazione/progettazione all’esecuzione, anche per conto delle amministrazioni minori. Ma per raggiungere il risultato servivano: una rapida definizione dei requisiti, una rapida qualificazione, ma soprattutto una mirata politica di investimenti pubblici di potenziamento delle stazioni appaltanti con reclutamento di personale tecnico altamente qualificato e con solleciti processi di digitalizzazione.

Ebbene, da un lato non vi è stato alcun investimento attivo, mentre si è continuato nella sciagurata politica indiscriminata dei tagli al personale e dell’invarianza finanziaria. D’altro lato lo stesso processo di qualificazione è stato apertamente boicottato, con l’attivo concorso dell’Anci, a difesa del potere di “gestire” il contratto per i comuni più piccoli, anche se privi di competenze tecniche e informatiche.

Il governo Conte 1, dopo avere introdotto una amplissima deroga alle regole di legge per consentire la ricostruzione del ponte di Genova, con il decreto legge 32 del 2019, denominato “sblocca-cantieri”, ha cominciato lo smantellamento del codice dei contratti del 2016. Prima in nome del “fare” e della lotta alla “burocrazia” e poi della vera emergenza derivante dalla pandemia, tutti i governi successivi (Conte 2 e Draghi), sempre con decreto legge, hanno costruito amministrazioni straordinarie (commissari con ampi poteri di deroga), hanno progressivamente elevato le soglie per affidamenti diretti e per procedure negoziate senza bando con invito a un numero molto ristretto di imprese, hanno ripristinato l’appalto integrato; hanno reso il criterio del prezzo più basso di nuovo equiparabile a quello dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Il tutto sempre trascurando la riforma strutturale della qualificazione delle stazioni appaltanti. L’incapacità amministrativa di quest’ultime aumenta in modo esponenziale i rischi di cattiva esecuzione dei contratti, di sprechi di denaro pubblico e di corruzione. Un’amministrazione male organizzata non è necessariamente corrotta o poco concorrenziale, ma il rischio c’è, elevatissimo.

GLI EFFETTI DEL PNRR

In questo contesto è poi arrivato il Pnrr. Un vasto piano di utilizzazione di un ammontare di risorse europee ben superiore a quelle disponibili in precedenza, ma che è stato impostato, per vincoli europei e per scelta italiana, in gran parte sul modello dei piani di utilizzazione dei fondi strutturali europei: tanti interventi disparati, che tutti presuppongono una consolidata capacità di spesa, di gestione di un numero eccezionale di contratti pubblici, di acquisto di beni, di affidamento di servizi e di lavori. Il Pnrr stesso dichiara che c’è un problema di “capacità amministrativa”, ma, ancora una volta, non pone al centro proprio l’investimento nel potenziamento attivo delle stazioni appaltanti, ma l’ennesima revisione delle regole. L’Italia, come sempre, si è adeguata, senza negoziare, ai vincoli dei regolamenti del 2021, che impediscono di utilizzare i fondi per investire sulle amministrazioni con nuovo personale.

La riscrittura del Codice dei contratti pubblici è considerata una delle riforme “abilitanti” l’attuazione del Pnrr, indispensabile per gestire meglio i contratti necessari per il piano.

Il nuovo Codice, entrato in vigore il 1° aprile - molte sue norme saranno operative solo il 1° luglio, altre il 1° gennaio 2024; scadenze differenziate che non aiutano l’attuazione delle nuove regole -, è opera sapiente del Consiglio di stato, che ha predisposto un corpo di norme primarie e di allegati che non richiede ulteriori adempimenti, ma rimane molto complicato e pesante (le norme approvate sono in numero superiore a quelle abrogate), quindi di difficile attuazione da parte di amministrazioni che restano in ritardo.

Il lavoro compiuto è stato, però, deturpato da alcune modifiche mirate introdotte dal governo, rivendicate dal ministro Matteo Salvini, che si pongono in piena continuità con i decreti legge dei governi precedenti. Particolarmente grave la fissazione, a regime, di soglie elevate per gli affidamenti diretti (150mila euro), e per negoziazioni senza bando fino alle soglie comunitarie. Tanto che è stato calcolato che il 98 per cento dei contratti pubblici sarà affidato senza una vera gara concorrenziale, ma chiamando poche imprese (con un principio di rotazione sinora di incerta applicazione).

Per non parlare della modifica che consente alle stazioni appaltanti non qualificate (anche i comuni più piccoli e privi di qualunque struttura) di gestire contratti fino a 500mila euro o della qualificazione di diritto (senza valutazione dei requisiti di legge) delle Unioni dei comuni (spesso realtà amministrative ancora poco attrezzate) o dei comuni capoluogo. Tutte norme che il governo ha introdotto sotto dettatura dell’Anci. E ancora della modifica che elimina quasi tutti i limiti all’utilizzo dell’appalto integrato, pure previsti dal testo del Consiglio di stato.

E, infine, l’ultima sorpresa. Dalle norme transitorie del nuovo Codice apprendiamo che le nuove disposizioni non serviranno per i contratti utili al Pnrr, che seguiranno, ancora, le regole specialissime e derogatorie ulteriormente varate con decreto legge (il n° 13 del 24 febbraio 2023) che questo governo ha approvato, sempre in continuità con i due precedenti “decreti semplificazioni”.

Tanto rumore per nulla? No, molto peggio. La pressione di emergenze vere e presunte e poi dell’attuazione del Pnrr ha spinto per una revisione anticipata del Codice che lo ha reso profondamente segnato (per il 98 per cento) da soluzioni non concorrenziali. L’enorme lavoro compiuto servirà per regolare solo il due per cento dei futuri appalti. Per poi accorgersi che neanche questo è sufficiente per il Pnrr, per il quale si preferisce la strada della deroga. Che, a sua volta, si rivelerà illusoria in assenza di una capacità tecnica di gestione dei contratti da parte delle stazioni appaltanti che il Codice, e il governo, si guarda bene dall’assicurare.

LE MODIFICHE DA FARE

Tutti i governi degli ultimi trent’anni sono stati incapaci di risolvere i nodi del settore dei contratti pubblici, anzi li hanno gravemente aggravati. Scaricare la responsabilità sui predecessori per la cattiva qualità degli interventi del Pnrr, come fa l’attuale governo, non aiuta. Qui non discutiamo l’opportunità del mix di interventi che il Pnrr contiene, pure criticabile. Il problema sta nell’incapacità strutturale del sistema amministrativo di progettarli e realizzarli con rapidità ed efficacia.

Lo stesso Pnrr, se in parte speso per il reclutamento di personale stabile di qualità poteva essere usato, concordando con la Commissione Ue, per superare ritardi decennali e portare a pieno titolo l’Italia nel mercato europeo degli appalti. Se c’è un margine di rinegoziazione con Bruxelles, spetta a questo governo, utilizzando alcune aperture dei due regolamenti europei del 2021, dimostrare di volere veramente aggredire i nodi che rallentano l’operatività delle amministrazioni. Il governo, con appoggio bipartisan, rinunci a progetti inutili e comunque irrealizzabili, destinando le risorse risparmiate al reclutamento di personale nuovo, a tempo indeterminato, con competenze qualificate, finalmente pagato in modo adeguato e competitivo, da destinare non a pioggia ma alle parti “sensibili”, in quanto, appunto, qualificate, del sistema amministrativo (stato, regioni, province, città metropolitane, comuni capoluogo). Anche se questa misura servisse solo in parte per l’attuazione immediata degli altri interventi del Pnrr, almeno avrebbe contribuito a una riforma organica, questa sì “abilitante”, del settore dei contratti pubblici.

Le istituzioni europee, in particolare la Commissione, così attenta a vigilare sull’effettiva adozione di norme concorrenziali e imparziali, corredate dalla giusta dose di trasparenza, potranno accettare una normativa italiana a regime che va così evidentemente in direzione contraria? Potranno accettare la sua mancata applicazione al Pnrr, sostituta da norme ancora eccezionali e non pro-concorrenziali, comunque in grado di produrre una significativa alterazione del mercato rilevante?

FRANCESCO MERLONI E ALBERTO MASSERA

Giurista di diritto amministrativo.

Perché sul codice degli appalti c’è un terrore ingiustificato: più competenza, meno divieti e spettri. Giovanni Guzzetta, Alberto Zito su Il Riformista il 6 Aprile 2023

Nei giorni scorsi abbiamo assistito a un dibattito sul nuovo codice degli appalti che definire surreale non rende abbastanza. Prima di entrare in qualche considerazione di merito sia consentita una riflessione più ampia. In un paese come l’Italia, in cui l’intervento dello Stato nell’economia è, a dir poco, dilagante, il settore degli appalti pubblici ha un peso rilevantissimo nell’economia nazionale. Esso incide fortemente sul PIL e, dunque, da un lato, sulla spesa pubblica e, dall’altro, sulla condizione di famiglie e imprese. Direttamente, in termini di trasferimenti economici e di prestazioni richieste dalle (e alle) amministrazioni e, indirettamente, in termini di qualità di servizi e infrastrutture. E’ un tema molto, troppo importante, perché diventi l’occasione di polemiche sbrigative, di scontri strumentali per guadagnare qualche titolo sui giornali. Purtroppo è quello cui abbiamo assistito nella maggior parte dei casi.

L’aspetto che più ci ha colpito è stata la lettura esasperatamente e ingiustificatamente allarmistica delle conseguenze che discenderebbero dall’entrata in vigore del nuovo codice. E’ stato agitato un rischio di esplosione della corruzione e della minaccia alla qualità e sicurezza degli appalti, di lavori, servizi e forniture. La cosa più sorprendente è che spesso gli argomenti su cui si fonda questo allarmismo riposano su basi fragili se non inconsistenti. Non si tratta ovviamente di difendere acriticamente un prodotto legislativo, frutto, peraltro, del lavoro di organi tecnici, particolarmente qualificati, come la Commissione che ha redatto il testo poi consegnato, come dev’essere, alla politica per le sue scelte di opportunità. Peraltro nulla della polemica di questi giorni ha riguardato presunti stravolgimenti tra il disegno originario dei tecnici e il risultato finale approvato dal Governo, dietro parere delle Camere.

Ma se non si tratta di difendere acriticamente, non si tratta nemmeno di demonizzare altrettanto acriticamente. Chi si occupa professionalmente di diritto, sia in sede scientifica, che nelle aule di tribunali, sa bene quanti problemi abbia la nostra legislazione e quanti interventi si dovrebbero fare per assicurare una mai come oggi minacciata certezza del diritto. Ma appunto queste operazioni vanno fatte a partire dalla consapevolezza dei problemi e delle difficoltà, che nascono spesso dalla necessità di contemperare esigenze diverse e spesso antagonistiche. Non è necessario scomodare Kafka per ricordare che la necessità di legalità dell’azione amministrativa può produrre esiti appunto “kafkiani” quando non viene contemperata con l’esigenza di assicurare il buon andamento, l’efficienza e l’efficacia dell’azione pubblica. Legiferare, oggi, nello Stato contemporaneo, definito non a caso da tempo, “Stato amministrativo”, significa trovare continuamente un senso della misura, delle proporzioni, anzi della proporzionalità tra finalità perseguite e mezzi necessari.

Anche perché l’eccesso di regolazione o la cattiva regolazione, spesso producono effetti paradossali, finendo per incentivare proprio i comportamenti patologici che si vorrebbero evitare. Per questo è necessaria molta serietà e molta onestà intellettuale nell’affrontare questioni così serie. Basta un esempio per capire quanti danni possa produrre un dibattito, ansiogeno, masochistico e opportunistico. Con riferimento proprio alla modifica degli appalti di lavori pubblici. Si sono letti titoli terrorizzanti, come ad esempio quello per cui con la disciplina emergenziale, prima, e con il nuovo codice, poi, ben il 98 per cento dei lavori potrà essere assegnato senza bando. Cioè senza una gara aperta a chiunque voglia parteciparvi. Detto così sembra che ci troviamo di fronte al far west, all’arbitrio puro, all’anarchia in cui può annidarsi ogni sorta di malcostume e di corruzione. Peccato che questa affermazione sia del tutto fuorviante.

Innanzitutto perché quel 98 per cento è calcolato sul numero delle procedure e non sul loro valore economico. E dunque non dà nessuna informazione, ai fini che interessano, per combattere le patologie. Se, in ipotesi, 98 procedure avessero il valore di 10.000 euro e due quello di 15 milioni di euro, il dato sarebbe molto meno allarmante, che se il rapporto fosse invertito. Quello che conta dunque sono, innanzitutto, i dati economici, non il numeri delle procedure degli appalti. Ma è la somma che fa il totale, direbbe Totò. E allora vediamo la somma e vediamo il totale. Basta leggere l’ultima relazione dell’ANAC, l’autorità anticorruzione che vigila sugli appalti pubblici, per avvedersi che le cose stanno in modo diverso. Escludiamo intanto gli appalti sotto i 40mila euro che, già con il precedente codice, potevano essere attribuiti con affidamento diretto (cioè alla singola impresa senza consultazione di altri operatori). Se consideriamo tutti gli altri, nel 2021 le procedure con gara europea, i cosiddetti “sopra-soglia” hanno assegnato lavori per circa 24 miliardi di euro, il 55 per cento del totale della spesa pubblica in questo settore (43 miliardi).

Gli altri appalti, c.d. sottosoglia, hanno invece avuto un valore che si aggira intorno ai 19 miliardi (che non sono il 98 per cento). Peraltro, all’interno di questa categoria, vi sono almeno tre differenti modalità di assegnazione, tutte presidiate da garanzie crescenti di confronto concorrenziale man mano che ne cresce il valore economico. Confronto che consiste nell’obbligo di svolgere indagini di mercato e invitare un numero minimo, determinato dalla legge, di operatori economici (dovendo sempre motivare la scelta compiuta a favore del prescelto). Ebbene, rispetto a questa situazione il dibattito pubblico si è concentrato essenzialmente sulla circostanza che, con il nuovo codice, la soglia per il c.d. affidamento diretto, è salita da 40.000 a 150 mila euro. Facendo un po’ di calcoli, questo significa che il 98 per cento paventato, si è trasformato in un 5 per cento del totale: circa 2 miliardi di euro rispetto ai 43 complessivi spesi annualmente nel settore.

Due miliardi non sono pochi e, si potrebbe dire, anche il 5 per cento può generare allarme. Giusto, ma c’è differenza tra allarme e terrore, c’è differenza tra rischi e arbitrio, far west e corruzione dilagante. Ma non è tutto. Perché anche considerando gli affidamenti più a rischio (quelle al di sotto dei 150mila euro, appunto) i meccanismi esistenti per accertare comportamenti patologici sono tali e tanti (dall’obbligo di motivazione, al principio di rotazione, dalla richiesta di requisiti soggettivi di qualificazione e integrità professionale) che, se si vuole e se lo si sa fare (ma qui non c’entra la legge), le garanzie possono essere assicurate. Soprattutto se si realizzerà, come vuole il nuovo codice dei contratti pubblici, la digitalizzazione dell’intero ciclo degli appalti. Il problema vero è che, non solo legiferare, ma anche amministrare e vigilare è difficile. Richiede competenze e metodi innovativi. Mentre è molto più facile stabilire divieti, porre veti e agitare lo spettro di un paese irredimibile. Costa poco e soprattutto consente di eludere la fatica di affrontare realmente i problemi. Che sono purtroppo tanti e complessi. A cominciare da un paese asfissiato dall’impotenza di fare e di crescere.

Giovanni Guzzetta Professore ordinario di Istituzioni di Diritto pubblico, Università di Roma Tor Vergata

Alberto Zito Professore ordinario di diritto amministrativo, Università di Roma Tor Vergata

L’anticorruzione lancia l’allarme sul nuovo Codice degli appalti approvato dal governo. Stefano Baudino su L'Indipendente il 31 marzo 2023.

Il governo ha ufficialmente varato il decreto contenente il nuovo Codice degli appalti, festeggiato dal leader leghista e ministro Matteo Salvini come una «rivoluzione» foriera di effetti positivi su semplificazione, sburocratizzazione e velocizzazione delle procedure. Molti punti della riforma, che innescherà una liberalizzazione quasi totale dei contratti pubblici, sono stati però aspramente criticati dall’Autorità nazionale anticorruzione. Sulle barricate ci sono i sindacati, che hanno indetto una mobilitazione per il 1º aprile, data in cui il nuovo codice entrerà in vigore.

Tra i punti cardine della norma vi è sicuramente la digitalizzazione, che troverà il suo perno nell’attività della Banca dati nazionale dei contratti pubblici, che farà capo all’Anac. Via anche al fascicolo virtuale dell’operatore economico, alle procedure automatizzate nel ciclo di vita dei contratti pubblici e all’accesso agli atti per i cittadini.

Tra le misure più contestate spicca, però, la liberalizzazione degli appalti sotto-soglia: per appalti fino a 150mila euro, la procedura indicata è quella dell’affidamento diretto; al di sopra di tale soglia scatta invece per le stazioni appaltanti la procedura negoziata senza bando (con 5 imprese invitate per appalti fino a un milione di euro e 10 per appalti fino a 5,3 milioni), nel rispetto del principio di rotazione. Per gli appalti fino a 500 mila euro, le piccole stazioni appaltanti – cioè gli enti locali più piccoli – avranno poi la possibilità di procedere in maniera diretta, senza passare per le stazioni appaltanti qualificate. Attraverso il meccanismo dell’appalto integrato, prima non consentito, si potrà inoltre attribuire con la medesima gara sia la progettazione esecutiva che la realizzazione dei lavori sulla base del progetto di fattibilità tecnica ed economica. La norma autorizza anche il cosiddetto “subappalto a cascata“, cioè il subappalto del subappalto.

Pur dando atto di una serie di elementi positivi, tra cui la gestione digitale degli appalti, il rafforzamento della vigilanza collaborativa e il ruolo accresciuto di Anac di sostegno alle stazioni appaltanti, l’Autorità nazionale anticorruzione ha complessivamente stroncato la riforma. «Semplificazione e rapidità sono valori importanti, ma non possono andare a discapito di principi altrettanto importanti come trasparenza, controllabilità e libera concorrenza, che nel nuovo Codice non hanno trovato tutta l’attenzione necessaria, specie in una fase del Paese in cui stanno affluendo ingenti risorse europee», ha dichiarato il presidente Giuseppe Busia. Sulla base delle nuove norme, infatti, il 98,7% dei lavori pubblici potrà essere assegnato direttamente o con procedura negoziata senza bando, dunque senza che abbia luogo una gara pubblica che coinvolga chiunque voglia partecipare.

Secondo Busia, le soglie «troppo alte» per gli affidamenti diretti e le procedure negoziate «rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi, tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici». Grandi perplessità sono state espresse sugli appalti sotto i 150mila euro, con cui «si dà mano libera, si dice “non consultate il mercato, scegliete l’impresa che volete”, il che vuol dire che si prenderà l’impresa più vicina, quella che conosco, non quella che si comporta meglio». Al contrario, sarà più facile scegliere «il cugino o anche chi mi ha votato, soprattutto nei piccoli centri».

A denunciare i potenziali effetti perversi del “subappalto a cascata” sono poi i sindacati. l’Usb ha sostenuto che il nuovo Codice porterà alla “giungla“, dal momento che “la stazione appaltante potrà procedere ad una sequela infinita di cessioni di lavori ad altre imprese: un meccanismo che favorirà la nascita di scatole vuote, senza dipendenti e create solo per appaltare lavori, e che porterà ad una ulteriore frammentazione del sistema”. A questo proposito, giova infatti ricordare come la criminalità organizzata tenda a inserirsi nel settore delle opere pubbliche proprio grazie al meccanismo del subappalto, costituendo sovente società prive di reali strutture intestate a prestanomi (le cosiddette “cartiere“) che apparentemente prendono in subappalto lavori affidati a una società reale, con la finalità di creare costi fittizi per innescare meccanismi fraudolenti.

Insomma, analizzando la riforma nella sua interezza, a fronte di piccoli passi avanti su alcuni versanti, la strada per infiltrazioni, fenomeni corruttivi e una conseguente lievitazione dei costi dei lavori appare spianata. In una nota congiunta, Vito Panzarella e Alessandro Genovesi, Segretari generali di FenealUil e Fillea Cgil, hanno affermato che il nuovo Codice degli appalti “rischia di farci tornare indietro di cinquant’anni soprattutto in termini di legalità, trasparenza e tutela dei lavoratori” e che le nuove regole rendono nella pratica “più difficile il rispetto dei contratti collettivi, l’applicazione e verifica delle tutele per salute e sicurezza, favorendo il dumping e il nanismo aziendale e rendendo più difficile verificare la concreta applicazione della parità di trattamento economico e normativo lungo la filiera”. Il 1 aprile, Cgil e Uil manifesteranno contro questa riforma, nonché contro il decreto 11/2023 sul Superbonus, nelle città di Torino, Roma, Napoli, Cagliari e Palermo.

[di Stefano Baudino]

Estratto dell’articolo di Enrico Marro per il “Corriere della Sera” il 31 marzo 2023.

«Sono reazioni immotivate. Ho detto cose ragionevoli e non avevo alcuna intenzione di fare polemiche politiche né di criticare i sindaci».

 Il presidente dell’Anac, Giuseppe Busia, non ci sta a essere finito nella bufera per i suoi giudizi sul nuovo codice degli appalti. […]

È un fatto, però, che lei sul nuovo codice degli appalti, non è stato tenero.

«Ho detto e lo ripeto che, se non ci sono motivi di urgenza, per i contratti di fornitura fino a 140 mila euro non ha senso vietare il ricorso a gare e procedure negoziali. E questo non tanto per evitare episodi di corruzione, quanto inutili sprechi, perché l’obbligo di affidamento diretto, senza nemmeno chiedere due preventivi, comporta il rischio che la prima ditta che passa faccia il prezzo.

 E questo lo dico (queste le parole che attendeva la Lega per ammorbidire i toni, ndr ) senza alcuna critica ai sindaci dei piccoli Comuni, che sono eroi e spesso si assumono grandi responsabilità. I miei rilievi vogliono solo aiutarli a fare bene».

 Ha fatto infuriare la Lega.

«Mi dispiace. Ma io sto semplicemente facendo il mio mestiere, senza colore politico. La mia nomina passò in Parlamento praticamente all’unanimità. Nel commentare il nuovo codice degli appalti ho anche detto che ha tante cose positive».

 Quando scade il suo mandato?

«Nel 2026».  […]

Estratto dell’articolo di Paolo Baroni per “la Stampa” il 31 marzo 2023.

Dopo il varo del Codice degli appalti o «Codice-Salvini» come l'ha subito ribattezza la Lega suonando la grancassa, scoppia il caso-Anac. È bastato infatti che il presidente dell'Anticorruzione, Giuseppe Busia, rinnovasse le sue critiche al nuovo Codice che è subito partita la richiesta di dimissioni.

 La sua colpa? In prima battuta mercoledì il presidente dell'Anac aveva segnalato la scarsa trasparenza ed il rischio che le nuove regole […] potessero ridurre la concorrenza […]. Poi ieri […] ha rilanciato le sue critiche.

Frasi che il responsabile enti locali della Lega, Stefano Locatelli, ha definito «gravi, inqualificabili» aprendo poi il fuoco di fila di tutta la Lega contro l'Anac. […] A stretto giro Busia ha rettificato il suo pensiero («amministratori corrotti? Assolutamente no, i sindaci sono eroi») e dopo queste dichiarazioni anche la Lega ha ammorbidito i toni, tanto che fonti del ministero delle Infrastrutture hanno fatto filtrare «grande soddisfazione e sollievo per l'evidente correzione di rotta».

 «Busia ci ha ripensato ed ha corretto una frase bizzarra» ha commentato a sera Salvini, mentre dal Mit evidenziavano che i contatti tra il ministro ed il presidente Anac «non sono mai venuti meno, nemmeno nelle ultime ore. Il ministro non si sottrae al confronto costruttivo per il bene del Paese e al fianco degli amministratori locali».

[…] Tutte le opposizioni hanno invece definito «inaccettabile» l'attacco della Lega ad una autorità indipendente come l'Anticorruzione che, tra l'altro, tra i suoi compiti ha anche quello di vigilare sull'affidamento e l'esecuzione dei contratti pubblici. […]

Estratto dell'articolo di Ilario Lombardo per “La Stampa” il 31 Marzo 2023

Matteo Salvini, vicepremier di un Paese del G7, allude a valigette cinesi che potrebbero aver corrotto parlamentari a Bruxelles. Lo dice a Udine, nel giorno della chiusura della campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia.

 [...] ha voglia di criticare quello che non gli piace dell’Europa. Per esempio, la decisione presa sulle auto elettriche, contro la richiesta italiana di inserire i biocarburanti: «Mi viene il dubbio che, siccome all’Europarlamento hanno trovato qualcuno guarda caso di sinistra che aveva le valigie piene di denaro contante dei paesi islamici, chissà se fra un po’ non ne troveranno anche altre piene di denaro contante che arriva dalla Cina, per votare certe leggi che sono anti-italiane anti-europee e favoriscono solo il gigante Oltreoceano (che in realtà per l’Italia oltreoceano non è, ndr)».

Di fatto Salvini sta ipotizzando una corruzione, come quella presunta che secondo gli inquirenti in Belgio è partita dal Qatar e dal Marocco e ha coinvolto parlamentari europei del Pd.

 Un dichiarazione che susciterà polemiche, decisamente impegnativa per un vice presidente del Consiglio, capo del secondo partito della coalizione di centrodestra, a sostegno di una tesi critica verso l’Ue: «L’Europa che vuole tutelare l’ambiente non può legarci mani e piedi ai cinesi. Perché l’Europa che vuole imporre le auto elettriche a tutti è una roba priva di senso, che licenzia in Italia e aiuta la Cina».

Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per la Stampa l’1 aprile 2023.

Chiudete gli occhi. Ve lo ricordate Michele Geraci, economista di casa in Cina che la Lega elevò a sottosegretario del governo gialloverde con la missione specifica di aprire il cuore di Pechino agli affari italiani?

 (...)

 Ora riaprite gli occhi e guardate il video di Salvini ieri, sul palco di Udine, dove il leader allude alla corruzione cinese, lasciandosi andare così contro la decisione di Bruxelles di sfavorire l'uso dei biocarburanti per le auto green: «Siccome all'Europarlamento hanno trovato qualcuno, guarda caso di sinistra, che aveva le valigie piene di denaro contante dei paesi islamici, chissà se fra un po' non ne troveranno anche altre piene di denaro contante che arriva dalla Cina, per votare certe leggi che sono anti-italiane e favoriscono solo il gigante Oltreoceano». A parte che dall'Italia alla Cina di oceani non ce n'è una goccia, è comunque notevole osservare il battito d'ali in Italia del vicepremier di un Paese del G7 provocare un cataclisma diplomatico dall'altra parte del mondo.

Dagospia l’1 aprile 2023. SALVINI PARLA DI “CINA-GATE” DA TEMPO – IERI, NON PER LA PRIMA VOLTA, IL CAPITONE HA EVOCATO UN GIRO DI MAZZETTE DIRETTE ALLE ISTITUZIONI EUROPEE PROVENIENTI DALLA CINA PER FAVORIRE LE AZIENDE PRODUTTRICI DI AUTO ELETTRICHE DEL DRAGONE – GIÀ A FEBBRAIO, SU “QUATTRORUOTE” SALVINI DISSE: NON “VORREI CHE DOPO IL QATAR-GATE SALTASSE FUORI UN CINA-GATE: STANNO ARRIVANDO LE AUTOMOBILI. NON MI STUPIREI SE...”

SALVINI SUL CINA-GATE DA “QUATTRORUOTE” DI FEBBRAIO

(…) “Stanno arrivando le automobili, con modelli che costano assai meno di quelli europei. Il consumatore rischia di andare inevitabilmente in quella direzione e, quindi, non mi stupisco che qualcuno ci possa guadagnare.

 Ecco, non vorrei che dopo il Qatar-gate saltasse fuori un Cina-gate. La transizione, poi, porta un altro aspetto da non sottovalutare, sempre a proposito di costi: l’intenzione di molte Case di trasformare i concessionari in agenti, prendendosi una quota dei loro ricavi e i dati dei clienti. Anche lì bisognerà essere attenti. Saranno anni delicati”

Estratto dell’articolo di Ilario Lombardo per lastampa.it l’1 aprile 2023.

Matteo Salvini, vicepremier di un Paese del G7, allude a valigette cinesi che potrebbero aver corrotto parlamentari a Bruxelles. Lo dice a Udine, nel giorno della chiusura della campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia. Il leader leghista sente la vittoria in tasca. E’ euforico, e ha voglia di criticare quello che non gli piace dell’Europa.

 Per esempio, la decisione presa sulle auto elettriche, contro la richiesta italiana di inserire i biocarburanti: «Mi viene il dubbio che, siccome all’Europarlamento hanno trovato qualcuno guarda caso di sinistra che aveva le valigie piene di denaro contante dei paesi islamici, chissà se fra un po’ non ne troveranno anche altre piene di denaro contante che arriva dalla Cina, per votare certe leggi che sono anti-italiane anti-europee e favoriscono solo il gigante Oltreoceano (che in realtà per l’Italia oltreoceano non è, ndr)». […]

Il codice del fare. C'è un paradosso tra le difficoltà che il nostro Paese incontra ad avviare i progetti del Pnrr e le polemiche con cui è stata accolta la riforma del codice degli appalti da parte dell'opposizione. Augusto Minzolini il 30 Marzo 2023 su Il Giornale.

C'è un paradosso tra le difficoltà che il nostro Paese incontra ad avviare i progetti del Pnrr e le polemiche con cui è stata accolta la riforma del codice degli appalti da parte dell'opposizione. Una contraddizione grande come una casa che dimostra come l'incapacità a spendere risorse e a realizzare opere è per noi un problema strutturale, ma ogni volta che si tenta di affrontarlo si incontrano riserve, dubbi, diffidenze e le solite strumentalizzazioni che fanno parte del bagaglio della nostra politica.

Parlo delle difficoltà del Paese e non dell'attuale governo, appunto, perché l'incapacità italiana di spendere i soldi che arrivano da Bruxelles è proverbiale in Europa e appartiene, purtroppo, agli esecutivi di ogni colore. Ad esempio, ora tiene banco il tema del Pnrr: in questo caso le procedure sono state anche velocizzate eppure ci sono ritardi e ostacoli duri da superare. E non vale neanche il paragone con il governo dei «tecnici», con Draghi. Perché fin quando si trattava di approvare le riforme che ci chiedeva la Ue - cioè il compito che ha svolto egregiamente l'esecutivo precedente - siamo stati al passo, poi quando si è trattato, come si dice in gergo, di «mettere a terra» i progetti allora sono nati i problemi. Problemi che ha incontrato e incontrerebbe anche oggi, se c'è un minimo di onestà intellettuale, lo stesso Draghi. La ragione è semplice: nei meandri della nostra burocrazia, delle mille leggi, dei mille organismi che regolano le funzioni dello Stato, duole dirlo, si può perdere chiunque. Anche Leonardo o Archimede non saprebbero che pesci prendere.

La verità è che la nostra macchina statale e tutta la catena di orpelli, doppioni, filtri che l'accompagnano è irriformabile o ci vorrebbero anni. Per cui l'unica opzione per assicurarsi tempi sicuri è saltare certi meccanismi a piè pari, o, comunque, ridurne il peso. È l'insegnamento arrivato dalla ricostruzione in tempi brevi del ponte Morandi a Genova. È quella la filosofia della riforma del codice degli appalti messa in cantiere dall'attuale governo. Da una parte è un'ammissione di impotenza perché ci si rende conto che riformare tutti gli organismi che sovrintendono a questo compito è come la fatica di Sisifo. Dall'altra si sceglie strada diversa per non tenere fermo il Paese, per modernizzarlo, per adeguarlo ai tempi del mondo d'oggi: si punta cioè sulla fiducia tagliando il cerchio di regole che lo soffoca e ne rallenta oltremodo lo sviluppo. Di ciò dovrebbe esserci contezza anche nell'opposizione e nel sindacato. Invece si lanciano sospetti sulla possibilità che assegnando con più facilità appalti senza gara si indebolisca il principio di concorrenza, o si avanzano dubbi sui rischi che possono determinare regolamenti più semplici sul piano della corruzione o delle infiltrazioni mafiose. Riflessioni che hanno un senso, ma è anche vero che stiamo parlando di un «codice degli appalti» non di «un codice penale». La concorrenza la garantisce il mercato mentre il controllo della legalità è un compito della magistratura, appartiene ad un'altra sfera. Senza contare che a volte maggiori controlli o iter di approvazione più lunghi aumentano - dispiace dirlo - le occasioni di corruzione. E in questo momento l'Italia se vuole recuperare il tempo perduto, se desidera aumentare il suo tasso di efficienza, se non vuole perdere altre posizioni nella classifica dei Paesi che funzionano, deve darsi innanzitutto un «codice del fare».

Dagospia il 30 Marzo 2023. TROVATE LE DIFFERENZE – MATTEO SALVINI RIVENDICA IL CODICE DEGLI APPALTI, APPROVATO DAL CONSIGLIO DEI MINISTRI, COME OPERA SUA, AL PUNTO CHE DALLA LEGA LO HANNO RIBATTEZZATO “CODICE SALVINI”. MA COSA CAMBIA RISPETTO ALLA PROPOSTA FATTA DAL CONSIGLIO DI STATO A MARIO DRAGHI, IL 7 DICEMBRE 2022? BASTA FARE UN RAPIDO CONFRONTO TRA I DUE TESTI PER CAPIRE CHE NON SONO POI COSÌ DIVERSI COME IL “CAPITONE” VUOLE FARCI CREDERE…

Il testo del nuovo codice degli appalti: ecco come cambia. Enrico Marro su Il Corriere della Sera il 29 Marzo 2023

Il nuovo codice degli appalti, approvato martedì dal Consiglio dei ministri, conta 229 articoli e 36 allegati. Il via libera rientrava tra gli obiettivi previsti dal Pnrr entro il 31 marzo

Martedì 28 marzo 2023 il Consiglio dei ministri ha approvato definitivamente il decreto legislativo contenente il nuovo «Codice dei contratti pubblici», in attuazione della delega data al governo con la legge 78 zdel 21 giugno 2022.

Il nuovo codice degli appalti si compone di 229 articoli e 36 allegati. Il testo è stato messo a punto, sotto il profilo tecnico, dal Consiglio di Stato. L’approvazione del codice rientra tra gli obiettivi previsti dal Pnrr entro il 31 marzo. Deregolamentazione e velocizzazione delle procedure sono i criteri guida della riforma.

Dal primo gennaio 2024 è prevista la digitalizzazione degli appalti, con la creazione di una banca dati e di un sistema interconnesso tra tutti i soggetti e le stazioni appaltanti che gestiscono lavori pubblici.

Bandi di gara solo sopra la soglia di 5,3 milioni

Il nuovo codice degli appalti prevede i bandi pubblici di gara solo per i lavori sopra la soglia di 5,3 milioni di euro fissata dalle normative europee.

Per i contratti di fornitura di servizi fino a 140mila euro e per la realizzazione di lavori fino a 150 mila euro la procedura indicata è quella dell’affidamento diretto.

Sopra questi importi scatta invece la procedura negoziata senza bando, ma con cinque imprese invitate, nel caso di appalti fino a un milione di euro, e con dieci imprese invitate per i lavori tra 1 e 5,3 milioni di euro.

Inoltre, le stazioni appaltanti qualificate potranno ricorrere all’appalto integrato che affida a un unico soggetto la progettazione e l’esecuzione dei lavori sulla base di un progetto di fattibilità tecnico-economica.

Possibili i subappalti a catena.

Il meccanismo per la revisione dei prezzi

È previsto un nuovo meccanismo di revisione dei prezzi, dopo quelli provvisori sperimentati durante la pandemia. Esso scatterà quando l’aumento dei costi dell’opera supera il 5% dell’importo complessivo previsto dal contratto. In questo caso i prezzi verranno adeguati non al 100% ma all’80%. In teoria la variazione dovrebbe scattare anche in caso di ribasso dei prezzi. Si farà riferimento agli indici dell’Istat riferiti ai costi di costruzione per la realizzazione dei lavori.

Mentre per i contratti di forniture di beni e servizi i parametri di riferimento saranno gli indici dei prezzi al consumo, dei prezzi alla produzione dell’industria e dei servizi e gli indici delle retribuzioni orarie contrattuali, sempre calcolati dall’istituto nazionale di statistica.

Salvini e gli appalti, la tattica per diventare l’«uomo del fare»: basta con chi dice no. Storia di Cesare Zapperi il 29 Marzo 2023 su Corriere della Sera

Pochi obiettivi, rilevanti e subito (con i tempi della politica, naturalmente). Questo era l’intento di Matteo Salvini all’atto di intraprendere la nuova esperienza ministeriale per risalire la china dei consensi leghisti ben al di sotto della soglia di allarme. Ed ora con il nuovo codice degli appalti e il progetto del ponte sullo Stretto in dirittura d’arrivo (se poi vedrà la luce è un altro discorso) il leader ha argomenti concreti per proporsi al suo elettorato e all’opinione pubblica come «l’uomo del fare».

Era quello che gli chiedevano da più parti quando, dopo il picco del 34% alle Europee, la Lega aveva imboccato una ripida strada in discesa. Di qui la scelta, obbligata, di cambiare strategia. Di frequentare meno le piazze e di più i cantieri. Di ridurre i comizi e di preferire i confronti con i sindaci e gli amministratori locali. Di lavorare pancia a terra sui dossier a discapito delle dirette social (mai comunque abbandonate). «Un compito a casa l’ho portato: 229 articoli del codice degli appalti. Nella vita precedente mi portavo in giro un romanzo» il commento compiaciuto dopo il via libera del Consiglio dei ministri.

Il codice degli appalti è stato subito individuato come la bandiera più «comoda» da sventolare. Cosa c’è di più popolare, specie agli occhi di chi lavora nelle zone più produttive del Paese, di una battaglia forbici in mano per tagliare lacci e lacciuoli? Quale miglior avversario da indicare al pubblico ludibrio del moloch burocratico che tutto rallenta e tutto blocca? E allora, via alla semplificazione, via all’innalzamento delle soglie al di sotto delle quali le amministrazioni pubbliche possono affidare gli appalti senza una gara. «Ci sono i professionisti del no, i no tav, i no ponte, i no Expo, i no pedemontani, i no gas, i no nucleare — osserva Salvini — io lavoro per i sì».

Video correlato: Salvini presente a Trappitello (Dailymotion)

Al ministero delle Infrastrutture l’obiettivo è stato affidato alla regia di Elena Griglio, capo dell’ufficio legislativo. In pochi mesi, a colpi di forbici e di lima, insieme al suo staff ha prodotto i 229 articoli che il ministro, con il sostegno della Lega e dei parlamentari che hanno subito provveduto a tempestare la rete e le agenzie con comunicati di giubilo, ha icasticamente definito il «Codice Salvini».

Si ripete in qualche misura lo schema dei del 2019 che anche allora presero il nome del ministro. Ma rispetto ad allora, quando era l’uomo del no (all’immigrazione), adesso Salvini si fa forte dell’opposizione di Pd e Cgil per porsi come l’uomo del sì, o meglio «l’uomo del fare». Potrà andare nelle piazze e dire quello che ha detto ieri sera al Tg1: «L’Italia ha bisogno di infrastrutture, di meno burocrazia, di più lavoro, di appalti più veloci e mi dispiace per i signori del no, ma in questo ministero mi hanno mandato per aprire cantieri, strade, autostrade, porti, aeroporti, e ferrovie».

Non è un caso, quindi, se ieri mattina sul tavolo del suo ufficio di Porta Pia il ministro abbia trovato, gentile omaggio dei suoi collaboratori, la riproduzione della pagina dell’Unità, storico quotidiano comunista, del 4 ottobre 1964, giorno dell’inaugurazione dell’Autostrada del Sole, con contenuti contrari all’infrastruttura definita «la spina dorsale di un sistema rachitico». Un’opera, rivelatasi fondamentale per lo sviluppo dell’Italia, che per i critici di allora era frutto di «una visione solo automobilistica».

Sessant’anni dopo, la partita del si gioca sugli stessi binari. qua, il ministro che vuole unire la Sicilia al resto del Paese con un collegamento diretto e più veloce, facendone l’esempio di una politica che non ha paura di una sfida contro cui si sono infranti tanti sogni. Dall’altra, nello schema che polemicamente fa comodo a Salvini, il partito del no, ambientalisti e progressisti che si oppongono alla maxi opera, considerata uno spreco di denaro a danno di tanti altri interventi sulle strade e le ferrovie dell’isola ridotte in condizioni pietose. Il dualismo perfetto per chi, da sempre, alimenta la propria attività politica con l’antagonismo.

Estratto dell'articolo di Paolo Baroni per la Stampa il 29 Marzo 2023

Per Matteo Salvini il nuovo Codice degli appalti, approvato ieri sera invia definitiva dal Consiglio dei ministri, «è una rivoluzione positiva. Snellisce, semplifica, accelera» i cantieri. In pratica, ha spiegato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, «offrirà a imprenditori e sindaci uno strumento rivoluzionario» garantendo «più cantieri, più lavoro e più sicurezza in tutta Italia».

 Oltre ad assicurare appalti più rapidi, con un risparmio di tempo (solo per gli affidamenti senza gara, secondo stime del Mit, si risparmiamo da sei mesi a un anno), il nuovo codice assicura più autonomia agli enti locali, in particolare ai piccoli comuni, una corsia preferenziale (con un meccanismo di premialità all'insegna del «Prima l'Italia!») per le forniture italiane ed europee, pagamenti più rapidi alle imprese (che potranno fatturare già al momento dell'adozione dello stato di avanzamento dei lavori) e grazie alla digitalizzazione consentirà di risparmiare carta e incombenze burocratiche. Oltre a questo viene «piegato il partito dei No – spiega una nota della Lega –. È infatti previsto il dissenso qualificato, principio per cui le amministrazioni pubbliche avranno una cornice più limitata in caso di contrarietà a un'opera».

Mentre la Lega celebra il «codice-Salvini», i sindacati degli edili confermano lo sciopero generale del primo aprile contestando la liberalizzazione degli appalti a cascata. Si lamentano gli artigiani e dubbi esprime anche il presidente dell'Anticorruzione, Giuseppe Busia che apprezza «l'impulso alla digitalizzazione»; però, avverte, «attenzione a spostare l'attenzione solo sul "fare in fretta", che non può mai perdere di vista il "fare bene". Semplificazione e rapidità sono valori importanti - aggiunge - ma non possono andare a discapito di principi altrettanto importanti come trasparenza, controllabilità e libera concorrenza, che nel nuovo Codice non hanno trovato tutta l'attenzione necessaria, specie in una fase del Paese in cui stanno affluendo ingenti risorse europee».

(…)

Gli Appalti Pubblici.

Gare d'appalto: Quante e quali tipologie esistono?

Il codice appalti individua tre macro categorie di appalti, a cui fanno seguito numerose sotto categorie distinguibili a seconda del settore di riferimento e della procedura seguita dalla pubblica amministrazione per l'affidamento.

Quali sono i tre settori principali d'appalto?

Nel primo caso è possibile parlare di ambiente, edilizia urbana, industria, ristrutturazioni, fornitura di gas, servizi telefonici, ecc...

1. appalti di servizi;

2. appalti di forniture;

3. appalti di lavori ed opere.

Cosa sono gli appalti di servizio?

Il codice appalti li chiama "concessioni di servizi" poiché riconosce all'impresa il diritto di gestire i servizi anche ottenendo un prezzo dall'amministrazione. La concessione di servizi è una categoria residuale, poiché comprende tutto ciò che non rientra negli appalti di lavori o di opere, né nelle forniture

Cosa sono gli appalti di forniture?

Più semplici, invece, sono gli appalti di forniture, dove per fornitura si intende l'erogazione di specifiche tipologie di prodotti. Nell'ambito degli appalti pubblici le forniture possono riguardare:

l'acquisto di un prodotto;

la locazione finanziaria del prodotto;

la locazione o l'acquisto del prodotto con riscatto dello stesso;

la realizzazione di lavori di posa o di installazione.

Ciò che distingue la fornitura dalla realizzazione di lavori ed opere non è tanto la tipologia di prodotto (un'opera potrebbe essere oggetto di fornitura - ad esempio con l'installazione della stessa - ma anche di appalto di lavori) quanto la modalità con cui il contratto viene eseguito. Mentre il lavoro richiede l'intervento diretto dell'impresa, che realizza, ristruttura o progetta un bene, nella fornitura l'impresa stessa procura quel bene alla pubblica amministrazione, che lo utilizza a seconda delle necessità.

Qual è la differenza tra l'appalto e il contratto d'opera?

Per quanto riguarda la differenza, invece, nell'appalto l'opera o il servizio prevede un'organizzazione di media o grande impresa, mentre nel contratto d'opera il lavoro è in prevalenza dell'obbligato medesimo, anche se coadiuvato da componenti della sua famiglia o da qualche collaboratore.

Cosa sono gli appalti di lavori ed opere?

Per appalti di lavori ed opere si intende il contratto stipulato per iscritto da una o più amministrazioni e uno o più operatori economici che riguarda:

l'esecuzione di lavori nel comparto edilizio, come i lavori di costruzione e di ingegneria civile, la realizzazione di infrastrutture (strade, impianti), la progettazione di impianti e molto altro ancora;

l'esecuzione e/o la progettazione esecutiva di un'opera, quale potrebbe essere un manufatto (come ad esempio un immobile);

la realizzazione di un'opera che deve corrispondere alle esigenze richieste dall'amministrazione in sede di gara d'appalto, a prescindere dai mezzi utilizzati dall'operatore economico.

Semplificando gli appalti di lavori e opere hanno ad oggetto l'esecuzione di un'attività il cui risultato sarà una costruzione, una ristrutturazione o la realizzazione di un'opera.

Quali sono le procedure principali d'appalto?

Nel secondo, ossia per le procedure, le gare d'appalto possono essere:

1. aperte a chiunque voglia aderire;

2. ristrette ad un certo numero di imprese con specifici requisiti;

3. negoziate, ossia offrono la possibilità all'operatore economico di contrattare con l'amministrazione e vige il principio di Rotazione;

4. dialogo competitivo e di partenariato per l'innovazione che permettono all'operatore di individuare con l'amministrazione i mezzi e gli obiettivi per la realizzazione dell'appalto pubblico;

5. L’ appalto integrato.

6. acquisti attraverso il MePA.

L'art. 70 del codice dispone che, per l'aggiudicazione di appalti pubblici, le stazioni appaltanti utilizzano la procedura aperta, la procedura ristretta, la procedura competitiva con negoziazione, il dialogo competitivo e il partenariato per l'innovazione, acquisti attraverso il MePA.

Per ciascuna di queste categorie il nuovo codice appalti, aggiornato di recente con il Decreto Sblocca Cantieri, prevede delle soglie al di sotto del quale l'amministrazione può procedere alternativamente all'indizione di gare o affidare direttamente l'appalto ad un operatore economico iscritto in un'apposita lista. Esistono anche delle soglie oltre le quali l'amministrazione è obbligata a seguire le procedure ordinarie dovendo estendere, in alcuni casi, anche la partecipazione ad imprese che non si trovano sul territorio italiano.

Le soglie non sono fisse e periodicamente vengono aggiornate dalle leggi di bilancio o dalle direttive dell'Unione Europea. 

Qual è la differenza tra procedure aperte e procedure ristrette?

Quando si parla di procedura aperta ci si riferisce a quella in cui ogni operatore economico interessato può presentare un'offerta, mentre in quella ristretta possono partecipare alla procedura solo gli operatori precedentemente contattati dalla stazione appaltante.

Cosa si intende per procedura ristretta?

La procedura ristretta è una delle procedure di scelta del contraente definite dal Nuovo Codice dei Contratti Pubblici, a cui ogni operatore economico può chiedere di partecipare e in cui soltanto gli operatori economici invitati dalle amministrazioni aggiudicatrici possono presentare un'offerta.

Quando si usa la procedura negoziata senza bando? 

La procedura negoziata senza bando negli appalti pubblici riferiti ai servizi è consentita quando l'appalto fa seguito ad un concorso di progettazione e deve essere aggiudicato al vincitore o a uno dei vincitori del concorso. Vige il principio di Rotazione.

Come si svolge la procedura negoziata?

Successivamente la procedura si articola in tre fasi:

a) svolgimento di indagini di mercato o consultazione di elenchi per la selezione degli operatori da invitare;

b) confronto competitivo fra gli operatori e conseguente scelta dell'affidatario;

c) stipula del contratto.

La scelta del contraente: procedura aperta, ristretta, competitiva con negoziazione e dialogo competitivo. Dott.ssa Laura Facondini il 30/08/21 su diritto.it

Per quanto concerne la procedura di scelta del contraente, il codice prevede alcuni tipi di procedure, tra cui la procedura aperta, la procedura ristretta, la procedura competitiva con negoziazione e il dialogo competitivo.

La procedura aperta (art.60 del Codice dei Contratti pubblici)

La stazione appaltante rende noto, tramite pubblicazione di un bando, l’oggetto, l’importo dei lavori a base di gara e le condizioni del contratto cui intende addivenire. All’esito della procedura che prevede la raccolta e la valutazione delle offerte di tutti i concorrenti ammessi, individua il miglior offerente.

Nella procedura aperta tutti gli operatori economici che hanno i requisiti previsti nel bando possono presentare offerta.

La procedura di scelta del contraente avviene tramite alcune fasi. In primo luogo, viene adottata determinazione a contrarre nella quale vengono definiti gli aspetti importanti della procedura di gara ed approvato il bando. In seguito, viene pubblicato il bando e in tal momento possono essere presentate le offerte da parte degli operatori economici interessati. Allo scadere del termine di presentazione delle domande, il Responsabile Unico di Gara verifica la documentazione amministrativa e sulla base di questo procede all’ammissione o esclusione dei concorrenti. Dopodiché viene nominata una Commissione, la quale procede alla valutazione delle offerte tecniche nel caso di aggiudicazione secondo il criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa. Inoltre, viene stilata una graduatoria e, qualora i costi della manodopera risultassero congrui e non si ravvisasse anomalia dell’offerta, viene proposto un aggiudicatario provvisorio. Infine, vengono verificati i requisiti ed approvata l’aggiudicazione in capo all’operatore economico risultato primo in graduatoria.

La procedura ristretta (art.61 del Codice dei Contratti pubblici)

Nella procedura ristretta, a seguito della pubblicazione del bando, gli operatori economici che hanno i requisiti previsti presentano richiesta di essere invitati e successivamente e previo invito della stazione appaltante possono presentare la loro offerta.

L’importante distinzione tra la procedura aperta e la procedura ristretta consiste in tale netta distinzione di fasi, in quanto nella procedura ristretta si realizza uno sdoppiamento tra la fase di presentazione dei documenti per le verifiche amministrative e dunque l’ammissione alla gara e la fase di presentazione delle offerte.

La procedura di scelta del contraente avviene tramite alcune fasi. In primo luogo, viene adottata determinazione a contrarre nella quale vengono definiti gli aspetti importanti della procedura ed approvato il bando e viene pubblicato il bando. In seguito, vengono presentate le domande di partecipazione da parte dei concorrenti e verificate le domande di partecipazione.

In secondo luogo, vengono invitati alla gara tutti i concorrenti in possesso di requisiti o eventualmente selezionati. La gara viene celebrata solo tra i concorrenti invitati. In seguito, individuata la graduatoria, verificata la congruità dell’offerta, effettuata proposta di aggiudicazione e approvata l’aggiudicazione.

La procedura competitiva con negoziazione e il dialogo competitivo (art.62 e 64 del Codice dei Contratti pubblici)

Tali procedure si distinguono per l’elevato grado di flessibilità, che le distingue dalle ulteriori procedure in quanto non sussiste una rigida suddivisione di ruoli tra Committente e concorrente, in quanto in tal caso si parte da un’idea iniziale da parte della stazione appaltante per l’individuazione dei bisogni da soddisfare e si perviene dopo diversi livelli di negoziazione ad un’offerta finale.

Nella procedura competitiva con negoziazione, disciplinato dall’articolo 62 del Codice, vengono invitati i soggetti che ne abbiano fatto richiesta nel termine stabilito e che siano in possesso dei requisiti fissati nel bando.  Conclusa la fase della selezione la stazione appaltante spedisce gli inviti e ricevute le offerte inizia la negoziazione con gli offerenti. Occorre specificare che i requisiti minimi ed i criteri di aggiudicazione non sono soggetti a negoziazione.

Nella procedura di dialogo competitivo di cui all’articolo 64 del Codice, la stazione appaltante motiva in determina sulla necessità del ricorso a tale procedura. In tale procedura, qualsiasi operatore economico può chiedere di partecipare. La stazione appaltante avvia un dialogo con i candidati ammessi a tale procedura, al fine di elaborare una o più soluzioni atte a soddisfare le proprie necessità, sulla base della quale i candidati selezionati sono invitati a presentare offerte.

In tali procedure è fondamentale che venga garantita parità di trattamento tra tutti gli offerenti durante il corso della gara e che non siano fornite informazioni che possano avvantaggiare alcuni offerenti rispetto ad altri. 

Che cosa si intende per appalto integrato?

Come di consueto, gran parte dei problemi è connessa all'appalto integrato, ossia all'affidamento congiunto della progettazione esecutiva e della realizzazione dei lavori, che il nuovo Codice ha oltremodo liberalizzato, superando la limitazione della previgente normativa e della stessa Legge Delega.

Quali tipologie di appalto sono legittime sul MePA?

Per la legge, gli enti e le amministrazioni pubbliche legittimati a fare acquisti attraverso il MePA sono: le amministrazioni statali, tra cui anche le scuole. le aziende e amministrazioni dello Stato a ordinamento autonomo.

MePA (mercato elettronico) Consip per le PA: cos’è, come funziona, come iscrivere un’azienda e partecipare a un bando 

Il Mercato elettronico Mepa di Consip è il ganglio fondamentale dove le PA possono comprare in rete: importante quindi padroneggiarne bene il funzionamento e capire quali cambiamenti interessano la piattaforma a partire da maggio 2022

Pubblicato da Nicoletta Pisanu e Francesco Porzio su agendadigitale.eu il 23 Maggio 2022

Il Mepa di Consip, Mercato elettronico della Pubblica amministrazione, è un luogo virtuale per gli acquisti in rete della PA: qui domanda della PA e offerta delle imprese si incontrano. Uno strumento digitale attraverso il quale le PA possono acquistare beni e servizi offerti da fornitori abilitati, per importi inferiori alla soglia comunitaria prevista di 207.000 euro.

La piattaforma offre vantaggi sia alle PA che alle imprese, digitalizzando i processi di procurement pubblico, riducendo i tempi di gara e anche i costi commerciali. Il MePA è gestito da Consip.

Indice degli argomenti

Cos’è e come funziona il MePA Consip

 Mepa, cosa cambia da maggio 2022

Mepa iscrizione, come fare

Procedura di registrazione al Mepa

Come iscriversi e partecipare a un bando del MePA

I vantaggi del MePA per le aziende e la Pubblica Amministrazione

Il progetto Sportelli in rete: cos’è e come possono accedere le aziende

Criticità del MePA: come migliorarlo agendo sui processi e non sulla piattaforma

Svantaggi e punti deboli del Mercato elettronico Pubblica Amministrazione

Le regole del mercato elettronico (Consip e codice appalti)

Il lato oscuro del MePA: costi e strumenti di acquisto disponibili in rete

Come dare un futuro migliore al MePA e all’Italia

Cos’è e come funziona il MePA Consip

Per la legge, gli enti e le amministrazioni pubbliche legittimati a fare acquisti attraverso il MePA sono:

le amministrazioni statali, tra cui anche le scuole

le aziende e amministrazioni dello Stato a ordinamento autonomo

Regioni, Province, Comuni, Comunità montane e le loro associazioni

le istituzioni universitarie

aziende e amministrazioni del Servizio sanitario nazionale

enti del servizio sanitario nazionale

amministrazioni territoriali non regionali

organismi di diritto pubblico

gli istituti autonomi case popolari

le Camere di commercio, industria, artigianato, agricoltura e loro associazioni

enti pubblici non economici nazionali, locali o regionali

ARAN – Agenzia per la rappresentanza negoziale delle PA

agenzie di cui al D.Lgs 300/1999

Onlus e associazioni di volontariato

Sono tre le fasi previste per lo svolgimento della procedura di vendita/acquisto sul Mercato elettronico. In primis, Consip si occupa di pubblicare i bandi del Mercato elettronico. Il secondo step prevede che i fornitori si abilitino secondo i requisiti e pubblichino le loro offerte inerenti gli appalti. La terza fase prevede che le PA emettano ordini diretti a valere sulle offerte già pubblicata dai fornitori nel Catalogo o trattino prezzi e condizioni di fornitura, attraverso gli strumenti di negoziazione quali la “richiesta di offerta” o la “trattativa diretta”. Le amministrazioni possono fare “shopping” di quel che hanno bisogno verificando i beni, i servizi e i lavori disponibili tramite il bando del Mercato elettronico o, per alcune tipologie di beni e servizi il Catalogo che contiene Offerte valide e irrevocabili già pubblicate dai fornitori. A quel punto, se nel Catalogo è presente qualche offerta interessante per soddisfare le proprie necessità, l’amministrazione può effettuare ordini di acquisto,  altrimenti l’amministrazione può richiedere offerte per negoziare con uno o più fornitori.

 Mepa, cosa cambia da maggio 2022

Dalla fine del mese di maggio 2022 sarà attiva una nuova piattaforma MePA con una nuova disciplina. Il tutto nella sostanza non si discosta dal precedente sistema, ma le modifiche sugli aspetti tecnici e organizzativi del MePA sono stati così impattanti da richiedere la abilitazione ex novo di tutti i 146.214 fornitori già abilitati al MePA e di reinserire tutte le offerte già pubblicate all’interno del Catalogo del MePA che, erano circa 10 milioni prima che diventasse impossibile contarle per ragioni tecniche. Non chiediamoci se fosse possibile evitare di “uscire e rientrare tutti” per poter riavviare il MePA con la nuova piattaforma (l’opinione diffusa in capo agli esperti è “certamente si”), ma vediamo le differenze.

Finalmente sono state organizzate meglio le categorie merceologiche e un’impresa ora può scegliere con maggiore selettività le categorie a cui limitare la propria abilitazione al MePA. Un esempio? Fino a oggi, per 20 anni, alle gare per manutenzione di ascensori era legittimo nonché di fatto inevitabile invitare elettricisti, idraulici, termotecnici oltre ai manutentori di impianti elevatori perché tutti questi servizi di manutenzione erano inclusi in una unica categoria merceologica, surreale quanto ingestibile, chiamata “servizi agli impianti”. Ora finalmente le categorie scendono nel dettaglio degli specifici servizi di manutenzione, con evidenti vantaggi sia per le Pubbliche Amministrazioni che fanno inviti più mirati e consapevoli sia per le Imprese che non perdono tempo ricevendo inviti a gare di nessun interesse. E questo è solo un esempio di che cosa significa migliorare l’organizzazione merceologica.

Mepa iscrizione, come fare

Per iscriversi al MePA e partecipare alle iniziative, per prima cosa il legale rappresentante di un’azienda dovrà registrarsi al sistema di e-procurement tramite il sito acquistinretepa.it. Per l’iscrizione al Mepa, fondamentale disporre di firma digitale e Pec. Registrarsi permette di ottenere username e password per accedere al proprio account.

Dal mese di febbraio era già attiva la procedura di pre-abilitazione al nuovo sistema di e-procurement che sarebbe stata efficace al momento della messa in linea del nuovo sistema, per lasciare alle Imprese il tempo per farlo senza troppi disagi.

Procedura di registrazione al Mepa

L’abilitazione al MePA inizia con la procedura di registrazione. Per registrarsi, sono possibili due strade:

cliccare sul menù presente in tutte le pagine del portale Acquisti in rete pa, alla voce “Registrati”

cliccare sulla dicitura “Non sei ancora registrato?” che si trova sotto agli spazi del login 

Dopo questo passaggio, l’utente deve indicare il proprio ambito di appartenenza, per esempio “impresa italiana” o “UE”. Dopo aver selezionato la definizione corretta, bisogna inserire la partita IVA dell’azienda che si rappresenta.

Poi è necessario controllare che tutte le informazioni fornite al portale siano corrette. A quel punto, il sistema indica uno username, mentre l’utente dovrà scrivere la password e poi confermarla. Dopo la registrazione, si riceverà una mail: bisognerà cliccare sul link presente nel testo per confermare l’avvenuta registrazione.

Come iscriversi e partecipare a un bando del MePA

Dalla vetrina dei bandi del MePA è possibile selezionare un bando e iniziare la procedura di abilitazione cliccando su “Partecipa” dopo aver eseguito l’accesso con le credenziali user e password. A fare la procedura dev’essere il legale rappresentante dell’azienda. Finalmente le dichiarazioni rilasciate non hanno più scadenza, pertanto dovranno essere aggiornate non appena cambierà una informazione in esse contenuta, prestando attenzione al fatto che una dichiarazione non aggiornata equivale a una falsa dichiarazione. Sono ammessi a richiedere l’abilitazione al MePA tutti gli operatori economici che possono partecipare alle procedure di affidamento dei contratti pubblici, come previsto dal Decreto legislativo 50/2016 e dalla normativa comunitaria in materia.

In dettaglio, gli operatori economici ammessi sono:

Singolo operatore economico

Consorzio stabile che partecipa con la propria struttura d’impresa

Consorzio fra società cooperative di produzione e lavoro

Consorzio fra imprese artigiane che partecipa con la propria struttura d’impresa

Rete di imprese con soggettività giuridica che opera con la propria organizzazione d’impresa

Rete di imprese con soggettività giuridica

I vantaggi del MePA per le aziende e la Pubblica Amministrazione

Sia PA che imprese godono di vantaggi attraverso l’utilizzo del MePA. Le amministrazioni possono innanzitutto risparmiare tempo nei processi di acquisizione. Inoltre, il processo d’acquisto risulta essere trasparente e facilmente tacciabile. L’amministrazione ha inoltre ampio ventaglio di scelta, può confrontare prodotti e servizi offerti da fornitori che provengono da tutta l’Italia.

D’altro canto, per i Fornitori il MePA è un utile strumento di e-procurement in quanto, oltre a ottimizzare i tempi di vendita, favorisce anche la diminuzione dei costi. Lo strumento permette di valorizzare la propria azienda anche se piccola, con accesso da tutto il territorio italiano. Il MePA offre anche un confronto diretto con il proprio mercato di riferimento e permette di rinnovare i processi di vendita.

Il progetto Sportelli in rete: cos’è e come possono accedere le aziende

Sportelli in Rete è un progetto ideato per semplificare l’accesso delle aziende, soprattutto le più piccole, al Programma di razionalizzazione della spesa per la PA e alle gare pubbliche.

Il progetto è stato studiato in collaborazione con le associazioni di categoria, che ospitano sportelli di aiuto alle imprese per fare formazione e informazione, in particolare sul MePA. Tra le associazioni coinvolte, ci sono Confindustria, Unimpresa, Confagricoltura, Unioncamere e Ance.

Criticità del MePA: come migliorarlo agendo sui processi e non sulla piattaforma

Per cambiare marcia e fare un salto di qualità sul MePA dovremmo concentrarci su regolamento e processi anziché continuare a rimbiancare il tutto per renderlo più bello e al passo coi tempi. È molto più semplice ed economico di qualsiasi altro intervento.

Ogni cambiamento dell’interfaccia e dell’aspetto grafico lo può rendere più gradevole a chi lo usa la prima volta, ma costringerebbe comunque le 203.203 persone che lo utilizzano da sedici anni a dimenticare quanto avevano imparato e a ricominciare tutto da capo.

E infatti il bilancio della prima fase del rifacimento attuato nel febbraio scorso non sembra positivo a detta delle migliaia di dipendenti di enti pubblici che abbiamo formato quest’anno. Forse per questo motivo non si sono più visti i passi successivi annunciati da Consip.

Svantaggi e punti deboli del Mercato elettronico Pubblica Amministrazione

Il MePA ora è esteticamente più bello e al passo coi tempi ma contiene più inesattezze del precedente, da quelle veniali a quelle più gravi: gli strumenti di acquisto sono chiamati iniziative, la “area merceologica” che non è mai definita nella disciplina è usata arbitrariamente sia per aggregare le categorie merceologiche sia all’interno delle stesse categorie merceologiche, i contratti di convenzione sono inseriti nel catalogo dove il Codice degli Appalti prevede Offerte e molto altro ancora. Ma se queste criticità si possono risolvere rapidamente, il problema maggiore è la completa mancanza dei filtri di ricerca nel catalogo delle offerte. Se prima del rifacimento i filtri erano già imbarazzanti per la pochezza, il nulla attuale ci fa rimpiangere il passato.

Oggi l’unico modo per fare ricerche nel catalogo è tentare di esportarlo, operazione non sempre fattibile, e poi operare con i filtri di microsoft excel. Senza questa soluzione artigianale, l’alternativa è usare il catalogo per effettuare affidamenti diretti senza alcun confronto concorrenziale delle migliaia di offerte ivi presenti, come purtroppo ormai avviene sempre più diffusamente. Stipulare un contratto consultando un solo Fornitore senza confronto competitivo con altri è permesso dal codice, ma è la circostanza di più scarsa concorrenzialità e convenienza, accettabile quando si lavora con la carta e i sigilli perché la procedura competitiva potrebbe costare più dell’eventuale risparmio ottenibile. Ma oggi con l’eprocurement che dovrebbe rendere i processi efficienti, il confronto competitivo dovrebbe essere rapido e dovrebbe diventare prassi comune. E invece no, si è digitalizzata la stessa procedura che si svolgeva prima tramite la carta, ossia la consultazione di un solo operatore economico, tanto la legge lo permette.

Ma nelle situazioni così critiche il principio di Pareto stabilisce che con il 20% degli interventi possiamo provocare l’80% degli effetti. Ed è proprio vero, con poco sforzo si può ottenere tanto. L’ottimismo non manca, ma dove bisogna intervenire?

Le regole del mercato elettronico (Consip e codice appalti)

Negli anni ‘90 l’AIPA (Autorità per l’informatica nella Pubblica Amministrazione) ci insegnava che per informatizzare un processo bisogna prima reingegnerizzarlo, mentre se si informatizza un processo senza ripensarlo l’efficienza potrebbe migliorare di poco o addirittura peggiorare.

Sono passati quasi trent’anni e non solo è ancora vero, ma soprattutto è ancora necessario insegnarlo.

Nel mercato elettronico i processi di utilizzo sono definiti dalle regole del mercato elettronico, ossia dalla disciplina. E le regole le decide l’ente che gestisce il mercato elettronico, ossia Consip. A riguardo, l’attuale Codice degli Appalti lascia ampissima libertà di azione rispetto al previgente, per chi ha il coraggio di sfruttarla.

Ma la disciplina attuale del mercato elettronico sembra scritta negli anni ‘90 perché segue due linee di azione pur rispettabili ma ormai superate:

declinare ogni possibile responsabilità in caso di problemi, ad esempio malfunzionamenti, contenziosi, procedure illegittime, inadempimenti, reati;

disciplinare nel modo più conservativo possibile strumenti e processi di acquisto, rinunciando a qualsiasi innovazione di processo.

Le regole del MePA prevedono infatti che Consip non assuma alcuna responsabilità circa esattezza, veridicità, aggiornamento, conformità alla normativa del contenuto del portale, che sia esonerata da ogni responsabilità e risarcimento danni derivanti dall’uso del portale, che sia estranea a qualsiasi controversia tra enti e Imprese, che non garantisca la rispondenza del portale a esigenze, necessità o aspettative di imprese ed enti. Queste sono le regole della Consip che presenta i propri strumenti come la risposta a tutte le esigenze di acquisto. Se è giusto chiarire che Consip non può garantire che gli Enti agiscano nel rispetto della normativa, qui si va oltre questa forma di trasparenza.

Il lato oscuro del MePA: costi e strumenti di acquisto disponibili in rete

Usare strumenti innovativi non significa necessariamente innovare. Le regole infatti negano le opportunità offerte dai nuovi media digitali al punto da obbligare una Impresa che ha bisogno di assistenza o informazioni a chiamare il call center Consip al costo di circa 1 euro al minuto da rete mobile (max. 15 euro per chiamata), avendo Consip eliminato ogni altra possibilità di contatto ad esempio tramite moduli web, chat, ecc.

Il modo conservativo con cui sono state scritte le regole si riflette anche negli strumenti di acquisto all’interno del MePA. La richiesta di offerta infatti è stata realizzata pensando alla procedura negoziata al punto che Consip ingiustificatamente afferma che sia improprio usarla per procedure aperte o per affidamenti diretti. La trattativa diretta che consente di negoziare con un solo operatore e l’ordine diretto da catalogo senza alcuna possibilità di confrontare più offerte sono utilizzabili essenzialmente per negoziare affidamenti con un solo fornitore, dunque sono perfettamente legittimi ma rinunciano alla grande innovazione apportata dal catalogo elettronico che è il cuore del mercato elettronico. Il catalogo è l’elemento sostanziale che fa la differenza tra un mercato elettronico e una piattaforma per gare telematiche.

Il Codice degli Appalti con il catalogo elettronico introduce infatti una straordinaria innovazione nel procurement pubblico perché consente a tutta la Pubblica Amministrazione di condividere in un unico catalogo milioni di offerte che vengono inserite ed aggiornate in tempo reale dai fornitori che vedono le offerte dei concorrenti e di conseguenza rilanciano continuamente migliorando le proprie. L’alternativa se non ci fosse il mercato elettronico sarebbe quella in cui ogni ente chiede una offerta a un solo fornitore o, con molta fatica, qualche offerta a qualche fornitore. E con il MePA si è digitalizzata esattamente questa alternativa perché gli enti possono fare affidamenti diretti sollecitando una sola offerta, o a fatica qualcuna in più, senza possibilità di confronto di offerte nel catalogo perché manca ogni possibile filtro per cercarle e confrontarle. E in questo modo si rinuncia all’innovazione consentita dalla normativa e dalle nuove tecnologie, alla possibilità per enti e imprese di risparmiare molto più tempo nei processi di procurement, al risparmio che deriva dal confronto concorrenziale di più offerte nel catalogo e al miglioramento di efficienza dei processi di vendita. Da non trascurare che in questo modo si vanifica anche il tempo speso da migliaia di fornitori ad inserire nel catalogo ed aggiornare oltre otto m9ilioni di offerte. E il costo di quel tempo speso invano prima o poi, direttamente o indirettamente, lo paghiamo tutti come maggiori costi di acquisto o minori entrate per l’erario.

Come dare un futuro migliore al MePA e all’Italia

Ce la possiamo fare, ma occorre coraggio. Il coraggio di ammettere che in una piattaforma telematica è possibile sfruttare, senza violare la normativa, meccanismi gratificanti che incentivano i membri della community a comportarsi in modo eccellente. Occorre il coraggio di lasciar usare le offerte condivise nel catalogo per effettuare confronti competitivi finalizzati ad affidamenti di contratti o indagini di mercato. Occorre integrare il MePA con gli altri mercati elettronici perché non è efficiente che un imprenditore debba abilitarsi a dieci mercati elettronici diversi e ogni mattina debba cercare le gare in ciascuno di essi, con modalità e caratteristiche diverse. Anzi, non solo non è efficiente cercare le gare in ogni diverso mercato elettronico, ma non è proprio pensabile per chi si guadagna il pane con la propria efficienza. Occorre estendere il concetto di usabilità di una piattaforma alla semplicità nell’eseguire procedure legittime da parte degli enti per evitare di realizzare mercati elettronici dove è semplice eseguire procedure illegittime.

Ed è giunto anche il tempo di puntare ad obiettivi più strategici per il Paese come quello di sfruttare il MePA anche per agevolare l’informatizzazione delle piccole e microimprese proponendo ulteriori servizi integrati con i processi di procurement. Oggi l’unico ulteriore servizio previsto sul portale è quello che permette di gestire le fatture elettroniche ma non è neanche integrato con gli ordini ricevuti con la stessa piattaforma MePA né è possibile usarlo per inviare fatture a soggetti diversi dalla PA, quindi tra pochi giorni sarà inutile.

Si potrebbe estendere in modo integrato la digitalizzazione ad altri processi che ruotano intorno al public procurement quali la gestione di catalogo, disponibilità in magazzino, ordini, consegne, assistenza, marketing. Non solo le Imprese ma anche gli Enti Pubblici hanno un’esigenza non più derogabile di efficienza nei processi di vendita verso la PA che si può soddisfare solo con l’integrazione tra il MePA e i sistemi informativi utilizzati quotidianamente. In venti anni di MePA non esiste ancora alcuna funzionalità di integrazione o anche solo di scambio dati con i sistemi realizzati da Istituzioni terze e che le Stazioni Appaltanti devono utilizzare (ad esempio SIMOG, TED, verifica dei requisiti, ecc.) né sono presenti interfacce applicative standard per l’interazione con sistemi informativi automatizzati.

Dopo tanti anni, qualcosa finalmente sta cambiando nel percorso evolutivo dell’e-procurement da quando è stato pubblicato il Decreto n. 148 del 2021 “Regolamento recante modalità di digitalizzazione delle procedure dei contratti pubblici”. Nonostante esso sia stato scritto a un livello così alto da limitarsi a principi generali facilmente desumibili dal Codice degli Appalti, esso ha il pregio di demandare all’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) il compito di emettere regole tecniche per la definizione delle modalità di digitalizzazione. Il compito è sempre più difficile perché oggi esistono decine di piattaforme telematiche e più le regole AgID saranno incisive ed efficaci e più impatteranno sulle stesse piattaforme già esistenti. L’approccio pilatesco del Decreto 148/2021 non fa ben sperare, ma la leadership che AgID ha già dimostrato in passato e il confronto pubblico sulle regole tecniche iniziato il 31 marzo scorso hanno destato vivo ottimismo.

Le soglie di procedura.

Quando è obbligatoria la procedura aperta?

Lgs. 50/2016), il DL n. 32 innalza la soglia per la procedura negoziata, previa consultazione di almeno 3 operatori economici, da € 150.000 a € 200.000. Al di sopra di questa soglia, i lavori potranno essere affidati soltanto tramite procedura aperta.

Qual è la soglia sotto la quale è possibile procedere a un affidamento diretto di servizi o forniture?

Il Codice Appalti del 2016 consentiva l'affidamento diretto per importi fino a 40mila euro. Le norme introdotte per far fronte alla pandemia hanno ampliato progressivamente la portata dell'affidamento diretto. La soglia è passata a 150mila euro, ma solo fino a giugno 2023 e per i lavori finanziati dal PNRR e dal PNC.

Quando si può fare un affidamento diretto?

Per affidare dei lavori è necessario rispettare i seguenti requisiti: importo dei lavori affidati inferiore a 150.000 euro. In questo caso la stazione appaltante ha la possibilità di affidare direttamente i lavori, senza la necessità di consultare più operatori economici.

Cosa sono le soglie comunitarie appalti?

Le soglie di rilevanza comunitaria servono per stabilire l'obbligo di rendere pubblica una gara di appalto in tutte le nazioni dell'Unione Europea ed allargare la platea dei partecipanti a tutti gli operatori interessati, in possesso dei requisiti richiesti.

Quali sono gli appalti sotto soglia?

I contratti sotto soglia sono quei contratti che hanno per oggetto lavori, servizi e forniture di importo inferiore alle soglie di rilevanza europea. Il nuovo Codice dei contratti pubblici (Decreto Legislativo 31 marzo 2023, n. 36

Qual è la soglia per affidamento diretto?

In particolare, il Codice prevede che si possa procedere ad affidamento diretto per i lavori fino a 150.000 euro, per i servizi e le forniture, inclusi i servizi di ingegneria e architettura e l'attività di progettazione, fino a 140.000 euro, e per i servizi sociali e altri servizi specifici fino a 40.000 euro. 

PRINCIPIO DI ROTAZIONE, PROCEDURE RISTRETTE, APPALTI SOPRA-SOGLIA… 

Il Tar Calabria riafferma i principi formatisi sull’applicazione del “principio di rotazione”, pronunciandosi sul caso di una procedura ristretta per appalto di servizi, di importo sopra la soglia comunitaria.

L’attuale fornitore del servizio presenta domanda di partecipazione alla procedura di gara e viene escluso stante “il divieto di partecipazione del fornitore uscente imposto dalla normativa vigente nelle procedure negoziate”

Tar Calabria, Reggio Calabria, 31/07/2023, n. 649 accoglie il ricorso ed annulla l’esclusione:

Rilevato che il presente giudizio verte intorno all’unica questione relativa all’applicabilità alla procedura “ristretta” di cui all’art. 61 D.lgs. n. 50/2016 del principio di rotazione;

Ritenuto che il ricorso è fondato, dovendo escludersi che il principio di rotazione debba trovare applicazione nell’ipotesi di una procedura ristretta indetta ex art. 61 D.lgs. n. 50/2016 per un appalto pacificamente “sopra soglia” (€ 6.264.372,00) e a valle della pubblicazione di un bando e/o di un avviso pubblico cui tutti gli operatori economici in possesso dei requisiti richiesti sono stati in condizioni di poter partecipare;

Considerato che:

– la giurisprudenza amministrativa consolidata ha chiarito che “l’obbligatorietà del principio di rotazione per le gare di lavori, servizi e forniture opera in relazione agli appalti cd. “sotto soglia” disciplinati dall’art- 36 del d.lgs. 50/2016 (v. Cons. Stato, VI, 31 agosto 2017, n. 4125), nonché per le procedure negoziate senza bando, come è reso manifesto dall’art 63, comma 6, che espressamente menziona il principio di rotazione insieme agli altri principi (trasparenza, concorrenza) che devono ispirare tali procedure caratterizzate dall’assenza di una vera e propria procedura di gara. Il principio di rotazione, quindi, è applicabile esclusivamente in presenza di contratti sotto soglia in cui le procedure di gara sono particolarmente semplificate e in presenza di una procedura negoziata senza però la pubblicazione del bando” (cfr. TAR Campania, Salerno, sez. I, 6 febbraio 2018 n. 184);

– nel caso di specie, il ………. ha indetto una procedura “ristretta” per aggiudicare un appalto “sopra soglia” e previa pubblicazione di un bando alla stregua di una norma (art. 61 D.lgs. n. 50/2016) nella quale il principio di rotazione non è testualmente invocato né come regola (come nelle procedure negoziate “sotto soglia” ex art. 36), né come eccezione (come in quelle negoziate, anche “sopra soglia”, previste dall’art. 63 comma 6 quando non vi è la pubblicazione di un bando);

Evidenziato che:

– la procedura “ristretta” in discorso è una delle due procedure “ordinarie” di scelta del contraente definite dal codice dei contratti pubblici (l’altra è quella “aperta”), alla quale ogni operatore economico può chiedere di partecipare e in cui soltanto gli operatori economici invitati dalle amministrazioni aggiudicatrici sono abilitati a presentare un’offerta (art. 61 D.lgs. n. 50/2016 e ora art. 72 D.lgs. n. 36/2023);

– più nel dettaglio, essa si articola in due fasi: nella prima, la stazione appaltante rende nota la volontà di procedere all’affidamento di un determinato contratto e fornisce tutte le indicazioni e le informazioni necessarie alla presentazione dell’offerta; trattasi di una fase antecedente di selezione (o di “prequalifica”), propria della procedura ristretta impiegata per il “sopra soglia” e funzionale ad individuare i soggetti da invitare (qui predefiniti nel numero di sei; v. bando di gara punto n. II.2.9-doc. n. 2 di parte ricorrente) a presentare l’offerta conformemente alle specifiche contrattuali dettate dalla lex specialis;

– il tratto distintivo rispetto alla procedura negoziata, a cui la P.A, come già spiegato, può ricorrere sia negli appalti “sotto soglia” (art. 36, co.2, D.lgs. n. 50/2016) che “sopra soglia” (art. 63 co. 6), è che nella procedura “ristretta” la stazione appaltante pubblica un avviso ovvero, come nella fattispecie per cui è causa, un bando al quale tutti gli operatori economici in possesso dei requisiti richiesti, compreso il gestore uscente, possono partecipare, auto-vincolandosi a non esercitare a monte la facoltà di scelta di quali operatori economici invitare, ma preferendo prima compulsare il mercato al fine di far emergere specifiche manifestazioni di interesse compatibili con la tipologia dei servizi, dei lavori e delle forniture da affidare. A questa opzione procedurale corrisponde il “diritto” di un operatore economico di partecipare a prescindere dalla eventuale qualità di appaltatore uscente, a maggior ragione se nessuna disposizione di gara ne prescrive espressamente il divieto;

– viceversa, quella negoziata, tipica del “sotto soglia”, è una procedura di affidamento in cui le stazioni appaltanti consultano gli operatori economici da loro già selezionati o individuati attraverso un elenco o un albo e negoziano con uno o più di essi le condizioni dell’appalto, rinunciando a rivolgersi prioritariamente ed “indistintamente” al mercato;

Ritenuto che:

– nelle procedure “sotto soglia” – e in quelle previste dall’art. 63 co. 6 “sopra soglia”- il principio di rotazione con la scandita regola operativa del divieto di invitare il precedente aggiudicatario nell’affidamento di nuove commesse, trae fondamento (di per sé non assoluto) nell’“esigenza di evitare rendite di posizione in capo al gestore uscente”, la cui posizione di vantaggio deriva dalle informazioni acquisite durante il pregresso affidamento, e perseguire quindi “l’effettiva concorrenza”, garantendo la “turnazione di diversi operatori” nella realizzazione del “medesimo servizio” (cfr., tra le tante, Cons. Stato, sez. V, 7 settembre 2022 n.7794; 15 dicembre 2020, n. 8030; id., sez. III, 25 aprile 2020, n. 2654; TAR Lazio, sez. I, 31 marzo 2023 n. 5555);

– il principio di rotazione, in ogni caso, “non ha carattere assoluto, bensì relativo, dato che in caso contrario esso limiterebbe il potere della stazione appaltante di garantire la massima partecipazione alla procedura di gara; si tratta quindi di un principio servente e strumentale rispetto a quello della concorrenza, che deve quindi trovare applicazione nei limiti in cui non incida su quest’ultimo” (v. TAR Catanzaro, 11 luglio 2023 n. 1019);

Atteso che, alla luce di tali premesse, la risoluzione dell’unica questione dedotta si focalizza sull’individuazione dell’esatta natura della procedura di selezione del contraente: se preceduta dall’individuazione discrezionale dei soggetti partecipanti, essa va qualificata come procedura negoziata in senso stretto e soggiace al principio di rotazione (cfr. Cons. Stato sez. V, 22 febbraio 2021 n. 1515), principio motivatamente derogabile, allorché l’equilibrio concorrenziale possa ragionevolmente recedere innanzi alle particolari caratteristiche del mercato di riferimento, all’esiguità del numero di operatori economici interessati e alla natura dell’affidamento); se, invece, la gara risulta preceduta da un avviso aperto a tutti gli operatori, si è fuori dalle procedure negoziate, non deve applicarsi il principio di rotazione e non opera quindi alcun meccanismo preclusivo, capace di impedire al gestore uscente l’accesso alla procedura, con la conseguenza che, in tale diversa situazione, la partecipazione di quest’ultimo non costituisce deroga al suddetto principio e neppure richiede alcuna esplicita motivazione da parte dell’Amministrazione (in tal senso, da ultimo, TAR Venezia, 26 marzo 2021 n. 389);

Ritenuto, pertanto, che nel caso di specie:

– la motivazione dell’esclusione di xxx, riportata nel verbale di gara impugnato, appare per un verso errata e, per altro contraddittoria:

i) errata, perché essendo prevalentemente riferita all’ambito degli appalti “sotto soglia”, si traduce di fatto nell’aver inibito a posteriori la partecipazione di un operatore economico alla procedura di gara, senza che ciò fosse (e potesse essere) espressamente preannunciato nel bando;

ii) contraddittoria, perché, come già anticipato in sede cautelare monocratica, non si tratta di una procedura negoziata, in cui l’esigenza di effettiva concorrenzialità è più sentita anche a costo di sacrificare il contraente uscente, ma di una procedura “ristretta” (o, in altri termini, “spuria”), caratterizzata: a) da un iniziale meccanismo di apertura al mercato con la partecipazione di tutti gli operatori economici aventi potenzialmente le carte in regola per presentare un’offerta nel settore merceologico di riferimento, il che esclude qualsiasi intervento dell’Amministrazione resistente nella fase di selezione o individuazione preliminare degli operatori economici da invitare alla procedura (cfr. Cons. Stato, V, 24 maggio 2021, n. 3999) e b) da una successiva fase “negoziata” in cui dare sfogo al confronto concorrenziale tra gli operatori invitati dopo che hanno chiesto di poter partecipare alla gara;

– la procedura in questione non è riconducibile né ad una procedura negoziata ex art. 36 co.2 (essendo l’appalto “sopra soglia”), né ad una procedura negoziata ex art. 63 co. 6, in quanto il ………. ha pubblicato nelle forme dell’evidenza pubblica un bando di gara nella G.U.R.I. e nella G.U.E.E. per l’acquisizione delle domande di partecipazione, indifferentemente rivolto a tutti gli operatori economici in possesso dei requisiti indicati e contraddistinto dall’automatica ammissione dei soggetti che hanno manifestato l’interesse a partecipare alla successiva gara;

– con la pubblicazione del bando l’Amministrazione ha demandato al mercato l’individuazione dei soggetti interessati a presentare la propria offerta, essendo ammissibile che abbia poi manifestato interesse a partecipare anche il gestore uscente destinato a “competere” con altri eventuali concorrenti;

Ritenuto opportuno precisare inoltre che:

– anche il regime derogatorio di cui all’art. 2 D.L. n. 76/2020 richiama testualmente il principio di rotazione con riguardo alla sola procedura negoziata di cui al comma 3 e non alle procedure ordinarie (aperta e ristretta);

– il D.lgs. n. 50/2016 (art. 36) prevede espressamente l’applicazione del principio di rotazione con riguardo al settore dei “sotto soglia” anche a fronte dell’assenza di qualsiasi previsione al riguardo da parte delle direttive, mentre l’art. 63, pur menzionandolo espressamente, è la norma sulle procedure negoziate tout-court e non sulle “ristrette” di cui all’art. 61;

– l’art. 91 D.lgs. n. 50/2016, cui l’art. 61 co. 3 rinvia in un’ottica di semplificazione procedurale, non risulta applicato nella procedura in esame, laddove l’Amministrazione non ha in concreto ristretto i candidati che hanno presentato domanda a seguito del bando; ne consegue che la stazione appaltante non ha operato alcuna selezione discrezionale dei partecipanti, ma ha ammesso (come in una procedura aperta, alla quale non è applicabile la rotazione) quelli che presentavano i requisiti pretesi dal bando, uscente compresa;

Considerato che:

– il principio di rotazione non discende espressamente dalle Direttive n. 2014/23 e n. 2014/24 e, pur consentendo una turnazione tra i diversi operatori nella realizzazione del servizio, va applicato secondo criteri di logicità, ragionevolezza e proporzionalità allorquando, come affermato dalla giurisprudenza “non appare sussistere nella specie una significativa limitazione degli operatori economici invitati alla selezione, giacché la gara in considerazione, pur a mezzo della procedura negoziata, risulta conformata da un’ampia partecipazione, comprensiva di tutti gli operatori economici che avevano fatto domanda di ammissione alla previa procedura aperta (poi annullata) e di tutti i gestori attuali del servizio (cfr. TAR Toscana, sez. I, n. 1667/2021);

– non si rinviene, a confutazione di quanto sostenuto nella memoria della difesa erariale, alcuna norma primaria o sub-primaria (Linea Guida ANAC) che imponga o semplicemente autorizzi la rotazione nelle procedure ristrette, siano esse “sopra soglia”: gli inviti della procedura ristretta, come sì è visto sopra, conseguono ad un bando e non a scelte discrezionali della stazione appaltante, per cui non corrispondono ontologicamente agli “inviti” dell’art. 36; anzi, ANAC ha avuto modo di chiarire che “la rotazione non si applica laddove il nuovo affidamento avvenga tramite procedure ordinarie o comunque aperte al mercato, nelle quali la stazione appaltante, in virtù di regole prestabilite dal Codice dei contratti pubblici ovvero dalla stessa in caso di indagini di mercato o consultazione di elenchi, non operi alcuna limitazione in ordine al numero di operatori economici tra i quali effettuare la selezione” (Linee Guida n. 4, par. 3.6.). In effetti, se la pubblicazione del bando e/o dell’avviso assicura una trasparenza adeguata per consentire l’apertura al mercato e, quindi, la deroga al divieto di invito e affidamento al fornitore del servizio uscente, ciò vale indipendentemente dal tipo di procedura prescelta (indagine di mercato con sollecitazione di manifestazioni di interesse o pubblicazione di un avviso/bando per la presentazione di offerte);

Ritenuto che, in tale ottica, devono essere evitati approcci ermeneutici eccessivamente formalistici del principio di rotazione, destinati praeter legem compromettere il buon andamento dell’azione amministrativa, laddove, come accade nel caso in esame, si finirebbe per aggiudicare il servizio all’unico concorrente rimasto in gara, contravvenendo, non senza contraddizione, proprio al principio di concorrenza assunto come postulato della tesi di parte resistente;

Ritenuto, alla stregua delle ragioni suesposte, che:

– la decisione dell’Amministrazione resistente di escludere xxx per violazione del principio di rotazione non è, dunque, conforme a legge;

A cura di giurisprudenzappalti.it del 31/07/2023 di Roberto Donati

Cosa c'era prima di ANAC?

L'Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) nasce dalla trasformazione di un altro organismo pubblico, ossia la Commissione per la valutazione, la trasparenza e l'integrità delle amministrazioni pubbliche (CIVIT), creata nel 2009 (art. 13 del D.

Cosa vuol dire ANAC?

L'autorità nazionale anticorruzione (Anac) è un'autorità amministrativa indipendente il cui compito è quello di prevenire fenomeni corruttivi nell'ambito delle pubbliche amministrazioni (pa) e delle società partecipate e controllate.

Chi fa il Piano nazionale anticorruzione?

Il Piano Nazionale Anticorruzione 2022 (Pna), approvato dal Consiglio dell'Anac il 16 novembre 2022 e in attesa del parere dell'apposito Comitato interministeriale e della Conferenza Unificata Stato Regioni Autonomie locali, avrà validità per il prossimo triennio.

Chi è il responsabile per la trasparenza?

Il responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza è individuato tra i dirigenti. Laddove possibile, è altamente consigliato attribuire l'incarico di RPCT in capo a dirigenti di prima fascia, o equiparati. Negli enti locali, per specifica disposizione legislativa

Chi nomina il responsabile della trasparenza?

Pertanto, la competenza della nomina dell'RPCT spetta all'organo di indirizzo e, inoltre, tale figura deve essere prevista nell'organigramma dell'amministrazione con proprie funzioni, poteri, limiti e responsabilità.16 ma

Quale è la durata del piano anticorruzione?

Il Piano Triennale di Prevenzione della corruzione e della trasparenza, contenente la programmazione delle misure di prevenzione della corruzione da attuare nel triennio successivo deve essere adottato entro il 31 gennaio di ogni anno.

Cosa va pubblicato in trasparenza?

La trasparenza consiste nella pubblicità di atti, documenti, informazioni e dati propri di ogni amministrazione, resa oggi più semplice e ampia dalla circolazione delle informazioni sulla rete internet a partire dalla loro pubblicazione sui siti istituzionali delle amministrazioni.

Quali sono le 4 aree di rischio obbligatorie comuni a tutte le amministrazioni?

L'ALLEGATO 2 al PNA sotto la rubrica "Aree di rischio comuni e obbligatorie" individua"

A ) Area: acquisizione e progressione del personale

1. Reclutamento

2. Progressioni di carriera

3. Conferimento di incarichi di collaborazione;

B) Area: affidamento di lavori, servizi e forniture

Che differenza vi è tra trasparenza e pubblicità?

Secondo questa dottrina, la pubblicità non coincide con la trasparenza, anche se ne costituisce uno dei possibili elementi. La pubblicità è un mero stato di fatto dell'atto, dell'organizzazione o del procedimento, mentre la trasparenza è – come detto – chiarezza e comprensibilità dell'azione amministrativa.

Che differenza c'è tra amministrazione trasparente e albo pretorio?

Albo pretorio: cos'è? La pubblicazione di atti e provvedimenti all'interno dell'albo pretorio on-line non va confusa con quella effettuata all'interno della sezione Amministrazione Trasparente, per assolvere invece gli obblighi di pubblicazione previsti dal Decreto Trasparenza.

Chi controlla l'amministrazione trasparente?

Il Responsabile per la prevenzione della corruzione e della trasparenza svolge attività di controllo sull'adempimento da parte dell'amministrazione degli obblighi di pubblicazione assicurando completezza, chiarezza e aggiornamento delle informazioni pubblicate.

Quali poteri ha l'Anac in materia di Inconferibilità e incompatibilità?

Anzitutto, vale evidenziare che anche nella materia della inconferibilità e incompatibilità degli incarichi, individuata quale misura di prevenzione della corruzione, l'Anac esercita il suo generale potere di regolazione, che si inquadra in quello di indirizzo sulle misure di prevenzione della corruzione nei confronti ...

Che cos'è la dichiarazione di incompatibilità?

Dichiarazione insussistenza cause inconferibilità e incompatibilità incarico. All'atto del conferimento dell'incarico, il dirigente presenta una dichiarazione sulla insussistenza di una delle cause di inconferibilità e, annualmente, una dichiarazione sulla insussistenza di una delle cause di incompatibilità.

Qual è la differenza tra Inconferibilità e incompatibilità di incarichi?

Nelle ipotesi di inconferibilità il RPCT dichiara la nullità dell'incarico, nelle ipotesi di incompatibilità dichiara la decadenza dell'incarico conferito se non avviene la scelta, da parte del soggetto interessato, entro 15 gg dalla contestazione.

Che cosa si intende per incompatibilità nel pubblico impiego?

Il dipendente pubblico non può esercitare il commercio, l'industria, le professioni, assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato.14 dic 2021

Ai sensi dell’art. 1 del d.lgs. n. 39/2013, comma 1, lett. g), per inconferibilità s’intende «la preclusione, permanente o temporanea, a conferire gli incarichi previsti dal presente decreto a coloro che abbiano riportato condanne penali per i reati previsti dal capo I del titolo II del libro secondo del codice penale, a coloro che abbiano svolto incarichi o ricoperto cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati da pubbliche amministrazioni o svolto attività professionali a favore di questi ultimi, a coloro che siano stati componenti di organi di indirizzo politico».

NORMATIVA ANTIMAFIA APPALTI.

L'informazione antimafia si caratterizza per una più ampia portata rispetto alla comunicazione antimafia, in quanto essa presuppone, oltre all'accertamento dell'inesistenza delle cause ostative previste tassativamente dall'articolo 67, anche l'accertamento dell'inesistenza di situazioni di infiltrazione mafiosa...

Quindi, un primo punto fermo è che di regola la documentazione antimafia non va chiesta sotto i 150.000 euro. E' inutile dire che il frazionamento dei contratti per restare sotto questo importo è vietato.

NORMATIVA ANTIMAFIA APPALTI: L’ANAC DIFFONDE IL MANUALE PER IMPRESE E PA. Da app.tuttogare.it

A rispondere ai dubbi più comuni in tema di esclusione dalle gare e applicazione delle norme antimafia agli appalti pubblici è l’ANAC.

Normativa Antimafia Appalti, dall’ANAC arriva la guida per le Imprese e le PA con la rassegna delle interpretazioni fornite dall’Autorità sull’impatto delle norme antinfiltrazione per gare e cantieri.

Infatti, come è noto, gli operatori economici che intendono concorrere all’affidamento dei contratti pubblici devono possedere non solo le specifiche capacità tecniche-professionali ed economico-finanziarie necessarie per eseguire il contratto e disciplinate dall’art. 83 del d.lgs. 50/2016.

Ma devono essere in regola anche con i requisiti di moralità, individuati dall’art. 80 del d.lgs. 50/2016.

Normativa Antimafia Appalti: l’ANAC fornisce il manuale per Imprese e PA

Tra le novità in esame si segnala la previsione in virtù del quale la sussistenza di cause

di decadenza,

di sospensione

o di divieto previste dall’art. 67 del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 (c.d. “codice antimafia”)

oppure ancora di un tentativo di infiltrazione mafiosa di cui all’art. 84, comma 4, d.lgs. 159/2011,

costituisce motivo ostativo alla partecipazione alle gare e, quindi, all’affidamento di contratti pubblici.

Questo nuovo precetto ha il pregio di aver raccordato la disciplina del d.lgs. 159/2011 con quella del d.lgs. 50/2016. In tal modo si fa chiarezza circa il corretto inquadramento degli strumenti di controllo antimafia nell’ambito della contrattualistica pubblica sia in fase di gara sia in fase di esecuzione.

Dunque da un lato il primo comma dell’art. 80 del d.lgs. 50/2016 richiede che i fatti siano stati accertati dall’autorità giudiziaria con sentenza definitiva o decreto penale divenuto irrevocabile.

Mentre per il secondo comma è sufficiente una considerazione unitaria degli elementi di fatto che, valutati nel loro complesso, possono costituire un’ipotesi ragionevole e probabile di permeabilità della singola impresa ad ingerenze della criminalità organizzata di stampo mafioso.

Infine, l’ANAC, in merito all’annotazione dell’interdittiva antimafia nel casellario informatico ha sottolineato che la sua adozione rappresenta una misura anticipata a protezione degli appalti pubblici.

E più in generale è uno strumento di tutela dell’attività della pubblica amministrazione, al fine di prevenire ogni possibile inquinamento da parte di organizzazioni mafiose.

Pertanto l’annotazione sul casellario informatico ha la funzione di informare tutte le amministrazioni aggiudicatrici circa l’esistenza di una causa, allo stesso tempo, ostativa alla partecipazione alle procedure di gara e risolutiva dei contratti già in essere. A cura di lentepubblica.it del 06.02.2020

LA NORMATIVA ANTIMAFIA NEGLI APPALTI PUBBLICI. Da old.ancebrescia.it

Si ritiene opportuno pubblicare un breve sunto della vigente normativa "antimafia" negli appalti pubblici, riepilogando gli adempimenti che tale normativa pone a carico delle imprese esecutrici di lavori pubblici. L'opportunità di riepilogare le norme antimafia è dettata non dalla emanazione di nuove leggi bensì dall'esigenza di unificare disposizioni rinvenibili in una frammentaria legislazione che, a partire dalle prime leggi del 1982, incide sul medesimo tema con pesanti ripercussioni per la gestione di pubblici appalti.

È opportuno ricordare che la normativa in commento è stata oggetto di modifiche, da ultimo previste nella legge di riforma degli appalti pubblici, legge "Merloni" n. 109/94; altre modifiche dovrebbero essere contenute nei decreti e regolamenti attuativi previsti dalla citata legge n. 109 e soprattutto nella "Merloni-ter" in discussione nelle aule parlamentari.

Il riepilogo segue un ordine temporale partendo dalla fase iniziale della richiesta di partecipazione alla gara per arrivare alla gestione del lavoro con le problematiche connesse a subappalti, noli e contratti di fornitura; il tutto corredato da fac-simili e modelli di dichiarazioni.  

1) RICHIESTA DI INVITO PER PARTECIPARE ALLA GARA 

Non è previsto nessun adempimento 

2) PARTECIPAZIONE ALLA GARA 

- Indicazione da effettuare in sede di offerta circa i futuri subappalti o cottimi

(Art. 18 Legge 55 del 19-1-90 - art. 34 D.Lgs. 406 del 19-12-91 - D.M. 31-3-1992 - art.34 Legge 109 del 11-2-94).

L'impresa deve indicare all'atto dell'offerta le opere che intende subappaltare o concedere in cottimo. Tale indicazione risulta pertanto presupposto necessario per poter ottenere in corso d'opera l'autorizzazione al subappalto o al cottimo.

Unitamente alle opere che si intende subappaltare vanno indicati i nominativi, da due a sei, di ditte tra le quali si individuerà il proprio subappaltatore (nel caso venga indicato un solo nominativo deve essere allegato il relativo certificato di iscrizione all'A.N.C. o alla C.C.I.A.A., se il subappalto non supera i 75milioni).

In merito alla disciplina del subappalto si tenga conto di quanto indicato al successivo punto 6.A1.

Il fac-simile n. 1 riporta lo schema di dichiarazione, da rendere in carta libera e da allegare alla documentazione inerente la partecipazione alla gara, che le imprese potranno utilizzare, apportando le variazioni ritenute necessarie a seconda della tipologia del lavoro da sub-appaltare. 

- Dichiarazione circa gli oneri relativi alla redazione dei piani di sicurezza (Allegati al D.P.C.M. 55 del 10-1-1991)

Il bando di gara per appalti pubblici di qualsiasi importo dovrebbe correttamente prevedere "la richiesta all'offerente di specificare che l'offerta tiene conto degli oneri previsti per i piani di sicurezza".

Il fine della norma è quello di evitare che l'appaltatore possa avanzare istanza per vedersi riconosciuti gli oneri relativi non tanto all'attuazione delle misure previste nel piano di sicurezza, che verrà redatto ad aggiudicazione avvenuta ed alle cui previsioni dovrà comunque attenersi per il rispetto delle norme che regolano la materia, ma per la materiale redazione di tale documento.

Tale dichiarazione potrà anche essere redatta in unica soluzione con altre attestazioni previste dal bando. In tal caso l'imposta di bollo sarà quella prevista per tali attestazioni. Se redatta separatamente quale unica dichiarazione su foglio singolo, si ha motivo di ritenere che sia esente da imposta di bollo, similmente alla dichiarazione di sopralluogo e remuneratività dei prezzi per la quale gli organi competenti hanno asserito il non assoggettamento all'imposta di bollo in quanto atto unilaterale del soggetto offerente.

Il fac-simile n. 2 riporta una traccia di dichiarazione resa non unitamente ad altre. 

3) STIPULA DEL CONTRATTO 

La documentazione da predisporre per poter sottoscrivere il contratto d'appalto consiste in: 

A) Certificazione antimafia

(Art. 7 Legge 55 del 19-3-90 - Art. 20 Legge 203 del 12-7-1991 - D. Lgs. 490 del 10 agosto 1994 - Art.2 Legge 95 del 29-3-1995 - Art. 15 D.L. n. 67 del 25/3/97 convertito in L. n. 135 del 23/5/97) 

In estrema sintesi il quadro risultante dopo l'emanazione del decreto legislativo 490/94 in tema di certificazione antimafia è il seguente: 

A) relativamente alla stipula dei contratti d'appalto:

- contratti fino a 50 milioni: non è richiesta nessuna verifica né certificazione;

- contratti da 50 milioni di lire a 5.000.000 di ECU per lavori dichiarati urgenti o per contratti concernenti rinnovi: è richiesta l'autocertificazione dell'appaltatore (vedi fac-simile n. 3) in attesa che la stazione appaltante verifichi negli archivi della prefettura il requisito di "non mafiosità";

- contratti da 50 milioni di lire a 5.000.000 di ECU per lavori non urgenti o non concernenti rinnovi: è richiesta la verifica effettuata dall'ente o mediante collegamento telematico con la Prefettura o mediante apposita richiesta scritta alla Prefettura; 

- contratti pari o superiori a 5.000.000 di ECU: l'ente appaltante deve richiedere la certificazione alla Prefettura. 

B) relativamente all'autorizzazione di contratti di subappalto e dei subcontratti di fornitura o servizi:

- per importi fino a 50 milioni: non è richiesta alcuna verifica né certificazione;

- per importi da 50 a 200 milioni per lavori o prestazioni dichiarate urgenti: è richiesta l'autocertificazione del subcontraente (vedi fac-simile n. 3) in attesa che la stazione appaltante verifichi negli archivi della prefettura il requisito di "non mafiosità";

- per importi da 50 a 200 milioni per lavori e prestazioni non urgenti: è richiesta la verifica effettuata dall'ente o mediante collegamento telematico con la Prefettura o mediante appo-sita richiesta scritta alla Prefettura;

- per importi superiori a 200 milioni: l'ente appaltante deve richiedere la certificazione alla Prefettura. 

La circolare del Ministero degli Interni del 14-12-1994, n.559/Leg./240.514.3, precisa in ordine alle autocertificazioni (fac-simile 3) -che, nei casi di urgenza, consentono alle amministrazioni tenute a chiedere le comunicazioni di procedere ugualmente alla stipula dei con-tratti o subcontratti relativi a lavori o forniture o di concessione di opere, beni e servizi pubblici - che "l'urgenza è desunta dalla disciplina che li riguarda, ovvero è dichiarata o riconosciuta dall'amministrazione o ente pubblico interessati". Tali dichiarazioni possono rientrare in quelle "sostitutive" previste dal l'art. 2 della legge n. 15/1968 che ora (alla luce della soppressione del 2° comma di tale articolo disposta dal comma 10 dell'art. 3 della legge "Bassanini-2" n. 127/97) possono essere rese senza firma autentica e perciò anche senza il bollo.

È previsto inoltre che in caso di lavori di somma urgenza le Amministrazioni possano procedere alla consegna dopo aver richiesto le prescritte informazioni al Prefetto.

Se l'esito delle verifiche fa emergere tentativi di infiltrazioni mafiose i contratti ed i subcontratti non possono esseri stipulati, approvati o autorizzati.

Nei casi di somma urgenza, se le cause di divieto o gli elementi di infiltrazione mafiosa so-no accertati successivamente alla stipula del contratto l'Amministrazione appaltante può recedere dal contratto. In tali casi è fatto salvo il pagamento del valore delle opere già eseguite ed il rimborso delle spese sostenute per l'esecuzione del rimanente, nei limiti delle utilità conseguite.

La certificazione antimafia deve essere acquisita dall'ente appaltante presso la Prefettura territorialmente competente in funzione della residenza o sede delle persone fisiche o giuri-diche interessate. Qualora il rapporto con la P.A. riguardi un'articolazione secondaria delle imprese, società o consorzi interessati, avrà invece rilievo, ai fini della competenza territo-riale, la sede di tale articolazione.

La stessa circolare ha inoltre opportunamente sottolineato che la richiesta di comunicazione va evitata quando l'Amministrazione sia già in possesso dei dati riguardanti gli stessi soggetti, sia pure in relazione ad altro procedimento (ciò in conformità alle esigenze di semplificazione dell'azione amministrativa).

La certificazione deve essere acquisita :

- a carico di ogni direttore tecnico risultante dal certificato di iscrizione all'Albo Nazionale dei Costruttori;

- a carico della società;

- per le società di capitali, anche consortili ai sensi dell'art. 2615-ter del codice civile, per le società cooperative,  per i consorzi cooperativi, ovvero per i consorzi di cui al libro V, titolo X, capo II, sezione II del codice civile, nei confronti del legale rappresentante e degli eventuali altri componenti l'organo di amministrazione, nonché di ciascuno dei consorziati che nei consorzi e nelle società consortili detenga una partecipazione superiore al 10 per cento, e di quei soci o consorziati per conto dei quali le società consortili o i consorzi operino in modo esclusivo nei confronti della pubblica amministrazione;

- per i consorzi di all'art. 2602 del codice civile nei confronti di chi ne ha la rappresentanza e degli imprenditori o società consorziate ;

- se trattasi di società in nome collettivo nei confronti di tutti i soci;

- se trattasi di società in accomandita semplice, nei confronti dei soci accomandatari ;

- se trattasi delle società di cui all'articolo 2506 del codice civile, la certificazione è richiesta nei confronti di coloro che le rappresentano stabilmente nel territorio dello Stato.

Il decreto-legge n. 67/97, convertito nella legge n. 135 del 23/5/1997, introducendo alcune modifiche al decreto legislativo 490/94, ha posto l'obiettivo di pervenire ad un collegamento telematico tra le prefetture e le camere di commercio, in modo che le certificazioni di queste ultime possano sostituire quelle prefettizie.

La stessa norma ha altresì previsto che nel caso di diniego all'approvazione di un contratto sulla base di riscontri informatici o telematici con le prefetture, l'interessato possa richiede-re direttamente alla Prefettura, previa comunicazione al soggetto appaltante, la relativa comunicazione "antimafia" a proprio carico.

Per quanto concerne l'efficacia temporale delle comunicazioni prefettizie la norma da ultimo ricordata, in accordo con l'art. 2, comma 3, della legge "Bassanini-2", n. 127/97, ha preci-sato che "le segnalazioni e le comunicazioni sono utilizzabili per un periodo di sei mesi dalla data del loro rilascio" e che "per i contratti e gli altri rapporti di durata superiore al biennio esse devono essere rinnovate almeno ogni diciotto mesi".

Da ultimo l'art. 15 della legge 135/97 prevede che "anche fuori del caso di lavori o forniture di somma urgenza, le amministrazione possono procedere (alla stipula dei contratti) qualora le informazioni  non pervengano (dalla Prefettura) nei termini previsti" (e cioè entro15 giorni - comma 4, art. 4, D.Lgs. 490/94). In tale caso la stipula del contratto d'appalto è sottoposta a condizione risolutiva, qualora successivamente, dalla comunicazione prefetti-zia emergano segnalazioni circa la sussistenza delle cause di divieto o di sospensione  dei procedimenti previste dalle norme  "antimafia". 

B) Comunicazione circa la composizione azionaria (Art. 1 D.P.C.M. 187 dell'11-5-91) 

Le società per azioni, in accomandita per azioni a responsabilità limitata, le società cooperative per azioni o a responsabilità limitata, le società consortili per azioni o a responsabilità limitata aggiudicatarie di opere pubbliche, ivi comprese le concessionarie e le subappaltatrici, devono comunicare (vedi fac-simile n. 4) all'amministrazione committente o conce-dente, prima della stipula del contratto o della convenzione, la propria composizione socie-taria, l'esistenza di diritto reali di godimento o di garanzia sulle azioni "con diritto di voto" sulla base delle risultanze del libro dei soci, delle comunicazioni ricevute e di qualsiasi altro dato a propria disposizione, nonché l'indicazione dei soggetti muniti di procura irrevocabile che abbiano esercitato il voto nelle assemblee societarie nell'ultimo anno o che ne abbiano comunque diritto.

Qualora il soggetto aggiudicatario, concessionario o subappaltatore sia un consorzio, esso è tenuto a comunicare i dati riferiti alle singole società consorziate che comunque partecipino alla progettazione ed all'esecuzione dell'opera.

Le imprese ed i consorzi sono tenuti alla conservazione, per cinque anni, delle copie delle note di trasmissione e dei relativi dati. 

C) Compilazione del modello GAP

(Art. 1 Legge 726 del 12-10-82 - Circolari Ministero Interni: 558/GA 10/S.2 del 28-1-83 - 558/c/6 A.9/11) 

Per gli appalti di importo superiore a 100 milioni di lire sussiste l'obbligo per l'appaltatore di compilare il modulo GAP predisposto dall'Alto Commissario per il coordinamento della lotta alla delinquenza mafiosa.

Il modulo (che può essere utilizzato fotocopiando quello riprodotto in allegato alla presente nota) deve essere compilato nella solo parte inerente i dati dell'impresa aggiudicataria.

4) INIZIO DEI LAVORI 

A) Denuncia di inizio lavori

(Art. 18 - comma 7 - Legge 55 dei 19-3-90 - art. 9 D.P.C.M. 55 del 10-1-91) 

La documentazione di avvenuta denuncia agli enti previdenziali - inclusa la cassa edile - assicurativi ed infortunistici deve essere presentata prima dell'inizio dei lavori e comunque entro trenta giorni dalla data del verbale di consegna.

Si tratta cioé di trasmettere all'ente committente la copia della comunicazione dell'inizio dei lavori usualmente già predisposta per ogni cantiere nei confronti dell'INAIL, nonché di quelle all'uopo predisposte nei confronti dell'INPS e della CAPE indicando l'oggetto dell'appalto e l'ubicazione del cantiere. 

B) Redazione dei piani di sicurezza

(Art. 18 - comma 8 - Legge 55 del 19-3-90 - art. 9 D.P.C.M. 55 del 10-1-91) 

La normativa prevista dal citato articolo 18 della legge n. 55/90 in tema di redazione dei piani di sicurezza è stata interamente rivisitata dai decreti legislativi n. 626/94 e n. 494/96, che qui non vengono commentati in quanto esulano dalla materia in commento. 

5) ADEMPIMENTI IN CORSO LAVORI 

A) Trasmissione copia dei versamenti contributivi

(Art. 18 - comma 7 - Legge 55 del 19-3-91 - art. 9 D.P.C.M. 55 del 10-1-91) 

La trasmissione delle copie dei versamenti contributivi, previdenziali ed assicurativi, nonché di quelli dovuti agli organismi paritetici previsti dalla contrattazione collettiva (CAPE), dovrà essere effettuata con cadenza quadrimestrale. Il direttore dei lavori ha tuttavia facoltà di procedere alla verifica di tali versamenti in sede di emissione dei certificati di pagamento.

L'obbligo riguarda sia i versamenti contributivi della ditta appaltatrice che quelli delle imprese subappaltatrici. 

B) Comunicazione circa la variazione della composizione societaria

(Art. 2 - D.P.C.M. 187 dell'11-5-91) 

Le amministrazioni committenti chiedono, in corso d'opera, alle ditte appaltatrici (se costituite sotto forma di società per azioni, o in accomandita per azioni, di società a responsabilità limitata, di società consortili, o di società cooperative per azioni o responsabilità limitata) se siano intervenute variazioni nella composizione societaria di entità superiore al 2% ri-spetto alla comunicazione fornita per la stipula del contratto di appalto o di subappalto. 

6) SUBAPPALTI 

(Art. 21 legge 646 del 13-9-82; Art. 18 Legge 55 del 19-3-90; D.P.C.M. del 10-1-91 - art. 34 D.Lgs. 406 del 19-12-91 - D. Lgs 490 del 10-8-1994; art. 34 legge 11-2-94 n. 109/94; art. 2 legge 246 del 28-6-95) 

Il regime dei subappalti è diversificato a seconda che all'appalto risulti o meno applicabile l'art. 34 della legge quadro sulle opere pubbliche, legge 109/94.

Sono vincolati al citato articolo 34 della legge 109/94 gli appalti la cui progettazione sia stata affidata a partire dal 3-6-95 e tutti quelli ove il relativo bando di gara sia stato pubblicato a partire dal 31-1-1997.

Primo presupposto perché in corso lavori si possa ricorrere all'esecuzione di parti di opere in regime di subappalto è che unitamente all'offerta venga presentata un'apposita dichiara-zione ove si espliciti anticipatamente l'opzione per il subappalto.

La dichiarazione in parola si pone come requisito necessario per procedere all'affidamento di parti di opere in regime di subappalto, ma non attiene ai requisiti per l'ammissione alla gara; la mancata presentazione di tale dichiarazione inibisce la possibilità di ricorrere al subappalto, ma non porta all'esclusione dal procedimento di aggiudicazione.

La non corretta formulazione di tale dichiarazione perciò, lungi dal comportare un'esclusione dalla gara, può essere al più motivo ostativo al subappalto. 

A1) Appalti vincolati all'art. 34 legge 109/94 

Il regime dei subappalti nel contesto di lavori cui risulti applicabile l'art. 34 della legge quadro delle opere pubbliche, legge n. 109/94, come detto si differenzia da quello dei lavori aggiudicati nella vigenza della precedente normativa

Soggetti alla legge "Merloni" n. 109/94, come già ricordato, sono tutti i lavori che sono stati messi in appalto "a valle" di progettazioni i cui incarichi formali siano intervenuti a far data dal 3 giugno 1995 come pure di quei lavori che, sebbene riferentisi a progetti precedenti il 3 giugno 1995, sono stati messi in gara con bandi pubblicati successivamente al 31-1-1997. (Per le trattative private, in luogo del bando deve farsi riferimento alla data di presentazione delle offerte).

Nel contesto di tali appalti non risulta necessario richiedere alcuna autorizzazione all'ente committente, in quanto rimane valida l'indicazione già espressa in sede di offerta, che si appalesa come autorizzazione a seguito dell'aggiudicazione.

In tale occasione vige infatti l'obbligo di indicare unitamente alla presentazione dell'offerta, in apposita dichiarazione, i lavori che ci si riserva di subappaltare con l'indicazione di un massimo di sei nominativi di ditte, tra le quali si individuerà il proprio subappaltatore (nel caso venga indicato un solo nominativo deve esser allegato il relativo certificato di iscrizione all'A.N.C., o alla C.C.I.A.A. per subappalti di importo inferiore ai 75 milioni). La norma poi prevede la possibilità di ottenere un'autorizzazione dall'Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici circa il ricorso ad un subappaltatore diverso da quelli inizialmente indicati.

Per quel che riguarda questo aspetto di problematicità della norma, e cioè l'autorizzazione da parte dell'Autorità per potersi avvalere, ai fini dell'affidamento di subappalti, di soggetti diversi da quelli indicati in sede di offerta, non si ritiene sostenibile la tesi secondo cui fino a che l'Autorità non sia operativa non si può derogare dall'indicazione formulata in gara (e cioè, o si utilizza uno dei nominativi indicati, o si procede all'esecuzione diretta). La facoltà di variazione dei subappaltatori prevista ex lege non può essere invero disconosciuta e quindi si può ritenere che debba esser comunque concessa all'impresa che lo richieda. In sostituzione dell'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, e fino alla sua costituzione, deve valere la normativa previgente, che prevedeva l'obbligo per l'appaltatore di richiedere al committente l'autorizzazione al subappalto indicando in quel momento il subappaltatore prescelto. Lo stesso principio di autotutela dell'amministrazione impone di ricorrere a tale procedura per evitare che, sempre e solo in casi di "accertata impossibilità" a ricorrere ai subappaltatori inizialmente indicati, il lavoro appaltato non possa essere realizzato.

Si ritiene pertanto che, nel solo caso di "accertata impossibilità" a rivolgersi alle ditte indicate in sede di offerta, competa all'ente committente pronunciarsi sulla richiesta di variazione del subappaltatore, fintanto che non venga costituita l'Autorità.

L'articolo 34 della legge n. 109/94 pone poi un vincolo alle opere che ricadono nell'ambito della categoria prevalente, le quali risultano subappaltabili nel limite massimo del 30%, o di quello eventualmente diverso ma non superiore a tale entità definito per ciascuna categoria di lavori da un apposito regolamento.

Tutte le opere che non ricadono nell'ambito della categoria prevalente non hanno limiti quantitativi di subappaltabilità e possono pertanto essere affidate interamente in regime di subappalto.

Prima di affidare una parte dei lavori in subappalto è necessario:

- trasmettere al soggetto committente idoneo certificato di iscrizione all'A.N.C. (o alla C.C.I.A.A. per importi contenuti entro i 75 milioni) del subappaltatore, salvo il caso in cui, avendo indicato all'atto dell'offerta un unico subappaltatore, tale certificato sia stato già al-legato unitamente all'indicazione delle opere da subappaltare in sede di gara.

- trasmettere la dichiarazione di non controllo di cui al successivo punto B).

- trasmettere l'eventuale dichiarazione sostitutiva "antimafia" (come da successivo fac-simile n. 3) nel caso di urgenza in attesa che l'ente committente proceda alle necessarie verifiche;

Circa il momento in cui procedere a tali adempimenti va peraltro ricordato l'obbligo, meglio descritto al successivo punto D), di trasmettere entro 90 giorni dalla data della gara di aggiudicazione dei lavori copia dei contratti di subappalto. Si ritiene pertanto che la documentazione sopra ricordata possa essere trasmessa al committente unitamente alla copia del relativo contratto di subappalto.

Concludendo si suggerisce alle imprese, per i lavori vincolati all'applicazione dell'articolo 34 della legge 109/94, di citare sempre, in apposita dichiarazione da allegare all'offerta, le opere che si intende subappaltare, provvedendo, nei casi in cui l'art. 34 della legge 109/94 risulti applicabile, a segnalare per ciascuna di esse da due a sei nominativi di ditte tra le quali verrà scelto, al momento di procedere all'esecuzione delle opere, il relativo subappaltatore. Qualora venisse segnalato un solo nominativo, è fatto obbligo di allegare, in sede di offerta, la relativa documentazione prevista dalle norme antimafia per conseguire l'autorizzazione al subappalto.

Si richiama l'attenzione delle imprese circa l'importanza di presentare sempre (anche quando si preveda di poter realizzare le opere interamente in proprio senza dover ricorrere a subappaltatori), insieme all'offerta, la citata dichiarazione circa i futuri subappalti, riportando in essa tutte le opere facenti parte dell'appalto. In tal modo l'impresa offerente non assume un obbligo di effettuare le opere ricorrendo a subappalti (se lo riterrà più opportuno potrà realizzarle interamente da sola), ma rinvia ad un momento successivo la scelta. 

A2) Richiesta di autorizzazione al subappalto per appalti precedenti l'applicazione dell'art. 34 legge 109/94 

Come già detto si tratta di quei lavori che ricadono in una delle due seguenti fattispecie:

- lavori aggiudicati tra il 1/1/1993 ed il 3/6/1995 (quelli aggiudicati prima del 1/1/93 ricadono sotto il regime inizialmente fissato dall'art. 18 della legge n. 55/90 con il limite quantitativo del 40% delle opere subappaltabili) ;

- lavori aggiudicati tra il 3/6/95 ed il 31/1/1997 purchè il relativo affidamento della progetta-zione sia precedente il 3/6/1995.

Per i citati appalti la norma prevede in via di principio che le imprese, le associazioni, i consorzi aggiudicatari sono tenuti a eseguire in proprio le opere o i lavori compresi nel con-tratto.

Possono altresì procedere alla stipula di contratti di subappalto comunicando all'amministrazione o ente appaltante i nominativi dei soggetti cui intendono subappaltare o dare in cottimo i lavori (vedi fac-simile n. 5).

L'affidamento in subappalto o in cottimo di qualsiasi parte delle opere o dei lavori pubblici compresi nell'appalto è consentito qualora sussistano le seguenti condizioni:

1) che le opere da subappaltare o da affidare in cottimo, ivi compresi gli impianti e lavori speciali, non siano pari alla totalità dei lavori della categoria prevalente;

2) che l'impresa affidataria del subappalto o del cottimo sia iscritta all'albo nazionale dei costruttori per categorie e classifiche di importo corrispondenti ai lavori da realizzare in subappalto, salvo per i lavori di importo non superiore a 75 milioni per i quali, secondo la legislazione vigente, è sufficiente per eseguire lavori pubblici l'iscrizione alla Camera di commercio, industria, artigianato, e agricoltura;

3) che non sussista, nei confronti dell'impresa affidataria del subappalto o del cottimo, alcuno dei divieti previsti dalla normativa "antimafia" (all'articolo 10 della legge 31 maggio 1965, n. 575);

4) che l'impresa abbia indicato all'atto dell'offerta le opere che intenda subappaltare o con-cedere in cottimo e, per i lavori ad alta specializzazione di cui alle categorie A.N.C. 19 b, 19 c, 19 d, 19 e, una o più imprese subappaltatrici candidate ad eseguire tali opere.

Alla comunicazione inerente il subappalto deve essere allegato, oltre alla certificazione antimafia ed alla dichiarazione di non controllo più oltre richiamata, il certificato di iscrizione all'A.N.C. o, a seconda dei casi, alla Camera di Commercio.

Il contratto di subappalto potrà stipularsi dopo l'autorizzazione da darsi dall'amministrazione o ente appaltante entro trenta giorni dall'avvenuta comunicazione. Tale termine può essere prorogato una sola volta, ove ricorrano giustificati motivi. Trascorso tale termine senza che si sia provveduto, l'autorizzazione si intende concessa. 

A3) Subappalto non autorizzato - sanzioni 

L'importanza di segnalazione in sede di offerta dei futuri subappalti è collegata alle pesanti sanzioni cui è sottoposto il subappalto non autorizzato.

La concessione in subappalto o cottimo, in tutto o in parte, di opere pubbliche senza la prescritta autorizzazione (cui è equiparabile nell'attuale regime il subappalto affidato a ditte non indicate in sede di offerta) è infatti sanzionata nel seguente modo:

- per l'appaltatore: arresto da 6 mesi ad un anno e ammenda variabile da un minimo pari ad un terzo dell'importo delle opere concesse in subappalto, fino ad un massimo pari ad un terzo dell'importo delle opere assunte in appalto;

- per il subappaltatore: arresto da 6 mesi ad un anno ed ammenda pari ad un terzo dell'importo delle opere ricevute in subappalto o cottimo. 

B) Dichiarazione inerente le forme di controllo tra la ditta appaltatrice e la subappaltatrice 

In allegato alla richiesta di autorizzazione al subappalto o cottimo, oltre alla certificazione "antimafia" ed, a seconda dei casi, al certificato di iscrizione all'A.N.C. o alla C.C.I.A.A., de-ve essere presentata una dichiarazione circa la sussistenza o meno di eventuali forme di controllo o di collegamento tra l'impresa appaltatrice e la ditta subappaltatrice. Tale dichiarazione, resa in carta bollata, può essere redatta secondo il fac-simile n. 6.

Qualora sussistano forme di controllo o di collegamento tra l'appaltatore e l'impresa affidataria del subappalto o del cottimo, la dichiarazione va opportunamente modificata indicando tali forme. 

C) Cartelli di cantiere 

Nei cartelli esposti all'esterno del cantiere devono essere indicati anche i nominativi di tutte le imprese subappaltatrici, nonché i relativi dati di iscrizione all'Albo Nazionale Costruttori (numero di matricola, categoria e importo di iscrizione).

A tal fine il Ministero dei lavori pubblici ha emanato la circolare n. 1729/UL, dell'1-6-1990, con la quale ha predisposto uno schema indicativo di tali cartelli (vedi fac-simile n. 7). In essa è stabilito che nel cantiere dovrà essere installata e mantenuta durante tutto il periodo di esecuzione dei lavori, apposita tabella di dimensioni non inferiore a m 1,00 (larghezza) per m. 2,00 (altezza), collocata in sito ben visibile, indicato dal direttore dei lavori, entro cinque giorni dalla consegna dei lavori stessi.

Per le opere con rilevante sviluppo dimensionale, il direttore dei lavori dovrà altresì provvedere affinché venga installato un numero di tabelle adeguato alla estensione del cantiere.

Pur non essendo vincolante per gli altri enti pubblici, la circolare del ministero dei Lavori pubblici può essere considerata di generale riferimento. 

D) Trasmissione copia del contratto di subappalto 

Per i lavori che, come ricordato al punto A1, sono soggetti all'art. 34 della legge n. 109/94, l'impresa appaltatrice ha l'obbligo di trasmissione al committente, entro 90 giorni dalla data della gara di aggiudicazione dei lavori, di copia dei contratti di subappalto, corredati dai certificati di ciascun subappaltatore dell'iscrizione all'A.N.C. per categoria ed importo idoneo in relazione all'oggetto ed all'importo delle opere concesse in subappalto, ovvero di iscrizione alla C.C.I.A.A. per importi non superiori ai 75 milioni. È tenuta altresì alla comunicazione dei nominativi e dei relativi dati anagrafici circa i soggetti in capo ai quali l'ente ha l'obbligo di verificare le situazioni "antimafia" (legali rappresentanti - soci se si tratta di s.n.c. - nonchè eventuali altri componenti il consiglio di amministrazione, direttori tecnici riconosciuti all'Albo Nazionali Costruttori, nonché i relativi familiari, anche di fatto, conviventi).

Per i lavori di cui al precedente punto A2 il contratto tra l'impresa appaltatrice e quella sub-appaltatrice deve essere trasmesso in copia autentica (in carta semplice) all'amministrazione o ente committente e al direttore dei lavori entro venti giorni dalla data del contratto stesso. 

E) Previsione di bando circa il pagamento diretto al subappaltatore o la trasmissione di copia delle fatture 

Nel bando di gara l'amministrazione o ente appaltante deve indicare che provvederà a corrispondere direttamente al subappaltatore o al cottimista l'importo dei lavori dagli stessi eseguiti o, in alternativa, che è fatto obbligo ai soggetti aggiudicatari di trasmettere, entro venti giorni dalla data di ciascun pagamento effettuato nei loro confronti, copia delle fatture quietanzate relative ai pagamenti da essi aggiudicatari via via corrisposti al subappaltatore o cottimista, con l'indicazione delle ritenute di garanzia effettuate. Nel caso di pagamento diretto i soggetti  aggiudicatari comunicano all'amministrazione o ente appaltante la parte dei lavori eseguiti dal subappaltatore o dal cottimista, con la specificazione del relativo importo e con proposta motivata di pagamento. 

F) Prezzi unitari previsti dal contratto di subappalto 

L'impresa aggiudicataria deve praticare, per i lavori e le opere affidate in subappalto, gli stessi prezzi unitari risultanti dall'aggiudicazione, con ribasso non superiore al venti per cento. Qualora venga sottoscritto un apposito elenco prezzi, lo stesso dovrà essere alle-gato alla copia del contratto di cui al punto D). 

G) Disposizioni comuni a quelle previste per l'appalto 

Si applicano ai contratti di subappalto disposizioni già previste e più sopra richiamate per l'appalto, e precisamente:

- la certificazione "antimafia" (o la relativa dichiarazione sostitutiva);

- comunicazione circa la composizione azionaria;

- compilazione del modello GAP (per la parte relativa ai "subappaltatori")

- denuncia di inizio lavori;

- redazione dei piani di sicurezza;

- trasmissione copia dei versamenti contributivi.

Per la trasmissione di atti e documenti all'ente committente i subappaltatori ricorrono di norma alla ditta appaltatrice. 

7) NOLI A CALDO - CONTRATTI DI FORNITURA CON POSA IN OPERA

(Art. 22 Legge 203 del 12-7-91 - art. 34 Legge 109 del 11-2-94) 

Ai fini della normativa antimafia e dei relativi adempimenti i noli a caldo (ovvero i noli di macchinari con l'operaio addetto alla manovra) come pure i contratti di fornitura (distinti dai contratti di appalto il cui oggetto è la realizzazione di un bene e non la fornitura di un mate-riale) sono equiparati ai subappalti allorquando l'importo imputabile alla manodopera sia prevalente rispetto a quello del solo materiale fornito, o del nolo.

Qualora viceversa vi sia una prevalenza del valore della fornitura effettuata rispetto al valo-re della manodopera impiegata, il relativo contratto non è soggetto alla medesima normati-va "antimafia" prevista per i subappalti.

Per gli appalti vincolati all'applicazione dell'art. 34 della legge 109/94 vige un diverso regi-me.

Come già ricordato al precedente punto 6.A1 sono vincolati al citato art. 34 gli appalti la cui progettazione sia stata affidata a partire dal 3-6-95 ed il cui bando sia stato pubblicato entro il 31/1/97, così come tutti quelli ove il relativo bando  d'appalto sia stato pubblicato a partire dal 1-2-1997.

Per tali appalti è stato stabilito di assoggettare al medesimo regime previsto per i subappalti le attività che richiedano l'impiego di manodopera, quali le forniture con posa in opera e i noli, se singolarmente superiori al 2 per cento dell'importo complessivo dei lavori.

In ciascuno dei due regimi indicati è però necessaria la verifica dei requisiti di "non mafiosità" (a seconda dei casi dimostrata con la certificazione prefettizia o con la "autodichiarazione") come pure una apposita comunicazione al soggetto committente circa l'intenzione di procedere alla fornitura con posa in opera o al nolo a caldo. 

8) NOLI A FREDDO - CONTRATTI DI FORNITURA 

Ai fini della normativa antimafia e dei relativi adempimenti i noli a freddo (ovvero i noli di macchinari senza l'operaio addetto al loro funzionamento) ed i contratti di fornitura che non prevedono la posa in opera non sono equiparati ai subappalti.

Restando pertanto esclusi dall'applicazione delle norme antimafia non sono soggetti ad autorizzazione preventiva dell'ente committente, non sono vincolati ad alcuna formalità ed il soggetto che concede il nolo del proprio macchinario non è sottoposto alla verifica di "non mafiosità". 

9) COTTIMO FIDUCIARIO O DI MOVIMENTO TERRA 

L'articolo 20 della legge n. 109/94 prevede quali sistemi ordinari di aggiudicazione il pubblico incanto o la licitazione  e quali sistemi eccezionali (cioè adottabili esclusivamente nei ca-si prevista da tale legge) l'appalto concorso e la trattativa privata. Non è pertanto più ipotizzabile il ricorso all'esecuzione di opere pubbliche tramite lo strumento del cottimo così co-me disciplinato dalle norme per gli appalti pubblici. Peraltro il cottimo sarebbe vincolato dalle medesime disposizioni antimafia previste per gli appalti, che pertanto non vengono qui ulteriormente ricordate.

Si rammenta che lo strumento del cottimo, normalmente poco utilizzato dagli enti pubblici sebbene previsto dalla normativa previgente la legge n. 109/94, non deve essere confuso con la fattispecie individuata dall'art.13 del contratto di lavoro del settore edile che disciplina le condizioni cui l'azienda deve attenersi nel caso in cui affidi ai propri dipendenti lavorazioni a cottimo individuale o collettivo.

Le fattispecie di cottimo prima previste dalla normativa sui lavori pubblici, e perciò vincolate dalle norme antimafia, erano quelle dei cottimo fiduciario (art. 67 R.D. 24-5-1895 n. 350), ove l'ufficio pubblico stipulava apposita convenzione con persona idonea di fiducia tanto per l'esecuzione di un lavoro che per le somministrazioni, e quella del cottimo per movimenti terra (art. 339 L. 20-3-1865 n. 2248 all. F) effettuato tra l'appaltatore ed il cottimista.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Quando Assumere?

Pubblica Amministrazione: si accede per concorso pubblico?

Agenzie di reclutamento per la Pubblica Amministrazione.

Lo scorrimento in convenzione delle graduatorie nei concorsi.

La Mobilità.

Contratti pubblico impiego: cosa c'è da sapere.

Le Stabilizzazioni.

Nepotismo e Familismo: Parentolopoli.

Le Amicizie.

Gli Insabbiamenti.

I reati inibenti.

Le Prove del Concorso Pubblico.

Le prove Orali.

Le prove scritte.

Il Numero Chiuso.

Anas.

Aress. Se sbagli, ti promuovo.

Le Autostrade…

I paracadutati.

Gli idonei non assunti.

In Polizia.

Sicilia.

Puglia.

Lombardia.

Quando Assumere?

 Concorsi, limiti assunzionali e dotazioni organiche nella P.A. Camera dei Deputati Servizio Studi XVIII Legislatura su Camera.it il 22 luglio 2022

Tra gli interventi adottati negli ultimi anni in materia di pubblico impiego, si segnalano, in particolare, quelli diretti alla ridefinizione della disciplina della responsabilità disciplinare dei pubblici dipendenti (con l'obiettivo di rendere effettivo l'esercizio dell'azione disciplinare), alla limitazione delle facoltà assunzionali e al contenimento delle spese, nonché alla riforma del sistema di misurazione e valutazione della performance delle pubbliche amministrazioni (nella prospettiva della separazione tra trasparenza e performance). Si segnala poi, da ultimo, l'introduzione a regime di una nuova procedura semplificata per lo svolgimento dei concorsi pubblici relativi al reclutamento del personale delle pubbliche amministrazioni, nonché alcune norme transitorie per i concorsi, relativi al medesimo personale, banditi nel corso della fase emergenziale.

Dotazioni organiche nella P.A.

1. Facoltà assunzionali nelle amministrazioni dello Stato. Per quanto attiene alle amministrazioni dello Stato (ed altri enti ed organismi individuati di volta in volta) la disciplina della limitazione del turn over è stata caratterizzata dalla fissazione di percentuali massime di reintegrazione dei cessati e dal ripetuto prolungamento del periodo di applicazione delle limitazioni medesime.

Per quanto riguarda le modalità di calcolo delle cessazioni, un'importante novità è stata introdotta dal D.L. 90/2014, che ha eliminato (dal 2014) il vincolo alle assunzioni relativo alle percentuali di unità lavorative cessate nell'anno precedente (cd. limite capitario), mantenendo il solo criterio basato sui risparmi di spesa legati alla cessazioni di personale (peraltro con riferimento al solo personale di ruolo) avvenute nell'anno precedente.

Dal 2019, in generale, la percentuale del personale che si può assumere è pari al contingente corrispondente ad una spesa del 100% della spesa relativa al medesimo personale cessato nell'anno precedente, essendo terminata la precedente limitazione per il triennio 2016-2018. Si ricorda, infatti, che in tale periodo la percentuale di limitazione alle assunzioni di personale a tempo indeterminato non dirigenziale per specifiche amministrazioni dello Stato e per le regioni e gli enti locali sottoposti al patto di stabilità interno era stata ridotta, dall'articolo 1, commi 227-228, della L. 208/2015 (stabilità 2016), nel limite di un contingente di personale corrispondente ad una spesa pari al 25% di quella relativa al medesimo personale cessato nell'anno precedente (v. tabella).

La legge di bilancio 2019 (articolo 1, comma 399, della L. 145/2018 ) ha però disposto che, per il 2019, la Presidenza del Consiglio dei ministri, i Ministeri, gli enti pubblici non economici e le Agenzie fiscali, in relazione alle ordinarie facoltà di assunzione riferite al medesimo anno, non possano effettuare assunzioni di personale a tempo indeterminato con decorrenza giuridica ed economica anteriore al 15 novembre 2019.

Per le Università la suddetta limitazione si applicava con riferimento al 1° dicembre 2019 relativamente alle ordinarie facoltà di assunzione dello stesso anno. Sono inoltre fatti salvi gli inquadramenti nel ruolo di professore associato ai sensi dell'articolo 24, comma 5, della legge 240/2010, che possono essere disposti nel corso dell'anno 2019 al termine del contratto di ricercatore a tempo determinato di cui all'articolo 24, comma 3, lettera b), della stessa legge. Inoltre, la medesima legge di bilancio interviene in materia anche sotto altri aspetti.

Più nel dettaglio:

fissa determinati limiti di spesa per le assunzioni a tempo indeterminato in alcune amministrazioni, a valere sulle risorse del Fondo per il pubblico impiego, per la parte relativa alle nuove assunzioni a tempo indeterminato presso la P.A. (come rifinanziato dalla stessa legge di bilancio), disponendo nel contempo che vengano comunicati ai Dipartimenti della funzione pubblica e della Ragioneria generale dello Stato i dati concernenti le relative procedure concorsuali, nonché la spesa annua lorda per il trattamento economico complessivo (c. 301 e 302);

dal 2019, elimina il divieto di assunzioni per le amministrazioni che nell'anno precedente non hanno rispettato il pareggio di bilancio (comma 823). Sul punto, la circolare 3/2019 della Ragioneria generale dello Stato ha precisato che viene meno il sistema sanzionatorio diretto per il mancato rispetto dell'equilibrio di bilancio, ma permangono le sanzioni in caso di mancato rispetto dei limiti di spesa del personale. Nel documento si legge, infatti, che "le disposizioni normative in materia di spesa di personale che fanno riferimento alle regole del patto di stabilità interno o al rispetto degli obiettivi del pareggio di bilancio di cui all'articolo 9 della legge 24 dicembre 2012, n. 243 o, più in generale, degli obiettivi di finanza pubblica, si intendono riferite all'equilibrio di bilancio di cui all'articolo 1, comma 821, della legge 30 dicembre 2018, n. 145".

Per quanto concerne la disciplina previgente, si rinvia all'approfondimento al presente tema.

2. Facoltà assunzionali negli enti locali. A decorrere dal 2020, le facoltà assunzionali degli enti locali cd virtuosi sono disciplinate dall'articolo 33 del D.L. 34/2019. In particolare:

le regioni e i comuni che registrino una spesa di personale sostenibile da un punto di vista finanziario potranno assumere personale a tempo indeterminato sino ad una spesa complessiva per tutto il personale dipendente non superiore ad un determinato valore soglia, definito con decreto ministeriale);

le regioni e i comuni che, pur avendo intrapreso un percorso di graduale contenimento del rapporto fra spese per il personale ed entrate, dal 2025 non abbiano portato tale rapporto al disotto del citato valore soglia saranno legittimate ad applicare un turn over pari al 30 per cento, fino al conseguimento del medesimo valore soglia.

Per quanto concerne i comuni, la legge di bilancio 2020 (art. 1, c. 853, L. 160/2019) ha precisato che il decreto ministeriale chiamato a stabilire anche per gli stessi il predetto valore soglia, debba altresì stabilire un valore soglia superiore a quello prossimo al valore medio, cui sono tenuti a convergere i comuni con una spesa di personale eccedente anche la soglia superiore. Ai comuni che registrano un rapporto compreso tra i due valori soglia è fatto divieto di incrementare la spesa di personale registrata nell'ultimo rendiconto della gestione approvato. I comuni con popolazione fino a 5.000 abitanti (cioè i piccoli comuni) facenti parte di un'Unione di comuni, qualora si collochino al di sotto del valore soglia prossimo al valore medio, è consentito incrementare la spesa di personale a tempo indeterminato anche se ciò può determinare lo sforamento della stessa. Ciò al solo al solo fine di consentire l'assunzione di almeno una unità e sempre che, con l'attivazione delle facoltà assunzionali, non si ecceda il valore superiore. I comuni che procederanno in tal senso collocheranno dette unità in comando preso le corrispondenti Unioni, che ne sosterranno i relativi oneri, in deroga alle vigenti disposizioni in materia di contenimento della spesa di personale.

Analoga disciplina è stata introdotta, dal 2022 (vedi infra) per le province e città metropolitane (art. 3, c. 1-bis, del D.L. 34/2019). Anche in questo caso, per gli enti meno virtuosi, è previsto l'avvio di un percorso, che si conclude nel 2025, mirato al raggiungimento della sostenibilità finanziaria del rapporto fra spese complessive per il personale ed entrate correnti, con riferimento ad un valore soglia la cui individuazione è demandata, come per le regioni ed i comuni, ad apposito decreto ministeriale. Qualora tale obiettivo non sia raggiunto, le assunzioni di personale non potranno eccedere il 30 per cento di coloro che cessano dal servizio.

In merito alle capacità assunzionali degli enti locali, l'art. 14-bis del D.L. 4/2019 ha introdotto due novità sostanziali:

la possibilià di sostituire i dipendenti che cessano già nel corso dell'anno (senza attendere l'esercizio successivo), ma i reclutamenti possono avvenire soltanto una volta maturata la corrispondente facoltà assunzionale e cioè a seguito delle cessazioni che producono il relativo turnover;

la possibilità di utilizzare e somme residue non ancora utilizzate dei budget dei precedenti 5 anni (in luogo di 3), con riferimento però alle percentuali di capacità assunzionali esistenti nei singoli esercizi

2.1 Valore soglia per le regioni

Per quanto riguarda le regioni, in attuazione di quanto previsto dal richiamato articolo 33, comma 1, del D.L. 34/2019 (come modificato dall'art. 1, c. 853, della L. 160/2019), è stato emanato il DM 3 settembre 2019 che, dopo aver fissato al 1° gennaio 2020 la data a decorrere dalla quale si applica la suddetta disciplina alle regioni a statuto ordinario, individua il valore soglia definito per fasce demografiche sulla base del quale determinare le facoltà assuzionali delle predette regioni.

Il valore soglia del rapporto della spesa del personale delle regioni a statuto ordinario rispetto alle entrate correnti non deve essere superiore alle seguenti percentuali:

regioni con meno di 800.000 abitanti, 13,5 per cento;

regioni da 800.000 a 3.999.999 abitanti, 11,5 per cento;

regioni da 4.000.000 a 4.999.999 abitanti, 9,5 per cento;

regioni da 5.000.000 a 5.999.999 abitanti, 8,5 per cento;

regioni con 6.000.000 di abitanti e oltre, 5,0 per cento.

Le regioni a statuto ordinario che si collocano al di sotto del suddetto valore soglia possono incrementare la spesa del personale registrata nell'ultimo rendiconto approvato, per assunzioni di personale a tempo indeterminato, in coerenza con i piani triennali dei fabbisogni di personale e fermo restando il rispetto pluriennale dell'equilibrio di bilancio, sino ad una spesa del personale complessiva rapportata alle entrate correnti inferiore ai richiamati valori soglia, ferme restando determinate percentuali massime di incremento.

In fase di prima applicazione e fino al 31 dicembre 2024, le medesime regioni possono incrementare annualmente, nel limite del predetto valore soglia, per assunzioni di personale a tempo indeterminato, la spesa del personale registrata nel 2018, in misura non superiore:

al 10% nel 2020;

al 15% nel 2021;

al 18% nel 2022;

al 20% nel 2023;

al 25% nel 2024.

2.2 Valore soglia per i comuni Per quanto concerne i comuni, in attuazione di quanto previsto dal richiamato articolo 33, comma 2, del D.L. 34/2019 (come modificato dall'art. 1, c. 853, della L. 160/2019), è stato emanato il DM 17 marzo 2020 che, dopo aver fissato al 20 aprile 2020 la data a decorrere dalla quale si applica la suddetta disciplina ai comuni, individua il valore soglia definito per fasce demografiche sulla base del quale determinare le facoltà assuzionali delle predette regioni.

Il valore soglia del rapporto della spesa del personale dei comuni rispetto alle entrate correnti non deve essere superiore alle seguenti percentuali determinate nella Tabella 1 del DM:

comuni con meno di 1.000 abitanti, 29,5 per cento;

comuni da 1.000 a 1.999 abitanti, 28,6 per cento;

comuni da 2.000 a 2.999 abitanti, 27,6 per cento;

comuni da 3.000 a 4.999 abitanti, 27,2 per cento;

comuni da 5.000 a 9.999 abitanti, 26,9 per cento;

comuni da 10.000 a 59.999 abitanti, 27 per cento;

comuni da 60.000 a 249.999 abitanti, 27,6 per cento;

comuni da 250.000 a 1.499.999 abitanti, 28,8 per cento;

comuni con 1.500.000 abitanti e otre, 25,3 per cento.

A decorrere dal 20 aprile 2020, quindi, i comuni che si collocano al di sotto dei predetti valori soglia possono incrementare la spesa di personale registrata nell'ultimo rendiconto approvato, per assunzioni di personale a tempo indeterminato - in coerenza con i piani triennali dei fabbisogni di personale e fermo restando il rispetto pluriennale dell'equilibrio di bilancio asseverato dall'organo di revisione - sino ad una spesa complessiva rapportata alle entrate correnti non superiore al valore soglia su indicati per ciascuna fascia demografica. Il richiamato DM 17 marzo 2020 prevede inoltre, per i suddetti comuni, una disciplina transitoria in base alla quale, in sede di prima applicazione e fino al 31 dicembre 2024, essi possono incrementare annualmente, per assunzioni di personale a tempo indeterminato, la spesa del personale registrata nel 2018, in misura non superiore ad ulteriori valori percentuali indicati nella Tabella 2 del medesimo DM.

I comuni in cui il rapporto fra spesa del personale e le entrate correnti risulta superiore ai seguenti valori soglia per fascia demografica individuati dalla Tabella 3 del più volte richiamato DM, adottano un percorso di graduale riduzione annuale del suddetto rapporto fino al conseguimento nel 2025 del predetto valore soglia anche applicando un turn over inferiore al 100 per cento. Tali valori soglia sono i seguenti:

comuni con meno di 1.000 abitanti, 33,5 per cento; comuni da 1.000 a 1.999 abitanti, 32,6 per cento; comuni da 2.000 a 2.999 abitanti, 31,6 per cento;

comuni da 3.000 a 4.999 abitanti, 31,2 per cento;

comuni da 5.000 a 9.999 abitanti, 30,9 per cento;

comuni da 10.000 a 59.999 abitanti, 31 per cento;

comuni da 60.000 a 249.999 abitanti, 31,6 per cento;

comuni da 250.000 a 1.499.999 abitanti, 32,8 per cento;

comuni con 1.500.000 abitanti e otre, 29,3 per cento.

A decorrere dal 2025, i comuni per i quali il rapporto fra spesa del personale e le entrate correnti continua ad essere superiore al suddetto valore soglia per fascia demografica, applicano un turn over pari al 30 per cento fino al conseguimento del predetto valore soglia.

Infine, i comuni in cui il rapporto fra spesa del personale e le entrate correnti risulta compreso fra i valori soglia per fascia demografica individuati dalla Tabella 1 e dalla Tabella 3 non possono incrementare il valore del predetto rapporto rispetto a quello corrispondente registrato nell'ultimo rendiconto della gestione approvato.

Per completezza, si rinvia anche alla Circolare 13 maggio 2020 della Presidenza del consiglio dei ministri, esplicativa del predetto DM 17 marzo 2020.

Per una panoramica sulle regole ordinarie e straordinarie per le assunzioni di personale da parte dei Comuni, si rimanda al documento elaborato dall'ANCI.

2.3 Valore soglia per le province e città metropolitane. Per quanto concerne le province e le città metropolitane, in attuazione di quanto previsto dal richiamato articolo 33, comma 1-bis, del D.L. 34/2019 è stato emanato il DM 11 gennaio 2022 che, a decorrere dal 1° gennaio 2022, individua i seguenti valori soglia per fascia demografica del rapporto della spesa del personale rispetto alle entrate correnti:

province con meno di 250.000 abitanti, 20,8 per cento;

province da 250.000 a 349.999 abitanti, 19,1 per cento;

province da 350.000 a 449.999 abitanti, 19,1 per cento;

province da 450.000 a 699.999 abitanti, 19,7 per cento;

province con 700.000 abitanti e oltre, 13,9 per cento;

città metropolitane con meno di 750.000 abitanti, 25,3 per cento;

città metropolitane da 750.000 a 1.499.999 abitanti, 14,2 per cento;

città metropolitane con 1.500.000 di abitanti e oltre, 16,2 per cento.

Dal 1° gennaio 2022, le province e le citta' metropolitane che si collocano al di sotto dei predetti valori soglia possono incrementare la spesa del personale registrata nell'ultimo rendiconto approvato, per assunzioni di personale a tempo indeterminato, in coerenza con i piani triennali dei fabbisogni di personale e fermo restando il rispetto pluriennale dell'equilibrio di bilanci.

In fase di prima applicazione e fino al 31 dicembre 2024 le province e le città metropolitane possono incrementare annualmente, per assunzioni di personale a tempo indeterminato, la spesa del personale registrata nel 2019, in misura non superiore al 22% nel 2022, al 24% nel 2023 e al 25% nel 2024, e, per il periodo 2022-2024, possono utilizzare le facoltà assunzionali residue antecedenti al 2022 se più favorevoli rispetto alle facoltà assunzionali connesse ai suddetti incrementi percentuali, fermo restandoi limiti di ciascuna fascia demografica, i piani triennali dei fabbisogni di personale e il rispetto pluriennale dell'equilibrio di bilancio.

2.4 Enti territoriali esclusi dalla normativa vigente. Il decreto legge Sostegni-ter (art. 15, c. 5-ter, D.L. 4/2022) prevede che, limitatamente al triennio 2022- 2024, gli enti territoriali non rientranti nei limiti assunzionali posti dalla suddetta normativa - in quanto al di sotto di un determinato valore soglia, differenziato per fascia demografica, del rapporto tra spesa complessiva per il personale ed entrate correnti - possono effettuare nuove assunzioni di personale a tempo indeterminato nel limite di un contingente complessivamente corrispondente ad una spesa pari al 100 per cento di quella relativa al personale di ruolo cessato nell'anno precedente e nell'anno in corso.

3. Mobilità volontaria e collettiva. La disciplina della mobilità del personale pubblico è contenuta sostanzialmente nel decreto legislativo n.165/2001, il quale disciplina diverse fattispecie dell'istituto, quali la mobilità volontaria tramite passaggio diretto di personale tra amministrazioni pubbliche (articolo 30), la mobilità collettiva (od obbligatoria, articoli da 33 a 34-bis) e la mobilità intercompartimentale (articolo 29-bis).

Su tale impianto normativo nella XVII legislatura si è intervenuti con il D.L. 90/2014, con l'obiettivo di favorire la mobilità del personale pubblico.

La disciplina della mobilità volontaria (istituto che permette di ricoprire posti vacanti in organico mediante passaggio diretto di dipendenti appartenenti a una qualifica corrispondente e in servizio presso altre amministrazioni, dietro domanda di trasferimento e con assenso dell'amministrazione di appartenenza) è stata significativamente modificata dall'articolo 4, comma 1, del D.L 90/2014. Tale provvedimento ha disposto, in primo luogo, la possibilità (in via sperimentale), di trasferimenti anche in mancanza dell'assenso dell'amministrazione di appartenenza, a condizione che l'amministrazione di destinazione abbia una percentuale di posti vacanti superiore a quella dell'amministrazione di provenienza. Oltre a ciò, le sedi delle pubbliche amministrazioni ubicate nel territorio dello stesso comune (o a una distanza inferiore a 50 chilometri dalla sede di prima assegnazione) sono considerate come medesima unità produttiva, con la conseguenza che all'interno di tale area i dipendenti sono comunque tenuti a prestare la loro attività lavorativa, previo accordo tra le amministrazioni interessate o anche in assenza di accordo, quando sia necessario sopperire a carenze di organico. E' stato inoltre istituito il portale per l'incontro tra domanda e offerta di mobilità, nonché l'obbligo, per le amministrazioni che intendano avvalersi della mobilità, della pubblicazione sul proprio sito istituzionale, per un periodo minimo di 30 giorni, del bando che indica i posti che si intendano coprire.

In materia, l'articolo 3, comma 7, del D.L. 80/2021 limita i casi in cui tale forma di mobilità è subordinata all'assenso dell'amministrazione di appartenenza, disponendo che l'assenso rimane necessario qualora ricorra una delle seguenti fattispecie:

si tratti di posizioni motivatamente infungibili;

si tratti di personale stato assunto da meno di tre anni;

l'amministrazione di appartenenza abbia una carenza di organico superiore al 20 per cento nella qualifica corrispondente a quella del richiedente;

Il richiamato articolo 3, comma 7, e l'art. 12 del Decreto cosiddetto fiscale confermano, altresì, la necessità dell'assenso per i dipendenti di enti o aziende del Servizio sanitario nazionale e degli enti locali con un numero di dipendenti a tempo indeterminato non superiore a 100 e prevede che per il personale della scuola continuino a trovare applicazione le norme vigenti in materia.

Si ricorda che, in base alle esclusioni già vigenti (di cui al richiamato art. 30, co. 1, del D.Lgs. 165/2001), per il trasferimento tra le sedi centrali di differenti Ministeri, agenzie ed enti pubblici non economici nazionali non è richiesto l'assenso dell'amministrazione di appartenenza, la quale dispone il trasferimento entro due mesi dalla richiesta dell'amministrazione di destinazione, fatti salvi i termini per il preavviso e a condizione che l'amministrazione di destinazione abbia una percentuale di posti vacanti superiore all'amministrazione di appartenenza.

Il D.L. 36/2022ha disposto la soppressione dal 1° luglio 2022 del portale della mobilità, che sarà assorbito da Portale del reclutamento, su cui le amministrazioni dovranno pubblicare, a decorrere dalla medesima data, l'avvio della procedura di mobilità volontaria.

Il medesimo D.L. 36/2022 ha altresì introdotto una disciplina transitoria per l'inquadramento in ruolo del personale in distacco o comando (salvo talune eccezioni) al 31 gennaio 2022 in deroga alle suddette procedure di mobilità volontaria e senza il consenso dell'amministrazione di provenienza. Tali procedure straordinarie possono essere attivate entro il 31 dicembre 2022 e nel limite del 50 per cento delle vigenti facoltà assunzionali, con riferimento a dipendenti già in servizio a tempo indeterminato presso un soggetto pubblico.

La mobilità collettiva si attiva nelle ipotesi di soprannumero o eccedenze di personale. Scopo dell'istituto è verificare la possibilità di applicare le norme in materia di collocamento a riposo d'ufficio al compimento dell'anzianità massima contributiva del personale interessato, oppure di pervenire alla ricollocazione totale (o parziale) del personale in soprannumero o di eccedenza nell'ambito della stessa amministrazione (o presso altre amministrazioni comprese nell'ambito della regione o in quello diverso determinato dai contratti collettivi nazionali), anche mediante il ricorso a forme flessibili di gestione del tempo di lavoro (part-time) o a contratti di solidarietà. Il personale non riassorbibile è collocato in disponibilità ed iscritto in appositi elenchi secondo l'ordine cronologico di sospensione del rapporto di lavoro.

Al fine di favorire i processi di mobilità fra i comparti di contrattazione delle pubbliche amministrazioni del personale non dirigenziale (cd. mobilità intercompartimentale) il D.P.C.M. 26 giugno 2015 ha definito la tavola di corrispondenza fra i livelli economici di inquadramento previsti dai contratti collettivi relativi ai diversi comparti di contrattazione. Il richiamato D.P.C.M., in particolare, ha precisato l'obbligo per le amministrazioni di equiparare le aree funzionali e le categorie di inquadramento del personale appartenente ai diversi comparti di contrattazione, tenendo conto delle mansioni, dei compiti, delle responsabilità e dei titoli di accesso relativi alle qualifiche ed ai profili professionali (per i quali è comunque vietato l'accesso a quelli con superiore contenuto professionale nonché il rispetto della fascia economica di riferimento).

Uno specifico filone normativo ha riguardato, inoltre, la mobilità volta a favorire il passaggio del personale eccedentario delle province (a seguito della riforma degli enti locali) verso regioni, comuni e altre pubbliche amministrazioni, a valere sulle facoltà assunzionali degli enti di destinazione (articolo 1, commi 422-428, della L. 190/2014).

In materia, l'art. 3, c. 3-quater, del D.L. 36/2022 ha ridotto alcuni termini temporali relativi alle procedure di tale mobilità e alla possibilità di ricorso ( in via suppletiva) alla procedura concorsuale di reclutamento.

4. Gestione delle eccedenze di personale. L'articolo 2, commi da 1 a 3, del D.L. 101/2013, modificando parzialmente l'articolo 2, comma 11, del D.L. 95/2012, riconosce innanzitutto alle amministrazioni un margine più ampio per la copertura dei posti vacanti in alcune aree, a fronte della gestione delle posizioni soprannumerarie in altre. La possibilità di coprire i posti vacanti è però subordinata ad un congelamento di posti corrispondente al valore finanziario delle unità in sovrannumero che saranno assorbite e all'autorizzazione ad assumere da parte del Dipartimento della funzione pubblica e del Dipartimento della ragioneria generale dello Stato, previa presentazione, da parte delle amministrazioni interessate, di un piano di assorbimento delle eccedenze.

Inoltre, si riconosce l'applicabilità della disciplina pensionistica previgente al D.L. 201/2011 ai dipendenti pubblici in soprannumero nel caso in cui maturino i requisiti per la decorrenza del trattamento entro il 31 dicembre 2016.

5. Contratti di collaborazione. Gli articoli 5 e 22, commi 8 e 9, del D.Lgs. 75/2017 hanno introdotto il divieto per le amministrazioni pubbliche di stipulare contratti di collaborazione che si concretino in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative, con modalità di esecuzione organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. A seguito di una modifica introdotta dall'articolo 1, comma 1148, lett. h), della L. 205/2017 (legge di bilancio per il 2018), è stato stabilito che il divieto operasse a decorrere dal 1° gennaio 2019 (in luogo del 1° gennaio 2018, data originariamente prevista), termine da ultimo ulteriormente prorogato al 1° luglio 2019 dall'articolo 1, comma 1131, lett. f), della L. 145/2018 (legge di bilancio 2019).

A differenza di quanto stabilito per i rapporti di lavoro privati, per le pubbliche amministrazioni non trova comunque applicazione la norma (di cui all'articolo 2 del decreto legislativo n.81/2015) che prevede l'automatica applicazione della disciplina del lavoro subordinato in caso di collaborazioni aventi le suddette caratteristiche.

6. Stabilizzazione del personale precario. La disciplina relativa alla stabilizzazione del personale precario delle pubbliche amministrazioni è attualmente dettata dall'articolo 20 del D.L. 75/2017 che, nell'ambito della riforma del pubblico impiego (di cui alla legge delega 124/2015) prevede sia una specifica procedura di stabilizzazione, sia l'espletamento di specifiche procedure concorsuali riservate.

Sotto il primo profilo, si prevede, fino al 31 dicembre 2023 (31 dicembre 2022 per gli enti pubblici di ricerca) la facoltà, per le amministrazioni, di procedere alla stabilizzazione (in accordo con il nuovo piano triennale dei fabbisogni e con l'indicazione della relativa copertura finanziaria) del personale non dirigenziale che possegga tutti i seguenti requisiti:

sia in servizio. successivamente al 28 agosto 2015, con contratti a tempo determinato presso l'amministrazione che procede all'assunzione (in caso di amministrazioni comunali che esercitino funzioni in forma associata, anche presso le amministrazioni con servizi associati);

sia stato reclutato a tempo determinato, in relazione alle medesime attività svolte, con procedure concorsuali (anche se espletate presso amministrazioni pubbliche diverse da quella che procede all'assunzione);

abbia maturato, al 31 dicembre 2022 (termine che riguarda anche il personale sanitario), alle dipendenze dell'amministrazione che procede all'assunzione, almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni. Per la stabilizzazione presso gli enti ed aziende del Servizio sanitario nazionale, ai fini di tale requisito, rilevano anche i periodi di servizio prestati presso altre amministrazioni del Servizio sanitario nazionale.

Per quanto concerne il secondo profilo, le medesime amministrazioni - fino al 31 dicembre 2024 (31 dicembre 2022 invece per le assunzioni relative al personale medico, tecnico-professionale e infermieristico degli enti ed aziende del Servizio sanitario nazionale e al personale degli enti pubblici di ricerca) - possono bandire procedure concorsuali riservate, in misura non superiore al cinquanta per cento dei posti disponibili, al personale che possegga tutti i seguenti requisiti:

sia titolare, successivamente al 28 agosto 2015, di un contratto di lavoro flessibile presso l'amministrazione che bandisce il concorso;

abbia maturato al 31 dicembre 2024 (31 dicembre 2021 per le procedure bandite da enti pubblici di ricerca) almeno tre anni di contratto, anche non continuativi, negli ultimi otto anni, presso l'amministrazione che bandisce il concorso (termine che riguarda anche il personale sanitario). Per quanto concerne specificamente gli enti pubblici di ricerca, le procedure concorsuali riservate si applicano anche ai titolari di assegni di ricerca in possesso dei requisiti previsti.

Le suddette disposizioni incontrano, inoltre, delle limitazioni. In particolare:

ai fini delle suddette procedure, non rileva il servizio prestato negli uffici di diretta collaborazione dei Ministri o degli organi politici delle regioni, né i servizi prestati presso gli uffici di supporto agli organi di direzione politica degli enti locali;

le amministrazioni interessate dalla stabilizzazione e dai concorsi riservati non possono instaurare ulteriori rapporti di lavoro flessibile, per le professionalità interessate, fino al termine delle relative procedure, mentre hanno facoltà di prorogare i corrispondenti rapporti di lavoro flessibile con i partecipanti alle procedure richiamate fino alla loro conclusione, nei limiti delle risorse disponibili;

le procedure richiamate non si applicano al personale dirigenziale (ad eccezione di quello degli enti ed aziende del Servizio sanitario nazionale) al personale docente, educativo e amministrativo, tecnico e ausiliario (ATA) presso le istituzioni scolastiche ed educative statali; ai comuni che per l'intero quinquennio 2012-2016 non abbiano rispettato i vincoli di finanza pubblica; ai contratti di somministrazione di lavoro presso le pubbliche amministrazioni.

Infine, fino al 31 dicembre 2022 e in presenza di determinate condizioni, le pubbliche amministrazioni possono, ai soli fini dell'applicazione delle richiamate procedure di stabilizzazione disciplinate dal richiamato art. 20, co. 1 e 2, del D.L. 75/2017, elevare gli ordinari limiti finanziari per le assunzioni a tempo indeterminato stabiliti dalle norme vigenti, incrementandoli a valere sulle risorse previste per i contratti di lavoro a tempo determinato o per altre forme di lavoro flessibile (nei limiti posti dall'art. 9, co. 8, del D.L. 78/2010) e calcolate in misura non superiore all'ammontare medio delle medesime risorse impiegate nel triennio 2015-2017.

Pubblica Amministrazione: si accede per concorso pubblico?

   Articolo 97 della Costituzione

Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.

I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge [95 c.3], in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione.

Nell'ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari [28].

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge [51 c.1].

Nella Pubblica Amministrazione si può essere assunti a tempo indeterminato:

  1. Per Pubblico Concorso:

  1. diretto da idoneo vincitore;

  2. indiretto da idoneo non vincitore per scorrimento delle graduatorie (in alcuni casi 20%);

  1. Per Mobilità permanente da altra Pubblica Amministrazione;

3 tramite centri per l’impiego, per qualifiche che, come requisito di accesso, richiedano l’aver frequentato la scuola dell’obbligo;

4 contratti per persone appartenenti alle Categorie Protette. 

5 Per stabilizzazione.

Nella Pubblica Amministrazione si può essere assunti a tempo determinato con contratti flessibili:

  1. contratto di somministrazione a tempo determinato;

2. contratto di lavoro subordinato a tempo determinato;

a) prestazioni di lavoro accessorio (voucher)

b) contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

c) collaborazioni marginali (prestazioni occasionali -30 g – Euro 5000)

d) prestazioni di lavoro autonomo occasionale

3. contratti di formazione.

a. Apprendistato per laureati;

b. Formazione-Lavoro per laureandi.

Agenzie di reclutamento per la Pubblica Amministrazione.

InPa.

Adecco.

Asmel.

Ales.

InPa.

Dipartimento della Funzione Pubblica. InPA Portale del Reclutamento

 Il progetto

Un’unica porta d’accesso per il reclutamento del personale della PA rivolta a cittadini e Pubbliche Amministrazioni.

Grazie al decreto legge n. 80/2021 (convertito con la legge n. 113 del 6 agosto 2021), sono possibili nuovi percorsi più veloci, trasparenti e rigorosi per selezionare i profili tecnici e gestionali necessari alla realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR). Il portale ha l’obiettivo di migliorare la qualità del reclutamento della Pubblica amministrazione attraverso un sistema innovativo digitale che semplifica e velocizza l’incontro tra domanda e offerta di lavoro pubblico.

Un progetto rivoluzionario per la Pubblica Amministrazione, protagonista nella ripresa del Paese.

Il progetto

Il Portale Nazionale del reclutamento nasce con l’obiettivo di accelerare il percorso di modernizzazione e rinnovamento del Paese supportando l’Ufficio per i concorsi e il reclutamento del Dipartimento della Funzione Pubblica nella realizzazione del nuovo sistema di reclutamento pubblico. Il progetto intende velocizzare, semplificare e digitalizzare i processi organizzativi delle procedure di reclutamento del personale nelle pubbliche amministrazioni per ridurne i costi economici e sociali.

Adecco.

Adecco per la Pubblica Amministrazione

Adecco è presente con la ricerca e selezione del personale anche per il settore del pubblico impiego, offrendo servizi specializzati di consulenza e di Recruiting delle figure professionali più in linea con il settore di riferimento per la Pa.

I vantaggi per la Pubblica Amministrazione nell’affidarsi a un partner professionale come Adecco sono:

consulenza gratuita a disposizione per le esigenze specifiche del settore della Pa;

risparmio sui costi di reclutamento e di selezione dei nuovi lavoratori;

selezione mirata e veloce di candidati competenti;

HR consulting, corsi di formazione e altri servizi di somministrazione del lavoro a disposizione della Pubblica Amministrazione.

Asmel.

ASMEL, Associazione per la Sussidiarietà e la Modernizzazione degli Enti Locali, nasce nel 2010 sulla scia della ultraventennale esperienza maturata tra i Comuni italiani aderenti al Consorzio ASMEZ. Scopo dell’associazione è quello di valorizzare l’azione di governo locale attraverso il rafforzamento del “tessuto connettivo” delle autonomie locali estremamente frammentato e caratterizzato da un numero molto elevato di Comuni di piccole e piccolissime dimensioni. In particolare l’Associazione in questi anni ha promosso azioni volte al miglioramento della qualità dei servizi erogati degli enti associati, specialmente di quelli a tecnologia avanzata, alla realizzazione di economie di scala nella gestione di funzioni, servizi, interventi, programmi, progetti, iniziative e nell’acquisto di beni e sevizi, di qui la promozione della costituzione tra gli Enti soci di una autonoma Centrale di Committenza, e al rafforzamento della capacità di rappresentanza e di tutela degli interessi delle diverse comunità. L’azione associativa muove dalla consapevolezza che gli Enti Locali sono gli organi di prossimità ai cittadini e, come tali, vivono con estrema partecipazione il territorio. Essi sono il territorio: ne “sentono” le esigenze in continua evoluzione condividendo, allo stesso tempo, i limiti e i rischi di un isolamento che è sempre dietro l’angolo. ASMEL nasce dalla consapevolezza che questi limiti sono la vera forza dell’Italia dei Comuni: le necessità di tutti possono essere soddisfatte lavorando insieme, attraverso la creazione di una Rete le cui maglie siano le singole esperienze e le migliori competenze, per trovare soluzioni da condividere ed elevare la qualità delle organizzazioni a un livello di eccellenza diffuso. In questi anni, la Rete degli Enti Locali ASMEL, costituitasi a seguito di un’adesione volontaria crescente su tutto il territorio nazionale, ha prodotto da subito i primi risultati, con un’inversione di tendenza che vede le istituzioni periferiche riacquisire il ruolo di protagoniste nel processo nazionale di rinnovamento. A partire dal dicembre 2012, inoltre, ASMEL ha anche promosso la costituzione di ASMEL Consortile s.c. a r.l. e, terminata la fase di start-up, ha ceduto interamente la propria partecipazione societaria consentendo ad Asmel Consortile di diventare a tutti gli effetti la maggiore centrale di committenza pubblica dei Comuni italiani. Il modello dell’in house è riconosciuto dall'art. 37, comma 4 del D.lgs. n. 50/2016 quale strumento idoneo alla centralizzazione per tutti i Comuni non capoluogo. Una modalità operativa che riconosce la massima autonomia ai Comuni aderenti e sviluppa la centralizzazione telematica come standard di efficienza e trasparenza per le pubbliche amministrazioni aderenti. ASMEL Consortile, nella sua veste di società di committenza in house dei Comuni Soci è anche lo strumento più efficace per valorizzare le risorse umane interne a ciascuna Stazione Appaltante: RUP interno del Comune e componenti Commissioni di Gara Telematiche, laddove richiesti. La Rete ASMEL continua ad affermarsi come “riserva certa” di professionalità avanzate, anche in un’ottica di incontro tra domanda pubblica e offerta privata, in cui gli interessi del pubblico sono sempre tutelati. Per gli associati ASMEL l’efficienza cessa di essere la meta da raggiungere per adeguarsi a norme in perenne cambiamento, ma diviene la leva per una più efficace gestione della cosa pubblica che vive, si ammoderna, rispetta gli standard qualitativi, risparmia sulla spesa e, soprattutto, non trascura le specifiche autonomie e identità. La prova concreta che “l’innovazione in maniera locale” è una strada che oggi tutti possono percorrere.

Ales.

Ales – Arte Lavoro e Servizi S.p.A., società in house del Ministero della Cultura (MiC), è impegnata da oltre vent’anni in attività di supporto alla conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale italiano e nello svolgimento di attività strumentali alla gestione tecnico-amministrativa dei procedimenti di tutela messi in atto dal socio unico.

Le attività svolte da Ales, dal momento della fondazione ad oggi, sono orientate a supportare il MiC in numerosi progetti di miglioramento delle condizioni di fruibilità del patrimonio culturale italiano, nonché, a promuovere tramite progetti speciali e in accordo con il MiC, i beni culturali italiani ed il made in Italy a livello nazionale e internazionale.

Per l’erogazione dei propri servizi, Ales si avvale di uno staff di esperti per la pianificazione e la programmazione di dettaglio dell’opera di valorizzazione del patrimonio culturale e, di operatori appositamente formati per l’esecuzione delle attività operative presso i luoghi della cultura e le Direzioni Generali del MiC.

Ales S.p.A. fonda il proprio operato su criteri di efficienza, produttività e qualità, investendo sul proprio capitale professionale e puntando sul valore delle risorse umane per lo sviluppo dell’azienda e la soddisfazione dei fruitori del patrimonio culturale nazionale. La formazione e la riqualificazione, l’attenzione alle esigenze della committenza ed una gestione del personale puntuale ed attenta alla normativa in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro sono parte integrante del sistema di valori su cui si fonda l’identità dell’azienda.

Storia

La società nasce nel 1998 ai sensi dell’art. 10, commi 1, lett a) 2 e 3 del D.Lgs. 1 dicembre 1997, n. 468 e dell’art. 20, commi 3 e 4, della L. 24 giugno 1997, n. 196.

Nel 2009, in attuazione dell’art. 26 della L. 18 giugno 2009, n. 69, “la partecipazione azionaria detenuta da Italia Lavoro S.p.A. in Ales S.p.A. viene trasferita al Ministero per i Beni e le Attività Culturali”, garantendo in tal modo la configurazione di Ales S.p.A. quale società in house del Ministero.

Nel 2014 Ales S.p.A. riceve un importante incarico per il supporto alla Soprintendenza di Pompei nella gestione del c.d. “Grande Progetto Pompei”, un progetto interessato alla tutela e alla valorizzazione dell’area archeologica con un programma di interventi conservativi, di prevenzione, manutenzione e restauro. L’iniziativa, finanziata dall’Unione Europea, ha trovato il supporto di Ales S.p.A. nello sblocco delle pratiche amministrative relative ai fondi europei per il miglioramento e lo sviluppo del territorio, ottenendo così il finanziamento su fondi FESR (Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale).

Consolidatasi nella progettazione e nella realizzazione di attività di capacity building, Ales S.p.A. ha ricevuto numerosi incarichi di rilievo istituzionale, tra cui la gestione del progetto per il miglioramento delle condizioni di fruizione pubblica della Galleria degli Uffizi (2015) e la sua attrattività nell’ambito del turismo culturale, in ottemperanza a quanto disposto dalla L. 7 ottobre 2012, n. 112, in tema di “tutela, valorizzazione e rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo”.

Nel 2016 viene effettuata in Ales S.p.A. la fusione per incorporazione della società Arcus S.p.A. – Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo – avvenuta, ope legis, ex art. 1, comma 322, della L. 28 dicembre 2015, n. 208 (Legge di stabilità 2016). In tale occasione, Ales S.p.A. rileva l’incarico di promuovere, comunicare e diffondere la conoscenza dell’Art Bonus, progetto di sostegno a favore del patrimonio culturale nazionale, compresa la gestione del sito istituzionale.

Sempre nell’anno 2016, ad Ales S.p.A. viene affidata la gestione degli spazi nonché, l’organizzazione delle mostre e degli eventi culturali tenuti presso le Scuderie del Quirinale, privilegiando la scelta di un programma di divulgazione dell’arte italiana classica e moderna, manifestando, altresì, un profondo interesse sul rapporto tra l’Italia e la grande arte internazionale. In tale occasione, Ales acquisisce dall’Azienda Speciale Palaexpo, precedentemente incaricata alla gestione degli spazi espositivi delle Scuderie, il ramo d’azienda interessato all’organizzazione e al coordinamento delle attività culturali qui promosse.

Dal 2018 inoltre Ales S.p.A. supporta l’Ufficio impegnato all’attrazione di risorse destinate al patrimonio e a progetti dedicati ad attività culturali (Grant office) presso il Servizio del Segretariato Generale del MiC.

Lo scorrimento in convenzione delle graduatorie nei concorsi.

Scorrimento graduatorie concorsi 20% tetto idonei: regole ed eccezioni. La guida allo scorrimento delle graduatorie dei concorsi pubblici in base alle nuove regole in vigore dal 22 giugno 2023. Da Ticonsiglio.com il 28 Agosto 2023

Dal 22 giugno 2023 sono cambiate le regole sullo scorrimento graduatorie dei concorsi pubblici.

Vengono considerati idonei i candidati che si sono collocati entro il 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi.

In caso di rinuncia all’assunzione o di dimissioni del lavoratore intervenute entro 6 mesi dall’assunzione, la Pubblica Amministrazione può procedere allo scorrimento della graduatoria ma sempre rispettando tale limite.

Questo sistema mira ad accelerare l’intera procedura di selezione nella PA e ad assumere solo i più meritevoli.

Tuttavia esistono delle precise regole di applicazione e diversi casi in cui il tetto taglia idonei al 20% non si applica.

In questa guida chiara e dettagliata vi spieghiamo come funziona lo scorrimento delle graduatorie nei concorsi e l’idoneità fissata per chi si trova entro il 20% dei posti dopo l’ultimo bandito.

Indice:

COSA SI INTENDE PER SCORRIMENTO GRADUATORIE

CHE DIFFERENZA C’È TRA VINCITORI E IDONEI

SCORRIMENTO GRADUATORIE CONCORSI 20% IDONEI

QUANDO SI APPLICA IL TETTO IDONEI AL 20%

CONCORSI ESCLUSI

COME SI CALCOLA IL TETTO IDONEI 20%

OBIETTIVI DEL TETTO 20% IDONEI

RINUNCIA ASSUNZIONI O DIMISSIONI ENTRO 6 MESI

DA QUANDO È EFFICACE IL TETTO AGLI IDONEI NEI CONCORSI

GUIDA SULLA RIFORMA CONCORSI PUBBLICI

COSA SI INTENDE PER SCORRIMENTO GRADUATORIE

Al termine delle procedure di valutazione dei titoli e delle prove d’esame dei concorsi pubblici viene redatta una graduatoria, ossia una sorta di classifica organizzata dal punteggio più alto a quello più basso al netto delle riserve e considerando i titoli di preferenza a parità di punteggio.

Le Pubbliche Amministrazioni attingono i candidati da assumere dalla graduatoria finale, e possono continuare ad attingere dalla stessa fino alla sua validità, che generalmente viene specificata nel bando.

L’assegnazione dei posti di lavoro ai candidati vincitori del concorso avviene a partire dalla posizione più alta in graduatoria e continua fino a coprire tutti i posti disponibili previsti dal bando.

Dopo i vincitori vi sono gli idonei non vincitori i quali possono essere chiamati successivamente per scorrimento della graduatoria.

È evidente, quindi, che più si è in alto in graduatoria, più aumentano le possibilità di essere chiamati e più si accorciano i tempi di assunzione.

Il Decreto PA 2023 convertito in Legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.143 del 21-06-2023 ha introdotto per le graduatorie il cosiddetto “tetto idonei” stabilito entro il 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi. La regola è precisata nel testo della GU all’articolo 1-bis, comma 1, lettera a), punto 2.

Prima di capire come funziona il nuovo tetto dell’idoneità, vediamo cosa vuol dire essere idonei nella graduatoria di un concorso pubblico.

CHE DIFFERENZA C’È TRA VINCITORI E IDONEI

Alla fine di una procedura concorsuale nelle PA viene stilato l’elenco dei candidati che hanno superato le prove d’esame previste dall’apposito bando. Nella graduatoria finale sono presenti:

sia i vincitori del concorso, ovvero coloro che rientrano nel numero dei posti banditi e che vengono subito assunti;

sia gli idonei che sono coloro che, pur avendo superato le prove d’esame, non rientrano tra i vincitori in quanto non ci sono abbastanza posti disponibili.

Gli idonei, ovviamente, non possono essere assunti subito, ma possono essere reclutati in un secondo momento attraverso il meccanismo dello scorrimento della graduatoria.

SCORRIMENTO GRADUATORIE CONCORSI 20% IDONEI

La legge entrata in vigore il 22 giugno 2023 ha di fatto dettato una limitazione allo scorrimento delle graduatorie dei concorsi pubblici.

Cioè, il riconoscimento della idoneità viene dato solamente ai candidati “collocati nella graduatoria finale entro il 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi” come si legge nell’articolo 1-bis, comma 1, lettera a), punto 2. del Decreto PA 2023 convertito in Legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.143 del 21-06-2023

Inoltre, il testo prevede che il blocco allo scorrimento opera anche “in caso di rinuncia all’assunzione o di dimissioni del dipendente intervenute entro 6 mesi dall’assunzione”. 

Questa nuova norma ha creato diversi dubbi interpretativi tanto che la Conferenza delle regioni e delle province autonome ha chiesto un approfondimento al Ministro per la Pubblica Amministrazione.

Per chiarire ogni dettaglio è stato emanato il parere n. 0001187 del Dipartimento Funzione Pubblica del 16 giugno 2023  che fornisce una definizione legata all’ambito applicativo e va a chiarire il quadro di esclusioni.

Vediamo quindi quando si applica il tetto tagli idonei.

QUANDO SI APPLICA IL TETTO IDONEI AL 20%

Lo scorrimento delle graduatorie con il tetto al 20% per gli idonei, benché di portata generale, non si applica a tutti i concorsi pubblici.

CONCORSI ESCLUSI

La disposizione del tetto al 20% per gli idonei non si applica alle procedure concorsuali bandite:

da Regioni, Province, Enti locali o da Enti o agenzie da questi controllati o partecipati che prevedano un numero di posti messi a concorso non superiore (quindi inferiore) a 20 unità;

da Comuni con popolazione inferiore a 3000 abitanti (i piccoli comuni);

per l’effettuazione di assunzioni a tempo determinato.

Sono esclusi dal limite dello scorrimento graduatorie pari al 20% anche i concorsi banditi per il reclutamento:

del personale sanitario e socio-sanitario, educativo e scolastico, compreso quello impiegato nei servizi educativo-scolastici gestiti direttamente dai Comuni e dalle unioni di Comuni;

dei ricercatori, personale universitario e dell’Istituto superiore di sanità;

del personale in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 3, del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165.

Per le Pubbliche Amministrazioni per le quali non è previsto un tetto, vige la regola generale con la possibilità di scorrimento della graduatoria di tutti gli idonei fino alla decadenza della graduatoria stessa.

Il riferimento normativo è l’articolo 35, comma 5ter del D.Lgs. 165/2001 (Testo unico sul pubblico impiego) secondo cui le graduatorie dei concorsi per il reclutamento del personale presso le amministrazioni pubbliche rimangono vigenti per un termine di 2 anni dalla data di approvazione (salvo eccezioni previste da leggi regionali). Decorsi i due anni, quindi, la graduatoria scade.

COME SI CALCOLA IL TETTO IDONEI 20%

Il tetto al 20% non si calcola sul numero dei posti messi a bando, ma sul totale dei candidati collocati in graduatoria successivamente a quelli che occupano i posti che danno diritto all’assunzione.

Ossia, il tetto si calcola in base al numero dei candidati inseriti nella graduatoria finale entro il 20% dei posti che non consentono immediatamente l’assunzione. Non si tiene conto, per questa percentuale, dei posti totali banditi nella selezione pubblica.

ESEMPIO DI CALCOLO

Ipotizziamo che un ente pubblico abbia indetto un concorso per 25 posti. Tra i partecipanti alla selezione 100 candidati superano le prove d’esame.

I primi 25 in graduatoria vengono assunti e considerati vincitori. Di idonei ne restano 75, su questi si applica il tetto taglia idonei.

Quindi sui restanti 75 (importo ottenuto facendo la sottrazione 100 – 25) si calcola il 20%. Il risultato è 15 (importo ottenuto dalla moltiplicazione di 75*20%)

Ciò significa che i candidati collocati dal 26esimo posto al 41esimo posto sono idonei scorribili.

I candidati collocati dal 42esimo posto in poi non potranno essere assunti per scorrimento della graduatoria, pur essendo tra gli idonei.

OBIETTIVI DEL TETTO 20% IDONEI

Il Dipartimento Funzione Pubblica nel parere n. 0001187 del 16 giugno 2023 ha specificato che la disposizione che fissa entro il 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi nei concorsi PA è finalizzata a:

garantire una migliore qualità del personale assunto. Ciò in considerazione del fatto che i candidati collocati in graduatoria in una posizione rientrante nella quota introdotta corrisponde a quelli che hanno conseguito una valutazione finale più vicina al punteggio conseguito dai vincitori del concorso;

assicurare la rapidità delle nuove procedure concorsuali (massimo 180 giorni);

garantire la digitalizzazione dei concorsi e la loro maggiore frequenza.

RINUNCIA ASSUNZIONI O DIMISSIONI ENTRO 6 MESI

Altro aspetto interessante da valutare è la precisazione introdotta dalla nuova norma taglia idonei:  “in caso di rinuncia all’assunzione o di dimissioni del dipendente intervenute entro 6 mesi dall’assunzione, l’amministrazione può procedere allo scorrimento della graduatoria nei limiti” previsti.

Questa precisazione è sempre indicata nell’articolo 1-bis, comma 1, lettera a), punto 2. del Decreto PA 2023 convertito in Legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n.143 del 21-06-2023 e si ritrova anche nell’articolo 35, comma 5ter del D.Lgs. 165/2001 (Testo unico sul pubblico impiego) che è stato modificato.

Cosa significa? Vuol dire che la Pubblica Amministrazione che ha indetto il concorso, nel caso in cui tra i vincitori del concorso ci sia qualcuno che rinuncia all’assunzione oppure si dimette entro 6 mesi, può procedere allo scorrimento della graduatoria ma solo nel limite del 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi.

Quindi nel caso in cui ci fossero molti vincitori rinunciatari l’ente che ha indetto il concorso non potrebbe comunque attingere tra gli idonei oltre al limite previsto. Nel caso in cui restassero posti di lavoro vacanti, l’ente dovrebbe indire una nuova procedura concorsuale oppure procedere con altre modalità (ad esempio avvisi di mobilità o avviso di manifestazione di interesse per idonei in graduatorie di concorsi pubblici espletati da altri enti).

DA QUANDO È EFFICACE IL TETTO AGLI IDONEI NEI CONCORSI

Il tetto agli idonei per i candidati collocatisi entro il 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi, è valido dalla data di entrata in vigore del Decreto PA 2023 convertito in Legge cioè, dal 22 giugno 2023, ovvero il giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Il tetto idonei ai concorsi è retroattivo? No, la nuova norma sul tetto agli idonei non è retroattiva e si applica solo sui concorsi banditi a partire dal 22 giugno 2023.

Valeria C.

Giornalista, esperta di leggi, politica e lavoro pubblico.

Come funziona lo scorrimento graduatorie concorsi pubblici nel biennio 2022-2023? Di Lorenzo De Gregoriis l'8 Maggio 2023 

In questo approfondimento cercheremo di chiarire alcuni dei temi più importanti legati all’utilizzo delle graduatorie nel pubblico impiego, con specifico riferimento allo scorrimento delle graduatorie dei concorsi pubblici e agli accordi tra Amministrazioni per l’utilizzo delle stesse.

Sei nel posto giusto se sei inserito in una graduatoria e vuoi far valere il tuo diritto ad essere assunto, o ancora se sei idoneo ed in attesa di essere chiamato per scorrimento: ti aiuteremo a capire quali sono i tuoi diritti e i tuoi strumenti di tutela.

Prima di andare avanti con il nostro articolo, ti ricordo altri nostri approfondimenti che potrebbero interessarti in materia di stabilizzazione del personale precario degli enti pubblici ed ancora sulla “gerarchia” tra le varie modalità di assunzione presso gli enti pubblici (scorrimento – stabilizzazione – mobilità esterna)

In questo articolo

Le ultime novità sullo scorrimento graduatorie nei Decreti PNRR

Quanto durano le graduatorie ai fini dello scorrimento

Posso vantare un diritto allo scorrimento graduatorie?

Assunzione mediante scorrimento, mobilità volontaria e concorso pubblico: quale prevale

Gli accordi per l’utilizzo delle graduatorie di altri enti

La decadenza dalle graduatorie

A quale Giudice rivolgersi: Tribunale Civile o Giudice Amministrativo?

Le ultime novità sullo scorrimento graduatorie nei Decreti PNRR

Voglio subito introdurvi alcune delle ultime importanti novità sullo scorrimento graduatorie apportate dai recenti Decreti PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza).

La prima è che il decreto-legge n. 146 del 21 ottobre 2021, all’art. 16 comma 3-bis, ha previsto che le Amministrazioni titolari di interventi previsti nel PNRR, incluse le Regioni e gli enti locali, possono utilizzare le graduatorie ancora vigenti di concorsi per dirigenti di seconda fascia e funzionari, banditi anche da altre Pubbliche Amministrazioni, mediante scorrimento delle stesse.

E’ dubbio, peraltro, se lo scorrimento possa essere operato direttamente oppure – come sembra preferibile ritenere – sempre mediante l’utilizzo delle Convenzioni tra enti (sulle quali vedi più avanti).

L’altra grande novità è data dall’art. 3-bis del decreto-legge 9 giugno 2021, n. 80, che autorizza i Comuni ad effettuare, anche in forma aggregata, delle selezioni per la formazione di “elenchi di idonei”, per incarichi sia a tempo determinato che indeterminato, dai quali poter attingere in assenza di proprie graduatorie in corse di validità.

La norma specifica poi che, nel caso in cui un Comune voglia attingere all’elenco e vi siano più soggetti interessati all’assunzione, esso debba sottoporre i candidati ad una prova scritta o orale diretta a formulare delle graduatorie di merito.

Si tratta di una importantissima novità, che semplifica molto le selezioni del personale negli enti locali, ma che pone anche tanti dubbi sul tipo di procedura da attuare (a titolo esemplificativo: siamo di fronte a dei veri e propri concorsi pubblici? L’elenco degli idonei è una vera e propria graduatoria?): vedremo come risponderà la prassi degli enti pubblici e cosa diranno i Giudici in merito.

Quanto durano le graduatorie ai fini dello scorrimento

Un problema particolarmente avvertito, quando parliamo di scorrimento graduatorie, è rappresentato dalla durata delle graduatorie stesse, che generalmente hanno due o tre anni di validità, a seconda della natura dell’ente titolare.

Più nello specifico, per quanto riguarda le Aziende Sanitarie Locali e, in generale, gli enti del pubblico impiego privatizzato, l’art. 35 comma 5-ter del decreto legislativo n. 165 del 2001 prevede che le graduatorie rimangano vigenti per un termine di due anni dalla data di approvazione, salvo che una legge regionale non disponga un periodo di vigenza inferiore.

Differente è invece il caso degli enti locali, per i quali l’art. 91 comma 4 del Testo Unico Enti Locali (TUEL) stabilisce una durata delle graduatorie pari ad anni tre dalla data di pubblicazione.

Normalmente, peraltro, il legislatore dispone la proroga generalizzata ed automatica delle graduatorie del comparto pubblico, come è accaduto ad esempio con la legge di bilancio del 2018, che con il comma 1148 dell’art. 1 aveva prorogato fino al 31 dicembre 2018 tutte le graduatorie dei concorsi pubblici pubblicate da settembre 2003.

E come è accaduto, più recentemente, con la legge di Bilancio per il 2020 (legge n. 160 del 27 dicembre 2019, art. 1 comma 147), che aveva autorizzato l’utilizzazione delle graduatorie pubbliche approvate nel 2011 fino al 30 marzo 2020 e delle graduatorie pubbliche approvate dal 2012 al 2017 sino al 30 settembre 2020.

Attualmente, ai sensi della normativa richiamata, la situazione della proroga delle graduatorie, valevoli anche per lo scorrimento, può essere riassunta così:

Le graduatorie approvate nel 2018 scadono entro tre anni dalla loro approvazione: esse, dunque, ad oggi sono tutte scadute

Le graduatorie approvate nel 2019 scadono anch’esse entro tre anni dalla loro approvazione: anche tali graduatorie, quindi, sono scadute alla fine di dicembre del 2022 e non possono più essere utilizzate;

Le graduatorie approvate a partire dal 1 gennaio 2020 possono valere, per le Amministrazioni diverse dagli enti locali, due anni dalla loro approvazione ed invece, per i Comuni, tre anni dalla pubblicazione;

Diverso il caso delle graduatorie comunali del personale scolastico, educativo ed ausiliario destinato ai servizi educativi e scolastici gestiti direttamente dai Comuni, che sono automaticamente prorogate sino al 30 settembre 2023, anche ove approvate negli anni dal 2012 al 2017;

Sono altresì prorogate alla medesima data, ossia al 30 settembre 2023, le graduatorie Comunali scadute tra il 1 gennaio 2021 ed il 29 settembre 2022.

Posso vantare un diritto allo scorrimento graduatorie?

Quando si è inseriti in una graduatoria bisogna naturalmente distinguere la posizione di chi risulta “vincitore” del concorso da quella di chi, invece, è risultato “idoneo“, e quindi non vincitore.

Per i vincitori del concorso, normalmente, non si pone un problema di scorrimento graduatorie: essi infatti, proprio per il fatto di aver concluso positivamente la procedura, possono vantare un diritto all’assunzione, che potrà essere tutelato dinanzi al Giudice del lavoro se l’Amministrazione non procede con l’assunzione.

La questione dell’esistenza di un “vero e proprio diritto all’assunzione” dei vincitori di un Concorso, tuttavia, è sempre stata molto dibattuta: può peraltro accadere – per fortuna in casi tutto sommati rari – che l’Amministrazione decida di non assumere il vincitore del Concorso: in tal caso, però, deve darne una motivazione stringente e credibile, che è quanto accade (ad esempio) quando sopraggiunge un blocco temporaneo delle assunzioni o sia riscontrato un difetto di copertura finanziaria (sul punto vedi, ad esempio, la sentenza del Consiglio di Stato n. 908 del 1^ febbraio 2021).

Diverso è il caso degli idonei della graduatoria, che vantano una posizione – come si dige nel gergo dei giuristi – di mera “aspettativa verso lo scorrimento” (così si è espressa la sentenza Cons. Stato, Sez. V, 1 marzo 2005, n. 794; ma si vedano ancora le sentenze Cons. Stato, Sez. V, 16 ottobre 2002, n. 5611 e Cons. Stato, Sez. V, 9 novembre 1999, n. 1860): gli idonei, detto altrimenti, non possono “diffidare” o sollecitare il Comune a farsi assumere mediante lo scorrimento graduatorie, non avendo un “diritto” all’assunzione mediante scorrimento.

Ma vi è un però: vi sono infatti dei casi (tutt’altro che rari!) in cui l’ente è di fatto obbligato ad assumere mediante scorrimento graduatorie vigenti: ciò che accade quando l’Amministrazione abbia indetto un nuovo concorso, o abbia altrimenti espresso la propria volontà di assumere del personale, dimenticandosi però di utilizzare delle graduatorie interne ancora valide.

Detto in altri termini, se il Comune ha delle graduatorie in corso di validità (e magari prossime alla scadenza) e decide, per il medesimo profilo, di assumere del personale con un nuovo concorso, ebbene non può farlo: l’assunzione mediante scorrimento graduatorie deve in tal caso essere disposto e tu idoneo potrai domandare in giudizio l’annullamento del bando.

Sul punto, recentemente, il Giudice Amministrativo ha ritenuto che la scelta operata dall’ente, a monte, di privilegiare lo scorrimento delle graduatorie, in luogo dell’indizione di un nuovo concorso, laddove risulti manifestata chiaramente da atti interni e circolari, “consuma” la discrezionalità: ciò equivale a dire che, in pratica, così facendo l’ente si obbliga a scorrere e dunque, in maniera corrispondente, riconosce agli idonei un vero e proprio diritto allo scorrimento (T.A.R. Campania, Sez. V, sentenza n. 4275 del 2021).

Assunzione mediante scorrimento, mobilità volontaria e concorso pubblico: quale prevale

Cosa succede, invece, nelle ipotesi in cui l’Amministrazione, pur disponendo di una graduatoria dalla quale poter attingere per scorrimento, decida ciò nonostante di procedere all’assunzione del personale ricorrendo alla mobilità esterna?

In tal caso, infatti, ad avviso di alcuni Tribunali, lo scorrimento delle graduatorie recede rispetto all’assunzione autorizzata con la mobilità, ma in ogni caso deve essere preferita rispetto al reclutamento del personale basata su un nuovo concorso.

La questione – per la verità molto complessa – del rapporto tra i vari criteri di reclutamento del personale (esiste infatti una precisa gerarchia tra gli stessi?) la abbiamo approfondita in un nostro precedente post (che puoi trovare qui), ma se non vuoi dedicare troppo tempo a leggerlo puoi “accontentarti” delle breve riflessioni che seguono.

In buona sostanza, secondo la giurisprudenza prevalente (ma non senza eccezioni!), l’ordine di preferenza tra i vari procedimenti di assunzione è tendenzialmente il seguente:

Mobilità obbligatoria

Scorrimento degli idonei in graduatoria

Concorso pubblico

Ed infatti, come sintetizzato dalla sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, 17 gennaio 2014, n. 178, l’ente deve esperire preventivamente la mobilità obbligatoria, dopo di che deve ricorrere prioritariamente alle graduatorie esistenti e, solo in assenza, può bandire un nuovo concorso pubblico. 

Leggi anche  L’assegnazione del docente al potenziamento: può essere disposta senza limiti? 

In tale decisione si è affermato infatti che si è oramai realizzata la sostanziale inversione del rapporto tra l’opzione per un nuovo concorso e la decisione di scorrimento della graduatoria preesistente ed efficace, in quanto quest’ultima modalità di reclutamento rappresenta oggi la regola generale, mentre l’indizione del nuovo concorso costituisce l’eccezione e richiede un’apposita e approfondita motivazione.

La preferenza dello scorrimento, quale modalità di assunzione, rispetto all’indizione di un nuovo concorso pubblico, non è tuttavia assoluta.

In alcune sentenze (ad esempio in T.A.R. Campana, Napoli, Sez. V, 12 novembre 2014, n. 5814) si osserva infatti che nell’attuale ordinamento l’utilizzazione delle graduatorie dei candidati utilmente collocati in graduatoria deve essere preferita rispetto all’adozione di una nuova procedura concorsuale salvo che l’Amministrazione dimostri puntualmente e con motivazione congrua, l’esistenza di ragioni a sostegno della scelta di attivare un nuovo concorso.

Lo aveva detto, qualche anno prima, anche il Consiglio di Stato con la fondamentale sentenza in Adunanza Plenaria n. 14 del 28 luglio 2011, secondo cui in presenza di graduatorie concorsuali valide ed efficaci, l’amministrazione, se stabilisce di provvedere alla copertura dei posti vacanti, deve motivare la determinazione riguardante le modalità di reclutamento del personale, anche qualora scelga l’indizione di un nuovo concorso, in luogo dello scorrimento delle graduatorie vigenti.

Gli accordi per l’utilizzo delle graduatorie di altri enti

Ormai è pacifico che le amministrazioni, prima di indire un concorso, siano obbligate allo scorrimento delle graduatorie proprie ed inoltre di quelle di cui sono titolari altre amministrazioni (generalmente limitrofe), sempre che riguardino il medesimo profilo da assumere.

Come fare in questi casi lo stabilisce il fondamentale art. 3 comma 61 della legge 24 dicembre 2003 n. 350 (legge finanziaria per l’anno 2004), che stabilisce che “le amministrazioni pubbliche … possono effettuare assunzioni anche utilizzando le graduatorie di pubblici concorsi approvate da altre amministrazioni, previo accordo tra le amministrazioni interessate“.

E’ previsto inoltre, secondo quanto dispone l’art. 36 del decreto legislativo n. 165 del 2001 (Testo Unico del Pubblico Impiego), che le Amministrazioni possano sottoscrivere anche contratti a tempo determinato con i vincitori e gli idonei delle proprie graduatorie vigenti per concorsi pubblici a tempo indeterminato.

Come avviene in concreto l’assunzione basata sulle graduatorie approvate da altri enti?

Nella prassi accade tipicamente che l’Amministrazione interessata ad assumere del personale pubblichi un “avviso di manifestazione di interesse” per idonei in graduatorie di concorsi pubblici espletati da altri enti, assegnando un termine ai candidati per la presentazione della domanda (vedi qui un esempio).

Oppure può accadere che sia la stessa Amministrazione interessata ad assumere del personale “esterno”, mediante scorrimento della graduatoria, a contattare l’Amministrazione titolare della graduatoria medesima: in tal caso, l’ente provvederà a verificare, al proprio interno, la eventuale disponibilità di graduatorie ancora validi ed efficaci, ai fini del successivo scorrimento.

Nella prima ipotesi richiamata, l’avviso prelude normalmente ad una vera e propria procedura di selezione, che in alcuni casi si svolge per colloquio con l’attribuzione di un punteggio e la redazione di una graduatoria di merito.

I criteri per la selezione delle graduatorie che i candidati allegano alla domanda di partecipazione all’Avviso di Manifestazione di Interesse, non sono stabiliti dalla legge ma, alternativamente, nello stesso Avviso oppure in uno specifico Regolamento per l’utilizzazione delle graduatorie di altri enti (che più raramente viene adottato), e di norma “premiano” le graduatorie degli enti più vicini geograficamente o le graduatorie più “vecchie” e dunque prossime alla scadenza.

E’ bene ricordare che il candidato collocato in posizione utile nella “nuova graduatoria” potrà essere effettivamente assunto solo ove venga poi concluso l’accordo (chiamata anche “Convenzione”) tra l’Amministrazione che intende assumere e l’Amministrazione che ha confezionato la “prima” graduatoria, che ora verrà usata per l’assunzione.

L’accordo, peraltro, potrà consistere anche semplicemente nel nulla-osta rilasciato dall’Amministrazione titolare della graduatoria “ceduta”, dal momento che la normativa non richiede una particolare forma per questa tipologia di Convenzioni.

Ma cosa accade se l’Amministrazione della “vecchia” graduatoria si rifiuta di stipulare l’accordo con l’Amministrazione che intende assumere proprio sulla base di tale graduatoria?

I Giudici a tal proposito puntualizzano che l’accordo di cui si parla rientra nello schema degli accordi di natura privatistica (così, tra le altre sentenze, si veda T.A.R. Veneto, sentenza n. 864 del 2011), da perfezionarsi con gli strumenti a disposizione dei Dirigenti quali datori di lavoro, e non con atti di natura pubblicistica: non occorrono dunque delibere di Giunta o addirittura di Consiglio, laddove è sufficiente che sia adottata una determina del Dirigente del Settore competente, con la quale viene autorizzata la sottoscrizione dello schema di Convenzione. 

Occorre ancora notare che con l’accordo può essere siglato anche per assumere i vincitori di un concorso bandito da un altro ente, e non solo dunque gli idonei: quindi se ho vinto un concorso presso l’ente X potrò essere anche assunto da un altro ente Y, purché ci sia l’accordo tra i due enti per l’assunzione nel medesimo profilo. La norma di riferimento, in questo caso, è rappresentata dall’art. 14 comma 4-bis del decreto-legge 6 luglio 2012 n. 95.

La decadenza dalle graduatorie

Un problema piuttosto frequente nella prassi è il seguente: cosa accade se l’ente titolare della graduatoria mi contatta per essere assunto, sulla base dello scorrimento graduatorie, e io – che sia vincitore o idoneo – decido di rifiutare o sono costretto a farlo per motivi personali? Decado dalla graduatoria oppure no?

Ti dico subito, tanto per iniziare, che non vi è alcuna conseguenza sfavorevole se l’ente ti chiama per scorrimento da graduatorie a tempo indeterminato per propormi un contratto a tempo determinato: posso legittimamente rifiutare la proposta conservando la mia posizione in graduatoria, e ciò anche quando la chiamata avvenga da parte di un ente terzo.

Ben diverso è il problema che si presenta quando, in qualità di idoneo o vincitore di concorso, rifiuto la chiamata per l’assunzione a tempo indeterminato.

Ebbene, sul punto occorre chiarire che non c’è nessuna norma di legge che prevede la decadenza (o il depennamento, il che è lo stesso) dalla graduatoria quale conseguenza del mio rifiuto: una ipotesi del genere è prevista solo in ambito scolastico (art. 1 comma 109 L. n. 107/2015: “la rinuncia all’assunzione nonché la mancata accettazione in assenza di una valida e motivata giustificazione comportano la decadenza dalle graduatorie di merito”).

Tale conclusione è stata fatta propria dall’importante sentenza del T.a.r. L’Aquila, n. 125 del 12 aprile 2022, la quale aggiunge che il depennamento dalla graduatorie ha conseguenze pregiudizievoli per il candidato perché gli impedisce di accedere presso la stessa o altre amministrazioni negli anni di validità della graduatoria.

In definitiva, secondo la sentenza, un conto è la decadenza dalla singola proposta di assunzione, un conto è la decadenza totale dalla graduatoria (intesa anche come “depennamento”), che è illegittima in quanto preclude al candidato di essere poi eventualmente chiamato successivamente all’esito di un nuovo scorrimento, ove si rendessero disponibili ulteriori posti nel medesimo profilo.

Quindi in definitiva, secondo la sentenza richiamata, io posso legittimamente rifiutare una proposta di assunzione a tempo indeterminato da parte dell’ente titolare o da parte di un ente terzo: ciò naturalmente non impedirà all’ente di procedere oltre con lo scorrimento secondo l’ordine, ma ove mai – perdurante la validità della graduatoria – l’ente dovesse aver bisogno di scorrere nuovamente la graduatoria, oppure volesse concedere l’utilizzo della stessa ad un altro ente, dovrà tener conto anche della posizione di colui che aveva originariamente rinunciato all’assunzione.

A quale Giudice rivolgersi: Tribunale Civile o Giudice Amministrativo? 

La corretta individuazione del Giudice dinanzi al quale proporre il ricorso dipende essenzialmente dalla tipologia della nostra richiesta.

Ove il ricorrente si limiti ad affermare il suo diritto puro e semplice alla nomina presso l’Amministrazione mediante lo scorrimento della preesistente (ed ancora valida) graduatoria, allora la giurisdizione non potrà che spettare al Giudice Ordinario, e nella specie al Giudice del Lavoro.

Di converso, ove esso lamenti la lesione del suo diritto alla nomina contestando la legittimità dei provvedimenti amministrativi con i quali l’Amministrazione ha attivato una nuova procedura concorsuale (ovvero anche una procedura di mobilità volontaria esterna), allora in tal caso, venendo in rilievo una fattispecie di “cattivo esercizio del potere amministrativo” (e dunque di lesione dell’interesse legittimo), la giurisdizione non potrà che ricadere sul Giudice Amministrativo, conformemente a quanto previsto dall’art. 63 comma 4 del decreto legislativo n. 165 del 2001. 

Al medesimo risultato, peraltro, una parte della giurisprudenza giunge argomentando in un senso parzialmente diverso. 

Nella sentenza del Consiglio di Stato, Sez. III, del 21 maggio 2013, n. 2753, si è detto infatti che il “diritto” allo scorrimento della graduatoria concorsuale non appartiene alla fase della procedura di concorso, la cui competenza è demandata al Giudice Amministrativo, ma ad una fase successiva, connessa agli atti di gestione del rapporto di lavoro, e dunque non può che essere riservato alla giurisdizione del Giudice Ordinario.

Eccoci giunti al termine del nostro approfondimento!

Vi ricordo che il nostro Studio è specializzato in Diritto Amministrativo e nel Diritto del Pubblico Impiego. Se siete inseriti in una graduatoria concorsuale ancora valida e volete sapere se avete i requisiti o meno per essere assunti mediante scorrimento o in altro modo, chiamateci o scriveteci: lo Studio saprà suggerirvi la migliore soluzione possibile per far valere i Vostri diritti.

Avv. Lorenzo De Gregoriis, Ph.D. su gdlex.it

Lo scorrimento in convenzione delle graduatorie nei concorsi. Da lapostadelsindaco.it il 07/07/2023 

Nuovi limiti ed effetti sulla possibilità di condivisione tra enti

I nuovi meccanismi per lo scorrimento degli idonei (art. 35, c. 5-ter, D.Lgs. 165/2001) 

Uno degli effetti più dirompenti del tetto agli idonei nei concorsi pubblici, imposto dal nuovo comma 5-ter dell’articolo 35 del D.Lgs. 165/2001 è la limitazione della possibilità di utilizzo convenzionato tra enti delle graduatorie vigenti.

Ricordiamo il testo del nuovo comma 5-ter (così come modificato dal D.L. 44/2023, convertito in L. 74/2023): “Nei concorsi pubblici sono considerati idonei i candidati collocati nella graduatoria finale entro il 20 per cento dei posti successivi all'ultimo di quelli banditi. In caso di rinuncia all'assunzione o di dimissioni del dipendente intervenute entro sei mesi dall'assunzione, l'amministrazione può procedere allo scorrimento della graduatoria nei limiti di cui al quarto periodo”.

La disposizione così modificata, quindi, non prevede di limitare il numero degli idonei entro il 20% dei posti banditi (1 idoneo ogni 5 posti messi a bando), bensì di limitare lo scorrimento della graduatoria entro il 20% dei posti della graduatoria successivi a quelli banditi: in un concorso a 5 posti, se vi sono dal sesto in poi altri 100 idonei, sarà possibile chiamare dalla graduatoria solo i primi 20 di questi 100.

Il convenzionamento delle graduatorie

La norma principale posta a disciplinare le convenzioni è l'articolo 3, comma 61, della legge 350/2003, ai sensi della quale “ ... in attesa dell’emanazione del regolamento di cui all’art. 9 della Legge 16 gennaio 2003, n. 3, le amministrazioni pubbliche ivi contemplate, nel rispetto delle limitazioni e delle procedure di cui ai commi da 53 a 71, possono effettuare assunzioni anche utilizzando le graduatorie di pubblici concorsi approvate da altre amministrazioni, previo accordo tra le amministrazioni interessate”.

L’ultimo periodo dell’articolo 36, comma 2, del D.Lgs. 165/2001 estende la possibilità di gestire in convenzione le graduatorie anche per la chiamata a lavori a tempo determinato su graduatorie di concorsi a tempo indeterminato: “E' consentita l'applicazione dell'articolo 3, comma 61, terzo periodo, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, ferma restando la salvaguardia della posizione occupata nella graduatoria dai vincitori e dagli idonei per le assunzioni a tempo indeterminato”.

Le assunzioni riferite al PNRR

L’articolo 16, comma 3-bis, del D.L. 146/2021, convertito in legge 215/2021, con specifico riferimento alle assunzioni riferite al PNRR dispone: “In considerazione dell'urgenza di rafforzare la capacità amministrativa delle pubbliche amministrazioni, le amministrazioni titolari di interventi previsti nel PNRR, inclusi le regioni e gli enti locali, possono utilizzare le graduatorie ancora vigenti di concorsi per dirigenti di seconda fascia e funzionari, banditi anche da altre pubbliche amministrazioni, mediante scorrimento delle stesse nel limite delle assunzioni effettuabili ai sensi della normativa assunzionale vigente”.

Limiti allo scorrimento e effetti sulla possibilità di condivisione

I riferimenti alla legge 350/2003 e al D.L. 146/2021 sopra richiamati possono destare l’impressione che:

sia la convenzione tra gli enti la fonte diretta della disciplina dell’utilizzo delle graduatorie;

la convenzione riguardi la graduatoria “approvata” e, dunque, la medesima graduatoria per esteso;

il limite all’utilizzo di graduatorie convenzionate, almeno con riferimento alle assunzioni titolari degli interventi del PNRR, sia limitato solo dalle capacità assunzionali.

Tuttavia, la corretta analisi della normativa non può che portare a conclusioni del tutto opposte.

La disciplina delle graduatorie condivise non trova nella convenzione la propria fonte esclusiva: le convenzioni o accordi tra enti debbono obbedire, ovviamente, alla legge il che porta a concludere necessariamente che le graduatorie approvate nel regime dell’articolo 35, comma 5-ter, del D.Lgs. 165/2001, e cioè a partire dallo scorso 21 giugno 2023 consentono di formare gli idonei veri e propri, quelli che possono aspettarsi l’eventuale scorrimento, solo nel 20% del numero dei candidati piazzati nella graduatoria successivamente al numero dei posti previsti dal bando.

Esempio: Pertanto, tornando all’esempio iniziale, se 100 sono i candidati successivi all’ultimo tra i posti banditi, solo i primi 20 tra questi 100 possono essere chiamati come idonei; conseguentemente, l’ente titolare della graduatoria può legittimamente sottoscrivere con altri enti l’accordo per l’utilizzo della graduatoria solo nel limite dei 20 veri e propri idonei.

Infatti, sebbene si approvi una graduatoria più estesa, che arrivi a 100 candidati successivi all’ultimo posto oggetto del bando, l’approvazione deve da ora in poi identificare gli idonei veri e propri, quelli che possono essere chiamati per scorrimento, dagli altri semplici piazzati in graduatoria, i quali oltre a non avere il diritto allo scorrimento, non potranno nemmeno vantare un’aspettativa legittima: la loro posizione in graduatoria non ha alcun effetto giuridico di alcun genere.

Lo stesso vale per l’art. 16, comma 3-bis, del D.L. 146/2021: il nuovo comma 5-ter dell’articolo 35 del D.Lgs. 165/2001 non incontra, infatti, limiti alla propria applicazione ed è comunque ovvio e scontato, oltre che ininfluente sulla disciplina degli idonei, che le assunzioni possano essere effettuate nel rispetto delle facoltà assunzionali. 

Dunque, le graduatorie convenzionabili risulteranno inevitabilmente più corte, con un rilevante riduzione della possibilità di materiale condivisione.

DIRITTO AMMINISTRATIVO. Decreto P.A. (44/2023): nuovo limite uso delle graduatorie. Paolo Martini su Diritto.it il 31 agosto 2023.

Il 22 aprile 2023, il Governo ha approvato il nuovo Decreto legge n. 44 titolato “Disposizioni urgenti per il rafforzamento della capacità amministrativa delle amministrazioni pubbliche” (già convertito mediante la Legge 21 giugno 2023, n. 74).

Il provvedimento è denso di novità: ad esempio la possibilità di stabilizzazioni negli Enti Locali e nelle Regioni fino al 31/12/2026 (art. 3) e la possibilità di concorsi per apprendistato e successiva assunzione di neo-laureati presso le Pubbliche Amministrazioni (art. 3-ter).

Tuttavia una disposizione introdotta dall’art. 1-bis a novella dell’art. 35 del D.lgs. 165/2001, suscita non poche perplessità.

Il testo è il seguente.

“Art. 1-bis (Modifiche al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, in materia di concorsi per il reclutamento del personale)

 1. Al decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono apportate le seguenti modificazioni:

a) all’articolo 35:

1) al comma 5 sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “,che può essere utilizzato anche per la costituzione dei comitati di vigilanza dei concorsi di cui al presente comma”;

2) al comma 5-ter sono aggiunti, in fine, i seguenti periodi: “Nei concorsi pubblici sono considerati idonei i candidati collocati nella graduatoria finale entro il 20 per cento dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi.

In caso di rinuncia all’assunzione o di dimissioni del dipendente intervenute entro sei mesi dall’assunzione, l’amministrazione può procedere allo scorrimento della graduatoria nei limiti di cui al quarto periodo”.

Si apprende che:

“[…] tale disposizione è finalizzata a garantire una migliore qualità del personale assunto, e ciò in considerazione del fatto che i candidati collocati in graduatoria in una posizione rientrante nella quota introdotta corrisponde a quelli che hanno conseguito una valutazione finale più vicina al punteggio conseguito dai vincitori del concorso. Si tratta di una misura che va letta in un’ottica di sistema nel quale gli altri fattori da valutare sono la rapidità delle nuove procedure concorsuali (massimo 180 giorni, così come previsto nel regolamento di modifica al dPR n. 487 del 1994, recentemente approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri), frequenti (il turn over annuale medio è di circa 150.000 unità) e digitalizzate”.

Risulta opportuno chiarire fin da subito che la disposizione riguarda le graduatorie dei concorsi banditi dopo l’entrata in vigore della legge di conversione del Decreto legge (ossia dopo il 22/06/2023).

Di seguito le perplessità in merito.

1. La montagna che partorisce un topolino. La sussistenza di una graduatoria e la sua inutilizzabilità

2. L’intervento a gamba tesa del legislatore rispetto alla funzione della Commissione di concorso

3. Il contesto odierno e la spinta all’inefficienza

1. La montagna che partorisce un topolino. La sussistenza di una graduatoria e la sua inutilizzabilità 

La disposizione non esclude la formazione di una graduatoria.

Questa circostanza è confermata, oltre che dalla lettura di buona parte degli interpreti (ad esempio IlPersonale.it) anche dal testo stesso, che al c. 1, lett. a), menziona la graduatoria medesima. Pertanto una graduatoria verrà formata. E tuttavia non potrà essere utilizzata.

Viene dato adito inoltre ad un ulteriore dubbio: al secondo periodo del punto 2 già citato, si fa presente che: “In caso di rinuncia all’assunzione o di dimissioni del dipendente intervenute entro sei mesi dall’assunzione, l’amministrazione può procedere allo scorrimento della graduatoria nei limiti di cui al quarto periodo”.

Ad avviso di chi scrive si rende necessario un chiarimento: nel caso in cui un idoneo all’assunzione rinunciasse all’immissione in ruolo, l’Amministrazione potrebbe scorrere un posto ulteriore rispetto al fissato limite del venti per cento? Se sì, si comprende l’utilità della disposizione: ossia nel caso in cui le rinunce erodessero la quota assumibile di idonei, si potrebbe fare ricorso ai nominativi disponibili. Confermando ulteriormente la necessità dell’esistenza di una graduatoria ma al contempo la sua – in buona parte (80%) – inutilizzabilità.

Se invece del secondo periodo si valorizza maggiormente la parte finale (“nei limiti di cui al quarto periodo”), la disposizione ammetterebbe una procedura già esistente ed automatica, ovvero il normale scorrimento di una graduatoria. E tuttavia rimarcherebbe il limite del venti per cento, rendendo potenzialmente un concorso inutile in tutto o in parte, nel caso in cui (non raro attualmente) le rinunce superino non solo il numero degli idonei, ma intacchi anche quello dei vincitori.

2. L’intervento a gamba tesa del legislatore rispetto alla funzione della Commissione di concorso 

Se la ratio della norma è quella dichiarata nella nota del Dipartimento per la Funzione Pubblica n. 1187/2023, il Governo avrebbe deciso di limitare fortemente il numero degli idonei all’assunzione “in considerazione del fatto che i candidati collocati in graduatoria in una posizione rientrante nella quota introdotta corrisponde a quelli che hanno conseguito una valutazione finale più vicina al punteggio conseguito dai vincitori del concorso”.

Tuttavia questa sarebbe una pesante ingerenza nel lavoro delle Commissioni di concorso oltreché una dichiarazione di sfiducia a priori nei loro confronti: è infatti l’attività di queste che stabilisce quali candidati potranno superare il concorso e, al termine, essere considerati idonei, secondo la gradazione del punteggio conseguito. In parole povere la Commissione, al termine della propria attività, indicherà quali sono i candidati che potranno accedere all’Amministrazione nel profilo bandito, ricordando che l’ultimo dei candidati inseriti nella graduatoria avrà comunque ricevuto un punteggio migliore del primo degli esclusi.

Inoltre non è detto che fra il primo classificato e l’ultimo intercorra una forbice di punteggi notevole: in molti concorsi (specie quelli che vedono numerosi candidati) si può osservare come un punto di differenza tra un candidato e un altro possa dare come risultato anche decine o centinaia di posizioni di distanza.

Il sistema risultante dalla nuova norma potrebbe spingere le Commissioni ad escludere il minimo numero possibile di candidati, in modo da creare graduatorie di centinaia di nominativi, solo per avere un numero sufficiente di soggetti assumibili.

Infatti la norma non lega il numero dei potenziali idonei ai posti messi a bando, in quanto il limite percentuale non fa riferimento ai candidati vincitori, bensì a quelli successivi all’ultimo dei posti banditi.

Quindi le future Commissioni, per poter garantire un margine di una ventina di potenziali idonei, potrebbero decidere di ammettere in graduatoria cento aspiranti. Con costi altissimi in termini di svolgimento e correzione prove, aspettative dei candidati e potenziali contenziosi.

3. Il contesto odierno e la spinta all’inefficienza 

Che negli ultimi tempi i candidati ai concorsi pubblici rinuncino poi all’assunzione è noto a molti. Quantomeno è attualità di tutta evidenza per gli Uffici del Personale delle Amministrazioni, che a fronte delle risorse e del tempo impiegate per l’espletamento delle procedure selettive, si ritrovano poi con pochi candidati che accettano l’immissione in ruolo e la conseguente necessità di ribandire il concorso.

Senza contare che le graduatorie, se ben bilanciate, possono costituire un valido elemento su cui basare la pianificazione delle assunzioni e le previsioni in merito al rafforzamento del personale: se infatti prima del concorso il numero di idonei è ignoto, una volta che l’Amministrazione avrà dei numeri certi (o quantomeno probabili) potrà elaborare una strategia per assicurare le proprie attività ed i servizi da essa erogati mediante il PIAO (Piano Integrato di Attività e Organizzazione, di cui al D.l. 80/2021, comprendente il cosiddetto “piano delle assunzioni”, che avendo un orizzonte triennale, lo si ricorda, dura per tutte  le Amministrazioni – tranne gli Enti Locali – più delle graduatorie grazie ad un’altra incomprensibile riforma avutasi con la L. 160/2019, che ha limitato ad un biennio la validità delle graduatorie).

Il combinato disposto dello scarso lasso di tempo della validità delle graduatorie, unito ad una così forte limitazione all’uso delle stesse, nel contesto odierno in cui le rinunce sono rilevanti o addirittura schiaccianti rispetto agli elenchi di vincitori ed idonei approvati, spingerà le Amministrazioni a bandire concorsi in modo continuo, quasi compulsivo. Con il rischio che questi concorsi non diano nemmeno il frutto sperato dei vincitori (magari per posti di difficile accesso come quelli per profili altamente specialistici o dirigenziali). E con il rischio di rendere inapplicabile la possibilità per altre Amministrazioni di attingere dalla graduatoria formatasi (D.l. 146/2021; D.l. 95/2012).

Con il possibile effetto collaterale per cui avendo sempre la possibilità continua di nuovi concorsi per una generalità di profili, le Amministrazioni non potranno mai essere ragionevolmente certe della stabilità delle risorse assunte: infatti basterà che un Ente bandisca un concorso per un Ufficio più vicino al luogo di residenza del candidato o per un profilo migliore e chiami quindi il collega neo-assunto risultato vincitore o tra i pochi idonei, per creare nuovamente un buco d’organico (da coprire con … concorso) o aggiungersi ai già numerosi esempi di rinuncia all’assunzione per l’Amministrazione chiamante. Il tutto con buona pace del principio di efficienza delle Pubbliche Amministrazioni statuito dall’art. 97 della Costituzione.

 Non resta pertanto che sperare in un ripensamento del legislatore e nell’abrogazione della norma presa in esame, magari con l’aumento del limite generale della validità delle graduatorie a tre anni.

Lo scorrimento di graduatorie di pubblici concorsi proprie o approvate da altri Enti: analisi, vincoli, evoluzione

 GRADUATORIE CONCORSUALI. Da di Giuseppe Fiorillo, Clemente Lombardi su filodiritto.com il 20 Dicembre 2022

Gli strumenti di programmazione finanziaria dell’Ente locale, con particolare riferimento al Piano della Performance

Lo scorrimento di graduatorie di pubblici concorsi proprie o approvate da altri Enti: analisi, vincoli, evoluzione

Il presente lavoro costituisce un approfondimento dell’utilizzazione delle graduatorie concorsuali con particolare riferimento al sempre più frequente ricorso a tale istituto da parte di pubbliche Amministrazioni diverse da quelle che hanno indetto il concorso, tema di attualità, controverso ed ampiamente dibattuto sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza.

Il favor verso questo istituto, da diversi anni interessato da provvedimenti legislativi e/o pronunciamenti della giurisprudenza, soprattutto amministrativa e contabile, causando incertezze e difficoltà interpretative agli operatori, è suffragato dall’evoluzione della normativa regolante la materia, condivisa in larga parte anche dalla giurisprudenza, confluita in provvedimenti legislativi che senza soluzione di continuità hanno prorogato la validità delle graduatorie, originando aspettative negli idonei con inevitabile produzione di contenzioso.

In ogni caso è opportuno un intervento legislativo che, bilanciando gli interessi in gioco, sistemi organicamente l’istituto introducendo norme chiare, intellegibili e di agevole applicazione per le pubbliche Amministrazioni (soprattutto gli Enti locali), a beneficio di tutti gli operatori che a vario titolo sono quotidianamente impegnati nel reperimento di risorse umane. 

Sommario

Introduzione

Quadro normativo

Scorrimento di graduatorie concorsuali proprie

Utilizzo di graduatorie concorsuali approvate da altri Enti

Validità delle graduatorie

Rapporti tra le varie modalità di reclutamento

Tutela giurisdizionale in materia di scorrimento e/o utilizzo graduatorie 

1. Introduzione

L’articolo 97 della nostra Costituzione sancisce il principio che nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge. Tale principio viene ribadito nel decreto legislativo 30 marzo 2001 n. 165 ed, in particolare, nell’articolo 35, ove è previsto che l’assunzione nelle amministrazioni pubbliche avviene tramite procedure selettive finalizzate all’accertamento della professionalità richiesta.

La Corte Costituzionale ha poi ripetutamente affermato che la selezione concorsuale costituisce la forma generale ed ordinaria di reclutamento per le amministrazioni pubbliche, quale strumento per assicurare efficienza, buon andamento ed imparzialità. Eventuali deroghe al principio del concorso pubblico, per altro delimitate in modo rigoroso, possono considerarsi legittime solo quando siano funzionali esse stesse al buon andamento dell'amministrazione e ove ricorrano peculiari e straordinarie esigenze di interesse pubblico idonee a giustificarle (sentenze n. 110 del 2017 e n. 90 del 2012; nello stesso senso, sentenze n. 7 del 2015, n. 134 del 2014, n. 217 e n. 51 del 2012, n. 310 del 2011, n. 150 e n. 9 del 2010, n. 293 e n. 215 del 2009, n. 363, n. 205 e n. 81 del 2006). In particolare, con le sentenze nr. 110/2017 e nr. 73/2013 il giudice delle leggi ha dichiarato essere in contrasto con l'articolo 97 della Costituzione l’utilizzazione di graduatorie che non siano state formate all'esito di procedure rispondenti al principio del pubblico concorso non solo quando il fine è quello di assumere personale a tempo indeterminato ma anche quando l'intendimento è quello di instaurare (o prorogare) contratti a tempo determinato. 

Negli ultimi anni si è, però, verificata una inversione di rotta nell’applicazione del suddetto principio fino a rendere ragionevolmente sostenibile che la scelta di procedere allo scorrimento delle graduatorie sia assurta a regola di condotta generale delle pubbliche Amministrazioni rispetto alla indizione di un nuovo concorso che costituirebbe, quindi, l’eccezione cui ricorrere motivandone congruamente le ragioni.

Ad oggi, lo scorrimento delle graduatorie concorsuali continua, comunque, ad essere un tema ampiamente dibattuto ed il quadro normativo che si è andato progressivamente delineando in materia è a netto favore del meccanismo dello scorrimento. A ciò hanno, sicuramente, contribuito i provvedimenti legislativi con cui, ingenerando aspettative negli idonei, è stata disposta la proroga annuale della vigenza delle graduatorie.

L’istituto del cd. “scorrimento di graduatoria” identifica il procedimento che consente anche ad altri Enti di procedere all’assunzione di nuovo personale, in relazione a sopravvenute vacanze di posti in organico, attraverso la chiamata, nei limiti di validità temporale della graduatoria, di coloro che sono risultati idonei ma non vincitori nelle procedure concorsuali.

Mediante lo scorrimento di graduatoria si vanno, quindi, ad individuare ulteriori “vincitori” tra coloro che, pur avendo superato tutte le prove concorsuali, sono risultati in una posizione di graduatoria non utile all’assunzione presso l’Ente che ha indetto il concorso. 

Con il ricorso all’utilizzo di graduatorie di altri Enti, per effetto della possibilità riconosciuta dal nostro ordinamento, si consente, previo consenso, alle pubbliche Amministrazioni che hanno necessità di reclutare personale per coprire posti vacanti nella propria dotazione organica, di optare per la scelta dello scorrimento di una graduatoria già approvata ed in corso di validità, quale soluzione alternativa all’indizione di un nuovo concorso pubblico.

Si tratta, quindi, di attingere da una graduatoria concorsuale vigente, ma approvata da una pubblica Amministrazione diversa da quella che deve bandire il concorso. Siffatta scelta “in primis” rispetta la regola che obbliga a reclutare il personale mediante concorso pubblico ed è rispondente all’esigenza di contenimento della spesa pubblica in quanto evita, soprattutto per gli enti di ridotta dimensione e con carenza di organico, i costi economici ed organizzativi connessi alla indizione di una nuova procedura selettiva. Rende, inoltre, più celere il procedimento finalizzato all’assunzione di personale ed è, quindi, in linea con il rispetto dei principi di economicità e speditezza dell’azione amministrativa. 

2. Quadro normativo

L’istituto giuridico della utilizzazione delle graduatorie da parte di amministrazioni diverse da quelle che hanno indetto il concorso, nasce, come detto, dal cd. “scorrimento delle graduatorie” previsto dall’articolo 8 del decreto del Presidente della Repubblica n. 3/1957, testo unico delle disposizioni concernenti lo statuto degli impiegati civili dello Stato. Tale articolo attribuiva all’amministrazione la possibilità di coprire, oltre ai posti messi a concorso, solo quelli che risultavano disponibili alla data di approvazione della graduatoria. La facoltà di scorrere la graduatoria, procedendo secondo l’ordine, era, inoltre, concessa per far fronte alla rinuncia, decadenza o dimissioni dei vincitori.

L'utilizzo della graduatorie di altri enti è stato inizialmente previsto dall’articolo 3, comma 61, della legge 24 dicembre 2003, n. 350 (Legge finanziaria per l’anno 2004) secondo cui, “ ... in attesa dell’emanazione del regolamento di cui all’articolo 9 della Legge 16 gennaio 2003, n. 3, le amministrazioni pubbliche ivi contemplate, nel rispetto delle limitazioni e delle procedure di cui ai commi da 53 a 71, possono effettuare assunzioni anche utilizzando le graduatorie di pubblici concorsi approvate da altre amministrazioni, previo accordo tra le amministrazioni interessate”.

L’applicazione della norma è stata estesa anche agli Enti locali, considerato che gli stessi partecipano al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica, a maggior ragione dopo la modifica dell’articolo 36, del decreto legislativo n. 165/2001 in materia di lavoro flessibile, introdotta dal decreto-legge n. 101/2013 che ha confermato la facoltà di utilizzare graduatorie di altre Amministrazioni anche relativamente alle assunzioni a tempo determinato, senza limitazioni per nessun comparto pubblico.

Negli anni successivi l’articolo 14, comma 4-bis, del decreto-legge n. 95/2012, convertito con modificazioni nella legge n. 135 del 7 agosto 2012, n. 135, ha disposto “In relazione all'esigenza di ottimizzare l’allocazione del personale presso le amministrazioni soggette agli interventi di riduzione organizzativa previsti dall'articolo 2 del presente decreto ed al fine di consentire ai vincitori di concorso una più rapida immissione in servizio, per il triennio 2012-2014, le amministrazioni pubbliche di cui al comma 1 del predetto articolo 2, fermo restando quanto previsto dal comma 13 del medesimo articolo, che non dispongano di graduatorie in corso di validità, possono effettuare assunzioni con le modalità previste dall'articolo 3, comma 61, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, anche con riferimento ai vincitori di concorso presso altre amministrazioni”.

L’articolo 1, commi 360 e seguenti della legge 30 dicembre 2018 n. 145, ha apportato modifiche al preesistente sistema con riguardo alle modalità concorsuali per il reperimento del personale nelle pubbliche amministrazioni, modificando alcune norme del decreto legge n. 101 del 2013 convertito nella legge 30 ottobre 2013 n. 125, favorevole allo scorrimento delle graduatorie, ed aveva disposto l’utilizzo delle graduatorie concorsuali “solo per la copertura dei posti messi a concorso”.

La successiva legge n. 160/2019 (legge di bilancio per il 2020) ha abrogato i commi da 361 a 362-ter e il comma 365 dell’articolo 1 della legge n. 145/2018.

Degno di nota è, nello specifico, la cancellazione della disposizione normativa che disponeva che le graduatorie dovevano essere “utilizzate esclusivamente per la copertura dei posti messi a concorso nonché di quelli che si rendono disponibili, entro i limiti di efficacia temporale delle graduatorie medesime, fermo restando il numero dei posti banditi e nel rispetto dell’ordine di merito, in conseguenza della mancata costituzione o dell’avvenuta estinzione del rapporto di lavoro con i candidati dichiarati vincitori”.

Con l’espunzione della norma di cui sopra dall’ordinamento giuridico ad opera della legge di bilancio 2020, n. 160/2019, sussiste la possibilità di utilizzare le graduatorie esistenti non solo per coprire i posti messi a concorso ma anche per effettuare eventuali scorrimenti.

Un ulteriore riferimento normativo è costituito, infine, nell’art. 17, comma 1-bis, del decreto-legge n. 162/2019, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 8/2020 (c.d. Milleproroghe) in base al quale gli enti locali possono procedere allo scorrimento delle graduatorie ancora valide per la copertura dei posti previsti nel medesimo piano, anche in deroga a quanto stabilito dal comma 4 dell’articolo 91 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

È evidente, per quanto appena detto, che la suddetta norma consente agli enti locali di disapplicare la disposizione del predetto articolo 91, comma 4, del Tuel 267/2000, con la possibilità di utilizzare le graduatorie anche per la copertura dei posti istituiti o trasformati successivamente all’indizione del concorso. 

3. Scorrimento di graduatorie concorsuali proprie

Nell’introduzione si è già fatto cenno che questa modalità di reclutamento, per l’ente che ha indetto il concorso ed approvato la graduatoria, rappresenta oggi la regola generale per effetto della sostanziale inversione del rapporto tra l’opzione per un nuovo concorso e la decisione di scorrimento di una propria graduatoria preesistente ed efficace.

Lo scorrimento di graduatoria, attivabile nei limiti di una graduatoria valida, è l’istituto giuridico che dà la possibilità alle pubbliche Amministrazioni di attingere personale da immettere negli organici mediante interpello nei confronti degli idonei, non risultati vincitori in una selezione pubblica con evidente risparmio di spesa e celerità nella procedura di acquisizione del personale da prendere alle dipendenze.

Di conseguenza se l’Ente ha delle graduatorie in corso di validità (e magari prossime alla scadenza) e decide, per posti aventi il medesimo profilo professionale e categoria di inquadramento, di assumere del personale con un nuovo concorso, deve prestare attenzione nel motivare la scelta onde scongiurare il rischio che l’indizione di un nuovo concorso possa instaurare un contenzioso da parte degli idonei che vantano una posizione di mera “aspettativa verso lo scorrimento” (cfr. sentenza Consiglio di Stato, Sez. V, 1 marzo 2005, n. 794; Consiglio di  Stato, Sez. V, 16 ottobre 2002, n. 5611) e non un “diritto”.

Occorre precisare che la preferenza della graduatoria propria da cui l’Ente può attingere per scorrimento rispetto all’indizione di un nuovo concorso pubblico, non è assoluta. La preferenza legislativa nei confronti dello scorrimento può essere superata unicamente qualora la scelta di un nuovo concorso sia sostenuta da adeguata motivazione che, in ossequio al disposto dell’articolo 3, comma 1, della legge n. 241/1990, indichi i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione dell’amministrazione di non utilizzare a graduatoria il cui scorrimento non presenta impedimenti normativi.   

In questi casi l’obbligo di motivazione assume rilievo preponderante soprattutto se si tiene conto che le scelte amministrative proiettano i loro effetti nella sfera giuridica dei soggetti utilmente collocati nelle graduatorie che, per tale qualità, sono portatori di interessi meritevoli di tutela.

Va rilevato che la motivazione non deve limitarsi a riprodurre sterili forme di stile, prive di contenuto concreto o risolversi nel semplice richiamo al dettato legislativo senza far riferimento ad elementi o fatti specifici e precisi: al contrario indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche, consentendo la ricostruzione dell’iter logico motivazionale-giuridico in base al quale l’Amministrazione ha adottato la determinazione finale, sulla base delle risultanze dell’istruttoria.

L’ordinamento attuale afferma, quindi, una generale propensione per l’utilizzazione delle graduatorie degli idonei, che recede solo in presenza di speciali discipline di settore o di particolari circostanze di fatto o di ragioni di interesse pubblico prevalenti, che devono, comunque, essere puntualmente enucleate nel provvedimento di indizione del nuovo concorso. (Consiglio di Stato, 23 giugno 2020, n. 4013).

Questo principio è stato invocato anche dalla Sezione quinta del Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, nella  recente sentenza n. 7780/2022, pubblicata il 7 settembre 2022 con la quale il  massimo  organo di giustizia amministrativa richiama, ancora una volta, la fondamentale sentenza 28 luglio 2011, n. 14, con cui l’Adunanza Plenaria, in funzione nomofilattica, ha esposto i principi di diritto che governano l’incerto rapporto fra scorrimento, da parte della pubblica Amministrazione, di graduatoria concorsuale ancora efficace e indizione di nuovo concorso, soffermandosi sui casi in cui la determinazione di procedere al reclutamento mediante nuove procedure concorsuali anziché attraverso lo scorrimento di graduatorie preesistenti risulta pienamente giustificabile.

Con la prefata sentenza, il massimo organo di giustizia amministrativa ha avuto cura di precisare che “ la riconosciuta prevalenza delle procedure di scorrimento non è comunque assoluta e incondizionata e che “ sono  tuttora individuabili casi in cui la determinazione di procedere al reclutamento del personale, mediante nuove procedure concorsuali, anziché attraverso lo scorrimento delle preesistenti graduatorie, risulta pienamente giustificabile, con il conseguente ridimensionamento dell’obbligo di motivazione”; tra questi prosegue “può acquistare rilievo l’intervenuta modifica sostanziale della disciplina applicabile alla procedura concorsuale, rispetto a quella riferita alla graduatoria ancora efficace, con particolare riguardo al contenuto delle prove di esame e ai requisiti di partecipazione”; o anche la valutazione del “contenuto dello specifico profilo professionale per la cui copertura è indetto il nuovo concorso e delle eventuali distinzioni rispetto a quanto descritto nel bando relativo alla preesistente graduatoria”.

A tali canoni interpretativi continua, quindi, ad ispirarsi la recente giurisprudenza dei T.A.R e del Consiglio di Stato nel nutrito contenzioso che nasce dalla impugnazione degli atti amministrativi in cui è contenuta la scelta tra la indizione di un nuovo concorso e la chiamata per scorrimento degli idonei in graduatorie ancora efficaci.

E’ bene, infine, ribadire che nel caso in cui l’Ente opti per lo scorrimento della graduatoria, modalità ritenuta prioritaria anche dalla Cassazione - Sezione lavoro, Ordinanza n. 2316/2020, è tenuto non solo al rispetto del principio di equivalenza (vale a dire di corrispondenza del profilo professionale per il quale si procede all’assunzione a quello a cui si riferisce la graduatoria dalla quale attingere), ma, ancor prima, a riscontrare l’efficacia della graduatoria, muovendosi entro i binari tracciati dal legislatore che, ad oggi, sono quelli indicati dall’articolo 1, comma 147 e seguenti, della legge n. 160/2020. 

4. Utilizzo di graduatorie concorsuali approvate da altri Enti

Le graduatorie approvate da altri Enti possono essere utilizzate da altre Amministrazioni, anche sulla base di intese raggiunte con altre Amministrazioni dopo la conclusione del concorso (è preferibile un accordo preventivo alla formazione della graduatoria, anche se non è da escludere che l’intesa possa intervenire in una fase successiva), nell’ineludibile rispetto dell’ordine delle medesime  e sulla base di criteri predeterminati (es. tempi e modi per l’interpello degli idonei ed eventuale rinuncia all’assunzione dell’idoneo interpellato da un Ente locale diverso da quello titolare della graduatoria ai fini della conservazione della sua posizione per successivi scorrimenti; tempi di comunicazione all’Ente locale titolare della graduatoria circa i risultati dello scorrimento) da una specifica  disciplina  regolamentare.

La locuzione “previo accordo” deve inserirsi in un chiaro e trasparente procedimento di corretto esercizio del potere di utilizzare graduatorie concorsuali di altre pubbliche Amministrazioni, allo scopo di evitare ogni arbitrio e/o irragionevolezza o violazione delle regole sulla concorsualità e, quindi, sull’imparzialità dell’azione amministrativa (in tal senso, deliberazione n. 290/2019/PAR Sezione regionale Controllo Veneto; Corte di cassazione, ordinanza n. 25986 emessa il 16 luglio e pubblicata il 16 novembre 2020).

Anche qui, il legittimo scorrimento della graduatoria presuppone, come già evidenziato, che vi sia “identità” di posti tra quello oggetto della procedura che ha dato luogo alla graduatoria e la nuova esigenza assunzionale, nel senso di una necessaria corrispondenza tra il profilo e la categoria professionale del soggetto collocato in graduatoria e il profilo e la categoria professionale vacante nell’Ente che intende scorrere la graduatoria (Cfr. sentenza TAR Veneto, n. 864/2011, concernente l’illegittimità dello scorrimento in caso di mancata corrispondenza del profilo e categoria professionale).

Per gli Ermellini non è possibile utilizzare le graduatorie scegliendo i candidati “ad personam”, essendo, invece, obbligatorio procedere nell’esatto ordine degli idonei ancora rimasti in posizione utile in graduatoria. Ogni altra immaginaria modalità di utilizzo (esempio, manifestazioni di interesse, colloqui cosiddetti “motivazionali”, ulteriore selezione) è da ritenersi contraria a norme giuridiche e, pertanto, illegittima.

Occorre tenere conto che i soggetti partecipanti sono già in possesso di idoneità avendo superato una precedente selezione pubblica e pertanto non possono essere sottoposti a selezione pubblica ex novo con evidente arbitrio della procedura, potendo di fatto accadere che la scelta dell’Ente utilizzatore ricada magari su un concorrente che non rispetti l’ordine di posizionamento della graduatoria, con evidente limitazione del diritto di chi invece rivesta una utile collocazione nelle graduatorie.

Gli Enti locali che intendono utilizzare, in modo trasparente e garantito, la graduatoria di altre pubbliche Amministrazioni mediante scorrimento, è necessario che si dotino di apposito regolamento, approvato dalla Giunta Comunale ai sensi di quanto prevede l’articolo 35 del decreto legislativo n. 165 del 30 marzo 2001 e successive modifiche, che, al comma 7, stabilisce che gli Enti Locali disciplinino le modalità di assunzione agli impieghi, i requisiti di accesso e le procedure concorsuali, mediante il Regolamento degli Uffici e dei Servizi la cui competenza all’adozione spetta alla Giunta Comunale ai sensi dell’articolo 48, comma 3, del Tuel 267/2000.

In tale regolamento occorre che siano preliminarmente individuati, in particolare, criteri rispettosi dell’ordine delle graduatorie attraverso i quali scegliere una pubblica Amministrazione con cui raggiungere e sottoscrivere l’intesa, ritenendo di dubbia legittimità ogni altra e diversa procedura (esempio, avvisi di interesse cui gli idonei possono partecipare, eventuali colloqui e/o test, ecc.). Diffusa, in merito, è la scelta regolamentare intrapresa da alcuni Comuni di prevedere che la manifestazione di interesse da parte degli idonei aspiranti sia espressamente ed unicamente limitata a segnalare la graduatoria in cui sono collocati che, poi, in base a criteri prestabiliti, sarà eventualmente individuata dall’Ente  che ha bisogno di assumere.

La sezione regionale di controllo della Corte dei conti della Sardegna, con la deliberazione n. 85/2019, ha ricordato il vincolo a rispettare, nello scorrimento delle graduatorie, l’ordine delle stesse. Testualmente si legge che “è opportuno evidenziare che lo scorrimento dell’altrui graduatoria dovrebbe essere effettuato con la massima trasparenza, per prevenire il fenomeno corruttivo che può annidarsi in tale attività, assicurando la piena conoscibilità degli eventuali scorrimenti delle graduatorie e, in ogni caso, seguendo rigorosamente l’ordine di merito della graduatoria da scorrere”. Il che impedisce alle singole amministrazioni di dare corso a selezioni per scegliere nell’ambito delle graduatorie, tranne che le stesse siano riservate esclusivamente al primo di ogni graduatoria se il posto che si intenda coprire è uno.

Nella materia in trattazione sono intervenuti anche i giudici della Suprema Corte (Ordinanza n. 25986 emessa il 16 luglio e pubblicata il 16 novembre 2020; sentenza n. 15790/2021, sezione lavoro, richiamata anche dal TAR Lazio-Roma, sentenza n. 1746 del 14/02/2022), i quali hanno condiviso il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa del tendenziale favor per la graduatoria meno recente formata all’esito di un concorso pubblico, motivato dalla necessità di salvaguardare, sia l’aspettativa di nomina di coloro che per primi l’hanno acquisita, sia il buon andamento della pubblica Amministrazione secondo il canone di cui all'articolo 97, comma 4, della Costituzione. Hanno affermato, infatti, che  “se, da un lato, costituisce una scelta discrezionale dell’Amministrazione la copertura o meno dei posti vacanti, non altrettanto può dirsi circa le modalità della provvista, perché in relazione a tale aspetto la discrezionalità è limitata dalla sussistenza di un principio generale, ossia quello della prevalenza dello scorrimento, che recede solo in presenza di speciali discipline di settore o di particolari circostanze di fatto o di ragioni di interesse pubblico prevalenti”.

L’articolo 3, comma 61 della legge n. 350/2003, ha esteso, come dianzi anticipato, a tutte le amministrazioni pubbliche, e quindi anche agli enti locali, la possibilità di attingere a graduatorie tuttora valide di altre amministrazioni, previo accordo tra le stesse e nel rispetto dei limiti assunzionali vigenti.

L’opzione tra l’indizione di un concorso e l’utilizzazione della graduatoria di un’altra pubblica Amministrazione “rientra nel potere decisionale dell’ente”, che dovrà agire nel perimetro normativo disegnato dal legislatore e dai circoscritti spazi discrezionali riservati al suo esclusivo apprezzamento.

Ma l’utilizzo di graduatoria di altra pubblica Amministrazione risponde in primis all’esigenza di contenimento della spesa pubblica legata al sostentamento dei costi per portare a compimento la selezione pubblica, nel rispetto dei principi di economicità ed efficienza dell’azione amministrativa.

Infine, aspetto non meno importante, riduzione dei tempi per dell’acquisizione del personale programmato che con questa procedura vengono notevolmente ridotti rispetto alla ordinaria procedura del concorso pubblico, ed al tempo stesso viene rispettato l’ineluttabile dettame del concorso pubblico di cui all’articolo 97 della Costituzione.

Nell’ipotesi in cui un Ente locale intenda procedere allo scorrimento della graduatoria è tenuto non solo al rispetto del principio di equivalenza, ma ancor prima è tenuto a riscontrare l’efficacia della graduatoria, per come da ultimo fissati dall’articolo 1, commi 147 e seguenti, della legge n. 160/2019.  Sull’argomento è utile segnalare, inoltre, l’interessante sentenza n. 680 del 23 febbraio 2021 del Tar Campania, sezione distaccata di Salerno, sintetizzata in quattro punti fondamentali:

a) conferma dell’obbligo di previa effettuazione della procedura ex articolo 34-bis del decreto legislativo n. 165/2001 (mobilità obbligatoria) nonché l’attuale facoltatività della mobilità volontaria, per il perdurante effetto dell’articolo 3, comma 8, della legge 56/2019 (valevole solo fino al 31/12/2024, salvo proroghe);

b) competenza della Giunta comunale per l’approvazione di regolamento che definisca i criteri preventivi, utili a scegliere la graduatoria da utilizzare (non per scegliere i candidati) tra quelle eventualmente disponibili;

c) legittimità dell’assunzione a tempo parziale di idoneo attinto da una graduatoria per concorso a tempo pieno;

d) individuazione della data utile a determinare se l’utilizzo della graduatoria concorsuale sia legittimo, quanto alla validità temporale della stessa, in quella di stipula del contratto individuale anche qualora sia prevista una posteriore decorrenza dell’assunzione.

Un particolare problema che si è presentato all’attenzione degli operatori, a tutt’oggi non chiarito, attiene alla possibilità per gli Enti di attingere a graduatorie per posti a tempo parziale allo scopo di assumere personale a tempo indeterminato e pieno.

In merito la giurisprudenza amministrativa (Cfr. Tar Campania, Sezione III, 21.11.2022, sentenza n. 7185) ritiene legittimo che un Ente in procinto di reclutare a tempo indeterminato e pieno, utilizzi una graduatoria nella quale sia collocato un dipendente a tempo indeterminato e parziale.

La richiamata recentissima  sentenza ha il pregio, a sommesso parere, di aver colto nel segno laddove precisa che “non vi è alcuna ragionevole differenza qualitativa e/o di profilo professionale dei candidati che, al fine del superamento dei rispettivi concorsi (tempo pieno/tempo parziale), devono possedere identici requisiti e superare prove idoneative di pari livello” (in senso contrario, Corte dei conti dell’Umbria, sezione regionale di controllo, deliberazione n. 124/2013; Tar Calabria, sentenza n. 354 del 24/5/2022).

Altra questione meritevole di attenzione è quella riguardante le modalità di scorrimento delle graduatorie.

Nelle pubbliche Amministrazioni è,infatti, sempre più diffusa la prassi (ritenuta illegittima in quanto presuppone una ulteriore procedura selettiva, aggiuntiva rispetto a quella originaria, in palese violazione dell’articolo 97 della Costituzione) dell’attivazione dello scorrimento delle graduatorie di altri Enti mediante avvisi di manifestazione di interesse rivolte direttamente agli idonei ad essere selezionati, senza stipulare alcuna convenzione con altre pubbliche Amministrazioni.

L’iter procedurale previsto dalla vigente normativa presuppone che vi sia un rapporto convenzionale da stipulare tra due o più pubbliche Amministrazioni (è preferibile che la sottoscrizione avvenga prima della formazione della graduatoria a garanzia dei principi di imparzialità e trasparenza, ma nulla vieta che la stessa possa essere sottoscritta anche successivamente all’approvazione della graduatoria), secondo il quale ciascun Ente convenzionato, in base ai criteri ricavati in convenzione, beneficia della graduatoria messa a disposizione da uno di essi, scorrendo inderogabilmente l’ordine della graduatoria, assicurando in tal modo la posizione giuridica dei concorrenti utilmente collocati nella graduatoria.

L’Accordo convenzionale, contenente  regole e modalità di utilizzo della graduatoria, è di natura privatistica appartenente alla categoria degli atti negoziali secondo la disciplina codicistica – si ritiene sufficiente anche una corrispondenza tra le parti (così T.A.R. Veneto, sentenza n. 864 del 2011)-, da perfezionarsi con l’adozione di atto assunto in via esclusiva dal competente responsabile/dirigente con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro, a norma dell’articolo 5, comma 2, del D.Lgs. 165/2001, e non con provvedimenti di natura pubblicistica (stipula di convenzione, ai sensi dell’articolo 30 del Tuel 267/2000, delibere di Giunta o di Consiglio).

Per il servizio reso all’Ente utilizzatore, l’Ente titolare della graduatoria può, ai sensi dell’articolo 67, comma 3, lettera a) del CCNL 21 maggio 2018, confermato dall’articolo 79, comma 2, lettera a) del CCNL 16 novembre 2022, legittimamente chiedere un compenso.

L’introito potrà essere devoluto interamente al bilancio dell’Ente, oppure, destinare un importo pari al 50% alle politiche di incentivazione del personale che ha partecipato alla procedura concorsuale.

Di recente si è posto anche un altro problema: la decadenza o depennamento, dalla graduatoria di un partecipante a una selezione per scorrimento di graduatoria che decide di rifiutare. Appare condivisibile il pronunciamento del TAR L’Aquila, sentenza n. 125 del 12/04/2022, che riconosce un candidato la possibilità di rifiutare una chiamata di assunzione a tempo indeterminato da parte dell’Ente titolare o da parte di una pubblica Amministrazione terza, senza essere cancellato o depennato definitivamente dalla graduatoria.

In tale evenienza l’Ente può procedere al successivo scorrimento di graduatoria secondo l’ordine, mentre il candidato non perde il diritto ad essere nuovamente chiamato, in vigenza di graduatoria valida, in caso di nuovo scorrimento qualora la pubblica Amministrazione decidesse in tal senso. 

5. Validità delle graduatorie

Per quanto concerne la validità delle graduatorie, sia ai fini dello scorrimento che dell’utilizzo da parte di altri Enti, occorre tenere presente che la legge di bilancio per l’anno 2020, n. 160 del 27/12/2019, è intervenuta specificamente modificando l’articolo 35, comma 5-ter del TUPI (acronimo di Testo Unico sul Pubblico Impiego), approvato con decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, modificando la  precedente vigenza che era di “ tre anni dalla data di pubblicazione” ha stabilito che “le graduatorie dei concorsi per il reclutamento del personale presso le amministrazioni pubbliche rimangono vigenti per un termine di due anni dalla data di approvazione”.

Al contrario, nel Testo Unico degli enti locali, viene stabilito che “per gli enti locali le graduatorie concorsuali rimangono efficaci per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione”.

Al riguardo va evidenziato che le graduatorie approvate prima del 1° gennaio 2020 (data di entrata in vigore della legge 160/2019 modificativa del TUPI) continuano ad avere validità triennale in virtù sia della precedente versione dell’articolo 35, comma 5-ter, del decreto legislativo 165/2001, che dell’articolo 91 del Tuel n. 267/2000 che, non interessato dalla novella legislativa, ne prevede la validità triennale per gli Enti Locali.

In merito a quanto sopra la Corte dei conti, sezione regionale di controllo per la Sardegna, delibera 85, del 4 agosto 2020, ha ritenuto che la novella legislativa non va a modificare la disciplina posta dall’articolo 91 del Tuel 267/2000 secondo la quale per gli Enti locali le graduatorie concorsuali rimangono efficaci per un termine di tre anni dalla data di pubblicazione.

La norma, di carattere generale, non modificativa di una norma speciale qual’è l’articolo 91, comma 4, del Tuel 267/2000, introduce un doppio binario in merito ai termini di scadenza delle graduatorie concorsuali: per le Amministrazioni statali di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 165/2001 vale il disposto del citato articolo 35 (con efficacia limitata ad anni due, con decorrenza dalla data di approvazione), mentre per le Amministrazioni di cui all’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 267/2000, permane il regime previsto del citato articolo 91, comma 4, del Tuel 267/2000 e l’efficacia sarà di tre anni (con decorrenza dalla data di pubblicazione).   

5.1 Perché le graduatorie degli Enti locali hanno validità di due anni

Anche le graduatorie concorsuali degli Enti locali, a parere di chi scrive, hanno, per le motivazioni che si andranno ad esplicitare, una efficacia limitata ad anni due in virtù del disposto dell’articolo 88 del Tuel 267/2000 a tenore del quale ”all’ordinamento degli uffici e del personale degli enti locali, ivi compresi i dirigenti ed i segretari comunali e provinciali, si applicano le disposizioni del decreto legislativo 3 febbraio 1993, n. 29, e successive modificazioni ed integrazioni, e le altre disposizioni di legge in materia di organizzazione e lavoro nelle pubbliche amministrazioni nonché quelle contenute nel presente Testo unico”. 

L’apparente antinomia tra le due norme venne risolta con l’introduzione del citato articolo 88, proposto dal Consiglio di Stato, Adunanza Plenaria, con parere n. 87 dell’8 giugno 2000 e recepito dal Tuel n. 267/2000, valevole come norma generale di richiamo e di recepimento delle norme che disciplinano il rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche Amministrazioni (decreto legislativo n. 29/1993, oggi decreto legislativo n. 165/2001 e successive modifiche ed integrazioni), mentre le disposizioni normative di cui al Tuel n. 267/2000 si applicano al personale degli Enti locali.

Il principio ermeneutico enucleato dal citato parere del Consiglio di Stato n. 87 dell’8 giugno 2000, trasfuso poi nell’articolo 88 del Tuel 267/2000, fa ritenere che il coordinamento tra la disciplina degli Enti locali e quella applicabile a tutto il comparto pubblico, costituisca specifico appannaggio dell’articolo 88, proprio allo scopo di evitare possibili contrasti interpretativi, evitando di considerare la normativa sul personale degli enti locali “speciale o prevalente”, a discapito di quella “generale”, contenuta nel TUPI n. 165/2001.

La tecnica risolutiva operata dal legislatore fu appunto quella di inserire nel Tuel n. 267/2000 le disposizioni legislative applicabili al solo personale degli Enti locali, negli spazi non ricoperti dal decreto legislativo 165/2001; per quelle interessanti sia il personale degli Enti locali che delle altre pubbliche Amministrazioni, si doveva fare rifermento alle disposizioni della legge originaria e alle altre disposizioni in materia di regolazione del rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche Amministrazioni che prevalgono su quelle del Tuel n. 267/2000. In sostanza le norme del Tuel 267/2000 possono considerarsi recessive nei confronti di quelle contenute nel decreto legislativo 165/2001, proprio in virtù del citato articolo 88.

Scopo della norma era quello di dare organicità al corpo normativo ed evitare una duplice e diversa disciplina del pubblico impiego in generale rispetto alla normativa valevole per gli Enti locali, caratterizzata invece da un complesso eterogeneo di norme legislative e/o contrattuali che non contribuiva a rendere unitario il quadro normativo del rapporto di lavoro pubblico così come disegnato dal decreto legislativo n. 29/1993.

Con la naturale conseguenza che qualora venisse abrogata la norma fondamentale, essa avrebbe coinvolto anche quella contenuta nel Tuel 267/2000, di derivazione della norma principale, che inevitabilmente doveva essere corretta.

Nelle more di quanto auspicato, fermo restando la validità triennale delle graduatorie approvate entro il 31/12/2019, nei bandi di concorso è opportuno che gli operatori inseriscano una clausola che renda adattabile la durata della graduatoria di durata biennale o triennale in conformità a sopravvenuti chiarimenti e/o interpretazioni giurisprudenziali. 

6. Rapporti tra le varie modalità di reclutamento

L’articolo 30 del decreto legislativo n. 165/2001 impone alle Amministrazioni, prima di indire una selezione pubblica per la copertura di posti vacanti, di procedere, a pena di nullità, all’immissione in ruolo dei dipendenti provenienti da altre Amministrazioni attraverso la procedura di mobilità obbligatoria e volontaria.

L’esistenza di una graduatoria concorsuale in corso di validità limita, infatti, l’indizione di un nuovo concorso, ma non prevale sulla mobilità obbligatoria.

La giurisprudenza amministrativa, prevalente ma non dominante, ha ritenuto, infatti, legittima la scelta intrapresa dalle Amministrazioni che, pur disponendo di una graduatoria dalla quale poter attingere per scorrimento, abbiano deciso di procedere all’assunzione del personale ricorrendo alla mobilità cd ”volontaria”.

Occorre ricordare che, al fine di ridurre i tempi di accesso al pubblico impiego, l’articolo 3, comma 8, della legge n. 56 del 2019 (c.d. “Legge Concretezza”), dispone che il previo espletamento della procedura di mobilità “volontaria” non sarebbe più configurabile come un obbligo per la pubblica Amministrazione, ma solo come facoltà discrezionale da esercitare nel triennio 2019-2021, prorogata fino al 31.12.2024.

Trattandosi di una facoltà concessa all’Amministrazione è senz’altro opportuno che i provvedimenti di programmazione del fabbisogno triennale del personale contengano una minima ponderazione ed esplicitazione della scelta effettuata e delle ragioni che la sostengono alla luce dei principi del buon andamento, dell’efficacia ed efficienza dell’organizzazione e dell’azione della pubblica Amministrazione (TAR Sicilia n. 2420/2021).

Inoltre, l’articolo 30, comma 2-bis, del decreto legislativo n. 165/2001 prevede che le Amministrazioni, prima di procedere all’espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, devono attivare le procedure di mobilità di personale appartenente a una qualifica corrispondente e in servizio presso altre Amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento, provvedendo, in via prioritaria, all’immissione in ruolo dei dipendenti, provenienti da altre amministrazioni, in posizione di comando o di fuori ruolo, appartenenti alla stessa area funzionale, che facciano domanda di trasferimento nei ruoli delle Amministrazioni in cui prestano servizio.

Va, altresì, evidenziato, che la giurisprudenza amministrativa ha ritenuto, anche in presenza di una graduatoria concorsuale ancora valida ed efficace, legittima la decisione di avviare procedura di mobilità esterna e di stabilizzazione del personale precario nella pubblica amministrazione, alternativa all’assunzione di personale nuovo rispetto al concorso o allo scorrimento delle relative graduatorie (Consiglio di Stato - Sezione III, sentenza n. 6705/2020).

Ai sensi dell’articolo 30, comma 2-bis, del decreto legislativo n. 165/2001, le pubbliche Amministrazioni, prima di procedere all’espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, hanno il peculiare obbligo di attivare le procedure di mobilità volontaria, provvedendo, in via prioritaria, all’immissione in ruolo dei dipendenti provenienti da altre amministrazioni appartenenti alla stessa area funzionale, che facciano domanda di trasferimento nei ruoli delle amministrazioni in cui prestano servizio.

Per i giudici di legittimità (Cassazione, sezione lavoro, sentenza 18 maggio 2017, n. 12559) la mobilità volontaria rappresenta un obbligo per la pubblica amministrazione, pena la nullità in caso di decisione diversa, non origina un nuovo rapporto di lavoro in quanto il dipendente non viene assunto, ma determina una modifica soggettiva del rapporto di lavoro e non soddisfa solo le esigenze dell’amministrazione procedente, ma assicura una più intelligente distribuzione (con il trasferimento) delle risorse umane tra le pubbliche amministrazioni, nonché economie di spesa di personale nel suo complesso, assicurando una stabilità dei livelli occupazionali nel settore pubblico e che la competenza è del Giudice Ordinario trattandosi nel caso concreto di attività vincolata.

Il favor legis per l’istituto della mobilità di personale tra Amministrazioni rispetto alle nuove assunzioni (tant’è che l’indizione di un concorso pubblico l’Ente locale è gravata da adeguata motivazione della scelta; obbligo, invece, non previsto per lo scorrimento delle graduatorie) consente una più equa distribuzione delle risorse umane che abbiano una qualifica corrispondente a quella necessaria, già formate ed in possesso di maturata esperienza con conseguente risparmio di spesa finalizzato a limitare le nuove assunzioni e quindi il  numero dei pubblici impiegati e con immediatezza della disponibilità (Consiglio di Stato - Sezione III, n. 2410 dell’1/4/2022). 

7. Tutela giurisdizionale in materia di scorrimento e/o utilizzo graduatorie

Per l’individuazione del Giudice dinanzi al quale proporre il ricorso in caso di contenzioso da instaurare in materia occorre fare riferimento a quanto stabilito dalla Suprema Corte (Cassazione, Sezioni Unite Civili, sentenza n. 10404/2015):

- ove la richiesta del candidato utilmente collocato nella graduatoria finale riguardi la pretesa al riconoscimento, al di fuori della procedura concorsuale, del diritto di nomina presso l’Ente locale mediante “scorrimento della graduatoria” preesistente ed ancora valida (diritto all’assunzione), extra procedura concorsuale, del concorso espletato, o di essere assunto, dopo che l’Ente locale ha deliberato di coprire il posto vacante in organico attingendo alla lista degli idonei, la giurisdizione appartiene al Giudice Ordinario, e nella specie al Giudice del Lavoro (diritto all’assunzione);

- qualora, invece, la pretesa riguardi il mancato riconoscimento del diritto alla nomina attraverso lo scorrimento della graduatoria concorsuale, avendo l’Ente locale optato per l’indizione di nuovo concorso o anche per una procedura (esempio, mobilità esterna, conferimento di incarichi esterni) per la copertura dei posti resisi vacanti, la competenza è del Giudice Amministrativo in quanto la contestazione investe il cattivo esercizio del potere amministrativo (lesione dell’interesse legittimo).

Si ricorda, infine, che in precedenza, la giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sez. III, del 21 maggio 2013, n. 2753), aveva affermato il “diritto allo scorrimento della graduatoria concorsuale” non appartiene alla fase della procedura di concorso, la cui competenza è demandata al Giudice Amministrativo, ma ad una fase successiva, connessa agli atti di gestione del rapporto di lavoro, e dunque non può che essere riservato alla giurisdizione del Giudice Ordinario.

Bibliografia 

F. Caponi - Obblighi e limiti all’utilizzo delle graduatorie vigenti – Azienditalia – Il Personale 6/2015

Assunzioni: tra lo scorrimento di due graduatorie prevale la più vecchia ma, su tutte, la mobilità – Azienditalia – Il Personale 3/2016

Nuove assunzioni: prima la mobilità e poi lo scorrimento – Azienditalia – Il Personale 10/2017

C. Dell’Erba – Le assunzioni tramite scorrimento delle graduatorie – Il Personale.it – Maggioli Editore - 16/09/2019

A. Di Bella - L’utilizzo delle graduatorie concorsuali di altro Ente: opportunità e limiti - Azienditalia 12/2019

N. Niglio – Utilizzo di graduatorie, mobilità e procedure di stabilizzazione del personale precario della Pubblica Amministrazione – Il personale.it – Maggioli Editore – 2020

L. Cosco - Guida Normativa 2022 - Parte Dodicesima Personale degli enti locali: ordinamento giuridico ed economico

S. Dota – A. Bultrini - Quaderno ANCI n. 31, Febbraio 2022 - Le Regole Ordinarie e Straordinarie per le Assunzioni di Personale

 di Giuseppe Fiorillo, Clemente Lombardi

La Mobilità.

Le caratteristiche della mobilità. Da Collana Aran Occasional Paper.

Le caratteristiche della mobilità nei comparti del pubblico nei comparti del pubblico impiego

N.1 – Giugno 2012

Pag. 1 Autori: Pierluigi Mastrogiuseppe e Cesare Vignocchi

Le elaborazioni statistiche sulle quali è basato il paper sono state curate da: Alessandra D’Amore, Rossella Di Tommaso, Adriana Piacente

Citare questa pubblicazione come: Aran (2012 Aran (2012), ”Le caratteristiche della mobilità nei comparti del pubblico impiego” – Aran, Occasional paper 1/2012 aranagenzia.it/index.php/statistiche-e-pubblicazioni

Collana Aran Occasional Paper. La collana Aran Occasional Paper raccoglie brevi contributi a carattere tecnico-scientifico su argomenti e temi collegati alle funzioni istituzionali dell’Aran ed è curata da Pierluigi Mastrogiuseppe, responsabile della Direzione Studi, risorse e servizi Direzione Studi, risorse e servizi dell’Aran dell’Aran.

Riferimenti Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni Direzione Studi, risorse e servizi UO Studi e analisi compatibilità Via del Corso, 476 00186 ROMA

Indice

1. Contenimento retributivo e governo delle consistenze occupazionali

2. Le diverse tipologie di mobilità e la loro misurazione

3. La mobilità nel comparto e fra comparti

1. Contenimento retributivo e governo delle consistenze occupazionali

L’esigenza di porre in sicurezza i conti pubblici del Paese ha comportato la messa in atto di un articolato sistema di contenimento salariale, fondato in larga misura sul blocco dei vari canali di alimentazione della dinamica retributiva: non si è dato corso al rinnovo dei CCNL, si sono congelati i fondi per la contrattazione integrativa, solo in limitati casi è possibile una rinegoziazione del trattamento individuale. Dopo le misure rivolte al versante retributivo, la necessità di offrire maggiori garanzie sull’effettivo raggiungimento del pareggio di bilancio ha rinnovato l’attenzione anche sul versante delle consistenze occupazionali. Negli ultimi provvedimenti emanati, sono infatti riproposte misure di ulteriore riduzione delle dotazioni organiche (in continuità con le analoghe misure già varate negli ultimi anni), ma in un contesto in cui si prevede la possibilità di operare “tagli non lineari” (attraverso un meccanismo di compensazioni), si pone un obiettivo specifico - a valle dei tagli - di riorganizzazione e di ridefinizione degli assetti organizzativi e si definisce un pacchetto di misure di accompagnamento, per gestire le eventuali eccedenze di personale, che fanno leva sugli istituti della mobilità e della messa in disponibilità. Come noto, il D. Lgs. n. 165/2001 prevede e regola, già da molti anni, una specifica procedura di rilevazione delle eventuali eccedenze di personale ed una corrispondente procedura finalizzata a favorire la ricollocazione del personale dichiarato in esubero. Dopo un esito negativo di questi tentativi di ricollocazione, si può giungere anche alla messa in disponibilità, con la conseguente riduzione stipendiale, sino all’eventuale cessazione del rapporto di lavoro. Nella legge di stabilità dello scorso anno (L. n. 183/11) si è voluto rendere più facilmente applicabile questo corpus legislativo, anche circoscrivendo il coinvolgimento delle organizzazioni sindacali. Più recentemente, si è di nuovo intervenuto ripristinando modalità di consultazione delle organizzazioni sindacali, circoscritte a precisi momenti dell’iter procedurale. Oltre a queste procedure unilaterali, in cui è l’amministrazione ad imporre il trasferimento al lavoratore, per proprie esigenze organizzative, vi è tutto il fenomeno - ben più importante quantitativamente - della mobilità volontaria, attraverso la quale è il dipendente a chiedere il trasferimento ad altra amministrazione. La mobilità volontaria presuppone il necessario consenso delle due amministrazioni coinvolte.

2. Le diverse tipologie di mobilità e la loro misurazione

A comporre il dato complessivo della mobilità, concorrono due tipologie generali: due tipologie generali:

a) una prima, che si può definire “mobilità permanente”, in cui il trasferimento del lavoratore da un’amministrazione all’altra avviene in via definitiva; giuridicamente, questo passaggio si realizza attraverso la “cessione del contratto individuale di lavoro”;

b) una seconda, per la quale è appropriato parlare di “mobilità temporanea”, che si realizza attraverso i diversi istituti giuridici del comando, del distacco e del fuori ruolo; a differenza della tipologia precedente, in questo caso la titolarità del rapporto di lavoro rimane in capo all’amministrazione cedente ed il trasferimento è “a termine”.

La mobilità permanente si può a sua volta suddividere in due tipologie più tipologie più specifiche:

a1) la “mobilità volontaria”, di cui si è già detto, nella quale è il dipendente a chiedere il trasferimento; il passaggio è tuttavia subordinato al consenso di entrambe le amministrazioni interessate;

a2) le diverse fattispecie di “mobilità imposta dall’amministrazione”, nella quale invece il trasferimento avviene per motivi oggettivi, come nel caso di dichiarazione di eccedenza di personale seguita da ricollocazione presso altra amministrazione, ovvero nei casi di fusione o trasferimento di competenze tra diverse amministrazioni, con contestuale passaggio di personale. Come verrà illustrato nel seguito, le statistiche disponibili distinguono fra mobilità temporanea e permanente, ma purtroppo di quest’ultima non è dato sapere quanto sia “volontaria” e quanto “imposta”. Pur in assenza di ciò, l’evidenza aneddotica sembra comunque segnalare l’eccezionalità di quest’ultima tipologia e non si è probabilmente troppo lontani dal vero rappresentandosi la mobilità permanente come, in larga misura, un esito di decisioni volontarie da parte del dipendente. Si è spesso lamentato che le Amministrazioni con riluttanza impiegano i loro poteri datoriali per aggiustare eventuali eccedenze di personale e che un loro maggiore attivismo aiuterebbe nello scopo di perseguire migliori distribuzioni territoriali dei dipendenti. A questo proposito, non va dimenticato che la migliore efficienza che si vuole ottenere con i trasferimenti di personale è posta in ogni caso a rischio in situazioni di forte resistenza alla mobilità. L’affermazione di una cultura di accettazione di questi eventi è quindi decisiva per lo scopo che si vuole perseguire. Osservare le caratteristiche degli attuali trasferimenti, di natura prevalentemente volontaria, aiuta a capire il funzionamento dei mercati del lavoro del pubblico impiego, anche nell’ottica di sostenere con opportuni incentivi la mobilità imposta. Prima di procedere all’esame delle elaborazioni effettuate, vi è una avvertenza metodologica importante, cui va prestata particolare attenzione, vale a dire il riferimento amministrativo sul quale poggiano i dati. La definizione di “mobilità” impiegata, nei dati disponibili, è quella di “passaggio da una amministrazione ad un’altra”. Si ha pertanto un evento di mobilità evento di mobilità quando cambia (in via permanente o temporanea) l’amministrazione pubblica presso la quale il dipendente presta servizio. Adottando questa definizione, i numeri rilevati nelle statistiche risentono della diversa configurazione giuridica delle singole unità amministrative presenti sul territorio. Municipi contigui costituiscono diverse pubbliche amministrazioni, mentre le prefetture o le sedi scolastiche (anche collocati in diverse aree geografiche) sono articolazioni territoriali della medesima pubblica amministrazione. Ne deriva che prefetti o insegnanti che si spostano da una sede all’altra non danno origine ad una registrazione di mobilità, mentre viene rilevata come “mobilità” lo spostamento di un dipendente da un comune a quello contiguo. Dal punto di vista dell’analisi del funzionamento dei mercati del lavoro, lo spostamento della sede di lavoro di un dipendente municipale rappresenta un fenomeno del tutto analogo allo spostamento di un dipendente della scuola. Questo significa che sarebbe necessario disporre di dati che impieghino un riferimento basato sul concetto di “sede locale”, ma ad oggi questi archivi non sono ancora agevolmente interrogabili. Per superare questa ambiguità sono stati adottati alcuni accorgimenti. In primo luogo, per effettuare un’analisi approfondita e ad ampio raggio dei diversi fenomeni di mobilità l’attenzione è stata rivolta soprattutto a quei settori ove la settori ove la sede locale tende a coincidere con l’unità istituzionale (o, diversamente detto, sulle amministrazioni pubbliche che non hanno articolazioni sul territorio). Quindi, l’analisi ha prioritariamente riguardato a tre comparti di contrattazione: Regioni-Regioniautonomie Locali, Servizio Sanitario Nazionale ed Università. Si tratta, infatti, di quelli nei quasi tutti i cambiamenti della sede di lavoro implicano una mobilità. In secondo luogo, volendo estendere l’analisi anche ad altri settori dell’amministrazione pubblica, ci si è concentrati soprattutto sulla mobilità extracomparto. Questa limitazione del campo di analisi rende possibili e statisticamente significativi i confronti: solo la mobilità extracomparto, infatti, pone sullo stesso piano (e rende quindi confrontabili) i comparti che hanno poche amministrazioni con molte articolazioni territoriali con quelli che hanno molte amministrazioni con poche articolazioni territoriali (1).

(1) L’eventuale utilizzo anche della mobilità intracomparto porterebbe nei comparti con articolazioni territoriali a sottostimare il fenomeno “mobilità”, rendendo quindi non “appropriato” il confronto tra i due universi. Infatti, a causa della “convenzione definitoria” adottata nelle statistiche disponibili, i dati sulla mobilità intracomparto delle amministrazioni articolate territorialmente (a differenza di quanto avviene per autonomie locali, università e servizio sanitario nazionale) non ne intercettano la quota dovuta ai fenomeni di mobilità tra le diverse “sedi locali”.

3. La mobilità nel comparto e fra comparti

La mobilità nel comparto e fra comparti La tavola 1 fa riferimento a questa doppia chiave di lettura. La prima colonna riporta gli eventi di mobilità intracomparto con specifica evidenza (cfr. numeri in grassetto) su Regioni-autonomie locali, Servizio Sanitario Nazionale ed Università. Negli Enti sanitari emergono oltre 26.000 dipendenti che, nel corso del 2010, si sono spostati da una amministrazione ad un'altra, con una incidenza sul complesso delle consistenze, poco inferiore al 4%. Si tratta di un fenomeno di primario rilievo, che spiega larga parte del turnover complessivo che ogni anno interessa il comparto (2). Le Autonomie locali seguono, con quasi 6.000 dipendenti che sono passati attraverso episodi di mobilità. L’incidenza è decisamente inferiore, di circa quattro volte, con un tasso attorno all’1%. Vi è infine il comparto delle Università, per le quali la mobilità sembra un evento del tutto secondario. Le due colonne che seguono esaminano la numerosità degli eventi di mobilità al di fuori del comparto di appartenenza. Un rapido sguardo ai valori percentuali testimonia la marginalità di questa tipologia di spostamenti. Esistono evidentemente vincoli professionali, in base ai quali possono delinearsi tre grandi aree, cioè quella sanitaria, quella dell’insegnamento e quella più composita dei ruoli amministrativi. A questo riguardo, va precisato che la delimitazione di queste tre aree professionali certamente non coincide con confini di comparto: si hanno ruoli amministrativi anche nel Servizio sanitario Nazionale e nella Scuola. Limitandosi dunque ai ruoli amministrativi, colpisce la sostanziale impermeabilità dei dipendenti fra i vari comparti. E’ difficile non vedere il completamento professionale che si potrebbe ottenere se ad una esperienza lavorativa in una amministrazione locale seguisse, ad esempio, quella in una amministrazione centrale e viceversa. Purtroppo, l’evidenza statistica nega decisamente che questa sia una pratica di qualche diffusione nel pubblico impiego del nostro Paese.

(2) Sull’entità di questo dato potrebbero aver inciso anche le fusioni tra diverse aziende sanitarie locali, verificatesi negli ultimi anni, fenomeno che dà comunque luogo ad un evento di mobilità, nonché talune disposizioni contrattuali che facilitano la procedura di trasferimento da un ente all’altro.

Contratti pubblico impiego: cosa c’è da sapere.

Da Adecco. Contratti pubblico impiego: cosa c'è da sapere

I lavori nel pubblico impiego possono riguardare mansioni di diversa natura e possono coprire settori molto differenti tra loro come ad esempio: finanza, sanità, educazione e altre attività governative.

L’accesso al lavoro pubblico è disciplinato dall’Art. 97 comma 3 della Costituzione Italiana, il quale stabilisce che l’assunzione nella Pubblica Amministrazione debba avvenire tramite concorsi, salvo casi stabiliti dalla legge. 

Contratto pubblico impiego: di cosa si tratta?

La categoria lavorativa denominata “pubblico impiego” include tutti i lavori svolti nella Pubblica Amministrazione (Pa), ovvero presso tutti gli enti pubblici che erogano servizi ai cittadini. Per poter lavorare nella Pa è necessario essere cittadini italiani maggiorenni o cittadini appartenenti all'Unione europea.

Chi fa parte del pubblico impiego può avere come datore di lavoro:

un Ente statale (Ministeri, scuole, forze armate, prefetture);

un Ente locale (Regioni, Province, Comuni, Consorzi e Comunità montane, Asl);

un Ente pubblico nazionale e territoriale (Inps, Monopoli, Poste, Camere di commercio, ecc.).

La normativa per l’accesso al pubblico impiego stabilisce che questo avvenga tramite concorsi oppure, in base al decreto legislativo n. 165/2001, tramite:

centri per l’impiego, per qualifiche che, come requisito di accesso, richiedano l’aver frequentato la scuola dell’obbligo;

contratti flessibili;

contratti per persone appartenenti alle Categorie Protette. 

Tipologie contratti di lavoro nella Pa

La disciplina del pubblico impiego dal 2001 (D.lgs. 30 marzo 2001 n. 165) prevede la possibilità di assunzione nella Pubblica Amministrazione tramite un contratto individuale di lavoro flessibile. In questi casi, le Pa possono assumere personale per esigenze temporanee nelle seguenti forme contrattuali:

contratto di lavoro subordinato a tempo determinato;

contratto di somministrazione a tempo determinato;

contratti di formazione.

È anche possibile collaborare con la Pubblica Amministrazione se si è lavoratori autonomi con P.IVA. In questo caso devono essere stabiliti preventivamente durata, luogo, oggetto e compenso della collaborazione.

Con la Legge di Bilancio 2021, il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici prevede:

un aumento di 107 euro mensili;

il riordino degli inquadramenti professionali;

l’inserimento di nuove figure professionali;

l’inserimento delle voci accessorie legate allo stipendio. 

Da Dott. FORGIONE Gianluca  

Prestazioni di lavoro accessorio e di collaborazione coordinata e continuativa: nei limiti del tetto di spesa del personale e della percentuale fissata dall'art. 9 c. 28 del DL 78/2010.

Il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio, a prestazioni occasionali, a contratti di collaborazione coordinata e continuativa da parte di enti locali ed amministrazioni pubbliche va esaminato sotto un duplice profilo:

1) profilo contabile, con riferimento al rispetto dei vincoli previsti dalla vigente disciplina in materia di contenimento delle spese di personale e ove previsto dal patto di stabilità interno;

2) profilo giuridico, inerente la corretta qualificazione del rapporto di lavoro instaurato, dal quale discende la corretta applicazione della normativa fiscale e previdenziale.

Verranno esaminate le seguenti tipologie di lavoro:

a) prestazioni di lavoro accessorio

c) contratti di collaborazione coordinata e continuativa

b) collaborazioni marginali (prestazioni occasionali)

d) prestazioni di lavoro autonomo occasionale

LIMITAZIONI DI NATURA CONTABILE

In base al disposto dell’art. 9 comma 28 del DL 78 del 31 maggio 2010 (convertito in legge 122/2010, nella formulazione risultante per effetto della modifica apportata dall’art. 4, comma 102, lett. b), della legge 183/2011) ....... “A decorrere dall'anno 2011, le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, le agenzie, incluse le Agenzie fiscali di cui agli articoli 62, 63 e 64 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, e successive modificazioni, gli enti pubblici non economici, le università  e gli enti pubblici di cui all'articolo 70, comma 4, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni e integrazioni, le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura fermo quanto previsto dagli articoli 7, comma 6, e 36 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, possono avvalersi di personale a tempo determinato o con convenzioni ovvero con contratti di collaborazione coordinata e continuativa, nel limite del 50 per cento della spesa sostenuta per le stesse finalità  nell'anno 2009. Per le medesime amministrazioni la spesa per personale relativa a contratti di formazione-lavoro, ad altri rapporti formativi, alla somministrazione di lavoro, nonché al lavoro accessorio di cui all'articolo 70, comma 1, lettera d) del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni ed integrazioni, non può² essere superiore al 50 per cento di quella sostenuta per le rispettive finalità  nell'anno 2009. Le disposizioni di cui al presente comma costituiscono principi generali ai fini del coordinamento della finanza pubblica ai quali si adeguano le regioni, le province autonome, gli enti locali e gli enti del Servizio sanitario nazionale. Per il comparto scuola e per quello delle istituzioni di alta formazione e specializzazione artistica e musicale trovano applicazione le specifiche disposizioni di settore. Resta fermo quanto previsto dall'articolo 1, comma 188, della legge 23 dicembre 2005, n. 266. Per gli enti di ricerca resta fermo, altresì¬, quanto previsto dal comma 187 dell’articolo 1 della medesima legge n. 266 del 2005, e successive modificazioni. Alle minori economie pari a 27 milioni di euro a decorrere dall’anno 2011 derivanti dall’esclusione degli enti di ricerca dall’applicazione delle disposizioni del presente comma, si provvede mediante utilizzo di quota parte delle maggiori entrate derivanti dall’ articolo 38, commi 13-bis e seguenti. Il presente comma non si applica alla struttura di missione di cui all'art. 163, comma 3, lettera a), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163. Il mancato rispetto dei limiti di cui al presente comma costituisce illecito disciplinare e determina responsabilità  erariale. Per le amministrazioni che nell’anno 2009 non hanno sostenuto spese per le finalità  previste ai sensi del presente comma, il limite di cui al primo periodo è computato con riferimento alla media sostenuta per le stesse finalità  nel triennio 2007-2009”.

Per l'anno 2011, per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo, in conseguenza degli eventi sismici nel mese di aprile 2009, il primo e il secondo periodo del comma 28 dell'articolo 9 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, si applicano con riferimento all'anno 2010 (art. 6 DL 34/2011).

Sul punto la Corte dei conti è intervenuta in diverse occasioni:

a. Corte dei conti, sezioni riunite, delibera n. 6 del 15 febbraio 2005: “Linee di indirizzo e criteri interpretativi sulle disposizioni della legge 30 dicembre 2004, n. 311 (finanziaria 2005) in materia di affidamento d’incarichi di studio o di ricerca ovvero di consulenza (art. 1, commi 11 e 42). In tale documento è stata, tra l’altro, evidenziata la differenza tra i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa”, ed il lavoro autonomo;

b. Corte dei Conti della Lombardia - deliberazione n. 722/pareri/2010 “per la quale i buoni lavoro (voucher) emessi per lavoro accessorio dagli enti locali rientrano a pieno titolo tra le spese di personale ai sensi dei commi 557 e 562 della finanziaria 2007 (Legge n. 296/2006). Tale orientamento è confermato dalla Corte dei Conti del Piemonte con delibera 112 del 13 luglio 2011. 

PRESTAZIONI DI LAVORO ACCESSORIO

Le prestazioni di lavoro accessorio, sono quelle prestazioni di lavoro svolte al di fuori di un normale contratto di lavoro in modo discontinuo e saltuario. Il sistema di pagamento è rappresentato da buoni lavoro (o voucher).

Il committente può beneficiare di prestazioni nella completa legalità, con copertura assicurativa INAIL in caso di eventuali incidenti sul lavoro, e senza dover stipulare alcun tipo di contratto.

Il valore nominale di ciascun buono (10 euro) comprende la contribuzione in favore della Gestione separata dell’Inps (13%), l’assicurazione all’Inail (7%) e un compenso all’Inps per la gestione del servizio (5%).

Si configurano quali prestazioni occasionali di tipo accessorio, in base all’art. 70 del DLgs. 276/2003, le attività lavorative di natura occasionale rese nell'ambito:

a) di lavori domestici;

b) di lavori di giardinaggio, pulizia e manutenzione di edifici, strade, parchi e monumenti, anche nel caso in cui il committente sia un ente locale;

c) dell'insegnamento privato supplementare;

d) di manifestazioni sportive, culturali, fieristiche o caritatevoli e di lavori di emergenza o di solidarietà anche in caso di committente pubblico;

e) di qualsiasi settore produttivo, compresi gli enti locali, le scuole e le università, il sabato e la domenica e durante i periodi di vacanza da parte di giovani con meno di venticinque anni di età se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso un istituto scolastico di qualsiasi ordine e grado, compatibilmente con gli impegni scolastici, ovvero in qualunque periodo dell’anno se regolarmente iscritti a un ciclo di studi presso l’università;

f) di attività agricole di carattere stagionale effettuate da pensionati, da casalinghe e da giovani di cui alla lettera e), ovvero delle attività agricole svolte a favore dei soggetti di cui all’articolo 34, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633;

g) dell'impresa familiare di cui all'articolo 230-bis del codice civile;

h) della consegna porta a porta e della vendita ambulante di stampa quotidiana e periodica;

h-bis) di qualsiasi settore produttivo, compresi gli enti locali da parte di pensionati;

h-ter) di attività di lavoro svolte nei maneggi e nelle scuderie.

In via sperimentale per l’anno 2010, termine prorogato da ultimo fino al 31 dicembre 2012 dal D.L. 216/201, per prestazioni di lavoro accessorio si intendono anche le attività lavorative di natura occasionale rese nell’ambito di qualsiasi settore produttivo da parte di prestatori di lavoro titolari di contratti di lavoro a tempo parziale, con esclusione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro presso il datore di lavoro titolare del contratto a tempo parziale.

In via sperimentale per gli anni 2009 e 2010, termine prorogato da ultimo fino al 31 dicembre 2012 dal D.L. 216/2011 le prestazioni di lavoro accessorio possono essere rese, in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali e nel limite massimo di 3.000 euro per anno solare, da percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito compatibilmente con quanto stabilito dall’articolo 19, comma 10, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2. L’INPS provvede a sottrarre dalla contribuzione figurativa relativa alle prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito gli accrediti contributivi derivanti dalle prestazioni di lavoro accessorio.

Le attività lavorative in esame, anche se svolte a favore di più beneficiari, configurano rapporti di natura meramente occasionale e accessoria, intendendosi per tali le attività che non danno complessivamente luogo, con riferimento al medesimo committente, a compensi superiori a 5.000 euro netti (6660 euro lordi) nel corso di un anno solare.

Nel caso di percettori di prestazioni integrative o di sostegno al reddito, il limite economico è di 3.000 euro netti (4000 euro lordi) complessivi per anno solare e non per singolo committente. Per eventuali compensi superiori a 3000 euro, il prestatore ha l’obbligo di presentare preventiva comunicazione alle Sedi provinciali dell’Istituto. Nel caso di più contratti di lavoro accessorio stipulati nel corso dell’anno e retribuiti singolarmente per meno di 3.000 euro per anno solare, la comunicazione andrà resa prima che il compenso determini il superamento del predetto limite dei 3.000 euro se sommato agli altri redditi per lavoro accessorio.

Le imprese familiari possono utilizzare prestazioni di lavoro accessorio per un importo complessivo non superiore, nel corso di ciascun anno fiscale, a 10.000 euro.

I prestatori possono essere

- pensionati

(titolari di trattamento pensionistico in regime obbligatorio).

- studenti

(giovani con meno di 25 anni di età, regolarmente iscritti ad un ciclo di studi presso l'Università o istituto scolastico di ogni ordine e grado e con almeno 16 anni di età e, se minorenni, previa autorizzazione del genitore o di chi esercita la potestà).

I giovani studenti possono accedere al lavoro occasionale accessorio per attività rese nell’ambito di qualsiasi settore produttivo il sabato e la domenica di tutti i periodi dell’anno, oltre che nei periodi di vacanza.

I "periodi di vacanza" si riferiscono a:

a) "vacanze natalizie" il periodo che va dal 1° dicembre al 10 gennaio;

b) "vacanze pasquali" il periodo che va dalla domenica delle Palme al martedì successivo il lunedì dell'Angelo;

c) "vacanze estive" i giorni compresi dal 1° giugno al 30 settembre;

Gli studenti iscritti ad un ciclo regolare di studi universitari possono svolgere lavoro occasionale accessorio in qualunque

periodo dell'anno.

Gli studenti possono, inoltre, essere impiegati nelle Scuole e nelle Università.

- percettori di prestazioni integrative del salario o sostegno al reddito

in tutti i settori produttivi (compresi gli enti locali) nel limite massimo di 3.000 euro per anno solare, possono prestare lavoro occasionale accessorio i percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito (cassintegrati, titolari di disoccupazione ordinaria, disoccupazione speciale per l'edilizia e i lavoratori in mobilità).

- lavoratori part-time

I prestatori appartenenti a queste categorie possono svolgere prestazioni lavorative di natura occasionale nell'ambito di qualsiasi settore produttivo, con esclusione della possibilità di utilizzare i buoni lavoro presso il datore di lavoro titolare

del contratto a tempo parziale.

- altre categorie di prestatori

inoccupati, titolari di disoccupazione a requisiti ridotti o disoccupazione speciale per agricoltura, lavoratori dipendenti pubblici e privati, nell'ambito delle tipologie di attività individuate dalla norma. Se pubblici, è necessaria l’autorizzazione dell’amministrazione

di appartenenza.

- lavoratori stranieri regolarmente soggiornanti in Italia

Secondo le fattispecie previste, possono accedere al lavoro occasionale accessorio anche tutti i cittadini stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale. Tali attività non consentono nè il rilascio nè il rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Per ricorrere a prestazioni di lavoro accessorio, i beneficiari acquistano uno o più carnet di buoni per prestazioni di lavoro accessorio il cui valore nominale è stato da ultimo fissato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali del 12 ottobre 2008. Tale valore nominale è stabilito tenendo conto della media delle retribuzioni rilevate per le attività lavorative affini a quelle sopra elencate, nonchè del costo di gestione del servizio.

Si possono acquistare:

- presso le Sedi INPS territoriali;

- presso i tabaccai che aderiscono alla convenzione INPS - FIT, visualizzabili tramite apposite vetrofanie;

- attraverso procedure telematiche (c.d. buono lavoro virtuale), accedendo al sito inps.it;

Con l’estensione della fase sperimentale all’intero territorio nazionale, dal 27 febbraio 2012 è possibile acquistare e riscuotere i buoni lavoro (voucher) presso l’intera rete degli Uffici Postali. I voucher sono in vendita nel valore nominale di 10, 20 e 50 euro e in carnet da 25 buoni. Nella cifra sono previste la copertura assicurativa Inail e quella previdenziale Inps, di conseguenza, i periodi di lavoro retribuiti con i buoni sono validi ai fini pensionistici. Il datore di lavoro può acquistare i voucher in contanti o tramite Postamat, presentando la tessera sanitaria per la verifica del codice fiscale o comunicando la partita IVA.  Il limite per l’acquisto giornaliero è di 5000euro lordi. Dal giorno successivo all’acquisto e in ogni caso prima dell’avvio della prestazione di lavoro, il datore di lavoro dovrà comunicare all’Inps il proprio codice fiscale, la tipologia di attività, i dati del prestatore, il luogo di lavoro, la data d’inizio e fine della prestazione. La comunicazione può essere effettuata o chiamando il Contact center Inps-Inail (803164) o tramite portale Inps (Come fare per Utilizzare i buoni lavoro) o presso la sede Inps. I buoni sono riscuotibili dal secondo giorno successivo alla fine della prestazione di lavoro occasionale ed entro due anni dal giorno di emissione. Per poter riscuotere i buoni il prestatore deve presentarsi con la propria tessera sanitaria per la verifica del codice fiscale.

Con riferimento all'impresa familiare di cui all'articolo 70, comma 1, lettera g), trova applicazione la normale disciplina contributiva e assicurativa del lavoro subordinato.

Con specifico riguardo alle attività agricole non integrano in ogni caso un rapporto di lavoro autonomo o subordinato le prestazioni svolte da parenti e affini sino al quarto grado in modo meramente occasionale o ricorrente di breve periodo, a titolo di aiuto, mutuo aiuto, obbligazione morale senza corresponsione di compensi, salvo le spese di mantenimento e di esecuzione dei lavori.

 Trattamento fiscale. Il prestatore di lavoro accessorio percepisce il proprio compenso presso il concessionario, all'atto della restituzione dei buoni ricevuti dal beneficiario della prestazione di lavoro accessorio. Tale compenso è esente da qualsiasi imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato del prestatore di lavoro accessorio.

 Trattamento previdenziale. Il valore nominale del buono (voucher) è comprensivo della contribuzione a favore della gestione separata INPS, di quella dell’INAIL e di una quota per la gestione del servizio. Attraverso i ‘buoni lavoro' (voucher) è garantita la copertura previdenziale presso l'INPS e quella assicurativa presso l'INAIL, nei limiti di 5.000 euro nette per prestatore, per singolo committente nel corso di un anno solare o, nel caso di prestatori che percepiscono misure di sostegno al reddito, di 3.000 euro netti complessivi nell’anno solare.

I buoni lavoro hanno un valore di 10 euro ciascuno, che comprende la contribuzione in favore della Gestione separata dell’Inps (13%), l’assicurazione all’Inail (7%) e un compenso all’INPS (5%) per la gestione del servizio. Il valore netto favore del prestatore è di 7,50 euro.

Non danno diritto alle prestazioni di malattia, maternità, disoccupazione e assegni familiari.

Il concessionario provvede al pagamento delle spettanze alla persona che presenta i buoni, registrandone i dati anagrafici e il codice fiscale, effettua il versamento per suo conto dei contributi per fini previdenziali all'INPS, alla gestione separata di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, in misura pari al 13 per cento del valore nominale del buono, e per fini assicurativi contro gli infortuni all'INAIL, in misura pari al 7 per cento del valore nominale del buono, e trattiene l'importo autorizzato dal decreto di cui al comma 1, a titolo di rimborso spese.  

COLLABORAZIONE COORDINATA E CONTINUATIVA

I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa sono disciplinati dagli dal art.61 al 69 del DLgs. 276/2003, presentano le seguenti caratteristiche:

assenza di un vincolo di subordinazione;

gestione autonoma da parte del collaboratore (la definizione dei tempi di lavoro e delle relative modalità deve essere rimessa al collaboratore) in funzione del risultato (che assume rilevanza giuridica indipendentemente dal tempo impiegato per l'esecuzione dell'attività lavorativa);

prestazione resa a favore di un committente;

prestazione riconducibile a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente. Il progetto consiste in un'attività produttiva ben identificabile e funzionalmente collegata ad un determinato risultato finale cui il collaboratore partecipa direttamente con la sua prestazione. L'individuazione del progetto da dedurre nel contratto compete al committente. Le valutazioni e scelte tecniche, organizzative e produttive sottese al progetto sono insindacabili. Il programma di lavoro consiste in un tipo di attività cui non è direttamente riconducibile un risultato finale. Il programma di lavoro o la fase di esso si caratterizzano, infatti, per la produzione di un risultato solo parziale destinato ad essere integrato, in vista di un risultato finale, da altre lavorazioni e risultati parziali.

coordinamento con la organizzazione del committente. Il coordinamento può essere riferito sia ai tempi di lavoro che alle modalità di esecuzione del progetto o del programma di lavoro, ferma restando, ovviamente, l'impossibilità del committente di richiedere una prestazione o un'attività esulante dal progetto o programma di lavoro originariamente convenuto;

irrilevanza del tempo impiegato per l’esecuzione della prestazione. Nel caso di programma di lavoro la determinabilità della durata può dipendere dalla persistenza dell'interesse del committente alla esecuzione del progetto, programma di lavoro o fase di esso;

rapporto unitario e continuativo;

retribuzione periodica stabilita. Il corrispettivo deve essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito.

 I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione, di cui all'articolo 409, n. 3, del codice di procedura civile devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l'esecuzione dell’attività  lavorativa.

L'art. 61 non sostituisce e/o modifica l'art. 409, n. 3, c.p.c. bensì individua, per l'ambito di applicazione del decreto e - nello specifico - della medesima disposizione, le modalità di svolgimento della prestazione di lavoro del collaboratore, utili ai fini della qualificazione della fattispecie nel senso della autonomia o della subordinazione.

Proprio i requisiti del lavoro a progetto costituiscono differenziazione tra la tipologia contrattuale in esame e quelle riconducibili, da un lato, al lavoro subordinato e, dall'altro, al lavoro autonomo (art. 2222 c.c.). In effetti, sia l'introduzione nel nostro ordinamento della fattispecie dei rapporti di collaborazione coordinata e continuativa nella modalità a progetto sia la previsione di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa a carattere occasionale ex art. 61, comma 2, del d. lgs. n. 276/03, non hanno comportato l'abrogazione delle disposizioni del contratto d'opera di cui all'art. 2222 e ss. del codice civile. Ne consegue che, ad esempio, nel caso di un prestatore d'opera che superi, nei rapporti con uno stesso committente, uno dei due limiti previsti dall'art. 61, comma 2, del d. lgs. n. 276/03, non necessariamente dovrà veder qualificato il proprio rapporto come collaborazione a progetto o a programma, ben potendosi verificare il caso che quel prestatore abbia reso una o più prestazioni d'opera ai sensi dell'art. 2222 e seguenti del codice civile.

La disciplina che emerge dall'art. 61 è, come detto, finalizzata a impedire l'utilizzo improprio o fraudolento delle collaborazioni coordinate e continuative. Al di fuori del campo di applicazione dell'art. 61 si collocano, con tutta evidenza, fattispecie che non presentano significativi rischi di elusione della normativa inderogabile del diritto del lavoro.

Il contratto di lavoro a progetto è stipulato in forma scritta e deve contenere, ai fini della prova, i seguenti elementi:

a) indicazione della durata, determinata o determinabile, della prestazione di lavoro;

b) indicazione del progetto o programma di lavoro, o fasi di esso, individuata nel suo contenuto caratterizzante, che viene dedotto in contratto;

c) il corrispettivo e i criteri per la sua determinazione, nonchè i tempi e le modalità di pagamento e la disciplina dei rimborsi spese;

d) le forme di coordinamento del lavoratore a progetto al committente sulla esecuzione, anche temporale, della prestazione lavorativa, che in ogni caso non possono essere tali da pregiudicarne l'autonomia nella esecuzione dell'obbligazione lavorativa;

e) le eventuali misure per la tutela della salute e sicurezza del collaboratore a progetto, fermo restando quanto disposto dall'articolo 66, comma 4.

Il compenso corrisposto ai collaboratori a progetto deve essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito, e deve tenere conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto.

Salvo diverso accordo tra le parti il collaboratore a progetto può svolgere la sua attività a favore di più committenti. Il collaboratore a progetto non deve svolgere attività in concorrenza con i committenti nè, in ogni caso, diffondere notizie e apprezzamenti attinenti ai programmi e alla organizzazione di essi, nè compiere, in qualsiasi modo, atti in pregiudizio della attività dei committenti medesimi.

La gravidanza, la malattia e l'infortunio del collaboratore a progetto non comportano l'estinzione del rapporto contrattuale, che rimane sospeso, senza erogazione del corrispettivo. Salva diversa previsione del contratto individuale, in caso di malattia e infortunio la sospensione del rapporto non comporta una proroga della durata del contratto, che si estingue alla scadenza. Il committente può comunque recedere dal contratto se la sospensione si protrae per un periodo superiore a un sesto della durata stabilita nel contratto, quando essa sia determinata, ovvero superiore a trenta giorni per i contratti di durata determinabile. In caso di gravidanza, la durata del rapporto è prorogata per un periodo di centottanta giorni, salva più favorevole disposizione del contratto individuale.

I contratti di lavoro di cui al presente capo si risolvono al momento della realizzazione del progetto o del programma o della fase di esso che ne costituisce l'oggetto. Le parti possono recedere prima della scadenza del termine per giusta causa ovvero secondo le diverse causali o modalità, incluso il preavviso, stabilite dalle parti nel contratto di lavoro individuale.

I rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l'individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, sono considerati rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato sin dalla data di costituzione del rapporto. Qualora venga accertato dal giudice che il rapporto instaurato sia venuto a configurare un rapporto di lavoro subordinato, esso si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le parti. Il controllo giudiziale è limitato esclusivamente, in conformità ai principi generali dell'ordinamento, all'accertamento della esistenza del progetto, programma di lavoro o fase di esso e non può essere esteso fino al punto di sindacare nel merito valutazioni e scelte tecniche, organizzative o produttive che spettano al committente.

Analogo progetto o programma di lavoro può essere oggetto di successivi contratti di lavoro con lo stesso collaboratore.

Quest'ultimo può essere a maggior ragione impiegato successivamente anche per diversi progetti o programmi aventi contenuto del tutto diverso.

Tuttavia i rinnovi, così come i nuovi progetti in cui sia impiegato lo stesso collaboratore, non devono costituire strumenti elusivi dell'attuale disciplina. Ciascun contratto di lavoro a progetto deve pertanto presentare, autonomamente considerato, i requisiti di legge.

Con Circ. Min. Lav. N. 1 del 8 gennaio 2004 sono state emanate indicazioni in merito alla Disciplina delle collaborazioni coordinate e continuative nella modalità c.d. a progetto. Decreto legislativo n. 276/03” .

Con la circolare del 15 luglio 2004 il Dipartimento della Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio dei Ministri si è espresso in materia di collaborazione coordinata e continuativa nella Pubblica Amministrazione.

L'articolo 61, oltre a definire positivamente le modalità di svolgimento delle collaborazioni coordinate e continuative c.d. a progetto, esclude infatti dalla riconducibilità a tale tipo contrattuale:

le prestazioni occasionali, intendendosi per tali i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell'anno solare con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare, sempre con il medesimo committente, sia superiore a 5 mila Euro. Si tratta di collaborazioni coordinate e continuative per le quali, data la loro limitata "portata", si è ritenuto non fosse necessario il riferimento al progetto e, dunque, di sottrarle dall'ambito di applicazione della nuova disciplina. 

Trattamento fiscale. Il reddito prodotto è assimilato al lavoro dipendente.

Non producono redditi assimilati a lavoro dipendente, le attività derivanti da rapporti di collaborazione:

a) che rientrano nei compiti istituzionali compresi nell’attività di lavoro dipendente. Pertanto il reddito si configurerà di lavoro dipendente;

b) le attività rientranti nell’oggetto dell’arte o della professione esercitata dal contribuente. Pertanto il reddito si configurerà di lavoro autonomo.

La riqualificazione fiscale dei redditi di collaborazione ha comportato, a decorrere da tale data, l’applicazione di tutti gli istituti tipici del rapporto di lavoro dipendente, quali ad es. le diverse norme di definizione della base imponibile (art. 51 del TUIR è ex art. 48), il principio di cassa allargato (i  compensi percepiti concorrono a formare il reddito dell'anno solare in cui sono riscossi, indipendentemente dal momento in cui si è avuta la prestazione lavorativa).

La mancata deduzione del progetto nel contratto, infatti, preclude solo la possibilità di dimostrarne l'esistenza e la consistenza con prova testimoniale. 

Trattamento previdenziale. Nelle collaborazioni coordinate e continuative il contributo è per 2/3 a carico del committente e per 1/3 a carico del collaboratore. L'obbligo di versamento compete tuttavia al committente anche per la quota a carico del lavoratore, che viene pertanto trattenuta in busta paga all'atto della corresponsione del compenso. Ai fini di una corretta applicazione dell’aliquota, il committente deve inoltre acquisire dal lavoratore apposita dichiarazione sulla sua situazione contributiva (eventuale titolarità di pensioni o di ulteriori rapporti.

Il versamento va effettuato con mod. F24 ed il termine di scadenza è il giorno 16 del mese successivo a quello di pagamento del compenso, in armonia con le disposizioni previste dai D.Lgs 241/97 e 422/98 in materia di riscossione unificata.

La base imponibile per il calcolo del contributo alla Gestione Separata Ã¨ individuata con le stesse regole dettate dal fisco per l'individuazione della base imponibile Irpef ed è quella che risulta dalla dichiarazione dei redditi e dagli accertamenti definitivi (L. 335/95, art. 2, c. 29).

Ne consegue che l'ambito di iscrivibilità alla Gestione Separata è¨ strettamente connesso all'evoluzione delle norme di qualificazione fiscale del reddito.

In data 3 febbraio 2012 l'Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha diramato la Circ. n. 16 in merito alla gestione separata di cui all'art. 2, comma 26, L. n. 335 del 1995. In particolare vengono trattati i temi relativi alle aliquote contributive, alle aliquote di computo e ai massimali e minimali per l'anno 2012 

COLLABORAZIONI MARGINALI (PRESTAZIONI OCCASIONALI)

In base all’art. 61 c. 2, del DLgs. 276/2003, sono prestazioni occasionali i rapporti di durata complessiva non superiore a 30 giorni nel corso dell'anno solare ovvero, nell’ambito dei servizi di cura e assistenza alla persona, non superiore a 240 ore, con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5000 euro.

Qualora siano superati i limiti riguardanti la durata e/o l’ammontare dei compensi e via sia coordinamento con l’attività del committente, si configura una fattispecie assimilata al lavoro dipendente ( c.d. lavoro a progetto).

Si tratta di collaborazioni coordinate e continuative per le quali, data la loro limitata "portata", si è ritenuto non fosse necessario il riferimento al progetto e, dunque, di sottrarle dall'ambito di applicazione della nuova disciplina; tali rapporti di collaborazione coordinata e continuativa si distinguono sia dalle prestazioni occasionali di tipo accessorio rese da particolari soggetti di cui agli articoli 70 e seguenti del decreto legislativo, sia dalle attività di lavoro autonomo occasionale vero e proprio, ossia dove non si riscontra un coordinamento ed una continuità  nelle prestazioni

 Trattamento fiscale. I redditi da lavoro autonomo occasionale sono fiscalmente classificati fra i “redditi diversi”, ai sensi dell’art. 67, c. 1, lett. l del TUIR.

L’art. 71, c. 2 del TUIR dispone che l’imponibile sia ricavato per differenza tra l’ammontare percepito (criterio di cassa) nel periodo d’imposta e le spese specificamente inerenti alla loro produzione.

Trattamento previdenziale.

Non sono soggette agli obblighi contributivi previsti per le collaborazioni coordinate e continuative. In base a quanto disposto dall’articolo 44, comma 2, del decreto-legge n. 269 del 30 settembre 2003, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326, “a decorrere dal 1° gennaio 2004 i soggetti esercenti attività  di lavoro autonomo occasionale e gli incaricati alle vendite a domicilio di cui all'articolo 19 del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 114, sono iscritti alla gestione separata di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335, solo qualora il reddito annuo derivante da dette attività  sia superiore ad euro 5.000. Per il versamento del contributo da parte dei soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale si applicano le modalità ed i termini previsti per i collaboratori coordinati e continuativi iscritti alla predetta gestione separata” 

LAVORO AUTONOMO OCCASIONALE

Prescinde da limiti di durata o da soglie di compensi.

Rispetto alla co-co-co, a progetto e non, il lavoro autonomo occasionale si distingue quindi per:

la completa autonomia del lavoratore circa i tempi e le modalità di esecuzione del lavoro, dato il mancato potere di coordinamento del committente;

la mancanza del requisito della continuità, dato il carattere del tutto episodico dell’attività lavorativa;

il mancato inserimento funzionale del lavoratore nell’organizzazione aziendale;

la prestazione è svolta a favore di un committente di un’opera o di un servizio in proprio e senza vincolo di subordinazione e senza alcun coordinamento con la struttura organizzativa del committente.

Si distingue, pertanto, dai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa per l’assenza di coordinamento e di inserimento nella struttura organizzativa del committente, e per l’esclusione dell’obbligo di comunicare al centro per l’impiego la stipula del contratto (nota Min Lav. 4 gennaio 2007, n. 440 e 14 febbraio 2007 n. 4746).

Il contratto di lavoro autonomo occasionale non richiede particolari formalità.

Trattamento fiscale. I redditi da lavoro autonomo occasionale sono fiscalmente classificati fra i “redditi diversi”, ai sensi dell’art. 67, c. 1, lett. l del TUIR. L’art. 71, c. 2 del TUIR dispone che l’imponibile sia ricavato per differenza tra l’ammontare percepito (criterio di cassa) nel periodo d’imposta e le spese specificamente inerenti alla loro produzione. Per quanto riguarda i rimborsi spese, l’AF con Ris. N. 69E del 21 marzo 2003 ha precisato che “..... i compensi per lavoro autonomo sono computati al netto solamente dei contributi previdenziali e assistenziali; conseguentemente nella nozione di compenso devono ricondursi anche i rimborsi di spese inerenti alla produzione del reddito di lavoro autonomo. Per quanto concerne il lavoro autonomo occasionale, l'art. 85, comma 2, del (v)Tuir, nel prevedere che i redditi di lavoro autonomo occasionale di cui all'art. 81, comma 1, lettera l) del (v) Tuir "sono costituiti dalla differenza tra l'ammontare percepito nel periodo d'imposta e le spese specificamente inerenti alla loro produzione" riconduce, sostanzialmente, fra i proventi percepiti anche i rimborsi spesa inerenti alla produzione del reddito. Pertanto, le somme corrisposte a titolo di rimborso spese inerenti alla produzione del reddito di lavoro autonomo anche occasionale devono considerarsi, in via generale, quali compensi "comunque denominati" e devono essere, quindi, assoggettati, ai sensi dell'art. 25 del D.P.R. n. 600 del 1973, alla ritenuta alla fonte a titolo di acconto nella misura del 20 per cento. All’atto del pagamento il sostituto d’imposta deve operare una ritenuta del 20% (art. 25 DPR 600/73).

Il committente, entro il 16 del mese successivo, mediante il Modello F24, verserà all’erario la ritenuta operata. Tale importo dovrà essere dichiarato nell’apposita sezione del Modello 770/Semplificato.

Entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello di corresponsione dei compensi, il committente dovrà, inoltre, rilasciare una certificazione riassuntiva degli importi erogati, delle ritenute operate e versate e degli eventuali contributi trattenuti e versati.   

Trattamento previdenziale.

Qualora il reddito sia superiore a 5 mila euro, in base all’art. 44 c. 2 del DL 269/2003, i soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale sono iscritti alla gestione separata di cui all'articolo 2, comma 26, della legge 8 agosto 1995, n. 335. Per il versamento del contributo da parte dei soggetti esercenti attività di lavoro autonomo occasionale si applicano le modalità ed i termini previsti per i collaboratori coordinati e continuativi iscritti alla predetta gestione separata. Il contributo INPS è dovuto solo sui compensi eccedenti i 5000 euro e, così come i co.co.co. è ripartito tra committente (2/3) e lavoratore (1/3). Per l’INPS, il committente deve applicare l’aliquota contributiva sul compenso lordo erogato al lavoratore, dedotte le spese poste a carico del committente e risultanti dalla ricevuta di pagamento. Qualora iscritto alla gestione separata, così come precisato dall’INPS con circolare 13 marzo 2006 n. 41, al lavoratore spetta la corresponsione dell’assegno per il nucleo familiare e le prestazioni di malattia e maternità. LA contribuzione è dovuta nel limite del massimale.

L’imponibile previdenziale è costituito dal compenso lordo erogato al lavoratore, dedotte eventuali spese poste a carico del committente e risultanti dalla fattura. Per ridurre il rischio di eventuali contestazioni o contenziosi sulla qualificazione del rapporto di lavoro, è possibile, anche per le prestazioni occasionali, ricorrere alla certificazione del rapporto (artt. 75-84 del D.Lgs. n. 276/2003), richiedendo ad un organo qualificato la preventiva verifica del contenuto del rapporto di lavoro.

Contratto di formazione e lavoro. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il contratto di formazione e lavoro è stato un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato previsto dall'ordinamento giuridico della Repubblica italiana.

Introdotto con la legge 19 dicembre 1984, n. 863, è stato in seguito sostituito dal contratto di inserimento previsto dal decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276. (cosiddetta Legge Biagi), successivamente abrogato negli articoli da 54-59 dall'art. 1, co.14, legge 92/2012, consentendo quindi l'utilizzo del contratto di formazione e lavoro solo da parte delle Pubbliche Amministrazioni.

Descrizione

Esso prevedeva l'obbligo per il datore di lavoro di fornire, oltre alla retribuzione, una specifica attività formativa; e per il lavoratore, oltre a rendere la prestazione, anche di seguire con diligenza la formazione stessa.

Si è trattato di un tipo di contratto di lavoro con funzione formativa "a causa mista", simile al contratto di apprendistato, per la tassatività della durata, per la possibilità di assumere con inquadramento inferiore a quello previsto per la qualifica da conseguire, per la presenza di sgravi contributivi, per l'obbligo di assicurare un'attività formativa di durata e contenuti programmati e per la stipulabilità soltanto da datori di lavoro che, al momento della richiesta di avviamento, abbiano confermato in servizio almeno una percentuale minima dei contratti instaurati con la stessa fonte e venuti a scadere nei mesi precedenti.

Come per ogni tipo di contratto di lavoro, anche nei contratti di formazione e lavoro era richiesta la forma scritta ad substantiam, in mancanza della quale il contratto viene automaticamente convertito a tempo indeterminato.

Attualmente il Contratto di Formazione e Lavoro non è più sottoscrivibile perché abrogato, con riferimento peraltro al solo settore privato; ugualmente il Contratto di inserimento è stato abrogato dalla legge 92/2012. Il contratto di formazione e lavoro permane invece nel settore del Pubblico Impiego. 

Assunzioni nella PA riservate ai giovani. Giovanni Galli ITALIAOGGI - NUMERO 145   PAG. 35 DEL 21/06/2023

Le p.a. potranno assumere, nel limite del 10%, e fino al 31/12/2026, giovani laureati con contratto di apprendistato o studenti di età inferiore a 24 anni con contratto di formazione e lavoro, da inquadrare nell’area funzionari 

Le p.a. potranno assumere, nel limite del 10%, e fino al 31/12/2026, giovani laureati con contratto di apprendistato o studenti di età inferiore a 24 anni con contratto di formazione e lavoro, da inquadrare nell'area funzionari.

Conversione in legge del Decreto Pa bis, ecco cosa cambia. da lentepubblica.it 5 Agosto 2023

Ok definitivo alla conversione in legge del Decreto Pa bis: all’interno una serie di disposizioni urgenti per il pubblico impiego.

“Con questo provvedimento  compiamo un altro passo nel percorso di modernizzazione della Pubblica amministrazione intrapreso da questo governo”.

Il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, commenta così il via libera al Senato – dopo quello della Camera – al cosiddetto Dl Pa bis, che diventa legge.

Si tratta di misure per rendere più efficienti le nostre amministrazioni e dotarle degli strumenti necessari in tempi rapidi.

Si va dalla riorganizzazione di alcune strutture centrali e al potenziamento degli organici, a importanti novità per accelerare i concorsi per l’assunzione di docenti e le assunzioni del personale scolastico, a un coordinamento efficiente dei servizi e delle politiche attive del lavoro fino allo sblocco dei concorsi e delle graduatorie per gli enti territoriali.

In sede di conversione sono stati anche approvati due importanti emendamenti riguardanti le graduatorie dei concorsi e le assunzioni dei giovani: il limite del 20% agli idonei non si applica a determinati casi; mentre per i contratti di apprendistato e formazione lavoro, l’emendamento approvato amplia la possibilità di utilizzare le misure per favorire il reclutamento dei giovani nella pubblica amministrazione.

Contratti di apprendistato e formazione lavoro

L’emendamento approvato amplia notevolmente la possibilità di utilizzare le misure per favorire il reclutamento dei giovani nella pubblica amministrazione, previsto dall’art. 3-ter del D.L. n. 44/2023.

Si tratta in particolare:

dei contratti di apprendistato con giovani laureati individuati su base territoriale attraverso il portale InPA;

e dei contratti di formazione lavoro con studenti di età inferiore ai 24 anni che abbiano concluso il ciclo di esami sulla base di convenzioni con le Università.

I predetti contratti, stipulati a tempo determinato, possono al termine essere trasformati a tempo indeterminato sulla base della valutazione del servizio prestato.

In particolare per Comuni, Unioni di Comuni e Città metropolitane:

si raddoppia (dal 10% al 20%) il budget assunzione che può essere riservato a ciascuna  delle due forme contrattuali (quindi complessivamente fino al 40%);

si ampliano le deroghe ai limiti procedurali, chiarendo che per le assunzioni in questione non è necessario attivare le procedure di mobilità preventiva e le deroghe ai limiti finanziari, specificando che è possibile incrementare la spesa per i trattamenti economici accessori dei neo assunti, anche se a tempo determinato.

La Pubblica Amministrazione cerca giovani da assumere, ecco le novità. Valentina Menassi il 30 Luglio 2023 su Il Giornale.

In arrivo gli incentivi per assumere i giovani. La norma prevede contratti di apprendistato e di formazione lavoro per candidati under 24. Previsti premi per alzare gli stipendi

Tabella dei contenuti

 Le tipologie di contratto

 Le novità

 Attrarre nuovi profili brillanti

 L’attivazione delle procedure di mobilità

 La parola all’Aran

La Pubblica amministrazione è in cerca di giovani. I dipendenti del settore statale hanno un’età media che supera i cinquant’anni e il progetto è quello di assumere ragazzi appena entrati o pronti a entrare nel mondo del lavoro. I comuni sono tra i primi a cercare gli studenti più meritevoli. Ecco la novità in arrivo che potrebbe ringiovanire il settore della Pa.

Le tipologie di contratto

Da pochissimo tempo è stato approvato dalla Camera un emendamento al Decreto-bis in ambito di Pa. Il firmatario è Roberto Pella, sostituto del vice presidente dell'Anci. La proposta include contratti di apprendistato e di formazione-lavoro dedicati ai giovani. Le formule incluse sono due e sono spesso presenti all’interno del settore privato grazie ai loro benefici contributivi. Il primo è il contratto di apprendistato che è previsto fino a 29 anni mentre il secondo riguarda la formazione-lavoro che consente agli studenti universitari under 24 anni e che non hanno ancora completato gli studi, di passare un determinato periodo temporale all'interno delle amministrazioni. Quest’ultima opzione prevede che dopo aver trascorso due anni e nel caso di esito positivo il contratto dei giovani venga trasformato a tempo indeterminato.

Le novità

I comuni potranno destinare il 20% delle loro "facoltà assunzionali", ovvero la possibilità di scegliere chi assumere, tramite apprendistato e la stessa percentuale all’opzione formazione-lavoro. Questo significa che il 40% delle posizioni aperte negli enti locali territoriali sarà dedicata ai giovani. Inoltre, come spiega l’Anci, si possono effettuare delle deroghe ai limiti finanziari e quindi sono previsti aumenti per la spesa dedicata ai trattamenti economici accessori dei neo assunti, anche se a tempo determinato. In sostanza i nuovi arrivati potranno ricevere premi che consentiranno di aumentare lo stipendio in fase di ingresso.

Attrarre nuovi profili brillanti

In questi ultimi anni la Pubblica amministrazione ha riscontrato delle difficoltà nell’attrarre profili particolarmente brillanti, specialmente nel settore di ingegneri, architetti, esperti di dati o altre professioni riguardanti il mondo digitale e la transizione green. Spesso queste figure scelgono il mondo del lavoro privato perché consente di ottenere contratti con condizioni maggiormente favorevoli e, soprattutto, con stipendi più elevati. L'idea è quella di incentivare i processi di assunzione di queste figure attraverso contratti specifici.

L’attivazione delle procedure di mobilità

Infine viene eliminata anche l’esclusione all’attivazione preventiva delle procedure di mobilità. Il comune dovrà svolgere delle verifiche per vedere che ci siano lavoratori disponibili a occupare le posizioni per le quali vorrebbe aprire un concorso. Solo nel caso in cui non ci fossero queste figure all’interno del paese o in luoghi vicini, si aprirà la possibilità di rivolgersi all’esterno. Questa opzione non riguarderà i contratti di apprendistato e di formazione-lavoro.

La parola all’Aran

Il presidente dell’Agenzia per la contrattazione del pubblico impiego, Antonio Naddeo, ha affermato in merito alla novità: “Si tratta di uno strumento per permettere ai giovani di entrare nella Pubblica amministrazione costruendo un ponte con le Università. Oggi, sono nati e stanno nascendo, molti corsi dedicati alla Pubblica amministrazione, e con i contratti di formazione-lavoro è possibile accelerare e favorire l'ingresso di questi studenti nelle amministrazioni”. Attualmente l’età media di chi passa il concorso super i quaranta anni, il progetto è quello di incentivare i giovani a entrare nel mondo del pubblico impiego.

Le Stabilizzazioni.

La stabilizzazione dei precari nell’art. 20 della legge Madia e nei Decreti PNRR. Di Lorenzo De Gregoriis il 24 Aprile 2023 su gdlex.it.

Se stai leggendo questo approfondimento probabilmente ti stai chiedendo se hai tutti i requisiti per la stabilizzazione e vuoi sapere quali strumenti di tutela hai a disposizione per far valere i tuoi diritti e conseguire l’agognato posto a tempo indeterminato, dopo anni e anni di precariato.

Ti dico subito che la materia è stata aggiornata alla luce di importanti novità legislative, che hanno reso possibile attivare le procedure di stabilizzazione sino al 31 dicembre 2023 (nel caso della stabilizzazione “diretta” e senza concorso) oppure fino al 31 dicembre 2024 (nel caso di stabilizzazione mediante concorso), con dimostrazione del possesso del requisito dei 36 mesi di servizio, però, alla data del 31 dicembre 2022 (nel primo caso) oppure alla data del 31 dicembre 2024 (nel secondo caso).

Parallelamente, come abbiamo detto in questo approfondimento, per favorire la stabilizzazione dei precari del comparto sanità che sono stati impiegati nella lotta alla diffusione del Covid-19, la legge di bilancio per il 2022 ha introdotto una forma di stabilizzazione “semplificata”, con termini ridotti, che è stato peraltro ulteriormente “ritoccata” con l’ultimo mille proroghe del 2023.

Prima di procedere oltre con la lettura dell’articolo, in ogni caso, ti segnalo altri approfondimenti che potrebbero interessarti:

Vedi qui per la stabilizzazione dei precari del comparto sanitario

Vedi qui per avere informazioni utili su come proporre un ricorso in materia di stabilizzazione

Vai qui se vuoi avere informazioni sugli scorrimenti delle graduatorie; ed ancora qui se vuoi comprendere se la stabilizzazione sia da preferire allo scorrimento della graduatoria e alle altre modalità di assunzione nel pubblico impiego

Vai qui per capire quali contratti valgano ai fini del conseguimento della stabilizzazione

In questo articolo 

Le ultimissime novità normative apportate al Decreto Madia

Cosa si intende con il termine “stabilizzazione” dei precari?

La stabilizzazione “diretta” o senza concorso

La stabilizzazione mediante concorso

La motivazione della scelta di indire il concorso

La stabilizzazione speciale prevista nel decreto assunzioni dell’aprile 2023.

La stabilizzazione speciale prevista dal decreto legge n. 13 del 24 febbraio 2023 (Decreto Pnrr 3)

Inizio col dirvi che il tema della stabilizzazione è fortemente travagliato ed è continuamente interessato da importanti modifiche legislative.

Ci concentriamo qui soltanto sulle ultimissime novità, che sono rappresentate dai decreti mille-proroghe per il 2022 e per il 2023, dai cosiddetti “decreti PNRR” ed infine dal c.d. decreto assunzioni.

Se il decreto mille-proroghe del 2022 (ossia, il decreto legge n. 228 del 30 dicembre 2021), aveva prorogato fino al 31 dicembre 2023 il termine massimo di indizione delle iniziative di stabilizzazione diretta, fermo restando il possesso del requisito dei tre anni di servizio al 31 dicembre 2022, il secondo decreto PNRR (decreto legge n. 36 del 2022) ha esteso fino al 31 dicembre 2024 il termine massimo per la pubblicazione dei bandi per la stabilizzazione mediante concorso, fermo restando il possesso dei requisiti dei tre anni alla medesima data.

Riassumiamo allora le novità apportate all’art. 20 del Decreto Madia:

Il decreto mille proroghe del 2022 ha esteso il termine per la pubblicazione degli avvisi di stabilizzazione diretta (fino al 31 dicembre 2023) ma non anche quello per la maturazione del requisito dei tre anni di servizio con contratti a tempo determinato, che rimane irragionevolmente “fermo” al 31 dicembre 2022;

il decreto PNRR n. 2 del 2022 ha esteso fino al 31 dicembre 2024 la possibilità di pubblicare i bandi per la stabilizzazione cd. indiretta tramite concorso (quella cioè prevista dal comma 2 dell’art. 20 del Decreto Madia), con il requisito dei tre anni di servizio da maturare entro la medesima data;

il decreto mille proroghe del 2023 (decreto legge n. 198 del 29 dicembre 2022), ha introdotto al comma 2 dell’art. 20 Madia un nuovo comma 2-bis, che prevede una proroga generale dei termini fino al 31 dicembre 2026 per i precari arruolati negli enti pubblici di ricerca (e soltanto per essi)

A quanto sopra deve aggiungersi la recente pubblicazione della legge 21 aprile 2023 n. 41 di conversione del decreto PNRR n. 3 (decreto legge n. 13 del 2023), che ha introdotto una ulteriore forma di stabilizzazione mediante concorso, fino al 31 dicembre 2026, per i dipendenti degli enti territoriali, ma solo per i progetti legati al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza.

Ed ancora il c.d. “Decreto assunzioni” (decreto legge n. 44 del 2023) ha previsto, all’art. 3 comma 5, una più generale previsione di stabilizzazione per i dipendenti di regioni, province, comuni e città metropolitane: la puoi vedere al penultimo paragrafo del nostro approfondimento. 

Cosa si intende con il termine “stabilizzazione” dei precari?

La “stabilizzazione” rappresenta la definitiva assunzione a tempo indeterminato presso l’ente con il quale il “precario” ha maturato una più o meno lunga esperienza lavorativa mediante contratti “flessibili” o “a termine”, la quale può essere conseguita sia mediante un nuovo concorso pubblico (riservato in parte ai precari in possesso di determinati requisiti, come vedremo), sia mediante una assunzione diretta e senza concorso.

Alla apparente semplicità della descrizione dell’istituto, tuttavia, non corrisponde una altrettanto semplicità “applicativa” della stabilizzazione, dal momento che i dubbi posti dal Decreto Madia (chiamato anche, impropriamente, “legge Madia”), ossia dal d.lgs. n. 75 del 2017, sono ancora oggi innumerevoli.

Prima di comprendere, però, i problemi operativi posti dalla normativa, facciamo una rapida disamina delle due modalità di stabilizzazione previste dal Decreto Madia, ossia la stabilizzazione diretta (o senza concorso) e la stabilizzazione indiretta (o mediante concorso).

Prima di farlo, vi dico anche che alcune perplessità sono parzialmente risolte dalle circolari intervenute in materia, che di seguito vi indico con un link dal quale potete anche scaricarle:

Circolare “D’Alia” n. 5 del 2013, adottata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento della Funzione Pubblica, che offre indicazioni utili anche in merito alle assunzioni basate sullo scorrimento di graduatorie vigenti

Circolare n. 3 del 2017, adottata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

In aggiunta alle richiamate circolari e al Decreto Madia, normalmente potremo trovare ulteriori “fonti” del diritto che disciplinano la stabilizzazione.

Così, ad esempio, attraverso delibere di Giunta Regionale o di Giunta Comunale che vengono frequentemente adottate a complemento del Decreto Madia: tengo a precisare, però, che tali atti normativi dovranno in ogni caso essere conformi alla normativa primaria (ossia, ancora una volta, al Decreto n. 75/2017) e dunque non possono introdurre regole “nuove” o “diverse”.

In moltissimi casi, ad esempio, le Regioni adottano delle linee guida o Protocolli per indirizzare le procedure di stabilizzazione delle Aziende Sanitarie: qui un esempio di Protocollo Madia adottato dalla Regione Sardegna.

La stabilizzazione “diretta” o senza concorso

La prima modalità di stabilizzazione “diretta” dei precari è disciplinata al comma 1 dell’art. 20 del decreto Madia, il quale prevede che il candidato che voglia aspirare alla definitiva assunzione a tempo indeterminato debba possedere cumulativamente i seguenti requisiti:

Il dipendente risulti in servizio successivamente alla data di entrata in vigore della legge n. 124 del 2015 con contratti a tempo determinato presso l’amministrazione che procede all’assunzione o, in caso di amministrazioni comunali che esercitino funzioni in forma associata, anche presso le amministrazioni con servizi associati;

sia stato reclutato a tempo determinato, in relazione alle medesime attività svolte, con procedure concorsuali anche espletate presso amministrazioni pubbliche diverse da quella che procede all’assunzione;

abbia maturato, al 31 dicembre 2022, alle dipendenze dell’amministrazione che procede all’assunzione, almeno tre anni di servizio, anche non continuativi, negli ultimi otto anni.

È importante sottolineare che tale forma di stabilizzazione risponde ai principi delineati dal citato comma 1, e che sono rappresentati dalla finalità di “superare il precariato”, di “ridurre il ricorso dei contratti a termine” e di “valorizzare la professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinato”.

Che tipo di procedimento è previsto per la stabilizzazione diretta?

Le Pubbliche Amministrazioni, ove decidano di procedere con la stabilizzazione diretta, normalmente pubblicano un “Avviso di Ricognizione” del personale precario in possesso dei requisiti di cui al comma 1 o al comma 2 dell’art. 20 del Decreto Madia: di seguito un link dal quale potete trovare un esempio di Avviso di ricognizione.

Si tratta di una procedura molto semplice in realtà: l’Avviso normalmente ripete il contenuto del comma 1 o del comma 2 dell’art. 20, senza aggiungere nulla di diverso (come è ovvio!), limitandosi a precisare (in genere) che i requisiti devono essere posseduti alla data di scadenza del termine di presentazione della domanda.

In tal caso, dunque, il candidato deve compilare l’apposita domanda ed inoltrarla all’ente (mediante PEC o raccomandata A/R).

Devo precisare che l’Avviso di Ricognizione non rappresenta assolutamente un bando di concorso, dal momento che non è prevista l’assegnazione di punteggi ai candidati che presentano la domanda; né è prevista la predisposizione di una “graduatoria”: i candidati sono infatti dichiarati idonei o non idonei e dunque sono chiamati a stipulare il contratto a tempo indeterminato solo nel primo caso.

I problemi che pone spesso questa forma di stabilizzazione sono i seguenti:

Cosa accade se l’Amministrazione prende tempo e non conclude il procedimento avviato con l’Avviso di Ricognizione?

Cosa accade se l’Amministrazione non indice un Avviso di Ricognizione? Posso avanzare di mia iniziativa una domanda per la stabilizzazione diretta, dichiarando di avere tutti i requisiti?

Cosa accade se il termine entro il quale conseguire il requisito dei 36 mesi di servizio (alla data di scadenza della domanda) è inferiore a quello previsto dal Decreto Madia (31 dicembre 2022)?

Cosa posso fare per impugnare il provvedimento che mi dichiara “non idoneo” o che mi esclude senz’altro dalla stabilizzazione?

Se vi trovate in una delle condizioni sopra descritte contattateci per avere maggiori informazioni su come tutelarvi nel migliore dei modi.

Vi anticipo, in ogni caso, che è sempre possibile formulare una istanza diretta ad ottenere la stabilizzazione, anche al di fuori di un procedimento avviato con un Avviso di Ricognizione.

Ad ogni modo, occorre tener ben presente che nella stabilizzazione diretta il ruolo centrale è rivestito dai contratti a termine: solo infatti chi ha maturato un periodo di servizio di 3 anni con questa specifica tipologia contrattuale (e non altra) maturerà un vero e proprio diritto alla stabilizzazione. Ciò in quanto solo i contratti a termine creano un rapporto di subordinazione nei confronti dell’ente.

La stabilizzazione mediante concorso

In alternativa, ai sensi del comma 2 dell’art. 20 della legge Madia, l’amministrazione sino al 31 dicembre 2024 (termine ultimamente prorogato dal Decreto PNRR 2) potrà bandire un concorso pubblico, il quale deve essere riservato però, sino ad un massimo del 50% dei posti disponibili al personale precario che abbia maturato i seguenti requisiti:

Risulti titolare, successivamente alla data di entrata in vigore della legge n. 124 del 2015, di un contratto di lavoro flessibile presso l’amministrazione che bandisce il concorso;

Abbia maturato, alla data del 31 dicembre 2024, almeno tre anni di contratto, anche non continuativi, negli ultimi otto anni, presso l’amministrazione che bandisce il concorso

Vi faccio notare, peraltro, che in entrambi i casi la scelta della stabilizzazione diretta o di quella indiretta, mediante concorso pubblico, deve essere coerente con il piano triennale del fabbisogno del personale (PTFP), sicché è illegittima la delibera che bandisce il concorso o dispone l’assunzione a tempo indeterminato del personale precario senza la previa stesura e pubblicazione del PTFP. Egualmente illegittima è la delibera ove le previsioni di assunzione del personale non sono coerenti con il menzionato Piano.

In questo caso, a differenza di quanto visto per il comma 1, la stabilizzazione mediante concorso ruota tutta intorno al concetto di “contratto flessibile“: ed infatti, soltanto chi ha maturato 3 anni di lavoro con contratti di questo tipo può partecipare al concorso riservato agli stabilizzandi.

La motivazione della scelta di indire il concorso

La scelta della Amministrazione di assumere il personale a tempo indeterminato ricorrendo alla stabilizzazione (diretta o indiretta) è “discrezionale”, risponde cioè ad una facoltà (e non ad un obbligo) dell’ente.

L’art. 20 del decreto Madia chiarisce infatti che le amministrazioni, al fine di superare il precariato, ridurre il ricorso ai contratti a termine e valorizzare la professionalità acquisita dal personale con rapporto di lavoro a tempo determinati, “possono assumere a tempo indeterminato” (comma 1).

Ed ancora, nel comma 2, è previsto che le stesse amministrazioni nello stesso triennio “possono bandire procedure concorsuali riservate al personale non dirigenziale” (comma 2).

Per tale ragione le sentenze dei Giudici Amministrativi rimarcano che “in ogni caso, si tratterà di scelte discrezionali dell’Amministrazione, come ben si evince dalla locuzione ‘le Amministrazioni possono…’, utilizzata sia nel primo che nel secondo comma art. 20 sopracitato”(T.A.R. Molise, Campobasso, Sez. I, 7 giugno 2018, n. 335).

Ovviamente, però, la discrezionalità dell’ente di scegliere se stabilizzare il personale, e di farlo in una delle due modalità previste dal Decreto Madia, non significa che l’Amministrazione sia totalmente libera: essa infatti deve motivare le proprie scelte, essendo a ciò obbligata dalla legge n. 241/1990.

Il problema si pone dal momento che, come abbiamo già scritto in un nostro precedente approfondimento, sono previste diverse modalità di assunzione nel pubblico impiego (scorrimento, mobilità, stabilizzazione, e via discorrendo).

Iniziamo col dire, ad esempio, che la stabilizzazione “diretta” debba tendenzialmente essere preferita a quella “indiretta” del comma 2 dell’art. 20, che si basa sul concorso pubblico,  e ciò secondo le indicazioni emanate dallo stesso Ministero per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione.

Nella richiamata circolare n. 3/2017 si afferma che “in presenza di soli soggetti in possesso dei requisiti previsti dal comma 1 dell’art. 20, nel caso in cui le amministrazioni si siano determinate all’avvio delle procedure di reclutamento speciale e abbiano disponibilità finanziarie adeguate, sarebbe opportuno che le stesse ricorressero alle modalità di cui al comma 1 dell’articolo 20”.

La stabilizzazione speciale prevista nel decreto assunzioni dell’aprile 2023.

Una delle novità più rilevanti è prevista nel decreto assunzioni, ossia dall’art. 3 comma 5 del decreto legge 22 aprile 2023 n. 44. 

La norma prevede che le regioni, le province, i comuni e le città metropolitane, fino al 31 dicembre 2026, possono procedere (nei limiti ovviamente dei posti disponibili in pianta organica), alla stabilizzazione del personale non dirigenziale nella qualifica ricoperta. Vi elenco per comodità i requisiti che gli aspiranti alla stabilizzazione devono possedere:

Assunzione con contratto a tempo determinato all’esito di apposita procedura concorsuale conforme ai principi dell’articolo 35 del Testo Unico del Pubblico Impiego

Maturazione di 36 mesi di servizio con contratti a tempo determinato presso l’amministrazione che procede all’assunzione

Il termine massimo per considerare i 36 mesi di servizio è stabilito al 31 dicembre 2026

E’ infine previsto che la stabilizzazione deve essere preceduta da un “colloquio selettivo” e dalla “valutazione positiva dell’attività lavorativa svolta”

Quali sono le differenze, dunque, di questa stabilizzazione rispetto a quella generale del comma 1 art. 20 Decreto Madia?

La prima differenza è ovviamente nei termini: la stabilizzazione diretta della Madia sembra destinata a scomparire, dato che il termine massimo per il requisito dei 36 mesi di servizio è stato mantenuto fermo al 31 dicembre 2022, laddove nella stabilizzazione “speciale” del decreto assunzioni detto termine è esteso fino al 31 dicembre 2026.

Ma soprattutto sono le modalità della stabilizzazione che cambiano decisamente.

Ora infatti non sarà più possibile la stabilizzazione diretta senza concorso, dato che la norma richiede comunque la sottoposizione dei candidati ad un “colloquio selettivo”: la quale espressione non rimanda necessariamente ad un “concorso”, ma quantomeno ad una prova orale che prevede l’attribuzione di un punteggio e la formulazione di una graduatoria (in ciò sostanziandosi la “selettività” del colloquio).

Del tutto ambigua e pericolosa è, infine, la previsione della “valutazione positiva dell’attività svolta”, che attribuisce all’ente che intende procedere con la stabilizzazione una discrezionalità elevatissima. Ed infatti: chi dovrà fare la valutazione positiva? Quali strumenti di tutela potranno attivarsi nel caso in cui, pur avendo tutti i requisiti per la stabilizzazione, il candidato viene escluso per una valutazione “insufficiente” in ordine all’attività svolta?

La stabilizzazione speciale prevista dal decreto legge n. 13 del 24 febbraio 2023 (Decreto Pnrr 3)

Con la recente pubblicazione della legge di conversione del decreto chiamato “PNRR 3” (decreto legge 24 febbraio 2023 n. 13), sono state introdotte infine ulteriori tipologie speciali di stabilizzazione che adesso andremo ad analizzare.

La particolarità di queste stabilizzazioni è che prevedono termini sensibilmente più brevi (rispetto a quelli previsti dal Decreto Madia) per la maturazione del diritto alla stabilizzazione; ed inoltre che esse non sono mai “dirette”, ma devono essere sempre precedute da una fase di valutazione a carattere concorsuale.

Una prima tipologia di stabilizzazione è rivolta al personale di livello non dirigenziale assegnato alle Unità di Missione PNRR ed è stata inserita dal decreto PNRR 3 all’art. 35-bis comma 1 del decreto legge n. 115 del 2022 (cosiddetto “Decreto Aiuti bis“).

In questo caso è previsto che le Amministrazioni assegnatarie del personale possono procedere, a decorrere dal 1° marzo 2023, alla stabilizzazione nei propri ruoli del medesimo personale, che abbia prestato servizio continuativo contratti di lavoro subordinato a tempo determinato per almeno quindici mesi nella qualifica ricoperta, previo colloquio selettivo e all’esito della valutazione positiva dell’attività svolta.

Una seconda tipologia di stabilizzazione è quella prevista dall’art. 50 comma 17 del decreto PNRR 3, che disciplina una stabilizzazione con le stesse modalità previste sopra, ma riservata a quanti hanno maturato (questa volta) almeno ventiquattro mesi di servizio con contratti a tempo determinato: tale stabilizzazione è riservata però al personale dell’art. 1 comma 179 legge n. 178 del 2020 (legge di bilancio 2021), ossia al personale non dirigenziale delle Amministrazioni centrali (ad esclusione dunque di quelle periferiche) impiegato per l’attuazione degli interventi previsti dalle politiche di coesione a valere sulle annualità 2014-2020 e 2021-2027.

Una terza ed ultima stabilizzazione è stata introdotta nel decreto PNRR 3 in sede di approvazione della legge di conversione ed è disciplinata dal nuovo comma 17-bis dell’art. 50 del decreto PNRR 3.

La disposizione ci dice che, per le stesse finalità del comma 17 che abbiamo visto poc’anzi, le regioni, le province, le città metropolitane e gli enti locali assegnatari del personale assunto con contratti subordinati a tempo determinato per l’attuazione dei progetti legati alle Politiche di Coesione, possono procedere alla stabilizzazione del personale che abbia prestato servizio per almeno ventiquattro mesi nella qualifica ricoperta, previo colloquio selettivo e all’esito della valutazione positiva dell’attività lavorativa svolta.

Una novità interessante, in merito a tale ultima stabilizzazione, è che il personale interessato potrà anche dichiarare, nella domanda di partecipazione alla procedura di stabilizzazione, di aver svolto il servizio anche presso Amministrazioni diverse da quella che procede all’assunzione: possibilità ad oggi riservata soltanto al personale sanitario, nell’ambito della stabilizzazione del Decreto Madia, e non anche al personale degli enti diversi dalle Aziende sanitarie.

Nepotismo e Familismo: Parentopoli.

Nepotismi, parentopoli e affari: ecco come sono ridotti i partiti. Formazioni personali, classe dirigente inadeguata, conflitti d'interesse: le forze che siedono in Parlamento o nei banchi del governo (anche di quelli locali) non sono mai state così scollate dalla società. E la sfiducia verso di loro è una cattiva notizia per la democrazia. Sergio Rizzo su L'Espresso il 21 Settembre 2023. 

Nulla di illegale, ovvio. Ma che il capo di un partito si faccia la propria holding personale è un po’ curioso. Il nome è Ma.Re. holding e il suo proprietario, si può dedurre dalla sigla, è Matteo Renzi: fondatore e capo assoluto di Italia Viva. Ha costituito la società nell’aprile 2021, qualche settimana dopo l’ingresso del suo partito nel governo Draghi. Una piccola quota l’aveva anche il figlio Francesco, promessa del calcio. Che poi l’ha ridata a papà. E qualche mese fa la holding renziana ha filiato una seconda società: Ma.Re. adv. Consulenze aziendali, strategie imprenditoriali, pubbliche relazioni, marketing… Una prateria sterminata, per un ex premier con profumate relazioni che si spingono fino ai ricchi forzieri arabi. 

Ma non siamo a conoscenza del fatto che qualcuno dentro Italia Viva abbia alzato un sopracciglio. Né che l’abbia fatto un collega di partito del potente sottosegretario alla Giustizia meloniano Andrea Delmastro Delle Vedove. Tre mesi dopo essere sbarcato al governo lui ha costituito una società di avvocati con la sorella Francesca, sindaca anch’ella meloniana di Rosazza, e la penalista biellese Erica Vasta. Diciamo subito che nulla impedisce a un sottosegretario di aprire una società. Ma a che serve, se per legge l’avvocato sottosegretario potrà esercitare di nuovo solo un anno dopo aver lasciato il governo? 

Davanti a questi fatti, non isolati a giudicare dal coacervo di interessi personali che alberga nei partiti, verrebbe da chiedersi: cosa è diventata oggi la politica? Che non se la passi troppo bene, e il solco fra i partiti e la realtà sia sempre più profondo, è un fatto. Parlano chiaro i dati. Il 25 settembre 2022 hanno votato 30,4 milioni di persone, come nel 1958. Peccato che allora gli aventi diritto al voto fossero 32,4 milioni, contro i 50,8 di oggi. In un Paese nel quale fino al 1979 votava alle politiche oltre il 90 per cento degli elettori, e fino al 2008 più dell’80 per cento, siamo scesi di botto al 63,9. In quindici anni sono andati perduti 8 milioni e mezzo di voti. Di questi, ben 5 milioni sono spariti domenica 25 settembre 2022. 

Al Sud gli elettori si sono praticamente dimezzati, da 16,2 a meno di 8,5 milioni. In Campania ha votato il 53,2 per cento. A Napoli Fuorigrotta l’affluenza è scesa dal 62 al 49 per cento. Gli elettori calabresi non hanno raggiunto il 51 per cento. A Crotone si sono fermati al 45,9. A Reggio Calabria, invece, al 48,9. Ma con situazioni da brivido in alcuni centri nelle aree ritenute più esposte al rischio criminalità. Ad Africo ha votato il 32,1 per cento. A Platì il 31,3. A San Luca il 21,5. La politica, che già serve a poco, lì evidentemente non serve a nulla. 

La cosa dovrebbe indurre i partiti a una profonda riflessione anche sulla legge elettorale. Invece, zero. L’Italia è l’unico Paese democratico dove le regole elettorali cambiano in continuazione, spesso a seconda delle convenienze di chi sta al potere. I risultati di tale follia sono evidenti. Giorgia Meloni è diventata premier con una maggioranza di quasi il 60 per cento dei seggi parlamentari grazie ai 7,5 milioni di voti di Fratelli d’Italia: vale a dire un settimo dell’intero corpo elettorale. O meno di un quarto, considerando i voti dell’intera coalizione. Si dirà che in molte democrazie avanzate la partecipazione al voto è bassa. Vero. Ma a parte il fatto che non sempre è così (alle ultime presidenziali americane ha votato il 66,7 per cento, più che alle ultime politiche italiane), la breve storia della nostra Repubblica è diversa. 

E dovrebbe preoccupare ancora di più la cosa che il crollo non riguardi solo le elezioni generali, ma anche le amministrative: dove la politica sarebbe in teoria più vicina ai cittadini. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana è stato eletto con 1,7 milioni di voti su 8 milioni di elettori: 22,1 per cento. Quello della Regione Lazio Francesco Rocca, con 936 mila voti su 4,8 milioni: 19,5 per cento. Roberto Gualtieri è diventato sindaco di Roma con i voti di 565 mila elettori su oltre 2,3 milioni: 24 per cento. 

Se la rappresentanza scende a questi livelli, ne risente la democrazia stessa. Ebbene, a un problema così gigantesco i partiti e i loro leader reagiscono facendo spallucce. Pur sapendo esattamente come è stato rotto il giocattolo. È cominciata con la trasformazione dei partiti da strutture collettive in apparati strettamente personali. Rivoluzione certamente riconducibile a Silvio Berlusconi, ma con avvisaglie anche nella cosiddetta prima repubblica. Il resto l’hanno fatto leggi elettorali scriteriate che hanno consegnato nelle mani del capo il potere di selezionare la classe dirigente del partito. Mai sulla base delle competenze: bensì per amicizia, relazioni, parentela e fedeltà. La ciliegina sulla torta, infine, è stata l’abolizione demagogica del finanziamento pubblico, anziché una sua necessaria e profonda riforma. Come aveva proposto, per esempio, il politologo Piero Ignazi. In compenso, non si è mai fatta nemmeno la legge attuativa dell’articolo 49 della Costituzione, e i partiti sono rimasti in un comodo limbo. 

Le conseguenze sono devastanti. L’assenza di competizione e meritocrazia ha avuto riflessi penosi sulla qualità degli eletti, come avevano già segnalato Andrea Mattozzo e Antonio Merlo nel saggio sulla “Mediocrazia”. E una delle ragioni per cui il Parlamento è ridotto a semplice ufficio di ratifica dei decreti governativi è questa. Il confronto con l’inizio dell’epoca repubblicana è avvilente. In un’Italia nella quale l’analfabetismo assoluto toccava il 13 per cento e i laureati erano decisamente meno dell’un per cento, il 91,4 per cento dei deputati aveva la laurea. Oggi, che sia pure ai livelli più bassi d’Europa, ma gli italiani laureati sono il 20 per cento, i deputati con la laurea (vera) in tasca si fermano appena al di sotto del 70 per cento. Neppure Giorgia Meloni ha un titolo accademico, prima donna presidente del Consiglio nonché secondo capo del governo nel dopoguerra senza laurea dopo Massimo D’Alema. 

Per non parlare dei parenti. Questo Parlamento, nel quale il partito di maggioranza relativa è in mano alla sorella della premier, compagna di un ministro, ne è letteralmente invaso. Se ne possono contare più di una cinquantina; e più di 70, calcolando anche i pedigree parentali meno recenti. Un sistema sempre più chiuso in sé stesso anche ai vertici del potere. Il primo governo guidato da una donna si è presentato come una novità assoluta, ma è pura fantasia. Ben 11 fra ministri e sottosegretari, compresa la stessa premier, erano già nell’ultimo fallimentare governo di centrodestra targato Berlusconi. E se si contano anche le altre esperienze, addirittura 25 persone sui 64 componenti del gabinetto Meloni avevano già frequentato qualche governo. Compresi quelli di Conte e Draghi. 

Difficile stupirsi se in questo panorama il finanziamento dei partiti non sia affatto popolare. Su 41 milioni e rotti di contribuenti quelli disposti a dare il 2 per mille a un partito non sono che 1,3 milioni: il 3,3 per cento. Misera la platea dei finanziatori, misero il gettito. In tutto, poco più di 18 milioni. Oltre un terzo dei quali va al solo Partito Democratico. Come campano, allora? Con i soldi dei parlamentari, che spesso versano nelle casse dei partiti una fetta del plafond loro spettante per retribuire gli assistenti. E con pochi assistenti e mal pagati si può immaginare anche la qualità del lavoro parlamentare. 

I finanziamenti dei cittadini e delle imprese private sono quasi inesistenti. Nel 2022 il Pd ha avuto contributi da “persone giuridiche” per 125 mila euro, contro 3,8 milioni da “persone fisiche”, cioè quasi tutti parlamentari. Italia Viva ha incassato invece dalle società 675 mila euro, però contro 1,6 milioni versati quasi tutti dai parlamentari. Come del resto anche la Lega. E Fratelli d’Italia, cui non è stata negata una briciolina di 26 mila euro dal Twiga di Flavio Briatore e Daniela Santanchè. C’è poi chi si aiuta con i gadget. Il partito di Giorgia Meloni tira su 300 mila euro l’anno. Li vende la società Italica solution, che però non è del partito. Fa capo a Martin Avaro, ex “federale” di Forza Nuova a Roma Est. 

Anziché ai partiti, le imprese preferiscono versare alle fondazioni politiche, casseforti personali dei leader dei partiti personali. C’è più riservatezza. Openpolis ne ha censite 121, di cui oltre metà nate a servizio di una corrente di partito o di un singolo politico: appena 19 pubblicano un bilancio accessibile su Internet. Soprattutto, i potenziali finanziatori vanno direttamente al bersaglio. Altro che lobby. E pensare che nella scorsa legislatura la Camera ha approvato una legge per regolamentare finalmente l’attività dei lobbisti, proposta da due deputati Pd e M5S. Ma prima che il Senato la ratificasse la legislatura è evaporata. Grazie ai grillini: che hanno fatto così svanire anche la loro legge. E ora la Camera ha avviato sulle lobby una nuova indagine conoscitiva! Ecco dove siamo arrivati.

Le Amicizie.

Tutto in famiglia. L’ideona della ministra Calderone: far certificare i contratti a termine dagli amici consulenti del lavoro. Lidia Baratta su L'Inkiesta il 22 Aprile 2023

Tra le ipotesi nel decreto in arrivo, le causali per sottoscrivere i rapporti a termine potrebbero essere bollinate dai consulenti guidati fino a pochi mesi fa dalla ministra e ora presieduti dal marito Rosario De Luca. Continua così il conflitto di interessi della responsabile di via Veneto. Mentre il concittadino Temussi messo alla guida di Anpal ora è indagato nell’inchiesta sulle nomine alla Regione Sardegna

Dovrebbe arrivare a breve il decretone lavoro della ministra Marina Calderone, con le novità sul reddito di cittadinanza e i contratti a termine. Oltre a spezzettare in tre il sussidio grillino, si punta pure ad allentare definitivamente le regole del decreto dignità, autorizzando un uso dei contratti a tempo determinato senza dover per forza indicare le causali, cioè la motivazione dell’assunzione a tempo, come prevedeva il provvedimento dei Cinque Stelle dopo i 12 mesi. E qui arriva l’idea della ministra: nel caso di assunzione a termine per «specifiche esigenze», le aziende potranno farsi certificare queste «specifiche esigenze» dai consulenti del lavoro. Ovvero, dai colleghi della ministra, che ha presieduto l’ordine per 17 anni fino alla sua nomina da parte di Giorgia Meloni, lasciando poi la carica in eredità al marito Rosario De Luca. Tutto in famiglia.

Dopo il protocollo sottoscritto con l’Ispettorato nazionale del lavoro per il rilascio dei “bollini sicurezza” da parte dei consulenti, ora l’ordine guidato dal marito della ministra potrebbe mettere mano pure sulla certificazione delle causali dei contratti a tempo determinato.

La bozza del decreto lavoro prevede tre casi in cui si può autorizzare la sottoscrizione del contratto a termine fino a due anni (24 mesi) senza casuali. Nel primo caso, per esigenze previste dai contratti collettivi nazionali (come già previsto). Nel secondo caso, per «specifiche esigenze di natura tecnica, organizzativa e produttiva», se non previste dai contratti collettivi, individuate da imprese e lavoratori. Nell’ultimo caso, per «esigenze di sostituzioni di altri lavoratori».

Ed è nella seconda ipotesi che arriva il coinvolgimento dei consulenti del lavoro. Nel caso delle imprese più piccole, che spesso non applicano i contratti collettivi e che magari non hanno neanche rappresentanti sindacali al loro interno, la certificazione del motivo della assunzione a termine per «specifiche esigenze» potrebbe essere effettuata non solo dalle Direzioni provinciali del lavoro, ma anche da enti bilaterali, università, e consulenti del lavoro ovviamente.

In un momento in cui i contratti a termine sono in discesa e le stabilizzazioni invece stanno aumentando, «sarebbe inutile oltre che dannoso allentare le regole sui contratti a termine, magari dando pure ai consulenti del lavoro la possibilità di certificare le causali per l’utilizzo dei contratti», commenta Marco Leonardi, economista dell’Università Statale di Milano ed ex capo dipartimento della programmazione economica (Dipe) con Mario Draghi.

Dal Partito democratico c’è chi parla di «ipotesi aberrante». E Maria Cecilia Guerra, responsabile lavoro nella segreteria nazionale del Pd, si chiede: «Da quando i consulenti del lavoro decidono su temi così delicati al posto delle norme?».

Il cammino dell’ordine dei consulenti del lavoro e quello del ministero guidato dalla ex presidente continuano così a intrecciarsi, con il rischio di un grosso conflitto di interessi. Proprio mentre l’amico sassarese della ministra Massimo Temussi, nominato come suo consulente e nominato presidente di Anpal Servizi per gestire il nuovo reddito di cittadinanza dopo la cacciata di Cristina Tajani, ora risulta indagato dalla Procura di Cagliari per la nomina del suo successore alla guida dell’Agenzia sarda per le politiche attive del lavoro.

Estratto dell’articolo di Giovanni Tizian per editorialedomani.it il 21 aprile 2023. 

La destra al governo lo ha ribattezzato il ministero del Merito oltreché dell’Istruzione. A guidarlo è Giuseppe Valditara. Ma un conto è la retorica sul merito, altra è la realtà, fatta di relazioni, amicizie, cerchie di fedelissimi e, scopre ora Domani, persino soci d’azienda. 

Valditara, espressione della Lega di Matteo Salvini […], ha assunto nella sua segreteria a 60 mila euro l’anno fino alla fine del mandato un professore. Si chiama Mario Eugenio Comba, e l’incarico prevede che si occupi di «semplificazione, project financing e rapporti con gli enti locali nelle materie di competenza del ministero dell’istruzione».

Sulla selezione per l’incarico poi affidato a Comba, esperto di diritto, hanno pesato certamente le sue competenze. Ma è innegabile che la nomina porti pure qualche domanda sull’opportunità della stessa, per via di un potenziale conflitto di interesse: Comba, infatti, è con il 5 per cento tra gli azionisti della società E-Co Srl, il cui 17 per cento è di proprietà dell’attuale ministro Valditara.

L’azienda è nata nel 2012, sede a Torino, è «spin-off e partner del Politecnico di Milano» e presidia il campo della ricerca nelle tecnologie per la mobilità del futuro. […] Di certo per Comba ha contato il fatto di trovarsi tra gli azionisti di E-Co e di conoscere Valditara da 30 anni, quando erano colleghi all’università di Torino.

Ora, Comba avrà certamente moltissimi meriti, nel suo curriculum un lungo elenco di ricerche e attività certificano una carriera ricca di esperienze nel campo del diritto. […] 

Quando ha firmato il contratto al ministero ha dovuto sottoscrivere la dichiarazione sull’assenza di «situazioni, anche potenziali, di conflitto di interesse con l’incarico attribuito». Nel documento depositato Comba firma l’insussistenza, e non fa mai cenno alla presenza ingombrante di questa azienda di cui è socio insieme al ministro Valditara, che lo ha assunto nella segreteria a spese dei contribuenti, a 60mila euro lordi l’anno.

[…] Tuttavia alcune fonti vicine a Valditara specificano […] che il ministro non ha ruoli gestionali ma è un semplice socio così come Comba: «Per questo motivo – spiegano – non ci sarebbe alcuna incompatibilità per entrambi con il ruolo pubblico ricoperto». 

[…] Fiore all’occhiello dell’impresa è il progetto Smart Bus, «il più efficiente bus elettrico a zero emissioni al mondo». Esiste una società costituita nel 2019, la Smartbus Srl, costituita da E.Co srl, Chariot e la cinese Higer, un colosso specializzato nella produzione di autobus con un fatturato miliardario. Higer è usata dal governo cinese per esercitare soft power in Africa: due anni fa ha donato sei bus alla Guinea Equatoriale.

Lo scambio è il frutto di un accordo siglato tra i due governi. «La società sviluppa progetti di mobilità sostenibile, che vede operare diversi soggetti, già ammessi nel nostro mercato» spiega una fonte aziendale dell’azienda di cui è socio il ministro.

Gli Insabbiamenti.

Da Taranto a Manfredonia: blitz degli ispettori in ospedale, nel mirino anche il «118». I casi: infermieri trasformati in amministrativi, radiologie chiuse per malattia. I soccorritori internalizzati attraverso le Sanitaservice: alcune Asl ne hanno promossi alcuni ad amministrativi, senza concorso né titoli. MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 16 Settembre 2023

Il caso dei 12 soccorritori del 118 diventati amministrativi non è l’unico punto su cui è finita nel mirino la gestione della Asl di Taranto. La stretta imposta dalla Regione su appalti e assunzioni, da parte delle aziende sanitarie e delle loro società in-house, va di pari passo con i controlli. E dunque le verifiche effettuate dal Nirs sulla Sanitaservice di Taranto si sono estese anche alla stessa Asl per riscontrare i contenuti di una lunga serie di esposti.

Il problema dei soccorritori diventati amministrativi è infatti emerso da una segnalazione di fonte sindacale. I 12 sono stati trasformati in coordinatori dei turni nelle postazioni, pur mantenendo il trattamento economico (le indennità previste dal contratto) cui si aggiungono gli straordinari e le reperibilità. L’ispezione del Nirs, guidato dall’avvocato Antonio La Scala, ha accertato che i 12 sono stati scelti senza una selezione pubblica. Altri esposti hanno poi sottolineato quella che non può che essere una coincidenza: alcuni dei neo-amministrativi sono infatti sindacalisti o figli di sindacalisti molto noti sul territorio.

Il caso è ora all’attenzione degli uffici della Regione, che stabiliranno se e come intervenire sull’organizzazione del 118. Ma nel frattempo, la settimana scorsa, gli ispettori sono tornati in Asl per acquisire altra documentazione. A partire dalle modalità di assunzione di 800 persone, in gran parte infermieri, durante l’emergenza Covid. Anche qui gli ispettori hanno accertato che una parte del personale preso con le procedure di emergenza risulterebbe assegnato a funzioni amministrative, in violazione di numerose disposizioni. Gli ispettori stanno effettuando accertamenti simili anche...

La strana storia che coinvolge ancora Luca Turco. Assolto Paolo Barlucchi, l’ex pm fiorentino che aveva avuto divergenze con Luca Turco durante l’inchiesta Concorsopoli. Il magistrato, in particolare, aveva chiesto l’astensione di Turco dal ruolo di coordinatore del procedimento quando emerse la necessità di interrogare la sorella Lucia, all’epoca direttore sanitario dell’ospedale: “Io la sorella del procuratore NON la intercetto”. Paolo Pandolfini su Il Riformista il 15 Settembre 2023 

È stato assolto da tutte le accuse l’allora pm fiorentino Paolo Barlucchi, ora pg a Perugia, che con le sue rivelazioni aveva acceso un faro sul modo in cui venivano condotte alcune inchieste da parte della Procura di Firenze. Barlucchi aveva avuto delle divergenze con il procuratore aggiunto Luca Turco nell’ambito dell’indagine sui concorsi pilotati, denominata ‘Concorsopoli’, presso l’ospedale di Careggi.

Il magistrato, in particolare, aveva chiesto l’astensione di Turco dal ruolo di coordinatore del procedimento quando emerse la necessità di interrogare la sorella Lucia, all’epoca direttore sanitario dell’ospedale. Barlucchi, difeso dal giudice Paolo Micheli, rinuncerà all’inchiesta dopo non aver sentito la dottoressa. Una condotta per la quale venne condannato dalla sezione disciplinare del Csm alla censura, poi annullata nelle scorse settimane dalla Cassazione. Il magistrato era stato già assolto per altre quattro incolpazioni concernenti i suoi rapporti con altri due aggiunti della Procura fiorentina, Gabriele Mazzotta e Luca Tescaroli.

Ed è stato assolto, in sede penale, anche il luogotenente della guardia di finanza Daniele Cappelli – principale teste della difesa di Barlucchi – finito sotto processo a Firenze per alcune omissioni nell’indagine che avrebbero favorito la posizione di uno degli indagati, l’ex dg Monica Calamai. Cappelli era il testimone che davanti alla sezione disciplinare del Csm dichiarò, senza tanti giri di parole, di essere stato ‘stoppato’ dal pm Tommaso Coletta, titolare del primo filone d’indagine sui concorsi. “L’ottavo piano non condivide”, avrebbe infatti detto Coletta alle fiamme gialle che volevano intercettare la sorella di Turco, poi promossa al vertice dell’Agenzia regionale di sanità della Toscana, riferendosi all’ufficio occupato dal procuratore di Firenze nel palazzo di giustizia del capoluogo toscano.

L’inchiesta, avviata nel 2018 dalla guardia di finanza e poi terminata con una valanga di assoluzioni, aveva ad oggetto le procedure di selezione dei docenti dell’ateneo fiorentino. Dopo aver effettuato degli accertamenti preliminari, i finanzieri depositarono in Procura una prima informativa in cui segnalavano irregolarità nelle procedure di selezione per un posto da ordinario all’interno del dipartimento di otorinolaringoiatra.

La Commissione d’esame, composta da quattro medici, fra cui la sorella di Turco, sarebbe stata “eterodiretta” ed il vincitore scelto senza una vera selezione. I finanzieri chiesero allora a Coletta, titolare del fascicolo, di poter intercettare i medici. Coletta – a sorpresa – volle procedere solo nei confronti di due dei componenti, lasciando fuori dalle intercettazioni la sorella di Turco ed il presidente della Commissione. Il luogotenente Cappelli, che aveva curato in prima persona le indagini e dopo aver ultimato l’informativa, chiese quindi ai suoi superiori, i colonnelli Adriano D’Elia e Pasquale Sisto, il motivo di tale decisione. La risposta fu che Lucia Turco era la sorella del procuratore aggiunto.

Cappelli, senza perdersi d’animo, tornò in Procura per reiterare la richiesta di intercettazione nei confronti della dirigente. “Ma allora non ha capito? La sorella di Turco non la intercetto”, avrebbe però risposto il pm, sempre secondo quanto dichiarato da Cappelli davanti al Csm sotto giuramento. “Se continuiamo così, ci manda a Genova (competente per i reati commessi dai magistrati toscani)”, fu la replica di Cappelli. “Guardi che non pensi che non l’abbia ponderata, diremo che l’abbiamo fatto per mantenere il riserbo dell’indagine”, la risposta di Coletta. Prima di aggiungere: “Sa cosa fa? Ci vada lei dal procuratore a chiedere di intercettare la sorella di Turco!”.

Cappelli dopo essere uscito dalla stanza di Coletta scrisse una relazione di servizio su quanto accaduto che, però, fu ritenuta “irricevibile” dai suoi capi. “Mettersi contro i magistrati è pericoloso. Non vuoi che ti trovino un reato? Poi scatta il trasferimento”, gli avrebbero detto i colonnelli D’Elia e Sisto. Dopo qualche giorno, Cappelli venne allora convocato da D’Elia che gli mostrò una nota di Coletta – ora promosso procuratore a Pistoia – con cui si disponeva la cessazione delle indagini in quanto gli elementi raccolti “erano esaustivi”, ordinandogli al contempo di “riscrivere” la relazione di servizio. Il luogotenente sarà poi trasferito ad un ufficio non operativo per evitargli “ulteriori conseguenze” con il procuratore, con il divieto di entrare in Procura e l’avvertimento di non parlare con i colleghi che nel frattempo erano stati chiamati a gestire il fascicolo al suo posto. Paolo Pandolfini

I reati inibenti.

D. Tu sei d'accordo con l'abolizione dell'Abuso d'Ufficio?

R. Se tutti gli amministratori pubblici lo odiano è perché è uno spauracchio che inibisce la firma e blocca la burocrazia. Ad interpretazione giudiziaria disomogenea tutto può diventare "Abuso d'ufficio".

D. Mmmmm..., ma mica si applicano solo agli amministratori, quando  truccano i concorsi, come li punisci? Quando vai sul Comune e fanno i "cazzi loro", come li punisci?

R. Ho fatto e pubblicato l'inchiesta. Il problema non è il reato, che va punito, sono i tempi per l'accertamento e la mancata uniformità. Nel Sud è considerato collusivo mafioso, al Nord quasi non esiste e quando, come i concorsi pubblici, la platea di vittime è ampia, non si prende in considerazione.

D. Sì, certo, ma bisogna risolvere i problemi, non eliminare la fattispecie di reato. Già gli Uffici pubblici fanno i "cazzi loro", ora peggio di peggio. Il problema è che non viene applicato o applicato a "Cazzo".

R. Ergo: non eliminare il reato, ma considerarlo di elevato impatto sociale ed immediata definizione, come i reati contro le donne.

D. Quindi pensi che Nordio stia sbagliando?

R. Si giudica a cosa fatta. Quelli di Destra, vedendo che potrebbero scalzare quelli di sinistra al governo dei Comuni, hanno paura di non avere la stessa tutela giudiziaria e di essere perseguitati, più che perseguiti. Ecco perché vorrebbero fare una legge ad personam.

D. Sì, ma quelli di Destra tendono a fare i cazzi loro. E, comunque, si parla di Pubblici uffici, non solo di amministratori.

R. La stessa cosa. E' tutto un sistema di cooptazione amicale. La Destra vorrebbe fare i cazzi suoi, ma non è capace e scaltra a non farsi scoprire come la Sinistra.

D. Se abrogano l'Abuso d'ufficio e fanno imbrogli ai concorsi come li denunci?

R. Plagio, corruzione (ne risponde anche il beneficiato, essendo un reato-contratto), concussione, falsità, associazione a delinquere...

Copi alla maturità, a un esame o a un concorso o a un esame di Stato? Ecco cosa rischi legalmente. Hai il vizietto di copiare? Lo sai che in alcuni casi si rischia anche l'arresto? Ecco, caso per caso, cosa rischi a livello legale quando copi. Quante volte incappate in persone che copiano agli esami o a un concorso pubblico, o magari chissà..siete voi stessi a farlo. Quello che forse non sapete è che copiare non è uno scherzo, ma in molte circostanze costituisce un vero e proprio reato perseguibile a livello penale.

Se copi vi è il reato di plagio. Secondo l'art. 1 della legge n. 475/1925 infatti: Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l'abilitazione all'insegnamento ed all'esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l'intento sia conseguito.

Se poi qualche commissario ti aiuta nell'ordinamento italiano, vi è l’abuso d'ufficio che è il reato previsto dall'art. 323 del codice penale ai sensi del quale: 1. Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. 2. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità.

Se chi ti aiuta ti obbliga o ti induce a pagare c’è la concussione. La concussione (dal latino tardo concussio «scossa, eccitamento» dunque «pressione indebita, estorsione») è il reato del pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o delle sue funzioni, costringa (concussione violenta) o induca (concussione implicita o fraudolenta) qualcuno a dare o promettere indebitamente, a lui o a un terzo, denaro o altra utilità anche di natura non patrimoniale. Reato tipico dell'ordinamento giuridico penale della Repubblica Italiana, la fattispecie concussiva non è presente nella maggior parte degli ordinamenti europei e internazionali (al suo posto troviamo l'estorsione aggravata). I beni tutelati dalla fattispecie sono pubblici (buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione) e allo stesso tempo anche privati (tutela contro abusi di potere e lesioni della libertà di autodeterminazione). Tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la Pubblica amministrazione, la concussione è il reato più gravemente sanzionato. Oggi, a seguito della riforma introdotta dalla l. 6 novembre 2012, n.190, è prevista la reclusione da sei a dodici anni (anche ante riforma era il reato contro la P.a. più sanzionato). La normativa italiana di contrasto al fenomeno concussivo è contenuta nel codice penale e precisamente nel Libro II, Titolo II "Dei delitti contro la pubblica amministrazione" (art. 314-360).

Se chi ti aiuta si fa pagare è corruzione ed indica, in senso generico, la condotta di un soggetto che, in cambio di danaro oppure di altri utilità e/o vantaggi che non gli sono dovuti, agisce contro i propri doveri ed obblighi. Il fenomeno ha molte implicazioni, soprattutto dal punto di vista sociale e giuridico; uno stato nel quale prevale un sistema politico incontrollabilmente corrotto viene definito "cleptocrazia", cioè "governo di ladri", oppure "repubblica delle banane". In Italia il concetto di corruzione è riconducibile a diverse fattispecie criminose, disciplinate nel Codice Penale, Libro II - Dei delitti in particolare, Titolo II - Dei delitti contro la pubblica amministrazione. Le relative fattispecie criminose sono tutte accomunate da alcuni elementi:

reati propri del pubblico ufficiale

accordo con il privato

dazione di denaro od altre utilità

Quindi, la corruzione è categoria generale, descrittiva dei seguenti reati:

art. 318 c.p. - Corruzione per l'esercizio della funzione

art. 319 c.p. - Corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio

art. 319 ter c.p. - Corruzione in atti giudiziari

art. 320 c.p. - Corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio

art. 321 c.p. - Pene per il corruttore

In base all'art. 319 codice penale il pubblico ufficiale che, per omettere o ritardare o per aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio, ovvero per compiere o per aver compiuto un atto contrario ai doveri di ufficio, riceve per sé o per un terzo, denaro o altra utilità, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione da due a cinque anni. È definita questa corruzione propria ed è la forma più grave di corruzione poiché danneggia l'interesse della pubblica amministrazione a una gestione che rispetti i criteri di buon andamento e imparzialità (art.97 cost). Di questo reato (corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, art. 319 c.p.) può essere ritenuto responsabile anche un Consigliere Regionale per comportamenti tenuti nella sua attività legislativa. In base alla definizione dell'art. 357 c.p. è pubblico ufficiale anche colui che esercita una funzione legislativa. È priva di fondamento la tesi secondo cui nell'esercizio di un'attività amministrativa discrezionale, ed in particolare della pubblica funzione legislativa, non può ipotizzarsi il mercanteggiamento della funzione, nemmeno qualora venga concretamente in rilievo che la scelta discrezionale non sia stata consigliata dal raggiungimento di finalità istituzionali e dalla corretta valutazione degli interessi della collettività, ma da quello prevalente di un privato corruttore. Non è applicabile la speciale guarentigia sanzionata dal quarto comma dell'art. 122 della Costituzione secondo cui i Consiglieri Regionali non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni. Questa speciale immunità non trova applicazione qualora il Consigliere Regionale non sia perseguito dal giudice penale per avere concorso alla formazione ed alla approvazione di una legge regionale, ma per comportamenti che siano stati realizzati con soggetti non partecipi di tale procedimento al fine di predisporre le condizioni per il conseguimento di un vantaggio illecito.

In base all'art. 318 codice penale il pubblico ufficiale che, per l'esercizio delle sue funzioni o dei suoi poteri, indebitamente riceve, per sé o per un terzo, denaro o altra utilità o ne accetta la promessa è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Questa forma di corruzione viene definita corruzione impropria antecedente poiché l'oggetto della prestazione che il pubblico ufficiale offre in cambio del denaro o dell'altra utilità che gli viene data o promessa, è un atto proprio dell'ufficio e la promessa o la dazione gli vengono fatti prima che egli compia l'atto. Il disvalore della condotta è sicuramente minore poiché pur nella violazione dei beni giuridici di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione non ci sono atti che ledano gli interessi della stessa, come avveniva invece nella corruzione propria con ritardi o omissione di atti dovuti ovvero con il compimento di atti contrari ai doveri d'ufficio. Il pubblico ufficiale non sarà imparziale avendo accettato una retribuzione non dovuta e venendo meno all'espresso divieto che gli pone la legge e pertanto sarà punito.

La legge 13 gennaio 2003, n. 3 ha istituito nell'ordinamento italiano l’Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione e delle altre forme di illecito all’interno della pubblica amministrazione. L'articolo 68, comma 6, del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, ha successivamente soppresso l’Alto Commissario. Con DPCM del 5 agosto 2008 le relative funzioni sono state attribuite al Dipartimento per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione che ha istituito il Servizio Anticorruzione e Trasparenza. L'Italia ha aderito al Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO), unità del Consiglio d'Europa a Strasburgo che monitora la corruzione, il 30 giugno 2007. GRECO è stato fondato nel 1999 da 17 paesi europei, oggi ne conta 49, e include anche paesi non europei. L'ultima valutazione di GRECO sullo stato della corruzione in Italia è stato pubblicato in marzo 2012, ed è disponibile in inglese e francese.

Se poi chi ti aiuta falsifica i verbali d’esame vi è Falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici , previsto dall'art. 476 C.P. Il pubblico ufficiale, che, nell'esercizio delle sue funzioni, forma, in tutto o in parte, un atto falso o altera un atto vero, e' punito con la reclusione da uno a sei anni. Se la falsità concerne un atto o parte di un atto, che faccia fede fino a querela di falso, la reclusione è da tre a dieci anni.

Se poi chi ti aiuta, afferma in atti pubblici, che tu inabile al ruolo, sei invece capace e meritevole, vi è Falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, punito dall'art. 479 c.p.: Il pubblico ufficiale, che, ricevendo o formando un atto nell'esercizio delle sue funzioni, attesta falsamente che un fatto è stato da lui compiuto o è avvenuto alla sua presenza, o attesta come da lui ricevute dichiarazioni a lui non rese, ovvero omette o altera dichiarazioni da lui ricevute, o comunque attesta falsamente fatti dei quali l'atto è destinato a provare la verità, soggiace alle pene stabilite nell'articolo 476.

Se poi chi ti aiuta fa parte di una commissione di esame (formata da avvocati od altre figure professionali specifiche al concorso o dall'esame; magistrati; professori universitari)  ed è d’accordo con i solidali vi è un’associazione a delinquere. L'associazione per delinquere è un delitto contro l'ordine pubblico, previsto dall'art. 416 del codice penale italiano. I tratti caratteristici di questa fattispecie di reato sono:

la stabilità dell’accordo, ossia l’esistenza di un vincolo associativo destinato a perdurare nel tempo anche dopo la commissione dei singoli reati specifici che attuano il programma dell’associazione. La stabilità del vincolo associativo dà al delitto in esame la tipica natura del reato permanente;

l'esistenza di un programma di delinquenza volto alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti. La commissione di un solo delitto non integra la fattispecie in esame.

Parte della dottrina e della giurisprudenza richiede inoltre l’esistenza di un terzo requisito, vale a dire il fatto che l’associazione sia dotata di una "organizzazione", anche minima, ma adeguata rispetto al fine da raggiungere. Sul punto però non v'è uniformità di vedute: secondo taluno in dottrina non è necessaria alcuna organizzazione; secondo altri, invece, è indispensabile una struttura ben delineata "gerarchicamente" organizzata. Infine, soprattutto in giurisprudenza, si è sostenuto talvolta che è sufficiente una struttura "rudimentale". L'associazione per delinquere va ricondotta nella categoria dei reati a concorso necessario e presenta delle affinità con il concorso di persone nel reato (definito eventuale, poiché integra la fattispecie monosoggettiva); ciononostante i due istituti vanno tenuti nettamente separati. Infatti, mentre nel concorso di persone due o più soggetti s'incontrano e occasionalmente si accordano per la commissione di uno o più reati ben determinati dopo la realizzazione dei quali l'accordo si scioglie, nell'associazione per delinquere, invece, tre o più soggetti si accordano allo scopo di dar vita a un'entità stabile e duratura diretta alla commissione di una pluralità indeterminata di delitti per cui dopo la commissione di uno o più reati attuativi del programma di delinquenza i membri dell'associazione restano uniti per l'ulteriore attuazione del programma dell'associazione. Diretta conseguenza di ciò è che l'associazione per delinquere è punibile, teoricamente (non è questo il caso di trattare problemi di carattere probatorio), per il solo fatto dell'accordo, con un'eccezione rispetto alle ordinarie norme penali.

Se l'organizzazione stabilita ha carattere di sistema generale, taciuto, impunito e ritorsivo contro chi si ribella vi è l'associazione per delinquere di stampo mafioso. Il mezzo che deve utilizzarsi per qualificare come mafiosa un'associazione è quindi la forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di soggezione e di omertà che ne deriva.

Gli obiettivi sono:

il compimento di delitti;

acquisire il controllo o la gestione di attività economiche;

concessioni;

autorizzazioni;

appalti o altri servizi pubblici;

procurare profitto o vantaggio a sé o ad altri;

limitare il libero esercizio del diritto di voto;

procurare a sé o ad altri voti durante le consultazioni elettorali.

Ciò nonostante si può star tranquilli che in Italia nulla succede se chi delinque sono quelle istituzioni che dettano legge ed operano i controlli.

Cosa si rischia se si viene scoperti a copiare ad un concorso? Da Vincenza Luciano su avvocatoflash.it il3/4/2019

L'interesse dello Stato alla genuinità degli elaborati in un concorso pubblico. 

La tutela della pubblica fede

La contestazione del concorso nel reato di tentato abuso di ufficio

Il soggetto che “aiuta” il candidato a copiare

Fonti normative

1. La tutela della pubblica fede

Attribuire a se stessi un'opera intellettuale altrui durante un concorso pubblico al fine di conseguire immeritatamente determinati titoli (scolastici, accademici, onorifici o abilitativi, etc.) è reato. Lo prevede la legge n. 475/1925 che sanziona tale condotta con la pena della reclusione da tre mesi ad un anno, intendendo tutelare l'interesse alla genuinità degli elaborati presentati da ciascun candidato in occasione di esami o concorsi pubblici (Cass. sent. n. 18826/2011).

Il reato è integrato anche qualora il candidato faccia riferimento a opere intellettuali, tra cui la produzione giurisprudenziale, di cui citi la fonte, ove la rappresentazione del suo contenuto sia non il prodotto di uno sforzo mnemonico e di autonoma elaborazione logica ma il risultato di una materiale riproduzione operata mediante l'utilizzazione di un qualsiasi supporto abusivamente impiegato nel corso della prova (Cass., sez. VI, sent. n. 3268/10). Come nel caso in cui si copi di sana pianta una sentenza di un qualsiasi tribunale o corte. 

Le norme della legge n. 475/1925 sono speciali rispetto alle disposizioni del codice penale relative alle ipotesi di falso ideologico (ex art. 495) per induzione attinenti alla formazione dei successivi atti pubblici, posto che i delitti in questione prevedono, come ipotesi aggravata, che l’aspirante consegua l’intento del superamento dell’esame o del concorso. Le stesse esauriscono, pertanto, la risposta sanzionatoria per chi abbia presentato (o procurato) lavori non propri in sede di esame, superando, così, la prova (Cass., sez. V, sent. 2739/2017).

2. La contestazione del concorso nel reato di tentato abuso di ufficio

Di recente la Corte di Cassazione ha confermato la condanna del giudice di primo grado nei confronti di un aspirante legale che aveva tentato di copiare all'esame di abilitazione professionale.

In tale occasione è stato chiarito che concorre nel reato di tentato abuso di ufficio a titolo di “estraneo” chi pone in essere atti idonei, diretti in modo non equivoco, a procurare a sé stessi un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente nel superamento dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato.

A nulla valendo che la mancata riuscita dell'intento sia imputabile a cause indipendenti dalla propria volontà., dovute al mancato superamento dell'esame (Cass., sez. VI, sent. n. 10567/2018).

3. Il soggetto che “aiuta” il candidato a copiare

Il soggetto che aiuta il candidato a copiare durante un concorso pubblico non è esente da responsabilità penali. Sia nel caso in cui procuri il materiale che in quello in cui rivestendo il ruolo di membro della commissione esaminatrice ometta di adottare i provvedimenti necessari pur avendo scoperto il “furbetto” durante la prova ex artt. 40 e, alternativamente, 110 o 117 c.p.

Se invece il commissario si accorge della copia durante la correzione dell'elaborato e omette la denuncia potrà essere perseguito per abuso di ufficio ex art. 323 c.p.

Se infine il commissario durante la correzione del compito si accorge della copia e per tale motivo proceda a bocciare il candidato disonesto ma ometta volontariamente di denunciare l'accaduto potrebbe rispondere delitto di omessa denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale ex art. 361 c.p.

Nel caso in cui si attesti il superamento di esame mai sostenuti, come ad esempio quando il verbale di laurea è formato sulla base di documenti concernenti esami di profitto mai sostenuti, allora il reato configurabile è quello di cui all'art. 495 c.p. (Cass., sez. VI, sent. n. 37240/2014).

Vincenza Luciano

Fonti normative

Codice penale: artt. 323, 361, 495.

Legge 475/1925

Giurisprudenza: Cass., sez. VI, sent. n. 3268/10; Cass. sent. n. 18826/2011; Cass., sez. VI, sent. n. 37240/2014; Cass., sez. V, sent. 2739/2017; Cass., sez. VI, sent. n. 10567/2018).

Esami e concorsi: che reato commette chi si fa aiutare? Annamaria Zarrelli il 12 Marzo 2018  

Cosa rischia e che reato commette chi, per superare un concorso, si fa passare le tracce o si fa aiutare dai commissari d’esame?

Inutile nascondersi dietro a un dito o “affossare” la testa sotto la sabbia: le raccomandazioni esistono e sono sempre esistite; così come esistono buste e “bustarelle”,  la compravendita di esami all’università, trucchi “magici” e molto costosi per riuscire a superare un concorso pubblico. Ora se è vero che l’onestà non sempre paga è pur vero che avere la coscienza a posto non ha prezzo. Non è detto, invece, che chi usi questi mezzi disonesti e queste scorciatoie che lasciano il tempo che trovano, la passi sempre liscia. La domanda allora sorge spontanea: cosa rischia chi si fa aiutare per passare un concorso pubblico? Che reato commette chi si fa “passare” le prove d’esame dai commissari, che dovrebbero invece garantire l’ordine e la trasparenza nell’espletamento delle prove e dei concorsi pubblici? Ebbene, a rispondere a questa domanda è stata la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza [1]. Vediamo allora cos’ha affermato la Suprema Corte in proposito e cosa rischia chi fa il disonesto per superare un concorso. Prima però esaminiamo la vicenda specifica.

Indice

Esami di stato: cosa rischia chi fa il disonesto

Esami, concorsi truccati e abuso d’ufficio

Esami e concorsi: che reato commette chi si fa aiutare?  

Esami di stato: cosa rischia chi fa il disonesto

Nel caso al vaglio della Suprema Corte veniva in rilievo la vicenda di un’aspirante avvocatessa, che per superare l’esame di abilitazione ha pensato bene di ricorrere all’”aiutino” di una cancelliera del Tribunale di sorveglianza che, nello specifico, doveva vigilare sul corretto svolgimento della prova e dalla sorella di quest’ultima. Tutto ciò che avrebbe dovuto fare la candidata, dunque, era prendere parte all’esame d’avvocato e recarsi alla toilette nel momento giusto, atteso che i compiti le sarebbero stati consegnati (già svolti ovviamente) nei bagni della sede in cui si teneva la prova.

Non tutte le ciambelle, però, escono col buco. Ed infatti, ad incastrare i poco onesti personaggi della vicenda sono state le intercettazioni delle telefonate tra la cancelliera-vigilante e l’aspirante legale.  Fatica e sforzi peraltro sprecati, visto che – ironia della sorte – la candidata non ha nemmeno superato l’esame. L’unica cosa, quindi, che i personaggi della vicenda appena narrata hanno guadagnato è stato un bel processo penale. Ma con quale accusa? Che reato commette chi, per superare un concorso, si fa passare le tracce o si fa aiutare dai commissari d’esame? Ecco le risposte.

Esami, concorsi truccati e abuso d’ufficio

Per comprendere che reato commette chi si fa aiutare per superare un concorso pubblico, dobbiamo prima capire che reato commette chi lo aiuta. Ebbene, se il soggetto che aiuta il candidato è un commissario d’esame o comunque un soggetto che dovrebbe assicurare l’ordine e la trasparenza nello svolgimento delle prove, il reato che viene in rilievo è quello di abuso di ufficio [2]. L’abuso d’ufficio si verifica quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio (vale a dire, nel caso di specie, il commissario d’esame o chi, a diverso titolo, deve vigilare sul buon andamento del concorso), nello svolgimento delle funzioni o del servizio, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale (consistente, nel caso che ci riguarda, nel superamento dell’esame di abilitazione).

Come visto, l’abuso d’ufficio non è un reato che può essere commesso da chiunque (i penalisti direbbero che si tratta – tecnicamente – di un reato proprio) atteso che può essere commesso solo dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio.

Ma allora che reato commette il soggetto che si fa aiutare?

Esami e concorsi: che reato commette chi si fa aiutare? 

Il reato è sempre lo stesso: abuso d’ufficio. Solo che chi si fa aiutare ne risponde a titolo di concorso (tecnicamente, in proposito, si parla di concorso esterno dell’estraneo nel reato proprio). Se, come nel caso di specie, il risultato sperato (il superamento dell’esame) non si realizza il reato non viene meno, ma si parlerà di tentativo. Ed infatti, la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha condannato la candidata disonesta per il reato di concorso, quale estranea, nelle condotte di tentato abuso d’ufficio commesse dai pubblici ufficiali, che avevano  posto in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a procurare all’aspirante legale un ingiusto vantaggio patrimoniale, consistente nel superamento dell’esame di abilitazione alla professione di avvocato, non riuscendo nell’intento per cause indipendenti dalla sua volontà e dovute al mancato superamento dell’esame stesso.

Abuso di ufficio, tentativo, esame di avvocato, tracce scritte, pubblico ufficiale, elaborato tratto da internet

Cassazione penale, sez. VI, Sentenza 08/03/2018 n° 10567 

Risponde di concorso nel reato di tentato abuso di ufficio di cui all'articolo 323 c.p. l'aspirante legale che si fa passare le tracce scritte per l'esame di abilitazione professionale grazie all'aiuto di pubblici ufficiali.

Sentenza 08/03/2018, n. 10567

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CARCANO Domenico - Presidente -

Dott. TRONCI Andrea - Consigliere -

Dott. GIORDANO Emilia Anna - Consigliere -

Dott. BASSI Alessandra - Consigliere -

Dott. D’ARCANGELO Fabrizio - rel. Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

N.A., nata a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 20/04/2015 della Corte di appello dell'Aquila;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. Fabrizio D'Arcangelo;

udito il Pubblico Ministero, in persona Sostituto Procuratore generale Dr. Canevelli Paolo, che ha concluso chiedendo l'annullamento con rinvio;

udito il difensore del ricorrente, avv. Emilio Bafile, che ha chiesto l'accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello dell'Aquila, in parziale riforma della sentenza emessa in data 22 maggio 2013 dal Giudice dell'Udienza Preliminare del Tribunale dell'Aquila ed appellata dalla imputata N.A., ha rideterminato in sei mesi di reclusione, condizionalmente sospesa, la pena irrogata nei confronti della stessa, confermando, nel resto la sentenza di primo grado.

2. N.A. è imputata dei delitti di cui all'art. 110 c.p., art. 81 c.p., comma 2, artt. 56 e 323, anche in riferimento alla L. 19 aprile 1925, n. 475, art. 1, contestati ai capi b), d) ed f), per aver, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, concorso quale extraneus alle condotte di tentato abuso di ufficio rispettivamente poste in essere dai pubblici ufficiali O.L., D.B.P. e O.P. (rispettivamente contestate ai capi a), c) e d), che avevano posto in essere e atti inidonei, diretti in modo non equivoco, a procurare alla N. un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente nel superamento dell'esame di abilitazione alla professione di avvocato, non riuscendo nell'intento per cause indipendenti dalla propria volontà, dovute al mancato superamento dell'esame.

Le condotte abusive dei predetti pubblici ufficiali sarebbero, infatti, state finalizzate sinergicamente a consentire alla imputata, nell'espletamento delle prove scritte dell'esame all'abilitazione alla professione di avvocato, tenutosi a (OMISSIS) nei giorni (OMISSIS), di presentare come proprio un elaborato che invece era opera di altri.

In particolare, secondo l'imputazione, la N., avvalendosi dei consigli di O.L., cancelliere presso il Tribunale di Sorveglianza dell'Aquila ed addetta alla vigilanza per l'espletamento delle prove scritte per l'esame di abilitazione all'avvocatura svolte a (OMISSIS) in data (OMISSIS), aveva ricevuto dalla stessa un elaborato tratto da siti internet in cui, nella immediatezza della pubblicazione, era commentata la traccia, preparato da D.B.P. e O.P. (capo a).

D.B.P., inoltre, in qualità di funzionario del Ministero di Giustizia in servizio presso l'Ufficio Informatico della Corte di appello dell'Aquila, abusando del proprio ufficio, aveva reperito, utilizzando le risorse informatiche del proprio ufficio, navigando in Internet, le tracce d'esame, inviandole a O.P. (capo c).

Da ultimo, O.P., avvocato funzionario della (OMISSIS) in servizio presso l'ufficio legislazione (OMISSIS), aveva confezionato l'elaborato di seguito consegnato dalla sorella L. perchè venisse consegnato alla candidata N. (capo e).

3. L'avv. Emilio Bafile, nell'interesse della N., ricorre per cassazione avverso la predetta sentenza e ne chiede l'annullamento, deducendo quattro motivi e, segnatamente:

- la inosservanza o la erronea applicazione dell'art. 11 c.p.p., comma 3, in quanto la Corte di Appello, nel rigettare la eccezione di incompetenza territoriale già sollevata innanzi al Giudice dell'udienza preliminare, avrebbe dovuto individuare il Tribunale competente a conoscere della regiudicanda in quello di Campobasso, essendo parti lese delle condotte di reato poste in essere da O.L. una pluralità di magistrati appartenenti al distretto dell'Aquila;

- la inosservanza dell'art. 270 c.p.p., atteso che le intercettazioni disposte sulla utenza telefonica di O.L. erano state utilizzate come prova in procedimento diverso da quello per cui erano state disposte e, segnatamente, nei confronti della N.;

- la inosservanza dell'art. 416 c.p.p., comma 2, non essendo stata trasmessa la Relazione Integrativa della Guardia di Finanza del 28 maggio 2012, che, costituendo atto di indagine, avrebbe dovuto essere esaminata dal giudice dell'udienza preliminare in sede di decisione del rito abbreviato;

- la violazione o la erronea applicazione dell'art. 56 c.p., comma 3 e dell'art. 530 c.p.p..

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso deve essere rigettato in quanto infondato.

2. Con il primo motivo la ricorrente deduce la inosservanza dell'art. 11 c.p.p., comma 3, in quanto la Corte di Appello, nel rigettare la eccezione di incompetenza territoriale già sollevata innanzi al Giudice dell'udienza preliminare, avrebbe dovuto individuare il Tribunale competente a conoscere della regiudicanda in quello di Campobasso, essendo danneggiata dalle condotte di reato poste in essere da O.L. una pluralità di magistrati appartenenti al distretto dell'Aquila.

Dalla mera lettura dei capi di imputazione emergeva, peraltro, che i medesimi, per quanto posto in essere a loro discredito ed a danno dell'Ufficio, erano legittimati a costituirsi parte civile.

3. Tale doglianza si rivela infondata e, pertanto, deve essere disattesa.

La speciale competenza stabilita dall'art. 11 c.p.p., che ha natura funzionale, e non semplicemente territoriale, con conseguente rilevabilità, anche di ufficio, del relativo vizio in ogni stato e grado del procedimento (Sez. U, n. 292 del 15/12/2004, Scabbia, Rv. 229633), opera esclusivamente per i procedimenti in cui un magistrato assume la qualità di indagato, di imputato ovvero di persona offesa o danneggiata dal reato ed, ai sensi del comma 3 della medesima disposizione, nei procedimenti connessi.

La Corte di Appello dell'Aquila, a pagina 7 della sentenza impugnata, ha correttamente escluso la sussistenza dei presupposti per la applicazione dell'art. 11 c.p.p., comma 3, rilevando che "in relazione al reato di falso per induzione di cui al capo s) ascritto a O.L., D.S.F. e D.S.R. in concorso tra loro e di rivelazione di segreto di ufficio di cui al capo t) ascritto alla sola O.L., i magistrati indicati nel capo di imputazione quali pubblici ufficiali che, per effetto delle condotte di induzione in errore contestate come poste in essere dalla O. in concerto con i due coimputati, avrebbero emesso dei provvedimenti giudiziali sulla base di falsi presupposti non possono, ad avviso della Corte, assolutamente essere definiti come persone offese o danneggiate dal reato, nel senso tecnico inteso dalla norma penale di cui all'art. 11 c.p.p., essendo detti magistrati, semmai, solo lo strumento inconsapevole attraverso il quale sarebbe stato leso il bene rappresentato dalla tutela della fede pubblica (capo s) e del buon funzionamento della pubblica amministrazione (capo t). Non rivestendo, pertanto, i magistrati contemplati nell'imputazione di cui al capo s) la qualità di persone offese o di danneggiate dal reato, viene meno ogni e qualsiasi possibilità, in ogni caso, di applicare alla presente fattispecie il disposto di cui all'art. 11 c.p.p., comma 1 e 3".

Come ha correttamente rilevato la Corte di appello, nella specie i magistrati tratti in inganno non erano nè le persone offese dei delitti di rivelazione di segreto di ufficio commessi, in quanto non erano i titolari del bene-interesse leso, e neppure i danneggiati dal reato.

Nella sintassi del codice penale, infatti, il soggetto che commette il reato perchè determinato dall'altrui inganno ai sensi dell'art. 48 c.p. appartiene, pur sempre, ancorchè sia non punibile, al novero degli autori del reato e, pertanto, non può essere, al contempo, considerato danneggiato da una condotta posta in essere da sè medesimo.

4. Con il secondo motivo la ricorrente lamenta la inosservanza dell'art. 270 c.p.p., atteso che le intercettazioni telefoniche erano state utilizzate come prova nel procedimento penale pendente nei confronti della N., diverso da quello per cui erano state originariamente disposte.

Entrambi i giudici di merito avevano, infatti, ritenuto utilizzabili nei confronti della N. le intercettazioni telefoniche disposte nei confronti di O.L., rilevando come le stesse fossero state eseguite nel contesto del medesimo procedimento, ma avevano obliterato il contenuto precettivo dell'art. 270 c.p.p., comma 1.

Le intercettazioni erano, infatti, state autorizzate nell'ambito del procedimento n. 2608/10 R.G.N.R. dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Avezzano, al fine di accertare ipotesi di reato relative ad atti falsi confezionati in favore di noti pregiudicati abruzzesi, abuso di ufficio e rivelazione di segreto di ufficio posti in essere da L. O., D.S.R. e F..

La N. era, pertanto, certamente estranea rispetto alle vicende di rivelazione di segreto di ufficio addebitate a O.L..

Inoltre, atteso che le condotte poste in essere nel corso dell'esame di avvocato non erano soggettivamente o oggettivamente connesse o collegate con quelle di rivelazione di segreto di ufficio, essendo due vicende autonome ed irrelate, difettavano i presupposti per la operatività dell'art. 270 c.p.p., non essendo contemplato l'arresto obbligatorio in flagranza per il delitto di abuso di ufficio.

Il decreto autorizzativo adottato in relazione alla O., peraltro difettava dei presupposti di cui all'art. 267 c.p.p., mancando la motivazione come evidenziato con la memoria depositata in data 15 novembre 2012.

5. Anche tale doglianza si rivela infondata.

La Corte di Appello ha correttamente ritenuto utilizzabili nei confronti della N. le intercettazioni eseguite sulla utenza telefonica della O. in quanto le stesse erano state poste in essere nello stesso procedimento, "anche in termini di genesi delle relative indagini".

Nel caso di specie, infatti, risulta che le intercettazioni relative alle ipotesi di tentato abuso di ufficio siano state eseguite nell'ambito del medesimo procedimento nel corso del quale erano state autorizzate le captazioni nei confronti di O.L. (e, segnatamente, nel procedimento n. 2608/10 R.G.N.R. dal quale era sorto di seguito, per stralcio, quello n. 378/11 R.G.N.R.).

Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, dal quale non vi è ragione per discostarsi, i risultati delle intercettazioni telefoniche legittimamente acquisiti nell'ambito di un procedimento penale inizialmente unitario sono utilizzabili anche nel caso in cui il procedimento sia successivamente frazionato a causa della eterogeneità delle ipotesi di reato e dei soggetti indagati, atteso che, in tal caso, non trova applicazione l'art. 270 c.p.p. che postula l'esistenza di procedimenti ab origine tra loro distinti (Sez. 6, n. 21740 dell'01/3/2016, Masciotta, Rv. 266921; Sez. 6, n. 6702 del 16/12/2014, dep. 2015, La Volla, Rv. 262496; Sez. 6, n. 27820 del 17/06/2015, Morena, Rv. 264087; Sez. 6, n. 41317 del 15/07/2015, Rosatelli, Rv. 265004; in motivazione, inoltre, v. Sez. 2, n. 1924 del 18/12/2015, dep. 2016, Roberti, Rv. 265989, nonchè Sez. 6, n. 8934 del 10/12/2014, dep. 27/02/2015, Franzosi, Rv. 262648).

L'applicabilità dell'art. 270 c.p.p. non può, pertanto, essere invocata ove, nel corso di intercettazioni legittimamente autorizzate, emergano elementi di prova relativi ad altro reato, pur totalmente svincolato da quello per il quale l'autorizzazione è stata debitamente rilasciata (v., in motivazione, Sez. 6, n. 50261 del 25/11/2015, M., Rv. 265757).

La lettera stessa degli artt. 266 e 270 c.p.p., non solo non presenta indicazioni opposte o incompatibili, ma anzi fornisce almeno due indicazioni con essa coerenti.

In primo luogo, infatti, l'art. 266 c.p.p. non esclude espressamente l'utilizzabilità delle intercettazioni nell'ipotesi del concorso di reati nel medesimo procedimento e ciò, pur essendo l'ipotesi di concorso di reati fenomeno del procedimento del tutto usuale e frequente. La locuzione "nei procedimenti relativi ai seguenti reati" deve, pertanto, per esigenze di intrinseca coerenza sistematica, essere interpretata nel senso della sufficienza della presenza di uno dei reati di cui all'art. 266 c.p.p. all'interno del procedimento, mentre, sarebbe paradossale dover invece pervenire alla conclusione che l'art. 266 c.p.p. disciplini solo i casi in cui il singolo procedimento tratta uno solo, o più, dei reati che espressamente indica.

D'altro lato, l'art. 270 c.p.p., nell'individuare i parametri per legittimare l'utilizzazione dei risultati delle intercettazioni in altri procedimenti, non richiama l'elencazione tassativa dell'art. 266, ma fa riferimento al diverso requisito della indispensabilità per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza.

Pertanto, sia la lettera che il contesto sistematico in cui si collocano gli artt. 266 e 270 c.p.p. dimostrano che il legislatore si è posto il problema della utilizzazione dei risultati di intercettazioni legittimamente disposte per uno dei reati indicati nell'art. 266 c.p.p., trattando esplicitamente solo il caso dell'utilizzazione extra-procedimentale e, tuttavia, riconoscendo in quel caso la possibilità di utilizzazione secondo parametri diversi da quelli indicati nell'art. 266 c.p.p..

Inammissibile in quanto aspecifica si rivela, da ultimo, la censura rivolta avverso la asserita carenza di motivazione di cui all'art. 267 c.p.p. dei decreti autorizzatori delle intercettazioni delle utenze di O.L., in quanto il ricorrente, limitandosi a richiamare una propria memoria depositata in una distinta fase processuale, non si è confrontato con il testo della decisione impugnata, contestandola specificamente, e non ha chiarito in termini autonomi il significato dei propri rilievi critici in relazione alle cadenze ed al sindacato proprio del giudizio di cassazione.

6. Con il terzo motivo la ricorrente si duole della violazione dell'art. 416 c.p.p., comma 2, non essendo stata trasmessa la Relazione integrativa della Guardia di Finanza, Nucleo Polizia Tributaria L'Aquila, Gruppo Tutela Economica, depositata in data 28 maggio 2012, che, costituendo atto di indagine, avrebbe dovuto essere esaminata dal giudice dell'udienza preliminare in sede di decisione del rito abbreviato.

L'art. 416 c.p.p. fonda una presunzione di trasmissione di ogni atto presente nel fascicolo del Pubblico Ministero, atteso che il medesimo, ai sensi del secondo comma della medesima disposizione, ha l'obbligo di trasmettere al giudice dell'udienza preliminare l'intera documentazione raccolta nel corso delle indagini.

La ingiustificata pretermissione di tale atto, secondo la ricorrente, aveva, pertanto, influito in modo determinante sull'esito del giudizio e, segnatamente, aveva impedito al giudice dell'udienza preliminare di comprendere che la imputata non aveva postato alcuna traccia di esame su internet. Solo per un equivoco, pertanto, il messaggio partito da tale " A." era stato attribuito originariamente alla N..

Pur essendo tale annotazione stata acquisita dalla Corte di Appello, era, pertanto, necessario nuovamente celebrare il primo grado di giudizio, pregiudicato nell'esito a causa di tale omissione.

7. Anche tale censura deve essere disattesa in quanto infondata.

Non è configurabile la inosservanza da parte del Pubblico Ministero dell'obbligo di cui all'art. 416 c.p.p., comma 2, di depositare, con la richiesta di rinvio a giudizio, tutta la documentazione relativa alle indagini espletate, allorchè, pur difettando l'immediata disponibilità di parte del materiale probatorio, esso risulti, in base gli atti, trasmesso sicchè la difesa è in condizione di chiederne l'acquisizione al fine di prenderne visione ed estrarne copia (ex plurimis: Sez. 2, n. 6950 del 12/03/1998, D'Auria, Rv. 211102).

La Corte di Appello dell'Aquila ha, peraltro, acquisito, nel contraddittorio delle parti, la predetta relazione di indagine alla udienza del 19 febbraio 2015 ed ha rilevato, non certo illogicamente, come non potesse annettersi alla stessa il significato decisivo attribuito dalla difesa.

La circostanza che non vi fosse prova che la " A." che aveva postato un messaggio sul forum dedicato in Internet all'esame di avvocato alle ore 10.42 del 14 dicembre 2010 fosse stata la imputata, non era rilevante ai fini della definizione della posizione della N..

La responsabilità penale della imputata è, infatti, stata congruamente dimostrata dalla valutazione sinergica delle intercettazioni telefoniche intercorse tra i coimputati nei giorni delle prove di esame, dall'esito della acquisizione delle mail scambiate tra le O. ed il D.B. nel corso delle predette prove e dalla attività di pedinamento di L. O. posta in essere dalla Polizia Giudiziaria in tali giorni.

Dall'esame di tale complessivo compendio probatorio era emerso come la N. avesse goduto della assistenza dei coimputati nella redazione delle tracce d'esame.

8. Con il quarto motivo, la ricorrente lamenta la inosservanza o la erronea applicazione dell'art. 56 c.p., comma 3, e dell'art. 530 c.p.p..

La imputata, infatti, non aveva ricevuto dall'esterno gli elaborati della prova di esame ed aveva consegnato compiti genuini; non aveva, inoltre, introdotto alcun cellulare all'interno dell'aula di svolgimento della prova di esame.

La conoscenza della N. con O.L. era stata puramente casuale, l'imputata nei giorni di esame aveva fatto a meno del cellulare e non aveva postato le tracce di esame, come chiarito dalla predetta annotazione della Guardia di Finanza.

L'imputata, peraltro, aveva riportato una votazione più alta (28 rispetto ai voti delle residue prove 21 e 22) proprio il terzo giorno nel quale era stato alla O. inibito l'ingresso ai locali ove si svolgeva la prova di esame.

Errata era, inoltre, la valutazione effettuata dal Giudice dell'Udienza Preliminare in ordine alla corrispondenza degli elaborati della imputata con le mail inviate dal D.B. alle sorelle O..

La circostanza che la N., nei giorni precedenti le prove di esame, avesse conversato con la O. circa le possibili modalità di comunicazione con l'esterno durante le prove era, inoltre, inidonea a fondare un giudizio di colpevolezza, neppure in termini di tentativo punibile.

La imputata doveva, pertanto, essere assolta e, comunque, atteso che dalle intercettazioni, pur inutilizzabili, era emerso che la N., durante le prove, aveva il cellulare spento, la condotta doveva, al più, essere qualificata ai sensi dell'art. 56 c.p., comma 3, venendo in rilievo una ipotesi di desistenza volontaria nella quale l'agente aveva abbandonato l'azione criminosa prima che questa fosse portata a compimento. La presunzione di avvenuta consegna dei compiti alla N. era, infatti, priva di oggettivi riscontri.

9. Il motivo si rivela inammissibile in quanto si risolve nella sollecitazione a pervenire, attraverso una incursione del merito della presente regiudicanda, ad una diversa, e più favorevole lettura, delle risultanze probatorie poste a fondamento della sentenza impugnata.

Nella sentenza impugnata si rileva, peraltro, congruamente che non vi fu alcuna desistenza volontaria da parte della N..

La Corte di Appello, infatti, con motivazione tutt'altro che illogica, ha ritenuto irrilevante la circostanza valorizzata dalla difesa relativa al mancato utilizzo da parte della N. del telefono cellulare, pur abusivamente portato all'interno dei locali ove venivano svolte le prove di esame, in quanto il "previo ed organizzato accordo di assistenza, ad ampio spettro" tra la N. e O.L., contemplava il ricorso al cellulare solo quale ipotesi residuale.

Per quanto accertato dalle sentenze di merito, infatti, la consegna dell'elaborato confezionato da O.P. alla N. era avvenuta nel bagno dei locali destinati alle prova da parte di O.L..

Nel giudizio di cassazione sono, peraltro, precluse al giudice di legittimità la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione impugnata e l'autonoma adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti, indicati dal ricorrente come maggiormente plausibili o dotati di una migliore capacità esplicativa rispetto a quelli adottati dal giudice del merito (Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482).

10. Alla stregua di tali rilievi, pertanto, il ricorso deve essere disatteso e la ricorrente deve essere condannata, ai sensi dell'art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 29 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria, il 8 marzo 2018.

Candidato che trucca il concorso: quali conseguenze? Da lentepubblica.it 28 Dicembre 2022

Se il candidato trucca il concorso quali sono le conseguenze? Vediamo insieme le ipotesi possibili e cosa prevede la legge.

Concorso truccato: i concorsi pubblici, sia per la Pubblica Amministrazione che per il privato, rimangono una notevole opportunità di lavoro.

Per poter partecipare, occorre studiare e prepararsi molto, ma a volte possono esserci delle ingiustizie, a causa di un concorso truccato.

Ma cosa si rischia in questi casi?

Vediamolo insieme.

Concorso truccato: come denunciare le irregolarità

Le procedure concorsuali, così come le prove d’esame, sono spesso controllate da enti esterni. Le commissioni vengono nominate secondo regole ben precise e le prove sono corrette da sistemi informatici.

Nonostante ciò, può accadere che ci siano delle irregolarità durante la procedura. Cosa fare, quindi, in questi casi?

Se, durante la procedura concorsuale, non sono state rispettate le regole di perfetta imparzialità o si è a conoscenza di motivi fondati che il concorso sia stato truccato, il candidato potrà rivolgersi ad un avvocato esperto in materia, il quale presenterà un ricorso al Tar competente.

I giudici amministrativi dovranno decidere circa l’ammissibilità del ricorso e valutare la riammissione del candidato nelle fasi successive del concorso.

L’accesso agli atti deve essere sempre garantito.

Candidato che trucca il concorso: commette un reato in prima persona?

Secondo la legge, in caso di raccomandazione o corruzione, i candidati che ne beneficiano non commettono reato in prima persona.

La responsabilità, infatti, è dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio, che dovranno rispondere alle irregolarità commesse.

Nel 2019, la Cassazione si è pronunciata rispetto ad alcuni concorsi truccati, nell’ambito della sanità, con la sentenza 14380/2019.

Nella sentenza, è stato stabilito che il cittadino privato può essere punito per un concorso, solo quando istiga o rafforza il convincimento dei pubblici ufficiali a commettere abuso di ufficio e/o rivelazione di segreti d’ufficio (come le prove d’esame).

Poiché alcuni reati, come l’abuso d’ufficio, possono essere commessi solo da alcuni soggetti, diminuisce la responsabilità dei candidati, che possono, però, essere puniti con altre sanzioni, come l’esclusione dai concorsi futuri.

Ma il candidato può anche rispondere di reati e illeciti diversi, rispetto al pubblico ufficiale, come la violazione della pubblica fede (in caso di copiature) e falsa attestazione (se si dichiara lo svolgimento di una prova mai effettuata).

Penale Sent. Sez. 5 Num. 14380 Anno 2019

Presidente: MORELLI FRANCESCA

Relatore: CALASELICE BARBARA

Data Udienza: 20/12/2018

Corte di Cassazione - copia non ufficiale

RITENUTO IN FATTO

1. Con l'ordinanza impugnata il Tribunale di Potenza, in funzione di riesame, ha confermato il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Matera del 3 luglio 2018, con il quale è stata applicata, nei confronti di Alessandra D'Anzieri, la misura cautelare degli arresti domiciliari per i reati di cui agli artt. 110, 323 e 326, comma 3, cod. pen. di cui ai capi 1 e 2 dell'incolpazione provvisoria. La tesi di accusa, recepita nelle ordinanze cautelari, è nel senso che la D'Anzieri, quale concorrente nella prova per titoli ed esami per la copertura di un posto come dirigente amministrativo presso l'AS di Matera, tramite l'intercessione in suo favore del Direttore generale dell'Azienda sanitaria di Potenza, Bochicchio, presso Pietro Quinto, Direttore generale Azienda Sanitaria di Matera (indicato come "fedelissimo" del Presidente della Regione Basilicata, Pittella) nonché, tramite il Quinto, presso il Presidente della Commissione esaminatrice - Maria Benedetto - avrebbe ottenuto illegittimamente in anticipo le tracce dei temi per la prova pratica e, comunque, l'attribuzione del secondo posto, così da fruire del cd. scorrimento regionale, onde poter ottenere un posto presso altra Azienda Sanitaria Locale, determinando per la candidata un vantaggio patrimoniale ingiusto, rappresentato dall'assunzione con la qualifica dirigenziale. 2. Avverso l'ordinanza citata ha proposto ricorso per cassazione l'indagata, tramite il difensore di fiducia, denunciando inosservanza ed erronea applicazione degli artt. 110, 323 e 326, comma 3, cod. pen., nonché vizio di motivazione. 2.1. Sotto il primo aspetto si deduce che non sussistono indizi gravi in ordine al concorso, quale concorrente esterno, nel reato di abuso di ufficio e di utilizzazione di segreto di ufficio. Pur volendo prescindere dalla ricostruzione degli indizi operata dal Tribunale e dal Giudice per le indagini preliminari (secondo la quale risulterebbe dalle conversazioni captate in ambientale e telefoniche, che la D'Anzieri, come il primo classificato Fruscio, avrebbero fruito, tramite il Quinto, della sponsorizzazione per il concorso in questione, con il placet del Governatore della Regione Basilicata Pittella), diversamente da quanto sostenuto nell'ordinanza impugnata, secondo la ricorrente, non è configurabile il concorso del mero beneficiario nel reato di abuso di ufficio. 2 Corte di Cassazione - copia non ufficiale Trattandosi di reato proprio, il beneficiario può concorrere solo se ha posto in essere una condotta di partecipazione, morale o materiale, con l'autore del reato. Tale concorso non si ravvisa nell'aver raggiunto una certa posizione nella graduatoria o nell'aver conosciuto, in anticipo, l'oggetto della prova, in assenza di condotta istigatrice o di rafforzamento del proposito criminoso, o, ancora di una condotta di agevolazione di una fase dell'iter criminis. 2.1.1. Il ricorso richiama giurisprudenza di questa Corte che delinea la condotta del concorrente privato, a titolo di concorso nel reato di cui all'art. 323 cod. pen., sotto il profilo dell'intesa, delle pressioni dirette a sollecitare e ad influenzare il pubblico ufficiale per il compimento dell'atto illegittimo, tali da averlo determinato alla condotta o da averne rafforzato il proposito. Né si può ritenere, secondo la ricorrente, che il reato di cui all'art. 323 cod. pen. abbia natura necessariamente plurisoggettiva, ribadendo che, comunque, non si rinviene alcuna motivazione sulla condotta materiale ascrivibile alla D'Anzieri. 2.1.2. Quanto al reato di cui all'art. 326 cod. pen., il provvedimento, per la ricorrente, sarebbe privo della indicazione degli elementi da cui possa ricavarsi il concorso, mancando la descrizione dell'iniziativa dalla stessa assunta, o di rapporti diretti con i membri della Commissione da parte della candidata ritenuta sponsorizzata. 2.2. Sotto il secondo aspetto il provvedimento impugnato, secondo la ricorrente, è privo di motivazione o, comunque, presenta motivazione apparente, quanto all'indicazione della condotta istigatrice tenuta dalla D'Anzieri, nonché circa la descrizione del contributo causale offerto, in concreto, rispetto al reato commesso dai pubblici ufficiali, omettendo, peraltro, di spiegare i rapporti tra la D'Anzieri e il Bochicchio. Ciò anche considerando il contenuto della ordinanza genetica, secondo il ricorso priva, a sua volta, di autonoma valutazione riprendendo, sul punto, il contenuto della richiesta, con la tecnica del cd. copia e incolla. Infine si censura l'omessa valutazione specifica degli argomenti, devoluti in sede di riesame, anche con memoria difensiva prodotta in quella sede.

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il ricorso è fondato per quanto di ragione, sicchè l'ordinanza impugnata va annullata con rinvio al Tribunale di Potenza per nuovo esame. 3 Corte di Cassazione - copia non ufficiale 2. Si osserva, in via generale, che va condiviso l'approdo interpretativo al quale è giunta la costante giurisprudenza di questa Corte di legittimità, che ha evidenziato come, in materia di provvedimenti de libertate, il sindacato del giudice di legittimità non possa estendersi alla revisione degli elementi materiali e fattuali delle vicende indagate, ivi compreso lo spessore degli indizi, né alla rivalutazione delle condizioni soggettive dell'indagato, in relazione alle esigenze cautelari e all'adeguatezza delle misure. Si tratta di apprezzamenti di merito, rientranti nel compito esclusivo e insindacabile del giudice che ha applicato la misura e del Tribunale con funzione di riesame. La motivazione del provvedimento che dispone una misura coercitiva è, dunque, censurabile solo quando sia priva dei requisiti minimi di coerenza, completezza e logicità al punto da risultare meramente apparente o assolutamente inidonea a rendere comprensibile la logica seguita dal giudice di merito o talmente priva di coordinazione e carente dei necessari passaggi logici, da far risultare incomprensibili le ragioni che hanno giustificato l'applicazione della misura. E', pertanto, rilevabile in cassazione soltanto la violazione di specifiche norme di legge, la mancanza assoluta o la manifesta illogicità della motivazione, risultante dal testo del provvedimento impugnato. Il controllo di legittimità, in particolare, non può riguardare ne' la ricostruzione di fatti, ne' l'apprezzamento del giudice di merito circa l'attendibilità delle fonti e la rilevanza e concludenza dei dati probatori, per cui non sono consentite censure che, pur investendo formalmente la motivazione, si risolvano nella prospettazione di una diversa valutazione di circostanze, già esaminate dal giudice dì merito (Sez. 6, n. 49153 del 12/11/2015, Mascolo, Rv. 265244 - 01, di cui si riprendono le argomentazioni; Sez. F, n. 47748 del 11/08/2014, Contarini, Rv. 261400 - 01 Sez. 1, n. 6972, del 7/12/1999 - dep. 2000, Alberti, Rv. 215331 - 01; Sez. 1, n. 1769 del 23/03/1995, Ciraolo, Rv. 201177). L'adesione a tale indirizzo comporta che, nella materia in esame, qualora venga impugnato dall'indagato con ricorso per cassazione, il provvedimento del Tribunale con funzione di riesame che abbia, quale contenuto decisionale, la conferma di un'ordinanza cautelare, è improponibile ogni questione che sconfini nella verifica degli indizi di colpevolezza o delle esigenze cautelari che abbiano legittimato, ex art. 273, comma 1, e art. 274 cod. proc. pen., l'adozione della misura, travalicando i limiti del sindacato consentito sulla motivazione della decisione impugnata. Quindi questa Corte non può sostituirsi a valutazioni, rimesse al Tribunale, ma solo verificare l'adeguatezza della motivazione in rapporto alle deduzioni 4 Corte di Cassazione - copia non ufficiale difensive e alle acquisizioni probatorie, nonché la sua intrinseca logicità, coerenza oltre che l'assenza di violazioni di legge. 3. Ciò premesso quanto ai limiti del sindacato di questa Corte, si osserva che deve essere accolto il motivo di ricorso che deduce l'assenza assoluta di motivazione circa la gravità indiziaria in relazione ad entrambi i reati contestati nell'incolpazione provvisoria. 3.1. E' appena il caso di rilevare che non si ravvisa la dedotta inosservanza dell'art. 292, comma 1, lett. c) cod. proc. pen., tenuto conto che la critica posta non è dotata del necessario requisito di specificità che deve assistere il motivo di ricorso per cassazione, limitandosi ad una generale censura della tecnica di redazione dell'ordinanza genetica, secondo il cd. copia e incolla. 3.2. Va rilevato che, nel caso al vaglio, il provvedimento impugnato risulta privo dell'esposizione delle ragioni giuridicamente significative che lo hanno determinato, risultando l'iter argomentativo che ha condotto alla decisione, privo della necessaria valutazione, in quanto carente dell'indicazione degli elementi significativi del concorso del destinatario nel reato di rivelazione di segreto di ufficio e del privato beneficiario, per l'abuso di ufficio, dell'atto illegittimo, anche alla luce delle difese svolte con memoria difensiva, sottoposta all'attenzione del Tribunale con funzione di riesame. L'ordinanza impugnata, quanto alla valutazione del quadro indiziario a carico dell'indagata, una volta descritta la complessa indagine che ha determinato l'applicazione della misura nei confronti della D'Anzieri, si è limitata a richiamare e trascrivere le pagine da 80 a 85 e da 100 a 102 dell'ordinanza genetica. Nessuna valutazione delle emergenze acquisiste in termini critici è stata compiuta, in relazione anche alle doglianze sviluppate dalla ricorrente con l'istanza di riesame. Invero, dopo la pedissequa trascrizione delle pagine dell'ordinanza cautelare ritenute riferibili alla posizione dell'indagata, il Tribunale con funzione di riesame si è limitato ad evidenziare il ruolo di vertice piramidale del Presidente della Regione Basilicata (Pittella) e tale preminenza del Governatore sarebbe stata riconosciuta anche dai Dirigenti sanitari delle aziende locali di Potenza e Matera Bochicchio e Quinto, sponsor dei candidati D'Anzieri e D'Alessandro, dirigenti che avrebbero chiesto ed ottenuto dal Presidente della Regione il benestare per l'esito favorevole, per i loro candidati, del concorso in corso di espletamento, anche attraverso il concorso del Presidente della Commissione esaminatrice e alcuni componenti. 5 Corte di Cassazione - copia non ufficiale A tali considerazioni prive di un'organica valutazione del quadro indiziario a carico dell'indagata e della disamina anche delle deduzioni dell'indagata stessa, quanto alla configurabilità del concorso nei reati contestati, si aggiunge il mero richiamo, generico e nemmeno argomentato, all'ordinanza genetica quanto alla qualificazione giuridica delle fattispecie in contestazione. Si osserva, sul punto, che l'ordinanza genetica, richiamata per relationem, evidenzia che, rispetto alla D'Anzieri, il D'Alessandro, risultato vincitore del concorso, si sarebbe posto come intermediario e successivo propalatore delle notizie coperte da segreto ( tracce d'esame ) rivelate alla ricorrente. Inoltre la D'Anzieri viene indicata quale partecipe di accordi, precedenti alla rivelazione, in quanto beneficiaria dell'intercessione, in suo favore, presso il Direttore generale Quinto, da parte del Bochicchio. 3.3. Alcuna valutazione delle emergenze acquisiste, in termini critici, è stata compiuta dal Tribunale del riesame, in relazione alle doglianze sviluppate dalla ricorrente con l'istanza di riesame, circa la necessità di espressa motivazione sulla condotta specificamente attribuibile al privato, beneficiario dell'abuso di ufficio e, in questo caso, anche destinatario della rivelazione del segreto di ufficio. Ai fini del concorso dell'extraneus nel reato di rivelazione del segreto di ufficio, va dato atto dell'esistenza di un consolidato orientamento giurisprudenziale di questa Corte di legittimità, più rigoroso, secondo il quale è necessario che l'extraneus non si sia limitato a ricevere la notizia, ma abbia istigato o indotto il pubblico ufficiale ad attuare la rivelazione. Tale indirizzo, esclude che sia sufficiente ad integrare il reato, per il soggetto che la riceve, la mera rivelazione a terzi della notizia coperta da segreto, salvo che il soggetto non qualificato, invece di limitarsi a ricevere la notizia, abbia indotto o istigato ad attuare la rivelazione indebita (Sez. 6, n. 34928 del 17/04/2018, Guglielmo, Rv. 273786 - 01; Sez. 6 sent. n. 35899 del 30/05/2017, Fori, Rv. 270546; Sez. 6 n. 47977 del 18/09/2015, Gatto, Rv. 265752; Sez. 1 n. 27231 del 30/06/2015; Sez. 1 n. 5842 del 17/10/2011, Barranca, Rv. 249357). Nemmeno, peraltro, il provvedimento impugnato ha esposto di aderire a diversa opzione ermeneutica che sostiene la punibilità di colui che abbia ricevuto la notizia. Si tratta di indirizzo relativo al caso dell'estraneo che non abbia direttamente sollecitato la rivelazione dall'agente ed abbia trasmesso a terzi la notizia stessa che abbia conservato il suo carattere segreto (Sez. 6 sent. n. 39428 del 31/03/2015, Berlusconi, Rv. 264782; Sez. 6 sent. n. 42109 del 14/10/2009, Pezzuto, Rv. 245021; Sez. 6, sent. n. 15849 del 26/02/2004, Iervolino, Rv. 229344). 6 Corte di Cassazione - copia non ufficiale In ogni caso si evidenzia che il provvedimento genetico indica la partecipazione dei due concorrenti non vincitori, Fruscio e D'Anzieri, ad un accordo preliminare, rispetto al quale gli elementi di fatto, a fronte di espressa critica proposta con il gravame, non sono in alcuna parte enucleati nel provvedimento impugnato. 3.4. Ad analoghe considerazìoni, circa l'assoluta carenza motivazionale del provvedimento, deve giungersi in relazione al contestato concorso del privato nel reato proprio di abuso di ufficio, tenuto conto dell'indirizzo espresso da questa Corte di legittimità, ai fini della configurabilità del concorso del privato, destinatario dell'ingiusto vantaggio patrimoniale di cui all'art. 323 cod. pen. All'uopo, infatti, è stata reputata necessaria la dimostrazione che questi abbia posto in essere una condotta causalmente rilevante nella realizzazione della fattispecie criminosa, partecipando con comportamenti diretti a determinare o ad istigare il pubblico ufficiale, ovvero accordandosi con quest'ultimo, essendo necessario che il contesto fattuale, i rapporti personali tra le parti o altri dati di contorno dimostrino l'intesa col pubblico funzionario o, comunque, eventuali pressioni dirette a sollecitarlo, ovvero a persuaderlo al compimento dell'atto illegittimo (Sez. 6, n. 33760 del 23/06/2015, Lo Monaco, Rv. 264460 - 01; Sez. 6, n. 37880 del 11/07/2014 Savini, Rv. 260031 - 01; Sez. 6, n. 37531 del 14/06/2007, Serione, Rv. 238029 - 01; Sez. 6, n. 2844 del 01/12/2003 - dep. 2004, Rv. 227260 - 01Sez. 6, n. 8121 del 29/05/2000, Margini, Rv. 216719 - 01; Sez. 6, n. 2140 del 25/05/1995, Tontoli, Rv. 201841 - 01). 4. Si impone, pertanto, l'annullamento del provvedimento impugnato, con rinvio al Tribunale di Potenza perché siano colmate le descritte lacune motivazionali. PQM annulla la ordinanza impugnata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Potenza Così deciso il 20/12/2018

Reati che impediscono la prosecuzione del lavoro pubblico impiego. Scritto da Bruno Giuseppe, Avvocato

Il mio quesito è questo: sono un dipendente pubblico in periodo di prova. Assunto il 13/05/2019. La prova dura 6 mesi.

Ma non è questo il punto. Diciamo che temo di essere stato querelato ai sensi dell'art 660 cp per molestie in chat.

Una cosa che neanche volevo fare... ad oggi, non ho ricevuto nulla da nessuna Procura.

Ora, la domanda è: se venissi condannato, pur trattandosi di una contravvenzione punibile alternativamente o con l'arresto fino a 6 mesi o con ammenda fino a 516 euro, il posto di lavoro al comune di XXXXXXX lo perderei? Sono incensurato.

Attendo vostre notizie con ansia. Grazie e distinti saluti

RISPOSTA

Anche nella denegata ipotesi di condanna penale, non perderesti il posto di lavoro presso il comune di XXXXXXXXXX. Tra i requisti generali per l'ammissione ai concorsi pubblici quindi anche per mantenere in essere il rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione, abbiamo i seguenti:

non aver riportato condanne penali o procedimenti penali che impediscano la costituzione del rapporto di lavoro con la Pubblica Amministrazione;

non aver subito condanne penali, anche con sentenza non passata in giudicato, per i reati indicati nel capo I, titolo II del Codice Penale ai sensi dell’art. 35 bis del D.Lgs. 165/01 (delitti contro la pubblica amministrazione);

Art. 35-bis del D.LGS. 165/2001. Prevenzione del fenomeno della corruzione nella formazione di commissioni e nelle assegnazioni agli uffici

1. Coloro che sono stati condannati, anche con sentenza non passata in giudicato, per i reati previsti nel capo I del titolo II del libro secondo del codice penale:

a) non possono fare parte, anche con compiti di segreteria, di commissioni per l’accesso o la selezione a pubblici impieghi;

b) non possono essere assegnati, anche con funzioni direttive, agli uffici preposti alla gestione delle risorse finanziarie, all’acquisizione di beni, servizi e forniture, nonché alla concessione o all’erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari o attribuzioni di vantaggi economici a soggetti pubblici e privati;

c) non possono fare parte delle commissioni per la scelta del contraente per l’affidamento di lavori, forniture e servizi, per la concessione o l’erogazione di sovvenzioni, contributi, sussidi, ausili finanziari, nonché per l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere.

2. La disposizione prevista al comma 1 integra le leggi e regolamenti che disciplinano la formazione di commissioni e la nomina dei relativi segretari.

Si tratta dei così detti reati impeditivi della costituzione e della prosecuzione del rapporto di lavoro con la pubblica amministrazione.

Il reato per cui saresti stato querelato, non può essere considerato impeditivo della prosecuzione del rapporto di lavoro con l'ente comunale, in quanto da un'eventuale condanna penale non deriverebbero le pene accessorie dell'interdizione dai pubblici uffici, ovvero dell’incapacità di contrarre con la p.a. (artt. 28, 29, 32-ter, 32-quater, 32-quinquies Codice penale, artt. 3,4, 5, legge 27 marzo 2001, n. 97).

Non può essere inoltre considerato impeditivo della prosecuzione del rapporto di lavoro, in quanto una sentenza penale definitiva di condanna non potrebbe assumere rilievo in relazione a quanto previsto dall'art.2, comma 3 del DPR 487/1994, giacché non determinerebbe la perdita dell'elettorato politico attivo ovvero la destituzione dall'impiego presso una pubblica amministrazione.

Né tanto meno si tratta di un reato idoneo, per la sua particolare connotazione giuridica, a comportare il licenziamento del lavoratore, non avendo alcuna connessione con il regolare svolgimento del periodo di prova del dipendente.

Per completezza espositiva, secondo la giurisprudenza di Cassazione, il reato di cui all'articolo 660 del codice penale, si configura anche attraverso l'invio di SMS (Cass. n. 30294/2011; Cass. n. 10983/2011) ovvero tramite le varie agorà virtuali come Facebook (Cassazione penale Sezione I sentenza del 11/07/2014 n. 37596).

A disposizione per chiarimenti.

Cordiali saluti.

Fonti:

Art. 28, 29, 32 del codice penale

DECRETO LEGISLATIVO 30 marzo 2001, n. 165 Norme generali sull'ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche.

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 9 maggio 1994, n. 487 Regolamento recante norme sull'accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nei pubblici impieghi.

Le Prove del Concorso Pubblico.

Come funzionano le prove di un concorso pubblico. Da Redazione PMI.It 21 Giugno 2022

Tutto quello che c’è da sapere sulle prove di un concorso pubblico, dalla tipologia alla tempistica, dalla convocazione alle strategie per superare i test.

La riforma dei concorsi pubblici e il Decreto PNRR 2 hanno stabilito nuove direttive per rendere le selezioni più snelle e trasparenti, ma anche di ridurne le tempistiche, agevolando le procedure di assegnazione dei posti disponibili. Superare le prove di un concorso pubblico è l’obiettivo di tutti i candidati che si cimentano in una lunga serie di test e prove selettive per ottenere un lavoro stabile; per arrivare preparati, è importante conoscerne le regole di base. Vediamo di seguito le principali.

Indice

Quali sono le fasi di un concorso pubblico?

Quanto passa dalla pubblicazione di un bando di concorso alla data della prova?

Quanto tempo tra scritto e orale di un concorso?

Quanto dura una prova preselettiva di un concorso?

Come studiare per una prova preselettiva?

Come superare un test di preselezione?

Come si svolge prova scritta concorso?

Cosa portare alla prova scritta concorso?

Come si svolge l’orale di un concorso pubblico?

Quanto dura l’orale di un concorso pubblico?

Come funziona la banca dati di un concorso?

Quando esce la banca dati quiz di un concorso?

Quali sono le fasi di un concorso pubblico?

Per fare domanda, dal 1° luglio e in via estensiva da novembre 2022, l’accesso ai concorsi per le assunzioni a tempo determinato e indeterminato nelle PA richiede esclusivamente dal portale InPA. Successivamente la procedura sarà estesa a Regioni ed Enti locali.

Secondo la Legge n. 76 del 28 maggio 2021, i concorsi per il personale non dirigenziale devono prevedere: una prova scritta; una prova orale che comprenda l’accertamento della conoscenza di almeno una lingua straniera. Per entrambe le prove è possibile ricorrere all’uso di strumenti informatici e digitali all’insegna della semplificazione. La prova preselettiva può essere stabilita nell’ambito dei singoli bandi.

Quanto passa dalla pubblicazione di un bando di concorso alla data della prova?

Il tempo di attesa che intercorre tra la pubblicazione di un bando di concorso e l’avvio della prima prova è variabile, mentre per quanto riguarda l’invio delle domande e la comunicazione del diario delle prove la tempistica è definita a priori:

– la domanda per accedere a un concorso pubblico si presenta entro 30 giorni dalla pubblicazione del bando, oppure 45 giorni se è compreso un periodo festivo;

–  la convocazione per la prova scritta viene pubblicata almeno 15 giorni prima del suo svolgimento.

Quanto tempo tra scritto e orale di un concorso?

Tra lo svolgimento della prova scritta di un concorso e la convocazione per la prova orale dei candidati che hanno superato il primo step, trascorrono di norma almeno 20 giorni.

Quanto dura una prova preselettiva di un concorso?

La prova preselettiva consiste nella somministrazione di una serie di quesiti a risposta multipla, relativi alle discipline previste dal bando oppure inerente a tematiche di cultura generale o competenze psico-attitudinali. La durata della prova può anche estendersi fino a 100 minuti.

Come studiare per una prova preselettiva?

Qualora si debba sostenere anche la prova preselettiva di un concorso pubblico, è bene informarsi al meglio sulla tipologia di test e sulle materie d’esame previste. Si tratta di test a risposta multipla da completare in un certo lasso di tempo, quindi esercitarsi in anticipo è certamente una strategia vincente.

Oltre ai manuali relativi allo specifico concorso, quindi, è utile tenersi informati sui principali argomenti di attualità e consultare eventualmente anche alcuni testi scolastici suddivisi a seconda della disciplina.

Come superare un test di preselezione?

Analizzare bene ogni domanda e le possibili risposte è il primo step da compiere per aumentare le chance di superare una prova preselettiva, senza farsi prendere dalla fretta contrassegnando subito la risposta più scontata.

Come si svolge prova scritta concorso?

La prova scritta di un concorso può essere somministrata sotto forma di test formato da una serie di quesiti che necessitano di una risposta breve o comunque sintetica, oppure come test a risposta multipla o ancora richiedendo la stesura di un elaborato originale. La durata massima delle prove, secondo la normativa attuale, è pari a 180 minuti.

Cosa portare alla prova scritta concorso?

Per accedere alla prova scritta di un concorso è sempre necessario munirsi di documento di identità valido, codice fiscale e ricevuta di versamento del contributo di segreteria richiesto.

Prendendo come esempio il concorso ordinario per la scuola secondaria di primo e secondo grado, candidati devono anche esibire l’autodichiarazione a relativa allo stato di salute in relazione al Covid-19, ma non è più necessario mostrare l’esito negativo di un tampone o il Green Pass. È tuttavia indispensabile indossare un dispositivo di protezione facciale di tipo FFP2, secondo quanto previsto dall’ordinanza siglata dal Ministro della Salute lo scorso 25 maggio 2022. I candidati non possono portare con sé appunti o libri, fatta eccezione per i dizionari, i codici o i testi di legge non commentati purché siano autorizzati dalla commissione.

Come si svolge l’orale di un concorso pubblico?

L’obiettivo della prova orale di un concorso è quello di accertare la preparazione del candidato relativamente alla materie oggetto del bando. Le modalità di svolgimento possono essere differenti, ad esempio può capitare di dover rispondere a un numero limitato di quesiti estratti a sorte dal candidato stesso.

Nel caso del concorso ordinario per l’insegnamento, ciascun candidato estrae la traccia su cui svolgere la prova circa 24 ore prima dell’orario stabilito per il colloquio orale.

Quanto dura l’orale di un concorso pubblico?

La prova orale ha una durata massima che varia tra 30 e 45 minuti, tempistiche che possono variare a seconda della tipologia di concorso e delle indicazioni fornite dall’Ente organizzatore.

Come funziona la banca dati di un concorso?

La banca dati di un concorso è uno strumento molto utile ai candidati, che possono esercitarsi su un database di quiz già predisposti tra i quali figurano le domande proposte in fase di esame. Spesso, infatti, la banca dati predisposta dall’Amministrazione viene resa disponibile con un certo anticipo rispetto alla data della prima prova. Generalmente la banca dati è composta da un minimo di 1000 quiz fino a un massimo di 5mila domande.

Quando esce la banca dati quiz di un concorso?

La pubblicazione di una banca dati avviene mediamente 20 o 30 giorni prima della prova preselettiva o della prova scritta.

Le prove orali.

MIO PADRE TRA I CONTROLLORI ALL’ESAME”, LE PAROLE IN AULA DI UN PARTECIPANTE AL CONCORSO TRUCCATO ALLA ASL DI LATINA. LatinaQuotidiano.it il 13 ottobre 2023.

L’aula del Tribunale di Latina è stata teatro di nuove rivelazioni nel processo che vede coinvolti Claudio Moscardelli, ex segretario del Partito Democratico, l’ex dirigente dell’Azienda Sanitaria Claudio Rainone e il funzionario della Asl pontina Mario Graziano Esposito. Questi tre sono accusati di corruzione, falso e rivelazione di segreto d’ufficio in relazione a due concorsi indetti dalla Asl, uno per 23 posti da collaboratore amministrativo e uno da 70 posti per assistente amministrativo.

Durante una delle ultime udienze, un partecipante al concorso da 70 posti è stato ascoltato come testimone. Sebbene non sia risultato tra i primi classificati, è emerso che il giovane non ha rilevato anomalie nelle prove, né scritte né orali. Tuttavia, mentre rispondeva alle domande dell’avvocato Mastrobattista, rappresentante di una concorrente che non ha superato l’esame e che è parte civile nel processo, il giovane ha rivelato un particolare inquietante: suo padre è un dipendente della Asl di Latina e quel giorno del concorso ricopriva il ruolo di controllore nelle prove. Secondo l’accusa, il presidente della Commissione, Claudio Rainone, avrebbe svelato a sei concorrenti i contenuti delle prove orali, che in seguito sono risultati essere vincitori e assunti dall’Azienda Sanitaria.

Ciò sarebbe avvenuto con la complicità di Mario Graziano Esposito, segretario della Commissione, che avrebbe falsamente attestato la regolarità dei verbali della Commissione. Relativamente a Claudio Moscardelli, ex membro del Partito Democratico, l’accusa sostiene che abbia segnalato due candidati a un dirigente, promettendo in cambio il proprio sostegno per la nomina a direttore amministrativo dell’Azienda. Il processo è stato aggiornato al 21 marzo 2024, quando verranno ascoltati altri testimoni citati dalla difesa. La prossima udienza è stata fissata per il 21 marzo dell’anno successivo e vedrà nuovi testimoni presentati dagli avvocati della difesa, tra cui Renato Archidiacono, Luca Giudetti, Stefano Mancini e Leone Zeppieri. Questo caso continua a tenere banco in città e nei corridoi della giustizia, mentre emergono nuovi dettagli sulla presunta corruzione legata ai concorsi Asl e i cittadini attendono con ansia il verdetto finale del tribunale. LatinaQuotidiano.it

12 indagati per un concorso truccato per l’assunzione e per gli idonei in un Comune. Il metodo è quello “brevettato” a Sparanise, San Cipriano, Vitulazio e Carinola. Da casertace.net il 31 Luglio 2023

Il meccanismo consente, come abbiamo più volte spiegato anche in passato, ad un politico di rango superiore ad un sindaco di controllare anche decine di assunzioni attraverso convenzioni stipulate tra i Comuni da lui controllati e appartenenti ad un’unica filiera. Per quanto riguarda l’ultimo caso di Roccamonfina e Minturno…

CASERTA – L’ultima moda, in ordine di tempo, seguita dai comuni per cercare di evitare troppe pressioni sui concorsi per l’assunzione a tempo determinato o indeterminato di suoi nuovi dipendenti, è costituita dall’utilizzo di un meccanismo che funziona pressappoco così e che ha visto la sua massima espressione nei Comuni che noi abbiamo definito della filiera Zannini, cioè Sparanise, San Cipriano, Carinola e Vitulazio, al tempo in cui Sparanise era ancora amministrata, prima dello scioglimento per infiltrazioni camorristiche, da Salvatore Martiello, e quando al comando dell’amministrazione di Vitulazio c’era ancora lo zanniniano doc Russo, sconfitto poi nettamente alle ultime amministrative da Antonio Scialdone.

In pratica, un Comune bandisce uno o più concorsi per l’assunzione di una o due unità di personale. Poi, a quel concorso partecipano diversi candidati. Ovviamente si pubblica lo stretto indispensabile, in modo tale che la partecipazione non sia troppo numerosa, perché in quel caso sarebbe poi difficile stabilire e determinare alcune cose.

Di solito, i vincitori sono candidati che attengono al circuito interno, appartenenti cioè al Comune che bandisce il concorso e alla struttura clientelare dell’amministrazione che lo bandisce.

A Sparanise, ad esempio, così come abbiamo raccontato con dovizia di particolari in tanti articoli, è andata così.

La seconda parte della storia è quella forse più importante: i concorsi, infatti, oltre a stabilire i vincitori, che di solito sono il primo o il secondo della graduatoria, stilano una classifica degli idonei su cui poi si scatena l’attività di altri Comuni di una certa filiera che li connette a quello che ha bandito il concorso.

Invece di bandire, a loro volta, procedure concorsuali finalizzate all’assunzione, due o tre sindaci, che già si sono messi d’accordo a monte, sotto il coordinamento e l’egida di un politico di rango più elevato che li controlla, stipulano una convenzione da approvare semplicemente con una delibera di giunta, grazie alla quale il Comune che non ha bandito il concorso attinge dalla graduatoria degli idonei.

Così facendo il signor Tizio o la signora Caia, che magari sono allegati all’area di influenza del politico più importante, cioè il consigliere provinciale o regionale, vengono assunti quasi in silenzio dall’altro Comune.

Ad esempio, un caso del genere si è verificato a San Cipriano rispetto alla graduatoria di Sparanise, a Carinola rispetto alle stesse graduatorie di Sparanise e a Vitulazio, dove però per dimostrare di essere zanniniano più dello stesso Zannini, il sindaco Russo è uscito distrutto da questa fase e ha letteralmente inviperito i suoi concittadini, che hanno assistito all’ingresso in pompa magna in Comune di concorrenti idonei a Sparanise, ma che con Vitulazio non hanno alcun legame territoriale e, conseguentemente, hanno scaricato questa loro rabbia nell’urna elettorale, creando delle conseguenze eccezionali, visto e considerato che pochissime volte si è visto che un sindaco in carica sia stato così sonoramente bocciato alla fine del primo mandato.

Ora, non sappiamo se il caso, registratosi a Roccamonfina, dove la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha iscritto nelle scorse settimane 12 persone nel registro degli indagati, ma ad occhio e croce è successo qualcosa di simile.

A Roccamonfina c’è un segretario comunale, che si chiama Francescopaolo D’Elia. È di Minturno, dove ha svolto attività professionale nell’amministrazione locale e che è stato il motore operativo del concorso, bandito dal Comune di Roccamonfina, per l’assunzione di una sola unità di istruttore amministrativo.

Stando alle ricostruzioni realizzate anche dai giornali della Provincia di Latina, a questo concorso avrebbero partecipato anche diversi concorrenti residenti a Minturno i quali, di questo concorso non sono risultati vincitori, ma sono idonei seguendo, nelle posizioni di immediato rincalzo, il vincitore che risulterà assunto.

Sappiamo che D’Elia è sicuramente indagato; sappiamo che diversi concorrenti sono ugualmente indagati.

Non sappiamo quale sia, però, la posizione degli altri membri della commissione giudicatrice, formata da diveri componenti di cui scriveremo nelle prossime ore.

Come abbiamo già scritto nel precedente articolo, il reato ipotizzato a carico dei 12 indagati è quello di falso ideologico in concorso e rivelazione di segreti d’ufficio.

Presumibilmente, dunque, ci sarebbe qualcuno che ha rivelato a uno o più concorrenti le domande o i contenuti di una prova scritta.

Oltre a questo, sarebbero state truccate le carte. Cercheremo di tenerci informati a partire dalla messa a fuoco dell’elenco completo e certo dei 12 indagati.

Concorsi Pubblici ed Esami di Abilitazione. Ci vogliono burocrati e poi gerarchi, non esperti per risolvere i problemi. I Funzionari Pubblici, eccentrici ed autoritari, quasi dispotici, tra vessazioni e favoritismi, perpetuano la loro dinastia attraverso le Commissioni domestiche per l’esame orale. E’ un incesto che provoca problematiche genetiche nell’evoluzione della specie.”

Intervista al Dr Antonio Giangrande, noto saggista, che parla del tema in base alla sua esperienza quarantennale e in relazione all’inchiesta e all’approfondimento relativa all’esperienza degli italiani raccontata nei suoi saggi.

D. Dr Antonio Giangrande come si fa ad ottenere il famoso posto fisso o diventare magistrato, notaio, avvocato, ecc.

R. La vera domanda è: Pubblica Amministrazione: si accede per concorso pubblico?

 L’Articolo 97 della Costituzione recita:

“Le pubbliche amministrazioni, in coerenza con l'ordinamento dell'Unione europea, assicurano l'equilibrio dei bilanci e la sostenibilità del debito pubblico.

I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge [95 c.3], in modo che siano assicurati il buon andamento e l'imparzialità dell'amministrazione.

Nell'ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari [28].

Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge [51 c.1].

Nella Pubblica Amministrazione si può essere assunti a tempo indeterminato:

  1. Per Pubblico Concorso:

  1. diretto da idoneo vincitore;

  2. indiretto da idoneo non vincitore per scorrimento delle graduatorie (in alcuni casi 20%);

  1. Per Mobilità permanente da altra Pubblica Amministrazione;

3 tramite centri per l’impiego, per qualifiche che, come requisito di accesso, richiedano l’aver frequentato la scuola dell’obbligo;

4 contratti per persone appartenenti alle Categorie Protette. 

5 Per stabilizzazione.

Nella Pubblica Amministrazione si può essere assunti a tempo determinato con contratti flessibili:

  1. contratto di somministrazione a tempo determinato;

2. contratto di lavoro subordinato a tempo determinato;

a) prestazioni di lavoro accessorio (voucher)

b) contratti di collaborazione coordinata e continuativa.

c) collaborazioni marginali (prestazioni occasionali -30 g – Euro 5000)

d) prestazioni di lavoro autonomo occasionale

3. contratti di formazione.

a. Apprendistato per laureati;

b. Formazione-Lavoro per laureandi.

Agenzie di reclutamento per la Pubblica Amministrazione.

InPa.

Adecco.

Asmel.

Ales.

InPa.

D. Dr Antonio Giangrande, qualcuno potrebbe dire che lei parla sempre e solo di se stesso, giustificando i suoi fallimenti.

R. Vero. Qualcuno mi accusa di essere egocentrico e fallito. Lo sono in quest’intervista. Nei miei libri, però, parlo degli italiani, milioni di altri me inascoltati.

D. E’ un fallito?

R. Dal punto di vista scolastico non direi:

  1. R. Diploma di Licenza Media il 23 giugno 1977

  2. 20/02/84. Iscritto nel Registro degli Esercenti il Commercio al dettaglio di Taranto: Tab.: I-II-III-IV-V-VI-VII-VIII-XIV (tabella speciale tabaccai).

  3. Diploma di Ragioniere e Perito Commerciale presso l’Istituto Statale Tecnico Commerciale Luigi Einaudi di Manduria (TA) 5 luglio 1992:

  1. Privatista per tutti i 5 anni;

  2. Voto: 36/60.

  1. Laurea in Giurisprudenza presso l’Università Statale di Milano 11 luglio 1996.

  1. Vecchio Ordinamento Quadriennale;

  2. Studente Lavoratore e famiglia a carico (moglie e 2 figli);

  3. 26 annualità superate in 2 anni;

  4. Voto: 79/110

Titolo regionale della Regione Puglia: Operatore dei Servizi Giudiziari: Perito Fonico Trascrittore Dattilografo Stenotipista Forense e Tecnico dei Servizi Giudiziari. Qualifica regionale di 600 ore: 350 ore di teoria, 250 ore di stage. Inizio 25/02/2023 fine 01/08/2023. Corso svolto presso Dea Center di Salice Salentino (Le).

D. Qualcuno dirà: la scuola comunista promuove tutti, pecore e porci.

R. Non direi. Ho avuto riscontro della mia preparazione nei concorsi pubblici ed esami di abilitazione, laddove il merito emergeva da prove personali oggettive e non da valutazioni interessate di terzi.

  1. 02/06/1976. Domanda nell’Arma dei Carabinieri: lettera morta.

  2. 13/09/1991. Concorso della Polizia di Stato, scritto voto 8.16, tra i primi 50 su oltre 20.000 candidati. Il seguito: lettera morta.

  3. 29/10/1991, prova di guida e 25/01/1992 prova psico-fisica-attitudinale superate al concorso del Ministero della Giustizia per autisti degli automezzi speciali: mai chiamato.

  4. 26/10/1992. Concorso all’ATM di Milano per ferrotranviere. Prova di guida: mai chiamato.

  5. 16/01/1997. Concorso di Uditore Giudiziario: lettera morta.

  6. 04/05/1998. Domanda per nomina di Giudice di Pace. Lettera Morta.

  7. 18/11/1999. Concorso di Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Manduria. Candidati oltre 300. 5° allo scritto, all’orale preceduto da chi aveva indetto e regolato il concorso.

  8. Dalla sessione di esame di Avvocato 1998 alla sessione di esame di Avvocato 2014, per 17 anni, alla prova scritta si è dato sempre – stranamente - un voto uguale (25/30) a tutti e tre gli elaborati (civile, penale, amministrativo), insufficiente al superamento dell’esame, a mo’ di ritorsione per le battaglie intraprese. I ricorsi al Tar, rigettati, ma accolti per tutti gli altri, per le medesime ragioni.

  9. Dal 2000 al 2023 non ho potuto svolgere concorsi pubblici per procedimenti penali pendenti con accuse risultate infondate per reati di opinione. Ritorsione per aver denunciato la malagiustizia.

  10. 22/05/2023. Iscritto nell’elenco Asmelab degli aspiranti Comandanti della Polizia Locale, dopo aver superato l’esame scritto per presentare interpello all’orale delle Pubbliche Amministrazioni richiedenti, o scritto se troppi interpellanti.

  11. 10/07/2023. Comune di Venosa, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 229, partecipanti alla prova scritta 120, posizionato 5°, esame orale pubblico a Venosa il 14/07/2023. Preceduto.

  12. 06/09/2023. Comune di Gattinara, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 76, posizionato 5° IDONEO, esame orale pubblico a Gattinara il 18/09/2023. Preceduto ingiustamente.

  13. 02/10/2023. Comune di Anacapri, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 249. Preceduto. A tutti sono poste due domande secche: una obbligatoria sugli appalti pubblici. Nessuno ha saputo rispondere in modo esauriente, meno che uno...

  14. 10/10/2023. Comune di Vigliano Biellese, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 53. Preceduto. Commissione: non idonea.

Da Fenomeno negli scritti a Brocco negli orali, intendendo come tali anche gli elaborati dell’esame di avvocato, che appunto non sono quesiti scritti, ma tracce da elaborare a secondo i gusti dei correttori. Come si può vedere negli scritti a risposta multipla, tra centinaia di candidati, mi sono sempre posto tra i primi 5, niente male per un fallito. Poi quando mi presentavo alle prove orali o all’esame scritto di abilitazione tutto cambiava. Non era l’oggettività a decidere, ma il gusto soggettivo degli esaminatori.

D. Questo lo dice lei.

R. Dal 17/04/1998 al 17/04/2004: Praticante Avvocato con patrocinio legale presso Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto e Titolare di Studio Legale ad Avetrana. Non abilitato Avvocato dopo 17 anni di esame di Stato a causa di ritorsione per aver denunciato l’esame nazionale truccato di abilitazione forense, da cui è scaturita la riforma del 2003. Il D.L. 112/03 è convertito nella Legge 180/03. Non lo dico io, lo dice il legislatore.

D. E per quanto riguarda gli esami di aspirante comandante dei vigili Urbani?

R. Le domande non erano poste per saggiare il comportamento e l’atteggiamento del candidato rispetto ad un caso concreto, cioè vedere quanto lui sapesse su una norma principale e altre norme ad essa collegate, ma volevano elementi nozionistici. Volevano a memoria l’articolo di legge e finiva lì. Volevano sentire quello che loro sapevano o si aspettavano di sentire.

Spesso l’esito delle prove scritte a risposta multipla (veritiere ed oggettive), si scontrano e contrastano con i giudizi personali resi in sede di orale da commissari pregiudiziali e limitati nella preparazione.

Mi trovo ad affrontare le prove orali nei concorsi pubblici. Mi trovo di fronte commissari che ogni giorno usano gli stessi articoli dei codici di pertinenza alla competenza rivestita.

Prendiamo per esempio il concorso per comandante dei Vigili Urbani. Ti trovi di fronte un comandante in ruolo o un saccente Segretario comunale che ti chiede risposte sul codice degli appalti.

Loro ogni giorno usano il codice della strada, come si usano le stesse posate per mangiare. Ed è un modo per rendere truccato l’esame. Se vuole ti mette in difficoltà. E in difficoltà mette i candidati che a lui sono antipatici e non piacciono. Chiede ai candidati numero e contenuto di un articolo in particolare, estrapolato tra milioni di articoli. Pretende che i candidati conoscano a memoria tutti gli articoli del codice. Non interessa la sostanza, ma la forma. Prendiamo ad esempio l’art. 186 CdS: guida in stato di ebbrezza: è un articolo complesso, sclerotico, confusionario e sottoposto all’evoluzione ideologica del legislatore del tempo che condanna il conducente dei veicoli (anche senza motore come bici e monopattini) a vittima sacrificale da condannare e spennare. Sanzioni principali ed accessorie sull’auto e sul guidatore in base ai vari limiti alcolemici, recidiva e danno. L’art. 186 contiene il comma 7 in cui si prevede la sanzione più grave in casi di rifiuto di sottoporsi all’esame alcolemico o sostanze psicotrope. Tale articolo limita il diritto di difesa e non approfondisce la legittimità delle richieste della prova e l’evoluzione della giurisprudenza.

Ergo: il comandante dovrebbe essere preparato anche in diritto penale e di procedura penale, per evitare i numerosi ricorsi in opposizione, criminologia per l’esame dei luoghi e responsabilità dei sinistri e psicologia per la relazione con l’utenza, la telematica per la formazione dei verbali e l’evoluzione della materia, sul diritto amministrativo per quanto riguarda la trasparenza e la collaborazione con l’utenza per la pronta autotutela in caso di errori, la sociologia per studiare l’impatto di certi comportamenti con l’utenza.

Su questo, anche, si dovrebbe interrogare.

Invece ti chiedono a memoria l’art. 186 CdS e certo si trova qualcuno che te lo snoccioli. Però poi ci ritroveremo qualcuno che saprà recitare a memoria il codice della strada ed eleverà sanzioni a raffica, però poi si troverà sommerso da verbali annullati dalle autorità competenti per incapacità professionale e relazionale. 

Solleva qualche dubbio se poi le domande sono poste tutte su una materia spuria, della quale solo uno dei candidati è informato.

Per esempio. Comune di Anacapri, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 249. Preceduto. A tutti sono poste due domande secche: una obbligatoria sugli appalti pubblici. Nessuno ha saputo rispondere in modo esauriente, meno che uno...

Oppure, per esempio. Comune di Vigliano Biellese, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 53. Preceduto. Commissione: non idonea. I nomi dovrebbero essere omessi per l’oblio meritato.

Prima domanda. Il sindaco comunica al comandante che l'acqua è inquinata.

Risposta articolata qui riassunta: ordinanza contingente e necessaria a tutela dei cittadini impedendone l'uso. Ordinanza-ingiunzione contro il responsabile che cessi e relative sanzioni.

Il comandante avvisa il pm del reato che persegue il responsabile.

Seconda domanda. La pattuglia interviene per un sinistro con lesioni e un fuggitivo ed avvisano il comandante.

Risposta: l'ufficio verifica la fondatezza della segnalazione e chiama i soccorsi, facendo intervenire la pattuglia. La pattuglia dà assistenza al ferito e verifica le circostanze del fatto e assicura i mezzi di prova per l’individuazione del fuggitivo. Svolge le indagini per omissione di soccorso e per accertare la responsabilità delle lesioni e cerca di trarre identità dagli elementi raccolti. Inoltre verifica la responsabilità attraverso l'analisi degli elementi atmosferici, dell'auto, della strada e del l'alcol test del ferito, possibile responsabile. Si chiama il comandante perché è Pubblico Ufficiale che tiene i rapporti con l’autorità Giudiziaria. Gli agenti diventano Pubblici Ufficiali solo per espressa delega particolare del Comandante.

Terza domanda. Un medico redige referto più grave di quello del collega del primo intervenuto in seguito ad un sinistro con lesioni, ma non comunica al pm.

Sono tracce da esame di abilitazione di avvocato, non sono domande secche. Per cui io ho risposto in base alla mia esperienza e preparazione professionale di ex agente assicurativo ed ex avvocato. Rispondo in base alla sentenza della Cass. Pen., Sez. VI, 2 novembre 2020, n. 30456 in tema di omissione di referto. Quindi si va oltre le materie indicate in esame e si va oltre la competenza degli esaminatori.

Uno risponde per quel poco o tanto sa, non per quel tanto o poco che i commissari sanno e vogliono sentire.

Per me è omissione di atti di ufficio o di Referto perché le parole sono importanti nell’interpretazione dei fatti.

Il medico non comunica. Significa che aveva l’obbligo di comunicare e non l’ha fatto. Obbligo nascente dalla richiesta del Pubblico Ministero o dalle leggi. Non si dice: ha dimenticato, o non conosceva la legge che lo obbligava. Non ha comunicato. E’ reato proprio doloso, in quanto non voleva farlo per coprire il collega per falso ideologico o il responsabile della lesione, o per altri suoi motivi. E comunque si risponde alle domande da collaboratori del Pubblico Ministero, quindi dell’accusa, e non da avvocato che cerca la scriminante.

Invece per chi si ergeva più esperto degli altri, mi costringeva a dire che fosse un reato colposo. Questo se ne viene fuori con la colpa. Basata su quale reato non so. Non c'è omissione e/o falso colposo.

Naturalmente le tre risposte condite con eloquente e corposa disamina. Ma loro non cercano l’esperto, cercano il burocrate. E’ una presa in giro dopo giorni di trasferta e nottate all’addiaccio a Napoli e Milano, con le stazioni dei treni chiuse, in attesa della coincidenza che ti porta in sede di esame.

D. Cosa intende per Commissione domestica?

R. I regolamenti degli Enti Locali sulle Commissioni esaminatrici dei concorsi pubblici dispongono in generale che la Commissione è composta da tre membri nel modo seguente.  

a) il Funzionario Responsabile dell’Area/Settore nel cui ambito di assegnazione rientra il posto messo a concorso, con funzioni di Presidente;

b) da n.2 tecnici esperti nelle materie oggetto del concorso, scelti possibilmente e preferibilmente tra i dipendenti e/o Funzionari dell’Ente e/o di altre delle Pubbliche Amministrazioni, oppure scelti tra docenti ed esperti in possesso di specifica competenza nelle materie oggetto del concorso. La vera domanda è: chi certifica la competenza e l’imparzialità: loro stessi!

D. Comunque anche per qualcuno rimane sempre un fallito.

R. Sarà, ma come per l’esame di avvocato anche qui il legislatore mi dà ragione. Riforma Concorsi Pubblici 2023: niente più Prove Orali.  Il governo ha recentemente adottato una decisione che avrà un impatto significativo sui concorsi pubblici: la sospensione delle prove orali fino al 2026, sostituendole esclusivamente con prove scritte. Così è per il concorso dei Funzionari Tributari dell’Agenzia delle Entrate, oppure per i Funzionari dei Servizi Pubblicità Immobiliare, oppure per i Funzionari dell’Ufficio per il Processo, ecc. Vediamo senza prove orali che si aiutano gli amichetti, se rimarrò ancora un fallito.

Le prove orali da eliminare nei concorsi pubblici.

Spesso l’esito delle prove scritte a risposta multipla (veritiere ed oggettive), si scontrano e contrastano con i giudizi personali resi in sede di orale da commissari pregiudiziali e limitati nella preparazione.

Mi trovo ad affrontare le prove orali nei concorsi pubblici. Mi trovo di fronte commissari che ogni giorno usano gli stessi articoli dei codici di pertinenza alla competenza rivestita.

Prendiamo per esempio il concorso per comandante dei Vigili Urbani. Ti trovi di fronte un comandante in ruolo o un saccente Segretario comunale che ti chiede risposte sul codice degli appalti.

Lui ogni giorno usa il codice della strada, come si usano le stesse posate per mangiare. Ed è un modo per rendere truccato l’esame. Se vuole ti mette in difficoltà. E in difficoltà mette i candidati che a lui sono antipatici e non piacciono. Chiede ai candidati numero e contenuto di un articolo in particolare. Pretende che i candidati conoscano a memoria tutti gli articoli del codice. Non interessa la sostanza, ma la forma. Prendiamo ad esempio l’art. 186 CdS: guida in stato di ebbrezza: è un articolo complesso, sclerotico, confusionario e sottoposto all’evoluzione ideologica del legislatore del tempo che condanna il conducente dei veicoli (anche senza motore come bici e monopattini) a vittima sacrificale da condannare e spennare. Sanzioni principali ed accessorie sull’auto e sul guidatore in base ai vari limiti alcolemici, recidiva e danno. L’art. 186 contiene il comma 7 in cui si prevede la sanzione più grave in casi di rifiuto di sottoporsi all’esame alcolemico o sostanze psicotrope. Tale articolo limita il diritto di difesa e non approfondisce la legittimità delle richieste della prova e l’evoluzione della giurisprudenza.

Ergo: il comandante dovrebbe essere preparato anche in diritto penale e di procedura penale, per evitare i numerosi ricorsi in opposizione, criminologia per l’esame dei luoghi e responsabilità dei sinistri e psicologia per la relazione con l’utenza, la telematica per la formazione dei verbali e l’evoluzione della materia, sul diritto amministrativo per quanto riguarda la trasparenza e la collaborazione con l’utenza per la pronta autotutela in caso di errori, la sociologia per studiare l’impatto di certi comportamenti con l’utenza.

Su questo, anche, si dovrebbe interrogare.

Invece ti chiedono a memoria l’art. 186 CdS e certo si trova qualcuno che te lo snoccioli. Però poi ci ritroveremo qualcuno che saprà recitare a memoria il codice della strada ed eleverà sanzioni a raffica, però poi si troverà sommerso da verbali annullati dalle autorità competenti per incapacità professionale e relazionale.

Riforma Concorsi Pubblici 2023: niente più Prove Orali. Da posizioniaperte.com il 19 Luglio 2023

 Il governo ha recentemente adottato una decisione che avrà un impatto significativo sui concorsi pubblici: la sospensione delle prove orali fino al 2026, sostituendole esclusivamente con prove scritte.

Indice dei contenuti

 Niente più Orali nei Concorsi Pubblici

Concorsi Pubblici: via libera alla digitalizzazione e solo prove scritte

Niente Prove Orali fino al 2026

Niente più Orali nei Concorsi Pubblici

Questa notizia è accolta positivamente in quanto si prevede che accelererà il processo di assunzione nella pubblica amministrazione, semplificherà le procedure burocratiche e faciliterà la partecipazione ai concorsi pubblici.

L’eliminazione temporanea delle prove orali rappresenta una svolta importante che garantirà un’ulteriore rapidità nel processo di selezione. Le sole prove scritte consentiranno una valutazione oggettiva delle competenze dei candidati e ridurranno i tempi complessivi delle procedure di assunzione. Questa decisione è in linea con gli sforzi del governo per rendere la pubblica amministrazione più efficiente e responsiva alle esigenze dei cittadini.

Lo stop alle prove orali non solo velocizzerà il processo di assunzione, ma contribuirà anche a snellire la burocrazia. Senza la necessità di organizzare e gestire le prove orali, le procedure amministrative saranno semplificate, consentendo una maggiore efficienza e riducendo gli oneri burocratici sia per gli enti pubblici che per i candidati.

Inoltre, questa decisione renderà più accessibile la partecipazione ai concorsi pubblici. Le prove scritte offrono un’opportunità paritaria per i candidati di dimostrare le proprie competenze, indipendentemente dalle loro capacità di esposizione orale. Ciò favorirà un’ampia partecipazione e permetterà a una gamma più ampia di talenti di accedere alle opportunità di lavoro nel settore pubblico.

Concorsi Pubblici: via libera alla digitalizzazione e solo prove scritte

Nell’ambito delle riforme della pubblica amministrazione, il governo italiano ha introdotto un emendamento al Decreto Pubblica Amministrazione che segna una svolta radicale nei concorsi pubblici. Questo nuovo provvedimento, approvato con voto di fiducia alla Camera, mira a modernizzare e snellire il processo di selezione per l’ingresso nella pubblica amministrazione.

Una delle novità più significative è l’accelerazione verso la completa digitalizzazione dei concorsi pubblici. L’emendamento prevede che l’intero iter concorsuale avvenga in modalità digitale, consentendo ai candidati di presentare la propria candidatura e sostenere le prove attraverso piattaforme online. Questo passaggio verso la digitalizzazione renderà il processo più efficiente, riducendo i tempi di selezione e semplificando le pratiche burocratiche.

Niente Prove Orali fino al 2026

Un’altra importante modifica riguarda la sospensione delle prove orali per le posizioni “non apicali” fino al 31 dicembre 2026. Questa decisione mira ad accelerare ulteriormente le fasi di selezione, focalizzandosi principalmente sulle prove scritte. L’eliminazione temporanea delle prove orali consentirà una maggiore velocità nell’assunzione dei candidati e semplificherà il percorso di partecipazione ai concorsi pubblici.

Inoltre, il nuovo decreto introduce una clausola di equilibrio di genere. Ciò significa che nelle commissioni di valutazione dei concorsi pubblici, dovrà essere garantita una rappresentanza equilibrata tra uomini e donne. Questa misura mira a promuovere la parità di opportunità di genere e a garantire un processo di selezione più inclusivo.

L’emendamento approvato dalla Camera sarà presto seguito dall’approvazione di un Decreto del Presidente della Repubblica (DPR) da parte del Consiglio dei Ministri, che completerà la ridefinizione dei concorsi pubblici. Queste riforme rappresentano un passo importante verso una pubblica amministrazione più moderna, snella ed equa, consentendo un accesso semplificato e tempi più rapidi per i candidati interessati a lavorare nel settore pubblico.

Per chi fosse interessato alla preparazione ai Concorsi Pubblici, esistono diversi corsi e video, ma il metodo migliore rimane sempre quello di utilizzare i Manuali con le domande, che consentono di simulare l’esame con la stessa tipologia di approccio che poi si ritroverà durante la prova di esame del Concorso a cui si partecipa.

Concorsi pubblici: modalità e tempistica nella redazione delle domande della prova orale. Pubblicato il 8 novembre 2018 su Self-entilocali.it 

Le domande da sottoporre ai candidati nella prova orale devono essere definite (inderogabilmente) dalla commissione esaminatrice il giorno stesso dell’esame orale.

Tale modalità garantisce l’impossibilità di circolazione della conoscenza extra-commissione delle domande.

L’inosservanza di siffatta regola procedimentale rende viziate le attività successivamente poste in essere dalla Commissione.

Questo il principio espresso dal Tar Sardegna con la sentenza n. 921 del 29 ottobre 2018.

Nel caso di specie, dalla lettura del verbale era emerso che la Commissione aveva predisposto i quesiti da sottoporre ai concorrenti per l’interrogazione il giorno antecedente alla prova orale.

L’articolo 12 del d.P.R. n. 487/1994, rubricato “Trasparenza amministrativa nei procedimenti concorsuali” stabilisce che “Le commissioni esaminatrici, alla prima riunione, stabiliscono i criteri e le modalità di valutazione delle prove concorsuali, da formalizzare nei relativi verbali, al fine di assegnare i punteggi attribuiti alle singole prove. Esse, immediatamente prima dell’inizio di ciascuna prova orale, determinano i quesiti da porre ai singoli candidati per ciascuna delle materie di esame. Tali quesiti sono proposti a ciascun candidato previa estrazione a sorte”.

La norma adotta una dizione ben precisa in relazione al “quando” la commissione è tenuta a definire i quesiti da sottoporre candidati nell’ambito delle materie contemplate dal bando, ovvero “immediatamente prima dell’inizio di ciascuna prova orale”.

Tale norma persegue una finalità di trasparenza dell’azione amministrativa per scongiurare il rischio che i quesiti possano essere portati a conoscenza di alcuni candidati prima dell’espletamento della prova con violazione del principio della par condicio (Consiglio di Stato, sent. n. 1567/2016; sent. n. 160/2008 e 4/2007).

Trattandosi di una regola procedimentale finalizzata alla tutela di inderogabili esigenze di trasparenza ed imparzialità, la sua mancata osservanza non costituisce una irregolarità meramente formale, bensì un vizio che incide sulla legittimità della fase concorsuale svolta successivamente alla fase colpita dal vizio (prova orale che si è svolta con quesiti illegittimamente predisposti il giorno prima), con teorica possibilità di rinnovazione dei segmenti procedimentali successivi. Self-entilocali.it/2018/11/08

Concorsi pubblici, in vigore il nuovo regolamento. Da lentepubblica.it  17 Luglio 2023

Il nuovo regolamento, che stabilisce nuove misure destinate alle procedure nei concorsi pubblici, è entrato in vigore: ecco cosa cambia.

Sono già a regime le nuove norme sull’accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nel pubblico impiego.

Scopriamo dunque quali sono tutte le novità.

Indice dei contenuti

Concorsi pubblici, in vigore il nuovo regolamento

Concorsi su base territoriale

Tetto agli idonei

Pubblicazione bandi

Rappresentatività di genere

Prova orale

I manuali Simone per tutti i concorsi pubblici

Il testo completo del nuovo regolamento

Concorsi pubblici, in vigore il nuovo regolamento

Le nuove misure sono entrate ufficialmente in vigore il 14 luglio. Il testo contiene la disciplina regolamentare che le amministrazioni sono tenute ad applicare nell’espletamento delle procedure concorsuali.

L’intervento si inquadra nell’ambito di una riforma di sistema che interessa la pubblica amministrazione, con l’obiettivo di realizzare un ampio disegno volto alla riforma della capacità amministrativa della pubblica amministrazione e al raggiungimento degli obiettivi negoziati con la Commissione Europea nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).

Concorsi su base territoriale

In primo luogo i concorsi unici potranno essere organizzati su base territoriale.

In sostanza, chi partecipa a un concorso pubblico, anche se bandito su base nazionale, potrà scegliere la Regione per cui partecipare e potrà concorrere solo per quella.

Potranno esserci degli slittamenti da un ambito territoriale all’altro, solo se in una non vi saranno abbastanza candidati idonei. Però, il trasferimento potrà avvenire solo tra Regioni confinanti.

Tetto agli idonei

Ed ancora, l’amministrazione potrà coprire i posti non assegnati mediante scorrimento delle graduatorie degli idonei non vincitori dello stesso profilo in altri ambiti territoriali confinanti con il maggior numero di idonei.

Nei concorsi pubblici saranno considerati idonei i candidati collocatisi, nella graduatoria finale, entro il 20% dei posti successivi all’ultimo di quelli banditi.

In caso di rinuncia all’assunzione o di dimissioni del lavoratore entro 6 mesi dall’assunzione, l’amministrazione potrà procedere allo scorrimento della graduatoria.

Pubblicazione bandi

I bandi per i concorsi pubblici saranno pubblicati sul Portale inPA, il portale per il reclutamento del personale della Pubblica Amministrazione e sul sito dell’ente che organizzerà il concorso.

Rappresentatività di genere

In una nota della Funzione Pubblica, si evidenzia che sarà data una particolare attenzione alla rappresentatività di genere, con l’obiettivo di eliminare qualsiasi forma di discriminazione.

Sono previste anche delle speciali tutele per le donne in stato di gravidanza o di allattamento.

Prova orale

Fino al 31 dicembre 2026, i bandi di concorso, per profili non apicali, potranno prevedere solo lo svolgimento della prova scritta, eliminando il colloquio orale.

Prova orale nei concorsi pubblici. Sorteggio delle domande e svolgimento della prova orale in un’aula aperta al pubblico. Studio Legale Gallone & Urso il 13 Marzo 2019

In questo periodo si stanno svolgendo le prove selettive di diverse procedure concorsuali, tra cui quelle per la selezione di docenti nella scuola pubblica e quelle per dirigenti medici ed infermieri. In diverse occasioni le commissioni esaminatrici hanno proceduto allo svolgimento delle prove orali, o colloqui, in palese violazione della specifica normativa sullo svolgimento dei concorsi pubblici. In particolare si fa riferimento al D.P.R. 487/1994 e, per quanto concerne il personale sanitario, anche ai D.P.R. 483/1997 e D.P.R. 220/2001,    i quali sanciscono il principio inderogabile ed immodificabile secondo cui la commissione esaminatrice, prima della prova orale, formula i quesiti da sottoporre ai candidati, che dovranno essere somministrati ai candidati mediante estrazione a sorte. In nessun caso, quindi, la commissione esaminatrice di un pubblico concorso può evitare il sorteggio delle domande da porre ai candidati, e ciò, a prescindere da qualsiasi motivazione addotta dalla stessa. La giurisprudenza amministrativa ha più volte chiarito che la regola del sorteggio delle domande è una regola generale ed inderogabile a garanzia della trasparenza delle prove concorsuali. Al fine di invalidare le prove orali, quindi, non occorre provare altro. In caso di mancato sorteggio delle domande la prova orale è radicalmente viziata e deve sempre essere annullata e ripetuta.

Sempre con riferimento alla prova orale, il problema ha investito anche la possibilità per la commissione esaminatrice di far svolgere le prove in aule non aperte al pubblico. Anche questo contrasta nettamente con quanto previsto dalla suindicata normativa, e pertanto, la giurisprudenza amministrativa ha chiarito che anche in tale ipotesi le prove orali siano irrimediabilmente viziate, e come tali vadano annullate e ripetute. E’ accaduto più volte che la commissione esaminatrice impedisse ai candidati in attesa di sostenere la prova orale di assistere alle prove dei colleghi, con la motivazione di voler impedire che gli stessi potessero essere avvantaggiati dal fatto di ascoltare in anticipo domande poi ripetute. Il Consiglio di Stato, confermando una pronuncia di primo grado, ha ribadito che le prove orali di qualsiasi procedura concorsuale debbano sempre svolgersi in un’aula aperta al pubblico in modo che chiunque possa assistervi. Di conseguenza, nel caso in cui la commissione esaminatrice chieda ai candidati in attesa di essere esaminati di attendere il loro turno in una stanza separata, pone in essere un comportamento certamente illegittimo e, in caso di bocciatura, il candidato potrà senza dubbio ottenere l’annullamento di tale bocciatura dinnanzi al tribunale amministrativo competente.

Se avete un problema simile o che comunque concerne la tematica dei concorsi pubblici, non esitate a contattarci per una consulenza personalizzata.

Diritto del candidato assistere alle prove orali di concorsi. Il Consiglio di Stato, con sentenza n°1626 del 27/03/2015, ha chiarito che è diritto del candidato e di terzi estranei accedere alle aule di concorso durante le prove orali.

Il candidato che ha già sostenuto la prova o deve ancora sostenere il colloquio, ha il diritto di presenziare alle prove degli altri candidati sia per assicurarsi dello svolgimento della prova, sia per verificare il corretto operare della Commissione.

 Antonio Giangrande: la prova orale, madre si tutte le arroganze e presunzioni. In sede di esame orale ti trovi di fronte una schiera di Commissari di esame che fanno sfoggio della loro sapienza rispetto a te e rispetto a loro stessi. L’oggetto dell’esame non verte sulla tua perizia rispetto alle materie esaminandi, ma sulla capacità di metterti in difficoltà rispetto alla loro presunzione di saperne più di te e del loro collega. Tu che hai superato a pieni voti lo scritto ti trovi di fronte una barriera di contestazioni, di approssimazioni, di fuorvianze, che ti inceppano i ricordi e che minano il tuo stato psicologico. Se invece sei un amico o conoscente, o meglio, un raccomandato, tutto cambia. Le domande sono benevole, o i voti sono in contrasto con la scena muta. Meglio allora se non si fanno più le prove orali.

Antonio Giangrande: Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Antonio Giangrande: Diritto del candidato assistere alle prove orali di concorsi. Il Consiglio di Stato, con sentenza n°1626 del 27/03/2015, ha chiarito che è diritto del candidato e di terzi estranei accedere alle aule di concorso durante le prove orali.

Il candidato che ha già sostenuto la prova o deve ancora sostenere il colloquio, ha il diritto di presenziare alle prove degli altri candidati sia per assicurarsi dello svolgimento della prova, sia per verificare il corretto operare della Commissione.

Antonio Giangrande: la prova orale, madre si tutte le arroganze e presunzioni. In sede di esame orale ti trovi di fronte una schiera di Commissari di esame che fanno sfoggio della loro sapienza rispetto a te e rispetto a loro stessi. L’oggetto dell’esame non verte sulla tua perizia rispetto alle materie esaminandi, ma sulla capacità di metterti in difficoltà rispetto alla loro presunzione di saperne più di te e del loro collega. Tu che hai superato a pieni voti lo scritto ti trovi di fronte una barriera di contestazioni, di approssimazioni, di fuorvianze, che ti inceppano i ricordi e che minano il tuo stato psicologico. Se invece sei un amico o conoscente, o meglio, un raccomandato, tutto cambia. Le domande sono benevole, o i voti sono in contrasto con la scena muta. Meglio allora se non si fanno più le prove orali.

I miei concorsi come Comandante dei Vigili Urbani. 

18/11/1999. Concorso di Comandante del Corpo di Polizia Municipale di Manduria. Candidati oltre 300. 5° allo scritto, all’orale preceduto da chi aveva indetto e regolato il concorso. 

22/05/2023. Iscritto nell’elenco Asmelab degli aspiranti Comandanti della Polizia Locale, dopo aver superato l’esame scritto per presentare interpello all’orale delle Pubbliche Amministrazioni richiedenti, o scritto se troppi interpellanti.

10/07/2023. Comune di Venosa, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 229, partecipanti alla prova scritta 120, posizionato 5°, esame orale pubblico a Venosa il 14/07/2023. Preceduto.

06/09/2023. Comune di Gattinara, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 76, posizionato 5° IDONEO, esame orale pubblico a Gattinara il 18/09/2023. Preceduto ingiustamente.

02/10/2023. Comune di Anacapri, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 249. Preceduto. A tutti sono poste due domande secche: una obbligatoria sugli appalti pubblici. Nessuno ha saputo rispondere in modo esauriente, meno che uno...

10/10/2023. Comune di Vigliano Biellese, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 53. Preceduto. Commissione: non idonea.10/10/2023. Comune di Vigliano Biellese, aspiranti Comandanti della Polizia Locale, interpellanti 53. Preceduto. Commissione: non idonea. I nomi dovrebbero essere omessi per l’oblio meritato.

COMUNE DI VIGLIANO BIELLESE

Determinazione N. 474 del

Data di registrazione 5/10/2023

Oggetto: Bando di interpello “elenco Idonei” di A.S.M.E.L. per la copertura di un posto a tempo pieno e indeterminato di Funzionario di Vigilanza (ex cat. D) – Nomina Commissione Giudicatrice.

Il Titolare della posizione organizzativa.

Il Sottoscritto dott. Francesco Cammarano – Segretario Comunale – Responsabile del Servizio Personale

Determina

  1. Di nominare membri della Commissione di interpello pubblico, per la copertura di n. 1 posto a tempo pieno e indeterminato di Funzionario di Vigilanza (ex cat. D) le persone sotto indicate e con la funzione a fianco specificata.

– Dott. Francesco Cammarano – Presidente

Segretario Comunale – Responsabile del Personale

Comandante della Polizia Locale del Comune di Vigliano Biellese

Avvocato ed ex Comandante di Polizia Locale

  1. ….

  2. Di corrispondere ai membri esterni il compenso di euro 500,00 ciascuno.

Prima domanda. Il sindaco comunica al comandante che l'acqua è inquinata.

Risposta articolata qui riassunta: ordinanza contingente e necessaria a tutela dei cittadini impedendone l'uso. Ordinanza-ingiunzione contro il responsabile che cessi e relative sanzioni.

Il comandante avvisa il pm del reato che persegue il responsabile.

Seconda domanda. La pattuglia interviene per un sinistro con lesioni e un fuggitivo ed avvisano il comandante.

Risposta: l'ufficio verifica la fondatezza della segnalazione e chiama i soccorsi, facendo intervenire la pattuglia. La pattuglia dà assistenza al ferito e verifica le circostanze del fatto e assicura i mezzi di prova per l’individuazione del fuggitivo. Svolge le indagini per omissione di soccorso, e da accertare la responsabilità delle lesioni, e cerca di trarre identità dagli elementi raccolti. Inoltre verifica la responsabilità attraverso l'analisi degli elementi atmosferici, dell'auto, della strada e del l'alcol test del ferito, possibile responsabile. Si chiama il comandante perché è Pubblico Ufficiale che tiene i rapporti con l’autorità Giudiziaria. Gli agenti diventano Pubblici Ufficiali solo per espressa delega particolare del Comandante.

Terza domanda. Un medico redige referto più grave di quello del collega del primo intervenuto in seguito ad un sinistro con lesioni, ma non comunica al pm.

Sono tracce da esame di abilitazione di avvocato, non sono domande secche. Per cui io ho risposto in base alla mia esperienza e preparazione professionale di ex agente assicurativo ed ex avvocato. Quindi si va oltre le materie indicate in esame e si va oltre la competenza degli esaminatori.

Uno risponde per quel poco o tanto sa, non per quel tanto o poco che i commissari sanno e vogliono sentire.

Per me è omissione di atti di ufficio o di Referto perché le parole sono importanti nell’interpretazione dei fatti.

Il medico non comunica. Significa che aveva l’obbligo di comunicare e non l’ha fatto. Obbligo nascente dalla richiesta del Pubblico Ministero o dalle leggi. Non si dice: ha dimenticato, o non conosceva la legge che lo obbligava. Non ha comunicato. E’ reato proprio doloso, in quanto non voleva farlo per coprire il collega per falso ideologico o il responsabile della lesione, o per altri suoi motivi. E comunque si risponde alle domande da collaboratori del Pubblico Ministero, quindi dell’accusa, e non da avvocato che cerca la scriminante.

Invece per chi si ergeva più esperto degli altri, mi costringeva a dire che fosse un reato colposo. Questo se ne viene fuori con la colpa. Basata su quale reato non so. Non c'è omissione e/o falso colposo.

Naturalmente le tre risposte condite con eloquente e corposa disamina. Ma loro non cercano l’esperto, cercano il burocrate.

 Cass. Pen., Sez. VI, 2 novembre 2020, n. 30456 in tema di omissione di referto

DI AVV. MARIA VITTORIA MAGGI · PUBBLICATO 10/01/2021 · AGGIORNATO 04/01/2021

La massima.

“In tema di omissione di referto, l’esercente una professione sanitaria che accerti l’aggravamento delle lesioni personali conseguenti ad un incidente stradale, tali da integrare il reato procedibile d’ufficio ai sensi dell’art. 590-bis cod. pen., ha l’obbligo di informarne l’autorità giudiziaria, a nulla rilevando che, sulla base di una precedente diagnosi, effettuata da un medico diverso, fosse stata indicata una prognosi meno grave, rispetto alla quale il reato sarebbe stato procedibile a querela” (Cass. Pen., Sez. VI, 2 novembre 2020, n. 30456). 

Il caso.

Con sentenza del 4 luglio 2019, il Tribunale di Grosseto assolveva l’imputato dal reato di cui all’art. 365 c.p., perché il fatto non costituisce reato. Il Tribunale, in particolare, rilevava che, con riguardo alle lesioni stradali, il sanitario non ha l’obbligo di referto quanto alla prognosi secondaria, rispetto ad una prima prognosi da altri espressa. Il Tribunale evidenziava che quanto sostenuto valeva anche nel caso in cui la somma dei giorni facesse pervenire ad un periodo di malattia superiore a 40 giorni.

Il P.M. presso il Tribunale di Grosseto presentava ricorso avverso la sentenza del Giudice di Prime Cure, deducendo la violazione dell’art. 365 c.p.. L’assunto che l’obbligo di referto debba essere riferito solo alla notizia di reato, perseguibile d’ufficio ed appresa originariamente, e non al sopravvenuto regime di procedibilità, deve ritenersi erroneo. Secondo il ricorrente, infatti, rispetto al delitto di lesioni stradali l’obbligo sorgeva in capo al medico che aveva rilasciato il certificato con cui si superava la prognosi di quaranta giorni, venendo in rilievo un reato diverso, perseguibile d’ufficio.

Ad avviso della Corte di Cassazione, il ricorso presentato dal P.M. è fondato.

La motivazione.

La Corte di Cassazione ha precisato in motivazione che “il delitto di omissione di referto, che ha natura di reato di pericolo, in quanto volto ad assicurare il corretto andamento dell’amministrazione della giustizia attraverso l’invio alla A.G. competente della notizia qualificata di un reato, includente elementi tecnici essenziali ai fini dello svolgimento delle indagini e

dell’esercizio dell’azione penale, è ravvisabile con riguardo ad una condotta omissiva, che risulta apprezzabile nel momento in cui il sanitario viene a trovarsi di fronte ad un caso che può presentare i connotati di un reato perseguibile d’ufficio, dovendosi inoltre valutare se il sanitario abbia avuto conoscenza di elementi di fatto dai quali desumere in termini di astratta possibilità la configurabilità di un simile delitto e abbia avuto la coscienza e volontà di omettere o ritardare il referto”.

Orbene, nel caso di specie la Corte constatava che l’imputato avesse avuto effettivamente contezza di un periodo di guarigione superiore a quaranta giorni, tale da rendere configurabile il delitto di lesioni stradali gravi, di cui all’art. 590-bis c.p..

Per questo motivo, la valutazione del Giudice di primo grado doveva ritenersi erronea. Il primo approccio alla notizia di reato, infatti, non esonera dall’obbligo sopraggiunto di referto. Al contrario, ciò che rileva – ai fini della configurabilità del delitto di cui all’art. 365 c.p. –  è che la prestazione sanitaria abbia messo l’esercente nella posizione di avvedersi di un reato procedibile d’ufficio, tale da imporre la redazione del referto.

La Corte di Cassazione, nondimeno, ha osservato che nel caso di specie non si trattava di mero mutamento del regime di procedibilità, bensì della cognizione di un reato diverso, cioè l’autonomo reato di lesioni stradali gravi, in relazione al quale l’obbligo di referto era specificamente insorto al manifestarsi di un diverso periodo di guarigione.

Sulla base di quanto sostenuto è disceso l’annullamento della sentenza impugnata, con rinvio alla Corte di appello di Firenze ai sensi dell’art. 569, co. 4, c.p.p..

Avv. Maria Vittoria Maggi

Avvocato penalista, esperta in Scienze Forensi, Vice Responsible dell’area di Criminologia di Ius in Itinere.

Che delusione i colleghi che come iene tifano per la tua bocciatura, anche se ingiusta.

Poi ci sono loro. Gli occupati che per sfizio o per ambizione, cercano di vincere questo concorso. Non capisco come si possa lasciare un incarico sicuro della stessa mansione per un altro che ha la spada della prova dei 6 mesi.

Le prove scritte.

Antonio Giangrande: Nei Concorsi Pubblici ci sono due tipi di prove scritte:

Quella con risposte uniche e motivate, la cui correzione è, spesso, lunga, farraginosa e fatta da commissioni clientelari, familistici e incompetenti che non correggono o correggono male non avendo il tempo necessario o la preparazione specifica e che promuovono secondo fortuna o raccomandazione.

Quella con domande multiple, spesso, incoerenti con la competenza richiesta, ma che garantiscono velocità di correzione e uniformità di giudizio.

Chi è abituato all’aiutino disdegna i quiz, in cui non si può intervenire, se non conoscendoli in anticipo.

ANTONIO GIANGRANDE: VI SPIEGO COME IN ITALIA SI TRUCCANO I CONCORSI PUBBLICI.

In Italia tutti sanno che i concorsi pubblici sono truccati e nessuno fa niente, tantomeno i magistrati. Gli effetti sono che non è la meritocrazia a condurre le sorti del sistema Italia, ma l'incompetenza e l'imperizia. Non ci credete o vi pare un’eresia? Basta dire che proprio il Consiglio Superiore della Magistratura, dopo anni di giudizi amministrativi, è stato costretto ad annullare un concorso già effettuato per l’accesso alla magistratura. Ed i candidati ritenuti idonei? Sono lì a giudicare indefessi ed ad archiviare le denunce contro i concorsi truccati. E badate, tra i beneficiari del sistema, vi sono nomi illustri.

IL VADEMECUM DEL CONCORSO PUBBLICO TRUCCATO.

INDIZIONE DEL CONCORSO: spesso si indice un concorso quando i tempi sono maturi per soddisfare da parte dei prescelti i requisiti stabiliti (acquisizione di anzianità, titoli di studio, ecc.). A volte chi indice il concorso lo fa a sua immagine e somiglianza (perché vi partecipa personalmente come candidato). Spesso si indice il concorso quando non vi sono candidati (per volontà o per induzione), salvo il prescelto. Queste anomalie sono state riscontrate nei concorsi pubblici tenuti presso le Università e gli enti pubblici locali.

COMMISSIONE D’ESAME: spesso a presiedere la commissione d’esame sono personalità che hanno una palese incompatibilità. Per esempio nella commissione d’esame centrale presso il Ministero della Giustizia del concorso di avvocato è stato nominato presidente colui il quale non poteva, addirittura, presiedere la commissione locale di Corte d’Appello. Cacciato in virtù della riforma (decreto-legge 21 maggio 2003, n. 112, coordinato con la legge di conversione 18 luglio 2003, n. 180). Spesso le commissioni d'esame sono mancanti delle componenti necessarie per la valutazione tecnica della materia d'esame. Le Commissioni d’esame hanno sempre e comunque interessi amicali, familistiche e clientelari. Seguendo una crescente letteratura negli ultimi anni abbiamo messo in relazione l'età di iscrizione all'albo degli avvocati con un indice di frequenza del cognome nello stesso albo. In particolare, per ogni avvocato abbiamo calcolato la frequenza del cognome nell'albo, ovvero il rapporto tra quante volte quel cognome vi appare sul totale degli iscritti, in relazione alla frequenza dello stesso cognome nella popolazione. In media, il cognome di un avvocato appare nell'albo 50 volte di più che nella popolazione. Chi ha un cognome sovra-rappresentato nell'albo della sua provincia diventa avvocato prima. Infine vi sono commissioni che, quando il concorso è a numero aperto, hanno tutto l’interesse a limitare il numero di idonei per limitare la concorrenza: a detta dell’economista Tito Boeri: «Nelle commissioni ci sono persone che hanno tutto da perderci dall'entrata di professionisti più bravi e più competenti».

I CONCORSI FARSA: spesso i concorsi vengono indetti per sanare delle mansioni già in essere, come il concorso truffa a 1.940 posti presso l'INPS, bandito per sistemare i lavoratori socialmente utili già operanti presso l'Ente.

LE PROVE D’ESAME: spesso sono conosciute in anticipo. A volte sono pubblicate su internet giorni prima, come è successo per il concorso degli avvocati, dei dirigenti scolastici, o per l’accesso alle Università a numero chiuso (medicina), ovvero, come succede all’esame con più sedi (per esempio all’esame forense o per l’Agenzia delle Entrate, le tracce sono conosciute tramite cellulari o palmari in virtù del tardivo inizio delle prove in una sede rispetto ad altre. Si parla di ore di ritardo tra una sede ed un’altra). A volte le tracce sono già state elaborate in precedenza in appositi corsi, così come è successo all’esame di notaio. A volte le prove sono impossibili, come è successo al concorsone pubblico per insegnanti all'estero: 40 quesiti a risposta multipla dopo averli cercati, uno ad uno, in un volume di oltre 4mila che i partecipanti alla selezione hanno visto per la prima volta, leggere quattro testi in lingua straniera e rispondere alle relative domande. Il tutto nel tempo record di 45 minuti, comprese parti di testo da tradurre. Quasi 1 minuto a quesito.

MATERIALE CONSULTABILE: spesso, come al concorso di magistrato o di avvocato dello Stato ed in tutto gli altri concorsi, ad alcuni è permessa la consultazione di materiale vietato (codici commentati, fogliettini, fin anche compiti elaborati dagli stessi commissari) fino a che non scoppia la bagarre. Spesso, come succede al concorso di avvocato, sono proprio i commissari a dettare il parere da scrivere sull’elaborato, tale da rendere le prove dei candidati uniformi e nonostante ciò discriminati in sede di correzione.

IL MATERIALE CONSEGNATO: il compito dovrebbe essere inserito in una busta da sigillare contenente un’altra busta chiusa con inserito il nome del candidato. Non ci dovrebbero essere segni di riconoscimento. Non è così come insegna il concorso di notaio. Oltre ai segni di riconoscimento posti all’interno (nastri), i commissari firmano in modo diverso i lembi di chiusura della busta grande consegnata.

LA CORREZIONE DEGLI ELABORATI. Quanto già indicato sono i trucchi che i candidati possono vedere ed eventualmente denunciare. Quanto avviene in sede di correzione è lì la madre di tutte le manomissioni. Proprio perchè nessuno vede. La norma prevede che la commissione d’esame (tutti i componenti) partecipi alle fasi di:

• apertura della busta grande contenente gli elaborati;

• lettura del tema da parte del relatore ed audizione degli altri membri;

• correzione degli errori di ortografia, sintassi e grammatica;

• richiesta di chiarimenti, valutazione dell'elaborato affinchè le prove d’esame del ricorrente evidenzino un contesto caratterizzato dalla correttezza formale della forma espressiva e dalla sicura padronanza del lessico giuridico, anche sotto il profilo più strettamente tecnico-giuridico, e che anche la soluzione delle problematiche giuridiche poste a base delle prove d’esame evidenzino un corretto approccio a problematiche complesse;

• consultazione collettiva, interpello e giudizio dei singoli commissari, giudizio numerico complessivo, motivazione, sottoscrizione;

• apertura della busta piccola contenete il nome del candidato da abbinare agli elaborati corretti;

• redazione del verbale.

Queste sono solo fandonie normative. Di fatto si apre prima la busta piccola, si legge il nome, se è un prescelto si dà agli elaborati un giudizio positivo, senza nemmeno leggerli. Quando i prescelti sono pochi rispetto al numero limite di idonei stabilito illegalmente, nonostante il numero aperto, si aggiungono altri idonei diventati tali “a fortuna”.

In effetti, con migliaia di ricorsi al TAR si è dimostrato che i giudizi resi sono inaffidabili. La carenza, ovvero la contraddittorietà e la illogicità del giudizio negativo reso in contrapposizione ad una evidente assenza o rilevanza di segni grafici sugli elaborati, quali glosse, correzioni, note, commenti, ecc., o comunque la infondatezza dei giudizi assunti, tale da suffragare e giustificare la corrispondente motivazione indotta al voto numerico. Tutto ciò denota l’assoluta discrasia tra giudizio e contenuto degli elaborati, specie se la correzione degli elaborati è avvenuta in tempi insufficienti, tali da rendere un giudizio composito. Tempi risibili, tanto da offendere l’umana intelligenza. Dai Verbali si contano 1 o 2 minuti per effettuare tutte le fasi di correzione, quando il Tar di Milano ha dichiarato che ci vogliono almeno 6 minuti solo per leggere l’elaborato. La mancanza di correzione degli elaborati ha reso invalido il concorso in magistratura. Per altri concorsi, anche nella stessa magistratura, il ministero della Giustizia ha fatto lo gnorri e si è sanato tutto, alla faccia degli esclusi. Già nel 2005 candidati notai ammessi agli orali nonostante errori da somari, atti nulli che vengono premiati con buoni voti, mancata verbalizzazione delle domande, elaborati di figli di professionisti ed europarlamentari prima considerati "non idonei" e poi promossi agli orali. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Riguardo la magistratura, l’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. O ancora l'esame di ammissione all'albo dei giornalisti professionisti del 1991, audizione riscontrabile negli archivi di radio radicale, quando la presenza di un folto gruppo di raccomandati venne scoperta per caso da un computer lasciato acceso nella sala stampa del Senato proprio sul file nel quale il caposervizio di un'agenzia, commissario esaminatore, aveva preso nota delle prime righe dei temi di tutti quelli da promuovere. E ancora lo scandalo denunciato da un’inchiesta del 14 maggio 2009 apparsa su “La Stampa”. A finire sotto la lente d’ingrandimento del quotidiano torinese l’esito del concorso per allievi per il Corpo Forestale. Tra i 500 vincitori figli di comandanti, dirigenti, uomini di vertice. La casualità ha voluto, inoltre, che molti dei vincitori siano stati assegnati nelle stazioni dove comandano i loro genitori. Una singolare coincidenza che diventa ancor più strana nel momento in cui si butta un occhio ad alcuni “promemoria”, sotto forma di pizzini, ritrovati nei corridoi del Corpo forestale e in cui sono annotati nomi, cognomi, date di nascita e discendenze di alcuni candidati. «Per Alfonso, figlio di Rosetta», «Per Emidio, figlio di Cesarina di zio Antonio», «Per Maria, figlia di Raffaele di zia Maria». Piccole annotazioni, certo. Il destino, però, ha voluto che le tutte persone segnalate nei pizzini risultassero vincitrici al concorso.

GLI ESCLUSI, RIAMMESSI. Candidati che sono stati esclusi dalla prova per irregolarità, come è successo al concorso per Dirigenti scolastici, o giudicati non idonei, che poi si presentano regolarmente agli orali. L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare dell’Mpa di Raffaele Lombardo, pubblicata su "Il Giornale". Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Non è l'unico caso. Era già stato giudicato non idoneo, ma in una seconda fase sarebbero saltati fuori degli strani fogli aggiuntivi che prima non c’erano. Ecco come sarebbe sorto il sospetto che qualcuno li avesse inseriti per “salvare” il candidato già bocciato, in modo da giustificare una valutazione diversa oppure da consentire un successivo ricorso al TAR. I maggiori quotidiani nazionali e molti locali, ed anche tanti periodici, si sono occupati di tale gravissimo fatto, e che è stato individuato con nome e cognome il magistrato (una donna) in servizio a Napoli quale autore del broglio accertato. Per tale episodio il CSM ha deciso di sospendere tale magistrato dalle funzioni e dallo stipendio. In quella sessione a fronte di 350 candidati ammessi alle prove orali pare che oltre 120 siano napoletani, i quali sembrano avere particolari attitudini naturali verso le scienze giuridiche e che sembrano essere particolarmente facilitati nel loro cammino anche dalla numerosa presenza nella commissione di esami di magistrati e professori napoletani.

TUTELA GIUDIZIARIA. Un ricorso al TAR non si nega a nessuno: basta pagare la tangente delle spese di giudizio. Per veder accolto il ricorso basta avere il principe del Foro amministrativo del posto; per gli altri non c’è trippa per gatti. Cavallo di battaglia: mancanza della motivazione ed illogicità dei giudizi. Nel primo caso, dovendo accertare un’ecatombe dei giudizi, la Corte Costituzionale, con sentenza 175 del 2011, ha legittimato l’abuso delle commissioni: “buon andamento, economicità ed efficacia dell’azione amministrativa rendono non esigibile una dettagliata esposizione, da parte delle commissioni esaminatrici, delle ragioni sottese ad un giudizio di non idoneità, sia per i tempi entro i quali le operazioni concorsuali o abilitative devono essere portate a compimento, sia per il numero dei partecipanti alle prove”. Così la Corte Costituzionale ha sancito, il 7 giugno 2011, la legittimità costituzionale del cd. “diritto vivente”, secondo cui sarebbe sufficiente motivare il giudizio negativo, negli esami di abilitazione, con il semplice voto numerico. La Corte Costituzionale per ragion di Stato (tempi ristretti ed elevato numero) afferma piena fiducia nelle commissioni di esame (nonostante la riforma e varie inchieste mediatiche e giudiziarie ne minano la credibilità), stabilendo una sorta d’infallibilità del loro operato e di insindacabilità dei giudizi resi, salvo che il sindacato non promani in sede giurisdizionale. I candidati, quindi, devono sperare nel Foro presso cui vi sia tutela della meritocrazia ed un certo orientamento giurisprudenziale a favore dei diritti inviolabili del candidato, che nella massa è ridimensionato ad un semplice numero, sia di elaborato, sia di giudizio. Giudizi rapidi e sommari, che spesso non valorizzano le capacità tecniche e umane che da un’attenta lettura dell’elaborato possono trasparire. Fatto assodato ed incontestabile il voto numerico, quale giudizio e motivazione sottesa. Esso deve, però, riferire ad elementi di fatto corrispondenti che supportino quel voto. Elementi di fatto che spesso mancano o sono insussistenti. All'improvvida sentenza della Corte Costituzionale viene in soccorso la Corte di Cassazione. Il sindacato giurisdizionale di legittimità del giudice amministrativo sulle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici di esami o concorsi pubblici (valutazioni inserite in un procedimento amministrativo complesso nel quale viene ad iscriversi il momento valutativo tecnico della commissione esaminatrice quale organo straordinario della pubblica amministrazione), è legittimamente svolto quando il giudizio della commissione esaminatrice è affetto da illogicità manifesta o da travisamento del fatto in relazione ai presupposti stessi in base ai quali è stato dedotto il giudizio sull'elaborato sottoposto a valutazione. In sostanza il TAR può scendere sul terreno delle valutazioni tecniche delle commissioni esaminatrici per l’accesso a una professione o in un concorso pubblico, quando il giudizio è viziato da evidente illogicità e da travisamento del fatto. Ad affermare l’importante principio di diritto sono le Sezioni Unite della Cassazione con sentenza n. 8412, depositata il 28 maggio 2012. Insomma, la Cassazione afferma che le commissioni deviano il senso della norma concorsuale.

Certo che a qualcuno può venire in mente che comunque una certa tutela giuridica esiste. Sì, ma dove? Ma se già il concorso al TAR è truccato. Nel 2008 un consigliere del Tar trombato al concorso per entrare nel Consiglio di Stato, si è preso la briga di controllare gli atti del giorno in cui sono state corrette le sue prove, scoprendo che i cinque commissari avevano analizzato la bellezza di 690 pagine. "Senza considerare la pausa pranzo e quella della toilette, significa che hanno letto in media tre pagine e mezzo in 60 secondi. Un record da guinness, visto che la materia è complessa", ironizza Alessio Liberati. Che ha impugnato anche i concorsi del 2006 e del 2007: a suo parere i vincitori hanno proposto stranamente soluzioni completamente diverse per la stessa identica sentenza. Il magistrato, inoltre, ha sostenuto che uno dei vincitori, Roberto Giovagnoli, non aveva nemmeno i titoli per partecipare al concorso. Mentre il Governo rifiuta da mesi di rispondere alle varie interrogazioni parlamentari sul concorso delle mogli (il concorso per magistrati Tar vinto da Anna Corrado e Paola Palmarini, mogli di due membri dell’organo di autogoverno che ne nominò la commissione) si è svolto un altro – già discusso – concorso per l’accesso al Tar. Nonostante l’organo di autogoverno dei magistrati amministrativi (Consiglio di Presidenza – Cpga) si sia stretto in un imbarazzante riserbo, che davvero stride con il principio di trasparenza che i magistrati del Tar e del Consiglio di Stato sono preposti ad assicurare controllando l’operato delle altre amministrazioni, tra i magistrati amministrativi si vocifera che gli elaborati scritti del concorso sarebbero stati sequestrati per mesi dalla magistratura penale, dopo aver sorpreso un candidato entrato in aula con i compiti già svolti, il quale avrebbe già patteggiato la pena. Dopo il patteggiamento la commissione di concorso è stata sostituita completamente ed è ricominciata la correzione dei compiti. Si è già scritto della incredibile vicenda processuale del dott. Enrico Mattei, fratello di Fabio Mattei (oggi membro dell’organo di autogoverno), rimesso “in pista” nel precedente concorso c.d. delle mogli grazie ad una sentenza del presidente del Tar Lombardia, assolutamente incompetente per territorio, che, prima di andare in pensione coinvolto dallo scandalo della c.d. cricca, si era autoassegnato il ricorso ed aveva ammesso a partecipare al concorso il Mattei, redigendo addirittura una sentenza breve (utilizzabile solo in caso di manifesta fondatezza), poco dopo stroncata dal Consiglio di Stato (sentenza n. 6190/2008), che ha rilevato perfino l’appiattimento lessicale della motivazione della decisione rispetto alle memorie difensive presentate dal Mattei. Dopo il concorso delle mogli e il caso Mattei, un altro concorso presieduto da Pasquale De Lise è destinato a far parlare di sé. Si sono infatti concluse le prove scritte del concorso per 4 posti a consigliere di Stato, presieduto da una altisonante commissione di concorso: il presidente del Consiglio di Stato (Pasquale De Lise), il presidente aggiunto del Consiglio di Stato (Giancarlo Coraggio), il presidente del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la regione Sicilia (Riccardo Virgilio), il preside della facoltà di giurisprudenza (Carlo Angelici) ed un presidente di sezione della Corte di Cassazione (Luigi Antonio Rovelli). Ma anche il concorso al Consiglio di Stato non è immune da irregolarità. Tantissime le violazioni di legge già denunciate all’organo di autogoverno: area toilettes non sigillata e accessibile anche da avvocati e magistrati durante le prove di concorso, ingresso a prove iniziate di pacchi non ispezionati e asseritamente contenenti cibi e bevande, ingresso di estranei nella sala durante le prove di concorso, uscita dei candidati dalla sala prima delle due ore prescritte dalla legge, mancanza di firma estesa dei commissari di concorso sui fogli destinati alle prove, presenza di un solo commissario in aula. Tutti vizi, questi, in grado di mettere a rischio la validità delle prove.

Qual è l’organo deputato a giudicare, in caso di ricorso, sulla regolarità del concorso per consigliere di Stato? Il Consiglio di Stato… naturalmente!

Ecco perché urge una riforma dei concorsi pubblici. Riforma dove le lobbies e le caste non ci devono mettere naso. Ed ho anche il rimedio. Niente esame di abilitazione. Esame di Stato con la laurea specialistica. Attività professionale libera con giudizio del mercato o assunzione per nomina del responsabile politico o amministrativo che ne risponde per lui.

E' da vent'anni che studio il fenomeno dei concorsi truccati. Anche la fortuna fa parte del trucco, in quanto non è tra i requisiti di idoneità. Qualcuno si scandalizzerà. Purtroppo non sono generalizzazioni, ma un dato di fatto. E da buon giurista, consapevole del fatto che le accuse vanno provate, pur in una imperante omertà e censura, l’ho fatto.  Invitando ad informarsi tutti coloro che, ignoranti o in mala fede, contestano una verità incontrovertibile, non mi rimane altro che attendere: prima o poi anche loro si ricrederanno e ringrazieranno iddio che esiste qualcuno con le palle che non ha paura di mettersi contro Magistrati ed avvocati. E sappiate, in tanti modi questi cercano di tacitarmi, con l’assistenza dei media corrotti dalla politica e dall’economia e genuflessi al potere. Ho perso le speranze. I praticanti professionali sono una categoria incorreggibile: so tutto mi, e poi non sanno un cazzo, pensano che essere nel gota, ciò garantisca rispetto e benessere. Che provino a prendere in giro chi non li conosce. Ripeto. La quasi totalità è con le pezze al culo e genuflessi ai Magistrati. Come avvoltoi a buttarsi sulle carogne dei cittadini nei guai e pronti a vendersi al miglior offerente. Non è vero? Beh! Chi esercita veramente sa che nei Tribunali, per esempio, vince chi ha più forza dirompente, non chi è preparato ed ha ragione. Amicizie e corruttele sono la regola. Naturalmente per parlare di ciò, bisogna farlo con chi lavora veramente, non chi attraverso l’abito, cerca di fare il monaco. Ho costituito un gruppo facebook per “ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LA LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI", in quanto parlare di liberalizzazione e di purificazione dell’esame di abilitazione o di accesso alle carriere pubbliche solo con i praticanti non porta da nessuna parte. Come sempre.

Dr Antonio Giangrande

Cisia: "Nessuna domanda del genere". De Luca e i test “demenziali” di medicina: “Viennetta, grattachecca, ci vuole la cura Singapore con frustino di bambù”. Redazione su Il Riformista il 30 Settembre 2023

Prosegue senza sosta la battaglia del governatore campano Vincenzo De Luca contro i test a numero chiuso per l’accesso alla facoltà di medicina. Nella consueta diretta social del venerdì, il presidente della regione legge alcune segnalazioni inviategli dai cittadini, sottolineando l’assurdità di alcune domande presenti nei test. “Continueremo la nostra battaglia fino in fondo. Vi invito a esprimere la vostra protesta e il vostro disprezzo per tutte le forze politiche che non si impegnassero subito a cancellare questa vergogna. La selezione è indispensabile ma va fatta sulle materie sanitarie e non su argomenti demenziali” attacca De Luca che ribadisce: “Col numero chiuso si relegano ai margini ragazzi che provengono da famiglie povere. E questa è una vergogna nella vergogna. Si costringono migliaia di giovani ad andare in depressione perché non si superano questi test. Se il governo e le forze politiche non cancelleranno il numero chiuso – continua – meriteranno il disprezzo dei cittadini italiani, avendo dimostrato di essere complici dell’affarismo. Dobbiamo assediare tutte le forze politiche e costringere tutti i politici a vergognarsi se non cancellano da subito il numero chiuso a Medicina. Fare la selezione su queste idiozie è un atto di infamia”.

Tornando alle domande “demenziali”, De Luca legge in diretta alcune segnalazioni inviate da cittadini: “Mia figlia ha trovato la domanda ‘Chi ha inventato la Viennetta Algida?'”. E, ancora: “E’ capitata la domanda ‘Che cos’è la grattachecca?'”. Infine la segnalazione arrivata dal papà di tre studenti che hanno provato il test a medicina nel corso degli ultimi anni: “Quale di queste parole non ha nulla in comune con le altre? Sfoggiare, depennare, castità, provare, cromare?’ Dice il concittadino: ‘avrei pensato a castità, perché le altre quattro sono verbi, castità è l’unico sostantivo. Ma sarebbe stata una risposta sbagliata. La risposta esatta era il verbo provare, perché è l’unica parola che non contiene il nome di una città’. Cioè, sfoggiare contiene Foggia, depennare Enna, castità la città di Asti, cromare Roma”.

Dura la reazione dello sceriffo campano: “Io darei vent’anni di carcere a chi ha preparato questo test. Subito, a prescindere. O, meglio ancora, lo sottoporrei al programma rieducativo che viene adoperato dalla polizia municipale di Singapore che, come noto, ha in dotazione una frusta di bambù e la utilizza – spiega – contro chi viola le regole stradali o getta a terra la gomma da masticare. C’è il frustino di bambù, quello sottile… chi ha fatto questo test dovrebbe essere sottoposto alla cura Singapore: venti frustate di bambù sul groppone: questo è un delinquente, a frustarlo si fa un’opera di bene davanti a nostro Signore”.

Poche ore dopo arriva la replica del Cisia (Consorzio interuniversitario sistemi integrati per l’accesso), organismo scientifico universitario, che definisce le denunce di De Luca come “notizie totalmente infondate diffuse su diversi canali di comunicazione”.  “Nella produzione scientifica del Consorzio, nei test Cisia e in particolare nei Tolc, non vi sono quesiti “demenziali”. Ciò vale ovviamente anche per il Tolc-Med e il Tolc-Vet, i test per l’accesso ai corsi di laurea magistrale di Medicina e chirurgia, odontoiatria e protesi dentaria e Medicina veterinaria delle università statali, di cui Cisia ha la responsabilità scientifica da questo anno come stabilito dal dm 1107 del 30 settembre 2022″.

Il Consorzio sostiene che le prove Tolc-Med e Tolc-Vet “non contengono alcuna domanda di ‘cultura generale’ sulla Viennetta Algida e sul suo inventore, sulla grattachecca (peraltro quiz salito alla cronaca nel 2011 e presente in test diverso da Medicina) e tantomeno le altre domande di cui abbiamo letto del tipo “Quale di queste parole non ha nulla in comune con le altre? Sfoggiare, depennare, castità, provare, cromare”. Più in generale il Cisia precisa che i quesiti del Tolc-Med e del Tolc-Vet “vertono sugli argomenti elencati nella decretazione ministeriale e sono predisposti da specifiche commissioni disciplinari formate da esperti delle materie oggetto d’esame, che operano con massima attenzione e professionalità”.

Il Numero Chiuso.

Estratto dell’articolo di Andrea Ossino per “La Repubblica” il 7 Settembre 2023

Prima l’esposto con cui centinaia di aspiranti medici denunciano irregolarità nella selezione per essere ammessi alle facoltà di Medicina e Odontoiatria. Poi l’interrogazione depositata dalla senatrice M5S Dolores Bevilacqua, che chiede chiarimenti alla ministra dell’Università Anna Maria Bernini. Infine l’iniziativa intrapresa dallo stesso ministero: «Chiederemo a Cisia, il consorzio che si occupa della gestione dei test, ulteriori rassicurazioni e chiarimenti sul regolare svolgimento delle prove di ingresso». 

È bufera sulla graduatoria pubblicata martedì scorso. […]  secondo lo studio legale Leone- Fell & C., la selezione è lo «scandalo più grande che abbia mai colpito il sistema del numero chiuso, la graduatoria appena pubblicata è falsa».

Parole sostenute da un’indagine, commissionata dai legali, che rivela i vulnus della nuova modalità d’esame. A differenza degli scorsi anni, quando il test avveniva in un unico giorno, quest’anno le prove sono state sostenute in più giorni e in due diverse sessioni: una ad aprile e una a luglio. 

«Sono nate chat, gruppi su Telegram delle scuole di preparazione che invitavano ragazzi usciti dall’esame a postare domande appena ricevute — spiega l’avvocato Francesco Leone — Quindi le domande sottoposte a migliaia di persone che sono state esaminate ad aprile sono state inserite in una banca dati. Poi sono state condivise, vendute e rese disponibili per luglio». 

La tempesta è iniziata su Telegram […] Il 19 aprile 2023 un utente «ha riferito di essere in possesso della banca dati e di poterla vendere per 20 euro con pagamento PayPal». La chat è tanto breve quanto eloquente: «Manda in privato», scrive l’acquirente. «Si ma voglio 20 euro su PayPal», risponde il venditore.

«Ricerche su social di messaggistica e gruppi sui principali social network, hanno permesso di rilevare informazioni di rilevanza relativamente alla presenza di un documento contenente le risposte del Tolc di medicina della sessione 2023», dicono gli investigatori privati. 

C’è il gruppo in cui si parla di «un file contenente le domande e risposte del Tolc di Medicina, sessione di aprile ». E le conversazioni in cui gli utenti riferiscono «di avere diverse prove e screenshot di questo documento » e di aver già avvisato il Cisia. «Abbiamo le prove che i rappresentanti del Cisia sono entrati nei gruppi social per controllare che questa condivisione di domande non avvenisse, ma era già fuori controllo», dicel’avvocato Leone.

Sulle chat si parla anche di un filmato «in cui uno elencava tutte le domande e risposte della sua prova pubblicato venerdì. E io avevo il Tolc lunedì con le stesse domande», ammette un utente. Inoltre il sistema è basato sul principio di equalizzazione, dove a ogni domanda viene attribuito un peso in base a quante persone abbiano risposto correttamente o meno. Ma «le domande equalizzate di aprile sono state ripetute a luglio», dicono gli avvocati. […] 

Risultati dei quiz venduti. Test di medicina a rischio. Migliaia di domande inserite in una banca dati e offerte su Telegram a 20 euro. Esposto al Tar. Patricia Tagliaferri il 7 Settembre 2023 su Il Giornale.

È un test di ammissione all'università, quello di medicina, tra i più temuti. In pochi riescono ad entrare al primo colpo e chi non ci riesce spesso è costretto ad iscriversi ad altre facoltà scientifiche per poi ritentare l'anno successivo facendosi convalidare gli esami sostenuti.

Quest'anno doppia difficoltà. I quiz della prima edizione dei Tolc, la nuova modalità di accesso a medicina, odontoiatria e veterinaria, potrebbero infatti essere annullati. Almeno questo sostengono gli avvocati dello studio legale Leone-Fell&C. che, grazie ai suoi ricorsi, negli anni ha permesso l'immatricolazione di circa 4mila studenti. Come anticipato da Repubblica, dopo la pubblicazione delle graduatorie lo studio legale ha presentato un esposto alla Procura di Roma e al Tar denunciando presunte violazioni del bando e gravi irregolarità nel test. Molti candidati, infatti, iscritti ai corsi a pagamento di preparazione ai quiz, grazie ad una serie di espedienti avrebbero conosciuto in anticipo le domande e le relative soluzioni, così come altri avrebbero trovato le stesse domande cercando su appositi gruppi Telegram e sborsando appena 20 euro. Diversamente dal passato, quando il test veniva svolto da tutti lo stesso giorno, in tutt'Italia, ora i candidati possono prendere parte a due sessioni in un anno solare, in giorni differenti, rispondendo a test diversi ma con domande che si ripetono nelle varie sessioni. «Questo - secondo gli avvocati Francesco Leone e Simona Fell - ha permesso la creazione di una grande banca dati con un numero esorbitante di quiz su cui i più fortunati hanno potuto esercitarsi, imparando a memoria le risposte corrette». Ci sarebbero almeno 100 testimonianze audio di persone che hanno ottenuto la banca dati direttamente dalle scuole di preparazione. «Il nostro studio - spiegano ancora gli avvocati - è però entrato in possesso di ben tre file contenenti oltre 500 domande che si ripetevano in maniera identica e che conferma che da aprile tali file girano tra i vari gruppi, a vantaggio di alcuni e a danno di altri». Uno scandalo che avrebbe falsato l'esito della prova. Anche perché la notizia è rimbalzata nelle chat e sui gruppi Telegram e delle scuole di preparazione dove gli aspiranti medici che avevano già sostenuto l'esame ad aprile venivano invitati a postare i quesiti. Tutto il materiale raccolto è stato inserito in una banca dati, condiviso e messo a disposizione di chi era disposto a pagare per avere maggiori chance di passare il test a luglio.

Secondo gli avvocati la Cisia, l'organo che ha elaborato il sistema, si sarebbe accorto del problema quando era troppo tardi, non riuscendo ad impedire che avvenisse la condivisione dei dati. Al di là degli eventuali profili penali che verranno accertati dalla Procura, il Tar potrebbe decidere di annullare la prova, compromettendo l'avvio dell'anno accademico. Patricia Tagliaferri 

"Il test va annullato": così il quiz per entrare a medicina si è trasformato in una farsa. Gli avvocati dello studio Leone-Fell & C. hanno raccolto decine di prove e testimonianze. Si attende il giudizio del Tar del Lazio. Redazione il 6 Settembre 2023 su Il Giornale.

“Questo è lo scandalo più grande da quando sono iniziati i test d’ammissione”. L’affondo dell’avvocato Franceso Leone è impietoso e difficile da criticare. Il Tolc-Med 2023 si sta rapidamente trasformando in una farsa. Oltre alle solite critiche al numero chiuso, il test di quest'anno rischia di far scoppiare una vera e propria bufera giudiziaria. La graduatoria per l’accesso a medicina, odontoiatria e veterinaria è uscita martedì 5 settembre. Lo studio legale Leone-Fell & C, che negli anni passati ha permesso l’immatricolazione di oltre 4mila studenti grazie ai ricorsi al Tar, ha già promesso una battaglia ad armi spianate. Ha comunicato le sue intenzioni in una conferenza stampa trasmessa su Facebook il 4 settembre, in cui sono state illustrate tutte le criticità rilevate nei test di aprile e luglio.

Due sessioni separate: la compravendita di domande

La novità di quest'anno è la decisione di dividere l’esame in due sessioni lunghe diversi giorni e distanti mesi l’una dall’altra, una rottura con l’impostazione classica del test in contemporanea in tutto il territorio nazionale. Questo cambiamento ha generato una serie di irregolarità, a cominciare dalle domande d’esame. “I quesiti della sessione di aprile sono stati selezionati e distribuiti in modo randomico ai vari candidati. Questa riserva di domande non è infinita, quindi esse si sono ripetute nei vari giorni e in istituti diversi”, ha spiegato l’avvocato Leone. “Il problema è che gli stessi quiz sono stati utilizzati nella sessione di luglio. E non è possibile pensare che, nel 2023, le domande somministrate a circa 80mila ragazzi e in una decina di giorni rimangano anonime”. Lo studio legale ha raccolto decine di testimonianze di gruppi e chat di Whatsapp e Telegram, in cui sono state raccolti e condivisi (o venduti) i quesiti della prima sessione, permettendo agli studenti di prepararsi imparando le risposte a memoria.

Le falle nel sistema di punteggi e valutazione

La situazione è molto grave e, di fatto, compromette irrimediabilmente il sistema della graduatoria meritocratica. A peggiorala ulteriormente vi è la decisione di applicare solo per la sessione di aprile l’equalizzazione della prova. Questa consiste nella valutazione della difficoltà di una domanda e del suo punteggio in base al numero di studenti che hanno risposto correttamente. “Il bando pubblicato con il decreto ministeriale del 2022 prevedeva domande diverse tra aprile e luglio e l’equalizzazione dopo ogni sessione”, ha commentato Francesco Leone. “Un allegato successivo, il numero due, ha previsto una cosa completamente diversa e in violazione del bando stesso, ovvero che le domande equalizzate ad aprile sarebbero state utilizzate anche a luglio”. I candidati della sessione estiva, dunque, hanno avuto vantaggi notevoli: conoscevano i quesiti, il loro valore in punti e hanno studiato di conseguenza.

Anche il sistema di valutazione è finito sotto i colpi degli avvocati. La divisione del test in due sessioni e la sua apertura a studenti del quarto anno delle scuole superiori ha creato una discrepanza notevole tra le competenze dei candidati e, di conseguenza, nel loro punteggio in graduatoria. Studenti diplomati, laureati o ancora privi di tutte le conoscenze necessarie ad affrontare il quiz si sono trovati a dover rispondere alla medesima serie di domande, senza che fossero applicati metodi di valutazione diversi in base al loro livello.

Le scuole che preparano troppo

Le scuole di preparazione sono, come direbbero gli inglesi, the last nail in the coffin, l’ultimo chiodo nella bara del Tolc-Med 2023. Spesso sono stati proprio questi istituti a raccogliere e rivendere le domande della sessione di aprile, oppure hanno organizzato veri e propri corsi per spiegarle. “Pare che qualcuna abbia anche mandato i propri complici a svolgere il test ad aprile con il solo scopo di reperire le domande. È un comportamento inaudito”, ha sottolineato l’avvocato Leone. “Questa situazione per loro comporta un grande: una percentuale più alta dei propri studenti che supera il test, che si può utilizzare a livello di marketing”.

Visto il quantitativo di prove raccolte dallo studio, è difficile pensare che la graduatoria del Tolc-Med sopravviva al giudizio del Tar del Lazio. “Chiediamo al giudice amministrativo di esaminare il materiale probatorio in nostro possesso e, se lo riterrà opportuno, di trasmettere il fascicolo alla Procura della Repubblica di Roma per valutare la sussistenza di eventuali profili penali”, è quanto si legge nell’esposto dello studio Leone-Fell & C. “Siamo certi che il test verrà annullato, sconvolgendo l’inizio dell’anno accademico”.

GIUSTO ABOLIRE IL TEST D’INGRESSO A MEDICINA? Si & No  

Il parere. Il numero chiuso a Medicina deve restare: solo così garantiamo agli studenti un percorso di laurea di qualità e sbocchi lavorativi dignitosi. Pietro Castellino (Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania) su Il Riformista il 2 Agosto 2023 

Nel Si&No del Riformista spazio al dibattito sull’abolizione del test d’ingresso alla facoltà di Medicina. Favorevole il Professore Ordinario Università di Genova Matteo Bassetti: “Siamo un Paese vecchio, abbiamo bisogno di medici, nei pronto soccorso non ci sono più infermieri”, il suo allarme. Contrario il Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania Pietro Castellino: “Se il numero diventasse libero la nostra laurea perderebbe il riconoscimento europeo”.

Qui l’opinione di Pietro Castellino

Sono contrario all’abolizione del numero chiuso a medicina per una serie di motivi. Il primo è che negli ultimi anni il numero degli studenti che si possono iscrivere al primo anno di medicina è aumentato in modo significativo: a livello nazionale siamo passati, in cinque anni, da circa 12mila iscritti a 19mila (dato di quest’anno), c’è stato quindi un aumento quasi del 50%. A Catania, per esempio, siamo passati da 280 iscritti a 560 iscritti. Abbiamo quasi raddoppiato il numero degli studenti. Ma per formare bene gli studenti abbiamo bisogno di tutta un serie di cose.

Innanzitutto di docenti e il numero dei docenti non è aumentato. Abbiamo bisogno di aule dove tenere le lezioni, di reparti nei quali far lavorare questi ragazzi, abbiamo bisogno di aule studio e soprattutto servono degli spazi nei quali poter seguire i ragazzi durante il loro tirocinio pre-laurea. Quando parlo di spazi, parlo di spazi di qualità dove poter mettere in pratica delle procedure di insegnamento che siano all’altezza di uno standard europeo, perché la laurea italiana adesso è una laurea abilitante e quindi il laureato, mentre si laurea viene abilitato all’esercizio della professione e quindi noi dobbiamo ragionevolmente garantire che un laureato sia in grado di svolgere con dignità e serietà il suo lavoro. Il nostro neolaureato si iscriverà poi a una scuola di specializzazione, ciò vuol dire che il giorno dell’iscrizione sarà di fatto un assistente in formazione e noi dobbiamo, ancora una volta, garantire che questo ragazzo sia in grado di poter svolgere il proprio lavoro in modo adeguato e sufficiente.

Se noi aumentassimo a dismisura il numero degli iscritti al primo anno di medicina, per esempio abolendo il test d’ingresso e quindi il numero chiuso, a 60mila iscritti non potremmo assolutamente garantire agli studenti una laurea di qualità come invece è adesso. In altri paesi dove c’è l’iscrizione libera alla Facoltà di Medicina, per esempio in Francia, lo sbarramento avviene nel passaggio dal primo al secondo anno: i ragazzi devono fare due esami nazionali, uno alla fine del primo semestre e uno alla fine del secondo semestre, e la percentuale di bocciati supera il 90% perché di ogni mille iscritti al primo anno, solo cinquanta potranno avere accesso al secondo anno.

È forse meglio questo o il sistema italiano in cui la selezione viene fatta prima di iniziare? Oppure è meglio il sistema adottato in Germania dove ci si può iscrivere con una certa libertà, ma se si viene bocciati tre volte a un esame si viene automaticamente cancellati dal corso di laurea? Si è spesso detto che l’esame di ammissione a medicina era un esame troppo stressante, troppo difficile, che in sessanta minuti e con sessanta domande si decideva il destino di una persona.

Adesso non è più così perché i ragazzi possono sostenere, due volte, l’esame quando sono al quarto anno di liceo e poi lo possono sostenere altre due volte al quinto anno, oppure dopo essersi diplomati. Ogni quattro esami sostenuti, potranno scegliere il punteggio migliore per poter accedere alla graduatoria e quindi hanno tutto il tempo per studiare e sostenere, senza uno stress particolare, l’esame di ammissione all’università. Dobbiamo poi considerare un’altra cosa, adesso abbiamo circa 14mila borse di studio per le specializzazioni e circa 2.500 posizioni come medico di medicina generale, in tutto abbiamo più o meno 17mila posizioni disponibili per i neolaureati.

Quest’anno e l’anno scorso complessivamente sono rimaste vuote 5mila borse di specializzazione e circa 2mila specializzandi hanno poi abbandonato o cambiato indirizzo nel corso del primo anno, quindi avendo noi aumentato di circa il 20% le iscrizioni, quando i neoiscritti arriveranno alla laurea avremo raggiunto un ragionevole equilibrio tra quelli che sono i neolaureati e i numeri di posti disponibili per le specializzazioni. In questo modo garantiamo a chi si iscrive a medicina non solo un percorso di formazione, ma anche un percorso lavorativo che non li espone a nessuno stress.

La nostra laurea adesso è riconosciuta a livello europeo e se il numero diventasse un numero libero, perderebbe il riconoscimento europeo. L’Anvur, l’ente certificativo italiano, da due anni sta lavorando per avere un riconoscimento non solo europeo ma mondiale della laurea in medicina. Quindi il laureato in medicina potrà esercitare la professione in qualsiasi paese del mondo, ma questo deve passare attraverso uno standard e dei percorsi di qualità che non sono sicuramente compatibili con un numero aperto di iscritti a medicina.

Con l’abolizione del test d’ingresso invece di andare avanti e migliorare la qualità dei percorsi formativi, probabilmente gli daremmo meno opportunità e meno possibilità di lavoro. Il numero totale dei medici non è basso, anzi è nella media europea, quello che invece è carente è il numero dei medici che lavorano nel sistema sanitario nazionale. Mediamente un medico italiano è pagato la metà rispetto a un collega francese. Quindi se il problema è quello di cercare di avere degli organici più completi e qualificati negli ospedali italiani, dovremmo pensare non solo al numero degli iscritti a medicina e alla qualità della laurea, ma anche a quelle che sono le condizioni lavorative e la busta paga alla quale i nostri medici possono ambire. In conclusione, credo che non sia una buona idea cedere alle visioni populistiche e demagogiche secondo le quali permettiamo a tutti di iscriversi, più ragionevole è cercare di mantenere un equilibrio tra quelle che sono realmente le nostre capacità di formazione e quelle che sono poi le ambizioni dei ragazzi a voler avere una carriera brillante.

Pietro Castellino (Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania) 

Il parere. Giusto abolire il test di Medicina: non esiste meritocrazia e c’è un vero business sui corsi di preparazione. Il limite stona con l’urgenza di medici. Matteo Bassetti (Professore Ordinario Università di Genova) su Il Riformista il 2 Agosto 2023 

Nel Si&No del Riformista spazio al dibattito sull’abolizione del test d’ingresso alla facoltà di Medicina. Favorevole il Professore Ordinario Università di Genova Matteo Bassetti: “Siamo un Paese vecchio, abbiamo bisogno di medici, nei pronto soccorso non ci sono più infermieri”, il suo allarme. Contrario il Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell’Università di Catania Pietro Castellino: “Se il numero diventasse libero la nostra laurea perderebbe il riconoscimento europeo”.

Qui l’opinione di Matteo Bassetti

Il numero chiuso aveva riguardato anche me. Nei primi due/tre anni c’era un numero di domande inferiore ai numeri posti in quel momento. Dall’inizio degli anni ’90 c’è stato un boom delle iscrizioni a Medicina perché c’era la convinzione che non ci fossero medici disoccupati. Ma soprattutto chi si laureava in Medicina poi faceva una scuola di specializzazione con la remunerazione. Questo ha portato molta gente a iscriversi alla facoltà. Tuttavia questo assioma ha portato a perdere per strada molti di coloro che erano mossi da un sentimento di passione.

Noi dobbiamo ripensare innanzitutto a quello che è il fabbisogno dei medici. Perché se è vero che c’è bisogno di medici, allora la riflessione è scontata: non si può mettere un limite di 15mila posti. Il motivo? Non è detto che dopo sei anni tutti escano riuscendo a laurearsi. C’è chi perde un esame, chi ne perde due, chi va fuori corso, chi si stufa, chi cambia idea. C’è un lordo e c’è un netto. Il modo in cui si fanno i conti è inappropriato.

È giusto che per entrare a Medicina – dove io devo insegnarti la biologia, la fisica, l’istologia – le domande vertano sugli insegnamenti del primo anno di Medicina? È come dire: se vuoi iscriverti a un corso di nuoto devi saper nuotare. Il test d’ammissione è fatto per una buona parte su materie che noi dovremo insegnare. E qual è l’unico modo per avere quei fondamentali? Siccome la scuola italiana superiore (qualunque essa sia) non è in grado di darti quel tipo di insegnamenti, inevitabilmente devi andare a versare migliaia di euro per fare dei corsi che ti preparino per i test. Quindi si è inscenato un business enorme sui corsi di preparazione per il test d’ammissione. Più paghi, più entri. Non è più un test meritocratico sulla base della propria mente, ma sulle singole disponibilità economiche.

Le altre domande, ad esempio sulla cultura generale, non hanno un grande senso: se vuoi fare un testo per misurare davvero le capacità del ragazzo devi fare un test d’intelligenza come fanno negli Stati Uniti. Un test di prontezza e di praticità per vedere se è effettivamente in grado di usare il cervello.

Quanto alla scarsa capacità delle aule di accogliere un numero elevato di studenti, sul tavolo vi sono diverse possibilità da prendere in considerazione per intervenire in tal senso. Un’idea potrebbe essere lo sbarramento al secondo anno: al primo anno – in cui ci sono insegnamenti fondamentalmente di tipo teorico, dove non c’è bisogno di pratica – si potrebbe far entrare tutti anche con dei corsi online e poi chi non ha sostenuto tutti gli esami vuol dire che non potrà iscriversi al secondo anno. Un sistema alla francese, una selezione di tipo progressivo: faccio entrare tutti quelli che hanno la passione, ma se poi non sei in linea non ti iscrivi all’anno successivo.

L’alternativa è un sistema all’americana o alla tedesca: lo studente vai a prenderlo tu. L’università deve avere l’interesse a portare a casa i più bravi, chi si laurea in tempo, chi esce con 110 e lode, chi fa la specializzazione, chi entra nel mondo del lavoro. Perché quell’università più prende gente di questo genere e più sale nel ranking.

Oggi, così com’è fatta, la selezione è veramente un salto nel buio: se togli chi arriva ai primi 50 o 100 posti, per gli altri è un terno al lotto perché con il test a crocette non è per nulla meritocratico. Da medico dico che c’è gran bisogno nei nostri ospedali di avere quelli che non avevano saputo rispondere nel 2006 a quando è stata combattuta la prima Guerra Punica, qual è il Teorema di Pitagora o qual è una determinata formula chimica. Avremo un gran bisogno di quelli che abbiamo fatto scappare.

A chi sostiene che tutto ciò sarebbe irrealizzabile rispondo in maniera chiara e semplice: è irrealizzabile soltanto qualcosa che non si vuole realizzare. Di certo non possiamo affermare che tutto sarebbe semplice e che si potrebbe partire già da domani. Ma non è più il tempo di rimandare un argomento così delicato e oggi dobbiamo aprire una riflessione seria e profonda sul tema. Magari si può guardare all’orizzonte dei prossimi anni, ma il progetto va messo in cantiere esattamente in questo momento. Dobbiamo trovare il modo di avere a disposizione i fondi. Siamo un Paese vecchio, abbiamo bisogno di medici, nei pronto soccorso non ci sono più infermieri. Non possiamo continuare con l’acqua alla gola seguendo la scia del sistema attualmente in vigore. È una cosa paradossale: in linea teorica ci affrettiamo tutti a sottolineare l’urgenza di medici, però nella realtà dei fatti ne facciamo entrare sempre di meno. Quest’anno il ministero dell’Università e della Ricerca ha proposto oltre 19.000 posti per i corsi di Medicina e Chirurgia. Un aumento che, se fosse confermato e dovesse diventare realtà, metterebbe a segno un incremento di circa 4mila posti rispetto allo scorso anno accademico. Questo rappresenta senza alcun dubbio un buon segnale, ma andrebbe inteso come un solo punto di partenza: prossimamente non ci si potrà sottrarre alla necessità sempre più impellente di ampliare ulteriormente il numero d’accesso.

Matteo Bassetti (Professore Ordinario Università di Genova)

De Luca: L’iscrizione a Medicina è un marchettificio, una porcheria. Angelo Vitolo su L'Identità il 24 Luglio 2023

“Oggi l’iscrizione alle facoltà di Medicina è diventata un marchettificio, è una porcheria. Non solo per i test, i quiz e le palle. Abbiamo ragazze e ragazzi che, per affrontare i test di accesso, vanno a fare i corsi di formazione a 5mila euro l’uno. E’ una vergogna. I figli della povera gente non possono più andare a Medicina, non va bene”. A dirlo il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, incontrando il personale dell’Asl Napoli 3.

Il governatore, ribadendo la sua idea che occorra abolire il numero chiuso per accedere al corso di laurea, ha aggiunto: “Preferisco ingolfare la facoltà di Medicina, poi la selezione si fa sul campo se il ragazzo ha voglia di studiare, ha passione, allora andrà avanti. Ogni volta abbiamo una motivazione demenziale. Ma come è possibile? Un povero cristo di ragazzo che viene da una famiglia di povera gente, ma dove li trova i 5mila euro per fare il corso per partecipare ai quiz? E poi ne facciamo due l’anno, ti dicono il risultato dopo sei mesi. Ma questo è un manicomio, non è un Paese civile”.

E ancora, con dichiarazioni che non mancheranno di sollevare polemiche: “Preferisco fare la selezione sul merito e non sulla condizione economica dei ragazzi perché, tra l’altro, avere migliaia di ragazze e di ragazzi che vanno a fare i test e non li superano sta determinando una valanga di ragazzi depressi, frustrati, in crisi perché quando vai a fare il test una volta, due volte e non lo superi, cominci ad avere problemi psicologici, senso di inferiorità e questo non è vero, non è così”, ha concluso De Luca.

 Numero chiuso a Medicina: da quando e perché? Da numerochiuso.info 

Perché esiste il numero chiuso

Da sempre riservata ai ceti più elevati, fino al 1923 la facoltà di Medicina era accessibile solo a chi avesse frequentato il liceo classico. Da quell’anno in poi le sue porte si aprirono anche per chi proveniva dal liceo scientifico. Così fu fino al il 1969, anno in cui la facoltà di Medicina venne aperta a tutti i possessori di un diploma di maturità, di qualunque tipo.

In breve tempo ci trovammo così con più medici rispetto al bisogno reale dei pazienti, senza contare che nella seconda metà degli anni ’80 l’Unione Europea chiese a tutti i Paesi membri di assicurare un certo standard qualitativo per l’istruzione universitaria.

Fu così che alcuni atenei introdussero spontaneamente un test di ammissione. Divenne legge per Medicina così come per gran parte delle facoltà a carattere scientifico, tramite apposito decreto, nel 1987. Numerosi furono però i ricorsi. Solo nel 1999 tale decreto divenne legge, dichiarata peraltro legittima dalla Corte Costituzionale nel 2013. 

L’abolizione del numero chiuso

Ormai da anni è aperto il dibattito sull’effettiva utilità del numero chiuso a Medicina. Se da un lato garantisce un certo standard qualitativo per l’istruzione universitaria ed evita il sovraffollamento delle strutture, dall’altro è pur vero che in Italia c’è carenza di medici e mai come in questi anni, costretti a fronteggiare l’emergenza sanitaria da Covid-19, ce ne siamo resi tutti conto.

Dopo un intenso dibattito, che ha interessato anche il mondo politico, la richiesta di studenti e candidati è molto chiara. Non necessariamente l’abolizione totale del numero chiuso, ma anche un modello intermedio di programmazione degli accessi. Come, ad esempio, il modello francese che prevede l’iscrizione aperta a tutti e uno sbarramento alla fine del primo anno. 

Ad innescare il primo vero cambiamento, anche se non nella direzione richiesta, è stata la ministra dell’Università Maria Cristina Messa. Dopo aver istituito una commissione per discuterne, a inizio 2022 ha annunciato l’arrivo dei TOLC Med (Test OnLine Cisia Medicina) a sostituzione del precedente test a numero chiuso. 

Il 24 settembre 2022, con decreto ministeriale n. 1107, sono state promulgate le regole dei TOLC Med. Si tratta di un test di 90 minuti (non più 100) composto da domande a risposta multipla su comprensione del testo, biologia, chimica e fisica, matematica e ragionamento. La principale differenza con il test precedente è la possibilità di ripetere la prova due volte l’anno (sessioni di aprile e luglio) e selezionare il risultato migliore ottenuto da inviare per la graduatoria nazionale. Allargata, inoltre, la possibilità di partecipare al test anche ai ragazzi del penultimo anno di liceo.  

Il 2023 sarà il primo anno di sperimentazione di questo test. Il numero chiuso resta ma, secondo i fautori, con il TOLC sarà più meritocratico. Restano alcuni punti oscuri: le differenze nei test proposti nelle varie sezioni, lo svantaggio per i maturandi che sosterranno le prove vicinissime all’esame, e ovviamente la consapevolezza che il numero chiuso resta.   

Come entrare a Medicina senza test

Se il numero chiuso rappresenta il primo ostacolo per chi voglia domani indossare il camice bianco, non è detto però che tutti siano passati per questa dura selezione. È possibile infatti, per chi proviene da corsi di laurea di ambito sanitario come Biotecnologie, Farmacia, Scienze biologiche, Chimica e Veterinaria immatricolarsi a Medicina senza dover superare il test. Questo poiché la prova ha lo scopo di verificare la predisposizione degli aspiranti medici agli studi sanitari. Diventa quindi superflua se si sono già superati esami da corsi di laurea dello stesso ambito e si sono conseguiti crediti formativi utilizzabili nella nuova facoltà.

Tra coloro che possono effettuare il passaggio diretto a Medicina ci sono i laureandi, i laureati e gli iscritti almeno al terzo anno di un corso affine a Medicina, purché abbiano già maturato un minimo di 25 Cfu in materie convalidabili. Il test d’ingresso rimane insomma vincolante solo per l’accesso al primo anno di corso e non per le richieste di trasferimento agli anni successivi.

Un concetto questo già affermato dal Tar del Lazio e dal Tribunale amministrativo. Una volta verificati i bandi degli atenei nei quali sono disponibili posti liberi per i trasferimenti e/o le immatricolazioni ad anni successivi al primo, basterà contattare la segreteria studenti di Medicina dell’ateneo scelto e inviare il proprio piano di studi accompagnato dalla richiesta del riconoscimento del percorso universitario, presentando istanza di immatricolazione o trasferimento diretto.

Anas.

Anas, tutte le strade portano al poltronificio. Con i nuovi dirigenti a chiamata diretta, l’organigramma di vertice cresce mentre i compartimenti territoriali sono in sofferenza. La società delle strade intanto paga milioni in consulenze per l’integrazione con il gruppo Fs. Che dopo cinque anni può dirsi fallita. Gianfrancesco Turano su L’Espresso l’8 marzo 2023.

La vocazione dell’Anas è duplice da sempre. Da un lato, la gestione delle strade. Dall’altro, il poltronificio. Sul primo aspetto, gli oltre seimila dipendenti faticano a coprire le esigenze di una rete di 32 mila chilometri, con gli uffici tecnici sotto pressione per mantenere in efficienza migliaia di ponti, viadotti e gallerie. Sul secondo non si conosce crisi anche dopo lo spostamento dell’ex ente pubblico sotto il controllo del gruppo Fs voluto da Matteo Renzi premier e perfezionato dal governo di Paolo Gentiloni nel dicembre del 2017 con l’obiettivo di un risparmio che non si è mai raggiunto.

Aress. Se sbagli, ti promuovo.

Aress, salvo il concorso degli errori: ribaltata la decisione del Tar Bari. Il Consiglio di Stato: anche se il candidato sbaglia una risposta, il giudizio finale è complessivo. MASSIMILIANO SCAGLIARINI su La Gazzetta del Mezzogiorno il 09 Marzo 2023

Il fatto che un aspirante dirigente della sanità pubblica abbia sostenuto in un elaborato che un ricorso contro il silenzio-inadempimento va presentato alla Corte dei conti non è in sé motivo sufficiente per cancellarlo dalla graduatoria. Lo ha deciso il Consiglio di Stato, che ieri ha ribaltato la sentenza con cui nel maggio 2022 il Tar di Bari aveva mandato a casa i due vincitori interni della selezione bandita dall’agenzia Aress a luglio 2021.

I giudici baresi avevano infatti escluso dalla graduatoria i due vincitori, annullando le loro prove «in quanto il giudizio ad esse riferito non può che attestarsi al di sotto della sufficienza». Oltre a quello che voleva fare un ricorso alla Corte dei conti, ce n’era infatti un altro secondo cui l’articolo 118 della Costituzione parla delle «funzioni amministrative e normative delle Regioni» (parla dei Comuni).

Il ricorso era stato presentato dalla terza classificata, che alla fine aveva preso il minimo (la sufficienza). Da qui il ragionamento del Tar, corroborato da altre risposte sbagliate (il numero della legge cosiddetta «riforma Brunetta», l’operatività automatica del silenzio): chi mostra di avere certe lacune in diritto amministrativo non può essere valutato con la sufficienza.

Il Consiglio di Stato ha però ricordato che il giudice amministrativo non può entrare nel merito. Il Tar di Bari «non si è limitato a sindacare i punteggi assegnati dalla commissione esaminatrice alle prove scritte dei due vincitori, ma si è spinto fino al punto di dichiarare, direttamente, tali prove come insufficienti; in questo modo il Tar ha invaso l’ambito riservato alla pubblica amministrazione, avendo sostituito il suo giudizio a quello dell’organo competente (la commissione)». Secondo i giudici di Palazzo Spada, l’essere entrati nel merito degli esiti del concorso «ricade nelle ipotesi tipiche dell’eccesso di potere giurisdizionale, in quanto il Tar ha esercitato una inammissibile giurisdizione di merito, in luogo di quella di legittimità». Soprattutto perché l’aver disposto l’esclusione diretta dei due concorrenti equivale ad aver emesso «una sentenza “autoesecutiva”».

Nel merito, invece, il Tar non avrebbe tenuto conto del fatto «che il giudizio della commissione riguardava una pluralità di quesiti e la valutazione finale era di tipo complessivo: nel giudizio globale, taluni errori, potevano ritenersi non determinanti ai fini della valutazione di idoneità del concorrente, ma tali da giustificare il solo abbassamento del punteggio finale», visto che uno dei due vincitori ha preso 25 e l’altro 21 (il minimo). E dunque rispetto all’errore sulla disciplina del silenzio-inadempimento e a quello sulla Costituzione, il punteggio di 21 «non risulta - ictu oculi - palesemente irragionevole o sproporzionato». Stesso discorso per il 25 al candidato che voleva fare ricorso alla Corte dei conti: anche perché - secondo il Consiglio di Stato - l’errore sul decreto Brunetta sarebbe «un mero refuso». L’Aress, diretta da Giovanni Gorgoni, aveva già provveduto all’assunzione dei due dirigenti.

Le Autostrade…

Estratto dell’articolo di Thomas Mackinson per “il Fatto Quotidiano” il 4 marzo 2023.

Presa la laurea, la Calderone s’è presa pure l’università. E ne ha fatto un’autostrada per i titoli dei consulenti del lavoro, dopo aver investito nell’ateneo 15 milioni della loro Cassa di previdenza. C’è voluta un’indagine approfondita per scoprire che studi abbia fatto la ministra del Lavoro. Il sito del governo cita una generica laurea in “Economia aziendale”, non dice dove, non dice quando.

 Idem i cv che ha depositato per assumere tanti incarichi, compresi quelli per Finmeccanica. “Laureata a Cagliari”, scrivono giornali e agenzie l’indomani della nomina. Copiano tutti Wikipedia, ma quella laurea non esiste. “Non è laureata presso il nostro ateneo”, taglia corto l’università sarda dopo un accesso agli atti. […]

L’ufficio stampa del ministero chiarisce così l’arcano: Marina Calderone ha conseguito una triennale in Economia aziendale internazionale nel 2012 e la magistrale nel 2016. Dove? Entrambe alla Link Campus University di Roma. […] Meno noti sono invece i legami – anche di natura finanziaria – tra l’attuale ministra e l’ateneo.

 A partire dal fondatore della Link Vincenzo Scotti, oggi alla sbarra insieme agli ex vertici dell’ateneo per una vicenda di “lauree facili” che avrebbe garantito ai poliziotti della Questura di Firenze convenzionati dal sindacato Siulp tra il 2016 e il 2018.

 Docenti e studenti hanno evitato il processo, ma la procura ha fatto appello perché attestati di frequenza, esami e voti finivano pur sempre nei libretti. Anche i consulenti del lavoro hanno una convenzione con la Link.

Ed è stata proprio la Calderone, fresca di laurea ma da anni presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine (Cno), a spalancare nel 2013 le porte dell’ateneo ai suoi 26 mila iscritti. Partendo dalle sue lauree “fantasma”, si scopre così che – oltre a quelle – il capo dei consulenti si è presa anche le cattedre e le mura della Link, utilizzando i contributi previdenziali degli iscritti.

 A darle una mano è il marito Rosario De Luca, consigliere nel Cno guidato dalla moglie e presidente della Fondazione Studi che ne è emanazione diretta. La coppia vanta già forti legami con i vertici dell’università.

Tanto che nel 2015, De Luca entra perfino nel cda dell’ateneo, dove lei in quel momento studia, ed entra pure in quello della “Fondazione Link Campus”. Nessun imbarazzo. Neppure quando, da neo laureata, si ritrova presidente e docente del corso magistrale per i consulenti: a chi non capita? Lo inaugura nella primavera 2018 insieme a Scotti. […]

 Ma si scopre che la cassa dei consulenti fa molto di più: investe 15 milioni direttamente nella sede della Link. In che modo? Il campus si trova a Roma nel cinquecentesco Casale di San Pio V, prestigiosa tenuta con 35 mila metri quadrati di verde e 5 edifici. Appartiene al centro regionale per i ciechi Sant’Alessio Margherita di Savoia che a dicembre 2015 lo dà in concessione all’ateneo per 25 anni.

 Il complesso è però da ristrutturare ma farlo costa almeno 6 milioni di euro. Nel 2016 la Link tenta con l’art bonus, ma la raccolta di erogazioni liberali si ferma a 25 mila euro, mentre i suoi conti traballano sotto il peso dei debiti: tanto che è in ritardo con i pagamenti dell’affitto della sede.

Un problema anche per i bilanci del centro per i ciechi. Infatti, a dicembre 2017, l’ente conferisce tutto il Casale al Fondo immobiliare Sant’Alessio, insieme al resto dei suoi immobili. Cosa cambia? Adesso sulle proprietà dei ciechi si può investire. Ma il problema è la morosità degli inquilini, e la Link è in testa. Tanto che il gestore del fondo definisce l’investimento “a rischio medio-alto”. E infatti in soccorso arriva un solo investitore: l’Ordine di Calderone e De Luca.

I soldi li mette l’Enpacl, che gestisce le pensioni dei consulenti. A marzo 2018 acquista 300 quote del Fondo Sant’Alessio iniettando ben 15 milioni di euro. L’investimento è “rivolto alla formazione universitaria”, scrive l’Enpacl nei suoi bilanci. Più precisamente, dicono quelli del centro per i ciechi, la liquidity injection servirà per finanziare i lavori di ristrutturazione e riqualificazione del patrimonio”.

 Con i loro 15 milioni i consulenti avrebbero potuto pagare 18 anni di affitto in una sede che ne vale 21. Poco di più e la compravano. Invece, per uscire dall’investimento, la Cassa dell’Ordine dovrà trovare chi compra le sue quote, posto che si trovi. […]

I paracadutati.

Estratto dell’articolo di Emiliano Fittipaldi per editorialedomani.it il 3 marzo 2023.

C’è un ente costituito tre anni fa dal governo Conte II dove hanno trovato lavoro e contratti politici trombati, pensionati di lusso, figli di importanti cariche istituzionali e parenti di ex premier. Si tratta della fondazione Milano-Cortina 2026, regno di Giovanni Malagò che la presiede. Un organismo a capo del comitato organizzatore dei prossimi giochi insieme al Comitato olimpico nazionale, alla Regione Lombardia, alla Regione Veneto e ai due comuni organizzatori.

Negli ultimi mesi il dossier Olimpiadi ha creato polemiche in merito al nuovo amministratore delegato della fondazione voluto dal nuovo ministro dello Sport Andrea Abodi (il meloniano ha scelto Andrea Varnier al posto dell’uscente Vincenzo Novari, voluto dai grillini), sui «gravi ritardi nei lavori» denunciati dal ministro Matteo Salvini.

Fino all’assenza di grandi sponsor domestici (a parte Eni) e sulla mancanza di piste adeguate per bob e slittino, tanto che si è ipotizzato di usare quelle di Innsbruck. Carenze e lentezze, va ricordato, dovute anche allo scoppio della pandemia a soli due mesi dalla nascita della fondazione.

 Ora, però, ci sono altri mal di pancia che allignano fuori e dentro il comitato organizzatore. E riguardano una serie di assunzioni fatte nel tempo che non sono piaciute a tutti. «Abbiamo troppi paracadutati dalla politica e amici degli amici», la critica ricorrente. Domani ha visionato parte dell’elenco dei collaboratori dell’organismo, scoprendo in effetti cognomi famosi di rampolli ed ex politici che hanno avuto la fortuna di firmare di recente un contratto con l’ente di Malagò.

 Partiamo dai Lorenzo Cochis La Russa, secondogenito del presidente del Senato Ignazio. Se Geronimo è da anni presidente dell’Aci di Milano, a ottobre 2021 Lorenzo (che è avvocato) è stato eletto alle ultime amministrative come consigliere del Municipio 1 di Milano centro, diventando capogruppo di Fratelli d’Italia.

Un anno prima, a 25 anni, aveva però già trovato un buon lavoro alla fondazione Milano-Cortina come «manager junior event». Unica esperienza precedente pubblicizzata sul Linkedin: uno stage di sei mesi all’ufficio legale della Serie A.

 Non è l’unico assunto in fondazione che il presidente del Senato conosce assai bene: anche la sua ex segretaria, Lavinia Prono, lavora infatti «da tre anni a tempo pieno» nel comitato organizzatore delle Olimpiadi. Dopo essere stata addetta alla segreteria alla Difesa quando La Russa era ministro, la Prono è stata per anni anche capo della segreteria politica dell’allora coordinatore nazionale del Pdl.

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Altro nome celebre targato centrodestra è quello di Antonio Marano, ex sottosegretario di Berlusconi finito nel 2002 in Rai, dove ha lavorato per quasi vent’anni: due anni fa Novari e Malagò lo hanno voluto come direttore commerciale della fondazione, con l’obiettivo di trovare mezzo miliardo di sponsorizzazioni domestiche. Secondo i maligni Marano è lontanissimo dall’obiettivo, mentre Varnier dice che i ritardi «sono lievi» e che verranno recuperati.

 Tra i cognomi famosi c’è poi la nipote di Mario Draghi, Livia, che è il capo dei «contenuti video» dell’ente. Assunta a tempo pieno nel maggio del 2020 (prima che l’ex presidente della Bce salisse a Palazzo Chigi), in passato ha lavorato con Michele Santoro, poi è stata autrice di X Factor e collaboratrice del Festival della visione. «Non ha affatto un contratto a cinque zeri come le hanno riferito» dicono a Domani dalla fondazione «ma un compenso del tutto congruo rispetto alla posizione che ricopre. La cifra precisa, come per gli altri, è soggetta a privacy».

 Per la cronaca: è stato proprio il governo Draghi qualche mese fa a dare un dispiacere a tutti i lavoratori assunti dal comitato organizzatore, nipote compresa: nel 2020 l’esecutivo Conte aveva infatti decretato che i redditi dei dipendenti dovevano essere tassati dal 2021 «limitatamente» al 60 e 70 per cento del loro ammontare, fino al 2026. Ma il paradiso fiscale ha funzionato solo per l’anno 2021, poi un decreto del governo Draghi ha cancellato la norma e i relativi privilegi.

Nell’elenco dei contrattualizzati c’è anche la figlia dell’ex direttore di Enel Italia Carlo Tamburi (si occupa dal gennaio 2022 di «village management»), mentre come “manager legacy e sostenibilità” troviamo Iacopo Mazzetti, che prima di entrare nel comitato dei giochi era capo staff di Roberta Guaineri, al tempo assessore allo Sport del sindaco di Milano Beppe Sala.

 Nome più celebre (almeno nei salotti romani) è certamente quello di Raimondo Astarita, diventato una decina di giorni fa capo delle relazioni istituzionali della Fondazione. Qualcuno crede che – viste le spiccate capacità relazionali di Malagò e di una pletora di responsabili media già assunti – la chiamata di Astarita sia stata un surplus.

 Altri pensano al contrario che il lobbista sia un fuoriclasse di cui le Olimpiadi non possono fare a meno: vicepresidente di Ania, l’associazione delle assicurazioni, alle spalle decine di incarichi in società provate e partecipate pubbliche, ottimi rapporti al Quirinale (da poco è stato insignito del titolo di Ufficiale della Repubblica) Astarita è stimatissimo dal Malagò in persona.

 I due si conoscono e si incontrano da lustri. Anche tra le dune di Sabaudia, dove fanno parte della giuria d’onore del progetto culturale “Racconti di Sabaudia”, insieme a Clemente Mimun, Simonetta Matone e il già citato Carlo Tamburi.

Tra i fortunati collaboratori della fondazione Milano-Cortina non ci sono solo simpatizzanti di Fratelli d’Italia o del Pd, ma di quasi tutti i partiti. Domenico De Maio, avvocato e musicista di sponda grillina, fu piazzato dall’allora sottosegretario allo Sport Vincenzo Spadafora come vice capo della sua segreteria, e nel 2018 come direttore dell’Agenzia nazionale per i giovani. Nel 2020 però De Maio finisce alla direzione delle «strategic partnerships» dell’ente di Malagò, con relativo stipendio che prende tutt’ora.

 L’avvocato è collega di Marco Francia, ex manager di Publitalia vicinissimo a Stefano Parisi e al suo movimento Energie per l’Italia, candidato alle elezioni politiche del 2018 in quota Forza Italia. «Il mio modello? Fare una campagna porta a porta, molto british», disse ai giornali. Ha perso il suo collegio elettorale di dieci punti, ma due anni dopo si è consolato con la nomina a «head of special channel» della fondazione Milano-Cortina.

Altra reduce politica è Ursula Bassi, voluta dagli uomini di Malagò come «strategic partnerships manager» dell’ente olimpico. Toscana doc, ospite della Leopolda di Matteo Renzi nel 2018, social media manager della fondazione renziana Eyu e della gemella Open, nel 2019 si è candidata consigliere comunale a Firenze nella lista del Pd.

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Gli idonei non assunti.

DAGONEWS il 3 Febbraio 2023.

Siete sicuri che ci siano pochi c